Miei cari amici! Riguardo alle esposizioni che intendo presentarvi nei prossimi giorni, vorrei farvi oggi una premessa introduttiva. Desidero farlo innanzitutto affinché siate sin dall’inizio informati sulla finalità di questi incontri. Non è mia intenzione trattare un ambito scientifico rigidamente circoscritto in questi giorni, bensì presentarvi alcuni ulteriori punti di vista con uno scopo ben preciso nel campo scientifico. Desidero mettervi in guardia dal designare questo cosiddetto «corso» come un «corso di astronomia». Non deve essere così. Piuttosto, deve affrontare qualcosa che in questo periodo mi sembra di importanza eccezionale. Per questo motivo ho dato come titolo: «Il rapporto dei diversi ambiti scientifici naturalistici con l’astronomia».
Desidero oggi in particolare illustrarvi cosa intendo veramente con questa titolazione.
È indubbiamente così — e in un lasso di tempo relativamente breve — che all’interno della cosiddetta vita scientifica, se non vogliamo correre il rischio di un completo declino, molte cose dovranno cambiare. In particolare, certe masse scientifiche, che attualmente vengono raggruppate sotto certi titoli e rappresentate attraverso le nostre comuni istituzioni scolastiche, dovranno essere sottratte dal loro ordine attuale e riorganizzate secondo altre considerazioni, in modo che dovrà verificarsi una riorganizzazione molto ampia dei nostri ambiti scientifici. Infatti, la strutturazione che possediamo attualmente non è affatto sufficiente per giungere a una concezione del mondo conforme alla realtà. D’altro canto, la nostra vita contemporanea è talmente legata a questa suddivisione, che semplicemente le cattedre si assegnano secondo questa divisione tradizionale. Tutt’al più ci si limita a scomporre ulteriormente gli ambiti scientifici già definiti in settori specialistici, ricercando singoli specialisti, come si dice, per questi settori.
Ma in tutta questa vita scientifica dovrà intervenire un cambiamento, nel senso che dovranno emergere categorie completamente diverse, e in queste categorie si troveranno riunite materie che oggi, per esempio, vengono insegnate nell’ambito della zoologia, eventualmente della fisiologia, quindi di nuovo della teoria della conoscenza — materie che verranno raggruppate insieme in un nuovo ambito scientifico. Al contrario, i più antichi ambiti scientifici, che operano fortemente con astrazioni, dovranno scomparire. Dovranno dunque realizzarsi nuovi raggruppamenti scientifici completamente innovativi. Questo incontrerà inizialmente difficoltà sotto il profilo del fatto che al giorno d’oggi le persone vengono addestrate sulle categorie scientifiche determinate e solo con grande difficoltà riescono a gettare un ponte verso ciò di cui necessariamente hanno bisogno per un’adeguata sintesi scientifica della materia conforme alla realtà.
Se debbo esprimermi schematicamente, direi: attualmente abbiamo un’astronomia, abbiamo una fisica, abbiamo una chimica, abbiamo una filosofia, abbiamo una biologia, abbiamo una matematica e così via. All’interno di queste si sono creati settori specialistici, direi principalmente affinché i singoli esperti non abbiano troppo lavoro per orientarsi, e inoltre affinché non abbiano troppo lavoro per dominare la letteratura pertinente, che si estende all’infinito. Ma sarà necessario creare nuovi ambiti che comprendano tutt’altro, ambiti che magari comprendano un poco di astronomia, un poco di biologia e così via. Naturalmente, per questo sarà assolutamente necessaria una trasformazione della nostra intera vita scientifica. Proprio qui, ciò che chiamiamo scienza dello spirito, che intende essere qualcosa di universale, deve operare in questa direzione. Deve farsi carico particolare di operare in questo senso. Infatti, semplicemente non possiamo andare avanti con le vecchie suddivisioni. Le nostre università si presentano oggi al mondo così da essere sostanzialmente estranee alla vita. Ci formano come matematici, fisiologi, ci formano come filosofi, ma tutti costoro in realtà non hanno alcun particolare rapporto con il mondo. Non sanno far altro che lavorare appunto nei loro ambiti rigidamente circoscritti. Ci rendono il mondo sempre più astratto e sempre più impossibile da considerare come realtà. E a questa necessità che sta alla base dei tempi desidero proprio in queste conferenze render giustizia. Desidero mostrarvi come sarà sulla lunga distanza impossibile rimanere alle vecchie suddivisioni. E per questo desidero mostrarvi come i più diversi altri ambiti, che oggi non si curano affatto dell’astronomia, hanno certi rapporti con una conoscenza che è universale dal punto di vista spaziale, cioè con l’astronomia, in modo che semplicemente certe conoscenze astronomiche dovranno emergere in altri ambiti, affinché si impari a controllare questi altri ambiti in modo conforme alla realtà.
Dunque, di che cosa si tratterà in queste conferenze: di gettare un ponte da diversi ambiti scientifici verso il campo dell’astronomico, e che l’astronomico appaia in modo corretto nei singoli ambiti scientifici.
Affinché non sia frainteso, vorrei premettere ancora un’osservazione metodologica. Vedete, il modo e la maniera della presentazione nella scienza, come è oggi consueto, dovrà esperire molti cambiamenti proprio perché è in realtà nata dalla struttura scientifica che oggi dobbiamo superare. Oggi è consueto che, precisamente quando si fa riferimento a certi fatti che stanno più lontani dall’uomo, perché oggi con le sue scienze egli non vi arriva affatto, spesso si dica: questo è affermato, ma non provato. — Si tratta piuttosto del fatto che nella pratica scientifica contemporanea ci si trova nella necessità di esprimere dapprima puramente dalla visione intellettiva molte cose, che si deve poi verificare portando sempre più e più fatti che forniscono la verifica. Cioè, non si può presupporre che all’inizio di una qualche considerazione tutto si presenti cosicché nessuno possa farvi obiezione, dicendo: non è provato. Verrà provato, verificato nel corso del tempo, ma molte cose devono dapprima essere esposte puramente dalla visione intellettiva, affinché il concetto interessato, l’idea interessata, si formi. E così vi prego di considerare queste conferenze come un tutto, dunque, per molte cose che nelle prime ore appariranno come se fossero soltanto esposte inizialmente, di cercare le prove evidenti nelle ultime ore. Allora molte cose che esporrò inizialmente in questo modo — affinché semplicemente idee e concetti esistano — si verificheranno.
Vedete, ciò che oggi chiamiamo astronomia, incluso il campo dell’astrofisica, è in fondo una creazione dei tempi moderni. Prima dell’epoca di Copernico e Galilei si pensava alle cose astronomiche in modo essenzialmente diverso da come si pensa oggi. Oggi è straordinariamente difficile indicare il modo particolare in cui nel 13°, 14° secolo si pensava astronomicamente, perché questo è diventato totalmente estraneo all’uomo contemporaneo. Viviamo ormai solo nelle rappresentazioni — il che da un certo lato è ben giustificato — che si sono formate a partire dal tempo di Galilei, Keplero, Copernico, e queste sono rappresentazioni che in fondo trattano gli ampi fenomeni dello spazio celeste, per quanto riguardano l’astronomia, in un modo matematico-meccanico. Si pensa a questi fenomeni in modo matematico-meccanico. Si pone alla base della considerazione di questi fenomeni ciò che si ricava da una scienza astratta della matematica o da una scienza astratta della meccanica. Si calcola con distanze, con movimenti e con forze, ma il modo qualitativo di considerazione, che certamente era presente ancora nel 13°, 14° secolo, in modo da distinguere individualità nelle stelle, da distinguere un’individualità di Giove, un’individualità di Saturno, questo è completamente perduto per l’umanità contemporanea. Non desidero ora esprimere una critica su queste cose, ma desidero solo sottolineare che il trattamento meccanico e matematico è diventato esclusivo per ciò che chiamiamo l’ambito astronomico. Anche se, senza comprendervi la matematica o la meccanica, oggi ci procuriamo conoscenze in modo popolare sulla volta celeste, tuttavia accade in modo popolare, secondo concetti puramente spazio-temporali, cioè secondo rappresentazioni matematico-meccaniche. E non esiste alcun dubbio presso i nostri contemporanei, che credono di poter esprimere giudizi autorevoli su queste cose, che il cielo stellato possa essere considerato solo in questo modo, che tutto il resto sia cosa da dilettanti.
Ora, se ci si chiede come sia accaduto che questa considerazione del cielo stellato sia entrata nella nostra evoluzione civilizzatrice, allora coloro che considerano la mentalità scientifica contemporanea come qualcosa di assoluto dovranno dare una risposta diversa da quella che possiamo dare noi. Chi considera lo sviluppo scientifico come esso è oggi consueto come qualcosa di assolutamente valido, dirà: ebbene, l’umanità precedente non disponeva di rappresentazioni rigorosamente scientificamente formate; vi si è arrivati solo faticosamente. E ciò a cui si è arrivati faticosamente — il modo di considerazione matematico-meccanico dei fenomeni celesti — corrisponde appunto all’oggettività, è fondato nella realtà. — In altre parole si dirà: i popoli precedenti hanno introdotto qualcosa di soggettivo nei fenomeni del mondo; l’umanità moderna si è faticosamente sviluppata verso la comprensione rigorosamente scientifica di ciò che corrisponde veramente alla realtà.
Noi non possiamo dare questa risposta, bensì dobbiamo prendere posizione dal punto di vista dello sviluppo dell’umanità, che nel corso della sua esistenza ha portato alla coscienza diverse forze interiori. Dobbiamo dirci: per il modo in cui si contemplavano i fenomeni celesti, come era in vigore presso i Babilonesi antichi, gli Egiziani, forse anche presso gli Indiani, per questo era determinante un modo particolare dello sviluppo delle forze spirituali dell’umanità. — Queste forze spirituali dell’umanità dovevano allora svilupparsi con la medesima necessità interiore con cui un bambino tra il decimo e il quindicesimo anno deve sviluppare certe forze spirituali, mentre in un altro periodo sviluppa altre forze spirituali. Di conseguenza, l’umanità in altre epoche arriva ad altre ricerche. — Allora venne il sistema tolemaico del mondo. Esso procedeva ancora dalle altre forze spirituali. Poi il nostro sistema copernicano del mondo. Esso procedeva ancora dalle altre forze spirituali. Esse non si svilupparono perché ora noi come umanità siamo fortunatamente diventati tali da esserci faticosamente sviluppati all’oggettività, mentre tutti gli altri prima erano bambini, bensì perché l’umanità dalla metà del 15° secolo ha avuto bisogno proprio dello sviluppo delle capacità matematico-meccaniche, che precedentemente non esistevano. L’umanità ha bisogno per il suo bene di far affiorare queste capacità matematico-meccaniche, e perciò l’umanità oggi osserva i fenomeni celesti nell’immagine delle capacità matematico-meccaniche. E li osserverà di nuovo diversamente, quando, per il suo proprio sviluppo, per il suo proprio bene, avrà tratto dalle profondità dell’anima altre forze. Dipende dunque dall’umanità quale forma assuma la concezione del mondo, e non si tratta di poter guardare con altezzosità ai tempi precedenti, quando gli uomini erano ancora infantili, e guardare ai tempi presenti, quando finalmente ci si è faticosamente sviluppati all’oggettività che rimane per tutto l’avvenire.
Ciò che è diventato un bisogno particolare dell’umanità moderna ed ha influenzato anche il bisogno scientifico, è che da una parte si aspira ad avere rappresentazioni il più possibile facili da comprendere — queste sono quelle matematiche —, e d’altra parte si aspira però ad avere rappresentazioni rispetto alle quali ci si possa abbandonare a una coercizione interiore il più possibile forte. L’uomo moderno diviene subito incerto e nervoso, se non ha una coercizione interiore così forte come quella che sta alla base del giudizio del teorema pitagorico, bensì se avverte: deve decidere egli stesso, la figura disegnata non decide per lui, ma deve decidere egli stesso, deve sviluppare attività spirituale. Allora diviene subito incerto e nervoso. Su questo l’uomo moderno non lo segue. Allora dice, questa non è scienza esatta, vi entra soggettività. L’uomo moderno è veramente terribilmente passivo. Desidera essere condotto dappertutto in modo da essere guidato da intrecci completamente oggettivi di parti di giudizio. La matematica soddisfa questo, almeno nella maggior parte dei suoi ambiti, e dove non soddisfa, dove l’uomo nei tempi moderni ha fatto ricorso al suo giudizio — ebbene, allora è così! Crede di essere comunque preciso, ma cade nelle rappresentazioni più incredibili. Dunque, nella matematica e nella meccanica, l’uomo crede di essere trascinato dal vincolo dei concetti che si auto-connettono. Allora sente fermo il suolo sotto i piedi. E nel momento in cui esce da questo, non vuol più parteciparvi. Questa facilità di comprensione da un lato e questa coercizione interiore d’altro canto, questo è ciò che l’umanità moderna ha bisogno per suo bene. E da questo è nata in fondo anche la scienza moderna dell’astronomia nella sua forma particolare come visione del mondo. Non dico ora nulla sulle singole verità, bensì sul tutto come visione del mondo inizialmente.
Ora è penetrato talmente nella coscienza dell’umanità, che si è arrivati a considerare tutto il resto più o meno come non scientifico, ciò che non può essere trattato in questo modo. Da questo nacque allora qualcosa come l’affermazione di Kant, che ha detto: in tutti i singoli ambiti scientifici vi è soltanto tanta vera scienza, quanta matematica vi si può trovare. Così, in fondo, si dovrebbe portare il calcolo in tutte le scienze, oppure portarvi la geometria. Ma ciò fallisce dal fatto che le più semplici rappresentazioni matematiche sono nuovamente lontane da quelle persone, per esempio, che studiano medicina. Con loro oggi non si può assolutamente più parlare a partire dalla nostra strutturazione scientifica di semplici rappresentazioni matematiche. E così accade che da una parte è stato proposto come ideale ciò che si chiama conoscenza astronomica. Du Bois-Reymond ha formulato questo nel suo discorso sui confini della conoscenza della natura, affermando: comprendiamo solo ciò che nella natura può diventare per noi conoscenza astronomica, e soddisfiamo soltanto così il nostro bisogno di causalità. — Dunque osserviamo i fenomeni celesti cosicché disegniamo il quadro celeste con le stelle, che calcoliamo con ciò che ci è dato come materiale. Possiamo precisare: qui c’è una stella, essa esercita una forza di attrazione su altre stelle. Iniziamo a calcolare, abbiamo le singole cose che includiamo nel nostro calcolo, le teniamo intuitivamente davanti a noi. Questo è ciò che dapprima abbiamo introdotto nell’astronomia. Ora consideriamo, per esempio, la molecola. Abbiamo in essa, se è complicata, ogni sorta di atomi che esercitano forza di attrazione l’uno sull’altro, che si muovono intorno l’uno all’altro. Abbiamo un piccolo universo. E consideriamo questa molecola secondo il modello come consideriamo altrimenti il cielo stellato. Chiamiamo questo «conoscenza astronomica». Consideriamo gli atomi come piccoli corpi celesti, la molecola come un piccolo sistema celeste e siamo soddisfatti quando ci riesce. Ma c’è sì una grande differenza: quando osserviamo il cielo stellato, abbiamo dinanzi a noi tutti i dettagli. Possiamo al massimo domandarci se li comprendiamo correttamente, se forse non è diverso da ciò che, per esempio, Newton ha affermato. Tessiamo intorno a esso una rete matematico-meccanica. Questo è in realtà un’aggiunta. Ma soddisfa i bisogni scientifici contemporanei dell’umanità. Nel mondo degli atomi-molecole, allora introduciamo il sistema che abbiamo prima escogitato, e pensiamo le molecole e gli atomi. Pensiamo a ciò che altrimenti ci è dato. Ma soddisfiamo il nostro cosiddetto bisogno di causalità dicendo: se ciò che pensiamo come parti più piccole si muove così e così, questo è l’oggettivo per la luce, per il suono, per il calore e così via. Portiamo conoscenze astronomiche in tutti i fenomeni del mondo e soddisfiamo così il nostro bisogno di causalità. Du Bois-Reymond l’ha affermato addirittura in tono secco: dove non si può fare questo, non esiste affatto alcuna spiegazione scientifica.
Vedete, ciò che è asserito qui dovrebbe corrispondere, se per esempio si volesse giungere a una terapia razionale, cioè volessimo comprendere l’efficacia di un rimedio, che si potrebbe seguire gli atomi nella sostanza di questo rimedio come altrimenti si seguono la luna, il sole, i pianeti e le stelle fisse. Dovrebbero tutti diventare piccoli sistemi celesti. Si dovrebbe poter dire calcolando come agisce un qualche mezzo. Questo è stato in realtà per molti un ideale anche in un passato non molto lontano. Ora si sono abbandonati tali ideali. Ma non fallì solo riguardo ad ambiti così lontani come, per esempio, la terapia razionale, bensì già per altri ben più vicini semplicemente dal fatto che le nostre scienze sono strutturate come lo sono oggi. Vedete, il medico contemporaneo è formato così da poter avere straordinariamente poca vera matematica. Così con lui si può forse parlare della necessità di conoscenze astronomiche, ma non si può far nulla con lui se si parla di introdurre rappresentazioni matematiche nel suo ambito. Perciò ciò che abbiamo oltre a matematica, meccanica e astronomia, nel senso rigoroso della parola, oggi dovrebbe essere designato come non scientifico. Naturalmente non lo si fa. Si designano anche queste altre scienze come esatte, ma questo è nuovamente solo un’inconsequenzialità. Ma caratteristico per il presente è che si potesse formulare la richiesta di comprendere tutto secondo il modello dell’astronomia.
Quanto sia difficile parlare oggi con le persone veramente in modo penetrante su certe cose, ve lo desidero rendere evidente attraverso un esempio. Sapete, nella moderna biologia ha avuto un grande ruolo la questione sulla forma delle ossa del cranio umano. Ho parlato anche più volte, in relazione ai nostri insegnamenti antroposofici, su questa questione. La forma delle ossa del cranio umano: Goethe, Oken hanno fatto straordinarie anticipazioni su questa questione. Allora la scuola di Gegenbaur ha condotto indagini classiche su essa. Ma qualcosa che potrebbe soddisfare un bisogno di conoscenza che vada più in profondità in questa direzione, in fondo non è presente da nessuna parte oggi. Ci si contende se Goethe avesse più o meno ragione, affermando che le ossa del cranio fossero vertebre trasformate, ossa della spina dorsale, ma a nessuna visione penetrante su questa questione si può giungere oggi da un motivo ben determinato, perché dove se ne parla difficilmente si può essere compresi. E dove si potrebbe essere compresi, non se ne parla, perché non interessano. Vedete, oggi sarebbe quasi un collegio impossibile quello che ne risulterebbe, se si riunisse un vero medico contemporaneo, un vero matematico contemporaneo, cioè uno che padroneggi la matematica superiore, e una persona che comprendesse entrambi abbastanza bene. Questi tre non potrebbero quasi intendersi. Chi sedesse in mezzo, che capisse un poco entrambi, potrebbe in caso di necessità parlare con il matematico, anche con il medico. Ma il matematico e il medico non potrebbero intendersi su questioni importanti, perché ciò che il medico ha da dire non interessa il matematico, e ciò che il matematico avrebbe da dire — se affatto venisse enunciato — il medico non lo comprende, perché non ha i necessari presupposti matematici. Ciò diventa particolarmente evidente nel problema che ho appena citato.
Ci si rappresenta oggi così: se le ossa del cranio sono vertebre trasformate, allora si dovrebbe poter procedere in linea retta attraverso una qualche metamorfosi spazialmente rappresentabile da una vertebra a un osso cranico. L’estensione della rappresentazione agli altri tipi di ossa lunghe, ciò non riesce già dai presupposti citati. Il matematico, dopo i suoi studi matematici, potrà farsi una rappresentazione di cosa significhi veramente quando capovolgo un guanto, quando volgo l’interno all’esterno. Ci si deve rappresentare un trattamento matematico del fatto che si volti all’esterno ciò che prima era orientato verso l’interno, e verso l’interno ciò che prima era all’esterno. Desidero rappresentarlo schematicamente così (Fig. 1): una qualche forma che sia bianca verso l’esterno e rossa verso l’interno. Tratteniamo questa forma secondo il modello del capovolgimento del guanto, in modo che ora diventi rossa all’esterno e sia rivestita di bianco verso l’interno (Fig. 2).
Ma ora procediamo oltre. Immaginiamo che ciò che abbiamo qui sia dotato di forze interiori, in modo cioè che non si capovolga semplicemente come un guanto, che capovolto appaia ancora come un guanto, ma supponiamo che ciò che capovolgiamo presenti all’esterno tensioni di forza diverse da quelle all’interno. Allora sperimenteremo che dal semplice capovolgimento emerge una forma completamente diversa. Allora il corpo sarà così come era prima di capovolgerlo (Fig. 1). Se lo capovolgiamo, entrano in gioco altre forze nel rosso, altre nel bianco, e la conseguenza è forse che dal semplice capovolgimento emerge questo corpo (Fig. 3). È possibile che dal semplice capovolgimento emerga questo corpo. Poiché il rosso stava all’interno, non poteva sviluppare la sua forza. Ora può svilupparla diversamente quando è capovolto all’esterno. E così anche il bianco. Può sviluppare la sua forza solo quando è capovolto all’interno.
Naturalmente è interamente pensabile sottoporre una cosa come questa a un trattamento matematico. Ma oggi si è completamente riluttanti ad applicare alla realtà ciò che si può ottenere in concetti in questo modo. Poiché nel momento in cui si impara ad applicarlo alla realtà, si arriva a vedere nelle nostre ossa lunghe, dunque nell’osso del braccio, nell’osso della coscia o della gamba inferiore e nell’osso dell’avambraccio, un corpo che capovolto diviene un osso del cranio! Sia caratterizzato qui verso l’interno fino al midollo dal rosso, verso l’esterno dal bianco (Fig. 4). Volge verso l’interno la struttura, i rapporti di tensione che possiamo investigare; verso l’esterno ciò che vediamo quando stacchiamo il muscolo dall’osso lungo. Pensate questo osso lungo, però capovolto secondo il medesimo principio che vi ho indicato, e date efficacia ai suoi altri rapporti di tensione, allora potete ottener bene questo (Fig. 5). Ora ha verso l’interno questo (bianco) e verso l’esterno quello che caratterizzai mediante il rosso viene manifestandosi. Questo è veramente il rapporto di un osso cranico a un osso lungo. Dovete capovolgere un osso lungo come un guanto secondo le sue forze che vi agiscono, allora ricavate l’osso cranico. La trasformazione dell’osso cranico dall’osso lungo si comprende solo se vi rappresentate questo capovolgimento. E ottenete l’intera importanza di ciò se vi rappresentate che ciò che l’osso lungo volge verso l’esterno, nell’osso cranico è volto verso l’interno, che l’osso cranico è orientato verso un mondo che giace nell’interno del cranio. C’è un mondo. L’osso cranico vi è orientato così come l’osso lungo è orientato verso l’esterno, verso il mondo esterno. Nel sistema scheletrico lo si può rendere particolarmente facile da intuire. Ma così è orientato l’intero organismo umano, poiché in primo luogo ha un’organizzazione cranica e d’altro lato un’organizzazione degli arti, in modo che l’organizzazione cranica è orientata verso l’interno, l’organizzazione degli arti verso l’esterno. Il cranio abbraccia un mondo verso l’interno, l’uomo degli arti abbraccia un mondo verso l’esterno, e fra entrambi è come una sorta di sistema compensatorio ciò che serve al ritmo.
Prendete oggi in mano un qualche scritto che tratti della teoria delle funzioni o della geometria non-euclidea, e osservate quale enorme somma di ogni sorta di considerazioni si impiega per andare oltre il modo ordinario di rappresentazione geometrica nello spazio tridimensionale, per estendere ciò che è la geometria euclidea, allora vedrete che vi si impiega una grande diligenza e grande acutezza. Ma ora, diciamo che siete diventati un grande esperto di matematica, che conoscete bene la teoria delle funzioni, che comprendete anche tutto ciò che oggi si comprende sulla geometria non-euclidea. Ora vorrei però sollevare la questione — scusate, appare un po’ sprezzante quando si riveste la cosa in questa trivialità, ma desidero comunque farla rispetto a molte cose che tendono in questa direzione, e prego i presenti, in particolare gli esperti di matematica, di riflettervi — vorrei sollevare la questione: che cosa mi guadagno da tutto ciò che lì è stato escogitato puramente matematicamente? Non interessa affatto il campo dove potrebbe forse trovare applicazione reale. Se si applicasse tutto ciò che è stato escogitato sulla geometria non-euclidea alla struttura dell’organismo umano, allora si starebbe nella realtà e si applicherebbe alla realtà qualcosa di enormemente significativo, e non ci si perderebbe in speculazioni prive di realtà. Se il matematico fosse adeguatamente preparato, in modo che l’interessasse anche la realtà, in modo che l’interessasse, per esempio, come appare il cuore, in modo da poter ottenere una rappresentazione su come egli tramite operazioni matematiche potrebbe capovolgere l’organismo cardiaco e come per mezzo di ciò emergerebbe l’intera forma umana; se ricevesse un’istruzione per matematizzare in questo modo, allora questa matematizzazione starebbe nella realtà. Allora non sarebbe più possibile che da un lato ci fosse il matematico colto che non gli interessano le altre cose che il medico impara, e dall’altro il medico che non comprende come il matematico trasforma, metamorfosa forme, ma solo in ambiti puramente astratti.
Questo è qualcosa da cui dobbiamo andare oltre. Se non andiamo oltre questo, le nostre scienze si impantanano. Si articolano sempre più. Gli uomini non si comprendono più. Come si dovrebbe portare la scienza a considerazioni socio-scientifiche, come tutto ciò che vi mostrerò in queste conferenze richiede? Ma questa scienza che potrebbe essere portata a una socio-scienza non esiste.
Bene, abbiamo dunque da una parte l’astronomia, che sempre più tende al modo di considerazione matematica, e che nella sua forma presente è diventata grande proprio perché è puramente una scienza matematico-meccanica. Ma abbiamo anche un altro polo rispetto a questa astronomia, che non può essere studiato in modo conforme alla sua realtà secondo le attuali condizioni scientifiche senza questa astronomia. Ma non è affatto possibile gettare un ponte tra l’astronomia e questo altro polo delle nostre scienze. Questo altro polo è infatti l’embriologia. E solo chi studia la realtà è colui che da una parte studia il cielo stellato e dall’altra parte studia in particolare lo sviluppo dell’embrione umano. Ma come si studia ora il genitore umano nel modo oggi consueto?
Bene, si dice: l’embrione umano nasce dalla cooperazione di due cellule, le cellule sessuali, la cellula maschile e la cellula femminile. Queste cellule si sviluppano nell’organismo restante cosicché fino alla possibilità di cooperazione raggiungono una certa autonomia, da cui rappresentano un certo contrasto, in modo che una cellula nell’altra cellula evoca altre possibilità di sviluppo rispetto a quelle che aveva precedentemente. Ciò riguarda la cellula germinale femminile. Partendo da questo, si studia la teoria cellulare in generale. Ci si pone la domanda: che cos’è una cellula? — Sapete, circa a partire dal primo terzo del 19° secolo la biologia si edifica in realtà sulla teoria cellulare. Ci si dice: una tale cellula consiste di una sferetta più o meno grande o piccola di sostanza, che è costituita di composti proteici. Ha in sé un nucleo, che presenta una struttura piuttosto diversa, e intorno a sé una membrana, che è necessaria per delimitarla. È così il mattone fondamentale di tutto ciò che si forma come essere organico. Tali cellule sono dunque anche le cellule sessuali, solo in modi diversi formate come cellule femminili e maschili. E da tali cellule si edifica ogni organismo più complicato.
Ebbene, cosa si intende veramente quando si dice: da tali cellule si edifica un organismo? Si intende: ciò che altrimenti si ha in sostanze nella natura restante viene assorbito in queste cellule e non agisce più direttamente come altrimenti in natura. Se in queste cellule sono contenuti, per esempio, ossigeno, azoto o carbonio, allora questo carbonio non agisce su un’altra sostanza al di fuori così come altrimenti, ma è a lui sottratta questa azione immediata. È assorbito nell’organismo della cellula e può agire solo come può agire nella cellula, non agisce immediatamente, bensì la cellula agisce e si serve delle sue particolari proprietà, per averlo incorporato in una certa quantità in sé. Ciò che per esempio abbiamo negli umani come metallo, come ferro, agisce solo attraverso la deviazione della cellula. La cellula è il mattone fondamentale.
Ora quando si studia l’organismo, si torna indietro alla cellula. E quando dapprima si considera solo la cosiddetta massa principale della cellula, al di fuori dal nucleo, al di fuori dalla membrana, si possono dimostrare in essa due parti da distinguere l’una dall’altra. Si ha una parte finemente liquida, trasparente, e si ha una parte che forma una sorta di impalcatura. In modo che schematicamente disegnato si può rappresentare una cellula così, dicendo che si ha l’impalcatura cellulare e poi questa impalcatura cellulare incorporata in quella sostanza che non è formata come l’impalcatura cellulare stessa (Fig. 6). La cellula così si dovrebbe pensare costruita da una massa rimasta finemente liquida, che non assume forma in sé, e dalla sua impalcatura, che assume forma in sé, che è formata nei modi più diversi. Questo si studia. Lo si riesce più o meno a studiare così la cellula: certe parti in essa sono colorabili, altre non colorabili. Attraverso carmin o safranina o qualcosa che si usa per colorare le cellule, si ottiene una forma d’insieme della cellula, in modo che ci si può formare certe rappresentazioni anche sulla struttura interna della cellula. E si studia questo. Si studia come questa struttura interna cambia, mentre, per esempio, la cellula germinale femminile viene fecondata. Si seguono i singoli stadi, come la cellula cambia nella sua struttura interna, come si divide quindi, come la parte, cellula per cellula, si articola e da questa composizione emerge una forma complicatamente costruita. Questo si studia. Ma non viene neppure in mente di porsi la domanda: ebbene, a che cosa è legata allora veramente questa intera vita nella cellula? Che cosa c’è dunque veramente? — Non viene neppure in mente di porsela questa domanda.
Ciò che c’è nella cellula si deve dapprima comprendere in modo piuttosto astratto: ho la cellula. Prendiamola dapprima nella sua forma più frequente, nella forma sferica. Questa forma sferica è in parte determinata dalla sostanza finemente liquida. Questa forma sferica ha in sé racchiusa la forma dell’impalcatura. E la forma sferica, che cos’è? La massa finemente liquida è ancora completamente affidata a sé, essa segue dunque gli impulsi che le stanno intorno. Che cosa fa? Ebbene — essa rappresenta il cosmo! Ha dunque la sua forma sferica perché rappresenta in miniatura l’intero cosmo, che ci rappresentiamo anche dapprima idealmente come una forma sferica, come una sfera. Ogni cellula nella sua forma sferica non è nulla altro che una rappresentazione della forma dell’intero cosmo. E l’impalcatura in essa, ogni linea che è tracciata nell’impalcatura, dipende dai rapporti strutturali dell’intero cosmo. — Se dapprima devo esprimermi in modo astratto: supponete di avere la sfera del mondo, idealmente limitata (Fig. 7). In essa avete qui un pianeta e qui un pianeta (a, ai). Essi agiscono così che gli impulsi con cui agiscono l’uno sull’altro stanno in questa linea. Qui (m) si forma, naturalmente schematicamente disegnato, una cellula, per esempio. La sua delimitazione riproduce la sfera. Qui all’interno della sua impalcatura (Fig. 8) ha un solido, che dipende dall’effetto di questo pianeta (a) su questo (ai). Supponete che qui ci fosse un’altra costellazione planetaria che agisce l’una sull’altra così (b, bi). Qui ancora un altro pianeta (c), che non ha un contrasto. Questo distorce tutta questa cosa, che altrimenti starebbe forse rettangolarmente. Emerge la formazione un po’ diversamente. Avete nella struttura dell’impalcatura una riproduzione dei rapporti interi nel sistema planetario, in generale nel sistema stellare. Potete concretamente penetrare nella costruzione della cellula, e ottenete una spiegazione di questa forma concreta solo se vedete nella cellula un’immagine dell’intero cosmo.
Ora prendete la cellula uovo femminile e rappresentatevi che questa cellula uovo femminile ha portato le forze cosmiche a un certo equilibrio interno. Queste forze hanno assunto forma di impalcatura e si sono quietate in certo modo nella forma dell’impalcatura, sostenute dall’organismo femminile. Ora avviene l’effetto della cellula genitale maschile. Questa non ha portato il macrocosmo in sé a quiete, bensì agisce secondo il senso di qualche forza particolare. Diciamo che la cellula genitale maschile agisce secondo il senso proprio di questa linea di forza sulla cellula uovo femminile, che si è quietata. Allora attraverso questo effetto particolare avviene un’interruzione delle condizioni di quiete. La cellula, che è un’immagine dell’intero macrocosmo, viene indotta a rimettere la sua intera forma microcosmica nel gioco reciproco delle forze. Nella cellula uovo femminile dapprima in quieta rappresentazione il macrocosmo si è quietato. Tramite la cellula genitale maschile la cellula uovo viene strappata da questa quiete, viene nuovamente trascinata in un ambito di effetto particolare, viene nuovamente messa in movimento, viene nuovamente estratta dalla quiete. Si è si è contratta nella riproduzione del cosmo nella forma quieta, ma questa rappresentazione viene trascinata nel movimento dalle forze maschili, che sono rappresentazioni di movimento. Le forze femminili, che sono rappresentazioni della forma del cosmo e si sono quietate, vengono estratte dalla quiete, dalla posizione di equilibrio.
Lì ottenete visioni sulla forma e la configurazione del più piccolo, di ciò che è cellulare, dall’astronomia. E non potete affatto studiare embriologia senza studiare astronomia. Perché ciò che vi mostra l’embriologia è solo l’altro polo di quello che vi mostra l’astronomia. Dobbiamo da una parte seguire il cielo stellato, come mostra stadi successivi, e poi seguire come una cellula germinale fecondata si sviluppa. Entrambi questi vanno insieme, poiché l’una è solo l’immagine dell’altra.
Se non comprendete nulla di astronomia, non comprenderete mai le forze che agiscono nell’embrione. E se non comprendete nulla di embriologia, non comprenderete mai il significato degli effetti che stanno alla base dell’astronomico. Poiché questi effetti si manifestano nel piccolo nei processi dell’embriologia.
È pensabile che si edifichi una scienza, che si calcoli da una parte, che si descrivano i processi astronomici, e dall’altra che si descriva tutto ciò che vi appartiene nell’embriologia, poiché è solo l’altro lato.
Ora guardate lo stato contemporaneo nelle scienze. Lì trovate: l’embriologia viene studiata come embriologia. Sarebbe considerata una follia, se esigeste da un moderno embriologo che debba studiare astronomia per comprendere i fenomeni del suo campo. E tuttavia è così. Questo è ciò che rende necessaria una completa riorganizzazione delle scienze. Non si potrà diventare embriologo se non si è studiato astronomia. Non si potranno formare uomini che rivolgono semplicemente i loro occhi e i loro telescopi alle stelle. Poiché studiare così le stelle non ha ulteriore significato, se non si sa che dal grande mondo viene veramente formato il mondo più piccolo.
Ma tutto questo, che è completamente concreto, si è trasformato nella scienza in astrazioni estreme. Pensate, esiste una realtà dove si può dire: si deve cercare di perseguire conoscenza astronomica nella teoria cellulare, in particolare nell’embriologia. Se Du Bois-Reymond avesse dunque detto: si deve veramente in modo concreto applicare di nuovo l’astronomia alla teoria cellulare, allora avrebbe attinto dalla realtà. Ma ha esigito qualcosa che non corrisponde a nessuna realtà, che è escogitato: la molecola; gli atomi dentro a essa devono essere investigati astronomicamente. Si deve cercare che la matematizzazione astronomica, che è stata aggiunta al mondo stellare, venga cercata di nuovo. Dunque, vedete, da una parte sta la realtà: il movimento, l’effetto di forza delle stelle e lo sviluppo embriologico, in cui non vive nulla di diverso da ciò che vive nel mondo stellare. Lì sta la realtà. Lì la si dovrebbe cercare; dall’altra parte sta l’astrazione. Lì il matematico e il meccanico calcolano i movimenti e gli effetti di forza dei corpi celesti e inventano la struttura molecolare, su cui applicano le loro conoscenze astronomiche. Lì si è allontanato dalla vita, lì vive in pure astrazioni.
Questo è qualcosa che dovremmo considerare in modo da ricordare un po’ come dobbiamo venire nuovamente con piena consapevolezza a rinnovare qualcosa che in realtà in certi tempi precedenti era presente. Andiamo indietro ai Misteri egiziani, e troveremo lì nei Misteri egiziani osservazioni astronomiche come le si facevano allora. Ma da queste osservazioni non si è solo calcolato quando di nuovo vi sarebbe un’eclissi di sole e un’eclissi di luna, bensì cosa dovrebbe accadere nello sviluppo sociale. Ci si è orientati secondo ciò che si era visto in cielo in quello che si diceva alla gente, cosa dovevano fare, cosa era entrato nello sviluppo sociale. Si è trattato così la sociologia e l’astronomia come uno. Dobbiamo anche di nuovo imparare, benché ora in modo diverso dagli egiziani, dobbiamo imparare a connettere ciò che accade nella vita sociale alle manifestazioni del grande universo.
Non comprendiamo cosa sia accaduto a metà del 15° secolo se non riusciamo a connetterlo alle manifestazioni dell’universo, a ciò che allora apparve. Parla come un cieco del colore, colui che parla delle trasformazioni nel mondo civilizzato a metà del 15° secolo e non lo prende in considerazione. La scienza dello spirito ne è già un inizio. Ma non possiamo giungere a riunire questo ambito complicato della sociologia, della socio-scienza con il campo della considerazione della natura, se non lo facciamo per la via di riunire prima l’astronomia con l’embriologia, di collegare i fatti embriologici alle manifestazioni astronomiche.
Questo è ciò che oggi desideravo dare come introduzione e che dovrà continuarsi domani.
Ieri ho mostrato due rami scientifici che, secondo le nostre concezioni presenti, sembrano inizialmente molto lontani l’uno dall’altro in una sorta di connessione. Ho cercato cioè di mostrare che la scienza dell’astronomia deve darci certe conoscenze, che devono essere impiegate in un ramo scientifico completamente diverso, da cui oggi ci si esclude completamente una tale considerazione che si riferisca a fatti astronomici; che, in altre parole, l’astronomia deve essere connessa con l’embriologia; che i fenomeni dello sviluppo della cellula, in particolare della cellula genitale, non possono essere compresi senza richiamare in aiuto i fatti dell’astronomia, che sembrano così lontani dall’embriologia.
Ho fatto notare come una vera riorganizzazione all’interno della nostra vita scientifica dovrà intervenire, perché oggi ci si trova davanti al fatto che semplicemente l’uomo che passa per un certo iter formativo, si trova soltanto nelle circoscritte categorie scientifiche contemporanee e quindi non ha la possibilità di applicare ciò che viene trattato solo in categorie scientifiche circoscritte a campi che sono correlati alla cosa, ma che conosce solo secondo punti di vista che però non mostrano il loro pieno volto. Se è semplicemente vero, come mostrerà il corso di queste conferenze, che gli stadi successivi dello sviluppo embrionale dell’uomo si possono comprendere solo se comprendiamo la loro controparte, le manifestazioni del cielo; se questo è vero — e si mostrerà che lo è — allora non possiamo praticare embriologia senza praticare astronomia. E d’altro canto non possiamo praticare astronomia senza creare certi panorami nei fatti embriologici. Noi studiamo con l’astronomia qualcosa che in realtà mostra i suoi effetti più significativi nello sviluppo dell’embrione umano. E come dobbiamo chiarirci il significato e la razionalità dei fatti astronomici, se non portiamo in connessione con essi ciò in cui mostra proprio questo significato e questa razionalità?
Vedete quanto è oggi necessario giungere a una sensata concezione del mondo, per uscire dal caos in cui stiamo appunto nella vita scientifica. Se però si prende solo ciò che oggi è comune, allora è straordinariamente difficile, innanzitutto anche solo in un pensiero generale, comprendere qualcosa come ho caratterizzato ieri. Poiché lo sviluppo dei tempi ha fatto sì che si comprendano i fatti astronomici solo con matematica e meccanica, e che si registrino i fatti embriologici cosicché in essi si prescinda completamente da tutto ciò che è matematico-meccanico, o al massimo, se si porta il matematico-meccanico in qualche relazione con essi, lo si fa in modo esteriore, senza considerare dove sia l’origine di ciò che potrebbe anche esprimersi come matematico-meccanico nello sviluppo embriologico.
Bene, basta solo rimandare a un detto che Goethe ha pronunciato da un certo sentimento, sentimento di conoscenza lo vorrei chiamare, che però in fondo rimanda a qualcosa di straordinariamente significativo. Potete leggerlo nei «Detti in prosa» di Goethe e nel commento che vi ho aggiunto nell’edizione della «Letteratura Nazionale Tedesca», dove parlo diffusamente di questo passo. Goethe dice lì che si considerano i fenomeni della natura così separati dall’uomo, che sempre più ci si sforza di considerare i fenomeni della natura solo così da non prendere alcuna considerazione dell’uomo. Credeva invece che i fenomeni della natura mostrino il loro vero significato solo quando li si considera in connessione, così come con l’uomo, con l’intera organizzazione umana. Con questo Goethe ha indicato un modo di ricerca, che oggi è in fondo proibito. Si vorrebbe oggi giungere all’oggettività ricercando la natura completamente separata dall’uomo. Bene, ciò appare proprio specialmente in tali rami scientifici come quello che è l’astronomia. Oggi non si prende neppure alcun conto dell’uomo. Si è anzi diventati fieri che i fatti apparentemente oggettivi hanno portato al risultato che l’uomo è solo un pezzetto di polvere sulla terra che si è condensata in pianeta, che si muove nello spazio, inizialmente intorno al sole, poi con il sole o altrimenti nello spazio; che non ci si deve prendere cura di questo pezzetto di polvere che cammina intorno sulla terra; che ci si deve prendere cura solo di ciò che non è umano, se si guarda innanzitutto alle grandi manifestazioni celesti. Solo ci si chiede, se veramente in un tale modo si possono ottenere risultati reali.
Desidero di nuovo attirare attenzione su come deve essere il corso della considerazione proprio in queste conferenze: ciò che sentirete come prove si svilupperà solo nel corso delle conferenze. Molte cose devono oggi essere tratte dalla visione intuitiva, per formare dapprima certi concetti. Dobbiamo dapprima formare certi concetti, che prima dobbiamo avere, e poi potremo passare alla verifica di questi concetti.
Da dove possiamo allora ottenere qualcosa di reale sui fenomeni celesti? Questa domanda deve innanzitutto occuparci. Possiamo tramite la sola matematica, che applichiamo ai fenomeni celesti, ottenerne qualcosa? Il corso dello sviluppo della conoscenza dell’uomo può rivelare — se non si sta proprio dal punto di vista dell’altezzosità, che noi oggi ci «siamo portati splendidamente avanti» e tutto il resto che c’è stato prima era puerile — come i punti di vista si possono spostare.
Vedete, da certe posizioni iniziali si arriva a una grande riverenza per ciò che hanno realizzato ad esempio gli antichi Caldei per l’osservazione del cielo. I Caldei antichi hanno avuto osservazioni straordinariamente precise sul collegamento della cronologia umana con i fenomeni celesti. Hanno avuto una scienza del calendario straordinariamente significativa. E molte cose che oggi ci appaiono come banali applicazioni della scienza, in realtà nei suoi inizi risale ai Caldei. Eppure i Caldei erano soddisfatti di rappresentarsi l’immagine matematica del cielo così, che la terra fosse una sorta di disco piatto, sopra cui si inarcava mezza sfera cava del firmamento, a cui erano fissate le stelle fisse, contro cui si muovevano i pianeti — ai pianeti hanno contato anche il sole. Hanno fatto i loro calcoli, basandosi su questa immagine, e hanno fatto calcoli molto corretti nonostante la base di questa immagine, che naturalmente la scienza contemporanea può designare come un errore fondamentale, come qualcosa di puerile.
La scienza, o meglio la direzione scientifica, è allora progredita. Possiamo indicare un’epoca in cui ci si rappresentava che la terra stesse ferma, ma che Venere e Mercurio si muovessero intorno al sole, che dunque il sole desse il centro per il movimento di Venere e Mercurio, gli altri pianeti, Marte, Giove e Saturno, si muovessero ancora intorno alla terra, non intorno al sole, il firmamento stellato si muovesse di nuovo intorno alla terra.
Poi troviamo come si progredisce così che ora si fece muovere attorno al sole anche Marte, Giove, Saturno, ma si lasciò stare la terra e si fece muovere il sole con i pianeti che si muovevano intorno a esso attorno alla terra e il cielo stellato con esso. In fondo, questo era ancora il punto di vista di Tycho de Brahe, mentre il suo contemporaneo Copernico affermò il diverso punto di vista, che il sole dovrebbe essere considerato fermo, la terra dovrebbe essere contata con i pianeti e muoversi con i pianeti intorno al sole. Duramente si scontrano nel tempo di Copernico una visione che era già nell’antico Egitto, della terra ferma, degli altri pianeti che si muovono intorno al sole, che ancora Tycho de Brahe rappresentava, e la visione di Copernico, che ruppe radicalmente con l’assunzione del punto di coordinata nel centro della terra, che semplicemente spostò il centro di coordinata nel centro del sole. Perché in fondo tutta la trasformazione di Copernico non era nient’altro che questo, che il centro di coordinata è stato spostato dal centro della terra al centro del sole.
Quale era dunque veramente la questione di Copernico? — La questione di Copernico era: come si arriva a riportare questo movimento planetario che appare complicato — poiché così appare da osservato dalla terra — a linee più semplici? Se osserviamo i pianeti dalla terra, dobbiamo porre alla base dei loro movimenti ogni sorta di linee di cappio, circa così (Fig. 1). Se dunque si considera il centro della terra come il centro di coordinata, si ha bisogno di curve di movimento straordinariamente complicate alla base dei pianeti. Copernico si disse circa: provo una volta a spostare il centro dell’intero sistema di coordinata nel centro del sole, poi i complicati movimenti planetari si riducono a movimenti semplici circolari o, come fu detto più tardi, a movimenti ellittici. L’intero era solo la costruzione di un sistema del mondo con lo scopo di poter rappresentare le orbite planetarie in curve il più possibile semplici.
Bene, oggi c’è un fatto molto bizzarro. Questo sistema copernicano, consente, se lo si applica come sistema puramente matematico, le calcolazioni che si richiedono, di applicarle alla realtà così bene come qualsiasi altro precedente. Si possono calcolare eclissi di luna e sole con il vecchio sistema caldeo, con l’egiziano, con quello tychoniano, con quello copernicano. Si possono dunque predire i processi esteriori basati su meccanica, su matematica in cielo. Un sistema è altrettanto adatto all’altro. Conta solo che si possono connettere le rappresentazioni più semplici al sistema copernicano. Solo c’è la particolarità che nella pratica dell’astronomia non si calcola con il sistema copernicano. Stranamente, si applica, per ricavare le cose di cui per esempio si ha bisogno nella scienza del calendario, il sistema tychoniano! In modo che in realtà si ha oggi questo: si calcola secondo il sistema tychoniano, corretto è il sistema copernicano. Ma proprio da ciò si mostra come poco veramente principiale, come poco essenziale si prenda veramente in considerazione in queste rappresentazioni in linee puramente matematiche e con l’assunzione di forze meccaniche.
Ora c’è ancora qualcosa di molto bizzarro, che desidero oggi solo accennare, affinché ci si comprenda sul fine delle nostre conferenze, di cui parlerò già nelle prossime conferenze. C’è il bizzarro fatto che Copernico dalle sue considerazioni pone alla base del suo sistema del mondo tre proposizioni principali. Una proposizione principale è che la terra ruoti in 24 ore intorno al suo asse nord-sud. Il secondo principio, che Copernico pone alla base della sua immagine del cielo, è questo, che la terra si muova intorno al sole, che dunque una rivoluzione della terra intorno al sole sia presente, che naturalmente durante questo la terra si capovolga anche in un certo modo. Ma questo capovolgimento non avviene intorno all’asse nord-sud della terra, che sempre punta verso il polo nord, bensì intorno all’asse dell’eclittica, che forma un angolo con l’asse terrestre vero. In modo che dunque la terra effettui un capovolgimento durante un giorno di ventiquattr’ore intorno al suo asse nord-sud, e poi, effettuando circa 365 di questi capovolte nell’anno, si aggiunge ancora un altro capovolgimento, un capovolgimento annuale, se trascuriamo il movimento intorno al sole. Non è vero, se sempre si capovolge così e ancora una volta si capovolge intorno al sole, è così come la luna si capovolge intorno alla terra, che ci presenta sempre la stessa faccia. Anche la terra lo fa, mentre si capovolge intorno al sole, ma non intorno allo stesso asse intorno a cui si capovolge, mentre effettua il capovolgimento assiale giornaliero. Si capovolge dunque in questo giorno annuale, che si aggiunge ai giorni che sono solo di 24 ore, intorno a un altro asse.
Il terzo principio, che Copernico affermava, è questo, che non solo tale capovolgimento della terra intorno all’asse nord-sud e un secondo intorno all’asse dell’eclittica avviene, bensì che ancora un terzo capovolgimento ha luogo, che si presenta come un movimento retrogrado dell’asse nord-sud intorno all’asse dell’eclittica stesso. In tal modo il capovolgimento intorno all’asse dell’eclittica viene di nuovo annullato. In tal modo l’asse terrestre sempre indica il polo nord (la stella polare). Mentre altrimenti, mentre gira intorno al sole, dovrebbe veramente descrivere un cerchio, rispettivamente un’ellisse intorno al polo dell’eclittica, mediante il suo proprio capovolgimento, che avviene nel senso opposto — ogni volta che la terra si sposta un po’ più avanti, l’asse terrestre si capovolge indietro — sempre indica il polo nord. Copernico ha assunto questo terzo principio, che l’indicare il polo nord avviene attraverso il fatto che l’asse terrestre stesso tramite un capovolgimento in sé, una sorta di inclinazione, continuamente annulla l’altro capovolgimento. In modo che questo in realtà nel corso dell’anno non significa nulla, poiché continuamente viene annullato.
Nell’astronomia più recente, che si è costruita su Copernico, è accaduto il bizzarro fatto che si lasciano valere i primi due principali principi e si ignora il terzo, e ci si distacca sopra questo ignorare del terzo principio in un certo modo, per così dire, con leggera mano, dicendo: le stelle sono così lontane, che dunque l’asse terrestre, anche se sempre rimane parallelo, sempre indica lo stesso punto. — In modo che si dice dunque: l’asse nord-sud terrestre rimane parallelo a sé in questo capovolgimento intorno al sole. — Questo Copernico non aveva assunto, bensì ha assunto un continuo capovolgimento dell’asse terrestre. Non si sta dunque dal punto di vista del sistema copernicano, bensì si è, poiché è stato comodo, preso i due primi principi di Copernico, lasciato cadere il terzo e ci si è persi nel frottola che non sia necessario assumere che l’asse terrestre dovesse muoversi per indicare lo stesso punto, bensì il punto sia così lontano che, anche se l’asse si sposta in avanti, punti tuttavia allo stesso punto. Ognuno dovrà intendere che questo è semplicemente un frottola. In modo che abbiamo dunque oggi un sistema copernicano che in realtà lascia cadere un elemento veramente importante.
Si rappresenta la storia dello sviluppo dell’astronomia moderna cosicché nessun uomo noti questo fatto, che si lascia cadere una cosa importante. Solo in tal modo però si è capaci di disegnare ancora così bella la storia, dicendo: qui il sole, la terra va in giro in un’ellisse, nel cui fuoco il sole sta (Fig. 2).
Ora non si è più stati in grado di rimanere dal punto di partenza copernicano che il sole stesse fermo. Si dà al sole un movimento, ma ci si attiene al fatto che il sole si sposta con l’ellisse intera, che emergono sempre nuove ellissi (Fig. 3). Semplicemente si aggiunge, poiché si è costretti a introdurre il movimento del sole, a ciò che si ha già, un nuovo, e poi si ottiene una descrizione matematica, che è certamente comoda, in cui però si chiede poco secondo le possibilità-realtà, secondo le realtà. Vedremo che con questo metodo si può determinare il movimento della terra solo dalla posizione delle stelle, dalla posizione apparente delle stelle, e che ha grande importanza se si assume un movimento che si deve necessariamente assumere, cioè l’inclinazione dell’asse terrestre, che continuamente annulla il capovolgimento annuale, oppure no. Poiché si otterranno dunque movimenti risultanti componendoli da singoli movimenti. Se se ne lascia cadere uno, allora non è più corretto insieme. Per questo l’intera teoria è messa in questione, se si possa dire che la terra si gira in un’ellisse intorno al sole.
Vedete semplicemente da questo fatto storico, che oggi nella scienza apparentemente più certa, perché matematicamente più certa, nell’astronomia, ci sono questioni scottanti, questioni scottanti che emergono semplicemente dalla storia. E da questo allora sorge la domanda: ebbene, come si vive in una tale incertezza rispetto a quello che veramente è la scienza astronomica? E allora si deve andare oltre a porre la domanda, si deve dirigere la domanda in un’altra direzione: arriva uno affatto tramite una considerazione meramente matematica a una certezza reale? Considerate solo che, mentre si guarda matematicamente, si solleva la considerazione da ogni realtà esterna. Il matematico è qualcosa che sale dal nostro interno. Ci si solleva da ogni realtà esterna. Per questo è già prefigurato in anticipo che, se uno con una maniera di considerazione che si solleva da ogni realtà, si accosta alla realtà esterna, uno sotto circostanze può veramente pervenire solo a qualcosa di relativo.
Voglio mettere in avanti pure considerazioni. Arriveremo già alla realtà. Si tratta del fatto che forse è il caso che uno, mentre considera meramente matematicamente e la sua considerazione non penetra sufficientemente la realtà, non ha affatto abbastanza energicamente realtà nella considerazione, per accedere correttamente ai fenomeni del mondo esterno. Ciò allora impone, eventualmente, di accostare più da vicino ancora i fenomeni celesti all’uomo e di non considerarli solo completamente separati dall’uomo. Era solo un caso speciale di questo accostamento all’uomo, se dissi: si deve vedere nella sua impronta nei fatti embrionali ciò che accade lì nel cielo stellato. Ma consideriamo la cosa dapprima un po’ più superficialmente. Chiediamoci se non troviamo un altro cammino rispetto a quello che va soltanto al matematico riguardo ai fenomeni celesti.
Allora possiamo in realtà accostare un po’ più l’uomo ai fenomeni celesti nei loro nessi con la vita terrestre dapprima qualitativamente. Desideriamo non disprezzare oggi, il fondamento di considerazioni apparentemente elementari, perché proprio queste considerazioni elementari vengono escluse da quello che oggi si pone alla base dell’astronomia.
Desideriamo allora domandarci: come si presentano le cose che anche giocano un ruolo nell’osservazione astronomica, se osserviamo la vita umana sulla terra? Allora possiamo in realtà osservare i fenomeni esterni intorno all’uomo da tre diversi punti di vista. Possiamo osservarli dal punto di vista di ciò che vorrei chiamare la vita solare, la vita del sole, quella della vita lunare e quella della vita terrestre, della vita tellurica.
Consideriamo dapprima molto popolarmente, appunto elementarmente, come questi tre campi si dispiegano intorno e sull’uomo.
Allora ci appare del tutto chiaro che qualcosa sulla terra è in dipendenza penetrante dalla vita solare; dalla vita solare, all’interno della quale poi cerchiamo ancora la parte che movimento o quiete e così via del sole è. Vogliamo però dapprima astenerci dal quantitativo e oggi guardare al qualitativo, vogliamo provare a chiarirci come, per esempio, la vegetazione di una regione terrestre dipenda dalla vita solare. Riguardo alla vegetazione dobbiamo solo evitare il ben noto, la differenza dei rapporti di vegetazione in primavera, estate, autunno e inverno, e potremo dire: vediamo nella vegetazione stessa propriamente l’impronta della vita solare. La terra si apre su una certa regione a ciò che fuori di lei nello spazio celeste è, e questo aprirsi ci si mostra nello svolgimento della vita vegetativa. Quando si chiude di nuovo alla vita solare, la vegetazione si ritira.
Troviamo però una certa reciprocità tra il meramente tellurico e il solare. Prendiamo dunque una volta in considerazione quale differenza sussista appunto all’interno della vita solare, quando la vita tellurica diventa un’altra. Dobbiamo raccogliere fatti elementari. Allora vedrete come ci conduce più in avanti. Prendiamo un momento l’Egitto e il Perù come due regioni nella zona tropicale, l’Egitto come pianura, il Perù come altipiano. Bene, confrontate la vegetazione, allora vedrete come il tellurico, dunque semplicemente la distanza dal centro della terra, gioca nella vita solare. Dovete dunque solo seguire la vegetazione su tutta la terra e non considerare la terra solo come minerale, bensì aggiungere il vegetale alla terra, così avete nella figura della vegetazione un sostegno per ottenere visioni sui rapporti tra il terrestre e il celeste. Ma le otterrete di gran lunga il più particolarmente, quando prendete in considerazione l’umano.
Allora abbiamo innanzitutto due contrasti sulla terra: il polare e il tropicale. L’effetto di questo contrasto appare chiaramente nella vita umana. Non è vero, la vita polare produce nell’uomo un certo stato spiritualmente apatico. Il contrasto netto, un lungo inverno e lungo estate, che hanno quasi significato di giorno e notte, produce nell’uomo una certa apatia, in modo che si può dire, lì vive l’uomo in un ambiente mondiale che lo rende apatico. Nella regione tropicale l’uomo vive anche in un ambiente mondiale che lo rende apatico. Ma all’apatia delle regioni polari sta a fondamento una vegetazione esterna scarsa, che in modo particolare, anche dove si svolge, è magra, scarsa. All’apatia tropicale dell’uomo sta a fondamento una ricca, rigogliosa vegetazione. E da questo insieme dell’ambiente si può dire: l’apatia che colpisce l’uomo nelle regioni polari è un’apatia diversa da quella che colpisce l’uomo nelle regioni tropicali. Apatico diventa in entrambe le regioni, ma l’apatia risulta per così dire da diversi substrati. Nella zona temperata è presente un equilibrio. Lì si sviluppano, per così dire, in un certo equilibrio le capacità umane.
Ora nessuno dubiterà che ciò ha qualcosa a che fare con la vita solare. Ma come è la connessione con la vita solare? Vedete, se uno — come detto, voglio dapprima sviluppare alcunché attraverso l’osservazione, affinché arriviamo a concetti — se uno va al fondo delle cose, trova che la vita polare agisce sull’uomo così che la vita solare dapprima vi si esplica fortemente. La terra si sottrae là alla vita solare, non lascia che i suoi effetti germoglino dalla profondità nella vegetazione. L’uomo è esposto alla vera vita solare — dovete solo non cercare la vita solare solo nel calore — e che sia così testimonia l’apparenza della vegetazione. Abbiamo dunque una predominanza dell’influsso solare nella zona polare. Quale vita predomina nella zona tropicale? Lì predomina la vita tellurica, la vita terrestre. Questo germoglia nella vegetazione. Questo rende la vegetazione rigogliosa, ricca. Questo toglie all’uomo anche l’uguaglianza delle sue capacità, ma viene da un altro lato nel nord come nel sud. Dunque, nelle regioni polari la luce solare sopprime il suo svolgimento interno; nelle regioni tropicali sopprime ciò che da terra germoglia le sue facoltà interiori.
Vediamo un certo contrasto, il contrasto che si mostra in una predominanza della vita solare intorno al polo; in una predominanza della vita tellurica nelle regioni tropicali, nella vicinanza dell’equatore.
Se allora guardiamo l’uomo e focalizziamo lo sguardo sulla forma umana, allora ci diremo: ciò che — prego prendete dapprima come paradosso se ora prendo sul serio in certo senso la forma umana — riproduce nella forma esterna il cosmo spaziale, la sfera, la forma sferica del cosmo — il capo umano — questo è anche durante la vita nella zona polare dapprima esposto all’esterno-terrestre. Ciò che è il sistema del metabolismo insieme con gli arti è esposto nella zona tropicale alla vita terrestre. Arriviamo così a una particolare relazione del capo umano alla vita extra-terrestre e del sistema del metabolismo umano insieme con il sistema degli arti alla vita terrestre.
Vediamo dunque che l’uomo così sta nell’universo, che con il suo capo, l’organizzazione nervoso-sensoriale, è assegnato più all’ambiente esterno-terrestre, con l’organizzazione del metabolismo più alla vita terrestre, e avremo da cercare nella zona temperata una sorta di continuo compenso tra il sistema del capo e il sistema del metabolismo. Avremo da cercare nella zona temperata in prevalenza il sistema ritmico dell’uomo in formazione.
Ora vedete che una certa connessione esiste tra questa tripartizione dell’uomo — sistema nervoso-sensoriale, sistema ritmico, sistema metabolico — e il mondo esterno. Vedete che il sistema del capo è assegnato più all’intero ambiente, che il sistema ritmico è il compenso tra l’ambiente e il mondo terrestre e il sistema metabolico è assegnato al mondo terrestre.
Ora abbiamo da prendere simultaneamente un’altra indicazione, che ci mostra la vita solare in una diversa relazione all’uomo. Non è vero, ciò che ora abbiamo considerato, questa connessione della vita umana con la vita solare, lo possiamo certo infine collegare solo a ciò che tra la vita terrestre e quella esterna-terrestre si svolge nel corso annuale. Ma nel corso giornaliero abbiamo in fondo una sorta di ripetizione o qualcosa di simile nel corso annuale. Il corso annuale è determinato dalla relazione del sole alla terra, il corso giornaliero però anche. Se semplicemente parliamo matematico-astronomicamente, allora nel corso giornaliero parliamo della rotazione della terra intorno al suo asse, nel corso annuale della rivoluzione della terra intorno al sole. Ma allora ci limitiamo al punto di partenza a fatti molto semplici. Ma non abbiamo diritto di dire che andiamo veramente da qualcosa che è un terreno sufficiente per un modo di considerazione e ci dà sufficienti fondamenti. Afferriamo nel corso annuale tutto ciò che ora abbiamo visto. Non voglio dire ancora: rotazione della terra intorno al sole, bensì che il corso annuale, il fatto alternativo del corso annuale deve essere connesso alla tripartizione dell’uomo e che, poiché questo corso annuale per le condizioni terrestri in modo diverso si forma nel tropicale, nel temperato, nel polare, si mostra là come questo corso annuale ha qualcosa a che fare con l’intera formazione dell’uomo, con i rapporti dei tre elementi del tripartito umano. Se possiamo prendere questo in considerazione, allora otteniamo una base più larga e possiamo forse venire a qualcosa tutt’altro che se unilateralmente solo misuriamo gli angoli che fa una certa direzione del telescopio con un’altra. Si tratta di guadagnare basi più ampie per poter giudicare i fatti.
Se parliamo del corso giornaliero, allora parliamo nel senso dell’astronomia della rotazione della terra intorno al suo asse.
Ora appare allora certamente una cosa diversa dapprima. Si mostra un’estesa indipendenza dell’uomo da questo corso giornaliero. La dipendenza dell’umanità dal corso annuale, in particolare da ciò che è connesso al corso annuale, la formazione della forma umana nelle più diverse regioni della terra, questo ci mostra una dipendenza molto estesa dell’uomo dalla vita solare, dai cambiamenti che si verificano sulla terra in conseguenza della vita solare. Il corso giornaliero lo mostra meno. Possiamo certamente dire: nel corso giornaliero anche emerge per quanto riguarda il corso giornaliero parecchio di interessante, ma non è veramente significativo nel contesto della vita umana complessiva.
Certo, esiste già una grande differenza tra singole personalità umane. Goethe, che in un certo senso è già per l’umano una sorta di uomo normale, una sorta di essere normale, sentiva se stesso più favorevolmente disposto alla produzione al mattino, Schiller più nella notte. Questo indica che questo corso giornaliero ha comunque una certa influenza su cose più raffinate nella natura umana. E chi ha un senso per tali cose, confermerà il fatto che molti uomini nella vita gli si sono confidati, che i pensieri veramente significativi che hanno avuto sono stati covati nel crepuscolo, dunque anche in una sorta di tempo moderato del corso giornaliero, non all’ora di mezzogiorno, non all’ora di mezzanotte, bensì nel tempo moderato del corso giornaliero. Ma è comunque certo che l’uomo in un certo modo è indipendente dal corso giornaliero del sole. Avremo da accedere al significato di questa indipendenza e dovremo mostrare dove comunque una dipendenza esiste.
Ora, un secondo elemento è la vita lunare, la vita connessa con la luna. Può essere che infinitamente molte cose che sono state dette in questa relazione nel corso dello sviluppo dell’umanità oggi appaia come fantasia. Ma comunque vediamo che la vita terrestre come tale nei fenomeni della marea e del riflusso ha qualcosa indubbiamente a che fare con il movimento della luna. Ma anche non deve essere trascurato che infine le funzioni femminili, anche se non coincidono temporalmente con le fasi lunari, così tuttavia per la durata e il corso coincidono con le fasi lunari, che dunque qualcosa che ha a che fare profondamente con lo sviluppo umano, nei riguardi della durata temporale con le fasi lunari si mostra correlata. E si può dire: è sollevato dal corso naturale generale questo corso delle funzioni femminili, ma è rimasta una fedele immagine. Si svolge nel medesimo tempo.
Allo stesso modo non deve essere trascurato — solo non si erigono affatto in modo alcuno osservazioni ragionevoli, esatte quando in anticipo si rifiutano tali cose — non deve essere trascurato che la vita fantastica dell’uomo veramente ha straordinariamente molto a che fare con le fasi lunari. E chi condurrebbe un calendario sulla ebollizione e il calare della sua vita fantastica, noterebbe quanto la vita fantastica ha a che fare con il corso delle fasi lunari. Ma il fatto che su certi organi subordinati la vita lunare un influsso ha, questo deve essere studiato nel fenomeno del sonnambulismo. E là si possono studiare fenomeni interessanti, che sono ricoperti dalla vita umana normale, che però sono presenti nelle profondità della natura umana e che nella loro totalità indicano che la vita lunare così come è correlata al sistema ritmico dell’uomo, come la vita solare è correlata al sistema nervoso-sensoriale dell’uomo.
Ora avete già un incrocio. Abbiamo visto come la vita solare nel nesso con la terra si sviluppa così che sulla zona temperata già agisce sul sistema ritmico. Ora si incrocia con questo effetto, la vita lunare come direttamente influenzando il sistema ritmico. E se guardiamo alla vera vita tellurica, allora non deve neppure essere trascurato che l’influsso del tellurico sull’uomo si svolge sebbene in una regione che non è abitualmente osservata, che tuttavia l’influsso su questa regione è completamente presente. Vi prego di una volta dirigere la vostra attenzione a un fenomeno come, per esempio, la nostalgia. Si può pensare poco della nostalgia. Certo, si può spiegarla da cosiddette abitudini spirituali e simili. Ma vi prego di considerare che completamente nel seguito della cosiddetta nostalgia possono comparire fenomeni fisiologici. La nostalgia può condurre fino al languore dell’uomo. Può svolgersi in manifestazioni asmatiche. E se si studia il complesso dei fenomeni della nostalgia con le sue conseguenze, appunto con le manifestazioni asmatiche e il languore generale, una sorta di consunzione, allora si arriva anche a comprendere che infine la nostalgia come sentimento complessivo riposa in una modificazione del metabolismo, in una modificazione del sistema metabolico; che questa nostalgia è solo il riflesso cosciente di modificazioni nel metabolismo e che queste modificazioni procedono solamente dalla modificazione di ciò che in noi accade quando siamo traslocati da un luogo con i suoi influssi tellurici da sotto a un altro luogo con i suoi influssi tellurici da sotto. Vi prego di prendere ciò insieme con altre cose, che normalmente non istigano a una considerazione scientifica, ma sfortunatamente no.
