Tra le conferenze che ho tenuto qui negli ultimi tempi, ce ne sono state parecchie sulla questione sociale attualmente incalzante e urgente. Il fatto che ciò che da lungo tempo e anche nel presente viene chiamato questione sociale sia qualcosa di incalzante e urgente nella vita sociale dell’intera umanità, lo può sapere oggi chiunque non osservi gli avvenimenti, nei quali la propria esistenza è intrecciata, come un essere addormentato spiritualmente. In quale misura, nelle necessità vitali dell’umanità moderna, e in quale misura nello sviluppo più recente dell’umanità la questione sociale ha assunto una determinata configurazione — la configurazione così profondamente incisiva per la vita odierna — si può apprendere dalle conferenze che ho tenuto qui e che ho anche, almeno nei loro estratti, tenuto pubblicamente in vari luoghi della Svizzera. Così fra noi, coloro che sono implicati nel movimento antroposofico, è sorto in un certo senso il bisogno di arrivare, dal nostro punto di vista, a un giudizio sui destini dell’umanità, segnatamente anche in relazione alla questione sociale, che potesse essere trasformato in realtà nel modo che a noi è possibile.
Da lungo tempo i nostri membri si sono sforzati di mettere le loro forze al servizio della nostra così difficile epoca. Molte cose sono state considerate, molte altre prospettate. Naturalmente, miei cari amici, ognuno può volere di intervenire negli avvenimenti solo nel modo in cui il suo destino, il suo karma, la sua, diciamo, posizione nell’umanità lo predestina, gliene traccia la strada. Ebbene, dalle varie aspirazioni che sono emerse dal nostro seno, è risultato quanto segue: tre signori, che si sono assunti il particolare compito di lavorare a Stoccarda in un senso corrispondente alle necessità vitali del tempo presente — tre signori che voi conoscete bene: il signor Molt, il signor dott. Boos, il signor Kühn — si presentarono da me all’inizio del febbraio, e nacque l’intenzione di rendere pratico, per quanto si può all’inizio e come sembra opportuno, quello che possiamo ricavare dalla nostra concezione del mondo e visione della vita. Ebbene, miei cari amici, quando non si tratta di considerazioni, ma di realtà, allora si può sempre parlare solo di ciò che in un determinato momento è appropriato, è corrispondente; ciò che è atto a fare un inizio in un certo senso. Chi non vuole fare un inizio, un inizio appropriato, ma vuole subito, come si dice, buttarsi a capofitto nella casa, di regola non conseguirà nulla di straordinario.
Stando alle premesse che c’erano, si trattava per noi di fare prima di tutto qualcosa che nel momento presente ci sembrasse giusto proprio in relazione al popolo tedesco così duramente provato. Se si getta uno sguardo sugli avvenimenti attuali, allora emerge come il primo fenomeno significativo — l’ho caratterizzato spesso qui — l’abisso, il baratro che è fra le classi umane: da un lato tutto ciò che sinora ha più o meno guidato i destini dell’umanità — e dall’altro il proletariato che proprio in questo momento, con le reali rivendicazioni della questione sociale, si fa avanti. Il proletariato si presenta, a chi ha intuizione, in due forme: il proletariato come tale e i capi del proletariato. Ho spesso esposto qui come tutti i pensieri, i sentimenti, le aspirazioni, gli impulsi che i capi del proletariato hanno nelle loro teste, e da cui traggono la loro influenza all’interno del proletariato, sono fondamentalmente l’eredità del pensiero borghese degli ultimi secoli. Ebbene, di questo abbiamo parlato da punti di vista molto diversi e abbiamo cercato di fornirne prove.
Così uno dei fenomeni più significativi rimane tuttavia questo: che c’è un profondo abisso fra questi due, diciamo, gruppi umani. Negli ultimi giorni, a chi ha vissuto la storia contemporanea, questo abisso poteva apparire chiaramente: da un lato Parigi, dove da un certo punto di vista — appunto quello dei circoli sinora guida dell’umanità — gli destini dell’umanità e il presente sono presi in mano — dall’altro Berna con un’assemblea, in cui vive tutto ciò che è separato da quello da un profondo abisso. Chi ha seguito attentamente ciò che emana da Parigi, chi ha seguito attentamente ciò che è stato tentato a Berna al congresso socialista, non potrà sfuggire all’ammissione che l’essenziale, ciò che significativamente avrà ripercussioni durature nello sviluppo dell’umanità, non è forse da principio ciò che a Parigi, a Berna si pensa e si vuole, ma l’essenziale è che in questi due luoghi si parlano due linguaggi sociali completamente diversi. E se si è interiormente sinceri, non si può fare a meno di ammettere: questi sono due linguaggi totalmente diversi l’uno dall’altro, nei quali per il momento non ci si può intendere.
Questo è un fenomeno di importanza così fondamentale, un fenomeno così significativo, che proprio osservandolo adeguatamente ad ognuno può colpire la correttezza di quello che ho detto spesso qui: che è necessaria la ricerca di fondamenti molto più profondi per comprendere queste cose, per collaborare alle loro possibili soluzioni, di quanto siano i fondamenti che oggi ancora si cercano da una parte o dall’altra. Sempre di nuovo mi ritorna il pensiero, come ho detto l’altro ieri nella
conferenza pubblica a Basilea: qui c’è oggi la questione sociale, il
movimento sociale, già su gran parte dell’umanità civilizzata come una questione di fatto, come una questione di evento di significato così profondamente incisivo nella vita storica dell’umanità, che è difficile pensare che nella storia dell’umanità ci sia stato qualcosa di così profondamente incisivo per l’intera umanità della Terra; così almeno appare a chi ha intuizione. I fondamenti devono essere più profondi. E quante volte ho richiamato qui l’attenzione su questo: i fondamenti più profondi si trovano solo in quella considerazione della realtà da cui procede, nel movimento della scienza dello spirito, nell’antroposofia orientata alla scienza dello spirito, anche per la considerazione sociale della vita e delle cose.
Proprio nella nostra contemplazione di Capodanno ho segnalato qualcosa di significativo, così mi pare, sottolineando che oggi è possibile essere completamente e totalmente pessimisti riguardo all’umanità, pessimisti non sulla base di qualche giudizio emotivo, ma sulla base di reale calcolo sociale. Allora vi ho letto un saggio di un uomo che sa realmente fare i conti sociali. E vi ho detto: è solo sobrio pensare in modo così pessimistico, se non si ha al contempo da un’altra parte la piena consapevolezza che il rivolgersi allo spirito può ancora aiutare. Ma questa consapevolezza dovrebbe diffondersi sempre di più e sempre di più, che c’è ragione di credere a forze distruttive che agirà terribilmente nei prossimi decenni, se gli uomini non vorranno rivolgersi a quello che dalla considerazione scientifica della realtà della scienza dello spirito consegue. Naturalmente non si intendono i dogmi di questa o quella direzione della scienza dello spirito, ma si intende in generale un appello alle forze spirituali, che in questo significativo punto di svolta dello sviluppo dell’umanità possono essere le uniche forze salutari e di aiuto.
Così in un certo senso questa antroposofia orientata alla scienza dello spirito, perché non è sorta da arbitrio, ma dall’osservazione delle forze del tempo, diventa nel contempo, in uno dei suoi aspetti nel senso più eminente, un rimedio del tempo. Non è realmente sorta da arbitrio. Non è realmente un programma di un singolo o di singoli individui, ma è sorta dall’osservazione di ciò che la stessa guida spirituale del mondo detta come necessario per il corso attuale dell’umanità. Proprio per questo solo si può parlare così di antroposofia orientata alla scienza dello spirito, altrimenti questo modo di parlare sarebbe naturalmente una presunzione. Ma ciò che nella sua origine procede da onesta umiltà, se vuole affermarsi, non ha bisogno di ritrarsi davanti all’accusa che la stoltezza può muovere, che si tratti di una presunzione. Si può dire che da Parigi irradia tutto ciò che flui sulle ali di una concezione della vita che mostra chiaramente di essersela portata all’assurdo negli ultimi quattro anni e mezzo. Da Berna irradiò ciò che molte persone ritengono un rimedio, ma che è attinto da una fonte non sufficientemente profonda. Da Parigi irradia ciò di cui quasi tutto l’umanità ha paura; da Berna volle irradiare ciò su cui molte persone credono di potere sperare. E queste due cose ancora oggi parlano un linguaggio completamente diverso. Non si riesce a intendersi da una parte all’altra dell’abisso. Ci si intendera solo quando ci si farà l’appello interiore dell’anima alla scienza dello spirito.
Da tali impulsi scaturì il pensiero di rivolgersi inizialmente almeno alla comprensione di una parte degli uomini. Perché tutto dipende dalla comprensione. L’ho sempre sottolineato di nuovo: non avanziamo nel caos sociale se non riusciamo a far sorgere, prima che gli istinti diventino troppo sfrenati, la comprensione in un numero sufficientemente grande di persone del mondo civilizzato. Questo è appunto ciò che ha costituito lo spirito dei miei discorsi ora a Zurigo, Berna e Basilea. Con i vari uomini con cui ho parlato in questo periodo, si è potuto discutere ancora e ancora la domanda: come si può trovare l’accesso alla comprensione — oppure: è allora ancora possibile, prima che un completo disastro si abbatta, trovare la strada della comprensione degli uomini? — Ebbene, l’ultima domanda non può essere posta da un uomo che pensa nella realtà. Perché un uomo che pensa nella realtà non formula ipotesi su ciò che è possibile o impossibile, ma ricorre a ciò che ritiene necessario debba essere fatto. Se si intraprende un cammino, allora si tratta di fare il primo passo. E non si deve credere che se il primo passo ha un aspetto diverso da quello che si vuole come meta, perciò questo primo passo potrebbe essere inopportuno. Il primo passo di un lungo cammino può estendersi solo su una piccolissima parte di quel cammino. Si tratta solo che, se si persegue una determinata meta, in primo luogo non si vada nella direzione opposta o a sinistra o a destra dalla meta, e in secondo luogo si tratta di avere la volontà, una volta intrapresa una direzione, di rimanere in quella direzione, di non farsi spingere da tutte le parti a sinistra e a destra. Inoltre, negli avvenimenti del tempo bisogna collegarsi a ciò che esiste, non costruire nel vuoto, se ci si vuole porre su un certo terreno della realtà. Il pensiero deve collegarsi a qualcosa, a quanto pare, che ha mostrato in qualche modo che in una direzione scorre una corrente reale. A volte può anche sembrare che il primo passo fosse qualcosa di estremamente sfortunato. Che non lo sia potrebbe forse rivelarsi solo dopo un certo tempo.
Ora, quando i tre detti signori, il signor Molt, il signor dott. Boos e il signor Kühn, vollero trattare con me di questa questione, allora poteva trattarsi inizialmente — dato che doveva trattarsi di un impulso spirituale, di un appello alla comprensione degli uomini — di porre la domanda: dove si è visto che inizialmente qualcosa ha agito suei pensieri degli uomini? Allora ricordatevi di quell’appello al mondo della cultura, cosiddetto mondo della cultura, che una volta — erano per lo più, credo, professori — novantanove personalità tedesche emanarono. Forse non si può nemmeno, se non si giudica da emozioni ma dalla realtà, farne un giudizio diverso se non che quell’appello al mondo della cultura era piuttosto goffo. Ebbene, c’erano per la maggior parte professori. Ma ha fatto impressione, ha trovato la strada ai pensieri di una maniera piuttosto sfortunata. E continua a infestare ancora oggi. Era in un certo senso una realtà, proprio una realtà che ha contribuito più di molte altre cose alla disgrazia del popolo tedesco, perché ha sollevato onde.
E così si poteva pensare: come sarebbe se a questa somma di pensieri che allora è stata emanata inopportunamente — lanciata sull’umanità da rappresentazioni che portavano in fronte la loro vetustà —, come sarebbe se ora, quando tutto è urgente e incalzante, per fare qualcosa alla comprensione, se ora si rivolgesse un appello all’umanità attinto dalle reali condizioni di vita dell’umanità presente; inizialmente, come risulta dalla cosa stessa, proprio al popolo tedesco, che ha subito il destino di veder perduta la sua presumibile missione in un certo ordinamento dello Stato per il fatto che questo ordinamento dello Stato è stato semplicemente spazzato via, se inizialmente si appellasse a questo popolo tedesco, lo si sensibilizzasse sul fatto che le realtà gli parlano, non soltanto parole, non soltanto giudizi, soltanto pensieri, ma le realtà. Mentre forse a gran parte dell’umanità una tale parola è ancora infruttuosa perché gli antichi ordinamenti ancora sussistono, forse il popolo tedesco ascolterà — così si può pensare — perché il vecchio ordinamento gli è stato semplicemente tolto, perché non può più sostare sul terreno dell’antico ma deve cercare necessariamente un nuovo terreno per il suo compito vitale. Gli uomini sono così fatti: fin tanto che l’antico regge almeno un po’ — se non si tratta proprio di vestiti — vi si mantengono fermamente e lasciano dormire tutto ciò che dice che è impossibile continuare a reggersi all’antico. Non si crede a quale punto il benessere gioca un ruolo nella vita più intima dell’uomo.
Da questo pensiero, miei cari amici, ho composto una specie di manifesto, di cui penso che potrebbe essere ascoltato dalle anime che oggi si possono conquistare a una comprensione su un terreno sano della realtà riguardo alla nostra peculiare questione culturale; che potrebbe essere inteso inizialmente dalle persone intelligenti del popolo tedesco, al quale è direttamente rivolto. Penso però che dovrebbe essere letto anche dai nemici del popolo tedesco come qualcosa che oggi è ritenuto appropriato per essere considerato e trasformato in realtà da questo popolo tedesco. Pensai: novantanove hanno allora firmato; se si trovassero di nuovo novantanove fra le file dei tedeschi della Germania, dell’antico Germania, dell’antica Austria, e forse si potesse aumentare questi novantanove di un piccolo numero di personalità che per una comprensione delle necessità vitali presenti in paesi neutrali, segnatamente in Svizzera, si possono conquistare, allora sarebbe stato compiuto qualcosa di positivo in contrasto con il negativo che allora i novantanove avevano intrapreso.
Così vi prego di comprendermi correttamente: l’appello è rivolto inizialmente al popolo tedesco. Ma si intende che ciò che all’interno del popolo tedesco viene discusso in questa forma, sia ascoltato nel mondo intero della cultura. Ora vi leggerò qui questo appello, miei cari amici. I pensieri vi saranno già noti e familiari, perché li abbiamo discussi spesso. Naturalmente, in tutta brevità anche tutto deve restare brevissimo. Ciò che si intende non è di insegnare a qualcuno, ma di dire qualcosa che possa sensibilizzare gli uomini sul fatto che c’è una strada, e ciò che li deve sensibilizzare a trovare il giusto accesso a questa strada. Certamente, si può trovare a ridire sulla brevità dell’esposizione. Ma non si tratta di un libro di testo, ma si tratta di dire qualcosa come indicazione sul fatto che all’interno dell’umanità c’è qualcosa che può aiutare. Dunque, l’appello ha il seguente titolo:
Ai popoli tedesco e al mondo della cultura!
Il popolo tedesco credette di aver ben costruito per tempi illimitati il suo edificio di Stato, eretto mezzo secolo prima. Nell’agosto 1914, pensò che la catastrofe bellica, al cui inizio si era trovato, avrebbe dimostrato questo edificio come invincibile. Oggi non può che guardare alle sue rovine. La riflessione su se stesso deve subentrare dopo tale esperienza. Perché questa esperienza ha dimostrato l’opinione di mezzo secolo, ha dimostrato segnatamente i pensieri dominanti degli anni di guerra come errore che agisce tragicamente. Dove stanno le ragioni di questo errore fatale? Questa domanda deve spingere la riflessione su se stesso nelle anime dei membri del popolo tedesco. Da quella che è la forza di tale riflessione su se stesso dipende la possibilità di vita del popolo tedesco. Il suo futuro dipende dal fatto che esso sia in grado di porsi seriamente la domanda: Come sono caduto nel mio errore? — Se se la pone oggi, allora gli sorgerà la conoscenza che mezzo secolo prima ha fondato un Regno, ma ha omesso di dare a questo Regno un compito che sgorgasse dal contenuto essenziale dell’essere del popolo tedesco. — Il Regno era fondato. Nei primi tempi della sua esistenza ci si sforzava di ordinare le sue possibilità di vita interna secondo le esigenze che dalla tradizione antica e dai bisogni nuovi si rivelavano di anno in anno. Successivamente si passò al consolidamento e all’ingrandimento della posizione di potenza esterna fondata su forze materiali. Con questo si collegarono misure rispetto alle esigenze sociali nate dal nuovo tempo, che sì tenevano conto di molte cose che il giorno rivelava come necessità, ma alle quali mancava un grande scopo, come avrebbe dovuto risultare dalla conoscenza delle forze di sviluppo a cui l’umanità più recente si deve volgere. Così il Regno fu collocato nella connessione mondiale senza una meta che lo giustificasse e ne fondasse l’esistenza. Il corso della catastrofe bellica ha rivelato questo in modo triste. Fino allo scoppio di essa il mondo extra-tedesco non aveva potuto vedere nel comportamento del Regno nulla che gli potesse destare l’opinione: gli amministratori di questo Regno adempiono una missione storico-mondiale che non deve essere cancellata. Il non-trovar questa missione da parte di questi amministratori ha generato necessariamente nel mondo extra-tedesco l’opinione che per chi sa veramente vedere è il fondamento più profondo del crollo tedesco.
Immenso è tutto ciò che per il popolo tedesco dipende dal suo giudizio imparziale della situazione. Nella disgrazia dovrebbe sorgere l’intuizione che negli ultimi cinquant’anni non ha voluto mostrarsi. Al posto del piccolo pensiero sulle rivendicazioni più prossime del presente dovrebbe subentare un grande movimento della visione della vita, che si sforza di riconoscere con pensieri forti le forze di sviluppo dell’umanità più recente, e che con coraggioso volere si dedica loro. Dovrebbe cessare la tendenza piccina che rende innocui come idealisti non pratici tutti coloro che fissano lo sguardo su queste forze di sviluppo. Dovrebbe cessare la presunzione e l’alterigia di coloro che si ritengono praticisti, e che tuttavia con il loro senso stretto mascherato di pratica hanno provocato la disgrazia. Dovrebbe essere considerato ciò che gli idealisti diffamati, ma in verità praticisti reali, hanno da dire sui bisogni di sviluppo del nuovo tempo.
I «praticisti» di tutte le direzioni videro sì il sorgere di rivendicazioni completamente nuove dell’umanità da lungo tempo. Ma volevano far giustizia a queste rivendicazioni entro la cornice di abitudini di pensiero e ordinamenti tramandati da sempre. La vita economica del tempo più recente ha prodotto le rivendicazioni. La loro soddisfazione tramite iniziativa privata sembrò impossibile. Il trasferimento del lavoro privato in lavoro sociale si impose a una classe umana come necessario in singoli campi; e fu realizzato dove a quella classe umana secondo la sua visione della vita sembrò utile. Il trasferimento radicale di tutto il lavoro individuale in lavoro sociale divenne il fine di un’altra classe, che per lo sviluppo della nuova vita economica non ha interesse nel mantenimento dei fini privati tramandati.
A tutti gli sforzi che finora si sono presentati in considerazione delle nuove rivendicazioni dell’umanità sta a fondamento qualcosa di comune. Essi spingono verso la socializzazione del privato e calcolano sul fatto che la comunità (Stato, Comune) che sorge dalle premesse che nulla hanno a che fare con le nuove rivendicazioni, assuma quest’ultimo. O anche, si calcola con comunità più nuove (per es. cooperative) che non sono sorte pienamente nel senso di queste nuove rivendicazioni, ma che dalle abitudini di pensiero tramandare hanno preso forma da ordinamenti antichi.
La verità è che nessuna comunità formata secondo antiche abitudini di pensiero può accogliere ciò che la si vuol far accogliere. Le forze del tempo spingono verso il riconoscimento di una struttura sociale dell’umanità che guarda a cose completamente altre da quelle che comunemente si guardano. Le comunità sociali finora si sono formate per la maggior parte dagli istinti sociali dell’umanità. Loro compito del tempo sarà penetrare consapevolmente le loro forze.
L’organismo sociale è articolato come il naturale. E come l’organismo naturale deve provvedere al pensiero attraverso la testa e non attraverso il polmone, così l’ordinamento dell’organismo sociale richiede la suddivisione in sistemi, nessuno dei quali può assumere il compito dell’altro, ma ognuno, pur conservando la propria autonomia, deve cooperare con gli altri.
La vita economica può prosperare solo quando, come membro autonomo dell’organismo sociale, si sviluppa secondo le sue proprie forze e leggi, e quando non introduce confusione nella sua struttura facendosi assorbire da un altro membro dell’organismo sociale, da quello che agisce politicamente. Questo membro che agisce politicamente deve invece sussistere in piena autonomia accanto all’economico, come nell’organismo naturale il sistema respiratorio accanto al sistema della testa. La loro cooperazione salutare non può essere conseguita dal fatto che ambedue i membri siano nutriti da un unico organo di legislazione e amministrazione, ma dal fatto che ognuno abbia la propria legislazione e amministrazione, che vivono in cooperazione. Perché il sistema politico deve distruggere l’economia se la vuol assumere; e il sistema economico perde le sue forze vitali se vuol diventare politico.
A questi due membri dell’organismo sociale deve subentrale, in piena autonomia e formandosi dalle sue proprie possibilità di vita, un terzo: quello della produzione spirituale, al quale appartiene anche la parte spirituale dei due altri ambiti, che deve essere trasmessa loro dal terzo membro, equipaggiato di sua propria regolazione legale e amministrazione, ma che non può essere amministrato da loro e non può essere influenzato in modo diverso da come gli organismi glomerulari che stanno l’uno accanto all’altro di un organismo generale naturale si influenzano mutuamente.
Si può già oggi fondare scientificamente in tutti i dettagli e sviluppare tutto ciò che qui è stato detto circa le necessità dell’organismo sociale. In queste esposizioni possono solo essere poste le direttive per tutti coloro che vorranno perseguire queste necessità.
La fondazione dell’Impero tedesco cadde in un’epoca in cui queste necessità si presentavano all’umanità più recente. La sua amministrazione non ha compreso di dare al Regno un compito guardando a queste necessità. Questo sguardo non solo gli avrebbe dato la giusta struttura interna; avrebbe anche dato alla sua politica estera una direzione legittimata. Con una tale politica il popolo tedesco avrebbe potuto convivere con i popoli extra-tedeschi. Ora la disgrazia dovrebbe far maturare l’intuizione. Si dovrebbe sviluppare la volontà verso il possibile organismo sociale. Non una Germania che non c’è più dovrebbe oppporsi al mondo extra-tedesco, ma un sistema spirituale, politico ed economico nei loro rappresentanti dovrebbero negoziare come delegazioni autonome con coloro che hanno abbattuto la Germania che, per la confusione dei tre sistemi, si era fatta un’entità sociale impossibile.
Si ode nello spirito il praticista che si diletta sulla complicatezza di ciò qui detto, che trova scomodo persino il pensiero della cooperazione di tre corpi, perché non vuol sapere nulla delle vere rivendicazioni della vita, ma vuol plasmare tutto secondo le comode rivendicazioni del suo pensiero. A lui deve diventare chiaro: o ci si adatta a che il proprio pensiero si conformi alle rivendicazioni della realtà, o non si è imparato nulla dalla disgrazia, ma la si moltiplicherà senza limiti attraverso altra che sorga.
Con questo appello i tre detti signori partirono per la Germania, e nel tempo in cui io tenevo i miei discorsi di Zurigo, Basilea e Berna, essi si sforzarono di trasformare in realtà quello che ci eravamo proposto: trovare circa cento firme. Il signor Stein ha assunto il compito per l’Austria, altri signori qui in Svizzera si sono sforzati.
Ebbene, fino ad ora è stato solo poco tempo, ma comunque, noi che volevamo fare un primo passo, possiamo essere completamente soddisfatti di quanto finora è risultato, perché abbiamo un tale appello, sostenuto nello stesso modo in cui lo era il disgraziato appello di allora. Nei miei ultimi discorsi a Zurigo — che erano intenzionalmente tenuti a Zurigo, perché in un certo senso ora la Svizzera è il fulcro di tutti i rapporti del mondo civilizzato — per me era l’intenzione di poter già accennare che qua e là si trovano uomini nei quali la comprensione attecchisce. E così naturalmente si trattava di conoscere il risultato prima dell’ultimo discorso zurighese. E il risultato fu molto gratificante, che già l’11 mi poté essere comunicato: fino ad ora circa cento nomi, esclusa la Svizzera e Vienna, riuniti. Questo mi fu comunicato dalla Germania, dove i nostri amici hanno faticato in tutte le direzioni per attuare questa cosa nel modo appropriato. Da Vienna ricevetti il telegramma lo stesso giorno: al momento, 11 mezzogiorno, settantatre firme, domani sicuramente di più. — E il giorno successivo: risultato totale novantaquattro firme. — Potè comunicarlo il signor Stein. Poi risultarono ancora altri firme comunicate posteriormente. Quindi i risultati finora sono da registrare in modo del tutto soddisfacente. E sarebbe auspicabile che, dato che siamo ormai arrivati a tanto, che un certo numero di uomini — e su questo dipende sempre tutto in un’azione di questo genere — fra i quali ci sono anche persone note, su cui si farà considerazione — che un numero di tali uomini pubblichi un tale appello dove è possibile, così che sia visto, sia letto, così che giunga davanti agli occhi di coloro a cui interessa. Veramente, a tutti i popoli nel presente interessa. Si può già dire: nei fondamenti delle anime umane c’è qualcosa che chiama gli uomini alla comprensione di una tale cosa.
Vi ho raccontato nel corso dei discorsi come l’idea che ora si presenta in questa forma non è affatto nuova da me, ma nel tempo in cui la catastrofe bellica era entrata in una piega decisiva, mi sono sforzato di dare efficacia a questo impulso necessario ai posti che per me venivano in considerazione. Vi ho descritto come è accaduto. Dissi allora alla gente che veniva in considerazione per la cosa: Non è un programma, non è un ideale, ma è ciò che è stato osservato come forze di sviluppo dell’umanità più recente, che si vuole assolutamente realizzare nei prossimi dieci, venti, trenta anni e si realizzerà. Non può trattarsi di se si realizzi o no, ma solo di come si realizzi. E a molti, su cui allora contava, dissi: voi avete dunque la scelta: o accettate la ragione e realizzi così una cosa per mezzo della ragione — oppure vivete catastrofi sociali e rivoluzioni. Le persone potevano convincersi ben presto che l’ultima non era una profezia falsa. Ma difficilmente l’uomo odierno, comodo, trova il cammino da una certa comprensione al coraggio vitale necessario per realizzare la cosa, nel modo che gli è possibile secondo la sua posizione, nella realtà.
Qui in Svizzera già singole firme sono state prestate. Qui si ha sempre l’obiezione che nella prima parte di questo appello è detto qualcosa circa la necessaria riflessione su se stesso del popolo tedesco e circa l’errore in cui il popolo tedesco era caduto. Si dice allora che, come svizzero, non si ha la possibilità di insegnamenti al popolo tedesco oltre i confini. Credo, miei cari amici, che oggi non si dovrebbe più parlare così. Tali cose possono aver avuto una certa importanza come antiche mummie di pensiero prima del 1914; ma nel presente queste cose non hanno più significato. Nel presente dovrebbe anche cessare la piccineria che proviene da tale modo di giudizio nazionale. Questo è ciò che la disgrazia degli ultimi quattro anni e mezzo avrebbe dovuto insegnare agli uomini. Si dovrebbe già oggi poter pensare diversamente — scusate — anche in Svizzera, di come si pensava quattro anni e mezzo fa; si dovrebbe farlo. Perché anche qui dovrebbe aver imparato qualcosa, così che corrisponde a quello che vi coglie quando si seguono gli ultimi quattro anni e mezzo con qualche intuizione. Allora vi appaiono realmente come secoli che si sono versati sull’umanità. E sembra quanto mai curioso, quando dai vecchi pregiudizi nazionali e altrimenti, che ora veramente con l’anno 1914 avrebbero dovuto trovare il loro termine, quando da questi pregiudizi nazionali o da mummie di pensiero gli uomini ora vogliono plasmare un nuovo ordine mondiale, un nuovo assetto europeo. Questo edificio di carte europeo sarà il più velocemente rovesciato dalle altre forze, che sole sono potenti nel presente, che sole determinano ciò che è stato chiamato politica: i fattori sociali. Perché tutto il resto è oggi maschera. Questo però è la realtà. E gli europei si inganneranno molto se da mummie di pensiero antiche giudicano e fanno anche le loro obiezioni.
Naturalmente si può dire — io potrei darvi facilmente un manuale di tutte le confutazioni — naturalmente qualcuno può dire: Sì, ma questo è in un certo senso un’indicazione degli impulsi per tutti gli Stati, questo potrebbe diventare solo se tutti gli Stati ne facessero l’inizio. No, miei cari amici, un solo cosiddetto Stato può farci l’inizio; è adatto a questo, che un solo ne faccia l’inizio. E se uno fa l’inizio, allora ha fatto qualcosa per l’intera umanità. È appunto la disgrazia del popolo tedesco che la sua fondazione dell’Impero è caduta in quel tempo della storia moderna in cui, se un nuovo Impero era fondato, c’era già la necessità di riempire questo Impero con questo compito. E perché non lo riempì con questo compito, non si comprese a che cosa stesse al mondo. Se fosse stato riempito con questo compito, allora tutti gli avvenimenti sarebbero decorsi diversamente, perché le sue condizioni di esistenza sarebbero state viste ad oculos, o la sua legittimazione di esistenza sarebbe stata intesa.
Oggi gli uomini giudicano da mummie di pensiero. Vedete, ci sono molte persone in Europa che non si liberano dalle loro antiche mummie di pensiero europee e che tuttavia considerano la personalità Wilsoniana — non so come dirlo — come un redentore. Ma gli uomini devono dirsi: Mettiamo completamente da parte un giudizio su Wilson, poniamo però la questione di fatto: come mai questo Wilson nel suo paese è divenuto l’uomo influente che è? — Per il fatto che contro tutti gli altri partiti ha condotto quella politica che da un sano istinto americano è esattamente opposta a quella in cui una gran parte dell’Europa ora vuol navigare. Una gran parte dell’Europa vuol navigare in una comunità, in una politica di comunità sociale, in cui le forze di libertà e individuali del singolo uomo soccombono. Wilson deve la sua elezione, la sua influenza, esclusivamente al fatto che come democratico americano ha contribuito al liberarsi di quelle forze che come forze individuali stavano dentro la vita economica. Prendiamo ipoteticamente: l’Europa raggiunge gli ideali del bolscevismo, raggiunge gli ideali della socialdemocrazia di Berna, cioè della socialdemocrazia del congresso socialista. Assumiamo che questo si realizzi; gli uomini raggiungessero ciò di cui sognano. Allora l’Europa diventerebbe un’entità dalla quale — nonostante tutti i pregiudizi nazionali — verso la libera America, nella quale Wilson è divenuto grande proprio per il contrario, tutte le forze libere necessariamente defluirebbero. Una terribile concorrenza fra l’Europa e l’America dovrebbe svolgersi, nella quale non può accadere nulla di diverso da ciò che l’Europa decada in pauperismo e l’America diventerebbe ricca, non da un’ingiustizia, ma da una follia della politica sociale europea. Perché le cose si strutturerebbero così se le forze sociali, che sviluppare è appunto il compito dell’umanità europea, se queste forze sociali non fossero pensate e realizzate così che corrispondere all’organismo sociale sano.
In questo appello non abbiamo a che fare semplicemente con qualcosa di pensato, ma con qualcosa che rimanda a forze che ovunque nella realtà sono presenti, che devono essere realizzate, senza la cui realizzazione veramente non solo il destino della Germania e dell’Austria, ma il destino di tutta l’Europa deve essere quello dell’impoverimento, della miseria e dell’ingenerosità spirituale.
Viviamo appunto in un’epoca seria, in cui non ci si arrangia con piccoli pensieri. Negli uomini vive anche qualcosa che li tira verso ciò che è espresso in questo appello. Si può già osservarlo. E perché ciò è così, perché si può sperare di trovare ancora l’accesso alle anime, ai cuori degli uomini, allora è stato tentato di trasformare ciò che durante la catastrofe bellica era stato tentato nella forma allora necessaria, come vi ho raccontato, così come è necessario per le condizioni presenti.
Vorrei solo sperare che nessuno pensi che una tal cosa abbia significato assoluto. Ho parlato a un signore, su cui poi contava, nel gennaio del 1918, nella forma in cui allora era composta, di questa cosa, ma così che dissi: questa cosa naturalmente può assumere secondo le circostanze del tempo sempre forme diverse e ancora diverse, perché non si tratta di una teoria, non di un programma, non di un ideale, ma di qualcosa che è pensato a partire dalla realtà. — E ho detto ulteriormente: perché è pensato a partire dalla realtà, quindi per me non si tratta affatto di ciò che per molti utopisti si tratta. Gli utopisti che formulano programmi pensano che tutto è cattivo se queste cose non si realizzano esattamente come loro le formulano nei loro programmi. A me non importa affatto. Potrebbe essere ad esempio che una tale cosa colpisca nelle anime così che, perché è pensata praticamente, si comincia a realizzarla nella vita pratica. Su ogni campo oggi già chiaramente si può dire come ci si deve comportare per realizzarla su un campo nella vita pratica. Ma potrebbe accadere che di quello che qui è detto, che anche nei miei discorsi di Zurigo, Berna e Basilea è stato detto, non rimanga pietra su pietra, ma tutto si configuri diversamente. Chi pensa in modo conforme alla realtà, a lui non interessa che le sue formule, le sue proposizioni si realizzino, ma che da qualche parte nella realtà si agisca. Allora si vedrà già che cosa risulta. Su questo si tratta; forse tutto sarà diverso — voglio certamente indicarlo come una possibilità — che però deve risultare ciò che alle circostanze è appropriato, questo è certo. Perché non è formulato un ideale astratto, non è impostato un programma, ma sono semplicemente afferrate le forze della realtà. Per quanto possibile lontano da ogni fantasmagoria, da ogni moralismo scolastico deve essere ciò di cui ora si tratta. Perciò fui così meravigliato quando una personalità assai nota, di cui uno dei tre signori che ho nominato supponeva che potrebbe firmare anche questo appello, quando questa personalità assai nota mi fece dire: Sì, avrebbe creduto che proprio io, quando facessi un tale appello, appellassi più allo spirito dell’umanità e dicessi che ora solo una salvezza può venire nell’umanità se l’umanità trova il cammino di nuovo verso lo spirito. Così gli uomini vogliono che si ripeta sempre di nuovo la frase dello spirito: spirito, spirito e spirito! Ma non si tratta di questo; si tratta invece che lo spirito si mostri, che lo spirito si riveli capace di configurare realmente i fatti. Questi sono i più grandi danneggiatori, in fondo, coloro che continuamente parlano dello spirito senza voler indicare la realtà dello spirito. Perché parlano veramente solo nel senso di un’ideologia — e non dello spirito. Ed è lodevole, miei cari amici, che dal seno della nostra società si siano trovate personalità che hanno comprensione — ma comprensione di fatto, così che fanno anche realmente qualcosa — comprensione di fatto per ciò che qui si vuole. E comunque gli echi si mostrano. Il nostro amico dott. Boos allora, dopo che il mio ultimo discorso a Zurigo era concluso e io avevo richiamato l’attenzione sul risultato e su questo appello, da parte sua emanò il suo appello, così che subito dall’assemblea un certo numero di persone si fecero avanti e dovevano consegnare i loro indirizzi, che erano disposte a collaborare praticamente alla cosa. E anche qui il risultato fu per questa sera straordinariamente gratificante. Certamente sono state fatte obiezioni. So ben capire le obiezioni. Ma queste obiezioni sono tali che si vede appena: gli uomini oggi non stanno nella realtà, sono sognatori. Veramente, sono proprio coloro che finora si è ritenuto fossero i più grandi praticisti, in verità sognatori. Perciò dissi a Zurigo in un discorso: Qual è allora un buon esempio di sognatore contemporaneo, di uno che sogna? — Il generale Ludendorff! Questo è il tipo, il rappresentante di uno sognatore; un uomo che, se volete, ha compreso bene o male — ma secondo la mia opinione male — la strategia, ma riguardo a tutto il resto stava completamente lontano dalla vita, al danno della cosa ha avuto una grande influenza, stava completamente lontano dalla realtà, non presagiva le condizioni della realtà, in cui avrebbe dovuto agire, era un idealista così astratto come solo qualche utopista socialista è un idealista astratto. Finalmente si dovrebbe guardare bene in faccia questo maledetto concetto del «praticista», che ha portato tanta sventura all’umanità. Questa pratica che finora valse, che non è altro che realtà tramite brutalità realizzata sognanza, modo di pensare non conforme alla realtà, questa è quella che innanzi tutto deve scomparire. Su questo si tratta, miei cari amici. E da tale spirito è ciò che deve venire proprio dal movimento della scienza dello spirito orientato antroposoficamente.
Questo ho voluto comunicarvi oggi come qualcosa che comunque è anche scaturito dal seno del nostro movimento, in questa serata che in modo episodico si inserisce nella nostra serie di conferenze.
Quello che sempre di nuovo voglio sottolineare e ora anche in raccordo a ciò che ieri è stato detto insieme all’appello nostro, è che per me nel presente stato della vita dell’umanità il prossimo è far sorgere in quanti più uomini possibile la giusta comprensione sociale. Non dovete dimenticare che le condizioni di vita, come si sono sviluppate nel tempo più recente, hanno portato su una gran parte del mondo civilizzato una specie di caos; un caos al quale ci si potrà porre rimedio solo dalle anime umane stesse. Mezzi esteriori — siano essi pensati in forma legislativa o in forma di un mero ordinamento esteriore della vita economica — così come la situazione ora si è sviluppata, non potranno aiutare l’umanità in modo risolutivo. Certamente, in singoli territori ancora per un tempo potrebbe andare, ma sarebbe oggi falso credere che così esistessero rapporti che per singoli territori potrebbero durare in mezzo all’onda sociale che deve svilupparsi come un’onda che comprenda l’intera umanità. Da nessuna altra parte se non dalla comprensione sociale, dai concetti delle anime umane rispetto ai rapporti sociali, da nessun’altra parte può venire aiuto.
Si può dire, quello che io ho detto ora un po’ più complicatamente, anche più semplicemente. Si può dire: quello che ora tende verso il disordine non tenderà di nuovo verso un ordine, se gli uomini non si rivelassero adatti a produrre questo ordine. E si riveleranno adatti a produrre questo ordine solo se acquistano la vera comprensione sociale, dalla quale l’umanità presente — si può dire, l’umanità presente di tutte le direzioni di partito — è lontana per quanto è possibile. Diffondere questa comprensione sociale, questo è quello cui bisogna pensare per primo. È un fatto di importanza risolutiva che sia completamente diverso ciò che vive nelle anime dei milioni e dei milioni di proletari, da ciò che vive nei loro capi. I capi portano in sé in gran parte l’eredità della concezione della vita borghese, che vogliono applicare — solo in forma un po’ più agitativa — alle condizioni di vita del proletariato.
