Mio compito in questa sera sarà parlarvi di alcune peculiarità nella conoscenza del mondo spirituale e alludere alle conseguenze che tali conoscenze hanno per la vita intera.
Chi ha ricevuto il compito di comunicare ai propri simili qualcosa dai mondi spirituali non può abbastanza spesso rimettere alla prova le proprie conoscenze, per verificarne la correttezza e l’assoluta purezza spirituale. Le mie esposizioni giungeranno infine a comunicarvi qualcosa di conoscenze della vita umana fra la morte e una nuova nascita. Proprio in questi ultimi tempi mi è stato possibile sottoporre a profonda verifica le ricerche che lo spirito umano può condurre su questo terreno; e di questa profonda verifica desidero parlarvi oggi, nella seconda parte delle mie esposizioni. Nella prima parte del mio discorso devo tuttavia premettere alcune osservazioni sulla modalità del conseguimento di conoscenze spirituali.
Per il conseguimento di conoscenze spirituali è necessaria una condizione affatto particolare dell’anima umana. Questa condizione dell’anima umana è in certa misura del tutto contraria a quella che l’anima umana possiede nella vita esterna sul piano fisico. Nella vita esterna, particolarmente ai nostri giorni, l’anima umana è fondamentalmente in un’agitazione continua. Di ora in ora, nel corso del giorno, l’anima riceve continuamente nuove impressioni; e poiché l’anima umana si identifica con le sue impressioni, ciò significa agitazione continua dell’anima. Il contrario deve accadere nell’anima di chi vuole penetrare nel mondo spirituale.
La prima condizione per salire nel mondo spirituale e comprendere le conoscenze dai mondi spirituali è quiete completa, fermezza, quiete interiore dell’anima.
Questa quiete dell’anima è più difficile da conseguire di quanto si creda. Devono cessare innanzitutto tutte le agitazioni, tutti i timori, tutte le preoccupazioni e persino gli interessi della vita esterna durante il tempo in cui vogliamo trasferirci nel mondo spirituale. È necessario stare come se fossimo in piedi su un punto del mondo, senza volontà di allontanarci nemmeno di poco da quel punto, così che le cose del mondo spirituale possano passarci accanto. Ma dobbiamo ricordare che nella vita quotidiana sul piano fisico possiamo andare da una cosa all’altra; le cose sono lì. Non è così nel mondo spirituale. Nel mondo spirituale dobbiamo, attraverso il nostro pensare, attraverso la nostra rappresentazione, portare veramente le cose a noi, al punto tranquillo in noi. Dobbiamo per così dire uscire da noi stessi, entrare nelle cose, e poi da fuori portare le cose a noi. In questo modo facciamo esperienze che possono essere spaventose per l’anima umana. Scopriamo che nella vita ordinaria sul piano fisico possiamo cambiare le cose, possiamo migliorare noi stessi se vediamo o facciamo male le cose.
Tutto ciò non accade più sul piano spirituale. Piuttosto, sul piano spirituale dobbiamo provare che le cose ci appaiono vere o false secondo quello che era già in noi nel momento in cui ci accostiamo al piano dello spirito. Ogni preparazione al retto conoscimento dei mondi spirituali deve quindi avvenire nel tempo prima di entrare nel mondo spirituale; poiché una volta passati per la porta nel mondo spirituale, non possiamo più correggere quello che abbiamo visto, ma facciamo gli errori che dobbiamo fare secondo le nostre qualità caratteriali. E per evitare ulteriormente alcuni errori che abbiamo fatto, dobbiamo tornare di nuovo sul piano fisico e migliorare le nostre qualità sul piano fisico, per poi ritornare nel mondo spirituale e compiere meglio.
Vedete dunque quanto incredibilmente necessaria sia una buona, giusta preparazione al mondo spirituale prima di accedervi.
Tutto questo che dico qui dipende dai cicli evolutivi dell’umanità, e come stanno oggi le cose per l’anima, non fu sempre così.
Attualmente l’uomo deve temere più che accogliere il sopraggiungere troppo forte di una visione visionaria, quando entra nel mondo spirituale. Possono presentarsi, quando iniziamo i nostri esercizi per salire nei mondi superiori, fenomeni visionari, fatti visionari che irrompono sull’uomo. E c’è una sola possibilità nel tempo presente per evitare l’errore di fronte al mondo visionario. Questa unica possibilità è la necessità che ci diciamo anzitutto delle nostre visioni: per mezzo di queste visioni non riconosciamo inizialmente nulla di diverso da noi stessi. Se un intero mondo visionario sorge intorno a noi, non deve necessariamente essere nulla di diverso da uno specchio del nostro stesso essere. Le nostre qualità, la nostra maturità, tutto ciò che pensiamo e sentiamo si trasforma nel mondo visionario in fatti che per noi sembrano un mondo oggettivo. Se per esempio crediamo di vedere nel mondo astrale entità o processi che ci sembrano completamente oggettivi, ciò non deve necessariamente essere nulla di diverso da uno specchio, diciamo per esempio, di una qualche nostra virtù o vizio o anche solo del nostro mal di testa. Chi vuol salire alla vera iniziazione deve oggi soprattutto giungere a comprendere, pensando, quello che nel mondo visionario gli si presenta, a penetrarlo pensando. Chi è da iniziarsi non riposa finché non ha compreso quello che nel mondo visionario gli si presenta allo stesso modo di ciò che nel mondo fisico gli si presenta. Quando salendo verso l’iniziazione ci si presentano però quelle cose che viviamo anche nel mondo fra la morte e una nuova nascita.
Sorse dunque ultimamente dalla mia ricerca occulta la questione: come si comporta il mondo visionario che si può trovare attraverso l’iniziazione o attraverso uno scuotimento che allenta il corpo eterico, rispetto al mondo in cui si vive fra morte e nuova nascita?
Da questa ricerca risultò quanto segue: quando dunque dalla volta del Kamaloka, che voi conoscete, rivolgiamo l’attenzione al tempo ulteriore fra morte e nuova nascita, vediamo dapprima che viviamo in una specie di mondo oggettivo, che si può paragonare al mondo dell’iniziato.
Ciò non significa che dopo la morte non viviamo in un mondo reale; viviamo in un mondo assolutamente reale, viviamo con quelli con cui siamo entrati in relazione già in questo mondo fisico, in condizioni del tutto reali. Ma come sulla terra tutto ci è mediato dalla percezione dei sensi, così dopo la morte tutte le cose ci sono mediate dalle visioni. Supponiamo di incontrare dopo la morte nel mondo spirituale qualcuno che è morto prima di noi. È veramente presente per noi, gli stiamo veramente di fronte, ma dobbiamo anche poterlo percepire, dobbiamo entrare in relazione con lui nel mondo visionario, esattamente come nel mondo fisico con un uomo dobbiamo entrare in relazione attraverso occhi e orecchi. Ora però si presenta una difficoltà che esiste ugualmente per l’esperienza dell’iniziato come fra la morte e una nuova nascita: il mondo visionario ci dà inizialmente, come già accennato, solo uno specchio del nostro essere. Quando una persona, come è stata caratterizzata, ci si presenta nel mondo spirituale, sorge una visione. Ma questa visione non rispecchia inizialmente nulla di diverso se non la specie di amore o antipatia che abbiamo provato per lui, o un’altra relazione che abbiamo verso chi ci si presenta nel mondo spirituale. Possiamo stare di fronte a una persona nel mondo spirituale e non percepire nulla di diverso da quello che si è fissato in noi prima della morte. Può dunque accadere che ci si presenti una persona e noi ci circondiamo con i nostri stessi sentimenti, simpatie o antipatie come con una nebbia visionaria, così che egli diviene proprio l’occasione per cui ci chiudiamo a lui per mezzo della nostra stessa nebbia.
Ciò che è più importante è che un tale comportamento verso una persona nel mondo spirituale dopo la morte è legato con un vero sentimento, con una vera esperienza interiore.
Sentiamo per esempio che non possiamo amare dopo la morte una persona che nel corso della vita non abbiamo amato pienamente come avremmo dovuto, non possiamo amarla di più di quanto l’abbiamo amata nel corso della vita, sebbene le siamo di fronte e vorremmo amarla di più, e non possiamo rimediare a ciò che abbiamo trascurato nella vita fisica. Questo non potere, questo non poter sviluppare ulteriormente la propria anima in assoluto, può essere sentito come un’enorme pressione dell’anima e così è provato dopo la morte.
E qui giunge il capitolo che si è rivelato in questi ultimi tempi: le prime esperienze nel cosiddetto Devachan sono essenzialmente riempite da ciò che già si è fissato nella nostra anima come le nostre relazioni con altri uomini prima della morte. Possiamo per esempio stare di fronte a una persona in un tempo ben determinato dopo la morte e non domandare: come devo amarlo? — ma possiamo solo domandare: come l’ho amato nella vita terrena e come l’amo in conseguenza ora? Questo stato si modifica per il fatto che diventiamo gradualmente capaci, dopo la morte, di sentire le entità del mondo spirituale, le entità delle gerarchie, operare su ciò che abbiamo intorno in visioni. Quindi questo stato che ho appena descritto si modifica solo per il fatto che impariamo gradualmente a sentire: le entità delle gerarchie operano sulla nebbia che ci circonda; la illuminano come il sole illumina le nubi. Dobbiamo persino portare con noi una certa somma di ricordi delle esperienze prima della morte, che ci circondano come una nube, e con essi dobbiamo farci capaci di accogliere la luce delle altre gerarchie.
In generale nel tempo presente quasi ogni uomo è incline a concedere in questo modo agli influssi, alle azioni delle gerarchie superiori.
Questo significa: ogni uomo che oggi muore e entra nel mondo spirituale, viene a questo che le gerarchie illuminano la sua nebbia di visioni.
Ma questo operare delle gerarchie, che avviene nel corso del tempo, questo illuminare, si trasforma gradualmente. Si trasforma così, che sentiamo gradualmente come, tramite il sopraggiungere della luce delle gerarchie superiori, la nostra coscienza possa essere gradualmente attenuata. E allora notiamo che il mantenimento della coscienza di determinate cose dipende da prima della morte. Così per esempio la coscienza si oscura più facilmente in un uomo con una disposizione d’anima immorale. Ciò che è quindi più importante è passare attraverso la morte con forze morali, poiché la coscienza morale mantiene la nostra anima aperta alla luce delle gerarchie. Mi è stato possibile negli ultimi tempi indagare uomini dopo la morte con disposizione d’anima morale come anche uomini con disposizione d’anima immorale, e sempre risultò che gli uomini con disposizione d’anima morale ricevono una coscienza dopo la morte che è luminosa e chiara; gli uomini con disposizione d’anima immorale decadono in una specie di crepuscolo della coscienza.
Si potrebbe certo domandare: che male c’è se gli uomini dopo la morte cadono in una specie di sonno della coscienza? Allora non soffrono nulla e sfuggono alle conseguenze della loro immoralità. — Ma non si può obiettare così, perché questo oscuramento della coscienza è legato a immensi stati di ansia che risultano come conseguenza dell’immoralità. Dopo la morte non ci sono stati di ansia più grandi di questo oscuramento della coscienza.
Più tardi, quando un certo tempo dopo la morte è trascorso, si fanno ancora altre esperienze: si confrontano uomini di tipo diverso fra la morte e una nuova nascita; per il tempo più tardivo dopo la morte vengono in considerazione, oltre alle disposizioni d’anima morali, le disposizioni d’anima religiose, e risulta semplicemente come fatto contro cui non si può obiettare, che gli uomini con visioni religiose carenti provano a un certo tempo dopo la morte, tramite questa carenza di visioni religiose, un oscuramento della coscienza.
Non ci si può affatto sottrarre a questo senso che risulta da tali indagini di uomini che hanno solo concezioni materialistiche, che veramente la loro coscienza poco dopo la morte si estingue, si oscura.
E sebbene visioni di mondo materialistiche possono ancora sembrare così evidenti, questo fatto appena detto risulta proprio contro ciò che è vantaggioso all’uomo delle concezioni materialistiche.
Esse semplicemente non sono vantaggiose per lo sviluppo umano dopo la morte. Con ciò ho descritto per così dire due epoche temporali che esistono per la vita umana dopo la morte: l’una in cui le concezioni morali, l’altra in cui le concezioni religiose giocano un ruolo. Ma poi viene una terza, che produrrebbe un oscuramento della coscienza per ogni essere umano, se non ci fossero certi provvedimenti mondiali che impediscono questo oscuramento. Quando ora esaminiamo questa terza epoca, dobbiamo tener conto dell’evoluzione dell’umanità intera attraverso i vari cicli evolutivi. Per mezzo di ciò che potevano acquisire sulla terra, gli uomini del tempo precristiano non potevano procurarsi nulla di ciò che avrebbe dato loro una coscienza in questa terza epoca dopo la morte. Che gli uomini in questo tempo precristiano avessero tuttavia coscienza durante questa terza epoca, veniva dal fatto che al principio della terra all’uomo erano state date certe forze spirituali, che nell’anima potevano mantenere precisamente la coscienza in questa terza epoca dopo la morte.
Questi beni ereditari, che gli uomini avevano ancora dal principio della terra, furono preservati tramite i saggi provvedimenti che furono presi dai capi iniziati.
Dobbiamo infatti assolutamente sostenere che nei tempi precristiani tutti i popoli diversi della terra ricevevano gli influssi dalle sedi di iniziazione.
Ci furono centinaia di vie per cui la vita spirituale dai misteri fluiva nella vita popolare. Questi impulsi divennero sempre più deboli e più deboli, quanto più lo sviluppo dell’umanità nei suoi cicli si avvicinava al Mistero del Golgota. Una prova esterna che questi impulsi divennero sempre più deboli si può trovare per esempio nella manifestazione del grande Buddha nel tempo precristiano. Se considerate seriamente gli insegnamenti del Buddha, non troverete da nessuna parte veri accenni sulla natura del mondo spirituale. Perciò la designazione per il mondo spirituale nella dottrina del Nirvana è veramente negativa. Buddha esigeva sì che colui che vuole salire nel mondo spirituale si renda libero dall’attaccamento al mondo fisico; ma in tutta la dottrina del Buddha non troverete nessuna descrizione del mondo spirituale che se ne stacchi, come era stata data per esempio prima nella dottrina di Brahman, che ancora mostrava beni ereditati dei tempi antichi. Sempre di nuovo si deve attirare l’attenzione sul fatto che i fatti che sono stati ora addotti si manifestano presso i popoli diversi fino al tempo in cui i Greci sentirono il significato del Mistero del Golgota. Poiché durante il precedente periodo greco dello sviluppo dell’umanità la coscienza si era offuscata fra la morte e una nuova nascita, il Greco che lo sapeva sentiva il soggiorno nel mondo spirituale solo come qualcosa di ombreggiato. Il mondo spirituale era per lui solo un mondo di ombre.
Ogni bellezza, tutto ciò che era artistico, anche armoniosi assetti del mondo esterno l’uomo poteva procurarsi dalle sue proprie forze, ma non poteva procurarsi nel mondo fisico ciò che gli dava una luce nella terza epoca fra la morte e una nuova nascita.
Ciò si riconnette assolutamente al fatto che con l’epoca greca era giunto quel ciclo dell’umanità in cui l’antica eredità spirituale si era offuscata e l’uomo non poteva procurarsi dalle sue stesse forze nel mondo fisico ciò che avrebbe potuto conservare dopo la morte.
Perciò lo sviluppo mondiale dovette proprio a questo punto nel tempo fare accadere qualcosa di affatto particolare: dovette giungere all’uomo dal di fuori l’impulso che gli dava coscienza in questo periodo dopo la morte di cui abbiamo appena parlato. Gli uomini avevano perso la capacità propria di avere coscienza nel mezzo fra la morte e la nuova nascita dagli antichi beni ereditari. Potevano riacquistare la forza della coscienza, guardando a ciò che era accaduto nel Mistero del Golgota. La cosa è precisamente così: ciò che poteva essere provato nel periodo greco tramite il Mistero del Golgota illuminò la coscienza dell’uomo al punto temporale corrispondente fra la morte e la nuova nascita.
La comprensione del Mistero del Golgota è l’impulso per la coscienza nel terzo spazio temporale dopo la morte. Se dunque guardiamo a questo punto nel tempo della cosiddetta epoca greco-latina dello sviluppo dell’umanità, possiamo dire: per il primo periodo dopo la morte è la disposizione d’anima morale che è determinante; per il secondo è la disposizione d’anima religiosa che è determinante; per il terzo era determinante la comprensione del Mistero del Golgota. A chi non l’aveva, la coscienza si spegneva nella terza epoca dopo la morte, precisamente come prima era mancato ai Greci. Il Mistero del Golgota significa veramente l’illuminazione della coscienza umana proprio nel tempo di mezzo fra la morte e la nuova nascita. Ciò che gli uomini avevano perso come antica eredità spirituale fu loro nuovamente dato tramite questo evento. Così il sopraggiungere dell’evento del Cristo divenne necessario dalle premesse e dalle condizioni di vita umane.
Nel corso ulteriore gli uomini furono dotati di sempre nuove capacità.
Nel primo tempo dello sviluppo cristiano era essenzialmente l’effettivo raccordo al Mistero del Golgota, come era stato tramandato da coloro che l’avevano provato e che avevano propagato ciò che risultava come la forza della coscienza nella terza epoca dopo la morte, come l’ho descritto.
Con lo sviluppo ulteriore delle capacità umane oggi però diviene necessario un nuovo rapporto al Mistero del Golgota e al Cristo. Se si vuole cogliere l’essenza più profonda dell’anima umana specialmente nel nostro tempo presente, si deve dire: questa essenza più profonda consiste nel fatto che l’uomo oggi può penetrare a una certa conoscenza del suo Io. Un tale accostamento all’Io come è oggi possibile non era possibile nei tempi passati. Negli uomini del mondo esteriore questo accostamento all’Io si manifesta nella forma dell’egoismo più crasso, poi si trovano tutte le possibili gradazioni fino a quella che possiamo chiamare il grado dei filosofi. Se studiate i filosofi attuali, troverete che hanno un certo punto di riposo solo quando vengono a parlare dell’Io umano. Se nel tempo precristiano l’uomo tentava di riconoscere il mondo, andava all’apparenza esterna che poteva accostarsi a lui; cioè usciva da se stesso quando voleva filosofare. Oggi gli uomini entrano in se stessi e trovano un punto fermo solo quando giungono all’Io. Voglio qui come esempio citare il grande filosofo Fichte e il filosofo contemporaneo Bergson e ricordare che una certa quiete viene a questi uomini solo quando trovano l’Io umano. Se cerchiamo il fondamento di questo fenomeno arriviamo al fatto che gli uomini in passato non potevano giungere da se stessi a una conoscenza dell’Io. Essa fu data nel tempo greco-latino tramite l’evento del Golgota. Il Cristo diede agli uomini la certezza che nell’anima vive una scintilla del Divino.
Vive ulteriormente nell’uomo che non solo è divenuto carne in senso fisico, ma che è divenuto carne nel senso cristiano.
E questo significa: essere divenuto un Io. Questa possibilità di contemplare il Divino in un individuo umano, precisamente nel Cristo, questa viene all’uomo odierno nel piano fisico sempre più offuscata, perché egli sempre più penetra nel suo Io personale. La capacità di contemplare il Cristo viene offuscata dal fatto che l’uomo cerca questa scintilla in se stesso. E noi abbiamo provato che nel corso del diciannovesimo secolo questa visione dell’Io si è addensata al punto che la figura del Cristo è stata privata di divinità e il Divino è stato compreso come l’astratto che si esprime in tutta l’umanità. Per esempio il filosofo tedesco David Friedrich Strauss sostenne che non si doveva guardare a un Cristo storico singolare, bensì a ciò che si estende come Divino attraverso tutta l’umanità, che per esempio la scena della risurrezione non fosse nulla di diverso da ciò che si rivela in tutta l’umanità: la risurrezione dello spirito divino in tutta l’umanità.
Per questo motivo, una comprensione più profonda del Mistero del Golgota si perde sempre più, quanto più gli uomini cercano il Divino in se stessi. Tutta la tendenza del pensiero moderno va verso questo: riflettere il Divino solo nell’uomo stesso.
Con ciò viene sempre più creata l’impossibilità di riconoscere che il Divino era incarnato in una persona. Per la vita fra la morte e la nuova nascita questo ha una conseguenza incredibilmente reale. Se già durante l’epoca greco-latina era così che l’uomo non potesse mantenere con le sue stesse forze la coscienza nella terza epoca dopo la morte, così sarà ancora molto più difficile nel nostro tempo tramite l’egoismo generale umano e anche tramite l’egoismo filosofico. Nel nostro tempo l’uomo crea nella sua nube visionaria caratterizzata prima, nella sua nube nebbiosa nella terza epoca fra la morte e la nuova nascita ancora più ostacoli di quanto nel tempo greco-latino.
Se si guarda senza filtri lo sviluppo dell’umanità nel tempo recente, si deve dire: Paolo ha pronunciato la parola: «Non io, ma il Cristo in me.» L’uomo odierno dice: Io in me, e il Cristo per quanto glielo posso concedere.
— Il Cristo deve valere solo per quanto può essere riconosciuto tramite la ragione dell’Io, tramite l’intelletto dell’Io. Ora esiste un solo mezzo nel nostro tempo presente per mantenere veramente chiara e diritta la coscienza nel mondo spirituale durante il terzo periodo dopo la morte, ed è questo: che ci procuriamo dalla vita presente una certa memoria, un certo ricordo dopo la morte. Dovremmo infatti dimenticare durante questo periodo tutto ciò che abbiamo provato sulla terra, se non potessimo ricordarci di qualcosa di ben determinato: se abbiamo provato sulla nostra terra una comprensione e trovato una relazione con il Cristo e il Mistero del Golgota, questo pianta in noi pensieri e forze che ci mantengono la coscienza in questo tempo dopo la morte. I fatti dunque mostrano che esiste la possibilità, al punto temporale indicato dopo la morte, di ricordarsi di ciò che qui abbiamo imparato e compreso sul Mistero del Golgota. Se ci siamo procurati tali concezioni, sentimenti e sensazioni che si raccordano al Mistero del Golgota, allora possiamo dopo la morte ricordarci di questi sentimenti e anche di altro che si raccorda a tali sentimenti, concezioni e sensazioni. Questo significa: la nostra coscienza deve, tramite il fatto che sulla terra acquistiamo una comprensione per il Mistero del Golgota, essere condotta dopo la morte oltre un certo abisso. Se ci siamo procurati questa comprensione, allora possiamo dal punto temporale relativo in poi, in questo terzo periodo, cooperare dalla nostra memoria a correggere gli errori che abbiamo nella nostra anima dal nostro karma.
Se però non ci siamo procurati una comprensione del Cristo e del Mistero del Golgota, nessuna comprensione della profondità intera dell’esclamazione: «Non io, ma il Cristo in me», allora si spegne in noi la coscienza e con essa la possibilità di correggere il nostro karma, e deve essere assunto da altre potenze il lavoro sui nostri errori che dobbiamo correggere dal nostro karma.
Naturalmente ogni uomo viene tramite una nuova nascita all’esistenza, ma è essenziale se la coscienza è recisa o se si è mantenuta oltre questo abisso.
Se giungiamo a questo punto dopo la morte con una conoscenza del Mistero del Golgota, allora possiamo guardare indietro e ricordarci che veniamo dal Divino con tutto ciò che è umano. Allora proviamo però anche che salviamo la nostra coscienza per il fatto che abbiamo acquisito una conoscenza del Mistero del Golgota, e sviluppiamo ulteriormente la coscienza nel fatto che possiamo vedere questo spirito che ci giunge. Se ci siamo procurati una comprensione del Mistero del Golgota, allora giungiamo al punto temporale di questo terzo periodo dopo la morte così che possiamo ricordarci, e che possiamo dire: Veniamo dallo spirito — ex Deo nascimur. E posso dirvi: mai colui che sia penetrato fino a un qualche grado dell’iniziazione sente la verità delle parole: «Dallo spirito divino sono nato» così forte come quando si trasferisce al punto temporale appena caratterizzato. In questo momento ogni anima che ha compreso penetrantemente il Mistero del Golgota se lo dice. E si prova la significatività di questa esclamazione: Ex Deo nascimur, solo quando si sa che può essere provata nel suo significato più profondo, al suo vertice più alto, nel punto temporale in cui l’uomo nella metà fra la morte e una nuova nascita giungerà.
E se si riconoscono questi fatti oggettivamente, si vorrebbe augurare al nostro tempo che sempre più e più uomini giungano a comprendere come in fondo questa esclamazione ora nominata, nella sua dignità più alta, oggi possa essere riconosciuta solo nel modo appena descritto.
E se tramite il movimento spirituale rosacrociano questa esclamazione è stata fatta una specie di massima guida nel nostro circolo, è fatto per dar impulso alle anime per ciò che in queste anime deve vivere fra la morte e la nuova nascita.
È facile, cari amici, prendere un’esposizione come quella appena fatta come una parzialità per la visione della vita cristiana.
Se in questo senso tale pregiudizio per la confessione di fede cristiana esistesse, sarebbe veramente non teosofico. Sul fondamento della scienza dello spirito stiamo di fronte alle religioni oggettivamente e le studiamo con simpatia del tutto uguale. E il fatto che è stato appena addotto sul Mistero del Golgota non ha nulla a che fare con alcun Cristo confessionale, bensì è un fatto occulto oggettivo. Certo è stato fatto il rimprovero che all’interno del nostro movimento spirituale occidentale tali cose come sono state appena dette sarebbero sorte da una certa parzialità per il cristianesimo di fronte alle altre religioni. La posizione che qui è data al Mistero del Golgota gli è data nello stesso senso come nella scienza esterna a un fatto qualunque da constatare. E se si dice che non si deve presentare il Mistero del Golgota nella sua unicità per lo sviluppo dell’umanità, perché altre religioni non possono riconoscere questo così, allora è un fraintendimento assoluto, per le ragioni seguenti. Poiché prendiamo il fatto che abbiamo libri di religione della vecchia religione indiana e che abbiamo una visione del mondo occidentale. Insegniamo oggi la visione del mondo copernicana in Occidente. Nessuno farà il rimprovero che non si possa insegnare questa visione del mondo copernicana, perché non è contenuta nei vecchi libri di religione indiani. Come nessuno può proibire di insegnare questa visione del mondo perché non sta nei vecchi libri di religione indiani, così anche nessuno può impedire di insegnare il fatto del Mistero del Golgota, dal motivo che non è contenuto nei libri di religione dei vecchi Indiani.
Dovete vedere da questo quanto è infondato il rimprovero che la caratterizzazione del Mistero del Golgota, come è data qui, derivi da una preferenza per il cristianesimo.
Corrisponde solo all’accertamento di un fatto oggettivo.
E se mi chiedete perché non mi ritirerò mai di un passo riguardo all’affermazione di questo fatto del Mistero del Golgota, allora proprio questa esposizione di oggi può darvi una risposta a questo. Pratichiamo la scienza dello spirito non dalla curiosità o anche solo da sete di sapere astratto, bensì dal motivo di poter dare all’anima un nutrimento necessario. E con la conoscenza del Mistero del Golgota diamo all’anima umana la possibilità di formarsi in se stessa quel sentimento e quello stato di sentimento di cui ha bisogno necessariamente per attraversare l’abisso descritto fra la morte e la nuova nascita.
Chi comprende che l’anima fra la morte e la nuova nascita avrebbe a soffrire la perdita della coscienza così difficile per tutto il futuro dell’umanità nel terzo periodo indicato, vorrebbe a ogni occasione suggerire il segreto del Golgota all’umanità.
E per questo motivo appartiene alle cose importanti che dobbiamo imparare a intendere nel campo della scienza dello spirito, precisamente la comprensione di questo Mistero del Golgota. Quanto più avanzeremo nel nostro tempo, tanto più le varie religioni del mondo saranno spinte ad assumere il fatto che è stato proprio oggi discusso. Verrà un tempo in cui colui che è seguace della religione cinese, buddhista, brahmanica, troverà altrettanto poco contro la sua religione l’assunzione del Mistero del Golgota, come trova contro la sua religione l’assunzione del sistema copernicano del mondo.
E sarà considerato come una specie di egoismo religioso se nelle religioni non cristiane ci si opporrà all’assunzione di questo fatto.
Vedete, cari amici, siamo arrivati al Mistero del Golgota nel fatto che volevamo considerare le condizioni fra la morte e la nuova nascita.
Si possono dare sempre solo allusioni in una singola ora di lezione su un campo come quello che volevamo percorrere oggi.
Ma volevo almeno indicarvi alcuni risultati che mi si sono rivelati tramite le mie più recenti ricerche.
Poiché la prossima lezione sarà connessa con quella di oggi, probabilmente potremo aggiungere una breve rassegna di quanto è stato detto e allora passare alle ulteriori esposizioni previste.
La nostra esposizione ci ha condotto fino al momento in cui la coscienza dei defunti si mantiene esclusivamente attraverso il ricordo del Mistero del Golgota.
Fino a questo istante, tutta la vita consisteva nel rivivere la memoria dell’epoca terrena, non per mezzo dei sensi, bensì attraverso visioni. Anche le realtà del mondo spirituale possono essere percepite solamente per mezzo di visioni in questo momento.
Gradualmente diviene sempre più difficile per le anime conservare i ricordi dell’epoca terrena: l’oblio di tutto ciò che è stato sperimentato si estende con crescente intensità. Quando, ad esempio, in questo periodo tra la morte e la nuova nascita, si incontri un uomo conosciuto in precedenza, lo si riconosce dapprima con facilità, ma progressivamente con sempre maggiore difficoltà; più tardi si può ricordare solamente la relazione con lui quando ci si riferisce al Mistero del Golgota. Quanto più si è permeati da questo, tanto più agevolmente si riconosce il proprio ambiente. Quando però si raggiunge il momento in cui abbiamo bisogno del ricordo del Mistero del Golgota per mantenere intatta la nostra memoria, allora ha luogo nuovamente un grande cambiamento. In quel momento non siamo più capaci di conservare in noi le visioni di prima. Fino a quel momento potevamo parlare di manifestazioni di colori astrali, potevamo parlare del fatto che, nel mondo in cui viviamo fino a questo istante, vediamo colori astrali; potevamo parlare del fatto che anche in rappresentazioni visionarie vediamo gli esseri che ci circondano. In questo momento, che si trova, come detto, nel mezzo tra la morte e una nuova nascita, le visioni e i ricordi cadono da noi quasi come squame; perdiamo il nostro rapporto con loro, si separano completamente dalla nostra essenza.
Per caratterizzare questo momento con maggiore precisione, è opportuno ricorrere a qualcosa che forse all’inizio risulta sconcertante.
In questo momento sentiamo di essere allontanati dalla terra, la terra quasi sotto di noi, ben lontana, e sentiamo che, penetrando nel mondo dello spirito, siamo giunti al sole.
Infatti, così come durante la vita terrena abbiamo sentito di essere uniti alla terra, ora ci sentiamo uniti al sole e all’intero suo sistema planetario. Per questo motivo, nell’occultismo moderno, si attribuisce grande importanza alla comprensione di come Cristo sia venuto a noi come essere solare, perché è necessario comprendere come egli ci guida al sole per mezzo del Mistero del Golgota. Per mezzo dell’occultismo ci viene mostrato che Cristo è un essere solare che ci riconduce al sole. Ed ora viene lo sconcertante: così come è necessario comprendere il nostro rapporto con Cristo, deve essere compresa anche un’altra cosa. Ora inizia il momento in cui, stando di fronte a noi come un essere reale, si conosce quello che si è sempre designato come Lucifero. Quando ci si sente ora nel sole, non ci si sente nella luce fisica che fluisce, bensì nella luce puramente spirituale. E da questo momento in poi, si avverte Lucifero non più come un’entità nemica come prima, bensì lo si avverte sempre più come un essere pienamente legittimo nel mondo. Si avverte ora la necessità, nel proseguimento della vita dopo la morte, di considerare Lucifero e l’essenza di Cristo come due potenze ugualmente legittime, l’una accanto all’altra. Per quanto strana possa sembrare questa equivalenza tra Cristo e Lucifero, si giunge proprio da quel momento in poi a riconoscerla; a considerare entrambe le potenze come una specie di fratelli.
Come ciò sia da spiegare risulta da quello che si continua ancora a vivere nel proseguimento della vita dopo la morte.
Se considerate la descrizione che mi è stata data più volte come descrizione della vita di Saturno, Sole e Luna, avete in essa il corso della via che effettivamente si percorre spiritualmente dopo la morte.
La cosa singolare è unicamente che non si vive la progressione nell’ordine della genesi cosmica: Saturno, Sole, Luna; bensì si vive dapprima l’essere-lunare, poi l’essere-solare e per ultimo l’essere-saturnino. Se leggeste tutto quanto da me descritto nella “Cronaca dell’Akasha” e tornaste indietro dalla Luna, avreste il mondo che l’anima sperimenta nel cammino che percorre dopo la morte. E allora si nota che, quando si osservano queste cose come dal mondo spirituale, si ha qualcosa di simile a un ricordo della vita nell’esistenza prenatale. Ma ancora molto più significativo è, per così dire, l’elemento morale della prosecuzione della vita in questo mondo che ora è stato caratterizzato. Come è stato descritto nella “Cronaca dell’Akasha”, gradualmente si perde l’interesse che prima, fino a questo momento, si aveva molto intensamente per quello che si è sperimentato sulla terra. Si affievolisce l’interesse per i singoli uomini con i quali si avevano relazioni; si affievoliscono gli interessi per le cose singole. Si sa che i ricordi che ora si conservano non sono portati avanti da nessun altro se non da Cristo: Cristo accompagna l’uomo, e proprio per questo si può avere il ricordo. Se Cristo non accompagnasse l’uomo, il ricordo della vita terrena verrebbe a mancare; poiché quello che ci unisce alla terra oltre il momento descritto è effettivamente l’esperienza di esserci uniti a Cristo. Per mezzo della nostra nuova vita nel mondo spirituale, acquisiamo un interesse completamente nuovo per Lucifero e per il suo mondo. Troviamo infatti che ora, liberati dagli interessi terreni, possiamo incontrare Lucifero senza danno. E facciamo la scoperta straordinaria che Lucifero ha un’influenza dannosa su di noi solamente quando siamo noi stessi afferrati allo stato terreno. Ora ci appare proprio come l’essere che può spiegarci quello che ancora abbiamo da vivere nel mondo dello spirito, e per un lungo tempo rimaniamo nell’esperienza di conquistare da noi quello che Lucifero in queste vastità del mondo spirituale può offrirci.
Forse ancora una volta è sconcertante dire quello che sentiamo solamente soggettivamente; ma anche se viene enunciato qualcosa di inizialmente sconcertante, forse in questo caso è la cosa più comprensibile: dopo un certo tempo ci sentiamo ora come abitanti di Marte.
Dopo esserci sentiti come abitanti del sole, notiamo gradualmente che, così come precedentemente abbiamo lasciato dietro la terra, ora lasciamo dietro il sole, e ci sentiamo, rispetto alla nostra realtà cosmica, come abitanti di Marte. E per la vita che ora conduciamo, ci appare in realtà come se Cristo ci avesse dato tutto il passato, che rimane dietro di noi, e Lucifero ci preparasse per la futura reincarnazione. Se viviamo consapevolmente questa vita su Marte e più tardi sulla terra, per mezzo dell’iniziazione, potremmo ricordarcene, allora sperimentiamo che tutto ciò che non portiamo in noi come esperienze dell’esistenza terrena attraverso il grande spazio cosmico, tutto ciò che non abbiamo dalla terra, ce lo dà Lucifero. Il nostro precedente interesse umano diviene ora sempre più cosmico. Mentre sulla terra assumevamo ciò che il minerale, la pianta, l’animale, ciò che l’aria e l’acqua, la montagna e la valle ci davano, da questo momento in poi assumiamo le esperienze del cosmo, quello che dal mondo del cosmo si impone su di noi. Inizia quella forma di percezione che si è sempre designata - anche se poco compresa - come la musica delle sfere. Tutto ciò che esiste viene percepito in quanto risuona verso di noi dal perimetro del cosmo. Ma così come se si udissero pure armonie, risuona dal cosmo, non come i suoni dal mondo fisico.
Si giunge a un punto dell’esperienza in cui ci si sente come nel centro del cosmo, e da tutti i lati, risuonando verso l’interno, percepiamo i fatti del mondo per mezzo di questa musica delle sfere. Ora abbiamo abbandonato dietro a noi anche l’essere-marziano, e l’occultista parla del fatto che siamo giunti all’essere-gioviale.
Se continuiamo a vivere, la musica delle sfere si intensifica certamente sempre di più; ma alla fine diviene così forte che ci stordisce.
Viviamo dentro di noi, come in uno stordimento, la musica delle sfere. La prosecuzione della vita procede in modo che, dopo aver attraversato l’essere-gioviale, lo lasciamo dietro a noi e ora ci troviamo effettivamente al limite estremo del nostro sistema solare: su Saturno. Qui giunti, facciamo un’esperienza morale molto importante: se fino a questo momento Cristo ci ha mantenuto il ricordo dei nostri precedenti stati terreni, e così ci ha preservato dagli stati d’angoscia della coscienza che svanisce, allora notiamo proprio in questo nostro stato dell’anima attuale dopo la morte quanto poco fosse adeguato ai più alti imperativi morali ciò che abbiamo attraversato sulla terra, quanto poco fosse adeguato alla maestà dell’intero essere cosmico. Come un rimprovero ci tocca la vita che abbiamo lasciato dietro. E ora si stabilisce qualcosa di straordinariamente significativo. Come se emergesse dall’indefinito buio notturno, ci appare di fronte all’anima l’intera somma della nostra vita, come si è configurata karmicamente nell’ultima incarnazione terrena.
Se considerate la vostra attuale esistenza terrena, la vostra attuale incarnazione, l’avete effettivamente di nuovo come essa si presenta all’anima in quel momento dopo la morte che è stato ora descritto; ma dentro di voi sentite chiaramente tutto quello che avete da obiettare contro quell’incarnazione. Vedete quest’ultima incarnazione dal punto di vista cosmico. Da questo momento in poi, né il principio di Cristo né il principio di Lucifero può mantenere la nostra coscienza, bensì in tutti i casi - se non è avvenuta un’iniziazione nella vita precedente - subentra un offuscamento della coscienza. Inizia un certo sonno spirituale, che è necessario per la vita umana, dopo che fino a questo momento era stata presente una specie di coscienza, mantenuta dalle condizioni descritte. Questo sonno spirituale è però ora connesso a qualcos’altro.
Perché l’uomo non può più sentire nulla, non può più rappresentarsi nulla, tutti gli influssi cosmici possono agire direttamente su di lui, con eccezione di quelli del sistema solare.
Immaginate di escludere l’intero sistema solare e che sia presente solamente ciò che sta al di fuori di esso: allora avete gli influssi che ora sopraggiungono.
E qui giungiamo al punto dal quale ieri sono partite le esposizioni. Quello che ora è importante investigare è il nesso tra questa seconda parte della vita tra morte e nuova nascita e la vita embrionale dell’uomo. Sapete che la vita embrionale dell’uomo inizia con il piccolo germe di forma sferica. Ora la cosa singolare per l’osservazione occulta è che questo germe umano, all’inizio, si presenta come un’immagine speculare di quello che l’uomo vive dal cosmo nella maniera appena descritta. All’inizio della vita embrionale, il germe dell’uomo è effettivamente un prodotto cosmico, un’immagine speculare della vita cosmica, nella quale non viene a espressione la vita all’interno del sistema solare. E la cosa straordinaria è che tutto ciò che ora accade al germe durante la vita embrionale si rivela come un’esclusione dell’influsso cosmico e un’assunzione degli influssi del sistema solare. Solo in un periodo relativamente più tardo, quando i processi durante la vita dopo la morte sono nuovamente retrocessi lungo il cammino attraverso gli stati di Saturno, Giove e Marte, iniziano nel germe quegli influssi che si dicono ereditari. Così possiamo dire che l’uomo prepara già la sua vita germinale in un’esistenza cosmica prima della vita embrionale, in una specie di sonno del mondo che lo avvolge.
Siamo riuniti questa sera in una nuova forma della nostra cara sezione di Hannover, e con questa sera è dato il più bello dei battesimi, nel fatto che così tanti dei nostri amici qui sono apparsi e hanno così ancora una volta manifestato nei loro cuori, anche qui in questo luogo, che vi è serietà in quello che riuniamo nella nostra corrente di visione del mondo spirituale.
È già da un certo tempo che in simili occasioni, da un lato è effettivamente una difficoltà, che dall’altro lato però può riempire di una certa soddisfazione: che, quando i nostri amici si sono procurati una tale forma per il loro lavoro, essa si rivela subito dalle primissime assemblee come troppo piccola.
Questa è naturalmente una questione che ha due aspetti; tuttavia, è allo stesso tempo quello che può riempire la nostra anima di fiducia e speranza per la forza portante del nostro movimento.
E così lasciate che io brevemente, all’entrata della nostra considerazione, esprima che anche in questi spazi possano fiorire benedizione e prosperità al lavoro spirituale che qui si compie; lasciate che io esprima il desiderio del cuore, che questo lavoro proceda in modo che, per la sua forza interiore e solidità, possa avere la benedizione di coloro che come guide spirituali vegliano sul nostro movimento.
Questa benedizione, possiamo averla solamente allora, quando in sincerità interiore, verità e rettitudine cerchiamo i grandi ideali spirituali. Allora però, quando da questo sforzo usciamo in spirito serio, vero e onesto e qui insieme lavoriamo, allora possiamo sempre essere sicuri che la benedizione di coloro che noi chiamiamo i maestri della saggezza e dell’armonia dei sentimenti, veglia sulla nostra causa.
E così possa allora questa benedizione fluire su noi, affinché il nostro lavoro possa diventare quello che dà alle anime forza e vigore, affinché questo lavoro fornisca un piccolo mattone a quello che per mezzo della scienza dello spirito deve essere apportato alla cultura dell’intera umanità.
Vogliamo partire, cari amici, nella nostra considerazione odierna da una considerazione attenta di quello che noi chiamiamo la nostra coscienza umana.
Che cosa chiamiamo dunque la nostra coscienza umana? Ora, possiamo anzitutto descrivere questa coscienza. Possiamo dire: mentre siamo nello stato del sonno - dal momento dell’addormentarsi alla sera al momento del risveglio la mattina seguente - allora questa coscienza non è in noi. Nessuno, che così ha i suoi cinque sensi a posto - se mi permetto di usare questa espressione - dubita che essa sia presente anche quando alla sera, nell’addormentarsi, questa coscienza viene per così dire persa. Poiché se ne dubitasse, affermerebbe l’assolutamente insensata affermazione che tutto quello che interiormente ha sperimentato durante il sonno viene perduto e la mattina seguente nasce di nuovo da capo. Chi non ha questa insensata opinione, è convinto che essa esista anche durante il tempo del sonno. Ma quello che non è in lui è ciò che noi chiamiamo la nostra coscienza. Durante il sonno non siamo pieni di rappresentazioni, non siamo pieni di impulsi, desideri e passioni; non siamo pieni di dolori e sofferenze - poiché se i dolori diventassero così forti da disturbare il nostro sonno, allora rimane presente la coscienza. Colui che può distinguere tra il sonno e la veglia, sa anche cos’è la coscienza. La coscienza è quello che a ogni risveglio entra di nuovo nell’anima; tutta la somma di rappresentazioni, affetti, passioni, dolori e così via, questo entra la mattina di nuovo nell’anima.
Per mezzo di che cosa è caratterizzata specialmente questa coscienza nell’uomo?
Nell’uomo è caratterizzata specialmente dal fatto che tutto quello che l’uomo può avere nella sua coscienza è, per così dire, accompagnato dal sentimento, dal sentire, dall’esperienza dell’Io; e una rappresentazione, alla quale voi non potreste pensare: io me la rappresento; un sentimento, al quale voi non potreste pensare: io sento; un dolore, al quale voi non potreste dire: mi duole, questo non sarebbe un’esperienza interiore reale della vostra anima. Tutto ciò che voi vivete deve essere connesso con la rappresentazione dell’Io. Questo è così. Tuttavia, sapete che questo collegamento con la rappresentazione dell’Io - ne abbiamo già parlato più spesso - inizia a un certo momento della vita. Intorno al terzo anno di vita, il bambino inizia a collegare l’esperienza quando non dice più: Carlo o Maria gioca o parla e così via, bensì: Io parlo.
Così effettivamente si accende la conoscenza dell’Io nel corso dell’infanzia. Oggi vogliamo chiederci: per mezzo di che cosa gradualmente nel bambino si accende la conoscenza dell’Io? Ora possiamo vedere proprio in questa domanda, che le cose apparentemente più semplici, in verità non sono così completamente facili a rispondersi, sebbene talvolta la risposta sia assai vicina. Come arriva il bambino dallo stato di coscienza generale senza Io a rappresentazioni piene di Io? Chi studia veramente la vita del bambino, può sperimentare come il bambino arriva a questo. Vedete, c’è un’osservazione molto semplice, che chiunque può fare, che lo può convincere di come il bambino arriva alla coscienza dell’Io. L’uomo ha solo bisogno di osservare sul serio una volta come si forma e si rinforza questa rappresentazione dell’Io. Osservate una volta un bambino quando si urta il capo contro il bordo della tavola. Se osservate più attentamente la vita del bambino, scoprirete che il sentimento dell’Io è cresciuto, dopo che il bambino si è urtato il capo. Si è infatti percepito. Questo contribuisce al fatto che il bambino impara a conoscere se stesso.
Ora non ha bisogno sempre di danneggiarsi in una tale cosa, non ha bisogno sempre di ricevere ferite esterne; già quando il bambino pone le mani da qualche parte, è un piccolo urto, allora il bambino si percepisce da altri oggetti.
Voi dovrete dirvi: il bambino non arriverebbe alla coscienza dell’Io se non si percepisse nel mondo esterno, nella resistenza del mondo esterno. Se il bambino non sperimentasse resistenza, non arriverebbe mai alla coscienza dell’Io. Che il bambino possa avere un mondo esterno di fronte a sé, questo forma gradualmente la coscienza dell’Io nel bambino. Allora sapete, a una certa epoca della sua vita, il bambino ha questa coscienza dell’Io. Ma allora non finisce quello che fino ad allora si era verificato nell’uomo; solo che avviene un’inversione. Il bambino ha formato la coscienza dell’Io in quanto percepisce gli oggetti esterni come al di fuori di sé, così si separa da loro. Quando questa coscienza dell’Io è una volta presente, ancora vi si urta, deve continuamente urtarsi. Dove allora vi si urta? Che cosa che non viene a contatto con nulla, non può sapere nulla di se stesso, almeno non all’interno del nostro mondo, per quanto viviamo nel mondo. Vedete, dal momento in cui la coscienza dell’Io è presente, l’Io vi si urta nella corporalità interna propria, allora l’Io inizia a vivere verso l’interno; l’Io inizia a urtarsi nella corporalità propria verso l’interno. Voi avete solo bisogno di pensare al fatto che il bambino ogni mattina si sveglia. Questo è un penetrare dell’Io e del corpo astrale nel corpo fisico e nel corpo eterico, qui vi si urta l’Io al corpo fisico e al corpo eterico. Sì, immaginate, se già quando immergete la mano nell’acqua e misurate l’acqua, avete dappertutto una resistenza, dove vi toccate l’acqua. Così è quando l’Io si tuffa la mattina e si sente circondato dalla vita interiore. Ma durante l’intera vita questo Io è immerso in questo corpo fisico e corpo eterico, e vi si urta da tutti i lati su questi corpi.
Se voi immergete la mano nell’acqua, sentirete la mano da tutti i lati; così è quando l’Io si immerge nel corpo eterico e nel corpo fisico e vi si urta da tutti i lati all’interno di questa corporalità.
E questo accade durante l’intera vita. Durante l’intera vita l’uomo deve, con ogni nuovo risveglio la mattina, immergersi nel suo corpo fisico e nel suo corpo eterico, e per il fatto che così si immerge, accadono continuamente collisioni tra il corpo fisico e il corpo eterico da un lato e il corpo astrale e l’Io dall’altro lato. Qual è la conseguenza di ciò? La conseguenza è che quegli esseri che così si scontrano, vengono consumati. Per l’Io e il corpo astrale da un lato e per il corpo eterico e il corpo fisico dall’altro lato, accade esattamente così, come se continuamente colpiste due corpi l’uno contro l’altro. Si consumano; e questo consumarsi, questo è l’invecchiamento graduale, l’usura che avviene nell’uomo nel corso della vita, ed è anche il motivo per cui noi fisicamente moriamo. Immaginate una volta: non avessimo corpo fisico, nessun corpo eterico, allora non potremmo mantenere la coscienza dell’Io. Potremmo sì giungere a sviluppare la coscienza dell’Io, ma non potremmo mantenerla. Poiché dobbiamo sempre urtarci verso l’interno, se essa deve essere mantenuta nella nostra coscienza. Da ciò non segue niente di meno che il fatto straordinariamente significativo che dall’usura della nostra essenza abbiamo lo sviluppo del nostro Io. Se non potessimo urtarci con le parti della nostra essenza, non potremmo avere coscienza dell’Io. Sì, se l’uomo chiede, a che cosa serve la distruzione, l’invecchiamento, la morte, allora si deve rispondere: la distruzione, l’invecchiamento, la morte esistono affinché l’uomo, mentre è distrutto, si sviluppi, cioè sviluppi sempre ulteriormente la coscienza dell’Io. Se non potessimo morire - questa è l’espressione radicale per questo - non potremmo essere veramente uomini. Se però usiamo questo fatto nella sua piena importanza sulla nostra anima, allora può venire a noi il seguente pensiero, al quale l’occultismo può rispondere, vale a dire il pensiero: come uomini, abbiamo bisogno, se vogliamo vivere, sempre di corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e Io.
Come siamo nel presente della vita umana, dobbiamo dire, abbiamo bisogno di questi quattro elementi; ma affinché possiamo conseguire la coscienza dell’Io, dobbiamo distruggerli.
Dobbiamo continuamente riceverli di nuovo, affinché di continuo li distruggiamo. Su questo si basa la necessità delle ripetute vite terrene, al fine di avere la possibilità di sempre nuovamente distruggere i corpi umani e così, proprio come esseri umani consapevoli, svilupparci ulteriormente.
Ora abbiamo nell’esistenza terrena un solo arto umano, alla cui evoluzione possiamo veramente operare: il nostro Io. Possiamo operare all’evoluzione del nostro Io in una certa misura. Che cosa significa, nel senso spirituale, operare all’evoluzione del proprio Io? Per rispondere a questa domanda dobbiamo renderci conto di ciò che rende necessaria l’operosità sull’Io.
Immaginiamo un uomo che si rivolga a un altro e gli dica: Tu sei una persona cattiva. Se ciò non è vero, allora chi parla ha pronunciato una menzogna. Che cosa significa una tale affermazione dell’Io che è menzogna? Significa che da quel momento l’Io è divenuto meno prezioso. Questa è la significazione oggettiva dell’immoralità. Siamo più preziosi prima del momento in cui abbiamo detto una menzogna, che successivamente. Misurate tutti gli spazi e i tempi: il valore del vostro Io decresce per ogni spazio, tempo, infinità ed eternità, quando lo avete reso minore con tale azione.
Ma durante la vita, fra nascita e morte, disponiamo di una possibilità. Possiamo migliorare ciò che abbiamo fatto per rendere meno prezioso il nostro Io, se riusciamo a superare la nostra menzogna. Possiamo confessare a colui al quale abbiamo detto «Tu sei una cattiva persona»: mi sono sbagliato, non è vero quello che ho affermato, e così via. Allora abbiamo restituito valore al nostro Io, abbiamo compensato il danno che gli avevamo inflitto, abbiamo fatto in modo che ciò che gli avevamo causato sia di nuovo equilibrato.
Così per molte cose che toccano il nostro Io, abbiamo la capacità, durante la nostra vita, di creare un equilibrio, di migliorare ciò per cui l’Io diviene imperfetto. Se per esempio è nostro compito conoscere qualcosa e l’abbiamo dimenticato, il nostro Io è meno prezioso; ma se ci sforziamo, possiamo richiamarlo alla memoria. L’Io aveva prima meno valore; quando lo abbiamo richiamato alla memoria, abbiamo compensato il danno. Dunque: possiamo rendere il nostro Io meno prezioso; ma possiamo anche renderlo sempre più prezioso.
Vedete, questa facoltà di revisionare, per così dire, un arto della vita, un arto dell’umanità in noi, di correggere i suoi errori, di farlo progredire, questa facoltà l’abbiamo rispetto all’Io. Ma la coscienza umana non si estende direttamente all’essere astrale, all’etereo e ancor meno al fisico. Tuttavia l’intera vita è una continua distruzione di questi tre arti, eppure non sappiamo come ripararli sempre di nuovo. Su ciò l’uomo è signore: sa come riparare l’Io, sa come compensare un difetto morale, un difetto di memoria. Ma su ciò che l’uomo continua a distruggere nel suo corpo astrale, etereo e fisico, su questo non è signore.
Nonostante ciò, questa triade viene continuamente peggiorata, e così vivendo, continuamente compiamo attacchi contro i nostri tre arti dell’umanità: corpo astrale, corpo etereo e corpo fisico. Operiamo sull’Io. Se durante tutta la vita fra nascita e morte non operassimo sul nostro Io, esso non avanzerebbe. Ma sul corpo astrale, sul corpo etereo e sul corpo fisico l’uomo non può operare così consapevolmente come sul suo Io. Eppure ciò che l’uomo continua a distruggere deve essere di nuovo compensato. L’uomo deve, nel periodo fra la morte e una nuova nascita, nella giusta maniera, essere di nuovo composto come corpo astrale, corpo etereo e corpo fisico, quanto ha distrutto.
Deve essere possibile che in questo tempo otteniamo ciò che prima nella vita avevamo distrutto: il corpo astrale, il corpo etereo, il corpo fisico. Ma ciò può accadere solo perché qualcosa opera in noi che non è nella nostra mano. È evidente che voi, senza possedere poteri magici particolari, non potete procurarvi un corpo astrale dopo il decesso. Questo deve essere creato per l’uomo dal grande mondo, dal macrocosmo.
Qui comprendete la domanda: dove viene dunque di nuovo ricostruito ciò che abbiamo distrutto nel nostro corpo astrale? Dobbiamo avere un corpo giusto quando rinasciamo a una nuova esistenza corporea. Dove si trovano le forze nell’universo che ricostruiscono il corpo astrale? Vedete, queste forze potete cercarle con tutti i possibili mezzi chiaroveggenti sulla terra: sulla terra non le troverete. E se dipendesse solo dalla terra, all’uomo non potrebbe mai essere ricostruito il corpo astrale.
La concezione materialistica del mondo, che crede di trovare tutte le condizioni dell’umanità sulla terra, si inganna gravemente. L’uomo non ha la sua patria solo sulla terra. La vera osservazione della vita fra la morte e una nuova nascita ci mostra che le forze di cui l’uomo ha bisogno di possedere per ricostruire il suo corpo astrale, si trovano presso Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno, presso gli astri del nostro sistema planetario. Ciò che emana da questi astri in forze, tutto deve operare alla ricostruzione del nostro corpo astrale; e se da lì non riceviamo le forze, non possiamo ottenere un corpo astrale.
Che cosa significa dunque questo? Significa semplicemente che dopo la morte, o anche durante un’iniziazione, dobbiamo dispiegare le forze del nostro corpo astrale e uscire dal corpo fisico. E questo corpo astrale si dilata nell’universo. Mentre altrimenti siamo concentrati su un piccolissimo punto di questo universo, dopo la morte tutto il nostro essere si dilata in tutto il cosmo. In realtà la vita fra la morte e una nuova nascita non è nient’altro che un risucchiare dalle stelle le forze che ci servono affinché gli arti che abbiamo distrutto durante la vita possano essere ricostruiti. Quindi dalle stelle riceviamo realmente ciò che ci ricostruisce il corpo astrale.
Nel campo che si chiama veramente occultismo, la ricerca è molto difficile e complicata. Vedete, se un uomo ha gli occhi completamente sani e lo mandate, diciamo, in una regione della Svizzera, e si pone su una montagna molto alta e poi torna, vi darà una descrizione che corrisponde ai fatti. Ma potete ben immaginarvi che se vi ritorna una seconda volta e sale sulla medesima montagna, forse un po’ più in alto, descriverà ciò che vede da un punto di vista diverso. E dalle descrizioni da diversi punti di vista si ricava sempre un concetto più completo, più giusto del paesaggio montano.
Si crede che quando uno è divenuto chiaroveggente, allora sappia tutto. Non è così semplice la cosa. Nel mondo spirituale si tratta sempre di una ricerca pezzo per pezzo. E anche in cose che sono state esaminate con precisione si trova sempre qualcosa di nuovo. Ora era proprio mio compito negli ultimi due anni esaminare di nuovo più attentamente il capitolo della vita fra la morte e una nuova nascita, verificarlo di nuovo; e di questi nuovi esami vorrei raccontarvi qui qualcosa.
Naturalmente in una tale questione dovete rendervi conto che una vera comprensione può averla solo chi può sentire più profondamente una tale cosa, chi ha cuore e senso per tale contemplazione. Non si può pretendere che tutto sia provato e dimostrato in una sera. Ma se veramente, in pazienza, confrontate tutto e mantenete insieme ciò che è stato detto nel corso del tempo, troverete che non c’è parte del nostro occultismo che non si connetta alle altre, formando un tutto ben arrotondato e coeso.
Proprio questa ricerca del tempo fra la morte e una nuova nascita mi è stata affidata negli ultimi tempi. E ciò è emerso particolarmente in queste ricerche che mi sono state assegnate di recente: proprio nel senso di questi studi, afferrare con lo sguardo spirituale le condizioni che esistono per questa intera vita fra una morte e una nuova nascita. Qui si mostra realmente che l’uomo, come sulla terra fra nascita e morte è come concentrato nel suo spazio minimo, gradualmente esce sempre più da questo spazio minimo quando depone il corpo fisico.
Quando attraversa la porta della morte, si dilata sempre più, cresce e cresce. Cresce a poco a poco nel sistema planetario. Cresce proprio fino alla regione dove orbita la luna. E l’uomo diviene così grande che i suoi confini estremi coincidono con la sfera segnata dalla posizione della luna. Lì termina il kamaloka. Quando l’uomo continua a crescere, cresce prima nella sfera formata da Mercurio, poi in quella di Venere. Allora realmente l’uomo, mentre si dilata sempre più e sempre più, crescendo sempre più, diviene così grande che il limite estremo è delimitato dall’orbita solare, cioè da dove diciamo che è l’orbita solare apparente.
Non abbiamo bisogno di preoccuparci del sistema copernicano; abbiamo solo bisogno di immaginare le orbite come sono espresse nel ciclo di Düsseldorf sulle gerarchie spirituali e il loro rispecchiamento nel mondo fisico. L’uomo dunque cresce nel sistema planetario salendo nei mondi spirituali, nella sfera della luna e così via fino nella sfera più esterna, quella di Saturno. E tutto questo è necessario affinché l’uomo nel modo giusto entri in contatto con le forze che può ottenere per il suo corpo astrale solo dalle forze del sistema planetario.
Ma ora si manifesta una diversità quando si osservano diversi uomini. La diversità emerge quando si osserva per esempio un uomo dopo la morte che durante la sua vita ha suscitato nel suo animo una disposizione morale, buona, che porta attraverso la morte una disposizione morale dell’anima. Si può paragonarlo con uno che porta attraverso la porta della morte una disposizione meno morale dell’anima; ciò fa una grande differenza, e ciò si mostra già quando l’uomo entra nelle forze di Mercurio.
Come si mostra? Quando l’uomo ha attraversato la porta della morte, percepisce attraverso quei mezzi di percezione che abbiamo dopo il tempo del kamaloka, per esempio gli esseri che gli erano vicini nella vita, che sono morti prima che egli stesso attraversasse la porta della morte. Sono essi uniti a lui? Certo, entriamo in contatto con tutti questi esseri, viviamo con essi anche nella vita dopo la morte. Ma c’è una differenza in come viviamo con gli esseri con cui abbiamo vissuto sulla terra. C’è una differenza secondo che l’uomo porti attraverso la morte una disposizione morale dell’anima o una disposizione immorale.
Se l’uomo durante la vita è stato immorale, allora certo viene in contatto con i suoi familiari e amici, ma è sempre creato dalla sua stessa essenza come un muro, attraverso cui non può passare fino agli altri esseri. E l’uomo con disposizione immorale dell’anima dopo la morte diviene un eremita, un essere solitario che ovunque ha come un muro intorno a sé e non può giungere agli esseri nella cui sfera è collocato.
Ma l’anima con disposizione morale dell’anima, l’anima con tali rappresentazioni interiori che abbiamo quando purifichiamo la nostra volontà, diviene per così dire uno spirito socievole e sempre trova i ponti e i legami con gli esseri nella cui sfera vive. Che siamo spiriti solitari o spiriti socievoli, ciò si decide secondo la nostra disposizione immorale o morale dell’anima. Questa decisione ha una conseguenza molto importante. Chi è uno spirito socievole e non è chiuso nel guscio della sua essenza, ma può avvicinarsi agli esseri della sua sfera, questo uomo lavora fruttuosamente all’evoluzione, al progresso di tutto il mondo; l’uomo immorale, che dopo la morte diviene eremita, spirito solitario, lavora alla distruzione di tutto il mondo; fa dei buchi nel mondo intero grandi quanto il grado della sua immoralità, della sua chiusura.
L’effetto dei fatti immorali di tale uomo è per lui una sofferenza, per il mondo una distruzione. La disposizione morale dell’anima dunque ha grande significazione già nei primi tempi del kamaloka; decide il nostro destino anche per il tempo seguente, che si chiama tempo di Venere. Ma vengono in considerazione ancora altre rappresentazioni che l’uomo ha sviluppato durante la vita e che lo riguardano quando entra nel mondo spirituale. Queste altre rappresentazioni sono le rappresentazioni religiose.
Diversamente vive l’anima nella sfera di Venere dopo la morte se ha avuto un legame religioso fra il caduco e l’incaduco, e diversamente vive se non ha avuto questo legame. Di nuovo dipende da ciò se diveniamo spiriti socievoli o solitari, eremiti, secondo che durante la vita siamo stati disposti religiosamente o no. La chiusura durante la vita, la chiusura religiosa durante la vita, ci fa divenire eremiti, spiriti non socievoli.
Come se fossimo rinchiusi in una capsula, come in una prigione, così si sente una tale anima irreligiosa. Sappiamo bene che al di fuori di noi sono gli esseri, ma siamo come in una prigione, in una capsula, così che non possiamo raggiungerli. Così per esempio i membri della Lega Monistica, nella misura in cui hanno escluso ogni sentimento religioso nelle loro vuote concezioni materialistiche, non saranno uniti dopo la morte in una nuova società, in una lega; saranno invece chiusi ognuno nella sua propria prigione. Naturalmente questo non deve significare nulla contro la Lega Monistica; deve solo rendere comprensibile un fatto.
Nel presente della vita le concezioni materialistiche sono un errore; nel regno dello spirito sono un fatto: precisamente il fatto che ci rinchiudiamo con tali concezioni, con cui qui nel fisico solamente per errore ci isoliamo, e ci incarceriamo lì nel regno spirituale, ci rendiamo prigionieri della nostra stessa astralità. Ci togliamo le forze di attrazione nella sfera di Mercurio attraverso la costituzione immorale della vita; ci togliamo le forze di attrazione nella sfera di Venere attraverso la costituzione irreligiosa dell’anima; non possiamo tirare fuori da questa sfera le forze di cui abbiamo bisogno; ciò significa che nella prossima incarnazione otterremo un corpo astrale in certo senso imperfetto.
Qui vedete come si costruisce il karma, qui vedete la tecnica del karma. Se si prende questo fatto della ricerca occulta, allora si illumina in modo straordinario un detto che, come istintivamente, è stato fatto da Kant. Quando volle dire quali due cose gli ispirassero maggior ammirazione, disse: Il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me. Apparentemente sono due cose; in verità è una cosa sola e medesima.
Sì, perché ci pervade un tale sentimento di sublimità, di serietà sacra e divina quando guardiamo verso le lontananze del cielo stellato? Perché allora, senza che lo sappiamo, si risveglia il nostro sentimento di heimat spirituale; perché allora nell’anima si risveglia il sentimento: prima di essere disceso sulla terra a una nuova incarnazione, tu stesso eri in queste stelle, e da queste stelle hai ricevuto le tue migliori forze dentro di te.
E la tua legge morale, ti è stata conferita quando dimoravi in questo mondo di stelle. Puoi contemplare ciò che il cielo stellato ti ha dato fra la morte e una nuova nascita, come le migliori, più belle forze della tua anima, quando pratichi l’autoconoscenza. Ciò che nel cielo stellato percepiamo è la legge morale che ci è data dai mondi spirituali, poiché viviamo con il cielo stellato fra la morte e una nuova nascita. Chi vuole porsi nella possibilità di ricevere un’intuizione di dove provengono le sue migliori forze, dovrebbe contemplare il cielo stellato con tali sentimenti.
Chi per nulla non vuole domandare, ma vive ottusamente nel corso dei giorni, le stelle non gli racconteranno nulla. Ma chi si pone la domanda: come arriva in me ciò che non ha mai legame con il mio corpo dei sensi? Se allora rivolge lo sguardo al cielo stellato e lo pervade quel sentimento particolare; se allora può sentire come può divenire pio, allora sa: è il ricordo della nostra eterna heimat. Così si cresce gradualmente nello stato in cui veramente condividiamo la vita con il cielo stellato fra la morte e una nuova nascita.
Abbiamo domandato finora sul nostro corpo astrale con i suoi nessi, la sua ricostruzione nel mondo spirituale. La stessa domanda possiamo porre riguardo al nostro corpo etereo. Anche questo dobbiamo distruggere tutta la nostra vita; ma parimenti dobbiamo prendere da altrove le forze affinché possiamo ricostruirlo, affinché possiamo metterlo in grado di fare il suo lavoro durante la vita per tutto l’uomo.
Sì, furono lunghi periodi nello sviluppo umano della terra in cui l’uomo non poteva fare assolutamente nulla per contribuire che il suo corpo etereo nella prossima incarnazione fosse equipaggiato di buone forze. Ma l’uomo allora possedeva un’eredità dai tempi in cui era sorto sulla terra. Finché durò l’antica chiaroveggenza, nell’uomo erano ancora tali forze che al momento della morte rimanevano inutilizzate, specie di forze di riserva, con cui il corpo etereo poteva essere ricostruito.
Ma questo è il senso dello sviluppo umano: che tutte le forze diminuiscono e devono essere sostituite da nuove. E oggi siamo veramente in un punto di sviluppo dove l’uomo deve fare qualcosa affinché il suo corpo etereo possa essere ricostruito. Attraverso tutto ciò che facciamo con le ordinarie concezioni morali, ciò che facciamo con qualche religione della terra, con una religione limitata a un popolo della terra, passiamo certamente nel sistema planetario e traiamo dal sistema planetario le forze di cui abbiamo bisogno per la ricostruzione del corpo astrale; solo attraverso una cosa passiamo senza trarre le giuste forze: attraverso il sole stesso.
Poiché il sole deve fornire al nostro corpo etereo le forze; il nostro corpo etereo deve trarre dal sole le forze di cui ha bisogno per la sua ricostruzione. Nei tempi precristiani così era: che l’uomo mentre si sviluppava salendo nel mondo spirituale, portava con sé una parte delle forze del corpo etereo, e queste forze di riserva gli permettevano di trarre dal sole ciò che aveva bisogno per la ricostruzione del corpo etereo in una nuova incarnazione.
Questo è diverso ora: l’uomo rimane sempre più intoccato dalle forze del sole. Se non fa qualcosa di corrispondente affinché il suo corpo etereo si prepari così da versare nell’anima ciò che dalle forze del sole può trarre le forze di cui ha bisogno per la ricostruzione del suo corpo etereo, passa intoccato attraverso la sfera solare.
Ora ciò che possiamo sentire da un singolo credo religioso della terra non può mai darci nell’anima ciò che abbiamo bisogno di possedere per sussistere nella sfera solare. Ciò che possiamo versare nel nostro corpo etereo, ciò che allora abbiamo bisogno nell’anima affinché possa passare fruttuosamente attraverso la sfera solare, questo può divenire per noi solo dal comune che scorre in tutte le religioni umane.
E che cosa scorre in esse? Bene, se confrontate le diverse religioni del mondo — e questo è proprio uno dei compiti più significativi del lavoro spirituale-scientifico, di studiare veramente il nucleo di verità delle diverse religioni — se le confrontate tutte insieme, allora troverete una cosa. Troverete che queste religioni erano sempre nella loro maniera perfette, ma proprio rivolte a un popolo determinato, a un’epoca determinata; che hanno dato a questo popolo, a questa epoca il più importante che questa epoca poteva ricevere. E sostanzialmente sappiamo di più di una religione là dove queste religioni hanno potuto servire il loro tempo e il loro popolo proprio per il fatto che si sono chiuse in una certa maniera egoistica come erano state date dalla grande fonte originaria della vita.
Abbiamo già da più di dieci anni studiato le religioni; ma doveva una volta cominciare a darsi all’umanità qualcosa che vada oltre le singole religioni, che contiene egualmente tutto ciò a cui le singole religioni hanno indicato. Come è potuto accadere ciò? Accadde perché una volta apparve una religione che è una religione non-egoistica. La sua perfezione riposa proprio nel fatto che non si è limitata a un solo popolo e a un’epoca. Una religione nel senso più eminentemente egoistico è per esempio la religione indù. Poiché chi non è indù non può essere accolto in questa religione. Questa religione indù è dunque in senso particolare tagliata sul popolo indù.
Così è anche con le altre religioni territoriali. Su ciò riposa la grandezza dei singoli credi religiosi: che erano ritagliati per le singole condizioni terrene. Chi non fissi questo sguardo, che le religioni proprio in questo hanno la loro perfezione, che si limitano a singole condizioni terrene, chi sempre solo enfatizzi che tutti i sistemi religiosi vengono da un’unica fonte, questi non potrà mai giungere a una conoscenza.
Che cosa significa quindi sempre parlare solo dell’unità? Significa per esempio: qualcuno dice: Sul tavolo stanno sale e pepe e paprica e zucchero, ma non vogliamo sottolineare che cosa significa ognuno per sé, ma cerchiamo l’unità che si esprime nei diversi condimenti, pepe, sale, paprica e zucchero. Si può parlare così su queste cose, ma quando si tratta di passare dal parlare alla realtà, quando si tratta di applicare i diversi condimenti ognuno per sé nella sua particolarità, allora ci si rende già conto della differenza. Nessuno allora, quando applica i diversi condimenti, dirà che tutti senza distinzione sono condimento. Poiché se veramente non c’è differenza, allora prendete una volta il sale o il pepe e mettete questi invece dello zucchero nel vostro caffè o tè; allora sentirete già la differenza. Lo stesso errore logico commette chi non davvero separa i singoli credi religiosi, ma dice: vengono tutti dalla stessa fonte.
Ma se si vuole conoscere come il legame vivente si snoda attraverso le diverse religioni verso un grande scopo, allora si deve imparare a conoscere questo legame, allora si devono veramente studiare le religioni nel loro valore per le singole sfere. Questo è avvenuto da più di dieci anni dentro la nostra sezione dell’Europa centrale della Società Teosofica; e con ciò fu fatto il primo passo per acquisire un genere di religione per qualcosa che non ha nulla a che fare con le differenze umane, che solo con l’umano ha a che fare, che è senza differenza di colore e razza e così via.
Come si esprime? Abbiamo veramente una religione nazionale come l’hanno gli indù o gli ebrei? Se venerassimo Wotan, allora saremmo nella condizione in cui sono gli indù. Ma noi non veneriamo Wotan. L’occidente si è confessato al Cristo, che non è un occidentale, che è uno straniero quanto alla sua stirpe. Non è un modo nazionale-egoistico di legarsi a un credo, il modo come l’occidente si è relazionato al Cristo.
Naturalmente non possiamo trattare esaurientemente il campo qui toccato nel quadro di una singola conferenza; sempre si possono addurre solo singoli punti di vista. Dovrebbe essere addotto che il modo come l’occidente ha acquisito il suo credo religioso è stato assolutamente non-egoistico. Anche in un altro modo si mostra il preponderante del Principio Cristo. Riunite un convegno serio, composto da dotti di religione dei diversi credi religiosi, che si sforzino di confrontare imparzialmente i singoli sistemi religiosi fra loro.
La domanda vorrei porvi: esiste nello stesso senso in qualche religione qualcosa che ha validità su tutta la terra come il seguente: che abbiamo un’osservazione e medesima affermazione, proveniente da due lati, ha un significato completamente diverso come nel cristianesimo? È un’osservazione profonda nel vangelo, quella che il Cristo Gesù fa, dicendo a coloro che insegnava: In voi tutti vive un Divino; non siete voi dèi? Lo dice con tutta la forza: «Voi siete dèi» (Gv. 10, 34).
Con questo il Cristo Gesù intende: Una scintilla riposa in ogni petto umano che è divina, che deve essere accesa, così che si possa dire: Siate come gli dèi! A un’altra, e cioè proprio all’effetto opposto, conduce una parola di Lucifero, quando avvicina l’uomo per abbatterlo dal regno della divinità, dicendo agli uomini: «Voi sarete come Dio» (Gen. 3, 5). Allora il senso era completamente diverso. L’affermazione medesima, per la perdizione dell’umanità, all’inizio della discesa nell’abisso; l’affermazione medesima, un’indicazione verso il nostro massimo scopo! Questo lo si cerchi in qualche credo religioso nello stesso modo! O è l’uno o è l’altro; ma non sono entrambi.
Si cerchi — ma si cerchi solo con precisione — e si vedrà quanto vi sia contenuto nelle poche parole ora dette. Perché il cristianesimo ha accolto in sé questa cosa importante? Affinché si mostri che non si tratta del puro contenuto, ma della fonte da cui proviene. Perché il cristianesimo ha cominciato a indicare e agire giustamente verso ciò che il suo nucleo essenziale proclama: Non solo appartenenza di stirpe è qui, ma è qui l’appartenenza all’umanità, qualcosa che vale senza differenza di razza, nazionalità e credo, qualcosa che si estende oltre tutte le razze e oltre tutti i tempi. Perciò il cristianesimo è insieme così intimamente affine all’anima umana, perché ciò che il cristianesimo può dare non ha bisogno di rimanere straniero a nessuna anima umana.
Questo certo non tutti gli uomini sulla terra l’ammettono ancora. Ma ciò che è vero deve comunque in ultimo affermarsi vittoriosamente. Oggi certamente gli uomini non sono ancora nemmeno così avanti da poter intendere che il buddhista, l’indù non hanno bisogno di rifiutare il Cristo. Pensate un poco che cosa significherebbe se qualcuno, pensando, pensando profondamente, facesse una mozione e ci dicesse: È ingiusto da parte di voi credenti nel Cristo, se in particolare del Cristo dite: tutti i credi possono riunirsi in lui, possono riconoscerlo egualmente come il loro massimo scopo. Con ciò voi date precedenza al Cristo. Voi particolarmente non dovete fare un’asserzione tale sul Cristo.
Perché dunque no? Forse perché l’indù potrebbe pretendere che dovremmo venerare solo i suoi insegnamenti? Non vogliamo togliere nulla a questi insegnamenti, che veneriamo davvero così profondamente come ogni indù. Può il buddhista dire: Io non devo riconoscere il Cristo, poiché questo non sta nei miei scritti buddhisti? Importa qualcosa se qualcosa che è vero non sta in scritti particolari? È anti-buddhista che ci si dichiari per il sistema copernicano, sebbene di questo negli scritti buddhisti non stia nulla?
Può il buddhista dire: Non è giusto, è anti-buddhista che ci si dichiari per il sistema copernicano, poiché nei miei libri non sta nulla del sistema copernicano? — Proprio come il sistema copernicano sono i risultati più recenti della ricerca spirituale-scientifica sulla natura della stirpe del Cristo, qualcosa che da un indù o da un credente in un altro sistema religioso può essere accolto; questo non ha nulla a che fare con un credo religioso. Chi rifiuta ciò che la geisteswissenschaft ha da dire sull’impulso del Cristo in relazione ai credi religiosi, questi non ha la vera comprensione per il modo in cui ci si deve comportare verso un credo religioso.
— Forse, miei cari amici, verrà ancora una volta il tempo in cui si vedrà come ciò che abbiamo da dire sull’essenza dell’impulso del Cristo e il suo rapporto a tutti i credi religiosi e le concezioni del mondo, parla altrettanto profondamente ai nostri cuori, alle nostre anime, come la si sforza, con una massima conseguenza fino nelle singole fasi. — Non è facile per il singolo comprendere come si tenti di raccogliere le cose che possono condurre a una vera comprensione dell’impulso del Cristo. E l’uomo nel suo ciclo attuale ha bisogno di una comprensione per ciò che noi chiamiamo l’essenza del Cristo.
La confessione al Cristo non ha nulla a che fare con un singolo credo religioso che si chiude in sé; un vero cristiano è solo colui che è abituato a guardare ogni uomo come uno che porta in sé il principio cristiano; per un vero cristiano il cristiano è cercato in un cinese, un indù e così via. — La vera comprensione di ognuno che si confessa al Cristo riposa nel fatto che egli diviene consapevole che l’impulso del Cristo non si limita a una parte della terra — sarebbe questo un errore. La realtà è tale che dal Mistero del Golgota in poi è veramente vero ciò che Paolo già disse per i territori dove aveva da parlare. Paolo ha proclamato: Cristo è morto anche per i gentili. — Ma l’umanità deve comprendere che il Cristo è venuto non per un popolo determinato, per un’epoca determinata e limitata, ma per tutta la popolazione terrestre, per tutti.
E questo Cristo, ha seminato i suoi semi-fantomi in ogni anima, e il progresso consisterà solo nel fatto che le anime diventino consapevoli di essi. Noi dunque non lavoriamo solo a una teoria, non soltanto il nostro intendimento riceve alcuni concetti in più, quando lavoriamo in modo spirituale-scientifico, ma ci riuniamo così che i nostri cuori e le nostre anime siano afferrati. Se in questa maniera offriamo una comprensione all’impulso del Cristo, allora lo farà in modo che finalmente tutti gli uomini sulla terra giungano alla più profonda comprensione del Cristo, alla comprensione della parola del Cristo: «Se due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro.» Coloro che insieme lavorano in questo spirito, trovano il ponte da anima ad anima.
Questo però è ciò che l’impulso del Cristo farà su tutta la terra. L’impulso del Cristo giusto, questo è quello che deve essere la vita vivente dei nostri rami. Allora viene l’occultismo e ci mostra, se ce ne importa per il fatto che sentiamo la realtà dell’impulso del Cristo: allora viene versato nelle nostre anime qualcosa che le rende idonee a trovare il passaggio attraverso la sfera solare, così che il corpo etereo ci viene dato nel modo giusto nella prossima incarnazione.
Si riceve la geisteswissenschaft nella giusta maniera solo quando si offre una profonda comprensione dell’accoglienza dell’impulso del Cristo. Solo così il nostro corpo etereo all’entrata in una nuova incarnazione sarà forte e potente. I corpi eterici diventeranno sempre più corrotti se gli uomini non sanno nulla del Cristo e della sua missione per lo sviluppo complessivo della terra. Attraverso la comprensione dell’essenza del Cristo evitiamo questo corrompimento del corpo etereo, questo ci rende capaci di sole, solari, questo ci rende idonei così che dalla regione da cui il Cristo è venuto siamo capaci di ricevere forze.
Da quando il Cristo è qui, l’uomo può portare dalla terra le forze che lo conducono alla sfera solare. Poi possiamo tornare sulla terra e nella prossima incarnazione vivere le forze che rendono forte il nostro corpo etereo. Se non accogliamo l’impulso del Cristo, allora i corpi eterici diventeranno sempre più incapaci, sempre più incapaci di portarsi le loro forze conservatrici, costruttive dalla sfera solare, per agire qui sulla terra nel modo giusto.
Dobbiamo essere chiari che la vita della terra veramente non dipende dalla pura assimilazione teorica, ma da un’intera compenetrazione dall’evento del Golgota. Questo ci mostra la vera ricerca occulta. E questa ricerca occulta ci mostra inoltre come possiamo ricevere ciò che si prepara per noi per il corpo fisico. Poiché il corpo fisico ci viene conferito attraverso ciò che si chiama il Principio-Padre. Ma attraverso la particolarità che si esprime mediante la parola del Cristo Gesù: «Io e il Padre siamo uno» (Gv. 10, 30), siamo attraverso l’impulso del Cristo anche partecipi del Principio-Padre; cioè, l’impulso del Cristo ci conduce insieme verso le forze divine paterne.
Che cosa è il meglio che possiamo guadagnare dal nostro approfondimento spirituale? Si potrebbe immaginare che fosse possibile un’anima umana fra voi che poi uscisse dalla porta e si dicesse: Ora ho praticamente dimenticato tutto fuorché ogni singola parola. Questo sarebbe un caso estremo, il caso più radicale. Questo, miei cari amici, non sarebbe nemmeno ancora il maggiore danno. Poiché mi potrei immaginare il caso che uno che così esce sulla strada, portasse comunque un sentimento, una sensazione che è il risultato di ciò che ha udito qui, anche se altrimenti ha dimenticato tutto.
E questo sentimento è la cosa principale. Ciò che sperimentiamo nel nostro animo è la cosa principale. Ma non possiamo viverlo altrimenti quando udiamo le parole, se non così: dobbiamo abbandonarci a esse in tutti i dettagli affinché i nostri animi siano riempiti dal potente impulso. Se tutto ciò che la conoscenza spirituale può essere per noi contribuisce al miglioramento della nostra anima, allora abbiamo guadagnato il giusto. E specialmente se nel giusto senso, attraverso ciò che si deposita nel suo animo attraverso la geisteswissenschaft, l’uomo diviene capace, anche solo un poco più, di comprendere i suoi prossimi, allora ha compiuto in lui la sua opera.
Poiché la geisteswissenschaft è vita, vita immediata. Non è refutata o provata attraverso dispute logiche. È provata e valutata attraverso la vita. E si dimostrerà grazie al fatto che può trovare uomini nelle cui anime trova accesso. Ma che cosa potrebbe elevarci più del fatto che siamo capaci di sapere che impariamo a conoscere la fonte della nostra vera vita fra la morte e una nuova nascita, di sentire la nostra parentela con l’intero universo! Che cosa potrebbe corroborarci di più nei nostri doveri nella nostra vita che il sapere che portiamo in noi le forze dell’universo, alla cui immissione dobbiamo prepararci nella vita, così che diventino efficaci in noi quando di nuovo entriamo nel mondo dei pianeti e nel mondo del sole fra la morte e una nuova nascita.