Goethe, così ho già detto, sentiva sé particolarmente stimolato al dettare, allo scrivere le sue cose al mattino. Aveva però bisogno di una stimolazione, allora prendeva quella stimolazione che per sua natura incide meno immediatamente nel metabolismo, ma l’irrita solo dal sistema ritmico, questo è il vino. Goethe si stimolava con il vino. Era in questo rapporto affatto un uomo del sole. Lasciava su di sé prevalentemente gli influssi della vita solare. Presso Schiller o Byron era questo inverso. Schiller dettava più volentieri quando il sole era tramontato, quando dunque la vita solare operava poco più, e si stimolava con qualcosa che incide fondamentalmente nel metabolismo, con punch caldo. Questo è qualcosa di diverso dall’effetto che Goethe aveva dal vino. Questo è un’influenza su tutto il sistema metabolico. Attraverso il metabolismo agisce la terra sull’uomo. In modo che si può dire, Schiller era essenzialmente un uomo tellurico. Gli uomini tellurici agiscono anche più attraverso l’emotivo, il volitivo, gli uomini solari più attraverso il silenzioso, il contemplativo. Goethe divenne via via più e più per quelle persone che non amano il solare, che amano solo il tellurico, ciò che aderisce alla terra, «l’artista freddo invecchiato», come gli è stato denominato a Weimar, «l’artista freddo invecchiato con il doppio mento». Questo era un nome che a Goethe a Weimar nel 19° secolo è stato continuamente dato.
Ora desidero portarvi attenzione ancora su qualcos’altro. Considerate una volta, dopo che abbiamo osservato questo stare dell’uomo inserito nel nesso del mondo: Terra, sole, luna — il sole più agendo sul sistema nervoso-sensoriale; la luna più agendo sul sistema ritmico; la terra, dal fatto che dà all’uomo le sue sostanze come nutrimento, dunque rende direttamente i materiali effettivi in lui, agisce sul sistema metabolico, agisce in modo tellurico. Vediamo nell’uomo qualcosa, dove possiamo forse trovare sostegni per spiegare il non-umano, il celeste su una base più ampia che non attraverso la semplice posizione angolare del telescopio e simili. In particolare troviamo tali sostegni se andiamo ancora oltre, se ora consideriamo la natura non-umana, ma anche così che vediamo in essa più che solo una registrazione dei fatti successivi. Considerate la vita metamorfica degli insetti. È nel corso annuale interamente qualcosa che rispecchia la vita solare esterna. Vorrei dire: nell’uomo dobbiamo ricercando andare più verso l’interno per inseguire il solare, il lunare e il tellurico in lui. Nella vita degli insetti nelle loro metamorfosi vediamo direttamente il corso annuale esprimendosi nelle figure successive che l’insetto assume. In modo che possiamo dirci, forse non dobbiamo procedere solo quantitativamente, bensì dobbiamo guardare al qualitativo che si esprime in tali fenomeni. Perché sempre solo chiedere: come appare in obiettivo un fenomeno fuori? — Perché non chiedere: come reagisce non solo l’obiettivo del telescopio, bensì l’insetto? Come reagisce la natura umana? Come ci viene così rivelato qualcosa sul corso dei fenomeni celesti? E infine dobbiamo domandarci: non siamo allora condotti a basi più ampie, così che non possa accaderci che siamo teoricamente, filosoficamente quando vogliamo spiegare l’immagine del mondo, copernicani e di nuovo per il calcolo del calendario o altrimenti sulla base dell’immagine del mondo tychonico, che ancora praticamente l’astronomia fa; o che siamo copernicani bensì lasciamo cadere il più importante presso Copernico, cioè il suo terzo principio; non siamo allora in grado forse di superare le incertezze che oggi spingono addirittura i fondamenti astronomici a essere questioni scottanti, lavorando su base più ampia, così che anche su questo campo lavoriamo dal quantitativo al qualitativo?
Ieri ho cercato di indicare innanzitutto il nesso dei fenomeni celesti con i fenomeni embrionali, oggi con l’uomo finito. Lì avete un’indicazione di una riorganizzazione necessaria della vita scientifica. Ma prendete uno, che ho anche menzionato nel corso della considerazione odierna. Ho fatto notare a voi i nessi del sistema metabolico umano con la vita terrestre. Abbiamo nell’uomo la capacità di percezione mediate dal sistema nervoso-sensoriale, che è connesso in qualche modo con il solare, con la vita celeste in genere; abbiamo il sistema ritmico correlato a ciò che è fra cielo e terra; abbiamo il sistema metabolico correlato a ciò che è correlato alla vera terra, così che se guardassimo al vero uomo del metabolismo, forse lì nuovamente ci avvicineremmo più da vicino all’essenza vera del tellurico.
Cosa facciamo dunque oggi se vogliamo avvicinarci al tellurico? Ci comportiamo come geologi. Esaminiamo le cose dal lato esterno. Ma hanno anche un lato interno! Mostrano forse il vero aspetto solo se passano attraverso l’uomo?
È diventato oggi un ideale, considerare il rapporto delle sostanze l’una all’altra separato dall’uomo e rimanere lì, nel laboratorio chimico osservare la reciproca azione delle sostanze mediante manipolazioni, per arrivare dietro all’essenza delle sostanze. Se però fosse così che le sostanze rivelassero la loro essenza solo nella natura umana, allora dovremmo condurre la chimica così che arriviamo alla natura umana. Così dovremmo costruire una connessione tra la vera chimica e i processi di sostanza nell’uomo, così come vediamo una connessione tra astronomia ed embriologia, tra astronomia e la forma umana complessiva, l’essenza umana tripartita. Vedete, le cose si operano l’una nell’altra. Arriviamo solo in vera vita quando consideriamo queste cose operandosi l’una nell’altra.
Ma d’altro canto avremo ancora una volta a vedere la connessione, poiché la terra si trova nello spazio universale, tra ciò che è tellurico e i processi astronomici. Ora abbiamo una connessione tra l’astronomia e le sostanze della terra, una connessione tra la terra e ciò che è il metabolismo umano e ancora un influsso diretto dei processi solari, celesti sull’uomo stesso. Nell’uomo dunque per così dire abbiamo un incontro di ciò che viene dal cielo, sia direttamente sia per la deviazione attraverso le sostanze della terra. Le sostanze della terra agiscono sul metabolismo umano. E sull’uomo come tale agiscono di nuovo direttamente gli influssi celesti.
Si incontrano nell’uomo dunque gli influssi diretti che dobbiamo alla vita solare, con quegli influssi che indirettamente passano attraverso la terra, dunque hanno subito una modificazione attraverso la terra. In modo che possiamo dire: l’interno dell’uomo ci diventerà anche fisicamente-anatomicamente spiegabile come cooperazione di influssi direttamente extra-terrestri con tali influssi extra-terrestri che sono passati attraverso l’azione terrestre e di nuovo fluiscono l’uno nell’altro nell’uomo (Fig. 4).
Vedete come, quando consideriamo l’uomo nella sua totalità, il mondo intero si chiude a noi e come è necessario, per arrivare a una considerazione umana, di guardare questo chiudersi nel suo insieme. Che cosa ha dunque fatto la specializzazione nella scienza? Ci ha allontanato dalla realtà. Ci ha portati in ambiti puramente astratti. E abbiamo mostrato come l’astronomia, sebbene valga come scienza sicura, si sappia aiutare solo così, che nel calcolo del calendario rappresenta qualcosa di diverso che in teoria; come sia copernicana, ma lasci cadere il più importante presso Copernico; che dunque in tutto entra incertezza e che in ciò che vi si produce, non è contenuto, su cui dovrebbe trattarsi: la formazione dell’uomo da tutto l’universo.
Word count: 12,934 words ### Terza conferenza
Ho attirato la vostra attenzione, da un lato, su quanto sia problematico il tentare di riunire i fenomeni celesti solamente da un punto di vista puramente geometrico-matematico. Che ciò sia problematico, lo si può vedere oggi da molti lati. E in realtà non rimarranno altro che spiriti rimasti indietro, coloro che vedono in un tale quadro del mondo, come quello copernicano-galileiano, la riproduzione della realtà. Al contrario, si moltiplicano sempre più le voci che trovano tutto il modo di riunire i fenomeni celesti secondo tali punti di vista praticamente utili per i calcoli, ma che sottolineano che l’intero quadro è soltanto un determinato modo di riunire quello che si può osservare, che potrebbe essere anche diverso. E vi sono anche personalità come Ernst Mach, per esempio, che dicono: in fondo, si può sostenere il sistema copernicano del mondo così bene quanto quello tolemaico. Si potrebbe anche immaginare un terzo. Si tratta semplicemente di un modo pratico di riunire ciò che si può osservare. Bisogna accostarsi a questo intero mondo in una maniera più libera di concezione. — Vedete dunque come il carattere problematico delle carte celesti, descritte non molto tempo fa come immagini della realtà, è ormai ammesso abbastanza ampiamente. Invece, una via d’uscita dal carattere problematico e incerto che si presenta, può essere trovata solo attraverso tali considerazioni come quelle che almeno in forma schematica abbiamo intrapreso ieri, considerazioni che non estraggono l’uomo dall’intero contesto cosmico, ma lo pongono dentro questo contesto, cosicché per così dire osservando i processi nell’uomo stesso, si vede come questi processi si colleghino con i fenomeni solari, con i fenomeni lunari, con i fenomeni terrestri, in modo da trovare da là — cioè da ciò che accade nell’uomo — la via verso ciò che, in un certo senso, come causa di tali processi interni nell’uomo, avviene fuori nel cosmo.
Naturalmente, una tale via può essere percorsa solo dal punto di vista di una considerazione di scienza dello spirito. E vedrete che, proprio quando vogliamo mettere in relazione l’astronomia con i più vari campi della vita, troveremo come siamo spinti sempre più verso considerazioni propriamente della scienza dello spirito proprio attraverso l’astronomia stessa. Considerate che inizialmente ciò che dei fenomeni celesti è visibile, ciò che è percettibile ai nostri sensi, anche ai nostri sensi armati, si presenta come ciò che, per così dire, già al di fuori dell’uomo si manifesta come rivelazione di questi fenomeni celesti. L’uomo trattiene per così dire ciò che gli si avvicina con i suoi sensi e se lo rappresenta attraverso la sua coscienza nel suo quadro del mondo. Ma questi impulsi che confluiscono su di noi da tutte le parti non si fermano certamente davanti ai nostri sensi. E ciò che accade senza che l’uomo lo trattenga attraverso i sensi e lo porti a coscienza, ciò che vive in ciò che ci fluisce addosso da tutte le parti dalle azioni celesti, deve essere ricercato nel nostro organismo, che deve rendere conto di tutto in un certo modo, certamente in processi inconsci, subconsci, che solo in modo più complicato devono essere portati alla coscienza.
Vogliamo ora continuare ciò che ieri abbiamo iniziato, in una certa direzione. È solo un’astrazione del nostro mondo terrestre, ciò che il geologo o il mineralogista considera. Poiché ciò che il geologo, il mineralogista descrive della Terra, così si potrebbe dire, in realtà non esiste affatto. È solo estratto da una realtà molto più grande, più comprensiva. Per quanto la nostra Terra è costituita da minerali e per quanto si è sviluppata nella sfera minerale, altrettanto vero è che in essa vi sono forze che spingono fuori da essa i minerali, così alla Terra appartiene anche ciò che vive nelle piante, negli animali, nell’uomo fisico. E consideriamo la Terra nella sua totalità solo quando non semplicemente trascuriamo ciò che vive nelle piante, negli animali e negli uomini, e fissiamo lo sguardo solo sull’astratto «Terra minerale», ma quando consideriamo la Terra in modo che la portiamo coscientemente nella sua totalità davanti a noi. Ciò significa che allora a essa appartengono tutti quegli enti e quelle essenze che sono spinti fuori da essa.
Prendete ora da ciò che appartiene a questa Terra totale, innanzitutto il regno vegetale. Vogliamo richiamarlo per poi trovare la transizione a ciò che ci incontra nell’uomo. Mentre il regno minerale sebbene solo fino a un certo grado, conduce un’esistenza interna indipendente-terrestre, stando in una relazione con il cosmo al di fuori della Terra che si esprime circa nella trasformazione dell’acqua in ghiaccio e simili, il regno vegetale sta con l’ambiente terrestre, con tutto ciò che penetra nella Terra dal cosmo, in una relazione molto più intima. Attraverso il regno vegetale l’essere terrestre si apre al cosmo. E nei territori dove in una certa stagione si svolge un’interazione particolarmente intensa tra la Terra e il Sole, la vita vegetale si dischiude nelle piante. Si dischiude in quanto si verifica un’interazione tra la Terra e il cosmo. Dobbiamo assolutamente prestare attenzione a qualcosa che ci conduce non solo quantitativamente ma anche qualitativamente nel campo astronomico. Dobbiamo acquisire rappresentazioni di queste cose nello stesso modo in cui l’astronomo moderno acquisisce rappresentazioni di relazioni angolari, di parallassi e così via. Dobbiamo per esempio dire a noi stessi: la copertura vegetale di un territorio terrestre è un organo sensoriale per ciò che si rivela in esso dal cosmo. È, quando si verifica una particolare interazione tra una parte della superficie terrestre e il cosmo come quando l’uomo verso l’esterno apre gli occhi, perché riceve un’impressione sensoriale. E d’altro canto, quando l’interazione è meno intensiva tra la Terra e il cosmo, il ritrarsi della vegetazione, la chiusura della vegetazione è qualcosa come una chiusura degli occhi verso il cosmo. È più di un semplice paragone quando si parla del fatto che un territorio attraverso la vegetazione apre gli occhi verso il cosmo in primavera e in estate, che chiude gli occhi in autunno e inverno. E poiché attraverso l’apertura e la chiusura degli occhi ci si intende in un certo modo con il mondo esterno, anche qualcosa deve essere cercato come rivelazioni del cosmo nell’apertura e chiusura degli occhi terrestre-vegetali verso il cosmo.
Esaminiamo la cosa un po’ più attentamente. Guardiamo quale differenza esista tra la vegetazione di un territorio terrestre, che è esposto all’interazione più viva, diciamo, con la vita solare, e poi rivolgiamo l’attenzione alla vegetazione quando questo territorio non è esposto alla vita solare. L’inverno naturalmente non interrompe la vita vegetativa della Terra. È naturale che la vita vegetativa prosegua attraverso l’inverno. Ma si manifesta in un modo diverso da quando è esposta all’azione intensiva dei raggi solari, cioè del cosmo. Questa vita vegetativa si sviluppa in forma sotto l’influenza del solare. La foglia si forma, si complica, il fiore si sviluppa. Quando subentra quello che si potrebbe chiamare la chiusura degli occhi verso il cosmo, la vita vegetativa si ritrae in se stessa, nel germe. Si sottrae al mondo esterno, non si sviluppa in forma; io direi, si ritrae in un punto, si concentra. Qui abbiamo un contrasto di cui possiamo parlare come di una legalità. Possiamo dire: l’interazione tra la vita terrestre e quella solare si presenta per la vegetazione in modo che la vita vegetativa sotto l’influenza del solare si sviluppa in forma, sotto l’influenza della vita terrestre si concentra in un punto, diventa germe. Vedete: qualcosa di espandente — qualcosa che si concentra vi sta dentro. Afferriamo le relazioni spaziali immediatamente dal qualitativo. Questo è ciò a cui dobbiamo abituarci per la formazione di certi concetti, se vogliamo giungere a considerazioni feconde in questo campo.
Andiamo ora dalla vita vegetale all’uomo. È naturale che ciò che si manifesta riguardo alle piante si manifesti anche nell’uomo. Ma come si manifesta? Possiamo nell’uomo stesso tracciare ciò che notiamo esternamente nella vita vegetale, ciò che se guardiamo al qualitativo, abbiamo davanti agli occhi, possiamo tracciarlo nell’uomo fondamentalmente solo nella prima infanzia. Tracciamo una volta, come abbiamo fatto ora per la pianta, l’interazione tra la vita solare e quella terrestre per l’uomo negli anni dell’infanzia. Il bambino si apre già attraverso i sensi alle impressioni del mondo esterno. È essenzialmente un aprirsi alla vita solare. Avete solo bisogno di sistemare un po’ le cose, e vedrete che ciò che si avvicina ai nostri sensi è essenzialmente collegato a ciò che è causato dal cosmico nel terrestre. Potete riflettere sul caso speciale della luce, che quando l’alternanza giorno-notte alterna la luce e l’oscurità, i nostri occhi durante il giorno ricevono impressioni, di notte no. Ma potete applicare questo anche ad altre percezioni, sebbene sia più difficile chiarire il collegamento. Potete dirvi: c’è una certa azione dell’alternanza tra il solare e il terrestre che si manifesta nell’uomo così da apparire spirituale-psichicamente in lui. L’uomo ha effetti psichici in tal modo che dapprima emerge nell’alternanza giorno-notte. Ciò che il Sole porta sulla Terra si manifesta innanzitutto nello psichico dell’uomo.
Se però tracciamo la crescita del bambino, in particolare fino al settimo anno, fino al cambio dei denti, e se entriamo nei dettagli, allora scopriamo come in realtà ogni anno, specialmente nei primi anni dello sviluppo infantile — diviene sempre meno, man mano che il bambino invecchia — è chiaramente percettibile che l’alternanza stagionale, proprio come per il germogliare e il ritrarsi della vegetazione, ha un significato anche per la crescita umana. Se vogliamo rappresentarci schematicamente come sta realmente, se per esempio studiamo attentamente ma anche ragionevolmente il corso di sviluppo del cervello umano nei primi anni, anno per anno, allora troveremo il seguente, schematicamente disegnato: abbiamo il cranio umano col suo contenuto cerebrale (figura). Si trasforma, e si può tracciare come si trasforma in tal modo che avviene nel corso dell’alternanza stagionale. Ciò che agisce costruttivo, formativo sul capo umano, ciò che da fuori agisce sul capo umano fisicamente-corporeo, lo troviamo in intima connessione con le forze che si manifestano nel gioco reciproco tra la Terra e il Sole nel corso dell’anno.
Nel corso del giorno troviamo ciò che attraverso i sensi entra dentro, si emancipa dalla crescita, ciò che agisce spirituale-psichicamente nell’uomo. Vediamo come ciò che accade per mezzo del Sole all’uomo nel corso del giorno ha un effetto interiore che si emancipa dall’esterno e diviene spirituale-psichico — ciò che il bambino impara, ciò che acquisisce attraverso l’osservazione, ciò che accade nello psichico-spirituale; vediamo come poi in tempi essenzialmente diversi, da una parte essenzialmente diversa il cervello si sviluppa, si articola, cresce. Questo è l’altro effetto. Questo è l’effetto annuale del solare. Non vogliamo parlare adesso di che cambiamenti avvengono tra Sole e Terra nell’universo, vogliamo solo considerare le manifestazioni legate a certi cambiamenti nella vita solare-terrestre nell’uomo stesso. Consideriamo il giorno e troviamo la vita psichico-spirituale dell’uomo collegata al corso del Sole; consideriamo l’alternanza stagionale e troviamo la vita di crescita dell’uomo, l’aspetto fisico-corporeo, collegato al corso del Sole. Ci diremo: ciò che accade come cambiamenti tra Terra e Sole in 24 ore ha certi effetti nello psichico-spirituale dell’uomo; ciò che accade tra Terra e Sole nel corso dell’anno ha certi effetti nel fisico-corporeo dell’uomo. Dovremo mettere questi effetti in relazione con altri, per elevarci da qui a un quadro del mondo che non può ingannare, perché ci insegna processi che sono processi reali su di noi stessi, che non dipendono da impressioni sensoriali illusorie o simili.
Vedete, dobbiamo avvicinarci gradualmente a ciò che può fornire una base sicura per un quadro del mondo anche astronomico. Ma possiamo solo partire da ciò che appare nell’uomo stesso. Così che possiamo dire: il giorno, è qualcosa nella connessione dell’uomo con l’universo, che si manifesta psichico-spiritualmente; l’anno, è qualcosa nella connessione dell’uomo con l’universo, che si manifesta fisico-corporalmente in fenomeni di crescita e così via.
Consideriamo ora un altro complesso di fatti. Ho già accennato ieri. Con ciò che si collega alla riproduzione umana dobbiamo collegare certe rappresentazioni che si riferiscono anche alla vita cosmica. Ieri abbiamo accennato al fatto che si mostra in modo singolare nell’organismo femminile, dove funzioni mensili collegate con la vita sessuale certamente non coincidono con le fasi lunari, ma nel loro corso temporale-ritmico sono un’immagine di esse. Il processo si strappa per così dire dal cosmo, ma nel suo corso imita ancora i processi della Luna. Abbiamo qui un’indicazione verso processi interni nell’organismo umano che possiamo studiare solo se ci presentiamo, io direi, fenomeni più quotidiani davanti agli occhi, che possono farci comprendere questi fenomeni più remoti. E allora vi rimando al fatto che nella nostra vita psichica c’è qualcosa che in realtà nelle grandi linee raffigura i processi cui alludiamo. Abbiamo un’esperienza esterna definita, dove siamo occupati con i nostri sensi, con la nostra comprensione, forse anche con il nostro sentimento e così via. Conserviamo un ricordo di questa esperienza. Questo ricordo, questa conservazione, portano al fatto che l’immagine di questa esperienza può riapparire in seguito. E colui che non da teorie fantasiose ma da un’osservazione sana, ma che considera l’intensità, guarda alle cose, dovrà dirsi che in tutto ciò che emerge come ricordo in noi, la nostra organizzazione fisico-corporea è coinvolta. Certamente, il processo del ricordare in sé è qualcosa di psichico, ma abbiamo bisogno di un supporto interno del fisico-corporeo affinché esso avvenga. In ciò che avviene nel ricordo c’è certamente un’interazione con processi corporei, che la scienza esterna oggi non ha ancora sufficientemente investigato. Se ora si confronta ciò che accade nell’organismo femminile — certamente anche nell’organismo maschile, dove solo si ritira di più, dove è più osservabile nell’organismo eterico, cosa che abitualmente non avviene —, se si confronta ciò che accade nell’organismo femminile con il periodo mensile con ciò che accade nell’esperienza ordinaria in un ricordo, allora si troverà certamente una differenza, ma se con occhi psichici sani si porta il processo nella coscienza, non si potrà dire diversamente se non che ciò che avviene nel ricordo, questo accadimento che appare in modo psichico nell’organismo fisico, è qualcosa di simile a ciò che accade con le funzioni mensili dell’organismo femminile, solo in piccolo, più tirato nell’ambito psichico, meno schiacciato nel corpo. E da là troverete la possibilità di dirvi: nella misura in cui l’uomo si individualizza dal cosmo, sviluppa la facoltà del ricordarsi. Nella misura in cui l’uomo ancora sta dentro il cosmo, nella misura in cui sviluppa più le sue funzioni subconscie, si forma qualcosa come un’esperienza col cosmo, cioè con qualcosa collegato ai processi lunari, che rimane come un’esperienza che abbiamo e che poi in processi formativi interni emerge come un ricordo più schiacciato nel corpo, divenuto organico.
Non si arriva a rappresentazioni di queste cose se non procedendo dal più semplice al più complicato, dal composto. Così come un ricordo non ha bisogno di coincidere con una nuova esperienza nel mondo esterno, così ciò che emerge legalmente come un ricordo di una connessione cosmica precedente dell’organizzazione umana con le fasi lunari nell’organismo femminile non ha bisogno di coincidere temporalmente con queste fasi lunari, ma è legato essenzialmente nel fondo il ricordo dell’esperienza precedente ritornante con le fasi lunari. Vedete, arriviamo così al fatto che nell’organismo umano più verso il lato spirituale-psichico troviamo qualcosa che ha l’aspetto di effetti, ma ora effetti collocati nel tempo di ciò che avviene dalla Luna. Circa 28 giorni abbraccia il processo cui si allude qui.
Prendete ora il seguente: abbiamo qui, innanzitutto, se consideriamo l’azione solare diurna, qualcosa di interiormente spirituale-psichico; se consideriamo l’azione solare annuale, allora abbiamo qualcosa che appartiene esteriormente al fisico-corporeo, un rapporto di crescita. Così diciamo per la vita solare:
Spirituale-psichico: giorno
Fisico-corporeo: anno
Ora arriviamo agli effetti lunari, alla vita lunare. Ciò che vi ho descritto come il primo è spirituale-psichico. Si è solo profondamente schiacciato nel corpo. Non c’è nel senso più fine fisiologicamente alcuna differenza tra ciò che nel corpo avviene all’apparire di un ricordo in relazione all’esperienza cui il ricordo risale, e ciò che nel corpo avviene nel periodo femminile mensile in relazione a ciò che una volta l’organismo femminile ha sperimentato insieme con le fasi lunari. Solo che uno è un’esperienza spirituale-psichica più forte, più intensa, più intensamente schiacciata nel corpo. Così per la vita lunare:
Spirituale-psichico: azione di 28 giorni
Cerchiamo ora le manifestazioni fisiche-corporee corrispondenti. Cosa dovrebbe allora risultare? Potete trovarlo deduttivamente voi stessi. Avremo in secondo luogo le manifestazioni fisiche-corporee, che devono essere un’azione di 28 anni. Come qui (sopra) un giorno corrisponde a un anno, così dobbiamo avere qui 28 anni.
Fisico-corporeo: azione di 28 anni
Avete solo bisogno di ricordarvi che 28 anni è il tempo fino al nostro pieno sviluppo interno. Là smettiamo effettivamente di essere nello sviluppo della crescita ascendente. Proprio come il Sole da fuori agisce su di noi nel suo anno, in un’azione annuale, per compiere su di noi da fuori ciò che corrisponde all’azione diurna nello spirituale-psichico interno, così qualcosa nel cosmo fuori lavora in un periodo di 28 anni per organizzarci completamente da fuori, come internamente organizzato spirituale-psichicamente la natura umana femminile per così dire in un corso giornaliero di 28 giorni — nella natura femminile è più osservabile che nell’uomo, dove il corso giornaliero corrispondente si ritira più nell’eterico. Così che potete dire: come la vita solare diurna si comporta rispetto alla vita solare annuale rispetto all’uomo, così la vita lunare di 28 giorni si comporta rispetto alla vita lunare di 28 anni rispetto all’intero uomo — altrimenti si comporta più rispetto al capo umano.
Vedete così come poniamo l’uomo, correttamente lo poniamo, davvero dentro l’intero cosmo, come cessiamo effettivamente di parlare di Sole e Luna solo come se stessimo qui sulla Terra isolati e fuori vedessimo con i nostri occhi o i nostri telescopi solo Sole e Luna. Parliamo di Sole e Luna come di qualcosa strettamente collegato con la nostra vita, e la connessione stessa, la percepiamo nella configurazione particolare della nostra vita anche nel tempo. Prima che l’uomo non venga di nuovo collocato in ciò che Sole e Luna fanno, prima non si sarà sviluppata una base ferma per una vera visione astronomica. Vedete, deve essere costruita spirituale-scientificamente una nuova scienza astronomica. Deve essere tratta da una conoscenza più intima dell’uomo stesso. Potremo per la prima volta collegare significato a ciò che l’astronomia esterna dice, quando saremo in grado di trarre dall’uomo le nostre premesse, per poi con queste premesse tracciare ciò che l’astronomia esterna in modo schematico afferma. E potremo anche correggere aspetti essenziali in questa astronomia esterna.
Ma cosa ne consegue allora da tutto questo? Ne consegue che veramente in questi processi, almeno inizialmente, indipendentemente da ciò che sta dietro, una vita universale si manifesta. Forse — ne parleremo ancora più tardi — la rotazione terrestre giornaliera, la rivoluzione terrestre annuale stanno dietro quello che ho designato qui come vita solare rispetto allo spirituale-psichico per il giorno, al fisico-corporeo per l’anno; possono stare i movimenti della Luna che l’astronomia oggi registra, oppure stia qualcos’altro dietro: l’intero non possiamo tracciarlo così che semplicemente esponiamo il noto quadro scolastico, ma dobbiamo afferrare tutto come una vita continua, duratura, universale, ciò che si manifesta, dove non possiamo semplicemente mettere schema accanto a schema.
Vogliamo ora affrontare la cosa da un’altra angolazione, così direi. Vogliamo affrontare la cosa da quell’angolo che si presenta nella concezione astronomica di una personalità che aveva ancora molto dell’antico. Non vogliamo tornare alle concezioni più antiche. Vogliamo certamente lavorare da nuove concezioni. Ma questa personalità aveva ancora molto delle antiche concezioni concrete. Intendo Keplero. L’astronomia è divenuta nel tempo moderno sempre più quantitativa e si andrebbe in errore se si volesse considerare l’astrofisica come l’entrata del qualitativo nell’astronomia. Anche là la considerazione è quantitativa. Ma dietro Keplero c’era ancora qualcosa della consapevolezza di una vita universale. In lui c’era ancora una consapevolezza che in ciò che si manifesta per l’osservazione astronomica ordinaria, in fondo c’è qualcosa come il gesto di una vita che si manifesta.
Vero, quando abbiamo una persona davanti a noi e vediamo come muove un braccio, come muove una mano, allora non calcoleremo semplicemente il meccanismo, ma comprenderemo il movimento come la rivelazione esterna di un processo spirituale-psichico interno. Comprenderemo ciò che altrimenti può essere considerato solo spazio-matematicamente, come manifestazione gesticolare, mimica. Quanto più lontano si va indietro nelle concezioni astronomiche degli uomini, tanto più si trova che c’era una consapevolezza che nelle immagini che ci si faceva del corso del Sole o del corso delle stelle, non c’era qualcosa semplicemente di passiva immaginalità, ma che erano gesti. È per esempio nei tempi più antichi assolutamente percepibile questo carattere gesticolare dei movimenti dei corpi celesti. Vedete, quando la mia mano attraversa l’aria, non calcolerò semplicemente il suo percorso, ma vedrò in questo percorso un’espressione psichica. Così l’osservatore più antico vedeva nel percorso della Luna un’espressione psichica di qualcosa. Vedeva in tutti i movimenti dei corpi celesti espressioni psichiche di qualcosa. Se la rappresentava per così dire — vedete, se potessi tenere uno schermo in modo che si vedesse solo la mia mano, la mia mano farebbe un movimento inspiegabile, perché sto dietro lo schermo, non si vede me, ma solo la mano. Così per così dire, negli antichi tempi ci si rappresentava che ciò che accade come movimento della Luna è solo l’espressione esterna di un arto terminale e che dietro sta ciò che effettivamente agisce. Perciò negli antichi tempi non si parlava di un singolo corpo celeste, dei pianeti, ma delle sfere, di ciò che apparteneva ai corpi celesti — le sfere. Così si distingueva la sfera della Luna, la sfera di Mercurio, la sfera di Venere, la sfera del Sole, la sfera di Marte, la sfera di Giove, la sfera di Saturno e l’ottava sfera, che era il cielo delle stelle fisse.
Si distinguevano queste otto sfere, e vi si vedeva ciò che si presenta in gesti esterni, che una determinata sfera si atteggia in modo che la si vede brillare ora qui, ora là. La realtà era per esempio la sfera della Luna, e la Luna non era un’entità conclusa in se stessa, ma solo il gesto. Dove appare, là questa sfera fa un determinato gesto. Menziono questo solo per indicarvi la vitalità di questa concezione.
Ma proprio Keplero aveva ancora qualcosa nella sua consapevolezza intera di questa vita universale nello spazio, e solo questo lo rendeva capace, presumibilmente, di formulare le sue tre famose leggi. Queste tre famose leggi di Keplero, per l’astronomia odierna sono certamente solo qualcosa di quantitativo, qualcosa che si considera secondo il modello di concezioni puramente spazio-temporali. Per una persona che ancora lavorava da una vita rappresentativa come Keplero, non era il caso. Rappresentiamoci queste tre leggi di Keplero. Si chiamano:
La prima: I pianeti si muovono in ellissi intorno al loro corpo centrale, e in uno dei fuochi di queste ellissi sta il corpo centrale.
La seconda: I vettori raggio di un pianeta descrivono in tempi uguali settori uguali, aree uguali.
La terza: Per pianeti diversi i quadrati dei periodi orbitali si comportano come i cubi dei semiassi maggiori.
Ebbene, come detto, per una considerazione puramente quantitativa odierna sono anche solo quantità. Per qualcuno come Keplero, nel semplice pronunciare l’ellittico c’era qualcosa che per lui, mentre pensava alla curva, rappresentava una vitalità maggiore del cerchio. Quando qualcosa si muove ellitticamente, è più vivo che quando si muove solo circolarmente, perché deve applicare impulsi interiori per cambiare il raggio. Quando qualcosa si muove solo in cerchio, non ha bisogno di fare nulla per cambiare il raggio. Deve applicare un’attività interna più intensiva se il vettore raggio deve essere continuamente cambiato. Così nel semplice pronunciare il proposito «i pianeti si muovono in ellissi intorno al loro corpo centrale, e il corpo centrale non è nel centro, ma in uno dei fuochi dell’ellisse», c’era un’ammissione che si ha a che fare con qualcosa di più vivo di quando si ha a che fare con qualcosa che si muove in cerchio.
Inoltre: «I vettori raggio descrivono in tempi uguali settori uguali.» Abbiamo qui la transizione dalla linea all’area. Per favore, prestate attenzione! Mentre all’inizio viene descritta semplicemente l’ellisse, stiamo nella linea, nella curva. Mentre veniamo condotti al percorso descritto dal vettore raggio, veniamo condotti nell’area. Una relazione essenzialmente più intensa è rivelata per il movimento planetario. Quando così il pianeta scivola via, se posso esprimermi così, esprime qualcosa che non sta solo in lui, ma tira per così dire la sua coda dietro di sé. L’intera area che il vettore raggio descrive, appartiene spiritualmente. E si deve caratterizzare inoltre, cioè che in tempi uguali ha un contenuto di area uguale, si deve sottolineare il suo carattere, se si vuole caratterizzare ciò che accade al pianeta.
La terza legge, che certamente si estende alla vita come si svolge tra pianeti diversi, porta un’articolazione molto complicata. «I quadrati dei periodi orbitali si comportano come i cubi dei semiassi maggiori» — le distanze medie dal corpo centrale. Vedete, questa legge contiene veramente molto, se la si afferra ancora, come Keplero ha fatto, vivacemente. Newton ha poi ucciso l’intera legge. L’ha fatto in un modo straordinariamente semplice. Prendete una volta la terza legge di Keplero. Potete scriverla:
t₁² : t₂² = r₁³ : r₂³
oppure scritto diversamente:
t₁² / r₁³ = t₂² / r₂³
Ora scrivetelo in forma alquanto diversa. Scrivetelo così:
1/r₁ : 1/r₂ = r₁/t₁² : r₂/t₂²
Naturalmente posso anche enunciarlo inversamente.
Cosa abbiamo sul lato sinistro dell’equazione, qui nella proporzione finale? Niente altro che ciò che esprime una metà della legge di Newton, e sull’altro lato l’altra metà, le forze della legge di Newton. Dovete solo riscrivere la legge di Keplero diversamente e enunciare ciò che ne risulta, e potete dire: «Le forze di attrazione si comportano inversamente come i quadrati delle distanze.» Così avete dedotto l’intera legge della gravitazione di Newton dalla legge di Keplero: le forze di gravitazione, le forze di attrazione tra i pianeti, i corpi celesti, si comportano inversamente come i quadrati delle distanze. Non è nient’altro che l’uccisione della terza legge di Keplero. È nel principio esattamente la stessa cosa.
Ma ora prendete la cosa vivacemente. Non mettete davanti a voi il prodotto morto «forza di attrazione»: «Le forze di attrazione diminuiscono con i quadrati delle distanze», bensì ciò che è vivo nella forma kepleriana. Allora avete i quadrati dei tempi dentro. Riempite il caput mortuum delle forze di attrazione newtoniane, che è considerato solo esternamente, con ciò che è il quadrato del tempo, e all’improvviso riempite il concetto di forza di attrazione, che in Newton è veramente il cadavere di un concetto, con una vita interna. Perché ciò che ha a che fare col tempo è vita interna. E non avete nemmeno il tempo nel semplice corso davanti a voi. Avete il tempo al quadrato! Dovremo tornare ancora su cosa significhi parlare del tempo al quadrato. Ma adesso potete rappresentarvi: parlate del tempo al quadrato, cioè parlate di qualcosa di interno. Poiché il tempo è anche nell’uomo ciò che effettivamente rappresenta lo scorrimento interno dell’anima. Ora si tratta veramente di vedere attraverso questo concetto morto della forza di attrazione newtoniana verso ciò che improvvisamente spunta al centro e porta il tempo dentro e con esso porta la vita interna dentro.
Consideriamo la cosa ora da un altro punto di vista. Notate che è così che questa prima formula si riferisce anche alla Terra nel senso kepleriano. Allora la Terra non descrive solo un’ellisse, ma voi, poiché vi trovate sulla Terra, descrivete l’ellisse con essa. E ciò che accade esternamente è nel processo interno dentro di voi. Così dovete parlare del fatto che ciò che ho detto, che Keplero ancora possedeva, questo sorgere vivente dell’ellisse dal cerchio, corrisponde a un processo interno nel vostro interno stesso. E mentre vi muovete nella linea che corre in modo che in tempi uguali il vettore raggio descrive il settore uguale, siete voi stessi continuamente, che vi riferite al corpo centrale, vi mettete in relazione con il vostro sole. Descrivete con la curva nel tempo una distanza tale che siete continuamente in relazione al Sole. Se posso esprimermi un po’ antropomorficamente, dovrei dire: dovete continuamente stare attenti a non scivolare, a non muovervi troppo velocemente, che il vostro vettore raggio non descriva un’area troppo grande. Deve continuamente essere nel giusto rapporto con il Sole, il punto esterno che si muove nell’ellisse. Da (primo legge) avete il movimento che fate voi stessi, assolutamente caratterizzato linearmente nello spazio. Nel secondo legge avete caratterizzato il rapporto al Sole. E passando al terzo legge, allora avete come esperienza interna il rapporto ai pianeti rimanenti e la vostra relazione a questi pianeti. Questa relazione vivente è semplicemente espressa nel terzo legge di Keplero. Non dobbiamo quindi cercare solo nell’uomo i processi che poi ci conducono di nuovo fuori nel cosmo, ma se solo interpretiamo correttamente ciò che ci rappresenta matematicamente i processi cosmici, allora possiamo anche, poiché l’uomo sperimenta la matematica lì, perché egli stesso è dentro la matematica vivente, nuovamente accorgerci che dobbiamo interiorizzare ciò che è esteriormente quantitativo.
Di questo parleremo ancora domani.
Se avessi il compito di presentare ciò che è da presentare secondo i metodi della scienza dello spirito stessa, naturalmente dovrei partire da altre premesse e per così dire potrei anche arrivare al nostro scopo più rapidamente. Ma una tale discussione non potrebbe adempiere l’intenzione precisamente di queste conferenze. Poiché in queste conferenze si tratta di gettare un ponte a ciò che è il solito modo di pensiero scientifico, sebbene abbia scelto per queste presentazioni capitoli dove questo ponte è difficile da gettare, perché il modo di pensiero solito si allontana molto da un punto di vista conforme alla realtà. Ma sebbene il punto di vista non conforme alla realtà debba essere combattuto, proprio in questo combattimento sarà evidente come si esce dall’insoddisfazione delle teorie moderne e si entra in un’afferrare conforme alla realtà dei fatti in questione. Voglio quindi oggi collegarmi al modo in cui le concezioni dei fenomeni celesti si sono formate nel corso del tempo moderno.
Dobbiamo sì nel formare queste concezioni distinguere due cose: in primo luogo, che queste concezioni sono derivate da osservazioni, da osservazioni dei fenomeni celesti, e che poi considerazioni teoriche erano collegate a queste osservazioni. A volte, teorizzazioni molto ampiamente elaborate erano collegate a relativamente poche osservazioni. Questo è uno, che si è partiti da osservazioni e si è arrivati così a determinati concetti. Ma l’altro è che allora, poiché si è arrivati a certi concetti, questi concetti sono stati ulteriormente sviluppati in ipotesi. E in questo sviluppare in ipotesi, che allora approda all’istituzione di un quadro del mondo completamente determinato, per lo più regna una straordinaria arbitrarietà, perché nello sviluppare le teorie si esercita certamente ciò che come pregiudizio è presente in una o l’altra personalità che sviluppa tali teorie.
Voglio attirare la vostra attenzione inizialmente su qualcosa che potrebbe sembrare inizialmente paradossale, ma che comunque, se afferrato con precisione, deve rivelarsi fecondo nel corso successivo della ricerca. Vedete, in tutto il pensiero moderno della scienza naturale regna quello che si potrebbe chiamare, e d’altronde è stato anche chiamato, la regula philosophandi. Consiste nel dire che: ciò che in un certo ambito della realtà è stato ricondotto a determinate cause, deve essere ricondotto anche in altri ambiti dell’esistenza, della realtà, alle stesse cause.
Si parte, nel formulare tale regula philosophandi, solitamente da qualcosa di molto plausibile, qualcosa di evidente. Così, se per esempio si dice, come i newtoniani fanno sempre: il processo respiratorio deve avere le stesse cause nell’animale e nell’uomo. L’accensione di un ramoscello deve avere la stessa causa, indipendentemente dal fatto che avvenga in Europa o in America. — Fino a qui le cose rimangono assolutamente nella sfera dell’ovvietà. Ma allora si fa un certo salto, che però non si nota, ma si assume come qualcosa di ovvio. Questo si caratterizza per noi quando vediamo qualcosa che è appunto collegato precisamente a tali personalità affette da questo modo di pensare. Si dice: se una candela diviene luminosa e se il Sole è luminoso, allora la causa del brillare della candela e la causa del brillare del Sole deve essere la medesima. Se una pietra cade sulla Terra e se la Luna orbita intorno alla Terra, allora la causa del movimento della pietra e la causa del movimento della Luna deve essere la medesima. — Si collega a una tale discussione anche qualcos’altro ancora: si direbbe che non potremmo venire a spiegazioni in astronomia se non fosse così, perché possiamo ottenere spiegazioni solo dalle cose terrestri. Se dunque non regnasse nello spazio celeste lontano la stessa causalità di quella sulla Terra, non si potrebbe giungere a una teoria.
Ma per favore considerate che ciò che si esprime qui come regula philosophandi è solo un pregiudizio. Perché chi garantisce in alcun modo che le cause del brillare di una candela e le cause del brillare del Sole siano le medesime? O che nel cadere della pietra o nel cadere della famosa mela dall’albero, attraverso cui Newton è arrivato alla sua teoria, stessero le medesime cause di quelle che stanno dietro i movimenti dei corpi mondiali? Questo era qualcosa a cui bisognava prima arrivare. È assolutamente solo un pregiudizio. E tali pregiudizi fluiscono assolutamente ovunque, dove prima induttivamente si collegano certi riguardi teorici, certe rappresentazioni formali alle osservazioni e dove si entra semplicemente in cieco nel dedurre e si costruiscono sistemi mondiali attraverso questo dedurre.
Ciò che caratterizzava qui così astrattamente è divenuto fatto storico. Perché vedete, si può tracciare uno sviluppo continuo in ciò che grandi spiriti, all’inizio del tempo moderno, Copernico, Keplero, Galilei, hanno tratto da poche osservazioni. Specialmente con Keplero si dovrà dire che nella terza legge, citato ieri, c’è qualcosa di straordinario riguardo all’analisi dei fatti che potrebbero soltanto essergli a disposizione. C’è una forza mentale spirituale enormemente grande che fu messa in azione in Keplero, quando dal poco che gli stava davanti ha trovato questo, diciamo, «legge» — sarebbe meglio dire: questa unificazione concettuale — sopra i fenomeni mondiali. Ma poi subentra uno sviluppo che va oltre Newton e che non parte veramente da osservazioni reali, ma che nel fondo parte già dal teorico e costruisce ogni sorta di concetti di forza e massa che semplicemente dobbiamo omettere se vogliamo restare con la realtà. E poi continua. E appare, io direi, su un certo apice assolutamente con acutezza, con genialità, lì dove porta a una spiegazione genetica del sistema del mondo, come con Laplace, di cui potete convincervi se leggete il suo famoso libro «Exposition du Systeme du monde» o con Kant nella sua «Naturgeschichte und Theorie des Himmels». E in tutto ciò che è poi seguito nello sviluppo, vediamo come si tenta di spiegare, in una maniera ricorsiva, da ciò che ci si era rappresentato circa il nesso dei movimenti celesti, anche l’origine di questo sistema del mondo, dall’ipotesi nebulare e così via.
Questo deve assolutamente essere considerato, che qui nel corso storico dello sviluppo qualcosa sta, che si compone di induzioni che certamente in questo campo sono state fatte in modo geniale, e da deduzioni successive, in cui però assolutamente è portato ciò che le personalità in questione, proprio come nella loro predilezione, vedevano. Così che si può dire: nella misura in cui qualcuno pensava materialisticamente, per lui era completamente evidente mescolare concezioni materialistiche nel concetto deduttivo. Perché lì i fatti non parlavano più. Poteva ora partire da ciò che risultava solo attraverso la deduzione come una teoria. E così si può dire: si formò per esempio assolutamente induttivamente la concezione, che si doveva allora riunire nel concetto: il corpo centrale Sole, i pianeti che girano in ellissi secondo una determinata legge, i vettori raggio descrivono in tempi uguali settori uguali. — E quando si rivolgeva lo sguardo ai singoli pianeti del sistema solare, poteva di nuovo riunire il reciproco rapporto attraverso il terzo legge di Keplero: per pianeti diversi i quadrati dei periodi orbitali si comportano come i cubi delle distanze medie dal Sole. — Questo ha dato una certa immagine. Ma la domanda non era decisa, se questa immagine ora contenesse una copertura completa con la realtà, ma era un’astrazione, che era stata estratta dalla realtà. Come questa immagine si comporti alla totalità del reale, questo non era dato con ciò. Ma da questa immagine, assolutamente non dalla realtà, ma da questa immagine, si deduceva tutto ciò che è poi divenuto nel fondo un’astronomia genetica. Questo è ciò che deve assolutamente essere tenuto davanti agli occhi. E l’uomo contemporaneo è insegnato dall’infanzia come se ciò che è stato dedotto negli ultimi secoli corrispondesse a qualche realtà.
Vogliamo quindi, assolutamente collegandoci al genuinamente scientifico, per quanto possibile, prescindere da tutto ciò che in questo corso dello sviluppo è puramente ipotetico-teorico, e vogliamo collegarci alle concezioni che si allontanano dalla realtà solo nella misura in cui in esse si potrà ancora scoprire il nesso con la realtà. Questo sarà dunque in tutta la presentazione odierna il mio compito, che io mi muova solo tanto a lungo nella direzione in cui il pensiero moderno si muove in questi campi, che io, precisamente per restare dentro lo scientifico, andrò avanti fino alla forma dei concetti che, se uno li prende come concetti, ancora permettono di ritrovare la via nella realtà. Non voglio allontanarmi dalla realtà così tanto che i concetti diventino così grezzi che si possa dedurre da essi ipotesi nebulari.
Se vogliamo procedere in questa maniera nella nostra considerazione oggi, allora possiamo dire: se seguiamo questa formazione di concetti più recente nel campo che ci interessa, allora abbiamo prima di tutto un concetto da formare, che veramente si è mostrato induttivamente proprio a Keplero, che è stato ulteriormente sviluppato e che si deve considerare inizialmente. Noto ancora una volta espressamente, voglio andare in questi concetti solo così lontano che, anche se questo concetto, così come è concepito, fosse falso, si sia allontanato dalla realtà solo così poco che in esso si possa eliminare il falso e si possa ritornare al vero. Si tratta di sviluppare un certo tatto per ciò che ancora sente la realtà nei concetti che si forma. Altrimenti non si può procedere, se si vuole gettare un ponte tra ciò che è conforme alla realtà e la scientificità così intessuta nelle teorie moderne.
C’è innanzitutto un concetto su cui dobbiamo entrare: i pianeti hanno orbite eccentriche, descrivono ellissi. Questo è qualcosa che possiamo inizialmente sostenere: i pianeti hanno orbite eccentriche e descrivono ellissi; in uno dei fuochi sta il Sole, e cioè descrivono queste ellissi secondo la legge che i vettori raggio descrivono in tempi uguali settori uguali.
Un secondo aspetto importante è che manteniamo la concezione che per ogni pianeta esiste un suo piano orbitale. Se dunque anche in generale i pianeti, io direi, compiono le loro rivoluzioni nella vicinanza, tuttavia per ogni pianeta esiste un determinato piano orbitale proprio, che è inclinato rispetto al piano dell’equatore solare. Così semplicemente, se questo caratterizzasse il piano dell’equatore solare (figura), allora un piano orbitale di un pianeta sarebbe così, e non coinciderebbe in alcun modo con il piano dell’equatore solare.
Queste sono due concezioni molto importanti, significative, che si devono formare dalle osservazioni. E subito, non appena ci si formano queste concezioni, si deve prestare attenzione a qualcosa che, così direi, si ribella nel vero quadro del mondo contro queste concezioni. Se cioè si tenta di pensare insieme il nostro sistema solare nella sua totalità e si avessero solo queste due concezioni come base: i pianeti si muovono in orbite eccentriche e i piani orbitali sono inclinati in vari gradi rispetto al piano dell’equatore solare —, allora, nel momento in cui si volesse estendere ciò come legge, non ci troveremmo più in alcun modo, se si volesse tenere presente i movimenti delle comete. Non appena si tiene presente questo, non ci arriviamo più, non ci troviamo. E le conseguenze è meglio che le vediate attraverso fatti storici piuttosto che attraverso considerazioni teoriche.
Dalle concezioni che approssimativamente i piani orbitali stanno nel piano dell’equatore solare, che le orbite sono ellissi eccentriche, da questa concezione, Kant, Laplace e i loro successori hanno formato appunto l’ipotesi nebulare. Ora seguite una volta ciò che se ne è presentato. È se non altro — anche se non altro — una sorta di storia dell’origine del sistema solare rappresentabile. Ma ciò che fu costruito come sistema del mondo, non contiene propriamente mai una qualche spiegazione soddisfacente sulla parte che i corpi cometari hanno in esso. Cadono sempre fuori dalla teoria. Questo cadere fuori dalle teorie, come si guadagnano sul percorso storico, è nient’altro che una prova della ribellione della vita cometaria contro ciò che non è stato costruito dalla totalità, ma solo da una parte della totalità come concetto. Allora dobbiamo essere chiari che le comete nei loro percorsi spesso coincidono di nuovo con altri corpi che entrano nel nostro sistema e che proprio per la loro proprietà come compagni delle comete danno un enigma. Questi sono gli sciami meteorici, che molto frequentemente, probabilmente sempre, nei loro percorsi coincidono con i percorsi cometari. Vediamo così entrare nella totalità del nostro sistema qualcosa che ci porta al fatto che ci diciamo: gradualmente dalla considerazione della totalità del nostro sistema si è formata una somma di concezioni, con cui non si può affrontare ciò che ci presenta così irregolarmente il nostro sistema, quasi arbitrariamente, le comete e gli sciami meteorici. Questi si sottraggono completamente a ciò che può ancora essere compreso con le concezioni astratte che si sono guadagnate. Dovrei darvi una lunga discussione storica se volessi presentare in dettaglio come difficoltà sempre giacciono nel concreto, quando dai teorici astronomici i ricercatori, o meglio dire, i pensatori, vengono alle comete e agli sciami meteorici. Ma voglio solo indicare in tutte le direzioni dove la salute può essere cercata.
Arriviamo a questa salute, quando ancora consideriamo qualcos’altro.
Vedete, ora vogliamo tentare di ritornare un po’ indietro da concetti, che ora rimangono reali, cioè ancora hanno un resto di realtà in loro, da questi concetti indietro verso il concreto. Questo deve essere fatto assolutamente sempre riguardo al mondo esterno, affinché non si allontanino così fortemente i concetti dalla realtà. È un’inclinazione umana a farlo. Sempre di nuovo indietro. È già qualcosa di straordinariamente pericoloso se uno ha formato il concetto: i pianeti si muovono in ellissi, e ora inizia a costruire una teoria su questo concetto. È molto meglio che dopo aver formato un tale concetto, si ritorni di nuovo alla realtà, per provare se non si debba correggere o almeno modificare questo concetto. Questo è il più importante. Nel pensiero astronomico è così chiaro. Nel pensiero biologico e particolarmente in quello medico questo errore è fatto così fortemente che il giusto non viene più fatto affatto, che non si tiene mai conto di quanto sia necessario, non appena si è formato un concetto, di tornare di nuovo alla realtà, per vedere se non si debba modificarlo.
Così i pianeti si muovono in ellissi, ma queste ellissi sono mutevoli, sono a volte più cerchio, a volte più ellisse. Questo troviamo di nuovo quando con il concetto di ellisse ritorniamo alla realtà. Nel corso del tempo un’ellisse diviene più gonfia, diviene più un cerchio, poi di nuovo diviene più un’ellisse. Così non comprende la realtà totale se dico: i pianeti si muovono in ellissi, ma devo modificare il concetto. Devo dire: i pianeti si muovono in orbite che continuamente combattono per divenire un cerchio o restare un’ellisse. Se ora disegno la linea (ellisse), devo veramente, per fare giustizia al concetto, formare la linea di gomma o almeno mobile, devo cambiarla continuamente in se stessa. Perché se una volta ho formato l’ellisse che è lì per un passaggio del pianeta, già non si adatta al passaggio successivo e ancora meno a quello seguente. Così la cosa non è tale che, passando dalla realtà alla rigidità del concetto, possa ancora restare nella realtà. Questo è uno.
L’altro è: abbiamo detto, i piani delle orbite planetarie sono inclinati rispetto al piano dell’equatore solare. Poiché i pianeti nei punti di intersezione vanno su o giù, si dice che formano nodi. Ma questi nemmeno sono punti fissi. Le linee che collegano tali nodi (figura) sono mobili, così come sono mobili le inclinazioni dei piani l’uno all’altro. Così anche queste inclinazioni, quando le esprimiamo in riunioni concettuali, ci portano di nuovo al concetto rigido, che subito dobbiamo modificare sulla realtà. Perché se una volta un’orbita è inclinata in un certo modo, un’altra volta è inclinata diversamente, tutto quello che una volta si trae fuori come concetto è modificato. Certamente, si può ora iniziare, quando si è arrivati a un tale punto, a diventare comodi e dire: assolutamente, nella realtà sono presenti disturbi, la realtà è compresa solo approssimativamente dai nostri concetti. — E poi si può comodamente nuotare via nelle teorie. Ma allora si nuota così lontano che, non appena fantasticamente si tenta di costruire dalle teorie immagini che dovrebbero corrispondere alla realtà, queste non corrispondono alla realtà.
È naturalmente facile ammettere che questo deve essere collegato in qualche modo con la vita dell’intero sistema planetario o, diciamo, con l’efficacia nell’intero sistema planetario questo carattere mutevole delle orbite eccentriche, delle inclinazioni dei piani orbitali. Deve essere collegato in qualche modo con l’efficacia intera, deve appartenervi. Questo è naturalmente di per sé evidente. Ma se da là si forma di nuovo il concetto, cioè se ci si dice: ebbene, voglio portare il mio pensiero così in movimento che mi rappresento continuamente l’ellisse che si ingrossa e si restringe, il piano orbitale salendo e scendendo, ruotandosi, allora da là si può di nuovo costruire un sistema planetario come realtà. Bene. Ma se pensate il concetto fino in fondo, allora ottenete proprio con il pensiero coerente un sistema planetario che non può sussistere. Attraverso la somma dei disturbi che sorgono, specialmente anche attraverso la mutevolezza dei nodi, il sistema planetario andrebbe continuamente incontro alla sua morte, alla sua rigidità. Ma allora subentra ciò che i filosofi hanno sempre sottolineato: se si immagina un tale sistema, la realtà ha veramente avuto tempo sufficiente fino al punto finale. Non c’è ragione per cui non dovrebbe essere vero. Avremmo a che fare con l’infinità realizzata, e la rigidità dovrebbe già esserci. Arriviamo in un’area dentro, dovrebbe esserci chiaro a noi, che apparentemente sta così che il pensiero si ferma. Perché proprio come perfeziono il mio pensiero fino al punto finale, ottengo un sistema del mondo che è tranquillo e rigido. Ma non è il reale che ho davanti a me.
Ora però si arriva su qualcos’altro ancora, e questo è ciò che dobbiamo considerare in modo particolare. Si arriva quando si continuano a seguire ulteriormente queste cose — specialmente in Laplace potete seguirlo, voglio solo indicare sempre i fenomeni —, che questo sistema del mondo, sotto l’influenza dei disturbi attraverso la mutevolezza dei nodi e così via, non è venuto alla rigidità, perché i rapporti numerici dei periodi orbitali dei pianeti non sono commensurabili, perché sono quantità incommensurabili, numeri con infiniti decimali. Così arriviamo al fatto di dirci: se confrontiamo i periodi orbitali dei pianeti nel senso del terzo legge di Keplero, allora i rapporti di questi periodi orbitali non sono indicabili attraverso numeri interi, nemmeno attraverso frazioni finite, ma solo attraverso numeri incommensurabili, attraverso numeri che non vengono fuori in alcun modo. Perciò l’astronomia odierna è anche consapevole che a questa circostanza dell’incommensurabilità dei rapporti tra i periodi orbitali nel terzo legge di Keplero il sistema planetario deve la sua ulteriore mobilità, altrimenti sarebbe già venuto a un fermo.
Ma ora manteniamo questa davanti agli occhi con grande precisione. Arriviamo infine a dover mantenere ciò che abbiamo formato come concetti sul sistema planetario, in numeri che proprio non si possono più afferrare. Questo è qualcosa di straordinariamente significativo. Attraverso la necessità dello stesso corso di sviluppo scientifico arriviamo a pensare matematicamente il sistema planetario in modo che questo matematico non sia più commensurabile. E dove l’incommensurabilità entra, là stiamo effettivamente al posto, in quel momento, dove dobbiamo atterrare nello sviluppo matematico con un numero commensurabile. Lasceremo il numero incommensurabile stare, scriveremo la frazione decimale, ma solo fino a un certo punto. Da qualche parte abbandoniamo ciò che stiamo facendo se arriviamo all’incommensurabile. I matematici tra voi possono renderselo chiaro. Vedrete che c’è qualcosa presente con il numero incommensurabile, dove dico: matematizzo fino a qui e devo dire: qui non si va avanti più. — Non posso dirlo diversamente — perdonatemi se per qualcosa di serio uso un paragone alquanto comico —, che questa fermarsi forzato nella matematica mi ricorda molto una scena che una volta ho sperimentato a Berlino. Allora arrivò di moda l’Überbrettl attraverso alcuni uomini, e uno di questi uomini era Peter Hille. Aveva anche fondato un Überbrettl e voleva leggere là le sue poesie. Era molto adorabile, era nel suo interno assolutamente teosofo, ma era un po’ scomparso nella vita bohémienne. Sono andato una volta a una presentazione dove leggeva la sua propria poesia nell’Überbrettl. Questa poesia era arrivata così lontano che singoli versi erano finiti, e così leggeva la poesia: «Arrivò il Sole . . . e così via» — il primo verso. «La Luna sorse… e così via» — questo era il secondo verso. A ogni verso diceva: e così via, e simili! Era una lettura che una volta ho sperimentato. Era fondamentalmente straordinariamente stimolante. Ognuno poteva completare il verso come voleva. Non è il caso con i numeri incommensurabili. Ma è comunque qualcosa, non appena si entra nell’incommensurabilità, che si può solo alludere il processo ulteriore. Si può solo dire: in questa direzione va avanti. Non è dato niente da cui ci si fa una rappresentazione di che numeri vengono ancora. È importante che proprio sul campo della considerazione astronomica siamo condotti all’incommensurabilità, che semplicemente non possiamo diversamente che con l’astronomia venire al limite della matematizzazione, che semplicemente una volta la realtà ci sfugge. La realtà ci sfugge, non possiamo dire diversamente. Ci sfugge la realtà.
Sì, ma cosa significa questo? Applichiamo ciò che è la nostra scienza più sicura, la matematica, ai fenomeni celesti, ma questi fenomeni celesti non si piegano a questa scienza più sicura, ci sfuggono in un punto. Proprio dove essa va nel vivo, là scivolano in quest’area dell’incommensurabilità. Così che abbiamo il fenomeno che l’afferrare della realtà in un certo punto si ferma e la realtà entra nel caos. Non possiamo dire a priori: cosa fa dunque effettivamente questa realtà che matematizzando tracciamo, dove scivola nell’incommensurabile? — Fa sicuramente qualcosa là dentro che è connesso con la sua fattibilità. Dobbiamo dunque uscire da ciò che matematicamente dominiamo, se vogliamo entrare nella realtà astronomica. Questo lo mostra semplicemente il calcolo stesso, lo mostra lo sviluppo della scienza stessa. Su tali punti bisogna lavorare se si vuole sviluppare lo spirito conforme alla realtà.
Ora voglio mettervi davanti l’altro polo della cosa. Vedete, se seguite fisiologicamente, potete partire da qualsiasi punto dello sviluppo embrionale, sia quello dello sviluppo dell’embrione umano nel terzo, nel secondo mese, sia di un altro essere vivente. Potete tracciarlo indietro e potete poi, nella misura in cui questo è possibile con i moderni aiuti della scienza — è possibile in un modo molto, molto ristretto, come sapranno coloro che se ne sono occupati —, potete, nella misura in cui rappresentazioni in qualche modo valide se ne sono fatte, vedere: si va indietro fino a un certo punto, al punto — e molto più lontano non si va indietro — della separazione della cellula uovo, della cellula uovo non fecondata. Rappresentatevi quanto lontano potete andare indietro. Ma se volessi andare ancora più indietro, dovresti entrare nell’indeterminato dell’intero organismo materno. Cioè, si viene indietro in una sorta di caos. Non puoi evitare questo, e che non puoi, lo mostra il corso dello sviluppo scientifico. Ti prego, segui solo ciò che si è presentato come ipotesi scientifica nella panspermia e simili, dove è stato speculato se dalle forze dell’intero organismo, che è più la concezione di Darwin, si prefigura il singolo germe uovo, o se questo germe uovo più isolato si sviluppa nei soli organi sessuali e così via. Vedrai, se segui il corso dello sviluppo scientifico in questo campo, che si è presentata una ricchezza di fantasia, anche, come si comporta con ciò che sta dietro la Genesi, se la si segue all’indietro nel sorgere del germe uovo dall’organismo materno. Lì vieni completamente nell’indeterminato. Oggi c’è praticamente appena più nulla nella scienza esterna su questa cosa di speculazioni sul nesso del germe uovo con l’organismo materno.
Ma poi questo germe uovo si presenta in un certo punto molto determinato in qualcosa che puoi almeno approssimativamente afferrare benissimo matematizzando, anche se solo geometrizzando. Puoi fare disegni da un certo punto in poi. Tali disegni si trovano anche in embriologia. Puoi disegnare il germe uovo, la cellula, puoi tracciare lo sviluppo, in modo relativamente reale. Così si può iniziare a rappresentare qualcosa che è simile alla geometria, che si può portare in forme. Qui si traccia una realtà. È, in un certo senso, opposto a ciò che abbiamo visto in astronomia. Lì tracciamo consapevolmente una realtà e entriamo nel numero incommensurabile. L’intera cosa ci sfugge nel caos attraverso il processo conoscitivo stesso; in embriologia usciamo dal caos. In un certo punto possiamo afferrare ciò che emerge dal caos con certe forme che sono simili alla forma geometrica. Per così dire, possiamo dire: matematizzando entriamo nel caos attraverso l’astronomia nel processo conoscitivo; e nel semplice osservare in embriologia non abbiamo nient’altro davanti che un caos, diviene un caos se l’osservazione non è più possibile. Lì usciamo dal caos e entriamo nel geometrizzare. E perciò è un ideale di certi biologi e un ideale molto giustificato, ciò che si presenta in embriologia, di afferrarlo in modo geometrizzante. Non disegnare le figure semplicemente come riproduzioni naturalistiche dell’embrione in divenire, ma costruirle da una legalità interna che è simile alla legalità delle figure geometriche, questo è un ideale giustificato.
Ebbene, possiamo dunque dire: nel momento in cui osservando tracciamo la realtà, usciamo da qualcosa che inizialmente sta alla nostra conoscenza non più di quanto il numero incommensurabile sta (in astronomia). Abbiamo, per così dire, condotto la nostra conoscenza da un lato fino al punto dove con la matematica non possiamo più seguire; e abbiamo iniziato a guidare la nostra conoscenza in un certo punto in embriologia, dove possiamo iniziare solo con qualcosa che è simile alla geometria. Per favore, pensate il pensiero fino alla fine. Potete, perché è un pensiero metodologico, cioè la sua realtà sta in noi.
Se arriviamo al calcolo col numero incommensurabile, cioè in un certo punto, dove non possiamo più portare il reale nel numero che possiamo rappresentare come concluso, allora la nostra ricerca su questo deve iniziare e questo è a cui ci volteremo nella prossima conferenza — se non è così anche con le forme geometriche come con le forme aritmetiche, le forme analitiche. La forma analitica porta al numero incommensurabile. Poniamo prima la domanda: come le forme geometriche raffigurano i movimenti celesti? Non ci conduce forse questo raffigurare in un certo punto simile a dove ci conduce l’analisi, dove dobbiamo entrare nel numero incommensurabile? Non arriviamo forse, mentre tracciamo i corpi mondiali, i pianeti, a un limite dove dobbiamo dire: adesso non possiamo più rappresentare in forme geometriche, adesso non si può più comprendere con forme geometriche? Proprio come dobbiamo abbandonare l’area del numero afferrabile, potrebbe essere che dobbiamo abbandonare l’area di dove con forme geometriche — anche aritmetiche, algebriche, analitiche — in spirali e simili, possiamo racchiudere la realtà con il disegno. Lì entriamo nell’incommensurabile anche geometricamente. E così è comunque il seguente fatto strano. Vedete, l’analisi non si può ancora applicare molto in embriologia, ma la geometria appare già molto inquietante là, dove iniziamo a sviluppare i fatti embriologici dal caos. Lì non appare così tanto l’incommensurabile in numero, ma ciò che si sviluppa dall’incommensurabile in forma nell’incommensurabile in forma commensurabile.
Abbiamo ora in due poli tentato di afferrare la realtà: là dove il processo conoscitivo ci porta dall’analisi nell’incommensurabile; là dove osservando ci porta dal caos all’afferrare della realtà in forme sempre più commensurabili e più commensurabili. Queste sono le cose che assolutamente devono portarsi davanti all’anima con completa chiarezza, se comunque si vuole collegare una considerazione conforme alla realtà a ciò che oggi riposa nella scienza esterna.
A questo voglio ora collegare una considerazione metodologica, così che domani possiamo entrare in qualcosa di più reale. Voglio collegarmi al seguente. Vedete, tutto ciò che abbiamo presentato finora ha in un certo senso presupposto che ci si sia avvicinati come matematico ai fenomeni del mondo. Poi si è rivelato che il matematico a un certo punto arriva a un limite, un limite a cui arriva anche nella matematica formale. Ora, tuttavia, della nostra maniera di pensare qualcosa sta a terra, che forse è notato il meno di tutto, perché così continuamente si avvolge nella maschera dell’ovvietà e non affrontiamo propriamente il problema dal suo angolo giusto. Questo riguarda il problema dell’applicazione della matematica in generale alla realtà. Come procediamo allora effettivamente?
Sviluppiamo la matematica come una scienza formale, e poi — ci appare assolutamente certa nei suoi risultati — applichiamo la matematica alla realtà e non pensiamo che effettivamente nel fondo l’applichiamo sotto certe premesse. Ora, però, è stata creata una base anche oggi per capire quanto effettivamente applichiamo la matematica solo sotto certe premesse alla realtà esterna. Questo emerge quando si vuole estendere la matematica oltre certi limiti. Si parte dal fatto che si formano anche certe leggi che effettivamente non si guadagnano, come ho presentato prima nell’unificazione delle leggi kepleriane, dalla realtà esterna, ma dal processo matematico stesso, che si formano certe leggi che sono in realtà nient’altro che leggi induttive, formate sul matematico. Poi si usa queste deduttivamente, nel momento in cui si va anche lontano e si costruiscono estese teorie matematiche su di esse.