Questo è un fatto di importanza risolutiva. E ci si fa fronte a questo fatto solo quando ci si decide innanzitutto a operare verso la comprensione sociale. Anche quando ci si debba ammettere che le circostanze esterne inizialmente diventeranno ancora più confuse, si andrebbe da una falsa premessa se si credesse di potere conseguire qualcosa con qualche pasticcio qua o là. Ciò che agli uomini oggi manca è la comprensione sociale. Dalla ragione che gli uomini manca, è perché lo sviluppo totale del pensiero, lo sviluppo totale del sentimento e del volere dell’umanità nel tempo più recente non ha curato di produrre veramente la comprensione sociale. La comprensione sociale è anche presso molte di quelle persone, nelle quali lo impulso sociale oggi è potente, straordinariamente scarsa. Non interpretate questo nel senso che abbisogni di conoscenze particolari, di una scienza ad ampia maglia, per sviluppare la comprensione sociale. Non sta in questo, ma sta in questo, che semplicemente gli uomini mancano dei più elementari indirizzi verso la comprensione sociale. Gli uomini pensano a cose completamente diverse da quelle a cui devono pensare quando si tratta dell’acquisizione della più primitiva comprensione sociale. E su questa più primitiva comprensione sociale per primo tutto dipende. È completamente giusto se oggi innanzitutto si rivolge la propria attenzione al trovare la strada dai concetti astratti, sognanti, in cui molte persone oggi si tranquillizzano; gli uomini credono che il presente tempo abbia la possibilità, da un punto di vista etico o religioso, di ordinare ciò che è il problema sociale. Questo non è il caso. Si può ancora oggi predicare agli uomini bellissimi insegnamenti religiosi ed etici; questi possono riscaldare il sentimento e hanno molti effetti — appunto in senso egoistico. I concetti devono essere resi capaci di intervenire nella macchina sociale degli uomini.
Dunque, un’importanza straordinaria ha oggi l’acquisizione della comprensione. Ho detto: gli uomini, nei quali lo impulso sociale oggi potentemente ondeggiad e zampilla, hanno spesso concetti primitivi. Non è vero che ci sono ancora molti uomini — da una parte appartenenti ai circoli guida, dall’altra parte appartenenti al mondo proletario — che si immagino che un semplice rimescolamento potrebbe portare un vero cambiamento. Cioè, per esempio, se coloro che finora erano in alto, i ministri e i segretari di Stato, crollassero verso il basso e gli altri, che finora erano in qualche posizione proletaria, salissero verso l’alto, se dunque semplicemente avvenisse un rimescolamento; che così le cose potessero diventare diverse, sarebbe una visione completamente sbagliata. Molte persone rifiuteranno di avere una tale visione. Eppure la hanno realmente. Sono solo offuscati da ogni sorta di opinioni di partito, e così a loro non giunge alla coscienza che hanno veramente tali concezioni come appena io le ho indicate. Di ciò che si tratta è che in un modo realmente semplice gli uomini si acquisiscano una comprensione per quello che vi ho presentato più spesso qui e anche in conferenze pubbliche; un’acquisizione di comprensione per la necessaria triarticolazione dell’organismo sociale; che tutte le singolarità nelle misure sociali si sviluppino così che sia resa giustizia alla necessità che sta in questa triarticolazione — su questo si tratta. Sia che si debbano prendere le misure riguardante, diciamo, la costruzione di una ferrovia, che debba essere tramandata a una società privata o allo Stato, o sia che si debba decidere sul modo di come in una qualche occasione si compensa le prestazioni — non dico le forze di lavoro, ma le prestazioni — in tutte queste cose si tratta di indirizzare verso questa triarticolazione, verso l’autonomizzazione della vita spirituale, della vita giuridica — lo Stato, la vera vita politica — e della vita economica le proprie misure.
Potete certamente porre la domanda: come debba accadere l’una o l’altra cosa? Queste sono per la maggior parte domande poste male nello stadio in cui oggi sta la cosa. Lo spirito di ciò che vive in questa triarticolazione può essere così descritto. Non è vero che ci sia, ad esempio, il miglior sistema tributario. Ora non si tratta affatto di pensare questo miglior sistema tributario, ma si tratta di lavorare verso la triarticolazione. E quando questa triarticolazione si realizza sempre di più, allora attraverso l’azione di questa triarticolazione dell’organismo sociale sorgerà il miglior sistema tributario. Si tratta di creare le condizioni, sotto le quali possono sorgere le migliori istituzioni sociali. Perché che qualcuno pensi il migliore e lo foggi e lo elabori, non può riguardarsi affatto, questo non ha valore di realtà. Pensate solo una volta: uno di voi — fosse un genio così grande come non ce ne è stato ancora in tutta l’evoluzione dell’umanità, e attraverso il fatto che fosse un genio così grande, fosse in grado di pensare il miglior sistema tributario. Se però staste solo al mondo con il vostro pensiero del miglior sistema tributario, e gli altri non lo volessero, loro forse vorrebbero il falso, ma non volessero il vostro — è questo quello che conta. Non si tratta di pensare il migliore, ma di trovare quello su cui la base di cui l’umanità nella sua totalità farà il migliore. Allora certamente potete dire: Sì, ma da qualche parte bisogna pure cominciare. Si deve istituire la triarticolazione, anche se gli uomini non la vogliono!
Questo è qualcosa di diverso, miei cari amici; perché qui non si tratta di qualcosa, che come un sistema tributario gli uomini potrebbero volere o non volere, ma qui si tratta di qualcosa che veramente nel fondo tutti gli uomini vogliono, se solo lo capiscono. Questo è quello che voi potete, quando trovate il giusto cammino, portare veramente alla comprensione degli uomini, perché gli uomini nell’inconscio vogliono che si realizzi nei prossimi decenni della vita dell’umanità nel mondo civilizzato. Questo non è pensato, ma è osservato, quello che gli uomini vogliono. E non è per questo che oggi numerosi uomini lo respingono, perché non lo vogliono, ma solo perché sono pieni di pregiudizi e veramente ancora lavorano contro la cosa che si vuol assolutamente realizzare. L’altro risulta come conseguenza. Dovete andare al primario. Il primario è quello per cui — che duri più o meno tempo — può essere destata la comprensione, quando solo prima sarà stata eliminata qualcosa di ciò che oggi ancora impedisce questa comprensione. Naturalmente ci sono ancora sempre certi capi che si mettono di mezzo. Questi capi non saranno convinti; devono prima fracassarsi la testa da soli contro le resistenze che si presenteranno loro. E ci saranno molte di queste resistenze. Perciò la cosa anche non deve, se oggi non procede subito nel primo tentativo come ci si immagina, essere designata come vana. La cosa deve essere preparata. Deve esserci quando nella vita quello che ora si realizza — male si realizza — si sarà portato all’assurdo, quando molte di quelle cose che ora entrano nel mondo non ci saranno più, come ad esempio i principi tedeschi allora non c’erano più, che ancora nel 1913 non avrebbero mai sognato che nel 1919 non ci sarebbero stati più. Quando sarà via quello che gli uomini ora spesso acclamano, allora almeno qualcosa deve esserci nelle teste, nei cuori degli uomini, a cui si possa tornare. Deve essere preparato il terreno. Questo è quello a cui voi dovete pensare in queste cose, miei cari amici. Voi, quando una volta siete penetrati sufficientemente a lungo e sufficientemente a fondo in questa triarticolazione nella vita dello spirito, nella vita politica, nella vita economica, allora già avrete il bisogno di sviluppare ulteriormente in queste cose una certa comprensione. Questa comprensione è appunto assolutamente necessaria, altrimenti si parla delle cose così che sì si può mettere tutta la buona volontà nella propria parola, ma non può risultarne alcuna realtà. L’organismo sociale è sottoposto a leggi determinate proprio come l’organismo umano naturale. Agite contro queste leggi dell’organismo sociale anche con i bellissimi principi, così non potete conseguire nulla. Potete al massimo condurre gli uomini in un vicolo cieco. — Questo è quello che conta.
Non dite allora: Sì, che cosa è allora la libertà dell’uomo, se l’uomo deve essere inserito in un organismo sociale che ha leggi determinate? — La domanda non è intelligente; perché la stessa domanda potreste porla in un altro ambito così: può l’uomo essere libero se ogni giorno è costretto a mangiare? — Non gli sta libero mangiare. Le cose che nel mondo sono sottomesse a una determinata legalità, anche quando l’uomo è inserito in questa legalità, queste non hanno assolutamente nulla a che fare con il problema della libertà, esattamente come non ha nulla a che fare con il problema della libertà il fatto che non possiamo prendere la luna. Ma qualcosa ha che fare con quello che è necessario come comprensione sociale. Questo è che ci si mette in grado di tornare al fondamentale, al primario e non rendere la propria comprensione sociale dipendente dal secondario o terziario, da quello che è solo fenomeno conseguente. Non è vero che da una certa situazione di vita si può dire: all’interno di questa situazione di vita l’uomo nel minimo ha bisogno di un certo valore — dunque diciamo, di denaro, perché abbiamo già trasformato i valori in denaro — per provvedere alla sua vita. Si può parlare di un minimo di esistenza in una situazione di vita determinata. Ma si può parlare di questo minimo di esistenza così che da una parte si dice qualcosa di apparentemente ovvio e dall’altra parte una totale assurdità. Voglio provare a chiarirvi questa cosa con un esempio.
Se prendete le condizioni di vita date in un qualche territorio, allora potete forse già dalla sensazione, dalla sensazione istintiva dire: colui che semplicemente lavora, che lavora manualmente, ha bisogno come minimo di esistenza di così e così per poter vivere in questa comunità. Questo può essere un pensiero apparentemente del tutto ovvio. Ma considerate, anche se il pensiero è apparentemente ovvio, se esso non si può realizzare in questo modo entro l’organismo sociale in cui qualcuno vive; se realizzarlo è impossibile — che cosa allora? Questo è quello che prima di tutto vi dovete rispondere: che cosa allora, se è impossibile realizzarlo?
Questo non è un pensiero primario. Non si torna alle cose fondamentali, ma si collega a qualcosa di secondario, a qualcosa che è solo fenomeno conseguente. Dovete sempre essere in grado di collegare alla vostra comprensione sociale le cose fondamentali. Così è cosa fondamentale che ci si procuri una visione, una visione promozionale della vita, come proprio in base alle condizioni di vita dell’organismo sociale il minimo di esistenza può essere; e con promozionale della vita intendo in questo caso una tale visione che da essa risulti una possibile situazione sociale e una possibile convivenza sociale degli uomini. Questo è il primario. E ora venite davvero a certe rappresentazioni che all’umanità attuale sono in gran parte sgradevoli, perché nei secoli passati è stata trascurata la formazione scolastica primitiva che dovrebbe portare a tali cose, davvero al condurvi a tali cose. Dovrebbe oggi ben presto diventare chiaro agli uomini che per essere un uomo semicolto non si deve solo sapere che tre per nove fa ventisette, ma che si dovrebbe anche sapere che cosa è appunto il cosiddetto «rendita fondiaria». Ora vi chiedo, quanti uomini oggi hanno una visione distinta di ciò che è la rendita fondiaria. Senza però comprendere l’organismo sociale riguardo a tali cose, non si può affatto procurare un’evoluzione utile dell’umanità.
Queste cose sono progressivamente cadute in grande confusione. E le circostanze confuse, queste conducono gli uomini alle loro visioni, non le vere circostanze in questo ambito. Vedete, la rendita fondiaria, che si può valutare secondo la produttività che un pezzo di terra ha su un territorio, questa rendita fondiaria dà dunque, diciamo, una determinata somma per un territorio delimitato dallo Stato. Il terreno secondo la sua produttività, cioè secondo il modo o il grado dello sfruttamento razionale rispetto all’economia complessiva ha così e così valore. Per gli uomini è oggi molto difficile pensare questo valore semplice del terreno in concetti chiari, perché nella vita economica capitalistica odierna l’interesse del capitale o il capitale in generale si è confuso con la rendita fondiaria, perché il vero valore economico nazionale della rendita fondiaria è stato trasformato in un’illusione attraverso il diritto ipotecario, attraverso il sistema dei prestiti garantiti da ipoteca, il sistema delle obbligazioni e simili. Per questo tutto è stato fondamentalmente spinto in rappresentazioni impossibili, false. Naturalmente non è possibile acquistare subito e in un attimo una visione vera di quello che veramente è la rendita fondiaria. Ma pensate semplicemente come rendita fondiaria il valore economico nazionale del terreno di un territorio, del terreno come tale, ma in riferimento alla sua produttività. Ora sussiste una relazione necessaria fra questa rendita fondiaria e quello che ho designato prima come minimo di esistenza dell’uomo. Non è vero che oggi ci sono molti riformatori sociali e rivoluzionari sociali che sognano un’abolizione della rendita fondiaria, che credono che ad esempio la rendita fondiaria sia abolita quando si nazionalizza o si socializza il terreno complessivo. Ma non è affatto abolita per il fatto che si trasporta una cosa in un’altra forma. Sia che l’intera comunità possiede il terreno, sia che lo possiede così e così tanta gente, questo non cambia assolutamente l’esistenza della rendita fondiaria. Essa si maschera soltanto, assume altre forme. Rendita fondiaria così come l’ho definita prima è sempre là. Se su un determinato territorio prendete la rendita fondiaria, la dividete per il numero degli abitanti di quel determinato territorio, allora ottenete un quoziente, e questo quoziente dà il solo possibile minimo di esistenza. Questo è una legge che, come vogliamo, la legge di Boyle-Mariotte nella fisica è una legge ben determinata, che non può essere diversa. Ma questa è una realtà primaria, è qualcosa di fondamentale, che veramente nessuno in realtà guadagna di più in un organismo sociale se non la rendita fondiaria complessiva divisa per il numero degli abitanti. Tutto quello che si guadagna di più, si guadagna attraverso coalizioni e attraverso associazioni, per cui si creano rapporti attraverso i quali su una personalità giungono più valori che su un’altra personalità. Ma veramente nulla di più può passare nel possesso mobile di un singolo uomo se non quello che ho appena designato. E da questo minimo, che dappertutto veramente sussiste, anche se le reali circostanze lo ricoprono, fluisce tutta la vita economica, nella misura in cui questa vita economica si riferisce a quello che uno ha come singolo di possesso mobile. Da questo fatto fondamentale deve partire. Dipende da questo, che non si parta da un fatto secondario, ma da questo fatto primario. Potete questo fatto primario compararlo con un qualunque altro fatto primario, diciamo ad esempio con il fatto primario che è anche per la vita economica, che su un determinato territorio c’è solo una determinata quantità di una materia prima. Certamente potete designare come desiderabile se questa materia prima fosse più in presenza, e potete calcolare quanti di più uno avrebbe allora su questo territorio. Ma la materia prima non la potete aumentare. Questo è un fatto primario. Allo stesso modo è un fatto primario che veramente in un organismo sociale nessuno guadagna di più — non si guadagna attraverso il lavoro, anche se si lavora tantissimo — se non quello che questo quoziente che ho menzionato dà. Tutto il resto è effettuato attraverso coalizioni e così via fra gli uomini.
Contro un tale fatto possono agire gli ordinamenti sociali, possono agire gli ordinamenti politici. Possono contravvenire a lui. Dipende da questo, che portiate tutto il pensiero organizzatore nella direzione nella quale corrono i fatti. Su questo si tratta. Soddisfazione fra gli uomini può sorgere solo attraverso il fatto che tali cose siano comprese. Perché quando portate il pensiero ordinatore, il pensiero che si trasforma nella realtà, in tali direzioni, che la natura dell’organismo sociale richiede, allora il resto si assesta su di esso, allora non può assolutamente avvenire che uno si creda danneggiato rispetto a un altro. Questo è quello che come una legge sta a fondamento della vita sociale vera, della vita reale dell’organismo sociale. Ma nel modo giusto potete pensare su tali cose — vi ho dato questo esempio del rapporto del minimo di esistenza alla rendita fondiaria — su tali cose potete avere solo concetti che intervengono nella realtà, quando partite dalla triarticolazione, che abbiamo come il fondamentale. Perché solo sotto l’influenza di questa triarticolazione è possibile che gli uomini prendano misure così che il convivere degli uomini su un territorio si sviluppi nel modo più produttivo. Nel modo più produttivo si svilupperà precisamente la vita quando procede nella direzione della legalità, non contro questa legalità; dunque vivere nel senso dell’organismo sociale, questo è quello che conta.
Ora dovete chiarirvi il seguente. Dalla osservazione esterna della vita non ottenete l’intuizione del fondamentale della triarticolazione, esattamente come — consideraste ancora così tanti triangoli rettangoli — non vi sorgerebbe il teorema pitagorico; ma quando lo avete una volta, allora è ovunque applicabile dove c’è un triangolo rettangolo. Così è con queste leggi fondamentali. Sono ovunque applicabili, quando una volta le avete colte nel modo giusto in modo conforme alla realtà. E voi, miei cari amici, avete ancora l’occasione di comprendere la necessità di questa triarticolazione dai fondamenti della scienza dello spirito. Avete anche la seguente possibilità ancora. Considerate, quello che è indicato come questa triarticolazione. Se così mi è lecito dire, la vita della spiritualità terrestre: arte, scienza, religione e, come ho detto, anche diritto privato e penale, questo è un ambito. Il secondo ambito è la convivenza politica degli uomini, che si riferisce al rapporto di uomo a uomo. Il terzo è la vita economica, che si riferisce al rapporto dell’uomo a quello che è in un certo senso sub-umano, di cui l’uomo ha bisogno, così che possa elevarsi alla sua vera umanità. Questi tre ambiti sono quelli che sono indicati quando si parla della triarticolazione. In conformità a questi tre arti l’uomo deve essere inserito nell’organismo sociale. Deve essere inserito così, perché questi tre arti hanno tutti e tre un’origine completamente diversa nell’essenza umana come tale.
Tutto ciò che è vita spirituale terrestre, questo è in un certo senso il risuono di quello — quello che ora dico vale per il nostro periodo — che l’uomo ha sperimentato nella vita prima di scendere attraverso la nascita nell’esistenza fisica. Allora l’uomo viveva come individualità spirituale in comunione spirituale con le gerarchie superiori, in comunione spirituale con le anime scorporee, che appunto nel mondo spirituale stanno, che attualmente non sono incarnate sulla terra. Quello che l’uomo qui sviluppa come vita spirituale — sia che è attivo religiosamente o si dedica all’esercizio religioso, vive in comunità religiosa; sia che è attivo artisticamente; sia che come giudice deve giudicare uno che ha violato la legge, o ha commesso ingiustizia a un uomo — tutto quello che in questa vita spirituale si svolge, proviene dalle forze che l’uomo ha acquisito nella convivenza nel mondo spirituale, prima di scendere attraverso la nascita nell’esistenza fisica. Allora dovete distinguere fra la convivenza con altri uomini secondo il singolo destino, e la convivenza con altri uomini secondo quello che ho appena caratterizzato. Noi umani nell’esistenza terrestre entriamo con l’uno o l’altro uomo in rapporti individuali. Questi dipendono dal nostro karma individuale; riconduco cono a vite terrene precedenti o indicano vite terrene successive. Ma da queste relazioni individuali fra uomo e uomo dovete distinguerne altre. Questi sono quelli in cui entrate quando ad esempio appartenete a una determinata comunità religiosa. Allora pensate o sentite ugualmente con un certo numero di altri uomini all’interno di questa comunità religiosa. O supponete che un libro compaia. Gli uomini leggono il libro, assorbono gli stessi pensieri attraverso il libro — anche questa è una comunità in cui entrate. E in tale comunità consiste propriamente la vita spirituale terrestre, che si riferisca all’educazione e all’insegnamento o ad altro, che vi relazioniate con uomini, con gli uomini sviluppiate comunità, così che mediante questa comunità stessa avanzate spiritualmente. Ma tutto ciò è uno svolgersi di rapporti in cui stavate in forma completamente diversa prima di scendere nella vita spirituale terrestre. Questo non ha nulla a che fare con il karma individuale, ma ha a che fare con quello che si preparava nel tempo sperimentato nel mondo spirituale fra la morte e una nuova nascita. Così che dovete cercare la fonte per quello che ho designato nel particolare come il territorio spirituale, già nella vita che l’uomo ha attraversato, prima che si preparasse a scendere attraverso la nascita nell’esistenza terrestre.
Allora c’è qualcosa che si attraversa solo dal fatto che si vive qui sulla terra fra la nascita e la morte. In questa vita si cresce gradualmente. Se si entra attraverso la nascita nell’esistenza, si è bambini, allora si porta ancora molto — se mi si consente un paragone piuttosto stolto, perché non è duro ciò che si porta — dei gusci d’uovo del mondo spirituale. Il bambino è molto spirituale, nonostante abbia soprattutto il corpo fisico da sviluppare. Ma nella sua aura ha molto di spirituale; ciò che porta è molto affine a quello che è la vita spirituale terrestre. Gradualmente però si entra sempre di più e più nella vita che appartiene solo al tempo fra la nascita e la morte. In questa vita, che inizialmente non indica nulla nel spirituale, stanno le fonti per la vita dello Stato politico. Lo Stato politico ha a che fare solo con quello che l’uomo sperimenta fra la nascita e la morte. Quindi nella vita dello Stato politico non deve mischiarsi nulla che riguarda qualcosa di diverso dal rapporto di uomo a uomo, nella misura in cui siamo esseri fra la nascita e la morte. Se si mescola qualcosa di diverso — estende ad esempio lo Stato le sue ali sulla vita spirituale, sulla chiesa e sulla scuola — allora incorre nel giudizio che dove si era in grado di giudicare tali cose, le persone hanno pronunciato così che hanno detto: quando lo Stato si mescola in qualcosa che riguarda qualcosa di diverso dalla vita giuridica pubblica fra la nascita e la morte, allora regna l’autorità illegittima di questo mondo. In tutto ciò che è oggetto di organizzazione statale, non appartiene nulla se non quello che riguarda la vita fra la nascita e la morte.
Il terzo membro è quello che ho designato come il profilo economico. Questa vita economica, che dobbiamo condurre perché siamo uomini che mangiano e bevono, che ci dobbiamo vestire e così via, questa vita economica ci costringe, noi uomini, a immergerci nel sub-umano. Questo ci lega, noi uomini, a qualcosa che veramente sta sotto il livello della nostra piena umanità. Nel fatto che ci dobbiamo occupare della vita economica, nel fatto che dobbiamo immergerci nella vita economica, viviamo qualcosa che dal punto di vista sociale ha più in sé di quanto si crede comunemente. Nel fatto che si sta nella vita economica e si svolge la vita economica, non si può vivere lo spirituale, non si può neanche vivere il diritto, ma si deve immergere nel sub-umano. Ma proprio perché ci si immerge in un sub-umano, si sviluppa in noi qualcosa che solo così ha occasione di svilupparsi. Mentre organizziamo la vita economica, mentre siamo attivi nella vita economica e i pensieri superiori devono tacere, anche il rapporto di uomo a uomo entra in gioco solo da un altro ambito, nel nostro inconscio si elaboia quel qualcosa che portiamo attraverso la porta della morte nel mondo spirituale. Mentre nella vita spirituale terrestre il risuono di ciò che spiritualmente abbiamo sperimentato si svolge, mentre nella vita giuridica dello Stato politico ci svolgiamo solo ciò che fra la nascita e la morte sta, mentre nella vita economica diamo libero corso, dove non possiamo immergere il nostro uomo superiore, qualcosa di sperimentato, si prepara qualcosa che è spirituale anche, che portiamo attraverso la porta della morte. Per quanto gli uomini desiderino che la vita economica sia solo per la terra, non lo è, ma proprio perché ci immergiamo nella vita economica, si prepara per noi come uomini qualcosa che di nuovo ha relazione con il mondo soprasensibile. Perciò nessuno dovrebbe cadere nell’idea di ritenere la organizzazione della vita economica per molto scarsa. Proprio questa vita esterna, materiale ha un certo riferimento alla vita dopo la morte, così strano e paradossale come appare. Così che veramente per il conoscitore dell’uomo i tre ambiti si separano: l’ambito puramente spirituale rimanda alla vita pre-natale; l’ambito dello Stato politico rimanda alla vita fra la nascita e la morte; e la vita economica rimanda alla vita dopo la morte. Noi sviluppiamo la fraternità nella vita economica veramente non invano. In tutto quello che si sviluppa nel fondamento della vita economica come fraternità, stanno antecedenti, precondizioni per la vita che sviluppiamo dopo la morte. Io vi indico in questo modo solo schizzando inizialmente — ne parleremo ancora più tardi — come dalla triplicità della struttura della natura umana risultano proprio per il ricercatore di scienze dello spirito luci, che appunto necessariamente suddividono la vita sociale in tre ambiti diversi l’uno dall’altro.
Questo è il caratteristico della scienza dello spirito: quando vi ci si addentrate, allora diventa immediatamente pratica. Illumina la vita intorno a noi, e nel tempo presente gli uomini non hanno altra possibilità di illuminare la vita veramente nelle sue reali circostanze, se non quella di addentrarsi in qualche modo nella scienza dello spirito. Perciò sarebbe desiderabile che proprio da coloro che si interessano a questo movimento di scienza dello spirito, radiasse comprensione verso gli altri; perché il ricercatore di scienza dello spirito ha relativamente più facilità a compenetrare queste cose. Egli conosce una cosa come vita pre-natale e vita post-natale da un punto di vista di scienza dello spirito, e gli risulta la necessità della triarticolazione della vita da questo punto di vista. La necessità della triarticolazione si può già oggi comprendere. Ma più profondamente, più complessivamente si avrà un intuizione in essa, quando si ha anche qualcosa come i fondamenti della scienza dello spirito, di cui qui ho parlato.
Vedete, quanta quantità nel corso degli ultimi secoli è stata parlata in modo fantastico, nel fatto che si è parlato di una moralità generale e simile, nel fatto che si è separato il religioso dal più possibile dalla vita esterna, quotidiana. Noi stiamo ora in questo punto in cui abbiamo concetti da sviluppare, che possono immergersi nella vita quotidiana, che non solo raggiungono fino alla promessa di redenzione, fino alla richiesta della necessità: «Cari, amatevi l’un l’altro!» — ma che se non lo fanno perché devono o se non c’è qualcosa di diverso! I concetti che sviluppiamo in questi ambiti, devono realmente avere forza di trattamento e forza di spinta, per veramente comprendere la vita economica oggi così complicata. Così semplicemente attraverso la conoscenza della natura umana è data la necessità della triarticolazione dell’organismo sociale sano.
Questo dovrebbe oggi diventare chiaro a quanti più uomini possibile come il primo fondamento di una ricostruzione. Questo mero parlare dello spirito, a cui ho già ieri accennato, questo è oggi forse più nocivo del materialismo, che era iniziato alla metà del XIX secolo e si è diffuso fino ad oggi. Perché il mero parlare dello spirito, il mere sospirare verso lo spirito, il mere adorazione dello spirito, questo oggi non corrisponde più alla nostra epoca. Alla nostra epoca corrisponde che realizziamo lo spirito, che diamo allo spirito la possibilità di vivere fra noi. Non basta oggi che gli uomini credano al Cristo, ma è oggi necessario che gli uomini realizzino il Cristo nel loro agire, nel loro operare. Su questo si tratta. Perché quando gli uomini in questo ambito sviluppano il pensiero e il sentimento sani, allora questo pensiero e questo sentimento sano fluiscono anche in altro. Non dimenticate mai di considerare il seguente: una gran parte dei rappresentanti ufficiali odierni di questa o quella confessione cristiana parla del Cristo. Ho già toccato questo fatto da altri punti di vista anche qui, ma dobbiamo sempre di nuovo da diversi punti di vista tornare su queste cose. Le persone parlano del Cristo, ma se le chiedete: perché è il Cristo quello che loro designano come il Cristo, allora possono dare veramente solo una risposta apparente e si muovono veramente in una menzogna interiore. Un gran numero di teologi odierni parla, perché i Vangeli sono stati gradualmente più o meno scombussolati dalla cosiddetta ricerca, parla del Cristo — ma se li si chiedesse: con che cosa si distingue quello che avete nei vostri concetti come l’essenza del Cristo dal Dio Jahve, dal semplice Dio che penetra e permea il mondo? — non potrebbero dare risposta. Il grande teologo Harnack a Berlino ha scritto un libro «L’essenza del cristianesimo», ma quello che lui lì descrive come l’essenza del Cristo è il Jahve dell’Antico Testamento, perché ha appunto queste proprietà. E perciò è una menzogna interiore designare Jahve come il Cristo. E così è presso centinaia e centinaia, presso migliaia di coloro che oggi predicano il cristianesimo, che predicano veramente solo il Dio in generale, il Dio di cui si può dire «Ex deo nascimur». Si trova il Cristo solo quando si è sperimentato una specie di rinascita interiore. Del Dio a cui si allude quando si dice: «Ex deo nascimur», si deve parlare quando si è semplicemente in salute nella propria intera natura umana. Essere ateo significa in realtà essere malato. Ma del Cristo si può parlare solo quando si è sperimentato una specie di rinascita della vita dell’anima — che non è semplicemente là dal fatto che come uomo si è nati — quando si è sperimentato una tale rinascita della vita dell’anima propriamente nel senso del presente ciclo dell’umanità.
Si può questo, quando vi si dice: l’uomo oggi così, come nasce, è necessariamente pieno di pregiudizi. Non nasciamo in altro modo che pieni di pregiudizi. Questa è l’essenza dell’uomo odierno. E rimane l’uomo così come nasce oggi, allora porta i pregiudizi attraverso l’intera vita. Vive unilateralmente. Ci si può salvare oggi solo se si ha tolleranza interiore, se si riesce ad entrare nelle opinioni — anche se le si ritiene per errori — di altri uomini. Se si ha comprensione, la comprensione più intima per le opinioni di altre anime, anche se le si ritiene per errori, se si riesce ad accogliere amorosamente quello che l’altro pensa e sente, così come quello che si pensa e si sente personalmente — si acquisisce questa capacità, questa tolleranza interiore, allora si progredisce gradualmente oltre i pregiudizi nati per noi nel nostro ciclo dell’umanità. E si impara a dirsi: quello che hai compreso in uno dei più piccoli fra i miei fratelli, di me l’hai compreso — perché il Cristo non ha parlato solo nel tempo quando il cristianesimo sorse, il Cristo ha mantenuto vera la sua parola: «Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine dei tempi terreni.» E si rivela anche sempre. Non solo ha una volta detto: «Quello che avete fatto a uno dei più piccoli fra i miei fratelli, l’avete fatto a me», ma oggi dice all’uomo: quello che comprendi in uno dei più piccoli tuoi fratelli con tolleranza interiore, anche se è un errore, di me l’hai compreso, e io lascerò che tu superi i pregiudizi, quando tu affile i tuoi pregiudizi sull’accoglienza tollerante di quello che l’altro pensa e sente. — Questo è l’uno. Questo è riguardo al pensiero la strada per arrivare al Cristo: che il Cristo entra, che non abbiamo solo pensieri sul Cristo, ma che il Cristo viva nei nostri pensieri. Solo in questo modo vivrà nei nostri pensieri, come appena l’ho descritto.
Il secondo riguarda la volontà. Nella gioventù l’uomo è talvolta idealista. È l’idealismo innato. Ce l’abbiamo semplicemente per il fatto che siamo nati come uomini. Oggi questo non basta nel nostro ciclo dell’umanità, questo idealismo dell’umanità. Oggi abbiamo bisogno di un altro idealismo, di uno tale che ci auto-educhiamo, che non abbiamo semplicemente per il fatto che siamo uomini — a cui ci sottoponiamo. Abbiamo bisogno di tale idealismo. Abbiamo bisogno di un idealismo che ci siamo acquisiti personalmente. Questo è allora l’idealismo che nemmeno con gli anni della gioventù scompare, ma che ci mantiene giovani e idealisti attraverso tutta la vita. Se ci acquistiamo un tale idealismo, che ci auto-educhiamo, allora sta nel fondamento di un tale idealismo sulla base di una legge che ora non è logica, ma è una legge della realtà, che acquisiamo la forza di spinta di non agire solo come singoli uomini egoistici, ma di mettere noi stessi nell’organismo sociale, per agire all’interno di questo organismo sociale. Nessuno che oggi non si abbassi a fare questo o che non sia educato all’idealismo acquisito da se stesso, acquisirà la vera comprensione sociale.
Acquisiamo l’«Ex deo nascimur» per il fatto che nasciamo. La strada al Cristo procede da un lato attraverso pensieri soprasensibili, dall’altro lato attraverso la volontà. Attraverso il pensiero, nel fatto che siamo da principio convinti: nasciamo oggi come uomini pieni di pregiudizi, dobbiamo acquisire i pregiudizi attraverso l’affilamento tollerante dei nostri pregiudizi sulle opinioni degli altri. Riguardo alla strada della volontà dobbiamo dire: la nostra volontà acquisisce oggi solo il vero fuoco sociale, quando abbiamo idealismo acquisito da se stessi, idealismo che abbiamo spinto in noi stessi attraverso la nostra attività propria. Questo dà la rinascita. E quello che così abbiamo trovato, acquisendocelo come uomini, questo conduce solo al Cristo. Non il Dio di cui riguardo a lui diciamo: «Ex deo nascimur», deve essere designato come il Cristo, perché questo è una falsità interiore. Il Dio poteva averlo anche l’Antico Testamento. Il Dio che ci parla quando ci siamo trasformati come uomini durante la nostra vita secondo queste due direzioni che ho designato, questo Dio è sentito chiaramente da noi come un altro del mero Dio padre — questo è il Cristo. — Di questo Cristo la teologia moderna parla assai poco. Questo Cristo deve entrare come impulso sociale nell’umanità. Del Cristo molte persone oggi parlano così che il loro discorso non è nulla se non una falsità interiore.
Ora, tali cose non si comprendono così come oggi si vogliono comprendere le cose spintonacchiando, che si incatenano così logicamente membro con membro. Vi ho detto poco fa: c’è una comprensione della realtà che è una comprensione diversa da una comprensione puramente esterna, logica. Ma quando l’uomo sviluppa in se stesso qualcosa come quello che io ho designato come una rinascita, allora oggi il suo pensiero è portato vicinanza al Cristo, e impara così a pensare e a sentire, come deve pensare e sentire quando oggi deve mettere se stesso per il bene dell’umanità nella società umana. Impara proprio allora anche di altre cose a pensare e sentire correttamente, quando pensa e sente correttamente su questo fondamentale. Da questo però, la vita spirituale dell’umanità più recente è terribilmente lontana. E la ragione è spesso in questo, che questa vita spirituale dell’umanità più recente è stata assorbita dalla vita dello Stato politico. Deve essere liberata la vita spirituale dell’umanità dalla vita dello Stato politico, così che può di nuovo diventare fertile e impulsiva per l’evoluzione umana. Altrimenti tutti i pensieri vengono distorti, e secondo i pensieri distorti si creano false realtà.
Ho già una volta citato come Wilson definisce la libertà. Certamente non è particolarmente significativo come oggi uno statista definisce la libertà, se si tiene alla filosofia. Ma è significativo come sintomo, quello che vive in un uomo, quando ha questi o questi pensieri sulla libertà. Wilson dice: quello che all’interno di certe circostanze si adatta così da potersi muovere liberamente, diciamo che è libero. Così in una macchina, quando si riesce un canestro muoversi liberamente, quando non urtasse qua e là, ma si muovesse liberamente, diciamo che il canestro corre libero; oppure una nave, che è costruita così che corre nella direzione del vento, si muove liberamente in avanti. Se corresse contro la direzione del vento, sarebbe in catene, non sarebbe libera. Così anche l’uomo è libero quando è adattato alle circostanze nel meccanismo sociale. — Allora si può veramente solo parlare di meccanismo sociale.
Non è tanto importante che tali pensieri vivono in una testa e si realizzano, ma che quello che si realizza si svolga in tali pensieri. Da questo si riconosce se è sano, o se marcia contro il sano. Il pensiero è completamente distorto. E perché? Dovete considerare con i sentimenti che vi procurate dalla scienza dello spirito il seguente: quando siete adattati — voi potete essere perfettamente adattati alle circostanze di vita esterne, la vostra vita marcia nel senso di questo adattamento alle circostanze, da nessuna parte urtate — così siete liberi; come una nave che corre con il vento, così siete liberi. — Ma non è così che l’uomo sta nel mondo intero dentro, sta un po’ diversamente in questo mondo. Quando cioè la nave corre nella direzione del vento, così corre libera — ma deve anche una volta poter stare ferma. È proprio questo che è molto importante per l’uomo, che possa anche una volta girarsi, mettersi di fronte alla direzione del vento, così da non essere solo adattato alle circostanze, ma da poter essere adattato al suo interno. Non si può pensare nulla di più folle e scorretto della definizione di libertà che Wilson tentò; perché contraddice la natura umana, dice il contrario di quello che sta a fondamento della vera libertà dell’uomo. Se volete paragonare l’uomo a una nave che corre libera nel vento, dovete paragonarlo a una nave tale, che quando ha corso abbastanza, si riesce a girarsi, a mettersi di fronte al vento, così da non dover più correre. Perché se l’uomo deve sempre e sempre rincorrere le circostanze esterne, allora certamente è libero per le circostanze, ma non è libero per se stesso.
L’uomo è stato completamente perso nella visione del mondo contemporanea e nella concezione della vita contemporanea. Non si riesce più a contare sull’uomo. L’uomo è caduto dalla visione del mondo e dalla concezione della vita. Deve essere di nuovo inserito nel mondo.
Quello che ho ora detto ha i suoi lati molto, molto seri; è colto solo simbolicamente, ma ha lati molto seri. Perché l’uomo sta oggi nell’organismo sociale così dentro che propriamente solo corre come la nave col vento, e l’ordinamento economico capitalista ha specificatamente imposto al proletario che possa solo corre col vento e non possa mai girarsi, stare fermo e mettersi di fronte al vento, così da poter avere requie. Ho detto nella conferenza pubblica a Basilea: dentro l’ordinamento economico capitalista il capitalista ha bisogno solo della forza di lavoro del lavoratore. Nell’organismo sociale sano la cosa deve essere così ordinata che il capitalista abbia bisogno anche del riposo del lavoratore, che vi sia costretto. Il capitale astratto-capitalistico ha bisogno solo della forza di lavoro — quel capitale che viene resituito attraverso la triarticolazione alla pura forza umana di spinta, questo avrà bisogno anche del riposo del lavoratore, avrà bisogno del riposo di tutti gli uomini. Perché dovrà inserirsi socialmente nell’organismo sociale, saprà come è portato dall’organismo sociale e dovrà a sua volta portarlo.
