Libera Antroposofia

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O.O. 116

L'impulso del Cristo e lo sviluppo della coscienza dell'Io


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1°La sfera dei Bodhisattva

Berlino, 25 Ottobre 1909

Oggi, in occasione dell’assemblea generale, tocca a me parlare di un’alta questione dell’umanità. Poiché negli altri convegni sull’antroposofia ci preoccupiamo di fondare un terreno più radicato nel piano fisico, si può ben parlare oggi di ciò che appartiene ai mondi superiori. Mi si permetta di ricordare ancora una volta, come introduzione, che bisogna abituarsi a parlare anche delle alte questioni dell’umanità senza accontentarsi della semplice indicazione unilaterale dei dati dal mondo superiore. Il concetto dei Bodhisattva, di cui oggi si parlerà, non basta venga definito in generale per poi indicarne le missioni. Bisogna piuttosto abituarsi a passare, anche qui, dall’astratto al concreto. Cercheremo di penetrare alte questioni come quella dei Bodhisattva con quelle idee e quei sentimenti che ci sono propri da una contemplazione profonda e amorevole della vita. Per mezzo di ciò riceviamo i fatti non solo come semplice comunicazione, ma possiamo anche comprenderli fino a un certo punto. Per questo voglio anche in questa considerazione salire dal basso e pormi come obiettivo di caratterizzare il concetto del Bodhisattva e il suo cammino nel mondo un po’ più di quanto non farebbe una semplice esposizione schematica.

Quello che è un Bodhisattva non possiamo in realtà comprenderlo se non ci approfondiamo un po’ nel corso dello sviluppo dell’umanità e se non lasciamo risorgere davanti a noi molte cose che abbiamo sentito negli anni successivi. Prendiamo semplicemente il fatto di come l’umanità procede. Dopo la grande catastrofe atlantica, l’umanità ha attraversato un periodo dell’antica cultura indiana, in cui i grandi Rishis erano i maestri dell’umanità; poi un periodo della cultura urpersiana, un periodo della cultura egiziano-caldaica, poi l’epoca di cultura greco-latina, fino ai nostri giorni, che corrispondono alla quinta epoca di cultura dell’epoca postatlantica. Queste epoche di cultura hanno un significato in ciò che rappresentano. Un progresso dell’umanità da una forma di vita all’altra.

È così che non solo progredisce quello che si descrive ordinariamente nella storia esteriore; quando si considerano periodi di tempo più lunghi, cambiano e si rinnovano anche tutte le emozioni e i sentimenti, tutti i concetti e le idee nel corso dello sviluppo dell’umanità. Che senso avrebbe sostenere l’idea della reincarnazione se non si sapesse che è così nel mondo? A che scopo la nostra anima dovrebbe entrare di nuovo in un corpo terrestre, se non avesse ogni volta non solo esperienze nuove da vivere, ma anche nuovi sentimenti ed emozioni da provare? Per il fatto che anche le capacità degli uomini, anche le intimità della vita dell’anima diventano sempre nuovamente diverse e cambiano, è possibile che la nostra anima non salga soltanto come su una scala da un gradino all’altro, bensì le si presenti ogni volta l’occasione di ricevere novità dall’esterno, attraverso la trasformazione delle condizioni di vita della nostra terra. La nostra anima non è condotta da incarnazione a incarnazione soltanto attraverso i suoi errori, attraverso i suoi peccati karmici; poiché la nostra terra in tutte le sue condizioni di vita si trasforma, è possibile che la nostra anima possa sempre di nuovo ricevere novità anche dall’esterno. Perciò l’anima progredisce da incarnazione a incarnazione, ma anche da ciclo culturale a ciclo culturale.

Quest’anima non potrebbe però progredire, non potrebbe svilupparsi se non esistessero quegli esseri che hanno già raggiunto uno sviluppo superiore, che in qualche grado vanno oltre lo sviluppo medio dell’umanità e che possono provvedere affinché sempre di nuovo qualcosa di nuovo fluisca nella nostra cultura terrestre. In altre parole: se non agissero grandi maestri che, attraverso il loro sviluppo superiore, possono ricevere dagli altri mondi le esperienze e gli insegnamenti e portarli giù nel palcoscenico della vita culturale terrestre. Sempre, durante lo sviluppo della terra — e oggi parliamo soltanto dello sviluppo postatlantico — sono state presenti tali entità: erano i maestri dell’altra umanità, per cui si erano loro aperti sentimenti e possibilità di volontà superiori. Possiamo comprendere l’essenza di tali maestri dell’umanità solo se ci chiariamo come questa umanità stessa progredisce. Ieri e oggi abbiamo sentito parlare in due distinti convegni il nostro caro Dr. Unger sull’Io e sul rapporto dell’Io col non-Io, in maniera filosofica ed epistemologica. Credete forse che quello che ieri e oggi avete sentito per bocca umana, dal pensiero umano, avreste potuto sentirlo in questa forma circa 2500 anni fa? In nessun luogo della nostra terra sarebbe stato possibile parlare, in forma di puro pensiero, ad esempio dell’«Io». Supponiamo che una qualche individualità avesse voluto incarnarsi nella nostra esistenza terrestre circa 2500 anni fa e che prima della sua incarnazione si fosse proposta di parlare in questa forma singolare, come l’avete sentito, dell’Io: non avrebbe potuto farlo. Infatti, colui che non comprende il vero corso e le trasformazioni nello sviluppo culturale non saprebbe credere che una cosa simile, 2500 anni fa, avrebbe potuto essere detta in questa forma per bocca umana. Per rendere ciò possibile, non basta solo un’individualità che si proponga di incarnarsi in un corpo umano, bensì è necessario anche che la nostra terra nel suo sviluppo produca un corpo umano dotato di un cervello così strutturato che le verità — le quali nei mondi superiori esistono in tutt’altra forma — possano formarsi dentro questo cervello in quello che noi chiamiamo « pensieri puri ». Questa forma, infatti, in cui ieri e oggi il Dr. Unger ha esposto l’Io, è quella che noi chiamiamo la forma del pensiero puro. 2500 anni fa non sarebbe stato possibile che esistesse un cervello umano capace di essere strumento per tradurre in tali pensieri verità simili.

Gli esseri che vogliono scendere sulla nostra terra devono servirsi dei corpi umani che questo stesso circolo terrestre produce. Ma la nostra terra ha prodotto, attraverso le varie epoche di cultura, sempre corpi diversi, con organizzazioni sempre diverse; e solo nella nostra quinta epoca di cultura postatlantica è diventato possibile parlare nella forma del pensiero puro, in quanto il genere umano stesso produce corpi in cui possono formarsi pensieri puri. Nemmeno al tempo greco-latino una tale considerazione epistemologica sarebbe stata ancora possibile, poiché non ci sarebbe stato uno strumento, uno strumento per formare questi pensieri in un linguaggio comprensibile agli uomini. È proprio l’incarico della nostra quinta epoca di cultura postatlantica: modellare l’uomo, nella sua organizzazione fisica, poco per poco come uno strumento affinché in pensieri sempre più puri possano fluire giù anche quelle verità che in altri tempi hanno rivestito forme completamente diverse dalla forma del pensiero puro.

Prendiamo un altro esempio. Quando oggi l’uomo si accosta alla questione del bene e del male, quando deve decidere se compiere o non compiere questa o quella azione, parla del fatto che una specie di voce interiore parli, che gli dica completamente indipendentemente da una legge esterna: Devi fare questo, non devi fare questo! — Chi ascolta la voce interiore percepisce in essa un certo impulso, una sollecitazione, a seconda dei casi, a compiere un’azione e a lasciare l’altra. Noi chiamiamo questa voce interiore « la coscienza ». Colui che fosse dell’opinione che i vari tempi dello sviluppo dell’umanità si rassomiglino così tanto tra loro potrebbe di nuovo credere che ci sia sempre stata una coscienza, finché ci sono uomini sulla terra. Ma questo non sarebbe giusto. Si potrebbe quasi dimostrare storicamente che una volta gli uomini hanno cominciato a parlare della coscienza. Questo tempo è tangibile: si colloca fra i due tragici greci, Eschilo, che nacque nel 6° secolo prima della nostra era, ed Euripide, che nacque nel 5° secolo. Prima di questo non troverete che si parli di coscienza. Anche in Eschilo non c’è ancora quello che noi designiamo come voce interiore; in lui appare piuttosto quello che è un’apparizione astrale per l’uomo: appaiono tali manifestazioni che si presentano all’uomo come esseri vendicatori, le Furie o le Erinni. Avvenne semplicemente un momento in cui la percezione astrale delle Furie fu sostituita dalla voce interiore della coscienza.

Nel tempo greco-latino ancora, in cui una grande parte di uomini possedeva ancora una percezione astrale crepuscolare, colui che aveva commesso un torto poteva percepire come ogni torto creasse figure astrali nel suo intorno, che lo riempivano di paura e terrore per il torto commesso. Questi erano i maestri, l’impulso di quel tempo. E quando gli uomini perdevano gli ultimi resti della chiaroveggenza astrale, questa visione era sostituita dalla voce invisibile della coscienza: ciò che era prima fuori andava dentro nell’anima e vi diventava una delle forze che ora sono nell’anima. Ciò accadeva perché l’umanità, perché lo strumento esterno in cui l’uomo si incarna, nel corso dello sviluppo era mutato. Cinquemila anni fa un’anima umana non avrebbe mai potuto percepire la voce della coscienza; quando compiva un torto, percepiva le Furie. In tal modo allora l’anima imparava a porsi in relazione al bene e al male. Poi era di nuovo incarnata e infine nata in un corpo la cui organizzazione era tale che ora la capacità della coscienza potesse apparire in quell’anima. In un futuro ciclo dell’umanità esisteranno di nuovo altre capacità e altre forme dell’espressione dell’anima.

Ho già spesso sottolineato: chi veramente comprende l’antroposofia e non si pone su un punto di vista dogmatico, non crederà che la forma in cui oggi si esprime l’antroposofia sia eterna, che possa rimanere così per tutta l’umanità futura. Non è così. Dopo 2500 anni le stesse verità non potranno essere annunziate in queste forme, bensì dovranno essere versate in altre forme, secondo quale strumento esisterà allora. Se considerate questo, vi farete chiaro che in ogni epoca bisogna parlare agli uomini in modo diverso, e che anche dai grandi maestri deve essere presa posizione in modo diverso secondo le capacità umane. Ma questo significa che gli stessi grandi maestri dell’umanità devono attraversare sviluppi, da ciclo a ciclo, da epoca di vita a epoca di vita. Così troviamo i cicli che l’umanità attraversa, e troviamo, stando al di sopra di essi, uno sviluppo progressivo dei grandi maestri dell’umanità. E come l’uomo attraversa certi stadi in cui giunge a punti di svolta, così anche questi grandi maestri attraversano certi stadi dello sviluppo in cui giungono a punti di svolta.

Pensate solo a quello che è già stato detto spesso: viviamo ora nel quinto periodo del nostro sviluppo culturale postatlantico. Questo quinto periodo è in certa misura una ripetizione del terzo periodo, dell’epoca egiziano-caldaica. Il sesto periodo sarà allo stesso modo una ripetizione del periodo urpersiano e il settimo una ripetizione dell’epoca indù antica. Così i cicli si intrecciano gli uni negli altri. Il quarto periodo non avrà ripetizione: sta nel mezzo, sta per sé. Che cosa significa? Significa che gli uomini attraversano quello che attraversarono nel tempo greco-latino una sola volta in un’epoca culturale; non come se vi fossero incarnati una sola volta, piuttosto l'attraversano solo in una forma. Ciò che invece fu attraversato nell’epoca egiziano-caldaica si ripeterà nel nostro tempo, cioè lo si attraversa in una forma doppia. Quindi ci sono stadi di sviluppo che significano una specie di crisi, mentre altri tempi sono tali da somigliarsi in certa misura, non certo nello stesso modo, ma ripetendosi in forma diversa. Come l’uomo si sviluppa nel tempo postatlantico, percorre una serie di incarnazioni nel tempo indiano e un’altra serie nella settima epoca di cultura che si somigliano. Così è con il secondo e il sesto, e con il terzo e il quinto periodo. Nel mezzo sta il quarto periodo: non avrà ripetizione, sta nel mezzo. Che cosa significa? Significa che l’uomo deve attraversare questo periodo solo una volta. Non che si incarni una sola volta nel quarto periodo di tempo: lì stanno piuttosto una serie di incarnazioni che non somigliano a nessun’altra. Un discendere e un risalire percorre così l’uomo. Anche i grandi maestri dell’umanità percorrono così il loro sviluppo in una discesa e in una risalita, e in certi tempi sono qualcosa di completamente diverso rispetto ad altri tempi.

Ora, poiché gli uomini nel primo periodo postatlantico avevano capacità completamente diverse rispetto a dopo, dovevano anche essere istruiti in modo completamente diverso. A chi deve essere attribuito il fatto che nel nostro tempo le sapienze debbano essere rivestite in forma logicamente concisa anche nella forma del pensiero puro? Questo deve essere attribuito alla circostanza che nel nostro tempo, come proprietà media dell’umanità nello sviluppo della terra, è proprio l’anima cosciente che è in sviluppo progressivo. Nell’epoca greco-latina era l’anima razionale o sentimentale, nel periodo egiziano-caldaico l’anima sentimentale, nella cultura urpersiana il corpo sentimentale e nell’antico induismo il corpo eterico — ben inteso come fattore di sviluppo culturale.

Ciò che per noi è l’anima cosciente era per l’appartenente all’antico induismo il corpo eterico. Perciò aveva un modo completamente diverso di concepire e di comprendere. Se foste venuti al vecchio indiano con il pensiero puro, non ne avrebbe compreso la minima parte. Sarebbero stati per lui suoni privi di significato. I vecchi indiani non potevano essere istruiti dai grandi maestri tramite la trasmissione delle cose nella forma del pensiero puro, esponendole loro col linguaggio. Molto poco veniva parlato, ad esempio, da un grande maestro nell’antica India, poiché nello stadio in cui stava allora il corpo eterico non c’era ricettività per la parola che contiene il pensiero. È molto difficile per l’uomo odierno immaginare come fosse una simile istruzione. Molto poco veniva parlato: piuttosto dalla colorazione del suono, dal modo in cui una parola era pronunciata, l’altra anima riconosceva quello che fluisce dal mondo spirituale. Ma questa non era la cosa principale. La parola era semplicemente il « tocco », il segno che doveva esserci una relazione fra il maestro e l’altro. Non era molto più che quando facciamo suonare il campanello per dare il segno che qualcosa comincia. Era il punto di cristallizzazione intorno a cui si tessevano correnti spirituali indefinibili e sottili che vanno dal maestro al discepolo. Ma particolarmente importante era ciò che il maestro era nella sua personalità più intima. Non si trattava di quello che un maestro diceva, bensì della sua qualità dell’anima; essa andava infatti come una specie di ispirazione al discepolo. Poiché si era sviluppato in particolare il corpo eterico, ci si doveva porre anche al corpo eterico in modo corrispondente, e si comprendeva l’indicibile — quello che era un maestro — molto meglio di quello che era detto. Per comprendere quello che era detto, gli uomini dovevano infatti prima prepararsi attraverso le successive epoche di cultura. Perciò non sarebbe nemmeno stato necessario che uno dei grandi maestri di questa antica India avesse un’anima razionale o cosciente particolarmente sviluppata, poiché questo sarebbe stato uno strumento completamente inutile per quel tempo.

Ma qualcosa d’altro era necessario per questi grandi maestri: il maestro doveva stare sopra l’altro nello sviluppo del proprio corpo eterico. Se fosse stato allo stesso stadio di sviluppo dell’altro, non avrebbe potuto influenzare particolarmente su di lui, non avrebbe potuto portargli notizia e messaggio da un mondo superiore, non avrebbe potuto dargli impulso al progresso. Doveva in certa misura essere portato all’uomo quello in cui doveva crescere in futuro.

Il maestro indiano doveva anticipare quello che altri potevano ricevere solo nell’epoca di cultura persiana. Quello che gli uomini comuni nel periodo persiano avrebbero ricevuto attraverso il corpo sentimentale, doveva portarlo giù nel corpo eterico. Il corpo eterico di un tale maestro non doveva cioè agire come i corpi eterici degli altri uomini: doveva agire come il corpo sentimentale agiva in seguito nella cultura persiana. Se un chiaroveggente, nel senso odierno, si fosse presentato davanti a un grande maestro indiano, avrebbe detto: Che cosa è questo corpo eterico? — Un tale corpo eterico sarebbe infatti assomigliato a quello che più tardi fu un corpo astrale nel tempo persiano.

Ma non senza ulteriori difficoltà un tale corpo eterico poteva agire come un corpo astrale più tardo. Questo non poteva accadere per mezzo di nessuno sviluppo antecedente nel tempo di allora. Era possibile solo in questo modo: che effettivamente un’entità già di un grado superiore agli altri scendesse e si incarnasse in un organismo umano che effettivamente non le era adatto, non era conveniente, in cui entrava solo per essere compresa dagli altri. Esternamente di certo appariva come gli altri, ma interiormente era qualcosa di completamente diverso. Era un completo inganno e illusione se si giudicava una tale individualità dall’apparenza esterna. Mentre infatti in un uomo ordinario l’esterno corrisponde all’interno, in un tale maestro l’esterno contraddice l’interno. Così qui abbiamo il fatto che avete il popolo indiano antico, e in mezzo a questo popolo indù antico un’individualità che per sé non avrebbe avuto bisogno di scendere, bensì scese fino a uno stadio corrispondente per poter insegnare agli altri. Scese volontariamente, si incarnò in forma umana, ma era qualcosa di completamente diverso.

Per questo era anche un’individualità tale per cui i destini che l’uomo sperimenta per il fatto di essere un uomo normale non la toccavano. Un tale maestro viveva in un corpo con un destino esterno e non aveva partecipazione a questo destino: dimorava solo in questo corpo come in una casa. E quando il corpo moriva, per lui la morte era un evento completamente diverso rispetto agli altri uomini; così pure la nascita e gli eventi fra nascita e morte. Perciò un’entità simile lavorava anche in modo completamente diverso su questo strumento umano.

Immaginiamo come un’entità simile si servisse, ad esempio, del cervello. Sebbene allora si percepisse con il corpo astrale, il cervello — che era certo diversamente organizzato — veniva comunque usato come uno strumento per notare le immagini in cui si percepiva. C’erano dunque due tipi di uomini: un tipo che si serviva del suo cervello come un essere umano ordinario, e un tipo di maestro che non si serviva del suo cervello nello stesso modo, ma in certa misura lo lasciava inutilizzato. Il grande maestro non aveva bisogno di utilizzare ogni dettaglio del cervello. Sapeva cose che l’altro poteva sapere solo servendosi dello strumento del cervello. Quello che rappresentava un tale grande maestro non era quindi un’incarnazione vera e propria sulla terra, non un’incarnazione vera e propria di un uomo come accadeva altrimenti: era in realtà qualcosa che rappresentava una specie di doppia natura, una specie di entità spirituale dentro questa organizzazione. Tali esseri c’erano anche nel periodo persiano più tardo, nel periodo egiziano e così via. Era sempre così: con la loro individualità si distinguevano al di sopra della misura di questa organizzazione umana, non vi si immergevano completamente. Per questo erano in grado di influenzare gli altri uomini in quei tempi più antichi. E questo fu il caso fino a quel tempo in cui nell’era greco-latina è entrata una crisi importante nello sviluppo dell’umanità.

Nell’epoca greco-latina era particolarmente l’anima razionale o sentimentale che ora iniziava lentamente a spingere fuori le capacità interiori. Mentre nel tempo precedente la cosa principale, per così dire, fluiva da fuori nell’uomo — come potete vederlo dall’esempio delle Furie, dove l’uomo aveva intorno a sé, non dentro di sé, le figure vendicatrici —, nell’epoca greco-latina accade che da dentro fluisce qualcosa di fronte ai grandi maestri. Per questo erano entrate completamente nuove condizioni.

Prima erano scesi esseri dai mondi superiori, e avevano trovato una tale situazione che potevano dirsi: Non abbiamo bisogno di entrare completamente nell’organizzazione umana, perché possiamo agire come dobbiamo se dalla terra portiamo superiormente negli uomini quello che non possono ancora fare, e semplicemente lo lasciamo fluire in loro. — Allora gli uomini non portavano niente ai maestri. Ma se i grandi maestri avessero continuato questa politica, dal quarto periodo in avanti poteva accadere che una tale individualità fosse scesa, fosse apparsa in qualche regione, ma allora avrebbe trovato sulla terra qualcosa che non esiste lassù. Finché sulla terra si vedevano le vendicatrici, le Erinni, si poteva prescindere da quello che c’era sulla terra. Ma allora apparve laggiù qualcosa di completamente nuovo: la coscienza. Questo non si conosceva lassù, non c’era possibilità di osservarlo lassù. Era qualcosa di nuovo che veniva incontro a coloro che erano là in alto.

Così nel quarto periodo della cultura postatlantica, in altre parole, è entrata la necessità che effettivamente questi maestri scendessero fino al livello umano e imparassero a conoscere loro stessi, entro l’umanità stessa, quello che dalla stessa anima umana si oppone al mondo spirituale superiore. Ora cominciava il tempo in cui non era più possibile non avere partecipazione alle capacità umane. E adesso consideriamo quell’essere singolare di cui, nella sua incarnazione terrestre, parliamo come di Gautama Buddha.

Gautama Buddha era prima un’entità che poteva vivere così, da potersi sempre incarnare in corpi terrestri delle corrispondenti epoche di cultura, senza pretendere di usare tutto in questa organizzazione umana. Questo essere non aveva bisogno di fare vere incarnazioni umane.

Ora entra per il Bodhisattva un importante punto di svolta: la necessità di conoscere tutti i destini dell’organizzazione umana in un corpo terrestre in cui doveva completamente entrare. C’era per lui qualcosa da provare che poteva essere provato solo in un corpo terrestre. E poiché era un’individualità superiore, gli bastava questa unica incarnazione per vedere veramente tutto quello che poteva svilupparsi da questo corpo umano. Per gli altri uomini la cosa stava così: dovevano ora sviluppare le capacità interiori attraverso il quarto, quinto, sesto e settimo periodo della cultura postatlantica poco a poco. Buddha invece poteva vivere in questa unica incarnazione tutto quello che come possibilità di sviluppo vi era dentro. Quello che gli uomini come « coscienza » faranno emergere, e che diventerà sempre più grande, egli lo vedeva nel suo primo germe quando viveva la sua incarnazione come Gautama Buddha. Perciò poteva subito dopo questa incarnazione risalire nei mondi divino-spirituali e non aveva bisogno di fare in seguito un’altra incarnazione. Quello che gli uomini in certi ambiti nei cicli futuri svilupperanno da se stessi, poteva lui in questa unica incarnazione dare come una grande forza di orientamento. Questo accadde attraverso l’evento che ci si indica nel « sedersi sotto l’albero Bodhi ». Allora gli si rivelò — secondo la sua particolare missione — la dottrina della pietà e dell’amore contenuta nel « nobile sentiero ottuplice ». Questa grande etica dell’umanità, che gli uomini si approprieranno come loro proprietà attraverso le culture future, è stata posta come una forza fondamentale nel sentimento del Buddha che scese allora e dal Bodhisattva divenne Buddha, cioè attraversò uno stadio veramente superiore. Qui ha infatti imparato nel discendere.

Questo è, un poco descritto, quell’evento grande che nella cultura orientale è designato come « il divenire Buddha del Bodhisattva ». Quando questo Bodhisattva, che prima non si era mai veramente incarnato, ebbe ventinove anni, allora penetrò nel figlio di Suddhodana, allora lo colse completamente l’individualità del Bodhisattva che prima non lo aveva completamente posseduto, e lui sperimenta la grande dottrina dell’umanità della pietà e dell’amore.

Perché si è incarnato questo Bodhisattva, che poi divenne il Buddha, proprio in questo popolo? Perché non, ad esempio, fra il popolo greco-latino?

Se questo Bodhisattva doveva veramente diventare il Buddha della quarta epoca di cultura postatlantica, doveva portare qualcosa di futuro. Ora l’uomo, attraverso la sua anima cosciente, quando si svilupperà, diverrà maturo poco a poco per riconoscere da sé quello che il Buddha ha dato come grande orientamento. Il Buddha doveva, nel tempo in cui gli uomini avevano sviluppato solo l’anima razionale o sentimentale, aver già sviluppato l’anima cosciente. Doveva cioè usare lo strumento fisico del cervello in modo da sopraffarlo, e lo sopraffaceva in modo completamente diverso da come un uomo avanzato fino all’epoca di cultura greco-latina l'avrebbe fatto. Il cervello greco-latino sarebbe stato troppo duro per lui. Non avrebbe potuto sviluppare in esso che l’anima razionale; doveva invece sviluppare l’anima cosciente. Perciò aveva bisogno di un cervello che era rimasto più morbido. Usava l’anima che doveva svilupparsi più tardi in uno strumento che era in uso prima presso l’umanità e che si era conservato presso il popolo indiano.

Avete qui anche una ripetizione: il Buddha ripete un’organizzazione dell’umanità di prima con una capacità dell’anima di dopo. Fino a questo grado, le cose che accadono nello sviluppo dell’umanità sono necessarie. E il Buddha aveva l’incarico di tuffare l’anima cosciente nell’organizzazione umana nel 5° e 6° secolo prima della nostra era. Ma come singola individualità non poteva assumersi il compito intero, non poteva fare tutto affinché questa anima cosciente si sviluppi correttamente dal quinto periodo in poi. Aveva solo una parte di questo incarico come sua particolare missione: l’incarico di portare all’umanità la dottrina della pietà e dell’amore. Altri incarichi incombevano ad altri simili maestri dell’umanità. L’etica dell’umanità contenuta in questa parte, l’etica dell’amore e della pietà, è stata toccata dal Buddha e continua a vibrare. Però l’umanità deve inoltre sviluppare per il futuro una grande somma di altre capacità: ad esempio pensare in forme pure, portare avanti la plasticità del pensiero in pensieri cristallizzati, mettere un pensiero come pensiero puro accanto all’altro. Questa capacità non era nella missione del Buddha. Doveva sviluppare quello che porta gli uomini a trovare da sé il nobile sentiero ottuplice.

Così doveva esserci un altro maestro dell’umanità che aveva capacità completamente diverse e portava giù dalla regione superiore spirituale completamente altri corsi di vita spirituale in questo mondo. Quest’altra individualità aveva l’incarico di portare giù quello che oggi si mostra poco a poco nell’umanità principalmente come capacità del pensiero logico. Doveva trovarsi anche un maestro che portava giù quello che appartiene all’esprimersi nelle forme del pensiero logico, poiché anche il pensiero logico si è sviluppato solo nel corso del tempo.

Quello che il Buddha ha realizzato doveva essere portato dentro l’anima razionale o sentimentale. Questa anima razionale, per il fatto che sta nel mezzo fra l’anima sentimentale e l’anima cosciente, ha la peculiarità molto particolare che le cose non si ripetono incrociate. Come il periodo indù antico si ripeterà nel settimo, il periodo urpersiano nel sesto periodo, e come il quarto sta per sé da solo, così l’anima razionale sta per sé da sola. Le forze per le nostre capacità intellettuali, che si dovevano sviluppare solo nell’anima cosciente, non potevano svilupparsi nell’anima razionale; dovevano però — anche se dovevano apparire solo più tardi — essere già preparate e suscitate prima. In altre parole: l’impulso per il pensiero logico doveva essere dato prima che l’impulso per la coscienza fosse dato dal Buddha. La coscienza doveva essere organizzata nel quarto periodo; il pensiero puro cosciente doveva uscire nel quinto periodo nell’anima cosciente, ma doveva già essere preparato come germe per quello che oggi sorge, nella terza epoca di cultura. Perciò quell’altro grande maestro aveva l’incarico di imprimere nell’anima sentimentale quelle forze che oggi appaiono come pensiero logico. È facile pensare perciò che la distanza di questo maestro dall’uomo medio doveva essere ancora più grande di quella del Buddha dall’uomo ordinario. Doveva essere suscitato nell’anima sentimentale qualcosa che in base al mezzo non era presente in nessun uomo di allora. Con concetti, con quello che doveva svilupparsi, non si poteva fare nulla. Così quell’individualità aveva l’incarico di porre il germe a certe forze, ma non doveva o non poteva usare queste forze stesse. Non era possibile. Doveva perciò usare completamente altre forze.

Ora ho esposto stamattina nella seconda conferenza su « L’antroposofia » come effettivamente, ad esempio nel vedere, nell’anima sentimentale agiscano forze che solo a uno stadio più alto diventano consapevoli e appaiono come denseriche. Se così una tale individualità di grande maestro poteva riuscire a eccitare questa anima sentimentale in modo che le forze del pensiero vi pressassero approssimativamente allo stesso modo in cui la vita denseriche entra inconsciamente nell’atto del vedere, senza che l’uomo se ne renda conto, allora questa individualità poteva raggiungere il risultato che le forze potessero essere usate più tardi a uno stadio superiore. Ciò era possibile solo per un mezzo. Per eccitare l’anima sentimentale, per imprimervi il pensiero, questa individualità doveva effettivamente agire allora in modo molto particolare: doveva insegnare non in concetti, bensì per mezzo della musica! La musica produce forze che nell’anima sentimentale scatenano quello che, quando risale nella consapevolezza ed è elaborato dall’anima cosciente, diventa il pensiero logico. Questa musica particolare agiva da un’entità, da un’entità grandiosa, che così — per mezzo della musica — insegnava.

Lo troverete strano e potrete credere che una cosa simile non fosse possibile. Ma era così. Proprio nelle regioni dell’Europa era presente, prima del tempo greco-latino, un’antica cultura presso popoli che, riguardo a tali proprietà che erano molto sviluppate in Oriente, erano rimasti indietro. In queste regioni europee gli uomini, poiché dovevano svilupparsi in modo completamente diverso, potevano pensare poco, avevano poco di quelle che sono forze dell’anima razionale o sentimentale. Ma la loro anima sentimentale era proprio ricettiva per quello che veniva dagli impulsi di una particolare musica, non completamente simile alla nostra attuale. Così arriviamo in Europa a un tempo in cui era presente un’antica cultura, possiamo chiamarla « cultura musicale », dove non solo i « Bardi » erano maestri come in tempi in cui questa cosa era già in decadenza, bensì dove una musica affascinante andava attraverso tutte le regioni europee. C’era durante la terza epoca di cultura una profonda cultura musicale in Europa, e l’animo di quei popoli che aspettavano in silenzio quello a cui dovevano essere destinati nei tempi successivi era in modo particolare ricettivo agli effetti musicali. Questi erano effetti sull’anima sentimentale in modo simile a come per l’occhio anche la sostanza denseriche agisce nell’anima sentimentale. L’anima sentimentale era elaborata; in essa doveva sorgere la consapevolezza che a uno stadio superiore si rivelava come pensiero logico nell’anima cosciente. Ma tutta la consapevolezza viene dalle regioni della luce, così pure la musica e il canto. Perciò, attraverso la musica che agiva sul piano fisico, l’anima sentimentale aveva il sentimento inconscio: Questo viene da regioni donde viene la luce, musica, canto dai regni della luce!

Era un antico maestro dentro le regioni culturali europee — un antico maestro che in questo senso era un antico bardo, il condottiero di tutte le antiche confraternite di bardi. Insegnava sul piano fisico per mezzo della musica, e insegnava così che attraverso i suoi effetti si comunicava all’anima sentimentale qualcosa come se un sole sorgesse e splendesse. Quello che si è conservato su questo grande maestro nella tradizione esterna, l'hanno poi riunito i Greci — che erano ancora da lui influenzati venendo dall’Occidente come da Oriente — nelle loro visioni su Apollo, che è un dio sole e allo stesso tempo il dio della musica. Ma questa figura dell’Apollo riconduce a questo grande maestro dei tempi antichi che nell’anima umana ha messo quella capacità che oggi appare come pensiero logico.

Un allievo di questo grande maestro dell’umanità è stato altrettanto nominato dai Greci; un allievo che però divenne allievo in modo completamente singolare. Come poteva diventare allievo di questa entità? — In questo modo.

Questa entità era naturalmente, in quei tempi in cui doveva agire nel modo descritto, anche tale che non si immergeva completamente nell’organizzazione fisica dell’uomo: era più di quello che come uomo fisico girava intorno sulla terra. Un uomo con un’ordinaria anima sentimentale avrebbe potuto ricevere gli effetti musicali, ma non avrebbe potuto suscitarli. Un’individualità superiore era scesa, e come apparenza era quello che viveva fuori.

Ma nella quarta epoca di cultura postatlantica, nell’era greco-latina, era necessario che questa individualità scendesse di nuovo fino al livello dell’umanità e usasse tutte le capacità che sono nell’uomo. Sebbene usasse tutte le capacità, ancora non poteva scendere completamente. Per realizzare quello che ho appena descritto, per mettere insieme questo effetto in modo incrociato, aveva infatti bisogno di capacità che andassero al di là della misura di ciò che un’organizzazione umana aveva nel quarto periodo postatlantico. Negli effetti musicali c’era già tutto quello che è nell’anima cosciente. Ma questo non poteva essere presente, in quel tempo, in un’individualità che era il primo a venire in considerazione per l’anima sentimentale. Perciò questa individualità, dopo essere stata incarnata in quella forma, doveva comunque trattenere qualcosa. Doveva incarnarsi nel quarto periodo cosicché riempisse tutto l’uomo, ma l’uomo che viveva così aveva, per così dire, dentro sé qualcosa che lo superava. Sapeva qualcosa di un mondo spirituale che non poteva usare. Aveva un’anima che sporgeva oltre questo corpo.

