Se vogliamo proseguire nella meditazione che abbiamo intrapreso l’anno scorso nelle nostre serate di sezione, è necessario che acquistiamo ancora altri concetti, rappresentazioni e intuizioni, oltre quelli finora esposti. Sappiamo che non avremmo potuto giungere a ciò che diciamo sui Vangeli e su altri documenti spirituali dell’umanità, se non avessimo presupposto l’evoluzione del nostro intero sistema planetario.
Designiamo questa evoluzione come le successive incarnazioni del nostro pianeta attraverso l’epoca di Saturno, l’epoca del Sole, l’epoca della Luna, fino all’attuale epoca terrestre. Chi ricorda quante volte si dovette richiamare questi concetti fondamentali, sa bene quanto siano necessari per ogni considerazione occulta dell’evoluzione umana.
Se osserviamo gli insegnamenti dati, per esempio, nella “Scienza occulta nelle sue linee generali” riguardo all’evoluzione di Saturno, del Sole e della Luna fino a quella terrestre, riconosceremo che si tratta soltanto di uno schema. Sono indicazioni che possono essere date da una prospettiva particolare, da un certo punto di vista.
Come infatti l’epoca terrestre offre un’infinità di particolarità, è evidente che anche per Saturno, il Sole e la Luna abbiamo un’infinita molteplicità di dettagli da descrivere. Sempre soltanto un rude disegno a carbone, una sorta di contorno, può venire fornito. Per noi però è necessaria ancora una caratterizzazione dell’evoluzione vista da un’altra prospettiva.
Se ci chiediamo: donde provengono tutti gli insegnamenti che sono stati dati? Sappiamo che essi provengono da ciò che si definisce come le annotazioni nell’Akasha-Cronica. Sappiamo che tutto ciò che è accaduto, o procede nel corso dello sviluppo mondiale, è in certa misura leggibile come un’annotazione in una sostanza spirituale sottile, nella sostanza eterica.
Di tutto ciò che si è svolto esiste una tale annotazione, da cui si può comprendere come le cose furono una volta. Possiamo naturalmente presupporre quanto segue. Così come allo sguardo ordinario che contempla qualcosa del nostro mondo fisico le cose vicine appaiono nei loro dettagli più o meno chiaramente, mentre le cose lontane appaiono più o meno confuse, similmente le cose temporalmente vicine, che appartengono all’evoluzione terrestre o lunare, possono essere indicate più precisamente.
Mentre le cose temporalmente più lontane ricevono contorni più indistinti quando guardiamo indietro chiaroveggentemente nell’epoca di Saturno o del Sole. Perché mai facciamo questo, perché attribuiamo importanza a seguire periodi così antichi come quello di Saturno? Potrebbe qualcuno dire: a quale scopo i teosofi portano ancora oggi alla luce tutte queste cose tanto remote e primordiali? Non è forse necessario nel mondo occuparsi di queste cose antichissime, poiché si ha abbastanza da fare con quello che accade nel presente?
Sarebbe molto scorretto parlare così, perché ciò che una volta è accaduto continua ancora oggi a realizzarsi ininterrottamente. Ciò che si è svolto nell’epoca di Saturno non è soltanto accaduto in quel lontano passato: accade ancora oggi, benché rimanga coperto e reso invisibile da quello che esternamente circonda l’uomo sul piano fisico.
L’antico epoca di Saturno, che si è svolta così lungo tempo fa, è resa in particolare modo invisibile. Tuttavia essa concerne ancora l’uomo oggi, ancor oggi quell’antico saturndasein. E per formarcene un’idea di come ci concerne, vogliamo rappresentarci quanto segue.
Sappiamo che il nucleo più profondo del nostro essere si presenta a noi come ciò che noi chiamiamo l’«Io». Questo Io, il nucleo più profondo del nostro essere, è veramente per l’uomo odierno un’entità assai soprasensibile, assai non percettibile ai sensi ordinari. Quanto sia impercetribile, si può dedurre dal fatto che oggi esistono scienze dell’anima, le cosiddette psicologie ufficiali, che non hanno alcun sospetto di quale sia l’essenza di questo Io.
Non hanno neppure il sospetto che si debba puntare l’attenzione verso un tale Io. Ho già spesso richiamato l’attenzione sul fatto che nel diciannovesimo secolo nella psicologia tedesca si è sviluppata gradualmente la bella espressione “scienza dell’anima senza anima”. In particolare fu determinante per questa “scienza dell’anima senza anima”, benché la parola non sia stata coniata da essa, la scuola oggi famosissima di Wundt.
Questa scuola non è soltanto influente nei paesi di lingua tedesca: domina in tutto il mondo dove si parla di psicologia, con grandi onori. La “scienza dell’anima senza anima” potrebbe esprimersi così: una descrizione delle proprietà dell’anima, senza tenere in considerazione un’anima come entità indipendente. In questa visione falsa, tutte le proprietà dell’anima non si raccolgono in un punto focale, in un Io vivente.
Questa è la più grande assurdità che sia stata introdotta nella scienza dell’anima: non si potrebbe immaginare un’assurdità ancora più grande. Eppure la psicologia contemporanea è interamente sotto l’influsso di questa assurdità. E questa “scienza dell’anima senza anima” è oggi famosa in tutto il mondo. I futuri storici della cultura dei nostri tempi avranno molto da fare nel rendere comprensibile ai posteri come una cosa del genere sia stata possibile.
Come nel diciannovesimo secolo e ancora nel ventesimo una tale cosa sia stata ammirata come la massima realizzazione nel campo della psicologia. Questo è detto soltanto per indicare quanto sia oscura la visione della psicologia ufficiale riguardo all’Io, il centro del nostro essere.
Se si potesse afferrare l’Io nella sua vera essenza e presentarlo davanti a sé come il corpo fisico esterno, e se si potesse trovare l’ambiente da cui l’Io dipende così come il corpo fisico dipende da quello che viene percepito esternamente dagli occhi e dai sensi, se si potesse cercare similmente l’ambiente dell’Io come nel regno fisico si cercano le nuvole e le montagne.
Se dunque si volesse cercare da cosa l’Io dipende, come il corpo fisico dipende dai suoi alimenti, allora si giungerebbe a una caratterizzazione del mondo, a un quadro del mondo, che è oggi ancora invisibile a noi: è un mondo soprasensibile per l’uomo. L’uomo, nel suo grado attuale di sviluppo, non potrebbe affatto sopportare questo spettacolo. Esso è coperto da lui dal guardiano della soglia, affinché rimanga nascosto, e appartiene un certo grado di sviluppo spirituale per poter sopportare un tale aspetto.
È davvero uno spettacolo a cui si deve dapprima abituarsi. Anzitutto dovete rendervi conto di tutto ciò che è necessario per giungere a sentire un tale quadro del mondo come qualcosa di reale. Tutto quello che potete percepire con i sensi, dovete cancellarlo dalla realtà immaginativa; dovete cancellare anche il vostro mondo interiore, per quanto consiste nei moti affettivi ordinari dell’uomo. Dovete cancellare ancora dal mondo tutto quello che sono rappresentazioni nell’uomo.
Dalla realtà esterna dovete togliere tutto ciò che i sensi possono percepire, e dall’interno tutto ciò che sono moti del sentimento e rappresentazioni. E quando volete farvi un’idea dello stato dell’anima in cui l’uomo deve entrare quando afferra realmente il pensiero: tutto questo sarebbe tolto, eppure l’uomo sarebbe ancora lì. Allora non potete dire diversamente se non che l’uomo deve imparare a poter provare un profondo brivido, una paura dinanzi all’infinito vuoto che si apre intorno a noi.
Dovete sentire il vostro ambiente come completamente saturo, tintura di tutto ciò che ci causa brivido e paura da tutti i lati, e dovete al tempo stesso essere in grado di vincere questa paura attraverso la fermezza interiore e la sicurezza del vostro essere. Senza queste due disposizioni affettive, il brivido e la paura dinanzi al vuoto infinito dell’esistenza e il loro superamento, non potete affatto ricevere un’impressione di ciò che sta alla base della nostra esistenza mondiale come l’antico saturndasein.
Entrambi i sentimenti, come ora sono stati caratterizzati, sono poco coltivati dagli uomini in se stessi. Perciò si trovano nella letteratura poche descrizioni di questo stato. Naturalmente lo conoscono coloro che attraverso facoltà chiaroveggenti hanno tentato di penetrare alla radice delle cose nel corso dei tempi. Ma nella letteratura esterna, scritta o stampata, si trovano poche testimonianze che uomini abbiano provato qualcosa come il brivido dinanzi al vuoto infinito o addirittura il superamento di questo brivido.
Per avere una sorta di visione esterna della cosa, ho tentato di ricercare nella letteratura più recente dove potesse apparire qualcosa come questo brivido dinanzi all’infinito vuoto in un essere umano. I filosofi sono solitamente straordinariamente colti, parlano nei loro concetti in modo sereno e preferiscono evitare di parlare delle grandi impressioni stupefacenti. Lì non si trova facilmente qualcosa. Non parlerò di tutti i luoghi dove non ho trovato nulla.
Ma almeno una volta ho trovato un piccolo accenno a questi sentimenti, e cioè nel diario dell’hegeliano Karl Rosenkranz, dove talvolta descrive sentimenti molto intimi che ha provato nello sviluppare la filosofia hegeliana. Ho potuto imbattermi in un passaggio strano, che in lui appare come un passaggio innocente che ha fissato nel suo diario. Karl Rosenkranz si rende conto che la filosofia hegeliana parte dall’“essere puro”.
Di questo “essere puro” di Hegel si è molto chiacchierato nella letteratura filosofica del diciannovesimo secolo, ma bisogna dire che è stato poco compreso. Si potrebbe quasi dire che nella filosofia della seconda metà del diciannovesimo secolo - questo naturalmente si può dire soltanto nel circolo più intimo! - si comprende dell’“essere puro” di Hegel quanto il bue comprende della domenica dopo aver mangiato erba per tutta la settimana.
È un concetto passato al setaccio, questo “essere puro” di Hegel, non l’ente ma l’essere; è un concetto che veramente non è ancora quello che ora ho caratterizzato come il vuoto spaventoso, pieno di paura. Ma tutto lo spazio nell’essere hegeliano è tintura della proprietà che non ha nulla di ciò che l’uomo possa sperimentare: l’infinità, riempita di essere.
E Karl Rosenkranz la sente una volta come uno scuotimento spaventoso dal freddo dello spazio del mondo, che non è riempito di nulla se non dall’essere vuoto. Per comprendere ciò che sta alla base del mondo, non basta che si ragioni su di esso in concetti, che se ne facciano concetti e idee. È invece molto più necessario che ci si possa creare un’impressione del sentimento che sorge di fronte al vuoto infinito dell’antico saturndasein.
Il sentimento, quando riceve anche solo un’impressione di esso, afferra allora il sentimento del brivido. Se si vuole salire chiaroveggentemente, per giungere allora alla visione di questo stato saturnino, ci si deve preparare in tal modo acquisendo realmente un sentimento che in certo modo parte dal sentimento, più o meno noto a ogni uomo, della vertigine su un’alta montagna, quando l’uomo sta sospeso sopra un abisso e crede di non avere terreno solido sotto i piedi.
Un sentimento che non potrebbe rimanere in nessun luogo, così che si sentirebbe abbandonato a poteri, a forze su cui non ha alcun potere. Ma questo è solo l’elementare, il sentimento iniziale. Perché non solo si perde il terreno sotto i piedi, ma anche ciò che gli occhi vedono, le orecchie sentono, le mani possono afferrare: insomma tutto ciò che è nell’ambiente spaziale. E non può essere altrimenti se non che o si perde ogni pensiero, si cade in una sorta di crepuscolo o stato di sonno in cui non si può giungere a nessuna conoscenza.
O invece ci si immerge in quel sentimento, e allora non c’è nient’altro se non che si giunge a quello stato di brivido. Ma si deve essere preparati, altrimenti è un’afferrare da uno stato di vertigine che non può essere vinto. Ora ci sono due possibilità per l’uomo odierno. Una possibilità sicura è che qualcuno abbia compreso i Vangeli, il mistero del Golgotha abbia davvero compreso.
Chi li ha realmente compresi nella loro piena profondità - naturalmente non come i teologi moderni ne parlano oggi, ma in modo da estrarne la cosa più profonda che l’uomo può sperimentare interiormente da essi -, colui porta con sé nell’infinito vuoto qualcosa che si dilata come da un punto e riempie il vuoto con qualcosa che ha la qualità del coraggio, che è un sentimento di coraggio, di essere al sicuro attraverso l’unione con quell’essere che ha compiuto il sacrificio sul Golgotha.
Questo è un sentiero. L’altro sentiero è quello di penetrare nei mondi spirituali senza gli evangeli, di penetrare nei mondi spirituali attraverso una vera e autentica antroposofia. Anche questo può accadere. Voi sapete che sottolineiamo sempre come inizialmente non partiamo dai Vangeli quando consideriamo il mistero del Golgotha. Tuttavia vi giungeremmo anche se non ci fossero evangelii. Questo non poteva essere il caso prima che il mistero del Golgotha accadesse.
Ma oggi è il caso, perché qualcosa è entrato nel mondo attraverso il mistero del Golgotha, per cui l’uomo può comprendere il mondo spirituale immediatamente dalle impressioni che riceve. Questo è ciò che possiamo chiamare l’operare dello Spirito Santo nel mondo, l’operare dei Pensieri Cosmici nel mondo. Se portiamo con noi l’una o l’altra di queste cose, non possiamo perderci e non possiamo precipitare nell’abisso infinito quando dapprima ci troviamo di fronte al vuoto spaventoso.
Se ora ci avviciniamo a questo vuoto spaventoso con gli altri preparamenti che ci sono dati attraverso i vari mezzi, come viene descritto per esempio in “Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?” e in ciò che si costruisce ulteriormente su di esso, e penetriamo nel mondo spirituale, in un mondo da cui è tolto tutto ciò che scuote il nostro sentimento e che la nostra rappresentazione può afferrare, se ci immergiamo in questo mondo, allora impariamo, disposizioni a quello che il saturndasein.
Prima di tutto conosciamo esseri, ma non qualcosa che assomigli al regno animale, al regno vegetale o al regno minerale, bensì esseri - è davvero un mondo in cui non ci sono nuvole, neppure luce è, in cui è completamente silenzioso - ma conosciamo le essenze che si trovano in questo antico saturndasein. Queste essenze, come dobbiamo caratterizzarle, non sono tali da poter venire indicate mediante concetti ordinari che si riferiscono ai regni della natura.
Si potrebbe dire che in questo antico saturndasein c’è come una divisione in esseri che stanno tra loro in certe relazioni. Queste essenze non sono costituite in modo che il nostro Io ordinario possa in qualche modo determinare la loro natura. Ma il nostro Io può essere immerso in queste essenze, e allora sentiamo come si dispiegano certe proprietà di queste essenze; in questo dispiegamento scopriamo una configurazione molto particolare di forze che operano insieme, che si muovono insieme.
Così scopriamo che nel saturndasein, la cui essenza è vuoto e silenzio, c’è tuttavia come una vita segreta di esseri e forze che si manifestano quando vi penetriamo veramente. Ora, queste essenze non hanno nulla che somigli al corpo fisico come lo conosciamo nel nostro tempo.
Neanche hanno quello che il nostro corpo astrale possiede oggi. Queste essenze sono costituite in modo molto diverso da come si presentano oggi gli esseri dei livelli superiori. Per cercare di caratterizzare queste essenze almeno in qualche modo, potremmo dire che queste essenze, nel saturndasein, sono come essenze di calore. Tutto il saturndasein si potrebbe caratterizzare come un’esistenza calorosa, come un mondo di calore puro.
Ma questo calore non è il calore fisico che possiamo sperimentare attraverso i nostri sensi. È una realtà spirituale di cui il calore fisico è semplicemente un’eco, un riflesso. Questo calore spirituale della saturndasein è la vera realtà sottostante.
Ora, se osserviamo questo calore spirituale del saturndasein, scopriamo che in esso sono incorporate le essenze del che abbiamo parlato. Queste essenze non sono separate dal calore, bensì esse e il calore costituiscono insieme un unico tutto. È come se il calore spirituale fosse impregnato da questi esseri, o come se gli esseri fossero intessuti nella trama del calore spirituale.
Quando esaminiamo più attentamente queste essenze, scopriamo una caratteristica particolare. Ossia, scopriamo che queste essenze del saturndasein stanno in una relazione molto particolare con quello che più tardi diviene il corpo fisico umano. In altre parole, il germe di quello che diverrà il corpo fisico umano è già presente nel saturndasein, anche se in una forma completamente diversa, in uno stato completamente diverso da quello che presenta oggi.
Questo è un fatto di straordinaria importanza. Significa che il destino dell’uomo è stato prescritto fin dall’inizio della sua evoluzione cosmica. Nel saturndasein, quando il nostro pianeta esisteva come mondo di puro calore spirituale, le forze e gli esseri che più tardi avrebbero plasmato il corpo fisico umano erano già all’opera.
Diciamo dunque che nel saturndasein troviamo il primo inizio della storia evolutiva dell’uomo. È un inizio così remoto, così diverso dalla condizione umana presente, che difficilmente riusciamo a farci un’idea di esso. Eppure è il fondamento di tutto quello che l’uomo è diventato e di tutto quello che l’uomo diventerà.
Quando comprendiamo questo fatto, comprendiamo anche quale sia il significato della ricerca della conoscenza del passato cosmico. Non è semplicemente uno studio storico dei tempi antichi. È invece una ricerca dei fondamenti stessi del nostro essere, un’indagine delle radici della nostra natura.
Perché il saturndasein di cui abbiamo parlato non è semplicemente una fase passata dell’evoluzione cosmica che non ha più nulla a che fare con noi. Al contrario, il saturndasein continua a vivere nella nostra essenza presente. Le forze che erano all’opera nel saturndasein continuano a operare in noi oggi.
Ogni atomo del nostro corpo fisico, ogni forma della nostra struttura corporea porta in sé l’impronta del saturndasein. Inoltre, le disposizioni, i talenti, le capacità che possediamo sono il risultato del lavoro che è stato compiuto su di noi durante il saturndasein. Se un uomo ha una particolare abilità in un certo campo, la ragione risiede perché durante il saturndasein, forze particolari hanno lavorato in modo particolare sulla sua essenza primitiva.
Così diventa chiaro che non potremmo mai comprendere pienamente noi stessi senza una conoscenza del nostro passato cosmico. Non è possibile capire la struttura del corpo umano, la natura dell’anima umana, il destino umano, senza guardare indietro alle epoche primordiali da cui tutto ciò è emerso.
Questo è il messaggio che la scienza spirituale porta all’umanità contemporanea. È un messaggio che non è soltanto di interesse teorico: ha implicazioni pratiche di enorme importanza per come viviamo la nostra vita, per come concepiamo il nostro futuro, per come comprendiamo il nostro compito nel cosmo.
Quando rifiutiamo di guardare indietro al nostro passato cosmico, condanniamo noi stessi a una forma di ignoranza che compromette la nostra comprensione di noi stessi. Quando invece abbracciamo la ricerca di questa conoscenza, iniziamo a vedere noi stessi nel contesto vero e proprio, come parte di un grande dramma cosmico che si dispiegherà nel futuro.
Ora, quando penetriamo veramente nel saturndasein, in quello stato primitivo e insieme magnifico, scopriamo che il nostro concetto ordinario dello spazio perde significato. Non è come l’aria in cui nuotiamo, non è come un mare dove si potrebbe arrivare a una superficie. Al contrario, lo spazio saturnino si estende infinitamente in tutte le direzioni, e in questo infinito troviamo sempre spiriti della volontà, essenze che operano con una forza determinata.
In epoche successive, caratterizzerò come non si arrivi subito a questa percezione; ma voglio ora mantenere lo stesso ordine di sempre: Saturno, Sole, Luna. È infatti molto meglio seguire la direzione inversa nella ricerca chiaroveggente, dalla Terra verso Saturno, come accade effettivamente. Ora caratterizzo in modo inverso, ma questo non importa.
Ciò che è singolare è questo: quando ci si è elevati fino a questa visione, accade qualcosa che per chi non si sforza di giungere gradualmente a tali rappresentazioni è straordinariamente difficile da immaginare. Accade cioè che cessa qualcosa che è unito al nostro pensiero ordinario più intimamente di qualsiasi altra cosa: lo spazio cessa di esistere.
Non ha più senso dire che si nuota su o giù, davanti o dietro, a destra o a sinistra, o comunque applicare relazioni spaziali. Non ha significato nel vecchio Saturno. È dappertutto uguale sotto questo aspetto. Ma ciò che importa è questo: quando arriviamo ai tempi primordiali del saturndasein, cessa anche il tempo.
Non c’è più un prima o un dopo. Naturalmente questo è molto difficile da immaginare per l’uomo odierno, perché il nostro stesso pensiero scorre nel tempo: un pensiero viene prima o dopo l’altro. Che il tempo cessi è di nuovo caratterizzabile soltanto attraverso un sentimento. Questo sentimento veramente non è piacevole.
Immaginate le vostre rappresentazioni irrigidite, così che tutto ciò che potete ricordare e tutto quello che vi proponete si irrigidisca come in una barra rigida, così che vi sentite come legati nel vostro pensiero e non potete più muovervi. Allora non potrete più dire che qualcosa che avete sperimentato l’avete sperimentato “prima”. Siete legati a ciò, è là, ma è irrigidito. Il tempo cessa di avere significato. Non c’è affatto più.
Per questo è alquanto assurdo quando qualcuno chiede: Tu descrivi il saturndasein, il sonnendasein e così via, dimmi allora, cosa c’era prima del saturndasein! “Prima” lì non ha alcun significato più, perché il tempo cessa, così che dovete smettere con tutte le determinazioni temporali. È davvero nel vecchio saturndasein - in un senso molto comparativo si può dire questo - come se il mondo fosse chiuso con assi, così che il pensiero deve fermarsi.
Parimenti la chiaroveggenza deve fermarsi. I pensieri ordinari devono già molto tempo fa essere lasciati indietro: non giungono fino a lì. Espresso figurativamente, comparativamente, dovreste dire a voi stessi che il vostro cervello congela. E mentre avvertite questa rigidità, avreste approssimativamente una rappresentazione della coscienza che non si esaurisce più nel tempo.
Ora, quando si è giunti così lontano, si avverte una strana alternazione in tutta l’immagine. Si rivela che da questa rigidità, da questa senza-temporalità, attraverso cui questo infinito mare della volontà con le sue essenze, che noi chiamiamo gli spiriti della volontà, è caratterizzato, attraversano degli esseri di altre gerarchie, giocano in essa.
Solo nel momento in cui si sente questa assenza del tempo, ci si accorge che altri esseri giocano in essa. Si nota infatti un’esperienza indeterminata, di cui non si può dire che la si sia sperimentata personalmente, ma soltanto che è là: si può soltanto dire che è in tutto questo mare infinito della volontà. Si nota qualcosa come un lampo che percorre questo campo, come un diventare più luminoso, ma non propriamente un lampo, bensì piuttosto un brillare.
È una prima differenziazione. Un brillare - ma un brillare che non dà l’impressione di una luce che brilla, bensì - bisogna ricorrere a molte cose in questi argomenti - se volete che vi sia comprensibile, immaginate quanto segue. Vi trovate di fronte a una persona che vi dice qualcosa, e ricevete il sentimento: che cosa è mai intelligente! - e mentre continua a parlare, questo sentimento si intensifica, e provate: È saggio, ha sperimentato l’infinito, così che può dire cose così sagge! - e questa personalità opera inoltre cosicché sentite quasi come un alito magico che emana da lei.
Immaginate questo alito magico aumentato infinitamente - e immaginate che appaia nel mare della volontà come nuvole, che non lampeggiano in esso, ma brillano. Se mettete insieme tutto questo, avete una rappresentazione del fatto che giocano nella gerarchia degli spiriti della volontà esseri che sono interamente saggezza, ma una saggezza tale che brilla in essa, che non è solo saggezza, ma è saggezza raggiante.
Insomma, ricevete una rappresentazione prima di tutto di quella che è percezione chiaroveggente di ciò che sono i Cherubini. I Cherubini giocano in essa. Ora immaginate di non avere nulla intorno a voi se non quello che ho appena descritto. Ho detto prima, ponendovi una certa enfasi: Non potete dire che l’abbiate intorno a voi, bensì potete soltanto dire che è così come l’ho appena descritto.
Dovete pensarvi dentro. Ma la rappresentazione che forse ci sia un lampo, non è del tutto corretta; perciò ho detto che non è un lampo, ma un brillare, perché tutto è simultaneo. Non è così che qualcosa sorga e perisca: tutto è simultaneo. Ma ora ricevete un sentimento di una relazione tra questi spiriti della volontà e i Cherubini.
