La signora dottoressa Rabel ha detto, alla fine delle sue considerazioni davvero notevoli, che una volta ho osservato come questi tentativi più recenti potessero servire a confermare la teoria dei colori di Goethe. La signora dottoressa Rabel ebbe la gentilezza di donarmi allora uno dei suoi scritti, che si muove proprio in questa direzione, e io dissi che i fatti che emergono dalla fisica moderna in questo modo si trovano effettivamente sulla strada che deve condurre gradualmente a una conferma della teoria goethiana dei colori.
Ora, oggi non vi è proprio alcuna possibilità di entrare nel complesso pro e contro della teoria goethiana dei colori, e della teoria antigoethiana dei colori. La questione sta nel fatto che le rappresentazioni fisiche attuali — oggi diffuse e correnti — sono elaborate a partire da presupposti teorici tali che effettivamente è corretto ciò che una volta udii da un fisico, con cui ebbi una conversazione sulla teoria goethiana dei colori. Disse semplicemente — e devo esplicitamente verificare — disse con tutta onestà: un fisico di oggi — e con ragione scheficava come tale — non può proprio rappresentarsi nulla della teoria goethiana dei colori! E questo è effettivamente qualcosa di completamente giusto.
Dobbiamo semplicemente non dimenticare che vi sono certe cose che devono ancora essere superate, se la teoria goethiana dei colori deve essere presa sul serio da parte della fisica, e solo sul serio. Non è vero che il fisico è oggi condotto inizialmente a studiare ciò che egli chiama luce, cosicché nel suo campo di ricerca ciò che egli designa come soggettivo non abbia più ruolo alcuno, che l’esperienza che si presenta nei fenomeni luminosi serva al massimo a rendere l’osservazione più attenta, affinché qui o lì si verifichi qualcosa. Ma ciò che il fisico vuole includere nelle sue interpretazioni dei fenomeni luminosi, e che estende anche ai fenomeni di colore, deve essere un’entità completamente indipendente dall’esperienza soggettiva.
Goethe invece parte da presupposti del tutto diversi riguardo al suo pensiero in generale. Per questo ritengo ancora giusto ciò che dissi nel 1893 in una conferenza sulla concezione naturale di Goethe a Francoforte sul Meno: sulle manifestazioni di Goethe nel campo della morfologia si può discutere, e infatti tenni una conferenza allora, perché in una certa relazione si incontrano già oggi le rappresentazioni che Goethe aveva sulla metamorfosi e, in connessione con la metamorfosi, sulle origini delle specie, con quelle che, certamente in modo molto diverso, provengono dalla concezione darwiniana. Esiste quindi almeno un campo dove le concezioni si intrecciano. Ma riguardo alla teoria goethiana dei colori, che d’altronde non vuole essere un’ottica, questo non è assolutamente ancora il caso. È quindi certamente possibile su basi antroposofiche discutere della teoria goethiana dei colori, è assolutamente possibile una discussione, ma una discussione con ciò che oggi un fisico ha da dire sui colori, ciò che egli deduce dai suoi fondamenti fisici, oggi sarebbe ancora qualcosa di completamente infruttuoso. Per questo è necessario che certi concetti fondamentali che Goethe aveva implicitamente e da cui era partito nella sua teoria dei colori, vengano esplicitati, affinché li si possa davvero prendere a fondamento.
Perciò considero anche tutto ciò che ho detto nei miei libri sulla teoria goethiana dei colori come qualcosa che per ora è stato gettato nel mondo, e che in realtà non pretende affatto di entrare in una discussione fruttuosa — intendo veramente fruttuosa — con le rappresentazioni della fisica che non sono affatto opposte, ma provengono da tutt’altra parte. Ebbene, certamente, e di questo potete essere completamente sicuri — e il relatore precedente ne ha apportato molto — Goethe vedrebbe una conferma dei suoi concetti fondamentali in tutti quei fenomeni che la signora dottoressa Rabel ha cortesemente presentato oggi. E questo è ciò che desidero appunto sostenere.
È vero che colpisce da un lato il fatto, ma non lo colpisce completamente, quando si parla presso Goethe di una parte dello spettro — cioè ciò che qui è stato chiamato radiazioni a onda lunga, in contrasto con le radiazioni a onda corta — che stia in una relazione di polarità. La polarità è una relazione molto astratta, che si può applicare a vari contrasti, così anche a questo. Ma qui non è affatto quello che conta veramente presso Goethe… (Nota incompleta). Quando si crede di raggiungere un’esclusione dell’errore attraverso un qualsiasi allestimento sperimentale, rendendo il fascio di raggi sempre più stretto, fino a quando finalmente si elimina tutta la larghezza del fascio di raggi — il che d’altronde non è affatto mia espressione, anche se posso usarla legittimamente — e poi si parla di un «raggio», infine in realtà non vi è nessuna differenza, dal punto di vista del principio, sia che si prenda un fascio largo o uno stretto. Ma Goethe ha indicato una differenza di principio — e qui sta il punto — quando attraverso la piccola fenditura ha eseguito egli stesso degli esperimenti.
Nel prisma non si può escludere ciò che la fisica moderna vorrebbe escludere, perché naturalmente non si può introdurre in alcun modo nel campo sperimentale un cosiddetto «raggio di spessore zero». Ma si può fare in modo che si fissi lo sguardo sul bordo netto tra la zona scura e quella illuminata. Qui si ha veramente il bordo netto! Quando si parla di questo bordo netto, allora si ha effettivamente proprio dall’esperimento goethiano, ciò che la fisica moderna vuole. Goethe ha lavorato con il bordo e non con il fascio di raggi, questo è ciò che conta. Questa esigenza, che si può elevare a diritto in modo ideale, si adempie in realtà proprio dal fatto che Goethe lavora con il bordo, non con un raggio o fascio di raggi. E da ciò che emerge come fenomeno al bordo, Goethe parte e tenta di fare le sue disposizioni sperimentali, che certamente oggi, se dovessero essere eseguite nel senso goethiano, dovrebbero essere molto diverse da come le ha eseguite Goethe.
Spero che faremo proprio in questa direzione esperimenti di principio nel nostro istituto di ricerca fisica a Stoccarda, e che così ciò che il dottor Schmiedel ha chiamato «velatura» venga eliminato, e si impari veramente a lavorare in modo esatto con i bordi, e allora si sia in grado di concepire lo spettro anzitutto come un fenomeno in cui i fenomeni di bordo si elaborano come urfenomeni. Questo sarebbe il corso di cui si tratta.
Ora, quando si lavora così con il bordo, si ottiene effettivamente ciò che il dottor Schmiedel ha chiamato il rapporto polare tra una parte e l’altra del cosiddetto spettro. Dunque: «Polarità» è nel senso goethiano qui un’espressione applicata in modo troppo astratto! Si può usarla come espressione per tutti i possibili fenomeni naturali. Goethe giunge — e oggi sera non posso naturalmente entrare nei dettagli a causa della brevità del tempo — attraverso esperimenti sempre rinnovati a quel contrasto fondamentale che presuppone tra la natura rossa e la natura blu, essendo da sottolineare che Goethe non parla di luce rossa e blu — su questo si potrebbe obiettare nel senso goethiano — ma della natura rossa e blu. La luce è semplicemente indifferenziabile, e ciò che appare come differenziazioni sono fenomeni alla luce.
Con ragione, come risultato della fisica moderna, è da evidenziare che Goethe contrappone a ciò che egli chiama l’entità della luce l’entità dell’oscurità non come il nulla, ma come un’entità veramente reale. E ora posso indicare in breve ciò che presso Goethe è una rappresentazione piuttosto complicata, dicendo pressappoco così: sia nella parte rossa delle sfumature di colore che in quella blu si ha a che fare non con una mescolanza, ma con un’interazione dinamica di luce e oscurità, ma cosicché nella parte rossa questa cooperazione è tale che il rosso si produce come l’attività della luce nell’oscurità. Si ha a che fare quindi con l’interazione di luce e oscurità. Quando si ha a che fare col rosso, diciamo con un campo rosso, allora si ha a che fare con la luce attiva nell’oscurità, quando si ha a che fare col lato blu, allora si ha a che fare con l’attività dell’oscurità nella chiarezza. Quindi questa è l’espressione esatta della polarità.
Questa è naturalmente una rappresentazione da cui riconosco volentieri che il fisico moderno non può cavarne molto. Ma per Goethe il rosso è l’attività della luce nell’oscurità, il blu è l’attività dell’oscurità nel chiaro, cioè nella luce. Questo si può chiamare una polarità, è una polarità. E Goethe lo sviluppa per il colore fisico o fisiologico, cioè in realtà il colore spettrale, e anche per il colore chimico, ed è ben consapevole di come dappertutto inciampi nelle incertezze, perché naturalmente non può sviluppare questo principio generale in dettaglio. Ma se prendiamo ciò che ho solo appena brevemente indicato, abbiamo dovunque si presentino colori, dovunque appaia il colore, abbiamo sempre un qualitativo. E qui arriviamo al punto dove una volta la decisione cadrà a questo riguardo.
Vedete, è ancora così oggi che si sperimenta un’abbondanza di fenomeni. Anche oggi vi è stata presentata una grande abbondanza di fenomeni in modo apprezzabile, che in realtà richiederebbe che si tenessero intere serie di conferenze per mostrare come essi si inseriscono effettivamente nella teoria goethiana dei colori e nel campo generale della scienza naturale. Ma viviamo oggi fenomeni che, in modo completamente diverso dalle considerazioni teoriche della teoria della relatività e così via sulle rappresentazioni di velocità della luce, devono portare rettificazioni. Viviamo proprio ciò che è stato sottolineato dalla signora dottoressa Rabel stessa, che il fisico si sente spinto, certamente in una forma molto modificata, a tornare ancora una volta alla teoria dell’emissione di Newton. Una grande differenza vi è certamente tra la teoria newtoniana, che è stata cavata da fenomeni relativamente semplici, e il tempo odierno. Perché credo che la concezione odierna si basa principalmente sul fatto che non ci si può fare un’immagine secondo le rappresentazioni ordinarie della teoria ondulatoria di come sia possibile per esempio questo: se si fa cadere luce ultravioletta su un metallo, si ottengono elettroni rimbalzati, e questi elettroni si possono esaminare. Mostrano allora una certa intensità. Questa intensità non dipende dalla distanza della fonte della luce ultravioletta dal metallo. Si può collocare la fonte molto lontano e si ottiene comunque la stessa intensità di volt. Ora, naturalmente, se, come si presuppone, l’intensità della luce rimane, l’intensità dovrebbe diminuire con il grado progressivo della distanza. Ma questo non è il caso per gli elettroni che vi rimbalzano dal metallo. Si vede che la loro intensità non diminuisce affatto col grado della distanza, ma dipende soltanto dal colore. Se hai il colore vicino, è lo stesso che a maggiore distanza. Così ci si trova inizialmente costretti a pensare diversamente a quello che si chiama luce. Oggi ci si aiuta ricorrendo alla teoria dei quanti, che dice che non si diffonde qualcosa di continuo, come per esempio la gravità è pensata diffondersi, ma che la luce si diffonde atomisticamente. Se si diffonde atomisticamente, allora si ha il quantum interessato in un punto qualsiasi e agisce poi. Non si tratta del fatto… il quantum può stare solo in un punto. Se è presente affatto, allora agisce come innesco su effetti degli elettroni.
Così queste cose hanno nuovamente ricondotto alla teoria dell’emissione. Mentre Newton immagina che in qualche modo sostanze, entità in modo ponderabile si estendono, che però sono tali che si dovrebbe dire che l’intensità diminuisce col quadrato della distanza, così è ora il caso che si rimpiazzano questi con la diffusione di campi elettromagnetici, che però procedono veramente attraverso lo spazio, e cioè nel senso della teoria dei quanti. Si ha quindi a che fare effettivamente con l’emissione di campi elettromagnetici, mentre nella teoria ondulatoria, che era del tutto comune all’epoca in cui per esempio io ero giovane, si aveva a che fare col mero progredire del movimento, cosicché in realtà nulla si irradia nello spazio, ma solo il movimento viene proseguito. Queste rappresentazioni su ciò che obiettivamente esiste sono effettivamente — almeno io la vedo così — oggi in continuo flusso, e gli esperimenti disponibili indicano dovunque proprio ciò che la signora dottoressa Rabel ha a ragione sottolineato, che cioè non ci si arranca con la semplice assunzione di lunghezze d’onda, che ciò contiene una specie di contraddizione in sé. Ma questo è esattamente ciò di cui si tratta.
In fondo, in realtà, c’è solo il fatto che ci si è abituati per lunghi periodi a contare semplicemente con le lunghezze d’onda e così via come l’unica cosa. La rappresentazione era straordinariamente semplice. Si calcolava interamente solo obiettivamente con onde di certe lunghezze d’onda e oscillazioni di certe velocità, si designava ciò che nello spettro si trova dal violetto al rosso, così che si diceva, fa semplicemente un’impressione sulla retina dell’occhio. Al di là del rosso si hanno le altre oscillazioni che non fanno impressione, ma non si differenziano qualitativamente da esse, così anche al di là del violetto.
Alcuni si sono opposti, alcuni l’hanno rifiutato in modo interessante, così negli anni ottanta, negli anni settanta del secolo scorso Eugen Dreher, che ha fatto molti esperimenti per provare che luce, calore ed entità chimica sono tre entità radicalmente diverse l’una dall’altra. Anche questo si poteva provare fino a un certo grado. E proprio lo stato attuale della cosa prova che il complesso intero delle questioni è fondamentalmente in flusso. Non appena si giungerà a quello che, a parte il soggettivo, è effettivamente raccolto nel complesso «fenomeni luminosi»… (Lacuna)… L’essenziale presso Goethe è che ha introdotto ciò che oggi si impone alla fisica. Certamente, l’ha introdotto secondo lo stato carente della fisica alla fine del 18° secolo. Ma l’ha introdotto.
Quando oggi si guarda la cosa, ci si dice: Certamente, tutto questo è straordinariamente interessante. E devo ammettere che la trattazione intera della teoria ondulatoria era più interessante quando ero giovane, perché la teoria ondulatoria era sviluppata fino all’eccesso, e c’era veramente tutto calcolato nei dettagli più minuti. Ma oggi i giovani non sono affatto più tormentati con questa teoria ondulatoria obsoleta. Perché appare tuttavia diversamente, sia che si calcoli l’ondulazione dalla meccanica teorica con una qualche ipotesi dell’etere, sia che ci si basi sul modo di agire dei campi elettromagnetici. Lì appare tutto in modo più indeterminato. Oggi non si ha tanto il bisogno di calcolare tutto questo aspetto rettilineo all’interno dei fenomeni luminosi, come accadeva ancora quarant’anni, trentacinque anni fa. È straordinariamente interessante naturalmente approdare a tutte le sottigliezze, ma esse sono un risultato di calcolo, e l’intera prova decisiva per questo risultato di calcolo è vista nell’esperimento di interferenza. Oggi l’esperimento di interferenza si presenta così da richiedere una nuova spiegazione. La fisica d’oggi l’ammette. E qui la teoria dei quanti non ha veramente conseguito molto. La cosa sta così: oggi non è ancora molto avanzata, ma si vede sempre più come si abbiano certi numeri utili, numeri ausiliari, nei numeri di oscillazione o lunghezze d’onda, questi sono tutti buoni strumenti di calcolo, ma nessuno potrà oggi propriamente dire che a essi vi sia qualcosa di reale. Vorrei dire che quando si indica il numero di oscillazione per i cosiddetti raggi rossi e blu, si ha un certo rapporto che sussiste tra il rosso e il blu, espresso come si rapporta un numero all’altro. Si può dire oggi: molto più importanti sono i rapporti dei singoli numeri gli uni con gli altri che il valore assoluto dei singoli numeri di oscillazione. E questo conduce dal quantitativo al qualitativo. Si è oggi sulla strada di dirsi: con le sole lunghezze d’onda non funziona, occorre qualcos’altro.
Ma questo altro diventa sempre più simile a quello che Goethe cercava per le sue strade. Oggi non è ancora così rigorosamente da osservare, ma per chi conosce veramente le cose, è certamente da osservare come la fisica conduca gradualmente lì, e, come detto, i fenomeni presentati oggi, Goethe li concepirebbe effettivamente così da trovarvi una conferma della sua concezione.
Entrare nei dettagli è naturalmente difficile, perché per questo oggi non sono stati gettati i fondamenti. Voglio solo, per principio, per esempio, affrontare la questione delle piante. Su cose del genere non vorrei volentieri intrattenermi, come se si possa usare un’espressione come «assorbe» o no. Se la si prende come mera designazione di ciò che è presente, non ho niente da dire al riguardo, ma se ci si semplifica allora la cosa così, non è vero, che quando da qualche parte cade la luce e viene messa in strada una lastra di vetro e si ha dietro la lastra un campo rosso, allora tutti gli altri colori sono inghiottiti dal vetro, solo il rosso è stato lasciato passare — così si mette un’interpretazione al posto di un fenomeno constatato, che però è completamente in aria, per cui non vi è in realtà nulla. Ci si può astenere dal fenomeno. È bene. Ma prendi quello che forse è ancora così imperfettamente espresso presso Goethe: l’attività della luce, della chiarezza nel buio giace alla base del rosso; l’attività dell’oscurità nel chiaro, nella luce, questo giace alla base del blu. Riguardo alle sfumature, come gradazione nel verde o nell’arancio, non è importante ora, non ci si può intrattenere. Posso solo indicare il fenomeno fondamentale. E così hai effettivamente ciò che ora solo, direi, approssimativamente ho indicato, allora lo si ha a che fare col buio come un reale, allora ci si deve rendere conto — vi è naturalmente il massimo della prova, ma anche da una considerazione superficiale della cosa ci si può rendere conto — che questo buio in un certo modo si contrappone al chiaro. Questo dà naturalmente la sensazione soggettiva, ma anche fatti obiettivi. — Allora naturalmente si deve presupporre una polarità, se non si vuole restare nell’astratto, ma si entra nel concreto. Se pensi a questo polarico del chiaro e del buio, allora giungi gradualmente alla rappresentazione che ti presenta una certa impossibilità, di parlare allo stesso modo della diffusione di un’entità nel buio come nel chiaro. Gli esperimenti fatti fino a oggi non decidono nulla al riguardo! Perché vedete, se ti immagini — certamente è di più, ma questo si basa allora su osservazioni soprasensibili o semi-soprasensibili, ma prendilo inizialmente solo come una possibilità, come un’ipotesi una volta — che la chiarezza sarebbe designata schematicamente cosicché vi sia una diffusione. Allora non puoi designare il buio per il fatto che si verifichi una diffusione, ma devi designare il buio cosicché dall’infinito vi sia qualcosa come un’aspirazione. Dunque non diresti di uno spazio che hai rivestito di pareti nere: vi ha luogo una diffusione, un’emissione o qualcosa del genere, ma vi ha luogo un’aspirazione, effetti di aspirazione, che naturalmente devono avere un eccitatore dell’aspirazione, perché naturalmente ti serve un centro. Ma la possibilità di effetti di aspirazione è inizialmente ciò che, per dire questa banalità, è presente nello spazio nero, in contrasto con quello brillantemente illuminato, dove si ha a che fare con effetti di diffusione.
Se mantieni questo fermo, allora la rappresentazione del colore diventerà sempre più concreta, e avrai nel blu qualcosa dell’aspirante — è veramente solo approssimativamente parlato — e avrai nel rosso qualcosa di quello che si diffonde, nel verde per così dire la neutralizzazione. E ora pensa — dobbiamo andare in uno strato più profondo del rappresentare — se consideri ciò che è presente come effetto di aspirazione nel suo rapporto con l’essere della pianta, hai l’effetto di aspirazione che giace dietro il colorato, che contrasta con certe forze interne della pianta. Le hai nella configurazione intera, nell’intera organizzazione della pianta che agiscono. Dobbiamo dunque andare dietro ai fenomeni di colore. Troviamo nei fenomeni di colore solo l’espressione sintomatica per ciò che naturalmente giace più profondamente dietro gli effetti di colore. Arriviamo così a una polarità, se non la guardiamo semplicemente come una polarità astratta, ma entriamo in questo tipo molto particolare di polarità, cosicché, se lo facciamo soggettivamente e per esempio vediamo il blu, esponiamo l’occhio in realtà a un effetto di aspirazione, nel rosso a un effetto di pressione in un certo senso, ma questo non è da pensare meccanicamente, bensì intensamente.
Se allora l’abbiamo, otteniamo anche rappresentazioni che naturalmente sono molto più complicate di questa, che io dico: metto una lastra di vetro nella strada di un fascio illuminato e ottengo dietro un campo rosso. Tutto il resto è stato inghiottito eccetto il rosso. Siamo allora condotti a un modo completamente diverso, a una formulazione completamente diversa del problema. Sorge l’esigenza, dal fenomeno che mi è presente, di indagare la natura del materiale messo in strada. Quando iniziamo lì, siamo condotti a un metodo completamente diverso, diciamo, dei fenomeni di polarizzazione. Ci si viene su questa strada in un certo senso a una concezione molto ristretta, come ha anche detto la signora dottoressa Rabel. (Rivolgendosi alla signora dottoressa Rabel): Ha nominato un fisico inglese. Ma una buona serie di fisici hanno già attirato l’attenzione sulla cosa, che si ha a che fare effettivamente in questi fenomeni non con qualcosa che indichi l’entità della luce, ma effettivamente della materia, che è contrapposta alla luce, naturalmente anche particolarmente della materia organica, così, diciamo, delle piante.
Questo è ciò verso cui si sarà sempre più guidati, che ci si allontanerà dal, diciamo, costruire direttamente le figure di polarizzazione nella luce. Questo è qualcosa che è andato meravigliosamente bene con la vecchia e pura teoria ondulatoria meccanica, ma che con la situazione attuale non avrà più validità nello stesso modo. Il fisico è guidato a non solo vedere il corso delle figure di polarizzazione, così che le costruisce nella luce, ma osserva un’interazione della luce con la materia, cosicché per così dire la costituzione della materia è tradita da ciò che si presenta, anche in altri fenomeni, che in particolare si considerano come l’emissione di onde elettromagnetiche. Molto più interessante è oggi considerare le cose cosicché si osservi come si proceda gradualmente fuori da una modalità di visione che in realtà si basa solo sul fatto che ci si è molto abituati a questa concezione meccanica con l’etere, che da alcuni è costruito come etere solido, da altri come liquido. … (Lacuna)… Ci si è abituati a certe rappresentazioni e non ce ne si libera, veramente… Se si resta fermi alla teoria ondulatoria, allora si deve presupporre che si debba ancora aggiungere qualcosa sotto… E lì si deve attirare l’attenzione: Goethe era sulla strada di indagare questi fondamenti. Lui non era veramente interessato dall’intera teoria ondulatoria, che egli certo ebbe la fortuna di conoscere durante la sua vita, ma gli interessava ciò che ho indicato in modo del tutto insufficiente, riportando la polarità al concreto.
Si entra più profondamente in quello che Goethe voleva, proprio nel momento in cui si prende la sua «Teoria dei colori» capitolo per capitolo, persino fino agli effetti sensibili-morali dei colori, dove per così dire i colori scompaiono dal campo visivo, e, si potrebbe dire, emergono proprietà spirituali-animiche, morali. Le si sperimenta nel luogo del rosso, del blu, dove si è trasportati nello spirituale. E Goethe direbbe: effettivamente solo allora si scopre qualcosa riguardo all’essenza del colorato, quando il colorato scompare e qualcos’altro completamente diverso emerge.
Lì emerge ciò che è il principio dei cammini della conoscenza superiore, descritti dalla scienza dello spirito orientata antroposoficamente, che conduce al fatto che non si fa più questa separazione tra soggetto e oggetto, che non vale più a un certo livello di conoscenza, bensì che conduce a un vivere del soggetto nell’oggetto. Questo deve essere osservato. Non può esservi una teoria della conoscenza che possa mai soddisfare se un abisso assoluto sta tra soggetto e oggetto, ma solo se questa articolazione soggetto e oggetto — fondamentalmente è comunque solo un’assunzione provvisoria, come è stata presentata epistemologicamente.
La fisica moderna, come è definita, diciamo, da Blanc, si orienta completamente all’esclusione del soggettivo e alla presentazione dei fenomeni come si verificano, senza che si tenga conto dell’uomo in alcun modo, nel campo obiettivo. Louis Blanc dice: la fisica avrebbe davvero solo a cercare ciò che potrebbe asserire un abitante di Marte — anche se fosse organizzato completamente diversamente — del mondo obiettivo. E questo è effettivamente completamente giusto. Ma la domanda è questa: se non si trova anche nell’uomo stesso qualcosa che corrisponda ai risultati della fisica, che sono cercati puramente secondo misura, numero e peso, se non c’è anche, con un’appropriata conoscenza superiore, qualcosa nell’uomo che corrisponda. E qui si deve dire: sì, è così! Passiamo proprio attraverso la regione che è poi sperimentata e che il fisico moderno ottiene effettivamente solo attraverso una costruzione, una certa costruzione dal fenomeno. Solo appare così questa regione, che il sostanziale che vi giace alla base non è più un materiale, ma uno spirituale. Ci si assicura addirittura il diritto di applicare le formule della fisica in una certa forma, inserendo solo una sostanza diversa. Newton credeva che si versa una specie di materia ponderabile nelle equazioni, le formule; la teoria ondulatoria di Huygens: si versa solo il numero delle onde; la teoria più moderna: si versano campi elettromagnetici. Quindi ciò che galleggia effettivamente sulle formule, quello è qualcosa su cui oggi già una certa liberalità regna nel corso delle teorie. E perciò non ci si dovrebbe opporre così fortemente se la scienza dello spirito è costretta a immettere lo spirito in queste equazioni che volano e danzano attraverso lo spazio mondiale. Né ciò che Newton voleva, né ciò che il fisico completamente moderno vuole, ma invece versare lo spirito! Solo che prima si deve sapere che cosa è lo spirito. Questo non si basa su alcuna teoria, ma su un’esperienza superiore.
Credo quindi che effettivamente sempre più contribuisce a una corretta comprensione della teoria dei colori di Goethe ciò che la signora dottoressa Rabel ha cortesemente presentato oggi in modo così apprezzabile. Credo però che non sia possibile affrontare oggi anche ancora questioni come quelle che per esempio il dottor Stein ha posto. Perché dovremmo affrontare l’intera essenza dell’elettricità. E questo tocca questioni che possono veramente essere discusse solo su basi antroposofiche, non voglio dire risolte, ma discusse. Perché lì arriviamo naturalmente in concetti che, per così dire, devono mettere tutto sottosopra rispetto a ciò che si è abituati oggi a riconoscere teoricamente nel fisico.
Anche se ora ci si è un po’ allontanati da ciò, non è molto tempo fa che si calcolava con correnti elettriche e simili. Ora però si ha effettivamente a che fare — questo è solo il risultato della conoscenza superiore, ciò che vi dirò ora — con le correnti elettriche non con qualcosa che qui scorre dentro, ma si ha effettivamente a che fare, se posso indicarlo schematicamente così, con il fatto che, se si ha qui un filo attraverso cui passa una cosiddetta corrente elettrica, si ha una cavità nella realtà.
Se la realtà — parlo ora di un grado di realtà, che molti non ammetteranno — se la realtà per esempio qui voglio designarla con + a, allora dovrei designare la realtà dentro il filo con −a. E allora abbiamo un’aspirazione di ciò che effettivamente è sempre visto come un flusso dentro. E si ha essenzialmente a che fare col fatto che, se un conduttore elettrico è presente, allora non rappresenta un riempimento, ma una cavità nello spirituale.
Questo ci conduce allora alla natura della volontà, che qui il dottor Stein ha solo pre-sentito, che si basa comunque effettivamente sul fatto che non si ha a che fare, diciamo, con nervi che riempiono, ma con solchi cavi, tubi cavi, attraverso cui lo spirituale è aspirato e attraverso cui lo spirituale passa.
Ma questo, come detto, porterebbe oggi troppo lontano, e mi sono potuto assegnare il compito solo di mostrare in qual misura, o piuttosto come era inteso allora, quando ho detto: questi fenomeni più recenti si trovano effettivamente sulla linea dello sviluppo ulteriore della teoria dei colori di Goethe.
Dopo le parole appena lette, di cui alcune hanno ormai più di trent’anni, desidero osservare che naturalmente possono essere solo lampi di luce fugaci, quelli che in questo breve tempo che avremo a disposizione potrò portarvi per la visione dell’essere naturale. Perché anzitutto, dato che questa volta non avremo molto tempo, non potremo proseguire ciò che abbiamo iniziato in futuro non molto lontano, in secondo luogo mi è stato comunicato l’intento di tale corso solo dopo che ero già arrivato qui. E perciò qui si tratterà di qualcosa di molto, molto episodico in questi giorni.
Da un lato desidero offrirvi qualcosa che possa essere utile all’educatore, forse meno sotto l’aspetto che potrebbe utilizzarla immediatamente così, come la presento qui, nei contenuti dell’insegnamento, piuttosto sotto l’aspetto che possa permeare l’insegnamento come una certa direzione scientifica fondamentale. D’altro lato, sarà sempre di particolare importanza per l’educatore, accanto ai molti errori che proprio la conoscenza naturale ha subito nei tempi moderni, avere almeno sullo sfondo la cosa giusta, e anche da questo punto di vista desidero offrirvi alcuni punti di riferimento.
Desidero aggiungere qualcosa alle parole alle quali gentilmente il dottor Stein ha appena fatto ricordanza, qualcosa che dovetti esprimere agli inizi degli anni novanta, quando fui invitato dal Freies Hochstift di Francoforte a tenere una conferenza sulla scienza naturale di Goethe. Dissi allora nell’introduzione che dovevo limitarmi a parlare più sulle relazioni di Goethe verso la scienza naturale organica. Perché portare oggi ciò che è la concezione del mondo goethiana in quella fisica e chimica è quasi un’impossibilità, perché semplicemente i fisici e i chimici sono oggi condannati da tutto ciò che vive in fisica e chimica a considerare ciò che proviene da Goethe come una specie di assurdità, come qualcosa di cui non si riescono a fare immagini. E pensai allora che si dovesse attendere fino a quando la fisica e la chimica attraverso la loro stessa ricerca sarebbero state come condotte a vedere come il fondamento stesso del loro sforzo scientifico si conduce ad absurdum. Allora sarebbe venuto il momento in cui anche nel campo della fisica e della chimica le concezioni goethiane potessero trovare posto.
Ora mi sforzerò di creare un accordo tra quello che si può chiamare scienza naturale sperimentale e la concezione che si può acquisire sui risultati dell’esperimento. Oggi desidero portare alcuni dati di comprensione in modo introduttivo e, come spesso si dice, teoricamente. Desidero oggi mirare esattamente a contribuire a una reale comprensione del contrasto tra la scienza naturale ordinaria, diffusa, e quella che si può acquisire come concezione scientifica naturale dalla concezione generale del mondo di Goethe. Dovremo certamente analizzare un po’ i presupposti del pensiero scientifico naturale. Chi oggi nel senso ordinario pensa alla natura, ordinariamente non si forma una rappresentazione chiara di quale sia effettivamente il suo campo di ricerca. La natura è, vorrei dire, diventata un concetto piuttosto indeterminato. Non vogliamo perciò partire dalla concezione che oggi si ha sull’essenza di ciò che è natura, bensì da come nella scienza naturale si lavora ordinariamente. Questo metodo di lavoro, come lo caratterizzerò, è effettivamente qualcosa in trasformazione, e vi è parecchio che si può interpretare come l’alba di una nuova concezione del mondo. Ma nel complesso domina ancora quello che desidero caratterizzarvi oggi proprio introduttivamente.
Il ricercatore cerca oggi di avvicinare la natura da tre punti di partenza. Il primo è che tenta di osservare la natura cosicché dai suoi esseri naturali e dai suoi fenomeni naturali giunga a concetti di specie e genere. Tenta di articolare i fenomeni naturali e le entità. Vi dovete solo ricordare come all’uomo nella esperienza esterna, sensibile, è dato, voglio dire, lupi singoli, iene singole, fenomeni di calore singoli, fenomeni di elettricità singoli e come tenta allora di riunire tali fenomeni singoli e di unirli in specie e generi; come parla della specie lupo, della specie iena e così via, come anche nei fenomeni naturali parla di certi tipi, come cioè raccoglie ciò che è dato nel singolo. Si potrebbe dire: questa importante prima attività esercitata nella ricerca naturale, è già esercitata sotto mano. Non ci si rende conto che effettivamente si dovrebbe indagare come questo universale, a cui si giunge dividendo e articolando, si rapporta al singolare.
Il secondo, che oggi si fa quando ci si impegna nel campo della ricerca naturale, è che si tenta, sia attraverso l’esperimento preparatorio sia in tal modo che a esso consegue elaborando concettualmente i risultati dello stesso, di giungere a ciò che si chiama le cause dei fenomeni. Quando se ne parla, spesso si hanno in mente forze, sostanze — si parla della forza dell’elettricità, della forza del magnetismo, della forza del calore, e così via — , spesso si ha anche qualcosa di più comprensivo in mente. Si parla del fatto che dietro i fenomeni luminosi o anche dietro i fenomeni di elettricità vi è qualcosa come l’etere sconosciuto. Si tenta, dai risultati degli esperimenti, di giungere alle proprietà di questo etere. Sapete, tutto ciò che si asserisce su questo etere è straordinariamente controverso. Ma su un punto si deve attirare l’attenzione già subito: cercando, nel modo in cui si dice di salire alle cause dei fenomeni, dal noto in una specie di ignoto, e non ci si chiede molto riguardo a quale fondamento effettivamente vi sia per venire dal noto all’ignoto. Ci si rende conto poco, per esempio, di quale diritto effettivamente vi sia di dire che, quando percepiamo un qualsiasi fenomeno di luce o di colore, ciò che designiamo soggettivamente come qualità di colore sia l’effetto su di noi, sulla nostra anima, sul nostro apparato nervoso, sia l’effetto di un processo obiettivo che si svolge nell’etere mondiale come movimento ondulatorio. Così che propriamente dovremmo distinguere un doppio: il processo soggettivo e quello obiettivo, che consiste nell’onda del movimento dell’etere o nell’interazione di questo con i processi nella materia ponderabile.
Questa modalità di concezione, che è ormai un poco vacillante, è stata quella che ha dominato il diciannovesimo secolo e che effettivamente nel modo in cui si parla dei fenomeni, è ancora oggi ovunque da trovare, che permea ancora la nostra letteratura scientifica, che permea il modo in cui si parla delle cose.
Ma allora c’è ancora un terzo modo, attraverso cui il cosiddetto ricercatore naturale tenta di avvicinarsi alla configurazione della natura. È che osserva i fenomeni. Prendiamo un fenomeno semplice, quello che ogni pietra, quando la rilasciamo, cade verso la terra, o, se la leghiamo a una corda e la lasciamo pendere, tira in direzione verticale verso la terra. Tali fenomeni si riuniscono e da questi fenomeni si giunge a ciò che si chiama legge naturale. Così lo si considera come una legge naturale semplice, quando si dice: ogni corpo celeste attrae i corpi che si trovano su di esso. Si chiama la forza che agisce lì gravitazione o forza di gravità, e si esprime tale forza in leggi determinate. Un esempio esemplare per tali leggi sono per esempio le tre leggi di Keplero.
Con questi tre metodi il cosiddetto ricercatore naturale tenta di avvicinarsi alla natura. Ora desidero opporre a questo come la concezione goethiana della natura effettivamente tenta il contrario di tutti e tre. Anzitutto, per Goethe, quando iniziò a occuparsi dei fenomeni naturali, l’articolazione in specie e generi sia degli esseri naturali sia dei fatti naturali fu immediatamente qualcosa di altamente problematico. Non volle ammettere l’elevazione degli esseri concreti singoli e dei fatti concreti a determinati concetti rigidi di specie e genere, volle invece seguire la transizione graduale di un fenomeno all’altro, volle seguire il passaggio di una configurazione di un essere all’altra. Ciò di cui aveva a cuore non era un’articolazione secondo la specie e il genere, bensì era metamorfosi, sia dei fenomeni naturali che delle singole entità nella natura. Ma anche nel senso in cui la ricerca naturale post-goethiana ha continuato a fare, passare a cosiddette cause naturali, anche questo non era effettivamente secondo il modo di rappresentazione di Goethe, e proprio in questo punto è di grande importanza familiarizzarsi con la differenza di principio che sussiste tra il metodo della ricerca naturale attuale e il modo in cui Goethe si avvicina alla natura.
La ricerca naturale attuale compie esperimenti, quindi persegue i fenomeni, tenta allora di elaborarli concettualmente e si sforza di formare rappresentazioni su ciò che dietro i fenomeni sta come le cosiddette cause, per esempio dietro il fenomeno soggettivo di luce e colore il movimento ondulatorio obiettivo nell’etere.
Goethe non usa il pensiero scientifico naturale in questo stile. Non parte affatto nella sua ricerca naturale dal cosiddetto noto nel cosiddetto ignoto, bensì vuole sempre stare nel noto, senza che inizialmente si preoccupi se il noto è solo soggettivo, cioè un effetto sui nostri sensi o sui nostri nervi o sulla nostra anima, o se è obiettivo. Tali concetti come quelli di fenomeni di colore soggettivi e di movimenti ondulatori obiettivi fuori nello spazio, Goethe non si forma affatto, ma per lui ciò che egli vede esteso nello spazio, ciò che percepisce nel tempo, è un’unità completa, verso cui non si chiede su soggettività e oggettività. Non usa affatto quel pensiero e quei metodi che vengono usati nella scienza naturale, per concludere dal noto all’ignoto, bensì usa tutto il pensiero, tutti i metodi, per arrangiarsi i fenomeni, le manifestazioni stesse, cosicché attraverso questa disposizione dei fenomeni, delle manifestazioni, infine si ottengono tali manifestazioni che egli chiama urfenomeni, che a loro volta, senza che si consideri soggettivo e obiettivo, esprimono ciò che vuole mettere a fondamento della sua concezione del mondo e della natura. Così Goethe rimane fermo all’interno della successione dei fenomeni, li semplifica soltanto, e considera allora ciò che si può rivedere come fenomeni semplici, come l’urlfenomeno.
Goethe considera quindi il tutto, che si può chiamare metodo scientifico naturale, solo come uno strumento, per disporre dentro la sfera dei fenomeni stessi i fenomeni cosicché essi stessi esprimono i loro segreti. Da nessuna parte Goethe tenta di ricorrere da un cosiddetto noto a un qualsiasi ignoto. Perciò per Goethe non esiste nemmeno quello che si può chiamare legge naturale.
Una legge naturale l’hai quando dico: Nei giri intorno al sole i pianeti compiono certi movimenti, in cui sono descritte queste e queste orbite. — Per Goethe non si trattava di giungere a tali leggi, bensì ciò che esprime come fondamento della sua ricerca sono fatti, per esempio il fatto di come cooperano luce e materia messa nella strada della luce. Come cooperano, questo l’esprime in parole, questo non è una legge, bensì un fatto. E tali fatti vuole porre a fondamento della sua concezione naturale. Non vuole salire dal noto all’ignoto, non vuole nemmeno avere leggi, vuole fondamentalmente avere una specie di descrizione naturale razionale. Solo che per lui sussiste una differenza tra la descrizione del fenomeno, che è immediata, che è complicata, e l’altro, che si è snodato, che mostra solo i più semplici elementi, che viene allora altrettanto messa a fondamento della concezione naturale da Goethe come altrimenti l’ignoto o anche il nesso rigorosamente stabilito concettualmente, da legge.