E colui che veramente comprende le cose che l’occultismo può rivelargli sulla relazione dell’uomo al mondo stellato, in costui è sincera la preghiera che allora consapevolmente rivolge al mondo e che più o meno può suonare così: «Quanto più mi rendo consapevole come sono generato dall’universo, quanto più sento la responsabilità di sviluppare le forze in me che un intero universo mi ha dato, tanto migliore uomo posso divenire.» E chi sa pregare questa preghiera dalle più profonde viscere dell’anima, costui può anche sperare che diventi per lui un ideale reale, costui può anche sperare che attraverso la forza di una tale preghiera diventi un uomo sempre migliore e più perfetto.
Così fino nelle più intime profondità lavora quello che riceviamo attraverso la vera geisteswissenschaft.
Diverso accade invece con quello che nel mondo fisico si compie per mezzo nostro; allora dobbiamo essere attivi, allora dobbiamo camminare da un luogo all’altro, allora dobbiamo muoverci.
Questi sono i segni significativi della vita quotidiana: quello che si offre alla nostra conoscenza avviene senza che facciamo alcunché.
Per quanto sia bizzarro, nel mondo spirituale accade l’opposto. Nel mondo spirituale non possiamo agire, non possiamo essere attivi, non possiamo provocare alcunché spostandoci da un luogo all’altro; non possiamo neppure produrre nulla nel mondo spirituale muovendo organi che fossero analoghi alle mani fisiche: ciò che soprattutto è necessario affinché qualcosa accada in noi nel mondo spirituale, è l’assoluta quiete dell’anima.
Quanto più riesce a restare calmo, tanto più accade per mezzo suo nel mondo spirituale, sicché non possiamo affatto parlare di qualcosa che avvenga nel mondo spirituale quando ci affrettiamo e ci agitiamo. Bensì quando sviluppiamo in completa quiete dell’anima una partecipazione più consapevole e piena d’amore a ciò che deve accadere, e poi aspettiamo come le cose si sviluppano. Questa quiete dell’anima, che nel mondo spirituale è creatrice, ha appena qualcosa di analogo nella comune vita fisica, ma bensì in regioni più elevate del piano fisico, nella vita conoscitiva e nella vita artistica. Qui trovate già qualcosa di analogo. L’artista non può creare il massimo di cui è capace secondo le sue disposizioni, se non riesce ad aspettare, se non riesce ad aspettare nella completa quiete dell’anima finché non giunga il momento giusto, finché non giunga l’intuizione. Chi vuole creare secondo un programma, non può portare a termine che prodotti inferiori. Chi vuol creare qualche opera, per quanto minima, spinto da un motivo esterno qualsiasi, non la realizzerà così bene come quando, con amorevole dedizione, può aspettare tranquillamente il momento dell’ispirazione, diremo pure il momento della grazia.
Così avviene anche nel mondo spirituale: lì non esiste fretta e agitazione, esiste soltanto quiete dell’anima. In fondo anche la diffusione del nostro movimento deve essere così. Ogni agitazione esterna, ogni voler imporre forzatamente la scienza dello spirito agli uomini, in fondo non conduce a nulla.
Il meglio è aspettare che nel corso della vita si manifestino a noi persone che nella loro anima hanno il bisogno di ascoltare, che vogliono inclinarsi verso lo spirituale, e non dobbiamo affatto coltivare il desiderio di avvicinare tutti alla scienza dello spirito.
Faremo l’esperienza che quanto più quiete, quiete libera da agitazioni riusciamo a sviluppare, tanto più persone si accostano a noi, mentre per mezzo di un’agitazione brusca respingiamo le persone proprio all’indietro. Quando si tiene una lezione pubblica, ciò accade solo affinché si dica quello che deve essere detto; chi vuol riceverlo può riceverlo.
In tal senso tutta la nostra vita nell’ambito del movimento per la scienza dello spirito deve essere un’immagine dello spirituale: cioè lasciamo accadere quello che deve accadere e l’aspettiamo con quiete dell’anima. Si consideri un uomo iniziato che ha riconosciuto che in un determinato momento del tempo qualcosa dal mondo spirituale deve accadere. Ho più volte attirato l’attenzione su un momento importante, durante il quale dal mondo spirituale è accaduto qualcosa, sebbene adesso ancora non si manifesti in modo così straordinario. Era l’anno 1899, la fine del piccolo Kali Yuga. Era essenzialmente l’anno che portò un impulso determinato, destinato a dare agli uomini dall’interno, a risvegliare nella loro anima, quello che in fondo nei tempi anteriori era stato dato loro per mezzo di cose esterne, chiamate caso, dal mondo spirituale. Voglio addurre un caso specifico: nel dodicesimo secolo viveva un certo Norberto. Costui fondò un ordine. Condusse inizialmente una vita piuttosto mondana, si potrebbe dire dissoluta, quando lo colpì una saetta. Frequentemente nella storia accade che presso singoli uomini sopraggiunga un tale evento; una saetta può scuotere profondamente il corpo fisico e il corpo eterico. Allora la sua intera vita fu trasformata. Qui si vede come un evento esterno viene preso dal mondo spirituale per aiutare gli uomini a trasformarsi.
Tali casi accadono spesso, scuotono l’intera connessione tra il corpo fisico e il corpo eterico e trasformano completamente la persona interessata.
Così accadde qui. Ma questi non sono casi, sono nel mondo spirituale fatti preparati con cura, per trasformare gli uomini. Ora, a partire dall’anno 1899, questi fatti divennero sempre più e più intimi, molto meno esterni, molto più efficaci dall’interno; l’anima dell’uomo si interiorizza. E davvero, dinanzi a tale rivolgimento nel mondo come nell’anno 1899 devono cooperare tutti gli esseri e le potenze dal mondo spirituale, ma anche tutti gli iniziati che qui vivono. Non dicono: Preparatevi! — non lo dicono nelle orecchie delle persone, bensì accade così che l’impulso viene dall’interno, che gli uomini imparano a comprenderlo dall’interno. Allora le persone rimangono calme nell’anima, si dedicano al pensiero, lasciano il pensiero agire in loro e aspettano. E quanto più calme rimangono con il pensiero nell’anima, tanto più potentemente sopraggiungono tali eventi spirituali. Dunque, aspettare questa benedizione! Questo è precisamente quello che dobbiamo aspettare, quello che deve accadere per noi nel mondo spirituale. Diverso è con la conoscenza nella vita quotidiana; qui dobbiamo portare tutto a noi, dobbiamo acquisirlo, dobbiamo lavorare per in certo senso incontrarlo. Una rosa che troviamo per la strada ci rallegra in questo mondo fisico; nel piano spirituale non accadrebbe, non si stenderebbe dinanzi a noi nulla di simile a una rosa nel piano fisico, se non ci sforzassimo di penetrare in determinati ambiti spirituali per portare a noi le cose. Precisamente quello che facciamo col fare qui, dobbiamo farlo con la conoscenza nello spirituale; e al contrario: quello che deve accadere per mezzo nostro, dobbiamo aspettarlo in quiete e solo, per così dire, il protendersi dal mondo spirituale nel fisico, le attività superiori dell’uomo formano un’immagine di quanto avviene nel mondo spirituale.
Perciò è necessario che colui che per mezzo della sua anima vuol comprendere le verità che devono venire attraverso la scienza dello spirito sviluppi sempre più le due qualità: l’amore per la vita spirituale, che lo guida al fare consapevole del portare il mondo spirituale, e questo è il più sicuro per metterci in condizione di portare sempre di nuovo le cose a noi — e la quiete, quiete dell’anima, una quiete che non vuol far sorgere vanagloriosamente i successi, bensì vuol essere benedetta, vuol poter aspettare l’ispirazione.
Questo aspettare è concretamente difficile. Ma un pensiero che dovremmo avere sempre di nuovo nella nostra anima può portarci oltre molte cose. È difficile da afferrare, poiché va molto contro la nostra vanità. Questo pensiero è che nel contesto del mondo è indifferente se qualcosa avvenga per mezzo nostro o di un altro uomo. Questo non deve impedirci di fare tutto ciò che ci incombe; non dalla nostra responsabilità deve impedircelo, bensì dalla fretta e dall’agitazione deve impedircelo. Quanto volentieri ogni uomo ha che sia capace, che riesca a fare qualcosa. Occorre una certa rassegnazione per voler egualmente bene che qualcos’altro riesca a fare alcunché. Non si ama una cosa perché la facciamo noi stessi, bensì perché esiste nel mondo, indifferentemente se per mezzo nostro o di altri. Questo pensiero ci guida sicuramente all’abnegazione quando lo pensiamo sempre di nuovo. Simili disposizioni sono necessarie per inserirsi nel mondo spirituale, per non soltanto ricercare sempre bensì anche comprendere ciò che è ricercato. Molto più importanti che le visioni, che certamente devono anche esserci, sono queste disposizioni, e proprio affinché possiamo giudicare le visioni, sono necessarie simili disposizioni. Visioni, basta pronunciare questa parola e chiunque si sia occupato un poco di esse sa quello che propriamente si deve intendere per visioni — ma tutta la nostra vita dopo la morte, quando il Kamaloca è trascorso, è propriamente una vita in visioni. Quando l’uomo ha oltrepassato la porta della morte, si è lasciato alle spalle il Kamaloca, entra nel vero mondo spirituale, vive in un mondo che è proprio come se fosse circondato da ogni parte da sole visioni; solo queste visioni sono immagini di realtà.
E possiamo ben dire: mentre percepiamo il mondo del fisico attraverso i colori che l’occhio ci evoca, attraverso i suoni che l’orecchio ci trasmette, percepiamo il mondo spirituale anche quando abbiamo oltrepassato la porta della morte, come visioni in cui siamo intessuti.
Ora, poiché voglio parlare di queste cose più intimamente, avrò molte cose da dire in forma più narrativa, che quando dapprima si ascoltano sembrano un po’ strane, ma risulta proprio da una vera ricerca spirituale.
Il Kamaloca stesso, quando lo si descrive nel suo contenuto, si sviluppa come l’ho descritto nella mia «Teosofia»; però lo si può caratterizzare ancora diversamente. Se l’uomo ha oltrepassato la porta della morte, dove si ritrova allora? si può domandare. E si può rispondere a questa domanda: Dove dunque è l’uomo durante il suo tempo di Kamaloca? Si può persino con parole che siano fisicamente comprensibili esprimere lo spazio dove l’uomo è durante la vita di Kamaloca. Se immaginate lo spazio fra la Terra e la Luna, l’uomo staccato dalla Terra, però completamente in quello spazio fra la Terra e la Luna, in quello spazio sferico che risulta se consideraste l’orbita della Luna come l’anello estremo, via dalla Terra, però in questo spazio — là è l’uomo durante il tempo di Kamaloca. Quando il tempo di Kamaloca giunge al termine, allora l’uomo esce da questo cerchio nello spazio celeste vero. Come detto, suona strano, ma è così. Anche in questa direzione si accerta per mezzo di una ricerca veramente consapevole che queste cose sono opposte a quelle del piano fisico qui. Siamo legati alla Terra dall’esterno, circondati dal terrestre e separati dalle sfere celesti; dopo la morte la Terra è allontanata da noi, e siamo uniti alle sfere celesti. Finché siamo dentro la sfera lunare, siamo nel Kamaloca, cioè abbiamo il desiderio di restare ancora legati alla Terra, e usciamo quando per mezzo della vita di Kamaloca abbiamo imparato a rinunciare agli affetti, alle passioni, ai desideri.
Diversamente da come qui siamo abituati, ora ci dobbiamo rappresentare il soggiorno nel mondo spirituale.
Là siamo distribuiti su tutto lo spazio, ci sentiamo dappertutto dentro in tutto lo spazio. Perciò la vita, sia di un iniziato che di un uomo dopo la morte, è un sentire il diffondersi nello spazio, e si diventa così grandi dopo la morte o come iniziato, che ci si trova limitati dal corso della Luna come ora dalla pelle.
Sì, è proprio così, e non serve a nulla esprimere simili cose con parole che i tempi presenti più facilmente perdonerebbero, poiché così non le esprimiamo più correttamente. Nella lezione pubblica si devono omettere simili cose sconvenienti, ma a colui che si è occupato più a lungo di cose per la scienza dello spirito è bene denominare le cose con i loro veri nomi. Allora, dopo la vita di Kamaloca, continuiamo a crescere, e ciò dipende da certe qualità che qui ci siamo già conquistati. Una lunga parte del nostro sviluppo dopo la morte, il modo in cui possiamo diffonderci fino alla sfera seguente, dipende da quello che abbiamo sviluppato in materia di costituzione morale, di concetti e di sentimenti etici sulla Terra. Si può dire che l’uomo che ha sviluppato le qualità della compassione, dell’amore, le qualità che di solito si designano come moralmente buone, si inserisce nella sfera seguente in modo che possa fare conoscenza con gli esseri che altrimenti sono in questa sfera, possa convivere con loro, mentre l’uomo che portasse insufficiente moralità in questa sfera, vive come un eremita dentro. Questa è la migliore designazione: che la moralità ci prepara alla convivenza con il mondo spirituale; alla solitaria tortura, nella quale abbiamo sempre il desiderio di conoscere l’altro e non possiamo, a questa solitudine ci condanna l’immoralità del nostro cuore come del nostro pensiero e comportamento nel mondo fisico. E sia come eremita sia come spirito socievole che è benedizione nel mondo spirituale, ci inseriamo nella seconda sfera, che nell’occultismo sempre si è chiamata la sfera di Mercurio. Oggi si chiama Venere nell’astronomia esterna; ha avuto luogo una permutazione dei nomi, come già più volte detto.
Fino al cerchio dell’attuale stella del mattino e della sera l’uomo espande il suo essere, mentre prima si era espanso solo fino alla Luna.
Ora si presenta qualcosa di singolare. Fino alla sfera lunare siamo sempre ancora occupati con le condizioni terrestri, ma anche oltre ciò il rapporto con la Terra non è completamente dissolto, sappiamo ancora tutto quello che abbiamo fatto e pensato sulla Terra; come ora possiamo ricordarci di qualcosa, così lo sappiamo, e — vedete, miei cari amici — di nuovo è facile che il ricordare sia il tormentoso! — Se viviamo ancora sulla Terra e abbiamo fatto torto a un uomo o non abbiamo amato sufficientemente un uomo che propriamente dovremmo amare, dipende da noi ancora prevenire le conseguenze; possiamo andare da lui e chiarirci e simili cose.
Questo non è più il caso dalla sfera di Mercurio in poi. Possiamo contemplare in ricordo tutti i rapporti e questi rimangono anche saldi, però non possiamo più mutarli. Supponiamo che qualcuno sia morto prima di noi, che per le condizioni sulla Terra avremmo propriamente dovuto amare, però non abbiamo amato sufficientemente. Lo incontriamo — effettivamente incontriamo gli uomini dopo la morte con cui eravamo legati — lo incontriamo però nel modo come stavamo a lui e non possiamo mutarlo subito. Vive dunque in noi un rimprovero che non lo abbiamo amato sufficientemente, però non possiamo mutare il nostro carattere qui così da poterlo ora amare un po’ più. Rimane quello che abbiamo fondato sulla Terra, però non possiamo mutarlo. Proprio questo fatto, che entriamo in percezioni giuste e immutabili riguardo all’amore, si presentò a me nella ricerca più recente e intima di questa estate con grandissima chiarezza, e per mezzo di simili cose ci si rende attenti a molte cose che altrimenti sfuggono all’uomo, e di queste vorrei darvi per così dire una sensazione.
Si impara dunque per mezzo della conoscenza del mondo spirituale questo fatto strano: che si vive nella sfera di Mercurio, come detto, con tutti gli uomini nei vecchi rapporti che non si possono mutare subito.
Guardando indietro e sviluppando quello che si è già sviluppato, così si vive.
Ora, posso ben dire che mi sono molto occupato nella mia vita di Omero, però un passo è divenuto veramente chiaro per me solo quando ciò di cui appena parlai mi si presentò nella ricerca occulta con tanta forza; questo è il passo dove Omero chiama il regno dopo la morte la terra delle ombre, dove nulla può trasformarsi. La si può interpretare secondo la ragione, però quello che l’artista vuol dire del mondo spirituale, come parla come profeta, lo si impara a conoscere quando si è fatta la ricerca scoperta nella ricerca spirituale. Così avviene presso ogni vero artista, non ha affatto bisogno di saperlo nei suoi pensieri quotidiani, ciò che gli confluisce dall’ispirazione. E quello che l’umanità ha ricevuto per mezzo dei suoi artisti nel corso dei secoli non svanirà per mezzo della diffusione del movimento spirituale, bensì diventerà sempre più e più approfondito, e certamente agli uomini si farà luce sui loro veri artisti, quando per mezzo della ricerca occulta arriveranno nel mondo spirituale, in quel mondo da cui gli artisti sono ispirati.
Certamente quelli che spesso a un’epoca valgono come artisti, però non lo sono, non riceveranno una tale illuminazione. Molte grandezze transitorie saranno riconosciute per il fatto che non hanno ispirazione alcuna dal mondo spirituale. La sfera seguente la si può chiamare nell’occultismo la sfera di Venere; là dilatiamo il nostro essere fino a Mercurio, che occultamente si chiama Venere; fino a là dilatiamo il nostro essere. In questa sfera, sì, di nuovo qualcosa ha un grande influsso sull’uomo, e di nuovo questo influsso ha tale effetto che colui che lo ha diventa per così dire uno spirito socievole, colui che non lo ha uno spirito solitario; terribilmente tormentosa è la mancanza di questo qualcosa — questo è il momento religioso. Quanto più religiosa disposizione ci siamo appropriati, tanto più spiriti socievoli diventiamo in questa sfera.
Uomini ai quali manca la disposizione religiosa, si chiudono verso esseri che per così dire non possono uscire oltre una certa scorza o involucro che si estende attorno a loro.
Impariamo, diciamo, a conoscere i nostri amici, benché siano eremiti, però non arriviamo a loro; sentiamo sempre come se dovessimo rompere un involucro che però non possiamo rompere.
Se non abbiamo interiorità religiosa, in certo modo ci congeliamo in questa sfera di Venere. Allora viene una sfera che, per quanto strano suoni, quando l’uomo — e ognuno lo fa dopo la morte — si inserisce in questa sfera, sente sé stesso espanso fino al nostro Sole. Non durerà molto, allora si penserà diversamente dei corpi celesti di come assume l’astronomia odierna. Noi stessi siamo legati a questo Sole; sopraggiunge semplicemente un tempo fra la morte e una nuova nascita, dove siamo divenuti un essere solare. Ma adesso è ancora necessario qualcos’altro: per la prima sfera è la vita morale, per la sfera di Venere è la vita religiosa, per la sfera solare è necessario che conosciamo la natura e l’essenza degli spiriti solari, specialmente dello spirito solare principale, del Cristo, che davvero su questa Terra ci siamo creati una connessione con lui. Con questa connessione è così: Quando gli uomini avevano ancora l’antica chiaroveggenza, trovavano questa connessione così che si inserivano per mezzo dell’antica divina grazia; questo svanì poi e il Mistero del Golgota con la preparazione per mezzo dell’Antico Testamento era destinato a rendere comprensibile agli uomini l’essere solare. Oggi non basta più l’antico modo, come dalla fine del Mistero del Golgota gli uomini più ingenuamente si sono elevati al Cristo; oggi la scienza dello spirito deve rendere comprensibile al mondo l’essere solare dal punto di vista di un essere solare. La prima volta che questo era veramente inteso, era il tempo del Medioevo, quando nell’interno dell’Europa la leggenda del Graal nella sua più profonda significazione ha avuto origine.
Per mezzo della comprensione di quello che di nuovo viene dato dal movimento spirituale, viene conquistato precisamente quello che è stato portato dallo spirito solare elevato, dal Cristo, che è disceso e attraverso il Mistero del Golgota è divenuto lo spirito terrestre.
Questo impulso che è stato dato attraverso il Mistero del Golgota è atto, nella scienza dello spirito, a unire in pace tutte le confessioni religiose su tutta la Terra. Questa rimane la richiesta fondamentale della scienza dello spirito: trattare ogni religione con la stessa dedizione, non dare ad alcuna religione una preferenza per mezzo di qualche fondamento esterno. Se per esempio alla nostra corrente si rimprovera che poniamo il Mistero del Golgota nella metà della evoluzione mondiale e che sarebbe una preferenza della religione cristiana, è un rimprovero completamente ingiusto. Intendiamoci una volta su cosa avrebbe da fare con tale rimprovero. Se un buddhista o un bramino venisse a noi e ci facesse questo rimprovero, gli diremmo: Dipende dunque dal fatto che cosa sta nei libri religiosi, ed è una dannazione di una religione se uno non nega tutto quello che non sta in questi libri? Ogni buddhista non può assumere la visione del mondo copernicana senza smettere di essere un buddhista? Questo è un progresso dell’umanità intera. E così la conoscenza che il Mistero del Golgota sta nella metà dell’evoluzione mondiale è un progresso di tutto lo sviluppo dell’umanità, indipendentemente dal fatto che stia nei vecchi libri o no, e pretendere da noi, per così dire dalla religione cinese o buddhista, di non pensare così, sarebbe lo stesso come se da queste religioni si proibisse a tutta l’Europa di assumere la visione del mondo copernicana perché non sta nei loro libri. Ma proprio questa comprensione del Mistero del Golgota — quando si riconosce quello che è accaduto — ci rende uno spirito socievole dopo la morte nella sfera solare.
In generale è così: nel momento in cui arriviamo oltre la Luna, sopraggiunge qualcosa che possiamo designare anche spiritualmente dall’interno — siamo circondati di visioni.
Quando incontriamo un amico defunto dopo la morte, è una visione, però è lui stesso, vive in questa realtà dentro; però sono visioni che si costruiscono sulla memoria di quello che qui abbiamo fatto.
Più tardi, fuori della sfera lunare, è sì ancora il caso, però allora brillano verso di noi gli esseri spirituali delle gerarchie superiori. È come se il Sole spuntasse e le nuvole fossero dorate d’oro. Così è nel cerchio solare. Però impariamo anche a conoscere le gerarchie spirituali nella sfera di Mercurio solo quando siamo riempiti di disposizione religiosa, nella sfera solare solo quando siamo riempiti di disposizione jahveistico-cristiana. Allora gli esseri spirituali esteriori si presentano a noi.
Di nuovo qualcosa è altamente mirabile, e quello che ho detto risulta da ricerca occulta oggettiva: l’uomo oltre la Luna è come una nuvola tessuta di spirito ed è illuminato dagli esseri spirituali, non appena arriva a Mercurio. Perciò i Greci chiamavano Mercurio il messaggero degli dèi, perché in questa sfera alti esseri spirituali illuminano l’uomo. Queste sono le grandi impressioni possenti che riceviamo quando dalla ricerca occulta sviluppiamo quello che l’umanità ha creato, quello che è stato dato come arte, come mito.
Così ci inseriamo penetrati di Cristo nella sfera solare. Allora continuiamo a vivere e arriviamo in una regione dove abbiamo il Sole così sotto di noi come prima avevamo la Terra sotto. Iniziamo a guardare indietro il Sole — e allora inizia qualcosa di molto strano. In questo momento ci si manifesta che iniziamo a conoscere ancora un altro spirito nel suo modo singolare, lo spirito di Lucifero. Quello che Lucifero è, lo penetriamo se non per mezzo della scienza occulta o dell’iniziazione prima, per mezzo della semplice vita dopo la morte no. Solo quando siamo giunti oltre la sfera solare impariamo a conoscerlo come era, prima che divenisse Lucifero, quando era ancora un fratello del Cristo. Che sia divenuto diverso, è sopraggiunto solo nel tempo, da quando Lucifero è rimasto indietro e si è sciolto dal progresso nel Cosmo.
E quello che di male può fare si estende solo fino al Sole.
Sopra c’è ancora una sfera dove Lucifero può sviluppare la sua attività come prima del suo distacco. Lì non c’è nulla di danno di quel che lui sviluppa, e se ci siamo fatti pertinenti con il Mistero del Golgota nel modo giusto, andiamo, guidati dal Cristo, ricevuti da Lucifero, nel modo giusto nelle sfere ancora più lontane dell’universo. Il nome Lucifero è ben scelto, come in generale gli Antichi si erano scelti nomi saggi. Quando abbiamo il Sole sotto di noi, abbiamo anche la luce solare sotto di noi. Allora abbiamo bisogno di un nuovo portatore di luce che ci illumini verso lo spazio cosmico. Allora arriviamo nella sfera di Marte. Finché eravamo sotto il Sole, guardavamo verso il Sole; ora il Sole è sotto di noi e guardiamo nello spazio cosmico ampio. E questo spazio cosmico ampio lo sentiamo per mezzo di quello che sempre si nomina e così poco si comprende, nel senso proprio per mezzo della musica delle sfere, per mezzo di una specie di musica spirituale. Sempre meno e meno significato hanno le visioni in cui siamo tuffati, sempre più e più significato acquista quello che udiamo spiritualmente e percepiamo. Allora i corpi cosmici non ci appaiono così che misuriamo come gli astronomi terreni se uno va veloce o lento — il lento e il veloce accordarsi produce il suonare dell’armonia mondiale. E quello che l’uomo vive allora interiormente è il fatto che sente sempre più e più: l’unico che gli rimane in questa regione è quello che ha assunto come Spirituale sulla Terra. Con ciò sviluppa la sua conoscenza degli esseri di questa sfera, rimane uno spirito socievole. Gli uomini che oggi si chiudono dallo Spirituale, malgrado la moralità, malgrado la vita religiosa, anche non arrivano nel mondo spirituale. Non c’è nulla da fare.
È sì naturalmente completamente possibile che simili uomini nella prossima incarnazione ci arrivino. Tutti i materialisti, quando arrivano oltre il Sole nella sfera di Marte, diverranno eremiti; non è diversamente.
Per quanto strano possa sembrare a molti, è veramente così; tutto il circolo dei monisti non potrà persistere quando i suoi aderenti una volta arrivino nella sfera solare, perché i suoi aderenti non possono riunirsi, perché ognuno è un eremita.
Su Marte l’uomo che qui sulla Terra si è acquisito comprensione spirituale farà ancora un’altra esperienza. E poiché oggi già parliamo più intimamente, anche questo può essere pronunciato. Si può chiedere proprio entro la nostra visione del mondo, come la sviluppiamo come scienza dello spirito in Occidente: cosa è accaduto a uno spirito come il Buddha dopo la sua ultima incarnazione sulla Terra? Ho già accennato a questo, non è vero: il Buddha come Gautama ha compiuto l’ultima incarnazione seicento anni prima di Cristo. Se avete seguito bene i miei discorsi, saprete che ha ancora operato per così dire una volta — non ha avuto bisogno di incarnarsi ancora come Buddha — ha solo operato spiritualmente alla nascita del fanciullo Gesù di Luca. Spiritualmente ha operato da sfere più elevate verso la Terra; però dove è lui stesso? Ho accennato in Svezia, a Norrköping, a un ancora più tardo operare del Buddha sulla Terra. Così nell’ottavo secolo c’era un luogo d’iniziazione in Europa, al Mar Nero, là viveva il Buddha spiritualmente in un allievo, cioè in un allievo che in seguito divenne Francesco d’Assisi. Francesco d’Assisi nella precedente incarnazione nell’ottavo secolo era dunque un allievo del Buddha e ha assunto tutte le qualità per operare in quel modo strano in cui ha operato come Francesco d’Assisi. In molti tratti la sua comunità non si distingue da quella degli aderenti di Buddha eccetto per il fatto che gli uni erano aderenti di Buddha, gli altri cristiani. Questa è stata una conseguenza del fatto che nella sua vita precedente era stato un allievo del Buddha spirituale. — Però dove è il Buddha stesso, dove è lui che ha vissuto come Gautama?
Per Marte è divenuto lo stesso che il Cristo è divenuto per la Terra; ha compiuto per Marte una specie di Mistero del Golgota e l’eccentrica redenzione dei Marziani l’ha compiuta il Buddha; vive là fra loro.
E per lui stesso era proprio la sua vita terrestre la giusta preparazione per redimere i Marziani, però questa sua redenzione non era come il Mistero del Golgota, bensì qualcosa d’altro.
Spiritualmente però l’uomo vive nella sfera di Marte nel tempo qui indicato, poi continua a vivere, poi si inserisce nella sfera di Giove. Nella sfera di Giove la connessione con la Terra, che prima ancora un po’ sussisteva, diventa interamente insignificante per l’uomo; dal Sole ancora un po’ agisce sull’uomo, però agisce potentemente il Cosmo su di lui. Così si presenta: tutto agisce da fuori dentro e l’uomo assume il Cosmico. L’intero Cosmo agisce precisamente per mezzo dell’armonia delle sfere, che assume sempre altre forme quanto più nel profondo ricerchiamo la vita fra la morte e una nuova nascita. È difficile caratterizzare questa vita, questo mutamento dell’armonia delle sfere; si potrebbe, perché queste cose non si possono esprimere con parole terrene, dire comparativamente: l’armonia delle sfere si muta al passaggio da Marte a Giove così, si può solo dire come l’orchestrale nella musica vocale. Sempre più e più diventa il Tono, in quello che penetra il Tono nello stesso tempo come il significativo, come l’Essere-Essenza-Esprimente. Contenuto riceve l’armonia delle sfere quando ci inseriamo nella sfera di Giove, e allora nella sfera di Saturno diventa il contenuto completo, l’espressione della Parola Mondiale da cui tutte le cose sono create, e quello che è inteso nel Vangelo di Giovanni: «Nel principio era la Parola…» Questa Parola è il suonare dentro della legge cosmica e della saggezza. Allora l’uomo, se è preparato — l’uomo spirituale continua più lontano, il non spirituale meno lontano — continua in sfere ancora più distanti, però entra anche in uno stato completamente diverso da quello in cui era prima. E se si vuole caratterizzare questo stato successivo, si dovrebbe dire: da dove l’uomo ha oltrepassato Saturno inizia un sonno spirituale, mentre quello che precede era una veglia spirituale.
La coscienza si attenua da ora, entra un’intontazione, e questa intontazione di nuovo permette all’uomo di passare attraverso cose diverse da quelle che prima ha passato.
Proprio come nel sonno eliminiamo l’affaticamento e ci affluiscono nuove forze, così allora per mezzo dell’attenuazione della coscienza entra un’effusione di forze spirituali del Cosmo, quando siamo per così dire una sfera spaziale spirituale ampiamente e ampiamente estesa. Prima l’abbiamo presentito, poi l’abbiamo sentito come orchestra mondiale, poi ha cantato, poi l’abbiamo percepito come parola, poi ci addormentiamo e ci penetra, e durante questo tempo andiamo di nuovo indietro attraverso tutte queste sfere con attenuazione della coscienza; sempre più inintelligibile e più inintelligibile diventa la nostra coscienza, ci ritiriamo secondo il nostro Karma lentamente o velocemente, e durante questo ritiro agiscono di nuovo le forze che vengono dal sistema solare. Di sfera in sfera andiamo indietro. Per la sfera lunare non siamo ricettivi quando torniamo dal Cosmo; andiamo per così dire intoccati e inibiti attraverso essa, e allora siamo così che ci ritiriamo e ci ritiriamo così che possiamo unirci con il piccolo germe umano che allora compie il suo sviluppo prima della nascita.
E in tutta la fisiologia e l’embriologia non avrà da contenere alcunché di vero se da voi non viene la ricerca occulta, non vengono questi fatti; poiché il germe umano è un’immagine del grande Cosmo. Porta in sé l’intero Cosmo; quello che fra concepimento e nascita materialmente accade e come uomo si forma, però anche quello che l’uomo ha passato nel sonno mondiale lo porta come forza nello stato di germe in sé. Là tocchiamo un mistero meraviglioso che in fondo nel nostro tempo solo gli artisti hanno accennato e presentato, però sarà ancora meglio compreso — diciamo la domanda di Tristano — di quello che in essa vive, la disposizione di Tristano, quando sentiremo una volta nell’amore di Tristano e Isotta l’effusione del Cosmico intero che impariamo a conoscere nella sua vera forma appunto per mezzo del passaggio di tutta l’evoluzione dell’uomo dalla morte a una nuova nascita.
Quello che dal Cosmo è portato dentro, quello che da Saturno è stato portato dentro, agisce su chi ama, che è riunito.
Molto diventa un evento cosmico, solo che non deve essere analizzato secondo la ragione, bensì deve essere sentito quello che lega l’uomo in realtà all’intero Cosmo. Perciò la scienza dello spirito certamente porterà che l’umanità sviluppa una nuova devozione, una vera, autentica religiosità, in quanto quello che spesso si manifesta come il più piccolo appare come sorto dal Cosmo.
Quello che vive nel petto umano impariamo nella forma corretta e saggia ad ascriverlo all’origine se lo consideriamo in connessione con il Cosmo. Così può versarsi quello che dalla scienza dello spirito esce, su tutta la vita, su tutta l’umanità che deve venire, una vera disposizione nuova. Gli artisti l’hanno preparata, però la vera comprensione deve essere creata in molti appunto per mezzo della disposizione spirituale. Questi sono alcuni accenni che volevo darvi precisamente sulla base di ricerche interiori rinnovate sulla vita dell’uomo fra la morte e la nuova nascita. Nulla è propriamente nella scienza dello spirito che non tocchi insieme il nostro sentimento più profondo, nel sentire più profondo; nulla rimane rappresentazione astratta se la comprendiamo correttamente.
Il fiore ci rallegra di più quando lo guardiamo che quando il botanico lo disseziona. Il lontano mondo stellare può sviluppare in noi un sentimento di presentimento, però quello che vive lì dentro ci si apre solo quando possiamo elevare l’anima nelle sfere. La pianta perde quando è dissezionata; il mondo stellare non perde nulla quando andiamo oltre e riconosciamo come lo spirito con essa è connesso. Kant ha pronunciato una parola mirabile, però solo così come uno che ha compreso l’etica unilateralmente: due cose lo toccavano particolarmente, il cielo stellato sopra di lui e il mondo morale in lui. Entrambi sono propriamente lo stesso, li accogliamo solo dai mondi celesti in noi.
Se nasce un morale che abbiamo, è perciò che nell’addormentarsi, nella retrogressione, la sfera di Mercurio ha potuto darci molto e la sfera di Venere, se ci presentiamo con sentimenti religiosi.
Come la mattina qui nella vita terrestre ci svegliamo rinforzati, con forze risvegliate, così nasceremo con quello che come forza tonificante il Cosmo ci ha dato; possiamo assumerlo secondo il nostro Karma.
Nella misura in cui il Karma lo consente, il Cosmo può darci le forze così che nasciamo con queste come disposizioni. Così si divide la vita fra la morte e la nuova nascita in due parti. Dapprima è immutabile. Ci inseriamo allora su, gli esseri ci vengono incontro; arriviamo nel sonno, allora diventa mutabile; allora vengono in noi le forze con cui nasciamo. Se noi questa evoluzione dell’uomo così osserviamo, allora vediamo insieme che l’uomo, mentre dopo la morte si sviluppa, inizialmente vive in un mondo di visioni. Quello che l’uomo è spirituale-animato, impara dopo a riconoscere.
Allora gli esseri vengono da fuori, come la luce dorata del sole del mattino illumina le cose del mondo esterno, ora illuminano noi; così ci inseriamo, così il mondo spirituale irrompe su di noi. Questo inserimento nel mondo spirituale da fuori appare dapprima quando è per così dire completamente maturo quello che siamo noi stessi nel nostro mondo visionario, quando come uomo ci presentiamo agli esseri del mondo spirituale che da tutti i lati come raggi ci vengono incontro. Piazzatevi ora nel mondo spirituale come se poteste guardare. Là viene l’uomo come una nuvola di visione su, allora è così davvero quello che propriamente è. Allora gli esseri gli si avvicinano e lo illuminano da fuori. La rosa al buio non la vedete; quando accendiamo la luce, la luce cade sulla rosa, perciò vediamo la rosa come è. Così è quando l’uomo esce nel mondo spirituale: viene la luce degli esseri spirituali verso di lui. Però c’è un momento dove l’uomo è chiaramente visibile, dove è illuminato dalla luce delle gerarchie, così che propriamente irradia il mondo intero esterno, e allora il Cosmo intero appare propriamente riflesso dall’uomo.
Potete dunque immaginarvi: inizialmente continuate come una nuvola che non è abbastanza illuminata, allora irradiate la luce del Cosmo e poi vi dissolvete.
C’è un tale momento dove l’uomo irradia la luce cosmica. Fino a là si può elevarsi. Dante dice nella sua «Divina Commedia» che in una certa parte del mondo spirituale si vede Dio come uomo. Questo passo è inteso realisticamente, altrimenti non è affatto comprensibile. La si può ricevere come una cosa bella come gli estetici, però nel contenuto interiore non la si può capire. È di nuovo un tale caso dove il mondo spirituale vediamo riflesso nei lavori degli artisti; così anche specialmente nei lavori dei grandi maestri di musica del tempo recente, con Beethoven, Wagner, Bruckner. Allora vi capiterà come mi è capitato giorni fa, dove mi sono opposto a una conoscenza perché è troppo sorprendente. C’è a Firenze la Cappella Medici, dove Michelangelo ha creato i due monumenti dei Medici e quattro figure allegoriche, «Giorno e Notte, Alba e Tramonto». Si parla facilmente di allegorie gelide; però se vi guardate le quattro figure, allora appaiono come qualcosa d’altro che come allegorie gelide. C’è una figura che è «Notte». Vedete che la ricerca non sta particolarmente bene su questo terreno, mi si è mostrato perciò che dappertutto si trova che dei due monumenti Medici di Lorenzo e Giuliano, Lorenzo è quello che si tiene per il pensatore. Allora mi si è mostrato dal punto di vista occulto che è completamente al contrario, perché colui di cui gli storici parlano come Lorenzo è il Giuliano e viceversa. Questo si lascerà provare anche storicamente dal carattere dei due personaggi. I monumenti stanno su piedistalli, probabilmente nel corso dei tempi avrà avuto luogo una confusione. Questo non volevo propriamente dire, volevo solo osservare che lì le cose nella ricerca esterna difettano un po’.
A una delle figure, a quella che è designata come «Notte», si possono fare precisamente studi artistici corretti, come sono i gesti, come è la posizione del corpo riposante, la testa appoggiata sulla mano, il braccio sulla gamba, come questo è disposto — se allora studiate tutto artisticamente, potete il tutto così riepilogare che potete dire: se il corpo eterico è specialmente attivo nell’uomo e se questo dovrebbe essere rappresentato, così dovrebbe essere rappresentato; così si esprime nel gesto, nell’esteriorità, quando l’uomo riposa.
Quando l’uomo dorme, il corpo eterico è il più attivo.
La posizione più appropriata ha Michelangelo creato nella «Notte». Come la figura giace là, è l’espressione efficace per il corpo eterico attivo, il corpo vitale. Quando si passa al «Giorno» che giace sull’altro lato, è l’espressione più appropriata per l’Io; la figura dell’«Alba» per il corpo astrale, quella della «Sera» per il corpo fisico. Non sono allegorie, sono verità ricavate dalla vita, con una profondità straordinariamente artistica e significativa eternata là. Mi sono opposto a questa conoscenza, però quanto più ho studiato, tanto più è divenuto chiaro. Adesso non mi meraviglio più di una leggenda che allora a Firenze sorse. Si diceva che Michelangelo avesse potere sulla «Notte»; se fosse solo con lei nella cappella, si levasse e andasse in giro.
Se è l’espressione per il corpo eterico, non è una meraviglia. Volevo solo con questo dire come tutto diviene chiaro e perspicuo quando impariamo sempre più e più a vedere tutto dal punto di vista dell’occultismo. La cosa più importante però è di contribuire allo sviluppo della vita spirituale e della cultura, quando l’uomo sta all’uomo così che presuppone e presenta l’occultamente nascosto.
Allora sarà ottenuto il giusto rapporto di uomo a uomo, e l’amore entrerà nell’anima umana nella forma in cui è veramente autentico umano, dove l’uomo sta all’uomo così che l’uomo sia all’uomo un segreto sacro. In questo comportamento si coltiva soltanto quello che è il giusto rapporto della carità umana.
Così la scienza dello spirito sarà quello che non deve sempre sottolineare la cura esterna di carità umana generale, bensì sarà quello che fa sì che questa carità umana, attraverso la giusta e veramente autentica conoscenza, sia accolta nel vivere animico umano.
Il mondo dei fatti occulti — e abbiamo sottolineato spesso questo aspetto — non è affatto semplice da indagare e rappresentare, come molto frequentemente si crede.
Chi su questo terreno voglia procedere coscienziosamente si sente ripetutamente spinto a riesaminare taluni capitoli importanti della ricerca dello spirito. Così è toccato a me, negli ultimi mesi, di sottoporre nuovamente a investigazione un capitolo del quale abbiamo già discusso spesso. Da simili nuovi esami emergono prospettive inedite. Il capitolo in questione, che vogliamo oggi descrivere — sebbene solo in modo schematico — riguarda la vita fra la morte e una nuova nascita. Se abbiamo affermato che nuove prospettive si sono rivelate, non si deve intendere che quanto precedentemente esposto debba considerarsi modificato. Questo non accade affatto per questo capitolo. Però, quando si considerano i fatti soprasensibili, ci si accosta veramente a essi soltanto se li esaminiamo da molteplici punti di vista. Così, certamente, dovremo esporre oggi da un’angolazione più universale cose che, per esempio, nella mia Teosofia o nella Scienza occulta erano presentate soprattutto dal punto di vista dell’esperienza umana immediata. I contenuti sono i medesimi; tuttavia non bisogna credere di conoscerli quando li si è caratterizzati una sola volta da un’angolazione particolare. Proprio i fatti occulti sono di tale natura che occorre, per così dire, girarci attorno e osservarli da prospettive molteplici. Nel giudicare le cose che la scienza dello spirito comunica, si commette frequentemente un errore: quello di giudicare in base a pochi insegnamenti intorno a una materia, senza avere la pazienza di lasciar agire pienamente, sotto molteplici aspetti, tutto ciò che può essere esposto.
Allora, anche per il buon senso ordinario, subentra la comprensione di cui ieri, nella conferenza pubblica sulle Verità della ricerca dello spirito, abbiamo parlato.
Oggi non inizieremo tanto dal punto dove la vita dopo la morte — quella che abitualmente designiamo come Kamaloka — comincia, bensì principalmente dal punto dove la vita di Kamaloka termina e la vita nel mondo spirituale inizia: principalmente, dunque, dalla fine della vita di Kamaloka fino al rientro in una nuova incarnazione terrena, e dove si formano le forze per una nuova incarnazione.
Sapete che l’intuizione chiaroveggente nel mondo spirituale ci pone in una certa relazione nella medesima condizione in cui l’uomo si trova fra la morte e una nuova nascita, sicché nell’iniziazione si vive effettivamente ciò che anche fra la morte e una nuova nascita si vive, benché in forma alquanto diversa. Con ciò è data la possibilità di parlare di queste cose e di comunicare alcunché al riguardo. Vorrei innanzitutto parlare di due aspetti importanti della percezione chiaroveggente, che possono condurre anche alla comprensione della vita dopo la morte. Innanzi tutto, si è ripetutamente sottolineato quanto diversa sia tutta la vita nel mondo soprasensibile rispetto alla vita qui nel mondo fisico, sensibile. Quando entriamo nel mondo soprasensibile, per esempio, l’intero processo conoscitivo è diverso da quello del mondo fisico. Nel mondo fisico, noi avanziamo per così dire attraverso il mondo, e le cose si presentano ai nostri sensi: i colori e la luce colpiscono i nostri occhi, i suoni il nostro udito, e altre impressioni i nostri altri organi sensoriali. Percepiamo le cose, camminiamo nel mondo e dobbiamo camminare attraverso il mondo se vogliamo percepire le cose; nulla ci aiuta nella percezione di qualcosa che si trovi in un luogo lontano, se non ci rechiamo là.
Insomma, nel mondo dei sensi dobbiamo muoverci, dobbiamo agire se vogliamo percepire le cose.
Nel mondo soprasensibile vale esattamente l’opposto. Quanto più diventa tranquilla la nostra anima, quanto più escludiamo ogni agitazione interna, quanto meno cerchiamo una cosa, quanto meno ci sforziamo affinché una cosa venga a noi, quanto più sappiamo aspettare, tanto più sicura diventa la percezione della cosa, tanto più genuina è l’esperienza, il vissuto che possiamo averne. Nel mondo soprasensibile dobbiamo lasciar venire a noi le cose: questo è l’essenziale. Serenità interiore — questo dobbiamo acquisire — allora le cose vengono a noi. E il secondo aspetto che voglio toccare è questo: quando entriamo nel mondo soprasensibile, dobbiamo considerare attentamente che tutto il modo in cui questo mondo soprasensibile ci si presenta dipende da ciò che portiamo nel mondo soprasensibile dal mondo sensibile, dal nostro ordinario mondo umano-sensibile.
Ciò crea talvolta considerevoli difficoltà nell’anima nel mondo soprasensibile. Può accaderci nel mondo sensibile di sentirci turbati sapendo di amare un uomo meno di quanto dovremmo amarlo, meno di quanto meriterebbe di essere amato. Colui che entra nel mondo soprasensibile carico di tale sentimento — che ami un uomo meno di quanto dovrebbe essere amato — vede questo con un’intensità molto, molto più grande davanti all’occhio spirituale di quanto potrebbe mai apparirci nel mondo fisico-sensibile. Ma ora giunge qualcosa, e questo è straordinariamente importante, cosa che spesso procura alla coscienza veggente i maggiori dolori dell’anima. Tutte le forze che possiamo attingere dal mondo soprasensibile, tutto ciò che possiamo conquistare nel mondo soprasensibile non ci può aiutare a migliorare una relazione di anima che riconosciamo come scorretta nel mondo fisico, attingendo forze dal mondo soprasensibile.
Questo produce, di fronte a tutto ciò che può tormentarci nel mondo sensibile, qualcosa di ancora più tormentoso nel mondo soprasensibile: un certo sentimento di impotenza di fronte al necessario dispiegamento del karma, che deve compiersi nel mondo sensibile-fisico.
Vedete, questi due aspetti si presentano subito all’allievo della scienza occulta non appena fa qualche progresso: essi si manifestano immediatamente nella vita fra la morte e una nuova nascita.
Pensiamo al caso in cui fra la morte e una nuova nascita, poco dopo la nostra morte, incontriamo esseri umani che forse sono morti prima di noi nel mondo fisico. Ci incontriamo con loro; possiamo sentire pienamente il rapporto che avevamo con loro qui nel mondo fisico. Siamo, per così dire, insieme a qualcuno che è morto prima di noi, o contemporaneamente, o dopo di noi, e sentiamo: esattamente così stavi di fronte a questo uomo nella vita, così era il tuo rapporto con lui. Mentre nel mondo fisico, se scopriamo di avere fatto torto a una persona nei nostri sentimenti o nelle nostre azioni, possiamo fare qualcosa per rimediare, nel mondo dopo la morte non siamo affatto in grado di farlo immediatamente. Vediamo chiaramente: così stanno le cose nel nostro rapporto; eppure vediamo che è impossibile mutare qualcosa entro questo mondo soprasensibile, per quanto profonda sia la comprensione che dovrebbe essere diverso. Deve restare così come è. Questo è ciò che rende penosa la consapevolezza: vediamo chiaramente come il rapporto non avrebbe dovuto essere, ma dobbiamo lasciarlo così, mentre sempre sentiamo che dovrebbe essere diverso. E questo si estende a tutta la vita dopo la morte. Le cose che sappiamo di non aver fatto rettamente nella vita, le vediamo ancora più profondamente dopo la morte; eppure dobbiamo lasciarle così, dobbiamo continuare a farle vivere come sono. Guardiamo indietro a ciò che abbiamo fatto; eppure dobbiamo vivere pienamente le conseguenze di ciò che abbiamo fatto, e sperimentiamo chiaramente che non possiamo mutare nulla.
Così non succede solo con i rapporti verso altri uomini, ma con tutta la nostra vita di anima dopo la morte.
Infatti questa vita di anima dipende da molti fattori. Innanzitutto vorrei descrivere, quasi disegnando immaginazioni, questa vita dopo la morte.
Se si intende l’espressione visioni o immaginazioni come ieri è stato esposto, non può nascere alcun malinteso su ciò che ora dirò. Mentre l’uomo qui percepisce attraverso i suoi organi nel mondo sensibile, vive dopo la morte, per così dire, in un mondo di visioni: solo che queste visioni rappresentano immagini di realtà. Come non percepiamo direttamente l’essenza interiore della rosa nel mondo fisico, bensì solo il suo rossore esteriore, così dopo la morte non percepiamo direttamente un amico defunto o un fratello; ciò che abbiamo dopo la morte è l’immagine visionaria. Siamo, per così dire, dentro la nuvola delle nostre visioni; eppure sappiamo bene: siamo insieme all’altro; è un rapporto reale, anzi molto più reale di quanto possa essere qui sulla terra fra uomo e uomo. Attraverso l’immagine percepiamo l’essenza. Nel primo periodo, anche dopo il tempo di Kamaloka, le nostre visioni che ci circondano e che viviamo rimandano essenzialmente a ciò che abbiamo qui sulla terra vissuto, nel senso qui accennato. Sappiamo, diciamo, che un amico defunto è fuori da noi nel mondo spirituale; lo percepiamo attraverso la nostra visione. Possediamo pienamente il sentimento di stare insieme con lui; sappiamo come gli apparteniamo. Ciò che principalmente percepiamo è però ciò che con lui si è svolto qui sulla terra; questo si riveste inizialmente della nostra visione. Una conseguenza dei nostri rapporti terreni è soprattutto la cosa principale nell’esperienza; come d’altronde viviamo ancora, anche dopo il tempo di Kamaloka, in una certa relazione con le conseguenze della nostra esistenza terrena. E questa nuvola di visioni che ci circonda è completamente dipendente da come abbiamo trascorso la nostra vita terrena.
Solo gradualmente, quando passa il tempo fra la morte e una nuova nascita, la cosa si presenta per la percezione immaginativa così: l’uomo, che spiritualmente è come avvolto nelle sue immaginazioni, inizia allora ad apparire, per l’immaginazione, come una nuvola che dapprima è scura — questo sarebbe l’uomo nel primo periodo dopo il tempo di Kamaloka — poi questa nuvola inizia a essere illuminata da un lato, come quando vediamo al mattino una nuvola rischiarata dal sole che risplende.
Quando allora l’ispirazione viene e deve spiegare questa immaginazione, emerge: viviamo dapprima in un mondo, nella nuvola delle nostre stesse esperienze terrene, ne siamo come avvolti, e siamo capaci di ottenere un rapporto solo con gli esseri con cui eravamo insieme sulla terra: quindi principalmente con gli uomini che sono morti o che hanno la possibilità di portare le loro anime dalla terra nel mondo spirituale. Quel che però si esprime nel mondo immaginativo, che la nuvola del nostro essere è illuminata da un lato come da una luce tremolante che vi si posa intorno, testimonia che iniziamo a entrare nel venire a noi delle gerarchie verso la nostra stessa essenza. Gli esseri delle gerarchie superiori vengono a noi, ci introduciamo gradualmente nel mondo della spiritualità più elevata. Prima avevamo solo connessioni col mondo che avevamo portato con noi; poi la vita delle gerarchie superiori inizia a risplendere verso di noi e a penetrare in noi; otteniamo una compenetrazione con gli esseri delle gerarchie superiori, ci introduciamo sempre più nel mondo delle gerarchie superiori. Ma per comprendere come ci introduciamo, è necessario che ci chiarifichiamo veramente, attraverso la conoscenza immaginativa, per così dire, i rapporti di grandezza del nostro essere, estraendoci con il nostro essere spirituale dal nostro corpo fisico. Facciamo questo quando varchiamo la porta della morte. Allora il nostro essere si dilata, il nostro essere diventa sempre più grande.
È una rappresentazione difficile; eppure è così.
In verità, qui sulla terra siamo tentati di credere di essere grandi quanto il limite della nostra pelle. È una crescita negli spazi infiniti, per così dire, un divenire sempre più grande. E quando giungiamo alla fine del tempo di Kamaloka, siamo letteralmente così grandi da estenderci fino al cerchio che la luna descrive intorno alla terra. Dunque, diventiamo molto, molto grandi. Diventiamo, come dice l’occultista, abitatori della luna; il che significa che dilatiamo il nostro essere così vastamente che il nostro limite esterno coincide con il cerchio che la luna descrive intorno alla terra. Non posso entrare oggi nei rapporti di posizione dei pianeti, ma troverete chiarito ciò che apparentemente non concorda con l’astronomia esterna, se confrontate le cose con il ciclo di conferenze tenuto a Düsseldorf sulle Gerarchie spirituali e la loro riflessione nel mondo fisico. E allora cresciamo oltre nello spazio del cosmo, nel nostro intero sistema planetario, e cresciamo quindi innanzitutto in quella che l’occultista chiama la sfera di Mercurio. Questo significa — entro i limiti che voi stessi vi stabilite se comprendete rettamente le cose — diventiamo, dopo il tempo di Kamaloka, abitatori di Mercurio, e ci sentiamo allora completamente come se abitassimo lo spazio del cosmo. Come durante la nostra esistenza fisica ci sentiamo come abitanti della terra, così allora ci sentiamo come abitanti di Mercurio. Non posso descrivere nei dettagli come questo si presenta, ma la coscienza è completamente presente: non siamo cioè confinati in uno spazio così piccolo come sulla terra, bensì il nostro intero essere abbraccia veramente questo ampio cerchio che è delimitato dal percorso che Mercurio descrive. Il tempo che attraversiamo là, e come lo attraversiamo, dipende anche da come ci siamo preparati qui sulla terra, quali forze abbiamo assimilato qui per penetrare nel modo giusto o sbagliato in questa sfera di Mercurio.
Nell’investigazione occulta si possono paragonare due persone — o più persone, ma diciamo per ora due — per giungere a una conoscenza di questo fatto.
E lì si è paragonata l’anima di una persona, per esempio, che è entrata nella porta della morte in condizione immorale, con l’anima di una persona che è entrata nella porta della morte in condizione morale. Emerge una notevole differenza. Si mostra assai presto quale sia la differenza, dapprima nel rapporto di una persona con altre persone che incontra dopo la morte. È così: per la persona in condizione morale di anima, le immagini visionarie sono pure presenti, ma la persona trova ovunque la possibilità di stare insieme, per così dire, fino a un certo grado con queste altre persone. Questo è reso possibile dalla condizione morale. Mentre nella condizione immorale accade che la persona diventa quella che si può chiamare una sorta di eremita nel mondo spirituale. Sa, per esempio, che una persona che è pure nel mondo spirituale la conosce dalla terra; sa di stare insieme con lei; eppure non può trovare alcun modo di uscire dalla prigione della sua nuvola immaginativa e di avvicinarsi. La moralità ci rende esseri socievoli nel mondo spirituale, esseri che possono instaurare relazioni con altri esseri; l’immoralità ci rende eremiti nel mondo spirituale, ci pone nella solitudine. E questo è veramente un importante nesso causale fra cose che si svolgono sulla terra con la nostra anima e ciò che accade fra la morte e una nuova nascita. E così è pure nel proseguimento. Attraversiamo ulteriormente, dopo aver percorso la sfera di Mercurio nel senso dell’occultismo, la cosiddetta sfera di Venere, ci sentiamo come abitanti di Venere.
È lì, fra Mercurio e Venere, che gradualmente la nostra nuvola, per così dire, è illuminata dall’esterno; là possono venire a noi gli esseri delle gerarchie superiori.
Però ora dipende ancora dal fatto se ci siamo preparati nel modo giusto, come spiriti socievoli a essere accolti nelle file delle gerarchie, per avere qualcosa a che fare con loro, o se, benché sappiamo che sono lì, come eremiti dobbiamo passare accanto a tutti, come eremiti ci muoviamo nel mondo spirituale.
E in questa sfera di Venere dipende ancora da qualcos’altro se siamo spiriti socievoli o spiriti che camminano solitari. Mentre nella sfera precedente è possibile essere uno spirito socievole solo se ci siamo preparati attraverso la moralità sulla terra, essenzialmente la forza che ci conduce alla socialità — cioè a una certa vita sociale nella sfera di Venere — è la vita religiosa, lo stato religioso dell’anima. E ci possiamo condannare più facilmente a divenire eremiti in questa sfera di Venere se durante la vita terrena non abbiamo sviluppato uno stato religioso, alcun sentimento della nostra appartenenza all’Infinito, al Divino. Sì, è proprio così: per l’osservazione occulta si presenta il fatto che l’uomo, per esempio, attraverso una mera inclinazione ateistica, attraverso un rifiuto di ogni relazione della sua finitezza all’infinità, si rinchiude nella prigione della sua stessa sfera. Ed è una verità se si dice che il cosiddetto Monistenbund, in cui gli uomini si uniscono socialmente sulla terra, attraverso il suo credo fa sì che gli uomini che in esso sono uniti con un credo non incline verso lo stato religioso, si preparino bene affinché poi non possano più formare un Monistenbund, bensì veramente ognuno sieda nella sua prigione. Questo non è qualcosa che debba fondare un giudizio, bensì semplicemente quello che per l’osservazione occulta si impone come conseguenza necessaria dei sentimenti religiosi o irreligiosi terreni.
Ora sappiamo che sulla terra sono state fondate le più diverse religioni, essenzialmente nel corso dell’evoluzione dell’umanità da una fonte comune. Furono fondate in modo che da questa fonte comune i singoli fondatori di religioni tennero presente i temperamenti dei diversi popoli, il clima e tutte le cose a cui le religioni dovevano essere adattate.
Così naturalmente le anime non entravano in questa sfera di Venere con uno stato religioso generale, bensì con lo stato del loro particolare credo religioso.
Se si ha un sentimento per lo spirituale, per l’eterno, per il divino, ma questo sentimento ha una colorazione particolare di questo o quel credo religioso, questo fa sì che si diventi uno spirito socievole solo per quelli che hanno, per così dire, gli stessi sentimenti, che hanno vissuto nello stesso credo religioso qui sulla terra. E perciò proprio nella sfera di Venere troviamo gli uomini separati secondo i loro particolari credi religiosi. Gli uomini sulla nostra terra, come sappiamo, sono stati finora divisi per razze, soprattutto secondo caratteristiche esteriori. Poiché le appartenenze a razze e ceppi hanno a che fare con i credi religiosi, in linea generale, ma solo in linea generale, anche questa configurazione di gruppi nella sfera di Venere — però non esattamente — corrisponde al modo in cui gli uomini qui sulla terra sono divisi, perché lì gli uomini si dividono solo secondo la loro comprensione di un certo credo religioso. Per questo motivo gli uomini si chiudono entro certi confini, in province, per cui hanno sentimenti solo per i loro particolari credi religiosi. Nella sfera di Mercurio l’uomo mostra ancora soprattutto comprensione principale per gli uomini con cui era unito qui sulla terra, verso i quali aveva una certa relazione. Se ebbe allora una condizione morale di anima, durante la sfera di Mercurio è essenzialmente nel commercio con gli uomini verso i quali qui già si era intessuta una relazione. Durante la sfera di Venere l’uomo è più assorbito nelle grandi comunioni religiose, in cui si era sentito accolto dalla qualità della sua anima qui nell’esistenza terrena. La prossima sfera in cui l’uomo deve entrare è la sfera del Sole. E veramente fra la morte e una nuova nascita arriviamo a sentirci, per un certo tempo, come abitanti del sole; cioè a sapere: siamo uniti col sole.
Impariamo in questo tempo veramente a conoscere l’essenza del sole, che è completamente diversa da come l’astronomia fisica oggi la descrive.
E di nuovo si tratta del fatto che possiamo penetrare nella sfera del sole nel modo giusto. Nella sfera del sole ora ci si presenta specialmente una cosa: si leva il forte bisogno nell’anima, come attraverso una forza elementare, che tutte le particolarità fra le anime umane debbano cessare. Mentre nella sfera di Mercurio siamo più o meno inseriti nel cerchio verso cui avevamo relazione sulla terra, mentre nella sfera di Venere siamo a casa attraverso una vita religiosa entro i cerchi che con noi hanno sentito religiosamente uguali sulla terra, e possiamo ancora sentirci soddisfatti in certo modo solo in queste comunioni, l’anima sente profonda solitudine sul sole se si sente condannata a non avere comprensione per tutte le anime che dalla terra fra la morte e una nuova nascita sono trasferite in questa sfera del sole. Ora era per i tempi antichi dell’evoluzione umana così, che veramente le anime durante la sfera di Venere si trovavano, per così dire, nelle singole province religiose, trovavano lì la loro comprensione e davano, e che, poiché tutte le religioni hanno una fonte comune, l’uomo, quando entrava nella sfera del sole, aveva, per così dire, di quella vecchia eredità comune di tutti i credi religiosi tanto da essergli data la possibilità, nella sfera del sole, di avvicinarsi a tutte le altre anime e di stare insieme con loro, di comprenderle, di coltivare comunanza con loro, di essere spirito socievole con loro.
Le anime dell’evoluzione umana più antica non potevano fare molto da sole per venire incontro a questo desiderio che sorgeva; però proprio perché senza intervento umano un nucleo umano universale era nelle anime, le anime trovavano la possibilità di trascendere il credo religioso e di avere rapporti con le anime di altri credi religiosi.
Nel vecchio brahmanesimo, nel credo cinese, nelle altre religioni della terra stava così tanto di quel nucleo religioso comune che era stato dato dalla fonte comune di tutte le religioni, che le anime nella sfera del sole si trovavano, per così dire, nella patria originaria di tutte le religioni, che contiene la fonte di tutta la vita religiosa.
Questo è cambiato nel tempo intermedio della terra. La connessione con la fonte originaria delle religioni è andata perduta, ed essa può essere ritrovata solo nuovamente attraverso una conoscenza occulta; sicché anche per questa sfera del sole nel nostro presente ciclo dell’umanità l’uomo deve già prepararsi sulla terra e non giunge da sé a una socialità universalmente umana. In questo abbiamo ancora una volta qualcosa in cui riposa il grande significato del Mistero del Golgota, del cristianesimo: che per l’umanità più recente, per l’attuale ciclo dell’umanità, dà la possibilità di prepararsi sulla terra così da giungere, durante la sfera del sole, a una vita socievole universalmente umana. Perciò il Sole-spirito, il Cristo, dovette scendere sulla terra. E poiché è sceso e si è unito con la terra, sulla terra si può trovare la possibilità affinché le anime, nella sfera del sole fra la morte e una nuova nascita, diventino esseri socievoli universalmente umani.
Si potrebbero addurre molti argomenti per l’universalità del Mistero del Cristo veramente inteso. Abbiamo già addotto molti argomenti nel corso degli anni; comunque si può illuminare questo Mistero del Cristo sempre di nuovo da lati sempre nuovi. Se si sostiene che attraverso una particolare sottolineatura del Mistero del Cristo verrebbero provocati pregiudizi verso gli altri credi religiosi — e questo è stato detto spesso, che, per esempio, nel nostro movimento di scienza dello spirito qui in Europa centrale il Mistero del Cristo verrebbe sottolineato in modo particolare e che perciò gli altri credi religiosi non sarebbero trattati ugualmente — sarebbe un tale rimprovero la cosa più incomprensibile che possa farsi; perché questo Mistero del Cristo è, nel suo vero significato, solo nei tempi nuovi occulto-scoperto.
E se, per esempio, un credente buddhista volesse dire: tu esponi il cristianesimo sopra il credo buddhista perché presenti il Cristo come qualcosa di particolare, che ancora non sta nei miei libri sacri, perciò svantaggi il buddhismo — questo non è intelligente come se il buddhista esigesse di non adottare nemmeno la concezione copernicana del mondo perché questa pure non sta nei suoi libri sacri.
Non ha nulla a che fare con la parità dei diritti delle religioni che cose trovate più tardi siano riconosciute. Il Mistero del Golgota è tale che non è un privilegio particolare di un credo cristiano, bensì è una verità di scienza dello spirito che, proprio come il sistema del mondo copernicano, può essere riconosciuto da ogni sistema religioso, e non si tratta affatto della rivendicazione di un credo religioso che il Mistero del Golgota finora ha compreso assai male, bensì del fatto di scienza dello spirito del Mistero del Golgota. Se questo è già poco intelligente, ancora meno intelligente è parlare di dover confrontare astrattamente tutti i credi religiosi e di doverne assumere una specie di uguaglianza astratta di essenza. Perché allora questi credi religiosi diversi devono, concretamente, non essere confrontati con quello che il cristianesimo è divenuto come questo o quel particolare credo, bensì con quello che esso contiene per essenza.
Considerate la professione hindu. In questa non viene ammesso chi non sia hindu. La cosa è sostanzialmente legata a un popolo. Altrettanto accade nelle più antiche professioni religiose. Solo il buddhismo ha rotto tale vincolo, ma rimane comunque riservato a una comunità determinata, rettamente inteso. Guardando però ai fatti esterni: se in Europa avessimo una professione religiosa da trattare come il credo hindu, dovremmo giurare al vecchio Wotan. Esso era il dio nazionale, ciò che era donato a una tribù sola, a un popolo.
Ma che cosa è accaduto in Occidente? Veramente non si è adottato alcun dio nazionale, bensì riguardo alla vita esteriore una personalità completamente straniera: Gesù di Nazareth è stato accolto. Mentre le altre confessioni religiose hanno sostanzialmente carattere religioso-egoistico e non vogliono superarsi, proprio questo caratterizza l’Occidente: aver respinto i propri sistemi religioso-egoistici, quale l’antico sistema di Wotan, e aver accolto qualcosa che non è nato dalla propria carne e sangue, accettandolo per il suo contenuto spirituale.
Il Cristianesimo non è affatto per l’Occidente una professione religioso-egoistica nel medesimo senso in cui altre professioni religiose lo erano per i singoli popoli. Questo è straordinariamente importante, cosa che già dai fatti esterni deve essere colta. Ciò che rende universale il Cristianesimo in un’altra relazione è quando questo Cristianesimo sa veramente porre il Mistero del Golgota al centro del divenire dell’umanità.
Questo Cristianesimo non è ancora molto progredito nel suo sviluppo; poiché in esso ancora non si riescono a distinguere bene due cose. Solo lentamente e gradualmente si giungerà a questa distinzione. Nel vero senso del Mistero del Golgota, chi è un cristiano? Lo è chi sa che col Mistero del Golgota accadde qualcosa di reale, che lo Spirito Solare visse nel Cristo, versò la sua essenza sulla terra, e che il Cristo morì per tutti gli uomini.
Benché Paolo abbia già proclamato che il Cristo non è morto solo per i Giudei ma anche per i Gentili, oggi si comprende ancora poco questa parola. Solo quando si saprà che il Cristo ha compiuto l’azione del Golgota per tutti gli uomini, allora si comprenderà il Cristianesimo. Poiché diversa è questa azione reale che si è riversata dal Golgota, e diverso è che ci si appropri la comprensione. Sapere che cosa è il Cristo ci si deve proporre, ma non si può mai guardare alcun uomo sulla terra secondo il Mistero del Golgota altrimenti se non così: sia che tu sia Cinese o Hindu, il Cristo è morto anche per te, ed ha questa medesima importanza per te come per un altro.
Quando si comprende rettamente il Mistero del Golgota, sorge l’intuizione che dobbiamo avanzare verso ogni uomo e chiedere: quanto di cristiano possiede egli? — indipendentemente dalla fede che professa. Perché l’uomo deve sempre più consapevolmente acquisire ciò che realmente vive in lui, è naturalmente un alto ideale anche conoscere qualcosa del Mistero del Cristo. Questo si diffonderà sempre più. E accanto a questo verrà il necessario: avere comprensione per il Mistero del Golgota.
Ma questo è tutt’altro che l’opinione che possiamo avere sul Mistero del Golgota: l’Universale, ciò che vale per tutti gli uomini. Ora dipende da questo: che sentiamo questo nella nostra anima; questo ci rende esseri sociali nella sfera solare. Lì siamo eremiti, quando ci sentiamo rinchiusi in qualche confessione religiosa; siamo esseri sociali nella sfera solare quando possediamo comprensione per l’Universale del Mistero del Golgota. Allora troviamo la possibilità di avere relazione con ogni essere che nella sfera solare si avvicina a noi. Esseri liberamente mobili nella sfera solare ci rende il sentimento che ci appropriamo durante il tempo terreno per il Mistero del Golgota dentro il nostro ciclo umano.
Poiché a che cosa dobbiamo essere capaci, proprio in questo intervallo fra la morte e una nuova nascita?
Qui giungiamo a un fatto straordinariamente importante per l’occultismo moderno. Quegli uomini che nei tempi, prima che sulla terra si compisse il Mistero del Golgota, avevano vissuto — in sostanza ciò che dico ora non vale in questo senso del tutto —, trovavano nella sfera solare il trono del Cristo e il Cristo stesso seduto su di esso. Potevano riconoscerlo perché le antiche eredità della comunanza di tutte le religioni vivevano in loro. Ma questo Spirito del Cristo è disceso dal Sole, e nel Mistero del Golgota si è riversato per così dire nella vita della terra.
Nel momento in cui si è riversato nella vita della terra, ha lasciato il Sole; e oggi fra la morte e una nuova nascita nella sfera solare non si trova se non l’immagine akashica del Cristo. Il trono non è occupato dal Cristo reale. Dobbiamo portare con noi dalla terra la rappresentazione della connessione vivente col Cristo, affinché attraverso l’immagine akashica possiamo possedere la connessione vivente col Cristo. Allora troviamo la possibilità di avere il Cristo dalla sfera solare, la possibilità che egli susciti in noi tutte le forze che abbiamo dovuto suscitare quando la sfera solare dobbiamo attraversare nella giusta maniera.
Il nostro pellegrinaggio fra la morte e una nuova nascita prosegue ancora. Dalla terra abbiamo posseduto la forza, segnatamente attraverso disposizione spirituale morale e religiosa, di vivere così per dire dentro gli esseri con cui eravamo sulla terra, e poi negli esseri delle superiori gerarchie. Ma questa forza viene meno gradualmente, diviene sempre più fioca e più fioca; e l’essenziale che ci rimane è propriamente la forza che sulla terra succhiamo dal Mistero del Golgota, che ci orientiamo nella sfera solare.
Allora si presenta un nuovo portatore di luce nella sfera solare, che dobbiamo imparare a conoscere nella sua forza originaria. La comprensione del Cristo ce la portiamo dalla terra; ma affinché possiamo progredire ulteriormente, salire ancora più nel cosmo, dalla sfera solare nella sfera di Marte, è necessario che noi — e questo possiamo semplicemente per il fatto che siamo anime umane — riconosciamo il secondo trono che così per dire accanto al trono del Cristo si trova nel Sole, da cui conosciamo l’altro essere che ora col Cristo ci conduce ulteriormente: Lucifero. Ora conosciamo Lucifero, e attraverso ciò che egli ci può dare in forze, possiamo fare il pellegrinaggio attraverso la sfera di Marte, Giove e Saturno.
E sempre più avanziamo nello spazio cosmico, in sempre crescente allargamento. Ora accade veramente, quando così oltrepassiamo la sfera di Saturno, che qualcosa interviene, che alquanto muta il nostro stato di coscienza. Cadiamo così per dire in una sorta di crepuscolo cosmico — non si può dire sonno cosmico, ma crepuscolo cosmico. Però allora proprio per questo le forze dell’intero cosmo agiscono su di noi.
Da tutti i lati agiscono allora le forze su di noi, e riceviamo forze dell’intero cosmo in noi. Esiste così, avendoci così estesi, un tempo fra la morte e una nuova nascita, in cui nel nostro essere come da tutti i lati le forze dell’intero cosmo entrano, come da tutte le stelle le forze entrano nel nostro essere. Allora cominciamo a contrarci, ritorniamo attraverso le diverse sfere fino alla sfera di Venere, ci stringiamo, divenendo sempre più piccoli, finché viene il tempo in cui possiamo di nuovo unirci a un germe umano terreno.
Ma che cosa siamo noi allora, allorché ci uniamo a questo germe? Siamo ciò che abbiamo descritto fra la morte e la nuova nascita. Ma abbiamo assunto le forze dell’intero cosmo. Là nella massima estensione nel nostro essere hanno agito le forze dell’intero cosmo. Mentre nello svilupparci verso l’esterno, quello che poteva avanzarci, tanto più lo abbiamo assunto, quanto meglio ci eravamo preparati, e il nostro karma è preparato dal modo in cui abbiamo convissuto con gli uomini che abbiamo incontrato, si formano in noi, da ciò che dopo la morte convivamo con loro, le forze che attraverso il karma in una nuova vita terrena compensano queste cose.
Che noi appariamo come un uomo, che siamo capaci interiormente di possedere un karma che insieme dentro di sé accoglie le forze cosmiche, questo dipende dal fatto che in un certo tempo fra la morte e una nuova nascita riceviamo le forze dell’intero cosmo. E quando un uomo viene generato nel mondo fisico, allora con il germe umano fisico si è unito ciò che fino al minimo s’è ristretto, ma ha recato da un’estensione gigantesca le forze dell’intero cosmo. Noi portiamo il cosmo intero in noi allorché sulla terra ci reincarniamo di nuovo.
E in una certa relazione possiamo dire: noi portiamo questo cosmo così in noi come esso può unirsi, come esso rettamente può unirsi a ciò che nel nostro pellegrinaggio verso l’esterno, nella nostra estensione nelle sfere dopo la nostra precedente esistenza terrena, nella nostra anima abbiamo recato come disposizione.
Queste due cose sono riunite, adattate insieme, potremmo dire: l’adattamento al cosmo intero e al nostro precedente karma. Che siamo anche al nostro precedente karma adattati — cosa che però deve entrare in armonia col cosmo — ciò, negli esami degli ultimi mesi, mi si è presentato in modo straordinariamente singolare in singoli casi — lo dico esplicitamente — in singoli casi; non voglio enunciare una legge universale.
Se un uomo muore, cioè passa la soglia della morte, allora muore sotto una determinata costellazione stellare. E questa costellazione stellare è veramente essenziale per la successiva vita spirituale della sua anima, per il fatto che si imprime in una certa maniera nell’essenza della sua anima e come impronta veramente rimane. E rimane lo sforzo in questa anima di ritornare di nuovo con questa costellazione stellare alla nuova nascita, di rendersi giustizia alle forze che si era assunto nel momento della morte, di ritornare di nuovo in questa costellazione stellare.
Ed è interessante: se si tenta così di determinare la costellazione stellare per una morte umana, la costellazione stellare della successiva nascita concorda in alto grado con la costellazione stellare della morte precedente. Solo bisogna considerare che è un altro luogo della terra quello in cui l’uomo nasce, che a questa costellazione stellare corrisponde. Così l’uomo è veramente adattato al cosmo, si inserisce in esso, ed esiste così nell’anima una sorta di compensazione fra la vita individuale e la vita cosmica.
Kant una volta ha fatto il bel detto: due cose soprattutto lo elevavano, il cielo stellato sopra di lui e la legge morale in lui. Questo è un bel detto dal fondamento che l’occultismo ci mostra. Entrambi infatti sono la medesima cosa: il cielo stellato sopra di noi e ciò che come legge morale portiamo in noi. Poiché nella vita fra la morte e una nuova nascita cresciamo verso lo spazio cosmico, assumiamo il cielo stellato in noi e portiamo allora nell’anima come nostra disposizione morale un’immagine del cielo stellato.
Qui è uno dei punti dove veramente è appena più possibile che nell’anima la scienza dello spirito diventi alcunché di diverso che una sensibilità morale universale. Qui è uno dei punti dove ciò che sembra teoria si trasforma in immediata vita morale dell’anima, in impulsi morali dell’anima; poiché qui sente l’uomo tutta la responsabilità verso il suo proprio essere. Qui sente l’uomo: tu eri fra la morte e una nuova nascita in una situazione tale, che il cosmo intero doveva agire nel tuo essere, e tu contraevi nel piccolo germe umano fisico ciò che ti eri dileguato.
Tu sei responsabile di fronte all’intero cosmo, tu porti veramente l’intero cosmo in te. — Qui è quello dove si sente qualcosa di ciò che si è tentato di indicare nella «Prova dell’anima» nel monologo del Capesius, dove è fatto avvertire nel passo: «Nel tuo pensiero vivono i pensieri del mondo…», quale momento significativo sia allorché l’anima sente: si ha l’obbligo sacro di sviluppare le forze che dal cosmo si sono estratte, perché le si deve restituire agli dèi, e dove l’anima riconosce che sarebbe il massimo peccato lasciar giacere incolte queste forze.
In questi esami concreti risultò come noi veramente riceviamo il cosmo intero in noi e lo riconduciamo nel nuovo divenire. Sì, di quelle forze che l’uomo veramente porta con sé, solo pochissime sono propriamente forze che hanno una qualche origine sulla terra. Noi consideriamo l’uomo riguardo alle forze che agiscono nel suo corpo fisico, dominano nel suo corpo eterico, nel suo corpo astrale e nell’Io. Le forze che nel nostro corpo fisico agiscono ci vengono certamente direttamente dalla terra; ma quello che abbiamo bisogno per il corpo eterico non possiamo estrarlo direttamente dalla terra, bensì solo dalle forze che ci si avvicinarono fra la morte e la nuova nascita, quando ci dilatammo nel sistema planetario.
E un uomo che vi introduce una disposizione spirituale immorale, non potrà attrarre le giuste forze, mentre passa nel tempo fra la morte e una nuova nascita attraverso la sfera di Mercurio. Un uomo che non ha sviluppato gli impulsi religiosi, non può attrarre le giuste forze in Venere, e così accade che le forze di cui abbiamo bisogno nel corpo eterico, possiamo averle indebolite. Qui vediamo il nesso karmico fra le vite seguenti e le vite precedenti formarsi.
Tutto questo sono cose che insieme ci additano come le conoscenze che ci procuriamo attraverso l’occultismo possono divenire impulsi nella nostra vita spirituale, e come veramente abbiamo solo bisogno di sapere quel che siamo, per ascendere sempre più a una vita sempre più spirituale. Quel che il Mistero del Golgota ha preparato, è nel nostro ciclo umano necessario, affinché l’uomo nella giusta maniera possa vivere dentro la sfera solare fra la morte e una nuova nascita.
Quel che la ricerca spirituale veramente deve compiere è questo: che l’uomo sia in grado di proseguire ancora oltre la sfera solare verso l’alto nel cosmo con quella consapevolezza universalmente umana, spiritualmente sociale che è necessaria. Per la sfera solare è sufficiente la connessione, consona ai sentimenti, col Mistero del Golgota. Ma affinché ciò che è comprensione universalmente umana e sentimento universalmente umano rimanga anche al di là della sfera solare fra la morte e una nuova nascita, è appunto necessario che noi, in modo geisteswissenschaftlich, comprendiamo le relazioni delle singole religioni fra loro, lo sviluppo dei singoli impulsi religiosi; che non cresciamo in una confessione religiosa strettamente delimitata con le sfumature spirituali della medesima, ma che guadagniamo la possibilità, per ogni anima, indipendentemente da ciò che crede, di avere comprensione di come altrimenti siano le anime.
Uno si adempie come quello che, come si può dire, col Cristo-Impulso si collega per tutte le anime dell’evoluzione terrena, uno si adempie in particolare fra la morte e una nuova nascita — questo che giace nelle parole: «Dove due nel mio nome sono riuniti, io sono in mezzo a loro.» E in questo detto il Cristo non lega l’essere riuniti di due a questa o quella fede, bensì solo alla possibilità che egli sia fra loro, mentre sono riuniti nel suo nome.
Ciò che ora da anni è stato coltivato anche attraverso le nostre rappresentazioni misteri, specialmente attraverso l’ultima, «Il custode della soglia», questo doveva dare una comprensione geisteswissenschaftlich per ciò che nel presente ciclo di epoche è necessario. Qui è necessario, in una certa maniera, acquistare una relazione da un lato al Cristo-Impulso, poi però anche alle potenze che gli si oppongono: all’impulso luciferico e arimanico. Che noi abbiamo a fare con potenze che nel cosmo, allorché avanziamo oltre la Maja, sviluppano forze, questo è quello che dobbiamo imparare a comprendere.
Poiché il tempo viene sempre più nell’evoluzione umana, in cui si dovrà imparare che importa l’essenziale e non la dottrina. E a niente tanto come al Mistero del Golgota ci si presenta come importa l’essenziale e non il contenuto della parola. Io vorrei — poiché con uomini che veramente esattamente esaminano quel che qui deve esser detto da fonti occulte, si va più facilmente — io vorrei che si esamini esattamente quel che avrò da dire. In tutte le professioni religiose non c’è nulla di simile a questo. In tutta questa profondità, come si presenta attraverso il Mistero del Golgota, non si trova nelle altre confessioni religiose.
Il mondo ha oggi ancora un pregiudizio molto singolare. Si parla come se nel mondo dovesse accadere assolutamente come in una scuola: che importassero solo i maestri del mondo. Nel Cristo non si tratta di un maestro del mondo, bensì di un attuatore del mondo, che ha compiuto il Mistero del Golgota e la cui essenza si deve riconoscere. Su questo si fonda. Come poco importi la sola parola, il solo contenuto della dottrina, questo può insegnarci proprio questo, che una bella parola esce dalla bocca del Cristo: «Voi siete dèi!» (Vangelo di Giovanni 10, 34), e che egli sempre e continuamente ha indicato che l’uomo raggiunge il suo massimo quando giunge alla consapevolezza dell’essenza di Dio nella sua natura.
E si potrebbe dire che il Cristo-Detto tona nel mondo: voi dovete essere consapevoli di essere simili agli dèi! — Si potrebbe dire: una grande dottrina!
Da altrove tona la medesima dottrina. Là dove la Bibbia racconta dell’esordio dell’evoluzione terrena, là è Lucifero che si avanza e dice: voi diventerete come gli dèi! Il medesimo contenuto di dottrina, risonante da Lucifero, il medesimo contenuto di dottrina emanante dal Cristo: voi sarete come gli dèi! E ambedue significano per gli uomini il contrario.
Sono veramente sconvolgenti suoni di tromba che in queste parole risuonano: l’uno tonato dal tentatore, l’altro dal Redentore e Liberatore e Restauratore della natura umana. Sulla conoscenza dell’essenza importa, importa moltissimo fra la morte e una nuova nascita. Il pericolo massimo sussiste di confondere Lucifero col Cristo nella sfera solare, perché entrambi parlano il medesimo linguaggio, insegnano la medesima dottrina sulla Sfera Solare e sentiamo da loro le medesime parole, allorché di parole possiamo parlare.