Ricevete il sentimento che essi hanno una relazione tra loro. Acquisite questa coscienza. E precisamente acquisite la coscienza che gli spiriti della volontà o i Troni offrono la loro propria essenza ai Cherubini. Questa è l’ultima rappresentazione a cui si giunge affatto quando, retrocedendo, ci si avvicina a Saturno: gli spiriti della volontà che si offrono in sacrificio, che dirigono i loro sacrifici verso i Cherubini.
Non va oltre: là il mondo è come chiuso con assi. E mentre si può sperimentare questo sacrificio degli spiriti della volontà nei confronti dei Cherubini, qualcosa si strappa dal nostro essere. Questo si può ora dire soltanto con la parola: Attraverso il sacrificio che gli spiriti della volontà portano ai Cherubini, nasce il tempo.
Ma il tempo ora non è quel tempo astratto di cui parliamo ordinariamente, bensì è un’entità indipendente. Ora si può iniziare a parlare di qualcosa che comincia. Il tempo comincia con quello che nasce subito come essenze temporali, che non sono nulla se non puro tempo. Nascono essenze che consistono soltanto di tempo: questi sono gli spiriti della personalità, che conosciamo poi come Archai nella gerarchia degli esseri spirituali.
Nel saturndasein sono soltanto tempo. In noi li abbiamo anche descritti come spiriti del tempo, come spiriti che regolano il tempo. Ma quelli che nascono come spiriti sono veramente esseri che consistono esclusivamente di tempo. Questo è qualcosa di straordinariamente importante: partecipare a questo sacrificio degli spiriti della volontà nei confronti dei Cherubini e alla nascita degli spiriti del tempo.
Perché soltanto ora, mentre il tempo nasce, appare qualcos’altro, ciò che ora ci rende possibile di tutto di parlare dello stato saturnino come di qualcosa che ha qualche somiglianza con quello che ci circonda oggi. Come il fumo del sacrificio dei Troni, che genera il tempo, è quello che noi chiamiamo il calore di Saturno.
Perciò ho detto sempre prima che Saturno è nello stato di calore, mentre descrivevo ciò che è là. Rispetto a tutti gli elementi che abbiamo attualmente intorno a noi, possiamo parlare dello stato di Saturno antico soltanto come di uno stato di calore. Ma questo calore sorge come calore sacrificale che gli spiriti della volontà offrono ai Cherubini.
Questo ci dà anche contemporaneamente un’indicazione di come dobbiamo pensare veramente il fuoco. Dove vediamo il fuoco, dove sentiamo il calore, non dovremmo pensare in modo così materialistico come è naturale e ordinario per l’uomo odierno. Al contrario, dove vediamo il calore presentarsi e lo sentiamo, anche oggi ancora nel nostro ambiente invisibilmente presente, fondamentalmente in modo spirituale, è il sacrificio degli spiriti della volontà nei confronti dei Cherubini.
Il mondo guadagna verità attraverso il fatto che sappiamo che dietro ogni sviluppo di calore c’è un sacrificio. Nella “Scienza occulta nelle sue linee generali”, per non far cadere troppo dagli occhi le persone fuori, inizialmente è più lo stato esterno dell’antico Saturno che è descritto. Già abbastanza persone ne rimangono stupite, e le persone che possono pensare soltanto nel senso scientifico moderno vedono il libro come pura assurdità.
Ma ora immaginate cosa significherebbe se si dicesse: Il vecchio Saturno ha nella sua essenza più intima, in ciò che sta alla sua base, il fatto che gli esseri che appartengono agli spiriti della volontà sacrificassero ai Cherubini; che dal fumo del sacrificio nasce il tempo, dal sacrificio che portano ai Cherubini; che da ciò sono emersi gli Archai, gli spiriti del tempo, e che il calore è soltanto uno splendore esteriore, una maya, rispetto al sacrificio degli spiriti della volontà.
Ma è così: il calore esteriore è solo una maya, e se vogliamo parlare veramente, dobbiamo dire: Dappertutto dove c’è calore, abbiamo in verità il sacrificio - il sacrificio dei Troni nei confronti dei Cherubini. E una buona immaginazione è la seguente. Si parla molto nella “Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?” di questo, ed è stato detto anche altrove che il secondo grado dell’iniziazione rosacrociana è la formazione di immaginazioni.
L’antroposofo deve formare queste immaginazioni dalle rappresentazioni corrette verso il mondo. Così può pensare, trasformato in un’immaginazione fantastica, quello di cui abbiamo parlato oggi: i Troni, gli spiriti della volontà, in ginocchio con la massima devozione, con la massima devozione coraggiosa davanti ai Cherubini. Ma così che la devozione non procede dalla sensazione della piccolezza, bensì dalla consapevolezza che si ha qualcosa che si può offrire.
I Troni in questa volontà di sacrificio, a cui sta alla base la forza, il coraggio, come in ginocchio davanti ai Cherubini e mandano il sacrificio verso di loro, e questo sacrificio lo mandano come calore che ribolle, come calore fiammeggiante, così che il fumo del sacrificio fiammeggia verso i Cherubini alati!
Così potrebbe essere l’immagine. E procedendo da questo sacrificio - come se potessimo parlare la parola nell’aria e questa parola fosse il tempo, ma il tempo come essenze - procedendo da tutto il processo: gli spiriti del tempo, gli Archai. Questo invio degli Archai dà un’immagine grandiosa e potente.
Questa immagine, posta davanti alla nostra anima, è straordinariamente impressionante per certe immaginazioni che ci possono poi spingere sempre più avanti nel campo della conoscenza occulta. È proprio questo che dobbiamo raggiungere: trasformare le rappresentazioni che riceviamo in immaginazioni, in immagini.
Se le immagini sono anche fatte da noi inettamente, se sono anche antropomorfiche, se questi esseri assomigliano anche a uomini alati, questo non importa. Il resto ci sarà comunque dato alla fine, e quello che non dovrebbero avere cadrà via da sé. Se ci immergiamo soltanto devotamente in tali immagini, allora facciamo ciò che ci porta gradualmente verso tali esseri.
Se prendete quello che ora ho tentato di caratterizzare come esseri pieni di volontà, inondati di saggezza, vedrete che l’anima ben presto deve ricorrere a immagini variate, che si scostano dai concetti intellettuali ordinari. I concetti intellettuali devono la loro esistenza a cose molto più tardive.
Perciò non dobbiamo inizialmente prendere tali cose in modo intellettuale. E dovete capire cosa si intende quando certi spiriti, a cui è sorta la chiaroveggenza e che descrivono tali cose dalla chiaroveggenza ingenua, descrivono diversamente da come fanno gli uomini intellettuali. Ma gli uomini intellettuali allora non potranno mai comprendere correttamente tali spiriti.
Chi vuole farsi insegnare da questo, voglio dargli un’indicazione. Prendete dalla Reclam-schen Universal-Bibliothek il libro che è buono: il cosiddetto vecchio Schwegler, che i discenti una volta amavano usare prima dell’esame, ma che ora non è più usabile da quando l’anima è stata deposta. Anche se è stata disastrosamente “migliorata” da un redattore, tuttavia non è completamente denaturata.
È una storia della filosofia dal punto di vista hegeliano. Potete dunque prendere la “Storia della Filosofia” del vecchio Schwegler, e avrete una buona immagine di tutto ciò che concerne la filosofia antica; e anche se cercate in esso il capitolo sulla filosofia hegeliana, troverete tutto eccellentemente descritto.
Ma ora leggete il breve capitolo proprio su Jakob Böhme, e provate a farvi una giusta rappresentazione di quanto sia impotente un uomo che scrive una filosofia intellettuale di fronte a uno spirito come Jakob Böhme! Paracelsus egli ha, grazie a Dio, completamente omesso, perché altrimenti avrebbe scritto proposizioni molto brutte.
Ma leggete ciò che è scritto su Jakob Böhme. Lì Schwegler si imbatte in uno spirito a cui è sorta ingenuamente la capacità chiaroveggente - ora non l’immagine saturnina, ma la ripetizione dell’immagine saturnina, poiché questa si è ripetuta nel periodo terrestre. Si imbatte in uno spirito che non può fare altrimenti che descrivere con parole e immagini a cui l’intelletto non può arrivare.
Lì per l’uomo intellettuale cessa ogni comprensione. Non come se non si potessero affatto comprendere le cose: non si possono comprendere se si vuole rimanere sul punto di vista dell’intelletto ordinario e secco dei filosofi. Vedete, questo è precisamente l’importante, che ci eleviamo a quello per cui l’intelletto ordinario non è sufficiente.
Benché l’intelletto ordinario fornisca qualcosa di così eccellente come la “Storia della Filosofia” di Schwegler - infatti l’ho intenzionalmente chiamato un “libro buono” - è tuttavia un esempio di come un intelletto eccellente si fermi completamente di fronte a uno spirito come Jakob Böhme. Oggi abbiamo tentato, seguendo la considerazione dell’antico Saturno, di penetrare più interiormente in questa vecchia incarnazione planetaria della nostra Terra.
Faremo presto lo stesso con il sonnendasein e il mondendasein. Vedremo allora come giungiamo anche là a concetti che forse non ci sembreranno meno grandiosi di quando retrocediamo con la presentazione al vecchio stato saturnino, e nella presentazione sorgono in noi i Troni che si sacrificano davanti ai Cherubini, che creano gli esseri del tempo come risultati del sacrificio.
Poiché il tempo è un risultato del sacrificio, e nasce inizialmente come tempo vivente, come una creatura del sacrificio. Allora vedremo come tutte queste cose cambiano sulla Sonne e come ci si presenteranno altri processi grandiosi dell’esistenza del mondo quando passeremo da Saturno al Sole e poi al mondendasein.
Dalle nostre ultime discussioni avrete potuto rilevare che descrivere gli stati precedenti del nostro sviluppo cosmico, quelli ancora anteriori all’origine della nostra terra stessa, presenta straordinarie difficoltà. Abbiamo infatti osservato che dobbiamo dapprima formarci i concetti e le idee per mezzo di che pervenire a condizioni così estranee e lontane dello sviluppo mondiale. Ho già segnalato che una descrizione di questo genere, quale quella che mi permetto di offrire nella «Scienza occulta» a proposito dell’antico Saturno e degli stati di incarnazione planetaria successivi della nostra terra, non è soltanto incompleta. In certo senso essa deve necessariamente limitarsi — per evitare di turbare troppo profondamente il pubblico a cui il libro è destinato — a rivestire in immagini, desunte da ciò che è prossimo e consueto, ciò che costituisce il cuore della questione. Così, evidentemente, non si fornisce una descrizione inesatta, ma se ne fornisce una profondamente immersa in Maya, in illusione. Occorre innanzitutto penetrare questa illusione per accedere progressivamente alla realtà sostanziale.
L’antico Saturno, per esempio, viene descritto — il che è pienamente esatto entro certi limiti — dicendo che era un corpo celeste costituito essenzialmente non dagli elementi a noi noti come terra, acqua e aria, bensì dal solo calore. Quando però parliamo di «spazio», si tratta di una rappresentazione puramente immaginativa: in precedenza abbiamo visto che nell’antico Saturno neppure il «tempo» esisteva effettivamente. Se dunque parliamo di spazio, anche questo è un aspetto meramente immaginativo. Lo spazio nell’antico Saturno non esisteva nel senso che noi intendiamo, e il tempo sorge per la prima volta con l’evoluzione saturnina. Quando retrocediamo all’antico Saturno, ci muoviamo nella sfera di un’eternità senza spazio: questa è la realtà.
Se davvero avessimo potuto entrare nello spazio dell’antico Saturno, non avremmo incontrato neppure una sostanza così sottile quale il gas: avremmo sperimentato soltanto calore e freddo in alternanza. In realtà, non ha senso parlare di passaggio da una regione dello spazio ad un’altra, giacché vigeva soltanto la sensazione della successione di stati più caldi e più freddi. Così il veggente, quando retrocede all’epoca saturnina, riceve l’impressione di stati di calore privi di spazio, che fluttuano ora in su ora in giù. Questo è tuttavia il velo esteriore della condizione saturnina. Infatti questo calore, o questo fuoco come lo chiamano gli occultisti, si è rivelato a noi nei suoi fondamenti spirituali: abbiamo osservato che azioni spirituali, attività spirituali, costituivano in verità ciò che realmente sussisteva nell’antico Saturno.
Ci siamo formati un’immagine di queste azioni spirituali che si compivano su Saturno. Abbiamo affermato che gli Spiriti della Volontà — i Troni — compivano sacrifici. Se dunque guardiamo a ciò che concretamente avveniva su Saturno, percepiamo i Cherubini e i sacrifici che fluiscono dai Troni. I sacrifici fluiscono dai Troni verso i Cherubini: sono precisamente questi atti sacrificali che, osservati dal di fuori, si manifestano come calore. Gli stati di calore sono l’espressione esterna fisica, anzi l’espressione esterna sensibile, del sacrificio. Dovunque nella realtà percepiamo calore, il calore rappresenta l’espressione esterna di ciò che rimane celato dietro il calore stesso. Il calore è illusione: dietro di esso stanno gli atti sacrificali di entità spirituali.
Per caratterizzare il calore nella sua verità, dobbiamo pertanto affermare: il calore cosmico è la manifestazione del sacrificio cosmico, delle azioni sacrificali cosmiche.
Abbiamo inoltre osservato che da questo atto sacrificale, che i Troni offrono ai Cherubini, nasce — anche se devo segnalare che il termine stesso è in qualche modo anacronistico — ciò che noi chiamiamo «tempo». Allora però il tempo non era ancora il «prima o dopo», non era quell’astrazione che il nostro pensiero contemporaneo percepisce. Era piuttosto una molteplicità di entità spirituali: questi erano gli Spiriti della Personalità, che abbiamo imparato a riconoscere come gli Spiriti del Tempo. Gli Spiriti del Tempo costituiscono l’antico tempo reale: sono i figli dei Troni e dei Cherubini. Le condizioni per mezzo del che le entità temporali sorgono nell’antico Saturno sono dunque gli atti sacrificali.
Se affermiamo che l’antico Saturno sussiste nel calore, per ottenere una comprensione genuina di ciò che è celato non dobbiamo appropriarci solamente concetti fisici esterni — poiché il «calore» è un concetto fisico — bensì concetti che possiamo acquisire soltanto dalla vita dell’anima stessa, dalla vita spirituale morale della nostra anima. Nessuno può comprendere che cosa sia il calore se non è in grado di formarsi una rappresentazione di quella dedizione sacrificale capace di donare non soltanto ciò che uno possiede e ha, ma la stessa essenza di sé. La consacrazione del proprio essere, l’auto-annullamento dell’essenza propria, concepito spiritualmente così da pensare simultaneamente di essere disponibile a offrire il meglio nostro al bene del cosmo: non per conservare per sé il meglio, ma per offrirlo volentieri sull’altare del mondo intero. Comprendere questo come un pensiero vitale, permeare l’anima di questo sentimento, conduce gradualmente a capire ciò che si cela dietro il fenomeno del calore.
Riflettiamo su ciò che nella vita contemporanea si associa al concetto di sacrificio: non possiamo davvero immaginare che colui che sacrifica consapevolmente lo faccia mai contro la sua volontà. Se qualcuno sacrifica controvoglia, deve essere costretto da qualche ragione esteriore: deve vigere costrizione. In questo caso però non avremmo a che fare con ciò che qui intendiamo significare. Qui intendiamo il sacrificio che scaturisce naturalmente dall’essenza di chi offre. Se qualcuno offre non perché spinto da qualche ragione esteriore, non perché spera di ricavarne vantaggio, bensì perché sente che dall’intimo di sé lo spinge a offrire, allora è impensabile che egli sperimenti una sensazione diversa da questa: il calore interiore della beatitudine.
Se sentiamo l’anima pervasa da questo calore interiore di beatitudine spirituale, abbiamo già espresso ciò che non possiamo designare diversamente che così: colui che sacrifica sente se stesso saturo di calore, pervaso di beatitudine. Qui appare possibile per noi stessi avvertire come la fiamma sacrificale possa incontrarci nella Maya della calore cosmico esteriore. Colui che veramente comprende il calore è solo chi riesce a concepire il seguente pensiero: ogni volta che il calore si manifesta nel mondo, vi è alla base, in qualche forma, uno spirituale-psichico che sta dietro il calore e lo genera attraverso la beatitudine del sacrificio. Chi sente il calore in questo modo giunge gradualmente a quella realtà che si cela dietro il fenomeno del calore, dietro l’illusione del calore stesso.
Se ora vogliamo progredire dall’antico Saturno all’antico Sole, dobbiamo dapprima formaci un concetto appropriato mediante cui farci un’immagine della sostanza dell’antico Sole — non del Sole attuale. Quanto leggiamo nella «Scienza occulta»: l’antico Sole ha formato il calore, e vi ha aggiunto aria e luce — anche questo è soltanto espresso attraverso manifestazioni esteriori. Come dietro il calore cerchiamo la fiamma sacrificale degli Spiriti della Volontà, così dietro l’aria e la luce dobbiamo cercare qualcosa di morale se vogliamo intendere l’aria e la luce che sulla Sonne antica si aggiungono al calore.
Possiamo formaci un’idea, una rappresentazione, una sensazione di ciò che aria e luce rappresentavano sull’antico Sole soltanto tenendoci a qualcosa che è possibile vivere spiritualmente e psichicamente in noi stessi.
Esiste un’esperienza che possiamo descrivere nel modo seguente come esperienza dell’anima. Immaginiamo che un qualunque uomo assista a un vero e genuino atto sacrificale, oppure che si rappresenti mentalmente — come abbiamo descritto nell’ultima considerazione dell’antico Saturno — l’atto sacrificale dei Troni che inviano i loro sacrifici ai Cherubini, in modo che l’uomo ne venisse commosso dall’immagine del sacrificio beatificante che contempla e che renderebbe vivida la sua anima. Che cosa proverebbe l’anima nostra mediante la vista dell’essere che sacrifica, oppure mediante l’immagine che rendiamo viva nella nostra anima in tutta sincerità? Se quest’uomo possiede sentimenti autentici, se non rimane più o meno indifferente di fronte alla beatitudine sacrificale, deve provare una commozione profonda dinanzi all’immagine sacrificale. Nella sua anima deve sperimentare: questo è l’azione più bella, l’esperienza più sublime che possa scaturire dalla nostra anima, contemplare la beatitudine sacrificale! Tale sentimento è di tale portata che si dovrebbe essere insensibili come un pezzo di legno se non sorgesse nell’anima il desiderio di venerare con massima reverenza ciò che è il sacrificio beatificante, se non se ne potesse imparare la disposizione dell’abbandono totale.
L’abbandono! — L’atto sacrificale è dedizione attiva, dedizione che si trasforma in azione. La contemplazione dell’atto attivo, del donarsi operoso, può generare la disposizione della resa, dello smarrimento di sé, del perdersi nella contemplazione. Immaginiamo questa disposizione della resa non-egoica, completamente versata nell’anima nella contemplazione: allora possediamo, con questa disposizione, proprio ciò che dovrebbe farsi più prossimo per la nostra comprensione, poiché senza una siffatta disposizione, almeno senza un presentimento e un’eco di una siffatta disposizione, non potremmo mai veramente pervenire a ciò che la conoscenza superiore ci offre.
Chi non è mai capace di sperimentare questa disposizione della resa, non può salire a più alte comprensioni. Quale sarebbe infatti il contrario di questa disposizione? Sarebbe la propria volontà, l’affermazione della propria volontà. Questi sono come due poli della vita dell’anima: l’abbandono dedito a ciò che si contempla, e l’affermazione egoistico-volontaria di ciò che è in noi. Questi sono due grandi contrari. Per la vera conoscenza, per la penetrazione della saggezza, la propria volontà è mortale. Nella vita ordinaria si conosce la propria volontà soltanto come pregiudizio, e i pregiudizi distruggono sempre la consapevolezza superiore.
Questa resa di cui qui si parla deve essere intesa come intensificata, poiché soltanto attraverso questa resa intensificata l’uomo può elevarsi verso i mondi superiori. Deve poter vivere almeno come disposizione questo smarrimento di sé. Per questo deve essere ribadito sempre e ancora una volta che non perveniamo mai a una conoscenza superiore se operiamo come fa la scienza ordinaria o il pensiero quotidiano. Rendiamoci chiari: come operano la scienza ordinaria e il pensiero quotidiano? Operano dalla volontà ordinaria dell’uomo, attraverso tutto ciò che ha generato l’egoismo: attraverso i sentimenti, le emozioni e le rappresentazioni ereditate o inculcate. Su questo ci si può ingannare molto facilmente; questi inganni sono comuni. Capita ad esempio che persone affermino: Si suppone che io accolga una qualche scienza quale è offerta nella scienza spirituale, ma io non voglio accogliere se non ciò che corrisponde a ciò che già posso pensare, non voglio accogliere nulla senza averlo prima esaminato! — Certamente, nulla deve essere accolto senza esame critico. Ma se a tutto opponiamo soltanto noi stessi, se accogliamo soltanto ciò che già conosciamo — così non facciamo alcun passo avanti!
Colui che vuole diventare veggente non dirà mai che non accoglierà se non ciò che ha preventivamente esaminato, bensì deve divenire completamente libero da ogni egotismo e deve attendere tutto da ciò che dal mondo si avvicina a lui, e che non può essere designato diversamente che con la parola «grazia». Egli attende tutto dalla grazia che illumina. Infatti, come si acquisisce la conoscenza veggente? Soltanto riuscendo a escludere tutto ciò che si è mai imparato. Ordinariamente l’uomo pensa: Io ho il mio proprio giudizio. Ma dovrebbe dirsi: Esso consiste soltanto nel riproporre ciò che i tuoi antenati hanno pensato, ovvero ciò che i tuoi impulsi suscitano, e così via.
Quando si procede verso il vero occultismo, si deve accettare come verità fondamentale che tutto ciò che sappiamo non è in realtà nostro, bensì ci è stato inculcato; che non possediamo alcun giudizio proprio nel vero significato della parola. Questa comprensione è il primo passo verso la conoscenza superiore. Solo quando un uomo comprende profondamente che tutto ciò che sa non è suo, che tutto questo gli è stato comunicato, solo allora può cominciare il vero addestramento della conoscenza occulta. Infatti, se uno rimane nella fissazione del suo giudizio ordinario, continua a essere schiavo dei pregiudizi, e questi distruggono invariabilmente la vera conoscenza. Perciò il primo passo — e questo non è un passo banale — è il riconoscimento dell’inadeguatezza dei giudizi ordinari. Solamente colui che prima ha fatto totalmente suo questo riconoscimento può divenire un vero ricercatore della verità superiore.
Ora ritorniamo ai mondi spirituali che osserviamo mediante una tale predisposizione interiore. Abbiamo detto: dietro il calore dell’antico Saturno agiscono i sacrifici dei Troni. Dietro l’aria e la luce dell’antico Sole, quali forze cosmiche, quale entità deve agire? Dobbiamo chiarire questo punto. Infatti, se dietro il calore stanno gli atti sacrificali dei Troni, allora dietro l’aria e la luce deve stare un’azione spirituale di entità superiori di natura diversa. Dietro l’aria e la luce dell’antico Sole deve trovarsi la saggezza, ma la saggezza non come astrazione, bensì quale forza vivente. La saggezza, quando funge da forza cosmica creatrice, quando si manifesta quale forza attiva nel cosmo, noi la designiamo come «Sophia» in certo senso, oppure come saggezza divina che opera nel cosmo.
Sulla Sonne antica la saggezza — non quale semplice rappresentazione astratta, bensì quale realtà vivente — opera creatrice nel cosmo attraverso le sue gerarchie superiori, in particolare attraverso i Serafini. I Serafini sono i creatori della saggezza cosmica. Quella che nella nostra epoca sorge davanti a noi quale aria e quale luce nell’antico Sole, è la manifestazione esterna della saggezza dei Serafini. I Serafini sono gli Spiriti dell’Amore cosmico, sono coloro che riversano la loro saggezza amorosa nel cosmo. Così come i Troni, i Geni della Volontà, mediante i loro sacrifici creano il calore, i Serafini mediante la loro saggezza amorosa creano aria e luce.
Dunque, quando contempliamo la saggezza che opera nel cosmo, abbiamo di fronte l’amore — non l’amore ordinario, sentimentale, bensì l’amore quale forza cosmica attiva. Dietro ogni manifestazione di saggezza nel cosmo sta l’amore: è l’espressione di amore. Se nella nostra epoca scorgiamo la luce nella natura, è perché vi si manifesta la saggezza; e questa saggezza è amore, è amore divino che opera creativamente nel cosmo. Infatti, l’amore è l’unica realtà dietro alla saggezza cosmica, così come il sacrificio è la realtà dietro al calore.