Era, se lo considerassimo umanamente, qualcosa di tragico, che l’individualità la quale come grande maestro aveva agito nella terza epoca di cultura dovesse incarnarsi di nuovo in una tale forma che nella sua anima si estendeva al di là di sé stessa, e non aveva però alcun uso per una capacità dell’anima che andasse al di là della misura ordinaria. Perciò si chiama questo tipo di incarnazione — perché quello che era prima si incarnava non direttamente, bensì in modo molto complicato — un « figlio di Apollo »: un figlio che portava in sé come anima quello che nella mistica si designa ordinariamente con il simbolo del femminile. Ma era presente in lui in tale modo che non poteva possederlo completamente, perché era in un altro mondo. Portava il suo proprio femminile dell’anima in sé in un altro mondo, a cui non aveva accesso, ma in cui desiderava penetrare, perché una parte del suo proprio essere vi era dentro. Questa meravigliosa tragedia interiore dell’individualità del grande maestro reincarnata di prima, il mito greco l’ha conservata in modo meraviglioso nel nome che ha dato all’Apollo reincarnato o al « figlio di Apollo »: in Orfeo.

Nel mito di Orfeo ed Euridice questa tragedia dell’anima è rappresentata in modo meraviglioso. Euridice è strappata presto a Orfeo. Essa è in un altro mondo. Orfeo scende nel regno delle ombre. Ha ancora la capacità di commuovere gli esseri nel mondo inferiore per mezzo della sua musica. Riceve il permesso di portare via di nuovo Euridice. Ma non deve voltarsi, perché lo sguardo è per lui interiormente mortale, o almeno portatrice di perdita, se guarda indietro a quello che era prima, e che ora non può accogliere in sé.

Così abbiamo in Orfeo, nel divenire di Apollo, di nuovo una specie di discesa di un Bodhisattva, se vogliamo usare un nome orientale, che diventa un Buddha. E così potremmo citare una serie di tali entità che da epoca a epoca stanno come i grandi maestri dell’umanità, e che nella loro discesa più profonda, quando diventano Buddha, vivono qualcosa di molto particolare. Il Buddha vive la beatitudine di ispirare l’intera umanità. Quel Bodhisattva che esteriormente è conservato nel nome « Apollo » vive qualcosa d’individuale: doveva proprio preparare l’individualità, la proprietà dell’Io. Egli vive la tragedia dell’Io: sperimenta che questo Io non è del tutto presso sé stesso, come gli uomini oggi riguardo a questa proprietà dell’umanità appunto sono. L’uomo aspira verso l’Io superiore. Questo è prefigurato in quello che per la Grecia è il Buddha o Bodhisattva, in modo corrispondente in Orfeo.

Così siamo usciti dai particolari per giungere a una caratterizzazione di quei grandi maestri dell’umanità e possiamo ora immaginarci un po’ di cosa circa tali concetti. Se ora raccogliete insieme quello che ho detto, vedrete che ho sempre parlato di tali entità che hanno sviluppato, ad esempio, l’anima sentimentale, l’anima razionale o sentimentale e l’anima cosciente in un certo modo come capacità interiori — come capacità che devono entrare dall’interno nell’uomo. Possiamo, poiché vediamo solo questo periodo, inizialmente avere solo questi due di fronte: gli sviluppatori dell’anima sentimentale. Ma ce ne sono molte, di tali entità, poiché l’interiorità dell’uomo si sviluppa poco a poco, stadio dopo stadio.

Ora confrontiamo con quello che, per così dire, afferra l’interiorità dell’uomo un’altra entità, e precisamente per la ragione che dobbiamo dirci: se vengono sempre maestri che forniscono di nutrimento spirituale dalle regioni superiori le capacità interiori che si sviluppano progressivamente, allora devono esserci altre individualità che svolgono un altro lavoro, che soprattutto mettono mano alla trasformazione della terra stessa e a quello che si sviluppa lì da epoca a epoca. Se il Buddha nella quarta epoca di cultura, per così dire, prepara l’anima razionale,

Così vediamo come nel corso dello sviluppo dell’umanità successivamente grandi maestri dell’umanità scendono, e come ogni volta questi maestri stanno a un grado superiore rispetto a quello che gli uomini dell’epoca culturale devono sviluppare. Così i maestri dell’umanità stanno, per così dire, come sentinelle avanzate del futuro sviluppo umano.

Ora arriviamo a quello che accade al giro del quarto alla quinta epoca di cultura postatlantica. In questo giro arriva il più grande degli eventi, di cui abbiamo parlato spesso. Arriva il momento in cui un’individualità scende sulla terra — la maggiore individualità che sia mai scesa sulla terra — e accade quello che noi comprendiamo come il mistero del Cristo.

Il Cristo veniva già preparato attraverso il lungo corso dello sviluppo dell’umanità da molti Bodhisattva, i quali, come abbiamo visto dal Buddha, devono portare all’umanità le forze e le capacità di cui essa ha bisogno per il futuro. Sei Bodhisattva si erano incaricati della preparazione del Cristo; gli altri sei hanno l’incarico di elaborare ciò che il Cristo ha portato.

Quale era la missione di quei sei Bodhisattva che preparavano il Cristo? Loro stessi naturalmente non sapevano che stavano preparando il Cristo, come il Buddha non sapeva che stava preparando i sentimenti e le disposizioni di cui l’umanità aveva bisogno per accogliere il Cristo. I sei Bodhisattva che precedevano il Cristo avevano un incarico simile a quello del Buddha: ognuno di loro doveva imprimere una forza particolare nell’evoluzione dell’umanità.

Qui arriva però un pensiero che rende difficile la comprensione: come può l’uomo preparare il Cristo, se egli non è consapevole di questa preparazione? Come può un evento preparato in inconsapevolezza portare a un effetto consapevole?

Qui dobbiamo sapere: quello che un’anima sviluppa in un’epoca, può un’anima ulteriormente evoluta in un’epoca successiva riconoscerlo e porsi coscientemente nella sua continuazione. Inoltre, il Cristo stesso riesce a tessere quelle linee dell’evoluzione umana che erano state preparate dai Bodhisattva, e riesce a dar forma definitiva agli impulsi che già erano stati dati come semi dai precedenti maestri dell’umanità.

Lo stesso accade con i sei Bodhisattva che completano e continuano l’opera del Cristo. Loro non hanno coscienza diretta della loro correlazione con il Cristo e con il suo insegnamento, ma le loro attività condiscendono con forze spirituali superiori che fluiscono dal Cristo, e gli uomini riceveranno da loro quello che è necessario per una crescente comprensione del Cristo e delle sue forze.

Vedete qui come si tesse una connessione fra il passato e il futuro, come gli atti individuali di grandi esseri e di maestri dell’umanità contribuiscono a una ricchezza di significati nella storia dell’umanità, come per così dire ogni epoca porta i semi per il suo futuro, e come noi, anche quando non comprendiamo consapevolmente il significato profondo della storia dell’umanità, siamo comunque ingranaggi in una provvidenza dell’evoluzione universale.

Ora, cosa significa che il Cristo si incarni nell’uomo Gesù di Nazareth e che la sua umanità debba sviluppare così la comprensione di lui? Significa che l’umanità, attraverso capacità sempre crescenti, deve arrivare a comprendere sempre più profondamente il Cristo. Questo non può essere compreso da subito in pieno. È come quello che conosciamo dall’evoluzione della terra: come la terra passa attraverso stati di coscienza diversi, così l’umanità passa attraverso stati di coscienza sempre più alti, in cui il Cristo diventa sempre più luminoso nella sua grandezza.

Allora gli uomini, che grazie ai Bodhisattva seguenti svilupperanno le capacità necessarie per comprenderlo, cresceranno sempre più in quella sfera dove i Bodhisattva si trovano come sentinelle avanzate dell’umanità, finché abbiano sviluppato le capacità che permettono loro di entrare in quella sfera. Nel frattempo però si tratta del fatto che l’umanità impara a riconoscere che nel Gesù di Nazareth era incarnato, cioè appariva in forma umana, l’essenza del Cristo, e che attraverso questa forma umana bisogna penetrare per giungere alla vera essenza dell’individualità del Cristo.

Così al Cristo appartengono dodici Bodhisattva che hanno l’incarico di preparare e di continuare a sviluppare quello che egli, come il più grande impulso del nostro sviluppo culturale, ha portato. Allora scorgiamo i Dodici, e in mezzo a loro il Tredicesimo. Con questo siamo saliti nella sfera dei Bodhisattva e siamo entrati in un cerchio di dodici stelle, e in mezzo a loro il sole che le illumina e le riscalda, da cui hanno quella fonte di vita che poi hanno di nuovo da portare giù sulla terra. Come si presenta sulla terra l’immagine di quello che accade lassù?

Sulla terra viene proiettato — si presenta cioè così che possiamo dire: il Cristo che ha vissuto sulla terra ha portato a questo sviluppo terrestre un impulso tale, che i Bodhisattva hanno dovuto preparare l’umanità per questo impulso e hanno pure da sviluppare quello che il Cristo dà allo sviluppo terrestre. Si presenta come un’immagine sulla terra: il Cristo nel mezzo dello sviluppo terrestre, i Bodhisattva come i suoi precursori e i suoi seguaci, che devono di nuovo avvicinare la sua opera all’umanità.

Così doveva una molteplicità di Bodhisattva lavorare in precedenza nell’umanità affinché l’umanità diventasse matura per ricevere il Cristo. Ma l’umanità, dopo che è diventata matura per avere il Cristo fra sé, è ancora lungi dall’essere matura per riconoscere, sentire e volere tutto quello che il Cristo è. E così come molti Bodhisattva quanti erano necessari per preparare l’umanità al Cristo, così molti sono necessari per portare all’umanità quello che, attraverso il Cristo, deve fluire nell’umanità. Poiché nel Cristo è tanto, che le forze e le capacità degli uomini devono sempre più crescere per comprenderlo pienamente. Con le capacità odierne non è comprensibile che nella minima parte. Capacità superiori sorgeranno per l’umanità, e con ogni nuova capacità vedremo il Cristo in una nuova luce. E solo quando l’ultimo Bodhisattva appartenente al Cristo avrà compiuto il suo lavoro, l’umanità sentirà quello che il Cristo è; allora sarà animata da una volontà in cui il Cristo stesso vive. Il Cristo entrerà nel pensiero, nel sentimento e nella volontà degli esseri umani, e l’umanità sarà l’espressione esteriore del Cristo sulla terra.

2°La legge del karma riguardo ai particolari della vita

Berlino, 22 Dicembre 1909

La considerazione odierna sia dedicata a cose che possono interessare gli antroposofi nel senso più ampio della parola, e che sono destinate a illuminare, per coloro che hanno partecipato a lungo ai nostri incontri di sezione, ora questo ora quell’argomento. Soprattutto è bene che di tanto in tanto ci richiamiamo alla memoria: nella scienza dello spirito non si tratta solo di sapere questo o quello in generale, come teoria, come insegnamento, bensì si tratta di occuparci sempre, ancora e ancora, in modo più approfondito e dettagliato delle corrispondenti domande e dei misteri della vita. Si potrebbe forse obbiettare che ciò che innanzitutto occorre sapere dalla ricerca dello spirito per la vita si potrebbe contenere comodamente in un piccolo opuscolo di magari sessanta pagine, ove volessimo includere tutto, e che allora ognuno potrebbe appropriarsi di questo opuscolo di sessanta pagine: avrebbe dunque una convinzione sulla natura dell’uomo, sulla reincarnazione e il karma, sullo sviluppo dell’umanità e della terra, e potrebbe allora percorrere la vita con questa convinzione. E qualcuno che lo desiderasse potrebbe forse dire: Sì, perché mai allora questo movimento antroposofico non diffonde in quanti più esemplari possibili questi punti di vista fondamentali nel mondo, affinché ogni uomo possa appropriarsi di una convinzione al riguardo? Perché questo movimento fa la cosa che all’apparenza sembra strana, di riunire ogni settimana coloro che vogliono occuparsi di scienza dello spirito, per descrivere sempre di nuovo quello che si potrebbe contenere comodamente in sessanta pagine? Che cosa mai hanno, si potrebbe domandare, questi antroposofi da dire ogni settimana sempre e ancora ai loro seguaci?

Ora, questo forse corrisponde a certi credo dei nostri tempi, anche riguardo alla ricerca dello spirito: il desiderio di possedere un tale compendio per la tasca, per appropriarsi in questo modo delle cose più importanti. Ma è appunto quello che sempre di più dovremmo richiamarci alla memoria: con una tale «conoscenza di compendio» nella ricerca dello spirito non si conclude nulla. In fondo la cosa non dipende dalla conoscenza, anche se la ricerca dello spirito consiste in una conoscenza, in una consapevolezza. Non basta vedere l’essenza della ricerca dello spirito in frasi generali, bensì in conoscenze ben determinate. Tuttavia non basta neanche appropriarsi di queste conoscenze, nel senso dei nostri tempi, come una convinzione generale e poi restarne soddisfatti. Non si tratta infatti di possedere una tale convinzione una volta per tutte, di sapere: l’uomo non vive una sola volta, vi sono relazioni di causa che vanno da una vita all’altra, esiste la reincarnazione e il karma. Non è questo l’effetto propriamente salutare della ricerca dello spirito, quello di diffondere queste dottrine, bensì di occuparsi profondamente e intimamente di queste dottrine, soprattutto riguardo ai loro particolari, sempre di nuovo e ancora. Poiché in fondo non abbiamo nulla dalla convinzione che semplicemente ci fa credere: sì, l’uomo non vive una sola volta fra la nascita e la morte, egli vive più volte; vi è una reincarnazione, un karma e così via. In fondo abbiamo poco da quella fede in queste cose. Ed è in fondo ben poca la differenza, riguardo ai veri fondamenti della vita, fra l’anima di un uomo che non sa dell’esistenza della reincarnazione e del karma e l’anima di un tale uomo che lo sa. La nostra anima nel senso antroposofico diventa davvero diversa solo quando ci occupiamo sempre di nuovo non solo con le generalità, bensì con le profondità particolari che la ricerca dello spirito ci ha da dire. Così accade che è bene se sempre di nuovo ci intendiamo riguardo all’interpretazione antroposofica di questo o quell’aspetto singolo della vita. Sapere solo in generale che vi è una grande legge del destino, che crea un collegamento tra le azioni passate, i sentimenti passati, i pensieri passati di un uomo e fra gli avvenimenti presenti e futuri — sapere solo questo in generale, non è affatto sufficiente. La scienza dello spirito diviene un fatto della vita solo quando possiamo applicare queste dottrine generali alle singole esperienze della vita, quando siamo capaci di orientare per così dire tutta la nostra anima secondo il punto di vista attraverso cui vediamo la vita in un modo nuovo. Perciò oggi si vuole anzitutto intraprendere una piccola considerazione sulla legge del karma, quella grande legge del destino, riguardo ai particolari della vita. Dovranno essere raccolte cose, dal punto di vista della legge del karma, che sono già note alla maggior parte di voi, ma che devono pure una volta essere considerate dal punto di vista del karma.

«Karma» dice in generale che vi è un collegamento nel mondo spirituale tra ciò che oggi accade, ciò che in futuro accadrà e ciò che è accaduto nel passato. Non è affatto particolarmente opportuno chiamare la legge del karma o del destino la legge della causazione e poi confrontarla con la legge di causa ed effetto nel mondo esterno. Se vogliamo un paragone per questa grande legge del destino, dobbiamo sempre badare al fatto che questo paragone, in quanto tale, sia giusto, che illustri realmente ciò che la legge del destino dice.

Prendiamo ad esempio il seguente paragone. Abbiamo due recipienti con acqua e inoltre due sfere di metallo, che hanno la temperatura ordinaria della stanza. Gettiamo una sfera in un recipiente d’acqua: l’acqua rimane come è. Adesso prendiamo l’altra sfera, e dopo averla riscaldata fino a farla diventare rossa, la gettiamo nell’altro recipiente d’acqua: l’acqua dentro diventa calda! Perché l’acqua nel secondo recipiente si è riscaldata? Perché non nel primo? Si è riscaldata per la ragione che la sfera stessa, prima di essere gettata nell’acqua, ha subito un cambiamento, e il cambiamento dovuto al riscaldamento della sfera ha avuto come conseguenza il riscaldamento dell’acqua. Si è verificato un evento che era la conseguenza di un altro evento, cioè del riscaldamento. Con ciò che nel tempo precedente era esperienza, era attività, si collega quello che nel presente o nel futuro ci si presenta come esperienza, come apparenza.

Se concepiamo la legge dei collegamenti spirituali tra passato, presente e futuro in questo modo, la troveremo già confermata nella vita ordinaria, nella vita che si svolge intorno a noi e che possiamo osservare se solo vogliamo, anche se non abbiamo ancora sviluppato alcuna facoltà chiaroveggente. Dobbiamo infatti sempre di nuovo stabilire come regola aurea: una legge del mondo spirituale può essere provata correttamente solo con l’osservazione chiaroveggente, solo dal ricercatore dello spirito; una tale legge invece può sempre essere confermata mediante testimonianze esterne, dalle esperienze del mondo esterno. Certo, per trovare la legge del karma confermata nella vita, gli uomini dovranno abituarsi a osservare la vita esterna un po’ più attentamente di quanto accada generalmente. Gli uomini osservano infatti di solito la vita non più lontano di quanto, per così dire, arrivi il loro naso. Ciò che sta un poco più lontano, non l'osservano più. Ma chi osserva la vita esterna più profondamente troverà già, fra la nascita e la morte nell’esistenza umana, la legge del karma sufficientemente confermata qua e là.

Vogliamo mantenerci il più possibile a cose concrete; prendiamo il seguente caso. Un giovane qualunque sarebbe stato strappato via dal corso ordinario della sua vita per mezzo di qualche evento nel quindicesimo anno della sua vita. Diciamo che avrebbe potuto studiare fino al quindicesimo anno grazie alla situazione dei suoi genitori, e nel quindicesimo anno sarebbe stato costretto, forse perché il padre ha perso il suo patrimonio, a intraprendere la carriera commerciale. È dunque stato gettato da una professione in un’altra. Naturalmente non si tratta di ritenere una qualsiasi professione di vita più pregevole di un’altra, bensì del fatto che avviene un cambiamento nella vita quando una cosa del genere accade. Ora, probabilmente, se si considera la vita nel senso materialistico di oggi, ordinario, non si cercherà nulla di rilevante sotto l’influenza di una tale apparizione nella vita di un uomo, né lo si troverà. Ma chi osserva più attentamente, troverà che un uomo che così giunge in una diversa professione può innanzitutto, attraverso la varietà che la nuova professione gli offre, provare gioia, simpatia per la sua professione, e crescerà per così dire con interesse in questa sua nuova professione. Ma allora può accadere qualcosa di strano. Ciò che sono esperienze dell’anima, ciò che sono simpatie e antipatie nella professione, può iniziare, all’incirca con il diciottesimo-diciannovesimo anno, a cambiare forma. La gioia nella professione può cessare, l’uomo può iniziare a comportarsi completamente diversamente verso la sua professione. Ci si troverà in certo qual modo sconcertati di fronte a ciò che allora accade nell’anima di un tale uomo, se mai abbiamo sentito parlare di antroposofia.

Che cosa è dunque accaduto? È accaduto che l’uomo, dal quindicesimo anno in poi, quando è stato trasferito in una nuova professione, ha trovato interesse in questa professione. Questo interesse ha dapprima messo in disparte quei sentimenti e quegli stati d’anima che si erano formati mentre questo uomo aveva agito completamente diversamente. Allora però arriva un momento in cui tutto ciò sfonda con tanto maggiore forza. Proprio come quando si preme un corpo elastico — si può premere per un po’, ma allora la massa rimbalza tanto più fortemente — così può accadere che gli interessi, che per un tempo sono stati messi in disparte, ora scoppino in modo particolarmente violento. Tra il diciottesimo e il diciannovesimo anno allora esplode tutto: quei sentimenti, quegli stati d’animo che si erano spinti nell’anima tre anni prima di quel cambiamento, cioè tra il diciottesimo e il diciannovesimo anno tutto ciò che si era spinto nell’anima tra l’undicesimo e il dodicesimo anno e così via. E ci si orienta nella vita di un uomo solo quando ci si può dire: là, con il quindicesimo anno, è intervenuto un nodo della vita, e dopo questo momento intervengono avvenimenti che nelle loro conseguenze esterne si distaccano altrettanti anni dopo da questo nodo, quanto le loro cause si distaccano altrettanti anni prima di questo nodo.

Si pensi a come si potrebbe aiutare una persona riguardo agli stati d’animo e alle difficoltà nella vita, quando si è in grado di chiedersi: dove risiede un tale nodo nell’anima nella vita di questa persona? — Può risiedere molto intimamente. Ma quando ci si imbatte in un tale nodo, allora si può calcolare indietro, e si ha allora un effetto spirituale altrettanti anni dopo questo nodo della vita, quanto si ha una causa altrettanti anni prima dello stesso. Così si ottiene una visione del karma. La conoscenza ci aiuta ad andare avanti nella vita e possiamo dirci: tali cause e conseguenze nella vita di un uomo sono collegate secondo determinati periodi di tempo, in modo che si orientano secondo un determinato punto nel tempo della vita; e se da questo punto contiamo avanti e indietro, possiamo trovare il collegamento di causa e conseguenza.

Naturalmente una cosa del genere può venire occultata dal verificarsi di altri avvenimenti. Potrebbe ad esempio venire qualcuno e dire: l’esempio che mi hai dato non è esatto! l’ho visto accadere con un giovane, dove le cose non sono andate così. — Sì, anch’io l’ho visto accadere: due persone giocavano a biliardo insieme, quando proprio il cameriere passò di lì e urtò colui che stava giocando, e la palla volò in tutt’altra direzione di come sarebbe volata altrimenti. Ma per questo la legge della causazione non è falsa: si sono solo verificate altre circostanze. Dobbiamo però considerare che non conosceremo mai la legge se non astraiamo da quelle cose che la disturbano. Possono verificarsi di nuovo, dopo il quindicesimo anno, altre circostanze che incrociano la legge. Non si conoscono le leggi osservando semplicemente la vita, ma appropriandosi dapprima del modo giusto di raccogliere insieme i fenomeni della vita. Poiché nella vita le cose sono continuamente disturbate, lì le leggi non si mostrano così facilmente. Tuttavia si può regolare la vita solo quando si conoscono le leggi come devono essere trovate. Se si conoscono i particolari, allora ci si può dire, in merito a un giovane che ha subito un tale cambiamento della vita: è compito dell’educatore, ora, stare attento! — Là il karma diviene una legge della vita, lì interviene il caso in cui si può maneggiare la legge nella vita, lì essa diviene prima utile. Si potrebbe forse in un tale caso, dopo che al fanciullo non gli si può più dare ciò che gli si dava prima, ora solo allora poter essere suo consigliere. Ma lo si può essere solo quando si conoscono tali collegamenti, quando si sa ciò che manca all’uomo e si può proprio lì intervenire e agire là dove la mancanza corrispondente si produce nella vita. Se non lo si sa, non si può essere consigliere al giovane. Là la legge del karma diviene un intreccio della vita, là si impara a essere consigliere nella vita, quando si considera la legge del karma come una legge della vita.

Naturalmente non si trovano nella vita solo tali collegamenti, ma la legge del karma fra la nascita e la morte si dispiega anche in un’altra maniera. Esiste così uno strano collegamento fra le esperienze di un uomo nella prima metà della sua vita e quelle nella seconda metà della vita, solo che gli uomini non l'osservano. Per esempio, si conosce una persona; è giovane e la si perde di vista, prima che sia giunta a una certa età. Oppure si conosce una persona in un’età più tarda e non se ne conosce la gioventù; oppure se si conosce magari anche la gioventù, si dimentica ciò che era accaduto molti anni prima. Considerare l’inizio e la fine della vita nei casi dove ciò ci è possibile fornirebbe la più bella conferma della legge del karma già nell’esistenza fra la nascita e la morte.

Vi ricordate forse di qualcosa che è stato detto nei discorsi pubblici, per esempio sulla collera, che appare come una collera nobile nella gioventù. Abbiamo allora caratterizzato come un giovane non possa ancora comprendere pienamente un’ingiustizia che accade nel suo ambiente: il suo intelletto non è ancora maturo abbastanza per comprendere completamente un’ingiustizia che accade. Ma è provveduto dalla saggia direzione del mondo che abbiamo un giudizio sentimentale, prima di poter giungere a un giudizio razionale. Si desta in un buon uomo, se le disposizioni sono presenti, nell’infanzia, quando un’ingiustizia si presenta ai suoi occhi, una nobile collera, che semplicemente è come un sentimento, ed è l’unica cosa attraverso cui l’anima può sentire l’ingiustizia. Comprendere l’ingiustizia con l’intelletto, per questo l’uomo non è ancora maturo. Se questo nobile impulso di collera però è presente nel carattere di un uomo, allora dobbiamo ben bene considerarlo. Tutto ciò che così è provato come un giudizio sentimentale di fronte a un’ingiustizia rimane infatti nell’anima. Questa nobile collera degli anni giovanili penetra l’anima e si trasforma nel corso della vita. E ciò che così si trasforma nel corso della vita riappare in un’altra forma nella seconda metà della vita: essa si manifesta in un’inclinazione sentimentale verso la gentilezza amorevole e verso la benedizione. Così la nobile collera della gioventù, della prima metà della vita, si trasforma, affinché nella vita posteriore appaia come gentilezza amorevole, come disposizione benedetta. E non troveremo facilmente — se tutte le altre cose sono corrette, in modo che nulla disturbi la cosa — che nella seconda metà della vita dell’uomo appaia quella gentilezza amorevole, benedicente, senza che essa non si sia espressa negli anni giovanili attraverso una nobile collera, causata dalla stupidità, dalla sciocchezza, dalla bruttezza della vita. Abbiamo così un collegamento karmico nella vita ordinaria, e potremmo rivestirlo di un’immagine e dire: quella mano, che nemmeno una volta nella prima metà della vita ha potuto chiudersi in nobile collera, difficilmente si stenderà a benedire nella seconda metà della vita.

Naturalmente cose del genere può osservarle solo chi, come è stato detto, compie l’osservazione della vita un po’ più lontano di quanto arrivi il proprio naso. Ma nella vita ordinaria non lo si fa.

Potrei mostrare su un esempio assai banale quanto poco ci sia inclinazione a osservare cose del genere nella vita.

Ho già più volte menzionato che, per colui che vuole acquisire conoscenze intime della vita, proprio per approfondire le condizioni occulte dell’anima, è straordinariamente favorevole avere agito come educatore per determinati anni. Allora si imparano a conoscere le anime in una maniera totalmente diversa rispetto alla psicologia ordinaria scolastica, che è ordinariamente completamente inutile per una conoscenza dell’anima. Una conoscenza dell’anima la si acquisisce quando non solo si osserva l’anima, ma quando si deve dirigere la vita di altri sotto la propria responsabilità anno dopo anno. Allora si impara anche a osservare più intimamente. Durante la mia lunga attività di educatore potevo non solo osservare i bambini che mi erano affidati per l’educazione, ma voi sapete che in certe occasioni diverse famiglie si riunivano, e così si imparava anche a conoscere altri bambini: non solo bambini nelle varie età della vita, ma anche bambini come dal primo momento in cui essi entrano nel mondo.

È adesso forse venticinque o trent’anni fa che vi era stato un certo tempo nella medicina — e voi avrete forse già notato come essa abbia un’opinione che muta costantemente da cinque anni a cinque anni su ciò che è «sano» per l’uomo — una visione assai particolare: cioè la visione che sarebbe stato particolarmente tonificante per bambini deboli, se si fosse somministrato loro ogni giorno un generoso bicchiere di vino rosso, all’età di tre, quattro, cinque anni. Ho visto bambini che ricevevano questo bicchiere di vino rosso, e anche bambini che non lo ricevevano. Potevo allora attendere con la mia osservazione — poiché naturalmente la medicina è innanzitutto infallibile, e dire qualcosa contro di essa non fruzerebbe molto fra i pregiudizi di un determinato presente —, potevo dunque attendere con le mie osservazioni. I bambini adesso, che allora dai due ai cinque anni ricevevano ogni giorno il loro bicchiere di vino rosso per il loro rinforzo, sono ora giovani persone di venticinque-ventisette anni, e ho trovato — poiché ho ben fatto attenzione, perché solo allora si mostrerebbero gli effetti di tale visione — ho trovato: tutti questi bambini che avevano ricevuto il loro vino rosso sono diventati «bambini-frignanti», il loro corpo astrale friggna, e non sanno molto cosa farsene, non sanno come orientarsi con la loro vita psichica che si muove involontariamente. Quelli invece, che allora «purtroppo», come si diceva, non potevano essere tonificati con quel bicchiere di vino rosso, sono adesso diventati nature del tutto saldate dentro se stesse, che adesso non sono così frignanti nel loro corpo astrale o nel loro sistema nervoso, come si esprime materialisticamente.

Là abbiamo un tale collegamento nella vita. È sì un collegamento banale, non un collegamento che illustra specialmente il karma, ma è un collegamento in cui vediamo che l’osservazione della vita non deve solo arrivare lontano quanto il nostro naso, bensì che essa deve sorvegliare periodi di tempo più lunghi, e che non basta quando una volta si è stabilito: questo o quel rimedio agisce così o così. Ciò che viene propriamente suscitato può infatti constatarlo il vero osservatore solo dopo molti anni. Solo i grandi collegamenti della vita, e tutto ciò che ci sospinge a cercare i grandi collegamenti della vita, può illuminarci veramente sul modo in cui causa e conseguenza sono collegate nella vita umana. Così si deve provare, anche riguardo alle vere proprietà dell’anima, a mantenere insieme fenomeni della vita che si trovano a distanza fra loro. Allora si può già vedere la legge del karma anche fra la nascita e la morte, e si trova assai spesso come gli eventi dell’età più avanzata si colleghino con ciò che era stato sperimentato nella prima metà della vita.

Vi ricordate anche ancora di ciò che è stato detto sulla missione della devozione, sull’importanza di poter guardare con un sentimento di venerazione verso qualche essere, verso qualche apparizione, che non si capisce ancora, che si venera proprio perché non vi si è ancora maturi con l’intelletto. E spesso mi piace attirare l’attenzione su come sia bello quando l’uomo possa dirsi: una volta da bambino ho udito di un membro della famiglia particolarmente venerabile, che veniva straordinariamente venerato. Non l’avevo ancora visto, ma una profonda riverenza era in me per questa personalità. Allora, quando l’occasione era giunta, fui condotto da questo membro venerabile della famiglia. E con il più intimo, sacro timore misi la mano sulla maniglia della porta della stanza dove questa personalità significativa doveva apparire!

A quel sentimento di venerazione devota si sarà grati nella vita posteriore, poiché si deve straordinariamente molto al fatto che nella prima metà della vita si è potuto venerare. E la venerazione devota è assai particolarmente benefica in ogni vita. Ho già conosciuto persone che sono state rese consapevoli del sentimento di venerazione devota verso un’entità Spirituale-Divina, e che invece a ciò hanno obiettato: sono ateo, non posso venerare nulla di spirituale. — A tali persone si può dire: guarda un po’ il cielo stellato! Puoi crearlo? Guarda la struttura piena di saggezza e pensa: là si può infondere un sentimento di vera e genuina riverenza! — Vi è molto nel mondo, a cui non siamo pari con l’intelletto, ma a cui possiamo venerevolmente guardare. E specialmente nella gioventù vi è molto a cui possiamo guardare devotamente, senza che siamo in grado di comprenderlo.

La devozione nella prima metà della vita si trasforma ora di nuovo in una proprietà della vita assai particolare nella seconda metà. Abbiamo ben sentito tutti parlare di personalità che, per quello che sono, sono come un beneficio per il loro ambiente. Non hanno bisogno di dire nulla di particolare, hanno solo bisogno di esserci. È come se, attraverso il modo in cui il loro essere si esprime, qualcosa di invisibile emanasse da loro e si comunicasse alle anime altrui. Il loro intero modo agisce beneficamente e felicemente sul loro ambiente. A chi debbono tali persone questa forza, di agire beneficamente mediante le loro proprietà spirituali sul loro ambiente? La debbono alla circostanza che nella gioventù hanno avuto la possibilità di vivere una vita di devozione, che hanno avuto molta devozione nella prima metà della vita. La devozione nella prima metà della vita si trasforma nella forza di agire invisibilmente benedendo e beneficamente nella seconda metà della vita.

Là abbiamo di nuovo un collegamento karmico, che si esprime chiaramente e distintamente fra la nascita e la morte, quando solo lo si osserva. E in fondo, era parlato da un bel sentimento karmico, quando Goethe scelse come motto di una sua opera le belle parole: «Ciò che desideri nella gioventù, nella vecchiaia hai la pienezza!» — Certo, quando si osservano solo brevi collegamenti nella vita, si potrà spesso parlare di desideri insoddisfatti; quando si considerano grandi collegamenti, meno.

Tutte queste cose, che così sono state caratterizzate, possono adesso di nuovo passare in una vera pratica della vita. E in fondo, solo colui che guarda la vita in modo così spirituale-scientifico può essere un vero educatore. Egli potrà infatti dare all’uomo, nella prima metà della vita, ciò che sa che questi potrà applicare nella seconda metà. Oggi non si sa nulla di quella responsabilità che si assume, quando si infonde al giovane questo o quello. Ma oggi è divenuto così comune parlare di queste cose dall’alto in basso, per così dire da quel cavallo altezzoso del pensiero materialistico su queste cose. E voglio illuminarvi questa affermazione appena fatta attraverso una piccola esperienza, che qui a Berlino è stata fatta da noi stessi.

Venne una volta un visitatore, uno di quelli che crede che, se almeno una volta, una sola volta nella vita, ascolta una o due assemblee, allora ha un giudizio sulla cosa. In particolare, tali persone cercano di formarsi un giudizio su movimenti spirituali simili al nostro, nel modo che potranno poi scrivere «opportunamente» sulla cosa. Coloro che oggi vogliono fornire il mondo di articoli di giornale hanno appunto la convinzione che ci si forma un giudizio in questo modo. Si va una volta, e allora si sa cos’è! — Questo visitatore di cui parlo ha anche scritto, ed è stato buffo quando una volta si è potuto leggere in una rivista americana una descrizione di un incontro di sezione da noi. Naturalmente la descrizione era piuttosto strana e ingannevole. Ma come detto: ciò che si vuole veramente comprendere spiritualmente-scientificamente, non ce lo si può propriamente appropriare in questo modo, bensì si deve essere consci del fatto che solo quando si ha la volontà di vivere veramente i particolari e di passarvi attraverso, si entra veramente nella vita spirituale.