Chi pensa in salute e appartiene all’ambito spirituale, sa benissimo che cosa è la vita singola, l’individuale; questo è una cosa per sé, non è cosa dell’organismo sociale; ha come tale una vita singola. Ma nella misura in cui l’uomo ha una vita sociale, ha quello che è spiritualmente da comunità umana, deve riaverlo da lei e avrà il bisogno di riaverlo da lei.
È su questo che si tratta, che si abbia ugualmente bisogno del proletario che economizza la sua forza di lavoro, per lasciarlo partecipare alla vita spirituale; che si abbia la volontà di dare al lavoratore tanta requie, tanta possibilità di economizzare la sua forza di lavoro, così da poter accedere, così da poter partecipare alla vita spirituale. Su questo si tratta. Mentre l’ordinamento economico borghese ha portato gradualmente così che una profonda separazione è sorta, come ho già accennato ieri: l’ordinamento economico borghese produce uno spirituale che vale solo per questo ordinamento economico borghese, e che non ha alcun collegamento con la vita proletaria. Così si può dire: il capitalismo ha portato così che è costretto solo sulla forza di lavoro e non sul riposo del proletario. Un capitalismo che viene restituito dalla triarticolazione alla pura forza umana di spinta, quello ha bisogno anche del riposo del proletario, ha bisogno del riposo di tutti gli uomini. Tali cose sembrano oggi ancora astratte. Non devono più esserlo. Perché dalla giusta comprensione di queste cose dipende lo sviluppo salutare del presente e del futuro dell’umanità.
Bene, vi ho fatto oggi di nuovo alcune indicazioni appunto su una relazione di molti principi fondamentali della scienza dello spirito con la vita sociale. Si vorrebbe così volentieri che proprio un movimento spirituale, come il nostro, come piccolo organismo sociale sano si sanasse attraverso la compenetrazione di concetti pratici di vita con concetti della scienza dello spirito, con concetti scientifici-spirituali, così che quell’orribile borghesità che si è formata a danno dell’umanità, questa separazione della vita economica, materiale dalla vita spirituale, così che questa separazione non sana cessi. Deve articolarsi l’organismo sociale, così che non ci siano più uomini che da una parte tagliano i loro coupon e non sono in questo taglio dei coupon nulla se non schiavisti, perché per i coupon che tagliano così tante persone senza relazione con loro devono fare lavoro pesante, e che dopo vanno in chiesa e pregano Dio per la loro redenzione, o vanno alle riunioni teoriche, per parlare là di tutte le belle cose; che non si facciano concetti, quale insensatezza sta in questo, di condurre una vita spirituale astratta, di cercare una relazione con un Dio, mentre dall’altra parte attraverso il taglio dei coupon semplicemente prendono parte allo schiavismo, allo sfruttamento della forza di lavoro. In modo non sano separate le cose, se non entrate sul loro separazione in modo sano. Questo è quello che si tratta, che si vede questi attraversi e che si veda soprattutto che la disgrazia dei tempi presenti è sorta da questa separazione borghese dell’astratto e del concreto. Si può già iniziare proprio in un movimento come il nostro a provocare una specie di organismo sociale piccolo sano, se ci si sforza di scacciare tutto quello che come formazioni malate si presenta appunto in un movimento, l’essere settari, le formazioni settarie. Dall’ordinamento settario non si è sofferto di più in questo movimento orientato antroposoficamente alla scienza dello spirituale di quanto non si sia sofferto in questo, che sempre di nuovo qua e là le tendenze verso l’essere settari, verso le formazioni settarie si presentano; senza che le persone se ne accorgano, anelano verso una setteria. L’opposto di ogni formazione settaria deve essere la scienza dello spirito orientata antroposoficamente. Allora incontrerà anche le rivendicazioni incoscienti e subconscienti del presente, che veramente non mirano a formare nuove sette, ma a sviluppare qualcosa che dall’uomo intero per tutti gli uomini, e da tutti gli uomini per l’uomo intero si sviluppa.
Pensate solo una volta a come voi superiate l’interno essere settario nella vostra propria anima, miei cari amici. L’essere settario vive oggi come un atavismo, come un’eredità non sana in numerose anime. E questo essere settario si basa sulla riluttanza a portare nella vita esterna reale quello che è la vera vita spirituale. Solo attraverso tale stravaganza settaria poteva accadere che ad esempio a questo appello di cui vi ho parlato ieri e che vi ho letto, fu fatto il rimprovero: proprio da questa parte si sarebbe aspettato che fosse fatto un appello allo spirito. A me questo è sempre accaduto, che non ho mai potuto fare appello allo spirito nel senso di tali sognatori. Quando agli inizi degli anni novanta dall’America si diffuse il movimento etico di Adler e Unold, allora mi sono opposto con tutta la forza, perché un movimento doveva essere fondato per la cultura etica, che non si basava su nulla e non aveva relazione con nulla nella vita, se non solo sul fatto che si voleva diffondere principi etici. Comprensione della vita, comprensione della vita dal fondamentale di questa vita, questo è quello che all’umanità presente è necessario, non frasi di discussione, si dovrebbe fare le cose così o così. E riguardo all’organismo sociale, la triarticolazione è quello che inizialmente come qualcosa di fondamentale deve essere pensato, ricercato, riflettuto, quello che veramente dovrebbe entrare nell’animo umano, così che lo dominino, come si domina il calcolo. Questo è quello con cui concludo per oggi la parte di queste conferenze.
Vi sarà trasparente come ciò che da me qui e altrove è stato esposto proprio sul problema sociale del presente scaturisce completamente da fondamenti di ricerca dello spirito, e come si è tentato di far confluire nell’Appello di cui vi ho parlato di recente qui, quello che dall’intuizione più profonda della situazione mondiale attuale deve essere pensato praticamente riguardo al problema sociale. Propriamente, non dovremmo mai stancarci di portare innanzi all’anima, ancora e ancora, la questione principale. E questa questione principale oggi consiste nel fatto che si trovino mezzi e vie per l’illuminazione, per la possibilità di creare comprensione per ciò che come impulsi all’azione, come azioni deve fluire nell’umanità, quando si pensi in modo corretto sulla natura dell’organismo sociale. Non è vero che voi avete compreso che il pensiero, il sentimento e quindi anche la volontà dell’umanità sono cambiati radicalmente dalla metà del quindicesimo secolo, e che la storia universale dovrà essere revisionata quando sarà resa feconda per l’umanità dal punto di vista che risulta da questa metamorfosi radicale della costituzione dell’anima dell’umanità per il quinto periodo postatlantico. Bisogna avere consapevolezza che proprio per la particolarità dello sviluppo in questo nostro quinto periodo postatlantico, presso gli uomini che sono dotati di una certa volontà — che noi stessi consideriamo giusta o ingiusta, buona o cattiva — che presso questi uomini il pensiero sottostante assume forme determinate. E da questo pensiero sottostante che assume forme determinate è in sostanza plasmato tutto il nostro movimento sociale contemporaneo. Giacciono infatti alla base i pensieri che gli uomini possono avere secondo il carattere fondamentale del nostro tempo.
Ora ricordate che nella triarticolazione, di cui abbiamo parlato più spesso di recente, e che è anche espressa nell’Appello che vi è stato comunicato, ricordate che in questa triarticolazione lo Stato politico propriamente detto, che la maggior parte degli uomini oggi crede comprenda l’intero organismo sociale, o che la maggior parte degli uomini oggi confonde con l’organismo sociale, è in un certo senso soltanto un dipartimento, un membro dell’organismo sociale triarticolato. Se comprendete correttamente da una parte verso quali obiettivi tende l’intera triarticolazione dell’organismo sociale, e se dall’altra parte cercate di comprendere come nel moderno si è formata la unilateralità nel centralizzare l’intero organismo sociale, per così dire nel far inghiottire lo Stato tutto il resto, allora avete, nel tenere insieme questi due aspetti, qualcosa di importante per la comprensione della cosa. E dal punto di vista serio oggi comprendere il movimento sociale è la cosa più necessaria per l’uomo contemporaneo. Riguardo a ciò che come azioni deve accadere, gli uomini, come oggi avviene, rimarranno ancora a lungo nell’indeterminato. Questo non può essere diverso. Ma quello a cui si deve guardare, quello a cui si deve lavorare è: diffondere la comprensione sociale; diffondere la possibilità di comprendere veramente l’organismo sociale. È proprio da questo punto di vista straordinariamente interessante osservare quale sia il tipo del pensiero degli uomini contemporanei che esercitano in una certa direzione la loro volontà sociale. Non è vero che per noi importa molto più osservare la natura, la formazione, la configurazione del pensiero degli uomini, meno guardare al contenuto; perché in varie occasioni abbiamo dovuto sottolineare: quello che in fondo gli uomini pensano, conta assai, assai meno, di come gli uomini pensano, come il pensiero è orientato. In fondo, per ciò che è decisivo e penetrante nel movimento mondiale attuale, non ha tanta importanza se uno è reazionario nel senso più antico, se è liberale, democratico, socialista o bolscevico. Se si guarda soltanto a ciò che la gente dice, allora non è così particolarmente importante, ma particolarmente importante è come gli uomini pensano, in quale modo i pensieri degli uomini si formano. Questo è quel che conta. Poiché potrete oggi fare l’esperienza che qui o là scoprite una personalità che pensa radicalmente socialista nel contenuto, nel programma, ma che in realtà non è affatto diversa nelle sue forme di pensiero da quegli uomini che su una vasta area della terra oggi sono stati rovesciati.
Quindi dobbiamo proprio guardare al più profondo che si manifesta. Poiché dei programmi che, come ho detto di recente a Basilea, oggi come mummie di sentenze ci vanno intorno, da questi programmi dipenderà molto, molto poco nel movimento del tempo. Molto dipenderà da ciò che la gente impari a pensare diversamente, a formare diversamente i pensieri, a plasmarli diversamente. Attualmente non esiste affatto nulla che veramente guidi il pensiero degli uomini in una direzione diversa, se non il pensiero di ricerca dello spirito, che proprio per questo è considerato fantastico dalla maggior parte. E intanto la gente che dice sia fantastico, è essa stessa fantastica, sebbene spesso in modo materialista; ma è fantastica, sono teorici e non riescono a confrontarsi con la realtà. Ciò che invece si forma si svilupperà dalla natura del pensiero. Proprio riguardo a ciò che è indicato così, vorrei oggi esporvi qualcosa.
Chi guarda al modo in cui gradualmente si sono formate le concezioni entro il movimento proletario, e come si sono sviluppate fino a oggi, vede nel mondo proletario tutte le possibili concezioni. Ci deve interessare oggi uno speciale fatto, cioè che accanto ai molti altri proletari socialisti che pensano in questo o quel modo, la stragrande maggioranza tra questi proletari si confessa radicalmente al marxismo originario o a un marxismo sviluppato ulteriormente. È proprio particolare che questo Karl Marx — dopo che aveva assimilato la dialettica tedesca di Hegel, dopo che aveva conosciuto il positivismo sociale francese, poi da Londra si era considerato il mondo sociale, il divenire sociale — da lì ha formato le sue teorie socialiste straordinariamente incisive, che poi gradualmente hanno afferrato l’intero mondo proletario. Era dunque propriamente il pensiero marxista che si diffuse, che per il fuoco accendente della catastrofe degli ultimi anni si è così sviluppato come è oggi già, e come si svilupperà ancora. Tra gli stessi socialisti ci sono un gran numero che si appellano semplicemente a Karl Marx in modo tale da dire che sono marxisti. Ora, l’uno sostiene di stare completamente sul punto di vista marxista ortodosso, l’altro sostiene di rappresentare un marxismo progredito e così via. Ma tutto risale a Marx.
Ora c’è una dichiarazione dello stesso Karl Marx che fa comprendere le cose molto profondamente su certi lati. Karl Marx sottolineò una volta, quando parlava del marxismo stesso, che lui, Karl Marx, in nessun caso era un marxista. Questo, miei cari amici, non si dovrebbe perdere di vista particolarmente nel tempo presente. Poiché solo quando si guarda a cose siffatte, si capisce nel modo giusto dove sta il punto: proprio nel modo in cui i pensieri si formano, non in ciò che viene espresso. Il modo comodo di costruire su programmi non potrà averlo l’umanità proprio nel nostro difficile tempo. E un cammino c’è, sebbene ancora molto lungo, da Karl Marx a Vladimir Lenin, che ora pure se la tiene per un vero, autentico marxista. E quando oggi si parla di Lenin, non si parla di una singola personalità, ma di un movimento che certo si può criticare dalla radice, ma che come impulso già attrae certi e certi ampi circoli, ma anche attraverso certi metodi che ha intrapreso, e di cui i suoi portatori sono convinti che sono propriamente il vero marxismo.
Ora si arriva più facilmente al problema a cui qui allude, proprio quando si mette nel centro della considerazione che l’unilateralità ha preso piede, tutto in un certo senso si è voluto scaricare sullo Stato, mentre nel organismo sociale si ha a che fare con una tripartizione. È già interessante seguire la formazione del pensiero come si è compiuta nello stesso Karl Marx; una volta completamente prescindendo da ciò che Marx ha detto contenutisticamente, più guardando alla sua formazione di pensiero. Vedi, chi si accosta a Karl Marx e legge i suoi scritti con l’opinione che ora riceverà attraverso la lettura una rappresentazione di come l’organismo sociale si plasmerà, inganna se stesso in modo assai significativo. Rappresentazioni come quelle che voi potete trarre dalle comunicazioni della ricerca dello spirito sull’organismo sociale, che sono state date qui e altrove da me, le cercherete invano presso Karl Marx. Non si trattava per lui secondo la sua formazione di pensiero di questo da nessuna parte. Se voi seguite le opinioni economiche nazionali sulla configurazione sociale, nella misura in cui Karl Marx stesso le ha messo per scritto, potete dirvi: Karl Marx in realtà non aveva altri pensieri sull’organismo sociale se non quelli che già c’erano. Pensieri originali, come il mondo deve diventare, Karl Marx non se ne fa. Egli segue: come hanno pensato gli uomini che hanno provocato l’epoca capitalista moderna, come si è sviluppata la questione dei salari, la questione del capitale, la questione della rendita fondiaria e così via sotto il dominio capitalistico? — E analizza l’economia nazionale del dominio capitalistico. In sostanza trovate nei pensieri più importanti che Karl Marx ha tramandato al proletariato già presso Ricardo e presso altri. Che cosa fa Karl Marx? Karl Marx dice: nell’ordine economico capitalistico, che gradualmente si è sviluppato nel tempo moderno, gli uomini hanno avuto opinioni, da cui si sono sviluppate le moderne relazioni salariali, le moderne relazioni di capitale, le moderne relazioni di rendita fondiaria e così via. E ora tenta di pensare oltre. Non nel senso che dice, cosa deve subentrare a questo articolazione sociale, come si è sviluppata sotto il capitalismo, ma mostra soltanto che sotto questo dominio capitalistico si è dovuto sviluppare come una classe speciale di uomini il proletariato. Questo c’è, è una realtà. Ora mostra dove il dominio capitalistico conduce. Mostra che si auto-condanna all’assurdo, che quando raggiunge il suo apice, deve capovolgiarsi nel suo opposto. Sempre più e più si raccolgono i capitali nelle mani di alcuni, fino che si trasferiscono al «singolo» più singolo, che allora al medesimo tempo è la comunità; così fermamente che Marx e i marxisti si ribellino contro il riconoscerlo alla lettera, si trasferiscono all’ordine statuale, cosicché lo Stato diventa propriamente l’unico grande capitalista. Ma allora nella sua rappresentazione ha tutti gli uomini che partecipano dello Stato.
Ora, proprio da questa esposizione si sono formate nel tempo moderno le più diverse opinioni socialiste. Karl Marx e il suo amico Engels hanno operato a lungo, hanno molto contribuito nel corso dei decenni a modificare, allargare, limitare i pensieri che avevano originariamente espresso, come deve accadere in chiunque non si fermi, ma che osservando il mondo, continui a svilupparsi. Ora sorta sulla base del marxismo, poiché i pensieri di Karl Marx, come vi ho ripetutamente mostrato, parlavano proprio all’anima del proletariato, una grande movimento, che per i diversi paesi ha assunto le più diverse forme. Si può già dire: il socialismo che si è formato sulla base del marxismo, ha avuto una sfumatura diversa in Inghilterra, in Francia, ha ricevuto la sfumatura più radicale in Germania, che poi si è trasferita sulla Russia. È tutto vero che ha assunto diverse sfumature. Ma ciò che è una questione di principio davvero essenziale, il rapporto del mondo proletario dello Stato, è propriamente più o meno scivolato entro una sorta di atmosfera nebulosa. La gente proprio per questo formò molti partiti entro il socialismo, che si combattevano l’un l’altro fino alla morte, perché in questo o quel modo proprio il rapporto del proletariato allo Stato, come si è storicamente sviluppato nel corso dello sviluppo moderno, lo intendevano nei modi più diversi. Ora giocano qui i più diversi flussi, che oggi non vogliamo toccare. Solamente il cammino vogliamo indicare brevemente, che si estende da Karl Marx fino a Lenin. Poiché Lenin sostiene proprio di essere il marxista più autentico, che comprende Carlo Marx stesso nel miglior modo, mentre parecchi altri socialisti, che si chiamano pure marxisti, da Lenin sono designati come rinegati, come traditori, sono etichettati con i nomi più vari; alcuni sono chiamati per il loro comportamento durante la cosiddetta guerra mondiale, social-sciovinisti e simili.
Se ancora una volta guardiamo indietro a Karl Marx, deve interessarci la formazione del pensiero, e potete già un’essenziale desumere da ciò che ho detto: non c’è un pensiero positivo presente, come la cosa deve diventare, c’è qualcosa di dissoluto nella forma di pensiero. Karl Marx dice semplicemente: voi pensatori capitalistici lo avete detto e fatto così, da ciò deve seguire la vostra stessa rovina, allora il proletariato sarà in alto. Che cosa il proletariato farà, questo non lo so, questo non lo sanno altri, questo si vedrà da sé. L’unica cosa certa è che voi attraverso le vostre proprie misure e attraverso ciò che avete fatto del mondo preparate la vostra propria rovina; come sarà allora, quando il proletariato è in alto, che cosa farà il proletariato, non lo so, altri non lo sanno, questo si vedrà da sé.
Se voi prendete la cosa così come l’ho appena rappresentata, allora avete la forma di pensiero. Semplicemente ciò che nella mondo esterno si mostra intorno è preso, è pensato completamente. Ma quando si è giunti al termine col pensiero, allora il pensiero si annienta, allora non arriva a nulla, allora scorre per così dire nel nulla. È questo che colpisce così fortemente chi ha sensibilità per queste cose. Quando si studia Karl Marx, si trova sempre: si parte da certi pensieri; ma questi in realtà non sono suoi pensieri, ma sono i pensieri del tempo moderno. E allora si viene spinti in qualcosa che propriamente ingarbuglia il pensiero, che lo confonde, e che lo fa scorrere nel distruttivo, a cui non si può attaccar nulla.
È straordinariamente interessante come questa forma di pensiero già propria di Karl Marx, in più alta potenza, si potrebbe dire, fino al geniale elevata, si mostri in Lenin. Lenin interpreta Karl Marx così, che Marx sia un avversario assoluto dello Stato, che lui, Karl Marx, sia partito dal pensiero: se l’oppressione del proletariato debba cessare, allora lo Stato, come si è storicamente sviluppato, deve essere eliminato, deve cessare. Questo è interessante, perché proprio quelli che Lenin considera avversari, propriamente dello Stato, come si è storicamente sviluppato, vogliono scaricare tutto. Così che abbiamo in questi due opposti nei circoli sociali oggi: da un lato proprio i veri e propri fanatici dello Stato, che vogliono statalizzare tutto, e dall’altro lato Lenin, l’avversario assoluto dello Stato, che propriamente vede il benessere dell’umanità solo — non nell’abolizione, questo lo ritiene un nonsenso, un’utopia —, ma nella graduale morte dello Stato. E proprio, quando si considera come lui lì pensa, si viene alla forma di pensiero che vive in lui; questo è interessante.
Lenin pensa così: il proletariato è l’unica classe che, dopo che gli altri si sono auto-condannati all’assurdo, si sono resi maturi per il declino, può venire in alto. Questa classe di uomini proletari sarà, così ritiene Lenin, quella che sviluppa a la massima perfezione ciò che si è sviluppato come Stato borghese. — Per favore, fai attenzione alla forma di pensiero. — Dunque Lenin non dice per esempio, come gli anarchici: aboliamo lo Stato; questo non gli viene nemmeno in mente. È un avversario dell’anarchismo, non dice: aboliamo lo Stato; lo riterrebbe il maggior nonsenso, ma dice: Se lo sviluppo continua come l’ha iniziato la borghesia, allora la borghesia è matura per il declino. Il proletariato si impadronirà della macchina statale, come dice; ciò che la borghesia ha fondato come strumento di oppressione del proletariato come Stato, il proletariato lo porterà a perfezione, quindi farà proprio lo Stato più perfetto. Ma qual è la particolarità dello Stato più perfetto? — chiede ora Lenin. Ed egli crede di essere il vero marxista quando dice: La particolarità dello Stato perfetto, quando sorga — e sorgerà attraverso il proletariato, sorgerà come ultima conseguenza della borghesia — la particolarità dello Stato perfetto è questa, che esso stesso muoia. Lo Stato attuale può esistere solo come uno Stato creato dalla classe borghese, perché è imperfetto; quando il proletariato lo ha plasmato nella perfezione, lo ha portato a termine, ciò che la borghesia ha iniziato, allora lo Stato riceve la sua vera spinta, che consiste nel fatto che muore, che da sé si arresta.
Questa è soltanto la forma di pensiero più caratteristica del pensiero di Lenin. Voi vedete il potenziamento di quello che si trova già in Marx: il pensiero che si forma e allora nel nulla fluisce. Solo che Lenin è un pensatore molto realistico, che da quello che succede storicamente arriva a: lo Stato deve proprio essere portato a perfezione; non muore proprio ora, perché è imperfetto; da questo ha la sua forza vitale. Quando il proletariato lo rende perfetto, allora ha posto il fondamento perché gradualmente muoia. Voi vedete, dalla realtà è formata una rappresentazione, e questa rappresentazione, che oggi ha in una grande parte dell’Europa orientale la tendenza ad espandersi alla realtà. Non è una mera rappresentazione, essa diventa realtà, essa mira a questo, che è detto: voi borghesi avete fatto nascere questo Stato moderno; voi l’avete usato solo come uno strumento di oppressione del proletariato, lo avete lasciato imperfetto, è lo Stato della classe privilegiata. Vi serve per opprimere la classe proletaria; deve la sua vitalità a questo. Ora verrà il proletariato, eliminerà il dominio di classe, farà dello Stato un essere perfetto: allora muore, allora non può vivere. E allora nasce quello che deve nascere, di cui nessuno uomo, come dice Lenin, oggi può sapere che cosa sia. L’«Ignorabimus» sociale, è questo che fluisce da questo socialismo. Questo è ora molto interessante. Poiché il modo di pensare che oggi ha preso possesso della rappresentazione sociale, è stato formato dalla scienza naturale, e come la scienza naturale a ragione dal suo punto di vista unilaterale è arrivata all’Ignorabimus: «Non possiamo sapere nulla», così il pensiero socialista arriva all’Ignorabimus socialista.
Si dovrebbe comprendere rettamente questo collegamento, miei cari amici. Senza tutto quello che dagli scienziati della concezione naturalistica sulle buone università borghesi è stato insegnato, senza questo non ci sarebbe alcun socialismo. Il socialismo è un figlio della borghesia. Anche il bolscevismo è un figlio della borghesia. Questo è completamente il collegamento più profondo. Questo soprattutto si deve comprendere.
Ora si può, quando una volta ci si sia chiariti questa forma di pensiero, su alcuni punti importanti proprio riguardante il modo di considerare di un uomo come Lenin puntare. Lui pone per esempio un’importanza speciale sul fatto che entro lo Stato borghese si sia sviluppata la burocrazia, la macchina militare, come la chiama. Questa macchina burocratica, militare è sorta, perché è stata necessaria ai ceti dirigenti proprio per l’oppressione dei ceti oppressi. Quindi il ramo più radicale del socialismo, il bolscevismo, è consapevole che ciò che esso vuole, può essere realizzato soltanto attraverso il proletariato armato. Senza armi è senza speranza quello che da questa parte è voluto. E questo è provato per mezzo di esempi storici. Le comuni francesi hanno potuto durare proprio finché quelli che là si erano venuti in alto avevano armi. Nel momento in cui erano stati disarmati, non andò più. Questo è uno dei punti, che vi sia prestata attenzione, avere il proletariato come una forza operaia armata. Ora, che cosa deve accadere allora, che cosa deve accadere attraverso questo proletariato, che come forza operaia armata sorge? Accade già oggi in parte. Accade in una maniera, di cui si potrebbe credere che certi uomini potrebbero risvegliarsi dal profondo sonno sociale che gli uomini hanno sognato per così lungo tempo. Che cosa deve accadere? Deve cessare prima di tutto lo Stato come Stato di classe. Ciò che la borghesia ha fondato come Stato di classe deve essere assunto dalla forza operaia armata.
E ora è interessante che con parole chiare e distinte proprio da questi uomini che fino a una certa genialità hanno formato la forma di pensiero del moderno pensiero socialista, che cosa propriamente è stato deposto nei cuori proletari dalle circostanze, dalla storia. Lenin per esempio indica che al posto dei burocrati e della gerarchia militare debba subentrare una sorta di amministrazione ma che consista solo di eletti, e indica che così come stanno le cose oggi, non si ha bisogno di avere nella testa per amministrare le cose che devono essere amministrate, se non la comune istruzione scolastica generale. E usa lui stesso un’espressione strana, che dice molto. Lenin dice, che ciò che oggi è chiamato Stato, deve essere trasformato così, che propriamente sorga una grande fabbrica con una contabilità generale. Per effettuare questo e per esercitare il controllo e altro, se la può cavare più o meno con le quattro operazioni aritmetiche, con ciò che può essere l’educazione popolare generale.
Ora, miei cari amici, non si dovrebbe semplicemente scherzare su tali cose, ma si dovrebbe essere consapevoli che sì, anche questa concezione non è altro che l’ultima conseguenza dello sviluppo borghese. Come una volta si è formato puramente economicamente il moderno edificio sociale, si deve dire che propriamente gli uomini ricchi di capitale, gli uomini che dirigono il capitale per la maggior parte non hanno nella testa niente altro di ciò che Lenin esige che abbiano i futuri controllori del lavoro.
Se ci fosse la possibilità che il proletario, così come è sorto nel moderno sviluppo, potesse guardare a qualcuno, a certe particolari capacità di cui potesse credere, a cui potesse guardare come a una certa autorità legittima, allora lo sviluppo complessivo sarebbe andato diversamente. Ma non può guardare a tali uomini. Può solo guardare a quelli che fondamentalmente sono pari a lui in qualità spirituale, che solo il capitale ha davanti a lui. Non trova alcuna differenza tra se e quelli che dirigono. Questo emerge solo in formule rigorosamente teoriche presso Lenin.
Così propriamente si comprende dalle formule radicali di Lenin come le cose si sono sviluppate. Ora vi sarà certo la domanda, vorrei dire sulla punta della lingua: Sì, ma ne esce così tanta cosa terribile, è tutto così terribile. — Tuttavia, si tratta di fare uno sguardo completamente aperto alle cose, di avere la scomodità di entrare nei pensieri degli uomini. Non vero, quando così semplicemente in modo giornalistico viene descritto ciò che qui o là avviene attraverso i socialisti radicali, allora si può avere uno sdegno borghese, che già oggi va spesso all’ansia borghese; ma l’impulso a comprendere le cose, questo oggi non è ancora particolarmente grande.
Ora è assolutamente necessario, per comprendere ciò che già accade, e particolarmente ciò che ancora accadrà, quanto segue: proprio Lenin, che si ritiene un autentico marxista, indica come già attraverso Marx è stata introdotta una concezione determinata dello sviluppo dell’ordine sociale nel tempo moderno e nel futuro. Propriamente questi uomini pensano che la ri-configurazione sociale debba compiersi in due fasi, non con un colpo. La prima fase è quella in cui semplicemente il proletariato entra nella forma di Stato borghese, da cui Lenin ritiene che, quando sarà perfetta, per se stessa morirà. Il proletariato entrerà, porterà a termine ciò che secondo le concezioni e gli impulsi del proletariato può diventare dello Stato borghese. Già dallo stesso Marx è stato esposto che questo propriamente non può portare a nessuno stato desiderabile. A che cosa porterà questa prima fase della socializzazione nel senso del marxismo-leninismo? Porterà a questo, quando lo si rappresenta banalmente — ma la gente lo rappresenta essa stessa così banalmente —, che chi non lavora non può mangiare; che ognuno deve compiere un lavoro determinato e che allora attraverso questo lavoro avrà diritto agli articoli necessari per il suo sostentamento, diciamo, dalle macchine statali e simili. Ma la gente è consapevole: così non si porterà nessuna uguaglianza tra gli uomini, ma così continuerà la disuguaglianza. Neppure l’uomo sarà portato ad avere il prodotto del suo lavoro. Questo lo sottolinea Karl Marx, questo lo sottolinea anche Lenin. Deve cioè dalla comunità — quindi dallo Stato o come si chiamerà, ciò che resterà dell’ordine mondiale borghese — tutto ciò che è necessario per il sistema scolastico, che è necessario per avviare certe imprese e così via deve essere detratto. Il vecchio pensiero lassalliano sul diritto al prodotto completo del lavoro, questo deve naturalmente nel senso di questo socialismo essere abbandonato. Ma neppure così viene fuori alcuna uguaglianza. Poiché, non è vero, gli uomini così come sono, anche se prestano il medesimo lavoro, avranno diverse pretese sulla vita, attraverso le circostanze di vita stesse. Questo certo questo socialismo lo ammette completamente. Con questo viene subito di nuovo sancita una disuguaglianza. Brevemente, è la concezione di questi socialisti, che nella prima fase dell’ordine socialista semplicemente l’ordine borghese continui, che il proletariato gestisca questo ordine borghese.
Molto interessante è come Lenin parla direttamente della cosa; dice per esempio in un punto della sua opera «Stato e Rivoluzione», che sorgerebbe qualcosa come ordine borghese, Stato borghese senza la borghesia. Lì vedete in questa parola, che Lenin stesso usa — lo Stato borghese sarà lì senza la borghesia — vedete, quello che io sempre sottolineo e che trovo straordinariamente importante, che la gente che oggi pensa in modo socialista, ha solo ereditato il retaggio della borghesia. I pensieri sono i pensieri borghesi. Poiché un uomo che forma le forme di pensiero fino al geniale come Lenin, dice, la prossima fase è questa: Stato borghese senza la borghesia, che sarà uccisa o casta serva. Lì non ci sarà uguaglianza, lì sarà il proletariato in alto; sarà, invece di nominare e decorare per mezzo di monarca o di altre formazioni simili, eletto. Il proletariato sarà amministrativo e legislativo al medesimo tempo. Ma è lo Stato borghese, solo senza la borghesia. Ognuno sarà retribuito secondo il suo lavoro, ma la disuguaglianza c’è naturalmente.
Tutto questo non dà in alcun modo uno stato ideale. Se dunque qualcuno chiede: Che cosa questi hanno fatto dell’ordine della società umana? — allora Lenin semplicemente risponderà: Noi vi abbiamo promesso come prima fase niente altro che noi portiamo a compimento quello che voi come Stato borghese avete fondato, nelle sue conseguenze; solo l’abbiamo a portare a compimento noi come proletari. Voi l’avete fatto prima, ora lo facciamo noi. Ma facciamo lo stesso che avete fatto voi: Stato borghese, solo senza la borghesia.
Così dice per esempio Lenin: Questo Stato borghese senza la borghesia, questo porterà alla morte dello Stato. Lo Stato allora potrà essere completamente morto quando la società avrà realizzato la regola che egli considera suo ideale, e quando l’angusto orizzonte giuridico borghese avrà cessato, che uno calcoli con la durezza di Shylock, se al termine uno non ha lavorato una mezz’ora più a lungo o non è stato pagato qualcosa di meno dell’altro. Questo angusto orizzonte sarà superato solo al termine della prima fase. Fino al termine della prima fase sarà ancora, proprio allora naturalmente intensificato, lo Stato giuridico borghese, che uno calcoli con la durezza di Shylock, se al termine uno non ha lavorato una mezz’ora più a lungo o non è stato pagato qualcosa di meno dell’altro. Questo punto di vista shylockiano borghese si estenderà quindi nella prima fase del socialismo.
Lì avete ciò che questi uomini promettono solo: voi l’avete fatto, l’avete fatto prima per la vostra casta; noi facciamo la cosa per il proletariato. Parlare di democrazia è nonsenso, poiché la democrazia porterebbe solo all’oppressione della minoranza. Il proletariato farà tutto così come l’avete fatto voi. Ma attraverso questo porterà a morte ciò che voi a una falsa vita avete fatto sorgere. Allora viene soltanto la seconda fase.
Su questa seconda fase del socialismo indica già anche Karl Marx, indica di nuovo Lenin, ma in un modo molto strano; e considero straordinariamente importante che sia tenuto in considerazione. Così immaginate: Marx nella figura di Lenin — porteranno l’ordine borghese fino alle sue ultime conseguenze; allora morirà ciò che è Stato, e allora gli uomini avranno l’abitudine di non aver più bisogno di uno Stato di diritto, di non aver proprio più bisogno di nessuno Stato; lo Stato cesserà. Sarà completamente inutile dopo a poco a poco, avere bisogno di uno Stato, poiché tutto quello che lo Stato ha da fare non sarà più necessario da fare. Poiché il tempo, quando ognuno secondo il principio: chi non lavora non può mangiare — questa volta cesserà. È la prima fase del socialismo. Allora verrà il tempo, quando ognuno secondo le sue capacità e i suoi bisogni potrà vivere, non secondo il suo lavoro. E questa sarà la fase superiore, a cui tutto ciò che ora inizialmente è perseguito, è solo il passaggio. Lì non si chiederà più se uno ha lavorato una mezz’ora più o meno a lungo. Allora verrà finalmente il tempo, quando si stimerà nel modo giusto l’uguaglianza del valore del lavoro spirituale e artistico. Allora ognuno sarà posto al suo posto attraverso l’ordine sociale naturale e ognuno secondo le sue capacità non solo potrà lavorare, ma vorrà, poiché gli uomini attraverso il divenire civile nella prima fase si saranno abituati a non considerare il lavoro come qualcosa che fanno per necessità, ma si sentiranno spinti a farlo. E con questo risulterà che ognuno secondo i suoi bisogni troverà anche il suo sostentamento. Lì non si avrà più secondo l’ordine giuridico borghese un ordine giuridico shylockiano e chiedersi se uno ha lavorato una mezz’ora più o meno a lungo, ma si comprenderà che l’uno, che ha un lavoro determinato, lavori forse due ore più breve, che ognuno secondo le sue capacità e i suoi bisogni possa vivere e lavorare. Questo è l’ordine superiore. Tutto ciò che i passaggi devono formare, poiché il capitale borghese deve una volta essere sviluppato fino al suo termine affinché muoia, tutto questo porta allora a quello, di cui da un lato si dice: «Ignorabimus» — non lo sappiamo tutti —, di cui però d’altro lato pure si dice, si svilupperà come una seconda fase superiore del socialismo.
Ma è interessante ciò che proprio Lenin dice di questa fase superiore del socialismo. Ignoranza la chiama, quando si pretende di potersi immaginare che gli uomini così come sono oggi, potrebbero essere portati a vivere in un ordine sociale dove ognuno può svolgersi secondo le sue capacità e i suoi bisogni — Ignoranza.
Poiché a nessun socialista può venire in mente di promettere che la fase superiore di sviluppo del comunismo debba accadere. La previsione dei grandi socialisti verso un tale periodo presuppone una produttività del lavoro e uno stampo di uomini molto lontano da quello attuale — da questo uomo attuale, che è capace, qui e là, di saccheggiare negozi e magazzini e chiedere la luna. Questo è straordinariamente interessante e significativo — prima fase: socializzazione con gli uomini attuali; ultima conseguenza dell’ordine mondiale borghese: uno Stato che per le sue stesse qualità muore; fase superiore con uomini che sono divenuti completamente diversi da oggi, con uno stampo di uomini nuovo.
Vedete, questo è l’ideale astratto: portare l’ordine borghese al suo auto-assurdo; portare lo Stato alla morte; attraverso questo processo allevare uno stampo di uomini nuovo, i cui uomini saranno abituati a lavorare secondo le loro capacità e perciò potranno vivere secondo i loro bisogni; dove sarà impossibile che alcuno rubi, perché, come oggi quando da qualche parte una signora è ingiuriata, gli uomini decenti si ribellano, allora gli uomini decenti si solleveranno da sé. Non avrà bisogno di una casta militare o burocratica per intervenire — ma uno stampo di uomini diverso. E su quale fede questo si basa, miei cari amici? Questo si basa sulla superstizione nei riguardi dell’ordine economico. Questo si deve considerare. Da un lato il capitalismo ha creato un ordine economico, a cui non si contrappone alcuno spirito, ma solo un’ideologia. Questo stato il socialismo vuole spingere fino alla punta: tutto via, fuorché la vita economica! Ma ritiene che questo genererà uno stampo di uomini diverso.
Vedete, è straordinariamente importante che ci si renda conto di questa superstizione verso la vita economica, che ci si convinca che oggi una quantità enorme di uomini semplicemente crede, che se la vita economica sia ordinata nel loro senso, allora non solo sorge un ordine sociale desiderabile, ma sarà allevato proprio uno stampo di uomini nuovo, che prima dentro un ordine sociale desiderabile si adatta.
Tutto questo è la forma moderna della superstizione, che non si può mettersi dal punto di vista che dietro tutta la realtà esterna economica e materiale lo spirituale opera con i suoi impulsi e deve essere accolto dall’uomo come spirituale, il fraintendimento dello spirituale. Se l’umanità deve guarire, allora è possibile solo per via spirituale, allora è possibile solo così, che gli uomini assimilino impulsi spirituali come ricerca spiritista e come pensiero sociale e sentimento sociale, che è costruito su fondamenti di ricerca dello spirito. Attraverso evoluzioni economiche mai il nuovo uomo sarà generato, solo e unicamente dall’interno. Ma allora la vita dello spirito deve essere libera e messa su se stessa. Una tale vita dello spirito, come si è sviluppata nel corso degli ultimi secoli, che era prima legata da puro Stato cameralistico, ora da Stato economico, non potrà mai essere capace di generare veramente il nuovo uomo. Per questo da un lato la libertà della vita dello spirito deve essere perseguita così, che la vita dello spirito abbia il suo dipartimento per sé. Allora da un lato deve essere perseguito che l’uomo conduca la vita economica puramente come vita economica, che lo Stato, che ha a che fare solo con il rapporto di uomo a uomo, non sia economista. Poiché la vita economica mira a consumare tutto ciò che entra nel suo territorio. Nella misura in cui l’uomo stesso sta nella vita economica dentro, è consumato, e deve continuamente salvarsi dal consumarsi. Lo farà, se erige un rapporto corrispondente di uomo a uomo. E questo allora è realizzato nello Stato regolatore veramente.