Ora vi è ancora qualcosa presente, che può proprio versare luce su ciò che vuole entrare nella nostra concezione naturale nel goetheanismo, e su ciò che è presente. Vi è il curioso fatto che quasi nessuno aveva concezioni così chiare sulle relazioni dei fenomeni naturali con la considerazione matematica come Goethe. È continuamente contestato. Semplicemente perché Goethe stesso non era un matematico esperto, è contestato che avesse una concezione chiara delle relazioni dei fenomeni naturali con le formulazioni matematiche, che sono diventate sempre più popolari e che sono fondamentalmente il sicuro semplicemente nella concezione naturale oggi. Ora si tratta del fatto che in tempi più recenti sempre più questa considerazione matematica dei fenomeni naturali — così, sarebbe sbagliato dire: la considerazione matematica della natura — , questa considerazione dei fenomeni naturali attraverso formulazioni matematiche è diventata decisiva anche per il modo in cui ci si immagina la natura stessa.
Ora ci si deve chiarire su queste cose. Vedete, qui abbiamo sulla strada ordinaria verso la natura effettivamente inizialmente tre cose. Queste tre cose sono applicate dall’uomo, prima che giunga effettivamente alla natura. La prima è l’aritmetica ordinaria. Calcoliamo straordinariamente tanto nella concezione naturale oggi, calcoliamo e contiamo. Ora ci si deve chiarire sul fatto che l’aritmetica è qualcosa che l’uomo comprende completamente attraverso se stesso. È completamente indifferente che cosa contiamo, quando contiamo. Incorporando l’aritmetica in noi, incorporiamo qualcosa che inizialmente non ha alcun rapporto con il mondo esterno. Perciò possiamo contare altrettanto bene piselli che elettroni. Il modo in cui vediamo che i nostri metodi di conteggio e calcolo sono giusti, è qualcosa di completamente diverso da quello che si ottiene dal processo cui applichiamo l’aritmetica.
Il secondo è ancora sempre qualcosa che esercitiamo, prima di giungere effettivamente alla natura. È ciò che è oggetto della geometria. Che cosa sia un cubo, che cosa sia un ottaedro, quali siano i loro angoli, questo lo determiniamo, senza che estendiamo la nostra osservazione sulla natura, questo è qualcosa che estraiamo da noi stessi. Che disegniamo le cose serve solo alla nostra pigrizia. Potremmo parimenti rappresentarci tutto ciò che illustriamo per mezzo del disegno, ed è persino utile se ci rappresentiamo semplicemente molte cose e utilizziamo meno lo strumento dell’illustrazione. Ne risulta che ciò che abbiamo da asserire sulla forma geometrica è preso da un campo che inizialmente è lontano dalla natura esterna. Ciò che abbiamo da asserire su un cubo, lo sappiamo, senza leggerlo dal cristallo di salgemma. Ma deve trovarsi anche in questo. Facciamo quindi qualcosa lontano dalla natura e poi l’applichiamo alla natura.
Un terzo, con cui non penetriamo ancora nella natura, è quello che facciamo nella cosiddetta foronomia, nella teoria del movimento. Ora è di una certa importanza che vi rendiate conto come anche questa foronomia sia qualcosa che fondamentalmente sta ancora lontana dal cosiddetto fenomeno naturale reale. Vedete, mi immagino — non guardo un oggetto in movimento, mi immagino — che un oggetto si sposti da, diciamo, il punto a al punto b. Dico persino che il punto a si muova verso il punto b. Me l’immagino. Ora posso immaginarmi in qualsiasi momento che questo movimento da a a b, che ho indicato con la freccia, è composto da due movimenti. Immaginate che il punto a dovesse andare a b, ma non assumerebbe subito la direzione verso b, bensì si muoverebbe prima nella direzione fino a c. Se poi si muove da c a b, arriva anche a b. Posso dunque immaginare il movimento da a a b anche così, che non procede sulla linea ab, bensì sulla linea o sulle due linee ac-b. Cioè posso immaginarmi che il movimento ab è composto dal movimento ac e c-b, cioè da due altri movimenti. Non devi nemmeno perseguire un processo naturale, puoi immaginarti che il movimento ab sia composto dai due altri movimenti, cioè che invece dell’un movimento i due altri movimenti potessero essere eseguiti con lo stesso effetto. Se me l’immagino così, allora questo immaginato è puro mio. Perché invece che disegnarlo, avrei potuto darvi istruzioni per rappresentarvi la cosa, e questa dovrebbe essere una rappresentazione valida per voi.
Ma quando nella natura effettivamente esiste qualcosa come un punto a, un piccolo grano di pallettoni per esempio, e si muove una volta da a a b e un’altra volta da a a c e da c a b, allora accade effettivamente quello che mi sono immaginato. Cioè, nella teoria del movimento è così, che mi immagino i movimenti, ma che questo immaginato sia applicabile ai fenomeni naturali, si deve provare con i fenomeni naturali.
Così possiamo dire: in aritmetica, in geometria, in foronomia abbiamo i tre stadi preliminari della concezione naturale. I concetti che acquistiamo lì, li estraiamo completamente da noi stessi, ma sono decisivi per ciò che accade in natura.
Ora vi prego di fare un piccolo passeggio commemorativo nel vostro studio di fisica, che giaccia più o meno lontano, e ricordarvi che una volta vi si presentava qualcosa come il cosiddetto parallelogrammo delle forze: se su un punto a agisce una forza, questa forza può trascinare il punto a al punto b. Così per punto a intendo qualcosa di materiale, diciamo di nuovo un piccolo granello. Lo tiro attraverso una forza da a a b. Per favore, notate la differenza tra il modo in cui parlo ora e il modo in cui ho parlato prima. Prima ho parlato del movimento, ora parlo di una forza che trascina l’a a b. Se esprimi la misura della forza che trascina da a a b, diciamo con cinque grammi, in termini di lunghezze (si disegna): un grammo, due grammi, tre grammi, quattro grammi, cinque grammi, puoi allora dire: Tiro con la forza di cinque grammi l’a a b. Potrei strutturare diversamente l’intero processo, potrei tirare con una certa forza l’a prima verso c. Se però lo tiro da a a c, posso eseguire un secondo tiro. Posso tirare nella stessa direzione, che è qui indicata dalla linea di connessione da c a b, e devo allora tirare con una forza che corrisponde a questa lunghezza. Se dunque qui tiro con una forza di cinque grammi, da questa figura devo calcolare quanto grande deve essere il tiro ac e quanto grande il tiro cb. E se allo stesso tempo tiro da a a c e da a a d, trascinerei l’a così che infine viene a b, e potrei calcolare quanto fortemente devo tirare verso c e quanto fortemente verso d. Ma non posso calcolare questo nello stesso modo in cui posso calcolare il movimento nell’esempio sopra.
Ciò che trovo qui sopra per il movimento, posso calcolarlo nella rappresentazione. Non appena una trazione reale, cioè una forza reale è esercitata, devo misurarla in qualche modo. Lì devo avvicinarmi alla natura stessa, devo avanzare dalla rappresentazione nel mondo dei fatti. E quanto più chiaramente vi rendete conto di questa differenza tra il parallelogrammo del movimento — un parallelogrammo diventa anche se completate quello (prima figura, d) — e il parallelogrammo delle forze, tanto più chiaramente e nitidamente avete espresso il contrasto tra tutto ciò che si può fissare dentro la rappresentazione e ciò che sta dove si fermano le rappresentazioni. Potete giungere ai movimenti nella rappresentazione, ma non alle forze. Dovete misurarle nel mondo esterno. E potete solo, se l’accertate esternamente sperimentalmente, constatare che, quando due trazioni sono esercitate, da a a c e da a a d, che allora a è trascinato a b secondo le leggi del parallelogrammo delle forze. Non vi è affatto alcuna prova di rappresentazione come sopra. Deve essere misurato esternamente. Perciò si può dire: Il parallelogrammo del movimento è guadagnato dalla semplice ragione, il parallelogrammo delle forze deve essere guadagnato in modo empirico attraverso esperienze esterne. E distinguendo il parallelogrammo del movimento dal parallelogrammo delle forze, l’avete proprio davanti il contrasto preciso tra foronomia e meccanica. La meccanica, che ha già a che fare con forze, non più semplicemente con movimenti, è già una scienza naturale. L’aritmetica, la geometria, la foronomia non sono ancora una vera scienza naturale. Solo la meccanica ha a che fare con l’effetto di forze nello spazio e nel tempo. Ma devi andare oltre la vita della rappresentazione, se vuoi procedere verso questa prima scienza naturale, verso la meccanica.
Proprio qui i nostri contemporanei non pensano abbastanza chiaramente. Voglio mostrarvi con un esempio quanto sia gigantesco effettivamente il salto dalla foronomia nella meccanica. I fenomeni foronomici possono procedere completamente all’interno dello spazio della rappresentazione, i fenomeni meccanici però possono essere controllati da noi inizialmente solo nel mondo esterno. Ci si rende così poco conto che si confonde continuamente quello che si può ancora comprendere matematicamente con quello in cui giocano già le entità del mondo esterno. Perché, che cosa deve esserci se parliamo del parallelogrammo delle forze? Non appena parliamo del parallelogrammo del movimento, non deve esserci nulla se non un corpo pensato. Ma lì al parallelogrammo delle forze deve esserci già una massa, una massa che ha per esempio il peso. Su questo ci si deve chiarire: in a deve esserci una massa. Ora ci si sente anche costretti a chiedere: che cos’è effettivamente una massa?
Sì, là ci si dovrà dire: qui già mi fermo. Perché risulta che dove si lascia ciò che nella concezione della rappresentazione può essere così stabilito che vale per la natura, dove si arriva lì, si sta su un terreno piuttosto incerto. Sapete che, per stare così, per così dire, con l’aritmetica, la geometria e la foronomia e con ciò che si trae un po’ dalla meccanica, ci si equipaggia e poi si tenta, attraverso la meccanica delle molecole, degli atomi, in cui si pensa di dividersi ciò che si chiama materia, di rappresentarsi i fenomeni naturali, che si considera inizialmente come esperienze soggettive. Afferriamo un corpo caldo. Il ricercatore naturale ci racconta: Ciò che lì chiami calore è effetto sul tuo nervo di calore. Obiettivamente presente è il movimento delle molecole, degli atomi. Puoi studiarli secondo le leggi della meccanica. — E così si studiano le leggi della meccanica, atomi e molecole, e si è creduto a lungo che attraverso lo studio della meccanica degli atomi e così via, si potessero spiegare tutti i fenomeni naturali. Oggi questo è già vacillante. Ma anche allora ci si deve, anche se si procede fino all’atomo nel pensiero, attraverso vari esperimenti, chiedere: Sì, come si manifesta la forza? Come agisce la massa? Se si penetra fino all’atomo, ci si deve chiedere della massa dell’atomo e ci si deve chiedere ulteriormente: Come la si conosce? Ci si può dire che la massa la si conosce solo dalla sua azione.
Ora, ci si è abituati a conoscere il più piccolo, che si chiama come portatore di forza meccanica, così dall’azione, che ci si è data la risposta alla domanda: se una tale più piccola parte ne mette in movimento un’altra, per così dire una piccola parte di una materia del peso di un grammo, allora deve provenire da questa materia una forza che mette in movimento l’altra. Se questa massa mette un’altra, che è di un grammo di peso, così in movimento che questa altra massa in un secondo vola un centimetro di distanza, allora la prima massa ha applicato una forza, che ci si è abituati a considerare come una sorta di «unità mondiale». E se si può dire: una qualche forza è tante volte più grande di questa forza, quale si deve applicare per spingere un grammo in un secondo un centimetro di distanza, così si sa come questa applicazione di forza si rapporta a una certa unità mondiale. Questa unità mondiale è, se la si esprimesse in un peso, 0,001019 grammi. Così si potrebbe dire: un tale corpo atomistico, sulla cui applicazione di forza non andiamo oltre nella natura, è capace di dare a un corpo di un grammo di grandezza una spinta così che questo in un secondo vola un centimetro di distanza.
Ma esprimere, che cosa si cela in questa forza, come si può? Lo si può, se si va sulla bilancia: questa forza corrisponde alla pressione, che si esprime attraverso 0,001019 grammi al pesare. Così devo esprimermi attraverso qualcosa di molto esteriore, reale, dove voglio avvicinarmi a quello che nel mondo è chiamato massa. Posso ciò che lì escogito come massa, esprimerlo attraverso il fatto che qualcosa, che conosco attraverso vie esterne, un peso, introduco nel campo. Esprimo la massa solo attraverso un peso. Anche se entro nell’atomizzazione della massa, mi esprimo attraverso un peso.
Con questo voglio designarvi affilato il punto dove usciamo da quello che è da stabilire a priori nel naturale. E voglio attirare la vostra attenzione su come sia necessario chiarirsi in qual misura è applicabile quello che stabiliamo fuori da tutta la natura in aritmetica, geometria, foronomia, in qual misura questo può essere decisivo per ciò che effettivamente ci si oppone da tutt’altra parte, che ci si oppone per la prima volta nella meccanica e che può essere effettivamente solo il contenuto di quello che designiamo come fenomeno naturale.
Vedete, Goethe era consapevole del fatto che si può affatto parlare di fenomeni naturali nel momento in cui entriamo dalla foronomia nella meccanica. E perché lo sapeva, per questo era così chiaro per lui quale relazione può avere solo e soltanto la matematica, anche così divinizzata nella scienza naturale, per questa scienza naturale.
In un esempio voglio mostrarvi ancora questo: così come possiamo dire che l’elemento più semplice nell’effetto della forza naturale, sarebbe un corpo atomistico capace di lanciare un grammo in un secondo un centimetro di distanza, così alla fine in tutti gli effetti di forza possiamo parlare del fatto che da un lato o dall’altro la forza esce e da un lato o dall’altro agisce. Perciò possiamo abituarci — e questa abitudine è proprio diffusa nella scienza naturale — , per gli effetti naturali cercare dappertutto i punti da cui le forze escono. Vedremo in numerosi casi che abbiamo per così dire campi di fenomeni, e da questi torniamo ai punti da cui le forze escono che governano i fenomeni. Perciò si parla per tali forze, per cui si cercano i punti da cui escono, affinché governino i campi di fenomeni, di forze centrali, perché sempre provengono da centri. Potremmo anche dire: siamo autorizzati a parlare di forze centrali quando andiamo a un punto da cui escono forze ben determinate che governano un campo di fenomeni. Ma allora questa interazione di forze non deve sempre effettivamente accadere realmente, bensì può essere che nel punto centrale sia presente solo la possibilità che questa interazione di forze avvenga e che solo attraverso il fatto che entrano certe condizioni nella sfera circostante, queste forze vengono all’attività.
Vedremo nel corso di questi giorni come nei punti le forze sono concentrate, che non giocano ancora. Solo quando adempiamo certe condizioni, allora producono fenomeni nella loro circostanza. Ma dobbiamo comprendere che in questo punto o in questo spazio le forze sono concentrate, che possono agire sulla loro circostanza. È questo effettivamente quello che sempre cerchiamo quando parliamo del mondo fisicamente. Tutta la ricerca fisica consiste nel fatto che perseguiamo le forze centrali verso i loro centri, che tentiamo di penetrare fino ai punti da cui possono provenire effetti. Perciò dobbiamo presumere che per tali effetti naturali vi siano centri, che sono caricati di possibilità di effetto verso certe direzioni. Queste possibilità di effetto possiamo certamente misurarle attraverso vari processi e possiamo anche esprimere in misure come fortemente un tale punto può agire. Chiamiamo lì in generale, quando in un tale punto le forze sono concentrate, che possono agire, quando adempiamo certe condizioni, chiamiamo la misura di tali forze, che lì sono concentrate, il potenziale, il potenziale delle forze. Perciò possiamo anche dire: andiamo, quando studiamo gli effetti naturali, verso la ricerca di forze centrali verso i loro potenziali. Andiamo verso certi punti medi, per studiare questi punti medi come punti di partenza di forze potenziali.
Vedete, questo è essenzialmente il corso che fa quella direzione scientifica naturale che vuole trasformare tutto in meccanica. Ricerca le forze centrali, rispettivamente i potenziali delle forze centrali. Qui si tratta di, come attraverso un importante passo nella natura stessa si chiarisce alla coscienza: non potete affatto comprendere un fenomeno, in cui la vita gioca, se procedete solo in questo metodo, se cercate solo i potenziali per le forze centrali. Se voleste studiar con questo metodo l’interazione di forze in un germe animale o in un germe vegetale, non avreste mai successo. È un ideale della scienza naturale attuale, anche studiare i fenomeni organici attraverso i potenziali, attraverso forze centrali di qualche tipo. Sarà l’alba di una nuova concezione del mondo su questo terreno, che si giungerà alla conclusione: attraverso la ricerca di tali forze centrali non funziona, non si possono studiare fenomeni attraverso cui la vita gioca. Perché non? Sì, immaginiamoci schematicamente, andassimo a studiare sperimentale-fisicamente processi naturali. Andiamo ai centri, studiamo le possibilità di effetto, che possono provenire da tali centri. Lì troviamo l’effetto. Così, se calcolo i tre punti a, b, c nei loro potenziali, trovo che a può agire su α, β, γ, parimenti c può agire su α¹, β¹, γ¹ ecc. Otterrei allora una visione di come l’effetto di una certa sfera si svolge sotto l’influenza dei potenziali di certe forze centrali. Mai troverò su questa strada la possibilità di spiegare qualcosa in cui il vivente gioca.
Perché mai? Perché le forze che vengono in considerazione per il vivente non hanno potenziale e non sono forze centrali, cosicché, se qui tenteresti di cercare gli effetti fisici sotto l’influenza di a, b, c, potresti ricondurli a forze centrali; se volessi studiare gli effetti vitali, non potresti mai dirlo così, perché non vi sono centri a, b, c per gli effetti vitali, bensì vieni a capo della rappresentazione solo se dici: Ora, ho il vivente in d. Ora cerco le forze che agiscono sulla vita. In a, b, c non posso trovarle, se vado ancora oltre, nemmeno, bensì solo se vado al margine del mondo, e cioè in tutto il suo contorno. Cioè dovrei andare partendo da d fino all’orlo del mondo e rappresentarmi che dall’orlo sferico agiscono da ogni lato forze, che giocavano insieme così che venivano insieme in d. È dunque il completo opposto delle forze centrali che hanno un potenziale. Come dovrei calcolare un potenziale per ciò che agisce dall’infinità dello spazio da ogni lato! Così dovrebbe calcolarsi: dovrei dividere le forze, dovrei dividere una forza complessiva in porzioni sempre più piccole e dovrei sempre più andare al margine del mondo. Allora la forza si frantuma. Ogni calcolo si frantuma anche, perché qui non agiscono forze centrali, ma forze universali senza potenziale. Qui il calcolo si ferma. Questo è il salto di nuovo da ciò che è naturale senza vita in ciò che è naturale vivente.
Ora si riesce con una vera concezione naturale solo quando si sa da un lato come il salto dalla foronomia nella meccanica è e come di nuovo il salto è dalla natura esterna in ciò che non si può più raggiungere per calcolo, perché ogni calcolo si frantuma, perché ogni potenziale si scioglie. Si viene attraverso questo secondo salto dalla natura esterna inorganica nella natura vivente. Ma ci si deve chiarire su come tutto il calcolo si ferma, per comprendere quello che è il vivente.
Ora vi ho qui bene scorticato tutto ciò che si riconduce ai potenziali e alle forze centrali e ciò che conduce alle forze universali. Ma fuori nella natura non è così scorticato. Potete porre la domanda: dov’è qualcosa presente, dove agiscono solo forze centrali secondo i potenziali, e dove è l’altro presente, dove agiscono forze universali, che non si possono calcolare secondo i potenziali? Si può dare una risposta a ciò, ma questa dimostra immediatamente a quali importanti punti di vista si deve ricorrere. Si può dire: tutto ciò che l’uomo produce in macchine, ciò che è combinato dagli elementi della natura, lì si trovano puramente astrattamente forze centrali secondo il loro potenziale. Ma ciò che è invece, anche inorganico, nella natura fuori, non si può interamente osservare secondo le forze centrali. Non esiste, non funziona. Bensì si tratta del fatto che dappertutto dove si ha a che fare con ciò che non è artificialmente prodotto dall’uomo, avviene una confluenza tra effetti di forza centrale e effetti di forza universale. Si trova nell’intero regno della cosiddetta natura nulla che nel vero senso della parola è senza vita, eccetto quello che l’uomo artificialmente produce, il suo meccanico, il suo meccanico.
Questo era, vorrei dire, in un istinto naturale profondo per Goethe qualcosa che era per lui in modo chiaro-scuro, perché era istinto naturale, ma su cui tuttavia egli costruì l’intera sua concezione naturale. E il contrasto tra Goethe e il ricercatore naturale, come è rappresentato da Newton, consiste effettivamente in ciò, che i ricercatori naturali in tempi più recenti hanno considerato solo questo: di osservare la natura esterna esclusivamente nel senso della riconduzione alle forze centrali, di allontanare da essa tutto ciò che non si può stabilire attraverso forze centrali e potenziali. Goethe non volle ammettere una tale considerazione, perché per lui ciò che si chiama natura sotto l’influenza di questa considerazione è solo un’astrazione senza essenza. Per lui è veramente reale solo ciò in cui giocano sia le forze centrali che le forze periferiche come forze universali. E su questo contrasto è fondamentalmente costruita anche la sua intera teoria dei colori. Ora, di questo si parlerà nei dettagli nei prossimi giorni.
Vedete, devo in particolare considerazione di ciò che mi sono proposto per oggi, vi parlare di questa introduzione come un chiarimento di come effettivamente è il rapporto dell’uomo verso la concezione naturale. Ci si deve nella nostra epoca tanto più volgere a una tale considerazione, come l’abbiamo praticata oggi, dal motivo che effettivamente oggi è venuto il momento in cui inconsciamente brilla l’impossibilità dell’odierna concezione naturale e parecchi hanno l’intuizione che deve essere diversa. Ancora oggi si ride parecchio quando la gente scopre che con la vecchia concezione non funziona. Ma verrà un momento, che non è lontano, dove questa risata svanirà dalle persone, il momento in cui si parlerà anche fisicamente nel senso di Goethe. Forse si parlerà dei colori nel senso di Goethe, quando una diversa fortezza sarà conquistata, quella che è ritenuta ancora molto più salda e che in realtà oggi è già vacillante. Questo è il bastione della dottrina della gravitazione. Proprio su questo terreno emergono oggi quasi ogni anno concezioni che scuotono le rappresentazioni newtoniane della gravitazione, che parlano di come sia effettivamente impossibile stare insieme alle rappresentazioni newtoniane della gravitazione, che si basano puramente sul fatto che il puro meccanismo delle forze centrali deve figurare univocamente e soltanto.
Credo che proprio oggi l’insegnante della gioventù così come colui che di conseguenza vuole intervenire nello sviluppo della cultura, deve già farsi un’immagine chiara di come l’uomo debba stare verso la natura.
Ieri vi ho parlato di come da un lato dell’osservazione della natura stia il puro aspetto foronomico, che possiamo acquisire semplicemente formando le rappresentazioni che vogliamo su tutto ciò che negli eventi fisici procede attraverso il numerabile, lo spaziale e il movimento, attingendo dalla nostra vita rappresentativa. Questo aspetto foronomico possiamo in certo senso filarlo da noi stessi dalla nostra vita rappresentativa. Ma per quanto sia significativo che quello che così acquistiamo anche in formule matematiche su tutto ciò che riguarda il numerabile, lo spazio e il movimento, si adatti ai processi naturali stessi, altrettanto significativo è che nel momento in cui ci accostiamo all’esperienza esterna, nel momento in cui andiamo al di là del numerabile, del puramente spaziale e del movimento, per esempio solo fino alla massa, dobbiamo attingere all’esperienza esterna. Ce ne siamo resi consapevoli ieri, e forse abbiamo visto da ciò che per la fisica odierna il salto dalla costruzione interna del naturale per mezzo della foronomia verso l’empiria fisica esterna deve essere fatto, senza che questo salto possa essere veramente inteso. Vedete, senza che si facciano passi per comprendere questo salto, sarà impossibile acquisire mai rappresentazioni su quello che in fisica si chiama etere. Vi ho già accennato ieri che per esempio per le manifestazioni della luce e del colore la fisica odierna, benché sia già giunta a vacillare in queste rappresentazioni, dice ancora spesso: Su di noi si esercita un’azione di luce e colore, su di noi come esseri sensibili, come esseri nervosi, o anche come esseri dell’anima. Ma questa azione sarebbe soggettiva. Quello che fuori nello spazio e nel tempo avviene, sarebbe oggettivamente movimento nell’etere. Ma se voi consultate la letteratura fisica odierna o altrimenti la vita fisica sulle rappresentazioni che ci si è formata di questo etere, che dovrebbe provocare le manifestazioni di luce, troverete che queste rappresentazioni sono contraddittorie e confuse, e con quello che la fisica odierna ha a disposizione, non si possono veramente acquisire rappresentazioni adeguate su quello che si chiama etere.
Vogliamo provare a intraprendere il cammino che può condurre veramente a colmare quel divario tra la foronomia e anche solo la meccanica, poiché naturalmente essa ha a che fare con forze e masse. Voglio — benché quello che è espresso attraverso questa formula possa ancora occuparci più tardi, così che anche coloro di voi che non se la ricordano più dalla loro gioventù scolastica, potranno colmare quello che occorre per la comprensione — voglio presentarla oggi solo come postulato. Assemblerò gli elementi così che vi possiate ricondurre un poco questa formula alla mente.
Vedete, se nel senso della foronomia supponiamo che un punto — in realtà dobbiamo sempre dire un punto — che un punto si muova, si muova in questa direzione, allora tale punto — osserviamo ora solo il movimento, non le sue cause — si muove o più velocemente o più lentamente. Possiamo quindi dire: il punto si muove con velocità maggiore o minore. E io chiamerò la velocità v. Questa velocità è dunque una maggiore o una minore. Fino a quando non osserviamo niente altro se non che tale punto si muove con una certa velocità, rimaniamo entro la foronomia. Ma così non potremmo giungere alla natura, nemmeno alla sola natura meccanica. Dobbiamo, se vogliamo giungere alla natura, tenere conto di ciò per cui il punto si muove e che un punto semplicemente pensato non può muoversi, che quindi il punto deve essere qualcosa nello spazio esterno, se deve muoversi. Insomma, dobbiamo supporre che una forza agisce su questo punto. Io chiamerò v la velocità, p chiamerò la forza che agisce su questo punto. Questa forza, supponiamo che non agisca solo una volta su questo punto spingendolo e mettendolo in movimento — il che alla fine lo farebbe volare via con una velocità, se non trovasse ostacoli — bensì partiamo dal presupposto che questa forza agisce continuamente, che cioè la forza agisce su questo punto durante l’intero percorso. E la distanza durante la quale questa forza agisce sul punto, io la chiamerò s. Dobbiamo inoltre tenere conto che il punto deve essere qualcosa nello spazio, e questo qualcosa può essere più o meno. A seconda che questo qualcosa sia più o meno, possiamo dire: il punto ha più o meno massa. La massa l’esprimiamo innanzitutto attraverso il peso. Possiamo pesare quello che viene mosso dalla forza e possiamo esprimerlo attraverso il peso; io chiamo m la massa. Ora, se sulla massa m agisce la forza p, deve naturalmente nascere un certo effetto. Questo si manifesta nel fatto che la massa non si muove con velocità uniforme, bensì sempre più velocemente, la velocità diventa sempre più grande. Cioè, dobbiamo tenere conto che abbiamo a che fare con una velocità crescente. Avrà una certa misura secondo che la velocità cresce. Se sulla stessa massa agisce una forza minore, essa potrà rendere il movimento sempre più veloce in minor grado, e se sulla stessa massa agisce una forza maggiore, potrà rendere il movimento sempre più veloce in maggior grado. Questa misura, secondo che la velocità cresce, io la chiamerò accelerazione e l’indicherò con y.
Quello che però ci interessa soprattutto è il seguente. E qui voglio richiamarvi l’attenzione a una formula, che probabilmente conoscete, che dovete solo ricordare. Se si forma il prodotto della forza che agisce sulla massa per la distanza, questo prodotto è uguale, cioè può essere espresso anche così: moltiplicando la massa per il quadrato della velocità e dividendo per 2, cioè ps = mv²/2. Se consideriate da parte mia il lato destro della formula, vedete in esso appunto la massa. Potete vedere dall’equazione che, quanto più grande diventa la massa, tanto più grande deve essere la forza. Ma, quello che ora ci interessa, è che abbiamo sul lato destro dell’equazione la massa, cioè quello che phoronomicamente non possiamo assolutamente raggiungere. Ora si tratta di questo: Ci dobbiamo semplicemente confessare che tutto quello che sta al di là del phoronomico deve restare eternamente irraggiungibile, che lo dobbiamo conoscere solo dall’osservazione, solo dallo sguardo, o c’è veramente quel ponte che la fisica odierna non riesce a trovare, tra il phoronomico e il meccanico? Vedete, la fisica odierna oggi non riesce a trovare la transizione — e le conseguenze sono enormi — per la ragione che non ha una vera conoscenza dell’uomo, una vera fisiologia, perché in realtà non si conosce veramente l’uomo. Vedete, se scrivo v², ho qualcosa che si esaurisce puramente nel numerabile e nel movimento. In tal senso la formula è in certo senso foronomica. Se scrivo m, devo chiedermi: c’è qualcosa in me stesso che corrisponde a questo, che assomiglia a questo, come la mia rappresentazione del numerabile, dello spaziale corrisponde a quello che per esempio scrivo con v? Che cosa corrisponde dunque a m? Che cosa faccio dunque veramente? Il fisico di solito non è consapevole, mentre scrivo m, di quello che fa. Ora vedete, questa domanda riconduce a questo: Posso assolutamente comprendere in modo simile quello che sta in m, come posso foronomicamente comprendere quello che sta in v? Lo si può, se ci si porta alla coscienza il seguente: Se premete con il dito su qualcosa, vi familiarizzate in certo senso con la forma più semplice di una pressione. La massa si rivela — vi ho detto: si può rappresentare facendola pesare — per nient’altro innanzitutto se non per il fatto che è capace di esercitare una pressione. Con tale pressione ci si può familiarizzare premendo il dito su qualcosa. Ma ora ci si deve chiedere: avviene in noi qualcosa di simile, quando premiamo il dito su qualcosa, cioè sperimentiamo una pressione, come quando per esempio comprendiamo un corpo in movimento? Sì, avviene qualcosa. Quello che avviene potete chiarirvi facendo la pressione sempre più forte. Provate — o piuttosto non provate — a esercitare una pressione su una parte del corpo e a farla sempre più forte, sempre più intensa! Che cosa accadrà? Bene, se la rendete sufficientemente forte, perdete i sensi, cioè perdete la coscienza. Da questo però potete concludere che questo fenomeno della perdita di coscienza accade in piccolo anche quando voi esercitate una pressione ancora sopportabile. Solo che non va perduto così tanto della forza della coscienza che voi possiate resistere ancora. Ma quello che vi ho caratterizzato come la perdita di coscienza con una pressione così forte che non si riesce più a sopportarla, è parzialmente presente in piccolo anche quando entriamo in contatto con un’azione di pressione, con un’azione che proviene da una massa. E adesso dovete solo continuare il pensiero, allora non sarete più lontani dal comprendere quello che è scritto con m. Mentre tutto il phoronomico si unisce al nostro in certo senso neutro alla coscienza, con quello che designiamo con m non siamo in questa situazione, ma lì la nostra coscienza si deprime subito. Piccole porzioni dell’affievolimento della coscienza possiamo ancora sostenere, le grandi non possiamo più. Ma quello che sta alla base è lo stesso. Nel momento in cui scriviamo m, scriviamo in natura quello che, se si unisce con la nostra coscienza, annienta questa coscienza, cioè ci assopisce parzialmente. Così entriamo in relazione con la natura, ma in una relazione che ci assopisce parzialmente la coscienza. Vedete perché non può essere inseguita foronomicamente. Tutto il phoronomico sta nella nostra coscienza neutralmente. Se andiamo oltre, entriamo nelle parti che stanno in opposizione alla nostra coscienza e che l’annientano. Allora, nel momento in cui scriviamo la formula ps = mv²/2, dobbiamo dirci: La nostra esperienza umana contiene m esattamente come contiene v, ma la nostra coscienza ordinaria semplicemente non basta a comprendere questo m. Questo m ci sottrae subito la forza della nostra coscienza. Ora avete una vera relazione con l’uomo. Una relazione veramente reale con l’uomo. Vedete, devono essere presi in considerazione gli stati di coscienza, se vogliamo comprendere il naturale. Senza questo aiuto non si riesce a procedere dal phoronomico nemmeno al meccanico.
Ora però, se anche con la nostra coscienza non possiamo vivere dentro in tutto quello che può essere designato con m, con il nostro uomo intero viviamo dentro. Specialmente viviamo dentro con la nostra volontà, e viviamo molto fortemente dentro con la nostra volontà. Come viviamo nella natura con la nostra volontà, voglio illustrarlo con un esempio.
Ma devo partire da qualcosa che di nuovo dovete ricordarvi dalla scuola. Voglio riportarvi qualcosa che avete imparato bene durante la scuola. Sapete che, se abbiamo una bilancia, possiamo, se mettiamo il contrappeso su un lato, trovare un oggetto dello stesso peso che adesso voglio solo appendere, per portare i piatti della bilancia in equilibrio, possiamo pesare questo oggetto; troviamo il suo peso. Nel momento in cui poniamo qui un recipiente con acqua — è pieno fino a qui (disegno) — in cui immergiamo l’oggetto, nel momento il piatto della bilancia balza su. Per il fatto che l’oggetto è immerso in acqua, diventa più leggero, perde del suo peso. E se controlliamo quanto è diventato più leggero, se notiamo quanto dobbiamo sottrarre per riportare la bilancia in equilibrio, allora troviamo che l’oggetto è ora più leggero del peso dell’acqua che ha spostato.
Quindi, se pesiamo questo volume di acqua, questo ci dà la perdita di peso. Sapete, si chiama la legge della spinta e si dice: Ogni corpo diventa in un liquido tanto più leggero quanto è il peso del liquido che ha spostato. Vedete dunque, se un corpo è in un liquido, tende verso l’alto, si sottrae in certa misura alla pressione verso il basso, al peso. Quello che si può osservare così oggettivamente fisicamente, ha un significato molto importante nella costituzione dell’uomo.
Vedete, il nostro cervello pesa in media 1250 grammi. Se questo cervello, mentre lo portiamo in noi, pesasse davvero 1250 grammi, premerebbe così forte sui vasi sanguigni sottostanti, che il cervello non potrebbe essere irrorato di sangue in maniera corretta. Sarebbe esercitata una forte pressione, che subito offuscherebbe la coscienza. In verità il cervello non preme affatto con i pieni 1250 grammi sulla base della cavità cranica, ma solo con circa 20 grammi. Ciò accade perché il cervello nuota nel liquido cerebrospinale. Così come il corpo qui galleggia nell’acqua, così il cervello galleggia nel liquido cerebrospinale. E il peso del liquido cerebrospinale che viene spostato dal cervello ammonta a circa 1230 grammi.
Di questo il cervello diventa più leggero e ha solo 20 grammi. Cioè, se ora — e lo si fa con una certa ragione — si considera il cervello come lo strumento della nostra intelligenza e della nostra vita dell’anima, almeno di una parte della nostra vita dell’anima, allora non si deve calcolare solo con il cervello pesabile — perché questo non è solo presente — ma per il fatto che c’è una spinta, il cervello tende veramente verso l’alto, tende contro la propria gravità. Cioè, viviamo con la nostra intelligenza non in forze che tirano verso il basso, bensì in forze che tirano verso l’alto. Viviamo con la nostra intelligenza dentro una spinta.
Ora, quello che vi ho esposto è, è vero, solo così per il nostro cervello. Le altre parti del nostro organismo, cioè dalla base della volta cranica verso il basso, sono solo nella minima parte — solo il midollo spinale — nella stessa situazione. Ma nel complesso le altre parti dell’organismo tendono verso il basso. Là viviamo dunque nell’attrazione verso il basso. Viviamo nel cervello nella spinta, verso l’alto, e altrimenti nell’attrazione verso il basso. La nostra volontà vive completamente nell’attrazione verso il basso. Deve unirsi con la pressione verso il basso.
Ma per questo motivo la coscienza le viene tolta. Per questo motivo sta sempre assopita. Appunto questo è l’essenziale del fenomeno della volontà, che come fenomeno consapevole si estingue, proprio perché la volontà si unisce con la gravità diretta verso il basso. E la nostra intelligenza diviene luminosa per il fatto che possiamo unirci con la spinta, che il nostro cervello contrasta la gravità.
Vedete, attraverso la diversa unione della vita umana con il materiale che sta alla base, da un lato è provocato l’inabissamento della volontà nella materia e d’altro canto è provocata l’illuminazione della volontà all’intelligenza. Mai l’intelligenza potrebbe nascere se il nostro essere dell’anima fosse legato a una materia che tende soltanto verso il basso.
Ora riflettete che cioè esercitiamo noi veramente un’esperienza vera, se non consideriamo l’uomo nell’astrazione odierna, bensì lo consideriamo come veramente è, così che lo spirituale con il fisico si incontrino — ma lo spirituale deve essere pensato così forte che può anche comprendere la conoscenza fisica — che in lui da un lato attraverso una particolare unione con la vita materiale, cioè con la spinta nella vita materiale, l’illuminazione nell’intelligenza è presente e d’altro canto l’assopimento, quando dobbiamo in certo senso farci assorbire la volontà dalla pressione diretta verso il basso, così che la volontà agisce nel senso di questa pressione diretta verso il basso. Così agisce. Solo una piccola parte di essa si filtra attraverso fino alla pressione di 20 grammi, entra nell’intelligenza. Da questo l’intelligenza è qualcosa attraversata dalla volontà. Ma sostanzialmente abbiamo a che fare nell’intelligenza con quello che è contrapposto alla materia ponderabile. Vogliamo sempre andare al di là della testa, mentre pensiamo.
Qui vedete come in verità deve concatenarsi il riconoscimento fisico con quello che vive nell’uomo. Se rimaniamo entro il phoronomico, allora abbiamo a che fare con le astrazioni oggi così amate, e non possiamo costruire un ponte tra queste astrazioni amate e quello che è la vera realtà naturale esterna. Abbiamo bisogno di una conoscenza con contenuto così profondamente spirituale, che questo contenuto spirituale possa veramente immergersi nei fenomeni naturali e che per esempio possa comprendere un tale fenomeno, come il peso fisico e la spinta agiscono nell’uomo stesso.
Ora vi ho mostrato come l’uomo internamente si differenzia con la pressione verso il basso e la spinta, come quindi vive internamente nell’interconnessione tra il phoronomico e il materiale. Ma vedete, per questo occorre una nuova profondità scientifica. Con la vecchia disposizione scientifica non è possibile. Essa inventa movimenti ondulatori o emissioni, che però sono solo astratti. Cerca il cammino verso la materia appunto per mezzo della speculazione, naturalmente non lo può trovare così. Una vera scienza spirituale, che cerca il cammino verso la materia, cercando veramente di immergersi nella materia, così che la vita dell’anima secondo volontà e intelligenza sia inseguita fino nei fenomeni di pressione e di spinta. Ecco, avete il vero monismo. Questo può sorgere solo dalla scienza spirituale. Non quel monismo di parole che così fortemente è spinto dall’ignoranza oggi. Ma è appunto necessario che la fisica, se mi è permesso usare l’espressione, acquisti un po’ di senso, quando mette in relazione tali fenomeni che sono presenti, d’altro canto con il fenomeno fisiologico del nuoto del cervello. Non appena si ha la relazione, si sa: deve essere così, perché il principio archimedeo non può cessare di valere per il cervello che nuota nel liquido cerebrale.