Tali leggi sono quelle con cui oggi tutti quelli che si occupano di matematica incontrano. È già stato indicato in modo significativo nelle lezioni di Dornach dal nostro amico Blümel su questo corso di ricerche matematiche. Una delle leggi di cui si tratta è innanzitutto quella che si chiama la legge commutativa. Questo può essere enunciato dal fatto che si dice: è ovvio che a + b = b + a o a · b = b · a
È un’ovvietà, finché si rimane dentro numeri reali. Ma è solo una legge induttiva, derivata dall’uso dei postulati di calcolo con numeri reali. La seconda legge è la legge associativa. Si esprimerebbe circa così:
(a + b) + c = a + (b + c).
Di nuovo una legge che è semplicemente derivata dall’uso dei postulati di calcolo con numeri reali.
La terza legge è la cosiddetta legge distributiva. Si esprimerebbe circa nella forma che si dice:
a · (b + c) = ab + ac.
Di nuovo una legge che è semplicemente acquisita induttivamente dall’uso dei postulati di calcolo con numeri reali.
La quarta legge è quella che si deve esprimere circa così: un prodotto può diventare uguale a zero solo se uno dei fattori è uguale a zero. — Ma questa legge è di nuovo solo una legge induttiva, derivata dall’uso dei postulati di calcolo con numeri reali. Abbiamo dunque queste quattro leggi: la legge commutativa, la legge associativa, la legge distributiva e questa legge del diventare zero del prodotto. Queste leggi sono ora poste a fondamento nella matematica formale odierna, e si procede con loro. Si arriva così a cose straordinariamente interessanti, è completamente innegabile. Ma la domanda è ora questa: queste leggi valgono finché si rimane nell’area dei numeri reali e dei loro postulati. Ma mai è stata considerata la questione se la realtà corrisponde a questo. Possiamo dire, dentro le nostre forme di esperienza formale vale a + b = b + a, ma vale anche dentro la realtà? Non c’è motivo per trovare perché questo dovrebbe valere nella realtà esterna. Potremmo essere sorpresi benissimo che non ci riusciamo, se volessimo dire che in un processo della realtà sarebbe a + b = b + a. Ma la cosa ha un altro lato. Abbiamo in noi l’attaccamento a questa legalità e con questa legalità andiamo quindi alla realtà; dalla nostra osservazione cade fuori ciò che non corrisponde a questa legalità. Questo è l’altro lato. In altre parole: poniamo postulati che applichiamo alla realtà e li teniamo per assiomi della realtà stessa. Potremmo solo dire: considero una certa area della realtà e vedo quanto mi riesco a fare con il proposito a + b = b + a. Non posso dire più di questo. Perché non appena con questo proposito mi accosto alla realtà, troverò tutto ciò che corrisponde. E ciò che non corrisponde lo scaccio via con i gomiti. Abbiamo anche questa abitudine in altri campi. Diciamo per esempio nella fisica elementare: i corpi hanno un inerzia, una pesantezza, e allora definiamo che l’inerzia consisterebbe nel fatto che i corpi senza un certo urto non lasciano il luogo in cui sono, oppure che non cambiano il loro movimento. Ma questo non è un assioma, ma un postulato. Potrei solo dire: chiamo un corpo, quando trovo che non cambia il suo stato di movimento, pigro, e adesso ricerco nella realtà ciò che corrisponde a questo postulato. — Così, formandomi certi concetti, mi formo effettivamente solo linee direttive, per percorrere la realtà in un certo modo con questi concetti, e devo tenermi aperta la via, per attraversare altri fatti con altri concetti. Penso le quattro leggi fondamentali della dottrina dei numeri correttamente solo quando le considero come qualcosa che mi dà direzione; come qualcosa che mi permette, in modo regulativo, di penetrare nella realtà. Ma sono su una falsa strada, se assumo la matematica come costitutiva per la realtà. Perché la realtà mi contraddirà in certi campi. E una tale contraddizione è quella di cui ho parlato, dove l’incommensurabilità entra nella considerazione dei fenomeni celesti.
È necessario per il proseguimento delle nostre considerazioni che oggi io inserisca qualcosa in modo episodico. Saremo allora in grado di intenderci più facilmente per quanto riguarda il nostro vero compito. Desidero quindi inserire oggi una considerazione più generale sul carattere epistemologico della scienza naturale, certamente da un particolare punto di vista. In questo senso riprendiamo quanto detto ieri, in quanto ci chiariamo nuovamente a quali risultati siamo giunti ieri, almeno provvisoriamente. La verifica di questi risultati potrà ovviamente emergere soltanto nel corso delle prossime conferenze.
Abbiamo visto dalle considerazioni sui fenomeni celesti, nella misura in cui questi fenomeni celesti sono espressi dalla nostra astronomia in forme geometriche o anche seguiti numericamente, che si viene condotti verso grandezze incommensurabili. Ciò significa, come abbiamo esposto ieri, che esiste un certo momento nel nostro processo conoscitivo, quando applichiamo questo processo conoscitivo ai fenomeni celesti, in cui dobbiam rimanere fermi in cui dobbiamo cessare di considerare la trattazione matematica come competente. Semplicemente, da un certo punto in poi non possiamo più continuare a tracciare linee per seguire i movimenti dei corpi celesti, non possiamo più nemmeno continuare ad applicare l’analisi, ma possiamo solo dire: fino a un certo punto l’analisi e la considerazione geometrica ci guidano, ma da quel punto in poi non si va oltre. Da questo dovremo trarre, benché anche in questo caso provvisoriamente, un’importante conclusione: che quando consideriamo matematicamente ciò che vediamo, sia con l’occhio nudo che con l’occhio armato, non possiamo racchiuderlo in alcuna figura geometrica o formula matematica. Non abbiamo dunque la totalità dei fenomeni dentro l’algebra, l’analisi o la geometria.
Considerate quale significato importante ne consegue. Ne consegue che, quando sostengo che vogliamo considerare la totalità dei fenomeni celesti, dobbiamo rinunciare a farlo dicendo: il sole si muove così che possiamo tracciare questo movimento in una linea; la luna si muove così che possiamo tracciare questo movimento in una linea. Dunque proprio a ciò che continuamente sentiamo come nostro desiderio più ardente, dobbiamo fondamentalmente rinunciare, quando ci poniamo di fronte alla totalità dei fenomeni. Questo è tanto più significativo quanto oggi, nel momento in cui si dice: il sistema copernicano non basta più che il sistema tolemaico —, ognuno risponde: allora tracciamone uno nuovo. E vedremo solo nel corso di queste conferenze cosa deve prendere il posto del tracciare, quando si vuol veramente considerare la totalità dei fenomeni.
Devo anzitutto porvi innanzi questo aspetto negativo, prima che possiamo entrare nell’aspetto positivo, perché è straordinariamente importante procedere qui verso concetti completamente chiari. D’altro canto, ieri abbiamo visto come da regioni indeterminate, caotiche, sorge ciò che possiamo afferrare da un certo punto in poi in modo intuitivo, dunque anche geometrico, ossia ciò che l’embriologia ci presenta. Si potrebbe dire: quando nel processo conoscitivo — l’ho anche detto ieri — seguiamo i fenomeni celesti, giungiamo in questo processo conoscitivo a un punto in cui dobbiamo dirci che il mondo è diverso da come inizialmente vorremmo afferrarlo con questo processo conoscitivo; quando consideriamo i fenomeni embriologici, dobbiamo dire che dobbiamo presupporre qualcosa che precede quella realtà che ancora possiamo comprendere.
Ora, nella considerazione embriologica sono sorti — voglio caratterizzare le cose soltanto in modo molto grossolano — due aspetti opposti nei tempi moderni. Da una parte, gli uomini erano ancora stretti seguaci della legge biogenetica fondamentale, che dice che lo sviluppo individuale del germe è una sorta di sviluppo filogenetico abbreviato. Questi uomini volevano ricondurre causalmente lo sviluppo dell’embrione allo sviluppo della stirpe. D’altro canto si fecero avanti altri che non volevano sapere nulla di una simile derivazione dell’elemento germinale individuale dallo sviluppo della stirpe e che parlavano del fatto che ci si dovesse attenere alle forze immediatamente presenti nei fenomeni dell’embrione; che, in altre parole, parlavano di una sorta di meccanica dello sviluppo. Si potrebbe dire che proprio dalla stretta scuola biogenetica di Haeckel è scaturito Oscar Hertwig, che è completamente passato al riconoscimento della meccanica dello sviluppo. Poiché il meccanico deve essere almeno afferrato in modo simile alla matematica, sebbene non si giunga a una matematica precisa, così ci si presenta storicamente — e vogliamo indicare come le cose si sono sviluppate storicamente — come prima si presuppone qualcosa di diverso e poi si applica con una considerazione simile alla meccanica-matematica.
Queste cose riposano inizialmente più su basi epistemologiche. Da un lato siamo spinti nel processo conoscitivo a un limite dove non possiamo andare oltre con la considerazione che inizialmente abbiamo preferito; d’altro canto, nell’osservazione dell’embrionale, giungiamo solo allora a qualche possibilità di afferrare la cosa nel modo ordinario, quando facciamo presupposti che inizialmente lasciamo da parte; quando ci diciamo cioè: nel regno della realtà c’è qualcosa che inizialmente teniamo indefinito, e in un punto determinato iniziamo a osservare l’osservabile almeno in forme e relazioni che sono simili alla matematica e alla meccanica.
Queste cose rendono necessario che oggi inseriamo una sorta di considerazione più generale. Ho già segnalato che la considerazione scientifica moderna, fondamentalmente, tende all’ideale di considerare la natura esterna il più possibile indipendentemente dall’uomo, di fissare i singoli fenomeni nell’oggettività e di escludere l’uomo. Vedremo che proprio attraverso questa considerazione che esclude l’uomo, è impossibile superare i limiti che abbiamo potuto osservare su due lati. E questo è connesso al fatto che il pensiero della metamorfosi, che Goethe ha presentato in modo elementare e insieme comprensivo, in realtà è stato seguito molto poco. Certo, è stato seguito in una certa misura per quanto riguarda il morfologico, ma anche là si è già manifestato che la morfologia odierna per questa ragione non può raggiungere alcun obiettivo, perché per esempio la costruzione formale di un osso tubolare in confronto con un osso cranico non può essere osservata nel modo corretto. Per questo si dovrebbe procedere a considerazioni che ci conducono a seguire, da un lato l’interno, la superficie interna dell’osso nell’osso tubolare per esempio, e poi a questo interno parallelo porrei proprio la superficie esterna dell’osso cranico, così che si ha a che fare con un’inversione, come quando si volge alla rovescia un guanto, e allo stesso tempo con un mutamento di forma, cioè un mutamento dei rapporti di tensione superficiale nel voltare alla rovescia, nel capovolgere l’interno verso l’esterno. Solo quando si segue la metamorfosi in questo modo, sì complicato per molti, si raggiunge uno scopo in queste considerazioni.
Ma quando si esce dal morfologico e si entra maggiormente nel funzionale, allora sono appena iniziati gli approcci nel pensiero umano contemporaneo per proseguire il pensiero della metamorfosi. Sarà indispensabile estendere questi pensieri metamorfici anche al funzionale dell’organismo. L’inizio è stato fatto nel punto in cui nel mio libro «I misteri dell’anima» ho almeno schizzato la visione della tripartizione della natura umana, nella misura in cui questa natura umana è intesa come una somma e come un’interazione di funzioni. Ho almeno schizzato come dobbiamo distinguere nell’uomo innanzitutto quelle funzioni, quei processi, processi che possiamo afferrare come i processi nervosi-sensoriali; come dobbiamo allora afferrare come processi relativamente autonomi tutti i processi ritmici nell’organismo umano; e di nuovo come processi autonomi afferrare i processi del metabolismo. E ho segnalato che queste tre forme di processo esauriscono fondamentalmente il funzionale nell’uomo. Tutto ciò che altrimenti è funzionale nell’organismo umano sono essenzialmente sottospecie di questi tre processi.
Ora però si tratta del fatto che tutto ciò che accade nell’organico deve essere afferrato in tal modo che ciò che apparentemente sta accanto all’altro sia tuttavia di nuovo collegato all’altro attraverso una metamorfosi. Oggi si è contravvenuti all’osservazione macroscopica, eppure si deve di nuovo ritornare al macroscopico, altrimenti, per mancanza di ogni considerazione vitale sintetica, si giungerà ovunque a problemi che non sono in sé impossibili da risolvere, ma che diventano irrisolvibili attraverso i nostri pregiudizi metodologici.
Se consideriamo l’uomo secondo questa tripartizione, abbiamo innanzitutto in questa tripartizione un modo triplo di come l’uomo sta in qualche relazione con il mondo esteriore. Nei processi nervosi-sensoriali abbiamo un modo di come l’uomo sta in relazione con il mondo esteriore; in tutti i processi ritmici abbiamo un altro modo. I processi ritmici sono veramente tali che non possono essere considerati isolatamente nell’uomo, poiché la respirazione è la base dei processi ritmici, che è veramente un rapporto di scambio dell’interno dell’organismo umano con il mondo esteriore; e di nuovo in tutto ciò che è metabolismo, giace chiaramente un rapporto di scambio dell’uomo con il mondo esteriore. I processi nervosi-sensoriali sono verso l’interno dell’uomo, una continuazione del mondo esteriore. A questa continuazione arriviamo quando distinguiamo tra la percezione vera e propria, che è essenzialmente mediata dai sensi, e ciò che poi si collega per la nostra conoscenza umana, la rappresentazione. Non abbiamo bisogno di impegnarci in considerazioni più profonde, ma deve apparire abbastanza evidente da subito che ciò che giace nella percezione sensoriale è un rapporto di scambio più rivolto verso il mondo esteriore tra l’uomo e il suo mondo esteriore, di quanto non sia ciò che giace nei processi della rappresentazione. Indubbiamente siamo guidati più verso l’interno dell’uomo — parlo soltanto dell’organismo, non dello psichico — nella rappresentazione che nella percezione sensoriale.
Di nuovo — se inizialmente mettiamo da parte il sistema ritmico, la respirazione, la circolazione — quando consideriamo il sistema metabolico, siamo guidati verso qualcos’altro che è in un modo completamente definito un contrasto a questo essere-guidati-verso-l’interno dalla percezione sensoriale alla rappresentazione.
Se si studia completamente il metabolismo, allora bisogna stabilire una connessione tra ciò che sono i processi metabolici interni e ciò che sono le funzioni degli arti umani. Queste funzioni degli arti sono naturalmente connesse alla funzione del metabolismo. E se si procedesse in queste cose razionalmente, come non si fa ordinariamente, si scoprirebbe la connessione tra il metabolismo più interno e i processi a cui ci sottomettiamo quando muoviamo di conseguenza i nostri arti. Sono sempre processi metabolici che come le vere funzioni organiche stanno alla base dei movimenti degli arti. Il consumo di sostanze, ecco a cosa giungiamo infine, che ci rappresenta il vero funzionamento organico in questo.
Ora però non ci fermiamo semplicemente a questo processo metabolico. Questo ci guida piuttosto altrettanto dal nostro interno verso il mondo esteriore, come il processo di percezione sensoriale ci guida dal mondo esteriore verso l’interno dell’organismo. Tali considerazioni, che sono fondamentali, devono essere fatte, altrimenti non avanziamo in certi campi. E che cosa è dunque ciò che dal metabolismo allo stesso modo punta verso l’esterno, come qualcosa dal processo sensoriale verso la rappresentazione punta verso l’interno?
È il processo di fecondazione. Il processo di fecondazione punta in una certa misura nella direzione opposta, dall’organismo verso l’esterno. Se vi rappresentate schematicamente la percezione sensoriale da esterno a interno, allora questo processo di percezione sensoriale diretto da esterno a interno viene — vi prego di non scandalizzarvi dell’espressione, sostituiremo più tardi la realtà a ciò che preliminarmente appare simbolico — fecondato dall’organismo, e così ci si presenta la rappresentazione. Ciò che chiamiamo processi metabolici ci punta d’altro canto, verso l’esterno, e giungiamo al processo di fecondazione.
In tal modo abbiamo ora già in ciò che sta ai due poli della natura umana tripartita, qualcosa che possiamo considerare verso le direzioni opposte.
Nel mezzo giace tutto ciò che appartiene al sistema ritmico. E se vi chiedete: cosa punta nel sistema ritmico verso l’esterno? Cosa punta verso l’interno? — allora non troverete distinzioni così precise come tra il metabolismo interno e la fecondazione o la percezione e la rappresentazione, ma troverete più fluidamente nella respirazione in entrata e in uscita ciò che qui è il processo.
È più un processo unitario. Non si può distinguere nello stesso modo precisamente, ma si può tuttavia dire: come abbiamo qui la percezione dall’esterno, qui la fecondazione verso l’esterno, così possiamo nella respirazione in entrata e in uscita trovare qualcosa che va verso l’interno e qualcosa che va verso l’esterno. Abbiamo in certo modo il processo respiratorio come un processo intermedio.
Ora diventerete consapevoli di ciò che qui appare come una sorta di metamorfosi, un’unità che sta alla base della natura umana tripartita, che si forma da un lato in un modo determinato, d’altro canto in un altro modo. Potete in certo modo fisiologicamente verso una direzione, cioè verso l’alto, seguire molto bene ciò che qui propriamente giace. Molti di voi conoscono già di che cosa si tratta.
Quando consideriamo il processo respiratorio, avviene che mentre prendiamo aria, il nostro organismo viene influenzato in un certo modo. Viene influenzato così che attraverso la respirazione il liquor cerebrospinale che fluisce dal midollo spinale e dalla cavità cranica viene spinto verso l’alto. Dovete considerare che abbiamo veramente il nostro cervello nuotante nel liquor cerebrospinale, che per questo ha una spinta verso l’alto e così via. Non potremmo vivere affatto senza questa spinta. Ma ora non vogliamo parlarne, piuttosto solo del fatto che abbiamo un certo movimento verso l’alto del liquor cerebrospinale durante l’inalazione, un movimento verso il basso durante l’esalazione. Così realmente il processo respiratorio gioca anche nel nostro cranio, nella nostra testa, e per questo si crea un processo che veramente rappresenta un’interazione, un’azione reciproca di ciò che sono i processi nervosi-sensoriali con i processi ritmici.
Vedete come gli organi lavorano per così dire per far avvenire la metamorfosi delle funzioni. Allora possiamo dapprima sì in certo modo ipoteticamente, o forse soltanto come un postulato, dire: sì, forse qualcosa del genere accade anche riguardo al metabolismo e riguardo alla fecondazione. — Ma non ci troveremo così facilmente quando ricerchiamo una simile relazione. E proprio questa è la caratteristica, che ci riesce relativamente facile, in processi che possono essere seguiti col pensiero, afferrare ciò che è il rapporto di scambio tra il sistema ritmico e il sistema nervoso-sensoriale, che però non siamo in grado di trovare un rapporto altrettanto facilmente trasparente tra il ritmico e il processo metabolico-fecondativo. Potete richiamare tutto ciò che vi è a disposizione dalla fisiologia e noterete, quanto più precisamente entrate nelle cose, tanto meglio noterete questo. D’altronde potete tenervi chiaramente sott’occhio banalmente perché sia così. Se seguite il regolare alternarsi del sonno e della veglia, vi direte: riguardo alla percezione sensoriale siete veramente ovunque esposti al mondo esteriore. State sempre esposti al mondo esteriore. Solo quando intervenite con il pensare e il rappresentare, allora ciò che nella veglia propriamente vi circonda viene ordinato, viene orientato in un certo modo dall’interno. L’orientamento viene quindi dall’interno. Possiamo proprio dire questo: stiamo di fronte a un mondo esteriore ordinato in sé secondo leggi, e portiamo nel medesimo un diverso ordine dal nostro interno. Pensiamo al mondo esteriore, combiniamo i rapporti del mondo esteriore per così dire secondo il nostro piacere — sfortunatamente molto frequentemente secondo un piacere molto cattivo. Ma qui qualcosa del nostro interno viene nel mondo esteriore, che non ha affatto bisogno di corrispondere a questo mondo esteriore. Se non fosse così, non ci abbandoneremmo mai all’errore. Qui viene dal nostro interno una certa trasformazione del mondo esteriore.
Se consideriamo l’altro polo della natura umana, allora ammetterete da entrambe le direzioni che qui il disordine viene da fuori. Perché sta nella nostra discrezione come manteniamo il metabolismo attraverso la nutrizione, e ancor più sta nella nostra discrezione ciò che è chiamato fecondazione. Così siamo rimandati al mondo esteriore quando si tratta di guardare secondo la discrezione. Il mondo esteriore ci è inizialmente completamente estraneo. Con quella discrezione che portiamo nel processo di percezione dall’interno, almeno ci sentiamo familiari; con la discrezione che portiamo dal mondo esteriore in noi, non ci sentiamo molto familiari. Abbiamo per esempio in un grado molto basso — almeno la maggior parte degli uomini in un grado straordinariamente basso — una sensazione di ciò che propriamente accade riguardo alla nostra connessione con il mondo quando mangiamo questa o quella cosa, quando beviamo questa o quella cosa e così via. E come siamo proprio connessi con il mondo nei periodi tra quelli in cui manteniamo il nostro metabolismo, a questo è dedicata straordinariamente poca attenzione. E se dedicassimo attenzione a questo, non ci aiuterebbe molto inizialmente. Veniamo in qualcosa di indefinito, in qualcosa di inafferrabile, potrei dire, dentro. Così abbiamo a un polo dell’uomo il cosmo ordinato, che per così dire estende i suoi golfi nei nostri sensi. La parola «ordinato» non deve essere fraintesa, deve solo caratterizzare il fatto, non vogliamo perderci in considerazioni filosofiche se il cosmo può essere considerato ordinato o no, ma solo il fatto deve essere espresso. A questo polo si oppone l’altro, ciò che veramente dobbiamo chiamare il cosmo disordinato, quando consideriamo i processi che ci si pongono innanzi dal cosmo, quando vediamo tutto ciò che instilliamo in noi stessi, o come gli uomini a intervalli irregolari provvedono alla fecondazione e così via. Quando consideriamo tutti questi processi che si pongono al metabolismo dal mondo esteriore, dobbiamo dire: qui abbiamo a che fare col cosmo inizialmente disordinato per noi.
Vedete, possiamo agganciarvi, direi più universalmente dal punto di vista epistemologico, la questione — voglio certamente inserirla oggi in modo episodico —: in quale misura stiamo noi in connessione col cielo stellato? Sì, inizialmente lo contempliamo. E particolarmente proverete un sentimento vivo di come le cose diventano incerte riguardo al cielo stellato quando iniziamo a pensarci. Non abbiamo qui solo il fatto che i più diversi sistemi astronomici hanno illuminato gli uomini, ma abbiamo anche, secondo il nostro modo di considerare di ieri, che non possiamo comprendere completamente il cielo stellato nemmeno con ciò che è per noi interiormente nella rappresentazione il più certo, la considerazione matematico-meccanica. Non dobbiamo solo dire che di fronte al cielo stellato non possiamo fidarci dell’apparenza sensoriale, ma dobbiamo persino dire che riconosciamo che con ciò che qui più internamente sta nell’uomo, non arriviamo affatto al cielo stellato, nella misura in cui lo conosciamo coi sensi. È completamente realistico, non meramente comparativamente parlato, quando si dice: il cielo stellato ci giace propriamente nella sua totalità — naturalmente nella sua totalità relativa — soltanto per la percezione sensoriale. Perché quando dalla percezione sensoriale usciamo più verso l’interno nella concezione del cielo stellato, dobbiamo come uomini sentirci abbastanza estranei al cielo stellato. In ogni caso dobbiamo fortemente sentire che non possiamo afferrarlo. Però dobbiamo ammettere che qualcosa, che potrebbe stare a fondamento di un afferrare, è contenuto anche in quello che là contempliamo.
Ora dobbiamo dire: fuori di noi giace il cosmo ordinato. Questo si presenta propriamente soltanto alla nostra percezione sensoriale. Non si dischiude affatto inizialmente alla nostra conoscenza intellettuale. L’abbiamo da un lato, questo cosmo ordinato, e non possiamo entrarvi con esso dentro l’uomo. Ci diciamo che veniamo guidati dalla percezione sensoriale verso l’interno dell’uomo, ma non possiamo con il cosmo entrare dentro l’uomo. L’astronomia è dunque qualcosa che propriamente non entra nella nostra testa. Non è parlato comparativamente, ma epistemologicamente mostrato. L’astronomia è qualcosa che non entra nella testa. Non vi entra.
Che cosa c’è d’altro canto, dove abbiamo il cosmo disordinato? Vogliamo ora considerare solo i fatti, non istituire teorie, non cercare ipotesi, ma solo chiarire i fatti. Vedete, se nel mondo cercate il contrasto a ciò che è astronomico, puramente fattualmente, e il contrasto nell’uomo a ciò che giace nel processo di percezione e rappresentazione (come continuazione del mondo esteriore, del cosmo ordinato), allora siete condotti nell’uomo al processo metabolico con la fecondazione, siete condotti verso qualcosa di disordinato. Se allo stesso modo qui nel mondo esteriore comincio la mia considerazione, e voglio poi scendere nel mondo esteriore, per così dire scendere dall’astronomia, dove dunque sarò condotto? Sarò condotto nella meteorologia, in tutto ciò che mi si pone innanzi anche nelle manifestazioni esterne ed è oggetto della meteorologia. Se infatti afferrate i fenomeni meteorologici e provate a introdurvi una legalità, allora ciò che potete introdurvi di legalità si comporta precisamente come il cosmo ordinato nell’astronomia, come si comporta tutto quello che là in basso nel sistema metabolico-fecondativo è volubile, rispetto a ciò che lassù inizialmente si presenta nella percezione, in cui tutto il cielo stellato brilla dentro, e che inizia a diventare disordinato nel nostro interno, nella rappresentazione.
Vedete dunque: se non vogliamo considerare l’uomo separatamente, ma la struttura naturale esterna in connessione con l’uomo, allora possiamo collocarlo così da dire: l’uomo partecipa attraverso il suo capo a ciò che è astronomico, e partecipa attraverso il suo metabolismo a ciò che è meteorologico. Allora l’uomo sta da entrambi i lati dentro il cosmo intero.
Ora aggiungete a questa considerazione un’altra. Abbiamo parlato l’altro ieri di quei processi che per così dire sono un’imitazione organica interna dei processi lunari, i processi nell’organismo femminile. Abbiamo nell’organismo femminile per così dire qualcosa come un alternarsi di fasi, una successione di processi che si svolgono in 28 giorni e che naturalmente, come stanno le cose ora, non hanno alcuna connessione con processi lunari, ma che interiormente imitano questi processi lunari. Ho anche già accennato al fatto psicologico-fisiologico che giace nella memoria dell’uomo. Se lo si analizza veramente e si prende il processo organico interno che sta alla base della memoria umana, lo si deve parallelizzare, come un processo organico, a questo processo delle funzioni femminili. Questo afferra soltanto più intensamente l’organismo, di quanto l’organismo non venga afferrato quando nella memoria trattiene qualcosa che ha avuto come esperienze esterne. Non giace più nella vita individuale tra nascita e morte ciò che lì come risultato di impressioni esterne si esprime in questi 28 giorni, mentre i nessi tra il vivere di processi esterni e la memoria sono appunto di breve durata e giacciono nella vita individuale tra nascita e morte.
Ma è decisamente rispetto al carattere psicologico-fisiologico lo stesso tipo di vivere di processo di un evento esterno. Nella mia «Scienza occulta» ho chiaramente indicato questo vivere del mondo esteriore.
Se ora seguite le funzioni dell’ovulo fino alla fecondazione, scoprirete che queste funzioni prima della fecondazione sono decisamente incluse in questo processo interno di 28 giorni. Appartengono per così dire a questo processo. Immediatamente cade quello che nell’ovulo accade fuori da questo interno dell’uomo quando la fecondazione è avvenuta. Allora immediatamente si stabilisce un rapporto di scambio col mondo esteriore, così che quando osserviamo il processo di fecondazione, siamo guidati al riconoscimento che non ha più nulla a che fare con processi interni nell’organismo umano. Il processo di fecondazione stacca l’ovulo dal puro processo interno e lo conduce fuori nella sfera di quei processi che appartengono sia all’interno umano che al cosmico, che non pongono limite tra ciò che accade nell’interno umano e nel cosmico. Ciò che quindi accade dopo la fecondazione, ciò che accade nella formazione dell’embrione, deve essere considerato in connessione con processi cosmici esterni, non con alcuna pura meccanica dello sviluppo che si consideri nell’ovulo e nei suoi stadi successivi.
Pensate a ciò che propriamente abbiamo. Ciò che nell’ovulo accade fino alla fecondazione è per così dire una faccenda dell’interno organico umano; ciò che accade dopo la fecondazione e già attraverso la fecondazione è qualcosa attraverso cui l’uomo si apre al cosmo, che è governato da influenze cosmiche.
Ora abbiamo dunque da un lato il cosmo che agisce su di noi fino alla sfera della rappresentazione. Abbiamo nella percezione sensoriale un rapporto di scambio tra l’uomo e il cosmo. Esaminiamo questo rapporto di scambio, se volete, attraverso la legge della prospettiva e simili, attraverso le leggi della fisiologia sensoriale e così via. Come vediamo un oggetto deve essere esaminato attraverso tali leggi. Non è vero che se ci mettiamo qui e qui passa un treno accanto a noi (perpendicolarmente alla direzione dello sguardo), vediamo questo intero movimento, potrei dire, per il lungo. Se invece ci mettiamo così (guardando nella direzione del treno), può andare altrettanto velocemente e lo vediamo in completa quiete, se il treno è sufficientemente lontano. Così ciò che avviene in noi in modo intuitivo dipende da relazioni del cosmo nei nostri confronti. Stiamo dentro i processi intuitivi e siamo noi stessi parte di questa immagine.
Vedete, ci impegoliamo in qualcosa di caotico — perché infine i diversi sistemi mondiali sono qualcosa di caotico — se ora vogliamo semplicemente trarre conclusioni da ciò che vediamo accadere esternamente verso i veri processi.
D’altro lato l’uomo con la fecondazione sta dentro processi cosmici reali, ora non intuitivi, ma reali. Qui da un lato avete il trovarsi dentro in modo intuitivo, d’altro canto avete il trovarsi dentro in modo reale. Per così dire ciò che vi sfugge quando contemplate il cosmo, agisce sull’uomo quando è sottoposto al processo di fecondazione. Vediamo qui un’unità divisa in due membri. Una volta abbiamo soltanto l’immagine, e non possiamo arrivare alla realtà. L’altra volta abbiamo davanti la realtà, perché da essa nasce il nuovo uomo. Ma questo non diventa immagine, rimane altrettanto non regolato per noi come rimane non regolato per noi quando consideriamo il tempo, le condizioni meteorologiche generalmente. Stiamo veramente di fronte a due poli. Riceviamo da due lati due metà del mondo, una volta riceviamo un’immagine, l’altra volta per così dire la realtà sottostante.
Vedete, il confronto dell’uomo col mondo non è così semplice come ce lo si immagina filosoficamente quando si dice: sì, abbiamo l’immagine sensoriale del mondo. Vogliamo ora filosoficamente estrarre quale sia la realtà. — La questione di come si trova la realtà nella percezione sensoriale è certamente una questione filosofica, epistemologica fondamentale. Vediamo qui che la struttura dell’uomo come tale si mette curiosamente in mezzo tra l’immagine e la realtà. Dobbiamo comunque cercare questa mediazione tra immagine e realtà in un modo completamente diverso da una speculazione filosofica.
È stata cercata una volta nel corso del mondo, attenendosi a ciò che è mediazione: l’inalazione e l’esalazione. Vedete, la saggezza dell’antica India, che naturalmente non possiamo imitare, come ho già detto molte volte, partiva più o meno istintivamente dal presupposto: con la percezione sensoriale non c’è nulla da fare se si vuol penetrare nella realtà; con ciò che è la fecondazione, i processi sessuali, non c’è nulla da fare perché non danno immagine. Allora atteniamoci al mezzo, che è metamorfizzato una volta verso ciò che genera immagine, l’altra volta verso la realtà. Atteniamoci al mezzo in cui dev’esserci in qualche modo un’approssimazione sia alla realtà che all’immagine. Perciò la saggezza dell’antica India sviluppò questo processo respiratorio artificiale nel sistema yoga e provò a condurre il processo respiratorio in modo consapevole in una certa realtà, per nel processo respiratorio afferrare allo stesso tempo sia l’immagine che la realtà. E se si chiedono le ragioni — anche se è solo una risposta più o meno istintiva, non è però soltanto istintiva; potete voi stessi seguire nella filosofia indiana come è nato questo strano sistema respiratorio — se si chiedono le ragioni, allora la risposta si pone così: la respirazione unisce immagine e realtà fra loro.
Si vive interiormente l’immagine in connessione con la realtà quando si eleva il processo respiratorio dall’inconscio al consapevole. Si comprende completamente ciò che nel corso dello sviluppo storico dell’umanità è apparso, soltanto se si considera la cosa fisiologicamente-interiormente.
Se considerate questo, allora potete dirvi: una volta è stato cercato un afferrare della realtà rivolgendosi all’uomo stesso. Come si hanno i sensi esterni per le immagini, come però si ha per la realtà qualcosa di completamente diverso, così ci si è rivolti a ciò che nell’uomo non è ancora concluso verso l’afferrare dell’immagine, né concluso verso l’altro lato verso il vivere della realtà: all’indifferenziato del processo respiratorio. Ma per questo si è inserito l’uomo nel cosmo intero.
Non si è considerato il mondo che è separato dall’uomo come quello della nostra considerazione scientifica, ma si è considerato un mondo per cui l’uomo come uomo ritmico diviene organo percettivo. Ci si diceva: l’uomo non può afferrare questo né come uomo nervoso-sensoriale né come uomo del metabolismo. — Come uomo nervoso-sensoriale diviene consapevole così che ciò che è dato alla vita nervoso-sensoriale si diluisce nell’immagine; nel metabolismo la realtà giace così da non venire elevata alla coscienza.
Questa interazione del reale, semplicemente inconsciamente vissuto, e di ciò che è diluito fino all’immagine, il saggio indiano antico la cercava nel processo respiratorio regolato. E si comprende anche ciò che è più antico del sistema tolemaico, soltanto se si ha un presentimento di come l’universo si presenta quando in tal modo una sintesi certamente indifferenziata è formata tra ciò che oggi chiamiamo il processo conoscitivo e ciò che è la realtà del processo riproduttivo.
Ora vi prego, da questo punto di vista, una volta di considerare quella cosmogonia che vi si presenta particolarmente nella Bibbia, sebbene così come stanno le cose oggi non possa venir percepita molto chiaramente.
Considerate la cosmogonia della Bibbia, particolarmente dove è interpretata da coloro che questa cosmogonia hanno ancora interpretato secondo le tradizioni più antiche. Avete fondamentalmente la sola possibilità di comprendere la storia della creazione biblica se pensate insieme ciò che si può rappresentare come genesi quando osservate il mondo con ciò che si rappresenta embriologicamente. È decisamente una compressione dell’embriologico con ciò che l’apparenza sensoriale offre, ciò che è rappresentato nella genesi biblica.
Perciò sempre di nuovo il tentativo, fino alla parola di interpretare la storia della creazione biblica attraverso fatti embriologici. Questa interpretazione vi sta dentro decisamente.
Ho inserito questo oggi per una ragione completamente determinata. Se queste considerazioni qui, che devono gettare un ponte tra la scienza condotta oggi esternamente e la scienza dello spirito, devono avere un senso, allora è necessario che ci appropriamo innanzitutto di un sentimento completamente determinato. Dobbiamo permearci di questo sentimento, altrimenti la cosa non prosegue. E questo sentimento dobbiamo ottenerlo trovando la possibilità di scoprire superficiali certi metodi della considerazione contemporanea, esteriormente, ma in un senso piuttosto profondo di trovarli esteriori. Dobbiamo acquisire la possibilità di riconoscere la superficialità che sta nel fatto di stabilire visioni del mondo che vogliono soltanto in un modo o nell’altro un po’ correggere il sistema copernicano, e se da un lato istituissimo soltanto tali considerazioni sulla cosa embriologica come siamo abituati a istituire oggi. Si potrebbe dire: da un tale sentimento è veramente uscito il detto nietzschiano: il mondo è profondo, e più profondo di quanto il giorno abbia pensato. — Bisogna ricevere un impulso, non nel superficiale accettamento di ciò che immediatamente si presenta, sebbene fosse all’occhio armato nel telescopio, nel microscopio, attraverso l’apparecchio a raggi X, di cercare la possibilità di spiegazioni. Bisogna acquisire un certo rispetto per altri modi di spiegazione che aspirano a un diverso sapere conoscitivo, come l’antico indiano ha aspirato attraverso il sistema yoga, di penetrare nella realtà e di acquisire la possibilità di creare un’immagine adeguata della realtà.
Da questo punto, poiché una volta siamo cresciuti oltre il vecchio sistema yoga, bisogna acquisire la spinta verso un nuovo penetrare nel mondo attraverso processi che devono ancora essere sviluppati, che non si installano semplicemente con quello che oggi abbiamo abitualmente. Perché l’uomo si mette nel mezzo tra l’immagine del mondo che ci si presenta straordinariamente fortemente nel cielo stellato, che non vuol esser decifrato per noi attraverso una capacità rappresentativa razionale, e ciò che ci si presenta in modo volubile nei processi riproduttivi, attraverso cui il genere umano esiste. In ciò che qui si stende davanti a noi, l’uomo si mette nel mezzo e per trovare una connessione deve egli stesso cercare uno sviluppo come è stato cercato in modo antico, oggi non più percorribile, nel sistema yoga.
L’astronomia, se la esercitiamo come finora, non ci conduce assolutamente mai a un afferrare della realtà, ma semplicemente a un afferrare di immagini; l’embriologia ci conduce sì all’afferrare della realtà, ma mai alla possibilità di penetrare questa realtà con rappresentazioni intuitive. Le visioni astronomiche del mondo sono povere di realtà; le immagini embriologiche sono povere di rappresentazione, non possiamo penetrare i fatti con le rappresentazioni. Bisogna anche epistemologicamente affrontare l’uomo intero, non solo fantasticare attraverso qualche epistemologia filosofico-psicologica sulle percezioni sensoriali, ma bisogna affrontare l’uomo intero. E bisogna venire nella situazione di collocare questo uomo intero nel mondo. Si nota decisamente da un lato come si perde il fondamento conoscitivo nell’astronomia. Si nota decisamente d’altro canto come quando non si può trarre conoscenza dalla realtà, tutto diventa solo chiacchiera sui fatti, sia seguendo la legge biogenetica fondamentale, sia nella meccanica dello sviluppo. Si nota esattamente che da entrambi i lati c’è qualcosa che abbisogna di un ampliamento.
Ho dovuto anticiparvi questo affinché potessimo intenderci meglio in seguito. Perché ora vedrete che non servirebbe a nulla se vi aggiungessi ai vecchi sistemi mondiali un nuovo sistema da disegnare, cosa che comunque oggi si desidera soprattutto.
Dalle esposizioni precedenti che qui si sono svolte potete vedere che si tratta di trovare una via nella spiegazione dei fenomeni naturali che conduca fuori dal puramente razionale-matematico. Non deve naturalmente — questo emerge da tutto lo spirito delle esposizioni — la legittimità del matematico venire in alcun modo contestata, ma si tratta del fatto che abbiamo potuto chiaramente indicare il punto dove con l’assunzione a fondamento delle rappresentazioni matematiche nello spazio celeste da un lato e rispetto ai fatti embriologici d’altro canto non si va oltre. Dobbiamo dunque aprirci una via verso i mezzi conoscitivi. Si tratterà di rendere evidente attraverso queste stesse conferenze la legittimità di certi mezzi conoscitivi. Cercherò di mostrare la legittimità del fatto che ciò che altrimenti viene ricercato solo attraverso l’osservazione diretta e in tal modo che è l’osservazione estesa, nello spazio celeste, deve essere ricercato su una base più ampia, così da rendere in certo modo l’uomo intero un reagente per ciò che si vuol indagare riguardo ai fenomeni celesti. Cercherò di mostrare oggi la legittimità di ciò, o almeno di accennarla, affrontando il nostro problema da un lato completamente diverso, e precisamente da un lato che a molti in relazione al nostro tema sembrerà straordinariamente paradossale. Ma i motivi per cui si deve avvicinare il nostro problema anche da questo capo, si mostreranno a voi.
Se consideriamo lo sviluppo dell’umanità sulla terra, allora deve propriamente emergere da questo sviluppo dell’umanità qualcosa che ci indichi la genesi dei fenomeni celesti. Altrimenti dovremmo — cosa che certamente non è il caso — assumere che i processi extra-terrestri non abbiano influsso sull’uomo e cioè sullo sviluppo dell’umanità. Questo non l’assumerebbe nessuno, anche se uno sovrastima questo influsso e l’altro lo sottostima. Così potrebbe già sembrare legittimo, almeno metodicamente legittimo, quando ci chiediamo: cosa si mostra nello sviluppo dell’umanità stessa, che potrebbe in qualche modo indicarci vie che ci conducono negli spazi celesti? Ora non vogliamo affrontare innanzitutto fatti della scienza dello spirito, ma quei fatti che propriamente chiunque può raccogliere empiricamente dalla storia.
Se guardiamo indietro nello sviluppo dell’umanità nel campo in cui il pensiero degli uomini si estrinseca, dove la capacità conoscitiva si estrinseca, dove cioè il rapporto di scambio e la relazione col mondo nell’uomo si estrinsecano nel senso più sublimato, allora siamo — come potete anche ricavare dal mio libro «Gli enigmi della filosofia» — ricondotti a un rivolgimento che propriamente inizialmente si situa soltanto di qualche centinaio di anni indietro. Viene da me sempre indicato come uno dei punti più importanti nell’ultima fase dello sviluppo dell’umanità quello che giace nel 15° secolo. Questo è naturalmente solo una determinazione approssimativa. È inteso il periodo attorno alla metà del medioevo. E naturalmente consideriamo innanzitutto di nuovo solo ciò che si presenta all’interno dell’umanità civilizzata.
Non si considera mai abbastanza attentamente quanto sia fortemente espressivo il rivolgimento che è avvenuto in quest’epoca nello sviluppo del pensiero e della conoscenza dell’umanità. C’è stato anzi per un certo tempo una vera avversione specialmente tra i filosofi e coloro che loro sono affini nella visione del mondo, contro l’affrontare proprio di quell’epoca della civiltà europea che si potrebbe chiamare l’epoca della scolastica, in cui questioni significative sono state spinte alla superficie del sapere umano. Questioni, quando le si considera abbastanza attentamente, si sente che non fluiscono meramente dalla deduzione logica in cui ordinariamente sono vestite nel medioevo, ma da cui si sente che emergono da profondità umane. Bisogna soltanto ricordarsi di ciò che allora era una questione profondamente significativa della conoscenza dell’umanità, la questione del realismo e del nominalismo. O bisogna soltanto ricordarsi cosa ha significato veramente nello sviluppo dello spirito europeo che tali prove di Dio, come la cosiddetta prova ontologica di Dio, siano sorte, dove si voleva giungere da un concetto stesso a una prova, un rafforzamento dell’esistenza di Dio. Si ricordi ciò che ha significato veramente nello sviluppo intero della conoscenza umana. Qui qualcosa muoveva nel fondamento più profondo della natura umana intera. Ciò si esprime nel pieno significato solo attraverso quelle deduzioni che si condussero. Gli uomini in questo periodo diventavano incerti se i concetti, le rappresentazioni che si formavano avessero propriamente, quando fossero rivestiti in parole, a rappresentare qualcosa di reale, o se fossero solo una sintesi formale dei fatti sensibili esterni. I nominalisti vedevano nei concetti generali che l’uomo si forma una sintesi formale che non ha significato per la realtà esterna, ma che deve soltanto offrire all’uomo la possibilità di orientarsi, di avere un orientamento nel confuso mondo esteriore. I realisti d’altro canto — l’espressione era usata diversamente allora che oggi — sostenevano di trovare nei concetti generali qualcosa di reale, qualcosa di reale in cui vivono, da possedere interiormente, non soltanto sintesi mondiali o schemi astratti.
Ho infatti nei miei discorsi che altrimenti ho tenuto più popolarmente, spesso menzionato come il mio vecchio amico Vincenzo Knauer ha attirato attenzione su queste questioni. Era, potrei dire, come un tardo scolastico — certamente non ha voluto esserlo lui stesso, ma lo era almeno nelle questioni epistemologiche — completamente realista e ha quindi nel suo libro comunque molto interessante su «I problemi principali della filosofia nel suo sviluppo e nella sua soluzione parziale da Talete fino a Robert Hamerling» detto: bene, i nominalisti affermano che il concetto generale «agnello» non è nulla di diverso che una sintesi sorta nello spirito umano e il concetto «lupo» è pure una sintesi sorta nello spirito umano; così solo la materia è connessa diversamente nell’agnello e nel lupo. Si afferri una volta sotto lo schema dell’agnello, un’altra volta sotto lo schema del lupo. E ritiene, si provi soltanto a trattenere un lupo da tutto il cibo altrimenti e dargli da mangiare soltanto agnelli, allora dopo il necessario tempo consisterà completamente di materia di agnello, ma non abbandonerà certamente la sua natura di lupo! Così questa natura di lupo che è espressa dal concetto generale «lupo» deve essere qualcosa di reale.
Ora che la prova di Dio che si chiama ontologica potesse affatto sorgere, testimonia già di un movimento comprensivo entro la natura umana. Perché fondamentalmente poco prima che questa prova ontologica fosse avanzata, all’uomo entro la vita europea non potrebbe mai venire l’idea di voler provare l’esistenza di Dio, ma la prendeva come un’ovvietà. E soltanto quando arrivò il tempo in cui questa ovvietà non viveva più nell’uomo, si richiese una prova. Ciò che come ovvietà vive in uno, non lo si vuole provare. Così qualcosa era venuto meno all’uomo che fino ad allora come ovvietà viveva in lui, ed era entrato in lui qualcosa che conduceva lo spirito in una via completamente diversa e verso bisogni completamente diversi. Potrei ancora citare molto che vi mostrerebbe come proprio — cum grano salis sia detto — al più alto stadio dello sviluppo del pensiero e della conoscenza in questo periodo del medioevo, qualcosa muoveva nella natura umana.
Ora, se si assume — ciò che non può essere negato — una connessione di ciò che accade nell’umanità con i fenomeni extra-terrestri, con i fenomeni celesti, almeno generalmente, il più specifico ci impegnerà allora, allora si può domandare — inizialmente solo domandare perché vogliamo procedere molto cautamente nelle nostre esposizioni —: come si inserisce nello sviluppo della terra, che forse ancora ci condurrà fuori da se stesso, ciò stesso che gli uomini allora (attorno alla metà del medioevo) hanno vissuto sulla terra? Ciò sta in qualche modo in un punto particolare nello sviluppo della terra? Potremmo indicare qualcosa che ci mostra una determinazione concreta di questo punto dello sviluppo dell’umanità? Bene, qui potremmo indicare qualcosa che veramente taglia profondamente di nuovo nello stesso territorio, nello stesso territorio terrestre dove accadde ciò che ho ora rappresentato nella vita spirituale più sublimata. Vediamo che esattamente il punto nel tempo in cui l’umanità viene così agitata, giace nel mezzo fra due punti terminali; fra due punti nel tempo in cui entro il territorio dove questa agitazione è accaduta, quindi entro quei territori europei dove questo particolare dispiegarsi della civiltà è accaduto, decisamente un’attività particolarmente intensa del genere umano non ha potuto avvenire. Se da questo punto nel tempo che voglio designare come A (Figura) altrettanto lontano in un futuro abbastanza remoto in avanti — e altrettanto in un passato abbastanza remoto indietro, allora troviamo punti nel tempo in cui dove appunto questa agitazione accadde nel 13°, 14°, 15° secolo, c’era una certa aridità, una morte della civiltà. Perché troviamo quando procediamo circa 10000 anni avanti e 10000 anni indietro da questo punto, la massima evoluzione dei periodi glaciali in questi territori, quei periodi glaciali che decisamente non hanno potuto permettere uno sviluppo umano particolare.
Abbiamo dunque quando così consideriamo lo sviluppo di questo territorio europeo, nel 10° millennio prima dell’era cristiana una desolazione glaciale della civiltà, e l’avremo di nuovo circa 10000 anni dopo questo punto. Nel mezzo, quindi tra due desolazioni nello sviluppo umano, giace questa agitazione. E chi ha senso per la considerazione dello sviluppo conoscitivo umano, sa come molto, sebbene abbiamo un’avversione proprio affrontare questo territorio dello sviluppo filosofico che giace nel 13°, 14° secolo — le persone ancora non lo considerano attentamente — fondamentalmente lo sviluppo filosofico sta ancora sotto l’effetto di ciò che da questa parte ha agitato l’umanità, che si è manifestato anche in altri campi della civiltà umana, ma che si mostra in modo particolarmente chiaro sintomatico in questa fase dello sviluppo della conoscenza.
Ora questa fase dello sviluppo che qui si mostra, quella che avviene nel mezzo del medioevo, è davvero un’incisione nella civiltà europea, come sapete. L’ho spesso esposto nei discorsi antroposofici. È un’incisione. Cambia qualcosa nel corso intero dello sviluppo dell’umanità, che in realtà è cominciato all’8° secolo pre-cristiano e che può essere chiamato lo sviluppo più intensivo dell’intelligenza umana. Ciò che da allora sviluppiamo nella cultura dell’umanità è lo sviluppo particolare della coscienza dell’Io. Tutti gli erramenti e tutte le saggezze che abbiamo da questo tempo del medioevo conquistato come umanità generale, riposano veramente su questo sviluppo dell’Io, sul sempre più forte elaborarsi della coscienza dell’Io nell’uomo, mentre la coscienza greca, anche la coscienza del Latino — lo mostrano sia i Latini del vero periodo latino che i loro discendenti, i popoli romanici odierni — non hanno ancora posto lo stesso peso sullo sviluppo dell’Io. In gran parte si servono persino nel linguaggio, nella costruzione della frase, non della chiara pronunciazione dell’Io, ma l’inseriscono proprio nel verbo. L’Io non è ancora così chiaramente risaltato. Prendete Aristotele, Platone, specialmente il più grande filosofo dell’antichità, Eraclito. Trovate dappertutto che non c’è il risalto dell’Io, ma piuttosto un afferrare i fenomeni del mondo con il principio intelligente in modo più o meno privo di Io — vi prego di non forzare l’espressione, ma si può applicarla, relativamente — senza che ci si risaltasse in un modo così netto dai fenomeni del mondo come è aspirato nel nuovo periodo, nel periodo della coscienza in cui ora viviamo.
Allora procediamo indietro, quando andiamo dietro l’8° secolo pre-cristiano, nel periodo che ho chiamato il periodo egizio-caldaico — troverete tutto il dettaglio nella mia «Scienza occulta» — in cui di nuovo c’era una costituzione dell’anima completamente diversa. Questo periodo, che ovviamente come l’altro è durato più di due millenni, ci mostra l’uomo così che non ancora in modo razionale connette i fenomeni esterni, ma fino nella direzione celeste afferra il mondo in modo sentimentale. È completamente errato e non conduce a risultati quando si vuol coprire ciò che è conservato nell’astronomia egiziana, in quella caldaica, con quei giudizi intellettuali che abbiamo noi stessi, che ancora possediamo come eredità dal periodo greco-latino. È già necessario che si metamorfizzi qualcosa dell’anima interiormente, che ci si trasporta in questa costituzione dell’anima completamente diversa, dove l’uomo afferra il mondo ancora completamente nella sensazione; dove il concetto non ancora si separa dalla sensazione; dove per esempio l’uomo nella percezione sensoriale non poneva peso particolare — può anche essere ancora provato filologicamente-storicamente — sulla sfumatura linguistica del colore blu o violetto, mentre aveva una percezione molto acuta della parte rossa e gialla dello spettro. Vediamo letteralmente come col sorgere della sensazione per i colori scuri allo stesso tempo sorge il sapere concettuale razionale. Questo periodo procede indietro fino al 3° millennio circa, così da 747 — sono circa 2160 anni — fino all’inizio del 4° millennio. Allora procediamo ulteriormente indietro al periodo in cui il modo di intuizione degli uomini era già tanto diverso da quello presente che abbiamo straordinaria difficoltà, senza il ricorso a metodi della scienza dello spirito, di trasportarci affatto nel modo in cui nel 4° millennio o 5° millennio l’umanità contemplava il mondo attorno a sé. Non era solo una sensazione, ma era un vivere consapevole degli eventi esterni, un stare dentro negli eventi esterni. Era qualcosa in cui l’uomo si sentiva ancora come un arto della natura esterna intera, come il mio braccio si sentirebbe come arto del mio organismo se avesse consapevolezza.
Così veniamo a un corso interiore completamente diverso della posizione dell’uomo al mondo. E se procediamo ancora in periodi più antichi, c’è ancora un aumento dell’essere-cresciuto-insieme dell’uomo col suo ambiente. Ma qui veniamo indietro in periodi che potevano sviluppare culture solo dove condizioni terrestri completamente particolari lo rendono possibile; in quel periodo che nella mia «Scienza occulta» ho descritto come la cultura primordiale indù, che precede la cultura vedica, di cui la cultura vedica è solo un ultimo seguito. Procediamo indietro in un’epoca che si avvicina stranamente all’epoca in cui le nostre regioni sono ghiacciate. Ci avviciniamo a quell’era dello sviluppo dell’umanità che una cultura come la cultura primordiale indù ha potuto sviluppare solo dove ciò che ora sperimentiamo più o meno nelle zone temperate esisteva propriamente fino verso l’equatore odierno. Perché il carattere tropicale — ciò emerge semplicemente dalla considerazione dell’avanzamento e della ritirata del ghiaccio — in India è entrato solo più tardi come la glaciazione del mondo settentrionale si è di nuovo ritirata.
Vediamo dunque come lo sviluppo dell’umanità in un certo modo si modifica, poiché si modificano i rapporti sulla terra, sulla superficie terrestre nel modo indicato. Solo chi guarda brevissimamente lo sviluppo dell’umanità sulla terra, può credere che le nostre rappresentazioni presenti come ce le formiamo nelle più diverse scienze rappresentino per noi qualcosa di assoluto che infine abbiamo conquistato. Colui però che ha uno sguardo più profondo sulla trasformazione, nella natura metamorfica dello sviluppo spirituale umano, riconoscerà senza esitazione come questo metamorfizzarsi continuerà e come certi territori della terra che oggi hanno una certa configurazione della loro vita spirituale, si avvieranno verso una sorta di desolazione che ci sta davanti. E potete, se prendete il numero che punta indietro, calcolare come ciò accadrà in futuro quando un nuovo periodo glaciale irromperà su questa civiltà.
Ma vedete anche da ciò che noi almeno inizialmente, sotto il presupposto che forse possiamo scoprire una connessione dei fenomeni celesti con i fatti che giacciono nello sviluppo terrestre durante una glaciazione e durante ciò che giace nel mezzo, allora avremo anche ciò che sulla terra nel campo più fine della vita civilizzata, della vita conoscitiva si presenta. Dobbiamo persino riferire questo ai rapporti sulla terra. Possiamo dire: allora la considerazione puramente empirica ci indica come l’uomo ciò che egli è non è solo attraverso le condizioni terrestri, ma attraverso condizioni extra-terrestri.
Se dunque prendiamo in modo puramente empirico semplicemente i fatti — del resto si prendono così anche nella scienza, solo non si espande su territori così vasti — allora lo sguardo stesso si amplia a una connessione come l’abbiamo caratterizzata. Ora possiamo in un certo modo ancora oggi vedere come una connessione dei rapporti tra la terra e i corpi celesti extra-terrestri produce una particolare disposizione spirituale degli uomini. Abbiamo già esposto questo in questi discorsi, abbiamo indicato come nella zona equatoriale esiste una configurazione spirituale diversa che nelle regioni polari. E quando si indaga cosa propriamente è attivo, si scopre: la particolare posizione della terra al sole. Causa — forse c’è ancora qualcosa d’altro, lo scopriremo — causa che semplicemente nella zona polare l’uomo diviene meno libero dal suo organismo. L’uomo esce meno dal suo organismo verso una manipolazione libera della vita psichica.
Dobbiamo semplicemente farci un’immagine di come diversamente gli uomini nella zona polare vengono afferrati da ciò che in noi sta solo sullo sfondo. Noi uomini della zona temperata abbiamo un breve alternarsi tra giorno e notte. Considerate come lungo diviene questo alternarsi, come lunghi diventano giorno e notte quanto più ci si avvicina alla zona polare. Il giorno si estende a diventare anno. Vi ho descritto ciò che dalla nascita al cambio dei denti agisce nel bambino anno per anno, questo agire nell’organizzazione. Da questo si estrae l’agire autonomo della psiche che è consegnata al breve giorno. Ciò non può agire così nel polare. Qui si manifesterà più ciò che va verso l’anno. Ci sarà più azione sull’organizzazione umana. L’uomo non sarà così staccato dal lavoro nell’organizzazione.
Se prendete i rari resti che dalla cultura di periodi precedenti sono stati salvati attraverso l’era glaciale, se prendete ciò che era, vedrete: c’erano decisamente tempi in cui una — vi prego di prendere l’espressione nel senso giusto — «polarizzazione» si diffondeva sulla zona temperata odierna, in cui doveva accadere qualcosa come accade nelle attuali regioni polari.
Si estese semplicemente su una grande parte della terra ciò che ora è stato ricacciato al Polo Nord.
Vi prego di liberarvi da quello che c’è nelle concezioni odierne per la spiegazione, altrimenti non si arriva al fenomeno puro, piuttosto prendete solo il fenomeno puro come tale.
Oggi sulla terra è così che abbiamo gli uomini della zona tropicale, gli uomini della zona temperata, gli uomini della zona polare. Certamente si influenzano reciprocamente così che nel fenomeno esteriore la realtà non si presenta così totalmente pura. Ma ciò che qui spazialmente abbiamo, lo troviamo, procedendo indietro, temporalmente. Veniamo al polo nord dello sviluppo della civiltà procedendo indietro nel tempo, e abbiamo di nuovo un altro polo procedendo avanti nel tempo. E se ci si immagina che ciò che come influsso polare sull’uomo si esprime è connesso ai rapporti di scambio di terra e sole, allora bisogna immaginarsi che questo mutamento che qui si è compiuto, questo de-polarizzarsi, è connesso a un mutamento che deve essere accaduto nel rapporto di scambio di terra e sole. E da questi fatti ci salta fuori la domanda: che cosa allora è accaduto? A che cosa nella genesi dello spazio celeste ci indica tutto ciò?
Consideriamo la cosa più attentamente. Naturalmente questi rapporti sono diversi per l’emisfero settentrionale e meridionale della terra, ma questo non ha importanza. Ci porterà al massimo a formare immagini corrispondenti di ciò che sono processi reali. Ma dobbiamo innanzitutto partire dai fatti empirici. E che cosa si rivela a noi quando senza ipotesi, senza alcuna opinione preconcetta ci avviciniamo semplicemente ai fenomeni? Che cosa si rivela? Allora dobbiamo dire: la terra e gli eventi sulla terra sono un’espressione di rapporti mondiali che si rivelano in certi ritmi. Perché un fenomeno che era circa al 10° millennio prima dell’origine del cristianesimo, ripete circa l’11° millennio dopo l’origine del cristianesimo.
Ciò che in mezzo c’è, deve anche ripetersi in una certa misura. Ciò che qui (tra i due periodi glaciali) c’è in mezzo, era certamente anche prima. Abbiamo un ritmo. Siamo guidati a un corso ritmico.
Ora, se rivolgete lo sguardo ai fenomeni celesti e sottolineate particolarmente un fatto che ho spesso sottolineato nei miei discorsi, potrete trovare il seguente. Sappiamo — voglio la cosa solo schizzare sommariamente — che il punto di primavera, il punto di sorgere del sole in primavera, nell’eclittica procede in avanti. Sappiamo anche che questo punto di primavera oggi sta nella costellazione dei Pesci, prima era nella costellazione dell’Ariete, prima nella costellazione del Toro — era il periodo in cui presso gli Egiziani e i Caldei la venerazione del toro era particolarmente praticata — prima nella costellazione dei Gemelli, prima in quella del Cancro, del Leone. Arriviamo però già indietro nei tempi che sono quasi quelli dello sviluppo dell’era glaciale. E se pensiamo fino in fondo ciò che qui giace, allora dobbiamo dire, questo punto di primavera procede attorno alla via intera dell’eclittica. Sappiamo che lo chiamiamo l’anno platonico, il grande anno cosmico.
Sappiamo che ha approssimativamente una lunghezza di 25920 anni così che possiamo dire: questi 25920 anni racchiudono una somma di processi. Questi processi sono tali che entro questi sulla terra un movimento ritmico di era glaciale, epoca media, era glaciale, epoca media si mostra. Vediamo che entra nel tempo in cui l’umanità viene spiritualmente agitata il punto di primavera nella costellazione dei Pesci. Nel tempo greco-latino era nella costellazione dell’Ariete, prima in quella del Toro e così via. Arriviamo approssimativamente al Leone, rispettivamente alla Vergine indietro in quel tempo in cui diventa proprio ghiacciato nelle nostre regioni e lontano oltre l’Europa, anche oltre l’America. E dovremo trovare il punto di primavera nella costellazione dello Scorpione quando avremo di nuovo era glaciale in queste regioni. Così ciò che in 25920 anni si svolge racchiude qualcosa di ritmico; qualcosa di ritmico che certamente è vastamente esteso.
Ma questo ritmo ricorda, come ho del resto già spesso menzionato, un altro ritmo, puramente come ritmo numerico.
Non vogliamo nemmeno metter dentro di più. Ma se si tratta di un ritmo e se lo si esprime numericamente e se i numeri corrispondenti sono gli stessi, allora si ha a che fare con gli stessi ritmi. Sapete che il numero dei respiri di un uomo — inalazione ed esalazione — è approssimativamente circa 18 al minuto. Se calcolate questo numero di respiri per il giorno, ottenete di nuovo lo stesso numero 25920. Cioè l’uomo mostra nella sua vita quotidiana gli stessi tempi, lo stesso ritmo almeno che ci si rivela nel grande anno cosmico attraverso il giro del punto di primavera. Questo è nel giorno, dove l’uomo mostra questo ritmo, nel giorno! Il giorno corrisponde dunque rispetto alla respirazione a questo anno platonico. Ora, il punto di primavera, cioè qualcosa che è connesso col sole, procede apparentemente intorno in 25920 anni. Ma ciò procede anche nel giorno. Procede nel giorno in 25920 respiri umani.
È la stessa immagine come là nello spazio cosmico. Se cioè naturalmente — qualcosa di questo genere è un’ipotesi sciocca che solo vuol chiarire qualcosa — un essere ci fosse che ogni anno inspirasse ed espirasse una volta, allora se vivesse così lungamente, in 25920 anni passerebbe lo stesso processo che l’uomo in un giorno. In ogni caso vediamo come qui l’uomo nel piccolo riproduce quello che in un’altra forma nel grande processo cosmico si rappresenta.
Queste cose oggi fanno un’impressione molto piccola sull’uomo perché non è abituato a considerare il mondo secondo il qualitativo. E riguardo al quantitativo questi fatti che esprimono solo ritmi non giocano un ruolo così grande. Si vogliono altre relazioni fra i numeri che non siano quelle che si estrinsecano in ritmi. Perciò oggi si presta meno attenzione a queste cose. Ma in un’epoca in cui si è più sentita la connessione dell’uomo con l’universo, in cui in generale si sentiva più dentro negli eventi del mondo come uomo, si sentiva questo fortemente. E perciò troviamo, procedendo indietro nello sviluppo dell’umanità quando arriviamo dietro il 2°, 3° millennio, dappertutto uno sguardo forte a questo anno platonico. E in ciò che io anche ieri in modo illuminante — non spiegante, ma illuminante — ho introdotto, nel sistema yoga indiano, dove l’uomo si viveva dentro il respirare, dove provava a rendere consapevole il processo respiratorio, là gli si rivelava anche questo rapporto tra ciò che nell’uomo come ritmo si svolge, che egli comprime interiormente respirando, e le grandi manifestazioni cosmiche. Perciò parlava del suo respirare e respirare e del grande respirare in entrata e in uscita di Brahma che racchiude un anno e per cui 25920 anni sono un giorno, un giorno del grande spirito.
Sì, non vorrei fare un’osservazione malevola ma si ottiene veramente un rispetto per questa distanza che una volta gli uomini sentivano fra sé e lo spirito del macrocosmo che veneravano. Perché circa così si rappresentava l’uomo che stava così lontano dallo spirito del macrocosmo come un giorno dista da 25920 anni. Questo è già uno spirito molto grande che l’uomo si rappresentava. E il rapporto a lui, l’uomo se lo rappresentava veramente abbastanza modestamente. E non sarebbe affatto interessante paragonare con questo quanto grande sia veramente interiormente afferrata dagli uomini moderni la distanza dal loro Dio, come questo uomo moderno molto frequentemente non ha nel Dio nulla altro che un uomo un po’ idealizzato.
Ora, solo apparentemente questo non appartiene al nostro tema. Perché se vogliamo giungere a veri mezzi conoscitivi in questo campo, dobbiamo uscire da campi puramente calcolabili in campi completamente diversi, perché la considerazione delle leggi di Keplero e dei loro nessi stessi ci ha mostrato come quando calcoliamo giungiamo in assunzioni numeriche incommensurabili e il calcolo semplicemente ci spinge oltre se stesso. ### Settima conferenza
Avete potuto constatare come gli sforzi di queste conferenze si dirigano nel trovare le premesse per una concezione del mondo. E ho dovuto ripetutamente richiamarvi l’attenzione su come i fenomeni astronomici stessi ci impongono la necessità di passare dal puramente quantitativo al qualitativo. Nella scienza moderna, fortemente influenzata dalle scienze naturali, è prevalso infatti l’orientamento di tralasciare il qualitativo ovunque e di convertire i processi qualitativi in rappresentazioni che corrispondono al quantitativo o almeno al formale, a quello che potremmo chiamare il rigidamente formale. Perché una considerazione formale conduce assai facilmente, anche quando si vuole considerare le forme come dinamiche, verso la contemplazione delle forme statiche, quasi involontariamente. Ci deve però occupare la domanda se siamo in grado di coprire, dal punto di vista conoscitivo, i fenomeni dell’universo con costruzioni concettuali rigidamente formali. Finché questa domanda non sia risolta, nessuna costruzione di un’immagine astronomica del mondo è possibile.
Ora, questa inclinazione verso il quantitativo, per cui si astrae dal qualitativo, ha condotto anche a una certa mania di astrazione che in certe sfere della nostra vita scientifica comincia a divenire straordinariamente nociva, poiché allontana dalla realtà. Si ama oggi persino calcolare in quali circostanze si potrebbe udire il suono emesso successivamente da due sorgenti sonore prima di quello emesso precedentemente. Ciò richiede solo la piccolezza di muoversi a una velocità superiore a quella del suono. Chi pensa con concetti ancorati veramente nella vita reale, chi non esce dalla realtà con i suoi concetti, non può fare altrimenti che cessare con le proprie costruzioni concettuali nel momento in cui si tratta di porre fine alle condizioni dell’inserimento dell’uomo nell’ambiente. Non ha alcun senso formulare costruzioni concettuali per stati in cui non si può stare. Per questo tipo di considerazione deve educarsi lo scienziato dello spirito, colui che vuole stare in collegamento con la realtà anche nei suoi concetti, che perciò non esce mai dalla realtà con le sue costruzioni concettuali — almeno non fortemente —, poiché sempre torna di nuovo alla realtà. E tutti i danni della moderna formazione di ipotesi riposano fondamentalmente su questa mancanza di senso per il collegamento con la realtà. Si giungerebbe assai più facilmente a ciò che deve assolutamente essere perseguito — a una concezione del mondo libera da ipotesi — se ci si compenetrasse veramente di questo senso della realtà. Certamente si deve poi anche veramente volere osservare ciò che è dato nel mondo fenomenico. E questo oggi non accade in realtà. Se si osservassero i fenomeni senza pregiudizi, ne risulterebbe un’immagine del mondo completamente diversa da quella che oggi largamente prevale nella vita scientifica, da cui poi si traggono tutte le conseguenze, che non possono produrre nulla perché costruiscono l’irreale sull’irreale e si cade soltanto in sistemi ideali ipotetici.