Riflettendo su questo: quando desideriamo veramente penetrare la realtà superiore della saggezza cosmica, dobbiamo sviluppare in noi stessi questa qualità che è l’amore. Non l’amore ordinario e limitato, bensì un amore che contenga in sé lo stesso carattere dell’amore che agisce nei Serafini. Come dunque l’uomo deve sviluppare in sé la capacità di sacrificio per comprendere il calore, così egli deve sviluppare in sé una qualità analoga all’amore cosmico per penetrare la luce e l’aria.
Ricordate quello che abbiamo detto: l’amore che si manifesta quale saggezza è fondamentalmente diverso dall’amore ordinario umano. Esso è amore nel significato più alto: è il dono di sé, è l’effusione completa del sé in beneficio di altri, è la dedizione al bene dell’universo. Chi non sviluppa questa qualità non può penetrare i misteri della saggezza cosmica. Perciò, quando la scienza spirituale parla dell’amore quale fondamento della saggezza, non intende questo amore sentimentale ordinario: intende l’amore quale principio cosmico, quale realtà creatrice nel mondo spirituale.
Proseguendo nella meditazione su questi mondi, noi scopriamo che vi è una progressione: dagli Spiriti della Volontà — i Troni — agli Spiriti dell’Amore — i Serafini. Da sacrificio a saggezza. Da calore a luce. Ogni fase della manifestazione cosmica corrisponde a una qualità spirituale che l’uomo deve sviluppare per comprenderla. Questo è il significato profondo della ricerca occulta: non è semplicemente acquisire conoscenze astratte, bensì trasformare la propria natura interiore in modo che essa corrisponda alle realtà spirituali che desideriamo comprendere.
Questa è la sola via per accedere ai mondi superiori: il lavoro su di sé, la trasformazione dell’anima, lo sviluppo di quelle qualità — sacrificio, amore, dedizione, abbandono dell’ego — che sono la stessa sostanza dei mondi spirituali. Non vi è scorciatoia. Non vi è metodo che non richieda questa preparazione morale e spirituale. Chiunque cerchi di giungere alla conoscenza superiore per altri motivi, chiunque non sia disposto a questo lavoro interiore, non potrà mai veramente progredire. Infatti, la conoscenza superiore non è semplice informazione: è una trasformazione dell’essere stesso.
Ora, quando seguiamo questi insegnamenti con vera disposizione, cominciamo a percepire come l’intero cosmo non sia freddo, morto, meccanico, bensì vivente, permeato di scopo morale, pieno di amore e saggezza. Ogni atomo, ogni forza nel cosmo è l’espressione di una realtà spirituale superiore. Il calore è sacrificio, la luce è amore. La materia stessa è lo specchio del divino.
Questa consapevolezza trasforma il nostro rapporto con il mondo. Non lo vediamo più come una macchina priva di significato, bensì come un organismo spirituale vivente. Non gli uomini soltanto, ma ogni creatura, ogni elemento, ogni forza partecipa di questo dramma cosmico di sacrificio, amore e creazione. In questa visione, l’individuo umano scopre il significato della propria esistenza: siamo parte di questo cosmo vivente, siamo strumenti attraverso cui le forze cosmiche continuano la loro opera di creazione e trasformazione. Ogni azione consapevole nostra, ogni sacrificio autentico, ogni atto di vera dedizione ripete nel microcosmo ciò che accade nel macrocosmo.
Ritornando alla nostra considerazione iniziale: quando comprendiamo il calore come sacrificio, non si tratta di una comprensione puramente intellettuale, bensì di una consapevolezza che si radica nel sentimento, nel cuore. Analogamente, quando comprendiamo la luce come manifestazione dell’amore divino, non è semplicemente un concetto, bensì una realtà che avvertiamo e che comincia a permeare la nostra intera natura. Questo è il primo significato della frase che abbiamo ripetuto: la vera conoscenza occulta richiede trasformazione dell’anima.
Quando dunque lo studioso di scienza spirituale prende in considerazione i mondi superiori, deve avere costantemente davanti a sé questa esigenza fondamentale. Non si avvicini con la curiosità vana, non con la ricerca di poteri straordinari o di conoscenze esotiche. Si avvicini con l’atteggiamento del servitore devoto, con la disposizione a offrire interamente sé stesso al servizio della verità. Solo così il cosmo spirituale si rivela. Solo così comincia la vera illuminazione.
Questo è il primo insegnamento che la ricerca occulta trasmette a chi si avvicini con retta intenzione. E benché sembri esigenza severa e gravosa, essa è in realtà la massima benedizione. Infatti, nel momento in cui inizia questa trasformazione, l’uomo scopre una gioia, una pace, una pienezza che il mondo ordinario non conosce. Scopre che il vero possesso non consiste nel trattenere per sé, bensì nel donare; che la vera felicità non si trova nell’affermazione dell’ego, bensì nella sua dissoluzione nell’infinito. In questa via egli scopre se stesso — il vero sé che non è limitato al corpo fisico, bensì è uno con il cosmo intero.
Se ora vogliamo progredire dall’antico Saturno all’antico Sole, dobbiamo dapprima formarci un concetto appropriato mediante cui farci un’immagine della sostanza dell’antico Sole — non del Sole attuale. Quanto leggiamo nella «Scienza occulta»: l’antico Sole ha formato il calore, e vi ha aggiunto aria e luce — anche questo è soltanto espresso attraverso manifestazioni esteriori. Come dietro il calore cerchiamo la fiamma sacrificale degli Spiriti della Volontà, così dietro l’aria e la luce dobbiamo cercare qualcosa di morale, se vogliamo intendere l’aria e la luce che sull’antico Sole si aggiungono al calore.
Possiamo formarci un’idea, una rappresentazione, una sensazione di ciò che aria e luce rappresentavano sull’antico Sole soltanto attenendoci a qualcosa che è possibile vivere spiritualmente e psichicamente in noi stessi. Esiste un’esperienza che possiamo descrivere come esperienza dell’anima. Immaginiamo che un qualunque uomo assista a un vero e genuino atto sacrificale, oppure che si rappresenti mentalmente — come abbiamo descritto nell’ultima considerazione dell’antico Saturno — l’atto sacrificale dei Troni che inviano i loro sacrifici ai Cherubini, e che ne venga commosso dall’immagine del sacrificio beatificante che contempla e che renderebbe vivida la sua anima. Che cosa proverebbe l’anima nostra mediante la vista dell’essere che sacrifica, oppure mediante l’immagine che rendiamo viva nella nostra anima in tutta sincerità?
Se quest’uomo possiede sentimenti autentici, se non rimane più o meno indifferente di fronte alla beatitudine sacrificale, deve provare una commozione profonda dinanzi all’immagine sacrificale. Nella sua anima deve sperimentare: questo è l’azione più bella, l’esperienza più sublime che possa scaturire dalla nostra anima, contemplare la beatitudine sacrificale! Tale sentimento è di tale portata che si dovrebbe essere insensibili come un pezzo di legno se non sorgesse nell’anima il desiderio di venerare con massima reverenza ciò che è il sacrificio beatificante.
Se non se ne potesse imparare la disposizione dell’abbandono totale! L’abbandono! — L’atto sacrificale è dedizione attiva, dedizione che si trasforma in azione. La contemplazione dell’atto attivo, del donarsi operoso, può generare la disposizione della resa, dello smarrimento di sé, del perdersi nella contemplazione. Immaginiamo questa disposizione della resa non-egoica, completamente versata nell’anima nella contemplazione: allora possediamo con questa disposizione proprio ciò che dovrebbe farsi più prossimo per la nostra comprensione.
Senza una siffatta disposizione, almeno senza un presentimento e un’eco di una siffatta disposizione, non potremmo mai veramente pervenire a ciò che la conoscenza superiore ci offre. Chi non è mai capace di sperimentare questa disposizione della resa non può salire a più alte comprensioni. Quale sarebbe infatti il contrario di questa disposizione? Sarebbe la propria volontà, l’affermazione della propria volontà. Questi sono come due poli della vita dell’anima: l’abbandono dedito a ciò che si contempla, e l’affermazione egoistico-volontaria di ciò che è in noi.
Questi sono due grandi contrari. Per la vera conoscenza, per la penetrazione della saggezza, la propria volontà è mortale. Nella vita ordinaria si conosce la propria volontà soltanto come pregiudizio, e i pregiudizi distruggono sempre la consapevolezza superiore. Questa resa di cui qui si parla deve essere intesa come intensificata, poiché soltanto attraverso questa resa intensificata l’uomo può elevarsi verso i mondi superiori. Deve poter vivere almeno come disposizione questo smarrimento di sé.
Per questo deve essere ribadito sempre e ancora una volta che non perveniamo mai a una conoscenza superiore se operiamo come fa la scienza ordinaria o il pensiero quotidiano. Come operano la scienza ordinaria e il pensiero quotidiano? Operano dalla volontà ordinaria dell’uomo, attraverso tutto ciò che ha generato l’egoismo: attraverso i sentimenti, le emozioni e le rappresentazioni ereditate o inculcate.
Su questo ci si può ingannare molto facilmente; questi inganni sono comuni. Capita ad esempio che persone affermino: si suppone che io accolga una qualche scienza quale è offerta nella scienza spirituale, ma io non voglio accogliere se non ciò che corrisponde a ciò che già posso pensare, non voglio accogliere nulla senza averlo prima esaminato! — Certamente, nulla deve essere accolto senza esame critico. Ma se a tutto opponiamo soltanto noi stessi, se accogliamo soltanto ciò che già conosciamo, così non facciamo alcun passo avanti!
Colui che vuole diventare veggente non dirà mai che non accoglierà se non ciò che ha preventivamente esaminato, bensì deve divenire completamente libero da ogni egotismo e deve attendere tutto da ciò che dal mondo si avvicina a lui, e che non può essere designato diversamente che con la parola «grazia». Egli attende tutto dalla grazia che illumina. Infatti, come si acquisisce la conoscenza veggente? Soltanto riuscendo a escludere tutto ciò che si è mai imparato.
Ordinariamente l’uomo pensa: io ho il mio proprio giudizio. Ma dovrebbe dirsi: esso consiste soltanto nel riproporre ciò che i tuoi antenati hanno pensato, ovvero ciò che i tuoi impulsi suscitano, e così via. Infatti, non si tratta di giudizi personali propri; e coloro che affermano con più forza i loro giudizi personali non sanno neppure come siano condotti in schiavitù dai loro pregiudizi, come fossero legati a un filo invisibile.
Tutto questo deve scomparire se vogliamo salire a più alti insegnamenti. L’anima deve divenire vuota e saper attendere con serenità ciò che può fluirvi dalla realtà senza spazio e senza tempo, dalla sfera ignota e segreta del mondo. Non dobbiamo mai credere di poter strappare a noi stessi la conoscenza veggente, bensì soltanto di potere coltivare in noi quella disposizione per mezzo della quale accogliamo come dono, come rivelazione, come illuminazione, ciò che il mondo spirituale ci offre.
Non possiamo attenderci diversamente che dalla grazia che si avvicina a noi e che ci dona ciò che deve giungerci. Come dunque si manifesta una siffatta conoscenza? Come si rivela a noi ciò che si avvicina allorquando ci siamo sufficientemente preparati? Si rivela come l’esperienza di una benedizione, del dono che il mondo spirituale ci fa. Se volessimo designare ciò che si avvicina a noi — che sia un’entità ovvero qualcos’altro — allorquando si avvicina con benevolenza e riversando in noi la conoscenza, potremmo solamente usare l’espressione: è grazia, è dono, è offerta.
Comprendiamo la natura di un essere la cui caratteristica principale fosse questa: essere un benefattore, un donatore, un offerente. Un tale essere, la cui nota dominante fosse lo spargere benedizioni, lo versare generosità — immaginiamo che per giungere a questa possibilità di beneficare avesse bisogno del contemplare il sacrificio dei Troni ai Cherubini! Immaginiamoci che accanto a ciò che accade quando i Troni offrono ai Cherubini si presenti un essere che, mosso da questo spettacolo, diventi un donatore, un versatore di benedizioni tutt’intorno a sé.
Rappresentiamoci bene questo. Pensiamo di contemplare una rosa e di esserne incantati, di provare dunque il sentimento di qualcosa di beatificante di fronte a ciò che chiamiamo «bello». Immaginiamo che un altro essere, mosso dalla visione di ciò che è stato descritto come il sacrificio dei Troni ai Cherubini, fosse spinto a elargire tutto ciò che possiede, a versare benedizioni nel mondo: ebbene, avremmo così descritto quegli esseri di cui la «Scienza occulta» parla come gli «Spiriti della Saggezza», che sull’antico Sole si aggiungono agli esseri che abbiamo già conosciuto su Saturno.
Se dunque ci ponessimo la domanda: qual è il carattere degli Spiriti della Saggezza che apparvero sul Sole e si aggiunsero ai Geni saturnini? — Dovremmo rispondere: questi Spiriti hanno come loro nota caratteristica principale la virtù della generosità, della benedizione, del dono. — E se cercassimo un epiteto, dovremmo dire: essi sono gli Spiriti della Saggezza, i grandi elargitori, i grandi donatori dell’universo! — Come abbiamo detto dei Troni: i grandi sacrificatori —, così dobbiamo dire degli Spiriti della Saggezza: i grandi donatori, coloro che donano se stessi cosicché il dono, emanando da loro, permea e vivifica l’universo intero, fluendo nel cosmo e creandovi ordine.
Questa è l’azione sul Sole, l’opera degli Spiriti della Saggezza sul Sole. Essi fanno così: versano il loro stesso essere nei loro dintorni. E che cosa si presenta allo sguardo esteriore quando guardiamo e vogliamo percepire con una sensazione superiore ciò che accade sul Sole?
Quando l’osserviamo, è come è descritto nella «Scienza occulta»: il Sole consiste oltre che di calore, anche di aria e luce. Ma quando diciamo che il Sole consiste, oltre che di calore, di aria e luce, è come se qualcuno dicesse: vedo da lontano una nuvola grigia — e se come pittore dipingesse l’impressione che riceve, dipingerebbe una tale nuvola grigia. Ma se si avvicinasse, forse al posto della nuvola grigia troverebbe uno sciame di insetti. In realtà, ciò che prendeva per una nuvola grigia è una moltitudine di creature viventi.
In modo analogo noi osserviamo l’antico Sole da lontano: guardandolo dalla distanza, appare come l’illusione di un corpo d’aria e di luce. Ma se lo consideriamo più da vicino, non abbiamo più un corpo d’aria e di luce, bensì esso appare come la grande virtù donatrice degli Spiriti della Saggezza. E nessuno conosce veramente l’aria se la descrive solamente secondo le sue proprietà esterne, fisiche. Quello è soltanto Maya, illusione, è solamente la rivelazione esterna. Infatti, dovunque nel mondo sia aria, dietro vi agiscono le azioni degli Spiriti della Saggezza donatori. L’aria che fluisce e agisce è manifestazione della virtù donatrice degli Spiriti della Saggezza del Macrocosmo. E solo colui vede veramente l’aria, che si dice: percepiamo qui l’aria, ma in verità essa è versata dagli Spiriti della Saggezza nei loro dintorni, è qualcosa che si irradia nei dintorni.
Ora sappiamo che cosa è in realtà ciò che abbiamo descritto dell’antico Sole, quando dicemmo che consiste d’aria. Sappiamo ora che è dono: che gli Spiriti della Saggezza versano il loro stesso essere e che esteriormente esso appare come aria. Ma una cosa straordinaria accadde allora sul Sole antico, quale si presenta al veggente. Dobbiamo chiarirci come possiamo ottenere una comprensione ancora più precisa di questa virtù donatrice dalla nostra stessa vita dell’anima.
Per questo rappresentiamoci quel sentimento che possiamo provare quando, dalla disposizione di abbandono or descritta, ci pervade una conoscenza, un’idea. Di un’idea che così ci sopraggiunge, abbiamo sempre una determinata sensazione. Tale idea non è scientifica; la migliore sensazione la si prova ancora quando consideriamo l’artistico, dove l’idea ha l’impulso a dominare, ad esempio, il colore o la forma in qualche modo, dunque a fluire nel mondo in modo che abbia donato al mondo un’esistenza indipendente. L’essenza di tale facoltà donatrice è caratterizzata dicendo che essa è connessa con la produttività, con la creatività, poiché questo dono è stesso creativo.
Chi ha un’idea di cui sente che può giovare al bene del mondo e che si esprime in opere d’arte e così via, costui ha un concetto giusto di questa produttività della virtù donatrice. Questo è ciò che come aria permea il Sole. Se pensiamo all’idea creatrice nella mente dell’artista, come si inserisce nella materia — prescindendo da tutto il resto —, allora questo è l’essere spirituale dell’aria. Dovunque sia aria abbiamo a che fare con qualcosa di simile.
Ma poiché questa produttività vivente esisteva sul Sole antico, risultò il seguente fatto. Teniamo fisso che sul Saturno antico erano già nati i Geni del Tempo, e dunque sul Sole poteva già esservi il «tempo», poiché questo era venuto da Saturno. Il tempo è là. Quindi esiste sul Sole antico la possibilità, che non c’era stata sul Saturno antico, che un tale dono si verificasse. Pensiamo un poco: che cosa sarebbe un dono se non ci fosse il tempo? Allora non si potrebbe donare, poiché il dono consiste nel dare e nel ricevere. Senza il secondo il dono non è concepibile.
Dunque il dono deve consistere di due atti: dare e ricevere, altrimenti il dono non ha scopo. Sul Sole antico il dare e il ricevere stanno in modo straordinario uno di fronte all’altro. Cioè, poiché ora il tempo è già presente, il dono che viene offerto sul Sole antico ai suoi dintorni viene preservato nel tempo, quasi conservato nel tempo, sicché gli Spiriti della Saggezza versano il loro dono, e poi esso rimane nel tempo. Ma allora deve intervenire qualcosa che lo riceva. Questo agisce in relazione agli Spiriti della Saggezza in un momento successivo. Così che gli Spiriti della Saggezza danno in un momento anteriore, e ciò che necessariamente deve accompagnarsi come il ricevere, interviene in un momento posteriore.
Possiamo avere una rappresentazione corretta di questo solo se poniamo di nuovo come base il nostro stesso vissuto dell’anima. Immaginate di sforzarvi di comprendere qualcosa, o di formare un qualche pensiero. Ora avete formato questo pensiero. Domani vi raccogliete, rendete pura la vostra mente, sicché tutto quello che avete formato come pensiero ieri possa ritornare nella vostra mente. Allora quello che è stato formato ieri è stato accolto da voi oggi.
Così è sul Sole antico: ciò che è donato in precedenza rimane conservato per un momento posteriore ed è accolto successivamente. Che cosa è dunque questo ricevere? È anche sul Sole antico un atto, un evento, che si distingue dall’altro evento solo in questo: che è posteriore. Il dare viene agli Spiriti della Saggezza. Chi riceve dunque? Affinché qualcuno possa ricevere, prima deve esserci qualcuno. Nello stesso modo come attraverso un atto di generazione, a saber, dai sacrifici dei Troni ai Cherubini, nascono i Geni del Tempo su Saturno, così nascono dal dono ai mondi da parte degli Spiriti della Saggezza sul Sole quegli spiriti che noi chiamiamo gli Arcangeli: gli Archangeloi.
Essi sul Sole antico sono i riceventi. Ma essi ricevono in un modo molto speciale, cioè in modo che ciò che ricevono come dono dagli Spiriti della Saggezza non lo conservano per sé, bensì lo riflettono indietro, come lo specchio riflette la vostra immagine. Così gli Arcangeli sul Sole hanno il compito di raccogliere in un momento posteriore quello che è stato donato in un momento anteriore, sicché in un momento posteriore sia ancora presente e sia riflesso indietro dagli Arcangeli.
Abbiamo dunque sul Sole un atto di dono più antico e una ricezione più tarda; ma questa ricezione è come riflessione di ciò che era in un tempo anteriore. Pensate che la Terra non fosse come è ora, ma che accadesse ciò che segue: che in un momento presente potesse essere riflesso ciò che è accaduto in un momento anteriore. Ora sappiamo però che una cosa del genere accade veramente. Viviamo ora nel quinto periodo di cultura postatlantidico; allora sono riflessi gli eventi del terzo periodo di cultura postatlantidico, l’antico tempo egizio-caldaico.
Quello che prima era presente è ora colto di nuovo e risplende di nuovo. Questo è una specie di ripetizione del dare e ricevere sul Sole antico. Così abbiamo davanti agli Spiriti della Saggezza, che nei tempi solari più antichi sono i donatori, gli Arcangeli come i ricevitori. Questo produce qualcosa di molto particolare, che potete concepire correttamente solo se vi immaginate un’immagine di una sfera internamente chiusa, dal cui centro è irradiato qualcosa che è donato; ciò è irradiato fino alla periferia e di là è riflesso di nuovo al centro.
Sulla superficie, all’interno della sfera, gli Arcangeli sono posizionati, e lo riflettono indietro. All’esterno non avete bisogno di immaginarvi nulla. — Abbiamo dunque a che fare con qualcosa che parte da un centro, con quello che viene dagli Spiriti della Saggezza: è irradiato in tutte le direzioni, è raccolto dagli Arcangeli e riflesso indietro.
Che cosa è allora ciò che è riflesso nello spazio, questo dono riflesso degli Spiriti della Saggezza? Che cosa è la saggezza irradiata in sé ricondotta indietro? — È la luce. E così gli Arcangeli sono contemporaneamente i creatori della luce. La luce non è affatto quello che appare nella nostra illusione esterna, ma dove appare la luce, abbiamo i doni riflessi degli Spiriti della Saggezza.
Gli esseri che dobbiamo presumere dovunque dietro la luce sono gli Arcangeli. Perciò dobbiamo dire: dietro il raggio di luce che ci colpisce fluttuante, stanno gli Archangeloi; ma che essi possano farci fluire luce dipende solo dal fatto che riflettono ciò che li colpisce, cioè la virtù donatrice degli Spiriti della Saggezza.
Così otteniamo un’immagine del Sole antico. Ci immaginiamo una specie di sede centrale dove è concentrato ciò che è venuto dal Saturno antico: gli atti sacrificali dei Troni verso i Cherubini, e immersi in questa visione di atti sacrificali, gli Spiriti della Saggezza. Dalla visione di questi atti sacrificali sono mossi a irradiare da sé ciò che è il loro stesso essere: saggezza fluente e ondeggiante come virtù donatrice. Ma questo, poiché è permeato dal tempo, è inviato e di nuovo rimandato indietro, sicché abbiamo una sfera, una sfera illuminata interiormente dalla virtù di riflesso. Infatti, dobbiamo pensare l’antico Sole non come luminoso all’esterno, ma come luminoso all’interno. Con questo è creato qualcosa di nuovo, che possiamo descrivere come segue. Immaginiamo questi Spiriti della Saggezza seduti al centro del Sole, immersi nella visione dei Troni sacrificanti e irradianti ciò che è il loro stesso essere, a causa della visione dei Troni sacrificanti; e nella loro essenza che irraggia ricevono indietro, riflesso loro da fuori, il loro essere irradiante, sicché lo ricevono di nuovo come luce.
Tutto è illuminato. Ma che cosa ricevono da coloro che riflettono nel ricevere? — Il loro stesso essere, quando l’hanno donato, divenne un dono al Macrocosmo, era il loro interno. Ora è riflesso indietro: il loro stesso essere si avvicina loro dall’esterno. Vedono il loro stesso interno distribuito in tutto il mondo e riflesso da fuori come luce, come l’immagine riflessa del loro stesso essere.
Interno ed esterno sono i due opposti che ora si presentano a noi. Quello che è anteriore e posteriore si trasforma, e diviene così trasformato in interno ed esterno. Lo «spazio» è nato! Attraverso la virtù donatrice degli Spiriti della Saggezza nasce lo spazio sul Sole antico. Prima lo «spazio» poteva avere solo un significato figurato. Ora abbiamo lo spazio, ma inizialmente solo in due dimensioni: ancora non sopra e sotto, ancora non destra e sinistra, ma solo esterno e interno. — In realtà questi due opposti sorgono già verso la fine del Saturno antico, ma si ripetono nella loro importanza reale, come spazio-creatori, sul Sole antico.
Se ora vogliamo ottenere di nuovo una rappresentazione di tutti questi processi nel modo in cui l’abbiamo fatto l’ultima volta, quando l’immagine dei Troni sacrificanti si presentava davanti alla nostra anima, generando i Geni del Tempo, allora non dipingeremo un corpo che consiste di luce, poiché verso l’esterno questa luce non si irradia ancora, esiste solo nella riflessione all’interno. Abbiamo a che fare con una sfera come spazio interno, al centro ripetendo dapprima l’immagine di Saturno: i Troni come Spiriti come inginocchiati davanti ai Cherubini, alle creature alate, sacrificanti il loro stesso essere; e aggiungendosi gli Spiriti della Saggezza, immersi nella visione del sacrificio.