Ora però, che cosa avviene per il fatto che, eccetto i 20 grammi, in cui la volontà inconscia ha un ruolo, attraverso il nostro cervello viviamo di fatto nella sfera dell’intelligente? Per questo siamo, nella misura in cui usiamo il cervello come strumento, per la nostra intelligenza sollevati dal materiale che tira verso il basso.
Questo si esclude in grado così alto che va perduto un peso di 1230 grammi. In grado così alto si esclude la materia. Per il fatto che si esclude in grado così alto, siamo in condizione di far agire in misura particolare per il nostro cervello il nostro corpo eterico. Questo può fare quello che vuole, perché non è disturbato dalla gravità della materia. Nel resto dell’organismo l’etere viene sopraffatto dalla gravità della materia. Ecco avete un’articolazione dell’uomo, così che per tutto quello che serve l’intelligenza, avete in certo senso l’etere libero, per tutto il resto avete l’etere legato alla materia fisica. Così che per il nostro cervello l’organismo eterico predomina sull’organismo fisico, e per il resto del corpo l’organizzazione e le forze del nostro organismo fisico predominano su quelli dell’organismo eterico.
Ora, vi ho richiamato l’attenzione prima su quella relazione in cui entrate verso il mondo esterno, quando vi sottoponete a una pressione.
Là c’è un assopimento presente. Ma ci sono anche altre relazioni ancora, e una voglio anticipare oggi, è la relazione verso il mondo esterno, che interviene quando apriamo gli occhi e siamo in uno spazio pieno di luce. Là evidentemente avviene una relazione completamente diversa verso il mondo esterno, che quando urtiamo nella materia e facciamo conoscenza con la pressione. Se ci esponiamo alla luce, sì, allora non solo non va perduto niente della coscienza, bensì, nella misura in cui la luce agisce soltanto come luce, chiunque lo voglia può sentire che la sua coscienza partecipa al mondo esterno per il fatto che si espone alla luce, che si sveglia di più. Le forze della coscienza si uniscono — ne parleremo ancora più dettagliatamente — si uniscono in certo senso con quello che ci si contrappone nella luce. Ma nella luce e con la luce ci si contrappongono anche colori. La luce è propriamente qualcosa, di cui non possiamo dire che la possiamo vedere. Con l’aiuto della luce vediamo i colori, ma non possiamo propriamente dire che vediamo la luce. Perché vediamo la cosiddetta luce bianca, ne parleremo ancora.
Ora si tratta di questo, che tutto quello che ci si contrappone come colore, ci si contrappone propriamente altrettanto polaricamente, come ci si contrappone polaricamente, diciamo, il magnetismo: magnetismo positivo, magnetismo negativo. Così anche quello che ci si contrappone come colore, ci si contrappone polaricamente. Da un lato del polo è tutto quello che possiamo designare come giallo e, apparentato al giallo, come arancio e rossastro. D’altro canto del polo è blu e tutto quello che possiamo designare come apparentato al blu: indaco, violetto e persino ancora strati minori di verde. Perché dico che il colorato ci si contrappone polaricamente? Vedete, la polarità del colorato, deve essere studiata come, direi, una delle manifestazioni più significative in tutta la natura. Se subito volete procedere a quello che nel senso come ve l’ho esposto ieri, Goethe chiama il fenomeno originario, allora si può giungere a questo fenomeno originario del colorato innanzitutto così, che si cerchi il colorato nella luce in generale.
Ora vogliamo oggi come primo esperimento cercare il colorato nella luce, come meglio si può. Vi spiegherò prima l’esperimento. Possiamo farlo nel seguente modo: si può, attraverso una stretta apertura, che — per ora la supponiamo circolare — è tagliata in una parete altrimenti opaca, fare entrare la luce. Questa luce la facciamo fluire attraverso questa apertura. Se facciamo fluire questa luce dentro e poniamo di fronte alla parete, attraverso cui la luce fluisce, uno schermo, appare una superficie circolare illuminata per mezzo della luce che fluisce dentro.
È meglio fare l’esperimento tagliando un buco nell’imposta della finestra e facendo fluire la luce dentro. Si può collocare uno schermo e catturare l’immagine che così si forma.
Non possiamo farlo qui, ma per questo con l’aiuto di questo apparecchio di proiezione, togliendo l’otturatore. Ecco, come vedete, otteniamo una superficie circolare luminosa. Questa superficie circolare luminosa è dunque innanzitutto nient’altro che l’immagine che si forma per il fatto che qui un cilindro di luce, che si propaga fin qui, viene catturato dalla parete di fronte.
Ora si può mettere nel cammino di questo cilindro di luce che cade qui un cosiddetto prisma. Allora la luce è costretta a non spingere semplicemente verso la parete di fronte e lì provocare il cerchio, bensì allora la luce è costretta a deviare dal suo cammino. Provochiamo questo per il fatto che abbiamo un prisma cavo, che è configurato così, che abbiamo qui lastre di vetro piatte, disposte a forma di cuneo. Questo prisma cavo è riempito d’acqua. Facciamo passare il cilindro di luce che qui si è formato attraverso questo prisma d’acqua. Così vedete, se ora guardate verso la parete, che non è al posto dove era prima, questo disco, bensì vedete, che è sollevato, che appare a un altro posto. Ma vedete inoltre ancora qualcosa di strano. Vedete sopra il bordo in una luce bluastro-verdastra, con un bordo bluastro-verdastro, bordo bluastro. Vedete sotto il bordo rossastro-giallo.
Ecco quello che noi chiamiamo un fenomeno, una manifestazione. Teniamo ferma per ora questa manifestazione. Se tracciamo il fatto, dobbiamo tracciarlo così: La luce devia dal suo cammino in qualche modo, mentre passa attraverso il prisma. Forma lì sopra un cerchio. Se lo misurassimo, troveremmo che non è un cerchio esatto, ma che è tirato un po’ in lunghezza verso l’alto e verso il basso e sopra è bordato di bluastro e sotto di giallastro. Vedete quindi, se facciamo passare un tale cilindro di luce attraverso l’acqua configurata prismaticamente — possiamo non tenere conto dei cambiamenti che le lastre di vetro provocano — allora sui bordi appaiono manifestazioni di colore. Voglio ora fare di nuovo l’esperimento con un cilindro di luce molto più stretto. Vedete ora un disco molto più piccolo là sotto.
Ora, se deviamo questo piccolo disco attraverso il prisma, vedete qui sopra, cioè di nuovo spostato verso l’alto, la macchia di luce, il cerchio di luce; ma ora vedete questo cerchio di luce attraversato abbastanza tutto da colori. Vedete, se voglio tracciare quello che ora avete qui, che là sopra lo spostamento è tale che appare violetto, blu, verde, giallo, rosso. Sì, se potessimo seguire tutto con precisione, sarebbe disposto nei colori perfetti dell’arcobaleno. Prego, prendiamo puramente il fatto, e ora prego tutti coloro di voi, che a scuola avete imparato tutti i bellissimi disegni di raggi di luce, di linee di incidenza e così via, di dimenticarli e di attenervi al puro fenomeno, al puro fatto. Vediamo nel colore che i colori nascono e ci possiamo chiedere: Da che cosa dipende dunque che nel colore nascono tali colori? — Bene, se io accendo di nuovo il grande cerchio, allora abbiamo il cilindro di luce che passa attraverso lo spazio, che colpisce lo schermo e lì forma un’immagine di luce. Se accendiamo di nuovo il prisma nel cammino di questo cilindro di luce, allora otteniamo lo spostamento di questa immagine di luce e inoltre sui bordi le manifestazioni colorate.
Ora però vi prego di osservare il seguente. Rimaniamo puramente entro i fatti. Vi prego di osservare: Se guardaste un po’ in giro così, allora vedrete, mentre la luce passa attraverso il prisma di vetro, esattamente lì dentro il cilindro d’acqua luminosa. Il cilindro di luce passa — è puramente fattuale — attraverso il prisma d’acqua e quindi avviene una commistione della luce con l’acqua. Vi prego di prestare bene attenzione a questo. Dal momento che il cilindro di luce passa attraverso il prisma d’acqua, avviene una commistione della luce con l’acqua. Questo che si commischia di luce e acqua, ora non è affatto inattivo per l’ambiente, bensì dobbiamo dire: Là va il cilindro di luce, che ha — come detto, rimaniamo entro i fatti — in qualche modo la forza, dalla parte opposta del prisma di penetrare attraverso il prisma. Ma viene deviato dal prisma. Andrebbe dritto, ma è sollevato, è deviato, questo cilindro di luce, così che dobbiamo constatare: Qui c’è qualcosa di presente che devia il cilindro di luce. Se voglio indicare attraverso una freccia quello che devia il cilindro di luce, allora devo farlo attraverso questa freccia. Ora possiamo dire — come detto, rimaniamo puramente entro i fatti, non speculiamo — : Attraverso un tale prisma il cilindro di luce viene deviato verso l’alto e possiamo indicare la direzione della deviazione.
Ora vi prego di aggiungere a tutto questo il seguente, che di nuovo corrisponde solo a fatti. Se voi fate passare la luce attraverso un vetro lattiginoso torbido o solo attraverso un liquido in qualche modo torbido, cioè attraverso una materia torbida, allora questa luce naturalmente si indebolisce. Vedete, nel momento in cui vedete la luce attraverso acqua non torbida, la vedete nella sua luminosità. Con acqua torbida la vedete indebolita. Potete osservare in innumerevoli casi che attraverso i media torbidi, attraverso i mezzi torbidi, la luce si indebolisce. Questo è qualcosa che innanzitutto deve essere espresso come fatto. In una certa relazione, per quanto sia poco, però ogni mezzo materiale, quindi anche quello che qui sta come prisma, è un mezzo torbido. Indebolisce sempre la luce, cioè, rispetto alla luce che è dentro il prisma, abbiamo a che fare con una luce indebolita. Lì (sinistra) abbiamo a che fare con luce che appare. Lì (destra) abbiamo a che fare con la luce che si è procurato il passaggio attraverso il mezzo. Ma qui, dentro il prisma, abbiamo a che fare con un’azione congiunta di materia con la luce, con la nascita di un offuscamento. Ma che un offuscamento agisca, lo potete semplicemente riconoscere dal fatto che, nel momento in cui vedete la luce attraverso un mezzo torbido, vedete ancora qualcosa. Quindi un’offuscamento agisce — è percettibile. Che cosa nasce dall’offuscamento? Abbiamo quindi a che fare non solo con il cono di luce che procede e si piega, ma inoltre ancora con quello che si inserisce come un’offuscamento della luce, provocato dalla materia. Possiamo quindi immaginare: Qui in questo spazio dopo il prisma, non solo splende la luce, ma splende dentro, irradia nella luce quello che vive come offuscamento nel prisma. Questo irradia dentro. E come irradia dentro? Naturalmente si diffonde qui, dopo che la luce ha passato il prisma. L’offuscamento irradia nel luminoso. E voi dovete solo ragionarvi bene la cosa, così vi potete dire: Là splende il torbido verso l’alto, e se il luminoso viene deviato, anche il torbido viene deviato verso l’alto. Cioè, l’offuscamento, viene deviato qui verso l’alto nella stessa direzione in cui la luminosità viene deviata. Cioè, è inviata quasi un’offuscamento alla luminosità che viene deviata verso l’alto. La luminosità non può quindi diffondersi verso l’alto senza altro. In essa viene inviato l’offuscamento. E abbiamo a che fare con due che agiscono insieme, con la luminosità deviata e con l’invio dell’offuscamento in questa luminosità, solo che la deviazione dell’offuscamento avviene nella stessa direzione di quella della luminosità. L’effetto lo vedete: Per il fatto che verso l’alto nella luminosità irradia il riflesso dell’offuscamento, nascono i colori scuri, i colori bluastri. E verso il basso, come è dunque lì? Verso il basso naturalmente irradia anche l’offuscamento. Ma vedete, mentre qui (sopra) c’è una parte della luce irradiante, dove l’offuscamento va nella stessa direzione della luce che passa con forza, abbiamo qui un’estensione di quello che nasce come offuscamento, così che splende dentro e c’è uno spazio, per cui nel complesso il cilindro di luce viene deviato verso l’alto. Ma in questo corpo di luce deviato verso l’alto irradia l’offuscamento. E qui abbiamo una parte, dove attraverso le parti superiori del prisma l’offuscamento va verso il basso. Per questo abbiamo qui (sotto) una parte, dove l’offuscamento viene deviato nel senso opposto alla deviazione della luminosità. Possiamo dire: Abbiamo qui l’offuscamento, che vuole irradiare nella luminosità; ma nella parte inferiore è la luminosità tale che agisce nel senso opposto nella sua deviazione alla deviazione dell’offuscamento. La conseguenza di questo è che, mentre sopra la deviazione dell’offuscamento avviene nello stesso senso di quella della luminosità e quindi agisce in certo senso insieme, l’offuscamento si mischia così per dire come un parassita dentro, qui sotto l’offuscamento irradia indietro nella luminosità, ma dalla luminosità sopraffatto, in certo senso soppresso, così che qui la luminosità prevale, prevale anche nel combattimento tra la luminosità e l’offuscamento, e le conseguenze di questo combattimento tra luminosità e offuscamento, le conseguenze di questo opporsi l’uno all’altro e dell’attraversamento dell’offuscamento dalla luminosità, quelle sono verso il basso i colori rossi o gialli. Così che si può dire: Verso l’alto l’offuscamento corre dentro nella luminosità, e nascono le sfumature blu; verso il basso una luminosità predomina sull’offuscamento che corre dentro, o sulla scurità, e nascono le sfumature gialle.
Vedete quindi qui che abbiamo, semplicemente per il fatto che il prisma devìa, da un lato devìa il cono di luce piena e luminosa, d’altro canto devìa l’offuscamento, per il fatto che abbiamo due lati un diverso gioco di scurità, di offuscamento nella luce. Abbiamo un’interazione di scurità e luminosità, che non si mescolano insieme a un grigio, bensì rimangono effettivamente autonome. Solo rimangono autonome da un lato cosicché l’offuscamento in certo senso verso la luminosità, quindi così rimane autonomo che dentro la luminosità può valere, ma appunto come scurità. D’altro canto l’offuscamento si contrappone alla luminosità, rimane autonomamente presente, ma viene predominato dalla luminosità. Là nascono i colori chiari, il giallastro. Così avete, rimanendo puramente entro i fatti, per il fatto che prendete quello che c’è, puramente dall’intuizione la possibilità di comprendere perché da un lato i colori giallastri, dall’altro i bluastri appaiono, e vedete allo stesso tempo da questo che il prisma materiale ha una parte assolutamente essenziale in questa nascita dei colori.
Accade per il fatto che da un lato nello stesso senso l’offuscamento viene deviato come il cono di luce, ma anche per il fatto che, d’altro canto, lo splendente e il deviato si incrociano, perché appunto il prisma anche d’altro canto lascia irradiare la sua scurità, anche là dove già viene deviato. Per questo avviene la deviazione verso il basso, e verso il basso agiscono diversamente insieme la scurità e la luminosità che verso l’alto. I colori nascono dunque là, dove agiscono insieme scurità e luminosità.
Questo è quello che oggi particolarmente vi ho voluto chiarire.
Dovete, se ora volete riflettere, cioè da quale angolo sia meglio comprendere questo, dovete solo per esempio pensare a questo, che il vostro corpo eterico è diversamente inserito nel muscolo che nell’occhio: Nel muscolo cosicché si unisce alle funzioni del muscolo, nell’occhio cosicché perché l’occhio è molto isolato, il corpo eterico non è inserito nell’apparato fisico, ma è relativamente autonomo. Per questo il corpo astrale può entrare in un’intima unione con la parte del corpo eterico nell’occhio. Il nostro corpo astrale è dentro l’occhio molto diversamente autonomo che dentro la nostra altra organizzazione fisica. Supponiamo che questo qui sarebbe una parte dell’organizzazione fisica, in un muscolo, questo qui sarebbe l’organizzazione fisica dell’occhio (viene disegnato). Se descriviamo, dobbiamo dire: Il nostro corpo astrale è inserito tanto qui come là; ma c’è una differenza considerevole. Là è inserito così, che passa attraverso lo stesso spazio del corpo fisico, ma non autonomamente. Qui è inserito anche nell’occhio; ma là agisce autonomamente. Lo spazio entrambi lo riempiono allo stesso modo; ma una volta gli ingredienti agiscono autonomamente, l’altra volta non agiscono autonomamente. Perciò è solo mezzo detto, quando si dice: Il nostro corpo astrale è dentro il corpo fisico. Dobbiamo chiedere, come è dentro. Perché è diversamente dentro nell’occhio e diversamente nel muscolo. Nell’occhio è relativamente autonomo, nonostante sia dentro come nel muscolo. Da questo vedete che gli ingredienti possono penetrarsi reciprocamente e tuttavia possono rimanere autonomi. Così potete unire luminosità e scurità al grigio, allora sono l’uno verso l’altro penetrantesi come corpo astrale e muscolo. O però possono penetrarsi così che rimangono autonomi, allora si penetrano così come il nostro corpo astrale e l’organizzazione fisica nell’occhio. Una volta nasce il grigio, l’altra volta nasce il colore. Se si penetrano così come corpo astrale e muscoli, allora nasce il grigio, e se si penetrano così come il nostro corpo astrale e il nostro occhio, allora nasce il colore, perché rimangono relativamente autonomi, nonostante siano nello stesso spazio.
Mi è stato riferito che quanto abbiamo dovuto concludere nella considerazione di ieri — il fenomeno che emerge attraverso il prisma — ha presentato difficoltà di comprensione per molti, e vi chiedo di non preoccuparvene. Questa comprensione arriverà gradualmente. Affronteremo più dettagliatamente i fenomeni luminosi e cromatici, affinché questa che è veramente la piece de resistance — tale è anche per il resto della fisica — possa fornirci una buona base. Comprendete che inizialmente dovremo occuparci proprio di alcuni aspetti di ciò che non potete trovare nei libri e che non è oggetto delle comuni osservazioni scientifiche della natura, che in certo senso possiamo trattare solo qui. Negli ultimi insegnamenti affronteremo come applicare quanto osserviamo qui anche nell’insegnamento.
Ciò che ho tentato di esporre ieri è essenzialmente un modo particolare dell’interazione reciproca tra luminosità e oscurità. Ho voluto mostrare che attraverso questa varia combinazione di luminosità e oscurità, che emerge particolarmente al passaggio di un cilindro di luce attraverso un prisma, nascono i fenomeni cromatici che si comportano polarmente gli uni rispetto agli altri. Anzitutto vi chiedo di prendere subito questa pillola amara: la difficoltà di comprensione di questo argomento risiede nel fatto che voi — quelli che trovano difficile comprenderlo — avreste voluto che la teoria della luce e dei colori fosse strutturata phoronomicamente. Gli uomini si sono ormai abituati, attraverso la nostra strana educazione, a dar credito solo a rappresentazioni che rispetto alla natura esterna sono più o meno phoronomiche, cioè che si occupano solo di ciò che è numerabile, della forma spaziale e del movimento. Ora dovreste sforzarvi di pensare in qualità, e potete veramente dire: qui già mi fermo. — Ma attribuite tutto ciò pienamente al corso innaturale che lo sviluppo scientifico ha seguito nel tempo moderno e che voi stessi, in certo modo, farete compiere ai vostri alunni — parlo ora degli insegnanti della scuola Waldorf e di altri insegnanti. Naturalmente non sarà subito possibile introdurre rappresentazioni sane nella scuola di oggi, ma dovremo creare delle transizioni.
Ora affrontiamo i fenomeni luminosi e cromatici dall’altro capo della questione. Vorrei premettere un’osservazione di Goethe molto contestata. Potete leggere in Goethe come nei decenni ottanta del diciottesimo secolo egli divenne noto con varie affermazioni sull’emergere dei colori nella luce, cioè su quei fenomeni di cui abbiamo iniziato a parlare ieri. Gli fu riferito che l’opinione generale dei fisici fosse che, se si fa passare luce incolore attraverso un prisma, questa luce incolore si scinde, si decompone. Così i fenomeni furono interpretati all’incirca come segue: se catturiamo un cilindro di luce incolore, esso ci mostra anzitutto un’immagine incolore. Se poniamo un prisma sul cammino di questo cilindro di luce, otteniamo la successione dei colori: rosso, arancione, giallo, verde, blu — blu chiaro, blu scuro — , violetto. Ora, questo è qualcosa che si presentò a Goethe, e cosicché egli sentì dire: si spiega così: la luce incolore contiene già in sé — come, certamente è difficile pensarlo, ma fu detto — questi sette colori. Quando si fa passare la luce attraverso il prisma, il prisma non fa nulla di più che dispiegare come un ventaglio ciò che è già dentro la luce, decomporre la luce nei sette colori. Ora, Goethe volle andare al fondo della cosa e si procurò vari strumenti, come abbiamo cercato di raccogliere anche noi in questi giorni, per constatare personalmente come stanno veramente le cose. Se li fece venire dall’Hofrat Büttner da Jena a Weimar, li ammucchiò e volle provare a suo tempo come si presentasse la questione. L’Hofrat Büttner divenne impaziente e chiese di avere indietro gli strumenti, mentre Goethe non aveva ancora fatto nulla. Dovette ripacchettare gli strumenti — a volte ci capita di non riuscire subito a fare certe cose. Prese in fretta ancora il prisma e disse: allora, il prisma decompone la luce. Me lo guardo sul muro. E allora si aspettava che la luce apparisse bellamente con sette colori. Ma apparve qualcosa di colorato solo dove c’era un bordo, dove c’era una macchia di sporco, così che lo sporco, l’oscurità, veniva a contatto con il chiaro. Allora si vedevano i colori quando si guardava attraverso. Ma dove il bianco era uniforme, non si vedeva nulla. Allora Goethe rimase perplesso, iniziò a dubitare di tutta questa teoria. E non ebbe più fretta di restituire gli strumenti. Li tenne con sé e continuò a investigare. E così risultò che la cosa non era veramente così come comunemente veniva presentata:
Se facciamo passare la luce attraverso lo spazio della stanza, otteniamo su uno schermo un cerchio bianco. Ora, se poniamo un prisma sul cammino di questo corpo di luce che passa attraverso, il cilindro di luce viene deviato (cfr. le figure pp. 53 e 54). Ma non appaiono affatto inizialmente i sette colori successivi, bensì solo al bordo inferiore emerge il rossastro, che sfuma nel giallastro, e al bordo superiore il bluastro, che sfuma nel verdastro. Nel mezzo rimane bianco.
Che cosa si disse allora Goethe? Si disse: dunque qui non si tratta affatto che qualcosa si scinda dalla luce, bensì io in realtà formo un’immagine. Questa immagine è solo l’immagine della sezione qui. La sezione ha bordi e i colori non emergono perché vengono estratti dalla luce, per così dire perché la luce si dividesse in essi, bensì perché io formo l’immagine e l’immagine come tale ha bordi, così che qui ho a che fare con nient’altro che con il fatto che dove luminosità e oscurità si incontrano — perché fuori da questo cerchio di luce qui c’è oscurità nell’ambiente e dentro è luminoso — , là ai bordi emergono i colori. I colori emergono anzitutto come fenomeni dei bordi, e mostrando i colori come fenomeni dei bordi, abbiamo dinanzi a noi il fenomeno originario. Non abbiamo dinanzi a noi il fenomeno originario quando rimpiccioliamo il cerchio e otteniamo un’immagine cromatica continua. L’immagine cromatica continua si crea solo per il fatto che, mentre nel cerchio grande i colori dei bordi rimangono colori dei bordi, nel cerchio piccolo i colori si estendono dal bordo verso il mezzo. Si sovrappongono nel mezzo e formano ciò che si chiama uno spettro continuo. Dunque, il fenomeno originario è quello per cui ai bordi, dove luminosità e oscurità confluiscono, emergono i colori.
Vedete, si tratta di non frapporre teorie ai fatti, bensì di restare puramente nello studio dei soli fatti, dei soli dati. Ora si tratta del fatto che qui non emerge solo ciò che vediamo nei colori, bensì — come avete visto — emerge anche uno spostamento dell’intero cono di luce, una deviazione laterale dell’intero cono di luce. Se volete seguire schematicamente questa deviazione laterale, potreste farlo nel modo seguente. Supponiamo che congiungiate due prismi cosicché il prisma inferiore, che però forma un tutto con quello superiore, sia posizionato come quello che vi ho disegnato ieri. Il prisma superiore è opposto a quello inferiore. Se facessi passare un cilindro di luce attraverso questo doppio prisma, naturalmente dovrei ottenere qualcosa di simile a ieri. Otterrei una deviazione, ora verso il basso, ora verso l’alto. Se avessi qui un tale doppio prisma, otterrei una figura di luce ancora più allungata, ma al contempo risulterebbe che questa figura di luce ancora più allungata è molto indistinta, scura. Questo mi sarebbe comprensibile per il fatto che allora, se si cattura l’immagine con uno schermo, otterrei da questo cerchio di luce qui, compresso insieme, un’immagine. Ma potrei anche far scorrere lo schermo avanti. Otterrei di nuovo un’immagine. Cioè, ci sarebbe qui un’estensione — tutto ciò rientra nei fatti — su cui troverei sempre la possibilità di ottenere un’immagine. Vedete da questo che il doppio prisma interagisce con la luce. Trovo sempre un bordo rosso all’esterno, precisamente ora sopra e sotto, e al mezzo violetto. Mentre normalmente ottengo solo l’immagine dal rosso al violetto, adesso ottengo i bordi esterni rossi e al mezzo violetto e fra di essi gli altri colori. Potrei dunque attraverso un tale doppio prisma creare la possibilità che tale figura emerga, ma l’otterrei anche spostando lo schermo. Ho dunque un’estensione determinata su cui esiste la possibilità della formazione di un’immagine che è colorata ai bordi, ma anche colorata al mezzo e ha vari colori di transizione.
Ora si può impedire che qui, mentre muovo lo schermo su e giù, ci sia uno spazio molto ampio su cui esiste la possibilità di creare tali immagini. Ma potete bene immaginare che questa possibilità potrebbe essere creata solo se io cambiassi sempre il prisma, perché con un prisma il cui angolo qui è più grande, l’immagine si forma in un luogo diverso da quando renderei l’angolo più piccolo, e otterrei questa estensione più piccola.
Posso trasformare l’intera questione in un’altra cosa facendo sì che non abbia superfici piane per un prisma, bensì prenda da subito superfici curve. Così ciò che è ancora straordinariamente difficile da studiare nel prisma diventa essenzialmente semplificato. E allora otteniamo la seguente possibilità: lasciamo passare prima attraverso lo spazio il cilindro di luce, e ora poniamo la lente — che in realtà non è altro che un doppio prisma, ma con superfici curve — la poniamo nel cammino (figura p. 65, sotto). Adesso ottengo l’immagine notevolmente rimpicciolita. Allora, che cosa è successo veramente? L’intero cilindro di luce si è contratto, ristretto. Qui abbiamo una nuova interazione tra ciò che è materiale, il materiale nella lente, nel corpo vetroso, e la luce che passa attraverso lo spazio. Questa lente agisce sulla luce in modo da contrarre il cilindro di luce.
Vogliamo disegnare schematicamente l’intera questione. Ho qui un cilindro di luce, disegnato di profilo, e lascio passare la sua luce attraverso la lente. Se opponessi una comune lastra di vetro o una lastra d’acqua, il cilindro di luce passerebbe semplicemente e sullo schermo si otterrebbe semplicemente un’immagine del cilindro di luce. Questo non accade quando non ho una lastra di vetro o una lastra d’acqua, bensì una lente.
Se semplicemente seguo con le linee ciò che è accaduto, devo dire: si è prodotta una riduzione dell’immagine. Dunque il cilindro di luce si è contratto.
C’è ancora un’altra possibilità. Questa consiste nel riprodurre l’arrangiamento non con un tale doppio prisma come l’ho disegnato lì, bensì con un doppio prisma che è strutturato nella sezione trasversale cosicché con questo spigolo qui i prismi si tocchino l’un l’altro. Allora certamente otterrei la medesima descrizione che ho fatto, ma con un cerchio notevolmente ingrandito. Di nuovo, mentre muovo lo schermo su e giù, durante un’estensione determinata avrei la possibilità di ottenere l’immagine — più o meno indistinta. Otterrei qui in questo caso sopra violetto, bluastro, sotto anche violetto, blu, e al mezzo avrei il rosso. Là era il contrario. E fra di essi i colori intermedi.
Posso nuovamente al posto di questo doppio prisma mettere una lente con questa sezione trasversale: )(. Mentre questa lente nella sua sezione trasversale si presenta spessa al mezzo e sottile ai bordi, questa si presenta sottile al mezzo e spessa ai bordi (figure pp. 65 e 67, sotto). In questo caso ottengo anche attraverso la lente qui un’immagine che è notevolmente più grande del profilo ordinario che risulterebbe dal cilindro di luce. Ottengo un’immagine ingrandita, ma anche con questa gradazione cromatica ai bordi e verso il mezzo. Se voglio dunque seguire i fenomeni qui, devo dire: il cilindro di luce è stato allargato, è stato essenzialmente respinto. Questo è il dato semplice.
Ora, che cosa vediamo da questi fenomeni? Vediamo che esiste una relazione fra ciò che è materiale, che ci si presenta anzitutto come materiale trasparente nelle lenti o nei prismi, tra questo materiale e ciò che attraverso la luce viene alla manifestazione. E vediamo anche in un certo senso un certo tipo di questa interazione. Poiché partiamo da ciò che otterremmo attraverso una tale lente che è spessa ai bordi e sottile al mezzo, che cosa dobbiamo dirci quando abbiamo davanti una tale lente? Dobbiamo dirci: l’intero cilindro di luce è stato respinto, è stato allargato. E vediamo anche come questo allargamento è possibile. Questo allargamento si produce per il fatto che il materiale attraverso cui la luce è passata è qui sottile, qui più spesso. Allora la luce deve passare attraverso più materiale che qui al mezzo, dove passa attraverso meno materiale. Che cosa accade allora alla luce? Ebbene, abbiamo detto che viene allargata, viene respinta. Nella direzione di queste due frecce viene respinta. Come può essere respinta? Unicamente per il fatto che al mezzo ha meno materia da attraversare e ai bordi di più. Ora pensate alla cosa: al mezzo la luce ha meno materiale da attraversare, passa dunque più facilmente, ha dunque, quando è passata, ancora più forza. Quindi, ha qui più forza dove passa attraverso meno materiale, che qui dove passa attraverso più materiale. Questa forza più forte al mezzo, che è prodotta dal fatto che la luce passa attraverso meno materiale, respinge il cilindro di luce. Questo è qualcosa che potete leggere per così dire direttamente dai fatti. Vi prego, siate perfettamente chiari sul fatto che qui si tratta di un trattamento corretto del metodo, di una corretta conduzione del pensiero. Si deve essere chiari: quando si segue con le linee ciò che appare attraverso la luce, si disegna veramente solo qualcosa che non ha nulla a che fare con la luce. Quando disegno qui le linee, disegno solo i confini del cilindro di luce. Questo cilindro di luce è prodotto da questa apertura. Dunque non disegno affatto qualcosa che ha a che fare con la luce, bensì solo qualcosa che è prodotto dal fatto che la luce passa attraverso la fessura. E quando dico qui: in questa direzione si muove la luce, anche questo non ha nulla a che fare con la luce; poiché se spostassi la sorgente luminosa verso l’alto, la luce, quando cadrebbe attraverso la fessura, si comporterebbe così, e dovrei disegnare questa direzione di freccia così. Tutto ciò non avrebbe nulla a che fare con la luce come tale. Questo disegnare linee nella luce è diventato un’abitudine, e così gradualmente si è arrivati a parlare di raggi di luce.
Non si ha affatto a che fare con raggi di luce; si ha a che fare con un cono di luce prodotto da una fessura attraverso cui si fa passare la luce, si ha a che fare con un allargamento del cono di luce, e si deve dire: in qualche modo l’allargamento del cono di luce deve essere correlato al cammino più breve qui al mezzo che la luce compie, rispetto al cammino più lungo qui al bordo. Attraverso il cammino più breve qui al mezzo, essa conserva più forza, attraverso il cammino più lungo al bordo le viene tolta più forza. La luce più debole al bordo viene spinta dalla luce più forte al mezzo, e il cono di luce si allarga. Questo è ciò che potete leggere. Ora vedete: mentre in realtà si ha a che fare solo con immagini, nella fisica si parla di tutto il possibile, dei raggi di luce e simili. Questi raggi di luce sono diventati il fondamento proprio per il pensiero materialistico in questo campo. Per rendere ancora più evidente ciò che ho appena esposto, vogliamo considerare ancora un’altra cosa. Supponiamo di avere qui una vasca, un piccolo recipiente. Abbiamo qui in questo piccolo recipiente un liquido, per esempio acqua, e lì in basso un qualche oggetto, per dire una moneta o simili. Se ho qui un occhio, posso fare il seguente esperimento: inizialmente posso togliere l’acqua e guardare questo oggetto con l’occhio. Lo vedrò in questa direzione. Qual è il fatto? Ho sul fondo di un recipiente un oggetto. Guardo e vedo in una certa direzione questo oggetto. Questo è il fatto semplice. Se comincio a disegnare: da questo oggetto esce un raggio di luce, che viene inviato all’occhio e colpisce l’occhio, allora già fantasticherei di tutto il possibile. Ora riempio il recipiente fino a qui con acqua o un qualche liquido. Allora si presenta qualcosa di straordinario. Seguo la medesima direzione in cui prima vedevo l’oggetto, dall’occhio all’oggetto, guardo nella direzione in cui prima guardavo. Potrei aspettarmi di vedere la stessa cosa, ma non succede, bensì accade qualcosa di straordinario: vedo l’oggetto leggermente sollevato. Lo vedo cosicché esso con l’intero fondo viene sollevato verso l’alto.
Come si possa stabilire, voglio dire misurare, questo, potremmo ancora parlarne. Voglio solo dire il principio adesso. Su che cosa può basarsi questo, se mi rispondo la domanda secondo il fatto puro? Ebbene, mi aspetto, se prima ho visto così, di trovare l’oggetto nuovamente nella direzione. Dirigo l’occhio a questo, ma non lo vedo nella direzione, lo vedo nell’altra direzione. Sì, prima, quando non c’era acqua nella vasca, potevo guardare direttamente verso il fondo, e tra il mio occhio e il fondo c’era solo aria. Adesso la mia linea visiva qui colpisce l’acqua. Questa non lascia passare la mia forza visiva così semplicemente come l’aria, bensì oppone una resistenza più forte, e devo arretrare davanti a questa resistenza più forte. Da qui in poi devo arretrare davanti a questa resistenza più forte. Questo arretramento si esprime nel fatto che non vedo fino in basso, bensì che il tutto appare sollevato. Vedo per così dire più difficoltosamente attraverso l’acqua che attraverso l’aria, supero la resistenza dell’acqua più difficoltosamente della resistenza dell’aria. Perciò devo accorciare la forza, tiro dunque io stesso l’oggetto verso l’alto. Accorcio la forza perché incontro la resistenza più forte. Se fossi nella posizione di riempire qui un gas che fosse più sottile dell’aria, allora l’oggetto si abbasserebbe, perché allora troverei meno resistenza. Spingerebbe dunque l’oggetto verso il basso. Lo scienziato della natura non constata questo fatto, bensì dice: bene, un raggio di luce è lanciato verso la superficie dell’acqua. Questo raggio di luce viene qui rifratto, e perché ha luogo una transizione tra un mezzo più denso e uno più rarefatto, il raggio di luce viene rifratto dalla normale, arriva qui all’occhio. E adesso dice qualcosa di straordinario: l’occhio, dopo aver ricevuto il messaggio attraverso il raggio di luce, ora estende il cammino verso l’esterno e proietta l’oggetto a questo luogo. — Questo significa: si trovano tutti i possibili concetti, ma non si calcola con ciò che è, con la resistenza che la forza visiva dell’occhio stesso trova nel più denso, in cui deve penetrare. Si vorrebbe per così dire abbandonare tutto e attribuire tutto alla luce stessa, come si dice qui al prisma: oh, il prisma non fa nulla, bensì i sette colori sono già dentro la luce. Il prisma fornisce solo la ragione perché si mettano bellamente l’uno accanto all’altro come soldati, i sette colori; ma già dentro ci sono questi sette ragazzi cattivi insieme, che sono forzati a separarsi. Il prisma non fa niente di questo. Abbiamo visto: proprio ciò che emerge nel prisma, questo cuneo ottenebrato è ciò che causa i colori. I colori stessi non hanno nulla a che fare con la luce stessa. E vedete qui di nuovo, mentre qui dobbiamo essere chiari che esercitiamo un’attività attiva, con l’occhio puntiamo e troviamo una resistenza più forte nell’acqua, per cui siamo costretti ad accorciare la linea visiva attraverso la resistenza più forte, lo scienziato della natura dice: vengono lanciati raggi di luce, vengono rifratti e così via. E poi il più bello, proprio a questo punto! Vedete, lo scienziato della natura odierno dice: dunque la luce arriverà prima all’occhio attraverso una strada rifratta, poi l’occhio proietta l’immagine verso l’esterno. — Che cosa significa? In fondo dice: l’occhio proietta. Pone solo una rappresentazione phoronomica, una rappresentazione abbandonata da tutte le realtà, una pura attività fantastica al posto di ciò che si presenta immediatamente: la resistenza dell’acqua più densa contro la forza visiva dell’occhio. Proprio a tali punti notate nel modo più chiaro come tutto nella nostra fisica sia astratto, come tutto debba diventare phoronomia, come non si voglia penetrare nelle qualità. Da un lato si spoglia dunque l’occhio di ogni attività, d’altro canto però l’occhio proietta ciò che riceve come stimolo verso l’esterno. Quello che invece è necessario è di partire fin dall’inizio dall’attività dell’occhio, di essere chiari: l’occhio è un organismo attivo.
Ora vedete, qui abbiamo un modello dell’occhio, e oggi cominceremo a occuparci anche un po’ dell’essenza dell’occhio umano. L’occhio, l’occhio umano, è per così dire una sfera, solo leggermente compressa da davanti a dietro, una sfera che qui nella cavità ossea si situa cosicché una serie di membrane anzitutto circonda l’interno di questo occhio. Se voglio disegnare una sezione, dovrei disegnare così: quello che disegno adesso sarebbe l’occhio destro. La cosa più esterna che si trova anzitutto quando si estirpasse l’occhio dal cranio sarebbe il tessuto connettivo, il grasso. Poi però si arriva al primo vero involucro dell’occhio, la cosiddetta sclera, la cornea. Fibrosa, ossea, cartilaginea è l’involucro esteriore. L’ho disegnata qui. Diventa trasparente verso davanti, così che la luce possa penetrare nell’occhio da qui. Un secondo strato che riveste lo spazio interno qui è la cosiddetta coroide. Contiene i vasi sanguigni. L’avremmo circa qui. E come terzo otterremmo il più interno strato, la cosiddetta retina, che si continua poi verso il cranio nel nervo ottico. Qui dunque il nervo ottico andrebbe verso l’interno, formerebbe la retina. E così abbiamo enumerato i tre involucri dell’occhio. Ora però, dietro questa cornea, annidato qui nel muscolo ciliare, c’è una specie di lente. Viene portato qui da un muscolo, che si chiama muscolo ciliare. Davanti c’è qui la cornea trasparente, e tra la lente e essa c’è quello che si chiama il fluido acqueo, così che quando la luce penetra nell’occhio, essa passa anzitutto la cornea trasparente, passa il fluido acqueo, poi passa attraverso questa lente, che è in se stessa mobile attraverso i muscoli. Poi la luce procede da questa lente in quello che ora riempie l’intero spazio dell’occhio e che si chiama comunemente il corpo vitreo. Così la luce passa attraverso la cornea trasparente, il fluido, la lente stessa, il corpo vitreo, e da lì poi sulla retina, che è una ramificazione del nervo ottico, che poi va nel cervello. Questi sono inizialmente — vogliamo anzitutto rappresentarci il principio — gli elementi che ci possono illustrare quali parti abbia questo occhio, che qui è annidato in una cavità dell’osso del cranio. Ma questo occhio mostra straordinarietà notevoli.