Ora ho raccontato tutto questo solo per caratterizzare il giudizio del visitatore interessato, che ha emesso e di cui non ha fatto mistero. Questo visitatore ha detto: all’antroposofia non piace a lui il fatto che essa divida tutto così; che si divida il mondo in mondo fisico, mondo astrale, mondo devachanico e così via. Perché mai si dovrebbe fare ciò, dividere tutto così? — Tutto questo l'aveva capito da una o due visite. Che cosa dovrebbe aver provato ancora se avesse sentito anche le altre divisioni! Il visitatore interessato era dell’opinione che non fosse necessario guardare le cose così, bensì che si parlasse «in generale» del mondo spirituale: perché mai si dovrebbero dapprima fare distinzioni di classe? — Così si parla oggi nel campo dell’educazione, così si parla in tutti i campi della vita, così parla in fondo anche la scienza odierna. Dal capriccio dell’osservazione della vita, non dalla ricerca opportuna dei singoli fenomeni della vita, parla il mondo. Per questo è anche così terribile come devono agire, su qualcuno che può veramente considerare il mondo, tali riforme e discorsi programmatici, poiché causano qualcosa che si può paragonare a un orribile dolore fisico. Oggi non ci vuole che aprire un normale libro scientifico. Le osservazioni potranno essere fatte anche coscienziosamente; il modo in cui le cose sono presentate, è semplicemente orribile, poiché non vi è alcun concetto per il modo in cui i fenomeni debbono essere osservati. E così oggi si ammirano anche molte persone che dal capriccio gridano questo o quello al mondo, perché proprio in questo momento gli viene in mente.

È appunto importante che l’antroposofo si appropri della consapevolezza che la vita fino nei particolari deve essere osservata esattamente secondo quei metodi che il karma e le altre leggi della vita ci mettono a disposizione per la pratica della vita. Perciò possiamo sperare un beneficio per lo sviluppo futuro dell’umanità, anche riguardo alle questioni di educazione, solo allora quando la concezione antroposofica penetra anche i principi dell’educazione. Il karma è qualcosa che, al contempo, fornisce un solido sostegno, per esempio, a ogni osservazione della vita che riguarda l’educazione.

Là è per esempio infinitamente importante che sappiamo come un certo fenomeno nell’educazione sia collegato karmicamente, e ciò si esprime nella visione: quando un bambino si sviluppa correttamente, deve diventare così e così. Mi piace per la vita! — E adesso si pensa il bambino come un sacco, e si potrebbe infilare dentro tutto quello che si ritiene giusto. Si imprime il suo essere e ciò che si sente personalmente come simpatia o antipatia, nel bambino. Se si sapesse che cosa questo produce nel collegamento karmico, si guarderebbe la cosa diversamente. Si vedrebbe che ciò che è stato così ficcato nel bambino come in un sacco, si compie karmicamente in modo che lo rende secco e arido, che invecchia prematuro il bambino e proprio il centro del suo essere l'uccide. Dobbiamo, se vogliamo educare un bambino, per così dire indirettamente avvicinarci al bambino, se crediamo che egli debba appropriarsi questa o quella proprietà. Non si dovrebbe provvedere a inculcare questa o quella proprietà nel bambino, bensì prima si deve suscitare un bisogno per questa proprietà, un desiderio nel bambino di appropriarsi questa proprietà. Dobbiamo dunque ritirarci di un grado più indietro. Dobbiamo anche, se sappiamo che al bambino è bene questa o quella pietanza, non forzargliela, bensì provvedere affinché prima provi gusto per essa, in modo che egli stesso desideri questa pietanza. Dobbiamo regolare i desideri e le brame, affinché il bambino da se stesso desideri ciò che è bene per lui. Questo è un modo diverso da mettere tutto come in un sacco e dire: dunque dentro! — Se dunque regoliamo dapprima i bisogni, raggiungiamo il nucleo vitale del bambino, e allora vedremo che ciò si compie nella seconda metà della vita karmicamente, in modo che l’uomo di nuovo irradia gioia di vita, forza di vita, in modo che un tale uomo nella seconda metà della vita non è secco e arido, ma rimane vivace dal centro del suo essere.

Se consideriamo il karma in questo modo, ci diremo che non basta se abbiamo scritto in un libretto: vi è una legge del karma, un collegamento fra il precedente e il successivo — bensì dobbiamo considerare la vita dal punto di vista della legge del karma. Solo quando arriviamo ai particolari della vita, l’antroposofia è nella vera forma; allora però si deve anche avere la volontà di lavorare sempre di nuovo, cioè non abbandonarla mai più. Si deve trovare tempo per spostare i fenomeni della vita nel punto di vista dell’antroposofia.

Questi erano alcuni di quei punti di vista che dovevano mostrare i collegamenti all’interno della vita fra la nascita e la morte. Ora possiamo certo seguire la legge del karma sufficientemente al di là della nascita e della morte, collegando un’esistenza con l’altra. Ciò che oggi in questa vita sperimentiamo fra la nascita e la morte, lo dobbiamo anche collegare a cose che precedentemente da noi erano state sperimentate, o nel tempo futuro saranno sperimentate da noi. Là si potrebbero di nuovo enumerare innumerevoli particolari. Voglio però contentarmi oggi di illuminare dal punto di vista karmico un’importante questione della vita, in quanto il karma si estende da una vita all’altra, e cioè la questione della salute e della malattia, e specialmente di quest’ultima.

Alcuni potrebbero credere, quando sono colpiti da una qualche malattia, che secondo il karma sarebbe giusto dire: l’ho dunque meritata, questo è il mio destino! — Ma con solo questo la legge del karma non è affatto sempre caratterizzata nel modo giusto. Con una malattia dobbiamo dapprima essere chiari su quale sia propriamente la sua essenza, spiritualmente compresa. Là facciamo bene se dapprima ci occupiamo di quale sia l’essenza, per esempio, di un dolore. Da lì poi potremo transitare a una comprensione spirituale della malattia.

Quale sia l’essenza del dolore? Vogliamo adesso considerare un dolore completamente esteriore, fisico, per esempio quando ci siamo tagliati il dito. Perché duole? Non potremo mai chiarirci spiritualmente l’essenza del dolore, se non sappiamo che questo dito fisico è penetrato da un dito eterico e da un dito astrale. Ciò che ora il dito fisico rappresenta, come è formato, come il sangue scorre in esso, come i nervi si estendono, tutto questo è stato formato dal dito eterico. Egli è il formatore e provvede ancora oggi sempre affinché i nervi siano disposti nel modo corrispondente, affinché il sangue scorra correttamente e così via. Come il corpo eterico forma questo, è regolato dal corpo astrale, che permea il tutto. Perché adesso soffriamo quando ci siamo tagliati il dito, vogliamo chiarircelo mediante un paragone esteriore.

Supponete che sia una vostra abitudine preferita bagnare i vostri fiori nell’orto ogni giorno una volta: sentite in ciò una certa soddisfazione. Un mattino però la vostra annaffiatoio è rovinata o rubata, e non potete adesso bagnare i vostri fiori nell’orto. Siete per questo addolorati. Questo non è un dolore fisico; ma nella privazione della vostra attività preferita potete provare qualcosa come un dolore fisico. Potete non compiere un’attività, perché lo strumento non c’è, non potete eseguirla. Ciò che qui esteriormente è difettoso e che per questo può solo provocare un dolore morale, diviene un dolore fisico per mezzo del seguente.

Il corpo eterico e il corpo astrale sono disposti affinché tengano il dito nel modo in cui è adesso. Il dito eterico e il dito astrale non posso mai tagliarceli. Quando mi taglio il dito in due, accade che il dito eterico non può più intervenire correttamente. È abituato ad avere il corretto collegamento del dito e questo collegamento è adesso disturbato, esattamente come precedentemente la mia attività, quando volevo bagnare l’orto. Il corpo astrale e il corpo eterico non possono dunque intervenire, e ciò si fa sentire nel corpo astrale come dolore, come privazione. Non potere compiere le attività consuete, non potere intervenire nel modo consueto: questo si manifesta nel corpo astrale come dolore. Ma nel momento in cui il corpo eterico e il corpo astrale non possono più intervenire correttamente, si manifesta anche uno sforzo maggiore. Proprio come nel nostro caso, quando vogliamo bagnare l’orto, facciamo sforzi per cercare l’annaffiatoio e simili, così adesso anche il corpo astrale e il corpo eterico devono compiere un’attività maggiore per rimettere le cose in ordine. E questa attività maggiore, che deve essere espletata, è propriamente quel che guarisce. Là lo spirituale è chiamato a un’attività più energica, e questo è propriamente quel che guarisce. Ciò che può chiamare gli elementi spirituali dell’uomo a un’attività maggiore, produce la guarigione. Ora ogni malattia si basa su questo: per mezzo di un qualche disordine nel corpo fisico o anche nel corpo eterico dell’uomo, gli elementi spirituali non possono intervenire nel modo giusto, sono ostacolati, e la guarigione consiste nella mobilitazione di una forza di resistenza maggiore contro il disordine. Ora una malattia può svilupparsi in modo che venga guarita, oppure possiamo morirne. Consideriamo tutti e due i casi dal punto di vista karmico.

Se la malattia si sviluppa in modo che guardiamo, allora abbiamo deposto nei nostri elementi — che ci abbiamo portato da incarnazioni precedenti — quelle forti forze di vita che possono realmente intervenire guarendo. E quando guardiamo le nostre incarnazioni precedenti, possiamo dire: allora non eravamo solo capaci di provvedere correttamente al nostro corpo per mezzo di ciò che abbiamo normalmente nella vita, ma ci abbiamo portato dietro un fondo di riserva, che possiamo tirar fuori dai nostri elementi spirituali di vita.

Ora supponiamo che moriamo. Qual è allora il caso? Allora dobbiamo dire: se il tentativo è stato fatto per la guarigione, allora abbiamo anche mobilitato le forze più forti in noi. Ma non bastavano, non erano sufficienti. Ma sempre, quando mobilitiamo forze in modo che si facciano sentire fortemente, non è inutile. Abbiamo proprio dovuto fare sforzi più forti. Se in questa vita non siamo stati ancora in grado di ristabilire l’ordine in qualche ambito del nostro organismo, siamo almeno diventati più forti. Abbiamo voluto resistere. Solo che non è bastato. Ma se anche non è bastato, ciò non va perduto, ciò che abbiamo mobilitato di forze. Questo passa nell’incarnazione seguente, e l’organo interessato diventerà più forte di quanto non lo sarebbe stato se non avessimo avuto la malattia. E allora saremo capaci di sviluppare quell’organo, che in questa vita ci ha portato prematuramente alla morte, con una forza particolare e con regolarità. Vi sarà così un effetto più favorevole anche se non riusciamo a portare la malattia alla guarigione con il giusto trattamento. Karmicamente dobbiamo anche in questo caso vedere in una malattia qualcosa che può svolgersi in una maniera più favorevole nella vita più lontana. Nella vita futura possiamo allora in questo o quel caso avere una forza particolare per il fatto che abbiamo combattuto una malattia, ma non l’abbiamo vinta. Per questo però non si deve dire: allora forse è proprio bene lasciar pure la malattia, poiché se lasciamo che la malattia si svolga completamente e non interveniamo guarendo, allora le forze nel nostro interiore diventano più forti, e il karma potrà realizzarsi ancora meglio! — Questo sarebbe un’assurdità. Si tratta proprio di realizzare la guarigione in modo che le forze equilibratrici intervengano il più favorevolmente possibile: ciò significa dunque che facciamo il più possibile per la vera guarigione, indipendentemente dal fatto che la guarigione intervenga oppure no. Il karma è sempre favorevole alla vita, mai contrario a essa!

La legge del karma, come si estende da una vita all’altra, si è così mostrata in un esempio particolare come tonificante per la vita. E possiamo dire: se siamo particolarmente forti in questo o quell’organo, questo ci segnala una vita precedente, in cui questo organo, in cui adesso siamo particolarmente forti, era una volta particolarmente malato. Allora non siamo riusciti a guarirlo completamente. Ma per questo furono mobilitate le forze, perché questo organo adesso si presenta come particolarmente forte. — Così vediamo come da una vita all’altra gli eventi, i fatti, penetrano oltre, come il nostro nucleo di essenza sempre più e sempre più diviene forte, se siamo anche nel modo giusto consci di come possiamo renderlo più forte. E possiamo in questo modo sempre più e sempre più giungere a una comprensione viva del nostro nucleo essenziale spirituale attraverso la legge del karma.

Ora arriviamo a una risposta alla domanda: perché ci riuniamo così spesso? — Ci riuniamo così spesso perché non vogliamo solo arricchire la nostra conoscenza quando accogliamo dottrine, bensì perché le dottrine, se date nel modo giusto, sono adatte a rendere il nostro nucleo di essenza sempre più forte e più potente. Versiamo un succo spirituale di vita nei nostri affari, quando ci riuniamo e ci occupiamo di antroposofia. Così l’antroposofia non è una teoria, ma una bevanda di vita, un elisir di vita, che sempre di nuovo si versa nella nostra anima, e di cui sappiamo che rende l’anima sempre più forte e più potente. E se l’antroposofia non sarà più per gli uomini ciò che oggi è, attraverso l’ignoranza del mondo esterno; se una volta penetrerà in tutta la nostra vita spirituale, allora gli uomini vedranno come il benessere, anche della vita fisica, di tutta la vita esterna, dipende dal rinforzo che può essere ottenuto dalla considerazione antroposofica, dal vivere insieme antroposoficamente. Verrà il tempo in cui tali assemblee antroposofiche potranno diventare il mezzo di rinforzo più importante per gli uomini, in modo che escano e dicano: noi dobbiamo ciò che possiamo, la nostra salute, la nostra forza nella vita, alla circostanza che nel nostro vero nucleo di essenza, nel nostro centro di essenza, ci rinforziamo sempre di nuovo! — Solo quando gli uomini sentiranno che l’antroposofia dà loro, mediante le considerazioni particolari, ciò che li rende fortemente potenti e sani fino nel corpo fisico, solo allora sentiranno questa missione dell’antroposofia. E oggi coloro che si occupano di antroposofia debbono considerarsi come pionieri dell’antroposofia come qualcosa che rinforza la vita! Allora essa sarà prima il giusto mezzo e potrà guadagnare il giusto punto di attacco contro qualcosa che oggi così frequentemente indebolisce la vita.

Là alla fine sia ancora richiamata l’attenzione su una cosa. Oggi non si ode parola più spesso della parola «predisposizione ereditaria». Come potrebbe oggi colui che non porta la parola «predisposizione ereditaria» almeno tre o quattro volte alla settimana in bocca, essere considerato un uomo colto? Un uomo colto deve pur sapere almeno che la medicina sapiente ha stabilito che cosa significhi la predisposizione ereditaria nella vita umana! Chi non riesce a dire, quando qui o lì qualcuno non sa cosa fare con se stesso, che il tale sia ereditariamente predisposto, costui non è un uomo colto, bensì qualcosa d’altro, e fra quell’altro forse anche un antroposofo. Qui inizia ciò dove la scienza della vita odierna inizia non solo a sbagliare teoricamente, bensì dove inizia a danneggiare la vita. Qui è il limite, dove il teorico arriva al morale, dove è immorale avere una teoria falsa. Qui la forza della vita, la sicurezza della vita dipende dal sapere proprio la cosa giusta. Chi si rafforza e si tonifica da una giusta concezione spirituale nella sua anima, introducendosi un elisir di vita, a che cosa sarà capace?

Tutto ciò che pure abbia ereditato sono ereditarietà nel corpo fisico, o al massimo nel corpo eterico. Mediante la sua giusta concezione della vita si renderà nel suo vero nucleo di essenza sempre più forte e sempre più forte, e vincerà ciò che è predisposizione ereditaria, poiché lo spirituale, quando è presente nel senso giusto, è capace di equilibrare il corporeo. Chi però non si rafforza nel suo nucleo di essenza spirituale, chi dice: lo spirituale è solo un prodotto del corporeo —, allora, perché non ha un interno forte, è consegnato alle predisposizioni ereditarie: in lui devono agire danneggiando.

Non è affatto una meraviglia che oggi ciò che si chiama predisposizione ereditaria abbia effetti così terribili, perché si inculca alla gente il potere della predisposizione ereditaria e si toglie loro ciò che agisce contro di essa. Si coltiva dapprima la fede nella predisposizione ereditaria, e allora si toglie all’uomo, con una concezione del mondo spirituale, il miglior metodo di battaglia contro la predisposizione ereditaria. Si inventa dapprima l’onnipotenza della predisposizione ereditaria, e così allora agisce. Non si ha solo una falsa opinione, che porta all’efficacia ciò che indebolisce la vita, che disarma l’uomo, bensì qui inizia una teoria che è fondamentalmente e completamente materiale. Qui inizia una concezione del mondo materialistica a giocare nell’ambito morale, e agisce qui non solo teoricamente falsa, bensì immorale. Non se ne esce nemmeno con il solo dire: quelli che asseriscono tali tesi si sbagliano. Non si deve essere troppo aspri nel giudizio contro coloro che asseriscono tali teorie. I singoli rappresentanti della scienza qui non debbono mai essere colpiti, beninteso; amorevolmente pure si può capire che vi sono immersi, che debbono giungere a tali errori. L’uno non riesce a venir fuori da una tradizione scientifica; nell’altro si può trovare compatibile, perché ha moglie e figli e forse si metterebbe in falsa posizione se non volesse più stare con le opinioni dominanti. Ma su tutto, quanto è un’apparizione dei tempi, deve essere richiamata l’attenzione, perché là la scienza inizia non solo a diffondere false teorie, bensì strappa all’uomo i mezzi che promuovono la vita, che come concezione del mondo spirituale devono fornire la vita di forza, e che soli sono capaci di stare contro la potenza, che altrimenti deve sopraffare l’uomo, contro il fisico. Questo fisico è solo tanto a lungo una potenza travolgente, quanto l’uomo nel suo spirituale non sviluppa forza contro di essa. Se sviluppa questa forza, allora in lui sorge un combattente contro tutto il fisico.

Non possiamo sperare questo da un giorno all’altro. Ma coloro che comprendono le cose nel vero senso conosceranno poco a poco la concezione spirituale-scientifica riguardo ad apparizioni, di fronte a cui l’uomo si mostra dapprima impotente. Ciò che non si equilibra in una vita, si equilibra nella vita complessiva. E quando consideriamo la singola vita, come anche la vita di incarnazione in incarnazione, allora la legge del karma, correttamente compresa, non sarà una legge che adesso ci può schiacciare, bensì la legge che ci darà conforto e forza e ci renderà sempre più forti. Una legge di forza di vita è la legge del karma, e come tale la dobbiamo concepire. Non si tratta del fatto che sappiamo singole astrazioni, bensì che seguiamo le verità della vita spirituale nei singoli aspetti della vita, e che non stanchiamo mai nel lavoro della conoscenza dello spirito, penetrandoci dalle singole verità della ricerca dello spirito.

Se vi tenete questo davanti agli occhi, vivete nel senso giusto antroposoficamente. Allora sapete perché non ci accontentiamo di aver letto questo o quel libro, bensì consideriamo l’antroposofia come una questione del cuore, che non cessa di occuparci, a cui volentieri sempre di nuovo ritorniamo, e di cui sappiamo che, quanto più frequentemente vi ritorniamo, essa può darci sempre più e più arricchimento della vita.

3°L’ingresso del Cristo nello sviluppo dell’umanità

Berlino, 2 Febbraio 1910

Attraverso ciascuno dei Vangeli, come abbiamo potuto affermare in una delle nostre ultime meditazioni, ci viene presentato il grande mistero del Golgota da un lato particolare. Abbiamo osservato che il Vangelo di Marco espone il mistero del Golgota, il mistero di Cristo Gesù, partendo dai grandi nessi cosmologici, mentre il Vangelo di Matteo presenta la formazione di questo mistero a partire da un popolo, cioè dal popolo ebraico antico. Abbiamo visto come questo popolo ebraico antico dovette svilupparsi di generazione in generazione a partire dal tempo di Abramo, per dare poi come fiore un essere umano che in sé potesse contenere l’individualità di Zarathustra o Zoroastro. Abbiamo visto come tutte le qualità del popolo ebraico antico, che dovettero farsi sempre più intense di generazione in generazione, si basavano sul principio dell’eredità fisica. Con ciò abbiamo potuto caratterizzare precisamente la differenza della missione del popolo ebraico antico rispetto alle missioni di altri popoli. La missione del popolo ebraico antico consisteva nel fatto che doveva trasmettere certe qualità: qualità che potevano trasmettersi solamente per il tramite dell’eredità fisica dalle generazioni più antiche, a partire dal tempo abramitico, fino a Gesù, sviluppandosi in modo crescente. Il Vangelo di Matteo contiene ancora molti misteri, come del resto anche gli altri Vangeli. E anche se nel corso di questo inverno apriamo ancora alcuni sguardi, alcune prospettive nei Vangeli, la comprensione può tuttavia al massimo essere inizialmente stimolata. Per comprendere completamente i Vangeli è infatti necessaria un’opera spirituale pressoché infinita. Oggi dovrà essere gettata una luce su questo Vangelo di Matteo da un lato ben determinato, e a essa dovrà aggiungersi una certa applicazione pratica di insegnamenti che possono derivare da questi sguardi per le anime che oggi si trovano nella corrente spirituale antroposofica.

Se oggi facciamo una sorta di rassegna di molte cose che nel corso degli anni abbiamo imparato, potremo allora affermare che questo sviluppo dell’umanità, come l'abbiamo presentato dal punto di vista della scienza dello spirito, attraversa diverse crisi, giunge a punti importanti, poi procede per un certo tempo in modo più uniforme, poi nuovamente giunge a un punto importante e così via. Abbiamo infatti spesso sottolineato che uno di questi punti più importanti nello sviluppo terrestre dell’umanità è il tempo in cui, all’inizio del nostro attuale computo cronologico, è stato dato l’impulso del Cristo. Se da là proseguiamo indietro, troviamo, saltando diversi periodi, un punto importante a cui abbiamo ripetutamente accennato. Se attraversiamo il tempo atlantico e ritorniamo al tempo lemuriano, troviamo lì quel momento in cui è stato impiantato nell’essere umano il primo germe dell’Io.

Se una cosa del genere deve essere compresa, le parole devono essere prese in modo estremamente preciso. Ad esempio bisogna distinguere esattamente ciò che è accaduto nel tempo lemuriano antico, quando si dice che è stato allora impiantato nell’essere umano il primo germe dell’Io, e ciò che accade quando si dice che nel tempo del Mistero del Golgota ha inizio il periodo, l’epoca in cui l’umanità è divenuta completamente conscia di questo Io. Questa è una distinzione molto significativa: avere l’Io come primo germe, come qualcosa che lavora nell’uomo, oppure essere consapevolmente indirizzati a riconoscere che si possiede questo Io. Queste cose bisogna distinguerle rigorosamente l’una dall’altra, altrimenti non si comprendono le vere leggi dello sviluppo.

Sappiamo che l’impianto dell’Io nell’uomo è fondato nello sviluppo complessivo della Terra. La Terra ha attraversato il tempo di Saturno, del Sole e della Luna, e soltanto allora è divenuta quello che è oggi. Su Saturno è stato posto il germe del corpo fisico, sul Sole il germe del corpo eterico, sulla Luna il germe del corpo astrale, e sulla Terra è stato aggiunto il germe dell’Io. Questo germe dell’Io è stato dunque impiantato nel corso dello sviluppo terrestre nel tempo lemuriano. Ma in questo tempo lemuriano accadde anche qualcos’altro, cioè quello che abbiamo sempre chiamato l’influsso luciferino. Fu dunque in quel periodo che l’uomo era dotato, da un lato, del germe dell’Io, destinato a svilupparsi sempre di più nel corso dei periodi terrestri successivi, e nello stesso tempo l’influsso luciferino fu inoculato nel corpo astrale. Attraverso questo influsso luciferino tutto l’essere umano fu trasformato, così come tutto ciò che nell’uomo era presente come forze ed elementi nel corpo eterico e nel corpo fisico. L’intero uomo divenne in quel modo un essere diverso, nel tempo lemuriano, rispetto a quello che sarebbe divenuto se non ci fosse stato l’influsso luciferino. Così abbiamo dunque l’uomo nel tempo lemuriano che diviene un altro in duplice modo: egli sta divenendo un’entità dotata d’Io, e contemporaneamente un’entità che in sé contiene il principio luciferino. Se il principio luciferino non fosse venuto, l’influsso dell’Io sarebbe comunque intervenuto.

Che cosa è accaduto dunque all’essere umano per il fatto che l’influsso luciferino si manifestò nel tempo lemuriano?

Se una cosa del genere viene descritta da una prospettiva o da un’altra, vi prego gentilmente di non considerare mai una tale descrizione come se tutto fosse subito dato con essa: si può sempre estrarre solamente un punto di vista. Nel corso degli anni è stato già detto molto su tutto ciò che è accaduto all’uomo nel corso dello sviluppo a causa dell’influsso luciferino. Tutto questo appartiene anche al quadro, ma non possiamo ripeterlo ora. Oggi dovremo sollevare un unico punto di vista, uno che caratterizza per noi un lato determinato. Questo punto di vista consiste nel fatto che l’uomo, a causa di questo influsso luciferino, giunse a un livello di sviluppo prima di quanto gli fosse veramente predestinato, prima di quanto fosse previsto nel saggio governo del mondo. L’uomo, per mezzo dell’influsso luciferino, è penetrato più profondamente nei tre componenti essenziali che le incarnazioni precedenti della Terra gli avevano trasmesso — nel suo corpo astrale, nel suo corpo eterico e nel suo corpo fisico —, se ne è maggiormente intrecciato di quanto avrebbe fatto se non ci fosse stato l’influsso luciferino. L’uomo sarebbe rimasto con il suo Io più vicino ai mondi spirituali, avrebbe per più tempo sentito sé stesso come membro del mondo spirituale con il suo Io, se l’influsso luciferino non avesse fatto sì che questo Io penetrasse più profondamente nel corpo astrale, nel corpo eterico e nel corpo fisico. L’uomo è disceso più profondamente sulla Terra nel tempo lemuriano per l’influsso luciferino.

Possiamo indicare il momento in cui l’uomo — se non ci fosse stato l’influsso luciferino — sarebbe disceso sulla Terra o nella materia fisica tanto profondamente quanto in realtà è disceso nel tempo lemuriano per l’influsso luciferino: questo sarebbe stato nel mezzo dell’epoca atlantica. In altre parole: se non fosse venuto alcun influsso luciferino, l’uomo avrebbe dovuto attendere fino al mezzo dell’epoca atlantica per il suo abbassamento sulla Terra. Per l’influsso luciferino è disceso prima. In tal modo è giunto a diventare un’entità libera, che agisce da impulsi propri, poiché altrimenti si sarebbe mantenuto fino al mezzo dell’epoca atlantica in completa dipendenza dal mondo spirituale, non avrebbe mai potuto decidere da sé tra il bene e il male, non avrebbe mai potuto sviluppare alcun impulso libero, ma avrebbe agito da istinti animici, cioè da forze che gli esseri divino-spirituali avevano impiantato nella sua anima. Ma gli esseri luciferini gli hanno procurato la possibilità di decidere tra il bene e il male prima di quanto altrimenti avrebbe fatto: di non lasciarsi guidare semplicemente e istintivamente secondo le leggi dell’ordine divino-spirituale del mondo, bensì di decidere da sé, di farsi una sorta di legge propria.

Questo fatto si esprime per noi in modo profondamente significativo nella descrizione del peccato originale, che in una meravigliosa immaginazione raffigura nient’altro che quello che ho appena raccontato. Nel Vecchio Testamento è presentato dicendo che all’uomo è stata impiantata l’anima vivente dagli esseri divino-spirituali. Se questa anima vivente fosse rimasta solamente così, l’uomo avrebbe dovuto attendere fino a più tardi affinché gli esseri divino-spirituali rendessero matura questa anima vivente, cioè l’Io ancora non sviluppato, per prendere le decisioni. Ora vengono gli influssi luciferini, nel Vecchio Testamento raffigurati come il serpente. Per questo l’uomo viene a non seguire meramente istintivamente gli afflussi dello Jahvé o degli Elohim, bensì a decidere egli stesso sul bene e il male. Da un’entità che fino a quel momento era stata guidata e indirizzata dagli esseri divino-spirituali, l’uomo diviene così un’entità che poteva decidere da sé. Questo è anche chiaramente espresso nella Bibbia: per mezzo del serpente, cioè per mezzo degli esseri luciferini, è stata portata l’autodecisione dell’uomo. E allora vi suonano nell’orecchio, dal lato degli dei, le parole della Bibbia: l’uomo è divenuto come uno di noi! — cioè, come gli dei. O se vogliamo esprimerlo radicalmente: l’uomo ha acquisito per sé tramite l’influsso luciferino quello che fino ad allora era conveniente soltanto agli dei. Gli dei hanno preso le decisioni tra il bene e il male, non gli esseri che dipendevano dagli dei.

Ora l’uomo è divenuto per mezzo dell’influsso luciferino un autodecisore, cioè un’entità che ha sviluppato in sé proprietà divine troppo presto. Così, in questo modo, tramite l’influsso luciferino qualcosa è entrato nella natura umana che altrimenti sarebbe rimasto preservato per lo sviluppo umano fino al mezzo dell’epoca atlantica. Ora potete immaginarvi che l’uomo sarebbe stato un tutt’altro essere se questo abbassamento nella materia gli fosse toccato soltanto nel mezzo dell’epoca atlantica, poiché allora la sua anima sarebbe stata più matura al momento di questo abbassamento. Sarebbe venuto come un essere migliore, più maturo nella materia. Avrebbe dunque introdotto proprietà diverse in tutto il fisico, l’eterico e l’astrale, e sarebbe divenuto completamente diversamente capace di decidere tra il bene e il male. Per il fatto che l’uomo da se stesso si è fatto decisore tra il bene e il male dal tempo lemuriano fino al mezzo dell’epoca atlantica, per questo si è reso peggiore di quello che sarebbe divenuto, ed è venuto così in uno stato meno perfetto. Avrebbe altrimenti percorso tutto quel tempo fino al mezzo dell’epoca atlantica in una maniera molto più spirituale; così l’ha invece percorso in modo più materiale. Ma in questo modo è stato provocato il fatto che, se all’uomo non fosse stato aggiunto quello che gli dei gli avevano designato per il mezzo dell’epoca atlantica, egli sarebbe allora completamente caduto.

Che cosa sarebbe stato dato all’uomo nel mezzo dell’epoca atlantica, se fino a quel momento fosse stato guidato e indirizzato istintivamente da esseri divino-spirituali?

Sarebbe stato dato a lui quello che, dopo che l’influsso luciferino era una volta lì, gli è stato dato tramite il Mistero del Golgota! L’impulso del Cristo gli sarebbe stato dato nel mezzo dell’epoca atlantica. Ora però, poiché l’influsso luciferino era lì, ha dovuto aspettare questo impulso del Cristo così a lungo quanto il tempo che intercorreva dal luciferino al mezzo dell’epoca atlantica. Tanto tempo prima quanto il luciferino si era avvicinato all’uomo prima del mezzo dell’epoca atlantica, tanto più tardi è venuto l’impulso del Cristo. Così abbiamo, per il fatto che l’uomo ha acquisito per sé la somiglianza a Dio prima di quanto avrebbe dovuto, un ritardo dell’impulso del Cristo da registrare. L’uomo dovette infatti prima attraversare tutto quello che doveva divenire il suo karma terrestre per ciò che di cattivo era entrato in lui tramite l’influsso luciferino. Questo dovette essere sofferto dall’umanità. L’uomo dovette aspettare fino a che non solo l’influsso luciferino l'avesse reso un decisore tra il bene e il male, ma fino a che nel corso dello sviluppo terrestre fosse anche entrato tutto quello che doveva venire come conseguenza di questo influsso luciferino. Questo dovette essere attendibile.

Solo allora poteva l’impulso del Cristo scendere sulla Terra. L’uomo non doveva essere privato eternamente, secondo il saggio governo del mondo, di quello che gli era divenuto tramite l’influsso luciferino, ma avrebbe dovuto riceverlo nel mezzo dell’epoca atlantica. Divenirgli sarebbe dovuto in ogni caso. Certo, nella forma in cui gli è divenuto tramite l’influsso luciferino, non gli sarebbe divenuto nell’altro caso. Tramite Lucifero l’uomo non ha ricevuto soltanto la libera decisione per tutto quello che riguarda le cose spirituali, ma anche la capacità di entusiasmarsi per il bene e il nobile, il saggio e il grande. Come siamo noi umani oggi, non possiamo decidere soltanto freddi, sobri e secchi tra il bene e il male, bensì possiamo anche infiammarci per il bello, per il nobile, il bene e il saggio. Ciò deriva dal fatto che nel nostro corpo astrale è stato introdotto qualcosa che, se fosse venuto all’uomo soltanto nel mezzo dell’epoca atlantica, sarebbe stato introdotto solamente nell’Io, nell’Io che giudica. Così tutto quello che abbiamo in sentimenti, in idealismo, nel nostro ardore per il bene, per i nobili ideali, lo dobbiamo al fatto che nel nostro corpo astrale è entrato qualcosa prima che la nostra somiglianza a Dio nel nostro Io, l’accoglimento del Cristo nel nostro Io, ci fosse concesso. L’essenziale è che questa somiglianza a Dio, questa uguaglianza a Dio, questa possibilità di trovare il bene in sé stessi, doveva venire sull’uomo. Se l’influsso luciferino non fosse venuto, questo impulso sarebbe venuto nel mezzo dell’epoca atlantica; così invece è venuto ora nel tempo in cui il Cristo Gesù ha operato.

