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O.O. 321

Impulsi scientifico-spirituali per lo sviluppo della fisica. Secondo corso di scienze naturali

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1°Calore e termometro. Atomismo e teorie cosmiche

Stoccarda, 1 Marzo 1920

Le considerazioni scientifico-naturali che si sono sviluppate durante il mio ultimo soggiorno qui dovranno ora subire una sorta di continuazione. Questa volta intendo partire da quel capitolo delle considerazioni fisiche che risulta particolarmente importante per la fondazione di una concezione scientifico-naturale del mondo in generale, cioè dalla considerazione delle condizioni termiche del mondo. Cercherò oggi, in un’introduzione, di mostrarvi come, attraverso una tale considerazione, quale intendiamo ora praticare, si possa creare una visione del significato delle conoscenze fisiche all’interno di una concezione del mondo universalmente umana, e come in questo modo possa essere posta la base per una sorta di impulso pedagogico per l’insegnamento delle scienze naturali. Come ho detto, oggi vogliamo partire da un’introduzione di carattere generale e vedere fino a dove arriviamo con essa.

La cosiddetta teoria del calore ha assunto, nel diciannovesimo secolo, una forma mediante cui è stato fornito straordinario sostegno a una considerazione materialistica del mondo. Proprio per il fatto che le condizioni termiche nel mondo danno luogo, soprattutto, a distogliere lo sguardo dalla vera natura del calore, dall’essenza del calore, e a rivolgerlo verso i fenomeni meccanici che emergono dalle condizioni termiche.

Il calore, l’uomo lo conosce inizialmente attraverso le sensazioni che designa come freddo, caldo, tiepido e così via. Tuttavia, ben presto gli uomini si rendono conto che con questa sensazione sembra darsi qualcosa di inizialmente vago, comunque qualcosa di soggettivo. Chi conduce il semplice esperimento — non abbiamo bisogno di farlo qui, ci distrarrebbe solo, ma ognuno può farlo per sé in qualsiasi momento — può convincersi di quanto segue:

Immaginate di avere qui un recipiente pieno d’acqua di una certa temperatura determinata t; alla destra di esso avete un recipiente, parimenti pieno d’acqua, con una temperatura determinata t − t*, cioè con una temperatura che è sostanzialmente inferiore a quella del primo recipiente. Avete ancora un recipiente con acqua della temperatura t + t¹. Se ora prendete i vostri due bracci e immergete le dita nei due recipienti esterni per primo, percepirete sensibilmente lo stato termico dei due recipienti. Potete quindi immergere le dita appena immerse nel recipiente centrale, e vedrete che il dito che era stato immerso nel liquido di temperatura inferiore sentirà la temperatura nel recipiente centrale relativamente calda, mentre il dito che era stato immerso nel liquido più caldo sentirà la temperatura fredda.

Così la stessa temperatura appare diversa per la sensazione soggettiva, a seconda che prima foste soggettivamente esposti all’una o all’altra temperatura. Ogni uomo sa pure che, se entra in una cantina, questo può essere diverso a seconda che vi entri in estate o in inverno. Se vi entra in inverno, può accadere che, persino se il termometro mostra la stessa temperatura, la cantina gli sembri calda, mentre se vi entra in estate, la cantina gli sembra fresca.

Da ciò si conclude inizialmente semplicemente: sì, la sensazione soggettiva di calore non è determinante; si tratta di poter constatare oggettivamente, in qualche modo, quale sia lo stato termico di un corpo o di un luogo. Ora, non ho bisogno di addentrarmi qui nei fenomeni elementari, e neanche negli strumenti elementari della misurazione del calore. Questi devono presumersi come noti. Perciò posso semplicemente dire: quando si misura oggettivamente, con il termometro, lo stato della temperatura di un corpo o di uno spazio, si ha la sensazione: sì, qui si misurano semplicemente i gradi dal punto zero verso l’alto o verso il basso, e si ottiene una misura oggettiva dello stato termico. Si compie allora nel proprio pensiero una differenza essenziale tra questa constatazione oggettiva, alla quale l’uomo non partecipa, e la constatazione soggettiva attraverso la sensazione, alla quale l’uomo partecipa.

Ora, per tutto ciò che è stato ricercato durante il diciannovesimo secolo, si può dire che questo mantenimento separato è stato qualcosa che, in una certa relazione, è risultato produttivo, che ha prodotto successi. Ma noi siamo ora in un tempo in cui bisogna assolutamente prestare attenzione a certe cose, se si vuole procedere in modo produttivo in questo o quel campo della conoscenza o della pratica della vita. E pertanto oggi debbono venir poste dalla scienza stessa certe domande che, semplicemente sotto l’influsso di tali conclusioni che ho esposte, sono state trascurate. Una domanda è questa: è una differenza, una reale differenza oggettiva, tra il constatare attraverso il mio organismo di fronte alla temperatura di uno spazio o di un corpo e il constatare questa temperatura attraverso il termometro, oppure mi ingannerei — può essermi utile per la vita fare questa differenza — se introduco questa differenza nelle mie idee e nei miei concetti, che la scienza allora dovrebbe sviluppare? — L’intero corso dovrà servire a mostrare come oggi debbono essere poste siffatte domande. Infatti, partendo da domande di principio, dovrò elevarmi a quelle domande che oggi, perché non sono state considerate siffatte cose, semplicemente sfuggono alla pratica della vita in campi importanti. Come fuggono nella sfera della tecnica alla vita, lo vedrete ancora. Ora voglio solo richiamare l’attenzione su quanto segue, di principio: tra le considerazioni che ora caratterizzerò subito, è andata completamente perduta l’attenzione sull’essenza del calore stesso. E mediante ciò è andata perduta la possibilità di mettere questa essenza del calore in relazione con quell’organizzazione con cui dobbiamo metterla in relazione in certi campi della pratica della vita, soprattutto: l’organismo umano stesso. Se oggi vogliamo caratterizzare, grossolanamente — voglia intendersi come introduttivo — a cosa tutto ciò si riduce, allora dobbiamo attirare l’attenzione sul fatto che siamo del tutto obbligati a misurare la temperatura del nostro proprio organismo umano in certi casi, per esempio quando si trova in stati di febbre. Da ciò potete desumere che la relazione dell’essenza del calore — ancora inizialmente sconosciuta — all’organismo umano ha una certa importanza. La cosa più radicale, come si comporta nei processi chimici e tecnici, la considererò più tardi. Ma non si potrà mai dirigere la propria attenzione in modo corretto su questa relazione dell’essenza del calore all’organismo umano se si parte da una concezione meccanica dell’essenza del calore, perché allora sfugge a chi osserva il fatto che nell’organismo umano, secondo gli organi, esiste un’affettività al calore completamente diversa per l’essenza del calore stessa, che il cuore, il fegato, il polmone hanno completamente diverse capacità di porsi in relazione con l’essenza del calore. Perciò uno studio reale di certi sintomi morbosi senza queste diverse capacità termiche dei singoli organi non si può praticare; questo sfugge semplicemente alla considerazione, perché dalla concezione fisica del calore non si è creata alcuna base per questo. Oggi non siamo in grado di portare la concezione fisica che abbiamo sviluppato durante il diciannovesimo secolo circa il calore nel campo dell’organico. Questo è notevole oggi per colui che ha un occhio per i danni delle cosiddette ricerche fisiche presenti per i rami superiori, diciamo della conoscenza dell’essenza organica stessa. Perciò devono venir sollevate certe domande, domande che hanno soprattutto lo scopo di chiarire i concetti, di renderli trasparenti. Non soffriamo di nulla più oggi, proprio nelle cosiddette scienze più esatte, che di concetti poco chiari, non trasparenti.

Che cosa significa allora propriamente quando dico: se ho immerso il dito qui a destra e a sinistra (vedi disegno pagina 12), allora ho, quando immergo poi entrambi i diti in un recipiente con liquido di temperatura determinata, sensazioni diverse; che cosa significa? È davvero obiettivamente, nella determinazione del concetto, una differenza rispetto alla cosiddetta determinazione oggettiva attraverso il termometro? Pensate un po’: immergete invece del dito qui (vedi disegno, a destra) il termometro e l’immergete lì (al centro), allora otterrete diversi gradi del termometro, a seconda che l’immergiate qui o là. Se prendete i due termometri invece dei due diti, allora anche la colonna di mercurio compirà fatti diversi nell’uno e nell’altro termometro. Avrete qui (a destra) un grado del termometro più basso e qui (a sinistra) un grado del termometro più alto, uno salirà e l’altro scenderà. Vedete, i termometri non fanno nulla di diverso da quanto fanno le vostre stesse sensazioni. Per la determinazione di un concetto di visione non esiste differenza tra i due termometri e le sensazioni del vostro dito. Qui e là si constata esattamente la stessa cosa, cioè: la differenza rispetto allo stato precedente. E ciò che importa nella nostra sensazione è il fatto che non portiamo in noi un punto zero. Se portassimo un punto zero in noi, se cioè non constatassimo solo quello che è immediata visione, ma avessimo un dispositivo in noi che riferisse la temperatura che percepiamo soggettivamente a un punto zero in noi stessi, allora potremmo, in tal modo che propriamente non vi appartiene, che non ha nulla a che fare con i processi, constatare lo stesso che possiamo constatare attraverso i termometri. Vedete dunque, per la determinazione del concetto non esiste una differenza.

Questo è quello che, come domanda, deve venir posto oggi se vogliamo venire a concetti chiari nella teoria del calore. Poiché tutti questi concetti che esistono sono essenzialmente poco chiari. Ma non crediate che questo non abbia conseguenze. Il fatto che non possiamo determinare in noi un punto zero è strettamente legato a tutta la nostra vita. Se potessimo determinare in noi un punto zero, dovremmo avere uno stato di coscienza completamente diverso, una vita psichica completamente diversa. Proprio perché questo punto zero in noi si nasconde, viviamo nella nostra vita.

Vedete, molte cose nella vita si basano, nell’organismo umano — e nel fondo anche nell’organismo animale — sul fatto che non percepiamo certi processi in noi. Se doveste vivere in sensazioni soggettive tutto ciò che accade nel vostro organismo, pensate a quanto avreste da fare. Pensate all’intero processo della digestione, se doveste parteciparvi in tutti i dettagli. Molto di quello che appartiene alle nostre condizioni di vita si basa appunto sul fatto che non consentiamo consapevolmente certi processi che si svolgono nell’organismo. A ciò appartiene semplicemente il fatto che non portiamo consapevolmente un punto zero in noi, che non siamo un termometro. Così una tale distinzione dell’oggettivo e del soggettivo, come viene fatta, semplicemente per le considerazioni ulteriori del fisico non è più sufficiente.

Questo è quello che è veramente, in fondo, una domanda che si trova libera nella considerazione umana fin dall’antichità greca, ma che poteva restare libera. Non può più restare libera per il futuro. Poiché già gli antichi filosofi greci, soprattutto Zenone — devo oggi richiamarvi l’attenzione su questo, benché vi sembri pedante — hanno indicato certi processi nel pensiero umano che si trovano in modo clamoroso in contraddizione con quella che è la realtà esterna. Devo solo ricordare il sillogismo di Achille, a cui ho spesso richiamato l’attenzione.

Immaginiamo di avere qui il percorso s che Achille (A) compie, diciamo in un tempo determinato. Può correre così velocemente. E qui abbiamo la tartaruga (S). Ha il vantaggio (AS). Achille corre dietro alla tartaruga. Immaginiamo il momento in cui Achille qui in S arriva. La tartaruga corre oltre. Achille deve correrle dietro. Nel tempo in cui compie questo percorso (AS), la tartaruga è arrivata qui (in 1), e nel tempo in cui compie il prossimo spazio (S 1), è arrivata qui (in 2). E così la tartaruga corre sempre un piccolo pezzo in avanti. Achille deve correre dietro a lei su quello che ha già percorso. E Achille non potrà mai raggiungerla.

Questo si tratta solitamente dagli uomini nel modo che, sono abbastanza certo, molti di coloro che ora seggono qui, tratterebbero la cosa. Lo leggo dai vostri volti. Pensate: lo so benissimo, Achille ha certamente raggiunto ben presto la tartaruga, e la cosa è semplicemente stupida, se si trae la conclusione: Achille deve sempre percorrere il tratto precedente, la tartaruga è avanti, lui non la raggiunge mai. È semplicemente stupido — dicono le persone. Ma non va così, che uno possa parlare così, perché la conclusione è assolutamente cogente e vincolante, non si può contestare nulla. E non è affatto stupido se questa conclusione è stata tratta, ma è straordinariamente — nella ragione umana — intelligente, perché è assolutamente vincolante e non se ne può uscire. Su che cosa si basa allora tutto ciò? Fin tanto che pensate soltanto, non potete pensare diversamente da quello che il ragionamento dice. Ma voi non pensate così, perché semplicemente guardate la realtà e sapete: Achille raggiunge certamente la tartaruga. E così confondete il pensiero con la realtà, non vi impegnate più sul pensiero. Agli uomini non è importante impegnarsi nel pensiero, e allora dicono: colui che così pensa è semplicemente stupido. — Dal pensiero non esce fuori nulla di diverso, se non che Achille non raggiunge la tartaruga. Su che cosa si basa allora questo? Si basa sul fatto che, quando applichiamo il nostro pensiero conseguentemente alla realtà, allora quello che constatiamo diventa falso di fronte ai fatti della realtà. Deve diventare falso. Non appena applichiamo il nostro pensiero razionalistico alla realtà, nulla può aiutarci a sfuggire al fatto che constatiamo le cosiddette «verità» false. Poiché dobbiamo semplicemente concludere che, se Achille corre dietro alla tartaruga, egli deve percorrere ogni punto che la tartaruga ha percorso. Questo è idealmente del tutto corretto. Ma nella realtà egli non lo fa, egli non tocca i punti. Le sue gambe allungano il passo più di quelle della tartaruga. Non percorre quello che percorre la tartaruga. Dobbiamo dunque guardarci quello che fa Achille. Non possiamo semplicemente pensarci sopra. Allora arriviamo ad altri risultati. Queste cose toccano la coscienza degli uomini talvolta assai poco, ma in verità sono straordinariamente significative. E proprio oggi, nel tempo attuale dello sviluppo scientifico, hanno della massima importanza. Solo allora, quando comprendiamo quanta realtà abbia il nostro pensiero sui fenomeni naturali, quando transitiamo dalle visioni alla cosiddetta spiegazione, allora facciamo i conti con le cose.

Non è vero, l’intuitivo è qualcosa che semplicemente ha bisogno di essere descritto. Che io possa fare quanto segue, ha semplicemente bisogno di essere descritto: qui ho una sfera. Se la lancio attraverso questo buco, la sfera passa. Questa è ora la visione. Vogliamo ora semplicemente riscaldare un po’ questa sfera. Vedete, ora posso mettere la sfera sul buco, inizialmente non passa. Cadrà di nuovo solo quando si sarà sufficientemente raffreddata. Nel momento in cui la raffreddo versandovi acqua sopra, passa di nuovo. Questa è la visione. È quello che devo semplicemente descrivere. Supponiamo ora che cominci a teorizzare. Inizialmente lo farò molto semplicemente, si tratta di un’introduzione: dunque la sfera sarebbe fatta, la sfera consisterebbe di un certo numero di piccole parti, di molecole, atomi — come volete. Questo è qualcosa che non è più visione, su cui vi teorizzerei sopra. In questo momento sono abbandonato dalla visione. E in questo momento mi trovo in una situazione straordinariamente tragica. La tragicità è sentita solo da coloro che possono dedicarsi a simili cose. Poiché se investigate se Achille può raggiungere la tartaruga o no, potete cominciare a pensare: Achille deve percorrere il percorso della tartaruga, quindi non la raggiungerà mai. Questo si può provare rigorosamente. Ma ora fate l’esperimento. Mettete giù la tartaruga e Achille o qualcun altro, anche se non corre veloce come Achille. Potete sempre provare che la visione vi fornisce il contrario di quello che vi fornisce il ragionamento. Raggiungerete molto presto la tartaruga.

Se ora volete teorizzare sulla sfera, su come i suoi atomi e molecole sono disposti, dove la visione vi abbandona, allora non potete sbirciare dentro e vedere, allora potete solo teorizzare, ed è in questo campo non migliore di quanto presentate rispetto al tratto di percorso che Achille non percorre. Cioè: immettete tutta l’imperfezione della vostra ragione nel vostro ragionamento su ciò che non è più visione. Questo è il tragico. Costruiamo e costruiamo spiegazioni lasciando l’intuitivo, e crediamo di poterlo così spiegare proprio attraverso il fatto che poniamo ipotesi e teorie. E la conseguenza è che allora siamo costretti a seguire il nostro semplice pensiero, ma questo pensiero ci abbandona nel momento in cui andiamo al di là della visione. Non concorda più con la visione.

Su questa differenza ho già richiamato l’attenzione nel ciclo precedente, quando ho posto il confine netto tra il fenomenico e il meccanico. La fenomenica descrive solo processi di movimento o processi di equilibrio, ma si limita a constatare l’intuitivo. Nel momento in cui passate dalla fenomenica alla meccanica, dove devono essere introdotti il concetto di forza e massa, in quel momento non possiamo contare sul semplice pensiero, ma iniziamo semplicemente a leggere dalla visione quello che accade. Nei processi fisici più semplici, in cui la massa gioca un ruolo, non possiamo farci nulla con il semplice pensiero. E quelle teorie che sono state costruite nel corso del diciannovesimo secolo, sebbene — per questo non importa — si siano rivelate pratiche per campi ristretti, sono nate in tal modo che, propriamente, per verificarle, sarebbe necessario condurre esperimenti fino dentro le molecole e gli atomi. Questo vale riguardo al piccolo, ma vale anche riguardo al grande. Vi ricordate che ho spesso richiamato l’attenzione nei miei discorsi su qualcosa che ora ci si presenterà con un carattere completamente scientifico in queste considerazioni. Ho spesso detto: da quello che il fisico oggi teorizza sulle condizioni termiche e anche su alcune altre cose a esse connesse, si crea determinate rappresentazioni circa il sole. Descrive con una certa pretesa che la cosa sia corretta, come sono le condizioni fisiche, come dice, sul sole. Ora ho sempre detto: i fisici sarebbero straordinariamente sorpresi se potessero condurre l’esperimento, davvero andare in carrozza fino al sole e vedessero come nulla di quello che calcolano o teorizzano da condizioni terrestri coincide con le realtà del sole.

Oggi le cose hanno effettivamente già un significato pratico del tutto determinato, soprattutto rispetto allo sviluppo scientifico contemporaneo. Proprio in questi giorni è passata la notizia nel mondo che, con grande impegno, i risultati delle ricerche inglesi sulla deflessione della luce stellare nello spazio cosmico hanno potuto essere presentati anche a Berlino davanti a una società di studiosi. Lì è stata giustamente richiamata l’attenzione su quanto segue. È stato detto: sì, le ricerche di Einstein e di altri sulla teoria della relatività hanno ricevuto una certa conferma, ma si potrebbe dire qualcosa di definitivo solo se si fosse tanto avanti da poter indagare spettroscopicamente come stiano propriamente le cose con la luce solare, soprattutto in occasione dell’eclissi di sole. Allora si vedrebbe certo qualcosa che oggi ancora non è constatabile con gli strumenti fisici diffusi. — Questo era il messaggio che si collegava all’ultima seduta della Società Fisica berlinese. Questo è straordinariamente interessante. Poiché il prossimo passo deve naturalmente essere quello di cercare una possibilità di indagare veramente la luce solare spettroscopicamente. La strada deve essere quella verso strumenti di misurazione che oggi non esistono ancora. Allora si potranno semplicemente confermare a posteriori certe cose che oggi possono già essere ottenute dalle basi scientifico-spirituali, come del resto è stato il caso di molte cose che si sono formate nel corso degli anni, che anche, come sapete, sono uscite da esperimenti fisici negli ultimi tempi. Allora impareremo a comprendere che è semplicemente impossibile trasferire quello che si è capaci di calcolare dalle osservazioni dei fenomeni termici in particolare nella sfera terrestre, alle condizioni dello spazio cosmico, alle condizioni solari, e immaginare che la corona solare e simili emergano da antecedenti che sono ricavati dalla considerazione delle condizioni terrestri. Proprio come il nostro pensiero ci fuorvia quando lasciamo l’intuitivo e teorizziamo nel mondo delle molecole e degli atomi, così ci fuorvia anche quando andiamo nel macrocosmo e trasmettiamo quello che fissiamo attraverso la visione nelle condizioni terrestri a qualcosa come il sole. Là si crede di avere nel sole una specie di palla di gas incandescente. Non si può parlare di una palla di gas incandescente con il sole. C’è qualcosa di completamente diverso che è presente nel sole. Immaginatevi una volta: abbiamo materia terrestre. Ogni materia terrestre ha un certo grado di intensità del suo agire, sia che lo si misuri in questo o in quel modo, sulla densità o simili, non importa. Ha una certa intensità dell’agire. Questa può anche divenire zero, cioè possiamo stare di fronte allo spazio apparentemente vuoto. Ma con questo la cosa non ha fine, così come non ha fine — bene, guardiamo quello che segue; immaginatevi di dire: ho un figlio. Il ragazzo è propriamente una creatura leggera. Gli ho consegnato un piccolo patrimonio, ma ora ha cominciato a spenderlo. Non può scendere più in basso di zero. Una volta non avrà più nulla, con questo mi consolo, una volta arriva a zero. — Sì, ma dopo posso davvero vivere una delusione: il ragazzo inizia a fare debiti. Allora non si ferma a zero, allora la cosa diventa ancora peggio di zero. E questo può avere un significato molto reale. Perché da padre avrò effettivamente meno, se il ragazzo fa debiti, che se rimane a zero.

Vedete, la stessa considerazione sta alla base rispetto alle condizioni solari. Non si arriva neanche a zero, ma solo alla massima rarefazione; si parla di gas rarefatto e incandescente. Ma bisognerebbe prima arrivare a zero e poi andare oltre. Poiché quello che si troverebbe nel sole non sarebbe affatto paragonabile al nostro materiale, non sarebbe nemmeno paragonabile al nostro spazio vuoto, che corrisponde a zero, ma andrebbe oltre. È in uno stato di intensità materiale negativa. Dove è il sole, si troverebbe un buco, che va nello spazio vuoto. È meno dello spazio vuoto là. Così che tutti gli effetti che si osservano sul sole devono essere considerati come effetti di aspirazione, non come effetti di pressione o simili. La corona solare non deve dunque essere considerata come oggi il fisico la considera, ma deve essere considerata in modo che si abbia la coscienza che non accade quello che appare, poniamo effetti di pressione con l’indice verso l’esterno, ma vi sono effetti di aspirazione dal buco nello spazio, dalla negazione della materia. Lì ci abbandona la ragione. Lì ci abbandona il nostro pensiero di fronte al macrocosmo, come ci abbandona di fronte al microcosmo. Nel caso che ho accennato, possiamo solo teorizzare circa l’atomistica.

Quando giudichiamo soggettivamente gli stati termici del nostro ambiente, non sperimentiamo stati termici reali, ma sperimentiamo differenze. Anche il termometro mostra differenze, non esiste differenza. Sperimentiamo le differenze tra il nostro proprio stato termico e quello in cui entriamo. Secondo i fatti, il termometro fa ugualmente. Solo abbiamo, attraverso cose che non hanno nulla a che fare con questi fatti presenti, attraverso la determinazione di un punto zero, mascherato la cosa.

Qui vi è qualcosa che è straordinariamente importante considerare. Quando rivolgiamo la nostra attenzione ai fenomeni di luce, le cose stanno così: noi seguiamo essenzialmente i fenomeni di luce con un organo che è fortemente isolato nel nostro organismo. L’ho caratterizzato nel ciclo precedente. In questo modo non osserviamo mai luce — la luce è astrazione — ma osserviamo fenomeni di colore. Quando osserviamo calore, soggettivamente, allora quello che è organo senziente in noi, che è organo percettivo per noi, è il nostro intero organismo. Il nostro intero organismo corrisponde qui al nostro occhio. Non è un organo isolato. Ci esponiamo interamente allo stato termico. Siccome noi, con un arto, per esempio con un dito, ci esponiamo al calore, questo non è nulla di diverso che come una parte dell’occhio di fronte all’occhio intero. Mentre dunque l’occhio è un organo isolato e attraverso questo per noi il mondo della luce si oggettiva nei colori, con il calore non è così. Siamo del tutto organo termico. Ma in tal modo, quello che il calore fa non ci si presenta isolato da fuori come ci si presenta isolato ciò che la luce fa. Il nostro occhio è oggettivato nel nostro organismo. Ciò che il calore fa di analogo — poiché siamo noi stessi, non possiamo sperimentarlo. Immaginatevi una volta: se con l’occhio non vedeste colori, ma distingueste solo luminosità, e i colori come tali restassero completamente soggettivi, solo sentimenti: non vedreste mai i colori. Parlereste di chiaro-scuro, ma i colori non avrebbero alcun effetto su di voi. Così è con la percezione del calore. Quelle differenziazioni che percepite nella luce a causa dell’isolamento dell’occhio, non le percepite più nel mondo del calore. Ma vivono in voi. Così quando parlate di blu e rosso nel colore, avete questo blu e rosso fuori. Quando parlate dell’analogo nel calore, poiché siete voi stessi l’organo termico, avete, quello che sarebbe analogo nel calore come blu e rosso, in voi, siete voi stessi. Perciò non ne parlate. E questo fa sì che per la considerazione dell’essenza oggettiva del calore sia necessario un metodo completamente diverso da quello per la considerazione dell’essenza oggettiva della luce. E nulla ha, potrei dire, agito così seducentemente nel modo di considerare del diciannovesimo secolo, come unificare dappertutto schematicamente. Trovate dappertutto nelle fisiologie una «fisiologia sensoriale». Come se ci fosse una cosa simile! Come se ci fosse qualcosa di cui si potesse dire unitariamente che vale per l’orecchio come per l’occhio o persino per il senso del tatto o termico. È un assurdo parlare di una fisiologia sensoriale e dire una percezione sensoriale è questo o quello. Si può solo parlare della percezione isolata dell’occhio, della percezione isolata dell’orecchio, della percezione isolata del nostro organismo come organo termico e così via. Queste sono cose completamente diverse, e si possono solo presentare astrazioni prive di essenza se si parla di un processo sensoriale unitario. Ma trovate oggi dappertutto la tendenza a unificare queste cose. E così vengono elaborate conclusioni che, propriamente, se non fossero così dannose per tutta la nostra vita, sarebbero nel fondo umoristiche. Se uno dice: c’è un ragazzo, un altro ragazzo l’ha picchiato. — E accanto a questo si sostiene: ieri ha ricevuto colpi da suo maestro, il maestro l’ha picchiato. Ho osservato il picchiare in entrambi i casi. Non c’è differenza. Concludo da ciò che il maestro di ieri e il ragazzo cattivo che oggi distribuiva colpi, sono della stessa essenza interiore. — Questo sarebbe un assurdo, non è vero, sarebbe completamente impossibile. Ma si fa l’esperimento seguente. Si sa che, se si lasciano cadere raggi di luce in un certo modo su uno specchio concavo, essi vanno paralleli; se li si raccoglie attraverso un altro specchio concavo, si riuniscono nel fuoco e producono fenomeni di luce. Si fa lo stesso con i cosiddetti raggi termici. Si può di nuovo constatare: si lasciano i raggi essere raccolti da specchi concavi, riunirsi nel fuoco — si può constatare con il termometro che là nasce una specie di fuoco termico. Questa sia la stessa storia che con la luce, quindi luce e calore si basino sullo stesso. I colpi di ieri e i colpi di oggi si basano sullo stesso. Se nella vita si conducesse una simile conclusione, si sarebbe un ingannato. Se la si conduce nella scienza, come si fa oggi ovunque, non si è un ingannato, ma spesso una personalità autorevole.

Tuttavia, ciò che importa oggi è sforzarsi verso concetti chiari, trasparenti, e senza questi concetti chiari, trasparenti non andiamo oltre. Altrimenti non sarà mai attraverso una concezione fisica del mondo creata una base per una concezione universale del mondo, se non si tenta proprio sul campo fisico di penetrare verso concetti chiari, intuitivi. Sapete già, ed è diventato chiaro anche attraverso il mio ultimo ciclo qui, fino a un certo grado almeno chiaro, che nel campo dei fenomeni di luce Goethe ha creato un po’ di ordine, ma questi insegnamenti non sono riconosciuti.

Nel campo dei fenomeni termici è particolarmente difficile, perché nel periodo post-goethiano i fenomeni termici sono completamente precipitati nel caos delle considerazioni teoriche e nel diciannovesimo secolo la cosiddetta teoria meccanica del calore ha fatto sciocchezze su sciocchezze; da un lato, proprio attraverso il fatto che ha fornito concetti intuitivi su un campo dove l’intuitivo non è sufficiente, e per ognuno che crede di poter pensare, ma in realtà non può, concetti facilmente ottenibili. Sono i concetti attraverso cui ci si è immaginato: un gas in un recipiente chiuso da ogni lato consiste di particelle di gas, ma queste particelle di gas non sono a riposo, ma sono in continuo movimento. E naturalmente, se queste particelle di gas sono in continuo movimento, nella maggior parte dei casi, poiché le particelle di gas sono piccole e le loro distanze si immaginavano relativamente grandi, una particella di gas si farà strada, non incontrerà l’altra per lungo tempo, ma talvolta comunque. Allora rimbalza indietro, e così le particelle di gas dentro si sbattono l’una con l’altra. Entrano in movimento. Si bombardano continuamente l’una con l’altra. Allora danno, se si sommano i vari piccoli urti, una pressione sulla parete. D’altra parte si ha la possibilità di misurare quanto alta sia la temperatura. Allora ci si dice: bene, là dentro le particelle di gas sono in un certo stato di movimento, si bombardano. L’insieme è in movimento eccitato. Si sbattono l’una con l’altra e sbattono contro la parete. Se si riscalda, entrano sempre più velocemente in movimento, sbattono sempre più fortemente contro la parete, e si ha la possibilità di dire: che cosa è allora il calore? — Movimento dei più piccoli componenti. È certo che oggi sotto il potere dei fatti siffatte rappresentazioni si sono già un po’ ritirate, ma si sono solo ritirate esternamente. L’intero modo di pensare riposa ancora sullo stesso fondamento.

Ci siamo molto lusingati di questa cosiddetta teoria meccanica del calore, perché dovrebbe spiegare straordinariamente molto. Dovrebbe per esempio spiegare: se semplicemente strofino il dito su una superficie, lo sforzo che applico, il lavoro, la forza si trasforma in calore. Posso ritrasformare il calore in lavoro, per esempio nella macchina a vapore, dove attraverso il calore posso percepire movimenti in avanti. E ci siamo formati la rappresentazione comune, estremamente comoda: sì, se osservo esternamente quello che accade nello spazio, sono processi meccanici. La locomotiva e i vagoni si muovono in avanti e così via. Se poi, diciamo, attraverso qualcosa compio un lavoro e da questo emerge il calore, propriamente non è accaduto nient’altro, che il movimento esteriormente percettibile si è trasformato nel movimento dei più piccoli componenti. Questa è una rappresentazione comoda. Si può dire: tutto nel mondo si basa sul movimento, e si trasforma solo il movimento intuitivo in movimento non intuitivo. Questo allora viene percepito come calore. Ma il calore non è nulla di diverso dallo sbattere e dal premere dei piccoli componenti di gas, che si sbattono, che sbattono contro la parete e così via. Il calore è gradualmente stato trasformato nell’essenza in quello che accadrebbe ora, se questa intera corona improvvisamente cominciasse a mettersi in movimento l’una con l’altra, se continuamente si sbattesse l’una con l’altra, sbattesse contro la parete e così via. Questa è la rappresentazione di Clausius di quello che accade in uno spazio pieno di gas. Questa è la teoria che è uscita dal fatto che si è applicato il ragionamento di Achille all’inimmaginabile, e non ci si è accorti di come si è soggetti alla stessa impossibilità come quando si applica il pensiero ad Achille e alla tartaruga.

Cioè, non accade come si pensa. Nell’interno di uno spazio pieno di gas le cose accadono diversamente da come ci immaginiamo quando trasmettiamo i concetti inimmaginabili all’immaginazione.

Questo è quello che volevo dire oggi a titolo introduttivo. Da ciò vedrete che, propriamente, tutta la metodica della considerazione, che si è sviluppata particolarmente nel corso del diciannovesimo secolo, è scossa nei suoi fondamenti. Poiché una gran parte di questo modo di considerare si basa sul fatto che semplicemente ciò che si osserva come fatto intuitivo, si rappresenta cosicché si trasferisce l’espressione, anche l’espressione calcolistica di quello che si intuisce, in modo che si ottengano rappresentazioni differenziali. Se si esprime calcolisticamente ciò che si ha come fatto constatabile di fronte a uno spazio pieno di gas sotto una certa pressione, così si può, sulla base della rappresentazione: avvengono i movimenti dei più piccoli componenti, trasformarlo in rappresentazioni differenziali e allora ci si può abbandonare alla credenza che, se si integra di nuovo, si ottenga qualcosa sulla realtà. Si deve comprendere che, quando si compie il passaggio da rappresentazioni calcolistiche ordinarie a equazioni differenziali, che non si possono trattare queste equazioni differenziali, senza cadere completamente fuori dalla realtà, di nuovo in calcoli integrali. Questo sta alla base della fisica del diciannovesimo secolo, che attraverso una falsa comprensione della relazione degli integrali ai differenziali ci si è abbandonati a rappresentazioni false rispetto alla realtà. Ci si deve chiarire: in certi casi si può differenziare, ma quello che lo stato differenziale fornisce, non deve essere pensato come se potesse essere retro-integrato, poiché allora non si entra nella realtà, ma in qualcosa di ideale. Rispetto alla natura è di grande importanza che si veda questo chiaramente.

Poiché, vedete, se conduco un certo processo di trasformazione, se dico che compio lavoro, ottengo calore, così posso dal calore ottenere di nuovo lavoro, e vedremo in quale misura questo sia vero all’interno della natura inorganica, proprio nei fenomeni termici. Ma non posso senza ulteriore rendimento invertire un processo organico. Nemmeno posso invertire grandi processi inorganici, per esempio i processi planetari non sono invertibili. Non possiamo immaginarci quel processo capovolto che procede dalla formazione delle radici di una pianta fino al fiore, fino alla formazione del frutto. Il processo procede dal germe fino alla formazione del frutto, non può scorrere indietro come un processo nella natura inorganica. Questo non entra nei nostri calcoli. Poiché già, se restiamo persino nell’inorganico, non vale per certi processi macrocosmici. Non posso oggi in nessuna formula di calcolo — se potessi porla per la crescita di una pianta, ma sarebbe molto complessa — inserire certi valori negativamente; questo non concorda con la realtà. La formazione del fiore dalla formazione della foglia non potrei inserire negativamente. Non potrei invertire il processo. Non posso nemmeno di fronte alle più grandi apparizioni del mondo invertire il processo reale. Ma questo non tocca il calcolo. Se oggi devo inserire un’eclissi di luna, posso semplicemente calcolare come era un’eclissi di luna prima della nostra cronologia, ai tempi di Talete e così via, cioè, posso nel calcolo stesso certamente invertire il processo, ma nella realtà il processo non sarebbe invertibile. Non possiamo dallo stadio presente dello sviluppo mondano, attraverso l’inversione del processo, tornare ai precedenti stadi, per esempio a un’eclissi di luna che si è verificata ai tempi di Talete. Un calcolo posso trattare avanti e indietro, con la realtà non concorda la maggior parte di quello che io catturo con il calcolo. Questo calcolo libra sopra la realtà. Ci si deve render conto di come i nostri concetti e calcoli sono solo contenuti di rappresentazione. Sebbene siano invertibili, non esistono processi invertibili nella realtà. Questo è importante, poiché vedremo tutta la teoria del calore costruita su domande di questo tipo: in quale misura all’interno dell’ambito delle condizioni termiche i processi naturali sono invertibili, e in quale misura non lo sono?

2°Dilatazione termica e Accademia del Cimento

Stoccarda, 2 Marzo 1920

Già ieri è stato toccato il fatto che sotto l’influsso dell’essenza del calore quello che nel linguaggio ordinario chiamiamo corpo si dilata. Vogliamo oggi partire da come i cosiddetti corpi solidi si dilatano sotto l’influsso dell’essenza del calore. Per questo scopo abbiamo qui, affinché possiamo imprimerci le cose e poi usarle in modo appropriato nell’insegnamento — è semplicemente elementare per primo — una barra di ferro fissata. Vogliamo riscaldare questa barra di ferro e rendere visibile la sua dilatazione facendo sì che qui a questo marchio il braccio di leva che è stato installato qui indichi il cambiamento di lunghezza. Se qui premete con il dito, allora questo indicatore si sposterà verso l’alto.

Vedrete che, quando riscaldiamo questo bastone qui, anche questo indicatore si sposterà verso l’alto, il che vi sarà una prova che il bastone si dilata. Vedete già come l’indicatore si sposta verso l’alto. E vedete che, con il riscaldamento continuo, l’indicatore si sposta sempre più verso l’alto, il che vi è una prova che la dilatazione cresce con la temperatura. Se avessi usato invece della sostanza di questo corpo un altro metallo e poi avessimo misurato esattamente, otterremmo una dilatazione diversa. Troveremmo che vari tali corpi si dilatano in modi di forza diversa. Così che dapprima dovremmo constatare che la capacità di dilatazione, la forza della dilatazione dipende dalla sostanza. Inizialmente prescindiamo dal fatto che abbiamo propriamente un cilindro davanti a noi. Ci rappresentiamo dapprima semplicemente che abbiamo un corpo di una certa lunghezza senza spessore e larghezza davanti a noi, e inizialmente osserviamo la dilatazione in una sola dimensione. Se ce lo visualizziamo, otteniamo quanto segue: se qui un corpo viene tenuto fermo, e lo guardiamo inizialmente come una sola lunghezza, vogliamo inizialmente per la temperatura, il grado di calore, da cui partiamo, designare la lunghezza di questo corpo con l₀. E allora designiamo la lunghezza che il corpo ottiene quando aumentiamo la sua temperatura inizialmente di 1 grado con l. Ora ho detto che i corpi si dilatano di forza diversa, a seconda che siano di questa o quella sostanza. Possiamo ora sempre indicare la misura della dilatazione, quindi qui da a a b, attraverso una frazione che designa il rapporto della dilatazione alla lunghezza del corpo originale. Vogliamo questo, dunque questa forza di dilatazione proporzionale, designare con α. Allora abbiamo la lunghezza che il corpo ha dopo che si è dilatato, dunque la lunghezza l, da pensare così composta dalla sua lunghezza originale l₀ e dal pezzettino che ottiene in lunghezza attraverso la dilatazione. Questo dobbiamo aggiungervi. Attraverso il fatto che ho designato α come frazione che dà il rapporto tra la dilatazione e la lunghezza originale del corpo, così ottengo, moltiplicando l₀ per α, la tendenza della dilatazione del corpo, e devo moltiplicare questo per l’aumento di temperatura t, poiché la dilatazione diventa tanto più significativa quanto più alta è la temperatura. Così posso dire: la lunghezza del corpo l dopo la dilatazione l = l₀ + l₀αt = l₀(1 + αt).

Cioè, se voglio fissare la lunghezza di un corpo che si è dilatato per riscaldamento, devo moltiplicare la sua lunghezza originale per un fattore che è dato qui da 1 più la temperatura moltiplicata per la capacità di dilatazione proporzionale della sostanza in questione. I fisici hanno l’abitudine di chiamare questo α per la sostanza in questione il coefficiente di dilatazione.

Ora ho considerato un corpo. Corpi senza larghezza e senza altezza non abbiamo in realtà. Abbiamo in realtà corpi di tre dimensioni. Se ora passiamo da questa dilatazione lineare inizialmente ancora a una dilatazione superficiale solo pensata, possiamo trasformare questa formula nel modo seguente: supponiamo di considerare ora invece di come la dilatazione lineare, la dilatazione superficiale. Avremmo dunque qui una superficie, così dovremmo essere chiari che la superficie si dilata secondo due dimensioni, dunque dopo il riscaldamento avrebbe all’incirca questa grandezza.

Avremmo allora non solo la dilatazione lineare secondo l, ma anche la dilatazione in larghezza secondo b. E se guardiamo inizialmente la dilatazione lineare, qui l₀, allora avremmo di nuovo la dilatazione in questa direzione che ho appena indicato, secondo l. E abbiamo l = l₀(1 + αt). (1)

Se consideriamo ora anche la dilatazione in larghezza b₀, che si è dilatata in b, allora dovrei ora scrivere — è naturalmente comprensibile che la legge di dilatazione rimane la stessa b = b₀(1 + αt). (2)

Ora sapete che l’area si ottiene moltiplicando la lunghezza per la larghezza. Ottengo dunque il contenuto intero della superficie, che qui è quello originale, moltiplicando b₀ per l₀, e qui quello dopo la dilatazione, moltiplicando anche ora l₀(1 + αt) per b₀(1 + αt). lb = l₀(1 + αt)b₀(1 + αt). (3)

Cioè, ottengo: lb = l₀b₀(1 + αt)², (4)

cioè però scritto per esteso: lb = l₀b₀(1 + 2αt + α²t²). (5)

Con ciò avrei la formula per la dilatazione di una superficie. Se ora aggiungete ancora uno spessore alla superficie, allora devo trattare questo spessore nello stesso modo. Dovrei allora ancora aggiungere d e ottengo: lbd = l₀b₀d₀(1 + 3αt + 3α²t² + α³t³). (6)

Se guardate questa formula, allora vi prego particolarmente di tenere presente quanto segue: se qui guardiamo i primi due termini di questa formula (6), allora troverete il t al massimo alla prima potenza. Se guardate il terzo termine, troverete il t alla seconda potenza, e l’ultimo t alla terza potenza. Questi ultimi due termini della formula per la dilatazione vi prego particolarmente di considerare. Ricordate che, quando abbiamo la dilatazione di un corpo tridimensionale, otteniamo per questo un’espressione di formula che contiene la terza potenza della temperatura — voglio mettere da parte la seconda potenza della temperatura. È straordinariamente importante che si mantenga proprio fissa questa circostanza, che otteniamo qui la terza potenza della temperatura.

Poiché devo sempre considerare il fatto che siamo qui nella scuola Waldorf e tutto deve anche essere orientato verso il pedagogico, è necessario richiamarvi l’attenzione al fatto che se studiate la stessa derivazione che ho fatto qui, nei manuali comuni di fisica, troverete nella maniera come ho presentato la cosa qui una differenza considerevole rispetto alla presentazione nei manuali comuni di fisica. Voglio ora dirvi come è data la presentazione nei manuali comuni di fisica. Lì si dice: α è un numero di rapporto — è di norma una frazione. La dilatazione è molto piccola rispetto alla lunghezza originale del corpo. Se ho una frazione che ha un numero più grande al denominatore che al numeratore, allora ottengo, se elevo al quadrato o al cubo, un numero molto più piccolo. Poiché se elevo al quadrato un terzo, ottengo già un nono, e se elevo al cubo un terzo, ottengo un ventisettesimo. Cioè, la terza potenza è già una frazione molto, molto piccola. α è una frazione che ha di norma un denominatore molto grande. Perciò i manuali comuni di fisica dicono: se ora formo il quadrato, α² o addirittura α³, con cui devo moltiplicare il t³, questi sono frazioni molto piccole, le si può semplicemente omettere. Così i manuali comuni di fisica dicono: omettiamo questi ultimi termini della formula di dilatazione e scriviamo l · b · d — questo è il volume che un corpo che si dilata assume attraverso una certa temperatura, voglio dunque scrivere V —: V = V₀(1 + 3αt). (7)

In questo modo è scritta la formula per la dilatazione di un corpo solido, basandosi semplicemente sul fatto che la frazione α al quadrato e soprattutto al cubo dà numeri così piccoli che si possono omettere. Sapete, così è presentato nei manuali comuni di fisica. Ebbene, con questo si cancella via ciò che è di assoluta importanza quando vogliamo davvero condurre in modo appropriato la teoria del calore. Questo si mostrerà a noi mentre avanziamo oltre.

La dilatazione attraverso l’essenza del calore non hanno solo i corpi solidi, ma anche i liquidi. Avete qui, affinché possiate vederlo, un liquido colorato. Riscalderemo questo liquido colorato (vedi disegno). Vedrete ora che dopo un po’ la colonna di liquido colorato sale in alto, e da ciò capirete che i liquidi si dilatano così come i corpi solidi. Vedete, il liquido colorato sale, quindi il liquido si dilata per riscaldamento.

Ora, allo stesso modo possiamo investigare la dilatazione di un corpo gassoso. Per questo abbiamo qui nel pistone aria che semplicemente viene dall’esterno (vedi disegno pagina 36). Chiudiamo ora l’aria che si trova nel pistone e riscaldiamo questa aria.

Abbiamo qui un recipiente comunicante. La proprietà dei recipienti comunicanti è che il livello del liquido che è dentro è lo stesso su entrambi i lati, quindi comprende entrambi i rami. Vedrete ora ciò che accade se semplicemente riscaldiamo l’aria che si trova qui dentro, dunque un corpo gassoso. Lo raggiungeremo attraverso il fatto che nel recipiente (vedi disegno pagina 36) si trova acqua riscaldata di una temperatura di 40°. Vedete, già la colonna di mercurio risale a destra. Perché sale? Perché il corpo gassoso che è in questo pistone qui si dilata. L’aria esce qui, preme su questo mercurio (a sinistra), dall’altra parte la colonna di mercurio viene sollevata dalla pressione, e vedete da ciò che questo corpo gassoso si è dilatato. Così dunque possiamo dire: corpi solidi, liquidi e gassosi si dilatano per effetto dell’influsso dell’essenza del calore a noi ancora sconosciuta.