Ora si può avere come visione come il fuoco che giace nel sacrificio si trasforma nell’abbandono degli Spiriti della Saggezza, sicché è sensibilmente rappresentato come fumo di sacrificio, come aria che sale dal sacrificio come fumo di sacrificio. E otteniamo un’immagine completa se ci immaginiamo: i Troni sacrificanti inginocchiati davanti ai Cherubini, e aggiungendosi al sacrificio come in una danza gli Spiriti della Saggezza, abbandonati nella loro disposizione a quello che vedono al centro del Sole nel sacrificio dei Troni; risvegliandosi così nella loro disposizione all’immagine del fumo di sacrificio che si diffonde in tutte le direzioni, che fluisce via, che alla fine si raccoglie dalle sue nuvole e crea le figure degli Arcangeli, che riflettono dalla periferia il dono del fumo di sacrificio come luce, illuminando l’interno del Sole, riconsegnando il dono degli Spiriti della Saggezza e creando così la sfera del Sole.
Essa consiste nel donare dal calore e dal fumo di sacrificio. Alla periferia esterna sono seduti gli Arcangeli, i creatori della luce, che riproducono in seguito ciò che in primo luogo è presente sul Sole; richiede tempo, ma allora ritorna come luce. Che cosa conservano dunque gli Arcangeli? Conservano ciò che era prima; i doni degli Spiriti della Saggezza che ricevono, li riflettono indietro. Ma ciò che nel tempo era, lo ridanno come spazio, e riflettendolo come spazio, ridanno ciò che essi stessi hanno ricevuto attraverso gli Archai, i Principi. Così sono gli Angeli dei Principi, poiché rendono efficaci nei tempi posteriori ciò che era in precedenza. Archangeloi, Messaggeri dei Principi sono essi!
È del tutto straordinario come da una vera conoscenza occulta questo termine emerga di nuovo, e noi consideriamo come questo termine ci raggiunga dalle tradizioni antichissime, attraverso la scuola del Dionigi l’Areopagita, che fu un discepolo di Paolo. È straordinario vedere come questo termine sia formulato cosicché, se lo ri-sviluppiamo indipendentemente da ciò che dice, risulta ciò che era. Questo deve riempirci della massima riverenza, e noi ci sentiamo allora connessi con le antiche scuole sacre della saggezza dell’iniziazione, della scienza dell’iniziazione, sicché sentiamo in certo modo come se questo Antico fluisse in noi, mentre l’afferriamo con comprensione, dopo esserci creati noi stessi la possibilità di accoglierlo indipendentemente dall’Antico.
Chi può sentire anche un poco il tono delle antiche espressioni, che ci sono state tramandate, senza che noi consideriamo queste espressioni, costui sente se stesso collocato nell’azione dei Geni dei Tempi attraverso lo spirito umano. È un modo straordinario di sentirsi connessi con l’intera evoluzione umana ciò che ne risulta; un sentirsi sicuri in queste cose.
La memoria dei Principi primordiali la conservano gli Arcangeli. Ma quello che era presente su uno qualunque dei pianeti si ripete in un tempo posteriore, con la particolarità che il posteriore aggiunge sempre altro ancora, sicché l’essenza del Sole in una certa misura ci si presenta di nuovo in quello che incontriamo sulla nostra Terra.
La rappresentazione intera, il sentimento intero che abbiamo potuto acquisire qui, che ci dà un’immagine dei Troni sacrificanti, dei Cherubini che ricevono i sacrifici, del calore che fluisce dal sacrificio, del fumo di sacrificio che si diffonde in modo aereo, della luce che è riflessa dagli Arcangeli, che conservano ciò che accadde nei Principi per i tempi posteriori: questo sentimento è qualcosa che può suscitare in noi una comprensione corretta di tutto ciò che è connesso con le creazioni che nascono da un tale sentimento.
Così abbiamo concepito su questo milieu, che ho appena descritto come milieu dell’anima, più spiritualmente ciò che abbiamo acquisito in precedenza da un’immagine più fisica. E ora vedremo che nasce da questo milieu ciò che sulla Terra apparve come l’essenza del Cristo; e comprenderemo solo ciò che viene portato sulla Terra attraverso l’essenza del Cristo se acquistiamo il concetto della virtù donatrice, della virtù che opera grazia nella sua riflessione nella luce dell’universo, nella sostanza interna del Solare, che è permeata e illuminata da questa luce.
Se eleviamo a immagine ciò che abbiamo appena descritto, e lo trasformiamo in immaginazione, e ci immaginiamo che tutto questo è portato da questo essere sulla Terra, e sulla Terra si svolge, allora potremo sentire ancora più profondamente l’essenza spirituale effettiva dell’Impulso del Cristo. Comprenderemo allora quale presentimento oscuro può vivere nell’anima umana allorquando questa anima umana, di fronte a una qualche rappresentazione, sente che ciò che appena è stato descritto può in un certo modo rinascere sulla Terra.
Immaginiamo che ciò che è stato appena descritto del Sole possa concentrarsi completamente nell’anima di un essere, possa torcersi insieme e portarsi via, per apparire di nuovo più tardi. E apparirebbe di nuovo sulla Terra e agirebbe cosicché, da ciò che è stato creato dall’atto sacrificale primordiale e dal fumo di sacrificio, dal tempo che crea luce e dalla virtù donatrice, trasmettesse l’estratto dell’operazione di grazia e lo rispecchierebbe dall’universo della beatitudine del calore, della gloria della luce.
Immaginiamo tutto questo concentrato in un’anima, che lo dà all’esistenza terrestre, e attorno a lui raccogliersi quelli che ora come esseri terrestri sono chiamati a rispecchiare di nuovo questo, a conservarlo per il resto dell’esistenza terrestre: nel mezzo colui che dal sacrificio e attraverso il sacrificio dona, attorno a lui quelli che dovrebbero riceverlo; connesso contemporaneamente a questo ciò che il sacrificio è, e tutto ciò che vi è connesso, quasi tradotto in esistenza terrestre. E d’altra parte la possibilità di distruggere questo sacrificio, sicché tutto ciò che può essere dato all’essere umano come operazione di grazia, può ugualmente essere accettato che rifiutato.
Immaginiamo tutto questo incorporato in un’intuizione, allora si può provare un tale sentimento di fronte all’«Ultima Cena» di Leonardo da Vinci: l’intero Sole con gli esseri sacrificanti, con gli esseri della virtù donatrice, con gli esseri della beatitudine del calore, della gloria della luce concepito spiritualmente — riflesso da coloro che sono scelti per conservare da tempi anteriori a tempi posteriori; preparato per la Terra per il fatto che può ugualmente essere rifiutato nel traditore.
L’essenza della Terra, in quanto l’essenza del Sole appare di nuovo sulla Terra, si può sentire così. E se questo non è sentito in modo esteriore, intellettuale, ma in modo veramente artistico, allora si è sentito qualcosa della forza effettivamente trainante in un’opera d’arte così grande, che in certo modo riproduce l’estratto dell’esistenza terrestre. E quando vedremo la prossima volta come dal milieu solare emerge il Cristo, allora comprenderemo ancora meglio ciò che è stato già spesso detto: se uno Spirito venisse da Marte sulla Terra e vedesse tutto ciò che non potrebbe comprendere, forse non capirebbe neppure un pezzo della Terra, ma comprenderebbe la vera missione della Terra se potesse far agire su di sé l’«Ultima Cena» di Leonardo da Vinci.
Allora un tale abitante di Marte potrebbe vedere come l’essenza solare deve essere segretamente nascosta nell’essenza terrestre, e tutto ciò di cui gli si dicesse che significa la Terra gli diventerebbe chiaro per mezzo di questo. Che la Terra significhi qualcosa, lo comprenderebbe, e saprebbe di che cosa si tratta sulla Terra.
Egli si direbbe: possono accadere sulla Terra altre cose, che hanno significato solo per un angolo dell’esistenza terrestre. Ma se questa azione potesse veramente essere rappresentata — l’azione che mi splende da questo in forma di colori, allorquando mantengo insieme la figura centrale con quelle circostanti — allora sento ciò che gli Spiriti della Saggezza hanno provato sul Sole, ciò che qui ci risuona di nuovo nella parola: «Questo fate in memoria di me!». La conservazione di ciò che è anteriore in ciò che è posteriore: questa parola diviene per noi veramente comprensibile solo quando la comprendiamo dall’intero contesto del divenire mondiale che abbiamo ora conosciuto. — Volevo soltanto indicare come un’azione artistica di prima grandezza sia così collegata all’intero divenire del mondo.
La prossima volta sarà nostro compito comprendere l’essenza del Cristo dall’essenza spirituale del Sole, per poi passare all’essenza spirituale della Luna.
Nelle due considerazioni precedenti qui abbiamo tentato di offrire il chiarimento su come dietro a tutto il materiale e il sostanziale del nostro apparire fenomenico del mondo sia da cercare lo spirituale. Abbiamo tentato, dapprima, di caratterizzare lo spirituale che si cela dietro i fenomeni del calore, e poi dietro i fenomeni dell’aria che scorre. Poiché per offrire tali caratterizzazioni eravamo costretti a risalire a epoche remotissime del nostro sviluppo, nella descrizione di quelle condizioni spirituali che stanno a fondamento del materiale, dovemmo guardare nella nostra stessa vita dell’anima. È infatti necessario che da qualche parte si prendano le rappresentazioni con cui si caratterizza qualcosa. Le sole parole non bastano; abbiamo bisogno di rappresentazioni ben determinate.
Abbiamo visto che le condizioni spirituali a cui dobbiamo riferirci stanno in parte così lontane da tutto ciò che l’uomo presente vive, da tutto ciò che l’uomo presente può conoscere, che noi stessi nella nostra vita dell’anima, nella nostra stessa vita dello spirito, dovemmo fare appello a stati rari, a condizioni per nulla comuni. Abbiamo visto che la più profonda essenza di tutte le condizioni di calore e di fuoco dovemmo cercarla ben lontano da ciò che esteriormente è fuoco fisico o calore.
Certo, all’uomo dei giorni nostri deve sembrare assai strano se come essenza di tutte le condizioni di fuoco e calore del mondo è stato riconosciuto il sacrificio, il sacrificio di ben determinate entità che abbiamo incontrato nello stato di Saturno antico della terra in un certo stadio dello sviluppo: i Troni, che allora offrivano il loro sacrificio ai Cherubini. E davvero, dovemmo dire, un tale sacrificio come ebbe allora il suo punto di partenza nello sviluppo del mondo, vive in tutto ciò che ci appare esteriormente, in Maya o in illusione, nelle condizioni di calore o di fuoco.
Parimenti, l’ultima volta abbiamo riconosciuto che dietro a tutto ciò che possiamo chiamare aria che scorre o gas che scorre, vi è di nuovo qualcosa di assai remoto: quello che abbiamo chiamato «virtù donante», l’effusione devota del proprio essere da parte di entità spirituali. Questo vive in ogni alito di vento, in tutta l’aria che scorre. Ciò che quindi viene percepito esteriormente in modo fisico è veramente soltanto un’illusione, una Maya; e abbiamo solo la giusta rappresentazione quando dalla Maya avanziamo verso lo spirituale.
Nella verità del mondo non vi è fuoco o calore o aria altrettanto poco quanto nell’immagine speculare vi è l’uomo che si vede nello specchio. Poiché come un’immagine speculare è fondamentalmente un’illusione rispetto all’uomo, così il fuoco o il calore o l’aria sono illusioni, e le verità dietro di esse si rapportano in realtà come l’uomo verace alla sua immagine speculare. Non fuoco o aria abbiamo da cercare nel mondo della verità, bensì sacrificio e virtù donante.
Per questo salimmo, vedendo accanto al sacrificio la virtù donante, dalla vita di Saturno antico alla vita solare antica. All’interno di quest’ultima, ossia della seconda incarnazione cosmica della nostra terra, troviamo qualcosa che ci condurrà ancora un passo più vicino alle condizioni vere del nostro sviluppo. E oggi dobbiamo di nuovo introdurre un concetto che appartiene al mondo della verità rispetto al mondo dell’illusione.
Prima di passare dunque alle condizioni effettive dello sviluppo, vogliamo appropriarci di un concetto ben determinato. Procediamo dalle considerazioni seguenti.
Quando l’uomo nella vita esteriore compie qualcosa, quando realizza un’azione, alla base di ciò sta in genere un impulso di volontà. A ciò che l’uomo compie, sia un movimento della mano o sia l’azione più grande, dappertutto sta a fondamento un impulso di volontà. Da questo procede allora tutto il resto che conduce a un’azione, a un compimento dell’uomo. L’uomo dirà anzitutto: per un’azione forte e potente, che debba recare molto bene e benedizione, occorre un impulso di volontà forte; e per un’azione meno significativa occorre un impulso di volontà debole. In generale l’uomo sarà incline a supporre che dalla forza dell’impulso di volontà dipenda la grandezza dell’azione.
Ora, questo è vero però solo fino a un certo punto: quando rafforziamo la nostra volontà possiamo conseguire grandi cose nel mondo. Da un certo punto in poi non è più così. Certe azioni che l’uomo può compiere, azioni che riguardano soprattutto il mondo spirituale, non dipendono affatto dal rafforzamento dei nostri impulsi di volontà, stranamente. Certo, nel mondo fisico in cui dapprima viviamo, la grandezza dell’azione dipenderà dalla grandezza dell’impulso di volontà che vi poniamo dietro.
Ma nel momento in cui vogliamo agire nel mondo spirituale, in cui pure dobbiamo agire se vogliamo veramente progredire nel nostro sviluppo interiore, allora accade qualcosa di completamente diverso. Rappresentiamoci il caso seguente. Diciamo che un uomo nel corso della sua evoluzione spirituale giunga al punto di dovere compiere quella che chiamiamo «meditazione». Egli avrà notato che per meditare correttamente, per penetrare veramente nel mondo spirituale attraverso la meditazione, non è affatto necessario che egli mobiliti una volontà straordinariamente forte.
Anzi, l’esperienza di chi pratica veramente la scienza dello spirito mostra che colui che in meditazione tenta di forzare, di applicare molta violenza di volontà, non riesce a penetrare nel mondo spirituale, bensì rimane bloccato sul piano fisico. Chi invece avanza nella meditazione con tranquillità, con una certa dedizione, con una specie di abbandono fiducioso a quella saggezza cosmica che parla attraverso il contenuto della meditazione, questi sì riesce veramente a penetrare nel mondo spirituale.
Si ha qui un primo esempio di come nel mondo spirituale non la forza della volontà impetuosa, bensì una qualità completamente diversa, una certa forma di umiltà dell’anima, una dedizione, è quella che porta al successo. E questa non è un’esperienza isolata, bensì una legge generale che si estende a tutto il lavoro spirituale autentico. E proprio in riferimento a quanto precede vogliamo introdurre un concetto che è essenziale per comprendere le grandi connessioni dell’evoluzione mondiale.
Finora abbiamo visto che quando l’uomo vuole agire nel mondo spirituale, quando vuole entrare veramente in contatto con le realtà spirituali, non la forza della volontà egoistica lo conduce là, bensì piuttosto una rinuncia, una certa dedizione, una rassegnazione. Ora, questo che accade nel nostro lavoro spirituale individuale accade anche nei grandi processi evolutivi del cosmo.
Pensiamo al significato interiore della castità, della continenza, della mortificazione delle inclinazioni inferiori. Questi non sono semplici precetti morali arbitrari, bensì leggi profonde della struttura dello sviluppo umano. L’uomo acquista certe capacità spirituali significative in una certa misura quando mortifica i desideri inferiori e le brame che lo legano al fisico. L’uomo ottiene quei poteri dell’anima che può sviluppare in certa misura, quando digiuna o in un’altra maniera fa qualcosa per sopprimere i desideri e le brame. E alle più grandi operazioni spirituali, alle cosiddette operazioni magiche, appartiene sempre una tale preparazione che è legata a una rinuncia ai desideri, alle brame, agli impulsi di volontà che sorgono in noi.
Quanto meno noi «vogliamo», quanto più noi diciamo: noi lasciamo che la vita ci scorra dinanzi e non desideriamo questo e non desideriamo quello, bensì prendiamo le cose come il karma ce le getta, tanto più noi agiamo secondo il karma e ci comportiamo tranquillamente in una rinuncia verso tutto ciò che potremmo altrimenti conseguire nella vita, tanto più potenti diventamo, per esempio, verso gli effetti del pensiero.
In un uomo che è un uomo molto pieno di desideri, che ama soprattutto mangiare e bere bene e che è anche altrimenti pieno di brame, se costui è per esempio maestro o educatore, si rivelerà che le sue parole che rivolge ai suoi discepoli non raggiungono molto; entrano da un orecchio ed escono dall’altro. Egli allora sarà dell’opinione che ciò fosse colpa dei discepoli. Ma non è sempre così.
L’uomo che ha una più alta concezione della vita, che vive moderatamente, che mangia solo quanto è necessario per mantenere la vita, che soprattutto si sforza di accogliere le cose che il destino dà, costui si accorgerà gradualmente che le sue parole hanno una forza maggiore. Anzi, il suo sguardo può allora già avere una grande forza, e non deve nemmeno venire allo sguardo: basta che stia accanto al discepolo, basta che abbia un pensiero incoraggiante che non enuncia affatto, e ciò passerà al discepolo. Tutto ciò dipende dal grado della rinuncia, della rassegnazione verso ciò che l’uomo altrimenti pretende.
Ora, per le operazioni spirituali, per conseguire effetti spirituali nei mondi superiori, la via giusta è quella che passa attraverso la rinuncia. In questo ambito vi sono molti inganni; e gli inganni non conducono, per la ragione che anche esteriormente sembrano simili, ai giusti effetti. Voi tutti conoscete quello che nella vita ordinaria si chiama ascesi, l’automortificazione.
Questa automortificazione può in molti casi essere addirittura una lussuria che la persona sceglie dal desiderio, per esempio per conseguire molte cose, o sia anche da un’altra fonte di desiderio, per il piacere della lussuria. Allora l’ascesi non opera nulla, poiché ha significato solo quando appare come fenomeno concomitante della rinuncia che già affonda nel mondo spirituale. Proprio questo concetto vogliamo acquisire: il concetto della rinuncia creatrice, della rassegnazione creatrice.
È enormemente importante che noi prendiamo questa rinuncia, questa rassegnazione creatrice, che noi possiamo sperimentare nell’anima, di nuovo come una rappresentazione lontana dalla vita ordinaria: allora potremo essere condotti un passo più profondo nell’evoluzione dell’umanità. Poiché qualcosa di simile accade nel corso dell’evoluzione, per esempio nel passaggio dello sviluppo dalle condizioni solari alle condizioni lunari. Qualcosa come una rassegnazione accade nella sfera delle entità dei mondi superiori, di cui noi sappiamo che sono collegate all’andamento dello sviluppo terrestre. E precisamente vogliamo considerare di nuovo lo sviluppo antico del Sole.
Ma attiriamo prima ancora attenzione su qualcosa che noi già sappiamo, che però fino a ora può parere ancora enigmatico sotto molti aspetti. Abbiamo ripetutamente attirato attenzione su tali processi nell’evoluzione che dobbiamo ricondurre a entità che nel corso dell’evoluzione sono rimaste indietro. Così sappiamo che nella nostra umanità terrestre intervengono le entità luciferiche. Abbiamo ripetutamente dovuto attirare attenzione al fatto che queste entità luciferiche intervengono nel nostro corpo astrale durante lo sviluppo terrestre, poiché non hanno raggiunto il grado di sviluppo che avrebbero potuto raggiungere durante lo sviluppo lunare antico.
Abbiamo spesso usato il paragone banale che non solo nelle nostre scuole gli alunni rimangono indietro, bensì che anche gli esseri del cosmo rimangono indietro nei loro gradi di sviluppo nella grande evoluzione cosmica, e più tardi intervengono nei gradi di sviluppo di altri esseri e allora operano qualcosa di simile come le entità luciferiche che sono rimaste indietro sulla luna antica, sulla umanità sulla terra.
In contrasto a questo si potrebbe molto facilmente far valere il pensiero: propriamente questi esseri sono esseri difettosi, deboli dell’evoluzione mondiale; perché sono rimasti indietro? — Questo è il pensiero che ci può venire. Ma l’altro pensiero che noi possiamo formulare è questo: che l’uomo non sarebbe mai giunto alla sua libertà, alla sua propria capacità di determinarsi, se le entità luciferiche non fossero rimaste indietro sulla luna. Così che l’uomo deve alle entità luciferiche da un lato il male, che egli ha desideri, impulsi, passioni nel suo corpo astrale che continuamente nella evoluzione lo spingono giù da una certa altezza, lo trascinano verso le regioni inferiori del suo essere.
D’altra parte però, se non fosse il caso che l’uomo potesse divenire cattivo, che potesse allontanarsi dal bene per la forza delle entità luciferiche nel suo corpo astrale, allora non potrebbe nemmeno agire liberamente, non potrebbe avere quello che noi chiamiamo libertà della volontà, arbitrio. Dobbiamo allora dire: anche la nostra libertà la dobbiamo agli esseri luciferici. Da ciò risulta già che la visione unilaterale, come se le entità luciferiche portassero l’uomo soltanto verso il basso, non è esatta, bensì che l’uomo deve considerare il loro restare indietro come qualcosa di buono, come qualcosa senza che non avrebbe potuto conquistare la sua dignità umana nel vero senso della parola.
Ora, nel corso dello sviluppo cosmico, ogni entità che rimane indietro in un grado di evoluzione cosmica è in una posizione da cui essa stessa deve rinunciare a qualcosa. Ogni entità che nella sua evoluzione gira intorno a un grado di sviluppo e non lo completa, bensì consente agli altri esseri di spingersi avanti, ogni tale entità compie, in certa misura, una rinuncia. Questa rinuncia non è una rinuncia conscia nel senso in cui un essere umano rinuncia consapevolmente, bensì è un qualcosa di profondamente importante per l’evoluzione cosmica.
Quando contempliamo lo sviluppo antico del Sole, vediamo come in quel tempo certe Gerarchie spirituali, certi gradi di Gerarchie spirituali, in certa misura completarono il loro sviluppo. Ma accanto a loro vi erano altre gerarchie che, per l’andamento dello sviluppo, rinunciarono consciamente a completare il loro sviluppo in quel tempo, e così posero le basi perché altri esseri potessero fare progressi che altrimenti non avrebbero potuto fare.
Pensate, per esempio, a quello che accadde con gli Angeli durante il periodo solare antico. Gli Angeli, durante lo sviluppo solare antico, avrebbero potuto raggiungere, se il corso dello sviluppo cosmico fosse continuato così come si stava sviluppando, uno stadio che avrebbero compiuto durante il periodo solare antico. Ma gli Angeli, per il bene della continuazione dello sviluppo umano, rinunciarono consciamente a completare il loro sviluppo nel periodo solare antico. Essi posero le basi perché, durante il periodo lunare antico, gli Angeli avessero la possibilità di completare lo sviluppo che avrebbero dovuto completare durante il periodo solare antico.
Così vediamo come già nei processi di evoluzione cosmica, nelle sfere delle Gerarchie spirituali, agisce il principio della rinuncia conscia, della rassegnazione creatrice. Gli Angeli rinunciarono consciamente al completamento del loro sviluppo nel periodo solare antico, e così posero le basi perché l’umanità potesse avanzare. Questa è la virtù donante che abbiamo caratterizzato nel periodo solare antico: è la rinuncia conscia, la rassegnazione creatrice di esseri superiori, per il bene dello sviluppo dei gradi inferiori.
Ora vogliamo considerare più profondamente questo che accadde durante il periodo solare antico e che si ricollega a quello che abbiamo già detto nei giorni precedenti. Nel periodo di Saturno la base era il sacrificio: i Troni compivano il loro sacrificio e offrivano il loro essere ai Cherubini. Nel periodo di Saturno accadde che i Troni rinunciassero al loro essere, che rinunciassero a quello che avevano, e in questo modo fornissero la materia per il manifestarsi del mondo materiale. Nel periodo solare accade qualcosa di più alto. Vediamo che il sacrificio continua a fluire, ma accanto a esso vi è la rinuncia da parte di coloro che avrebbero potuto completare il loro sviluppo. I Troni continuano a offrire il loro sacrificio, i Cherubini continuano a ricevere il fumo sacrificale, ma accanto a questo avviene che i Cherubini, nel corso dello sviluppo solare, rinunciano consciamente a prendere il sacrificio che potrebbe portare loro una certa natura.