Se si considerano senza pregiudizio le cose, come sono quelle che oggi ancora una volta abbiamo considerato, si vede: proprio questo è l’essenziale negli impulsi che si sono formati attraverso il movimento sociale moderno, che essi sono pieni di un pensiero che propriamente va nel nulla. Pensate solo una volta, se qualcuno come la massima norma dell’educazione secondo la medesima forma di pensiero affermasse e dicesse: voglio escogitare la più perfetta configurazione del metodo educativo attuale; allora la plasmerei così, che l’uomo sia educato in modo che assorba il massimo dal principio della morte, che, quando è stato educato, inizi il più possibile a morire. Questo sarebbe un pensiero che come un pensiero afferrato nella realtà si annienta in sé. Ma ora il pensiero leniniano dello Stato: proprio quando lo Stato è perfetto, si prepara alla morte. Vedete già da questo: su nulla il pensiero moderno può giungere a una rappresentazione produttiva, feconda. Nel territorio della vita spirituale no, perché la vita spirituale è diventata una mera ideologia, comprende solo pensieri o leggi naturali, che sono pure solo pensieri, e perché questa vita dello spirito è inoltre legata dalla vita economica o dalla vita politica. Questo l’ha mostrato questa catastrofe di guerra. Pensate quanto di questa vita dello spirito dipendeva. Lì si è mostrato il vincolo nel modo più terribile, dappertutto, su tutta la terra. — Allora nel territorio della vita dello Stato vedete: i socialisti, che pensano fino in fondo i mezzi-pensieri dei borghesi, pensano uno Stato che ha proprio la particolarità che porta se stesso alla morte. E nel territorio della vita economica tutti si consegnano alla superstizione, come se questa vita economica, che in realtà ci consuma e contro il cui consumo abbiamo dovuto proprio i due altri dipartimenti —, come se questa vita economica genererà uno stampo di uomini nuovo.
Su nessun territorio il pensiero moderno è riuscito a giungere a qualcosa che possa generare stati vitali. Così che si può dire: ciò che sulla base della ricerca dello spirito su questo territorio è voluto, è propriamente tirare fuori dai stati meritevoli di morte, stati degni di vita. Ma allora non si tratta affatto di questo, che come molti oggi sperano e come anche in alcuni luoghi già accade, che quelli che prima erano in basso, ora sono in alto, e quelli che prima erano in alto sono in basso. Quelli che ora sono in basso, prima hanno pensato in basso in modo reazionario o borghese, quelli che ora sono in alto, pensano in modo socialista. Ma le forme di pensiero sono in sostanza completamente le medesime. Poiché non viene dal contenuto, ma dal come uno pensa. E non appena lo si comprende, si ha già l’impulso fondamentale alla comprensione proprio di questa triarticolazione dell’organismo sociale, che va sulla realtà, su ciò che deve svilupparsi come salute dell’organismo sociale.
Possiamo veramente dirci nel nostro territorio: è estratto dalla ricerca dello spirito il più importante per il tempo, e dobbiamo guardarci dal fraintendere questo aspetto profondo, profondo serio e significativo del nostro movimento di ricerca dello spirito. Lo fraintendiamo però, miei cari amici, quando ci lasciamo vincere, proprio nel territorio della ricerca dello spirito orientato antroposoficamente, a cadere in qualche tipo di settarismo. Ognuno dovrebbe consultarsi riguardo alla domanda: quanto settarismo c’è ancora in me? Poiché il movimento dell’umanità moderna va mirato a bandire tutto il settarismo da questo sviluppo dell’umanità, a non essere settario, a non essere astratto, ma a essere umano, a guadagnare ampi punti di vista, non stretti, settari. Nella misura in cui da una certa parte questo nostro movimento è germinato da quello teosofico, vi stanno dentro i germi di attività settaria. Ma questi germi devono essere soffocati. Il settarismo deve essere bandito. E i vasti orizzonti soprattutto ci sono necessari, lo sguardo imparziale sulla realtà.
Ultimamente ho detto: chi stacca cedole, deve essere consapevole che in queste cedole staccate c’è forza di lavoro umano, e nella misura in cui forza di lavoro umano è ridotta in schiavitù nell’ordine economico capitalistico, ne prende parte almeno della schiavitù. Su questo non si dovrebbe replicare: È terribile! — o simile; poiché questa replica: È terribile! — è la più terribile teoria, è qualcosa che può molto facilmente indurre proprio all’attività settaria moderna. Ho detto la medesima cosa spesso in altra forma. Lì la gente sente di Lucifero e di Arimane e si dice: per l’amor di Dio, sì, molto lontano — io non ho nulla a che fare con Lucifero e Arimane; io non ho nulla con loro, sono solo presso il buon Dio! — Tanto più profondamente cadono la gente a Lucifero e Arimane, quando vi vengono incontro in modo così astratto. Si deve già avere l’onestà e la sincerità, di sapere che si stanno dentro al processo sociale attuale e che non si può uscirne soltanto attraverso qualche tipo di auto-inganno, ma che si deve fare il nostro possibile affinché il processo sociale giunga al risanamento nel tutto. Il singolo non può aiutarsi, così come oggi l’umanità è sviluppata, ma deve fare la sua parte per aiutare la povera umanità. Non si tratta di questo che oggi ci diciamo: voglio essere un buon uomo, sediamoci, mandiamo pensieri che ami tutti gli uomini e così via, ma si tratta, miei cari amici, che ci comprendiamo come stando dentro questo processo sociale, che sviluppiamo il talento di essere anche male con l’umanità cattiva, non perché sia bene essere male, ma perché un ordine sociale che deve essere superato, che deve essere portato a qualcosa d’altro, obbliga proprio a vivere così. Non dalla illusione vogliamo vivere, come siamo bravi, come siamo buoni e succhiarci le dita, come siamo noi stessi meglio degli altri; ma sapere come stiamo dentro, questo dovremmo, non lasciarci ingannare. Poiché tanto meno ci lasciamo ingannare, tanto più prenderà posto in noi l’entusiasmo di lavorare insieme a quello che porta alla guarigione dell’organismo sociale, a conquistarci le capacità, a svegliarci di fronte allo stato di sonno che ha afferrato così profondamente gli uomini attuali. E lì non può aiutare nulla d’altro, se non la possibilità di afferrare i pensieri più energici, i pensieri più penetranti, che sono dati nella ricerca dello spirito, contro i pensieri deboli, pigri, paralizzati, che sono presenti nella scienza ufficiale, nell’esercizio scientifico ufficiale.
Devo aggiungervi una piccola correzione. Ho detto ultimamente, come ho fatto attenzione al fatto che a Stoccarda per il nostro Appello si è formato il comitato tedesco, che gli Signori Dr. Boos, Molt e Kühn formano questo comitato; mi è stato fatto notare che a Stoccarda anche il Dr. Unger, nostro amico, lavora in modo essenziale, e che questo non deve essere dimenticato.
Ora, miei cari amici, ho oggi appunto cercato di illuminarvi le cose dalla storia contemporanea. Mi sta veramente a cuore che i nostri amici proprio dal punto di vista di ricerca dello spirito cerchino sempre più profondamente di penetrare il problema sociale. Avete i fondamenti per comprenderlo, e sulla comprensione inizialmente si tratta. Chi guarda nella storia contemporanea di oggi, l’ho già sottolineato, non pensa che si possa contare su un successo da oggi a domani attraverso un tale Appello e tutto ciò che ad esso si collega. Le lezioni tenute a Zurigo appariranno fra poco come un libro, ampliate e integrate da questioni concrete specifiche, così che si avrà in tutta l’ampiezza ciò che nell’Appello è contenuto in un paio di frasi lapidarie. — Ciò che accade è, che i movimenti che oggi praticano il furto, propriamente devono prima portarsi all’assurdo, devono prima svilupparsi fino alla completa perplessità e alla sventura. Ma si deve in tempo giusto creare qualcosa, a cui poi si possa fare ricorso, quando il vecchio si sia portato a sé stesso all’assurdo. Per questo è così infinitamente necessario che gli impulsi che una volta sono stati deposti nei vostri cuori, non vengano di nuovo abbandonati, ma che anche voi da parte vostra — ognuno dove può — lavoriate insieme a ciò che necessariamente deve accadere.
Dornach, 1° marzo 1919
Nel corso di queste considerazioni ho indicato come nel decorso dello sviluppo dell’umanità si mostra che nell’interno della più profonda dell’anima umana, nelle profondità inconsce dell’anima umana, può accadere qualcosa di completamente diverso da ciò che accade più sulla superficie di questa anima umana. L’uomo può, come abbiamo spesso sentito, credere che egli aspiri a questo o a quello, mentre in verità nelle profondità della sua anima ha impulsi che aspirano a qualcosa di completamente, completamente diverso. Questa verità è di importanza speciale per il nostro tempo. Vediamo oggi un’intera classe di uomini in una certa formazione di una volontà, di cui abbiamo ormai parlato spesso. Proprio lì si mostra come sulla superficie dell’anima, là dove nel tempo cosciente si sviluppa la coscienza, si forma qualcosa di completamente, completamente diverso che in basso nelle profondità dell’anima, dove impulsi aspirati verso la realizzazione si sforzano, di cui oggi ancora nella coscienza non c’è ancora nulla di reale.
Se ci guardiamo intorno il proletariato moderno per quanto riguarda ciò che gli è cosciente, troviamo in questa coscienza, ciò che anche abbiamo spesso menzionato, tre cose; tre cose, di cui questa coscienza proletaria oggi è riempita. È primo la concezione materialistica della storia; secondo la concezione che tutto ciò che accade nel mondo, in verità fino a ora sono stati alla base lotte di classe, che dappertutto ci sono solo lotte di classe e ciò che la gente crede che accada, è solo un riflesso di lotte di classe; e il terzo è, come già vi ho caratterizzato spesso, la dottrina del plusvalore, la dottrina del plusvalore, che è fornito dal lavoro non pagato della forza di lavoro degli operai, e che forma il profitto, che è tolto dall’operaio dal datore di lavoro, senza che l’operaio riceva per questo alcun compenso. Da questi tre elementi si compone sostanzialmente ciò che nella coscienza del proletariato forma gli impulsi, da cui il movimento sociale moderno attinge le sue forze così o così da giudicare.
Con questo è designato ciò che vive nella coscienza del proletariato. Nella coscienza però dell’umanità attuale, a cui sostanzialmente proprio i sentimenti del proletariato spingono, negli strati dell’anima più profonda anche del proletariato vivono tre altre cose. Solo la gente oggi sa ancora molto poco di queste tre altre cose. Il mondo aspira poco all’auto-conoscenza, e perciò non sa nulla di ciò che propriamente negli strati profondi dell’anima aspira a realizzarsi storicamente. Queste tre altre cose sono: primo una penetrazione della vita dello spirito adatta al tempo moderno, ciò che si può chiamare ricerca dello spirito in questo o quel modo; il secondo è libertà della vita di pensiero, libertà di pensiero; il terzo è nel senso vero e autentico il socialismo. Anche il proletariato aspira dopo queste tre cose. Ma non sa nulla di ciò. E i suoi istinti seguono le altre tre cose, di cui ho detto che sono attivi nella parte superficiale della vita dell’anima, nella coscienza vera.
Ora si mostra proprio in questa differenza dell’aspirazione proletaria conscia e degli impulsi incoscienti con particolare chiarezza che c’è una contraddizione completa tra questi due. Prendete la concezione materialistica della storia. È derivata dal materialismo del tempo moderno in generale, che negli ultimi quattro secoli è sorto nello sviluppo dell’umanità. Questo materialismo si è prima mostrato tra le classi dirigenti dell’umanità nel territorio della scienza naturale, si è poi esteso a tutta la scienza, e nel proletariato moderno, che in fondo ha assunto solo l’eredità della concezione scientificamente orientata borghese, il materialismo si è allora trasformato nella concezione materialistica della storia. Questa concezione materialistica della storia parte dal fatto che propriamente tutta la vita dello spirito è solo in un certo senso il fumo che sale da ciò che accade nella vita economica, da tutto ciò che si svolge nel territorio della vita economica dell’umanità. Veramente nel corso storico della vita umana è solo ciò che accade nel territorio della produzione di merci, della produzione, del commercio, del consumo, e a seconda di come gli uomini in questo o quel modo in un’epoca hanno amministrato economicamente, secondo questo hanno creduto religiosamente a questo o quello, hanno coltivato questa o quella forma artistica, hanno considerato questo o quello come loro diritto, come loro moralità. La vita dello spirito è sostanzialmente un’ideologia, cioè non ha una realtà che risieda in se stessa, è un’immagine speculare di ciò che si svolge come lotte economiche fuori. Può di nuovo reagire su quelle lotte economiche, ciò che gli uomini hanno assimilato nelle loro rappresentazioni, ciò che sentono artisticamente, ciò che esprimono nel loro volere morale. Ma in fondo tutta la vita dello spirito è un’immagine speculare della vita economica esterna.
Questo è sostanzialmente ciò che si chiama concezione materialistica della storia. Se la vita umana è solo un’immagine speculare di pure forze esterne, materiali, economiche, e si aggiunge che il mondo in generale è solo sensibile, e i pensieri degli uomini sono solo qualcosa che rispecchia il sensibile, e se l’uomo vuole vivere solo in tali rappresentazioni, vuole sentire come reale solo ciò che si mostra, si manifesta nel mondo sensibile — allora questa è un’avversione da tutta la vita dello spirito reale, allora significa che l’uomo rinuncia a riconoscere qualcosa come uno spirito indipendente, che riposa in se stesso.
Così il tempo moderno ha rivolto il suo sforzo sempre più e più a portare prove per sostenere che non esiste uno spirito indipendente, che vive soprasensibile, che c’è uno spirituale in generale. Questo si svolge sulla superficie della vita dell’anima umana. Questo forma sostanzialmente il contenuto della coscienza moderna, dopo che l’umanità è entrata nell’epoca della coscienza dell’anima. Nelle ragioni più profonde della vita dell’anima però aspira proprio l’umanità moderna verso lo spirito. Ha, si potrebbe dire, un bisogno più intimo, più profondo di spirito. Uno sguardo allo sviluppo della storia dell’umanità mostra questo.
Spesso abbiamo guardato indietro alla particolare natura dello spirito del primo periodo culturale postatlantico, alla particolare natura dello spirito del periodo culturale indiano; ora abbiamo caratterizzato da punti di vista i più diversi questo periodo culturale indiano. Ciò che ne abbiamo conosciuto, dirà a chi sia capace di guardare alle cose senza pregiudizio, che una tale maniera di vivere spiritualmente, come essa riposa nei tempi antichissimi, solo trovabile dalla ricerca dello spirito, nel periodo culturale indiano, che una tale maniera della vita dello spirito si basa sulle intuizioni inconsce; ben inteso, su intuizioni inconsce, poiché era vita dello spirito atavistica. Così che possiamo dire: in questo primo periodo culturale postatlantico abbiamo intuizioni inconsce come fonte della vita dello spirito.
Se poi andiamo avanti e guardiamo la vita dello spirito proto-persiana e domandiamo di nuovo: Da dove scaturisce? — troveremo, questa vita dello spirito proto-persiana scaturisce da ispirazioni inconsce.
Il terzo, la vita dello spirito egizio-caldaica, scaturisce da immagini inconsce. Questa vita dello spirito egizio-caldaica sporgeva già dentro ai primi tempi storici, e si può già lì, se si guarda alla storia abbastanza senza pregiudizio, venire al fatto che si aveva a che fare nella vecchia scienza degli egizi, nella vecchia scienza dei caldei con immagini inconsce, ma vive nella vita dell’anima.
Allora venne la vita dello spirito greco-latino. Nella vita dello spirito greco-latina rimasero già ancora le immagini, ma le immagini si penetrarono di concetti, di idee. Questo era l’essenziale che caratterizzava la vita greca, che i Greci nello sviluppo dell’umanità erano i primi ad avere ciò che prima in questo sviluppo dell’umanità non era presente come impulso dell’anima. I Greci già avevano idee, concetti. Ho esposto il più preciso nei miei «Enigmi della filosofia». Ma tutti i concetti dei Greci erano pervasi di figuratività, di immagini. — Questo non lo si nota oggi, particolarmente in quello strano grecismo, di cui la nostra istruzione liceale e universitaria parla, non lo si nota. — Quando il Greco per esempio pronunciava la parola «idea», quello che egli afferrava nello sguardo dell’anima non era qualcosa di così astratto e concettuale, come ci si rappresenta quando noi pronunciamo la parola idea. Il Greco, quando pronunciava la parola idea, aveva la rappresentazione che davanti a lui in un certo senso qualcosa di visionario si librava, che però era chiaramente fissato in un concetto. Era qualcosa di perspicuo. L’idea è insieme visione. Nel greco non si sarebbe propriamente potuto parlare di «ideologia», sebbene la parola sia formata dal greco; in ogni caso non avrebbe potuto esserne parlato così, che si avesse lo stesso sentimento, che si ha oggi quando si parla di ideologia; poiché per il Greco le sue idee erano qualcosa di essenziale, qualcosa di pervaso dall’immagine.
Ora è particolare che nel nostro quinto periodo postatlantico inizialmente le immagini sono andate perdute e i concetti per l’anima cosciente sono rimasti. La nostra più moderna vita dello spirito è così sobria, così arida, da questa vita dello spirito tutto l’elemento figurativo è stato spremuto via e rimasto è l’astrazione, che la gente che vuol essere colta ama particolarmente. Il tempo moderno vive per così dire di astrazione e vuol tutto, tutto essere portato a un concetto astratto. Proprio in ciò che si chiama vita pratica borghese, proprio lì regna il concetto astratto nel senso più esteso. Ma già si mostra di nuovo — e questo caratterizza propriamente il nostro presente e caratterizzerà la prossima avvenire in modo speciale — già si mostra di nuovo che le profondità delle anime umane, gli impulsi incoscienti delle anime umane, aspirano di nuovo verso immagini. Così che si può dire: concetti che aspirano verso immagini.
A questo aspirare verso immagini viene incontro la nostra ricerca dello spirito. Ma propriamente la vastissima maggior parte dell’umanità non sa ancora nulla di ciò che dentro la sua anima c’è. Perciò vede quella che vita dello spirito è, nei meri concetti, nelle mere rappresentazioni ed è con queste rappresentazioni abbastanza senza aiuto. Poiché i concetti come tali non hanno per loro un vero contenuto. E è stata la sorte dei circoli dirigenti fino ad ora che hanno sempre più sviluppato una certa predilezione per il pensare puramente concettuale. Ma questa predilezione per il pensiero puramente concettuale ha generato qualcosa d’altro. Senza aiuto è questo pensiero puramente concettuale; ha generato lo sforzarsi per un appoggio a quella realtà, che non si può rifiutare, poiché si adatta ai sensi: alla realtà esterna sensibile. Questa fede nella sola realtà esterna sensibile è sostanzialmente nata dall’impotenza concettuale dell’umanità moderna.
Su tutti i territori della vita dello spirito si esprime questa impotenza della vita concettuale. Nella scienza si vuole soprattutto sperimentare, così che attraverso l’esperimento emerga qualcosa, che non è dato altrimenti al mondo sensibile, perché, se si elabora il mondo sensibile soltanto secondo la rappresentazione, non si va al di là di questo mondo sensibile. Poiché i concetti stessi non contengono realtà.
Nell’arte ci si abituò sempre più e più ad adorare il modello, a mantenersi puro a ciò che l’oggetto esterno dà. Ed è stata sostanzialmente di nuovo la sorte finora dei circoli dirigenti dell’umanità, nell’arte di spingere sempre più e più verso una sorta di puro studio della realtà esterna sensibile. Si aspirava sempre più e più a comprendere la realtà esterna sensibile. Creare qualcosa dallo spirito e rappresentarla attraverso i mezzi dell’arte, questo andò sempre più e più perduto. Si aspirava solo al naturalismo, a un’imitazione di ciò che la natura come tale presenta nel mondo esterno, perché dal vago astratto della vita dello spirito non fluiva nulla, che potesse essere plasmato in modo indipendente per sé. Prendete lo sviluppo delle arti moderne, così troverete questo confermato dappertutto. Queste arti moderne aspiravano, per quanto potevano, sempre più e più verso il naturalismo, verso una rappresentazione di ciò che si vede e si percepisce esternamente. Questo culminò infine in ciò che si chiamava impressionismo. Quelli che prima dell’impressionismo hanno aspirato all’artistico, tentavano di riprodurre un oggetto esterno qualunque nell’arte. Ma allora vennero quelli che trassero le ultime conseguenze da tutto questo e dissero: sì, se ora veramente ho davanti a me un uomo o una foresta e dipingo questo uomo o questa foresta, allora io non riproduco quello che è la mia impressione; poiché sto davanti a una foresta, sto davanti a un uomo — e nel momento, in cui sto davanti alla foresta, essa è illuminata dal sole in una certa maniera, ma dopo pochi istanti l’illuminazione solare è completamente diversa. Che cosa dovrei allora propriamente fissare, se voglio essere naturalista? Non posso affatto fissare quello che il mondo esterno mi mostra, poiché questo mondo esterno ha ogni istante un volto diverso. Voglio dipingere un uomo che sorride — ma la prossima volta fa una faccia corrucciata! Che cosa dovrei allora propriamente fare? Dovrei sovrapporre il volto corrucciato al volto sorridente? Se voglio rappresentare quello che oggetti esterni sono nel loro permanere nel tempo, dovrei già costringere gli oggetti stessi. Gli oggetti di natura non si lasciano costringere, ma gli oggetti umani si dovrebbe costringerli, se tengono la posa come modello, il più possibile mantenere la posizione dell’espressione. Ma allora, se uno tenta l’imitazione della natura, fanno l’impressione, come se fossero colti da un irrigidimento, se uno vuol renderli naturalistici. Così non funziona. — E così divennero impressionisti, che vollero fissare solo l’impressione immediata, fuggevole. Allora però non si poteva essere più tutto e interamente naturalisti, ma bisognava già ricorrere a tutti i tipi di mezzi, attraverso cui non si imita la natura, ma si evoca l’apparenza che la natura in un istante come rivelazione fa su di uno. E lì sorse la difficoltà; volle proprio, per essere propriamente naturalista, divenire impressionista; e guarda un po’, non si poteva più nell’impressionismo essere naturalista. Ora il tutto si capovolse. Ora alcuni tentarono non più di dare impressioni, non più di fissare l’impressione esterna, ma propriamente ciò che dentro saliva, e dovesse pure essere ancora così primitivo; l’interno che lì saliva cercavano di fissare. E questi divennero espressionisti.
Lo stesso percorso potremmo rappresentare nel territorio della morale, sì persino della vita del diritto; dappertutto questo sforzo da questa predilezione per il pensiero astratto dello spirito. Si deve solo guardare lo sviluppo dell’umanità moderna in modo giusto secondo questa prospettiva, allora si vedrà già che dappertutto c’è questo sforzo verso l’astrazione. Che cosa ne è diventato col proletariato moderno? Questo proletariato moderno, non appena è stato posto alla macchina, è stato legato nel capitalismo moderno disanimato, è stato con tutto il suo destino solo nella vita economica. La medesima direzione di rappresentazione che ha portato gli appartenenti ai circoli borghesi al naturalismo, ha portato il proletariato alla dottrina che si esprime nella concezione materialistica della storia. Dappertutto, dove si guarda, si vede che il proletariato ha soltanto tratto le ultime conseguenze di ciò che si è sviluppato entro i circoli borghesi — le ultime conseguenze, da cui allora questi circoli borghesi indietreggiano così terribilmente.
Come ci si è comportati entro i circoli borghesi verso il religioso? Col religioso ci si è comportati per esempio su un territorio nei circoli borghesi così: si aveva prima almeno rappresentazioni buie atavistiche del mistero di Cristo. Ci si era formato varie rappresentazioni su come in Gesù vivesse il Cristo. Nel corso del diciannovesimo secolo si è sviluppato che non ci si potesse più formare dalla vita dello spirito astratta alcuna rappresentazione su come in Gesù vivesse il Cristo. Così ci si limitò a ciò che si era svolto nel mondo sensibile all’inizio dello sviluppo cristiano, alla pura jesusologia. Gesù fu sempre più e più considerato come uomo esterno. Il Cristo, che appartiene al mondo soprasensibile, scomparve sempre più e più. La vita astratta dello spirito non trovò alcun cammino verso il Cristo, si contentò di Gesù. Che cosa ne fece la coscienza proletaria? La coscienza proletaria disse: a che scopo abbiamo allora ancora una concezione religiosa speciale su Gesù? I borghesi hanno già fatto di Gesù l’uomo semplice di Nazareth. Questi siamo naturalmente noi, se è l’uomo semplice di Nazareth. Siamo dipendenti dalla vita economica, perché lui non avrebbe dovuto esserlo? Ha ancora qualcuno il diritto di attribuirgli una speciale altra missione, di chiamarlo il fondatore di un’intera epoca nuova dell’umanità, dato che era comunque solo l’uomo semplice di Nazareth, che semplicemente al suo tempo sulla base dei processi economici in cui era posto, ha asserito quello che ha asserito? — I processi economici si devono studiare nel tempo, quando il cristianesimo ha iniziato; e il modo come un artigiano semplice, che era fuggito dall’artigianato e nel vagabondare aveva sviluppato varie idee nel senso dell’ordine economico della Palestina di allora, questo si deve studiare; da questo si vedrà allora perché Gesù ha asserito proprio quello che ha asserito. Ultima conseguenza della moderna teologia protestante, questa è anche la dottrina materialistica di Gesù del proletariato moderno, che non ha più alcuna forza che sostenga gli uomini.
Riguardo al secondo, alla libertà di pensiero, all’iniziativa interiore del pensiero, è di nuovo l’interno più profondo della più profonda anima dell’umanità moderna, quello che aspira a questo. Ciò che sulla superficie della vita dell’anima nella coscienza vive, si immagina che debba aspirare propriamente al contrario, e aspira anche al contrario. Perciò il subconscio agita in un’opposizione radicale, che appare nel presente nelle nostre terribili lotte contemporanee. Liberi da autorità vollero divenire i circoli borghesi dirigenti del tempo moderno. Sono crollati in tutti i tipi di fede nell’autorità. Soprattutto sono crollati in una fede cieca nell’autorità contro tutto ciò che è incluso nel territorio dello Stato, che per la borghesia è diventata l’autorità massima.
Che cosa gioca un ruolo più grande in questa moderna borghesia del «giudizio specializzato»! L’uomo chiede il giudizio specializzato e introduce questa domanda del giudizio specializzato anche nella sua vita esterna. Colui che è marcato con il diploma dell’università entra nella vita, conosce le cose; lo si chiede riguardo a ciò che Dio ha in mente per l’umanità, se è un teologo. Lo si chiede riguardo a ciò che è giusto nella vita umana, se è un giurista; gli si chiede che cosa può portare guarigione all’uomo, se è un medico, e lo si chiede riguardo a tutte le possibili cose del mondo, se esce da qualche angolo della facoltà filosofica. L’umanità moderna, almeno un piccolo cerchio, ha sempre sorriso quando lo sguardo è caduto su un libro del venerabile filosofo del tempo pre-kantiano, Wolf. E questo libro porta il titolo più o meno così: «Sulla natura, sull’anima umana, sullo Stato, sulla storia e su tutte le cose ragionevoli in generale». Su un tal libro si sorride. Ma che nelle officine spirituali che lo Stato ha eretto per gli uomini, tutto ciò che debba essere il contenuto della ragione sia preparato, questo i circoli dirigenti del tempo moderno lo credono con tutta fermezza. Vale a dire, questi circoli dirigenti non hanno affatto aspirato a che ognuno abbia la propria coscienza, ma hanno aspirato ad uniformare la coscienza, a organizzarla così, che nel fondo nel senso più lato sia fondamentalmente una coscienza di Stato. «Coscienza di Stato» è diventata la coscienza moderna molto più di quanto la gente creda. La gente pensa lo Stato come il suo dio, che le dà ciò di cui ha bisogno. Non devono occuparsi ulteriormente delle cose, poiché lo Stato provvede affinché tutti i rami ragionevoli della vita siano regolati.
Escluso dalla vita dello Stato era il proletariato, con l’eccezione dei pochi territori in cui lo stato democratico lo ha ammesso nella vita dello Stato. Il proletariato era completamente — anche con ciò che attrae l’intera uomo, con la sua forza di lavoro — legato alla vita economica. Il proletariato allora tenne di nuovo soltanto per la sua vita l’ultima conseguenza. L’uomo borghese moderno ha una coscienza di Stato, anche se non sempre l’ammette, ma fa molto volentieri stato con questa coscienza di Stato. Non ci vuol molto a stampare sulle sue carte «Tenente di riserva e professore» per fare stato con la coscienza di Stato, lo si può fare in forma del tutto diversa. Ma il proletariato non aveva interesse nello Stato. Era legato nella vita economica. Perciò sentì di nuovo così, che il suo sentire diventava l’ultima conseguenza del sentire borghese, ma secondo la sua vita. La sua coscienza divenne la coscienza di classe del proletariato. E così vediamo propriamente, poiché questa classe del proletariato non ha nulla a che fare con lo Stato, questa coscienza di classe è costruita su internazionalismo. Così queste cose sono necessarie. Al moderno Stato poteva solo inclinarsi il borghese, perché lo Stato moderno provvedeva per il borghese, e il borghese vuol essere provveduto per sé. Lo Stato però non provvedeva per il proletario. Questi sentì di essere nel mondo solo nella misura in cui apparteneva alla sua classe. E la classe proletaria è andata avanti dappertutto allo stesso modo attraverso tutti gli Stati. Quindi questo proletariato internazionale si formò, questo proletariato internazionale, che sentiva di sé nell’opposizione conscia contro tutto ciò che era borghese, e che con la medesima forza della coscienza aspirava allo Stato e ai fattori dello Stato. E c’è stata una straordinaria ed esauriente formazione di questa coscienza di classe nel proletariato nel tempo moderno. Non so quanti di voi abbiano visitato assemblee proletarie. Come si chiudevano sempre queste assemblee proletarie? Si concludevano sempre così, che nel seguito proletario si replicava ciò che così tante manifestazioni borghesi dai loro interessi borghesi avevano dato. Come si chiudevano per esempio nella centro-Europa le assemblee borghesi? Con il Viva all’imperatore! O si cominciava così. Ogni assemblea proletaria si chiudeva: «Viva la socialdemocrazia rivoluzionaria internazionale!» Si deve solo considerare quale forza suggestionante straordinaria questo significa per il proletario sente settimana per settimana, e come questo conduce un’unità di coscienza attraverso le masse, così che naturalmente ogni libertà di pensiero è bandita. Era fissato nell’anima. C’è stata, sebbene sempre meno, ma c’è stata nei tempi precedenti da assemblee convocate da borghesi, a cui erano invitati anche socialdemocratici. Il presidente ha detto allora alla fine: Prego i signori socialdemocratici prima di uscire, poiché adesso chiederò all’assemblea di alzarsi dai sedili e portare il viva all’imperatore. — Ci sono state nei tempi precedenti assemblee proletarie, dove ai borghesi era permesso assistere alle discussioni. Il presidente proletario ha detto alla fine: Prego i signori della classe borghese di uscire ora, poiché sarà portato il viva alla socialdemocrazia rivoluzionaria internazionale. — Così è stato saldate insieme, ciò che le anime attraversava come coscienza di classe che le uniformava. Il contrario di ciò che profondamente nei cuori giace, il contrario della sete di libertà di pensiero individuale, dell’una formazione individuale della coscienza! Questo è il secondo.
Il terzo, ciò che nelle profondità dell’anima moderna preme, a realizzarsi, è il socialismo — il socialismo, che semplicemente si può caratterizzare dicendo: l’anima moderna nel tempo della coscienza aspira a questo, che il singolo si senta dentro l’organismo sociale. Si vuol già fondare l’organismo sociale come tale, si vuol sentirsi come uomo come membro di questo organismo sociale, si vuol stare dentro in qualche modo. Questo vuol dire, si vuol trasferirsi attraverso una coscienza tale, che si ha sempre il sentimento come uomo: ciò che faccio, lo faccio così, che so quanto parte all’organismo sociale ha in me, e come di nuovo ho parte nell’organismo sociale. L’uomo vive dentro l’organismo sociale. Ma, come detto, oggi il sentimento per l’organismo sociale è presente solo nelle regioni inconsce dell’anima.
Quando oggi un pittore dipinge un quadro, dirà con ragione: questo quadro mi deve essere pagato, poiché ho messo la mia arte in questo quadro. — Che cos’è la sua arte? — La sua arte è qualcosa che la società, che l’organismo sociale gli ha prima possibilità. Certo, dipende dal suo karma, dalle sue vite terrestri precedenti; ma la gente oggi non crede neanche questo, sebbene naturalmente si inganni. Ma nella misura in cui non consideriamo la parte che la nostra individualità che scende dai regioni superiori alla nascita ci dà in ciò che possiamo, in quella misura siamo completamente dipendenti in ciò che possiamo da l’organismo sociale. Ma l’uomo moderno non bada a questo nella sua coscienza. E così invece del sentimento sociale è sorto nella coscienza negli ultimi quattro secoli sempre più un modo di pensare egoistico, un modo di pensare antisociale; il modo di pensiero antisociale, che si esprime particolarmente in ciò che ognuno propriamente pensa prima di tutto a se stesso e tenta di tirare fuori il più possibile dall’organismo sociale. Il sentimento di dover restituire all’organismo sociale tutto quello che si è ricevuto da esso, questo oggi lo hanno pochi. Proprio nei circoli borghesi dirigenti riguardo alla vita dello spirito è gradualmente sorto l’egoismo più concepibile, l’egoismo che considera il puro godimento spirituale come qualcosa di particolarmente giustificato per l’uomo che può procurarsi questo godimento spirituale. Non si ha diritto al godimento spirituale, che è preparato per uno attraverso l’organismo sociale, se non si vuole restituire un equivalente corrispondente all’organismo sociale al posto in cui si è posti nel mondo. Questo ci si deve chiarire.
Ora il proletariato di nuovo, che non ha potuto partecipare alla parte spirituale dell’organismo sociale, che è legato nella vita economica e nel capitalismo disanimato, ha soltanto tratto l’ultima conseguenza di questo egoismo borghese nella dottrina del plusvalore. L’operaio vede, lui propriamente produce ciò che nella fabbrica, alla macchina viene prodotto, quindi vuol anche avere ciò che ne entra. Non vuol che ne sia sottratta una parte e vada altrove. E poiché non vede altro che il capitalista, che lo pone alla macchina, crede naturalmente che tutto il plusvalore vada al capitalista, e deve rivolgersi lottando contro il capitalista. Considerato obiettivamente, in ciò che corrisponde al cosiddetto plusvalore c’è naturalmente ancora qualcosa di completamente diverso. Che cos’è plusvalore? Plusvalore è tutto ciò che è prodotto attraverso lavoro manuale, senza che per questo il lavoro manuale riceva un compenso. Immaginate che non ci fosse plusvalore, tutto fluisse ai bisogni del lavoratore manuale. Che cosa non ci sarebbe allora? Naturalmente nessuna cultura spirituale, nessuna cultura superiore in generale; ci sarebbe solo la vita economica, ci sarebbe solo ciò che può essere estratto attraverso il lavoro manuale. Non si tratta affatto che il plusvalore fluisca al lavoro manuale, ma solo che il plusvalore sia utilizzato in un senso con il quale l’artigiano sia d’accordo. Questo però accadrà solo se uno cerca di apportare all’artigiano la comprensione per i cammini che il plusvalore prende.
Qui tocchi il punto in cui è stato commesso il peccato più grave dall’ordine borghese del tempo moderno. Si fondarono le macchine, le fabbriche, si fondò il commercio, si mise il capitale anche in circolazione, si pose l’operaio alla macchina, lo si legò all’ordine economico capitalistico. Lì avrebbe dovuto lavorare. Ma non si guardò a bisognare dell’operaio qualcosa di diverso dalla sua forza di lavoro. In un organismo sociale sano non si ha bisogno dal lavoratore solo della sua forza di lavoro, ma anche il riposo, ciò che rimane della sua forza quando ha lavorato. E sono veramente solo i capitalisti che hanno diritto, che hanno ugualmente interesse al risparmio, alla necessaria conservazione della forza di lavoro del proletario, come hanno interesse all’uso economico della forza di lavoro. Quei capitalisti hanno solo una giustificazione, che provvedono a che l’operaio dopo un tempo di lavoro determinato in qualche modo possa accedere a ciò che è bene educativo spirituale e altro umano universale. A questo deve prima avere questo bene educativo. La classe della società borghese ha sviluppato questo bene educativo; quindi potrebbe bene fondare varie istituzioni pubbliche di istruzione. Che cosa non si è fatto in queste cucine pubbliche della vita dello spirito! Che cosa non è stato fondato su questo territorio. Ma a quale consapevolezza potrebbe il proletario giungere in queste cucine pubbliche della vita dello spirito? A nessuno altro, che che i borghesi gli dessero qualcosa che era stato loro preparato. Allora naturalmente aveva il sospetto: ah, così vogliono farmi diventare borghese, versandomi nel cucchiaio pubblico il latte della visione pia. Questi interi movimenti borghesi di benessere, per il modo come erano, sono stati in molti modi colpevoli dei fatti che oggi appaiono così spaventosamente all’orizzonte della vita sociale. Ciò che oggi appare viene da fondamenti molto più seri, di quanto comunemente si pensi. Voglio il plusvalore! — questo è il principio egoistico che appare come ultima conseguenza dell’egoismo borghese, che voleva anche il plusvalore. Di nuovo il proletariato trae l’ultima conseguenza. E invece del socialismo, che nelle profondità è, appare sulla superficie della vita dell’anima nella coscienza la dottrina del plusvalore, che nel senso più eminente è antisociale. Poiché se ognuno raccoglie ciò che è il plusvalore, lo raccoglie per il suo egoismo.
E così abbiamo oggi, miei cari amici, un socialismo che non è socialista, così come abbiamo oggi un’aspirazione verso un contenuto di coscienza, che non è un contenuto di coscienza, ma che è il risultato della connessione economica di una classe di uomini, e si esprime nella coscienza di classe del proletariato. E così abbiamo oggi un’aspirazione dello spirito, che nega lo spirito e ha trovato la sua ultima conseguenza nella concezione materialistica della storia.
Queste cose devono essere penetrate, altrimenti non si comprende ciò che nel presente vive. E quanto poco erano i circoli borghesi disposti, in questa direzione veramente a formare una penetrazione delle circostanze, quanto poco sono ancora oggi, dopo che i fatti parlano così chiaramente, così urgentemente, disposti ad appropriarsi di questa consapevolezza.