Così tramite l’impulso del Cristo è entrata negli umani la consapevolezza che nel loro Io possiedono qualcosa di sostanza ed essenza divina. Questo sta alla base di tutti gli insegnamenti più profondi anche del Nuovo Testamento: l’uomo può accogliere il divino nella sua essenza d’Io, e questo divino in essa può operare e decidere tra il bene e il male. Possiamo dunque dire che con l’accoglimento dell’impulso del Cristo nell’interno umano è venuta sull’uomo la possibilità di dire a sé stesso: Sono io stesso la norma per le conoscenze della mia esistenza, per le decisioni sul bene e il male.

Se ora volgiamo lo sguardo indietro ai tempi precristiani, dobbiamo dire: poiché in quel tempo quel principio che rende l’uomo il vero decisore tra il bene e il male non era ancora presente, la decisione tra il bene e il male, il giudizio, la conoscenza del bene, del bello e del vero nei tempi precristiani doveva necessariamente essere difettosa, e tale che non poteva veramente emergere dall’intimo dell’uomo. L’uomo non aveva nemmeno la possibilità, prima che l’impulso del Cristo fosse venuto, di decidere dal suo intimo essere sul bene e il male. La decisione sul vero bene, sul vero vero, sul vero bello poteva nei tempi precristiani essere presa soltanto per il fatto che singole individualità, come i Bodhisattva, con una parte del loro essere nel corso del tempo si estendevano fino ai mondi divino-spirituali, cosicché la decisione sul bene e il male non era veramente tratta dall’intimo della natura umana, bensì dai mondi divini. Per il loro commercio con gli esseri divino-spirituali la ricevevano, e allora la versavano come suggestivamente nell’anima umana. Senza tali guide gli umani nei tempi precristiani avrebbero potuto prendere sempre soltanto decisioni difettose sul bene e il male. Se queste guide avessero fatto assegnamento sul loro proprio cuore, non avrebbero potuto farlo nemmeno; soltanto perché discendevano nelle profondità dell’anima che all’uomo non era ancora concesso, perché uscivano dalla loro propria essenza d’Io nei regni dei cieli, ricevevano gli impulsi di cui gli umani avevano bisogno, al fine di — nel tempo della decisione difettosa sul bene e il male — tuttavia piantare il bene preparatoriamente sulla Terra.

Così l’uomo nei tempi precristiani era un’entità che si era appropriata di qualità non sufficientemente mature per la somiglianza divina, di qualcosa che non era affatto adatto ad avere la somiglianza divina. Per questo l’uomo dal tempo lemuriano ha fatto tutto quello che ha fatto in modo peggiore, più difettoso di quello che altrimenti avrebbe fatto. Prima di tutto ha fatto in modo peggiore e più difettoso, per l’influsso luciferino nei tempi precristiani, quello che si riferiva a lui stesso. Il suo corpo astrale, il corpo eterico e il corpo fisico, che altrimenti sarebbero rimasti più spirituali se l’influsso luciferino non avesse operato, li ha resi peggiori, più materiali, per il fatto che tutto questo è venuto in questo modo. Ma per questo motivo anche tutti i mali sono entrati nella vita umana, che si sono sviluppati nel corso del tempo. Nel corso di un lungo tempo si sono sviluppati.

Dal tempo lemuriano fino al Mistero del Golgota si sono sviluppati nel corpo fisico, nel corpo eterico e nel corpo astrale i mali. Nel corpo astrale si è sviluppato un egoismo di altissimo grado; nel corpo eterico si sono sviluppate le possibilità dell’errore, quando vogliamo giudicare qualcosa, e la possibilità della menzogna. Se l’uomo fosse rimasto sotto l’influsso di esseri divino-spirituali, avesse agito istintivamente secondo i loro impulsi, allora, se oggi volesse acquisirsi conoscenze intorno all’ambiente, non potrebbe cadere in errore, né potrebbe essere sedotto alla menzogna; così però la tendenza alla menzogna e il pericolo dell’errore sono entrati nello sviluppo umano. E poiché lo spirituale è sempre la causa del fisico, e poiché l’influsso luciferino e le sue conseguenze si sono sempre più scavate nel corpo eterico da incarnazione a incarnazione, nel corpo fisico è entrata la possibilità della malattia. La malattia è il male nel corpo fisico, che è venuto da questo sviluppo.

Ma qualcosa di ancora più significativo è venuto. Se l’uomo non fosse caduto sotto questi influssi, se non si fosse lasciato agire da essi, non sarebbe venuta nemmeno la consapevolezza che nel momento in cui il corpo fisico si separa da noi accade qualcosa di diverso da una trasformazione nella vita: la consapevolezza della morte non sarebbe venuta. Se l’uomo non fosse infatti disceso più profondamente nella materia e avesse mantenuto i fili che lo legano al divino-spirituale, avrebbe saputo che con il deposito della veste fisica inizia soltanto un’altra forma dell’esistenza. Non l'avrebbe visto come la perdita, come la fine di un’esistenza divenutagli cara. Così tutte le cose nello sviluppo avrebbero ottenuto un aspetto diverso.

Poiché l’uomo è disceso più profondamente nella materia, si è reso per questo più libero e indipendente, ma ha anche reso il suo sviluppo più difettoso di quello che altrimenti sarebbe stato.

Tutto quello che nell’uomo è divenuto difettoso è guarito nuovamente dall’impulso del Cristo. Solo non si pretenda che sia guarito in un tempo essenzialmente più breve di quello in cui è stato provocato, o addirittura in un tempo molto breve. Il tempo dall’epoca lemuriana fino al Mistero del Golgota è molto lungo. E lentamente e gradualmente, operando di incarnazione in incarnazione, sono venuti l’egoismo, l’errore e la menzogna, la malattia e il sentimento della morte. Per il fatto che l’impulso del Cristo opera nell’umanità, in uno sviluppo ascendente dell’uomo queste proprietà tutte nuovamente si trasformeranno all’indietro. L’uomo sarà condotto di nuovo nel mondo spirituale con le capacità che si è acquisito qui in basso. Accadrà addirittura più velocemente di quanto non sia accaduto il discenso prima. Ma non si pretenda che l’uomo in una o due incarnazioni, tramite quello che può ricevere dall’impulso del Cristo, sarà in grado di vincere l’egoismo, di guarire nel suo corpo eterico così che non vi sia più alcun pericolo di menzogna e di errore, e nemmeno che possa operare per la guarigione fino nel suo corpo fisico. Questo deve accadere lentamente e gradualmente. Ma accade. Proprio come l’uomo è stato condotto verso il basso tramite l’influsso luciferino verso tutte le proprietà descritte, così sarà nuovamente condotto verso l’alto tramite l’impulso del Cristo: l’egoismo sarà trasformato in altruismo, la mendacità diventerà veracità, il pericolo dell’errore diventerà certezza colpita e verità del giudizio. La malattia diventerà un substrato per una salute ancora più grande. Quelle malattie che abbiamo superato diventeranno i semi di una salute più elevata. E quando la morte sarà compresa gradualmente così che la morte sul Golgota operi nella nostra stessa anima come il modello della morte, allora la morte avrà perso il suo pungiglione. L’uomo saprà perché di volta in volta deve deporre la sua veste fisica, per ascendere sempre più nel corso delle incarnazioni. Ma quello che in particolare è entrato tramite l’impulso del Cristo è che è stato dato l’impulso di correggere qualcosa che riguarda in particolare la conoscenza umana e l’osservazione umana, il sapere dell’uomo del mondo.

Abbiamo detto che l’uomo è stato intricato più profondamente nella materia, ha reso sé stesso nei suoi tre corpi più difettoso di quello che sarebbe divenuto se nessun influsso luciferino fosse venuto. Per questo l’uomo è stato afferrato da una spinta a scendere sempre più profondamente nell’esistenza materiale, a precipitarsi sempre più a fondo nel puro materiale. Questo è successo a lui in modo particolare con la sua conoscenza. Ma anche questo è venuto lentamente e gradualmente. Non subito, come l’influsso luciferino ha operato, l’uomo è così profondamente affondato da chiudere ora dietro di sé tutte le porte verso il mondo spirituale. L’uomo è rimasto ancora a lungo in connessione con il mondo spirituale, da cui era cresciuto, e in cui sarebbe rimasto con tutto il suo essere se l’influsso luciferino non fosse venuto. Ancora a lungo l’uomo è rimasto partecipe di questo mondo spirituale: sentiva ancora a lungo come nei suoi più fini istinti spirituali conducessero i fili del mondo divino-spirituale. Agiva ancora a lungo in modo che l’impulso non era meramente umano, bensì tale come se gli dei avessero operato dietro di lui. Questo era particolare nelle epoche più antiche. Solo lentamente l’uomo è stato spinto nel materiale, e così ha perso la consapevolezza del divino.

Quelle correnti spirituali e visioni del mondo nell’umanità che hanno avuto conoscenza di queste cose hanno quindi sempre accennato a questo: vi è stata un’epoca antica in cui l’uomo era sì per l’influsso luciferino già un poco spinto verso il basso nell’esistenza materiale, ma tuttavia non così tanto che questo influsso divino non operasse ancora fortemente in lui. Questa epoca, nella mancanza di sviluppo dell’umanità, era stata chiamata l’epoca dell’oro. Questo non è un prodotto fantastico: l’espressione «epoca dell’oro» è semplicemente un’espressione che i confessori di essa usavano, coloro che nei tempi più antichi avevano ancora un’intuizione che era stato una volta così, un’epoca primordiale dell’umanità come è stata appena descritta. Questa epoca dell’oro, che si designa con un’espressione della filosofia orientale come «Krita Yuga», ha durato, di tutti gli eoni che ancora caratterizzeremo, relativamente il più a lungo.

Dopo questa epoca dell’oro viene allora il cosiddetto eone d’argento. Qui l’uomo era già stato spinto più profondamente nel mondo fisico. Ma tutto accadde lentamente e gradualmente. Nemmeno adesso le porte verso il mondo spirituale erano completamente chiuse. L’uomo aveva ancora forti momenti in cui, come in una chiaroveggenza da sogno, sentiva gli dei che lo muovevano dietro i suoi istinti. In questo eone d’argento non si potrebbe sì più chiamare l’uomo un compagno degli dei, ma sentiva ancora che gli dei stavano dietro di lui. Questo eone è anche designato con un’espressione della filosofia orientale come «Treta Yuga».

Poi viene un eone che si estende fino nel nostro eone post-atlantico; le sue ultime propaggini si estendono fino nei tempi storici, dove ci sono ancora stati umani dotati di antica chiaroveggenza offuscata e fra gli oscuri. Ma la consapevolezza del mondo spirituale, da cui l’uomo era cresciuto, era in questo eone soltanto come una sorta di ricordo rimasto dalle incarnazioni precedenti. Era così come se vi immaginate la vostra gioventù, la vostra infanzia e la vostra attuale età della vita. Nella nostra infanzia abbiamo provato immediatamente le esperienze dell’infanzia; così gli umani ancora nel Treta Yuga hanno provato immediatamente gli impulsi del mondo divino-spirituale. Nell’eone che poi seguì, che si chiama anche l’eone di bronzo, era presente soltanto qualcosa come un ricordo di esso. Si potrebbe paragonarlo al modo in cui l’uomo adulto considera la sua infanzia. Direte infatti: ho provato la mia infanzia, non è un sogno! Così era nel terzo eone: gli umani sapevano: abbiamo provato nei tempi anteriori la connessione con il divino, ma ora è soltanto come un ricordo. Ho mostrato dettagliatamente come nella cultura indiana antica il ricordo del tempo atlantico continuasse a operare; perciò i santi Rishis, perché questo ricordo continuava a operare, proprio allora hanno potuto proclamare i loro grandi insegnamenti divini. Questo eone di bronzo è designato nella filosofia orientale come «Dvapara Yuga».

Poi viene un eone in cui il ricordo del mondo divino-spirituale viene perduto, in cui l’uomo con la sua conoscenza e contemplazione è completamente posto fuori nel mondo fisico. Questo eone comincia circa nell’anno 3101 prima del nostro computo cronologico, prima della nascita di Cristo Gesù, e si chiama anche con un’espressione della filosofia orientale «Kali Yuga», l’epoca scura, poiché qui l’uomo ha perduto tutti i nessi con il mondo spirituale ed è completamente cresciuto insieme con il mondo fisico.

Sottolineo esplicitamente che sto usando queste espressioni ora per periodi di tempo più piccoli; si possono però estendere anche su periodi di tempo più grandi. Parliamo dunque di quella concezione degli eoni come corrisponda per prima ai periodi minori, e lasciamo che il Kali Yuga inizi, come la filosofia indiana insegna, con l’anno 3101 prima del nostro computo cronologico. Qui si prepara quel periodo di tempo in cui gli umani sono assegnati a vedere soltanto quello che come un velo, come un involucro nasconde il mondo divino-spirituale, dove percepiscono soltanto il sensibile fisico esteriore. Certo, all’inizio del Kali Yuga ancora molti umani sono presenti che possono contemplare o ricordarsi del mondo divino-spirituale; ma per l’umanità normale comincia adesso il tempo in cui percepisce soltanto il sensibile fisico.

Questo era il discenso degli umani fino a un Kali Yuga. Questo era il tempo del discenso più profondo. Dentro a questo doveva cadere l’impulso di risalire di nuovo. Perciò viene l’impulso di risalire di nuovo, l’impulso del Cristo, nel Kali Yuga, nell’epoca scura.

Questo impulso del Cristo era stato preparato dalla religione dello Jahvé o Jehovah. Per la religione dello Jahvé l’uomo è stato infatti reso consapevole della difettosità delle sue decisioni anteriori. Durante il periodo dall’antico tempo lemuriano fino alla proclamazione sul Sinai, abbiamo quel periodo in cui l’uomo di vero diveniva un autodecisore sul bene e il male, ma in cui d’altro canto anche cade in errore sul male e il bene e sempre più porta sulla Terra quello che nella Bibbia si chiama il peccato. Il peccato si scava dentro nella vita terrestre. L’uomo si è appropriato della somiglianza divina, ma l’ha pretesa per proprietà che non erano affatto mature per la somiglianza divina. Che cosa doveva allora accadere?

Per prima cosa doveva all’uomo essere mostrato che cosa la divinità da lui esigeva, se doveva divenire un Io autocosciente. E questo gli è stato mostrato tramite la proclamazione sul Sinai, tramite la proclamazione dei Dieci Comandamenti. Qui gli umani hanno udito tramite Mosè: Quello che fino a ora hai sviluppato sul bene e il male è difettoso. Ti mostro come sarebbero le leggi se tu non fossi disceso e non avessi preteso per te la decisione sul bene e il male per proprietà non mature! — Così stanno i Dieci Comandamenti del Sinai, il Decalogo, rispetto a quello che l’uomo era divenuto: gli suona dall’alto, dalle sfere spirituali, quello che sarebbe giusto rispetto a quello che ha sviluppato come difettoso. Come una legge di bronzo stanno i Dieci Comandamenti, come una torcia che all’uomo mostra tutto quello che non è divenuto. Dovrebbe sottomettersi a questa legge con tutto quello che è divenuto. L’uomo non poteva dapprima darsi questi Dieci Comandamenti, perché nel suo decidere, nella sua propria legislazione era divenuto difettoso. Perciò i Dieci Comandamenti dovevano essergli dati tramite un ispirato, tramite Mosè, cioè tramite ispirazione divina dall’alto. Erano dati però così, da essere tutti diretti all’Io. Dicevano all’uomo come un Io deve comportarsi se deve raggiungere l’obiettivo dell’umanità.

Nel discorso sui Dieci Comandamenti di Mosè, del 16 novembre 1908, questo è stato elaborato nel dettaglio. Lì è stato mostrato come l’Io per prima cosa deve comportarsi verso i mondi spirituali nei primi tre comandamenti, come deve comportarsi verso i compagni umani riguardo alle sue azioni e le sue operazioni nei comandamenti seguenti, e come deve comportarsi riguardo ai suoi sentimenti e i suoi sentori nei comandamenti ultimi. L’educazione, la coltura dell’Io è ordinata nei Dieci Comandamenti. Questa era la preparazione, affinché l’Io nel suo intimo dovesse imparare a darsi da sé l’impulso, dopo che era disceso nel Kali Yuga, fino nell’epoca scura. All’uomo doveva essere innanzitutto mostrata una legge da sopra. Quello che doveva divenire la legge del proprio Io poteva divenirlo soltanto se l’Io accoglieva il grande modello del Golgota in sé, se l’Io si diceva: Se accogliessi nel mio pensiero un tale pensiero quale ha pensato l’essere che si è sacrificato sul Golgota, se accogliessi in me tale sentimento quale ha sentito l’essere che si è sacrificato sul Golgota, se accogliessi in me tale volontà quale ha voluto l’essere che si è sacrificato sul Golgota, allora il mio essere in sé stesso troverà la decisione, svilupperà sempre più la somiglianza divina, non avrà più soltanto da seguire una legge esteriore, i Dieci Comandamenti, ma un impulso interiore, la mia propria legge!

Così Mosè ha per prima cosa stabilito la legge davanti agli umani, ma il Cristo il modello e la forza che l’anima dovrebbe accogliere per svilupparsi. Perciò tutto doveva essere approfondito fino all’interiorità tramite il Cristo Gesù; tutto doveva essere portato fino nella più profonda anima — quello che di impulsi spirituali era lì — fino nell’Io stesso. Questo poteva accadere soltanto se veniva pensato il seguente, se il Cristo Gesù diffondeva il seguente come un impulso.

L’uomo è disceso fino nell’epoca scura, fino nel Kali Yuga. Prima di questa epoca scura gli umani contemplavano in una chiaroveggenza offuscata e fra gli oscuri nel mondo spirituale. Allora non potevano servirsi soltanto degli strumenti del corpo fisico: mentre tramite i loro occhi, i loro orecchi e così via osservavano il mondo fisico, appariva loro ovunque uno spirituale, intorno ai fiori, alle piante, alle pietre e così via. Questi umani erano ricchi riguardo alla loro osservazione di spirituale. Lo spirituale fu loro regalato nei tempi antichi. Adesso, nell’epoca scura, sono divenuti mendicanti riguardo allo spirituale, poiché lo spirituale non fu loro più regalato. Poveri sono divenuti di spirituale. Sempre più il Kali Yuga si avvicinava, dove gli umani dovevano dirsi: Nei tempi antichi era diverso: allora lo spirituale era ancora regalato agli umani, allora potevano contemplare verso l’alto nel mondo spirituale, allora erano ricchi di spirituale, allora i regni dei cieli erano loro accessibili. Adesso però gli umani sono stati spinti verso il basso nel mondo fisico. Chiuse si sono le porte verso il mondo spirituale davanti ai sensi umani, e il corpo fisico non apre alcuna prospettiva nei regni dei cieli.

Ma il Cristo poteva dire: Afferrate l’Io dove ora dovete afferrarlo, allora i regni dei cieli si sono fatti vicini. Nel vostro Io sorgeranno! Anche se i vostri occhi vi chiudono dietro la luce esteriore sensibile la luce spirituale, anche se i vostri orecchi vi chiudono dietro il suono fisico lo spirituale, se vi elevate al Cristo stesso, troverete in voi i regni dei cieli! — Beati erano coloro che per l’epoca scura erano divenuti poveri, mendicanti di spirituale. Beati potevano divenire adesso, dopo che l’impulso era stato dato, perché il Cristo poteva penetrare fino nell’Io umano, quell’essere che poteva dare loro conoscenza dello spirituale, dei regni dei cieli. Così, riguardo all’impoverimento dell’uomo di spirituale, il massimo annuncio cristiano è: Beati possono divenire da adesso coloro che sono mendicanti di spirituale, che non ricevono più lo spirituale regalato tramite un’antica contemplazione; beati possono tuttavia divenire da adesso, se accolgono l’impulso del Cristo; allora loro stessi, tramite lo sviluppo del loro Io, possono divenire i regni dei cieli!

Andiamo al corpo eterico, che è il formatore del corpo fisico. Che cosa è entrato in esso? — Nel corpo fisico la malattia si esprime soltanto. La sofferenza stessa è per prima nel corpo eterico, e la sofferenza nel corpo eterico si esprime in un’incarnazione più tarda nel corpo fisico nella malattia. Adesso però qualcosa è entrato nel mondo — così dovette dire il Cristo Gesù — perché nell’intimo un impulso può sorgere, per gradualmente rimuovere la sofferenza dal corpo eterico. Beati possono adesso divenire, se accolgono l’impulso del Cristo in sé, coloro che hanno la sofferenza radicata nel loro corpo eterico; poiché qualcosa è in loro per cui trovano quello che li conduce oltre la sofferenza, il conforto interiore, il Paracleto interiore, il consolatore interiore!

Che cosa era accaduto al corpo astrale per il fatto che l’influsso luciferino si affermò? Era divenuto più difettoso di prima. Ha ricevuto la possibilità che abbiamo potuto descrivere come una buona proprietà — di infiammarsi per il bene e il grande, di avere entusiasmo per gli alti beni del vero, bello e buono. Ma ha dovuto per questo accettare anche l’altro: infiammarsi nel più alto grado in simpatia o antipatia per i beni della Terra. Chi accoglie l’impulso del Cristo imparerà a calmare quello che mette il suo corpo fisico in emozione riguardo ai beni della Terra, il corpo astrale, a metterlo sotto il potere dello spirituale, e per questo diventerà felice o beato. Beato sarà colui che rende il suo corpo astrale indifferente riguardo alle cose terrestri; ma per questo queste gli cadranno proprio così. Se viene infatti infiammato in emozione, in simpatia o antipatia per le cose terrestri, allora giusta proprio quello che possono divenire per lui. Se però il corpo astrale viene sotto il potere dello spirituale, se si diventa indifferenti riguardo alle cose terrestri, allora a uno è dato il regno terrestre come sua sorte!

Saliamo a quello che nel corpo astrale opera come anima dei sentimenti. Qui abbiamo un Io ancora operante in modo offuscato, che non è ancora veramente uscito fuori, e che perciò ancora nelle passioni sviluppa l’egoismo più terribile. Finché l’Io rimane così veramente bloccato nell’anima dei sentimenti, sviluppa l’egoismo più egoistico. È allora sprovvisto del desiderio di lasciar giungere all’altro umano lo stesso che giunge a lui stesso. L’egoismo intorbida il senso della giustizia, perché l’Io vuole avere tutto per sé. Ma se adesso l’Io si mette alla sequela dell’impulso del Cristo, allora diventa uno che ha sete di giustizia tra tutti gli esseri che stanno attorno a noi. Beati saranno coloro che hanno sete e fame del sentimento di giustizia nella loro anima dei sentimenti, poiché saranno saziati. Saranno capaci di portare sulla Terra e su tutto il mondo tali condizioni che — nel giusto nuovo spirito — dalle profondità dell’anima rispondono a tali condizioni di giustizia!

Saliamo ancora più su all’anima razionale o all’anima dei sentimenti. È il membro che ancora più causa il lasciar valere l’umano accanto all’umano, e non lo causa soltanto come un sentimento di giustizia al modo dell’anima dei sentimenti, ma come una sofferenza insieme, come un reale soffrire insieme della sofferenza e la gioia dell’altro. Colui che accoglie l’impulso del Cristo ottiene un sentimento non soltanto per quello che sente, ma anche per quello che sente l’altro Io; si immerge nell’altro Io e diventa così beato nella sua anima razionale. Beato è colui che sviluppa la sofferenza insieme, poiché soltanto per il fatto che si sente nell’anima dell’altro stimola anche l’altra anima a sentirsi in lui. Otterrà la sofferenza insieme dall’altra anima se diffonde anche la sofferenza insieme. Beati sono i sofferenti insieme, poiché con loro sarà sofferto insieme!

Con questo potete già vedere come ora, dopo che siamo avanzati per un po’ nella meditazione di questi nessi, siamo capaci in un modo completamente diverso di comprendere le parole del Vangelo di Matteo che ordinariamente sono riunite nel «Sermone sulla montagna» dalle profondità della natura umana e dell’essenza umana. Ogni frase del Sermone sulla montagna si riferisce a uno dei nove membri dell’uomo. Questo dovrà essere ancora ulteriormente elaborato la prossima volta. Il Sermone sulla montagna dovrà diventare trasparente dinanzi al nostro occhio spirituale come quello che il Cristo Gesù ha operato, poiché ha veramente interiorizzato quello che era contenuto nella legge antica di Mosè, completamente reso un impulso interiore, poiché l’Io dell’uomo opera, come deve operare per tutti i nove membri dell’essenza dell’uomo. Poiché se l’Io accoglie l’impulso del Cristo, opera su tutti i nove membri dell’uomo. Così vediamo come è profondamente vero quello che qui è già stato accennato: il Cristo nel Kali Yuga ha reso capace l’Io dell’uomo di trovare qualcosa nel mondo fisico che lo conduce verso l’alto nel mondo spirituale, nei regni dei cieli. Il Cristo ha reso l’Io dell’uomo un partecipe del mondo spirituale.

Su antico Saturno il corpo fisico è stato immediatamente preso dal mondo spirituale. Era ancora completamente dentro nel mondo spirituale, perché allora il corpo fisico era ancora più spirituale e non aveva una consapevolezza tale che si sarebbe potuto separare dai mondi spirituali. Sul Sole fu aggiunto il corpo eterico, sulla Luna il corpo astrale, e sulla Terra fu dapprima data la possibilità, per lo sviluppo dell’Io, di separarsi dal seno materno del divino-spirituale nel mondo. E la conseguenza era che questo Io doveva essere nuovamente ricondotto: il Dio doveva discendere fino al piano fisico e sul piano fisico doveva mostrare all’uomo come poteva ritrovare il cammino verso i regni dei cieli.

Quello che accadde tramite l’impulso del Cristo era così un evento di massima importanza. Ma chiedete adesso una volta: l’hanno saputo tutti gli umani allora, che vivevano al tempo in cui il Cristo Gesù operava sulla Terra, che qui accadeva un evento così importante? Considerate che il grande storiografo Tacito parla dei cristiani come di una setta quasi sconosciuta! Cento anni più tardi racconta dei cristiani soltanto che in una strada laterale a Roma si alzava una setta condotta da un certo Gesù, il quale vi conducesse i suoi affari. Era così che molti umani ancora a lungo dopo l’evento del Cristo credevano a Roma che Gesù fosse loro contemporaneo, come se si fosse appena alzato. Insomma, cose importanti possono accadere nello sviluppo dell’umanità senza che i contemporanei ne sappiano nulla. Le cose più importanti potevano persino passare, se gli umani non fossero disposti a procurarsi la comprensione per esse! Allora però l’umanità non vivrebbe questa cosa più importante: si essiccherebbe e si svuoterebbe riguardo a essa. — «Cambiate il senso, i regni dei cieli si sono fatti vicini!» così era l’annuncio del Battista Giovanni e del Cristo Gesù stesso. Con ciò indicavano per coloro che avevano orecchi per udire che una cosa più importante accadesse. Che non si sappia di una cosa più importante nel mondo, questo non è prova che non sia lì.

Coloro che oggi hanno il compito di interpretare i segni dei tempi, coloro che sanno quello che accade oggi, devono indicare un evento — se non di significato della maggior forza, però un evento importante. Vero è che qualcosa di significato infinito si sviluppa proprio nel nostro tempo! E come allora fu indicato al Cristo dal Giovanni, e se fu indicato da lui stesso al venire dei regni dei cieli, all’Io, così oggi deve essere indicato a un altro evento importante.

Il Cristo è disceso nella carne soltanto una volta sulla Terra. Nella carne ha occupato il tempo all’inizio del nostro computo cronologico sulla Terra. Nella carne gli umani non vedranno nuovamente il Cristo come umano fisicamente incarnato, secondo il saggio governo della nostra evoluzione mondiale, ma neppure avranno bisogno di vederlo nuovamente. Poiché nella carne il Cristo non ritornerà. Tuttavia dobbiamo parlare di una nuova relazione degli umani al Cristo. Perché? Perché quel periodo che noi chiamiamo scuro, il Kali Yuga, è trascorso proprio nel nostro tempo con la fine del 19mo secolo, e perché con l’inizio del 20mo secolo comincia un nuovo periodo in cui si preparano nuove capacità degli umani: quelle capacità che erano andate perdute nell’epoca scura. Lentamente e gradualmente si preparano nuove capacità. Si prepareranno nuove capacità fino al grado che vi saranno singoli umani che le avranno come una disposizione naturale. Queste capacità si mostreranno particolarmente tra gli anni 1930 e 1940, e tramite queste nuove capacità entreranno in relazioni nuove gli umani e il Cristo.

Con questo è indicato a una cosa più importante nello sviluppo dell’umanità. E la scienza dello spirito è lì per aprire agli umani la comprensione per queste nuove capacità che si mostreranno nel mondo umano. Non perché singoli umani hanno gusto e simpatia per diffondere i risultati della ricerca spirituale esiste una scienza dello spirito nel mondo, bensì perché la conoscenza dello spirito è necessaria se gli umani vogliono comprendere quello che succede nella prima metà del nostro secolo. Poiché soltanto per mezzo di quello che una scienza dello spirito può dare agli umani, si diventerà capaci di comprendere quello che nella prima metà del nostro secolo accadrà. E se si diventerà capaci di riconoscere nello spirito quello che allora accadrà, allora si sarà anche in grado di non confondere gli eventi con le loro rappresentazioni erronee. Poiché per il fatto che il materialismo si diffonde sempre più, si diffonde anche nelle visioni del mondo spirituali, e lì opera particolarmente male. Potrebbe condurre al fatto che gli umani non capiranno quello che nello spirito deve essere compreso, veramente nello spirito a comprendere: lo cercheranno nel mondo materiale. E poiché una nuova relazione al Cristo deve entrare nella prima metà del nostro secolo, così nei prossimi decenni, fino a che l’evento accada, sempre nuovamente sarà sottolineato che falsi messia, falsi cristi si troveranno, che rivendicheranno quelli che sui campi della scienza dello spirito possono divenire soltanto materialisti, e che se ne possono immaginare una nuova relazione al Cristo soltanto così che l’avranno davanti nel corpo. Un numero di falsi messia userà questo e dirà: Il Cristo è di nuovo nel corpo!

Ma le relazioni che puramente tramite le capacità umane possono essere vinte per la prima metà del nostro secolo, quelle ha la saggezza antroposofica da preparare. Con questo cresce la responsabilità dell’impegno antroposofico in modo immenso, nella misura che la scienza dello spirito si prepara a un evento che verrà. Esso o, se la scienza dello spirito si imprime nelle anime umane, sarà compreso e allora per l’ulteriore sviluppo dell’umanità diventerà fruttuoso, oppure passerà senza comprensione davanti all’umanità se gli umani rifiuteranno di accettare lo strumento per cui questo evento potrà essere compreso: lo strumento della scienza dello spirito. Se però gli umani respingessero così tanto la scienza dello spirito che nulla ne resterebbe, allora non saprebbero nemmeno che questo evento è lì, oppure l'interpreterebbero falsamente. Il frutto di questi eventi andrebbe perduto per il futuro dell’umanità e l’umanità verrebbe così spinta in un’immensa miseria.

Con ciò è indicato a una nuova relazione degli umani al Cristo come a qualcosa che al Cristo in un tempo relativamente breve nell’anima umana viene a germinare.

4°Il Discorso della montagna

Berlino, 8 Febbraio 1910

L’oggetto della nostra meditazione di oggi è stato già accennato l’ultima volta. Dobbiamo oggi ancora una volta richiamare l’attenzione su quel documento significativo che è contenuto nelle frasi del Discorso della Montagna, per poi da questo documento gettare uno sguardo sulla nostra contemporaneità e sul prossimo futuro dell’umanità.

Il Discorso della Montagna del Vangelo di Matteo può essere compreso soltanto se lo si afferra nel suo intero spirito e lo si comprende dallo spirito dello sviluppo dell’intera umanità. Consideriamo ancora una volta, brevemente, ciò che già l’ultima volta si è presentato alla nostra anima: l’antica chiaroveggenza oscura dell’uomo è andata gradualmente regredendo; le facoltà umane, la conoscenza umana ha dovuto sempre più e più limitarsi al piano fisico; per questa ragione il collegamento dell’uomo con i mondi spirituali ha dovuto essere fondato partendo da un evento del piano fisico. Se teniamo tutto questo insieme, comprenderemo che quell’essere divino-spirituale che abbiamo caratterizzato come il sublime Essere solare, come il Cristo, in un tempo in cui gli uomini nella loro percezione erano limitati al piano fisico, dovette incarnarsi in un corpo fisico. Ciò accadde perché si potesse narrare l’essenziale della vita di questo essere divino-spirituale con espressioni, con parole che si riferiscono al piano fisico. Infatti non si trattava soltanto del fatto che quei pochi, in relazione all’intera umanità, che potessero acquisire un’osservazione corporea e una percezione del Cristo Gesù, possedessero questa osservazione sul piano fisico, bensì si trattava del fatto che ciò che si può narrare del Cristo Gesù siano rappresentazioni che riproducono gli eventi del piano fisico.

Infatti di tutto ciò che precedentemente si doveva narrare riguardante altre entità divino-spirituali, non si poteva dire che la narrazione, che prende le parole del piano fisico, si accordi con gli eventi reali. Tutto ciò che veniva narrato riguardante le più alte entità divine doveva essere inteso nel senso che le parole potessero valere soltanto come indicazioni; ciò che è accaduto poteva essere compreso soltanto da colui che sapesse applicare le parole ai processi dei piani superiori. La vita del Cristo Gesù invece, così come si è svolta, può essere compresa da chiunque sia in grado di applicare ciò che si narra ai processi del piano fisico. E in questa direzione si può dire: l’essere del Cristo è disceso fino a un’incarnazione fisica, completamente fino alla vita in un corpo fisico. Ciò dovette accadere perché le facoltà umane possedevano allora quel carattere, perché in quel tempo l’Io umano, come tale, doveva e dovette conseguire la consapevolezza della sua essenza, se lo sviluppo dell’umanità doveva procedere nel modo corrispondente.