Se tutto quello che è accaduto fosse stato soltanto sacrificio e virtù donante, come era nel periodo di Saturno, allora tutto sarebbe rimasto sottoposto al tempo. Nulla sarebbe rimasto esente dal tempo. Tutto sarebbe rimasto sottoposto al divenire e al perire, che appartiene al tempo.
I Cherubini, ora, che hanno rinunciato al sacrificio, al fumo sacrificale, hanno rinunciato per la ragione che in questo modo si sottraggono alle proprietà di questo fumo sacrificale. E a queste proprietà appartiene soprattutto il tempo e con esso il divenire e il perire. Nella rinuncia intera dei Cherubini al sacrificio vi è quindi uno svincolamento dei Cherubini dai rapporti temporali. Essi vanno al di là del tempo, si sottraggono all’asservimento al tempo. In questo modo si separano i rapporti durante lo sviluppo solare antico, così che certi rapporti che procedono in linea retta da Saturno rimangono asserviti al tempo come sacrificio e virtù donante, mentre altri rapporti, che sono stati iniziati dai Cherubini per il fatto che questi Cherubini rinunciarono al sacrificio, si sottraggono al tempo e così incorporano in sé l’eternità, la durata, l’asservimento al divenire e al perire. Questo è qualcosa di straordinariamente meraviglioso: noi arriviamo durante lo sviluppo solare antico a una separazione tra il tempo e l’eternità. È attraverso la rassegnazione dei Cherubini durante lo sviluppo solare che l’eternità è stata conquistata come una proprietà di certi rapporti che entrarono durante lo sviluppo solare.
Così vediamo che, proprio come nell’osservazione della nostra anima certi effetti sorgono dall’anima per il fatto che l’uomo acquisisce nella sua anima rinuncia e rassegnazione, così vediamo, quando consideriamo il periodo solare antico, che da certe entità divine-spirituali l’immortalità e l’eternità sono state conquistate per il fatto che rinunciarono al sacrificio e a quello che potrebbe venire dalle doni sparsi della virtù donante. Abbiamo visto che durante il periodo di Saturno il tempo sorge; così vediamo certi rapporti svincolati dal tempo durante lo sviluppo solare.
Abbiamo affermato — e chiedo di prestare attenzione a questo — che ciò si prepara già durante il periodo di Saturno, così che l’eternità non comincia soltanto durante il periodo solare. Ma chiaramente e distintamente a vedersi, così che possa esprimersi in concetti, è soltanto durante il periodo solare. È su Saturno così debolmente riconoscibile, questo separare l’eternità dal tempo, che i nostri concetti e le nostre parole non si rivelano sufficientemente acuti per caratterizzare già per il Saturno antico e il suo sviluppo.
Abbiamo allora conosciuto il significato della rassegnazione, la rinuncia degli dèi durante il tempo solare antico e la conquista dell’immortalità. Quale era allora la conseguenza ulteriore?
Dalla «Scienza occulta nel suo quadro generale», che in una certa relazione doveva rimanere nel campo della Maya, sappiamo che allo sviluppo solare seguì lo sviluppo lunare; che alla fine del tempo solare tutti i rapporti si immersero in un certo crepuscolo, in un caos cosmico, e riapparvero come Luna. Così vediamo di nuovo apparire il sacrificio come calore. Così, quello che rimase sul Sole come calore, lo vediamo apparire anche sulla Luna come rapporti di calore. Ciò che è virtù donante, lo vediamo apparire come gas, come aria. Ma anche la rassegnazione continua, la rinuncia al sacrificio. Quello che abbiamo chiamato «rassegnazione» è in tutto questo che accade sulla Luna antica. È veramente così: quello che possiamo sperimentare come rassegnazione, dobbiamo pensarcelo ugualmente come forza in tutto sulla Luna antica, venuto dal Sole, come pensiamo qualcos’altro che esiste nel mondo esteriore.
Quello che era sacrificio appare come calore nella Maya; quello che era virtù donante appare nella Maya come gas o aria. Quello che ora è rassegnazione, quello appare nella Maya esterna come liquido, come acqua. L’acqua è Maya, e non sarebbe qui nel mondo se spiritualmente non si trovasse a fondamento la rinuncia o la rassegnazione. Dappertutto dove c’è acqua nel mondo, c’è rinuncia divina! Altrettanto vero quanto il calore è un’illusione, e dietro vi è il sacrificio, quanto il gas o l’aria è un’illusione, e dietro vi è la virtù donante, così l’acqua come sostanza, come realtà esterna, è solo un’illusione sensibile, un riflesso speculare; e ciò che esiste nella verità è la rassegnazione di certe entità verso quello che ricevono da altre entità.
Si potrebbe dire che l’acqua può scorrere nel mondo solo se a fondamento si trova la rassegnazione. Ora sappiamo che, mentre il Sole procedette verso la Luna, i rapporti di aria si addensarono ai rapporti di acqua; l’acqua sorge prima sulla Luna, sul Sole non c’era ancora acqua. Ciò che durante lo sviluppo solare antico vediamo come masse nuvolose che si accumulano, quello si congela, perché si spinge in sé a una densità maggiore, all’acqua, che appare sulla Luna, ai mari lunari.
Se guardiamo a ciò, diventa per noi possibile comprendere una domanda che potrebbe essere sollevata. Dalla rassegnazione sorge l’acqua; l’acqua è in verità rassegnazione. Otteniamo così un concetto spirituale di genere straordinario per ciò che l’acqua propriamente è. Ma possiamo sollevare la domanda: è certamente una differenza tra lo stato che sarebbe entrato se i Cherubini non avessero rinunciato, e lo stato che è ora entrato per il fatto che hanno rinunciato? Si esprime questa differenza in qualche modo? — Sì, la si esprime. Si esprime cioè per il fatto che ora durante i rapporti lunari appaiono chiaramente le conseguenze di quella rassegnazione. Cioè, se questa rassegnazione non fosse entrata, se i Cherubini rinuncianti avessero accettato il sacrificio portato loro, allora avrebbero — parlando ora per immagini — avuto il fumo sacrificale nella loro propria sostanza; ciò che essi stessi avessero fatto si sarebbe espresso nel fumo sacrificale.
Supponiamo che questi Cherubini avessero compiuto questo o quello. Allora sarebbe apparso, espresso esteriormente, attraverso le nuvole d’aria che si mutavano; cioè nella forma esterna dell’aria si sarebbe espresso quello che i Cherubini non rinuncianti avessero fatto con la sostanza del sacrificio. Ora però li hanno respinti e sono così passati dalla mortalità all’immortalità, dalla transitorietà alla durata. Ma la sostanza del sacrificio è prima là, è come licenziata dalle forze che altrimenti l’avrebbero accolta, e non ha bisogno di seguire gli spingimenti, gli impulsi dei Cherubini, poiché questi l’hanno licenziata, l’hanno respinta.
Che cosa accade allora a questa sostanza del sacrificio? — Accade che altri esseri se ne impossessano, che per il fatto che ora non hanno questa sostanza del sacrificio nei Cherubini, diventano indipendenti dai Cherubini, diventano esseri autonomi, che stanno accanto ai Cherubini, mentre altrimenti sarebbero guidati dai Cherubini se questi avessero accolto la sostanza del sacrificio. Su questo si fonda la possibilità che il contrario della rassegnazione entri: che esseri attraggano a sé la sostanza del sacrificio effusa e agiscano in essa. E questi sono gli esseri che rimangono indietro, così che il rimanere indietro è una conseguenza della rassegnazione dei Cherubini. I Cherubini forniscono, attraverso quello a cui rinunciano, agli esseri che rimangono indietro proprio la possibilità del rimanere indietro. Per il fatto che un sacrificio è respinto, altri esseri, che non rinunciano, che si abbandonano ai desideri e alle brame e fanno esprimere i loro desideri, possono impadronirsi dell’oggetto del sacrificio, della sostanza del sacrificio, e sono così nella possibilità di stare accanto agli altri esseri come esseri autonomi.
Così, con il passaggio dello sviluppo dal Sole alla Luna, con il diventare immortali dei Cherubini, è data la possibilità che altri esseri si separino in propria sostanzialità dallo sviluppo continuo dei Cherubini, in generale dagli esseri immortali. Così vediamo, nel momento in cui ora conosciamo il fondamento più profondo del rimanere indietro, che propriamente il peccato originale, se vogliamo parlare di un simile peccato originale, non l'hanno coloro che sono rimasti indietro. Questo è l’importante, che afferriamo questo. Se i Cherubini avessero accolto i sacrifici, gli esseri luciferici non avrebbero potuto rimanere indietro, poiché non avrebbero avuto l’occasione di incarnarsi in questa sostanza. Affinché fosse presente la possibilità che gli esseri in questo modo diventassero autonomi, la rinuncia avvenne prima. È così ordinato dalla saggia guida del mondo che gli dèi si sono generati da sé i loro avversari. Se gli dèi non avessero rinunciato, gli esseri non avrebbero potuto opporsi.
O se vogliamo parlare trivialement, possiamo dire che gli dèi avessero quasi previsto: se procediamo soltanto così come abbiamo fatto da Saturno al Sole, allora non sorgeranno mai esseri liberi, agenti dalla loro arbitrio, dotati della capacità di sottrarsi alla compulsione cosmica. Allora, per generare la libertà, gli dèi portarono avanti la loro rassegnazione. Ed è stranamente bello nella gerarchia dell’universo che gli dèi, per generare la libertà negli esseri inferiori, nella loro prospettiva cosmica hanno dovuto dire: noi rinunceremo a quello che potremmo fare, e proprio attraverso questa rinuncia nascerà la possibilità della libertà negli esseri inferiori.
Così vediamo come il grande mistero della libertà sia legato al grande mistero della rassegnazione. Gli esseri liberi non possono sorgere se non attraverso la rinuncia degli esseri superiori. Ed è il mistero più profondo dell’evoluzione cosmica che la libertà degli esseri inferiori si basa sulla rassegnazione degli esseri superiori.
Ora, quando guardiamo alla storia dell’evoluzione umana sulla Terra, vediamo come questo grande principio della rinuncia, della rassegnazione, si ripete ancora una volta nel destino dell’uomo. Nella storia dell’umanità sulla Terra vediamo di nuovo la ripetizione di questo grande processo cosmico. E il momento più sublime di questa ripetizione è quando Cristo Gesù appare sulla Terra. Quando guardiamo a Cristo Gesù, che è l’incarnazione stessa di questo principio di rassegnazione, vediamo come egli, attraverso la sua rassegnazione, permette a coloro che avrebbero potuto essere i suoi avversari di stare accanto a lui. E il più grande sacrificio di Cristo Gesù è dove egli, attraverso la sua rassegnazione, lascia venire il suo avversario nella sua sfera: Giuda.
Se vediamo in Cristo Gesù quello che possiamo vedere in lui, allora dobbiamo vedervi un’immagine di quelle entità che abbiamo proprio ora imparato a conoscere a un certo stadio di sviluppo, di coloro che dovettero rinunciare al sacrificio, di coloro la cui natura è rassegnazione. — Cristo rinuncia a quello che accadrebbe se non permettesse a Giuda come suo avversario di comparire, come gli dèi una volta durante il tempo solare, loro stessi attraverso la rassegnazione, si erano generati da sé i loro avversari. Così vediamo questo processo ripetuto di nuovo nell’immagine sulla Terra: il Cristo in mezzo ai Dodici, con Giuda, che sta lì come il traditore così come gli avversari delle potenze cosmiche si levarono. Perché quello che deve entrare nell’evoluzione, che è infinitamente prezioso per l’umanità, Cristo stesso deve contrapporsi al suo avversario.
Per questo siamo ricordati a un momento cosmico così terribile quando guardiamo l’Ultima Cena, quando ci teniamo davanti le parole: «Chi intingerà con me il boccone nella scodella, costui mi tradirà»; perché lì vediamo nell’immagine terrestre l’avversario degli dèi stesso contrapposto agli dèi, e per questo questo quadro produce un’impressione così terribile. Per questo ho potuto spesso dire: tutto quello che un abitante di Marte potrebbe vedere, se potesse scendere sulla Terra, potrebbe trovarlo più o meno interessante, anche se non lo comprenderebbe affatto bene. Ma alla vista di quell’immagine di Leonardo da Vinci, egli da un punto del Cosmo, che è connesso con Marte così come con la Terra, con cui tutto il sistema solare è connesso, imparerebbe a conoscere qualcosa da cui riconoscerebbe il senso della Terra. Quello che è qui raffigurato nell’immagine terrestre ha per tutto il Cosmo un significato: l’opporsi di certe potenze alle potenze eterne divine. E poiché nel mezzo dei suoi Apostoli appare il Cristo, che sulla Terra vince la morte, e quindi mostra il trionfo dell’immortalità, allora si deve indicare a quel momento significativo e universale che entrò quando gli dèi si separarono dall’essere temporale e conquistarono la vittoria sul tempo, cioè divennero immortali.
Questo può sentire il nostro cuore quando guardiamo l’Ultima Cena di Leonardo da Vinci. Non dite che quello che guarda l’Ultima Cena con un’anima ingenua non saprebbe tutto questo che abbiamo detto oggi. Non ha bisogno di saperlo. Poiché la profondità misteriosa dell’anima umana consiste nel fatto che non ha bisogno di sapere con l’intelletto quello che l’anima umana sente. Conosce il fiore le leggi secondo cui cresce? No, ma cresce comunque. A che cosa serve il fiore le leggi, all’anima umana l’intelletto, per sentire il completamente incommensurabile che è presente quando davanti all’occhio si dispiega un dio e il suo avversario, quando il Supremo, quello che può essere espresso, l’antitesi tra l’Immortale e il Transeunte, sta davanti a noi? Non c’è bisogno di saperlo: questo passa nella soul con potenza magica quando l’uomo sta davanti a questa immagine, che è stata dipinta per noi come specchio del senso del mondo. E neppure l’artista doveva essere in quel senso un occultista per dipingerla.
Ma nell’anima di Leonardo da Vinci erano le forze che potevano esprimere proprio questo Supremo, il più significativo. Perciò le grandi opere d’arte agiscono così enormemente, perché sono profondamente connesse con il senso dell’ordine mondiale. Nei tempi precedenti gli artisti erano connessi con il senso dell’ordine mondiale in una coscienza ottusa, senza che lo sapessero. Ma l’arte perirebbe, non riceverebbe continuazione, se in futuro la scienza dello spirito come conoscenza di queste cose non desse all’arte una nuova base.
L’arte inconscia ha il suo passato e con il suo passato ha raggiunto una fine. L’arte che si lascia ispirare dalla scienza dello spirito sta all’inizio, al principio dello sviluppo. Questa è l’arte del futuro. Altrettanto vero che il vecchio artista non doveva sapere quello che stava a fondamento delle sue opere d’arte, altrettanto vero è che l’artista futuro deve saperlo; ma con quelle forze che di nuovo rappresentano una specie di Infinito, che di nuovo rappresentano qualcosa dal pieno contenuto dell’anima. Poiché non ha la scienza dello spirito colui che la trasforma di nuovo in una scienza dell’intelletto, colui che l’esprime in schemi e paradigmi, bensì colui l’ha, che con ogni concetto che sviluppiamo — sacrificio, virtù donante, rassegnazione — può sentire con ogni parola qualcosa che la parola stessa, l’idea stessa vuole far scoppiare, e che al massimo può fluire nella molteplicità delle immagini.
Si potranno mettere schemi se si crede che lo sviluppo del mondo si compia in concetti astratti. Non va più bene con gli schemi quando si vogliano esprimere concetti viventi come sacrificio, virtù donante e rassegnazione. I tre Logi si possono ancora esprimere in schemi dove non ci si pensa molto più di quanto ci si pensi nei cinque caratteri. Quando vogliamo mettere davanti a noi i concetti di sacrificio, virtù donante, rassegnazione, allora dobbiamo già dipingere davanti a noi immagini come quelle che abbiamo descritto negli ultimi tempi: i Troni che offrono sacrifici, che mandano il loro sacrificio ai Cherubini, il fumo del sacrificio che si spande, gli Arcangeli che riflettono la luce indietro, e così via.
Quando la prossima volta passeremo all’esistenza lunare, vedremo come l’immagine diventa più ricca, come davvero qualcosa deve aggiungersi: la liquefazione delle masse nuvolose che si accumulano, che scorrono come masse lunari, e l’aggiungersi dei lampi che guizzano dei Serafini. Là dobbiamo passare a rappresentazioni più ricche, di fronte alle quali si dirà: il futuro dell’umanità troverà la possibilità di procurare anche il materiale artistico, i mezzi artistici, per esprimere per il mondo esterno quello che altrimenti può essere letto solo nella Cronaca Akashica.
È questo il grande compito che si dispiega davanti all’umanità nel suo proseguire: comprendere attraverso la conoscenza spirituale i misteri più profondi della creazione, e tradurre questa conoscenza in forme artistiche che possano parlare all’anima di tutti gli esseri. Non è più sufficiente, nei tempi che verranno, che l’arte rimanga inconscia dei fondamenti spirituali che la sostengono. Essa deve divenire consciente, consapevole, illuminata dalla luce della scienza dello spirito. E questo non significa affatto che l’arte debba divenire intellettuale o astratta; al contrario, essa deve divenire ancora più vivente, più ricca, più profondamente espressiva dei misteri dell’universo.
Il grande artista del futuro sarà colui che, comprendendo i segreti della scienza dello spirito, saprà rendere visibile e sensibile ciò che altrimenti rimane nascosto ai nostri occhi ordinari. Egli saprà dipingere non solo le forme esterne delle cose, ma anche la loro essenza spirituale, le forze invisibili che stanno dietro di esse, i processi cosmici che si manifestano attraverso la materia. E quando ciò accadrà, l’arte avrà compiuto una trasformazione che la porterà a nuove vette di bellezza e di potenza espressiva.
Questo è il messaggio che la scienza dello spirito porta a chi ha orecchi per intendere: che la conoscenza delle realtà spirituali non è una fuga dalla vita, bensì una preparazione per viverla più pienamente, più consapevolmente, più creativamente. E che il cammino verso l’evoluzione conscia dell’umanità passa attraverso la comprensione e l’attuazione consapevole di questi principi cosmici fondamentali che abbiamo cercato di illustrare in questa conferenza.
Un capitolo difficile della nostra visione del mondo abbiamo ormai portato fino al punto che dietro i fenomeni del mondo sensibile esteriore abbiamo imparato a scorgere, in parte, il spirituale. Partendo da quei fenomeni che inizialmente all’esterno rivelano così poco il fatto che il spirituale, nella forma particolare in cui lo sperimentiamo nella nostra stessa vita interiore, sta dietro di essi, da tali fenomeni abbiamo riconosciuto che tuttavia vi operano attività spirituali, qualità e proprietà spirituali. Ciò che nel vivere ordinario ci appare, ad esempio, come qualità calda, come calore o fuoco, l’abbiamo riconosciuto come l’espressione del sacrificio. In ciò che come aria ci si presenta e di nuovo mostra così poco, almeno secondo i nostri concetti, di essere spirituale, vi abbiamo riconosciuto quello che denominavamo la virtù donatrice di certi esseri mondiali. E nell’acqua abbiamo riconosciuto ciò che può denominarsi rassegnazione, abnegazione.
Nelle visioni del mondo precedenti — su questo sia solo di passaggio richiamata l’attenzione — naturalmente si era già prima avuta la sensazione e il riconoscimento dello spirituale nella materia esteriore. Una prova può esserne il fatto che si designavano specialmente le sostanze volatili con la parola «spiritus», termine che oggi usiamo in senso qualitativo per lo spirituale, quando diciamo «spirituale». Nel mondo esteriore può accadere che gli uomini ancora così poco riportino questo «spirituale» allo spirituale, al sovrasensibile, che una volta — come alcuni di voi sanno — quando una lettera fu indirizzata a una società di spiritisti di Monaco e non si sapeva che cosa fosse una società di spiritisti, la lettera fu consegnata al presidente dell’associazione centrale dei commercianti di liquori.
Ora vogliamo considerare quel passaggio significativo che si è compiuto nell’evoluzione del pianeta terrestre dal vecchio Sole alla vecchia Luna. Allora avremo bisogno di considerare un tipo diverso dello sviluppo dello spirituale. Dovremo però partire da ciò che ci si è mostrato l’ultima volta come la rassegnazione. Abbiamo visto che questa rassegnazione consiste essenzialmente nel fatto che esseri spiritualmente elevati rinunciavano all’accettazione del sacrificio, che, come abbiamo riconosciuto, è essenzialmente il sacrificio della volontà o della sostanza della volontà.
Se immaginiamo che certi esseri vogliano sacrificare ciò che è la sostanza della loro volontà, e che, per la rassegnazione di esseri superiori, venga loro negata l’accettazione di questa volontà, possiamo facilmente elevarci al concetto che quella sostanza della volontà che gli esseri in questione avrebbero veramente voluto sacrificare a esseri spirituali superiori deve rimanere negli esseri medesimi, che vogliono sacrificare ma non possono. Così abbiamo, senza altri elementi, nel contesto più ampio, esseri pronti a portare il loro sacrificio, in certo senso pronti a donare inbruscamente ciò che riposa dentro di loro, ma che non possono, e quindi devono conservarlo in sé. O, detto in altro modo: significa che questi esseri non possono avere, attraverso il rifiuto del sacrificio, una certa connessione con esseri superiori, che si sarebbe prodotta se avessero potuto sacrificare.
In forma personalizzata, si potrebbe dire in modo simbolico per la storia mondiale, ci si presenta ciò che vogliamo considerare — ma lì è più accentuato — in Caino che sta di fronte ad Abele. Anche Caino vuole mandare il suo sacrificio al suo Dio. Ma il suo sacrificio non è gradito, e il Dio non l’accoglie. Il sacrificio di Abele egli l’accoglie. Ciò che vogliamo considerare è l’esperienza interiore che può realizzarsi nel fatto che Caino si vede rigettare il suo sacrificio. Se vogliamo elevarci all’altezza della concezione che qui entra in considerazione, dobbiamo renderci chiari che, in regioni di cui qui parliamo, non possiamo trasportare in regioni superiori i concetti che hanno significato solo nella nostra vita ordinaria consueta. Sarebbe falso parlare come se il rifiuto del sacrificio provenisse da colpa o da ingiustizia. Di colpa o espiazione, come le conosciamo nella nostra attuale vita ordinaria, non si può ancora parlare in queste regioni. Piuttosto dobbiamo considerare questi esseri in tal modo che il rifiuto del sacrificio da parte degli esseri superiori sia una rassegnazione, un’abnegazione. In ciò che caratterizzammo otto giorni fa come disposizione dell’anima, non c’è nulla che sia colpa o omissione, bensì vi riposa tutto ciò che è grande e significativo in una rassegnazione, in un’abnegazione. Ma rimane tuttavia il fatto che gli altri esseri, quelli che avevano voluto portare il sacrificio, devono generare in sé una disposizione di cui possiamo sentire che così comincia qualcosa come un’ostilità — straordinariamente lieve — contro quegli esseri che rifiutano i sacrifici. Per questo in Caino, dove ci si mostra in un tempo posteriore, è rappresentato in modo più accentuato. Pertanto non troveremo la stessa disposizione che troviamo in Caino presso quegli esseri che si sviluppano dalla Sone alla Luna. Troveremo in loro questa disposizione in misura diversa. E conosciamo la disposizione che si realizza lì solo se, come abbiamo fatto negli ultimi discorsi, guardiamo di nuovo nella nostra stessa anima e ci chiediamo dove nella nostra propria anima possiamo trovare una tale disposizione, quali condizioni interiori possono indicarci come sia la disposizione che deve svilupparsi negli esseri il cui sacrificio è stato rifiutato.
Questa disposizione in noi — e così arriviamo sempre più vicino alla vita umana terrestre — che ogni anima conosce già nella sua indeterminatezza e insieme nel suo carattere tormentoso, della specie che possiamo contare come quella di cui parlerà giovedì prossimo nel discorso pubblico «Le profondità nascoste della vita interiore» — questa disposizione, che ogni anima conosce come operante nelle profondità nascoste della vita interiore, talvolta spunta alla superficie della nostra vita interiore. Allora è forse meno tormentosa. Ma noi uomini spesso portiamo con noi questa disposizione senza esserne veramente consapevoli nella nostra coscienza ordinaria; e tuttavia l’abbiamo in noi. Si potrebbe ricordare il verso del poeta per sottolineare bene il carattere indeterminato e tormentoso di essa, legato alla sfumatura del dolore: «Solo chi conosce il desiderio sa che cosa io soffro». È inteso il desiderio come disposizione dell’anima, il desiderio come vive nelle anime degli uomini — non solamente quando esse aspirano a questo o a quello.