Ma adesso, quando avanziamo nello studio della dilatazione da corpi solidi, attraverso lo studio della dilatazione da liquidi allo studio della dilatazione da corpi gassosi, ci si presenta qualcosa di significato molto notevole. Ho detto prima che qui α, il numero di rapporto della dilatazione alla lunghezza originale del corpo, è diverso per diverse sostanze. Se, cosa che richiederebbe ulteriori esperimenti, che qui non possiamo condurre, indagassimo ora anche α per diversi liquidi, otterremmo ancora per α diversi valori per diverse sostanze liquide. Se però indagassimo α per corpi gassosi, particolarmente per gas, allora si mostra la particolarità che ora α non è più diverso per diversi corpi gassosi, ma che α, il coefficiente di dilatazione come si chiama, per i diversi gas è lo stesso, cioè approssimativamente 1/273. Questo fatto è di un’importanza affatto eminente. Vediamo da ciò che, avanzando da corpi solidi a corpi gassosi, propriamente nuove relazioni si instaurano sotto l’influsso dell’essenza del calore. Vediamo che i diversi gas non si comportano secondo la loro diversa sostanzialità, ma che si comportano di fronte all’essenza del calore semplicemente secondo la loro proprietà di essere gas, che il diventare gas è qualcosa che come proprietà comune può venire a ogni corpo. Sì, vediamo da ciò che il diventare gas è qualcosa che tutti i gas che ci possono essere noti nella cerchia terrestre, almeno per quanto riguarda questa loro proprietà di capacità di dilatazione, riunisce in un’unità. Tenete fermo che semplicemente sulla capacità di dilatazione attraverso il calore arriviamo a dover dire che, quando ci avviciniamo ai gas da corpi solidi, la capacità di dilatazione differenziata che troviamo in corpi solidi, si trasforma in una sorta di unità, in una capacità di dilatazione unitaria nei gas, che dunque con lo stato solido è legato nel nostro campo terrestre un differenziamento delle corporeità, se mi esprimerò cautamente. Potrei anche dire che legato al diventare solido è un’individuazione della corporeità. Su questa circostanza nella fisica più moderna si punta molto poco. Non vi si punta perché le cose più importanti si mascherano semplicemente cancellando certe grandezze di cui non si sa veramente che farci.

Penetrare più profondamente in quello di cui si tratta si può solo se si chiede un po’ di aiuto alla storia dello sviluppo fisico. Tutte le rappresentazioni che oggi sono dominanti nei manuali di fisica e generalmente nel trattamento della fisica, sono propriamente ancora non molto antiche. Risalgono essenzialmente dal diciassettesimo secolo, e precisamente hanno ricevuto il loro carattere fondamentale attraverso tutto quello che è stato fatto nel diciassettesimo secolo sotto il risveglio di un certo spirito scientifico in Europa attraverso l’Accademia del Cimento a Firenze, che è stata fondata nel 1657 e nella quale straordinariamente molti esperimenti sono stati condotti nei campi più diversi, soprattutto però nel campo dell’essenza del calore, nel campo dell’acustica, dell’essenza del suono e così via. Quanto giovani sono le nostre rappresentazioni comuni in questo campo si mostra se si entra un po’ su determinate istituzioni speciali dell’Accademia del Cimento. Là per esempio è stata per la prima volta propriamente posta la base per la nostra moderna termometria. Là è stato per la prima volta notato come in un tubo di vetro, che è chiuso in basso da un cilindro, ciò che vedete in ogni termometro, come il riscaldamento agisce sul mercurio con cui il tubo di vetro è riempito.

Là si è per esempio per la prima volta consapevoli di una contraddizione apparente tra la visione che altrimenti ci si era acquisita, dunque per esempio attraverso un tale esperimento dove un liquido semplicemente si dilata, e quello che si mostrò particolarmente fortemente quando si conduceva un esperimento che doveva essere istruttivo. Ci si era in generale giunti alla visione: liquidi si dilatano anche. Ma conducendo l’esperimento con il mercurio, questo cadde inizialmente con il riscaldamento, e solo allora salì. Doveva essere trovata una spiegazione nel diciassettesimo secolo, che si poteva facilmente trovare dicendosi: se riscaldo, riscaldo inizialmente il vetro esterno. Questo si dilata. Lo spazio che il mercurio occupa diventa più grande; scende inizialmente, e il corpo interno inizia solo allora a salire un po’ quando il riscaldamento è penetrato verso l’interno. — Tali concetti si ottenevano propriamente solo dal diciassettesimo secolo in poi. Ma con questo diciassettesimo secolo si era anche rispetto a tutte le idee, attraverso cui si dovevano comprendere i fenomeni fisici, rimasti così molto indietro, che fino a questo tempo, fino alla vera Rinascita, l’Europa si era così poco curata di concetti scientifici di questa sorta. Era il tempo in cui il cristianesimo doveva diffondersi, che in un certo modo impediva che i concetti potessero fissarsi, potessero svilupparsi sui fenomeni fisici. Allora, quando la Rinascita giunse, quando si divenne consapevoli delle rappresentazioni che nell’antica Grecia erano già presenti, si era approssimativamente nella seguente situazione: da un lato, incoraggiati attraverso ogni sorta di sostegno ben disponibile, si formavano tali istituti come l’Accademia del Cimento, e là si poteva sperimentare. Si poteva rendere direttamente intuitivo come i fenomeni fisici procedessero. D’altra parte però ci si disabituava a farsi concetti sulle cose. Ci si disabituava a seguire veramente i fenomeni pensando. Si prendevano di nuovo le vecchie rappresentazioni greche, che ora venivano raccolte in molti modi, ma non le si capiva più. E così si prendeva anche la rappresentazione di fuoco o calore, senza comprendere in alcun modo quello che sotto questo concetto si doveva comprendere nell’antica Grecia. E così si formò questa profonda spaccatura tra il pensare e quello che poteva essere dato per la visione attraverso l’esperimento. Questa spaccatura si aprì sempre più e sempre più proprio dal diciassettesimo secolo. L’arte di esperimentare fu allora particolarmente perfezionata nel diciottesimo secolo, ma concetti chiari, distinti non procedettero paralleli a questo perfezionamento dell’arte di esperimentare. E oggi stiamo, mancandoci tali concetti chiari, distinti, intuitivi, spesso senza risorse di fronte a quei fenomeni che l’esperimentazione senza pensiero ha prodotto nel corso del tempo e che nel proseguimento non possono entrare fruttiferi nell’evoluzione dello spirito umano se la strada non verrà trovata di nuovo, non solo di sperimentare e di guardare esternamente il corso dell’esperimento, ma di entrare veramente nel corso interno del processo naturale.

Vedete, nell’entrare nel corso interno del processo naturale, allora entra in considerazione così fortemente qualcosa di straordinario, che per quanto riguarda la capacità di dilatazione entrano in gioco relazioni completamente nuove quando penetriamo dai corpi solidi ai gas. Ma non si potranno mai, senza l’ampliamento dell’intera vita di rappresentazione fisica, davvero padroneggiare tali cose come oggi propriamente secondo i fatti già stanno. A questi fatti che abbiamo già addotto, se ne aggiunge un altro che è straordinariamente significativo.

Certamente, come regola generale ci si può formare da quello che abbiamo presentato qui, il principio: riscaldiamo corpi, essi si dilatano; si raffreddano allora di nuovo, essi si contraggono. Così potrebbe essere formato il principio generale: attraverso il riscaldamento i corpi si dilatano, attraverso il raffreddamento i corpi si contraggono. Ora sapete dalla fisica elementare che di questo principio vi sono eccezioni, soprattutto un’eccezione cardinale, quella riguardante l’acqua stessa. Quando si porta l’acqua alla dilatazione e al raccorciamento, allora si mostra la cosa strana che, quando si ha acqua di una temperatura di 8° e la si raffredda, essa si contrae. Questo è naturale, vorrei dire. Ma quando continuate a raffreddare, non si contrae, ma si dilata di nuovo. Così che ghiaccio, che emerge dall’acqua — parleremo ancora di questa emergenza — è più esteso e quindi meno denso dell’acqua, può galleggiare sull’acqua. Una strana apparizione, che il ghiaccio possa galleggiare sull’acqua!

Essa proviene dal fatto che questa legge generale di espandibilità e contrattilità mostra un’irregolarità proprio per l’acqua, che l’acqua in generale non segue così semplicemente questa legge. Sarebbe anche strana la nostra intera disposizione della natura se fosse diversamente, se questa eccezione non esistesse. Se osservate un bacino, uno stagno e così via, vedrete che persino nel rigore dell’inverno c’è solo uno strato di ghiaccio, e l’acqua non gela fino in basso. Che in basso l’acqua rimane non congelata, ciò accade per la ragione che il ghiaccio che si forma inizialmente sopra galleggia e in questo modo forma uno strato, e che così l’acqua sotto esso rimane protetta da ulteriore raffreddamento. Avete sempre sopra uno strato di ghiaccio e sotto un’acqua protetta. Questa irregolarità che qui emerge, è dunque legata a qualcosa che propriamente — se posso usare l’espressione un po’ borghese — ha molto a che fare con l’economia della nostra natura. Ora, vedete, il modo di considerazione fisico a cui vogliamo ricorrere qui, deve essere assolutamente come l’ho già accennato nell’ultimo ciclo. Dobbiamo evitare di fare la strada verso il ragionamento di Achille e la tartaruga. Dobbiamo evitare di guardare lontano dall’intuitivo, dobbiamo assolutamente fare il tentativo di rimanere nell’intuitivo, cioè in quello che è constatabile con la visione. Perciò aderiremo sempre rigorosamente all’intuitivo e tenteremo di trovare una spiegazione per i fenomeni dal contenuto dell’intuitivo. E soprattutto tali cose che semplicemente emergono dalla visione, come la dilatazione e una tale irregolarità nella dilatazione come ci si presenta nell’acqua, dunque in un liquido, tali cose fattive vogliamo metterci davanti agli occhi e rimanere entro il mondo dei fatti. Questo è il vero goetheanismo nel campo fisico.

Mantenete dunque quello che ora non è una teoria, ma quello che è un fatto constatabile nel mondo esterno: con la transizione nello stato gassoso entra un’unificazione di tutte le sostanze sulla terra. E con il passaggio nello stato solido verso il basso entra un individualizzarsi, una differenziazione secondo individui. Se ci domandassimo allora: come può proprio essere questo, che cosa può stare alla base, che con il passaggio dallo stato solido nello stato gassoso attraverso il liquido entra un’unificazione, allora veniamo dai nostri concetti oggi comuni straordinariamente difficilmente a una via d’uscita. Dobbiamo là già, per poter stare nell’intuitivo, cominciare a porre domande di gran peso. Dobbiamo innanzitutto domandarci: da dove abbiamo propriamente la possibilità di portare i corpi a dilatarsi e così gradualmente alla vaporizzazione e all’unificazione caratterizzata? Avete solo da fare una rassegna su tutto quello che potete sapere sui processi fisici della terra, così dovrete dirvi: senza che vi sia effetto solare, non potremmo affatto avere tutte queste apparizioni che si hanno anche sotto l’influsso dell’essenza del calore sulla terra. Dovete volgere lo sguardo a quale importanza enorme ha il sole nel suo intero essere per le apparizioni terrestri. E se guardate questo, che appartiene di nuovo al campo dei fatti, così dovrete dirvi: proprio quella unificazione che emerge al passaggio dallo stato solido attraverso il liquido nello stato gassoso, essa non potrebbe emergere se la terra fosse solo lasciata a sé stessa. Possiamo acquisire solo punti di appoggio per rappresentazioni su questa cosa, se andiamo al di là delle condizioni terrestri. Con questo è però detto qualcosa di straordinariamente grave. Poiché con questo passaggio del pensiero fisico attraverso il modo di pensiero dell’Accademia del Cimento e tutto quello a esso legato, le vecchie rappresentazioni che erano completamente d’uso in Grecia, furono spogliate di tutto il sopra-terrestre. E vedrete già che nei prossimi giorni senza aiuto storico, puramente dalla cosa stessa, arriveremo allo stesso. Ma forse guadagnerò più facilmente l’accesso alla vostra comprensione se inserisco ancora questo piccolo excursus storico, che farò ora.

Ho già detto: il vero significato di quei concetti e idee attraverso cui nell’antica Grecia si è voluto comprendere i fenomeni fisici, è andato perduto. Si è cominciato a sperimentare, e ha assunto, vorrei dire letteralmente, senza il cammino interiore del pensiero che era ancora fatto in Grecia, le rappresentazioni, le idee. Così l’umanità dimenticò tutto quello che nell’antica Grecia era ancora legato a queste rappresentazioni fisiche. L’antica Grecia non ha detto: solido, liquido, gassoso — ma quello che l’antica Grecia ha detto, possiamo nella nostra lingua tradurlo così che diciamo:

Quello che era solido, l’antica Grecia lo designava con terra. Quello che era liquido, l’antica Grecia lo designava con acqua. Quello che era gassoso, l’antica Grecia lo designava con aria.

Ed è completamente sbagliato credere che, quando abbiamo i nostri significati di parola terra, acqua, aria, e allora da qualche parte troviamo in scritti più antichi che sono ancora influenzati dalla considerazione fisica greca, le parole corrispondenti, allora significhino lo stesso. Dovremmo, quando da qualche parte in scritti antichi vediamo l’espressione «acqua», tradurla con liquidità, quando vediamo l’espressione «terra», con corpi solidi. Solo così tradurremmo correttamente gli scritti antichi. Ma in ciò sta qualcosa di molto significativo. Attraverso il fatto che lo stato solido — come ho detto, vogliamo trovare questo nei prossimi giorni dalla cosa stessa, voglio oggi solo attraverso questo excursus storico guadagnare accesso alla vostra comprensione — attraverso il fatto che lo stato solido fu designato come terra, si esprimeva soprattutto che questo stato solido è legato solo alle leggi del nostro pianeta terrestre. Si designava il solido come terra, perché in questo modo si voleva esprimere: quando un corpo diventa solido, allora cade completamente e totalmente sotto l’influsso della legge della terra. Quando invece un corpo diventa acqua, allora non sta più solo sotto l’influsso della legge della terra, ma sotto l’influsso dell’intero sistema planetario. Le forze che si manifestano in un corpo liquido, nell’acqua, non provengono solo dalla terra, ma dal sistema planetario. Là agiscono dentro quello che è liquido le forze di Mercurio, Marte e così via. Ma agiscono così che dalle direzioni in cui questi pianeti stanno, agiscono appunto, e una sorta di risultante in ogni liquido divengono.

Si aveva dunque il sentimento, designando solo i corpi solidi come terra, che solo questi stanno sotto l’influsso della legge della terra; che, quando un corpo si scioglie, cade sotto leggi che sono sopra-terrestri. E designando proprio i corpi gassosi aria, là si aveva — come ho detto, ve lo presento ora storicamente — la sensazione: un tale corpo sta sotto l’influsso dell’essere del sole unitario. Viene sollevato fuori dal terrestre e dal semplice planetario e sta sotto l’influsso dell’essere del sole unificante. E si aveva della natura aerea terrestre anche la visione che alle sue configurazioni, alla sua costituzione interna e sostanzialità agiscono nel sostanziale le forze del sole.

La vecchia fisica aveva un carattere cosmico. La vecchia fisica era disposta a contare con forze che appartengono al campo dei fatti. Poiché la luna, Mercurio, Marte e così via sono fatti. Ma, dal momento che si era perduta la fonte di questa considerazione e inizialmente non si poteva sviluppare il bisogno di nuove fonti, si perse completamente la possibilità di ottenere altre rappresentazioni che queste: come i corpi solidi, persino nella loro capacità di dilatazione, nella loro intera configurazione e forma dipendono dalla terra, così anche i liquidi e i gassosi. Direte bene, a nessun fisico verrebbe in mente di trascurare il fatto che il sole riscalda l’aria e così via. Questo non lo trascura bene, ma, partendo da rappresentazioni come ho caratterizzato ieri, dal momento che si rappresenta il sole nella sua capacità di riscaldare solo secondo il modello dei concetti ricavati dal terrestre, egli terrestrizza il sole, invece di spiegare il terrestre attraverso il solare.

Questo è il sostanziale, che nel periodo dal quindicesimo al diciassettesimo secolo è completamente andata perduta la consapevolezza che la nostra terra è un corpo nel sistema solare intero, che allora anche ogni singolo sulla terra deve avere a che fare con l’intero sistema solare e che il diventare solido dei corpi si basa appunto sul fatto che il terrestre si emancipa dal cosmico, che si estrae, si dà leggi autonome, mentre per esempio il gassoso, l’aria, nella sua legge rimane sotto l’influsso dell’essenza solare unitaria per tutta la terra. Questo è quello che ha portato al fatto che si è stati obbligati a trovare per le cose che prima erano spiegate dal cosmico spiegazioni terrestri. Poiché si era tralasciato di cercarne le forze, che devono uscire dal sistema planetario quando un corpo solido, per esempio ghiaccio, diventa liquido, quando diventa acqua, dal momento che si era tralasciato di cercarle nel sistema planetario, si dovettero metterle dentro all’interno del corpo stesso. Si dovette ripensarci, pensarci sopra, come un tale corpo è composto di molecole e atomi. E si dovettero assegnare a questi sfortunati atomi e molecole le capacità che da dentro dovevano effettuare che un solido diventasse liquido, un liquido gassoso, le capacità che si erano precedentemente derivate da quello che era effettivamente dato nello spazio, ma certamente nel cosmo al di fuori della terra. Così si deve intendere il passaggio delle rappresentazioni fisiche come si è particolarmente mostrato nel crasso materialismo di tutti i trattati dell’Accademia del Cimento, che ha fiorito per circa dieci anni, dal 1657 al 1667. Si deve rappresentarsi che questo crasso materialismo è nato dal fatto che si sono gradualmente perse le idee che illustrano l’annessione del nostro terrestre al cosmico, al sopra-terrestre. Oggi siamo di fronte alla necessità di creare qui di nuovo un’inversione di rotta. Non si uscirà dal materialismo se non ci si mette di nuovo nella situazione di essere meno filistei proprio nel campo della fisica. Perché il filisteo sta nel fatto che si passa da concetti concreti a concetti astratti, poiché nessuno ama più i concetti astratti del filisteo. Vorrebbe afferrare tutto con un paio di formule, con un paio di concetti astratti. Ma nemmeno la fisica stessa avanzerà, se continua a tessere in tali considerazioni — non voglio nemmeno addurre solo le teorie —, come sono diventate comuni dal materialismo dell’Accademia del Cimento. Avanziamo attraverso il fatto che proprio in un campo come la teoria del calore, tentiamo di nuovo di guadagnare il legame con idee più ampie, più atteggiamenti generali di quelli che la fisica materialistica più recente ha avuto. ### Terza conferenza

3°Fusione, ebollizione e fisica goethiana

Stoccarda, 3 Marzo 1920

Oggi affronteremo ulteriori fenomeni per avanzare verso l’obiettivo che abbiamo cominciato a raggiungere nei primi giorni delle nostre considerazioni; in particolare esamineremo i fenomeni che riguardano la relazione dell’essenza del calore con il cosiddetto stato di aggregazione, cioè con ciò che, come vi ho detto ieri, nella vecchia concezione fisica del mondo veniva designato come terra, acqua, aria. Voi sapete che terra, acqua, aria — oppure, come li chiamiamo oggi, corpi solidi, liquidi e gassosi — possono trasformarsi l’uno nell’altro. Tuttavia, per quanto riguarda l’essenza del calore, si manifesta un fenomeno del tutto particolare. Voglio descrivere il fenomeno dapprima, e poi constateremo semplicemente: prendiamo un corpo solido qualsiasi e riscaldiamolo, così esso diventa sempre più caldo e più caldo, finché arriva a un punto in cui passa dallo stato solido a quello liquido. Se ora ci avvaliamo di un termometro, possiamo constatare come il termometro sale mentre il corpo diventa sempre più caldo e più caldo. Nel momento in cui il corpo inizia a diventare liquido, cioè a fondere, il termometro smette di salire. Attende finché l’intero corpo non sia diventato liquido, e poi ricomincia a salire all’interno del liquido in cui il corpo si è trasformato. Possiamo quindi dire: durante il processo di fusione, il termometro non mostra alcun aumento di temperatura. Non dobbiamo però credere che l’essenza stessa del calore rimanga non partecipe. Se non continuassimo a fornire calore, la fusione cesserebbe. Dobbiamo quindi fornire calore per provocare la fusione, ma questo calore non si manifesta al termometro; il termometro ricomincia a mostrarsi soltanto quando la fusione è completata e il liquido formatosi dal corpo solido viene ulteriormente riscaldato. Questi fenomeni devono essere esaminati attentamente. Poiché vedete come questi fenomeni interrompono il progresso dell’aumento di temperatura.

Vogliamo riunire una serie di tali fenomeni, che — senza che ricorriamo a teorie inventate — potranno condurci a una concezione dell’essenza del calore. Abbiamo qui preparato, innanzitutto, questo corpo solido, il tiosolfato di sodio. Sottoporremo questo corpo alla fusione. Vedete qui una temperatura di circa 25°. Ora si tratta di fornire calore a questo corpo, e chiedo a qualcuno di fare da delegato e di venire qui a osservare come durante la fusione di questo corpo la temperatura in realtà non aumenta. (Nel frattempo il termometro è salito a 48°, il punto di fusione del tiosolfato di sodio, e questo si è fuso.) Ora il termometro sale rapidamente perché la fusione è completata, mentre prima rimase stazionario durante l’intero processo di fusione.

Vogliamo ora rappresentarci semplicemente questo processo. Possiamo farlo nel modo seguente. Consideriamo l’aumento di temperatura come una linea che aumenta in questa maniera.

Supponiamo di aver raggiunto il cosiddetto punto di fusione con la temperatura in aumento. Qui il corpo inizia a fondere. La temperatura, per quanto mostrata dal termometro, rimane stazionaria. Se continuo a riscaldare, la temperatura ricomincia ad aumentare. Si noterebbe che con l’aumento della temperatura, cioè fornendo ulteriore calore, il liquido in questione si espande. Ora si tratta di continuare a riscaldare un corpo che si è trasformato in liquido. Allora la temperatura aumenta ancora, cioè partendo dallo stesso punto da cui era partita durante la fusione (linea punteggiata). Continua a salire finché il corpo rimane liquido. Possiamo raggiungere un secondo punto in cui il liquido inizia a bollire, a evaporare. Osserviamo di nuovo lo stesso fenomeno: il termometro cessa di mostrare un aumento di temperatura. Finché il liquido non sia completamente evaporato. Nel momento in cui il liquido si è evaporato, se potessimo tenere il termometro nel vapore, vedremmo di nuovo il termometro salire (linea tratteggiata). Qui potremmo osservare di nuovo che durante l’evaporazione il termometro non sale. Ho dunque qui un secondo limite in cui l’aumento del termometro si arresta.

Ora, a questo fenomeno che vi ho appena mostrato, chiedo a voi di aggiungerne un altro che vi può essere molto ben noto dalla vita ordinaria: se prendiamo il corpo solido da cui siamo partiti, esso è, come voi sapete, tale che mantiene la forma che possiede grazie a sé stesso. Se metto un corpo solido da qualche parte, rimane come è. Se prendete un liquido — cioè ciò che ha attraversato il punto di fusione durante il riscaldamento — sapete che non posso mettere un liquido a frammenti, ma devo tenerlo in un recipiente, ed esso rimane nella forma del recipiente e forma una superficie di livello orizzontale in alto. Se prendo un gas — vapore che ha attraversato il punto di ebollizione — non posso trattenerlo in un recipiente siffatto. Me ne va via. Un tale vapore posso conservarlo solo in un recipiente chiuso da tutti i lati, altrimenti il vapore me ne va via in tutte le direzioni. Questo vale almeno per un primo sguardo superficiale, e vogliamo partire da questo sguardo superficiale. Ora vi chiedo di fare le seguenti considerazioni insieme a me. Facciamo queste considerazioni per mezzo della loro combinazione per poter arrivare veramente a una sorta di comprensione dell’essenza del calore. Come ho dunque accertato l’aumento di temperatura? L’ho accertato attraverso l’espansione del mercurio. Questa espansione del mercurio si è verificata nello spazio. E sebbene il mercurio sia un liquido alla nostra temperatura media, dobbiamo essere consapevoli che, sebbene sia contenuto nel recipiente, le espansioni in tre dimensioni si sommano, e noi le otteniamo come espansione solo in una direzione. Abbiamo però ridotto a una sola dimensione l’espansione del mercurio in tre dimensioni, così che accertiamo l’aumento di temperatura attraverso l’espansione di un corpo.

Partendo da questa considerazione che abbiamo stabilito, esaminiamo quanto segue: prendiamo una linea — potete naturalmente solo pensare una linea, e immaginate che su questa linea si trovi una serie di punti: a, b, c, d, e così via. Se volete raggiungere questi punti, potete rimanere perfettamente in questa linea. Se, ad esempio, siete qui (a), potete raggiungere il punto c percorrendo la linea. Potete tornare indietro e raggiungere di nuovo il punto a. Insomma, se voglio raggiungere i punti a, b, c, d posso rimanere perfettamente in questa linea. Non così quando consideriamo il punto e o il punto f. Non potete rimanere sulla linea se volete raggiungere il punto e e il punto f. Dovete uscire dalla linea per raggiungere il punto e e il punto f. Dovete quindi percorrere un po’ sulla linea e poi uscire da essa per raggiungere questi punti.

Immaginate ora di osservare una superficie — diciamo il piano della lavagna — e registri di nuovo sulla superficie della lavagna una serie di punti: a, b, c. Per raggiungere questi punti potete rimanere perfettamente nel piano della lavagna. Se siete qui (X), potete fare un percorso che non esce affatto dal piano della lavagna, verso ognuno di questi punti. Ma non potete, se volete rimanere nel piano della lavagna, raggiungere questo vertice che è qui (di fronte alla lavagna) e che rappresenta un altro punto. Dovete uscire dal piano della lavagna. In questo modo è possibile formarsi un concetto della dimensionalità dello spazio, dicendovi: per i punti che stanno nella prima dimensione è possibile raggiungerli anche percorrendo questa sola dimensione. Per i punti che però stanno al di fuori di questa dimensione, non si può raggiungerli senza uscire da questa dimensione. Egualmente non si possono raggiungere punti che stanno nella terza dimensione percorrendo il piano. Che cosa accade se parlo solo dei punti e e f rispetto alla dimensione in cui stanno i punti a, b, c, d? Immaginatevi un essere che fosse in grado di osservare solo una singola dimensione, che non avesse idea di una seconda e di una terza dimensione. Un tale essere si muoverebbe, proprio come voi nello spazio tridimensionale, solo in una dimensione. Nel momento in cui questo essere porta il punto a (vedere il disegno a pagina 49) da qui fino a qui (b) e il punto poi si scosta e va verso e, in quel momento il contenuto di questo punto sparirebbe semplicemente per questo essere. Non esiste per un tale essere che potrebbe percepire solo in una dimensione nel momento in cui esce da questa dimensione. Egualmente tutti i punti che stanno al di fuori delle due dimensioni del piano non esistono per un essere che possa percepire solo nelle due dimensioni del piano. E se un punto che sta nel piano si prende la libertà di uscire dal piano, un tale essere non avrebbe alcun mezzo per continuare a seguire questo punto. Sparirebbe dal regno del suo spazio. Un tale essere — un essere che potrebbe percepire solo in una singola dimensione — quale geometria avrebbe? Avrebbe solo una geometria unidimensionale. Potrebbe parlare solo, all’interno di una dimensione, di distanze e di cose simili e delle loro leggi. Un essere che possa percepire solo in due dimensioni potrebbe parlare solo delle leggi delle figure piane, avrebbe solo una geometria bidimensionale. Noi umani abbiamo una geometria tridimensionale per il momento. Un essere con una geometria unidimensionale non avrebbe alcuna possibilità di rappresentarsi geometricamente ciò che un punto fa quando esce dalla dimensione. Un essere con una geometria bidimensionale non avrebbe possibilità di seguire quello che un punto fa quando esce dalle due dimensioni e dopo esiste (davanti alla lavagna).

Noi umani — lo ripeto ancora — abbiamo una geometria tridimensionale. Ora potrei altrettanto bene — perché devo effettivamente occuparmi, come detto prima, dell’espansione del mercurio con tre dimensioni ridotte a una dimensione — potrei, così come ho tracciato una linea qui su due dimensioni sulla lavagna, tracciarla in modo da riferirla a un sistema di coordinate spaziali. Avrei qui un asse delle ascisse, un asse delle ordinate e perpendicolarmente a esso un terzo asse, e potrei tracciare questa linea come una curva spaziale. Nel momento in cui arrivo al punto di fusione o di ebollizione, non sono più in grado di continuare in alcun modo a tracciare questa linea.

Teoricamente, ipoteticamente parlando, ci sarebbe una possibilità di continuare. Supponiamo che io potessi fare la cosa così: diciamo, l’aumento di temperatura sarebbe rappresentato da questa linea. Dovrei allora, mentre alcuni fattori rimangono uguali, cambiare altro qui e potrei poi continuare da un altro punto sopra. Così avrei ancora un punto di riferimento per rimanere nel mio mondo. Ma non ho un tale punto di riferimento. Perché devo semplicemente, quando traccio questa curva di temperatura, partire dallo stesso punto in cui la temperatura si trova dopo che il corpo in questione si è fuso o evaporato (xx nel disegno), dallo stesso punto da cui è partita quando la fusione o l’evaporazione ha iniziato. Vedete da questo che al punto di fusione e di ebollizione sono semplicemente costretto a qualcosa che non si può paragonare a nulla se non alla situazione di un essere unidimensionale quando un punto della sua dimensione scompare nella seconda dimensione, o di un essere bidimensionale quando un punto scompare nella terza dimensione. Se il punto ritorna e continua dallo stesso punto, cioè il punto a qui è stato trascinato (vedere il disegno a pagina 49), esce, e ora si attende e il punto ritorna di nuovo, devo continuare a seguire il suo corso dallo stesso punto all’interno di una sola dimensione. Parlando puramente in termini di fenomeni, non ho niente di diverso — quando il calore scompare al punto di fusione e di ebollizione — se non che la mia curva di temperatura è interrotta e devo continuarla dallo stesso punto dopo un certo tempo. Ma ciò che accade durante l’interruzione al calore, cadde fuori dal campo in cui traccio la mia curva — e dico esplicitamente che posso tracciarla come una curva spaziale. C’è — dico per il momento — un’analogia tra questo scomparire del punto a dalla prima nella seconda dimensione e ciò che accade al calore indicato dal termometro mentre il termometro rimane fermo al punto di fusione e di ebollizione.

Ora si tratta di mettere in relazione un altro fenomeno con questo. Vedete, tutto dipende proprio dal mettere in relazione questi fenomeni; non dall’inventare teorie, ma dal mettere insieme i fenomeni in modo che si illuminino e si spieghino reciprocamente. Questa è la differenza fra la fisica goethiana e quella odierna — la fisica goethiana semplicemente riunisce i fenomeni perché si illuminino reciprocamente, mentre la fisica moderna, quando anche osa passare alle teorie, tende a teorizzare aggiungendo alle apparenze, fantasticando. Perché atomi e molecole sono essenzialmente nient’altro che aggiunte ai fenomeni, fantasie aggiunte.

Vogliamo dunque mantenere insieme un altro fenomeno con lo scomparire del riscaldamento rilevabile dal termometro durante la fusione. Questo altro fenomeno ci appare quando consideriamo la nostra formula di ieri: V = V₀(1 + 3αt + 3β t² + γ t³).

Dissi di questa formula ieri che doveste in particolare considerare gli ultimi due termini. È particolarmente importante per noi oggi considerare t³, la terza potenza della temperatura. Prendete una dimensionalità spaziale ordinaria. Con questa dimensionalità spaziale ordinaria, quando è un corpo matematico, parlate di lunghezza, larghezza e altezza. Queste sono essenzialmente le tre dimensioni dello spazio. Ora, se riscaldiamo un’asta, come abbiamo fatto ieri, possiamo considerare l’espansione di questa asta. Possiamo anche considerare la temperatura di questa asta. Ma non possiamo ottenere una cosa: che l’asta, mentre si espande, non perda calore nell’ambiente circostante, che non emetta calore, non lo irradi. Non possiamo impedirlo. Non possiamo nemmeno pensare a un’espansione termica — vi prego di badare alla parola — solo in una dimensione.

Possiamo bene pensare un’espansione spaziale pura — cosa che si fa sempre in geometria — in una dimensione, cioè come una linea, ma non possiamo mai pensare uno stato termico che si estenda solo lungo una linea. Possiamo, se prestiamo attenzione a questo, non dire che il corso del calore — pensato come curva, non nello spazio — sia davvero qualcosa d’altro di ciò che è rappresentato da questa curva che ho tracciato qui (vedere il disegno a pagina 53). Non comprendo l’intero processo del calore attraverso questa curva. C’è ancora qualcosa d’altro in gioco che quello che posso comprendere attraverso questa curva. E ciò che è in gioco deve cambiare l’intera natura e l’essenza di ciò che effettivamente rappresento attraverso questa curva, che uso come simbolo per la rappresentazione dello stato termico, indipendentemente dal fatto che lo consideri geometricamente o aritmeticamente.

Abbiamo dunque il carattere particolare che, se vogliamo comprendere lo stato termico attraverso le nostre ordinarie linee geometriche, nella misura in cui si manifesta attraverso la temperatura, non possiamo comprenderlo completamente. Ma questo ha un’altra conseguenza. Immaginate di avere una linea (vedere il disegno). Questa linea ha una certa lunghezza /. Se elevate questa linea al quadrato, potete rappresentare questo /² attraverso questa superficie quadrata. Supponiamo che formiate /³, potete rappresentare questa terza potenza attraverso il cubo, attraverso il corpo spaziale. Ma supponiamo che formi la quarta potenza /⁴, cosa devo fare ora se voglio continuare a tracciare? Posso passare dalla linea al piano, dal piano al corpo, ma cosa posso fare ora per passare alla quarta potenza, se voglio continuare con lo stesso metodo? Non posso fare nulla all’interno del nostro spazio tridimensionale. Questo vale almeno inizialmente per le grandezze spaziali matematiche.

Ma abbiamo visto che lo stato termico, nella misura in cui si manifesta attraverso la temperatura, non può essere espresso attraverso grandezze spaziali. C’è ancora qualcosa d’altro. Altrimenti uno stato termico che si estende lungo un’asta potrebbe essere compreso come uno stato che si estende solo lungo un’asta. Ma questo è impossibile. Ne consegue che, se procedo conseguentemente, non sono in grado di comprendere le potenze di t nello stesso modo in cui comprendo le potenze di grandezze spaziali. Non sono in grado di pensare lo stesso sulle potenze di t come penso sulle potenze di / o di qualsiasi altra grandezza spaziale pura. E se, ad esempio — voglio trattare questo inizialmente solo ipoteticamente — se avessi, per esempio, solo una potenza, la prima potenza di t, e questa non fosse esprimibile come linea, allora la seconda potenza t² non potrebbe essere espressa come piano. E la terza potenza t³ non potrebbe affatto essere espressa attraverso una grandezza spaziale. Proprio come con le grandezze spaziali matematiche esco dallo spazio solo dopo aver formato la terza potenza, forse già con la seconda potenza uscirei dal nostro spazio, e con la terza non sarei più dentro.

Immaginate quindi che dovreste rappresentarvi t di una natura completamente diversa dalle grandezze spaziali. Dovreste considerare il t ordinario già come qualcosa di elevato al quadrato, come una seconda potenza, e dovreste considerare il t elevato al quadrato già come una terza potenza e il t elevato al cubo come una quarta potenza, per mezzo del che uscite dal nostro spazio ordinario. Immaginate, allora questa formula assumerebbe un aspetto del tutto particolare. Allora l’ultimo termine che si trova in questa formula mi costringerebbe a uscire dallo spazio tridimensionale. Sarei allora, semplicemente calcolando, costretto con l’ultimo termine della mia formula a uscire dallo spazio tridimensionale. Lo dico ora puramente ipoteticamente, come una possibilità, come si fa del resto con le formule matematiche. Non è vero che quando considerate un triangolo e constatate che il triangolo ha tre angoli, avete innanzitutto un triangolo pensato. Poiché il pensiero è troppo pigro, lo disegnate per rappresentarvelo visivamente. Ma il disegno non c’entra nulla con questo. Vi è dato: la somma degli angoli è 180°. Oppure: in un triangolo rettangolo, il quadrato dell’ipotenusa è uguale alla somma dei quadrati sui due cateti. Questo è qualcosa che si tratta inizialmente proprio come ho trattato ora t nella sua potenza. Ora torniamo indietro ed esaminiamo quello che abbiamo constatato come fenomeno. Così si fa in geometria: se osservo un triangolo su un ponte o altrove, ciò che ho pensato del triangolo astratto si verifica. Ciò che ho pensato della t astratta ha inizialmente — vogliamo avvicinarci gradualmente alla realtà — una certa somiglianza con ciò che si rappresenta nella fusione e nell’evaporazione. Non riuscivo a far rientrare la fusione e l’evaporazione nelle tre dimensioni spaziali. Posso farle rientrare solo smettendo di tracciare la curva e poi ricominciandola. Se ora le premesse che ho fatto prima sono valide, allora sarei anche costretto, con la terza potenza, con il cubo della temperatura, a uscire dallo spazio tridimensionale.

Vedete, vi ho mostrato un percorso che deve essere intrapreso in un certo modo se si vuole provare a riunire semplicemente i fenomeni che si manifestano rispetto all’essenza del calore, per ottenere attraverso questa riunione qualcosa di simile a quello che nel corso precedente si è ottenuto per la considerazione dell’essenza della luce. Il fisico Crookes è partito da presupposti completamente diversi. Ed è notevole che attraverso le sue considerazioni sia arrivato a un risultato simile a quello che abbiamo ora esposto solo ipoteticamente, la cui realtà affronteremo nelle prossime considerazioni. Anche lui arriva a considerare i cambiamenti della temperatura in generale come qualcosa che ha a che fare con una sorta di quarta dimensione dello spazio. È importante oggi sottolinearlo perché i relativisti, con Einstein in testa, esattamente mentre superano le tre dimensioni dello spazio, si vedono costretti a passare al tempo e a designarlo come quarta dimensione, così che nelle formule einsteiniane la quarta dimensione si trova designata come il tempo, mentre Crookes si trovò costretto a considerare l’aumento o la diminuzione dello stato termico come la quarta dimensione. Questo come inserzione storica.

A questi fenomeni vi chiedo ora di aggiungere quello che ho già menzionato prima. Ho detto: un corpo solido ordinario posso metterlo giù, conserverà la sua forma — cioè ha una forma definita. Un corpo liquido devo versarlo in un recipiente. Forma sempre una superficie di livello e nel resto assume la forma del recipiente. Così non è con il corpo gassoso o vaporoso. Questo si espande in tutte le direzioni. Per contenerlo, devo circondarlo in un recipiente chiuso completamente. Questo recipiente completamente chiuso gli dà la sua forma, così che con un gas ho una forma solo se lo chiudo completamente.

Se ho un corpo solido, ha la sua forma appunto perché è un corpo solido. Per così dire l’ha di per sé. Lascio ora il liquido come stato intermedio e voglio descrivere come contrari il corpo solido e il corpo gassoso. Il corpo solido si provvede da solo di ciò che devo aggiungere io al gassoso: le pareti da tutti i lati.

Ma accade qualcosa di particolare con il gas. Se prendete un gas, invece di tenerlo lì dentro, lo chiudete in un recipiente più piccolo — la stessa quantità di gas, comprimendo le pareti da tutti i lati — allora dovete semplicemente spingere, dovete esercitare una pressione. Questo non significa nulla se non: dovete superare la pressione del gas. Avete a che fare sulle pareti che formano la forma, con una pressione. Possiamo quindi dire: un gas che ha la tendenza ad allontanarsi in tutte le direzioni viene mantenuto insieme dalla resistenza delle pareti. Questa resistenza è già presente da sola quando ho un corpo solido. Così che, senza teorizzare affatto, ma semplicemente considerando il fatto ordinario, posso definire un contrasto polare tra gas e corpo solido dicendo: quello che devo aggiungere dall’esterno al gas, è dal corpo solido già presente. Ma ora, raffreddando il gas, ritornando attraverso il punto di ebollizione, potete ottenere il liquido dal vapore; continuando a raffreddare ritornando al punto di fusione, potete ottenere di nuovo corpi solidi dal liquido. Cioè, potete semplicemente attraverso processi che sono connessi all’essenza del calore, provocare che non abbiate più bisogno di formare la forma dall’esterno, ma che la forma si formi dall’interno di per sé stessa. Poiché non ho fatto nulla se non cambiare lo stato termico, è ovvio che questa formazione è in qualche modo connessa al cambiamento dello stato termico. Nel corpo solido c’è qualcosa che non era ancora presente nel corpo gassoso.

Se opponiamo al corpo solido qualche parete, il corpo solido non spinge su questa parete inizialmente, a meno che non lo facciamo noi stessi. Se opponiamo al gas una parete solida, il gas spinge sempre sulla parete solida. Vedete, arriviamo così al concetto di pressione e dobbiamo connettere questo insorgere della pressione di nuovo con lo stato termico. Dobbiamo quindi dire: deve essere ricercata una relazione definita tra la formazione del corpo solido e la resistenza esercitata dalla pressione sulle pareti contro il diffondersi in tutte le direzioni del gas. Se cerchiamo queste relazioni, possiamo sperare di penetrare veramente nell’essenza della connessione tra il calore e i corpi.

4°Calore, lavoro e organi di senso

Stoccarda, 4 Marzo 1920

Vi sarete forse accorti che in queste considerazioni essenzialmente tutto dipende da una certa impostazione. Vogliamo riunire una serie di fenomeni dall’ambito dell’essenza del calore in modo che alla fine possiamo scoprire in che cosa consiste effettivamente questa essenza del calore. Finora ci siamo essenzialmente familiarizzati con certe connessioni che ci si presentano attraverso fenomeni all’interno dell’ambito dell’essenza del calore, e abbiamo in particolare osservato in quale relazione l’essenza del calore stia con la capacità di espansione dei corpi. Abbiamo poi provato a stabilire prima alcuni concetti di immagine sulla forma di un corpo solido, di un corpo liquido e di un corpo gassoso o vaporoso. Ho anche parlato delle connessioni dell’essenza del calore con queste trasformazioni che compaiono nei corpi: il passaggio da solido a liquido, a gassoso o vaporoso. Ora desidero mostrarvi quel fenomeno che può mostrarci che relazioni appaiono quando abbiamo a che fare con gas, con vapori — di cui già sappiamo che hanno una certa connessione con l’essenza del calore per il fatto che possiamo produrre lo stato gassoso attraverso l’essenza del calore, che possiamo di nuovo produrre un corpo liquido da un corpo gassoso e vaporoso cambiando in un certo modo il grado di calore. Sapete che, se abbiamo un corpo solido, è impossibile che questo corpo solido penetri un altro corpo solido. L’osservazione di tali semplici relazioni elementari è straordinariamente importante se vogliamo penetrare nell’essenza vera del calore. Quello che sarà mostrato qui ora deve illustrare come il vapore acqueo, che qui produciamo, passa dapprima qui in questo bulbo e poi sarà dentro questo bulbo. Quindi riempiremo gradualmente questo bulbo di vapore acqueo e ora da un altro lato faremo confluire un altro vapore, la cui formazione potete seguire dal fatto che qui è in uno stato colorato. (L’esperimento si mostra.) Vedete quindi, sebbene avessimo riempito il bulbo di vapore acqueo, l’altro vapore dalla parte opposta è entrato nello spazio riempito di vapore acqueo, cioè: un gas non impedisce che un altro gas penetri nello stesso spazio in cui uno è già presente. Vogliamo mantenere anche questo fenomeno semplicemente come tale, vogliamo quindi comprendere che corpi gassosi o vaporosi penetrano reciprocamente in una certa misura.

Ora voglio mostrarvi un altro fenomeno che deve mostrarvi un’altra connessione dell’essenza del calore con altri fatti. Abbiamo qui nel tubo sinistro aria, che si trova semplicemente nello stesso stato dell’aria esterna di cui siamo continuamente circondati. Devo menzionare che questa aria esterna di cui siamo continuamente circondati è sottoposta a una certa pressione, la nostra pressione atmosferica ordinaria, che continuamente agisce anche su di noi. Così possiamo dire: l’aria che abbiamo qui dentro, a sinistra, è sotto esattamente la stessa pressione dell’aria esterna stessa, cosa che si mostra dal fatto che la colonna di mercurio sinistra e destra rimane allo stesso livello; dal fatto che a sinistra e a destra la colonna di mercurio è ugualmente alta, vedete che qui (a destra) l’aria esterna, che ha ancora libero accesso dall’alto, è sotto esattamente la stessa pressione dell’aria qui nel tubo di vetro completamente chiuso (a sinistra). Vogliamo ora provocare un cambiamento aumentando la pressione che agisce sull’aria nel tubo di vetro sinistro. Possiamo ottenerlo alzando il tubo destro qui (disegno a destra). Alzandolo, abbiamo aggiunto a sinistra alla pressione atmosferica ordinaria anche quella pressione che deriva dalla colonna di mercurio elevata. Quindi semplicemente il peso della colonna di mercurio da qui (a) fino a qui (b) ho aggiunto. Ma per il fatto che aumentiamo in questo modo la pressione che agisce su questa aria aggiungendo quella pressione che corrisponde al peso di questa colonna di mercurio, si vede come il volume, il contenuto dello spazio, come lo si chiama, nell’altro tubo di vetro è diventato più piccolo, così possiamo dire: se esercitiamo una pressione aumentata su un gas, il suo volume, il suo contenuto di spazio diminuisce. Dobbiamo mantenere questo come un altro fenomeno, dobbiamo mantenere che il contenuto dello spazio e la pressione esercitata sul gas si trovano in una relazione inversa l’uno all’altro. Quanto maggiore la pressione, tanto minore il contenuto dello spazio; quanto maggiore il contenuto dello spazio, tanto minore deve essere la pressione esercitata sul gas. Possiamo derivare da questo fenomeno l’equazione che il contenuto dello spazio V₁ si trova in relazione al contenuto dello spazio V₂ come inversamente la pressione P₂ alla pressione P₁.

Ne consegue come una legge relativamente generale — possiamo naturalmente parlare solo di leggi relative, lo vedremo in considerazioni successive — ne consegue per la connessione tra volume e pressione nei gas che il prodotto del volume e della pressione rimane costante per i gas, quando manteniamo il calore uguale. Tali fenomeni devono, come detto, essere riuniti per avvicinarci all’essenza del calore. Poiché vogliamo attraverso le nostre considerazioni anche creare una base per il trattamento pedagogico nella scuola, e da un’altra parte vogliamo procurarci conoscenze, si tratta che conosciamo da una parte il modo di pensare della fisica contemporanea e dall’altra parte ci familiarizziamo con ciò che deve accadere affinché si esca da vari ostacoli, potrei dire, che regnano nella fisica contemporanea per una vera conoscenza dell’essenza del calore.