Partendo da questo e da quanto è stato esposto ieri, devo ancora affrontare alcuni concetti che apparentemente di nuovo non hanno relazione col nostro tema, ma nel proseguimento delle conferenze vedrete come ciò è necessario appunto per la costruzione di un’immagine del mondo, ciò che qui sviluppo. Devo approfondire ulteriormente ciò che ieri vi ho esposto in riferimento ai fenomeni delle ere glaciali e dell’evoluzione generale della Terra. Cominciamo di nuovo da un punto completamente diverso. La nostra vita conoscitiva si compone dei dati sensoriali e da quelle formazioni che, se così mi posso esprimere, risultano mentre elaboriamo interiormente i dati sensoriali. Distinguiamo quindi la nostra vita conoscitiva in quella della percezione sensoriale e in quella della vera e propria vita rappresentativa.
Senza che ci si formi anzitutto questi due concetti — il concetto della percezione sensoriale non ancora elaborata e il concetto della percezione sensoriale elaborata interiormente che è divenuta rappresentazione —, non si arriva alla realtà che esiste in questo ambito. Ora si tratta di cogliere senza pregiudizi quale sia veramente la differenza tra la vita nella sfera conoscitiva, in quanto questa sfera conoscitiva è percorsa dalle percezioni sensoriali, e in quanto è pura sfera rappresentativa. Qui si tratta del fatto che si può osservare non solo, come oggi si è abituati, nel regno del “fianco a fianco”, ma anche osservare ciò che si presenta a noi secondo l’intensità, secondo la qualità in modo diverso.
Quando confrontiamo il regno delle percezioni sensoriali, nella misura in cui vi stiamo dentro, con la vita onirica, possiamo certamente notare una differenza qualitativa essenziale. Questa differenza la si deve anche notare. Ma le cose stanno diversamente quando prendiamo la stessa vita rappresentativa, quando, senza entrare nel contenuto, guardiamo soltanto alla qualità complessiva della vita rappresentativa. Il contenuto della vita rappresentativa ci inganna circa questo, poiché è permeato dalle reminiscenze della vita sensoriale. Ma quando astraiamo da ciò che contenutisticamente si trova nella vita rappresentativa, quando guardiamo solamente a come qualitativamente la vita rappresentativa è presente nell’uomo, allora non ottenete una differenza qualitativa della vita rappresentativa come tale dalla vita onirica. È proprio nostro il fatto che nella vita diurna in ciò che abbiamo presente nel nostro campo di coscienza, quando apriamo i sensi verso l’esterno e così siamo interiormente attivi in modo rappresentativo, nella formazione rappresentativa giace la medesima attività interna che nel sognare, e che tutto ciò che si aggiunge a questa esperienza onirica è condizionato contenutisticamente dalla percezione sensoriale. Con questo arriviamo a comprendere che la vita rappresentativa dell’uomo è più interiore della vita sensoriale. I nostri organi sensoriali sono costruiti nel nostro organismo in tal modo che i processi in cui viviamo attraverso di essi si distaccano relativamente fortemente dal resto della vita organica. La vita sensoriale è una vita che, se la rappresentassimo correttamente, secondo i fatti puri, la rappresenteremmo meglio come un’irruzione quasi golfica del mondo esterno nel nostro organismo piuttosto che come qualcosa che viene abbracciato dal nostro organismo. È assolutamente conforme ai fatti osservati dire più correttamente: Attraverso l’occhio sperimentiamo un’irruzione quasi golfica del mondo esterno; attraverso questa separazione degli organi sensoriali sperimentiamo anche la sfera del mondo esterno. Ciò che è meno legato è proprio quello che è il più marcatamente organo sensoriale in noi, alla nostra organizzazione interna. Al contrario è interamente legato alla nostra organizzazione interna ciò che si manifesta nella vita rappresentativa. Abbiamo dunque nel processo rappresentativo un elemento diverso all’interno della nostra vita conoscitiva rispetto al processo di percezione sensoriale. Vi faccio notare che considero ovunque questi processi così come si presentano nello stadio attuale dello sviluppo umano.
Ora, se ancora una volta guardate a ciò che ieri vi ho detto circa lo sviluppo della conoscenza da era glaciale a era glaciale, potrete guardare indietro a come l’intero confluire di percezioni sensoriali e vita rappresentativa ha subito una trasformazione dalla ultima era glaciale. E se comprendete pienamente il modo in cui ieri, tracciando retrospettivamente, ho rappresentato la metamorfosi della vita conoscitiva, vi direte: In realtà, immediatamente dopo il ritrarsi dell’era glaciale, la vita conoscitiva umana è partita da qualità completamente diverse da quelle di oggi. Per giungere a una visione più determinata e concreta della questione, si deve dire: Sempre più è penetrato nella nostra vita conoscitiva ciò che abbiamo dai sensi, e sempre più è scomparso ciò che non abbiamo dai sensi, ma che una volta avevamo per un rapporto completamente diverso con il mondo esterno. Ma questo carattere di rapporto completamente diverso con il mondo esterno si rispecchia anche nelle nostre rappresentazioni. Esse hanno dalla loro qualità la torpidità della vita onirica, ma sono però completamente tali che in esse sperimentiamo pure quel maggiore abbandono all’ambiente che sperimentiamo nel sogno. Non ci distinguiamo nella vita rappresentativa dal nostro ambiente. Siamo nella vita rappresentativa abbandonati all’ambiente. Ci separiamo dall’ambiente solamente attraverso la percezione sensoriale. Era dunque un continuo lampeggiare dell’Io, della coscienza dell’Io, ciò che si sviluppò nel momento in cui ciò che è accaduto al nostro potere conoscitivo dalla fine dell’ultima era glaciale è accaduto.
A quale periodo risaliamo quando con lo sviluppo retrocediamo oltre l’ultima era glaciale? — Questo non è ipotetico, ma un semplice tracciamento dei processi —. Risaliamo a tale vita dell’anima all’interno dell’uomo che certamente è più onirica, che però è più imparentata con la nostra vita rappresentativa che con la nostra vita sensoriale. Ora, la vita rappresentativa è più legata alla nostra organizzazione che la vita sensoriale. Quindi anche quello che si manifesta nella vita rappresentativa si manifesterà più nell’organizzazione, piuttosto che indipendentemente da essa. Con questo, però, siamo guidati — se prendete ciò che negli ultimi giorni vi ho esposto — dalle influenze diurne del mondo circostante alle influenze annuali. Perché vi ho mostrato che le influenze diurne sono proprio quelle che formano la nostra immagine del mondo, le influenze annuali sono quelle che trasformano la nostra organizzazione. Così siamo guidati dall’esperienza animica all’esperienza corporea, organica, quando ritorniamo a ciò che interiormente si svolge nell’uomo.
In altre parole: Prima dell’ultima era glaciale, tutto ciò che è fondato nel ciclo annuale aveva un’influenza più grande sull’uomo di quanta ne abbia dopo l’ultima era glaciale. Abbiamo ancora una volta nell’uomo un reagente per giudicare quali siano le influenze che circondano la Terra. E solo quando l'abbiamo, possiamo formarci rappresentazioni su come siano le relazioni — anche le relazioni di movimento — tra la Terra e i corpi celesti circostanti. Perché dobbiamo assolutamente partire da quello che potremmo chiamare lo strumento più sensibile, dall’uomo stesso, quando vogliamo studiare i fenomeni di movimento del cielo. Ma per questo dobbiamo prima conoscere l’uomo, dobbiamo veramente essere in grado di distinguere ciò che appartiene a un ambito di fatti — alle influenze diurne — da ciò che appartiene a un altro ambito di fatti — alle influenze annuali. Coloro che si sono occupati più seriamente di antroposofia, devo solo richiamarvi l’attenzione su come ho descritto dalla visione le relazioni dell’antica Atlantide, come stavano prima dell’ultima era glaciale. Allora vedrete come da un’altra parte, cioè dalla visione immediata, è descritto quello a cui ci si avvicina quando, come facciamo noi ora, si tenta puramente dal punto di vista intellettuale di orientarsi nei fatti del mondo esterno. Ritorniamo dunque a una tale interazione della Terra con il suo ambiente celeste, quella che ha portato l’uomo alla vita rappresentativa e che poi si è trasformata in modo che l’odierna vita sensoriale — naturalmente non la vita sensoriale come tale, ma il modo odierno — ne è derivato.
Ora dobbiamo ancora fare una distinzione più fine. È vero: A ciò che nel linguaggio ordinario chiamiamo autocoscienza, coscienza dell’Io, noi arriviamo propriamente soltanto nel momento del risveglio. Nel momento del risveglio l’autocoscienza ci colpisce. La relazione in cui ci poniamo verso il mondo utilizzando i nostri sensi è dunque quella che ci dà l’autocoscienza. Ma quando analizziamo secondo i fatti ciò che ci colpisce, arriviamo certamente a dirci: Se la vita rappresentativa rimanesse soltanto nella qualità della vita onirica e colpisse soltanto la vita sensoriale, mancherebbe qualcosa nella nostra rappresentazione. Perverremmo solo a concetti che sono simili ai concetti fantasiosi — non uguali, ma simili —, ma non perverremmo a quei concetti nitidamente delimitati di cui abbiamo bisogno per la vita esterna. Dunque insieme alla vita sensoriale fluisce in noi contemporaneamente ciò che dà ai nostri comuni quadri conoscitivi i contorni acuti, i confini acuti. Questo è qualcosa che ci dà anche il mondo esterno. Se il mondo esterno non ce lo desse, attraverso l’interazione degli effetti sensoriali con gli effetti rappresentativi, arriveremmo solo a una vita fantasiosa; non arriveremmo a produrre la vita diurna nitidamente contornata.
Ora, se si comparano semplicemente i fenomeni nel senso goethiano — o anche nel senso in cui poi si è espresso più astrattamente Kirchhoff —, vi si offre ancora il seguente. Devo però fare un’osservazione preliminare: Oggi si è abituati a parlare di una fisiologia sensoriale, e su questa si costruiscono anche varie psicologie sensoriali. Chi entra nelle cose della realtà non può trovare nulla di realisticamente corrispondente né in queste fisiologie sensoriali né in queste psicologie sensoriali, poiché i nostri sensi sono così radicalmente diversi gli uni dagli altri che in una fisiologia sensoriale che li tratta tutti con unità essenziale abbiamo solo una costruzione altamente astratta. Ne risulta inoltre poco più di una fisiologia e psicologia molto scarna e dubbia del tatto, che viene semplicemente per analogia trasferita agli altri sensi. Chi in questo ambito cerca ciò che corrisponde alla realtà ha bisogno di una fisiologia e una psicologia separate per ogni singolo senso.
Se presupponiamo questo, dunque siamo consci di ciò, allora possiamo, naturalmente con tutte le limitazioni, dire anche quanto segue: Consideriamo l’occhio umano. Naturalmente non posso entrare nei dettagli elementari, potete trovarli in ogni libro di testo naturalistico appropriato. Consideriamo l’occhio umano. È uno degli organi che ci trasmettono impressioni del mondo esterno, impressioni sensoriali che in un certo modo contornano queste impressioni sensoriali. E queste impressioni dell’occhio stanno di nuovo in collegamento con ciò che interiormente elaboriamo in rappresentazioni. Ora se separiamo ordinatamente ciò che sta a fondamento della contornatura acuta, ciò che solleva le nostre rappresentazioni da pure rappresentazioni fantasiose e le rende rappresentazioni nitidamente contornate, se lo separiamo da ciò che agisce quando non troviamo questa contornatura acuta, così che saremmo in una sorta di vita fantasiosa. Sperimenteremmo assolutamente in tal modo che con l’aiuto degli organi sensoriali sperimentiamo e ciò che il potere rappresentativo interiormente ne fa, un’esistenza in una sorta di vita fantasiosa. La contornatura acuta viene data a questa vita dal mondo esterno, da qualcosa che in un certo modo sta in una relazione reciproca con il nostro occhio. E guardiamoci intorno. Trasferiamo ciò che così abbiamo trovato per l’occhio a tutto l’uomo, cerchiamolo semplicemente in modo completamente empirico in tutto l’uomo. Dove troviamo dunque ciò che, solo in forma metamorfosizzata, ci si presenta allo stesso modo? Lo troviamo nel processo di fecondazione. La relazione reciproca di tutto l’uomo, nella misura in cui è organismo femminile, con l’ambiente, è metamorfosizzata la medesima di quella dell’occhio con l’ambiente. Deve risultare evidente a chiunque voglia entrare in queste cose, che, per così dire, solo convertita nel materiale, la vita femminile è la vita fantasiosa dell’universo, la vita maschile è ciò che forma i contorni, che rende questa vita indeterminata una determinata, contornata. E abbiamo nell’atto del vedere, se lo consideriamo nel modo in cui l’abbiamo fatto oggi, nient’altro che la metamorfosi dell’atto di fecondazione. E inversamente.
Finché non si entrerà in queste cose, sarà impossibile arrivare a rappresentazioni utili circa l’universo. Mi dispiace soltanto di poter soltanto accennare a queste cose. Ma voglio solo stimolarvi in queste conferenze. Ciò che veramente intendo come compito di tali conferenze è che come risultato ciascuno di voi continui a lavorare il più possibile in queste direzioni. Voglio solo indicare le direzioni. Queste direzioni possono essere perseguite da ogni punto di vista possibile. Oggi ci sono innumerevoli possibilità di dirigere i metodi di ricerca in nuove direzioni, ma bisogna in certo modo dirigere il qualitativo ciò che si è abituati a spingere soltanto nel quantitativo. Ciò che si pratica così quantitativamente, lo si sviluppa dapprima — la matematica è il miglior esempio, la foronomia è un altro esempio — e lo si ricerca di nuovo nella realtà empirica. Ma abbiamo bisogno anche di altro per coprire empiricamente e realmente la matematica e la foronomia. Dobbiamo accostarci alla realtà empirica con un contenuto più ricco che non solo con il matematico e il foronomico. Troviamo infatti nient’altro che mondi organizzati foronomicamente e matematicamente e meccaniche evolutive, se ci accostiamo al mondo solo con le premesse della foronomia e della matematica. Ma troviamo altro nel mondo se ci accostiamo anche con la ricerca sperimentale da altre formazioni che non siano le matematiche e le foronomiche.
Quella differenziazione dunque tra la vita sensoriale umana e la vita umana complessiva, la vita organica complessiva, prima dell’ultima era glaciale non era ancora entrata, c’era ancora una vita organica molto più sintetica e unitaria dell’uomo. Dalla fine dell’ultima era glaciale abbiamo vissuto un’analisi reale per la vita organica umana. Questo ci rimanda al fatto che dobbiamo pensare diversamente il rapporto della Terra al Sole prima dell’ultima era glaciale rispetto a dopo l’ultima era glaciale. Dobbiamo partire da tali premesse per arrivare gradualmente a rappresentazioni piene di immagini circa l’universo nella sua relazione con la Terra e l’uomo.
Ma questo vi rimanda in un’altra direzione; vi rimanda al fatto di sollevare la questione: Fino a che punto possiamo veramente usare lo spazio euclideo per la nostra contemplazione del mondo? Chiamo spazio euclideo — la designazione non è importante — quello che è caratterizzato da tre direzioni rigide perpendicolari l’una all’altra. Questo è probabilmente quello che si può dare come una sorta di definizione dello spazio euclideo. Potrei anche chiamarlo spazio kantiano, perché ciò che Kant dà è dato sotto la premessa che si abbia a che fare con tre direzioni rigide perpendicolari l’una all’altra, direzioni che non si spostano reciprocamente. In contrasto con ciò che abbiamo come spazio euclideo o, se preferite, spazio kantiano, si deve assolutamente sollevare la questione: Corrisponde a una realtà o è un’immagine del pensiero, un’astrazione? Potrebbe essere che questo spazio rigido non esista affatto. Ma vi prego di considerare che se facciamo geometria analitica, partiamo assolutamente dal presupposto che possiamo considerare gli assi x, y, z come immobili in se stessi e che possiamo coprire qualcosa di reale se semplicemente poniamo rigidi gli x, y, z in se stessi. Se da nessuna parte nel regno della realtà ci fosse qualcosa che ci permettesse di considerare i tre assi del nostro ordinario sistema di coordinate nella geometria analitica come rigidi, allora tutta la nostra matematica euclidea sarebbe in realtà soltanto qualcosa che in un certo senso sviluppiamo in noi come un’approssimazione alla realtà, come un mezzo opportuno per abbracciare questa realtà. Ma non sarebbe veramente nulla che nell’applicazione alla realtà potrebbe promettere di dirci qualcosa su questa realtà.
Ora ci si chiede: Da qualche parte troviamo punti di appoggio per il fatto che lo spazio euclideo non debba essere mantenuto in questa rigidità? Vengo qui certamente a qualcosa che farà le più grandi difficoltà alla maggior parte della gente oggi, proprio perché non pensano in modo corrispondente alla realtà; perché sempre credono di poter continuare a dedurre al guinzaglio dei concetti e a logicizzare, matematizzare e così via. È proprio questo che dobbiamo imparare in contrasto con gli attuali orientamenti scientifici: pensare a partire dalla realtà; non permetterci affatto di sviluppare un’immagine qualsiasi senza almeno controllare se corrisponde alla realtà. Si deve investigare se, quando entriamo nel concreto, effettivamente esista una sorta di determinazione qualitativa dello spazio. So che le rappresentazioni che sviluppo ora devono incontrare la più grande resistenza. Ma non è possibile non attrarre l’attenzione su tali cose. Vedi, quando si considera la dottrina dello sviluppo come nel tempo più recente si è sempre più inserita nell’ambito scientifico, è stato in certi ambienti — i tempi sono già un po’ passati, ma fino a poco tempo fa era così — usuale estendere questa dottrina dello sviluppo anche all’astronomia e anche parlare là per esempio della selezione, come la si è affermata nel darwinismo radicale per gli organismi. È divenuto usuale parlare anche lì, con riguardo alla genesi dei corpi celesti, di una sorta di selezione, così che in certo modo ciò che ora abbiamo davanti come l’aggregazione Sole-Pianeti sarebbe sorto per selezione di tutto ciò che è stato separato. Anche questa teoria è stata rappresentata. Si ha il vizio di estendere possibilmente a tutta l’estensione del mondo ciò che si ottiene da un qualche ambito di fatti.
Così si è arrivati anche a mettere semplicemente l’uomo alla fine della serie evolutiva animale, esaminandolo rispetto alla sua morfologia, fisiologia e così via. Ora si tratta di stabilire se attraverso tale esame si possa veramente abbracciare la totalità dell’organizzazione umana. Si deve considerare che in tale esame qualcosa che deve rivelarsi come assolutamente essenziale puramente empiricamente viene semplicemente omesso. Si è potuto osservare come gli haeckeliani semplicemente contavano quante ossa ha l’uomo, quanti muscoli e così via e quanti ne hanno gli animali più perfetti. Quando si conta così, difficilmente si può fare diversamente che mettere l’uomo alla fine della serie animale.
Ma è completamente diverso quando è palesemente evidente che la linea spinale dell’uomo è verticale, quella dell’animale sostanzialmente orizzontale. Questo è approssimativo, ma non meno marcatamente enunciato. Dove c’è una deviazione in singoli animali, proprio questa deviazione, quando la si esamina empiricamente nel singolo, mostra che attraverso la deviazione, cioè attraverso la rotazione verticale della linea spinale, vengono provocati cambiamenti nell’animale che hanno una certa importanza. Sostanzialmente si deve guardare a questa differenza caratteristica dell’uomo rispetto all’animale, che consiste nel fatto che la linea spinale dell’uomo giace nella direzione del raggio terrestre, nella verticale, la linea spinale dell’animale va parallela alla superficie terrestre. Con ciò avete fatto riferimento a fenomeni di spazio che in sé sono evidentemente differenziati, nella misura in cui li applichiamo alla forma, alla formazione dell’animale e dell’uomo. Non dobbiamo, se partiamo dal concreto, considerare l’orizzontale nello stesso modo in cui consideriamo la verticale. Voglio dire, se ci poniamo nel vero spazio e vediamo ciò che accade nel vero spazio, non possiamo considerare l’orizzontale come equivalente alla verticale.
Ora però ciò ha una conseguenza ulteriore. Guardate la forma animale e guardate la forma umana. Partiamo dalla forma animale. Vi prego di completare interiormente e coerentemente ciò che ora vi rappresenterò attraverso la considerazione attenta dello scheletro di un qualche mammifero. Le considerazioni che si fanno in questa direzione sono sempre troppo poco concrete, cioè troppo poco rivolte alla realtà. Se considerate lo scheletro — voglio stare fermo allo scheletro ora, ma ciò che dico dello scheletro vale in misura ancora maggiore per le altre parti dell’organizzazione animale e umana —, se considerate lo scheletro di un animale, guardate la differenziazione che è data nello scheletro cranico; considerate questa differenziazione nello scheletro cranico e confrontatela con il polo opposto dell’animale! Se procedete veramente interiormente morfologicamente, vedrete analogie caratteristiche e differenze caratteristiche. C’è qui una direzione della ricerca che deve essere seguita più da vicino. Perché qui deve essere compreso qualcosa che penetra più profondamente nella realtà di quanto oggi si sia soliti fare.
È nella natura di queste conferenze che io possa solo accennare alle cose, per così dire debbo omettere i termini medi; che debbo fare appello alla vostra intuizione e debbo presumere che tra una conferenza e l’altra vi sistemiate le cose in modo che vediate come l’una si collega all’altra. Altrimenti nelle poche conferenze che posso tenere non potrei giungere a un risultato.
Voglio ora indicare schematicamente come si configura l’organizzazione animale. Se vi chiedete: Donde proviene veramente la differenza caratteristica tra davanti e dietro? — allora dopo l’esame di innumerevoli termini medi arrivate a qualcosa di assai strano. Arrivate a mettere in relazione la differenziazione di davanti con gli effetti del Sole. Avete qui la Terra, avete l’animale, un animale sul lato rivolto verso il Sole della Terra. E supponete poiché attraverso certi processi accada che l’animale si trovi poi dall’altra parte, dal lato non rivolto verso il Sole, allora avete pure l’effetto dei raggi solari sull’animale, ma la Terra è in mezzo. Avete quindi da una parte l’effetto dei raggi solari sull’animale direttamente, dall’altra l’effetto dei raggi solari sull’animale indirettamente, poiché la Terra è in mezzo, poiché i raggi solari devono prima passare attraverso la Terra. Esponete la forma dell’animale all’azione diretta del Sole, così ottenete la testa; esponete l’animale a quei raggi solari che passano prima attraverso la Terra, così ottenete il polo opposto della testa. Dovete studiare lo scheletro cranico come risultato dell’azione diretta del Sole; dovete studiare le forme, la morfologia del polo opposto come l’effetto dei raggi solari di fronte a che si è messa la Terra, dei raggi solari indiretti. La morfologia dell’animale ci rimanda dunque a una relazione reciproca tra Terra e Sole. Dobbiamo dalle cose che si formano nell’animale, non dall’aspetto puro, anche se l’occhio è armato di telescopio, creare le precondizioni per la conoscenza delle relazioni reciproche tra Terra e Sole.
Considerate ora che la linea spinale umana è ruotata, rispetto a quella animale, di un angolo retto, che quindi interviene una modifica sostanziale di questi effetti; che in realtà abbiamo qualcosa completamente diverso di influenze solari nell’uomo che nell’animale; che abbiamo bisogno di rappresentare ciò che agisce nell’uomo nel senso di una risultante. Cioè, se rappresentiamo simbolicamente la linea (parallela alla superficie terrestre nella figura con animale), sia che rappresenti azione solare diretta o indiretta, attraverso questa lunghezza (l’orizzontale), dobbiamo dirci: Agisce anche una verticale.
Solo quando formiamo la risultante, otteniamo ciò che agisce nell’uomo. In altre parole: Se dovessimo essere costretti a porre a fondamento della formazione della forma animale sia una rotazione del Sole intorno alla Terra sia un movimento della Terra intorno al suo asse, saremmo costretti ad attribuire ancora un altro movimento della Terra rispettivamente del Sole, un movimento che si connette con la formazione umana e che nell’effetto si unifica con il primo movimento, quello che sta a fondamento della formazione animale. Cioè: Dobbiamo ricavare da ciò che si manifesta nell’uomo e nell’animale il fondamento per quei supposti movimenti reciproci dei corpi celesti. Dobbiamo elevare le considerazioni astronomiche fuori dalle cose che possiamo seguire quando rimaniamo nella sfera della pura osservazione, anche se procediamo con il telescopio o il calcolo o la meccanica. Dobbiamo elevare ciò che è l’astronomia a quello che si manifesta in questo strumento sensibile, l’organizzazione. Perché manifestamente ci rimanda a movimenti nello spazio celeste ciò che agisce in modo formante nell’animale, ciò che agisce in modo formante nell’uomo.
Rimaniamo ora all’interno della sfera di una sorta di matematica qualitativa. Quando passiamo dall’animale alla pianta, come dobbiamo in certo modo trasformare la rappresentazione? Dalle due direzioni che ora abbiamo indicato, non possiamo usarne nessuna. Certamente potrebbe sembrare come se la direzione verticale delle piante stesse nella medesima posizione della direzione verticale della colonna vertebrale umana. Per lo spazio euclideo è certamente così — non ora per lo spazio euclideo nella sua figuralità, ma nella sua rigidità. Dunque per lo spazio euclideo è così, ma per questo motivo non deve essere così per uno spazio che in sé non è rigido ma mobile, le cui dimensioni per esempio sono così mobili che, diciamo, non possiamo semplicemente uguagliare l’equazione nella direzione y e nella direzione x, dalla medesima portata interna, ma dove dobbiamo porre la direzione y come direzione verticale e contemporaneamente come una funzione della direzione x: y = f(x). Si potrebbe scrivere diversamente l’equazione. Ricaverete più dalle parole ciò che voglio dire, poiché non è così facile esprimerlo matematicamente. Se avessimo un sistema di coordinate che corrispondesse a ciò che dico, dovremmo esigere da questo sistema di coordinate che non potessimo misurare le ordinate con le medesime misure interne, le medesime misure rimaste rigide, come misuriamo le ascisse. Questo è ciò che indicherebbe il passaggio da un sistema di coordinate euclideo rigido a un sistema di coordinate mobile in sé.
Se ora ci poniamo la domanda: Come si comporta la verticale della crescita vegetale rispetto alla verticale della crescita umana? — arriviamo a distinguere tra verticale e verticale e ci chiediamo: Quale è il cammino verso un’altra nozione dello spazio, di quella che è lo spazio euclideo rigido? Se i nostri fenomeni celesti possono essere compresi solo con uno spazio come questo, che non è lo spazio euclideo, certamente non è nemmeno lo spazio inventato della matematica più recente, ma uno spazio reale, uno spazio desunto dalla realtà, allora dobbiamo comprendere anche i fenomeni celesti in questo spazio e non nello spazio euclideo.
Vedete, arriviamo in rappresentazioni che da un lato ci conducono all’era glaciale, d’altro canto a una riforma, per così dire, dello spazio euclideo, ma da uno spirito diverso da quello con cui operano Minkowski e altri. Arriviamo, puramente osservando i fatti e cercando una scienza libera da ipotesi, alla necessità di criticare una volta propriamente il concetto di spazio. Di questo continueremo a parlare domani.
È già necessario che, per condurre queste considerazioni fino a un certo punto, prendiamo questo cammino sottile che finora ho mantenuto, cioè di procurare il più possibile quelle rappresentazioni che poi possono condurci a questo obiettivo, a questo fine. Per questo sarà necessario che, durante il periodo in cui tengo gli altri corsi, dunque dall’11 al 15, io continui le conferenze in un modo che possiamo armonizzare con la scuola waldorfiana, altrimenti non si potrebbe gestire il materiale. Ma allora, poiché proprio alle cose che qui sono sviluppate si possono collegare veramente molte obiezioni, dubbi e domande, vi chiederò di preparare ciascuno per un giorno della prossima settimana tutto ciò che vorrebbe domandare in riferimento alle rappresentazioni qui esposte per chiarimento e simili. Ciò che in questo modo sarà domandato, l’elaborerò allora in una delle conferenze della prossima settimana, cioè lo porterò dinanzi a voi, così che otteniamo un’immagine il più possibile completa della cosa. Con queste premesse potremo anche mantenere le cose più sottili, come potrei dire, che ho inserito in questo corso della presentazione.
Facciamo ancora una volta chiaro come abbiamo veramente organizzato l’intera considerazione che deve condurci nella comprensione dell’astronomia e del collegamento con i fenomeni terrestri, come abbiamo organizzato questo intero corso della considerazione. Siamo partiti dal fatto di sottolineare come ordinariamente tali considerazioni mirano soltanto a tener conto di ciò che sta dinanzi all’osservazione sensoriale, anche armata. Così era in realtà tutto ciò che fino ai nostri giorni è stato fornito per la comprensione, per la spiegazione dei fenomeni celesti. Non è vero, si è inizialmente tirato nel circolo dell’osservazione ciò che oggi si chiama il movimento apparente dei corpi celesti. Si è considerato il movimento apparente della volta stellata intorno alla Terra, il movimento apparente del Sole. Si è poi visto come i pianeti descrivono orbite strane. Parti di queste orbite planetarie sono semplicemente per l’aspetto diretto qualcosa come cappi. Il pianeta va così, torna indietro, va così. Ci si è detto: Se la Terra stessa è in movimento, allora, dal fatto che questo movimento proprio della Terra inizialmente non entra nella percezione, deve accadere che i veri movimenti dei corpi celesti siano diversi da come sono dati all’aspetto diretto.
Attraverso interpretazioni ci si è fatto un’idea di come, osservando la figuralità matematica, i veri movimenti potrebbero essere. In questo modo si è dapprima giunti al sistema copernicano, poi a tutte le modifiche che vi sono state applicate da allora. Si è essenzialmente considerato ciò che risulta dal potere conoscitivo, nella misura in cui questo potere conoscitivo si abbandona ai sensi e all’elaborazione delle impressioni sensoriali attraverso l’intelletto, attraverso l’interpretazione.
Ora abbiamo sottolineato come una tale modalità di considerazione non possa essere sufficiente per penetrare nella realtà dei fenomeni celesti, dalla semplice ragione che l’approccio matematico non basta; perché noi, per così dire, quando impostiamo calcoli, dobbiamo cessare in un certo momento dal calcolare. Vi ho sottolineato come quei rapporti numerici che sussistono tra i periodi orbitali dei vari pianeti siano numeri incommensurabili, grandezze incommensurabili, che questo ci mostra: Non penetriamo con il calcolo nella vera struttura dei fenomeni celesti, dobbiamo fermarci da qualche parte. Ma ne segue che dobbiamo applicare un’altra modalità di considerazione, una tale modalità che non si limita a considerare soltanto ciò che, diciamo anzitutto nell’uomo, porta l’osservazione sensoriale esterna, ma ciò che sta a fondamento di tutto l’uomo, che forse sta anche a fondamento degli altri esseri dei regni della natura sulla Terra. Su tutte queste cose abbiamo già fatto cenno, e ho quindi mostrato come certi fenomeni che incontriamo nel corso dell’evoluzione terrestre possono essere collegati con l’organizzazione umana; come quindi qualcosa come le ere glaciali, che entrano ritmicamente in qualche modo nel corso dell’evoluzione terrestre, devono essere collegate con l’evoluzione dell’umanità, con lo sviluppo dell’uomo. Se allora questo è il caso, allora tali connessioni ci danno un indizio di come sia veramente costituito il movimento nello spazio celeste. E dobbiamo continuare a perseguire tali cose.
Prima di continuare la modalità di considerazione più formale a cui siamo giunti ieri, vogliamo ancora una volta riprendere ciò che ci è risultato per il collegamento dell’uomo nella sua evoluzione con l’evoluzione della Terra attraverso le ere glaciali. Abbiamo già potuto dire che il tipo particolare di conoscenza che l’uomo possiede oggi è in realtà veramente proprio all’uomo solo dalla fine dell’ultima era glaciale, che dalla fine dell’ultima era glaciale i periodi culturali sono trascorsi, di cui sempre parlo come il periodo culturale protoindiano, il periodo culturale protopersiano, l’egizio-caldaico, il greco-latino fino al nostro periodo culturale. Abbiamo anche fatto cenno al fatto che prima di questa era glaciale deve essersi sviluppato prevalentemente nella natura umana ciò che ora nell’uomo presente riposa più nel fondo, giace meno sulla superficie: l’organizzazione del suo potere rappresentativo. E ieri abbiamo sottolineato che questa organizzazione della vita rappresentativa risulta dalla sua qualità quando si sa che questa vita rappresentativa è nella sua qualità da paragonare propriamente solo al sogno. Solo grazie al fatto che l’esperienza sensoriale è presente, le nostre rappresentazioni, dicevo, ricevono una certa configurazione e un contenuto saturo. Ciò che apparentemente agisce dietro le percezioni sensoriali a partire dalla nostra organizzazione nella vita rappresentativa, agisce con la torpidità della vita onirica. Potremmo solo rappresentare con la torpidità della vita onirica — se si può dire così — se non colpisse insieme a ogni risveglio la vita sensoriale in questa vita rappresentativa. Questa vita rappresentativa, che è dunque più torpida della vita sensoriale, ci riporta a quelle fasi dello sviluppo della natura umana che precedono l’ultima era glaciale — nel nostro linguaggio antroposofico: che giacciono nell’antico territorio atlantidico.
Che deve essere stato effettivamente una realtà per l’uomo allora? Anzitutto qualcosa attraverso cui egli aveva un collegamento più intimo con il mondo circostante di quanto avvenga ora con la percezione sensoriale. La percezione sensoriale noi la dominiamo con la volontà. Almeno dirigiamo i nostri occhi attraverso la volontà e possiamo attraverso l’attenzione anche progredire nel dominio della percezione sensoriale attraverso la volontà. In ogni caso la volontà agisce nelle nostre percezioni sensoriali. Siamo in un certo senso indipendenti dal mondo esterno, in quanto possiamo da arbitrio interiore orientarci da soli. Ma questo è così solo perché in un certo modo noi, come uomini, ci siamo emancipati dal cosmo. Così non potevamo essere emancipati prima dell’ultima era glaciale — dico ora perché parlo dal lato della scienza empirica esterna. Allora, mentre il nostro potere rappresentativo si sviluppava, l’uomo nei suoi stati deve essere stato più dipendente da ciò che si svolgeva nel suo ambiente. Come ora vediamo il mondo attraverso la luce solare intorno a noi, ma come questo vedere il mondo è sottoposto a una certa arbitrarietà da dentro, così allora nell’abbandono al mondo esterno l’uomo deve essere stato dipendente dalla Terra illuminata e dai suoi oggetti illuminati e di nuovo dall’oscurità, dalle tenebre, quando il Sole non ha brillato di notte. Dunque l’uomo deve avere sperimentato stati alternati tra lo splendere di ciò che è il potere rappresentativo, che allora si è sviluppato, e di nuovo l’estinzione di questa vita rappresentativa. Abbiamo, in altre parole, uno stato interno simile, preparato dal rapporto reciproco dell’uomo con il cosmo, come ci si è presentato in quei singolari nessi delle funzioni femminili con le fasi lunari riguardanti la loro durata. Questo funzionamento interno della natura femminile — dicevo già che nella natura maschile è pure presente, ma più interiormente, per cui è meno percepito — è così che una volta era legato ai processi del cosmo esteriore, poi da essi si è emancipato e è divenuto una particolarità della natura umana stessa, così che non è più necessario che ciò che ora accade nell’uomo coincida con i fatti esterni, ma la sequenza temporale, la sequenza di fasi rimane ancora la stessa di quando le cose esternamente coincidevano.
Qualcosa di simile è effettivamente il caso per ciò che è un’alternanza interna nella nostra, ora dal punto di vista della vita sensoriale più o meno indipendente, organizzazione del passato temporale in relazione alla vita rappresentativa. Un simile è presente per questo. Sperimentiamo un ritmo interno di potenze rappresentative più luminose e più scure, che fluiscono su e giù in un’alternanza giornaliera. E soltanto perché questo è un processo molto meno intenso dell’altro, che procede parallelamente alle fasi lunari, non ce ne accorgiamo. Effettivamente portiamo nella nostra organizzazione della testa oggi un’alternanza tra una vita più torpida e una più luminosa. Portiamo nella nostra organizzazione della testa una vita ritmica. Da un lato siamo più inclini, dall’interno, a portare qualcosa verso le percezioni sensoriali, dall’altro siamo meno inclini, a portare qualcosa verso le percezioni sensoriali, tranne che questi stati alternati si estendono naturalmente al corso di 24 ore. E sarebbe interessante osservare per esempio attraverso curve come gli uomini sono diversi proprio riguardo a questo periodo interno della testa, dell’alternanza di potenze rappresentative più luminose o più vivaci e potenze rappresentative torpide, addormentate. Perché le potenze rappresentative torpide e addormentate, sono proprio ciò che è una sorta di notte interna della testa; le più luminose sono ciò che è un giorno interno della testa. Questo non coincide con l’alternanza esterna di giorno e notte. Abbiamo un’alternanza interna di luminosità e oscurità. E a seconda che un uomo abbia questo cambiamento interno di chiaro e scuro cosicché ci sia una maggiore inclinazione, diciamo, a riunire la parte luminosa, il decorso luminoso della sua potenza rappresentativa con le percezioni sensoriali, o a riunire la parte scura con le percezioni sensoriali, a seconda di come l’uomo ha l’uno o l’altro nella sua organizzazione, è diverso riguardo alla possibilità, alla facoltà di osservare il mondo esterno. L’uno ha una forte inclinazione a cogliere gli affari esterni in modo acuto; l’altro ha una meno forte inclinazione a cogliere gli affari esterni in modo acuto; si volge più alla ruminazione interna. Questo appunto proviene dal rapporto reciproco che ho appena descritto.
Tali osservazioni, miei cari amici, dovremmo tutti noi, particolarmente come educatori, abituarci a fare. Poiché ci daranno importanti indicazioni per educazione e insegnamento nel trattare i bambini in modo appropriato.
Ma ciò che oggi ci interessa particolarmente è che l’uomo, per così dire, interiorizza ciò che una volta ha sperimentato nella relazione reciproca con il mondo esterno, che appare allora in lui come un ritmo interno, che certamente ancora preserva il decorso temporale, ma che non coincide più nel suo limite temporale con l’esteriore. Così dobbiamo dire: L’uomo prima dell’era glaciale deve aver regolarmente fatto coincidere con i processi esterni la sua ora più luminosa, più intima convivenza con il cosmo, la sua ora torpida ritrazione in se stesso. I postumi di questo illuminarsi, di questo saturarsi della coscienza di immagini e del ritirarsi, della ruminazione sulle immagini, che ha i suoi echi nella nostra ruminazione interna più o meno malinconica, cioè ciò che allora l’uomo ha sperimentato, è stato oggi spinto all’interno dell’organizzazione, e alla periferia esterna è subentrato invece un nuovo sviluppo della capacità sensoriale, che certamente era già presente in periodi terrestri precedenti, ma naturalmente non così sviluppata come ora.
Quindi guardiamo nell’universo quando guardiamo a ciò che nel nostro organismo è il risultato del suo collegamento con i fenomeni cosmici. L’uomo deve apparirci come un reagente per la valutazione dei fenomeni celesti. Ma dobbiamo avvalerci degli altri esseri naturali se vogliamo ottenere una certa completezza. E qui vorrei indirizzare anzitutto lo sguardo su qualcosa che certo si presenta a tutti, che però nella sua importanza non è considerato di solito. Prendete la pianta annuale nel suo sviluppo. Attraversa un certo ciclo. A questa pianta nel suo sviluppo annuale è veramente palesemente da vedersi ciò che ieri ho esposto: la differenza tra l’azione diretta del Sole e l’azione indiretta del Sole. Una volta l’azione solare è diretta: formazione di fiori; l’altra volta l’azione solare è tale che la Terra è in mezzo: formazione di radici. Abbiamo dunque anche nella pianta ciò che ieri abbiamo potuto esporre per l’animale e che poi in un certo senso abbiamo applicato all’uomo.
Ma apprezzeremo un tal fatto propriamente solo nella giusta maniera se lo riportiamo insieme a un altro. Questo è: che ci sono anche piante perenni. Come sta la pianta perenne rispetto alla pianta annuale riguardo all’appartenenza della crescita vegetale alla Terra? La pianta perenne mantiene il fusto, e in realtà ogni anno, potremmo dire, cresce sul fusto un nuovo mondo vegetale. Cresce sul fusto, naturalmente modificato, metamorfosizzato, un mondo vegetale; sul fusto che cresce fuori dalla Terra. Ed è semplicemente completamente evidente per chi ha senso morfologico dire: Lì ho da un lato la superficie della Terra, da essa cresce per me la pianta fuori; e poi ho il fusto della pianta perenne che ogni anno riceve l’impianto vegetale. Allora devo — anzitutto voglio solo dire: devo qualcosa — devo immaginare qualcosa continuamente dalla Terra nel fusto della pianta dentro. Ciò su cui la pianta cresce da un lato, deve trovarsi anche qui nel fusto d’altro canto.
Cioè, deve in certo modo passare qualcosa dalla Terra nel fusto della pianta dentro. Non ho il diritto di considerare il fusto della pianta perenne solo come qualcosa che non appartiene affatto alla Terra, al contrario, devo considerarlo come parte modificata della Terra stessa. Solo allora lo considero nel modo corretto. Solo allora arrivo a prendere in considerazione i nessi che vi sussistono. È dunque qualcosa nella pianta dentro, che altrimenti si trova solo nella Terra dentro e per cui la pianta proprio diventa duratura. Sfuggendo, attraverso l’assunzione di qualcosa di terrestre in se stessa, alla dipendenza dal corso annuale del Sole. Possiamo dunque dire: La pianta perenne sfugge alla dipendenza dal corso annuale del Sole. Emancipandosi da questo corso annuale del Sole, in quanto è fusto, attraverso questa emancipazione assume nella sua propria natura e può ora in certo senso da se stessa, ciò che prima era accaduto solo attraverso l’effetto dell’ambiente cosmico.
Non abbiamo forse già nella pianta preformato ciò che ho qui esposto per esempio all’uomo per il tempo precedente all’era glaciale? Ho esposto che attraverso i nessi con l’ambiente si sviluppò proprio il ritmo della vita rappresentativa. Ciò che inizialmente si sviluppò solo nella relazione reciproca dell’uomo con l’ambiente, è divenuto qualcosa nel suo interno. Nella pianta abbiamo indicato questo, per il fatto che dalla pianta annuale la pianta perenne diventa. Abbiamo dunque un processo completamente generale nell’universo: Gli esseri organici sono sulla via di un’emancipazione dai nessi con l’ambiente. Quando vediamo sorgere una pianta perenne, dobbiamo dire, essa apprende in certo senso — perdonatemi l’espressione — dalla pianta perenne qualcosa dal tempo in cui sta in dipendenza dall’ambiente cosmico, e allora può da sé. Essa allora in certo senso ogni anno produce nuovi germogli vegetali. Questo è un fatto straordinariamente importante per la comprensione dei nessi mondiali. Non si arriva alla comprensione dei fenomeni mondiali se si considerano soltanto le cose che sono fianco a fianco, o quelle che s’impongono semplicemente al campo visivo del microscopio. Si arriva alla comprensione dei fenomeni mondiali solo quando si possono comprendere realmente i dettagli in modo coerente fuori dal grande insieme.
Ma afferriamo la cosa ora guardandola semplicemente. Abbiamo la pianta annuale sottomessa alla relazione reciproca rispetto al cosmo nel corso di un anno; abbiamo poi scomparendo questo effetto del cosmo nella pianta perenne. Abbiamo in certo modo nella pianta perenne conservato ciò che altrimenti scompare nel corso di un anno. Vediamo in certo modo nel fusto spuntare fuori dalla Terra ciò che è effetto dell’anno e viene conservato. Questo passaggio di ciò che altrimenti è legato al mondo esterno dentro la modalità di funzionamento interna, lo possiamo considerare nell’intero corso dei fenomeni della natura, nella misura in cui questi fenomeni della natura sono cosmici. Quindi dobbiamo cercare i nessi della nostra Terra con il cosmo sempre presso certi fenomeni, e presso altri fenomeni dobbiamo dire che questi effetti cosmici si nascondono. Dipende dunque dal fatto che troviamo proprio quello che ci indirizza verso le influenze cosmiche, che è un vero reagente per questo. La pianta annuale ci dice qualcosa del collegamento della Terra con il cosmo; la pianta perenne non può più dirci molto.
Di nuovo deve il rapporto dell’animale all’uomo portarci su una traccia importante. Considerate l’animale nel suo sviluppo. Vediamo anzitutto dal lato della vita embrionale — potremmo anche includerla. L’animale nasce, cresce fino a una certa misura, diventa maturo sessualmente. Considerate questa intera vita animale fino alla maturità sessuale e poi oltre. Potete osservare completamente senza ipotesi il fatto e vi dovrete dire, con l’animale accade qualcosa di singolare quando ha raggiunto la maturità sessuale. È allora in un certo modo propriamente finito per questo mondo terrestre. Possiamo propriamente — certamente, le cose sono tutte approssimative, ma sostanzialmente sono così — non più seguire processi di progresso dopo la maturità sessuale nell’animale. Il punto più importante del suo sviluppo è questa maturità sessuale. E ciò che immediatamente ne segue, ciò che appunto si manifesta attraverso la maturità sessuale, è allora presente, ma non possiamo dire che dopo ciò subentri qualcosa che potremmo designare come progresso.
Diverso è il caso nell’uomo. L’uomo rimane capace di sviluppo oltre la maturità sessuale, solo questo sviluppo si interiorizza. Sarebbe qualcosa di profondamente triste riguardo all’uomo nella sua natura umana se fosse finito al medesimo modo con il suo sviluppo al momento della maturità sessuale, come l’animale è finito. L’uomo va oltre e ha allora ancora un fondo in sé che spinge più oltre, che intraprende vie particolari, che non ha nulla a che fare con la maturità sessuale. Possiamo dire che qui giace qualcosa di simile all’interiorizzazione del processo annuale nella pianta perenne riguardo alla pianta annuale. Ciò che giace nell’animale al momento della maturità sessuale, lo vediamo interiorizzato nell’uomo a partire dalla maturità sessuale. Deve dunque qualcosa indicarci cosmico nell’uomo, nella misura in cui è nello sviluppo dalla nascita fino alla maturità sessuale, che allora si emancipa da questo cosmico quando l’uomo è cresciuto oltre la maturità sessuale, proprio come nella pianta perenne.
Questo, vedete, è un cammino per valutare i fenomeni degli esseri e per trovare gradualmente indicatori stradali per i nessi degli esseri terrestri con il cosmo. Perché vediamo per questo che quando questi effetti cosmici cessano, si trasferiscono nell’interno della natura dei singoli esseri. Questo vogliamo mettere da un lato e vogliamo poi considerarlo più tardi in contesto, unificato con qualcosa di essenzialmente diverso.
Afferriamo ora ciò che ho ripetutamente detto: I periodi orbitali primordiali dei pianeti nel sistema solare stanno in rapporti reciproci che sono incommensurabili. Se da questo punto si riflette su ciò che accadrebbe se i rapporti numerici dei periodi orbitali dei pianeti non fossero incommensurabili, allora si dovrebbe dire: Sorgerebbero nel sistema planetario disturbi che si ripeterebbero e che attraverso le loro ripetizioni porterebbero il sistema planetario al fermo. È attraverso un semplice calcolo, che ci porterebbe però troppo lontano qui, da dimostrare che solo attraverso l’incommensurabilità dei rapporti numerici nei periodi orbitali dei pianeti il sistema planetario rimane, per così dire, in vita. Deve dunque esistere uno stato nel sistema solare che continuamente spinge verso il fermo. E questo stato lo calcoliamo propriamente quando arriviamo alla fine di un calcolo. Ma quando arriviamo all’incommensurabile, non arriviamo alla fine di un calcolo. Allora arriviamo proprio alla vita del sistema planetario. Siamo in una strana situazione quando calcoliamo il sistema planetario. Se fosse così che potessimo calcolarlo, morirebbe, sarebbe morto da tempo, come ho già detto prima. Vive dal fatto che non possiamo calcolarlo. Tutto ciò che nel sistema planetario non possiamo calcolare è il vivente. Cosa poniamo a fondamento del calcolo quando calcoliamo fino al punto dove il sistema planetario dovrebbe morire? Poniamo a fondamento la forza di gravità, la gravità universale! Effettivamente, se poniamo a fondamento solo la forza di gravità e da lì pensiamo coerentemente fino a quando arriviamo a un’immagine del sistema planetario sotto l’influenza della forza di gravità, allora arriviamo certamente al rapporto numerico commensurabile. Ma il sistema planetario dovrebbe morire. Calcoliamo dunque proprio fin dove nel sistema planetario c’è la morte, e per questo usiamo la forza di gravità. Nel sistema planetario deve esserci qualcosa che è diverso da forza di gravità e che proprio sta a fondamento dell’incommensurabilità.
Assai bene si possono conciliare con la forza di gravità anche dalle orbite planetarie nel punto di vista genetico, solo i periodi orbitali dovrebbero essere commensurabili. Ma ciò che allora non si può conciliare con la forza di gravità, che non entra affatto nel nostro sistema planetario, è ciò che ci si presenta nei corpi cometari. Questi corpi cometari, che giocano un ruolo strano nel nostro sistema solare, negli ultimi tempi hanno spinto la scienza a cose assai strane. Voglio tralasciare il fatto che nella scienza ci si ama caricare tutti quei principi esplicativi che di volta in volta vengono scoperti. Per esempio, sul territorio fisiologico si amava per un po’ di tempo dire che i nostri cosiddetti nervi sensibili si estendessero dalla periferia verso l’interno come fili di telegrafo, che arrivassero e trasmettessero attraverso una specie di commutazione quello che sono poi gli impulsi di volontà. Che così quello che attraversa i nervi centripeti sia trasmesso ai nervi centrifughi, lo si è sempre paragonato a linee telegrafiche. Ora, forse, quando una volta si trova qualcosa che si presenta diversamente dal filo del telegrafo, si potrà secondo questo metodo usare un’altra immagine per questa cosa. E così si applicano, come si cambiano le mode, tutte quelle cose che in qualche epoca vengono scoperte, per arrivare alla spiegazione di certi fenomeni. Si fa quasi come in certi settori della terapia, dove, appena viene scoperto qualcosa, viene subito «scoperto» come rimedio, senza pensare a come fondamentalmente si collega. Ora che si hanno i raggi X, sono un rimedio; se non li avessimo, non potremmo applicarli. Sta in questo qualcosa per cui ci si abbandona interamente alla casualità del corso del mondo in una maniera caotica. Così è anche accaduto che attraverso indagini spettroscopiche e attraverso il confronto con i risultati spettroscopici nei pianeti, si è giunti a certi effetti elettromagnetici entro i fenomeni cometari.
Queste cose però non conducono più lontano che al massimo ad analogie, che certo a volte si collegano con la realtà, ma che certo non possono soddisfare chi vuole guardare più profondamente nella realtà.
Ma una cosa è, come potrei dire, emersa come una necessità nella considerazione dei fenomeni delle comete. Si è, non importa come secondo la moda si chiamino le cose ora così ora così, stati spinti, mentre altrove dappertutto nel sistema planetario si parla di forze di gravità, riguardo alla posizione singolare della coda della cometa rispetto al Sole, a parlare di forze di repulsione dal Sole, di forze di contraccolpo. Si è costretti a cercare accanto alla gravità qualcosa che è opposto a questa gravità. Si introduce quindi continuamente nel nostro sistema planetario qualcosa che è opposto alla struttura interna del sistema planetario. Così che qui sta qualcosa che rende comprensibile il fatto che si sia considerato l’enigma della cometa per lunghi periodi con un certo superstizioso timore. Si ha un sentimento: Nel corso dei pianeti si esprimono le leggi naturali, lì si esprime ciò che è appropriato al nostro sistema planetario; nei fenomeni delle comete si esprime il contrario, qui entra qualcosa nel nostro sistema planetario che si comporta inversamente rispetto ai nostri fenomeni planetari. Questo ha condotto al fatto che da un lato si vedono i fenomeni planetari e in essi si vedono le leggi naturali incarnate, realizzate; d’altro canto nei fenomeni cometari si vedono il contrario delle leggi naturali. Così si sono portate insieme, non nei tempi più antichi, ma in certi tempi, le comete con forze morali volanti, che dovevano essere fruste per gli uomini peccatori. Vediamo questo oggi giustamente come una superstizione. Ma già Hegel non poteva facilmente aggirare una cosa come questa, che, potremmo dire, si esprime quasi mezzo naturale e non penetrabile naturalmente. Naturalmente nel XIX secolo non si credeva più che le comete agissero come giudici morali, ma nella prima metà del XIX secolo le si portava attraverso una certa statistica in relazione con gli anni di vino buoni e cattivi, che hanno anche qualcosa di apparentemente assai irregolare, che nella loro successione non corrisponde completamente alle leggi naturali. E Hegel non poteva aggirare questo. Gli sembrò assai plausibile che il comparire o il non comparire di comete avesse qualcosa a che fare con anni di vino buoni e cattivi.
Adesso l’uomo, nella misura in cui è in relazione alla scienza contemporanea, sta sul punto di vista che il nostro sistema planetario non ha nulla da temere dalle comete. Le comete suscitano fenomeni all’interno del nostro sistema planetario che veramente non hanno un vero nesso interno con questo. Vengono come singolarità del cosmo da regioni lontane alla vicinanza del nostro Sole, suscitano lì certi fenomeni attraverso forze di repulsione dal Sole, hanno un aumento dei loro fenomeni, una diminuzione, e poi scompaiono di nuovo. Una personalità, che ancora aveva un certo fondo in sé di non cogliere il mondo esterno solo con l’intelletto, ma con tutto l’essere umano, che ancora aveva una certa intuizione per i fenomeni del cielo, Keplero, ha enunciato una strana proposizione sulle comete che dà moltissimo da pensare a chi vuol lasciarsi agire un po’ l’intera costituzione spirituale di Keplero. Abbiamo discusso le tre leggi di Keplero, che rappresentano qualcosa di straordinariamente geniale in fondo, quando le si considera in collegamento con le rappresentazioni che allora circolavano sul sistema planetario. Presuppongono però che Keplero avesse un profondo sentimento di un’armonia interna nel sistema planetario, non solo di qualcosa che si calcola semplicemente a secco, ma di un’armonia interna. E come l’ultimo ricorso, potremmo dire, di questa armonia interna, come l’ultimo ricorso quantitativo per qualcosa dchetativo, sentiva egli stesso le sue tre leggi principali del sistema planetario. E da questo sentimento ha fatto un’affermazione sulle comete che è straordinariamente significativa e che si può sentire quando ci si lascia coinvolgere in tali cose.
Ha detto: Nel cosmo, cioè nell’universo per noi misurabile, ci sono tante comete quanti pesci nel mare, solo che ne vediamo pochissime. Quelle che vediamo sono solo una piccola parte di esse. Le altre rimangono invisibili per la loro piccolezza o per altre condizioni. — In realtà, anche la ricerca esterna ha confermato questa affermazione di Keplero, in quanto semplicemente dall’invenzione del telescopio si sono viste molte più comete di prima, dove anch'esse furono registrate, così che si possono paragonare. Inoltre altri mezzi hanno mostrato che se si osserva la volta celeste sotto condizioni di illuminazione modificate, cioè al buio fitto, si devono registrare anche più comete che altrimenti. Così la ricerca empirica stessa si avvicina a ciò che Keplero ha espresso da profondo sentimento della natura.
Ma se si parla affatto di un collegamento di ciò che accade sulla Terra con il cosmo, allora non sembra che sia semplicemente lecito che si parli bene del collegamento di altri corpi cosmici, altri corpi del nostro sistema planetario con la Terra, ma che non si parli di quelli che vengono così dentro e si ritolgono come le comete; specialmente se oggi dobbiamo ammettere che la cometa produce fenomeni che appunto indicano forze opposte, come sono quelle che normalmente sono prese come forze di coesione nel nostro sistema planetario. In realtà entra attraverso la cometa qualcosa nel nostro sistema che è opposto a questo sistema. Proseguendo questo, si deve dire, significa il fatto che le comete vengono così dentro come opposte a ciò che tiene insieme questo sistema planetario qualcosa di completamente speciale.
Ora ho in un corso precedente indicato qualcosa nel collegamento dei fenomeni della natura a cui devo ricordare ora. Coloro che erano presenti al precedente corso, il corso sulla teoria del calore, si potranno forse ricordare che ho indicato che effettivamente, se seguiamo i fenomeni di calore in collegamento con gli altri fenomeni del cosmo, siamo costretti a comprendere l’etere, di cui si parla ordinariamente in modo ipotetico, in modo concreto, in quanto semplicemente nelle nostre formule, quando inseriamo per la materia ponderabile la pressione, la forza di pressione, per l’etere dobbiamo inserire la forza di aspirazione. In altre parole: Se inseriamo l’intensità della forza nella materia ponderabile con il più, dobbiamo inserire l’intensità nell’etere con il meno. Ho allora invitato a esaminare le formule di uso corrente in questa direzione, così che si veda come cominciano con i fenomeni della natura a concordare in una maniera strana. Ancora importante è che otteniamo in maniera corretta percezione sensibile il gioco completo della teoria del calore di Clausius con l’urto reciproco delle molecole e l’urto della parete, questo intero terribile gioco degli urti, degli scontri, degli urti alla parete, dei rimbalzi, che propriamente dovrebbe rappresentare lo stato di calore di un qualche gas, quando entro il calore concepiamo due stati, l’uno che consideriamo imparentato con gli stati della materia ponderabile, e l’altro che consideriamo imparentato con l’etere. Così che nel calore abbiamo qualcosa di diverso che nell’aria o nella luce. Nella luce, se vogliamo calcolare correttamente, dobbiamo inserire tutto con segni negativi, quello che dovrebbe rappresentarci l’effetto della luce. Nell’aria, nel gas dobbiamo inserire tutto con segni positivi, quello che agisce. Nel calore abbiamo bisogno di lasciar cambiare il positivo e il negativo, e per questo diventa trasparente quello che ordinariamente consideriamo come calore conduttivo, radiante e così via.
Queste cose ci mostrano entro la materia stessa la necessità di entrare dalla caratteristica delle forze dal positivo al negativo. Ora vediamo stranamente, come entro il sistema planetario stesso siamo costretti a entrare dal positivo, dalla gravità, al negativo, alla forza di contraccolpo.
Ora voglio oggi solo dire ancora questo, per porlo come una formulazione di un problema, non per dire più di così — ritorneremo su tutte queste cose in conferenze successive: Voglio, dopo che nella cometa abbiamo trovato ciò che abbiamo detto, porre il confronto tra quello che è la relazione del nostro sistema planetario ai corpi cometari e quello che esiste al confronto del germe ovarico femminile di fronte al nucleo di seme maschile fecondante. Cercate di immaginarvi solo una volta puramente nella visualizzazione: Il sistema planetario che riceve in sé l’effetto di una cometa; la cellula uovo che riceve in sé l’effetto della fecondazione attraverso la cellula di seme. Guardate a questi due fenomeni solo una volta uno accanto all’altro, ma siate così senza pregiudizio che facciate come fareste normalmente con qualcos’altro che nella vita è fianco a fianco e si lascia comparare. Guardatelo, e allora vi chiedo se non trovate, quando lo guardate propriamente, abbastanza punti di confronto.
Non voglio oggi affermare nessuna teoria, non voglio stabilire nessuna ipotesi, ma solo rimandare a considerare queste cose una volta nel collegamento corretto.
Da questo partiremo allora domani per cercare di arrivare a fenomeni più concreti.
Siamo giunti a un punto delle nostre considerazioni da cui dobbiamo procedere con straordinaria cautela, affinché vediamo chiaramente in quale misura sussiste il pericolo di allontanarci dalla realtà con le nostre rappresentazioni, oppure se rimaniamo propriamente all’interno di rappresentazioni reali, cioè se evitiamo tale pericolo.
Ora, la questione è che l’ultima volta abbiamo presentato come un postulato, semplicemente il confronto tra due fatti: l’apparire dei fenomeni cometari all’interno del sistema planetario e — infine, anche se forse non strettamente collegato — ciò che osserviamo nei fenomeni della fecondazione. Ma per giungere qui a rappresentazioni che siano giustificate in qualche modo, bisogna anzitutto vedere se sia possibile ricercare relazioni tra due cose che ci si presentano così lontane nel mondo dei fatti esteriori. E non giungeremo a nessun risultato dal punto di vista metodologico, se non possiamo indicare qualcosa dove esista una situazione analoga, che potrebbe guidarci nella nostra modalità di considerazione.
Abbiamo visto come dobbiamo applicare da una parte il figurale, il formale, il matematico, ma come siamo sempre di nuovo spinti a cogliere in qualche modo il qualitativo, ad avvicinarci al qualitativo. Vogliamo perciò inserire oggi qualcosa che emerge considerando l’uomo, che è in fondo, come possiamo ricavare da tutti i singoli aspetti di queste conferenze, un’immagine dei fenomeni celesti in una certa maniera ancora da stabilire. Poiché l’uomo è questo, dobbiamo anzitutto chiarirci qualcosa sull’uomo stesso. Dobbiamo intendere l’immagine da cui vogliamo partire, dobbiamo comprendere la prospettiva interna. Come con un dipinto bisogna prima essere chiari su cosa significhi uno scorcio o simili, per passare dall’immagine alle relazioni spaziali, cioè per riportare l’immagine alla sua realtà, così anche noi, volendo interpretare la realtà nell’universo partendo dall’uomo, dobbiamo prima essere chiari sull’uomo.
Ora è straordinariamente difficile avvicinare l’uomo — che si è — con rappresentazioni qualsiasi afferrabili. Perciò oggi vorrei condurvi da situazioni molto semplici, direi, rappresentazioni afferrabili-inafferrabili, rappresentazioni che probabilmente la maggior parte di voi conosce già bene, ma che dobbiamo tuttavia considerare in un certo nesso, affinché con questi insegnamenti, che in parte sembrano facilmente afferrabili, in parte però appaiono certamente di nuovo inafferrabili entro certi limiti, ci orientiamo rispetto all’afferramento stesso della realtà esterna attraverso le rappresentazioni.
Potrebbe sembrare forzato che qui si sottolinei sempre di nuovo come, per comprendere i fenomeni celesti, bisogna risalire alla vita rappresentativa dell’uomo. Eppure è chiaro che quando diamo persino le descrizioni più caute dei fenomeni celesti, abbiamo in esse dopo tutto nient’altro che una specie di immagini ottiche, imbevute di ogni sorta di rappresentazioni matematiche. Proprio quello che l’astronomia ci fornisce ha il carattere fondamentale di essere un’immagine pura. Dobbiamo perciò entrare nella formazione dell’immagine nell’uomo, se vogliamo cavarcela, altrimenti non riusciremo a guadagnare una posizione corretta rispetto a ciò che l’astronomia può dirci. E oggi vorrei partire da qualcosa di completamente semplice dal punto di vista matematico, per mostrarvi come in un ambito diverso da quello verso cui siamo stati condotti dai rapporti dei periodi di rivoluzione dei pianeti, entro la stessa matematica sorga una specie di inafferrabile. Ci si presenta quando consideriamo curve comuni in un certo nesso. Molti di voi conoscono già la questione, voglio solo illuminarla oggi da un punto di vista particolare.
Quando consideriamo ciò che voi conoscete come ellisse con i suoi due fuochi A e B, sapete che l’ellisse è caratterizzata dal fatto che un qualunque punto M dell’ellisse si comporta in modo che la somma delle sue distanze a + b dai due fuochi rimane sempre costante. Questa è la caratteristica dell’ellisse: la somma delle distanze di uno qualunque dei suoi punti dai due fuochi fissi rimane costante.
Poi abbiamo una seconda curva, l’iperbole. Sapete che ha due rami. È caratterizzata dal fatto che la differenza a-b delle distanze di uno qualunque dei suoi punti dai due fuochi è una grandezza costante. Abbiamo dunque nell’ellisse la curva della somma costante, nell’iperbole la curva della differenza costante, e ci domanderemo: quale è la curva del prodotto costante?
Ho già attirato l’attenzione più volte su questa curva del prodotto costante — è la cosiddetta curva Cassiniana. Consideriamo la cosa nel seguente modo: abbiamo qui due punti A e B, e consideriamo un punto M riguardo alle sue distanze da A e B. Abbiamo dunque una distanza AM, l’altra distanza BM, e poniamo la condizione che queste due distanze, moltiplicate fra loro, siano uguali a una grandezza costante. Chiamo questa grandezza costante, poiché questo semplifica il calcolo, b², e chiamo la distanza AB = 2a. Se assumiamo il punto di mezzo tra A e B come centro di un sistema di assi coordinati (O) e calcoliamo l’ordinata per ogni punto che soddisfi questa condizione — se cioè facciamo muovere il punto in modo che in ogni punto di questa curva sia sempre AM · BM = b² — otteniamo per l’ordinata di un qualunque punto, che chiamiamo y, la seguente equazione — vi comunicherò solo i risultati, semplicemente perché ogni calcolo può procurarsi da sé facilmente. Lo si trova in ogni manuale matematico che contiene queste cose. Otteniamo per y il valore:
y = ± √[(a² + x²) ± √(b⁴ + 4x²a²)]
Se qui consideriamo (nella radice interna) che non possiamo usare inizialmente il segno negativo, perché otterremmo y immaginari, e dunque consideriamo solo il segno positivo, otteniamo:
y = ± √[-(a² + x²) + √(b⁴ + 4x²a²)]
Se poi tracciamo la curva corrispondente, otteniamo una linea simile a un’ellisse, ma che in nessun modo coincide con l’ellisse, linea che si chiama curva Cassiniana dal suo scopritore. È simmetrica a destra e sinistra rispetto all’asse delle ordinate, simmetrica in alto e in basso rispetto all’asse delle ascisse. Questo è quello che va mantenuto.
Ora però questa curva ha forme diverse, e questo è l’aspetto importante per noi. Questa curva ha forme diverse a seconda che b, come l’ho assunto qui, sia maggiore di a, oppure uguale ad a, oppure minore di a. La curva che ho appena disegnato nasce quando b>a e inoltre si soddisfa ancora una certa condizione, cioè quella che b sia anche maggiore o uguale a a√2. E cioè, quando b>a√2, abbiamo qui in alto e in basso una curvatura netta. Quando b = a√2, in questo punto la curva in alto e in basso passa alla retta, la curva si appiattisce cosicché in alto e in basso è quasi una retta. Ma quando arriviamo al caso che b < a√2, allora cambia l’intero andamento della curva. Acquista questa forma. E se ora b = a, allora la curva passa a una forma completamente speciale, a questa forma. Procede in se stessa, si attraversa da sola e si ritrova di nuovo, e otteniamo la forma speciale della lemniscata, così che la lemniscata è una forma particolare della curva Cassiniana. La forma particolare è prodotta dal rapporto tra le grandezze costanti che compaiono nell’equazione della curva, nella caratteristica della curva. Abbiamo nell’equazione solo questi due valori costanti b e a, e dalla loro relazione dipende la forma della curva.
Ora è ancora possibile il terzo caso, che b < a. Se b < a, si ottengono anche valori per la curva. Si può sempre risolvere l’equazione e si ottengono valori per la curva, ordinate e ascisse, anche quando si ha b minore di a, solo che la curva continua il suo comportamento particolare. Allora, quando b < a, otteniamo due rami della curva, che approssimativamente così si presentano. Otteniamo una curva discontinua. Qui arriviamo proprio al punto dove nella matematica ci salta agli occhi l’afferrabile-inafferrabile, cioè il difficile da afferrare nello spazio. Perché questi, nel senso della loro equazione matematica, non sono due curve, è una curva, esattamente come una curva come questa o questa o questa. Con questa (la lemniscata) la situazione è già nel passaggio. Là il punto, che la curva descrive, percorre questo cammino, scende qui, attraversa qui il suo precedente cammino e si ritrova di nuovo. Qui dobbiamo rappresentarci: se facciamo muovere il punto M su questa linea — non percorre semplicemente il tragitto qui da un lato, non fa questo, ma percorre proprio come qui (lemniscata) il cammino, descrive qui una curva e poi arriva di nuovo a ritrovarsi qui.