Anzitutto, quando studiamo il fluido che è qui tra questa lente e la cornea, attraverso cui la luce deve passare, questo fluido nel suo contenuto è quasi un vero fluido, quasi un fluido esterno. Nel luogo dove l’uomo ha il suo fluido oculare, tra la lente e la cornea esterna, l’uomo nella sua corporeità è per così dire esattamente come un pezzo di mondo esterno. È quasi così che questo fluido, che è qui nella periferia più esterna dell’occhio, è scarsamente distinto da un fluido che io mi versi sulla mano. E quello che qui è la lente è anche ancora qualcosa di molto, molto oggettivo, molto, molto senza vita. Se invece vado al corpo vitreo, che riempie l’interno dell’occhio e confina con la membrana nervosa, non posso considerare questo corpo vitreo cosicché dica: questo è anche qualcosa che è quasi come un fluido esterno o un corpo esterno. Là dentro c’è già vitalità, là dentro c’è vita, così che, quanto più andiamo indietro nell’occhio, tanto più entriamo in contatto con la vita. Qui abbiamo un fluido che è quasi del tutto obiettivamente esterno, la lente è ancora anche esterna; ma con il corpo vitreo siamo già dentro un’entità che ha in se stessa vitalità. Questa differenza tra tutto ciò che è fuori e ciò che è là dentro si mostra anche in qualcos’altro. Anche questo si potrebbe studiare oggi dal punto di vista scientifico della natura. Se infatti si segue comparativamente la formazione dell’occhio a partire dalla serie animale inferiore, si trova che quello che è fluido corporeo esterno e lente, che questo non cresce da dentro all’esterno, bensì che si deposita come le cellule circostanti si depositano. Così, dovrei immaginarmi la formazione della lente cosicché il tessuto lenticolare e che anche il fluido oculare anteriore si originano dagli organi limitrofi e non da dentro all’esterno, mentre per l’interno è così che il corpo vitreo cresce incontro. Vedete, qui abbiamo la straordinarietà: qui agisce la natura della luce esterna e produce quella trasformazione che genera il fluido e la lente. L’essere da dentro reagisce e gli oppone qualcosa di più vivente, qualcosa di più vitale, il corpo vitreo. Proprio nell’occhio si incontrano le formazioni che sono eccitate dall’esterno e quelle che sono eccitate da dentro in un modo straordinario. Questa è la prossima caratteristica dell’occhio.
C’è ancora un’altra. C’è la caratteristica dell’occhio che consiste nel fatto che questa retina che si estende è in realtà il nervo ottico che si estende. Ora sussiste proprio la caratteristica — domani proverò a mostrare un esperimento che lo conferma — che qui, dove il nervo ottico entra, l’occhio è insensibile. È cieco. Allora il nervo ottico si estende, e in un luogo, che dunque qui per l’occhio destro è un po’ a destra dal punto d’ingresso, la retina è più sensibile. Si può dunque dire: il nervo è quello che percepisce la luce. Ma non percepisce la luce proprio dove entra. Si dovrebbe credere che se il nervo fosse veramente quello che percepisce la luce, allora dovrebbe percepirla maggiormente dove entra. Ma non lo fa. Vi prego di tenere presente questo per il momento.
Ora, che questa disposizione dell’occhio sia straordinariamente piena della saggezza della natura, lo potete ricavare dal seguente: se voi durante il giorno contemplate gli oggetti attorno a voi, trovate che gli oggetti vi appaiono più o meno nitidi, purché i vostri occhi siano sani, ma così che la nitidezza, la chiarezza serve al vostro orientamento. Se però vi svegliate al mattino, allora vedete talvolta molto indistintamente i bordi degli oggetti, li vedete circondati come da una piccola nebbia. Se questo è un cerchio, vedete tutto intorno qualcosa di indistinto, quando vi siete appena svegliati al mattino. Su che cosa si basa questo? Si basa sul fatto che nel nostro occhio abbiamo tre cose, anzitutto il corpo vitreo — vogliamo considerare addirittura solo due cose — , il corpo vitreo e la lente. Hanno, come abbiamo visto, origini completamente diverse. La lente è più formata dall’esterno, il corpo vitreo più dall’interno, la lente è più senza vita, il corpo vitreo è attraversato di vitalità. Nel momento in cui ci svegliamo, i due non sono ancora adattati l’uno all’altro. Il corpo vitreo vuole ancora rappresentarci gli oggetti come può, e la lente come può. E dobbiamo aspettare finché non si sono reciprocamente adattati. Da questo comprendete come sia internamente mobile l’organico e come l’effetto dell’organico si basi sul fatto che dapprima l’attività è differenziata in lente e corpo vitreo e poi di nuovo è composta dal differenziato. Allora l’uno deve adattarsi all’altro.
Vogliamo da tutte queste cose tentare di giungere gradualmente a come dalla relazione reciproca dell’occhio e del mondo esterno risulti il mondo variopinto di colori. A questo scopo, per potere domani collegare considerazioni su questa relazione dell’occhio al mondo esterno, vogliamo portare davanti a noi ancora il seguente esperimento:
Vedete, ho qui un disco dipinto con i colori che ci sono apparsi prima come colori dell’arcobaleno: violetto, indaco, blu, verde, giallo, arancione, rosso. Se guardate questo disco, vedete questi sette colori — l’ho fatto il meglio che potevo con questi colori. Ora faremo anzitutto ruotare il disco. Vedete ancora, solo in movimento, i sette colori. Posso girare abbastanza forte e vedete in movimento i sette colori. Adesso però farò ruotare il disco molto velocemente. Vedete, quando la cosa ruota sufficientemente forte, non vedete più i colori, bensì vedete, credo, un grigio unicolore. Vero? Oppure avete visto qualcos’altro? («Lilla», «Rossastro».) Sì, è solo perché il rosso è un po’ troppo forte rispetto agli altri colori. Ho davvero tentato di compensare la forza attraverso lo spazio, ma se l’arrangiamento fosse completamente corretto, avreste veramente visto un grigio unicolore. Dobbiamo allora chiederci: perché questi sette colori ci appaiono in un grigio unicolore? A questa domanda vogliamo rispondere domani. Oggi vogliamo solo presentare ciò che la fisica dice. Dice e ha anche già detto ai tempi di Goethe: ho qui i colori dell’arcobaleno: rosso, arancione, giallo, verde, blu, indaco, violetto. Adesso metto il disco in rotazione. Per questo l’impressione di luce non ha effetto nell’occhio, bensì se ho appena visto il rosso, allora attraverso la rapida rotazione c’è già l’arancione, e se ho visto l’arancione, c’è già il giallo e così via. E poi, mentre ho ancora gli altri colori, c’è di nuovo il rosso. Per questo ho tutti i colori contemporaneamente. L’impressione del rosso non è ancora passata quando viene il violetto. Per questo si mettono insieme per l’occhio i sette colori e questo deve di nuovo dare il bianco. Questa era anche la dottrina ai tempi di Goethe. Goethe ha ricevuto questa come dottrina: se si fa il rotatore di colori, lo si fa ruotare rapidamente, allora i sette colori, che erano stati così ordinati, si separeranno dal cilindro di luce, si riuniranno di nuovo nell’occhio stesso. Ma Goethe non ha mai visto un bianco, bensì ha detto: non risulta mai nulla di diverso da un grigio. Certamente, i libri di fisica più recenti trovano anche che risulta solo un grigio. Ma affinché la storia diventi pur sempre bianca, consigliano di mettere nel mezzo un cerchio nero di contrasto, allora il grigio nel contrasto apparirà bianco. Così vedete, è fatto in modo ordinato. Alcuni lo fanno con «fortuna», i fisici lo fanno con «natura». Così la natura è corretta. Questo accade proprio con un numero di fatti fondamentalissimi, che la natura è corretta.
Vedete, cerco di procedere in modo che sia creata la base. Proprio quando creiamo una base corretta, avremo per tutti gli altri ambiti la possibilità di avanzare.
Purtroppo non siamo ancora andati molto avanti nella raccolta del materiale sperimentale. Perciò faremo domani molte cose che avremmo voluto fare oggi, e dovrò arrangiare il discorso di oggi cosicché vi presenti ancora qualcosa che ci sarà utile nei prossimi giorni, per così dire con un piccolo cambiamento dei miei propositi.
Vorrei anzitutto semplicemente porvi davanti quello che si potrebbe chiamare il fenomeno originario della teoria dei colori. Si tratterà del fatto che voi troverete confermato e consolidato questo fenomeno originario della teoria dei colori nelle manifestazioni che potete osservare nell’intera estensione della cosiddetta ottica o teoria dei colori. Naturalmente i fenomeni si complicano, e il fenomeno semplice non compare dappertutto allo stesso modo agevole nella manifestazione esterna. Ma se vi date la pena, lo trovate dappertutto. Questo fenomeno semplice, espresso anzitutto alla maniera di Goethe, è il seguente: se si vede un più luminoso attraverso l’oscurità, allora il luminoso attraverso l’oscurità appare nel senso dei colori luminosi, nel senso del giallastro o del rossastro, con altri termini: se ad esempio vedo una qualche luce lucente, cosiddetta bianchiccia, attraverso una lastra sufficientemente spessa che è in qualche modo offuscata, allora quello che altrimenti, guardandolo direttamente, vedo come bianchiccia, mi appare giallastro, giallo-rossastro. Chiaro attraverso oscurità appare giallo o giallo-rossastro. Questo è un polo. Al contrario, se avete semplicemente una superficie nera e la guardate direttamente, allora vedete semplicemente la superficie nera. Ma supponiamo che io abbia qui una vasca d’acqua, attraverso questa vasca d’acqua faccio passare luminosità, così che sia illuminata, allora ho qui un liquido illuminato, e vedo il buio buio attraverso il chiaro, lo vedo attraverso l’illuminato. Lì appare blu o violetto, blu-rosso, cioè l’altro polo del colore. Questo è il fenomeno originario — chiaro attraverso scuro: giallo; scuro attraverso chiaro: blu.
Questo fenomeno semplice può essere visto dappertutto, se vi abituate solo a pensare realmente, non astrattamente, come pensa la scienza odierna. Ora ricordatevi da questo punto di vista l’esperimento che abbiamo già fatto, dove abbiamo fatto passare un cilindro di luce attraverso un prisma e, mentre il cilindro di luce passava attraverso il prisma, abbiamo ottenuto una vera scala cromatica, che abbiamo catturato, dal violetto al rosso. Questo fenomeno, ve l’ho già disegnato. Potremmo dire: se qui abbiamo il prisma, qui il cilindro di luce, allora la luce passa in qualche modo attraverso il prisma, viene deviata verso l’alto. E abbiamo detto: qui non ha luogo solo una deviazione. Una deviazione avrebbe luogo se un oggetto, un oggetto trasparente, fosse messo sul cammino della luce, che ha superfici parallele. Ma il prisma, che ha superfici convergenti, è messo sul cammino della luce. Per questo al passaggio attraverso il prisma otteniamo un oscuramento della luce. Abbiamo dunque nel momento in cui facciamo passare la luce attraverso il prisma, a che fare con due cose, anzitutto con il semplice, fluente chiaro della luce, poi però con l’oscurità messa sul cammino della luce. Ma questa oscurità, abbiamo detto, si mette sul cammino della luce cosicché, mentre la luce è principalmente deviata verso l’alto, ciò che emerge come offuscamento, siccome irradia verso l’alto, avrà i suoi raggi nella direzione della deviazione. Cioè, irradia oscurità nella luce deviata, l’oscurità vive per così dire nella luce deviata. Per questo emerge qui il bluastro, il violetto. Ma l’oscurità irradia anche verso il basso. Allora irradia, mentre il cilindro di luce è (verso l’alto) deviato, verso il basso, e agisce opposto alla luce deviata, non riesce a fronteggiarla, e possiamo dire: qui il chiaro deviato sovrasta l’oscurità, e otteniamo i colori giallastri o giallo-rossastri. Se prendiamo un cilindro di luce sufficientemente sottile, possiamo, se guardiamo nella direzione di questo cilindro di luce — con i nostri occhi possiamo guardare attraverso il prisma — , invece di guardare da fuori su uno schermo l’immagine che si forma, possiamo mettere il nostro occhio al posto di questa immagine. Allora vediamo, quando guardiamo attraverso il prisma, quello che qui è un ritaglio, attraverso cui ci risulta il cilindro di luce, spostato. Abbiamo dunque qui di nuovo, se restiamo entro i fatti, il fenomeno davanti: se guardo così, vedo quello che altrimenti mi verrebbe direttamente, attraverso il prisma spostato verso il basso. Ma vedo anche colorato. Lo vedete dappertutto colorato. Che cosa vedete veramente? Se vi rappresentate quello che qui vedete e l’esprimete puramente, quello che vedete in relazione con quello che abbiamo appena stabilito, allora risulta per voi quello che veramente vedete, anche nel dettaglio, immediatamente. Dovete solo mantenervi al visto.
Non è vero, se così guardate il cilindro di luce — perché vi viene incontro, il chiaro cilindro di luce — , così vedete un chiaro, ma vedete il chiaro attraverso l’ottenebrato, attraverso il colore blu, un chiaro attraverso un scuro. Dunque qui dovete vedere giallo o giallo-rossastro, giallo e rosso. — Non è vero, una chiara prova che qui sopra abbiate un ottenebrato è che emerge il colore blu. — E sotto vi è la prova della prova della stessa rossa che abbiate un illuminato. Ve l’ho detto, il chiaro sovrasta l’oscurità. Dunque vedete, guardando, il cilindro di luce, per quanto sia chiaro, ancora attraverso un illuminato. È scuro rispetto all’illuminato. Vedete dunque uno scuro attraverso un illuminato, e dovete vederlo sotto blu o blu-rosso. Dovete solo esprimere il fenomeno, allora avete anche quello che potete vedere. Quello che si presenta all’occhio è, quello che vedete altrimenti: il blu, attraverso cui vedete. Dunque appare il chiaro rossastro. Al bordo inferiore avete l’illuminatezza. Per quanto chiaro sia il cilindro di luce, voi lo vedete attraverso un illuminato. Dunque vedete uno scuro più attraverso un illuminato e lo vedete blu. Qui conta, sul polare. Il primo, quello sullo schermo, si può, se si vuol essere eruditi, chiamare i colori oggettivi. L’altro, quello che si vede quando si guarda attraverso il prisma, si può chiamare lo spettro soggettivo. Lo spettro soggettivo appare nell’inversione dello spettro oggettivo. Se così parliamo, allora abbiamo parlato molto eruditamente.
Ora, su questi fenomeni si è meditato molto, soprattutto nel corso del tempo moderno. Non solo che si siano osservati i fenomeni così, come abbiamo tentato, e li si siano espressi puramente, bensì si è meditato sulle cose, e la massima meditazione è già iniziata quando il famoso Newton ha riflettuto sulla luce appunto perché questo spettro di colori si era presentato per primo a lui. Newton certamente si è fatto l’interpretazione cosiddetta — tale è sempre solo — relativamente facilmente. Ha detto: bene, se abbiamo il prisma, allora facciamo passare luce bianca dentro. Lì dentro sono già contenuti i colori, il prisma li evoca, e allora marciano uno dietro l’altro. Ho semplicemente decomposto la luce bianca. Ora Newton si è rappresentato: a ogni genere di colore corrisponde una materia determinata, così che in totale sono contenuti materialmente sette colori. Per così dire, per lui il fatto di far passare la luce attraverso il prisma era una sorta di decomposizione chimica della luce in sette materie singole. Si è persino rappresentato quali materie emettessero corpuscoli più grandi, palline, e quali più piccoli. Ora dunque le cose stanno così, nel senso di Newton, che il sole ci invia luce; noi facciamo passare la luce attraverso la fessura circolare, lì (prisma) cade come un cilindro di luce. Ma questa luce consiste di piccolissimi corpuscoli, piccoli corpi, che qui colpiscono, poi vengono deviati dalla loro direzione, e poi bombardano lo schermo. Lì (prisma) questi piccoli corpuscoli di cannone colpiscono. I piccoli volano verso l’alto, i grandi verso il basso, i piccoli sono i violetti, i grandi sono i rossi, vero? E così i grandi si separano dai piccoli. Questa visione che per il mondo volino una materia o diverse materie, fu ben presto scossa da altri fisici, Huygens e Young e altri, ed è finalmente arrivato al punto che si è detto: allora non può essere così, che questi piccoli corpuscoli partano da qualche parte e semplicemente siano spinti attraverso il mezzo o anche non siano spinti attraverso un mezzo e arrivano su uno schermo, producono un’immagine, o giungono nell’occhio per produrre in noi il fenomeno del rosso e così via. Con questo non va. E vorrei dire: infine gli uomini sono stati costretti a provare che così non può essere, attraverso un esperimento, che certamente era stato anche preparato, persino dal gesuita Grimaldi e anche da altri. Questa visione intera fu essenzialmente scossa da quello che fu condotto come esperimento da Fresnel.
Questi esperimenti di Fresnel sono straordinariamente interessanti. Bisogna una volta chiarirsi che cosa accade veramente nell’arrangiamento che Fresnel ha dato ai suoi esperimenti. Ma vi prego, adesso state davvero molto attenti ai fatti, perché si tratta di studiare molto esattamente un fenomeno. Supponiamo che io abbia due specchi e qui una sorgente di luce, cioè con una fiamma mi illumino da lì, così che, se qui metto uno schermo, ottengo immagini attraverso questo specchio e ottengo immagini dall’altro specchio. Supponiamo dunque — lo disegnerò in sezione — due specchi molto leggermente inclinati l’uno rispetto all’altro. Se ho qui una sorgente di luce — la chiamerò L — e uno schermo, la luce si riflette per me, siccome qui (specchio) colpisce, così che io sono in grado, qui di illuminare lo schermo attraverso la luce riflessa. Se faccio cadere qui la luce, posso attraverso lo specchio illuminare lo schermo qui, così che sia più luminoso qui nel mezzo che nell’ambiente. Ora però ho qui un secondo specchio, attraverso cui la luce viene riflessa un po’ diversamente, e una parte di quello che da qui sotto dal mio cono di luce verso lo schermo viene diretto, cade ancora nel sopra, così che attraverso l’inclinazione sia la luce riflessa dall’alto specchio come luminosità è gettata sullo schermo, come pure quella riflessa dal basso specchio. Si può dire che per questo schermo è come se fosse illuminato da due posti.
Supponiamo ora che ci sia stato un fisico che ha visto questo. Questo fisico, che ha visto questo, avrebbe pensato newtonianamente. Allora si dirà: là c’è la sorgente di luce, che bombarda prima il primo specchio, che scaglia i suoi corpuscoli qui. Questi rimbalzano, vengono sullo schermo e l’illuminano. Ma anche dal basso specchio rimbalzano i corpuscoli. Lì arrivano molti corpuscoli. Deve essere molto più luminoso quando i due specchi sono lì, che quando c’è solo uno specchio. Se sistemo le cose in modo che tolgo il secondo specchio, allora lo schermo dovrebbe essere meno illuminato dalla luce gettata che se ho i due specchi. Certamente, un pensiero potrebbe venire a questo fisico che sarebbe veramente nefasto. Perché questi corpuscoli, questi piccoli corpi, devono fare questa strada, qui vengono gli altri giù. Perché proprio quelli che vengono giù, non colpiscono questi e li scagliano via, è straordinariamente difficile da vedere. — In generale, potete nei nostri libri di fisica trovare bellissimi racconti sulla teoria ondulatoria. Ma mentre le cose sono calcolate bellamente, si deve sempre avere il pensiero che non si calcola mai come un’onda attraverso l’altra sfreccia. Questo accade sempre del tutto inosservato. Vogliamo una volta afferrare in realtà ciò che qui accade veramente.
Certamente, la luce cade qui giù, viene gettata qui attraverso, cade anche sul secondo specchio, viene gettata qui. La luce è dunque sulla strada verso lo specchio, viene gettata qui attraverso — questo è sempre il cammino della luce. Che cosa accade veramente però? Ebbene, supponiamo che avessimo qui un tale cammino di luce. Adesso viene gettato qui attraverso. Adesso però viene qui l’altro cammino di luce, che si scontra. Questo è un fenomeno che non si può negare: i due si disturbano reciprocamente. L’uno vuole sfrecciare, l’altro si mette nel cammino. La conseguenza è: se vuole sfrecciare, estingue la luce da lì che arriva dapprima. Per questo però non otteniamo proprio qui (schermo) una luminosità, bensì qui si riflette veramente l’oscurità attraverso, così che otteniamo qui un’oscurità. Adesso però tutta la storia non è in riposo, bensì in continuo movimento. Quello che è stato disturbato qui, va avanti. Dunque è sorto un buco nella luce. È la luce sfrecciata, è sorto un buco. Questo appare scuro. Ma per questo il prossimo corpo di luce passerà più facilmente e avrete accanto all’oscurità una macchia tanto più luminosa. Quello che accade ancora, è che, siccome qui procede, di nuovo un tale piccolo cilindro di luce da sopra colpisce una luminosità, l’estingue di nuovo, produce di nuovo un’oscurità. Siccome questo procede, la luce può passare di nuovo più facilmente. Abbiamo a che fare con un tale reticolo progressivo, dove la luce che viene da sopra può sempre passare e, estinguendo, porta di nuovo oscurità, che però procede. Dobbiamo dunque qui ottenere alternatamente luminosità e oscurità per il fatto che la luce superiore passa attraverso quella inferiore e così forma un reticolo. Questo è quello che vi ho chiesto di pensare esattamente. Perché dovete seguire come sorge un reticolo. Avete luminosità e oscurità alternatamente per il fatto che la luce sfreccia nella luce. Quando la luce sfreccia nella luce, allora la luce è semplicemente annullata, la luce è trasformata in oscurità. La formazione di un tale reticolo di luce dobbiamo dunque spiegarla per il fatto che abbiamo fatto l’arrangiamento attraverso questi specchi. La velocità della luce, tutto quello che riguarda differenze di velocità della luce qui, non ha grande importanza. Quello che voglio mostrare è qui ciò che accade entro la luce stessa con l’aiuto dell’apparecchio, è qui (schermo), che il reticolo si riflette: chiaro, scuro, chiaro, scuro.
Ma quel fisico — era Fresnel stesso — , che si disse: se la luce è l’emanazione di corpuscoli, allora è ovvio che, se vengono scagliati più corpuscoli, deve diventare più luminoso, altrimenti un corpuscolo dovrebbe divorare l’altro. Dunque secondo la pura teoria dell’irraggiamento non si può spiegare che luminosità e oscurità si alternino. Come lo si possa spiegare, l’abbiamo appena visto. Ma vedete, prendere il fenomeno così com’è veramente, questo semplicemente non è venuto in mente ai fisici, bensì insieme con certi altri fenomeni hanno tentato una spiegazione nel senso del materialismo. Con i corpuscoli di materia che bombardano non andava più. Perciò si disse: supponiamo che la luce non sia un afflusso di fini materie, bensì solo un movimento in una fine materia, nell’etere, movimento nell’etere. E prima si rappresentava — per esempio lo fece Euler — che la luce si propagasse in questo etere press’a poco come il suono nell’aria. Se eccito un suono, questo si propaga attraverso l’aria, ma così che dapprima, quando il suono è eccitato qui, l’aria nell’ambiente è compressa. Per questo emerge aria compressa. L’aria compressa, che qui emerge, preme di nuovo sull’ambiente. Si espande. Ma così eccita sporadicamente proprio lì nelle vicinanze uno strato di aria rarefatta. Attraverso tali compressioni e rarefazioni, che si chiamano onde, ci si rappresenta che il suono si propaghi. E così si assunse che tali onde fossero eccitate anche nell’etere. Ma con certi fenomeni la cosa non quadrava, e così ci si disse: un’oscillazione ondulatoria è sì la luce, ma non oscilla così come il suono. Nel suono è così che qui c’è una compressione, poi viene una rarefazione, e questo procede così. Queste sono onde longitudinali. Dunque la rarefazione segue la compressione, e un corpo si muove dentro nella direzione della propagazione così avanti e indietro. Questo non poteva rappresentarsi così per la luce. Lì è così che, quando la luce si propaga, le particelle di etere si muovono perpendicolarmente alla direzione della propagazione, così che, quando quello che si chiama un raggio di luce sfreccia — sfreccia così un raggio di luce con 300.000 chilometri di velocità — , allora le piccole particelle oscillano sempre perpendicolarmente alla direzione in cui la luce sfreccia. Quando questa oscillazione arriva al nostro occhio, la percepiamo. Se si applica questo all’esperimento di Fresnel, allora il movimento della luce è essenzialmente un’oscillazione perpendicolare alla direzione in cui la luce si propaga. Questo raggio qui, che va allo specchio inferiore, oscillerebbe così, si propaga così, colpisce qui. Ora, come detto, questa confusione di treni d’onda, su questo si sorvola. Questi non si disturbano nel senso di questi fisici così pensanti. Ma qui (schermo) si disturbano subito, o però si sostengono. Perché che cosa deve accadere qui? Non è vero, qui può accadere così che, quando questo treno d’onda qui arriva, la piccolissima particella, che oscilla perpendicolarmente, oscilla giù quando l’altra oscilla su. Allora si annullano, allora deve emergere l’oscurità. Se però qui la piccolissima particella oscilla giù proprio quando l’altra oscilla giù, o oscilla su quando l’altra oscilla su, allora deve emergere la luminosità, così che si spiega qui dalle oscillazioni delle piccolissime particelle lo stesso che abbiamo spiegato dalla luce stessa. Ho detto che qui avete alternatamente macchie chiare e scure, ma la cosiddetta teoria ondulatoria lo spiega così che la luce è un’oscillazione dell’etere: se le piccolissime particelle oscillano così che si sostengono mutuamente, emerge una macchia più luminosa, se oscillano nel senso opposto, emerge una macchia più scura. Dovete ora solo prendere nota quale differenza esista tra la pure percezione del fenomeno, lo stare dentro i fenomeni, il seguire e il porsi dei fenomeni, e l’aggiungere ai fenomeni qualcosa che si è solo aggiunto. Perché questo intero movimento dell’etere è solo aggiunto. Naturalmente si può calcolare qualcosa che si è inventato. Ma il fatto che si possa calcolare, non è una prova che la cosa sia anche lì. Perché il puro phoronomico è proprio un puramente pensato, e il calcolabile è anche solo un pensato. Vedete da questo che siamo costretti, secondo il nostro pensiero di fondo, a spiegare i fenomeni così che essi stessi come spiegazione risultino a noi, che contengono la spiegazione in se stessi — su questo vi chiedo di mettere il massimo valore — , che sia gettato fuori quello che è pura fantasticheria. Tutto si può spiegare se si aggiunge qualcosa di cui nessuno sa nulla. Queste onde per esempio potrebbero naturalmente essere lì, e potrebbe essere che, se un’oscilla giù e l’altra oscilla su, si annullino, ma le si è inventate. Quello che però è incondizionatamente lì, è questo reticolo qui, e questo reticolo lo vediamo fedele riflesso qui. Bisogna già guardare la luce, se si vuole arrivare a quella che è spiegazione non falsificata.
Ora vi ho detto: se una luce passa attraverso l’altra, con essa in genere in qualche relazione, allora talvolta una luce agisce offuscante sull’altra luce, estinguendo sull’altra luce, come il prisma stesso agisce offuscante. Questo si mostra molto particolarmente per il fatto che — faremo veramente l’esperimento — , che si fa il seguente esperimento. Vedete, voglio disegnare quello di cui si tratta: supponiamo che abbiamo quello che vi ho mostrato ieri, abbiamo veramente uno spettro di questo tipo, creato direttamente dal sole; abbiamo uno spettro ottenuto dal violetto al rosso. Potremmo creare uno spettro di questo tipo anche cosicché non facessimo brillare il sole attraverso una fessura, bensì cosicché qui portassimo un corpo solido, che riscaldassimo. Allora anche gradualmente, quando raggiunge l’incandescenza, avremmo la possibilità di avere uno spettro di questo tipo. Non fa differenza se abbiamo uno spettro del sole o uno spettro che viene da un corpo incandescente.
Ora però possiamo anche produrre uno spettro in modo un po’ modificato. Supponiamo che abbiamo qui un prisma e abbiamo qui una fiamma di sodio, cioè un metallo che si volatilizza: il sodio. Il sodio diventa gas. Il gas brucia, si volatilizza, e produciamo uno spettro da questo sodio volatilizzato. Così emerge qualcosa di straordinario. Se produciamo lo spettro non dal sole o non da un corpo solido incandescente, bensì da un gas incandescente, allora un solo luogo nello spettro è molto sviluppato, e il sodio porta specialmente il giallo. Abbiamo qui, non è vero, rosso, arancione, giallo. La parte gialla, questa è particolarmente sviluppata nel sodio. Il resto dello spettro nel sodio è atrofizzato, quasi assente. Dunque, tutto dal violetto al giallo dentro e dal giallo al rosso è atrofizzato. Otteniamo perciò apparentemente una striscia gialla molto stretta, si dice una linea gialla. Questa emerge per il fatto che è la parte di uno spettro intero. Il resto dello spettro è solo atrofizzato. Così si possono trovare dai più diversi corpi tali spettri, che in realtà non sono spettri, bensì solo righe luminose.
Da qui vedete che, al contrario, se non sapete che cosa ci sia veramente in una fiamma, e producete uno spettro di questo tipo, che se ottenete uno spettro giallo, allora nella fiamma deve esserci sodio. Potete riconoscere con quale metallo avete a che fare.
L’aspetto straordinario però che emerge quando combinate questi due esperimenti, così che producete qui questo cilindro di luce e qui lo spettro, nello stesso tempo la fiamma di sodio dentro, così che il sodio incandescente si unisce al cilindro di luce, quello che accade è qualcosa di molto simile a quello che vi ho mostrato prima all’esperimento di Fresnel. Si potrebbe aspettare che qui il giallo emerga particolarmente forte, perché il giallo è già dentro; allora viene ancora il giallo dal sodio. Ma questo non è il caso, bensì il giallo dal sodio estingue l’altro giallo, ed emerge qui una macchia scura. Dunque, dove si aspetterebbe che emergesse qualcosa di più luminoso, emerge una macchia scura! Perché dunque? Questo dipende unicamente dalla forza che si sviluppa. Supponiamo che la luce di sodio che qui emerge sia così disinteressata che lasci semplicemente passare la luce gialla correlata, allora dovrebbe completamente estinguersi. Non lo fa però, bensì si mette proprio nel cammino dove il giallo dovrebbe venire attraverso, si mette nel cammino. È lì, e nonostante sia giallo, non agisce rinforzando, bensì agisce estinguendo, perché semplicemente si mette come una forza nel cammino, indifferente da che cosa sia quello che si mette nel cammino. Non importa. La parte gialla dello spettro viene estinta. Emerge lì una macchia nera.
Vedete da questo che si deve solo di nuovo considerare quello che è. Qui dalla luce fluente stessa risulta a se stessa la spiegazione. Queste sono proprio le cose a cui voglio farvi riferimento. — Vedete, il fisico che spiega nel senso di Newton, naturalmente dovrebbe dire: se ho qui un bianco, cioè una striscia luminosa, e guardo con il prisma attraverso questa striscia luminosa, allora mi appare così che ottengo uno spettro: rosso, arancione, giallo, verde, blu, blu scuro, violetto.
Ora, vedete, Goethe disse: sì, all’occorrenza va bene. Se la natura è veramente così che ha composto la luce, allora si potrebbe supporre che questa luce attraverso il prisma sia veramente decomposta nelle sue parti. Bene, ma nello stesso tempo le stesse persone che dicono questo, sostengono che la luce consiste di questi sette colori come sue parti, nello stesso tempo sostengono che l’oscurità non è nulla, è solo l’assenza della luce. Sì, ma se qui lascio una striscia nera in mezzo al bianco, e guardo attraverso il prisma, ottengo anche un arcobaleno, solo che i suoi colori sono disposti diversamente. Lì è nel mezzo violetto e va verso un lato nel blu-verdastro. Ottengo una banda diversamente disposta. Ma dovrei dire, nel senso della teoria della decomposizione: il nero è anche decomponibile. Dunque, dovrei ammettere che l’oscurità non è solo l’assenza della luce. L’oscurità dovrebbe anche essere decomponibile. Dovrebbe però anche consistere di sette colori. Questo è quello che ha confuso Goethe, che ha visto anche la striscia nera multicolore, solo in disposizione diversa. Questo dunque è quello che di nuovo costringe, semplicemente a prendere i fenomeni come sono. Ora vedremo che domani di nuovo intorno alle undici e mezzo saremo in grado di mostrarvi quello che oggi purtroppo ho potuto solo esporre teoricamente.
Oggi dovremo iniziare a mostrarvi, nel modo migliore possibile con i nostri mezzi limitati, l’esperimento di cui abbiamo parlato ieri. Voi ricordate ancora, immagino, che io ho detto: quando un corpo solido incandescente diffonde la sua luce e noi inviamo questa luce attraverso un prisma, otteniamo uno spettro simile, un’immagine luminosa simile a quella del sole. Ma otteniamo anche, quando facciamo produrre luce da un gas incandescente, un’immagine luminosa che però mostra linee di luce proprie — o per sostanze diverse anche in più luoghi — soltanto in una o in alcune posizioni. Il resto dello spettro è come atrofizzato. Se qualcuno facesse il tentativo di condurre esperimenti esatti, percepirebbe già che in realtà ogni corpo luminoso possiede uno spettro completo, cioè uno spettro che va dal rosso al violetto, se volete. Se ad esempio generiamo uno spettro per mezzo del gas di sodio incandescente, otteniamo uno spettro assai, assai debole e in una posizione di esso una linea gialla più forte, che per il suo effetto di contrasto attenua tutto il resto. Per questo si dice: il sodio fornisce soltanto questa linea gialla. Ora la peculiarità è che — nel complesso, questo fatto, sebbene già noto in varia forma, è stato rinnovato dall’esperimento di Kirchhoff-Bunsen nell’anno 1859 — quando si fanno agire contemporaneamente la sorgente luminosa che produce lo spettro continuo e quella che dà una cosa come la linea di sodio, questa linea di sodio agisce semplicemente come un corpo opaco, si oppone proprio alla qualità di colore che ci sarebbe in quella posizione — cioè al giallo — e l’estingue, così che al posto del giallo si ha una linea nera. Quello che si può dire, se ci si attiene ai fatti, è che per il giallo nello spettro un altro giallo, che deve essere almeno uguale in intensità a quello che si sviluppa proprio in quel luogo, agisce come un corpo opaco. Vedrete, dai soli elementi di cui disponiamo emergeranno i presupposti per una comprensione. Dobbiamo anzitutto attenerci semplicemente ai fatti. Ora, vi mostreremo nel modo migliore possibile che davvero questa linea nera nello spettro si presenta quando si inserisce il sodio incandescente. Solo che non possiamo condurre l’esperimento in modo da raccogliere lo spettro, bensì lo facciamo in modo che osserviamo lo spettro guardandolo attraverso l’occhio. Si può vedere anche così lo spettro, solo che invece di essere spostato verso l’alto, è spostato al contrario verso il basso, e i colori sono invertiti. Abbiamo già parlato del perché questi colori appaiono così quando io guardo semplicemente attraverso il prisma. Generiamo il cilindro di luce da questo apparecchio, lo facciamo passare qui e guardiamo qui il cilindro di luce rifratto, vediamo quindi contemporaneamente, mentre l’osserviamo, la linea nera di sodio. Spero che vi si mostri; ma dovete avanzare nel modo più perfetto — quello che ora in Germania non dovrebbe essere difficile — per guardare dentro. (L’esperimento si mostra a ogni singolo.)
Ora, vogliamo utilizzare ancora il poco tempo che ci rimane. Dovremo ora passare alla considerazione della relazione tra i colori e i cosiddetti corpi. Non è vero, per poter passare al problema, per cercare le relazioni tra i colori e i cosiddetti corpi, vorrei mostrarvi ancora il seguente. Vedete ora catturato sullo schermo lo spettro completo. Ora metterò nel cammino del cilindro di luce un piccolo bacino che contiene solfuro di carbonio, in cui è disciolto un po’ di iodio, e vi chiedo di osservare la variazione dello spettro in conseguenza. Quello che vedete è che avete qui uno spettro netto, e quando metto nel cammino del cilindro di luce la soluzione di iodio in solfuro di carbonio, questa estingue completamente la luce. Ora vedete chiaramente lo spettro diviso nelle sue due parti dal fatto che la parte centrale è estinta. Così vedete soltanto il violetto da un lato e il rosso-giallastro d’altro canto. Così vedete lo spettro completo diviso in due parti dal fatto che lascio passare la luce attraverso la soluzione di iodio in solfuro di carbonio, e vedete soltanto i due poli.
Ora ho in verità perso molto tempo, e potrò dirvi soltanto alcuni principi fondamentali. Non è vero, la domanda principale riguardo la relazione tra i colori e i corpi che vediamo intorno a noi — e tutti i corpi sono colorati — la cosa principale deve essere spiegare come mai i corpi intorno a noi ci appaiano colorati, dunque come abbiano un certo rapporto con la luce, sviluppino per mezzo del loro essere materiale un rapporto con la luce. Un corpo appare rosso, un altro blu, eccetera. Si arriva naturalmente più semplicemente dicendo: quando luce solare incolore — intendendo con ciò ogni raccolta di colori — cade su un corpo che appare rosso, questo dipende dal fatto che questo corpo assorba tutti gli altri colori tranne il rosso e rimandi indietro soltanto questo rosso. È semplice spiegare anche come un corpo sia blu. Assorba semplicemente tutti gli altri colori e rimandi indietro soltanto il blu. Ora si tratta di escludere proprio un tale principio speculativo di spiegazione e di avvicinarsi al fatto evidentemente piuttosto complicato della visione dei cosiddetti corpi colorati per mezzo di un fatto, concatenando fatto a fatto, per così catturare quello che si presenta come il fenomeno più complicato.
Ora la cosa seguente ci indica il cammino. Noi ricordiamo che già nel diciassettesimo secolo, quando la gente praticava ancora molti esperimenti alchemici, si parlava dei cosiddetti fosfori, dei portatori di luce. Per fosfori si intendeva allora il seguente. Così — prendiamo un esempio — un calzolaio a Bologna condusse esperimenti alchemici con una specie di spato pesante, la cosiddetta pietra bolognese. L’espose alla luce, e gli si presentò il fenomeno strano per cui la pietra, dopo che l’aveva esposta alla luce, continuava a brillare per un certo tempo ancora in un certo colore. Così la pietra bolognese aveva acquistato una relazione con la luce, e questa pietra bolognese espresse questa relazione nel modo seguente: dopo che era stata esposta alla luce, dopo che la luce era stata tolta, continuava a brillare. Perciò si chiamavano tali pietre, che erano state esaminate in varia maniera in questo senso, fosfori. Se dunque vi capita il termine fosforo nella letteratura di questo periodo, non dovete intendere sotto di esso quello che oggi si intende, bensì tali corpi fosforescenti, portatori di luce, fosfori. Ora questo fenomeno della fosforescenza, del brillamento residuo, non è già più la cosa completamente semplice, bensì la cosa semplice è un fenomeno diverso.