Sull’essenza importa. Che questo o quell’essere pronunci questa o quella parola, su questo importa, non sul contenuto della dottrina; poiché ciò che come forze reali palpita attraverso il mondo, questo è l’essenziale. E nei mondi superiori e soprattutto in ciò che gioca nelle sfere terrene, comprendiamo le parole rettamente solo quando sappiamo da quale essenza provengono le rispettive parole.
Mai riconosciamo dall’interno della parola l’altezza di un essere, bensì da ciò che integralmente conosciamo l’intero nesso cosmico, in cui è posto un essere. Questo possiamo vedere molto precisamente confermato nella parola della somiglianza divina degli uomini, nell’irrompimento di Lucifero e Cristo nel divenire.
Con tali cose sono enunciate importanti verità dell’evoluzione. E sono enunciate, non — anche in questo caso per niente tanto — per il loro contenuto, bensì per il loro essenziale; sono enunciate, affinché nelle anime nascano i sentimenti che come conseguenza di tali parole dovrebbero nascere. E se coloro che hanno assunto in sé tali verità, accolgono i sentimenti e scordano le parole, allora in realtà non molto è perduto.
Anche se mi rappresento il caso più radicale, che fra noi fosse qualcuno che scordasse tutto, quel che ora è stato parlato, e non si ricordasse di alcuna parola, ma nel sentimento portasse in sé ciò che può fluire da tali parole, allora avrebbe a sufficienza, in senso geisteswissenschaftlich, di ciò che propriamente è inteso con queste parole. Noi dobbiamo parlare in parole, e le parole talvolta si presentano teoricamente. Ma ciò che importa, questo è che attraverso le parole impariamo a guardare all’essenziale nello spirito e questo essenziale ad accogliere nella nostra anima.
Il mondo imparerà parecchio proprio riguardo al decorso dell’evoluzione umana, quando abbraccia la scienza dello spirito essenzialmente. E qui vorrei oggi solo recare due esempi, che non precisamente interiormente, bensì più esteriormente con le mie ricerche occulte degli ultimi mesi si collegano, però che mi sono resi straordinariamente impressionanti, perché mi hanno mostrato come propriamente solo da ciò che qualcosa in ricerca occulta si è riconosciuto, ciò che a questo corrisponde, che nel mondo già è là, che è stato introdotto da uomini ispirati, questa verità là di nuovo si può trovare. Vedete, mi sono occupato molto di Omero, ho spesso letto le opere omeriche.
Ora mi si è presentato nel corso degli ultimi mesi sempre di nuovo vivamente all’anima: come dopo la morte non si possa cambiare nulla, come le condizioni rimangano le medesime; come ad esempio di un uomo, a cui in qualche modo si è stati legati nella vita, si sappia: tu l’hai troppo poco amato, però come non si possa mutare questo.
Se si afferra questo fatto e poi presso Omero si legge, che egli descrive l’aldilà come il luogo dove la vita diviene immutabile, allora si comincia soltanto a comprendere tutta la profondità di queste parole del luogo dove le cose non soggiacciono più a trasformazione: e questo è un’impressione meravigliosa, paragonare la propria conoscenza occulta a quel che l’«Omero cieco» come veggente dell’anima portò dentro come importante verità occulta e l’espresse nella sua opera poetica!
E ancora qualcos’altro mi è stato straordinariamente impressionante, contro il quale veramente mi sono ribellato, perché mi sembrò incredibile, però non è possibile evitare, allorché con tutti i mezzi della ricerca occulta si procede.
Alcuni — o la maggior parte di voi — forse saprete dei cosiddetti sepolcri Medici a Firenze, di Michelangelo. Sono Giuliano e Lorenzo de’ Medici e quattro figure allegoriche. Di solito non si pensa niente di artistico. Allegorie di paglia, si dice di solito. Ora queste cosiddette figure allegoriche, salvo una, propriamente non sono state completate; tuttavia non fanno l’impressione di allegorie. Nei manuali di viaggio è molto curioso che si sia indicato presso questi sepolcri Medici da un lato: là starebbe uno dei Medici, Lorenzo, dall’altro il nostro, Giuliano.
E sono esattamente scambiati. Colui che è chiamato Lorenzo è il Giuliano, e colui che è chiamato Giuliano è il Lorenzo. Così è una volta. E ciò sta quasi in tutte le storie dell’arte così — come non è. In ogni caso non è così come sta nelle storie dell’arte e nel Baedeker. Non mi sono preoccupato ulteriormente del perché sia così, però è vero che le due figure sempre vengono scambiate.
Le descrizioni non concorderebbero affatto, e probabilmente una volta sono state dislocate. Stanno ora diversamente da come Michelangelo le ha piazzate. Ma non di questo vorrei parlare, bensì solo che lì vi sono quattro figure allegoriche: al piede di uno dei Medici la «Notte» e il «Giorno», presso l’altro l’«Alba» e il «Crepuscolo». Ora considerate che mi sono ribellato contro ciò che ora avrò da dire, però veramente ci si approfondisca in ogni gesto, in tutto ciò che si ha davanti, e si vada dapprima dalla «Notte», si osservi questa figura, di cui la considerazione insensata nei libri sta che avrebbe un gesto che un uomo che dorme non potrebbe assumere.
Se però si studia ogni gesto e ogni singolo arto e poi si propone la seguente domanda: come dovrebbe un artista rappresentare la figura umana, se volesse rappresentare nell’espressione della figura la massima attività possibile del corpo eterico, come accade propriamente nel sonno — quindi una posizione degli arti della figura, che meglio corrisponderebbe al momento in cui il corpo eterico lavora al massimo nel corpo fisico —, allora dovrebbe fare proprio così come Michelangelo dai suoi istinti artistici ha fatto.
Ha nascosto nel gesto il gesto che al corpo eterico corrisponde, dentro questa «Notte». Non affermiamo che Michelangelo lo sapesse, però è così. E poi osservate il «Giorno»! Non è un’allegoria di paglia. Se ci si rappresentasse che i membri inferiori della natura umana fossero meno attivi e massimamente attivo fosse l’Io, allora risulterebbe, salvo la peculiare torsione dell’intera figura, la figura del «Giorno». E se si volesse esprimere come il corpo astrale più liberamente agisca col disporsi degli altri membri umani, come si esprime nel gesto, allora si avrebbe questo nell’allegoria cosiddetta dell’«Alba». E se si volesse esprimere come il corpo fisico non crollasse subito, bensì come divenisse fiacco allorché l’Io e il corpo astrale si ritraessero, allora questo è meravigliosamente espresso nel gesto del «Crepuscolo».
Si hanno davanti le viventi manifestazioni dei quattro corpi umani. Si può pensare assai bene come una tale leggenda abbia potuto sorgere, che si è diffusa riguardo alla «Notte», che si è detto: allorché Michelangelo era solo con lei, allora poteva diventare viva e alzarsi e aggirarsi, se si sa che ha il gesto corrispondente del corpo eterico o corpo vitale, e il corpo eterico o corpo vitale può essere pienamente attivo con questo gesto.
E se lo si sente, allora vedi questa figura alzarsi, allora sai: può aggirarsi. Se non fosse di marmo, se veramente il corpo eterico o corpo vitale soltanto fosse attivo, il quale è l’animante, allora non ci sarebbe ostacolo che agirsi. Molto è nascosto nelle segrete di ciò che l’evoluzione umana ha prodotto, e molto diventerà comprensibile solo quando gli uomini, attraverso ciò che può affinare lo sguardo occulto, considereranno le cose.
Però su tutte queste cose in definitiva non importa! Se comprendiamo meglio o meno un’opera d’arte, questo non è nulla universalmente umano. Però importa qualcos’altro: allorché abbiamo così affinato lo sguardo, per noi si apre una comprensione per l’anima dell’altro uomo; non attraverso lo sguardo occulto che già dovrebbe scavare dentro il mondo spirituale, bensì attraverso lo sguardo affinato dalla scienza dello spirito.
Attraverso la comprensione della scienza dello spirito effettuata dal sano senso umano cresce in noi la conoscenza di ciò che nella vita ci si oppone, soprattutto di ciò che l’anima dei nostri prossimi è. E tenteremo di ottenere comprensione per ogni anima umana. Certamente questa comprensione per ogni anima umana è tutt’altro che ciò che nel vivere spesso si chiama comprensione.
Nel vivere sfortunatamente l’amore è troppo spesso assai egoistico. Si ama colui — ebbene, a cui si è stati per questo o quel rapporto in modo tutto particolare attirati, e nel resto, nella maggior parte dei casi, ci si accontenta di ciò che si chiama amore universale dell’umanità: si ama l’umanità generale. Ma che cos’è mai questo? Bisogna poter comprendere ogni anima.
Forse non la si troverà eccellente ogni anima, però questo non è male, poiché ad alcuna anima non si nuoce di più se non allorché in amore cieco la si esalta.
Di questo fattore dopodomani parleremo ancora qualcosa di più dettagliato.
La considerazione che abbiamo potuto condurre due giorni fa sulla vita fra la morte e una nuova nascita ci mostra, certamente, quanto profondamente tutta l’essenza umana sia collegata con ciò che si può denominare la vita universale nel cosmo.
Infatti, se riflettete su molte cose che sono state dette, potrete ricavarne il fatto che l’uomo è legato a un determinato luogo unicamente durante il suo tempo sulla Terra, che occupa uno spazio ridotto soltanto durante la sua vita terrena, mentre nell’intera durata fra la morte e una nuova nascita egli è incorporato nel sistema planetario e persino nel mondo al di là di esso. Quando definiamo lo sviluppo fra la nascita e la morte dicendo che l’uomo si manifesta come una sorta di immagine microcosmica del macrocosmo, per esprimere un fatto occulto, dobbiamo ora dire: fra la morte e una nuova nascita, l’uomo stesso è veramente macrocosmico. Egli si effonde nel macrocosmo; si rivela in tal modo come un’entità macrocosmica, poiché durante questo intervallo deve attingere dal macrocosmo le forze di cui ha bisogno per la prossima incarnazione. Possiamo comprendere questa vita macrocosmica fra la morte e una nuova nascita in questo modo: l’uomo nella prima fase dopo la morte porta ancora con sé, per così dire, i gusci della vita terrena. Rimane ancora connesso a ciò che la vita terrena poteva dargli, a ciò che la vita terrena poteva fare di lui. Questo è il periodo che soddisfa particolarmente i bisogni e gli interessi del cuore umano. Quando lo sguardo occulto si rivolge a qualcuno che ha lasciato il piano fisico da tempo relativamente breve, sappiamo che egli si trova nella sfera di Kamaloka.
Questa sfera, parlando cosmicamente, si estende fino ai confini della Luna.
L’uomo si dilata, espandendo la sua essenza animico-spirituale in modo da abitare l’intera sfera lunare. Durante questo periodo, come già sappiamo, l’uomo rimane ancora pienamente legato al mondo terrestre. I desideri, i desideri volitivi, gli interessi, le simpatie, le antipatie che ha sviluppato costituiscono forze (come abbiamo già descritto più volte), che lo richiamano verso il mondo terrestre. L’uomo durante il periodo del Kamaloka rimane, in certo senso, rinchiuso come in un’atmosfera della sua stessa natura astrale, così come l’ha acquisita sulla Terra. Desidera ancora ciò che ha desiderato sulla Terra; ha interesse in ciò in cui aveva interesse sulla Terra. Questo tempo del Kamaloka serve appunto affinché l’uomo possa elaborare questi desideri, ma poiché questi desideri e questi impulsi volitivi, nella misura in cui dipendono dagli organi fisici (e tutti i godimenti sensibili dipendono da ciò), non possono essergli soddisfatti, egli se ne disabituerà attraverso l’impossibilità della loro realizzazione. Tutto ciò che abbiamo spesso descritto circa l’uomo subito dopo la morte si riferisce tuttavia, come comprendiamo facilmente, all’individualità dell’uomo, nel senso più stretto della parola, a ciò che egli deve in qualche modo strapparsi dall’astralità, ciò a cui deve disabituarsi, ciò che deve allontanare da sé. In un’altra relazione l’uomo porta ancora con sé, almeno inizialmente nel periodo del Kamaloka, i nessi terrestri.
Ciò con cui l’uomo rimane connesso, sia si tratti di fatti che di entità della sfera di Kamaloka, dipende dalla sua vita interiore, dipende da come ciò che è in questione è stato preformato, predisposto nella sua anima. Per esempio: un uomo passa per la porta della morte. Poco prima qualcuno con cui era stato strettamente legato ha già passato la porta della morte, così che possiamo dire: entrambi i defunti si trovano nella sfera di Kamaloka; possono trovarsi lì l’uno l’altro.
L’indagine occulta mostra che l’uomo non è solamente occupato con il suo stesso sviluppo, con la disabituazione dai suoi desideri, dagli impulsi volitivi, dagli interessi, e così via, ma che presto dopo la morte, dopo un breve periodo che potremmo definire un sonno embrionale, incontra gli uomini cui era stato vicino sulla Terra.
Tuttavia, almeno inizialmente, non esiste in generale alcuna prospettiva che l’uomo possa effettivamente trovare ogni entità presente insieme con lui nella sfera di Kamaloka. Gli spazi e i rapporti temporali sono del tutto diversi, soprattutto gli spazi. Non si tratta del fatto che non si venga a contatto con entità cui non si è stati vicini; anche se ci si avvicina il più possibile, non le percepiamo. La percezione presuppone che si sia stati strettamente legati all’entità durante la vita. Quindi coloro cui si è stati vicini durante la vita (qui soltanto gli uomini vengono principalmente in considerazione) si trovano nell’ambiente di un defunto ben presto durante il periodo del Kamaloka. I rapporti in cui ci troviamo con tali entità dopo la morte si conformano ancora completamente ai rapporti terreni che abbiamo sviluppato verso di loro. E precisamente in tal modo, come l’ho caratterizzato due giorni fa: in modo tale che ci troviamo nella stessa relazione con chi si trova nel Kamaloka con la verità completa di come stavamo sulla Terra, ma non potremmo fare quello che ancora potremmo fare durante la vita terrena, cioè modificare quella relazione. La relazione rimane come era sulla Terra. Sulla Terra potremmo sviluppare odio verso un uomo che abbiamo amato, oppure sviluppare amore verso un uomo che abbiamo odiato; potremmo sforzarci di cambiare la nostra relazione con lui. Non è così nel periodo del Kamaloka. Incontriamo un uomo che è morto prima di noi e ci sentiamo subito posti in quella relazione che corrisponde all’ultima relazione che avevamo con lui sulla Terra. Stiamo così con lui. Allora, come sapete, viviamo all’indietro nel tempo. Se in precedenza avessimo avuto una relazione diversa con lui, non potremmo crearla artificialmente, ma dovremmo rivivere tranquillamente e rivivere attraverso la relazione che avevamo avuto con lui in un momento precedente, una relazione che non potremmo cambiare, che si esprime esattamente come si era espressa sulla Terra.
Si potrebbe facilmente credere che questo sia uno stato straordinariamente doloroso.
Lo è veramente in certo senso; lo si sente persino come si sentirebbe se si fosse desiderosi di camminare e si fosse incatenati al suolo terrestre.
Ci si sente spiritualmente legati a una relazione che è stata data sulla Terra; ci si sente in una posizione costrittiva. Questo è certamente vero. E se questa posizione costrittiva è forte, allora la relazione è certamente tormentosa. Ora, per comprendere correttamente uno stato del genere e per apprezzarlo sentimentalmente, non si deve avere semplicemente il pensiero che sia uno stato doloroso. Doloroso è certamente in molti sensi; ma il defunto non possiede soltanto la consapevolezza che esista uno stato doloroso. Egli possiede la consapevolezza ben definita che questo stato è necessario, che deve essere, che ci si metterebbe di ostacolo da soli se non si attraversasse un tale dolore. Cosa accade quando si attraversa tutto questo? Supponiamo di vivere in questa maniera la relazione con un’altra persona dopo la morte, di osservare una certa relazione che abbiamo trovato nella vita, che abbiamo coltivato, di viverla.
Attraverso l’osservazione, attraverso il vivere, attraverso il fissare lo sguardo, per così dire, si formano nella nostra anima le forze di cui abbiamo bisogno, dapprima nei loro modelli spirituali, affinché il nostro karma ci guidi correttamente in futuro, affinché al momento della reincarnazione ci incarniamo insieme all’altra persona in modo tale che possa avvenire l’equilibrio karmico. In questo modo le forze necessarie all’equilibrio karmico vengono, per così dire, costruite tecnicamente. Il defunto può cambiare ben poco di ciò che gli si presenta inizialmente nell’ambiente; tuttavia talvolta sorge nel defunto il desiderio intenso di cambiare questo o quello.
Potremmo dire: desideri insoddisfatti acquistano grande significato per il defunto; ma sono desideri che durante la vita non sempre emergono pienamente alla consapevolezza.
E qui accade qualcosa di straordinariamente importante da osservare. Nella vita ordinaria, qui sul piano fisico, sentiamo certamente questo o quel sentimento, questa o quella simpatia nella nostra consapevolezza, ci formiamo questa o quella rappresentazione; ma sotto questa consapevolezza è l’astrale, l’inconscio. Questo non emerge con grande forza nella consapevolezza superiore, nella consapevolezza dell’Io vera e propria. Di conseguenza qualcosa di incompleto entra nella vita consapevole dell’uomo. L’uomo non si esaurisce mai completamente come essere consapevole durante la vita. Come l’uomo si manifesta può non corrispondere sempre completamente alla verità; la vita animica umana è qualcosa di straordinariamente complesso. Può accadere che qualcuno, nella sua consapevolezza ordinaria, nella sua consapevolezza dell’Io, per pregiudizio, per comodità, per questo o quel motivo, non gradisca qualcosa e perfino lo odi, mentre nel suo inconscio esiste un desiderio intenso per ciò che nella sua consapevolezza superiore persino odia. E accade che l’anima umana spesso lavori intensamente proprio per ingannare se stessa su tali questioni. Può accadere, ad esempio, che due persone vivano insieme.
Una di queste due, che si trovano in una qualche relazione, giunge alla scienza dello spirito o all’antroposofia e se ne sente entusiasta; l’altra, con cui vive, non se ne sente entusiasta, anzi diviene sempre più terribile nel suo atteggiamento quanto più l’altra si immerge nella scienza dello spirito: lancia sempre più insulti contro questa scienza dello spirito, la bestemmia. Ora è possibile, poiché la vita animica umana è complessa, che quest’ultima persona, colei che bestemmia la scienza dello spirito, se non fosse stato proprio il suo amico o l’altro convivente a diventare antroposofo, sarebbe forse diventata essa stessa antroposofa in qualche occasione opportuna.
È proprio colui che vive con lui che gli impedisce di diventarlo.
Questo può accadere certamente; e può accadere che tale persona, colei che bestemmia questa scienza dello spirito, che porta nella sua consapevolezza ordinaria argomenti contro di essa, abbia nel suo inconscio o nella sua consapevolezza astrale il desiderio più intenso verso di essa. Sì, il desiderio in lei diventa sempre più forte man mano che ella bestemmia la scienza dello spirito. Nella vita qui sulla Terra è possibile portare avanti una cosa del genere, cioè che si bestemmino nel pensiero consapevole cose che nel pensiero inconscio emergono sempre più fortemente; ma la morte trasforma le menzogne in verità. E così può accadere che persone passino per la porta della morte le quali, sia per comodità sia per ragioni come quelle che abbiamo descritto, hanno bestemmiato la scienza dello spirito. Può cioè accadere, e questo vale per ogni cosa possibile, che dopo la morte, poiché la verità si afferma nell’anima umana, sentano in maniera straordinariamente intensa il desiderio che non avevano notato. E si può dimostrare che persone passano per la porta della morte le quali apparentemente non avevano alcun desiderio per una cosa, eppure dopo la morte un desiderio emerge con tutta l’intensità. Dunque nel giudicare il nostro periodo di Kamaloka, non si tratta se i nostri desideri, gli impulsi volitivi, le passioni e così via siano nella consapevolezza superiore, nella consapevolezza dell’Io, ma se siano anche nella consapevolezza astrale e nell’inconscio. Entrambi agiscono nella stessa maniera bruciante dopo la morte, e i desideri e gli impulsi volitivi che abbiamo celato qui nella vita agiscono in realtà ancora più intensamente dopo la morte. Ora, in una cosa del genere deve essere considerato il fatto che qualcosa che è affine all’anima umana esercita in ogni caso un’impressione su questa anima umana.
Quello che vi dico ora è stato bene investigato; può veramente apparire come un fatto importante di natura umano-psichica, ed è bene che affrontiamo la questione proprio sull’esempio della scienza dello spirito.
Supponiamo che due persone vivessero qui insieme; una fosse un antroposofo zelante e l’altra non volesse saperne nulla.
Tuttavia quest’altra, poiché nel suo ambiente viene praticata la scienza dello spirito, rimane nel suo corpo astrale non priva d’influenza da ciò. Accadono veramente alle nostre anime cose di straordinaria importanza, cose di cui non sappiamo nulla, che agiscono su di noi in modo spirituale; e ci sono cose che semplicemente per loro natura formano e trasformano l’anima umana. E così si può dire: difficilmente troverete qualcuno che sia stato nell’ambiente di un antroposofo, per quanto ostinatamente opposto ad esso, che non abbia ricevuto nel suo inconscio una propensione verso la scienza dello spirito. Si trova proprio tra gli oppositori, connessi con la scienza dello spirito, che dopo la morte possiedono una sfera di desideri della quale si può dire con intera certezza che si esprime e si afferma in modo che essi intensamente bramano la scienza dello spirito. Perciò si è rivelato così benefico per tali defunti, cosa che viene spesso praticata nei nostri circoli, il fatto che ai defunti, che durante la vita hanno desiderato poco di accogliere la scienza dello spirito, si legga dopo la morte, come lo si può denominare. Questo si rivela straordinariamente benefico per gli interessati. Lo si pratica in tal modo: ci si sforza, per possedere un’immaginazione, di rappresentarsi un’immagine vivente del volto del defunto interessato, come era stata l’ultima volta sulla Terra; ci si prende un libro e nella quiete più completa, col pensiero al defunto, come se questi stesse seduto di fronte, gli si legge, si percorrono le cose frase per frase. Il defunto assorbe tutto ciò con la massima avidità e ne riceve beneficio straordinario. Sì, vedete, qui giungiamo a un punto dove la saggezza spirituale diviene veramente pratica nella vita, a uno dei punti dove il materialismo e la spiritualità non si oppongono soltanto come teorie, ma come forze vitali, così che si può dire: mediante l’avvicinamento alla spiritualità si crea la comunicazione, la connessione tra individualità umane, indipendentemente dal fatto che siano in vita o in morte.
Possiamo giovare ai defunti se viviamo nella vita spirituale, nel modo descritto e in molti altri modi ancora, di cui si parlerà in occasione opportuna.
Ma se non viviamo nella vita spirituale, questo non significa soltanto una mancanza di sapere, di conoscenza, bensì significa che veramente ci pone in una sfera molto limitata dell’esistenza: cioè soltanto nella sfera del fisico. Se siamo disposti materialisticamente e viviamo soltanto nella materia, perdiamo subito la connessione con qualsiasi individualità quando ha passato la porta della morte. Qui abbiamo un esempio di quanto straordinariamente significativo sia l’effusione di un mondo nell’altro. Il defunto stesso, se ha ad esempio il desiderio intenso di conoscere dopo la morte questo o quell’aspetto della saggezza spirituale, deve restarne privo, deve rimanere carico di questo desiderio. Potrebbe al massimo avvenire che trovasse, se non fosse praticamente impossibile per lui nel periodo del Kamaloka, qualcun altro che fosse morto, che avesse con lui quella relazione che aveva sulla Terra, per cui attraverso la mera esistenza, attraverso la relazione in cui sta con lui, potrebbe fornire una sorta di soddisfazione (ma nemmeno questa sarebbe grande). Ma questo non conta di fronte a ciò che il vivente, colui che ancora sta sul piano fisico, può conferire al defunto come enormi benefici e bontà. Considerate la situazione del defunto! Egli ha il desiderio più intenso per questa o quella cosa.
Questo non gli può essere soddisfatto nel periodo dopo la morte, perché restano fisse e immutabili le cose che portiamo nell’anima; ma dalla Terra può giungere un flusso che penetra in questo desiderio altrimenti fisso. E questo è veramente l’unico modo in cui le cose che si svolgono nella nostra anima possono essere cambiate. E si deve dire: nel periodo immediatamente successivo alla morte, moltissime cose, straordinariamente molte cose, da cui il defunto può vivere e come si può sentire, dipendono da quale comprensione spirituale sviluppano per lui coloro che gli erano stati vicini e che sono rimasti sul piano fisico.
Noi diventiamo, se ci comportiamo nel senso di ciò che possiamo sperimentare attraverso la scienza spirituale, dei formatori di tutt’altre relazioni di vita, di relazioni di vita che agiscono dall’uno all’altro mondo.
In questo senso si deve dire che finora non è grande il progresso compiuto nell’educazione della scienza dello spirito a forze vitali.
Si avrebbe straordinariamente molto da fare per sviluppare effettivamente i poteri reali che la scienza dello spirito può fondare, e potrebbe essere molto bene che le persone si familiarizzassero con le verità della scienza dello spirito e poi disponessero l’intera vita di conseguenza. Se si comprendesse la scienza dello spirito in questo senso profondo, se la si trasformasse in un nervo vitale, allora sulla Terra si discuterebbe e si litigherebbero poco sui teoremi spirituali. Questo è ciò che dobbiamo considerare. La scienza dello spirito non cambia soltanto la vita terrena, bensì la vita complessiva dell’umanità. E quando la scienza dello spirito, attraverso la comprensione delle idee, diventerà sempre più una questione del cuore (se si può usare l’espressione triviale), quando gli uomini si comporteranno e si condurranno nel senso della scienza dello spirito, allora sempre più e più il rapporto reciproco dei diversi mondi gli uni verso gli altri emergerà.
Ora, occorre certamente toccare qualcosa che non è così facilmente creduta, benché possa essere capita se la si riflette. La conoscenza dell’uomo, nella misura in cui è conoscenza sul piano fisico, è qualcosa di straordinariamente ingannevole, veramente qualcosa di straordinariamente ingannevole; poiché l’uomo sul piano fisico sa veramente nient’altro che i fatti e i nessi che osserva. Questo, per il ricercatore ordinario o per l’uomo di mentalità materialista, è tutto quello che egli chiama realtà, è il minimo quando si consideri la vita animica nella sua totalità.
Voglio darvi un esempio apparentemente paradossale; ma possiamo ricordarci la parola di Schopenhauer, che la verità deve arrossire perché è paradossale.
L’uomo conosce i fatti e combina i fatti.
Sa, bene: sono le sette e mezza. Da lì si è allontanato dalla sua casa, ha attraversato questa o quella strada. Alle otto è arrivato da qualche parte. Sa una cosa del genere attraverso la percezione sensoria, sa una cosa del genere attraverso quella che potremmo dire combinazione razionale; ma nella maggior parte dei casi non sa perché non se ne sia andato due o tre minuti prima o dopo. Poche persone si pongono la domanda sul perché si siano allontanate due o tre minuti prima o dopo; ma questo può fare differenza. Voglio scegliere un esempio grottesco, ma esempi in piccolo di tal genere avvengono sempre nella vita: l’esempio che l’uomo si sia ritardato di tre minuti. Se se ne fosse andato puntualmente alle otto, davvero sarebbe arrivato a qualcosa che l’avrebbe investito, ucciso. Non è stato ucciso perché si è ritardato di tre minuti. In questo modo grottesco accadrà raramente, ma cose del genere in forma più o meno veramente reale accadono sempre e sempre di nuovo nella vita, soltanto gli uomini non lo sanno. Il suo karma l’ha protetto dalla morte in quanto se ne è andato tre minuti dopo. Ora potrebbe sembrare insignificante, indifferente, ma non è indifferente; poiché pensate che l’uomo è solo indifferente a una cosa perché non la sa: nel momento in cui la sapesse, non sarebbe affatto indifferente. Se sapeste: mi sono allontanato tre minuti dopo di quanto volessi; se me ne fossi andato al tempo giusto, sarei stato morto, allora non sarebbe indifferente per voi, allora farebbe un’impressione potente sulla vostra anima, allora una profonda efficacia uscirebbe da questa conoscenza sulla vostra anima. Ricordate soltanto, se una cosa del genere veramente accade, quale significato ha per la vita animica. Ma questo non significa nient’altro se non: l’uomo in realtà va sempre attraverso la vita con gli occhi ben bendati? Lo fa infatti.
Conosce quello che accade esternamente, ma non conosce, se le cose fossero leggermente diverse, che cosa gli sarebbe accaduto.
Cioè, questa conoscenza delle possibilità si sottrae alle forze dell’anima. L’anima va avanti indifferente, mentre potrebbe essere scossa, sollevata dalla conoscenza, dalla conoscenza delle possibilità. Così, poiché l’uomo sa il minimo dei nessi che esistono, sa soltanto quello che le circostanze portano fuori, la vita animica dell’uomo è povera, in essa non si esprime quello che altrimenti si esprimerebbe. Forse non si arriverebbe facilmente a una proposizione apparentemente così paradossale come quella appena esposta, se non fosse che l’indagine della vita dopo la morte non vi conducesse, per così dire, con il naso intellettuale; poiché tra le molte cose che emergono nell’anima, c’è quella che è stata appena caratterizzata come non giungendo alla consapevolezza. Dopo la morte molte cose emergono fortemente dinanzi all’anima dell’uomo, di cui durante la vita non aveva alcun sospetto; emerge fortemente dinanzi all’anima: lì eri in pericolo di morte, lì ti sei procurato una felicità, lì eri pigro, e se non fossi stato pigro, avresti raggiunto questo o quello, avresti potuto effettuare questo o quel bene. Un intero mondo di cose non-provate si presenta dopo la morte. Ciò che al materialista appare ridicolo nella vita fisica diviene dopo la morte realtà, diviene effettualità, vera effettualità. Così si deve dire: certamente si apprende, da ciò che sta intorno a sé e non viene alla luce nella vita, dopo la morte un intero mondo. Ora, le cose di cui qui si parla non sono allora non presenti? Prendiamo il caso: bene, ci siamo allontanati tre minuti dopo di quanto volevamo dalla nostra casa, per questo abbiamo scampato la morte.
Non lo sappiamo affatto. Che noi non lo sappiamo come uomini, questo importa soltanto per il materialista. L’uomo intelligente sa che non dipende dal fatto di saperlo o no. L’uomo ordinariamente intelligente sa che le cose non si curano della sua conoscenza, ma che sono lì anche senza la sua conoscenza.
Il nesso di forze, l’agire reciproco delle forze era lì.
Era forse il treno che avrebbe potuto investirci; anche noi eravamo lì, tutti i presupposti della nostra morte erano lì. Le forze hanno agito le une sulle altre, hanno soltanto agito l’una accanto all’altra; ma si sono ammassate insieme. Molte di tali cose sono intorno a noi nel nostro ambiente durante la vita. Ci sono. Non le percepiamo, ma sono intorno a noi. Ora, se gli uomini, secondo la determinazione del nostro ciclo temporale, secondo l’evoluzione umana che procede nel futuro, acquisteranno gradualmente comprensione per il mondo spirituale, allora ciò che veramente per la percezione sensoria e la ragione non può essere, ma tuttavia è nel nostro ambiente, agirà su di noi in una certa maniera. E qui giungiamo a un fatto straordinariamente interessante. Supponiamo che la cosa fosse veramente come descritto, che scampammo la morte in quanto ci ritardammo di tre minuti: il materialista non sente nulla di ciò; colui che gradualmente (oggi la scienza dello spirito è ancora all’inizio del suo sviluppo) acquisisce comprensione nel suo cuore per tali nessi, in lui la sua anima veramente cambia. Se ha acquisito comprensione per questa scienza dello spirito, se ha vissuto in essa per un po’ e non ha semplicemente ottenuto una comprensione esteriore, ma se essa è divenuta contenuto della sua anima, se vive con i suoi concetti e sentimenti e così via, forse anche lui tre minuti dopo se ne andrà, sfugge alla morte; ma nel momento in cui la morte avrebbe potuto giungere, se le circostanze fossero state diverse, sente qualcosa, avverte qualcosa in sé. Imparare a sentire le possibilità: questo emergerà quando l’antroposofia diviene linfa vitale dell’anima. E che cosa saremo in grado di sentire gradualmente, per esempio, attraverso una cosa del genere, quando la natura umana avrà acquisito comprensione per la scienza dello spirito?
Bene, in un momento come questo, dove qualcosa avrebbe potuto accadere che è connesso con noi, diventiamo una sorta di mezzo temporaneo (secondo le definizioni che ho dato nelle mie lezioni pubbliche), entriamo in uno stato medianico breve, in cui siamo nella condizione di lasciar brillare il mondo spirituale nella nostra consapevolezza.
Tali momenti possono essere i più fecondi per l’uomo, quando i defunti agiscono su di lui, quando egli deve sapere consapevolmente qualcosa sui defunti.
Momenti di fatti non accaduti, che sono connessi con noi in tale maniera come è stato descritto, tali momenti che sono connessi con noi, diventeranno in certa maniera i risvegliatori di impressioni dal mondo spirituale. La peculiarissima natura di una vita presentiente si svilupperà proprio per questo nelle anime di coloro ai quali la scienza dello spirito si avvicina nella vita; ciò dal motivo che l’umanità veramente è in evoluzione, e soltanto un uomo di brevissima vista può credere che il genere umano sia sempre stato fornito delle stesse forze animiche. Le forze animiche cambiano, e così come l’uomo oggi è principalmente predisposto a percepire esternamente e a elaborare razionalmente quanto percepito, così vero come è questo, attraverso tali situazioni come sono state descritte, si svilupperà gradualmente in un’epoca in cui le forze psichico-spirituali vengono sviluppate. Dunque in questa maniera esiste anche la prospettiva che la scienza dello spirito diviene una forza vitale che interviene in maniera forte e configuratrice nella vita. Prima abbiamo visto come un’efficacia può essere esercitata dal piano fisico verso l’alto nella vita dopo la morte; ora vediamo dove porte o finestre possono essere create, affinché quello che i defunti esperiscono possa essere contemplato qui nella vita fisica. Intendevo darvi anche una concezione di come, per così dire, si formino le occasioni della comunicazione dei due mondi. In questo senso viene commesso straordinario peccato nella diffusione di ogni sorta di strane dottrine e in particolare talvolta di strane pratiche.
Mentre chi conosce queste cose sa che, quando vuole entrare in comunione con un defunto, deve dapprima essere creata un’occasione (lascio da parte qui le occasioni che si attuano per via medianica), un’occasione perché la finestra verso il defunto si apra, esistono molte persone leggere alle quali si dice che un certo defunto vuole sapere qualcosa, e ben presto, dopo poche ore, dicono: ho parlato con lui, sta bene.
Ho assistito non poche volte a che questo sia accaduto.
Questo è anche qualcosa che tocca il capitolo della superbia d’autorità e tutta l’assurdità che ne viene praticata. Ma un’altra cosa potete ricavarne ancora: potete vedere da ciò, poiché la sfera del Kamaloka è essenzialmente nello spazio astrale, come con il mondo astrale è connesso il mondo delle possibilità; il mondo non di ciò che accade qui nel mondo fisico, ma di ciò che potrebbe accadere.
E di questo vi prego, fatene direttamente l’oggetto di una sorta di meditazione: che ciò che è possibile nel mondo fisico, ma non diviene reale, fornisce una sorta di atmosfera, una sorta di atmosfera di comunicazione per lo spazio astrale. Di tutte le molte cose che sarebbero da dire sulla vita fra la morte e una nuova nascita, e di cui ne conosceremo molte nel corso del prossimo periodo, oggi sia soltanto ancora menzionato questo: nel corso della vita fra la nascita e la morte troviamo principalmente che nell’anima si esprimono tre specie di forze: le forze del pensiero, le forze del sentimento e le forze della volontà e del desiderio.
Le forze del pensiero, le forze intellettuali, in modo tale che siamo un poco più o meno illuminati; le forze del sentimento o sentimentali in modo tale che siamo più o meno compassionevoli o duri di cuore, più o meno religiosamente o irreligiosamente disposti; le forze di desiderio e di volontà in modo tale che i nostri atti sono più o meno egoistici o non egoistici. Così queste tre specie di forze animiche vengono alla luce fra la nascita e la morte. Per la vita fra la morte e una nuova nascita, queste diverse forze animiche hanno un significato del tutto diverso. Prendiamo dapprima le forze intellettuali. A cosa servono dopo la morte?
Le forze intellettuali ci servono dopo la morte a rendere particolarmente chiara la nostra consapevolezza, l’esperienza consapevole del periodo fra la morte e una nuova nascita, così che quanto più ci sforziamo nella vita fisica, dapprima di pensare chiaramente e in secondo luogo di pensare correttamente e veracemente, quanto più ci sforziamo di familiarizzarci con i fatti spirituali in maniera legittima, tanto più la nostra consapevolezza si illuminerà fra la morte e una nuova nascita.
Così, e intendo qui descrivere subito il concreto, un uomo che è falso nei riguardi delle sue proprietà intellettuali, che non ha particolare interesse a familiarizzarsi con le situazioni spirituali in virtù della veracità, interesse che può essere raggiunto soltanto tramite la conoscenza, svilupperà veramente una consapevolezza dopo la morte, ma una consapevolezza che si attenuerà lentamente. E ora è proprio questo: l’attenuarsi della consapevolezza dopo la morte causa il fatto che attraversiamo un certo periodo più velocemente, vale a dire, corriamo più velocemente nel mondo spirituale quando siamo più addormentati che adeguatamente svegli. Se quindi uno è insensibile verso tutto quello che le forze intellettuali sono, rimane consapevole per un periodo dopo la morte, ma poi non può più mantenere la consapevolezza; la sua insensibilità produce uno stato crepuscolare, e allora il resto della vita procede velocemente, ed egli ritorna relativamente presto nella vita terrena. Diversamente sta la situazione per le forze che riguardano la volontà e il desiderio.
Queste forze ci servono a estrarre dal contesto macrocosmico, nel periodo fra la morte e una nuova nascita, forze forti o deboli, di quante abbiamo bisogno per la costruzione della nostra prossima vita. Se si giunge a tale situazione attraverso un’atmosfera animica immorale, come abbiamo descritto, non si possono estrarre le forze necessarie che dovrebbero costruire adeguatamente il corpo astrale o eterico; saranno allora stentate. Si sarà delicati e così via. La moralità è dunque ciò che ci abilita a estrarre dal mondo superiore le forze di cui abbiamo bisogno per la prossima incarnazione.
Così intellettualità e moralità sono strettamente connesse a quello che l’uomo, per così dire, per mezzo della sua dimora fra la morte e una nuova nascita nella sfera soprasensibile diviene.
Le forze del sentimento o sentimentali, in certo senso le forze più intime dell’anima umana, ci si presentano nel tempo corrispondente fra la morte e una nuova nascita oggettivamente; sono fuori di noi. Questo è molto significativo. Un uomo che è capace di amore e di compassione vive il periodo fra la morte e una nuova nascita in modo tale che le immagini che promuovono la vita, che rendono beati, che potentizzano, che corrispondono alla compassione, gli si presentano come il suo ambiente, come quello in cui si trova, dinanzi all’anima. Al nemico si presentano dinanzi all’anima le immagini dell’odio. Come siamo nel nostro intimo, lo guardiamo in una certa epoca fra la morte e una nuova nascita come un dipinto del mondo fuori di noi. Non c’è nessun pittore così buono come le forze fra la morte e una nuova nascita. Per le forze animiche più intime del nostro sentimento il nostro firmamento è quello che contempliamo fra la morte e una nuova nascita, così come vediamo il firmamento celeste qui sulla Terra. È il nostro firmamento fra la morte e una nuova nascita. Esso è sempre con noi. Ciò è connesso al fatto che, se abbiamo accolto nel profondissimo della nostra anima, così come è stato menzionato due giorni fa, il Mistero del Golgota, se ci siamo acquistati una comprensione per la parola paolina: «Non io, ma il Cristo in me», se sperimentiamo il Cristo in noi, allora durante il nostro essere-sole abbiamo la possibilità di contemplare il Cristo nella sua forma più bella, più grandiosa, come si dice, nella sua gloria di rivelazione, quello che è stato menzionato come il mondo di immagini akasiche intorno a noi, come l’elemento in cui viviamo e tessiamo. Questo pensiero non deve avere soltanto un significato egoistico, ma può avere un significato tutt’affatto oggettivo. Poiché quello che troviamo là dispiegato come un dipinto, lo riprenderemo nel proseguimento ancora nella nostra anima e lo portiamo nella prossima incarnazione, e così non solo diventiamo un uomo migliore, ma una forza migliore nell’evoluzione terrena.
Così quello che lavoriamo nel nostro sentimento è intimamente connesso alle nostre capacità nella prossima vita; e abbiamo di nuovo, per così dire, imparato la tecnica, come le nostre forze sentimentali si formano in un grande tappeto mondiale, in un firmamento mondiale intorno a noi fra la morte e una nuova nascita, per essere allora di nuovo in noi in maniera corrispondente con forza più forte che nella vita precedente: poiché tutto si intensifica per il fatto che quello che si è profondamente esperito in una vita lo si contempla nello spazio intermedio fra la morte e una nuova nascita intorno a sé, e così ci si potentizza con l’esperito, si sviluppano ancora tutte le forze che scaturiscono dall’intuizione vivente.
Così abbiamo di nuovo discusso di alcune cose che sono così infinitamente importanti, sui rapporti fra la morte e una nuova nascita, che sono importanti dal motivo che sulla Terra nel corso della vita noi non siamo nient’altro che quello che la vita fra la morte e una nuova nascita ha fatto di noi, e poiché non possiamo giungere a una vera conoscenza del nostro proprio essere, e perciò nemmeno a un vero agire, a un vero operare e pensiero nell’avvenire dell’umanità, se non considerassimo quello che accade in un mondo spirituale fra la morte e una nuova nascita.
Queste considerazioni sono una parte delle cose che possono essere esposte sulla vita fra la morte e una nuova nascita.
Intendevo dapprima iniziare con quello che in una maniera o nell’altra nel prossimo periodo diventerà sempre più contenuto della scienza dello spirito.
Il ramo bernese celebra il primo quinquennio nel giorno odierno, e insieme siamo in condizione di trovarci oggi per la prima volta in questo spazio che per la sua intera natura deve costituire una cornice degna dei nostri sforzi spirituali e dei nostri lavori spirituali qui in questo luogo.
Quando si ricercano siffatte cornici e quando siamo in grado di tenere sempre più le nostre riunioni ristrettissime in tali cornici, questo significa qualcosa nei nostri sforzi spirituali.
Sappiamo infatti che già in molti luoghi della nostra sfera d’attività si sono cercati e si hanno anche siffatti spazi.
E possiamo bene, in questo giorno che per noi, come è stato caratterizzato, è festivo in duplice senso, con due parole introduttive fare anche memoria del significato di siffatta cornice.
Ritorniamo sempre di nuovo, negli sforzi che compiamo verso il tre, dall’uno o dall’altro lato, al tre sacro, come lo si dice anche. E all’interno della vita animica umana si trova il tre sacro espresso nel pensiero, nel sentimento e nel volere.
Quando ci ricordiamo del pensiero, diremo: nel nostro pensiero dobbiamo guidarci secondo le necessità obiettive. Perché se nel nostro pensiero, sia pensiero su cose del piano fisico sia pensiero su cose dei mondi superiori, non ci guidassimo secondo le necessità, commetteremmo l’errore solamente da soli, non giungeremmo alla verità. Nel nostro volere dobbiamo pure dapprima guidarci secondo ciò che ci dicono alcuni principi morali esterni. Ancora una volta dobbiamo guidarci secondo le necessità, e possiamo ben dire: per il nostro pensiero e il nostro volere le necessità dei mondi superiori scendono nel mondo fisico.
Veramente nel retto senso della parola si sente l’uomo libero nel suo sentire.
Questo è del tutto diverso dal pensiero e dal volere.
Nel sentire e nel provare, ci sentiamo veramente nella giusta maniera, quando non sentiamo né il vincolo del pensiero né il vincolo del volere, ma quando ci abbandoniamo a ciò che appunto può essere sentito. Perché è così? Sì, nel pensiero sentiamo che ciò è connesso a qualcosa, dipende da qualcosa; nel volere sentiamo ugualmente che dipendiamo; nel sentire però siamo completamente in noi stessi.
Viviamo per così dire completamente dentro la nostra anima. Perché è così? Perché il nostro sentimento è in fin dei conti precisamente un’immagine speculare di una forza che giace ben al di là della nostra consapevolezza. I pensieri dobbiamo considerarli in modo che siano immagini di quello che rappresentano. Il volere dobbiamo svilupparlo in modo tale da esprimere quello che è il nostro dovere. Nel sentire possiamo far vivere liberamente quello che parla alla nostra anima, perché il sentire è una riflessione, occultamente parlando, di quello che certamente non entra nella nostra consapevolezza, che tuttavia giace al di là della nostra consapevolezza ordinaria ed è immediatamente Divino-Spirituale. Si può dire: attraverso il pensiero e il volere cercano gli dèi di educare l’uomo; nel sentire ci lasciano gli dèi, sebbene in maniera misteriosa, partecipare al loro stesso agire, al loro stesso creare. Nel sentire è così pure che nella nostra stessa anima abbiamo qualcosa di presente di cui gli stessi dèi hanno piacere.
Ora, attraverso una tale cornice, come è stata creata qui, possiamo accompagnare tutto quello che consideriamo qui continuamente con un sentimento che ci rende per così dire più intimi con i mondi spirituali, realmente intimi con i mondi spirituali. E questa intimità con i mondi spirituali deve derivarci da tutto quello che altrimenti consideriamo.
Perciò possiamo attribuire un certo valore a una tale cornice, possiamo sempre più vivere pienamente in quello che una tale cornice può essere per noi.
Qui guardiamo da tutti i lati in tale cornice e sentiamo lì, diciamo pure, il potere della luce e dei colori, che per noi diventano rivelazioni di quello che è nel mondo spirituale. Certamente quello che abbiamo da dire può essere compreso anche negli spazi triviali, orribili, che già una volta sono presenti nella contemporaneità dovunque; ma caldo, così veramente caldo può diventare la nostra anima alle considerazioni spirituali, soltanto quando abbiamo tali cornici. Che possiamo averle anche qui a Berna dopo il trascorso del primo quinquennio dei nostri lavori in questa maniera, possiamo denominarlo un buon karma che accompagna e benedice il nostro lavoro. E così vogliamo allora, in ogni tale occasione, come questo doppio festa oggi ne è una, essere consapevoli del significato di quello che la scienza dello spirito, che la conoscenza spirituale può essere all’uomo dei tempi nuovi e deve essere.
Ora, quello che propriamente vogliamo considerare oggi si riferirà a molti aspetti di quello che è già stato discusso più spesso; ma da un nuovo punto di vista vogliamo discutere le cose già note, poiché i mondi spirituali possono divenire pienamente comprensibili per noi soltanto se veramente li consideriamo dai punti di vista più diversi. La vita fra la morte e una nuova nascita è stata descritta nella maniera più varia. Vogliamo considerarla oggi in modo che possiamo prendere in considerazione molti aspetti di quello con cui mi sono occupato di recente nei mesi scorsi sul campo della ricerca dello spirito.
Noi sappiamo che, immediatamente dopo aver oltrepassato la porta della morte, attraversiamo il cosiddetto Kamaloka, cioè quel tempo nel quale siamo ancora strettamente legati ai nostri sentimenti, ai nostri affetti, a tutta la vita dell’anima della nostra ultima incarnazione sulla Terra. Gradualmente ci liberiamo da questo legame. Non abbiamo più il corpo fisico, dopo che abbiamo oltrepassato la porta della morte.
Ma anche quando abbiamo rivestito il corpo fisico e il corpo eterico, il nostro corpo astrale conserva tutte le peculiarità che aveva qui sulla Terra; e queste peculiarità, che il corpo astrale possiede perché ha agito in un corpo fisico, deve abbandonarle.
Per questo gli occorre un certo tempo, e questo è il tempo del Kamaloka. Dopo questo tempo del Kamaloka, viviamo ciò che noi abbiamo chiamato il mondo spirituale o il Devachan. Nelle nostre opere abbiamo caratterizzato più estesamente, potremmo dire, ciò che l’uomo sperimenta attraverso i diversi elementi che si diffondono intorno a lui. Adesso vogliamo considerare da un altro lato il tempo fra la morte e la nuova nascita.
Vogliamo innanzitutto caratterizzare queste cose in generale. Quando l’uomo ha oltrepassato la porta della morte, egli sperimenta quanto segue: mentre siamo qui sulla Terra, possiamo dire di essere rinchiusi in un determinato luogo, cioè nella nostra pelle, e fuori è lo spazio con le altre cose e gli esseri. Ma così non è dopo la morte; dopo la morte accade che dapprima ci dilatiamo con tutta la nostra essenza, che nel nostro sentire diventiamo sempre più grandi. Questo sentimento, io sono nella mia pelle e fuori è lo spazio con le cose, è un’esperienza che non abbiamo dopo la morte. Dopo la morte siamo dentro le cose e gli esseri, ci dilatiamo sopra lo spazio che viene in considerazione per noi. Durante il tempo del Kamaloka continuamente ci dilatiamo, e quando il tempo del Kamaloka finisce, siamo grandi quanto lo spazio dentro l’orbita lunare. Veramente cresciamo, ci dilatiamo sopra lo spazio. L’essere-nello-spazio, l’esistenza nello spazio ha dopo la morte un significato completamente diverso che qui nella vita fisica. Veramente è in certo modo così: durante il tempo del Kamaloka siamo nello spazio che la Luna percorre intorno alla Terra. Ogni singola anima è lì, così che tutte le anime che simultaneamente sono nel Kamaloka riempiono lo spazio che è limitato dall’orbita lunare.
Si trovano tutte l’una dentro l’altra.
E tuttavia questo trovarsi l’una dentro l’altra non è affatto un essere insieme, bensì il sentirsi insieme, l’essere con gli altri dipende da qualcosa di completamente diverso dal riempire uno spazio comune. Così due anime dopo la morte possono essere nello stesso spazio e possono veramente essere infinitamente lontane l’una dall’altra, cioè la loro esperienza è tale che esse non hanno bisogno di saperne nulla l’una dell’altra, mentre altre anime pure sono nello stesso spazio ma si sentono familiarmente, si sentono insieme, si vivono reciprocamente.
Lì tutto dipende da relazioni interiori, non da connessioni spaziali esteriori. E nei tempi successivi, quando il Kamaloka finisce, l’uomo ancora si adatta a spazi più grandi. Sempre più lontano si dilata. Quando l’uomo così si è dilatato che il Kamaloka finisce ed è per così dire dilatato sopra uno spazio celeste così grande che l’orbita lunare lo limiterebbe, allora dentro questo spazio dilatato che l’uomo deve percorrere dopo la morte, durante il tempo del Kamaloka, là rimane indietro — come se fosse strappato dall’uomo — tutto ciò che l’uomo ha compiuto durante la sua vita terrena in modo tale da esprimere la sua giusta inclinazione verso la vita terrena, la sua nostalgia, la sua passione per la vita terrena. Tutto questo l’uomo deve attraversare, ma tutto questo deve anche lasciare indietro nella sfera lunare o nel Kamaloka. Quando l’uomo così continua a vivere dopo la morte e poi in seguito si ricorda di questa sfera lunare, troverà scritto lì tutto ciò che qui aveva di affetti sensibili e passioni, tutto ciò che nella vita dell’anima si sviluppa, per cui egli si sentiva simpateticamente attratto verso la corporalità. Tutto questo lascia indietro nella sfera lunare.
Vi rimane; l’uomo non può cancellarlo così rapidamente. L’uomo lo prende anche come forza, ma rimane scritto nella sfera lunare.
Così che per così dire il nostro conto di debito, il conto di debito di ogni uomo, rimane scritto nella sfera lunare.
Allora ci dilatiamo ancora di più. Quando ci dilatiamo ancora, veniamo in una seconda regione, che l’occultismo chiama la sfera di Mercurio. Non è qui possibile entrare più precisamente in una descrizione della cosa, ma vogliamo per il momento considerare queste cose senza disegno. La sfera di Mercurio è una sfera che è più grande della sfera lunare. Quando vogliamo vivere in questa sfera dopo la morte, lo facciamo come uomini nelle più diverse maniere. Un uomo — questo si può esaminare precisamente con i mezzi appropriati della scienza dello spirito — un uomo che era immorale o di disposizione morale bassa si adatta a questa sfera di Mercurio in modo completamente diverso da un uomo che è di disposizione morale. Il primo non può, in questa sfera di Mercurio, cioè nel tempo che viene dopo il tempo del Kamaloka nel modo che abbiamo detto prima, trovare quegli uomini che con lui o prima di lui o poco dopo di lui hanno pure lasciato il piano fisico e sono anch’essi nel mondo spirituale. Così egli si adatta al mondo spirituale così che coloro che gli erano cari, con cui desiderava stare, tuttavia non li può trovare.
Diventa un eremita del mondo spirituale, della sfera di Mercurio, quest’uomo immoralmente disposto qui sulla Terra. Ma l’uomo moralmente disposto diventa quello che si può chiamare un essere socievole. Trova lì soprattutto quegli uomini che qui sulla Terra gli erano stati vicini come esseri dell’anima. Da ciò dipende se siamo con qualcuno; non dallo spaziale, poiché riempiamo tutti lo stesso spazio, bensì da come siamo disposti. Eremiti diventiamo, benché riempiamo lo stesso spazio degli altri, ed eremiti rimaniamo, poiché non troviamo la via verso gli altri, benché siamo nello stesso spazio. Eremiti diventiamo se portiamo disposizione immorale; esseri socievoli diventiamo se portiamo disposizione morale.
Nel Kamaloka, nella sfera lunare troviamo altre difficoltà riguardo al sociale; ma in generale ci si può rappresentare che anche lì l’uomo, secondo la natura della sua anima, può diventare un eremita o un essere socievole.
Colui che sulla Terra era un egoista dichiarato, che conosceva propriamente solo la soddisfazione dei suoi desideri e passioni, non troverà facilmente nella sfera lunare gli esseri che gli erano stati vicini sulla Terra. L’uomo che appassionatamente, anche se solo sensualmente appassionatamente, ha amato qualcosa che stava fuori di lui, non sarà certamente nello stato di Kamaloka un essere completamente solitario, bensì troverà altri esseri che gli erano stati vicini. Ma in generale in queste due sfere non è possibile trovare altri esseri umani se non quelli che già sulla Terra ci erano stati vicini. Gli altri rimangono sconosciuti. Così la condizione per così dire che veniamo insieme con altri uomini è il fatto che sulla Terra siamo stati insieme con loro. Se veniamo insieme dipende dal morale.
Ma neanche gli sforzi morali possono molto promuoverci oltre quel territorio che ci conduce a quegli uomini ai quali già sulla Terra siamo stati vicini. Le relazioni con questi uomini che noi lì dopo la morte incontriamo hanno la particolarità che dopo la morte non possono essere cambiate. Dobbiamo rappresentarci questo così: qui nella vita abbiamo sempre la possibilità di cambiare le condizioni di vita, le relazioni di vita. Supponiamo una volta: un uomo non l’abbiamo amato per un certo tempo come avrebbe meritato. Nel momento in cui lo vediamo, nel momento in cui veniamo a consapevolezza, possiamo lasciar entrare il vero amore, se siamo abbastanza forti. Questa possibilità ci manca dopo la morte. Se dopo la morte incontriamo un uomo al quale sulla Terra abbiamo portato poco amore o amore ingiustificato, lo vediamo bensì, percepiamo la cosa molto più esattamente che qui sulla Terra; ma non possiamo cambiarvi nulla. Deve rimanere così.
Questo è propriamente la particolarità: che le relazioni di vita hanno una certa costanza.
Per il fatto che diventano qualcosa di persistente, nella nostra anima si forma la forza attraverso la quale il karma si ordina. Se così un uomo per quindici anni l’abbiamo amato troppo poco, lo vediamo; e mentre lo sperimentiamo, formiamo la forza per cui, quando di nuovo saremo incarnati sulla Terra, faremo questo diversamente; così formiamo la forza e la volontà per l’equilibrio karmico. Questa è la tecnica del karma. Soprattutto dobbiamo essere chiari su una cosa. Nei primi tempi dopo la morte, così durante il tempo della Luna e di Mercurio, e anche ancora durante il tempo successivo che sarà caratterizzato ugualmente, noi viviamo nel mondo spirituale così che la nostra vita dipende dal modo in cui qui sulla Terra, nel mondo fisico abbiamo vissuto; ma così che non soltanto viene in considerazione la nostra coscienza come l’abbiamo sulla Terra, bensì che viene in considerazione anche il nostro inconscio.
Come qui sulla Terra viviamo normalmente, nello stato di veglia, così viviamo nel nostro Io. Sotto la nostra coscienza dell’Io è la coscienza astrale, l’inconscio. E questo agisce talvolta sulla Terra completamente diversamente, senza che l’uomo lo sappia, dalla coscienza superiore, dalla coscienza dell’Io. Prendiamo l’esempio più prossimo. Due uomini vivono qui nelle migliori relazioni di amicizia. Avviene frequentemente che uno riceve una certa stima per la scienza dello spirito, l’altro, che vive con lui, mentre prima la scienza dello spirito gli era indifferente, ora riceve un odio particolare verso di essa. Questo odio non ha bisogno di essere in tutta l’anima, può benissimo essere che sia soltanto nella coscienza dell’Io, non nella coscienza astrale. Nella coscienza astrale, l’uomo che sempre più si persuade dell’odio furioso può veramente amarla e desiderarla, senza che lo sappia. Questo è completamente possibile. Tali contraddizioni esistono nella natura umana.
Se si esamina la sua coscienza astrale, il suo inconscio, là forse vive propriamente una simpatia a lui stesso nascosta verso la cosa che nel suo inconscio odia.
Dopo la morte questo risulta particolarmente significativo; poiché dopo la morte l’uomo in questa relazione diviene verace. Uno che qui sulla Terra si è persuaso, per quanto fortemente, di odiare la scienza dello spirito, ma nell’inconscio l’ama, e durante tutta la sua vita ha rifiutato quello che era connesso con essa, ha spesso l’amore più ardente verso questa scienza dello spirito.
Questo può significare un dolore profondo nella sua vita di Kamaloka: che non sa nulla e quindi non ha pensieri di ricordo. Poiché nei primi tempi dopo la morte si vive soprattutto di ricordi. Così l’uomo dopo la morte non dipende soltanto da quello che lo tormenta o anche da quello che gli dà gioia, da quello che vive nella sua coscienza dell’Io, bensì dipende anche da quello che si è sviluppato nel suo inconscio. Lì l’uomo diviene completamente verace in questa relazione. E qui abbiamo uno dei punti dove possiamo vedere come la scienza dello spirito veramente è chiamata, se è correttamente compresa, a intervenire fruttuosamente nell’intera vita umana. Guardi, l’uomo che ha oltrepassato la porta della morte non può cambiare nulla nelle relazioni verso gli esseri che lo circondano, e anche gli altri, che lo circondano, non cambiano. Là è entrata immutabilità delle relazioni. Ma dove ancora può entrare mutabilità, è nel territorio delle relazioni fra i morti e i viventi. I viventi, che ancora sono qui sul piano fisico, sono per così dire, se sono stati connessi in qualche modo, cioè entrambi, loro e colui che ora è morto, sono stati qui, i viventi sono gli unici che possono alleviare il dolore, che possono calmare l’angoscia di coloro che hanno oltrepassato la porta della morte. E si è dimostrato fruttuoso in un gran numero di casi quello che si può chiamare propriamente per questo caso: la lettura ai morti.
Si è veramente provato: là è morto qualcuno; qui nella vita egli non si è occupato della scienza dello spirito per qualche ragione, per quella che è stata nominata, o per altre ragioni.
Colui che è rimasto può dalla scienza dello spirito sapere che il morto può avere un interesse ardente per la scienza dello spirito. Se colui che è rimasto prende dentro di sé i pensieri, con l’atteggiamento che il morto gli stesse davanti, con il pensiero come se il morto stesse davanti a lui, questo è per il morto un grande beneficio. Possiamo veramente leggere al morto. Questo in certo modo costruisce un ponte, che esiste fra i viventi e i morti. Consideri, se i due mondi, che dalla disposizione materialista degli uomini sono così separati — il mondo del piano fisico e il mondo spirituale che l’uomo percorre fra la morte e la nuova nascita — consideri come questo immediatamente interviene nella vita, se questi due mondi vengono ricondotti insieme!
Se la scienza dello spirito non rimane teoria, bensì diventa impulso immediato di vita, così quello che la scienza dello spirito proprio deve essere, allora non c’è separazione, bensì comunicazione immediata. La lettura ai morti è uno dei casi nei quali possiamo entrare in relazione immediata con i morti, nei quali possiamo aiutarli. Colui che ha evitato la scienza dello spirito rimane sempre nell’angoscia, desiderandola, se noi qui non lo aiutiamo.
Ma possiamo anche aiutarlo da qui, se ha affatto un tale desiderio. Così il vivente può aiutare il morto. In certo modo è di nuovo possibile che il morto diventi udibile al vivente, benché oggi i viventi facciano poco per venire in connessione con i morti. Ma là la scienza dello spirito immediatamente interviene nella vita umana, diviene veramente un elisir di vita. Se vogliamo comprendere come i morti possono agire sui viventi, forse dobbiamo partire dalla seguente considerazione.
Che cosa sa l’uomo in generale del mondo? Straordinariamente poco sappiamo, se qui sul piano fisico in puro stato di veglia consideriamo le cose.
L’uomo sa quello che accade davanti ai suoi sensi e quello che dal fatto che accade può fare con il suo intelletto.
Tutto il resto non lo sa. Per lo più crede che potrebbe darsi soltanto quello che può osservare attraverso i sensi fisici. Ma c’è molto che non accade e tuttavia è straordinariamente significativo. Che cosa significa questo? Vogliamo supporre una volta che siamo abituati ad andare ogni giorno alle otto del mattino nei nostri affari. Una volta però ci ritardiamo proprio di cinque minuti. Non accade nulla di più che arrivare cinque minuti in ritardo. Ma potremmo forse con considerazione attenta, se consideriamo tutte le circostanze, venire a sapere che proprio quel giorno, se fossimo andati al tempo giusto, avremmo dovuto essere investiti; cioè, se fossimo andati al tempo giusto, non vivremmo più. O, quello che è pure possibile, che è accaduto, che qualcuno è stato trattenuto da un amico dal fare un viaggio sul Titanic. Può dire: se allora fosse andato, sarebbe perito! Che questo fosse condizionato karmicamente è un’altra questione. Ma pensi una volta, se considera la vita così, quanto lei sa della vita. Se nulla di quello che potrebbe accadere è accaduto, soltanto non lo sa. Le infinite possibilità che là esistono nel mondo delle realtà, l’uomo non le considera. Può dire: questo certamente non è significativo! Per le circostanze esterne non è significativo; più significativo è il fatto che non siamo periti. Ma desidero richiamare l’attenzione sul fatto che avremmo potuto sapere: la probabilità era grande che avremmo potuto perire se ad esempio non avessimo mancato un treno colpito da una catastrofe. Si potrebbero enumerare tutti i possibili casi, che però nel piccolo ripetutamente accadono. Certo, per il corso esterno delle cose abbiamo bisogno soltanto di sapere quello che possiamo osservare. Ma supponiamo che sappiamo esattamente che qualcosa avrebbe potuto accadere se non avessimo mancato il treno.
Allora un tale evento fa un’impressione sul nostro animo, e diciamo: come sono stato preservato da un destino benevolo in modo straordinario!
Pensi a tutte queste cose che si avvicinano all’uomo secondo la possibilità. Infinitamente più ricca sarebbe la vita dell’anima — e come sarebbe ricca se l’uomo potesse sapere tutto questo, mentre adesso soltanto considera la misera vita dell’accaduto — se potesse sapere tutto quello che così gioca nella vita, senza che veramente accada. È come se volgi lo sguardo verso il campo di grano e lì consideri le spighe, i molti chicchi di grano, di cui quelli che di nuovo vengono seminati costituiscono un numero relativamente piccolo, innumerevoli però non diventano nuovi gambi con spighe, bensì vanno in un’altra via. Quello che è possibile con noi si comporta verso quello che veramente diviene come i molti chicchi di grano che non diventano di nuovo spighe rispetto a quelli che diventano spighe. È così in realtà; poiché quello che nella vita è possibile è enormemente ricco. E quei momenti in cui avvengono cose particolarmente importanti nel mondo del possibile con noi, questi sono i momenti favorevoli nei quali i morti ci possono stare vicini. Supponiamo che qualcuno se ne vada cinque minuti prima e così rimanga preservato dal morire nel momento in cui sarebbe stato raggiunto da una disgrazia o anche da qualcosa di gioioso che ci è sfuggito così.
In questo momento è dove può soffiare nella vita, come in un’immagine di sogno, quello che i morti stessi ci comunicano. Ma l’uomo vive rozzamente. Si cura soltanto del rozzo, non delle finezze della vita che giocano in questa vita e accadono. In questa relazione la scienza dello spirito affina il sentimento e la sensazione. Allora l’uomo sentirà coloro che là sono morti venire nella vita, e avrà connessione con loro. Il baratro fra i viventi e i morti sarà costruito con un ponte attraverso la scienza dello spirito, che veramente diviene un elisir di vita.
La sfera successiva, così il tempo successivo dopo la morte, è la cosiddetta sfera di Venere.
In questa sfera di Venere diventiamo eremiti se qui siamo stati disposti in modo non religioso. Esseri socievoli diventiamo attraverso la disposizione religiosa che portiamo. Quanto siamo stati capaci di sentire qui nel mondo fisico la nostra dedizione allo spirito santo, troveremo tutti coloro che hanno la stessa disposizione verso lo spirito-divino. In questa sfera di Venere gli uomini sono raggruppati secondo relazioni di religione e concezione del mondo. Qui sulla Terra è ancora così che sia lo sforzo religioso sia l’esperienza religiosa danno la misura. Nella sfera di Venere il raggruppamento è soltanto secondo confessioni e concezioni del mondo religiose. Quelli che hanno la stessa concezione del mondo sono in grandi, potenti comunità nella sfera di Venere; non sono eremiti. Eremiti sono quelli che non possono sviluppare affatto sentimenti e impulsi religiosi.
Così quelli che nella nostra epoca chiamiamo monisti, materialisti, non diventeranno esseri socievoli, bensì esseri solitari; ognuno trascorrerà il tempo nella sfera di Venere come in una propria gabbia, e un’associazione di monisti è in questa sfera completamente impossibile, poiché attraverso quello che è la professione di fede monista, l’uomo è condannato alla solitudine. È un fatto, non soltanto frutto dell’immaginazione, che ognuno è rinchiuso in una propria gabbia. Questo è là per educare l’anima per la realtà rispetto alla fantasia del monismo che qui si è appropriato. Nel complesso si può dire: insieme venire si può con quelli che hanno con noi la stessa concezione del mondo, la stessa fede.
Difficilmente comprensibili sono per noi altre confessioni nella sfera di Venere. Allora viene la sfera del Sole. Questo è il tempo successivo. Nella sfera del Sole soltanto quello che bilancia le diverse confessioni, quello che può fare il ponte da una confessione religiosa all’altra ci può aiutare.
Ebbene, riguardo a questo fare il ponte da una confessione all’altra, gli uomini hanno così le loro proprie vedute e non possono facilmente comprendere come si può trovare una vera comprensione anche di chi pensa e sente diversamente.
Teoricamente questa comprensione è stata spesso richiesta; se la richiesta però deve diventare pratica, allora la cosa è subito diversa.
Allora si può fare l’esperienza che molti, che appartengono alla religione indù, certamente parlano del nucleo essenziale comune di tutte le religioni, ma intendono con nucleo essenziale comune soltanto quello che è contenuto nella religione indù o buddhista. I professanti parlano della religione indù e buddhista con particolare egoismo di gruppo, e quando ne parlano, sono catturati nell’egoismo di gruppo. Si potrebbe inserire là una bella leggenda sull’egoismo di gruppo che si trova presso gli Estoni. Gli Estoni hanno una molto bella leggenda sull’origine delle lingue: Dio voleva concedere agli uomini il linguaggio attraverso il fuoco. Allora sarebbe stato fatto un gran fuoco, e attraverso il suono particolare del fuoco al quale gli uomini avrebbero dovuto ascoltare, e attraverso quello che là avrebbero sentito come suoni, sarebbe divenuto il linguaggio. Così la divinità riunì i popoli della Terra, affinché i popoli potessero imparare i loro linguaggi. Ma prima che gli altri venissero chiamati, Dio prese gli Estoni in anticipo, e ad essi insegnò il linguaggio divino-spirituale, così un linguaggio più alto.
Allora vennero prima gli altri, e quelli potevano ascoltare il fuoco, e mentre sentivano come il fuoco ardeva, imparavano i suoni a comprendere. I singoli popoli, che gli Estoni particolarmente gradivano, quelli venivano prima, mentre il fuoco ancora ardeva abbastanza forte. Quando il fuoco già andava verso il termine, vennero i Tedeschi, poiché gli Estoni non amano particolarmente i Tedeschi.
E là si poteva sentire dal fuoco che già crepitava: «Deitsch, peitsch, deitsch, peitsch.» Allora vennero i Lapponi, che gli Estoni non amano affatto, e là si sentiva soltanto ancora: «Lappen latschen.» E poiché qui il fuoco era soltanto ancora cenere, i Lapponi portarono fuori il peggiore linguaggio, poiché gli Estoni vivevano con i Lapponi in inimicizia mortale.
Così si vede come gli Estoni lì tutto quello che hanno di egoismo di gruppo lo portano all’espressione.
Così similmente sono la maggior parte dei popoli, quando parlano del voler penetrare al nucleo essenziale nelle diverse comunità religiose. E così deve veramente essere detto che in questa relazione il cristianesimo è assolutamente diverso dalle altre confessioni. Se ad esempio in Occidente fosse proprio come nella religione indù, il vecchio Wotan sarebbe come dio nazionale ancora dominante. Ma l’Occidente non ha preso un dio dominante che si trova dentro l’Occidente, bensì uno che si trova fuori. Questa è una differenza essenziale di fronte all’induismo e al buddhismo. Così il cristianesimo occidentale in molti aspetti non è impregnato di egoismo religioso, è religiosamente molto più altruista delle religioni orientali. Perciò la giusta conoscenza e il sentimento dell’impulso di Cristo è anche quello che porta l’uomo in una giusta relazione verso i nostri prossimi, indifferente quale vita di confessione interiore essi hanno. Nella sfera del Sole fra la morte e la nuova nascita veramente si chiede di avere la comprensione di quello che ci rende capaci non soltanto di venire insieme con uomini della stessa confessione, ma con tutti gli uomini per così dire in una relazione, poiché questo cristianesimo mai, se lo consideriamo tanto largamente che lo riguardiamo in connessione con la religione dell’Antico Testamento, insegna unilateralità. Su un punto si è richiamata l’attenzione, su quello che è nel più alto grado significativo e necessario a conoscere: vi sarà ricordato che una delle più belle parole del Nuovo Testamento, che il Cristo dice, ricorda l’Antico Testamento, la parola: «Voi siete Dei.» Cristo indica agli uomini che dentro ogni interiorità umana vive un nucleo divino, un Dio: voi siete tutti Dei. Voi corrispondete a Dei.
Un insegnamento alto del Cristo è indicare l’uomo alla sua natura divina, a questo che può essere come Dio. Tu puoi essere come Dio: un insegnamento meraviglioso, grande e profondo che giunge al cuore del Cristo! Un altro essere ha portato avanti le stesse parole; e appartiene alla confessione di Cristo che un altro essere ha portato avanti lo stesso.
Lucifero, all’inizio dell’Antico Testamento, si avvicinò all’uomo, e la tentazione consiste nel fatto che prende le parole come punto di partenza: «Voi sarete come Dio.» Lo stesso identico detto dice Lucifero all’inizio della tentazione nel Paradiso, e di nuovo lo dice il Cristo Gesù, esattamente lo stesso detto! Noi tocchiamo qui uno dei più profondi, più significativi punti della confessione di Cristo, il punto dove per così dire con il dito si indica che non dipende soltanto dal contenuto di qualunque parola, bensì che dipende dall’essere che nel contesto cosmico pronuncia una certa parola.
Perciò anche nel più recente mistero drammatico doveva essere mostrato: possono dire le stesse frasi Lucifero, e sono qualcosa di completamente diverso da quando le dice Ahriman, e qualcosa di diverso quando le dice Cristo. Là tocchiamo un profondo segreto dell’esistenza cosmica, ed è importante che ci appropriamo una comprensione per quello che proprio attraverso questo «Voi siete Dei», «Voi sarete come Dio», l’una volta dalla bocca del Cristo, l’altra volta dalla bocca di Lucifero, è stato pronunciato.
Questo deve assolutamente essere considerato: che fra la morte e la nuova nascita anche una volta nella sfera del Sole vivremo, e in questa sfera del Sole abbiamo assolutamente bisogno di una comprensione completa dell’impulso di Cristo.
Questo dobbiamo portare con noi dalla Terra; poiché il Cristo una volta era sul Sole, ma egli è, come abbiamo sentito, sceso dal Sole e adesso si è unito con la Terra.
Con ciò dobbiamo portare lui fino al tempo del Sole e allora con l’impulso di Cristo possiamo essere un essere socievole, possiamo comprenderlo nella sfera del Sole.
Ma dobbiamo imparare a distinguere, e questo impariamo adesso soltanto attraverso l’antroposofia, fra Cristo e Lucifero. Poiché quello che portiamo dalla Terra nella nostra comprensione di Cristo ci conduce certamente fino al Sole ed è dentro la sfera del Sole per così dire una guida da anima umana ad anima umana senza differenza di fede e confessione; ma un altro essere ci incontra nella sfera del Sole che pronuncia le stesse parole che fondamentalmente hanno lo stesso contenuto: Lucifero è questo essere. E questa comprensione dobbiamo avere acquisito per la differenza fra Cristo e Lucifero, poiché Lucifero deve accompagnarci attraverso le successive sfere fra la morte e la nuova nascita. Guardi, così percepiamo una sfera di Luna, di Mercurio, di Venere e del Sole. In ognuna di queste sfere raggiungiamo dapprima quello che abbiamo portato con noi in quanto a forza interiore. Nella sfera lunare gli affetti, impulsi, passioni, amore sensuale ci connettono con questa sfera. Nella sfera di Mercurio raggiunge tutto quello che abbiamo di incompletezze morali, nella sfera di Venere quello che abbiamo di incompletezze religiose, nella sfera del Sole quello che ci separa da tutto quello che “umano” si chiama. Adesso andiamo nelle altre sfere che l’occultista conosce come la sfera di Marte, la sfera di Giove, la sfera di Saturno. Là Lucifero è la nostra guida, là entriamo in un mondo che ci feconda con nuove forze. Come qui abbiamo la Terra sotto di noi, così abbiamo là il cosmo dentro il Sole sotto di noi.
Cresciamo dentro i mondi divino-spirituali, e mentre cresciamo dentro questi mondi divino-spirituali, dobbiamo conservare nel ricordo quello che abbiamo portato con noi dell’impulso di Cristo.
Questo possiamo acquisire soltanto sulla Terra, e quanto più fortemente l’abbiamo acquisito, tanto più lontano possiamo portarlo nel cosmo.
Allora Lucifero si avvicina a noi. Questo ci conduce nel mondo nel quale dobbiamo entrare, affinché siamo preparati per una nuova incarnazione.
E quello che non possiamo fare a meno, affinché Lucifero non ci diventi pericoloso, è la comprensione dell’impulso di Cristo, quello che abbiamo sentito da Cristo durante il tempo della Terra. Lucifero già si avvicina a noi nel tempo fra la morte e la nascita, ma il Cristo dobbiamo averlo accolto durante il tempo della Terra. Allora cresciamo dentro le altre sfere, che sono fuori del Sole. Diventiamo sempre più grandi per così dire, abbiamo sotto di noi il Sole e sopra di noi tutto il grande, potente cielo stellato. Nel grande spazio del mondo cresciamo, nel cosmo fuoriusciamo fino a certi limiti. E mentre usciamo fuori, agiscono su noi le forze cosmiche da tutte le stelle. Preleviamo da tutto il potente mondo stellare le forze dentro il nostro essere estesamente potente.
Fino a un limite arriviamo. Allora ci ritiriamo di nuovo ed entriamo di nuovo in quello che abbiamo percorso. Veniamo attraverso la sfera del Sole, di Venere, di Mercurio, della Luna, finché di nuovo veniamo vicini alla Terra, e fino a che quello che era stato portato fuori nello spazio del mondo di nuovo si ritira in un germe, che in una madre umana si forma in un nuovo uomo. Questo accade allora di nuovo, quando l’uomo si è esteso negli spazi remoti del mondo e là ha assorbito le forze cosmiche. Questo è il segreto dell’essere umano dopo la morte, fra la morte e la nuova nascita. Dopo che l’uomo è passato attraverso la porta della morte, egli, partendo dal piccolo spazio della Terra, è divenuto sempre più grande e più grande, è cresciuto fino alla sfera della Luna, di Mercurio, di Venere, del Sole, di Marte, di Giove, di Saturno.
Là siamo cresciuti fuori nello spazio del mondo; ugualmente una palla gigantesca diventiamo come essere spirituale.
Allora, dopo che abbiamo assorbito come anima le forze dell’universo, delle stelle, ci ritiriamo di nuovo, e allora abbiamo in noi le forze del mondo stellare. Là abbiamo una spiegazione della ricerca dello spirito per il fatto che in questa nostra massa cerebrale compressa un’impronta di tutto il cielo stellato si trova. Veramente il nostro cervello racchiude un segreto significativo.
E ancora un segreto giace qui dentro: l’uomo così si è ritirato, si è incarnato in un corpo fisico, nel quale è venuto attraverso una coppia di genitori. Così lontano è giunto l’uomo, poiché là ha scritto, mentre si è esteso nello spazio del mondo, tutto quello che erano le sue proprietà. Se sulla Terra stiamo e nel cielo stellato guardiamo fuori, così là non sono soltanto stelle, bensì là sono le nostre proprietà dalle incarnazioni precedenti. Se ad esempio nelle incarnazioni precedenti siamo stati ambiziosi, così questa ambizione sta scritta nel mondo delle stelle. È scritta nella Cronaca dell’Akasha, e se lei qui sulla Terra sta in un determinato punto, viene l’ambizione con il pianeta pertinente in questo o quel posizionamento a lei; esercita la sua influenza.
E questa è la moralità: che gli astrologi non soltanto vedono stelle ed effetti di stelle, bensì dicono: là sta la vostra vanità, la vostra ambizione, il vostro immorale, la vostra pigrizia; e là agisce adesso qualcosa che lei ha scritto nelle stelle, in certo modo, esce dal mondo delle stelle di nuovo giù e determina il suo destino.
Perciò scriviamo quello che è nella nostra anima in grande spazio, e là agisce dallo spazio su di noi di nuovo, mentre noi qui sulla Terra siamo, mentre noi qui sulla Terra camminiamo fra nascita e morte. Queste cose ci vanno estremamente vicine quando le comprendiamo veramente, ed esse ci spiegano così molte cose.
Guardi, mi sono occupato molto nella vita con Omero, ma quando proprio alla fine dell’estate scorsa ebbi il compito di indagare queste relazioni fra morte e nuova nascita e giunsi al punto di vista che immutabili rimangono le relazioni da una morte al nuovo nascimento, allora dovetti dirmi a un certo passo: i Greci lo chiamano il Cieco, poiché era un grande veggente.
Lui dice: la vita dopo la morte accade nel luogo dove non c’è cambiamento.
Una parola meravigliosamente azzeccata. Si impara a comprendere questa parola soltanto quando la si tira fuori dai segreti occulti. E quanto più lontano avanzi in questa lotta interiore, tanto più diviene chiaro che gli antichi poeti erano i più grandi veggenti e nei loro lavori hanno nascosto molte cose, per la cui comprensione è necessario molto. Là voglio accennare a una cosa che mi è capitata all’inizio dell’autunno e che è abbastanza caratteristica. Mi opponevo inizialmente ad essa, poiché è completamente sorprendente. Ma è uno di quei casi dove l’obiettività ha il sopravvento. A Firenze c’è un monumento sepolcrale di Michelangelo per Lorenzo e Giuliano Medici. Là sono questi due fratelli rappresentati, e insieme sono quattro figure allegoriche.
Queste figure sono molto note. Ma che lì qualcosa non fosse tutto giusto con questo gruppo, questo mi era subito evidente, quando le vidi la prima volta. Mi era subito chiaro che colui che è descritto come Giuliano è il Lorenzo e viceversa. È evidente: qualcuno, poiché le figure possono essere tolte, in qualche occasione le ha scambiate e non lo ha notato. Perciò si descrive come Giuliano il Lorenzo e viceversa. Ma su questo che adesso qui conta, sono le quattro figure allegoriche.
Se si parte dalla considerazione della figura della «Notte», questa meravigliosa «Notte», ebbene, finché si rimane nell’opinione di avere a che fare con un’allegoria, non si arriva a capo.
Ma se uno rappresenta quello che sa del corpo eterico umano nella sua piena attività, in modo che si chiede: se il corpo astrale e l’Io sono liberi e il corpo eterico cercasse il gesto a lui più corrispondente, quale gesto uscirebbe?
—, così uno riceve la risposta: una tale gesta uscirebbe come Michelangelo l’ha data alla «Notte». — Veramente questa Notte è formata così che dà la più meravigliosa espressione per il corpo eterico libero, indipendente, che si esprime nella fisionomia del corpo fisico quando il corpo astrale e l’Io sono fuori.
Questa figura non è un’allegoria, bensì veramente l’uomo, descritto in connessione con il corpo fisico e il corpo eterico, quando il corpo astrale e l’Io sono fuori. Allora si comprende la figura in questo atteggiamento, che è la più fedele espressione storica della vivacità del corpo eterico. E se uno da ciò parte, allora uno riceve nella figura del «Giorno» il giudizio bizzarro: se l’Io è al massimo attivo, se è il meno influenzato dal corpo astrale, eterico e fisico, allora esce questa gesta particolare, questa piega, che Michelangelo ha dato alla figura del «Giorno». Se il corpo astrale per sé è attivo, senza dipendere dal corpo fisico, dal corpo eterico e dall’Io, allora esce la gesta della figura della «Mattina», e per il corpo fisico, che indipendentemente dagli altri tre componenti si attiva, esce la gesta del «Crepuscolo della sera». Mi sono opposto a lungo a questa conoscenza, l’ho tenuta inizialmente per pazza; ma quanto più uno si cimenta, tanto più alla comprensione di questa verità uno è costretto, in quello che uno vede in questo scritto gettato dentro la pietra.