Se vi ricordate che essenzialmente, oltre all’essenza del calore, abbiamo avuto a che fare con l’espansione di volume, con i cambiamenti cioè dello spazio e con i cambiamenti della pressione, dovete dirvi che si sono presentati a noi — devo infatti, per raggiungere il nostro obiettivo, parlare il più possibile precisamente, cosa che non accade comunemente in questo ambito — nel corso della nostra considerazione sull’essenza del calore, fatti meccanici: cambiamenti di spazio, cambiamenti di pressione. Fatti meccanici si sono presentati a noi. Ora per lo sviluppo della fisica moderna stava il fatto che, quando si considerava l’essenza del calore, compariva un fenomeno meccanico. Questo fenomeno meccanico divenne effettivamente quello attraverso cui si osservavano i fenomeni termici. L’essenza del calore si lascia in sospeso nella sfera dell’ignoto, e si considerano essenzialmente i processi meccanici che si svolgono sotto l’influenza dell’essenza del calore. Si considera, astenendosi dalla sensazione di calore come da qualcosa di presuntamente soggettivo, nel cambiamento dello stato termico della sensazione di calore — l’espansione, diciamo del mercurio — quindi qualcosa che appartiene al campo dei fenomeni meccanici. Si considera allora la dipendenza dello stato termico, diciamo di un gas, dalle relazioni di pressione, che continueremo ulteriormente a seguire, e si ha a che fare nuovamente con il fatto che essenzialmente si considera qualcosa di meccanico e si lascia l’essenza del calore da parte. Ieri abbiamo visto che effettivamente c’è una buona ragione per cui questa essenza del calore è stata lasciata da parte. Poiché abbiamo visto come questa essenza del calore nel momento in cui la inseriamo nel calcolo crea difficoltà ai calcoli ordinari, come ad esempio non possiamo trattare una terza potenza della temperatura nello stesso modo di una terza potenza ordinaria dello spazio. E poiché la teoria ordinaria del calore non ha potuto fare nulla con le potenze della temperatura, ha semplicemente cancellato la seconda e la terza potenza della temperatura nella formula di espansione, come vi ho già detto nelle considerazioni precedenti.

Ora non dovete però fare altro che riflettere che nella sfera della natura esterna lo stato termico si presenta sempre a noi nei processi meccanici esterni, soprattutto nei processi spaziali. I processi spaziali sono già presenti. Il calore si manifesta allora nei processi spaziali. Questo comporta che noi, costretti da questa semplice considerazione, dobbiamo trattare il calore così come trattiamo quella linea spaziale che ci conduce dalla prima potenza di un’espansione alla seconda potenza dell’espansione. Se consideriamo la prima potenza dell’espansione, la linea, e vogliamo passare alla seconda potenza nella considerazione, dobbiamo uscire dalla linea. Dobbiamo quindi aggiungere l’altra dimensione alla prima, dobbiamo in qualche modo passare dalla prima potenza alla seconda. Dobbiamo pensare la guida direttrice della seconda potenza completamente diversamente da come pensiamo quella della prima potenza. Ma esattamente lo stesso dobbiamo fare quando consideriamo uno stato di temperatura.

Per così dire la prima potenza è presente nell’espansione. Il cambiamento della temperatura è qualcosa che in rapporto all’espansione si presenta come qui la seconda guida direttrice alla prima. Non posso fare altrimenti che tracciare il disegno così che, mentre al disegno dell’espansione aggiungo il cambiamento della temperatura, aggiungo alla linea delle ascisse la linea delle ordinate. Ma questo comporta che siamo costretti a trattare tutto quello che sorge dall’essenza del calore, cioè il cambiamento della temperatura, non come prima potenza, ma già da principio come seconda potenza, e la seconda come una terza. E se abbiamo la terza potenza della temperatura, non possiamo più restare nel nostro spazio ordinario. Una semplice considerazione, sebbene debba essere compiuta attraverso concetti piuttosto sottili, vi mostra che è impossibile, quando consideriamo il calore che opera nello spazio, cioè nella terza dimensione, rimanere nella terza dimensione dello spazio. Vi mostra che nel momento in cui abbiamo a che fare con le tre dimensioni dello spazio, siamo costretti, quando consideriamo l’effetto del calore, a uscire dallo spazio stesso.

Ora la fisica moderna si assegna il compito di rimanere, al fine di spiegare i fenomeni all’interno dello spazio tridimensionale. E assegnandosi questo compito, deve, poiché l’essenza del calore non può essere trovata entro lo spazio tridimensionale, non occuparsi dell’essenza del calore. Può afferrare l’essenza del calore solo attraverso le sue manifestazioni nello spazio tridimensionale.

Vedete, qui c’è un punto molto importante dove già all’interno dei fenomeni della natura inorganica, dei fenomeni fisici, deve essere superato una sorta di Rubicone verso una concezione del mondo più elevata. E si deve dire: poiché così pochi sforzi sono fatti per giungere a chiarezza in questi punti, così poca chiarezza regna anche nel campo della nostra concezione del mondo più elevata. Immaginate solo che se i fisici insegnassero ai loro studenti che bisogna semplicemente uscire dalle relazioni spaziali ordinarie in cui si svolgono i processi meccanici, osservando i fenomeni termici, allora questi insegnanti di fisica susciterebbero nella gente, che è considerata un popolo conoscente perché si è appropriata qualcosa come la fisica, l’idea che in realtà non si può imparare la fisica senza uscire dallo spazio tridimensionale. E allora sarebbe molto più facile fondare una concezione del mondo più elevata di fronte alla gente del mondo. Poiché queste persone del mondo direbbero, anche se non avessero imparato la fisica: non possiamo giudicarlo, ma coloro che hanno imparato la fisica sanno che bisogna innanzitutto, attraverso la fisica, salire dallo spazio a relazioni diverse da quelle che si possono svolgere nello spazio stesso. Perciò molto dipende dal fatto che in fisica otteniamo relazioni come quelle che qui in queste considerazioni verranno tentate. Altrimenti si dimostrerebbe sempre che da una parte si tenti di diffondere nel mondo popolare una concezione del mondo fondata su basi spirituali, ma allora i fisici farebbero valere: noi spieghiamo tutti i fenomeni attraverso processi puramente meccanici. — Questo porta al fatto che la gente allora dice: sì, nello spazio ci sono in generale solo processi meccanici; la vita deve essere anche un processo meccanico, i processi psichici devono anche essere solo processi meccanici, anche i processi spirituali. — La «scienza rigorosa» non vuole sapere nulla di alcun fondamento spirituale del mondo. E la «scienza rigorosa» agisce come un’autorità particolarmente intensiva perché la gente non la conosce. Poiché ciò che si conosce, generalmente lo si giudica e non ci si lascia imporre un potere autoritario. Ciò che non si conosce, generalmente vi si cade come a un’autorità. Se si facesse di più per la popolarizzazione della cosiddetta «scienza rigorosa ed esatta», allora il potere autoritario di certe persone, che dietro muri possiedono questa «scienza esatta», diminuirebbe sostanzialmente.

Nel corso del XIX secolo si è inoltre aggiunto ai fatti che abbiamo già osservato, appunto quell’altro che ho già accennato, che consiste nel fatto che non vediamo sorgere solo processi meccanici nel corso dei processi con l’essenza del calore, ma anche che si può innanzitutto convertire il calore in processi meccanici, cosa che vedete nella macchina a vapore ordinaria, dove si riscalda e il processo meccanico di movimento sorge; che inversamente si possono trasformare di nuovo processi meccanici, attrito e simili, in calore, per il fatto che quello che è il processo meccanico provoca, come si dice, l’insorgere di calore. Così che si possono trasformare processi termici e processi meccanici l’uno nell’altro.

Vogliamo oggi considerare la cosa dapprima provvisoriamente, preliminarmente, e poi occuparci di fenomeni particolari che appartengono a questo ambito.

Inoltre si è scoperto che non solo processi termici, ma anche processi elettrici, processi che appartengono al campo della chimica, possono essere trasformati in processi meccanici. E da questo si è sviluppato quello che ci siamo abituati a chiamare nel corso del XIX secolo la teoria meccanica del calore. Questa teoria meccanica del calore ha quindi come fondamento iniziale: il calore e la prestazione meccanica possono essere trasformati l’uno nell’altro. Ora dobbiamo innanzitutto esaminare più da vicino questo giudizio. Non posso veramente liberarvi da questo, non posso portarvi ai componenti elementari dei giudizi che appartengono al campo della fisica. Se, proprio in queste considerazioni decisive, non ci impegniamo a cercare i componenti elementari dei giudizi, dovremmo rinunciare a generare qualche chiarezza, proprio nel campo dell’essenza del calore che è decisivo. Dobbiamo quindi porre la domanda: che cosa significa effettivamente quando mostro da qualche parte che il calore che produco come in una macchina a vapore genera movimento esterno, cioè lavoro meccanico esterno? Che cosa significa quando lo trasformo nel giudizio: attraverso il calore è stato compiuto un lavoro meccanico esterno? Distinguiamo una volta chiaramente ciò che possiamo accertare come fatti e ciò che poi aggiungiamo a questi fatti come giudizio. Abbiamo accertato che un processo che si presenta come un processo termico in seguito si rivela attraverso un processo lavorativo, attraverso un processo meccanico. Ora si è aggiunto a questo il giudizio che il processo termico, il calore come tale, si fosse trasformato nel processo meccanico, nella prestazione lavorativa meccanica.

Sì, quando entro in una stanza e trovo in questa stanza una certa temperatura che mi piace, entro e dico a me stesso interiormente, forse del tutto inconsciamente, senza dirmi: in questa stanza mi sento comodo. Mi siedo al tavolo di scrittura e scrivo qualcosa. Questo è sorto in seguito a quello che è accaduto prima — sono entrato nella stanza, lo stato termico ha agito su di me. Dopo è sorto quello che ho scritto. Potrei dirvi in un certo senso: bene, se avessi trovato qui una temperatura da cantina, me ne sarei andato via e non avrei compiuto questo lavoro, il lavoro di scrivere quello che è venuto fuori. Se ora aggiungo a questo fatto il giudizio: il calore che mi è stato somministrato si è trasformato nel lavoro che dopo è diventato visibile — allora evidentemente nel mio contenuto di giudizio ho omesso qualcosa. Ho omesso tutto ciò che potevo compiere solo attraverso me stesso. Devo però includere tutto quello che ho omesso, se voglio portare una realtà totale nel giudizio. La domanda sorge ora: se in tutta la successione di fatti equivalenti il calore è presente, che ho provocato come in un riscaldamento della caldaia a vapore, e dopo sorge il lavoro, il movimento di una locomotiva, e dico semplicemente che il calore si è trasformato in lavoro, non avrò forse compiuto lo stesso errore che commetto quando nel giudizio precedente semplicemente parlo della trasformazione dello stato termico nell’effetto che però è sorto solo per il fatto che io stesso mi sono inserito? È apparentemente forse persino banale sottolineare una cosa simile, ma questa banalità è proprio dimenticata, trascurata in tutta la teoria meccanica del calore. E da questo dipende straordinariamente molto. Da questo dipende il fatto che si collegano due cose, in primo luogo, che nel momento in cui si esce dalla sfera dei processi meccanici e si entra nella sfera dove agisce il calore, si deve abbandonare lo spazio tridimensionale. E in secondo luogo, che semplicemente, osservando i fenomeni della natura esterna, forse non si ha quello che si ha nel caso in cui il calore si trasforma nel mio prodotto scritto. Se il calore si trasforma nel mio prodotto scritto, allora posso osservare nella mia manifestazione corporea esterna che si è inserito qualcosa. Ma se semplicemente mi trovo di fronte al fatto che devo abbandonare lo spazio tridimensionale per quanto il calore si trasforma in prestazione esterna, posso comunque dire: forse la cosa più importante che conduce a questa trasformazione si compie al di fuori dello spazio tridimensionale. Ciò che corrisponderebbe a me inserirmi, si compie al di fuori dello spazio tridimensionale. E commetto la stessa superficialità quando semplicemente parlo della trasformazione del calore in lavoro meccanico, come la commetto quando parlo della trasformazione del calore nel mio prodotto scritto e dimentico che io stesso sono inserito.

Ma questo ha una conseguenza molto significativa, universale, poiché mi costringe a pensarmi guidato, nella natura esterna anche nelle sue manifestazioni senza vita, nelle sue manifestazioni inorganiche, verso un essere che non si esprime da sé entro lo spazio tridimensionale, che per così dire opera dietro lo spazio tridimensionale. E questo è decisivo per quanto riguarda l’osservazione dell’essenza del calore stessa.

Possiamo ora, dopo aver dimostrato questo come componente elementare del giudizio nel campo del calore, guardare un po’ indietro a quello che abbiamo già accennato: alla relazione della persona stessa verso l’essenza del calore. Possiamo confrontare altre sfere percettive con la sfera percettiva dell’essenza del calore. Ho già sottolineato che, mentre percepiamo la luce, vediamo questa percezione della luce e del colore legata a organi separati, che sono semplicemente inseriti nel nostro organismo, così non possiamo parlare del fatto che affrontiamo con il nostro intero organismo il colore e l’essenza luminosa, ma che affrontiamo l’essenza luminosa e il colore solo con una parte del nostro organismo. Così è anche con le percezioni acustiche, tonali. Affrontiamo l’essenza tonale con una parte, con gli organi dell’udito. Affrontiamo l’essenza del calore con il nostro intero organismo. Però la nostra relazione verso l’essenza del calore è condizionata da ciò. E se osserviamo più da vicino, se tentiamo di trasformare questo fatto, per così dire, in conoscenza umana, dobbiamo dire: noi siamo effettivamente questa essenza del calore noi stessi.

Nella misura in cui camminiamo nello spazio come esseri umani, noi siamo effettivamente questa essenza del calore noi stessi. Nel momento in cui vi immaginereste la temperatura elevata di qualche centinaio di gradi, non sareste identici allo stato termico, né se vi immaginereste la temperatura abbassata di cento gradi. Così l’essenza del calore appartiene a ciò in cui stiamo sempre, che sperimentiamo come essere scontato, che però non portiamo nella coscienza. Solo quando si presentano deviazioni dallo stato normale, diventiamo consapevoli di loro in qualche forma.

Ora, collegato a questo fatto, si può osservare un secondo. È questo: quando vi avvicinate a un oggetto riscaldato e osservate lo stato termico con il vostro organismo — potete farlo con la punta del dito, anche con la punta del piede, potete farlo in un altro luogo del vostro organismo, per quanto mi riguarda con il lobo dell’orecchio; per così dire potete percepire lo stato termico con l’intero organismo. Ma potete percepire ancora qualcos’altro con il vostro intero organismo. Potete percepire quello che preme sul vostro organismo. E qui non siete di nuovo legati, nel senso rigoroso, come ad esempio nella percezione del colore all’occhio, a un membro particolare del vostro organismo. Sarebbe molto piacevole se almeno, ad esempio, la testa fosse esclusa da questa percezione della pressione. Allora non potremmo colpirla in modo spiacevole e dover sopportare le conseguenze. Possiamo dire: esiste una stretta affinità nel modo della nostra relazione verso il mondo esterno tra le percezioni termiche e le percezioni di pressione. Oggi abbiamo parlato di relazioni di pressione in relazione al cambiamento di volume. Torniamo ora al nostro stesso organismo e troviamo le relazioni termiche in una stretta affinità con le relazioni di pressione. Un tale fatto dobbiamo assolutamente considerare anche per la fondazione di quello che segue.

Ma c’è ancora qualcosa d’altro che dobbiamo anteporre alle nostre considerazioni successive. Sapete che particolarmente nei manuali comuni su processi fisici e fisiologici si fa molto caso al fatto che abbiamo certi organi, oppure abbiamo noi stessi, per la percezione delle ordinarie qualità sensoriali. Abbiamo l’occhio per il colore, l’orecchio per il tono, l’organo del gusto per certi processi chimici e così via; abbiamo distribuito nel nostro intero organismo per così dire l’organo termico unitario, ma anche l’organo di pressione unitario. Ora comunemente si sottolinea che però anche qualcosa d’altro viene percepito, per cui, come si dice, non abbiamo organi: il magnetismo, l’elettricità, che percepiamo solo nei loro effetti, che per così dire rimangono fuori, che non percepiamo direttamente. Si dice allora anche: se il nostro occhio non fosse sensibile alla luce, ma sensibile all’elettricità, allora, se guardasse un filo telegrafico, percepirebbe l’elettricità che scorre. Percepirebbe l’elettricità non solo negli effetti, ma come i processi di colore e luce immediatamente. Non possiamo. Possiamo quindi solo dire: l’elettricità ad esempio è qualcosa per cui non abbiamo organi per una percezione immediata. Quindi ci sono qualità naturali per la cui percezione abbiamo organi, e qualità naturali per la cui percezione non abbiamo organi. — Così si dice.

Ora si tratta di sapere se forse per chi osserva i fenomeni un po’ più senza pregiudizi di coloro che giungono a questo giudizio, non risulti qualcosa d’altro. Voi sapete tutti come strettamente sia connesso tutto quello che chiamiamo le nostre ordinarie rappresentazioni passive, attraverso cui percepiamo il mondo, con le impressioni dell’occhio, dell’orecchio, meno già con quello che percepiamo attraverso il gusto e l’olfatto. Provate semplicemente, puramente dal patrimonio linguistico, a estrarre la somma della vostra vita rappresentativa più elevata, allora vedrete che ancora nelle parole di cui abbiamo bisogno per la rappresentazione dei nostri concetti si possono ovunque percepire i resti delle qualità sensoriali più elevate. Anche quando pronunciamo la parola molto astratta «essere», la sua formazione è connessa con «ho visto». Chiamo essere quello che è, quello che ho visto. In «essere» rimane ancora «avere visto» dentro. E senza cadere nel materialismo — vedremo per quale ragione non si deve cadere — si può dire che il nostro mondo rappresentativo è effettivamente una sorta di filtraggio della vista e dell’udito, già meno dell’olfatto e del gusto, poiché meno tali percezioni sensoriali sono contenute nel nostro mondo rappresentativo. Per il fatto che la nostra coscienza è strettamente unita a queste nostre qualità sensoriali superiori, anche la nostra coscienza assume questo essere rappresentativo passivo superiore.

Però abbiamo all’interno del nostro essere psichico da un’altra parte anche la nostra volontà, e vi ricorderete come spesso nei discorsi antroposofici ho sottolineato che rispetto alla volontà l’uomo effettivamente dorme. Si sveglia fondamentalmente solo nel campo delle sue rappresentazioni passive superiori. Quello che volete, lo percepite solo attraverso queste rappresentazioni. Avete la rappresentazione: alzo questo bicchiere. Sì, quello che sono componenti di rappresentazione in questo, è effettivamente qualcosa in cui sono i resti delle percezioni esterne. Vi rappresentate qualcosa che appartiene interamente al campo della visibilità. Anche quando lo pensate, avete l’immagine residua del visibile. Una tale immagine residua in forma immediata non potete procurarvi dal processo di volontà vero e proprio, da quello che accade quando distendete il braccio, circondate il bicchiere con la mano, lo sollevate. Questo è un processo che rimane completamente nell’inconscio, quello che accade tra la coscienza e i processi più sottili nel braccio. Rimane così inconscio come rimangono per noi inconsci gli stati di sonno in cui cadiamo dal momento in cui ci addormentiamo fino al momento in cui ci svegliamo. Ma potete negare che questi processi, anche se non li percepiamo, sono lì? Questi processi devono essere strettamente connessi al nostro essere umano, poiché siamo noi che solleviamo il bicchiere. Siamo quindi guidati nel campo del nostro essere umano da quello che vive immediatamente nella coscienza ai processi di volontà che per così dire sporgono dal campo ordinario della coscienza.

Immaginate, tutto quello che sta sopra questa linea sia nel campo della coscienza. Quello che sta sotto, quindi che si immerge nei processi di volontà, sia al di fuori della coscienza. Passiamo ora da lì al campo dei fenomeni della natura esterna: troviamo il nostro occhio strettamente connesso ai fenomeni del colore, qualcosa che comprendiamo nella coscienza; troviamo il nostro orecchio connesso ai fenomeni tonali, qualcosa che comprendiamo con la coscienza. Scuro, ma comunque ancora per la coscienza percepibile in forma di sogno, è il gusto e l’olfatto. Abbiamo di nuovo qualcosa che appartiene interamente al campo del conscio, ma si tocca intimamente con il mondo esterno.

Ma quando passiamo ai fenomeni magnetici ed elettrici, ci sfugge quello che vive nell’elettricità e nel magnetismo e così via, da quello che comprendiamo nel collegamento immediato dei nostri organi con la natura. Ci sfugge. Allora i fisici, i fisiologi dicono: non abbiamo organi per questo, può essere percepito solo esternamente, si separa da noi, è fuori (vedere il disegno, sopra). Abbiamo quindi un campo a cui ci avviciniamo quando andiamo verso il mondo esterno. Ci sono fenomeni luminosi, fenomeni termici. I fenomeni di elettricità, dove ci sfuggono? Non percepiamo più il collegamento con gli organi.

Abbiamo in noi, mentre elaboriamo i fenomeni di luce e tonali, impronte filtrate nella nostra rappresentazione. Ma se scendiamo qui (sotto, rosso), il nostro stesso essere ci sfugge nella volontà.

Ora dirò qualcosa di paradossale, ma pensateci fino a domani. Immaginate che non fossimo esseri umani viventi, ma arcobaleni viventi, e tenessimo la nostra coscienza seduta proprio nella parte verde dell’arcobaleno, dello spettro. Confineremmo l’inconscio da una parte con il blu-violetto dell’arcobaleno, che ci sparirebbe da una parte come l’elettricità; dall’altra parte confineremmo il giallo e il rosso, che ci sparirebbero, come interiormente la nostra volontà. Se fossimo arcobaleni, non percepiremmo il verde, così come non percepiamo immediatamente quello che siamo immediatamente; lo viviamo. Ma confineremmo, spostandoci qui per così dire dal verde al giallo, il nostro interno. Diremmo: io, arcobaleno, mi avvicino al mio rosso, che però come interno non percepisco più; io, arcobaleno, mi avvicino al mio blu-violetto, ma questo mi sfugge. Sono qui in mezzo. — Fossimo quindi arcobaleni pensanti e viventi, staremmo così seduti nel verde e avremmo da una parte il polo blu-violetto, dall’altra il polo rosso-giallo, come adesso noi come esseri umani con la nostra coscienza stiamo seduti da qualche parte, da una parte abbiamo qualità naturali che ci si sottraggono come il magnetismo e l’elettricità, dall’altra parte qualità interne, che ci si sottraggono come i fenomeni della volontà. ### Quinta conferenza

5°Rappresentazioni superiori e percezione sensoriale. Kant

Stoccarda, 5 Marzo 1920

Avrei desiderato proporvi oggi ancora alcuni esperimenti che completassero quella serie di fatti di cui abbiamo bisogno per il nostro scopo, ma ciò non è al momento possibile, e devo quindi organizzare la conferenza diversamente da come avevo intenzione di fare. In parte perché non siamo riusciti a mettere l’apparecchiatura nelle condizioni necessarie, in parte anche perché non si è potuto reperire alcol, come d’altronde ieri ci è mancato il ghiaccio.

Procederò dunque sostanzialmente nella considerazione che ho cominciato ieri. Vi basta gettare uno sguardo indietro a tutti quei fatti che ci siamo messi dinanzi allo scopo di un’analisi del comportamento di diversi corpi nei confronti dell’essenza del calore, e vedrete che certe manifestazioni tipiche ci si presentano così da poter dire: vi è un’espressione in queste manifestazioni che deve essere connessa con l’essenza del calore a noi per il momento sconosciuta, con il suo rapporto alla pressione che può esercitarsi su qualsiasi corpo, anche con la capacità di forma che un corpo solido per esempio può assumere, e cioè al grado di calore, allo stato di calore, analogamente alla grandezza del volume. Possiamo infatti osservare come da un lato i corpi solidi si liquefacciano. Possiamo vedere come durante la liquefazione del corpo solido un aumento di temperatura non è constatabile esternamente mediante il termometro, così che per così dire l’aumento di calore rimane stazionario fino al termine della liquefazione. Quando abbiamo a che fare con un liquido, questo si espande di nuovo sotto l’aumento di calore. D’altro lato possiamo vedere come un corpo liquido si trasforma in vapore o gas, e come le stesse manifestazioni di sparizione e ricomparsa dell’aumento di temperatura si manifestano quando l’intero corpo è passato allo stato gassoso. Abbiamo qui — potete rappresentarvelo voi stessi — una serie di fatti che possiamo seguire con gli occhi, i sensi e gli strumenti. Ieri poi abbiamo attirato l’attenzione su certi eventi interiori che l’uomo stesso vive sotto l’influsso dell’essenza del calore, eventi che vive però anche sotto l’influsso di altre qualità sensibili, come la luce, il suono, che egli ha in fenomeni esterni come il magnetismo e l’elettricità, che però non giungono fino a una vera sensazione sensibile, almeno immediatamente, perché come dice la fisica comunemente accettata non vi sono organi per questo nell’uomo. Vediamo ciò che sono gli effetti dell’elettricità, gli effetti magnetici, solo indirettamente, constatando come i corpi magnetici attraggono altri corpi, e osserviamo negli eventi elettrici gli effetti più vari. Però una capacità di percezione immediata, come quella che abbiamo per la luce e il suono, non l’abbiamo per l’elettricità e il magnetismo.

Ci siamo particolarmente messi dinanzi e dobbiamo tenere fermo che le nostre vere rappresentazioni passive, per mezzo delle quali ci appropriamo conoscitivamente del mondo, sono in realtà percezioni sensoriali superiori distillate. Vedrete dappertutto, quando lo esaminate, che avete tali rappresentazioni superiori. Vedrete come infine — l’ho persino menzionato ieri per il concetto di essere — le vostre rappresentazioni superiori sono percezioni distillate dei sensi superiori. Potete ancora sentire risuonare i toni nelle designazioni che abbiamo nelle rappresentazioni superiori, potete dappertutto ancora scorgere ciò che queste rappresentazioni hanno dalla luce. Solo in una ben determinata serie di rappresentazioni non potete farlo, come ben presto noterete. Non potete farlo nelle rappresentazioni propriamente matematiche. In queste rappresentazioni matematiche — intendo per quanto concerne ciò che è matematico in esse — non vi è alcun ricondurre a qualcosa di sonico o di visibile. Naturalmente non dobbiamo commettere confusioni. L’uomo viene subito ricordato di qualcosa di sonico quando parla di numeri di vibrazione delle onde sonore. Questo naturalmente non è ciò che intendo. Intendo tutto ciò che si guadagna nelle rappresentazioni matematiche ed è puramente matematico, come ad esempio il contenuto del teorema pitagorico, o che la somma degli angoli di un triangolo è 180 gradi, o che il tutto è maggiore delle sue parti e così via. Ciò che sta alla base di queste rappresentazioni puramente matematiche, questo infatti in ultimo non riconduce a qualcosa di veduto o di sentito, bensì riconduce, quando lo si persegue fino in fondo, propriamente a impulsi di volontà in noi, per quanto strano ciò possa sembrare inizialmente. Vedrete dappertutto, se vi appropriate veramente una sorta di psicologia di queste cose, che gli uomini quando disegnano un triangolo — il triangolo esteriore è solo un’esteriorizzazione — che nelle rappresentazioni che ottengono rappresentano lo sviluppo della loro volontà andato tre volte intorno agli angoli, uno sviluppo andato tre volte intorno agli angoli mediante il movimento della mano o mediante il camminare, mediante il girarsi. Ciò che avete lì come rappresentazioni di volontà, ciò lo portate in realtà in rappresentazioni puramente matematiche. Questo è il vero contrasto tra le altre rappresentazioni e le rappresentazioni matematiche, quel contrasto che ad esempio a Kant o ad altri filosofi ha dato tanta fatica. Potete distinguere il carattere vincolante interiore delle rappresentazioni matematiche dal puramente empirico, il carattere non vincolante delle altre rappresentazioni. Questo contrasto proviene dal fatto che le rappresentazioni matematiche sono così strettamente legate a noi stessi che portiamo in esse la nostra essenza volitiva e solo ciò che sperimentiamo entro la sfera della volontà poniamo nelle operazioni matematiche. Perciò i risultati ci appaiono così certi. E ciò che non sentiamo così strettamente connesso con noi, ma solo perché un organo è inserito in un luogo, ci appare incerto ed empirico. Questo è il vero contrasto. Ora devo richiamarvi l’attenzione sul fatto che quando scendiamo in questa sfera della volontà, dove nell’astrattezza si avanza la somma del nostro pensiero puramente matematico, geometrico, veniamo all’ambito della volontà, che nel suo corso vero e proprio, come agisce nei nostri organi, ci è interiormente sconosciuta, come l’elettricità e il magnetismo ci sono esteriormente sconosciuti. E ieri ho tentato di rendere ciò evidente chiedendovi di immaginarvi di essere un arcobaleno che pensa vivamente e di mantenere la vostra coscienza nel colore del verde, quindi di non percepire il verde, ma di immergervi nelle incognite da ambo i lati. Ho paragonato il rosso all’immersione nella sfera sconosciuta della volontà, e il blu-violetto all’immersione verso l’esterno nelle sfere elettrica, magnetica e simili.

Ora, ho inserito qui a questo punto del nostro corso questo, direi, modo di considerazione psicologico-fisiologico, perché è assolutamente essenziale che in tutte le future considerazioni fisiche il puramente fisico sia ricondotto di nuovo all’uomo. È impossibile che quei difetti di cui la fisica oggi soffre si risolvano dalla fisica se non ricondurremo di nuovo l’attenzione all’uomo. Lo vedremo nel proseguimento della ricerca dei fenomeni termici. Ma questo ricondurre l’attenzione all’uomo non è, almeno al pensiero odierno, affatto facile, e ciò per la ragione che l’uomo oggi veramente non sa gettare molto bene un ponte tra ciò che percepisce esternamente nel mondo dei fenomeni spaziali o in generale nei fenomeni sensibili esterni, e ciò che vive interiormente. Oggi esiste tale dualismo tra tutto ciò che ci appropriamo come sapere riguardo al mondo esterno e tutto ciò che viviamo interiormente, che questo ponte è straordinariamente difficile da gettare. Ma deve essere gettato proprio per il bene della scienza fisica. Quindi si deve collegare, più per illustrazione che per spiegazione, a un fenomeno nell’uomo stesso, per mezzo di cui diventi possibile comprendere almeno in qualcosa come in realtà dobbiamo comportarci nell’osservazione di fenomeni fisici così importanti come quelli dell’essenza del calore. Desidero qui richiamarvi l’attenzione su quanto segue:

Supponete di imparare una poesia a memoria. Nel mentre imparate questa poesia a memoria, inizialmente avrete necessità di rendervi presenti le rappresentazioni che stanno alla base di questa poesia, e inizialmente sarete sempre molto tentati mentre poi la recitate di lasciar scorrere queste rappresentazioni in voi. Ma saprete anche che quanto più spesso recitate la poesia, specialmente se fra le volte passa un certo tempo, allora viene un momento in cui potete fino a un certo grado risparmiare il far scorrere le rappresentazioni con la stessa intensità come le lasciavate scorrere inizialmente. E può — si disprezzano queste cose molto, ma vogliamo pure parlarne — almeno approssimativamente, diremmo asintoticamente, venire un momento in cui siamo in grado di dirla meccanicamente senza riflettere ulteriormente a ciò che contiene la poesia. Certo, noi, perché siamo uomini, per disposizione d’animo non vogliamo volentieri avvicinarci a questo stadio del puro dire meccanico, ma almeno è pensabile che arriviamo a questo punto, che non abbiamo più necessità di riflettere, ma se iniziamo il primo verso, la poesia scorre via senza che molto pensiamo. Sentite che questo è uno stato finale a cui ci si avvicina come l’asintoto si avvicina all’iperbole. Ma questo vi conduce al fatto che quando recitiamo una poesia, abbiamo in realtà a che fare con l’intrecciarsi di due attività diverse del nostro organismo: con un procedimento meccanico di certi processi della nostra organizzazione e con l’accompagnamento di questo procedimento meccanico mediante le nostre rappresentazioni psichiche. Con qualcosa cioè che possiamo ben dire procede come qualcosa di meccanicamente-esteriore nello spazio, e d’altro canto con qualcosa che come psichico si sottrae completamente all’essenza dello spazio.

Se ora — in pensiero potete farlo — ascoltate solo quello che procede meccanicamente, che procede fisicamente, solo ascoltate per esempio nella recitazione di una poesia in una lingua che non comprendete, allora avete un procedimento meccanico, un procedimento fisico. Nel momento in cui vi rappresentate quello che accompagna interiormente questo procedimento meccanico, avete qualcosa di psichico che non potete portare nei fenomeni spaziali. Non potete trasferire i pensieri con cui l’uomo che recita accompagna la sua recitazione nello spazio così come trasferite i processi meccanici del fluire del linguaggio, del fluire delle parole.

Ora vi attiro l’attenzione su un’analogia: Quando perseguiamo il riscaldamento che somministriamo a un corpo solido fino al suo punto di fusione, la temperatura sale sempre più. Possiamo seguirlo al termometro, allora vediamo che il termometro rimane fermo fino a quando il corpo si è sciolto. Quando si è sciolto, il termometro ricomincia a salire. È infatti impossibile seguire inizialmente con il termometro ciò che accade all’essenza del calore mentre il corpo si scioglie. Un’analogia esiste ora tra ciò che possiamo seguire esternamente con il termometro, i processi fisici esterni, e ciò che possiamo seguire nella sequenza di parole fisicamente, e un’analogia esiste tra ciò che ci sfugge, ciò che colui che recita vive nella sua rappresentazione, e ciò che accade a questa essenza del calore mentre lo scioglimento avviene. Vedete, qui abbiamo un esempio dove almeno inizialmente possiamo ricondurre analogicamente un’osservazione esterna a qualcosa nell’uomo. Non abbiamo esempi così ovvi di questo gettare un ponte negli altri ambiti dell’attività umana come nel parlare, perché qui nell’uomo da un lato, sebbene quasi a distanza infinita, abbiamo la possibilità che ciò che abbiamo imparato a memoria lo diciamo solo meccanicamente, e d’altro canto non lo diciamo meccanicamente, bensì senza che parliamo, pensiamo solo interiormente, col quale si sottrae allo spazio. Non abbiamo nelle altre sfere questa attività umana, non abbiamo la possibilità di vedere direttamente come l’una passa nell’altra. Specialmente non sarà facile per noi quando vogliamo perseguire l’essenza del calore, perché qui già dobbiamo compiere ricerche fisiologo-psicologiche di come si comporta l’essenza del calore quando l’abbiamo assorbita noi stessi.

Vi ho detto ieri, solo per illustrare qualcosa, entro in una stanza piacevolmente riscaldata. Mi siedo e scrivo qualcosa. Non posso facilmente trovare il collegamento tra ciò che sperimento, che vivo mentre entro nella stanza calda, e ciò che interiormente accade in me quando trascrivo i miei pensieri. Non posso facilmente constatare il collegamento come posso constatare il collegamento tra il dire velocemente le parole e il pensare interiormente. Perciò naturalmente sarà difficile attraverso l’esperienza interiore trovare qualcosa che corrisponderebbe all’esperienza di calore esteriore nell’esperienza puramente interiore. Eppure si tratta di avvicinarci gradualmente a rappresentazioni che possono condurci avanti su questa strada. E qui voglio innanzitutto attirare l’attenzione su qualcosa che sapete dall’antroposofia.

Sapete che quando tentiamo di proseguire i nostri pensieri mediante la meditazione, di proseguirli nell’intensità interiore, quindi quando lavoriamo il nostro pensiero così da entrare ripetutamente nello stato in cui sappiamo che applichiamo attività psichica interiore senza l’aiuto del corpo, allora ciò non avviene senza che l’intera nostra vita psichica interiore si trasformi. Non si può con i pensieri astratti ordinari venire in una regione più elevata della vita psichica umana. I pensieri allora divengono immaginativi, e li si deve prima ritrasfigurare dall’elemento immaginativo nel nostro elemento astratto se li si vuol presentare a coloro che non hanno familiarità con l’Immaginazione. Ma vi basta scorrere una presentazione che si sforza di essere il più possibile obiettiva, come ad esempio la mia «Scienza occulta nelle sue linee generali», che per questo ha così scioccato i puri astrattisti. Già qui si deve tentare di condurre le cose nell’elemento immaginativo, come ho dovuto farlo al massimo grado nella rappresentazione di Saturno e del Sole. Lì trovate tutto pieno di rappresentazioni immaginative mescolate nell’altro. È assai difficile per l’uomo passare all’elemento immaginativo perché là non si possono più ricondurre le cose all’astratto.

Alla base di ciò vi è il fatto che quando pensiamo in astratto, quando ci muoviamo in rappresentazioni ristrettive, a cui gli uomini oggi sono abituati soprattutto e che nella scienza, specialmente nelle scienze naturali, si preferisce applicare, sono assolutamente rappresentazioni per cui usiamo il nostro corpo. Ad esempio, non possiamo affatto fare senza il corpo se vogliamo pensare in tal modo come oggi come leggi fisiche sta nei libri di fisica. Là dobbiamo pensare così da avere il nostro corpo come strumento. Quando si viene nella sfera dell’Immaginazione, allora tutte le rappresentazioni astratte devono essere trasformate, perché là non si usa più il corpo per la vita psichica interiore.

Così ora potete guardare a, direi, l’intero ambito del pensiero immaginativo. Questo ambito del pensiero immaginativo non ha in noi nulla a che fare con ciò che ancora è legato alla nostra corporeità esterna. Saliamo in una regione dove sperimentiamo come esseri psichico-spirituali senza che ciò abbia a che fare con la nostra corporeità esterna. Ma questo con altre parole significa: nel momento in cui saliamo nell’Immaginazione, usciamo dallo spazio. Allora non siamo più noi stessi nello spazio.

Vedete, questo ha una conseguenza assai significativa. Nel corso precedente ho dovuto fare una distinzione rigida tra tutto ciò che è puramente fenomenico e ciò dove il meccanico, come ad esempio la massa, entra nella nostra considerazione. Finché rimango nel fenomenico, ho solo bisogno di disegnare le cose in pensiero su una tavola, su un foglio, e ottengo la rappresentazione di ciò che posso pensare nell’ambito del movimento, del contenuto spaziale e così via. Ma devo allora rimanere a ciò che è spaziotemporalmente rappresentabile.

Perché è così? È così per una ragione ben determinata. Dovete avere chiarezza su questo: tutti gli uomini come vivono qui sulla Terra sono come voi nello spazio e nel tempo. Occupano uno spazio determinato e si comportano come corpi nello spazio rispetto ad altri corpi nello spazio. Quindi mentre parlate dello spazio non siete affatto in grado di esporre qualcosa seriamente se osservate le cose senza pregiudizi nelle rappresentazioni kantiane. Perché se lo spazio potesse essere in noi, allora non potremmo noi stessi essere nello spazio. Possiamo solo immaginarci che lo spazio sia in noi. Veniamo immediatamente guariti da questa rappresentazione, da questa immaginazione quando ci rendiamo conto che questo essere nello spazio ha per noi un significato assai reale. Se lo spazio fosse in noi, non avrebbe alcuna importanza dove sono nato, a Mosca o a Vienna. Ma ha un significato assai reale dove sono nato nello spazio reale. Sono anche come uomo empirico terrestre completamente un risultato dei fatti spaziali, cioè appartengo come uomo alle relazioni che si sviluppano nello spazio.

Così è anche con il tempo. Voi tutti sareste diventati uomini diversi se foste nati venti anni prima. Questo significa: la vostra vita non ha il tempo in sé, ma il tempo ha la vostra vita in sé. State quindi come uomini empirici nello spazio e nel tempo. E mentre parliamo dello spazio e del tempo, anche quando esprimiamo i nostri impulsi di volontà nella geometria, come ho appena menzionato, in forma immaginativa, ciò è perché viviamo noi stessi nelle relazioni spaziali e temporali e siamo quindi direttamente imparentati con loro e possiamo parlare di loro a priori come facciamo in matematica.

Quando passate persino al concetto di massa, non sta così. Allora dovete dirvi: voi come uomini riguardo alla massa — permettete l’espressione triviale, gli austriaci mi capiranno — vi preparate una «scappellata» riguardo alla massa, mentre non potete dire che strappate un pezzo dello spazio o del tempo, ma nel generale spazio e tempo vivete dentro. Vi appartiene. Voi in realtà, già quando mangiate e bevete, traete dalla massa generale qualcosa e la rendete vostra. Questa massa è allora in voi. Non si può negare che questa massa con tutte le sue operazioni, tutti i suoi potenziali agisce in voi. È qualcosa che è in voi. Ma è al tempo stesso ciò riguardo a cui non possiamo parlare come riguardo allo spazio e al tempo. Proprio perché voi stessi partecipate, direi, con vostra proprietà interiore alla massa, mentre la sperimentate in voi, questa massa non vi permette affatto che divenga conscia in voi come lo spazio e il tempo.

Arriviamo quindi là dove abbiamo proprio il nostro dagli ambiti a noi sconosciuti. Ciò è connesso con il fatto che ad esempio la nostra volontà dipende nel massimo grado dai processi di massa in noi. Ma i processi di massa ci sono proprio sconosciuti. Nei loro riguardi dormiamo. E ci comportiamo verso un processo di massa in noi mentre la nostra volontà agisce, non altrimenti che tra l’addormentarsi e lo svegliarsi nel mondo da qualche parte. Non sappiamo di uno e dell’altro. Non c’è una differenza immediata tra questi due comportamenti della coscienza umana.

Così arriviamo a ricondurre gradualmente il fisico all’uomo. È ciò di cui la fisica ha così timore: ricondurlo all’uomo. Ma non si viene in alcun altro modo a ottenere rappresentazioni veramente obiettive del mondo, se non divenendo uno con ciò che nel mondo inizialmente non ci è estraneo, come lo siamo con lo spazio e il tempo. Riguardo allo spazio e al tempo parliamo dalla nostra, diciamo, ragione. Quindi la certezza delle scienze matematiche e fenomeniche. Riguardo a ciò che sperimentiamo solo esteriormente attraverso i nostri sensi e che è connesso alla massa, possiamo di nuovo inizialmente parlare solo attraverso l’esperienza. Ma cominceremmo a poter parlare allo stesso modo se potessimo esporre chiaramente il collegamento tra l’attività di una parte di massa in noi e l’attività della massa esterna così chiaramente come il rapporto manifesto tra noi e il tempo o tra noi e lo spazio. Cioè dovremmo essere così profondamente cresciuti nel mondo anche per le rappresentazioni fisiche come siamo cresciuti nel mondo per le rappresentazioni matematiche o fenomeniche.

Ma l’aspetto caratteristico è che mentre diventiamo indipendenti dal nostro corpo proprio, in cui tutto si trova che noi dormiamo come i fenomeni della volontà, mentre saliamo al pensiero immaginativo, noi facciamo un passo nel mondo. Ci avviciniamo sempre più a ciò che altrimenti agisce sconosciuto in noi, e non c’è nessun’altra via per entrare nell’oggettività dei fatti se non procedere in noi stessi nello sviluppo della nostra vita psichica interiore. Mentre ci allontaniamo dalla nostra stessa materialità, ci avviciniamo sempre più e più a ciò che avviene fuori nel mondo.

Certo, le esperienze più elementari in questo ambito non sono affatto facili da fare, perché ci si deve già imporre di notare cose che ordinariamente non si osservano. Ma voglio rivelarvi qui qualcosa che forse vi sorprenderà. Supponete di procedere un poco oltre nel campo del pensiero immaginativo, che veramente entriate nel pensiero immaginativo. Allora accade in voi qualcosa che probabilmente vi sorprenderà un poco. Vi diviene ora più facile di prima, una poesia che avete imparato, solo dire esternamente meccanicamente, non più difficile vi diviene, bensì più facile. Sì, se vi osservate attentamente, senza risparmiare il vostro egoismo psichico, allora scoprirete persino che siete molto più inclini a dire una poesia meccanicamente senza seguirla con i pensieri, se avete subito uno sviluppo occulto, di quando non l'avete subito. Non disprezzate nemmeno così fortemente questo passaggio nel meccanico quando avete subito uno sviluppo occulto come prima. Queste sono cose come normalmente non si suppone, ma si intendono quando sempre di nuovo si dice: Le esperienze nello sviluppo occulto sono propriamente contrarie alle rappresentazioni che ci si fa ordinariamente all’inizio, quando non si è ancora entrati in uno sviluppo occulto.

Così è anche che se si oltrepassa un ulteriore grado, si arriva a poter osservare ancora più facilmente le proprie rappresentazioni nella vita ordinaria. Perciò per chiunque procede un poco occultamente viene molto facilmente il pericolo — di norma è protetto se subisce una corretta formazione occulta, ma viene il pericolo — di diventare in seguito un uomo materialista. La tentazione di diventare materialista è propriamente per chi subisce uno sviluppo occulto straordinariamente imminente. Vi dirò il perché con un esempio.

Vedete, nella vita ordinaria sta veramente il fatto che i teorici asseriscono che il cervello pensa. Ma nella vita ordinaria nessuno ha mai osservato questo. Nella vita ordinaria si può ben condurre un dialogo che ho fatto da giovane con un amico della mia infanzia che era un crasso materialista e lo diventava sempre più. Questi diceva: quando penso, pensa il mio cervello. — Io allora dicevo sempre: sì, ma quando cammini accanto a me, dici sempre: io voglio. Io penso. Perché allora non dici: il mio cervello vuole. Il mio cervello pensa. Allora menti continuamente. — Ciò è per la ragione che chi è un materialista teorico non ha naturalmente mai la possibilità di osservare processi del cervello. Non può osservare i processi materiali. Perciò per lui l’intero materialismo rimane teoria.

Nel momento in cui si procede un poco dal pensiero immaginativo a quello ispirativo, allora si arriva veramente a poter osservare processi paralleli nel cervello. Allora ci diviene veramente evidente ciò che è nella materialità della corporeità. A parte dal fatto che ciò che si osserva nella propria attività è straordinariamente seducente, appare sempre e sempre di nuovo come ammirevole. Perché questa attività del cervello è nella visione qualcosa di assai più ammirevole che tutto ciò che i materialisti teorici ne possono descrivere. Quindi la tentazione giace davanti perché si giunge all’osservazione dell’attività umana del cervello di diventare proprio allora materialista. Solo si è anche, come detto, già protetti. Ma mentre vi ho esposto questo grado dello sviluppo occulto, vi ho al tempo stesso condotto a mostrarvi come con lo sviluppo occulto si guadagna contemporaneamente la possibilità ora anche di penetrare più profondamente nei processi materiali. Questo è l’aspetto caratteristico. Chi si eleva solo come astrattista allo spirito diviene piuttosto impotente di fronte ai fenomeni naturali. Chi veramente si eleva allo spirito giunge propriamente a poter guardare più profondamente nella natura. Allora cresce insieme con le altre manifestazioni della natura come precedentemente era cresciuto solo con lo spazio e il tempo.

Ciò che ci siamo così rappresentati dobbiamo ora mettere da una parte, e ciò che fino a ora ci si presenta nei fenomeni termici dobbiamo mettere dall’altra parte. Che cosa ci si è presentato nei fenomeni termici?