Per immergerci in ciò che spiritualmente accadeva nella fase evolutiva del vecchio Saturno e del Sole, era necessario elevare lo sguardo a particolari stati interiori che, per così dire, sorgono soltanto quando l’anima umana diviene protesa, quando si organizza verso uno sforzo superiore. L’abbiamo visto quando abbiamo cercato di chiarirci dalla nostra stessa vita interiore la natura del sacrificio, quando abbiamo cercato di comprenderci che l’uomo ottiene come saggezza quella che vediamo colare goccia a goccia, e che nasce da ciò che si potrebbe denominare: disposizione a donare, prontezza a darsi, per così dire, a se stessi. Mentre così saliamo a relazioni più terrestri che si sono sviluppate dalle precedenti, incontriamo una disposizione interiore simile a molto di ciò che l’uomo ancora oggi può provare. Soltanto, dobbiamo essere chiari che tutta la vita della nostra anima, per quanto la nostra anima sia inserita in un corpo terrestre, sta come uno strato superiore sopra una vita interiore nascosta che decorre laggiù nelle profondità. Chi non dovrebbe sapere che esiste una tale vita interiore nascosta? La vita ci insegna sufficientemente che essa c’è.
Prendiamo ora, per chiarirci qualcosa di questa vita interiore nascosta, che un bambino forse nel settimo o ottavo anno della sua vita, o in un altro momento dell’esistenza, abbia provato questo o quello. Abbia provato, per esempio, quello per cui i bambini sono molto particolarmente ricettivi: ingiustizia — ingiustizia nel fatto di essere accusato di aver fatto questo o quello che in verità non aveva fatto, ma la comodità dell’ambiente del bambino ha ritenuto di accusare il bambino di aver fatto questo o quello. I bambini hanno un sentimento molto particolare e vivace quando viene loro recata un’ingiustizia in questa forma. Ma, come succede nella vita, dopo che questa esperienza si è profondamente radicata nella vita infantile, la vita successiva stende sopra di essa altri strati dell’essere interiore, e il bambino ha dimenticato la cosa riguardante ciò che concerne la vita quotidiana. Potrebbe anche accadere che tale cosa non tornasse mai più alla luce. Ma immaginiamo ora: nel quindicesimo, sedicesimo anno il bambino vive a scuola, diciamo, una nuova ingiustizia. E ora diventa efficace ciò che per il resto giace profondamente nella corrente agitata dell’anima. Il bambino non ha neanche bisogno di saperlo, può formarsi rappresentazioni e concetti completamente diversi senza sapere che sta operando una reminiscenza di ciò che ha provato negli anni passati. Potrebbe però, se ciò che accadde precedentemente non fosse successo, se il bambino fosse un ragazzo, andasse a casa, piangesse un po’, forse anche si sfogasse, potrebbe lasciar perdere. Ma è accaduto quello che è accaduto — e sottolineo esplicitamente che il bambino non ha neanche bisogno di sapere che cosa è successo — e questo agisce, agisce sotto la superficie della vita interiore, come sotto lo specchio del mare dall’apparenza liscia le onde possono essere agitate. E da ciò che altrimenti forse sarebbe stato un pianto, un lamento o un’imprecazione, diviene il suicidio di uno scolaro! Così le profondità nascoste della vita interiore operano verso l’alto dalle loro fondamenta. E la forza più importante che agisce laggiù, che opera in ogni anima e talvolta emerge alla superficie nella sua forma primigenia, ma è particolarmente significativa quando emerge in modo che l’uomo non ne è consapevole, è il desiderio. Conosciamo anche i nomi che questa forza ha per il mondo esteriore, nomi però che sono solo metaforici e indeterminati, perché esprimono relazioni complicate che comunque non giungono alla coscienza.
Considerate un fenomeno che voi tutti conoscete sufficientemente — l’uomo di città forse meno, ma comunque l’ha sperimentato negli altri — un fenomeno che si chiama «nostalgia». Se andaste a verificare che cosa sia veramente la nostalgia, vedreste che nel fondo per ogni uomo è diversa. Talvolta è così, talvolta così. Talvolta colui che ne è preso sente nostalgia dei racconti intimi che ha ascoltato in casa dei genitori. Non sa che sente nostalgia di casa. Ciò che vive in lui è un impulso indeterminato, una volontà indeterminata. Un altro sente nostalgia delle sue montagne o del fiume dove giocava così spesso, quando davanti a lui ondeggiavano le onde. Ciò che agisce nell’anima, l’uomo ne è spesso poco consapevole; ma riuniamo tutte queste diverse proprietà sotto la «nostalgia», esprimendo qualcosa che può manifestarsi in molteplice varietà e che però è meglio colto quando lo caratterizziamo come una sorta di desiderio. Ancora molto più indeterminate sono le nostalgie che forse, come le più tormentose, emergono nella vita. L’uomo non è consapevole che è il desiderio, ma è esso.
Ma che cosa è questo desiderio? Abbiamo appena detto che è una sorta di volontà, e dovunque esaminiamo il desiderio possiamo vedere che è una sorta di volontà. Ma che volontà è? È una volontà che, così come è inizialmente, non può essere soddisfatta, perché se fosse soddisfatta nella forma iniziale, cesserebbe di essere desiderio. È veramente una sorta di volontà che, nella forma in cui si manifesta come desiderio, contiene il carattere di non poter essere completamente soddisfatta. Quando una nostalgia per la patria è soddisfatta, quando l’uomo raggiunge veramente la comunione con quello che è lontano, per quanto ciò possa accadere, non soddisfa veramente il desiderio. Perché? Perché il desiderio non è diretto tanto al raggiungimento di questo o di quello, bensì è rivolto verso qualcosa di completamente diverso, verso qualcosa che di fatto nel presente non è possibile raggiungere. Il desiderio ha in sé il carattere dell’infinito. Nel desiderio come lo sentiamo è nascosto qualcosa che non può essere assolutamente soddisfatto da alcun oggetto finito.
Guardiamo allora su verso quelle altezze dove gli esseri che si sviluppano dal Sole verso la Luna subiscono una trasformazione, dove si preparano al loro compito nel mondo lunare. I loro sacrifici sono stati rifiutati. Proprio per il fatto che desiderano ardentemente offrire quello che è la sfera della loro volontà, e che ciò viene loro negato, in loro sorge il carattere del desiderio. In loro emerge una sorta di desiderio di fare ciò che non possono fare, una volontà rivolta verso qualcosa che non può essere soddisfatta, una nostalgia di una comunione che non possono avere. Questo è ciò che in loro si sviluppa. E proprio questo, questo atteggiamento dell’anima pieno di desiderio, di nostalgia e insieme della disposizione a non desistere, è ciò che deve rivelersi come la forza plasmatrice nel periodo lunare.
Consideriamo ora come questo si contrappone a ciò che osserviamo negli altri esseri. Quando gli esseri che hanno accolto il sacrificio, i sacrifici di coloro che desideravano offrire, quando questi esseri portano il sacrificio verso l’alto, allora in loro sorge naturalmente una disposizione che è la conseguenza: essi sono ricolmi, per così dire, di un’abbondanza che fluisce in loro. E su questa abbondanza, su questo essere ricolmi, si costruisce la loro attività futura. Lo sviluppo futuro di questi esseri sarà un’attività costruttiva, un’organizzazione costruttiva di ciò che è stato ricevuto. Quindi gli esseri che avevano accolto il sacrificio porteranno nel periodo lunare le forze costruttive. Gli esseri il cui sacrificio è stato rifiutato porteranno nel periodo lunare il carattere della trasformazione, la capacità di modificare continuamente, la capacità di diversificare, di differenziare sempre di nuovo.
Sono questi i due principi opposti che si scontrano nella luna, e il loro conflitto è il segreto della luna. Sono questi i due principi opposti che si scontrano nella luna, e il loro conflitto è il segreto della luna. Di conseguenza, la luna non è un corpo celeste costruito secondo il principio statico, bensì il risultato continuo di una lotta tra due tendenze: la tendenza verso il consolidamento, l’addensamento, la costruzione, e la tendenza verso la trasformazione, la diversificazione, la continua metamorfosi.
Ora, gli esseri che avevano il loro sacrificio accettato, e che portavano dunque in sé il carattere della costruzione — coloro che ricevono il dono e il sacrificio — questi esseri che dovevano ricevere, così dovevano anche conservare in sé la capacità costruttiva. Ma gli esseri che avevano il loro sacrificio rifiutato, che dovevano conservare in sé la volontà arretrata, si trovavano in una situazione del tutto particolare. E ancora una volta si deve immergere in stati interiori specifici — perché i pensieri raggiungono a stento questi stati — se si vuole sentire, rivivere interiormente queste cose.
L’essere che può sacrificare la sua volontà si trasforma, per così dire, in un certo senso nell’altro essere. Anche questo si può sentire nella vita umana: come si vive e si opera in un essere a cui si porta il sacrificio, come ci sentiamo soddisfatti e felici quando possiamo stare di fronte all’essere a cui portiamo il sacrificio. E poiché parliamo qui del sacrificio offerto a esseri superiori, a entità universali e comprensive, verso cui guardare all’insù deve sembrare agli esseri sacrificanti la loro beatitudine massima, così quello che rimane come sospiro di volontà arretrato non può essere affatto la medesima cosa, come disposizione interiore, come contenuto dell’anima, di quello che potrebbero provare se potessero sacrificare. Poiché se potessero sacrificare, il sacrificio sarebbe presso gli altri esseri. Possiamo, per così dire, usare il paragone: se gli esseri terrestri e degli altri pianeti potessero sacrificare al Sole, allora sarebbero presso il Sole. Se non potessero sacrificare al Sole, se dovessero trattenere ciò che altrimenti potrebbero offrire, allora sono presso se stessi, sono ricacciati in se stessi.
Se cogliamo quello che ora è appena stato espresso, allora notiamo che qualcosa entra nel cosmo. Afferratelo chiaramente: non può essere espresso diversamente. Gli esseri che sacrificano a un altro essere, quello che vive in loro tutti, che sarebbero abbandonati all’universale, ora, quando il sacrificio non è accettato, sono costretti a portarlo in se stessi. Non sentite che qui brilla qualcosa che si chiama egoità, che più tardi come egoismo emerge in tutte le forme? Considerata in questa prospettiva, si deve sentire quello che più tardi — versato, per così dire, nell’evoluzione — vive come eredità negli esseri. Con il desiderio vediamo l’egoismo brillare, inizialmente nella forma più debole, ma lo vediamo insinuarsi nell’evoluzione del mondo. E così vediamo come gli esseri che dunque si consegnano al desiderio, cioè a se stessi, alla loro egoità, sono, in un certo senso, dannati all’unilateralità, alla pura vita soltanto in se stessi, se non intervenisse qualcos’altro.
Immaginiamo un essere che può sacrificare: vive nell’altro essere, e vive sempre nell’altro. Un essere che non può sacrificare, può vivere solo in se stesso. Così è escluso da quello che potrebbe vivere negli altri e, in questo caso, negli esseri superiori. Sarebbero già esclusi dall’evoluzione, dannati e banditi all’unilateralità, se non intervenisse qualcosa che entra nell’evoluzione e che vuole allontanare l’unilateralità. È l’intervento di nuovi esseri, che trattengono la dannazione e il bandinento all’unilateralità. Come sul Saturno si erano gli esseri della volontà, come sul Sole gli esseri della saggezza, così sulla Luna vediamo apparire gli Spiriti del Movimento, sebbene non dobbiamo immaginarci il movimento come uno spostamento nello spazio, bensì dobbiamo cogliere il «movimento» in modo che porti un carattere più ideativo. Ognuno conosce l’espressione «movimento del pensiero», sebbene sia solo il corso, la fluidità dei propri pensieri. Ma già da questo vedrete che, se vogliamo appropriarci di un concetto più ampio del movimento, non possiamo accorrere a qualcosa di diverso dall’unico movimento nello spazio — che è solo un genere particolare di tutto il movimento — per spiegare il movimento. Quando molti uomini si consegnano a un essere superiore, che si esprime, per così dire, in loro tutti, perché riceve sacrifici da loro tutti, allora tutti questi molti vivono nell’Uno e ne sono soddisfatti. Ma se i sacrifici sono rifiutati, i molti vivono in se stessi e non possono essere soddisfatti. Allora entrano gli Spiriti del Movimento e guidano gli esseri che altrimenti sarebbero soli su se stessi verso tutti gli altri esseri in un certo modo, li portano agli altri in una relazione. Gli Spiriti del Movimento non sono da pensare inizialmente solo come esseri che cambiano posto, bensì sono esseri che producono qualcosa per cui un essere entra sempre in nuove relazioni con altri esseri.
Ci si può fare un’idea di quello che è stato raggiunto a questo stadio nel cosmo se di nuovo ripensiamo a una corrispondente disposizione dell’anima. Chi non sa che il desiderio nell’uomo, se persiste, rimane, non potrà vivere alcun cambiamento — chi non sa come diviene tormentoso e lega l’uomo in uno stato che diviene insopportabile, che allora negli spiriti banali diviene quello che si chiama «noia». Ma da questa noia, che di solito si può attribuire solo agli spiriti banali, ci sono tutti i possibili gradi intermedi fino a quelli propri delle nature grandi e nobili, in cui vive quello che la loro natura stessa esprime come desiderio, e che non può essere soddisfatto nel mondo esteriore. E attraverso cui cosa il desiderio è più soddisfatto se non attraverso il cambiamento? La prova di ciò è che gli esseri che sentono questo desiderio cercano relazioni con sempre nuovi e nuovi esseri. L’angoscia del desiderio è spesso superata da quello che sono le relazioni mutate verso sempre nuovi e nuovi esseri.
Così vediamo come la Terra attraversa la sua fase lunare, come gli Spiriti del Movimento portano nella vita degli esseri che sentono il desiderio, che altrimenti si desolerebbe — e la noia è anche una sorta di desolazione — il cambiamento, il movimento, la relazione verso sempre nuovi e nuovi esseri o sempre nuovi e nuovi stati. Il movimento spaziale, il movimento locale, è solo un genere di questo movimento più comprensivo di cui abbiamo ora parlato. Abbiamo movimento quando siamo in grado di avere al mattino un determinato contenuto di pensiero nell’anima, ma non abbiamo bisogno di conservarlo, possiamo passare a altro. Allora vinciamo l’unilateralità nella nostalgia attraverso la molteplicità, attraverso il cambiamento e il movimento dell’esperienza. Nello spazio esteriore abbiamo solo un tipo particolare di questo cambiamento.
Immaginiamoci un pianeta che sta di fronte a un Sole. Se rimanesse sempre nella stessa posizione rispetto al Sole, se non si muovesse, rimarrebbe in quell’unilateralità che può solo sorgere dal fatto che sempre rivolge solo un lato al Sole. Allora arrivano gli Spiriti del Movimento, conducono il pianeta intorno al Sole, per portare il cambiamento nel suo stato. Il cambio di posto è solo un genere di cambiamento in generale. E poiché gli Spiriti del Movimento portano il cambio di posto nel cosmo, introducono solo un aspetto particolare di quello che il movimento in generale è.
Ma per il fatto che gli Spiriti del Movimento introducono il movimento e il cambiamento nel cosmo, come fino a ora l’abbiamo conosciuto, deve entrare ancora qualcos’altro. Abbiamo visto che in questa evoluzione, in tutta la molteplicità cosmica che si sviluppa come gli Spiriti del Movimento, gli Spiriti della Personalità, gli Spiriti della Saggezza, della Volontà e così via, vive anche la sostanza che abbiamo chiamato «virtù donatrice», l’effusione di quello che brilla come saggezza e sta come spirituale a fondamento dell’aria, del flusso gassoso. Ora questo confluisce con la volontà trasformata in desiderio e diviene in questi esseri quello che l’uomo conosce — non ancora come pensiero, ma come immagine. Meglio ce la rappresentiamo attraverso l’immagine che l’uomo ha quando sogna. L’immagine fugace, fluida del sogno può fornire una rappresentazione di quello che accade in un essere in cui la volontà vive come desiderio ed è portata dagli Spiriti del Movimento in relazione con altri esseri. E poiché è portato all’altro essere, non può del tutto donarsi, poiché la propria egoità vive in lui. Ma può accogliere l’immagine fugace dell’altro, che vive come immagine di sogno in lui. Da ciò il fluire di immagini nell’anima che possiamo denominare. L’emergere della consapevolezza di immagini vediamo sorgere durante questa fase dell’evoluzione. E poiché noi stessi, ancora senza la nostra odierna consapevolezza terrestre dell’Io, abbiamo attraversato questa fase dell’evoluzione, dobbiamo immaginarci che durante questa fase evolutiva non abbiamo ancora quello che oggi conquestiamo attraverso il nostro Io, che allora siamo esseri e operiamo nel cosmo, mentre in noi vive qualcosa che oggi possiamo solo rappresentarci quando conosciamo il desiderio.
Potremmo, se non mettessimo davanti agli occhi tali stati di sofferenza come quelli terreni, immaginarci che non potessero essere diversamente da come dice il verso del poeta:
«Solo chi conosce il desiderio sa che cosa io soffro». In un certo senso, il dolore, la sofferenza nella sua forma dell’anima, naturalmente, anche in quel tempo, entra nei nostri esseri e negli esseri di altri enti che sono connessi con la nostra evoluzione. E viene riempito attraverso l’attività degli Spiriti del Movimento l’interno che altrimenti resterebbe vuoto, l’interno soffrente di desiderio, con il balsamo che sotto forma di immagini si effonde in questi esseri. Altrimenti questi esseri sarebbero vuoti nell’anima, vuoti di qualunque cosa che non fosse desiderio. Ma il balsamo delle immagini cade goccia a goccia in loro, perché riempiano la desolazione e la vacuità con molteplicità e conducano così gli esseri oltre la dannazione e il bandimento.
Se prendiamo con serietà tali parole, abbiamo contemporaneamente quello che spiritualmente sta a fondamento di quello che si è sviluppato durante la fase lunare della nostra Terra e che ora, perché la fase terrestre del nostro essere si è sovrapposta, abbiamo nei fondali profondi della nostra consapevolezza. Ma l’abbiamo — e in una maniera popolare sarà mostrato domani nel discorso pubblico — così nei fondali della nostra anima che può svolgersi, come quello che laggiù agita sotto la superficie dell’oceano e spinge verso l’alto i flutti, senza che sappiamo quali siano i motivi di quello che entra allora nella consapevolezza. Sotto la superficie della nostra ordinaria consapevolezza dell’Io abbiamo una tale vita interiore, che può giocare fuori. E che cosa dice questa vita dell’anima all’uomo quando gioca fuori? Se mettiamo di fronte agli occhi il fondamentale cosmico di questa vita inconscia dell’anima, allora possiamo dire: La vita dell’anima che sentiamo così emergere dai fondali dell’anima è un emergere di quello che dalla fase lunare dell’evoluzione si è trasferito in quello che durante la fase terrestre stesso è entrato in noi. E se così veramente mettiamo di fronte agli occhi l’interplay della natura lunare con la nostra natura terrestre, allora abbiamo il motivo autentico di quello che dalla vecchia Luna spiritualmente ha portato all’esistenza terrestre.
Mettiamo di fronte agli occhi che, come l’abbiamo caratterizzato, era necessario che sempre dovessero emergere immagini, le quali dovevano soddisfare una desolazione. Allora vi viene un concetto di un peso grave, di una grande significanza: l’anima umana desiderante nella sua vacuità desiderosa e tormentosa, che questa nostalgia è soddisfatta o armonizzata dal gioco delle immagini che a loro volta possono solo prendere il posto di altre immagini. E quando le immagini sono lì e sono state lì per un tempo, allora la vecchia nostalgia di nuovo spunta consapevolezza dai fondali, e gli Spiriti del Movimento la conducono verso nuove immagini. E quando le nuove immagini di nuovo sono state lì per un tempo, la nostalgia batte di nuovo verso nuove immagini. E dobbiamo pronunciare la parola significativa riguardo a una tale vita dell’anima: Se la nostalgia è solo soddisfatta da immagini che inseguono nuove immagini, allora è l’infinità che fluisce continuamente senza fine. In questo può entrare solo quello che deve entrare quando, al posto delle immagini che fluiscono all’infinito, entra qualcosa che può redimere il desiderio attraverso qualcosa di diverso da sole immagini, cioè attraverso realtà. Questo significa, in altre parole: quella incarnazione planetaria della nostra Terra in cui abbiamo attraversato la fase in cui le immagini, portate dalla attività degli Spiriti del Movimento, sono la soddisfazione della nostalgia, essa deve essere sostituita da quella fase planetaria delle incarnazioni terrestri che dobbiamo chiamare la fase della redenzione. E vedremo ancora che la Terra è da chiamare il «pianeta della redenzione», come possiamo chiamare la precedente incarnazione della Terra, l’esistenza lunare, il «pianeta della nostalgia», che certamente calma la nostalgia, ma che nella calma scorre in un’infinità che non finisce mai. E mentre viviamo nella consapevolezza terrestre — che, come abbiamo visto, il Mistero del Golgota ci porta la redenzione — emerge durante questa vita dai fondali della nostra anima quello che continuamente anela alla redenzione. È come se avessimo sopra i flutti della consapevolezza ordinaria, e laggiù nelle profondità dell’oceano della vita dell’anima vive il fondamentale della nostra anima come desiderio, come qualcosa che continua a voler salire verso il compimento del sacrificio, verso l’essere universale che tutto a una volta soddisfa il desiderio, non nella successione infinita delle immagini, ma tutto a una volta dà la soddisfazione.
L’uomo terrestre sente già queste disposizioni — e sono le migliori quando le sente. E quegli uomini terresti che nella nostra epoca sentono completamente secondo il nostro particolare momento questo desiderio, sono nel fondo coloro che vengono al nostro movimento per la scienza dello spirito. Allora gli uomini imparano a riconoscere nella vita di fuori tutto quello che li soddisfa nei dettagli per la loro ordinaria, superiore consapevolezza. Ma allora emerge dai fondali della consapevolezza quello che nei dettagli non può mai essere soddisfatto, che anela verso il fondamento centrale della vita. E questo fondamento centrale può essere dato solo dal fatto che abbiamo una scienza universale, che si occupa non solo dei dettagli, ma della totalità della vita. A quello che gioca nei fondali dell’anima e deve essere portato alla consapevolezza ordinaria, nella significanza della nostra epoca attuale, deve corrispondere l’occupazione con l’essere universale che vive nel mondo; altrimenti gioca dai fondali dell’anima quello che anela a qualcosa che non potrà mai raggiungere.
In questo senso la scienza dello spirito è un’accoglienza di quelle nostalgie che vivono nei fondali dell’anima. E poiché tutto quello che più tardi succede nel mondo ha i suoi preludi, non dobbiamo meravigliarci di un uomo — che se, per esempio, vivesse nell’attuale epoca, chiederebbe attraverso la scienza spirituale la soddisfazione per la potenza della nostalgia nella sua anima — se forze dell’anima a lui non consapevoli, che sono come nostalgie, potessero consumarlo. Poiché viveva in un’epoca anteriore, in cui questa saggezza spirituale non c’era stata e perciò non poteva ancora averla, così è come se si consumasse di essa, avesse un desiderio eterno di essa e non potesse comprendere la vita — proprio perché era uno spirito eminentemente grande. Mentre oggi potrebbe fluire nella sua anima qualcosa che calmerebbe la nostalgia di immagini, che possono solo coprire la desolazione, egli anelava al termine di questa caccia alle immagini, e anelava tanto più quanto più potente era questa caccia alle immagini! E non potrebbe la voce di questo uomo non apparirci come un’espressione di uno spirito che vive in un’epoca in cui non potrebbe ancora avere questa saggezza spirituale che si effonde come balsamo nella nostalgia dell’anima, quando sentiamo come ha scritto a un altro:
«Chi vorrebbe essere felice su questo mondo? Pfui, avrei voglia di dire vergogna, se lo vuoi! Che superficialità, o nobile uomo, occorre per aspirare a qualcosa qui, dove tutto finisce con la morte. Ci incontriamo, tre primavere ci amiamo: e un’eternità fuggiamo di nuovo l’uno dall’altro. E che cosa merita di essere perseguita se non è l’amore! Ah, deve esserci qualcos’altro che amore, felicità, gloria e x, y, z, di cui le nostre anime non sognano nulla.
Non può essere un cattivo spirito quello che sta a capo del mondo; è solo uno non compreso! Non ridiamo anche noi quando i bambini piangono? Pensa solo, questa continuazione infinita! Miriadi di periodi di tempo, ognuno una vita, e per ognuno un’apparenza come questo mondo! Come potrebbe mai chiamarsi il piccolo puntino che si vede sulla Sirio quando il cielo è sereno? E questo intero immenso firmamento è solo una particella contro l’infinità! O Rühle, dimmi, è questo un sogno? Tra ogni due foglie di tiglio, quando di sera giaccio sulla schiena, una prospettiva più ricca di presagi che di pensieri che la mente può afferrare, e le parole poter dire. Vieni, facciamo qualcosa di bene e moriamo facendolo! Una dei milioni di morti che abbiamo già sofferto e ancora dovremo soffrire. È come se entrassimo da una stanza all’altra. Vedi, il mondo mi sembra incassellato, il piccolo è simile al grande!» Da una lettera di Heinrich von Kleist del 1806.