Non come se Michelangelo avesse saputo questo; ma nella sua creazione intuitiva si introdusse.
Allora si comprende anche cosa significa la leggenda che si racconta: che quando Michelangelo era solo nella sua officina, la figura della «Notte» riceveva vita, così che girava attorno. È appunto un’illustrazione particolare al fatto che uno ha a che fare con il corpo eterico.
Dappertutto agisce lo Spirituale, tanto nello sviluppo dell’umanità come nell’arte e così via.
Si impara a comprendere veramente il Sensibile dapprima quando si comprende il modo come lo Spirituale agisce nella realtà sensibile. C’è un detto di Kant che è molto bello. Kant dice: due cose mi hanno fatto un’impressione particolarissima: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me. — Fa un’impressione particolarissima quando allora uno arriva a capire che ambedue sono la stessa cosa. Poiché fra la morte e la nascita noi siamo versati sopra lo spazio delle stelle e preleviamo le sue forze dentro di noi, e quando siamo nel corpo fisico, allora queste forze che abbiamo assorbito in noi agiscono come nostri impulsi morali. Se noi là stiamo e il cielo stellato consideriamo, possiamo dire: quello che là fuori vive e tesse in forze nello spazio cosmico, in questo viviamo e tessiamo nel tempo fra la morte e la nuova nascita. E questa è adesso la legge che dà direzione alla nostra vita morale.
Così il cielo stellato là fuori e la legge morale in noi sono una e la stessa realtà, soltanto due lati di questa realtà. Il cielo stellato lo sperimentiamo fra la morte e la nuova nascita, la legge morale fra la nascita e la morte.
Se noi questo comprendiamo, allora la scienza dello spirito diviene immediatamente devozione, come una preghiera potente; poiché cos’altro è una preghiera se non quello che la nostra anima congiunge con il Divino-Spirituale che tesse il mondo?
Questa preghiera è quello che una preghiera oggi può essere.
Dobbiamo conquistarcela attraversando la mondo sensibile.
Mentre noi questo consciamente aspiriamo, diviene di per sé una preghiera quello che noi sappiamo. Allora la ricerca spirituale immediatamente diviene sentimento ed esperienza e sensazione. E così deve diventare. Allora essa può ancora lavorare così tanto con concetti e idee: idee e concetti finalmente diventano sentimenti puri di preghiera, puro sentire. Ma questo è quello che il nostro tempo ha bisogno.
Il nostro tempo ha bisogno dell’uscire immediato dalla considerazione al vivere del cosmo, là dove la considerazione stessa come una preghiera diviene. Mentre la considerazione del mondo fisico esteriore sempre più arida, sempre più pedante diviene, sempre più astratta diviene, la considerazione della vita spirituale sempre più cordiale diviene, sempre più profonda, diviene giusto sempre più di carattere di preghiera, e questo non attraverso sentimentalità unilaterale, bensì per sua propria natura. Allora l’uomo non soltanto dalle astratte idee saprà di avere il Divino, quello che lo spazio del mondo tesse e vive; bensì egli saprà, mentre avanza nella conoscenza, che lo ha veramente provato nella vita fra l’ultima morte e il nuovo nascimento. Lui saprà: quello che là ha provato, questo ora lo ha in sé come le ricchezze della sua vita. Queste sono tali considerazioni che propriamente sono connesse con ricerche da poco fatte, che però possono renderci comprensibile il nostro proprio sviluppo. Allora la scienza dello spirito una volta potrà trasformarsi in un vero succo di vita spirituale-spirituale. Di queste cose in futuro dovrebbe parlarsi ancora più spesso.
Quando riguardiamo il figlio, o il rapporto inverso, se ci immergiamo un poco più profondamente nella vita umana, diviene chiaro come il misterioso si dischiuda all’uomo nella vita.
Sovente mi si accostano persone la cui sorella, il cui marito o moglie è scomparso.
Mi dicono: in passato non meditai sulla morte, non mi curavo di ciò che ne seguisse; ma da quando questo parente caro mi è stato tolto, provo come se fosse ancora presente, e così, spinto in questo modo, sono giunto alla scienza dello spirito. Per mezzo della vita gli uomini vengono condotti alla scienza dello spirito, ed essa ricompensa riccamente ciò che per essa avviene: la scienza dello spirito può permeare la vita con forze che da essa soltanto provengono.
Quando l’uomo non è più presente ai sensi fisici, sorge innanzitutto il quesito enigmatico: come è con l’uomo dopo la morte? La scienza esteriore non può dare risposta, poiché constata solo quel che gli occhi vedono, e questi si dissolvono.
Anche il cervello fisico si dissolve; ed è evidente che nulla può giovare a ciò che l’uomo sperimenta senza il suo involucro fisico.
Eppure le domande stanno lì possenti, riguardanti l’aldilà. In fondo, per chiarire queste domande, le considerazioni generali giovano molto meno dei singoli casi concreti, che illustrino come questo o quello si presenti. Questo può agire immediatamente sulla vita. Partire possiamo dalla vita qui. Forse avrete incontrato, qua e là, il caso che qualcuno sia condotto alla scienza dello spirito dalla sua bramosia interiore, dalla sua disposizione d’anima; ma un altro, questi diviene sempre più avversario. Chi una volta si approfonda sempre più, l’amico diviene sempre più nemico della scienza dello spirito. La vita però offre, non solo nella natura un’illusione, ma anche laddove tocca immediatamente la nostra anima nel rapporto con gli uomini.
Proprio ciò che ora si è accennato può essere un completo inganno: l’uomo che si è persuaso che tutto fosse assurdità – nelle profondità dell’anima, fin dove la coscienza non scende, sviluppa un amore segreto per essa.
Negli abissi l’amore può essere ciò che emerge come odio.
Tali cose si trovano nella vita umana fisica.
Quando l’uomo ha varcato la porta della morte, agiscono anche tutte le forze occulte dell’anima e le bramosie: ciò che nella vita fisica aveva represso, sorge come contenuto del tempo di purificazione. Vediamo uomini varcare la porta della morte, che qui erano nemici della scienza dello spirito; dopo la morte sviluppano l’aspirazione più intensa verso di essa. Tali odiatori anelano dunque alla scienza dello spirito. Allora si presenta quanto segue: se in vita li avessimo incontrati con un libro di scienza dello spirito, ci avrebbero aggrediti; dopo la morte non possiamo rendere loro miglior servizio che leggere loro.
Si legge ai morti in pensieri; questo può avere l’effetto più benefico per il defunto.
Abbiamo molti esempi nella nostra comunità spirituale, dove i parenti sono trapassati e i superstiti hanno loro letto, promuovendoli.
I defunti accolgono con la più intima gratitudine ciò che viene loro offerto, e può svilupparsi una convivenza meravigliosa. Lì si avverte come la scienza dello spirito possa significare nella pratica. Non è mera teoria; deve agire nella vita, deve rimuovere ciò che sorge come muro tra vivi e defunti: il divario viene colmato. Se con giusta disposizione d’animo portiamo la scienza dello spirito nella vita, possiamo giovare molto. Non vi è miglior consiglio che leggere ai defunti. Poiché è una particolarità: immediatamente dopo la morte non possiamo instaurare nuove relazioni, dobbiamo continuare le vecchie.
La domanda incalza: potrebbe il cosiddetto defunto non trovare laggiù esseri spirituali che potessero istruirlo? Non è così! Inizialmente si possono avere relazioni solo con esseri con cui si era uniti prima di varcare la porta della morte.
Se si incontra uno spirito che sulla Terra non si conosceva, gli si passa accanto.
Se qui incontriamo un grande genio che veste i panni di un conducente, non lo riconosciamo neppure.
Con gli esseri che qui conoscevamo come uomini, abbiamo relazioni. Se incontrassimo innumerevoli entità che potessero aiutarci, ma con cui non abbiamo relazione, esse non ci gioverebbero.
Poiché la scienza dello spirito si trova al suo inizio di sviluppo, gli uomini cominciano appena a lasciarsi influenzare da essa: i vivi possono rendere ai defunti un grande servizio accordando loro questo aiuto. Ecco un esempio di come dal nostro mondo si può agire nell’altro.
Ma anche l’inverso è possibile: i defunti possono agire nel mondo fisico. Quando la scienza dello spirito sempre più prende il mondo, da entrambe le sfere si agirà in reciprocità. I defunti possono pure agire sui vivi. L’uomo sa straordinariamente poco del mondo; conosce solo ciò che nel corso del tempo accade qui. Molti ritengono che l’altro non conti.
Ciò che accade è veramente solo la minima parte di ciò che merita di essere conosciuto, e rimane in fondo un ignorante nella vita chi conosce solo ciò che accade.
Andiamo al mattino ai nostri affari; forse riteniamo tutto ciò il più degno di essere conosciuto.
Una volta partiamo tre minuti dopo del solito; allora si verificano forse eventi inattesi: avrebbe potuto accadere che, partendo all’ora giusta, fossimo stati investiti; ora siamo stati preservati. Forse dovevamo fare un viaggio e perdemmo il treno: proprio quel treno fu colpito da grande disgrazia. Che cosa ricaviamo da tale considerazione? Vi è molto nella vita che non accade, ma che dobbiamo contare tra le possibilità della vita. Sa forse l’uomo quante tali possibilità evita nel corso del giorno? Che cosa potrebbe accadere se non le evitassimo! Lo trascuriamo, poiché per la ristretta considerazione della vita non conta. Proviamo a guardare all’anima che per caso apparente è sfuggita a tali pericoli: come li sente!
Un berlinese, ad esempio, voleva andare in America; aveva già il biglietto.
Un amico gli disse: non andare con il Titanic!
Immaginate i sentimenti di chi rimase, quando seppe del naufragio del Titanic! Questo lo colpì profondamente. Quali impressioni dell’animo potremmo avere, se fossimo in grado di osservare l’intero giorno da quali pericoli siamo preservati, cosa tutto avrebbe potuto accadere! Quando gli uomini iniziano a occuparsi di questioni spirituali, acquistano molto più ricettività per la complessità della vita, per ciò che si svolge tra i momenti del giorno.
Può accadere che, se fossimo partiti tre minuti prima, fossimo stati investiti: se abbiamo sensibilità dell’anima, se siamo spiritualmente preparati, allora possiamo in tale istante ricevere per grazia un’impressione dal mondo spirituale, una comunicazione da un defunto. I vivi quindi rompono i cancelli verso i defunti; allora si può riconoscere che agli uomini che si sono conquistati la ricettività, i defunti possono parlare.
Possono raggiungerci cose importanti: ad esempio, il defunto dà un comando di compiere ciò che non aveva fatto. Così il divario viene colmato.
Così, quando la scienza dello spirito diviene pratica, con i defunti andremo avanti e indietro. Così la scienza dello spirito può divenire pratica nella vita; essa immette il mondo soprasensibile nella nostra presenza immediata. Segue questa domanda: quando prendiamo un libro di scienza dello spirito, leggiamo in una determinata lingua. La comprendono i defunti? Nel tempo di purificazione i defunti comprendono la lingua che qui parlavano; solo al passaggio verso il Devachan la lingua cessa, allora accade in pensieri. Dopo un certo decorso di anni subentra una trasformazione nel rapporto con i defunti. Se ricettività esiste in chi rimane, egli sente: il defunto è presso di te, tu pensi come egli ti pensa. Questo può durare anni su anni, allora subentra il momento in cui si perde il collegamento; è l’istante in cui il defunto passa nel Devachan.
Nel tempo di purificazione si ha ancora il ricordo della vita terrestre, l’uomo si aggrappa ancora a tali ricordi.
Che cosa è una lingua terrestre? Ogni lingua terrestre ha significato solo per la vita terrestre; e si lega intimamente all’organizzazione dell’uomo, al clima, al fatto anche che la laringe è diversamente formata. Quel che in Europa si parla non si parla in India. I pensieri però non sono legati all’organizzazione fisica; i pensieri non sono formati secondo le condizioni terrene. I defunti hanno comprensione della lingua solo finché sono in Kamaloka. Se tramite un medium giungono comunicazioni e sono versate in una determinata lingua, tali comunicazioni possono essere date direttamente solo da uomini che poco tempo fa sono morti.
Siamo in fondo già sempre nel mondo superiore; nel sonno vi andiamo inconsapevolmente, viviamo, mentre dormiamo, nel medesimo mondo di dopo la morte. La domanda voglio ora formulare: chi non può ancora vedere con lo sguardo chiaroveggente, chi non può ancora osservare come veggente, può tuttavia sapere come stanno le cose?
Un uomo che dorme vive ancora, è come una pianta.
Vi ricorderete che un rappresentante della scienza, Raoul France, scrive che la pianta ha sentimenti e può consumare qualcosa; un elemento psichico però nella pianta non è presente. Del medesimo valore della pianta è l’organismo umano che dorme. Fondamentale è, affinché viva, che raggi solari cadano sulla pianta. Vediamo la Terra ricoperta di piante, poiché il sole le suscita; la Terra non sarebbe verdeggiante senza sole: durante l’inverno le piante non possono germogliare.
Quando l’uomo dorme, dov’è allora il suo sole?
Ciò che sta nel letto non possiamo pensare neppure senza sole: questo sole è in ciò che, come l’Io dell’uomo, è fuori; l’Io ha lì da operare sull’organismo dormiente come il sole sulla pianta.
Non solo il sole ha una partecipazione alla produzione e all’essere della pianta, anche la luna; senza l’influenza della luna la crescita vegetale non sussisterebbe.
Ma l’influenza della luna affatto non viene considerata dagli eruditi.
La luce lunare agisce sulla pianta. L’influenza lunare riguarda l’ampiezza della pianta; una pianta che snella cresce verso l’alto ha poca influenza lunare. L’intero cosmo partecipa alla crescita vegetale. E l’Io partecipa al corpo fisico e al corpo eterico come il sole alla crescita vegetale – il corpo astrale come la luna: è la medesima relazione. L’Io è il sole per il corpo fisico, il corpo astrale è la sua luna, ma una spirituale.
Vediamo il nostro Io fornire il sostituto per l’influenza solare, il nostro corpo astrale per quella della luna.
In ciò risiede la giustificazione per ciò che il veggente intende, quando dice: l’uomo si è formato come un estratto dalle forze del cosmo.
Come il sole sta nel centro del sistema vegetale e diffonde la sua luce, così che dovunque c’è luce, così la luce dell’Io deve illuminare il corpo fisico e il corpo eterico.
La luce solare non è solo fisica, è anche psichico-spirituale; e quest’ultima si è distaccata dal cosmico e divenne Io. Un estratto della luce lunare è il corpo astrale umano. Tutto è saggiamente ordinato.
Se l’Io umano fosse ancora sempre legato al sole, gli uomini potrebbero solo come le piante alternare il sonno e la veglia. Secondo l’influenza del sole non potremmo mai dormire di giorno, dovremmo sempre dormire di notte; ma l’intera vita culturale riposa su questa emancipazione. Portiamo il nostro proprio sole in noi: l’Io è un estratto dell’azione solare; ciò che nell’uomo vive come corpo astrale è un estratto dell’azione lunare.
Così nel sonno, nel mondo spirituale, non siamo dipendenti dall’azione solare cosmica; il nostro Io compie ciò che altrimenti fa il sole; siamo illuminati dal nostro Io e corpo astrale.
Solo antiche intuizioni occulte qui talvolta irrompono. La scienza dello spirito ci dà questa immagine dell’uomo che dorme: sopra di lui splende il sole, il suo Io – e senza questo non potrebbe, dormendo, essere come una pianta.
Sopra di lui splende la luna: il suo proprio corpo astrale. Ora immaginiamo che con l’autunno il sole perda la sua efficacia, la crescita vegetale muoia.
Nell’uomo sveglio il corpo astrale e l’Io stanno dentro il corpo fisico e il corpo eterico; in certo modo nell’entrare nel corpo è tramonto di sole e luna: allora cessa anche la corretta vita vegetale. Così attiva come nel sonno la vita vegetale per il restauro delle forze, così non è vigile al risveglio. Appassisce la crescita vegetale quando l’uomo si sveglia; come pianta moriamo al mattino.
Per questo si spiega molto di quel che tra anima e corpo dell’uomo accade.
Molti uomini subito dopo il risveglio si sentono molto stimolati; sono coloro che più nella sfera psichica possono vivere.
Coloro che più nella sfera corporale vivono, facilmente avvertono al mattino una certa stanchezza. Quanto meno ci si sente stanchi al mattino, tanto più si è capaci di prestazione. Eppure la nostra vita conscia è come l’estinguersi della pianta in inverno. Ogni giorno portiamo forze di morte nel nostro organismo; queste si accumulano, e poiché così è, moriamo. Il fondamento della morte risiede nella coscienza. Possiamo comprendere come la vita conscia, pervasa dall’Io, sia la consumatrice del corpo fisico e del corpo eterico. Moriamo perché viviamo consapevolmente. Molti si sforzano di spiegare il sonno. Il sonno sarebbe uno stato di affaticamento, il sonno esiste per eliminare l’affaticamento.
Ma il sonno non è uno stato di affaticamento, poiché un bambino piccolo dorme maggiormente.
Il sonno è qualcosa che si inserisce nella vita complessiva, nel ritmo dell’addormentarsi e del risveglio.
Come vediamo la natura morire in inverno, così muore qualcosa in noi mentre viviamo e vegliamo. Quando abbiamo varcato la porta della morte, lasciamo dietro il nostro corpo fisico e il corpo eterico: allora l’Io e il corpo astrale potrebbero apparirci come sole e luna, che nulla hanno da illuminare. In realtà tuttavia è possibile lo stato per cui l’Io e il corpo astrale continuino a vivere, anche se non possono illuminare nulla. Se si immergono nel corpo, la coscienza viene prodotta; nel mondo spirituale l’uomo deve pure immergersi in qualcosa affinché diventi consapevole, altrimenti sarebbe senza vita consapevole. In che cosa si immerge l’uomo dopo la morte? Si immerge in sostanza spirituale, che era senza apporto terrestre.
Secondo il Mistero del Golgota l’uomo deve sempre immergersi in ciò che per il Mistero del Golgota è giunto come la sostanza-Cristo della Terra.
Abbiamo conosciuto il Cristo come spirito solare.
Dalla luce solare l’Io una volta si è emancipato. Allora il grande spirito solare è disceso sulla Terra: per questo l’Io dell’uomo si immerge nella sostanza dello spirito solare.
L’uomo sperimenta questa immersione nella sostanza-Cristo, quando ha varcato la porta della morte, e per questo l’uomo dopo la morte è in grado di sviluppare coscienza. Nella natura fisica questa fase è raggiunta quando la Terra è giunta al suo stato vulcanico.
Se il sole splende dall’alto sulla Terra, possiamo dire: il sole produce magicamente la crescita vegetale.
Se però il sole splendesse su questo pianeta Terra con la sua forza di generare la crescita vegetale, e la Terra fosse incapace di produrre piante, ma potesse riflettere la luce solare, allora la luce solare non si perderebbe, bensì uscirebbe nello spazio celeste e susciterebbe crescita vegetale soprasensibile. Questo accade, non fisicamente, ma spiritualmente.
Poiché il Cristo si è unito con la Terra, agisce così che l’uomo, che con lui si unisce, dopo la morte sperimenta la reazione di ciò che qui ha consapevolmente compreso.
Così comprendiamo come l’uomo proprio sulla Terra deve acquistarsi la possibilità di poter sviluppare coscienza anche dopo la morte, e come deve portare dal corpo fisico le forze che sviluppano la coscienza.
Nell’epoca greco-latina il corpo fisico è stato maggiormente irradiato. Allora la parola aveva realtà: meglio essere mendicante qui che re nel regno delle ombre. Allora la vita nell’oltretomba era un’esistenza misera. La vita dopo la morte prima della nascita di Cristo era poco sviluppata.
Noi invece apparteniamo a un’epoca che è singolare perché tale forza non viene più esercitata sulla fisicità. Ciò che l’uomo che dorme è, in realtà va gradualmente verso il declino. Da quando il Cristo è venuto, la fisicità dell’uomo tende al tramonto. Più forte era il vegetale sviluppato nel tempo greco; più arida diventerà la fisicità alla fine dello sviluppo umano.
All’inizio gli uomini erano chiaroveggenti, l’anima era molto sviluppata; per il declino psichico-spirituale la fisicità salì fino all’altezza della bellezza greca.
Ma ogni sforzo di bellezza ha un gancio verso il futuro: la bellezza esteriore non ha futuro; la bellezza deve essere interiore, in essa deve divenire visibile il caratteristico.
Nel medesimo senso in cui va verso l’appassimento, l’interiorità solare e lunare diventerà sempre più gloriosa. Comprendono più del futuro coloro che curano spirito e anima per mezzo della scienza dello spirito, di coloro che vogliono resuscitare i giochi agonistici greci. Quanto più l’uomo lascia la sua sfera psichico-spirituale nell’inconsapevolezza, un destino tanto più miserabile lo aspetta tra morte e nuova nascita. Che il corpo si dissecchi non ha rapporto con la vita dopo la morte; ma se l’uomo non ha sviluppato lo psichico-spirituale, allora non ha nulla da portare nel mondo spirituale. Quanto più si è lasciato permeare da contenuto spirituale, tanto meglio gli sta dopo la morte.
Gli uomini sempre più impareranno a divenire indipendenti da ciò che è legato al corpo.
La scienza dello spirito non conserverà sempre la forma che ha oggi.
La lingua può esprimere solo in modo straordinariamente inadeguato ciò che essa vuole. Nella scienza dello spirito verrà a contare più il come si dice qualcosa che il che cosa si dice. Questo sarà internazionale, può vivere in ogni lingua. Ci si avvezzerà ad ascoltare al come si dice qualcosa; così ci mettiamo in relazione con gli abitanti del Devachan.
Oggi siamo seduti insieme e parliamo di scienza dello spirito. Varchiamo la porta della morte, ci sviluppiamo ulteriormente per varie incarnazioni: allora avremo pensieri indipendenti dalla lingua terrestre odierna; la vita spirituale penetrerà nella nostra vita, potremo conversare con i defunti. La vita culturale terrestre va verso il suo declino. Un giorno tutta l’aria sarà disseminata di veicoli aerei, la vita terrestre deperirà.
L’anima dell’uomo però cresce dentro il mondo spirituale.
Alla fine dello sviluppo terrestre l’uomo è tanto avanzato che una differenza completa non esisterà più tra vivi e defunti: perfettamente simili vivranno i vivi e i defunti.
La Terra di nuovo passerà in spirituale, poiché l’umanità si sarà spiritualizzata.
Tale considerazione può darvi un insegnamento per la risposta giusta, quando le persone chiedono: vi è morte e nascita e così via, deve durare sempre? Non è allora nessuna grande differenza tra vivere e morire; tutto si spiritualizza per la coscienza umana; questo vivere in alto dell’intera umanità conduce a quello stato che sul Giove viene sperimentato. È un ambito assai vasto quello che entriamo, quando parliamo della vita tra morte e nuova nascita. Tutto soggiace anche lì a un mutamento, a una trasformazione – anche il rapporto dei defunti con i vivi. Penetreremo gradualmente ancora più a fondo nella maniera come l’uomo conduce questa sua vita di alternanza entro la fisicità e la spiritualità.
167 Gli uomini trascurano questo o quello per comodità.
Essa è ciò che permea l’intera vita umana, sia quando ci rivolgiamo alle cose più importanti sia alle più futili. L’attaccamento all’antico e l’incapacità di staccarsene significa restare aggrappati alla comodità. Gli uomini non sono cattivi come si crede; non per malvagità hanno bruciato Giordano Bruno e Savonarola, non per malvagità hanno trattato così Galilei. Neppure il rifiuto di riconoscere i grandi spiriti durante la loro vita nasce da cattiveria, bensì da comodità. Finché gli uomini non imparino a ripensare e a sentire diversamente, passa tempo — e tutto solo per la comodità. Essa è una proprietà generale, largamente diffusa. Questa comodità ci rende idonei, dopo la morte, a essere arruolati nell’esercito di Arimane; infatti Arimane, accanto ai suoi altri compiti, è lo spirito degli ostacoli. Dovunque sorgono ostacoli, Arimane regna; egli frena la vita e gli uomini. Coloro che qui in vita sono asserviti alla comodità divengono frenatori nel mondo, ostacolano tutto ciò che proviene dai mondi soprasensibili. La comodità incatena dunque l’uomo, fra morte e nuova nascita, agli spiriti che sotto Arimane debbono servire le resistenze, gli ostacoli.
Molti uomini sviluppano in vita una proprietà che contiamo fra le proprietà immorali: la mancanza di coscienza. Nella voce della coscienza abbiamo qualcosa che regola meravigliosamente la nostra vita animica. La mancanza di coscienza, la scarsa capacità di ascoltare l’ammonimento della voce interiore, ci consegna ancora una volta, per il tempo fra morte e nuova nascita, ad altre potenze. Il chiaroveggente scopre allora certe anime che, dopo aver varcato la porta della morte, divengono servi di spiriti assai maligni. Qui sulla Terra insorgono malattie, si manifestano in vari modi. Sappiamo che in tempi remoti pestilenze epidemiche e colera si diffusero anche per l’Europa. La scienza materialistica può indicare le cause esterne, non però le cause spirituali interne.
Eppure tutto ciò che accade ha fondamenti spirituali.
Quando qualcuno sostiene che la scienza deve cercare le cause fisiche di ciò che avviene, si può ripetere: la scienza dello spirito non esclude la verità delle cause esterne, ove fondate; ma vi aggiunge le cause spirituali.
Una volta un uomo chiese, quando si parlava di queste cause spirituali: se Napoleone agisce con la passione di dirigere battaglie, non possiamo spiegarlo con il fatto che sua madre, durante la gravidanza, andava volentieri sui campi di battaglia e questa inclinazione si è trasmessa a lui per via dell’eredità fisica? Ciò ha una sua verità, ma fu Napoleone stesso che si spingeva verso la madre: le ha impiantato questa proprietà, questa tendenza. La scienza dello spirito non esclude mai che anche l’esteriore sia reale.
Quando si dice: eccoti un uomo, perché vive? l’uomo materialista può rispondere: perché respira. Un altro può dire: lo so meglio — non potrebbe vivere se tre mesi fa non l’avessi tirato fuori dall’acqua! Non è forse vero anche questo legame, accanto al primo? Si crede sempre che i nessi naturali siano annullati dai nessi spirituali. Se pure qualcuno prova che ha ereditato certe proprietà da suo padre, da suo nonno e così via, rimane vero che anche lui ha creato le condizioni. Così si possono studiare le cause fisiche delle malattie che si diffondono.
Si può domandare astrattamente perché questo o quell’uomo sia morto prematuramente. Ma tutto ciò ha pure i suoi fondamenti nel mondo spirituale. Mentre qui sulla Terra si sviluppano malattie, certe entità spirituali debbono operare per portarle dal mondo spirituale al mondo fisico.
Quando osserviamo i morti che entrano in questa dimora mentre il corso naturale della vita non si è ancora compiuto, coloro che forse non solo nella loro giovinezza, nel fiore degli anni, morirono di malattia, ma furono anche perseguitati da sventure e sofferenze lungo la vita, il chiaroveggente, osservando queste sorti — realmente innumerevoli — con chiaroveggenza, si trova di fronte a un fatto raccapricciante: vede un campo di malattia e morte, completamente dominato da certi spiriti maligni che portano malattia e morte sulla Terra.
Se si prova a seguire il corso di queste anime, che furono uomini senza coscienza sulla Terra, si scopre che ora divengono servi di questi spiriti maligni di malattia, morte e sventura, per provocare queste morti premature e questi destini crudeli.
Ecco il nesso! La vita diviene intelligibile solo quando la si osserva nel suo insieme, non quando se ne estrae un breve segmento fra nascita e morte. Questo lasso di tempo dipende intimamente da ciò che lo ha preceduto nell’ingeneratezza, nel mondo prenatale puramente spirituale. Con tutto il nostro essere siamo dipendenti da ciò che nella realtà spirituale è venuto prima. Lo si comprende al meglio quando il chiaroveggente riesce a esaminare tale apparenza — di cui molti crederebbero di poter fare obiezione alla ricerca spirituale. Alcuni, infatti, affermano: voi riconducete le capacità e i destini umani a vite terrestri precedenti, ma guardate la famiglia Bernoulli con i suoi otto matematici! Si vede chiaramente che certe proprietà si ereditano di generazione in generazione! Se però si studia realmente tale apparenza con lo sguardo del chiaroveggente, risulta questo: tutto ciò che in una qualsiasi forma d’arte appare nel mondo e che già riempie gli uomini di presentimento del mondo soprasensibile — e l’arte lo ha sempre fatto — è il frutto dell’esistenza nel mondo soprasensibile. Chi entra in questo mondo con capacità artistiche le porta con sé perché attraverso vite terrestri precedenti, o per speciale grazia nel tempo prima della nascita, prima del concepimento, ha già vissuto in modo particolare nel mondo dell’armonia delle sfere; e poiché ora manifesta una certa inclinazione proprio verso un corpo fisico umano che può dargli la capacità di esprimere nel mondo fisico ciò che ha percepito.
Nessuna anima umana cerca di incarnarsi in un corpo, in una linea generazionale dove proprietà musicali si ereditano, se non ha acquisito nella vita precedente la capacità di percorrere, fra morte e nuova nascita, proprio ciò che qualifica per quest’arte, per poi nascere in un corpo particolarmente musicale.
Sono presenti solo le dotazioni iniziali nella linea ereditaria.
Un buon orecchio musicale si eredita; questi organi si trasformano però, ancora nella vita germinale prenatale o dopo la nascita, secondo le capacità particolari dell’anima. Il primo strumento su cui l’uomo suona è il suo stesso organismo, e questo è davvero uno strumento assai, assai complesso; entità divine spirituali hanno impiegato tutti i tempi dello sviluppo di Saturno, del Sole e della Luna per preparare questo strumento. Veniamo al mondo con una saggezza davvero maggiore di quella che possiamo acquisire in seguito. L’uomo si crede molto saggio quando comincia a poter pensare; ma la saggezza che produciamo quando iniziamo il pensiero è in realtà scarsa rispetto a una saggezza molto più grande che abbiamo acquistato, ma che perdiamo in un determinato momento.
Quando nasciamo, il nostro cervello è ancora molle; i collegamenti che vanno dal cervello ai singoli organi sono ancora non sviluppati, e durante l’infanzia possediamo questa saggezza per accordare gli organi, per suonare lo strumento. Più tardi, nel momento in cui cominciamo a ricordare, quando diveniamo consapevoli di noi stessi, abbiamo già perduto questa capacità; nella primissima infanzia essa è molto superiore. Questa è una saggezza grandiosa, applicata per farci divenire noi stessi questo strumento complicato. Essa dovrebbe riempirci di grande rispetto per ciò che siamo, finché siamo ancora nel seno della saggezza divino-spirituale.
Allora comprendiamo come in realtà entriamo nella vita con una saggezza assai maggiore di quella che potevamo sapere prima; possiamo così farci un’idea di quale sia questa saggezza ancora prima, nella vita che precede lo stato germinale.
Ciò è straordinariamente significativo, poiché lo sguardo del chiaroveggente riconosce: quanto più guardiamo indietro, tanto maggiore è la saggezza e la capacità dell’uomo. Osserviamo ora con lo sguardo del chiaroveggente l’anima di un uomo che è divenuto servo degli spiriti maligni di malattia e morte. In un’anima tale vediamo come la saggezza di cui l’uomo è capace si sia estinta per il fatto che egli si è degradato.
Un tale spettacolo offre un aspetto terribile: un’anima una volta destinata a dispiegare la massima saggezza, e ora così profondamente avvilita da divenire serva delle potenze arimaniche! Quando l’uomo è entrato nella incarnazione fisica, quando ha ravvolto attorno a sé il corpo fisico, allora, per il fatto che partecipa alla vita spirituale, che raccoglie in sé il mondo spirituale, può vivificare la sua anima e renderla capace, nel passare attraverso il tempo fra morte e nuova nascita, di avere attorno a sé un mondo spirituale — oppure può rendersi ottusa. Ottusa diviene un’anima tale, quando qui fra nascita e morte non ha voluto ricevere nulla che la rendesse capace di vedere un mondo spirituale attorno a sé. Allora ci vediamo come singola anima in relazione con l’intera vita spirituale del mondo; allora ci sentiamo scorporati dall’intera vita del mondo; allora avvertiamo la necessità di non lasciar appassire le nostre forze spirituali acquisite, ma di coltivarle, affinché non ci estinguiamo gradualmente dal mondo.
Potrebbe qualcuno obiettare: voglio estinguermi dal mondo circostante, poiché la vita non mi importa. Ma questo estinguersi non equivale ad annientamento; questo estinguersi è solo un’assenza dal mondo circostante. Allora non si esiste per l’ambiente, ma si esiste ancora per se stessi.
Estinguersi significa solitudine nel mondo spirituale, significa vivere come su un’isola, soli, isolati, senza possibilità di comprensione reciproca.
Lo si consegue quando ci si esclude dal mondo spirituale. Possiamo usare l’immagine seguente. Imprimetela bene, consideratela come una buona base per la meditazione: man mano che l’uomo progredisce nello sviluppo dei mondi, diviene sempre più libero.
Sempre egli si sviluppa in modo tale da vivere come su un’isola; da un’isola all’altra debbono giungere i nostri appelli, la nostra comprensione. L’uomo che nel futuro parteciperà alla vita spirituale dell’umanità potrà comprendersi di isola in isola con tutti coloro che vivono liberamente sulle isole. Chi invece fugge la vita spirituale sarà sulla sua isola, e se vorrà comprendersi con coloro che ha già conosciuto in precedenza, non potrà farlo. Il suono in lui si spegnerà, avrà il presentimento: là, laggiù su quell’isola sono i miei, quelli che mi appartengono. Ma nulla giunge a lui, ascolterà e non sentirà nulla. La scienza spirituale ci dà il linguaggio attraverso il quale nel futuro avremo la possibilità di giungere dalla solitudine alla comprensione reciproca. Gli enunciati che provengono da scritti occulti sono talvolta assai più profondi di quanto si pensi. Quando avvenne il Mistero del Golgota, fu il primo annunzio di ciò che l’uomo ha bisogno affinché trovi la comprensione da un’isola designata all’altra. Ora sopraggiunge il secondo annunzio: la scienza dello spirito antroposofica, che deve rendere il mistero di Cristo sempre più chiaro all’anima umana. Ciò che Cristo ha detto si trova accennato in molte parole.
Fra le più profonde vi è anche questa: «Se due nel mio nome sono uniti, io sono in mezzo a loro». Ma questo nome lo si imparerà a comprendere solo quando si avrà appreso il linguaggio spirituale. All’inizio della proclamazione cristiana lo si poteva ancora trovare ingenuamente; in futuro solo coloro che conosceranno Cristo in modo spirituale lo riconosceranno.
Può sembrare oggi a molti sciocco che il linguaggio spirituale, di cui gli uomini hanno bisogno per non isolarsi, per non separarsi nella morte, nel morire, per trovare la possibilità di passare da un’isola all’altra, venga chiamato scienza dello spirito.
Ciò che ho tentato di dirvi oggi vi darà l’idea completa del perché ci riuniamo per coltivare la scienza dello spirito. Chi lavora consapevolmente oggi per la scienza dello spirito segue quegli appelli, quelle voci che anche colui che avverte il desiderio di ascoltare qualcosa del mondo spirituale segue più o meno. Queste voci, questi appelli provengono dal mondo spirituale stesso e anche dalla necessità che si avverte dal mondo spirituale stesso, quando parlano le anime umane che vivono fra morte e nuova nascita; quando parlano anche le altre entità spirituali delle diverse gerarchie. Quando tutti questi appelli ci giungono, potranno risvegliare nelle nostre anime ciò che porterà sempre più l’umanità a coltivare quella vita spirituale che noi nei nostri rami coltiviamo e che anche in questo ramo nel futuro dovrà essere devotamente coltivata. Questo sia il desiderio che oggi al termine di queste meditazioni voglio riporre nelle vostre anime e dal quale spero ardentemente che nelle vostre stesse anime arda sempre più intensamente, per il progresso del lavoro scientifico-spirituale, alimentato da vera calorosità scientifico-spirituale. 174 ANTROPOSOFIA COME CONTENUTO DI SENTIMENTO E DI VITA.
Quando nelle nostre considerazioni antroposofiche talvolta ci fermiamo e poi ci chiediamo: che cosa ci spinge in un movimento spirituale come il nostro?
— possiamo naturalmente darci risposta da vari punti di vista.
Uno di questi punti di vista, quello che può dar risposta più conforme al nostro sentimento, alla nostra emozione, sebbene non l’unico, è però il più importante: la considerazione di quella vita che l’anima umana percorre fra la morte e una nuova nascita.
Gli eventi che si svolgono nel lungo tempo fra la morte e una nuova nascita non sono affatto minori di quelli fra nascita e morte; possiamo però evidenziare solo singoli di questi importanti eventi che attraversiamo. Tuttavia si può dire che dovunque si consideri la vita fra morte e nuova nascita, essa ci convince sempre che l’umanità deve incamminarsi verso un’epoca in cui saprà e sentirà qualcosa dai mondi soprasensibili. Ora vogliamo entrare subito nel concreto, nel particolare. Quando al chiaroveggente che ha la possibilità di osservare la vita fra morte e nuova nascita si presenta il quadro seguente, già questo quadro solo può imporgli il compito urgente di operare per la conoscenza del mondo spirituale.
Un uomo è morto. Il chiaroveggente lo ricerca, lo cerca di osservare nel tempo dopo che quell’uomo ha attraversato la porta della morte. Nel modo con cui ci si comprende con i morti, si può udire dal defunto qualcosa — è proprio un caso ben determinato. Egli dice: là ho lasciato mia moglie, so che ancora giace nel mondo fisico. — Naturalmente non lo dice con parole fisiche. — Quando vivevo con lei nel mondo fisico, dopo che mi ero dedicato ai miei affari da mattina a sera, lei era ogni momento il mio sole, ogni parola che pronunciava mi rendeva beato; ed era così che non potevo immaginare di aver potuto vivere questa vita, se non fosse stata continuamente illuminata da questa mia compagna di vita.
Poi ho varcato la porta della morte e l’ho lasciata; ora soffro di nostalgia, ora sento che tutto questo mi manca, cerco con l’anima anelante di trovare un cammino verso questa mia compagna di vita.
Ma non trovo quest’anima, non riesco a penetrarla, è come se non fosse. E quando talvolta ho il presentimento di sentirla, come se fosse lì vicina, allora è come se fosse muta, così che posso solo paragonarla all’incontro di due persone, di cui l’una vorrebbe che l’altra gli rivolgesse parole, ma l’altra è muta e non può dire nulla. Così l’anima è divenuta muta per me, quell’anima che per tutto il tempo della vita fisica mi rendeva beato. — Ebbene, quando si ricerca ciò che sta alla base di tale fatto, si riceve la risposta: non c’è lingua comune fra il morto e il vivo che rimane. Non c’è nulla che possa far penetrare l’anima attraverso quella sostanza che la fa restare percettibile. Poiché non c’è lingua comune, questi due spiriti si sentono separati. Non è sempre stato così. Se risaliamo nella storia dell’evoluzione umana, troviamo che le anime possedevano una certa eredità spirituale di quella spiritualità attraverso la quale potevano essere percettibili l’una all’altra, indipendentemente dal fatto che stessero qui sul piano fisico o che l’una fosse qui nel fisico e l’altra nel mondo spirituale.
Ma questo antico tesoro di interiorità spirituale oggi è esaurito, non c’è più, e può davvero accadere il caso doloroso che un’anima, così amata da un’altra come è stato detto, non sia più trovata dall’altra anima oltre la morte, perché nell’anima rimasta non vive nulla che possa essere percepito dalla morta. Ciò che può essere percepito dall’anima defunta è la conoscenza spirituale, il sentimento e la percezione spirituale; è il legame dell’anima qui sulla Terra con il mondo spirituale.
Se rimane un’anima che si occupa qui di conoscenza, di sapere del mondo spirituale, che lascia fluire attraverso di sé il pensiero di queste cose, allora questi pensieri possono essere percepiti dall’anima che se ne è andata.
Non bastano nemmeno i vecchi sentimenti religiosi a dare all’anima qualcosa che possa essere percepito dall’altra anima. — Se questo caso fosse proseguito nella ricerca, si mostrerebbe al chiaroveggente che anche quando entrambe le anime hanno varcato la morte, le anime defunte possono percepirsi solo debolmente — ma non possono realizzare una comprensione reciproca agevole, perché non possono condividere una lingua comune. Come chiaroveggente si scopre il significato profondo dell’antroposofia: è il linguaggio che gradualmente parleranno i vivi e i morti, coloro che vivono nel mondo fisico e coloro che vivono fra morte e nuova nascita. Le anime rimaste, che hanno assorbito rappresentazioni dei mondi soprasensibili, possono essere percepite e osservate da coloro che se ne sono andati.
Se hanno diffuso amore prima della morte, possono farlo anche dopo. Questo ci convince che l’antroposofia è un linguaggio che rende percettibile ciò che avviene nel mondo del fisico per il mondo del soprasensibile. Sì, il genere umano sulla Terra è in prospettiva che le anime diventino sempre più sole, non possano più lanciare ponti l’una verso l’altra, se le anime non troveranno il legame che deve essere tracciato da anima ad anima attraverso l’accoglimento di concetti spirituali. Questa è la realtà dell’antroposofia, poiché essa non è una mera teoria. Il sapere teorico è il meno importante; ciò che riceviamo è un vero elisir dell’anima, una vera sostanza. Per mezzo di questa sostanza, l’anima che ha varcato la morte vede quell’anima rimasta.
Si può dire: il chiaroveggente che comprende questo, che una volta riconosce un’anima tale, che anela di percepire ciò che ha lasciato sulla Terra, ma non può percepirlo, perché la famiglia interessata non è ancora entrata nella scienza dello spirito, il chiaroveggente che ha osservato le sofferenze che le anime in tali privazioni possono patire, sa che non può fare altrimenti che parlare ai suoi simili della saggezza spirituale e ritenere giunta l’epoca in cui la saggezza spirituale deve entrare nei cuori umani.
Possiamo dire che coloro che derivano dalla conoscenza dei mondi soprasensibili stessi la loro missione di parlare di questi mondi soprasensibili, sentono ciò come una necessità urgente, contro la quale non potranno mai agire; sarebbe il peccato più grave. Così sentono la necessità di rendere proclamazioni spirituali, rivelazioni sui mondi soprasensibili. Da ciò che è stato appena detto, potete desumere quale serietà straordinaria è legata alla necessità di annunci spirituali. Ma c’è anche un altro aspetto della comprensione fra i vivi e i morti. In questo senso però non siamo ancora avanzati, ma arriverà. Per comprendere come gradualmente i vivi potranno raggiungere una sorta di comprensione con coloro che sono morti, dobbiamo fare la seguente considerazione.
L’uomo sa il meno possibile del mondo fisico. Infatti, come si procura la sua conoscenza del mondo fisico? Per mezzo dei suoi sensi, applicando la sua fantasia, percependo ciò che gli si presenta nel mondo esteriore. Ma questa è solo la parte più piccola di ciò che il mondo contiene. Contiene ancora qualcosa di completamente diverso. Vorrei che vi faceste un’idea di ciò: che c’è qualcosa nel mondo molto più importante del reale sensibile. Non intendo il mondo soprasensibile, bensì qualcosa d’altro. Immaginate di essere abituati ogni giorno ad andare al vostro ufficio alle otto del mattino; d’improvviso notate che oggi andate tre minuti dopo, ed ecco che attraversate una piazza dove avreste dovuto passare sotto una specie di rimessa con un tetto poggiante su colonne, e mentre oggi arrivate tre minuti dopo, vi diventa chiaro che — se foste arrivati in tempo come al solito — sareste stati schiacciati dal tetto crollato.
Raffiguratevelo! Accade che uno perda un treno che ha un incidente.
Se fosse rimasto su quel treno, sarebbe perito. Sono tutte cose che non sono accadute, perciò l’uomo non le nota. Quando abbiamo un tale evento davanti, attraverso il quale veniamo spinti col naso, allora produce in noi un’impressione ben determinata. Ma da mattina a sera possono sempre accadere tali cose, che non vi hanno toccato nel corso della giornata. È incalcolabile. Tutte queste sono cose che forse possono sembrare “spiritualizzate”, però appartengono alle parti più importanti della vita. Avrete un certo sentimento quando vedete, diciamo ad esempio, un uomo a Berlino che aveva un biglietto per il Titanic; l’incontra un conoscente che gli dice: voglio che tu non viaggi col Titanic! — e lo dissuade dal viaggio. Il Titanic affonda — egli è scampato alla morte. Questo produce un’impressione duratura su tale persona! — Questo è un caso particolare. Ma tali cose possono sempre accadere inosservate; se però vengono osservate, producono sull’uomo un’impressione emotiva, sentimentale. Consideriamo però la cosa da un altro lato: quante impressioni emotive, sentimentali ci sfuggono perché non osserviamo ciò da cui siamo preservati! Se potessimo osservare tutto ciò che sta per accadere e di cui passiamo accanto, cammineremmo per il mondo con tutt’altro sentimento. Ora il chiaroveggente scopre la seguente possibilità: supponiamo che la cosa sia reale. Voi venite tre minuti dopo del solito sulla piazza. In quel momento è il momento più favorevole, quando un morto che vuol farsi sentire parla nella vostra anima.
Voi potete avere il pensiero, la sensazione: da dove viene ciò che sorge nella mia anima? Questo non ha bisogno di accadere solo in un tale caso particolare, può accadere in molti modi. Comincerà quando gli uomini inizieranno a osservare anche il mondo del possibile e non solo il mondo del reale.
Oggi si osserva solo il mondo del reale.
Reali ad esempio sono le molte aringhe nel mare; possibili però solo perché sono stati deposti infiniti semi. Così alla base della vita giace un’infinita pienezza di possibilità. Questo è ciò che produce un’impressione infinitamente significativa sul chiaroveggente, quando giunge al confine fra due mondi. Lì il chiaroveggente ha l’impressione: come è infinitamente ricco ciò che in questo mondo soprasensibile accade, e solo una piccola parte si realizza nel nostro mondo dei sensi! — Quando si sente questo, si sente anche: l’infinito giace celato nel fondamento dell’essere. — Questo sentimento si svilupperà attraverso le considerazioni antroposofiche.
Si svilupperà un sentimento per il fatto che in ogni punto dove c’è qualcosa di reale esteriormente, c’è qualcos’altro dietro. Dietro ogni fiore, dietro ogni corrente d’aria, dietro ogni pietruzza e cristallo giacciono infinite possibilità. Questo sentimento l’uomo gradualmente lo svilupperà in modo tale da coltivare sempre più la devozione, la reverenza verso il nascosto. Se sviluppa sempre più questo sentimento, allora da sé giungerà al fatto che in tali momenti, come sono stati or ora descritti, coloro che sono morti per la vita terrena gli parlano. Questo accadrà nel futuro in modo che l’uomo sentirà come qualcosa di naturale: ora nella mia anima ha parlato un morto. — Gradualmente saprà da dove viene questa comunicazione, cioè, chi parla. Solo perché gli uomini oggi passano così disattenti accanto all’infinito mondo del possibile, all’infinita profondità del possibile, non sentono ciò che i morti così vorrebbero far risuonare nei cuori dei vivi. Da questo duplice fatto che vi ho detto: che per mezzo dei vivi, per mezzo dei pensieri degli antroposofi qui, qualcosa si produce che diviene percettibile per i morti — e che i morti potranno parlare ai cuori che si siano addentrati nel sentire spirituale —, da questo fatto potete desumere quale rivolgimento la diffusione dell’antroposofia porterà per tutta l’umanità.
Un ponte sarà gettato fra i mondi qui e i mondi laggiù.
Ed è vero che la vita sarà diversa fra morte e nuova nascita.
Questo non sarà solo una teoria, bensì un passaggio nella realtà, così che ci sarà comprensione fra i cosiddetti vivi e i morti, che però sono molto più vivi. E allora anche le anime qui sentiranno ciò che può divenire così fecondo per i morti. Poiché non si può renderlo realmente fecondo se non si sente quale beneficio possa essere per i morti quando si legge loro. Prendiamo un caso estremo. Potete sperimentare, quando convivete con altri uomini come fratelli, sorelle, genitori o coniugi, che mentre l’uno sente la spinta a venire alla scienza dello spirito, l’altro addirittura sviluppa odio quando il primo vi si accosta. Quanto spesso si può sperimentare questo! Così può accadere nella coscienza, ma non ha bisogno di accadere così nell’anima stessa. Lì può accadere qualcosa d’altro. C’è l’inconscio nel corpo astrale. Mentre qualcuno infuria appassionatamente e reclama contro la scienza dello spirito, può accadere che inconsciamente senta tanto più fortemente la spinta, l’anelito di sperimentare lui stesso qualcosa della scienza dello spirito. Quando si è varcata la porta della morte, le cose diventano vere; lì non si può mascherare nulla. Qui sulla Terra si può mentire, dissimulare; dopo la morte però tutte le cose diventano vere; vi mostrano il loro vero volto. Se durante la vita ci si è ancora così intorpiditi nel reclamare contro la scienza dello spirito, dopo la morte emerge una spinta verso di essa, e si soffre dolore, perché questa spinta non può essere soddisfatta. Allora il vivo può immaginarsi seduto di fronte al defunto con i pensieri, e può percorrere in pensiero cose spirituali, e il morto lo comprende; e se il morto non è stato antroposofo, se è solo il vivo, il morto percepisce comunque il vivo.
Ciò che si potrebbe chiamare una certa inclinazione verso la lingua che si è parlato in vita, deve essere tenuto in considerazione, perché nei primi tempi dopo la morte il morto mantiene ancora un certo legame con la stessa lingua che ha parlato in vita.
Perciò è bene, in pensiero, assorbire la lingua che il morto ha parlato; però dopo cinque, sei, otto anni, talvolta anche prima, risulta che la lingua dello spirito è tale che per essa la lingua esteriore non è ostacolo e che il morto può comprendere pensieri spirituali anche se non ha conosciuto la lingua nella vita.
In ogni caso, si è dimostrato come qualcosa di straordinariamente bello il fatto che i nostri amici hanno letto ai defunti, specialmente anche a quelli che in vita non erano antroposofi. Ciò si è rivelato come un servizio di amore fra i più grandi, una beneficenza straordinaria. E in ciò che vogliamo raggiungere, non rientra solo che vogliamo diffondere esteriormente l’antroposofia come dottrina — questo dobbiamo farlo ed è necessario —, ma l’antroposofia dovrà agire anche in modo molto più silenzioso nell’anima. Compiti spirituali per così dire potranno svilupparsi, attraverso cui molto può essere conseguito per il proseguimento dell’evoluzione delle anime dopo la morte. E questo è ciò che sempre più dobbiamo raggiungere: aiutare a superare una grande difficoltà per le anime che stanno fra morte e nuova nascita, difficoltà che sta nel fatto che l’antico patrimonio spirituale è esaurito e un’epoca è sopraggiunta in cui l’orientarsi alle anime dopo la morte diviene straordinariamente difficile e il trovarsi fra morte e nuova nascita alle anime risulta quasi impossibile. Allora il chiaroveggente vede come le anime fra morte e nuova nascita vengono costrette a compiti che debbono risolvere, che però non comprendono.
Così è per esempio un fatto: il chiaroveggente che rivolge il suo sguardo alla vita fra morte e nuova nascita, può scoprire anime che debbono compiere una determinata funzione: in certi periodi debbono essere servi di quelle potenze, che conosciamo come gli spiriti della morte e della malattia.
Parliamo qui di quella morte che non si intende come una manifestazione regolare della vita, bensì della morte che sopraggiunge agli uomini fuori dal tempo stabilito, quando gli uomini muoiono nel fiore dei loro giorni.
Quando insorgono malattie, sono eventi fisici; ma sono cagionati da forze che dal mondo soprasensibile si riversano nel nostro. Alle malattie che si diffondono soggiacciono le azioni di entità soprasensibili. Certi spiriti hanno il compito di recare morte prematura. Che questo sia fondato anche nella saggezza, per ora non possiamo toccare; però è importante notare che scopriamo anime che sotto il giogo di tali entità sono piegate. E per il chiaroveggente, sebbene si sia abituato a una certa serenità, è tuttavia doloroso e sconcertante assistere a come coloro che sono sotto il giogo debbono servire, per portare malattia e morte agli uomini. E quando il chiaroveggente prova a seguire tali anime fino al tempo della loro vita precedente, trova la causa per cui queste anime sono condannate a essere servi degli spiriti di malattia e morte: queste cause giacciono nella mancanza di coscienza che queste anime hanno sviluppato durante la vita fisica. Nella misura in cui furono senza coscienza, nella stessa misura si condannano a essere servi di queste entità malvagie. Come causa ed effetto sono uniti quando sfere si urtano, così necessariamente gli uomini senza coscienza debbono essere servi di queste entità malvagie. È sconcertante! Un altro fatto che il chiaroveggente vede: tali anime sono sotto il giogo degli spiriti arimanici, debbono preparare le cause spirituali di tutto ciò che qui accade come resistenza, come ostacolo al nostro agire. Arimane ha appunto questo compito.
Tutte le resistenze che sorgono qui, sono dirette dal mondo spirituale.
Sono servi di Arimane. Come si condannano tali anime a questo servizio? Per il fatto che nella loro vita fra nascita e morte si sono dedicate alla comodità. E se considerate come la comodità è largamente diffusa, scoprirete che ci sono infinite reclute per Arimane. La comodità è quella che nella massima misura governa la vita. — Anche gli economisti più recenti sono giunti a contare con la comodità degli uomini, non solo con l’egoismo e la concorrenza. La comodità è un fattore. Ora si presenta diversamente, se si hanno tali esperienze in modo che ci si possa orientare, che si sappia perché le si vive, oppure se le si vive completamente inconsapevolmente, senza sapere perché si debba servire tali spiriti.
Se si sa perché si è sotto il giogo degli spiriti che portano le pestilenze, allora si sa anche quali virtù ci si deve acquistare nella prossima vita, affinché si possa creare un compenso cosmico, per eliminare dal mondo ciò che agisce in questa direzione. Se si è disorientati in queste esperienze, si crea bensì lo stesso karma, ma si crea di nuovo ciò che verso la seconda incarnazione deve costituire il compenso, e così si ritarda il vero progresso. Perciò è importante che l’uomo qui impari queste cose. Vivrà le esperienze dopo la morte; imparare a orientarsi deve qui. Abbiamo di nuovo un fatto che rende una necessità cogente creare un nuovo orientamento attraverso la diffusione delle verità spirituali, perché il vecchio orientamento non può più esistere. Sulla domanda: perché siamo antroposofi? — possiamo dalla realtà spirituale stessa darci una risposta, che parla molto al nostro sentimento, alla nostra emozione, non solo alla nostra ragione. E così vediamo l’antroposofia sempre più come un linguaggio universale, come un linguaggio che ci permetterà di abolire il muro divisore fra i diversi mondi in cui le nostre anime vivono, una volta nel corpo fisico, un’altra volta fuori dal corpo fisico; e così crollerà il muro divisore di fronte al mondo soprasensibile, quando la scienza dello spirito realmente si innesta nelle anime degli uomini.
Questo dobbiamo sentire, percepire; allora abbiamo il vero, l’interiore entusiasmo per la scienza dello spirito.
Mi permetta di parlare di un’altra manifestazione. Per il chiaroveggente viene un momento, che nella vita delle anime fra morte e nuova nascita si rivela e che diviene straordinariamente significativo per il chiaroveggente, ma anche per coloro che la vivono.
Il momento per alcuni è più arretrato, per altri più inoltrato. Quando si segue con lo sguardo chiaroveggente il sonno, allora, quando l’uomo con il corpo astrale e l’Io è fuori dal corpo fisico e riguarda indietro il corpo fisico e il corpo eterico, l’impressione è quella che per lo più il corpo fisico si presenta come lentamente morente. Solo nei primissimi anni d’infanzia, finché il bambino non ha comprensione, fino al momento in cui il nostro ricordo risale, il sonno nel corpo del bambino appare come qualcosa che germoglia e prospera; però inizia molto presto, così che al chiaroveggente appare evidente che il corpo fisico dopo l’ingresso nella vita lentamente muore di nuovo; la morte è solo l’ultimo atto di questo processo. La cosa sta così: il sonno serve a compensare le forze consumate. Ma questo compenso è solo incompleto; questo residuo è sempre un piccolo pezzo di causa di morte. Quando tanti residui si sono accumulati che le forze di ripristino non riescono più a contrastarli, allora l’uomo muore della morte fisica. Perciò, quando si guarda al corpo umano, si vede realmente la morte lentamente compiersi. Si muore davvero dalla nascita lentamente. L’impressione è piuttosto seria quando se ne viene a conoscenza la prima volta. Fra morte e nuova nascita viene il momento in cui l’anima inizia a sviluppare le forze attraverso le quali entra nella prossima esistenza.
Mi permetta di mostrare con un esempio ciò che intendo.
Oggi esistono già molti libri sulle doti di Goethe. Si ricerca nei suoi antenati da dove egli abbia ereditato questa o quella proprietà. Si cercano le cause nella linea ereditaria fisica. Non si deve contestare che esse vi si possono cercare; però chi può seguire l’anima fra morte e nuova nascita, trova quanto segue. Prenda l’anima di Goethe. Molto, molto tempo prima che sia nata, essa già agisce dal mondo soprasensibile sui suoi antenati, sta già in relazione con gli antenati attraverso le sue forze. Essa agisce addirittura in modo tale che in maniera appropriata si riuniscono quegli uomini e quelle donne che dopo lungo tempo possono dare le giuste proprietà di cui l’anima ha bisogno. Non è questo un lavoro facile, poiché molte anime vi partecipano. Se vi immaginate che dalle anime del sedicesimo secolo nel diciottesimo secolo gli uomini discendono e che tutti questi già prima collaborano, dovete comprendere che una tale comprensione è una cosa importante. Le anime che nel diciottesimo, diciannovesimo secolo nascono, già nel sedicesimo secolo debbono comprendersi, affinché si possano istituire tutte le reti di relazioni familiari. C’è molto da fare fra morte e nuova nascita. Non solo che abbiamo da fare in senso obiettivo, che passiamo una parte del nostro tempo con servizi verso gli spiriti della resistenza, dobbiamo anche lavorare alle forze che permettono in generale la nostra reincarnazione. Allora la cosa si presenta così: dobbiamo già elaborare la forma nel suo archetipo originario. Questo produce un’impressione contraria da quella che il chiaroveggente contempla quando guarda al corpo fisico ed eterico che dorme. Il corpo fisico ed eterico nel sonno si presentano come qualcosa che muore; quello che però costruisce lì come archetipo e si ritira nella natura fisica, mostra l’impressione del germogliante, del diveniente.
Così c’è un momento importante fra morte e nuova nascita: giace fra il ricordo della precedente esistenza e il passaggio alla prossima esistenza, lì dove l’uomo inizia a lavorare al divenire della sua organizzazione fisica.
Se vi immaginate la morte fisica e in confronto questo momento, in esso avete il contrario della morte fisica. La morte fisica è un passaggio dall’essere fisico al non-essere; il momento descritto è un passaggio dal non-essere al divenire. Completamente diversamente si vive questo momento quando lo si comprende, da quando non lo si comprende.
Un tale concetto come quello del contrario della morte, di ciò che avviene fra morte e nuova nascita, dovrebbe realmente divenire sentimento nell’anima di un antroposofo. Non dovrebbe essere compreso solo secondo la ragione, bensì intimamente sentito; allora si può sentire l’arricchimento che la nostra vita riceve quando tali concetti sono assunti dall’anima. Allora sopraggiunge ancora qualcosa: che l’anima gradualmente sviluppa un sentimento per tutto ciò che esiste nel mondo. Quando si cammina attraverso un bosco in primavera e prima si è meditato sul concetto che ho appena menzionato, non si è lontani dal percepire, se si presta attenzione, gli spiriti che fra le cose fisiche operano e regnano. La percezione del mondo spirituale non sarebbe davvero difficile, se gli uomini non se la rendessero difficile da soli. Se si sforzano di portare ciò che è assunto in concetti a divenire sentimento, di destarlo interiormente a vita, questo sforzo può portarli alla contemplazione. Per mezzo di queste cose, come sono state oggi esposte, desidero contribuire a che questo impulso verso la scienza dello spirito diventi vivo. L’esposizione di tali cose è sempre in modo tale che si sente: è come un balbettio, perché il nostro linguaggio è solo per il mondo fisico — e ci si deve sforzare, mediante mezzi espositivi molto particolari, di portare almeno una piccola concezione di queste cose.
Ma proprio tale modo di parlare di queste cose può destare nei nostri cuori, ciò che si può designare antroposoficamente come contenuto di sentimento.
Questo dovrebbe la scienza dello spirito divenire per noi: un contenuto di sentimento, un contenuto di vita, così che nell’assunzione di concetti spirituali non vediamo qualcosa di scarso, bensì vi andiamo volentieri incontro; allora però anche non vediamo la cosa principale in questi concetti, bensì in ciò che l’antroposofia fa di noi.
Nella seconda metà dell’anno precedente mi è stato assegnato il compito di condurre alcune ricerche occulte sulla vita fra la morte e una nuova nascita.
Certo, da varie prospettive abbiamo già descritto quanto si manifesta in questo stato, tuttavia una conoscenza completa, una vera penetrazione di questa fase dell’esistenza umana diventa possibile soltanto quando esaminiamo il tema dai più differenti angoli visuali. Sebbene tutto ciò che si ritrova negli scritti e nei cicli su questo argomento sia giusto, possiamo ancora aggiungere tutto quello che proporremo stasera e forse anche fra due giorni riguardo a questa questione.
Quando l’uomo ha attraversato la porta della morte, quando cioè ha deposto il suo corpo fisico e il suo corpo eterico, allora l’anima è dapprima rivolta soprattutto ai ricordi della vita terrestre trascorsa. Sappiamo già che l’anima ha bisogno di un certo tempo per disabituarsi, se così possiamo esprimerci, da tutto ciò che l’ha legata all’ultima vita terrestre. Ora immaginiamo questa emergenza dall’ultima vita terrestre in relazione con l’intero universo, con il mondo.
Quando l’uomo — e non è soltanto dopo la morte, ma accade già nel sonno — abbandona il suo corpo fisico e il corpo eterico e dunque vive soltanto nel corpo astrale, che possiamo chiamare anche il principio animico, allora accade qualcosa di straordinario: si verifica un’espansione completa, una dilatazione del nostro essere nello spazio. Ogni notte, in realtà, ci espandiamo infinitamente attraverso gli spazi stellari.
189 Dopo la morte, l’uomo si estende sempre più, gradualmente, così che dobbiamo ricercare la sua — ora non possiamo più dire: corporeità —, bensì la sua essenza animica entro l’orbita della Terra, dapprima ben oltre la sfera dell’aria.
Continuamente si dilata sempre più, finché l’uomo — per quanto paradossale, la cosa è così — ha esteso il suo essere animico su tutta la superficie sferica che coincide alla fine con l’orbita della Luna intorno alla Terra. Cresciamo fino a raggiungere una tale grandezza che il confine del nostro essere è l’orbita della Luna intorno alla Terra. Finché in questa crescita prosegue il processo, dura quello che possiamo chiamare il tempo di Kamaloka. È il tempo della connessione interiore con l’ultima vita terrestre. Poi l’espansione prosegue.
Effettivamente ci dilatiamo verso il cielo stellato, e inizia allora il periodo in cui l’uomo cresce tanto che il confine estremo del suo essere può essere designato come l’orbita che oggi, in termini astronomici, descrive Venere, mentre occultamente è il Mercurio. Ora la natura dell’essere dell’uomo, dopo aver lasciato la sfera lunare, dipende da come egli abbia trascorso la vita fra la nascita e la morte. Quando ci espandiamo nel cosmo fino alla sfera di Mercurio, ci troviamo in essa o in modo da trovare facilmente comunione con gli uomini con i quali convivemmo sulla Terra, con i quali le nostre anime si ritrovarono sulla Terra, oppure può accaderci di non riuscire a trovarvi comunione, di sentirci condannati all’isolamento mentre cresciamo verso la sfera di Mercurio. E il fatto che sentiamo più o meno la tendenza all’isolamento o, se l’espressione è lecita, alla socievolezza dipende da come l’uomo ha trascorso la vita terrestre. Colui che durante la vita si è poco curato di risvegliare nella sua anima sentimenti morali, sentimenti morali, disposizioni etiche, benevolenza e compassione, colui che poco ha coltivato tutto ciò durante l’esistenza terrestre, sente di essere, mentre si estende verso la sfera di Mercurio, condannato all’isolamento dopo la morte. E gli riesce difficile trovare altre anime con le quali è legato.
L’uomo che ha molto sviluppato pietà, sentimento morale, dilatandosi verso la sfera di Mercurio, vive socialmente con altre anime.
Così abbiamo in mano la possibilità di ordinare a nostro piacere la nostra vita fra la morte e una nuova nascita. La sfera di Mercurio, occultamente parlando, è dunque quella sfera dove le nostre qualità morali trovano espressione. È anche quella in cui si manifesta ancora in altro modo tutto ciò che abbiamo coltivato come proprietà morali.
Qui interviene ancora una considerazione — specialmente durante questo passaggio attraverso la sfera di Venere o di Mercurio dopo la morte — il fatto che ha effetto se durante la vita fra la nascita e la morte l’uomo fu un uomo di coscienza o di mancanza di coscienza. Veda, tutto ciò che nel mondo accade nella vita fisica è diretto, è causato infine dal mondo spirituale. Abbiamo spesso considerato la morte naturale per vecchiaia, che deve intervenire nell’uomo perché è quella che propriamente deve raggiungerci dal motivo che la vita vada innanzi di incarnazione in incarnazione nel modo giusto. Ma non esiste soltanto questa morte per vecchiaia fondata bene nell’evoluzione; esiste anche una morte che colpisce l’uomo nel fiore della giovinezza, già nell’infanzia. Esistono nel mondo le più varie malattie, epidemie e simili che penetrano nella vita umana. E infine non sono causate soltanto da cause fisiche, bensì sono determinate, dirette dal mondo spirituale. E proprio è dal regno di Venere, da quel cinto intorno alla Terra, che occultamente possiamo chiamare sfera di Mercurio. Voglio dire: se tracciamo un raggio dalla Terra a Venere e descriviamo un cerchio — del tutto prescindendo dalle relazioni astronomiche — allora occultamente è la sfera di Mercurio; cioè un cerchio non intorno al Sole, ma intorno alla Terra. E in questo cinto, nello spazio occupato da questo cerchio, risiedono le forze dalle quali sono dirette sulla Terra le malattie e la morte; la morte, non in quanto interviene come morte naturale per vecchiaia, bensì irregolarmente.
Lì operano certe entità spirituali, quelle entità che l’occultismo designa come gli spiriti della malattia e della morte.
Colui che, occultamente parlando, entra in questa sfera di Mercurio in modo tale che sulla Terra ha trascorso la sua esistenza come uomo senza coscienza, si condanna al fatto che, mentre passa attraverso questa sfera, diviene servitore di questi — già possiamo chiamarli così — spiriti malvagi della malattia e della morte. Sì, soltanto quando si conosce questo fatto si acquista un vero concetto, una vera impressione di ciò che realmente significa la mancanza di coscienza. La mancanza di coscienza condanna gli uomini a rimanere per un certo tempo fra la morte e una nuova nascita nella sfera di Mercurio sotto il giogo di questi spiriti malvagi. E quando le forze vengono sviluppate, inviate dal contorno sulla Terra affinché epidemie, malattie intervengano, affinché la morte giunga inopportuna, allora queste anime prive di coscienza debbono cooperare come servitori di questi spiriti della malattia e della morte, i quali mandano queste forze nel nostro mondo fisico. Cosa ben diversa è quando fino a questa sfera ha effetto ciò che è molto diffuso sulla Terra: la pigrizia.
La nostra vita sta proprio sotto il segno della pigrizia. Innumerevoli cose gli uomini farebbero diversamente se non fossero pigri. Anche attraverso la pigrizia l’uomo si condanna a divenire per un certo tempo, nella sfera di cui si è parlato, servitore di quelle potenze che stanno sotto Ahriman, che si possono designare come le potenze degli ostacoli, cioè di quegli spiriti che impediscono il lavoro sulla Terra. Diveniamo servitori degli spiriti degli ostacoli per un tempo determinato, più o meno lungo, attraverso tutto ciò che nella nostra anima abbiamo versato mediante la pigrizia. Così comprendiamo come le forze che abbiamo coltivato nella nostra anima durante la vita fisica si ripercuotano sulla vita fra la morte e una nuova nascita.
La sfera successiva verso cui l’anima si espande è designata occultamente come sfera di Venere, astronomicamente come sfera di Mercurio.
Ci prepariamo a essa attraverso proprietà religiose, sentimenti religiosi. Un uomo che durante la vita fra la nascita e la morte ha sviluppato in sé una tale disposizione attraverso cui la sua anima guarda agli impulsi spirituali originari e alle forze originarie del mondo, costui può essere un essere socievole nella sfera di Venere, così da convivere con altre persone con le quali la sua anima si è sentita affine sulla Terra. Ma anche altri spiriti delle gerarchie superiori da quel punto intervengono nella sfera umana, e l’uomo vive colà insieme con spiriti delle gerarchie superiori quando ha sviluppato disposizione religiosa, sentimento religioso, sensibilità religiosa. Al contrario, si condanna all’isolamento, alla chiusura, a un isolamento angoscioso se non ha qui sulla Terra messo la sua anima in connessione con impulsi della vita religiosa. Se è stato ateo sulla Terra, allora dalla sfera di cui si è parlato diviene completamente solitario. E bisogna dire che si condannano a un completo isolamento coloro che oggi propriamente allevono l’assenza di religione. Le persone che si riuniscono, per esempio, nella Lega Monistica, si precludono la libertà interiore di movimento, e poiché qui sotto questa bandiera si sono riunite, si condannano in quella sfera a stare ciascuno nella propria gabbia; ognuno sarà separato dall’altro. La sfera successiva nella quale entriamo è la sfera del Sole.
Ancora una volta le condizioni sono diverse da come lo sono per l’astronomia fisica. Otteniamo questa sfera quando uniamo la Terra al Sole e descriviamo un cerchio con questa linea di congiunzione intorno alla Terra. (Viene disegnato.) Spiritualmente le condizioni sono diverse da quelle fisiche. Ci estendiamo fino a questa sfera, dopo aver attraversato la sfera di Venere. Per questa sfera non ci prepara più quello che ci ha preparati per la sfera di Venere. Per la sfera di Venere possiamo essere così preparati che troviamo comunione con tutte quelle anime umane alle quali siamo state spiritualmente affini fra la nascita e la morte.
Nella sfera di Venere gli uomini sono per così dire chiusi in zone, come le zone sulla Terra dove popoli, razze sono uniti.
Così nella sfera di Venere vi sono zone dove quelli si incontrano che sono affini nel loro sentimento religioso. Ma questo non basta più per la sfera del Sole. Nella sfera del Sole ci si sente soli se sulla Terra ci si era preparati soltanto per una certa forma di sentimento religioso. Nella sfera del Sole si è esseri socievoli soltanto quando, nel migliore senso della parola, si è sviluppata comprensione per ogni sentimento religioso, quando si è sviluppata, per così dire, la vera tolleranza per tutti i sistemi religiosi della Terra. Fino ai nostri tempi, dalla Luce del Golgota, la professione esteriore di religione cristiana era in certo modo sufficiente; poiché questa religione cristiana contiene in certo modo una comprensione che va oltre un sistema religioso limitato in modo completamente diverso da altri sistemi religiosi. Ce ne possiamo facilmente convincere. Molti altri sistemi religiosi sono ancora limitati a certi territori della Terra, e si può, se si vuole vedere, scorgere chiaramente come il confessore della religione indù, del buddhismo e simili già parlerà di un diritto uguale di tutte le religioni e della saggezza religiosa in generale, ma se si approfondisce ciò che egli intende, si trova che intende soltanto la sua propria religione. Egli nel fondo esige dagli altri uomini che riconoscano la sua stessa religione. Poi chiama questo l’uguaglianza delle religioni. Tentate di leggere giornali teosofici che provengono dal campo dell’India. Lì ciò che gli indiani dicono è presentato come la religione universale del mondo, e di coloro che non lo riconoscono si dice che non sono teosofi leali. Il primo cristianesimo non è stato da principio accordato in questo tono, specialmente là dove è divenuto religione occidentale. Se fosse nell’Occidente come è in India, avremmo oggi una religione wotan; questa sarebbe allora per l’Oriente quello che è la religione indù.
Ma l’Occidente non ha preso la religione che gli era cresciuta da sé, ma fin dall’inizio la religione di un fondatore che viveva al di fuori dell’Occidente, di Cristo Gesù.
Senza egoismo l’Occidente ha accolto una religione nella sua essenza. Questa è una differenza di principio. E nel fondo risiede la vera tolleranza verso ogni sistema religioso nell’essenza del cristianesimo, anche se questa essenza forse da cristiani occidentali è stata male intesa. Propriamente per il cristiano ognuno è un cristiano, comunque altrimenti si chiami. Ed è soltanto una ristrettezza se si vuol diffondere dappertutto i dogmi cristiani.
L’ampiezza di vedute è qualcosa di ben diverso. Quando si guarda l’indù, il cinese, il buddhista, quando si penetra negli elementi più profondi del suo essere, dappertutto si troveranno i germi del cristianesimo, si estrarrà da ciò che egli stesso pensa tutto ciò che sono i germi del cristianesimo, senza che sia necessario pronunciare il nome di Cristo. Ma questo cristianesimo più ristretto è tuttavia propriamente, come oggi è dato agli uomini fra la nascita e la morte, soltanto una preparazione per la sfera del Sole dopo la morte. Lì è ancora necessario qualcosa d’altro per questa sfera del Sole: ciò che è necessario è quello che nel senso giusto e vero designiamo come Teosofia. Essa ci dà quella comprensione interiore per tutti i sistemi religiosi della Terra, per l’essenza di tutti i sistemi religiosi della Terra. Se qui sulla Terra ci appropriamo questa comprensione, allora ci prepariamo nel modo giusto per la sfera del Sole. Questa comprensione per le varie religioni e per il Mistero del Golgota, per l’impulso cristico, dobbiamo averla, se non vogliamo divenire eremiti rispetto ad altre anime umane e rispetto agli spiriti delle gerarchie superiori nella sfera del Sole fra la morte e una nuova nascita. Quando fra la morte e una nuova nascita arriviamo nella sfera del Sole, allora troviamo colà due cose.
La prima cosa che troviamo è qualcosa che possiamo esprimere soltanto in modo immaginativo: troviamo un trono vuoto, un trono cosmico vuoto.
E quello che possiamo ricercare su questo trono vuoto, lo possiamo trovare soltanto nelle immagini della Cronaca dell’Akasha.
Su questo trono che troviamo vuoto quando viviamo il tempo fra la morte e una nuova nascita, una volta sedette, dentro la sfera del Sole, il Cristo. Egli si è diffuso fino nella sfera terrestre attraverso il Mistero del Golgota, e da allora gli abitanti terrestri qui sulla Terra debbono potersi appropriare una comprensione dell’impulso cristico e mantenere questo impulso nella memoria: allora possono riconoscere l’immagine che appare nella Cronaca dell’Akasha quando si immergono in questa sfera del Sole. Chi qui sulla Terra non si è conquistato questa comprensione, non riconosce chi una volta sedette su questo trono e cosa ora c’è ancora soltanto come immagine, e non può orientarsi nella vita all’interno della sfera del Sole fra la morte e una nuova nascita. Qui vediamo come è missione terrestre delle anime umane ricercare qui la connessione con il Mistero del Golgota, come la ricerchiamo all’interno del nostro movimento spirituale. Così conserviamo il ricordo fra la morte e una nuova nascita dell’impulso cristico e diveniamo all’interno della sfera del Sole non un essere eremitico, bensì un essere socievole attraverso le forze che abbiamo portate con noi; così che allora per così dire attraverso la nostra propria forza portata con noi riandiamo l’immagine — che ora c’è ancora soltanto come immagine nella sfera del Sole — del Cristo. E dobbiamo portare con noi dalla vita terrestre tanta forza che questa forza ci rimanga anche per il tempo successivo e non possa andare perduta.
Ma una seconda cosa troviamo ancora in questa sfera del Sole, un secondo trono, e questo ora è occupato da un’entità reale, da Lucifero. E così fra la morte e una nuova nascita, quando abbiamo raggiunto la sfera del Sole, come è stato descritto, ci sentiamo da una parte di fronte al Cristo, dall’altra di fronte a Lucifero. Se non avessimo accolto l’impulso cristico in noi, allora Lucifero dovrebbe divenire il nostro unico guida.
Ma poiché abbiamo accolto l’impulso cristico, stiamo nel vasto viaggio attraverso il cosmo sotto la guida da una parte dell’impulso cristico, dall’altra di Lucifero; poiché abbiamo bisogno di lui anche per i tempi successivi.
Abbiamo bisogno anche di Lucifero, poiché ora ci guida nel modo giusto attraverso le altre sfere cosmiche, innanzitutto fino alla sfera di Marte.
Questa è la sfera successiva verso cui ci espandiamo fra la morte e una nuova nascita. Affinché Lucifero possa guidarci in tal modo come è appropriato per noi uomini, dobbiamo avere l’impulso cristico come contrappeso; allora per noi l’impulso di Lucifero è salutare; diversamente per noi è un male. Ancora qualcosa d’altro è divenuto necessario: nella sfera di Marte dobbiamo avere la possibilità di rendere conto di tutto il nostro essere a certi cambiamenti che su Marte negli ultimi secoli si sono verificati. Questi cambiamenti sono da descrivere all’incirca nel seguente modo. Attraverso certe forze, tutti i singoli corpi cosmici stanno in connessione fra loro; con la Terra stanno in connessione gli altri corpi cosmici. Da loro irradiano le forze. Da Marte e dalla sua sfera irradia in verità non soltanto l’effetto luminoso che raggiunge la Terra, bensì irradiano anche forze spirituali. Se risaliamo a secoli più antichi, troviamo che da Marte irradiano fuori quelle forze che entusiasmavano gli uomini per ciò che gli uomini nei tempi antichi avevano bisogno: forze fisiche per promuovere l’evoluzione dell’umanità. Non è soltanto un mito, ma una verità occulta, che quello che come potenza bellicosa e coinvolgimento guerresco si è sviluppato nel mondo, ciò che ha reso gli uomini operosi, coraggiosi attraverso secoli e millenni, proviene dall’afflusso delle forze di Marte. Ma accade nella vita di un pianeta che le sue forze compiano uno sviluppo ascendente e uno discendente. E Marte negli ultimi secoli ha modificato in certo modo il suo compito. Ciò che ancora come forza bellicosa si sviluppa oggi è la vita bellicosa rifluente dei secoli precedenti; non affluisce più nuovo come forze stimolanti di Marte.
Poiché alla svolta dal sedicesimo al diciassettesimo secolo, allora Marte era giunto a un punto decisivo, a un punto che nel suo essere di Marte si può paragonare solo al tempo in cui la Terra è giunta a un punto decisivo al tempo del Mistero del Golgota.
È qualcosa di enormemente significativo che qui tocchiamo. Marte passò attraverso un punto decisivo. Lo si sapeva all’interno dei misteri terrestri, là dove per le grandi questioni spirituali dell’esistenza terrestre si prendono le decisioni. Cioè dal dodicesimo secolo i preparativi decisivi sono stati fatti all’interno dello sviluppo dei misteri della Terra, per tener conto del cambiamento della sfera di Marte. Le forze che Marte avrebbe dovuto mandare per portare coraggio e operosità sulla Terra erano finite per Marte: non dovevano più penetrare sulla Terra. Ma perché Marte ha attraversato una tale crisi, muta anche per le anime che vivono fra la morte e una nuova nascita quello che dovrebbero attraversare nella sfera di Marte dopo la morte. Quando cioè l’uomo va oltre la sfera del Sole, irradiano nel suo essere animico forze che già hanno significato per la prossima incarnazione. L’anima che nei tempi antichi, prima del diciassettesimo secolo, aveva passato attraverso la sfera di Marte, quella veniva a contatto con quelle forze che la pervadevano di coraggio e di operosità. Lucifero era la guida alle fonti di coraggio e di operosità. Ma le anime che arrivavano in tempo più tardi, non potevano più trovare la caratteristica: Marte passava la sua crisi. Lì dove all’interno dei misteri si prendono le grandi decisioni spirituali, lì non si calcola soltanto con la vita umana fra la nascita e la morte, bensì anche con la sua salvezza e perdizione fra la morte e una nuova nascita; cioè si guarda nei misteri affinché della cultura spirituale dell’umanità siano inserite quelle cose che fanno sì che le anime dopo la morte possano attraversare le varie sfere correttamente. Se vogliamo comprendere di cosa si tratta nella sfera di Marte, dobbiamo considerare quanto segue.
Interviene una cosa grande, decisiva dal dodicesimo secolo ai misteri rosicruciani per questo che ci si disse quanto segue.
Per lo sviluppo terrestre vengono tempi molto particolari, i tempi della cultura esterna materiale, dei trionfi materiali esterni. Contro questi certo non si può protestare; sebbene non portino nulla di spirituale, tuttavia si deve necessariamente avere questo tempo delle macchine, degli aeroplani e così via, ma portano una specie di morte dell’anima. Non ci si può opporre, l’uomo deve condursi là dentro. — L’epoca materialistica doveva venire; però è sempre stato lo sforzo di entità spirituali superiori di creare un contrappeso contro questa epoca materialistica. Se consideriamo tutto ciò che nell’evoluzione terrestre si è manifestato come contrappeso contro il materialismo, troviamo l’ultima, la più significativa apparizione in Francesco d’Assisi; quel Francesco d’Assisi che nella sua essenza francescana si allontanò da tutta la vita esterna, che quell’esistenza a voi ben nota condusse in Assisi, quella tanto meravigliosamente dipinta da Giotto sulle mura della chiesa d’Assisi, così che oggi, dove questi dipinti sono stati già così spesso ricoperti, tuttavia ancora così toccantemente la vita irradia dalle mura. E sebbene egli stesso un’evoluzione verso il materialismo abbia attraversato, tuttavia bisogna dire: è ancora diffusa nella regione intorno al luogo di Assisi l’atmosfera spirituale di Francesco, quella atmosfera che ha accolto gli elementi di una vita sì estranea al mondo, ma familiare all’anima, non soltanto dell’anima umana, bensì familiare all’anima della natura. Potete nel ciclo su «L’uomo alla luce dell’occultismo, della teosofia e della filosofia» leggere quella meravigliosa poesia nella quale Francesco d’Assisi versava tutto ciò che sentiva verso l’anima della natura e gli esseri naturali. Si può dire che nessun poeta ha trovato toni più belli; toni così belli sull’essere naturale forse soltanto Goethe ha trovato di nuovo. Da dove veniva tutto questo?