Se voi prendete petrolio ordinario e guardate attraverso il petrolio verso qualcosa di luminoso, vedete il petrolio debolmente giallo. Se però vi posizionate in modo che lasciate passare la luce attraverso il petrolio e lo guardate da dietro, il petrolio vi appare come se brillasse bluastro, finché però la luce vi cade sopra. Questo esperimento si può fare con vari altri corpi. Diventa particolarmente interessante quando si discioglie clorofilla, il verde delle piante. Se guardate attraverso tale soluzione verso la luce, essa appare verde, ma se vi posizionate dietro a essa, in modo che abbiate qui la soluzione e qui la luce che passa attraverso, e osservate da dietro il punto dove la luce passa attraverso, allora la clorofilla brilla indietro rossastra, rossa, come il petrolio brilla blu. Ci sono ora i corpi più vari che mostrano in questo modo che diventano luminosi in un’altra maniera, quando rimandano la luce da se stessi, quindi hanno instaurato con la luce una relazione che è stata trasformata dalla loro propria natura, piuttosto che se la luce passasse attraverso di essi come attraverso un corpo trasparente. Quando guardiamo la clorofilla da dietro, vediamo quello che la luce ha fatto nella clorofilla, la relazione tra la luce e la clorofilla. Questo fenomeno del brillamento del corpo con una luce mentre è illuminato da quella luce, lo si chiama fluorescenza. E possiamo dire: la fosforescenza, che cosa è? È soltanto una fluorescenza che persiste. La fluorescenza consiste nel fatto che ad esempio la clorofilla appare rossastra finché la luce agisce su di essa; con la fosforescenza è così che possiamo togliere la luce e ad esempio lo spato pesante continua ancora un poco a brillare. Così esso conserva in sé questa proprietà del brillamento colorato, mentre nella clorofilla questa proprietà del brillamento colorato non si conserva. Ora avete due stadi: uno è la fluorescenza — rendiamo un corpo colorato finché l’illuminiamo — , il secondo stadio è la fosforescenza — rendiamo un corpo colorato ancora per un certo tempo dopo. E ora è un terzo stadio: il corpo appare costantemente colorato per mezzo di qualcosa che la luce compie con esso — fluorescenza, fosforescenza, colorazione del corpo.
Così abbiamo messo i fenomeni fianco a fianco. Ora si tratta soltanto del fatto che ci avviciniamo in modo adeguato ai fenomeni con le nostre rappresentazioni. Per questo è necessario che voi accogliate oggi ancora una certa rappresentazione, che elaboreremo insieme nell’ora prossima con tutto il resto.
Vi chiedo ora di nuovo assolutamente soltanto di pensare a quello che vi presento, e di pensare nel modo più esatto e preciso possibile e vi ricordo — l’abbiamo già menzionato — la formula per la velocità v. Una qualche velocità, quel che sia veloce, si esprime, come sapete, dividendo s, la distanza che il mobile percorre, per il tempo t, così che la formula dice: v = s/t. Ora l’opinione diffusa è che ci sia da qualche parte in natura una distanza spaziale percorsa s, un tempo durante il quale la distanza spaziale è stata percorsa, e quindi si divide la reale distanza spaziale s per il tempo reale e si ottiene la velocità, che in realtà si considera come qualcosa non propriamente reale, bensì più come una funzione, come qualcosa che si ricava come risultato di un calcolo. Non è così in natura. Di queste tre grandezze — velocità, spazio e tempo — la velocità è l’unica cosa veramente reale, l’unico reale. Quello che sta fuori di noi è la velocità; l’altro, s e t, l’otteniamo soltanto per il fatto che dividiamo dividendo, l’unitario v in due cose astratte che formiamo sulla base della velocità presente. Procediamo così: vediamo un cosiddetto corpo volare attraverso lo spazio con una certa velocità. Che esso abbia questa velocità è la sola cosa reale. Ma ora pensiamo che, invece di comprendere questa totalità della velocità, del corpo che vola velocemente, pensiamo in due astrazioni, dividiamo per noi quello che è un’unità in due astrazioni. Per il fatto che c’è una velocità, c’è un certo percorso. Lo consideriamo per primo. Poi consideriamo a parte come secondo il tempo durante il quale questo percorso viene percorso, e abbiamo dalla velocità, che esiste soltanto e unicamente, estratto per mezzo del nostro processo di percezione lo spazio e il tempo. Ma questo spazio non esiste diversamente da come la velocità lo crea, e il tempo neppure. Lo spazio e il tempo, riferiti a questo reale a cui attribuiamo v, non sono realtà, sono astratti che formiamo appunto dalla velocità. E veniamo a capo della realtà esterna soltanto quando siamo chiari nel fatto che nel nostro processo di percezione abbiamo innanzitutto creato questa dualità, spazio e tempo, che abbiamo fuori di noi come reale soltanto la velocità, che abbiamo creato spazio e tempo per così dire per mezzo delle due astrazioni in cui la velocità può dividersi per noi. Dalla velocità possiamo separarci, dallo spazio e dal tempo non possiamo separarci, essi sono nella nostra percezione, nella nostra attività percettiva, siamo uno con lo spazio e il tempo. Quello che dico ora è di grande portata: siamo uno con lo spazio e il tempo. Considerate questo! Non siamo uno con la velocità fuori, ma con lo spazio e il tempo. Sì, quello con cui siamo uno, non dovremmo così semplicemente attribuirlo ai corpi esterni, bensì dovremmo usarlo soltanto per giungere in modo appropriato alla rappresentazione dei corpi esterni. Dovremmo dire: per mezzo dello spazio e del tempo, con cui siamo intimamente legati, impariamo a riconoscere la velocità, ma non dovremmo dire: il corpo percorre una distanza, bensì soltanto: il corpo ha una velocità. Non dovremmo neppure dire: il corpo ha bisogno di un tempo, bensì soltanto: il corpo ha una velocità. Misuriamo per mezzo dello spazio e del tempo la velocità. Lo spazio e il tempo sono i nostri strumenti e sono legati a noi, e questo è l’importante. Qui vedete ancora una volta nettamente delimitato il cosiddetto soggettivo con lo spazio e il tempo e l’oggettivo, che è la velocità. Sarà molto bene se voi chiarite proprio questo a voi stessi in modo profondo, perché allora vi brillerà internamente, vi diventerà chiaro che v non è soltanto il quoziente di s e t, ma che certo numericamente v si esprime per mezzo del quoziente di s e t, ma ciò che esprimo attraverso il numero è internamente di per sé un reale, la cui essenza consiste nell’avere una velocità. Quello che vi ho mostrato qui per lo spazio e il tempo, che non sono per nulla separabili da noi, che non possiamo separarci da essi, questo vale ora anche per qualcos’altro.
È ancora molta la «königsbergeria» nella gente, intendo il kantianesimo. Questa königsbergeria deve proprio uscire completamente. Perché qualcuno potrebbe credere che io stesso ho parlato così nel senso della königsbergeria. Allora si direbbe: lo spazio e il tempo sono in noi. Ma io non dico: lo spazio e il tempo sono in noi, bensì: mentre percepiamo l’oggettivo, la velocità, usiamo per la percezione lo spazio e il tempo. Lo spazio e il tempo sono simultaneamente in noi e fuori di noi, ma noi ci leghiamo con lo spazio e il tempo, mentre non ci leghiamo con la velocità. Quella sfreccia via accanto a noi. Dunque, è qualcosa di essenzialmente diverso dal kantiano-königsberghese.
Ora ciò vale appunto anche per qualcos’altro, riguardo a quello che ho detto dello spazio e del tempo. Noi siamo, come siamo legati all’oggettività per mezzo dello spazio e del tempo, ma dobbiamo innanzitutto cercare questa velocità, così siamo in un elemento con i cosiddetti corpi dentro, per il fatto che li vediamo per mezzo della luce. Non dovremmo parlare altrettanto poco di un’oggettività della luce come non dovremmo parlare di un’oggettività dello spazio e del tempo. Nuotiamo nello spazio e nel tempo come i corpi con una certa velocità nuotano dentro. Nuotiamo nella luce come i corpi nuotano nella luce. La luce è un elemento comune tra noi e quello che sta fuori di noi come cosiddetti corpi. Potete quindi immaginarvi: quando voi avete illuminato gradualmente il buio per mezzo della luce, lo spazio si riempie di qualcosa — vogliamo pure chiamarla x — qualcosa dentro cui siete voi, dentro cui sta anche quello che è fuori di voi. Un elemento comune dentro cui voi e gli elementi nuotate. Ora dobbiamo chiederci: come mai facciamo proprio questo, che nuotiamo dentro nella luce? Con il nostro cosiddetto corpo non possiamo nuotarvi dentro, ma nuotiamo effettivamente dentro con il nostro corpo eterico. Non si giunge a alcuna comprensione della luce se non si passa alle realtà. Nuotiamo con il nostro corpo eterico dentro nella luce — se volete, dite: nel luce-etere, non ha importanza. Dunque, nuotiamo con il corpo eterico dentro nella luce.
Ora abbiamo visto nel corso del tempo come in modo molto vario i colori si generano sulla luce. In modo molto vario si generano colori sulla luce e a loro volta si generano colori nei cosiddetti corpi o sussistono in essi colori. Vediamo per così dire i colori spettrali, che nascono e scompaiono nella luce. Se io getto soltanto uno spettro, è come fantasmi, per così dire sfreccia nello spazio. Vediamo sulla luce tali colori. Sì, come sta allora? Nuotiamo dentro nella luce con il nostro corpo eterico; come ci comportiamo rispetto ai colori che per così dire sfavillano? Allora non è diverso dal fatto che siamo dentro con il nostro corpo astrale, siamo legati ai colori con il nostro corpo astrale. Non vi rimane nulla se non di essere chiari su questo: dovunque vediate colori, siete legati con la vostra astralità ai colori. Allora non vi rimane nulla di diverso, per giungere a una reale conoscenza, se non dire a voi stessi: mentre la luce rimane propriamente invisibile, nuotiamo dentro. Come lo spazio e il tempo non dovrebbero essere chiamati oggettività da noi, perché nuotiamo dentro alle cose, così dovremmo considerare la luce come elemento comune, i colori però come qualcosa che può presentarsi soltanto per il fatto che noi, per mezzo del nostro corpo astrale, entriamo in relazione con quello che la luce compie.
Ora però immaginate di avere in questo spazio qui A-B-C-D una qualche apparizione di colore, uno spettro o qualcosa di simile, ma un fenomeno che si svolge soltanto nella luce. Allora dovete ricorrere a una relazione astrale con la luce. Ma potete anche ad esempio avere questo qui come superficie colorata, così che per così dire vi appaia A-C come corpo, diciamo, rosso. Diciamo: A-C è rosso. Allora guardate verso la superficie del corpo e vi rappresentate grossolanamente: sotto la superficie del corpo, là sia rosso attraverso e attraverso. Vedete, questo è qualcosa di diverso. Lì avete anche una relazione astrale, ma siete separati da questa relazione astrale che instaurate verso il colore attraverso la superficie del corpo. Afferrate bene questo! Vedete colori nella luce, colori spettrali, avete relazioni astrali di natura diretta, nulla si pone tra voi e questi colori; vedete i colori dei corpi, qualcosa si pone tra essi e il vostro corpo astrale e attraverso questo qualcosa voi instaurate comunque relazioni astrali verso i colori del corpo. Vi chiedo di accogliere queste cose esattamente nel vostro animo e di riflettere su di esse, perché questi sono concetti fondamentali importanti che elaboreremo. E soltanto per mezzo di questo otterremo i concetti fondamentali per una vera fisica.
Vorrei solo alla fine ancora menzionare: vedete, io non tento di leggervi qui quello che vi potete facilmente procurare se vi comprate il primo manuale di fisica. Voglio anche non tentare di leggervi quello che potete leggere se leggete la «Dottrina dei colori» di Goethe, bensì quello che non potete trovare in nessuno dei due, ma per mezzo di cui potete però condurvi spiritualmente entrambi in modo appropriato. Abbiamo assolutamente bisogno, se non vogliamo essere credenti nella fisica, neanche di diventare credenti in Goethe, perché Goethe è morto nel 1832, e noi non ci dichiariamo per un goetheanesimo del 1832, bensì per uno del 1919, cioè per un goetheanesimo sviluppato ulteriormente. Quello che vi ho detto oggi riguardo la relazione astrale vi chiedo di riflettere particolarmente su di esso.
Vorrei oggi proseguire a esporre ulteriormente i principi che ho iniziato due giorni fa, perché se partiamo dalle esperienze acquisite sulla luce, potremo poi osservare ulteriormente e comprendere i fenomeni che si presentano negli altri fenomeni naturali che vogliamo ancora considerare. Inserirò quindi oggi un’esposizione più di principio e rimanderei l’esperimento a domani, perché dobbiamo ancora determinare esattamente il modo e la maniera come vogliamo proseguire metodicamente il nostro percorso. Si tratta effettivamente che quello che è fattuale nei fenomeni naturali sia eseguito esattamente. E per questo il fenomeno della luce fornisce effettivamente i maggiori punti di riferimento.
Ora dal punto di vista storico è accaduto che gli uomini hanno cominciato relativamente tardi a studiare i fenomeni della luce. Nel complesso, il modo intero di pensare fisicamente, come è dato oggi nelle nostre scuole, non risale nemmeno al sedicesimo secolo. Il modo di pensare riguardo i fenomeni fisici prima di questo sedicesimo secolo era radicalmente diverso. Oggi però viene assorbito così fortemente nella scuola questo modo di pensare che diventa straordinariamente difficile per chi ha attraversato una certa scuola fisica tornare indietro al puramente fattuale. Ci si deve innanzitutto abituare a sentire, a provare il puramente fattuale — e vi chiedo di non comprendere l’espressione soltanto nella sua banalità. Bisogna prima di tutto abituarsi a questo. Perciò vorrei partire da come si può confrontare il consueto modo di pensare scolastico nel caso particolare con quello che effettivamente si può acquisire attraverso un proseguimento adeguato del fattuale. Voglio partire da un caso singolo.
Immaginate di avere qui la sezione trasversale di una qualche lastra di vetro. Attraverso questa lastra di vetro osservereste qui qualcosa di luminoso. Voglio disegnare la cosa schematicamente, voglio al posto di questa cosa luminosa semplicemente, diciamo, disegnare un cerchio luminoso. Ora quando vi ripensate indietro al banco di scuola, vi ricorderete quello che per l’osservazione attraverso l’occhio da questo punto per questo fenomeno effettivamente avete imparato. Vi è stato detto che da questo corpo luminoso uscivano raggi — vogliamo riflettere su una particolare direzione di visione dell’occhio — , cioè in direzione di questo raggio la luce, come si dice, penetra da un mezzo più raro in un mezzo più denso. Si può percepire, se semplicemente si guarda attraverso e poi si confronta quello che risulta dopo il guardare attraverso la lastra con quello che c’è, innanzitutto che il luminoso è spostato, appare in un’altra posizione da quella che appare senza che lo si veda attraverso una lastra. Ora si dice che questo dipenda dal fatto che la luce sia rifratta. Si dice: quando la luce penetra da un mezzo più raro in un mezzo più denso, per ottenere la direzione in cui la luce è rifratta, si deve disegnare la cosiddetta perpendicolare d’incidenza, e allora, se la luce continuasse il suo percorso senza essere ostacolata da tale mezzo più denso, andrebbe in questa direzione; ma la luce è rifratta, come si dice, e precisamente in questo caso verso la perpendicolare d’incidenza, verso questa perpendicolare che si erige nel punto d’incidenza. E quando poi esce, la luce, quando cioè si segue come si vede il raggio luminoso attraverso il mezzo più denso, si deve ancora disegnare una perpendicolare d’incidenza, qui il raggio se continuasse il suo percorso andrebbe così, ma ora è di nuovo rifratto, e precisamente in questo caso dalla perpendicolare d’incidenza e così fortemente che la sua direzione è ora parallela a quella precedente. Se l’occhio ora guarda così, si prolunga l’ultima direzione e sposta il luminoso una distanza verso l’alto, così che se si guarda così attraverso, si deve assumere: qui la luce penetra, è rifratta due volte, una volta verso la perpendicolare d’incidenza, l’altra volta dalla perpendicolare d’incidenza, e accade per il fatto che l’occhio ha la capacità interiore — o l’anima o qualche demone, come si vuole dire — di spostare la luce nello spazio, e precisamente in un’altra posizione dello spazio da quella che apparirebbe se non la si vedesse attraverso un mezzo rifrangente, come si dice.
Ora si tratta però di mantenere fermo il seguente. Vedete, se si fa il tentativo seguente, se si tenta di fare una piccola differenza tra una posizione un po’, diciamo, più chiara e un’un po’ più scura e si osserva questo attraverso lo stesso mezzo più denso, non troverete affatto soltanto questo più chiaro spostato verso l’alto, bensì troverete anche questo un po’ più scuro spostato verso l’alto. Troverete lo sfondo intero, che vedete qui, spostato. Vi chiedo di prestare ben attenzione a questo. Vediamo qui spostato qualcosa di più scuro limitato da qualcosa di più chiaro, vediamo lo scuro spinto verso l’alto, e perché ha un’estremità più chiara, vediamo anche quello spinto verso l’alto. Vedete, se si presenta tale un insieme, uno scuro e uno chiaro, allora si deve dire: è effettivamente soltanto il più chiaro come limite superiore che è spostato. Se si astrae una macchia chiara, allora spesso si parla come se fosse spostata soltanto questa macchia chiara. Ma questo è un’assurdità. Ma anche se io guardo qui a questa macchia chiara, non è vero che sia spostata soltanto essa, bensì in realtà quello che chiamo il nulla laggiù è anche spinto verso l’alto. Quello che è spostato non è mai qualcosa che io possa così astrattamente limitare. Se io quindi faccio l’esperimento che ha fatto Newton, se faccio passare un cono di luce, questo viene deviato dal prisma, non è vero che il cono di luce sia spostato, bensì quello da cui il cono di luce da sopra e verso il basso rappresenta il limite, anche questo è co-spostato.
Non dovrei mai parlare di qualche raggio di luce o simili, bensì di immagini luminose spostate o spazi di luce. E se voglio da qualche parte parlare di una luce isolata, non posso farlo in modo che riferisca qualcosa della teoria a questa luce isolata, bensì devo parlare così che riferisca il mio parlato simultaneamente a quello che confina. Soltanto se si pensa così si può veramente sentire quello che effettivamente accade quando si sta di fronte all’insorgere dei fenomeni di colore. Altrimenti si riceve semplicemente dal proprio modo di pensare l’impressione come se i colori emergessero dalla luce. Ci si è prima formato il pensiero che si ha soltanto a che fare con la luce. In realtà non si ha a che fare con la luce, ma con qualcosa di chiaro a cui confina da un lato o dall’altro l’oscurità. E come questo chiaro come luce spaziale è spostato, così è spostato lo scuro. Ma che cosa è dunque questo scuro, che cosa è effettivamente? Vedete, questo scuro deve essere appreso in modo completamente reale. E tutto quello che dal sedicesimo secolo circa è entrato nella fisica moderna, ha potuto entrare soltanto perché non si è mai osservato contemporaneamente le cose spiritualmente, perché si è sempre osservato le cose soltanto secondo l’apparenza esteriore sensoria e poi si è aggiunto alla spiegazione di questa apparenza sensoria ogni sorta di teorie. Non potrete assolutamente contestare che quando guardate la luce a volte la luce è più forte e altre più debole.
Ci sono luce più forte e più debole. Ora si tratta di comprendere come questa luce, che può essere più forte e più debole, si comporta effettivamente verso l’oscurità. Il fisico ordinario pensa oggi che ci sia luce più forte e più debole, tutti i possibili gradi di luce secondo la forza, ma un’unica oscurità che è semplicemente presente quando la luce non c’è. Dunque il «nero» è in un solo modo. Come non c’è soltanto un’unica chiarezza, così non c’è soltanto un’unica oscurità, e dire che c’è soltanto un’unica oscurità è tanto unilaterale quanto se dicessero: conosco quattro persone. Una di esse ha un patrimonio di cinquecento marchi, un’altra un patrimonio di mille marchi. Una ha quindi un patrimonio più grande dell’altra. La terza però ha un debito di cinquecento marchi e la quarta un debito di mille marchi. Ma che cosa debbo preoccuparmi ulteriormente di questa differenza? È alla fine lo stesso. Entrambi hanno semplicemente debiti. Voglio distinguere tra i gradi del patrimonio, ma non voglio ancora distinguere tra i gradi dei debiti, piuttosto i debiti sono debiti. In questo caso la cosa colpisce, perché l’effetto di cinquecento marchi di debito è minore dell’effetto di mille marchi di debito. Ma nei confronti dell’oscurità ci si comporta così: la luce ha diversi gradi di luminosità, l’oscurità è oscurità. È questo che non si avanza verso un pensiero qualitativo, che ci impedisce molto di trovare il ponte tra lo spirituale-psichico e il corporeo d’altro canto.
Se uno spazio è riempito di luce, è riempito di luce di una certa intensità determinata, se uno spazio è riempito di oscurità, è riempito di oscurità di una certa intensità determinata, e si deve procedere dallo spazio meramente astratto a quello spazio che non è astratto bensì riempito in qualche modo positivamente dalla luce, riempito negativamente dall’oscurità. Si può allora stare di fronte allo spazio riempito di luce e chiamarlo qualitativamente positivo; si può stare di fronte allo spazio riempito di oscurità e trovarlo qualitativamente negativo rispetto alle condizioni di luce. Entrambi però possono essere affrontati con un grado determinato d’intensità, con una forza determinata. Ma ora ci si chiede: sì, come si distingue allora per la nostra capacità percettiva questo essere positivamente riempito dello spazio da questo essere negativamente riempito dello spazio? — Questo positivo riempimento dello spazio, ci basta soltanto ricordare come è quando ci svegliamo, siamo circondati da luce, uniamo la nostra esperienza soggettiva con quello che ci inonda come luce, ci basta paragonare questa sensazione a quella che proviamo quando siamo circondati da oscurità, e troveremo — vi chiedo ora di comprendere questo molto esattamente — , dovremo diventare chiari che puro per la sensazione c’è una differenza nell’abbandono allo spazio riempito di luce e nell’abbandono allo spazio riempito di oscurità. Ora ci si può accostare a queste cose soltanto attraverso confronti.
Vedete, si può paragonare quella sensazione che si ha quando ci si trova insieme con lo spazio riempito di luce, la si può paragonare con una specie di assorbimento della luce per mezzo del nostro essere psichico. Proviamo un arricchimento quando siamo nello spazio riempito di luce. È un assorbimento della luce. Come è allora con l’oscurità? Lì è esattamente la sensazione opposta. L’oscurità aspira a noi, ci aspira, le dobbiamo abbandonarci, le dobbiamo dare qualcosa. Così che possiamo dire: l’effetto della luce su di noi è un comunicare, l’effetto dell’oscurità su di noi è propriamente un aspirare. E così dobbiamo distinguere tra i colori chiari e scuri. I colori più chiari hanno qualcosa che agisce su di noi, che si comunica a noi; i colori scuri hanno qualcosa che aspira da noi, a cui dobbiamo abbandonarci. Ma così arriviamo a dirci: qualcosa dal mondo esteriore si comunica a noi per il fatto che la luce agisce su di noi; qualcosa ci viene tolto, siamo aspirati, per il fatto che l’oscurità agisce su di noi. Noi — ve l’ho già segnalato nelle conferenze — siamo in un certo senso anche per il resto aspirati riguardo la nostra coscienza quando ci addormentiamo. Allora la nostra coscienza cessa. È un fenomeno del tutto simile del cessare della nostra coscienza quando passiamo dai colori sempre più chiari a quelli più scuri, al blu e violetto. E se vi ricordate quello che vi ho detto in questi giorni riguardo la relazione del nostro psichico alla massa, se vi ricordate questo addormentarsi nella massa, questo essere aspirati della coscienza dalla massa, allora sentirete qualcosa di simile per mezzo dell’essere aspirati della coscienza dall’oscurità, e troverete la parentela interiore tra l’oscurità dello spazio e quell’altro riempimento dello spazio che si chiama materia e si manifesta come massa, cioè dovremo cercare la strada dai fenomeni di luce semplicemente ai fenomeni dell’esistenza materiale, e ci siamo già preparati la strada dal fatto che abbiamo cercato per primo i fenomeni di luce così diciamo fuggevoli della fosforescenza e della fluorescenza e poi fenomeni di luce fissi. Nei fenomeni di luce fissi abbiamo colori permanenti. Non possiamo considerare queste cose singolarmente, vogliamo innanzitutto metterci davanti il complesso intero delle cose.
Ora si tratta di comprendere ancora il seguente. Vedete, quando si è nello spazio riempito di luce, ci si unifica in un certo senso con questo spazio riempito di luce. Si può dire: qualcosa in noi nuota in questo spazio riempito di luce e si unifica con esso. Ma basta riflettere un poco su quello che è effettivamente fattuale, allora si troverà una grande differenza tra questo unificarsi con l’ambiente immediatamente riempito di luce e quell’unificarsi che si ha come uomo, cioè con lo stato di calore dell’ambiente. Partecipiamo a questo stato di calore dell’ambiente, partecipiamo a esso per il fatto che proviamo anche qualcosa come una polarità di questo stato di calore, il caldo e il freddo. Ma non possiamo fare diversamente che percepire una differenza tra il sentirsi nello stato di calore dell’ambiente e il sentirsi nello stato di luce dell’ambiente. Questa differenza non è andata completamente persa soltanto dalla fisica moderna dal sedicesimo secolo, si può dire, non è andata perduta soltanto l’ingenuità nel distinguere l’accompagnamento della luce e l’accompagnamento del calore, bensì si è lavorato a oscurare tali differenze in una qualche maniera. Chi afferra veramente questa differenza, che è data nel fattuale semplicemente, tra l’accompagnamento dello stato di calore e l’accompagnamento dello stato di luce dell’ambiente, questi alla fine non può fare diversamente che distinguere che partecipiamo dello stato di calore con il nostro corpo fisico e dello stato di luce con il nostro corpo eterico.
L’incruciamento di quello che percepiamo per mezzo del nostro corpo eterico e di quello che percepiamo per mezzo del nostro corpo fisico è diventato un male particolare per la considerazione fisica moderna dal sedicesimo secolo, e per questo si è confuso sempre più tutto. Perché vedete, si è disimparato, specialmente da quando la fisica è giunta gradualmente sotto l’influenza newtoniana, che propriamente rimane oggi ancora sempre efficace, si è disimparato di esprimere immediatamente i fatti. Singole persone hanno sì ancora tentato di segnalare l’immediatezza dei fatti, Goethe nel grande, e persone come ad esempio Kirchhoff in modo più teorico. Ma nel complesso si è disimparato di dirigere l’attenzione puramente sui fatti. E così si è inteso il fatto nel senso di Newton che corpi materiali che si trovano nelle vicinanze di altri corpi materiali cadono verso questi altri corpi materiali sotto i presupposti appropriati. Si è attribuito questo a una forza che emana da un corpo e viene esercitata sull’altro, la gravità. Ma voi potete riflettere quanto volete, e non potrete mai contare quello che si intende con la parola gravità tra i fatti. Se una pietra cade alla terra, il fatto è semplicemente che si avvicina alla terra. La vedete in un luogo, la vedete in un secondo luogo, in un terzo luogo ecc. Se dite: la terra attrae la pietra, voi pensate al fatto qualcosa di aggiunto, voi non esprimete più il fenomeno, l’apparenza in modo puro. Ci si è sempre più disabituati a esprimere il fenomeno in modo puro, ma si tratta di esprimere il fenomeno in modo puro.
Perché se non si esprimono i fenomeni in modo puro, bensì si passa a spiegazioni pensate, si possono trovare le più varie spiegazioni pensate che spesso spiegano lo stesso. Immaginate dunque di avere due — — corpi celesti, potete dire: questi due corpi celesti si attirano reciprocamente, inviano una forza sconosciuta nello spazio e si attirano reciprocamente. Potete però anche non dire: questi corpi si attirano reciprocamente, bensì potete dirvi: qui è un corpo, qui è l’altro corpo, qui sono molti altri piccoli corpi anche particelle di etere tra essi; queste particelle di etere sono in movimento, bombardano i due corpi celesti, questo bombarda così, quello così, e quello che sta in mezzo vola qui e là e bombarda anche. Ora la superficie di attacco qui è più grande che lì dentro. Quindi lì dentro viene bombardato meno, fuori viene bombardato più. La conseguenza di questo è che i corpi celesti si avvicinano, vengono spinti uno verso l’altro per mezzo della differenza che esiste tra il numero dei colpi che vengono eseguiti dentro e il numero dei colpi che vengono eseguiti fuori. Ci sono state persone che hanno spiegato la gravità dicendo: esiste una forza di lontananza che attrae i corpi — e ci sono state persone che hanno detto: questo è un nonsenso. È del tutto inimmaginabile assumere l’effetto della forza a distanza. Dunque, assumiamo lo spazio riempito di etere, e prendiamo anche il bombardare, allora le masse vengono spinte una contro l’altra. — Accanto a queste spiegazioni ce ne sono ancora molte possibili. È semplicemente un esempio modello come non si veda oggi il fenomeno reale, bensì si aggiungano varie spiegazioni.
Ma che cosa sta effettivamente alla base? Sì, vedete, questo pensare aggiunto di vari agenti sconosciuti, energie illusorie, che fanno varie cose, questo vi risparmia qualcosa. Naturalmente è altrettanto pensato quello che voi qui teorizzate come urti, come quello che voi teorizzate come forze di lontananza. Ma questo pensare aggiunto vi dispensa da un’assunzione che oggi è terribilmente spiacevole per gli uomini. Perché vedete, è sempre così che ci si deve chiedere, quando ci sono due corpi celesti indipendenti uno dall’altro che si avvicinano, che mostrano che appartiene alla loro essenza avvicinarsi, sì, allora ci deve essere qualcosa che sta alla base che causa l’avvicinamento. Ci deve essere una qualche ragione per l’avvicinamento. Ora è più semplice pensare forze che dirsi che c’è ancora un’altra strada, cioè la strada di non pensare i corpi celesti indipendenti uno dall’altro. Se ad esempio appoggio la mano sulla mia fronte, non mi verrà in mente di dire: la mia fronte attrae la mano, bensì dirò: questo è un atto interiore che viene esercitato da quello che sta psichico-spirituale alla base. È proprio che la mia mano non è indipendente dalla mia fronte, non sono propriamente due cose, la mano e la fronte. Arrivo a considerare la cosa correttamente soltanto quando mi considero come un tutto. Non considero propriamente una realtà quando dico: qui c’è una testa, qui due braccia con le mani, qui un tronco, qui due gambe.
No, questa non è una considerazione completa, bensì una considerazione completa è quando descrivo l’intero organismo unitario, quando descrivo le cose così che appartengono insieme, cioè ho il compito non soltanto di descrivere quello che vedo, bensì ho il compito di riflettere sulla realtà di quello che vedo. Per il fatto che vedo qualcosa, non è ancora qualcosa di reale. Io, perché ho accennato spesso queste cose anche in altre conferenze, l’ho ripetuto il seguente: prendete un cubo di salgemma. Questo è in un certo senso un tutto — tutto è in un certo senso un tutto. Può sussistere per mezzo del complesso di quello che è dentro alle sue sei facce. Ma se guardate una rosa che avete tagliato, questa rosa non è un tutto, perché non può sussistere nello stesso modo per mezzo del complesso di quello che è in essa come il cubo di salgemma, bensì la rosa può sussistere soltanto per il fatto che è sul cespuglio di rose. Perciò la rosa tagliata, anche se la percepite altrettanto bene del cubo di salgemma, è un’astrazione reale, è qualcosa che non dovrebbe assolutamente essere chiamato una realtà in sé. Da questo segue qualcosa di straordinariamente rilevante, segue che dobbiamo indagare di fronte a ogni apparenza in quale misura è una realtà o in che misura è soltanto qualcosa di tagliato fuori da un tutto. Se consideriate il sole e la luna o il sole e la terra in sé, naturalmente potete altrettanto bene trovare una gravità, una gravitazione, come potete inventare una gravitazione che la mia fronte attrae la mano destra. Ma consideriate cose che non sono un tutto, bensì i membri dell’intero sistema planetario quando consideriate il sole e la terra e la luna.
Questo, vedete, è l’importantissimo che si osservi in quale misura qualcosa è un tutto o è tagliato fuori da un tutto. Innumerevoli cose che propriamente sono errori totali sorgono dal fatto che si considera quello che è soltanto un fenomeno parziale in un altro come un tutto. Ma vedete, ci si è risparmiati attraverso questa considerazione dei fenomeni parziali e attraverso il trovare aggiunto delle energie di considerare la vita del sistema planetario. Cioè ci si è sforzati di considerare quello che in natura è parte come un tutto e poi di far sorgere semplicemente tutto quello che si genera come effetti attraverso teorie. Voglio riassumere per voi quello che effettivamente sta qui. Vedete, si tratta del fatto che ci chiediamo di fronte a tutto quello che ci incontra in natura: a quale tutto appartiene, o è esso stesso un tutto? — E troveremo infine soltanto i tutto, perché anche un cubo di salgemma è soltanto un tutto, anche esso non può sussistere senza che ci sia un grado di temperatura determinato o altri rapporti. Con un altro grado di temperatura non potrebbe sussistere. Abbiamo effettivamente ovunque la necessità di non considerare la natura così frammentata come comunemente si fa.
Ora vedete, soltanto per il fatto che si considera la natura così frammentata, ci si è messi in grado dal sedicesimo secolo di costruire quella bizzarra struttura che si chiama natura universale inorganica, morta. Questa natura inorganica, morta non esiste infatti, così poco come esiste il vostro sistema osseo senza il vostro, diciamo, sistema sanguigno. Come il sistema osseo si cristallizza soltanto fuori dal vostro restante organismo, così non esiste la cosiddetta natura inorganica senza la natura intera che sta alla base, senza la natura psichica e spirituale. Questa natura morta è il sistema osseo differenziato dell’intera natura, ed è impossibile considerare la natura inorganica in sé, come si è cominciato dal sedicesimo secolo a considerarla in sé nella fisica newtoniana. Ma questa fisica newtoniana, essa mirava a estrarre puramente questa cosiddetta natura inorganica. Questa esiste soltanto come natura inorganica quando noi stessi facciamo macchine, quando noi stessi mettiamo insieme qualcosa dalle parti della natura. Ma questo è radicalmente diverso da come il cosiddetto inorganico sta nella natura stessa. C’è una sola cosa veramente inorganica, sono le nostre macchine, e solo per il fatto che le mettiamo insieme attraverso la combinazione delle forze della natura. Propriamente soltanto quello che è messo insieme è l’inorganico. Un’altra inorganicità esiste soltanto come astrazione. Ma da questa astrazione è sorta la fisica moderna, è nulla se non un’astrazione che prende quello che ha astratto per una realtà, e che poi vuole spiegare tutto quello che le si presenta secondo la sua assunzione teorica. Ora vedete, in realtà non si può però fare diversamente che formarsi i propri concetti, le proprie idee su quello che ci è dato esternamente nel mondo sensibile.
Ora per un campo di apparenze si ha un fatto assai conveniente: quando si colpisce una campana e si porta una qualche leggera struttura mobile nelle vicinanze della campana, si può rendere manifesto che questa campana che suona vibra anche nei suoi elementi. Quando si prende un tubo di pipa, si può rendere manifesto che l’aria nel tubo vibra, e si potrà rilevare dal movimento delle particelle dell’aria o della campana una connessione per i fenomeni di suono, i fenomeni di risonanza, tra le vibrazioni che fa un corpo o l’aria e le percezioni del suono. Per questo campo di apparenze sta aperto che abbiamo a che fare nel nostro ambiente con vibrazioni quando sentiamo suoni. Possiamo dirci: senza il fatto che l’aria nel nostro ambiente vibra, non sentiremmo suoni. Esiste dunque una connessione — parleremo ancora domani di essa — tra le vibrazioni dell’aria e i suoni.
Ora vedete, se si procede così interamente astrattamente, si può dire: si percepisce il suono attraverso gli organi dell’udito. Alle vibrazioni dell’aria che investono l’organo dell’udito. Quando investono, si percepisce il suono. E ora si può, poiché l’occhio è pure un organo sensoriale, attraverso l’occhio percepire i colori e dire: allora deve essere presente qualcosa di simile, quindi deve essere presente anche qualche vibrazione che investe l’occhio. Ma l’aria non può essere, questo si rivela molto presto. Quindi è l’etere. Così si forma attraverso un puro gioco di analogia la rappresentazione: se l’aria investe il nostro orecchio e sentiamo un suono, allora esiste una connessione tra l’aria vibrante e la sensazione di suono. Se l’ipotetico etere con le sue vibrazioni investe il nostro occhio, allora si media in modo simile una sensazione di luce attraverso questo etere vibrante. Come vibra questo etere, ci si sforza di comprenderlo attraverso apparenze come quelle che abbiamo conosciuto sperimentalmente in queste conferenze. Cioè, ci si immagina un mondo di etere e si calcola come dovrebbe accadere in questo mare di etere. Si calcola qualcosa che si riferisce a qualche entità che naturalmente non si può percepire, che si può soltanto assumere teoricamente.
Ora, come già avete visto dalle piccole cose che abbiamo condotto sperimentalmente, quello che accade nel mondo della luce è qualcosa di straordinariamente complicato, e fino a certi periodi dello sviluppo fisico moderno si è assunto che dietro tutto questo, o propriamente bisognerebbe dire in tutto questo, quello che si spiega come mondo della luce, come mondo del colore, ci sia un etere vibrante, una materia elastica fine. Poiché si possono facilmente conoscere le leggi secondo cui i corpi elastici si urtano uno sull’altro e si respingono, si può calcolare quello che questi piccoli coboldi vibranti nell’etere fanno, considerandoli semplicemente come piccoli corpi elastici, rappresentandosi l’etere come qualcosa in sé elastico. Si può giungere fino a spiegazioni di quei fenomeni che ci siamo fatti mostrare, dove formiamo uno spettro. Semplicemente si separano diversi tipi di vibrazioni dell’etere che poi ci appaiono nei diversi colori. Si può anche attraverso un certo calcolo giungere a rendere concepibile da sé l’estinzione che ci siamo fatti mostrare l’altro ieri, per esempio della linea di sodio, dall’elasticità dell’etere.