Così preme la nostalgia, che ha potuto incasellare in tali parole, uno spirito a scrivere a un amico — uno spirito che non poteva ancora trovare una soddisfazione di questa nostalgia attraverso quello che, se solo con una comprensione energica si accosta alla scienza dello spirito, l’anima moderna può trovare. Poiché questo spirito è colui che cento anni fa terminò la sua vita, dopo aver prima sparato alla sua amica Henriette Vogel e poi a se stesso, e che riposa in quella tomba solitaria sul Wannsee, che si è chiusa cento anni fa sopra i suoi resti.
È una singolare disposizione, si potrebbe dire del karma, che sulla disposizione che ci caratterizza meglio quello che cerchiamo di cogliere quando parliamo dell’interplay del sacrificio di volontà trattenuto nella nostalgia, della soddisfazione di questa nostalgia che poteva venire solo dagli Spiriti del Movimento, e dell’anelito verso una soddisfazione definitiva, come poteva venire solo sul pianeta della redenzione — è una singolare comunione karmica che secondo il nostro ordinario programma dovevamo parlarne proprio in un giorno che può ricordarci come uno spirito poteva esprimere la nostalgia indeterminata nelle parole più elevate e infine l’ha riversata nell’atto più tragico che la nostalgia poteva incarnare. E come potremmo misconoscere che questo spirito nella sua totalità, come sta dinanzi a noi, in verità è una viva incarnazione di quello che laggiù nell’anima vive, quello che dobbiamo ricondurre a Qualcosa ancora diverso dall’esistenza terrestre se vogliamo riconoscerlo? Non ci ha descritto Heinrich von Kleist nel modo più significativo quello che può vivere in un uomo — come troverete subito sulle prime pagine di «La guida spirituale dell’uomo e dell’umanità» — di quello che va oltre lui stesso, lo spinge, e che potrebbe comprendere solo più tardi se non avesse prima interrotto il suo filo della vita?
Pensiamo alla sua «Pentesilea»: quanto più c’è in Pentesilea di quello che può cogliere con la sua consapevolezza terrestre! Non potremmo comprenderla nella sua intera particolarità se non assumessimo che la sua anima sia infinitamente più ampia della piccola anima stretta che lei — anche se grande — abbraccia con la sua consapevolezza terrestre. Perciò una situazione deve giocare dentro che artificialmente porta l’inconscio nel dramma. Sì, deve addirittura essere impedito che il corso intero, come Kleist la conduce ad Achille, sarebbe abbracciabile dalla consapevolezza ordinaria, altrimenti non potremmo vivere l’intera tragedia. Pentesilea è condotta come prigioniera ad Achille, ma le è finito di far credere che lui è suo prigioniero. Perciò è «suo» Achille. — Quello che vive nella consapevolezza ordinaria deve essere immerso nell’inconscio.
Come gioca di nuovo questo inconscio in un’azione come ad esempio «La Caterina di Heilbronn», specialmente nella strana relazione tra la Caterina e il Conte del Raggio, che non si svolge nella consapevolezza ordinaria, bensì nei strati più profondi dell’anima, dove sono le forze di cui l’uomo non sa nulla, che vanno da uno all’altro. Quando l’abbiamo dinanzi sentiamo lo spirituale che giace nelle ordinarie forze di gravitazione e di attrazione del mondo. Sentite quello che giace nelle forze del mondo, per esempio nella scena dove Caterina sta davanti a colui che adora, dove vediamo quello che vive nell’inconscio e come è affine a quello che fuori nel mondo vive, e che si definisce con la parola asciutta e sobria «forze di attrazione dei pianeti» e così via? Tuttavia uno spirito perspicace e aspirante cento anni fa non poteva ancora immergervisi. Oggi deve accadere.
Molto diversamente dunque sta oggi dinanzi a noi la tragedia del «Principe di Homburg». Vorrei sapere come gli astrattologi, che vogliono derivare solo dall’intelletto tutto quello che l’uomo compie, vogliono spiegare una figura come il Principe di Homburg, il quale compie tutte le sue grandi azioni in una sorta di stato di sogno, anche quelle che infine conducono alla vittoria. E Kleist chiaramente indica che non potrebbe conseguire la vittoria dalla sua consapevolezza ordinaria, che anche secondo la sua consapevolezza ordinaria non è nemmeno un uomo particolarmente grande, poiché successivamente si lamenta della morte. E solo quando, attraverso uno speciale impulso della volontà, quello che vive nei fondali dell’anima è portato verso l’alto, allora si riscuote.
Quello che rimane come eredità all’uomo dalla consapevolezza lunare è qualcosa che non deve essere portato verso l’alto attraverso la scienza astratta, ma che deve essere portato verso l’alto attraverso i concetti molteplici, sottili e che affrontano le cose spirituali da tutti i lati con contorni dolci, che la scienza dello spirito porta. Il Massimo si lega al Medio e si lega all’Ordinario.
Così comprendiamo che la scienza dello spirito ci mostra come gli stati che oggi sperimentiamo nell’anima si formano nel cosmo, nell’universo. Ma comprendiamo anche come quello che sperimentiamo nell’anima può soltanto fornirci un concetto di quello che spiritualmente giace nei fondali delle cose. Comprendiamo anche come il nostro tempo doveva arrivare per soddisfare quello che era stato anelato nel tempo che ha preceduto il nostro, come gli uomini hanno bramato quello che il nostro tempo solo potrebbe dare. E una specie di venerazione per tali uomini, che non hanno potuto trovarsi nel tempo che ha preceduto il nostro rispetto a quello che il loro cuore bramava e che il mondo non poteva loro dare, una certa venerazione per tali uomini può consistere anche nel fatto che ricordiamo come tutta la vita umana appartiene insieme, e come l’uomo odierno può dedicare la sua vita a quei movimenti spirituali che gli uomini — come ci mostrano i loro destini — avevano già a lungo avuto bisogno.
Così è permesso indicare in una certa misura la scienza dello spirito come una portatrice della redenzione della nostalgia umana in un giorno che, come il giorno centenario della morte tragica di uno di questi uomini i più nostalgici, può ben ricordare come quello che la scienza dello spirito può dare è stato chiesto dagli uomini appassionatamente, ma anche con rammarico da molti tempi. Questo è un pensiero che possiamo cogliere, e che forse è anche antroposofico, nel giorno centenario della morte di uno dei più grandi poeti tedeschi.
Così abbiamo guidato la nostra anima attraverso una serie di considerazioni, mostrandoci come dietro a quello che chiamiamo Maja, ovvero la grande illusione, stia il Spirituale. Vogliamo porci ancora una volta la domanda fondamentale: in quale modo si è rivelato a noi che dietro a tutto quello che inizialmente percepiamo per i sensi e per la nostra concezione del mondo legata al corpo fisico, stia il Spirituale riconosciuto da noi? Come abbiamo potuto giungere a comprendere la vera natura di quello che sta dietro al sensibile?
L’abbiamo caratterizzato mediante l’affermazione che, nel corso delle ultime considerazioni, siamo stati costretti ad allontanare da davanti ai nostri occhi le più immediate apparenze mondane esterne e a penetrare fino alle più profonde proprietà del Reale vero, che abbiamo designato come abnegazione, virtù donatrice, rassegnazione o rinuncia. Si tratta di proprietà spirituali che possiamo conoscere soltanto guardando profondamente nella nostra anima stessa, che possiamo attribuire significativamente e correttamente soltanto alla nostra anima propria e al nostro proprio essere spirituale. Quello che dobbiamo pensare come il Reale — potremmo dire anche il Vero che dimora dietro il mondo dell’illusione — deve possedere nella sua autentica verità proprietà spirituali appena nominate: allora dobbiamo dire che in questo mondo dell’essere autentico, in questo mondo della Realtà vera, abita quello che secondo le sue qualità essenziali nel fondo possiamo soltanto paragonare a proprietà che percepiamo inizialmente entro la nostra anima cosciente. Se per esempio quello che si esprime esternamente nell’apparenza sensibile del calore dobbiamo caratterizzarlo nella sua profonda verità come servizio sacrificale, come sacrificio continuamente effuso nel divenire universale, vuol dire che abbiamo ricondotto l’elemento fisico del calore fino a uno Spirituale autentico, cioè abbiamo come rimosso il velo esteriore illusorio dell’essere visibile, e messo in luce quale realtà nel mondo esterno corrisponda a quello che riconosciamo personalmente come il nostro Spirituale interiore.
Prima di proseguire ulteriormente nelle considerazioni, ci è necessaria un’altra idea fondamentale, che chiarirà la nostra ricerca. Questa domanda è: avviene veramente che tutto quello che abbiamo nel mondo della Maja ovvero della grande illusione svanisca completamente in una sorta di nullità pura e totale? Esiste veramente nella Sfera sensibile che ci circonda e nel mondo della nostra percezione esterna nulla che non sia illusione, nulla che si presenti come il Vero, come una realtà autentica?
Sarebbe certamente un buon paragone e una bella immagine se dicessimo: il mondo della Verità autentica, il mondo della Realtà vera, sia inizialmente celato e nascosto come le forze interne viventi di uno stagno o persino dell’oceano infinito sono nascoste nel seno profondo della massa d’acqua, e il mondo della Maja potremmo paragonarlo al gioco di increspature delicate che avviene continuamente sulla superficie visibile. Il paragone sarebbe buono e illuminante, ma mostra proprio che qualcosa scorre su, che risale da quello che sta in basso nel profondo dell’oceano e causa il gioco di increspature in alto sulla superficie visibile: la sostanza dell’acqua medesima e anche una certa configurazione viva delle forze che la determinano. Perciò è indifferente quale di questi o un altro paragone scegliamo. Possiamo ben porre la domanda: non c’è anche nel vasto regno della nostra Maja o Illusione qualcosa che è «reale»?
Vogliamo procedere oggi esattamente come abbiamo fatto metodicamente nelle ultime considerazioni precedenti. Ci avvicineremo lentamente, con cautela e attenzione, a quello che vogliamo porci dinanzi all’anima in forma vivente, partendo da esperienze interiori concrete della nostra anima propria. Poiché ci siamo spiritualmente avanzati attraverso l’essere di Saturno, Sole e Luna e ora ci avviciniamo all’essere della Terra, vogliamo partire da esperienze dell’anima ancora più prossime, si potrebbe dire, più ordinarie di quanto non abbiamo fatto l’ultima volta. La volta scorsa partimmo dalle profondità nascoste della vita dell’anima, da quello che si erge da quello che in scienza dello spirito abbiamo imparato a conoscere come il nostro corpo astrale. Di lì abbiamo sentito elevarsi il desiderio, e abbiamo visto come il desiderio opera negli esseri — inizialmente per noi nell’uomo — e come sia esso che guida propriamente la vita dell’anima a trovare soddisfazione soltanto nell’incontro di quel mondo di immagini che abbiamo potuto concepire come il movimento interno di questa vita dell’anima. E così abbiamo trovato la strada dal microcosmo della singola anima fino al macrocosmo del creare mondano che abbiamo assegnato agli Spiriti del Movimento.
Oggi vogliamo partire da un’esperienza ancora più prossima e ordinaria dell’anima, e precisamente da un’esperienza su cui già l’antica Grecia aveva attirato l’attenzione consapevole, ma che nella sua verità rimane ancora oggi profondamente significativa, e che si indica dalle parole: Tutta la filosofia, cioè tutto lo sforzo verso una certa conoscenza umana vera, proceda dallo stupore autentico. Questa affermazione è davvero esatta e profondamente vera. Chiunque rifletta anche solo un poco e osservi attentamente l’intero processo vivente che accade e si svolge nell’esperienza della sua anima mentre si avvicina a una conoscenza autentica, sperimenterà concretamente su se stesso che un percorso sano e fecondo verso la conoscenza vera trova sempre il suo vero punto di partenza nello stupore genuino, nella meraviglia consapevole per qualcosa. Questo stupore profondo, questa meraviglia consapevole da cui deve procedere inevitabilmente ogni processo conoscitivo autentico, appartiene proprio a quelle esperienze fondamentali dell’anima che dobbiamo designare come quelle che immettono dignità vera e vita vivente in tutto ciò che potrebbe altrimenti apparire sobrio e freddo. Infatti, quale sarebbe una conoscenza che afferri la nostra anima se non procedesse dallo stupore? Sarebbe davvero una conoscenza che dovrebbe essere completamente immersa nella sobrietà, nella pedanteria. Soltanto quel processo che si svolge nell’anima, che dal meravigliamento porta alla beatitudine che riceviamo dai misteri risolti, e che inizialmente si eleva al di sopra della meraviglia, costituisce ciò che è sublime e interiormente vivo nel processo conoscitivo. Davvero si dovrebbe sentire la secchezza e l’inaridimento di una conoscenza che non sia come incorniciata da questi due movimenti dell’animo. Incorniciata dallo stupore iniziale e dalla beatitudine per il mistero finalmente risolto è la vera conoscenza, quella sana e vivente. Ogni altra conoscenza può essere acquisita esternamente, può essere portata dall’uomo per questo o quel motivo contingente. Ma una conoscenza non incorniciata e illuminata da questi due movimenti nobili dell’animo non è veramente nata seriamente e profondamente dall’anima umana cosciente. Tutto l’aroma della conoscenza, che forma l’atmosfera del vivo nella conoscenza, emana da queste due cose: dallo stupore e dalla beatitudine per lo stupore colmato.
Quale origine ha dunque lo stupore medesimo nella nostra esperienza umana? Perché sorge il vero stupore — cioè la meraviglia consapevole per qualcosa di esterno a noi — nella nostra anima? Lo stupore, la meraviglia profonda sorgono fondamentalmente dal fatto che ci sentiamo inizialmente estranei e perplessi di fronte a un essere vivente, a una cosa concreta o a un fatto che ci si presenta inaspettatamente. L’estraneità è il primo elemento fondamentale che conduce alla meraviglia profonda, allo stupore consapevole. Ma non proviamo vero stupore, vera meraviglia di fronte a tutto ciò che è semplicemente estraneo, bensì soltanto di fronte a ciò che è estraneo e con cui tuttavia ci sentiamo contemporaneamente e mysteriosamente in certa misura affini, così affini da dirci interiormente: c’è qualcosa in questa cosa o in questo essere vivente che ora non è ancora veramente in me, ma che ha il potere di passare in me e di elevare la mia consapevolezza. Quindi ci sentiamo simultaneamente affini e estranei di fronte a una cosa che afferriamo attraverso la meraviglia, attraverso uno stupore.
Alla parola «meraviglia» è collegata interiormente anche la parola «miracolo», che attribuiamo a un evento straordinario rispetto a cui l’uomo ordinario inizialmente non trova una relazione affine e comprensibile nella sua conoscenza abituale. Ma questo può dipendere solo dalla sua limitazione personale, o per lo meno può dipendere soltanto dalla sua consapevolezza ordinaria e dai suoi pregiudizi. Non si porrebbe neppure in modo così negativo e scettico di fronte a quello che designa come «miracolo» se non in certa misura profonda rivendicasse il diritto interiore che questo gli si riveli e gli diventi accessibile, che sia quindi in certa misura affine alla sua vera natura. Infatti, perché i materialisti e coloro che partono esclusivamente da concetti puramente intellettuali negano così insistentemente per esempio quello che altri riconoscono come miracolo autentico, se non hanno prove dirette e concrete che si tratta veramente di bugia, di falsità e di illusione? Questo già oggi persino filosofi illuminati debbono ammettere: non si può mai provare dalle apparenze del mondo che stanno dinanzi all’uomo che, per esempio, il Cristo incarnato in Gesù di Nazareth non sia risorto. Si possono addurre ragioni contro. Ma quali sono queste ragioni? Non sono logicamente sostenibili! Questo già oggi filosofi illuminati riconoscono. Perché le ragioni addotte dal materialismo, per esempio quella che tutti gli uomini che questa gente finora ha visto non risorgono come il Cristo: queste ragioni stanno logicamente allo stesso livello di chi, avendo visto finora soltanto pesci, volesse provare dalla natura dei pesci che non esistono uccelli. Non si può mai dedurre logicamente legittimamente da una classe di esseri che altre creature non esistono. Ugualmente non si può dedurre da esperienze che si possono fare su uomini del piano fisico nulla circa gli eventi del Golgota — cosa che inizialmente si designa come miracolo. Se però comunicate a una persona qualcosa che dovrebbe designare come miracolo, se la cosa fosse vera, e quella persona dice: non riesco a capirlo — non contraddice così quello che abbiamo detto sul concetto della meraviglia; perché nel suo comportamento mostra chiaramente che questo punto di partenza di ogni conoscenza è anche per lui fondato. Esige infatti che quello che gli è comunicato abbia in sé qualcosa di affine a lui. Vuole che in certa misura possa diventare suo possesso nello Spirituale, e poiché crede di non poterlo avere, che non sia affine a lui, lo rifiuta. Persino se ci avvicinassimo al confine, fino al concetto di miracolo medesimo, vedremmo che la meraviglia o lo stupore, da cui già nel senso della Grecia antica è proceduta tutta la filosofia, riposa sul fatto che l’uomo si trova di fronte a qualcosa di estraneo, ma deve riconoscerlo come affine. Cerchiamo di costruire un ponte di collegamento tra questi concetti e quello che abbiamo portato dinanzi all’anima l’ultima volta.
L’ultima volta abbiamo mostrato e illustrato come un certo progresso reale nell’evoluzione cosmica avvenga per il fatto che esseri sono spiritualmente disposti a sacrificare, a offrire sacrifici consapevolmente, ma questi sacrifici generosi vengono rifiutati e respinti, e nei sacrifici così respinti e non accolti abbiamo riconosciuto uno dei fatti capitali e determinanti che si sono verificati durante l’antico sviluppo della Luna. Appartiene all’essenziale più profondo dello sviluppo lunare antico il fatto che allora da certi esseri lunari dovevano essere offerti sacrifici spirituali a esseri gerarchici superiori, sacrifici che questi esseri superiori tuttavia rifiutavano consapevolmente: così il fumo sacrificale invisibile degli esseri lunari antichi saliva verso gli esseri superiori in suppliche invisibili, ma non veniva accolto e accettato, e veniva ricondotto come sostanza ancora carica di desiderio negli esseri stessi che volevano offrire il sacrificio. E abbiamo visto che gran parte della particolarità caratteristica degli esseri dell’antica Luna consisteva proprio nel fatto che sentivano amaramente respinto in sé quello che da se stessi aspiravano a inviare verso le essenze superiori come la loro sostanza sacrificale più nobile. Anzi, abbiamo visto chiaramente che quello che voleva salire verso le essenze superiori e non poteva raggiungerle: proprio quello restava intrappolato negli esseri in questione, e si era così formato in questi esseri portatori del sacrificio respinto come la forza viva del desiderio ardente, del bisogno spirituale. E ancora oggi, nell’era presente, possediamo in tutto quello che nella nostra anima sperimentiamo come desiderio un’eredità profonda di quei processi lunari antichi e dolorosi, che consistono fondamentalmente nel fatto che esseri allora non trovavano accolto il loro sacrificio di amore. L’intero carattere dello sviluppo lunare antico, colto profondamente in forma spirituale, tutta l’atmosfera spirituale della Luna antica può caratterizzarsi in molti aspetti significativi così: esseri sulla Luna antica sono quelli che offrono continuamente sacrifici, ma trovano amaramente che questi sacrifici, proprio perché gli esseri superiori rispetto a essi si rassegnano, si rifiutano, non vengono mai accolti. Questo è il carattere particolare, profondamente malinconico e doloroso, dell’atmosfera lunare antica: il sacrificio sempre respinto, il rifiuto perpetuo. E il sacrificio respinto di Caino, in cui è simbolicamente indicato uno dei punti di partenza fondamentali della nostra evoluzione umana terrestre, ci appare come una sorta di ripetizione del carattere fondamentale dello sviluppo lunare antico, che si rivive e si svolge drammaticamente nell’anima di Caino, colui che non vede accolto il suo sacrificio dal cielo. Questo è qualcosa che può raffigurare per noi un dolore, una sofferenza che il desiderio genera, come accadeva negli esseri dell’antico essere lunare.
Abbiamo già visto l’ultima volta che tra questi sacrifici non accolti e il desiderio che si era formato negli esseri per il fatto che il sacrificio non era stato accolto, fu creato in certa misura un equilibrio per il fatto che sulla Luna antica apparvero gli Spiriti del Movimento. Così fu creata almeno la possibilità che il desiderio che era sorto negli esseri del sacrificio respinto potesse essere in certa misura soddisfatto. Immaginatevi bene la cosa: avete esseri superiori a che si deve sacrificare, ma le sostanze sacrificali vengono respinte. Il desiderio nasce così in questi esseri che volevano sacrificare, e che ora sentono: se avessi potuto offrire il mio sacrificio a questi esseri superiori, il meglio del mio essere vivrebbe in questi esseri, io stesso vivrei in questi esseri superiori; così però sono escluso da questi esseri, così sto qui e questi esseri superiori stanno là! — Gli Spiriti del Movimento però — possiamo intenderlo quasi letteralmente — portano questi esseri, in cui per il sacrificio respinto si accende il desiderio verso gli esseri superiori, in posizioni tali che possono avvicinarsi da molti lati agli esseri superiori. Così quello che riposa in loro come sacrificio non presentabile, almeno attraverso l’abbondanza delle impressioni ricevute dagli esseri superiori, che sono come circondati dagli esseri del sacrificio respinto, può essere compensato; può essere compensato quello che per il rifiuto del sacrificio non è soddisfatto, per il fatto che nelle posizioni di questi esseri verso gli esseri superiori insorge una relazione quale sarebbe insorta mediante un sacrificio presentato. Capiamo perfettamente cosa si intende se immaginiamo in forma simbolica gli esseri superiori come il sole, e poi in un’unica posizione come un pianeta, esseri inferiori. Supponiamo ora che gli esseri del pianeta inferiore volessero offrire al pianeta superiore, cioè al sole, i loro sacrifici. Ma il sole li respinge, e le sostanze sacrificali devono restare presso gli esseri del sacrificio non accolto; questi esseri si sentono pieni di desiderio nella loro solitudine, nel loro isolamento. Ora gli Spiriti del Movimento li portano nell’orbita degli esseri superiori; così per loro diventa possibile per la prima volta, al posto del fluire immediato della loro sostanza sacrificale, mettere questa sostanza sacrificale medesima in movimento e portarla così in relazione con gli esseri di natura superiore. È proprio come se un uomo non fosse in grado di cavarsela con il suo desiderio attraverso un’unica grande soddisfazione e poi esperisse una serie di soddisfazioni parziali: così il suo intero sentimento entra in movimento quando sperimenta una tale serie di soddisfazioni parziali. L’abbiamo spiegato più precisamente l’ultima volta. Abbiamo visto come dalle impressioni che ora provengono dall’esterno, poiché l’essere non si sente interiormente unito agli esseri superiori mediante il sacrificio, nasce un compenso; questo poteva mostrarci come tali esseri giungono tuttavia a una certa soddisfazione.
Ma tuttavia non si può negare che quello che avrebbe dovuto essere sacrificato sussisterebbe presso gli esseri superiori in modo diverso che presso gli esseri inferiori. Perché le vere condizioni di esistenza di quello che avrebbe dovuto essere sacrificato stanno presso gli esseri superiori. Presso gli esseri inferiori devono quindi sopravvenire altre condizioni di esistenza. — Di nuovo possiamo raffigurarci questo così: se l’intera sostanza che contiene un pianeta potesse fluire nel sole e il sole non la respingesse, gli esseri di questo pianeta troverebbero presso il sole altre condizioni di esistenza che altrimenti, quando il sole le respinge, fuori dal sole, nel pianeta. Brevemente: un estraniamento di quello che dobbiamo chiamare il «contenuto del sacrificio» sopravviene: un estraniamento di questa sostanza sacrificale dalla sua origine.
Afferrate ora questo pensiero: esseri devono conservare in sé quello che volentieri offrirebbero come sacrificio, di cui sentono e provano che troverebbe il suo vero significato soltanto se potesse essere offerto come sacrificio. Rappresentatevi gli stati d’animo di tali esseri, e avrete quello che si può chiamare: isolamento di una certa parte dell’essere mondiale dal suo vero significato e dal suo vero grande scopo universale. Gli esseri hanno in sé qualcosa che — se potessimo parlare figuratamente — avrebbe il suo significato in un altro luogo che presso loro stessi. La conseguenza è che questo spostamento — se parliamo di nuovo figuratamente — del fumo sacrificale respinto, della sostanza sacrificale respinta, produce un’espulsione iniziale di questa sostanza sacrificale dal restante processo universale.