Tutto questo veniva dal fatto che Francesco d’Assisi nella sua incarnazione precedente, nel settimo, ottavo secolo, in una scuola di misteri che era vicino al Mar Nero, era stato uno studente di un’individualità che non era più in un’incarnazione nel corpo fisico. È una cosa singolare.
Francesco d’Assisi, nella sua incarnazione immediatamente precedente, aveva vissuto in un luogo di misteri, era insieme con altri studenti uno studente di un’entità che ancora soltanto nel corpo spirituale fra gli studenti, a cui apparteneva anche Francesco d’Assisi, operava allora. E questo non era altri che il Buddha, del quale sappiamo che era incarnato come Gautama Buddha per l’ultima volta. Tuttavia continuò ad operare nel corpo spirituale. Sappiamo che ancora come entità spirituale ha assistito alla nascita del bambino Gesù dell’Evangelo di Luca. Ha continuato ad operare nella scuola nella quale Francesco d’Assisi nella sua incarnazione precedente viveva. Lì questi ha accolto gli impulsi della sua vita familiare all’anima, quella vita che gli uomini dovevano condurre lontano da tutto quello che sulla Terra sempre più doveva diffondersi, doveva condurre lontano dalla vita puramente materiale. E questo è rimasto in Francesco d’Assisi, vediamo continuare ad operare nell’incarnazione di Francesco d’Assisi. Ma non poteva accadere che sulla Terra, nell’epoca che aveva già una volta la missione materialistica, molte anime si unissero a una comunità di Francesco d’Assisi. Quelli non potevano farlo che dovevano procedere con il tempo. Così era stato creato in certo modo uno scisma. Non poteva venire che da un lato soltanto cultura esterna, materiale, e dall’altro lato confessori di Francesco d’Assisi. Per quanto grande e possente sia Francesco d’Assisi, tanto poco poteva servire per i tempi posteriori ciò che egli aveva dato come regole.
Come poteva accadere? Cosa doveva venire sulla Terra? Questo fu fissato in prospettive significative nei misteri rosicruciani dal dodicesimo secolo.
Ci si disse: L’uomo dovrà lavorare con il corpo terrestre, dovrà condursi esteriormente fra la nascita e la morte all’interno dell’essere materiale, e dovrà procedere insieme ai trionfi di questo essere materiale.
Ma la possibilità deve essere creata per ogni anima che si conduce dentro, che si fa amica dell’essere materiale, per avere con una parte del suo essere comprensione per l’esperienza interiore di quello che risiede nel francescanesimo. — In questo consiste la natura del progresso delle anime sulla Terra, che queste anime debbono ricevere come se fossero due nature, sempre più, man mano che vanno incontro al futuro; che con i nostri membri animici afferriamo gli impulsi dell’essere terrestre e possiamo farcene amici; che però dobbiamo anche sviluppare in noi momenti e ore in cui possiamo essere soli, dedicati alla vita dell’anima medesima. Mentre diventiamo più amici del mondo e più confidenti con il mondo, dobbiamo simultaneamente avere ore in cui potremmo divenire confidenti dell’anima. Mentre da un lato seguiamo l’Edison, dall’altro lato nel nostro interiore possiamo divenire tranquillamente studenti di Francesco d’Assisi o del suo grande maestro, il Buddha. Ogni anima, anche se è stata spinta nella vita materiale, deve poterlo sentire così.
E su questo dovette essere preparato nei misteri rosicruciani. Christian Rosenkreutz aveva il compito di provvedervi. Come può accadere? Soltanto per il fatto che un certo tempo della vita fra la morte e una nuova nascita per l’anima può essere utilizzato in un modo molto determinato. Allora ci si disse nei misteri rosicruciani: Marte perde per così dire il suo vecchio compito; diamogli uno nuovo. — All’inizio del diciassettesimo secolo, alla svolta dal sedicesimo al diciassettesimo secolo, fu inviato il Buddha, che comunque aveva già compiuto la sua ultima incarnazione terrestre, verso Marte, verso la sfera di Marte, e si può dire, parlando del tutto correttamente: in quel momento il Buddha ha compiuto per Marte qualcosa di simile, come — soltanto in una scala più grande — il Cristo ha compiuto sulla Terra nel Mistero del Golgota.
Quello che dal Marte era sempre provenuto e che nella sua essenza risiedeva, il Buddha allora ha trasformato.
Ha trasformato l’intera natura ed essenza di Marte. Per Marte il Buddha è divenuto il grande redentore. Era un sacrificio per lui. Dovete soltanto ricordarvi come il Buddha è salito all’insegnamento, al messaggio della grande pace, dell’essere armonico. Fu allora collocato nella sfera planetaria da cui era provenuta la forza dell’aggressività. Lui, il principe della pace, si crocifisse in certo modo, anche se non attraverso il Mistero del Golgota. Così qualcosa di diverso viene portato nella sfera di Marte: Marte viene pervaso dall’essenza del Buddha.
Come sulla Terra la sostanza del Cristo si è effusa dal Mistero del Golgota, così effluisce sulla sfera di Marte la sostanza di pace del Buddha ed è da allora nella sfera di Marte. Così si parlò all’interno del mistero rosicruciano. Attraverso l’invio del Buddha le anime umane fra la morte e una nuova nascita potevano vivere per un certo tempo nella sfera di Marte, dopo che nella sfera del Sole si erano trovate e fino allora avevano portato l’impulso cristico. Dopo che l’anima è entrata così grazie all’essere attraversata dall’impulso cristico e grazie alla guida di Lucifero, l’anima procede oltre nella sfera di Marte, e proprio nel nostro tempo entra nella sfera di Marte quello che prima non poteva entrare: le anime vengono compenetrate da ciò che sulla Terra non può più accadere, compenetrate da ciò che è l’elemento Buddha-Francesco d’Assisi. Fra la morte e una nuova nascita ogni anima può attraversare questo se è stata preparata nel modo appropriato, ciò che come un ultimo slancio nella vita animica di Francesco d’Assisi si è vivificato sulla Terra, ma che da allora sulla Terra non può avere una vera dimora.
Poiché l’anima umana attraversa la sfera del Buddha nel vivere fra la morte e una nuova nascita su Marte, può ivi ricevere la forza che la renderà capace di quello che è stato detto: che più tardi per una nuova nascita può entrare in un puro essere materiale, può essere gettata in un’esistenza terrestre che diventerà sempre più materialista, ma tuttavia può sviluppare forze con un’altra parte del suo essere animico, per dedicarsi al mondo spirituale-animico.
Così stanno le cose con i segreti che si celano fra la morte e una nuova nascita.
Poi ci espandiamo sempre più e più negli spazi stellari verso Giove, Saturno e ancora più oltre. Ciò che è stato descritto accade propriamente soltanto con le anime più progredite. Anime che non si sono ancora acquisite le condizioni, ma le acquisteranno soltanto più tardi, tali anime si collegano nella vita fra la morte e una nuova nascita soltanto con le sfere più prossime alla Terra. Le altre sfere le attraversano bensì, ma in uno stato simile al sonno, incosce. Nelle sfere esterne, nelle sfere al di là del Sole, vengono raccolte le forze che l’uomo deve ricevere affinché possa di nuovo lavorare, man mano che si accinge a una nuova nascita, possa cooperare alla costruzione di un nuovo corpo. Ciò che è nell’uomo non proviene soltanto dalla Terra. È la massima miopia quando i materialisti credono che l’uomo sia una creatura della Terra. Se l’uomo si costruisce con le forze che riceve, costruisce nel senso più ampio, allora in queste forze di costruzione sono forze cosmiche che l’uomo doveva prima procurarsi. Mentre l’uomo fra la morte e una nuova nascita si estende fino alla sfera del Sole, continua ancora a stare in rapporto con le forze che dalla vita precedente continuano ad operare. Le forze di cui egli ha bisogno per lavorare nella sfera terrestre ciò che può costruire il suo corpo fisico dal contorno, queste deve procurarsele dalle forze che gli si offrono al di là della sfera del Sole. L’uomo deve veramente espandersi al cosmo fra la morte e una nuova nascita, deve vivere con il cosmo; poiché sulla Terra sola non sono presenti le forze che possono veramente realizzare l’uomo. Da un germe umano, che nasce da una cooperazione dei due sessi, non potrebbe mai nascere un nuovo uomo se non accadesse quanto segue.
C’è questo piccolo germe umano.
Con questo germe umano si unisce qualcosa di enormemente grande e significativo, qualcosa che si è propagato dapprima in modo misterioso in spazi cosmici infiniti e che allora di nuovo si concentrava. Dopo che l’uomo si è espanso fino alla sfera stellare, inizia a concentrarsi di nuovo. Attraversa le sfere di Saturno, Giove, Marte, Sole, Venere, Mercurio, Luna, diventa sempre più piccolo e piccolo. E man mano che si rimpicciolisce, ha assunto in sé le forze spirituali del cosmo. E diventa sempre più piccolo e sempre più piccolo. E ciò che allora infine viene compresso, schiacciato come una piccola sfera spirituale, è compresso da un’enorme rarefazione. E questo si unisce adesso con la sfera fisica che è la cellula germinale e la feconda dai regni spirituali.
Così vediamo come l’uomo entra nell’esistenza per la nascita. Dopo la morte è passato per l’ultimo decesso, si espandeva negli spazi sconfinati, diveniva come una sfera gigantesca. Spiritualmente stava insieme con le entità spirituali e i fatti spirituali; allora di nuovo si concentra, diventa sempre più piccolo e piccolo, fino al momento in cui si unisce attraverso le forze insitevi con la materia fisica. Ciò che insieme con la cellula germinale umana forma un corpo umano è stato procurato dal cosmo. Da questa cellula germinale umana, anche se fecondata, non potrebbe — secondo quello che può essere indagato occultamente — nascere nulla che sia vitale sulla Terra, se non potesse unirsi con essa questa sfera spirituale concentrata. E che cosa uscirebbe soltanto dalla cellula germinale umana? Da questa potrebbe nascere soltanto la preparazione dei sensi e del sistema nervoso, ma nulla che sia vitale. Ai sensi, al sistema nervoso, la Terra può fornire le forze. Quello che intorno a loro viene articolato, questo deve essere procurato dal cosmo.
E soltanto quando una nuova scienza comprenderà i processi nella cellula germinale umana seguendo l’istruzione di questa conoscenza occulta, allora sarà comprensibile quello che adesso a un uomo che pensa chiaramente non può essere comprensibile in nessuna esposizione di scienze naturali.
Se leggete le esposizioni intelligenti su questo da Haeckel o altri, troverete dappertutto che le cose non sono comprensibili da se stesse. Quello che semplicemente non si sa è che qualcosa di terzo si unisce con quello che viene da padre e madre.
Questo terzo viene fuori dal cosmo. Propriamente sa, o oggi si può dire sapeva, soltanto una certa classe di uomini di questo segreto; ma questo adesso sempre più e più cessa. I bambini e le loro balie ed educatori: fra loro veniva, o almeno veniva alla discussione, quando raccontavano che la cicogna o altri esseri portano qualcosa per cui gli uomini possono venire al mondo. Questo è bensì soltanto un’espressione per un processo spirituale, ma è più intelligente di quello che oggi i cosiddetti intelligenti sostengono. Ma per il nostro tempo vale come illuminato spiegare le relazioni umane in modo materialistico. Questa rappresentazione immaginativa avrebbe dovuto ancora agire sulle anime infantili, sulla loro fantasia! Certo, gli uomini dicono: i bambini adesso non credono più alla cicogna, perché quelli che raccontano la fiaba non credono più loro stessi. Ma quelli che diventano oggi antroposofi credono all’immagine della cicogna, e presto scopriranno che in queste rappresentazioni immaginative è stato dato qualcosa di buono per i processi spirituali.
Con questo abbiamo considerato il lato cosmico della vita fra la morte e una nuova nascita; fra due giorni vogliamo toccare più il lato umano della vita pratica.
Adesso però vogliamo ancora pensare a una cosa. Kant ha una volta detto, per così dire, proprio da un presentimento, la massima affermazione: «Due cose colmano l’animo di sempre nuova meraviglia e venerazione: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me.» L’affermazione può all’occultista sembrare significativa. Poiché quale rapporto meraviglioso sussiste fra il cielo stellato e quello che nella nostra vita animica è il nostro meglio?
È tutt’e due la medesima cosa.
Ci espandiamo fra la morte e una nuova nascita fino oltre il cielo stellato, e le sue forze le portiamo nella vita e le sentiamo come le più importanti forze della nostra anima. Non meraviglia, siamo l’immagine esterna dello stesso! Guardiamo su al cielo stellato dove eravamo fra la morte e una nuova nascita, e vediamo in noi quello che abbiamo ricevuto. Non meraviglia che sentiamo noi stessi affini a quello che vive in noi come linee-guida della nostra vita animica, e a quello che dal cielo stellato brilla in noi e che sentiamo agire in noi quando facciamo appello alla nostra vita animica più profonda. Uno è il cielo stellato con noi e noi con esso, quando consideriamo il nostro essere totale. — Così dobbiamo dirci che una tale considerazione scientifica dello spirito non ci dà soltanto quello che noi chiamiamo sapere, quello che possiamo chiamare conoscenza nel solito senso della vita; essa ci dà realmente forza morale e sostegno nel sentimento che l’intero universo vive in noi. E gradatamente vediamo noi stessi permeare questo universo quando passiamo attraverso la vita fra la morte e una nuova nascita. Sì, è nascosto allo sguardo esteriore, questa vita fra la morte e una nuova nascita; ma anche è nascosto quello che nelle profondità della nostra vita animica ci stimola, ci incita. E tuttavia esso è in noi, agisce in noi e ci dà la nostra forza, questo nostro migliore essere. Il cielo portiamo in noi, perché viviamo il cielo prima di entrare in questa esistenza fisica.
Il dovere lo sentiamo allora di renderci degni di questo cielo che tanto per noi ha fatto, di cui il nostro intero essere interiore abbiamo a ringraziare.
Di questo allora fra due giorni, dove considereremo la vita più dal lato umano di tale prospettiva, che più penetra nella pratica della vita.
Si è detto spesso che la scienza dello spirito, quando riuscirà a diffondersi, dovrà intervenire nella vita come una vera forza vivente.
Diverse considerazioni particolari sui nessi della vita possono confermare questa asserzione. Per il fatto stesso che apprendiamo sempre più le peculiarità di quel mondo invisibile che sta alla base del mondo visibile, si fissano nelle nostre anime rappresentazioni e concetti che a loro volta diventeranno l’impulso per un agire ben determinato, per un ben preciso comportamento nella vita. Di importanza particolare sarà il comportamento che può svilupparsi nei confronti dei cosiddetti morti, di coloro cioè che durante la nostra vita attraversano il tempo fra la morte e una nuova nascita.
Come l’uomo qui nel corpo fisico si trova nelle relazioni più varie attraverso la sua anima e il suo corpo con l’ambiente fisico e l’ambiente spirituale che lo sottende, così l’uomo fra la morte e una nuova nascita si trova nelle relazioni più svariate con i fatti, i processi e gli esseri del mondo soprasensibile. E come gli uomini possiedono un’occupazione, un’attività nel mondo fisico fra la nascita e la morte, così possiedono anche attività, in certo senso affari, fra la morte e una nuova nascita. Tutto ciò che possiamo conoscere della vita umana e dell’attività umana fra la morte e una nuova nascita produrrà sempre più quello che può essere chiamato l’eliminazione dell’abisso che si è aperto soprattutto nella nostra epoca materialistica fra i vivi sulla Terra e i morti. Sempre più entrerà in vigore quello che può essere chiamato un commercio, una relazione reciproca fra i vivi e i cosiddetti morti.
Su particolari aspetti tanto di questo commercio fra vivi e morti quanto delle occupazioni e dei modi di vita delle anime che vivono fra la morte e una nuova nascita, oggi vogliamo richiamare l’attenzione.
Coloro che scompaiono dinanzi agli uomini con i quali erano stati in relazione qui sulla Terra debbono naturalmente spesso volgere lo sguardo dal mondo spirituale agli esseri rimasti sulla Terra come amati o altrimenti rimasti nella vita terrena.
Ora il problema è se tali anime che si trovano fra la morte e una nuova nascita possono percepire gli uomini che vivono qui fra la nascita e la morte. Quando si sono sviluppate le capacità di penetrare nella vita fra la morte e una nuova nascita, si fanno esperienze molto particolari, si potrebbe dire scioccanti. Allora si possono trovare anime di defunti che a volte dicono quanto segue nel linguaggio che è possibile fra le anime dei defunti e il veggente, e che a costui, che può guardare da questo lato nel mondo dei defunti, è il solo intelligibile. In questo modo si manifestò ad esempio un’anima dopo la morte — era un’anima che nella sua ultima incarnazione era stata incarnata in un corpo maschile —: tutti i miei pensieri e i miei ricordi tornano indietro verso quella personalità che è stata mia cara moglie. Quando ero laggiù nella vita terrena, ella era per così dire la luce del sole della mia vita. Quando tornavo a casa la sera dopo i lavori finiti, la mia anima si rinfrancava in ciò che poteva essermi, in ciò che dalla sua anima allora penetrava nella mia. Era per me un vero nutrimento spirituale della vita. E la nostalgia di lei mi è rimasta. Il mio occhio spirituale si dirige verso il basso sulla Terra, e non posso trovarla, non è lì. So bene da tutto ciò che ho imparato che questa anima deve essere sulla Terra come prima in un corpo fisico, ma per me è come se fosse spenta, come se non fosse lì.
Questa esperienza scioccante si può fare spesso in rapporto alle anime che pensano ai rimasti e che si sentono come incatenate, così che non possono penetrare, non possono guardare giù verso queste anime.
Non sono incatenate dalla loro stessa essenza, piuttosto dall’altra anima rimasta indietro. E quando si indaga donde venga che un’anima dell’aldilà non possa percepire l’anima rimasta sulla Terra, si scopre che questa anima rimasta non è stata posta nelle condizioni dagli attuali rapporti temporali di accogliere alcun pensiero, di lasciar vivere in sé qualcosa che diventi visibile, percettibile per un’anima che ha oltrepassato la porta della morte. Si potrebbe usare un altro paragone. Tali anime che hanno oltrepassato la porta della morte e desiderano rivedere coloro che sono rimasti in corpi fisici, sì, sospettano che queste anime siano sul piano fisico, ma non possono farsi conoscere loro. Come un uomo muto non può farsi conoscere attraverso il linguaggio, così che l’altro non possa percepire nulla di lui, così l’intera anima stessa rimane muta a colui che se ne sente attratto, nella sua essenza spirituale non percettibile a chi ha già oltrepassato la porta della morte. Vi è una grande differenza fra anima e anima qui sulla Terra, a seconda che queste anime abbiano contenuti diversi.
Prendiamo un’anima che vive qui nel corpo fisico e si occupa dal risveglio fino all’addormentamento solo di rappresentazioni tratte dal mondo materiale; un’anima così completamente riempita da mere rappresentazioni, concetti, idee e sensazioni tratte dal mondo materiale, non può essere percepita affatto dall’altro mondo. Non si nota nulla di essa. Un’anima invece riempita di rappresentazioni spirituali, come quelle che ad esempio la scienza dello spirito fornisce, che è penetrata e illuminata da rappresentazioni spirituali, è percettibile dall’aldilà. Per questo tali anime rimaste, anche se fossero stati uomini completamente buoni, se si assorbono nel materialismo, rimangono essenzialmente impercettibili per il mondo dell’aldilà, per l’altro mondo. Questo crea nel veggente, che ha certo conquistato l’equanimità, impressioni tuttavia scioccanti e terribili.
Numerose sono però queste percezioni che si possono fare nei confronti del mondo dell’aldilà proprio nella nostra epoca.
Nella nostra epoca è come se ogni rapporto fosse tagliato fra le anime che spesso stanno così vicine qui. Quando l’una anima ha oltrepassato la porta della morte, la cosa si presenta spesso così; mentre sempre si può trovare che le anime che vivono al di là, cioè che hanno oltrepassato la porta della morte e guardano giù su coloro che in sé, anche se solo di tanto in tanto, nutrono pensieri spirituali e li lasciano fluire attraverso l’anima, queste possono percepirle, così che queste anime rimangono per loro come anime reali. Ancora più significativo è che quello di cui si tratta può diventare pratico. Non solo percepire, ma comprendere le anime nell’aldilà i pensieri spirituali che le anime qui nutrono. E per questo può realizzarsi ciò che è così importante per il commercio delle anime di qua con quelle di là: cioè quello che si può chiamare la lettura ai morti. E tale lettura ai morti è spesso straordinariamente importante. Anche qui il veggente può fare l’esperienza che uomini che qui non si erano affatto preoccupati di nessuna sapienza spirituale, dopo che hanno oltrepassato la porta della morte, hanno una forte nostalgia di tali sapienze spirituali, vogliono udirle.
Quando allora le anime rimaste qui si rappresentano i morti e in pensieri, tutt’altro che ad alta voce, percorrono certi itinerari di pensiero spirituale oppure aprono libri di scienza dello spirito e leggono in pensieri, leggono ai morti che si rappresentano spiritualmente dinanzi ai loro occhi, allora il morto lo percepisce. Nel nostro movimento abbiamo proprio in questo ambito i più bei successi per il fatto che amici rimasti vivi leggono ai loro parenti defunti. Spesso si può osservare come questi morti desiderino ardentemente di percepire ciò che da qui si spinge verso di loro. Soprattutto nei primi tempi dopo la morte è necessario un elemento affinché si possa entrare in rapporto con un’anima.
Non si può entrare così senza più in rapporto con qualsiasi essere.
Vi sono molti inganni, molte illusioni; non è così facile. Se si crede che un uomo debba solo morire per entrare, per così dire, in contatto con l’intero mondo spirituale, questo è un grande errore, un errore completamente grande.
— Mi colpì particolarmente una volta come un uomo che in realtà non aveva inventato neppure la polvere da sparo, ma continuamente parlava di Kant, Schopenhauer e così via, e teneva persino conferenze su Kant e Schopenhauer, a me che tenevo conferenze sull’essenza dell’immortalità, replicasse in modo piuttosto presuntuoso: degli insegnamenti sull’immortalità gli uomini qui sulla Terra non possono sapere nulla, poiché lo scopriamo solo quando siamo morti. — Gli si potrebbe dire: così come lui è costituito, non si distinguerà in modo particolare riguardo alla sua anima dopo la morte e adesso. È un completo pregiudizio credere che le anime diventino subito completamente sagge quando hanno oltrepassato la porta della morte. Al contrario, dopo la morte non possiamo senza più allacciare rapporti con esseri, se non li abbiamo allacciati qui prima della morte. Questi rapporti allacciati qui continuano a produrre effetti per lungo tempo. Non accade così senza più che un’anima possa farsi istruire immediatamente da anime dell’aldilà: perché non può avere relazioni con loro. Ma relazioni l’uomo le ha con gli esseri di qua, e questi possono portargli il nutrimento di cui arde la sete, possono portargli la sapienza spirituale leggendo loro ai morti, e possono operare in modo straordinariamente meritorio in questo modo. Leggere ad essi una scienza esteriore e materialistica, ad esempio la chimica o la fisica, non aiuta nulla, è un linguaggio che non comprendono, perché queste scienze hanno valore solo per la vita terrena. Ma ciò che nel linguaggio della scienza dello spirito si parla riguardo ai mondi spirituali rimane intelligibile ai morti. Nei primi tempi dopo la morte tuttavia c’è una cosa da considerare: rimane intelligibile alle anime ciò che suona nei linguaggi che esse hanno solitamente parlato qui sulla Terra.
E solo dopo qualche tempo i morti diventano indipendenti dal linguaggio; allora si può leggere loro in qualsiasi linguaggio; essi percepiscono il contenuto del pensiero.
Nel primo tempo dopo la morte l’uomo è ancora legato al linguaggio che ha parlato per ultimo, se ha parlato chiaramente una lingua.
Questo si dovrebbe considerare: che si legga ai morti nel primo tempo, veramente un pensare per loro — poiché si pensa per loro, un pensare-per è inteso —, nel linguaggio che è il loro linguaggio abituale. Siamo così subito a un capitolo, miei cari amici, che può insegnarci come l’abisso viene colmato per il fatto che l’antroposofia affluisce nella nostra vita spirituale qui in questo mondo e nell’altro mondo, nel mondo in cui viviamo fra la morte e una nuova nascita.
Mentre il materialismo consente solo un commercio nell’ambito della vita fra anime rinchiuse nella loro vita terrena, l’antroposofia aprirà il cammino a una libera comunicazione, a un commercio fra le anime che sono qui e quelle che sono nell’altro mondo di là. I morti vivranno con noi. E gradualmente sarà davvero percepito solo come una specie di cambiamento della forma di vita quello che si può chiamare l’oltrepassamento della porta della morte. Di grande importanza sarà l’intera trasformazione della vita dell’anima e della vita spirituale che allora avverrà, quando tali cose diventeranno generali. Questo era un esempio di come i vivi agiscono sui morti. Possiamo farci rappresentazioni anche di come, a loro volta, i morti agiscono sui vivi.
Mi è stato permesso di parlarne già spesso (perdonate se il discorso si sposta verso il personale): nei tempi passati ho avuto molti bambini da educare. Avevo una serie di bambini da educare in una famiglia in cui era presente solo la madre; il padre era morto, ed era sempre mio intento (ed è proprio quello che l’educatore deve intendere) ricavare le disposizioni e le capacità dei bambini, per guidarli in modo giusto educandoli e insegnando loro.
Con i bambini di cui adesso voglio parlare rimase sempre qualcosa di incomprensibile, per quanto si tentasse: si mostrava un certo atteggiamento dei bambini che non derivava dalle disposizioni né dall’ambiente; non si riusciva a farne fronte.
Naturalmente in un caso del genere si deve ricorrere a tutto; e così un’indagine spirituale rivelò il seguente: il padre era morto e, per circostanze particolari che si erano verificate nella parentela, non era d’accordo con quello che i parenti facevano con i bambini, né con quello che accadeva nella famiglia più stretta, e per circostanze particolari agiva sui bambini. Solo da quando potei contare sul fatto che vi era qualcosa di particolare, che non derivava dalle disposizioni né dall’ambiente, bensì che veniva dal mondo soprasensibile dal padre defunto, il quale dirigeva le sue forze nelle anime dei bambini, solo da allora si poteva orientarsi. Adesso dovevo contare su quello che il padre veramente voleva. E dal momento in cui potei indagare quello che il padre, che aveva oltrepassato la porta della morte, voleva, e quando lo considerai una vera personalità proprio come le altre personalità fisiche che contribuivano per i bambini, allora ci si riusciva. Questo è un caso in cui si manifestò chiaramente e con evidenza che la conoscenza spirituale può mostrare, può indicare, l’azione delle forze dal mondo soprasensibile, spirituale, in questo mondo fisico. Ma per percepire una cosa del genere si ha bisogno del giusto momento.
Si deve, ad esempio, tentare di sviluppare una specie di forza che renda possibile percepire l’illuminazione della forza soprasensibile quasi come la si percepisce, in questo caso del padre che irradia nell’anima del bambino. Questo è spesso difficile. Un mezzo facile sarebbe, ad esempio, se si tentasse di riconoscere secondo i pensieri del padre come il padre morto proprio vuole far penetrare questo o quell’altro nell’anima del bambino. Ma questo non sempre si rivela corretto, soprattutto non può sempre accadere di nuovo.
Allora si rivela come un buon mezzo procurarsi un’immagine dell’aspetto, del modo in cui il padre negli ultimi tempi appariva; imprimersi un’immagine nitida dei suoi tratti di scrittura e fissarla davanti agli occhi, e in questo modo prepararsi per un insegnamento come è inteso qui, concentrandosi sulla scrittura o sull’immagine: allora si accolgono, in ciò in cui si deve lavorare, le vedute, le intenzioni, gli obiettivi del defunto.
Una volta si imparerà a contare con quello che i morti vogliono per i rimasti. Oggi possiamo contare solo con la volontà di coloro che sono sul piano fisico. Un commercio reciproco, si potrebbe dire libero, si verificherà fra vivi e morti. Si imparerà a indagare quello che i morti vogliono per il piano fisico. Immaginate una volta il grande rivolgimento, si potrebbe dire anche delle esteriorità della vita terrena, se cioè i morti avranno la loro parte e agiranno attraverso i vivi sul piano fisico. La scienza dello spirito, quando viene rettamente compresa (e deve essere sempre rettamente compresa), non sarà una mera teoria; la scienza dello spirito diventerà sempre più un elisir di vita che interviene in tutta l’esistenza, e trasformerà tutta l’esistenza quanto più si diffonderà. E lo farà certo, poiché non agirà come un ideale astratto che viene predicato, che viene diffuso attraverso associazioni. Ella agirà, lentamente sì, ma sicuramente, sulla anima e trasformerà le anime terrene. Ma anche molte altre cose si arricchiranno nelle nostre rappresentazioni. Vivremo in modo completamente diverso la nostra esistenza insieme ai morti, perché comprenderemo quello che i morti fanno.
Molto rimane all’inizio abbastanza incomprensibile nel nesso fra il mondo qui sulla terra, il piano fisico, e il mondo che attraversiamo fra la morte e una nuova nascita; poiché rimane incomprensibile molto di quello che accade qui nel mondo fisico. E poiché tutto quello che accade qui corrisponde a quello che accade di là, rimane incomprensibile anche il rapporto del mondo e dell’umanità ai mondi sovrasensibili.
Ma quando la scienza dello spirito viene rettamente compresa, al posto della non-comprensione in questo ambito subentra sempre più la comprensione.
Ora deve essere esaminato un nesso che può mostrare come straordinariamente intricati siano i cammini degli esseri che svolgono il proseguimento della sapienza cosmica. Straordinariamente intricati sono questi cammini, eppure quando li seguiamo si rivelano sotto tutti gli aspetti come pieni di saggezza.
Esamineremo varie situazioni. Innanzitutto consideriamo anime che possiamo contemplare con lo sguardo del veggente fra la morte e una nuova nascita nella loro occupazione. Allora vediamo (ed è di nuovo per il veggente qualcosa di scioccante) molte anime che per un certo tempo, fra la morte e una nuova nascita, sono condannate a diventare schiave degli spiriti che inviano malattia e morte nella vita fisica. Vediamo dunque anime, fra la morte e una nuova nascita, che sono piegate sotto il giogo di coloro che chiamiamo gli spiriti arimanici, ovvero gli spiriti degli ostacoli; cioè di coloro che sulla terra operano alla morte e di coloro che portano ostacoli nella vita. Questo è un duro destino che il veggente osserva in molte anime quando devono così piegarsi sotto il giogo della schiavitù. Quando si ripercorrono tali anime risalendo alla vita che hanno condotto prima di oltrepassare la porta della morte, si trova che le anime che devono servire per un certo tempo dopo la morte agli spiriti della resistenza se ne hanno preparate le condizioni mediante la comodità sviluppata nella vita. E gli schiavi degli spiriti di malattia e morte se ne hanno preparate le condizioni per il fatto che hanno sviluppato mancanza di coscienza prima della morte. Vediamo dunque una certa relazione fra anime umane e i cattivi spiriti di malattia e morte, i cattivi spiriti degli ostacoli. Ma ora guardiamo oltre, alla seguente cosa: ora guardiamo alle anime che qui sulla terra sono colpite da quello che tali anime devono fare.
Guardiamo le anime che qui sulla terra muoiono nella fioritura della vita, senza poter morire la morte per vecchiaia.
Guardiamo le anime che qui sulla terra sono colpite da malattia, che sono perseguitate dalla disgrazia, come si ammucchiano loro ostacoli su ostacoli. Che cosa osserva il veggente quando segue tali anime che muoiono presto oppure sono perseguitate dalla disgrazia e penetrano nel mondo spirituale? Che cosa osserva il veggente in tali anime? Si possono fare strane esperienze nei destini terreni degli uomini. Comunque vogliamo indicare un esempio che appartiene ai destini terreni commoventi, e che può comunque accadere. Un bambino è nato; la madre muore durante il parto del bambino; il bambino diventa orfano della madre già al momento della nascita.
Il padre apprende il giorno della nascita del bambino che tutta la sua ricchezza, che era stata investita in una nave che navigava sul mare, si è persa; apprende che la nave ha subìto un naufragio, diviene malinconico per questo, muore anche lui, e il bambino è completamente orfano. La bambina piccola viene accolta da una signora benestante. Questa signora l’ama molto, le lascia in eredità la sua grande ricchezza. La signora muore quando il bambino è ancora relativamente giovane. Si esamina il testamento, si trova un errore formale: non riceve neppure un centesimo di quello che le era stato legato. È gettata una seconda volta completamente priva di mezzi nel mondo, e deve darsi a servire come cameriera, deve compiere umili servizi. Un uomo si innamora di lei, ma è impossibile ai due stare insieme per i pregiudizi che dominano nella comunità: sono di diversi credi. Ma l’uomo ama molto la bambina, così che promette che, non appena suo padre muoia, che è già molto vecchio, egli abbraccerà il credo della bambina. Egli parte per l’estero; lì apprende che suo padre è stato colpito da malattia. Suo padre muore; egli abbraccia il credo della bambina, e mentre egli si affretta da lei, la bambina è stata colta da malattia ed è morta. Come egli ritorna, ella è morta. Egli prova il dolore più profondo, e non può fare altro che farsi aprire la tomba per vederla ancora una volta.
E dalla posizione del cadavere si scopre che la bambina era stata sepolta in apparente morte.
(È una leggenda, Hamelng l’ha rinarrata nelle sue opere) è una leggenda che non è vera, ma può essere cento volte così. Vediamo che un’anima umana non solo muore nella fioritura degli anni, ma la vediamo perseguitata dalla disgrazia fin dall’inizio, in certo qual modo. Nell’elaborazione di tali condizioni collaborano quelle anime che, mediante la mancanza di coscienza, sono diventate servitrici dei cattivi spiriti di malattia, morte e avversità. Così tali anime senza coscienza devono collaborare al manifestarsi di tali destini pesanti: questo è un nesso! Al veggente si rivela particolarmente in un caso come, ad esempio, la catastrofe del Titanic. Indaghiamo come abbiano operato le anime che, mediante la mancanza di coscienza, sono diventate servitrici di questi spiriti di malattia e avversità. Il karma deve naturalmente compiersi, le cose sono necessarie, ma è tuttavia un destino terribile in cui rimangono invischiati queste anime che dopo la morte rimangono incatenate a tale schiavitù. Ma chiediamoci inoltre: che cosa ne è delle anime che qui sulla terra sperimentano tale destino, che qui sulla terra muoiono nella fioritura dei loro anni, che sono strapazzate presto dalle pestilenze? Quando queste entrano alla disora nella porta della morte nel mondo spirituale, che cosa ne è di tali anime?
Conosciamo il destino di queste anime quando, con lo sguardo del veggente, penetriamo per così dire nell’attività degli spiriti che conducono avanti l’evoluzione terrena, oppure in generale l’evoluzione. Questi esseri delle gerarchie superiori hanno certe forze, certi poteri per far progredire l’evoluzione; ma sono in certo qual modo limitati in queste forze e in questi poteri. Così, ad esempio, risulta il seguente. Per le anime completamente materialiste che perdono ogni disposizione per il mondo soprasensibile, minaccia propriamente già nella nostra epoca una specie di tramonto, una specie di separazione dallo sviluppo continuante.
E è in certo qual modo già nella nostra epoca per una gran parte degli uomini il pericolo presente che non possono star dietro, perché per così dire della loro propria pesantezza dell’anima, essendo completamente anime materialiste, rimangono trattenute sulla terra e non vengono portate alla prossima incarnazione.
Ma questo pericolo deve, secondo il consiglio delle gerarchie superiori, essere distolto. In verità la cosa sta così: propriamente solo nel sesto periodo e infine propriamente solo durante l’evoluzione di Venere suona l’ora decisiva per le anime che, totalmente separandosi, non vengono portate dall’evoluzione. Le anime non devono propriamente adesso sprofondare così nella pesantezza da dover restare indietro. Questo è propriamente così secondo il consiglio delle gerarchie superiori, che ciò non accada. Ma questi esseri delle gerarchie superiori sono in certo qual modo limitati nelle loro forze e capacità. Nulla è illimitato, neppure fra gli esseri delle gerarchie superiori. E se dipendesse solo dalle forze di queste gerarchie superiori, allora le anime completamente materialiste adesso dovrebbero già per se stesse, in certo qual modo, essere separate dallo sviluppo continuante. Per se stesse, questi esseri delle gerarchie superiori propriamente non possono salvare queste anime; allora viene preso un mezzo di scampo. Le anime che muoiono di morte prematura qui hanno davanti a sé una possibilità come anime. Diciamo che muoiano per qualche catastrofe, ad esempio un treno veloce le travolge: allora una tale anima ha il suo involucro tolto; essa è adesso libera dal corpo, spoglia di corpo, ma possiede tuttavia completamente tutte le forze che potrebbero agire qui sulla terra nel corpo. Nel momento in cui tali anime si alzano nel mondo spirituale, portano con sé forze particolari, che propriamente potrebbero ancora essere attive qui sulla terra, che però sono state prematuramente deviate qui. Queste sono forze particolarmente utilizzabili che i morti prematuri portano con loro in alto.
E questi spiriti della gerarchie superiori utilizzano proprio queste forze per salvare quelle anime che non potrebbero salvare con forza propria.
Anime materialiste vengono così condotte via in tempi migliori e salvate, poiché le loro forze sono attrezzate solo per il corso regolare dello sviluppo dell’umanità.
La salvazione accade per il fatto che a questi esseri delle gerarchie superiori si aggiunge incremento di forza da tali forze inutilizzate che provengono dalla terra, che ancora hanno in sé tensioni energetiche rimaste inutilizzate. Queste forze crescono negli esseri delle gerarchie superiori. Così le anime che prematuramente soccombono aiutano i loro simili che altrimenti sprofonderebbero nel pantano del materialismo. Lì abbiamo ciò che le anime devono fare, le anime che prematuramente così crollano. Strani nessi, non è vero, nei complicati cammini della sapienza cosmica! Lì la sapienza cosmica consente, da una parte, che anime umane mediante la mancanza di coscienza siano condannate a collaborare affinché malattia, morte prematura penetrino nel mondo, e le anime che ne sono colpite sono utilizzate da buoni esseri delle gerarchie superiori per aiutare altri uomini. Così quello che esternamente nella Maya appare come male è spesso condotto verso il bene, ma su cammini complicati. I cammini della sapienza sono molto complicati, quelli che si imboccano nel mondo. Solo gradualmente si impara a trovare la strada attraverso questi cammini della sapienza. Si potrebbe dire: lassù le gerarchie superiori tengono consiglio. Poiché gli uomini devono essere liberi, permettono loro la possibilità di sprofondare nel materialismo, nel male. Danno loro tanta libertà che quasi sfuggono loro, queste anime umane che da sole, per un certo tempo, non potrebbero condursi fino a quel punto. Hanno bisogno di anime che sulla terra sviluppino forze che allora rimangono in tensione per il distacco prematuro dal corpo, quando nel mondo spirituale devono tornare indietro per morte prematura e disgrazia.
Affinché questi possano entrare, i servizi devono essere resi di nuovo dalle anime umane che per la loro libertà sono sprofondati nella mancanza di coscienza.
Un meraviglioso cammino ciclico si apre lì; si può dire, anche un cammino ciclico della sapienza cosmica. Non si deve certo credere che il cosiddetto semplice sia l’universale. Il mondo è diventato complicato. Era comunque una parola significativa di Nietzsche, che gli si è presentata come per ispirazione, quando disse: «Il mondo è profondo, e più profondo di quanto il giorno ha pensato». Quei sei uomini che credono che tutto possa essere compreso attraverso la saggezza diurna dell’intelletto, sbagliano completamente. Poiché la luce spirituale superiore non è quella che brilla nella saggezza diurna, bensì quella che brilla nelle tenebre. Dobbiamo cercare questa luce, affinché nei buii, dove comunque la sapienza cosmica governa, possiamo trovare la nostra strada.
Quando accogliamo tali concetti, idee e pensieri, miei cari amici, allora è così che guardiamo il mondo con occhi diversi da prima. E sempre più diventerà necessario imparare a guardare il mondo con occhi diversi; poiché l’umanità ha perso molte cose da tempi antichi. Di quello che ha perso si può farsi un’idea quando si considerano i seguenti fatti. Ancora nel terzo periodo culturale postatlantico c’erano spesso stati intermedi fra il sonno e la veglia in cui queste anime guardavano nel mondo stellare e non vedevano solo stelle fisiche come adesso, bensì venivano percepiti gli esseri spirituali delle gerarchie superiori, i conduttori e i capi del destino stellare e del movimento stellare da loro. E quello che esisteva come antiche carte stellari da tempi lontanissimi, dove ancora venivano disegnate varie forme di anima collettiva, che assomigliavano al bestiale e tuttavia non erano bestie, questo non è nato dalla fantasia, bensì è stato colto spiritualmente. Le anime lo percepivano nello spirituale. Questo spirituale potevano portarlo oltre la porta della morte. Questa contemplazione dello spirito nel mondo soprasensibile è andata perduta per le anime.
Oggi quando le anime nascono entrano nel mondo fisico attraverso i loro organi sensori corporei e vedono solo il fisico esteriore.
Quello che il fisico esteriore circonda come lo spirituale-animico negli esseri delle gerarchie superiori, quello non possono più contemplare. Ma che anime sono allora quelle che appaiono negli odierni corpi? Tutte le anime che qui seggono erano incarnate in tempi passati, e la stragrande maggioranza delle anime erano incarnate in corpi egizio-caldei e da questi corpi hanno guardato nel mondo dove anche percepivano spiritualmente. Questo spirituale hanno accolto, sta dentro le anime. Non in tutte le anime; ma anche le anime che oggi non vedono più nulla se non fatti fisici, una volta vivevano nella contemplazione dello spirituale, vivevano un’intera vita rappresentativa dello spirituale. Come vivono queste anime adesso? Vivono esattamente come se completamente avessero dimenticato questo spirituale. Vivono così che le rappresentazioni dimenticano che allora avevano accolto. Ciò che si è dimenticato è dimenticato solo per la coscienza; vive nei più profondi fondali dell’anima. Lì emerge la particolarità che le anime oggi viventi sì hanno consapevolmente solo un’immagine del mondo fisico-sensibile intorno a loro; ma dentro vivono inconsapevolmente, nei fondali dell’anima, le rappresentazioni che una volta come vero vedere spirituale erano state accolte. Da queste le anime non sanno nulla, solo mostrano tali rappresentazioni particolari che frugano nei fondali dell’anima, che non salgono alla coscienza; che agiscono paralizzando, mortificando. E così nasce veramente negli attuali uomini qualcosa che è un elemento mortificante in loro.
Quando il veggente considera l’odierno uomo come è costruito anatomicamente, allora trova nell’attuale uomo, specialmente nel sistema nervoso, certe correnti, certe forze che sono forze di morte e che provengono da rappresentazioni che nelle incarnazioni precedenti hanno avuto effetto. Queste rappresentazioni spirituali che gli uomini adesso hanno dimenticato, hanno qualcosa di consumatore.
Questo si manifesterà sempre più quanto più l’umanità del futuro procede avanti, se non ci fosse qualcosa che vi si oppone.
Che cosa può essere? Niente altro se non che quello che è stato dimenticato sia ricondotto al ricordo. Bisogna ricordare alle anime quello che hanno dimenticato. Questo fa la scienza dello spirito. In fondo essa non fa altro che ricordare alle rappresentazioni che le anime nelle vite terrene precedenti hanno accolto. La scienza dello spirito eleva queste rappresentazioni nella coscienza. Con questo restituisce agli uomini la possibilità di rivivificare quello che come un morto innesto nella vita sarebbe.
Ora considerate questi due aspetti che avete ricevuto nel corso della presente considerazione. Il veggente percepisce, da una parte, anime umane che hanno oltrepassato la porta della morte, che desiderano ritornare alle anime rimaste, e che non possono percepirle, perché in queste anime, nonostante forse appartengano a uomini completamente buoni, esistono solo immagini di mondo materialiste. Per il veggente è scioccante, anche se ha conquistato l’equanimità, quando percepisce queste anime ardenti di sete. Dall’altro lato, il veggente guarda verso un futuro umano che sempre più contiene morti innesti in sé, se non rivivifica di nuovo le rappresentazioni che una volta aveva accolto e che lo uccidono se non vengono alla coscienza. Il veggente dovrebbe guardare verso un futuro in cui gli uomini, ancora molto prima di quanto sia il caso oggi per ogni tipo di ereditarietà, mostrino caratteri di vecchiaia. Come già oggi si possono vedere caratteri di vecchiaia infantile e persino da vecchio, così gli uomini allora, ben presto dopo la nascita, avrebbero rughe e altri caratteri di vecchiaia, se non sorgessero forze rivivificanti attraverso la conoscenza dello spirito; forze che sono ricordi delle rappresentazioni una volta accolte in modo naturale.
Affinché il genere umano che muore sia fornito di un elisir che lo rivivifichi, affinché ai morti sia data la possibilità di entrare in contatto con i loro parenti rimasti, il veggente che diviene consapevole di questo fatto ricerca un linguaggio che non solo sia compreso qui sulla terra dalle anime incarnate nel corpo fisico, bensì che sia comunemente parlato dalle anime che vivono qui fra la nascita e la morte e da quelle che vivono di là fra la morte e una nuova nascita: alla ricerca di un linguaggio per vivi e morti.
E veramente non è perché si prova una semplice simpatia per quello che è una scienza spirituale, una simpatia teorica così come per altre cose, questo non è determinante, bensì colui che veramente comprende, che guarda nel mondo, lo sente come missione del mondo.
Si dice: la necessità è presente che il linguaggio comune sia trovato, che l’elisir di vita sia trovato che preservi gli uomini dall’appassimento delle loro rappresentazioni. Questa è la missione della scienza dello spirito per gli stessi mondi spirituali. Si avverte questa missione come alta, santa obbligazione, come qualcosa di molto serio e significativo. E non solo diletto dobbiamo trovare nelle rappresentazioni che questa scienza dello spirito può dare alla nostra soddisfazione teorica, bensì dobbiamo sentire, dalle necessità dello sviluppo dell’umanità e del mondo, la potenza spirituale che essa deve avere. Allora sentiremo nel senso giusto della parola perché la scienza dello spirito deve essere, perché deve essere piantata nella vita spirituale dell’umanità. Questo sentimento dobbiamo propriamente conquistare; dobbiamo esserne penetrati. Questo sentimento ha una forza molto salutare; appartiene a quei sentimenti che portano l’anima umana in una vera armonia delle sue forze. È così. Quanto più quello di cui permettiamo che il nostro sentimento sia penetrato appartiene al mondo delle verità soprasensibili, tanto più interiormente capace diventerà il nostro sentire di dirigerci nella vita, tanto più essenziale diventerà questo sentire. Quell’uomo al quale la scienza dello spirito semplicemente piace, che l’accoglie per curiosità o per qualche ragione simile, farà forse di essa un cattivo uso nella vita.
Ma colui che è penetrato dal sentimento caratterizzato sopra, da quel sentimento santo che diviene nostro perché sappiamo che la scienza dello spirito deve essere da necessità interiore, questi si comporterà verso essa con i giusti sentimenti e così si immergerà nella vita.
Potrà orientarsi con la scienza dello spirito nelle situazioni di vita più serie e difficili, e forse proprio allora si orienterà, quando esteriormente sorgono le maggiori difficoltà. Poiché la scienza dello spirito è una questione del futuro, essa è entrata oggi nel mondo perché nel senso più ampio, nel modo più ampio, deve servire l’umanità. Questo causa che gli uomini i quali, per così dire, hanno paura nei fondali delle loro anime dei mondi spirituali, vivano questa paura come odio nella loro coscienza. Molti sentimenti umani sono affini l’uno all’altro; l’ambizione e la vanità sono, ad esempio, affini alla paura. E in modo complicato molti sentimenti sono affini fra loro. Perché l’uomo è ambizioso, vanitoso? Che cosa significa essere ambiziosi, vanitosi? Essere ambiziosi, vanitosi significa: voler valere qualcosa attraverso il giudizio del suo ambiente e compiacersi in questo, avere piacere attraverso questo giudizio. Perché uno vuole questo? Uno può volerlo per diverse ragioni. Oggi però è il tempo in cui gli uomini, quando si guarda nei più profondi fondali dell’anima in loro, si rivelano come codardi estremi. Uomini che nella loro coscienza esteriore si presentano a volte completamente robusti, nei fondali della loro anima sono codardi. E cercano vari sedativi quando hanno tale paura verso i mondi soprasensibili. Questo significa: poiché taluno crede di perdere il terreno sotto i piedi se penetra nei mondi spirituali, lo afferra la paura. Ma questa paura vuole attutirla, a volte per paura della forza seria e dignitosa che deve applicare per penetrare nei mondi spirituali. Già ne ho visti parecchi che hanno creduto di stare nei mondi spirituali fra quattro settimane, ma allora si rivela, oh spavento degli spaventi, che in questa incarnazione, sulla base della conoscenza dello spirito, non si può più diventare quello che si era prima.
224 e nel momento in cui l’uomo scopre il suo interno essere, allora accade che spesso si sente intimidito, perché di solito vuole divenire qualcosa che il mondo intorno a lui consideri celebre.
Allora molti perdono la gioia che ne deriverebbe, altri ne hanno timore.
E per sottrarsi a questo timore, escogitano l’antipatia verso la scienza dello spirito, un’antipatia intrisa di odio e vanità. Questo atteggiamento si diffonderà sempre più nei tempi presenti, perché le anime interiormente vili ed esteriormente vanitose diventano sempre più numerose nel mondo. Perciò è ben possibile che nei tempi prossimi si scaricherà contro la scienza dello spirituale un’ancora maggior quantità di odio e di attacchi di quanta non ve ne sia stata finora. Abbiamo dunque ragione sufficiente per vedere con assoluta chiarezza in tutte queste vicende e per sentirla profondamente: anche quando esteriormente potrebbe sembrare che tutto possa andare storto, dobbiamo conservare armonia nei nostri sentimenti. Vedere con chiarezza e nitidezza diviene necessario, se vogliamo mantenerci fermi sul terreno della conoscenza spirituale. Nella nostra epoca, spesso coloro che si ritengono più idonei a muovere critiche non sanno minimamente di che cosa parlano. Ci sono persone che cominciano a scrivere articoli contro la scienza dello spirito e la vituperano ferocemente per la sua fantasticheria: che cose strane può inventare lo spiritista! Eppure nella seconda metà dello stesso articolo forniscono notizie sull’autore che sono tutte completamente false, completamente prive di verità. Una fantasia disordinata regna in queste descrizioni. Nessuno, nemmeno chi fosse penetrato nei mondi soprasensibili, potrebbe inventare una tale fantasticheria quanto colui che nella prima parte del suo scritto ha vilipeso la fantasticheria della scienza dello spirito.
Così le cose si trasformano nell’anima umana.
Coloro che si credono autorizzati a proclamare apertamente la verità e che dispongono di una fantasia losca rispetto ai fatti del piano fisico, si narcotizzano vituperando ciò che deve essere colto in forma soprasensibile. L’umanità non ricerca dunque solo nell’alcol, ma anche in molti altri mezzi, forme di narcosi.
In parecchi campi bisogna vedere con chiarezza, e ci fornisce questa chiarezza la concezione del mondo spirituale. Si cercano i narcotici più vari e si trovano, perché sempre più spesso negli strati nascosti dell’anima umana operano nature diaboliche. Questi esseri demoniaci verranno progressivamente liberati soprattutto contro quello che deve fecondare l’umanità dal lato spirituale.
Questo è qualcosa che desidero, cari amici, dipingere dinanzi alle vostre anime come un quadro del futuro, proprio perché è bene che ricordiamo in questa epoca quanto sia importante, se vogliamo veramente comprendere la scienza dello spirito e la sua missione, il suscitare in noi stessi i giusti sentimenti nei confronti di essa: così potremo stare fermi e sicuri sul terreno dal quale osservare tranquillamente nel nostro intimo lo sviluppo futuro, anche se esteriormente potremmo sempre più essere trascinati nella disarmonia e potremmo sempre più subire ingiustizie.
Ancora oggi molti uomini, moltissimi, dicono così: ebbene, potrebbe esistere una vita psichico-spirituale dopo la morte, ma perché dovremmo occuparcene adesso?
Possiamo condurre semplicemente questa vita terrestre con tutto ciò che essa contiene, con tutto ciò che ci offre, e aspettare se quell’altra vita si manifesterà quando la morte giungerà!
La scienza dello spirito però ci mostra che l’uomo nell’intervallo tra la morte e la nuova nascita incontra determinate entità.
Come qui incontra molti esseri dei regni naturali, così là incontra le entità delle gerarchie superiori e le entità più o meno elementari. Se un uomo attraversa la vita senza capacità di giudizio, ciò accade perché tra la morte e la nascita non ha potuto incontrare quelle entità che avrebbero potuto comunicargli le forze per sviluppare le sue capacità in modo che risultasse moralmente e intellettualmente idoneo in questa vita. Or dunque, la possibilità e l’abilità di incontrare determinate entità tra la morte e la nascita dipendono dalla vita precedente.
Se non ci siamo mai occupati durante la vita terrestre di pensieri che si rivolgono verso il mondo spirituale, di pensieri che riguardano il soprasensibile; se nella vita terrestre precedente siamo stati completamente assorbiti dal mondo esteriore, dal mondo dei sensi; se abbiamo vissuto soltanto secondo l’intelletto rivolto al mondo fisico esteriore, allora ci rendiamo impossibile, fra la morte e la nuova nascita, l’avvicinamento a determinate entità e la ricezione da loro delle capacità necessarie per la vita seguente.
È come se il regno che là ci attende restasse per noi scuro e buio, e non potessimo trovare nella tenebra le forze delle gerarchie superiori.
L’uomo percorre dunque il cammino tra la morte e la nuova nascita senza prestare attenzione a quelle entità dalle quali dovrebbe ricevere le forze per la vita terrestre successiva.
E da dove proviene la luce per illuminare l’oscurità tra la morte e la nascita?
Da dove la prendiamo, questa luce? Fra la morte e la nuova nascita nessuno ci dà luce. Le entità sono presenti, ma tutto dipende dal fatto che ci uniamo a loro, mediante il fatto che nella vita terrestre precedente ci siamo noi stessi accesi la luce attraverso l’occupazione con il mondo spirituale.
Dopo la morte non possiamo più illuminare l’oscurità, se non abbiamo portato con noi la luce nell’istante in cui siamo passati attraverso la porta della morte. Comprendiamo allora quanto sia inesatto il detto secondo cui non si dovrebbe occuparsi qui della vita spirituale, ma piuttosto aspettare ciò che arriverà. Sì, se aspettiamo ciò che arriva, allora giunge l’oscurità. La vita terrestre non è dunque semplicemente un passaggio, bensì possiede una missione: è una necessità per l’aldilà così come l’aldilà è una necessità per la vita terrestre.
Le luci per la vita al di là devono essere portate da qui dalla terra.
Perciò può accadere che l’uomo rimanga sordo di fronte al mondo soprasensibile, che avanzi a tentoni dinanzi alla possibilità, alle capacità, di crearsi gli strumenti per la sua vita successiva. Ora però l’uomo progredisce di nuovo attraverso la porta della morte dopo una vita nella quale era deficiente sotto diversi aspetti. Comprendete, se ne offre quasi un quadro sconsolante. Se non intervenisse nulla di diverso, l’uomo dovrebbe divenire sempre più deficiente. Poiché se l’uomo per la prima volta in una vita terrestre, attraverso una sordità volontaria, si è chiuso di fronte al mondo soprasensibile, nella vita successiva è ancora meno capace di prepararsi gli organi necessari. E se nulla di diverso giungesse, dovrebbe continuare così.
Dunque il suo sviluppo procederebbe sempre verso il basso. Allora però interviene qualcosa di diverso. Se l’uomo attraversa la terra con una sordità volontaria, allora nella vita dopo la seconda vita terrestre gli si avvicina Lucifero con il suo potere. Se Lucifero non si accostasse a lui, l’uomo entrerebbe ancora di più nel buio durante la successiva vita fra la morte e la nuova nascita. Ma poiché è passato attraverso una vita come quella ora descritta, Lucifero può avvicinarglisi e gli illumina ora quelle forze e quelle entità di cui ha bisogno per la vita successiva. La conseguenza è che tutte queste forze sono tinte della luce di Lucifero.
Entra dunque dopo un’esistenza ottusa, e dopo essere stato guidato da Lucifero durante la vita fra la morte e la nuova nascita, in una nuova vita terrestre: allora è completamente dotato di capacità che preparano i suoi organi in modo da esporlo dappertutto alle tentazioni di Lucifero sulla terra. Un tale uomo può allora essere intelligente e scaltro, ma il suo intelletto sarà freddo e calcolatore, soprattutto pervaso da egoismo.
Chi vede le cose spiritualmente constata presso molti uomini nel mondo che sono effettivamente intelligenti e scaltri, ma freddi ed egoisti nel loro agire, tanto che, quando vi si relazionano, vi sfruttano affinché possano avanzare il più possibile e mettersi in mostra: costui riconosce che in una vita precedente nel mondo spirituale erano stati guidati da Lucifero, e che avevano condotto un’esistenza ottusa nell’incarnazione terrestre antecedente; un avanzare a tentoni nel buio della vita ancora più remota, prima un chiudersi consapevolmente contro il mondo spirituale.
E si deve dire: a tale conoscenza si dischiude una prospettiva triste per l’umanità materialistica.
Gli uomini che nel presente sono orientati materialisticamente e rifiutano l’occupazione con il mondo spirituale, che considerano la vita dell’anima conclusa nel momento della morte, di fronte a loro sta una tale vita come l’ho ora descritta. Tuttavia non possiamo cavarcela soltanto costruendo astrattamente qualche teoria sul nesso tra le diverse vite, ma la visione concreta ci mostra gli innumerevoli nessi tra le vite terresti passate e future e le successive vite nel mondo spirituale.
Dobbiamo mantenerci saldi su questo: la vita terrestre possiede un grande significato per la vita dopo la morte. Ed essa ha anche un’altra importanza. Ha il significato che certi esseri possiamo incontrarli veramente nel modo più pieno solo sulla terra. E a questi esseri appartiene soprattutto l’uomo stesso. Se il legame da uomo a uomo non potesse annodarsi sulla terra, nemmeno potrebbe annodarsi nel campo spirituale. Gli elementi di unione che sussistono tra uomo e uomo sono tali che si formano qui e poi proseguono nel mondo spirituale.
Eppure non possiamo mai formarli con esseri umani che in qualche modo sono predestinati a incarnarsi sulla terra, se abbiamo sulla terra la possibilità di conoscerli ma non l’utilizziamo: non possiamo compensare nel mondo spirituale, nel tempo che viviamo tra la morte e una nuova nascita, quello che qui abbiamo tralasciato.
Facciamo un esempio: Gautama Buddha. Egli era un’entità umana tale che in quel tempo, nel sesto secolo prima della nostra era, viveva come figlio del re e nel suo ventinovesimo anno salì dalla dignità di Bodhisattva alla dignità di Buddha. Ciò significa: divenne un Buddha, e un Buddha non ha più bisogno di incarnarsi in un corpo umano fisico. Gautama Buddha aveva dunque compiuto allora la sua ultima vita terrestre. Un gran numero di uomini venne allora sulla terra in contatto con questa entità. Anche nelle incarnazioni ancora più antiche sulla terra gli uomini vennero in contatto con il Bodhisattva. Tutti questi rapporti potevano di nuovo proseguire nel mondo spirituale. Coloro che qui sulla terra vennero in contatto con Gautama Buddha potevano proseguire nel mondo spirituale quel rapporto, simile a quello tra allievo e maestro, che si era annodato tra loro e il Gautama Buddha. Ma c’erano anime nel corso dello sviluppo terrestre che non avevano mai acquisito un rapporto con Gautama Buddha sulla terra. Queste anime, anche se avessero raggiunto una maturità ancora così straordinaria, non possono più stare così facilmente in contatto nel mondo spirituale con il Gautama Buddha, con l’anima che un tempo era incarnata nel Gautama Buddha. Soltanto, riguardo al Gautama Buddha si produce una specie di compensazione; accade qualcosa per lui che funge da compensazione, se non si fosse venuti sulla terra in un certo contatto con lui. Il Buddha infatti ha compiuto un destino tutto particolare dopo che era Gautama Buddha e non aveva più bisogno di tornare sulla terra, ma continuava a vivere in una regione puramente spirituale.
Inizialmente rimase certo in rapporto con le condizioni terresti; ma non dalla terra, a cui non tornava più, bensì dalle regioni spirituali, da lì l’entità di Gautama Buddha agiva nel corso dell’esistenza terrestre.
Sappiamo che Gautama Buddha fece raggiare la sua entità nel bambino Gesù di cui ci narra il Vangelo di Luca. Allora l’entità soprasensibile del Buddha raggiò nel corpo astrale del bambino Gesù di Luca, operava dunque dal mondo soprasensibile nell’esistenza terrestre. Ma con i comuni modi di rappresentazione gli uomini della terra non potevano più venire in contatto con lui; bensì in contatto con l’anima del Gautama Buddha potevano venire solo coloro che dalla terra, attraverso uno sviluppo superiore, trovavano accesso a lui, per esempio Francesco d’Assisi.
Prima che questi entrasse nell’esistenza terrestre e prima che terminasse l’ultima vita tra nascita e morte, l’entità di Francesco d’Assisi viveva in una colonia di misteri situata nell’Europa sudorientale, nella quale non c’erano maestri fisici, bensì maestri della gerarchia soprasensibile, a cui il Buddha apparteneva o meglio dire, l’anima che una volta era incarnata nel Buddha.
In una tal sede di misteri è così: ci sono discepoli che hanno già sviluppato le alte capacità per la visione del mondo soprasensibile. Tali discepoli sono capaci di avere maestri che agiscono solo dal mondo spirituale.
E così nella sede misterica il Buddha insegnava; e un discepolo devoto del Buddha era Francesco d’Assisi nella sua incarnazione anteriore. E allora Francesco d’Assisi apprese tutto quello che lo abilitava a illuminarsi da se stesso, nella vita in cui poi entrava, le gerarchie superiori, che lo fecero allora apparire come il grande mistico che poteva esercitare un influsso così potente nel suo tempo.
Tutto ciò è possibile proprio perché questa anima di Francesco d’Assisi era entrata in una relazione attraverso le sue allora più alte capacità con il Gautama Buddha, anche ancora quando poteva agire su di lui dal mondo soprasensibile.
Ma per la vita umana ordinaria, che è affidata alla vita sviluppata attraverso i sensi e l’intelletto, un tale incontro non è possibile. E allora vale quello che è stato appena detto: che non possiamo incontrare un essere umano quando non l’abbiamo incontrato nel mondo fisico. L’eccezione che abbiamo conosciuto presso il Buddha condiziona allora ulteriormente altre eccezioni. E se è impossibile che l’uomo ordinario incontri nelle regioni spirituali uomini con cui qui non ha intessuto relazioni, tuttavia è possibile che l’uomo terrestre, che qui ha ricevuto l’impulso del Cristo, che se ne è permeato, tra la morte e una nuova nascita, se non altri uomini con cui qui non ha intessuto contatto, almeno il Buddha possa incontrare.
Poiché per lui è provvisto di nuovo qualcosa di affatto speciale. All’inizio del diciassettesimo secolo, allora, un altro pianeta oltre alla terra si trovava in un punto di una crisi evolutiva simile a quella in cui la terra si trovava quando il Mistero del Golgota arrivò. E come allora dall’alto, in questo corso dell’esistenza, il Cristo apparve, così nella crisi di Marte al volgere del diciassettesimo secolo apparve su questo Marte il Buddha.
Ciò significa: dopo che il Buddha era passato attraverso le sue incarnazioni terresti fino all’ultima, non gli era più necessario tornare in una vita terrestre; ma continuò la sua attività in altre regioni. Il Buddha si trasferì per così dire dalle condizioni terresti a Marte.
E mentre fino a quel momento Marte era il luogo d’origine prevalente delle forze che il greco designava come la lotta feconda per il mondo, questa missione di Marte al volgere del diciassettesimo secolo era conclusa, ed era necessario un nuovo influsso: il Buddha compì lì la crocifissione del Buddha.
Non svolse per Marte il mistero del Buddha come il mistero del Cristo si svolse sulla terra, ma il Buddha principe della pace, che nell’ultima sua vita terrestre diffondeva dappertutto pace e amore, fu trasferito nel Marte pervaso di lotta. E il trasferimento dell’entità che è completamente ricolma di forze di pace, di forze di amore, nel piano della lotta e della disarmonia: questo è stato in un certo senso anche una crocifissione.
Lo sguardo spirituale vede due momenti che si uniscono meravigliosamente. Se si rivolge lo sguardo al Buddha ottantenne morente qui sulla terra, allora è proprio questa morte di Buddha qualcosa di singolarmente toccante e sconvolgente. Nel 483, in una splendida notte di plenilunio, avvolta nella luce argentea della luna, morì il Buddha, diffondendo pace e mitezza. Era l’ultimo momento sulla terra. Poi agì ancora nel modo che vi ho or ora descritto sulla terra. All’inizio del diciassettesimo secolo lo sguardo spirituale vede di nuovo brillare la lieve, argentea luce morale del Buddha su Marte. Sono due momenti meravigliosi che si concludono insieme nell’accadere cosmico.
E gli uomini che qui sulla terra ricevono nel modo adeguato l’impulso del Cristo, questi percorrono allora, quando vivono laggiù, attraverso il mondo cosmico. Noi tutti percorriamo questi mondi del cosmo. Percorriamo dapprima i pianeti del nostro sistema planetario. Viviamo un periodo sulla Luna, un periodo su Mercurio, un periodo su Venere, un periodo sul Sole, un periodo su Marte, un periodo su Giove, un periodo su Saturno.
Poi procediamo oltre nella regione intorno al nostro sistema planetario, per poi tornare di nuovo.
E proprio allora incontriamo quelle forze e quelle entità da cui dobbiamo ricevere quello che abbiamo bisogno per costruire la vita terrestre successiva. E colui che qui sulla terra ha ricevuto l’impulso del Cristo, può allora nel suo passaggio attraverso la sfera di Marte ricevere quello che effonde il Buddha.
Questo è un tale caso, un caso eccezionale, in cui anche le anime che non si erano incontrate con il Buddha nelle loro incarnazioni terrestri passate, possono ancora adesso, fra la morte e la nuova nascita, incontrare questo Buddha. Per lo sguardo veggente si è rivelato che alcuni uomini che vivevano nel diciassettesimo secolo mostravano la loro singolare capacità per il fatto che nel tempo che precedeva la loro nascita, nei mondi spirituali ricevevano la loro forza dal Buddha. Scarse sono in fin dei conti ancora le capacità di ricevere queste forze per gli uomini, perché il Buddha non ha ancora compiuto a lungo su Marte questo mistero. Nel futuro le anime umane sempre più riceveranno forze nella sfera di Marte dal Buddha. Ma già nel diciannovesimo secolo si sono mostrati, per chi può vedere tali cose, uomini che potevano qui sviluppare nel corso della vita terrestre le loro capacità per il fatto che al loro passaggio attraverso la sfera di Marte ricevevano influssi dal Buddha. Così complicato e così meraviglioso trascorrono queste vite fra la morte e la nuova nascita. L’uomo deve portare con sé da qui la luce che illumina le esperienze fra la morte e una nuova nascita, altrimenti procede nel buio. E così è anche in questo caso particolare.
L’uomo che da qui sulla terra passa attraverso la porta della morte e qui non ha ricevuto l’impulso del Cristo, che non ne ha voluto sapere, può allora nel corso della vita seguente nel mondo spirituale passare attraverso la sfera di Marte senza sospettare nulla degli influssi del Buddha.
Il Buddha per lui è come se non fosse.
Poiché dobbiamo mantenerci saldi su questo: noi passiamo ben attraverso le entità delle gerarchie superiori; che però le notiamo e che possiamo acquisire l’essenziale insieme a loro, questo dipende da come nel corso dell’ultima vita terrestre ci siamo noi stessi accesi la luce, affinché non passiamo loro accanto, bensì possiamo ricevere da loro qualcosa.
Così sbaglia completamente chi dice: è inutile occuparsi nel corso della vita terrestre dell’aldilà. Avete dunque già visto che propriamente la vita terrestre, per una considerazione più alta, è una specie di caso speciale. Viviamo qui nella sfera terrestre, fra nascita e morte, incarnati nel corpo fisico. Passiamo fra le vite terrestri attraverso il mondo spirituale.
Oltre l’incarnazione terrestre si può parlare di un’«incarnazione» fra la morte e la nuova nascita, o piuttosto di un’anima-ficazione. Quello che ho esposto per l’altro mondo vale anche per la terra. Pensate dunque a questo: per gli abitanti di Marte, che appartengono particolarmente a Marte, un uomo che vive fra la morte e una nuova nascita può passare attraverso l’esistenza marziana senza venire in contatto con le entità di Marte.
Non le vede, esse non lo vedono. Così è anche per la terra. Attraverso la sfera terrestre passano continuamente esseri che veramente appartengono ad altri pianeti, così come l’uomo appartiene alla terra. Gli abitanti di Marte conducono la loro vita regolare su Marte, e fra la loro esperienza che corrisponde alla morte (è comunque qualcosa di diverso) e la loro nuova vita su Marte, realizzano il loro passaggio attraverso gli altri pianeti.
Così che effettivamente abitanti di altri pianeti passano continuamente attraverso la nostra sfera terrestre.
Gli uomini della terra non possono stabilire alcun rapporto con loro, perché vivono sotto condizioni di esistenza completamente diverse e perché in certi casi non hanno affatto intessuto relazioni su Marte con questi esseri.
Che cosa sarebbe necessario per incontrare questi passanti attraverso la sfera terrestre che propriamente appartengono ad altri pianeti? Sarebbe necessario avere sviluppato punti di contatto con loro sui loro stessi pianeti. Questo si può fare solo se qui già sulla terra, consapevolmente attraverso lo sviluppo di forze soprasensibili, si può entrare in relazione con esseri diversi dagli esseri terrestri. Così si presenta effettivamente la possibilità che, presso coloro che hanno compiuto uno sviluppo spirituale superiore, possa verificarsi anche un incontro con i passanti di altri pianeti. E per quanto strano sia, è veramente vero quello che vi dico: per colui che oggi sente le singolari teorie che la fisica e l’astronomia espongono per gli abitanti di Marte, per chi le conosce come passanti attraverso la nostra terra e da loro apprende come è il corso dell’esistenza su Marte, perché così si apprende, per lui queste ipotesi sono assai comiche; perché le cose sono del tutto diverse. Tutte queste cose le espongo perché desidero che allarghiate lo sguardo dalla vita terrestre verso gli altri mondi, al di là degli esseri visibili di cui siamo circondati, verso gli esseri che non sono percepiti finché lo sguardo per loro non è aperto. Ma non solo non possiamo incontrare sulla terra uomini negli altri pianeti fra la morte e una nuova nascita, con cui qui non abbiamo intessuto relazioni; noi non possiamo nemmeno venire in contatto fra la morte e una nuova nascita con tali condizioni che appartengono alla missione della terra, che devono qui svilupparsi e con cui non siamo entrati sulla terra in alcuna relazione, o con cui non entriamo in relazione per via dell’ambiente terrestre.
Che cosa è la scienza dello spirito o l’antroposofia in relazione cosmica?
Ebbene, colui che si costruisce ogni sorta di teorie potrebbe facilmente credere: la scienza dello spirito è qualcosa che può essere insegnato e imparato attraverso tutti i mondi.
Ma nel cosmo non è così ordinato. Ogni ambito del mondo ha il suo compito particolare, e questo non si ripete allo stesso modo nel cosmo. La scienza dello spirito è possibile solo sulla terra, non su un altro pianeta o un’altra regione. Perciò è stata fatta la terra dai poteri creativi, affinché qui sorga quello che può sorgere solo sulla terra. La scienza dello spirito può sorgere solo sulla terra, non si può imparare da nessun’altra parte; è una rivelazione del mondo soprasensibile, ma nella forma in cui si presenta, può presentarsi solo qui. Ora si può dire: sì, tutto questo può essere così, ma l’uomo potrebbe istruirsi del mondo soprasensibile in un’altra forma nel mondo soprasensibile, che non nella forma della scienza dello spirito! Sì, si può pensarlo, ma non è vero. L’uomo è infatti costituito in modo tale che, una volta, se vuole acquisire veramente nel modo giusto per lui un rapporto al mondo superiore, non può acquisirlo che attraverso la scienza dello spirito. Se l’uomo tralascia sulla terra di avvicinarsi alla scienza dello spirito o all’antroposofia, nessun’altra vita lo aiuta a conoscerla. Ma nemmeno nessun’altra vita lo aiuta a conoscere il mondo soprasensibile nel modo giusto umano. Questo non deve portarci alla disperazione riguardo ai molti uomini che ancora non vogliono sapere nulla di scienza dello spirito: essi ritorneranno e allora potranno venire in contatto con essa.
L’antroposofia è ordinata sulla terra affinché possa mediare agli uomini quello che deve essere conosciuto nel modo umano del mondo soprasensibile.
Solo un tipo di mediazione è possibile, ed è possibile solo attraverso la mediazione degli uomini.
Se l’uomo è entrato attraverso la porta della morte nel mondo spirituale senza aver qui sperimentato qualcosa di scienza dello spirito, può sperimentarlo perché è stato in relazione con uomini terrestri che ne sono in contatto. È una strada tortuosa, ma è un cammino possibile. Prendiamo l’esempio di due uomini che qui sulla terra erano profondamente amici: uno era in relazione con l’antroposofia, l’altro non voleva saperne di scienza dello spirito; ora dopo la morte però ha nostalgia di essa, può accadere che il vivente antroposofo si adoperi fino alla propria morte nel leggergli ad alta voce.
Dopo un certo tempo il sopravvissuto, che al morto ha letto, passa a sua volta attraverso la porta della morte; allora è con lui nel mondo spirituale. Sì, allora ripete un’eco di quel rapporto che qui sulla terra sussisteva, e questo comporta una difficoltà, mentre non c’era alcuna difficoltà quando l’uno ancora stava sulla terra e l’altro era morto.
Emergono dissonanze quando si ritrovano di nuovo sotto le medesime condizioni di esistenza che nei loro rapporti terreni erano sussistite. E come qui un’anima non voleva saperne dell’altra riguardo alla scienza dello spirito, così è anche di là. Questo però ci mostra di nuovo come le condizioni di là dipendono dalle condizioni qui sulla terra. Le cose sono semplicemente molto complicate e non possono essere costruite puramente dal pensiero. Ma quello che riposa nella missione della scienza dello spirito, entra vivo dinanzi alle nostre anime per mezzo di tali fatti. Ci mostra come l’abisso è colmato tra i viventi e i morti.
Noi vediamo, anche i morti possono in certi casi agire sulla terra, così come i viventi possono agire nel mondo spirituale.
Possiamo investigare come i morti agiscono sulla terra fisica. Nel complesso gli uomini qui sulla terra sanno molto poco di quello che li circonda. Come considerano gli uomini la vita propriamente?
La considerano in modo tale da legare gli eventi che si svolgono a un filo, cosicché considerano l’uno come causa, l’altro come effetto, ma senza pensare molto oltre. Per quanto strana suoni, è così. Ciò che accade è il contenuto più esiguo della vita reale, solo il contenuto esteriore della vita reale.
C’è ancora qualcosa d’altro nella vita oltre quello che accade così; qualcosa che non è di minore significato per la vita. Prendiamo un esempio. Un uomo è abituato a uscire da casa ogni giorno puntualmente alle otto. Ha quotidianamente una strada determinata da percorrere attraverso una piazza. Un giorno le circostanze fanno sì che esca tre minuti più tardi del solito; però percorre lo stesso cammino. Allora nota qualcosa di straordinario sulla piazza per la quale deve passare giornalmente sotto colonnati: il soffitto dei colonnati è crollato.
Se fosse uscito all’ora solita, il soffitto certamente lo avrebbe schiacciato. Nella vita ci sono molte cose così. Quante volte possiamo dirci che sarebbe stato completamente diverso se queste e quelle condizioni fossero state presenti, da quello che effettivamente è accaduto. Nel corso della vita siamo protetti da molte cose; molte cose non accadono che potrebbero accadere.
Nella vita consideriamo infatti solo le realtà esteriori, non però le possibilità interne; ma queste possibilità continuano a stare dietro la vita.
Se un giorno passato ci ha portato questi o quegli eventi, questo è nel fondo in fin dei conti solo l’esteriormente reale, e dietro vi sta un intero mondo del possibile.
Pensate ad esempio al mare, cari amici. Nel mare vivono molte, molte aringhe; affinché potessero nascere, non c’erano però tanti germi quante aringhe nascono. Molti, innumerevoli germi periscono; non raggiungono il loro scopo; vive solo il numero possibile di aringhe. Ma così è con l’intera vita. Quello che viviamo da mattina a sera è solo un brano di una gran moltitudine di possibilità. In ogni istante passiamo accanto a cose possibili ma non accadute. Se qualcosa di possibile ci è passato accanto, allora per noi è un momento particolare. Pensate all’esempio dell’uomo che semplicemente avrebbe dovuto uscire da casa: sarebbe stato schiacciato dal soffitto dei colonnati. Ma così sono continuamente tali possibilità presenti per noi. In un tale momento, in cui un uomo è tre minuti dopo davanti all’edificio che altrimenti lo avrebbe schiacciato se fosse arrivato prima, è il momento favorevole perché il mondo spirituale possa lampeggiare in lui. Può accadergli una di queste esperienze che lo può mettere in contatto con i morti. Oggi l’uomo non bada ancora a queste cose, perché vive propriamente solo in superficie. La scienza dello spirito diverrà progressivamente elisir di vita, e l’uomo non solo vedrà quello che è realtà esteriore, bensì baderà a quello che si annuncia nella sua vita dell’anima. E spesso in questo la voce dei morti, che ancora vogliono qualcosa dai viventi.
Come abbiamo un esempio nel leggere ad alta voce che i viventi possono agire sui morti, così anche i morti possono di nuovo agire sui viventi. Verrà il tempo in cui gli uomini nello spirito parleranno con i morti.
Allora parleranno ai morti e ascolteranno i morti in qualche modo.
Poiché è così che la morte cambia solo la forma esteriore dell’uomo, ma la sua anima continua a svilupparsi, è ancora uno stato assai imperfetto dell’umanità quello che gli uomini vivono attualmente, in quanto non hanno comunione con gli uomini che vivono soltanto in altra forma, che hanno semplicemente un’altra specie di vita.
Quando la scienza dello spirito non sarà più una teoria, bensì penetrerà le anime, allora anche una comunione viva con i morti potrà sempre essere presente. Questo, che ora può esistere in una certa misura solo per il veggente, diverrà progressivamente patrimonio comune dell’umanità. Potete dire: per il veggente potrà essere così, può cercare gli uomini tra la morte e una nuova nascita.
Ma è assai difficile oggi, perché l’incredulità nel mondo spirituale, il non stare in relazione col mondo spirituale, crea ostacoli anche per coloro che possono collegarsi col mondo spirituale. Ci sono infatti determinate cose che allora possono svolgersi indisturbate, solo quando possono essere patrimonio comune degli uomini. Può un uomo essere anche il più celebre costruttore, se nessuno gli affida qualcosa da costruire, egli non può allora costruire. Così può accadere anche per il veggente. Può avere le capacità di salire in un mondo spirituale fino ai morti: ma se questo viene reso difficile dal fatto che la comunione con i morti è impossibile per la maggior parte degli uomini, anche per il veggente può riuscire solo in casi eccezionali.
Cari amici, volevo mostrarvi come la scienza dello spirito può operare nella vita. E forse meglio ancora di quello che apprendiamo teoricamente, è questo sentimento, questa emozione, di coltivare la consapevolezza della missione della scienza dello spirito nel futuro umano. Attraverso questo consegue colui che appartiene a questo movimento antroposofico un’impressione di quello che propriamente fa.
Riceve un’impressione di quale immensa cosa dovrà essere compiuta precisamente attraverso la scienza dello spirito o l’antroposofia.
E così impara ad aderirvi con piena serietà e in piena dignità, impara a non prenderla come qualcosa di leggero che dovrebbe solo edificarci, bensì a prenderla come qualcosa che per l’umanità nel suo procedere verso il futuro diviene sempre più necessaria.
Questo volevo suscitare in voi attraverso le odierne considerazioni: una tale emozione.
In ambienti dominati da sentimenti materialistici, si usa assai frequentemente un detto che, considerato superficialmente, potrebbe sembrare ragionevole nel complesso; ma si rivela completamente diverso allorché lo si illumina con le conoscenze della scienza dello spirito.
In particolare, questo modo di dire era particolarmente diffuso nel periodo in cui il materialismo teorico fioriva e dominava larghi strati di popolari: anche oggi, però, talvolta lo si sente ancora. Esso sostiene: concedendo anche che esista una vita dopo la morte, l’uomo non dovrebbe affatto occuparsi di essa prima di giungere alle soglie della morte; infatti, quando avrà varcato quella soglia, vedrà da sé che cosa viene dopo; e per questo mondo fisico basta del tutto, completamente, immergersi nell’esistenza fisica e sperare che, avendo così colmato la sua vita fisica, allora sarà già preparato per accogliere degnamente quella vita oltre la morte, qualora essa esista. Dalla prospettiva della chiaroveggenza, che deve osservare ciò che l’uomo sperimenta fra la morte e una nuova nascita, questo detto risulta assolutamente impossibile.
Quando infatti l’uomo ha varcato le soglie della morte (l’abbiamo già accennato nelle considerazioni che abbiamo svolto durante la mia precedente permanenza qui), allora egli è dapprima occupato nell’elaborare quello che gli rimane di resti, ricordi e legami con l’ultima vita terrena.