Bene, perseguiamo l’aumento della temperatura mentre riscaldiamo un corpo solido fino alla liquefazione. Perseguiamo come l’aumento di temperatura scompare per un tempo, allora ricompare, fino a quando il corpo comincia a bollire, a evaporare. E quando poi continuiamo a perseguirlo, possiamo osservare ancora qualcosa di diverso. Possiamo perseguire — e nell’esperimento che vogliamo fare e faremo prossimamente diventerà chiaro — che dobbiamo racchiudere allseitig un gas o un vapore affinché abbia la sua forma, ma come anche questo gas o questo vapore preme su tutte le sponde sul contorno, si sforza su tutte le parti di disperdersi, e come gli diamo forma solo attraverso il fatto che contrapponiamo a questa pressione una contropressione, quindi solo attraverso il fatto che gliela diamo da fuori. Nel momento in cui attraverso la diminuzione di temperatura troviamo il passaggio al corpo solido, esso provvede da sé a darsi forma. Sperimentiamo, mentre perseguiamo puro aumento di temperatura e gradiente di temperatura, esteriormente una formazione, un formarsi. Sperimentiamo un formasi e una dissoluzione della forma. Il gas ci dissolve la forma, il corpo solido ci forma la forma. Sperimentiamo anche il passaggio tra i due e propriamente questo passaggio in modo straordinariamente interessante. Perché pensate una volta che se considerate lo stato che sta nel mezzo tra il corpo solido e il gas, l’acqua, il corpo liquido, non lo dovete conservare in un recipiente chiuso su tutte le sponde, bensì in un recipiente che è chiuso solo dal basso e dai lati. Sopra forma il piano di livello, su cui la linea di gravità, la linea di congiunzione di una particella con il centro della Terra, sta sempre perpendicolare, così che possiamo dire: abbiamo qui uno stato di transizione tra gas e corpo solido. Nel gas non abbiamo da nessuna parte un tale piano di livello. Nell’acqua abbiamo ancora l’un piano di livello. Nel corpo solido abbiamo ciò che abbiamo nell’acqua solo verso l’alto tutto intorno.

Vedete, questo è un collegamento straordinariamente interessante e significativo. Perché esso ci indica che il corpo solido propriamente dappertutto ha qualcosa come un piano di livello, ma se lo provvede per mezzo della sua propria essenza. Come se l’acqua si provvede questo piano di livello? Esso sta su di esso perpendicolare alla linea di gravità della Terra. Se lo provvede per mezzo dell’intera Terra. Così che possiamo dire: quando abbiamo acqua, allora un punto di questa acqua assume verso l’intera Terra quel rapporto che un punto di un corpo solido ha verso qualcosa nel suo interno. Attraverso questo il corpo solido è qualcosa di chiuso, quello che l’acqua rappresenta solo nel suo rapporto alla Terra. E il gas fa sciopero. Questo non entra affatto più nel rapporto con la Terra. Questo si sottrae a questo rapporto con la Terra. Non ha da nessuna parte un tale piano di livello.

Vedete ma da ciò che siamo messi nella necessità di tornare a un concetto antico. Vi ho attirato l’attenzione in una delle precedenti ore che ancora nella fisica greca antica si chiamava il corpo solido Terra. Non si è fatto questo da quelle rappresentazioni superficiali con cui oggi spesso si collegano tali cose, bensì si è fatto perché si era consci: Il corpo solido provvede per se stesso qualcosa che per l’acqua è provveduto dalla Terra. Assume per se stesso il ruolo del terrestre. Si ha diritto a dire solo: Il terrestre siede in un corpo solido. Nell’acqua non siede completamente dentro, bensì la Terra si riserva il ruolo di formare un piano di livello da sé.

Vedete quindi già nel procedere dal corpo solido all’acqua si fa valere la necessità di non estendere solo le nostre considerazioni a ciò che abbiamo dinanzi, bensì non possiamo ricevere alcuna informazione sull’acqua se non concepiamo l’intera acqua diffusa sulla Terra come un’unità e portiamo questa sua unità in relazione con il centro della Terra. Considerare un pezzo di acqua fisicamente come consideriamo un pezzo di corpo solido è un’assurdità, un’assurdità simile come considerare un pezzo del mio dito mignolo che avessi tagliato come un organismo per se stesso. Muore subito. Ha come organismo significato solo insieme con l’intero organismo. Il significato che il corpo solido ha per se stesso, l’acqua non l'ha per se stessa. L'ha solo in collegamento con l’intera Terra. E così è per tutto il liquido che si trova sulla Terra.

Di nuovo quando passiamo dal liquido al gassoso, arriviamo al fatto che il gassoso si sottrae all’ambito terrestre. Non forma un piano di livello ordinario. Partecipa a tutto ciò che non è terrestre. Ciò significa: Dobbiamo ricercare ciò che agisce nel gas non solo sulla Terra, bensì dobbiamo prendere a aiuto l’intorno della Terra, dobbiamo andare in spazi lontani e lì ricercare le forze. Non c’è se vogliamo conoscere le leggi del gassoso nulla di diverso da una visione astronomica. Così vedete come è posto in tutta la connessione terrestre quando consideriamo questi fenomeni che finora solo abbiamo illustrato. E quando arriviamo a un punto come il punto di fusione o il punto di ebollizione, allora entrano cose che ora devono diventarci affatto straordinarie. Perché quando arriviamo al punto di fusione, arriviamo dal terrestre di un corpo solido, dove provvede per se stesso la forma, la coesione, in ciò che è per tutta la Terra. La Terra comincia a catturare il corpo solido nel momento in cui esso passa nello stato liquido. Dal suo proprio ambito il corpo solido entra nell’ambito di effetto di tutta la Terra quando arriviamo al punto di fusione. Cessa di essere un’individualità. E quando portiamo il corpo liquido nello stato gassoso, allora arriviamo al fatto che anche quel rapporto con la Terra che si esprime nella formazione del piano di livello viene dissolto, che nel momento in cui passiamo al gas, il corpo viene nell’ambito dello straterrestre, si solleva dal terrestre. Quando siamo di fronte a un gas, abbiamo nelle forze di effetto del gas quello che già si è sottratto alla Terra. Possiamo quindi propriamente non rimanere quando consideriamo questi fenomeni se non passare dal fisicamente-terrestre ordinario al cosmico. Perché non stiamo più dentro la realtà se non prestiamo attenzione a ciò che veramente agisce nelle cose.

Ma ora altri fenomeni ci si presentano. Prendete un tale fenomeno quale è quello che ben conoscete, a cui ho attirato l’attenzione: che l’acqua si comporta assai straordinariamente, che il ghiaccio galleggia sull’acqua, è quindi meno denso dell’acqua, che però mentre passa dal solido allo stato liquido e la sua temperatura aumenta, si contrae, diviene più denso. Solo attraverso questo il ghiaccio può galleggiare sull’acqua. Abbiamo quindi tra 0 e 4 gradi qualcosa in cui l’acqua di nuovo si sottrae ai processi generali che altrimenti ci si presentano agli aumenti di temperatura, che un corpo diviene più raro e più raro attraverso il riscaldamento. Questo spazio di 4 gradi in cui l’acqua diviene sempre più densa è assai istruttivo. Che cosa vediamo in questo spazio? Lì vediamo come l’acqua lotta. È come ghiaccio un corpo solido con i suoi rapporti interni, una sorta di individualità. Ora deve senza sé stessa passare nell’intero ambito della Terra. Questa mancanza di sé non vuole permettersi. Lotta contro questo passaggio in una sfera completamente diversa. Tali cose devono assolutamente essere osservate. Ma allora avrà senso anche guardare come sotto certe condizioni, cioè diciamo al punto di fusione e al punto di ebollizione, il calore constatabile termometricamente retrocede, scompare. Scompare come la nostra operazione corporea scompare quando saliamo nell’Immaginazione. Entreremo ancora in queste cose. Non vi apparirà così paradossale quando tentiamo di perseguire che cosa allora accade quando uno stato termico ci rende necessario elevare la temperatura alla terza potenza, cioè a una quarta dimensione per questo caso, cioè uscire dallo spazio. Vogliamo ora rappresentarci questa premessa e domani parleremo ancora di ciò. Potrebbe appunto, come l’attività del nostro corpo passa nello spirituale quando veniamo nell’Immaginazione, egualmente avvenire un passaggio tra l’esternamente-visibile che qui avviene nella sfera termica e manifestazioni che stanno dietro, su cui solo si allude quando il calore come calore misurabile termometricamente scompare dinanzi ai nostri occhi. Dobbiamo domandare: che cosa viene fatto dietro il velo? Che cosa ci informa sui processi che avvengono dietro questo velo? Questa è la domanda che vogliamo porci oggi. Domani allora parleremo ancora di ciò.

6°Pressione del vapore e fusione del ghiaccio

Stoccarda, 6 Marzo 1920

Oggi considereremo innanzitutto alcuni fenomeni che appartengono all’ambito dell’appartenenza reciproca di calore, pressione e dilatazione dei corpi. Perché vedrete che attraverso le considerazioni che comprendono insieme quanto possiamo esperire in tali fenomeni, si aprirà per noi proprio la via alla comprensione di che cosa sia veramente l’essenza del calore.

Considereremo innanzitutto il fenomeno che si presenta qui mediante il contenuto di questi tre tubi (vedi il disegno, 1, 2, 3).

Nel primo tubo a destra (1) abbiamo una colonna di mercurio come si ha in un tubo barometrico e sopra un po’ d’acqua. L’acqua che in tal modo si trova in uno spazio evapora continuamente. Abbiamo l’acqua nel cosiddetto vuoto, nello spazio vuoto, e possiamo dire che l’acqua evapora. La piccola quantità di acqua che là dentro c’è evapora continuamente. Possiamo constatare questa evaporazione per mezzo della presenza del vapore d’acqua che vi è dentro: se confrontate la colonna di mercurio nella sua altezza come è qui in questo tubo (1) con la colonna di mercurio qui dentro (b) che sta sotto la pressione atmosferica normale, sopra cui quindi nessuna acqua evaporata, quindi nessun vapore d’acqua, vedrete che questa colonna di mercurio (1) sta più bassa di quella (b). Questa colonna di mercurio può naturalmente stare solo più bassa di quella del barometro se c’è una pressione che viene esercitata sopra, mentre qui sopra (b) non c’è pressione di nulla. È uno spazio vuoto, così che questa colonna di mercurio solo contrasta come equilibrio della pressione atmosferica esterna. Qui (1) viene spinta verso il basso. Se misuriamo troveremo che abbiamo qui (b) da questa altezza in poi una colonna di mercurio più alta. Di quanto è qui (1) più bassa viene causato dalla pressione, la cosiddetta forza di tensione dell’acqua evaporante ivi contenuta, cioè la colonna di mercurio viene spinta giù. Vediamo quindi che il vapore sempre preme sulle pareti, e precisamente una determinata pressione viene esercitata sotto uno stato di calore determinato. Possiamo constatare questo riscaldando la parte superiore di questo tubo di vetro. Vedrete che quando la temperatura diviene più alta, la colonna di mercurio scenderà, cioè la pressione diverrà più grande. Vedremo quindi che un vapore tanto più preme sulla parete quanto più alta è la sua temperatura. Vedete la colonna di mercurio ora già scendere, e vedete come la forza di tensione, la forza di pressione cresce con la temperatura. Il volume che il vapore allora vuole occupare viene ingrandito.

Nel secondo tubo (2) abbiamo sopra il mercurio l’alcol. Di nuovo vedete l’alcol là dentro attraverso uno spazio contenuto fluido. Evapora ugualmente, perciò anche questa colonna è meno alta che quella sinistra del barometro. Se misuro però troverò anche che è qui meno alta che non era precedentemente la colonna di mercurio sotto l’influsso dell’acqua evaporante. Dobbiamo aspettare finché qui (1) la colonna non risale di nuovo così alta come era prima del riscaldamento. Allora troveremo che la tensione dipende anche dalla sostanza stessa che usiamo. Questa tensione è quindi maggiore con l’alcol che con l’acqua. Anche qui (2) potremmo riscaldare di nuovo. Vedrete che la tensione diviene assai più alta quando aumentiamo la temperatura. Se raffreddiamo il vapore così che lo abbiamo di nuovo alla stessa temperatura come prima, allora il mercurio sale, quindi a minore pressione, minore forza di tensione. Vedete la colonna sale.

Nel terzo tubo (3) abbiamo a parità di condizioni l’etere versato, che di nuovo evapora. Vedete la colonna è qui assai bassa. Da ciò vedete che se portate l’etere all’evaporazione nelle stesse condizioni, esso preme assai diversamente dall’acqua che evapora. Quindi la pressione che viene esercitata sull’intorno da un gas dipende dalla temperatura, ma anche dalla sostanza stessa. Anche qui potreste vedere che il volume quando riscaldiamo diviene assai più grande, che l’etere che evapora quindi preme assai più fortemente. Vogliamo anche qui di nuovo tenere fermo i fenomeni, poiché arriviamo al nostro risultato proprio mediante l’analisi dei fenomeni.

Ora un fenomeno che voglio particolarmente illustrarvi è questo: sapete dalle considerazioni precedenti e anche dalla fisica elementare che possiamo portare i corpi solidi nei liquidi, i liquidi nei corpi solidi portandoli sopra o sotto il cosiddetto punto di fusione. Ora quando un corpo liquido diviene di nuovo solido, cioè viene portato sotto il punto di fusione, si presenta dinanzi a noi innanzitutto come corpo solido.

Lo straordinario e ciò che dobbiamo ancora considerare nella nostra analisi è questo: che se ora applichiamo al corpo solido una pressione più forte di quella sotto cui si era solidificato, esso può di nuovo diventare liquido. Cioè può diventare di nuovo liquido sotto una temperatura più bassa di quella alla quale passa allo stato solido. Sapete che a 0° l’acqua passa allo stato solido, diviene ghiaccio. Il ghiaccio dovrebbe quindi essere un corpo solido a tutti i gradi di temperatura che stanno al disotto di zero.

Ora faremo qui su questo ghiaccio un esperimento mediante cui vedrete che possiamo renderlo liquido senza che aumentiamo la temperatura. Se volessimo renderlo liquido in condizioni ordinarie, dovremmo aumentare la temperatura, ma noi non aumenteremo la temperatura, bensì eserciteremo una potente pressione sul ghiaccio. Questa pressione l'esercitiamo appendendo questo peso. Qui il ghiaccio si scioglierà. Vedrete quindi che il ghiaccio qui è tagliato perché esso si liquefa sotto la pressione esercitata dal filo. Ora vi aspetterete che mentre questo blocco di ghiaccio diviene acqua nel mezzo per la pressione, ora a sinistra e a destra i due pezzi di ghiaccio cadano giù. Se andassimo più velocemente vedremmo l’esperimento riuscire. (Il taglio del blocco di ghiaccio procede così lentamente che solo alla fine dell’ora si aggiunge quanto segue:) Se ora vi avvicinate vedrete che anche se aspettaste finché il taglio fosse veramente completato, non avreste motivo di temere che due pezzi di ghiaccio cadessero giù. Immediatamente di nuovo sopra il filo il ghiaccio si ricongela insieme, e il filo passa completamente, cade giù, e il blocco di ghiaccio rimane intero. Vedete da ciò che dove la pressione viene esercitata per mezzo del filo sorge il liquido. Ma nel momento in cui la pressione non è più esercitata, il liquido sopra di essa subito di nuovo si è solidificato in ghiaccio, cioè ricresce insieme. Questa liquefazione del ghiaccio mediante il filo continua solo — se la temperatura rimane la stessa — sotto l’influsso della relativa pressione. Si può quindi anche far ritornare liquido un corpo solido al disotto del suo punto di fusione. Ha però bisogno della continuazione di questa pressione per rimanere liquido. Se la pressione cessa, allora risubentra lo stato solido. Questo è quello che vi sarebbe accaduto se qui aspettaste ancora alcune ore.

Il terzo che vogliamo mettere dinanzi a noi e che sarà un’ulteriore base per le nostre considerazioni è il seguente:

Potremmo prendere corpi adatti qualunque, perché in principio vale propriamente per tutto ciò che vogliamo considerare, per tutti quei corpi che tra loro formano una lega, cioè si possono connettere così che si interpenetrano senza diventare una combinazione chimica. Abbiamo qui in una provetta piombo. Il piombo è un corpo che fonde a 327°C, cioè passa dallo stato solido allo stato liquido. In un’altra provetta abbiamo bismuto che fonde a 269°C, e qui abbiamo stagno che fonde a 232°C. Abbiamo quindi tre corpi che hanno tutti punti di fusione al disopra di 200°C. Ora porteremo questi tre corpi mentre li fondiamo innanzitutto, cioè li portiamo allo stato liquido, a formare insieme una lega, un’interpenetrazione dei tre metalli così che allora si interpenetrano senza diventare una combinazione chimica. (I tre metalli vengono fusi singolarmente e poi versati insieme.) Ora vi potete facilmente immaginare: se gettiamo uno qualunque di questi tre metalli che hanno davvero un punto di fusione al disopra di 200°C semplicemente in acqua bollente, rimane solido, perché l’acqua ha solo un punto di fusione di 0° e un punto di ebollizione di 100°, quindi nessuno di questi tre metalli in questa acqua può fondere. Ora però faremo l’esperimento di introdurre appena in acqua bollente la lega, l’interpenetrazione dei tre metalli, cioè in acqua di 100°C. Già ora può essere constatato ciò che sta propriamente alla base. Teniamo il termometro dentro la lega dei tre metalli e constatiamo nel miscuglio di metalli ancora liquido una temperatura di 175°. Vedete da ciò: nessuno dei singoli metalli sarebbe ancora liquido a questa temperatura, ciascuno sarebbe già solido. La lega dei tre metalli è ancora liquida. Così possiamo già da ciò dire: se mescoliamo i metalli insieme così che si interpenetrano, può accadere il fenomeno che il punto di fusione, il punto a cui il miscuglio metallico diviene liquido, sia più basso del punto di fusione di ciascuno dei singoli metalli. Vedete quindi come i corpi si influenzano reciprocamente. E proprio da questo fenomeno avremo da trarre una base importante nella nostra analisi dei fenomeni termici.

Ora versiamo la lega metallica ancora liquida a 100° direttamente nell’acqua bollente che ha dunque ugualmente 100°. E ora facciamo raffreddare l’acqua. Osserviamo ora la temperatura. La lega metallica dentro rimane ancora liquida, diventerà allora solida. Cioè arriviamo al punto di fusione in basso, e possiamo allora mentre l’acqua scende sotto il punto di ebollizione, constatare al punto della temperatura a cui l’acqua è arrivata, quando la lega metallica diviene solida, cioè dove ha il suo punto di fusione. Vedete quindi: il punto di fusione del miscuglio metallico è più basso del punto di fusione di ciascuno dei singoli metalli.

Ora abbiamo aggiunto questi fenomeni di nuovo agli altri al fine di avere una base ancora più estesa per l’analisi, e possiamo ora ancora collegare alcune considerazioni a ciò che già ieri ci siamo rappresentato riguardo alla differenza dello stato solido, dello stato liquido, dello stato gassoso o di vapore. Sapete che i corpi solidi, specialmente una gran numero di metalli e altri corpi minerali, non si presentano in forma indeterminata, bensì in forme ben determinate, nei cosiddetti cristalli. Così che possiamo dire: Nelle condizioni ordinarie sotto cui viviamo sulla Terra, i corpi solidi ci si presentano in forma cristallina, cioè in figure ben determinate. Questo naturalmente deve attirare l’attenzione sul riflettere su come queste forme cristalline nascono, quali forze stiano alla base di queste forme cristalline. Ora per guadagnare rappresentazioni di queste cose dobbiamo considerare come la totalità dei corpi solidi che si trovano sulla superficie terrestre e non sono direttamente connessi con la massa terrestre si comportano. Sapete che quando teniamo un corpo solido in mano da qualche parte e lo lasciamo andare, esso cade verso la Terra. Si interpreta questo in fisica ordinariamente così dicendo: La Terra attrae questi corpi solidi, esercita una forza. Sotto l’influsso di questa forza, la gravità o gravitazione, il corpo cade verso la Terra.

Se abbiamo un corpo liquido qualunque e lo raffreddiamo, esso ci si presenta quando diviene solido anche in forme cristalline determinate. La domanda allora sorgerà: come è propriamente il rapporto della forza alla quale tutti i corpi solidi innanzitutto sono sottoposti, la gravità, alle forze che devono pure esserci e devono cagionare che i corpi solidi si manifestino in forme cristalline? Vi potete facilmente immaginare che la gravità come tale attraverso cui un corpo cade alla Terra — se vogliamo propriamente parlare di una tale gravità — non può essere quella che ha a che fare nello stesso tempo con la formazione delle forme cristalline. Perché a questa gravità sono sottoposte tutte le forme cristalline; qualunque forma un corpo abbia esteriormente, esso segue questa gravità. Troviamo che se trattiamo un numero di corpi solidi così che togliamo loro l’appoggio, cadono tutti in linee parallele verso la Terra.

Possiamo rappresentare questo cadere più o meno nel seguente modo. Possiamo dire: qualunque sia la forma di che che siano corpi solidi, cadono verso la Terra nella direzione di una perpendicolare alla superficie terrestre. Se ora d’altro canto tracciamo di nuovo la perpendicolare a queste linee parallele tra loro, otteniamo una superficie parallela alla superficie terrestre. Possiamo trattare tutte le possibili linee di gravità perpendicolari che otteniamo attraverso i corpi così da tracciare una superficie comune, parallela alla superficie terrestre, perpendicolare a queste linee di gravità. Questa superficie è innanzitutto una superficie pensata. Ci domandiamo: dove è questa superficie veramente? Essa è veramente nei corpi liquidi. Un liquido che prendo che metto in un recipiente, in quello posso vedere come ciò che altrimenti come una perpendicolare sulla singola linea di gravità traccio come livello di liquido veramente è presente.

Com’è propriamente tutto questo, che cosa propriamente significa? Questo che ora abbiamo messo insieme è qualcosa di straordinariamente importante. Perché pensate una volta quanto segue: uno potrebbe dire per spiegarvi come si comporta il piano di livello del liquido: c’è un recipiente, dentro ho un liquido che forma un piano di livello. Ogni particella del liquido ha la tendenza di cadere verso la Terra. Per il fatto che le forze nel liquido stesso impediscono che le particelle cadano verso la Terra attraverso questo il piano di livello si forma. Questo veramente è presente. Il liquido fa che ciò avvenga.

Pensate se ora prendete la posizione iniziale di corpi solidi che fate cadere, allora la natura stessa vi traccia quello che voi qui per spiegazione avete tracciato. E dovete immaginarvi il piano di livello. Dissi quindi precedentemente: nei corpi solidi il piano di livello è inizialmente pensato come la perpendicolare alla linea di gravità. Se pensate attraverso questo pensiero trovate lo straordinario fatto che ciò che voi altrimenti fate per portare pensieri nel liquido, questo lo fanno un numero di corpi solidi di fronte a voi. Questi vi disegnano ciò che nel liquido materialmente è presente. Possiamo dire: il corpo di inferiore stato di aggregazione, il corpo solido nel suo comportamento sulla superficie terrestre ci rivela come in un’immagine ciò che propriamente nel liquido è, ciò che nel liquido materialmente è, che impedisce la realizzazione di questa linea come linea di caduta. Ciò diviene un’immagine se considero il corpo solido nel suo intero rapporto con la Terra.

Pensate che cosa potrei fare. Attraverso questo se mi tracciassi le linee di gravità e il piano di livello sotto l’impressione della caduta di un sistema di corpi solidi, attraverso questo otterrei un’immagine dell’effetto della gravità. Questo sarebbe direttamente un’immagine della materia liquida.

Possiamo andare oltre. Se lasciamo l’acqua semplicemente per il tempo sufficiente (in un recipiente) — per questo ho detto che le cose sono tutte relative — essa si asciuga. In qualche modo l’acqua sempre evapora, cioè propriamente esiste solo uno stato relativo in cui possiamo dire: l’acqua forma un piano di livello, deve essere tenuta nella sua forma solo dagli altri lati mentre da un lato forma un piano di livello. — Evapora continuamente, nel vuoto quindi più velocemente. Perciò possiamo dire: se qui tracciamo linee secondo che l’acqua propriamente continuamente tende, allora queste devono essere linee di forza dell’acqua la cui direzione come via allora veramente anche è mantenuta quando l’acqua evapora. Se però tracciassi queste linee secondo che l’acqua tende, non ottengo nulla di diverso che un’immagine di un gas che in uno spazio chiuso da tutti i lati veramente tende verso tutte le parti, verso tutte le parti si disperde. Sulla superficie dell’acqua c’è una tendenza a questo che se la tracciassi per spiegare la tendenza, un’immagine di quello che realmente avviene quando lascio libero un gas e si diffonde verso tutte le parti. Così posso di nuovo dire: ciò che osservo nel liquido come forza è per me un’immagine di ciò che nella materia gassosa è realtà materiale.

Abbiamo un fatto curioso: se consideriamo i liquidi in un certo modo propriamente vediamo in questi liquidi immagini dello stato gassoso. Se consideriamo i corpi solidi propriamente vediamo immagini dello stato liquido.

In ogni stato successivo verso il basso nascono immagini dello stato precedente. Estendendo ciò verso l’alto. Possiamo dire: nel corpo solido scopriamo le immagini del liquido. Nel corpo liquido scopriamo le immagini del gassoso. Nel corpo gassoso scopriamo le immagini del calore. Questo sarà ciò che particolarmente domani dovremo perseguire più dettagliatamente. Ma voglio dirvi ancora questo: abbiamo tentato oggi di trovare il passaggio del pensiero dai gas al calore. Domani diverrà ancora più chiaro. E quando perseguiremo ulteriormente questo sentiero del pensiero: nel solido le immagini del liquido nel liquido le immagini del gassoso nel gassoso le immagini del calore allora abbiamo compiuto un passo importante. Abbiamo guadagnato la possibilità di avere nelle immagini che si ottengono nello stato gassoso nel campo di osservazione umano rivelazioni del calore, e precisamente dell’essenza del calore reale. Guadagniamo la possibilità di illuminare ciò di cui sempre abbiamo dovuto dire che inizialmente è un’incognita illuminandolo nel modo giusto cercando le sue immagini nello stato gassoso. Dobbiamo cercare le immagini dell’essenza del calore nei corpi dello stato gassoso. Benché naturalmente dobbiamo farlo nel modo giusto. Se si descrivono semplicemente l’estensione dei fenomeni che abbiamo già osservato come la fisica attuale è abituata a fare, se si parla così dei gas, non si arriva a nulla. Ma se si considera nel modo giusto ciò che per i corpi si è manifestato sotto l’influsso di pressione e temperatura, allora vedremo come veramente arriviamo al risultato che inizialmente il gassoso ci rivela che cosa propriamente è l’essenza del calore.

Ora però l’essenza del calore agisce ulteriormente nel raffreddamento negli stati liquido e solido. E dovremo essere posti nella necessità di perseguire — allo stato gassoso lo potremo vedere nel modo più evidente — che cosa è l’essenza del calore; allo stato liquido e solido dovremo vedere se l’essenza del calore subisce una modificazione particolare per sé stessa al fine di allora per mezzo di questa differenza come si manifesta nel gassoso dove ci mostra le sue immagini e nel liquido e solido arrivare all’essenza reale del calore stessa. ### Settima conferenza

7°Essenzialità dei concetti e nuovi istituti di ricerca

Stoccarda, 7 Marzo 1920

Ricordate ancora come ieri avevamo qui un blocco di ghiaccio, da cui inizialmente avremmo potuto presumere che, se lo tagliavamo con un filo caricato da un peso, il blocco si sarebbe diviso in due metà che sarebbero cadute a sinistra e a destra. Tuttavia, benché potessimo mostrare solo l’inizio dell’esperimento, vi siete già convinti che non è affatto così, che cioè, dopo che la pressione ha causato una liquefazione nella direzione del passaggio del filo, subito il blocco di ghiaccio si ricongela in alto. Ciò significa che solo la pressione ha causato una liquefazione, ma poiché manteniamo il ghiaccio come ghiaccio, l’essenza del calore agisce qui — desidero usare le mie espressioni con grande precisione — cosicché il blocco si riunisce di nuovo.

Vero, questo vi sorprende terribilmente all’inizio? Ma vi sorprende solo perché non lo considerate nel modo necessario per un vero e proprio esame scientifico dei fenomeni fisici. In un altro caso fate questo esperimento continuamente e non ve ne meravigliate affatto, cioè quando prendete una matita e la fate passare nell’aria, la tagliate continuamente, e poi si richiude di nuovo. Non avete fatto nient’altro che eseguire lo stesso esperimento che abbiamo fatto ieri con il blocco di ghiaccio, solo in una sfera leggermente diversa, un ambito leggermente diverso. Possiamo però imparare relativamente molto da questa osservazione, perché vediamo che, se semplicemente facciamo passare una matita nell’aria — non vogliamo indagare con quale proporzione — il taglio che abbiamo fatto si richiude di nuovo grazie alle proprietà della materia dell’aria stessa. Nel caso del ghiaccio, dalle circostanze non possiamo fare altro che pensare che l’essenza del calore vi partecipi, che faccia esattamente ciò che fa l’aria stessa. In ciò avete solo un’ulteriore applicazione di quanto vi ho detto ieri. Se vi immaginate l’aria, e la immaginate divisa da un taglio che si ricongiunga continuamente, allora la materia dell’aria esegue tutto ciò che voi percepite. Se prendete un corpo solido, cioè ghiaccio, allora il calore vi agisce dentro, come agisce la materia materiale dell’aria qui stessa. Cioè: vi si forma un’immagine corretta di ciò che accade nel calore, e avete nuovamente confermato che noi — considerando lo stato gassoso, lo stato di vapore — l’aria è in realtà gassosa, di vapore — noi nel processo materiale del gas stesso abbiamo ciò che può essere un’immagine di ciò che accade nell’essenza del calore.

Se poi consideriamo i fenomeni termici in un corpo solido, fondamentalmente non abbiamo nient’altro se non che da un lato abbiamo il corpo solido, dall’altro ciò che si svolge nel regno dell’essenza del calore. Vediamo visivamente davanti ai nostri occhi come manifestazioni all’interno del regno del calore ciò che altrimenti vediamo svolgersi nel gas. Da ciò possiamo nuovamente concludere — non concludere nemmeno, ripetiamo semplicemente ciò che l’intuizione ci offre — possiamo nuovamente dire: se vogliamo avvicinarci alla vera essenza del calore, dobbiamo tentare, il meglio che possiamo, di penetrare nel regno all’interno del corpo gassoso. E in ciò che accade nel corpo gassoso, vedremo semplicemente immagini di ciò che accade all’interno dell’essenza del calore. Cosicché la natura ci presenta magicamente certi fenomeni nei corpi gassosi, rivelandoci ciò che è l’immagine dei processi nell’essenza del calore. Vedete, ciò che ci guida qui sta certamente molto lontano dal modo di considerazione attuale, così come è usuale nel campo delle scienze naturali, vera scienza naturale, non solo la fisica. Ma dove conduce infine un tale modo di considerazione? Ho qui un’opera di Eduard von Hartmann in cui affronta un ambito speciale dal suo punto di vista, proprio la fisica moderna. Un uomo che certamente si è creato un ampio orizzonte totalmente dallo spirito del presente, in modo che da filosofo, si è messo nella posizione di dire qualcosa sulla fisica. Ora è interessante come, dallo spirito generale del presente, un tale uomo parla di fisica. Comincia proprio nel primo capitolo: «La fisica è la dottrina dei movimenti e delle trasformazioni dell’energia e della sua scomposizione in fattori e addendi.» Naturalmente, nel dire questo, deve aggiungere subito quanto segue, dice: «La fisica è la dottrina dei movimenti e delle trasformazioni dell’energia e della sua scomposizione in fattori e addendi. La validità di questa definizione è indipendente dal fatto che si concepisca l’energia come un’entità ultima autonoma che viene solo scomposta da noi mentalmente, oppure come un prodotto che si è effettivamente formato da altri fattori, ed è indipendente anche da quale visione si abbraccia sulla costituzione della materia. Presuppone solo che tutte le percezioni e le sensazioni rimandano all’energia, che l’energia può cambiare luogo e forma, e che per il suo concetto è scomponibile.»

Che cosa significa quando si dice qualcosa di simile? Significa: si tenta di definire ciò che si ha fisicamente così da non avere necessità di entrare nella sua essenza. Si forma una definizione che per sua natura particolare rende non necessario entrare nell’essenza, perché si esclude l’essenza. Si forma un concetto di energia e si dice: tutto ciò che ci si presenta esternamente fisicamente è solo una trasformazione di questa essenza energetica. Cioè, si scarta dalle proprie concezioni ogni essenzialità e si crede di essere completamente sicuri quando non si afferra più nulla, che allora almeno si diano definizioni certe. Ma questo si è introdotto nelle nostre rappresentazioni fisiche precisamente in modo terribile. Si è introdotto a tal punto che difficilmente riusciamo oggi a fare quei tentativi che ci mostrerebbero realmente ciò che è. Tutti i nostri strumenti sperimentali, come ce li procuriamo per le nostre indagini fisiche, sono costruiti cosicché siano addestrati alla visione teorica della fisica attuale. Non possiamo facilmente usare ciò che oggi abbiamo a disposizione per penetrare fisicamente nell’essenza delle cose. La salvezza consisterà unicamente nel fatto che inizialmente si trovi un certo numero di persone che acquisiscano familiarità con le necessarie conseguenze metodologiche di una vera penetrazione nell’essenza dei fenomeni fisici, e che questo numero di persone si trovi anche a organizzare gli strumenti sperimentali, proprio gli strumenti stessi per gli esperimenti, cosicché gradualmente si penetri nell’essenza. Non abbiamo davvero bisogno solo di una trasformazione della nostra visione del mondo nei concetti, abbiamo oggi assolutamente bisogno dai nostri punti di vista di istituti di ricerca. Non potremo raggiungere persone da punti di vista antroposofici così rapidamente come è necessario se d’altronde non possiamo estrarre i modi di pensiero odierni abituali dai loro binari usurati così da mostrare semplicemente alle persone attraverso l’esperimento «ciò che diciamo sulle cose è giusto», così come oggi il fisico è capace di mostrare, apparentemente mostrare alle persone in tal modo che già le fabbriche gli allestiscono, che ciò che ha detto loro è corretto. Ma questo naturalmente è veramente necessario che arriviamo prima al vero pensiero fisico. E al vero pensiero fisico appartiene il fatto che ci portiamo in una direzione di rappresentazione, come l’ho accennata in questi giorni, e particolarmente ieri, per la prima volta.

Non è vero, il fisico odierno semplicemente guarda a ciò che accade, e quando guarda a ciò che accade, sarà piuttosto sforzato di togliere via ciò che percepisce, e guardare solo a ciò che può calcolare. Così fa anche questo esperimento, che vogliamo mettere davanti alla nostra anima il più presto possibile, il più presto possibile per la ragione che si svilupperà anche nel corso dell’ora. Qui portiamo una ruota con pale rotanti in un liquido, in modo che, facendo ruotare la ruota attraverso questo dispositivo di conversione, eseguiamo un lavoro meccanico — lo facciamo eseguire dalla macchina. Ma dal fatto che questo lavoro meccanico interviene negli eventi nell’acqua in cui è immersa la ruota a pale, così provocheremo un notevole riscaldamento dell’acqua, e abbiamo dinanzi a noi il più semplice, l’esperimento più elementare attraverso cui, come si dice, il lavoro meccanico viene convertito in calore o, come si dice anche, in energia termica. Abbiamo ora una temperatura di 16° e dopo un certo tempo esamineremo nuovamente la temperatura.

Ora torniamo ancora a ciò che abbiamo già espresso. Abbiamo cercato di afferrare il destino fisico della corporeità conducendo questa corporeità attraverso il punto di fusione e attraverso il punto di ebollizione, per cui il corpo solido diventa liquido, il liquido diventa gassoso. Voglio parlare ora in espressioni semplificate. Abbiamo visto che l’essenza del corpo solido è: l’avere forma. In un certo senso si emancipa da ciò che è configurante in un liquido, almeno relativamente configurante, se il liquido non viene fatto evaporare nel tempo. Il corpo solido ha quindi la sua forma fissa in qualche modo; il liquido deve essere racchiuso in un recipiente e per la sua formazione di livello, che si mostra ovunque sulla superficie del corpo solido, è sottoposto alle forze dell’intera terra. Ce lo siamo già rappresentati. Cosicché non possiamo dire altro che: nel momento in cui consideriamo la somma di tutto il liquido sulla terra, consideriamo questa somma di tutto il liquido sulla terra — se vogliamo veramente considerarla fisicamente — come un corpo terrestre. Il solido si emancipa solo da questo legame con la terra, si individualizza, assume la sua propria forma. Se ora, mantenendo inizialmente il modo di espressione della fisica usuale, vediamo nella cosiddetta gravità la causa della formazione del livello del liquido, allora tuttavia, se rimaniamo puramente nell’intuizione, deve rivolgersi ciò che altrimenti semplicemente nell’angolo retto contro la formazione del livello, in qualche modo nel corpo solido individualizzato. Si deve pensare in qualche modo che ciò che qui ha a che fare con la formazione del livello e che si immagina come gravità della terra, in qualche modo siede anche nel corpo solido da qualche parte e causa i diversi livelli, cosicché il corpo solido individua la gravità. Vediamo dunque che il corpo solido rivendica per sé la gravità. Ma vediamo d’altronde anche che l’effetto del livello cessa nel momento in cui passiamo al gas. Il gas non forma livello. Se vogliamo avere una forma del gas, un confine del suo contenuto spaziale, dobbiamo realizzarlo mediante l’inclusione in un recipiente da tutti i lati. Cosicché, nel passaggio dal liquido al gas, vediamo cessare la formazione del livello. Vediamo lo sforzo anche oltre questo residuo ancora terrestre di configurazione, che si esprime nel livello, e vediamo come tutti i gas, che già ci si oppongono come un’unità dal fatto che si manifestavano nello stesso coefficiente di dilatazione, insieme come una materia unitaria si emancipano dalla terra.

Ora comprendete bene questo pensiero: voi siete qui come uomo, cioè come organismo di carbonio, sulla terra solida, siete fra i fenomeni che i corpi solidi della terra producono. Questi come tali sono soggetti alla gravità, che apparentemente si manifesta ovunque. Cosicché voi, nello stare sulla terra come uomo, intorno a voi avete corpi solidi che in qualche modo devono aver appropriato la gravità per la loro formazione di forma. Ma nei fenomeni che questi corpi solidi producono nella caduta, come ho detto ieri, per cui voi vi rappresentate un livello ideale che potete formare ovunque, in questo avete qualcosa che vi potete rappresentare come una sorta di continuum, come qualcosa che si diffonde ovunque, che è un liquido invisibile. Cosicché i corpi solidi, nella misura in cui si muovono sulla terra e producono fenomeni, nella somma di questi fenomeni rappresentano un liquido. Fanno esattamente ciò che fa un liquido materiale in sé. Cosicché possiamo veramente dire: nel momento in cui stiamo sulla terra solida, percepiamo ciò che chiamiamo gravità, che nel caso dell’acqua è configurante a livello.

Ora immaginate piuttosto che fossimo nella posizione come uomini di vivere su un corpo mondiale liquido, che fossimo organizzati così da vivere su un corpo mondiale liquido. Allora dovremmo trovarci sopra la formazione di livello di questo liquido. E allora saremmo, proprio come siamo ora in rapporto al liquido, in rapporto al gassoso, che però si sforza verso tutti i lati. Ma questo significa nient’altro che non potremmo percepire alcuna gravità. Parlare di gravità perderebbe senso. Solo coloro che percepiscono la gravità e solo quei corpi che vi sono sottoposti, sono su un pianeta solido. Esseri che potessero vivere su un pianeta liquido non saprebbero nulla di gravità. Non se ne potrebbe parlare. Ed esseri che vivessero su un corpo mondiale gassoso, percepirebbero l’opposto della gravità, lo sforzo verso tutti i lati dal centro, come il normale. Se mi voglio esprimere paradossalmente: per esseri che abitassero un pianeta gassoso, i corpi, invece di cadere verso il pianeta, dovrebbero continuamente essere scagliati via. Cosicché noi, quando troviamo il passaggio ora al vero pensiero fisico, non solo al pensiero matematico che si pone al di fuori della realtà, ma quando pensiamo veramente fisicamente, dobbiamo dire a noi stessi: iniziamo, nel momento in cui stiamo su un pianeta solido, ad avere la gravità. E nel passaggio dal pianeta solido al pianeta gassoso, passiamo attraverso una sorta di stato nullo, e arriviamo a uno stato opposto, a un’espressione di forza spaziale, che potrebbe essere compresa solo come negativa in rapporto alla gravità.

Vedete dunque che noi, nel passare attraverso il materiale, arriviamo effettivamente a un punto nullo nell’essere spaziale, a una sfera nulla nell’essere spaziale, cosicché possiamo parlare della gravità solo come di qualcosa di molto relativo. Sì, ma non vediamo forse, quando forniamo calore a un gas — abbiamo fatto gli esperimenti al riguardo — calore che aumenta continuamente la sua forza dispersiva, già l’immagine che vi ho delineato? (Vedi disegno a pagina 100.) Ciò che agisce nel gas non si trova già oltre la sfera nulla verso cui la gravità tende? Non possiamo, rimanendo nei fenomeni, pensare ulteriormente che, nel trovare il passaggio da un pianeta solido a uno gassoso, passiamo attraverso un punto nullo? Sotto la gravità; sopra questa gravità si trasforma, per il pensiero fisico, nel suo contrario, nella gravità negativa. Ma noi la troviamo, non abbiamo nemmeno bisogno di pensarla. L’essenza del calore fa esattamente ciò che fa questa gravità negativa.

Certamente non siamo ancora arrivati al fine, ma abbiamo raggiunto almeno tanto da poter afferrare relativamente l’essenza del calore, cosicché possiamo dire: L’essenza del calore si manifesta proprio come la negazione della gravità, la gravità negativa. Se dunque in formule fisiche che contengono la gravità inseriamo una grandezza di gravità in modo negativo, allora secondo il pensiero realisticamente valido, questa formula non deve più rappresentare una linea di gravità o una grandezza di gravità, bensì una linea di forza termica e una grandezza di forza termica. Vedete dunque che in questo modo si può da principio animare la matematica. Si possono semplicemente prendere le formule che ci derivano da qualcosa che consideriamo puramente meccanicamente come un sistema di gravità. Se inseriamo queste grandezze negativamente in queste formule, siamo costretti a considerare ciò che era precedentemente gravità, come calore. Ma da ciò vedete che solo nel fatto che afferriamo i fenomeni nel loro concreto arriviamo a risultati reali. Vediamo, nel passaggio dai corpi solidi a quelli liquidi, come la forma si dissolva sotto l’influenza del liquefazione. La forma si perde. Se dissolvo un cristallo o lo riscaldo fino alla fusione, perde la forma che aveva precedentemente. Assume quella forma che all’inizio, poiché entra nel generale, nella liquidità, prende sotto l’influenza della terra. Il corpo assume una superficie di livello della terra e deve essere conservato in un recipiente. Ma si mostra — vogliamo tenere la cosa inizialmente ferma solo nel fenomeno, possiamo capirla più concretamente più tardi — se la quantità di liquido è sufficientemente piccola, che si forma la goccia, la forma sferica. I liquidi hanno dunque, se sufficientemente piccoli, la possibilità di emanciparsi anche dalla gravità generale e in un caso speciale di appropriarsi di ciò che altrimenti causa il fatto che forme poliedriche determinate appaiano nei cristalli. Ma i liquidi hanno allora la particolarità di formare una forma unitaria, la forma sferica. E se ora considero questa forma sferica, essa è, per così dire, il riepilogo, la sintesi di tutte le forme poliedriche, di tutte le forme cristalline.

Se ora passo dal liquido al gas, ho lo sforzo di disintegrazione, la dissoluzione della forma sferica, ma ora verso l’esterno. Arriviamo certamente a un concetto un po’ più difficile: immaginate di stare di fronte a una forma semplice, un tetraedro, e rivoltaste il tetraedro come si rivolta un guanto. Allora in realtà notereste, se lo voleste capovolgere completamente, che dovreste passare attraverso la forma sferica, e che allora appare il corpo negativo, per cui tutti i rapporti sono negativi, che è, per così dire, tale che se qui avete il tetraedro, in qualche modo riempito, allora avreste rappresentare questo corpo negativo in modo che tutto lo spazio restante sia riempito. Lì è gassoso. Ora immaginate in questo spazio riempito un buco tetraedrico risparmiato. Lì è vuoto. Allora dovreste, se intendete la cosa realmente, in tutte le grandezze che si riferiscono a questo tetraedro, porre i valori negativamente. Allora ottenete il tetraedro negativo, il tetraedro risparmiato, mentre altrimenti nel tetraedro c’è materia. Ma lo stato intermedio, dove il tetraedro positivo passa nel tetraedro negativo, è la sfera. Ogni corpo poliedrico passa nella sua negazione, passando attraverso la sfera come attraverso un punto nullo, una sfera nulla.

Ora seguite questo nel concreto nei corpi. Avete i corpi solidi con forme; passano attraverso la forma liquida, cioè la forma sferica, e diventano gas. Se vogliamo considerare correttamente i gas, dovremmo considerarli come forme, ma come forme negative. Arriviamo dunque a configurazioni che possiamo afferrare solo quando passiamo attraverso la sfera nulla nel negativo. Cioè: nel momento in cui ci rivolgiamo ai processi gassosi, che sono immagini dei processi termici, non arriviamo affatto a qualcosa di senza forma, diventa solo per noi più difficile afferrarli, rispetto alle forme del nostro ambiente, che sono forme positive, non forme negative. Sì, ma allo stesso tempo vediamo da ciò che ogni corpo, in cui il liquido in qualche modo entra in considerazione, è in uno stato intermedio. È nello stato intermedio di passare da ciò che è formato a ciò che chiamiamo senza forma, cioè a ciò che è formato negativamente.

Abbiamo da qualche parte un esempio dove possiamo seguire una cosa del genere, in ciò che è nel nostro ambiente più immediato, che consideriamo, ma non veramente sperimentiamo? Rimaniamo davvero, quando stiamo accanto alla liquefazione di un corpo solido o all’evaporazione di un corpo liquido, più o meno nello stesso stato di esperienza di prima. Ma possiamo sperimentare una cosa del genere in qualche modo? Possiamo sperimentarla e la sperimentiamo continuamente. La sperimentiamo dal fatto che siamo uomini terrestri e che la terra, nella vicinanza dove l’abitiamo, è effettivamente un corpo fondamentalmente solido, e poi su di essa si trovano corpi che nel nostro ambiente producono i vari fenomeni che poi consideriamo. Ma inoltre il liquido è incorporato nell’elemento terrestre e vi appartiene, e anche il gassoso vi appartiene. Ed esiste davvero una grande differenza tra ciò che voglio chiamare, così abbiamo un’espressione per questo — ci avvicineremo a queste cose — ciò che voglio chiamare notte termica e giorno termico. Che cos’è la notte termica? La notte termica è, rispetto alla notte luminosa, ciò che accade veramente sotto l’influenza dell’essenza termica del cosmo con la nostra terra. Che cosa può accadere? Ebbene, nei prossimi tempi seguiremo i fenomeni sulla terra cosicché vedremo veramente ciò che comunque è molto facile da raggiungere con il pensiero: sotto l’influenza della notte termica, tutta la terra — potremmo limitarci inizialmente dicendo: l’atmosfera terrestre — tende verso la forma. Durante la notte termica, cioè mentre non siamo sottoposti all’essenza solare con il nostro essere terrestre, mentre l’essere terrestre viene abbandonato a sé stesso, mentre può emanciparsi dagli effetti dell’essenza cosmica solare, tende verso una forma fissa, come la goccia tende verso una forma fissa quando può sottrarsi alla gravità circostante. Abbiamo dunque, nel momento in cui invece della notte luminosa consideriamo la notte termica, lo sforzo continuo della terra verso la forma. Ma non è completamente corretto parlare se dico: la terra tende verso la forma di goccia. Tende verso molto più nella notte termica: verso la configurazione, verso la cristallizzazione. E ciò che sperimentiamo di notte, è un’emersione continua di linee di forza che tendono alla cristallizzazione, mentre di giorno sotto l’influenza dell’essenza solare vi è un continuo dissolversi di questo sforzo di cristallizzazione, un continuo tentativo di superare la forma.