Abbiamo già visto che il più significativo intermediario dell’evento di Palestina fra la serie delle più antiche individualità era Zarathustra o Zoroastro. Affinché egli potesse diventare quello che doveva diventare in quel tempo, doveva essere creato un corpo che contenesse in sé, come un estratto, tutto ciò che era stato dato a un intero popolo: un popolo che doveva fornire all’umanità quelle facoltà che devono essere trasmesse mediante l’eredità fisica. Dobbiamo considerare come essenziale del popolo ebraico antico da Abramo a Gesù il fatto che, di generazione in generazione, dovessero svilupparsi quelle facoltà che, da padre a figlio, da figlio a nipote e così via, si dovessero sempre più perfezionare e tramandare per eredità. Così allora, nella loro forma più elevata e più utile, sarebbero apparse in quel corpo che era stato ereditato da Abramo attraverso Salomone fino a Gesù, che era il portatore di Zarathustra. Occorrerà ancora molto, molto tempo affinché, attraverso le nostre considerazioni che saranno ancora coltivate qui in futuro, potremo comprendere in tutti i dettagli l’intera missione del popolo ebraico antico. Infatti, ciò richiede che davvero, gradualmente, impareremo a comprendere come, di generazione in generazione, fossero sempre più perfezionate quelle proprietà di cui il corpo di Gesù aveva bisogno. Questo corpo doveva essere reso il più capace possibile per la sua missione storico-mondiale. Ciò era possibile soltanto se tutto ciò che apparteneva a questo corpo del Gesù salomoniaco, per quanto riguarda quelle facoltà, era quanto più perfetto possibile.

Ora sappiamo che su ogni corpo umano, sin da tempi antichissimi, operavano quattro membra della natura umana: il corpo fisico, il corpo eterico, il corpo astrale e l’Io; e che nel futuro opereranno il Sé spirituale, lo Spirito vitale e l’Uomo-Spirito. Ma non dobbiamo vederla cosicché improvvisamente, per esempio, l’attività del corpo astrale cessasse e il successivo non si preparasse nel precedente. In un certo senso, tutto ciò che è successivo deve prepararsi nel precedente. L’uomo certo non può, dalla propria forza oggi, lavorare su di sé cosicché, per esempio, lo Spirito vitale si esprimesse particolarmente in lui; ma altre entità divino-spirituali operano con una tale attività nell’uomo che può essere chiamata un’attività dello Spirito vitale. Lo stesso vale per quanto riguarda l’Uomo-Spirito. Dovettero dunque essere perfezionati tutti e sette i membra del corpo di Gesù di Nazareth, o piuttosto dell’organizzazione umana di Gesù di Nazareth, per quanto riguarda le proprietà che erano in questione. Ciò richiedeva una preparazione molto particolare. Questa preparazione deve darci oggi anzitutto un presentimento di che misteri siano in realtà nascosti nello sviluppo dell’umanità e della Terra.

I semi di quella perfezione del corpo di Gesù di Nazareth dovevano essere preparati da lunga mano. Abbiamo visto come nel tempo da Abramo fino a Salomone o Davide, il primo periodo lavorò sulle generazioni esattamente come normalmente si lavora sul singolo uomo nell’arco di tempo dalla nascita al cambio dei denti, sul corpo fisico. Il lavoro fu compiuto dalle forze operanti dietro lo sviluppo cosicché, effettivamente, in un certo tempo, un antenato di Gesù era presente che già conteneva la disposizione verso le più complete possibili facoltà, che poi emersero nel corpo che divenne il portatore di Zarathustra. Così in un antenato di Gesù era presente la disposizione verso una corretta formazione di tutti e sette i membra della natura umana. In altre parole: se nella serie degli antenati di Gesù di Nazareth risaliamo, dobbiamo trovare un tale antenato che contenesse i semi della natura umana settemplice, anche se non così perfettamente formati come nel corpo di Gesù di Nazareth, pur tuttavia nella disposizione verso questa perfezione. Anche se ciò non è espresso nella trasmissione esterna, la dottrina segreta ebraica antica conosceva questo fatto. Sapeva che una volta era vissuto un uomo di cui si doveva dire che in lui operavano i sette membra umani così da poter essere designati come particolarmente notevoli. Così gli iniziati della dottrina segreta ebraica antica indicavano effettivamente un antenato di Gesù di Nazareth, di cui avevano la consapevolezza: Dobbiamo in questo antenato considerare i sette membra umani in modo particolarmente speciale. E così essi chiamavano in questo antenato l’Io «Itiel», per indicare con ciò che in questo antenato l’Io doveva possedere quella forza — poiché la parola «Itiel» significherebbe più o meno «possessore di forza» —, quella forza, quell’audacia che, se si tramandava attraverso le generazioni, poteva diventare il vero portatore dell’Io per quella alta entità che doveva poi riapparire in Gesù di Nazareth. Così essi chiamavano il corpo astrale di quell’antenato «Lamuel»; ciò significherebbe più o meno un corpo astrale sviluppato così da sentire in sé non soltanto la legge, la legalità, al suo esterno, bensì come portandola in sé. Così essi chiamavano il corpo eterico di questo antenato «Ben Jake»; ciò significherebbe: un tale corpo eterico che è stato il più possibile elaborato in sé e di perfezione, può accogliere abitudini in sé. E il corpo fisico di questo antenato lo chiamavano «Agur», perché l’attività fisica, la facoltà di questo antenato sul piano fisico era consistita nel fatto che raccogliesse ciò che era disponibile nelle antiche tradizioni; infatti «Agur» significa «il raccoglitore». Come allora in tal modo, che si svolse nel corpo di Gesù, furono raccolti tutti gli antichi insegnamenti del mondo, così questo si era già sviluppato come disposizione in questo antenato attraverso la raccolta dei documenti antichi. E ciò che come Atma o Uomo-Spirito operava in questo antenato, essi lo chiamavano, poiché con una cura particolare l’amore delle entità divino-spirituali operava su questa disposizione verso l’Uomo-Spirito, con una parola che significherebbe più o meno «il diletto di Dio», «Jedidjah». E ciò che come Buddhi o Spirito vitale fluiva in questo antenato, di cui essi dicevano: In questo antenato deve operare uno Spirito vitale tale che potesse operare come un insegnante dell’intero popolo, affinché potesse riversarsi ciò che questo Spirito vitale conteneva, sull’intero popolo —, ciò lo designavano come «Kohelet». E infine essi chiamavano Manas o Sé spirituale di questo antenato — poiché dicevano che un tale Sé spirituale doveva contenere in sé la disposizione a essere internamente chiuso, a essere in equilibrio in sé — con una parola che significava «equilibrio interno», «Salomone».

Così questo antenato, che si conosce abitualmente soltanto sotto il nome di «Schelomo», «Schlomo» o «Salomone», ha i tre nomi principali: Jedidjah, Kohelet, Salomone; ed egli ha i quattro nomi secondari Agur, Ben Jake, Lamuel, Itiel, perché questi nomi designano i quattro involucri, mentre i tre primi nomi designano l’elemento divino interiore. Sette nomi aveva per la dottrina segreta ebraica questa personalità.

Se successivamente gli uomini, anche certe sette fra gli stessi Ebrei, non erano soddisfatti di Salomone — se giustamente o ingiustamente, non sarà qui esaminato —, ciò può essere spiegato dal fatto che in questo Salomone c’erano disposizioni alte, molto grandi, significative, che si sarebbero dovute sviluppare ulteriormente verso lo scopo indicato. Il singolo uomo, a una certa fase dello sviluppo, nella sua vita esterna non ha necessariamente bisogno di manifestare ciò che come disposizione deve tramandare ai suoi discendenti; forse proprio perché forze alte sono in lui, è più esposto alla possibilità di sbagliare nella direzione di tali forze, di quanto non lo sia un altro che non possiede tali forze. Ciò che si potrebbe notare come errore morale in Salomone non starebbe in contraddizione con ciò che la dottrina segreta ebraica antica vede in Salomone, bensì al contrario il carattere erroneo in Salomone si spiegherebbe proprio da questo fatto.

Così la dottrina segreta ebraica antica guardava a un antenato di Gesù, della cui significatività rispetto all’intera missione del popolo ebraico antico essa era completamente consapevole. Tutto ciò che era disposizione in questa personalità, si trasmise poi ulteriormente ed apparve in essenza quando, nel corso della storia mondiale, fu richiesto. Questo è qualcosa che deve darci un presentimento di che misteri legali si nascondono dietro lo sviluppo dell’umanità.

Se dunque la missione del popolo ebraico antico consistette principalmente nel fatto che fosse per così dire inoculato nel sangue, nell’eredità fisica, tutto ciò che era necessario affinché un corpo così perfetto potesse svilupparsi, allora l’evoluzione del genere umano su questo piano fisico mostra un’immagine affatto caratteristica. I tempi erano giunti — e potremmo dire che giungono ancora oggi in situazioni analoghe — in cui le razze devono mescolarsi, in cui i tratti ancestrali di popoli diversi devono confluire. Ma non era indifferente ciò che confluiva. Doveva confluire ciò che era stato particolarmente sviluppato in una certa direzione.

Ritrovo ora nei tempi attuali — permettete un breve sguardo ai tempi presenti — qualcosa di completamente analogo a questo. In certe epoche, le razze si mescolano, e dalla mescolanza delle razze sorgono nuove forme di cultura. Vediamo come in America — e con questo non voglio giudicare se sia bene o male in senso morale —, vediamo come in America nuove razze si uniscono, e come da questa unione sorgono nuove forme di vita e di cultura. Similmente accadde nel corso della storia mondiale allora, quando fu necessario che il corpo del Cristo Gesù potesse emergere. E così era un fatto significativo che non erano meramente popoli qualsiasi, bensì popoli con certe caratteristiche dovevano confluire, e dovevano confluire nel momento giusto.

Ora consideriamo ciò che avvenne nel tempo in cui il corpo del Cristo Gesù fu creato. Vogliamo considerare l’epoca in cui Gesù, che era il portatore di Zarathustra, visse sulla Terra. Sappiamo che questo Gesù dovette vivere in una provincia romana, in Palestina. Ora, che cosa significava vivere in una provincia romana? Significava che si viveva nel punto centrale di una civiltà che riuniva in sé le caratteristiche di molti popoli — una civiltà che era il frutto dell’unione e della mescolanza di molte correnti di sviluppo culturale, di molte razze. E così, attraverso l’unione in quell’epoca del popolo ebraico con le correnti di civiltà romana, potemmo vedere che Gesù viveva in quell’atmosfera che era il risultato del confluire di popoli diversi.

Ora esaminiamo che cosa, nel momento in cui il Cristo Gesù viveva sulla Terra, rappresentavano per l’evoluzione dell’umanità questi tempi straordinari. Se consideriamo il corso della storia umana, vediamo come l’umanità era progredita da epoche molto antiche fino al tempo del Cristo, ed era rimasta consapevole dei mondi spirituali fino al momento in cui la chiaroveggenza oscura era scomparsa. Allora arrivò un momento in cui l’uomo fu nella sua percezione limitato al piano fisico. Questo accadde durante l’epoca greco-romana. E quale importanza aveva ciò per l’uomo?

Questo aveva per l’uomo un significato profondamente straordinario. Finché l’uomo era ancora in possesso della chiaroveggenza oscura, egli poteva vedere il mondo spirituale intorno a sé. Ma anche se vedeva il mondo spirituale, non aveva ancora sviluppato la vera e propria libertà, la vera coscienza di sé. L’uomo che possedeva la chiaroveggenza oscura era come un bambino guidato per mano — era guidato dalle percezioni spirituali che gli mostravano che cosa doveva fare. Le entità spirituali gli mostravano direttamente quello che doveva fare. L’uomo non doveva determinarsi da se stesso. La vera libertà, la vera autocoscienza non poteva svilupparsi finché l’uomo era circondato da percezioni spirituali.

Soltanto quando l’uomo fu separato da queste percezioni spirituali, quando il mondo spirituale venne nascosto dai suoi occhi, soltanto allora poté svilupparsi la vera libertà, la vera autocoscienza, il vero Io umano. Questo è un fatto significativo. La perdita della chiaroveggenza oscura, la limitazione del genere umano al piano fisico — questo non era una caduta, non era una maledizione, bensì un’ascesa, un progresso necessario nel corso dello sviluppo umano.

Nel momento in cui il genere umano era stato spinto così profondamente nell’oscurità, nel momento in cui era completamente legato al piano fisico e aveva perso la percezione dei mondi spirituali — in quel momento il Cristo Gesù doveva apparire sulla Terra. Doveva apparire in quel momento, perché non appena l’uomo fosse stato completamente separato dal mondo spirituale e fosse stato abbandonato a se stesso, avrebbe potuto facilmente cadere in uno stato di disperazione totale. L’apparizione del Cristo Gesù sulla Terra era dunque il filo che collegava l’umanità ai mondi spirituali nel momento in cui la chiaroveggenza era scomparsa.

Il Cristo Gesù dovette apparire sul piano fisico perché la percezione del corpo fisico è la sola che rimane all’uomo quando la chiaroveggenza è scomparsa. E poiché il Cristo Gesù apparve, tutte le azioni, gli insegnamenti, i miracoli del Cristo Gesù, tutto ciò che il Cristo Gesù fece sulla Terra, poteva essere percepito dagli uomini di quel tempo nel modo in cui essi erano capaci di percepire — cioè con la percezione limitata al piano fisico.

Così il Discorso della Montagna del Vangelo di Matteo è esattamente la manifestazione di ciò che il Cristo Gesù intendeva comunicare agli uomini di quell’epoca — agli uomini che, per quanto riguarda la loro percezione, erano limitati al piano fisico. Il Discorso della Montagna non è una dottrina astratta, bensì è la realtà della vita dell’evoluzione umana espressa in parole che gli uomini di quel tempo potevano comprendere con le loro facoltà rimaste.

Vedete, è una straordinaria saggezza quella che risiede nel fatto che il Cristo non insegnava una dottrina spirituale astratta agli uomini il cui senso era limitato al piano fisico, bensì un insegnamento che poteva essere percepito e compreso con la percezione e la comprensione fisica. Le Beatitudini dicono agli uomini: «Beati i poveri in spirito» — e questo significa qualcosa che gli uomini potevano percepire nel loro comportamento fisico. «Beati i misericordiosi» — e anche questo è qualcosa che poteva essere visto e percepito negli atti fisici degli uomini. E così tutte le Beatitudini del Discorso della Montagna sono formulate cosicché parlano di condizioni dell’anima e del cuore che potevano essere percepite e riconosciute dagli uomini sul piano fisico.

Questo è dunque il significato profondo del Discorso della Montagna: esso insegna agli uomini, che avevano perso la percezione dei mondi spirituali, qual è il significato profondo della vita sulla Terra, come potessero elevare la loro vita, come potessero sviluppare in loro quelle facoltà che li avrebbero condotti gradualmente di nuovo verso la percezione del mondo spirituale, ma questa volta non come fanciulli guidati dalla mano di entità spirituali, bensì come uomini liberi e consapevoli di se stessi.

Ora, uno dei problemi più affascinanti nella considerazione della storia dell’umanità è quello di comprendere come, da quei tempi antichi in cui l’uomo possedeva la chiaroveggenza oscura, attraverso i tempi in cui la chiaroveggenza scomparve completamente — attraverso questo sviluppo — l’umanità sia progressivamente proceduta verso condizioni nuove. Perché ciò che abbiamo detto è soltanto una parte della verità.

È vero che la chiaroveggenza oscura è scomparsa, ma non è scomparsa completamente per tutti gli uomini. Ci sono sempre stati, anche nel corso dei tempi posteriori, uomini che, attraverso specifiche facoltà e uno sviluppo speciale, mantenevano ancora una certa connessione con i mondi spirituali. Questi erano gli iniziati. Ma il resto dell’umanità, la massa dell’umanità, era separata dai mondi spirituali.

Ora osserviamo il corso della storia dopo l’apparizione del Cristo Gesù sulla Terra. Dopo l’apparizione del Cristo, il corso della storia è stato caratterizzato da un nuovo elemento: l’elemento della fede nel Cristo, la consapevolezza che il Cristo era venuto sulla Terra, che il Cristo aveva insegnato agli uomini come dovessero vivere. E questo elemento della fede nel Cristo, questa consapevolezza della missione del Cristo sulla Terra, è stata l’unica cosa che ha collegato l’umanità ai mondi spirituali, durante il tempo in cui la chiaroveggenza era scomparsa.

La fede nel Cristo è stata dunque, in questo senso, un sostituto della chiaroveggenza perduta. E quando comprendiamo questo, comprendiamo anche perché le religioni che si sono sviluppate sulla base della fede nel Cristo hanno avuto tanta importanza nella storia dell’umanità. Erano le religioni che tenevano viva nell’anima degli uomini la consapevolezza che esiste un mondo spirituale, che esiste una connessione tra il mondo fisico e il mondo spirituale.

Ma ora ci troviamo in una nuova epoca della storia dell’umanità. Ci troviamo in un’epoca in cui la chiaroveggenza perduta non può più essere sostituita dalla sola fede nel Cristo, ma deve essere recuperata dalla scienza dello spirito. Ci troviamo in un’epoca in cui gli uomini cominciano di nuovo a desiderare una conoscenza consapevole del mondo spirituale — non una conoscenza ricevuta per fede, bensì una conoscenza sviluppata attraverso la facoltà di conoscenza consapevole.

Questa è l’importanza della scienza dello spirito per l’epoca attuale: essa fornisce a quei pochi che sono in grado di sviluppare le appropriate facoltà la connessione consapevole con i mondi spirituali. È una connessione che era stata perduta quando la chiaroveggenza oscura era scomparsa, e che non poteva essere completamente sostituita dalla fede nel Cristo, perché la fede nel Cristo era una fede, non una conoscenza consapevole.

Così comprendiamo che cosa significhi per l’evoluzione dell’umanità l’apparizione della scienza dello spirito nei tempi attuali. Significa che un elemento nuovo è entrato nella storia dell’umanità: l’elemento della conoscenza consapevole del mondo spirituale. E questo è il significato che la scienza dello spirito ha per il futuro sviluppo dell’umanità.

Ora consideriamo brevemente che cosa il futuro porterà all’umanità. Se consideriamo il corso della storia secondo la scienza dello spirito, vediamo che l’umanità procede verso un’epoca in cui la chiaroveggenza consapevole, la chiaroveggenza illuminata dalla ragione umana, diventerà gradualmente una facoltà generale dell’umanità. Non sarà la chiaroveggenza oscura dei tempi antichi — questa non ritornerà mai più — bensì una chiaroveggenza che sarà illuminata e diretta dalla ragione umana, dalla libertà umana.

Quando quest’epoca sarà arrivata, allora la necessità della fede nel Cristo, nel senso in cui è stata fino a ora, avrà completato il suo corso. Non che il Cristo non avrà più significato — al contrario, il Cristo avrà un significato ancora più profondo — ma il significato del Cristo sarà allora compreso non più per fede, bensì per conoscenza consapevole.

Questa è dunque la visione che la scienza dello spirito ci offre del futuro dell’umanità: l’umanità procederà dal dominio della fede, attraverso l’epoca attuale in cui sia la fede che la conoscenza stanno lottando per il predominio, verso un’epoca in cui la conoscenza consapevole del mondo spirituale diventerà la facoltà naturale dell’uomo evoluto.

Ora, con questa prospettiva sulla storia e sul futuro dell’umanità, possiamo comprendere quale sia il significato del Discorso della Montagna: quali insegnamenti il Cristo Gesù, sapendo che l’umanità stava entrando in un’epoca di oscurità spirituale, ha lasciato agli uomini, affinché essi potessero, anche in quell’oscurità, trovare la strada verso la luce, verso il mondo spirituale.

Il Discorso della Montagna è dunque un insegnamento che, benché formulato per un’epoca di oscurità spirituale, contiene in sé i semi di tutta la conoscenza spirituale che gli uomini avranno bisogno di acquisire nei tempi futuri. E se gli uomini imparassero veramente a vivere secondo il Discorso della Montagna, essi svilupperebbero in loro quelle facoltà che alla fine li condurrebbero verso quella chiaroveggenza consapevole di cui abbiamo parlato.

Così comprendiamo che il Discorso della Montagna, e specialmente le Beatitudini, è l’insegnamento fondamentale del Cristo per l’evoluzione dell’umanità da quell’epoca in poi. È l’insegnamento che, a prescindere da quale epoca della storia l’uomo viva, gli indica il cammino verso lo sviluppo spirituale — il cammino che conduce, infine, verso quella conoscenza consapevole del mondo spirituale che caratterizzerà l’epoca futura dell’umanità.

Così, quando consideriamo l’importanza del Discorso della Montagna per il presente e il futuro, comprendiamo che cosa il Cristo Gesù intendesse comunicare agli uomini — non una religione nel senso angusto della parola, bensì una guida verso quello che, infine, diverrà la conoscenza consapevole di tutti. Il Cristo Gesù insegnava agli uomini come dovessero vivere, non affinché semplicemente credessero in lui, bensì affinché, attraverso la loro obbedienza ai suoi insegnamenti, sviluppassero in loro le facoltà che li avrebbero, alla fine, elevati verso quella unione consapevole con il mondo spirituale che rappresenta il vero scopo dell’evoluzione umana.

Ora voglio brevemente richiamare alla vostra attenzione quanto abbiamo già discusso riguardante il presente e il futuro — riguardante ciò che accadrà quando gli uomini avranno sviluppato ulteriormente le loro facoltà spirituali. Sappiamo da considerazioni precedenti che il Cristo apparirà di nuovo, ma non nel corpo fisico: apparirà in una forma eterica, in una forma che gli uomini che si saranno preparati spiritualmente potranno percepire. Questo evento — l’apparizione del Cristo in forma eterica — è una delle cose più importanti che l’umanità dovrà affrontare nei prossimi secoli. È un evento che avrà un significato profondissimo per lo sviluppo dell’umanità.

Voglio qui sottolineare che il Cristo non apparirà a tutti nello stesso modo. Apparirà soltanto a coloro che si saranno preparati — a coloro che, attraverso la scienza dello spirito e lo sviluppo spirituale, avranno sviluppato la capacità di percepirlo. È molto importante comprendere questo. Il Cristo apparirà in una forma che non potrà essere percepita da coloro che rimangono limitati alla percezione fisica. È dunque assolutamente necessario che gli uomini si preparino, che sviluppino in loro le facoltà spirituali.

Qui è dove la scienza dello spirito diventa di importanza suprema per il presente. L’antroposofia — la scienza dello spirito — è principalmente una preparazione per questo grande evento. Essa è una preparazione per il momento in cui il Cristo apparirà in forma eterica, quando coloro che si saranno preparati potranno guardarvi e riconoscere il Cristo nella forma in cui è vivo.

Voglio che comprendiate bene questo: il Cristo insegnerà ancora agli uomini, ma non come ha insegnato duemila anni fa. Insegnerà in una forma spirituale, insegnerà attraverso la chiaroveggenza illuminata di cui abbiamo parlato. Ed egli insegnerà il Cristo, nella forma in cui egli è vivo, agli insegnamenti se soltanto gli uomini vorranno portare comprensione verso questi insegnamenti, una comprensione stessa così ampia che si possa riconoscere chiaramente: Il Cristo ritornerà, ma in una realtà superiore, di quella fisica, in una tale realtà, verso cui si potrà soltanto guardare verso l’alto se prima non ci si sarà acquisito il senso e la comprensione per la vita spirituale.

Scrivete nei vostri cuori che cosa l’antroposofia deve essere: una preparazione per la grande epoca dell’umanità che ci sta davanti. Non vi sembri cosa essenziale se le anime che oggi sono incarnate qui saranno ancora incarnate nel corpo fisico quando il Cristo ritornerà nella forma descritta, oppure se avranno già attraversato la porta della morte e staranno in quella vita che si svolge tra la morte e la nuova nascita. Infatti, ciò che accade nel ventesimo secolo ha un significato non soltanto per il mondo fisico, bensì per tutti i mondi con cui l’uomo è in relazione. E così come gli uomini che saranno incarnati tra gli anni 1930 e 1950 vivranno l’esperienza dello sguardo rivolto verso il Cristo eterico, così accadrà un cambiamento straordinario nel mondo in cui l’uomo vive tra la morte e la nascita. Esattamente come il Cristo dopo il Mistero del Golgota è disceso nei regni del mondo sotterraneo, così gli effetti degli eventi che accadono nei nostri tempi per gli abitanti del piano fisico salgono nei mondi spirituali. E agli uomini che non si prepareranno attraverso la scienza dello spirito per il grande evento, a loro sfuggirà in quel tempo lo straordinario che si svolgerà anche nei mondi spirituali, in cui l’uomo allora vive. Questi uomini dovranno allora aspettare fino a una nuova incarnazione, per provare allora sulla Terra ciò che li rende capaci di ricevere il nuovo impulso del Cristo. Infatti, verso tutti gli impulsi del Cristo, per quanto essi ancora così ci portino in alto, dobbiamo acquisire noi stessi la capacità sul piano fisico. Non per niente l’uomo è stato così immerso nel mondo fisico: qui dobbiamo acquisire quello che conduce alla comprensione dell’impulso del Cristo! Per tutte le anime che vivono, la ricerca spirituale è la preparazione per l’evento del Cristo che ci sta di fronte nel prossimo futuro. Questa preparazione è necessaria. E a questo evento del Cristo seguiranno altri nei processi dello sviluppo dell’umanità. Perciò sarà proprio un grave errore per gli uomini che non vorranno elevarsi verso l’evento del Cristo nel nostro secolo, quando hanno l’opportunità di farlo.

Se così consideriamo la scienza dello spirito e ce la scriviamo nell’anima, allora soltanto sentiamo che cosa essa è per ogni singola anima umana, e che cosa deve essere per l’intera umanità.

La fede nel Cristo è stata dunque, in questo senso, un sostituto della chiaroveggenza perduta. E quando comprendiamo questo, comprendiamo anche perché le religioni che si sono sviluppate sulla base della fede nel Cristo hanno avuto tanta importanza nella storia dell’umanità. Erano le religioni che tenevano viva nell’anima degli uomini la consapevolezza che esiste un mondo spirituale, che esiste una connessione tra il mondo fisico e il mondo spirituale.

Ma ora ci troviamo in una nuova epoca della storia dell’umanità. Ci troviamo in un’epoca in cui la chiaroveggenza perduta non può più essere sostituita dalla sola fede nel Cristo, ma deve essere recuperata dalla scienza dello spirito. Ci troviamo in un’epoca in cui gli uomini cominciano di nuovo a desiderare una conoscenza consapevole del mondo spirituale — non una conoscenza ricevuta per fede, bensì una conoscenza sviluppata attraverso la facoltà di conoscenza consapevole.

Questa è l’importanza della scienza dello spirito per l’epoca attuale: essa fornisce a quei pochi che sono in grado di sviluppare le appropriate facoltà la connessione consapevole con i mondi spirituali. È una connessione che era stata perduta quando la chiaroveggenza oscura era scomparsa, e che non poteva essere completamente sostituita dalla fede nel Cristo, perché la fede nel Cristo era una fede, non una conoscenza consapevole.

Così comprendiamo che cosa significhi per l’evoluzione dell’umanità l’apparizione della scienza dello spirito nei tempi attuali. Significa che un elemento nuovo è entrato nella storia dell’umanità: l’elemento della conoscenza consapevole del mondo spirituale. E questo è il significato che la scienza dello spirito ha per il futuro sviluppo dell’umanità.

Ora consideriamo brevemente che cosa il futuro porterà all’umanità. Se consideriamo il corso della storia secondo la scienza dello spirito, vediamo che l’umanità procede verso un’epoca in cui la chiaroveggenza consapevole, la chiaroveggenza illuminata dalla ragione umana, diventerà gradualmente una facoltà generale dell’umanità. Non sarà la chiaroveggenza oscura dei tempi antichi — questa non ritornerà mai più — bensì una chiaroveggenza che sarà illuminata e diretta dalla ragione umana, dalla libertà umana.

Quando quest’epoca sarà arrivata, allora la necessità della fede nel Cristo, nel senso in cui è stata fino a ora, avrà completato il suo corso. Non che il Cristo non avrà più significato — al contrario, il Cristo avrà un significato ancora più profondo — ma il significato del Cristo sarà allora compreso non più per fede, bensì per conoscenza consapevole.

Questa è dunque la visione che la scienza dello spirito ci offre del futuro dell’umanità: l’umanità procederà dal dominio della fede, attraverso l’epoca attuale in cui sia la fede che la conoscenza stanno lottando per il predominio, verso un’epoca in cui la conoscenza consapevole del mondo spirituale diventerà la facoltà naturale dell’uomo evoluto.

Ora, con questa prospettiva sulla storia e sul futuro dell’umanità, possiamo comprendere quale sia il significato delle Beatitudini: quali insegnamenti il Cristo Gesù, sapendo che l’umanità stava entrando in un’epoca di oscurità, ha lasciato agli uomini, affinché essi potessero, anche in quell’oscurità, trovare la strada verso la luce, verso il mondo spirituale.

Le Beatitudini sono dunque un insegnamento che, benché formulato per un’epoca di oscurità spirituale, contiene in sé i semi di tutta la conoscenza spirituale che gli uomini avranno bisogno di acquisire nei tempi futuri. E se gli uomini imparassero veramente a vivere secondo le Beatitudini, essi svilupperebbero in loro quelle facoltà che alla fine li condurrebbero verso quella chiaroveggenza consapevole di cui abbiamo parlato.

Così comprendiamo che il Discorso della Montagna, e specialmente le Beatitudini, è l’insegnamento fondamentale del Cristo per l’evoluzione dell’umanità da quell’epoca in poi. È l’insegnamento che, a prescindere da quale epoca della storia l’uomo viva, gli indica il cammino verso lo sviluppo spirituale — il cammino che conduce, infine, verso quella conoscenza consapevole del mondo spirituale che caratterizzerà l’epoca futura dell’umanità.

Così, quando consideriamo l’importanza del Discorso della Montagna per il presente e il futuro, comprendiamo che cosa il Cristo Gesù intendesse comunicare agli uomini — non una religione nel senso angusto della parola, bensì una guida verso quello che, infine, diverrà la conoscenza consapevole di tutti. Il Cristo Gesù insegnava agli uomini come dovessero vivere, non affinché semplicemente credessero in lui, bensì affinché, attraverso la loro obbedienza ai suoi insegnamenti, sviluppassero in loro le facoltà che li avrebbero, alla fine, elevati verso quella unione consapevole con il mondo spirituale che rappresenta il vero scopo dell’evoluzione umana.

Ora voglio brevemente richiamare alla vostra attenzione quanto abbiamo già discusso riguardante il presente e il futuro — riguardante ciò che accadrà quando gli uomini avranno sviluppato ulteriormente le loro facoltà spirituali. Sappiamo da considerazioni precedenti che il Cristo apparirà di nuovo, ma non nel corpo fisico: apparirà in una forma eterica, in una forma che gli uomini che si saranno preparati spiritualmente potranno percepire. Questo evento — l’apparizione del Cristo in forma eterica — è una delle cose più importanti che l’umanità dovrà affrontare nei prossimi secoli. È un evento che avrà un significato profondissimo per lo sviluppo dell’umanità.

Voglio qui sottolineare che il Cristo non apparirà a tutti nello stesso modo. Apparirà soltanto a coloro che si saranno preparati — a coloro che, attraverso la scienza dello spirito e lo sviluppo spirituale, avranno sviluppato la capacità di percepirlo. È molto importante comprendere questo. Il Cristo apparirà in una forma che non potrà essere percepita da coloro che rimangono limitati alla percezione fisica. È dunque assolutamente necessario che gli uomini si preparino, che sviluppino in loro le facoltà spirituali.

Qui è dove la scienza dello spirito diventa di importanza suprema per il presente. L’antroposofia — la scienza dello spirito — è principalmente una preparazione per questo grande evento. Essa è una preparazione per il momento in cui il Cristo apparirà in forma eterica, quando coloro che si saranno preparati potranno guardarvi e riconoscere il Cristo nella forma in cui è vivo.

Voglio che comprendiate bene questo: il Cristo insegnerà ancora agli uomini, ma non come ha insegnato duemila anni fa. Insegnerà in una forma spirituale, insegnerà attraverso la chiaroveggenza illuminata di cui abbiamo parlato. Ed egli insegnerà il Cristo, nella forma in cui egli è vivo, agli insegnamenti se soltanto gli uomini vorranno portare comprensione verso questi insegnamenti, una comprensione stessa così ampia che si possa riconoscere chiaramente: Il Cristo ritornerà, ma in una realtà superiore, di quella fisica, in una tale realtà, verso cui si potrà soltanto guardare verso l’alto se prima non ci si sarà acquisito il senso e la comprensione per la vita spirituale.

Scrivete nei vostri cuori che cosa l’antroposofia deve essere: una preparazione per la grande epoca dell’umanità che ci sta davanti. Non vi sembri cosa essenziale se le anime che oggi sono incarnate qui saranno ancora incarnate nel corpo fisico quando il Cristo ritornerà nella forma descritta, oppure se avranno già attraversato la porta della morte e staranno in quella vita che si svolge tra la morte e la nuova nascita. Infatti, ciò che accade nel ventesimo secolo ha un significato non soltanto per il mondo fisico, bensì per tutti i mondi con cui l’uomo è in relazione. E così come gli uomini che saranno incarnati tra gli anni 1930 e 1950 vivranno l’esperienza dello sguardo rivolto verso il Cristo eterico, così accadrà un cambiamento straordinario nel mondo in cui l’uomo vive tra la morte e la nascita. Esattamente come il Cristo dopo il Mistero del Golgota è disceso nei regni del mondo sotterraneo, così gli effetti degli eventi che accadono nei nostri tempi per gli abitanti del piano fisico salgono nei mondi spirituali. E agli uomini che non si prepareranno attraverso la scienza dello spirito per il grande evento, a loro sfuggirà in quel tempo lo straordinario che si svolgerà anche nei mondi spirituali, in cui l’uomo allora vive. Questi uomini dovranno allora aspettare fino a una nuova incarnazione, per provare allora sulla Terra ciò che li rende capaci di ricevere il nuovo impulso del Cristo. Infatti, verso tutti gli impulsi del Cristo, per quanto essi ancora così ci portino in alto, dobbiamo acquisire noi stessi la capacità sul piano fisico. Non per niente l’uomo è stato così immerso nel mondo fisico: qui dobbiamo acquisire quello che conduce alla comprensione dell’impulso del Cristo! Per tutte le anime che vivono, la ricerca spirituale è la preparazione per l’evento del Cristo che ci sta di fronte nel prossimo futuro. Questa preparazione è necessaria. E a questo evento del Cristo seguiranno altri nei processi dello sviluppo dell’umanità. Perciò sarà proprio un grave errore per gli uomini che non vorranno elevarsi verso l’evento del Cristo nel nostro secolo, quando hanno l’opportunità di farlo.