Non sarà possibile in nessun altro modo, invece dell’aspirazione antisociale nel proletariato di oggi di portare fuori una vera aspirazione sociale, che cercare di mettere la vita economica sulla sua base sana, indipendente come un membro dell’organismo sociale, che ha la sua propria legislazione e la sua propria amministrazione, in cui non si impadroni più lo Stato. Con altre parole, deve essere perseguito che lo Stato su nessun territorio sia lui stesso un economista. Allora si può sviluppare, ciò che nelle profondità delle anime umane è desiderato, il vero socialismo nella vita economica. E deve essere perseguito, che da questa vita economica sia separata la vita del vero Stato politico, che d’altronde non fa alcuna pretesa sulla vita economica né sulla vera vita dello spirito, sulla vita culturale, sulla vita scolastica e così via. Se questa vita dello Stato non fa alcuna pretesa da entrambi i lati, se incarna la pura vita giuridica, allora esprime ciò che qui nel mondo fisico fonda il rapporto da uomo a uomo, quel rapporto che rende tutti gli uomini uguali davanti alla legge. Solo una tale vita dello Stato sviluppa una vera libertà di pensiero. E come terzo membro dell’organismo sociale sano deve svilupparsi la vita dello spirito che si mette su se stessa, che può anche attingere dalla realtà dello spirito, che deve penetrare la vera ricerca dello spirito. — Ciò che nelle profondità delle anime umane oggi è perseguito, è già l’organismo sociale sano, ma che deve essere triarticolato.
Così si potrebbero considerare anche le cose, come le consideriamo oggi. E ricerca dello spirito in questo senso, come ho spesso sottolineato, deve essere presa seriamente e profondamente, non come qualcosa che si accetta solo come un sermone domenicale pomeridiano; poiché questo è borghese. È borghese sviluppare, accanto alla propria vita economica, che si ritiene si possa provvedere al massimo solo per il piccolo cerchio stesso, e accanto alla vita dello Stato, per il quale si lascia provvedere lo Stato, anche un po’ di vita dello spirito, a seconda di quanto ci si ritiene illuminati, andando dal parroco, o dedicandosi alla teosofia o simile. È completamente borghese. E eminentemente borghese la movimento teosofico moderno ha presentato proprio la vita dello spirito nel tempo moderno. Non si potrebbe pensare nulla di più borghese di questo movimento teosofico moderno. È sorto così come dal bisogno della borghesia come un movimento spirituale settario. Era la lotta, da quando abbiamo cercato di elaborare qualcosa da questo movimento teosofico, che doveva essere penetrato dalla coscienza dell’umanità moderna e come movimento doveva essere introdotto nell’umanità. Sempre c’era la resistenza dell’elemento borghese settario, che è profondamente radicato nella parte superficiale dell’anima umana. Ma uno deve emergere al di sopra. L’aspirazione antroposofica deve essere compresa come tale, che è richiesta dal tempo, che non ci deve dare interessi piccoli, ma grandi, che non ci deve condurre solo a riunirci in piccoli circoli e leggere cicli. È bene se si leggono cicli; vi prego, non trarre ora da questo di conseguenza che in futuro non dovrebbero più essere letti cicli; al contrario; ma non si dovrebbe rimanere lì. Si dovrebbe veramente introdurre nella vita umana ciò che nei cicli sta — ma non nel modo come alcuni se lo immagina, ma così che si cerca prima il rapporto con la consapevolezza del tempo moderno. Non si tratta, quando dico una cosa siffatta, che ora da questo nasca la consapevolezza: dunque non dobbiamo leggere i cicli in modo settario, quindi non ne leggiamo più; ma si tratta che leggiamo prima i cicli ancor più, ma vediamo anche che ciò che è contenuto nei cicli veramente passa nella nostra forza vitale. Allora sarà il miglior nutrimento sociale per le anime che si sforzano nel presente. Poiché così è già tutto pensato, e così è stato pensato anche il nostro edificio, particolarmente in ciò che è voluto artisticamente con esso. È pensato completamente nel senso del tempo moderno, e non può essere pensato in un altro modo che in questo nel presente. Non so se voi avete già considerato come questo edificio è proprio un prodotto del tempo più recente in relazione sociale, e come ad esso appartiene che si aspiri anche nel senso di questo tempo più recente. Immaginate un edificio il cui interno non ha scopo, o almeno una parte più grande dell’interno non ha scopo, se deve stare per se stesso. Deve stare nella connessione con l’intero ordine mondiale altrimenti non può avere alcun senso; persino di giorno sarebbe completamente buio nel cupola, sarebbe la notte più buia, se da fuori la luce elettrica non venisse dentro. Completamente dipendente da ciò che accade fuori è precisamente questo edificio riguardo a cose così importanti come il vedere qualcosa in esso. È così nato dal più recente. Quindi deve anche svilupparsi nel collegamento con ciò che ma anche ora interiormente, non sulla superficie dell’anima, il tempo più recente deve propriamente aspirare spiritualmente.
Così potremmo considerare molte cose, che stanno in connessione con questo edificio. L’edificio è già un rappresentante della vita dello spirito più moderna, e sarà solo allora rettamente compreso, quando si ha il pensiero che sia come una sorta di stella cometa, ma che però deve trascinare una coda dietro. La coda consiste in questo, che veramente ciò che irradia sentimentalmente dall’antroposofia, vive nelle anime umane. Ma potrebbe facilmente accadere che molti si pongono a questo edificio riguardo a ciò che ho appena detto, così come alcuni cattolici, proprio i cattolici dirigenti, si sono posti all’astronomia moderna, quando hanno fatto delle comete comuni corpi mondani, mentre prima erano considerate fruste, che da qualche spirito sensualmente concepito venivano tenute per la finestra del cielo. Allora venne un tempo in cui i leader orientati cattolicamente non potevano più negare che le comete avessero una simile natura come gli altri corpi celesti; allora venivano su con uno stratagemma. Alcuni molto intelligenti dissero: ora sì, la cometa consiste nel nucleo e nella coda; per il nucleo non possiamo negare che è un corpo celeste come un altro, ma la coda non lo è, ha ancora la medesima origine che si pensava una volta. — Così potrebbe accadere anche che la gente acquisisca la consapevolezza: ora sì, vogliamo ancora accettare l’edificio; ma tutti quei sentimenti complicati che dovrebbero legarsi all’edificio come una coda, di quelli non vogliamo sapere nulla. Ma questo edificio come una cometa appartiene insieme con la sua coda, e sarà necessario che tutto ciò che è in connessione con esso sia sentito anche in connessione con esso.
Ieri abbiamo tentato, ancora una volta da un certo punto di vista, di penetrare nella questione sociale contemporanea. E ciò che ieri è stato oggetto della nostra considerazione è stato il fatto che proprio nel presente, per comprendere in generale un movimento all’interno dell’umanità, si deve guardare attentamente a ciò che accade nei capi di coloro che stanno dentro tale movimento, e anche nei loro contemporanei da una parte alla superficie dell’anima nella coscienza ordinaria, e dall’altra nella profondità dell’anima, nelle regioni inconsce. E così abbiamo considerato tre impulsi del movimento proletario moderno. Abbiamo considerato innanzitutto la cosiddetta concezione materialistica della storia. Poi abbiamo visto ciò che il proletario ha imparato dai suoi capi — quello che intende per il movimento della lotta di classe che dovrebbe stare alla base di ogni avvenimento storico; e poi abbiamo rivolto la nostra attenzione a ciò che ha agito così profondamente sull’anima proletaria: la cosiddetta teoria del plusvalore. E abbiamo visto che questi sono i fattori che si trovano alla superficie della vita psichica del proletario moderno. Nelle profondità lavora e vive qualcosa di completamente diverso.
Mentre il proletario moderno s’inganna dicendo a se stesso: tutto lo sviluppo storico è solo il riflesso dei processi economici puri, che spingono tutta la vita spirituale come fumo alla superficie, in realtà il proletario — insieme a tutta l’umanità moderna — anela a una certa conoscenza spirituale del mondo. Ma egli non sa ancora che le profondità inconsce della sua anima anelano alla conoscenza spirituale. Precisamente ciò che accade nelle regioni inconsce della vita psichica e si maschera alla superficie con qualcosa di completamente diverso, allora spesso agita gli istinti più selvaggi.
Allo stesso modo, il proletario moderno, quando pronuncia le parole «lotta di classe», non sa che sta solo cercando di mascherare ciò che riempie ancora una volta le profondità dell’anima dell’umanità moderna come un profondo anelito: l’impulso verso la libertà di pensiero. Lo sforzo verso la libertà di pensiero si converte nel suo opposto mentre passa dall’inconscio al conscio. La forma più esterna della vita nell’autoritarismo, la partecipazione alla semplice coscienza di classe ha come fondamento il vero sforzo verso la libertà di pensiero. E il vero socialismo, verso il quale il nostro tempo anela nelle sue profondità, si esprime veramente in ciò che in fondo è una specie di contrario al socialismo — l’aspirazione a appropriarsi egoisticamente tutto il plusvalore.
Chi non comprende questo segreto — potrei dire — del movimento proletario contemporaneo, non si avvicina mai ai veri impulsi sociali del presente. Dopo aver considerato questo ieri, vogliamo oggi affrontare alcune verità correlate.
Per colui che vuole guardare più profondamente a ciò che accade, sorge un rapporto del tutto particolare con i movimenti della storia mondiale, anche con uno contemporaneo. L’espressione più radicale del movimento sociale contemporaneo è, come sapete, il bolscevismo, che è piuttosto un metodo sociale che qualcosa di intrinsecamente diverso da ciò che il socialismo radicale così detto ha incorporato nelle sue aspirazioni. Chi considera la storia non teoricamente ma secondo la realtà, vede soprattutto come certe correnti nell’evoluzione dell’umanità si manifestano proprio nelle loro forme più radicali, perché nelle forme radicali si può spesso trovare la migliore comprensione per ciò che altrove, dove il radicalismo regna meno, rimane celato anche se non meno efficace. Se si vuole comprendere questa conclusione storica, che la storia stessa ha tratto nei fatti spaventosi di oggi — questa conclusione storica del bolscevismo — bisogna guardare un po’ anche alla vita spirituale moderna.
Vedete, se oggi si chiede: chi sono veramente i bolscevichi? allora risponderanno con vari nomi. È vero, i nomi che dappertutto si presentano sono Lenin, Trotski. Ma voglio nominarvi un terzo bolscevico, alla cui menzione forse sarete un po’ sorpresi, che però, non posso dire diversamente, da un certo punto di vista è un vero bolscevico: è Johann Gottlieb Fichte. Vi ho parlato spesso di Johann Gottlieb Fichte, e ho cercato di presentarvi qui più profondamente la storia della sua vita. Abbiamo anche riportato davanti alla nostra mente alcuni dei suoi pensieri principali. Non si può negare che Johann Gottlieb Fichte fu uno dei pensatori più energici dei tempi moderni. Non si può negare nemmeno che fosse un idealista nel senso più puro della parola. Ma Johann Gottlieb Fichte ha espresso anche la sua visione socialista in un piccolo saggio compendioso, nel suo «Stato commerciale chiuso». Considerandolo dal punto di vista del contenuto, vedendo come si realizzerebbe nella realtà quello che Fichte presenta come una sorta di quadro ideale di condizioni sociali, si può solo dire: se questo ideale sociale che Fichte presenta nel suo piccolo libretto «Lo stato commerciale chiuso» fosse realizzato, apparirebbe come bolscevismo. Si potrebbe quasi dire che talvolta ciò che Trotski scrive ricorda quasi parola per parola, per quanto è possibile con cose così distanti, ciò che sta nello «Stato commerciale chiuso» di Fichte.
Ora, è vero che Johann Gottlieb Fichte è un bolscevico da lungo tempo defunto. Ma voglio dire: questo è precisamente ciò che ci spinge a indagare più a fondo la questione. In Fichte abbiamo da vedere soprattutto un pensatore solitario che è giunto ad alte idee filosofiche e che durante il corso del suo pensare ha riflettuto su come dalle molte ingiustizie che percepiva nel suo ordine sociale potesse emergere uno stato sociale giusto. Ed ecco che egli tesse dalla sua interiorità un quadro dell’ordine sociale che procede pressappoco nella stessa direzione della ripartizione dell’umanità, come il bolscevismo russo contemporaneo lo sviluppa in modo violento, e come i suoi successori lo svilupperanno. C’è ancora qualcosa di più. Posso immaginare che molti uomini, toccati da molte ingiustizie che sono chiaramente percepibili entro l’ordine sociale ancora oggi per loro, si sentano affascinati dalle visioni abbastanza semplici nello «Stato commerciale chiuso» di Fichte. Non devo presentarvelo poiché avete solo bisogno di pensare a ciò che il bolscevismo fa, presentato con le parole colte di un filosofo, e allora avete la presentazione dello «Stato commerciale chiuso» di Johann Gottlieb Fichte.
Ma è precisamente questo fatto che può confermarvi, da un certo punto di vista, dove sta il diritto della tesi della tripartizione dell’organismo sociale sano, di cui vi ho parlato spesso. A che cosa tende questa tripartizione? Ho indicato in lezioni pubbliche come questo modo di pensare sociale si distingue da altri. Ho detto: se si guarda oggi a ciò che si è già in parte realizzato in questo o quel corpo statale, se si guarda a ciò verso la cui realizzazione aspirano anche menti pensanti in senso socialista, si ha la sensazione che ciò che gli uomini da un lato percepiscono come una superstizione medievale si sia profondamente annidato nelle loro anime dall’altro lato. È come se le anime umane avessero una certa voglia di superstizioni, e se viene loro tolta la superstizione da un lato, essa si rivolge verso l’altro. Perciò si viene ricordati, sia di fronte a molto di ciò che esiste nella vita sociale, sia di fronte a ciò che aspirano coloro che pensano in senso socialista, la scena della seconda parte del «Faust» di Goethe dove Wagner crea l’Omuncolo. L’Omuncolo dev’essere assemblato da ingredienti secondo principi puramente razionali e meccanici. Gli alchimisti, che si considerano persone superstiziose, si immaginavano di poter farlo così, e mediante ciò contrastavano la creazione artificiale di un piccolo essere umano, l’Omuncolo, con il creare le condizioni affinché un vero organismo umano sorgesse. Non si può assemblare un vero organismo umano dai suoi ingredienti, si devono creare le condizioni affinché possa sorgere per così dire da se stesso. Gli uomini credono di aver superato la superstizione alchemica nel campo delle scienze naturali. La superstizione nel campo sociale è prosperosa e rigogliosa. Tentano di fabbricare un ordine sociale artificiale a partire da vari ingredienti della volontà umana.
Questo modo di pensare è diametralmente opposto a quello che qui viene sostenuto sulla base della conoscenza spirituale. Il modo di pensare che qui viene presentato aspira ad eliminare tutte le superstizioni sociali e mira a rispondere praticamente alla domanda: quali condizioni devono essere create affinché non sia un individuo o l’altro, dalla sua particolare intelligenza, a realizzare qualche ideale socialista, ma affinché gli uomini nella vita sociale, nella loro collaborazione reciproca, portino avanti la strutturazione sociale necessaria.
Si scopre allora che questo organismo sociale, proprio come l’organismo naturale, deve consistere di tre membra relativamente indipendenti. Proprio come la testa umana, che è principalmente la sede degli organi di senso, è in una relazione particolare con il mondo esteriore per mezzo degli organi di senso, come essa è centralizzata su se stessa, come pure il sistema ritmico, il sistema polmonare e respiratorio è centralizzato su se stesso, il sistema metabolico è centralizzato su se stesso, e questi tre operano insieme in una relativa indipendenza — così è una necessità fondamentale che l’organismo sociale sia tripartito e queste tre membra abbiano relativa indipendenza. Devono operare affiancati: l’organismo spirituale che sta su se stesso, l’organismo dello stato politico in senso stretto che sta su se stesso, e la vita economica che sta su se stessa — ciascuno di questi corpi con propria legislazione e amministrazione, che debbono derivare dalle loro proprie condizioni e forze. Questo sembra astratto, ma è precisamente ciò che articola la massa complessiva dell’umanità in modo che dall’operare insieme di queste membra deve risultare ciò che rende l’organismo sociale sano. Quindi non si tratta di escogitare come l’organismo sociale debba strutturarsi. Nel campo sociale il nostro pensiero non arriva al punto da poter semplicemente indicare una struttura dell’organismo sociale. Un singolo individuo non può realizzare da se stesso una struttura dell’organismo sociale, così come un singolo uomo, se crescesse su un’isola solitaria senza contatto con la società, non potrebbe mai imparare il linguaggio; così il singolo non può mai creare nulla di sociale da se stesso. Tutto il sociale sorge dalla collaborazione, ma dalla collaborazione regolata, costruita su questa tripartizione, dalla vera e armoniosa collaborazione degli uomini. Solo quando si guarda veramente a questa direzione, che tende alla vera realizzazione pratica, alla vera vita pratica, si comprende come un uomo come Johann Gottlieb Fichte sia venuto a elaborare un sistema sociale che nella sua realizzazione è veramente bolscevismo.
Che tipo di personalità è Johann Gottlieb Fichte? Fichte è uno dei pensatori più caratteristici dei tempi moderni. È, per così dire, l’uomo che ha sviluppato il pensiero — che sappiamo essere anch’esso evoluto, non è sempre stato lo stesso: leggete questo nei miei «Enigmi della filosofia» — ha sviluppato il pensiero nel modo più energico e nella sua forma più pura. Proprio in una personalità come Fichte si vede a che cosa diventa il pensiero quando l’uomo vuole attingerlo solo da se stesso, dal proprio Io. E se si applica questo pensiero puro, così com’è, alla struttura sociale, allora emerge il quadro che Fichte ha dato nello «Stato commerciale chiuso». Solo chi si dice a se stesso che un tale pensiero come quello fichteiano non è affatto adatto a scoprire la struttura sociale — il pensiero che scaturisce unicamente dall’impulso dell’Io non è in grado di scoprire la struttura sociale, così come il singolo non può inventare il linguaggio; piuttosto la struttura sociale può essere scoperta solo quando si portano gli uomini in una relazione tale che nel loro scambio reciproco e nella loro connessione scoprano questa struttura sociale. Bisogna fermarsi per così dire davanti a certe cose che riguardano la struttura sociale, e seguire il percorso solo finché non si mostra: vedete, gli uomini devono stare in questa relazione l’uno con l’altro se nell’operare insieme il loro organismo sociale vuol realizzarsi. Questo è pensiero conforme alla realtà, questo è pensiero conforme all’esperienza. Il pensiero di Fichte nasce dal puro Io. E il pensiero che nasce dal puro Io, anche se in forma alquanto diversa, è in fondo il pensiero bolscevico. È intrinsecamente antisociale proprio perché nasce solo dalle rivelazioni dell’Io. Questo forma non è infatti sorta nella vita comunitaria umana. La vita comunitaria del proletariato ha assunto questa forma sulla base dell’autorità. Sono i singoli capi che danno il tono. Questo è ciò che conta.
Ora ci si deve chiedere: come mai questa vita comunitaria nel campo sociale fa più che la vita interiore del singolo? Vedete, allora bisogna comprendersi molto bene su quello che conduce veramente a qualcosa come la forma più pura del pensiero di Fichte. Chi non è preparato filosoficamente, ma come uomo ordinario abituato a leggere giornali, a leggere libri di facile comprensione, forse anche a seguire la scienza universitaria come esiste oggi, chi come tale uomo ordinario si confronta con i libri di Fichte, non riesce a stare al passo — trova tutto così da sentirsi infilzato dal pensiero — sono così energici, ma li sviluppa in modo così astratto. È semplicemente una pura trama di pensieri quello che Fichte presenta per la maggior parte delle persone.
Da dove viene? Viene dal fatto che questo pensiero è un pensiero puro — un pensiero che, tralasciando ogni esperienza del mondo, tesse solo da se stesso nell’anima ciò che si può tessere dall’anima. Se si studia la Dottrina della Scienza di Fichte, si procede da proposizione a proposizione ad un’altezza così astratta che spesso non si sa affatto perché veramente si dovrebbero nutrire questi pensieri — perché non dicono nulla. Si può leggere la Dottrina della Scienza di Fichte per molte pagine e si scopre: L’Io pone se stesso. Questo è sviluppato innanzitutto su molte pagine. Poi viene: L’Io pone il Non-Io — di nuovo sviluppato su molte pagine. Poi: L’Io pone se stesso come limitato dal Non-Io e il Non-Io come limitato dall’Io. Allora si è già quasi al termine della «Dottrina della Scienza», nella quale queste proposizioni sono sviluppate solo in una deduzione molto estesa. Si dirà: questo non mi interessa affatto, dopotutto sono solo astrazioni completamente scavate. Eppure, se poi si considera la vita e l’aspirazione di Fichte così come ve l’ho presentata una volta un po’ di tempo fa, allora si prova rispetto per Fichte — allora si prova rispetto per questo sforzo verso il pensiero puro.
Da dove viene questa strana contraddizione? Vedete, questa strana contraddizione viene dal fatto che una volta nello sviluppo dell’umanità è diventato necessario arrivare a questo pensiero puro, riempito solo di pensieri. Il pensiero umano per il resto — specialmente nei tempi più antichi — era sempre riempito solo di immagini come vi ho illustrato ieri. Uomini come Fichte, Schelling e Hegel hanno pensato una volta ciò che sono solo pensieri puri, pensieri senza immagini. Così il Greco non avrebbe mai potuto pensare, così il Romano non avrebbe potuto pensare, così non si sarebbe potuto pensare durante tutto il Medioevo, perché la Scolastica è qualcosa di completamente diverso nonostante tutta la sua astrazione.
Perché allora è sorto nel più recente sviluppo storico questo tipo di pensiero astratto? Beh, è sorto perché gli uomini dovevano fare uno sforzo una volta. E occorre un grande sforzo interiore per elevarsi, per esempio nel senso fichteiano, a tale astrazione, per conquistare con forza tali astrazioni, dalle quali l’uomo ordinario interessato alla realtà dice che non serve a niente, perché tutta l’esperienza è strizzata fuori. Questo è indubbiamente il caso. Ma bisognava giungere a tali astrazioni una volta. Il primo passo era giungere a tali astrazioni. Non appena si sviluppa ulteriormente la spinta interiore della vita dell’anima oltre queste astrazioni, si entra nella vita spirituale. Non c’è un cammino sano della mistica moderna se non attraverso il pensiero energico. Perciò prima doveva essere conquistato il pensiero energico. Il prossimo passo è che allora, al di là di questo pensiero energico, si arrivi all’effettiva esperienza del spirituale. Certamente tutto questo procede lentamente nello sviluppo storico, ma il percorso dell’umanità punta in questa direzione. E questo anelito che propriamente domina oggi tutte le persone — di passare dall’astrazione alla vita spirituale — questo anelito si trova misteriosamente anche alla base della forza radicata nel movimento proletario moderno.
Il proletario dice: nessuna forza spirituale agisce nella storia; solo le forze economiche agiscono nella storia. Egli le percepisce con la più grossolana percezione, le considera l’unica cosa che diviene storicamente. La vita spirituale è una pura sovrastruttura, un’ideologia, un’immagine dei processi economici esterni. Ebbene, egli se l’immagina così perché l’uomo moderno, quando guarda dentro di sé, ha perso le antiche visioni ataviche; vede in se stesso sole astrazioni, pure idee astratte, in cui non trova alcuna realtà; perché dovrebbe compiere il prossimo passo che ho appena caratterizzato. Perciò ognuno cerca la realtà, per la quale anela dal proprio interno, nel mondo esterno. E perché il proletario, dal capitalismo, è incatenato alla pura vita economica, cerca questa realtà nella vita economica.
Quale sarà il prossimo passo, il passo naturale e ovvio? Sarà che gli uomini riconosceranno che nell’ordine economico in ultima analisi non c’è nulla che guidi veramente. Come guida nella storia sorgerà, proprio in contrasto con questo materialismo storico, la forza dall’interno, l’impulso a progredire verso il spirituale. È solo la caricatura di ciò che anela nelle profondità dell’anima umana che si manifesta nel materialismo storico.
E così pure nella coscienza di classe c’è la forza dell’individualità umana singola, che cerca un contenuto in se stessa, che si esprime così — perché le sembra di essere vuota, non ha ancora trovato il contenuto — perché si appoggia all’intera classe, si sente forte quando esiste come umanità in connessione.
E così tutti gli impulsi che oggi dominano la superficie del movimento sociale provengono segretamente dalla fonte che ho appena indicato. E così al tempo in cui Fichte era attivo, che non era ancora maturo per l’aspirazione alla conoscenza spirituale, non poteva emergere nulla di diverso da un pensiero che propriamente aspetta a che la mondo spirituale gli venga incontro e che non serve per la realtà esterna. E il pensiero che propriamente dovrebbe essere applicato al mondo spirituale — quando viene applicato in modo radicale, conseguente, violento alla realtà sensibile esterna — non crea costruzione di questa realtà sensibile, bensì distruzione. Vi ho parlato spesso delle funzioni del male. Vi ho detto quali forze operano veramente in ciò che qui chiamiamo il male nell’uomo. Vi ho detto: se andiamo solo un livello più alto, dal nostro piano sensibile al prossimo piano spirituale, allora percepiamo attraverso la visione di questo piano spirituale ciò che veramente opera nel male. Perché le forze che vivono nei ladri, nei briganti, negli assassini — se non fossero consumate qui nel mondo sensibile, ma se l’uomo trasformasse, convertisse ciò che qui illegittimamente consuma nel mondo sensibile sul piano superiore, allora sarebbe completamente legittimo. Appartiene a quel livello. Il male è un bene spostato. Solo perché le forze arimaniche spingono ciò che appartiene a un mondo completamente diverso nel nostro mondo sorge la natura del male. E così sorge un pensiero distruttivo — non un pensiero che può aspettare l’adempimento dal mondo spirituale — quando l’ideale sociale viene tessuto dall’interno umano stesso.
Vedete, questo vi dà una prospettiva della differenza tra tutte le numerose astrazioni che oggi dominano e ciò che qui viene perseguito nella reale comprensione pratica dell’organismo sociale. Perché in ciò che si suscita nella vita comune degli uomini, in ciò che gli uomini costruiscono nella loro vita insieme, se solo si stabilisce la giusta comunanza, non vivono astrattezze. Le astrattezze vivono quando l’uomo è veramente, onestamente solitario. Le astrattezze non vivono quando gli uomini sono insieme. Allora vivono immaginazioni nascoste, misteriose. E queste immaginazioni misteriose danno all’organismo sociale la giusta struttura quando vengono realizzate. Perciò i progressi che si fanno nella più recente scienza spirituale sono collegati con gli unici impulsi salutari per un ordine mondiale socialista. E la ragione dei vizi e dei difetti dell’attuale organismo sociale consiste nel fatto che esso, proprio alla maniera fichteiana, vuole tessere da pure pretese interiori ciò che può essere compreso solo nell’esperienza.
Se si considera come nel più recente periodo si è cercato di trasformare lo stato sempre più in uno stato unitario, di centralizzarlo solo in se stesso, si diventa chiari sul fatto che questo non poteva condurre a nulla di diverso che a scosse e disturbi dell’organismo sociale. E le ragioni di questi tremori e turbamenti stanno indubbiamente più profonde di quanto creda colui che considera il moderno movimento proletario solo come un movimento per il salario o per il pane. Perché la questione non è, anche se oggi potrebbe esserci un movimento per il salario o per il pane o se potesse esserci, che si aspiri a un cambio nelle condizioni del pane, nelle condizioni di approvvigionamento di pane, ma la questione è precisamente oggi nel movimento sociale come ci si aspira. E comprendete il come mediante considerazioni come quelle che oggi vi presento.
Considerate ulteriormente ciò cui siamo arrivati ieri alla fine — la questione del plusvalore. Chi ha sperimentato il movimento proletario sa quanto profondamente ha colpito quando è stato seminato nelle anime proletarie da certi capi.
Su cosa si basa la cosiddetta teoria del plusvalore? Si basa veramente su ciò che ho espresso anche due giorni fa in una conferenza pubblica a Basilea: che veramente domina una falsità reale nel rapporto dell’imprenditore verso il lavoratore oggi, e né l’imprenditore né il lavoratore sulla superficie della loro vita psichica sanno che lì domina una falsità. Il fatto è mascherato. Ma anche se non è noto, agisce comunque nell’anima come fatto, agisce come sensazione, agisce dalle profondità inconsce verso l’alto.
Ricordiamoci ancora una volta la questione essenziale. Oggi il lavoratore sta verso l’imprenditore in un rapporto ben determinato, che il lavoratore sente come indegno dell’uomo, anche se talvolta nella sua descrizione conscia viene fuori qualcosa di diverso. Lo sente come indegno della dignità umana nella sua anima, perché porta al fatto che deve vendere la sua forza-lavoro come qualsiasi altra merce all’imprenditore. E sente negli abissi segreti della sua anima che veramente nulla dell’uomo dovrebbe essere venduto. E se l’uomo vende la sua forza-lavoro, allora veramente va con lui l’uomo intero. Bene, abbiamo già considerato questo.
Ora la domanda potrebbe effettivamente essere posta, e viene comunemente posta così dal pensiero socialista: come si arriva a compensare la forza-lavoro in modo appropriato? Gli ideali sociali in gran parte mirano a dare al lavoro umano, al lavoro artigianale il suo pieno compenso. Ma la situazione reale è completamente diversa. Per chi ha una visione della vita economica è chiaro che la forza-lavoro umana non può essere scambiata con nulla, perché la forza-lavoro umana non può essere scambiata con nulla, nemmeno con una merce qualsiasi o un rappresentante di merce come il denaro. Questo non è un processo reale ma solo un processo fantastico realizzato. Che l’artigiano lavori e poi riceva denaro per l’uso della sua forza-lavoro non è un processo reale, ma la cosa è mascherata — la cosa è una falsità reale. Ciò che accade è qualcosa di completamente diverso. Si è messo il fatto nel corpo sociale come se il lavoratore portasse la sua forza-lavoro al mercato e l’imprenditore gliene compra la forza-lavoro col salario. Ma non è così. Nel campo economico non si può fare nulla se non scambiare merce per merce — sebbene la merce sia intesa nel senso più ampio. Tutta la vita economica consiste in realtà solo nello scambio di merci.
Che cos’è allora veramente una merce? Un’estensione di terra non è in se stessa merce. Il carbone che si trova sotto terra non è in se stesso merce. Una merce è solo ciò che è entrato in relazione con l’attività umana — sia alterato nella sua essenza interna dall’attività umana o sia spostato da un luogo all’altro dall’attività umana. Se prendete queste due caratteristiche allora trovate tutto ciò che si può in qualche modo classificare come merce. Si è molto dibattuto sulla natura della merce. Ma colui che ha intuito della connessione vita economica sa che solo questa definizione di merce ha valore di fronte alla realtà.
Ora nel moderno corpo sociale sono sorte numerose intricatezze, confusioni della circolazione delle merci con altri fattori, e questo ha portato questo moderno corpo sociale alle sue convulsioni rivoluzionarie. Si crede oggi — e questa è anch’essa una fantasia realizzata — non solo di scambiare merce per merce, ma si crede anche di scambiare merce per forza-lavoro umana come nei rapporti salariali; e inoltre si crede di scambiare merce o il suo rappresentante, il denaro, contro ciò che, finché non è stato alterato dall’uomo, non può essere merce — terra e suolo per esempio. Perché terra e suolo non sono in se stessi oggetto del processo economico. Sulla terra e sul suolo vengono ottenuti oggetti del processo economico mediante l’attività umana, ma terra e suolo non sono in se stessi oggetti del processo economico. Ciò che nel processo economico, nel corpo sociale in generale riguarda la terra è che un tale o talaltro ha il diritto di usare e lavorare esclusivamente questa terra. È questo diritto alla terra che ha veramente significato reale per l’organismo sociale. La terra stessa non è merce, ma su di essa sorgono merci. E ciò che vi ha parte è il diritto che il proprietario ha alla terra. Così se acquisite tramite compravendita — cioè scambio — una proprietà terriera, in realtà acquisite un diritto, vale a dire, scambiate una cosa per un diritto, come infatti avviene anche nell’acquisto di brevetti.
Qui vi introduciamo alle cause profonde di quella confusione che ha portato tanto male — quella confusione tra lo puro stato di diritto politico con la vita economica, per la quale non c’è altra cura che la separazione. La vita economica deve funzionare per se stessa nella pura produzione di merci, nella pura circolazione di merci, nel puro consumo di merci, in una vita associativa, in cui la produzione, il consumo, i singoli interessi professionali che uniscono gli uomini si pongono in una giusta relazione. Ma all’interno di queste associazioni e gruppi associativi si fa solo economia, così come nel sistema digestivo umano avviene solo la digestione; e allora questa digestione viene accolta dall’altro lato dal sistema cuore-polmone indipendente, che sta in relazione con il mondo esterno; ciò che vive nel processo digestivo viene poi accolto da ciò che è il processo cardiaco-respiratorio indipendente. Così deve essere stabilito come indipendente, da una fonte particolare, ciò che è radicato come diritto nella vita economica. Cioè tutto ciò che riguarda relazioni politiche che si esprimono nella vita di diritto e altro deve avere relativa indipendenza accanto alla vita economica.
Vedete, se si comprende questo, si nota anche la falsità che esiste nel rapporto tra datore di lavoro e lavoratore e che appare come se la forza-lavoro fosse veramente compensata. Invece all’inizio non è affatto direttamente compensata, ma solo indirettamente. Quello che c’è è un certo diritto apparente ma diventato forza — forza economica — mediante il quale il datore di lavoro costringe il lavoratore alla macchina o nella fabbrica — non del tutto apertamente, ma veramente segretamente lo costringe. Ciò che viene scambiato in realtà non è la forza-lavoro e la merce o il rappresentante di merce, denaro, ma quello che viene scambiato sono i servizi: la merce prodotta dal lavoratore, ciò che egli produce. Così contro una piccola parte di quelle merci che l’imprenditore gli dà veramente viene scambiata merce per merce. E allora appare prima di tutto la falsità come se venisse scambiata merce per forza-lavoro. E il segreto di questo il moderno proletario lo sente come indegno dell’uomo quando si dice: tu produci una certa quantità di merce, e l’imprenditore ti dà solo una certa quantità di essa.
Il giusto rapporto tra il lavoratore e l’imprenditore non può veramente essere stabilito nella sfera del processo economico, ma solo nella sfera dello stato politico come rapporto di diritto. Questo è ciò che conta. Se l’uomo da un lato sta sul terreno della vita economica e dall’altro sul terreno della vita di diritto indipendente, allora questa vita economica è determinata da due lati. Da un lato la vita economica dipende da fattori naturali indipendenti dall’attività umana. Vi ho mostrato nelle lezioni pubbliche a Basilea come, a seconda del rendimento che una certa regione ha riguardo al grano, si deve applicare un diverso lavoro umano, che quando c’è un diverso rendimento, una diversa capacità di rendimento. Questi sono i fondamenti naturali. Questi da un lato si avvicinano alla vita economica. Dall’altro lato per esempio riguardo al lavoro deve fluire dalla vita di diritto ciò che dovrebbe presentarsi come rapporto tra datore di lavoro e lavoratore.
Ora alcuni che vedono le cose solo in superficie diranno: sì, ma questo avviene già oggi perché viene concluso un contratto di lavoro. Sì, cari amici, cosa serve se il contratto di lavoro viene concluso su qualcosa che è veramente un rapporto di falsità mascherato? Il contratto di lavoro viene infatti concluso proprio sul rapporto tra datore di lavoro e lavoratore riguardo alla forza-lavoro e al suo compenso. Allora il giusto rapporto sarà stabilito quando il contratto non viene concluso sul compenso, ma quando il contratto viene chiaramente concluso su come datore di lavoro e lavoratore dividono la prestazione che avviene. Allora il lavoratore — e questo importa molto più di tutto quello che la gente crede oggi — capirà che senza la creazione di plusvalore non se ne può fare a meno. Ma deve poter guardare come viene creato il plusvalore. Non deve essere costruito in un rapporto di falsità. Allora capirà che senza la creazione di plusvalore non può esserci veramente alcuna cultura spirituale, che non può esserci uno stato di diritto, perché tutto fluisce dal plusvalore. Ma quando l’organismo sociale è sano, tutto questo risulta dall’organismo sociale tripartito.
Naturalmente si potrebbe parlare di questa visione non per ore, ma per settimane, e l’abbiamo quasi già fatto; ma certamente torniamo sempre di nuovo ai singoli dettagli che dovrebbero renderci la cosa più comprensibile, perché ogni singola questione concreta ci permette di indovinare le difficoltà che sorgeranno e la cui soluzione sarà tentata nella vita pratica mediante la tripartizione. Vedete, qui soprattutto si deve considerare il seguente: nella vita economica vengono scambiate merci; alla vita economica si collega la vita dello stato politico in senso stretto. Questo limita il tempo di lavoro nella convivenza umana, nella vita di diritto. Così mentre da un lato la vita economica dipende dal fondamento naturale, dipende dall’altro da ciò che viene stabilito dalla vita di diritto — per esempio, il tempo di lavoro, il rapporto del lavoro al singolo uomo, alla sua forza, alla sua debolezza, alla sua età. Non può esserci una giornata lavorativa massima o qualcosa di simile, piuttosto in realtà può esserci solo una limitazione verso l’alto e verso il basso. Tutto questo sono condizioni che fluiscono alla vita economica dal suo altro confine così come i fondamenti naturali fluiscono dal lato opposto.
Una volta che l’organismo sociale sia sano in questo modo, scompariranno per esempio le cose assolutamente mostruose che oggi esistono, cioè che il compenso risulti dalla vita economica stessa; così che quando c’è particolare buona congiuntura il salario sale, quando c’è cattiva il salario può essere ridotto. Questo si trasformerà nel contrario. La buona congiuntura potrà sorgere sotto l’influenza del salario del lavoro e viceversa.
Questo può essere particolarmente evidente anche nella rendita fondiaria, che oggi dipende spesso dal prezzo delle merci prodotte sulla terra, dal prezzo di mercato delle merci. Il giusto rapporto è solo il contrario: se il diritto che si esprime nella rendita fondiaria influenza a sua volta il prezzo di mercato. Spesso sotto questa tripartizione si stabiliscono proprio i rapporti invertiti che oggi esistono e che hanno causato le nostre convulsioni rivoluzionarie. Perché la vita intera procederà in modo diverso.
Cosa bisogna soprattutto considerare nel rapporto tra la vita economica e lo stato politico in senso stretto? Tra le cose che bisogna considerare voi stessi facilmente giungerete al fatto che qui viene in considerazione qualcosa che talvolta si sente come qualcosa di spiacevole — il pagamento delle tasse. Con il pagamento delle tasse si tratta solo del fatto che veramente si può comprendere chiaramente come dalle creazioni di surplus deve fluire la tassa, in quanto nella convivenza politica democratica si tiene sempre dinanzi agli occhi la condizione di vita dell’organismo politico proprio come si tiene dinanzi gli occhi la vita economica quando si compra e vende e così dal bisogno umano si percepisce chiaramente la realtà di questo rapporto economico. Ma questo avrà di conseguenza qualcosa che è oggi esattamente l’opposto di come la sana organizzazione sociale lo avrà. Non dico che con la legislazione fiscale si dovrebbe fare diversamente; nelle condizioni odierne molte cose non si possono fare diversamente o solo se gli errori vengono spostati da un’altra parte. Ma sotto l’influenza del sano organismo tripartito innanzitutto nella vita sociale sorgerà una visione completamente diversa sui singoli punti.