Quando parliamo della penombra termica mattutina e serale, dobbiamo propriamente parlare del fatto che al crepuscolo termico mattutino, dopo che la terra durante la notte termica ha tentato di cristallizzarsi, questo processo di cristallizzazione si dissolve di nuovo e la terra al crepuscolo termico mattutino passa attraverso la forma sferica, con la sua atmosfera; poi tenta di disperdersi. Viene di nuovo dopo il giorno termico un crepuscolo termico serale. La terra tenta di nuovo di formare una sfera e di cristallizzarsi durante la notte, cosicché dobbiamo catturare la terra in un processo cosmico che consiste nel fatto che durante la notte termica la terra tenta di contrarsi, che se il corso continuasse e il sole potesse scomparire, la terra potrebbe diventare cristallo. Questo viene impedito al momento giusto, nel fatto che la terra viene di nuovo condotta attraverso il crepuscolo termico mattutino, attraverso la forma sferica, allora sorge il tentativo della terra di disperdersi nello spazio cosmico, fino a quando ancora le forze vengono contrapposte dal crepuscolo termico serale. Abbiamo dunque a che fare con la nostra terra non con qualcosa che potremmo disegnare come qualcosa di definitivamente limitato nello spazio cosmico, ma abbiamo a che fare con qualcosa che oscilla continuamente nel cosmo, che passa attraverso giorno termico e notte termica.

Vedete, su tali cose dovremo installare i nostri istituti di ricerca. Dovremo aggiungere ai nostri termometri e igrometri ordinari e così via strumenti attraverso cui potremo mostrare che certi processi, che si svolgono all’interno dell’elemento terrestre, specialmente all’interno dell’elemento terrestre liquido e gassoso, si svolgono diversamente di notte che di giorno.

Vedete dunque: qui un vero e proprio esame scientifico fisico ci guida finalmente ad agire e mostrare attraverso adatti strumenti di misurazione quelle sottili differenze che emergono tra giorno e notte per tutti i fenomeni, specialmente che si svolgono all’interno del liquido e del gassoso. In futuro dovremo eseguire un certo esperimento di giorno, ripeterlo all’ora corrispondente durante la notte, e dovremo avere strumenti di misurazione sottili che ci mostrino i fenomeni diversamente di giorno e di notte. Perché di giorno non sono presenti quelle forze che tendono a cristallizzare la terra, nei nostri fenomeni che lo sono durante la notte. Di notte emergono forze che provengono dal cosmo. E queste forze cosmiche, che tentano di cristallizzare la terra, devono mostrarsi nei fenomeni. E là ci si apre il cammino sperimentale per constatare di nuovo il collegamento della terra con l’universo.

Vedete, quegli istituti di ricerca che devono essere istituiti in futuro nel senso della nostra visione del mondo orientata in modo antroposofico, avranno compiti significativi. Dovranno veramente contare con cose con cui al presente quasi mai si conta in certi fenomeni.

Naturalmente per i fenomeni luminosi lo facciamo già oggi, almeno in certi fenomeni, nel fatto che dobbiamo produrre artificialmente la notte, oscurare la stanza e così via, ma per altri fenomeni, che si svolgono al di sotto di una certa sfera nulla, non lo tentiamo. Invece arriviamo allora all’idea di trasferire ciò che troveremmo come risultati se veramente esistessero, all’interno dei corpi e di parlare di varie forze che si svolgono tra atomi e molecole. Il tutto si basa solo sul fatto che crediamo di poter ricercare tutto di giorno. Troveremo differenze, per esempio, delle forme di cristallizzazione, solo in questo modo, che eseguiamo lo stesso esperimento prima di giorno, e poi lo eseguiamo di notte. Questo è ciò su cui in particolare deve essere richiamata l’attenzione. Ora su questo cammino si produrrà una vera fisica. Perché oggi fondamentalmente i fenomeni fisici stanno uno accanto all’altro caoticamente. Parliamo di energia meccanica, parliamo di energia acustica per esempio. Ma allora quando ricerchiamo fisicamente queste cose, non è affatto considerato nel modo corretto il fatto che tutte le energie meccaniche possono svolgersi solo dove in qualche modo si trovano corpi solidi. Le energie acustiche però rinviano sempre al fatto che non siamo più nella sfera dei corpi solidi, cosicché allora la sfera dei liquidi sta tra l’energia puramente meccanica e l’energia acustica.

Sì, ma se ora usciamo dal territorio dove osserviamo più facilmente l’energia acustica, in corpi di forma d’aria, allora arriviamo sì, al cosiddetto stato di aggregazione successivo, al calore, che è sovrapposto al gas, come il corpo liquido al corpo solido. E avremmo dunque, se lo intendessimo esternamente, avere:

x Simile al calore Gassoso Acustico Liquido Solido Meccanico

Troveremmo all’interno del solido come caratteristico il meccanico. Troveremmo all’interno del gassoso il caratteristico dell’acustico. Come abbiamo omesso il liquido, dobbiamo qui omettere il calore, e qui sopra trovare qualcos’altro, che chiamerei inizialmente x. Avremmo dunque d’altro canto dell’essenza termica ancora qualcosa da cercare. Tra questo x e i nostri ordinari fenomeni acustici che si svolgono nell’aria, l’essenza termica starebbe, come tra i corpi gassosi e solidi sta l’essenza liquida. Vedete, tentiamo in qualche modo di racchiudere l’essenza termica, di avvicinarci a essa in qualche modo. E se dite a voi stessi: la liquidità sta tra il gassoso e il solido, allora tra x e il gassoso deve stare l’essenza termica — allora dovete cercare i transiti attraverso l’essenza termica fino a x in modo simile. Dovete quindi trovare qualcosa che sta al di là dell’essenza termica, come per esempio il mondo tonale, nel momento in cui si esprime attraverso l’aria, sta al di qua dell’essenza termica.

Così vedete il tentativo di formare davvero tali concetti fisici, che escono dal puramente astratto e cercano di afferrare il fisico. Proprio come la geometria effettivamente afferra le forme spaziali, ma i concetti meccanici non possono afferrare mai nient’altro che il movimento dei corpi solidi, così questi concetti, che ora formiamo, effettivamente afferrano l’essenza fisica. Si immergono nell’essenza fisica. E secondo tali concetti si deve sforzarsi. Perciò direi che appartiene proprio al senso giusto a ciò che potrebbe svilupparsi dall’Universale, da cui la Scuola Waldorf Libera è pensata, se si tentasse di estendere veramente anche l’Esperimentale nel modo in cui è stato indicato oggi, se si includesse nel vero esperimento fisico proprio ciò che è stato molto trascurato nei nostri fenomeni fisici, il tempo e il corso del tempo.

8°Macchina a vapore e termodinamica

Stoccarda, 8 Marzo 1920

Ieri abbiamo fatto l’esperimento che, secondo le concezioni usuali, doveva mostrare come il lavoro meccanico, che abbiamo prodotto facendo ruotare una ruota con pale e quindi con attrito su una massa d’acqua, si trasforma in calore. Vi abbiamo mostrato che l’acqua, su cui si strofina la ruota a pale, si è riscaldata.

Oggi vogliamo, per così dire, fare l’opposto. Ieri abbiamo mostrato che in qualche modo deve cercarsi una spiegazione per il fatto che, se ora esprimiamo i fatti meglio che con il pensiero della semplice trasformazione, sotto l’influenza di un lavoro eseguito il calore può sorgere. Ora vogliamo seguire un processo inverso. Vogliamo qui anzitutto produrre vapore, vogliamo dunque proprio sulla via di un processo di combustione produrre pressione, generare tensione — quindi qualcosa di meccanico dal calore — e vogliamo, secondo lo stesso principio secondo cui si muovono tutte le macchine a vapore, convertire questo calore tramite il detour della pressione in lavoro meccanico. Nel momento in cui lasciamo agire la pressione da un lato qui sulla superficie in basso, il pistone viene spinto in su (vedi disegno pagina 118). Nel momento in cui di nuovo raffreddiamo il vapore, la pressione si riduce, il pistone ritorna indietro, e otteniamo il lavoro meccanico, il movimento ascendente e discendente. Potremo seguire come l’acqua, che di nuovo si forma quando qui raffreddiamo, l’acqua di condensa, entra in questo recipiente, e allora esamineremo se, dopo aver lasciato svolgersi l’intero processo, il calore che abbiamo generato qui si è completamente trasformato in tale lavoro, nel lavoro del movimento su e giù di questo pistone, oppure se il calore in qualche modo è andato perso. Il calore che va perso, che non si trasforma, dovrebbe apparire nel calore dell’acqua. Allora l’acqua di condensa, nel caso in cui tutto il calore venga usato per la produzione di lavoro meccanico, sarebbe incapace di mostrare un aumento di temperatura. Se si verifica un aumento di temperatura, cioè se possiamo constatare su questo termometro che l’acqua è riscaldata oltre la temperatura ordinaria, allora questo riscaldamento deriva dal calore che abbiamo applicato. Allora non tutto il calore si è trasformato in lavoro, non siamo stati capaci, è rimasto ancora qualcosa. Vogliamo dunque constatare se il calore totale può trasformarsi in lavoro, oppure rimane ancora qualcosa e si mostra nel calore dell’acqua di condensa. L’acqua ha 20°, vedremo allora se l’acqua di condensa si è veramente raffreddata fino a 20°, cioè se tutto il calore è stato usato per il lavoro, oppure se la temperatura di questa acqua di condensa sale e il calore andrebbe perso. Ora condensiamo il vapore, l’acqua di condensa gocciola, e in questo modo naturalmente una macchina può essere azionata. Se l’esperimento riesce completamente, potete essere certi che l’acqua di condensa qui mostra un notevole aumento di temperatura, ed è questo il modo in cui si può mostrare che, quando si fa l’esperimento inverso a quello di ieri, trasformando il calore in lavoro meccanico, che consiste appunto nel fatto che il pistone si muove su e giù, allora è impossibile trasformare completamente tutto il calore che si è generato in lavoro meccanico; che quando il calore viene trasformato in lavoro meccanico, rimane sempre calore, che cioè abbiamo in ogni tale calore usato per la produzione di lavoro meccanico una parte che rimane come residuo e non può trasformarsi in lavoro meccanico. Vogliamo anzitutto trattenere il fenomeno qui, ma ora esaminare i pensieri che la fisica usuale e coloro che basano le loro concezioni su di essa formulano sull’intera questione.

Abbiamo a che fare anzitutto con il primo fatto che possiamo trasformare, come si dice, il calore in lavoro meccanico, e il lavoro meccanico in calore. Da ciò, come ho già accennato, si è formata l’opinione che ogni tale forma di cosiddetta energia — energia termica, energia meccanica, e si potrebbe fare l’esperimento anche per altre energie — può trasformarsi in un’altra. Dalla misura della trasformazione vogliamo astenerci per ora, e tenere fermo solo il fatto. Ora il pensatore fisico contemporaneo dice: è dunque impossibile che, dovunque appaia un’energia, un’azione di forza, provenga da qualcos’altro che da un’altra energia già presente. Se ho dunque un sistema chiuso in sé di energie, inizialmente di energie di una determinata forma, e appaiono altre energie, allora devono essere la trasformazione delle energie già presenti del sistema chiuso. Nessuna energia può apparire in un sistema chiuso diversamente da come prodotto di trasformazione. Eduard von Hartmann, che come ho già accennato racchiude nelle sue concezioni filosofiche le visioni fisiche attuali, ha espresso questo cosiddetto primo teorema della teoria del calore meccanico con le parole: «Un perpetuum mobile del primo tipo è un’impossibilità.» Che cosa sarebbe un perpetuum mobile del primo tipo? Un perpetuum mobile del primo tipo sarebbe precisamente un dispositivo per cui un’energia come tale sorgerebbe in un sistema di energie chiuso. Cosicché Eduard von Hartmann sintetizza la serie di fatti a essa relativa dicendo: «Un perpetuum mobile del primo tipo è un’impossibilità.»

Ora arriviamo alla seconda serie di fatti, che è stata illustrata dal nostro esperimento di oggi: possiamo in un sistema di energie apparentemente chiuso in sé trasformare un’energia in un’altra. Tuttavia si mostra che la trasformazione è soggetta a certe regolarità, che hanno a che fare con la qualità delle energie, e precisamente cosicché l’energia termica non può semplicemente trasformarsi completamente in energie meccaniche, ma rimane sempre un residuo. Cosicché è impossibile trasformare l’energia termica in un sistema chiuso in energia meccanica cosicché tutto il calore appaia come energia meccanica. Se si potesse raggiungere che tutto il calore appaia come energia meccanica, allora si potrebbe di nuovo trasformare l’energia meccanica in calore. Sarebbe possibile che in un tale sistema chiuso un’energia qualitativa si trasformasse nell’altra. Si avrebbe così la possibilità di trasformare sempre l’una nell’altra. Eduard von Hartmann esprime di nuovo questo teorema dicendo: un tale sistema chiuso, in cui si potrebbe per esempio trasformare completamente tutto il calore presente in lavoro meccanico, dove si potrebbe trasformare di nuovo il lavoro meccanico in calore, dove dunque sorge una circolazione, sarebbe un perpetuum mobile del secondo tipo. Ma anche un tale perpetuum mobile del secondo tipo è un’impossibilità, dice, e questi sono fondamentalmente per i pensatori del XIX e dell’inizio del XX secolo nel campo della fisica i due teoremi principali della cosiddetta teoria del calore meccanico:

«Un perpetuum mobile del primo tipo è un’impossibilità.» «Un perpetuum mobile del secondo tipo è un’impossibilità.» La questione è persino legata alla storia della fisica nel XIX secolo. Il primo che ha richiamato l’attenzione su questa apparente trasformazione dell’essenza termica in altre forme di energia o di altre forme di energia in calore, era Julius Robert Mayer, che sostanzialmente ha notato il legame tra il calore e altre forme di energia come medico, notando una diversa natura del sangue venoso nella zona calda che nella zona fredda e da ciò concluse un diverso tipo di lavoro fisiologico in un caso e nell’altro nel corpo umano. Ha allora principalmente dalle sue esperienze, che ha ampliato, in seguito formulato una teoria piuttosto confusa, e in lui questa teoria in realtà non ha altro ambito che: si potrebbe produrre da una forma di energia l’altra. — Allora la questione è stata ulteriormente elaborata da vari altri, tra gli altri da Helmholtz. Già in Helmholtz appare una forma particolare del pensiero fisico-meccanico come punto di partenza dell’intera considerazione. Se si prende proprio il trattato più importante di Helmholtz, con cui tenta di sostenere la teoria del calore meccanico negli anni quaranta del XIX secolo, questo si basa già — e precisamente come postulato — sul pensiero hartmanniano:

Un perpetuum mobile del primo tipo è un’impossibilità; poiché un perpetuum mobile è impossibile, i diversi tipi di energia devono essere solo trasformazioni l’uno dell’altro, un’energia non può mai sorgere dal nulla. Si può trasformare il teorema, da cui si parte come assioma: un perpetuum mobile del primo tipo è un’impossibilità — nell’altro: la somma delle energie nel sistema universale è costante. Non sorge mai un’energia, non scompare mai un’energia. Le energie si trasformano solo. La somma delle energie nel sistema universale è costante. — I due teoremi

«Non esiste un perpetuum mobile del primo tipo.» «La somma di tutte le energie nell’universo è costante.» contengono fondamentalmente esattamente lo stesso. Ora il punto è che con il modo di pensiero che abbiamo già applicato in tutte le nostre considerazioni, illuminiamo un po’ questa intera visione.

Si vede in un tale esperimento che, quando si fa il tentativo di trasformare il calore in cosiddetto lavoro, il calore per così dire va perso per la trasformazione in lavoro, il calore appare di nuovo, dunque solo una parte del calore può trasformarsi in lavoro, in un’altra energia, in forme di energia meccanica. Allora si può applicare ciò che si vede a esso al cosmo. Questo è stato fatto anche dai pensatori del XIX secolo. Pressappoco così si sono detti questi pensatori: Nel mondo, nel mondo che ci sta innanzi, nel mondo in cui viviamo, vi è lavoro meccanico, vi è calore. Continuamente avvengono processi attraverso cui il calore viene trasformato in lavoro meccanico. Vediamo che il calore deve esservi affinché possiamo generare lavoro meccanico. Pensate solo a come abbiamo basato gran parte della nostra tecnica proprio sul fatto che dalla primitiva applicazione del calore produciamo lavoro meccanico. Ma in ciò si mostra continuamente che non possiamo trasformare completamente il calore in lavoro meccanico, che rimane sempre un residuo. E se è così, questi residui devono accumularsi cosicché non possa più essere eseguito alcun lavoro meccanico, che semplicemente non possiamo più ritrasformare il calore in lavoro meccanico. I residui del calore inutilizzabile si accumulano, e l’universo tende verso quello stato in cui tutto il lavoro meccanico si sarà trasformato in calore. Si è anche detto che l’universo in cui viviamo tende verso la sua morte termica, come si può dire un po’ più erudito. Parleremo ancora in una delle prossime considerazioni del cosiddetto concetto di entropia. Per ora interessa che da un esperimento si traggano pensieri sul corso del nostro universo che sono rilevanti per l’uomo.

Eduard von Hartmann ha esposto la questione elegantemente dicendo: Si vede dunque — provabilmente fisicamente — che il processo universale in cui viviamo si svolge inizialmente nel fatto che in esso vi sono processi: da un lato processi termici, dall’altro processi meccanici, ma alla fine tutti i processi meccanici si trasformeranno in processi termici. Allora non potrà più essere eseguito alcun lavoro meccanico. L’universo è giunto al suo fine. Così i fenomeni fisici ci mostrano, dice Eduard von Hartmann, che il processo universale si smorza. Questo è il suo modo di esprimersi sui processi all’interno dei quali viviamo. Viviamo dunque in un universo che ci sostiene attraverso i suoi processi, ma consiste nella tendenza a diventare sempre più fiacco e infine completamente spento — ripeto solo le parole di Eduard von Hartmann.

Ora però dobbiamo chiarirci il seguente: Esiste forse qualcosa come la possibilità di produrre in un sistema chiuso una somma di processi? Notate bene ciò che dico: Se sto davanti alla somma dei miei strumenti sperimentali, certo non sto nel vuoto, nello spazio vuoto, e anche se potessi credere di stare nello spazio vuoto, certamente non sono completamente sicuro che questo spazio vuoto non si mostri vuoto solo per il fatto che inizialmente non percepisco ciò che vi è ancora dentro. Sto forse mai con il mio esperimento all’interno di un sistema chiuso? Non è il mio stesso intervento nel più semplice esperimento un’azione nel processo totale dell’universo che mi circonda? Devo rappresentarmi diversamente, se per esempio faccio questa cosa intera qui, che non sia che nel legame con l’intero processo universale sia qualcosa di simile a quando prendo un piccolo ago e mi pungo? Se mi pungo, sento dolore, che mi impedisce di afferrare un pensiero che altrimenti avrei afferrato. Ma certo non posso, se voglio considerare ciò che accade qui nel suo intero legame, considerare solo la pressione dell’ago e l’offesa della pelle, dei muscoli, perché non afferrerei così l’intero processo. Il processo non è esaurito da ciò. Immaginate una volta che per disattenzione prendo un ago, mi pungo, sento il dolore. Mi ritrarrò. Ciò che appare come effetto, non è davvero da afferrare se considero solo ciò che accade in questa parte della pelle. Eppure il ritrarre dall’ago non è nient’altro che una continuazione di quei processi che descrivo se considero solo la prima parte. Se voglio descrivere l’intero processo, devo tenere conto del fatto che con il mio ago non mi sono punto nella stoffa, ma nell’organismo, che devo considerare come un tutto, che a sua volta reagisce come organismo intero e come tale produce ciò che è la conseguenza della prima azione.

Posso dire senza ulteriori indugi, quando mi rappresento un tale esperimento davanti, che io ho riscaldato, prodotto lavoro meccanico, il calore che è rimasto nell’acqua di condensa, è rimasto semplicemente per se stesso? Non sto davvero con l’intera struttura qui in una relazione tale come se l’avessi praticata lì (nel dito). La produzione o il mantenimento del calore, l’apparizione nell’acqua di condensa, potrebbe dipendere dalla reazione dell’intero grande sistema al processo qui, come il mio organismo reagisce al piccolo processo della puntura dell’ago. Ciò che principalmente devo considerare è: Non devo mai considerare l’allestimento sperimentale come un sistema chiuso, ma devo rimanere consapevole che questo intero allestimento sperimentale sta sotto le influenze dell’ambiente e anche delle energie che eventualmente agiscono da questo ambiente.

Ora consideratelo insieme con qualcos’altro: Ammettete di avere inizialmente di nuovo in un recipiente un liquido con la superficie di livello, mediante cui presupponete un’azione di forza perpendicolare alla superficie di livello. Pensate ora che questo liquido si trasformi, attraverso il raffreddamento, in un corpo solido formato. È completamente impossibile che ora non vi rappresentiate che queste direzioni qui, queste direzioni di forza non siano in qualche modo incrociate da un’altra. Perché queste direzioni di forza causano il fatto che devo conservare l’acqua in un recipiente, che solo attraverso la superficie di livello la forma dell’acqua è lì. Se ora nella solidificazione sorge una forma chiusa e formata, è assolutamente necessario presumere che ora si aggiungono forze a quelle che prima erano presenti. Ciò fornisce l’intuizione immediata che forze si aggiungono a quelle che prima erano presenti. E all’inizio il pensiero è completamente assurdo, credere che quelle forze producono la forma che in qualche modo sarebbe già stata nell’acqua, perché altrimenti, se fossero state dentro, avrebbero dovuto produrre la forma nell’acqua. Sono sorte. Non potevano essere contenute nel sistema acquoso, devono provenire da fuori del sistema acquoso a questo. Prendiamo dunque il fenomeno così com’è, allora dobbiamo dire: Dovunque appaia una forma, essa appare effettivamente come una nuova creazione. Rimaniamo solo in ciò che possiamo constatare intuitivamente, la forma appare come una nuova creazione. Lo vediamo proprio intuitivamente quando facciamo sorgere un corpo solido da un liquido. La forma appare intuitivamente come una nuova creazione, e viene di nuovo tolta quando trasformiamo il corpo in forma liquida. Si consideri una tale cosa proprio secondo ciò che l’intuizione fornisce. Che cosa segue dall’intero processo se si trasforma veramente l’intuitivo in un concetto? Ne segue che il corpo solido tenta di emanciparsi, tenta di formare in sé un sistema chiuso, che intraprende una lotta con il suo ambiente per divenire un sistema chiuso.

Si potrebbe dire, qui si può afferrare con le mani che attraverso la solidificazione del liquido giace il tentativo della natura di giungere a un perpetuum mobile. Il perpetuum mobile non sorge solo perché il sistema non viene lasciato a se stesso, perché tutto l’ambiente vi agisce. Così potete avanzare verso la visione: Nel nostro spazio dato c’è continuamente in diversi punti la tendenza verso la formazione di un perpetuum mobile. Ma subito sorge contro questa tendenza una tendenza opposta. Cosicché possiamo dire: Se sorge da qualche parte la tendenza di formare un perpetuum mobile, allora nella sua circostante si forma la tendenza opposta, di impedire la formazione del perpetuum mobile. Se orientate il modo di pensiero così, allora modificate completamente il modo di pensiero astratto della fisica moderna del XIX secolo. Questo parte dall’assunto: Un perpetuum mobile è impossibile, e dunque — e così via. Se rimaniamo nel mondo dei fatti, allora dobbiamo dire: Un perpetuum mobile vuole continuamente sorgere. Solo la costituzione dell’universo l’impedisce.

La forma di un corpo solido, che cos’è? È l’espressione della lotta. Questa immagine che si forma nel corpo solido, è l’espressione della lotta tra la sostanza come individualità che vuole formare un perpetuum mobile, e l’impedimento della formazione del perpetuum mobile da parte dell’intero Tutto, dal Tutto relativo, in cui questo perpetuum mobile vuole formarsi. La forma di un corpo è il risultato dell’impedimento di questo sforzo di divenire un perpetuum mobile, avrei potuto anche dire invece di perpetuum mobile, perché forse questo piacerebbe qua o là, una monade, un’entità chiusa in sé che porta in sé le proprie forze e produce la sua forma.

Arriviamo, e qui giace un punto decisivo, proprio a rovesciare il punto di partenza intero non della fisica, nella misura in cui fornisce esperimenti che si basano su fatti, ma dell’intero modo di pensiero fisico del XIX secolo. Esso lavorava con concetti non validi. Non poteva vedere come in natura ovunque lo sforzo era rivolto verso ciò che considerava impossibile. Era relativamente facile per questo modo di pensiero dichiararla impossibile, ma non è impossibile per il motivo astratto per cui i fisici hanno assunto che il perpetuum mobile fosse impossibile, ma è impossibile perché nel momento in cui dovrebbe sorgere su un qualche corpo, subito l’ambiente sente un’invidia — se mi è permesso usare un’espressione di tipo morale — e non lascia che il perpetuum mobile sorga. È impossibile su base fattuale, non su base logica. Potete immaginarvi quante assurdità devono stare in una teoria che pone i suoi postulati fondamentali al di fuori della realtà. Se rimaniamo nella realtà, allora non possiamo scappare da ciò che vi ho indicato ieri inizialmente nello schema. Elaboreremo questo schema nei prossimi giorni ancora ulteriormente.

Vi ho detto: Abbiamo inizialmente il territorio dei corpi solidi. Questi corpi solidi sono quelli che mostrano in sé forme fisse. Abbiamo, per così dire, confinante al territorio dei corpi solidi, il territorio dei liquidi. Le forme si dissolvono, scompaiono quando il corpo solido passa nel liquido. Abbiamo il pieno contrasto al solido nello sforzo di disintegrazione, nel dissolvere della forma del corpo gassoso: forma negativa. Ma come si esprime questa forma negativa? Se guardiamo senza pregiudizio ai corpi gassosi o di forma d’aria, se li consideriamo per esempio dove si mostra come può divenire percettibile ciò che in essi corrisponde alla forma. Vi ho richiamato l’attenzione ieri sul territorio dell’acustica, del mondo tonale. Sapete, nel gassoso il suonare nel suo formarsi si basa sulle compressioni e rarefazioni. Ma abbiamo compressioni e rarefazioni anche nel gas intero quando cambiamo la temperatura. Se dunque cerchiamo, saltando il liquido, ciò che nel gas corrisponde al formato definitamente formato del corpo solido, dobbiamo cercarlo nella compressione e rarefazione. Nel corpo solido abbiamo la forma definitiva; nel gas abbiamo compressione e rarefazione.

Se arriviamo a ciò che è il territorio confinante al gas, che come il liquido confina al territorio dei corpi solidi e sappiamo già: Come i corpi solidi danno l’immagine del liquido, il liquido l’immagine dei gas nella loro totalità, così i gas l’immagine del calore — così dobbiamo rappresentarci il territorio del calore come il successivo. Come territorio successivo devo postulare un x. E se inizialmente cerco di andare avanti solo per analogia — lo verificheremo nelle prossime considerazioni — allora al posto di compressione e rarefazione devo cercare qualcosa di ulteriore in questo territorio. Devo cercare qualcosa di corrispondente per compressione e rarefazione in questo x (saltando il calore), come anche qui in basso ho saltato il liquido. Se inizialmente avete una forma chiusa e definita, poi venite al fatto che nel corpo che è gassoso la forma si esprime ancora solo nella forma fluidamente definita della compressione e rarefazione, e vi immaginate accentuate la compressione e rarefazione, che cosa deve dunque divenire? Finché compressione e rarefazione ci sono, naturalmente c’è ancora sempre materia. Ma se ora diradiate ulteriormente e continuate a diradare, allora finalmente uscite dal territorio del materiale. E come continuazione ulteriore, semplicemente mantenendo il carattere del tutto, dovete dire: divenire materiale — divenire spirituale. Arrivate, mentre salite al di sopra del territorio del calore, in questo x; arrivate, semplicemente se mantenete il carattere che giace nel passaggio dalla forma solida alla forma liquida, dalla compressione e rarefazione nell’essere materiale e non-essere materiale. Non potete dire diversamente che di essere materiale e non-essere materiale. Cioè: Arriviamo, mentre passiamo attraverso il territorio del calore, effettivamente in qualcosa che in un certo senso si rivela come una giusta continuazione di ciò che abbiamo osservato nei territori inferiori. Il corpo solido resiste al calore, il calore non riesce bene con esso. Il corpo liquido già si adatta più alle intenzioni del calore. Il gas segue completamente le intenzioni del calore, si lascia fare da esso ciò che il calore vuole fare con esso, è nei suoi processi materiali completamente un’immagine dell’essenza del calore stessa. Posso dire: Il gas è essenzialmente nel suo comportamento sostanziale simile all’essenza del calore. Il grado di somiglianza della materia con il calore diviene sempre più grande quanto più avanzo dal corpo solido attraverso il corpo liquido al gas. Cioè: Il liquefarsi e l’evaporarsi della materia significa un assomigliare della materia al calore. Ma nel momento in cui supero il territorio del calore, nel momento in cui cioè la materia diventa, per così dire, completamente simile al calore, essa solleva se stessa. Così il calore si presenta per me fra due territori fortemente diversi l’uno dall’altro, che sono essenzialmente diversi: il territorio spirituale e il territorio materiale. In mezzo sta il territorio del calore. Solo ora il passaggio alla realtà diventa per noi un po’ difficile, perché da un lato dobbiamo salire verso ciò dove diventa sempre più spirituale, e dall’altro verso il basso dove sembra diventare sempre più materiale. E lì va, apparentemente all’infinito verso l’alto, all’infinito verso il basso (vedi frecce nello schema).

Ma ora si offre un’altra analogia, che vi indico oggi anche per la ragione che attraverso l’esecuzione intuitiva dei singoli fatti naturali una sana scienza naturale può effettivamente svilupparsi e può essere utile lasciar passare la cosa una volta attraverso la propria anima. Se considerate lo spettro come normalmente sorge, allora avete rosso, arancione, giallo, verde, blu, indaco, violetto.

ultrarosso

r o g gr b i v

ultravioletto

Avete la serie di colori in circa sette sfumature come in una fascia una accanto all’altra. Ma sapete anche che lo spettro non ha una fine qui e nemmeno qui, che qui (sinistra), mentre seguite lo spettro, venite a territori sempre più caldi e sempre più caldi e infine avete un territorio dove non c’è più luce, ma ancora calore, il territorio ultrarosso. Al di là del violetto non abbiamo nemmeno più la luce, riceviamo l’ultravioletto, che dispiega solo ancora effetti chimici, cioè materiali.

Ma sapete anche d’altro canto che nel senso della dottrina goetheana del colore questa linea qui può essere trasformata in un cerchio e i colori possono essere disposti diversamente, che considerate non solo il comportamento della luce da cui si forma uno spettro, ma considerate l’oscurità da cui si forma uno spettro, che allora non ha verde nel mezzo, ma fiore di pesca, e da lì emanano gli altri colori. Io ricevo, se considero l’oscurità, lo spettro negativo. E se metto insieme i due spettri, ricevo dodici colori che si distinguono esattamente in un cerchio: rosso, arancione, giallo, verde, blu, indaco, violetto. Qui il violetto diviene sempre più e più simile al fiore di pesca, qui sono due sfumature fra fiore di pesca e violetto, qui di nuovo due sfumature fra fiore di pesca e rosso, e ricevete, se seguite la totalità di queste sfumature di colore, per così dire dodici stati di colore, se mi è permesso usare l’espressione. Da questo potete vedere che ciò che normalmente si descrive come spettro può anche essere pensato come sorto dal fatto che mi rappresento di poter produrre questo cerchio di colore attraverso qualcosa, e lo renderei sempre più grande e più grande da un lato; per questo i cinque colori superiori mi si allontanerebbero sempre più fino a quando mi scomparirebbe infine; la curva inferiore andrebbe quasi in linea retta, e riceverei la sequenza spettrale ordinaria di colori, mentre mi scomparirebbero solo gli altri cinque colori d’altro canto.

Ho indicato i colori al termine. Non potrebbe essere così anche lì (schema pagina 128) con l’andare all’infinito come qui con lo spettro? Che cioè otterrei qualcosa di speciale se ora cercassi: che cosa diviene quando ciò che lì (schema) apparentemente va all’infinito, si arrotonda in un cerchio e torna indietro? Non potrebbe esserci qualcosa come un altro spettro, che da un lato mi racchiudesse lo stato da sopra il calore fino giù alla materia, che però da d’altro canto posso anche chiudere come qui lo spettro di colore verso il fiore di pesca? Continueremo questo corso di pensiero domani. ### Nona conferenza

9°Ruota idraulica e macchina a vapore. La via di J.R. Mayer

Stoccarda, 9 Marzo 1920

Proprio quando si parla delle trasformazioni delle forze e delle energie assunte dalla fisica contemporanea, diventa necessario attirare l’attenzione su come si possa indicare ciò che propriamente sta dietro queste trasformazioni. In queste considerazioni ci avvicineremo in modo sistematico a ciò che sta dietro le trasformazioni energetiche. A questo scopo desidero oggi affiancare all’esperimento di ieri un altro esperimento, dove realizziamo lavoro mediante l’impiego di un’energia diversa da quella che appare in questo modo direttamente. Creeremo, per così dire, in una sfera diversa, un’immagine di ciò che è accaduto anche ieri, facendo girare una ruota, mettendola in movimento, cioè eseguendo lavoro. Potremmo infatti trasmettere la rotazione della ruota a una qualche macchineria e usare questa rotazione come movimento. Provocheremo la rotazione della ruota facendo semplicemente fluire acqua in queste pale, che, per la sua gravità, mette in movimento la ruota a pale. La forza che semplicemente si trova nell’acqua che scorre, è questa forza che trasmettiamo alla forza di rotazione della ruota (esperimento).

Ora faremo fluire acqua in questo recipiente, in modo che l’acqua che scende incontri un livello prima di quanto accadeva nell’esperimento precedente. Ciò che propriamente va mostrato è che, creando un livello inferiore, facciamo sì che la rotazione della ruota diventi in realtà più lenta di prima. Ebbene, diventa tanto più lenta quanto più il livello inferiore si avvicina a quello superiore, cosicché possiamo dire: Se designiamo l’altezza dal livello assoluto dell’acqua a questo punto qui (a), dove l’acqua arriva alla nostra ruota, se designiamo questa con h, e la distanza verticale tra il livello assoluto dell’acqua e la superficie di livello che abbiamo quaggiù con h’, allora ricaviamo una differenza di h—h’, e possiamo dire: Ciò che possiamo realizzare sulla ruota sarà in qualche modo collegato — in quale modo, lo cercheremo nel corso delle nostre considerazioni — con la differenza tra i due livelli. Anche ieri, nel nostro esperimento, abbiamo avuto una sorta di differenza di livello. Perché, immaginate: designiamo lo stato di calore che regna nella nostra stanza all’inizio del nostro esperimento con t, e designiamo lo stato di calore che produciamo mediante il riscaldamento che realizziamo affinché il lavoro meccanico possa essere compiuto, che abbiamo realizzato ieri nello stantuffo che saliva e scendeva, designiamo questo stato di calore con t, allora potremo anche dire, in qualche modo: Da questa differenza tra t e t dipende il lavoro realizzato, quindi anche qui da qualcosa che può essere designato in una certa relazione come differenza di livello.

Devo attirare particolarmente la vostra attenzione sul fatto che questi due esperimenti ci indicano innanzitutto come dobbiamo procedere dovunque si verifichi quello che oggi si designa come trasformazione di energia, con differenza di livello. Ciò che propriamente sta dietro la trasformazione delle energie, cosa che ad esempio Eduard von Hartmann dovette prima eliminare prima di giungere a una definizione dei fenomeni fisici, lo troveremo solo se, per illuminare l’intera portata dei fenomeni termici, proseguiamo e portiamo a una certa conclusione il corso di pensiero di ieri. In queste materie bisogna sempre di nuovo richiamare l’attenzione su una bellissima parola che Goethe pronunciò in riferimento ai fenomeni fisici. Questa parola, l’ha espressa in modi diversi, disse approssimativamente: Cosa sono propriamente tutti i fenomeni su apparati fisici esterni rispetto all’orecchio del musicista, rispetto a ciò che dunque come fenomeno, come rivelazione dell’agire naturale, ci si presenta attraverso l’orecchio del musicista stesso! — Goethe voleva appunto indicare che non si giunge affatto al fine se si considerano i fenomeni fisici isolati dall’uomo. I fenomeni fisici in connessione con l’uomo, quindi i fenomeni acustici in connessione con le percezioni uditive dell’uomo considerati in modo corretto, solo questo può, secondo il parere di Goethe, condurre al fine. Ma abbiamo visto che insorgono grandi difficoltà quando portiamo fenomeni come quelli termici all’uomo e vogliamo considerarli realmente in connessione con l’essenza umana. E indica una tale modalità di considerazione, vorrei dire, persino il fatto che ha condotto alla cosiddetta scoperta della nuova teoria meccanica del calore. Ciò che agisce nella nuova teoria meccanica del calore è propriamente partito da un’osservazione fatta sull’organismo umano da Julius Robert Mayer. Julius Robert Mayer, che era medico, nel corso di salassi che era costretto a eseguire in Java, cioè nelle regioni tropicali, osservò che il sangue venoso laggiù nelle persone tropicali aveva una colorazione più rossastra che nelle persone delle zone più settentrionali. Da ciò ha correttamente concluso che il processo che si svolge per produrre la colorazione del sangue venoso è diverso a seconda che l’uomo viva in un ambiente più caldo o più freddo, quindi sia costretto a perdere più calore o meno calore all’ambiente circostante, quindi sia anche costretto a reintegrare più o meno calore mediante l’assorbimento di ossigeno, mediante la respirazione. Da ciò Julius Robert Mayer è partito dal fatto che questo lavoro interno, che l’uomo compie, elaborando il processo a cui è sottoposto mediante l’assorbimento di ossigeno, che questo processo diventa essenzialmente interiorizzato quando l’uomo è meno costretto a lavorare con l’ambiente esterno. L’uomo nelle regioni tropicali, quindi quando è meno costretto a perdere calore all’ambiente circostante, ha meno bisogno di compiere lavoro insieme all’ossigeno esterno di quanto sia necessario quando perde più calore all’ambiente. E così nelle zone più fredde l’uomo è configurato così da compiere il lavoro vitale che realizza per stare semplicemente sulla Terra, più in comunione con l’ambiente. Deve collaborare più con l’ossigeno dell’aria in zone fredde rispetto a zone calde, dove lavora meno insieme all’ambiente e più nell’essenza interiore.

Vedete contemporaneamente dentro a un meccanismo dell’intera organizzazione umana. Vedete che basta che sia più caldo nell’ambiente e l’uomo lavora più individualmente all’interno, piuttosto che quando nell’ambiente è più freddo e deve perciò lavorare più nella comunanza con i processi esterni dell’ambiente circostante. Da questo processo, che rappresenta dunque una relazione dell’uomo all’ambiente circostante, la considerazione della teoria meccanica del calore è partita. Questa osservazione portò Julius Robert Mayer nel 1842 a inviare inizialmente il suo piccolo trattato agli Annali di Poggendorff. Da essa è propriamente partito il movimento fisico generale che poi è seguito. Ragione sufficiente, quando allora questo trattato di Julius Robert Mayer fu consegnato agli Annali di Poggendorff, di rifiutarlo come completamente privo di talento. Abbiamo qui il fenomeno peculiare che oggi i fisici dicono: Abbiamo condotto la fisica su strade completamente nuove, pensiamo ai fenomeni fisici in modo completamente diverso rispetto all’anno 1842 — ma contemporaneamente deve essere segnalato che i fisici di allora, questo trattato di Julius Robert Mayer — ed erano effettivamente i migliori fisici che dovevano decidere — lo dichiararono completamente privo di talento e non l’ammisero negli Annali di Poggendorff.

Ora si potrebbe dire: Con questo trattato si è comunque in certa misura conclusa un’era, quelle precedenti, certamente incomplete, ma comunque così tenute considerazioni fisiche, che le si era portate nel senso goethiano all’uomo o fino all’uomo. Dopo questo trattato sorge una fisica che vede il bene della considerazione fisica nel fatto che si consideri l’uomo come non esistente quando si vuol parlare di fatti fisici. Questa è appunto la caratteristica essenziale delle considerazioni fisiche del presente — in alcune pubblicazioni viene persino sottolineato come qualcosa di necessario per il bene della fisica — che in esse non deve giocare alcun ruolo tutto ciò che in qualche modo viene portato all’uomo stesso, ha a che fare con l’uomo stesso, e sia pure solo con il suo proprio processo organico. Ma per questa via non si può giungere a nulla. E la prosecuzione del corso di pensiero di ieri, che è tratto dal mondo dei fatti, ci condurrà a portare i fenomeni fisici all’uomo.

Desidero sviluppare ancora una volta dinanzi a voi l’essenziale. Partiamo dall’ambito dei corpi solidi, troviamo un’unità, almeno dal punto di vista fenomenologico, nella conformazione. Passiamo poi attraverso lo stato intermedio del liquido, che conserva la conformazione solo ancora nella formazione di livelli, fino ai corpi gassosi, che hanno quello che esiste nell’ambito dei corpi solidi, come essenza senza forma, solo ancora come diradamento e addensamento. Giungiamo poi, adiacente all’ambito gassoso, nell’ambito del calore, di nuovo come l’ambito liquido, un ambito intermedio, e giungiamo poi al nostro x. Ieri abbiamo visto che, proseguendo lo stesso pensiero reale, per la x dobbiamo pensare a formazione e dematerializzazione della materia. Ora è quasi ovvio che possiamo procedere dalla x a una y e a una z, esattamente come possiamo procedere, ad esempio, proseguendo nello spettro luminoso dal verde al blu, al violetto e all’ultravioletto.

Ora si tratta di studiare le relazioni reciproche tra questi diversi ambiti. Vediamo apparire sempre in ogni ambito dei portatori caratteristici ben specifici, vorrei dire dell’essenza: Vediamo apparire nell’ambito più basso una forma chiusa, nell’ambito gassoso una forma liquida, l’addensamento e il diradamento, che — voglio parlare precisamente — in certe condizioni accompagna l’essenza sonora. Vediamo poi apparire, proseguendo attraverso l’ambito del calore nell’ambito x, la materializzazione e la dematerializzazione. E la domanda che deve sorgere è questa: Come agisce un ambito nell’altro? Ora vi ho già attirato l’attenzione sul fatto che quando parliamo di gas, i processi nel gassoso possono essere pensati cosicché nel loro corso diano l’immagine di ciò che accade nell’essenza del calore. Potremmo dire che il gas viene rapito dall’essenza del calore e si conforma nella sua gestalt materiale a ciò che l’essenza del calore vuole, cosicché nei processi all’interno dello spazio pieno di gas, nei processi legati al gas, vediamo immagini di ciò che il calore fa. Possiamo quindi dire: Nel gas troviamo immagini di ciò che accade nell’essenza del calore. Non è corretto rappresentare la cosa sotto un’immagine diversa, se non pensando gas e calore interpenetrandosi così che effettivamente il gas è colto nella sua estensione spaziale da ciò che l’essenza del calore vuole. Gas e calore si interpenetrerebbero dunque, e proprio nella loro interpenetrazione ci rivelerebbero nei processi del gas ciò che propriamente accade nell’ambito del calore. Possiamo di nuovo dire: Il liquido mostra al gassoso un rapporto simile a quello che il gassoso mostra all’essenza del calore. Il solido mostra al liquido lo stesso rapporto che il liquido al gas, il gas al calore.

Ma cosa appare allora nell’ambito del solido? Nell’ambito del solido appaiono conformazioni, conformazioni vere e proprie, conformazioni che sono chiuse in sé. Queste sono per così dire ciò che di nuovo è immagine di ciò che nel liquido solo agisce. Ora possiamo procedere qui a un ambito U sotto il solido, che per il momento assumiamo ipoteticamente, e vogliamo procurarci concetti, per poi vedere se questi concetti sono applicabili da qualche parte nel regno dei fenomeni esteriormente percettibili. Vogliamo, attraverso la prosecuzione di questo corso di pensiero, che come avvertite ha radici nella realtà, crearci concetti da cui possiamo sperare che, poiché sono stati ottenuti dal reale, portino anche ancora una volta in noi, un pezzo dentro la realtà. Cosa dovrebbe accadere se qualcosa fosse una realtà come l’ambito U? Dovrebbe, per così dire, nell’ambito U apparire di nuovo per immagine ciò che nel precedente ambito, nell’ambito dei corpi solidi, è propriamente fatto esteriore. Dovrebbe questo ambito U darci di nuovo il campo dell’immagine dell’ambito dei corpi solidi. Nell’ambito dei corpi solidi ci sono conformazioni, conformazioni che appunto sono conformate dalla loro essenza interiore o almeno dal loro rapporto al mondo — potremmo proseguire in questo ancora nei prossimi giorni — , ma appaiono conformazioni, appaiono conformazioni nei loro reciproci rapporti.