Vedete dunque: ciò che trasporta il punto attraverso le linee scompare qui nel mezzo. Potete solo immaginarvi che scompaia nel mezzo, se volete capire la curva. Se tentate di formarvi una rappresentazione che nel rappresentare rimanga puramente continua, cosa dovete fare? Non è vero, se vi rappresentate una tale curva (le prime tre forme) — lo dico solo di passaggio per i filistei ordinari — allora è facile. Potete continuamente rappresentarvi un punto e non arrivate al punto che la vostra rappresentazione si interrompa. Qui (con la lemniscata) dovete certo già modificare il modo comodo di semplicemente girarvi attorno. Ma ancora funziona. Potete mantenere il rappresentare. Ma ora procedendo oltre, quando arrivate a questa curva (forma con due rami), che appunto non è una curva da filistei, se la volete rappresentare, allora dovete, per rimanere nel rappresentare continuo, dirvi: lo spazio non mi fornisce più nessun sostegno. Io, procedendo qui (da 1 a 2) con il mio rappresentare, se non voglio che il rappresentare si interrompa e considerare l’altro ramo isolato per sé, devo con il mio rappresentare uscire dallo spazio (verso 3 fino a 4), non posso rimanere dentro lo spazio. Vedete dunque, la matematica stessa ci fornisce fatti che rendono necessario per noi uscire dallo spazio, se vogliamo rimanere nel rappresentare continuo. La realtà è tale da porci la rivendicazione di uscire dallo spazio con il nostro rappresentare. Ci si presenta dunque qualcosa entro la stessa matematica, dove, per così dire, si mostra che dobbiamo abbandonare lo spazio, se vogliamo semplicemente cavarcela con il rappresentare. In ciò che noi stessi abbiamo prodotto con il rappresentare, iniziando a pensare, dobbiamo pensare oltre in una maniera tale che lo spazio non ci aiuti più. Altrimenti non verrebbe tenuto conto di tutte le possibilità nell’equazione.
Ora, incontriamo cose simili, quando compiamo un rappresentare analogo, parecchie. Voglio solo attirare l’attenzione su quella che sta più vicina, che allora si realizza per voi quando ponete la domanda: dunque, l’ellisse è il luogo geometrico della somma costante, è caratterizzata da ciò che è la linea della somma costante. L’iperbole è la curva della differenza costante. La curva Cassiniana con le sue varie forme è la linea del prodotto costante. Deve dunque anche in qualche modo, se abbiamo qui A, qui B, qui un punto M e ora formiamo BM diviso per AM come quoziente, deve anche trovarsi una tale linea dei quozienti costanti. Dobbiamo dunque trovare diversi punti M1, M2 e così via, per cui sempre
BM1/AM1 = BM2/AM2 e così via, siano uguali tra loro e sempre uguali a un certo numero costante determinato. Questa curva è il cerchio. Otteniamo allora, quando cerchiamo i punti M1, M2, un cerchio che sta approssimativamente in questo rapporto ai punti A e B. In modo che possiamo dire: esiste accanto alla definizione del cerchio, che è la definizione banale — cioè che il cerchio è il luogo geometrico di tutti i punti che distano ugualmente da un punto fisso — un’altra definizione del cerchio: il cerchio è quella linea in cui ogni punto soddisfa la condizione che le sue distanze da due punti costanti, da due punti fissi, nei loro quozienti sono uguali.
Ora, qui con il cerchio abbiamo la possibilità di guardare ancora a qualcos’altro. Vedete, se esprimiamo BM:AM attraverso m:n, cioè
BM/AM = m/n otteniamo sempre valori corrispondenti nell’equazione. Possiamo trovare il cerchio da qualche parte. E se si fa questo, si ottengono forme diverse del cerchio, a seconda di quale sia il rapporto tra m e n: se n è molto più grande di m, otteniamo un cerchio fortemente curvato; se n diventa più piccolo, otteniamo un cerchio meno curvato, e così il cerchio diventa sempre più grande, quanto meno m si differenzia da n. E il cerchio passa allora, se si continua a seguire questo rapporto m:n, gradualmente a diventare una retta. Potete seguirlo nell’equazione. Passa a diventare l’asse delle ordinate stesso. Il cerchio diventa l’asse delle ordinate quando m = n, quando cioè il quoziente m:n diventa uguale a 1. In questo modo il cerchio passa gradualmente all’asse delle ordinate, a una retta.
Non deve sembrarvi particolarmente strano che questo accada. È qualcosa che potete rappresentarvi. Ma allora la situazione è diversa se volete procedere oltre, se vi dite: il cerchio si appiattisce sempre più e diventa per così dire appiattendosi da dentro una retta. Lo diventa in modo che il rapporto costante in questa equazione subisce semplicemente un cambiamento. Naturalmente questo rapporto costante può anche ancora crescere al di là di 1, così che gli archi del cerchio qui appaiono (a sinistra dell’asse y), ma cosa dovete fare con la vostra rappresentazione? Dovete fare qualcosa di completamente particolare. Dovete cioè rappresentarvi un cerchio che non è curvato verso dentro, bensì verso fuori. Naturalmente non posso disegnarvelo, ma è pensabile un cerchio curvato verso fuori.
Non è vero, nel cerchio ordinario abbiamo la curvatura verso dentro (cerchio a della Fig. 9, lato tratteggiato). Se seguiamo il suo percorso, si chiude. Se prendiamo la costante che abbiamo nell’equazione in modo appropriato, otteniamo una retta. Ha la sua curvatura qui di nuovo (a destra della retta, lato tratteggiato). Ma questa curvatura non ci rende le cose così comode come ce le rendeva l’altra curvatura. L’altra curvatura tende dappertutto verso il centro del cerchio. Questa curvatura (nella retta) ci rimanda al fatto che il centro sta da qualche parte in distanza infinita, come si dice. Ma ora sorge in noi qui (a sinistra della retta) il pensiero di un cerchio curvato verso fuori. La sua curvatura allora non sta lì (cerchio b, lato non tratteggiato), questo sarebbe il cerchio da filistei, bensì sta lì (cerchio b, lato tratteggiato). E proprio per questo qui (non tratteggiato) non è questo l’interno del cerchio, bensì l’esterno del cerchio, e quello lì (tratteggiato) è l’interno del cerchio.
Ora vi prego, confrontate con ciò che ho rappresentato qui: la curva Cassiniana con le sue sottospecie, con la lemniscata e la forma dove ha due rami. E ora abbiamo rappresentato il cerchio in modo che una volta ha una tale (ordinaria) curvatura, che questo qui è il suo interno, quello è l’esterno. Abbiamo una seconda forma del cerchio (b) — ora si può solo alludere al cerchio — dove la curvatura sta qui (fuori) e qui un interno (tratteggiato) e qui un esterno (non tratteggiato). La prima forma del cerchio corrisponderebbe approssimativamente, se la confrontiamo con la curva Cassiniana, alle forme chiuse della medesima fino alla lemniscata. E abbiamo ora un secondo cerchio (b), che deve essere pensato in questa direzione (verso fuori), che ha la sua curvatura qui, il suo interno qui, il suo esterno qui. Vedete, la realtà è tale che, quando abbiamo a che fare con il prodotto, otteniamo forme della curva Cassiniana dove, quando veniamo cacciati fuori dallo spazio, possiamo di nuovo tracciare l’altro ramo dall’altra parte. Quello allora sta di nuovo dentro nello spazio. Ma per passare dall’uno all’altro, veniamo proprio cacciati fuori dallo spazio. Qui, con il cerchio, la cosa diventa già più difficile. Qui veniamo certamente cacciati fuori dallo spazio anche nel passaggio dal cerchio alla retta, ma allora non possiamo affatto più disegnare niente di chiuso. Non riusciamo. Possiamo solo ancora alludere al pensiero spazialmente, quando passiamo dalla curva del prodotto costante alla curva del quoziente costante.
È straordinariamente significativo occuparsi della produzione di rappresentazioni che, potrei dire, ancora si insinuano in tali forme di curve. Sono convinto che la maggior parte di coloro che si occupano di matematica, anche se procedono a tali discontinuità, si rendono il rappresentare tuttavia piuttosto comodo, tenendosi a quello che semplicemente sono le formule e non passando a qualcosa che deve accompagnare le formule come una vera rappresentazione continua. Non ho mai visto inoltre che nel trattamento della materia d’insegnamento matematico si attribuisca grande valore alla formazione di tali rappresentazioni. Ora non so — chiedo ai matematici presenti, signor Blümel, signor Baravalle, se non sia così, cioè se oggi nell’insegnamento universitario si attribuisca grande valore a questo — (il signor dott. Carl Unger attira l’attenzione su rappresentazioni cinematografiche). Sì, è un falso andamento, se lo si vuole fare in qualche modo entro lo spazio empirico, cioè attraverso cinematografi o simili. Allora bisogna inserire un inganno. Non è possibile rappresentarlo adeguatamente nello spazio empirico, bisogna inserire un inganno.
Ora si tratta di sapere se da qualche parte nella realtà c’è qualcosa che ci costringa a pensare realmente in tali curve. Questa è la domanda che vorrei porre. Ma prima, prima di passare alla caratterizzazione di quello che forse potrebbe corrispondere nella realtà, voglio inserire qualcosa che forse vi può facilitare il passaggio alla realtà da queste rappresentazioni astratte. È il seguente. Potete anche formulare ancora un altro problema nella astronomia teorica, nella fisica teorica. Cioè, potete formulare il problema: supponiamo che qui ci sia una fonte luminosa in A e questa fonte luminosa in A illumini un punto M. Questo punto M verrebbe osservato rispetto all’intensità del suo splendore luminoso in B. Cioè, si osserva da B in qualche modo con gli appropriati strumenti ottici lo splendore luminoso del punto M, che è illuminato da A. Vedremmo naturalmente l’intensità di questo splendore diversamente, a seconda di quanto B è lontano da M. Ma c’è un percorso che questo punto M può descrivere, che procede cosicché, se è illuminato da A, irradia sempre in B con la medesima intensità di splendore. Esiste un tale percorso.
Possiamo dunque domandarci: quale deve essere il percorso di un punto che è illuminato da un punto fisso A, affinché in un altro punto fisso B abbia sempre la medesima intensità di splendore? E questa curva, in cui un tale punto si muove, è la curva Cassiniana! Vedete da questo che qui si inserisce in una relazione spaziale, in una curva complicata, quello che già precipita nel qualitativo. La qualità, che dobbiamo già vederne nello splendore luminoso, nell’intensità dello splendore, questa qualità è qui dipendente dal figurale nelle relazioni spaziali.
Ora, ho voluto solo citare questo, affinché vediate che certamente c’è una specie di via che conduce dal figurale-geometricamente afferrabile al qualitativo. Ma questa via è in una certa relazione pur sempre lontana. E vogliamo ora passare a qualcosa che, per presentarlo in tutti i dettagli, richiederebbe mesi, ma su cui voglio farvi attenzione. E dovete assolutamente considerare che voglio solo dare linee guida, la cui ulteriore elaborazione, specialmente la loro elaborazione nei dettagli, dove sempre le troverete verificate, rimane propriamente a voi. Perché vedete, ciò che deve intervenire come relazione tra la scienza dello spirito e le odierne scienze empiriche, è un lavoro molto ampio, un lavoro straordinariamente ampio. Ma una volta date le linee guida, questo lavoro può essere svolto in una certa misura. È possibile. Bisogna solo immergersi nei fenomeni empirici in una maniera ben determinata.
Se ora affrontiamo il problema da un luogo completamente diverso — abbiamo cercato ora di affrontarlo per così dire dal lato matematico — allora a colui che si occupa dell’organizzazione umana, non può sfuggire qualcosa che nel nostro ambito è stato più volte sottolineato, in particolare è stato enfatizzato in molti aspetti nelle discussioni che hanno seguito il corso medico di Dornach nella primavera del 1920. Non può sfuggirgli che sussistono certi rapporti tra l’organizzazione della testa e l’organizzazione rimanente dell’uomo, ad esempio l’organizzazione del metabolismo. C’è un nesso inizialmente indefinibile tra quello che si svolge nel terzo sistema umano, nel sistema metabolico con i suoi organi, e quello che si svolge nella testa. Questo rapporto che è presente è tuttavia difficile da cogliere. Per quanto chiaramente si presenti nel fenomeno, per quanto chiaramente si veda ad esempio che certe malattie sono collegate con deformazioni del cranio e cose simili, per quanto tali cose siano seguibili per chi le segue razionalmente dal punto di vista biologico, altrettanto difficile è afferrarle dal punto di vista rappresentativo. Ordinariamente la gente rimane allora nel dire: deve esserci una qualche relazione tra ciò che si svolge nella testa e quello che si svolge nell’organizzazione rimanente dell’uomo. È difficile da effettuare questa rappresentazione, perché all’uomo riesce difficile proprio il passaggio dal quantitativo al qualitativo. Se non ci si educa attraverso una metodologia della scienza dello spirito, a trovare comunque questo passaggio e completamente indipendentemente da quello che l’esperienza esterna ci offre, comunque a estendere la medesima specie di rappresentazione che si applica nel quantitativo anche al qualitativo, se non ci si educa metodologicamente a questo, allora per la nostra comprensione si ergerà sempre un limite apparente dei fenomeni esterni.
Voglio solo attirare l’attenzione su una cosa, come potete educarvi metodologicamente a pensare il qualitativo in una maniera analoga al quantitativo. Vi è nota la solita apparenza dello spettro solare, dello spettro continuo ordinario. Sapete che procediamo dal colore rosso al colore violetto. Ora sapete tutti che Goethe ha lottato con il problema di come questo spettro sia in un certo senso lo spettro inverso di quello che deve nascere quando si tratta la scurità, per così dire, attraverso il prisma come usualmente si tratta la luminosità. Si ottiene allora una specie di spettro invertito, che Goethe ha anche disposto. Non è vero, nello spettro ordinario abbiamo il verde, qui andando verso il violetto, d’altro canto andando verso il rosso, e nello spettro che Goethe ottiene quando posiziona una banda nera, ha qui il fiore di pesco e di nuovo da un lato il rosso, d’altro canto il violetto. Si ottiene per così dire due bande di colore che nel mezzo sono opposte l’una all’altra, qualitativamente opposte, e che entrambe inizialmente per noi, si potrebbe dire, si estendono verso l’infinito. Ma si può inizialmente semplicemente pensare che questo asse, l’asse longitudinale dello spettro ordinario, non è una semplice retta, ma un cerchio, come infatti ogni retta è un cerchio. Se questa retta è un cerchio, allora ritorna in se stessa e allora possiamo semplicemente considerare questo punto qui, in cui appare il fiore di pesco, come l’altro punto, in cui si incontrano il violetto che va a destra e il rosso che va a sinistra. Si incontrano sì a sinistra e a destra in distanza infinita. Ma se riuscissimo — non so se sapete che proprio in questa direzione deve farsi uno dei primi allestimenti sperimentali nel nostro istituto scientifico-fisico — a piegare lo spettro in una certa misura in se stesso, allora anche coloro che inizialmente non vogliono seguire la cosa dal pensiero vedrebbero come abbiamo realmente a che fare con qualitativo. Tali rappresentazioni sono rappresentazioni finali del matematico, dove siamo costretti, come anche nella geometria sintetica, a considerare la retta come interiormente e sostanzialmente un cerchio, dove siamo costretti ad assumere come un solo punto infinitamente lontano di una retta; dove siamo costretti a non assumere come limite del piano nessuna linea qui sopra e sotto, bensì una sola retta come limite del piano; dove siamo costretti a non pensare i limiti dello spazio infinito come sferici o qualcosa di simile, bensì come un piano. Ma tali rappresentazioni, se vogliamo considerare solo la realtà empirica sensibile, diventano anche in una certa misura rappresentazioni finali della realtà sensibile-empirica.
Ora, ciò ci conduce a qualcosa che altrimenti rimarrà sempre oscuro. L’ho appena menzionato. Ci conduce a pensare propriamente quelle rappresentazioni che possiamo guadagnare quando passiamo dalla forma lemniscatiana della curva Cassiniana alla forma a due rami, questa forma a due rami, dove dobbiamo uscire dallo spazio, e poi a confrontarla con ciò che si offre a noi nella realtà empirica. Non fate nient’altro, quando altrimenti applicate la matematica alla realtà empirica. Quello che vi è dato nel triangolo, lo chiamate triangolo perché prima vi siete costruiti il triangolo matematicamente. Applicate ciò che internamente vi si è formato in modo costruttivo alla forma esterna. È solo il procedimento più complicato che ora vi indico, ma è lo stesso procedimento, quando voi come uno pensate i due rami della curva Cassiniana a due rami. Applicate questa rappresentazione a quello che nella testa dell’uomo corrisponde alle cose nell’organismo rimanente, allora dovete pensare cosicché nella testa ci sia una dipendenza dall’organismo rimanente, esprimibile attraverso un tale nesso, attraverso l’equazione (pag. 167), che però richiede una curva discontinua. Non potete seguirlo attraverso il metodo anatomico. Dovete uscire da quello che copre il corpo fisicamente, se volete seguire quello che si esprime nella testa, nel suo nesso con quello che si esprime nell’organismo metabolico. Dovete dunque assolutamente seguire l’organismo umano con rappresentazioni che non si ottengono se si vuole avere per ogni singolo membro di questa rappresentazione un’adeguata realtà sensibile-empirica. Bisogna uscire dal sensibile-empirico a qualcos’altro, se si vuole trovare quale sia questo nesso nell’uomo.
Questo è, se lo si persegue oltre metodologicamente, se ci si impegna veramente in una tale considerazione, qualcosa che è straordinariamente illuminante. Perché segmenta effettivamente l’organizzazione umana in qualcosa che non può essere compreso se si anatomizza soltanto. Si viene, proprio come si viene scacciati fuori dallo spazio dalla curva Cassiniana, scacciati fuori dal corpo nella considerazione dell’uomo dal modo di considerazione stesso. È anzitutto da cogliere dal punto di vista rappresentativo, che si viene scacciati fuori da ciò che fisicamente-empiricamente può essere afferrato nell’uomo, per considerare l’intero uomo. Non è affatto una trasgressione contro la scientificità, quando si adduce tali cose. Sono ben lontane da quello che spesso viene dato come pure fantasie ipotetiche sui fenomeni naturali. Perché queste cose risalgono veramente a tutto il modo in cui l’uomo si trova nel mondo. E voi non cercate qualcosa che altrimenti non esiste, ma cercate qualcosa che è esattamente lo stesso di quello che si esprime nel rapporto dell’uomo matematizzante alla realtà empirica.
Non si tratta proprio della questione di cercare ipotesi ingiustificate, ma solo della questione che, poiché la realtà è manifestamente complessa, anche cercare altri rapporti conoscitivi alla realtà interna, di quanto sia il semplice dell’uomo matematizzante alla realtà fisicamente-empirica. E una volta che avrete considerato tali cose, allora sarete anche guidati a cercare come quello che accade al di fuori dell’uomo in altri ambiti che in quello astronomico, quello che accade al di fuori dell’uomo ad esempio entro quei fenomeni che chiamiamo chimici, fisici, allora sarete guidati a cercare se i medesimi fenomeni che consideriamo esteriormente come chimici, nell’uomo, quando vive, si svolgono anche così come al di fuori dell’uomo, oppure se hanno bisogno anche loro di un passaggio, che per così dire conduce fuori dallo spazio.
Ora considerate l’importante domanda che ne emerge. Avremmo qui un qualche fenomeno chimico, qui il confine verso l’interno dell’uomo. Se questo fenomeno chimico potesse produrne un altro cosicché l’uomo qui (dentro) reagisse, allora naturalmente lo spazio sarebbe il mediatore, se rimaniamo nel campo empirico. Se però questo fenomeno continua nell’uomo, cosicché l’uomo si nutre attraverso il cibo e i processi continuano all’interno, allora la domanda è: rimane quello che lì agisce come forza nel fatto chimico, nello stesso spazio in cui si svolse fuori, quando continua nell’uomo? O dobbiamo forse uscire dallo spazio? E là avete l’analogo del cerchio che passa a una linea retta. E se cercate la sua altra forma, dove quello che altrimenti è rivolto verso l’esterno è rivolto verso l’interno, allora siete completamente fuori dallo spazio.
È la domanda se non abbiamo bisogno di tali rappresentazioni, che completamente escono dallo spazio, se devono rimanere continue, se seguiamo quello che accade fuori, al di fuori dell’uomo, nella sua continuazione quando procede verso l’interno dell’uomo. L’unica cosa che si può dire contro tali cose è che esse certamente pongono maggiori esigenze sulla capacità umana di quanto non facciano quelle con cui oggi ci si accosta ai fenomeni, e che perciò sono anche sgradite nell’insegnamento universitario. Sono parecchio sgradite, perché si dovrebbe davvero esigere che l’uomo, prima di accostarsi ai fenomeni, assimilasse qualcosa che l'abiliti a cogliere questi fenomeni. Oggi nel corso del nostro insegnamento non esiste niente di simile, ma deve entrarvi, deve entrarvi assolutamente, altrimenti stiamo semplicemente, parlando di un fenomeno, entrando nel più disparato, senza guardare in alcun modo alla realtà. Perché considerate una volta: cosa accadrebbe se qualcuno osservasse il cerchio come si curva da questo lato e considerasse questo che si curva da questo lato, ma rimane il filisteo, assolutamente non entra nel fatto che ora il cerchio si curva da questo lato. Dice: questo non esiste affatto, che il cerchio si curva così, devo mettere la curvatura qui (cerchio c invece di b), devo semplicemente mettermi d’altro canto. Parla in questo caso apparentemente della medesima cosa, solo che cambia il suo punto di vista.
Questo è appunto come si fa oggi semplicemente, descrivendo l’uomo internamente in rapporto a come si descrive la natura esterna. Si dice: quello che dentro l’uomo è dentro, non esiste affatto, bensì io mi metto dentro l’uomo e dico: qui (c) la curvatura è diretta. Considero dunque l’interno senza riguardo al fatto che la curvatura mi si capovolge. Faccio di quello che è dentro l’uomo una natura esterna. Mi continuo semplicemente la natura esterna attraverso la pelle. Mi giro, perché non voglio andare con la curvatura diversamente costituita, e allora teoreggio. È questo il gioco di prestigio che oggi è effettivamente compiuto e che è compiuto solo per il mantenimento di rappresentazioni comode. Non si vuole andare con la realtà, e perché non si debba farlo, semplicemente ci si gira, e invece che considerare l’uomo — è ora un paragone — dalla parte anteriore, si considera la natura dalla parte posteriore e così si giunge alle varie teorie sull’uomo.
Qui vogliamo allora continuare domani.
Ieri, partendo da certe considerazioni formali, ho indicato come devono essere pensati i nessi tra ciò che si può chiamare i processi nel sistema metabolico umano e i processi nel sistema cerebrale dell’uomo, nel sistema nervoso-sensoriale, o come volete chiamarlo nel senso delle indicazioni che ho fornito nel mio libro «Dai segreti dell’anima».
Se si considerasse un ago magnetico nelle sue oscillazioni sulla superficie terrestre cosicché si volesse spiegare queste oscillazioni meramente in tal modo che si può osservare entro lo spazio in cui si trova l’ago magnetico, allora ciò sarebbe naturalmente designato come qualcosa di impossibile. Sapete che queste oscillazioni dell’ago magnetico vengono messe in relazione col magnetismo terrestre. Sapete che si mette in relazione la rispettiva direzione dell’ago magnetico con la direzione del magnetismo terrestre, rispettivamente con quella linea direzionale che può essere tracciata tra il polo magnetico settentrionale e meridionale della Terra, che quindi, quando si tratta di spiegare i fenomeni che l’ago magnetico ci presenta, si esce dal suo ambito e si tenta di entrare, con gli elementi che si adducono per la spiegazione, in quella totalità che solo offre la possibilità di spiegare i fenomeni di qualcosa che in quel processo fattico appartiene a questa totalità. Questa regola metodica è sì osservata per certi fenomeni, si può dire, per quei fenomeni per cui la cosa sta completamente in superficie. Ma non è osservata quando si tratta di spiegare, di comprendere fenomeni più complicati.
Altrettanto inopportuno quanto sarebbe spiegare i fenomeni sull’ago magnetico da esso stesso, altrettanto inopportuno è nel fondo spiegare i fenomeni che accadono nell’organismo da questo organismo o da certi nessi che non appartengono a nessuna totalità. E proprio per questa ragione, perché lo sforzo di avanzare verso totalità è così scarso, quando si vuole avere spiegazioni, arriviamo a ciò che la modalità di considerazione della nostra scienza rappresenta, in quanto si lasciano quasi completamente inosservati i nessi più ampi. Essa chiude in qualche modo certi fenomeni nel campo visivo del microscopio e simili; include i fenomeni stellari in ciò che inizialmente possiamo percepire esternamente, forse anche attraverso gli strumenti che vi usiamo, ma non c’è lo sforzo che in primo luogo, quando si tratta di spiegazioni, sia presa in considerazione la sfera totale entro cui giace un qualche fenomeno. Solo quando ci si familiarizza con questo principio metodico del tutto indispensabile, si è nella posizione di giudicare correttamente tali cose come quelle su cui ieri ho attirato l’attenzione. Perché solo così si arriva ad apprezzare nel modo corretto come si presentano, in un nesso totale chiuso, tali ambiti fenomenici come quelli che ci si presentano nell’organismo umano.
Ricordiamoci ancora una volta delle esposizioni che ho fatto proprio all’inizio di queste considerazioni. Vi ho attirato l’attenzione su come il principio della metamorfosi propriamente deve essere modificato quando si tratta di applicare realmente a livello della morfologia dell’uomo questa metamorfosi, come inizialmente è emersa con Goethe, con Oken. Non è vero, si è tentato — ed è stato un tentativo geniale, che è emerso con Goethe — di ricondurre la formazione delle ossa craniche alla formazione delle ossa vertebrali. Queste indagini sono state poi continue in una maniera più conforme al metodo del 19º secolo da altri, e si può studiare l’intero corso — se sia stato un progresso o no, non voglio decidere ora — della modalità di indagine, quando si confronta come questo problema della trasformazione metamorfica delle ossa è stato concepito da un lato da Goethe e Oken, d’altro canto ad esempio dall’anatomico Gegenbaur. Queste cose giungono solo a una base reale quando si sa — come ho detto, ho già menzionato ciò nel corso di queste conferenze, ma ora vogliamo collegarci a questo punto — come due ossa dello scheletro umano — dunque non dell’animale, bensì dello scheletro umano — che nella loro morfologia stanno il più lontano possibile l’una dall’altra, propriamente stanno in relazione. Stanno il più lontano possibile l’uno dall’altro un osso tubolare, ad esempio un osso del femore o dell’omero, e un osso cranico. Se si confronta semplicemente esternamente, senza entrare nell’interno e senza adduire una sfera di apparizione totale, non si può giungere al nesso morfologico tra due ossa polari l’una contro l’altra, polari l’una contro l’altra rispetto alla forma. Si giunge a ciò solo quando si confronta la superficie interna di un osso tubolare con la superficie esterna di un osso cranico. Perché allora si ottiene la superficie corrispondente di cui si tratta e che serve per poter constatare il nesso morfologico. Si giunge allora a ciò che la superficie interna dell’osso tubolare corrisponde alla superficie esterna dell’osso cranico — questo è dal punto di vista morfologico — e che il tutto si fonda sul fatto che l’osso cranico può essere derivato dall’osso tubolare, se lo si pensa rivolto secondo il principio anzitutto dell’inversione di un guanto. Se rendo la superficie esterna del guanto interna, la superficie interna esterna, allora certo ottengo con il guanto una forma analoga, ma se inoltre, nello stesso istante, si rendono efficaci diverse forze di tensione, se per così dire, nello stesso istante in cui rivolgo verso l’esterno l’interno dell’osso tubolare, i rapporti di tensione cambiano cosicché la forma interna rivolta verso l’esterno si distribuisce diversamente sulla superficie, allora si ottiene attraverso l’inversione secondo il principio dell’inversione del guanto, la superficie esterna dell’osso cranico, derivata dalla superficie interna dell’osso tubolare. Ma da ciò vi emerge: allo spazio interno dell’osso tubolare, a questo spazio interno strettamente compresso dell’osso tubolare, nel riguardo dello scheletro cranico umano corrisponde il mondo intero esteriore. Dovete dunque considerare come appartenenti insieme nell’effetto sull’uomo: il mondo esteriore, formante l’esteriore della sua testa, e quello che agisce all’interno, per così dire spingendo verso la superficie interna degli ossi tubolari. Dovete considerare come appartenenti insieme. Dovete considerare il mondo all’interno degli ossi tubolari come una specie di mondo inverso a quello che ci circonda esternamente.
Qui avete dunque dapprima per la struttura ossea il vero principio della metamorfosi. Perché le altre ossa, essenzialmente sono formazioni morfologiche intermedie tra gli opposti polari, che corrispondono a un’inversione completa con cambiamento delle forze che determinano la superficie. Ma questo deve essere esteso all’intera organizzazione umana. Nelle ossa emerge particolarmente chiaramente. Per tutti gli organi dell’uomo è da osservare, che quando parliamo di organizzazione, dobbiamo distinguere tra due opposti polari, tra ciò che da un interno, vogliamo ora dire dapprima sconosciuto, agisce verso l’esterno, e ciò che agisce da fuori verso l’interno. Ma a ciò che agisce da fuori verso l’interno corrisponde nel fondo tutto ciò che circonda gli umani da fuori della Terra. E ottenete davvero due enormi opposti, quando considerate, diciamo, l’osso tubolare e vi immaginate questa linea lì dentro. Ottenete una linea, che contiene il luogo di origine di ciò che lì agisce perpendicolarmente sulla superficie in questione.
Ottenete, se vi immaginate l’involucro cranico umano, anche ciò che corrisponde a questa linea. Ma come dovete disegnare ciò che corrisponde a questa linea? Dovete disegnarlo da qualche parte come un cerchio, rispettivamente persino una superficie sferica, una superficie sferica posta a una distanza indeterminata. E tutte le linee che vi disegnate dalla retta verso la superficie dell’osso tubolare, corrisponderanno, riguardo all’osso cranico, a tutte le linee che vi disegnate come incontrantisi nel centro della Terra da una qualche sfera. Così ottenete un nesso — naturalmente le cose sono approssimative — tra una retta o tra un sistema di rette, che passano attraverso un osso tubolare e che tutti stanno in una certa relazione con l’asse verticale dell’organizzazione, tra questa direzione, che effettivamente coincide con la direzione del raggio terrestre, e una sfera, che circonda la Terra a una distanza indeterminata. Ottenete il nesso, che potete dire: riguardo alla struttura dell’uomo diretta perpendicolarmente alla superficie terrestre, il raggio della Terra ha lo stesso valore cosmico, come una superficie sferica, una superficie sferica cosmica riguardo all’organizzazione cranica.
Così ottenete effettivamente lo stesso opposto, che voi effettivamente, se fate attenzione al sentimento-in-sé del vostro organismo e allo stesso tempo all’esperienza esterna, come in sé portante sentite. Questo opposto l'ottenete quando prendete il vostro sentimento proprio, quel sentimento proprio che è essenzialmente fondato nel fatto che vi potete abbandonare tranquillamente nella vostra corporeità nel normale vivere, che non diventate vertiginosi, bensì state in una relazione alla forza di gravità, e quando poi confrontate questo, che è il vostro sentimento proprio, con tutto quello che nel vostro ricevere-consapevolezza è presente riguardo a quello che vedete intorno attraverso i sensi fino alle stelle di sopra.
Se mettete ciò insieme, potete dire: è lo stesso rapporto tra questo sentimento interno e il sentimento di ricevere-consapevolezza nel percepire il mondo esteriore, come tra la vostra struttura corporea e la vostra struttura cranica. E così siamo indicati alla relazione di ciò che si potrebbe chiamare anzitutto: effetto della Terra sull’uomo con il carattere che agisce nel senso del raggio della Terra, a ciò che si potrebbe chiamare effetto, che si esprime nel perimetro della nostra coscienza, che dobbiamo ricercare nella sfera, in ciò che è propriamente una parete interna, una superficie interna di un involucro sferico. E per la nostra normale coscienza del giorno è questo opposto, che, se omettiamo ciò che nella nostra coscienza è dai risultati di osservazione del nostro ambiente terrestre, in modo approssimativo possiamo cogliere come l’opposto di ciò che è la sfera stellare, alla coscienza terrestre, all’esperienza-come-Terra, all’impulso terrestre che vive in noi. Se mettiamo l’impulso terrestre, l’impulso radiale terrestre in relazione con la nostra coscienza della sfera, allora questo opposto, se ce lo guardiamo nella nostra ordinaria coscienza del giorno, è essenzialmente qualcosa che accade in noi, appunto nella nostra coscienza. Viviamo in questo opposto dentro più di quanto ordinariamente pensiamo. È propriamente sempre questo opposto dentro cui viviamo. E propriamente non possiamo studiare diversamente il rapporto della rappresentazione alla volontà, se non considerando questo opposto tra la sfera e il raggio.
Si arriverebbe anche in psicologia a risultati più reali sul rapporto del nostro comunque straordinariamente esteso mondo rappresentativo all’angusto mondo della volontà, se si portasse questo variegato, più esteso mondo rappresentativo in un rapporto analogo alla volontà, come si può rendere sensibile attraverso il rapporto tra la superficie di una sfera e il raggio corrispondente di questa sfera.
Ciò che ora agisce così nella nostra coscienza del giorno, che è propriamente il compimento della nostra vita dell’anima, consideriamolo allora una volta, quando siamo in una condizione diversa da quella in cui formiamo questa coscienza del giorno. Consideriamo ciò che così agisce su di noi, una volta in quel tempo, in cui compiamo la nostra vita embrionale, e possiamo ben rappresentarci, dobbiamo proprio rappresentarci, che là agisce lo stesso opposto, solo che si svolge in un’altra maniera. Allora non portiamo verso il mondo la medesima attività che poi indebolisce questo intero opposto a un opposto di immagine, bensì questo opposto agisce sulla nostra organizzazione plasmabile in una maniera più reale, di quanto agisce come opposto di immagine, quando l'abbiamo nella nostra vita dell’anima. Se proiettiamo temporalmente indietro gli effetti della coscienza alla vita embrionale, allora abbiamo nella vita embrionale, si può dire, in un grado più intenso, più reale, ciò che altrimenti abbiamo negli effetti della coscienza. E così, come chiaramente vediamo i rapporti di sfera a raggio nella nostra coscienza, dobbiamo anche cercare, se vogliamo arrivare a un risultato, questo opposto di sfera celeste e effetto terrestre in ciò che avviene nell’effetto embrionale. Dobbiamo, in altre parole, cercare la genesi della vita embrionale umana in ciò che formiamo una risultante tra ciò che accade fuori nelle stelle come effetto di sfera e ciò che accade nell’uomo a causa dell’effetto radiale terrestre.
Dobbiamo con la medesima necessità metodologica cogliere quello che ora ho detto, come facciano la bussola magnetica prendere in considerazione il magnetismo terrestre. Certo, vi può essere molto di ipotetico in ciò, e non voglio ora metterlo in conto, voglio solo indicare che non abbiamo il diritto di considerare solo l’embrione e spiegare i suoi processi da esso stesso. Come non abbiamo il diritto di spiegare i processi dell’ago magnetico da esso stesso, così non abbiamo il diritto di spiegare la formazione dell’embrione da esso stesso, bensì dobbiamo spiegarlo prendendo in considerazione i due opposti caratterizzati. Come consideriamo il magnetismo terrestre per l’ago magnetico, così dobbiamo considerare l’opposto sfera - effetto radiale, per spiegare ciò che si forma nell’embrione, ciò che allora, quando l’embrione è nato, si indebolisce proprio all’immagine della vita di coscienza. Vedete dunque, si tratta proprio di ciò, che consideriamo la relazione che nell’uomo sussiste così tra ossi tubolari e ossa craniche, anche tra gli altri sistemi, il sistema muscolare, il sistema nervoso e così via, e che, quando consideriamo questo opposto, veniamo condotti fuori nella vita cosmica. E quando considerate, in quale stretto rapporto con ciò che ho indicato come il contenuto del sistema metabolico dell’uomo nel mio libro «Dai segreti dell’anima», sta quello che ho ora caratterizzato come stante sotto l’influsso della radialità, e in quale stretto rapporto sta quello che è il sistema cranico, con ciò che ho ora caratterizzato come stante sotto l’influsso della sfera, allora vi direte: abbiamo nell’uomo da distinguere ciò che è condizione del suo essere sensoriale e ciò che è condizione della sua vita metabolica, e questi due si comportano l’uno verso l’altro come sfera celeste e raggio terrestre.
Abbiamo dunque in tutto ciò che portiamo nella nostra organizzazione della testa, il risultato dell’effetto celeste da cercare, e abbiamo, associandoci a una risultante con ciò, a cercare negli effetti nel nostro metabolismo ciò che appartiene alla Terra, ciò che tende verso il centro della Terra . Questi due ambiti di effetto, si separano nell’uomo, costituiscono due unilateralità, e è la mediazione l’ambito intermedio, il membro ritmico, così che nel membro ritmico abbiamo effettivamente qualcosa che ci rappresenta un’interazione del Terrestre e del Celeste, se posso usare questo modo di dire, e del celeste.
Se ora vogliamo progredire, dobbiamo prendere ancora in considerazione alcuni altri rapporti, che si rivelano a noi nella realtà. Attiro l’attenzione su qualcosa che è molto intimamente legato a ciò che ho appena caratterizzato.
Vedete, ordinariamente abbiamo la suddivisione del mondo esteriore che ci circonda, a cui apparteniamo noi stessi come umani fisici, così che dividiamo in regno minerale, regno vegetale, regno animale, e che consideriamo l’uomo come il vertice più alto di questo mondo esteriore, di questi regni della natura. Ora, se vogliamo però formarci una rappresentazione di come sia propriamente costituito più da vicino ciò che ora abbiamo assegnato, nei riguardi degli effetti, ai fenomeni celesti, allora dobbiamo ancora guardare a qualcos’altro.
Non è negabile, perché è effettivamente evidente per chiunque osservi la cosa senza pregiudizi, che con la nostra organizzazione umana, come siamo ora, nella presente fase della nostra evoluzione mondiale come umanità, siamo adattati nel riguardo della nostra capacità conoscitiva unicamente al regno minerale. Prendete quella specie di legalità che ricerchiamo nella natura, allora arrivate a dirvi: per ciò che ci circonda, non siamo affatto adattati da tutti i lati. Captiamo effettivamente, detto secco, solo il regno minerale. Perciò la gente si adopera così fortemente per ricondurre anche gli altri regni alle leggi del regno minerale. E infine, per questa ragione, è nata la confusione riguardo a meccanicismo e vitalismo. O il vitalismo, come era nelle epoche precedenti, rimane per la concezione ordinaria, che è ora l’odierna, un’ipotesi vaga, oppure si risolve ciò che nel vitalismo viene manifestato, in effetti meccanici, minerali. Nell’ideale di una volta comprendere la vita non risiede affatto il riconoscimento che si voglia comprendere la vita come vita, ma riposa lo sforzo nel fatto di ricondurre la vita al minerale. Proprio anche in questo si esprime la coscienza indefinita che l’uomo è proprio adattato nel riguardo della sua capacità conoscitiva solo al regno minerale, non al regno vegetale, non al regno animale.
Se ora seguiamo da un lato il regno minerale, d’altro canto la sua immagine, la nostra conoscenza del regno minerale, allora saremo, in quanto questi due si corrispondono, secondo le considerazioni appena precedenti, costretti, perché dobbiamo riferire la nostra conoscenza alla sfera celeste, anche a portare in qualche maniera in relazione con la sfera celeste, ciò a cui è adattata questa sfera di conoscenza, cioè il regno minerale. Ci diciamo: siamo nel riguardo della nostra organizzazione della testa organizzati uscendo dalla sfera celeste. Deve dunque essere organizzato uscendo dalla sfera celeste anche in qualche maniera ciò che sta a fondamento delle forze del regno minerale. E confrontate ciò che avete nella vostra sfera di conoscenza come l’intera portata della vostra conoscenza del regno minerale, con ciò che è fuori nel regno minerale, allora vi direte: a ciò che è in voi, si comporta, a ciò che è fuori nel regno minerale, come immagine a realtà.
Ma abbiamo però bisogno di rappresentarci questa relazione più concretamente che non tra immagine e realtà, e là prendiamo ad aiuto ciò che abbiamo appena enunciato. Siamo rimandati a ciò che sta a fondamento del nostro sistema metabolico, e alle forze efficaci che sono dentro, che stanno in relazione con l’effetto terrestre, con la radialità, col raggio anche. Siamo dunque, mentre ci guardiamo attorno per ciò che in noi stessi è l’opposto di quell’organizzazione che ci reca la nostra conoscenza, dalla sfera rimandati alla Terra. I raggi vanno tutti verso il centro della Terra. Lì abbiamo in quello che è radiale, ciò che avvertiamo, per cui ci avvertiamo come reali. Lì non abbiamo quello che ci riempie negli effetti di immagine, dove siamo solo consapevoli, bensì lì abbiamo ciò che nel nostro vivere ci appare come una realtà. Arriviamo sempre, quando effettivamente viviamo questo opposto, in ciò che ci rappresenta il regno minerale. Siamo da ciò che è solo organizzato per l’immagine, portati a ciò che è organizzato per la realtà. Questo significa in altre parole: siamo guidati riguardo a ciò che come causa sta a fondamento della nostra conoscenza, a tutta la portata della sfera, che inizialmente così afferriamo come sfera; e siamo indicati d’altro canto, mentre perseguiamo tutti quei raggi che emanano dalla sfera, come vanno verso il centro della Terra, siamo indicati verso il centro della Terra come l’opposto polare.
Se ci rappresentiamo questo in particolare, in dettaglio, potremmo proprio così pensare come il sistema mondiale tolemaico pensava: fuori la sfera blu, qui (sulla sfera) un punto. Dovremmo rappresentarci un contropunto nel centro della Terra. Così semplicemente pensato, per ogni punto ci sarebbe un contropunto nel centro della Terra. Ma sapete — parlerò ancora più dettagliatamente; non viene in questione per noi ora, in quale misura le cose corrispondano esattamente alla realtà — non dobbiamo concepirlo così, bensì abbiamo ad esempio qui le stelle (punti esterni a, b, c). Se dobbiamo rappresentarci la sfera stessa concentrata nel centro della Terra, allora dobbiamo naturalmente costruire i contropoli così da dirci: il contropolo di questa stella è qui, il contropolo di questa stella è là e così via. Arriviamo così a un’immagine completa di ciò che è fuori, all’interno della Terra.
Arriviamo, se concepiamo ciò per un qualche pianeta,, a Giove e a un contro-Giove all’interno della Terra. Arriviamo a qualcosa che dall’interno della Terra agisce verso l’esterno, come agisce Giove fuori. Arriviamo a una riflessione — in realtà la cosa è al contrario, ma voglio così dire ora — a una riflessione di ciò che è fuori, all’interno della Terra. E se ci rappresentiamo l’efficacia di questa riflessione nelle forme dei nostri minerali, allora dobbiamo rappresentarci l’efficacia di ciò che agisce nella sfera fuori, nella formazione della nostra capacità conoscitiva per il minerale. In altre parole: possiamo rappresentarci l’intera sfera celeste rispecchiata nella Terra; possiamo rappresentarci il regno minerale della Terra come un risultato di questo rispecchiamento, e possiamo rappresentarci che ciò che vive in noi per l’apprensione di questo regno minerale, da ciò che ci circonda nello spazio fuori, proviene. E le realtà, che comprendiamo così, provengono dall’interno della Terra.
Dovete solo seguire questa rappresentazione e poi buttare solo uno sguardo sull’uomo, sul volto umano, e vedrete, se vi guardate questo volto umano, difficilmente potrete dubitare così fortemente che lì sia contenuto qualche cosa di un’impronta della sfera celeste esterna in questo volto umano, e che lì nell’esperienza di immagine della sfera celeste che è presente nell’anima, emerga appunto di nuovo ciò che, dopo che le forze hanno agito più intensamente durante la vita embrionale, viene per così dire organizzato dal dominio dell’effetto corporeo nel dominio della vita dell’anima. E così otteniamo anzitutto un nesso tra ciò che è fuori nella realtà e la nostra organizzazione per questa realtà esterna. Ci diciamo per così dire: ciò che nella realtà esterna è fuori, il cosmo lo produce, e la nostra capacità conoscitiva per questa realtà è organizzata fisicamente per il fatto che la sfera agisce solo ancora sulla nostra capacità conoscitiva. Perciò, naturalmente anche nella genesi della Terra, dobbiamo distinguere una fase, in cui effetti forti si presentano cosicché dal cosmo è costituita la Terra stessa, e una fase più tardiva dello sviluppo terrestre, dove le forze agiscono cosicché è costituita la capacità conoscitiva per queste cose reali.
Solo in questo modo si arriva veramente nel mondo. Potete ora dire: sì, questo è un metodo conoscitivo che è meno sicuro di quello che oggi è seguito col microscopio e il telescopio. Può darsi che sembri all’uomo meno sicuro, ma se le cose fossero fatte cosicché con quei metodi che oggi sono di moda non si potesse arrivare alla realtà, se sussistesse l’assoluta necessità che con altri modi del conoscere si debba comprendere la realtà, allora bisogna che ci si rassegni a sviluppare questi altri modi del conoscere. Con ciò non è ancora fatto, che qualcuno dica: questi corsi di pensiero, come si sviluppano qui, non voglio farvi seguito, perché mi sembrerebbero troppo incerti. Sì, ma se fosse possibile solo questo grado di certezza! Però vedrete, se veramente seguirete questo corso di pensiero, che questo grado di certezza è intenso nello stesso modo, come quello che vive nella vostra apprensione di un triangolo reale esteriore, quando lo comprendete con la costruzione interna del triangolo. È proprio lo stesso principio, la medesima maniera di apprensione della realtà esterna che è efficace nell’uno come nell’altro. Questo è ciò che deve essere preso in considerazione.
Ora la questione è certamente: se prendiamo questi pensieri come li ho ora sviluppati, allora in una certa maniera generale si possono rappresentare tali nessi, ma come arriviamo allora, forse ancora in una maniera più determinata, ad afferrare queste cose? Perché solo in una maniera più determinata possono servire a noi, che dal nostro lato comprendiamo il dominio della realtà. E per poter seguire questo qui, devo ancora attirare l’attenzione su qualcos’altro. Risaliamo ancora una volta a ciò che ieri ho detto ad esempio riguardo alla curva Cassiniana. Sappiamo che la curva Cassiniana ha tre, persino, se vogliamo, quattro forme. Si fonda, come sapete, la curva Cassiniana sul fatto che, se chiamo la distanza da A a B con 2a, un qualche punto M giace così che AM · MB = b², dunque è costante. Ottengo le diverse forme della curva Cassiniana a seconda che a, dunque la metà della distanza dei due fuochi, sia maggiore di b oppure uguale oppure minore. Ottengo la lemniscata, quando a è uguale a b, e ottengo la curva discontinua, quando a è maggiore di b.
Ora vi rappresentate che non solo voglia risolvere questo compito geometrico, sotto il presupposto di due grandezze costanti a e b attraverso le equazioni corrispondenti, per determinare la distanza di M da A e B, bensì farei ancora qualcos’altro. Risolverei il compito di passare da una forma di linea all’altra nella superficie, in quanto tratto le grandezze che rimangono costanti per una linea particolare, come grandezze variabili. Non è vero, ho preso in considerazione solo casi singoli, una volta quando a è maggiore di b, poi quando a è minore di b. Tra questi casi singoli sono possibili innumerevoli altri. Posso, quando ne faccio innumerevoli, passare a costruire in modo completamente continuo forme diverse della curva Cassiniana. Otterrò allora queste diverse forme, quando, diciamo, alla variabilità del primo ordine, che ho posto qui tra y e x, aggiungo una variabilità del secondo ordine; quando faccio procedere la mia costruzione di linee che passano ininterrottamente l’una nell’altra nella superficie così da fare a una funzione di b. Allora, cosa faccio? Allora costruisco così da costruire un sistema, ma un sistema continuo, susseguente di curve Cassiniane, passando nella lemniscata, nel discontinuo, ma non arbitrariamente, bensì così da porre a fondamento una variabilità del secondo ordine, in quanto le costanti per una curva divengono prima esse stesse in relazione in un’equazione, così che a è una funzione di b, a = φ(b). È completamente una cosa matematicamente fattibile, naturalmente. Ma cosa otteniamo con ciò? Pensate, con ciò ottengo la legge per il contenuto di una superficie, che però in tutti i suoi punti è già qualitativamente diversa nell’apprensione matematica. In ogni punto c’è una qualità diversa. Non posso afferrare la superficie che ottengo così come un piano euclideo astratto, bensì come una superficie differenziata in sé. E se da ciò formo corpi attraverso rotazione, allora otterrei corpi differenziati in sé.
Se considerate ciò che ieri ho detto, che la curva Cassiniana nello stesso tempo ancora indica la curva in cui un punto deve muoversi nello spazio, affinché, se è illuminato dal punto A, nel punto B mostri sempre il medesimo splendore; se considerate dunque che effettivamente da quella costanza che sta a fondamento di questa curva, qui emerge un nesso nell’effetto luminoso, allora potete pensare che proprio come qui da un nesso di costanti emerge un certo effetto luminoso, si potrebbe anche pensare che un sistema di effetti luminosi segua, se alla variabilità del primo ordine aggiungo una variabilità del secondo ordine. Potete dunque effettivamente qui formare dal matematico un passaggio dal quantitativo al qualitativo.
Queste considerazioni deve fare proprio chi, ciò che non può essere abbandonato, vuole trovare un passaggio dal quantitativo al qualitativo. Perché potete ora partire da ciò che effettivamente fate, quando formate una funzione entro la variabilità del secondo ordine in dipendenza da una funzione entro una variabilità del primo ordine — l’espressione non ha nulla a che fare con l’espressione «ordine» come la si usa in altri modi; ci capiamo bene, perché ho illustrato la cosa dall’origine. — Se ponete questo nesso tra ciò che io ho chiamato qui ordine primo e secondo, allora pian piano arriverete a capire che le nostre equazioni devono essere formate diversamente, a seconda che si consideri ad esempio ciò che sta tra la superficie del corpo e il nostro occhio, e ciò che sta dietro la superficie del corpo. Perché un rapporto analogo come il qui tra la variabilità del primo ordine e la variabilità del secondo ordine, sussiste tra ciò che devo considerare tra me e la superficie di un corpo completamente ordinario, e ciò che sta dietro la superficie del corpo. Così ad esempio, quando una volta il tentativo deve essere fatto di guardare attraverso la cosiddetta riflessione del raggio luminoso, che è semplicemente osservata dal fatto che ho una superficie riflettente, cioè un processo che dapprima si svolge tra me e la superficie del corpo. Se lo riguardo attraverso così da coglierlo come una confluenza di equazioni che tra me e la superficie di un corpo si svolgono in una variabilità del primo ordine, e ora in questo nesso ciò che dietro la superficie agisce, affinché la riflessione avvenga, lo consideri come un’equazione della variabilità del secondo ordine, allora avrò formule completamente diverse, da quelle che si applicano attualmente secondo leggi puramente meccaniche per le leggi di riflessione e rifrazione, tramite omissione di fasi oscillatorie e così via.
Con ciò si arriverà alla possibilità di creare una matematica che possa effettivamente calcolare con le realtà. E questo propriamente deve accadere, se proprio nel dominio dei fenomeni astronomici si vuole giungere ancora a spiegazioni. Perché riguardo al mondo esteriore abbiamo davanti a noi ciò che per così dire si svolge tra la superficie dei corpi terrestri e noi. Se consideriamo i fenomeni celesti, una qualche ansa di Venere o simili, allora abbiamo davanti a noi, se consideriamo il fatto ordinario, anche qualcosa che si svolge tra noi e qualcos’altro. Ma abbiamo davanti a noi ciò che si comporta così come si comporta ciò che sta dietro la sfera, a ciò che sta nel centro. Dobbiamo dunque sempre, quando guardiamo ai fenomeni celesti, chiarirci che non possiamo considerarli solo secondo il sistema delle forze centrali, bensì che dobbiamo considerarli secondo il sistema che si comporta al sistema delle forze centrali come la sfera sferica al raggio si comporta.
Dunque, se vogliamo affatto giungere a una spiegazione dei fenomeni celesti, non dobbiamo fare i calcoli così da farli un’immagine di quei calcoli che la meccanica applica, sviluppando le forze centrali, bensì dobbiamo farli cosicché questi calcoli, tutta la configurazione anche, si comporti alla meccanica come la sfera al raggio. Allora si mostrerà già, e di questo vogliamo parlare la prossima volta, che abbiamo bisogno da un lato del modo di pensiero della meccanica e della foronomia, che essenzialmente si occupa di forze centrali, e che da un lato dobbiamo aggiungere a ciò ancora un altro sistema, quel sistema che si occupa di movimenti rotatori, di movimenti di scorrimento e di movimenti deformanti. Solo allora, quando consideriamo nello stesso modo il sistema meta-meccanico, il sistema meta-foronomico per i movimenti rotatori, per i movimenti di scorrimento, per i movimenti deformanti, come consideriamo oggi il sistema della meccanica e della foronomia per le forze centrali, per i fenomeni di movimento centrale, allora arriveremo a una possibilità, di ottenere da ciò che ci sta empiricamente davanti una spiegazione dei fenomeni celesti.
Attraverso le considerazioni precedenti verranno ora create le condizioni più essenziali per poter osservare alcuni aspetti dei fenomeni celesti e dei fenomeni fisici, naturalmente solo da un certo punto di vista. Abbiamo caratterizzato in effetti il grande e significativo contrasto nella natura umana fra l’organizzazione del capo e l’organizzazione del sistema del metabolismo, a cui dobbiamo aggiungere pure gli arti. In proposito, come potrete facilmente comprendere, bisogna prescindere dall’organizzazione animale. Abbiamo visto che, quando vogliamo ordinare l’uomo in relazione al cosmo, dobbiamo attribuire ciò che è sistema metabolico all’elemento terrestre, cioè a quello che si rapporta all’uomo in una direzione radiale. Abbiamo inoltre visto che dobbiamo riferire alla formazione del capo tutto quello che corrisponde alla sfera, che cioè dirige in certo senso le sue linee di azione dalla sfera verso il centro della Terra, così come il raggio nel suo corso dirige le linee di azione che da esso emanano verso il suo ambiente (Fig. 4 e 3, p. 188 e 187). Ci abbiamo illustrato tutto ciò nella costruzione delle ossa lunghe e nella costruzione dell’osso cranico di forma sferica o di segmento sferico.
Quando prendiamo in considerazione questo contrasto, allora dobbiamo anzitutto riferirlo a quello che ci appare nel rapporto fra la Terra e la sfera celeste. Voi sapete benissimo come la coscienza scientifica odierna si distingue da quello che l’uomo ingenuo — che non è stato affatto toccato da alcuna conoscenza scolastica — pensa circa l’aspetto della sfera e i movimenti delle stelle attraverso la sfera e così via. E sapete che quest’ultimo è designato come l’«aspetto apparente» della nostra volta celeste. Sapete che a questo si contrappone un’immagine, un’immagine del mondo, che nasce in modo assai complicato mediante l’interpretazione dei movimenti apparenti e così via, e che siamo abituati a porre a fondamento dell’osservazione dei fenomeni celesti nella forma in cui si è sviluppata dal grande rivolgimento nelle concezioni a partire dall’epoca copernicana.
Oggi ognuno è ben consapevole che questa immagine del mondo non può corrispondere alla realtà assoluta, che cioè non possiamo dire che quello che ci si presenta, ad esempio, come movimenti planetari o come rapporto del Sole ai pianeti, sia la vera forma di ciò che ne è fondamento, e che quello che l’occhio vede sia solamente l’apparente. Oggi difficilmente alcun essere di giudizio potrebbe stare su questo punto di vista. Ma un tale avrà comunque il sentimento che dall’immagine apparente, provocata da varie cause di illusione nell’osservazione, ci si avvicini di più all’immagine vera progredendo da questa immagine veramente e oggettivamente osservata a quella che l’astronomia calcolante e osservante ne ricava mediante interpretazione.
Ora la questione è se davvero per una considerazione esauriente dei fenomeni naturali in questo campo sia opportuno porre a fondamento solamente quel tipo di interpretazione che abitualmente si pone a fondamento per la formazione di un’immagine del mondo. Infatti, potete già aver notato, vi si pone a fondamento essenzialmente solo quello che si presenta per così dire all’uomo della testa, quello che è cioè l’aspetto che la capacità di osservazione dell’uomo — anche la capacità di osservazione armata dell’uomo — si forma. Ma noi abbiamo sottolineato la necessità di ricorrere, per un’interpretazione più completa di questa immagine del mondo, a tutto quello che assolutamente può essere conosciuto dall’uomo; che può essere conosciuto da un lato attraverso l’osservazione della sua forma. A questo scopo abbiamo evidenziato come, secondo una vera dottrina della metamorfosi, si debba osservare questa forma dell’uomo. D’altro canto abbiamo pure sottolineato che bisogna consultare lo sviluppo dell’uomo e lo sviluppo dell’umanità, e che in realtà solo allora, quando si procede così avanti nel ricorso a quello che si può sapere dell’uomo, per l’interpretazione dei fenomeni celesti, si può aspettare un chiarimento su determinati fenomeni del cielo. Partendo da quello che, in conformità con la forma umana e lo sviluppo umano, ci siamo in certo senso appropriati come una matematica qualitativa, vogliamo ora procedere da quello che inizialmente si presenta all’osservazione esterna come la cosiddetta immagine apparente, e vogliamo poi tentare, partendo da questa immagine apparente, di porre la domanda: come potrebbe essere il cammino verso la realtà corrispondente.
Allora vogliamo anzitutto porci la questione: cosa ci offre l’empiria, l’osservazione, quindi per così dire l’evidenza dei fatti — possiamo naturalmente solo tentare di completare quello che l’evidenza dei fatti ci offre con quello che l’intera organizzazione umana ci mostra secondo la morfologia e lo sviluppo — cosa ci offre anzitutto l’evidenza dei fatti quando osserviamo quelle stelle che comunemente si chiamano stelle fisse? Certo, ora ripeto per la maggior parte cose ben note, ma dobbiamo tenerle ben presenti perché solo così, tenendo insieme i risultati osservativi corrispondenti, possiamo procedere verso concetti.
Cosa ci offre il movimento delle cosiddette stelle fisse? Naturalmente bisogna ricorrere a periodi di tempo più lunghi, perché in brevi periodi di tempo il cielo delle stelle fisse presenta sostanzialmente anno dopo anno la stessa immagine. Solo quando si considerano periodi più lunghi si scopre che davvero nel corso di questi periodi più lunghi il cielo stellare non presenta affatto questa immagine uniforme, che cambia nella sua intera configurazione. Bene, vogliamo rappresentarci questo cambiamento da un solo punto partendo, poiché quello che un’area presenta, in questo senso anche le altre aree lo presentano. Prendete una volta questo ammasso stellare che voi ben conoscete, il «Grande Orso» o il «Carro» nel cielo settentrionale. Questo ammasso stellare oggi ha questo aspetto (Fig. 1). Se vi familiarizzate con le osservazioni che i piccoli spostamenti delle cosiddette stelle fisse forniscono — che naturalmente concordano pienamente con quello che mappe stellari appartenenti a tempi più antichi presentano, benché non sempre del tutto affidabili —, e se attraverso la sommatoria di questi piccoli spostamenti calcolate questo ammasso stellare per un periodo di tempo molto lontano nel passato, allora presenta questo aspetto (Fig. 2). Vedete, le singole cosiddette stelle fisse si sono spostate sostanzialmente; l’intera costellazione, se si calcola secondo i piccoli spostamenti per un periodo che si estende circa 50.000 anni nel passato rispetto al nostro tempo, aveva questo aspetto.
Se continuiamo a sommare gli spostamenti che possiamo constatare per il periodo futuro, se cioè presupponiamo — il che è completamente un’assunzione affidabile — che gli spostamenti continuino nello stesso senso, o almeno approssimativamente nello stesso senso, allora fra altri 50.000 anni la costellazione avrà approssimativamente questo aspetto (Fig. 3). E proprio come questa costellazione, che vogliamo presentarvi solo come un esempio, cambia così nel corso degli anni, così cambiano anche le altre costellazioni. Se ci rappresentiamo oggi lo zodiaco nella sua forma attuale, dobbiamo essere completamente consapevoli che questa intera formazione figurale dello zodiaco — nella misura in cui l’interpretiamo calcolando e introduciamo il tempo nel nostro calcolo — in realtà assume nel corso del tempo un aspetto diverso. Vediamo dunque che dobbiamo considerare la sfera cosicché essa si modifica interiormente per così dire, che continuamente — sebbene questo «continuamente» naturalmente in piccoli intervalli di tempo non possa essere osservato — mostra una configurazione diversa rispetto all’aspetto del cielo stellare che si presenta in noi attraverso le stelle fisse. Qui naturalmente le osservazioni non possono inizialmente andare molto lontano quanto a quello che possiamo farne per la loro interpretazione, benché — come alcuni di voi sapranno — siano state effettuate proprio recentemente disposizioni sperimentali fisiche che rendono possibile constatare anche i movimenti della stella che giacciono nella linea di vista, cioè i movimenti da noi lontani e verso di noi. Ma rimane comunque naturalmente sempre una grande difficoltà nell’interpretare quello che veramente continua a presentarsi come l’aspetto continuo del cielo stellato. Certamente nel proseguo delle nostre considerazioni si mostrerà in che misura questa interpretazione potrebbe avere alcun valore significativo dal punto di vista umano.
Ora, dopo che in questo modo abbiamo visto quali sono i movimenti delle stelle fisse, vogliamo chiedere della movimentazione delle stelle planetarie. Questo movimento delle stelle planetarie, così come si presenta a noi, presenta certamente alcune complicazioni. Il movimento osservabile è tale che, seguendo la sua traiettoria per quanto è visibile, si vede il pianeta muoversi in una curva che però assume una forma strana, diversa per i singoli pianeti e anche per uno stesso pianeta differente successivamente, e che è innanzitutto quello a cui dobbiamo attenerci. Prendiamo ad esempio il pianeta Mercurio. Esso ci mostra, proprio quando è più vicino a noi, un’assai strana configurazione della sua orbita. Per così dire arriva nel cielo in una determinata direzione. Lo vediamo muoversi in questo modo (Fig. 4) se l'osserviamo quotidianamente dove è visibile. Ma poi si capovolge, forma un cappio, e continua poi di nuovo. Forma questo cappio una volta nel corso di un anno. Il fenomeno è osservabile presso Mercurio normalmente all’inizio dell’anno, ed è quello che per l’osservazione possiamo inizialmente chiamare il movimento di Mercurio. Il resto della traiettoria è semplice, solo in una posizione mostra questo cappio. Se passassimo a Venere, essa ci mostra un fenomeno simile, solo leggermente diversamente conformato. Si muove così (Fig. 5), poi si capovolge e continua così. Di nuovo troviamo solo un unico cappio nel corso dell’anno, e cioè anche di nuovo quando il pianeta, come bisogna presumere secondo altri concetti astronomici, è più vicino a noi. Se andiamo a Marte, anch’esso ha un’orbita simile, solo che è più appiattita. Possiamo disegnare l’orbita di Marte approssimativamente così (Fig. 6). Vedete, il cappio qui è più compresso, ma abbiamo comunque a che fare con un cappio, con un fenomeno di cappio. Notiamo però anche che la sua orbita, o quella degli altri pianeti, spesso è conformata cosicché il cappio si è praticamente sciolto; è così appiattito che si è sciolto. È quindi, si potrebbe dire, solo un’orbita simile a un cappio (Fig. 7). Se poi trascuriamo i pianetini certamente interessanti e consideriamo Giove o Saturno, scopriamo che anche questi due pianeti disegnano questo cappio o un’orbita simile a un cappio (come Marte) quando sono particolarmente vicini alla Terra, e solo una volta durante il corso dell’anno. Così, in generale formano un cappio unico nell’anno.
Così abbiamo da una parte certi movimenti delle stelle fisse e dall’altra i movimenti dei pianeti; dalle stelle fisse movimenti che evidentemente abbracciano enormi periodi di tempo se prendiamo a base le nostre concezioni di tempo; dai pianeti movimenti che abbracciano l’anno o parti di un anno, e che ci mostrano in un breve tempo proprio strane deviazioni dalla loro solita orbita in forme a cappio. Sorge ora la domanda: cosa dobbiamo farne di questi due tipi di movimenti? Come possiamo arrivare a un’interpretazione, ad esempio, di questo movimento a cappio? Questa è veramente la grande domanda. E solo la seguente considerazione può condurci a trovare un’interpretazione di questo movimento a cappio.
Vedete, nella nostra osservazione umana c’è in modo penetrante il fatto che ci comportiamo in modo completamente diverso verso quello che è il nostro stesso stato e verso quello che non è il nostro stato, quello cioè che, per così dire, al di là di noi, fuori di noi accade. Vi basta ricordare quale enorme differenza c’è fra il modo in cui vi comportate verso qualche oggetto del cosiddetto mondo esterno e verso un oggetto nel vostro proprio interno, che voi per così dire sperimentate insieme. Se avete di fronte qualche oggetto, lo vedete, l’osservate. Quello in cui vivete, il vostro fegato, il vostro cuore, gli stessi organi di senso inizialmente, non potete osservarlo. Questo contrasto esiste però anche, sebbene non nella stessa misura marcata, riguardo agli stati in cui ci troviamo nel mondo esterno. Quando siamo noi stessi in movimento, possiamo — se è possibile — rimanere inconsapevoli di quello che dobbiamo intraprendere per questo movimento, non saperne nulla da questo movimento stesso e possiamo poi lasciar fuori considerazione il nostro movimento proprio rispetto ai movimenti esterni; possiamo in certo senso, benché siamo mossi, considerarci come in quiete e rivolgere lo sguardo solo al movimento esterno. Questo è veramente quello che è stato posto essenzialmente a fondamento dell’interpretazione del movimento dei fenomeni celesti. Sapete, è stato detto che l’uomo, stando naturalmente su un punto della Terra, partecipa pienamente al movimento di quel punto sui paralleli nello spazio, ma non lo sa, anzi vede piuttosto quello che accade fuori di lui come un movimento opposto. E da questo principio si è fatto un uso assai generoso. Ora la questione è come questo principio eventualmente potrebbe modificarsi se teniamo conto del fatto che nell’organizzazione umana abbiamo una vera polarità: che siamo organizzati come uomini del metabolismo, se posso usare questa espressione, nel senso radiale, e che siamo orientati come uomini della testa nel senso sferico. Se al nostro movimento proprio stesse a fondamento che ci comportassimo diversamente rispetto al raggio e rispetto alla sfera, allora questo dovrebbe manifestarsi in qualche modo in quello che ci appare nel mondo esterno.
Rappresentatevi ora che quello che ho appena detto abbia qualche significato reale, che per esempio vi muoveste voi stessi nel modo seguente (Fig. 8), così che voi stessi descriveste una lemniscata. Ma supponiamo nello stesso tempo che voi non descriveste la lemniscata così, ma che in certo modo attraverso la variabilità delle costanti la lemniscata si origini cosicché il ramo inferiore non si chiuda, così che la lemniscata abbia questa forma (Fig. 9). Supponiamo cioè che si origini in certo senso una lemniscata che per la variabilità, la variazione delle costanti è aperta da un lato, allora voi avrete in questa curva, che è assolutamente pensabile matematicamente, qualcosa che, se la disegnate nel modo corretto nella forma umana, potete proprio inserire in questa forma umana. Supponiamo una volta che qui fosse la superficie terrestre (Fig. 10). Dovremmo disegnare in qualche modo in relazione alla Terra quello che passa attraverso la natura degli arti, che si gira in qualche modo e passa attraverso l’organizzazione del capo e ritorna di nuovo sulla Terra.