Si potrebbe dire: nei primi tempi dopo la morte, attraverso anni, addirittura attraverso decenni, l’uomo guarda indietro in certa misura alla sua ultima vita terrena; egli è ancora occupato dalle cose che nel corpo astrale rimangono come forze della vita terrena precedente.
Ma sempre più e sempre più egli penetra in quella regione che possiamo, dal punto di vista cosmico, descrivere come la più recente; sempre più penetra nella regione dove entra in rapporto con gli esseri delle gerarchie superiori. E fra la morte e una nuova nascita l’uomo deve necessariamente entrare in connessione con gli esseri delle gerarchie superiori; infatti, deve raccogliere quelle forze di cui avrà bisogno quando di nuovo nascerà in un’esistenza fisica. L’uomo deve portare in questa esistenza fisica due cose che si sono formate e potenziate fra la morte e la nascita. Egli deve introdurre in sé quelle forze che lo rendono capace di unirsi con ciò che riposa nel flusso dell’eredità; questo gli viene trasmesso dalla corrente ereditaria come una sostanzialità proveniente da essa. In ciò che si unisce con il flusso dell’eredità, egli deve possedere le forze che, fin dai primi anni e poi ancora a lungo durante la vita, plasmano interiormente la corporeità in modo vivente; così che la corporeità risulti pienamente adatta all’individualità che l’uomo porta da una vita terrena precedente. Ciò che l’uomo riceve dai suoi antenati nella linea ereditaria fisica corrisponde all’individualità umana soltanto perché l’uomo è attratto da certi rapporti, per così dire, di mescolanza nella linea ereditaria fisica, generati dal modo di essere del padre, della madre, dei nonni e così via. Da ciò che può nascere nella linea ereditaria fisica, l’uomo è attratto. Ma ciò che l’uomo riceve come suo involucro esteriore, nel passare attraverso la nascita, deve essere plasmato più finemente. E questo plasmamento avviene con l’aiuto di un ordinamento straordinariamente complicato di forze che l’uomo porta con sé dal mondo spirituale.
Egli le riceve in modo che dall’una gerarchia ottiene certe forze e dall’altra gerarchia ne riceve altre.
Se vogliamo usare un’espressione figurata, possiamo dire: fra la morte e una nuova nascita vengono donate all’uomo i doni degli esseri delle gerarchie superiori, e questi doni sono le forze di cui ha bisogno per adattare all’intera sua individualità ciò che gli viene trasmesso per eredità. Se questo è l’aspetto che dobbiamo considerare nell’uomo che va incarnandosi, allora un altro aspetto è che l’uomo lavora continuamente, sebbene non ne sia consapevole, alla composizione e alla formazione del suo destino.
Molte cose che nella vita umana accadono come per caso, l’uomo le produce perché fra la morte e la nascita si è appropriato delle forze che lo rendono capace di incontrare sulla terra esattamente ciò che nel suo karma poteva essere. Tutto questo ci indica come l’uomo, fra la morte e una nuova nascita, debba ricevere i doni degli esseri delle gerarchie superiori con i quali entra in connessione. Ora si manifesta qualcosa di doppio, secondo quanto rivela lo sguardo chiaroveggente, quando l’anima umana attraversa il campo fra la morte e una nuova nascita.
È possibile che quest’anima umana, senza luce spirituale, quasi brancolando nelle tenebre, debba farsi strada fra gli esseri delle gerarchie superiori in modo da non trovare affatto la possibilità, dalle sue intime tendenze, di accogliere i doni corrispondenti delle gerarchie superiori. Deve essere possibile, sul cammino fra la morte e una nuova nascita, se si vogliono accogliere i doni degli esseri delle gerarchie superiori, scorgere questi esseri, affrontarli consapevolmente. Per dirla figuratamente: si può dover procedere senza luce nel buio (naturalmente di luce spirituale) attraverso ciò che si dovrebbe vivere, attraverso la comunione con gli esseri delle gerarchie superiori. Ma è possibile anche procedere in modo che, secondo il proprio karma, si riceva luce per questi doni e li si accolga nella giusta maniera.
La luce che deve brillarci affinché non avanziamo nel buio fra gli esseri delle gerarchie superiori non potrà mai esserci data quando avremo varcato le soglie della morte, se non ce la portiamo con noi grazie a ciò che di sentimenti, impressioni e pensieri sviluppiamo in questa vita fra la nascita e la morte, rivolti ai mondi superiori.
È dunque qualcosa che dobbiamo preparare da noi stessi in questa vita prima della morte fisica. Rivolgendo i nostri pensieri, impressioni e sentimenti (forse anche solo presagendo, ma comunque rivolgendoli) ai mondi soprasensibili, preparare noi stessi quella luce; infatti questa luce può provenire solo da noi stessi: la luce per mezzo della quale attraversiamo gli esseri delle gerarchie superiori in modo che essi possano veramente donarci i loro doni, così che non manchiamo il bersaglio quando li riceviamo. Vediamo quindi quanto sia assolutamente falso il detto che afferma di poter attendere e non occuparsi dei mondi soprasensibili finché non subentra la morte. Questo è completamente scorretto; infatti, il modo in cui questi mondi ci si avvicinano, se cioè si avvicinano in modo che possiamo ricevere da essi le forze di cui abbiamo bisogno per la prossima vita, dipende da come noi stessi possiamo illuminare il campo fra la morte e una nuova nascita, almeno su un certo tratto. Rimaniamo nel buio se abbiamo trascorso la vita fino alla morte fisica sotto una completa negazione o rifiuto del pensiero ai mondi soprasensibili. È bensì possibile che qualcosa appaia completamente plausibile, ragionevole secondo il comune intendimento umano: misurato con i fatti dei mondi superiori, cessa di essere vero.
Così lo sguardo chiaroveggente scopre assai spesso che in un uomo che non si è curato dei mondi soprasensibili, che non ha voluto saperne nulla, che ha vissuto secondo il principio che tutto il suo pensiero, sentimento e sensazione fosse volto unicamente a questo mondo fisico, che si diceva che il resto gli si avvicinerebbe quando fosse il momento, lo sguardo chiaroveggente scopre che un’anima così, nel passare attraverso le soglie della morte, procede effettivamente nel buio; che deve mancare di accogliere i doni che dovrebbero esserle dati dagli esseri delle gerarchie superiori.
E quando un’anima così attraversa la nascita in una nuova esistenza terrena, le mancano le forze che potrebbero plasmare la corporeità, che potrebbero dare forma alla sua formazione interiore in modo così vivente che l’uomo, secondo il suo karma, fosse veramente capace nella vita. Se l’uomo in una vita precedente si è mostrato così sordo verso i mondi soprasensibili, come è stato accennato, allora deve, passando questa sordità attraverso le tenebre, entrare in una nuova vita sprovvisto e insufficiente. Non ha sviluppato nella sua corporeità le forze che avrebbe dovuto sviluppare nella prossima vita terrena; certe formazioni interiori non si costituiscono; l’uomo rimane in certa misura dietro a ciò che avrebbe potuto diventare, che avrebbe dovuto diventare.
Egli era arbitrariamente sordo nella vita precedente e diventa necessariamente più sordo di quanto avrebbe potuto e dovuto essere nella prossima vita terrena. Non può comprendere quanto avrebbe potuto comprendere; non può partecipare al mondo come avrebbe potuto parteciparvi; rimane senza interesse per ciò per cui avrebbe altrimenti avuto interesse. Tutto questo può manifestarsi come conseguenza karmica della durezza arbitraria in una vita precedente. E così l’uomo, quando di nuovo varca le soglie della morte, può trasportare attraverso quella soglia un patrimonio d’anima che rimane assai indietro rispetto a ciò che avrebbe dovuto essere.
Se poi l’uomo rientra di nuovo nel mondo spirituale e di nuovo attraversa il campo fra la morte e una nuova nascita, potrebbe sembrare dapprima, poiché le sue forze interiori sono state abbassate e divenute insufficienti, che egli debba ora brancare ancora più nelle tenebre, e in certo senso si potrebbe disperare che un’anima simile potesse mai di nuovo elevarsi.
Ma non è così; al contrario, qualcos’altro interviene in questa vita fra la morte e una nuova nascita, qualcosa che come secondo aspetto deve presentarsi all’anima.
In questa vita che segue la vita arbitrariamente sorda, poiché le cose sono andate così come sono andate, Lucifero con le sue forze acquista un potere particolare sull’uomo e illumina per lui il campo fra la morte e una nuova nascita. Egli deve ora accogliere i doni, illuminati dalle forze luciferiche, dagli esseri superiori. Per questo tutti questi doni ricevono una colorazione molto particolare. Certo, l’uomo, procedendo così senza avanzare nelle tenebre, ma anche senza aver illuminato autonomamente da se stesso il campo corrispondente, entra nella prossima esistenza in modo che può bensì plasmare ciò che gli viene dato nell’eredità; ma tutto ciò che egli plasma ha una colorazione luciferica. E quando si osserva un’anima simile nella prossima vita, spesso è del tipo che incontriamo particolarmente nei nostri tempi: uomini con un giudizio sobrio, secco, non solo, ma egoista; con un’intelligenza egoista che, ovunque compaia nella vita, mira solo al proprio vantaggio. Questa è la qualità d’anima che emerge da tutto ciò che è stato descritto. Gli egoisti che sono intelligenti, ma che sanno applicare la loro intelligenza solo al servizio del loro egoismo; che dispongono tutto affinché serva al loro egoismo; che sono intelligenti, ma solo a proprio vantaggio: questi sono per la maggior parte anime che hanno già percorso il cammino appena descritto. E dipende dal fatto che queste anime non rimangono sorde, ma a causa di molte forze in loro provenienti da incarnazioni terrene ancora precedenti, possono accostarsi a ciò che può portar loro sulla terra una possibilità di vera esistenza soprasensibile.
Per questa ragione esiste la possibilità che in una nuova esistenza terrena si venga accesi da conoscenze dei mondi superiori.
Un’anima così non deve rimanere esclusa da ogni penetrazione ulteriore nei mondi spirituali; si eleverà di nuovo; ma accadrà ciò che è stato descritto. E abbiamo così una connessione assai strana e significativa fra tre vite terrene e le due vite fra la morte e una nuova nascita che stanno in mezzo.
Lo sguardo chiaroveggente scopre effettivamente assai spesso, proprio quando si rivolge a quegli uomini che nel presente passano come intelligenti, abili, ma in tutte le loro azioni sono mossi solo dal proprio vantaggio, come eventi precedenti per queste anime ciò che è stato descritto: dapprima una vita che si è deliberatamente allontanata da ogni interesse per i mondi soprasensibili; poi una vita che non era neppure capace, perché non possedeva gli organi interiori corporei, di interessarsi neppure a qualcosa nel mondo fisico che le fosse vicina, se non avesse avuto esattamente quelle precondizioni; poi una vita successiva che serve solo all’intelletto egoista, all’astuzia egoista. Data la larga diffusione dell’astuzia egoista nel nostro presente, è possibile, per così dire, ripercorrere proprio questo cammino delle anime umane; infatti risaliamo a tempi nei quali troviamo molti, molti uomini in incarnazione precedente che, a causa dei loro organi non sviluppati, avevano solo un interesse assai sordo, persino per il comune mondo sensibile, non solo per il mondo soprasensibile. E poi risaliamo a una terza incarnazione che per queste anime si trova spesso in quello che noi chiamiamo il quarto periodo culturale post-atlantico, dove più di quanto oggi si creda ha regnato un ateismo volontario, una mancanza deliberata di interesse per i mondi soprasensibili in moltissime regioni della terra. Poiché le circostanze stanno così, è proprio possibile oggi studiare il cammino evolutivo descritto dell’anima riguardo agli eventi accennati.
Ma lo studio di questo cammino evolutivo dell’anima ci mostra chiaramente che cosa debba venire per un’anima che nel nostro tempo si chiude di nuovo deliberatamente ai mondi soprasensibili.
In un’altra maniera ancora può svolgersi la vita in tre incarnazioni successive. Potrebbe ad esempio mostrarsi quanto segue: osserviamo un’anima che essenzialmente è tale che soddisfa i suoi bisogni psichici, con un certo fanatismo, con una certa angustia mentale, in ciò che semplicemente si presenta.
Osserviamo un’anima religiosamente egoista, per così dire. Oggi troviamo anime simili. Ce ne sono sempre state nel corso evolutivo dell’umanità sulla terra, anime che sono, per così dire, credenti, istintivamente credenti dalla ragione che da un certo egoismo psichico vogliono aspettarsi una specie di ricompensa o compenso per la vita terrena fisica in un aldilà. Questa aspettativa può ben essere egoista e può essere legata a un fanatismo angusto verso ciò che, diciamo come scienza dello spirito o dai misteri, si avvicina agli uomini riguardante i mondi superiori. Quanti uomini vediamo oggi che pure conservano fermamente la prospettiva di un mondo spirituale, ma rifiutano fanaticamente tutto ciò che non dà loro la direzione della confessione in cui sono nati e cresciuti. Spesso queste anime sono solo troppo comode per imparare qualcosa riguardante i mondi spirituali. Un egoismo più profondo può radicare in queste anime, sebbene siano anime che credono nell’aldilà. Tutto ciò che è legato alla fede nell’aldilà in questa maniera, di nuovo in certa misura indica che l’uomo non trova il giusto cammino fra la morte e una nuova nascita; che non può ricevere nella giusta maniera i doni degli esseri delle gerarchie superiori; che questi doni gli si avvicinano in modo che quando attraversa di nuovo la nascita nell’esistenza terrena, può bensì lavorare alla sua corporeità, lavora in certa misura anche al montaggio del suo karma, ma tutto in modo scorretto, plasma la sua corporeità in modo tale che diventa ad esempio un ipocondriaco, un uomo ipersensibile, che già dalle sue disposizioni corporee è destinato a essere colpito dal mondo esterno in modo tale da procedere di malumore, insoddisfatto e non realizzato attraverso l’esistenza, e sempre viene toccato da questa esistenza in modo da credersi sempre ferito da essa.
Un certo carattere ipocondriaco, malato di melanconia, può essere preparato, precondizionato dalla corporeità, e scaturire dalle cause appena descritte.
Dunque un mantenimento egoistico e fanatico di certe forme di una fede nell’aldilà può condurre l’uomo egualmente a procedere in modo scorretto nel campo fra la morte e una nuova nascita e a rendere la sua corporeità in modo falso sensibile in una prossima vita terrena. Se entra di nuovo attraverso le soglie della morte nella vita spirituale, allora, come rivela lo sguardo chiaroveggente, ha su un’anima simile un profondo influsso tutto ciò che è arimanico. E questo arimanico dà a tutte le forze che l’uomo raccoglie fra la morte e una nuova nascita una colorazione, un plasmamento tale che l’uomo porta in sé queste forze attraverso la prossima nascita in modo che allora, senza che possa farvi nulla, dalla sua semplice disposizione diventa angusto nel suo rappresentare e sentire, diventa incapace di abbracciare il mondo senza pregiudizi. Numerosi spiriti che troviamo fra noi, che hanno una certa angustia mentale, che non sono capaci di portare i loro pensieri al di là di certi confini, che sono in certa misura dotati di cavezze, che anche sforzandosi rimangono in certa misura gretti, devono questo karma alle condizioni descritte. Per illustrare ancora più chiaramente ciò che è inteso, consideriamo il seguente esempio: c’è un uomo molto, molto credulo, probabilmente anche completamente permeato della verità di ciò che afferma, che ha scritto sulla educazione religiosa dei bambini nel primo Freidenkerkalender pubblicato l’anno precedente.
Ha sviluppato la seguente logica.
Dice: non si dovrebbero educare religiosamente i bambini, perché sarebbe innaturale.
Se infatti si lascia che i bambini crescano senza portare loro concetti e idee religiose, senza imprimere loro sentimenti religiosi, allora si vede che da sé non giungono a questo; da ciò seguirebbe che sarebbe innaturale imporre tali concetti e idee all’anima umana, poiché sono solo impressi dall’esterno. Certo, quelli che oggi si chiamano liberi pensatori accoglieranno entusiasticamente un pensiero simile e lo troveranno perfino profondo; ma basta considerare quanto segue: è ben noto che un bambino umano, se prima di imparare a parlare fosse collocato su un’isola solitaria, se dovesse crescere senza che alcun suono umano gli giunga, non imparerebbe mai a parlare! Da ciò segue che l’uomo non forma da sé il parlare, se non gli viene da fuori. Il buon predicatore libero religioso dovrebbe vietare ai suoi seguaci di insegnare ai bambini umani a parlare, poiché non sviluppano da sé il loro linguaggio. Vediamo così che qualcosa che appare assai logico e che sotto certi aspetti un’intera comunità potrebbe ritenere profonda, non è altro che un assurdo logico; infatti nel momento in cui si pensa oltre, si rivela subito logicamente molto fragile. Abbiamo un uomo dotato di cavezze. Troviamo esempi simili a ogni passo nella vita odierna. Proprio oggi gli uomini si trovano straordinariamente spesso dotati di tali cavezze, che sviluppano apparentemente tutte le loro attività psichiche in modo straordinario, ma nel momento in cui dovrebbero uscire da un certo cerchio che si sono tracciato, tutto fallisce; semplicemente non vedono ciò che sta al di là di questo cerchio. Se ripetiamo lo sguardo all’indietro su tali uomini, troviamo in loro le due incarnazioni precedenti formate come è stato menzionato. Da ciò possiamo di nuovo dedurre che cosa attenda in futuro un’anima umana che oggi, come è il caso di così molte anime, per comodità, per egoismo si rinchiude in una positiva confessione, del cui fondamento non si chiede più.
Non è forse vero che molti uomini oggi vivono fra noi che semplicemente si contano fra la confessione perché vi sono nati dentro e perché in seguito sono troppo pigri per uscirne, ma vi si attaccano con un fanatismo egoistico?
Sono (se pure questo fosse un pensiero impossibile) ugualmente buoni protestanti o buoni cattolici per la ragione per la quale sarebbero buoni turchi medi, se il loro karma li avesse casualmente collocati in mezzo all’islam. Ma è arrivata ormai l’epoca nello sviluppo dell’umanità in cui le anime rimangono in certa misura indietro e divengono insufficienti nelle incarnazioni successive, se non vogliono aprire gli occhi verso ciò che dai mondi spirituali può avvicinarsi alle anime umane in molteplici maniere oggi. Sì, le connessioni karmiche sono complicate; ma si illuminano per noi se consideriamo alcuni di tali esempi come si sono ora presentati davanti alla nostra anima in varia maniera. In molti modi diversi la vita fra la morte e una nuova nascita, e per questo di nuovo la prossima vita terrena, dipende da quella precedente. Possiamo, con lo sguardo chiaroveggente nel mondo spirituale, seguire anime che hanno in certa misura acquisito un compito particolare fra la morte e una nuova nascita.
È vero che tutto ciò che ci si presenta nel mondo fisico viene prodotto dai mondi spirituali; l’uomo nel mondo fisico non vede però come le forze soprasensibili giochino dappertutto nei processi del piano fisico. Più corto di vista di tutti in questo senso è proprio il senso materialistico. Così, ad esempio, tutto ciò che si avvicina all’uomo, siano fattori curativi dell’aria, fattori curativi dell’acqua o altri fattori curativi del nostro ambiente, è spiegato unilateralmente, solo parzialmente, se lo vogliamo spiegare secondo le attuali teorie igieniche, puramente materialisticamente.
L’intera maniera in cui fattori curativi, fattori di salute, vita germinante, crescente, che rende fiorente il mondo umano, gioca nell’esistenza fisica, dipende da come gli esseri delle gerarchie superiori inviano i loro fattori curativi, i loro fattori di salute, le loro forze che rendono la vita umana grande e bella e crescente dal mondo soprasensibile al mondo sensibile.
Tutta la crescita e il fiorire, si può seguirlo così con lo sguardo soprasensibile, ogni brezza che reca salute viene ordinata da forze soprasensibili, che sono guidate e dirette dagli esseri delle gerarchie superiori. Allora il veggente può vedere come in un certo periodo l’anima umana fra la morte e una nuova nascita diventa serva di quegli esseri spirituali delle gerarchie superiori che inviano i fattori curativi, i fattori di salute, i fattori di crescita dai mondi soprasensibili in questo mondo sensibile. Così vediamo molte anime dedicate per un certo tempo della loro vita fra la morte e una nuova nascita al lavoro che serve gli esseri spirituali appena caratterizzati delle gerarchie superiori. Beatitudine provano allora quelle anime umane che possono essere serve degli esseri appena descritti delle gerarchie superiori. Che l’anima umana per un certo tempo dopo la sua morte possa essere serva di esseri delle gerarchie superiori, che nel senso migliore portano l’umanità al benessere e alla promozione, dipende dal fatto che questa stessa anima umana (si può seguirlo quando si ripercorrono le anime che prestano servizio fino all’ultima vita terrena) dipende dal fatto che un’anima simile ha compiuto certe attività durante la sua incarnazione fisica in un modo del tutto particolare.
L’uomo può compiere qui nel mondo fisico ciò che ha da compiere in modo tale che a ogni occasione borbotta, che gli sia contrario ciò che fa, ma che tuttavia agisca come sotto un giogo, compiendo il suo dovere.
Vediamo spesso uomini molto coscienziosi, ma li vediamo spesso senza dedizione, senza entusiasmo, senza amore per la cosa nel loro lavoro; altri li vediamo che compiono il loro lavoro con amore per la cosa, con dedizione, con entusiasmo, con il pensiero che così, sia dal punto di vista sociale che da altri, prestano un servizio all’umanità.
Con ciò che è stato appena illustrato si lega ancora un’altra cosa, ed è importante proprio nel nostro tempo fare una simile considerazione. Rispetto a ciò che la vita umana era in molti aspetti in tempi antichi, oggi è cambiata assai. I tipi di occupazione degli uomini che per così dire non lasciano affatto nascere l’entusiasmo aumentano sempre più e devono proprio per il progresso dell’umanità aumentare.
Chi potrebbe negare che oggi già esistono numerosi tipi di occupazione nel piano fisico di fronte ai quali l’uomo dovrebbe diventare falso se simulasse entusiasmo nel loro svolgimento, che deve svolgere per puro senso del dovere. Certo l’uomo non deve lasciarsi distogliere da nulla, se il suo karma lo ha collocato in un certo posto, dal fare il suo dovere, anche se lo fa controvoglia; ma ogni uomo è in grado, se realmente vuole, o almeno se gli è data l’occasione di volere, di fare nel corso della sua vita qualcosa che può essere compiuto anche con dedizione, a meno che il suo karma non si opponga troppo. Si dovrebbe considerare questo e dovrebbe considerare quanto sia importante per l’intero rapporto della nostra vita umana che coloro i quali possono vedere tutto questo, facciano tutto ciò che è in loro potere, proprio nel nostro attuale tempo socialmente così difficile, affinché gli uomini che spesso ansimano sotto il peso di una vita che non conduce affatto all’entusiasmo, all’offerta di sé, ma solo a una vita di stento e controvoglia, affinché questi uomini, queste anime che, come gettate in una certa oscurità sociale, rimangono sorde, ricevano almeno per brevi momenti la possibilità di sentire e pensare ciò che può colmare di entusiasmo il cuore, siano pure solo attività di pensiero compiute con entusiasmo.
Già per questa ragione il pensiero dovrebbe diventarci sempre più caro, e ai nostri amici, che questo movimento antroposofico si ampli sempre più e più, che sviluppi qui e là attività sociale, che qui e là per così dire chiami gente dalla strada, gente che altrimenti vive stordita, non sa che si può pensare e sentire così, che il cuore se ne leva, che i sentimenti si colmano di un certo entusiasmo.
Queste persone dovrebbero essere elevate a un simile entusiasmo. In questa linea gradualmente certo la nostra opera diverrà sempre più e più efficace; infatti proprio la connessione di questa vita terrena con la vita fra la morte e una nuova nascita ci mostra per questo pensiero qualcosa di assai significativo. Tutto ciò che possiamo fare qui sulla terra con dedizione, con amore al nostro lavoro, così che siamo presenti al nostro lavoro, così che siamo consapevoli che è degno di uomo, che è un compito umano quello che facciamo: tutto questo ci rende dopo la morte spiriti serventi degli esseri delle gerarchie superiori, che inviano le forze salutari, che promuovono la crescita dai mondi soprasensibili in questo mondo sensibile.
Vediamo come sia significativo che vi sia entusiasmo nell’agire degli uomini qui nel mondo fisico; infatti se l’entusiasmo morisse nel mondo fisico, se l’amore morisse nel mondo fisico, allora in futuro gli uomini entrerebbero in un’esistenza terrena che dal punto di vista fisico potrebbe ricevere poche forze che promuovono salute, crescita e fiorire dai mondi soprasensibili. Su tali connessioni fra il mondo sensibile e soprasensibile naturalmente passano oltre gli sguardi delle anime che oggi, in paura, nella loro inconscia paura dai mondi soprasensibili si allontanano; ma questa connessione fra l’ordine morale e fisico del mondo è presente. Possiamo considerare anche l’immagine opposta.
Troviamo anime che per un certo tempo fra la morte e una nuova nascita diventano serve di quegli esseri spirituali che invece inviano ai mondi sensibili gli elementi che promuovono malattia e sventura dai mondi sovrasensibili.
Ed è uno spettacolo straziante, terribile seguire quelle anime umane fra la morte e una nuova nascita che là devono essere serve degli spiriti cattivi di malattia e morte prematura, degli spiriti cattivi spesso di un destino umano crudele, che è bensì condizionato dal karma, ma che deve essere composto dagli eventi esterni.
Che soffriamo il destino è nel karma; che le circostanze esterne siano portate nel mondo sensibile affinché possiamo soffrire il destino, questo è effettuato dalle forze guidate dai mondi soprasensibili. Sono intese, quando se ne parla, malattie, epidemie che attraversano il mondo e che sono già guidate da forze soprasensibili rispetto alle condizioni esterne; sono intesi i morti prematuri che si presentano nella vita umana. Abbiamo infatti considerato spesso la morte per vecchiaia, che nella vita normale deve subentrare con la stessa necessità con cui i petali della pianta appassiscono quando il germe per la pianta successiva è maturo. Questa morte colpisce una vita compiuta; ma la morte si avvicina anche agli uomini nel fiore degli anni. E quando così la morte si avvicina agli uomini nel fiore degli anni, allora le condizioni per questa morte sono create da certi spiriti delle gerarchie superiori, che servono al movimento regressivo, ma che devono inviare in questo mondo le forze che proprio portano questa morte prematura, come pure malattia, sventura karmica. Ed è, come detto, straziante vedere le anime che hanno attraversato la morte e per un certo tempo sono esseri serventi per malattia e morte, per cattivo karma nella vita umana. Eppure proprio allora di nuovo, quando si fa una simile considerazione e da un lato proviamo un sentimento cupo, poiché vediamo anime attraversare la morte per diventare serve degli spiriti cattivi di malattia e morte; quando da un lato è doloroso per noi, sentiamo tuttavia un equilibrio, quando poi ricerchiamo le cause per le quali sono divenute così nella vita fisica.
Là troviamo che tali anime nella vita precedente erano in certa misura senza coscienza. Anime senza coscienza, anime che non hanno preso nemmeno la verità così sul serio, queste sono le anime che così diventano serve di malattia e morte prematura e così via. Questo è da un lato l’equilibrio; ma è un equilibrio cupo, uno scuro equilibrio. Ma c’è ancora un equilibrio che è in un’altra maniera e che ci mostra come pure il cupo, lo scuro che vediamo intessuto nell’esistenza umana sia tuttavia fondato nella saggezza universale del mondo. E anche quando siamo di fronte a un fenomeno di fronte al quale dapprima dobbiamo sentirci oppressi, ci possiamo tuttavia di fronte a esso anche di nuovo sollevare quando consideriamo per così dire il suo equivalente nel rapporto complessivo dell’essere.
Se dirigiamo lo sguardo, ad esempio, su persone che nel fiore degli anni hanno abbandonato il piano fisico per sventura o malattia, allora vediamo come tali anime, che così hanno deposto il loro corpo fisico prima che fosse effettivamente esausto come involucro, hanno ancora in sé le forze che altrimenti avrebbero servito, se avessero potuto continuare a vivere, alla formazione della traversata della vita nel corpo fisico e dell’esistenza fisica. Queste forze le portano attraverso la porta della morte in un mondo spirituale più elevato. Tali anime giungono in modo diverso nei mondi soprasensibili rispetto alle anime che hanno per così dire esaurito la loro vita nell’esistenza terrena. È particolarmente significativo considerare tali anime dopo il loro passaggio attraverso la porta della morte, che nel fiore degli anni sono morte, che per sventura hanno perso il loro involucro corporeo, e trovarle poi continuare a vivere.
Portano nei mondi superiori forze che in modo normale avrebbero dovuto servire l’esistenza terrena fisica. Che cosa accade con queste forze? Queste forze hanno uno degli usi più belli nel mondo soprasensibile.
Se infatti seguiamo gli esseri delle gerarchie superiori, che guidano e dirigono il corso continuo dell’evoluzione, allora troviamo questi esseri delle gerarchie superiori dotati delle forze che devono necessariamente essere per un’evoluzione che procede.
Ma — e questo non è un’imperfezione del mondo, ma è legato ad altre perfezioni — tutte le forze, anche quelle delle gerarchie superiori, sono in certa misura limitate, non si estendono nell’infinito, e troviamo che già oggi esiste certamente un gran numero di umani sulla terra che come anime giungono nel mondo spirituale quando hanno attraversato la porta della morte, così che gli spiriti delle gerarchie superiori, che dirigono il progresso complessivo e anche quello fra la morte e una nuova nascita, non sanno che cosa fare con loro. È completamente corretto ciò che spesso è stato sottolineato da me, che oggi non dobbiamo ancora disperare se troviamo certe anime che non vogliono trovare comprensione per le odierne rappresentazioni che l’uomo dovrebbe avere del mondo sovrasensibile, anime che sono del tutto materialiste, che si chiudono completamente di fronte al mondo spirituale. È però, quando queste anime giungono dopo aver attraversato la porta della morte, in certo modo difficile per gli esseri spirituali delle gerarchie superiori fare qualcosa con loro; infatti questi esseri spirituali delle gerarchie superiori hanno le forze per il corso che procede dell’evoluzione dell’umanità — ma queste forze sono appunto per il corso che procede. Se ora anime si chiudono completamente rispetto a questo corso che procede, allora hanno in certa misura un peso troppo grande, così che gli spiriti delle gerarchie superiori non possono superare questo peso.
Come detto, è corretto che di fronte a tali anime non dobbiamo ancora disperare; infatti solo nel sesto periodo post-atlantico diventa pericoloso per tali anime, e solo nell’epoca di Venere possono per così dire essere completamente gettate fuori dall’evoluzione che procede. Ma se non subentrasse nient’altro nell’evoluzione, se non che gli esseri delle gerarchie superiori che promuovono il progresso fossero dotati esattamente con le loro forze, allora tali anime dovrebbero molto prima cadere fuori dall’evoluzione che procede, allora gli esseri delle gerarchie superiori non potrebbero fare nulla con loro. E così è che difficoltà subentrano rispetto a ciò che oggi già si presenta all’evoluzione che procede dell’umanità come esigenza. È già così che per un gran numero di umani sulla terra l’Impulso del Cristo oggi ancora non è ciò per cui possono provare nel profondo un sentimento. Ora però la terra è in uno stadio di evoluzione in cui l’anima umana ha bisogno dell’Impulso del Cristo, se vuole procedere nella giusta maniera attraverso la vita fra la morte e una nuova nascita, ed è in certo modo pericoloso per anime che senza alcun rapporto con l’Impulso del Cristo attraversano la porta della morte; infatti agli esseri delle gerarchie superiori che dirigono il progresso, le forze vengono a mancare di fronte a tali anime umane che si sono per così dire strappate fuori dall’evoluzione e per la loro particolare natura si sono determinate alla rovina. Solo così gli esseri delle gerarchie superiori possono fare qualcosa di fronte a queste anime: che le forze di quelle anime crescano, le quali sulla terra hanno deposto il corpo fisico prematuramente nel modo descritto. Per questo giungono forze non usate nei mondi soprasensibili, che qui sulla terra avrebbero potuto ancora essere usate; però, poiché il corpo è stato deposto prematuramente, non sono state usate per questo corpo terrestre.
Consideriamo una volta quante anime siano giunte nel mondo sovrasensibile in seguito al fatto che ad esempio nella catastrofe del Titanic, nel terremoto di Messina o nei numerosi morti avvenuti sulla terra intera negli ultimi tempi, hanno perso la vita prima che fosse compiuta.
Pensiamo a quante forze, che sulla terra avrebbero potuto essere usate per la continuazione della vita, lì siano salite nei mondi superiori. Queste forze crescono alle forze degli esseri delle gerarchie superiori, e con queste forze gli esseri delle gerarchie superiori rafforzano ciò che altrimenti è loro proprio, che però non basterebbe a portare di nuovo in seno all’evoluzione che procede dell’umanità le anime che si sono gettate fuori dall’evoluzione che procede. Naturalmente dobbiamo consumare il nostro karma; e quando una cosa così come quella caratterizzata viene discussa, non deve essere trascurato prestare attenzione al fatto che dobbiamo consumare il nostro karma. Sarebbe un terribile peccato contro le leggi sagge del mondo se l’uomo stesso facesse qualcosa per diventare servo attraverso forze non usate della caratterizzata evoluzione umana rispetto alle anime che sono in pericolo di essere gettate fuori: l’uomo non deve fare nulla per questo; ma se il suo karma si compie, se muore nel fiore degli anni, allora diventa un aiutante nel modo più bello, nel modo più beato, in quanto le forze che non ha più potuto usare qui salgono nei mondi superiori e si aggiungono alle gerarchie superiori, che così non lasciano andare perdute anime che altrimenti andrebbero perdute. Questa è la bella determinazione di quelle anime che muoiono nel fiore degli anni; questo è ciò che nelle ore in cui, nonostante forse dolore che ci afferra riguardo a persone che muoiono nel fiore degli anni, può consolarci; questi sono i momenti nei quali ci procuriamo una visione della saggia guida del mondo. Che cosa meravigliosa si presenta al nostro occhio spirituale il ciclo dell’essere!
Da un lato guardiamo anime senza coscienza che attraverso la loro mancanza di coscienza si preparano a inviare nel nostro mondo attraverso il loro lavoro malattia, morte prematura, sventure, e vediamo l’uomo colpito da malattia, morte prematura e sventure; vediamo così data la possibilità che il karma della mancanza di coscienza si consumi.
Già la nostra anima vuole essere oppressa, gravata; infatti un’osservazione simile appartiene davvero a quelle osservazioni spesso assai terribili che il veggente può fare quando penetra gli approfondimenti più profondi e i misteri dell’essere. — Spesso ci si rappresenta il guardare nei mondi spirituali come qualcosa di beato. Certi settori dell’essere superiore hanno qualcosa di beato, ma soprattutto quando si penetra in settori più elevati dei misteri, allora è molte, molte cose nell’osservazione che dipendono da questo, che può colmare anche di un certo terrore. In particolare nelle connessioni karmiche degli uomini è per l’osservazione chiaroveggente — se questa è condotta coscienziosamente, se tutto ciò che deve dirsi è veramente ricercato nei mondi superiori, se non giocano una parte fantasticherie e altre cose — c’è qualcosa che prende il veggente nel modo più intenso, che in certa misura pone forti esigenze alle sue forze. — Ma poi anche vengono quelle cose che ci consentono di nuovo di riconoscere — anche se i casi più terribili, i fatti più spaventosi fossero considerati — quanto sia saggia l’intera guida. Vediamo anche il destino di anime senza coscienza compiersi e vediamo proprio questo adempimento in ciò che è morte per malattia e morte prematura, che sono portati dal mondo spirituale nella realtà fisica, così vediamo tuttavia dall’altro lato come ciò che tali uomini soffrono, che attraversano una morte prematura, sia accrescimento di forze al benessere umano e alla redenzione umana, che non potrebbero essere portate da altre forze. Questo costituisce il meraviglioso, il riconciliante: da un lato deve essere data la possibilità che gli uomini possano errare e nell’errore possono anche avvicinarsi in certa misura al pericolo di essere separati dall’evoluzione — se questo non potesse essere, se gli uomini non potessero errare, non potessero cadere nel male, allora l’uomo non potrebbe adempiere la sua missione terrestre.
Ma se questo è possibile, allora deve essere possibile tutto il resto di cui oggi si è parlato, allora però deve anche essere collegato con l’evoluzione terrestre che certi uomini muoiano nel fiore degli anni.
Lo sguardo chiaroveggente, rivolto a essi, vede come sono loro su cui gli esseri delle gerarchie superiori sono dipendenti per ricevere forze al benessere umano e alla redenzione umana, che altrimenti non esisterebbero affatto. Questo è il grande riconciliante, questo è il meraviglioso che ci afferra quando, da un lato, dobbiamo aguzzare il nostro sguardo attraverso l’orribile; allora di nuovo dobbiamo rivolgerlo a una saggia guida del mondo che ha bisogno dell’orribile, proprio per realizzare la saggezza superiore. Di fronte a queste cose diventa assurdo se la domanda è sollevata soltanto in maniera astratta, se non potrebbe essere che le potenze spirituali, senza fare un simile giro, avrebbero potuto concedere un’esistenza simpatica per tutti gli uomini e gli esseri. Chi lo richiede, richiede più o meno la stessa cosa di chi dice che sia abbastanza imperfetto che gli dèi hanno reso necessario che nessun cerchio possa essere quadrato. Certo non si riconosce subito che l’altra domanda ha lo stesso valore, ma ha lo stesso valore. Come non può esserci luce senza oscurità, così non potrebbe esserci appunto ciò che senza indugi risplende come qualcosa di grande, potente nell’esistenza del mondo, l’elevazione di forze rimaste inutilizzate dalla missione terrestre nei mondi soprasensibili, se non fosse che dall’altro lato il karma delle anime divenute senza coscienza in certe incarnazioni si consumasse.
Tutte queste cose sono propriamente adatte a consigliarci che se siamo in qualche modo tentati di trovare questo o quello imperfetto nell’esistenza del mondo, nel nostro ambiente umano, tuttavia della empione di sentire come quella incompletezza probabilmente derivi dal fatto che con la nostra conoscenza non siamo ancora giunti così lontano da riconoscere tutti i rapporti.
E sempre si progredisce quando si ritiene insufficiente là dove si è tentati di criticare l’imperfezione dell’esistenza; quando forse proviamo dolore, ma tuttavia nel dolore non tentiamo mai di muovere critica contro la saggezza del mondo; ma là dove ci appare che questa saggezza del mondo contenga mancanze, preferiamo dire che tali mancanze ci appaiono nella Maja, nella grande illusione, perché non siamo capaci di penetrare pienamente le cose. Vediamo come può illuminarci sulla vita fisica terrestre il rivolgere lo sguardo al campo che l’uomo deve attraversare fra la morte e una nuova nascita. Ciò che è esistenza fisica è in generale non soltanto pervaso dai mondi soprasensibili, ma fluiscono in esso anche le azioni che l’uomo stesso compie fra la morte e una nuova nascita. Tutte queste azioni fluiscono nel mondo fisico, e ciò che nel mondo fisico accade, ciò che si avvicina all’uomo, è molte volte causato dalle forze degli uomini stessi, che si dispiegano fra la morte e una nuova nascita. Certo appartiene alle più belle attività di queste anime umane ciò che abbiamo or ora come attività, come lavoro delle anime conosciuto, che con certe forze rimaste inutilizzate attraversano la porta della morte.
Quando nella mia ultima visita qui parlai della vita tra la morte e una nuova nascita, tentammo di considerare il nesso di questa vita tra la morte e una nuova nascita con i grandi rapporti del cosmo.
Cercai di mostrare come il cammino che viene percorso tra la morte e una nuova nascita passa effettivamente per il cosmo, attraverso le sfere del cosmo. Ritorchiamo solo con poche parole a ciò che allora tentammo di evidenziare.
Il primo periodo dopo la morte (come fu già detto) è propriamente riempito per l’uomo di una sorta di nesso con l’ultima vita terrena. È una sorta di crescita al di là dell’ultima vita terrena, cosicché nella verità in questi primi tempi dopo la morte tutto ciò perdura che nella vita terrena aveva afferrato il corpo astrale umano. Ciò che questo corpo astrale umano ha occupato, il genere degli affetti, il genere delle passioni, il genere dei sentimenti, perdura. E poiché l’uomo qui nell’incarnazione fisica sperimenta consapevolmente tutte queste cose solo quando si trova dentro il suo corpo fisico, naturalmente l’esperienza di tutte queste forze che si trovano nel corpo astrale è essenzialmente diversa quando l’uomo attraversa il territorio che giace fra la morte e una nuova nascita. Questa esperienza, nei casi normali (ne esistono molte eccezioni), nei primi tempi dopo la morte è pervasa da una certa privazione, prodotta dal fatto che l’uomo deve vivere nel suo corpo astrale senza che gli stia a disposizione il corpo fisico. L’uomo tende ancora verso il suo corpo fisico; questo trattiene l’uomo per un tempo più o meno lungo (certo, così possiamo dirlo) nel caso normale nella sfera della terra.
Tutto il kamaloka si svolge propriamente nella sfera tra la terra e l’orbita lunare; ma il vero kamaloka significativo per l’uomo si svolge molto più vicino alla terra che, diciamo, all’orbita lunare.
Anime che non hanno affatto sviluppato molto di ciò che i sentimenti e i sentimenti sono, che per così dire vanno al di là della vita terrena, rimangono pure a lungo connesse con la sfera della vita terrena, connesse attraverso il loro stesso desiderio.
Se un uomo (ed è anzi, si potrebbe dire, esteriormente facile da comprendere) per un’intera vita ha sviluppato solo tali sentimenti e percezioni che possono essere soddisfatti dagli organi corporei, dalle condizioni della terra, allora non può far diversamente che restare connesso per un certo tempo più lungo con la sfera della terra. Si rimane connessi alla sfera terrena per impulsi e brame del tutto diversi da quelli che ordinariamente si suppone. Per esempio, persone piuttosto ambiziose, che tengono particolarmente a contare in ambito dei rapporti terrestri, che danno il massimo valore a tale considerazione, che dipende dai giudizi dell’umanità terrena, sviluppano con ciò nel loro corpo astrale un affetto che le rende così per un certo tempo sorta di anime legate alla terra. Ci sono molteplici ragioni che così trattengono l’uomo nella sfera terrena. E il vastissimo numero di ciò che viene trasmesso dal mondo spirituale agli uomini per via medianica proviene propriamente da tali anime ed è nella sostanza ciò che queste anime si sforzano di togliersi.
Non è affatto necessario pensare sempre che tali anime rimangono vincolate alla terra per motivi completamente ignobili, benché questo per lo più accada; possono essere anche preoccupazioni per quello che sulla terra è stato lasciato. Tali preoccupazioni per amici, parenti, figli lasciati possono agire parimente come una sorta di gravità e trattenere l’anima nella sfera terrena.
Ed è bene rivolgere precisamente a questo punto l’attenzione, per il motivo appunto che, quando consideriamo questo punto, possiamo in certa misura aiutare i morti.
Se sappiamo, per esempio, che un defunto può provare tale o tale preoccupazione per i vivi (e si può sapere assai in questa relazione), allora è bene per l’ulteriore sviluppo del morto togliergli questa preoccupazione. Alleggeriamo veramente la vita di un morto nel fatto che gli togliamo la preoccupazione, per esempio, per un figlio che ha lasciato senza provvista. Se dunque facciamo qualcosa per il figlio, effettivamente togliamo al morto una preoccupazione, e questo è propriamente un servizio vero di amore. Poiché rappresentiamoci solo una volta la situazione. Un tale morto non ha i mezzi in mano per rimediare effettivamente alle sue preoccupazioni; spesso non può fare ciò che potrebbe alleviare la situazione di qualche figlio, parente, amico lasciato dal suo mondo, ed è spesso (questo è un sentimento straordinariamente oppressivo per l’osservatore veggente) condannato a portare questa preoccupazione finché la situazione di chi è stato lasciato non si migliora di per sé o per circostanze. Se dunque facciamo qualcosa per migliorarla, la conseguenza è che abbiamo reso al morto un vero servizio di amore.
È stato spesso osservato che una qualche personalità è deceduta avendo intenzione di compiere ancora qualcosa per la vita. Era legata a tale proposito. L’aiutiamo se da parte nostra cerchiamo di fare ciò che volentieri avrebbe fatto. Tutte queste sono cose che propriamente non sono difficili da comprendere, ma dovrebbero veramente essere considerate consapevolmente, perché concordano completamente con l’osservazione veggente.
Ora ci sono ancora moltissime cose che possono trattenere a lungo l’uomo per così dire nella sfera eterica della terra. Allora però cresce al di là di questa sfera eterica, e in parte già ho descritto come avvenga questa crescita. Dobbiamo riformare i nostri concetti se vogliamo comprendere la vita tra la morte e una nuova nascita.
Non è particolarmente disturbante se usiamo parole sulla morte adattate alle condizioni terrestri, tratte cioè da queste, poiché abbiamo effettivamente un linguaggio proprio per le condizioni terrestri.
E se pure ciò che esprimiamo in parole per la vita dopo la morte è corretto solo per immagine, ciò che così viene espresso in parole non deve necessariamente essere inesatto.
Si deve, per esempio, considerare che ogni caratterizzazione, come se il morto fosse isolato in un luogo, come se il morto fosse isolato allo stesso modo di chi vive nel corpo fisico, non è mai completamente corretta, perché in verità l’esperienza dopo la morte, esattamente come l’esperienza dentro l’iniziazione, è un’uscita dal corpo unita a un allargamento di tutto l’essere dell’anima. E quando seguiamo un’anima che è giunta alla sfera lunare, come diciamo, effettivamente, se volessimo limitarla fisicamente, il corpo è allora in sostanza l’espansione della possibilità di esperienza. Questo corpo si estende su un’intera sfera, che poi è limitata esternamente dal cerchio dell’orbita lunare. L’uomo cresce spiritualmente a proporzioni di gigante; cresce dentro le sfere, e le sfere dei defunti non sono separate fra loro come gli uomini terrestri, bensì si compenetrano spazialmente. La separazione l’una dall’altra riposa sul fatto che le coscienze sono separate; così che si può stare completamente compenetrati senza saperne nulla l’uno dell’altro.
Ciò che dunque fu detto nella mia ultima visita sul sentirsi soli o in compagnia dopo la morte si riferisce ai rapporti delle coscienze tra loro. Non che il morto fosse su un’isola isolata, immaginata spazialmente; egli compenetra l’altro, di cui non sa nulla, benché stia con lui nello stesso spazio.
Ora dobbiamo considerare attentamente ciò che principalmente conta quando il kamaloka è terminato. Quando l’uomo inizia la sua esistenza devachanica dopo la vera sfera lunare, il kamaloka in sostanza ancora non è completamente concluso.
Questo però non esclude che dentro questa sfera lunare in certa misura avvengano cose significative non solo come esperienze di kamaloka, ma anche per l’intera esperienza futura dell’uomo quando ritorna attraverso la nascita nell’esistenza.
Se vogliamo considerare ciò che nelle esperienze di kamaloka si aggiunge, deve essere caratterizzato nel seguente modo: l’uomo può, quando attraversa la vita fra la nascita e la morte, essere talmente attivo dentro questa vita da portare effettivamente tutto ciò che in lui è disposizione, propriamente nella sostanza anche fuori dalla sua anima; da non rimanere cioè dietro la sua disposizione. In moltissime maniere l’uomo può rimanere dietro la sua disposizione. Oh, ci sono molti uomini nella vita che ci appaiono così, quando li osserviamo con lo sguardo animico, che possiamo giustamente dire: questo uomo, secondo le sue facoltà, secondo le sue disposizioni, avrebbe potuto raggiungere qualcosa di completamente diverso nella vita di quello che ha raggiunto; è rimasto dietro la sua disposizione. Ancora un’altra cosa conta.
Ci sono uomini che nel corso della loro vita si propongono le cose più svariate. Non si tratta dunque solo di disposizioni, ma di propositi che possono riguardare il piccolo e il grande. Quanto si propone l’uomo nella vita che non giunge propriamente a vera formazione! Sì, ci sono cose che sono completamente tali che non devono per forza significare un biasimo per la vita umana. Voglio subito, per mostrare quanto importanti possono essere le cose di cui si tratta, attirare l’attenzione su una che alcuni nostri amici già conoscono, su ciò che Goethe nel suo «Pandora» ha intrapreso come opera poetica con cui rimase bloccato. Ho già cercato di caratterizzare una volta ciò che a Goethe accadde con la «Pandora» in questo modo: Goethe, proprio a causa della grandezza che viveva in lui e che poté formare l’intenzione di questo «Pandora» ma non poté sviluppare da sé ciò che questa intenzione avrebbe effettivamente realizzato, Goethe fu proprio così impedito di completare il «Pandora».
Non a causa della sua piccolezza, ma in certa misura a causa della sua grandezza fu impedito di completare il “Pandora” e altre opere.
Le ha lasciate incomplete. Il brano che abbiamo mostra che Goethe qui in relazione artistica esteriore ha posto a sé stesso richieste così grandi che semplicemente le forze non sono bastate per eseguire l’intera grande intenzione con tale facilità come il brano che gli è riuscito. Questo è un proposito non eseguito, appartiene propriamente interamente alla regione dei propositi non eseguiti.
Così possiamo dire: da una parte abbiamo la possibilità che l’uomo rimanga dietro le sue doti attraverso la sua comodità, attraverso altri trascuramenti caratteriali o intellettuali; ma abbiamo anche la possibilità che l’uomo rimanga dietro i suoi propositi in cose più grandi o più piccole. Tutto ciò che l’uomo dunque per così dire porta con sé come imperfezione (è un’imperfezione nobile, grande, quando un poeta non finisce una «Pandora», ma è un’imperfezione per la sua persona), tutto ciò che dunque l’uomo porta con sé di imperfezioni, lo scava dentro la Cronaca dell’Akasha fino alla sfera lunare; e per lo sguardo veggente è effettivamente una ricca selezione lasciarsi agire tutto ciò che fra terra e luna è scavato di imperfezioni umane. Lì è fedelmente registrato tutto ciò che di imperfezioni umane nobili e ignobili può essere scavato. Vi troviamo casi scavati che ci indicano come un uomo, per la sua salute fisica, per la sua corporalità ben predisposta per una dotazione intellettuale, avrebbe potuto raggiungere qualcosa che non ha raggiunto. Ciò che avrebbe potuto diventare e non era quando passò per la porta della morte, è lì scavato nella Cronaca dell’Akasha.
Ora vi prego di non immaginare che nella sfera lunare sia scavato il finale del “Pandora” per esempio, bensì è scavato il fatto che corrisponde al corpo astrale goethiano, quando consideriamo in questo corpo astrale il fatto che egli aveva un’intenzione ampia e ne eseguì solo un pezzo.
Tali cose sono tutte scavate tra la terra e la luna.
Ma anche tutto ciò che è cosa piccola appartiene a questa regione. Chi, per esempio, concepì un proposito ma non lo eseguì prima di passare per la porta della morte, scava il non-adempimento di questo proposito nel territorio fra terra e luna. Possiamo caratterizzare abbastanza precisamente ciò che si mostra allo sguardo veggente. Una promessa, per esempio, che non si mantenne, si scava soltanto più tardi, propriamente solo nella sfera di Mercurio. Ciò però che è proposito si scava nella sfera lunare. Proprio ciò che non tocca solo noi ma direttamente altri uomini non si scava immediatamente nella sfera lunare, bensì solo più tardi. Ciò però che ci tocca, che ci lascia dietro il nostro sviluppo, che ci fornisce di un’imperfezione nel nostro ulteriore sviluppo personale, si scava dentro la sfera lunare. È particolarmente importante che, accanto a tutto l’altro che dissi l’anno scorso qui, consideriamo anche che propriamente le nostre imperfezioni, e precisamente imperfezioni che secondo le precondizioni non avrebbero dovuto essere, sono scavate nella corrispondente sfera lunare.
Non si deve affatto rappresentarsi che essere scavato in questa maniera nella sfera lunare sia sotto ogni circostanza qualcosa di terribile. Poiché in certa misura ciò così scavato può propriamente appartenere al più prezioso, al più significativo.
Quale sia il senso di questo scavare nella Cronaca dell’Akasha vogliamo subito discutere. Voglio solo attirare l’attenzione sul fatto che ora l’uomo, mentre continua a ingrandirsi nelle altre sfere, scava dentro tutto l’altro che è in lui, che ha acquisito di imperfezioni oppure che ha avuto di imperfezioni, lo scava dentro le corrispondenti sfere. L’uomo cresce oltre la sfera lunare nella sfera di Mercurio. Parlo in questo caso sempre nel senso dell’occultismo, non nel senso dell’astronomia.
L’uomo dunque scava ovunque nella sfera di Mercurio, nella sfera di Venere, della sfera Solare, di Marte, di Giove, di Saturno e ancora oltre qualcosa.
Ma la maggior parte degli scavi sono per così dire dentro la sfera Solare; poiché già l’ultima volta abbiamo visto che al di fuori della sfera Solare l’uomo in sostanza ha da comporre quello che propriamente non sta nel suo arbitrio individuale. Così l’uomo va tra la morte e una nuova nascita, dopo aver più o meno concluso ciò che ancora l’attira verso la terra, per le sfere del nostro sistema planetario e inoltre ancora oltre.
E nell’incontro con le forze riposa appunto ciò che gli è necessario nel suo sviluppo tra la morte e una nuova nascita. E quando ho parlato l’ultima volta di come l’uomo lì incontra le gerarchie superiori e deve ricevere i loro doni, questo è esteriormente, dunque spiritualmente considerato esteriormente, questo incontrare quasi le entità delle gerarchie superiori e il ricevere i loro doni un allargamento nello spazio mondiale. E quando l’uomo si è allargato in maniera corrispondente, si contrae di nuovo, diventa sempre più piccolo, finché veramente è diventato così piccolo da potersi unire come germe spirituale con ciò che viene dal padre e dalla madre. Questo è il meraviglioso mistero, che l’uomo quando attraversa la porta della morte, veramente diventa per così dire una sfera sempre più grande e più grande, che allarga la sua spiritualità, cioè le possibilità di vita nel suo animico, che diventa gigantesco e poi si contrae di nuovo. Ciò che vive in noi è veramente tratto da un tutto cosmico, per così dire da un tutto planetario, e portiamo in noi molto letteralmente ciò che abbiamo vissuto in un tutto planetario. Desidererei, dopo aver discusso nel mio ultimo soggiorno alcunché del passaggio per la sfera di Mercurio, Venere, Sole, oggi, perché qui è stato considerato ancora meno, parlare alcunché del passaggio per la sfera di Marte.
Quando l’uomo ha passato la sfera Solare e allora entra nella sfera di Marte, allora entra propriamente nel nostro attuale periodo storico in rapporti completamente diversi che in tempo relativamente ancora breve.
Proprio quando si seguono tali cose con lo sguardo veggente, si vede come le cose che in antichi tempi erano state dette dal primitivo chiaroveggenza presente nell’umanità sui membri del sistema planetario non hanno affatto un fondamento non reale.
Quando negli antichi tempi si vide nel Marte un membro del nostro sistema planetario che si connetteva con tutto il bellicoso, l’aggressivo nello sviluppo dell’umanità, questo corrisponde fondamentalmente a una realtà. Tutte le fantasie che oggi la fisica astronomica espone su un’eventuale vita su Marte mancano propriamente di ogni fondamento vero. Le entità che possiamo, se vogliamo usare l’espressione, designare come i Marziani non sono affatto di natura tale da potersi comparare con gli uomini terrestri. E la più essenziale caratteristica di queste entità era propriamente sempre, fino al diciassettesimo secolo, l’aggressivo, il bellicoso, l’assalitore, così che, se osiamo dire la parola, la cultura marziana in sostanza era veramente una cultura guerriera. Tutto riposava sulla rivalità e sulla competizione di anime che si scagliavano l’una sull’altra. E ciò che l’uomo nel frattempo fra la morte e una nuova nascita nel passaggio attraverso Marte subiva, era completamente un incontro con le forze aggressive; passavano per così dire nella sua anima queste forze aggressive. E quando allora era nuovamente nato ed era particolarmente disposto a sviluppare sulla terra queste forze aggressive, allora ciò deve essere attribuito al suo passaggio per la sfera di Marte. In questo rapporto la vita è veramente propriamente piuttosto complicata. Quando osserviamo la vita terrena, non è vero, allora viviamo fra le entità dei tre regni naturali e fra gli uomini.
Veniamo in contatto per i vari mezzi che possono esserci con le anime che per la loro vita propria dopo la morte stanno ancora in certo nesso con la terra; ma nel mezzo ci vengono incontro sempre anche entità spirituali che sono propriamente sulla terra completamente estranee.
E quanto più si sviluppa lo sguardo veggente, quanto più vede l’iniziato, tanto più si incontrano anime estranee alla terra, tanto più si sperimenta che attraverso la sfera terrena passano attraversanti che propriamente, si potrebbe dire, non sono normalmente connessi con la vita terrena.
Ma questo non è diverso per noi uomini terrestri di quanto non sia per gli abitanti della luna attraverso la cui vita passiamo infatti fra la morte e una nuova nascita. Siamo in certa misura, quando passiamo la sfera di Marte, per esempio, per gli abitanti di Marte spettri; passiamo là come entità estranee alla loro sfera. Ma anche le entità di Marte in un certo stadio della loro esistenza sono completamente condannate a passare per la nostra sfera terrena; vengono là e chi è dotato di una certa iniziazione le incontra, per così dire, per gli stati appropriati al loro passaggio per la sfera terrena. È un continuo stare-davanti-e-passare-accanto delle entità del nostro sistema planetario. Mentre viviamo sulla terra fra la nascita e la morte e spesso crediamo di essere circondati da nulla se non dalle entità dei vari regni naturali, nel nostro ambiente ci sono gli attraversanti di tutti gli altri pianeti del nostro sistema planetario. Parimenti siamo attraversanti, a un certo tempo fra la morte e una nuova nascita, presso gli altri popoli planetari, se così possiamo dire. È solo così che noi uomini sulla terra abbiamo propriamente il più essenziale da sviluppare di quello che, nel presente ciclo mondiale, è la nostra missione. Così ad altri mondi planetari sono assegnate altre entità. Ma dobbiamo toccare anche gli altri mondi planetari fra la morte e una nuova nascita. Se dunque si parla in generale della vita devachanica, deve essere assolutamente detto che, quando descriviamo così in generale questo o quel territorio nella vita devachanica, con ciò rimane sempre propriamente inespresso ma è vero, che ciò accade in qualche sfera del nostro sistema planetario.
Questo appartiene essenzialmente ancora a ciò.
Così dunque passiamo per la sfera di Marte in un certo tempo della nostra vita fra la morte e una nuova nascita. Ora, come la terra attraversa uno sviluppo, uno sviluppo discendente fino al mistero di Cristo e uno sviluppo ascendente dal Mistero del Golgota, così anche gli altri pianeti, a loro modo, attraversano uno sviluppo. E come, per così dire, dall’anno 33 in poi (non è completamente esatto ma approssimativamente così), uno sviluppo ascendente sulla terra inizia, dunque dove il vero baricentro dello sviluppo terrestre si trova, così sul Marte l’inizio del diciassettesimo secolo era questo baricentro, e tutti i rapporti si sviluppano per così dire fino a questo punto sul Marte in una sorta di linea discendente, da allora in poi in una linea completamente diversa, ascendente. Poiché allora accadde sul Marte proprio qualcosa di straordinariamente significativo. Abbiamo conosciuto rispetto al nostro sviluppo terrestre la figura straordinaria del Gautama Buddha. Abbiamo evidenziato che lo sviluppo di questo Buddha si è svolto così che era un Bodhisattva finché nel ventinovesimo anno della sua vita fu elevato alla dignità di Buddha, che lo destinava a non incarnarsi più in un corpo fisico terrestre. Da altri discorsi vedrete che il Buddha allora, in tempo posteriore, ha ancora agito dal mondo spirituale nella sfera terrena. Sappiamo che ha agito nel corpo astrale del fanciullo Gesù di Luca. Ma anche in altro modo questo Buddha, senza incarnarsi nel corpo fisico, ha ancora agito nella vita terrena. Così nel settimo e ottavo secolo, in una scuola di misteri nell’Europa sudorientale, in cui (per la gente allora più o meno dotata di chiaroveggenza) insegnanti potevano essere non solo tali individualità incarnate nel fisico, bensì anche tali che dal fisico agiscono verso il basso nel loro corpo eterico.
Questo accade propriamente che uomini più avanzati possono essere istruiti da tali individualità che non accettano più o per nulla un corpo fisico.
Così il Buddha era insegnante in una tale scuola di misteri, e tra i suoi allievi c’era allora colui che più tardi, cioè nella sua prossima incarnazione, nacque come Francesco d’Assisi. E molte delle proprietà che vediamo così potentemente emergere nella vita di Francesco d’Assisi, quelle sono da ricondurre al fatto che Francesco d’Assisi era allievo di Buddha. Così vediamo dunque come il Buddha ancora più tardi, dopo il Mistero del Golgota, ha agito dall’alto spirituale nella sfera terrestre, come era connesso con la vita che ha validità per gli uomini fra nascita e morte. Allora però, quando il diciassettesimo secolo si approssimò, il Buddha si ritirò dalla vita terrena, e allora il Buddha compì per Marte un evento simile, sebbene non di tale grandezza come il Mistero del Golgota, tuttavia quello che sul Marte corrisponde al Mistero del Golgota. Così all’inizio del diciassettesimo secolo il Buddha divenne il redentore del Marte, cioè divenne l’individualità che doveva mescolare una sfera di pace in questo elemento aggressivo di Marte. E da allora l’impulso di Buddha si trova sul Marte così come, dal Mistero del Golgota, sulla terra l’impulso del Cristo.
Non il passaggio attraverso la morte, come nel caso del Mistero del Golgota, era il destino del Buddha su Marte, ma in certa misura era anche una sorta di crocifissione, che consisteva nel fatto che questa meravigliosa individualità, che irradiava secondo le precondizioni della sua vita terrena dappertutto pace e amore, fu posta nel mezzo di ciò che le era completamente estraneo: dell’elemento aggressivo, dell’elemento bellicoso di Marte. A pacificare doveva agire il Buddha su Marte.
E per lo sguardo veggente ha qualcosa di straordinariamente suggestivo quando due momenti vengono comparati l’uno all’altro: quel momento quando per così dire dentro l’esistenza terrestre il Buddha era asceso alla sua più alta altezza, quella che poteva raggiungere dentro l’esistenza terrestre, quando nell’ottantesimo anno della sua vita, dopo aver vissuto cinquanta anni come Buddha sulla terra (appunto elevato alla dignità di Buddha), in una meravigliosa notte lunare, il 13 ottobre 483 prima della nostra era, quasi esalava il suo essere nel luccichio lunare argenteo che ricopriva la terra.
Questo, che è anche esteriormente come una manifestazione della serenità emanante dal Buddha, ci testimonia il culmine dello sviluppo di Buddha dentro la sua esistenza terrestre. È un meraviglioso momento ed ha qualcosa di suggestivo quando si mette accanto il momento come all’inizio del diciassettesimo secolo il Buddha arriva su Marte con tutta la somma di forze di pace e amore, per in quell’elemento aggressivo dentro irradiare la sua pace, il suo amore e così inaugurare gradualmente lo sviluppo ascendente di Marte. Così che quando un’anima prima del momento del mistero del Buddha passava attraverso Marte, era stata equipaggiata preferibilmente con le proprietà aggressive, ora però subisce qualcosa propriamente essenzialmente diverso quando veramente ha disposizione di ricevere dalle forze di Marte qualcosa. Deve, affinché non sorga un malinteso in questo campo, essere sottolineato che così poco come la terra intera oggi è già cristianizzata, il Marte intero sarebbe diventato un pianeta di pace. Questo durerà ancora a lungo così che quando l’anima ha occasione di assorbire elementi aggressivi, ancora sufficiente occasione è, di assumere anche tali elementi; ma l’evento del quale si è parlato deve appunto essere colto all’occhio spirituale. Quanto più la terra si avvia verso una sorta di sviluppo materiale, tanto meno, se veramente si comprende lo sviluppo terrestre, si potrebbe concedere che sarebbe naturale nella vita umana terrestre tra la nascita e la morte essere un confessore del Buddha nel senso come il Buddha ha avuto i suoi confessori nel tempo precristiano.
Gradualmente si perde ogni possibilità dentro lo sviluppo umano terrestre di compiere uno sviluppo come quello di Francesco d’Assisi; questo diventerà sempre meno e meno possibile, diventerà sempre meno conforme alla cultura esteriore; ma tra la morte e una nuova nascita, lì l’anima umana ha occasione di compiere ciò.
E se non suonasse così grottesco, potrebbe assolutamente dirsi, perché corrisponde a un fatto di realtà: fra la morte e una nuova nascita ha, per un certo tempo durante il passaggio per la sfera di Marte, ogni anima umana occasione di essere un francescano o un buddhista, e di assumere tutte quelle forze che da un tale sentimento ed esperienza possono fluire nell’anima umana. Così il passaggio per Marte può, per l’anima umana, essere di particolare importanza. Ma ovunque l’uomo arrivi, scrive dentro le sue perfezioni e imperfezioni, a seconda che corrispondano alle peculiarità di questa sfera. Ed è vero: ciò che abbiamo di perfezioni e imperfezioni, questo viene fedelmente scritto nella tavola Akashica fra la morte e una nuova nascita.
Questo è lì registrato dovunque. Una delle nostre peculiarità è registrata nella sfera lunare, altre peculiarità sono scritte nella sfera di Venere, altre nella sfera di Marte, altre nella sfera di Mercurio, altre nella sfera di Giove e così via. E quando allora ritorniamo, lentamente ci contriamo, incontriamo tutto quello che abbiamo scritto durante l’andare, e così il nostro karma è tecnicamente preparato. Quando sulla via di ritorno troviamo che abbiamo avuto questa o quella imperfezione, allora possiamo incidere nel nostro proprio essere (non cancellare, ma incidere innanzitutto nel nostro proprio essere) una copia di quello che prima abbiamo inciso nella Cronaca dell’Akasha. Non è ancora cancellato lì. Ora arriviamo giù sulla terra. Per il fatto che abbiamo tutto quello che durante il ritorno ci incidiamo (e siamo in certa misura costretti, se non tutto, tuttavia assai da incidere) per questo si sviluppa il nostro karma; ma lassù è ancora tutto inciso.
E ora agiscono in maniera straordinaria queste scritture insieme.
Queste scritture sono incise in sfere, nella sfera lunare, nella sfera di Venere, nella sfera di Mercurio e così via. Queste sfere fanno certi movimenti così che quanto segue può accadere: l’uomo ha inciso nella sfera lunare una certa imperfezione. Mentre è passato per la sfera di Marte ha inciso una peculiarità di carattere dal fatto che un elemento aggressivo che non aveva, se l’è appropriato; l’ha inciso lì. Ora continua, ritorna di nuovo sulla terra. Mentre qui sulla terra vive, ha assunto nel suo karma quello che ha inciso; ma al contempo sta scritto sopra di lui. Lassù è Marte, che sta in certa costellazione alla luna; i pianeti esterni indicano la reciproca posizione delle sfere. Mentre Marte sta in certa costellazione alla luna, sta per così dire nella medesima costellazione la sua incisione aggressiva e la sua imperfezione. La conseguenza di questo è che agiscono insieme quando stanno uno dietro l’altro, e questo è il momento che può indicare dove nel prossimo vita attraverso la forza aggressiva del Marte intraprende ciò che rimasto incompleto. Così la posizione dei pianeti propriamente indica quello che l’uomo stesso ha inciso in queste sfere. E quando leggiamo astrologicamente le posizioni dei pianeti e anche la posizione dei pianeti rispetto alla posizione delle stelle fisse, questo è come una sorta di indicazione di quello che abbiamo noi stessi inciso. Non dipende così tanto dai pianeti esterni — quello che agisce su di noi è quello che noi stessi abbiamo inciso nelle singole sfere. Qui avete il fondamento vero per cui le costellazioni dei pianeti agiscono, perché indicano effetti per la natura umana: perché l’uomo passa per loro. E quando la luna sta in certa posizione verso Marte e verso una stella fissa, questa costellazione agisce insieme; quello che si chiama virtù di Marte agisce insieme con la luna e la stella fissa sull’uomo, e così accade quello che può accadere per il agire insieme.
Così dunque è propriamente la nostra eredità morale depositata fra la morte e una nuova nascita, per così dire, che in una nuova vita come costellazione di stelle nel nostro destino karmicamente si presenta di nuovo.
Questo è il fondamento più profondo della costellazione di stelle e della sua connessione con il karma umano.
Così si nota quando si entra nella vita dell’uomo tra la morte e una nuova nascita, come questo uomo propriamente è connesso con l’intero universo, come significativamente è connesso.
E propriamente con quello che giace al di fuori della sfera Solare è l’uomo, vorrei dire, connesso con un certo carattere di necessità. Consideriamo particolarmente la sfera di Saturno. Quando l’uomo, diciamo, si è sforzato in questa presente vita terrestre di occuparsi di concetti di scienza dello spirito, allora è propriamente particolarmente significativo per la sua prossima vita il passaggio per la sfera di Saturno; poiché in questa vengono create le condizioni perché l’uomo le forze che si appropria qui attraverso la conoscenza della scienza dello spirito o dell’antroposofia possa trasformare in tali forze che gli formano allora la sua corporalità plasticamente, così che egli, allora, nella prossima vita come una disposizione naturale porta in sé la facoltà di volgersi verso lo spirituale già per la sua disposizione. Così dunque può essere che l’uomo cresca; è stato educato come materialista oppure come evangelico o come cattolico. La scienza dello spirito si avvicina a lui; è ricettivo a essa, non la rifiuta per questo o quello motivo: allora l’ha assunta intimamente animicamente. Ora passa per la porta della morte; viene per la sfera di Saturno. Nel passare per essa, assume tali forze che per così dire nella prossima vita è l’uomo spirituale nato, che già come bambino in tutto mostra inclinazione allo spirituale.
Così ogni territorio che percorriamo fra la morte e una nuova nascita ha qualcosa del compito di trasformare quello che assumiamo animicamente in una vita in tali forze che possono allora diventare forze corporali e ci dotino, fra una nuova nascita e la morte, di certe facoltà.
Ieri potevo naturalmente solo tanto avanti quanto in una conferenza pubblica può essere fatto quando ho osservato che Raffaello alla sua nascita gli impulsi cristiani come naturale già li aveva in sé.
Così non ci si deve rappresentare che Raffaello si sia portato dietro qualche concetto cristiano (non ho mai detto: concetti, ma impulsi), che Raffaello concetti cristiani o rappresentazioni si sia portato. Impulsi ci si porta da una vita all’altra, così che quello che in una vita è assunto concettualmente in tutt’altro modo si unisce all’uomo e si presenta come forze; così che la capacità propriamente di creare le sue figure cristiane delicate, significative, veniva dalle incarnazioni precedenti di Raffaello; era quello che lo designa come una sorta di cristiano nato. La maggior parte dei nostri amici sa già che Raffaello, prima di aver passato questa incarnazione, ha passato quella di Giovanni il Battista, e allora gli impulsi sono entrati nella sua anima, che uscirono nell’esistenza di Raffaello per così dire come a lui innati, come impulsi cristiani già dalla nascita presenti. Deve sempre dirsi che attraverso l’esteriore spinozare, attraverso ogni genere di comparazioni esteriori si può veramente andare assai fuori strada quando si dice qualcosa su incarnazioni successive l’una all’altra. Davanti allo sguardo veggente appaiono così, che per lo più non si supporrerebbe che una vita è la causa della seguente. Dunque, affinché qualcosa che assumiamo animicamente in un’incarnazione, nell’incarnazione seguente possa anche sviluppare tali forze che possiamo nel lato corporale delle disposizioni agire dentro, per questo è necessario il passaggio fra la morte e una nuova nascita, perché sulla terra non possiamo trasformare (non attraverso tutte le forze terrestri possiamo trasformare quello che solo animicamente sulla terra viviamo) in tali forze che possono agire nell’uomo, che plasticamente possono formare nell’uomo stesso.
L’uomo nella sua totalità non è proprio affatto un essere terrestre; l’uomo apparirebbe orribile per le attuali idee umane se tutte le forze potessero essere impiegate soltanto per la sua formazione plastica che nella sfera terrestre stessa sono presenti.
L’uomo deve portare in sé, quando entra attraverso la nascita nell’esistenza, le forze del cosmo; queste devono continuare ad agire affinché egli possa assumere la forma umana. Dentro la sfera terrestre non c’è possibilità di portare tali forze che plasticamente possono formare forme umane. Questo è quello che deve essere considerato. Così l’uomo porta in quello che è, l’immagine del cosmo, non solo l’immagine della terra in sé, ed è un completo peccato contro l’essenza dell’uomo se si deriva questo soltanto da quello che le forze della terra sono, se si studia dunque solo quello che nei regni della terra esteriormente può essere osservato per la scienza naturale, e nessuna considerazione viene presa sul fatto che in quello che l’uomo sulla terra riceve, domina nello stesso tempo quello che egli, mentre passa attraverso la nascita, si porta dalle sfere ultraterrene, che percorre fra la morte e una nuova nascita. E dentro questa sequenza di sfere accade anche tutto quello che è della natura come fu descritto l’altro ieri.
Lì l’uomo diviene un servitore dell’una o dell’altra potenza delle gerarchie superiori. Ora è di particolare importanza tutto quello che per così dire viene scritto nella tavola della Cronaca dell’Akasha fra la terra e la luna. Poiché lì vengono scritte fra l’altro tutte le imperfezioni; e prego considerare che nello scrivere di queste imperfezioni innanzitutto il punto di vista domina che lì tutto viene scritto che per così dire per il proprio sviluppo umano ha significato, che per così dire l’uomo porta avanti o indietro. Ma per il fatto che viene scritto nella sfera lunare, quindi nella tavola della Cronaca dell’Akasha fra terra e luna, guadagna ulteriormente un significato per l’intero sviluppo terrestre.
Abbiamo dunque la nostra vita sulla terra: abbiamo questa vita sulla terra circondata dalla sfera lunare; nella tavola della Cronaca dell’Akasha della sfera lunare abbiamo scritto imperfezioni su imperfezioni, tra l’altro anche le imperfezioni per esempio di grandi spiriti.
Un enormemente interessante esempio è per l’osservazione veggente per esempio Leonardo da Vinci. Questi è uno spirito di tale grande, ampia potenza, come veramente pochi spiriti di questo rango sulla terra; ma quello che egli in fondamento veramente esteriormente ha compiuto, è rimasto in relazione a quello che ha voluto, in molti casi incompiuto. Propriamente nessuno dei simili spiriti ha lasciato incompleto tanto quanto proprio Leonardo da Vinci. E la conseguenza fu che enormemente molto era stato inciso da Leonardo da Vinci nella sfera lunare. È inciso lì così tanto che di molto bisogna dirsi: ciò che è inciso non si saprebbe nemmeno come avrebbe potuto mai giungere a perfezione sulla terra!
(Note d’ascolto) Quando qui nel nostro ramo siamo riuniti insieme, diviene allora possibile parlare di molte cose con maggiore precisione di quanto accada nei pubblici convegni o negli scritti. E così desidero oggi esporre qualcosa che serva da complemento a conoscenze che ci sono familiari dalle nostre scritture e cicli. Voi potete bene immaginare, cari amici, come la vita fra la morte e la nuova nascita sia altrettanto ricca e altrettanto varia quanto la vita qui fra la nascita e la morte. Perciò, allorché si descrive ciò che accade fra la morte e la nuova nascita, si può naturalmente cogliere soltanto parti, soltanto singolari dettagli. Desidero oggi toccare meno ciò che già è noto, bensì sottolineare alcunché che illumini con maggior precisione il già conosciuto.
Quando colui che possiede la capacità di guardare nei mondi spirituali rivolge veramente lo sguardo a quel mondo in cui l’uomo soggiorna fra la morte e la nuova nascita, allora si manifesta specialmente per la nostra epoca la necessità di ciò che vogliamo attraverso il nostro lavoro geisteswissenschaftlich.
Manifestasi attraverso ciò che può esser dato al cuore e all’anima dell’uomo mediante l’opera geisteswissenschaftlich. Sia preso dunque come punto di partenza un caso particolare.
Accadde dunque per esempio che un uomo fosse morto lontano dalla sua famiglia, uomo che la sua consorte aveva amato qui nella vita in modo straordinario e che era sempre rimasto affettuoso verso la sua famiglia. Allorché fu ricercato dall’occhio del veggente, ne soffrì in modo particolare nel fatto che non potesse trovare, rivolgendo egli stesso lo sguardo verso la terra, le anime dei suoi figli, l’anima della sua donna. E nel modo in cui il veggente può mettersi in comunicazione con anime umane, per così dire parlare con anime umane fra la morte e la nuova nascita, egli allora manifestò come sì, egli con i suoi pensieri, con tutti i suoi sentimenti potesse ripensare al tempo in cui soggiornava con i suoi cari sulla terra; ma diceva allora più o meno così: quando ero sulla terra, mi era la mia consorte come una specie di sole, ora devo privarmene. Posso rivolger soltanto il pensiero a ciò che avevo sulla terra, ma la consorte non posso trovarla. Donde proviene ciò? Infatti non è così presso tutti coloro che hanno attraversato la porta della morte. Se retrocedessimo di molti millenni, troveremmo che le anime degli uomini potevano anche da questo ambito spirituale guardare giù verso la terra, potevano partecipare a ciò che i superstiti compivano sulla terra.
Perché era così per tutte le anime nei tempi antichi, nei tempi anteriori al Mistero del Golgota?
Perché oggi per molti non è così? Sì, nei tempi antichi, come sappiamo, vivevano gli uomini sulla terra in modo tale da possedere ancora una certa chiaroveggenza originaria.
Non vedevano gli uomini soltanto attraverso gli occhi il mondo sensibile, bensì vedevano dietro le cose sensibili i fondamenti spirituali originari, le essenze originarie. E questa facoltà, di vivere insieme nel mondo spirituale nella propria esistenza fisica, determinava che l’anima, allorché aveva attraversato la porta della morte, potesse nuovamente percepire tutta l’anima che aveva lasciato qui dietro. Adesso le anime umane qui non possiedono più la facoltà di vivere immediatamente con il mondo spirituale, giacché in ciò consiste proprio lo sviluppo dell’umanità: che l’uomo è disceso dalla vita spirituale alla vita fisica. Questo ha portato la facoltà di giudicare e così via, ma ha tolto la facoltà di vivere con i mondi spirituali. Per un certo tempo, nei tempi immediatamente successivi al Mistero del Golgota, allorché le anime umane erano afferrate dall’Impulso del Cristo, poteva almeno una parte dell’umanità in certa misura riacquistare la facoltà. Ma adesso viviamo di nuovo in un tempo in cui le anime che attraversano la porta della morte e non si sono curate dei mondi spirituali, perdono il nesso dalla prospettiva spirituale.
Abbisognamo della Rivelazione che noi chiamiamo rivelazione spirituale e della quale abbiamo la giustificata considerazione che debba imprimersi nelle anime umane.
Oggi non basta più la vecchia sola professione religiosa; oggi le anime hanno bisogno, se vogliono guardare spiritualmente dal mondo al di là verso qui, di ciò che può loro esser dato attraverso la comprensione geisteswissenschaftlich del Mistero del Golgota.
Così ci adoperiamo per portare luce spirituale nelle anime. L’uomo che era stato trovato nel modo descritto non si era curato di nessun pensiero né di sentimenti del mondo spirituale. Egli attraversò la porta della morte senza che, per mezzo della sua anima, avesse lasciato passare attraverso sé pensieri del mondo spirituale. Così accadde che l’uomo potesse dire: so dal mio ricordo che laggiù è la mia consorte; so che è là, ma non posso vederla, non posso trovarla. Quando avrebbe potuto trovarla? Da quel mondo laggiù oggi si possono vedere soltanto quelle anime in cui vivono facoltà spirituali. Tali anime si possono contemplare dall’altro mondo, in cui vivono i pensieri di una comprensione spirituale.
Allorché si guarda giù, un’anima che è rimasta qui diventa visibile per il morto soltanto quando in questa anima vivono pensieri spirituali. Questi pensieri si vedono.
Altrimenti l’anima rimane invisibile.
Altrimenti si soffre sotto i tormenti di sapere: essa è là, ma non la posso trovare.
Nel momento in cui riesce di trasmettere a un’anima siffatta alcuni pensieri circa il mondo spirituale, allora l’anima terrestre comincia a risplendere per colui che vive nell’altro mondo, allora comincia ad esserci per lui. Non dite che sarebbe un’ingiustizia se tali anime, che qui sulla terra per loro colpa non possiedono nessun pensiero spirituale, rimangono invisibili ai morti. Se il mondo non fosse costruito in modo che questo accade, allora gli uomini non giungerebbero mai a sforzarsi verso il perfezionamento.
Gli uomini devono imparare attraverso ciò che manca loro. Un’anima tale, che soffre allora nella vita fra la morte e la nuova nascita per il dolore e la solitudine, riceve così l’impulso di accogliere pensieri spirituali.
Così vediamo che la Scienza dello Spirito, sotto questo punto di vista, è come un linguaggio attraverso cui i vivi e i morti si comprendono, attraverso cui sono gli uni per gli altri e sono percettibili gli uni agli altri. E ancora in altra relazione mostra quale missione la Scienza dello Spirito ha rispetto al superamento dell’abisso fra la vita e la morte. Allorché le anime umane attraversano la porta della morte, esse entrano in una vita che mantiene la connessione con la vita terrestre attraverso il ricordo di ciò che è passato.
Non descrivo ciò che si trova nei nostri libri, bensì come complemento.