Si capirà che per la vita sociale come tale, per la vita dell’uomo nell’organismo sociale è insignificante se l’uomo riceve denaro. Perché quando l’uomo riceve denaro, si estrae dall’organismo sociale, e all’organismo sociale questo è perfettamente indifferente. Non ha alcun significato per le sue funzioni ciò che l’uomo riceve, bensì l’uomo diventa una creatura sociale solo quando spende. Solo dal spendere l’uomo inizia ad agire in modo socialmente. E qui si tratta del fatto che proprio nel spendere — non penso alle tasse indirette, ma alle tasse di consumo, che è qualcosa di completamente diverso — proprio nel spendere deve inserirsi il pagamento delle tasse. Naturalmente non posso illustrarvi questo nei dettagli, sebbene possa essere elaborato in dettagli, perché presuppone una conoscenza economica assai ampia per esporlo in una conferenza. Ma qualcosa di esso può comunque, direi, essere indicato.
Nella sana vita economica, distaccata dagli altri membri dell’organismo sociale, risulta naturalmente che per esempio in una regione che conta per l’organismo sociale — geograficamente, a causa del fondamento naturale — il grano deve essere prodotto più caro che altrove. E così può risultare che dalla semplice vita associativa l’equilibrio non viene creato. Ma allora si può correggere completamente la cosa attraverso la vita di diritto, in quanto semplicemente in tal caso — ciò risulterebbe da sé — coloro che comprano il grano più a buon mercato, cioè spendono meno, devono pagare una tassa più alta, di quelli che comprano il grano caro, cioè devono spendere di più.
Voi potete, quando lo stato di diritto regola appropriatamente il diritto nella vita economica, quando i diritti non sono solo interessi realizzati della vita economica, quando nel Reichstag non siedono i rappresentanti dell’associazione degli agricoltori, ma solo coloro che hanno da decidere da uomo a uomo sul diritto, allora potete creare una completa regolazione nella vita economica. Lo indico astrattamente in generale; nei dettagli dovrebbe essere elaborato. Così è con il rapporto fiscale tra la vita economica e la vita di diritto.
Il rapporto tra la vita economica e la vita di diritto da un lato e la vita spirituale dall’altro, è uno che può basarsi solo su una comprensione fiduciosa. Come il contributo fiscale deve indubbiamente essere coercitivo, anche nell’organismo sociale sano, così d’altro canto il contributo per la vita spirituale può essere solo volontario, perché la vita spirituale deve essere completamente posta sullo spirito dell’umanità. Deve essere completamente emancipata da tutto il resto. Allora agisce di nuovo proprio nel modo più profondo e intensivo su questo resto.
Questi sono di nuovo gli schizzi che posso darvi di come l’organismo sociale, quando è sano, deve funzionare. Questa tripartizione non è niente di inventato — questa tripartizione è semplicemente ciò che si può osservare quando si considerano le forze più profonde nello sviluppo dell’umanità che proprio oggi sono divenute attive e che si realizzeranno nei prossimi dieci, venti, trenta anni, per quanto voi vogliate o no qualcosa di diverso. Può trattarsi solo del come. Queste forze sono state osservate e sono state poste nella forma della visione. Ma allora in generale si deve vivere in relazione alla vita storica, in modo da divenire consapevoli di ciò che vuol realizzarsi nella storia. Questo non disturba la libertà perché la libertà riguarda qualcosa di completamente diverso. La libertà non è disturbata così come non è disturbata dal fatto che non si può raggiungere la luna, anche se magari la si volesse raggiungere e cose del genere. La libertà si realizza secondo le necessità che si trovano sia nel processo naturale che in quello storico di divenire.
Nella conferenza che Kurt Eisner ha tenuto poco fa dinanzi agli studenti di Basilea, si trova una frase straordinaria. Parte da una domanda veramente curiosa rivolta al mondo esterno di oggi: se cioè ciò che si può sperimentare ora come lo stato attuale dell’umanità sia una realtà, oppure se non sia piuttosto solo un sogno, se cioè ciò che l’umanità sperimenta ora sia veramente solo una specie di realtà sognata. La frase suona, come l’ha espressa là:
«Non odo io, o vedo io chiaramente non è così, che profondamente nella nostra vita vive quell’anelito e preme verso la vita, che riconosce che la nostra vita, come dobbiamo viverla oggi, è solo l’invenzione evidente di uno spirito malvagio. Immaginate, signore onorevoli, un grande pensatore che non sapesse nulla del nostro tempo, e che circa duemila anni fa avesse vissuto e sognato come la terra apparrebbe tra duemila anni, non avrebbe con la più fiorita fantasia potuto pensarsi un mondo come quello in cui siamo costretti a vivere. Quello che esiste è in verità l’unica utopia del mondo, e quello che vogliamo, che come anelito vive nel nostro spirito, è la più profonda e ultima realtà, e tutto il resto è orribile. Noi confondiamo solo il sogno e la veglia. La nostra compito è scuotere via questo vecchio sogno della nostra attuale esistenza sociale. Uno sguardo alla guerra: si può pensare una ragione umana che potrebbe ideare una cosa del genere? Se questa guerra non fosse stata quella che si chiama veramente, allora forse abbiamo sognato e ora ci stiamo svegliando. Siamo una società in cui gli uomini, nonostante la ferrovia e il vapore e le scintille elettriche, vedono solo una piccola parte di questa stella su cui siamo nati.»
Questo è il sentimento che Kurt Eisner ha espresso a Basilea poco prima della sua morte. Così la realtà costringe oggi l’uomo a chiedersi: stiamo sognando o siamo svegli? È questa realtà veramente una realtà vera? E sarebbe veramente bene se gli uomini oggi potessero porsi questa domanda o una simile in modo più ampio. Perché soprattutto si tratta del fatto che di fronte a ciò che vi circonda nel mondo esterno, siamo in grado di penetrare nella vera realtà, nella realtà vera. Abbiamo sottolineato in vari modi che oggi si tratta di non giudicare più ciò che il mondo ha bisogno, soprattutto quello di cui ha bisogno la nostra vita sociale, secondo le abitudini mentali in cui ci siamo inseriti nel corso degli ultimi secoli fino a oggi. Perché queste abitudini mentali — quando le riconosciamo veramente nel loro contesto — proprio hanno condotto all’attuale catastrofe. Durante questo è prevalsa l’abitudine di sentirsi come pratici della vita, come veri uomini pratici. E tuttavia si è partiti dalle più grosse astrazioni e si è cercato di realizzare queste astrazioni. Ma proprio nel fatto che gli stati sociali, la vita comune degli uomini ha espresso ciò che gli uomini hanno fatto fluire dalle loro abitudini mentali in questa realtà, per questo questa realtà è diventata gradualmente un’entità irreale, incapace di vivere, in cui l’uomo oggi si trova entro, e che egli prende per la sua realtà, che però non ha forze reali per poter esistere.
Questi sono i fattori che oggi non si possono sottolineare abbastanza fortemente, che veramente ogni persona che guarda i fatti con occhio imparziale dovrebbe dirsi chiaramente e apertamente. Questi fatti, anche se si svolgono inizialmente nel mondo esteriore quotidiano, parlano un linguaggio che chiaramente indica che la cura delle condizioni può venire solo dall’impulso del mondo spirituale. Perché ciò che si è estraniato dal mondo spirituale negli ultimi secoli, ciò che ha per così dire fatto economia senza badare a questo mondo spirituale, è finito oggi in un vicolo cieco da cui non potrà più trovare la via d’uscita. E è pura leggerezza se oggi si crede ancora che si possa continuare a fare economia con gli stessi mezzi con cui si è stati spinti in questa catastrofe. Che cosa abbiamo sperimentato? Abbiamo sperimentato che l’umanità credeva di aver creato uno stato che dovesse essere designato come lo stato della massima civiltà materiale. Pensiamo indietro, a come veramente avevamo comodità prima che agosto 1914 fosse iniziato. Pensiamo a come potevamo passare da terra a terra nel modo più facile, quando eravamo dentro quella corrente dell’umanità che in qualche modo poteva procurarsi i mezzi esterni per farlo. Pensiamo a come era facile comunicare ai luoghi più remoti del mondo oltre i confini del paese per telegramma, addirittura per telefono. Pensiamo a tutto ciò che l’umanità ha chiamato la civiltà moderna. E pensiamo a quello che è diventato questa civiltà moderna per l’Europa da agosto 1914. Consideriamo le condizioni in cui viviamo oggi. Sì, cari amici, veramente non occorre molto per riconoscere che uno non va senza l’altro, che in come abbiamo vissuto — così «comodamente», così «civilizzato» fino ad agosto 1914 — le attuali condizioni erano così radicate, così radicate che in quel momento una volta in una conferenza a Vienna che fu tenuta prima della guerra, l’ho designato come l’agire di una malattia sociale, di un carcinoma all’interno della società umana. Bisogna attribuire un certo valore al fatto che la scienza spirituale ci costringe — allora, quando tutto era così «comodo», quando il mondo era così «civilizzato», quando tutto andava secondo i desideri degli uomini che potevano sviluppare un tale desiderio in base alla loro posizione sociale — allora, quando gli uomini penetravano i fatti, di non poter dire nulla di diverso da: noi viviamo in una società non sana, ma malata. Per la cura è stata offerta a questa società malata da tempo quella che è il pensiero antroposofico. E non ci sarà nulla di diverso per arrivare alla cura se non il riconoscimento che tutto il resto è più o meno ciarlataneria, ciò che non è disposto ad arrivare a questo modo di pensare rivolto al vero spirituale. Dobbiamo di nuovo versare realtà in ciò che l’umanità oggi sogna. Da dove dovrebbe venire? Lì dove i veri uomini pratici della vita ricavano i loro pensieri non è presente. Veramente c’è realtà solo dove lo spirito è visto. Da lì devono essere presi anche i principi, gli impulsi che possono fluire nella società. Perciò l’attenzione a questa connessione delle cose deve essere sempre sottolineata.
Ho menzionato spesso nei contesti di queste conferenze il nome Fritz Mauthner. Egli, dividendo il pensiero contemporaneo in una serie di parole chiave che ha disposto alfabeticamente, ha prodotto due volumi che chiama un «Dizionario Filosofico», nel quale però veramente il pensiero contemporaneo è registrato nel suo modo e con la sua critica, che a volte è bruciante, aspra. In questo è anche la questione dello stato, della res publica. Fritz Mauthner è dalle sue visioni anche giunto a una sorta di risposta alla domanda: che cos’è veramente lo stato? E non arriva a nessun’altra definizione che: lo stato è un male necessario. Veramente, non si può negare la sua necessità. Ma alcuni uomini si sono già resi conto che la struttura sociale che oggi chiamiamo lo stato ha proprio condotto a quello in cui viviamo. Così la chiamano un male necessario, perché il suo carattere malvagio nella sua forma attuale è evidente alle persone. Ma la questione è solo come si arriva a una concezione positiva di fronte a questa negativa.
Vedete, quando uno nega qualcosa, allora deve essere indicato ciò che è affermativo. Ora, se qualcuno dice: lo stato è un male necessario, allora si tratta propriamente di indicare il positivo. Lo stato è presentato lì come il contrario di qualcosa. Che cos’è allora questo qualcosa, di cui dovrebbe essere il contrario? Qui risulta per il contesto della scienza spirituale qualcosa di straordinario. Vedete, si comprende lo stato solo quando si penetra la struttura di diritto che si sviluppa nello stato e secondo la quale le relazioni di proprietà, le relazioni di lavoro e così via vengono regolate, e ci si chiede: con che cosa si può confrontare veramente questa struttura di diritto?
Ora, cari amici, avete dalle varie esposizioni nei miei libri e conferenze conosciuto descrizioni del mondo spirituale, avete conosciuto lì i rapporti che esistono nel mondo spirituale, cioè nei tempi che l’uomo attraversa tra la morte e una nuova nascita. E la domanda è: come si comportano questi rapporti, nei quali da uomo a uomo sta tra morte e nuova nascita, verso i rapporti di diritto che vengono stabiliti all’interno della comunità statale sul piano fisico? Non appena ci si pone intelligentemente questa domanda, si riceve la risposta: la struttura statale è l’esatto opposto; la struttura statale riguardante le relazioni umane che vengono stabilite dallo stato è l’esatto opposto di quello che sono le relazioni umane nel mondo spirituale. Questo vi dà, cari amici, una vera concezione dello stato. Le persone che non conoscono il mondo spirituale veramente non possono acquisire una concezione dello stato, perché hanno solo determinazioni negative tra uomo e uomo. Le determinazioni positive sono quelle che emergono quando anima si pone in relazione con anima nel mondo spirituale. Leggete a questo scopo il capitolo sulla «Terra dei desideri» nella mia «Teosofia»; lì troverete che ha luogo una certa regolazione delle relazioni da anima a anima, che poi continua anche in ciò che può essere chiamato il «Regno dei Cieli», e vedrete che queste relazioni sono regolate da certe forze che vanno da anima a anima, e che si possono esprimere per mezzo della collaborazione di simpatia e antipatia. Leggete in questo capitolo della mia «Teosofia» come simpatia e antipatia producono un certo rapporto tra anima e anima nel mondo spirituale, e vedrete che nel mondo spirituale tutto si basa sull’interiorità, cioè su quello che da anima a anima agisce per mezzo delle forze di simpatia e antipatia. Ciò che nel mondo spirituale agisce da anima a anima per mezzo delle forze di antipatia è coperto dalla corporeità nell’uomo sul piano fisico; e perché è coperto, perché il vero e proprio rapporto sostanziale da anima a anima è coperto qui sul piano fisico, allora il rapporto più esteriore deve accadere precisamente sul territorio dello stato qui sul piano fisico: il rapporto di diritto. Mentre quello che deve essere descritto della vera scienza spirituale è lo sviluppo delle più intime forze dell’anima, quello che può vivere nello stato è solo l’assoluto più esteriore nella relazione da uomo a uomo. E lo stato non è sano quando vuole stabilire una relazione diversa da quella che è il più assoluto rapporto di diritto. Perciò dallo stato deve essere eliminato tutto ciò che non si basa sul più assoluto rapporto di diritto tra uomo e uomo. E alla sfera dello stato deve affiancarsi la sfera spirituale — l’amministrazione delle questioni culturali spirituali — e deve affiancarsi da un altro lato la pura attività economica, la terza parte dell’organismo sociale. Mentre lo stato propriamente rappresenta il contrario completo del mondo spirituale, così — come vi ho già indicato da un altro punto di vista qui una volta — la vita spirituale è una sorta di continuazione di quello che abbiamo veramente sperimentato nel vero mondo spirituale prima di scendere sulla terra per mezzo della nascita. Quello che viviamo qui in religione, scuola, educazione, arte, scienza e così via, insieme ad altro, che sviluppiamo in questa relazione da uomo a uomo, quello è la continuazione terrestre, ma solo come riflesso, come immagine specchiata di quello che è la vera vita spirituale prima della nascita. E quello che abbiamo nella vita economica, quello che abbiamo in questa vita comunemente detta materiale, è la causa di molte cose che dovremo di nuovo sperimentare quando saremo passati attraverso la porta della morte, cioè nella vita dopo la morte. Ma lo stato non ha relazione con la vita spirituale. È il contrario completo della vita spirituale. L’uomo che vuol comprendere il presente con i suoi fatti spaventosi deve imparare a penetrare questo. L’uomo contemporaneo deve imparare a comprendere come sia necessario rivolgersi di nuovo alla realtà spirituale per arrivare a una visione della realtà esterna. Simpatia e antipatia agiscono insieme nel mondo spirituale. Ciò che ci rimane del mondo spirituale in antipatia quando scendiamo sulla terra per mezzo della nascita, ciò che ha ancora da essere consumato a causa delle antipatia che ci siamo acquisiti nel mondo spirituale, questo vive come cultura spirituale qui. Noi impariamo come uomini a comprenderci nel linguaggio e in un certo senso a intrecciare una connessione spirituale da uomo a uomo perché dobbiamo superare certe antipatia che ci sono rimaste dal mondo spirituale. Noi impariamo in certe concezioni a parlare insieme, ad avere pensieri comuni in un’arte comune, in una confessione religiosa comune, perché in questo modo superiamo certe antipatia che abbiamo avuto l’uno verso l’altro nel mondo spirituale. E noi impariamo nella vita economica a dipendere l’uno dall’altro, a lavorare l’uno per l’altro, a scambiarci vantaggi contro vantaggi nella vita economica, perché in questo modo creiamo le fondamenta per certe simpatie che dovrebbero svilupparsi tra le anime nella vita dopo la morte — tra quelle tra le quali non c’è già un’attrazione per mezzo di normale karma.
Così dobbiamo comprendere come collegare il mondo terrestre qui con il mondo spirituale. E infine la causa più intensamente attiva del nostro tempo catastrofico è il fatto che l’uomo ha completamente perso la connessione con il vero mondo spirituale, e il mondo spirituale è per lui diventato in larga misura semplicemente una frase. Sempre più e sempre più questo mondo spirituale è diventato una frase nel corso degli ultimi quattro secoli all’interno delle classi dirigenti dell’umanità. E sempre più si sono sviluppati nelle masse cupe instinti del proletariato le sete inconsce, non conscie per qualcosa d’altro, diverso da quello che la cosiddetta cultura, scienza, arte, religione e così via delle classi dirigenti può offrire loro.
Quanto fatica gli uomini hanno nel comprendere che in relazione alla vita spirituale abbiamo bisogno di imparare gradualmente un linguaggio completamente nuovo. Gli uomini in fondo vogliono che i vecchi linguaggi continui ad essere parlati. Perché dovrebbe funzionare se si continua a parlare il vecchio linguaggio. Sentiamo allora profeti untanti nel presente sviluppare le loro visioni. Vi ho già una volta indicato tale visione. Si dice per esempio di uno, su cui effettivamente si dà molta importanza nel presente: questa guerra mondiale avrebbe mostrato che gli uomini sì vivevano in una sorta di organizzazione esterna, ma che non si erano avvicinati interiormente l’uno all’altro. E così all’interno di questa guerra mondiale si è verificato di nuovo un regresso nella vecchia barbarie. E allora per la salvezza da questa barbarie sviluppare in realtà solo certi, si potrebbe dire, fraseologie di sentimento, che rinviano gli uomini a ricordarsi di una sorta di vita spirituale interiore. Ma, cari amici, non si tratta oggi di esortare gli uomini a tornare a essere buoni cristiani, di imparare ad amare di nuovo i loro simili, di trovare una connessione spirituale interiore da uomo a uomo. Oggi si tratta molto più di sviluppare una forza dello spirito che sia capace di dominare veramente le condizioni esterne, di dare veramente una struttura alle condizioni esterne, affinché l’organismo sociale diventi vitale. Non si può veramente dire, se si è completamente onesti, che gli uomini del presente principalmente e prima di tutto soffrono del fatto che non credono allo spirito. Ci sono abbastanza persone nel presente che credono allo spirito, e infine ogni villaggetto ha la sua chiesa, dove, penso, si parla molto dello spirito. E un certo rispetto per lo spirito è perfino in coloro che lo combattono. Un certo discorso dello spirito rimane negli uomini nelle loro abitudini mentali. L’uomo di Anzengruber che dice: «Per quanto è vero che Dio è in cielo, sono un ateo», non è poi così raro, anche se non sempre pronunzia queste parole. Non si tratta di parlare dello spirito, o nemmeno che gli uomini credano allo spirito, ma si tratta oggi del fatto che lo spirito diventi efficace in tutta la vita materiale, che si comprenda che la materia non può stare da nessuna parte senza lo spirito. Ma da questa intuizione si è oggi più lontani che mai. Uno si atteggia in modo nobile, disprezza la vita esterna materiale, la considera un male necessario e si rivolge alla vita interiore, diventa forse teosofo per poter sviluppare accanto alla vita esterna il suo sviluppo interno, perché la vita esterna è senza spirito e si deve dedicare alla vita interna contemplativa. Un altro non si eleva in questo — il pensiero socialista direbbe — in questo modo di pensare borghese il più decadente, perché è l’ultimo aborto del modo di pensare borghese quello che ho appena caratterizzato, ma egli comunque ha la convinzione: da un lato c’è la realtà materiale, in cui vivono capitale, forza-lavoro umana, credito, obbligazioni ipotecarie, obbligazioni, denaro in generale. Questa è la realtà senza spirito. Dall’altro lato c’è quello che si deve aspirare dal più profondo del cuore come la vera realtà spirituale.
Ora, si potrebbero ancora fare molte variazioni di questa peculiare visione del rapporto tra la vita materiale e la vita spirituale come esiste nel presente, perché le persone in generale hanno il sentimento che quando si va allo spirito, ci si deve allontanare dalla realtà materiale esterna. Infine, è collegato con questo il fatto che abbiamo nel presente così tante esistenze rotte, così tanti uomini che sono insoddisfatti della vita esterna. Cari amici, veramente non parlo pro domo mea, perché io sono stato fatto semplicemente dal mio karma solo a quello che agio come. E se il mio karma mi avesse fatto qualcosa d’altro, anch’io lo capirei. Non parlo pro domo mea. Ma tuttavia devo dire: non c’è nulla di ininteressante nella vita, se solo un organismo sociale sano è presente, nel quale l’uomo nel modo appropriato è posto secondo il suo karma. Fondamentalmente nessun uomo nel mondo ha ragione di considerare un qualsiasi corso della vita come di minore valore di un altro. Ma deve essere portata avanti la guarigione dell’organismo sociale, affinché l’ultimo operaio sia tanto collegato a una vita spirituale, come colui che casualmente può occuparsi da se stesso della vita spirituale. Perché il danno più grande nella vita sociale del presente è che ci sono cerchi chiusi all’interno dei quali si sviluppano interessi particolari, che agli altri veramente non sono accessibili. Sentite solo come nei tempi moderni sempre più si è sviluppato l’isolamento nella religione, nell’arte e in tutto il resto all’interno dei cerchi borghesi, e come al di fuori di questo isolamento stanno i cerchi proletari, a cui si fanno «manifestazioni popolari», si fondano «case del popolo», si dà «arte popolare» e così via. Ma quello che si dà è sorto dai sentimenti della classe borghese. Quando il proletario lo riceve, lo riceve attraverso una menzogna della vita; perché solo ciò che è sorto dall’esperienza comune può essere vita spirituale comune. Non è un’esperienza comune quando un individuo — lo prendo come un fatto compiuto, per esempio il giorno lavorativo di otto ore — sta per otto ore alla macchina, e l’altro ha la possibilità di costruire una vita sociale all’interno di una certa classe, e allora dopo le otto ore getta quello che ha ricavato dalla sua visione interiore come bocconi a colui che sta alla macchina, ma che secondo la sua struttura più interna, il suo stato più interno, può solo essere compreso da colui che appartiene alle classi precedentemente dominanti.
All’interno dei cerchi dominanti è stata data la possibilità, dalle basi educative certe, dalle basi di educazione, comunque all’uomo — diciamo, per scegliere un esempio concreto — sulla Vergine Sistina di parlare. Sì, cari amici, ho condotto operai attraverso gallerie, ho visto quale menzogna è sospingere davanti al proletario odierno qualcosa che, diciamo, sia simile ai sentimenti che l’uomo borghese odierno può avere verso la Vergine Sistina. Non è possibile. Se uno lo tenta, allora non stabilisce nulla di diverso che una menzogna della vita sulla scena, perché non c’è vita comune tra le classi. E dove non c’è vita comune tra le classi, nemmeno si può parlare in un linguaggio che entrambi veramente comprendono. Le classi precedentemente dominanti hanno avuto la fortuna attraverso lo sviluppo storico precedente di ricevere anche nella arte qualcosa che può radicinarsi nei loro sentimenti di vita. Attraverso il modo in cui l’umanità finora ha vissuto, qualcosa come la Vergine Sistina è diventato un dono per le classi dominanti. Per i circoli non dominanti è d’inizio incomprensibile. Allora si deve prima cercare il linguaggio che può essere comune a entrambi — cioè, si deve aspirare primo, a trovare una vera educazione generale umana. E le nostre scuole, le nostre università sono lontane da questa educazione generale umana.
Non è sufficiente che si realizzi quello che si aspira spesso: la scuola popolare universale. In una scuola popolare universale si dovrà insegnare qualcosa di completamente diverso — cioè nel modo che solo dalla vita spirituale libera, distaccata come membro dell’organismo sociale sano, può venire. Si dovrà insegnare completamente diversamente da come insegna oggi. Perché nel più profondo interiore il proletario non capisce quello che viene insegnato nella scuola popolare di oggi.
Ora troverete una contraddizione in quello che dico. Potete legittimamente trovarla. Potete dire: Sì, ma nella scuola popolare sono tutti uguali, perché il bambino proletario dovrebbe capire meno di quello che viene insegnato, di quello che il bambino borghese? Il bambino borghese veramente non capisce nulla nemmeno lui; perché il nostro intero sistema scolastico popolare è così poco sano che praticamente tutto quello che viene insegnato nella scuola popolare non viene compreso. E solo alcuni, cioè quelli che appartengono alle classi dominanti, che hanno il denaro per salire a scuole superiori, in cui queste scuole superiori gettano un’ombra indietro sulla scuola popolare, e così si comprende qualcosa di quello che si è imparato prima. E coloro che non hanno la possibilità di gettare un’ombra indietro su quello che si è imparato prima, semplicemente non hanno alcuna possibilità di accogliere in qualche modo l’educazione scolastica, che oggi vive come una realtà sognata in mezzo a noi.
Questo è quello che si dovrebbe tener presente come la serietà del tempo, come la serietà della situazione. E non è forse palese che solo una nuova vita spirituale può porvi rimedio? Perché provate solo una volta a essere onesti su un campo o un altro. Prendete per esempio quello che si è svolto nel corso dei decenni passati nel campo dell’arte e della comprensione dell’arte. Sì, provate una volta a rappresentarvi spiritualmente come si è parlato di arte: quello che gli artisti hanno detto, come si deve dipingere, come si deve scolpire e cose del genere — quello che i critici hanno fatto valere come loro comprensione nei confronti di questi pittori e scultori. Seguite tutto questo, e provate una volta a renderlo chiaro al proletario che sta otto ore alla macchina, e che dovrebbe anche ascoltare tutto questo. Questo è spazzatura per lui, non serve assolutamente a lui. L’unico reale è che vede una vita che gli altri conducono tra loro, da cui è escluso in modo antisociale, da cui quindi non può acquisire l’idea che appartenga a un’esistenza degna dell’uomo; da cui può solo acquisire l’idea: tutto questo è lusso.
Ora prendete questo concretamente, cari amici! Non è come se io giudicassi le cose, voglio solo caratterizzarle. E le cose devono tutte essere comprese. Ma considerate cosa ha prodotto quest’ordine della società borghese, che si è sviluppato così comodamente fino al 1914. L’ho ancora sperimentato negli anni Ottanta, quando per esempio i giovani di Vienna hanno tutti imitato quello che allora era una nuova direzione artistica che proveniva da Parigi. Questi giovani hanno fatto versi su versi, hanno fatto tutto il possibile per avere gli anelli più scuri intorno agli occhi, si sono aggirati pensierosamente per le strade, hanno celebrato i meriti della decadenza, hanno dichiarato che volevano dormire solo in una stanza in cui il profumo della tuberosa riempiva tutto. E allora da questi fondamenti si è discusso come deve essere veramente strutturato un verso. Non voglio giudicare quello che lì è venuto fuori; è venuta fuori anche una faccia dell’umanità — è un caso estremo. Ma alla fine si è arrivati così che è venuto fuori solo qualcosa che a una gran parte dell’umanità moderna non poteva sembrare diverso che come un gioco di spirito lussuoso; quello che a questa parte dell’umanità non poteva sembrare come una necessità per un’esistenza degna dell’uomo. E infine nella vita tutto dipende da quello che pulsa nelle anime umane, da come le anime umane possono muoversi dentro la vita. Era già un carcinoma sociale che è venuto fuori in modo terribile.
Da queste cose si deve vedere che allora i fatti sono arrivati così lontano che non possiamo parlare ulteriormente con le vecchie concezioni, che dobbiamo imparare un nuovo linguaggio. E non è forse palese, cari amici, che qualcosa di generale umano deve essere aspirato? Non verrà compreso subito in che misura è un’umanità generale; ma nel nostro edificio è stato aspirato qualcosa di generale umano. Lì non dovrebbe stare nulla, che possa interessare solo il borghese o che il proletario non potrebbe capire. Se anche vengono imposte le più alte esigenze spirituali, quello che è stato aspirato è completamente generale umano; certamente molto è imperfetto e il borghese vi fluisce ancora da molti lati; ma nel complesso, nel principale — intendo naturalmente non le persone — è quello che è stato aspirato è completamente generale umano; è, anche se sono forme tirate fuori dal spirituale, qualcosa che ogni uomo può capire.
Dal punto di vista della vita può essere compreso. Certo, si deve ancora parlare oggi in diversi modi a uno e all’altro, perché gli uomini vengono da diversi punti di vista della vita. Ma è possibile anche portare a colui che è più semplice, il carattere più primitivo oggi quello che deve parlare dalle nostre forme e da tutto il resto delle cose del nostro edificio. E così su ogni campo della vita allora veramente dovrebbe essere fatto il tentativo di venire fuori dal vecchio e di parlare un nuovo linguaggio, di comprendere come siano stati proprio i vecchi modi di rappresentazione quelli che ci hanno portato in questa catastrofe.
Vedete, oggi si dice: considerate la moderna aspirazione socialista — mette paura a molte persone — e confrontatela per esempio con lo spirito del Sermone della Montagna, dove i sofferenti e i carichi non avrebbero dovuto portare un nuovo ordine mondiale attraverso la lotta di classe, ma attraverso l’amore. Non porto esempi inventati, ma solo le cose che oggi sono predicate da insegnanti di morale molto noti, e che sono state dette innumerevoli volte nelle ultime settimane. Le cose sono tutte prese dalla vita. Avreste potuto sentire due giorni fa a Berna come qualcuno ha detto ancora una volta: tornate allo spirito puro del cristianesimo, allo spirito del Sermone della Montagna; questo non si trova nella moderna lotta di classe. Purtroppo, è stato detto, lo spirito cristiano finora è stato valido solo nella vita privata; deve entrare nella vita degli stati. La vita, la vita pubblica esterna dovrebbe diventare cristianizzata. Allora alcune persone arrivano e dicono: Questo è parlare dello spirito; infine viene detto il modo in cui le cose devono essere affinché l’umanità moderna si stacchi dall’infelice materialismo e si rivolga di nuovo allo spirito dell’amore. — Ma, cari amici, il fatto è semplicemente che la gente ha parlato così per quasi duemila anni e non ha aiutato, e che finalmente avrebbero potuto notare che oggi è necessario un linguaggio diverso.
Ma spesso oggi non si nota nemmeno quale sia la differenza tra i due linguaggi. Non si nota nemmeno che è radicalmente diverso sostenere quella vita spirituale che vuole intervenire immediatamente nella realtà più materiale, perché è convinto che la materia come semplice materia, cioè come qualcosa di spregevole, non ha alcuna realtà, perché in tutta la realtà vive lo spirito. E dove apparentemente vive solo la materia, semplicemente non si vede lo spirito. Quindi si deve anche essere chiari sul fatto che oggi spinge, sviluppare tale spirito che appunto padroneggia la realtà, che può immergersi nella vita materiale, che non sa solo dire: approfondatevi, troverete Dio nel vostro interiore, svilupperete la fonte dell’amore in voi, troverete il cammino dall’ordine sociale odierno a uno in cui l’uomo interiormente sta vicino all’uomo! No, oggi si tratta di trovare tale spirito, tale linguaggio, tali cristiani che non solo parlano di cose etiche e di cose religiose, ma che sono così forti nello spirito che lo spirito è capace di abbracciare le cose più quotidiane ordinarie, che dallo spirito si può dire quello che deve accadere per trovare la via, il sentiero salutare fuori dalle devastazioni del capitalismo, fuori dall’oppressione della forza-lavoro umana e così via.
Il caso è come segue, che gli uomini col loro sentimento percepiscono quello che è ostacolante, quello che causa malattia nell’organismo sociale, ma che non vedono fino ai fondamenti. Che oggi il denaro causa molti danni, si vede sia in piccolo che in grande. Nel piccolo, nella sua vicinanza immediata lo vede chi non ce l’ha, il denaro. È giunto il momento in cui la vecchia indulgenza ha cessato, quella che con il proverbio «Uno ha il portafoglio, l’altro ha il denaro» se l’è cavata un po’ sopra le cose; è giunto il momento in cui la gente non vuol più saperne di tali cose. Che ci sono molti danni dal denaro, la gente li nota — anche se ora raramente valicano il confine — non è vero, è entrata la pace profonda, ma la gente ora può meno valicarlo di quanto potesse durante la guerra — di nota: là fuori una marca vale così e così, qui vale così poco. La questione del denaro si collega alla questione della valuta, alla questione della valuta. Così la gente nota in piccolo e in grande che con il denaro c’è qualcosa che non va, e questo è legato ai più comuni stati umani. Pensano a come si potrebbe rimediare ai danni che si sono creati adesso. Ma la gente non nota che è diventato necessario oggi penetrare dai soliti pensieri esterni che si legano alle condizioni stesse fino ai pensieri originari.
Tutti gli stabilimenti umani si basano su determinati pensieri originari. E se la vita umana conduce al fatto che le istituzioni possono sempre più allontanarsi da questi pensieri originari, allora questi pensieri originari si ritirano nella profondità umana e diventano sentimenti, diventano istinti, che si esprimono in modo tale che i pensieri originari non si riconoscono subito. Quello che oggi si presenta come esigenza sociale è la reazione dei pensieri originari alle condizioni umane odierne. E coloro che costruiscono i loro pensieri semplicemente sui rapporti odierni sono i peggiori chiacchieroni. Perché tutte le pretese proletariane non sono nulla di diverso che sentimenti mascherati che si radicano nei pensieri originari. E a quei pensieri originari appartiene la separazione della vita spirituale, della vita dello stato politico e della vita economica, come è stata rappresentata qui. Verso di essa gli istinti si sforzano. E non riposeranno finché almeno la direzione verso questi pensieri originari non sia assunta di nuovo al tempo della crisi pesante in cui abbiamo perso così tanto i pensieri originari.
Tutto il resto sarà ciarlataneria, anche riguardante i quesiti esteriori, strettamente materiali. Perché oggi qualcuno persino da cattedre si chiede: che cos’è veramente il denaro? Su questa domanda si discute enormemente: il denaro è una merce o è semplicemente un simbolo di valore? L’uno è dell’opinione che il denaro è anche una merce tra le altre merci che vengono scambiate sul mercato economico; che si sia solo scelta una merce conveniente per non aver conflitti di altri scambi della vita economica odierna. Perché pensa solo: sei un falegname. Non ci sarebbe denaro e tu fossi un falegname. Hai bisogno di mangiare, devi avere verdure, devi avere formaggio, burro; ma sei un falegname, fabbrica tavoli e sedie. Devi allora con i tuoi tavoli e sedie andare al mercato da qualche parte e devi cercare di sbarazzarti di una sedia — per esempio — per avere dal tizio che la vuole una certa quantità di alimenti di cui hai bisogno. Devi uno scambio per una sedia, affinché qualcun altro ti dia un vestito. Pensa solo cosa significherebbe! — Ma in realtà uno non fa nulla di diverso da questo. È solo mascherato dal fatto che c’è una merce universale, il denaro, nella quale si può scambiare tutto il resto, e che le altre merci possono aspettare finché gli uomini le hanno bisogno.
Ora, però, sembra come se il denaro fosse solo un mezzo. Quindi alcuni economisti politici sono dell’opinione: il denaro è una merce. Se c’è cartamoneta, allora è solo come sostituto della merce. Perché la merce, che conta, è l’oro; e gli stati sono stati obbligati una volta a introdurre il sistema aureo, in quanto lo stato economico principale che guida il presente, l’Inghilterra, ha scelto l’oro come unica merce di valore, merce di compensazione, e gli altri stati hanno dovuto seguire. È solo così che questo mezzo è là, e l’artigiano non deve andare con le sue sedie al mercato, ma vende quello che la gente vuole allora al momento, per denaro lo riceve, e può allora il suo verdure e il suo formaggio, il suo formaggio comprare.
Sì, ma dicono gli altri, l’essenza del denaro non consiste in questo, perché è completamente indifferente — e la pratica ha anche mostrato questo fino a un certo grado — se veramente il piccolo pezzo d’oro si possiede nel rapporto con le altre merci così e così, o se non è presente affatto, ma solo un sostituto, su cui il timbro dice che vale così e così. Il nostro denaro cartaceo moderno è qualcosa che porta un timbro così: vale così e così. E ci sono oggi definitivamente economisti nazionali che lo considerano il più inutile che ci sia una base d’oro come valore per il denaro cartaceo nelle banche. Ci sono anche alcuni stati che hanno solo una valuta cartacea, che non hanno un tesoro d’oro per la valuta cartacea. Riescono anche a fare economia in un certo modo in condizioni odierne.
Comunque, vedete da questo — e dobbiamo porre questa questione su base puramente umana nel nostro campo — che esistono oggi persone intelligenti che considerano il denaro come una merce; e altri intelligenti che lo considerano come un semplice timbro, come una semplice marca. Che cos’è allora veramente? — Nelle condizioni odierne è entrambi. In base a questo è chiaro che oggi sotto i rapporti odierni soprattutto nel commercio internazionale in molteplici modi il denaro ha solo il carattere di una merce, perché l’altro sono tutto iscrizioni di crediti. Quello che veramente vale come sicurezza in serietà, sono i veri scambi di merce d’oro, che vengono praticati da stato a stato. E tutto il resto si basa solo sul fatto che si ha la fiducia: se viene consegnato così e così tanta carta o cambiale o qualcosa del genere da uno stato all’altro, allora colui che lo fornisce ha veramente anche la scorta d’oro; cioè, la merce è lì, la merce d’oro, che viene allora trattata come un’altra merce. Non è vero: date a un commerciante credito, indifferentemente se ha oro o pesce o qualcos’altro, se ha solo una copertura attraverso qualcosa di reale. Così nel commercio internazionale soprattutto il denaro è merce.