Torniamo ancora una volta all’ambito liquido. Laggiù abbiamo per così dire, attraverso la superficie di livello che esteriormente chiude il liquido, questo liquido come un corpo in connessione con l’intera Terra. Dobbiamo quindi vedere nella gravità qualcosa di imparentato con le forze che agiscono conformandosi sui corpi solidi. Dobbiamo quindi, se proseguiamo il corso di pensiero realmente, trovare qualcosa che accade egualmente nell’ambito U come la formazione di conformazione nell’ambito dei corpi solidi, per il fatto che l’ambito dei corpi solidi dà l’immagine dei liquidi. In altre parole: Dobbiamo poter vedere l’effetto nell’ambito U che le diverse conformazioni esercitano l’una sull’altra. Dobbiamo in qualche modo poter vedere l’effetto. Dobbiamo poter vedere come, sotto l’influenza di conformazioni che si rapportano diversamente tra loro, qualcosa si genera. Dovrebbe esserci nel campo della realtà qualcosa che si genera sotto l’influenza delle diverse conformazioni nell’ambito del solido. Oggi si ha propriamente solo l’inizio di un tale. Perché prendete in qualche modo un corpo, ad esempio la tormalina, che in sé racchiude un principio della conformazione. Lasciate che la tormalina conformata, intendo la tendenza interiore della conformazione, agisca in modo diverso, in modo che forma possa agire su forma, quello che avete quando guardate attraverso due tormaline, quando ad esempio prendete la pinza di tormalina e guardate attraverso: A volte potete guardare attraverso, a volte il campo visivo si oscura. Avete solo girato le tormaline l’una rispetto all’altra, avete portato la loro forza conformatrice in un rapporto diverso. Questo fenomeno è intimamente collegato a quello dove, presumibilmente attraverso il passaggio della luce attraverso sistemi corporei diversamente conformati, ci appaiono le cosiddette figure di polarizzazione. Questi fenomeni di polarizzazione sorgono sempre sotto l’influenza dell’effetto del conformato l’uno sull’altro. Abbiamo il fatto straordinario presente che nel campo del solido scorgiamo come una finestra su un altro ambito che si rapporta al solido come l’ambito del solido al liquido. E quando ci chiediamo: Dove sorge dunque sotto le influenze della forza che forma la conformazione nell’ambito U ciò che allo stesso modo appare come quando la gravità, che nella liquidità è solo formatrice di livelli, appare conformante nell’ambito del solido? — allora dobbiamo dire: Questo accade quando osserviamo le cosiddette figure di polarizzazione, che si trovano in un ambito che si trova al di sotto del solido. Guardiamo effettivamente dentro a un ambito che si trova al di sotto del solido.

Ma da questo vediamo qualcos’altro ancora. Potremmo guardare a lungo dentro tale sistema corporeo, e potrebbe accadere lì sotto le diverse forze i più vari processi, dove rappresentano gli effetti di diverse conformazioni l’una sull’altra, non vedremmo nulla, se nella sua forma nei corpi solidi non premesse ancora qualcos’altro, oltre al fatto che inizialmente l’ambito del solido si interpenetra con l’ambito U. Vi penetra ad esempio anche luce, che rende visibili solo questi effetti della conformazione.

Ciò che ho ora esposto ha causato che la fisica del XIX secolo si creasse all’interno della luce stessa, e considerasse ciò che attraverso la luce diviene visibile, come un effetto della luce stessa. Quando si guarda a queste figure di polarizzazione, bisogna cercare un’origine completamente diversa da quella della luce. Ciò che accade, non ha niente a che fare direttamente con la luce. La luce penetra solo anche in questo ambito U e rende visibile, facendo sì che ciò che accade, assumendo il carattere di immagine attraverso queste conformazioni, diviene visibile. Così che possiamo dire: Abbiamo a che fare con un’interpenetrazione dei diversi ambiti che abbiamo qui articolato a ventaglio, abbiamo a che fare con un’interpenetrazione di questi diversi ambiti nel reale.

Arriveremo ora anche in modo fattuale a ciò che ci appare nel campo del gassoso attraverso il conformante ancora in forma quasi liquefatta. Saremo condotti a concetti migliori per ciò che è stato detto, dove ci, quando sorgono addensamento e diradamento, in occasione di questo addensamento e diradamento i fatti sonori si presentano all’anima attraverso la mediazione dell’organo uditivo. E non avremo bisogno di identificare semplicemente gli addensamenti e i diradamenti nel corpo gassoso con ciò che ci si presenta come i diversi effetti sonori, bensì dovremo cercare qualcosa che appare nell’ambito degli addensamenti e dei diradamenti all’interno del gas quando questi sono presenti in modo appropriato. Saremo costretti a esprimere quello che propriamente accade cosicché diciamo: Inizialmente lasciamo nell’indeterminato ciò che designiamo come suono. Ma se nel gassoso portiamo in essere certi addensamenti e diradamenti conforme a legge, allora appare ciò che ci diviene cosciente nella percezione sonora. Questo modo di esprimere la cosa, non è esso affatto parallelo a quello se io dicessi: Possiamo immaginarci nell’universo stati di calore di temperature molto elevate, oltre 100°; possiamo immaginarci stati di calore di temperatura molto bassa, profondamente in basso, stati di freddo; in mezzo troviamo un ambito dove l’uomo può stare e formarsi? — Ci sarà possibile dire: Se da qualche parte nell’universo si svolge un’oscillazione così grande, dove passa lo stato del calore da una temperatura molto alta a una molto profonda, allora c’è qualcosa in mezzo dove l’uomo può originarsi. È l’occasione per questo, che l’uomo possa originarsi, se altrimenti ci sono cause per l’origine dell’umanità. Non diremo però comunque: L’uomo è lo smorzamento dello stato di calore dei corpi in temperatura profonda e il ritorno — nel ritorno apparirebbe ancora l’occasione — , non lo diremo mai più. Ma nella fisica continuamente diciamo: Il suono non è nulla di diverso dall’addensamento e dal diradamento dell’aria, il suono è un movimento ondoso che si esprime nell’addensamento e nel diradamento dell’aria. Così ci disabitmiamo completamente di vedere la cosa in modo che negli addensamenti e nei diradamenti vediamo semplicemente il portatore del suono, non il suono stesso. Così che anche per lo stato gassoso dobbiamo immaginarci qualcosa che semplicemente penetra nel gas, ma appartiene a un ambito diverso, e che nello spazio gassoso ottiene la possibilità di apparire cosicché una mediazione tra esso e il nostro organo uditivo diventi possibile.

Solo se si formano i concetti in questo modo si parla propriamente di fenomeni fisici. Se però si formano i concetti cosicché semplicemente il suono o le formazioni sonore si identificano con le oscillazioni dell’aria, allora si viene indotti anche a identificare la luce con oscillazioni dell’etere. Si procede da qualcosa che viene afferrato solo imprecisamente, verso il fantasticare e fantasticare di un mondo di fatti che propriamente è solo il prodotto del pensiero impreciso. In molti aspetti quello di cui parla la fisica soprattutto alla fine del XIX secolo non è nient’altro che il prodotto del pensiero impreciso. E se seguiamo la fisica comune, siamo ancora profondamente intrappolati, dovendo appropriarci nei concetti fisici di nient’altro che prodotti del pensiero impreciso.

Ora si tratta però del fatto che, se avanziamo dal calore all’ambito x, y, z, abbiamo per così dire la prospettiva di dover proseguire all’infinito, e qui (presso U) abbiamo la prospettiva di dover procedere parimenti all’infinito. Vi ho già attirato l’attenzione ieri sul fatto che lo stesso vale nello spettro, dove siamo anche come costretti, quando ci rappresentiamo lo spettro come appare solitamente, seguendo il percorso dal verde attraverso il blu al violetto, per così dire di proseguire all’infinito o almeno all’indeterminato, allo stesso modo verso il rosso. Possiamo però, quando consideriamo l’intero spettro, l’intero ambito dei fenomeni dei colori, immaginarci questo spettro formato dalla vera e propria serie completa dei dodici colori, che si caratterizza solo in un cerchio che ha il verde in basso, il fiore di pesca in alto e i colori in mezzo. E possiamo immaginarci che questo cerchio si allarghi continuamente; che il fiore di pesca qui ci si perda verso l’alto e da una parte qui verso il rosso, dall’altra verso il violetto e oltre entrambi. Abbiamo quindi nello spettro ordinario propriamente una parte di ciò che ci sarebbe se attraverso il mondo dei fenomeni che circonda l’uomo potesse apparire la completezza dei colori. Abbiamo solo una parte di questo.

Ora c’è qualcosa che è straordinariamente strano. Credo che se prendete le rappresentazioni comuni dell’ottica nei libri di fisica e procedete a ciò che solitamente è dato come spiegazione di uno speciale fenomeno spettrale, cioè dell’arcobaleno, vi diventerà comunque, se lo preferite, sgradevole rimanere ai concetti chiari. Perché le spiegazioni dell’arcobaleno sono propriamente tenute cosicché si rimane completamente fuori dall’arco. Siamo costretti a ricorrere alla goccia di pioggia e a seguire lì tutti i tipi di percorsi di raggi luminosi dentro la goccia di pioggia, e allora siamo costretti a comporre questa immagine abbastanza unitaria dell’arcobaleno da tante piccole immagini, che ancora dipendono in modo speciale da come ci stiamo, immagini che propriamente sorgono da gocce di pioggia.

Insomma, avete in queste spiegazioni qualcosa della visione atomistica di un fenomeno che funziona abbastanza come unità nell’ambiente circostante. Ma ancora più sgradevole di fronte all’arcobaleno, quindi allo spettro che la natura stessa davanti a noi evoca magicamente, può diventarci quando ci accorgiamo che propriamente questo arcobaleno di cui parliamo non appare mai in realtà da solo. Per quanto possa nascondersi, è sempre presente il secondo arcobaleno. E ciò che appartiene insieme non può essere separato una volta. I due arcobaleni, di cui uno è solo meno distinto dell’altro, appartengono necessariamente insieme, e nel campo delle spiegazioni per la genesi dell’arcobaleno non si deve nemmeno tentare di spiegare solo una striscia di colori, bensì si deve avere consapevolezza che la totalità del fenomeno — la totalità relativa — è appunto qualcosa che nel mezzo è qualcosa di diverso e ha due bande marginali. Una banda marginale è l’arcobaleno un po’ più distinto, l’altra l’arco meno distinto. Si ha a che fare con un’immagine che ci appare nella grande natura e che di fatto si inserisce quasi in tutto l’universo. Dobbiamo considerarlo come qualcosa di unitario. Ora, se guardiamo con precisione, noteremo bene che il secondo arcobaleno, l’arcobaleno secondario, è propriamente un’inversione del primo, che il secondo effettivamente in un certo senso può essere afferrato come una sorta di specchio del primo, che in qualche modo specchia il primo, più distinto arcobaleno. Abbiamo così là, non appena passiamo dai fenomeni parziali che appaiono nell’ambiente circostante, a una totalità relativa di fronte alla quale stiamo, quando concepiamo la nostra intera Terra in rapporto al sistema cosmico, qualcosa che propriamente cambia completamente il suo volto.

Anzitutto voglio solo attirare l’attenzione su questo fenomeno. Nel corso della nostra considerazione ci avvicineremo a questi fenomeni.

Tuttavia, per il fatto che il secondo arcobaleno ci appare, la cosa che appare qui (vedi disegno pagina 142) diventa per così dire un sistema chiuso. Il sistema è solo non chiuso finché sto di fronte allo spettro che appare specificamente qui nel mio ambiente circostante. E il fenomeno dell’arcobaleno dovrebbe propriamente indurmi a pensare che, quando mi rappresento questo spettro davanti agli occhi attraverso un esperimento, tengo la natura solo per un lembo, che da qualche parte nel lembo opposto mi va perduta; che c’è comunque ancora qualcosa nello sconosciuto, che propriamente a ogni spettro di sette colori ho bisogno di aggiungere l’arcobaleno secondario.

Questo fenomeno e la sua trasformazione in concetti, teneteli insieme con questo corso del nostro concetto reale, che qui (vedi schema pagina 137) abbiamo considerato. Proviamo qui (vedi disegno pagina 142) a chiudere la banda di colore che per noi si estende all’indeterminato, unendo una cosa nell’altra. Se facessimo lo stesso anche qui (schema), cosa diventerebbe? Andremmo dal corpo solido in U e forse ancora oltre il percorso laggiù, lo faremmo in modo che ci tornasse dall’alto e si chiudesse. Ma adesso se facciamo questo percorso verso il basso e torniamo dall’alto e lo chiudiamo, cosa si formerebbe allora? Cosa accadrebbe?

Voglio provare il seguente per condurvi a questo:

Immaginate di andare davvero in un disegno che visualizza la cosa in una direzione. Partiamo, diciamo, dalla sfera, dove nelle nostre considerazioni abbiamo potuto dire che la gravità diventa negativa. Siamo per così dire giunti a una delle sfere. Andiamo da lì verso il basso e ci immaginiamo, nel nostro percorso verso il basso, che dovremmo penetrare nell’ambito del liquido, del solido. Ora se però andiamo ancora oltre, dovremmo propriamente — è difficile disegnarlo — tornare di nuovo d’altro canto. Tornando d’altro canto, ciò che torna d’altro canto si inserirebbe nel precedente ambito. Cioè, andando avanti dal solido nell’ambito U, se prendessi l’intera coda là e l’invertissi e la portassi là dentro, dovrei spingercela dentro qui. Potrei anche disegnare l’immagine così (vedi disegno in alto p. 146) che faccio il progredire dalla sfera nulla attraverso il liquido nel solido, nell’ambito U così, poi di nuovo ritorno e rientro qui di nuovo. Così che potrei circa dire: Considero il gas, che tende qui, dove ho disegnato il blu, verso questo lato. Ma nella circolazione mondiale viene d’altro canto ciò che penetra, lo pervade, ma appare lì solo come immagine. Impregna per così dire ciò che torna indietro verso il là nell’compenetrarsi reciproco dei processi mondiali viene, il progredire, e appare lì come immagine. Il liquido nella sua essenza penetra l’ambito del solido, inseguendolo, e appare lì come conformazione; o qualcosa che nella nostra disegno simbolico si trova più in alto, penetra l’ambito gassoso e appare lì come suono. Consideratevi una volta questo ritorno e attraverso questo compenetrarsi reciproco dei processi mondiali, per cui siete condotti alla necessità di non pensare semplicemente una circolazione mondiale, bensì una tale circolazione da cui, mentre il proseguire procede, il proseguente ritorna sempre di nuovo dentro a ciò che era già lì, quindi si spinge in tal modo che era già lì. Allora ottenete un fondamento per pensieri reali che vi aiuteranno, ad esempio, anche a vedere come appaia, diciamo la luce, che deve stare su un campo completamente diverso, nella materia, in quanto la materia semplicemente è ciò che è fuggito, mentre la luce insegue dietro e si spinge dentro. Allora siete certamente costretti, se volete considerare queste cose con formule matematiche, a estendere alquanto le formule matematiche.

Se volete — è l’antico simbolo del serpente che morde la coda, il simbolo dell’antica saggezza. Solo che l’antica saggezza ha espresso tutto ciò in simboli e siamo costretti ad avvicinarci alle cose reali.

10°Allume e lente di ghiaccio. Conduzione termica

Stoccarda, 10 Marzo 1920

Prima di proseguire la considerazione che abbiamo continuato ieri e al cui fine siamo quasi giunti, vogliamo sostenerla attraverso alcuni esperimenti. Porteremo dapprima in essere qui un cilindro luminoso, che sorge dal fatto che facciamo passare la luce attraverso questo spazio, e nel cilindro luminoso porteremo qui un pallone che è annerito, così che la luce non passi. Abbiamo espresso ciò che accade in questo termometro. Vedete, il nostro, diciamo cilindro energetico agisce, inviandoci qui ciò che si rivela esternamente attraverso la luce, in modo che qui la colonna di mercurio cala. Abbiamo quindi a che fare con ciò che altrimenti interviene sotto l’influenza di un’espansione. Dobbiamo quindi presupporre che qui il calore passa e causa espansione e questa espansione diviene a noi perspicua nel calo della colonna di mercurio. Così che possiamo quindi dire: Sarebbe qui, se raccogliessimo il fascio di luce, diciamo attraverso un prisma, uno spettro si formerebbe. Non formiamo uno spettro, bensì semplicemente raccogliamo la luce, raccogliendola, e grazie al fatto che ora abbiamo raccolto ciò che è in questo cilindro energetico, qui un’espansione molto forte. Vedete la colonna di mercurio cala molto fortemente. Portiamo ora nel percorso del cilindro energetico una soluzione di allume e vogliamo vedere ciò che interviene. Abbiamo quindi ciò che passa là, che si esprimerebbe anche attraverso il suo lato luminoso, influenzato dal fatto che gli abbiamo opposto una soluzione di allume, e vogliamo ora vedere cosa accade sotto l’influenza della soluzione di allume. Possiamo in questo modo — infine lo vedrete — ripristinare completamente lo stato di equilibrio tra la destra e la sinistra della colonna di mercurio, per cui vedrete che prima il calore passava e ora attraverso la soluzione di allume il calore è bloccato, quindi non ne passa più, bensì solo il calore che generalmente esiste nello spazio altrimenti si manifesta anche qui. È quindi nel momento in cui metto la soluzione di allume nel cilindro energetico, il calore è impedito dal proseguire ulteriormente. Cioè, separo da ciò che mi si manifesta come luce e calore allo stesso tempo il calore e lascio passare solo la luce attraverso — per ora vogliamo solo considerare questo, passa attraverso anche altro. Ma da ciò possiamo concludere che di fronte all’energia luce-calore che si diffonde possiamo procedere in modo che lasciamo proseguire la luce e attraverso la soluzione di allume posta nel percorso possiamo separare il calore.

Questo è l’uno che per il momento possiamo tenere fermo come fenomeno. L’altro, che prima di proseguire nelle nostre considerazioni vogliamo portare dinanzi agli occhi come fenomeno è: Se vogliamo esaminare l’essenza del calore possiamo esaminarla inizialmente nel suo comportamento nel fatto che riscaldiamo un corpo in un qualche punto. Notiamo allora che il corpo non rimane caldo solo nel punto dove lo riscaldiamo, bensì il calore che apporto in un punto viene comunicato al pezzo successivo, di nuovo al pezzo successivo e così via, cosicché infine il calore si è diffuso su tutto il corpo. Non solo. Se ora portiamo un altro corpo a contatto con il primo, anche il secondo corpo diviene caldo, diventerà più caldo di prima, e nella fisica attuale si è soliti dire: Il calore sperimenta una diffusione attraverso la conduzione. Si parla di conduzione del calore. Il calore è condotto da un punto di un corpo agli altri, ed è anche condotto da un corpo a un altro corpo che è in contatto con esso. Potete stabilire anche solo attraverso osservazioni molto superficiali che questa conduzione del calore è diversa con le diverse sostanze. Se prendete un’asta di metallo, la tenete in mano, con l’altra estremità andate dentro la fiamma, probabilmente presto la lasciate cadere. Il calore è condotto molto velocemente da un’estremità all’altra. Si dice allora: Un metallo è un buon conduttore di calore. Se al contrario prendete un’asta di legno in mano e la tenete dentro la fiamma, non sarete tentati, sotto l’influenza della conduzione del calore di lasciarla cadere rapidamente. Il legno è un cattivo conduttore di calore. E così si può parlare di buoni e cattivi conduttori di calore. Ora però questo si chiarisce propriamente solo attraverso un altro esperimento. E questo altro esperimento, ora di nuovo non possiamo fare oggi, perché sarebbe stato di nuovo vano, se una seconda volta avessimo ancora tentato di procurarci il ghiaccio e poi avessimo dovuto elaborare il ghiaccio in un modo specifico. Non sarebbe andato. In tempi più favorevoli anche tale esperimento potrebbe una volta farsi: Se in certe circostanze si prepara dal ghiaccio una lente come si ha la lente di vetro, e poi da una fonte di calore — semplicemente una fiamma — si fa irradiare il calore, allora si può, proprio come secondo l’espressione comune si dice che i raggi luminosi si raccolgono, anche raccogliere i raggi di calore e si può attraverso un termometro qui posizionato constatare che realmente qui qualcosa come un accumulo di calore sotto l’influenza della lente di ghiaccio è presente, attraverso cui il calore che si propaga è passato (vedi disegno pagina 151).

Ora da questo esperimento potete facilmente vedere che non può trattarsi della stessa cosa come nella conduzione del calore, nonostante il calore si sia diffuso, perché altrimenti la lente di ghiaccio non avrebbe potuto rimanere una lente di ghiaccio. Si tratta quindi del fatto che abbiamo due tipi di diffusione del calore: uno che essenzialmente influenza i corpi su cui il calore si diffonde, e uno in cui è indifferente ciò che sta sulla strada del calore, dove quindi dovremmo avere a che fare con la diffusione dell’essenza vera del calore, dove possiamo vedere il calore stesso diffondersi. Ma dobbiamo, se parliamo con precisione, chiederci dapprima: Cosa si diffonde propriamente quando comunichiamo calore a un corpo e poi vediamo che pezzo per pezzo diviene più caldo? Non è forse un’espressione sommamente poco chiara se parliamo di come il calore stesso si diffonda da un pezzo del corpo all’altro se constatiamo solo nel corpo stesso questo diventare più caldo? Perché vedete, qui devo di nuovo attirare l’attenzione sul fatto che si tratta veramente di formare rappresentazioni e concetti precisi: Prendete invece di semplicemente sentire il calore qui (su un’asta riscaldata) un’asta di ferro abbastanza grande, un’asta di metallo, che riscaldate a un’estremità, ma cosicché non nuoce se allora posizionate una fila di ragazzi su di essa. Lasciate che i ragazzi — ma non deve essere troppo forte — gridino quando diviene caldo laggiù, allora probabilmente griderà prima il primo, poi il secondo, poi il terzo e così via. Successivamente gridano i ragazzi. Ma non sarete tentati di dire: Ciò che ho notato qui nel primo ragazzo si conduce al secondo, al terzo, al quarto e così via. Ma se si riscalda qui (a un’estremità) e laggiù (all’altra estremità) si ha la sensazione di calore, allora il fisico contemporaneo dice: Il calore semplicemente si conduce. Mentre tuttavia osserva propriamente solo ciò che il corpo fa, cioè dargli la sensazione di calore, così pezzo per pezzo, come qui i ragazzi stridono quando sperimentano il calore. Ma non potete dire che il grido si propaga.

Faremo ora anche l’esperimento, per mostrare come i diversi metalli, che sono presenti qui come aste, si comportano diversamente verso quello che si è soliti chiamare conduzione del calore, e cercheremo di portare concetti corrispondenti alla realtà. Mettiamo qui acqua calda. Per il fatto che le aste immergono laggiù nell’acqua, vengono riscaldate. Vedremo ora quale effetto questo ha sulla nostra composizione sperimentale, come un’asta dopo l’altra si riscalderà, così che possiamo allora immaginarci effettivamente una sorta di scala. Avremo la possibilità di mostrare continuamente gli effetti del calore nelle diverse sostanze (vedi disegno. Le aste sono dipinte con ioduro di mercurio giallo, che al raggiungimento di una determinata temperatura passa al rossastro. Il cambiamento di colore sale diversamente velocemente sulle diverse aste.) Il piombo è quindi qui tra questi metalli il cattivo conduttore di calore più scarso, come si dice. — Gli esperimenti sono mostrati qui per la ragione che ora possiamo formarci la già più volte discussa panoramica sui fenomeni all’interno dell’essenza del calore, così che gradualmente possiamo ascendere alla conoscenza di ciò che l’essenza del calore propriamente è.

Ora abbiamo già visto attraverso la nostra considerazione continuata ieri come, se consideriamo l’ambito della corporalità possiamo distinguere l’ambito del solido, in cui essenzialmente possiamo seguire ciò che si conforma. Abbiamo allora come stadio intermedio il liquido, e andiamo poi al gassoso. E abbiamo nel gassoso l’addensamento e il diradamento da considerarsi come ciò che nel solido corrisponde alla conformazione. Poi abbiamo di nuovo come uno stato intermedio propriamente quello che cerchiamo, il calore. Per quale ragione abbiamo il diritto di assegnarla qui l’abbiamo visto (vedi schema). Allora arriviamo, come ho detto, in una sorta di x, e troveremmo, se proseguissimo il corso di pensiero completamente realmente, materializzazione e dematerializzazione, dovremmo allora salire a una y, a una z, in modo simile come nello spettro luminoso troviamo la transizione dal verde attraverso il blu al violetto e poi apparentemente all’infinito. Abbiamo però dovuto constatare ieri che possiamo continuare l’ambito del solido qui (schema sotto) in una sorta di U, così che ci possiamo rappresentare i settori di stato della corporalità attraverso questo ordinamento imitato dallo spettro; proprio allora ci possiamo rappresentare quando vogliamo rimanere nel reale.

Ora si tratta di proseguire il pensiero che già ieri abbiamo espresso: Proprio come nello spettro possiamo comprendere insieme quello che ci sfugge verso il violetto da una parte e verso il rosso dall’altra, unendo lo spettro che si estende rettilineamente a sinistra e a destra circolarmente, così possiamo pensarci i settori di stato variabili della corporalità da una parte e dall’altra cosicché non sono caratterizzati da una linea retta che si smarrisce verso l’uno o l’altro lato nell’infinito, bensì che ciò che qui apparentemente va nell’indeterminato o infinito, qui ritorna indietro, allo stesso modo questo, e ciò che propriamente è presente, può essere caratterizzato da un cerchio, da una linea che almeno riporta in sé.

Ora sorge la domanda: Cosa possiamo trovare là, qui? Se consideriamo lo spettro ordinario, possiamo almeno trovare qualcosa là. Nel senso dell’ottica goethiana conosciamo che possiamo disporre i colori spettrali così, se non prendiamo lo spettro unilateralmente, bensì con tutti i suoi possibili colori, che abbiamo da un lato il verde, che è il colore di mezzo quando facciamo una luce allo spettro, d’altro canto il fiore di pesca, che allo stesso modo è il colore di mezzo quando facciamo un buio allo spettro. Abbiamo quindi verde, blu, violetto, procedendo fino al fiore di pesca da un lato e d’altro canto opposto verde, giallo, arancione, rosso fino al fiore di pesca. Possiamo, chiudendo il cerchio, nel luogo dove si chiude, notare il fiore di pesca.

Se ora chiudiamo qui il nostro cerchio di stato per i diversi stati della corporalità, possiamo trovare qualcosa? Adesso siamo a un punto straordinariamente importante. Cosa dobbiamo assegnare qui nello stesso modo come assegniamo qui nell’ordinario spettro, che appunto deve darci un’immagine per lo spettro di stato, il fiore di pesca? Cosa dobbiamo assegnare qui? Forse il pensiero che qui semplicemente si propone dalla realtà fattica non vi sarà troppo difficile quando provo innanzitutto a introdurlo nel modo seguente. Cosa è propriamente quello che abbiamo dinanzi a noi, che ci sfugge da una parte e dall’altra, come lo spettro dei colori ci sfugge verso il violetto da un lato, verso il rosso dall’altro? Cosa è quello che abbiamo dinanzi a noi? È niente meno che la natura intera. Potete trovare in quello che si designa come il regno della natura nulla che non debba essere collocato da qualche parte in «conformazione», sotto di essa in «conformazione», in quello che ho qui ancora designato con x, y, z e così via. (Vedi schema pagina 153.) La natura ci sfugge da una parte quando seguiamo gli stati corporei attraverso il calore; ci sfugge dall’altra parte quando seguiamo le conformazioni, dapprima le conformazioni del regno del solido, poi del sottofondo, che vediamo nelle figure di polarizzazione, dove forma agisce su forma — potete guardarvi questa pinza di tormalina, allora vedete un chiaro o un buio. Solo attraverso l’interazione della forma l’uno sull’altra appare ciò che una volta appare scuro, una volta chiaro e così via.

Per noi è adesso essenziale arrivare a ciò che dobbiamo assegnare qui, se seguiamo la natura da un lato fino a dove si incontra qui con ciò che può caratterizzarsi come corrente d’altro canto. Cosa sta qui? Là non sta nulla di diverso se non l’uomo come tale. Là sta l’uomo dentro. Così sta l’uomo che coglie ciò che viene da una parte e coglie ciò che viene dall’altra parte. Come coglie ciò che dapprima viene per questa via (da sotto)? È conformato. Se chiediamo della sua conformazione tra le conformazioni che hanno gli altri corpi, dobbiamo dire: L’uomo ha anche una conformazione. Quindi ciò che agisce come forze conformanti è anche in lui. Solo dobbiamo domandarci: Appartiene ciò che agisce come forze conformanti nella sfera della coscienza? Nella coscienza che sorge nell’uomo no. Perché immaginate una volta che non riceveste una concezione della conformazione umana dal fatto che vi avvicinate a voi stessi o che vedete altri uomini. Attraverso l’esperienza interiore non riuscireste inizialmente a ottenere una concezione della conformazione. Siamo conformati, ma nella nostra immediata coscienza non abbiamo la conformazione. Cosa abbiamo invece della conformazione nella nostra immediata coscienza? Questo può solo sperimentarsi quando, senza pregiudizi, considerate di volta in volta completamente lo sviluppo dell’uomo stesso nella vita fisica. Inizialmente, quando l’uomo entra nella vita fisica, deve comportarsi in modo molto plastico verso le sue forze formatrici, cioè molto deve formarsi in lui. Quanto più ci avviciniamo all’essere bambino completo, tanto più si forma in noi, e il nostro invecchiare è pienamente accompagnato dal ritiro delle forze di conformazione. E nella stessa misura in cui le forze di conformazione si ritirano, emergono le nostre forze di rappresentazione cosciente. Emergono da noi, quanto più si ritirano le forze di conformazione. Possiamo rappresentarci le conformazioni tanto più quanto più perdiamo la capacità di conformarci. Questo è, almeno durante il periodo di crescita dell’uomo, un fatto altrettanto chiaramente percettibile quanto altri fatti chiaramente percettibili. Ma da ciò potete vedere che possiamo dire: Le forze di conformazione possiamo sperimentarle; ciò che fuori conforma i corpi possiamo sperimentarlo. Come lo sperimentiamo? Per il fatto che diviene in noi rappresentazione. Adesso siamo al punto dove portiamo la forza conformante all’uomo. La forza conformante non è ciò che si possa sognare in qualche modo. Si devono dare le risposte alle domande che la natura ci pone, non dalla speculazione o dalla filosofia, bensì dalla realtà. E nella realtà si vede: La forza conformante si rivela a noi là dove la conformazione stessa davanti a noi si dissolve nella nostra rappresentazione, dove diviene rappresentazione. Nella rappresentazione sperimentiamo ciò che ci sfugge fuori come forza, mentre i corpi si conformano.

Se dunque mettiamo l’uomo qui (vedi il rinvio a pagina 157), possiamo dire: Egli sperimenta dal basso verso l’alto le conformazioni come rappresentazione. Cosa sperimenta dunque da sopra verso il basso, dove inizialmente, se partiamo dal gassoso, ci appare il calore, cosa sperimenta dunque l’uomo lì? Ebbene, qui di nuovo, se guardate senza pregiudizi ai fenomeni nell’uomo stesso, non potrete fare a meno di domandarvi: Come si collega il volere dell’uomo innanzitutto con i fenomeni termici? Dovete semplicemente, fisiologicamente, considerare come abbiamo bisogno di una certa collaborazione con la natura esterna per produrre calore, per arrivare al volere. Ma mentre facciamo il volere diventare realtà, appare proprio il calore. Il calore dobbiamo quindi vederlo come imparentato al volere. Proprio come dobbiamo vedere le forze conformanti fuori nelle cose imparentate con la rappresentazione, dobbiamo vedere tutto quello che fuori si diffonde come calore imparentato con ciò che in noi è il volere, dobbiamo quindi vedere il calore come volere, solo che nel nostro volere sperimentiamo l’essenza del calore.

Come potremmo quindi se conformazione ci viene incontro esternamente, definire questa conformazione per noi? La guardiamo, questa conformazione, in un qualche corpo solido. Sappiamo: Se questa conformazione sotto certe condizioni fosse stata trasformata dal nostro proprio processo vitale, sarebbe nata la rappresentazione. Questa rappresentazione non è dentro la conformazione esterna. È approssimativamente come quando vedo lo spirituale-animico nella morte separarsi da qualcosa di corporeo. Quando vedo esternamente le conformazioni nella natura, non è lì ciò che causa le conformazioni. Non è effettivamente lì. Non è lì come lo spirituale-animico in un cadavere non è lì, ma è stato dentro. Se dunque dirigo lo sguardo alla natura esterna, devo dire: Lì è in qualche modo efficace — non dirò ora efficace passato, bensì efficace diviene, lo vedremo ancora — , lì è in qualche modo efficace lo stesso che in me vive come rappresentazione.

Se percepisco il calore nella natura, allora è in qualche modo efficace lo stesso che in me vive come volere. Nell’uomo che rappresenta e vuole abbiamo ciò che fuori nella natura ci viene incontro come conformazione e come calore.

Ora però ci sono tutte le possibili gradazioni tra il volere e il rappresentare. Vi accorgerete in un’auto-osservazione anche solo un po’ sensata presto che non rappresentate propriamente mai senza compiere uno sforzo di volere. Uno sforzo di volere è certamente sentito come sgradevole in particolare al presente nella maggior parte degli uomini. Ci si abbandona più al volere inconscio, all’andamento dei pensieri, non si ama mandare il volere nel campo del pensiero. Ma contenuto di pensiero completamente sprovvisto di volontà non esiste propriamente mai, così poco come un volere che non sia orientato attraverso il pensiero. Quindi se parliamo di pensiero e volere, di rappresentazione e volere, abbiamo propriamente a che fare solo con limiti, con ciò che da una parte forma l’elemento di pensiero, dall’altra l’elemento di volere. E possiamo quindi dire che nel momento in cui sperimentiamo in noi il volere portatore di pensiero e il pensiero portatore di volontà, sperimentiamo molto veramente ed essenzialmente il formarsi esteriore e l’essenza del calore esteriore nella natura. Non esiste semplicemente un’altra possibilità se non cercare nell’uomo l’essenza di ciò che ci viene incontro esternamente nelle sue manifestazioni.

Proseguite questo pensiero adesso oltre. Se seguite gli stati della corporalità da una parte ancora oltre, potete dire che dovreste proseguire linearmente l’andamento all’indeterminato. Dall’altra parte allo stesso modo. Ma come deve essere qui nell’uomo? Il contrario deve essere il caso. Sì, dobbiamo veramente ripercorrere all’indietro ciò che seguiamo qui (vedi schema pagina 153) all’infinito. Anziché che qui vada all’infinito cosicché propriamente non possiamo proseguire oltre, dobbiamo qui (nell’uomo) supporre che scompaia dallo spazio; allo stesso modo ciò che va dal basso verso l’alto dobbiamo così considerarlo che scompaia dallo spazio. Cioè: La forza che si trova nel calore, nella sua azione sull’uomo deve esprimersi così che in lui scompare dallo spazio; allo stesso modo la forza conformante nell’uomo scompare dallo spazio. Cioè dobbiamo nell’uomo arrivare a un punto dove ciò che altrimenti appare spazialmente nel mondo esteriore, conformazione e diffusione del calore, scompare dallo spazio, dove interviene l’impossibilità di potere ancora trattenere matematicamente ciò che diviene non-spaziale.

Vediamo qui, come ritengo, in una maniera straordinariamente significativa, come attraverso una considerazione fattuale dei fenomeni naturali siamo costretti, nel momento in cui ci avviciniamo all’uomo e l’inseriamo rettamente nell’essere della natura, a uscire dallo spazio, esattamente come dobbiamo immaginarci lo spazio qui (vedi schema) infinito verso l’alto e il basso. Avvicinandoci all’uomo dobbiamo uscire dallo spazio. Non possiamo trovare un simbolo che spazialmente esprima come i fenomeni naturali si incontrino nell’uomo. La natura giustamente concepita significa che dobbiamo lasciarla quando la concepiamo in rapporto all’uomo. Altrimenti, considerando il contenuto della natura in rapporto all’uomo, non arriviamo affatto all’uomo.

Cosa significa questo matematicamente? Immaginate di designare quella linea attraverso cui seguire qui gli stati corporei all’indeterminato, designate i loro successivi valori come positivi. Allora dovete designare come negativo ciò che agisce nell’uomo, e dovete designare come positiva di nuovo questa linea qui, ciò che agisce nell’uomo come negativo. Cos’è il positivo e il negativo — credo che ci dovremo intrattenere su questo nei prossimi giorni, in connessione con una conferenza di uno dei signori, su positivo e negativo — , comunque come lo comprendiamo, ciò che ci è qui chiaramente dinanzi agli occhi è che dobbiamo il contenuto essenziale del calore, nella misura in cui questo contenuto essenziale del calore appartiene al mondo esteriore, ricondurlo al negativo, quando lo seguiamo nell’uomo; come dobbiamo il contenuto essenziale della conformazione ricondurlo al negativo quando lo seguiamo nell’uomo. Così che davvero ciò che vive nell’uomo come rappresentazione si rapporta a ciò che vive nel mondo fuori come conformazione così come serie di numeri positivi a serie di numeri negativi o viceversa, diciamo: come patrimonio e debiti, ma ciò che per uno è debiti è per l’altro patrimonio e viceversa. Qui arriviamo al fatto che ciò che fuori nel mondo è conformazione, nell’uomo vive come negativo. Se quindi diciamo: Fuori nel mondo vive un qualche corpo che ha materia, allora devo dire: Se mi rappresento la sua conformazione, devo anche rappresentarmi la materia in qualche modo negativamente. Come si caratterizza per me come uomo la materia? Si caratterizza attraverso il suo effetto di pressione. Se vado dall’effetto di pressione con cui si rivela la materia alla mia rappresentazione della conformazione, allora deve esserci il negativo dell’effetto di pressione: l’effetto di suzione. Cioè non possiamo rappresentarci materialmente ciò che nell’uomo accade come rappresentazione, se rappresentiamo il materiale simbolizzato in effetto di pressione. Dobbiamo rappresentarci il contrario. Dobbiamo pensare qualcosa di efficace nell’uomo che è alla materia così opposto come il negativo al positivo. Dobbiamo rappresentarci ciò che è efficace — se ci simbolizziamo la materia attraverso effetto di pressione — attraverso effetto di suzione. Nel momento in cui dalla materia procediamo avanti, arriviamo al nulla, al semplice spazio.

Ma nel momento in cui procediamo avanti ora, arriviamo al meno che nulla, a ciò che la materia aspira, arriviamo dalla pressione all’effetto di suzione. Lì siamo a ciò che in noi si rivela come rappresentazione.

Se da un altro lato consideriamo gli effetti termici, si trasformano di nuovo nel negativo nel momento in cui passano in noi. Escono dallo spazio. Diventano, se posso continuare l’immagine, aspirati da noi. Li abbiamo così che nel loro contro-immagine si manifestano. Non sono nulla di diverso — qualsiasi patrimonio rimane patrimonio anche se per l’altro significa debiti. Per il fatto che siamo costretti a designare il calore esteriore, mentre agisce in noi, con segno negativo come nulla, per il fatto che non diviene nulla diverso. Vedete però di nuovo: Siamo costretti dalla forza dei fatti stessi a non rappresentarci i noi umani in modo materiale, bensì a presupporre in noi umani qualcosa che non è solo nessuna materia, bensì che in tutte le sue azioni si rapporta alla materia così come l’effetto di suzione all’effetto di pressione.

Rappresentate in purezza il nostro essere umano, dovete rappresentarvelo come ciò che continuamente annichila la materia, l’aspira.

Che la fisica moderna non sviluppa questo concetto, questo concetto di materia negativa, che si rapporta alla materia esterna come effetto di suzione a effetto di pressione, questo è la sventura di questa fisica moderna. Ciò che dobbiamo sviluppare è: Nel momento in cui siamo costretti ad accostare qualche effetto che si rivela nell’uomo stesso, dobbiamo dare alle nostre formule un carattere diverso in questo modo nel momento che per i fenomeni di volere introduciamo grandezze negative rispetto ai fenomeni termici; per i fenomeni di rappresentazione introduciamo grandezze negative rispetto alle forze di conformazione. ### Undicesima conferenza

11°Spettro: allume, esculina, iodio. Calore come vortice fisico-spirituale

Stoccarda, 11 Marzo 1920

Ora vorrei gettare un ponte perché mi sarà necessario per le prossime considerazioni, tra le esposizioni di questo corso e le esposizioni del corso precedente. Oggi esamineremo il cosiddetto spettro luminoso con i suoi rapporti agli effetti di calore e agli effetti chimici che ci si presentano nello spettro luminoso. Possiamo forse rendere più chiara la questione di cui qui si tratta al modo più semplice, se disegniamo dapprima uno spettro e studiamo come si manifesta il comportamento delle diverse parti dello spettro.

Vogliamo quindi rappresentare qui uno spettro, facendo passare la luce attraverso questo primo fesso. (La stanza viene oscurata e l’esperimento mostrerà lo spettro.) Vedete, abbiamo qui uno spettro su questa lastra. Potete ora convincervi che abbiamo inserito qualcosa nella parte rossa dello spettro. Con questo strumento potremo allora osservare qualcosa. Cercheremo ora di mostrarvi come nella parte rossa dello spettro compaiono principalmente effetti di calore. Potete già osservare questi effetti di calore vedendo come, sotto l’influenza di questo cilindro di energia l’aria si dilata qui, preme e fa così scendere la colonna di alcol e salire da qui. Con questo abbassamento della colonna di alcol ci si mostra che in questa parte dello spettro ci sono essenzialmente effetti di calore. Certo sarebbe interessante dimostrare anche — benché non si possa fare così rapidamente — che se spostassimo lo spettro e mettessimo questo strumento nella parte blu-violetta, non si vedrebbero effetti di calore. Questi effetti di calore si osservano quindi essenzialmente nella parte rossa dello spettro. E ora, così come abbiamo provato attraverso la caduta della colonna di alcol il verificarsi degli effetti di calore nella parte rosso-gialla dello spettro, così ora proveremo il verificarsi degli effetti chimici dello spettro nella parte blau-violetta, inserendo qui una sostanza nello spazio attraversato dalla parte blu-violetta dello spettro, e vedrete che questa sostanza brillerà di fosforescenza, così come sapete dalle considerazioni del corso precedente, sono evidenziati effetti chimici. Da ciò vedete che in verità esiste una differenza interna tra quella parte dello spettro che si estende indefinitamente da un lato e quella parte dello spettro che si estende d’altro canto. Vedete come la sostanza è diventata luminosa sotto l’influenza dei cosiddetti raggi chimici.

Ora possiamo fare in modo che anche la parte intermedia dello spettro, che è la vera parte luminosa, sia isolata. Non riusciremo completamente a farlo, ma potremo comunque isolare la parte intermedia, ossia provocare oscurità nella parte intermedia al posto della luminosità, semplicemente lasciando cadere nella sostanza che ha formato un prisma di solfuro di carbonio un po’ di tintura d’iodio. In tal modo otteniamo il miscuglio tra il solfuro di carbonio e la tintura d’iodio. Esso risulta essere una sostanza che non lascia passare la luce, e se potessimo fare l’esperimento completamente — purtroppo non possiamo, ma possiamo solo indicare la via — potremmo dimostrare perfettamente che da una parte compaiono effetti di calore, dall’altra effetti chimici, mentre la vera parte luminosa, la parte intermedia dello spettro, scompare. Se inserissi allume nella via, gli effetti di calore cesserebbero, e vedreste allora che la colonna di alcol sale nuovamente, perché l’allume, la soluzione di allume — così dirò con cautela — impedisce il passaggio degli effetti di calore. Ora molto presto, poiché l’allume è nel cammino, questa colonna di alcol risalirebbe, perché il riscaldamento non avrebbe luogo. Avremmo allora uno spettro freddo.

È molto interessante che si possa anche far sparire la parte chimica, se si mette una soluzione di esculeina nel cammino della diffusione dello spettro, che purtroppo noi non siamo riusciti a ottenere. Rimangono gli effetti di calore e gli effetti luminosi presenti, ma cessano gli effetti chimici. Vogliamo ora mettere nel cammino la soluzione di iodio in solfuro di carbonio, e scomparirà la parte intermedia dello spettro. Vedete chiaramente la parte rossa, che però, se l’esperimento riuscisse completamente, non ci sarebbe, vedete la parte violetta e nel mezzo nulla. Quindi siamo riusciti, eseguendo una sorta di frammento dell’esperimento, a eliminare la principale parte luminosa, l’intermedia. Se facessimo l’esperimento completamente, come è riuscito a certi sperimentatori, per esempio a Dreher a Halle cinquanta anni fa, potremmo anche eliminare completamente i due punti luminosi e poi dimostrare l’aumento di temperatura che rimane, e dall’altra parte gli effetti dei raggi chimici attraverso la «materia luminosa». Questa è una serie di esperimenti che non è ancora giunta al suo termine, una serie che è straordinariamente importante. Ci mostra come si inserisce in quella che si può pensare sia attivo nello spettro nel nesso generale del mondo.

Nel corso che ho tenuto durante il mio precedente soggiorno qui, ho mostrato come sulla relazione spettrale un magnete potente agisca, per cui, per mezzo dell’azione, per mezzo della forza che emana dal magnete, certe linee, certe formazioni nello spettro stesso cambiano. E ora si tratta di estendere semplicemente il corso di pensiero che è stato accennato, in modo che, nei nostri pensieri, si abbiano davvero i processi fisici. Sapete dalle nostre considerazioni che abbiamo ora fatto che uno spettro veramente completo, cioè un’integrazione di tutti i colori possibili, darebbe dodici colori, che otterremmo uno spettro circolare invece di uno spettro esteso in una direzione dello spazio. Avremmo qui il verde, qui il color pesca, qui il violetto e qui il rosso, in mezzo le altre sfumature di colore, dodici sfumature di colore nettamente distinguibili le une dalle altre.

Ora si tratta del fatto che possiamo rappresentare uno spettro di questo genere entro le condizioni terrestri solo in figura. Se rappresentiamo uno spettro entro l’ambito della vita terrestre, possiamo rappresentarlo solo in figura, e così otteniamo sempre lo spettro conosciuto, che procede in linea retta dal rosso attraverso il verde al blu e violetto. Quindi, otteniamo uno spettro che può essere derivato da quello superiore, come ho già detto più volte, per il fatto che il cerchio diventa sempre più grande e più grande, il color pesca scompare d’altro canto, il violetto qui entra nell’apparentemente infinito, il rosso qui (a sinistra) punta apparentemente all’infinito e il verde rimane nel mezzo.

Possiamo porci la domanda: come nasce da questa completezza della formazione del colore, da questa formazione di dodici colori, che pure deve essere possibile, questo spettro frammentario, questo nastro di colori frammentario? Se ipotizzate che lo spettro circolare completo si formerebbe qui, potete immaginare che forze agiscono che ingrandiscono il cerchio tirandolo qui. Allora arriva un momento in cui questo qui sopra si strappa davvero e per le forze agenti il cerchio diventa una retta, cioè, alla lunghezza infinita, all’apparentemente infinita lunghezza.