Lungo tempo dopo la morte l’uomo ha a che fare col fatto che deve ancora provare indietro la terra, che si deve disabituare dal desiderio di avere un corpo fisico. Nel tempo dello svezzamento apprende l’uomo, come un essere animico-spirituale, a vivere. Rappresentiamoci vivamente come si presenta alla ricerca chiaroveggente. Dapprima l’anima ha una connessione soltanto con ciò che essa stessa era; si guarda al proprio interno quale vita, che si è sviluppata in pensieri, rappresentazioni e così via; ci si ricorda delle relazioni che si avevano con altri uomini. Ma quando si vuol guardare giù verso la terra, allora si presenta una prospettiva particolare. Si ha l’impulso di guardare giù. Questo impulso, il ricordo della terra, rimane per tutta la vita fra la morte e la nuova nascita. Finché l’uomo è chiamato di vita in vita a proseguire, tanto a lungo rimane la consapevolezza: tu sei destinato alla terra, devi sempre di nuovo tornare sulla terra se vuoi svilupparti nel modo giusto. Allora mostra il morto che, se perdesse il pensiero della terra, allora come morto perderebbe completamente il pensiero del proprio Io. Allora non saprebbe più che egli stesso è, e questo significherebbe un enorme sentimento di sofferenza. L’uomo non deve perdere la connessione con la terra, non deve la terra per così dire sfuggire alla sua rappresentazione. In generale non può neppure completamente scomparirgli. Soltanto nella nostra epoca dell’alta marea materialistica, in cui questa rivelazione spirituale deve venire affinché la connessione fra vivi e morti rimanga, lo sguardo all’indietro diviene difficile per le anime che non incontrarono sulla terra nessun’altra anima in cui vivano pensieri e sentimenti spirituali.
Per i morti è importante che coloro con cui hanno stazionato qui sulla terra in connessione portino ogni sera nel mondo del sonno pensieri al mondo spirituale.
Quanto più portiamo pensieri al mondo spirituale nel sonno, tanto maggior bene facciamo per coloro che per noi nell’esistenza erano personalmente noti o con cui stavamo in qualche relazione e sono morti prima di noi.
È difficile parlare di questi rapporti, giacché le nostre parole sono tolte dal piano fisico. Ciò che portiamo nel sonno come pensieri spirituali, questo è il mondo dal quale in certo modo i morti devono vivere; e un morto, il quale nessuno ha qui sulla terra che nel sonno gli trasporti pensieri spirituali, costui ha fame in certo qual modo: è come uno che sulla terra fosse stato collocato su un’isola di roccia.
Così sente il morto quando non trova anime in cui vivano sentimenti spirituali, come se fosse in una desolazione, come se non ci fosse nulla di ciò che ha bisogno per la vita. Per questo non si può dire abbastanza quanto seriamente debbano prendersi i pensieri della concezione del mondo geisteswissenschaftlich, quando nella nostra epoca sempre più si vede prevalere la concezione del mondo che non vuol sapere di mondi spirituali.
Anticamente, quando ci si andava al riposo con una preghiera della sera devota e si portavano seco i seguiti di questa preghiera, era diversamente che oggi, quando gli uomini, forse dopo un pasto o altri piaceri, senza pensare a nulla di soprasensibile, sprofondano senza pensieri nel sonno. Così si tolgono ai morti il loro nutrimento spirituale. Queste conoscenze devono sempre più e sempre più condurre a ciò che, dove è compiuto dai nostri amici, ha già reso buoni frutti: è ciò che desidero chiamare la lettura ai morti.
Questa lettura ai morti ha un’importanza enorme.
Supponiamo qui sulla terra abbiano vissuto due uomini fianco a fianco; l’uno avesse per impulsi interiori del cuore sentito l’impulso verso la Scienza dello Spirito, l’altro però proprio per questo le diviene sempre più avverso.
In un caso siffatto spesso non si può ottenere nulla dal vivente per aiutarlo a una concezione del mondo spirituale; anzi forse proprio perché ci si adopera in questo, lo si rende ancora più un nemico della medesima.
Supponiamo che un tal uomo muoia prima di noi, allora abbiamo la possibilità di aiutarlo dopo la sua morte ancora assai meglio. Ciò che vive nelle nostre anime è qualcosa di assai complicato, e ciò su cui si estende la nostra consapevolezza è soltanto una parte del contenuto dell’anima. L’uomo non sa molte cose di ciò che è nella sua anima; ed è talora presente qualcosa di cui egli crede che sia il contrario. Così può accadere e veramente accade che taluno diventi un nemico della Scienza dello Spirito. Ciò lo percepisce con la sua consapevolezza. Nelle profondità della sua anima può egli però avere un anelito assai profondo verso la Scienza dello Spirito. Allorché abbiamo attraversato la porta della morte, viviamo la vita che abbiamo vissuto nel profondo della nostra anima. Allorché ci si avvicina ai morti che si è conosciuti qui nella vita, spesso si mostrano come del tutto diversamente costituiti rispetto a qui. Un uomo che consapevolmente ha odiato la Scienza dello Spirito, ma nel più profondo della sua anima per essa ha sete, senza che lo sappia, in colui spesso dopo la morte questa sete si manifesta in modo particolarmente vivace.
Lo aiutiamo allorché prendiamo un libro di contenuto geisteswissenschaftlich, ci rappresentiamo interiormente l’immagine del morto e, come a un vivente, non ad alta voce, bensì sommessamente, leggiamo al morto. Ciò lo comprendono i morti.
Certo tanto più consapevolmente lo comprendono coloro che già nella vita si sono avvicinati al Spirituale. Non dovremmo tralasciare di leggere ai defunti o di conversare con loro nei pensieri. In proposito desidero sottolineare una questione pratica, che l’uomo molti anni dopo la morte, circa tre fino a cinque anni, ha una comprensione per la lingua che aveva parlato. Ciò cessa a poco a poco, ma egli ha allora ancora comprensione per i pensieri spirituali. Si può allora leggere anche in una lingua che il morto non aveva compreso, purché la si comprenda noi stessi. In questo modo si rendono ai morti grandi servizi. E propriamente in tale campo si noterà specialmente come la concezione del mondo geisteswissenschaftlich supera il baratro fra vivi e morti. E possiamo immaginare che se ci riesce di guadagnare sempre più diffusione sulla terra per la Scienza dello Spirito, allora nelle anime sempre più sorgerà la consapevolezza che si è con i morti insieme. Per un certo tempo dunque dopo la morte rimane l’uomo ancora immediatamente connesso con la terra. Allora però egli deve crescere nel mondo spirituale, deve diventare cittadino del mondo spirituale. Per questo deve esser preparato, deve aver ricettività e comprensione per il mondo spirituale. Allora si presenta, per esempio, un tempo in cui per la ricerca animica appare una grande differenza fra quelle anime che qui sulla terra hanno coltivato disposizioni morali e sentimenti, e quelle che senza sentimenti morali hanno vissuto.
Se l’uomo qui non ha coltivato sentimenti morali, allora sarà come un eremita.
Egli non troverà la strada verso altri uomini al di là e nemmeno la strada verso gerarchie più alte.
Non si estingue mai la consapevolezza dell’uomo; ma ciò che allora attende l’uomo è un sentimento di solitudine. La possibilità di vivere da un certo tempo in poi dopo la morte con altri esseri (un tempo che si chiama il tempo di Mercurio), la acquisisce l’uomo attraverso una vita morale.
Così che si può dire: come l’uomo ha vissuto qui sulla terra, così è la causa se nel tempo di Mercurio vive in isolamento da eremita, pieno di orrore, oppure se trova la connessione, l’unione con anime umane o esseri del mondo più alto. Allora viene in seguito un tempo per il quale l’uomo deve esser preparato in modo diverso e nel quale si condannerebbe di nuovo alla solitudine se non avesse sviluppato qui sulla terra sentimenti religiosi. Questo tempo si chiama il tempo di Venere. Chi non ha sviluppato in sé sentimenti religiosi si sente cieco e sordo rispetto a ciò che lo circonda. Allora viene un tempo per il quale, affinché l’uomo non diventi incapace di riceverlo verso certi esseri del mondo più elevato, come preparazione deve avere una completa comprensione di tutte le religioni. Questo è il tempo del Sole. Viene preparato qui sulla terra attraverso una comprensione per tutto ciò che è umano, per i diversi credi religiosi. Nei tempi antichi era sufficiente per il tempo del Sole se un uomo avesse la religione di Brahma, un altro la religione di Laotse e così via. Ma adesso, come i tempi si sono sviluppati, gli uomini stanno gli uni di fronte agli altri attraverso i loro credi religiosi, e così il tempo del Sole non può esser compiuto nella giusta maniera.
È necessario un sentire spirituale.
Questo tempo del Sole che l’uomo deve compiere fra la morte e la nuova nascita è così fatto che si sente di esser entrati in un mondo nel quale, a seconda di come si è preparati, un certo luogo appare vuoto oppure no. Se desideriamo comprendere ciò grazie a cui non lo vediamo vuoto, così dobbiamo comprendere il Mistero del Golgota. Nel Impulso del Cristo riposa la possibilità di comprendere ogni sentimento umano. Il Cristianesimo già è una religione universale; il Cristianesimo non è una religione di tribù, di razza o nazionale, come l’Induismo o altre religioni nazionali. Se i popoli dell’Europa centrale avessero conservato le loro antiche religioni di tribù, avremmo ancora oggi il culto di Wotan, il culto di Thor e così via. Ma i popoli europei hanno assunto la professione del Cristianesimo. Non si è però nel giusto senso cristiani per il fatto che si sostiene questo o quel dogma cristiano, bensì che si sa che il Cristo è morto per tutti gli uomini. Gli uomini impareranno soltanto a poco a poco a comportarsi come cristiani. Se oggi un europeo va in India, allora è di regola ciò che sostiene una professione di parole. Ma il giusto sentimento che si deve avere è questo: dovunque sulla terra si incontri un’anima umana si può trovare l’Impulso del Cristo. L’induista non crederà che il suo dio vive in tutti gli uomini. Il cristiano sa che il Cristo vive in tutti gli uomini. La Scienza dello Spirito mostrerà che il Cristianesimo rettamente compreso contiene il nocciolo di verità di tutte le religioni e che ogni religione allorché diviene consapevole del suo nocciolo di verità conduce al Mistero del Golgota.
Allorché si considera un altro Iniziato o un qualche altro fondatore di religione, allora è chiaro che egli vuole proclamare qualcosa dai mondi più alti, perché è passato attraverso l’Iniziazione.
Chi non comprende il Cristo veramente è colui che non vede chiaramente che il Cristo sulla terra non è passato attraverso nessuna iniziazione; bensì per il fatto che era presente, era iniziato e riuniva tutto in sé.
Allorché come veggente si guarda alla vita del Buddha e la si segue, allora è proprio nel mondo spirituale assai più chiaro che cosa era il Buddha. Con la vita del Cristo non è così. La vita del Cristo è così che bisogna già qui sulla terra guadagnare una relazione a essa per comprenderla nel mondo spirituale. Se qui non si guadagna una tale relazione, allora, benché si sia iniziati, si può bensì vedere ogni sorta di cose, ma il Cristo non si può vedere se non si è guadagnata dalla terra una relazione a esso. Perciò così pochi comprendono che cosa sia il Mistero del Golgota. Il Cristo è un’essenza, la quale ha eguale significato per l’uomo primitivo e per l’Iniziato più elevato. L’anima umana più primitiva può avere una relazione al Cristo, e l’Iniziato deve trovarla pure. Allorché si entra nei mondi più elevati si impara molto a conoscere; soltanto una cosa non c’è, una sola cosa non si impara: questa è la morte. La morte è soltanto nel mondo fisico. Nel mondo spirituale c’è bensì una trasformazione, ma non la morte. Così che possiamo dire: tutti gli esseri spirituali che non vengono mai sulla nostra terra, che rimangono soltanto nei mondi spirituali, non passano attraverso la morte. Il Cristo è divenuto un concittadino degli uomini nel mondo fisico, e ciò che si è compiuto sul Golgota fa sì che, allorché si comprende l’unica Divino-morte, non si rimanga vuoti nel tempo del Sole.
Gli altri Iniziati sono uomini che si sono sviluppati specialmente attraverso varie vite terrestri.
Il Cristo non era prima come Cristo sulla terra, bensì era in mondi dove non c’è morte. Egli è l’unico fra i suoi pari che conobbe la morte. Perciò si deve per imparare a conoscere il Cristo comprendere la sua morte, e perché la morte è l’essenziale, per questo soltanto qui sulla terra dove la morte è presente può esser compreso il Mistero del Golgota.
Se non si giunge qui sulla terra a una relazione al Cristo, allora non lo si sperimenta nel mondo più elevato; allora troviamo nel tempo del Sole il suo luogo vuoto. Prendiamo però l’Impulso del Cristo con noi, allora il trono del Sole non appare vuoto; allora troviamo consapevolmente il Cristo.
È importante per il nostro presente sviluppo dell’umanità che in questo punto troviamo il Cristo nel mondo spirituale, riconoscendolo di nuovo. Perché? Sì, allorché avanziamo attraverso questo tempo del Sole, allora siamo a poco a poco entrati in un mondo nel quale siamo indirizzati verso una luce spirituale. Prima, prima del tempo del Sole, abbiamo ancora i seguiti della terra, i seguiti di ciò che personalmente siamo stati: sentimenti morali e religiosi.
Adesso abbiamo bisogno di più. Adesso abbiamo bisogno della facoltà di contemplare ciò che è nel mondo spirituale e ciò che qui non può ancora esser preparato in noi; giacché dobbiamo adesso passare attraverso mondi di forze di cui non si può sapere qui nulla. Allorché l’uomo, attraverso la nascita, entra nella vita, è il suo cervello indeveloppato.
L’uomo deve prima conquistarselo da sé secondo ciò che si è acquisito in vite anteriori.
Poiché se si ha bisogno di una particolare specie di facoltà, allora non è sufficiente che la si sia acquisita, bensì si deve anche sapere come deve esser costruito l’organo fisico richiesto. Esiste un importante ma molto pericoloso guida. Qui sulla terra rimane inconscio. Ma dal tempo del Sole in poi diviene necessario: Lucifero. Cammineremmo nelle tenebre se Lucifero non si avvicinasse a noi. Possiamo però camminare a fianco di Lucifero soltanto se abbiamo la guida del Cristo. I due, allora, dopo il tempo del Sole conducono l’uomo più lontano attraverso la seguente vita: il tempo di Marte, il tempo di Giove, il tempo di Saturno. In questi tempi, dopo il tempo del Sole, entra l’uomo insieme con forze di cui ha bisogno per la nuova incarnazione. Infatti è follia se la scienza materialistica crede che il corpo materiale venga ereditato.
Non ha oggi nessuna possibilità di vedere il suo errore; ma si conosceranno le verità spirituali, e allora si vedrà l’errore. All’uomo non può esser ereditato nulla all’infuori delle disposizioni per il cervello e il midollo spinale, per tutto ciò che è incluso nella capsula ossea chiusa all’esterno del cervello e negli anelli della spina dorsale. Tutto il resto viene determinato da forze dal macrocosmo. L’uomo sarebbe una massa per così dire completamente disumana se gli fosse dato soltanto ciò che viene ereditato.
Questo che gli viene ereditato deve esser elaborato da ciò che l’uomo porta con sé dal mondo spirituale. Perché chiamo i tempi dopo la morte tempo di Mercurio, tempo di Venere, tempo del Sole, tempo di Marte, Giove e Saturno? Allorché l’uomo è passato attraverso la porta della morte diviene sempre più grande e più grande.
In verità la vita dopo la morte è così fatta che uno si sa esteso su uno spazio ampio.
Si cresce dapprima così lontano che si colma per così dire lo spazio circoscritto dal giro della luna.
Allora si cresce oltre fino al circolo di Mercurio, occulta parlando, allora fino al circolo di Venere, del Sole, di Marte. Si cresce nello spazio celeste immenso. Ogni uomo cresce dopo la morte nello spazio celeste. Ma questo stare insieme nello spazio di tutte queste anime umane non ha nessun significato. Se voi penetrate l’intera sfera di Venere, così fanno gli altri pure, ma non hanno bisogno di sapere nulla gli uni degli altri. Benché si sappia che non si è un essere solitario, si può nondimeno sentirsi soli. Si cresce infine nello spazio universale fino a una sfera che è descritta da Saturno e ancora più lontano. E mentre si cresce così, si acquisiscono le forze di cui si ha bisogno per costruire la vita prossima. E allora di nuovo si torna indietro, si diviene sempre più piccoli e più piccoli, finché ci si unisce di nuovo con la terra.
Così l’uomo si dilata fra la morte e la nuova nascita su tutto il macrocosmo, e così strano come appare è così: allorché di nuovo entriamo nella vita terrestre, portiamo le forze dell’intero sistema solare con noi nell’esistenza e le uniamo con ciò che ci viene ereditato dalle sostanze fisiche.
Con le forze dal cosmo costruiamo il corpo fisico e il nostro cervello. Noi viviamo così qui, fra nascita e morte, negli stretti confini del nostro corpo fisico; noi viviamo dopo la morte dilatati nell’intero macrocosmo del sole. Un uomo sente profondamente morale, l’altro meno.
L’uomo che adesso sente profondamente morale, egli passa attraverso il mondo spirituale e può sperimentare tutto come un essere sociale.
Dalla vita stellare proviene la forza per questo. Un altro non si preparò così, non poteva guadagnare relazioni, non portava in sé forze spiritualizzanti, così non può aver neppure disposizioni morali in un primo tempo. Egli passa perciò solo attraverso le sfere. Tutto ciò che è nell’uomo, le sue relazioni al mondo, tutto ci si presenta in modo significativo attraverso una tale conoscenza spirituale. Kant ha fatto l’asserzione: «Due cose riempiono l’animo di sempre nuova e sempre crescente meraviglia e reverenza: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me.» Ha così detto qualcosa di assai significativo. La Scienza dello Spirito mostra che ambedue sono la medesima cosa.
(Note d’ascolto) Il rapporto della vita alla morte è spesso frainteso. Si trova spesso negli scritti teosofici l’osservazione che l’essenza spirituale e animica umana possa completamente scomparire.
Si dice per esempio che per una certa quantità di male che l’anima umana carica su di sé, questa anima umana possa scomparire nel corso dell’evoluzione.
In particolare si sottolinea spesso come se i maghi neri che hanno compiuto molto male potessero una volta nella loro esistenza essere completamente cancellati.
Coloro che da più lungo tempo partecipano ai nostri sforzi, sanno che io mi sono sempre opposto a tali asserzioni.
Giacché soprattutto dobbiamo fermamente mantenere che tutto ciò che designiamo come morte qui nel mondo fisico non ha nessun significato per il mondo soprasensibile; neanche per il mondo che è il primo mondo soprasensibile contiguo al nostro.
Desidero anche qui da un certo punto di vista richiamare l’attenzione su questo fatto.
La scienza che qui nel mondo fisico si occupa delle cose fisiche giunge a varie leggi, a vari nessi di esistenza entro questo mondo fisico.
Ciò che si può trovare con questi insegnamenti negli esseri e nei fenomeni che ci circondano è tuttavia nient’altro che la conformità a leggi della realtà esterna sensoriale.
Se per esempio esaminiamo un fiore con i comuni ausili scientifici, impariamo a conoscere le leggi fisico-chimiche che sono attive nella pianta.
Rimane però sempre qualcosa che sfugge alla scienza, questo è la vita stessa.
Certo, nell’ultimo tempo si sono dedicati anche singoli scienziati particolarmente fantasiosi a formulare varie ipotesi su come la vita vegetale potrebbe esser compresa dalle sole sostanze morte. Ma tutto ciò assai presto verrà nuovamente riconosciuto come un errore, poiché nella scienza fisica rimane soltanto un ideale l’afferrare la vita. Si imparano sempre più e sempre più le leggi chimiche e così via, non però la vita stessa. Così per le forze conoscitive fisiche il ricercare la vita è bensì un ideale, ma con queste forze conoscitive non si ricercherà la vita perché è qualcosa che dal mondo soprafisico fluisce nel mondo fisico e all’interno di questo mondo non può rivelare la sua propria conformità a legge.
Esattamente così come si comporta la vita per il mondo fisico, così si comporta la morte per il mondo soprasensibile, soltanto là in rapporto alla volontà.
Nessun atto di volontà, nessun impulso di volontà può nei mondi soprasensibili mai condurre a ciò che conosciamo qui nel mondo fisico come la morte. In tutti i mondi soprasensibili può tutt’al più insorgere la nostalgia della morte, ma mai la morte stessa può subentrare nei mondi soprasensibili. Non esiste morte nel mondo soprafisico.
Specialmente commovente è questo per l’anima umana allorché si afferra immediatamente: allora, nel fondo, non possono gli esseri delle gerarchie più elevate mai conoscere la morte, se la morte è qualcosa che si può sperimentare soltanto sulla terra. E così come è giusto, nelle scritture bibliche arcaiche, che gli angeli velano il loro volto di fronte ai segreti della nascita fisica, così è pure giusto dire che gli angeli velano il loro volto di fronte ai segreti della morte. E l’essenza che noi conosciamo come l’impulso più significativo dello sviluppo terrestre, l’essenza del Cristo, quella dovrebbe essere come unica essenza nei mondi divini colei che conosce la morte. Tutti gli altri esseri divino-spirituali non conoscono la morte, la conoscono soltanto come un cambiamento da una forma all’altra. Per questo dovette il Cristo discendere sulla terra per passare attraverso la morte. Così che, di tutti gli esseri soprafisici fino all’uomo, il Cristo è l’unico essere che ha fatto conoscenza con la morte in esperienza propria. Come detto, allorché si considera questo problema dell’esperienza della morte in connessione col Cristo, allora opera particolarmente commovente. Ora è veramente così che l’uomo stesso, sì, in questo mondo soprasensibile dove non c’è morte vive allorché ha attraversato la porta della morte.
Può qui passare attraverso ma non può cancellarsi poiché allora viene accolto in mondi dove non può esservi una distruzione.
Ciò che si può considerare simile alla morte nel mondo sovrafisico è qualcosa tutt’affatto diverso dalla morte.
È ciò che se si voglion usare parole umane si deve designare con la parola solitudine.
E mai la morte può essere l’estirpazione di qualcosa che entra nel mondo soprafisico, bensì la solitudine subentra. La solitudine nel mondo soprasensibile è come la morte qui; non è distruzione ma è peggiore della solitudine qui. È uno sguardo indietro alla propria essenza. E ciò che ciò significa si nota soltanto quando accade questo, questo non-sapere se non di sé stesso.
Prendiamo per esempio un essere umano il quale qui sulla terra ha sviluppato poco di ciò che si chiama simpatia per altri uomini, il quale essenzialmente ha vissuto soltanto sé stesso. Un tale essere incontra difficoltà allorché ha attraversato la porta della morte, soprattutto nel conoscere altri esseri umani. Un tale essere può nel mondo soprafisico convivere con altri esseri ma non accorgersi di nulla di questi altri esseri. È soltanto pieno del proprio contenuto animico; vede soltanto ciò che ha sperimentato in sé stesso. Può accadere il caso che un uomo che si è tenuto lontano da un eccessivo egoismo, da qualsiasi amore umano qui sulla terra, che passi attraverso la porta della morte e allora abbia a vivere soltanto dopo la morte nel ricordo della sua ultima vita terrestre; che non possa avere nuovi eventi perché non conosce nessun essere, con nessun essere entra in comunione ed è completamente abbandonato a sé stesso. Poiché attraverso la nostra essenza come uomo ci prepariamo infatti per vivere dopo la morte un mondo del tutto particolare per noi.
Qui sulla Terra, siccome non siamo istruiti dalla scienza (che può soltanto parlarci di ciò che l’uomo non è più, poiché conosce solo il cadavere), l’uomo qui in fondo non conosce se stesso.
Il cervello pensa, ma non può pensare se stesso. Vediamo una parte di noi; un poco di più ancora quando ci guardiamo nello specchio, ma è solo l’esterno. L’uomo qui non vive in se stesso; vive con il mondo esteriore, che agisce sui suoi sensi. Attraverso noi stessi, attraverso ciò che qui possiamo vivere, ci prepariamo affinché noi stessi nel Macrocosmo ci espandiamo, diventiamo noi stessi Macrocosmo, diventiamo ciò che qui vediamo. Qui vediamo la Luna. Allora, nella vita dopo la morte ci espandiamo così che noi siamo la Luna, come ora siamo il nostro cervello. Ci espandiamo verso Saturno così che noi siamo Saturno, come ora siamo la nostra milza. L’uomo diviene Macrocosmo.
Quando l’anima ha abbandonato il corpo, si espande sul tutto il sistema planetario, così che tutti gli uomini insieme riempiono lo stesso spazio; si infilano l’uno nell’altro, ma non sanno nulla l’uno dell’altro. Le relazioni spirituali sole creano la possibilità di sapere l’uno dell’altro. Già qui sulla Terra mediante la nostra vita ci prepariamo a espanderci sul tutto il mondo, che qui vediamo nel suo riflesso sensibile.
Ma quale è allora il nostro mondo?
Come ora il nostro mondo di giorno è: montagne e fiumi, alberi, animali, minerali, come il nostro mondo ora ci sta intorno, così, e noi viviamo in questo mondo, così allora siamo dentro il nostro mondo, e questo mondo è il nostro organismo. Questi sono i nostri singoli organi. Il nostro mondo siamo noi stessi. Ci guardiamo dall’ambiente circostante. Questo comincia subito dopo la morte nel corpo eterico. Abbiamo davanti a noi il quadro della nostra propria vita. Se l’uomo qui non stabilisse relazioni con altre entità, soprattutto con altri uomini, e, come sempre più deve accadere attraverso la scienza dello spirito, con le entità delle gerarchie superiori, allora accadrebbe che fra la morte e una nuova nascita non avrebbe nulla da fare se non guardarsi eternamente. E non lo dico per dire una banalità, ma lo dico perché la banale apparenza qui è qualcosa di sconvolgente: non è proprio uno spettacolo desiderabile, per molti secoli contemplare soltanto se stessi. Poiché noi stessi siamo allora un mondo per noi. Ma ciò che espande questo nostro sé in un ulteriore mondo, sono le relazioni che qui sulla Terra abbiamo stabilito. Perciò esiste la vita terrena: affinché sviluppiamo relazioni e connessioni che poi continuano oltre la morte. Poiché tutto ciò che ci rende un essere sociale nel mondo spirituale, dobbiamo stabilirlo qui.
Come tormento l’uomo, nel mondo spirituale, vive la paura della solitudine.
Questa paura può sempre di nuovo coglierci in un certo senso, perché facciamo fra la morte e una nuova nascita come diversi stadi attraverso i quali, se anche nel precedente stato ci siamo procurati una certa socialità, nel prossimo stato possiamo di nuovo ricadere nella solitudine.
Il tempo subito dopo la morte è in verità così, che possiamo in realtà avere buone relazioni soltanto con coloro che sulla Terra sono rimasti indietro o che sono morti in un tempo che non è lontano dal nostro tempo di morte. Le relazioni più strette agiscono oltre la morte. Riguardo a ciò può proprio, da coloro che qui sono rimasti indietro, dai cosiddetti viventi, molto essere operato; poiché relazioni fra lui e il morto sussistono, il morto può ricevere notizie dal mondo fisico, notizie delle sue stesse conoscenze riguardo il mondo spirituale. Ciò è possibile soprattutto mediante la lettura ad alta voce per i morti. Possiamo rendere al morto il massimo servizio quando ci sediamo, mantenendo l’immagine del morto dinanzi all’anima, e gli leggiamo a voce bassa un libro di scienza dello spirito, lo istruiamo. Possiamo anche donargli i nostri stessi pensieri che abbiamo accolto in noi, sempre rappresentandoci l’immagine del morto con vivacità.
Non dobbiamo essere avari in questo; in tal modo colmiamo l’abisso che ci separa dai nostri defunti.
Non solo nei casi più estremi, ma in ogni caso possiamo fare bene ai morti. Questo è un sentimento consolante, che può lenire il dolore per la morte di un uomo che amiamo. Ora, miei cari amici, quanto più veniamo nel mondo soprasensibile, tanto più le singolarità cessano. Nel mondo astrale troviamo ancora singole relazioni; ma quanto più saliamo, troviamo che ciò che è fra le singole entità cessa. Là sono tutte entità; le relazioni fra loro sono relazioni di anima, e dobbiamo avere queste relazioni se non vogliamo essere soli. Ma questa è la missione della Terra, che l’uomo qui possa stabilire relazioni, altrimenti rimane solo nel mondo spirituale. Per il tempo prossimo dopo la morte sono parentele, amicizie, relazioni che abbiamo stabilito qui nella convivenza con altri uomini, che continuano oltre la morte e che formano il nostro mondo. Si può, per esempio, se si ricerca con lo sguardo del veggente il mondo in cui dimorano i morti, trovare un tale morto insieme con coloro che qui sulla Terra poteva perseguire.
Presso molti uomini del presente si vede allora come vivono con gli immediatamente morti, con coloro che morirono dieci anni prima o dopo.
Si vede allora come molti vivono insieme con una quantità di antenati, con cui erano legati di sangue.
Questo è uno spettacolo che spesso si presenta al veggente. Antenati morti da secoli: a essi il defunto si unisce. Ma ciò accade solo per un certo tempo.
Dopo il morto si sentirebbe di nuovo terribilmente solo se non agissero altre relazioni, che sono più lontane, che tuttavia preparano l’uomo a essere un essere sociale nel mondo spirituale. Entro il nostro movimento abbiamo in questa relazione un principio che scaturisce da un compito cosmico: rendere le relazioni fra gli uomini il più possibile molteplici. Perciò non attuiamo l’Antroposofia soltanto così, che il singolo tiene conferenze. Tentiamo nella società di riunire gli uomini così che si formino anche relazioni personali, e queste relazioni sono valide anche per il mondo soprasensibile. Così che l’uomo, per il fatto che qui appartiene socialmente a una certa corrente, crea connessioni per l’al di là. Ma viene un tempo in cui sono necessarie relazioni molto più generali. Viene un tempo in cui le anime si sentono sole, quelle che sono passate per la porta della morte senza disposizione morale d’anima, senza concetti morali, quelle che qui nell’essere fisico hanno rinnegato la disposizione morale d’anima.
Uomini con disposizione morale d’anima sono in verità qui sulla nostra Terra semplicemente per il fatto che sono uomini morali, di maggior valore che uomini immorali.
Per l’intera umanità terrestre un uomo morale è di maggior valore di un uomo immorale, come una cellula sana dello stomaco per esempio è di maggior valore per l’intero uomo che una malata. Non si può nel dettaglio esporre esattamente in che consista il valore di un uomo morale per l’intera umanità, in che consista il danno di un uomo immorale, ma mi capirete. L’uomo senza disposizione morale d’anima è un membro malato dell’umanità. Questo significa che attraverso questa disposizione immorale d’anima si rende sempre più estraneo agli altri uomini. Essere morale significa insieme riconoscere che si hanno relazioni con tutti gli uomini. Perciò per tutti gli uomini morali l’amore universale per l’umanità è qualcosa di ovvio. Uomini immorali giungono in un certo tempo dopo la morte a sentirsi soli a causa della loro immoralità. Così che esiste una fase in cui ci preserva dal tormento della solitudine solo la nostra disposizione morale d’anima. Così troviamo, seguendo gli uomini dopo la morte nel Macrocosmo espanso, che in verità colpisce gli uomini immorali, che si sentono soli, che gli uomini morali invece trovano accesso ad altri uomini, che hanno con loro rappresentazioni morali in una certa maniera.
Come qui sulla Terra gli uomini si riuniscono secondo nazioni o altri gruppi, così troviamo fra gli uomini che fra la morte e una nuova nascita vivono, se li seguiamo con lo sguardo del veggente, che si dividono anche là, ma sono divisi secondo comuni concetti e sentimenti morali.
Uomini con gli stessi sentimenti morali si riuniscono in gruppi e vivono poi socialmente fra la morte e una nuova nascita.
Poi viene una fase dello sviluppo in cui ciascuno si sente solo, anche se ha concetti e sentimenti morali, se gli mancano rappresentazioni religiose. Le rappresentazioni religiose sono la preparazione per la socialità nel mondo soprasensibile in una determinata fase della vita fra la morte e una nuova nascita.
Troviamo di nuovo che gli uomini che si separano dai contesti e sentimenti religiosi sono condannati alla solitudine. Troviamo gli uomini con le stesse confessioni religiose riuniti in gruppi. Ma poi viene un tempo in cui ancora non basta aver vissuto in una comunità religiosa; viene un tempo in cui si può di nuovo sentirsi soli. È un tempo in cui fra la morte e la nuova nascita accadono cose importanti. È il tempo in cui o ci sentiamo soli, malgrado la comunanza nel religioso con i religiosi coeguali, o acquisiamo comprensione per ogni anima umana nella sua manifestazione.
A questa comunanza possiamo prepararci solo acquisendo comprensione per tutte le confessioni religiose.
Prima, prima del Mistero del Golgota, ciò non era necessario, perché allora le esperienze del mondo spirituale erano diverse. Ma ora è diventato necessario. Preparatorio per ciò è la giusta comprensione del Cristianesimo. Poiché ciò che costituisce l’essenza del Cristianesimo non si ritrova nelle altre confessioni religiose. Non è giusto porre il Cristianesimo accanto alle altre confessioni religiose. Certo, singole confessioni cristiane si presentano forse in modo angusto.
Ma il Cristianesimo rettamente compreso ha in sé già l’impulso alla comprensione di ogni direzione religiosa. Poiché come l’Occidentale ha accolto il Cristianesimo? Prendete l’Induismo. Solo la razza hindu può confessarsi. Se sviluppassimo qui in Europa una religione razziale, avremmo ancora oggi il culto di Wodan; quella sarebbe la religione razziale occidentale. L’Occidente ha accolto una confessione che non scaturisce dalla sua propria sostanza popolare, ma che è venuta dall’Oriente.
Qualcosa fu accolto che poteva agire solo attraverso il suo contenuto spirituale. Poiché nessuna religione razziale o popolare poteva assorbire l’impulso di Cristo. Il popolo che vide Cristo fra sé non se ne è dichiarato seguace.
Questo è il caratteristico nel Cristianesimo: il germe risiede in esso di essere religione universale.
Non si deve essere intolleranti verso altre religioni, eppure si può dire: la missione cristiana non consiste nell’insegnare dogmi alla gente. Naturalmente il buddhista ride di una confessione che non ha nemmeno la dottrina della reincarnazione. Vede una tale confessione come nulla di vero. Ma il Cristianesimo rettamente compreso presuppone che ogni uomo, nella sua essenza intima, è un cristiano. Se voi andate da un hindu e dite: tu sei un hindu e io sono un cristiano, allora non avete compreso il Cristianesimo.
Solo quando potete dire dell’hindu: nella sua essenza più intima questo hindu è un cristiano così buono come io stesso; non ha avuto finora alcuna occasione che non sia quella di farsi conoscenza con una confessione preparatoria; non ne è ancora uscito fuori; devo chiarirgli dove la sua religione concorda con la mia: allora avete compreso il Cristianesimo.
Il migliore sarebbe che i cristiani insegnassero l’Induismo al hindu e tentassero poi di portare oltre l’Induismo, così che l’hindu trovasse il collegamento all’evoluzione generale.
Solo allora comprendiamo il Cristianesimo, quando consideriamo ogni uomo per un cristiano nel cuore più intimo; allora il Cristianesimo è solo la religione che va oltre tutte le razze, tutti i colori, tutti gli stati.
Questo è il Cristianesimo. Oggi entriamo in una nuova era. Il modo in cui il Cristianesimo ha operato nei secoli trascorsi non opera più. La nuova comprensione del Cristianesimo, che abbiamo bisogno, è ancora da realizzare attraverso la concezione del mondo antroposofica. La visione del mondo antroposofica è in questo una strumento per il Cristianesimo. Fra le religioni che sulla Terra sono apparse, il Cristianesimo è l’ultima apparizione. Nessuna nuova religione si può più fondare. Anche queste fondazioni hanno avuto il loro tempo. Si seguirono a vicenda e produssero come ultimo fiore il Cristianesimo. Oggi però la missione è quella di elaborare sempre più gli impulsi del Cristianesimo.
Perciò tentiamo, consapevolmente, più di quanto finora sia accaduto, mediante il nostro movimento di scienza dello spirito di porci amorosamente verso tutte le religioni della Terra. Poiché così ci prepariamo anche per il segmento di tempo fra la morte e una nuova nascita, dove ci sentiamo soli perché non possiamo percepire anime che sono presenti, a cui però non abbiamo accesso. Se qui travisamo l’Induismo, avvertiamo l’hindu dall’al di là, avvertiamo la sua presenza, ma non troviamo accesso a lui.
Vedete, questo momento è insieme quello in cui abbiamo esteso il nostro corpo astrale così che fra la morte e una nuova nascita siamo diventati abitanti del Sole.
Entriamo allora nel Sole. Poiché in verità ci espandiamo nell’intero Macrocosmo, e siamo allora così estesi che tocchiamo l’essere del Sole nel tempo in cui abbiamo bisogno dell’amore universale per l’umanità. Questo incontro con il Sole si mostra come segue: Primo, si mostra nel fatto che perdiamo la possibilità di portare comprensione a tutti gli uomini se non abbiamo acquisito connessioni con l’impulso: «Dove due o più si riuniscono nel mio nome, là sono io nel mezzo di loro». Cristo non intendeva: Dove due hindu o un hindu e un cristiano si riuniscono, là sono io nel mezzo, bensì: Dove due si riuniscono che hanno vera comprensione dei miei impulsi, là sono io nel mezzo. Questo essere fino a un certo punto storico era sul Sole.
C’era quasi il suo trono. Poi si unì con la Terra. Perciò dobbiamo vivere l’impulso di Cristo qui sulla Terra: allora lo portiamo anche su nel mondo spirituale. Poiché se arriviamo al Sole senza l’impulso di Cristo, allora per noi non c’è nulla se non un’incomprensibile registrazione nell’Akasha-Cronica. Da quando Cristo si è unito con la Terra, si deve guadagnare comprensione per Cristo sulla Terra.
Bisogna portare la comprensione di Cristo con sé, altrimenti sulla non si può trovare Cristo.
Se ci sviluppiamo verso il Sole, allora comprendiamo, se qui abbiamo guadagnato comprensione per Cristo, ciò che è registrato nell’Akasha-Cronica.
Poiché quello è ciò che ha lasciato sul Sole.
È significativo che la comprensione per Cristo debba essere suscitata qui sulla Terra: allora la si può conservare anche nei mondi superiori.
Certe cose diventano chiare a uno solo quando può vedere certi contesti.
Esistono correnti teosofiche che non riescono a vedere come l’impulso di Cristo stia, quale centro di gravità, nel mezzo dello sviluppo terrestre, e da lì in poi vada sempre più in alto. Quando dunque vengono uomini a dire che Cristo potrebbe apparire più volte sulla Terra, è come se si affermasse: un’asta di bilancia deve essere appesa in due punti. Con una simile bilancia non si può però pesare.
Tanto assurdo come sarebbe questo nel mondo fisico, tanto assurda è l’affermazione di certi occultisti riguardo a vite terrene ripetute di Cristo.
Si mostra di aver acquisito comprensione per l’impulso di Cristo solo quando si è in grado di comprendere che Cristo è il solo Dio che è passato attraverso la morte e che perciò doveva scendere sulla Terra.
Per chi qui si è acquisito una comprensione di Cristo, là non rimane un trono vuoto sul Sole.
Allora può riconoscere anche un altro incontro che ora accade in questo tempo: allora Lucifero si avvicina all’uomo, e proprio ora non come tentatore, bensì come una forza legittima che deve essere al suo fianco se egli deve trovare il suo ulteriore avanzamento nel mondo spirituale.
Le stesse proprietà sono dannose solo in un luogo sbagliato. Lucifero tesse qui nel mondo fisico una relazione che è dannosa. Ma dopo la morte, dal Sole in poi, Lucifero deve assistere l’uomo. L’uomo deve incontrare Lucifero.
Fra Lucifero e Cristo deve fare il suo ulteriore cammino.
Cristo preserva la sua anima, mantiene la sua anima con tutto ciò che l’anima ha già acquisito nelle incarnazioni precedenti.
L’incarico della forza luciferica è di sostenere l’uomo affinché nel modo giusto apprenda a utilizzare anche le forze delle altre entità delle gerarchie per la sua nuova incarnazione.
Indipendentemente da quando questo punto nel tempo è stato raggiunto, di cui è stato parlato: una volta giunge all’uomo la necessità di fissare prima a quale punto della Terra debba aver luogo la sua prossima incarnazione e in quale paese. Questo deve già accadere nel mezzo del tempo fra la morte e una nuova nascita.
Questa è addirittura la prima cosa che deve accadere: che il luogo e il paese in cui l’anima umana sarà reincarnata vengano determinati molto in anticipo. L’uomo si prepara a ciò in questo modo: stabilisce qui relazioni con i mondi superiori.
Ma deve essere sostenuto da Lucifero. Ora egli prende da una certa specie di entità delle gerarchie superiori le forze che lo dirigono verso il luogo determinato e verso il momento determinato.
Vedete, se vogliamo scegliere un esempio straordinario: quando Lutero dovette apparire, la sua apparizione doveva essere preparata nell’ottavo, nono secolo.
Là le forze dovevano già essere indirizzate nel popolo in cui doveva agire. Per questo Lucifero deve cooperare affinché tempo e luogo della nostra rinascita possano essere determinati. Perché l’uomo porta Cristo nella sua anima, preserva ciò che si è procurato. Ma l’uomo non è ancora maturo per sapere dove il suo karma può essere elaborato al meglio: per questo Lucifero deve aiutarlo.
Poi trascorre ancora un po’ di tempo. L’ulteriore è che alla questione si deve rispondere, ed è un’attività sconcertante, non si può che caratterizzare queste cose con parole ordinarie: si deve decidere la questione: come dunque deve essere veramente costituita la coppia genitoriale nelle sue stesse qualità di carattere, quella che in verità deve produrre l’uomo che ora deve essere portato sulla Terra a un luogo determinato a un tempo determinato? Tutto questo deve essere determinato molto tempo prima. Ma da ciò segue un altro fatto: che ora da gerarchie superiori, e ancora con l’aiuto di Lucifero, molto, molto prima che l’uomo in questione nasca, i preparativi sono fatti attraverso le intere generazioni.
Per Lutero doveva già essere determinato nel decimo, undicesimo secolo quali antenati dovevano essere quelli nel cui seguito egli nascesse, affinché la giusta coppia genitoriale di Lutero fosse presente.
La scienza fisica crede che l’uomo assuma le proprietà dei suoi antenati.
In realtà l’uomo agisce dal mondo soprasensibile sulle proprietà dei suoi antenati. Siamo in certo modo responsabili di come era nostro trisavolo. Naturalmente non tutte le proprietà l’uomo può determinare; però devono comunque essere presenti anche le proprietà che abbiamo bisogno. Quello che si eredita dai propri padri, lo si è fatto fluire prima nei propri padri. Prima è dunque fissato il luogo e il tempo della nascita. Poi è scelta l’origine ancestrale. Nel fondo è quello che si chiama amore filiale nient’altro che l’apparire di quello che ci uniamo con quello che siamo venuti a formare per secoli dal mondo soprasensibile. Ciò che appare come concezione è che l’uomo allora riceve le forze che cooperano al suo corpo stesso, in particolare alla testa e alla forma corporea generale. Perciò dobbiamo immaginarci che da quel momento la maggior parte del lavoro su di noi è fatto nella struttura più profonda della testa, meno alle mani e ai piedi, anche meno al torso, ma alla testa verso il torso.
Quello lo cesselliamo. Allora continuiamo il lavoro dopo la nascita. Ma inseriamo tutto nel corpo astrale.
Prepariamo astralmente la forma della testa.
Questo va così lontano che possiamo dire: per ultimissimo viene formato nell’immagine astrale, che si unisce poi con la forma corporea, ciò che dà la forma del cranio. La forma del cranio è per ogni uomo individuale. Per ultimo è cesselato ciò che è la forma del cervello. Ciò che ci è poi dato sulla Terra attraverso l’eredità è in fondo quello che è in grado, attraverso la sua sostanza, di raccordarsi con quello che portiamo dal mondo soprasensibile. Immaginate questo: quello che viene dal mondo soprasensibile sia un guscio; l’acqua che lo riempie è data dalla sostanza ereditaria.
Dalla pura eredità sola è dato solo quello che è per così dire la proprietà del nostro sistema corporeo più indipendente dal sistema nervoso e sanguigno. Se abbiamo ossa grandi forti o se abbiamo ossa deboli fini, dipende meno dalle forze che riceviamo dalle potenze preparatorie che dall’eredità.
L’individualità che in questo tempo in questo luogo deve nascere per l’elaborazione del suo karma, nasce attraverso uomini con ossa forti o uomini con capelli biondi e così via; questo è reso possibile dalla linea ereditaria. Se le teorie fisiche ereditarie fossero giuste, allora comparirebbero uomini con il sistema nervoso atrofizzato e soltanto le strutture alle mani e ai piedi.
Lo sguardo del veggente solo conduce alle cose veramente significative.
Così posso raccontarvi il seguente caso. Mi capitò un uomo con una testa idrocefalica. Si distingueva molto essenzialmente da tutta la restante famiglia. Perché aveva una testa idrocefalica? Perché il consiglio delle entità superiori con Lucifero suonava così: sì, l’uomo deve nascere là; questa è la migliore coppia genitoriale. Ma non può operare nel modo giusto sull’origine ancestrale, così che possa formare quello che gli può dare la giusta sostanza affinché la testa si indurisce correttamente. Deve durante la vita adattare il cervello alla struttura. Non si poteva trovare la possibilità per questo uomo di preparare l’origine ancestrale così che la testa fosse indurita in modo corrispondente. Tutto questo sono cose molto importanti, e vediamo in esse come la tecnica di come ci lavoriamo dentro nel mondo. Se una volta questo è visto giustamente dalla scienza, allora si avvertirà l’operazione del mondo superiore. Se avanziamo con Lucifero e Cristo insieme, arriviamo al giusto rapporto verso lo sviluppo ulteriore. Innanzitutto nel nachtodlichen Leben sono da superare i pericoli della solitudine attraverso le connessioni con altri uomini, attraverso connessioni morali, attraverso connessioni religiose.
Poi si lavora sul nuovo uomo che allora deve incarnarsi.
Ora si ha un compito quando invece del mondo intorno a sé, si ha se stessi davanti a sé.
Quando l’uomo vive così gli stadi in cui poteva essere un uomo sociale, ma si è vissuto dentro solitudini, allora sorge in lui qualcosa come la brama della morte. Questa brama della morte, cos’è? È la brama dell’inconsapevolezza. Ma non si diventa inconsapevoli, si diventa soli. Nei mondi superiori non abbiamo più a che fare con questioni di sostanza, bensì con questioni di consapevolezza. Solitudine significa quindi: avere brama di un temporaneo spegnimento della consapevolezza. Questo esiste per le anime che non hanno relazione con altre anime. Ma morte non esiste là. Come l’uomo qui vive ritmicamente, fra veglia e sonno, così vive nell’altro mondo ritirandosi in se stesso e in socialità con altre anime; fra socialità e solitudine alternando ritmicamente, così è la vita nel mondo superiore.
Come viviamo nel mondo superiore dipende da come ci siamo preparati qui, così come l’ho esposto poco fa. Sulla questione se si possa leggere anche per i bambini nati da poco o morti presto, rispose Rudolf Steiner: un bambino si è solo qui sulla Terra.
Talvolta al veggente si presenta che un uomo morto da piccolo bambino è un’individualità che, nel mondo spirituale, è meno bambino di molti che sono morti a ottanta anni.
Non si può quindi applicare lo stesso criterio.
Ho già una volta descritto come si debba comprendere occultamente l’immagine che di solito porta il nome «La scuola di Atene». In tempi recenti ho fatto conoscenza con un’entità umana da poco tempo morta. Questa poteva rendermi consapevole, nel commercio con essa, proprio di quello che nei pensieri di Raffaello è rimasto di questa immagine. Tale entità umana descrive come, in verità, presso il gruppo in primo piano a sinistra nell’immagine, qualcosa è dipinto sopra. Quello che è dipinto sopra è il luogo dove qualcosa è scritto. Là sta adesso un teorema pitagorico. Originariamente stava là un passo del Vangelo! Vedete così che un tale «bambino» può essere un’entità umana molto sviluppata, che vi conduce verso le cose che si possono trovare solo molto difficilmente.
Così vorrei dire che si può esercitare la lettura ad alta voce anche riguardo ai bambini da poco tempo morti.
Con profonda cordialità ricambio il caro saluto che il vostro rappresentante ha pronunciato or ora.
E sono convinto che gli amici qui giunti con me
in questa città per coltivare insieme ai nostri amici di Bergen la vita
antroposofica condividono sinceramente questo benvenuto. È stato veramente
bello il percorso attraverso le montagne, che ci hanno accolto con tanta
amichevolezza e grandiosità, e credo che i nostri amici troveranno qui
una piacevole dimora nei giorni del loro soggiorno. Non solo la meravigliosa opera di ingegneria ferroviaria ci ha permesso
di percepire intimamente, proprio in questa regione, un’impressione che
si trova di rado in altri luoghi d’Europa: quella di vedere come la forza
creatrice umana si contrappone direttamente alla natura originaria.
Quando si osserva come le pietre, necessariamente spezzate per realizzare
ciò che lo spirito umano odierno ha creato, giacciono accanto a quelle
che la natura ha accumulato, nascono impressioni che rendono veramente
straordinaria la visita a una tale terra. In questa antica città i nostri amici vivranno belle giornate e le
conserveranno nella memoria, ancora più arricchite da questo sfondo sublime
del loro soggiorno. Saranno giorni memorabili. Soprattutto lo saranno perché
ci siamo potuti convincere, anche mediante il riscontro esteriore e fisico,
che qui pure abitano cuori antroposofici che vibrano con noi nell’aspirazione
ai tesori spirituali dell’umanità. Coloro che visitano questa città si sentiranno
certamente ancora più uniti interiormente a chi ci ha così calorosamente accolti.
Quello che desidero discutere, poiché per la prima volta ci troviamo insieme,
avrà un carattere in certo modo aforistico.
Vorrei parlare di alcuni aspetti
del mondo spirituale che si possono esprimere più facilmente a voce che per iscritto.
Ciò accade non solo perché oggi, di fronte ai pregiudizi del mondo,
rimane difficile affidare alla carta tutto ciò che gli animi devoti all’antroposofia
ascolterebbero volentieri, ma soprattutto perché le verità spirituali si comunicano
più adeguatamente a voce viva che non tramite la scrittura e la stampa.
Ciò vale particolarmente per le verità spirituali più intime. Sempre si prova
una certa amarezza nel doversi risolvere, come i tempi richiedono, a registrare
per iscritto e far stampare simili insegnamenti; è sempre un fatto sgradevole
affidare alla stampa le verità spirituali più riservate, che riguardano i mondi
spirituali superiori stessi. È sgradevole già per il motivo che la scrittura e la stampa appartengono a enti
che gli esseri di cui parliamo, i nostri ospiti spirituali, non possono leggere.
Nessun libro può essere letto nel mondo spirituale. Certo, i libri possono essere
letti per breve tempo da noi stessi subito dopo la morte, grazie ai ricordi;
ma gli esseri delle gerarchie superiori non riescono a leggere i nostri libri.
Se chiedeste se non vogliono acquisire quest’arte della lettura, devo confessare,
secondo la mia esperienza, che finora mostrano scarsa inclinazione, perché trovano
che la lettura di ciò che viene prodotto sulla terra non sia utile né necessaria.
La lettura degli esseri spirituali comincia soltanto quando gli uomini sulla terra
leggono nei libri: allora il pensiero umano diventa vivente, e gli spiriti leggono
nei pensieri degli uomini. Ma ciò che è scritto o stampato rimane come oscurità
per gli esseri del mondo spirituale.
Per questo motivo, di fronte a questi esseri stessi, si ha la sensazione di tradire
i loro insegnamenti affidandoli alla carta o alla stampa.
È un sentimento profondamente
reale, anche se l’uomo colto moderno forse non lo condivide; ma ogni vero occultista
prova questa resistenza interiore dinanzi alla scrittura e alla stampa. Quando il nostro sguardo chiaroveggente penetra nei mondi spirituali, ci appare di
straordinaria importanza che, già oggi e sempre più in futuro, la conoscenza del mondo
spirituale si diffonda; perché da questa diffusione della scienza dello spirito dipenderebbe
molto per la necessaria trasformazione della vita dell’anima umana.
Quando rivolgiamo
lo sguardo spirituale ai tempi antichi, perfino solo a pochi secoli fa, scopriamo qualcosa
che può sorprendere chi non conosce ancora queste cose. Si trova che il commercio tra
vivi e defunti è divenuto sempre più difficile; non molto tempo fa la viva interazione
tra vivi e defunti era molto più intensa. Quando il cristiano medievale, o anche il cristiano
di secoli non lontani, rivolgeva con la preghiera il ricordo ai defunti a lui cari o noti,
i sentimenti e le emozioni di questa preghiera erano infinitamente più forti, per raggiungere
l’anima del defunto, di quanto non siano oggi. Molto più facilmente, nei tempi passati, l’anima defunta si sentiva penetrata dal calore
amorevole di chi pregava per lei dall’alto o pensava a lei, di quanto accada oggi
quando ci abbandoniamo ai condizionamenti culturali esteriori. Al contempo i defunti sono
oggi molto più separati dai vivi di quanto non lo fossero un tempo. Oggi i defunti hanno
difficoltà ben maggiori a percepire ciò che vive nelle anime dei superstiti. Questo è radicato
nell’evoluzione dell’umanità. Ma nell’evoluzione dell’umanità deve anche stare il compito
di ritrovare questo legame, questo vivo commercio tra vivi e defunti.
Nei tempi antichi l’anima umana possedeva naturalmente un legame vivente con i defunti,
sebbene già da parecchi secoli gli uomini non fossero più dotati di chiaroveggenza.
In epoche ancora più remote, i viventi potevano guardare con chiaroveggenza ai defunti e seguire la loro vita.
Come allora era naturale per l’anima una viva interazione con i defunti,
così oggi l’anima può acquisire la forza di ristabilire questo commercio coltivando pensieri
e idee riguardanti i mondi superiori e spirituali. Tra i compiti pratici della vita antroposofica
dovrà contarsi anche questo: che la scienza dello spirito, sempre più, costruisca un ponte
tra i vivi e i defunti. Per comprenderci bene, prima vorrei attirare l’attenzione su alcuni aspetti del commercio
tra vivi e defunti. Vorrei partire da un fenomeno semplicissimo e collegarvi un’indagine
spirituale. Molte anime, quando si rivolgono a se stesse, potranno fare questa osservazione:
supponiamo che qualcuno abbia odiato un’altra persona durante la vita, oppure abbia dovuto
ammettere in se stesso che questa persona gli era o gli è antipatica.
Quando quella persona
muore, e molti sanno per esperienza personale che ciò accade, chi l’ha odiata o ha provato
antipatia non riesce a mantenere lo stesso odio e la stessa antipatia. Se l’odio continua oltre
la morte, le anime più sensibili provano vergogna per tale odio o antipatia che persiste oltre
la soglia. Questa esperienza, che molte anime fanno, può essere seguita chiaroveggentemente. Ci si
può domandare: perché sorge questa vergogna nell’anima di fronte all’odio e all’antipatia,
soprattutto quando nella vita non abbiamo mai rivelato a nessuno questo sentimento? Quando il chiaroveggente segue l’uomo che ha oltrepassato la porta della morte e volge
lo sguardo all’anima rimasta sulla terra, emerge che l’anima defunta ha una percezione molto
netta, una consapevolezza vivissima dell’odio che vive nell’anima del vivente.
Se mi permetto
un’immagine: il defunto vede l’odio.
Il chiaroveggente può constatare esattamente che il defunto
percepisce tale odio. Ora possiamo seguire che cosa significhi per il defunto un simile odio.
Per il defunto l’odio rappresenta un ostacolo alle buone intenzioni della sua evoluzione spirituale,
un ostacolo che si può paragonare agli impedimenti che incontriamo sulla terra nel perseguire
un fine esteriore. Questo è il fatto nella vita spirituale: il defunto trova l’odio come ostacolo alle sue migliori intenzioni.
E ora comprendiamo perché nell’anima un po’ consapevole di sé anche l’odio altrimenti
legittimo si estingue: perché prova vergogna quando colui che era odiato muore. Se l’uomo non
è chiaroveggente, non sa certamente che cosa accade; ma è come se un sentimento naturale gli
facesse comprendere che si sente osservato; sente: il defunto vede il mio odio, e questo odio
è per lui un ostacolo alle sue buone intenzioni. Molti sentimenti profondi dell’anima umana
si spiegano quando si ascende nei mondi spirituali e si considerano i fatti spirituali che vi
stanno alla base. Come non vogliamo fare certe cose sulla terra se sappiamo di essere osservati, così non
odiamo oltre la morte quando abbiamo il sentimento di essere osservati dal defunto. L’amore
e la simpatia che rivolgiamo al defunto rappresentano invece per lui un reale sollievo nel
suo cammino; gli sciolgono gli ostacoli. Ciò che dico, che l’odio crea ostacoli nel mondo
dei defunti e l’amore li rimuove, non costituisce un’abrogazione del karma, come d’altronde
sulla terra accadono molte cose che non dobbiamo necessariamente ricondurre al karma.
Se urtiamo il piede contro una pietra, non sempre dobbiamo includerlo nel karma morale.
Parimenti non contraddice il karma se il defunto si sente sollevato dall’amore che gli fluisce
dalla terra e incontra ostacoli nelle sue intenzioni elevate.
Un aspetto ancora più urgente, riguardante il commercio tra defunti e viventi, è che le anime
defunte hanno bisogno, in certa misura, di nutrimento, sebbene non della medesima specie
che nutre gli uomini sulla terra, bensì di nutrimento spirituale e animico.
Come corrisponde
a un fatto che noi uomini sulla terra, mi permetto il paragone, abbiamo bisogno di campi
seminati da cui raccogliamo i frutti di cui viviamo fisicamente, così le anime dei defunti hanno
bisogno di campi seminati da cui cogliere certi frutti di cui abbisognano nel periodo tra la morte
e una nuova nascita. Quando lo sguardo chiaroveggente segue le anime defunte, vede come
le anime umane addormentate rappresentano il campo seminato per i defunti, per coloro che
sono già trapassati. Non è solo sorprendente, ma per chi l’osserva per la prima volta nel mondo
spirituale è addirittura profondamente commovente, vedere come le anime umane che vivono
tra la morte e una nuova nascita si avvicinano quasi furtivamente alle anime umane addormentate
e cercano i pensieri e le idee che vi abitano.
Di questi pensieri e idee si nutrono i defunti, poiché ne hanno bisogno. Quando la sera
ci addormentiamo, i pensieri e le idee che hanno attraversato la nostra coscienza durante la
veglia cominciano a vivere, diventano quasi esseri viventi. E le anime defunte giungono e
partecipano a questi pensieri. Nel contemplare queste idee si sentono nutrite. È profondamente
commovente quando lo sguardo chiaroveggente si volge agli uomini trapassati che ogni notte
si avvicinano alle loro creature addormentate, qui dobbiamo considerare sia gli amici che
particolarmente i parenti di sangue, e desiderano cibarsi, nutrirsi dei pensieri e delle idee
che questi hanno portato con sé nel sonno, e non trovano nulla di nutriente. Esiste infatti una grande differenza tra pensieri e pensieri per quel che riguarda il nostro stato di sonno.
Se durante tutto il giorno ci occupiamo soltanto di idee materiali sulla vita,
se rivolgiamo lo sguardo solo a ciò che accade nel mondo fisico e a ciò che vi si può compiere,
e se non abbiamo neppure, prima di addormentarci, un pensiero per i mondi spirituali, anzi
in molti modi non ci portiamo nei mondi spirituali se non diversamente che attraverso il pensiero,
allora non offriamo alcun nutrimento ai defunti.
Conosco regioni d’Europa dove i giovani nelle
università sono educati in modo tale da indursi il sonno bevendo quella che si chiama «gravezza
da letto» con la giusta dose di birra. Questo rappresenta un portarsi nei mondi spirituali con
idee che non possono vivere là. Quando allora le anime defunte si avvicinano, trovano un campo
vuoto; accade loro quello che accade a noi nel corpo fisico quando la sterilità dei campi provoca
carestia. Particolarmente nei nostri tempi si può osservare molta fame spirituale nei mondi
spirituali, poiché il sentire e il pensare materialistico si è diffuso ampiamente. Vi sono già oggi numerose persone che considerano infantile occuparsi di pensieri sul mondo
spirituale. Con ciò privano di questo nutrimento, di questa nutrizione animica, coloro che dovrebbero
riceverla da loro dopo la morte. Affinché si comprenda correttamente questo fatto, si deve notare che dopo la morte ci si può
nutrire soltanto dei pensieri e delle idee di quelle anime con cui si è stati in relazione durante
la vita. Dalle anime con cui non abbiamo avuto alcun legame, non possiamo ricavare nutrimento
dopo la morte. Quando oggi, al fine di avere nutrimento spirituale vivo nelle nostre anime da cui
i defunti possano nutrirsi, diffondiamo la scienza dello spirito, non lavoriamo soltanto per i viventi
e non solo affinché i viventi trovino soddisfazione teorica. Lavoriamo per riempire i nostri cuori
e le nostre anime di pensieri del mondo spirituale, sapendo che i defunti a noi collegati sulla terra
devono trarre nutrimento dalla vita successiva dalle idee e dai sentimenti spirituali.
Non ci consideriamo soltanto lavoratori per gli uomini viventi, bensì anche come lavoratori
in modo che l’attività scientifica dello spirito, la diffusione della vita antroposofica, serva anche ai mondi spirituali.
Quando parliamo ai viventi per la loro vita diurna, con la soddisfazione spirituale
dell’anima creiamo idee che costituiscono un nutrimento fertile per le anime di coloro che muoiono
prima di noi secondo il karma.
Proprio per questo sorge in noi il desiderio non soltanto di diffondere
la scienza dello spirito per la via ordinaria della comunicazione esteriore: questo desiderio riposa,
per così dire, nascostamente nel fondo della nostra nostalgia: diffondere la scienza dello spirito
e l’antroposofia in società e in gruppi, perché ha valore che coloro che perseguono la scienza dello
spirito stiano insieme fisicamente in comunità e in società. Come ho detto, il defunto può ricavare nutrimento soltanto dalle anime con cui è stato unito
nella vita. Cerchiamo di riunire queste anime affinché il campo di semina per i defunti sia sempre
più ampio. Molti uomini oggi, quando trapassano, non trovano un campo perché la loro famiglia
consiste soltanto di materialisti; ma lo trovano presso coloro che sono stati introdotti attraverso
la scienza dello spirito. Questo è il motivo più profondo per cui lavoriamo in forma associativa,
per cui ci preoccupiamo che chi sta per morire possa, prima di passare, conoscere persone che ancora
sulla terra si occupano di cose spirituali; così può ricavare nutrimento da loro quando queste persone
dormono. Nei tempi antichi dell’evoluzione umana, quando una certa vita religiosa e spirituale pervadeva
le anime, erano le comunità religiose e particolarmente i parenti di sangue presso cui si cercava rifugio
dopo la morte. Ma la forza del legame di sangue è diminuita e deve essere sostituita sempre più
dalla coltivazione della vita spirituale quale la pratichiamo.
Così vediamo che l’antroposofia può
promettere che un nuovo legame, un nuovo ponte sia creato tra i viventi e i defunti, che possiamo
in certo modo essere qualcosa per i defunti attraverso l’antroposofia.
E quando già oggi osserviamo
con lo sguardo chiaroveggente il periodo tra la morte e una nuova nascita e troviamo persone che
soffrono della sventura che coloro che li hanno conosciuti, addirittura i più cari, posseggono solo
pensieri materialistici, allora riconosciamo la necessità di permeare la cultura terrena con pensieri spirituali.
Quando si conosce un uomo che morì qualche tempo fa, quando lo si trova nel mondo spirituale
e lo si conosce dal tempo in cui viveva sulla terra, e si erano lasciati certi membri della sua famiglia
che si conoscevano, la moglie, i figli, persone buone esteriormente che si amavano veramente,
allora il chiaroveggente trova il padre che ha trapassato, per il quale la moglie era quasi come un
sole di vita quando tornava a casa dal difficile lavoro. Si scopre che egli, poiché la moglie non può
avere pensieri spirituali nella mente e nel cuore, non può guardare nell’anima di questa moglie
e chiede, quando è in grado di chiedere: dove mai si trova mia moglie? Egli guarda solo indietro al tempo in cui era unito con lei sulla terra. Ma dove più la cerca, là
non riesce a trovarla. Questo può accadere. Esistono già oggi molte persone che credono, per così
dire, che il defunto sia entrato in una sorta di nulla, che pensano al defunto soltanto con pensiero
completamente materialistico, non con un fecondo pensiero per il defunto. Quando si contempla
il dominio della vita tra la morte e una nuova nascita, quando si considera qualcuno di cui si sa
che vive ancora sulla terra, che ha amato qualcuno, ma non unisce a ciò la fede nella persistenza
dell’anima dopo la morte, allora proprio nel momento dopo la morte, quando si presta la massima
attenzione, attraverso questo tentativo di guardare al vivente che si è amato, allora può estinguersi ogni sguardo.
Non si riesce a trovare il vivente, non si può entrare in relazione con lui,
sebbene si sappia che potrebbe esistere se nell’anima del vivente laggiù fossero presenti pensieri spirituali.
Questa è un’esperienza frequente e dolorosa per i defunti.
Così accade, e questo può essere osservato dallo sguardo chiaroveggente, che taluni trapassano
e trovano ostacoli alle loro migliori intenzioni attraverso i pensieri di odio che li perseguono,
e non trovano consolazione nei pensieri d’amore di coloro che li hanno amati sulla terra,
in quanto non possono percepirli a causa del loro materialismo. Queste leggi del mondo spirituale, che si osservano in questo modo con lo sguardo chiaroveggente,
sono effettivamente incondizionatamente valide. Sono tanto valide quanto insegna un caso che si
è potuto osservare spesso: era istruttivo osservare come i pensieri di odio, o almeno i pensieri
di antipatia, agiscono, anche quando non sono coltivati con piena consapevolezza! Si possono osservare
maestri di scuola che di solito sono chiamati severi, che non riescono a procacciarsi l’amore dei loro
giovani allievi, in questo caso si tratta di pensieri di antipatia e odio del tutto innocenti. Quando
un tale maestro muore, si vede come egli incontra ostacoli anche in questi pensieri, che restano,
per le sue buone intenzioni nel mondo spirituale.
Il bambino e il giovane spesso non si rendono conto, quando il maestro muore, che non dovrebbero
odiarlo più, bensì conservano naturalmente questo sentimento nel ricordo di come il maestro li ha
tormentati. Per tali intuizioni si impara molto sulla reciproca relazione tra viventi e defunti.
In fondo, non ho tentato di fare altro che preparare il terreno per potere annunziare dinanzi
a voi quello che veramente può svilupparsi come buon risultato dell’aspirazione scientifica dello spirito.
Alludo alla cosiddetta lettura ai defunti. Si possono infatti, come si è mostrato particolarmente
nel nostro movimento antroposofico, prestare servizi straordinari alle anime degli uomini trapassati
leggendo loro insegnamenti spirituali. Si può fare in modo di dirigere il pensiero al defunto
e, per averne sollievo, si cerchi di rappresentarlo come lo si ricorda: in piedi o seduto dinanzi a sé.
Si può fare con più defunti insieme.
Non si legge ad alta voce, ma si seguono con attenzione i pensieri,
sempre con il pensiero al defunto: il defunto sta dinanzi a me. Questa è la lettura ai defunti. Non è necessario avere un libro, ma non si deve pensare in modo astratto; si devono veramente
approfondire ogni pensiero: così si legge ai defunti. Si può addirittura arrivare al punto, sebbene
sia più difficile, che, se si è condivisa una visione del mondo comune con il defunto o un pensiero
comune su qualche aspetto della vita e si aveva una relazione personale con lui, si può leggere anche
a chi è più distante. Ciò accade in modo che questi, per il pensiero caldo che gli rivolgiamo, a poco
a poco diventa consapevole di noi. Così può diventare utile leggere anche a chi è distante dopo la morte.
Questa lettura può avvenire in qualsiasi momento. Mi è già stato chiesto a quale ora sia meglio farla.
Ciò è completamente indipendente dall’ora. Si devono veramente approfondire i pensieri. La superficialità
non basta. Parola per parola si deve percorrere il testo, come se lo si recitasse interiormente. Allora
anche i defunti leggono con noi. E non è corretto credere che tale lettura possa essere utile soltanto
a coloro che si sono accostati alla scienza dello spirito durante la vita. Questo non è affatto necessario. Uno dei nostri amici è stato, forse non nemmeno un anno fa, disturbato durante le notti insieme a sua moglie. Provavano un’inquietudine.
E poiché poco tempo prima era morto il padre di questo amico,
subito questi pensò che il padre volesse qualcosa, che l’anima si manifestasse presso di lui.
E quando l’amico mi consultò, risultò che il padre, che durante la vita non aveva voluto sapere
nulla della scienza dello spirito, dopo la morte aveva il bisogno più vivente di conoscere la scienza dello spirito.
E quando il figlio con sua moglie lesse al padre il ciclo sul Vangelo di Giovanni
che una volta tenni a Kassel, questa anima fu soddisfatta al massimo grado, si sentì sollevata da
molte disarmonie che aveva provato subito dopo la morte. Questo è notevole in questo caso perché
l’anima in questione era quella di un predicatore che aveva sempre difeso il suo punto di vista
religioso di fronte agli uomini, ma dopo la morte poteva essere soddisfatto soltanto potendo leggere
assieme a una trattazione scientifica dello spirito del Vangelo di Giovanni. Così vediamo che colui
a cui vogliamo aiutare, a cui vogliamo servire dopo la morte, non deve necessariamente essere stato
un antroposofo durante la vita, sebbene naturalmente lo serviremo particolarmente se gli leggiamo. Ma impariamo anche, quando consideriamo un fatto simile, a pensare diversamente sull’anima
dell’uomo in generale. Le anime umane sono infatti molto più complicate di quanto comunemente
si pensi. Ciò che accade consapevolmente è veramente solo una piccolissima parte della vita
dell’anima. Molto accade nelle profondità inconsce dell’anima, di cui l’uomo al massimo ha un presentimento,
ma di cui nella chiara coscienza diurna sa quasi nulla.
E nella vita inconscia può spesso accadere il contrario
rispetto a ciò che l’uomo crede e pensa nella coscienza superficiale. Un caso molto frequente è questo: quando un membro di una famiglia si accosta alla scienza dello spirito.
Il fratello, il marito o la moglie cui questa persona è collegata diventano sempre più ostili,
sempre più nemici della scienza dello spirito, spesso adiratissimi e sempre più furiosi, perché il coniuge
o il fratello o la sorella si sono accostati alla scienza dello spirito.
Allora si sviluppa spesso molta
antipatia contro la scienza dello spirito in una tale famiglia, cosicché molte persone trovano difficile
il fatto che buoni amici o parenti diventano spesso molto arrabbiati e furiosi. Quando si esaminano tali
anime, spesso si scopre che nelle profondità inconsce di tale anima si sviluppa la nostalgia più profonda
per la scienza dello spirito. Talvolta tale anima ha nostalgia della scienza dello spirito più intensa di colui che nella coscienza
superficiale è un assiduo visitatore delle riunioni scientifiche dello spirito. Ma la morte solleva il velo
dall’inconscio, la morte compensa tali cose in modo straordinario. Durante la vita accade spesso che
qualcuno si stordisca rispetto a ciò che sta nell’inconscio; e vi sono veramente persone che in realtà
hanno nostalgia, nostalgia profondissima della scienza dello spirito, ma si stordiscono. Mentre infuriano
contro la scienza dello spirito, si stordiscono della loro nostalgia e si ingannano. Ma dopo la morte
emerge la nostalgia con violenza ancora maggiore. E proprio spesso in coloro che durante la vita hanno
infuriato contro la scienza dello spirito, sorge dopo la morte la nostalgia più violenta. Per questo non
trascurate di leggere particolarmente a quei defunti che durante la vita hanno combattuto la scienza
dello spirito! Forse allora renderete loro il più grande servizio. Una domanda che sorge molto frequentemente in relazione con tutto ciò è questa: come si può sapere
se il defunto può veramente ascoltare? Ora, senza lo sguardo chiaroveggente è difficile saperlo, sebbene
gradualmente, quando ci si occupa del ricordo dei defunti, ci si trovi sorpresi da un sentimento: il defunto ascolta.
Non si avrà questo sentimento solo se si è disattenti e non si bada a quel calore peculiare che spesso
si diffonde durante la lettura.
Si può veramente acquisire un tale sentimento.
Ma se non potete farlo,
miei cari amici, allora si deve dire che nel nostro comportamento verso il mondo spirituale, anche in questo
caso, si deve applicare una regola che spesso va considerata. Questa è la regola: sì, quando leggiamo al
defunto, gli giotiamo certamente in ogni caso, se ci ascolta! Se non ci ascolta, allora adempiamo il nostro
dovere, forse arriviamo a farci ascoltare, ma comunque acquistiamo qualcosa: riempiamo noi stessi di
pensieri e idee che certamente saranno nutrimento per i defunti nel modo prima indicato. Quindi nulla
va perduto in ogni caso. Ma la pratica ha mostrato che questo ascoltare di ciò che viene letto, da parte dei
defunti, è qualcosa di straordinariamente diffuso, e che si può prestare un servizio immenso a coloro a cui
in questo modo leggiamo ciò che oggi può essere raccolto di saggezza spirituale. Così possiamo sperare che il muro di separazione tra viventi e defunti diventi sempre più esiguo,
mentre la scienza dello spirito si diffonde nel mondo.
E veramente sarà un bel risultato, un risultato
magnifico della scienza dello spirito, sebbene ciò suoni paradossale, se nel futuro gli uomini sapranno,
ma praticamente lo sapranno, non solo teoricamente: non è in realtà altro che una trasformazione
dell’esperienza, quando si è passati per la cosiddetta morte, e si è insieme anche ai defunti; si può perfino
farli partecipare a ciò a cui si partecipa nella vita fisica. Ci si forma una falsa rappresentazione della
vita tra la morte e una nuova nascita se si domandasse: a che cosa serve leggere al defunto? Non sa egli
da propria intuizione ciò che l’uomo qui sulla terra gli può leggere, non lo sa molto meglio?
Questa domanda
la pone veramente soltanto colui che non è in grado di giudicare ciò che si può sperimentare nel mondo spirituale.
Vedete, si può essere anche nel mondo fisico senza fare l’esperienza della conoscenza del mondo fisico.
Se non si è in grado di giudicare questo o quello, allora semplicemente non si sperimenta la conoscenza del
mondo fisico. Gli animali vivono insieme con noi anche nel mondo fisico, ma non sanno di esso ciò che
sappiamo noi uomini. Che un defunto viva nel mondo spirituale non fa ancora sì che egli sappia qualcosa di
questo mondo spirituale, sebbene lo possa contemplare. Ciò che viene acquisito nella scienza dello spirito
viene acquisito solo sulla terra come conoscenza, può essere acquisito solo sulla terra, non può essere
acquisito nel mondo spirituale. Deve quindi, se pure deve essere conosciuto da esseri nel mondo spirituale,
essere sperimentato da quegli esseri che l’hanno sperimentato sulla terra. Questo è un mistero significativo
dei mondi spirituali: che si possa essere in essi, contemplarli, ma ciò che è necessario come conoscenza dei
mondi spirituali deve essere acquisito sulla terra. Sì, miei cari amici, devo dirvi qualcosa a proposito dei mondi spirituali che in molti aspetti avrà
un suono più profondo e sarà sviluppato nella nostra meditazione di domani, di cui comunemente non ci
si forma una giusta rappresentazione.
Quando l’uomo, nella vita tra la morte e una nuova nascita, vive nel
mondo spirituale, rivolge il suo desiderio verso il nostro mondo fisico, per così dire, esattamente come il
nostro uomo fisico rivolge in certa misura il suo desiderio verso il mondo spirituale. E ciò che l’uomo tra
la morte e una nuova nascita deve aspettarsi dagli uomini sulla terra è che questi uomini gli mostrino e
facciano brillare dalla terra ciò che solo sulla terra può essere acquisito.
La terra non è certamente stata fondata senza scopo nel dominio spirituale del mondo.
È stata creata
nel divenire affinché potesse nascere ciò che è possibile solo sulla terra. La conoscenza del mondo spirituale,
che va oltre la semplice contemplazione e la fissazione dei mondi spirituali, è possibile solo sulla terra.
E se prima dissi che gli esseri spirituali dei mondi spirituali non possono leggere i nostri libri, devo ora dire:
ciò che vive in noi come conoscenza dello spirito è per gli esseri spirituali e anche per le nostre stesse anime
dopo la morte ciò che i libri sono per l’uomo fisico qui sulla nostra terra, ciò per cui l’uomo fisico apprende
qualcosa del mondo. Soltanto questi libri, che noi stessi siamo per i defunti, sono viventi. Sentite questa parola di peso:
che dobbiamo dare ai defunti, per così dire, la lettura! I nostri libri sono in un certo senso più pazienti,
i nostri libri non riescono, per esempio, a inghiottire le loro lettere nella carta mentre li leggiamo. Noi
uomini priviamo spesso i defunti della lettura, in quanto riempiamo noi stessi soltanto di ciò che è realmente
invisibile nei mondi spirituali, vale a dire di pensieri materiali. Lo dico perché la domanda sorge spesso se i defunti non potrebbero sapere essi stessi ciò che possiamo
dare loro. Non possono saperlo, perché la scienza dello spirito può essere fondata solo sulla terra, e da lì
deve essere portata nei mondi spirituali.
E quando ora stesso entriamo nei mondi spirituali e sperimentiamo un poco questa vita nei mondi
spirituali, allora ci si presentano condizioni completamente diverse da quelle della vita fisica sulla terra.
Per questo è anche così straordinariamente difficile accogliere in parole e pensieri umani queste condizioni
dei mondi spirituali. E suona a volte così paradossale quando si tenta di esprimersi concretamente sulle
condizioni nei mondi spirituali.
Vedete, saprei raccontarvi di un essere, per evidenziarne uno solo, di un’anima
umana morta con la quale sono riuscito a esplorare un poco nel mondo spirituale, perché possedeva
una conoscenza particolare su di essa, sul pittore Leonardo da Vinci, particolarmente su come appariva il famoso quadro a Milano.
Quando si esplora insieme a tale anima un fatto spirituale, tale anima può indicarvi molte cose che forse
non trovereste per puro sguardo chiaroveggente nella Cronaca dell’Akasha. Ma l’anima umana che si trova
nel mondo spirituale può indicarvi. Vi potrà però indicare solo se avete comprensione per ciò che vi vuole
indicare. Allora appare qualcosa di particolare. Supponiamo che si esplori con tale anima il modo in cui
Leonardo da Vinci ha creato il suo famoso Cenacolo a Milano. Da quello che oggi è questo quadro, si vede
a malapena più di alcuni frammenti di colore. Ma si può osservare il Leonardo che dipinge nella Cronaca dell’Akasha, si può osservare come era questo
quadro, sebbene non sia facile. Se si fa in modo di esplorare con un’anima non incarnata, ma che ha
un legame con Leonardo da Vinci e la sua pittura, allora si vede che quest’anima vi mostra questo o quello.
Per esempio, essa potrebbe rendere comprensibile come erano in realtà il volto di Cristo e il volto di Giuda
in questo quadro. Ma si nota che l’anima non potrebbe mostrarvelo, se non nel momento in cui, mentre lo
mostra, la comprensione non penetrasse nell’anima del ricercatore vivente. Questa comprensione è necessaria
all’anima. E l’anima defunta impara per la prima volta a comprendere, in precedenza percepiva solo, nel
momento in cui l’anima umana vivente si lascia istruire. Perciò un’anima simile vi dice, l’espressione è
simbolica, dopo che avete sperimentato qualcosa insieme: tu mi hai portato qui al quadro, questo dice
l’anima al vivente perché il vivente ha avuto il bisogno di esplorare il quadro, e ora sento l’impulso
di contemplare il quadro insieme a te. Così parla l’anima defunta, e allora accadono molte cose.
Ma giunge un momento in cui l’anima
defunta o improvvisamente non è più lì, o dice che deve andarsene.
In questo caso che sto narrando,
l’anima defunta ha detto, per esempio: finché l’anima di Leonardo da Vinci ha osservato qui con
compiacenza, ora non vuole più che si continui a esplorare. Con ciò intendo descrivere qualcosa di molto importante dalla vita spirituale.
Come nella vita
fisica si sa sempre ciò che si guarda, come si sa sempre: si vede questo o quello, si vede la rosa,
si vede il tavolo, così nella vita spirituale si sa sempre: questo o quell’essere ti guarda. Si va
attraverso i mondi spirituali e si ha sempre il sentimento: adesso questi esseri ti guardano. Mentre
nella vita fisica si ha la coscienza di percepire camminando nel mondo, nella vita spirituale si ha
l’esperienza: tu sei ora visto da questo, allora da quell’essere. Si sente continuamente di essere
esposti a sguardi, che contemporaneamente vi muovono a compiere un’azione. Nel sapere: sei
ora guardato con compiacenza o no, così che tu faccia o non faccia qualcosa, si compie l’azione
o non la si compie. Come si afferra un fiore che piace perché lo si è visto, così nella vita spirituale
si fa qualcosa perché un essere lo vede volentieri, con compiacenza, oppure lo si omette perché non si
riesce a staccare lo sguardo che si volge a questa azione. Questo è qualcosa che si deve assolutamente acquisire. Si ha il sentimento di essere visti,
come qui si ha il sentimento di vedere. È in certa misura passivo ciò che qui è attivo, come
lì di nuovo è attivo ciò che qui è passivo. Da ciò vedete che si devono acquisire concetti
completamente diversi se si vuole afferrare correttamente le descrizioni dal mondo spirituale.
E comprenderete quindi quanto sia difficile coniare in ordinarie parole umane ciò che si
vorrebbe così volentieri dare come descrizioni dei mondi spirituali. Così comprenderete quanto
sia necessario che per molte cose prima si crei la debita comprensione preparatoria.
Desidero ancora attirare l’attenzione su un punto.
Potrebbe sorgere la domanda: sì, perché
la letteratura scientifica dello spirito descrive così generalmente ciò che accade immediatamente
dopo la morte nel mondo spirituale, ciò che accade nel Kamaloka, ciò che accade nel Regno dei Cieli,
e perché si descrive così poco di singole intuizioni chiaroveggenti? Infatti, qualcuno potrebbe facilmente credere che un singolo, determinato defunto potrebbe
essere osservato più facilmente dopo la morte rispetto a quello che viene descritto in generale.