Allora potremmo disegnare nella natura umana, nell’organizzazione umana una tale lemniscata aperta, e potremmo dire: c’è nell’organizzazione umana una tale lemniscata aperta. Ma ora sorge la questione se abbia un significato reale parlare di una tale lemniscata aperta nella natura umana.
Ha un significato, perché bisogna solamente studiare veramente la natura umana dal punto di vista morfologico, e si troverà che questa lemniscata così o leggermente modificata è inscritta in moltissimi modi nella natura umana. È solo che le cose non vengono seguite in modo veramente sistematico. Ma vi consiglio, tentate una volta — come ho detto, qui si dovrebbero all’inizio solo fornire stimoli, e si dovrebbe davvero lavorare con molta diligenza in questa direzione dal punto di vista scientifico — tentate una volta di svolgere indagini su quale curva emerge quando disegnate la linea mediana della costola sinistra, proseguite oltre l’attacco della costola nella vertebra dorsale, vi girate lì e ritornate indietro (Fig. 11). Tenete conto del fatto che la vertebra ha una struttura interna essenzialmente diversa dalle costole, e tenete conto che questo significa che in questo descrivere la linea costola-vertebra-costola, naturalmente non solo quantitativamente ma anche qualitativamente, entrano in gioco relazioni di crescita interne, allora comprenderete la morfologia di tutto questo sistema attraverso la lemniscata, attraverso la formazione di cappio. Scoprirete che, tanto più vi salite verso l’organizzazione della testa, tanto più necessariamente dovrete apportare forti modificazioni di questa lemniscata. Giungerete a un certo punto dove sarete costretti a pensare come trasformato quello che già è preparato nella formazione dello sterno, l’unione dei due archi qui (Fig. 11), ma otterrete una metamorfosi, una modificazione di questa formazione di lemniscata quando vi salite verso il capo. E otterrete, quando studiate in certo senso l’intera figura umana nel contrasto tra organizzazione sensitivo-nervosa e organizzazione metabolica, una lemniscata che diverge verso il basso e si chiude verso l’alto. Otterrete inoltre lemniscate, solo che le lemniscate sono veramente molto modificate, una metà attraverso un cappio è straordinariamente piccola, se seguite il percorso che viene seguito dai nervi centripeti attraverso il centro fino alla fine dei nervi centrifughi. Otterrete ovunque inscritta, se seguite le cose in modo appropriato, proprio in certo senso in questa forma umana questa lemniscata.
Quando considerate poi negli animali l’organizzazione animale con la spina dorsale pronunciatamente orizzontale, troverete che questa organizzazione animale si distingue dall’organizzazione umana per il fatto che queste lemniscate, queste lemniscate aperte verso il basso o anche alquanto chiuse, negli animali presentano sostanzialmente minori modificazioni che nell’uomo, ma soprattutto anche per il fatto che i piani di queste lemniscate negli animali sono sempre paralleli, mentre negli uomini includono angoli obliqui fra di loro.
Qui c’è un immenso campo di lavoro, un campo di lavoro che ci indica di sviluppare sempre più l’elemento morfologico. Solo quando si arriva a tali cose si capiscono quelle persone che ci sono sempre state, come Moritz Benedikt, che ho già menzionato più volte, che ha avuto belle intenzioni su molti campi, ha avuto proprio bei pensieri. Egli lamentava enormemente — potete leggerlo nei suoi Ricordi della vita — che vi fosse così poca possibilità di parlare ai medici da un punto di vista matematico, con concezioni matematiche. In linea di principio ciò è completamente legittimo, ma naturalmente bisogna pensare la cosa davvero allargata, così che si debba dire che la matematica ordinaria, che essenzialmente pone a fondamento forme di linea rigida e mira a calcolare con lo spazio euclideo rigido, fornirebbe poco aiuto se la si volesse applicare alle formazioni organiche. Solo quando ci si aiuta così da portare vita in certo senso negli stessi costrutti matematici, negli stessi costrutti geometrici, pensando di nuovo in modo regolamentato come interiormente variabile quello che nell’equazione appare come variabile indipendente e variabile dipendente, così come nel principio che abbiamo potuto evidenziare ieri nella stessa curva Cassiniana: variabilità del primo ordine e variabilità del secondo ordine; quando ci si aiuta in questo modo, si aprono immense possibilità. Questo è fondamentalmente già indicato nei principi che si applicano quando si descrive per esempio una cicloide o una cardioide e così via, quando solamente non si procede con una certa rigidità.
Quando si applica in certo senso questo principio della mobilità interna del mobile stesso alla natura e si tenta di portare questo movimento del mobile in equazioni, è possibile penetrare matematicamente nell’organico stesso. Così che si potrà dire — è completamente una possibilità esprimerlo così —: i presupposti dello spazio rigido, in se stesso immobile, conducono al comprendere la natura inorganica; quando si transita allo spazio che è in se stesso mobile, o anche a equazioni la cui funzionalità rappresenta in se stessa una funzione, allora si può trovare anche il transito verso la concezione matematica dell’organico. E questo è in effetti il cammino che, almeno nella forma, deve accompagnare indubbiamente le ricerche in se stesse senza valore ma per il fatto che le si accompagna così, straordinariamente perspicaci per il futuro che oggi vengono condotte sulle forme di transito dall’inorganico all’organico.
Ora vi chiedo, prendete questo fatto, il fatto dell’esistenza della tendenza a cappio nell’organismo umano, e confrontatelo con quello che certamente inizialmente in una forma più irrazionale vi si contrappone negli aspetti di movimentazione dei pianeti, allora potrete dirvi: in quello che si chiama abitualmente i movimenti apparenti dei pianeti, è disegnato al cielo in modo di forme di movimentazione proprio quello che è una forma di configurazione, una forma di base di configurazione nell’organismo umano. E almeno inizialmente dobbiamo associare la forma di base configurativa nell’organismo umano a questi fenomeni del cielo.
Potremmo ora dirci: se consideriamo il cappio, è così che questo cappio si manifesta sempre quando il pianeta è in prossimità della Terra. In ogni caso questo cappio si manifesta quando noi stessi, rispetto alla nostra posizione sulla Terra, siamo in un rapporto speciale con il pianeta. Se consideriamo semplicemente la posizione della Terra nel corso annuale della Terra e la nostra stessa posizione sulla Terra, allora troviamo — naturalmente deve essere riferito allora alla nostra vita di formazione, alla vita embrionale, il che è naturalmente evidente — come alternamo fra una posizione in cui ci troveremo rispetto al pianeta così che volgiamo il nostro capo al suo cappio, e una posizione in cui di nuovo usciamo dal cappio e alla fine volgiamo il capo lontano dal cappio. Ci troviamo così rispetto al pianeta che esponiamo la nostra formazione una volta al suo cappio, una volta al suo resto della traiettoria. Allora potremmo attribuire proprio quello che più giace verso il nostro capo al cappio, quello che più appartiene al nostro resto dell’organismo, a quello che giace come traiettoria al di fuori del cappio.
Prendete ora in aggiunta a questo quello che ho detto. Vi ho detto riguardo al rapporto morfologico dell’osso lungo all’osso cranico: tentate come dovete disegnare questo rapporto morfologico. Dovete disegnarlo così da avere qui il raggio attraverso l’osso lungo, e dovete poi, mentre passate all’osso cranico, fare questa rotazione (Fig. 12). Se proiettate questa rotazione in connessione con il movimento terrestre al cielo, allora ottenete davvero un cappio e il resto della traiettoria del pianeta. Non potremmo allora, se abbiamo senso per una modalità di considerazione morfologica nel senso superiore, non potremmo allora che attribuire la forma umana al sistema planetario.
Ora avviciniamoci al movimento delle stelle fisse. Questi movimenti delle stelle fisse, naturalmente non influiranno molto sui singoli movimenti umani, ma se considerate lo sviluppo dell’umanità sulla Terra e prendete in considerazione tutto quello che abbiamo detto in questi giorni qui sul rapporto della sfera alla formazione del capo umano, allora non potrete allora che portare la metamorfosi dell’aspetto del cielo in qualche relazione con la metamorfosi dello sviluppo dell’umanità in relazione spirituale-animica. Là si curva la sfera sopra di noi, diffonde solo quella parte dei movimenti che qui nei pianeti corrisponde al cappio, inizialmente persino solo a una parte del cappio (Fig. 13, tratteggiato). È quindi eliminato dai movimenti delle stelle fisse quello che è il resto della traiettoria. Vediamo lì questa enorme differenza: i pianeti devono in qualche modo restare connessi con il nostro intero uomo, le stelle fisse solo con la nostra formazione del capo. E ora ci si apre in certo senso una prospettiva su come dobbiamo interpretare il cappio:
Siamo come uomini in certo senso insieme con la Terra. Ci troviamo in un qualche punto della Terra. Ci muoviamo con la Terra. Quello che ora ci si presenta come proiezione sulla volta celeste, dobbiamo ricondurlo ai movimenti che eseguiamo con la Terra stessa. Infatti, mentre eseguiamo movimenti con la Terra stessa, di nuovo retroproiettato sulla nostra vita embrionale, il nostro tempo embrionale, nasce quello che è in noi, che davvero si forma attraverso le forze di movimento. E mentre vediamo qui il cappio sempre aperto verso il basso — allora davvero non si chiude nemmeno per l’aspetto immediato, otterremmo proprio, se lo consideriamo, nemmeno un’orbita chiusa, quella l'otteniamo solo quando osserviamo l’intera rivoluzione — così abbiamo la necessità, nei movimenti che vediamo là appunto nei loro aspetti apparenti, quando ci avviciniamo al cappio, di vedere quello che noi stessi eseguiamo come movimenti cosmici nel corso annuale. Ve lo sto dicendo, potrei dire, così in fretta. Dovete considerare nei dettagli tutto quello che ho espresso, e dovete tentare di tenere insieme le cose. Quanto più minuziosamente e quanto più precisamente le tenete insieme, tanto più troverete che questo vi si presenta, che nelle movimentazioni planetarie inizialmente avete immagini — vedremo come allora le singole movimentazioni planetarie si combinano —, immagini di quei movimenti che eseguite insieme con la Terra nel corso annuale. Potremmo allora, quando in questo modo comprendiamo l’intero uomo, considerare la sua proiezione verso il cosmo, e potremmo considerare la linea di cappio o lemniscata come la forma del movimento della Terra nel corso annuale.
Naturalmente dobbiamo studiar questo più accuratamente nei prossimi giorni, ma inizialmente siamo portati a concepire l’orbita della Terra stessa, completamente indipendentemente da qualsiasi rapporto con il Sole o qualcosa d’altro, come una linea di cappio, e quello che ci si presenta nelle orbite planetarie con i loro cappi, dobbiamo concepirlo appunto come la proiezione dell’orbita di cappio terrestre attraverso i pianeti e verso la volta celeste, se ci è permesso esprimere così semplicemente un fatto così complicato. E il motivo per cui là, dove il pianeta si avvicina al cappio, dobbiamo lasciar aperto il resto della traiettoria in un lasso di tempo relativamente più breve, dobbiamo vederlo in questo, che cioè sotto determinate condizioni possiamo ottenere una curva chiusa nella proiezione come una curva aperta. Se per esempio formassi una lemniscata da un’asta flessibile, potremmo davvero fare tale disposizione che un’ombra gettata qualsiasi vi appaia su un piano cosicché otteniate la parte inferiore non chiusa ma divergente e la parte superiore chiusa, così che il tutto diventerebbe simile all’orbita planetaria. Potremmo semplicemente costruire nella figura dell’ombra la somiglianza con l’orbita planetaria.
Oggi vorrei richiamarvi l’attenzione su come da queste considerazioni sia emerso un risultato ben determinato. Da un lato abbiamo rivolto lo sguardo ai movimenti dei corpi celesti, e benché non abbiamo ancora osservato concretamente queste cose — lo faremo ancora —, avremo almeno in generale un’idea che abbiamo a che fare con una determinata disposizione di corpi cosmici che si muovono. D’altro canto abbiamo rivolto lo sguardo alla formazione umana. Abbiamo anche di tanto in tanto rivolto lo sguardo alla formazione animale e a quella vegetale e continueremo a farlo, per portare queste cose a supporto della questione. Ma essenzialmente abbiamo rivolto lo sguardo alla forma dell’uomo. In questo processo ci si è rivelato che questa formazione dell’uomo sta in relazione con quello che si esprime nel movimento dei corpi celesti — vogliamo formulare le nostre frasi il più cautamente possibile.
Ieri vi ho fatto notare che, ovunque guardiamo nell’organismo umano, possiamo trovare ovunque il principio di formazione del cappio, se prescindiamo dal fatto che i due più estremi contrasti polari sono quello del raggio e della sfera. Così dobbiamo cercare nell’organismo umano questi tre principi di formazione (Fig. 1): la sfera con l’effetto inizialmente verso l’interno; il raggio; in mezzo il cappio, la lemniscata. Ora giudicherete nel modo corretto questi principi di formazione dell’organismo umano quando pensate la linea di cappio, la lemniscata in se stessa con costanti variabili, se posso esprimermi in modo paradossale; cioè quando pensiamo variabili al posto dove la curva nella sua equazione normalmente ha costanti. Abbiamo forse espresso nel modo più chiaro questa variabilità in quello che è in certo senso il pezzo centrale dell’organismo umano. Quando teniamo insieme l’intera costruzione della coppia di costole e della vertebra dorsale, abbiamo bensì nella vertebra dorsale una metà della lemniscata in certo senso molto compressa, stretta, e l’altra metà nella coppia di costole allargata (Fig. 2), ma questo non deve ingannarci che il principio di formazione sia comunque questa lemniscata.
Infatti, dobbiamo semplicemente rappresentarci che quello che nella coppia di costole, nelle costole cioè che si chiudono davanti attraverso lo sterno, è allargato rispetto allo spazio, cioè in certo senso attraverso un assottigliarsi della materia, nella vertebra dorsale è compensato dall’addensarsi della materia.
Se ora consideriamo la forma dell’uomo da questo pezzo centrale in certo senso verso l’alto e verso il basso, allora troviamo che verso l’alto la vertebra dorsale si allarga, che cioè transita in un grande allargamento (Fig. 3), e che in certo senso gli assi della lemniscata ci sfuggono, che si nascondono in certo senso nella formazione interna, che diventano indeterminati. Se andiamo dal pezzo centrale qui (Fig. 2) verso il basso, consideriamo per esempio l’inserzione degli arti inferiori nel bacino, allora troveremo che al fatto che lì si allarga verso il basso corrisponde un degenerare dell’altra parte del cappio. Così dobbiamo pensare il cappio in se stesso mobile, dominante il pezzo centrale dell’uomo, dove dobbiamo rappresentarci le forze di formazione solamente cosicché nell’allargamento appunto, in certo senso attraverso l’assottigliarsi delle forze materiali, una metà del cappio si allarga, l’altra si ritrae in se stessa. Dobbiamo dunque rappresentarci che da questo pezzo centrale verso l’alto la parte del cappio che era inizialmente compressa nella vertebra si allarga e l’altra, la parte aperta verso il basso del cappio, ci sfugge; e abbiamo il caso che il cappio chiuso degenera al di sotto del pezzo centrale e che le parti del cappio che sfuggono verso l’alto (verso il capo) si proseguono verso il basso, incorporandosi in certo senso al radiale (Fig. 4).
Vedete, quando troviamo il modo di seguire intuitivamente il cappio in se stesso mobile, e quando pensiamo il principio di formazione di questo cappio in se stesso mobile combinato con quelle forze che o sono di natura sferica o di natura radiale rispetto al centro della Terra, allora abbiamo con ciò un sistema di forze che possiamo pensare come a fondamento — non dovete pensare in «forze» nulla di ipotetico, ma solamente quello che nell’ordinamento si esprime — che però possiamo pensare come fondamentale all’intero ordinamento, all’intera configurazione dell’organismo umano.
Ora, di conseguenza, troviamo anche fuori nello spazio cosmico nei movimenti dei corpi celesti una configurazione singolare di questi movimenti. Ieri abbiamo visto come in certo senso nella formazione di cappio dei pianeti vediamo fuori di noi quel principio che in noi è presente come principio di formazione. E se seguiamo questo principio della formazione di cappio, è interessante che il cappio presso Mercurio e Venere insorga quando questi pianeti sono in congiunzione inferiore, cioè quando si mettono fra la Terra e il Sole, quando cioè in certo senso quello che il Sole è per l’uomo è intensificato da loro. Se ricerchiamo i cappi per Marte, Giove, Saturno, troviamo che questi cappi sorgono in posizione di opposizione di questi pianeti. Così che da questo contrasto della posizione di congiunzione e di opposizione possiamo trovare qualcosa che deve anche corrispondere a un certo contrasto nelle forze di formazione dell’uomo. Se ci rappresentiamo che da Saturno, Giove e Marte, perché ci mostrano i loro cappi in posizione di opposizione, questi cappi sviluppano un’attività molto speciale, come cappi sono molto particolarmente attivi, allora dovremo portare questa formazione di cappio in relazione a quello nell’uomo che — ricordate, è la posizione di opposizione — è poco influenzato dal Sole; mentre noi, poiché Venere e Mercurio sviluppano la loro formazione di cappio in posizione di congiunzione, dobbiamo portare questa formazione di cappio in una certa relazione con quello che proprio è causato dal Sole o da quello che sta a fondamento del Sole nei principi di formazione dell’uomo. Dovremo rappresentarci in certo senso che Venere e Mercurio intensificano l’azione del Sole; che l’azione del Sole in certo senso si ritira rispetto ai cosiddetti pianeti superiori, che proprio durante la loro formazione di cappio esprimono qualcosa che sta in relazione diretta con l’uomo, non in relazione indiretta.
Se continuiamo a riflettere su questo e siamo consapevoli del fatto che il contrasto esiste fra raggio e sfera, allora abbiamo solo bisogno di pensare alla forma che si esprime in questi movimenti, e dovremo dirci: Affini devono essere Marte, Giove e Saturno, perché proprio le loro sfere corrispondono lì dove transitano nella formazione di cappio, cioè in certo senso allora quando la formazione sferica si spinge verso l’esterno. Saturno, Giove, Marte devono, prescindendo completamente da altri pianeti, manifestare le loro azioni su quello che nell’uomo sta in relazione con la formazione sferica, cioè sul capo; d’altro canto, perché sono davvero contrasti polari, i movimenti di cappio di Venere e Mercurio devono manifestarsi comunque in quello che è polariamente opposto nella configurazione della testa dell’uomo, che cioè non è più parallela alla configurazione sferica e diventa parallela alla configurazione radiale, quindi in quello che nella degenerazione di una parte del cappio in certo senso cresce nello sviluppo degli arti, nello sviluppo radiale. Questo dobbiamo portare in relazione con Venere e Mercurio. Ma allora saremo condotti a dirci: Nel caso dei pianeti superiori, che sviluppano il cappio in posizione di opposizione, dipende dal cappio, dallo sviluppo della sua intensità durante la formazione di cappio; nel caso dei pianeti inferiori, Venere e Mercurio, dipenderà principalmente dal fatto che agiscono per quello che non è il cappio, che è proprio opposto al cappio, cioè attraverso il resto della traiettoria. E voi dovete solo rappresentarvi così un cappio presso Venere, se lo disegno ora schematicamente (Fig. 5), allora procederete bene rappresentandovi in lei questa parte cosicché diventi sempre meno efficace, quanto più va verso il basso, cioè che quello che si chiude in questa orbita di Venere, negli effetti non si chiude più, ma transita, per dirla così, nel parabolico, proprio attraverso la degenerazione che corrisponde nella formazione degli arti umani alle vertebre degenerate e simili, quello che vi appartiene. Questa degenerazione corrisponde proprio al cappio della traiettoria, che perciò non viene pienamente mantenuto, che dà in certo senso solo la direzione e poi non può mantenerla. Quello che si chiude rispetto all’orbita di Venere, si dissolve nella formazione umana. Così che dobbiamo dire: Con tutto ciò che modificatamente sta così a fondamento del principio di configurazione umano, che la metamorfosi esce dalla relazione fra il capo e gli arti con il loro metabolismo assegnato, abbiamo quello che nell’universo corrisponde al contrasto fra pianeti con i loro cappi in posizione di congiunzione e quelli che li sviluppano in opposizione. E fra i due nel mezzo sta allora il Sole.
Ma da ciò consegue per noi qualcosa di ben determinato. Ne consegue che anche rispetto a questo effetto qualitativo che constatiamo, nel movimento del Sole dobbiamo vedere qualcosa che anche per la forma giace in qualche modo nel mezzo fra quello che sono per noi le forme delle orbite dei pianeti superiori e le forme delle orbite dei pianeti inferiori. E vedete da questo che dobbiamo attribuire quello che si esprime nella movimentazione orbitale del Sole, a tutto quello che nell’uomo cade nel mezzo fra la formazione della testa e la formazione del metabolismo, che dobbiamo cioè attribuire il sistema ritmico a quello che in qualche modo sta in relazione con l’orbita del Sole. Ma già da questo vedrete che dobbiamo pensare un contrasto fra le orbite dei pianeti superiori, le orbite dei pianeti inferiori e di nuovo qualcosa nell’orbita del Sole che sta nel mezzo. Ora, sia riguardo all’orbita del Sole che riguardo all’orbita della Luna c’è qualcosa di molto significativo. C’è che né l’orbita del Sole né l’orbita della Luna, quando seguiamo i movimenti dei corpi celesti corrispondenti, mostrano formazione di cappio. Non hanno cappio. Dobbiamo allora portare in un certo contrasto quello che è la relazione di Sole e Luna con l’uomo, insomma con l’essere terrestre, e quello che sono le orbite planetarie con i loro cappi. Le orbite planetarie con i loro cappi evidentemente corrispondono a quello che nell’uomo si muove vorticosamente, assume forma di lemniscata.
Se consideriamo semplicemente la forma umana e la pensiamo nel suo rapporto con la Terra, non potremo non concludere che quello che è radiale nella forma umana, dobbiamo portarlo in una relazione simile con l’orbita del Sole, come portiamo in relazione quello che è disposto lemniscaticamente con l’orbita planetaria.
Vedete quello che emerge quando si mette l’intero uomo, non solo l’organo di conoscenza umano, in un certo rapporto con il cielo stellato. Da lì emerge che nella linea di asse verticale dell’uomo dobbiamo cercare in certo senso quello che corrisponde all’orbita del Sole; che dovremo cercare in tutto quello che è disposto lemniscaticamente quello che corrisponde alle orbite planetarie, alle orbite planetarie lemniscatiche, certo variabilmente lemniscatiche. Ma da ciò seguirà qualcosa di straordinariamente significativo. Dovremo rappresentarci che l’uomo attraverso la sua verticale sta in relazione all’orbita del Sole. Dove abbiamo la possibilità ora di pensare all’altra orbita, che pure non mostra un cappio, all’orbita della Luna? Naturalmente — dovete solo osservare senza pregiudizi le formazioni sulla Terra — in quello a cui già abbiamo indicato, nella linea che corre lungo la spina dorsale dell’animale, dobbiamo cercare quello che corrisponde all’orbita della Luna. E troveremo in questo fatto, che la linea di spina dorsale dell’uomo è attribuita all’orbita del Sole, che la linea di spina dorsale dell’animale è attribuita all’orbita della Luna, cercare la differenza morfologica dell’uomo dall’animale.
Quindi proprio quando cerchiamo di trovare la differenza dell’uomo dall’animale, non possiamo restare sulla Terra. Non ci aiuta là fare una semplice morfologia comparativa, ma dobbiamo attribuire quello che troviamo nella morfologia all’intero universo, così che otterremo da ciò anche un accenno su come l’orbita del Sole e l’orbita della Luna devono stare una verso l’altra, almeno inizialmente dal punto di vista prospettico. Bisogna sempre esprimersi con grande cautela. Devono stare cosicché approssimativamente un'orbita stia perpendicolare all’altra orbita.
Se tenete conto del fatto che abbiamo dunque nella verticale umana, o piuttosto in quello che corrisponde alla linea principale della spina dorsale umana, qualcosa che rispetto a questo sensato punto di vista morfologico mostra completamente in modo deciso la sua attribuzione all’orbita del Sole, allora non potremo non concludere che l’orbita del Sole in un rapporto che dovremo ancora definire più accuratamente nelle prossime ore, con quello che in qualche modo coincide con il raggio della Terra, dove la Terra può naturalmente eseguire movimenti in modo che coincida con molti raggi con l’orbita del Sole. In ogni caso c’è una concezione che se diciamo, l’orbita del Sole nella sua direzione deve stare radialmente alla superficie della Terra. Se ce lo rappresentiamo così, allora non rimane altro che pensare che la Terra in nessun modo può eseguire una rotazione attorno al Sole, che cioè quello che si calcola correttamente e con cura come la rotazione della Terra attorno al Sole, deve assolutamente essere il risultato di altri movimenti qualsiasi.
Naturalmente tutti i dettagli che entrano in considerazione riguardo alla formazione umana sono così complicati che la brevità di questo corso non consente di svolgervi tutto. Ma se considerate seriamente le esposizioni morfologiche, qualitativo-morfologiche indicate, potrete notare nella formazione umana che abbiamo a che fare con un seguito della Terra rispetto al Sole, in certo senso con un anticipare del Sole e un seguire della Terra. Deve dunque trattarsi di un fatto che orbita della Terra e orbita del Sole in una certa maniera coincidono, che la Terra in una certa maniera segue il Sole, così che è possibile che i raggi della Terra nella rotazione della Terra cadano nell’orbita del Sole, o almeno stiano in una determinata relazione a essa.
Ora naturalmente potete obiettare che tutto questo contraddica quello che dice l’astronomia ordinaria. Ma non è nemmeno il caso, non lo è davvero! Infatti sapete che l’astronomia ordinaria deve ricorrere, al fine di spiegare tutti i fenomeni, oltre al fatto che il Sole rimanga fermo in un certo punto che dovrebbe essere il fuoco di un’ellisse in cui si muove la Terra, anche a un movimento del Sole verso una certa costellazione. Se vi formate le concezioni appropriate sulla direzione di questo movimento, allora potrete già talvolta, dal movimento solare e dal movimento terrestre come sono costruiti lì, ottenere di nuovo un’orbita risultante per il movimento terrestre, che non coincide con l’ellisse considerata in cui la Terra ruota attorno al Sole, ma ha una forma diversa, che quindi non deve affatto essere così (ellisse). Vi porterò gradualmente a queste cose, oggi voglio solo richiamarvi l’attenzione sul fatto che non è necessario che consideriate particolarmente rivoluzionario quello che qui dico rispetto all’astronomia ordinaria. Più importante è il punto di vista metodologico, l’ordinamento della forma umana nell’intero sistema di movimentazione degli astri. Non mi interessa affatto portarvi qui una rivoluzione dell’astronomia. Non è nemmeno particolarmente il caso. Se vi rappresentate che il movimento della Terra è così (Fig. 6) e il Sole ha anche un movimento, allora vi potete facilmente rappresentare che, se la Terra segue dietro il Sole e il Sole si muove, non è assolutamente necessario, nemmeno secondo le attuali concezioni astronomiche, che la Terra qui corra davanti al Sole, ma che la Terra in qualche modo, quando il Sole è già sfuggito, tragga dietro di sé nell’orbita del Sole stessa. È persino possibile, se consideriate la velocità ipotetica calcolata per l’orbita del Sole, che otteniate un risultato calcolistico molto elegante, che la formazione del risultante dal movimento terrestre supposto e dal movimento solare supposto vi dia effettivamente un movimento risultante, persino con una velocità corrispondente che si inserisce nell’astronomia odierna. Voglio solo richiamarvi l’attenzione sul fatto che le cose qui esposte non sono affatto senza relazione all’astronomia attuale, ma con una relazione più profonda a essa di certi insegnamenti che si presentano come certi insegnamenti separando certi movimenti e lasciando gli altri fuori considerazione. Non mi interessa qui porvi davanti una rivoluzione dell’astronomia — sottolineo esplicitamente perché non nascano storie — ma mi interessa attribuire quello che è configurazione umana ai movimenti dei corpi celesti, insomma all’intero sistema del cosmo. Vi notifico inoltre che le cose non stanno affatto semplicemente per quanto riguarda il tenere insieme le osservazioni astronomiche con le orbite che si costruiscono per gli astri, poiché, come sapete dal secondo della legge di Keplero, le forme orbitali stanno essenzialmente in relazione con i vettori-raggio, cioè con la velocità che ha il vettore-raggio. Così, l’intera forma dell’orbita dipende dalla configurazione del vettore-raggio. Se questo è il caso, allora dobbiamo vedere nelle forme orbitali che ci si presentano qualcosa su cui possibilmente possiamo farci illusioni nel mero aspetto. Infatti potrebbe perfettamente essere che in quello che calcoliamo dalla velocità e di nuovo dalla lunghezza del vettore-raggio, non avessimo già grandezze originali, ma di nuovo risultanti da grandezze originali, così che l’immagine apparente che ne sorge punti a qualcosa che sia più profondamente nascosto.
Ora non bisogna affatto vedere tale affermazione come qualcosa di speciale. Infatti, vedete, se nel senso della nostra astronomia attuale volete calcolare la posizione del Sole in un determinato momento di un determinato giorno, praticamente oggi abbisognate di più che di un semplice calcolo che, ad esempio, partisse da ciò che corrisponde all’esposizione semplice della legge: la Terra si muove intorno al Sole. È stato sottolineato come particolarmente sorprendente che nell’astronomia più antica dei Misteri — non in quella esoterica — non si parlasse di un Sole, ma di tre Soli, che si distinguessero tre Soli. Ebbene, devo confessare che in realtà non trovo nulla di particolarmente sorprendente in questo, perché l’astronomia attuale ha pure tre Soli. Ha il Sole di cui calcola l’orbita come l’immagine apparente opposta del movimento terrestre attorno al Sole. Non è vero, ha questo Sole di cui calcola l’orbita. Ha poi ancora un Sole che in realtà è solo un Sole pensato, mediante cui corregge certe cose che non concordano. E ha anche un terzo Sole, mediante cui ricorregge le cose che tuttavia ancora non concordano se si è fatta la prima correzione. Così che in realtà nell’astronomia attuale si distinguono pure tre Soli: quello reale e due pensati. Se ne ha bisogno, perché quello che si calcola semplicemente non coincide con la posizione solare reale. Si deve sempre correggere. E questo vi indica già che non possiamo molto contare sui nostri calcoli, che occorrono altri mezzi per farsi concezioni adeguate dei movimenti degli astri di quelli che attualmente si formano dai presupposti calcolistici.
Ma ora non potremo portare una grande determinatezza a quello che così, direi, fino a qui abbiamo calcolato come concezioni generali sulle orbite planetarie, se non possiamo proseguire nell’osservazione degli stessi esseri terrestri. E là è già necessario guardarsi senza pregiudizi come in un certo senso stanno effettivamente in relazione fra loro i regni della natura. Si considerano di solito questi regni così da pensarli in linea retta: regno minerale, regno vegetale, regno animale. Voglio ancora aggiungere il regno umano, che alcuni non riconoscono, ma è lo stesso. Ora la questione è se davvero una tale disposizione abbia un senso. Questa disposizione sta alla base di molte nostre attuali considerazioni, almeno stava alla base nel periodo di fiore della considerazione naturalistica meccanicistica. Attualmente in tali campi regna una certa disperazione, si potrebbe dire, nella scienza, ma le abitudini di pensiero sono rimaste comunque le stesse che hanno avuto piena fioritura venti o trenta anni fa. Alla gente sarebbe piaciuto poter seguire questa serie: regno minerale, regno vegetale, regno animale, uomo cosicché il regno minerale fosse il più semplice, poi forse mediante una certa combinazione della struttura minerale ottenere la struttura vegetale, di nuovo attraverso l’ulteriore combinazione della struttura vegetale la struttura animale, e così fino all’uomo. In tutti i pensieri che si sono sviluppati sulla generazione spontanea, generatio aequivoca, in tutte queste cose si esprime la tendenza di ricondurre quello che è vivo e dotato di anima all’inanimato, all’inorganico, al minerale. E credo che oggi ci siano ancora molti scienziati che dubitano che si possa pensare ragionevolmente il rapporto nella serie dei regni della natura in qualsiasi altro modo se non così da ricondurre quello che alla fine appare nell’uomo all’inorganico. In quanti articoli, libri, lezioni e altre rivelazioni scientifiche che vogliono assolutamente essere prese sul serio e in modo specialistico, trovate ovunque una certa fascinazione che lo sguardo sia rivolto a come propriamente in un qualche momento nel rapporto naturale potrebbe essere emerso da mere disposizioni atomiche da considerarsi come puramente minerali l’essere originale vivificato. Ora la questione è se in questo modo si possa affatto considerare l’intera serie degli esseri naturali; se quando li si considera così si tiene conto dei tratti più significativi che stanno completamente aperti allo sguardo.
Quando innanzitutto confrontate un essere vegetale con un essere animale, se prendete insieme tutto quello che l’osservazione vi offre, troverete che nella formazione dell’animale non c’è assolutamente nulla che si presenti come una semplice continuazione della formazione della pianta. Potete, quando osservate la formazione vegetale annuale più semplice, pensare la sua continuazione nella pianta perenne. Ma è impossibile trovare nei principi organici di formazione qualcosa che mostrasse la formazione vegetale in continuazione verso la formazione animale. D’altro canto è molto possibile trovare un contrasto polare fra la formazione vegetale e la formazione animale. Questo contrasto polare potete afferrarlo semplicemente nella manifestazione più evidente, in quello che è il contrasto nei processi di assimilazione fra il comportamento della pianta e dell’animale verso il carbonio e l’uso particolare dell’ossigeno. Naturalmente deve assolutamente essere sottolineato che bisogna considerare queste cose nel modo corretto. Naturalmente non potete dire che l’animale respira solamente ossigeno, la pianta respira solamente ossigeno e inala carbonio. Le cose non stanno così. Tuttavia, nel complesso della formazione vegetale, rispetto alla vita organica c’è un contrasto polare nel comportamento verso l’ossigeno e il carbonio. Quello che c’è qui si può esprimere più facilmente così: quello che accade nell’animale in virtù del legame dell’ossigeno con il carbonio e dell’escrezione di anidride carbonica, nell’animale è propriamente un processo di dis-formazione, un processo di dis-formazione nel senso che deve essere eliminato se l’animale vuole sussistere. Nell’uomo è proprio così. Nella pianta però questo deve essere propriamente formato.
Rappresentatevi che quello che qui in una certa relazione sorge come processo di escrezione, ciò che deve andarsene nell’animale, è propriamente il processo di formazione della pianta. Lì c’è veramente un contrasto polare che si tocca con le mani. Non potete continuare il processo di formazione vegetale in linea retta, per ottenere da esso il processo di formazione animale. Ma potete immaginare quello che nel processo di formazione animale deve essere impedito, al contrario dal processo di formazione vegetale. Così come il carbonio deve essere portato via dal processo di formazione animale per mezzo dell’ossigeno nell’anidride carbonica, così potete, semplicemente capovolgendo il processo, rappresentarvelo come il processo di formazione vegetale. Così non arrivate in alcuna continuazione in linea retta dalla pianta all’animale. Certamente però potete, senza cadere in un falso simbolismo, rappresentarvi un centro ideale e potete vedere da un lato il processo di formazione vegetale, d’altro canto il processo di formazione animale: un processo di biforcazione (Fig. 7). Quello che sta nel mezzo ce lo rappresentiamo inizialmente come un qualche centro ideale, così che, se ci rappresentassimo il processo di formazione vegetale proseguito in linea retta, arriveremmo alla pianta perenne, non all’animale. Ma quando arriviamo alla pianta perenne, allora immediatamente ci si presenta qualcosa che abbiamo solo bisogno di seguire adeguatamente lontano per arrivare a qualcosa di diverso. Se vi rappresentate la pianta perenne, non potrete allora che rappresentarvi quello che in una certa relazione nella continuazione di questo flusso di sviluppo della pianta perenne sta come il cammino verso la mineralizzazione. Lì avete il cammino verso la mineralizzazione. Possiamo allora dire: abbiamo nella continuazione diretta del processo di formazione vegetale il cammino verso la mineralizzazione.
Se cerchiamo il contrasto polare nell’altro ramo, nella formazione animale, certamente qualcuno che procede schematicamente direbbe che deve qui proseguire anche l’altro lato, l’altro ramo della biforcazione. Ma questo non sarebbe un proseguire polare, ma dovete pensare allora: nel processo di formazione vegetale abbiamo una prosecuzione; nel processo di formazione animale devo andare negativamente, devo tornare indietro, là devo invertire, devo immaginarmi che il processo di formazione animale non si spinge oltre se stesso, ma rimane indietro nel suo divenire.
Ora studiate quello che sta nella zoologia, voglio dire, attraverso le indagini di Selenka sulla differenza fra uomo e animale nella formazione embrionale, e come questa formazione allora appare dopo la nascita nell’uomo, come appare nell’animale più elevato, allora potrete legare una concezione con questo restare indietro. In realtà la nostra formazione umana si deve al fatto che durante la formazione embrionale non avanziamo così lontano come l’animale, ma rimaniamo indietro. Così che, considerando tutto esternamente queste tre serie ipotesi-libere, davvero abbiamo bisogno di tracciare qui una linea matematica singolare, cioè una che quando proseguita svanisce, quando passiamo dall’animale all’uomo, e qui (presso la pianta) una linea che si prolunga (Fig. 8). Di nuovo un allargamento della matematica! Nel disegnare questo schema c’è una differenza che è puramente matematica: ci sono linee che, quando le proseguiamo, diventano più lunghe, e quelle che, quando le proseguiamo, diventano più corte. Questa è una concezione completamente valida dal punto di vista matematico.
Dobbiamo dunque, se vogliamo ordinare schematicamente i regni della natura, ordinarli così che abbiamo un qualche punto ideale da cui si biforca il regno vegetale, il regno animale, e allora dobbiamo proseguire le linee, ma dobbiamo proseguire la linea nel regno vegetale cosicché diventi più lunga nel suo prolungamento, nel regno animale cosicché diventi più corta nel suo prolungamento. Questa è completamente una concezione matematica. Allora otterremo le relazioni fra i regni della natura, inizialmente semplicemente giustapponendo i regni della natura. Ora sorge la questione — e vogliamo solo rappresentarci questa questione come la questione importante da rispondere: cosa corrisponde a questo punto ideale nella realtà? E allora potremo intuire come deve necessariamente stare in relazione la configurazione dei diversi regni della natura con questo punto ideale qui, come nell’universo debbono necessariamente stare in relazione certi movimenti con qualcosa che di nuovo corrisponde a questo punto ideale nel mezzo.
Questo è quello che vogliamo considerare per domani.
Sapete, lo sviluppo delle nostre concezioni astronomiche viene presentato nella letteratura popolare così da dire che fino al tempo di Copernico regnò il sistema tolemaico del mondo, e per mezzo di Copernico divenne allora proprietà spirituale del mondo civilizzato quel sistema che ancora oggi riconosciamo con le appropriate modificazioni. Ora sarà di particolare importanza per il metodo di considerazione dei prossimi giorni che portiamo davanti agli occhi un certo fatto oggi, un fatto che voglio semplicemente comunicarvi leggendovi una citazione di Archimede sulla concezione del sistema del mondo, del sistema stellare di Aristarco di Samo.
Archimede dice: «Secondo la sua opinione il mondo è molto più grande di quello che è stato detto, perché egli presuppone che le stelle e il Sole rimangono immobili, che la Terra si muove attorno al Sole come centro, e che la sfera delle stelle fisse, il cui centro parimente risiede nel Sole, sia così grande che la circonferenza descritta dalla Terra stia alla distanza delle stelle fisse come il centro di una sfera alla sua superficie.»
Se prendete queste parole che dovrebbero caratterizzare la concezione spaziale del mondo di Aristarco di Samo, allora vi direte: fra la concezione spaziale del mondo di Aristarco di Samo e la nostra concezione spaziale del mondo, come si è sviluppata dal tempo di Copernico, non c’è assolutamente alcuna differenza. Aristarco di Samo è vissuto nel 3° secolo prima dell’inizio dell’era cristiana, così che per quegli uomini che come Aristarco di Samo erano allora leader in alcuni campi della vita spirituale, dobbiamo presumere che abbiano completamente abbracciato la concezione spaziale del mondo che oggi l’astronomia abbraccia. E tuttavia di fronte a ciò c’è il fatto significativo che questa, chiamiamola, concezione eliocentrica del mondo è scomparsa dalla coscienza generale di quelle persone che hanno riflettuto su tali cose, e che la concezione tolemaica del mondo ha preso il suo posto, finché con l’emergere di quello che siamo abituati a chiamare il quinto periodo culturale post-atlantideo, ritorna di nuovo questa concezione eliocentrica del mondo che troviamo in persone come Aristarco di Samo, quindi nel 3° secolo prima dell’era cristiana. E potete facilmente credere che quello che vale per Aristarco di Samo è valso per molte persone. Chi studia lo sviluppo della concezione spirituale dell’umanità scopre in un certo campo dello sviluppo umano — sebbene oggi sia difficile provarlo attraverso documenti esterni — che questa concezione eliocentrica del mondo è riconosciuta proprio tanto più da coloro che potrebbero considerarla valida, quanto più si risale nel tempo da Aristarco di Samo. E se si risale al tempo che siamo abituati a chiamare il terzo periodo post-atlantideo, allora si deve dire che presso gli uomini influenti, presso coloro che erano considerati autorità in tali questioni, in questo terzo periodo post-atlantideo la concezione eliocentrica del mondo era completamente presente, che Archimede descrive come presente in Aristarco di Samo, la descrive cosicché non possiamo distinguerla da quella odierna.
Dobbiamo allora dire: c’è precisamente il fatto singolare che la concezione eliocentrica del mondo è presente nel pensiero umano, è soppiantata dal sistema tolemaico e è di nuovo riconquistata nel quinto periodo post-atlantideo. È proprio così che il sistema tolemaico è propriamente determinante essenzialmente nel quarto periodo post-atlantideo. Non è arbitrario che io l’inserisca proprio adesso, dopo avervi richiamato l’attenzione ieri su un certo punto ideale nella storia dello sviluppo dei regni naturali, ma vedremo che fra questi fatti domina veramente un rapporto organico. Ma dovremo occuparci ancora un po’ più a fondo proprio di questo fatto appena menzionato.
Quale è l’essenza del sistema tolemaico del mondo? L’essenza consiste nel fatto che Tolomeo e i suoi ripigliano l’idea della Terra immobile, del movimento del cielo delle stelle fisse intorno alla Terra, così come del movimento del Sole intorno alla Terra, e che per i movimenti dei pianeti, con i cui aspetti apparenti ci siamo già occupati, stabilisce formule matematiche ben speciali. Tolomeo si rappresenta essenzialmente le cose così: se assume qui la Terra, intorno a essa il cielo delle stelle fisse, il Sole si muove in un cerchio eccentrico intorno alla Terra. Anche i pianeti si muovono in cerchi, ma non in modo che li lasciasse semplicemente muovere in un cerchio come il Sole (Fig. 1). Non lo fa. Anzi, assume un punto che si muove in questo cerchio eccentrico, che chiama il «cerchio deferente», e lascia che questo punto sia ancora il centro di un cerchio. E ora lascia che il pianeta si muova su questo cerchio, così che il vero percorso del movimento planetario emerge dalla cooperazione dei movimenti in questo cerchio (1) e su questo cerchio (2). Così diciamo, Tolomeo presuppone ad esempio per Venere che si muova di nuovo su un cerchio (2), il cui centro si muove in questo cerchio (1), così che propriamente il percorso di Venere sarebbe un movimento risultante da questi due movimenti. È necessario, al fine di comprendere questo movimento, assumere questi due cerchi: questo cerchio, il deferente (1) e il piccolo, che allora sarebbe il cerchio epiciclico (2). Tolomeo assume tali movimenti per Saturno, Giove, Marte, Venere, Mercurio, ma non per il Sole, mentre lascia che la Luna si muova ancora in un piccolo cerchio, in un cerchio epiciclico. Questi presupposti si basavano su fatti che i Tolomei calcolavano — si può davvero solo dire: molto attentamente calcolavano — i luoghi nel cielo in cui si trovavano i pianeti, e da ciò componevano questi movimenti per capire che i pianeti si trovassero in un determinato luogo in un determinato momento. È sorprendente quanto esattamente, relativamente esattamente almeno, i calcoli dei Tolomei, di Tolomeo e dei suoi seguaci, erano in realtà da questo punto di vista. È così che, se ad esempio disegnate oggi l’orbita di qualsiasi pianeta, diciamo di Marte, secondo i nostri attuali calcoli astronomici e confrontate poi quello che oggi secondo i risultati osservativi potete disegnare come questa cosiddetta orbita apparente di Marte con quello che si è disegnato basandosi sulla teoria dei cerchi deferenti e epiciclici secondo Tolomeo, allora queste due curve si distinguono appena. È una differenza assolutamente insignificante che si basa solo sul fatto che oggi si calcola con risultati osservativi più accurati. Così, riguardo all’accuratezza delle osservazioni, questi uomini in realtà non erano lontani dai risultati odierni. Non stava quindi nelle loro osservazioni che adottassero questo strano sistema dei movimenti planetari, in cui a uno colpisce particolarmente la complessità; perché certo ognuno si dirà, il sistema copernicano è essenzialmente più semplice. — Lì abbiamo il Sole nel mezzo, i pianeti si muovono in cerchi o ellissi attorno al Sole. Questo è molto semplice, no. Questo qui (Fig. 1), questo è molto complicato, si ha a che fare con un’orbita circolare, ancora una volta un cerchio, e persino con un cerchio eccentrico.
Ora con una certa ostinazione il mantenimento di questo sistema tolemaico persiste proprio attraverso tutto il quarto periodo post-atlantideo, e veramente ci si deve domandare: in che cosa differisce dunque il modo di pensare dei Tolomei riguardo allo spazio cosmico e al suo contenuto da quello di Aristarco di Samo e di coloro che pensavano come lui? In cosa differiscono questi modi di pensare del sistema del mondo? Certamente è difficile parlarne popolarmente perché molte cose sembrerebbero esternamente identiche ma sono internamente completamente diverse. Se Archimede descrive il sistema di Aristarco di Samo così, allora dobbiamo dire: questo sistema eliocentrico non è fondamentalmente diverso da quello copernicano. — Se però entriamo più profondamente nel tutto lo spirito dell’immagine del mondo di Aristarco, allora troviamo comunque qualcosa di diverso. Anche in Aristarco di Samo c’è certamente un seguito delle manifestazioni esterne con linee matematiche. Egli si rappresenta i movimenti dei corpi celesti per mezzo di linee matematiche. I copernicani rappresentano anche i movimenti di questi corpi celesti per mezzo di linee matematiche. Nel mezzo di questo c’è questo altro strano sistema, il sistema dei Tolomei. Non si può dire che lì il pensiero matematico coincida allo stesso modo con quello che si osserva.
Vedete, questa è una differenza penetrante. Il pensiero matematico non si appoggia alla sequenza dei punti osservativi, ma il pensiero matematico si presenta come qualcosa che, al fine di fare giustizia alle osservazioni, si separa dalle osservazioni, diventa qualcosa di diverso dal semplice collegamento delle osservazioni, e scopre allora che si possono comprendere le osservazioni se si hanno tali concezioni.
Rappresentatevi che oggi un uomo farebbe un modello del sistema planetario, collocherebbe il Sole da qualche parte, tirerebbe fili che rappresentano le orbite planetarie, e questi fili significherebbero per lui proprio le orbite planetarie. Così unirebbe i luoghi dei pianeti in linee matematiche. Tolomeo non ha fatto questo. Tolomeo avrebbe dovuto costruire il suo modello così da assumere ad esempio qui un fulcro di rotazione, che poi qui assume un’asta, al termine di questa asta lascia ruotare una ruota, poi qui ancora una volta una ruota lasciare ruotare. Così farebbe un modello (Fig. 2). E quello che lì fa come modello, quello che vive nei suoi pensieri come immagine matematica, non ha proprio alcuna somiglianza con quello che viene visto esternamente. L’immagine matematica per lui è qualcosa di diverso da quello che viene visto esternamente. E ora nel sistema copernicano si torna a collegare i singoli luoghi empirici osservativi attraverso linee matematiche che corrispondono allo stesso modo che in Aristarco di Samo era lì. — Ma è lo stesso?
È proprio questo che dobbiamo chiederci: è lo stesso?
Credo che, se seguite da quali presupposti è sorto il sistema copernicano e come viene mantenuto, allora vi direte: è così che è davvero molto simile al nostro intero comportamento matematico nel campo empirico. Copernico, il che si può provare, inizialmente si è così idealmente costruito il sistema planetario, come ci costruiamo idealmente un triangolo che allora troviamo nella realtà empirica fuori. Procedeva dunque in certo senso da una specie di giudizio matematico a priori e l'applicava ai fatti empirici.
Quale potrebbe essere allora il fondamento di questo complicato sistema di Tolomeo, per cui divenne proprio così complicato? Era così complicato che, quando fu presentato al noto re Alfonso di Spagna — conoscete sicuramente la storia — lui dalla sua consapevolezza regia ha detto: se Dio l’avesse consultato nella creazione del mondo, il mondo intero sarebbe sorto in un modo molto più semplice di uno in cui si avesse bisogno di così tanti cicli e epicicicli. In questo erigere di cicli e epicicicli c’è in questo qualcosa che ha un qualche rapporto con un contenuto di realtà? Questa domanda voglio proprio porvi: è veramente solo qualcosa fantasiosamente inventato, o c’è in ciò qualcosa che forse indica che si riferisce a una realtà, quello che lì è stato inventato? Potremmo decidere ciò probabilmente solo se entriamo nella cosa più accuratamente.
Vedete, se si segue nel senso del sistema tolemaico, quindi sulla base delle teorie tolemaiche, i movimenti del Sole, i movimenti apparenti del Sole, come diciamo, i movimenti apparenti di Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno, allora si può dire che gli angoli di movimento danno sempre una certa grandezza. E possiamo quindi comparare i movimenti che mostrano i luoghi dei rispettivi astri nel cielo. Il Sole non si muove in un epiciciclo. Perciò possiamo dire che il suo movimento giornaliero nell’epiciciclo è uguale a zero. D’altronde, quando lo confrontiamo con il movimento giornaliero nell’epiciciclo presso Mercurio, dobbiamo assegnargli un certo numero, voglio chiamarlo x₁, presso Venere dirò x₂, presso Marte x₃, presso Giove x₄, Saturno x₅. E ora vogliamo considerare quei movimenti che i centri degli epicicicli hanno nel senso del sistema tolemaico nei cerchi deferenti. Se assumiamo y per il Sole, allora emerge il fatto sorprendente che, quando cerchiamo il valore per il movimento del centro dell’epiciciclo per Mercurio, è uguale al movimento del Sole. Dobbiamo assegnare di nuovo y. E presso Venere dobbiamo assegnare anche y. Questo significa: per Mercurio e Venere vale il fatto che i centri dei loro epicicicli si muovono su orbite che completamente coincidono con l’orbita del Sole, corrispondono all’orbita del Sole, quindi sono paralleli. D’altronde i movimenti dei centri degli epicicicli per Marte, Giove, Saturno sono diversi, diciamo: x’, x“, x”‘. Ma il fatto singolare consiste nel fatto che, se formo x₃+x’, x₄+x“, x₅+x”’, che aggiungendo i movimenti negli epicicicli e i movimenti del centro dell’epiciciclo, quindi nel cerchio deferente, per questi pianeti ottengo una grandezza costante, e cioè la stessa che ottengo come y per il movimento del Sole e del centro degli epicicicli di Mercurio e Venere:
x₃+x’ = y x₄+x" = y x₅+x"’ = y
Vedete, qui c’è una regolarità singolare! Questa regolarità ci porta a vedere in un altro modo il significato cosmico del centro dell’epiciciclo presso Venere e Mercurio, che chiamiamo i pianeti vicini al Sole, come presso Giove, Marte, Saturno e così via, che chiamiamo i pianeti lontani dal Sole. In questi pianeti lontani dal Sole il centro dell’epiciciclo non ha lo stesso significato cosmico. C’è qualcosa dentro che cambia il significato intero del corso orbitale a uno diverso da quello presso i pianeti vicini al Sole. Questo fatto era ben noto ai Tolomei ed era determinante per l’intera elaborazione di questo singolare pensiero di cicli e epicicicli che si stacca dallo spirito dai fatti empirici. Proprio in un tale fatto hanno visto una necessità di istituire tale sistema. Perché c’è in ciò, per l’uomo moderno più o meno completamente inespresso, perché si lascia semplicemente raccontare che formavano i cicli e così via, per queste persone però nel loro modo particolare di concezione completamente tangibile il pensiero: se Mercurio e Venere in qualcosa di diverso hanno gli stessi valori di Giove, Saturno e Marte, allora non si deve semplicemente trattare la cosa così da parlare di un’orbita uniforme o qualcosa del genere. Perché un pianeta ha un significato non solo all’interno del suo spazio, ma anche al di fuori del suo spazio. Si comporta così che non dovete solo guardare a esso quando l’osservate nel suo luogo nel cielo e nei suoi rapporti con gli altri corpi celesti, ma dovete uscire da esso verso il centro dell’epiciciclo. E questo centro del suo epiciciclo si comporta nello spazio come il Sole si comporta nello spazio. Così che queste persone dissero, se lo traduco nel linguaggio moderno: i centri degli epicicicli per Mercurio e Venere si comportano nello spazio cosmico rispetto ai loro movimenti, come si comporta il Sole stesso. Ma gli altri, Marte, Giove, Saturno non si comportano così, ma si arrogano il diritto di essere, solo quando si sommano i loro movimenti epiciciclici con i movimenti nel cerchio deferente, nei loro movimenti come il Sole. Quindi il loro comportamento verso il Sole è un altro.
Su questo comportamento diverso verso il Sole si è costruito nel sistema tolemaico, e questo è essenzialmente un motivo per lo sviluppo del sistema, perché non si voleva semplicemente costruire un sistema di pensiero mediante la riunione dei luoghi dei pianeti empiricamente dati in linee, ma si voleva costruire un sistema di pensiero su qualcos’altro. Era a fondamento una vera conoscenza. Questo non è assolutamente da negare se semplicemente si entra correttamente storicamente in ciò. Oggi l’uomo naturalmente dice: abbiamo portato la concezione copernicana così lontano e non abbiamo bisogno di lasciarci coinvolgere da questi spiriti. — L’uomo moderno non se ne lascia coinvolgere, ma se veramente se ne lascia coinvolgere, allora si scopre che i Tolomei si dicevano: sì, Marte, Giove, Saturno, stanno appunto in un rapporto diverso all’uomo rispetto a Mercurio e Venere; corrisponde diverso nell’uomo a Giove, Saturno, Marte che a Mercurio e Venere. E portavano Giove, Saturno e Marte in relazione con la configurazione della testa umana, d’altronde Venere e Mercurio con la configurazione di quello che nell’organizzazione umana sta sotto il cuore. Meglio di «capo» sarebbe propriamente se dicessi: Giove, Saturno e Marte furono messi insieme con la configurazione di tutto quello che giace sopra il cuore, Venere e Mercurio con quello che giace sotto il cuore nell’uomo. Così i Tolomei già riferivano quello che esprimevano nel loro sistema all’uomo.
Su cosa si basava ciò? Credo che, se volete ottenere un giudizio corretto su di ciò, dovete leggere con molta attenzione il tono fondamentale più intimo dei miei «Enigmi della Filosofia», dove tentai di elaborare come fosse completamente diverso il modo di porsi dal punto di vista della conoscenza verso il mondo prima del 15° secolo e dopo. Questo staccarsi dal mondo, era presente solo dopo il 15° secolo, prima no. Su questo punto naturalmente non si diviene facilmente comprensibili al mondo attuale. Oggi la gente si dice: mi rappresento questo o quello del mondo, ho così o così le mie percezioni sensibili. Nel più recente sviluppo storico siamo diventati tremendamente intelligenti, prima gli uomini erano stupidi, si rappresentavano ogni sorta di cose infantili. — Ma non ci si rappresenta la cosa molto diversamente da come se quei tizi, se solo si fossero sforzati a sufficienza prima, sarebbero già diventati altrettanto intelligenti. Deve però soltanto prima l’intera evoluzione nell’insegnamento dell’umanità durare perché gli uomini siano diventati così intelligenti come poi dopo. Su questo semplicemente non si presta attenzione, che l’intuizione stessa, l’intero modo di relazionarsi al mondo era diverso.
Se confrontate i diversi stadi che ho caratterizzato nei miei «Enigmi della Filosofia», allora vi direte: era veramente per tutto il tempo dal principio della quarta epoca fino alla sua fine una tale netta separazione fra concetto, rappresentazione e contenuti sensibili non come dopo. Cadevano più insieme. Si vedeva allo stesso tempo nella qualità sensibile il rappresentativo. Naturalmente questo diventa sempre più intenso, quanto più si torna indietro nel tempo. In questo rapporto si devono formare rappresentazioni reali sull’evoluzione dell’umanità. Perché vedete, per il nostro tempo presente quello che Dr. Stein ha scritto nel suo libro sull’essenza della percezione sensibile è effettivamente eccellente, ma se allora alla scuola di Alessandria avesse dovuto scrivere una dissertazione sullo stesso tema, allora avrebbe dovuto scrivere completamente diversamente sulla percezione sensibile. Questo semplicemente non si vuole riconoscere oggi, nel tempo in cui noi assolutizziamo tutto.
Ora se andiamo ancora più indietro, proprio nell’epoca egizio-caldaica nel suo apogeo, allora troviamo un’unione ancora più intensa del concetto, della rappresentazione con la realtà esterna fisico-sensibile. E vedete, da questo più intenso stare insieme nacquero le concezioni che infine troviamo già nella decadenza presso Aristarco di Samo. Presso gli uomini più antichi erano molto più presenti. Il sistema eliocentrico lo si sentiva, quando ancora si viveva completamente con la rappresentazione dentro la sensibilità esterna. E nel quarto periodo post-atlantideo, dall’8° secolo ante-cristiano al 15° secolo post-cristiano, l’uomo doveva uscire da questo intero mondo sensibile, doveva uscire da questo stare insieme con il mondo sensibile. In quale campo poteva farlo meglio? Poteva farlo meglio dove il mettere insieme la realtà esterna con la rappresentazione sembrasse fare le massime difficoltà. Lì poteva strapparsi in quanto al suo rappresentare dalle impressioni sensibili.
Se da questo punto di vista consideriamo il sistema tolemaico come un importante mezzo dell’educazione umana, allora arriviamo per la prima volta alla sua essenza. È la grande scuola dell’emanciparsi delle rappresentazioni umane dalla percezione sensibile. E quando questa emancipazione era progredita così lontano che un certo grado era stato raggiunto nel potere di pensiero interiore, il che più tardi si mostrò dal fatto che spiriti come Galilei e altri pensavano nel senso più eminente in modo matematico-astratto, molto complicatamente matematico-astratto, allora poteva arrivare Copernico e poteva proprio porre davanti a sé questi fatti, questi risultati osservativi dell’uguaglianza di y in diversi luoghi e poteva da questi costruire di nuovo il suo sistema copernicano del mondo. Perché è disegnato da questi risultati. È dunque un tornare indietro dalle rappresentazioni colte astrattamente alla realtà esterna, fisico-sensibile.
È straordinariamente interessante rappresentarsi una volta come proprio nell’immagine astronomica l’umanità si stacca dalla realtà esterna. E se ce lo rappresentiamo, allora otterremo anche la possibilità di valutare nel modo corretto il modo come anche dovremmo tornare in senso più ampio. Ma come dobbiamo tornare? Keplero ne aveva ancora un sentimento. Ho spesso citato un’affermazione che suona molto patetica, dove dice all’incirca: ho rubato i vasi sacri degli Egiziani dai loro templi al fine di portarli di nuovo agli uomini moderni. — Nel suo sistema planetario, che per lui è sorto da una concezione molto, molto romantica della struttura del mondo, sentiva qualcosa come un rinnovamento dell’antico sistema eliocentrico nel suo stesso. Ma questo antico sistema eliocentrico non era fatto dall’osservazione con gli occhi, ma era fatto dal sentire quello che viveva nelle stelle.
L’uomo che originariamente aveva istituito il sistema del mondo che nel modo di Aristarco di Samo fa del Sole il centro e fa girare la Terra intorno e così via, questo uomo aveva sentito nel suo cuore gli effetti del Sole, nel suo capo gli effetti di Giove, Saturno e Marte, e aveva sentito nel suo stomaco e nel suo fegato e nella sua milza l’effetto di Venere e Mercurio. Era esperienza reale, ed era da questa esperienza reale nell’intero uomo che era stato formato questo sistema. Allora si perse questa esperienza esauriente. Si poteva ancora percepire con gli occhi e orecchi e naso, ma non più con il cuore, con il fegato. Qualcosa come percepire qualcosa dal Sole con il cuore, percepire qualcosa da Giove con il naso, quello è naturalmente la piena follia per gli uomini del presente. Eppure si può conoscere una cosa esattamente così, come gli altri la ritengono una follia, si sa già perché. Questo vivere intensivamente insieme con l’universo si perse nel corso del tempo. E Tolomeo formò inizialmente un’immagine matematica del mondo che ancora aveva qualcosa del vecchio sentire, ma come qualità, si potrebbe dire, si era già staccato. I Tolomei sentivano solamente più nei loro tempi più antichi, poi non più, sentivano solo molto debolmente che con il Sole qualcosa di diverso stava accadendo che ad esempio con Giove. Il Sole manifestava il suo effetto in modo relativamente semplice attraverso il cuore; Giove gli girava attorno come una ruota nella testa, in cui l’epiciciclo si esprimeva; e in un altro senso, caratterizzato qui (Fig. 1), Venere passava di nuovo sotto il cuore. Ma di ciò si era conservato solo il matematico, che si rappresentava in forma circolare: il più semplice, l’orbita del Sole, in rapporto al più complicato dell’orbita planetaria, ma comunque ancora almeno nella sua configurazione matematica in relazione all’organizzazione umana.
Allora ciò completamente scomparve ed entrò l’astrazione completa. Ma oggi il cammino indietro deve di nuovo essere cercato al fine di stabilire nuovamente da tutto l’uomo una relazione al cosmo. Non deve avvenire in certo senso da Keplero un’ulteriore astrazione, come fece Newton, che pose astrazioni al posto della concretezza, vi ha messo la massa e così via, il che è solo una trasformazione, una trasformazione per cui però inizialmente non vi è alcun fatto empirico. Deve essere intrapreso l’altro cammino, il cammino dove si penetra ancora più profondamente nella realtà di quanto Keplero fosse penetrato. Per questo però bisogna naturalmente considerare anche quello che è connesso al sorgere e tramontare del Sole, al mutamento del Sole, al mutamento stellare e così via: la speciale natura e configurazione dei regni della natura esterna. È comunque singolare che troviamo un contrasto fra i cosiddetti pianeti esterni e i pianeti interni, e nel mezzo troviamo secondo la concezione eliocentrica l’essenza terrestre. E nello stesso modo troviamo in una maniera assai singolare una specie di contrasto, come abbiamo detto ieri, fra minerale, pianta da una parte, giacendo su un ramo, e animale e uomo come giacendo sull’altro ramo, d’altro canto. E quando disegniamo la biforcazione, dobbiamo disegnare pianta e minerale nella continuazione; dobbiamo disegnare animale e uomo cosicché la formazione ritorni in se stessa (Fig. 3).
Così abbiamo messo davanti a noi due cose: quello che si può chiamare il rapporto speciale dei percorsi dei centri degli epicicicli e dei punti sui perimetri degli epicicicli, attraverso cui emerge un comportamento completamente diverso verso il Sole nei pianeti superiori come nei pianeti inferiori; e inoltre il procedimento nel divenire vegetale, il precipitarsi nel minerale da una parte, la formazione dell’animale e l’inversione dalla formazione dell’animale all’uomo dall’altra parte. Dovete, come ho detto già ieri, solo guardare un po’ nella concezione di Selenka, così troverete giustificato in questo simbolico molte cose.
Queste due cose vogliamo porre come problemi e vogliamo da qui tentare di ottenere un vero sistema del mondo basato sulla realtà. ### Quattordicesima conferenza
Continueremo oggi i toni della nostra considerazione abbozzati ieri nel modo seguente: cercheremo di ricavare dal materiale che è alla fine composto da osservazioni dei fenomeni celesti, dietro la vera forma di che cerchiamo di giungere, cercheremo di ottenere rappresentazioni che possono condurci nella struttura dei fenomeni celesti. In questo contesto vorrei richiamare ancora una volta l’attenzione su qualcosa che può derivare dalla considerazione di ieri, più storica nei suoi inizi.
Dobbiamo essere chiari su un punto: fondamentalmente sia il sistema tolemaico che quello attualmente usato in astronomia rappresentano tentativi di sintetizzare in qualche modo quello che si presenta all’osservazione. E il tentativo di sintetizzare — in figure simili alla matematica — quello che si è percepito — voi sapete che secondo quanto ho esposto ieri non posso dire: «visto» — si trova tanto nel sistema tolemaico quanto infine nel sistema copernicano. Poiché ciò che deve stare a fondamento di qualsiasi geometria, di qualsiasi calcolo e misurazione sono in fondo proprio le osservazioni. E si tratta fondamentalmente e unicamente di una retta concezione dei fatti osservabili. Ma ci si deve già una volta familiarizzare con il fatto epistemologico che nella vita scientifica odierna ciò che viene osservato, ciò che può essere percepito, viene troppo facilmente accettato per giungere davvero a una visione corrispondente.
Una domanda deve sorgere per noi inizialmente, che fluisce direttamente dai fatti osservabili. Naturalmente, in queste conferenze, che devono essere il più schizzate possibile per la brevità del tempo, non ho potuto produrre e discutere tutti i dettagli. Ho potuto solo indicare le direzioni. Ma nell’indicare queste direzioni ho cercato di farvi notare che ai movimenti dei corpi celesti nello spazio celeste deve essere in qualche modo associato ciò che è formato nell’organismo umano, e in fondo anche negli organismi animali e vegetali. Deve esserci una connessione. Che deve esserci una tale connessione si può riconoscere dal modo in cui abbiamo considerato i fatti. E quanto più voi vi addentreste nei fatti, tanto più vedreste questa connessione. Volevo soltanto indicarvi il cammino — lo dico ancora una volta — su cui infine il risultato può essere trovato: questo organismo umano e anche quello animale e vegetale sono conformati cosicché, se si guarda questa conformazione in modo lineare, come abbiamo fatto raffigurando il corso della lemniscata in diverse direzioni nell’organismo, allora si trova inizialmente qualcosa di simile tra questa conformazione e quei sistemi di linee che si possono tracciare quando si considera il movimento dei corpi mondiali. Ma allora sorge la domanda: come è determinata questa connessione? Quale possibilità c’è di rappresentarsi davvero questa connessione come trasparente, come fondata in sé? Per avvicinarsi a questa domanda, dobbiamo confrontare il modo particolare di intuizione che sta a fondamento del sistema tolemaico con quel modo di intuizione che sta a fondamento del nostro attuale sistema copernicano.
Che cosa facciamo quando, nello spirito dell’attuale sistema copernicano, pensando, calcolando e geometrizzando, ci costruiamo un sistema mondiale? Osserviamo. Osserviamo corpi nello spazio celeste che possiamo semplicemente considerare come identici secondo l’apparenza. Vedete, mi esprimo molto cautamente. Ma non possiamo dire più di quanto questi corpi siano considerati identici secondo l’apparenza. Colui che compie certi esperimenti molto semplici sarà veramente sollecitato a tal cautela nell’espressione nei confronti del mondo esterno. Vi attiro l’attenzione su un piccolo esperimento seguente, che in sé non ha valore, ma che ha significato solo per la formazione di certe cautele nella vita rappresentativa umana.
Immaginate di poter addestrare un cavallo in un certo modo, affinché mentre corre abbia una certa regolarità nel dispiegarsi dei passi — il cavallo comunque ha sempre questo — e ora fotografo dodici posizioni successive del cavallo. Così ottengo dodici immagini del cavallo. Queste dodici immagini del cavallo le dispongo così da essere disposte in un cerchio, davanti a cui mi trovo come osservatore a una certa distanza. E ora posizionerei un tamburo sopra questo, che ha un foro, un tamburo che metto in rotazione, affinché all’inizio veda solo un’immagine del cavallo, poi, quando il tamburo ha continuato a ruotare, vedo l’immagine successiva e così via. Ottengo l’apparenza di un cavallo che corre in giro. Credo che un piccolo cavallino corre in giro nel cerchio. Eppure il fatto reale che ne sta a fondamento non è che un vero cavallo corra in giro, bensì che dodici immagini di cavallo sono da me osservate in una certa maniera, ognuna delle quali rimane in fondo al suo posto.