Se così consideriamo la scienza dello spirito e ce la scriviamo nell’anima, allora soltanto sentiamo che cosa essa è per ogni singola anima umana, e che cosa deve essere per l’intera umanità.

Nota sulla struttura della conferenza:

Desidero ancora considerare brevemente come queste Beatitudini, alla luce della scienza dello spirito, rivelino i loro significati più profondi. Quando il Cristo Gesù pronunciò il Discorso della Montagna, stava operando una trasformazione fondamentale nella comprensione spirituale dell’umanità. Dovette, nel pronunciare la prima Beatitudine, affrontare il fatto che gli uomini di quel tempo avevano perso la connessione immediata con il mondo spirituale. Nell’antichità, gli uomini potevano ascendere ai mondi spirituali attraverso stati estatici, attraverso il crepuscolo della chiaroveggenza oscura. In questi stati, l’Io era sospeso, soppresso, e l’uomo si trovava in comunione diretta con le entità spirituali. Ma il Cristo dovette dichiarare che questa via non era più possibile, anzi era diventata pericolosa. Insegnò invece che gli uomini dovevano sviluppare la loro coscienza dell’Io, la loro consapevolezza individuale, al fine di trovare il collegamento con i regni spirituali.

Nel momento in cui il Cristo Gesù viveva sulla Terra, una terribile trasformazione era accaduta nel regno spirituale. Mentre negli antichi tempi, quando gli uomini cadevano in stati di estasi o di chiaroveggenza oscura, erano guidati verso le buone entità spirituali, verso gli dèi — ora accadeva il contrario. Se un uomo tentasse di fuggire dalla propria coscienza dell’Io, ricercando stati estatici, incontrerebbe le forze maligne, le forze ahrimaniche. La caduta era stata necessaria, il sacrificio dell’Io era stato il prezzo da pagare per il progresso umano. E il Cristo era venuto per insegnare agli uomini come, dall’interno del loro Io rafforzato, potessero trovare di nuovo il collegamento ai mondi spirituali.

È per questo che il Cristo disse: «Beati i poveri di spirito», che significa: beati coloro che hanno rinunciato a quell’antica ricchezza di spirito acquisita per mezzo dell’estasi — beati coloro che si sono consapevolmente fatti poveri, che non cercano più il brivido dello stato ecstatico, ma che invece cercano il regno dei cieli all’interno del loro proprio essere. Beati, non i ricchi di spirito ottenuto esternamente, ma i poveri di spirito — coloro che consapevolmente rinunciano all’antica via e cercano la nuova via dell’Io consapevole.

La seconda Beatitudine: «Beati gli afflitti» — questa è una trasformazione ancora più profonda. Nel passato, quando l’uomo cadeva nella sofferenza e nel dolore della Terra, non doveva soffrire. Possedendo il dono della chiaroveggenza oscura, poteva cercare quello stato di estasi in cui era sollevato dalle sofferenze terrestri, in cui era in comunione con gli dèi e trovava guarigione dal dolore. Ma il Cristo disse che questa via era tramontata. Invece, benedetti sono coloro che ora sopportano il dolore, che non lo fuggono attraverso l’estasi, ma che lo trasformano attraverso la forza del loro Io. Sei secoli prima, il Buddha aveva insegnato agli uomini di sfuggire al dolore della Terra, di staccarsi dalla sete di esistenza. Ma il Cristo insegnava il contrario: che il dolore, quando sopportato consapevolmente dall’Io risvegliato, diventa una medicina, un'opportunità per sviluppare forza interiore. La seconda Beatitudine del Discorso della Montagna contiene in sé esattamente questo insegnamento — il dolore portato consapevolmente porta il Paracleto, lo Spirito Santo, che risiede nel risvegliato Io dell’uomo.

C’è un terzo insegnamento qui. Negli antichi tempi, gli impulsi, le azioni, le passioni, i desideri e le aspirazioni dell’uomo — tutto ciò che abitava nel suo corpo astrale — era istintivamente guidato. Se era un uomo buono, le forze spirituali guidavano i suoi impulsi verso il bene. Ma questo non veniva dall’uomo stesso. L’uomo non aveva sviluppato la capacità di dominare e purificare consapevolmente le proprie passioni e desideri. Ora, però, il Cristo insegnava che era giunto il momento in cui gli uomini dovevano sviluppare in loro stessi la forza per controllare, purificare ed equilibrare le proprie passioni e desideri — non attraverso la guida esterna dei mondi spirituali, bensì attraverso la forza interna del loro Io.

Consideriamo come queste Beatitudini insegnano questa trasformazione fondamentale. Nella prima, l’uomo abbandona la ricerca della ricchezza spirituale ottenuta esternamente e si fa consapevolmente povero di spirito. Nella seconda, l’uomo impara a portare il dolore come mezzo di sviluppo e di forza. Nella terza, l’uomo impara a controllare consapevolmente i suoi impulsi e le sue passioni. E così prosegue, insegnamento dopo insegnamento, come il Cristo plasma l’anima umana per il nuovo sviluppo che deve avvenire.

5°Corrispondenze tra microcosmo e macrocosmo

Berlino, 9 Marzo 1910

Con la conferenza odierna si intende fornire una sorta di sintesi di ciò che abbiamo ascoltato nei diversi discorsi invernali, ciò che abbiamo potuto collegare alle considerazioni riguardanti il Vangelo di Luca e il Vangelo di Matteo, e ciò che qui è stato comunicato come riferimento in connessione con i discorsi sul Vangelo di Giovanni, così come sono stati tenuti per ultimo a Stoccolma. Poiché questi discorsi sono stati tenuti in tal modo, vi sarà divenuto chiaro che tutto è stato impostato in essi cosicché non si abbia una spiegazione dei Vangeli nel senso ristretto; bensì che dalle verità, le quali innanzitutto sono già verità e che secondariamente si trovano in una corretta comprensione « dei » documenti cristiani nei Vangeli, risulti sempre che anche gli altri enigmi della vita, nella più varia molteplicità, possono essere interpretati e illuminati per noi da esse.

Se risaliamo dietro la fondazione del cristianesimo, troviamo due forme di iniziazione: l’iniziazione del Nord, che è stata caratterizzata più dettagliatamente in quei discorsi tenuti a Stoccolma, e l’iniziazione del Sud, che è stata caratterizzata soprattutto per il fatto che si è collegata ai processi iniziatici della cultura antico-egiziana. « Da » due lati si sono presentate all’uomo dell’antico mondo le possibilità di penetrare nel mondo spirituale. Quando colui che doveva essere iniziato nell’antico Egitto ha voluto raggiungere il mondo spirituale, scendeva negli abissi della propria anima, scendeva dietro tutto ciò che nella vita ordinaria dell’anima esiste come pensiero, sentimento, volontà e così via. Lì trovava ciò da cui l’anima stessa era sorta: l’essere divino-spirituale del mondo. Dunque un discendere al di sotto di quelle regioni dell’anima che sono penetrate e irradiate dall’Io era l’essenziale dell’iniziazione egiziana o meridionale in generale. Al contrario, un uscire fuori dall’uomo, un innalzarsi nelle manifestazioni del mondo in modo estatico era ciò che caratterizzava l’iniziazione settentrionale, soprattutto nei misteri druidici e trottici germanici. Allora è stato già caratterizzato come in ciò che noi chiamiamo iniziazione cristiana queste due forme di iniziazione si sono confluiti, e come, per così dire, l’iniziazione cristiana rappresenta l’unità superiore dell’iniziazione estatica del Nord e dell’immersione mistica dell’iniziazione del Sud. Con ciò, però, si è indicato un fondamento profondo dei segreti del mondo che percorre tutto l’essere. In fondo, ogni discussione, persino di un fatto così grande e potente come il confluire delle due forme di iniziazione dell’antichità nell’iniziazione cristiana, è un esempio di una legge ancora più ampia e generale che penetra tutto l’essere degli uomini, ed è al contempo intessuta in tutta l’esistenza delle manifestazioni esterne del mondo, per quanto l’uomo può riconoscerla. Si trova ovunque che ci si presentano come opposti i membri di una dualità. Vediamo questi membri di una dualità contrapporsi come opposti nell’iniziazione settentrionale e in quella meridionale. Questo è soltanto un esempio di come gli opposti, potremmo anche dire polarità, ci si presentano nell’esistenza del mondo. E l’altro aspetto, come queste due forme di iniziazione confluiscono e, per così dire, contraggono un matrimonio spirituale nell’iniziazione cristiana, è un esempio di come gli opposti, e in generale le dualità nel mondo, si unificano. Accade continuamente che le unità si dividano in dualità per far progredire lo sviluppo, e che le dualità si unificano di nuovo in unità. In modo esteriore potevamo innanzitutto indicare un fatto grande e potente, per così dire che attraversa lo sviluppo dell’umanità, e che rappresenta questa scissione di un’unità in dualità e il nuovamente confluire della dualità in unità.

Abbiamo spesso illuminato l’epoca lemurica, che tra l’altro ha visto il grande fatto dello sviluppo cosmico quando la Luna si scisse dalla nostra Terra. Ma quest’epoca ha visto anche i primi inizi di ciò che nel senso odierno dello sviluppo dell’umanità chiamiamo il contrasto tra uomo e donna; mentre negli eoni mondiali che precedono l’epoca lemurica troveremmo un’unità dei sessi. Così abbiamo un’unità originaria che si divide in uomo e donna. Ma abbiamo anche già indicato che in futuro questa dualità si unirà di nuovo nell’unità, che si creerà di nuovo un’unità da questa dualità. Questa è in modo esteriore l’indicazione di serie di fatti ampi che giacciono in questa relazione del due all’uno o dell’uno al due.

Ciò che così si presenta nello sviluppo dell’umanità è però fondamentalmente l’espressione, l’immagine di un contrasto cosmico ancora più grande, che radica in un’unità, come due ci si presenta nella vita mondiale odierna e in un lontano futuro si dissolverà di nuovo in un’unità. È necessario che noi prendiamo ogni pensiero che ci viene dato oggi dalla scienza dello spirito nella sua piena profondità, che non ci abituiamo a ricevere i pensieri antroposofici nello stesso modo superficiale come altri pensieri e concetti che circolano oggi nel mondo e che vengono ricevuti attraverso l’affrettato e il superficialmente banale della nostra cultura attuale. I pensieri antroposofici devono essere presi il più profondamente possibile. Perciò un tale pensiero, come è spesso espresso e giace, per così dire, nascosto in tutti i nostri insegnamenti — che l’uomo come un piccolo mondo, come microcosmo, è nascita dal macrocosmo, dal grande mondo — non deve essere ricevuto semplicemente come un pensiero astratto, bensì questo pensiero ha un contenuto infinitamente vasto, cento e cento volte vasto. Soprattutto bisogna rendersi conto che il mondo è più profondo di quanto si crede comunemente. Quando si è compreso un contrasto o una verità in una direzione, non si è affatto compreso l’ultima verità su questa relazione o questo contrasto, bensì si deve pazientemente cercare dappertutto per conoscere, quando qualcosa vale da un lato, anche come vale d’altro canto.

L’uomo è nascita dall’intero cosmo e deve guardare al cosmo come al suo essere madre-padre, di cui egli stesso è un’immagine. Sì, l’uomo è un’immagine del mondo intero che gli può essere noto; e non c’è nulla nell’essere umano che non esprimerebbe in qualche modo una relazione che non si troverebbe anche in qualche modo nel grande cosmo. Se potessimo confrontare l’uomo come ci si presenta oggi — cioè visto dal punto di vista spirituale — con formazioni umane di un tempo relativamente molto antichissimo, troveremmo in questo uomo odierno una caratteristica di enorme significato, accanto ad altre naturalmente, per il chiarimento sull’essenza dell’uomo. Questa caratteristica può insegnare a ciascuno di noi che in ciò che sappiamo sul mondo, non si tratta solo del fatto che le cose siano vere, bensì di qualcosa di completamente diverso. Dal fatto che qualcuno ci ha provato che qualcosa è vero, non ci ha ancora rivelato il momento più importante di questa verità. Per esempio, molte cose sono vere di ciò che una scienza della natura banale dice sul confronto dell’uomo con i mammiferi superiori. Che l’uomo ha lo stesso numero di ossa e muscoli e cose del genere, è vero, indiscutibilmente vero. Ma quando si è provato che qualcosa è vero, non si è fatto ancora tutto. È proprio l’uomo che attraverso l’approfondimento e l’interiorizzazione della scienza dello spirito deve rendersi conto che si tratta di acquisire, per ogni verità, un sentimento di quanto la verità pesi, se sia importante o non importante, essenziale o non essenziale per la spiegazione di una cosa. Perciò oggi può venire gente che dalla loro coscienza banale continua a provare che ciò che dice è vero. Non si deve nemmeno contestare. Ma se qualcosa è riconosciuto per la spiegazione del mondo nel suo giusto peso — su questo si tratta!

Ora c’è un certo fatto che è indubbiamente vero e che ognuno conosce perché gli capita quotidianamente innumerevoli volte, e che noi, se vogliamo sentire il suo significato e la sua importanza per l’uomo, il suo peso, dobbiamo sentire nel modo giusto: cioè il fatto che l’uomo è un essere che sta diritto e cammina diritto e che con il suo volto può guardare nello spazio cosmico. Solo l’uomo può farlo! Persino della scimmia dobbiamo dire che sembra come se si fosse sforzata di questa possibilità, ma ha fatto male la storia. Non può farlo. L’uomo è l’unica creatura che ha concluso questa intenzione, cioè quella di poter liberamente sollevare il volto nello spazio cosmico. Questo fatto è infinitamente più importante di tutto ciò che ci può essere detto attraverso una scienza della natura banale riguardo alla posizione dell’uomo nella serie animale. Tutto il resto è vero, ma questo è infinitamente più importante. Chi vuole sentire qualcosa di questo fatto deve rendersi conto di dove risiede la causa che l’uomo è un essere che cammina diritto, un essere che è legato alla Terra, ma che nello spirito attraverso la sua contemplazione, già attraverso la sua percezione sensoriale, si eleva nello spazio cosmico.

Questa causa risiede nel fatto che c’è un certo contrasto, una dualità che si relaziona nel cosmo come un’altra dualità nell’uomo. Possiamo indicare una dualità nell’universo e una dualità nell’uomo come due opposti che si corrispondono nel microcosmo e nel macrocosmo. Il contrasto che nel macrocosmo, nel grande mondo è inteso, è il contrasto tra Sole e Terra; e lo stesso contrasto che esiste tra Sole e Terra nell’universo esiste anche nell’uomo: è il contrasto tra testa e mani e piedi, tra testa e arti. Queste cose saranno sempre più e più elaborate nel corso del tempo; ma innanzitutto dovete familiarizzarvi con esse in modo indicativo e imparare a sentire che in un certo aspetto testa e arti come una dualità nell’uomo si relazionano come Sole e Terra si relazionano nel nostro sistema solare stesso. Infatti, nella nostra Terra riposano delle forze che si sono sviluppate nel corso del tempo, forze misteriose che vincolano l’uomo alla Terra e che hanno prodotto la configurazione attuale e la possibilità di movimento delle nostre mani e piedi; mentre le forze che hanno elevato il suo volto nello spazio cosmico, che hanno fatto di un essere che contempla la Terra un essere che può guardare nelle infinite lontananze cosmiche, risiedono nel Sole. E chi può sentire e provare, sente e prova, quando contempla il contrasto che appare nell’uomo tra testa e arti, lo stesso come se lasciasse agire sul suo sentimento il contrasto tra Sole e Terra. Questo è un tale contrasto che si unirà in seguito una volta nella vita umana, come si unirà nel cosmo. Come una volta Sole e Terra erano un essere e si sono separati, sono diventati una dualità, così si uniranno di nuovo. Allo stesso modo, ciò che nell’uomo è contrasto tra testa e arti diverrà di nuovo un’unità una volta, per quanto difficile possa essere per l’uomo odierno, non abituato a tali concetti, immaginarselo.

Così abbiamo indicato nell’uomo un contrasto e citato il contrasto corrispondente nell’universo. Ma nell’uomo si trovano altri contrasti che hanno anche le loro immagini corrispondenti nell’universo. Per quanto riguarda il contrasto tra testa e arti, sulla nostra Terra tutti gli uomini sono, per così dire, uguali. L’uomo e la donna hanno questo contrasto allo stesso modo. Non c’è differenza tra uomo e donna a questo proposito, poiché tutto ciò che altrimenti si presenta come contrasto, per esempio nella configurazione dell’anima, non è causato da questo contrasto. Se solo questo contrasto nel microcosmo e nel macrocosmo esistesse, uomo e donna sarebbero completamente uguali. Ma uomo e donna sono un altro contrasto nell’essere umano. E ora possiamo chiederci: Possiamo trovare nell’universo anche un contrasto che corrisponde nella vita umana al contrasto tra uomo e donna? Questo contrasto, che nella vita terrestre si presenta come uomo e donna, è anch’esso nascita dall’universo? — Anche questo esiste. E per cercare questo contrasto, dobbiamo ora familiarizzarvi un po’ nel senso occulto con il contrasto tra uomo e donna. Non cadremo nell’errore in cui cade la nostra era materialista, che tende ad applicare il contrasto tra maschile e femminile, come appare semplicemente come contrasto sessuale nel mondo fisico, a tutto l’universo. Questo non è solo una banalità, bensì un’inurbanità della nostra erudizione quando estende ciò che ci si presenta in un campo a tutti gli altri campi.

Ciò che sulla nostra Terra si manifesta come il contrasto tra uomo e donna corrisponde nell’universo a un contrasto diverso che non possiamo chiamare maschile e femminile. Sarebbe assurdo. Ma dobbiamo tuttavia mettere davanti ai nostri occhi questo contrasto proprio in rapporto alla sua base occulta. Questo contrasto tra maschile e femminile nel nostro sviluppo terrestre non ha, naturalmente, ben inteso, nulla a che fare con l’« uomo »: l’uomo è lo stesso in uomo e donna. Se dunque si parla di uomo e donna, si rimane alla configurazione del corpo fisico e del corpo eterico, questo non ha nulla a che fare con l’interno dell’uomo, cosicché nel senso occulto non si deve parlare come si parla oggi nel nostro tempo materialista. Infatti uomo e donna hanno anche un corpo astrale e un Io, mentre la visione ordinaria non conosce affatto ciò che rende l’uomo un uomo, e perciò può parlare solo di uomo e donna. Così ora non parliamo dell’uomo come tale in uomo e donna, bensì di ciò che rende l’uomo un uomo o una donna, e questo è solo il guscio esteriore. Questo deve essere ben compreso. Se si applica da uomo a uomo ciò che sarà detto nelle prossime frasi, allora tutto è falso. Il contrasto tra uomo e donna, entro questi limiti, risiede nel seguente.

La forma umana esterna era davvero del tutto diversa negli eoni primordiali dell’umanità. La forma umana attuale, dunque anche la forma maschile risp. femminile attuale si è sviluppata da una forma unitaria precedente che non era ancora caduta nel contrasto tra uomo e donna. Così abbiamo un’unità anteriore e il contrasto odierno tra uomo e donna. Ora sappiamo anche che l’unità anteriore era più fine, più spirituale. L’uomo si è sviluppato in forma materiale densa solo nel corso del tempo. Non torniamo quindi solo a un’unità di formazione, ma anche a un’unità che rispetto alla forma attuale era più spirituale. Così abbiamo un uromo che non si presenta né come uomo né come donna, bensì come la separazione non ancora avvenuta di questo contrasto, come l’unità, e che è più fine, più eterico, più spirituale del successivo uomo più materiale che vive nel contrasto tra uomo e donna. Da cosa risiede il fatto che dall’unità originaria in seguito nacquero uomo e donna? Questo risiede nel fatto che la donna, quando l’unità entrò nella dualità, ha sviluppato un corpo fisico che non è completamente transitato dalla forma precedente a quella che, se così possiamo dire, materialmente normale. Il corpo femminile è rimasto fermo su uno stadio più spirituale, non è completamente disceso fino alla piena misura del materiale. È diventato sì materiale, denso, ma ha mantenuto in questa materialità una forma anteriore più spirituale. È uno stadio spirituale che è diventato materiale. Il corpo femminile ha, per così dire, trattenuto una forma spirituale anteriore, non è completamente disceso nella materia. Lo è certamente rispetto al materiale, ma non rispetto alla forma. Ha conservato la forma che l’uomo aveva prima. Perciò possiamo dire: la donna si presenta come la rivelazione di una formazione anteriore che in realtà dovrebbe essere spirituale e come si presenta oggi è in realtà falsa, una maya, un’illusione. Se assumessimo un certo punto critico nello sviluppo su cui il materiale si cristallizza, possiamo dire: la donna non ha raggiunto questo punto critico, ha cristallizzato una forma anteriore. Perciò per chi veramente sente i fatti della vita, o può riconoscere in modo immaginativo, il corpo femminile umano è solo in rapporto a testa e arti alquanto una forma vera, un’espressione del suo spirituale sottostante: cioè solo in testa e arti si esprime qualcosa che come manifestazione materiale è simile allo spirituale sottostante. Perciò lo spirituale sottostante è dissimile dal resto della forma materiale, perché questa è una forma falsa.

Così vale la proposizione che il mondo è maya fino in tutte le regioni. La si deve davvero prendere sul serio. Pensare in astratto che il mondo è maya è comodo. Solo colui che la prende sul serio e si chiede: In che modo allora queste forme sono illusione? — ha davvero compreso questa proposizione. Le une lo sono di più, le altre di meno. Ci sono forme che almeno approssimativamente, nel ricordo esteriore, esprimono lo spirituale sottostante: questi sono testa e arti; ma ci sono forme che sono direttamente false, che sono distorte, e a queste appartiene « il » resto della fisicità umana. Questa è direttamente distorta. E quando una volta il mondo lo capirà, non si parlerà più così stolto come oggi, bensì si vedrà che c’è un certo sentimento artistico più profondo e più fine che si dice da sé che la forma femminile è distorta quando si prescinde da testa e arti, e che la si deve correggere quando la si vuole riprodurre artisticamente. Nei tempi artistici migliori si è davvero fatto così, perché nessuno che sa veramente osservare le forme può sfuggire alla consapevolezza che fino a un certo grado le forme sono corrette nella Venere di Milo. Questo semplicemente gli uomini « non » lo vedono.

Quindi qui abbiamo l’uomo diviso in membra che sono più vere, meno illusione, e in altre che sono più illusione, che sono completamente distorte. Ma questo non vale solo per la donna. Per l’uomo la cosa è solo contraria. È il contrasto. Come la forma femminile non è discesa fino al punto normale per esprimere lo spirito corrispondente nella materia, ma si è cristallizzata a uno stadio anteriore, così il corpo maschile ha saltato il punto normale ed è andato proprio oltre nella stessa misura in cui la forma femminile è rimasta prima. Perciò il corpo maschile è disceso più profondamente nella materialità di quanto il rapporto normale sarebbe stato, e lo presenta anche nella sua forma esterna. Sarebbe completamente diverso se non avesse saltato il punto centrale. Il corpo umano è in generale vero solo in rapporto a testa e arti solo approssimativamente. Ma rispetto al resto della forma dobbiamo dire che il corpo femminile si è fermato a un certo punto, si è solidificato, prima di precipitarsi nelle onde dell’esistenza materiale, e perciò ci mostra una forma completamente diversa da quella che sarebbe se si fosse cristallizzato quando le onde dell’esistenza materiale l’hanno toccato. Il corpo maschile però è sceso ancora più in basso e presenta nello stesso grado una forma falsa, distorta come il corpo femminile. Così il corpo femminile presenta una forma distorta verso lo spirituale, il corpo maschile invece una verso il materiale. La forma vera starebbe nel mezzo, sarebbe una forma media di entrambi.

Questo naturalmente influenza nel suo essere terrestre l’uomo intero, in quanto ha una veste fisica. Questo non ha nulla a che fare con il contrasto tra testa e arti, ma ciò che ora è stato detto si trasferisce all’uomo intero nella singola incarnazione tra nascita e morte. Ci si incarna infatti come uomo o come donna. Attraverso questo si deve contare con ciò che si sviluppa come distorto in uomo o donna. Ma questo si estende all’uomo intero, e la conseguenza è che quando si ha un corpo femminile in un’incarnazione, questo intero corpo femminile è permeato da questo più stare indietro in uno stato di forma più primitivo, più morbido. E in un’incarnazione maschile questo intero corpo maschile è impregnato da un essere tuffato troppo fortemente nella materia grossa, solida. Se una volta nel modo più piccolo si è avuto il concetto di che cosa significa pensare nello spirito, vivere nello spirito e usare il corpo fisico come un mero strumento, se non ci si sente tanto dentro da identificarsi con esso, allora si può cantare proprio sulla miseria di dover usare un corpo maschile, che naturalmente filtra anche il suo cervello, in un’incarnazione. Perché si nota che anche le forme del cervello, perché sono penetrate più rozzamente nella materia, sono più difficili da maneggiare di quelle più morbide, non penetrate così fortemente nella materia del cervello femminile. È veramente una questione più difficile, quando si deve salire nei mondi superiori, addestrare un cervello maschile per trasformare le verità in pensieri che un cervello femminile. Perciò non è sorprendente per la gente « che » sa pensare, quando una visione del mondo che entra nel mondo come qualcosa di nuovo, come la scienza dello spirito, può essere compresa più facilmente con il cervello femminile più facile da addestrare che con il cervello maschile, a cui è più difficile liberarsi da certi pensieri che ha assorbito oggi, perché il cervello maschile è più difficile da sviluppare, più difficile da maneggiare. Perciò la scienza dello spirito troverà così difficilmente accesso negli uomini che oggi nel mondo sono portatori di cultura e sono colpiti dalle ordinarie rappresentazioni culturali della nostra vita odierna. Dobbiamo comprendere che il cervello di uno studioso è una cosa così goffa, non solo per ricevere la scienza dello spirito, ma per pensare con quello che può ricevere da essa. Ma non dobbiamo capovolgere la cosa e trarne qualche conclusione, o al massimo quella che dobbiamo sentire come qualcosa di tanto più significativo quando molti uomini maneggiano il loro cervello così da avvicinarsi intimamente e da vicino alla scienza dello spirito. Queste cose inizialmente possono solo essere indicate, ma se le lasciate agire su di voi e pensateci, troverete enormi prospettive per la vita umana.

Quando mettiamo la vita umana nel suo contrasto tra uomo e donna davanti a noi, allora abbiamo qualcosa che possiamo chiamare un qualcosa che è rimasto fermo a uno stadio anteriore, e qualcosa che in realtà è andato oltre uno stadio della presente, che in un certo stato caricaturale assume una forma futura nel presente, che sembra appunto caricaturale. Una forma precedente del corpo ha conservato il femminile e una forma successiva ha assunto il maschile e l’ha sviluppato come non dovrà essere in futuro. Perciò il corpo maschile è diventato falso, perché ha messo condizioni di vita successive in un periodo di vita precedente.

Ora c’è anche una corrispondenza nel cosmo per questo contrasto tra maschile e femminile? C’è nel cosmo qualcosa che ci mostra da un lato un’esistenza, uno stadio di sviluppo che, per così dire, ha mantenuto forme anteriori e l’ha portato in un’esistenza successiva? E d’altro canto ci sono forme che hanno oltrepassato un certo stadio, presentano quindi in forma caricaturale uno stato futuro? Se consideriamo lo sviluppo concreto come lo conosciamo dalla Cronaca dell’Akasha, possiamo chiederci: C’è nel cosmo qualcosa come un’antica esistenza lunare che non voleva entrare nell’esistenza terrestre, ma ha trattenuto dall’antica esistenza lunare qualcosa come un femminile nel cosmo? C’è qualcosa che come una vecchia esistenza lunare porta uno stadio anteriore nel presente? E c’è nel cosmo qualcosa che ha oltrepassato uno stadio, si è infittito e condensato così da rappresentare uno stato successivo, uno stato gioviano?

Sì, c’è. Lo stesso contrasto che maschile e femminile nel senso caratterizzato nell’uomo esiste fuori nel cosmo: è il contrasto tra il cometario e il lunare, tra cometa e luna. Se vogliamo comprendere la cometa rispetto alla sua essenza, come oggi, quasi infrangendo le altre leggi del sistema solare, vaga nello spazio cosmico, dobbiamo renderci conto che in realtà sono le leggi della vecchia esistenza lunare che la cometa porta nel nostro essere. Se l’è conservato e così è entrato nel nostro essere. Ha assunto la materia presente del sistema sole-terra, ma è rimasto fermo riguardo al movimento e alla sua essenza allo stadio della legalità naturale che il nostro sistema solare aveva quando la Terra era ancora luna. Ha portato uno stato anteriore in uno successivo, nel presente, come il corpo femminile porta uno stato anteriore nell’essere presente. Il cometario è una parte di tale contrasto, l’esistenza lunare come suo contrasto rappresenta l’altro lato. Quando la luna nell’epoca lemurica si sviluppò dalla Terra, portò con sé certe parti che dovettero essere estratte dalla Terra affinché l’uomo potesse svilupparsi affatto come uomo. La Terra non doveva diventare così densa come sarebbe diventata se avesse mantenuto la luna in sé. La luna rappresenta infatti uno stato gioviano caricaturale. Come un frutto fresco e maturo si presenta di fronte a uno che, completamente raggrinzito, si è pietrificato nella materia, così la luna nella sua configurazione è andata oltre una certa forma media, come il maschile nell’uomo nella sua forma nella formazione ha oltrepassato questo mezzo. Abbiamo esattamente lo stesso contrasto nella vita umana come il contrasto tra maschile e femminile che abbiamo nel cosmo tra il lunare e il cometario.

Così le cose appartengono insieme: come Sole e Terra, così testa e arti; come luna e cometa, così uomo e donna nell’uomo. Solo non dobbiamo tornare a casa e dire: Bene, ora abbiamo di nuovo qualcosa che possiamo imparare come contrasto! — Dobbiamo prendere le cose seriamente nel profondo ed essere consapevoli che in altri tempi è stato detto ancora altro. Dobbiamo considerare che l’uomo è maschile solo rispetto al suo corpo fisico, rispetto al suo corpo eterico invece è femminile, e che al contrario la donna è femminile solo rispetto al suo corpo fisico. Ciò che vale per il femminile della donna per il corpo fisico, vale anche per il corpo eterico dell’uomo, così che anche il corpo eterico dell’uomo si relaziona al corpo eterico della donna come cometa alla luna. Se ora volete, potete dire: Così tutto si confonde di nuovo! — Ma così stanno le cose. In ogni cultura che ha creato i suoi concetti con un cervello denso, i concetti mirano a creare contorni il più possibile spessi a che non si può toccare, così che quando si hanno tali concetti, bisogna aderire completamente a essi. Ma lo spirito non gradisce questo. Lo spirito è qualcosa di mobile, e quando abbiamo formato concetti, dobbiamo mantenerli mobili. Perciò dobbiamo anche applicare assolutamente a ciò che è maschile nella donna e a ciò che è femminile nell’uomo ciò che appena è stato detto di luna e cometa riguardo a uomo e donna. Vale appunto ciò che è stato detto riguardo a ciò che è maschile e femminile come ci si presenta nella vita umana, e non per uomo e donna come ci si presentano esteriormente.

Così abbiamo trovato legami straordinariamente interessanti tra lo sviluppo umano e lo sviluppo cosmico. Certamente — l’ho già sottolineato — colui che oggi siede sulla sedia curule della vera visione scientifica del mondo troverà tali cose su cometa e luna assolutamente pazze e ridicole. Che lo faccia. Semplicemente non ha la volontà di entrare veramente nella verità. Noi sulla base della scienza dello spirito possiamo gettare un ponte tra ciò che viene dallo spirituale e ciò che si presenta a noi sul piano fisico. Gli altri non lo vogliono.

Nel 1906 durante il congresso a Parigi ho sottolineato che la ricerca spirituale dalla sua conoscenza della natura cometaria può dire: poiché sulla Terra i composti di carbonio e ossigeno svolgono lo stesso ruolo che durante la vecchia esistenza lunare hanno svolto i composti di carbonio e azoto, cioè i composti cianici, così l’esistenza cometaria deve contenere composti simili all’acido cianidrico, composti cianici composti da carbonio e azoto. Coloro che hanno seguito attentamente queste cose se le saranno conservate. Così dalla scienza dello spirito è stato detto da tempo che le nostre nature cometarie contengono alcuni composti simili al cianuro. Nelle ultime settimane questo fatto è circolato nei giornali come un fatto esteriore spettroscopico. È solo un caso: cento altri potrebbero essere citati nello stesso modo, di come la ricerca spirituale può gettare un ponte ai fatti della ricerca esterna. L’analisi spettrale ha in questo caso constatato dopo anni quello che dalla scienza dello spirito era già stato detto anni prima. Da nessuna parte i fatti della ricerca materialista esterna si oppongono ai fatti della ricerca spirituale! Su cose come quella appena detta, si può far riferimento quando coloro che siedono sulla sedia curule della vera scienza continueranno a sottolineare i fatti esterni. Non dobbiamo solo confondere i fatti esterni con i concetti limitati che le persone stesse si formano. Se tutto ciò che è scienza naturale oggi fosse verità, allora la scienza naturale contraddirebbe molto la scienza dello spirito; ma questi non sono affatto fatti, bensì solo concetti corrotti di coloro che attraverso le nostre circostanze temporali attuali sono incaricati di maneggiare le cose.