Ora però nei tempi recenti altri fenomeni si sono aggiunti a questi. Si può disegnare uno spettro luminoso, estinguere la linea di sodio in esso o generarla — come volete — , generare la linea nera, e si può poi, oltre al fatto che si è generato questo intero complesso, anche ancora fare agire il magnete elettrico nel cilindro di luce in modo determinato, e ecco che accade un effetto del magnete elettrico sull’apparizione luminosa. La linea di sodio si estingue nel suo luogo e due altre nascono ad esempio, puramente per effetto dell’elettricità che è sempre legata a effetti magnetici. Quindi nasce un effetto di quello che riceviamo come forze elettriche su quei processi che si vedono come apparizioni di luce e dietro cui ci si immagina il puro etere elastico. Che si sia percepito questo effetto dell’elettricità su questa apparizione luminosa, questo ha condotto al presupposto di una parentela tra le apparizioni di luce e quelle magnetico-elettriche. Così nei tempi recenti è venuto un po’ di scuotimento. Prima ci si poteva sdraiare comodamente sul letto pigro, perché non si era ancora percepita questa interazione. Ma ora ci si doveva dire: l’uno deve avere qualcosa a che fare con l’altro. — Questo ha condotto al fatto che un gran numero di fisici al presente vede in quello che si diffonde come luce anche un’azione elettromagnetica, che sono propriamente raggi elettromagnetici quello che passa attraverso lo spazio. Ora immaginate quello che è accaduto. Ecco quello che è accaduto: si è prima assunto che si sapesse quello che sta dietro le apparizioni di luce e colore: vibrazioni, ondulazioni nell’etere elastico. Ora è accaduto che attraverso il fatto che si sono conosciute le interazioni tra la luce e l’elettricità, si deve considerare quello che effettivamente vibra come elettricità, come elettricità che si irraggia — vi prego di comprendere la cosa con esattezza! La luce, i colori li si vuol spiegare. Li si riconduce a etere vibrante. Qualcosa passa attraverso lo spazio. Ora credette di sapere cosa fosse propriamente la luce — vibrazioni dell’etere elastico. Ora si venne nella necessità di dire: ma quello che sono le vibrazioni dell’etere elastico sono correnti elettrico-magnetiche. Ora si sa addirittura più esattamente che prima che cosa sia la luce. Sono correnti elettrico-magnetiche, soltanto non si sa che cosa siano queste correnti elettrico-magnetiche. Ha quindi fatto il bel percorso di assumere un’ipotesi, spiegare il sensibile attraverso il soprasensibile sconosciuto dell’etere ondeggiante. Si è poi gradualmente forzati a ricondurre questo soprasensibile di nuovo a un sensibile, ma contemporaneamente a confessare che non si sa cosa sia. È in verità un percorso interessantissimo quello che è stato seguito, da una ricerca ipotetica di uno sconosciuto alla spiegazione di questo sconosciuto attraverso un altro sconosciuto. Il fisico Kirchhoff si è spaventato a dirsi: se questi fenomeni recenti rendono necessario che non si possa più credere all’etere con le sue vibrazioni, allora questo non è un vantaggio per la fisica, e Helmholtz ad esempio, quando ha conosciuto questi fenomeni, ha detto: bene, naturalmente non si riesce a superare il fatto di considerare la luce come una specie di radiazione elettromagnetica. Allora si deve semplicemente ricondurre questa di nuovo alle vibrazioni dell’etere elastico. Alla fine accadrà comunque così. — L’essenziale è che si è trasmesso puramente e semplicemente un’apparizione di ondulazione onesta, la vibrazione dell’aria quando percepiamo suoni, per pura analogia in un ambito in cui l’intera assunzione è soltanto una cosa completamente ipotetica.
Dovevo darvi questa esposizione di principio così che ora possiamo percorrere rapidamente uno dopo l’altro il più importante che i fenomeni ci offrono, quelli che vogliamo allora considerare. Ho in programma, nelle ore che restano, dopo che ci siamo ora creati questa base, di discutere con voi i fenomeni di risonanza, i fenomeni di calore e i fenomeni elettromagnetici e quello che questi fenomeni a loro volta gettano indietro sui fenomeni ottici.
Vogliamo cominciare oggi con un tentativo che ancora vuole collegarsi alle nostre considerazioni sulla dottrina dei colori. Infatti, come è stato detto, è tutt’affatto possibile che io vi presenti in questi discorsi qualcosa di improvvisato aforistico. Perciò devo pure evitare le ordinarie categorie che trovate nei manuali di fisica. Non voglio dire che sarebbe meglio se potessi attenermi a queste categorie, ma voglio condurvi infine a una determinata conoscenza scientifica, e tutto quello che vi presento prima considerate come una specie di preparazione, che non viene fatta nel modo consueto di procedere in linea retta, bensì nel modo che si raccolgono i fenomeni che servono, si crea un cerchio e si procede verso il punto centrale.
Avete visto che quando nascono i colori abbiamo a che fare con un’interazione della luce e dell’oscurità. Ora si tratta di osservare il più possibile i veri fenomeni, prima di formarsi una concezione su quello che in questa reciprocità fra luce e oscurità realmente sta a fondamento. E oggi voglio presentarvi innanzitutto questo fenomeno delle cosiddette ombre colorate.
Vi produrrò ombre sullo schermo che vi sta di fronte, per mezzo di questo bastone, da due fonti luminose, rappresentate da queste piccole candele. Vedete due ombre, che non hanno un colore distinto. Dovete solo guardare ordinatamente quello che qui è, così dovrete dirvi: L’ombra che vedete qui a destra è naturalmente l’ombra che proviene da questa fonte luminosa (a sinistra) e che nasce dal fatto che la luce di questa fonte è oscurata dal bastone. E l’altra ombra è quella che nasce dal fatto che la luce della nostra fonte luminosa di destra è oscurata. Dunque fondamentalmente abbiamo a che fare qui solo con la produzione di certi spazi scuri.
Quello che si trova nell’ombra è appunto uno spazio scuro. Se guardate la superficie dello schermo al di fuori delle due bande d’ombra, vi direte: essa è illuminata dalle due fonti luminose. Così abbiamo luce. Voglio ora colorare una delle luci, cioè farla passare attraverso una lastra di vetro colorato, così che una delle luci sia colorata. Sappiamo quello che accade: una delle luci è scurita. Ma ora vedete che attraverso lo scurimento di questa ombra (a destra), che è prodotta dal bastone dalla mia fonte luminosa di sinistra, la cui luce sto proprio scurendo e rendendo rossastra, questa ombra diventa verde. Diventa così verde come diventa verde quando, ad esempio, guardate acutamente una piccola superficie rossa, poi distogliete lo sguardo da questa superficie rossa e poi semplicemente in linea retta dirigete lo sguardo verso una superficie bianca — come diventa verde quello che prima avete visto rosso, senza che nulla sia là, bensì vedete il colore verde stesso sulla superficie.
Come vedete lì la superficie verde come un’immagine consecutiva temporale della superficie rossa, che avevate veramente visto prima, poiché avevate esposto l’occhio al rosso, così vedete qui, mentre scuro la fonte luminosa in rosso, la sua ombra. Dunque quello che prima era mera oscurità, lo vedete ora verde. Se scuro la stessa fonte luminosa in verde, osservate quello che allora avviene! Vedete, l’ombra allora diventa rossa. Se scuro la stessa fonte luminosa in blu, vedete che l’ombra allora diventa arancione; se scurissi la fonte luminosa in violetto, darebbe giallo.
Ora vi prego di considerare il seguente — proprio questo fenomeno è di grande importanza. Se — lo menziono per questo ancora una volta — avete da qualche parte, diciamo, un cuscino rosso che ha una coperta bianca, che è lavorata all’uncinetto cosicché ci sono rombi rossi, e guardate prima questi rombi rossi e poi lo sguardo va al bianco, vedete la stessa trama sul bianco in verde. Naturalmente non è là, ma il vostro occhio esercita un’azione di riverbero, e questa produce, mentre visate verso il bianco, il verde — come si dice — immagini soggettive. Ora Goethe sapeva quest’ultimo fenomeno che vi ho menzionato, e conosceva anche questo fenomeno delle ombre colorate. Si disse: scuro questa fonte luminosa, ottengo il verde, e ora lo descrive nel modo seguente: Se qui scuro la fonte luminosa, così tutto lo schermo bianco è coperto di un riflesso rosso e allora propriamente non vedo lo schermo bianco, bensì un riflesso rosso, vedo lo schermo rossastro. Mediante ciò produco, come nel caso del cuscino, con il mio occhio il colore di contrasto verde, così che qui non ci sarebbe un vero verde, bensì è visto solo di riflesso, perché lo schermo è colorato in rossastro. Ma questa concezione goethiana è falsa. Potete facilmente convincervene che è falsa, perché se prendete un piccolo tubo e guardate attraverso, così che dopo lo scurimento vedete solo questa striscia verde, la vedete anche verde. Allora non vedete quello che è intorno, bensì vedete solo il verde obiettivamente presente in questo posto. Potete convincervene che il verde è obiettivo, che qui è scurito, e che allora vedete il verde. Resta verde, non può dunque essere un fenomeno di contrasto, ma è un fenomeno obiettivo. Adesso non possiamo fare in modo che tutti lo vedano singolarmente, ma: «Dalla bocca di due testimoni ogni verità è provata». Produrrò il fenomeno e voi dovete guardare cosicché vi focalizzate sulla fascia verde. Resta verde, no? E similmente l’altro colore, se per mezzo del verde producessero il rosso, resterebbe rosso. In questo caso Goethe ha inserito nella sua dottrina dei colori l’errore a cui si era abbandonato, e questo deve naturalmente essere assolutamente corretto.
Innanzitutto voglio solo che voi, fra i molti fenomeni, conserviate il puramente fattuale, che abbiamo appena presentato, vale a dire che un grigio, cioè uno scuro, che altrimenti nasce come mera ombra, quando noi stessi impregniamo l’ombra con il colore per così dire, allora luminosità e oscurità collaborano diversamente, di quanto farebbe se non impregnassi l’ombra con un colore. E notiamo che qui attraverso lo scurimento della luce con il rosso è prodotto il fenomeno obiettivo del verde. Ora vi ho richiamato l’attenzione su quello che appare soggettivo — come si dice, soggettivo. Abbiamo un fenomeno — come si dice — obiettivo, il verde, che rimane per così dire sullo schermo, anche se non è fissato, fintanto che abbiamo creato le condizioni per questo, e qui qualcosa che è per così dire soggettivo, dipendente solo dal nostro occhio. Goethe chiama il colore verde che allora appare, quando ho esposto l’occhio al colore per un certo tempo, il colore esigito, l’immagine consecutiva esigita, che è prodotta dall’azione contraria stessa.
Ebbene, qui una cosa deve essere ritenuta rigorosamente. La distinzione del soggettivo e dell’obiettivo, tra il colore qui solo temporaneamente fissato e il colore che sembra essere esigito dal solo occhio come immagine consecutiva, questa distinzione non ha nessuna giustificazione in nessun fatto obiettivo. Ho a che fare, mentre vedo qui il rosso attraverso il mio occhio, semplicemente con tutti gli apparati fisici che vi ho descritto, corpo vitreo, lente, il liquido tra la lente e la cornea. Ho a che fare con un apparato fisico molto differenziato. Questo apparato fisico, che in mille modi mescola luminosità e oscurità, sta in nessun’altra relazione con l’etere oggettivamente presente da quella che gli apparati che ho qui preparato, lo schermo, l’asta ecc. Una volta l’intera attrezzatura, l’intera macchineria è il mio occhio, e vedo un fenomeno obiettivo attraverso il mio occhio, esattamente lo stesso fenomeno obiettivo che vedo qui, se non che qui il fenomeno resta. Ma quando mi preparo l’occhio attraverso il vedere così che poi agisce nel cosiddetto colore esigito, l’occhio si ripristina nelle sue condizioni di nuovo nello stato neutrale. Ma quello per cui vedo il verde non è affatto un altro processo, quando vedo così detto soggettivamente attraverso l’occhio, di quanto non sia quando qui obiettivamente fisso il colore. Perciò ho detto: non vivete così con la vostra soggettività che l’etere fuori compie vibrazioni e il loro effetto si esprime come colore, ma voi nuotate nell’etere, siete uno con esso, e è solo un altro processo il fatto che voi diveniate uno con l’etere qui attraverso gli apparati oppure attraverso qualcosa che avviene nel vostro occhio stesso. Non c’è una reale, essenziale differenza tra l’immagine verde spazialmente prodotta per mezzo dell’oscuramento rosso e l’immagine successiva verde, che appare solo temporalmente; non c’è — considerato obiettivamente — una tangibile differenza, se non che una volta il processo è spaziale e un’altra volta il processo è temporale. Questa è l’unica essenziale differenza. Il perseguimento sensato di tali cose vi conduce a non vedere il contrapporsi del cosiddetto soggettivo e dell’obiettivo nella falsa direzione, in cui è continuamente visto dalla scienza naturale moderna, bensì a vedere la cosa come essa è, cioè che una volta abbiamo un apparato attraverso cui produciamo i colori, il nostro occhio rimane neutrale, vale a dire si rende neutrale rispetto alla formazione dei colori, così che può unire con sé quello che è presente. Un’altra volta agisce esso stesso come apparato fisico. Ma che questo apparato fisico sia qui (fuori) oppure dentro la vostra cavità frontale, è lo stesso. Non siamo al di fuori delle cose e proiettiamo solo allora i fenomeni nello spazio, siamo completamente con la nostra essenza nelle cose, e siamo tanto più nelle cose, quanto più saliamo da certi fenomeni fisici ad altri fenomeni fisici. Nessuno imparziale, che ricerchi i fenomeni di colore, può fare altrimenti che dirsi: Con il nostro ordinario essere corporeo non siamo dentro, ma con il nostro essere eterico e mediante ciò con il nostro essere astrale.
Se scendo dalla luce al calore, che percepiamo anche come uno stato del nostro ambiente, che acquista significato per noi quando a esso siamo esposti, ben presto vedremo: c’è una modificazione significativa tra la percezione della luce e la percezione del calore. Per la percezione della luce potete localizzare esattamente questa percezione nell’apparato fisico dell’occhio, di cui ho appena caratterizzato il significato obiettivo. Per il calore, che cosa dovete dirvi allora? Se veramente vi chiedete: Come posso confrontare la relazione in cui sto verso la luce con la relazione in cui sto verso il calore, allora dovete rispondere a questa domanda: Verso la luce sto così, che il mio rapporto è localizzato per così dire attraverso il mio occhio a un determinato luogo del corpo. Ma con il calore non è così. Per esso sono per così dire completamente un organo di senso. Sono per esso esattamente lo stesso che l’occhio è per la luce. Così possiamo dire: Della percezione del calore non possiamo parlare nello stesso senso localizzato come della percezione della luce. Ma proprio dirigendo l’attenzione su qualcosa di simile, possiamo arrivare a qualcos’altro.
Che cosa percepiamo veramente quando entriamo in relazione con lo stato termico del nostro ambiente? Ebbene, allora percepiamo veramente molto chiaramente questo nuotare nell’elemento termico del nostro ambiente. Solo: che cosa nuota dunque? Vi prego, rispondete a questa domanda, che cosa propriamente nuota quando voi nuotate nel calore del vostro ambiente. Prendete il seguente esperimento. Riempite un bacino con un liquido moderatamente caldo, con acqua moderatamente calda, con un’acqua che sentite come tiepida quando vi infilate entrambe le mani — non infilatele a lungo, lo provate solo. Allora fate il seguente: infilate prima la mano sinistra in acqua quanto più calda possibile, come riuscite ancora a tollerare, poi la mano destra in acqua quanto più fredda possibile, come riuscite anche a tollerare, e allora rapidamente infilate la mano sinistra e la destra nell’acqua tiepida. Vedrete che alla mano destra l’acqua tiepida sembra molto calda e alla sinistra molto fredda. La mano diventata calda da sinistra sente come freddo quello che la mano diventata fredda da destra sente come calore. Prima sentivate una tiepidezza uniforme. Che cosa è dunque questo propriamente? Vostro proprio calore, che nuota e causa che voi sentite la differenza tra esso e l’ambiente. Ciò che di voi nuota nell’elemento termico del vostro ambiente, che cosa è dunque? È vostro proprio stato termico, che è prodotto dal vostro processo organico, esso non è qualcosa di inconscio, in esso vive la vostra coscienza. Vivete dentro la vostra pelle nel calore, e a seconda di come esso è, vi confrontate con l’elemento termico del vostro ambiente. In questo nuota il vostro proprio calore corporeo. Il vostro organismo termico nuota nell’ambiente.
Se pensate tali cose fino in fondo, allora vi portate molto altrimenti vicino ai veri processi naturali di quanto vi possa offrire la fisica oggi completamente astratta e tratta fuori da ogni realtà.
Ora andiamo ancora più giù. Abbiamo visto, quando sperimentiamo il nostro proprio stato termico, possiamo dire che lo sperimentiamo per il fatto che con esso nuotiamo nel nostro ambiente termico, dunque o che siamo più caldi del nostro ambiente e lo sentiamo come se ci succhiasse — quando l’ambiente è freddo — , oppure se siamo più freddi, lo sentiamo come se l’ambiente ci desse qualcosa. Questo diventa completamente diverso quando viviamo in un elemento diverso. Vedete, dunque possiamo vivere in quello che sta a fondamento della luce. Nuotiamo nell’elemento luminoso. Abbiamo appena sperimentato come nuotiamo nell’elemento termico. Ma possiamo anche nuotare nell’elemento aereo, che propriamente continuamente abbiamo in noi. Siamo infatti in misura molto piccola un corpo solido, siamo propriamente solo alcune percentuali un corpo solido come uomini, siamo propriamente oltre il 90 percento una colonna d’acqua, e l’acqua è propriamente, specialmente in noi, solo uno stato intermedio tra lo stato aeriforme e lo stato solido. Possiamo assolutamente sperimentare noi stessi nell’elemento aeriforme stesso, così come ci sperimentiamo nell’elemento termico, cioè la nostra coscienza scende effettivamente nell’elemento aeriforme. Come sale nell’elemento luminoso e nell’elemento termico, così sale nell’elemento aereo. Ma quando sale nell’elemento aereo, può di nuovo confrontarsi con quello che accade nell’ambiente aereo, e questo confronto è quello che appare nel fenomeno del suono, del tono. Vedete, dobbiamo distinguere certe stratificazioni della nostra coscienza. Viviamo con una completamente diversa stratificazione della nostra coscienza con l’elemento luminoso, partecipando noi stessi a esso, viviamo con un’altra stratificazione della nostra coscienza nell’elemento termico, partecipando noi stessi a esso, e viviamo in un’altra stratificazione della nostra coscienza nell’elemento aereo, partecipando noi stessi a esso. Viviamo, poiché la nostra coscienza è capace di immergersi nell’elemento gassoso, aeriforme, viviamo nell’elemento aeriforme del nostro ambiente e possiamo renderci capaci così di percepire fenomeni di suono, di percepire toni.
Esattamente come noi stessi con la nostra coscienza dobbiamo partecipare ai fenomeni di luce, così che possiamo nuotare nei fenomeni di luce del nostro ambiente, come dobbiamo partecipare all’elemento termico, così che possiamo nuotarvi, così dobbiamo anche partecipare all’aspetto aereo, dobbiamo noi stessi avere in noi differenziato qualcosa di aereo, così da poter percepire l’aspetto esterno, per così dire differenziato attraverso un flauto, un tamburo, un violino.
A questo riguardo il nostro organismo è qualcosa di straordinariamente interessante. Respiriamo l’aria verso l’esterno — il nostro processo respiratorio consiste infatti nel fatto che espiriamo aria e riacquistiamo aria. Mentre respiriamo aria verso l’esterno, spingiamo il nostro diaframma verso l’alto. Questo è però in connessione con un alleviamento dell’intero nostro sistema organico sotto il diaframma. Mediante ciò, per così dire, poiché portiamo il diaframma verso l’alto durante l’espirazione e il nostro sistema organico sotto il diaframma è alleviato, l’acqua cerebrale, in cui il cervello nuota, è spinta verso il basso, quest’acqua cerebrale, che però non è nulla di diverso che una modificazione un po’ addensata, vorrei dire, dell’aria, poiché in verità è l’aria espirata che causa ciò. Quando di nuovo inspiro, l’acqua cerebrale è spinta verso l’alto, e vivo continuamente, mentre respiro, in questa oscillazione dell’acqua cerebrale che si compie dal basso verso l’alto e dall’alto verso il basso, che è un’immagine evidente del mio intero processo respiratorio. Se vivo con la mia coscienza per il fatto che il mio organismo partecipa a queste oscillazioni del processo respiratorio, allora è una differenziazione interiore nell’esperienza di una percezione d’aria, e propriamente sto continuamente attraverso questo processo, che ho descritto solo un po’ rozzamente, in un ritmo vitale che nella sua formazione e nel suo corso consiste in differenziazione dell’aria. Quello che interiormente qui nasce — naturalmente non così rozzamente, ma in molti modi differenziato, così che questa oscillazione verso l’alto e verso il basso delle forze ritmiche che ho caratterizzato, è esso stesso qualcosa come un complicato, continuamente sorgente e svanente organismo oscillatorio — , questo organismo oscillatorio interiore, lo portiamo nel nostro orecchio allo scontro con quello che da fuori, diciamo, quando è pizzicata una corda, risuona per noi. E proprio come percepite lo stato termico della vostra propria mano, quando l’immergete in acqua tiepida, attraverso la differenza tra il calore della vostra mano e il calore dell’acqua, così percepite il corrispondente tono o suono attraverso l’interazione del vostro interno, così meravigliosamente costruito strumento musicale con quello che esteriormente nell’aria come toni, come suoni appare. L’orecchio è per così dire solo il ponte, attraverso cui la vostra interna lira di Apollo si equilibra in una relazione con quello che da fuori come differenziato movimento d’aria vi viene incontro. Vedete, il vero processo — se lo descrivessi realmente — , il vero processo nell’ascolto, cioè nell’ascolto del suono differenziato, del tono, è molto diverso da quella astrazione dove si dice: fuori agisce qualcosa che affiziona il mio orecchio. L’affizione dell’orecchio è percepita come un effetto sul mio essere soggettivo, che di nuovo — sì, con quale terminologia anche? — si descrive o veramente non si descrive. Non si procede oltre, quando si vuole pensare chiaramente quello che propriamente sta sempre come idea a fondamento. Non si possono pensare fino in fondo certe cose che si affrontano abitualmente, perché questa fisica è molto lontana dall’affrontare semplicemente i fatti.
Avete propriamente tre gradi davanti a voi delle relazioni dell’uomo verso il mondo esterno, vorrei dire: il grado della luce, il grado termico, il grado del tono o del suono. Ma vedete, c’è ancora qualcosa di molto particolare presente. Se considerate imparzialmente la vostra relazione, cioè il vostro nuotare nell’elemento luminoso, dovete dirvi: Potete voi stessi vivere solo come organismo eterico in quello che fuori nel mondo si svolge. Mentre vivete nell’elemento termico, vivete con il vostro intero organismo nell’elemento termico del vostro ambiente dentro. Ora volgete lo sguardo da questa vita dentro giù fino alla vita dentro nell’elemento di tono e di suono, allora propriamente vivete, proprio mentre diventate voi stessi un uomo d’aria, nella differenziata aria esterna plasmata dentro.
Vale a dire, non più nell’etere, ma propriamente già nella materia fisica esterna, nell’aria vivete dentro. Perciò la vita nell’elemento termico è un confine completamente significativo. Per così dire l’elemento termico, la vita in esso, significa per la vostra coscienza un livello. Questo livello potete percepirlo anche molto chiaramente dal fatto che infine non potete distinguere il calore esterno e interno nella pura sensazione. Ma la vita nell’elemento luminoso giace al di sopra di questo livello. Salite per così dire in una sfera eterica più elevata, al fine di vivervi dentro con la vostra coscienza. E penetrate al di sotto di quel livello, dove vi equilibrate con il mondo esterno in modo relativamente semplice, sprofondando, mentre diventate un uomo d’aria, confrontandovi con l’aria differenziata nella percezione del tono o del suono.
Se tenete insieme tutto quello che ho appena mostrato con quello che ho detto sull’anatomia e sulla fisiologia, così non potete altrimenti che comprendere l’occhio come apparato fisico. Quanto più andate verso l’esterno, tanto più fisico trovate l’occhio, quanto più verso l’interno, tanto più attraversato di vitalità. Abbiamo dunque un organo localizzato in noi, al fine di elevarci al di sopra di un certo livello. Viviamo allora su un certo livello alla pari con l’ambiente, nella misura in cui le contrapponiamo il nostro calore e percepiamo la differenza da qualche parte. Lì non abbiamo un organo così specializzato come l’occhio, lì diventiamo noi stessi in certa misura interamente un organo di senso. Ora sprofondiamo sotto questo livello. Dove diventiamo uomo d’aria, dove ci confrontiamo con l’aria esterna differenziata, là di nuovo si localizza questo confronto, là si localizza qualcosa tra quello che avviene in noi, questa lira di Apollo, questo ritmo del nostro organismo, che è solo riprodotto nel ritmicità dell’acqua spinale, e l’aria esterna. Quello che avviene è unito da un ponte. Là c’è di nuovo una localizzazione simile, ma ora al di sotto del livello, come abbiamo nel- l’occhio una simile localizzazione al di sopra del livello.
Vedete, la nostra psicologia è propriamente in una condizione ancora peggiore della nostra fisiologia e della nostra fisica, e propriamente non si può biasimare molto i fisici se si esprimono così in modo non realistico su quello che è nel mondo esterno, poiché non sono affatto supportati dagli psicologi. Gli psicologi sono stati addestrati dalle chiese, che hanno rivendicato tutto il sapere su anima e spirito. Perciò questo addestramento, che gli psicologi hanno accettato, li ha condotti propriamente a considerare solo l’apparato esterno come l’uomo ed anima e spirito solo ancora in suoni di parole, in frasi. La nostra psicologia è propriamente solo una raccolta di parole. Poiché quello che gli uomini propriamente dovrebbero rappresentarsi con «anima» e «spirito», su questo propriamente non c’è nulla, e così accade che ai fisici sembra, quando fuori la luce agisce, così affiziona l’occhio, l’occhio esercita una contrazione oppure riceve un’impressione, e questo è un’esperienza interiore, soggettiva. Allora cominciano interi grovigli di oscurità. E in modo completamente simile gli psicologi lo ripetono, così è con gli altri organi di senso. Se oggi leggete una psicologia, troverete dentro una dottrina dei sensi. Si parla di senso, del senso generale, come se tale cosa esistesse. Si tenti solo di studiare l’occhio. È qualcosa di completamente diverso dall’orecchio. Vi ho caratterizzato questo, il trovarsi al di sotto ed al di sopra del livello. L’occhio e l’orecchio sono organi costruiti internamente in modo completamente diverso, e questo è quello che deve essere considerato in modo significativo.
Fermiamoci qui per un momento, riflettete su ciò, e domani da questo punto vogliamo parlare della scienza del suono, della teoria dei toni, così che di là possiate di nuovo conquistare gli altri ambiti fisici.
Voglio presentarvi oggi ancora solo una cosa. È quello che può essere chiamato il capolavoro della fisica moderna, che è anche un capolavoro. Vedete, se semplicemente strisciate con il dito su una superficie, cioè esercitate una pressione attraverso il vostro sforzo personale, la superficie diventa calda. Producete così, per il fatto che avete esercitato una pressione, calore. Ora si può produrre calore anche attraverso il fatto che si provochino processi meccanici oggettivi, processi meccanici decisi, ed abbiamo come ulteriore base per quello che allora domani intenderemo considerare ulteriormente, questo apparato improvvisato. Se ora vedeste come sta l’alto il termometro in questo apparato, ricavereste dalla lettura del termometro 16° e qualcosa. Ora abbiamo in questo recipiente dentro acqua ed in questo corpo d’acqua dentro una ruota volante, un tamburo, che mettiamo in rapida rotazione, così che compie un lavoro meccanico, mescola le parti nell’acqua interamente, solleva l’acqua, e dopo un certo tempo guarderemo di nuovo il termometro. Allora vedrete che è salito, che dunque attraverso puro lavoro meccanico l’acqua ha acquistato calore, cioè è prodotto calore mediante lavoro meccanico. Allora lo si è elaborato, per primo in modo numerico, dopo che specialmente Julius Robert Mayer vi aveva attirato l’attenzione. Julius Robert Mayer stesso l’ha elaborato nel cosiddetto equivalente meccanico del calore. Se l’avesse sviluppato nel suo senso, non avrebbe detto nulla di diverso da questo, che un numero determinato è l’espressione per quello che si può misurare nel calore attraverso lavoro meccanico e viceversa. Ma questo è stato poi valutato in modo soprasensibile, metafisico, nel momento in cui si è detto: così, se esiste un rapporto costante tra il lavoro compiuto ed il calore, questo è semplicemente lavoro trasformato — trasformato! — , mentre inizialmente non si aveva a che fare con nient’altro che con l’espressione numerica della connessione tra il lavoro meccanico ed il calore.
Come si parla oggi nella consueta presentazione fisica di suono e tono, così, si può dire, propriamente è stato così solo a partire circa dal quindicesimo secolo. Proprio da tali esempi si può meglio convalidare quello che generale spesso esprimo come una conoscenza scientista-spirituale, che tutto il pensare ed il rappresentarsi degli uomini prima di questo cambio d’epoca era diverso che dopo questo cambio d’epoca, e questo modo di parlare, propriamente si è formato gradualmente, come oggi parliamo scolasticamente nella fisica dei fenomeni di suono e di tono. Quello a cui per primo si è prestato attenzione, è la velocità con cui il suono si propaga. È infatti relativamente facile, almeno con una certa approssimazione, ottenere quello che si può comprendere come propagazione del suono. Se ad una certa distanza si spara un cannone, vedete da lontano brillare il fenomeno luminoso ed udite più tardi il botto, proprio come udite il tuono più tardi di quanto vedete il lampo. Se trascurate che esiste una velocità della luce, potete designare il tempo che passa tra la percezione dell’impressione luminosa e la percezione del suono come il tempo che il suono ha impiegato per percorrere la distanza corrispondente. Potete allora calcolare quanto velocemente il suono procede nell’aria, diciamo in un secondo, ottenete così qualcosa come una sorta di velocità di propagazione del suono.
Vedete, questo era uno dei primi elementi su cui si è prestato attenzione in questo campo. Si è anche — ed era soprattutto Leonardo da Vinci — prestato attenzione alla cosiddetta risonanza, la vibrazione solidale, che oggi conoscete così, che quando in una stanza pizzicate una corda o qualcosa di simile ed una corda accordata alla stessa frequenza o completamente un altro oggetto accordato alla stessa frequenza è presente, allora questa corda o questo altro oggetto vibra con essa. Specialmente dai Gesuiti sono state studiate tali cose, e così anche per la scienza del suono e dei toni il gesuita Mersenne nel diciassettesimo secolo ha compiuto un lavoro straordinario. In particolare questo gesuita Mersenne ha compiuto molto lavoro riguardante i cosiddetti studi di altezza del tono. Potete veramente nel tono distinguere tre cose: Primo il tono ha una certa intensità, secondo il tono ha una certa altezza e poi ancora una specifica timbrica. Di tutti e tre il più importante, l’essenziale è l’altezza. Ora si tratta di stabilire quello che corrisponde all’altezza del tono dal punto di vista che gradualmente si è adottato proprio per la teoria dei toni. Vi ho già attirato l’attenzione su questo, che si può molto facilmente stabilire che sta a fondamento o, diciamo, accompagna, quando abbiamo una percezione di tono, qualcosa di oscillante. Si può molto facilmente attraverso gli ordinari esperimenti — dovete di nuovo solo trasportarvi al banco di scuola — stabilire questo carattere oscillatorio dell’aria o di altri corpi, quando si azzera qualcosa come un diapason ed allora — non è necessario che eseguiamo questi esperimenti in dettaglio — con questo stilo applicato si segue la linea. Si vedrà nell’immagine che produce qui nella fuliggine che il diapason è in movimento regolare. Questo movimento regolare si trasferisce naturalmente all’aria, e possiamo dire: quando udiamo qualsiasi corpo che risuona, l’aria tra esso e noi è in movimento. Questo mettere in movimento l’aria lo produciamo direttamente nei dispositivi che chiamiamo canne. Ora gradualmente si è giunti a quale tipo di movimenti si tratta propriamente. Si tratta di cosiddette oscillazioni longitudinali, di oscillazioni in lunghezza. Anche questo si può stabilire, che nell’aria si tratta di oscillazioni longitudinali: si eccita un tono qui in un tubo di metallo, si collega questo tubo di metallo ad un tubo riempito d’aria, così che i movimenti del tubo di metallo si trasferiscono. Se ora si riempie di una polvere facilmente movibile questo tubo riempito d’aria, si può attraverso il movimento dei granelli di polvere stabilire che il suono si propaga così: Innanzitutto sorge una condensazione dell’aria. Questa condensazione dell’aria allora, quando qui il corpo oscilla indietro, rimbalza. Mediante ciò sorge una rarefazione dell’aria. Nel momento in cui il metallo di nuovo batte, la condensazione originale procede oltre e così si alternano rarefazioni e condensazioni. Si può dunque direttamente provare sperimentalmente che si tratta di rarefazioni e condensazioni. Non è veramente necessario che eseguiamo tali esperimenti, poiché tali cose, vorrei dire, stanno a portata di mano. Tutto quello che può essere ricavato dai libri, propriamente non voglio portarvelo qui. Ebbene, l’importante è, vedete, che proprio per tali rami della fisica all’inizio dei tempi moderni straordinariamente molto è stato compiuto attraverso i rapporti sociali da parte dei Gesuiti. Ma c’era sempre lo sforzo presente, di non penetrare affatto spiritualmente i processi naturali, di non considerare lo spirituale nei processi naturali, ma di riservare lo spirituale alla vita religiosa. Lo si considerava sempre dal lato gesuitico come qualcosa di pericoloso, un modo di considerazione conforme allo spirito, come siamo abituati dal modo di espressione di Goethe, di applicare ai fenomeni naturali. I Gesuiti volevano considerare la natura in modo puramente materialistico, tutt’affatto non affrontare la natura con lo spirito, ed in molti aspetti proprio i Gesuiti sono i primi coltivatori di quelle concezioni materialistiche che oggi sono particolarmente dominanti. Non si pensa — storicamente lo si sa — che propriamente questo modo di pensare che oggi si applica nella fisica, nel fondo è un prodotto di questa tendenza cattolica.
Ora principalmente si tratta di arrivare a quello che sta a fondamento quando si sentono toni di diverse altezze. Per mezzo di che cosa si distinguono i fenomeni di oscillazione esterna che compaiono nel tono, riguardo i toni di diversa altezza? Tali cose si possono provare attraverso tali esperimenti come quello che possiamo qui mostrarvi. Bene, metteremo questo disco con i diversi buchi in rapida rotazione, e così il signor Stockmeyer avrà la cortesia, verso questo disco che si muove, mandare un flusso d’aria (avviene). Potete facilmente distinguere come l’altezza del tono si è differenziata. Per mezzo di che cosa è sorta la differenza? È sorta dal fatto che sul lato interno del disco abbiamo il numero minore di buchi, solo 40 buchi. Mentre il signor Stockmeyer ha mandato il flusso d’aria qui, il flusso d’aria quando incontrava un buco, passava, nello spazio intermedio non poteva passare e così via. Attraverso il movimento il seguente buco sempre veniva al posto del precedente, e così sorgevano tanti colpi, quanti buchi venivano al luogo attraverso cui passava il flusso d’aria. In tal modo abbiamo qui dentro 40 colpi, nel cerchio più esterno abbiamo 80 colpi. I colpi producono le onde, le oscillazioni. Abbiamo dunque nello stesso tempo — poiché questi 80 buchi girano nello stesso tempo intorno come i 40 buchi interni — abbiamo nello stesso tempo una volta 80 colpi, 80 oscillazioni dell’aria, un’altra volta 40 colpi, 40 oscillazioni dell’aria. Il tono che nasce quando abbiamo 80 oscillazioni dell’aria è due volte più alto di quello che nasce quando abbiamo 40 oscillazioni dell’aria. Attraverso tali e simili esperimenti si può provare che l’altezza del tono è connessa con il numero delle oscillazioni che sorgono nel mezzo, in cui il tono si propaga.
Ora, se tenete insieme quello che ho appena detto, allora potete veramente considerare il seguente. Prendete quello che è un’oscillazione, una condensazione e rarefazione cioè, così possiamo designarlo come la lunghezza d’onda. Se ora in un secondo sorgono n onde di lunghezza l, allora l’intero movimento d’onda procede n · l avanti, cioè il cammino, che l’intero movimento d’onda percorre in un secondo, lo voglio chiamare v, è n · l. E qui vi prego di ricordarvi quello che ho addotto nelle considerazioni precedenti. Vi ho detto: si deve attentamente distinguere tutto ciò che è foronomico da quello che non è solo escogitato attraverso la vita interiore rappresentativa, ma che sono realtà esterne, e ho detto: le realtà esterne non possono mai essere il puro numerabile, lo spaziale ed i movimenti. Le realtà esterne sono però sempre le velocità. Naturalmente questo non è diverso quando parliamo di suono o tono. L’esperienza esteriore non giace né nella l né nella n; poiché l è puro spaziale, n è puro numero; il reale giace proprio nella velocità, e se divido la velocità che l’essenza in sé contiene, quello che io designo come tono o suono, in due astrazioni, allora naturalmente ottengo in queste astrazioni nessuna realtà autentica, ma ottengo quello che si è astratto, separato, diviso. Tali divisi sono le lunghezze d’onda, le grandezze spaziali ed il numero n. Se voglio guardare la realtà del tono, al reale esteriore, allora devo guardare alla capacità interiore del tono di avere velocità. Questo è quello che conduce ad una considerazione qualitativa del tono, mentre la considerazione che oggi siamo abituati nella fisica è una considerazione quantitativa del tono, mentre essa — proprio nel tono, nella teoria dei toni, nell’acustica è così vistoso — semplicemente sempre quello che esteriormente è quantitativo, spaziale, temporale, secondo il movimento e numerabile da constatare, subentra al qualitativo, che si esprime unicamente e soltanto in una specifica capacità di velocità.
Ora oggi non si nota più come si finisca nel corso acqueo materialistico propriamente già nella scienza del suono. Si può dire: la cosa giace propriamente così evidentemente che fuori di noi il tono come tale non è affatto presente, ma fuori di noi sono le oscillazioni. Come potrebbe mai qualcosa, così si può dire, essere più chiaro di questo: che, quando un flusso d’aria è prodotto, che produce condensazioni e rarefazioni, e quando il mio orecchio le ode, che quel qualcosa di sconosciuto in me, che naturalmente il fisico non ha bisogno di affrontare — poiché quello non è fisica — , trasforma in esperienze puramente soggettive le oscillazioni dell’aria, le oscillazioni dei corpi in quello che è il qualitativo del tono. E lo troverete nelle molte varianti che fuori di noi ci sono oscillazioni, in noi gli effetti di queste oscillazioni, che però sono puri soggettivi. Questo è gradualmente passato agli uomini così nella carne e nel sangue, che è venuto fuori quello che potete citare dalle opere di Robert Hamerling nei miei «Enigmi della filosofia», da cui si vede che Robert Hamerling, prendendo le dottrine della fisica, appena all’inizio dice: quello che si vive come botto, fuori di noi non è nulla di diverso da una scossa d’aria, e colui che da qui non può credere che quello che propriamente vive come sensazione di senso, è solo in lui, ed esteriormente proprio aria oscillante o etere oscillante, lasci di continuare a leggere un tale libro come Robert Hamerling lo scrive. Robert Hamerling dice perfino che colui che crede che l’immagine del cavallo che ottiene corrisponde veramente ad una realtà esterna, non comprende nulla, anzi deve chiudere il libro.