Vedete dunque: non posso solo evocare l’apparenza di movimento nel senso prospettico, posso anche evocare l’apparenza di movimento in modo totalmente qualitativo. Non tutto ciò che appare come movimento deve essere un movimento anche in realtà. Per questo colui che vuole parlare cautamente e vuole giungere alla verità attraverso un’indagine accurata deve anzitutto dire, per quanto strano e paradossale suoni ai nostri così intelligenti contemporanei: sì, osservo tre posizioni successive di quello che chiamo un corpo celeste, in modo che consideri quello che ne sta a fondamento come identico. Cioè: seguo la luna nella sua orbita e fondo su questo inizialmente ipotesi che sia sempre la stessa luna. Questo è perfettamente giusto, ma solo di fronte a un fenomeno così progressivo. Che cosa facciamo allora? Vediamo quello che consideriamo corpi celesti identici in un cosiddetto movimento, colleghiamo quello che vediamo in diversi luoghi in linee e cerchiamo di interpretare queste linee. Questo è quello che il sistema copernicano ci dà.
Non procedette in questo modo la scuola da cui originariamente emerse il sistema tolemaico. Si viveva ancora percependo nell’uomo intero, come ieri vi ho accennato. E proprio perché si viveva ancora percependo nell’uomo intero, l’intera rappresentazione che si aveva nei confronti di un corpo celeste era essenzialmente diversa da quella che divenne più tardi. Colui che nel senso percettivo aveva il sistema tolemaico di fronte a sé non diceva: la luna sta lassù. Non diceva questo, lo si legge solo ora nel sistema mondiale. Non diceva: la luna è lassù, perché allora avrebbe riferito il fenomeno solo all’occhio. Non fece questo; riferì il fenomeno all’uomo intero e l’intendeva così: qui sto sulla terra, e proprio come vero è che sto sulla terra, così è vero che sto dentro la luna, perché la luna, questa è la parte lì (scena tratteggiata). Questa è la terra e il tutto è la luna, che è molto più grande della terra. Nel senso del sistema tolemaico, così come è stato originariamente elaborato, la luna è grande nel raggio quanto quello che ora chiamiamo la distanza della luna — non posso dire del centro lunare — dal centro terrestre. Così grande è la luna. E questo corpo, che altrimenti è invisibile ovunque, sviluppa a un’estremità un processo per cui questo piccolo frammento diventa visibile. Tutto il resto è invisibile ed è inoltre di tale sostanzialità che si può vivere dentro, che si è permeati da esso. Solo a questa un’estremità diventa visibile.
In relazione alla terra questa intera sfera, che peraltro non è una sfera bensì un ellissoide di rotazione, si ruota, e con essa si ruota quello che è il piccolo frammento visibile, cioè quello che è la luna visibile. Questo è solo una parte della realtà completa con cui abbiamo a che fare qui.
Vi apparirà quella che qui si presenta come una rappresentazione, che era davvero presente, nella sua forma non così terribilmente paradossale se vi rappresentate un’analogia. Rappresentatevi l’analogia della cellula germinale umana o animale. Sapete, in una certa fase dello sviluppo si forma in un luogo della cellula uovo altrimenti essenzialmente trasparente il cosiddetto disco germinale, e da questo disco germinale procede la formazione del resto dell’embrione. Così eccentriamente, perifericamente si forma un punto centrale, da cui procede il resto della formazione. Se confrontate questo piccolo corpo con quello che qui come rappresentazione sta a fondamento del sistema tolemaico, per esempio della luna, allora avete rappresentazioni di quello che si pensava assolutamente in modo analogo. Cosicché si può dire: nel senso di questa concezione tolemaica del mondo è presente un’altra realtà completamente diversa da quella che è soltanto racchiusa nell’immagine luminosa della luna.
Questo è quello che è accaduto all’uomo dal tempo in cui il sistema tolemaico è stato sentito come una realtà: l’esperienza interiore, il sentimento interiore nell’organismo che si è dentro la luna, questo si è completamente perso, e ci si è limitati all’immagine luminosa. L’uomo del quinto periodo post-atlantideo non può dire, perché non lo sa più: sto dentro la luna, rispettivamente la luna mi permea, perché per lui la luna è solo il piccolo disco luminoso o sfera luminosa o sfera in genere. Il sistema tolemaico è stato costruito partendo da tali percezioni interiori. Ebbene, si giunge di nuovo a queste percezioni oggi, se si considerano le cose nella giusta luce, se ci si riappropria la possibilità di sperimentare di nuovo l’intera luna. Ma rimane completamente comprensibile che colui che oggi parte dalla solita rappresentazione «la luna» dica: sì, non riesco bene a cogliere quale sia veramente la relazione tra la luna e qualcosa in me. Ed è veramente in fondo ancora meglio se le persone giudicano negativamente su qualcosa che proviene dalla luna e ha un’influenza sull’uomo, piuttosto che se si facciano fantastiche rappresentazioni al riguardo. Ma non appena la rappresentazione diventa una che corrisponde alla realtà, che cioè viviamo dentro la luna, che dunque quello che può essere chiamato luna è un insieme di forze che continuamente ci permea, allora non deve più sorgere meraviglia che questo insieme di forze agisca anche in modo formativo nell’uomo e nell’animale, che davvero quello che ci permea agendo sia qualcosa che ha a che fare con la conformazione del nostro organismo.
Tali rappresentazioni dunque sono quelle che dobbiamo di nuovo riappropriarci. Dobbiamo essere completamente chiari su un punto: il cielo visibile è veramente solo una rivelazione frammentaria dello spazio mondiale reale, pieno di sostanza.
Se sviluppate ora la rappresentazione che vivete così in un insieme di sostanza, avrete il sentimento: questo è qualcosa di molto, molto reale. Però oggi nella nostra usuale concezione astronomica l’abbiamo sostituito con qualcosa di pensato. L’abbiamo sostituito con quello che chiamiamo gravità. Troviamo solo che c’è una forza di attrazione reciproca di quello che pensiamo come corpo lunare e quello che pensiamo come corpo terrestre. Questa linea di gravitazione potremmo pensarla in rotazione, allora otterremmo all’incirca dall’immagine che nasce da questa linea di gravitazione rotante quello che nelle precedenti concezioni astronomiche era chiamato la sfera, la sfera di qualche pianeta. In fondo non è accaduto nient’altro se non che quello che era sentito come sostanziale e che può di nuovo essere sperimentato sostanzialmente è stato trasformato in linee pensate.
Vedete, dobbiamo dunque pensare l’intera configurazione del riempimento differenziato dello spazio mondiale diversamente da come siamo abituati. Oggi ci orientiamo secondo le rappresentazioni di gravitazione; per esempio, diciamo che le maree sono correlate a certe forze di gravitazione emananti dalla luna. Parliamo di come una gravitazione emanante dal corpo mondiale solleva l’acqua. Nel senso di quell’altro modo di rappresentazione dobbiamo dire: la luna permea anche la terra, e mentre permea la sfera acquosa terrestre, accade qualcosa che qui in questo luogo si manifesta come innalzamento dell’acqua; in un altro luogo la sfera lunare si manifesta come fenomeno luminoso. Non abbiamo bisogno di pensare che ci sia una particolare forza di attrazione presente, piuttosto pensiamo che questa sfera lunare che permea la terra forma con la terra un’organizzazione, e vediamo nei due processi solo due lati di un processo.
Ho fatto ricorso al metodo storico di considerazione di ieri solo per guidarvi a certi concetti. Avrei potuto altrettanto bene tentare di ottenere questi concetti completamente senza ricorso alle rappresentazioni precedenti, ma allora l’intera considerazione avrebbe dovuto partire da presupposti scientifico-spirituali da cui si sarebbe arrivati alle stesse rappresentazioni.
Rappresentatevi ora qui la sfera terrestre. Considero quello che è il globo terrestre solido come sfera terrestre. Naturalmente devo rappresentarmi la sfera lunare in una consistenza e sostanzialità essenzialmente diversa. Naturalmente posso anche pensare che quello che è riempito di spazio e permeato da queste due sfere sia permeato da una terza, quarta sfera. Così penso in qualche modo questo permeato da una terza sfera, che potrebbe essere la sfera solare, che è qualitativamente interiormente diversa dalla sfera lunare. Sono dunque permeato, dico, come uomo dalla sfera solare e lunare. Questi naturalmente stanno in un rapporto reciproco, poiché si permeano, e l’espressione di questa relazione reciproca è qualcosa di formato nell’organismo. E ora giungerete al punto che si può infine osservare insieme quello che in questo modo in diversa sostanzialità permea l’organismo e quello che può trovare espressione nella conformazione; che la conformazione è semplicemente il risultato di questa permeazione. E quello che vediamo allora come movimenti dei corpi celesti è il segno, il divenire visibile in certe condizioni del confine di queste sfere. Questo è qualcosa che inizialmente è assolutamente necessario per giungere di nuovo a rappresentazioni più reali sulla struttura del nostro sistema mondiale.
Potete già ora associare qualcosa di più reale che prima con l’idea che l’organizzazione umana ha qualcosa a che fare con questa struttura del sistema mondiale. Finché si vedono i corpi celesti laggiù, non si potranno ottenere rappresentazioni molto chiare su questi collegamenti. Nel momento in cui si passa al reale, si può ottenere questa rappresentazione chiara, anche se naturalmente le cose iniziano a diventare un po’ confuse perché ci sono così tante sfere di cui si è permeati, così che si può essere veramente toccati in modo spiacevole da tutto questo permeare dell’organismo.
La cosa diventa ancora peggio, potrei dire. Siamo inizialmente permeati dalla sfera terrestre perfino ampliato, perché la terra non consiste solo nel globo terrestre solido su cui stiamo, ma anche nella massa d’acqua; appartiene anche l’aria in cui già siamo dentro. Questa è già una sfera in cui siamo dentro. Questa aria è solo in relazione a quello che i fenomeni celesti effettuano ancora qualcosa di molto grezzo. Ora rappresentatevi dunque che stiamo nella sfera terrestre dentro, stiamo nella sfera solare dentro, nella sfera lunare e in molte altre. Ma vogliamo solo evidenziare i tre una volta e dirci così: qualcosa in noi è il risultato delle sostanzialità di queste tre sfere. Abbiamo qualitativamente ora qualcosa che, quando appare quantitativamente, il matematico sente con un certo orrore, quello che chiama il problema dei tre corpi. Ma questo agisce nel suo risultato, nella sua realtà, in noi. Dobbiamo diventare consapevoli che il vero decifrare della realtà, della verità non è una cosa semplice, e che l’abitudine di concepire la realtà in modo semplice e comodo ha veramente la sua origine solo nella comodità di pensiero umana.
Molte cose che sono considerate scientifiche hanno la loro origine solo in questa comodità di pensiero umana. Se la si astrae, allora si deve procedere con la stessa cautela che cercammo in queste conferenze, che solo a volte non appaiono sufficientemente caute perché si è dovuto saltare schizzando da un punto all’altro, così che dovete cercare voi stessi le connessioni; ma sono lì.
Ora dobbiamo però procedere con la stessa cautela quando vogliamo affrontare lo stesso problema da un altro lato, su cui ho già richiamato l’attenzione, cioè dal lato dello stesso organismo umano in confronto con gli esseri degli altri regni naturali. Vi ho detto, possiamo rappresentarci una biforcazione, che parte da un punto ideale. Su un ramo abbiamo allora il regno vegetale da registrare, sull’altro ramo il regno animale. Se pensiamo il divenire del regno vegetale continuato nel vero regno naturale, giungiamo nella mineralizzazione del regno vegetale. Certo possiamo rappresentarcela come un processo reale, se l’affrontiamo dall’esempio più rozzo. Oggi troviamo il carbone fossile mineralizzato e in esso vediamo qualcosa di vegetale mineralizzato. Che cosa ci dovrebbe impedire di guardare processi analoghi che si sono svolti per altre cose di tipo vegetale e, diciamo, di derivare i componenti silicei e altri della sostanza terrestre mineralizzata dalla mineralizzazione del vegetale?
Non nello stesso modo, dissi, possiamo procedere quando cerchiamo le relazioni del regno animale con il regno umano. Lì dobbiamo rappresentarci che lo sviluppo avanza nel regno animale, ma poi si piega su sé stesso e si realizza fisicamente a uno stadio precedente a quello dell’animale. Cosicché si può dire: la formazione animale e umana marcia da un punto comune. Ma l’animale va avanti prima di divenire fisicamente reale esternamente; l’uomo si trattiene a uno stadio precedente e si rende fisicamente reale su questo stadio. Proprio per questo è possibile — perché dobbiamo riferire questi processi allo sviluppo embrionale — che l’uomo rimane capace di sviluppo in misura molto diversa rispetto all’animale dopo la nascita. Nel minerale la formazione vegetale è andata oltre l’estremo del vegetale; nell’uomo la formazione animale non è spinta all’estremo, ma è trattenuta in sé e la natura compie la conformazione esterna a uno stadio precedente. Cosicché otteniamo appunto questo punto ideale da cui si biforca in un ramo più lungo, illimitatamente lungo e in uno più corto, indeterminato anche dal lato negativo: regno vegetale, regno minerale; regno animale, regno umano.
Ora si tratta di ottenere una certa rappresentazione di quello che veramente sussiste con questa formazione dell’uomo in relazione alla formazione dell’animale. Lo sviluppo è dunque trattenuto nell’uomo, quello che vuole realizzarsi è reso reale prematuramente. Se studiate il modo in cui il processo deve essere rappresentato secondo quello che vi ho già comunicato in queste conferenze, quando si studia il contributo che l’entità solare ha nella formazione del corpo animale — naturalmente sempre attraverso il percorso della formazione embrionale — allora si sa che il sole diretto ha qualcosa a che fare con la configurazione della testa animale, l’indiretto della luce solare, cioè — se potessi dire — l’ombra solare in relazione alla terra, ha qualcosa a che fare con l’opposto polare della testa animale. Quando ora consideriamo rigorosamente questa permeazione della formazione animale con la sostanzialità cosmica solare e consideriamo le forme, allora impareremo ad associare una rappresentazione che voglio disegnare per voi nel modo seguente. Supponete una volta che la formazione animale sia effettuata in qualche modo in connessione con il sole. Ebbene, prendiamo ora una rappresentazione astronomica usuale e chiediamoci nel senso di questa rappresentazione: esiste, oltre quello che qui sarà presente come modo di azione tra sole e animale per una costellazione particolare, da qualche parte la possibilità di un’azione della luce solare nel cosmo che non sia collegata così semplicemente al sole stesso? Sì, esiste. Ogni volta che ci illumina la luna piena o semplicemente la luna illuminata, ci illumina la luce solare. Così è creata per noi cosmicamente la possibilità che la luce solare ci irradi. Naturalmente questo è anche il caso nell’uomo che diventa, nel tempo dei semi, nel tempo embrionale e così nei precedenti stadi terrestri che era un effetto diretto. Quello che oggi è come eco qui è appunto ereditato. Così abbiamo di nuovo un’azione solare, una volta direttamente e una volta un’azione indiretta, nel riflesso della luce solare dalla luna.
Ora rappresentatevi quanto segue. Immaginate una volta, se la devo disegnare di nuovo schematicamente, nell’animale che fosse con lo sviluppo, il divenire dell’animale così, che si producesse sotto l’impressione degli effetti solari secondo questo schema. Vorrei dire, questo sarebbe l’usuale effetto di giorno e notte, così testa e opposto polare della testa. Questo sarebbe l’usuale effetto solare nell’animale. E ora prendiamo una volta quell’effetto della luce solare che si presenta quando la luna è in opposizione, quando c’è luna piena, quando cioè dal lato opposto agisce la luce solare, attraverso la riflessione si oppone. Se pensiamo questo (freccia perpendicolare verso il basso) come la direzione per le formazioni animali dei raggi solari diretti, allora dovremmo rappresentarci che la formazione animale continuasse sempre di più nel senso di questo raggio solare diretto, e un animale diventerebbe sempre più animale, quanto più il sole agisce su di esso. Ma se dal lato opposto la luna si oppone, rispettivamente il sole sul percorso indiretto della luna, allora viene sottratto dal divenire animale, è ritirato in sé. Questo corrisponde al raccorciamento del secondo ramo biforcato, questo ritirare in sé. Vedete dunque, otteniamo un correlato cosmico per quello che vi ho dato come caratteristica per la differenza dell’uomo con l’animale.
Quello che vi ho detto qui ora è direttamente realmente percepibile per colui che si procura la possibilità di percepire tali cose. L’uomo davvero deve questo trattenimento della sua organizzazione alla contro-azione della luce solare per il percorso indiretto della luna. L’effetto della luce solare viene indebolito, e precisamente la qualità propria — è sempre luce solare — indebolito, in quanto il sole stesso si presenta come immagine opposta nell’effetto della luce lunare. Se non si opponesse a sé stesso nell’effetto della luce lunare, allora quello che come tendenza formativa giace in noi ci darebbe la forma animale. Così si oppone quello che è azione solare, riflessa dalla luna. La formazione è trattenuta, mentre il negativo agisce, e la forma umana è la conseguenza.
Seguiamo ora sul ramo biforcato dell’altro la pianta nella sua formazione e rappresentiamoci quello che nella pianta è azione solare — che c’è un’azione solare, è evidente — questo non potrebbe dispiegarsi in un certo momento. Non può durante l’inverno dispiegarsi quello che nella pianta è vita germinante, germogliante. Si vede già la differenza nello sviluppo della pianta, se semplicemente si tiene d’occhio la differenza tra giorno e notte. Ma immaginatevi ora questo effetto, che sempre si svolge in ritmo, ripetuto in numero illimitato, potrei dire, che cosa abbiamo allora veramente? Abbiamo effetto del sole, e auto-effetto della terra, quando il sole così non agisce direttamente, ma è coperto dalla terra. Il sole agisce; il sole di nuovo non agisce, ma la terra, quando il sole agisce dal basso, la terra le si oppone. Abbiamo così il ritmo: azione solare prevalente; azione terrestre prevalente. Abbiamo così il vegetale esposto alternativamente al sole e poi di nuovo attratto, figuratamente parlando, nel terrestre attratto in sé dal terrestre. Abbiamo qualcosa di diverso. Nel secondo caso abbiamo un’essenziale intensificazione di quello che nella pianta agisce come il solare, e questa intensificazione del solare attraverso l’altro, il terrestre, si esprime attraverso il fatto che la pianta gradualmente decade nel processo di mineralizzazione. Cosicché allora dobbiamo dire: ci dividiamo così che riguardo alla pianta vediamo azione solare, continuata attraverso la terra fino alla mineralizzazione; azione solare nell’animale, ritirata in sé attraverso l’azione lunare nell’uomo. Potrei disegnare anche questa figura ancora diversamente, allora potrebbe ricevere questa forma: qui tornando all’umano; qui andando al mineralico, che naturalmente dovrebbe essere in un’altra forma. È inizialmente solo una figura simbolica, ma questa figura simbolica esprime per noi in un certo modo più chiaramente della prima figura, che è solo in linee, quello che vorrei chiamare questa biforcazione tra il regno minerale e il regno vegetale da un lato e il regno umano e animale dall’altro.
Non si farà mai giustizia a una sistematica degli esseri naturali se la si rappresenta solo in modo lineare, se non si pone questo presupposto. Per questo tutti i sistemi naturali risulteranno sempre insoddisfacenti se passano solo in modo lineare dal regno minerale al regno vegetale, poi al regno animale, poi all’uomo. Si tratta del fatto che quando si rappresenta questa quaternità, si ha a che fare con una connessione molto più complicata che con una che giace solo in una corrente di sviluppo lineare o simile. Se si parte da una tale rappresentazione, certamente non si sarà condotti a nessuna generazione spontanea, a nessuna generazione originaria, ma a questo punto ideale che giace da qualche parte tra animale e pianta, che non può essere trovato affatto nel fisico, ma che certamente ha una connessione con il problema dei tre corpi: terra, sole, luna. Se dunque non avete forse una rappresentazione matematicamente concepibile di quello che si potrebbe rappresentare come una sorta di baricentro ideale dei tre corpi sole, luna e terra, se non potete nemmeno risolvere bene il problema dei tre corpi con questo — nell’uomo è risolto! Poiché l’uomo elabora in sé il minerale, l’animale, il vegetale, in lui è veramente creato quello che è una sorta di punto di mezzo ideale dei tre effetti. È disegnato in lui, è totalmente indubbio che è lì. E poiché è lì, ci si deve rassegnare al fatto che appunto quello che è nell’uomo è totalmente indubbio empiricamente in vari posti, perché è in ogni singolo uomo, in tutti gli uomini che sono sparsi su tutta la terra, in modo che devono stare in una certa relazione con sole, luna e terra. E se in un certo modo riesce a trovare una sorta di punto di mezzo ideale dell’azione solare, lunare e terrestre, e si potesse trovare il movimento di questo punto per ogni singolo uomo, allora questo ci condurrebbe sostanzialmente più lontano nel comprendere quello che forse potremmo chiamare movimento in relazione al sole, alla luna e alla terra.
Ma, come detto, qui il problema veramente diventa solo più intricato, perché abbiamo così tanti punti quanti sono gli uomini sulla terra, per cui dobbiamo cercare i movimenti. Ma potrebbe essere che questi movimenti per i diversi uomini siano solo apparentemente diversi. A questo torneremo domani.
Oggi voglio tentare di condurre qualcosa di quello che forse causa difficoltà nella comprensione delle cose che finora abbiamo considerato a rappresentazioni che vi mostreranno come veramente non si può fare a meno, nel comprendere i fenomeni del mondo, di quello che si ama volentieri, naturalmente secondo la comodità delle abitudini di pensiero umane, porre a fondamento. Abbiamo considerato i fenomeni del mondo in connessione con l’uomo dalle più diverse direzioni. Abbiamo in particolare ripetutamente attirato l’attenzione su come si mostra una certa connessione tra la conformazione umana e quello che ci si presenta nei fenomeni celesti, indipendentemente dal fatto che riuniamo i movimenti dei corpi mondiali in un’immagine nel senso di un precedente sistema mondiale o nel senso delle teorie copernicane. L’immagine deve essere sempre messa in relazione all’uomo in diversi modi, l’abbiamo visto, ma in una vera scienza non possiamo evitare di assumere veramente questa relazione.
Ora si presentano però difficoltà considerevoli. Abbiamo innanzitutto nel corso di queste conferenze indicato la difficoltà che si esprime nel fatto che, non appena si tenta di considerare le relazioni dei periodi orbitali dei pianeti del nostro sistema, emergono numeri incommensurabili, così che è necessario smettere di calcolare. Perché dove emergono numeri incommensurabili, non c’è un’unità visibile. E così vediamo che con quel modo di pensiero e metodologia matematica attraverso cui vorremmo riunire i fenomeni del nostro spazio mondiale, siamo cacciati fuori dalla realtà dai fenomeni stessi, così che non dobbiamo presupporre che potremmo in qualche modo spiegarci i fenomeni mondiali con quello che poniamo a fondamento della nostra geometria nello spazio ordinario, tridimensionale e rigido.
Ma soprattutto ieri ci si è presentata una difficoltà: siamo stati posti nella necessità di presupporre una certa relazione di sole, luna e terra, che in qualche modo deve trovare espressione nell’uomo, nella struttura dell’uomo e che si vuol comprendere. E nel momento in cui si manifesta un tale agire insieme di una trinità, si cade in considerevoli difficoltà nel calcolo nello spazio. Su tutto questo ho finora attirato l’attenzione. Ora può risultarci qualcosa, almeno come punto di orientamento, per ottenere in modo puramente geometrico, ma in misura più elevata geometrico, una rappresentazione di quello che veramente giace a fondamento come difficoltà, nel comprendere nello spazio i nessi dei fenomeni celesti.
Se torniamo di nuovo ai diversi tentativi che vi ho indicato, di cogliere veramente la conformazione dell’uomo stesso, arriviamo al seguente. Possiamo tentare di prendere veramente sul serio l’articolazione dell’essere umano, di cui abbiamo anche più volte parlato in queste conferenze, come deve essere. Possiamo dire che l’organizzazione principale della testa umana con la sua centratura nel sistema nervoso-sensoriale ha una certa indipendenza per sé; similmente il sistema ritmico con tutto ciò che vi appartiene; e infine anche il sistema metabolico con tutto ciò che vi appartiene nell’organizzazione degli arti ha ancora una sorta di indipendenza per sé. Possiamo così indicare nella struttura umana tre sistemi indipendenti in sé, e noi, se applichiamo in modo ragionevole il principio della metamorfosi a fondamento, che deve assolutamente essere posto a fondamento nella natura organica, dovremo formare rappresentazioni di come secondo il principio della metamorfosi questi tre arti della struttura umana si comportano tra loro.
Così, intendete bene! Vogliamo farci una rappresentazione, anche se forse inizialmente solo figurata, di come i tre arti della struttura umana si comportano tra loro. Superficialmente considerato questo naturalmente sarà difficile. Sarà difficile riconoscere chiaramente quello che si trova negli organi della testa umana come metamorfosi di quegli organi che stanno a fondamento del sistema metabolico-articolare. Ma se si penetra la morfologia dell’uomo come l’ho indicato, allora si riesce in un certo modo, se si pensa veramente a fondo la rappresentazione, che abbiamo a che fare nel rapporto reciproco tra ossa tubolari e ossa del cranio con un completo rovesciamento della superficie interna dell’osso verso l’esterno secondo il principio di come si capovolge un guanto, e che in questo capovolgimento abbiamo contemporaneamente a che fare con un cambiamento dei rapporti di forza. Sarebbe, se capovolgo come capovolgo un guanto, all’interno dell’osso tubolare il suo interno verso l’esterno, di nuovo un osso tubolare. Se però presupponiamo che l’osso tubolare si sia configurato solo per il fatto che è ordinato come l’ho rappresentato, verso l’interno in radiale continuo, così che è costretto a fare l’arrangiamento della sua materia secondo il radiale, e lo capovolgo allora in modo che l’interno venga verso l’esterno, e non segue il radiale nel suo arrangiamento, ma lo sferoide, allora l’interno, che ora si volge verso lo sferoide, riceve appunto questa forma.
L’esteriore precedente è ora l’interno e reciprocamente. Se considerate questo nel caso più estremo della trasformazione dell’osso tubolare nel cranio, allora vi direte: Le estremità esterne dell’articolazione umana, il sistema articolare e il sistema cranico, rappresentano per così dire i poli dell’organizzazione, ma cosicché non dobbiamo semplicemente pensare i poli nel senso lineare come opposti, bensì che, quando passiamo da un polo all’altro, dobbiamo anche presupporre di conseguenza una transizione tra raggio e superficie sferica. Senza ricorrere a rappresentazioni così complicate, è assolutamente impossibile ottenere qualche rappresentazione adeguata all’oggetto dell’organismo umano.
Ora, quello che per così dire forma il mezzo, l’articolazione mediana dell’organizzazione dell’uomo, cioè quello che è assegnato all’organismo ritmico, starà nel mezzo, formerà per così dire la transizione da struttura radiale a struttura sferoide. Da questo principio si deve comprendere morfologicamente l’intera organizzazione umana.
Dobbiamo così chiarire a noi stessi, se abbiamo qualcosa nell’organizzazione metabolica come organo, diciamo per esempio il fegato o uno qualsiasi degli organi che appartengono al metabolismo nel senso più eminente — si può sempre dire solo «nel senso più eminente» perché le cose sono di nuovo infilate le une nelle altre — se abbiamo un tale organo e cerchiamo di conseguenza quell’organo che nell’organizzazione della testa può essere metamorfizzato per rovesciamento con esso in connessione, allora naturalmente dovremo constatare una deformazione straordinaria dell’organo in questione, se vogliamo riuscire a comprendere la forma.
Per questo sarà difficile afferrare matematicamente la cosa. Ma senza afferrare da nessuna parte il matematico, non ce la farete affatto. E se considerate — prendetelo voi stesso solo come un’immagine — che nel comprendere della forma umana avete qualcosa che rimanda ai movimenti dei corpi celesti, allora si tratterà che, quando vorrete riunire quello che appare nei movimenti dei corpi celesti, dovete afferrarlo anche in modo simile; che non procediate come se semplicemente le cose avvenissero cosicché le cogliate con la geometria che semplicemente calcola con lo spazio ordinario e che per questo non può calcolare con nessun rovesciamento. Non appena si parla di un rovesciamento come ho fatto, non si può più calcolare con lo spazio ordinario. Lo spazio ordinario vale dove formo i volumi nel senso ordinario. Ma se sono costretto a rendere l’interno esteriore, allora cessa la possibilità di continuare a calcolare con quelle rappresentazioni che ho nello spazio ordinario.
Ora, se devo rappresentarmi la forma umana cosicché abbia bisogno di rovesciamenti nel senso corrispondente, allora devo rappresentarmi anche i movimenti dei corpi celesti così da avere bisogno di rovesciamenti. Così non posso assolutamente procedere nello stesso modo in cui procede l’astronomia contemporanea, che per la comprensione dei fenomeni celesti si serve semplicemente dello spazio ordinario, rigido. Se prendete semplicemente inizialmente l’organizzazione della testa e l’organizzazione metabolica dell’uomo, allora per passare dall’una all’altra, dovete rappresentarvi un tale rovesciamento e inoltre con variazioni delle forme. Ora, cerchiamo una possibilità di rappresentare innanzitutto figuratamente qualcosa di simile.
Vedete, su questo abbiamo già lavorato, in quanto abbiamo attirato l’attenzione sulla curva di Cassini e anche su quella concezione del cerchio in cui il cerchio non è semplicemente una linea in cui ogni punto è equidistante da un centro, bensì quella linea in cui ogni punto è distante da due punti fissi cosicché il quoziente di queste distanze è una grandezza costante. Così abbiamo dato il cerchio attraverso un’altra concezione. Così innanzitutto abbiamo attirato l’attenzione sulla curva di Cassini e abbiamo mostrato come questa curva di Cassini ha essenzialmente tre forme: la forma è simile all’ellisse, come vi ho detto. Emerge allora quando tra le costanti c’è un certo rapporto che abbiamo indicato; la seconda forma è la lemniscata; la terza forma è tale che secondo la rappresentazione abbiamo un’unità, che anche analiticamente abbiamo un’unità, ma nella percezione visiva non abbiamo un’unità. Questi due rami della curva di Cassini sono davvero una curva. Dobbiamo però, se disegniamo la linea, uscir fuori dallo spazio e torniamo allora veramente di nuovo nello spazio quando disegniamo l’altro ramo. Concettualmente è così che facciamo un singolo tratto con la nostra mano se disegniamo questi due ambiti visivamente separati. Non possiamo disegnare questa linea nello spazio ordinario, ma concettualmente quello che è lassù e quello che è laggiù è davvero interamente una linea. Ora però vi ho detto che questa linea può ancora essere rappresentata in un altro modo. Può essere rappresentata cosicché ci si chieda: quale percorso deve attraversare un punto illuminato da un primo punto fisso A, affinché nel secondo punto fisso B appaia sempre con la stessa intensità luminosa? Così ottengo la curva di Cassini come il luogo geometrico di tutti quei punti che deve attraversare un punto illuminato dal primo punto fisso A, affinché questo punto nel secondo punto fisso B possa essere osservato sempre con lo stesso splendore luminoso.
Ora non vi sarà difficile immaginare che se qualcosa lumineggia da A verso C e attraverso riflessione di nuovo verso B, che ciò può fornire lo stesso splendore di quello che lumineggia da A verso D e così via. Questo non vi sarà particolarmente difficile immaginare. Ma avrete già certe difficoltà quando si tratta della lemniscata. Lì non riuscirete così facilmente con il solito compasso secondo le leggi di riflessione e così via. E sarà ancora più difficile per voi formarvi l’idea che dal punto B qui in questo ramo della curva di Cassini — che avvolge B — si possa sempre osservare lo stesso splendore luminoso effettuato dal punto di luce A. Perché dovreste immaginarvi che lì il raggio di luce — al passaggio da un ramo all’altro — esce dallo spazio, e là di nuovo lumineggia nello spazio. Sarebbe la stessa difficoltà che c’è quando semplicemente esigo che disegniamo con la mano attraverso lo spazio con un tratto di linea i due rami. Ma senza che si formi questa rappresentazione, di nuovo non riuscite quando cercate la trasformazione di forma o la connessione di forma di qualsiasi organo della testa con qualsiasi organo del metabolismo dell’uomo. Lì dovete assolutamente, se volete cercare la connessione, uscire dallo spazio. Cioè in altre parole, per quanto strano, per quanto paradossale suoni: se volete passare dalla comprensione di qualche forma della vostra testa alla comprensione di qualche forma all’interno del sistema metabolico, allora non potete rimanere nello spazio, allora dovete uscir fuori dallo spazio. Dovete uscir fuori da voi stessi e dovete cercare qualcosa che non è nello spazio, che è altrettanto poco nello spazio ordinario quanto quello che giace tra il ramo superiore e inferiore della curva di Cassini. È appunto un’altra espressione del fatto che si deve rappresentare la metamorfosi come un completo rovesciamento.
Ora, se qui ci rappresentiamo ancora la connessione tra il ramo superiore della curva di Cassini discontinua e il ramo inferiore, allora poniamo a fondamento costanti reali, immutabili, rigide costanti. Se però le costanti stesse, come abbiamo fatto, le rendiamo variabili, allora semplicemente esiste la possibilità, con costante variabile, cioè con equazioni doppiamente variabili, di rappresentare il ramo superiore per esempio così e il ramo inferiore così. Arriveremo certamente al punto che il ramo superiore così si conforma. Se dunque cambiate la curva di Cassini così da prendere invece delle costanti stesse di nuovo variabili, cioè posiate a fondamento funzioni invece delle costanti immutabili, allora otterrete due rami diversi. E tra questi potrà essere anche il caso che un ramo proviene in certo senso dall’infinito e di nuovo procede all’infinito.
Questo rapporto però è quello che potete porre a fondamento quando seguite certe forme all’interno della testa umana, le riunite in modo lineare e poi le rapportate alle forme di certi nessi di organi nel sistema metabolico, che di nuovo riunite in modo lineare. Qui abbiamo l’intera complicazione della forma umana. E la cosa certamente non diventa più semplice per il fatto che dovete rappresentarvi che questa linea ha la tendenza verso l’esterno, questa linea deve essere pensata con la tendenza verso l’interno rovesciata.
Direte — spero che comunque non diate troppo peso a questo, ma lo sentiate solo come un’ispirazione passeggera —: allora questa organizzazione umana è così complicata che quasi si vorrebbe rinunciare a comprenderla. Da un lato è già preferibile la solita comprensione filistea, come è esercitata oggi nella fisiologia e anatomia. Lì non bisogna sforzarsi tanto, non bisogna far sparire le rappresentazioni e però di nuovo non far sparire, rovesciare le rappresentazioni e simili! — Ma allora non si giunge a un’acquisizione dell’organizzazione umana, ma ci si abbandona solo all’illusione di giungervi.
Ora, se guardate così nell’organizzazione umana e vi dite: c’è dunque qualcosa nell’organizzazione umana che cade fuori dallo spazio, che non è dentro lo spazio, che mi dà la necessità di rappresentare cosicché abbia sistemi di linee spazialmente separati che si connettono secondo un principio diverso da quello che offre il nostro spazio tridimensionale — quando vi rappresentate questo, allora forse non sarete più molto lontani dal rappresentarvi inizialmente in modo formale anche quanto segue. Inizialmente contro la rappresentazione formale di quello che ora dirò non può obiettare nessuno, perché si tratta solo di giungere a una rappresentazione in modo analogo a come si giunge a una rappresentazione in matematica. Lì nessuno può obiettare che non si possa provare la cosa o simile. Perché si tratta solo di giungere a una rappresentazione chiusa in sé.
Immaginate una volta che non abbiate a che fare solo con lo spazio ordinario, che così ha tre dimensioni pensate, bensì aviate a che fare con uno spazio contrario. Lo chiamo inizialmente spazio contrario, e voglio farlo sorgere per la rappresentazione nel modo seguente: Immaginate che formo nella rappresentazione lo spazio ordinario tridimensionale rigido; formo la prima dimensione, formo la seconda dimensione e formo la terza dimensione. Formando queste tre dimensioni, ho per così dire dal punto di vista rappresentativo creato il compimento di quello che mi si presenta come lo spazio ordinario tridimensionale. Ma voi sapete, non si può procedere solo fino a una certa intensità, ma si può anche da lì diminuire, sottrarre sempre più lontano e si giunge allora alla negazione. Voi sapete, non ci sono solo beni, ma anche debiti. È possibile che non solo io faccia sorgere le tre dimensioni, ma che le faccia anche scomparire. Solo rappresento il processo del sorgere e dello scomparire come qualcosa di reale, come qualcosa che è. Potrei anche solo rappresentare in due dimensioni, ma non intendo questo ora, bensì intendo: che ci sono solo due dimensioni, la causa di ciò non è che non ne abbia mai avuta una terza, bensì la causa è che davvero l’ho avuta una terza, ma essa mi è di nuovo svanita. Le due dimensioni sono il risultato del primo sorgere e poi dello svanimento della terza dimensione. Ho quindi ora uno spazio che esternamente mostra solo due dimensioni, ma che devo rappresentarmi internamente cosicché mostri due terze dimensioni, una positiva e una negativa; la dimensione negativa proviene da qualcosa che non può più stare nel mio spazio tridimensionale, che naturalmente non devo rappresentarmi come una quarta dimensione nel senso ordinario, bensì come qualcosa che si rapporta alla terza come il negativo al positivo.
Ora supponete una volta che io inserisca semplicemente qualcosa di simile in quello che ci siamo sviluppato; sarebbe in qualche modo realmente presente, ma così come nella realtà per la maggior parte le cose sono reali; così che riproduce approssimativamente quello che qui ho disegnato, non del tutto pedanticamente esatto. Non è qualcosa di cui ci si debba particolarmente stupire. Perché trovate nella realtà sensibile esterna le figure matematiche non diversamente che approssimativamente. Non dovete dunque esigere che qui sia diverso, quando cerco una realtà per questa immagine, che sia diverso che approssimativamente. Ma immaginate una volta che dovessi disegnare una realtà che corrispondesse in qualche modo a questo, allora non dovrei disegnare esattamente così, bensì disegnare qualcosa di appiattito che corrisponderebbe a questo. Ora, che lì qualcosa era e di nuovo è svanito, questo voglio ora indicare così che, se vuoi, la densità di un effetto, che è indicata da questa forte ombreggiatura, lì è sorta, ma di nuovo si è indebolita. Avete qui una sfera, che però veramente ha una parte addensata nel mezzo. Ora vi prego di confrontare con quello che qui è disegnato, in primo luogo il vero sistema mondiale così come si presenta all’apparenza, la sfera con le sue stelle meno fitte e il sistema stellare denso secondo questo principio, che comunemente si chiama il sistema della Via Lattea. Ma confrontate anche le ordinarie mappe stellari. Troverete che questo — prego rimaniamo inizialmente al vederlo come immagine — che questa immagine non si presenta in modo diverso da quello che si disegna sempre come passaggio del sole o della terra attraverso lo Zodiaco, mentre lì bisogna collocare da qualche parte il polo nord e sud laggiù (sopra e sotto). Vedete, non sto così lontano dalla realtà esterna con la rappresentazione che è stata formata qui. Cercheremo le relazioni reali già nelle prossime conferenze.
Tuttavia, per comprendere quello che abbiamo appena citato per l’uomo, quello che abbiamo elaborato non è ancora sufficiente, bensì lì dobbiamo andare oltre. Lì dobbiamo dire: ora facciamo sparire anche la seconda dimensione, così che otteniamo solo una dimensione, una retta; ma questa retta non è una retta che è semplicemente disegnata nello spazio tridimensionale, bensì è rimasta in piedi dopo che ho fatto sparire la terza e la seconda dimensione. E ora facciamo sparire anche la terza dimensione e otteniamo così semplicemente il punto. Teniamo fermo che abbiamo ottenuto il punto per il fatto che le tre dimensioni sono svanite, e supponiamo che questo punto ci si presentasse nella realtà come qualcosa che esiste da sé. Ma come dobbiamo allora, se si mostra come qualcosa di efficace, rappresentarci la sua efficacia? Potremmo, se ci rappresentassimo la sua efficacia, non potremmo portare questa efficacia in relazione con un punto qualsiasi, diciamo, che giace sull’asse x dello spazio. Perché questo non esiste, è svanito. Non potremmo nemmeno rapportarlo a qualcosa che avesse una coordinata x e y, perché nemmeno questo esiste, è svanito dallo spazio. Nemmeno alla terza dimensione dello spazio potremmo rapportarlo nella sua efficacia, piuttosto dovremmo dire: se ci presenta la sua efficacia, allora dobbiamo rapportarlo a quello che giace completamente al di fuori dello spazio tridimensionale. È impossibile secondo questo procedimento del nostro processo di pensiero rapportarlo a qualcosa che potremmo in qualche modo includere nello spazio tridimensionale. Potremmo solo rapportarlo a qualcosa che giace al di fuori dello spazio tridimensionale, non a «x cancellato», «y cancellato», «z cancellato», bensì a quello che cancella x y z, che così non è affatto dentro lo spazio tridimensionale.
Abbiamo formato tutto questo inizialmente come una rappresentazione formale. Ma questa rappresentazione diventa estremamente reale. Diventa molto, molto reale quando non si procede con le comode rappresentazioni scientifiche, con cui oggi si vogliono dominare le cose, bensì ci si addentra un po’ più profondamente nelle cose. Considerate cioè una volta con la vera tendenza a comprendere il processo visivo nella sua connessione con l’organizzazione dell’occhio. Considerate questa intera organizzazione dell’occhio così come si presenta. Voi sapete forse, l’ho spesso menzionato in altre conferenze, si deve comprendere l’occhio non come una semplice formazione da dentro verso fuori, bensì come qualcosa che è organizzato dall’esterno verso l’interno. Si può seguire la formazione dall’esterno verso l’interno seguendo filogeneticamente la formazione degli animali inferiori e poi passare al processo visivo. Quando studiate il processo visivo, dovete tentare di rendervelo interiormente comprensibile, come è stimolato dall’esterno, come l’organo è adattato a esso, anche a essere stimolato dall’esterno, come agisce poi verso il nervo ottico verso l’interno e poi passa nell’organizzazione generale, per così dire scompare nell’organizzazione generale. Si può naturalmente trovare la terminazione dei nervi ottici, ma — è qualcosa che si esprime approssimativamente — quando si passa all’organizzazione più fine, si può dire: scompare in questa organizzazione. Se confrontate questo processo visivo con gli organi che vi appartengono di nuovo molto consapevolmente, per esempio con il processo di secrezione renale, allora dovete rapportare il condotto escretore nella secrezione renale a quello che d’altro canto si esplica dall’esterno verso l’interno, poiché l’occhio passa nel nervo ottico.
Se volete arrivare a rappresentazioni che portano queste due cose in relazione tra loro, così che dalla relazione di queste poi possiate comprendere i fenomeni in uno e nell’altro processo, allora dovete ricorrere a rappresentazioni come quelle indicate prima. Nel momento in cui voi, possiamo scambiare l’una per l’altra, pensate tali rappresentazioni nello spazio tridimensionale per il processo visivo e poi cercate il corrispondente nel processo di secrezione renale, dovete pensare l’effetto come se usciste dallo spazio tridimensionale. Dovete attraversare esattamente un processo di pensiero come quello che ho ora attraversato con l’estinzione delle dimensioni; altrimenti non riuscite.
Similmente dovete procedere quando tentate di comprendere le curve che vi emergono quando, includendo i cappi, investigate l’ordinario percorso osservabile all’occhio di Venere e Mercurio nel cielo, e poi investigate il percorso di Giove e Marte. Potete, diciamo usando coordinate polari, prendere il punto di partenza del vostro sistema di coordinate nel cappio di Venere nello spazio tridimensionale. Potete farlo. Ma non riuscite quando ora volete comprendere la linea del cappio di Marte per esempio secondo lo stesso principio. Dovete presupporre idealmente che qui i punti di partenza per un sistema di coordinate polari giacciano al di fuori dello spazio tridimensionale. E siete nella necessità di prendere le coordinate dappertutto cosicché una volta, diciamo per il percorso di Venere con il cappio, partiate dal polo delle coordinate e prendiate queste coordinate qui; l’altra volta, per il percorso di Giove o il percorso di Marte con il cappio, riuscite solo quando vi dite: non prendo un punto di partenza così del mio sistema di coordinate polari dove devo sempre concedere un pezzo per ottenere le coordinate polari, bensì prendo come punto di partenza del mio sistema di coordinate polari la sfera, cioè tutto quello che giace laggiù verso l’indeterminato, e ottengo allora tali coordinate (linee tratteggiate); allora devo sempre lasciar perdere un pezzo. E ottengo allora la linea, che anche ha qualcosa come un centro, ma questo centro è in sfere incommensurabili. Potrebbe così essere necessario che per l’ulteriore seguito dei percorsi dei pianeti già usiamo la rappresentazione che nella costituzione del percorso dei pianeti interni siamo posti nella necessità di rappresentarci che per essi c’è un centro qualsiasi nello spazio ordinario, che dovremmo però avere la necessità di uscire dallo spazio ordinario se vogliamo rappresentare centri per il percorso di Giove, il percorso di Marte e così via.
Vedete, qui arriviamo a dover superare lo spazio. È assolutamente necessario. Vedrete, se procedete veramente consapevolmente nel comprendere i fenomeni, che non riuscite con le sole rappresentazioni di spazio tridimensionale. Dovete considerare l’agire insieme tra uno spazio che ha le tre dimensioni ordinarie e che vi potete rappresentare idealmente come irradiandosi radicalmente da un centro, e un altro spazio che continuamente annichilisce questo spazio tridimensionale, e che ora non deve essere pensato come partendo da un punto, ma che deve essere pensato come partendo dalla sfera che giace in larghezza illimitata; onde il punto una volta ha l’area zero e l’altra volta ha l’area di una superficie sferica incommensurabilmente grande. Dobbiamo così distinguere tra due tipi di punti: tra un punto che ha area zero, che rivolge verso l’esterno, e un punto che ha l’area di una superficie sferica illimitatamente grande, che rivolge verso l’interno. Nel puramente geometrico è sufficiente se ci rappresentiamo il punto astratto. Nel regno della realtà non è sufficiente. Non riusciamo se ci rappresentiamo il solo punto astratto. Lì dobbiamo dappertutto chiedere se il punto che ci rappresentiamo è incurvato verso l’interno o verso l’esterno, perché da questo dipende il suo campo di effetto.
Ma c’è ancora qualcosa d’altro che dovete considerare. Potete ora rappresentarvi che avete questo punto da qualche parte, che è una sfera. Inizialmente non c’è necessità per voi di rappresentare il punto, che davvero giace in larghezze incommensurabili, proprio qui. Possiamo rappresentarlo anche un po’ più lontano. Ogni punto potete rappresentarlo da qualche parte laggiù, solo dovete lasciar libera questa sfera qui. Perché è in certo senso risparmiata, è il cerchio invertito o la sfera invertita, se volete. Ma immaginate che fosse presente quanto segue: quello che giace al di fuori di questo cerchio astratto, che così è questo punto che rivolge la sua curvatura verso l’interno — perché tutto lo spazio che giace al di fuori di questa superficie sferica è appunto allora un punto che rivolge la sua curvatura verso l’interno — questo spazio sarebbe di nuovo però in qualche modo limitato. Così potete andare lontano, ma la realtà non sarebbe tale che poteste andare ovunque, là c’è di nuovo in qualche modo un confine di tipo completamente diverso. Quale dovrebbe essere la conseguenza di ciò? Dovrebbe avere come conseguenza che qui da qualche parte dovrebbe emergere quello che di nuovo appartiene a quello che giace laggiù. Dovrebbe emergere una piccola sfera che appartiene a quello che giace laggiù. Dovreste così dire: laggiù al di fuori di una sfera c’è qualcosa; ma posso vederlo, quello che giace laggiù, guardando lì dentro. Perché è quello che di nuovo appare, che di nuovo si afferma, che è la continuazione di quello che giace laggiù. Quello che cerco quando vado nelle lontananze infinite mi riappare dal centro.
Vedete, si formino tali rappresentazioni in modo sufficiente. Danno comunque l’impressione di qualcosa che formalmente è del tutto legittimo. Ma si può fare ancora qualcosa di completamente diverso quando si tenta di penetrare con tali rappresentazioni quello che esteriormente è veramente reale. Perché immaginate una volta che ci fosse un fenomeno nello spazio celeste, chiamiamolo inizialmente luna. Non si dovrebbe comprendere questo fenomeno semplicemente dicendo: la luna, è un corpo, ha il suo centro lì e l’esaminiamo secondo il principio che ha il suo centro lì e è un corpo. — Supponete — scusate se parlo in modo un po’ eufemistico — questo modo di pensare non si adatta alla realtà, piuttosto dovrei dire diversamente, dovrei dire: se nel mio mondo vado sempre avanti da un punto, allora giungo dove non trovo più altri corpi celesti, dove se però si tratta di una realtà non trovo nemmeno il solo spazio euclideo vuoto, dove però trovo qualcosa che con la sua realtà mi costringe a pensare la sua continuazione qui. Sarei allora costretto a pensare il contenuto dello spazio di questa luna come un pezzo del mondo intero, a eccezione di tutto quello che ho di stelle e così via al di fuori della luna. Dovrei così pensare da un lato tutto quello che ho di stelle nello spazio del mondo. Dovrei trattarle in modo unitario, presuppongo questo inizialmente. Ma l’interno della luna, il contenuto dello spazio della luna non dovrei trattarlo così, piuttosto solo così che dicessi: posso da un lato andare nella vastità. Lì presuppongo che da qualche parte sia la sfera — è inizialmente la sfera apparente, ma deve essere pensato in qualche modo che anche qualcosa di effettivo vi sta a fondamento. Ma con tutto quello che mi emerge nelle vastità, non ha nulla a che fare quello che giace all’interno della superficie sferica della luna; ha a che fare con quello che inizia quando le stelle finiscono. È un pezzo, in modo bizzarro appartenente non al mio mondo, ma a quel mondo a cui non appartengono tutte le altre stelle. Se si trova una cosa simile all’interno di un mondo, allora abbiamo a che fare con un inserimento nel mondo che è di natura completamente diversa, che mostra qualità interiori completamente diverse da quello che lo circonda. E possiamo allora confrontare il rapporto di una tale luna al suo cielo circostante con il rapporto che abbiamo per esempio tra le secrezioni renali con l’organismo a fondamento e l’organismo oculare. Da questo punto procederemo domani.
Non dipende da me che devo tentare di formarvi rappresentazioni complicate sulla struttura del cosmos, ma dipende dal fatto che con altre rappresentazioni si riesce solo quando si dice: Ebbene, comprendiamo i fenomeni con queste rappresentazioni, e poi — poi c’è semplicemente un limite, poi non si va oltre. Dipende dalla realtà e non assolutamente da una qualche passione di sviluppare rappresentazioni particolari, quando per introdurvi alla comprensione della struttura del mondo, si sviluppano appunto tali rappresentazioni complicate.
Si tratta, come avete visto, di raccogliere gli elementi che infine possono portare a determinare le forme dei movimenti dei corpi celesti e a queste forme aggiungere determinazione quello che si potrebbe chiamare la posizione reciproca dei corpi celesti. Perché una concezione del nostro sistema di corpi celesti può essere ottenuta solo se si è capaci di, per quanto riguarda le forme di movimento le curve nome, innanzitutto determinare forme di curve, cioè l’elemento formale, e poi determinare i centri dell’osservazione. Questo è il compito che è effettivamente proposto a una considerazione come quella che ora abbiamo avviato. Ho intenzionalmente mantenuto questa considerazione la prima volta così come è accaduto, per ragioni determinate.
I più grandi errori che si commettono nella vita scientifica consistono nel tentare di fare sintesi prima di aver veramente stabilito le condizioni di questa sintesi. Si ha la tendenza a fare teorie, cioè a ottenere visioni conclusive. Non si può in certo senso aspettare fino a quando le condizioni sono presenti per fare teorie. E questo deve essere lanciato nella nostra vita scientifica, che si arrivi al sentimento di come semplicemente non si può tentare di rispondere a certe domande prima che le condizioni di risposta siano veramente stabilite. So che naturalmente — gli astanti sono naturalmente esclusi — a molte persone oggi piace di più se si mostrano loro curve finite per i movimenti planetari e altri, perché allora hanno qualcosa che risponde alla loro domanda: come si comporta questo e quest’altro secondo la somma dei concetti che sono disponibili? Ma se le domande sono tali che non si può rispondere con questa somma di concetti disponibili, allora tutto il discorso in relazione teorica è una cosa impossibile. Si giunge così solo a una riconciliazione apparente, completamente illusoria sulla cosa. Così ho tentato anche in relazione alla pedagogia scientifica di strutturare queste conferenze come le ho strutturate.
Ora abbiamo sì ottenuto risultati che ci mostrano che dobbiamo fare distinzioni attente quando vogliamo scoprire le forme di curve per i movimenti celesti, cose come appaiono nei movimenti apparenti, diciamo per esempio nella forma di cappio del percorso di Venere, che emerge nella congiunzione, e la forma di cappio per il percorso di Marte, che emerge nell’opposizione. Siamo arrivati a una visione che dobbiamo fare distinzioni attente in ciò indicando quanto sono diverse le forme di curve che si manifestano nella forza di formazione umana da un lato per l’organizzazione della testa, dall’altro per l’organizzazione del metabolismo e degli arti, e che comunque una certa connessione tra queste due forme è presente, solo tuttavia una che deve essere cercata attraverso una transizione al di fuori dello spazio, non nello spazio rigido euclideo.
Ora si tratta qui che si deve prima trovare una transizione da quello che per così dire si scopre sul proprio organismo umano a quello che è presente laggiù nello spazio mondiale, che inizialmente veramente appare solo come lo spazio euclideo, come lo spazio rigido. Si ottiene una visione su questo solo continuando il medesimo metodo che abbiamo ottenuto, cioè proprio cercando veramente la connessione tra quello che si svolge nell’uomo stesso e quello che laggiù nel movimento dei corpi celesti nello spazio mondiale si svolge. Non si può allora altrimenti che sollevare la domanda: quale relazione di conoscenza c’è tra movimenti che nel senso relativo possono essere colti, e movimenti che assolutamente non possono essere colti nel senso relativo? Siamo chiari che tra le forze di formazione dell’organismo umano abbiamo tali che agiscono radialmente e tali che dobbiamo pensare nella sfera. Ora si tratta di come, per la nostra conoscenza umana, in un movimento esteriore si presenta quello che corre solo nella sfera, e come quello che corre solo nella direzione del raggio.
È sì già un inizio fatto oggi, anche in relazione sperimentale, di distinguere movimenti simili nello spazio. Si può seguire i movimenti di un corpo mondiale nella sfera attraverso l’apparenza; ma oggi si possono anche seguire attraverso l’analisi spettrale movimenti che vanno nel senso del raggio, si può seguire nelle linee di visione gli avvicinamenti e gli allontanamenti dei corpi celesti. Sapete che il seguito di questo problema ha condotto ai risultati interessanti delle stelle doppie, che si muovono l’una attorno all’altra, movimenti che si potevano solo stabilire grazie all’applicazione del principio di Doppler proprio seguendo il problema che ho indicato lì.
Ora però si tratta di stabilire se nel nostro procedimento che include l’uomo nell’intera costruzione del mondo abbiamo anche la possibilità di scoprire qualcosa su se — voglio prima esprimermi del tutto cautamente — un movimento può essere solo apparente, o se questo movimento deve essere in qualche modo reale, se qualcosa indica che un movimento è reale. Vi ho già menzionato che dobbiamo fare la distinzione tra i movimenti che possono essere relativi e tali movimenti che, come i rotatori, gli sforzanti, i deformanti, indicano che non possono essere colti nel senso relativo. Lì deve cercarsi un criterio dei movimenti reali. Questo criterio dei movimenti reali può emergere solo dal fatto che si considerino i rapporti interiori del movimento. Non può mai limitarsi a considerare solo i rapporti esteriori dei luoghi.
Ho spesso usato l’esempio banale di due persone che vedo stare l’una accanto all’altra alle 9 del mattino e alle 3 del pomeriggio, con la sola differenza che l’una delle due è rimasta ferma, e l’altra, dopo che me ne sono andato, dopo che ho smesso di osservare, ha fatto una passeggiata che l’ha impegnata per 6 ore. Ora sta di nuovo accanto all’altra alle 3. Eppure dalle semplici osservazioni dei luoghi non riuscirò mai a scoprire quello che veramente accade. Solo allora, se considero l’affaticamento dell’uno o dell’altro, cioè un processo interno, potrò informarmi sul movimento. Dunque si tratta che si deve scoprire quello che è subito da colui che si muove, quello che è passato da chi si muove, se si vuol caratterizzare un movimento come movimento in sé. Ora è necessario qualcosa d’altro ancora, che allora procurerò domani, ma vogliamo oggi almeno avvicinarci al problema.
Ora dobbiamo considerare la cosa di nuovo da un angolo completamente diverso. Vedete, se oggi consideriamo la conformazione dell’organismo umano, possiamo naturalmente fondamentalmente inizialmente solo ottenere una sorta di connessione di percezione con quello che è laggiù nello spazio mondiale. Perché tutto indica che l’uomo in alto grado è indipendente dai movimenti dello spazio mondiale e che per così dire proprio con quello che si esprime nella sua esperienza immediata, si è emancipato dai fenomeni mondiali, così che possiamo solo rimandare a tempi in cui l’uomo ancora meno metteva nella bilancia la sua vita animica rispetto a quello che sperimenta rispetto alla vita ordinaria terrestre post-natale. Possiamo solo rimandare al tempo embrionale, dove davvero la formazione si svolge in accordo con le forze mondiali. E quello che allora rimane ancora, è per così dire quello che all’interno dell’organizzazione umana si mantiene dal piantato durante il tempo embrionale. Non si può parlare del tutto nel senso come altrimenti è usuale di eredità, perché davvero nulla è propriamente «ereditato», ma si deve pensare a un processo simile in questo rimanere di certe entità da un precedente tempo di sviluppo.
Ora però si tratta di rispondere alla domanda: c’è in questa vita ordinaria che conduciamo dopo la nostra nascita, quando già siamo giunti alla consapevolezza piena, nemmeno un accenno di come è la connessione con le forze cosmiche? Quando consideriamo lo stato di alternanza umana tra veglia e sonno, troviamo nell’uomo colto contemporaneo tuttavia ancora che deve introdurre un tale cambio tra veglia e sonno, ma sapete tutti molto bene che introduce questo cambio, anche se nella sua sequenza temporale deve assolutamente coincidere con il cambio naturale tra giorno e notte per la conservazione della salute umana, oggi lo separa da quello che è il corso naturale. Nelle città non si può più accadere insieme, nella campagna presso i contadini è ancora così. Proprio perché sono in questa speciale costituzione psichica, che dormono tutta la notte e vegliano tutto il giorno. Se il giorno diventa più lungo e la notte più corta, dormono meno; se la notte diventa più lunga, dormono più a lungo. Ma questi sono infine pur sempre cose che possono solo portare a confronti vaghi, su cui non si può costruire una percezione chiara. Dobbiamo già chiedere qualcosa d’altro se vogliamo considerare l’irruzione di quello che sono condizioni mondiali nei rapporti soggettivi umani, per scoprire da questo qualcosa nell’interno umano che possa indicarci movimenti assoluti nel cosmos.
Lì voglio attirare l’attenzione su qualcosa che infine può essere ben osservato se si estendono le proprie osservazioni su campi più ampi: che sebbene l’uomo si emancipi facilmente rispetto all’alternanza di sonno e veglia, si emancipi facilmente dalla sequenza temporale, che però non può emanciparsi senza che le conseguenze diventino evidenti riguardo alla sua posizione. Anche coloro che, come già oggi abbiamo tali cultura-individui tra noi, fanno della notte il giorno e del giorno la notte, perfino questi devono scegliere per il sonno la posizione che non è la posizione eretta della veglia. Devono per così dire portare la loro linea spinale nella direzione della linea spinale dell’animale. E proprio quando ci si addentra ulteriormente in queste cose, quando per esempio si considera anche il fatto fisiologico che ci sono persone che in certe condizioni di malattia non riescono a dormire bene in posizione orizzontale, ma devono stare il più possibile sedute erette, allora si giunge proprio attraverso queste deviazioni della connessione tra posizione orizzontale e sonno a leggi. Proprio quando si considerano le eccezioni che sopraggiungono attraverso malattie più o meno evidenti, negli asmatici per esempio, si può sottolineare con chiarezza le leggi in questo campo. E si può assolutamente, riunendo tutti i fatti, dire che l’uomo deve per amore del sonno portarsi in una posizione che la sua vita durante il sonno scorre in una certa relazione così come la vita animale scorre. Se osservate con attenzione tali animali che non hanno esattamente la loro linea spinale parallela alla superficie terrestre, troverete un’ulteriore conferma della cosa. Tutto questo è qualcosa che posso solo indicare in linee direttrici, che nei dettagli è ancora molto materia della scienza, perché non si sono affrontate le cose in questo modo in modo esauriente fino a ora. Qua e là ci sono sempre piccoli suggerimenti da parte di persone, ma non in modo esauriente; gli esami necessari per il progresso scientifico non sono stati condotti.
Questo è inizialmente un fatto. Un altro fatto è il seguente. Sapete, quello che si chiama banalmente affaticamento, che è una serie di fatti molto complicata, questo può emergere quando ci muoviamo volontariamente. Ci muoviamo allora volontariamente nel muovere il nostro baricentro nella direzione parallela alla superficie terrestre. Ci muoviamo in un piano che è parallelo alla superficie terrestre. In un tale piano si svolge il processo che accompagna i nostri movimenti volontari esterni. E possiamo trovare in quello che si svolge lì qualcosa di assolutamente coerente. Possiamo trovare da un lato la mobilità parallela alla superficie terrestre e l’affaticamento; possiamo andare avanti e possiamo dire: attraverso questo movimento parallelo alla superficie terrestre, che si esprime sintomaticamente nell’affaticamento, giace un processo metabolico, c’è consumo metabolico. Giace quindi qualcosa a fondamento del muoversi orizzontale, che possiamo assolutamente osservare come un processo interno dell’organismo umano. Ora però si presenta innanzitutto il fatto che l’uomo è organizzato cosicché non può fare a meno di questo movimento, assolutamente non può farne a meno per la sua organizzazione. Nel caso di colui che è postino, il mestiere già provvede a fargli fare movimenti in modo orizzontale; e chi non è postino, deve fare una passeggiata. Su questo riposa anche la relazione economicamente interessante tra l’usabilità della mobilità umana che confluisce nell’economia e la mobilità umana che rimane fuori dell’economia, nel gioco, nello sport e simili. Lì fluiscono già insieme le cose fisiologiche e le economiche. Bene, ho spesso nella critica del concetto di lavoro appunto attirato l’attenzione su questa connessione, e non si può fare economia nazionale se non si cercano qui la connessione proprio tra la pura scienza sociale e la fisiologia. Ma quello che per noi è importante in questo momento è che possiamo osservare questo processo parallelo: movimento nel piano orizzontale e un certo processo metabolico.
Possiamo cercare questo processo metabolico anche altrove. Possiamo cercarlo nello stato di alternanza tra sonno e veglia. Solo che in certo senso il processo nei movimenti volontari si svolge cosicché, al di là di quello che accade all’interno dell’uomo, il consumo metabolico è allo stesso tempo un processo esteriore. Vorrei dire che accade lì qualcosa per cui la limitatezza della superficie del corpo umano non è la sola determinante. C’è trasformazione di materia, ma così che questa trasformazione di materia che si verifica si svolge nell’assoluto, nel «relativamente assoluto» naturalmente, così che non si può dire che abbia significato solo per l’organizzazione interna umana.
Ma l’affaticamento, che di nuovo è il sintomo di accompagnamento del movimento con il consumo metabolico, si verifica anche quando si è semplicemente vissuto un giorno e non si ha fatto nulla. Cioè, le medesime entità che sono effettive nel movimento volontario, agiscono anche nell’uomo nella vita quotidiana puramente attraverso l’organizzazione interna. E il consumo metabolico deve quindi verificarsi anche quando questo processo di affaticamento semplicemente si presenta, senza che lo provocassimo volontariamente. Ci mettiamo noi stessi in posizione orizzontale per favorire questo consumo metabolico, che si verifica in assenza di azione volontaria, che semplicemente si verifica nel corso del tempo, se così posso dire. Ci mettiamo in posizione orizzontale durante il sonno al fine di far eseguire al nostro corpo in questa posizione orizzontale quello che esegue anche quando siamo in movimento volontario. Dunque vedete che la posizione orizzontale è qualcosa di significativo, che non è indifferente se assumiamo la posizione orizzontale, che, se vogliamo far eseguire al nostro organismo qualcosa senza fare nulla noi, dobbiamo portarci in questa posizione. Cioè in altre parole: ci mettiamo durante il sonno in una posizione dove accade qualcosa nel nostro organismo, che altrimenti accade quando ci muoviamo volontariamente.
Deve quindi esserci un movimento nel nostro organismo che non provocassimo volontariamente. Deve esserci un movimento di significato per il nostro organismo che non provocassimo volontariamente. E vi basta solo osservare un po’ i fatti per ordinarli a voi stessi, così giungerete al seguente risultato, verso cui devo qui omettere gli anelli intermedi perché non ho tempo. Esattamente così come il metabolismo assoluto è compiuto attraverso il movimento umano, così che quello che si svolge nel metabolismo ha un vero significato chimico o fisico per cui il confine della pelle inizialmente non c’è, che così accade nell’uomo da far sì che l’uomo appartiene al cosmo, esattamente lo stesso processo, questo stesso consumo metabolico si effettua durante il sonno cosicché ha significato all’interno dell’organismo umano. Quello che si consuma nel movimento volontario si consuma anche nel sonno. Ma il risultato viene trasferito da una parte dell’organismo a un’altra parte dell’organismo. Nutriamo la nostra testa, il nostro capo durante il sonno. Compiamo o piuttosto lasciamo che il nostro organismo internamente compia un consumo metabolico per cui ora la pelle umana come chiusura ha significato, dove la trasformazione si svolge così che il processo finale ha significato per l’interno dell’organizzazione umana.
Possiamo così dire: ci muoviamo volontariamente — un consumo metabolico ha luogo; ci facciamo muovere dal cosmo — un consumo metabolico ha luogo. Quest’ultimo ha luogo così che il risultato, che nel primo consumo metabolico si svolge nel mondo esterno, ora si inverte e si afferma nel capo umano come tale. Si inverte semplicemente, non continua a diffondersi, ma dobbiamo, affinché si inverta, affinché esista affatto, portarci in posizione orizzontale. Dobbiamo così studiare la connessione tra quei processi nell’organismo umano che si svolgono nel movimento volontario e quei processi che si svolgono nel sonno.
Dal fatto che dobbiamo farlo in un punto specifico della nostra considerazione, da ciò potete vedere quale significato ha quando nelle conferenze antroposofiche generali si deve sempre sottolineare che la nostra volontà, che è legata al metabolismo, abbiamo veramente in una relazione con la vita rappresentativa come quella del sonno alla veglia.
Riguardo allo sviluppo della volontà, sempre di nuovo ripeto che dormiamo continuamente. Ora avete qui la determinazione precisa della cosa. Avete ora qui l’uomo mosso volontariamente nel piano orizzontale, e lui compie lì lo stesso che nel sonno, cioè dormire attraverso la sua volontà. Sonno e movimento attraverso la volontà stanno in questo rapporto. E dormiamo in posizione orizzontale, con la sola conseguenza che il risultato è diverso, che quello che si disperde nel mondo esterno nel movimento volontario, viene assunto dalla nostra organizzazione della testa e ulteriormente elaborato.