Possiamo ancora porci la seguente domanda, dopo aver portato davanti a noi questo contrasto che si trova nella vita umana come nel cosmo: che cosa è in realtà generato dall’universo quando consideriamo questo intero contrasto tra il cometario e il lunare?

È piuttosto difficile caratterizzare in un tempo relativamente breve il totale potente fondamento di questo fatto. Perciò permettete che parta dal caratterizzare comparativamente come la vita umana scorre quando la guardiamo nel suo corso esteriore. C’è innanzitutto qualcosa di cui si potrebbe dire che scorre in buon senso borghesemente da un giorno all’altro. Ci si alza la mattina, si fa la prima colazione, poi procede secondo ciò che ogni giorno porta secondo le leggi ordinarie della giornata. Ma ci sono anche nella vita umana eventi che si infrangono dentro e con un colpo portano cambiamenti nel corso della vita quotidiana. Supponiamo che un uomo e una donna vivano così tutto benissimo borghesemente per un po’ con il programma quotidiano ordinario, poco variato. Ma viene qualcos’altro che veramente forma una sorta di sussulto nella vita esterna ordinaria di coloro che si trovano in tali circostanze. Tale sussulto esteriore è quando un nuovo uomo si incarna, come abitante della Terra entra nell’essere. Questo differisce enormemente dal corso ordinario della vita quotidiana. Ma quando un nuovo abitante del mondo entra nell’orizzonte di uomo e donna, allora veramente cade qualcosa che dà al rapporto familiare intero un nuovo carattere. Questo volevo portare al confronto, perché attraverso questo possiamo un po’ comprendere il profondo sfondo occulto dell’esistenza cometaria. Nel cosmo pure la vita procede per così dire da un giorno all’altro, di anno in anno « borghesemente ». Accade lo stesso ogni giorno: il Sole sorge e tramonta, le piante fioriscono in primavera, in autunno si appassiscono; e quando piove o c’è sole, o grandine o qualcosa di simile accade, questo corrisponde agli eventi che accadono altrimenti nella vita ordinaria, quando per esempio invece di un ordinario tè una volta si tiene una festosa riunione con caffè. Vediamo tali cose procedere completamente nel corso ordinario. Tutto questo è collegato alle leggi che una volta stanno alla base dei movimenti del Sole, della Terra e così via, e come si verificano anno per anno, giorno per giorno. Ma a questo corso si interpongono in modo strano le manifestazioni più rare, ma che si ripetono di nuovo, delle comete. Si interpongono nel corso degli eventi cosmici esattamente come un nuovo abitante della Terra che entra nell’orizzonte di uomo e donna. Quando la cometa appare nel cosmo, qualcosa viene veramente introdotto nell’esistenza dell’umanità che non potrebbe essere dato dall’ordinario corso della vita. Se lo sviluppo deve proseguire, non solo deve esserci ciò che si ripete da un giorno all’altro, ma il nuovo deve essere inserito in questa connessione. Come nella singola vita familiare con un nuovo abitante della Terra entra qualcosa di completamente speciale, così nel progresso del genere umano sulla Terra, attraverso questa manifestazione della cometa che infrange l’ordinario corso dell’essere mondiale, entra qualcos’altro completamente diverso. Quando la cometa entra nel mondo, qualcosa veramente nuovo è come se nascesse.

Per chi può investigare spiritualmente queste cose, c’è la possibilità di indicare precisamente come le singole comete hanno le loro funzioni, di introdurre questo o quel nuovo spirituale nel mondo. Così la cometa di Halley è una di quelle che, come appare periodicamente, continuamente genera nel genere umano qualcosa di completamente determinato e nuovo. Mentre altrimenti le cose si ripetono nel modo ordinario, la cometa produce una rinascita culturale-psichica. Quello che con ciò è inteso, posso caratterizzarlo per voi se cito le tre ultime manifestazioni della cometa di Halley degli anni 1759, 1835 e quella davanti a cui ora siamo. Che compito — altre comete hanno altri compiti — spetta a queste tre ultime manifestazioni?

Le rinascite nel cosmo non sono solo quelle che noi accogliamo con la stessa gioia con cui accogliamo un giovane abitante della Terra che entra in una famiglia. Nel cosmo nasce tutto quello che porta l’umanità avanti o indietro. Ora l’apparizione della cometa di Halley, cioè quello che spiritualmente significa per lo sviluppo ulteriore dell’umanità, è collegato con quello che l’umanità ha dovuto assorbire dal cosmo nei diversi periodi del Kali Yuga per penetrare sempre più nel pensiero nella materialità. Con ogni nuova apparizione è nato un nuovo impulso per l’umanità per spingere l’Io da una visione del mondo spirituale, di afferrare il mondo più materialisticamente. Non è inteso un discendere nella materia, bensì ciò che l’Io umano deve assorbire dal cosmo di sostanza spirituale per spingere dall’essere spirituale nella sfera delle visioni materialistiche. Tutte quelle visioni della seconda metà del 18° secolo che si chiama l’« illuminismo superficiale » e che Goethe ha così deriso in « Poesia e verità » come quelle visioni come hanno trovato il loro rappresentante ad esempio nel « Système de la Nature » di Holbach, si capiscono cosmicamente attraverso l’apparizione della cometa di Halley dell’anno 1759. La letteratura materialista banale del secondo terzo del 19° secolo era preceduta dall’apparizione della cometa di Halley dell’anno 1835. Le cose che accadono sulla Terra microscopicamente sono cosmicamente collegate alle cose nel grande mondo. Con l’apparizione della cometa di Halley dell’anno 1835 è nato di nuovo un nuovo impulso nel materialismo. E Buchner, Vogt e Moleschott sono coloro che sulla Terra vivono quello che dal cosmo è disceso come un segno potente con la cometa di Halley. E ora stiamo davanti — perché l’umanità deve essere provata, deve elevarsi da sé, deve sentire le resistenze della spiritualità, per poi dispiegare forze ancora maggiori per la sua ascesa — ora siamo di fronte al fatto che con la nuova apparizione della cometa di Halley riceviamo dal cosmo le forze che possono condurre l’umanità in un materialismo ancora più superficiale, ancora più abominevole. Può nascere qualcosa che forse nemmeno i più piatti imbecilli del buchnerianesimo potrebbero immaginare. Questa possibilità deve esistere. Perché solo quando l’uomo vince le forze che gli si oppongono, può appropriarsi delle forti forze che lo conducono verso l’alto dal cosmo.

Se consideriamo questo, staremo di fronte nel modo giusto a quello che possiamo chiamare segni del cielo. È davvero il caso, se solo non viene colto in modo superstizioso, ma nel senso delle grandi leggi mondiali: il Signore ancora una volta estrae la verga del cielo per mostrare agli uomini quello che devono fare. E l’apparizione attuale della cometa di Halley è una di quelle che deve essere osservata. Perché un impulso potente verso l’ascesa deve verificarsi per uscire dall’affondamento in una visione del mondo materialista alla spiritualità. Come ci è data la possibilità di sprofondare nel materialismo, così d’altro canto ci è data la possibilità di salire ad altezze più luminose e spirituali.

Negli ultimi discorsi è stato chiaramente e distintamente menzionato che nella prima metà del 20° secolo si può sviluppare come proprietà naturale in singoli uomini una chiaroveggenza eterica. Affinché l’uomo non debba continuare a sprofondare nel materialismo, che gli è ora indicato da un segno nel 1910, può oggi già per colui che ha comprensione per la scienza dello spirito stare davanti agli occhi il fatto che si sviluppano nel grembo dell’anima umana le forze che possono portare l’uomo oltre tutto il materialismo. Se l’uomo comprende queste forze, potranno insegnargli a vedere egli stesso la natura eterica di Cristo. Viviamo a un importante punto di incrocio dove persino attraverso segni dal cielo all’uomo è insegnato che la strada da un lato può andare ancora più nel pantano materialista, d’altro canto però dove le forze nell’uomo devono svilupparsi che dopo la conclusione del Kali Yuga conducono alla chiaroveggenza eterica. Veramente con noi è così che il grido di Giovanni il Battezzatore: Cambiate la disposizione dell’anima! — vale anche per il nostro tempo. Questo può certamente essere sottolineato. Come da un lato ci è data la possibilità di affondare nel pantano materialista, così d’altro canto ci è data la possibilità attraverso il fatto che il Sole nel punto di primavera raggiunge un certo punto nella costellazione dei Pesci, di acquisire ciò che una chiaroveggenza eterica. Anche per l’ascesa spirituale i segni nel cosmo sono lì, che ci mostrano come le forze vengono dal cosmo. L’uomo deve, attraverso il fatto di trovare se stesso nella scienza dello spirito, acquisire una comprensione per questa decisione. E solo colui che acquisisce una comprensione per questa decisione comprende rettamente la scienza dello spirito. Dobbiamo penetrare la prova che ci è imposta attraverso segni dal cielo, e che ora abbiamo riconosciuto ad esempio nell’apparizione della cometa di Halley.

Immaginiamoci ora l’apparizione del Cristo come apparirà ai primi precursori nei prossimi 2500 anni, come accadde a Paolo davanti a Damasco. L’uomo salirà alla conoscenza del mondo spirituale, vedrà il mondo fisico permeato di una nuova terra, di un nuovo regno. Nei prossimi 2500 anni l’aspetto dell’ambiente fisico sarà trasformato per l’uomo, in quanto per lui entrerà un’area eterica che esiste, ma che l’uomo dovrà imparare a vedere. Questa area eterica è già stesa davanti a colui che ha portato la sua formazione esoterica all’illuminazione, anche davanti all’iniziato del Kali Yuga. Così ciò che in futuro gli uomini vedranno sempre più e più, per l’iniziato fino alle altezze più elevate è là. E l’iniziato si riprende di nuovo dopo un certo periodo, quando ne ha bisogno, le forze da questa area. Si riprende le sue forze, quando ha qualcosa da compiere, da quella regione del circolo terrestre visibile all’iniziato, che esiste, ma solo per l’uomo che può guardare dentro. Questo può darci la comprensione che sappiamo che una parte di quella terra da cui l’iniziato ha ripetutamente attinto le sue forze durante il Kali Yuga, sarà stesa davanti a una grande parte dell’umanità durante i prossimi 2500 anni.

Precedentemente, nei tempi di un’antica chiaroveggenza, l’uomo poteva senza la forte consapevolezza dell’Io guardare dentro il mondo spirituale, così che allora già ha visto quello che ora vedrà di nuovo, ma ora così che entrerà con la sua nuova autocoscienza. Allora l’ha visto in stati estatici sognanti, o quando ha guardato dentro la propria anima. Allora questo mondo era presente davanti a uno sguardo che durante il Kali Yuga è diventato solo uno sguardo fisico. Perciò ci dicono le tradizioni, che hanno conservato una memoria della vecchia chiaroveggenza, di una terra fiabesca sconosciuta che è scomparsa davanti allo sguardo dell’uomo odierno. E c’è nella letteratura orientale scritti meravigliosi con un fascino tragico peculiare nel loro contenuto che dice più o meno: c’è stata una volta nel regno umano la possibilità di pellegrinare a una terra da cui tutto lo spirituale è fluito in un fisicamente sensibile. È la terra da cui in tempi appropriati gli iniziati e da cui i Bodhisattva continuamente attingono le loro forze. Con profonda tristezza si parla di questa terra negli scritti orientali, dove alcuni dicono: Dov’è? Ci dicono come si chiamano i luoghi, vengono nominati i sentieri, ma perfino dinanzi ai più illustri Lama della regione tibetana si è nascosta. Solo agli iniziati è accessibile! Ma si racconta che questa terra ritornerà sulla Terra. E questo è vero: tornerà sulla Terra! E la guida sarà colui che gli uomini vedranno quando attraverso l’evento di Damasco entreranno nella terra « Shamballa ». Shamballa, così si chiama la terra, si è ritratta davanti allo sguardo degli uomini. Oggi è da entrare solo per coloro che come iniziati hanno bisogno di ricavare da lì la loro rivitalizzazione dopo determinati periodi. Le vecchie forze non conducono più alla terra di Shamballa. Perciò gli scritti orientali parlano con così tragica tristezza della terra scomparsa di Shamballa. Ma l’evento del Cristo, che attraverso le nuove abilità risvegliate in questo secolo sarà regalato agli uomini, riporterà la terra fiabesca di Shamballa, che durante il Kali Yuga poteva essere conosciuta solo da colui che era iniziato.

L’umanità così sta di fronte alla decisione: o essere condotta con ciò che viene dalla cometa di Halley in un’oscurità che ancora giace sotto il Kali Yuga, o attraverso la comprensione antroposofica non trascurare ciò che è ordinato in nuove abilità per trovare i percorsi verso la terra che oggi secondo la letteratura orientale è scomparsa, che però il Cristo mostrerà di nuovo all’umanità: verso la terra di Shamballa. Questo è il grande punto di svincolo: o in basso o in alto; o in qualcosa che come un Kamaloka mondiale giace ancora sotto il Kali Yuga, o in quello che rende possibile all’uomo di entrare in quel regno che è veramente inteso con la designazione di Shamballa.

6°La nascita della coscienza morale

Berlino, 2 Maggio 1910

In questi insegnamenti invernali ci ha occupati da molti lati la domanda sulla natura del Cristo, e abbiamo cercato di chiarire in molti modi quello che intendiamo come l’Impulso del Cristo nello sviluppo dell’umanità, come il più possente elemento entro l’intera evoluzione terrestre. Pertanto può sembrare comprensibile che in primo luogo questo tema non possa essere esaurito, ma che si dovrebbe fare quasi infinito per spiegare da tutti i lati l’Impulso del Cristo. D’altro canto però può essere chiaro che secondo tutti i nostri presupposti, fondamentalmente tutto ciò che può interessare l’uomo deve collegarsi alla discussione dell’apparizione del Cristo. Abbiamo infatti visto che i Vangeli stessi cercano di accostarsi all’essenza del Cristo da quattro lati diversi, e abbiamo accennato a vari misteri dei singoli Vangeli.

Solo fino a un certo grado abbiamo potuto illuminare il Vangelo di Matteo. Dovrà essere riservato ai prossimi insegnamenti ritornare nel contesto ai misteri del Vangelo di Matteo, per poi penetrare negli abissi del Vangelo di Marco. Se volessimo ora alla fine dell’inverno nel nostro gruppo accennare anche solo con alcuni schizzi a quello che ci rimane, distruggeremmo troppo l’unitarietà degli insegnamenti per i tempi prossimi. Perciò oggi e la prossima volta toccherò domande che sotto un certo aspetto si accostano al problema del Cristo da un’altra parte, e oggi dovrà essere toccata la domanda sulla connessione della coscienza umana con l’influsso dell’Impulso del Cristo nell’evoluzione dell’umanità. Con ciò si raggiunge contemporaneamente anche qualcos’altro. Giovedì prossimo abbiamo la conferenza pubblica sulla coscienza umana, e anche oggi qui nel gruppo si deve parlare dello stesso tema. Con ciò però si persegue un preciso scopo, uno scopo che più avanti dovrà presentarsi frequentemente davanti al nostro sguardo spirituale. Si intende dimostrare che dello stesso argomento si deve parlare in un modo diverso entro un gruppo di lavoro come quello in cui ci troviamo, da come si parla in una conferenza pubblica destinata anche a coloro che non appartengono ancora al movimento della scienza dello spirito. L’antroposofo dovrebbe cioè, tra le molte cose che debbono fissarsi come proprietà nel suo animo, acquistare anche un sentimento per il fatto che si devono accostarsi alle cose del mondo dai più vari punti di vista e lati, e che chi ha già certi presupposti può parlare e ascoltare diversamente su una cosa rispetto a chi non ha tali presupposti. Quando parliamo in un gruppo di lavoro, presupponiamo che l’animo si sia fino a un certo grado immedesimato nelle rappresentazioni di un mondo spirituale, stia immerso nelle sensazioni e nei sentimenti del mondo spirituale, e che da queste sensazioni, sentimenti e pensieri che sono stati accolti sul mondo spirituale, si possa formare una rappresentazione su una cosa come la coscienza umana. La risposta a tali domande può dunque essere attinta da profondità molto più intense in un gruppo di lavoro che in una conferenza pubblica tenuta davanti a un pubblico non antroposofico.

Queste conferenze pubbliche devono infatti avere il compito di portare, attraverso i fenomeni della vita dell’anima che si richiamano come esperienze esterne, poco a poco una sorta di prova per il fatto che le verità che conosciamo nella scienza dello spirito sono realmente verità. Questo è un compito diverso da quello di parlare al ricercatore spirituale stesso, che ha già certi presupposti, convinzioni, forse anche certe vedute sul mondo spirituale. Il ricercatore spirituale dovrebbe cioè imparare a procurarsi poco a poco i concetti e le rappresentazioni che gli spieghino questo e quello, in molti modi diversi da diverse fonti e lati, e il ricercatore spirituale dovrebbe disabituarsi dal vizio che però necessariamente deve sussistere nella vita esterna, come se si potesse parlare di una cosa soltanto in un modo.

La coscienza umana è qualcosa che deve toccarci nel più profondo dell’anima. E dove da secoli filosofi e altri pensatori si presentano a noi nel mondo, là è stata in genere la domanda su quello che si chiama la coscienza umana a interessarli. Si potrebbe facilmente cedere a un’illusione di fronte a un fenomeno come la coscienza: l’illusione che qui è già stata più volte designata come tale, e che consisterebbe nel credere che tutto ciò che è presente oggi nell’anima umana sia sempre stato lì. Abbiamo però visto che le più varie facoltà e processi dell’anima che si sono sviluppati nell’uomo nel corso dei millenni, nella preistoria erano completamente diversi da come sono oggi. E molte cose di quello che oggi possediamo come il più caro, come il più significativo nella nostra vita dell’anima, le nostre anime non avevano quando migliaia di anni fa vagavano su questa terra in altre incarnazioni. Il passaggio attraverso varie incarnazioni ha un senso. L’abbiamo sottolineato spesso. Ha il senso che l’anima, sviluppandosi da incarnazione a incarnazione, possa sempre appropriarsi di nuove facoltà e forze, che l’anima realmente compia una storia, che la sua esistenza terrestre sia un periodo di apprendistato, che sia stata qualcos’altro nel tempo in cui le nostre incarnazioni ebbero inizio, e qualcos’altro ora, e sarà qualcos’altro in un lontano futuro.

Anche la coscienza umana, questo caro bene dell’anima umana, che come una voce di Dio grida di fronte al bene e di fronte al male in ogni singolo uomo, anche questo caro dono dell’interno umano non è sempre esistito. Anche questa coscienza è qualcosa che si è sviluppato. Ed è addirittura relativamente non molto tempo fa da quando questa coscienza umana si annunziò e da allora si è sempre più e sempre più sviluppata. E sebbene sia un caro bene, tuttavia non è destinato a vivere sempre allo stesso modo attraverso tutte le seguenti incarnazioni nell’anima umana, come ora. Continuerà a svilupparsi, assumerà altre forme, si rivelerà come qualcosa che l’uomo deve appropriarsi, che gli porterà frutti, e che in tempi posteriori, quando avrà questi frutti, sarà qualcosa su cui guarda indietro e dice: C’era un’epoca in cui mi divenne possibile, nel passaggio da incarnazione a incarnazione, incorporare nella mia esistenza dell’anima quello che è la coscienza, e ora ho i frutti di quello che una volta incorporai nella mia anima. — Come noi oggi guardiamo indietro a un’epoca in cui le nostre anime erano in altre incarnazioni e non avevano ancora quello che oggi chiamiamo coscienza, così in tempi posteriori le nostre anime un giorno guarderanno indietro alle nostre incarnazioni presenti e diranno: Gloria a quel passato! Grazie a quei doni che ci divennero come coscienza umana nel passato! Se non avessimo potuto allora sviluppare la coscienza umana nelle nostre anime, ora ci mancherebbe quello di cui abbiamo bisogno per la vita presente!

Da questo già vediamo che la coscienza appartiene ai beni dell’anima del presente, e che è una sorta di comprensione del nostro presente, come comprensione della vita dell’anima del nostro presente, quando comprendiamo qualcosa della natura e dell’essenza della coscienza umana. Che sia sorta, su questo è stato già richiamata l’attenzione in molti contesti. Su questo sarà anche fatto cenno giovedì prossimo: si può quasi con il dito indicare il momento in cui la coscienza fu scoperta per l’anima umana. Se andiamo indietro di alcuni secoli nella Grecia antica, troviamo quasi mezzo millennio prima dell’inizio della cronologia cristiana il grande poeta Eschilo. Se presso lui, presso questo genio possente della drammaturgia greca primordiale, ci guardiamo intorno, se lasciamo che le sue figure agiscano su noi, troviamo nella sua drammaturgia quello che oggi designiamo con l’espressione coscienza ancora non designato con un’espressione simile. Mezzo millennio prima dell’inizio della cronologia cristiana il più grande drammaturgo non ha ancora un’espressione per quello che oggi designiamo come la coscienza umana. Quando vuole esprimere il processo dell’anima umana che corrisponderebbe a quello che oggi chiamiamo coscienza, allora deve farlo in modo che qualcuno che, per esempio, ha commesso l’ingiustizia del matricidio, per la potenza di questo evento guardi nello spirituale e veda figure nello spirituale che l’antica Grecia ha chiamato Erinni, il tardivo Lazio ha chiamato Furie. Cioè, chi ha commesso un’ingiustizia come il matricidio, costui non sente presso Eschilo quello che oggi chiamiamo la voce accusatrice della coscienza nel proprio interno, ma qualcosa lo spinge a guardare spiritualmente le figure che gli stanno intorno come i vendicatori del suo atto.

Questa è una delle prove particolari che potete trovare nello sviluppo storico dell’umanità per quello che è stato caratterizzato in modo più ampio. Le facoltà dell’anima umana erano in tempi antichi completamente diverse. Abbiamo sempre sottolineato che l’anima umana si è sviluppata poco a poco alla sua presente capacità di percepire il mondo fisico-sensibile attraverso i sensi come può oggi, e di usare l’intelletto come l’usa oggi. Abbiamo sottolineato che l’anima in tempi antichi come facoltà normale aveva una certa chiaroveggenza. Questa chiaroveggenza al tempo di Eschilo avveniva ancora solo in casi particolari. L’anima diviene chiaroveggente, per esempio, per vedere quello che ha arrecato nel mondo fisico attraverso la sua ingiustizia. L’anima di Oreste diviene chiaroveggente dopo che ha commesso il matricidio. Allora vede quali spiriti ha suscitato la sua azione nel mondo spirituale. Questi le si stringono attorno. Non nell’interno dell’anima siede qualcosa come la coscienza, ma la coscienza chiaroveggente sorge per vedere il disordine che è stato suscitato dal fatto che nel mondo fisico è stata commessa un’ingiustizia. Questo troveremmo in tempi antichi ovunque: chi ha commesso un’ingiustizia, non sente ancora la voce avvertitrice della coscienza, poiché l’anima è in tempi antichi nello stato della chiaroveggenza e vede là quello che è sorto nel mondo esterno attraverso l’ingiustizia.

Che cosa accade dunque quando è stata commessa un’ingiustizia? Allora si crea qualcosa nel mondo spirituale da noi stessi. È solo un pregiudizio materialista che un’ingiustizia possa passare senza che nel mondo spirituale venga creato qualcosa. L’ingiustizia genera processi ben determinati nel mondo spirituale, effetti che si emanano da noi, invisibili all’osservazione sensoria esterna, ma presenti per la visione spirituale. E tali processi spirituali, che si emanano da qualcuno che ha commesso un’ingiustizia, significano nutrimento per certi esseri che nel mondo spirituale sono realmente presenti. Tali esseri non sempre possono accostarsi all’uomo. Se egli non ha tali emanazioni come quelle che vengono da un agire ingiusto, allora non possono accostarsi a lui. Con essi accade esattamente come con una stanza: se la stanza è completamente pulita, non ci possono essere mosche dentro. Non ce ne sono nemmeno. Ma quando la stanza ha ogni sorta di sporcizia, resti di cibo e così via, allora le mosche sono subito lì. Nel momento in cui l’uomo emana attraverso le sue cattive azioni certe emanazioni spirituali, allora ci sono intorno a lui esseri che se ne nutrono. Questi esseri il grande tragediografo greco Eschilo fa stare intorno a Oreste. Quello che oggi percepiamo come voce interiore, il tragediografo greco Eschilo lo conosce ancora così consapevolmente che lo fa apparire in figure esterne, poiché sa che in casi particolari avveniva ancora quello che in tempi più antichi era patrimonio comune di tutte le anime: una certa coscienza chiaroveggente. Da tutto ciò che è passato qualcosa rimane per tempi posteriori e si presenta allora come atavismo, ma solo in casi anormali. Perciò non è qualcosa da biasimare se presso Shakespeare, per esempio, sorge ancora qualcosa di simile, una sorta di coscienza oggettivata.

Allora però abbiamo solo bisogno di andare avanti di poco tempo nell’arte greca, da Eschilo a Euripide, ed Euripide, il posteriore tragediografo, ci mostra che ha già il concetto della coscienza.

Così vediamo nell’antica Grecia come nel mezzo millennio prima della cronologia cristiana il concetto della coscienza sorge poco a poco. Cercate di trovare nell’Antico Testamento una parola per quello che oggi chiamiamo coscienza: non la troverete. La coscienza è una facoltà che è entrata nell’anima umana. E se non consideriamo brevi periodi di tempo, ma grandi archi di tempo, allora possiamo vedere che la coscienza è qualcosa che ha fatto il suo ingresso nell’anima umana anche all’incirca nel medesimo tempo in cui l’Impulso del Cristo si è impadronito dell’anima. Si potrebbe dire, quasi come un’ombra la coscienza segue l’Impulso del Cristo mentre entra nello sviluppo della storia mondiale. Per comprendere questo ora, dobbiamo oggi rendere vivo in noi molto di quello che nel corso degli anni ci siamo appropriati, e che dobbiamo fare fruttifero per la comprensione di quello che la coscienza umana realmente è. Se vogliamo comprendere in un fondamento più profondo quello che è la coscienza, allora dobbiamo proprio fissare lo sguardo a quel momento in cui l’evoluzione umana si accosta all’Impulso del Cristo, ha accolto questo Impulso del Cristo e poi ha proseguito fino ai nostri tempi. Sappiamo che abbiamo a che fare con tre epoche culturali della nostra evoluzione dell’umanità, che designiamo come la cultura egizio-caldaica, la cultura greco-romana e la nostra cultura presente. Le due culture precedenti, quella indico-primordiale e quella persiana-primordiale, possiamo ora lasciarle indiscusse, poiché allora le nostre anime erano ancora lontane dal presentire anche solo quello che oggi designiamo con il concetto della coscienza. Nella cultura egizio-caldaica vediamo gradualmente come si prepara tutto quello che poi è salito alla massima altezza che poteva raggiungere, per acquisire nella cultura greco-romana l’impulso significativo che è stato accolto come l’Impulso del Cristo. E vediamo allora nel nostro tempo l’epoca in cui questo impulso viene elaborato. E sempre più grande e significativo diventerà questo elaborare nell’epoca che verrà.

Se ora ci ricordiamo ancora un po’ più esattamente di questa evoluzione che si compie dal tempo egizio-caldaico attraverso l’epoca greco-romana fino ai nostri tempi, allora ci si presenta davanti all’anima che in ciascuna di queste epoche si sviluppa in particolare un membro dell’anima umana. Dei tre membri dell’anima umana durante il tempo egizio-caldaico è stato sviluppato quello che chiamiamo l’anima della sensibilità: cioè dovemmo essere una volta incarnati in corpi egizio-caldaici, affinché venissimo nella situazione di accogliere in modo regolare quelle facoltà in noi che si prestano alla speciale formazione dell’anima della sensibilità. Poi noi come anime abbiamo portato questa proprietà nelle incarnazioni successive durante l’epoca greco-romana, per ora sviluppare l’anima dell’intelletto o l’anima del sentimento. E con i frutti che abbiamo ottenuto dall’epoca greco-romana, viviamo nelle nostre attuali incarnazioni, per portare ora a uno sviluppo sempre più elevato quello che chiamiamo le forze dell’anima della coscienza. Così la nostra anima come uomo si forma proprio durante questi tre secoli. E quando il nostro tempo sarà passato, allora la nostra anima salirà allo sviluppo della facoltà dello Spirito-Sé. Questo avverrà nella sesta epoca culturale. Così vediamo quale profondo significato ha che noi compiamo incarnazioni successive. Ha il senso che ci appropriamo così poco a poco di quelle facoltà che conosciamo come quelle dell’anima umana, e in ambito più vasto anche di quelle che poi vanno oltre la sola vita dell’anima.

Così durante la cultura egizio-caldaica le nostre anime si sono appropriate delle forze dell’anima della sensibilità e le hanno portate allo sviluppo, durante il tempo greco-romano le forze dell’anima dell’intelletto o dell’anima del sentimento. Fino all’anima dell’intelletto l’uomo dovette normalmente salire, allora l’Impulso del Cristo poteva agire su di lui.

Ora però questa formazione era avvenuta in modo molto diverso nei vari punti della terra. Se infatti volessimo credere con una certa comodità dell’anima che nello sviluppo dell’umanità tutto si svolge nel modo più semplice possibile, allora non potremmo mai giungere alla comprensione dell’evoluzione dell’umanità. Molto bisogna imparare per poter in qualche modo ripensare i grandi pensieri degli esseri mondiali direttivi! E la più grande superbia è quando l’uomo pronuncia la frase che la verità sia semplice; poiché lì vuole tornire la verità secondo la sua comodità. È solo un frutto della comodità quando si dice che la verità deve essere semplice. Ma la verità è complicata: lo spirito degli esseri mondiali direttivi può essere compreso da noi solo quando facciamo i massimi sforzi per approfondirci nei pensieri degli spiriti mondiali direttivi — anche fino ai pensieri più sottili. Così non dobbiamo credere di aver già esaurito tutto quando diciamo: le nostre anime si sono sviluppate attraverso la cultura egizio-caldaica, attraverso la cultura greco-romana e attraverso la nostra attuale epoca culturale. Mettiamoci per un istante nell’epoca in cui non c’era ancora il mondo greco-romano, ma c’era solo la cultura egizio-caldaica.

In questo tempo vivevano nelle regioni della Grecia e* nelle terre dell’impero romano anche uomini; vivevano prima del tempo greco-romano nelle terre della successiva cultura greco-romana. E anche nelle nostre regioni, nel suolo che oggi calpestiamo, vivevano uomini nel tempo in cui la cultura egizio-caldaica si svolgeva in Asia e Africa. Mentre in Asia e Africa al tempo della cultura egizio-caldaica certe anime nel senso più eminente compievano quello che doveva prepararle alla ricezione dell’Impulso del Cristo, vivevano nelle regioni della successiva cultura greco-romana altre anime che si preparavano a portare qualcosa di completamente diverso all’evoluzione totale dell’umanità. Allo stesso modo vivevano nelle nostre regioni uomini che si preparavano a qualcos’altro. Non solo che nei tempi successivi le nostre anime acquisiscono varie facoltà, ma nei medesimi tempi le anime vivono anche un'accanto all’altra. Con ciò si opera sulle anime in molti modi diversi, e così sorge un’ulteriore complicazione nell’evoluzione. Con ciò viene portato all’evoluzione umana più di quanto se tutto progredisse in linea retta. Infatti dovettero essere fatte preparazioni sia sul terreno greco-romano che nelle nostre regioni, affinché da molti lati venisse portato il giusto nello sviluppo culturale. Un compito completamente diverso avevano i popoli asiatici e africani, un compito completamente diverso i popoli dell’Europa meridionale, e di nuovo un compito completamente diverso avevano i popoli dell’Europa centrale e settentrionale. Dovettero tutti portare qualcosa di completamente diverso all’evoluzione totale dell’umanità, e potevano portare qualcosa di diverso perché le loro disposizioni e la loro intera formazione erano sostanzialmente diversa da quella degli altri.

Se infatti rivolgiamo lo sguardo ai popoli egizio-caldaici, alle anime che proprio nella cultura egizio-caldaica raggiunsero il loro apice, allora dobbiamo dire: questi popoli svilupparono allora certe facoltà dell’anima della sensibilità, che si possono sviluppare appunto particolarmente bene quando si accolgono quegli insegnamenti meravigliosi che allora fluivano dai santuari egiziani, o l’astrologia meravigliosa che poteva venire dai santuari caldaici. Quello che fluisce dai vari centri culturali è lì per portare avanti le anime. Poiché fondamentalmente il vero significato di quello che fluisce dai vari centri culturali non è quello che questi flussi culturali hanno come contenuto, ma quello che contribuiscono allo sviluppo dell’anima umana. Il contenuto scompare! E solo coloro che nel senso più profondo non sono per nulla consolati, possono credere che fra alcuni secoli la nostra scienza di oggi non sarà egualmente sprofondata nel seno dell’oblio, come certe cose della cultura egizio-caldaica sono sprofondante nell’oblio. Chi credesse che nella visione mondiale copernicana sono date conquiste eterne, si sbaglia completamente; sarà dopo egualmente superata come le conquiste della cultura egiziana oggi. Nel loro contenuto queste cose passano così come molte altre nello sviluppo dell’umanità. Ci avviciniamo per esempio a quella meravigliosa immagine che sarà a voi tutti nota almeno in riproduzioni, «L’Ultima Cena» di Leonardo da Vinci. Se oggi volessimo vederla a Milano, la vediamo ormai solo in contorni molto deboli, e sappiamo che non durerà molto: allora non si vedrà più nulla di quello a cui Leonardo da Vinci ha deposto la sua migliore forza. Egualmente più tardi non si vedrà più nulla delle magnifiche opere di Raffaello, che oggi afferrano l’anima così profondamente quando le lasciate agire su voi. Tutte queste opere sprofonderanno nella polvere, e un ricordo di esse non sarà più presente sul piano fisico. Il contenuto di queste opere come il contenuto delle culture scende nella morte. Ma quando stiamo per esempio davanti a questi dipinti, allora dovremmo pensare che sono fluiti dall’anima di Raffaello, e che l’anima di Raffaello è diventata un’altra dopo che ha fatto emergere da sé questi dipinti, di quello che era prima. E i milioni e milioni di persone che si elevano su di essi, accolgono il contenuto dei dipinti nelle loro anime e diventano così qualcos’altro. E quando l’intera terra una volta sarà maciullata nella polvere — il che certamente sarà —, allora dalle istituzioni esterne delle culture nulla sarà più presente, ma quello che le anime hanno accolto, quello proseguirà nell’eternità. Per le anime umane c’è quello che le culture offrono, quello che è fluito dai santuari dell’Egitto e della Caldea come contenuto di sapienza elevato per il tempo di allora. Le anime umane dovevano progredire di un pezzo corrispondente. E di quanto avanzarono, di tanto erano più mature per accogliere di nuovo nuovi beni; quei beni che allora nella cultura greco-romana portarono di nuovo le anime avanti di un pezzo. Se le nostre anime non avessero accolto quello che potevano accogliere al tempo greco-romano, allora ora non potrebbero immergersi nell’anima della coscienza. Questo è il progresso nel tempo.