Se nel campo della vita terrestre troviamo questo spettro da rappresentare attraverso una retta, allora dobbiamo chiederci: come può nascere? Può nascere solo per il fatto che dalla completezza dei colori vengono isolate le sette sfumature conosciute. Vengono isolate da forze che devono agire sullo spettro. Ma queste forze le abbiamo già trovate nel campo dell’esistenza terrestre. Le abbiamo trovate quando abbiamo indicato le forze formatrici. Questo è infatti anche una formazione: la forma circolare è stata trasformata in forma di linea retta. Questa è una formazione che abbiamo incontrato qui. Ed è evidente che nel campo del Terrestre agiscono forze che solo allora rendono possibile il nostro spettro, se possiamo vedere che attraverso l’influenza delle forze magnetiche la struttura interna dello spettro è influenzata, è cambiata. Se è così, allora dobbiamo assumere che nel nostro spettro, che consideriamo sempre come primario, possono già agire forze. Non dobbiamo quindi nel nostro spettro ordinario solo constatare variazioni di luce, ma dobbiamo pensare in questo spettro ordinario forze che solo rendono necessario che questo spettro ordinario sia simboleggiato da una linea retta.

Vogliamo collegare questo corso di pensiero con un altro che ci si presenterà se risaliamo ancora una volta in questo modo come abbiamo già fatto molte volte: dal solido formato materializzare, dematerializzare; scuro, luminoso; calore; dalle condensazioni che si diradano; liquido; forma solida. Attraverso il liquido al condensato, al rarefatto, cioè al gassoso, all’essere-calore, a quello che abbiamo chiamato materializzazione e dematerializzazione nel campo x. Qui si presenta un’intensificazione più alta della rarefazione e della condensazione al di sopra dell’essere-calore, come la rarefazione e condensazione stessa si presenta come un’intensificazione, come una liquefazione della forma per così dire. Se la forma stessa diventa liquida, se abbiamo una formazione variabile nel gas, allora questa è un’intensificazione della formazione determinata. Cosa appare qui? Qui appare un’intensificazione della rarefazione e della condensazione. Tenete ben fermo che entriamo in un’area in cui appare un’intensificazione della rarefazione e della condensazione.

Cosa significa un’intensificazione della rarefazione? Certamente, se la materia diventa sempre più e più rara, ci annuncia già, se è materia di un certo tipo, quello che lotta con essa, se diventa sempre più e più rara. Se la rendo sempre più e più densa, allora si rivelerà che non lascia più passare la luce dietro di essa. Se la rendo sempre più e più rara, lascia passare la luce. Se rarefaccio ancora e ancora, allora finisce per mostrarsi solo la luminosità come tale. Ciò che quindi qui devo concepire come ancora giacente nel campo del materiale, mi apparirà empiricamente sempre come il verificarsi della luminosità. La dematerializzazione mi apparirà come luminosa; la materializzazione mi apparirà sempre come scura. Quindi ho nel campo degli effetti mondiali da concepire l’illuminazione come intensificazione della rarefazione e l’oscuramento come un’intensificazione della densificazione non ancora sufficientemente avvenuta, così che la densificazione non appaia ancora sufficientemente come materia, ma gli effetti sono solo sulla strada verso il materiale.

Vedete, trovo qui al di sopra della regione del calore il campo della luce, e ora mi si presenta il campo del calore in modo completamente naturale anche nel campo della luce. Poiché se pensate che sempre ciò che giace più in basso fornisce l’immagine di ciò che giace sopra, allora dovrete trovare nell’essere-calore qualcosa che è per così dire immagine dell’illuminazione e dell’oscuramento. Nell’essere-calore, che ci si presenta a un’estremità dello spettro, dovremo trovare qualcosa che appare come immagine dell’illuminazione e dell’oscuramento. Dovremo però anche essere chiari su ciò, che non solo troviamo la parte superiore della nostra area di realtà nel campo inferiore in ogni modo, ma anche la parte inferiore dell’area di realtà sempre nel campo superiore. Se ho un corpo solido, esso può del tutto trovarsi nel campo liquido con la sua solidità. Ciò che gli dà forma può estendersi nel campo seguente, nel campo non più formato. Devo essere chiaro su ciò, che se voglio trattare le realtà nelle mie rappresentazioni, ho a che fare con la penetrazione reciproca delle qualità di realtà. Ma questo assume una forma particolare per il campo del calore. Assume la forma che da un lato la dematerializzazione nel calore deve agire dall’alto al basso, d’altro canto la tendenza alla materializzazione agisce nel calore.

Vedete, mi avvicino all’essere-calore, in cui devo vedere da un lato l’inizio di uno sforzo verso la dematerializzazione, d’altro canto uno sforzo verso la materializzazione. Così che, se ora voglio afferrare l’essere-calore, posso farlo solo cosicché in esso ci sia una vita, un’attività vivente, che si rivela per il fatto che dappertutto la tendenza alla materializzazione è penetrata dalla tendenza a dematerializzare.

Ora vi accorgete di quale considerevole differenza c’è tra questo essere-calore realmente trovato e l’essere-calore che compare nella cosiddetta teoria meccanica del calore di Clausius. Lì troverete, se avete uno spazio chiuso, piccole sfere atomistiche o molecolari che si urtano da tutti i lati, si spingono l’un l’altra, urtano la parete e compiono puramente esteriori movimenti estensivi. E si decreta: il calore consiste in verità in questo movimento caotico, in questo urto caotico reciproco e contro la parete delle parti materiali, su cui poi c’era solo una disputa vivace se dovessero essere concepite come elastiche o non elastiche. Ciò si dovrebbe decidere solo in base al fatto se si trovi l’una o l’altra apparenza da applicare la formula dell’elasticità o quella per corpi solidi non elastici. Era quindi espressione di una convinzione che considerava solo lo spazio, il movimento spaziale, quando si diceva: il calore è movimento. Ora dobbiamo dire in modo completamente diverso: il calore è movimento — è movimento, ma movimento da concepire intensivamente, movimento in cui in ogni parte dello spazio dove c’è calore, esiste lo sforzo di produrre esistenza materiale e di far di nuovo scomparire l’esistenza materiale. Non c’è da meravigliarsi che abbiamo bisogno di calore nel nostro organismo. Abbiamo semplicemente bisogno di calore nel nostro organismo per trasferire continuamente ciò che è esteso spazialmente in ciò che non è esteso spazialmente. Se semplicemente attraverso lo spazio, ciò che il mio volere compie è formazione spaziale. Se l’immagino, c’è qualcosa completamente fuori dello spazio. Cosa me lo rende possibile come organizzazione umana, che sia iscritto esternamente nei rapporti di forma della Terra? Mentre cammino su di essa, cambio continuamente l’intera forma della Terra, dipingo punti neri in un luogo, cambio continuamente la sua forma. Cosa rende possibile che ciò, che sono nel complesso nesso terrestre e che si manifesta in effetti spaziali, che io possa afferrarlo interiormente senza spazio come osservatore nei miei pensieri? Che io stesso compia la mia esistenza nel mezzo del calore, che consente che gli effetti materiali, cioè gli effetti spaziali, passino continuamente in effetti immateriali, cioè in effetti che non occupano più spazio. Quindi vivo in me davvero ciò che il calore è in verità, movimento intensivo, movimento che oscilla continuamente dall’area degli effetti di pressione all’area degli effetti di aspirazione.

Immaginate di avere qui il confine tra l’effetto di pressione e l’effetto di aspirazione. Gli effetti di pressione procedono nello spazio, ma gli effetti di aspirazione come tali non procedono nello spazio, ma procedono al di fuori dello spazio. Poiché i miei pensieri si basano sugli effetti di aspirazione, ma non procedono nello spazio. Qui ho al di là di questa linea il senza-spazio. E se mi immagino ciò che accade non nel campo della pressione, nello spazio, né nel campo dell’aspirazione, ma nel campo del confine tra i due, allora ottengo ciò che accade nel campo dell’essere-calore: ricerca continua dell’equilibrio tra effetti di pressione di tipo materiale e effetti di aspirazione di tipo spirituale. È molto strano come certi fisici oggi sono per così dire colpiti dal naso su queste cose, ma non vogliono assolutamente entrarvi. Planck, il fisico berlinese, una volta l’ha detto esplicitamente: se si vuole arrivare a una rappresentazione di quello che è sempre stato chiamato etere, il primo requisito oggi, secondo le conoscenze che si possono avere dalla fisica, è che si rappresenti questo etere assolutamente non come materiale. — Questa è una dichiarazione del fisico berlinese Planck. Quindi, l’etere non deve essere rappresentato materialmente. Sì, ma ciò che troviamo qui come al di là degli effetti di calore, a cui appartengono anche gli effetti di luce, non dobbiamo rappresentarlo come materiale tanto poco che non troviamo più in esso quella proprietà attuale del materiale, l’effetto di pressione, ma solo effetti di aspirazione. Questo significa che usiamo il campo della materia ponderabile e arriviamo in un campo che naturalmente si afferma dappertutto, ma che si rivela in modo opposto al campo del materiale; che possiamo rappresentare solo attraverso effetti di aspirazione che emanano da ogni punto dello spazio, mentre naturalmente rappresentiamo il materiale come effetti di pressione. Ma così arriviamo all’afferramento diretto dell’essere-calore come movimento intensivo, come oscillazione tra effetti di aspirazione e pressione, ma non cosicché un lato degli effetti di aspirazione sia spaziale e l’altro lato degli effetti di pressione sia anche spaziale, ma in modo che usciamo dal campo del materiale, dello spazio tridimensionale in generale, già quando vogliamo afferrare il calore. Pertanto, se il fisico esprime certi effetti con formule, e ha in queste formule forze, allora nel caso in cui queste forze siano inserite con segno negativo — se le forze di pressione sono inserite in modo da poter contare come forze di aspirazione, ma allo stesso tempo si tiene conto del fatto che ora non rimaniamo nello spazio, ma ne usciamo completamente — , allora con tali formule arriviamo solo nel campo degli effetti di luce e calore, cioè solo in parte degli effetti di calore, poiché nel campo dell’essere-calore abbiamo il gioco reciproco degli effetti di aspirazione e pressione.

Questa questione, miei cari amici, oggi ancora mi appare, per così dire, piuttosto teorica, quando la si comunica a un’assemblea. Ma non dovrebbe mai essere dimenticato che gran parte della nostra tecnica più moderna è nata sotto l’influenza della visione del mondo materialistica della seconda metà del diciannovesimo secolo, che non aveva tali rappresentazioni, e che quindi dentro la nostra tecnica queste rappresentazioni non possono nemmeno verificarsi. Se però considerate quanto fertili le rappresentazioni unilaterali della fisica sono diventate per la tecnica, allora potete farvi un’idea di che conseguenze tecniche sorgerebbero anche, se si rendessero davvero fertili le forze di aspirazione che sono qualitativamente opposte alle forze di pressione, in aggiunta alle forze di pressione che sono le uniche che figurano oggi nella tecnica.

Certo, molto deve essere rimosso da ciò che figura ancora nella fisica attuale. Vale a dire, si deve davvero rimuovere il concetto di energia di uso comune, che in realtà parte da un’idea molto grezza: se ho calore da qualche parte, posso trasformarlo in lavoro, così come abbiamo visto nel nostro apparato sperimentale che il calore poteva essere trasformato in movimento su e giù del corpo tipo pistone. Ma nello stesso tempo abbiamo visto che c’è sempre calore residuo, che possiamo trasformare solo una parte del calore che abbiamo a disposizione in quello che il fisico chiama lavoro meccanico, l’altra parte non possiamo trasformarla. Questo era il principio che ha portato Eduard von Hartmann a stabilire come secondo principio più importante della fisica moderna: un perpetuum mobile del secondo tipo è impossibile.

Altri fisici, per esempio Mach, di cui si parla molto nello sviluppo fisico più recente e che ha davvero pensato molto profondamente su molte cose, ma che sempre pensa cosicché si vede che è un uomo che era già acuto intellettualmente, ma che poteva far valere il suo acume solo sotto l’influenza dell’educazione puramente materialistica, così che sempre sono alla base le rappresentazioni materialiste, Mach allora cerca di continuare e applicare acutamente i concetti e le rappresentazioni che ha a disposizione. Da questo nasce la particolarità con lui che, dove è possibile, esce già dalla fisica ordinaria concepita fino al confine dove nascono i dubbi, arriva a descrivere i dubbi molto bene. Allora arriva la disperazione, poiché arriva solo al confine dove pone i dubbi. Già il suo modo di esprimersi è straordinariamente interessante. Immaginate se uno nella considerazione fisica, dove tutto è palese, ha bisogno di stilizzare una certa opinione che ha acquisito nel seguente modo, come Mach l’ha stilizzata. Dice: «Ma non ha senso sensato attribuire ancora un valore di lavoro a una quantità di calore che non può più essere trasformata in lavoro» — abbiamo visto che ce n’è una — , «di conseguenza sembra che il principio energetico così come ogni altra concezione della sostanza abbia validità solo per un’area limitata di fatti, al di là della quale ci si inganna volentieri solo per abitudine». Immaginate: uno scienziato che inizia a riflettere sulle apparenze che ha davanti a sé, e che è costretto a dire: sì, nel mio corso di fatti si produce calore che non posso più trasformare in lavoro. Ma allora non ha davvero senso concepire il calore semplicemente come energia potenziale, come lavoro che non è solo invisibile. Si potrebbe forse parlare della trasformazione del calore in lavoro entro una certa area di fatti; al di là di questo non si applica più. E in generale si parla del fatto che ogni energia può essere trasformata in un’altra, solo per abitudine, così che facilmente ci si inganna per amore di questa abitudine. — È straordinariamente interessante fissare la fisica dove può essere colta nei dubbi che devono necessariamente sorgere se si esamina coerentemente veramente la serie di fatti che giace davanti. Non è già la via dove la fisica stessa si supera, se i fisici sono già costretti a fare tali confessioni? Poiché fondamentalmente il principio energetico non è niente altro che un’affermazione. In realtà, come era un vangelo in Helmholtz e nei suoi contemporanei, non si può più sostenerlo. Possono esserci aree in cui questo principio energetico non deve più essere affermato.

Vedete, se ora si vuol provare a chiedersi: come si potrebbe una volta tentare, simbolicamente — poiché fondamentalmente, quando iniziamo a disegnare qualcosa, tutto diventa simbolico — , come potremmo tentare simbolicamente di rappresentare quello che appare nel campo dell’essere-calore? Se prendete tutte queste rappresentazioni che vi ho sviluppato e attraverso cui ho cercato di ascendere al mantenimento del reale verso l’essere-calore, allora arriverete a rappresentarvi questo essere-calore nel seguente modo: immaginate una volta che qui lo spazio (blu) sarebbe riempito da certi effetti, da effetti di pressione; qui sarebbe il senza-spazio (rosso), che sarebbe riempito da effetti di aspirazione. Se vi rappresentate questo, allora ottenete qui un’area, e con quest’area qualcos’altro che continua a scivolare dentro e scompare dentro — abbiamo solo proiettato nello spazio quello che può essere pensato solo come spazio-senza spazio, poiché la parte rossa deve essere pensata come senza spazio. Vedete questo spazio qui (blu e rosso) come un simbolo per quello che è spazio-senza spazio. Pensate quindi all’intensivo rappresentato attraverso l’estensivo, attraverso quello in cui continuamente si genera materiale. Ma mentre si genera il materiale, d’altro canto si genera l’immateriale, che scivola nel materiale, distrugge la sua materialità, e abbiamo un vortice fisico-spirituale che si manifesta per il fatto che continuamente ciò che si genera fisicamente è distrutto da ciò che si genera spiritualmente, abbiamo quindi un’azione vorticosa in cui il fisico si genera, è distrutto dallo spirituale; lo spirituale si genera, è spinto fuori dal fisico. Abbiamo un gioco continuo del senza-spazio nello spaziale; abbiamo un assorbimento continuo di quello che è nello spazio da parte di quell’entità che è al di fuori dello spazio.

Quello che vi descrivo, miei cari amici, è, se ve lo rappresentate, qui da formare come vorticoso. Ma nel vortice si deve vedere solo una rappresentazione esterna, estensiva dell’intensivo. Con questo abbiamo noi, per così dire, già anche attraverso il figurale ci siamo avvicinati all’essere-calore. Ora abbiamo ancora da mostrare come questo essere-calore agisce cosicché possono sorgere apparenze come: la conduzione del calore; o che il punto di fusione di una lega è molto più basso del punto di fusione di ogni singolo metallo; o cosa significhi davvero che a un’estremità dello spettro compaiano effetti di calore, all’altra effetti chimici.

Dobbiamo cercare gli atti del calore, come Goethe ha cercato gli atti della luce, e allora avremo da investigare come la conoscenza dell’essere-calore si ripercuota sull’applicazione della matematica, sugli imponderabili della fisica, cioè in altre parole: come devono veramente essere plasmate formule matematiche reali che possono essere applicate per esempio nella termica, nell’ottica.

12°Trasparenza ed equazione della conduzione termica

Stoccarda, 12 Marzo 1920

Gli esperimenti che avevamo intenzione di fare oggi purtroppo dobbiamo rimandare a domani. Domani saranno pronti, così potrò mostrarveli come li devo avere, se voglio discutere il tutto che deve essere verificato proprio da questi. Faremo quindi oggi un’esposizione su quelle cose che abbiamo ancora bisogno, domani faremo gli apparati sperimentali, e dopodomani porteremo le considerazioni a una conclusione provvisoria.

Quello che in primo luogo desidero citare come aiuto per le nostre visioni che dobbiamo sviluppare riguardo all’essere-calore, è che devo richiamare la vostra attenzione sul fatto che c’è una certa difficoltà nel comprendere che cosa sia effettivamente un corpo trasparente. Non parlo ora di calore. Ma vedrete, soprattutto dopo che avremo completato questi esperimenti, come otterremo un’idea ausiliaria dalla luce per la comprensione dell’essere-calore. C’è una certa difficoltà, dico, nel capire che cosa sia un corpo relativamente trasparente e che cosa sia un corpo opaco, cioè un corpo che si mostra a noi per così dire sotto l’influenza della luce. Devo parlare diversamente da come si parla di solito. Il linguaggio della fisica ordinaria direbbe: un corpo opaco è quello che ci rimanda i raggi luminosi che cadono su di esso, per mezzo di una certa natura della sua superficie, e che diventa così visibile come corpo. — Non posso scegliere queste forme di espressione, perché non sono in alcun modo una riproduzione dello stato dei fatti, ma sono espressioni di teorie già esistenti e determinate, che non possiamo semplicemente accettare come autoesplicative. Poiché parlare di raggi, parlare di raggi luminosi, è teoria. Ho già parlato di questo nel mio corso precedente. Tutto ciò che ci incontra nella realtà non è raggio luminoso, ma è immagine, e questo è proprio ciò che deve essere mantenuto. Inoltre, non possiamo semplicemente dire: un corpo trasparente è uno che attraverso la sua natura molecolare interna lascia passare la luce attraverso di sé, e un corpo opaco è uno che rimanda la luce indietro. Poiché come potrebbe mai esserci la possibilità di giustificare senza ulteriore tale teoria? E se vi ricordate quello che ho esposto in questi giorni come i rapporti delle aree di realtà: corpi solidi, liquidi, gassosi; essere-calore; x, y, z e poi confinante sotto i corpi solidi l’area U, allora vedrete che l’area della luce deve in qualche modo stare in relazione con l’area del calore, deve anche stare in relazione con l’area dei modi di azione chimici. D’altra parte, con quello che ci incontra, per così dire come la forma liquida nell’essere-calore, nell’essere-aria, deve in qualche modo stare in relazione con quello che è la vera essenza del tono. Poiché i toni compaiono all’occasione delle condensazioni e rarefazioni in corpi gassosi o aeriformi.

Possiamo quindi in primo luogo presupporre che da qualche parte, dove abbiamo assunto x, y, z, si possa trovare anche l’essenza della luce. Ma è la questione se là, dove cerchiamo l’essenza della luce, dobbiamo cercare anche, per esempio, l’essenza della trasparenza di certi corpi. Questa essenza della trasparenza di certi corpi non si deve cercare senz’altro dall’essenza della luce o solo dalle relazioni della luce con i corpi solidi. Abbiamo l’area U, e quest’area U deve avere in qualche modo una relazione nei suoi effetti con i corpi solidi che sono sulla superficie della Terra. E dovremo almeno in primo luogo sollevare la questione e ancora lavorare verso la risposta a tale questione in queste considerazioni che mi rimangono durante la mia permanenza qui: quale influenza ha l’area U sui corpi solidi, e non potrebbe rivelarci qualcosa di questa influenza la differenza che appare tra corpi trasparenti e i metalli ordinariamente opachi? Quindi domande di questo tipo devono innanzitutto occuparci. E troveremo la via verso la risposta a tali domande se ora cerchiamo di completare con alcuni altri concetti quello che risultò da ieri riguardo all’essere-calore.

Certo, all’interno dell’area della fisica sono state naturalmente viste le apparenze che risultano come apparenze di calore. Si sono viste tali apparenze come quelle che si sono concepite sotto il concetto della conduzione del calore, che vi abbiamo anche mostrato. Si è visto soprattutto in questa via di diffusione del calore nella conduzione del calore, cioè nel flusso dello stato di calore sia attraverso un corpo che al di là del punto di contatto attraverso due o più corpi che si toccano. Si è immaginato questo flusso del calore come se una sorta di fluido indeterminato, innanzitutto come l’immagine solo del flusso del calore, dello stato di calore, fosse lì. E ora si può già collegarsi a quello che la visione esterna offre: così come l’acqua in qualche modo fluisce in un ruscello, cioè a un punto successivo più tardi che prima, che la natura presenta così fluidamente, così si può anche seguire il flusso del calore da un punto all’altro, quando avviene la cosiddetta conduzione del calore. Persone molto diverse hanno riflettuto su questo flusso dello stato di calore nel senso della conduzione del calore. Rappresentazioni abbastanza chiare — potremmo anche iniziare da altre — provengono da Fourier, e vogliamo collegarci un po’ a queste e vogliamo allora vedere come, di fronte alle conoscenze che abbiamo già acquisito, siamo in grado di confrontarci con queste rappresentazioni.

Lì potete immaginarvi: stiamo di fronte a un corpo chiuso, un qualche metallo, che qui sarebbe delimitato affilato da un piano, e qui altrettanto da un piano. Verso l’alto e verso il basso possiamo pensarlo come estendendosi indefinitamente. Cerchiamo, mantenendo questo confine del metallo in acqua bollente, di mantenerlo a una temperatura U1, che in questo caso potrebbe essere circa 100 °C, e cerchiamo di mantenere l’altro confine in contatto con il ghiaccio che si scioglie, in modo da avere una temperatura U2, che nel caso speciale può essere 0 °C. Abbiamo, se vi ponete davanti a tutto questo, a che fare con una differenza: qui U1, qui U2; U1-U2 ci dà una differenza di temperatura.

Da questa differenza di temperatura dipenderà come procede la conduzione del calore. Poiché certo, se la differenza di temperatura è grande, la conduzione del calore deve procedere diversamente da come procedesse se la differenza di temperatura fosse più piccola. Non ho bisogno di una grande quantità di calore, se questa differenza di temperatura è più piccola, ho bisogno di una maggiore quantità di calore, se questa differenza è più grande, per raggiungere lo stesso effetto, così devo dire: la quantità di calore che ho bisogno, per raggiungere un certo effetto, dipenderà da questa differenza di temperatura U1—U2.

Dipenderà inoltre non solo da questa differenza U1—U2, ma se designo la lunghezza del corpo con l, allora la quantità di calore di cui ho bisogno per raggiungere un effetto determinato sarà più piccola, se questa lunghezza è grande, che se questa lunghezza è piccola. Cioè: la quantità di calore dipenderà dalla lunghezza l in rapporto inverso. Potrò calcolare per una sezione trasversale determinata, che designo come, diciamo, q, la quantità di calore che devo avere lì per raggiungere un certo effetto della conduzione del calore. Più grande sarà questa sezione trasversale, più calore avrò bisogno, più piccola è la sezione trasversale, meno calore avrò bisogno. Quindi q sta in rapporto diretto, dovrò moltiplicare per questo. Allora la cosa intera dipenderà dal tempo. Dovrò moltiplicare per il tempo. Il tutto allora naturalmente, poiché tutte queste grandezze non mi danno calore senza ulteriore, devo moltiplicare per qualcosa in cui il calore è già contenuto — poiché tutto questo non è calore — con una costante che rappresenta la misura del calore, con c, allora ottengo la mia quantità di calore w.

Questa quantità di calore w quindi dipende in rapporto diretto da U1—U2 e dagli altri fattori, in rapporto inverso da l. Vedete, se nel collegamento confrontate tutti gli altri fattori con U1 e U2, che si ha a che fare con quello che effettivamente fluisce, non direttamente con uno stato di calore, o con qualcosa che si riferisce al calore, ma con un gradiente di calore, con una differenza di livello. Vi prego di tenere sempre questo ben presente. Esattamente come si ha a che fare con una differenza di livello, quando per esempio a una chiusa si lascia cadere l’acqua dall’alto verso il basso e si mette in movimento una ruota a pale, e come la forza motrice che si sviluppa dipende dalla differenza di livello che si deve prendere in considerazione, così anche qui si ha a che fare con un gradiente, e questo è quello che particolarmente dobbiamo considerare.

Ora si tratta del fatto che, se vogliamo avvicinarci all’essere-calore, dobbiamo anche seguire un’altra considerazione di Fourier, così che in qualche modo procedendo per rettificare con queste rappresentazioni di uso comune, e nelle nostre considerazioni procedere più in accordo con la realtà, di come hanno fatto i fisici del diciannovesimo e ventesimo secolo. Ho in realtà considerato finora solo quello che succede nella trasmissione del calore da un’estremità del corpo all’altra, ma assumo che nel corpo stesso accada ancora qualcosa. Chiedo ora: se ipoteticamente le cose fossero così che il progresso del calore non avvenisse semplicemente in modo uniforme da sinistra a destra, ma internamente in modo irregolare, come dovrei allora applicare di nuovo queste formule alle irregolarità interne? Se ci fossero irregolarità nella distribuzione del calore, se il calore fosse condotto da qui a qua (vedete la linea di collegamento dentro il metallo), e così via, allora dovrei in qualche modo prendere in considerazione questa conduzione interna del calore. Dovrei prendere in considerazione quello che si rivela come cambiamenti di queste differenze dentro, dovrei cioè prendere in considerazione quello che nel corpo stesso avviene come compensazioni di effetti di temperatura.

Per questo, come potete facilmente vedere, questa mia formula si trasformerebbe. In primo luogo dovrei dire:

w = —(U1—U2)/l · c · q

Ora non ho più a che fare con la lunghezza l che è qui, ma ho a che fare con piccoli tratti. E voglio considerare quello che similmente su questi piccoli tratti avviene, come succede nell’intera larghezza qui attraverso il fattore (U1—U2)/l. Si tratta cioè di considerare questo per piccoli tratti. Se lo faccio, questo quoziente finito si trasforma semplicemente in du/dx, dove du dovrebbe essere il piccolo progresso dello stato di calore. E se considero questo per un certo piccolo tempo, allora dovrei moltiplicare ulteriormente con dt — potrei anche inizialmente omettere questo dt se prescindo dal tempo. Così avremmo nel w l’espressione per la quantità di calore, che in ogni momento, dalle cose stesse, del lavoro interno del calore dovrebbe essere spesa, per seguire da tutti i lati i necessari gradienti di temperatura, per compensare i gradienti di temperatura.

Dovete raffigurarvi che questa formula qui:

w = c · q · du/dx · dt (1) esprimerebbe tali effetti che compaiono attraverso i gradienti di temperatura interni nei corpi.

Con ciò in collegamento vi prego ora di considerare quello che abbiamo già mostrato ieri in qualche modo davanti ai nostri occhi e che per noi diventerà completamente chiaro domani, quando avremo i corrispondenti apparati sperimentali. Posso comunque già menzionarlo oggi, che si deve tenere presente come compaiano i rapporti del riscaldamento, della luminosità, dell’azione chimica nello spettro. Ho già attirato la vostra attenzione ieri: se ho uno spettro ordinario terrestre, ho nel mezzo gli effetti di luce veri, verso qui gli effetti di calore, verso qui gli effetti chimici.

Ora si tratta di quanto segue: abbiamo visto che, se vogliamo progettare un’immagine per questo spettro, non possiamo fare di questa immagine, che dovrebbe contenere effetti di luce, effetti di calore, effetti chimici, una linea retta. Dobbiamo qui uscire a sinistra (dal piano in avanti), se disegniamo la linea per la luce così (orizzontalmente), per trovare il simbolo appropriato per il calore. Per gli effetti chimici dobbiamo andare da qui (fuori dal piano all’indietro). Potrebbe anche essere al contrario, ma per ora vogliamo mantenerlo così.

Quindi, non abbiamo alcuna possibilità di rimanere entro questo piano, se vogliamo abbracciare simbolicamente il calore; non abbiamo alcuna possibilità di rimanere nel piano, se vogliamo abbracciare simbolicamente gli effetti chimici. Dobbiamo uscire dal piano. E per afferrare tutto questo, vogliamo chiarirci: come dovremmo effettivamente designare, se vogliamo esprimere una quantità di calore che agisce all’interno di un corpo attraverso questa formula? Come dovremmo designare, se avessimo una quantità chimica correlata quantitativamente? Non potremmo cavarcela, se non introducessimo in qualche modo una designazione che indichi che, mentre dobbiamo uscire con il calore, dobbiamo entrare con gli effetti chimici. Non possiamo cavarcela se non teniamo questo d’occhio.

Se concepiamo il w qui come una quantità positiva — potremmo anche prenderlo come una quantità negativa — , allora, se si tratta di trovare la distribuzione corrispondente degli effetti chimici, non dobbiamo fare diversamente da designare la corrispondente:

w = -c · q · du/dx · dt (2)

Questo corrisponde agli effetti chimici.

Questo:

w = +c · q · du/dx · dt (3)

corrisponde agli effetti di calore.

In verità, queste considerazioni ci mostrano già che non possiamo semplicemente scegliere solo le quantità, se vogliamo creare formule e se vogliamo esprimere simultaneamente in queste formule che abbiamo a che fare con un campo di osservazione o con un campo di azione, dove compaiono il calore e gli effetti chimici.

Già a una combustione ordinaria, dove vogliamo relazionare l’accadimento chimico all’effetto di calore, dobbiamo, se lavoriamo con le formule, semplicemente ciò che inseriamo positivamente per l’effetto di calore, inserire negativamente per i corrispondenti effetti chimici.

Se ora continuate le vostre considerazioni e vedete: il calore si piega per così dire fuori, gli effetti chimici si piegano dentro, allora rimane essenzialmente solo quello che è presente nella luce, nel piano. Ma se ora avete riservato il + per il calore, il — per gli effetti chimici, allora non potete più cavarvela con nessun positivo o negativo per gli effetti di luce, allora dovete applicare tutto ciò che potete solo intuire, che oggi non è nemmeno chiarito, la relazione tra i numeri positivi e negativi ai numeri immaginari, applicare agli effetti di luce, e dovete, se avete a che fare con effetti di luce, dire:

w = ±√(-1) · c · q · du/dx · dt (3)

Cioè, dovete contare con i numeri immaginari, con rapporti di numeri matematicamente immaginari, per poter davvero cercare relazioni tra effetti di luce, calore e chimici, che si trovano in un comune campo sperimentale.

Ma abbiamo detto a noi stessi: questo nastro spettrale, che in realtà formiamo all’interno della Terra, è fondamentalmente solo lo spettro circolare teso, e lo spettro completo avrebbe il color pesca qui sopra. Se una forza potente formasse il nastro spettrale in un cerchio, avreste lì il collegamento di quello che appare come l’infinito da sinistra e l’infinito da destra. E questo collegamento, potete immaginarvi, non lo si può semplicemente ottenere con un cerchio. Poiché procedendo attraverso il calore, state uscendo e andando lì (in avanti); e procedendo attraverso gli effetti chimici, andate d’altro canto (indietro). Siete quindi ora in grado di: in primo luogo di andare apparentemente all’infinito, e in secondo luogo di andare apparentemente all’infinito. Non avete solo il compito sgradevole, come con una linea retta di andare lì (da sinistra a destra) e cercare il punto infinitamente lontano e da un’altra parte tornare indietro, se questo punto infinitamente lontano (destra) è lo stesso dell’altro (sinistra) — almeno siete in un piano. Ma ora vi smarrite, andate lì (sinistra in avanti) e andate lì (destra indietro) e non potete tornare indietro, a meno che non presuppiate che l’infinito qui e lì vi porti nello stesso punto. Ma mentre andate lì, passeggiate anche lì nell’infinito. Quindi andate in un percorso doppiamente complicato. Allora avreste il color pesca qui solo allora, cioè non semplicemente piegandolo insieme, ma piegandolo ancora nel modo giusto a destra dopo un lato e dopo l’altro.

Immaginate di trattare il nastro di colori con un elettromagnete, allora avreste dovuto girare anche questo elettromagnete. Ma ciò vi porta a dire: ciò che trovereste lì, non potreste designarlo con tutti questi caratteri. Lì dovreste ricorrere a proprio quello di cui è stato attirato l’attenzione ieri nella discussione: il numero sovra-immaginario.

Ora probabilmente vi ricorderete che abbiamo potuto indicare qui che questi numeri sovra-immaginari sono controversi, che non li si può conciliare bene matematicamente, che non li si può scrivere così univocamente. Ci sono matematici che dubitano affatto che si abbia il diritto di parlare di questi numeri sovra-immaginari. Qui la fisica stessa non conduce immediatamente a una formulazione ordinata dei numeri sovra-immaginari, ma la richiesta di questi numeri sovra-immaginari porta a rendersi conto che tali numeri sovra-immaginari sono necessari, se si vuole esprimere in forma di formula quello che in primo luogo accade nel campo del chimico, del luminoso, dell’essere-calorico, e quello che poi accade ancora quando ne usciamo e torniamo su. Chi ha un organo per questo, trova qui qualcosa di straordinariamente peculiare. Trova qualcosa di cui credo che, se lo si pensa adeguatamente, si abbia davvero molto per un’illuminazione appropriata delle apparenze fisiche. Quello che intendo è questo, che si hanno le stesse difficoltà, quando nella ricerca della natura si considera l’inorganico e dai concetti che si formano entro il campo dell’inorganico, si passa al tentativo di comprendere la vita. Non funziona con le rappresentazioni inorganiche. Non funziona. Questo si manifesta da una parte dal fatto che ci sono pensatori che dicono: l’organico terrestre deve essere sorto da una specie di generazione spontanea dall’inorganico. Ma è impossibile collegare a questa visione innanzitutto qualcosa di reale. Altri pensatori, come Preyer o simili, derivano tutto l’inorganico dall’organico, con cui arrivano già più vicini alla verità. Si immaginano la Terra come un corpo originariamente vivente, e ciò che oggi è inorganico, se l’immaginano come una separazione, qualcosa che è morto da organico. Ma oltre un’immagine ordinaria anche questi non vanno. Le stesse difficoltà che si hanno lì, quando si va a concetti puri della natura, le si hanno entro la matematica stessa, quando si vuol tentare, con una formulazione di formula ben ponderata di quello che si può afferrare nel campo del calore, nel campo del luminoso, nel campo del chimico, passare a quello che c’è da qualche parte, dove il nastro di colori si chiuderebbe naturalmente — dobbiamo presupporre che questo nastro di colori si chiuderà da qualche parte: nel campo del Terrestre probabilmente non si chiuderà. Abbiamo la necessità di indicare come la matematica, con le sue stesse considerazioni, sta davanti al problema della vita.

Essa può, con quello che oggi ha a disposizione, dominare quello che giace entro la luce, il calore, il chimico, essa non può dominare quello che abbiamo chiaramente trovato collegato con questo: la chiusura dello spettro, che però non si può esprimere con tali formule come l’altro.

In primo luogo ci aiutiamo usando semplicemente una terminologia. Ma vedete, arriviamo ora a rappresentazioni piuttosto concrete già con questa terminologia. Abbiamo detto: qualcosa di reale giace alla base, quando abbiamo bisogno di formule come questa per w. Parliamo lì di etere di calore; qualcosa di reale giace alla base, quando abbiamo bisogno di usare queste formule (2), in cui quello che è positivo nelle formule (1) deve apparire negativo, e parliamo allora di etere chimico; parliamo di etere di luce, quando abbiamo bisogno di passare all’immaginario nelle nostre formule; e in realtà parliamo di etere vitale, quando abbiamo bisogno di usare formule matematiche che non abbiamo affatto nella realtà, su cui non siamo chiari, su cui siamo allo stesso modo poco chiari nella matematica, come i ricercatori della natura sono poco chiari sulla vita.

Vedete qui un parallelismo molto interessante tra il corso del pensiero entro la matematica e il corso del pensiero entro la ricerca della natura stessa, da cui potete vedere che in primo luogo non può trattarsi di una difficoltà oggettiva, ma deve trattarsi di una difficoltà soggettiva. Poiché indipendentemente dalla ricerca della natura, nel campo della pura matematica sorge lo stesso corso del pensiero, e tuttavia nessuno crederà che potrebbe tenere un discorso ben stilizzato sulla base di tali considerazioni sui limiti della conoscenza interna matematica come Du Bois-Reymond sui limiti della conoscenza della natura. Almeno non con lo stesso tipo di conclusione. Entro il matematico deve essere possibile, se i concetti e le formulazioni non vi sfuggono per la loro complicazione, se li volete afferrare, entro il campo della pura matematica deve essere possibile arrivare a formulazioni conclusive. La difficoltà menzionata può essere solo qualcosa che è collegato alle nostre imperfezioni relative, non si può pensare che si tratti di veri limiti della conoscenza umana.

È molto importante considerare seriamente una cosa di questo genere. Poiché mostra in primo luogo che la semplice applicazione della matematica non funziona, finché vogliamo afferrare la realtà nel fisico. Poiché non possiamo semplicemente, come fanno gli energetisti, dire: una quantità di calore si trasforma in una quantità di energia chimica e viceversa. Non possiamo dire questo, ma allora, quando succede una cosa simile, risulta la necessità di introdurre altri valori numerici. Allora risulta la necessità di non vedere il punto principale nel fatto che meccanicamente un tipo di energia eccita l’altro, ma di avere a che fare con una vera trasformazione qualitativa, che si può già afferrare nel numero, se un’energia, come si dice, passa nell’altra.

Se si fosse diventati attenti a questa trasformazione qualitativa, da mantenersi già nei numeri stessi, di un tipo di energia nell’altro, allora non si sarebbe avanzati alla rappresentazione che dice: bene, così alla rinfusa il calore è appunto ciò che percepiamo come calore, il lavoro meccanico è ciò che percepiamo come tale, l’energia chimica è ciò che si mostra nei processi chimici; interiormente è tutto uguale. Il movimento meccanico si svolge. Il calore non è niente di diverso. — Su questo urto, questo spingere delle molecole o degli atomi l’uno contro l’altro, contro la parete e così via, su questo sforzo verso un’unità astratta per tutte le energie, che è proprio un movimento meccanico, non si sarebbe arrivati, se si fosse visto che, già quando si impostano calcoli, si ha bisogno di considerare le differenze qualitative delle energie. È per questo interessante che Eduard von Hartmann, quando considerava filosoficamente la teoria del calore, aveva bisogno di trovare definizioni per la fisica che prescindessero da tutto il qualitativo. Allora naturalmente si può trovare nella fisica solo una matematica univoca. Ed eccetto i casi in cui qualcosa risulta negativo dalle relazioni puramente matematiche, ai fisici non piace contare nella fisica stessa con tali differenze delle qualità numeriche. Contano con positivo e negativo, ma queste sono cose che risultano solo dalle relazioni matematiche. Giammai nella teoria energetica ordinaria si troverebbe giustificato, per il fatto che un’energia è calore, un’altra energia chimica, designare l’una con segno positivo e l’altra con segno negativo.

13°Allume, tintura di iodio, esculina. L'entropia

Stoccarda, 13 Marzo 1920

Quello che ho già inteso ieri, può inizialmente essere eseguito, perché ci porterà comunque a una conclusione provvisoria di queste nostre considerazioni. Cercherò allora ancora domani di portare a termine la serie di considerazioni intera che abbiamo iniziato qui durante la mia permanenza attuale.

Ora ci convinceremo che in verità in un modo molto significativo entro quello che designiamo come spettro ordinario del sole o spettro luminoso, si intrecciano effetti di calore, effetti di luce ed effetti chimici. E ieri abbiamo già visto che in una certa relazione devono intrecciarsi con questi effetti anche gli effetti vitali, solo che non abbiamo alcuna possibilità di portare gli effetti vitali nel nostro campo sperimentale nel medesimo modo in cui portiamo gli effetti chimici, gli effetti luminosi e gli effetti di calore. Poiché non c’è innanzitutto un semplice apparato sperimentale che potrebbe mostrare la vera efficacia dello spettro di dodici parti. Questo sarà riservato proprio a quell’istituto di ricerca che si inserirà nel cerchio delle nostre imprese, affinché, per così dire, non solo certe ricerche siano completate, ma anche arrotondate.

Voglio attirare la vostra attenzione su ancora un’altra cosa: se noi stessi, con l’ipotetica inclusione degli effetti vitali, seguiamo l’intreccio di effetti vitali, effetti di calore, effetti luminosi ed effetti chimici entro i nostri — almeno pensati — apparati sperimentali, ci manca un’area importante, che in qualche modo si impone più fisicamente del campo degli effetti nominati, ci mancano gli effetti acustici, questi effetti acustici che ci si presentano dapprima in modo eccellente attraverso l’aria in movimento, cioè attraverso un corpo in movimento gassoso o aeriforme. E là sorge la domanda importante, fondamentale: come arriviamo da un lato, poiché sono pur indicate nello spettro di calore, luce e chimico, agli effetti vitali, e come arriviamo d’altro canto agli effetti acustici? Questa è la domanda che semplicemente ci si presenta di nuovo attraverso una rassegna delle apparenze e su cui possiamo istruirci solo nel senso di una concezione fisica goethiana, come abbiamo fatto finora, e su cui non dobbiamo teorizzare ipoteticamente.

Ora vogliamo innanzitutto mostrare: se nel corso del cilindro di luce, che facciamo passare attraverso un prisma per far sorgere così lo spettro, inseriamo una soluzione di allume, allora togliamo dall’effetto gli effetti di calore. Lasciamo innanzitutto il termometro salire a causa dell’effetto di calore che è nel corpo spettrale. Se ora mettiamo l’allume nel corso del corpo spettrale, allora, poiché l’allume toglie l’effetto di calore, dobbiamo poter osservare una caduta nuovamente della colonna del termometro. (Il termometro, che prima era salito molto velocemente, sale considerevolmente più lentamente.) La prova è ora già fornita dal fatto che il termometro sale più lentamente. Quindi, la soluzione di allume elimina l’effetto di calore nello spettro. Possiamo considerare la prova come fornita.

L’esperimento è stato fatto anche innumerevoli volte ed è ben conosciuto. La seconda cosa che ora faremo è quella di inserire nel corso del cono di luce una soluzione di iodio in solfuro di carbonio. Vedrete che con questo la parte intermedia dello spettro è completamente estinta. L’altra parte è sostanzialmente indebolita. Ora sapete dalle considerazioni che abbiamo fatto nel corso precedente che la parte intermedia rappresenta essenzialmente gli effetti di luce. Quindi attraverso la soluzione di iodio in solfuro di carbonio la luce è fermata proprio come attraverso la soluzione di allume il calore è fermato. Ora il termometro sale di nuovo velocemente, perché l’effetto di calore è di nuovo presente.

La terza cosa che vogliamo fare è questa: nel corso del cilindro di luce inseriamo una soluzione di esculeina. Ha la particolarità che estingue gli effetti chimici, così che nella azione dello spettro mancano gli effetti chimici.

Possiamo quindi trattare lo spettro cosicché togliamo attraverso la soluzione di allume il calore, la parte del calore; attraverso la soluzione di iodio in solfuro di carbonio la parte della luce; attraverso la soluzione di esculeina la parte chimica.

Negli effetti chimici lo constateremo per il fatto che, quando abbiamo la parte chimica lì, entrerà la fosforescenza del corpo fosforescente. Vedete, abbiamo avuto il corpo fosforescente nel cono di luce. Se oscurate ancora con la mano, vedrete che fosforisce. Ora deve essere de-fosforescente per il calore. Ora vogliamo reinserirlo nello spettro, ma nel corso del cilindro di luce inseriamo la soluzione di esculeina. L’effetto è molto fine. Non si vede alcuna fosforescenza.

Poniamoci ora davanti agli occhi il fatto che innanzitutto abbiamo il campo del calore, il campo della luce, il campo degli effetti chimici. Da tutte le considerazioni che abbiamo fatto, potete almeno con una certa sicurezza parziale concludere che tra questi campi deve sussistere una relazione simile, un rapporto simile, come tra quello che nei giorni scorsi ho designato come campo x, campo y, campo z. Ma proprio verso questo vogliamo dirigerci, per poter gradualmente identificare queste due serie di campi.

Vogliamo soprattutto considerare il seguente: È chiaro per noi che se abbiamo il campo del calore qui e i nostri campi x-, y-, z qui, allora abbiamo il campo dei gas, il campo dei liquidi, il campo dei corpi solidi, e qui il nostro campo U, di cui abbiamo parlato. Ora dovete solo, rimanendo puramente nel campo delle apparenze, raffigurarvi il fatto che abbiamo potuto osservare una certa relazione di scambio piuttosto debole tra gli effetti di calore e quello che avviene in qualche massa gassosa. Abbiamo potuto osservare che in una certa relazione il gas partecipa nella sua formazione materiale a quello che fa il calore. Possiamo trovare direttamente nell’espressione materiale di quello che fa il gas, proprio quello che il calore fa. Se ci raffiguriamo con un pensiero sufficientemente reale quello che accade nel rapporto di scambio tra il calore e il gas, così che abbiamo davvero un pensiero intuitivo per questo andare insieme degli effetti di calore e degli effetti materiali della regione del gas, allora troveremo anche nella visione la differenza tra il campo di x e il campo del gas. Abbiamo solo bisogno di ricordare quello che vediamo innumerevoli volte nella vita: che quello che designiamo come luce non si comporta verso il gas nello stesso modo in cui il calore. Il gas non partecipa a quello che fa la luce. Quando la luce si diffonde, il gas non segue e non assume una maggiore pressione e così via.