Non è così. E per indicare come stanno le cose, vorrei usare un paragone. Per la chiaroveggenza
correttamente sviluppata è più facile descrivere le grandi condizioni, come il passaggio dell’anima
umana attraverso la morte, come sale attraverso il Kamaloka nel Devachan, che descrivere
una singola esperienza di una singola anima. Proprio come è più facile, nel mondo fisico, conoscere
ciò che sta, per così dire, sotto l’influenza dei grandi movimenti celesti, ed è più difficile ciò che
è in certo modo irregolare rispetto ai grandi movimenti celesti. Ora ognuno di voi può facilmente
prevedere per domani che il sole sorgerà al mattino e tramonterà alla sera. Lo saprà pressappoco
ognuno. Ma che tempo farà domani sarà meno saputo con precisione. Così è anche con la chiaroveggenza.
Le condizioni che di solito descriviamo nelle nostre descrizioni dei mondi spirituali si possono
paragonare alla conoscenza del corso generale dei corpi celesti; questo si sa prima nella coscienza
chiaroveggente. E si può sempre contare sul fatto che gli eventi avvengono generalmente così.
Ma gli eventi singoli nella vita tra la morte e una nuova nascita sono come le condizioni meteorologiche
qui sulla terra, che naturalmente sono leggi, ma sono più difficili da conoscere anche sulla terra stessa;
perché non si può sapere da ogni luogo che tempo fa in un altro luogo. Così è semplicemente.
È difficile sapere qui che tempo fa a Berlino, ma non dove stiano il sole
e la luna. È necessaria una speciale coltivazione del dono chiaroveggente, perché è più difficile seguire
la singola vita dopo la morte che il corso generale dell’anima umana. E sulla giusta via si acquisisce
per prima la conoscenza delle condizioni generali, e per ultimo, se è conquistata attraverso l’insegnamento,
si acquisisce quello che sembra il più facile. Si può a lungo già vedere molto correttamente riguardo al
Kamaloka e al Devachan, e tuttavia avere una difficoltà straordinaria nel vedere che ore sono sul proprio
orologio che si ha in tasca. Le cose del mondo fisico sono per la coltivazione chiaroveggente le più difficili.
Proprio il contrario avviene nell’imparare a conoscere i mondi superiori.
Ci si perde in errori su questo
territorio perché vi è ancora una chiaroveggenza naturale, e questa è incerta, sottoposta a molti errori,
ma può durare a lungo senza che si abbia lo sguardo chiaroveggente per le condizioni generali che sono
descritte nella scienza dello spirito, che sono al chiaroveggente istruito più facili.
Queste sono le cose che oggi volevo descrivervi riguardo ai mondi spirituali.
Domani vogliamo
continuare queste meditazioni e approfondire ulteriormente.
Si possono porre molte domande riguardanti l’una e l’altra cosa, quando si penetra gradualmente nelle conoscenze della scienza dello spirito; si possono porre molte domande in modo legittimo.
Vogliamo oggi dedicare una parte della nostra riflessione a porci noi stessi tali questioni. La risposta a siffatte domande è spesso idonea a condurci più profondamente nella coerenza complessiva dei fatti mondiali, nella misura in cui il mondo spirituale agisce in questi fatti, e in modo particolare nella coerenza dei fatti della natura umana medesima. Una domanda può essere formulata così: quando si giunge gradualmente a intendere l’importanza e il grande significato della cosiddetta reincarnazione, si può chiedere: come mai l’uomo nella vita ordinaria dei nostri giorni non può acquisire coscienza delle vite terrestri precedenti? La coscienza chiaroveggente può effettivamente giungere a estendere per così dire la memoria tanto lontano che effettivamente le vite terrestri anteriori affiorano come ricordo nella memoria. Ma nella vita ordinaria dell’umanità contemporanea è così: non esiste coscienza delle vite terrestri precedenti. Se dunque la questione la si pone dal punto di vista della ricerca chiaroveggente, essa assume la seguente forma. Ci è noto che la forza che occorre per la ricerca chiaroveggente proviene propriamente dall’interno umano e dall’anima stessa. Ci si sviluppa dal punto di vista ordinario dell’uomo al punto di vista chiaroveggente: pertanto le forze, per cui successivamente si può guardare indietro alle vite terrestri precedenti, devono naturalmente essere presenti in ogni uomo. La domanda è allora questa: che cosa accade di queste forze, che cosa fa la natura umana con queste forze che sono presenti, che nascono con l’uomo e che tuttavia egli non riesce a rivolgere verso il ricordo retrospettivo delle vite terrestri precedenti?
Se si esamina la questione in maniera chiaroveggente, dirigendo lo sguardo verso quelle forze che entrano in considerazione, bisogna rivolgere lo sguardo a un’età molto precoce dell’infanzia.
Soltanto allora si vedono all’opera queste forze, che possono essere impiegate nella chiaroveggenza per lo sguardo retrospettivo alle vite terrestri precedenti.
Precisamente: queste forze vengono utilizzate per l’umanità contemporanea nella costruzione della laringe umana e di tutto ciò che a essa è connesso. Vengono utilizzate in modo particolare in tutto quello che permette successivamente alla laringe umana di imparare il linguaggio. Sono dunque presenti in ogni uomo le forze che lo abiliterebbero a guardare indietro alle vite terrestri precedenti. Ma oggi esse vengono utilizzate in tale misura per sviluppare gli organi del linguaggio nell’uomo, che in condizioni normali l’uomo non può avere questo ricordo retrospettivo. Certo, ci furono tempi terrestri precedenti in cui gli uomini avevano effettivamente questo ricordo retrospettivo. Quasi su tutta la Terra gli uomini possedevano questo ricordo delle vite terrestri precedenti. Ma ciò si basa sul fatto che non tutte le forze utilizzate per la costruzione degli organi del linguaggio andavano perdute per lo sguardo retrospettivo alle vite terrestri precedenti, perché nella costruzione degli organi del linguaggio certe forze venivano ancora trattenute. Lo sviluppo dell’umanità è tale che il linguaggio ha gradualmente assunto una forma che oggi, nel ciclo umano attuale, richiama molte più forze in particolare del corpo eterico di quanto fosse il caso nelle epoche precedenti. Così l’uomo dei nostri giorni non arriva affatto a considerare quello che rimane come forze, di cui la maggior parte viene utilizzata nella costruzione degli organi del linguaggio. Se lo facesse, come deve fare il chiaroveggente, allora potrebbe guardare indietro alle vite terrestri precedenti.
Questo è il motivo di ciò che ho anche accennato nella conferenza pubblica sui «Misteri della vita»: quando si riescono a sviluppare quelle attività del corpo eterico che altrimenti vengono sviluppate soltanto nello sforzo degli organi del linguaggio, quando si riescono a liberare le forze del linguaggio dagli organi del linguaggio, quando si riesce a giungere a un ascolto interiore per così dire senza parlare esternamente, e si sente sempre di più questo ascolto, allora l’esercizio di queste forze è idoneo a ristabilire effettivamente la memoria delle vite terrestri precedenti.
Nell’umanità contemporanea è così che l’uomo non presta nessuna attenzione alle forze della sua formazione linguistica che rimangono e che potrebbero essere utilizzate per lo sguardo retrospettivo alle vite terrestri precedenti. Questo è un caso in cui si può provare, mediante la ricerca chiaroveggente, dove vadano le forze nella vita normale, forze che altrimenti abiliterebbero gli uomini a comprensioni della vita spirituale. Così è anche con le forze che vengono utilizzate nell’uomo ai nostri giorni per produrre quella che è chiamata la sostanza cerebrale grigia, che è principalmente l’organo del pensiero. Questo pensiero naturalmente non è qualcosa che il cervello compia, ma occorre il cervello come uno strumento per pensare. E quelle forze di pensiero che abiliterebbero l’uomo, se le avesse completamente a disposizione, a giungere per esempio facilmente a quello che sta scritto nella mia «Scienza occulta», queste forze, che in modo facile abilitano a questa intera trattazione della «Scienza occulta», vengono utilizzate nell’uomo normale oggi per articolare la sostanza cerebrale grigia in modo appropriato. Questa articolazione della sostanza cerebrale grigia non era ancora presente in questa misura così ampia, come accade oggi nell’uomo medio, nell’uomo della Grecia antica nei secoli sesto o quinto prima di Cristo. Sotto questo aspetto la natura umana cambia più rapidamente di quanto si pensi. Pertanto per i Greci della preistoria, del decimo, undicesimo, dodicesimo secolo, in una determinata età della vita era cosa naturale ed evidente che si aprisse per loro la chiaroveggenza, quella che oggi si può di nuovo esprimere come scienza occulta.
E occorre utilizzare, per l’esercizio nel modo in cui è stato descritto, le forze che rimangono ancora disponibili quando si elabora la sostanza cerebrale grigia, in modo da poter contemplare in modo puro e limpido quello che è descritto per esempio nella mia «Scienza occulta».
Su che cosa si basa questo, quando si descrive come è accaduto in questo libro? Le condizioni per le descrizioni del mondo spirituale non sono affatto così difficili da conseguire per l’uomo contemporaneo. Si potrebbe quasi dire che ci si dovrebbe meravigliare che oggi non molti più uomini giungano da sé alla visione di queste condizioni, e si potrebbe meravigliarsi che queste descrizioni incontrino un’opposizione così forte. Infatti è relativamente non difficile giungere a quel grado di chiaroveggenza che è necessario per comprendere queste cose.
Occorre soltanto fare il seguente, sebbene di fronte a queste cose si possa applicare la parola di Fausto: «Certo è facile, eppure il facile è difficile». Lo sviluppo del cervello è sì più vivace nei primi anni della vita umana; allora si vedono in modo chiaroveggente il corpo eterico e anche il corpo astrale soprattutto occupati nel solco, nell’articolazione del cervello. Ma questo lavoro sul nostro cervello continua per un tempo relativamente molto lungo. E non è esagerato affermare che l’uomo effettivamente, sebbene negli anni successivi proceda più lentamente, diviene sempre più intelligente grazie all’esperienza di vita. Continuamente avviene un lavoro sulla sostanza cerebrale. Ma non si osserva il seguente, e non potrebbe nemmeno osservarsi: se in un determinato anno ci si propone di non coltivare una ricerca spirituale preferita che si è praticata, ma questa dovrebbe naturalmente riferirsi soltanto a condizioni esteriori, poiché per mezzo di esse la sostanza grigia si articola, la scienza dello spirito naturalmente non può essere se non la si studia come qualsiasi altra scienza, eppure se ci si propone di non praticare per sette anni qualcosa d’altro che si è avuto come ricerca preferita e davvero si esegue questo rigore, e si cerca in meditazione silenziosa di risvegliare le forze che in tal modo si sono risparmiate, quelle che altrimenti sarebbero state utilizzate se si fosse continuata l’attività, ma che ora sono risparmiate e separate: allora si può relativamente facilmente, anzi in grado considerevole, giungere alla conoscenza di quelle cose che sono descritte nella mia «Scienza occulta».
Che così pochi uomini giungano a questo testimonia soltanto che così poco si intraprende in questa direzione.
In verità non lo si intraprende, poiché chi ha effettivamente una ricerca preferita sarà di rado in grado di rinunciare a occuparsene per sette anni.
Potete così vedere che una parte di quello che oggi può essere annunciato è relativamente facile da conseguire. Se voi considerate la nostra cultura contemporanea con tutto ciò che ha compiuto come straordinaria dal punto di vista esteriore, non vi meraviglierete che molte forze del corpo eterico vengano utilizzate nell’elaborazione del cervello, poiché questa cultura esteriore è quasi completamente soltanto un risultato di questo stesso lavoro cerebrale: lì le forze si consumano interamente nell’elaborazione del cervello. Ora qualcuno potrebbe dire: io però non ho affatto partecipato a questo lavoro culturale, non ho fatto niente! Qualcuno può illudersi di questo, ma non è così. Oggi si trova difficilmente un luogo ancora così solitario sulla Terra dove la cultura esteriore non penetri fino al punto che si partecipa con il proprio pensiero a questa cultura esteriore. E ciò basta già per allontanare le forze da quello che si potrebbe chiamare: l’acquisizione della coscienza chiaroveggente. Certo, qualcuno potrebbe dire: i selvaggi non si occupano di quello che elabora il cervello così, ma nemmeno dei selvaggi si può dire che sviluppino speciali forze chiaroveggenti in questa direzione. Ciò accade perché esiste una legge spirituale ben precisa. Quello cioè che si deve conseguire in maniera chiaroveggente in tal modo deve avere una determinata preparazione. Il selvaggio forse potrebbe sviluppare ben altri poteri chiaroveggenti.
Ma i poteri chiaroveggenti che sono necessari per vedere quello che è descritto nella mia «Scienza occulta» il selvaggio non potrebbe svilupparli, perché non ha questa preparazione.
Poiché queste forze devono ancora essere l’inversione di altre forze. Voi potreste per esempio dire: ma molti uomini non si sono nemmeno risparmiati quella che io ho avuto come ricerca preferita! Perché questi non sono divenuti chiaroveggenti? — Ciò si basa sul fatto che lo sviluppo dei poteri chiaroveggenti non procede dal nulla, ma procede dall’inversione di quello che è già presente. Occorre aver già sviluppato forze in una certa direzione, occorre aver già preso lo slancio verso quell’intelligenza che oggi è la nostra intelligenza culturale; occorre per un certo tempo rinunciare a queste forze, allora esse vengono come invertite. E in tal modo sorge quello che abilita a seguire in maniera chiaroveggente i fatti nella «Scienza occulta». Sono soprattutto quelle forze in tali descrizioni utilizzate che nello sviluppo normale umano permettono principalmente al cervello di raggiungere le forze più elevate, più intelligenti. D’altra parte, quello che non raggiunge questi vasti e grandi punti di vista come sono descritti nella «Scienza occulta», ma che raggiunge invece più condizioni particolari, lo si conseguirà mediante l’inversione di altre forze e capacità umane. La capacità per esempio di guardare indietro alle vite terrestri precedenti la si consegue in questo modo, che si trattengono certe forze che altrimenti vengono completamente utilizzate nella formazione degli organi del linguaggio, nel modo in cui l’ho descritto. L’ostacolo principale per gli uomini a penetrare nei mondi spirituali sono certe forze che normalmente non vengono affatto considerate. Ora ho esposto due tipi di forze che abilitano l’uomo a guardare in modo chiaroveggente nei mondi spirituali. Ho accennato alle forze che oggi vengono utilizzate nella formazione della sostanza cerebrale grigia; quelle forze invece che abilitano l’uomo a guardare indietro alle vite terrestri precedenti sono le forze che hanno a che fare con la formazione del linguaggio.
Ma ci sono ancora altre forze che abilitano l’uomo a vedere più in particolare quello che giace fra la morte e una nuova nascita, a vedere nei dettagli quello che il singolo uomo fa lì.
Nella «Scienza occulta» si trova più l’universale. Ma questo è ancora qualcosa di diverso: guardare effettivamente nel mondo spirituale; per questo occorrono di nuovo altre forze che poco si considerano nella vita. C’è qualcosa per cui l’uomo deve utilizzare molte forze: che durante la sua vita non strisci su quattro zampe, ma in giovane età giunga a stare eretto. Le forze che fanno dell’uomo un essere verticale sono forze che riempiono colui che è penetrato nel mondo spirituale di una profonda venerazione. Osservare come un bambino impara a camminare racchiude per colui che intraprende la ricerca chiaroveggente un mistero meraviglioso. Le forze che si utilizzano per stare eretto come bambino lasciano, ma si considera poco questo residuo, lasciano disponibili quelle forze che abilitano a guardare nel mondo fra la morte e una nuova nascita. Se infatti si riesce, ci sono anche altre vie per questo, ma questa è una via, a ricordare come si è imparato a camminare, che sforzi si sono compiuti allora: allora si scoprono in sé le forze che si sono risparmiate nel proprio corpo eterico. Poiché esso deve soprattutto sforzarsi in questo. Se si cercano in sé queste forze che allora si erano risparmiate, esse sono ancora presenti in tutti gli uomini, allora per questa via si può estrarre molto dall’uomo, che l’abilita a guardare indietro nella vita che è trascorsa fra la sua ultima morte e la sua nascita.
Potete chiedere: come si fa dunque? Se abbiamo la fortuna di continuare il nostro movimento antroposofico, abbiamo già cominciato a estrarre queste forze. E se va bene, queste forze di solito diventano attive soltanto dopo sette anni; ma c’è un inizio, e questo inizio continuerà nella natura umana. Ordinariamente rimangono inosservate le forze che in tal modo si sono risparmiate. Ora l’uomo può promuovere il divenire consapevole di queste forze in sé praticando una certa forma naturale di danza.
Certo può essere suscitato anche mediante meditazione, ma da non ancora un anno intero presso di noi si pratica in certi circoli, sulla base dei principi dei movimenti del corpo eterico, la cosiddetta euritmia.
Questa non è qualcosa come il modo ordinario della ginnastica e della danza, che non porta propriamente a nulla di particolare, bensì questi sono movimenti che sono dati completamente nello spirito dei movimenti del corpo eterico. Mediante questi movimenti l’uomo gradualmente diverrà consapevole di quelle forze che ancora sono in lui: queste forze saranno scoperte mediante questo movimento di danza libera. E così gradualmente saranno create disposizioni che sveglieranno quello che nell’uomo è presente come forze, per guardare effettivamente nei mondi spirituali che giacciono fra l’ultima morte e la sua nascita.
Così la scienza dello spirito può lavorare in modo completamente pratico alla cultura umana. E si può essere convinti che a poco a poco la scienza dello spirito non rimarrà soltanto nell’insegnare singole verità in modo astratto, bensì tratterà l’uomo complessivamente in tal modo che forze che oggi sonnecchiano vengono risvegliate, che l’uomo effettivamente imparerà a elevarsi a un sentimento di vita spirituale. Queste sono cose curiose che si devono dire, ma sono così: quando si scoprono le forze che sono rimaste disponibili dall’imparare a camminare, si è per questo abilitati a guardare in modo chiaroveggente nei mondi in cui si vive fra la morte e una nuova nascita. Per la via della meditazione si può raggiungere anche questo, ma essa deve allora essere praticata in modo che diventi anche sentimento. I sentimenti sono però, dalla meditazione, i più difficili da formare. Le forze debbono dunque essere trovate, che abilitano l’uomo a guardare nel mondo fra la morte e una nuova nascita. In modo particolare sono quelle forze che vengono trovate per mezzo delle quali si guarda a quello che ha preceduto per lungo tempo la nascita. In questo campo c’è molto che rende la vita comprensibile soltanto a noi. Una disgrazia ci colpisce per esempio. Dapprima abbiamo soltanto il sentimento: è una disgrazia. La sopportiamo con difficoltà.
Se però sapessimo che prima della nascita per decine, anzi per centinaia di anni tutto l’abbiamo disposto in modo che questa disgrazia ci colpisse, allora molte cose ci sarebbero più sopportabili!
Poiché sapremmo che questa disgrazia è una prova affinché diventiamo più perfetti.
Ma altrimenti si sperimenta molto, quando si guarda propriamente in quella parte del mondo spirituale in cui per così dire si compie la preparazione per la vita attuale. Le circostanze generali non voglio descrivere qui: le trovate rappresentate nei miei scritti. Ma desidero per così dire mostrare mediante alcuni esempi come la vita prima della nascita influenza la vita dopo la nascita. Vedete, per quanto strana suoni, quando abbiamo attraversato la metà della nostra vita fra la morte e una nuova nascita, non è vero che fra morte e una nuova nascita normalmente passa un numero di secoli, allora naturalmente c’è una metà, allora l’esperienza interiore dell’anima nel mondo spirituale si rivolge soprattutto verso la Terra. E si ricevono, quando si vive dopo questa metà, dalla Terra sempre più impressioni di quello che là accade, di quello che gli uomini là pensano e sentono; ed è così per ogni anima che riceve impressioni ben determinate. Così per esempio un’anima può penetrare nella seconda metà della sua vita spirituale verso una nuova nascita, e sempre più guarda laggiù verso quegli uomini che diciamo preparano il tardo periodo: gli uomini spiritualmente efficaci. Alcuni di questi uomini spiritualmente efficaci diventano particolarmente cari all’anima. Sì, accade che dal mondo spirituale si guardi particolarmente giù su una o due figure che agiscono sulla Terra. Un uomo per esempio che è nato nella seconda metà del diciannovesimo secolo era, poniamo, all’inizio dell’Ottocento e nella seconda metà del Settecento nel mondo spirituale; però guardava giù verso gli uomini significativi che allora influenzavano la cultura. Di questi alcuni trova particolarmente preziosi, gli sono particolarmente cari. Questo è uno che si sperimenta: che si guarda giù verso gli uomini che là si sviluppano.
Ma mentre così si guarda giù, si influenzano anche questi uomini, benché non in modo che così la libertà sarebbe compromessa; li si influenza in modo che certe cose che vivono nella loro anima affiorano più facilmente nella loro anima per il fatto che dal mondo spirituale una certa anima guarda giù su di loro.
Così gli uomini terrestri vengono stimolati al creare, all’attività da anime che nascono soltanto successivamente rispetto a questi uomini terrestri e guardano giù su di loro. In questioni più vaste e anche più intime può accadere così.
Per esempio è accaduto che qualcuno come anima nel diciottesimo e nella prima metà del diciannovesimo secolo ha vissuto nel mondo spirituale e si è preso proprio come suo ideale un uomo eminente del mondo terrestre: ha voluto diventare come questi, ha voluto seguirlo dopo la sua nascita; si vedono per esempio i libri di un tale uomo, che si vuole imitare dopo la nascita. Si guarda così dal cielo verso la Terra con una certa sete interiore, con un certo impulso interiore, come, certo con sentimento alquanto diverso, come un uomo vivente con sete verso l’aldilà, verso il cielo guarda su. Solo c’è questa considerevole differenza: che quando come uomo terrestre, senza la conoscenza della scienza dello spirito, si guarda il cielo, questo rimane piuttosto indeterminato. Ma l’uomo nel cielo, colui che vive nel mondo spirituale, ha la particolarità che vede molto esattamente le condizioni della Terra, l’anima umana che particolarmente venera, i cui scritti forse vuole leggere, anche da molto lontano dal mondo spirituale. In breve, nella seconda metà della propria esistenza spirituale fra morte e una nuova nascita si impara nei dettagli a conoscere le anime umane, si impara a guardare dentro le anime. E noi stessi che ora viviamo, possiamo essere consapevoli che lassù nel mondo spirituale vivono anime che aspettano di nascere nei prossimi decenni, che guardano nelle nostre anime con uno sguardo pieno di nostalgia, e che nelle nostre anime scorgono quello che hanno bisogno per la loro preparazione al mondo terrestre. Vedono le nostre anime in questo momento della loro vita spirituale così esattamente come l’uomo terrestre vede il suo cielo in modo non esatto.
Questa è di nuovo un’immagine che ci mostra come noi, se conosceremo anche solo un poco i mondi spirituali, effettivamente giungiamo al sentimento: siamo osservati.
Poiché questo è il caso in molti modi. Sono diretti gli sguardi degli esseri spirituali, e soprattutto di coloro che devono nascere, verso le nostre anime. Da questo vediamo che la scienza dello spirito non dà affatto agli uomini qualcosa di cattivo da questo punto di vista, poiché per mezzo di essa l’uomo viene istruito a essere degno di quello che nella sua anima viene osservato dalle anime ancora non nate.
Quando la ricerca chiaroveggente si approfondisce in queste cose, allora effettivamente sperimenta cose significative, spesso sconvolgenti. E a quelle cose effettivamente in alto grado sconvolgenti appartiene quando si guarda su nei mondi spirituali verso le anime che stanno per nascere, e si vede come guardano giù sulla Terra per cercare di scegliere coloro che potrebbero diventare i loro genitori. Per tempi più antichi era ancora più significativo; per i nostri tempi è già divenuto meno significativo. Ma appartiene ancora tra gli eventi più sconvolgenti l’osservare tali anime. Poiché lì si possono ricevere impressioni molto diversissime. Qui un’impressione che desidero descrivere secondo la realtà.
Un’anima che si appresta a incarnarsi sa per esempio che ha bisogno di un certo tipo di educazione per la sua prossima vita terrestre, di un certo tipo di conoscenze che deve assorbire già in giovane età. Ma ora vede: sì, qui e là posso trovare la possibilità di acquisire tali conoscenze. Ma spesso questo è possibile soltanto se nella circostanza si rinuncia a una tale coppia di genitori che potrebbe dare all’anima un’esistenza felice da un altro aspetto, e se si ricorre a una coppia di genitori che forse non può accordare all’anima una vita felice. Se si preferisse un’altra coppia di genitori, si dovrebbe dire a sé stessa: proprio la cosa più importante non puoi raggiungere. Non si devono immaginare tutte le condizioni della vita spirituale così diverse da quelle sulla Terra.
Così si vedono anime che prima della nascita sono in terribili lotte; si vede per esempio un’anima che pensa: probabilmente sarò maltrattata nella mia giovinezza da una coppia di genitori rozza.
Quando un’anima giunge in tale situazione, allora questo genera per essa terribili conflitti interiori. E si vede nel mondo spirituale, in molte anime che accedono alla preparazione per la nascita, come si preparino questi immensi conflitti. A questo si deve aggiungere che nel mondo spirituale questi conflitti, di cui ho parlato, si hanno per così dire come una specie di mondo esteriore dinanzi a sé. Nel mondo spirituale quello che allora ho descritto non è soltanto conflitto interiore dell’anima, non soltanto conflitto del sentimento, bensì questi conflitti si proiettano verso l’esterno, e li si ha per così dire intorno a sé. Si vedono in tutta l’evidenza immaginativa le immaginazioni che rappresentano come queste anime vengano interiormente spezzate nella loro prossima incarnazione. Se portiamo queste circostanze dinanzi ai nostri occhi, possiamo naturalmente facilmente giungere al pensiero del perché così molti uomini non amino affatto la scienza dello spirito. Poiché soprattutto gli uomini amerebbero, se fosse vero, che dopo la morte si entrasse subito nella beatitudine eterna per tutti i tempi. Ma non è così. Ed è bene che le cose siano come sono, poiché sotto queste circostanze il mondo raggiungerà già il grado di perfezione che deve raggiungere.
Guardare nella propria o nella vita altrui all’interno del mondo spirituale, per questo siamo curiosamente abilitati dalle forze che risparmiamo dal corpo eterico quando impariamo a camminare. Ma queste forze, quando effettivamente vengono sviluppate, hanno una certa superiorità, questo mostra la pratica della chiaroveggenza, rispetto a quei poteri chiaroveggenti che vengono sviluppati per guardare indietro alle vite terrestri precedenti.
Prego di considerare molto bene questa distinzione, poiché in molti aspetti è illuminante su molte cose.
Per niente si sviluppa una chiaroveggenza pericolosa più facilmente che mediante lo sviluppo di quelle forze che propriamente nei tempi moderni sono disponibili nell’uomo per la formazione degli organi del linguaggio, che l’abiliterebbero, se le trattenesse, allo sguardo retrospettivo alle vite terrestri precedenti.
Poiché queste forze rimangono per lo più nella natura umana congiunte agli istinti inferiori e alle passioni. E non si giunge più vicino a Lucifero e ad Arimane che quando proprio si sviluppano queste forze che in una certa misura permettono sì di guardare alle vite terrestri precedenti. Conducono a forze dell’inganno; ma soprattutto conducono al fatto che, quando non vengono sviluppate correttamente, il chiaroveggente sotto l’influsso di queste forze moralmente piuttosto potrebbe degradarsi che elevarsi: così che proprio queste forze che abilitano a guardare alle vite terrestri precedenti sono le più pericolose. Si devono sviluppare queste forze soltanto se contemporaneamente ci si dedica pienamente allo sviluppo della moralità pura nell’uomo. Perciò, poiché si è obbligati a guardare alla moralità più pura nell’uomo quando si vogliono sviluppare queste forze, maestri consapevoli non facilmente si presteranno a sviluppare sistematicamente le forze che permettono di guardare alle incarnazioni precedenti. E si può dire: per quanto diffuso sia un certo guardare spirituale inferiore, che guarda negli altri mondi, che dalle regioni spirituali può dare descrizioni, così poco è sviluppato uno sguardo effettivo, appropriato, nelle incarnazioni precedenti, in modo che si considerino soltanto le forze del linguaggio. Ordinariamente si ricorrono ad altri mezzi quando si vuole guidare gli uomini a guardare indietro alle incarnazioni precedenti. E allora giungiamo a un punto interessante che ci mostra come effettivamente l’uomo debba prestare attenzione a cose a cui altrimenti poco si bada. Che qualcuno soltanto mediante lo sviluppo delle forze del linguaggio nella sua guida spirituale fosse condotto a guardare alle vite terrestri precedenti, questo accadrebbe raramente. Tuttavia ci sono molti uomini che questo possono fare nel presente; ordinariamente si raggiunge mediante altri mezzi.
E uno di questi mezzi è un mezzo che sembrerà strano, ma si basa completamente su una verità più profonda.
Qualcuno si immerge nella vita interiore. Gli costerebbe molta fatica o forse procurerebbe prove tentatrici troppo forti, se soltanto mediante la formazione delle forze del linguaggio giungesse a guardare karmicamente indietro nelle vite terrestri precedenti. Perciò le potenze spirituali ricorrono a un altro mezzo. Come per caso appare: per esempio questo uomo sperimenta che un altro uomo lo incontra, e gli dice un nome o un tempo determinato o un popolo determinato. E questo agisce sull’anima da fuori in modo che per mezzo di questa rappresentazione essa sviluppa le forze di sostegno per la chiaroveggenza. E allora nota che questo nome o questo accenno, senza che lo sappia colui che l’ha detto, lo conduce al fatto che può guardare nelle vite terrestri precedenti. Allora si ricorre a un mezzo esteriore. Allora l’interessato ascolta un nome o un’epoca o un nome di popolo e viene come stimolato da fuori a guardare indietro alle incarnazioni terrestri precedenti. Tali stimoli da fuori sono talvolta per la considerazione chiaroveggente del mondo straordinariamente importanti.
Si sperimenta qualcosa che sembra completamente casuale, però da esso irradia uno stimolo per poteri chiaroveggenti che altrimenti si sarebbero sviluppati soltanto in modo rudimentale.
Questi sono gli accenni aforistici che desidero dare sul penetrare del mondo spirituale nel nostro mondo terrestre. Poiché questo penetrare è effettivamente molto complicato. Così lo sguardo retrospettivo alle vite terrestri precedenti ha a che fare con forze relativamente pericolose, poiché tentatrici. D’altra parte quasi nessuno che sviluppa i poteri chiaroveggenti per ottenere una comprensione della vita che nel Vangelo ha preceduto la nascita sarà facilmente tentato di abusare propriamente di questi poteri chiaroveggenti. E di regola saranno anime con una certa purezza, con una certa moralità naturale, quelle che potranno guardare con certa sicurezza indietro nella vita nel Vangelo che ha preceduto l’attuale vita terrestre.
Questo è connesso al fatto che le forze che vengono utilizzate come poteri chiaroveggenti per guardare appunto in questo tempo, sono le forze infantili, quelle forze che si sono risparmiate dall’imparare a camminare.
Sono le forze più innocenti che l’uomo ha nella sua natura. E prego di prestare attenzione a questo, poiché è molto significativo: le forze più innocenti sono insieme quelle mediante cui, quando si sviluppano, si guarda nella vita che precede la nascita. Questo è anche quello che rende la visione del bambino così affascinantemente soddisfacente, perché il bambino è circondato nell’aura da forze, di cui la maggior parte viene utilizzata per imparare a camminare, da quelle forze che brillano ancora in quello che precede la nascita. E in questo aspetto può effettivamente il bambino, per la considerazione chiaroveggente, nel cui volto si esprime innocenza e inesperienza, esprimere nell’aura qualcosa che è effettivamente più interessante di quello che si esprime nell’aura di molti adulti. I conflitti che si sono attraversati nel paese dello spirito che hanno preceduto la nascita e che determinano il destino, quelli che spiritualmente circondano il bambino come un’aura rendono quello che circonda il bambino come un’aura qualcosa di enormemente grande e pieno di saggezza. E la saggezza che circonda il bambino nell’aura è effettivamente spesso una saggezza molto più grande di quella che l’uomo in età posteriore può esprimere per mezzo delle sue parole. La fisionomia del bambino può ancora essere indeterminata; colui però che come chiaroveggente vede il bambino può imparare enormemente dal bambino, se riesce a vedere quello che circonda il bambino con lo sguardo chiaroveggente. E quando quello che è presente in età infantile come forze viene successivamente sviluppato in modo chiaroveggente, allora si guarda effettivamente in quegli specifici che precedono di molto il divenire umano. Non è forse così soddisfacente per l’egoismo, guardare in questo mondo. Ma per colui che vuole comprendere la coerenza complessiva del mondo, questo guardare è anche particolarmente interessante.
E la ricerca nella Cronaca dell’Akasha riguardante certi uomini della storia mondiale non consiste soltanto nel ricercare quello che hanno compiuto essi sul piano fisico, bensì anche come nella vita spirituale preparano fra morte e una nuova nascita la loro vita sul piano fisico.
Le forze però che, quando le si conserva pure, nella vita spirituale brillano alle incarnazioni precedenti, queste non si risparmiano così tanto in età infantile, bensì propriamente nell’età del bambino in cui si sviluppano la passionalità e talvolta proprio le peggiori passioni nell’uomo.
Queste forze, che ancora hanno altri compiti nella natura umana, si sviluppano molto tempo dopo le forze della formazione linguistica. Sono congiunte a quello che si sviluppa nell’uomo come sentimenti di amore sensuale, e a tutto quello che vi è connesso. Lì esiste una certa intera affinità fra quello che conduce all’amore sensuale e quello che conduce al linguaggio, una relazione il cui nesso si esprime nella natura maschile nel mutamento della voce, nella mutazione della voce. E in questa età della vita sono particolarmente risparmiate molte di queste forze. Se vengono conservate pure, conducono al ricordo delle incarnazioni terrestri precedenti. Se non vengono conservate pure, vengono portate agli istinti sensibili dell’uomo, allora possono condurre ai maggiori vizi occulti. Proprio questo genere di poteri chiaroveggenti, che provengono da risparmi in questa età della vita, sono anche facilmente esposti alla tentazione. Così potete comprendere la coerenza complessiva, miei cari amici antroposofici! Il chiaroveggente che volentieri parla del tempo fra morte e una nuova nascita, forse alcuni di voi hanno già notato che altrimenti se ne parla poco, questo chiaroveggente ha in sé soprattutto sviluppato forze risparmiate della più precoce età infantile. Nei chiaroveggenti che, e il più delle volte in modo scorretto, parlano molto di incarnazioni precedenti di uomini, cosa che accade assai frequentemente, poiché parecchi uomini hanno solo così come su un piatto le affermazioni sulle incarnazioni precedenti, in questi si deve per questo motivo essere sospettosi, poiché troppo facilmente su questo terreno possono essere richiamate in causa forze che sono esposte alla tentazione soprattutto di tutte.
Poiché le forze che si possono risparmiare per questo, si risparmiano nel tempo in cui si sviluppa l’amore sensuale e quando ancora non si sta esternamente nella vita sociale.
Queste forze conducono talvolta a molto abuso, in particolare conducono a un certo abuso occulto, poiché contribuiscono soprattutto a generare inganno su inganno nel campo del mondo spirituale.
Perché sono così spesso false le affermazioni di tali chiaroveggenti che sono esposti a tentazioni? Perché fra le forze risparmiate in questo modo da questa età della vita, con l’applicazione di queste forze contemporaneamente dalle profondità dell’uomo come una nebbia salgono gli istinti inferiori e gli impulsi. E quando questi salgono, allora vengono Arimane e gli spiriti arimanici e formano, da quello che sale, fantasmi: così che si possono vedere questi fantasmi e li si prende per incarnazioni precedenti. Il tipo di chiaroveggenza che è necessario per descrivere le condizioni come sono rappresentate nella «Scienza occulta», questo viene sviluppato particolarmente facilmente quando si risparmiano quelle forze che soltanto in età posteriore si possono trattenere.
E poiché ordinariamente in questa età della vita, dopo il ventunesimo fino al ventottesimo anno di vita, normalmente si sviluppano tali forze che si riferiscono più alla vita intellettuale, a quella vita che si contempla già con una certa sobrietà, così le indagini su questo terreno saranno esposte nel minor grado all’errore e all’inganno. Così abbiamo visto che le comprensioni delle grandi circostanze spirituali si conseguono mediante lo sviluppo di quelle forze che nella natura umana agiscono nell’elaborazione del cervello. Lo sguardo nelle vite terrestri precedenti si consegue mediante lo sviluppo di quelle forze che particolarmente si risparmiano in età giovanile, quando le forze della formazione linguistica non si utilizzano più per la formazione linguistica e imperversano nel regno degli impulsi sensibili e dei loro organi.
Il vero campo spirituale, il campo che diventa in particolare interessante laddove la nuova vita si prepara, può essere ricercato mediante le forze che particolarmente risparmiamo nella più primitiva infanzia, nell’età in cui impariamo per così dire a camminare.
Questi sono in verità fatti notevoli, però quando si vuol penetrare nei mondi spirituali si deve già abituarsi ad accogliere molte rappresentazioni che all’inizio si considerano paradossi. Ma il mondo spirituale non è nemmeno lì per essere una semplice continuazione del mondo sensibile-fisico, bensì è un mondo che in molti aspetti è precisamente opposto al mondo fisico. E l’uomo ci appare effettivamente come un essere di tale significato nel cosmo, quando da un lato guardiamo a quello che egli vive come suo destino, come sue capacità, come le sue abilità nella sua vita terrestre, e d’altra parte, proprio mediante la conoscenza della spiritualità, guardiamo a come qualcosa di una vita completamente diversa da quella terrestre viene compiuta dall’uomo fra la morte e una nuova nascita.
Solo allora l’uomo ci appare nel suo vero significato e destinazione, quando contempliamo questo! Così in questi due discorsi ho voluto darvi una rappresentazione, una descrizione di varie cose del mondo spirituale. Ho voluto fare questo in modo più aforistico, poiché siamo stati qui riuniti per la prima volta in questa città, poiché la maggior parte di voi ha già imparato le rappresentazioni sistematiche dai miei libri e scritti, e poiché a uno o all’altro desideravo fornire un supplemento. Questo mi è sembrato più utile per i nostri amici in questa città che se avessi scelto un capitolo della scienza dello spirito che sarebbe stato più coerente. Si desidera, lasciatemi dirlo alla conclusione della riunione che mi ha dato tanta gioia, si desidera che la scienza dello spirito nel presente penetri per quanto possibile nei cuori e nelle anime degli uomini! Poiché due cose sono importanti.
Primo, quando consideriamo la vita intorno a noi e guardiamo i fatti di questa vita, vediamo come gli uomini, persino attraverso i più grandi risultati della cultura, diventano sempre più materiali e più materiali: allora si mostra a noi come sempre più e sempre più l’umanità ha bisogno di questa scienza dello spirito, come gli uomini la necessitano, proprio perché la vita esteriore rende materialista l’uomo.
Poiché proprio i maggiori risultati della vita esteriore devono necessariamente rendere materialista l’uomo, ha bisogno del contrappeso della scienza dello spirito. La scienza dello spirito è una necessità della vita terrestre dell’umanità e lo sarà sempre più e sempre più verso il prossimo futuro. E chi considera come la vita esteriore nel materialismo per i più grandi risultati della cultura umana potrebbe desolarsi, gradualmente morire, sperimenterà soprattutto in sé il desiderio che la scienza dello spirito penetri nei cuori e nelle anime degli uomini. La nostra cultura farà sempre più grandi progressi; ma per quanto è vero che molti uccelli canori che una volta popolavano le regioni scompaiono in quelle regioni dove si alzano i comignoli delle fabbriche, così è vero che, sebbene abbiamo ferrovie, piroscafi e tutto quello che la cultura può darci, telefono, aeronavi e così via, così è vero che, come gli uccelli canori vengono cacciati dal fumo dei comignoli, così la beatitudine dell’anima e la freschezza dell’anima e l’armonia dell’anima e la vita dell’anima verrebbero a mancare sotto l’influsso della cultura materiale, se la scienza dello spirito non conducesse agli uomini la spiritualità.
Perciò colui che penetra profondamente le circostanze deve avere il desiderio più profondo della diffusione della scienza dello spirito, poiché questa è una necessità. D’altra parte sta l’altro fatto che, per causa di questa cultura materialista, gli uomini non hanno mai così fortemente respinto e odiato la scienza dello spirito come oggi. E a questi due fatti della necessità e del fraintendimento stiamo di fronte oggi come a due colonne attraverso le quali dobbiamo passare se vogliamo creare la scienza dello spirito nel mondo.
Per noi però che vogliamo tentare di rendere maturi i nostri cuori per questa scienza dello spirito, su ciascuna di queste colonne starà un appello, un forte appello: fare tutto quello che noi stessi e quei nostri prossimi che lo volessero ci avvicini alla scienza dello spirito.
Da questo punto di vista desidero parlarvi, in quanto parlo per la prima volta in questa città.
E da questo punto di vista come saluto d’addio desidero dirvi le parole: che quanto ho potuto dire penetri nei vostri cuori e sentimenti, non soltanto nella vostra intelligenza, in modo che per mezzo di ciò vi sentiate ancora più profondamente e ancora più solidamente connessi con noi e con tutti coloro che desiderano portare nel mondo questo movimento, portarlo più lontano nel mondo di quanto finora abbiano fatto!
Poiché non abbiamo potuto essere insieme spazialmente prima e la prima volta nei giorni passati, desideriamo tutti che questa compagnia abbia reso più profonde e più salde le nostre legature di anima. Desiderando questo, voglio prendere commiato da voi, miei cari amici, e da questa bella città nella consapevolezza che, quando qualcosa di simile accade, allora anche questo stare insieme nello spazio ha dato un impulso a uno stare insieme che non dipende dallo spazio e dal tempo.
Lasciate che vi dica come saluto d’addio: possa attraverso il nostro stare insieme nello spazio essere stato dato l’impulso a uno stare insieme permanente ed eterno nello spirito.
NOTE Su questa edizione Fra il 5 novembre 1912 e il 1º aprile 1913 Rudolf Steiner tenne una serie di dieci conferenze a Berlino, pubblicate nella Gesamtausgabe con il titolo «La vita fra la morte e la nuova nascita nel rapporto ai fatti cosmici», GA 141.
Nel medesimo periodo egli ha parlato su questo tema anche in altri luoghi.
Venti di questi discorsi, che costituiscono un’integrazione sostanziale delle conferenze berlinesi, sono riuniti nel presente volume. Ulteriori esposizioni di Rudolf Steiner da anni posteriori si trovano fra l’altro nei volumi «L’essenza interiore dell’uomo e la vita fra la morte e la nuova nascita» (8 conferenze a Vienna 9-14 aprile 1914, GA 153), «Il mistero della morte» (15 singole conferenze gennaio-giugno 1915, GA 159), «La connessione fra i vivi e i morti» (8 singole conferenze febbraio-dicembre 1916, GA 168) e «La morte come trasformazione della vita» (7 singole conferenze 1917-1918, GA 182).
Fonti testuali: le trascrizioni e gli appunti che stanno alla base dell’edizione di questi discorsi hanno qualità molto differenti. Sono stati realizzati da diversi partecipanti, di cui sono noti soltanto in parte i nomi, e che tutti non erano stenografi professionisti. I testi non devono dunque essere considerati come una riproduzione letterale della parola parlata, bensì sono piuttosto resoconti dei contenuti dei discorsi. In particolare gli appunti dai discorsi a Vienna 21 gennaio 1913, a Breslavia 5 aprile 1913, a Düsseldorf 27 aprile 1913 e a Strasburgo 13 maggio 1913 sono contenuti di discorsi resi in forma libera e parzialmente lacunosi.
Per la 4ª edizione 1990 il volume è stato riesaminato da Anna-Maria Baiaster e Ulla Trapp, fornito di ampi sommari dei contenuti, di note ampliate e di un indice dei nomi. Il volume è in testo identico alle edizioni precedenti, salvo leggere correzioni. Alle pagine 30/31 sono state inserite nelle note una variante testuale e una variante del disegno.
Il titolo del volume risale all’edizione singola dei discorsi di Stoccarda del 17 e 20 febbraio 1913, pubblicata da Marie Steiner-von Sivers nel 1934.
Non sono disponibili i disegni originali.
La riproduzione dei disegni si basa sulle indicazioni degli estensori delle note.
Edizioni singole Tubinga 16 febbraio 1913 in «L’Antroposofia come contenuto di sentimento, conoscenza e vita».
Friburgo in Brisgovia 1952 Stoccarda 17 e 20 febbraio 1913 «Indagini occulte sulla vita fra la morte e la nuova nascita».
Bergen, 10 e 11 ottobre 1913 «L’interazione vivente fra i vivi e i morti.
La trasformazione delle forze umane e terrene in forze della ricerca chiaroveggente».
Dornach s.d. (1937) Note al testo Opere di Rudolf Steiner all’interno della Gesamtausgabe (GA) sono indicate nelle note con il numero di bibliografia.
Vedi anche la panoramica alla fine del volume.
A pagina 16 …il Greco provava…il soggiorno nel mondo spirituale soltanto come qualcosa di ombra: Vedi anche pagine 70 e 155.
«Preferisco qui essere un mendicante piuttosto che un re nel regno delle ombre». Omero «Odissea», XI canto.
L’anima di Achille, invocata dal sacrificio ai morti di Odisseo, pronuncia le seguenti parole: «Piuttosto vorrei di un povero contadino Vivere sulla terra al servizio d’altri, Che regnare fra gli ombra dei defunti».
(Traduzione di Salvatore Quasimodo) 18 Johann Gottlieb Fichte, 1762-1814.
Henri Bergson, 1859-1941, filosofo francese.
19 David Friedrich Strauß, 1808-1874.
Cfr. «La vita di Gesù», 2 voll., Tubinga 1835/36; «La fede antica e la fede nuova. Una confessione», Lipsia 1872.
20 «Non io, ma il Cristo in me»: Galati 2,20.
24 Alla conclusione della conferenza Rudolf Steiner pronunciò inoltre quanto segue: «Una sorta di continuazione della mia odierna considerazione potremo avere domani, dove avremo occasione alle 4 del pomeriggio presso la Principessa Troubetzkoi, Via Mascheroni 19, di proseguire queste considerazioni e fare un passo ulteriore nei campi che oggi abbiamo cominciato a considerare.
Nelle esposizioni che darò non dovrà essere soltanto una continuazione degli accenni di questa sera, bensì particolarmente sarà indicato il tempo che segue il momento che oggi consideriamo.
Ma già oggi desidero cogliere l’occasione per ringraziarvi per la cordiale accoglienza e per il fatto che vi siete riuniti così numerosamente per ricevere il messaggio che qui può esservi dato, sebbene proprio oggi tante correnti emanino dalla sede centrale della Società Teosofica contro questo messaggio che deve essere dato dal nostro punto di vista, e sebbene dalla sede centrale della Società Teosofica siano date tante cose che effettivamente possono essere provate come non corrette». 27 quello che da me come tale descrizione è stato dato nella «Cronaca dell’Akasha»: Vedi «Dalla Cronaca dell’Akasha», GA 11.
30/31 Variante testuale: in un esemplare di note recentemente trovato, riesaminato e corretto da Marie Steiner, questo passo suona come segue (pagina 30, riga 19 fino a pagina 31, riga 3): soltanto in un tempo relativamente più tardi, quando i processi che [l’anima] ha compiuto durante il percorso all’indietro attraverso gli stati di Saturno, Giove e Marte, vengono di nuovo [rispecchiati], cominciano quegli influssi ad agire nel germe, che costituiscono i cosiddetti influssi ereditati.
Così possiamo dire che l’uomo prepara già la sua vita germinale prima della vita embrionale nell’essere cosmico in una specie di sonno mondano.
Se si prendessero i processi che si svolgono nella vita embrionale durante questo essere cosmico in una specie di sonno mondano, e si prendessero poi gli stati dell’uomo prenatale, del germe, uno dopo l’altro, e li si considerassero graficamente in modo che qui si creasse un’immagine speculare, allora si dovrebbero avere tutti quegli stati che nel germe si mostrano più tardi, nell’immagine più presto, e ciò che prima nella vita embrionale è, qui nell’immagine speculare più tardi.
***section_photo_1***
Tu dal nord, nell’età della nebbia divenuto giovane…» 37 Che Dante abbia pronunciato questo detto: Vedi Dante Alighieri, 1265-1321, «La Divina Commedia».
Nel XXXIII canto del Paradiso si legge: «Nel profondo del chiarore eterno Tre cerchi vidi di tre colori e d’una Contenenza; e l’uno e l’altro perno L’uno nell’altro parea reflesso come Iride da Iride, e il terzo parve Fuoco che qui e quindi equally.» O luce eterna, che sola in te dimori, Sola ti conosci, e da te conosciuta E conoscente te, ami e godi!
Come la spera che rigira il cielo, La mia memoria il suo corso tornava, E io rimirare in quella stette fiso.
(Traduzione di Giosué Carducci) 37 spero che non molto lontano potremmo riparlarne: A un ulteriore discorso di Rudolf Steiner a Milano non si è più giunti.
46 Proprio era mio compito negli ultimi due anni: qui dovrebbe probabilmente leggersi «nell’ultimo mezzo anno».
Non si può escludere che il trascrittore, nel trascrivere i suoi appunti, abbia letto «2» anziché «½».
Cfr. anche le esposizioni alle pagine 61, 127, 143, 189.
47 come è espresso nel ciclo di Düsseldorf: Vedi «Gerarchie spirituali e il loro riflesso nel mondo fisico», dieci conferenze e due risposte a domande, Düsseldorf 12-22 aprile 1909, GA 110.
49 Lega monistica: l’11 gennaio 1906 fu fondata a Jena una «Lega monistica tedesca» sotto la presidenza onoraria di Ernst Haeckel.
50 Immanuel Kant, 1724-1804. La citazione è da «Critica della ragion pratica», II Parte: Conclusione, e suona letteralmente: «Due cose colmano l’animo di meraviglia sempre nuova e di crescente reverenza…: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me».
53 Già da più di dieci anni studiamo le religioni: Vedi per esempio «Il Cristianesimo come fatto mistico e i misteri dell’antichità», GA 8, «Il nocciolo di saggezza nelle religioni», discorso del 16 novembre 1905, contenuto nel volume «I misteri del mondo e l’Antroposofia», GA 54, «La Bibbia e la saggezza», due discorsi del 12 e 14 novembre 1908, «Il Vangelo di Giovanni» (1908), GA 103, «Il Vangelo di Luca» (1909), GA 114, «Il Vangelo di Matteo» (1910), GA 123, «Il Vangelo di Marco» (1912), GA 139.
57 Paolo ha proclamato: Cristo è morto anche per i pagani: Romani 3,29.
«Se due o tre si riuniranno nel mio nome…»: Matteo 18,20. 62 riguardo alla cosiddetta regione del Kamaloka: Vedi «Teosofia. Introduzione alla conoscenza del mondo soprasensibile e alla determinazione della natura umana», GA 9. 64 Norberto, il Santo, circa 1085-1134. Cappellano dell’imperatore Enrico V.
La liberazione dal pericolo di morte nel 1115 lo colpì così profondamente che dal 1118 attraversò la Francia e i Paesi Bassi come predicatore penitenziale; nel 1119 fondò l’ordine dei Premonstratensi (Norbertini), denominati dal monastero nella valle di Premontre (Praemons-tratum) fra Reims e Laon.
Nel 1126 divenne arcivescovo di Magdeburgo.
68 Mercurio… Venere…; è avvenuta notoriamente un’inversione dei nomi, come spesso è stato detto: secondo le concezioni del sistema tolemaico del mondo, attorno alla Terra immobile si muovevano dapprima la Luna, poi Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove e Saturno.
L’immagine copernicana invece colloca il Sole al centro del sistema, e attorno a esso orbitano nell’ordine: Mercurio, Venere, Terra (con Luna), Marte, Giove, Saturno. Nel sistema tolemaico il pianeta che stava più vicino al Sole era chiamato Venere. Nel discorso del 1º settembre 1906, contenuto nel volume «Davanti alla porta della Teosofia», GA 95, Rudolf Steiner indica che il sistema copernicano vale per il piano fisico, il sistema tolemaico ha la sua validità per il piano astrale.
Ulteriori esposizioni fra l’altro nel discorso del 5 settembre 1909 in «Gerarchie spirituali e il loro riflesso nel mondo fisico», GA 110.
70 dove Omero chiama il regno dopo la morte la terra delle ombre: Vedi nota a pagina 16.
75 Se avete seguito bene i miei discorsi: Vedi «Il Vangelo di Luca» (1909), GA 114. Ho accennato in Svezia… a un’azione ancora più tardiva del Buddha…: Vedi «Morale teosofica», tre discorsi Norrköping 28-30 maggio 1912 nel volume «Cristo e l’anima umana», GA 155.
Francesco d’Assisi, 1182-1226. 76 In principio era la Parola: Giov. 1.
78 Kant ha pronunciato una parola notevole: Vedi nota a pagina 50.
80 Michelangelo Buonarroti, 1475-1564. Le tombe dei Medici si trovano nell’omonima Cappella in San Lorenzo, Firenze. 83 ieri nel discorso pubblico su «Verità della ricerca spirituale»: discorso del 25 novembre 1912 a Monaco; non ancora nella Gesamtausgabe.
90 la cosiddetta Lega monistica: Vedi nota a pagina 47.
92 …non si ha nessuna comprensione per tutte le anime che dalla Terra fra la morte e una nuova nascita vengono trasferite in questa sfera solare: le edizioni precedenti contenevano a questo punto l’aggiunta «come per esempio Felix Bälde».
Questa aggiunta era già per errore entrata nel testo già nella prima edizione.
Si trattava originariamente di una nota a margine di un precedente curatore che voleva fare un accenno di contenuto alla vita di Felix Bälde, che è rappresentata nel quarto mistero drammatico «Il risveglio dell’anima» (quinto e sesto quadro: La regione spirituale).
Il quarto mistero drammatico fu rappresentato in prima assoluta nell’agosto 1913.
Naturalmente Rudolf Steiner non poteva alludere, in un discorso di novembre 1912, a un mistero drammatico non ancora scritto.
95 Sebbene Paolo abbia già proclamato che Cristo non è morto soltanto per i Giudei: Rom. 3,29. 99 Kant ha una volta pronunciato il bel detto: Vedi nota a pagina 50. 100 Monologo di Capesius: nel primo quadro del secondo mistero drammatico «La prova dell’anima», GA 14. 102 «Dove due sono riuniti nel mio nome…»: Matt. 18,20.
le nostre rappresentazioni misteri: i quattro misteri drammatici (GA 14) furono rappresentati negli anni 1910 fino a 1913 ogni volta in estate a Monaco: La Porta dell’Iniziazione nell’anno 1910 Il Guardiano della Soglia nell’anno 1912 La Prova dell’Anima nell’anno 1911 Il Risveglio dell’Anima nell’anno 1913 103 Dove la Bibbia racconta: 1 Mosè 3,5.
105 Tombe dei Medici: Cfr.
pagina 80. 109 questo l’abbiamo già descritto più volte: per es. nel libro «Teosofia», GA 9.
117 possiamo ricordare la parola di Schopenhauer: Cfr. «I due problemi fondamentali dell’etica», § 22, dove suona letteralmente: «In tutti i secoli la povera verità ha dovuto arrossire di essere paradossa: eppure non è colpa sua».
Tutte le opere di Schopenhauer in dodici volumi con introduzione di Rudolf Steiner, Stoccarda 1894; 7º volume, p.
120 secondo le definizioni che ho date nei miei discorsi pubblici: discorsi del 25 e 27 novembre 1912 a Monaco, «Verità della ricerca spirituale» e «Errori della ricerca spirituale»; non ancora pubblicati nella Gesamtausgabe.
126 sg. una tale cornice come qui è stata creata: sulla configurazione della sala filiale di Berna è stato riferito nei «Comunicati dalla vita antroposofica in Svizzera», n.
VI, giugno 1988: «Il 9 febbraio 1912, dopo una preparazione accurata, potè essere occupato un nuovo locale della filiale nella casa Wäldli, Marktgasse 9, già Corporazione dei Tessitori.
La configurazione fu discussa nel dettaglio con Rudolf Steiner, così il colore delle pareti, delle sedie, dell’armadio con la Rosa+Croce fra le iniziali del detto della Rosa+Croce: E.D.N., I.C.M., P.S.S.R., e del pulpito con il Sigillo di Giove, tutto il mobilio in blu scuro, rudimenti. Rudolf Steiner indicò come la configurazione dei lampioni e le misure esatte della grande Rosa+Croce, dello Zodiaco nel piccolo tempietto sotto la Rosa+Croce.
La signora von Eckhartsheim eseguì i corrispondenti lavori di pittura e intaglio.
Si dice che Rudolf Steiner si sia sentito molto a suo agio nella sala».
128 quello che abbiamo chiamato il mondo spirituale o il Devachan: Vedi Rudolf Steiner «Teosofia. Introduzione alla conoscenza del mondo soprasensibile e alla determinazione della natura umana», GA 9.
135 un viaggio sul Titanic: Il «Titanic» era allora la più grande nave passeggeri; durante il suo primo viaggio verso l’America colpì un iceberg a sud di Terra Nova e affondò il 15 aprile 1912 con 1500 persone. Cfr. anche le pagine 151, 179 e 217.
137 la cosiddetta Lega monistica: Vedi nota a pagina 47. 139 «Sarete come Dio»: 1 Mosè 3,5. - Cfr. pagina 55. 140 Perciò dovette essere mostrato anche nell’ultimo mistero drammatico: nel mistero drammatico rappresentato per ultimo «Il Guardiano della Soglia» (rappresentazione mondiale Monaco agosto 1912) nel sesto quadro.
Vedi «Misteri drammatici», GA 14.
*Cristo è stato una volta sul Sole, …
come abbiamo sentito:* Vedi «La Scienza occulta in compendio», capitolo «L’evoluzione del mondo e l’uomo», GA 13. 143 Monumento funebre di Michelangelo: Vedi nota a pagina 80.
145 Detto di Kant: Vedi nota a pagina 50. 146 Di queste cose in futuro si dovrà ancora più spesso parlare: Vedi i volumi della Gesamtausgabe menzionati nell’introduzione alle note.
147 Quando l’ultima volta ebbi il permesso di parlarvi: a Vienna il 3 novembre 1912, in questo volume.
151 Titanic: Vedi nota a pagina 135.
152 A proposito di Raoul France: negli appunti di un altro partecipante si trovano a questo punto le seguenti esposizioni: «La pianta semplicemente non ha coscienza, ma vita ha.
Ciò che certi filosofi della natura oggi farneticano sulla coscienza della pianta è effettivamente soltanto una follia.
Dicono che ci sono piante che, quando le si tocca, ritirano le foglie, e ciò proverebbe che le piante hanno una sorta di vita animale.
Ci sono piante che, quando si porta loro vicino qualcosa, un insetto per esempio, l’attirano nei loro petali e lo divorano.
Da questo allora si conclude che la pianta abbia una sorta di coscienza, una sorta di vita animale.
Chi così conclude non sa pensare. Un certo Raoul France ora scrive molto di queste cose; sostiene che le piante, poiché inghiottono un insetto nei petali e lo divorano, hanno vita animale. Si deve dire che questa gente ha una logica strana. Se si vuole sostenere che tutto ciò che attrae, per trattenere o inghiottire, abbia anima, allora potremmo con lo stesso diritto parlare di una trappola per topi dotata di anima». 153 Dagli appunti di un altro partecipante risulta che a questo punto fu ancora parlato del lavoro di Gustav Theodor Fechner: «Professor Schleiden e la Luna». Si confronti con le esposizioni di Rudolf Steiner nel discorso del 27 settembre 1922, contenuto nel volume «La conoscenza della natura umana secondo corpo, anima e spirito», GA 347.
155 «Preferisco un mendicante…»: Vedi nota a pagina 16. 156 vogliono far risorgere i giochi atletici greci: dal 1896 si tengono ogni quattro anni le Olimpiadi «in forma modernizzata ma nel massimo accostamento all’antichità». 165 quello che Schopenhauer una volta ha detto: Vedi nota a pagina 117.
167 Tutto ciò che è rappresentato nel dramma «Il Guardiano della Soglia»: «Quattro misteri drammatici», GA 14.
173 «Se due si riuniscono nel mio nome»: Matt. 18, 20. Cfr. pagina 57.
199 i misteri rosicruciani: Vedi a questo proposito i discorsi di Rudolf Steiner «La Teosofia della Rosa+Croce» (1907), GA 99, soprattutto il discorso del 22 maggio 1907, così come i discorsi di Neuchâtel del 27 e 28 settembre 1911 nel volume «Il Cristianesimo esoterico e la guida spirituale dell’umanità», GA 130.
Giotto di Bondone, 1266-1337.
Potete leggere in quel ciclo «L’uomo alla luce dell’Occultismo…» quella meravigliosa poesia: Vedi «L’uomo alla luce dell’Occultismo, Teosofia e Filosofia», dieci discorsi, Cristiania (Oslo) 2-12 giugno 1912, GA 137.
La traduzione dello «Inno del Sole» di Rudolf Steiner si trova a p.
74/75, così come in «Sentenze sapienziali - Sentenze giudiziarie», seconda serie, Dornach 1953.
201 Christian Rosenkreuz, 1378-1484. Vedi nota a pagina 199. 205 Ernst Haeckel, 1834-1919. Cfr.
«Storia naturale della creazione» (1868), 12ª ed.
Berlino 1920; «Antropogenia o storia evolutiva dell’uomo» (1874), 5ª ed. Lipsia 1902. Kant ha… pronunciato il detto significativo: Vedi nota a pagina 50.
211 quando tenni discorsi sull’essenza dell’immortalità: probabilmente sono intesi i discorsi pubblici a Berlino: «Morte e immortalità alla luce della scienza dello spirito», il 26 ottobre 1911 e «L’essenza dell’eternità e la natura dell’anima umana», il 21 marzo 1912; pubblicati in «La storia dell’umanità alla luce della ricerca spirituale», GA 61.
212 sg. Avevo alcuni bambini da educare: nella famiglia Eunike a Weimar; cfr.
«Il corso della mia vita», cap.
XX, GA 28. 217 una leggenda - Hamerling l’ha raccontata di nuovo: Vedi Robert Hamerling, 1830-1889, «Sulla felicità» e «Ciò che ci si racconta a Venezia: IV.
Il destino di una donna», nelle Opere complete di Hamerling, a cura di Michael Maria Rabenlechner, Lipsia s.d., Volume XVI, p. 98 sg. e 224 sg.
220 Friedrich Nietzsche, 1844-1900.
La citazione si trova in «Così parlò Zarathustra», Parte 4ª: La canzone dell’ebro, § 6. 230 sg. Buddha: Cfr. pagina 75. 244 abbiamo già accennato a questo: Vedi i discorsi del 26 e 28 novembre 1912 in questo volume.
253 nel primo calendario dei liberi pensatori apparso nell’anno precedente: non potè essere trovato.
262 al terremoto di Messina: il 28 dicembre 1908 oltre 83 000 persone, più della metà degli abitanti di Messina, persero la vita.
266 Quando fui qui l’ultima volta: Vedi nota a p. 244.
270 Già una volta ho caratterizzato quello che è accaduto a Goethe con la «Pandora»: Vedi il discorso «La missione della verità», Berlino, 22 ottobre 1909, pubblicato nel volume «Metamorfosi della vita dell’anima», GA 59.
282 Naturalmente ieri potei soltanto andare fino a qui: l’11 marzo 1913 Rudolf Steiner tenne un discorso pubblico: «Raffaello alla luce della ricerca spirituale»; il discorso non è ancora pubblicato nella Gesamtausgabe, un discorso parallelo a Berlino il 30 gennaio 1913 con lo stesso titolo è stampato nel volume «Risultati della ricerca spirituale», GA 62.
Riguardo al punto di vista qui affrontato vedi anche il discorso dell’8 maggio 1912, contenuto nel volume «Esperienze del soprasensibile.
I cammini dell’anima verso Cristo», GA 143.
294 Leonardo da Vinci, 1452-1519. Avevo a Berlino un discorso da tenere proprio su Leonardo da Vinci: Vedi «La grandezza spirituale di Leonardo al punto di svolta dei tempi moderni», Berlino, 13 febbraio 1913, stampato in «Risultati della ricerca spirituale», GA 62.
299 Kant ha pronunciato il detto: Vedi nota a pagina 50.
«Dove due si riuniscono nel mio nome»: Matt.
18, 20; cfr. pagina 57, 102 e 173. 310 «Dove due si riuniscono nel mio nome…»: Matt. 18, 20, cfr. p. 102.
316 Ho già una volta descritto come intendere l’immagine («La Scuola di Atene»): Vedi il discorso del 2 maggio 1912 a Berlino, stampato in «L’uomo terrestre e l’uomo cosmico», GA 133, e del 5 maggio 1909 a Berlino, in «Immagini di sigilli occulti e di colonne.
Il Congresso di Monaco Pentecoste 1907 e i suoi effetti», GA 284/285.
335 Ciclo sul Vangelo di Giovanni: Vedi «Il Vangelo di Giovanni in rapporto ai tre altri Vangeli, particolarmente al Vangelo di Luca», GA 112.
345 quello che nel discorso pubblico su «I misteri della vita» ho accennato: di questo discorso, tenuto a Bergen il 9 ottobre e a Copenaghen il 15 ottobre 1913, rimangono soltanto appunti brevi insufficienti.
347 «Certo è facile, eppure il facile è difficile»: parole di Mefistofele in «Faust II», 1º atto: Palazzo imperiale.
351 Euritmia: Vedi «L’origine e lo sviluppo dell’Euritmia», GA 277a.
INDICE DEI NOMI (N = Nota / * = senza menzione del nome) van Beethoven, Ludwig 80 Bergson, Henri 18 N Bernoulli, Famiglia 170 Bruckner, Anton 80 Bruno, Giordano 168 Buddha 16, 75, 200 sgg., 230 sgg., 276* sgg., 296 Dante 37 N, 80 Fichte, Johann Gottlieb 18 N France, Raoul 152 N Francesco d’Assisi 75, 199 sgg. N, 231 sg., 277 sgg.
Galilei, Galileo 168 Giotto di Bondone 199 N Goethe, Johann Wolfgang 36 N, 199, 270 sgg.
N, 347* N Haeckel, Ernst 205 N Hamerling, Robert 217 N Omero 69, 70 N, 104, 105, 143, 155* N Kant, Immanuel 50 N, 78, 99, 145, 205, 299 Giovanni il Battista 282 Lutero, Martin 313 de Medici, Giuliano 88, 105, 143 de Medici, Lorenzo 88, 105, 143 Michelangelo Buonarroti 80 N, 81, 105 sg., 143 sgg.
Napoleone Bonaparte 169 Nietzsche, Friedrich 220 N Norberto, il Santo 64 N Raffaello Santi 282, 316 N Rosenkreutz, Christian 201 N Savonarola 168 Schopenhauer, Arthur 117 N, 165 Steiner, Rudolf - opere citate: Teosofia (GA 9) 67, 82, 318 La Scienza occulta in compendio (GA 13) 82, 346 Misteri drammatici (GA 14) 102 La Prova dell’Anima 100 Il Guardiano della Soglia 140 Gerarchie spirituali e il loro riflesso nel mondo fisico (GA 110) 47, 88 Strauß, David Friedrich 19 N da Vinci, Leonardo 284 sgg.
N, 340 sg. N Wagner, Richard 77*, 80 SOMMARI DETTAGLIATI DEI CONTENUTI Indagini sulla vita fra la morte e la nuova nascita Mailand, Primo discorso, 26 ottobre 1912 Serenità dell’anima come prerequisito per l’acquisizione di conoscenze spirituali.
Necessità della corretta preparazione dell’anima prima di entrare nel mondo spirituale.
Il mondo visionario: rispecchiamento del nostro proprio essere.
La necessità di penetrare pensando le visioni che appaiono.
Fatti ed esperienze dell’anima nel passaggio attraverso il mondo spirituale fra la morte e la nuova nascita.
Dipendenza della nostra coscienza dopo la morte dalla nostra disposizione morale dell’anima, dalle nostre concezioni religiose e dalla nostra comprensione del Mistero del Golgota.
Stati di paura come conseguenza di un offuscamento della coscienza.
La vita dopo la morte nel tempo precristiano e in quello cristiano.
Il divenire dell’Io ed egoismo.
Mailand, Secondo discorso, 27 ottobre 1912 L’ulteriore penetrazione nel mondo spirituale fino alla metà della vita fra la morte e la nuova nascita sotto la guida del Cristo.
L’apparire di Lucifero come fratello di Cristo, la sua guida attraverso il mondo spirituale per la preparazione della futura incarnazione.
Il passaggio dell’anima attraverso il sistema solare fino alla sfera di Saturno.
Lo sguardo retrospettivo dell’ultima incarnazione dal punto di vista cosmico.
La transizione nel sonno spirituale e gli effetti del cosmo sull’uomo.
Connessione della seconda parte della vita fra la morte e la nuova nascita con la vita embrionale dell’uomo.
Questioni riguardanti la nuova incarnazione.
Il passaggio dell’uomo attraverso le sfere planetarie e il significato della conoscenza di Cristo Hannover, 18 novembre 1912 Coscienza ed esperienza dell’Io nella vita terrestre.
Sviluppo della coscienza mediante la continua distruzione di corpo astrale, corpo eterico e corpo fisico durante la vita e la loro ricostruzione nel passaggio attraverso le sfere planetarie nella vita fra la morte e la nuova nascita. Invecchiamento e morte.
Sfera di Venere: una disposizione d’anima immorale causa solitudine e distruzione del mondo, una disposizione morale causa socievolezza e lavoro per il progresso del mondo.
Sfera di Mercurio: i sentimenti religiosi causano socievolezza, i sentimenti materialistici isolamento.
Sfera del Sole: preparazione del nuovo corpo eterico mediante la comprensione dell’impulso del Cristo.
Costruzione del nuovo corpo fisico mediante le forze del Padre, a cui l’impulso del Cristo conduce.
La preghiera. I più recenti risultati della ricerca occulta sulla vita fra la morte e la nuova nascita Vienna, 3 novembre 1912 Il comportamento inverso dell’uomo nel conoscere e nell’agire nel mondo fisico e in quello spirituale.
Passaggio dell’anima dopo la morte attraverso le sfere planetarie. Sfera lunare: Kamaloka.
Sfera di Mercurio: connessione con la disposizione morale; Sfera di Venere: con la disposizione religiosa; Sfera del Sole: con la comprensione dell’impulso di Cristo.
Lucifero come portatore di luce oltre la sfera del Sole.
Sfera di Marte: risuonare orchestrale della musica delle sfere; Sfera di Giove: intensificazione della musica delle sfere paragonabile al canto; Sfera di Saturno: risuonare della legalità cosmica e della saggezza nella musica delle sfere, espressione della Parola del mondo.
Affievolimento della coscienza dopo il passaggio attraverso la sfera di Saturno e afflusso delle forze cosmiche.
Contrazione e ritorno attraverso le sfere del sistema solare.
Unione con il germe dell’uomo.
L’illuminazione della nostra nuvola visionaria circostante dopo la morte mediante gli esseri superiori del mondo spirituale.
I monumenti funerari dei Medici di Michelangelo.
La vita fra la morte e una nuova nascita Monaco, Primo discorso, 26 novembre 1912 Lo sguardo retrospettivo sulla vita terrestre nel Kamaloka e nel primo tempo successivo.
La progressiva compartecipazione con gli esseri delle gerarchie superiori.
La peregrinazione attraverso le sfere planetarie e le condizioni interiori per essa.
Il crepuscolo cosmico della nostra coscienza oltre la sfera di Saturno e l’operare delle forze cosmiche. La formazione del karma.
Il significato della scienza dello spirito per il superamento della sfera solare. I misteri drammatici. L’essenziale, non la dottrina, come elemento decisivo.
Omero. Monumenti sepolcrali dei Medici.
Monaco, Secondo discorso, 28 novembre 1912 La vita nel Kamaloka come preparazione alla formazione del karma. Manifestarsi di desideri inconsci. L’instaurazione di una relazione reciproca tra il mondo spirituale e il mondo fisico, fra i morti e i vivi mediante il lavoro della scienza dello spirito.
Il significato delle forze di pensiero, sentimento e volontà per la vita fra la morte e la nuova nascita.
Alcuni aspetti della tecnica del karma nella vita dopo la morte Berna, 11 dicembre 1912 Costrizione del pensiero, costrizione della volontà. Libertà del sentimento.
L’espandersi dell’uomo dopo la morte attraverso le sfere planetarie. L’iscrizione del conto dei debiti nella sfera lunare. Solitudine dell’uomo immorale, socievolezza dell’uomo morale nella sfera di Mercurio. Immutabilità della relazione con altri uomini dopo la morte. Vita nel ricordo, anche nell’inconscio astrale nel Kamaloka. Le relazioni reciproche dei vivi e dei morti. Raggruppamento secondo confessioni religiose nella sfera di Venere. Significato della comprensione del Cristo per la sfera solare. L’ulteriore espandersi sotto la guida di Lucifero fino alla sfera di Saturno e nel cosmo.
Il ritorno dell’anima attraverso tutte le sfere planetarie fino alla nascita, con l’assorbimento delle forze del cosmo e delle qualità dalle vite precedenti.
Omero. Monumenti sepolcrali dei Medici di Michelangelo.
Fra la morte e la nuova nascita Vienna, 21 gennaio 1913 (Note degli uditori) Aiuto che il vivente può dare al morto attraverso la lettura di un libro della scienza dello spirito. Comunicazioni dei morti ai vivi nei momenti di eventi possibili che non si verificano. Possibilità di comprensione dei morti, dapprima ancora della lingua, successivamente dei pensieri. L’Io e il corpo astrale come sole e luna spirituali che illuminano il corpo fisico e il corpo eterico. Coscienza nella vita mediante l’immersione nel corpo fisico e nel corpo eterico, coscienza dopo la morte mediante l’immersione nella sostanza del Cristo.
Declino del corpo fisico e della vita culturale terrena.
Transizione della Terra e dell’uomo al Spirituale.
Sulla vita dopo la morte Linz, 26 gennaio 1913 Considerazione di casi particolari della vita fra la morte e la nuova nascita. Solitudine nachtodlicha degli uomini che non hanno coltivato una vita spirituale. Compito della scienza dello spirito: sostituire la perdita dell’immediato contatto con il mondo spirituale mediante l’apprendimento del linguaggio della vita spirituale.
L’inversione del mondo interiore ed esteriore dopo la morte.
Conseguenze della comodità e mancanza di coscienza per la vita dopo la morte.
La possibilità della comunicazione di anima ad anima nella vita dopo la morte mediante il coltivamento della scienza dello spirito.
L’Antroposofia come contenuto di sentimento e di vita. Devozione e venerazione per il Nascosto Tubinga, 16 febbraio 1913 La perdita dell’interiorità spirituale delle anime nel corso dello sviluppo dell’umanità come causa della mancanza di comunicazione fra morti e vivi. Sulla serietà della necessità di proclamazioni spirituali. L’operare dei morti nel mondo fisico, per es. nella prevenzione di disgrazie. La lettura per i morti.
Le conseguenze dopo la morte di mancanza di coscienza e comodità nella vita terrena.
La transizione dal ricordo dell’essere precedente alla preparazione della vita successiva come controimmagine della morte terrena.
La preparazione della nuova vita e l’eredità. Il lato cosmico della vita fra la morte e la nuova nascita. Il cammino attraverso le sfere stellari Stoccarda, Primo discorso, 17 febbraio 1913 L’espandersi dell’anima umana dopo la morte attraverso le sfere planetarie e le conseguenze della nostra vita terrena precedente.
Lucifero e Cristo come guide oltre la sfera solare.
La sfera di Marte. Buddha e Francesco d’Assisi come trasformatori delle forze di Marte all’inizio del 17º secolo.
La formazione del nuovo corpo terrestre dalle forze del mondo stellare.
La reciproca relazione fra i vivi e i cosiddetti morti Stoccarda, Secondo discorso, 20 febbraio 1913 Il superamento dell’abisso fra vivi e morti mediante la lettura ad alta voce e mediante pensieri spirituali. L’effetto retroattivo dei morti sui vivi. Conseguenza di mancanza di coscienza e comodità nella vita terrena: il servire gli spiriti della resistenza e della morte. Il significato delle forze inutilizzate dei morti prematuramente scomparsi per la salvezza di anime con disposizione materialistica.
L’effetto paralizzante di forze rimaste inconsce nell’uomo contemporaneo che provengono da concezioni spirituali delle incarnazioni terrestri precedenti; l’effetto vivificante della consapevolezza di queste concezioni dimenticate mediante la scienza dello spirito.
Odio contro la scienza dello spirito per paura dei mondi spirituali.
La missione della vita terrestre come punto di transito per l’Aldilà Francoforte, 2 marzo 1913 Il brancicare nel buio dell’anima dopo la morte come conseguenza di una vita terrena passata in torpore spirituale; conseguenza karmica: il presentarsi di Lucifero all’anima nella prossima incarnazione e freddo intelletto egoistico nella vita successiva.
La necessità di allacciare il legame da uomo a uomo sulla Terra per poterlo continuare nel mondo spirituale.
Il sacrificio del Buddha su Marte all’inizio del 17º secolo.
Il passaggio di entità di altri mondi attraverso la Terra, corrispondente al nostro passaggio attraverso il mondo planetario e stellare dopo la morte.
La scienza dello spirito come compito terreno per superare l’abisso fra vivi e morti.
Sulla vita fra la morte e la nuova nascita.
I nessi fra il mondo sensibile e il mondo soprasensibile Monaco, Primo discorso, 10 marzo 1913 Necessaria preparazione già nella vita terrena affinché l’anima umana nella vita fra la morte e la nuova nascita possa ricevere i doni delle gerarchie, con il cui aiuto essa configura una nuova corporalità.
La dipendenza della vita terrena dalle incarnazioni precedenti.
Esempi: conseguenze karmiche dell’offuscamento spirituale, del fanatismo religioso e della grettezza.
Il significato dell’amore per il nostro lavoro. Forze inutilizzate dei morti prematuramente scomparsi e il loro significato per la salvezza di anime che si escludono dallo sviluppo progressivo. Dal passaggio dell’uomo dopo la morte attraverso le sfere del cosmo Monaco, Secondo discorso, 12 marzo 1913 Più lungo permanere dell’anima nella sfera terrena nel Kamaloka a causa di desideri corporali, ambizione o preoccupazione per i sopravvissuti. L’incisione delle nostre imperfezioni nella Cronaca dell’Akasha della sfera lunare e di tutte le sfere planetarie ulteriori. Il passaggio delle entità di Marte attraverso la nostra Terra. Sullo sviluppo di Marte; Buddha come liberatore dalla sua aggressività.
L’incisione delle nostre peculiarità iscritte nella Cronaca dell’Akasha nel nostro essere, quando scendiamo verso la nuova nascita.
Formazione del karma mediante la configurazione della corporalità corrispondente. Raffaello, Leonardo da Vinci.
Il perfetto come fine, l’imperfetto come inizio della corrente evolutiva.
Imperfezione deliberata e necessaria. Fatti complementari sulla vita fra la morte e la nuova nascita Breslavia, 5 aprile 1913 (Note degli uditori) La connessione fra vivi e morti nei tempi precedenti e oggi. Pensieri spirituali come nutrimento per i defunti. Leggere ai morti.
La crescita del morto nel mondo spirituale.
Forze morali e religiose come preparazione per il passaggio attraverso la sfera di Mercurio e di Venere; comprensione per l’impulso del Cristo come preparazione per la sfera solare.
Cristo e Lucifero come guide dell’anima umana attraverso il tempo di Marte, Giove e Saturno. Costruzione del nuovo corpo dai poteri del cosmo; eredità. Sul commercio con i morti Düsseldorf, 27 aprile 1913 (Note degli uditori) Significato dei rapporti allacciati sulla Terra con altri uomini per la vita dopo la morte. Riunione after-mortale con anime umane che sulla Terra avevano la stessa disposizione morale o gli stessi concetti religiosi.
Comprensione di tutte le confessioni religiose e giusta comprensione del Cristianesimo come preparazione per il tempo fra la morte e la nuova nascita.
Cristo come conservatore di ciò che abbiamo acquisito spiritualmente nelle incarnazioni passate; il concorrere di Lucifero nella ricerca di luogo e tempo della prossima nascita.
Eredità, antenati. Risposta a domanda: si può leggere anche ai bambini morti prematuramente? La vita dopo la morte Strasburgo, 13 maggio 1913 (Note degli uditori) Compito e significato di una concezione del mondo spirituale per la vita fra la morte e la nuova nascita.
Il protendersi dello spirituale-animale dell’uomo attraverso le sfere planetarie nello spazio cosmico; il rincontrarsi fino alla nuova nascita.
I pianeti come organi cosmici dell’uomo che egli riceve uno dopo l’altro nel dopo mortem.
Bodhisattva come maestri dei vivi e dei morti e anche delle entità delle gerarchie superiori.
La vivente interazione fra i vivi e i morti Bergen, 10 ottobre 1913 Le verità spirituali si lasciano dire meglio oralmente che per iscritto.
Sulla lettura di libri. Gli effetti dell’odio e dell’amore per la vita oltre la morte. Pensieri sul mondo spirituale come nutrimento per i defunti. Lettura ad alta voce per i morti.
Nostalgia dei morti per l’Antroposofia che nel vivere erano stati nemici della scienza dello spirito.
Sulla necessità di acquisire il sapere antroposofico sulla Terra per poterlo portare nel mondo spirituale.
Ricerca spirituale sull’Ultima Cena di Leonardo da Vinci. Sulla ricerca spirituale: la visione generale è più facile che il perseguimento dei dettagli. La trasformazione delle forze umane e terrene in forze della ricerca chiaroveggente Bergen, 11 ottobre 1913 Nesso dei fatti mondiali con la natura umana. La trasformazione delle forze del linguaggio, delle forze di pensiero e delle forze di raddrizzamento in forze chiaroveggenti.
Inizi dell’Euritmia. L’immersione dell’anima nei rapporti di una nuova vita terrena durante la vita spirituale precedente la nascita; la connessione di queste anime con uomini spiritualmente efficaci. La preparazione di una nuova vita terrena; scelta della coppia di genitori. Pericoli dell’inganno e dell’errore nello sviluppo di forze chiaroveggenti a partire dalle forze dell’infanzia.
In memoria di Frater Stefano Ravaglia
anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.
Libera AntroposofiaArchivio digitale della Scienza dello Spirito di Rudolf SteinerInfo e ContattiTutti i contenuti presenti in questa piattaforma sono esenti da copyright
o sono stati legalmente concessi dai tenenti diritto.