Abbiamo così due processi rigorosamente distinti: la dispersione del processo metabolico nel movimento volontario e l’elaborazione interna del consumo metabolico in quello che durante il sonno si svolge nella nostra testa. E possiamo, se ora riferiamo il tutto all’animalità, valutare quale significato abbia il dire: l’animale compie tutta la sua vita in posizione orizzontale. Questa inversione del metabolismo per la testa deve essere organizzata in un modo completamente diverso nell’animale, e il movimento volontario nell’animale significa assolutamente qualcosa di completamente diverso che nell’uomo. Questo è quello che nel presente è considerato così poco scientificamente. Ora si parla solo di quello che si presenta esternamente, e si trascura che lo stesso processo esterno può rappresentare qualcosa di completamente diverso in un essere che in un altro. Voglio ora prescindere da tutte le intenzioni religiose, ma solo attirare l’attenzione: l’uomo muore, l’animale muore; questo, in relazione psicologica, non deve assolutamente essere la stessa cosa per i due esseri. Perché chi la lascia essere la stessa cosa e sulla base di ciò conduce le sue indagini, assomiglia a uno che trova un rasoio e dice, è un coltello, la funzione deve avere lo stesso significato come in un altro coltello, così taglio i miei canederli con il rasoio. — Se si esprimono le cose così banalmente, si dirà: l’uomo comunque non lo farà. Ma se non sta attento, queste cose accadono davvero con l’indagine più avanzata.
Ora siamo così rimandati al fatto che nei nostri movimenti volontari troviamo appunto quel processo che si esprime in una direzione di curva parallela alla superficie terrestre. Siamo così spinti verso una direzione di curva che prende questo andamento. Bene, che cosa abbiamo allora posto a fondamento? Abbiamo posto a fondamento un processo interno, qualcosa che avviene nell’uomo, che abbiamo da un lato come qualcosa di dato nel sonno, che abbiamo dall’altro come qualcosa che noi stessi compiamo, così che in quello che compiamo abbiamo la possibilità di determinare l’altro. Abbiamo quindi la possibilità di considerare quello che dal mondo spaziale è fatto al nostro organismo nel sonno come il determinando, che dobbiamo conoscere, e l’altro, che compiamo esternamente, che quindi conosciamo in relazione ai suoi rapporti di posizione, come il concetto superiore della determinazione.
Questo è quello verso cui ci si deve sforzare in una vera scienza: non definire fenomeni attraverso concetti astratti, ma definire fenomeni attraverso fenomeni. Questo è quello che naturalmente rende necessario che si comprendano davvero prima i fenomeni, allora li si può definire l’uno per l’altro. Questo è assolutamente il caratteristico di quello verso cui si aspira dalla scienza dello spirito antroposofica: giungere a un vero fenomenalismo, spiegare fenomeni attraverso fenomeni, non formare concetti astratti attraverso cui spiegare i fenomeni; e nemmeno semplicemente esporre i fenomeni e lasciarli come sono nel fatto empirico casuale, perché lì possono stare l’uno accanto all’altro senza che si spieghino reciprocamente in nessun modo.
Da lì voglio ora passare a qualcosa che vi mostrerà quale portata abbia in generale questo sforzo fenomenologico. Si può dire che per giungere a rappresentazioni corrispondenti, oggi c’è già un’abbondanza eccessiva di materiale empirico. Quello che ci manca non è materiale empirico, ma sono le possibilità di sintesi, che sono allo stesso tempo le possibilità di spiegare veramente un fenomeno attraverso un altro fenomeno. Si devono comprendere prima i fenomeni prima di poterli spiegare l’uno attraverso l’altro. Ma si deve sviluppare la volontà di procedere come facciamo qui, che si sviluppi prima la tendenza a penetrare veramente un fenomeno. Questa tendenza oggi è spesso trascurata. Perciò nel nostro istituto di ricerca non si tratterà inizialmente di continuare a fare esperimenti nel senso dei vecchi metodi sperimentali, perché lì veramente c’è un’abbondanza di materiale empirico, non per la tecnica, ma certamente per la vera sintesi. Non si tratterà di continuare le vecchie direzioni di sperimentazione, ma, come ho già sottolineato nel corso sul calore l’inverno scorso, si tratta di fare diversamente gli assetti sperimentali. Non avremo bisogno solo degli strumenti che oggi si comprano in modo usuale dall’ottico e così via, ma avremo bisogno di costruire noi stessi i nostri strumenti, così da avere diversi assetti sperimentali, e presentare i fenomeni cosicché l’uno possa essere spiegato attraverso l’altro. Dobbiamo veramente lavorare da capo.
Allora risulterà di nuovo un’abbondanza di quello che può veramente offrire una prospettiva luminosa. Con quegli strumenti che ci sono, le persone contemporanee possono veramente fare abbastanza. Sono diventate straordinariamente abili nella loro unilateralità a fare esperimenti con essi. Abbiamo bisogno di nuovi assetti sperimentali, questo deve assolutamente essere considerato, perché con i vecchi assetti sperimentali non riusciamo semplicemente a superare certe domande.
D’altro canto non deve nemmeno semplicemente continuarsi a speculare sulla base dei risultati ottenuti attraverso le vecchie indagini, bensì i risultati sperimentali devono sempre darci la possibilità di tornare il più possibile ai fatti quando ci siamo allontanati da essi. Dobbiamo sempre poter trovare subito la possibilità, quando si è giunti a un certo punto con gli esperimenti, di non teorizzare oltre, ma di andare subito con quello che emerge all’osservazione che allora è un’osservazione chiarificatrice. Altrimenti non si supereranno certi confini che però sono solo confini momentanei della scienza. E lì attiro l’attenzione su tale confine che, comunque, non si considera da nessuno come se non fosse superabile, che però sarà superabile solo se in quel campo si passa a diversi assetti sperimentali. Questa è la questione della costituzione solare.
Non è vero, inizialmente risulta da osservazioni veramente attente e consapevoli, condotte con tutti i mezzi oggi disponibili, che dobbiamo distinguere qualcosa nel centro solare, su cui tutti gli uomini sono poco chiari. Si parla semplicemente di nucleo solare. Che cosa sia, nessuno può dare informazioni, fino a lì non arriva il metodo di indagine. Non è una critica e un rimprovero, perché tutti l’ammettono. Il nucleo solare è allora circondato dalla fotosfera, dall’atmosfera, dalla cromosfera e dalla corona. La possibilità di farsi rappresentazioni inizia con la fotosfera. Ci si può fare rappresentazioni anche sull’atmosfera, la cromosfera. Supponete ora che si voglia farsi rappresentazioni sull’apparizione delle macchie solari. Troverete, avvicinandosi a questo fenomeno strano che non si svolge del tutto arbitrariamente ma mostra un certo ritmo nei massimi e minimi della formazione di macchie solari, seguendo una periodicità di circa 11 anni, che questi fenomeni di macchie solari, se li si segue, devono essere messi in connessione con processi che in qualche modo giacciono al di fuori del nucleo solare. Ci si sistemano certi processi lì e si parla di condizioni esplosive o simili. Ora si tratta del fatto che, procedendo così, si parte sempre da presupposti che si sono ottenuti nel campo terrestre. Se cioè non si tenta innanzitutto di elaborare e ampliare il proprio campo concettuale, come abbiamo fatto, immaginandoci curve che escono dallo spazio; se non si fa questo per la propria auto-educazione allora non c’è veramente nessun’altra possibilità che spiegare quello che giace nei risultati di osservazione di un corpo situato fuori dal mondo terrestre, così come le condizioni terrestri lo rappresentano.
Che cosa starebbe più vicino nel senso della visione mondiale contemporanea che semplicemente rappresentarsi i processi nella vita solare simili ai processi nella vita terrestre, solo modificati! Ma si formano lì inizialmente ostacoli relativamente insormontabili. Quello che si chiama costituzione fisica del sole non si può penetrare con le rappresentazioni che si ottengono nella vita terrestre. Si tratta solo di penetrare i risultati osservativi, che fino a un certo grado in questo campo sono assolutamente significativi, in un modo loro adeguato dal punto di vista rappresentativo. Ci si dovrà un po’ familiarizzare con quello che vorrei caratterizzare approssimativamente nel modo seguente. Veramente, se si ha una connessione esterna che si illumina con una verità geometrica, allora si dice: quello che si è costruito prima geometricamente si adatta; la realtà esterna è così. — Ci si sente connessi con la realtà esterna quando si ritrova quello che si era costruito per primo. Ora naturalmente questo essere contenti interiori del fatto che si adatta non deve essere spinto troppo lontano, perché si adatta anche sempre per coloro che nel farlo si sono già adattati eccessivamente. Anche loro trovano sempre che le rappresentazioni che hanno elaborato si accordano completamente con la realtà esterna. Ma c’è comunque qualcosa di valido in queste cose.
Ora si tratta che semplicemente si deve fare il tentativo di rappresentarsi innanzitutto un processo che nella vita terrestre si svolge così che ci rappresentiamo il suo andamento seguendo la direzione dal centro verso l’esterno, cioè nella direzione del radiale. Affrontiamo un processo, diciamo per esempio una certa eruzione, un’eruzione vulcanica o la direzione di una deformazione nei terremoti e simili. Seguiamo quindi processi sulla terra nel senso di una linea che va dal centro verso l’esterno. Ora però vi potete anche rappresentare che l’interno solare sia organizzato così che non spinge le sue manifestazioni dal centro verso l’esterno, bensì che le manifestazioni dalla corona attraverso la cromosfera, l’atmosfera, la fotosfera, invece di andare da dentro a fuori, vadano da fuori verso dentro. Che i processi, se la fotosfera è questa, l’atmosfera è questa, la cromosfera è questa, la corona è questa, vadano verso l’interno, e tendendo verso il centro, scompaiano, così come le manifestazioni che partono dalla terra scompaiono nella vastità della superficie. Allora arrivate a un’immagine rappresentativa che vi permette, in certo modo, di sintetizzare i risultati empirici. Se quindi parlerete concretamente, direte: se sulla terra ci sono cause perché in alto accada un’eruzione di cratere, così la connessione causale sul sole starebbe così che da fuori verso dentro accade qualcosa come un’eruzione di cratere, così che la sua natura mantiene la cosa diversamente, perché una volta tutto si disperde nella vastità, l’altra volta si concentra verso il centro.
Vedete, si tratterebbe di penetrare i fenomeni che si seguono qui, di comprenderli, per poterli spiegare l’uno attraverso l’altro. E solo quando si procede in questo modo, quando ci si addentra veramente nel qualitativo delle cose, quando veramente ci si abbandona, nel senso più comprensivo, a trovare una sorta di matematica qualitativa, si va avanti. Parleremo ancora domani. Oggi vorrei solo ancora menzionare che c’è davvero anche la possibilità proprio per i matematici, di trovare già dal matematico stesso le transizioni a una considerazione qualitativa, a una matematica qualitativa.
Questa possibilità è perfino nella nostra epoca presente in modo molto intenso, semplicemente tentando di considerare la geometria analitica e i suoi risultati in connessione con la geometria sintetica, con l’esperienza interna della geometria proiettiva. Questo fornisce un inizio, ma veramente molto, molto buono. E chi ha iniziato con tali cose, cioè chi veramente si è addentrato nel chiarire come sia così che una linea non ha due punti infinitamente lontani, l’uno su un lato, l’altro sull’altro lato, ma in ogni caso ha solo un punto infinitamente lontano, trova allora anche concetti più reali in questo campo e da lì una matematica qualitativa, attraverso cui non pensa più quello che appare polare solo come opposto, ma come diretto allo stesso modo. Non è davvero nemmeno qualitativamente diretto allo stesso modo.
I fenomeni dell’anodo e del catodo non sono diretti allo stesso modo, ma c’è qualcosa d’altro dietro. E il cammino per una volta scoprire quale differenza giace lì, giace appunto nel fatto che non ci si permette di pensare affatto una linea reale con due estremità, bensì ci si chiarisce che una linea reale nella sua totalità non deve essere pensata con due estremità, bensì con un’estremità, e l’altra estremità semplicemente attraverso rapporti reali transita in una continuazione che deve giacere da qualche parte.
Considerate solo la portata di tale argomento. Penetra profondamente in molti enigmi della natura che, se ci si avvicina senza questa preparazione, appunto non possono essere colti se non così che la rappresentazione mai penetrerà il fenomeno. ### Diciassettesima conferenza
Vorrei anzitutto tornare su una questione che forse potrebbe suscitare malintesi, nel caso che uno dei nostri stimati ascoltatori si sentisse indotto a proseguire la riflessione sulle cose qui esposte. Si tratta di farvi comprendere che contemporaneamente, il piano su cui io disegno la lemniscata ruota attorno all’asse della lemniscata — ovvero attorno alla linea di connessione dei due fuochi, o come preferite chiamarla. Allora naturalmente devo disegnare la lemniscata nello spazio tridimensionale. Ciò (Fig. 1) è la proiezione.
Con questo disegno spaziale della lemniscata si ha a che fare quando si considerano tutti gli aspetti che ho menzionato — quando cioè si segue il sistema osseo e nervoso, si può seguire persino la circolazione sanguigna. Tutto questo non è da pensare sul piano, bensì nello spazio. Pertanto, sebbene questa figura a otto della lemniscata sia certamente legittima, come ho già suggerito, in realtà abbiamo a che fare con corpi di rotazione. Questo si fonda appunto in ciò che ho esposto dicendo: le configurazioni organizzative nel sistema nervoso-sensoriale e nel sistema metabolico-dei-membra sono ordinate fra loro secondo il principio di una tale lemniscata rotatoria.
Orbene, si tratta del fatto che siamo stati obbligati, in certo senso, a cercare il criterio dei movimenti della nostra Terra nello spazio — giacché siamo uniti alla nostra Terra in certo modo spazialmente — nei cambiamenti che avvengono nell’uomo stesso. Ho detto: se si guardano i movimenti solo esteriormente, allora non è possibile uscire dalla relatività dei movimenti. Ma nel momento in cui si partecipa ai movimenti e si può constatare, attraverso questa partecipazione, mutamenti nell’interno del corpo in questione, allora è possibile leggere la realtà dei movimenti dai mutamenti interni.
Abbiamo indicato che nelle trasformazioni metaboliche abbiamo un criterio per il movimento volontario che l’uomo compie, in quanto in certo senso sposta il suo baricentro parallelamente alla superficie terrestre. E in quei processi che si svolgono in modo simile ai processi metabolici del movimento volontario — negli stati di affaticamento che si presentano nel corso della giornata, cioè al variare della posizione del sole — abbiamo un criterio per un movimento che indubbiamente compiamo insieme alla Terra nello spazio cosmico. Possiamo dunque dire: quello che accade fra la testa e il resto dell’uomo nella direzione verticale, quando l’uomo è in piedi, si svolge nella direzione parallela alla superficie terrestre, in cui essenzialmente corre la colonna vertebrale animale quando l’uomo dorme. Così abbiamo nella comparazione del metabolismo nel sonno e nella veglia una sorta di reattivo per le relazioni di movimento fra Terra e Sole.
Da lì possiamo passare agli altri esseri della natura. Vediamo la pianta, che mantiene una direzione radiale. È la stessa direzione che abbiamo noi umani nello stato di veglia. Ma dobbiamo comprendere che, quando confrontiamo la nostra direzione verticale con la direzione verticale della crescita vegetale, non possiamo assegnare a entrambe lo stesso segno, bensì dobbiamo assegnare loro segni opposti. Ci sono molte ragioni che ci costringono a porre la direzione verticale dell’uomo in opposizione alla direzione verticale della crescita vegetale. Molte ragioni. Voglio solo richiamare quella che ho già menzionato. È il fatto che il processo di crescita vegetale, che termina con il deposito di carbonio, è annullato nell’uomo, deve cioè essere in certo senso reso negativo nell’uomo. Ciò che la pianta consolida in sé, l’uomo deve allontanare. Questo e aspetti simili ci costringono a dirci: se poniamo la direzione della crescita vegetale così (Fig. 2), allora dobbiamo porre la direzione corrispondente nell’uomo in questo modo. Ora la questione è: che cosa abbiamo in questa direzione? Abbiamo in questa direzione ciò che è connesso con la nostra crescita di anno in anno, finché effettivamente cresciamo — ciò che quindi rappresenta un processo simile a quello della pianta. Ma arriviamo a capire solo se ci immaginiamo: la pianta cresce radialmente dalla Terra verso l’alto, verso lo spazio cosmico; noi invece dobbiamo immaginarci che alla nostra crescita fisicamente visibile si oppone qualcosa di sovrafisico-invisibile, che cresce dall’alto verso il basso dentro di noi. Otteniamo una comprensione della forma umana nella direzione verticale immaginandoci così: l’uomo cresce verso l’alto, ma gli si oppone una sorta di formazione vegetale invisibile, che sviluppa le sue radici verso l’alto, verso il capo, e i suoi fiori verso il basso. È un processo di formazione vegetale negativo, che è opposto al processo di formazione umana fisica. In questa direzione (le due frecce) abbiamo dunque a cercare movimenti omologhi. Come la pianta cresce dalla Terra, così dobbiamo immaginarci che da fuori lo spazio cosmico, dal Sole, questa sovrafisica pianta umana cresca verso il centro della Terra. E abbiamo — come ho detto, posso solo indicare la direzione, voi potete ben proseguire a seguirla dai fenomeni empirici — in ciò che a noi appare come una linea di medesima direzione, una linea di crescita, che una volta tende positivamente verso l’esterno, l’altra volta tende negativamente verso l’interno — in questo abbiamo a cercare la linea di connessione fra Terra e Sole. Non potete immaginarvi diversamente, è persino una concezione piuttosto banale, se non che contemporaneamente in essa dovete cercare le linee di movimento sia per la Terra che per il Sole. Abbiamo dunque a cercare linee di movimento per Terra e Sole nella connessione fra i due, ma cosicché questa linea dia una linea verticale per la superficie della Terra.
Ciò che vi espongo qui dovrebbe davvero svilupparsi in molte lezioni, ma desidero tuttavia darvi qualcosa di sostanziale che possiate poi proseguire a seguire, e desidero condurvi a un certo risultato che per la verità dovrà essere innestato in modo alquanto brusco alle considerazioni finora più metodicamente ordinate. Ebbene, in questo modo arriviamo alla necessità di immaginarci che in certo senso Terra e Sole si muovono nella medesima orbita e tuttavia l’uno in senso opposto all’altro. Potete acquisire una rappresentazione concreta di questo fatto in tal modo che ho esposto ieri. Vi ho detto che non può essere diversamente se non ritengo la costituzione del Sole — nucleo solare, fotosfera, atmosfera, cromosfera, corona — cosicché, così come nella Terra procediamo dal centro verso l’esterno per la formazione di crateri e certi efflussi, perfino per le maree, al contrario nel Sole procediamo dall’esterno verso l’interno, cosicché il Sole invia i suoi efflussi dalla periferia verso l’interno del nucleo solare. Così che percepiamo in certo senso le cose nella periferia del Sole come percepiremmo le cose sulla Terra se stessimo al centro della Terra e guardassimo fuori — solo che avremmo invertito la concavità in convessità. Percepiamo in certo senso i processi terrestri quando guardiamo nel Sole, tuttavia come se stessimo al centro della Terra, ma come se la superficie interna della Terra fosse stata invertita dalla concavità verso la convessità, cosicché l’interno della Terra fosse diventato l’esterno del Sole. Se infatti fate vostra questa concezione, allora potrete ben cogliere la natura polarmente opposta di Terra e Sole. È importante inoltre che acquisiate una rappresentazione di come si derivi la costituzione solare dalla costituzione terrestre mediante tale inversione, come vi ho mostrato relativamente all’organismo metabolico-dei-membra con l’osso tubolare e l’organismo nervoso-sensoriale con l’osso cranico. Con ciò però ottenete veramente un ordinamento dell’uomo al cosmo. In verità la polarità nell’uomo si comporta come la polarità fra Sole e Terra.
Ora seguirò un certo corso di pensiero che forse a taluno sembrerà problematico. Vi sembrerebbe del tutto sicuro se potessimo studiare tutti i membri intermedi, ma desidero condurvi, come ho già detto, verso qualcosa di sostanziale. Abbiamo dunque a cercare una curva che ci consenta di immaginarci che i movimenti di Sole e Terra si svolgono nella stessa orbita, e tuttavia di nuovo in opposizione. Questa curva è univocamente determinabile. Se si colgono tutti i luoghi geometrici che si trovano in questo modo, allora questa curva è del tutto univoca. Vi basta solo immaginarvi questa curva in modo che si svolga come una lemniscata rotatoria, che però contemporaneamente avanza nello spazio (Fig. 3). Immaginate che la Terra stia in un punto di questa linea elicoidale lemniscataria, il Sole in un altro punto, e la Terra si muova dietro al Sole. Così avete qui il movimento della Terra verso l’alto, il movimento del Sole verso il basso (presso E₁, S₁). Passano l’uno accanto all’altro. Non trovate nessun’altra possibilità di immaginarvi tutto ciò che effettivamente sta alla base secondo i criteri che valgono per i movimenti sia della Terra che del Sole, se non che Terra e Sole si muovono in una linea elicoidale lemniscataria, si seguono l’uno l’altro, e ciò che si proietta nello spazio nasce da questo. Qui avete la linea di visione (ES); immaginate di proiettare la posizione del Sole qui (S); supponete che il Sole sia avanzato (S₁), ottenete i luoghi apparenti con tutto ciò che è da considerarvi, del tutto come proiezione di ciò che ne risulta quando Terra e Sole si muovono l’uno accanto all’altro. Solo che dovete, se desiderate che il vostro calcolo sia corretto, includere tutte le varie correzioni, ad esempio le equazioni di Bessel e simili, dovete includere nei luoghi tutto ciò che effettivamente è. Dovete considerare che l’astronomia moderna ha tre Soli, come ho già menzionato — la Sonne vera, la Sonne media e la Sonne fittizia. Di questi tre Soli due sono naturalmente pensati, poiché solo il vero Sole è realmente presente. Ma ciò che abbiamo nella nostra determinazione del tempo, questo calcola innanzitutto con la Sonne fittizia, che coincide con la vera Sonne solo al perigeo e all’apogeo, altrimenti dappertutto diverge, e inoltre con l’altra Sonne che coincide con la Sonne fittizia solo negli equinozi. Dovete solo correggere ciò che avete stabilito come orbita solare secondo tutto questo. Se mettete insieme tutto ciò e fate il calcolo, allora ottenete effettivamente questo risultato. Ottenete un risultato che corrisponde a ciò che ci deriva dall’osservazione della connessione dell’uomo con il cosmo.
Orbene, si tratta del fatto che questa curva che abbiamo ottenuto, dobbiamo metterla in relazione nel modo corretto con il nostro sistema solare. A questo scopo voglio disegnarvi il sistema solare ordinario ipotetico (Fig. 4) — senza che oggi già consideri i due pianeti più esterni, non sono necessari in questo contesto —: l’orbita di Saturno — non importano i rapporti — l’orbita di Giove, l’orbita di Marte, l’orbita della Terra con quella della Luna, l’orbita di Venere, l’orbita di Mercurio, il Sole. I relativi pianeti li dovremmo cercare da qualche parte su queste orbite. Orbene, si tratta del fatto che, se in primo luogo accettiamo come una qualche immagine prospettica ciò che è, come si inserisce in questo ciò che abbiamo appena detto sulla orbita Terra-Sole. Questo si inserisce, se seguiamo il calcolo nel modo che vi ho detto prima, nel modo seguente. Dobbiamo disegnare l’orbita della Terra in modo che tenda verso il luogo che prima occupava il Sole, e di nuovo il Sole verso il luogo che prima occupava la Terra. Otteniamo così la metà della lemniscata: Terra, Sole, Terra, Sole; quando è arrivata in giro, prosegue (Fig. 5). Vedete, si muovono l’uno accanto all’altro. Così otteneniamo la reale orbita di Terra e Sole se ci immaginiamo alternativamente che la Terra stia una volta nel luogo dove siamo abituati a disegnare il Sole, e perciò disegniamo il Sole dove siamo abituati a disegnare la Terra. In verità non otteniamo il rapporto di movimento di Terra e Sole se supponiamo l’una o l’altro ferma, bensì solo se pensiamo entrambe in movimento, per cui l’una segue l’altra, ma contemporaneamente si muovono l’uno accanto all’altro. Così dobbiamo immaginarci: vista prospettivamente, alternativamente il Sole è al centro del nostro sistema planetario, e poi di nuovo è in realtà la Terra al luogo dove altrimenti è il Sole. Si alternano. Solo che la cosa è complicata, perché nel frattempo naturalmente anche i pianeti cambiano luogo, e ciò produce una complicazione significativa. Ma se in primo luogo lascio valere questo disegno prospettico (Fig. 4), allora devo disegnare la cosa così (Sole al centro). E ottengo in certo senso l’altra disposizione quando idealmente disegno la sequenza dei pianeti cosicché qui (al centro) sia la Terra, poi la Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno. Vedete dunque, si tratta del fatto che siamo in certo senso indotti dalle prospettive a stabilire un sistema semplicissimo, ma che non è così semplice. È effettivamente così, come se Terra e Sole scambiassero il loro luogo rispetto al centro, per quanto riguarda i pianeti.
Mi è davvero difficile, devo dire, esporre a voi queste cose, che oggi potrebbero ancora essere prese come qualcosa di fantastico, poiché non è possibile calcolarle in dettaglio con tutti gli artifici, possono però essere calcolate. Ma si desiderava che io vi esponga i rapporti dell’astronomia con altri campi scientifici, e allora non rimane altra via se non darvi una chiara sintesi del tutto.
Ebbene, quando seguiamo l’orbita di Terra e Sole, di nuovo astrazione fatta dal sistema planetario, dobbiamo immaginarci una lemniscata in cui la Terra segue il Sole. È qui proiettata (Fig. 6). Vedete inoltre una possibilità di connettere alla gravitazione una concezione ragionevole. Riposa sul principio del trascinamento. E se vi immaginate la cosa così, non abbisognate della dualità un po’ dubbia di forza gravitazionale e forza tangenziale, poiché qui sono ridotte a un’unica forza, se vi pensate la cosa ordinatamente. È comunque, non è vero, una concezione un po’ problematica, immaginarsi il Sole al centro e intorno i pianeti, attraverso cui passa così una spinta nella direzione tangenziale, come effettivamente deve presupporsi se si vuole mantenere il newtonianesimo. Se ora vi immaginate questo come l’orbita Terra-Sole, allora siete costretti, per ottenere nelle prospettive le forme che hanno le altre orbite planetarie col corso dell’orbita Terra-Sole, a immaginarvi l’orbita dei pianeti prossimi al Sole cosicché sia pressappoco così da disegnare. Avete così la possibilità, se avete qui la linea di visione, con una certa altra posizione del pianeta nell’orbita di ottenere il cappio come forma prospettica. La linea di visione (v) è qui. Otteniamo qui il cappio (s) e questi due rami si estendono apparentemente all’infinito (u). D’altronde è da immaginarsi che, se qui dapprima c’è l’orbita Terra-Sole e qui l’orbita dei pianeti interni, le corrispondenti orbite dei pianeti esterni sono tali lemniscate (Fig. 7, p. 312; la nuova orbita è stata disegnata attorno a Fig. 6); dovrei disegnarle qui sopra, ma la successiva sarebbe altrettanto. Però la lemniscata avanza, si estende dunque attraverso questa lemniscata che rappresenta i pianeti esterni.
Abbiamo un sistema di lemniscate ordinatamente disposte come le orbite dei pianeti e anche come l’orbita Terra-Sole. Potrete facilmente mettere d’accordo ciò che qui presento schematicamente col fatto che vediamo prospetticamente il cappio di Venere, il cappio di Mercurio nella posizione di congiunzione, che poi nella prospettiva dobbiamo vedere i cappi di Giove, Marte e Saturno nella posizione di opposizione. E ora conoscerete in tutte le cose quale rapporto esiste di nuovo fra i pianeti come tali e l’uomo. Poiché vi basta solo guardare e vi direte: ciò che avete in Mercurio e Venere, questo giace prossimo alla direzione della stessa orbita Terra-Sole. È per così dire in prossimità cosmica all’orbita Terra-Sole. È dunque così che ha qualcosa a che fare con la linea radiale, che nel fondo rappresenta la connessione di Terra e Sole. D’altra parte le altre orbite, le orbite dei pianeti esterni, dei pianeti superiori, rientrano più in gioco attraverso la loro direzione laterale, la loro direzione sferica; nella loro efficacia si avvicinano più a ciò che procede perifericamente nel movimento. Possiamo quindi dire: ciò che vediamo in Venere e Mercurio, è molto più affine a ciò che come realtà cosmica vive in noi; ciò che vediamo nell’orbita dei pianeti esterni, è molto più affine a ciò che il cielo stellato è in generale. E arriviamo quindi anche a una sorta di valutazione qualitativa di ciò che si svolge nel cosmo.
Naturalmente le linee che ho disegnato qui sono intese del tutto schematicamente, e in realtà si dovrebbe dire: un pianeta interno ha un’orbita che forma un cappio, il cui centro è la stessa orbita Terra-Sole; un pianeta esterno comprende nel suo cappio l’orbita Terra-Sole.
Questo è ciò che è effettivamente essenziale, poiché la cosa stessa è così straordinariamente complicata che si può davvero giungere solo alle concezioni schematiche. Ma vedete da ciò anche quanto sia necessario, per quanto ciò possa suonare spiacevole a taluno, allontanarsi da un certo principio che all’inizio dei tempi moderni è entrato nelle nostre spiegazioni naturali. È il principio di spiegare tutto secondo la semplicità. Divenne una volta una tendenza: il semplice è il corretto. E oggi si è ancora fortemente criticati se si presentano cose che non sono sufficientemente semplici. Ma la natura semplicemente non è semplice. Anzi, potremmo persino dire: la natura, la realtà è ciò che sembra semplice, ma che, quando lo si esamina realmente, è complicato, sicché di regola in ciò che si presenta come semplice si ha una formazione apparente.
Non è stato mio intento guidare le conferenze verso questo punto, cioè di esprimere qualcosa che fin dall’inizio non è in accordo con ciò che è riconosciuto, dal momento che questo non è ciò che perseguire fondamentalmente, bensì qui si tratta davvero di arrivare alla verità. Ora le assunzioni dell’odierna cosmologia astronomica contengono però in sé così tante contraddizioni che in verità si torna indietro completamente insoddisfatti quando si è passati attraverso l’astronomia corrente. Si vede infatti che si assume ipoteticamente l’immagine del mondo che io ho pure disegnato: le orbite planetarie in ellissi, in un fuoco il Sole e così via. Poi, poiché non si può fare altrimenti, si lasciano queste orbite planetarie avere diverse inclinazioni. Queste diverse inclinazioni risultano dalla prospettiva; queste cose complicate, sono tutte cose prospettiche. Ma in realtà non si calcola col semplice sistema planetario che si spiega ai bambini a scuola e che poi resta in seguito, bensì effettivamente secondo l’immagine del mondo di Tycho de Brahe, e inoltre continuamente devono introdursi correzioni. Poiché se si calcola secondo le formule usuali, diciamo il luogo del Sole per un determinato punto temporale, non corrisponde. Allora in quel luogo, invece che il vero Sole stia lì, stia la Sonne fittizia o la Sonne media, dunque cose pensate. Sì, così stanno le cose, stanno cose puramente pensate lì, e si devono sempre introdurre correzioni per arrivare al corretto. In queste correzioni, là risiede ciò che conduce alla verità. Se, invece di restare alle formule e arrivare a cose pensate, si rendono le formule in sé mobili e poi si tenta di disegnare curve, allora si arriva già a questo sistema che è disegnato qui, anche se schematicamente.
Vedete, ho cercato soprattutto di far emergere in voi un’immagine dell’armonia fra l’organizzazione umana e la costituzione del cosmo. Questa armonia, se avete seguito tutto sinora, non potete guardarla come qualcosa che pecca contro il tipo di disposizione che deve esserci nella scienza. Nel tempo in cui il passaggio dall’immagine tolemaica del mondo a quella copernicana si è sviluppato, anche con tutta l’interpretazione della connessione fra uomo e fenomeni celesti è avvenuto un cambiamento. Se si torna ai tempi più antichi, quando, anche se in una prospettiva diversa, io direi, ho parlato alcuni giorni fa, si avevano rappresentazioni trasparenti riguardo all’armonia fra i movimenti celesti e la forma dell’uomo, allora si trova davvero qualcosa che era istintivo, ma che, innalzato alla coscienza, dà già la nostra scienza contemporanea, cui dobbiamo anche rimanere fedeli quando appunto ci entriamo in un campo così problematico e azzardato.
Non c’è effettivamente nessuna differenza fra il modo in cui altrimenti applichiamo la matematica e il modo in cui applichiamo questa matematica qualitativa che gradualmente ci siamo formati ai fenomeni umani e celesti. Ma vedete, nel tempo stesso in cui il passaggio si è sviluppato dal vecchio sistema eliocentrico al nuovo sistema eliocentrico, nello sviluppo dell’umanità si è verificato un’interruzione nella conoscenza, in quanto non è rimasto ponte fra l’ordine del mondo fisico-sensibile, l’ordine naturale del mondo, e l’ordine morale del mondo. L’ho già menzionato spesso in altre conferenze: oggi siamo decisamente nella contraddizione che siamo costretti da una parte a far esaurire i concetti teorici naturali in una sorta di formazione originaria, così che il mondo si è sviluppato da processi puramente naturali; la nostra Terra allora, dentro c’è il nostro cosmo, la cosa prosegue di nuovo secondo le leggi puramente naturali, raggiunge il suo fine. Nel mezzo viviamo noi. Dal nostro interno sorgono impulsi morali, non si sa da dove. Ma si sa ben certamente, se si pensa in questo dualismo, che una volta proprio per questi impulsi morali ci sarà una grande fossa. Così si pensa, se si spalanca così poco il ponte fra l’ordine naturale del mondo e l’ordine morale del mondo. Questo passaggio fra l’ordine naturale del mondo e l’ordine morale del mondo deve proprio essere ritrovato. Dobbiamo di nuovo giungere a essere in grado di pensare in accordo fra loro l’ordine naturale del mondo e l’ordine morale del mondo. Ho parlato in altre occasioni di come questo passaggio può essere cercato. Può davvero essere trovato attraverso l’antroposofia scienza dello spirito.
Qui però voglio richiamare la vostra attenzione sul fatto che questo divorziarsi dell’ordine naturale del mondo e dell’ordine morale del mondo si manifesta anche in particolari in certi campi. E un tale campo è quello con cui abbiamo a che fare qui. Là si è pure in certo senso all’interno dello sviluppo dell’umanità divorziarsi l’aspetto naturale e l’aspetto morale. L’aspetto morale si è formato nell’astrologia, l’aspetto naturale nell’astronomia spogliata di spirito. Che nell’astrologia, così come oggi viene praticata, non abbiamo nulla a che fare con qualcosa che ha a che fare con una qualche scienza, nel senso in cui è intesa, questo non ho bisogno di spiegarvi; che sia un errore da una parte questo non vi deve essere provato. Ma dall’altra parte abbiamo in ciò che si chiama il nostro sistema astronomico mondiale, ancora un errore. Non abbiamo a che fare con realtà, per quanto riguarda le linee prospettiche o eventualmente proiettive che solitamente si disegnano quando si disegna il nostro sistema planetario, né con le linee che ancora emergono quando una risultante composta da molte componenti è osservata nel corso che il Sole stesso compie con tutto il sistema planetario. Abbiamo a che fare in tutto ciò con cose che si compongono da moltissime componenti. E poiché abbiamo a che fare con relatività, allora è appunto necessario che ci si attenga a un criterio che possa condurre a una vera comprensione delle curve, anche se a taluno sembri un criterio ancora così vago — se semplicemente cerchiamo di penetrare il mistero del perché l’uomo abbia il bisogno di stendersi orizzontalmente nel sonno, dunque di uscire dalla linea di connessione fra Terra e Sole. Come può compiere i suoi movimenti volontari solo quando il suo baricentro si muove perpendicolarmente alla linea di connessione fra Terra e Sole, così può compiere i suoi movimenti involontari solo stendendosi nella direzione perpendicolare all’orbita Terra-Sole. Se vuole uscire dall’efficacia del movimento volontario, così che ciò che altrimenti agisce nel suo movimento volontario, agisca internamente e produca un scambio metabolico fra corpo e capo, allora deve stendersi in questa linea. E così potete trovare il passaggio alle altre direzioni dell’uomo, e potete dalle direzioni che sono da segnare nell’uomo, che sono da guadagnare dalla sua forma, comporre quelle curve di cui si tratta nel movimento dei corpi celesti. Non è così facile come ciò che si fa coi semplici telescopi e i loro angoli. Ma è il solo modo possibile attraverso cui si può trovare questa connessione fra l’uomo e i fenomeni celesti.
Se ricordiamo ancora una volta ciò che è stato detto da parte mia con riguardo all’opposizione fra Terra e Sole, allora da ciò vedremo che si tratta nella risposta a tali domande di seguire i fatti empirici in un modo determinato. Non è affatto possibile formare intuizioni su qualcosa che si vede se non si presume che eventualmente differenze radicali nell’interpretazione di ciò che è visto siano necessarie. Si arriva alla corretta interpretazione di tali fenomeni, come si presentano nella visione del cosiddetto corpo solare, tuttavia solo se si parte da presupposti come quelli che abbiamo fatto, dalla domanda cioè: come si deve, se si interpretano certi fenomeni sulla Terra, fenomeni che sulla Terra hanno la forma di agire dal centro verso il perimetro, verso lo spazio cosmico, interpretare fenomeni simili, dunque per l’apparenza esteriore fenomeni simili, quando si rivolge l’occhio o l’occhio armato verso il Sole? E solo allora i fenomeni empiricamente osservabili appariranno nella giusta luce quando si può porre a fondamento qualcosa come: mentre da qualche parte sulla superficie della Terra una certa esplosione o simile deve essere interpretata come tendente verso l’alto (Fig. 1a), un processo del Sole, per esempio una macchia solare, deve essere interpretato cosicché tenda da fuori verso dentro (Fig. 1b). E come allora, se si prosegue questo modo di considerazione, si deve rappresentare che, mentre ci si muove verso il basso sotto la superficie della Terra, si entra davvero nella materia densa, così si dovrà rappresentare che si entra nel diradamento della materia quando ci si muove da fuori il Sole verso l’interno del Sole. Così che si può dire: guardiamo la Terra nel suo intero stare nel mondo, ci appare come materia ponderabile situata nel mondo; col Sole arriviamo a capire solo se la rappresentiamo così, che, appunto mentre ci muoviamo dal perimetro verso l’interno, ci allontaniamo sempre più dalla materia ponderabile, entriamo sempre più nell’imponderabile, così che abbiamo esattamente il comportamento opposto quando ci avviciniamo al centro. Dobbiamo dunque rappresentarci il Sole in certo senso come un’escavazione della, diciamo, materia mondiale, come uno spazio vuoto, una sfera cava, che è rivestita di materia; in contrasto con la Terra, che rappresenta materia densa ed è rivestita di materia più sottile.
Dobbiamo dunque rappresentarci della Terra: aria all’esterno, materia più densa all’interno; col Sole è il contrario: dalla materia relativamente più densa arriviamo nella materia più sottile, e infine nella negazione della materia. Chi prende questi fenomeni in questo campo veramente senza pregiudizi, chi li raccolga insieme, non può se non dirsi: nel Sole non abbiamo dinanzi a noi un corpo mondiale semplicemente diradato rispetto alla materia terrestre, bensì abbiamo in certo rapporto, se poniamo la Terra nella sua materialità come positiva, nel Sole, nella parte interna del Sole, materia negativa dinanzi a noi. Arriviamo ai fenomeni solo se nell’interno dello spazio solare pensiamo materia negativa.
Ebbene, la materia negativa è risucchiante rispetto alla materia positiva. La materia positiva è premendo, quella negativa è risucchiante. Se però vi immaginate che il Sole sia un’accumulazione di forza risucchiante, allora non avete bisogno di nessun’altra spiegazione della gravitazione, per questo, poiché è già la spiegazione della gravitazione. E se vi immaginate inoltre ciò che vi ho esposto ieri, che il movimento di Terra e Sole è semplicemente così che la Terra segue il Sole nella medesima direzione orbitale, allora avete la connessione cosmica fra Sole e Terra: il Sole all’avanguardia come accumulazione di forza risucchiante e per mezzo di questa forza risucchiante la Terra trascinata nello spazio cosmico nella medesima direzione orbitale in cui il Sole stesso si spinge avanti nello spazio cosmico. Penetrate in questo modo ciò che altrimenti non potete accompagnare con rappresentazioni interne. Non arriverete mai a nessuna rappresentazione che tenga insieme i fenomeni se non ponete a fondamento tali rappresentazioni, se davvero non pensate nella materia un’intensità positiva e un’intensità negativa, così che la materia stessa come materia terrestre è positiva, come intensità è positiva, mentre la materia solare come intensità è negativa, cioè non è soltanto uno spazio vuoto rispetto allo spazio riempito, bensì uno spazio cavato, meno di uno spazio vuoto.
Questa è una rappresentazione forse difficile da formare. Ma perché coloro che sono abituati ad avere rappresentazioni matematiche non dovrebbero poter rappresentarsi un certo riempimento dello spazio sotto la grandezza +a, poi lo spazio vuoto come zero, e uno spazio che è meno che vuoto come -a? E allora avete la possibilità di pensare una corretta relazione matematica o almeno analoga alla matematica fra intensità diverse di materia, in questo caso particolare fra la materia terrestre e quella solare.
In certo senso come parentesi vorrei solo inserire: completamente indipendentemente da come si pensa ai rapporti del reale positivo e negativo rispetto all’immaginario — come si pensa a questo, non voglio discutere; qualche interpretazione dovrà pur trovarsi per i cosiddetti numeri immaginari, poiché si presentano similmente come soluzione di equazioni e simili — se si pone in questo modo nell’intensità un positivo e un negativo a fondamento, allora potrebbe anche porsi un immaginario a fondamento, e si otterrebbe allora —a, 0, +a e si avrebbe anche la possibilità di aggiungere a materia positiva e negativa ciò che si deve denominare in antroposofia, per esempio, la materia o, se si vuole, la spiritualità dell’astrale. Si avrebbe allora anche una possibilità di trovare un passaggio matematico verso l’astrale. Ma questo volevo, come ho detto, solo inserire come parentesi.
Ora prendete di nuovo il rapporto di ciò che ho appena esposto col l’uomo stesso. Potete dirvi quanto segue: è indubbiamente il fatto che il corpo fisico dell’uomo ha i suoi rapporti alla materia terrestre ponderabile. Poiché l’uomo come uomo sveglio, stando nel corpo fisico, ha i suoi rapporti alla materia terrestre, possiamo questi rapporti alla materia terrestre nel senso delle esposizioni precedenti comparare con la direzione verticale della pianta. Ma abbiamo ieri visto che abbiamo propriamente da immaginarci la pianta opposta nell’uomo nella sua direzione, che abbiamo in certo senso la pianta esterna che cresce dal basso verso l’alto, la pianta da pensare nell’uomo dall’alto verso il basso (Fig. 2, p. 322). Ebbene, che cosa cresce là dall’alto verso il basso? Qualcosa di visibile certamente non, qualcosa di soprasensibile. Poiché lo mettiamo in rapporto col Sole, dobbiamo, se mettiamo le forze di crescita vegetale in rapporto alla orbita Terra-Sole, così che le pensiamo dirette da Terra verso il Sole, immaginarci ciò che cresce nell’uomo nel senso inverso, come crescente nel suo corpo eterico. Dunque ciò che emana dal Sole, questa forza risucchiante, agisce nell’uomo, penetrando il suo corpo eterico dall’alto verso il basso. Così che nell’uomo, se si prende il corpo umano, due entità l’una opposta all’altra sono efficaci: entità solare e entità terrestre. Dobbiamo poter provare nel singolo che è così, e se possiamo interpretare le cose nel modo corretto, possiamo anche provarlo. Poiché ciò che agisce là nell’uomo dall’alto verso il basso, può certamente stendersi nei modi più diversi. Se abbiamo una forza che agisce nella direzione a - b, non la possiamo perseguire solo in questa direzione. Possiamo anche perseguirla immaginariamente. Se ha questa intensità, non abbiamo se non a pensare questa forza scomposta in due componenti (Fig. 3). Possiamo dunque ovunque formare componenti delle forze che propriamente giacciono nella direzione dell’orbita Terra-Sole.
Se io con un dito qui dentro premo, allora per la superficie di pressione risulta la pressione che la materia ponderabile esercita su di me, e la contropressione corrisponde alla forza solare che agisce attraverso di me, cioè attraverso il mio corpo eterico. Avete, se vi immaginate qui una superficie che preme sull’uomo, o contro cui l’uomo preme, al contrario l’effetto della forza ponderabile e l’effetto della forza imponderabile. E ciò che qui vi dà una sensazione di pressione, non è nulla se non l’interazione della pressione ponderabile da fuori verso dentro e della pressione imponderabile da dentro verso fuori (Fig. 4).
Si può dire: quando si guarda le cose col chiaro occhio interiore dell’anima, allora si sente l’opposizione di Terra e Sole, in cui si è situati, in ogni percezione sensoriale. Tutto è da perseguire nell’uomo in modo che vi si possa riconoscere il cosmico. Il cosmico dappertutto entra nell’uomo. Ed è così straordinariamente importante che si superi veramente questo modo di considerazione che chiude fuori l’uomo, che si attiene solo a ciò che in realtà è considerato senza connessione con l’ambiente. Ho già in queste considerazioni addotto il paragone: se poniamo l’uomo nel mondo così che consideriamo la testa e gli arti e così via, allora un tale modo di considerazione è semplicemente come se considerassimo un ago calamitato che si orienta secondo una certa direzione, e cercassimo allora nell’ago calamitato la causa di ciò, invece di cercarla nei poli magnetici della Terra.
Dobbiamo veramente, se vogliamo comprendere una cosa o un fatto, entrare nella totalità da cui deve comprendersi questa cosa o questo fatto. Si tratta ovunque di cercare la totalità corrispondente. È proprio questo che è così straordinariamente estraneo al modo di considerazione odierno: prima che si decida qualcosa, cercare innanzitutto la totalità corrispondente di cui si tratta. Se prendete un cristallo di sale nella vostra mano, potete, così come è, certo relativamente, ma almeno relativamente, considerarlo come una totalità. È qualcosa come un’entità chiusa in sé. Staccate una rosa e mettetela davanti a voi — così come la ponete lì, non è un’entità chiusa. Non potrebbe, così come sta lì, stare nello stesso senso in cui sta un cristallo di sale. Questo deve formarsi sì in un mezzo e simili, ma è una totalità. La rosa è una totalità da considerare solo quando la si considera nel rapporto con l’intero rosaio. Lì ha la totalità corrispondente che il cubo di sale ha da sé, così che non abbiamo alcun diritto di considerare una rosa come una realtà per sé. E così dobbiamo anche, quando consideriamo l’uomo riguardo alla sua intera essenza, non fermarci a considerarlo solo nella sua pelle, bensì dobbiamo considerarlo nel rapporto con tutto l’universo che ci è visibile; poiché solo da questo rapporto è da comprendere. E se si prosegue in tal modo la considerazione, allora si arriva anche a poter connettere un certo significato più profondo ai fenomeni, così come si presentano e possono essere dominati da noi nella conoscenza.
Nel corso di queste considerazioni abbiamo detto: se confrontiamo fra loro i periodi di rivoluzione dei pianeti, allora si presentano grandezze incommensurabili. Poiché se le grandezze fossero commensurabili, le orbite planetarie gradualmente verrebbero in un tale rapporto che l’intero sistema planetario diventerebbe rigido. Ma c’è effettivamente nel nostro sistema planetario questa tendenza al rigidificarsi, al morire. Se si prende il fatto, che è dato dal fatto che mediante certe curve e formule di calcolo si esprime ciò che giace nel sistema planetario, e queste curve e queste formule di calcolo, come abbiamo visto, non concordano mai completamente con la realtà, allora si deve dire: se si tenta di cogliere i fenomeni del cielo con formule facilmente comprensibili o figurali facilmente comprensibili, allora i fenomeni vi sfuggono; vi sfuggono continuamente. È dunque vero: se rivolgiamo lo sguardo all’immagine reale dei fenomeni celesti e poi voltiamo lo sguardo a ciò che possiamo fare nel calcolo, non arriviamo mai a una formula che corrisponda completamente ai fenomeni. Possiamo fare un tale disegno, come vi ho esposto ieri come sistema di lemniscate; questo possiamo fare. Ma questo sistema è colto nel modo corretto solo quando si dice: se io ora disegnassi del tutto determinatamente in qualche forma, allora potrebbe al massimo essere il corretto per il tempo presente. Già quando arriva il tempo che è così lontano dal nostro come quello che ho indicato come il futuro tempo glaciale, dovrei modificare questo sistema in modo essenziale, modificarlo in modo da prendere le costanti della curva come variabili e che esse stesse siano di nuovo funzioni abbastanza complicate. Così che non posso mai disegnare linee semplici, posso disegnare solo linee complicate. E anche quando disegno queste linee qui, allora dovrei propriamente dire: ebbene, disegno dunque una volta per un corpo celeste un’orbita — abbiamo ieri visto che sarà sempre un’orbita lemniscataria. Sì, ma dopo un certo tempo viene per me la necessità di non lasciar più valere questo disegno, bensì di fare la lemniscata un po’ più larga, e devo allora disegnare una tale lemniscata e così via (Fig. 5).
Questo significa che se cominciassi a seguire sulle tracce le orbite dei corpi celesti, dovrei propriamente mettermi nello spazio cosmico e continuamente seguire l’orbita, continuamente variare. Non devo per nulla disegnare un’orbita costante. Devo ogni orbita che disegno, disegnarla con la consapevolezza che devo continuamente cambiare, perché con ogni trascorrere del tempo mi è richiesto che l’orbita sia di nuovo un po’ diversa. Così io non sono affatto in condizione, se voglio afferrare adeguatamente i corpi celesti con le loro orbite, di disegnare linee finite. Se disegno linee finite, sono linee di approssimazione, e devo introdurre correzioni. Questo significa: a ogni linea finita sfugge dietro ciò che è reale in cielo. Qualunque linea matematica finita possa pensare, il reale mi sfugge, non si racchiude. Con ciò però esprimo io stesso una realtà: c’è qualcosa in un sistema planetario che da un lato tende verso la rigidità, d’altro canto tende verso il lemniscatarizzarsi mobile. C’è un’opposizione nel sistema solare o planetario fra la tendenza verso la rigidità e la tendenza verso il mutamento, verso l’uscire da sé.
Se si persegue osservando, ora non speculando, bensì osservando, questa opposizione, allora si arriva a dirsi: ciò che è il corpo cometario, è propriamente per nulla un corpo nello stesso senso come il pianeta.
Potete farvi verificare ciò che do come linee guida proprio attraverso il perseguimento molto accurato di ciò che dànno i fatti empirici, se solo non vi fermate alle teorie attraverso cui taluni incatenano questi fatti. Potete convincervi di come si lascerà verificare ciò che vi dirò, e come si lascerà verificare sempre più e più, quanto più si raccoglieranno fatti empirici. Se si persegue infatti la natura cometaria, allora non si arriva a capire se ci si immagina il corpo cometario ancora così come si è abituati a immaginarsi il corpo planetario. Il corpo planetario — ritorno ora a qualcosa che ho già addotto metodologicamente — potete sempre così immaginarvi, come se fosse un corpo chiuso e si muovesse oltre, e non contraddirrete molto i fatti. Col corpo cometario vi imbatterete sempre in contraddizioni di fronte ai fenomeni se lo considerate secondo il modello del corpo planetario. Non comprenderete mai un corpo cometario nel suo procedere, nel suo apparente procedere attraverso lo spazio cosmico, se lo considerate come siete abituati a considerare i corpi planetari. Ma provate una volta a considerarlo nel seguente modo e mettete tutte le matte empiriche che ci sono sulla traccia di questo modo di considerazione. Immaginate voi, nella direzione qui (Fig. 6) — si può dire: verso il Sole — là continuamente la cometa nasce. Spinge avanti il suo nucleo, il suo apparente nucleo; indietro, là si perde la cosa. E così si spinge avanti, da una parte continuamente nascendo, dall’altra parte morendo. Non è per nulla un corpo nello stesso senso come il pianeta. È qualcosa che continuamente nasce e muore, che avanti aggiunge nuovo e indietro perde l’antico. Si spinge come un mero splendore luminoso in avanti, ma non dico che sia soltanto un tale.
Ora, ricordatevi di ciò che vi ho detto un paio di giorni fa, che non abbiamo propriamente a che fare soltanto col Sole qui (Fig. 7) e con la Terra qui, bensì che ogni pianeta ha una certa sfera e propriamente quello là è solo un punto della periferia, così che il Sole è nel fondo ciò che è delimitato dalla sua orbita. Stiamo con la Terra nello spazio dell’orbita lunare dentro. Stiamo in certo rapporto anche all’interno della sfera solare, stiamo all’interno della sfera dei pianeti. Non sono soltanto ciò che si muove là nelle lemniscate e che sta là in quel punto, bensì il punto è solo una parte particolarmente distinta; vi ho detto: come la cicatrice vitellina nel tuorlo vitellino dell’embrione umano. Se però capite questo, allora vi direte: considero la Terra, considero il Sole. Ma allora due sfere si spingono l’una nell’altra, e queste sfere si esprimono cosicché provengono per così dire da materie di direzione opposta, dal centro solare, verso cui la materia negativa tende, dal centro terrestre, da cui la materia positiva irradia. Lì si penetrano reciprocamente la materialità positiva e quella negativa. Non si penetrano naturalmente cosicché la penetrazione sia dappertutto omogenea — così non si penetrerebbero neppur due nuvole se passassero l’una attraverso l’altra — bensì sono del tutto inomogenee. E ora immaginate nella penetrazione lo scontro di certi rapporti di densità, allora avete le condizioni date, che semplicemente per una sostanzialità l’una è penetrata dall’altra, tali fenomeni come le comete nascono. Sono fenomeni divenenti, continuamente fenomeni divenenti e continuamente fenomeni perenti, e non dobbiamo immaginarci, quando teoricamente nel senso del sistema copernicano disegniamo il nostro sistema planetario, che là c’è il Sole, Urano, Saturno, e poi viene da lontano la cometa e se ne va di nuovo lontano (Fig. 8). Fuori non dobbiamo neppure immaginarcelo, bensì esso nasce, muta la sua forma nel perielio, che è continuamente qualcosa di divenente, si perde là di nuovo. È qualcosa di nascente e di morente, può quindi all'occorrenza avere anche apparentemente orbite che non sono chiuse, orbite paraboliche o iperboliche, poiché non si tratta del fatto che là qualcosa gira intorno, che deve essere in orbita chiusa, bensì poiché qualcosa nasce e può ben nascere in direzione parabolica, e qui svanisce, non è più. Dobbiamo la cometa comprendere del tutto come qualcosa di fuggevole, un bilanciamento, se consideriamo il Sole e la Terra, fra materia ponderabile e materia imponderabile; un incontrarsi di materia ponderabile e imponderabile, che non si bilanciano così subito come si bilanciano quando la luce nell’aria si diffonde, dove pure si incontrano ponderabile e imponderabile, ma là si diffondono stabilmente, per così dire omogeneamente, non si urtano. Nella cometa abbiamo un reciproco urtarsi, perché non si adattano. Prendete per esempio aria, e la luce passi attraverso l’aria con una certa intensità, si diffonda, omogeneamente; ma se la luce non si adatta abbastanza velocemente alla diffusione dell’aria, allora accade per così dire — ma vi prego di non prendere questo nel senso meccanico, bensì come qualcosa di interiore — un attrito interiore fra materia ponderabile e imponderabile (Fig. 9). Perseguite la cometa, là è questo attrito che scorre nello spazio di materia ponderabile e imponderabile qualcosa di continuamente nascente e morente.
Con queste considerazioni, miei cari amici, ho voluto darvi qualcosa che debba agire soprattutto in direzione metodologica. Se la brevità del tempo ha reso necessario che io trattassi l’uno o l’altro soltanto schizzato, accennandolo, tuttavia, se i pensieri e le indicazioni di queste conferenze vengono perseguiti, si vedrà come io ho voluto indicare una necessaria trasformazione della metodologia del nostro modo di considerazione naturalistico. Di particolare importanza sarebbe che da tali conferenze partisse uno stimolo. Posso, io direi, solo dare direttive, ma dappertutto, dove qui apparentemente è stato lavorato con linee matematiche, troverete stimoli alla ricerca empirica, all’esperimento. Dappertutto, nel grosso e nel fine, potete veramente tentare di verificare ciò che qui apparentemente è stato presentato matematicamente e figuralmente. Se prendete un pallone per bambini blu o rosso e investigate come un certo effetto è esercitato su questo pallone, se in certo senso apportate al pallone qui un insulto agente da fuori verso dentro, così che in modo legale verso dentro si approfondisce, e allora provate come si configura la stessa cosa quando in una disposizione di esperimento lasciate agire le forze da dentro verso fuori in rapporto radiale — se seguite in questo grosso modo questo fenomeno nelle forze di tensione, nelle deformazioni; o se tentate, mediante riscaldamento di certi materiali, di ottenere linee di diffusione per il riscaldamento — qui da dentro verso fuori, là dalla periferia verso dentro; o se tentate di perseguire i fenomeni otticamente o magneticamente o altrimenti — dappertutto vedrete come quello che è qui addotto per esempio sul contrasto di Sole e Terra, si lascia perseguire sperimentalmente. Soprattutto, quando tali esperimenti vengono veramente fatti, si penetra in un modo completamente diverso nella realtà, come si è penetrati finora, poiché si toccheranno certi rapporti di realtà che finora non sono stati toccati. Si potranno in questo modo dalla luce, dal calore ecc. ancora guadagnare effetti completamente diversi da quelli guadagnati finora, perché non ci si è accostati ai fenomeni cosicché si svelassero pienamente.
A tali cose volevo stimolarvi. Possiamo in conferenze che verranno tenute prossimamente o dopo un certo tempo, penetrare fino agli esperimenti stessi. Questo dipenderà dal fatto se avremo fino allora, attraverso il prosperare dei nostri istituti di ricerca fisica e altri, disposizioni di esperimento che parlino nel futuro. Si tratterà assolutamente del fatto che non perseguiamo negli istituti di ricerca l’ideale di acquisire dai venditori di strumenti strumenti quanto possibile perfetti e di mettere lì, e anche di fare esperimenti come gli altri sperimentano. Poiché in questa direzione straordinariamente molto è stato realizzato. Ciò che per noi è necessario, è assolutamente, come ho già menzionato, l’allestimento di nuove disposizioni di esperimento. Non dobbiamo partire da un laboratorio fisico finito, bensì possibilmente da una stanza vuota, e andarvi dentro non con gli strumenti finiti di oggi, bensì con i nuovi pensieri fisici che stanno divenendo nella nostra anima. Più vuote le stanze e più piene le nostre teste, tanto migliori sperimentatori diventeremo gradualmente, miei cari amici!
È questo quello che in questo contesto si tratta. Abbiamo bisogno di afferrare i compiti del tempo in questo modo. Si ha bisogno solo di ricordare quali catene si avevano nello studio ordinario di oggi nei singoli insegnamenti sperimentali, semplicemente dal fatto che non si poteva vedere nulla di altro, non si poteva disporre di nulla se non quello che era disponibile attraverso gli apparati. Come volete mai studiare lo spettro nel senso di Goethe con gli strumenti odierni? Non potete per nulla! Con gli strumenti odierni non potete ottenere nulla di altro che quello che leggete nei libri di fisica. Non potete neppure connettere un senso ragionevole al fatto che si respinge l’interpretazione di raggi di luce nei fenomeni di luce — poiché da nessun luogo ci sono raggi. Facciamo, quando abbiamo la rappresentazione che sia un recipiente, riempito di acqua, là sotto sia una moneta, e questa moneta appare altrove, facciamo lì fiotto di incidenza e tutto il possibile (Fig. 10), perseguiamo tutto questo con linee, mentre non dovremmo perseguire un tale dettaglio affatto. Non abbiamo a che fare da nessun luogo con un tale dettaglio.
Se questo è il fondo di un recipiente (Fig. 11) e qui giace una moneta, allora arriviamo a come trattare questa moneta, solo quando pensiamo quanto segue: qui il fondo di un recipiente e qui non una moneta, bensì un cerchio di carta (Fig. 12). Il fenomeno è questo che, quando è visto attraverso una superficie d’acqua, il cerchio di carta è sollevato e ingrandito. Questo è il fenomeno, questo si può disegnare. E se adesso non avete un cerchio di carta, bensì un pezzo di questo cerchio di carta là sotto, allora non avete il diritto di trattarlo diversamente. Questo (la moneta) è solo un pezzo del cerchio. Là non avete da disegnare ogni sorta di linee, bensì l’avete da trattare come un pezzo del cerchio che non è lì nel visibile differenziato, che però è del tutto là, poiché è un pezzo del fondo. Semplicemente dal fatto che ho qui sotto un punto visibile, ho questo punto visibile da trattare nella teoria così che non significa un punto, bensì la parte di un cerchio (Fig. 13). Esattamente come non posso un ago calamitato, se devo trattarlo correttamente nella sua realtà, non posso trattarlo come se qui fosse un centro e qui un polo nord e sud, bensì così che semplicemente per questo assetto il tutto sia una linea illimitata, che da un lato le forze agiscono perifericamente, d’altro canto centralmente (Fig. 14). Con i fenomeni elettrici si esprime ciò dal fatto che da un lato otteniamo il catodo, d’altro canto l’anodo, da un lato la luce possiamo spiegarla solo se la consideriamo come un pezzo di una sfera, il cui raggio ci è dato nella direzione in cui agisce l’elettricità, e l’altro polo ci è dato come piccola parte del raggio. Non abbiamo affatto da parlare di una semplice polarità dei poli, bensì dobbiamo dire che, poiché da qualche parte catodo e anodo appaiono, questo appartiene a un intero sistema, semplicemente per l’intero assetto. Solo in tal modo si arriverà a una corretta comprensione dei fenomeni.
Orbene, miei cari amici, mi sono occupato della lettura delle varie domande. Credo però che se chi pone le domande riflette sulle proprie domande, troveranno che in ciò che ho esposto gli elementi per la risposta, se tentano di trovare dappertutto il cammino da ciò che ho presentato qui alle loro domande. È veramente così che si dovrebbe tentare di andare avanti pezzo per pezzo. Solo con una domanda vorrei occuparmi con poche parole. È la domanda: «Nella presentazione di una tale scienza naturale davanti al mondo esteriore può facilmente sollevarsi la domanda, nella misura in cui alla scoperta di tali rapporti dei fenomeni le conoscenze di Immaginazione, Ispirazione e Intuizione sono necessarie. Come dovrà essere risposta questa domanda?»
Ebbene, miei cari amici, se fosse così che alla scoperta di certe cose fossero appunto Immaginazione, Ispirazione e Intuizione necessarie? Come volete mai girarvi intorno all’Immaginazione, Ispirazione e Intuizione, se semplicemente all’esperienza ordinaria, oggettuale, intellettualistica non si presenta la verità, non si presenta la realtà? Che cosa volete mai fare di diverso che non andare alle conoscenze dell’Immaginazione, Ispirazione e Intuizione? È sempre del tutto possibile — se le cose stanno così che non volete per nulla avanzare verso l’Immaginazione, Ispirazione e Intuizione — che allora possiate prendere i risultati di ricerca e provarli su quello che trovate nel campo empirico esteriore. Troverete sempre già le cose verificate. Ma le cose sono nel fondo non così lontane oggi, come solitamente si pensa. E se solo il cammino fosse percorso dal modo ordinario di considerazione analitica della matematica verso il modo di considerazione della matematica proiettiva e al di là di questo, se più fosse coltivata la rappresentazione che qui posi a fondamento nelle curve, in cui si deve uscire dallo spazio — si avrebbe veramente non così difficile avanzare verso l’Immaginazione. È completamente una questione del coraggio interiore-animico. E questo coraggio interiore-animico, lo si ha bisogno per la ricerca odierna. Perciò è già necessario che si affermi definitivamente: per il modo ordinario di visione non si rivela la realtà piena. Per quel modo di visione che non si spaventa di sviluppare ulteriormente la forza animica umana, si rivelano sempre più e più profondità altrimenti velate della realtà.
È questo quello che al termine voglio dirvi. Per il resto vorrei solo esprimere il desiderio che ciò che io volevo solo stimolare, che per così dire volevo filare, soprattutto in relazione sperimentale, in direzione sperimentale voglia portare stimoli. È questo quello di cui abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno di verificazioni empiriche di ciò che deve assolutamente essere inteso inizialmente così come è stato qui presentato. Dobbiamo una volta superare il fatto che sempre di nuovo giudichiamo sulla base di ciò che da lungo tempo produce tali fatti come quello che sto per raccontarvi; dobbiamo superare tali cose. Parlai una volta con un professore universitario di fisica sulla teoria dei colori di Goethe. L’uomo aveva persino edito la teoria dei colori di Goethe e scritto un commento su di essa. Parlai con lui della teoria dei colori di Goethe, e mi disse, dopo che ci eravamo confrontati, che era uno stretto newtoniano. Disse: nella teoria dei colori di Goethe non può per nulla nessun uomo immaginarsi qualcosa, un fisico non può immaginarsi nulla lì. — Allora l’uomo era stato condotto dalla sua educazione fisica a non potersi immaginarsi nulla nella teoria dei colori di Goethe. Potevo capirlo. Il fisico odierno, se è onesto, non può per nulla immaginarsi nulla nella teoria dei colori di Goethe. Deve semplicemente superare i fondamenti del pensiero fisico odierno, deve poterne venire fuori. Allora però troverà il passaggio che è da trovare dai fenomeni a quella interpretazione che giace nella teoria dei colori di Goethe e che contemporaneamente può essere un importante punto di partenza per altre considerazioni fisiche, per considerazioni fisiche che si estendono fino all’astronomico.
Se, senza essere prevenuti, considerate la parte di calore dello spettro e la parte chimica dello spettro nel loro comportamento completamente diverso verso certi reagenti, allora troverete che già in questo spettro avete l’opposizione che ho oggi presentato fra effetto di Terra e Sole. Nello spettro stesso abbiamo un’immagine dell’opposizione Terra e Sole, così come nell’intero organismo umano di nuovo questa opposizione è espressa. In ogni contatto di un corpo attraverso la sensazione tattile agiscono Sole e Terra. Così agiscono di nuovo nello spettro Sole e Terra. E non si può lo spettro considerare come semplicemente qualcosa posto nello spazio, quando l’avete come spettro solare, bensì dovete comprendere che ciò è posto nello spazio concreto che giace fra Sole e Terra. Non avete mai a che fare con spazio astratto quando avete fenomeni concreti, bensì sono dappertutto le cose concrete anche là, e dovete computarle.
Altrimenti avviene che il sistema celeste nella sua origine sia spiegato secondo il modello di cui si fa così: si prende una piccola goccia d’olio che nuota nell’acqua, si ritaglia un cartoncino in forma circolare, lo si spinge dentro, si infila da sopra uno spillo e si comincia a girare. La goccia d’olio si appiattisce, separa piccole gocce: un sistema planetario è sorto! Si spiega questo agli ascoltatori e si dice loro: ecco, vedete, questo è il sistema planetario. — Si confronta questo con il sistema planetario fuori, con il sistema copernicano, e si dice: è lo stesso. — Ebbene, ma non dovete dimenticare che il Signore Insegnante era là e ha girato. Allora dovete, se non volete essere falsi, aggiungere anche questo gigantesco demone che fuori gira l’asse del mondo, altrimenti non nasce ciò di cui si è spiegato che nascesse. Altrimenti non avreste il diritto di addurre la cosa come visualizzazione se non aveste fuori il gigantesco demone. Dovete anche nella spiegazione scientifica diventare più onesti e anche più riflessivi, di quanto lo siete in fondo oggi.
Proprio su questi rapporti interiori-metodologici volevo indicarvi in queste conferenze, e la prossima volta allora parleremo da altri punti di vista su certi campi.
In memoria di Frater Stefano Ravaglia
anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.
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