Se afferrate questo pensiero non con il vostro intelletto — perché questi non riesce a penetrare tali cose — ma con il vostro sentimento, se catturate sentimentalmente quello che con esso si esprime, avrete l’impressione: c’è qualcosa come strappato dal processo universale complessivo. Per gli esseri che hanno respinto il sacrificio è soltanto qualcosa che hanno separato da sé. Per gli altri esseri, in cui la sostanza sacrificale è rimasta, è qualcosa cui viene impresso il carattere dell’estraneità dalla sua origine. Abbiamo così esseri a cui nella loro sostanzialità viene impresso il carattere dell’estraneità dalla sua origine. Ma questo, se l’intendete sentimentalmente, se vi dipingete sentimentalmente questa idea — se vi dipingete dinanzi all’anima qualcosa cui è inerente l’estraneità dalla sua origine — questo è la morte. E nient’altro è la morte nell’universo se non quello che necessariamente sopravviene con la sostanza sacrificale che deve essere conservata.
Così giungiamo dalla rassegnazione, dal rifiuto che abbiamo trovato al terzo stadio dell’evoluzione, rispetto a quello a cui gli esseri superiori hanno rinunciato, alla morte. E la morte nella sua vera significazione non è null’altro che la proprietà di contenuti di esseri che non sono al loro vero luogo, che sono esclusi dal loro vero luogo.
Anche quando la morte interviene concretamente nella vita dell’uomo, lo stesso principio sottende. Perché se guardiamo il cadavere che rimane nel mondo della Maja, esso non contiene null’altro che una sostanzialità che nel momento della morte è esclusa dall’Io, dal corpo astrale e dal corpo eterico, che è estranea a ciò entro cui ha soltanto un vero significato. Perché il corpo fisico umano non ha significato senza corpo eterico, corpo astrale e Io: è privo di significato, in questo momento è escluso dal suo significato. Quello che non possiamo più penetrare quando muore un uomo, questo ci si presenta nel macrocosmo. Per il fatto che gli esseri mondiali di sfere superiori respingono quello che dovrebbe essere loro offerto come sacrificio, questa sostanza sacrificale respinta cade negli esseri a cui è stata respinta, la morte: perché la morte è l’essere escluso di una qualche sostanza universale, di una qualche essenza universale dal suo vero significato.
Con questa comprensione profonda siamo così entrati finalmente in una caratteristica spirituale autentica di quello che chiamiamo il quarto elemento nella costituzione spirituale dell’universo. Se il fuoco era per noi il vero significato spirituale del sacrificio più puro — e dovunque il fuoco o il calore ci si presenta nei fenomeni della natura, spiritualmente dietro vi sta il sacrificio consapevole — se dietro a tutto quello che si diffonde come aria intorno alla nostra terra abbiamo trovato la virtù donatrice e effusa, la virtù che scorre nella verità, se abbiamo potuto caratterizzare l’acqua che scorre, cioè la liquidità come elemento, come spirituale rassegnazione o rinuncia consapevole, così dobbiamo caratterizzare l’elemento della terra — l’unico che può diventare portatore vero della morte, perché la morte non esisterebbe se l’elemento della terra non avesse ricevuto questa particolare qualità — come quello che è stato separato dal suo significato originario mediante il rifiuto degli esseri superiori. Ora avete formalmente e visibilmente qualcosa di concreto, dove dal fluido leggero si forma il solido pesante e denso. Perché questo specchia in certa misura profonda anche un processo spirituale vero, una trasformazione dello spirituale. Immaginiamoci concretamente che nella massa d’acqua di uno stagno si formi del ghiaccio gelido, l’acqua cioè diventa improvvisamente solida e cristallina. Nella verità spirituale nient’altro vi sottende se non il fatto profondo che quello che rende l’acqua ghiaccio, essenzialmente la separa dal vero significato dell’acqua come elemento vivente. Qui avete lo spirituale vero del divenire solido, lo spirituale essenziale del divenire terra e materia. Perché rispetto alla caratteristica profonda dei quattro elementi il ghiaccio è ugualmente «terra» nel senso occulto e solo il liquido rimane «acqua» nel suo significato originario. — Una separazione consapevole dal suo significato spirituale originario è proprio quello che possiamo chiamare morte vera, e quello in cui la morte si manifesta concretamente, si realizza nel sensibile, è l’elemento della terra e della materia solida.
Siamo partiti fondamentalmente dal fatto che abbiamo sollevato la domanda cruciale se entro il nostro mondo dell’illusione, della Maja, non vi sia assolutamente nulla di vero, se là non vi sia completamente nulla di quello che corrisponde a una realtà autentica. Prendete ora molto attentamente il concetto profondo, quello che abbiamo appena posto dinanzi all’anima cosciente. Vi ho detto fin dall’inizio chiaramente: i concetti di queste nostre considerazioni sono in qualche misura complicati e difficili da comprendere. Sarà quindi assolutamente necessario che non li accogliamo soltanto intellettualmente e razionalmente, ma che su di essi meditiamo ripetutamente e consapevolmente; soltanto allora ci diventeranno completamente chiari nell’anima. Ma prendiamo ora questo concetto della morte vera, rispettivamente di quello che è terreno e soggetto a decomposizione: ci mostra un aspetto estremamente singolare e misterioso. Mentre per tutti gli altri concetti cosmici abbiamo potuto dire a noi stessi ripetutamente che, rispetto a quello che nel mondo della Maja ci sta intorno, non vi è propriamente nulla che sia vero nella sua essenza, bensì il vero è uno spirituale puro che vi sta a fondamento nascosto — abbiamo ora scoperto e riconosciuto qualcosa straordinario, dove quello che abbiamo entro la Maja, propriamente per il fatto che è separato dal suo significato originario, che spiritualmente dovrebbe stare altrove in un luogo di verità, si caratterizza come il morto, come la morte. Così è entrato nella Maja qualcosa che è profondamente separato dal suo vero significato, qualcosa che propriamente non dovrebbe mai essere nella Maja sulla base della verità originaria. Dovunque nell’intero vasto regno della Maja o della grande illusione abbiamo innanzi a noi soltanto illusioni delusive, soltanto inganni e apparenze false che nascondono la verità. Ma riceviamo qualcosa nella Maja che, per il fatto che è profondamente separato dal suo vero significato e dalla sua vera sede nello Spirituale autentico, corrisponde a qualcosa di vero e reale, e nel momento esatto in cui entra nella Maja, la distruzione inevitabile, la morte, le si avvicina inesorabilmente. Ma questo non ci dice nulla di minore e di meno importante che la grande verità occulta, che è alla base di tutto lo studio della natura: Entro il mondo della Maja, l’unico fenomeno che mostra nella sua autentica realtà è la morte! — Tutte le altre apparenze che vediamo intorno a noi dobbiamo ricondurle pazientemente al loro vero significato spirituale, tutte le altre apparenze che compaiono nella Maja hanno dietro a sé il Vero come fonte nascosta: soltanto la morte è entro la Maja il Vero reale, perché consiste propriamente nel fatto che dal Vero spirituale qualcosa è separato consapevolmente e introdotto nella Maja. Perciò la morte entro la Maja è l’unico fenomeno che sia veramente Vero, che corrisponda alla realtà autentica.
Se ora passiamo consapevolmente da quello che nella Maja generale si diffonde e si nasconde ai grandi principi cosmici del mondo intero, allora per la scienza occulta una conseguenza molto importante e essenziale di questa proposizione profonda si presenta inequivocabilmente: che entro il nostro mondo della Maja soltanto la morte è propriamente e veramente il Vero, il reale. Possiamo avvicinarci a quello che voglio dire qui ancora da un altro lato profondo e rivelatore. Possiamo inizialmente considerare attentamente gli esseri dei vari altri regni naturali che ci stanno intorno nel nostro mondo fisico.
Possiamo chiedere in modo consapevole: muoiono veramente per esempio i minerali nel senso proprio della morte? — Per l’occultista non ha senso dire: i minerali muoiono — non nel vero senso della parola. — Sarebbe più o meno quanto dire erroneamente che l’unghia che ci tagliamo da sola sia morta veramente. L’unghia non è qualcosa che come totalità indipendente ha diritto all’esistenza separata, ma è soltanto qualcosa integrato in noi, in noi parte integrante; e se ce la tagliamo, l’abbiamo separata consapevolmente da noi e le abbiamo tolto la vita che era legata vitalmente a noi. Essa muore propriamente e veramente soltanto quando muoriamo noi stessi come organismi interi. Così dunque, dice la scienza occulta profonda, i minerali come singole entità non muoiono realmente. Perché i minerali sono soltanto membra in un grande organismo, come l’unghia nel nostro organismo è una membra; e quando un minerale apparentemente perisce, è soltanto strappato da questo grande organismo, come il pezzo di unghia è strappato dal nostro organismo quando ce lo tagliamo. La distruzione del minerale non è morte, perché il minerale non vive in se stesso, ma nel grande organismo di cui è una membra.
Se vi ricordate della conferenza sull’essenza delle piante, saprete che fu detto: la pianta come tale non è neppure autonoma, bensì è una membra, non come il minerale in un grande organismo, ma nell’intero organismo terrestre; e per una considerazione occulta non ha senso parlare della vita di una singola pianta, bensì si deve parlare dell’organismo terrestre di cui le piante dovunque sono parti. E quando le portiamo alla loro «morte», è come quando ci tagliamo un’unghia. Non possiamo dire che l’unghia sia morta. Ugualmente non possiamo dirlo delle piante, perché appartengono a un grande organismo che è identico all’intera terra ed è un organismo che in primavera si addormenta, invia le piante come suoi organi al sole e in autunno si sveglia e riassorbe lo spirituale delle piante in sé quando assorbe i semi delle piante in sé. Non ha senso considerare le piante per se sole, perché l’organismo terrestre non muore quando le singole piante appassiscono, come noi non moriamo quando i capelli grigi non tornano naturalmente neri. Solo che noi siamo in una situazione diversa rispetto alle piante. Ma la terra è in una tale situazione che potrebbe essere paragonata a quella dell’uomo se i capelli grigi potessero tornare naturalmente neri. Così la terra non muore, bensì quello che si mostra nell’appassimento delle piante è un processo che avviene sulla superficie. Così non possiamo mai dire che le piante in verità muoiono.
Ma neanche degli animali possiamo inizialmente dire che muoiono come noi. Perché il singolo animale in verità non esiste, esiste soltanto l’anima di gruppo che è nel sovrumano. Quello che l’animale è nella verità è soltanto sul piano astrale come l’anima di gruppo, e il singolo animale è condensato dall’anima di gruppo. E quando muore, è una membra staccata dell’anima di gruppo, e questa la sostituisce con un’altra.
Quello che incontriamo come morte nel regno minerale, vegetale e animale è quindi soltanto apparente, è soltanto entro la Maja morte. In verità muore veramente soltanto l’uomo, quello che con la sua individualità giunge così lontano da scendere al suo corpo fisico, in cui durante l’essere terrestre deve essere reale. In verità ha senso parlare di «morte» soltanto per l’essere terrestre dell’uomo.
Se consideriamo questo, dobbiamo dire: soltanto l’uomo può veramente esperire la morte. — Nell’uomo dunque quello che conosciamo attraverso la ricerca occulta è un vero superamento della morte, un vero sconfiggimento della morte. Perché negli altri esseri la morte è soltanto apparente, non è presente nella realtà. Se salissimo più in alto, dagli uomini di nuovo agli esseri delle gerarchie superiori, troveremmo parimenti che questi non conoscono la morte secondo il modo umano: così che propriamente soltanto in quegli esseri c’è una vera morte, cioè una morte sul piano fisico, che hanno anche qualcosa da raggiungere sul piano fisico. L’uomo però deve acquisire la sua consapevolezza dell’Io sul piano fisico. Questo non potrebbe trovarlo senza la morte. Né negli esseri che stanno sotto l’uomo né negli esseri che stanno più in alto dell’uomo ha senso parlare di vera morte. Ma allora diventerà comprensibile che per quell’essenza che chiamiamo l’essenza del Cristo non possiamo avere alcuna possibilità di cancellare il suo più importante atto terrestre. Perché abbiamo visto che in questa essenza del Cristo il mistero del Golgota come l’essenziale viene in considerazione: lo sconfiggimento della morte mediante la vita. Ma dove può avvenire questo sconfiggimento della morte? Può avvenire nei mondi superiori? No! Perché già negli esseri inferiori che abbiamo addotto, nel regno minerale, vegetale e animale, non si può parlare di morte, perché essi propriamente hanno il loro vero essere nei mondi superiori, sovrumani. E continueremo a esporre nel corso delle considerazioni invernali che neanche negli esseri superiori si può parlare di morte, bensì soltanto di trasformazioni, di metamorfosi, di trasformazione. Di un taglio nella vita che designiamo come «morte» si può parlare soltanto dell’uomo. E l’uomo può esperire questa morte soltanto sul piano fisico. Se l’uomo non fosse mai venuto sul piano fisico, non saprebbe nulla della morte, perché nessun essere che non ha toccato il piano fisico sa qualcosa della morte. Non c’è negli altri mondi quello che si può chiamare «morte», bensì soltanto trasformazioni, metamorfosi. Se il Cristo doveva attraversare la morte, allora doveva scendere sul piano fisico! Perché soltanto là poteva esperire la morte.
Così vediamo che anche nel divenire storico dell’uomo, in modo straordinario, il Vero dei mondi superiori gioca entro la Maja. Mentre per tutti gli altri eventi storici il nostro pensiero se la cava soltanto se diciamo: qui sul piano fisico è l’evento storico, ma la causa per esso sta lassù nel mondo spirituale, a cui dobbiamo andare — non possiamo dire dell’evento del Golgota: questo evento è qui in basso sul piano fisico, e qualcosa di corrispondente sta nel mondo superiore. — Certo, il Cristo medesimo appartiene ai mondi superiori e scese sul piano fisico. Ma un archetipo come dobbiamo cercarlo per tutti gli altri eventi storici, non esiste per quello che si è compiuto al Golgota. Questo si è svolto soltanto sul piano fisico.
Tra molti argomenti che potrebbe fornire la scienza occulta per questo fatto, per esempio questo: l’evento di Damasco si rinnoverà, come abbiamo già rappresentato spesso, nel corso dei prossimi tre millenni per un numero sufficientemente grande di persone. Cioè si svilupperanno negli uomini tali capacità che percepiranno il Cristo sul piano astrale come forma eterica, come accadde a Paolo davanti a Damasco. Questo evento della percezione del Cristo attraverso capacità che si sviluppano gradualmente negli uomini nel corso dei prossimi tre millenni ha il suo inizio nel nostro ventesimo secolo. Da allora in poi queste capacità escono gradualmente e nei prossimi tre millenni si formeranno in un numero sufficientemente grande di persone. Cioè, un numero sufficientemente grande di persone saprà mediante lo sguardo nei mondi superiori che il Cristo è una realtà, che vive, lo conosceranno come vive ora. E non soltanto conosceranno il modo come vive ora, bensì si convinceranno proprio come Paolo che è morto e risorto. Ma il fondamento per ciò non può essere posto nei mondi superiori, deve essere posto sul piano fisico.
Se quindi oggi già qualcuno giunge a comprendere e ad afferrare come lo sviluppo del Cristo medesimo procede in avanti, e con ciò lo sviluppo di certe capacità umane, se qualcuno lo comprende proprio perché comprende la scienza dello spirito oggi, nulla ostacola il fatto che, quando avrà attraversato la porta della morte, possa partecipare a questo evento quando esso realmente avvenga come una prima illuminazione del Cristo nel mondo umano. Chi quindi oggi nel corpo fisico si prepara a questo evento può anche viverlo nella vita tra la morte e una nuova nascita. Quegli uomini però che non si preparano, che non acquisiscono in questa incarnazione una comprensione per esso, non potranno sapere nella vita che segue tra la morte e una nuova nascita quello che accade riguardo al Cristo dal nostro secolo attraverso i prossimi tre millenni. Devono attendere fino a che non siano di nuovo incarnati e continuino a prepararsi per ciò sulla terra. Quello dunque che come causa di tutto lo sviluppo successivo del Cristo sulla terra doveva accadere, la morte al Golgota e quello che fu creato mediante essa, può essere compreso soltanto entro il corpo fisico. Questo è tra tutti i fatti importanti per noi per la vita superiore l’unico che può essere compreso soltanto entro il corpo fisico. Poi verrà elaborato, verrà ulteriormente sviluppato nei mondi superiori. Ma compreso dobbiamo averlo inizialmente entro il corpo fisico. Proprio come il mistero del Golgota mai avrebbe potuto svolgersi nei mondi superiori come si è svolto, come non ha neanche un archetipo nei mondi superiori, bensì è un evento che, perché contiene la morte, è concluso entro il piano fisico, così anche la comprensione per esso deve essere acquisita sul piano fisico. Anzi, appartiene propriamente ai compiti dell’uomo sulla terra, in una qualche sua incarnazione, acquisire questa comprensione.
Dobbiamo quindi dire: così abbiamo scoperto nel grande qualcosa che sul piano fisico ci mostra un immediato reale, un immediato vero. Che cosa è dunque reale sul piano fisico? Reale sul piano fisico, in modo che vi possiamo stare fermi e dire: qui abbiamo qualcosa di vero! — è la morte nel mondo umano, non negli altri regni della natura. E negli eventi storici che avvengono nel corso dello sviluppo terrestre, dobbiamo, se vogliamo conoscere questi eventi storici, da ogni tale evento storico andare a un archetipo spirituale — soltanto non al mistero del Golgota. In questo abbiamo qualcosa che così come è appartiene immediatamente al mondo del Vero.
Ora è straordinariamente interessante che si mostri in qualche misura anche l’altro aspetto di quello che abbiamo appena esposto. È veramente straordinariamente significativo vedere come questo evento del Golgota oggi viene negato come un evento reale, come la gente, se parliamo di storia esterna, dice che non può provarlo nel contesto dei fatti storici. Tra i fatti storici che sono essenziali, difficilmente ce n’è uno che sia così male provabile tramite ragioni storiche esterne, realistiche, come il mistero del Golgota. Pensate come è facile in confronto lavorare con ragioni storiche rispetto all’esistenza di un Socrate o Platone o di un qualche eroe greco, in quanto essi sono importanti per il progresso dell’umanità nel mondo esterno; e come la gente con pieno diritto fino a un certo grado viene fuori e dice: Nessuna storia deve affermare che un Gesù di Nazareth ha vissuto! — Non vi sono ragioni storiche esterne contro. Come si trattano gli altri fatti storici, così non si può trattare questo.
È molto strano: questo fatto accaduto sul piano fisico esterno ha questo in comune con tutti i fatti sovrumani: non si puòno provare esternamente. E sono pressappoco le stesse persone che negano il mondo sovrumano e cui manca la capacità di afferrare questo evento, che pur non è sovrumano. Si può rappresentare secondo i suoi effetti. Ma la gente si forma il pensiero che tali effetti potrebbero verificarsi anche senza che il vero evento sia comparso nella storia, e li spiegano come conseguenza di condizioni sociologiche. Per chi però conosce il corso interno del divenire universale, l’idea che effetti come quelli del cristianesimo potessero avvenire senza una potenza che stesse dietro sarebbe altrettanto saggia quanto se uno dicesse che in un campo possono crescere teste di cavolo senza che prima sia stato seminato il seme. Anzi, possiamo andare più oltre e dire che per coloro che furono coinvolti nell’ultima elaborazione dei vangeli non era possibile provare l’evento storico del mistero del Golgota come evento storico mediante ragioni storiche, perché veramente passò quasi inosservato a ogni osservazione esterna. Sapete come coloro che furono coinvolti nella successiva elaborazione dei vangeli si convinsero da sé di questi eventi — con eccezione dello scrittore del Vangelo di Giovanni, che era il contemporaneo diretto di questi eventi? Si convinsero, inizialmente non da documenti storici, perché essi infatti non avevano nulla di diverso da comunicazioni orali e dai libri dei misteri — come queste circostanze sono rappresentate nel «Cristianesimo come fatto mistico» — ma dell’effettivo essere del Cristo Gesù si convinsero dalla costellazione stellare, perché erano ancora grandi conoscitori della relazione del macrocosmo col microcosmo. Avevano una conoscenza di ciò che si può oggi acquisire anche calcolando la costellazione stellare per il punto corrispondente della storia universale e dicendo: Se la costellazione stellare è così e così, allora Questi ha dovuto vivere sulla terra, colui che si designa come il Cristo. — Così gli scrittori dei vangeli di Matteo, Marco e Luca si convinsero dell’evento storico. Perché il contenuto l’avevano acquisito per via chiaroveggente, ma la convinzione se l’erano procurata in un modo come ci si procura mediante le costellazioni del macrocosmo una convinzione di quello che sulla terra può avvenire. Perciò solo credenza può portare questo a chi conosce una tal cosa. Provare l’inesattezza di quello che viene presentato contro la storicità dei vangeli è un compito vano. Noi come antroposofi dobbiamo piuttosto essere chiari che dobbiamo metterci su un terreno completamente diverso: sul terreno di quello che possiamo acquisire solo attraverso un’intuizione della scienza occulta.
Voglio proprio qui di fronte a questa concezione indicare qualcosa mediante cui ho già cercato di provare in questi giorni in un altro luogo come non si possono colpire le realtà di cui parla la scienza dello spirito con obiezioni corrette, cioè con obiezioni che in se stesse sono corrette, sicché la gente può ancora dire così tante cose corrette secondo la sua conoscenza — non confuta la scienza dello spirito. Ho usato una parabola nella conferenza «Come si fonda la teosofia?» e ho detto: un ragazzino doveva sempre andare a prendere le focacce a colazione per la famiglia in un villaggio. Si poteva ottenere una focaccia per due kreuzer, e lui ne riceveva sempre dieci. Ora portava — e sia detto che non era un grande aritmetico — il numero di focacce dal panettiere — così si chiamava là il fornaio — a casa e non se ne preoccupava più. Ma nella famiglia fu accolto un figlio adottivo, che ora era mandato al panettiere al posto dell’altro a prendere focacce. Poiché era un bravo aritmetico, si diceva: tu vai a prendere focacce, hai ricevuto dieci kreuzer, per due kreuzer c’è una focaccia, dieci diviso due fa cinque: quindi porterai a casa cinque focacce. Andò, ma portò a casa sei focacce. Allora si diceva: questo è falso, non puoi ottenere così tante, e poiché il tuo calcolo è giusto, domani porterai a casa cinque focacce. — Il giorno dopo ricevette di nuovo dieci kreuzer e portò a casa di nuovo sei focacce. Il calcolo era giusto, soltanto non concordava con la realtà, perché nella realtà era diverso. Nella realtà era uso in quel luogo che chiunque comprasse focacce per dieci kreuzer, su cinque ne riceveva un’in più, cioè invece di cinque sei. L’obiezione del ragazzo era quindi corretta — soltanto non concordava con la realtà.
Così tutte le obiezioni più acutamente escogitate contro la scienza dello spirito possono concordare, ma non devono avere nulla a che fare con la realtà, perché la realtà può poggiare su fondamenti completamente diversi. Questo esempio addotto è proprio magnifico per chiarirsi, anche dal punto di vista della teoria della conoscenza, la relazione tra quello che è corretto nel calcolo e quello che è vero nel Vero.
Con questo, nei nostri sforzi di ricondurre il mondo della Maja al Vero — in cui si è mostrato a noi che tutto il fuoco è sacrificio, tutto l’aereo è virtù che scorre, donatrice o mistica, e tutto il liquido è rinuncia, rassegnazione — abbiamo aggiunto oggi a queste tre verità quella che il vero essere della terra o del solido è la morte, l’essere separato dal suo significato universale presso una qualche sostanzialità. Ma per il fatto che questa separazione sopravviene, la morte medesima come un Vero entra nel mondo della Maja o dell’Illusione. Gli dèi medesimi non potrebbero neppure venire a conoscere la morte se in qualche modo non scendessero nel mondo fisico per comprendere la morte nel mondo fisico, nel mondo della Maja o dell’Illusione, nella sua verità.
Questo è quello che vogliamo aggiungere oggi ai concetti che abbiamo già acquisito. Una volta ancora sia osservato che arriviamo alla chiarezza su questi concetti, che per noi saranno però necessari per un approfondimento consono a tante cose nel Vangelo di Marco, soltanto attraverso meditazione attenta, e facendoceli dinanzi all’anima ripetutamente. Perché il Vangelo di Marco è comprensibile soltanto se vi poniamo a fondamento i concetti mondiali più importanti.
In memoria di Frater Stefano Ravaglia
anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.
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