Ma, miei cari amici, tali cose devono una volta essere seguite alle loro conseguenze logiche. Pensate, se io voi, che sedete qui, secondo questo modo di pensare fisico — modo di pensare, dico non metodo — da cui i fisici sono abituati a trattare i fenomeni di suono e di luce, così risulterebbe il seguente: voi tutti che sedete qui davanti a me, vi ho davanti a me solo attraverso le mie impressioni. Queste impressioni sono allora completamente soggettive, come le sensazioni di luce e suono. Al di fuori di me non siete voi affatto presenti, come vi vedo, ma solo le oscillazioni dell’aria che sono tra voi e me mi portano alle oscillazioni, che di nuovo sono in voi, e propriamente arrivo al punto che tutto il vostro interno spirituale, che certo in voi per voi non è affatto negabile, propriamente non è presente, ma per me questo interno spirituale di tutti voi che sedete qui sarebbe puro effetto sulla mia propria psiche. Altrimenti ci sono solo specie di accumuli di oscillazioni che sedono nei banchi. È lo stesso tipo di pensiero, se negate alla luce ed al tono l’interiorità che voi sperimentate come apparentemente soggettiva. È esattamente così come se vi avessi qui davanti a me e quello che ho davanti a me lo considerassi puro come un soggettivo in me e vi negassi l’esperienza di questo interno. Quello che io ora dico sembra apparentemente così ovvio e così banale che naturalmente i fisici e fisiologi non si aspettano che commettano tali errori di banalità. Ma pur lo fanno. Questa intera distinzione dell’impressione soggettiva — di quello che deve essere soggettivo — dal processo obiettivo, non è nulla di diverso.
Naturalmente, non appena si procede onestamente e si dice: come fisico non voglio affatto indagare il tono, non voglio affatto affrontare il qualitativo, ma voglio lasciare ciò e voglio solo i processi spazio-esterni — non si deve dire obiettivi — che però si prolungano in me, indagare, li voglio come astrazioni separare dalla totalità e non mi lascio coinvolgere nel qualitativo, allora certo si è onesti, solo allora non si deve asserire che questo è un obiettivo e quello un soggettivo, e nemmeno che l’uno è l’effetto dell’altro. Poiché quello che voi nella vostra anima sperimentate, non è, quando lo vivo con voi, l’effetto delle vostre oscillazioni cerebrali su di me. È così significativo che uno comprenda una cosa come questa, come solo qualcosa può essere significativo per le richieste dei tempi moderni e le richieste scientifiche dell’umanità.
Si deve infatti in tali cose non evitare di affrontare le connessioni più profonde. Vedete, si può facilmente dire per esempio: l’aspetto oscillatorio, il puro aspetto oscillatorio del suono e del tono risulta propriamente da ciò che, quando pizzico una corda nello spazio, un’altra corda accordata allo stesso tono vibra insieme. Questo si basi solo sul fatto che le oscillazioni si trasferiscono nel mezzo, in cui le oscillazioni si propagano, che parallela al tono. Ma quello che qui si osserva, non si comprende se non lo si comprende come parte di un fenomeno molto più generale. E questo fenomeno più generale è il seguente, che è stato anche osservato.
Supponiamo che in una stanza abbiate un orologio a pendolo che va, che mettete in moto, ed abbiate nella stanza un — deve però essere costruito in un modo determinato — altro orologio a pendolo, che non mettete in moto, allora scoprite talvolta, quando le condizioni sono favorevoli, che gradualmente questo secondo orologio a pendolo da solo comincia a funzionare. È quello che si può chiamare la simpatia dei fenomeni. Questa simpatia dei fenomeni può essere indagata in ampi ambiti. È propriamente l’ultimo di questi fenomeni, che ancora ha qualcosa a che fare con il mondo esterno, l’ultimo di questi fenomeni è quello che potrebbe essere indagato molto più di quanto ordinariamente lo sia, poiché esso realmente è straordinariamente frequente. Potete viverlo in innumerevoli casi: sedete con una persona ad un tavolo e dice qualcosa che avete appena pensato. L’avete pensato, e lei lo pronuncia, dopo che non l’avete detto. È il successo simpatico degli eventi accordati in un certo modo, delle connessioni di eventi, quello che si manifesta qui in un ambito molto spirituale. E dovrete vedere una serie continua di fatti tra la semplice vibrazione solidale di una corda, che ancora secondo le concezioni rozze spiritualmente si può considerare come il puro trovarsi posto nel processo materiale esterno, e quello che come fenomeni paralleli appare già più spiritualmente, come nella partecipazione al pensiero altrui.
Ora vedete, però non si potranno ottenere intuizioni chiare di tali cose, se non si avrà la volontà di affrontare il modo e la maniera in cui l’uomo stesso è posto anche in quello che si chiama la natura fisica. Bene, abbiamo alcuni giorni fa mostrato ed un po’ analizzato l’occhio umano. Oggi mostreremo l’orecchio umano. Questo occhio umano ha, come sapete, dietro il corpo vitreo, di cui potevamo dire che ancora ha vitalità in sé, e qui è il liquido tra la lente e la cornea, e quando andiamo da fuori verso l’interno l’occhio diventa sempre più vivo. È più fisico all’esterno. Proprio così, come si può descrivere l’occhio, così naturalmente ora potete descrivere l’orecchio, e potete in modo esteriore dire: come la luce produce l’impressione sull’occhio, inducendolo, o come altrimenti lo si chiama, ed il nervo allora riceve lo stimolo, così le oscillazioni del suono esercitano un effetto sull’orecchio, entrano nel canale auditivo, colpiscono il timpano, che chiude il canale auditivo. Dietro sono apposti al timpano gli ossicini auditivi, martello, incudine, staffa, così chiamati secondo le loro forme.
Quello dunque, ora fisicamente parlando, che emerge e si esprime esternamente nell’aria in forma di onde di condensazione e rarefazione, viene trasmesso attraverso questo sistema di ossicini così strutturato a quello che ora qui nell’orecchio interno giace. Qui nell’orecchio interno è innanzitutto quello che è qui la cosiddetta coclea, che è riempita di un liquido ed in cui termina il nervo acustico. Davanti sono applicati i cosiddetti tre canali semicircolari, che hanno la particolarità che le loro superfici sono perpendicolari l’una all’altra in tre direzioni dello spazio. Così ci si può rappresentare: il suono penetra qui in forma di onde aeree. Il suo percorso è mediato dagli ossicini auditivi e raggiunge il liquido. Qui raggiunge i nervi e così agisce sul cervello percettivo. E allora si ha l’occhio come un organo di senso e l’orecchio come l’altro organo di senso. Si possono così elegantemente considerare queste due cose un’accanto all’altra e si può come ulteriore astrazione trovare fisiologicamente una teoria comune della percezione sensoria.
Ma se prendete quello che ho appena detto dell’interazione dell’intero ritmo dell’acqua cerebrale saliente e discendente con quello che esternamente nell’aria si svolge, se lo prendete, allora già non vi apparirà così semplice. Poiché vi ricorderete che ho detto, non si deve pensare che quello che esternamente si vede così come concluso sia una realtà compiuta. Non deve essere una realtà compiuta. La rosa che mi strappo dal cespuglio non è una realtà, poiché non può sussistere così in sé, può ottenere un’esistenza solo attraverso la sua connessione con il cespuglio. È in verità un’astrazione, se penso ad essa come pura rosa. Devo procedere alla totalità, al meno all’intero cespuglio di rose. Così nell’ascolto l’orecchio non è affatto una realtà, l’orecchio che comunemente si presenta. Poiché quello che da fuori attraverso l’orecchio si propaga verso l’interno, deve per prima entrare in un’interazione con quello che come ritmo interno decorre e si mostra nell’ascesa e nella discesa dell’acqua cerebrale, così che prolunghiamo quello che avviene nell’orecchio a quello che avviene dentro questi movimenti ritmici dell’acqua cerebrale. Ma qui ancora non siamo finiti. Poiché quello che come ritmo decorre ed il cervello nel suo ambito di effetto include, è essenzialmente umano sottostante di nuovo a quello che su un tutt’altro lato del nostro organismo appare attraverso la laringe ed i suoi organi vicini nel parlare. Potete altrettanto bene il vostro attivo parlare, che è semplicemente secondo i suoi strumenti inserito nel processo respiratorio, che anche sta a fondamento di questo processo ritmico dell’acqua cerebrale ascendente e discendente, potete semplicemente il vostro processo di parlare su un lato inserire in tutto quello che come ritmo sorge in voi durante la respirazione, e l’ascolto potete sull’altro lato inserire, ed avete un tutto, che su un lato più intellettivo nell’ascolto, sull’altro lato più volontarioso appare. Avete un tutto solo quando riunite il volontarioso, che pulsa attraverso la laringe, ed il più intellettivo-sensuale, che passa attraverso l’orecchio. Questo appartiene insieme, questo si deve comprendere come qualcosa che è semplicemente un fatto. Poiché l’estrazione dell’orecchio su un lato e della laringe sull’altro è solo un’astrazione, non si arriva mai ad un’interezza, quando si separano queste cose che appartengono insieme. Colui che come fisico fisiologico e come fisiologo fisico considera l’orecchio e la laringe, ogni singolo, procede riguardo al suo processo di ricerca esattamente così come se, al fine di portare meglio una persona alla vita, la divideste, invece di considerare le cose in un’interazione vivente.
Quando allora si è correttamente compreso di che si tratta propriamente, sì allora si giunge appunto a qualcos’altro, al seguente: quando si osserva tutto quello che è ancora presente nell’occhio, se ho tolto il corpo vitreo, tolto tuttavia anche tutto quello o una parte di quello che si stende come retina, se potessi anche togliere anche questo, resterebbe qualcosa: il muscolo ciliare, la lente, il liquido esterno qui resterebbero. E che organo sarebbe allora questo?
Sarebbe un organo che non dovrei mai comparare, se procedo realmente, con l’orecchio, ma che sempre dovrei comparare con la laringe. Questo non è una metamorfosi dell’orecchio, questo è propriamente una metamorfosi della laringe. Proprio così come i muscoli della laringe — per indicarvi solo il più rozzo — afferrano le corde vocali e fanno uno spacco più ampio o più stretto, così lo fanno qui i muscoli ciliari. Afferrano la lente, che è internamente mobile. Ho estratto quello che è per l’eterico laringeo, così come per l’aria laringeo il nostro laringe. E quando di nuovo introduco prima la retina ed allora il corpo vitreo — e per certi animali dovrei ora introdurvi certi organi come il ventilatore, che per l’uomo è presente solo etericamente, o il processo puntiforme; per certi animali inferiori questi si prolungano come organi sanguigni — , se prendo tutto questo, così lo posso paragonare solo con l’orecchio. Tali cose, come queste parti diffuse del ventilatore, le posso paragonare con quello che si diffonde nell’orecchio nel labirinto e così via. E ho così nell’organismo umano su uno stadio l’occhio, che interiormente è un orecchio metamorfosato, esternamente circondato da una laringe metamorfosata. Se d’altro canto prendiamo insieme come un tutto laringe ed orecchio, allora abbiamo su un altro stadio un occhio metamorfosato.
Ho accennato a voi qualcosa che porta su una via molto importante. Poiché si può semplicemente non sapere nulla su queste cose, se le si confronta in modo completamente falso l’una con l’altra, se semplicemente mettete occhio ed orecchio uno accanto all’altro, mentre io con l’orecchio posso solo confrontare quello che dietro la lente nell’occhio si trova, quello che più vitalisticamente all’interno è, mentre devo confrontare quello che si spinge avanti e più muscolarmente è con la laringe umana. Questo rende naturalmente difficile la dottrina delle metamorfosi, che non si possono semplicemente cercare le metamorfosi in modo rozzo, ma che si deve affrontare il dinamico interiore, il reale, il vero. Ma se è così, questo costringe allora a non semplicemente così facilmente parallelizzare quello che nei fenomeni di tono e di suono avviene con i fenomeni di luce. Se già si parte dalla falsa premessa: l’occhio è un organo di senso e l’orecchio è un organo di senso, — allora considererete quello che risulta da questa relazione completamente falsamente. Se vedo, così è qualcosa di completamente diverso da quando odo. Se vedo, così avviene nell’occhio lo stesso che quando odo ed allo stesso tempo parlo. Su un ambito superiore accompagna un’attività, che posso solo confrontare con il parlare, l’attività propriamente ricettiva, ricevente nell’occhio. In generale è allora su questo ambito qualcosa da raggiungere, quando vi sforzate di afferrare le realtà appunto. Poiché quando vi accorgete che nell’occhio due cose sono riunite, quello che altrimenti nell’ascolto, nel suono, su apparentemente del tutto diversi organi corporei è posto, allora vi chiarirà che nel vedere, nell’occhio, così qualcosa è presente come una specie di intesa con sé stesso. L’occhio procede sempre così come procedete voi, quando ascoltate qualcosa, ma prima, per capirla, lo ripetete. L’attività dell’occhio è veramente così come se ascoltaste, ma allora non avreste ancora il giusto. Se l’altro dice: «Egli scrive», allora non siete ancora sicuri. «Egli scrive», dite. Solo allora la cosa intera è compiuta. Così è con l’occhio nei fenomeni di luce. Quello che attraverso le connessioni particolari entra nella nostra coscienza, che abbiamo la parte vitale dell’occhio, diventa il pieno esperienza della visione solo attraverso il fatto che lo riproduciamo in quella parte dell’occhio che corrisponde alla laringe e che sta davanti. Noi parliamo etericamente con noi stessi mentre vediamo. È un discorso con sé stessi che l’occhio conduce. Perciò non potete affatto paragonare quello che è il risultato di un discorso con sé stessi, dove già è presente l’attività propria dell’uomo, con quello che è solo un momento, una parte, con il puro ascolto. Credo che attraverso questa considerazione, se l’elaborate completamente con voi stessi, potrete guadagnare straordinariamente molto. Poiché vedete da ciò come la visione del mondo materialistico fisico si sbaglia nell’assoluto irreale, in quanto confronta cose che propriamente non sono affatto direttamente confrontabili l’una con l’altra, come orecchio ed occhio, e proprio attraverso questo modo di considerazione puramente esteriore, che non guarda le totalità reali, si viene propriamente lontano da una considerazione spirituale della natura. Pensate solo a come la dottrina dei colori goethiana al termine, nella parte sensibile-morale, logicamente sviluppa lo spirituale dal fisico. E questo non potete mai, se mettete a fondamento l’odierna dottrina fisica dei colori.
Ora sorgono certo quegli scrupoli che si formano nei confronti del suono e del tono, che propriamente si ha a portata di mano, che, come si dice, esternamente solo oscillazioni si svolgono. Ma voi dovete porvi la domanda — e vi prego di decidere per voi se questa domanda, mentre è posta correttamente, non è già in qualche modo risolta — , se allora non potrebbe anche il seguente. Vedete, se qui avete un pallone e questo pallone è riempito d’aria, così accadrà, anche se nel pallone avete un buco e questo buco potete aprire attraverso un rubinetto, nulla finché l’aria dentro ha la stessa densità che fuori, anche se aprite il buco. Ma se avete questo pallone vuoto d’aria, così allora accadrà qualcosa: fischia qui l’aria esterna dentro, riempie lo spazio vuoto. Direte in questo caso forse che l’aria che dopo è dentro è sorta solo attraverso quello che è avvenuto dentro? No, direte naturalmente: l’aria è entrata da fuori, ma lo spazio vuoto ha compreso puramente per intuizione, aspirato l’aria esterna. — Mentre portiamo qui il disco alla rotazione, allora qui soffiamo attraverso, produciamo semplicemente condizioni, attraverso cui emerge qualcosa che dobbiamo designare come un’aspirazione. Quello che dopo emerge come tono, quando metto in movimento la sirena e metto l’aria in oscillazioni, sì, è presente solo al di là dello spazio, non è ancora nello spazio dentro. Non ci sono le condizioni perché entri nello spazio, fintanto che non creo queste condizioni, proprio come per quest’aria esterna non ci sono le condizioni perché entri qui, fintanto che non le creo. Quello che le oscillazioni d’aria esterne sono, posso solo paragonare qui con lo spazio vuoto d’aria, e quello che allora diventa udibile, posso solo paragonare con qualcosa che entra dallo spazio esterno nello spazio vuoto d’aria attraverso il fatto che le condizioni sono create. Ma essenzialmente interiormente quello che le oscillazioni dell’aria sono, non ha nulla a che fare con il tono, solo che, dove queste oscillazioni dell’aria sono, sorge un processo di aspirazione al fine di aspirare il tono dentro. Naturalmente attraverso la natura delle oscillazioni dell’aria viene modificato quello che viene aspirato come tono, ma ciò sarebbe anche modificato qui nello spazio vuoto d’aria, se qui facessi dei percorsi e l’aria si espandesse in certi cammini. Allora le linee, in cui l’aria si espande, sarebbero presenti nella loro immagine. Così esternamente sono immaginate i processi di tono in quello che è presente come processi oscillatori.
Sì, vedete, non è così facile, come attraverso alcune concezioni matematiche che si hanno sui processi oscillatori, rappresentarsi quello che qui come fondamento di una vera fisica è presentato. Esige più pretese al qualitativo nel pensiero umano. Ma senza che uno le soddisfi sufficientemente, si produce solo quel costrutto come immagine del mondo fisico, che si relaziona alla realtà — quella immagine del mondo fisico oggi adorata — come un uomo di carta si relaziona ad un uomo vivente. Pensate a ciò ancora una volta, allora il prossimo venerdì continueremo.
Mi dispiace veramente molto che queste esposizioni siano così improvvisate e debbano restare aforistiche, ma non è possibile fare diversamente se non dare a voi in questi giorni una serie di punti di vista e poi, quando sarò qui di nuovo tra qualche tempo, proseguire la materia, in modo che possiate gradualmente ricevere qualcosa di arrotondato da queste esposizioni. Però devo, per condurre a conclusione i pochi punti di vista che svilupperò domani, e che renderanno possibile gettare qualche luce sulla utilizzazione pedagogica delle conoscenze naturalistiche, dirigere oggi la vostra attenzione verso lo sviluppo dei fenomeni elettrici, dei fenomeni dell’elettricità, e mi collegherò a cose che vi sono propriamente familiari fin dalla scuola, perché vogliamo caratterizzare l’intero ambito della fisica partendo da lì, domani.
Certo, conoscete le cose elementari della dottrina dell’elettricità. Sapete che esiste quello che si chiama elettricità per strofinio, che si porta una bacchetta di vetro a sviluppare una forza strofinandola con una qualche materia per strofinare, come si chiama, oppure anche una bacchetta di resina, che così la bacchetta di vetro o di resina, come si dice, diventa elettrica, cioè attira piccoli corpi, pezzetti di carta. Sapete anche che l’osservazione dei fenomeni ha gradualmente mostrato che nel loro sviluppo sono diverse le due forze che si emanano nel un caso dalla bacchetta di vetro strofinata, nell’altro caso dalla bacchetta di resina strofinata o dalla bacchetta di ceralacca: se la bacchetta è stata indotta ad attrarre pezzetti di carta, allora quello che dalla bacchetta di vetro è impregnato di elettricità in una certa maniera, come si dice, è impregnato di elettricità in modo opposto dall’elettricità della bacchetta di resina, e si distingue perciò, aderendo al qualitativo, l’elettricità del vetro e l’elettricità della resina, o, esprimendolo più generalmente, l’elettricità positiva e l’elettricità negativa. L’elettricità del vetro sarebbe la positiva, l’elettricità della resina la negativa.
Ora è caratteristico che l’elettricità positiva attira sempre l’elettricità negativa in una certa maniera. Potete osservare questo fenomeno nella cosiddetta bottiglia di Leida, cioè quel recipiente che è rivestito all’esterno con un rivestimento elettrizzabile, isolato qui, e poi all’interno è rivestito con un altro rivestimento, che continua in un’asta metallica con un bottone metallico. Se ora si è resa un’asta metallica elettrica e si comunica — il che si può fare — questa elettricità al rivestimento esterno, allora il rivestimento esterno diviene per esempio positivamente elettrico, produce i fenomeni dell’elettricità positiva. Ma così il rivestimento interno diviene negativamente elettrico. E noi possiamo, come sapete, allora, collegando il rivestimento riempito di elettricità positiva ed il rivestimento riempito di elettricità negativa, far sì che si giunga ad un’unione della forza positivamente elettrica e negativamente elettrica, se le poniamo in una posizione tale che l’un’elettricità possa proseguire fino a qui e stia di fronte all’altra. Stanno l’uno di fronte all’altro con una certa tensione e chiedono il loro equilibrio. La scintilla salta da un rivestimento all’altro. Vediamo quindi che le forze elettriche che stanno così di fronte l’una all’altra hanno una certa tensione e tendono all’equilibrio. L’esperimento vi sarà stato fatto molte volte. Vedete qui la bottiglia di Leida. Ma ci serve ancora una forcella. Voglio caricare un po’. È ancora troppo debole. I piccoli dischi si respingono leggermente. Sarebbe quindi, se caricassimo sufficientemente, che l’elettricità positiva evocherebbe quella negativa, e noi avremmo, se le avessimo l’una di fronte all’altra, attraverso una forcella di scarica la scintilla che saltasse. Sapete però anche che questo modo di diventare elettrico è designato con il termine di elettricità per strofinio, perché si ha a che fare con la forza prodotta dallo strofinio, di una certa natura — così vorrei dire per il momento.
Ora, come vi basta ripetere, fu attorno al cambio del diciottesimo e diciannovesimo secolo che a questa elettricità per strofinio se ne aggiunse un’altra, fu scoperto quello che si chiama l’elettricità di contatto. E con ciò si aprì alla fisica moderna un ambito che risultò essere straordinariamente fertile per lo sviluppo materialista della fisica. Vi basta ricordare il principio. Galvani osservò una coscia di rana che era in connessione con piastre metalliche e che cadde in convulsioni, ed aveva così in verità, si potrebbe dire, trovato qualcosa di straordinariamente significativo, aveva trovato due cose insieme che dovevano essere separate l’una dall’altra, e che ancora oggi non sono completamente separate in modo corretto, a danno delle considerazioni naturalistiche. Galvani aveva trovato quello che poco dopo Volta poté designare come la vera e propria elettricità di contatto. Aveva trovato il fatto che, quando due metalli diversi si toccano cosicché il loro contatto sia mediato da liquidi appropriati, nasce un’interazione che può manifestarsi in forma di una corrente elettrica che va da un metallo all’altro. Con ciò abbiamo la corrente elettrica, che prosegue puramente sull’ambito della vita inorganica apparentemente, ma abbiamo però, guardando a quello che Galvani propriamente mise a nudo, anche quello che si può designare come l’elettricità fisiologica, uno stato di tensione di forza che effettivamente sempre esiste tra muscolo e nervo e che può essere eccitato quando correnti elettriche vengono condotte attraverso muscolo e nervo.
In modo che in verità quello che Galvani allora vide conteneva due cose: quello che si può semplicemente riprodurre su ambito inorganico, quando si portano i metalli mediante la mediazione di liquidi a sviluppare correnti elettriche, e quello che è in ogni organismo, presso certi pesci elettrici ed altri animali emerge particolarmente come stato di tensione tra muscolo e nervo, che per l’aspetto esteriore appare simile nel suo equilibrio come l’elettricità che fluisce ed i suoi effetti.
Con ciò però era stato trovato tutto quello che poi ha condotto da un lato a giganteschi progressi della conoscenza scientifica su base materialista, che d’altro canto ha prodotto fondamenti così giganteschi e rivoluzionari per la tecnica.
Ora si tratta del fatto che il diciannovesimo secolo era principalmente riempito dalla concezione che si dovesse trovare qualcosa, che come unità astratta stesse alla base di tutte le forze naturali — come si dice. In questa direzione si era anche interpretato quello di cui vi ho già parlato, quello che negli anni quaranta del secolo scorso Julius Robert Mayer, il celebre geniale medico di Heilbronn, portò alla luce. Abbiamo mostrato quello che fu portato alla luce da lui: abbiamo sviluppato forza meccanica portando una ruota in rotazione, mettendo l’acqua in attività meccanica interna. Ma così l’acqua è diventata più calda. Il riscaldamento potevamo dimostrarlo, e si può dire che questo sviluppo del calore è un effetto del rendimento meccanico, del lavoro meccanico che c’era. Si è interpretato queste cose in modo da applicarle ai più diversi fenomeni naturali, il che si poteva fare anche facilmente entro certi limiti. Si poteva provocare lo sviluppo di forze chimiche, si poteva vedere come anche dallo sviluppo di forze chimiche si forma il calore, si poteva inversamente usare il calore, come accade nella macchina a vapore nel senso più ampio, per provocare lavoro meccanico. Lo sguardo era diretto particolarmente a questa cosiddetta trasformazione delle forze naturali, e si era indotti a ciò da quello che si è sempre più sviluppato, che ha avuto il suo inizio in Julius Robert Mayer, che si poteva calcolare numericamente quanto calore è necessario per produrre un determinato, misurabile lavoro, ed inversamente, quanto lavoro meccanico è necessario per produrre una determinata, misurabile quantità di calore. Si immaginava, sebbene inizialmente non ci fosse ragione per ciò, che si trasformasse semplicemente il lavoro che si era effettuato, portando le pale nell’acqua in rotazione, che questo lavoro meccanico si fosse trasformato in calore. Si assumeva che, quando applichiamo il calore nella macchina a vapore, questo calore si trasforma in quello che appare come rendimento meccanico.
Questa direzione del pensiero fu assunta dalla meditazione fisica nel diciannovesimo secolo, e perciò era impegnata a trovare parentela tra le diverse cosiddette forze naturali, parentele che avrebbero dovuto mostrare che veramente qualcosa di astrattamente eguale stava in fondo in tutte queste diverse forze naturali.
Una certa conclusione ebbe questo sforzo quando alla fine del diciannovesimo o verso la fine del diciannovesimo secolo il fisico Hertz con una certa genialità scoprì le cosiddette onde elettriche — quindi anche qui onde —, che davano una certa giustificazione al pensiero che quello che si diffonde come elettricità, in parentela da pensare con quello che si diffonde come luce, che si pensava come un movimento ondulatorio dell’etere. Che quello che si doveva designare come elettricità, specialmente nella forma dell’elettricità che fluisce, non fosse così semplicemente catturabile dai concetti meccanici primitivi, ma richiedesse propriamente già l’ampliamento della fisica verso il qualitativo, avrebbe potuto mostrarlo l’esistenza di quello che si chiama le correnti di induzione, dove — voglio solo indicare qui in modo rozzo — una corrente elettrica nel filo si muove, una corrente nello spazio vicino emerge semplicemente dal fatto che un filo è nella vicinanza dell’altro. Accadono quindi effetti dell’elettricità attraverso lo spazio — si potrebbe dire così.
Ora era riuscito a Hertz di arrivare a qualcosa di molto interessante, che in verità la diffusione degli agenti elettrici ha qualcosa di affine con tutto quello che si diffonde ondulatoriamente o può essere così pensato. Così Hertz aveva trovato che, se si produce approssimativamente una scintilla elettrica nello stesso modo come si produce qui, cioè si porta la tensione allo sviluppo, si potrebbe raggiungere il seguente: immaginate che qui abbiamo questa scintilla che salta. Avremmo sempre la possibilità, in un luogo appropriato, da qualche parte altrove, di porre di fronte l’uno all’altro due di questi — si potrebbero chiamare piccoli induttori —. Devono solo essere posti di fronte l’uno all’altro in un luogo determinato. Potrebbe sorgere ad una corrispondente distanza il salto della scintilla anche qui, il che non sarebbe un’altra manifestazione che qualcosa di simile a quella dove, mettiamo, qui c’è una fonte di luce, qui uno specchio che riflette il cono di luce, attraverso un altro specchio qui raccoglie e qui l’immagine appare. Si può parlare di una diffusione della luce e di un’azione che si compie in distanza.
Così anche Hertz poteva parlare di una diffusione dell’elettricità, il cui effetto è percettibile a corrispondente distanza, ed aveva così — secondo la sua ed altrui concezione — realizzato quello che sarebbe una prova che veramente attraverso l’elettricità si diffonde qualcosa che corrisponde ad un movimento ondulatorio, come generalmente si pensa l’espandersi di movimenti ondulatori. Come quindi la luce si diffonde attraverso lo spazio e giunge ad effetto in distanze quando urta altri corpi e può essere diffusa lì, così anche le onde elettriche si possono diffondere e di nuovo diffondersi in distanza. Questo sta alla base della cosiddetta telegrafia senza fili, come sapete, e si ha quindi a che fare con una certa realizzazione dell’idea preferita dei fisici del diciannovesimo secolo, che quello che ci si immagina nel suono come treni d’onda e nella luce come treni d’onda, quello che si è cominciato perché i fenomeni di calore mostrano fenomeni simili, di immaginare nel diffondersi del calore come movimento ondulatorio, che si potesse immaginare anche nell’elettricità, dove bisogna solo immaginarsi onde molto lunghe. Era fornito qualcosa che provava irrefutabilmente che il modo di pensare della fisica nel diciannovesimo secolo era pienamente fondato.
Tuttavia, con gli esperimenti di Hertz qualcosa è dato che indica che con essi propriamente si è compiuto una conclusione dell’antico. Vedete, tutto quello che si compie in certi ambiti può propriamente essere giudicato adeguatamente solo entro questi certi ambiti. Se abbiamo ora vissuto rivoluzioni, queste ci appaiono come enormi sconvolgimenti della vita sociale, perché appunto guardiamo particolarmente ai loro ambiti. Chi guarda a quello che è accaduto negli anni novanta del secolo scorso e nei circa quindici anni di questo secolo nel campo della fisica, deve dire che lì propriamente si è compiuta una rivoluzione, che nel suo ambito è molto più forte di quanto lo sia nel suo la rivoluzione esterna. Infatti non si deve dire nulla di meno che il fatto che ci si trovi in una completa dissoluzione dei vecchi concetti fisici fondamentalmente, ed i fisici solo ancora si difendono dall’ammettere veramente questa dissoluzione. Mentre quello che Hertz ha portato alla luce è ancora certamente il tramonto dell’antico, perché ha propriamente condotto a consolidare la vecchia teoria ondulatoria, quello che è venuto dopo, quello che già era presente ai tempi di Hertz, per così dire in preparazione, questo è diventato di significato rivoluzionario per la fisica. E questo consiste nel fatto che si conduce la corrente elettrica, che può essere generata e trasmessa, attraverso tubi in cui l’aria è stata pompata fuori fino ad un certo grado, in modo che si conduce la corrente elettrica attraverso un’aria straordinariamente rarefatta.
Vedete qui lo stato di tensione semplicemente evocato dal fatto che i capi dove l’elettricità si può scaricare sono spinti così lontano, come qui è la lunghezza del tubo, in modo che quello che si può chiamare una punta, attraverso cui l’elettricità positiva si scarica, il polo positivo, è da un lato ed il polo negativo d’altro canto. Tra questi due capi si scarica l’elettricità, e la linea colorata che vedete qui è il percorso che l’elettricità prende. In modo che si può dire: quello che altrimenti passa attraverso i fili, questo, diffondendosi attraverso l’aria rarefatta, assume questa forma che vedete qui. È ancora più forte con aria più rarefatta. Vedete già qui che propriamente ha luogo una specie di movimento da uno e d’altro canto, come il fenomeno si modifica essenzialmente. Abbiamo così la possibilità di trattare quello che fluisce come elettricità attraverso il filo, su una parte del suo percorso per così dire cosicché mostra interazione con altro qualcosa della sua essenza interiore. Mostra come è, dal momento che non può nascondersi attraverso il filo. Osservate la luce verde sul vetro! È una luce di fluorescenza.
Mi dispiace non poter discutere le cose più accuratamente, ma non otterrei quello che voglio ottenere se non parlassi così schizzosamente.
Vedete, quello che passa lì in uno stato molto disperso nell’aria fortemente rarefatta del tubo. Ora, i fenomeni che così si mostravano in tubi rarefatti o rarefatti di gas, devono solo essere studiati — le persone più svariate vi hanno partecipato, tra gli altri vi ha partecipato Crookes. Si tratta di seguire come si comportano propriamente i fenomeni nel tubo, e di fare esperimenti con i fenomeni che risultano nel tubo.
Ora, certi esperimenti, che per esempio anche Crookes ha fatto, hanno attestato che quello che lì, potrei dire, come carattere interiore dell’elettricità si mostra, dove l’abbiamo messa a nudo, non può avere a che fare con qualcosa che si diffonde come ci si voleva immaginare che la luce si diffonda attraverso movimenti ondulatori dell’etere. Poiché quello che là guizza attraverso il tubo ha proprietà straordinarie, proprietà che ricordano fortemente le proprietà di quello che è semplicemente materiale. Se avete un magnete o un magnete-elettrico — devo fare appello a quello che già sapete, oggi non si può discutere tutto —, potete attirare materiale attraverso il magnete. La stessa proprietà, di poter essere attratto attraverso il magnete, l’ha anche questo corpo di luce che passa lì, questa elettricità modificata. Si comporta completamente come si comporta la materia verso il magnete. Il campo magnetico modifica quello che passa là.
Tali e simili esperimenti hanno portato Crookes ed altri ad immaginarsi che lì dentro non c’è quello che nel vecchio senso si può chiamare un movimento ondulatorio progressivo, ma che lì dentro ci sono particelle materiali che guizzano attraverso lo spazio e che come particelle materiali sono attratte dalla forza magnetica. Crookes quindi chiamò quello che là guizza, materia radiante, e si immaginò che mediante la rarefazione, la materia che è lì dentro nel tubo gradualmente sia giunta in uno stato tale che non è solo un gas, ma è qualcosa che già va oltre lo stato gassoso, che è appunto materia radiante, materia i cui singoli elementi guizzano attraverso lo spazio, che è quindi per così dire polvere finemente dispersa i cui granelli attraverso la carica elettrica stessa hanno la proprietà di guizzare attraverso lo spazio. Queste particelle sarebbero allora attratte dalla forza elettromagnetica. Che fossero attratte provava appunto che abbiamo a che fare con gli ultimi resti di vero materiale, non solo con un movimento secondo la maniera del movimento dell’etere pensato nel vecchio senso. Questi esperimenti si poterono fare particolarmente con quello che irradiava, che risultava come irradiamento dal polo negativamente elettrico, dal cosiddetto catodo, e si studiarono questi irradiamenti del catodo e li si chiamarono raggi catodici. Così quindi era — potrei dire — la prima breccia nell’antica concezione fisica. Si aveva nei tubi di Hittorf un processo che provava che si ha propriamente a che fare con qualcosa di materiale che passa attraverso lo spazio, di materiale che guizza attraverso lo spazio, anche se in stato molto finemente disperso. Quello che stava in ciò che si chiamava materia non era così deciso, ma era comunque indicato verso qualcosa che si doveva identificare con il materiale.
Era quindi chiaro a Crookes che si aveva a che fare con qualcosa di materiale che polverizza attraverso lo spazio. Questa concezione scuoteva la vecchia teoria ondulatoria. D’altro canto però vennero poi nuovamente altri esperimenti che non giustificavano la concezione di Crookes. Così riuscì a Lenard nel 1893 di distogliere questi cosiddetti raggi che emanano da questo polo dal loro percorso — li si può distogliere — e poté condurli verso l’esterno, poté inserire una parete d’alluminio e condurre i raggi attraverso essa. Allora sorse innanzitutto la domanda: può essere così semplice, che particelle materiali lì così senza problemi passino attraverso una parete materiale? — Si doveva quindi di nuovo sollevare la domanda: sono quindi particelle materiali, che guizzano attraverso lo spazio? Non è invece qualcosa d’altro che guizza attraverso lo spazio? — Ora, vedete, questo portò gradualmente a riconoscere che non si avanzava né con il vecchio concetto di vibrazione né con il vecchio concetto di materia in questo ambito. Si era in una situazione tale che, attraverso i tubi di Hittorf, si poteva andare dietro l’elettricità sui suoi percorsi occulti. Si sarebbe potuto sperare di trovare onde; non si potevano trovare. Si si era potuto consolare allora: quindi è materia che guizza attraverso lo spazio. Anche ciò non andava bene, e così ci si disse infine a conclusione, quello che in verità risultò dai più svariati esperimenti, di cui qui potei addurvi solo alcuni caratteristici: non ci sono vibrazioni, non c’è neppure una materia così polverizzata, ma c’è elettricità mossa, che fluisce. L’elettricità stessa fluisce, ma mostra, mentre fluisce, certe proprietà, attraverso cui si comporta verso altro, diciamo verso il magnete, come materia. Certamente, se si lascia una palla guizzare attraverso lo spazio e la si lascia passare accanto al magnete, allora è deviata dal suo percorso. Così fa anche l’elettricità. Ciò parla per il fatto che sia qualcosa di materiale. Ma poiché senza problemi passa attraverso una piastra d’alluminio nuovamente, si dimostra però di nuovo non come materia. La materia fa per esempio un buco quando passa attraverso altra materia. Così si disse: elettricità che fluisce.
Questa elettricità che fluisce mostrava allora le cose più straordinarie, e potrei dire: nella direzione che si rivelava per la considerazione, si potevano fare le più straordinarie scoperte. Così poté gradualmente seguirsi come parimenti flussi emanavano dall’altro polo, che si incontravano con i raggi catodici. Si chiama questo capo l’anodo e si ebbero i raggi che furono chiamati raggi canali. In modo che in tale tubo si credette di avere due raggi che si incontravano.
Qualcosa di particolarmente interessante risultò negli anni novanta del secolo scorso, quando Röntgen indirizzava raggi catodici su uno schermo, catturandoli per così dire, su una specie di schermo che metteva nel percorso dei raggi catodici. Se si lasciano catturare i raggi catodici attraverso uno schermo, si ottiene una modificazione di questi raggi. Passano modificati oltre, e si ottengono raggi che su certi corpi agiscono elettrizzando, che si mostrano anche in interazione con certe forze magnetiche ed elettriche. Si ottiene quello che si è soliti chiamare i raggi X o raggi X. Da ciò si sono collegate altre scoperte. Sapete che questi raggi X hanno la proprietà che passano attraverso i corpi senza provocare disturbi percettibili, che passano attraverso la carne, attraverso le ossa in modi diversi, in modo che hanno acquistato grande importanza per la fisiologia e l’anatomia.
Ora si presentò un fenomeno che rende necessario fare ulteriori considerazioni. Si presentò il fenomeno che, quando questi raggi catodici o loro modificazioni colpiscono corpi di vetro o altri corpi, per esempio la materia che da certi fondamenti chimico-teorici è chiamata platinzianuro di bario, viene provocato un certo tipo di fluorescenza, cioè queste materie diventano luminose per questo. Allora ci si disse, questi raggi devono di nuovo essere stati modificati ulteriormente. Si ha quindi con una gran quantità di tipi di raggi. I raggi che venivano direttamente dal polo negativo si rivelarono modificabili attraverso molte altre cose. Si è provato a trovare corpi di cui si era creduto che potessero provocare questa modificazione molto fortemente, che quindi trasformassero molto fortemente questi raggi lanciati in qualcos’altro, per esempio in raggi di fluorescenza. E in questo modo si è arrivati al fatto che si potessero avere corpi come per esempio sali di uranio, che non avevano affatto bisogno di essere irradiati prima in tutte le circostanze, ma che in certe circostanze stessi emettevano questi raggi nuovamente, che quindi avevano la proprietà interiore di emettere tali raggi. E fra questi corpi erano appunto particolarmente quelli che si chiamano contenenti radio. Lì certi corpi hanno proprietà straordinariamente strane. Irradiano, diciamo, innanzitutto certi fasci di forze, che in modo strano possono essere trattati. Se abbiamo tale irradiamento da un corpo contenente radio — il corpo è dentro un piccolo recipiente di piombo, ed abbiamo qui l’irradiamento —, allora possiamo esaminare questo irradiamento con il magnete. Allora troviamo che qualcosa si separa da questo irradiamento, che possiamo condurre fortemente verso qui attraverso il magnete, che assume allora questa forma. Qualcosa d’altro rimane fisso e si propaga in questa direzione, di nuovo qualcosa d’altro è deviato in senso opposto, cioè lì è contenuto un triplo. Infine si era ormai quasi senza sufficienti nomi per designare ciò. Perciò si chiamò quello che poteva essere deviato verso destra i raggi β, quelli che seguivano la linea retta i raggi γ e quelli deviati in direzione opposta i raggi α. Se si effettuano certi calcoli, allora si può, mediante la vicinanza del magnete a quello che irradia, studiare la deviazione e così la velocità. E lì emerse l’interessante fatto che i raggi β si muovono approssimativamente con 9/10 della velocità della luce, i raggi α con circa 1/10 della velocità della luce. Abbiamo quindi lì per così dire esplosioni di forza che abbiamo separato, analizzato, e che ci mostrano come abbiano notevoli differenze nella velocità.