Ma lo stato si è intromesso. Lo stato ha gradualmente trasformato il denaro in qualcosa di solo stimato, in qualcosa di solo timbrato. L’uno funziona con l’altro, e i danni che ci sono derivano semplicemente da questo. L’unica possibile cura consiste nel fatto che spostate tutta l’amministrazione del denaro a ciò che abbiamo considerato la terza parte dell’organismo sociale sano: l’organismo economico, sciolga tutta l’amministrazione del denaro dall’organismo statale — allora il denaro avrà il carattere di merce e avrà il suo valore di merce sul mercato delle merci. Non avrebbe più luogo quel curioso rapporto che esiste oggi e che rappresenta una strana relazione tra valuta e salario. Il curioso è oggi che la valuta scende quando il salario sale, e il lavoratore spesso non ha nulla quando gli viene dato un salario ancora più alto, perché per questo salario non riesce a comprare nulla di diverso da quello che poteva comprare prima per il suo salario molto più basso. Se i salari aumentano e allo stesso tempo i prezzi dei generi alimentari aumentano — cioè, la valuta diventa completamente diversa — allora tutti gli altri rapporti non aiutano. Rimedio può essere creato solo se si separa l’amministrazione anche di questo bene economico, del denaro, dallo stato politico e se il denaro che è lì, per provocare confronti dell’uno con l’altro, può anche essere amministrato dalla terza parte, dal membro economico dell’organismo sociale sano.
Così con la soluzione fondamentale nella tripartizione si risolvono anche i problemi speciali in modo sano. Perciò oggi chiunque voglia sviluppare pensieri sani per l’organismo sociale deve tornare ai pensieri originari. Oggi i responsabili degli stati si chiedono: che cosa dovremmo fare nei confronti della valuta andata in caos? L’unica risposta che deve essere data loro è questa: Per amor di Dio lasciate le mani, nella misura in cui siete responsabili dello stato politico e trasferite l’amministrazione della valuta e del denaro all’organismo economico. Lì e solo lì possono essere create fondamenta sane per questi affari. Si deve veramente riuscire a tornare a quello che oggi rende le cose sane. Avevamo prima della catastrofe bellica uno strano fatto — perché da stato a stato c’era uno stato sul quale le tassazioni politiche che valevano internamente non avevano effetto — che da stato a stato operavano rapporti che necessariamente risultavano — per esempio, nella vita economica attraverso la vita economica stessa. Da stato a stato, cioè internazionalmente, agivano. All’interno dei singoli stati non agivano, perché lì lo stato estendeva la sua struttura sulla vita economica. Questo ha generato i conflitti che possono essere eliminati dal mondo solo se stiamo davvero verso la tripartizione. Allora sempre, nei momenti opportuni, i fatti dell’un membro nell’organizzazione sociale correggono i fatti dell’altro membro, se questi devono essere corretti. Non è possibile diversamente se non oggi tornare ai pensieri originari — a questa pratica trinità: vita spirituale, vita economica, vita dello stato. Perché solo gli uomini che verranno collocati in tale organizzazione della società potranno risolvere i compiti che oggi devono essere risolti, da uno o dall’altro punto di vista. Solo quando in una parte viene fatto economia, nell’altra viene detto democraticamente e il diritto espresso, rispettivamente il diritto fissato, nella terza vengono ordinate tutte le circostanze spirituali — solo allora una guarigione dell’organismo sociale può essere ottenuta. Ma naturalmente come nell’organismo umano i tre membri cooperano — il sistema della testa con il sistema cuore-polmone, con il sistema metabolico — così naturalmente anche nell’organismo sociale sano i tre membri cooperano. L’uno agisce nell’altro. Così come sentirai un’indigestione gastrica nella testa, semplicemente perché la testa non è adeguatamente fornita dallo stomaco, sebbene i tre sistemi siano separati, così anche nell’organismo sociale, quando è completamente sano, un membro, per esempio il membro economico agisce dentro il membro di diritto, nel membro spirituale. Proprio allora agiscono nel modo giusto quando i tre membri sono indipendenti. Ma questo corretto cooperare senza indisposizione si presenta solo quando i tre membri sono indipendenti e ognuno è amministrato secondo le sue leggi.
Come, per esempio, la vita spirituale ha un effetto sulla vita economica con il suo operare? Che cosa è veramente presente nella vita economica dal lato dello spirito? Sapete cosa è là? — È proprio il capitale. Il capitale è lo spirito della vita economica. E gran parte dei danni del nostro tempo si basa sul fatto che l’amministrazione del capitale, la produttività del capitale è stata strappata dalla vita spirituale. È proprio questo che conta, cioè che il rapporto, diciamo, del lavoratore corporeo che lavora al lavoratore che organizza con l’aiuto del capitale, possa essere trattato nell’organismo sociale sano come una relazione di fiducia che riposa sulla mutua comprensione, come per esempio la scelta della scuola libera. Nell’organismo sociale sano non può continuare quell’esclusione tra l’imprenditore e il lavoratore. Oggi il lavoratore sta alla macchina e non sa nulla se non ciò che accade alla macchina. Perciò naturalmente egli guida naturalmente il suo gioco di gioco al di fuori della fabbrica. E l’imprenditore da parte sua ha una propria vita — ve l’ho descritto prima — come si è sviluppato che i giovani con anelli scuri sotto gli occhi andavano in giro e tuberosi al letto avevano, quando dormivano. L’imprenditore guida la vita spirituale staccata — staccata bene per gli altri, non per lui. Ma una certa vita spirituale deve penetrare che non separa il lavoratore corporeo e quello spirituale — allora il capitalismo è posto su una base sociale — non però come i chiacchieroni del presente credono, ma dal fatto che veramente la possibilità sia creata che ogni singolo lavoratore stia in una connessione spirituale con tutti coloro che organizzano il suo lavoro e che trasferiscono di nuovo il prodotto del suo lavoro nell’organismo sociale o addirittura nel mondo intero.
Deve essere considerato come una necessità che sia lavorato alla macchina, sia anche discussioni regolari tra l’imprenditore e il lavoratore gli affari si svolgeranno, affinché il lavoratore abbia continuamente una visione completa di ciò che accade — è questo che deve essere aspirato per il futuro — e affinché l’imprenditore sia obbligato in qualsiasi momento a svelarsi completamente davanti al lavoratore e a discutere con lui tutti i dettagli, affinché una vita spirituale comune circonda la fabbrica, l’impresa. Questo conta. Perché è solo possibile che quel rapporto risulti, sulla base del quale il lavoratore si dice: Sì, è necessario come me, perché cosa dovrebbe diventare il mio lavoro nell’organismo della società se lui non fosse? Lui lo mette al posto giusto. — Ma l’imprenditore avrà anche l’obbligo di posizionare veramente il lavoro al posto giusto e dargli il suo di conseguenza, perché tutto sarà trasparente.
Vedete, cari amici, in questo è come la vita spirituale deve giocare nella gestione del capitalismo. E tutto il resto è oggi pura chiacchiera, pura ciarlataneria. Un sano rapporto tra il lavoro e il capitale non può essere creato in modo socialista-burocratico, ma solamente dal fatto che attraverso una vita spirituale comune colui che ha le capacità individuali per questo, su questo campo, cioè capitalisticamente, può veramente produrre, può fruttificare le sue capacità individuali per il sano organismo sociale e incontrerà una comprensione libera da colui che lavorerà fisicamente. La comprensione sorgerà per l’iniziativa delle capacità individuali che nella vita spirituale libera sono socializzate sin dall’inizio e operano solo oggi in modo antisociale perché siamo in circostanze innaturali. La socializzazione deve basarsi sull’iniziativa libera delle capacità individuali e sulla comprensione libera che sorge dalle prestazioni delle capacità individuali; non ce n’è altro. Tutto il resto è ciarlataneria. Già dai sintomi che si mostrano nell’organismo sociale si potrebbe estrarre la verità di quello che ho detto.
Cari amici, considerate che nel mondo ci sono due cose, sul cui valore si può avere opinioni diverse nella vita più quotidiana e più ordinaria. L’una è un pezzo di pane, l’altra è l’asserzione di una visione del mondo. Di un pezzo di pane ogni uno affermerà che veramente corrisponde all’uomo se ha fame; lì non si discute, ma si vuole il pane. Di un pezzo di una visione del mondo, oggi si discute molto; uno la trova vera, un altro falsa. E comunque sia vera, non riesce a far valere la sua validità. Sul lo spirito si può discutere; sulla vita economica non si può discutere. Perché è così? — Questo si basa solo sul fatto che lo spirito è veramente diventato un’ideologia, che agisce non come una realtà, ma come un supplemento alla vita economica e alla vita di stato. Sia messo su se stesso, è allora obbligato a mostrare al mondo la sua propria realtà e rivelarsi, allora la realtà spruzzerà da lui. Certamente non entrerà allora solo nelle chiacchiere ozioso e nelle frasi dei moralisti — le persone non rientreranno allora solo negli insegnamenti di coloro che dicono agli uomini: dovreste essere buoni cristiani e così via, e tutte le virtù posizioni che stanno di fronte alla realtà esterna materiale, perché non considerano come spirito quello che è libero dalla realtà materiale. Il ponte deve essere gettato da questa forma astratta dello spirito a lo spirito che è veramente anche spirito: che per esempio nel capitale lavora, perché il capitale organizza il lavoro. Ma questa organizzazione deve allora provenire dalla gestione spirituale.
Quindi hai da un lato il pratico, che l’amministrazione del denaro deve essere affidata alla vita economica, dall’altro lato che l’organizzazione del lavoro attraverso il capitale sia subordinata alla vita spirituale. Lì vedete la cooperazione di cose che esteriormente sono una; perché naturalmente il capitale è rappresentato denaro nella fabbrica. Ma il rapporto tra lavoratore e datore di lavoro, questo intero rapporto di fiducia, il fatto che in un luogo particolare stia un datore di lavoro, questo viene organizzato dal mondo spirituale. Quello che però una merce particular vale nel paragone al denaro, questo viene organizzato dalla vita economica; e le cose fluiscono insieme, come nel corpo umano i risultati dei tre sistemi fluiscono insieme, affinché l’organismo sia sano.
Così potete entrare nelle cose concrete, nelle cose della vita più quotidiana ordinaria, e vedrete che quello che qui viene indicato, sono veramente pensieri originari, ma pensieri originari reali, che devono stare alla base della guarigione dell’organismo sociale.
Se osservate attentamente lo sviluppo dei tempi, scoprirete che attraverso l’intera umanità corre fondamentalmente una certa tendenza che è poco adatta a dirigere i pensieri verso ciò che gli eventi clamanti, che si svolgono nel mondo, chiedono loro stessi. In generale esiste una certa riluttanza delle persone nei confronti di pensieri che non procedono nel modo consueto. Ma forse mai come oggi è stato così naturale domandarsi: come mai gli uomini vogliono così poco impegnarsi con pensieri che non hanno già pensato? — Vedete, si sperimenta oggi, direi, attraverso tutto lo sviluppo dei tempi, un fenomeno fondamentale. Più volte vi ho già richiamato l’attenzione su come questo fenomeno fondamentale si è espresso anni fa. Si potrebbe fare una bella collezione di discorsi di statisti europei della primavera e dell’inizio dell’estate del 1914, e si troverebbe nelle argomentazioni di questi discorsi quasi esattamente la stessa cosa che era stata detta, ad esempio, in un discorso al Reichstag tedesco dal segretario di stato Jagow in quel momento. Diceva più o meno così: attraverso gli sforzi dei gabinetti europei si è riuscito a creare fra le grandi potenze europee rapporti così soddisfacenti che la pace è garantita in Europa per lungo tempo. In varie variazioni si poteva ritrovare questi discorsi presso questi uomini di pratica — così si chiamano loro stessi — sempre di nuovo. Così era allora. E poche settimane dopo iniziò quel grande incendio mondiale che ora è entrato in una crisi. Che cosa sperimentiamo ora di diverso fra le intenzioni, i provvedimenti, gli uomini che appartengono propriamente ai nostri tempi? Negli ultimi giorni ho partecipato a qualcosa della cosiddetta «Conferenza della Società delle Nazioni» di Berna. Lì la gente ha parlato di varie cose. Fra queste cose c’era fondamentalmente tutto dello stesso livello rispetto ai fatti precedenti, come i discorsi degli statisti europei della primavera e dell’inizio dell’estate del 1914. Questi uomini parlano nei consueti binari del pensiero. Dicono quello che abitudinariamente dicono da anni. In realtà non hanno assolutamente accolto nulla dagli insegnamenti che sorgono dalle profondità dell’essere mondiale dei passati quattro anni e mezzo.
Questo è un fatto verso il quale proprio lo scienziato dello spirito dovrebbe dirigere la sua attenzione nel modo più intenso; perché su larga parte del continente europeo si estende questa desolazione. Nonostante le varie variazioni, appare sempre tipico, espresso solo all’estremo, quando da fondamenti forti ma dannosi per i nostri tempi si parla proprio di una corrente di visione del mondo che, a causa dell’indifferenza e della mancanza di interesse della popolazione europea, avrà grandi prospettive nel prossimo tempo di fare impressione su impressione, conquista su conquista. Quando ero ancora un bambino molto piccolo — è molto tempo fa — nei miei libri di religione era espresso molto decisamente quanto segue, per guidare i ragazzi alla conoscenza di chi fosse Gesù Cristo. Stava scritto: il Cristo Gesù era un ipocrita, oppure un pazzo — oppure era quello che disse di se stesso, il Figlio di Dio vivente. Poiché non si poteva supporre che Cristo fosse un ipocrita, poiché non si poteva neanche supporre che fosse un pazzo, allora poteva essere possibile soltanto una cosa: che fosse vero quello che disse, che era il Figlio di Dio vivente. — Ciò che stava nei miei libri di religione decine di anni prima dei nostri tempi, l’ho udito di recente in un discorso tenuto in connessione con la «Conferenza della Società delle Nazioni» di Berna dal professore universitario di Graz Ude a Berna! Lì potevamo sentire di nuovo le parole: Gesù era un ipocrita, oppure un pazzo, oppure era quello che disse di se stesso, il Figlio di Dio vivente. «E poiché non osereste» — così gridava l’uomo alla folla — «chiamare Cristo un pazzo o un ipocrita, allora egli poteva essere soltanto quello che disse di se stesso, il Figlio di Dio vivente!» Tutto questo fu buttato in mezzo alla folla con temperamento gesuitico, e probabilmente c’erano pochi nel salone che allora sollevassero la domanda, che oggi è l’unica significativa di fronte a una cosa del genere: Non è forse questo mottetto stato ripetuto per secoli davanti ai credenti, e non è forse, nonostante questo mottetto, il grande disastro piombato sulla umanità? Non dovrebbe ormai esserci un cuore e una mente che non si facessero pensieri su come sia insensato, dopo la grande catastrofe mondiale e nel mezzo di cose che hanno provato così fortemente la loro sterilità, continuare a gridare di nuovo e ancora queste cose alla folla?
E ho ascoltato un altro discorso dello stesso professore di Graz sulla questione sociale, e questo discorso era dall’inizio alla fine senza alcun accenno a quello che propriamente dovrebbe accadere, cosa debba accadere, era meramente una sorta di condanna di certi vizi, certamente presenti, che regnano nel presente; ma anche lì non era stato imparato niente dagli eventi dolorosi degli ultimi quattro anni e mezzo!
Questo è in realtà un esempio migliore di molti altri, perché fra i discorsi tenuti a Berna da tutti i lati, quelli del professore di Graz Ude erano di gran lunga i migliori; perché almeno provenivano da una visione del mondo, sebbene da una visione del mondo che, se propagandata oggi, dovrebbe divenire precisamente pericolosa. Gli altri erano nati dall’impotenza, di innalzarsi affatto a alcuna visione del mondo o concezione della vita. Sempre di nuovo occorre sottolineare: i pensieri degli uomini sono diventati oggi ottusi e brevi. Non sono in grado di penetrare nelle realtà. Si muovono in illusioni, si muovono meramente sulla superficie delle cose. Oggi non si può vedere ciò che propriamente questo tempo esige da coloro che vogliono dire una parola nel così necessario rinnovamento delle cose.
Miei cari amici, ripetiamoci di nuovo: Abbiamo sviluppato in questi ultimi quattro secoli come umanità europea, con la sua propaggine americana, un pensiero che è adatto soltanto a comprendere il senza vita, il morto. Abbiamo sviluppato un pensiero che è totalmente orientato al matematico-tecnico. Siamo diventati incapaci di dirigere il pensiero a quello che vive nella natura. Comprendiamo soltanto il morto. Ciò che sappiamo dire nella nostra scienza ufficiale dell’organismo vale soltanto per l’organismo morto, è stato acquisito soltanto dai cadaveri. Ma questo, oggi, quando ci si è abituati a questo pensiero, viene applicato anche all’organismo sociale. Ma questo non significa niente altro che: che l’umanità oggi in larghi circoli è incapace di farsi pensieri sull’organismo sociale vivente. Tutt’al più la gente oggi trova questi pensieri difficili. Quali pensieri trova la gente oggi facili? — Quelli che le sono stati martellati in testa da secoli nel catechismo, che procedono nei loro binari già tracciati, oppure quelli che sono figli di quei pensieri che si riferiscono soltanto al morto dell’organismo vivente. Ma d’altra parte è necessario al presente che comprenda l’organismo sociale vivente.
Partiamo da una cosa concreta. Il pensiero socialista del presente si dirige in larga misura — ve l’ho caratterizzato da tutti i lati — contro il capitalismo. Il socialismo esige la socializzazione dell’intero capitale privato dei mezzi di produzione. Su questa socializzazione si è già discusso abbondantemente in quello che si chiama, credo, l’«Assemblea nazionale» di Weimar. Il modo in cui oggi si parla del capitalismo proviene proprio dal pensiero morto dei secoli passati, che si è sviluppato all’interno della visione del mondo puramente naturalistico-materialistica. Che cosa c’è dunque effettivamente? — C’è, miei cari amici, che il capitalismo è diventato in realtà un terribile oppressore della grande massa dell’uomo; c’è che poco si potrà obiettare a tutto quello che è stato detto dalla popolazione umana proletaria contro l’oppressione del capitalismo in senso spirituale, legale e economico e continuerà a essere detto. Ma quale conseguenza traggono i pensatori di orientamento socialista da questo fatto indiscutibile? — Traggono la conseguenza: dunque il capitalismo deve essere abolito, è un oppressore, è qualcosa di terribile, si è rivelato un flagello dell’umanità moderna, deve essere abolito. Che cosa appare più comprensibile, che cosa appare più fecondo per agitazioni ordinarie — che ora però si realizzano in fatti terribili attraverso l’Europa — di questa esigenza di abolire il capitalismo? Per colui che non si rivolge soltanto al pensiero morto degli ultimi quattro secoli, ma che è in grado di rivolgersi al pensiero vivente, di cui abbiamo prima di tutto bisogno per la nostra scienza dello spirito, per costui questo discorso — che il capitalismo deve essere abolito perché è un oppressore, una maledizione — è altrettanto logico, altrettanto fondato nella logica dei fatti, come se qualcuno dicesse: Continuamente respiriamo ossigeno e espiriamo anidride carbonica mortale, l’ossigeno si trasforma in noi in anidride carbonica, perché dunque lo respiriamo prima? Diventa in noi effettivamente il veleno mortale. Indubbiamente l’ossigeno in noi diventa il veleno mortale, ma per l’amore della vita lo dobbiamo respirare, perché il processo della vita del corpo umano e animale non è pensabile senza la respirazione di ossigeno. Allo stesso modo non è pensabile una vita sociale senza la continua formazione di capitale, specialmente senza la continua formazione oggi di mezzi di produzione prodotti, e in realtà il capitale è proprio questo. Non c’è alcun organismo sociale che non dipendesse dalla collaborazione delle capacità umane individuali. Se in senso ampio si comprendesse che cosa l’organismo sociale esigesse, allora il lavoratore direbbe: Si tratta del fatto che io abbia fiducia nel dirigente dell’impresa; perché senza che egli la diriga, non posso fare il mio lavoro, questo è semplicemente ovvio. Ma se ci sono dirigenti di imprese, allora la conseguenza necessaria è che il capitale si accumuli. Non c’è possibilità di sfuggire all’accumulo di capitale. Se dunque un pensiero socialista che, in un certo senso, ha buone intenzioni ma è falsamente orientato, domanda: Come si distrugge il capitalismo? — allora questa domanda è equivalente a: Come si distrugge affatto l’organismo sociale, come lo spingiamo verso la morte della vita sociale?
È assolutamente certo per chiunque possa vedercisi chiaro che in ogni ordine sociale più ragionevole capitali si accumulano, ed è altrettanto certo che non si può riflettere: come si impedisce l’accumulo di capitali, come lo si impedisce in germe? Come si fa affinché nessun capitale si accumuli? — Ma vedete, questa contrapposizione è oggi troppo difficile per gli uomini. Gli uomini non vogliono avvicinarsi a tali pensieri. Vogliono tutto facile proprio per quanto riguarda il pensiero. Ma i tempi non permettono che ci facciamo facile proprio il pensiero. Quel che sempre si dimentica è che tutto ciò che è vivente è in divenire, che per la comprensione di tutto ciò che è vivente il tempo appartiene, che il vivente è ora così, ora così. Non è difficile, con una certa cautela, chiarirsi che per la comprensione del vivente nella sua concretezza il tempo appartiene. Perché l’organismo umano è un vivente. Prendete l’organismo umano — voglio dire il vostro organismo — nel tempo intorno all’una e mezza; siete tutti persone diligenti che non rimangono a lungo nella mensa, e quando venite dalla mensa e avete appena mangiato, allora siete, almeno sarebbe auspicabile normalmente, completamente sazi, non avete fame. Il vostro organismo è certamente un organismo umano concreto. Lo definite cogliendolo nella sua concretezza intorno alle due e quaranta del pomeriggio, quando venite appena dalla mensa: un organismo umano è una creatura vivente che non ha fame. Ma verso le dodici e mezza, quando andate alla mensa, è diverso, allora avete tutti fame. Allora potreste di nuovo definire: un organismo umano è quello che ha fame. — Ciò che c’è qui è che osservate il concreto, il vivente in due diversi momenti temporali, e che ciò che in due diversi momenti temporali è necessario per il prosperare di questo organismo sono esattamente stati contrapposti, che nell’organismo deve essere portato avanti qualcosa che viene così trasformato che il suo opposto accade. Così è nel vivente naturale, così è anche nel vivente sociale, miei cari amici. Non si può nel vivente sociale mai impedire che, come conseguente accompagnamento, come naturale conseguente accompagnamento del lavoro delle capacità umane individuali, il capitale nasca, che il possesso, il possesso privato dei mezzi di produzione si sviluppi. Se qualcuno si dedica a un ramo di produzione in modo dirigente, e anche distribuisce giustamente i prodotti generati con colui che collabora nel mestiere, l’organismo sociale non potrebbe neppure sussistere se il capitale non apparisse come fenomeno accompagnante, capitale che il singolo possiede, così come possiede quello che ha bisogno per il suo uso personale, quello che produce in modo da poter barattare per il suo uso personale.
Ma così come non si può proibire il mangiare — perché, se si è mangiato, si ha di nuovo fame — così come non si può riflettere se non si dovrebbe proprio mangiare, così poco si può riflettere come nessun capitale affatto nascerebbe in nessun momento, ma si può soltanto riflettere come questo capitale di nuovo deve trasformarsi in un altro momento, cosa ne deve divenire. Non potete, senza minare l’organismo sociale nella sua capacità di vivere, voler impedire la formazione di capitale, potete soltanto voler che ciò che si forma come capitale non divenga dannoso all’interno dell’organismo sociale sano.
Ciò che in questo modo deve essere esigito per la guarigione dell’organismo sociale è possibile soltanto nell’organismo sociale tripartito. Perché soltanto nell’organismo sociale tripartito, così come nell’organismo naturale umano, l’un membro può operare in senso opposto dall’altro membro. Sta nell’interesse individuale che ci sia un membro nell’organismo sociale in cui le capacità umane individuali vengono espresse; ma sta nell’interesse di tutti che queste capacità umane individuali nel corso del tempo non si trasformino a danno dell’organismo. Entro il circuito economico si formerà sempre capitale. Se lo lasciate nel circuito economico, conduce a illimitata accumulazione di proprietà. Non potete lasciar stare come economico quello che attraverso le capacità umane individuali si accumula come capitale — dovete trasferirlo nella sfera del diritto. Perché nel momento in cui l’uomo per ciò che ha generato da solo o in comunità acquisisce più di quanto consuma, nel momento cioè in cui accumula capitale, nel momento il suo possesso è veramente altrettanto poco una merce come la forza di lavoro umana è una merce. Il possesso è un diritto. Perché il possesso non è nient’altro che il diritto esclusivo di usare una cosa — diciamo, terra o una casa o simile — con l’esclusione di tutti gli altri, di disporre di una cosa con l’esclusione di tutti gli altri. Tutte le altre definizioni del possesso sono sterili per la comprensione dell’organismo sociale. Cioè, nel momento in cui l’uomo acquisisce il possesso, il possesso è qualcosa che deve essere amministrato all’interno dello stato puramente politico, all’interno dello stato di diritto. Ma lo stato non deve acquisirlo, altrimenti diventerebbe egli stesso un economista. Deve soltanto trasferirlo nell’organismo spirituale, dove vengono amministrate le capacità individuali degli uomini. Oggi un tal processo viene compiuto soltanto con i beni che sono i più «vili» per l’epoca contemporanea. Per questi beni vilissimi vale indubbiamente quello che ora ho esposto. Per i beni preziosi non vale. — Se oggi qualcuno produce spiritualmente — diciamo, una poesia molto significativa, un’opera importante come scrittore, come artista — allora può ereditare i guadagni ai suoi discendenti per trent’anni dopo la sua morte. Allora la cosa non passa ai suoi discendenti come bene libero, ma passa all’umanità generale. Si può ristampare uno scrittore trent’anni dopo la morte in qualsiasi modo. Questo nasce da un pensiero completamente sano; dal pensiero che l’uomo anche ciò che ha nelle sue capacità individuali lo deve all’società. Proprio come non si può imparare a parlare su un’isola solitaria, come si impara a parlare soltanto in connessione con gli uomini, così si hanno le proprie capacità individuali soltanto all’interno della società — certamente sulla base di quello che sta nel karma, ma questo deve essere sviluppato attraverso la società. Lo si deve in un certo senso alla società. Deve di nuovo tornare alla società e lo si ha soltanto da amministrare per un po’, perché è meglio per l’organismo sociale quando lo si amministra: Si conosce meglio quello che si ha prodotto, così lo si può anche amministrare meglio inizialmente. Questi beni vilissimi per l’umanità contemporanea, cioè quelli spirituali, vengono dunque tassati socialmente in un certo modo con considerazione del concetto di tempo.
Alcuni ascoltatori che sembravano capitalisti si arrabbiassero poco tempo fa a Berna durante il mio discorso — così mi fu riferito — quando dissi: Perché dunque non dovrebbe essere possibile una legge che obbligasse il proprietario di capitale, anni e anni dopo la sua morte, ad assegnare il suo capitale all’amministrazione libera di una corporazione, dell’organizzazione spirituale, della parte spirituale dell’organismo sociale? Certamente, ci si possono inventare vari modi di fissare un diritto concreto. Ma se oggi gli uomini volessero ritornare a quello che era legittimo nell’antico tempo ebraico: dopo un tempo determinato di fare una nuova distribuzione dei beni — allora gli uomini vedrebbero questo oggi come qualcosa di inaudito. Ma quale è la conseguenza che gli uomini vedono questo come inaudito? La conseguenza è che questa umanità negli ultimi quattro anni e mezzo ha ucciso dieci milioni di uomini, ne ha resi storpi diciotto milioni e si prepara a fare di più in questa direzione. — La prudenza in tali cose, ecco di che cosa si tratta oggi soprattutto, miei cari amici. Veramente non è cosa da poco che si esiga che per la comprensione dell’organismo sociale il concetto di tempo sia considerato. Si pensa l’organismo sociale completamente atemporale quando si dice: questo o quello deve già accadere nello stato di nascita, nel status nascens, con il capitale. Si deve lasciar nascere il capitale, si deve anche lasciar amministrare per un po’ da coloro che lo hanno fatto nascere; ma si deve anche avere di nuovo la possibilità, attraverso un organismo sociale funzionante in modo sano, cioè tripartito, di farlo passare nella reale universalità degli uomini.
Non potete dire: perché un organismo sociale a un solo membro non dovrebbe poterlo fare tutto. Oggi la gente ancora crede che possa farlo. Ma è proprio male calcolato ciò che concerne la psiche umana se si crede questo. Badate soltanto a che cosa significa — perché si deve calcolare l’anima umana — se davanti a un giudice viene condotto un parente prossimo o lontano. Ha i suoi sentimenti particolari come parente prossimo o lontano, ma quando deve giudicare, non giudicherà secondo questo sentimento, ma secondo la legge naturalmente. Giudicherà da un’altra fonte. Questo, pensato psicologicamente in modo completo, vi dà una prospettiva della necessità che gli uomini giudichino ciò che fluisce insieme nell’organismo sociale da tre direzioni diverse, che lo amministrino da tre fonti. Il nostro tempo esige ormai che ci si impegni in tali cose. Perché il nostro tempo è l’epoca della coscienza. E questa epoca della coscienza vuole idee concrete per l’uomo come impulsi direttivi delle sue azioni.
Molti uomini oggi esigono che non si tenga all’intelletto e al pensiero astratto, perché conoscono soltanto il pensiero astratto, ma si dovrebbe giudicare dal sentimento, si dovrebbe soprattutto nei principi che riguardano la vita da uomo a uomo attenersi a una certa fede, perché il pensiero sia soltanto per le questioni proprie della scienza. — Questo è un discorso preoccupante dalla radice, perché proprio nel nostro tempo gli uomini sono intensamente disposti proprio per il pensiero più astratto. La gente vuole soltanto afferrare i concetti più rettilinei. E una volta che li hanno afferrati, si aggrappano con enorme tenacia a questi concetti rettilinei. Questo pensiero astratto è preferibilmente il pensiero che ha come organo soltanto la testa umana, il pensiero più legato all’organo fisico, alla testa umana. Prima, nel tempo della chiaroveggenza atavistica, in questo pensiero entrava dalla restante organizzazione umana un pensiero orientato verso lo spirito. Questo tempo della chiaroveggenza atavistica è passato. Consapevolmente gli uomini devono ora elevarsi a immaginazioni, acquisire consapevolmente la vita spirituale. Perché senza dedicarsi alla vita spirituale, oggi i pensieri degli uomini rimangono vuoti. Da dove viene questo?
Sapete dalle discussioni che abbiamo condotto recentemente che ciò che oggi è testa in ogni uomo, è in realtà il resto dell’organismo, fuori dalla testa, dell’incarnazione precedente. Ve l’ho spiegato spesso. Le forze formative della testa, naturalmente non la sostanza fisica, ma le forze formative della testa umana, che nella loro rotondità sono anche formate uguali al cosmo, si estendono nel cosmo. Ciò che di forze penetra la nostra vita fra la morte e la nuova nascita e nella prossima incarnazione diviene testa — a cui poi dal corpo della madre, concepito dal padre, il resto dell’organismo si unisce — è il resto del corpo dell’incarnazione precedente. La testa la perdiamo riguardo alle sue forze passando attraverso la morte; il resto del corpo, riguardo alle sue forze, lo trasformiamo nella nostra testa, nella nostra testa nell’incarnazione successiva. La grande massa degli uomini attuali era nell’incarnazione precedente situata sulla terra in modo tale che erano disprezzatori — come si intendeva allora, nel retto senso cristiano — disprezzatori della valle di lacrime terrena. Questo disprezzo è un sentimento. È legato al resto dell’organismo, non alla testa. Ma mentre questi uomini oggi si reincarnano, quello che nell’incarnazione precedente era un sentimento apparentemente molto elevato cristiano, formando ora l’organo della testa e reincarnandosi, viene trasformato nel suo opposto, diventa una brama della materia, una brama della vita materiale. Gli uomini attuali sono giunti a un punto di svolta dello sviluppo di cui si deve dire: nella loro testa è entrato il meno possibile dall’incarnazione precedente. E proprio per questo qualcosa di nuovo deve entrare negli uomini, qualcosa che è rivelazione presente, ciò che ora viene nuovamente rivelato all’umanità dal mondo spirituale. Oggi non è possibile appoggiarsi soltanto ai Vangeli. Oggi è necessario ascoltare ciò che oggi viene detto all’umanità di spirituale. Partecipare al pensiero morto che non può comprendere l’organismo vivente fa anche la Chiesa cattolica. Non si stancavano proprio gli oratori di questa Chiesa cattolica anche di recente a Berna nella confessione a Cristo, il Figlio di Dio vivente. Ma, miei cari amici, a che cosa giova confessarsi a Cristo, il Figlio di Dio vivente, se questo Cristo si afferra soltanto con un pensiero morto, cioè se egli diviene nei propri pensieri un ideale morto? Non abbiamo oggi bisogno di confessarci a Cristo, il Figlio di Dio vivente, ma abbiamo bisogno di confessarci a Cristo, il Figlio vivente di Dio. Cioè a Cristo che ora agisce vivacemente, poiché dona all’umanità nuove rivelazioni.
In questo senso la scienza dello spirito vuole proprio fare di quello che ora vuol sorgere come nuova rivelazione direttamente dai mondi spirituali l’impulso di tutto il pensiero. Ma questo darebbe agli uomini pensieri che possono immergersene nella realtà. Questi pensieri sarebbero certamente in molti aspetti opposti a quelli che oggi dominano gli uomini. Vedete, miei cari amici, gli uomini oggi vogliono attenersi ai pensieri più audaci che sono più lontani dalla realtà. E una volta che hanno un tale pensiero, si aggrappano meravigliosamente ad esso, non notano quali realtà operano e modificano il pensiero sotto circostanze. Vi voglio presentare un esempio eclatante.
A Berna, come gli statisti della primavera e dell’inizio dell’estate del 1914 hanno parlato della pace mondiale, così ora le persone diverse, come si dice che pensano «internazionalmente», parlano della futura Società delle Nazioni. Sapete che l’idea della Società delle Nazioni è nata dalla testa di Woodrow Wilson. Nel suo discorso di gennaio 1917 Wilson ha espresso questo pensiero della Società delle Nazioni. Lo ha presentato come ciò che doveva essere raggiunto affinché gli uomini in futuro non vengono di nuovo a catastrofi così terribili, spaventose come quelle in cui gli uomini del presente sono stati spinti. Ha designato lo sforzo verso questa Società delle Nazioni come qualcosa di assolutamente necessario. Ha detto contemporaneamente, ed è questo l’importante: La realizzazione di questa Società delle Nazioni è legata a una precisa condizione; senza che questa condizione sia soddisfatta, della fondazione di una tale Società delle Nazioni non si potrebbe affatto parlare. Ma la condizione necessaria per la fondazione di una tale Società delle Nazioni è che questa guerra finisca senza la vittoria di una parte sull’altra. Perché mai in un mondo potrebbe essere realizzata una Società delle Nazioni se da una parte ci fosse una vittoria decisiva e dall’altra una sconfitta decisiva.
Ora, questa è la condizione senza la quale Wilson non voleva parlare della Società delle Nazioni. Ciò che si è avverato è l’esatto opposto di ciò che Wilson ha designato come condizione per la Società delle Nazioni. Tuttavia gli uomini oggi fonderanno la Società delle Nazioni proprio come Wilson ne ha parlato come ipotesi nel gennaio 1917. Questo significa proprio nel suo pensiero stare completamente lontani dalla realtà, aggrapparsi a un pensiero e non avere affatto la possibilità di immergere questo pensiero nella realtà, di afferrare la realtà, di includere in questi pensieri questa realtà. Ma questo è assolutamente necessario per il presente. La gente non pensa neanche che non può restare ferma ai suoi pensieri, ma che principalmente oggi ha bisogno di guardare la realtà da questi pensieri.
Un esempio di un uomo benevolo si poteva vivere di nuovo a Berna con il pacifista Schücking. Vedete, la gente ha parlato della Società delle Nazioni con tutte le sue istituzioni. Stranamente cadevano anche le parole che, come i singoli stati hanno parlamenti, così si dovrebbe aspirare a uno stato sovra e a sovrapparlamenti. Schücking disse ad esempio: Sì, allora si obietterebbe che i diversi stati sono individualità e non si piegheranno a una tale guida unitaria, centralistica, sovrastante. Ma questo non sarebbe contraddetto ad esempio da ciò che fa l’Assemblea nazionale a Weimar. Lì proprio i piccoli principati territoriali sono anche individualità, ma c’è un senso che il tutto venga riassunto. — È un pensiero ovvio, si potrebbe dire, un pensiero naturale per gli astrazionisti, perché che cosa potrebbe essere più corretto che quello che si può fare nel piccolo con i molti piccoli principati — cioè riassumerli attraverso l’Assemblea nazionale — si potesse fare anche nel grande con lo stato sovra! Ma chi pensa in modo reale, concreto, chi subito con i suoi pensieri va nella realtà, colui dice: Come è divenuto possibile a Weimar? — Attraverso la rivoluzione tedesca! Altrimenti non sarebbe stato detto che fosse divenuto possibile. Dunque: lasciato prima venire una rivoluzione mondiale, allora sarà possibile un sopraparlamento secondo il modello dell’Assemblea nazionale di Weimar! Questo è il pensiero reale che dappertutto si connette alle realtà, che non si separa dalla realtà, che si sentirebbe malato se non si connettesse alla realtà.
È così difficile, miei cari amici, far capire oggi alla gente che è necessario un nuovo pensiero, un completamente nuovo, un pensiero amichevole verso la realtà, e che la guarigione delle nostre condizioni dipende dalla propensione umana per questo pensiero amichevole verso la realtà. Ma nessun pensiero che non vuol sapere niente del mondo spirituale può immergersi nella realtà, perché in tutta la realtà vive il mondo spirituale. E se non si vuol sapere niente del mondo spirituale, allora ancora meno che mai oggi ci si può immergere nella realtà, e in futuro ancora meno. Perciò già con una domanda principale per la guarigione del mondo attuale sta la conversione dell’umanità alla conoscenza della scienza dello spirito. Questo deve naturalmente formare la base — e potrebbe formare la base, potrebbe facilmente formare la base. Non dite sempre le parole superficiali, chiacchierone, che sia difficile portare questa scienza dello spirito nella realtà, perché gli uomini non vogliono accettare la scienza dello spirito. Eliminate la supervisione statale su università, ginnasi, scuole popolari — e in dieci anni al posto della presente scienza attualmente distruggitrice e corruttrice delle anime umane è subentrata la scienza dello spirito, almeno nei suoi fondamenti elementari necessari! Perché quello che può nascere oggi dall’emancipato terzo dell’organismo sociale sano, dall’organizzazione spirituale, avrà un aspetto diverso da quello che è stato controllato da quello stato che voleva educare soltanto i suoi ecclesiastici, cioè tollerava soltanto una teologia di stato, o che voleva educare soltanto i suoi giuristi, perciò lasciava valere soltanto i suoi giuristi di stato; per non parlare della medicina, dove è stupido e ridicolo che debba valere un’altra medicina di là e di qua oltre i confini dello stato, che non dovrebbe essere lo stesso sapere salutare per gli uomini qui e lì e così via.