Quindi, se la luce vive nel gas, allora è una relazione diversa da quando il calore vive nel gas. E come abbiamo potuto dire nelle considerazioni passate: il liquido è tra il gas e il solido, il calore è tra il campo x e il campo del gas; e similmente: il campo solido fornisce le immagini del campo liquido, il campo liquido fornisce le immagini del campo del gas, il campo del gas fornisce le immagini del campo del calore, così possiamo ora dire: il nostro x può essere rappresentato nel calore, il calore a sua volta sarà rappresentato nel campo del gas. Abbiamo quindi nel campo del gas immagini di immagini del campo x. Considerato il fatto che queste immagini di immagini sono veramente presenti nel passaggio della luce attraverso l’aria. Nel modo in cui l’aria con le sue diverse apparenze si comporta verso la luce, si ha a che fare non con un’immagine diretta, ma davvero con un comportamento autonomo della luce nell’aria, nel gas, con un comportamento così autonomo che possiamo davvero confrontarlo con quanto segue: vogliamo dipingere un paesaggio su un quadro, appendiamo il quadro in camera e poi fotografiamo la camera. Se ora fotografo la camera, allora, cambiando qualcosa in camera, cambierò l’intera configurazione della camera in qualcos’altro. Se fossi abituato, in queste conferenze, a sedermi sempre su questa sedia, e durante la conferenza qualcuno di malvolontà mi togliesse questa sedia, senza che me ne accorgessi, allora farei quello che a volte succede nella vita: mi siederei sul pavimento. La relazione delle cose l’una con l’altra in camera subisce un vero cambiamento per il fatto che cambio qualcosa in camera. Se sposto il quadro da un luogo a un altro, i rapporti tra le figure dipinte nel quadro non cambiano l’una rispetto all’altra. Quello che figura come rapporto nel quadro è indipendente dai cambiamenti che accadono in camera. Così i miei esperimenti con la luce saranno indipendenti in uno spazio riempito di aria. I miei esperimenti di calore non saranno indipendenti nello spazio, di questo potete veramente convincervi, poiché è stato appena attirato l’attenzione al fatto che tutta la camera si è riscaldata. Ma i miei esperimenti di luce posso presentarli nella loro propria essenza, posso separarli da questo, così che in verità, proprio quando sperimento nel campo della luce nella camera piena di aria, ottengo gli stessi rapporti che quando sperimento con la luce.

Posso identificare x con la luce. E se continuo il corso del pensiero, identificherò y con gli effetti chimici. La z dovremo identificare con gli effetti vitali. Ma allora ci sono, come vedete, relazioni di una certa indipendenza tra il campo della luce e il campo del gas. Questa stessa relazione si trova, se continuate il corso del pensiero — potete farlo voi stessi, ci porterebbe troppo lontano oggi — , se cercate gli effetti chimici nel liquido. Abbiamo davvero bisogno, per provocare effetti chimici, sempre di soluzioni. Lì gli effetti chimici si comportano proprio come la luce nell’aria. Dovremmo identificare la z col solido, cioè, se designo questa area con z, questa con y, questa con x, ho lì il calore come stato intermedio e designo il campo dei gas con x3, il campo dei liquidi con y3, il campo solido con z3, allora ho ora davanti agli occhi:

z come vita y come effetti chimici x come luce

calore

x3 come gas y3 come liquido z3 come solido

Così ho now:

x in x3 come luce in gas, y in y3 come effetti chimici in liquidi, z in z3 ora innanzitutto come effetti z nei corpi solidi.

Otteniamo così incastri, che però non sono nient’altro che l’espressione rappresentata per cose che sono molto reali nella vita:

x in x3 è semplicemente il gas riempito di luce, y in y3 è il liquido in cui avvengono processi chimici, z in z3:

Dopo la considerazione di ieri, difficilmente potrete dubitare ancora che proprio come ascendendo dal calore troviamo la luce, ascendendo dalla luce troviamo gli effetti chimici, così dagli effetti chimici dobbiamo arrivare agli effetti vitali. Abbiamo certo parlato almeno preliminarmente di questo ieri. Così possiamo dire:

z in z3 effetti vitali nei corpi solidi.

Gli effetti vitali nei corpi solidi però non ci sono. Sappiamo che per la vita terrestre è necessario almeno un certo grado di liquido. Gli effetti vitali nel meramente solido non sono presenti nella vita terrestre. Ma questa vita terrestre ci costringe, in una certa misura, ad assumere che una cosa di questo genere non rimane fuori dal regno di qualsiasi realtà, poiché il pensiero risulta da questo contemporaneamente, che noi formiamo la y in y3, la x in x3.

Troviamo corpi solidi, troviamo corpi liquidi, troviamo gas. Troviamo corpi solidi senza gli effetti vitali. Gli effetti vitali li troviamo nella sfera terrestre solo sviluppandosi accanto ai corpi solidi ed entrando in una relazione con i corpi solidi e così via. Ma nell’ambito terrestre non troviamo un collegamento immediato diretto degli effetti vitali con quello che nel campo terrestre chiamiamo solido. Lì siamo proprio guidati da questo ultimo membro z in z3, vita nel solido, in una certa misura a quello che deve essere il caso in y in y3, x in x3: se ho un corpo liquido sulla Terra, allora questo, benché indebolito, deve stare agli effetti chimici nello stesso rapporto in cui il corpo solido sta alla vita. E se ho gas nel campo terrestre, allora deve stare nello stesso rapporto alla luce, come il corpo solido sta alla vita. Lì sono guidato a riconoscere che il solido, il liquido, il gassoso nel campo terrestre in una certa misura mi rappresentano qualcosa di morto.

Non si può rendere questo pensiero così palese come piacerebbe oggi nella richiesta del cosiddetto intuibile. Dovete già collaborare interiormente voi stessi, se volete comprendere queste considerazioni come considerazioni appropriate alla realtà.

Lì, se continuate questo corso di pensiero, troverete che una parentela esiste tra il solido e il vivente, tra il liquido e il chimico, tra il gassoso e la luce, che il calore in una certa misura sta per sé, ma che questa relazione nel campo del Terrestre non si esprime immediatamente. Poiché questa relazione, che può entrare nel Terrestre, indica una relazione che c’era una volta, che non c’è più. Siamo spinti attraverso le relazioni interne nelle cose nella concezione del tempo. Se guardate un cadavere, siete spinti nella concezione del tempo. Il cadavere è lì. Dovete considerare tutto ciò che rende possibile che il cadavere sia lì, che appaia come appare, dovete considerare lo spirituale-animico, poiché il cadavere non ha alcuna possibilità di sussistere in sé. Non sorgerebbe mai un corpo di forma umana, senza che lo spirituale-animico fosse lì. Quindi quello che il cadavere vi offre, vi costringe a dire: è stato abbandonato da qualcosa. Non è nient’altro che quando dite: il terrestre-solido è stato abbandonato dalla vita, il terrestre-liquido dagli effetti chimici emananti, il terrestre-gassoso dagli effetti di luce emananti. — E come dal cadavere guardiamo indietro alla vita, dove il cadavere era unito allo spirituale-animico, così guardiamo dai corpi solidi della Terra indietro, ricondotti questi corpi solidi a stati precedenti di tipo fisico, dove il solido era unito alla vita, dove l’intera Terra non era un solido nel nostro stato attuale, nemmeno come il cadavere cinque giorni fa non era un cadavere, dove il solido non era ovunque nel Terrestre, dove il solido potrebbe presentarsi solo legato alla vita; dove il liquido potrebbe presentarsi solo legato agli effetti chimici; dove il gassoso potrebbe presentarsi solo legato agli effetti di luce. Dove, in altre parole, non c’era gas che non brillasse interiormente, che non luccicasse interiormente, che simultaneamente attraverso le sue condensazioni e rarefazioni non brillasse interiormente, non si oscurasse, non fosforescesse ondulatoriamente; dove non era il liquido, ma un’azione chimica vivente e continua; dove alla base di tutto questo c’era la vita, che si solidificava, come la vita si solidifica per esempio nella formazione di corna del bestiame, dove si rarefaceva di nuovo, si liquefaceva e così via — in breve, siamo spinti qui dalla fisica stessa fuori dalla nostra epoca in un’epoca precedente, dove la Terra ha avuto altre aree di questo tipo, dove quello che ora è strappato a parte: il campo del gassoso, del liquido e del solido da una parte e il campo della luce, gli effetti chimici, la vita dall’altra parte, era l’uno nell’altro, solo non direttamente uno nell’altro spinto, ma ripiegato. E il calore è nel mezzo. Non partecipa apparentemente a questo stare insieme di qualcosa di più materiale, qualcosa di più eterico. Ma poiché è nel mezzo, ne risulta con una naturalezza che non potrebbe essere più grande, che partecipa a entrambe le nature. Se designiamo le aree superiori come le aree eteriche, le inferiori come le aree ponderabili, allora è ovvio che concepiamo il calore come quello che ora sussiste già nella sua essenza come uno stato di equilibrio tra entrambi, e abbiamo nel calore trovato ciò che è lo stato di equilibrio tra l’eterico e il ponderale-materiale, ciò che quindi è etere ed è allo stesso tempo materia, che per questo motivo, poiché è un dualistico, punta da subito a quello che troviamo dappertutto nel calore: le differenze di livello, senza che non possiamo affatto fare nulla nel campo delle apparenze di calore, non possiamo assolutamente considerare nulla.

Se accogliete questo corso di pensiero, sarete guidati a qualcosa di molto più essenziale e importante che il cosiddetto secondo principio della teoria meccanica del calore: un perpetuum mobile del secondo tipo è impossibile — potrebbe mai darvi.

Poiché estrae davvero un’area di apparenze che è collegata con altre apparenze e che nella sua particolarità è modificata completamente naturalmente da queste altre apparenze.

Se siete chiari che il campo del gas e il campo della luce erano una volta uno, che il campo dei liquidi e gli effetti chimici erano una volta uno e così via, allora dovrete pensare i due opposti polari del campo del calore: il campo eterico e il campo ponderabile materiale, anche in un’unità originaria. Cioè: dovrete pensare il calore in modo completamente diverso in epoche precedenti da come dovete pensarlo ora. Ma allora arrivate a quello che dovete dirvi: quello che oggi designiamo come apparenze fisiche, che è solo l’espressione delle entità fisiche, delle essenze fisiche che sono lì, ha solo un significato limitato nel tempo. La fisica non è eterna. Non ha più validità per tipi completamente diversi di realtà. Poiché naturalmente una realtà in cui il gas è direttamente luminoso interiormente è una realtà completamente diversa da quella dove il gas e la luce sono relativamente indipendenti l’uno dall’altro.

Arriviamo così a guardare indietro al tempo quando c’era una fisica diversa e a guardare avanti a un futuro quando ci sarà una fisica diversa. E la nostra fisica può essere solo quella che ci riproduce l’apparenza attuale, quello che è nel nostro immediato intorno. Questo deve essere ottenuto dalla fisica stessa, così da non commettere ciò che è paradossale, sì, non solo paradossale, ma insensato, di studiare le apparenze fisiche della nostra area terrestre, fare ipotesi su di esse, e poi applicare queste ipotesi al mondo intero. Applichiamo le nostre ipotesi terrestri al mondo intero e dimentichiamo che quello che conosciamo di fisico è appunto limitato nel tempo all’area terrestre. E che è limitato spazialmente, l’abbiamo già visto. Poiché nel momento in cui usciamo dalla sfera dove la gravità cessa e tutto scorre verso l’esterno, in quel momento cessa la nostra intera immagine fisica del mondo.

Dobbiamo quindi dire: la nostra Terra non è limitata solo spazialmente, ma come qualità fisica spazialmente limitata, ed è assurdo immaginare che al di là della sfera nulla c’è qualcosa che deve trovarsi da qualche parte a cui devono applicarsi le stesse leggi fisiche. Allo stesso modo non c’è possibilità di pensare le stesse leggi fisiche applicabili in un certo periodo precedente e dopo un certo periodo di sviluppo. Questo è il delirio della teoria di Kant-Laplace, che si creda di poter applicare in modo arbitrario indietro quello che è stato astratto dalle apparenze fisiche attuali della Terra. Ma è anche il delirio della moderna astrofisica attuale, che si creda che quello che è stato astratto dalle azioni fisiche terrestri, si possa ora applicare per esempio alla costituzione del sole, che si possa parlare del sole sulla base delle leggi fisiche della Terra.

Ma un’importanza straordinaria si offre a noi, quando teniamo insieme la rassegna delle apparenze che abbiamo acquisito con quello che altrimenti si è rivelato a noi, quando cioè portiamo insieme una serie di apparenze con un’altra. Abbiamo certo attirato l’attenzione su questo fatto, che i fisici sono giunti alla visione che Eduard von Hartmann ha fissato con una bella espressione — il secondo principio della teoria meccanica del calore, cioè, che sempre, quando si trasforma il calore in lavoro meccanico, rimane calore, quindi finalmente tutto deve passare in calore e la morte termica deve entrare — , questa visione, che Eduard von Hartmann designa dicendo: «Il processo mondiale ha la tendenza a consumarsi». Ebbene, ammettiamo che tale consumazione del processo mondiale abbia luogo in questa direzione, cosa vediamo allora comparire? Vediamo, quando compiamo esperimenti che dovrebbero appunto illustrare il secondo principio della teoria meccanica del calore, calore comparire. Vediamo gli effetti meccanici scomparire e vedete calore comparire. Quello che vediamo così apparire, sperimenta il suo corso ulteriore. Potremmo parimenti, se creassimo luce dal calore, dimostrare che tutto quello che come calore corrisponde alla luce, non potrebbe corrispondere a essa diversamente che il calore corrisponde al processo meccanico nel senso del secondo principio della teoria meccanica del calore, solo al contrario. E così di nuovo il rapporto tra le apparenze di luce e le apparenze chimiche.

Ma questo ci ha portato a dire che dobbiamo rappresentare l’intero spettro mondiale cosicché si concluda nel cerchio. Quindi, se fosse davvero vero, che è solo il riassunto di una certa serie di apparenze, che l’entropia del nostro universo si avvicina a un massimo, che il processo mondiale si consuma, allora sarebbe provveduto che sempre uno ne segue. Lì si consuma da una parte, da un’altra parte ne arriva, poiché dobbiamo rappresentarlo come cerchio. Quindi se davvero la morte termica dovesse entrare da una parte, allora dall’altra parte arriverebbe quello che la compenserebbe, che di nuovo di fronte alla morte mondiale è creazione mondiale. Questo consegue dall’osservazione sobria delle apparenze stesse.

Questo giustifica anche nel procedere della fisica già da considerazioni che non considerano il processo mondiale come consideriamo ordinariamente lo spettro del sole, per il fatto che lo proseguiamo da una parte, nel passato, nell’infinito, come seguiamo il rosso nell’infinito, proseguendolo dall’altra parte nel futuro, come seguiamo il blu nell’infinito, ma dobbiamo simboleggiare il processo mondiale attraverso un cerchio. Solo allora ci avviciniamo al processo mondiale, se lo facciamo.

Ora però, se ci raffiguriamo il processo mondiale attraverso un cerchio, allora abbiamo dentro quello che giace appunto nei nostri campi. Ma in questi campi non abbiamo avuto alcuna occasione per avere effetti acustici dentro. Questi non giacciono sul piano. Lì abbiamo qualcos’altro di nuovo. Di questo vogliamo parlare ulteriormente domani. ### Quattordicesima conferenza

14°Lo spettro mostra puri gli effetti. Pensiero conforme alla realtà

Stoccarda, 14 Marzo 1920

Potrò solo concludere provvisoriamente queste meditazioni con alcuni cenni. È naturale che quello che è stato tentato nel corso precedente e in questo corso possa veramente emergere pienamente solo quando saremo in grado di continuare le meditazioni. Avrò ancora a fare alcune osservazioni alla fine di questa ora. Ma prima di tutto, dalla somma di tutto ciò che abbiamo passato davanti alla nostra visione — riguardo ai fenomeni di calore e a cose affini, dall’insieme delle rappresentazioni che potete acquisire per questa via — oggi voglio attirare la vostra attenzione su alcuni punti. In primo luogo è questo:

Se ci ripresentiamo alla mente una volta di più, abbiamo distinto regioni di realtà nel fisico: la regione solida, che abbiamo chiamato z, la regione liquida, che abbiamo chiamato y’, la regione gassosa o aeriforme, che abbiamo chiamato x’. Poi abbiamo avuto tra queste la regione del calore, la regione luminosa come x, gli effetti chimici come y, le azioni vitali come z.

Ora abbiamo dovuto mettere sotto gli occhi relazioni molto determinate che esistono attraverso la regione termica, da x a x’, da y a y’. Abbiamo cercato di rappresentarci il fatto che mostra come gli effetti chimici possono realizzarsi preferibilmente nell’elemento liquido. Chi tenti di comprendere i processi chimici, troverà che: ovunque si verifichino processi chimici tutto ciò che emerge da combinazioni chimiche e da scissioni chimiche, da decomposizioni chimiche è legato all’elemento liquido. Il liquido deve esercitare la sua azione particolare nell’elemento solido o gassoso perché là si verifichino effetti chimici. E così possiamo considerare un’azione reciproca degli effetti chimici e del liquido, con una relativa separazione di questi due ambiti — un compenetrarsi e nel compenetrarsi un legarsi — quando parliamo in generale della nostra chimica terrestre. La nostra chimica terrestre rappresenterebbe quindi un vivificare dell’elemento liquido attraverso gli effetti chimici.

Ma ora vi potete facilmente rappresentare che, quando guardiamo a queste regioni di realtà, non possiamo assolutamente pensare che solo attraverso il calore e il gassoso una regione agisca sull’altra; ma anche gli altri ambiti agiranno gli uni sugli altri. Gli altri ambiti produrranno anche certi effetti nuovamente in questo o quel campo di realtà. Così che possiamo anche dire: Se da una parte, come da una specie di affinità intima, gli effetti chimici agiscono particolarmente nel mezzo liquido, tuttavia dobbiamo rappresentarci anche un modo di agire che dagli effetti chimici vada, per esempio, all’x’, cioè un’azione diretta degli effetti chimici nel gassoso, nell’aeriforme.

Dovete, quando ora dico «effetti chimici», non pensare affatto ai processi chimici. Piuttosto, quando dico «effetti chimici», dovete pensare a ciò che, come elemento interiore, spiritualizzato, ci si presenta chiaramente nella parte blu-violetta dello spettro, dove gli effetti chimici si mostrano in una certa autonomia rispetto all’esistenza materiale; mentre quando parliamo di processi chimici, propriamente stiamo già parlando del compenetrarsi del materiale attraverso gli effetti chimici. Di questi dobbiamo rappresentarci qualcosa che inizialmente non ha nulla a che fare con la nostra materia ponderabile, ma la compenetra — precisamente attraverso quell’affinità intima di cui vi ho illustrato il carattere ieri — compenetra l’elemento liquido. Ma quando ci poniamo la domanda: Quando questi effetti chimici scelgono l’elemento più prossimo, l’aeriforme, per la loro azione, cosa emerge allora? Allora deve — rimaniamo sempre nell’intuitivo — emergere qualcosa nell’aeriforme che in una certa relazione possa essere rappresentato facendo paragone con quello che esiste nel liquido. Nel liquido l’essenza degli effetti chimici afferra la materia, mescola la materia in modo che queste materie stesse entrano in interazioni reciproche. Quando ci rappresentiamo l’elemento liquido, dobbiamo pensare che le materie là dentro entrano esse stesse in interazione reciproca nei processi chimici. Ma se presupponiamo che non giunga fino al punto che gli effetti chimici afferrino le materie stesse, ma presupponiamo che le elaborino solo dall’esterno, rimangono alla materia estranei in modo più marcato di quanto possano esserlo nel mezzo liquido, allora subentra qualcosa che deve mostrarsi come un accompagnamento più pronunciato degli effetti chimici nel corpo aeriforme che nella fluidità. Allora deve verificarsi una certa autonomia dell’immateria rispetto al portatore materiale. Nei processi chimici, l’immateria afferra la materia fortemente. Qui siamo indirizzati verso ambiti dove tale afferrare forte non sussiste, piuttosto dove l’immateria non rimane dentro la materia: è il caso dell’acustico, delle azioni sonore. Mentre nelle azioni chimico-materiali abbiamo un completo immergimento dell’immateria nella materia, abbiamo nel suono una conservazione, un mantenersi dell’immateria nella materia gassosa, nella materia aeriforme. Ma questo ci conduce ora a qualcosa di diverso. Ci conduce al fatto che dobbiamo dirci: Deve pur esserci un motivo per cui nel liquido l’immateria afferra direttamente la materia, mentre quando appaiono azioni sonore nell’aeriforme, l’immateria può afferrare meno la materia.

Se consideriamo effetti chimici e abbiamo un senso per l’intuitivo fisicamente interiore, allora naturalmente avvertiremo che appartiene semplicemente all’essenza del materiale che gli effetti chimici si verifichino proprio come si verificano — cioè l’immateria è qui come qualcosa di cui il materiale è contrassegnato. Questo non è possibile diversamente che perché in questo caso, quando abbiamo a che fare con materia terrestre, il coglimento dell’immateria avviene tramite la Terra stessa. Attraverso le forze della Terra l’effetto chimico è colto e lavora dentro la materia liquida. Vedete la forza di conformazione diffusa su tutta la sfera terrestre e operante, in quanto questa forza di conformazione si impadronisce dell’effetto chimico che incalza.

Se comprendiamo bene che qui è la forza della Terra, allora, se vogliamo cogliere correttamente il tessere del suono nell’aria, dobbiamo presupporre la forza inversa. Cioè: dobbiamo pensare il suono come efficace tramite la tendenza — dalle forze della Terra verso tutte le direzioni dello spazio cosmico — che esce da tutte le parti, che supera le forze della Terra, che quindi porta l’immateria lontano dalla Terra. È questa l’eccezionalità della sfera sonora. È l’eccezionalità della fisica dei suoni, dell’acustica, che da un lato siamo capaci di studiare fisicamente i processi materiali, e d’altro lato in fondo non abbiamo bisogno di tener conto di alcuna considerazione per questa acustica quando viviamo il mondo dei suoni con i nostri sentimenti. Cosa c’entra infine, come esseri sententi, l’acustica con noi quando percepiamo i suoni? Questa acustica è bella perché ci rivela straordinarie regolarità e leggi interne, ma ciò che si vive come esperienza soggettiva nel mondo dei suoni è lontano, molto lontano da quello che si svolge come fisica dell’acustica nel materiale. E questo è perché l’elemento sonoro conserva la sua autonomia per il fatto che, in fondo, dalla sua origine si mostra determinato da noi dalla periferia dell’universo, esattamente come i processi chimici nella materia liquida si mostrano a noi come determinati dal centro della nostra Terra.

Ora, una connessione che avremmo potuto menzionare ieri altrettanto bene nel corso della relazione del Signor Dott. Kolisko, si mostra però solo quando ascendiamo a una considerazione universale: che cioè possiamo rappresentarci l’ordinamento degli elementi nel sistema periodico sotto l’immagine dell’ottava. Qui si mostra un’analogia tra la regolarità interiore dei suoni e tutta la struttura della materia, come essa si prepara a sviluppare processi chimici. Per questo è giustificato il fatto che concepiamo tutto il connettersi e lo sciogliersi dell’esistenza materiale come immagine esteriore di una musica interna dell’universo, e che questa musica interna dell’universo si rivela a noi solo in un caso particolare nella musica terrestre. Questa musica terrestre non deve essere in alcun modo vista come se dicessimo: Ciò che è suono in noi, è aria oscillante fuori. Questo deve essere considerato come esattamente insensato, come si sentirebbe insensato se si dicesse: Quello che sei fuori come corpo, quello sei da dentro visto come anima, solo per te. — Ora ci manca il soggetto. Così questa mancanza del soggetto è presente anche quando vogliamo considerare il suono nelle sue regolarità interne come lo stesso, come identico alle rarefazioni e alle condensazioni dell’aria che esternamente nel mezzo aeriforme sono i suoi portatori. Ora, se vi rappresentate questo correttamente, vedrete: Abbiamo a che fare con una certa relazione di y a y’ nei processi chimici, e abbiamo a che fare con una certa relazione di y a x’ nelle azioni sonore.

Vi ho indicato che quando rimaniamo all’interno di uno o dell’altro ambito, siamo sempre condotti a differenze di livello in quello che percepiamo nel mondo esteriore. Ora provate a sentire il simile alle differenze di livello in quello che qui ci si presenta, provate semplicemente a sentire il simile — diciamo a una differenza di livello, come semplicemente compare nella gravità, dove l’acqua precipita, dove anche la forza motrice di una ruota si basa su differenze di livello. Provate a rendervi conto che differenza di temperatura, differenza di calore, differenza di tono, l’equalizzazione dell’elettricità si basa su differenze di livello. Dunque su differenze di livello. Arriviamo sempre a differenze di livello quando seguiamo gli effetti. Ma che cosa abbiamo? Abbiamo un’affinità interiore tra quello che percepiamo nello spettro e il materiale nella fluidità. E ciò che si presenta per noi nel momento in cui osserviamo un processo chimico non è nient’altro che la differenza dell’esistenza tra gli effetti chimici e le forze che sono nel liquido. È una differenza di livello y—y’. E allora c’è una differenza di livello minore y—x’, che ci si presenta nei fenomeni sonori. Così che possiamo dire: Per quanto riguarda i campi di realtà, un processo chimico può esserci una differenza di livello tra gli effetti chimici e le forze della liquidità. E l’apparire del suono e dell’accordo nell’aria deve esserci la differenza di livello tra quello che negli effetti chimici agisce conformandosi, attraverso il mondo lanciandosi, ma da fuori dalla periferia, e il materiale del gas, del corpo aeriforme.

Anche quello che attraverso questi stessi campi di realtà si esprime, si esprime per il fatto che si formano differenze di livello. Sia che rimaniamo in un elemento, nel calore o nel gas o nell’acqua: le cose si basano su differenze di livello. Ma il fatto che percepiamo affatto differenze tra questi ambiti si basa sulle differenze di livello dei loro effetti stessi.

Se prendete tutto questo insieme, giungerete al seguente: Se andiamo fino alla fluidità e alla sua superficie relativa, dobbiamo dire: Abbiamo per i corpi solidi a che fare con forze terrestri. In che misura le forze di conformazione — le energie figurative potremmo dire se applicassimo il termine della fisica attuale — devono essere affini alla gravità, vi è già emerso dalle meditazioni passate. Ma se passiamo da lì alle forze che si esprimono come gravità, a quello che nella vita ordinaria a causa della grandezza della Terra si caratterizza come livello, troviamo una sfera. Naturalmente, quello che sono i diversi piani di livello dell’acqua, insieme formano una sfera. Ora vedrete che quando si avanza verso l’esterno, dal centro della Terra verso queste sfere, è così che dobbiamo dirci: Per le condizioni terrestri, quando agiscono forze nel campo del solido, abbiamo a che fare con forze di contenimento; quando agiscono forze nel liquido, abbiamo a che fare con forze che propriamente possono essere raggiunte nella loro configurazione, per esempio tracciando la tangente qui, o ponendo il piano tangenziale. Ma se avanziamo ancora oltre, se penetriamo al di là dell’ambito delle sfere, dobbiamo tuttavia dire: Al di sotto di queste sfere abbiamo a che fare con forze di conformazione per i nostri corpi solidi, con forze di conformazione che sulla Terra stessa ancora concludono gli spazi corporei. Qui (la sfera tratteggiata) abbiamo a che fare con una singola forma — molte forme si uniscono per così dire, si compenetrano in un’unica forma, che è quella dell’elemento liquido della Terra. Ma quando ora usciamo da qui (al di fuori della sfera) — come dobbiamo formarci una rappresentazione, poiché abbiamo avanzato verso l’esterno da quello che si configura singolarmente, che quindi agisce nell’interno in modo che il corpo solido si chiuda, che il tutto sia una forma — come dobbiamo rappresentarci la cosa quando usciamo da qui? Dobbiamo rappresentarcela così: abbiamo l’esatto opposto. Se qui abbiamo il corpo solido, riempito di materia, allora qui dobbiamo pensare lo spazio riempito con materia negativa. Qui abbiamo un riempimento di spazio, qui uno svuotamento di spazio.

Deve diventare una rappresentazione per gli uomini, che uno svuotamento di spazio sia possibile. E perché veramente quello che accade sulla Terra — lo voglio dire oggi solo così, più tardi ci occuperà ancora più dettagliatamente — assolutamente non si mostra influenzato da una sola parte, altrimenti i processi sulla Terra sarebbero completamente diversi, la Terra si mostra influenzata da tutti i lati in modo differenziato. Sarebbe per esempio impossibile che sorgessero differenze nei continenti e nella distribuzione dell’acqua tra il Polo Nord e il Polo Sud, se nello spazio circostante fosse solo una cavità da qualche parte. Devono operare da diverse parti questi vuoti di spazio. Se li cerchiamo, li troviamo in quello che nei vecchi sistemi cosmici si chiamavano i pianeti, tra i quali si contava ancora il Sole stesso.

Siamo dunque spinti oltre l’ambito della Terra nel dominio del cosmo, e dobbiamo trovare il passaggio da un lato dello spazio all’altro lato dello spazio, dobbiamo trovare il passaggio da riempimento di spazio a svuotamento di spazio. E questo svuotamento di spazio dobbiamo pensarlo localizzato per la nostra azione terrestre nei pianeti che circondano la Terra. Perciò sulla nostra Terra — perché sempre quello che agisce attraverso lo svuotamento dello spazio appare per così dire come azione di suzione, e quello che agisce qui attraverso le forze di conformazione appare come azione di pressione — si verificheranno in ogni punto dove l’azione terrestre può avvenire, interazioni tra il Terrestre e il Cosmico. Queste interazioni ci si presentano in quelle configurazioni dell’azione terrestre che si cercano solitamente nelle forze molecolari, nelle attrazioni molecolari, mentre dovremmo veramente agire come ci si insegnava da altri presupposti conoscitivi nei tempi antichi. Invece che, quando si ha davanti a sé un’azione materiale, dove sempre è coinvolto l’immateria, si lasci esprimere tutto il cosmo nella sua azione, si colloca quello che accade in configurazioni interne fabbricate fantasiosamente. Quello che le stelle compiono, ciò che giganti operano quando si rappresentano nelle loro relazioni reciproche nei processi della Terra, dovrebbe essere realizzato dai nani degli atomi e delle molecole. È proprio questo che dobbiamo: che sappiamo, quando disegniamo o calcoliamo qualcosa in un processo materiale della nostra Terra, che questo non è nient’altro che l’immagine di interazioni extraterrestri, di interazioni cosmiche.

Ora vedete, qui abbiamo la forza di riempire lo spazio con il materiale. Qui abbiamo ancora sempre la forza di riempire lo spazio con il materiale, solo che questa forza si è estesa, e da qualche parte deve arrivare dall’altra parte, deve giungere allo svuotamento dello spazio. Deve esserci una regione nel mezzo dove, per così dire, se mi posso esprimere così, lo spazio si lacera. Dobbiamo dirci: Il nostro spazio, che ci appare intorno a noi e che per così dire è il recipiente per la nostra azione fisica, deve essere intimamente connesso con le nostre azioni fisiche. Deve rappresentare qualcosa che in queste azioni fisiche è contenuto. Ma mentre passiamo dal ponderabile all’immateria, lo spazio si lacera, e quando si lacera, attraverso la lacerazione viene fuori quello che non c’è prima che si laceri. Supponiamo di aprire lo spazio tridimensionale e chiediamo: Cosa esce allora dalla lacerazione? — Se mi taglio il dito, esce sangue, che rimane nello spazio tridimensionale. Se però taglio lo spazio stesso, esce quello che è già nell’aspatiale.

Vedete, qui c’è uno dei punti dove si mostra abbastanza chiaramente su quali falsi sentieri si trova l’attuale concezione fisica. Non è vero che, quando facciamo esperimenti elettrici in classe, dobbiamo asciugare attentamente gli apparecchi elettrici, dobbiamo farli diventare cattivi conduttori di elettricità, altrimenti non riusciamo. Se sono umidi, non riusciamo. Ma si trova l’idea — l’ho menzionato spesso — che per sfregamento delle nuvole, che certo sono completamente umide, secondo la concezione dei fisici, l’elettricità si sviluppi e appaia in fulmine e tuono. Naturalmente questa è una delle più impossibili rappresentazioni che si possa pensare.

D’altra parte, colui che ora, per giungere a un concetto conforme alla realtà, raccoglie tutto quello che qui tentiamo di raccogliere insieme nelle nostre considerazioni fisiche, trova che nel momento in cui appare il fulmine, lo spazio si lacera, e quello che riempie lo spazio in modo intensivo e aspatiale esce, come quando mi taglio, il sangue esce. Ma questo è il caso ogni volta che appare la luce accompagnata dal calore: Lo spazio si lacera, lo spazio ci rivela quello che è nel suo interno, mentre nelle sue ordinarie tre dimensioni che abbiamo davanti ci mostra solo la sua superficie esterna. Lo spazio ci introduce nel suo interno.

Possiamo dire: Mentre avanziamo ancora oltre dal ponderabile nell’immateria e proprio dobbiamo passare attraverso il campo del calore, troviamo che il calore zampilla ovunque là dove usciamo dalle azioni di pressione della materia ponderabile nelle azioni di suzione dell’immateria. Il calore zampilla dappertutto. Se ora vi rappresentate che abbiamo a che fare con il processo che alcuni giorni fa qui abbiamo designato come conduzione di calore, allora dovete collegare a ciò l’altra rappresentazione che questa conduzione di calore è legata alla materia ponderabile, in contrasto con quello che abbiamo mostrato come il calore che si diffonde stesso. Il calore che si diffonde stesso lo troviamo ora come quello che zampilla fuori quando lo spazio si lacera. Come vuol dunque agire questo calore? Vuol agire dall’intensità dello spazio nell’estensività. Vuol per così dire agire dall’interno dello spazio nel suo lavoro esterno. Quando entra in interazione con un corpo materiale, vediamo apparire il fenomeno che consiste nel fatto che la propria tendenza del calore è bloccata, il suo effetto di suzione è trasformato in un effetto di pressione, che si oppone alla tendenza dell’universo del calore la tendenza individualizzante del materiale, che nel corpo solido diventa allora la forza conformatrice. Abbiamo quindi nel calore, nell’apparire del calore, in quanto questo apparire conduce a conduzione di calore, da cercare una tendenza di diffusione ora non in raggi, ma che si forma verso tutti i lati, da cercare uno specchio dell’immateria sulla materia ponderabile, o dell’immateria sulla materia ponderabile. Il corpo che ci conduce il calore, produce veramente continuamente calore portandolo in evidenza, in quanto nel fondo ricaccia intensivamente — non estensivamente, come nella luce, che però ci si presenta solo nelle sue immagini — l’immateria ponderabile che urta contro il suo materiale.

Ora vi chiederei però di elaborare realmente tali rappresentazioni, come siamo abituati a comprenderle, gradualmente in modo che nell’elaborarle veramente noterete come abbiamo a che fare per così dire con rappresentazioni sature di realtà. E come tali rappresentazioni sature di realtà ci introducono in un afferrare vivente dell’esistenza del mondo, potrebbe illustrarvelo un’immagine conclusiva.

Vi ho già segnalato su cosa si basa il percepire, il percepire soggettivo, il sentire una temperatura. Noi percepiamo propriamente la differenza di temperatura tra il nostro organismo e il mondo esteriore, come fa anche il termometro, ve l’ho segnalato. Ma tutto il percepire si basa su questo: che siamo all’interno di un certo ambito, e quello che è fuori da questo ambito diventa la nostra percezione. Non possiamo essere contemporaneamente qualcosa e percepirlo, piuttosto dobbiamo sempre essere qualcosa di diverso da quello che percepiamo. Dunque se percepiamo suoni, per quanto percepiamo suoni, non possiamo noi stessi essere suoni. E se rispondiamo schiettamente alla domanda: Che cosa siamo, mentre percepiamo suoni? — possiamo giungere alla conclusione: Allora siamo appunto proprio quello che è l’altra differenza di livello. Questa differenza di livello (y—x’ nello schema) percepiamo; y—y’ non la percepiamo, quella siamo noi nel frattempo; quei nostri processi chimici interiori che accompagnano le nostre percezioni sonore, che si svolgono ugualmente regolarmente nel nostro organismo di liquidità, quelli siamo noi. Quello che gli effetti chimici operano in noi, quello traccia nel mondo qualcosa di molto regolare. Non è affatto disinteressante considerare l’immagine seguente. Sapete, il corpo umano consiste solo in piccolissima parte di costituenti solidi, per più del novanta percento è una colonna di liquidità. Quello che — e precisamente da processi chimici, che sono solo di tipo molto fine — si svolge nel nostro organismo mentre ascoltiamo una sinfonia, è un meraviglioso edificio continuamente fosforescente all’interno. Là siamo noi, quello che è la chimica di un dipinto sonoro. E per questo percepiamo il mondo sonoro, perché diventiamo chimicamente quello che il mondo sonoro è nel senso che qui ho illustrato.

Vedete, la comprensione dell’uomo è essenzialmente favorita dal fatto che si avvicina la comprensione fisica all’uomo. Ora però, per realizzare qualcosa di questo genere, si tratta sempre di questo: che non ci formiamo quelle rappresentazioni astratte che in particolare sono apprezzate nella fisica attuale, ma che avanziamo verso rappresentazioni che sono veramente tessute con il mondo, con il mondo obiettivo. È in fondo tutto quello che la scienza dello spirito, come ricerca conoscitiva, ma anche come aspirazione di sentimento, vuole: mirare a portare di nuovo in su nello sviluppo umano questo pensiero conforme alla realtà. Ed è necessario che salga. Perciò sarebbe così necessario che proprio tali belle aspirazioni, come sono emerse qui in questi ultimi quattordici giorni, fossero continuate. Potete vederlo dovunque come nella presente situazione muoia un’antichità. Non si può vederlo nei concetti fisici, con cui non si riesce a fare nulla, come veramente muoia un’antichità? E mentre qui ancora molto imperfettamente — perché possono essere sempre solo accenni di tipo molto imperfetto — tentiamo ancora di costruire anche l’intuizione fisica, non si mostra allora in questo come siamo oggi a un punto di svolta nello sviluppo dell’umanità?

Vedete, cari amici, qualcosa di questo genere deve sempre attirare la nostra attenzione su questo: Dobbiamo continuare queste cose che sono entrate ora per il fatto che il Signor Dott. von Baravalle, il Signor Dott. Blümel, il Signor Strakosch, il Signor Dott. Kolisko qui su vari campi hanno stimolato quello che lo sviluppo dell’umanità fino a ora ha dato, a fornirlo con un nuovo incastro. Solo così forniamo la base per un ulteriore progresso. Perché vedete, fuori nel mondo la gente parla di come sia necessario costruire. Dovrebbero essere fondate università popolari. Sì, ma che cosa significa oggi nel mondo: Si chiedono università popolari? Il movimento dell’università popolare danese è richiamato davanti a noi. Cosa significa tutto quello che là chiede università popolari?

Si porta quello che è stato praticato nelle vecchie università nelle università popolari. Così non si crea nulla di nuovo. In questo modo viene semplicemente infettata tutta la gente da quello da cui fino a ora era infettata solo la nostra cultura dotta. C’è scarsa cosa più desolante del pensiero futuro che ora quello che ha devastato i capi dei nostri dotti e colti nel modo in cui l’abbiamo visto, ora debba anche per la via del sistema di università popolare rendere il popolo intero colto della Terra ugualmente rigido. Se si vogliono istituire università popolari, allora prima di tutto bisogna provvedere affinché là possa essere insegnato qualcosa che nella sua stessa configurazione interiore sia una costruzione. Prima abbiamo bisogno della scienza che può essere praticata nelle università popolari. Si vorrebbe sempre rimanere sulla superficie, si vorrebbe sempre prendere solo quello che c’è. Esattamente come gli uomini in politica non vogliono il nuovo, ma vogliono sempre di nuovo provare con l’antico; come persino i socialdemocratici non costruiscono qualcosa di nuovo, ma vogliono provare con il vecchio stato, solo volervi mettere il loro sporco, così neppure nella questione della cultura spirituale si vuol aspirare radicalmente a un rinnovamento della nostra maniera di conoscenza, ma si vuol portare nel popolo il vecchio, che sta morendo. Proprio dalle considerazioni fisiche si può riconoscere questo nel modo più profondo e significativo.

Certo, troverete abbastanza insoddisfazione qua e là in questa successione di lezioni, perché le lezioni potevano essere solo aforistiche, ma una cosa vi si mostrerà in questa successione di lezioni: che è semplicemente necessario ricostruire completamente, ricostruire radicalmente tutta la nostra rappresentazione mondo fisica, chimica, fisiologica e biologica. In questo avanziamo naturalmente solo quando perfezioniamo non solo il sistema scolastico, ma anche il sistema scientifico stesso. E se qui alla nostra Scuola Waldorf potesse sorgere qualcosa: che ampliamo innanzitutto le classi di insegnamento verso l’alto e contemporaneamente ampliamo insieme al sistema scolastico il sistema accademico, a cui abbiamo gettato un vero germe in questi giorni — perché era una cosa come il germe di un nuovo sistema accademico — allora raggiungeremmo veramente quello che in fondo dovrebbe essere realizzato e deve esserlo, se la civiltà europea non deve crollare nel campo spirituale.

Prendete solo una volta il terribile operare nelle accademie del mondo oggi: Questo leggersi reciprocamente le lunghe trattazioni, completamente succhiato da ogni vera vita nelle accademie, dove la gente siede in belle sale e si legge reciprocamente le loro lunghe lezioni e nessuno ascolta l’altro. Perché la cosa straordinaria è appunto questa: che uno specialista è in questo campo, l’altro in quello. Lì il medico non ascolta il matematico, ma il matematico legge. E quando il medico legge, il matematico nella sua mente si occupa di tutt’altro. Inoltre tutto questo è solo un segno esteriore tradizionale. Là deve incominciare il rinnovamento. Nel centro dello sforzo spirituale deve incominciare il rinnovamento. Questo deve essere riconosciuto chiaramente. Perciò si può già dire: Se si potesse ancora giungere al punto che qui in connessione con l’aspirazione verso un nuovo genere di realtà potesse accadere un ampliamento di questo nostro pensiero scolastico, allora raggiungeremmo veramente quello che dovrebbe essere realizzato.

Vedete, c’è molto da fare. Ma si impara veramente a riconoscere correttamente quanto c’è da fare solo quando si entra nei dettagli. Perciò è veramente infinitamente deplorevole che proprio ora gente, che solo traduce in frasi i vecchi pregiudizi conoscitivi dell’umanità — sono diventati questo, perché hanno avuto il loro tempo — riesca effettivamente ad accumulare grandi capitali per poter mettere nel mondo le loro accademie e simili. A noi riesce difficilissimo perché dobbiamo essere convinti dalla conoscenza: È necessaria una vera terra nuova. Non possiamo abbandonarci all’illusione: Fondate università popolari! Perché dobbiamo vivere nella realtà e dirci: prima dobbiamo avere qualcosa che dovremmo insegnare in queste università popolari. Ma nello stesso modo in cui, per così dire, persino tra le righe della vecchia scienza si è sviluppata una tecnica fruttuosa, così si svilupperà ancora una tecnica ancora più fruttuosa quando quella scienza diventerà popolare che qui per esempio proprio nel campo fisico aspiriamo. Vedete, ovunque si tenta di uscire dal vecchio teorico e di entrare nel reale, in modo che già le rappresentazioni siano sature di realtà. Deve anche esistere una tecnica che proceda in modo completamente diverso da quella precedente. Pratica e conoscenza, esse sono in fondo intimamente connesse. E quando si afferra da qualche parte quello che oggi ha bisogno di essere riformato come la fisica, subito si riconosce quello che propriamente deve accadere. Se quindi è ora il momento di separarci di nuovo, vi vorrei comunque indicare che in quello che qui è stato esposto solo aforisticamente vediate qualcosa che dovrebbe stimolarvi voi stessi a sviluppare ulteriormente queste cose. Potrete svilupparle. I nostri fisici matematici, che abbiamo tra noi, saranno in grado di rivedere le vecchie formule, e troveranno che se elaboreranno nelle vecchie formule le conoscenze che si possono ottenere dagli accenni aforistici che ho dato, queste formule subiranno trasformazioni che però sono veramente metamorfosi, e da queste germogli molto, che sarà di enorme importanza tecnica per l’ulteriore sviluppo dell’umanità. Questo è qualcosa che non si può neppure accennare, ma su cui per ora si deve solo indicare.

Ma ora dobbiamo concludere queste meditazioni, la cui continuazione deve trovarsi nel vostro proprio lavoro autonomo, e questo è quello che particolarmente vi vorrei raccomandare con tutto il cuore. Perché le cose ora sono straordinariamente urgenti, che si riferiscono al progresso degli uomini su tutti e tre i campi. In primo luogo le cose sono urgenti: Noi non abbiamo veramente tempo da perdere, perché il caos sta davanti alla porta. Ma il secondo è: Solo il giusto può essere raggiunto attraverso una collaborazione umana ordinata.

Dunque dobbiamo tentare di elaborare ulteriormente in noi stessi quello che è stato stimolato. E d’altro canto troverete proprio qui nella Scuola Waldorf: Nel momento in cui vi sforziate di applicare certi concetti rettificati che abbiamo ottenuto qui all’insegnamento, funziona subito. Ma troverete anche: in quanto siete costretti ad applicare queste cose nell’operare della vita, funziona anche. E sarebbe già auspicabile che oggi con la scienza naturale non si dovesse sempre parlare solo a un pubblico che certo prende molte cose, ma che continuamente si trova esposto — l’ho già notato nel corso della sequenza di lezioni — al giudizio dei «veri scienziati», delle «autorità». Queste autorità non hanno alcuna idea che in tutto quello che consideriamo, fondamentalmente continuamente gioca dentro tutto il resto. Si potrebbe notarlo dalla lingua.

Vedete, nella lingua lasciamo tutto in relazione reciproca reciproca. Parliamo di un urto. Solo perché designiamo con la parola corrispondente qualcosa che originariamente era l’urto che noi stessi abbiamo compiuto, parliamo di un urto anche in uno spazio spoglio di uomini. E di nuovo al contrario, esprimiamo con parole quello che accade in noi, che sono prese dal mondo esteriore. Ma non sappiamo che dovremmo guardare nel mondo esteriore, per esempio nel cosmo planetario, se vogliamo comprendere la costituzione del corpo terrestre. E così, se non lo sappiamo, neppure potremo imparare quello a cui conta. Possiamo ben scoprire roba interessante molto piccola quando dirigiamo il microscopio su un germe vegetale o embrione animale, su una cellula microscopicamente piccola; là scopriamo tutta una massa di cose veramente interessanti. Ma quello a cui conta, che sospettiamo, lo scopriremmo se vedessimo solo una volta quegli stessi processi che sono nel microscopio, se si svolgessero macrocosmicamente. Se vedessimo come continuamente nel gioco reciproco della natura esterna si verifichino fecondazioni e defecondazioni; se studiassimo come i pianeti sono da cogliere come punti di partenza per gli effetti fisici imponderabili; se cogliessimo il cosmo nei suoi punti di partenza per il germogliare vegetale, per il germogliare animale; se considerassimo tutto questo nel grande quello che oggi tentiamo di vedere quando dirigiamo il microscopio sulla cellula nel piccolo, dove non è proprio per nulla; se potessimo tentare di intuire tutto il tutto quello che ci circonda — allora avanzeremmo. La strada è oggi già chiaramente tracciata. Per i pregiudizi degli uomini è molto, molto bloccata. Questi pregiudizi degli uomini saranno difficili da superare. Ma è compito nostro fare tutto quello che può superare questi pregiudizi.


In memoria di Frater Stefano Ravaglia

anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.

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