Vi ricordo a questo punto che in modo puramente spirituale al principio di queste considerazioni tentammo di afferrare la formula: m = c v, e dicemmo che il reale nello spazio è la velocità, che è la velocità che autorizza qui a parlare di realtà. Qui vedete come quello che lì, potrei dire, esplode fuori, si caratterizza principalmente per il fatto di avere a che fare con velocità che agiscono diversamente l’una sull’altra. Immaginate solo quello che significa che nello stesso cilindro di forza che irradia qui, qualcosa dentro è che vuole muoversi 9 volte più velocemente dell’altro, che quindi una forza che guizza e vuole rimanere indietro verso l’altra che vuole andare 9 volte più veloce, si afferma. Ora vi prego di guardare un poco a quello di cui solo gli antroposofi hanno il diritto oggi di non vederlo ancora come follia. Vi prego di ricordarvi come spesso abbiamo dovuto parlare del fatto che nelle più grandi azioni osservabili del mondo le differenze di velocità sono l’essenziale. Per mezzo di che cosa le più importanti manifestazioni del nostro presente entrano nei nostri attuali affari? Per il fatto che con velocità diversa le azioni normali, quelle luciferine, quelle arimantiche si giocano l’una nell’altra, che le differenze di velocità nei flussi spirituali a cui il tessuto mondiale è sottomesso sono presenti.
Il percorso che si è aperto alla fisica negli ultimi tempi la costringe, alle differenze di velocità in un senso molto simile, preliminarmente completamente inconsciamente, ad entrare, come la scienza dello spirito deve affermarle per gli agenti più universali del mondo.
Ma non è ancora esaurito tutto quello che irradia da questo corpo di radio, ma irradia ancora qualcos’altro, che nuovamente può essere provato nei suoi effetti e che si mostra in questi effetti come qualcosa che irradia come un irradiamento della materia di radio, che però gradualmente non si mostra più come radio, ma per esempio come elio, che è un corpo completamente diverso. Questo radio quindi non soltanto emette quello che in esso è come agenti, ma si abbandona e nel farlo diventa qualcos’altro. Con la costanza della materia questo ha poco a che fare, ma con una metamorfosi della materia.
Ora vi ho presentato oggi fenomeni che tutti si svolgono in un ambito che si potrebbe chiamare l’ambito elettrico. Questi fenomeni hanno tutti qualcosa in comune, cioè il comune che si comportano verso noi stessi completamente diversamente da come si comportano per esempio i fenomeni del suono, della luce ed anche del calore. Nella luce, nel suono e nel calore nuotiamo per così dire dentro come abbiamo descritto nelle considerazioni precedenti. Questo non possiamo dirlo così senza problemi dei fenomeni elettrici. Poiché non percepiamo l’elettricità come qualcosa di così specifico come la luce. Noi stessi allora, quando l’elettricità è forzata a rivelarsi a noi, la percepiamo attraverso un fenomeno di luce. Ciò ha da molto tempo portato al fatto che si dica sempre: L’elettricità non ha senso nell’uomo. La luce ha nell’uomo l’occhio come senso, il suono l’orecchio, per il calore è costruito un tipo di senso del calore; per l’elettricità si dice che non esiste nulla di simile. La percepiamo indirettamente. Ma su questa caratteristica della percezione indiretta non si può andare oltre se non si avanza ad una tale considerazione scientifica della natura come quella che almeno abbiamo inaugurato qui. Quando ci esponiamo alla luce, facciamo in modo che nuotiamo dentro l’elemento di luce e noi stessi vi partecipiamo almeno in parte con la nostra coscienza; egualmente con il calore, con il suono, con il tono. Non possiamo dire questo dell’elettricità.
Ma allora vi prego di ricordarvi come vi ho sempre mostrato come noi uomini in verità, grosso modo, siamo esseri duplici, in realtà in verità siamo esseri tripartiti: esseri di pensiero, esseri di sentimento, esseri di volontà, e vi ho sempre potuto mostrare che in verità siamo svegli solo nel nostro pensare, che sogniamo nei nostri sentimenti, nei nostri atti di volontà, anche quando siamo svegli, dormiamo. Gli atti di volontà non li viviamo immediatamente, dormiamo quello che è essenzialmente volontà, ed in queste considerazioni vi ho mostrato come, quando nelle formule fisiche dove scriviamo la m — massa, quando passiamo da ciò che è puramente numerabile, dal movimento e dal tempo, dallo spazio, a qualcosa che non è puramente foronimico, come dobbiamo essere consapevoli, corrisponde a questo il passare della nostra coscienza in uno stato di sonno. Se considerate senza pregiudizio questa divisione dell’essenza umana, potete dirvi: L’esperienza di luce, suono, calore cade fino ad un certo grado, fino ad un grado piuttosto elevato, nel campo che noi comprendiamo con la nostra vita di rappresentazione sensoria, particolarmente fortemente i fenomeni di luce. In modo che si mostra semplicemente dal fatto che studiamo senza pregiudizio l’uomo, come affine con le nostre forze d’anima coscienti. Poiché avanziamo verso il veramente massivo, verso il materiale, ci avviciniamo a quello che è affine con le forze che si sviluppano in noi quando dormiamo.
Proprio lo stesso percorso facciamo quando dal campo della luce, del suono, del calore scendiamo nel campo dei fenomeni elettrici. Noi non viviamo i nostri fenomeni di volontà direttamente, ma quello che di essi potremmo rappresentarci; noi non viviamo i fenomeni elettrici della natura direttamente, ma quello che ci forniscono nella sfera della luce, del suono, del calore e così via. Noi entriamo in verità per il mondo esteriore — potrei dire — nello stesso Ade quando dormiamo, che entriamo in noi stessi quando dalla nostra vita rappresentante, conscia scendiamo nella nostra vita di volontà. Mentre affine è tutto quello che è luce, suono, calore con la nostra vita conscia, è intimamente affine tutto quello che si svolge nel campo dell’elettricità e del magnetismo con la nostra vita di volontà inconscia. E il manifestarsi dell’elettricità fisiologica presso certi animali inferiori è solo un sintomo che si manifesta in un luogo determinato della natura per un’altrimenti non osservabile, ma generale manifestazione: ovunque la volontà agisce attraverso il metabolismo, agisce qualcosa di simile ai fenomeni elettrici e magnetici esterni. E si sale propriamente, quando sui complicati percorsi che oggi abbiamo potuto solo schizzare schizzosamente, si scende nel campo dei fenomeni elettrici, si scende nello stesso campo in cui si deve scendere quando propriamente si giunge alla massa. Che cosa si fa quando si studiano elettricità e magnetismo? Si studia la materia concretamente. Scendete alla materia, studiando elettricità e magnetismo! E è vero, vero veramente, quello che un filosofo inglese ha detto: una volta si credeva in molti modi diversi che la materia stesse alla base dell’elettricità. Ora si deve assumere che quello che si crede come materia non è propriamente nient’altro che elettricità liquida. Una volta si è atomizzata la materia. Ora si pensa: gli elettroni, che si muovono attraverso lo spazio e hanno proprietà simili come una volta la materia. Si è fatto il primo passo — solo non lo si riconosce — al superamento della materia ed il primo passo a riconoscere che si scende nel regno della natura quando dai fenomeni di luce, suono, calore si passa ai fenomeni elettrici, che si scende a quello che si comporta rispetto a quei fenomeni come la nostra volontà rispetto alla nostra vita rappresentante. Questo vorrei porvi nel cuore come una conclusione della considerazione odierna. Principalmente vorrei dirvi quello che non troverete nei libri. Quello che di esso comunque viene presentato, vorrei dire solo come quello che fonda l’altro.
Vorrei come una conclusione preliminare di queste poche ore improvvisate, che contenevano considerazioni scientifiche della natura, darvi oggi alcuni orientamenti che vi possono essere utili per formarvi da voi stessi tali considerazioni naturali facendo ricorso a fatti caratteristici, che ci si può portare davanti agli occhi attraverso l’esperimento. Oggi nell’ambito scientifico della natura, particolarmente per chi insegna, si tratta molto fortemente di trovare il modo giusto di rappresentarsi e di considerare quello che la natura offre. E ieri appunto nel riguardo a ciò che è stato detto ero impegnato a mostrarvi come il corso della scienza fisica sia tale che, dopo che gli anni novanta del secolo scorso erano sopraggiunti, che la fisica per così dire viene tolta dalle spalle dal materialismo, e dovreste propriamente porre il valore principale su questo punto di vista.
Abbiamo visto che al tempo che credeva di avere già i più splendidi prove per l’universalità dell’essenza ondulatoria è seguito un tempo che non poteva assolutamente restare fedele alla vecchia ipotesi di oscillazione o ondulazione, un tempo che per così dire negli ultimi tre decenni in fisica è stato così rivoluzionario come solo qualunque cosa può essere rivoluzionaria nel suo ambito. Infatti alla fisica non è andato perduto nulla di meno che il concetto di materia nella forma antica come tale.
Abbiamo visto che i fenomeni luminosi sono stati portati in stretta relazione, dall’antica visione, ai fenomeni elettromagnetici, e che infine hanno condotto i fenomeni del corso dell’elettricità attraverso tubi rarefatti di aria o di gas, a vedervi nel diffondersi della luce stessa qualcosa come l’elettricità che si diffonde. Non dico che avete ragione così, ma è avvenuto. E ci si è raggiunto il fatto che per così dire si è origliato la corrente elettrica, che altrimenti ci si era sempre immaginata come rinchiusa nei fili, appena da un altro punto di vista che da quello della legge di Ohm, che si origliava durante il suo corso dove abbandona il filo, salta ad un polo lontano e non si può nascondere attraverso la materia attraverso cui passa, quello che è in essa. Ma così è venuto alla luce qualcosa di molto complicato. Abbiamo ieri visto come i più svariati tipi di raggi sono venuti così alla luce. Abbiamo visto che innanzitutto — vi ho addotto i fenomeni — i cosiddetti raggi catodici sono diventati noti, che emanano dal polo negativo dei tubi di Hittorf e passano attraverso lo spazio rarefatto di aria, come già questi raggi catodici, dal momento che sono deviabili attraverso forze magnetiche, abbiano mostrato qualcosa di affine a quello che normalmente si sente come materiale. D’altro lato hanno mostrato qualcosa di affine a quello che si percepisce attraverso irradiamenti. Ciò si mostra particolarmente chiaramente allora quando si fa esperimenti cosicché si catturano questi raggi che vengono in qualche modo dal polo elettrico come si cattura la luce attraverso uno schermo o attraverso un altro oggetto. La luce getta ombra, e tali irradiamenti gettano anche ombra. Certamente però è proprio per questo che è stata stabilita anche la relazione all’elemento materiale ordinario. Poiché se vi immaginate che da qui, come abbiamo visto ieri, per esempio secondo le concezioni di Crookes con i raggi catodici, si bombarda, allora i proiettili non passano attraverso l’ostacolo, e quello che è dietro rimane illeso. Possiamo illustrare ciò particolarmente attraverso l’esperimento di Crookes afferrando i raggi catodici.
Genereremo qui la corrente elettrica che allora condurremo attraverso questo tubo, che è rarefatto di aria, che ha qui il suo catodo, il polo negativo, e qui il suo anodo, il polo positivo. Otterremo così che, spingendo attraverso questo tubo l’elettricità, i cosiddetti raggi catodici. Li catturiamo attraverso una croce di Sant’Andrea inserita. Li lasciamo colpire, e vedrete che sul lato opposto diventa visibile qualcosa come l’ombra di questa croce di Sant’Andrea, che vi attesta che questa croce di Sant’Andrea ferma i raggi. Vi prego di considerare attentamente: la croce di Sant’Andrea è lì dentro, i raggi catodici vanno così, vengono catturati attraverso la croce che sta qui, e diventa visibile l’ombra sulla parete posteriore. Ora includerò quest’ombra nel campo di un magnete, e vi prego ora di osservare questa ombra della croce di Sant’Andrea. La troverete influenzata dal campo magnetico. La vedete? Così, come attiro qualcosa d’altro semplice, diciamo un oggetto di ferro con il magnete, così si comporta come materia esterna quello che emerge qui come una specie d’ombra. Quindi si comporta anche materialmente.
Abbiamo così d’una parte un tipo di raggi che per Crookes propriamente si riconduce alla materia radiante, uno stato di aggregazione che non è né solido, né liquido né gassoso, ma che è uno stato di aggregazione più fine e che ci mostra come questa intera elettricità nel suo flusso si comporta come materia semplice. Così abbiamo lo sguardo rivolto al flusso dell’elettricità che fluisce, e quello che vediamo ci si rivela così come quello che vediamo come effetti all’interno della materia.
Voglio ora mostrarvi ancora — perché ieri non era possibile — come questi raggi emergono che vengono dall’altro polo, che ho caratterizzato ieri per voi come i raggi canali. Vedete qui distinti i raggi che vengono dal catodo, che vanno in questa direzione, che brillano in luce violastra, ed i raggi canali che loro si oppongono con una velocità molto minore, che danno la luce giallastra. Ora voglio mostrarvi ancora il tipo di raggi che emerge qui attraverso questo dispositivo e che vi si rivelerà particolarmente dal fatto che il vetro mostra fenomeni di fluorescenza, mentre conduciamo il flusso elettrico attraverso. Qui otterremo il tipo di raggi che altrimenti si rende visibile facendo passare questi raggi attraverso uno schermo di platinzianuro di bario, e che hanno la proprietà di rendere il vetro abbastanza fortemente fluorescente. Vedete il vetro — su cui prego voi di fissare principalmente la vostra attenzione — in una luce molto fortemente giallo-verdognolo fluorescente. I raggi che in tale luce molto fortemente fluorescente appaiono, sono ora appunto i raggi X già menzionati ieri. In modo che notiamo anche questo tipo qui.
Ora vi dissi che nel seguire questi processi si rivelò che certi come sostanze visti enti emettono interi fasci di raggi, almeno di tre tipi diversi, che ieri abbiamo distinto in raggi α, β e γ e che mostrano chiaramente proprietà diverse l’una dall’altra, che allora queste sostanze che designiamo come radio e così via, ma ancora un quarto emettono, che è l’elemento stesso, che si abbandona e che dopo essere stato emesso si è trasformato cosicché mentre il radio fluisce, si trasforma in elio, quindi diventa qualcosa di completamente diverso. Abbiamo quindi non a che fare con materia che rimane fissa, ma con una metamorfosi dei fenomeni.
Ora vorrei propriamente in connessione a queste cose sviluppare un punto di vista che per voi può diventare la via dentro questi fenomeni, interamente il percorso dentro i fenomeni naturali. Vedete, quello in cui la meditazione fisica del diciannovesimo secolo principalmente è stata malata, è il fatto che l’attività interiore con cui l’uomo ha cercato di seguire i fenomeni naturali, dentro l’uomo non era abbastanza mobile, soprattutto non era ancora capace di arrendersi ai fatti del mondo esterno stesso. Si poteva vedere colori emergere nella luce, ma non ci si sollevava ad un accoglimento del colorato nel nostro rappresentare, nel nostro pensare, non si potevano più pensare i colori, e si sostituirono i colori che non si potevano pensare con quello che si poteva pensare, che è appunto solo foronimico, con le oscillazioni calcolabili di un etere sconosciuto.
Questo etere però, vedete, è qualcosa di furbo. Poiché sempre, quando lo si vuol cercare, allora non si presenta. E tutti questi esperimenti che portarono alla luce questi diversi raggi, propriamente hanno mostrato che bene si mostra l’elettricità liquida, quindi qualcosa che come forma di apparenza si trova nel mondo esteriore, ma che l’etere proprio non vuol presentarsi. Ora non era stato dato al pensiero del diciannovesimo secolo di penetrare nei fenomeni stessi. Ma è proprio questo quello che dal momento presente in poi sarà così necessario per la fisica, penetrare nel rappresentare umano nei fenomeni stessi. Ma per questo dovranno essere aperti certi percorsi giusti per la considerazione dei fenomeni fisici. Si potrebbe dire che le più obiettive forze che sempre più si avvicinano all’uomo, hanno propriamente già costretto il pensiero a diventare un po’ più mobile, ma potremmo dire: da un angolo sbagliato. Quello che ci si era considerato come il sicuro, su cui ci si era affidati più di tutto, è appunto il fatto che ci si poteva spiegare così bellamente i fenomeni con il calcolo e con la geometria, cioè con l’arrangiamento di linee, di superfici e di corpi nello spazio. Quello a cui questi fenomeni qui nei tubi di Hittorf vi costringono è che dovete stare più vicini ai fatti, che il calcolo piuttosto propriamente fallisce quando lo volete applicare così in forma astratta come si è fatto nella vecchia teoria della ondulazione.
Bene, dall’angolo da cui innanzitutto qualcosa come un costringimento al rendimento mobile del pensiero aritmetico e geometrico è venuto, prima vorrei parlarvi. Vedete, la geometria era qualcosa di molto antico. Come dalle geometrie ci si rappresenta regolarità dalle linee, dai triangoli, dai quadrangoli ecc., questo è qualcosa che viene da lontano ed è stato applicato a quello che si presenta come fenomeni esterni nella natura. Ora propriamente verso il pensiero del diciannovesimo secolo questa geometria è venuta a vacillare, e questo è accaduto nel seguente modo: vedete, rimettetevi bene sulla sedia della scuola, allora sapete che dappertutto vi si insegna — ed i nostri cari insegnanti della scuola Waldorf naturalmente l’insegnano anche, lo devono insegnare —, se si ha un triangolo e si prendono i tre angoli, allora questi tre angoli insieme sono un angolo steso o 180°. Questo vi è noto. Ora naturalmente ci si sente spinti — e ci si deve sentir spinti — a dare anche agli alunni una specie di prova per il fatto che questi tre angoli insieme sono 180°. Lo si fa dal fatto che si traccia qui una parallela alla linea base del triangolo, che si dice: lo stesso angolo che qui è come α, si mostra qui come α’. α e α’ sono angoli alterni. Sono uguali. Posso dunque semplicemente trasportare questo angolo qui.
Parimenti posso trasportare questo angolo β qui e ho lo stesso. Ora, l’angolo γ rimane dove è, e se γ = γ e α’ = α e β’ = β e α’ + β’ + γ insieme danno un angolo steso, allora anche α + β + γ insieme devono costituire un angolo steso. Posso dunque provare chiaramente ed intuitivamente ciò. Non potrebbe esserci nulla di più chiaro ed intuitivo, si potrebbe dire.
Ma la presupposizione che si fa quando si prova ciò, è che questa linea superiore A’ - B’ è parallela ad A-B. Poiché solo così sono in grado di condurre la prova. Ma ora in tutta la geometria euclidea non c’è nessun mezzo per provare che due linee sono parallele, cioè si intersecano in distanza infinita, cioè non si intersecano affatto. Questo assomiglia come se fossero parallele, solo finché rimango nello spazio pensato. Nulla mi garantisce che anche in uno spazio reale così sia il caso. E se quindi assumo solo che questi due diritti non si intersechino in distanza infinita prima, ma si intersechino realmente prima, allora tutta la mia prova per i 180° degli angoli del triangolo va in pezzi, allora avrei come risultato che certo non nello spazio che io stesso mi costruisco nel pensiero e di cui si occupa la geometria ordinaria — in questo spazio gli angoli del triangolo hanno 180° come somma degli angoli —, che però, appena mi soffermi su forse uno spazio diverso, reale, la somma degli angoli del triangolo non è affatto più 180°, ma magari più grande.
Cioè, accanto alla geometria ordinaria, derivata da Euclide, sono possibili altre geometrie, per cui la somma degli angoli del triangolo non è affatto 180°. Con discussioni in questa direzione il pensiero del diciannovesimo secolo, particolarmente da Lobachevskij in poi, si è molto occupato, ed a questo collegato doveva sorgere la domanda: sono allora veramente i processi della realtà che seguiamo con i nostri sensi, veramente catturabili, pienamente catturabili con quelle concezioni che acquisiamo come concezioni geometriche nello spazio da noi pensato? Lo spazio da noi pensato è indubbiamente pensato. Possiamo certo nutrire una bella concezione che quello che fuori oltre a noi accade, in parte coincide con quello che noi ne foggiamo, ma non ci garantisce nulla per il fatto che quello che accade lì fuori agisca cosicché noi lo comprendiamo completamente attraverso la geometria euclidea da noi concepita. Potrebbe molto facilmente essere — ma potremmo esserne istruiti solo dai fatti stessi — che le cose fuori procedano secondo una geometria completamente diversa e che noi le traduciamo per la nostra percezione nella geometria euclidea e le sue formule. Cioè, abbiamo innanzitutto, se ci lasciamo impegnare solo su quello che alla scienza della natura oggi è disponibile, nessuna possibilità di decidere innanzitutto nulla su come si comportano le nostre geometriche, interamente le nostre concezioni foronimiche a quello che ci appare là nella natura.
Calcoliamo, disegniamo i fenomeni naturali, per quanto è dato che siano fisici. Ma se lì disegniamo solo esteriormente sulla superficie qualcosa o penetriamo qualcosa della natura, su ciò inizialmente non è nulla da decidere. E se una volta si comincerà a pensare profondamente in particolare nella scienza naturale fisica, allora si entrerà in un orribile vicolo cieco, allora si vedrà come non si avanza. E non si avanza se non ci si farà prima insegnare sull’origine delle nostre concezioni foronimiche, delle nostre concezioni del contare, del geometrico ed anche delle nostre concezioni del puro movimento, non sulle forze.
Donde vengono allora tutte queste concezioni foronimiche? Normalmente ci si può avere la credenza che vengono dallo stesso fondo da cui vengono le concezioni che acquisiamo quando ci entriamo con i fatti esterni della natura e li elaboriamo intelligentemente. Vediamo attraverso i nostri occhi, sentiamo attraverso i nostri orecchi, elaboriamo attraverso i sensi percepito con l’intelletto innanzitutto primitivamente, senza contarlo, senza disegnarlo, senza guardare al movimento. Ci orientiamo verso categorie di concetti del tutto diversi. Qui il nostro intelletto è attivo alla guida dei fenomeni sensori. Ma se ora cominciamo ad applicare le cosiddette concezioni scientifiche geometriche, aritmetiche, algebriche o di movimento a quello che avviene esteriormente, allora facciamo qualcos’altro ancora, allora applichiamo concezioni che certamente non abbiamo acquisito dal mondo esterno, ma che abbiamo filato fuori dal nostro interno. Donde vengono allora propriamente queste concezioni? — questa è la domanda cardinale. Queste concezioni infatti non vengono per nulla dalla nostra intelligenza che applichiamo quando elaboriamo le concezioni sensorie, ma queste concezioni vengono veramente dalla parte intelligente della nostra volontà, che facciamo con la nostra struttura di volontà, con la parte di volontà della nostra anima. È una grande differenza tra tutte le altre concezioni della nostra intelligenza e le concezioni geometriche, aritmetiche e di movimento. Le altre concezioni le acquisiamo dalle esperienze del mondo esterno; queste concezioni, quelle geometriche, aritmetiche, salgono dal parte inconscia di noi, dalla parte di volontà, che ha come organo esterno il metabolismo.
Da lì salgono per esempio nel senso più eminente le concezioni geometriche. Vengono dall’inconscio nell’uomo. E quando voi applicate queste concezioni geometriche — le userò ora anche per le concezioni aritmetiche ed algebriche —, quando le applicate a fenomeni di luce o a fenomeni di suono o di tono, allora nel vostro processo conoscitivo unite quello che vi sale dall’interno con quello che percepite esteriormente. Rimane inconscio il vostro intero processo conoscitivo della geometria applicata. L’unite con i fenomeni esterni; rimane inconscio l’intero origine.
Formiate così teorie come la teoria ondulatoria — è affatto indifferente se si forma questa o la teoria emissiva di Newton —, voi formiate teorie unendo quello che sale dal vostro parte inconscia con quello che vi si presenta come vita conscia diurna, fenomeni di suono e così via, penetrate l’uno con l’altro. Questi due non appartengono insieme inizialmente. Appartengono insieme così poco come il vostro potere rappresentante con le cose esterne che percepite in una specie di mezzo sonno. Vi ho spesso fatto esempi negli insegnamenti antroposofici come il sogno umano simbolizza: un uomo sogna che sta con un’altra persona come studente alla porta di un’aula, entrambi cadono in lite, la lite diventa forte, si sfidano — tutto viene sognato —, viene sognato come vanno fuori nel bosco, viene organizzato il duello. L’interessato sogna ancora come spara. Nel momento si sveglia e — la sedia è caduta. Era l’urto che continua in avanti nel sogno.
La potenza rappresentante si è unita in una maniera che solo simbolizza, non in apparizione adeguata all’oggetto, con quello che è esteriore apparenza. In maniera simile si unisce quello che voi nel foronimico portate fuori dalla parte subconscia del vostro essere con i fenomeni luminosi. Voi disegnate geometricamente i raggi di luce. Quello che voi lì, il che non ha altro valore di realtà che quello che si esprime nel sogno quando state rappresentando simbolicamente fatti obiettivi come la caduta della sedia. Questo intero lavoro dei fenomeni ottici, acustici ed in parte dei fenomeni termici del mondo esterno attraverso concezioni geometriche, aritmetiche e di movimento — questo è veramente, anche se molto sobrio, pur sempre un sogno consapevole sulla natura. E prima che non si riconosca come un sogno consapevole, non si arriverà con la scienza naturale in modo che questa scienza naturale vi fornisca realtà. Quello in cui si crede di avere scienza proprio esatta, quello è il sogno naturale dell’umanità moderna.
Se ora voi però scendete dai fenomeni luminosi, dai fenomeni acustici attraverso i fenomeni termici nel campo che voi entrate con questi fenomeni di irradiamento, che sono un capitolo particolare della teoria dell’elettricità, allora vi unite con quello che esteriormente nella natura è equivalente al volere umano. Dallo stesso ambito nell’uomo che come ambito della volontà è equivalente al campo di azione dei raggi catodici, dei raggi canali, dei raggi X, dei raggi α, β, γ ecc., da questo stesso campo, che nell’uomo è l’ambito della volontà, emerge quello che noi abbiamo nella nostra matematica, nella nostra geometria, nelle nostre concezioni di movimento. Lì entriamo veramente in campi affini. Ma il pensiero umano odierno non è arrivato in questi campi fino al punto di pensare veramente ancora in questi campi. Sognare può l’uomo odierno, pensando teorie di ondulazione, ma afferrare matematicamente l’ambito dei fenomeni nella misura in cui è affine all’ambito umano della volontà, da cui proviene anche l’origine della geometria, dell’aritmetica, questo l’uomo oggi non riesce ancora a fare. Per questo il rappresentare aritmetico, algebrico, geometrico stesso deve ancora diventare più permeato da realtà, e su questo percorso deve appunto incamminarsi la scienza fisica. Se vi parlate oggi con fisici che hanno acquisito la loro educazione ancora al tempo in cui fioriva la teoria ondulatoria, allora molti di loro si trovano piuttosto a disagio davanti a questi fenomeni più recenti, perché i pensieri di calcolo da tutte le parti un poco se ne vanno. E ci si è già in tempi recenti aiutati diversamente, dal momento che il calcolo tutto regolare, il geometrizzare non andava più, si è introdotto una specie di metodo statistico, che vi consente più in connessione ai fatti esterni empirici anche legare insieme connessioni di numeri empirici ed operare lì con il calcolo della probabilità, dove vi è permesso dire: uno calcola una regolarità che dura attraverso una certa serie; allora si arriva in un punto dove la storia non va più così.
Tali cose spesso mostrano proprio nel corso dello sviluppo della fisica più recente come il pensiero si perde, ma proprio perché il pensiero si perde, si penetra nella realtà. Così per esempio sarebbe stato facilmente immaginabile che, sotto certe concezioni rigide sulla natura di un gas riscaldato o di aria riscaldata ed il comportamento di questa aria riscaldata verso l’ambiente sotto certe condizioni, qualcuno avrebbe provato con una matematica altrettanto sicura che l’aria mai avrebbe potuto essere liquefatta. È stata però liquefatta perché in un certo punto si è rivelato che certe concezioni che colmano una regolarità per una serie alla fine di questa serie non valgono più. Tali esempi potrebbero molti essere addotti. Tali esempi mostrano come la realtà oggi appunto nel campo fisico spesso costringe l’uomo a confessarsi: con il tuo pensiero, con la tua concezione non ti immergi più pienamente nella realtà. Devi cominciare la cosa intera da un altro capo. — E appunto per cominciare da questo altro capo è così necessario che sentiate la parentela tra tutto quello che viene dalla volontà umana e da lì viene la foronomia — e quello che vi si oppone esteriormente cosicché ne è separato e si annuncia solo attraverso i fenomeni dell’altro polo. Tutto quello che passa attraverso i tubi si annuncia con luce e così via.
Ma quello che fluisce come elettricità non è percettibile per se stesso. Perciò la gente dice: se si avesse un sesto senso per l’elettricità, la percepiremmo anche direttamente. — È naturalmente nonsense, perché è solo quando si sale all’Intuizione che ha nel volere il suo fondamento che si entra nella regione per il mondo esterno anche, in cui l’elettricità vive e tesse. Ma si nota con ciò simultaneamente che si ha in questi fenomeni che si considerano ultimamente nel campo considerato l’inverso davanti come nei suoni o nei toni. Nel suono o nel tono sta il particolare attraverso il semplice esser-posto dell’uomo nel mondo dei suoni o dei toni, come l’ho caratterizzato, che l’uomo si immerge con l’anima solo nei suoni o toni come tali e che quello dove dentro si immerge attraverso il corpo è solo quello che nel senso di una tale considerazione come l’ho data in questi giorni, assorbe l’essenza vera del suono o tono — vi ricordate il confronto con il recipiente pompato vuoto —, assorbe! Lì sto dentro, nei suoni, nei toni, nel più spirituale, e quello che il fisico osserva, che naturalmente non può osservare lo spirituale, non lo spirituale-animico, quello è l’esteriore cosiddetta parallela apparenza materiale del movimento, dell’onda. Vengo verso i fenomeni dell’ultimo campo considerato, allora ho fuori da me non solo l’obiettiva — cosiddetta — materialità, ma ho fuori da me lo stesso che altrimenti in me nel spirituale-animico come suono e tono vive.
È propriamente anche esteriormente presente, ma sono unito con questo esteriore. Qui ho nella stessa, potrei dire, sfera, nel che ho solo le onde, le onde materiali del tono, lì ho quello che altrimenti nel tono appunto solo spiritualmente può essere percepito. Lì devo percepire fisicamente lo stesso che nel tono solo spiritualmente posso percepire. A poli completamente opposti nel rapporto dell’uomo al mondo esterno stanno le percezioni di tono e per esempio le percezioni dei fenomeni elettrici. Percepite tono, allora vi separate in una dualità umana. Nuotate nell’elemento ondulatorio anche esternamente provabile, elemento di oscillazione, voi percepite: lì dentro è ancora qualcosa d’altro che il meramente materiale. Siete costretti interiormente a rimettervi in movimento per afferrare il tono. Con il vostro corpo, con il vostro corpo ordinario, che io qui schematicamente disegno, percepite l’oscillazione, le oscillazioni. Voi concentrate in voi il vostro corpo eterico e corpo astrale, che allora occupa solo una parte del vostro spazio, e vivete quello che dovete vivere nel tono, nel vostro etereo ed astrale concentrato interiormente del vostro essere. Apparate come uomo verso i fenomeni dell’ultimo campo, allora non avete inizialmente nulla di alcuna oscillazione e simile.
Ma vi sentite spinti a fare che quello che avete prima concentrato, l’espandiate. Voi spingete ovunque il vostro corpo eterico ed il vostro corpo astrale oltre la vostra superficie, li rendete più grandi, e percepite così questi fenomeni elettrici. Senza che si avanzasse al spirituale-animico dell’uomo non sarete in grado di ottenere una posizione verso i fenomeni fisici che sia conforme a verità e conforme a realtà. Dovrete sempre più concepirvi: i fenomeni di suono, tono, luce sono affini al nostro elemento di rappresentazione conscia; i fenomeni di elettricità e magnetici sono affini al nostro elemento di volontà inconscia, ed il calore giace in mezzo. Come il sentimento sta tra rappresentazione e volontà, così il calore esterno della natura sta tra luce e suono da una parte ed elettricità e magnetismo dall’altra. La struttura della considerazione dei fenomeni naturali deve quindi sempre più — e può diventare se si segue l’insegnamento del colore Goethiano — una considerazione dell’elemento luce-tono da una parte e dell’elemento completamente opposto elettricità-magnetismo dall’altra. Come noi nello spirituale distinguiamo tra luciferino-luminoso ed arimantesco-elettricità-magnetismo-somigliante, così dobbiamo anche considerare la struttura dei fenomeni naturali. E indifferente tra ambedue giace quello che nei fenomeni del calore ci si oppone.
Con ciò per questo ambito vi ho indicato una specie di percorso direttivo, linee direttive, in cui preliminarmente volevo riassumere quello che vi potrebbe essere trasmesso da me in queste poche ore improvvisate. È naturalmente automatico che con la velocità con cui il tutto ha dovuto essere messo in scena, è rimasto negli intenti che potessero essere dati a voi solo alcuni stimoli, da cui spero che ben presto qui si potranno costruire. Credo però anche che quello qui dato possa aiutarvi, particolarmente gli insegnanti della scuola Waldorf possono aiutare nel fatto che qui, dove dovrete insegnare ai bambini concezioni scientifiche della natura, vedrete di questo che voi certo non direttamente, potrei dire in maniera fanatica, istruiate i bambini in modo che questi bambini escono nel mondo e dicono: tutti i professori universitari sono asini. — Piuttosto in queste cose dipende dal fatto che realtà in maniera corrispondente possono svilupparsi. Si tratta quindi che noi non facciamo confusione i nostri bambini. Ma possiamo certo raggiungere che noi per lo meno non mescoliamo troppe impossibili rappresentazioni nell’insegnamento, rappresentazioni che sono solo prese dalla credenza che l’immagine di sogno che si forma sulla natura abbia una realtà esterna reale. Così, se voi penetrate voi stessi con una certa disposizione scientifica, che penetra, come per esempio potrei dire, quello che vi ho trasmesso in queste ore, così potrebbe servirvi per il modo come parlate con i bambini sui fenomeni naturali, attraverso questo modo di fare. Ma anche in modo metodico credo che possiate avere molto. Sebbene volentieri sarei andato meno in galoppo attraverso questi fenomeni come è stato necessario, così vedrete tuttavia che in un certo modo si possono unire il visibile esteriormente nel esperimento con quello mediante cui si provocano concezioni sulle cose, in modo che l’uomo non semplicemente fissa lo sguardo sulle cose ma vi riflette su, e se organizzate il vostro insegnamento in modo che facciate pensare i bambini all’esperimento, con loro discutete l’esperimento ragionevolmente, allora svilupperete proprio nell’insegnamento scientifico della natura un metodo che renderà questa scienza della natura fruttuosa per i bambini a voi affidati. Con questo credo veramente di aver aggiunto ancora qualcosa a quello che ho detto nel corso pedagogico all’inizio dell’insegnamento della scuola Waldorf.
Credo d’altro lato che, dal fatto che abbiamo potuto organizzare questi corsi, abbiamo fatto qualcosa che nuovamente può contribuire al prosperare della nostra scuola Waldorf, che veramente dovrebbe svilupparsi — e dopo il buon molto lodevole avvio può sì — che dovrebbe essere un inizio di un’azione che crea da nuovo per il nostro sviluppo dell’umanità. Se noi ci penetriamo con questa coscienza: è davvero così tanto fragile quello che si è fino ad ora sviluppato nello sviluppo dell’umanità e deve qualcosa di nuovo formato al suo posto sostituirsi allora avremo per questa scuola Waldorf la coscienza giusta.
Giusto dalla fisica si mostra che un intero numero di concezioni è veramente straordinariamente fragile, e questo si collega pur sempre più di quello che si pensi con tutta la miseria del nostro tempo. Vedete, quando le persone pensano sociologicamente, allora si vede subito dove pensano storto — voglio dire, la maggior parte neppure se ne accorge. Ma lo si può notare poiché sappiamo che le concezioni sociologiche entrano nell’ordine sociale degli uomini. Ma come profondamente le concezioni fisiche entrano nella vita intera dell’umanità, non ci si forma una rappresentazione sufficiente, e così non si sa quale danno molto a volte così terribile della più recente fisica veramente hanno arrecato. Io ho spesso citato anche in insegnamenti pubblici come Hermann Grimm, che d’altronde ha solo guardato le concezioni scientifiche della natura da fuori, così a dire, con un certo diritto ha espresso come future generazioni difficilmente potranno comprendere che una volta ci sia stato un mondo così pazzo che ha spiegato lo sviluppo della terra e dell’intero sistema solare dalla teoria Kant-Laplace. Questa follia scientifica più tardi non sarà facile da comprendere. Così però come questa teoria Kant-Laplace ce n’è molto quale oggi è nelle nostre concezioni sulla natura inorganica. Ma come dovranno ancora liberarsi gli uomini dal kantiano-regiomontano e simile se vorranno avanzare verso concezioni profonde salutari! Ci si fanno esperienza di cose strane da cui si può vedere come il falso da una parte si incatena con il falso dall’altra. È comunque qualcosa come rampicamento verso il muro quello che si può vivere nel seguente modo. Ho in questi giorni — come si dice casualmente — ricevuto l’insegnamento stampato che un professore di università tedesco, che si rivela in questo insegnamento ancora come qualcosa di kantiano-regiomontano, ha tenuto all’università del paese baltico sulle relazioni tra fisica e tecnica. L’insegnamento fu tenuto il 1° maggio 1918. Vi prego di notare la data: il 1° maggio 1918.
L’uomo che è un fisico erudito dei tempi presenti esprime il suo ideale alla conclusione di questo insegnamento e dice approssimativamente: il corso di questa guerra ha chiaramente mostrato che abbiamo potuto stabilire troppo poco un legame tra il lavoro di laboratorio scientifico delle università ed il militarismo. Nel futuro, per lo che l’umanità possa svilupparsi in maniera appropriata, deve essere stretto un legame molto più intimo tra i ranghi militari e tra quello che accade alle università, poiché tutto quello che la scienza da questioni di mobilizzazione del futuro deve essere incluso, per fare la mobilizzazione di qualcosa di particolarmente potente. Abbiamo sofferto molto all’inizio di questa guerra dal fatto che questo legame intimo non era ancora stretto, che perciò nel futuro dalle stazioni di ricerca scientifiche deve condurre negli stati maggiori.
Miei cari amici, l’umanità deve imparare di nuovo e dovrà imparare di nuovo su molti ambiti. Se può decidersi di imparare di nuovo su un ambito come è la fisica, allora sarà più facilmente pronta allora anche ad imparare di nuovo su altri ambiti. Ma i fisici che ancora pensano nel vecchio senso, che non saranno mai troppo lontani dalla bella coalizione tra la stazione di ricerca scientifica e gli stati maggiori. Deve diventare diverso molto. Possa la scuola Waldorf sempre essere un luogo dove si riconosce quello che deve essere diverso! Con questo desiderio vorrei per il momento concludere queste considerazioni.
In memoria di Frater Stefano Ravaglia
anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.
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