Vi ho spesso sottolineato che per il pensiero socialista tutta la vita spirituale è un’ideologia. Qual è il motivo più profondo che tutta la vita spirituale per il pensiero socialista della massa proletaria oggi è un’ideologia? — Perché tutto il sapere dovrebbe essere portato da un esterno, dallo stato politico, perché è soltanto l’ombra dello stato politico! È proprio un’ideologia. Perché se la vita spirituale non deve essere ideologia, allora deve continuamente provare la sua realtà dalle sue proprie forze, cioè deve essere appunto emancipata, posta su se stessa. La vita spirituale deve continuamente provare la sua realtà, non deve avere un sostegno esterno. Soltanto una tale vita spirituale che non ha alcun sostegno esterno, che si vede posta meramente sulle capacità umane, che si amministra meramente da se stessa, in modo sano invierà anche i suoi rami nel capitalismo. Perché l’amministrazione attraverso il capitalismo non è niente altro che quella attraverso le capacità umane. Rendete sana la vita spirituale alla sua origine, allora anche la vita spirituale sarà sana dove confluisce nel capitalismo e deve dirigere la vita economica.
Così le cose stanno insieme, e con questa connessione ci si deve familiarizzare. Bisogna evitare, miei cari amici, tutto il pensiero dei presenti astrazionisti, il pensiero estraneo alla realtà, che ci viene incontro ad ogni passo e che ha causato le nostre condizioni attuali, di cui le nostre condizioni attuali sono la conseguenza. Oggi non lo si vede ancora.
Oggi gli uomini chiedono: Come deve essere lo stato sovra? — e riflettono come era lo stato precedente; ciò che ha fatto, deve farlo anche lo stato sovra. Ma non è molto più naturale chiedere che cosa questo stato deve evitare? Dopo che gli stati hanno condotto alla catastrofe europea, è molto più naturale chiedere che cosa devono evitare. Devono evitare di immischiarsi nella vita spirituale, devono evitare di essere economisti. Devono limitarsi al puro territorio politico. Oggi non si può chiedere: Come viene fondata una Società delle Nazioni? — e prendere come modello quello che gli stati hanno fatto o dovrebbero fare, ma è meglio e oggi più opportuno chiedere che cosa gli stati devono evitare.
Pochi ancora sono gli uomini inclini a dedicarsi veramente a queste cose. Ma il destino dell’umanità del nostro tempo dipenderà dal fatto che ci si dedichi o meno a queste cose. Vi ho parlato oggi, voglio dire, in modo introduttivo su queste cose. Domani continuerò a parlarne.
Ho detto ieri che fra i tanti segni che il pensiero attuale è lontano dalla realtà, c’è ad esempio questo: che la gente adesso nei circoli che trattano la questione non pensa affatto al fatto che la fondazione di una Società delle Nazioni come era nata in linea di principio dalla testa di Wilson era allora annunziata come qualcosa che sarebbe stato possibile in modo appropriato soltanto se si fosse raggiunta una pace senza la vittoria dell’una o dell’altra parte. Vi voglio leggere oggi, affinché vediate in quale modo acuto allora il 22 gennaio 1917 Wilson ha posto queste condizioni per la Società delle Nazioni, il passo pertinente dal suo discorso nella traduzione tedesca. Potete paragonarla se volete; qui è già uscita anche l’edizione inglese con traduzione tedesca a fronte, e scoprirete che attraverso la traduzione tedesca il senso del passo non è cambiato per nulla. Wilson dice:
«Anzitutto è con ciò detto che una pace senza vittoria deve essere. Non è gradevole dire questo. Mi si conceda di esprimere la mia propria opinione su questo e di sottolineare che nessun’altra opinione mi è venuta in mente. Cerco semplicemente di guardare in faccia i fatti, e cioè senza alcuna sleale dissimulazione. Una vittoria avrebbe significato che la pace fosse imposta ai vinti, che il perdente dovesse piegarsi alle condizioni del vincitore. Tali condizioni potevano essere accettate soltanto in profonda umiltà, nello stato della costrizione e con sacrifici insopportabili, e resterebbe una ferita dolorante, un sentimento di rancore e un ricordo amaro. Una pace che riposasse su tale base non potrebbe avere stabilità, ma sarebbe costruita su sabbie mobili. Soltanto una pace tra coloro che la pensano allo stesso modo può essere durevole — una pace che per la sua intera natura si basa sull’uguaglianza e sul godimento comune di un beneficio che giova a tutti in comune. Il giusto atteggiamento, il giusto tono emotivo fra le diverse nazioni è altrettanto necessario per una pace durevole quanto il corretto accertamento di questioni di lite ostinate riguardanti il territorio o la razza o l’appartenenza nazionale.»
Questo fu allora portato come condizione per la fondazione di una Società delle Nazioni. E se c’è un pensiero chiaro, allora, miei cari amici, niente altro può essere detto se non: Proprio nel momento in cui non c’è una tale pace senza vittoria, tutto il discorso su una Società delle Nazioni da fondare ora, che non potrebbe offrire nessuna prospettiva di prosperità, dovrebbe essere abbandonato. Ma questo non è accaduto. La gente non pensa in accordo con la realtà, la gente pensa in modo astratto e lascia i pensieri rotolare come hanno cominciato a rotolare, completamente indifferente al fatto che questi pensieri siano stati formulati sotto presupposti che ancora si verificano adesso, oppure no.
Questo è soltanto un eclatante esempio per il pensiero che ha portato il mondo in grande disgrazia. E finché non si comprenderà che al posto di un tale pensiero estraneo alla realtà deve subentare un altro pensiero che sia in grado di immergersi nella realtà, le circostanze non potranno certamente cambiarsi in una forma salutare per l’umanità. Questo deve essere compreso per le grandi questioni del mondo, deve anche essere compreso per tutto ciò che ogni singolo ha da ordinare nella sua vita quotidiana. Perché le misure che il singolo intraprende nella vita quotidiana si intrecciano con le questioni più alte dell’umanità. Perciò sempre di nuovo deve venire alla nostra anima come una necessità la domanda: che cosa nel presente potrebbe provocare un reale cambiamento?
Ora sappiamo che quando parliamo dell’accoglimento della scienza dello spirito da parte degli uomini, non si tratta soltanto del fatto che una certa convinzione riguardante i mondi soprasensibili sia accettata. Questo sarebbe il che cosa. Si tratta del fatto che colui che nel vero senso della parola accoglie nel suo pensiero ciò che oggi ragionevolmente può essere detto riguardante i mondi soprasensibili dalle rivelazioni spirituali del nostro tempo, che costui giunga a un certo come nel suo pensiero, che il suo pensiero gradualmente si trasformi in tal modo che realmente acquisti un senso e un interesse per ciò che nel mondo è veramente e realmente. Dunque non dipende soltanto da quello che ricono sciamo attraverso la scienza dello spirito, ma da come trasformiamo il nostro pensiero attraverso la scienza dello spirito, da come il nostro pensiero diviene diverso. Se così è, allora ancor più la domanda deve esserci particolarmente vicina: Come mai nel presente esiste una così forte resistenza contro la scienza dello spirito?
Ora, ieri ho già attirato l’attenzione sul fatto che naturalmente tutto ciò che può essere detto su questa resistenza deve essere riferito contemporaneamente a tutto ciò che può nascere sotto l’influsso dell’organismo sociale tripartito. Ho detto ieri: se solo si potesse operare efficacemente per il posizionamento della vita spirituale su i suoi propri piedi, per l’indipendenza della vita spirituale dal circuito economico e dalla vita statale politica, allora in tempo relativamente breve si porterebbe la scienza dello spirito alla diffusione. Ma si può domandare ancora più profondamente: Perché mai la gente è così poco incline a comprendere proprio ciò che deve risultare come una necessità attraverso una vera emancipazione della vita spirituale, attraverso l’auto-posizionamento della vita spirituale? — Questo proviene dal fatto che questa vita spirituale ha assunto nel tempo moderno una certa forma che, come tale, trattiene gli uomini dal dirigere lo sguardo verso il mondo spirituale. In un certo senso si potrebbe perfino dire che gli attuali eventi dolorosi sono una certa punizione dell’umanità per il misconoscimento, per il necessario misconoscimento della vita spirituale che è avvenuto nel tempo moderno. E questo, miei cari amici, deve essere compreso: che senza la traduzione dei pensieri umani in una direzione sociale in futuro non ci sarà possibilità. I fatti lo insegnano; tali fatti contro cui combattere è follia. Ma d’altra parte quello che a voi già risulta da molte rappresentazioni che ho dato deve essere compreso profondamente nei suoi fondamenti: che qualsiasi tipo di socialismo senza una contemporanea spiritualizzazione non può provocare il bene, ma il male dell’umanità. Una base per comprenderlo si ottiene meglio se si esamina a fondo il pensiero socialista nel suo sorgere dal resto del pensiero contemporaneo.
Suggerimenti su questo ambito ve li ho già dati. Oggi vogliamo riassumere molti suggerimenti che finora abbiamo sentito in questa direzione. Vi ho attirato l’attenzione sul fatto che in spiriti come ad esempio Fichte c’è qualcosa che, quando trasportano il loro pensiero all’ambito sociale, conduce a una visione quasi simile a quella che ci si presenta oggi ad esempio nel bolscevismo. Ho cercato di esprimere questo dicendo: Johann Gottlieb Fichte sarebbe un vero e proprio autentico bolscevico! Certamente Johann Gottlieb Fichte aveva ancora tanta spiritualità che, voglio dire, senza divenire pericoloso per gli uomini, allora poteva far stampare idee bolsceviche nel suo «Stato commerciale chiuso». Oggi gli uomini hanno così poca propensione a occuparsi del reale contenuto delle cose che non notano neanche che Johann Gottlieb Fichte nel suo «Stato commerciale chiuso» è un autentico bolscevico.
Ma il pensiero che è propriamente caratteristico per il tempo moderno è effettivamente apparso in Hegel. E da Hegel vi ho detto che ne dipende di nuovo Karl Marx, sebbene in una maniera estremamente straordinaria. Ora vorrei parlarvi, sebbene sembri in modo apparente, ma solo apparente, condurre ad altezze astratte, della particolare natura del pensiero hegeliano. Nel disordine degli ultimi quattro anni e mezzo sono state dette molte cose inaccurate proprio su Hegel. Perché non dovremmo anche una volta affrontare in modo obiettivo il modo in cui egli ha veramente inteso le cose.
Consideriamo il modo in cui Hegel ha pensato del mondo, il modo in cui ha cercato di dirigere lo sguardo sulla rivelazione dei segreti mondiali all’uomo. Hegel presenta, ciò che aveva da dire sulla vera essenza fondamentale del mondo, spesso in modo addirittura molto chiaro; più chiaramente nella sua «Enciclopedia delle scienze filosofiche». Consideriamo in forma molto popolare quale visione del mondo si esprime qui. Vedete, la visione del mondo di Hegel si divide in tre parti. La prima parte è ciò che Hegel chiama logica. Ma per Hegel la logica non è l’arte del pensiero umano, del pensiero umano soggettivo, ma per Hegel la logica è la somma di tutte quelle idee che operano nel mondo stesso. Hegel non vede nelle idee soltanto ciò che infesta il cervello umano. Ciò che infesta il cervello umano è soltanto la visione dell’idea. Le idee sono per Hegel in un certo senso forze che giocano nelle cose stesse. E Hegel non risale al fondo alle cose più di quanto alle idee, così che in una certa misura nella sua logica vuol dare la somma di tutte le idee che operano nelle cose. Le idee che non si dimostrano ancora creativamente nella natura, le idee che non vengono ancora nel sapere umano, alla riflessione, sono le idee in sé, che operano nel mondo come idee. — So bene che da ciò che dico forse non potete diventare particolarmente saggi; ma la gente sostiene da lungo tempo che non divengono saggi da Hegel, perché non si riescono a rappresentare che da qualche parte esista un puro tessuto di idee. Ma Hegel vede in questo puro tessuto di idee Dio prima della creazione del mondo. Dunque Dio è per Hegel diventato in realtà una somma, meglio un organismo di idee, e precisamente nella forma in cui queste idee sono esistite prima che nascesse una natura, e prima che nuovamente sulla base della natura si sviluppasse l’uomo. Così Hegel tenta di rappresentare le idee nella pura logica. Questo è Dio prima della creazione del mondo. Dunque Dio prima della creazione del mondo è la pura logica.
Ora si potrebbe dire che sarebbe già molto fecondo per la vita dello spirito umano se qualcuno rappresentasse tutte le idee che c’erano, indifferentemente dal fatto che fossero idee di un Dio vivente, oppure se fossero soltanto come un tessuto di ragnatela in aria — che però allora non c’era neppure — fluttuassero; sarebbe già un guadagno per l’anima umana. Ma se vi prendete la pura logica in Hegel — e questa è la ragione per cui pochi se la prendono — trovate niente altro che un nuovo tessuto di idee. Si comincia con il concetto più povero, con l’essere puro. Poi si sale fino al non-essere, poi all’essere-determinato e così via. Dunque siete tenuti a rappresentarvi la somma di tutte le idee che l’uomo si fa del mondo, su cui ordinariamente non riflette perché gli è troppo tedioso, dall’essere puro fino alla costruzione teleologica dell’organismo, indipendentemente da ogni mondo esterno. Allora avete una somma di idee, ma soltanto di idee astratte. E il sentimento vivente umano assumerà naturalmente una certa posizione rispetto a questa somma o a questo organismo di idee astratte. Poniamo una volta che qualcuno dica: È un pregiudizio panteistico che Hegel creda che le idee come tali siano lì; per me assumerò che un Dio fosse prima della creazione del mondo, e che proprio queste idee avesse e avesse creato il mondo secondo queste idee. — Ma pensate una volta: se doveste rappresentarvi la ragione e la vita dell’anima di un Dio che non avesse avuto in sé nient’altro che le idee hegeliane, che cioè avesse sempre soltanto riflettuto su ciò che sta tra l’essere e l’organizzare teleologicamente, che in sé avesse avuto soltanto le idee dell’astrazione più estrema — che cosa direste a una tale pretesa, rappresentarvi questa vita dell’anima di Dio? Non riuscireste a capire come un Dio potesse essere così povero, nella sua ragione divina pensare soltanto queste idee astratte. Eppure, per Hegel la somma di queste idee astratte è Dio stesso, non soltanto l’intelletto di Dio, ma proprio Dio stesso prima della creazione del mondo. Dunque l’essenziale è che Hegel in realtà non esce dalle idee astratte, ma vede proprio le idee astratte come il divino.
Poi procede al secondo: questa è la natura. Potrei anche darvi qui certi giudizi di tipo definitorio su come Hegel ora procede dall’idea, cioè da Dio prima della creazione del mondo alla natura. Ma anche di questo probabilmente, se vi attenete alle vostre abitudini di pensiero finora comuni, non avrete gran che. Per Hegel la logica contiene l’idea nel suo essere-in-sé. La natura contiene l’idea nel suo essere-al-di-fuori-di-sé. Dunque ciò che voi considerate come natura è anche idea, in realtà non è nient’altro che ciò che la logica contiene, soltanto nella forma diversa dell’essere-al-di-fuori-di-sé. E poi Hegel considera la natura dal semplice meccanicismo fino alla presentazione dei rapporti biologici, vegetali, animali. Cioè, egli tenta dappertutto nella misura in cui la natura si presenta all’uomo di dimostrare idee nella natura, l’idea nella luce, nel calore, in altre forze, nella gravitazione e così via.
Hegel ripaga colui che può accettare sensatamente la sua astrattezza con una sua propria intuibilità e figuratività. Ma questa intuibilità e figuratività in Hegel diviene talora pericolosa per la comprensione di ciò che Hegel veramente voleva. Una volta cercai di difendere Hegel di fronte a un professore universitario amico, un filosofo. Sapete, difendo Hegel perché ritengo più fecondo difendere tutto rispetto a ciò che è veramente positivo, che soltanto giurare sulla propria opinione e criticare tutto il resto fino alle fondamenta. Se qualcosa è buono, lo difendo sempre; questo è il positivismo della scienza dello spirito. Ma allora la mia difesa di Hegel andò un po’ di traverso. Il tale disse: Ach, non mi venite con Hegel; un uomo che non sa dire nient’altro sulle comete se non che sono una lebbra nel cielo, questi non si può prendere sul serio! — Naturalmente bisogna prendere un tale passo, che le comete siano una lebbra, un’eruzione, una cosa come il morbillo nel cielo, nel contesto complessivo. È naturalmente facile burlarsi di tali cose. Può perfino essere molto affascinante quando la gente si burla di tali cose. Non occorre, per guardare la realtà in modo consone, avere sempre una faccia completamente lunga, il più possibile allungata, ma occorre un certo umorismo, proprio per comprendere anche la tragicità del mondo nel pieno senso.
Dopo che Hegel in questo modo ha in una certa misura dato un registro di tutti i concetti, di tutte le idee che sono incarnate nella natura, sale come terzo allo spirito. Nello spirito vede l’idea nel suo essere-in-e-per-sé, cioè essa non è soltanto come era prima della creazione del mondo, non soltanto nel suo essere-in-sé, ma è per sé. Vive nell’anima umana e lì per sé — l’idea fuori obiettivamente e inoltre per sé, nell’uomo. Poiché l’uomo è idea, perché tutto è idea, dunque questo è l’idea nel suo essere-in-e-per-sé. Lì Hegel tenta di nuovo di seguire l’idea, come è presente dapprima nell’anima dell’individuo umano, poi come è presente — se sorvolò su qualcosa — nello stato. Nell’anima dell’uomo l’idea lavora interiormente; nello stato si è di nuovo oggetivata, lì vive nelle leggi, nelle istituzioni. Lì l’idea vive dappertutto, lì è divenuta oggettiva. Si sviluppa poi oggettivamente ulteriormente nella storia mondiale. Stato, storia mondiale. Dunque tutto ciò che appartiene a idee nella storia mondiale viene registrato, ciò che provoca lo sviluppo ulteriore dell’umanità sul piano fisico. Ma tutto ciò che vive di idee nell’anima, nello stato, nella storia mondiale non conduce fuori dal piano fisico, non rende attenta l’uomo sul fatto che potrebbe esserci un mondo soprasensibile, perché il mondo soprasensibile per Hegel è appunto soltanto la somma delle idee che vive in tutto questo, una volta nell’essere-in-sé prima della creazione del mondo, nell’essere-al-di-fuori-di-sé nella natura, e nell’essere-in-e-per-sé dell’anima umana nello stato e della storia mondiale. E poi l’idea si sviluppa verso l’altissimo, giunge per così dire nell’ultimo momento del divenire a se stessa, nell’arte, nella religione e nella filosofia.
Le tre: arte, religione e filosofia, quando si presentano nella vita umana, stanno sopra lo stato e sopra la storia mondiale, ma sono pur sempre la sole incarnazione della pura logica, sono le incarnazioni delle idee astratte. Nell’arte queste idee, che prima della creazione del mondo sono esistite come logica, si presentano attraverso l’immagine sensibile; nella religione attraverso la rappresentazione emotiva; e nella filosofia infine l’idea si presenta nella sua forma pura stessa nello spirito umano. L’uomo si compie con la filosofia, sguardo retro su tutto il resto che l’umanità e la natura hanno prodotto di idee, e si sente ora — come dirsi — riempito dal Dio, che però è l’idea, che rimira tutto il suo precedente divenire. Dio rimira se stesso nell’uomo stesso. Ma in realtà l’idea rimira se stessa nell’uomo stesso. L’astrazione rimira l’astrazione. Non si può pensare niente di più geniale che questo pensiero riguardante l’astrazione umana, se si considera la genialità nel campo dell’astratto. E non si può pensare niente di veramente più audace interiormente di quando l’uomo sostiene: il più alto sono le idee; fuori dalle idee non c’è Dio, le idee sono Dio, e tu anima umana sei pure idea, soltanto che l’idea in te è giunta al suo essere-in-e-per-sé, rimira se stessa. — Vedete, nuotiamo in idee, siamo noi stessi idee, tutto è idea. Il mondo nella sua astrazione più estrema. È di enormissima importanza che proprio al voltare del 18° verso il 19° secolo e dentro il 19° secolo uno spirito sia apparso che ebbe l’ardire di dire una volta: Soltanto colui che afferra la realtà nella idea astratta afferra la realtà; non c’è nessuna realtà più alta dell’idea astratta.
Ora certamente, se percorrete la filosofia di Hegel dall’inizio alla fine, dappertutto manca una qualsiasi via nel mondo soprasensibile! Non può esserci alcuna tale via nel mondo soprasensibile, perché se l’uomo muore, nel senso della filosofia hegeliana, poiché l’uomo è in realtà idea, va nella corrente generale delle idee mondiali. E soltanto su questa corrente di idee mondiali si può dire qualcosa. Non c’è un solo concetto — ed è proprio questo che è grandioso della filosofia hegeliana — che tratti di qualcosa di soprasensibile; soltanto che tutto ciò che — certamente nella più assoluta astrazione — si presenta a noi come filosofia hegeliana, è esso stesso soprasensibile, ma il soprasensibile astratto. Questo si rivela completamente inadatto proprio a ricevere qualcosa di soprasensibile; si rivela adatto soltanto a ricevere in sé il sensibile. Attraverso un soprasensibile il sensibile viene spiritualizzato, certamente soltanto in forme astratte; ma contemporaneamente tutto il soprasensibile viene respinto, perché la somma di idee, data dall’inizio alla fine, si riferisce soltanto al mondo sensibile. Così viene, voglio dire, il carattere soprasensibile di queste idee in Hegel non molto in considerazione, perché questo soprasensibile non si riferisce a un soprasensibile, ma soltanto al sensibile.
Vi voglio principalmente richiamare l’attenzione sul fatto che la tendenza del pensiero contemporaneo si espresse nel rifiutare il soprasensibile una volta con tutta la solennità, ma non col materialismo superficiale, bensì con la più alta forza del pensiero spirituale. Hegel dunque non è un materialista, è un idealista oggettivo. Ma questo idealismo oggettivo sostiene che l’idea oggettiva stessa è Dio e la base del mondo e tutto. Chi pensa fuori una tale propulsione dello spirito, a questo pensiero fornisce una certa soddisfazione interiore che distoglie lo sguardo da ciò che manca. Colui però che poi viene dopo, colui che dunque non pensa originalmente una tale cosa, ma la pensa in seguito, costui può allora tanto più duramente sentire l’insufficienza. Su tutte queste cose ho richiamato l’attenzione nel mio libro «L’enigma umano». Ora immaginate che non un uomo come Hegel con un impulso interiore soprasensibile pensa così, ma che questo pensiero sia accettato da un altro cervello che ha un senso totale e completo soltanto per il materiale, come era il caso di Karl Marx. Allora proprio questa filosofia idealistica di Hegel diviene l’occasione per rifiutare tutto il soprasensibile e così tutto l’idealistico, rifiutarlo. E così fu per Karl Marx. Karl Marx appropriò la forma del pensiero che aveva trovato in Hegel. Ma non considerò l’idea nella realtà, ma considerò la realtà così come continuamente si tesse da sé come pura realtà materiale esterna. Continuò l’impulso dell’hegelismo e lo materializzò. E così il nervo fondamentale del pensiero socialista moderno ha radici precisamente nell’apice del pensiero idealistico moderno. Che anche personalmente e storicamente il pensatore più astratto si tocchi con il pensatore più materiale, era una necessità interiore del 19° secolo, è però anche la tragicità del 19° secolo; è in una certa misura il passaggio della vita spirituale nel suo opposto. Hegel procede nei concetti astratti. L’essere si trasforma, diviene non-essere, non riesce a stare insieme al non-essere, per questo diviene divenire. E così il concetto procede oltre per il concetto attraverso tesi, antitesi, sintesi ulteriormente in un certo accordo interno, che Hegel gestisce magnificamente nel campo della pura idea. Karl Marx trasporta questo accordo interno, che Hegel ha cercato per la logica, la natura, lo spirito nel movimento interno di idee, alla realtà materiale esterna, dicendo ad esempio: dalla più recente forma comunità privato-economico-capitalistica della gente sviluppavasi, come in Hegel dal l’essere il non-essere, la formazione di trusts, la socializzazione capitalistica dell’economia privato-capitalistica. Quando i trusts sempre più raccolgono in sé i mezzi di produzione, precisamente la proprietà del capitale privato si trasforma nel suo opposto. Nascono società, l’opposto dell’economia del singolo. Questo si è trasformato nel suo opposto, nell’antitesi. Ora viene la sintesi. Il tutto ancora una volta si trasforma, come il non-essere nel divenire. E il concertamento delle economie private nei trusts si trasforma nel ancora più grande, che di nuovo solleva l’economia dei trusts, nell’economia comune dei mezzi di produzione. Così la realtà procede nel accordo interno, la puramente esterna realtà economica. Ciò che Karl Marx ha pensato è pensato completamente secondo il modello di Hegel, soltanto che Hegel si muove nel suo pensiero nell’elemento di idee, Marx nella tessitura e nella vita della realtà economica esterna. Così gli estremi stanno insieme, si vorrebbe dire, come l’essere e il non-essere.
Ma, miei cari amici, voi potete ora litigare quanto volete su idealismo e realismo, spiritualismo e materialismo, lì non c’è risultato, nessun esito. Soltanto e unicamente può trovarsi ciò che sostiene gli uomini se si pensa secondo la moderna trinità: l’uomo nel mezzo, l’un estremo, il luciferico da una parte; l’estremo arimanico dall’altra. L’ahrimanismo materialista, lo spiritualismo luciferico come i due estremi, l’uomo come la posizione d’equilibrio. Non potete, se volete giungere alla verità, essere idealisti o realisti, materialisti o spiritualisti, dovete essere sia l’uno che l’altro. Dovete cercare lo spirito fino a tale intensità che lo troviate come spirito perfino nella materia, e dovete penetrare la materia così che attraverso la materia possiate trovare lo spirito. Questo è il compito del tempo moderno: non continuare a litigare su spiritualismo e materialismo, ma trovare la posizione d’equilibrio. Perché i due estremi, quello dell’hegelismo luciferino e quello del marxismo ahrimaniano si sono esauriti. Erano lì, si sono rivelati. Ora veramente deve trovarsi quello che è l’equilibrio. E questo è appunto quel che si intende con la scienza dello spirito orientata antroposoficamente. Lì certamente deve salirsi fino a un tale pensiero puro, come quello a cui Hegel è salito; ma questo pensiero puro deve poter essere utilizzato per sfondare verso il soprasensibile. Non si deve soltanto trovare la logica, cioè un organismo di idee che comunque poi si può riferire soltanto al mondo sensibile, si deve sfondare al punto in cui si è scoperta la logica, dal sensibile al soprasensibile. Questo sfondamento non riuscì ancora a Hegel. Perciò l’umanità fu di nuovo spinta indietro.
Dunque in una certa misura è connesso col più puro e col più nobile a cui il pensiero contemporaneo si è elevato, che il socialismo è apparso senza alcun riferimento a qualcosa di spirituale. E che è divenuto così difficile nel presente trovare il pensiero spirituale insieme al pensiero socialista, questo è in una certa misura fondato nel corso interno di sviluppo dell’umanità. Ma si deve comprendere la connessione completa affinché si acquisti la forza di trovare ciò che salva da questa connessione. Non l’ha comunque portato il procedimento scientifico come è propagato oggi dalle università.
Che cosa ha fatto Hegel in fondo? Ha spremuto l’uomo — non fisicamente, ma nel pensiero — come si sprema un limone finché non diventa completamente secco; e questo limone secco di umanità è poi soltanto un’idea. Voi sedete qui sui vostri seggioloni; nel senso della filosofia hegeliana siete meri idee che seggiono qua, non corpo, non anima: idee. Perché ognuno di voi porta un’idea in sé; c’era prima della creazione del mondo come idea astratta. Poi è ognuno di voi corpo, natura: l’idea nell’essere-al-di-fuori-di-sé siede sui seggioloni. Poi è di nuovo in voi l’idea nel suo essere-in-e-per-sé. Voi stessi afferrate l’idea che siete. Pensate che cosa siete lì! Pensate come siete spremuti se siete così come «idea»: in-sé, al-di-fuori-di-sé, in-e-per-sé — ma pur sempre soltanto come idea!
E ora di nuovo nel senso di Karl Marx: Lì non c’è niente di idee — proprio perché è passato attraverso il metodo dell’idealismo hegeliano. Ora siete soltanto l’animale divenuto bipede, soltanto quello come vi apparite esteriormente nell’ordine naturale. — L’altro estremo!
Allora non doveva di fronte a ciò che c’era nello sviluppo dell’umanità essere fatto il tentativo di rendere di nuovo l’uomo nella visione un uomo, cioè di non presentare come essenza dell’uomo soltanto l’idea completamente generale, e neppure soltanto l’uomo animale puro, ma l’uomo vero, individuale, che ha un involucro che è il culmine della natura, che in sé ha un’essenza psichica che è divenuta punto d’arrivo di un mondo spirituale? Verso l’uomo vero doveva essere di nuovo condotta la visione umana. E questo tentativo l’ho fatto nella mia «Filosofia della libertà». Questa è la vera situazione storica del problema che c’era, quando mi spingeva a scrivere la «Filosofia della libertà»! Libero non può essere questo animale enormemente sviluppato che avvolge l’uomo; libero non può essere neanche quell’uomo schematico che è idea — essere-in-sé, essere-al-di-fuori-di-sé, essere-in-e-per-sé — perché è formato per necessità logica. Entrambi non sono liberi. Libero è soltanto l’uomo vero, che è visto come l’equilibrio tra l’idea che però sfonda verso lo spirito vero, e la realtà materiale esterna.
Perciò anche in questa «Filosofia della libertà» è stato tentato di non fondare la vita morale su un principio qualsiasi astratto, ma su ciò che è il vero vissuto morale interiore, che allora chiamai «fantasia morale»; su quello che nello stesso uomo individuale sgorga dall’intuizione, per dirlo figuratamente. Kant costituì l’imperativo categorico: Agisci in modo che la massima della tua azione possa essere una regola per tutti gli uomini. — Mettiti un vestito che possa andare bene a tutti gli uomini! La massima della filosofia della libertà suona: Agisci come proprio in questo momento concreto la tua natura umana più alta esige da te secondo lo spirito.
Così si giunge attraverso il detour della morale nella spiritualità. E forse proprio questo sarebbe per l’umanità attuale una via per giungere a una concezione del mondo spirituale: se questa umanità dapprima comprendesse ciò che fondamentalmente non è così difficile da comprendere, che il morale non ha nessun sostegno se non è compreso come parte di un soprasensibile-spirituale.
Vedete, la logica di Hegel è dall’inizio alla fine una somma di idee astratte. Che cosa allora nuoce in fondo, se vedo tutta la natura, tutto quello che è superficialmente lì, soltanto come una schematica di idee? — Nuoce però quando quello che ci spinge al morale e ci impulsiona non viene dal mondo spirituale; perché se non viene dal mondo spirituale, non ha nessuna realtà vera, è soltanto suono e fumo che vengono fuori dall’uomo animale. Quando l’uomo animale muore, allora non c’è più niente. Nella filosofia hegeliana non c’è un solo concetto che si potrebbe riferire a qualcosa che ancora fosse lì per l’uomo quando è passato per la porta della morte, o prima che fosse passato per la porta della nascita. La filosofia hegeliana è grande, ma è grande come punto di transito del 19° secolo. Riconoscere Hegel nella sua grandezza conduce proprio a continuarlo, a sfondare ciò che si oppone lì, quando si giunge al pensiero puro, alla pura logica, all’idea, al suo essere-in-sé — nel mondo soprasensibile. Essere hegeliani, questo può essere soltanto il piacere privato di alcuni cervelli tinti, che al principio del 20° secolo cercano la loro grande spiritosità nello stare lì dove era concesso stare nei primi decenni del 19° secolo. Perché questo, miei cari amici, dobbiamo imparare: di non voler vivere soltanto in modo astratto come uomini, ma di vivere nel tempo, di vivere nello sviluppo del tempo. Arriviamo proprio per questo nel vivo, che neghiamo l’assoluto, altrimenti non potremo collaborare con lo sviluppo umano. E su questo si tratta, di collaborare con lo sviluppo umano.
Vedete, Raffaello era grande. La Madonna Sistina è una creazione pittorica molto significativa. Hadir ragione nel valutarla è autorizzato soltanto colui che, se oggi un pittore dipingesse la Madonna Sistina, la riterrebbe un brutto quadro. Perché non si tratta di prendere assolutamente qualcosa, ma si tratta di collocarsi nella grande connessione dell’umanità. E questo è il grande peccato, è il vero male nel nostro tempo, quando questo è trascurato. Oggi sta la necessità di non collocarsi — come era permesso nel tempo antico — assolutamente nel mondo, bensì nell’era dello sviluppo della coscienza diviene una necessità di sentirsi consapevolmente nel momento a cui nella rispettiva incarnazione si è stati collocati. Per paradossale che suoni, alla giusta stima della Madonna Sistina di Raffaello si arriva soltanto se, nel caso oggi un pittore dipingesse questa Madonna Sistina, si riuscisse a ritenerla un brutto quadro dal punto di vista attuale della pittura. Perché niente ha un valore assoluto, ma le cose hanno il loro valore al posto del mondo in cui stanno. Finora si poteva fare a meno di tale conoscenza. Da ora innanzi una tale conoscenza è necessaria.
Infine non è neppure così particolarmente profonda. Chi ha scoperto il teorema pitagorico era al suo tempo un grande uomo. Se oggi qualcuno lo scopre o lo inventa sarebbe interessante, no?; sarebbe pure interessante se oggi qualcuno fece la Madonna Sistina — ma non è il momento, non è quello che deve accadere al punto dello sviluppo a cui siamo giunti.
Vedete, miei cari amici, quale riforma del pensiero è necessaria, quale socializzazione del pensiero! Vivere con l’umanità, questo è ciò su cui conta oggi. Questo apparirà ancora ai più come paradossale. Ma siamo già stati posti nella necessità di ripensare radicalmente, di venire a pensieri veramente nuovi. Con i vecchi pensieri non è più possibile continuare a vivere. Con i vecchi pensieri può accadere soltanto che se gli uomini li continuano, il mondo deve cadere loro sulla testa. Da questo dipende il bene dell’umanità: che gli uomini possano distaccarsi dal vecchio pensiero e veramente vogliano nuovo pensiero. La scienza dello spirito è nuovo pensiero. È proprio per questo che è così rinnegata, perché in fondo contraddice tutte le vecchie abitudini di pensiero. Soltanto gli uomini che hanno il sentimento della necessità di venire a nuovo pensiero, soltanto questi potranno avere un pieno sentimento per la scienza dello spirito in generale e pure per la sua rivelazione riguardo a singoli ambiti della vita dell’anima, come ad esempio riguardo alla questione sociale.
E un’altra cosa ancora forma l’insalubrità del tempo presente: che in realtà nell’inconscio gli uomini sono già a pensare diversamente, ma da un’ostinazione storica di questo nell’inconscio giacente diverso pensiero sopprimono e soffrono così la punizione di un pensiero soppresso. Lo sviluppo storico attuale è in molti modi una punizione della natura umana ostinata, che sopprime ciò che giace nei suoi fondamenti e si aggrappa artificialmente a ciò a cui si è aggrappata per secoli. Dovrebbe appunto non il pensatore incongruente, comodo, ma il pensatore conseguente della periodo decaduta passata tenersi, per vedervi che cosa ci siamo sbagliati. Non i pensatori incongruenti caratterizzano il periodo decaduto, ma coloro che si sono fermati al punto di vista dell’antico. Quando nell’austriaca Camera alta molti anni fa tutti gli astrazionisti e gli uomini liberali del progresso parlavano di progresso e liberalismo e di tutto, come si deve trasformare la religione affinché risponda alle esigenze del tempo moderno, brevemente: tutto quello che i bravi, rispettabili borghesi, da Gladstone in poi fino agli rispettabili parlamentari borghesi del continente, sempre, sempre hanno detto — allora il cardinale Rauscher rispose come un uomo del tutto antiquato, ma proprio fermamente piantato nell’antico: La Chiesa cattolica non conosce progresso, ciò che una volta era vero sarà vero per tutti i tempi. Tutto ciò che vuol affermarsi come novità contro questo, non ha diritto. — Questo era un uomo antiquato, ma uno spirito compiuto in sé dell’epoca antica. Così pure Pobedonoszew, l’unico che in modo geniale, con spirito fine ha condannato tutta la cultura occidentale del tempo moderno, perché fondamentalmente secondo la sua opinione non avrebbe portato a nulla — non poteva neanche portare a nulla. L’antico ordine a cui la moderna borghesia s’era abituata, era possibile mantenerlo soltanto se si fosse voluto plasmare il mondo come il cardinale Rauscher e come lo stesso Pobedonoszew lo voleva. Se il mondo realmente non fosse stato dotato dello sfasciacavoli di Nicola II, ma dei principi rigidi di Pobedonoszew, naturalmente la nostra guerra non sarebbe venuta. Ma è da dir questo contro: con le idee di Pobedonoszew non si sarebbe potuto, perché la realtà prese strade diverse da queste idee. E su questo si tratta ora: seguire la realtà, non facendo concessioni, non comportandosi come si sono comportati la maggior parte degli spiriti nel corso della seconda metà del 19° secolo o addirittura nei due decenni del 20° secolo, bensì risolvendo veramente di pensare qualcosa che è così diverso dal precedente pensiero, come i devastamenti della guerra mondiale sono diversi, dal lato negativo, da quello che finora si è verificato. Dalla terribile disgrazia dell’umanità di cui si dice sempre di nuovo che niente del genere è mai accaduto nel corso della storia, da questo si dovrebbe ora imparare almeno che si devono pure afferrare pensieri di cui si può dire: così niente del genere è mai accaduto nel corso della storia passata.
Vedete, a prendere una grande decisione è toccato una volta all’umanità. E quello che inconsapevolmente degli istinti vuol portare questa decisione a maturità, è fondamentalmente quello che si afferma come socialismo. Non prima il mondo uscirà dal caos, fino a che una sufficientemente grande quantità di uomini al socialismo materiale non avrà aggiunto lo spiritualismo ideale. Così stanno le cose oggi unite. Finché gli uomini non sono neanche ancora così lontano che vedono il più vicino reale quando sta loro direttamente di fronte al naso, fino a quel punto nessun bene può nascere nel divenire storico-sociale dell’umanità. Questo dovrebbe in una certa misura divenire la pratica interiore dell’anima che sorge dagli impulsi della scienza dello spirito, miei cari amici. Sempre di nuovo e di nuovo voglio cercare di farvi capire questa pratica interiore dell’anima. Quanto più fortemente sentite che qualcosa così è necessario per il nostro tempo, come ho tentato di presentare di nuovo nelle nostre considerazioni attuali, tanto più correttamente vi muoverete in quella corrente di spirito che vuol essere animata dalla scienza dello spirito orientata antroposoficamente.
Di questo vogliamo parlare ancora venerdì prossimo.
In memoria di Frater Stefano Ravaglia
anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.
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