Se ci ricordiamo di molte cose che sono state dette anche nelle conferenze pubbliche, allora sappiamo che nei tre membri dell’anima opera quello che chiamiamo l’Io. Dal caos delle esperienze dell’anima che ci si presentano nell’anima della sensibilità, dell’anima dell’intelletto e dell’anima della coscienza, l’Io poco a poco si sviluppa, si cristallizza da tutto ciò, ma non allo stesso modo nei vari punti della terra. Mentre per esempio in Asia e Africa, mentre la cultura egizio-caldaica si svolgeva, gli uomini si sviluppavano così che lì ancora per lungo tempo fecero agire sulla loro anima le rivelazioni dei santuari caldaici ed egiziani, i popoli dell’Europa che ne stavano lontani si erano sviluppati così che in una certa misura avevano già preso anticipatamente. Nelle regioni europee gli uomini nell’anima della sensibilità avevano in una certa misura già sviluppato l’Io, un forte sentimento, una forte sensazione per l’Io.

Qui siamo a un punto infinitamente importante. Verso l’Asia e l’Africa si erano mossi gli uomini che con il loro Io attendevano fino al tempo in cui nell’anima della sensibilità era già stato sviluppato prima quello che poteva essere sviluppato attraverso i santuari egiziani e caldaici. Allora nella regione della cultura egizio-caldaica erano incarnate anime che più o meno senza un sentimento chiaro dell’Io-ità, accoglievano insegnamenti elevati, una cultura elevata. In un’anima della sensibilità che non si consapevolava ancora del suo Io nella Caldea antica viene immersa la cultura elevata che esisteva allora. Qui al nord non viene immersa una cultura così elevata nell’anima. Lì l’anima rimane più o meno incoltura, ma sviluppa invece in questa incoltura, in questa anima della sensibilità non riscaldata dalle rivelazioni dei santuari, una coscienza dell’Io. Possiamo dire: presso i popoli egizio-caldaici la coscienza dell’Io si ritarda, lascia prima che l’anima della sensibilità accolga una certa cultura, finché i successivi membri dell’anima non saranno sviluppati. In Europa l’Io non attende, ma si sviluppa già nell’anima della sensibilità. Attende però invece dell’accoglienza di certi beni culturali, finché i successivi membri dell’anima non saranno sviluppati. Così abbiamo incarnate in Asia e Africa anime che ancora quasi non sono consapevoli del loro Io, in compenso hanno qualcosa come intuizioni di elevate rivelazioni nell’anima della sensibilità. In Europa abbiamo anime che non hanno una cultura particolarmente elevata, ma che sottolineano il loro Io individuale, che guardano dentro di sé come uomini e si sentono come uomini. Tra i due estremi stanno i popoli greco-romani, che avevano in particolare il compito di sviluppare le facoltà dell’anima dell’intelletto. Presso di loro era così che sviluppavano l’Io nell’anima dell’intelletto e potevano anche accogliere contemporaneamente certe culture nell’anima dell’intelletto. Così la cultura egizio-caldaica aspettava con l’Io fino a un tempo successivo, mentre la cultura europea sviluppava questo Io precocemente. Nella cultura greco-romana questo si teneva in equilibrio, allora contemporaneamente con l’Io veniva sviluppata una certa cultura.

Con ciò accenniamo a un grande mistero della nostra evoluzione umana, senza la cui conoscenza non potremmo mai comprendere perché proprio l’Impulso del Cristo trovò questo accesso incontrastato e ingresso in Europa.

Perché? Avrebbe potuto il Cristo apparire in Europa, incarnarsi nella carne? No, non avrebbe potuto. Apparve nel tempo greco-romano, in cui l’anima dell’intelletto era stata sviluppata. Questa era adatta proprio ad accogliere il Cristo. Ma mai il Cristo avrebbe dovuto apparire in Europa, poiché lì era rimasto il forte sentimento dell’Io. Questo forte sentimento individuale dell’Io non era idoneo a produrre un singolo uomo che di fronte a tutti gli altri aveva il vantaggio che lui solo poteva accogliere il Massimo. Un sentimento dell’Io precoce, un sentimento troppo grande per l’uguaglianza degli uomini si era sviluppato nei paesi europei. Allora sarebbe stato impossibile che una personalità si fosse elevata al di sopra delle altre come quella personalità si elevò al di sopra dei suoi contemporanei, che in Palestina doveva formare il vaso per il Cristo. Così intensamente come in Europa il sentimento dell’Io non dovette apparire precocemente se il Cristo doveva trovare un corpo per incarnarsi. Dovette quindi apparire proprio là dove al confine della cultura egizio-caldaica e della cultura greco-romana era possibile formare un tale corpo che non portava in sé il sentimento precoce dell’Io, che tuttavia aveva la più profonda comprensione per una comprensione del mondo spirituale che era stata accolta nella cultura egiziana e caldaica. Ma se l’Europa non aveva la capacità di fornire il corpo per il Cristo, allora aveva però, per il fatto che troppo presto nell’aurora del nuovo essere aveva sviluppato l’Io, di fronte a tutte le altre conquiste la piena comprensione, dopo che il Cristo una volta era stato lì, per portare all’uomo la piena coscienza dell’Io, per comprendere questa coscienza dell’Io dal fondamento che i popoli europei avevano accolto il sentimento dell’Io troppo presto e con esso erano cresciuti insieme.

Questo dovremmo tenere in considerazione se vogliamo comprendere l’intera salita della cultura moderna. In Asia e Africa troviamo uomini che sanno molto sui misteri del mondo, che possono molto nella creazione di certi simboli. Insomma, hanno coltivato l’anima della sensibilità così che hanno una vita dell’anima ricca, ma il loro sentimento dell’Io è debole. In Europa troviamo uomini che hanno meno cultura attraverso quello che ci si può appropriare attraverso rivelazioni da fuori, ma troviamo lì il tipo di uomo che cerca in sé, che trova in sé il fondamento solido. Così in Asia era preparato il terreno per l’apparizione del Cristo, lì poteva esserci un corpo in cui il Cristo potesse entrare; e in Europa troviamo gli uomini meglio preparati a una comprensione per il portatore della coscienza dell’Io. I popoli europei portò ciò verso cui si era agognato. Quindi si sviluppava in Europa quella mistica meravigliosa che voleva accogliere il Cristo nella propria anima, nel proprio Io: la mistica cristiana.

Così nei vari punti della terra l’umanità viene preparata attraverso il saggio governo del mondo, in modo che ogni momento di evoluzione venga al suo diritto. Questa è una delle grandi conquiste della visione mondiale della scienza dello spirito: si riceve sempre più il sentimento di come tutto nell’evoluzione umana e nel mondo intero sia in realtà andato avanti con saggezza, di come nel corso di millenni sul terreno europeo le anime siano state preparate, che il più presto possibile avessero un punto fisso nel proprio interno, e di come, per sviluppare questo punto fisso, siano state perfino trattenute nelle forze che in Asia erano così altamente sviluppate. Quindi il flusso culturale dall’Asia prosegue il suo cammino, il forte sentimento della personalità dell’Io sorge in Europa. Sì, possiamo persino di nuovo con il dito indicare come il Mar Adriatico forma quasi un confine fermamente determinato tra un sentimento dell’Io ancora un po’ più debole in Grecia da una parte, dove l’uomo non si sentiva così come singola personalità individuale, ma più come ateniese, spartano, tebano, appartenente alla sua polis, e fra le regioni culturali romane dall’altra, dove il forte sentimento dell’Io è molto sostanzialmente sviluppato nella coscienza del cittadino romano, che come personalità sta fermamente sul suo terreno. Allora vediamo in Grecia ancora nell’uomo quello che si potrebbe designare: l’Io è ancora qualcosa che retrocede, ancora più viene accettato dal mondo esterno, più in un modo in cui l’Io non ha bisogno di essere presente.

Superando il Mar Adriatico, arriviamo a Roma e vediamo saldo sulle sue gambe, con l’Io già sentito, il cittadino romano. Tutto ciò è collegato con fondamenti più profondi, con fondamenti significativi. Queste cose non vanno avanti nel mondo senza che per le cose che si svolgono sul piano fisico, gli eventi corrispondenti si compiano nel mondo spirituale. Vediamo che nella cultura greca si trova ancora una forte inflessione di Io trattenuto. Molto viene ancora accolto in modo impersonale. Il greco non si sente come singolo cittadino, ma come membro dell’organismo ateniese, spartano o tebano. Questo deve essere tolto. Deve scomparire il desiderio dell’uomo di accogliere da fuori, e l’uomo deve fare il suo ingresso nell’interno dell’anima quando sempre più diventa un uomo occidentale.

Quello che dovrebbe formare le grandi masse, deve essere precostituito dai grandi leader, dalle grandi individualità dell’umanità. Allora vediamo che, quando mettiamo davanti a noi quella coscienza che ripetutamente abbiamo indicato, il greco aveva ancora una forte consapevolezza che quello che gli è dato da fuori, senza sviluppare molto l’interno della sua personalità, è qualcosa di particolarmente prezioso. Ancora una volta ricordo la frase di un greco colto, che ci permette di guardare profondamente nel desiderio del popolo greco: Preferisco essere un mendicante nel mondo superiore che un re nel regno delle ombre! — Non è ancora compreso il grande valore dell’invisibile, della vita soprasensibile. Si trae da fuori quello che può essere tratto senza l’Io. Ed è profondamente commovente, proprio in questo punto, vedere come a una svolta dei tempi una grande personalità leader sta come una pietra miliare per abbandonare i sentimenti del prima e accogliere i sentimenti del dopo, per dire sonando nel mondo dello spirito: Ora deve venire un tempo in cui non deve più essere accolto solo quello che senza l’Io fluisce nella personalità umana, ma dove deve essere accolto quello che attraverso l’Io fluisce nella personalità umana!

Questo atto si è compiuto in uno dei grandi saggi di quella antichità greca che si è in parte svolta sull’isola di Sicilia, in Empedocle. In molte leggende che oggi vengono raccontate così, riposa qualcosa di straordinariamente profondo. Di Empedocle, il grande saggio che non era solo un grande filosofo, ma un iniziato nei profondi misteri del tempo, che era uno dei più grandi uomini di stato di tutti i tempi e insieme sacerdote del sacrificio in Agrigento, di lui la leggenda racconta, ma racconta anche la verità occulta, che lui, dopo aver compiuto il suo compito in Sicilia, immerse il suo corpo nell’Etna, per unire i suoi involucri esterni con il suolo di Sicilia, per documentare così: Ora deve venire la ferma fede nell’Io, anche se l’esterno svanisce! — Il sacrificio dell’involucro esterno di Empedocle fu compiuto allora, quando diede i suoi involucri all’Etna. Dietro ciò riposa una profonda verità occulta. Per chi viene in Sicilia, oggi ancora fra gli eventi spirituali questo sarà presente: che lui nell’aria di Sicilia, quando la respira spiritualmente, oggi ancora trova la conseguenza dell’atto di Empedocle. L’anima di Empedocle si è incarnata ancora; il suo corpo ha acquisito un significato particolare per il fatto che fu consciamente consegnato agli elementi, così che lo si trova oggi nell’atmosfera spirituale di Sicilia. Il corpo di Empedocle forma una parte dell’atmosfera spirituale di Sicilia.

Fu per me un momento importante — e possiamo sì nel nostro gruppo anche parlare di tali cose — quando alcune settimane fa ho potuto dire ai nostri amici di Palermo del loro Empedocle nel vicinato immediato di questo evento la stessa cosa che vi dico ora: chi consapevolmente entra spiritualmente nel vostro luogo qui in Sicilia, respira oggi ancora spiritualmente quello che è entrato nell’aria di Sicilia attraverso la morte sacrificale di Empedocle!

Così vediamo come quello che potevamo indicare esternamente, spazialmente con il Mar Adriatico — il confine tra est e ovest — è indicato da un grande leader dell’umanità che, poiché doveva continuare a operare nell’ovest, consapevolmente butta via quello attraverso cui si poteva crescere di là nell’est, e vuole salvare per l’ulteriore evoluzione il sussistere di quello che è sublime al di sopra di tutti gli elementi del piano fisico esterno.

È qualcosa di possente, guardare in queste differenze, poiché mostrano come su terreni separati anche il separato è stato preparato, affinché nella molteplicità potesse essere raggiunto il più grande. Attraverso la cooperazione del più vario deve essere raggiunto il fine dell’evoluzione totale per l’umanità. Da ciò possiamo vedere che il Cristo, dopo che era apparso nell’oriente, si volse verso l’occidente e là fu accolto da coloro che erano stati preparati con una forte coscienza dell’Io, per poter comprendere il portatore della forte coscienza dell’Io. Questo era il mistero dell’entrata del Cristo in occidente, che trovava anime preparate, e che queste anime l’accoglievano. Così vediamo all’oriente l’umanità preparare tutto quello che rende possibile che un corpo o una corporalità possa sorgere, costituita da corpo fisico, corpo eterico e corpo astrale, in cui il Cristo potesse entrare, che attraverso la coscienza dell’Io e con la coscienza dell’Io porta l’impulso dell’amore sulla terra. L’amore è quello che nella sua forma più anima, più spirituale è portato alla terra con il Cristo. L’amore, come se sorgesse nella sua forma anima-spirituale nell’oriente, lo consideriamo per prima; e come se si diffondesse verso l’occidente e qui fosse compresa, così continuiamo a considerare l’evoluzione.

Attraverso cui cosa poteva proprio in occidente la coscienza dell’Io agire così che si sentiva imparentata con il Cristo? Che cosa era accaduto alle anime che avevano accolto precocemente la coscienza dell’Io?

I popoli egizio-caldaici attendevano con lo sviluppo dell’Io fino all’anima della coscienza, i popoli greco-romani sviluppavano già l’Io nell’anima dell’intelletto o dell’anima del sentimento, la cultura del nord europeo ha sviluppato il sentimento dell’Io già precocemente nell’anima della sensibilità. Allora era presto dentro nell’anima umana. Così aveva cooperato l’anima della sensibilità con la coscienza dell’Io qui in un modo completamente diverso da come in qualsiasi altro luogo del mondo. In Europa settentrionale per la prima volta nello sviluppo dell’umanità si sono penetrati l’anima della sensibilità e la coscienza dell’Io. Che cosa era accaduto per il fatto che presso i popoli europei nell’anima della sensibilità si era già fissata la coscienza dell’Io, prima che il Cristo entrasse nell’evoluzione dell’umanità, e prima che avessero accolto quello che era stato sviluppato in Asia?

In tal modo era stata sviluppata con l’anima della sensibilità una forza dell’anima umana che aveva potuto svilupparsi solo per il fatto che l’anima della sensibilità, che era ancora completamente vergine e inesperata da altre culture, si era penetrata con il sentimento dell’Io. E questa forza dell’anima è diventata la coscienza: la penetrazione del sentimento dell’Io con l’anima della sensibilità. Perciò l’innocenza meravigliosa della coscienza! Come parla la coscienza? Parla nell’uomo più semplice come nell’anima più complicata. Dice immediatamente: Questo è giusto! Questo è sbagliato! — Senza una teoria, senza alcun insegnamento. Con la potenza di un istinto, di una pulsione agisce quello che ci dice: Questo è giusto! Questo è sbagliato! — In nessun altro luogo trovate quello che così si sviluppò nell’occidente, nel modo come l’abbiamo esposto oggi. Perciò getta i suoi primi raggi come un’aurora in avanti verso la Grecia e da lì verso Roma, e lì già si presenta a noi assai fortemente. Allora troviamo presso gli scrittori romani per la prima volta la parola coscienza: conscientia. Mentre la troviamo presso i greci solo sporadicamente, nei primi accenni presso Euripide, la troviamo presso i romani già assai fortemente evidenziata, già come parola di uso generale. Questo è l’influsso di quel flusso culturale che è sorto dal fatto che l’anima della sensibilità e il sentimento dell’Io si sono penetrati, che il sentimento dell’Io, che porta l’uomo dal basso all’alto, già nell’anima della sensibilità parla come una voce di Dio, come altrimenti solo impulsi, desideri e passioni parlano nell’anima della sensibilità, e lì parla così con lo slancio di fare il giusto, per salire al più alto Io.

Così nell’evoluzione dell’umanità presso i popoli europei vediamo per la prima volta sorgere la coscienza. Da lì essa irradia e poi si comunica agli altri uomini della terra. Così è stato preparato da un saggio governo mondiale che l’umanità in un punto sia stata così preparata che la coscienza potesse essere portata come un contributo all’evoluzione totale dell’umanità. Con questo abbiamo fondamentalmente già dato tutto quello che ci spiega anche la coscienza. Abbiamo dato l’indefinibile della coscienza, il precipitarsi della coscienza dalle profondità dell’anima. La coscienza parla come parla un istinto, ed eppure non è un istinto. Quei filosofi che la descrivono come istinto, sbagliano molto. Parla con la stessa grandiosità con cui parla la stessa anima della coscienza quando sorge; ma parla contemporaneamente con le forze elementari, con le forze più originarie.

Così vediamo come sulla terra lì nell’oriente sorge l’amore, qui in occidente la coscienza. Queste sono due cose che stanno insieme: come nell’oriente appare il Cristo, come in occidente la coscienza si sveglia, per accogliere il Cristo come coscienza. In questo sorgere simultaneo del fatto dell’Evento del Cristo e della comprensione dell’Evento del Cristo, e nella preparazione di queste due cose in vari punti della terra vediamo dominare una saggezza infinita che è presente nell’evoluzione. Con ciò abbiamo accennato al passato della coscienza.

Se ora ci ricordiamo di quello che abbiamo spesso sottolineato, che noi ora, dopo che il Kali Yuga è trascorso, siamo in una transizione dove devono svilupparsi nuove forze, allora comprenderemo che oggi andiamo incontro a importanti domande riguardanti lo sviluppo della nostra coscienza. L’ultima volta abbiamo sottolineato, fortemente e nettamente, che andiamo incontro a un nuovo Evento del Cristo, in cui l’anima diverrà capace di percepire il Cristo in una certa chiaroveggenza eterea e di rivivere l’Evento di Damasco in se stessa. Perciò possiamo porre la domanda: come sarà con l’evento parallelo, con lo sviluppo della coscienza nei periodi di tempo in cui ci immergiamo? — Questa domanda ci porremo domenica prossima, l’8 maggio, e in tal modo celebreremo al meglio la nostra festa commemorativa, puntando il dito al vivo del movimento della scienza dello spirito e mostrando come le forze dell’anima umana siano in una transizione. Vedremo che la coscienza può essere illuminata dai più vari lati. In modo del tutto essoterico dovrà accadere nella conferenza pubblica giovedì prossimo, ma già lì può essere presupposto molto, poiché queste conferenze pubbliche già si protraggono per una serie di anni. Si può parlare così profondamente della coscienza come abbiamo parlato oggi, si può parlare così essotericamente come giovedì prossimo, e si può ancora parlare più profondamente della coscienza. Questo richiederà ancora tempo, finché non saremo in grado di farlo.

7°Retrospettiva, prospettiva e nuovo evento del Cristo

Berlino, 8 Maggio 1910

Oggi, l’otto maggio, noi come Società Teosofica celebriamo il Giorno del Loto Bianco, che nel mondo esteriore, così come esso usa designare le cose oggi, viene denominato il giorno della morte di colei che ha promosso quel flusso spirituale entro cui noi ci troviamo. A noi sembra più appropriato scegliere un’altra denominazione per questa nostra celebrazione di oggi, quella denominazione che è tratta dalle nostre conoscenze del mondo spirituale e che dovrebbe suonare più o meno così: la transizione da un’attività entro il piano fisico a un’altra attività entro i mondi spirituali. Poiché per noi non è soltanto la convinzione più intima nel senso ordinario della parola, ma una conoscenza sempre più consapevolmente acquisita, che quando nel mondo esteriore chiamiamo morte, noi abbiamo a che fare con il passaggio da un’attività, da un’operosità che è stimolata dalle impressioni del mondo fisico esteriore, a un’operosità che è stimolata direttamente dal mondo spirituale. E mentre oggi ci ricordiamo della grande promotrice H. P. Blavatsky e di coloro che come personalità guida sono già passati in questo regno spirituale, vogliamo in particolare tentare di formarci una rappresentazione di come noi stessi manteniamo il nostro movimento spirituale, affinché esso possa significare una continuazione di quell’operosità che la fondatrice ha compiuto sul piano fisico fino al suo abbandono di esso, una continuazione di questa operosità da una parte, ma anche una possibilità perché questa fondatrice possa continuare ad agire dai mondi spirituali nel nostro presente e nel futuro.

In un tale giorno è appropriato che noi interrompiamo il modo in cui altrimenti ci dedichiamo in queste assemblee alle considerazioni della scienza dello spirito e alla vita spirituale, e che noi compiamo una specie di esame di coscienza, uno sguardo retrospettivo a quello che dal movimento teosofico può porsi dinanzi ai nostri occhi come sua essenza e i suoi doveri, e che d’altra parte attraverso uno sguardo prospettico deve porsi dinanzi ai nostri occhi come ciò che il movimento teosofico dovrà essere in futuro, che cosa noi dobbiamo fare e che cosa dobbiamo evitare.

Per circostanze molto particolari, per determinate necessità storiche, è stato dato vita nei tempi moderni a quello che noi trattiamo come movimento teosofico. Voi sapete che non si tratta, come con molti altri movimenti spirituali o altre associazioni, di questo, che una o più personalità si propongono determinati ideali e, perché sono per questi ideali entusiaste proprio dalle condizioni del loro animo, del loro cuore, tentano allora di entusiasmare altri uomini per essi, per fondare associazioni, società, e mettere in realtà questi ideali per cui sono personalmente infiammati. In questo modo, se lo comprendiamo rettamente, non dobbiamo considerare il movimento teosofico. Lo comprenderemo rettamente solo quando lo consideriamo come una necessità storica della nostra vita presente, come qualcosa che, indipendentemente da come gli uomini possano sentire e provare a riguardo, doveva venire, perché così dire nel seno della storia giaceva e doveva venire partorito. Come dunque può essere considerato il movimento teosofico? Può essere considerato come una discesa, una nuova discesa di vita spirituale, di sapienza spirituale e di forze spirituali dai mondi sovrasensibili nel mondo sensibile-fisico. Tale discesa di vita spirituale, di sapienza spirituale e di forze spirituali dovette accadere e dovrà ripetersi continuamente in futuro per lo sviluppo umano. Naturalmente oggi non è nostro compito indicare tutti i grandi impulsi singoli attraverso cui la vita spirituale è fluita dai mondi sovrasensibili, affinché così dire la vita dell’anima dell’umanità invecchiata fosse rinnovata. Questo è accaduto ripetutamente nel corso dei tempi. Solo a qualcosa si deve accennare.

In un passato molto remoto, poco dopo che la grande catastrofe atlantica era accaduta, che si è conservata nelle tradizioni dei vari popoli come il racconto del diluvio, là accadde quell’impulso che possiamo designare come l’influsso della vita spirituale nello sviluppo dell’umanità attraverso i vecchi Rishis sacri. Allora abbiamo quel flusso di vita spirituale che scorre nel movimento dell’umanità attraverso il grande Zoroastro. Quindi troviamo un altro tale flusso di vita spirituale in quello che venne dato al popolo antico israelita nella rivelazione di Mosè. E finalmente abbiamo il massimo impulso, l’influsso più potente della vita sovrasensibile nel mondo sensibile attraverso l’apparizione del Cristo Gesù sulla terra. È il massimo impulso in confronto a tutto il passato e, come abbiamo anche sottolineato, in confronto a tutto il futuro dello sviluppo terrestre. Ma così pure è stato sottolineato che continuano a venire sempre nuovi impulsi, che nuova vita spirituale e un nuovo modo di comprendere la vecchia vita spirituale debba fluire nello sviluppo dell’umanità. Altrimenti l’albero dello sviluppo umano, che deve stare verde affinché l’umanità raggiunga il suo obiettivo di sviluppo, diverrebbe secco e morirebbe. L’ondata potente della vita del Cristo, che è fluita nello sviluppo umano, deve essere compresa sempre meglio e meglio attraverso nuovi impulsi spirituali che fluiscono nella nostra vita terrestre.

Quando il nostro tempo si avvicinò, il nostro diciannovesimo secolo, allora era di nuovo giunta un’epoca per lo sviluppo dell’umanità che esigeva un nuovo influsso, un nuovo impulso di vita. Di nuovo dovevano scorrere dai mondi sovrasensibili nel nostro mondo sensibile nuovi stimoli, nuove rivelazioni. Era una necessità che avrebbe dovuto essere sentita sulla terra stessa, ma che soprattutto era sentita in quelle regioni da cui procede la direzione di tutta la vita terrestre nelle regioni spirituali. Sarebbe solo una considerazione umana miope quella di dire: Ah, a che pro sempre nuovo influsso di completamente nuove specie di verità? A che pro sempre nuove conoscenze e nuovi impulsi di vita? Quello che nel cristianesimo per esempio è stato dato, è già stato dato, e potrebbe semplicemente continuare a vivere nello stesso modo!

Questa concezione, da un punto di vista più elevato, sarebbe eminentemente egoistica. È veramente così! E il fatto che questa visione egoistica si manifesti proprio tra quegli uomini di oggi che credono di essere pii e religiosi, è tanto più una prova che è necessario un rinnovamento della vita spirituale. Quante volte oggi sentiamo l’espressione: a che pro i nuovi flussi spirituali? Abbiamo le vecchie tradizioni, quello che ci è stato tramandato attraverso i tempi storici; non lasciateci corrompere questo attraverso quello che vogliono sapere coloro che pretendono sempre di sapere tutto meglio! È un’espressione egoistica dell’anima umana. Solo coloro che lo dicono non sanno che è eminentemente egoista. Poiché coloro che lo dicono vogliono così dire prendersi cura solo delle necessità della loro anima. Sentono in se stessi: noi siamo già soddisfatti di quello che abbiamo! E allora pongono il dogma, il terribile dogma della coscienza: se siamo soddisfatti nel nostro modo, allora coloro che devono imparare da noi, i nostri successori, devono essere soddisfatti nello stesso modo come siamo noi. Tutto deve procedere secondo il nostro cuore, secondo la nostra conoscenza! È un’espressione che oggi si sente nel mondo esteriore assai, assai spesso. E non è solo piccolezza di anima, è qualcosa che è collegato con quello che è stato appena caratterizzato come un tratto egoista di questa anima umana. E nella vita religiosa le anime possono forse essere proprio sotto la maschera della pietà le più egoiste di tutte.

Uno sguardo al nostro ambiente, se lo facciamo con comprensione, potrebbe insegnare proprio a coloro per cui è serio lo sviluppo spirituale dell’umanità questo: che l’anima umana si sviluppa, e che sempre più della modalità attraverso cui per secoli lo sguardo è stato rivolto proprio al massimo impulso dello sviluppo dell’umanità, all’impulso del Cristo, si disgrega. Io non amo particolarmente menzionare cose contemporanee, poiché quello che accade oggi nella vita spirituale esteriore è veramente per lo più così insignificante che non potrebbe toccare aspetti più profondi per l’osservatore serio. Ma per chi considera i tempi dovrebbe nondimeno essere una questione di coscienza quello che accade oggi così spesso nella vita spirituale. Si poteva nelle ultime settimane per esempio a Berlino quasi davanti a nessuna bacheca passare senza trovare su di essa l’annuncio di una conferenza o di un’assemblea con il tema: Gesù ha veramente vissuto? Voi sapete forse tutti che lo stimolo per questa discussione, che è stata condotta nei più ampi circoli, in parte con armi assai radicali, è venuto dalla concezione di un professore tedesco di filosofia, un allievo dell’autore della «Filosofia dell’inconscio», Eduard von Hartmann, del Professor Dr. Arthur Drews, e soprattutto del suo libro «Il mito del Cristo». Quello che si trova in questo libro è poi diventato ancora più noto attraverso una conferenza del Professor Drews, che qui a Berlino è stata tenuta sotto il titolo «Gesù ha veramente vissuto?»

Naturalmente oggi non può essere mio compito entrare nei particolari delle considerazioni di Drews. Voglio solo porre davanti al vostro animo alcuni pensieri fondamentali. L’autore del «Mito del Cristo», cioè un filosofo moderno che pretende di portare in sé la scienza e il pensiero del nostro tempo, esamina i singoli documenti da cui storicamente si vuole stabilire che una certa personalità che portava il nome di Gesù di Nazareth ha vissuto all’inizio della nostra era cristiana. Ed egli tenta di compilare qualcosa da quello che la critica, dal che la scienza ha stabilito alcune cose, in modo che gli risulti approssimativamente così: sono i singoli Vangeli documenti storici da cui si può provare che Gesù ha veramente vissuto? E prende tutto quello che la teologia moderna ha prodotto da questo o quel lato, e tenta di mostrare che nessuno dei Vangeli potrebbe essere un documento storico, e che non si potrebbe provare dai Vangeli che Gesù ha vissuto. E allora tenta di mostrare che anche tutte le altre notizie puramente storiche che gli uomini hanno sono non rilevanti, così che da esse non si potrebbe concludere un Gesù storico.

Ora colui che conosce le cose sa che, considerato puramente esteriormente, questa considerazione del Professor Drews ha davvero molto a suo favore ed appare proprio come una sorta di risultato della critica teologica moderna. Sui particolari non voglio soffermarmi. Poiché è proprio su questo che importa: che nel nostro tempo l’affermazione possa essere fatta da qualcuno che ritiene di portare la scientificità dal lato filosofico, che dice: non ci sono documenti storici da cui si possa provare che Gesù ha vissuto; i documenti storici da cui lo si vuol provare non sono tutti rilevanti. Quello a cui si attiene Drews e tutti coloro che lo seguono è quello che abbiamo dall’Apostolo Paolo. Ce ne sono persino di più moderni che dubitano dell’autenticità di tutte le lettere di Paolo, ma poiché l’autore del «Mito del Cristo» non va così lontano, neppure noi dobbiamo soffermarci su questo. Su Paolo Drews dice ora quanto segue: Paolo non partì da una qualche conoscenza personale di Gesù di Nazareth, bensì da quello che ebbe come rivelazione nell’evento di Damasco. Sappiamo che questo è assolutamente vero. Ma allora Drews arriva alla seguente concezione. Quale concetto di Cristo si formò Paolo? Si formò il concetto di un Cristo puramente spirituale, che così dire può dimorare in ogni anima umana e può realizzarsi gradualmente in ogni anima umana. Ma da nessuna parte ci sarebbe per Paolo la necessità di avere questo Cristo, che egli considera come un essere puramente spirituale, presente in quello che sarebbe stato un Gesù storicamente non provabile. Perciò si potrebbe dire: non si sa se un Gesù storico ha vissuto o no; l’immagine di Cristo di Paolo è una puramente spirituale, un’idea pura, che solo riproduce quello che in ogni anima umana può vivere come un impulso di perfezionamento, come una sorta di Dio nell’uomo. Ora l’autore del «Mito del Cristo» accenna inoltre al fatto che certe rappresentazioni, simili a quella di Cristo Gesù dei cristiani, erano già presenti prima come una sorta di Gesù precristiano, e nei vari popoli orientali egli ricerca il concetto del Messia. In questo modo Drews si vede costretto a chiedersi: in che cosa si differenzia dunque l’idea del Cristo — dal che nel suo senso non si può nemmeno negare che Paolo l’ha avuta — in che cosa si differenzia questa immagine del Cristo nella mente e nel cuore di Paolo da quello che già prima si aveva come concetto di Messia? E allora Drews dice: gli uomini prima di Paolo avevano un’immagine di Cristo di un Dio, un’immagine di Messia di un Dio che non era diventato veramente uomo, che non era disceso fino all’individualità umana. Loro, così dire nei loro vari festival, misteri e così via, hanno celebrato come un processo simbolico: sofferenza, morte e risurrezione; ma non avevano questo, che un singolo uomo sulla terra fisica avesse veramente subito sofferenza, morte e risurrezione. Questo era così dire un’idea generale. E allora il «Mito del Cristo» si chiede: in che cosa consiste allora il nuovo in Paolo? Come ha Paolo stesso sviluppato ulteriormente l’idea del Cristo? Allora lo stesso Drews dice: questo è il progresso che Paolo ha fatto rispetto a prima, che non si rappresentava solo un dio generale, che si librava nelle regioni più alte, ma un Dio che era diventato uomo individuale. Vi chiedo dunque di notare ancora una volta: nel senso dell’autore del «Mito del Cristo», Paolo si rappresenta un Cristo che era veramente diventato uomo individuale. Ma ora viene il più strano: Paolo avrebbe dovuto rimanere fermo sull’idea, cioè, Paolo avrebbe dovuto comprendere l’idea di un Cristo che era veramente diventato uomo, ma questo Cristo come uomo non avrebbe dovuto esistere per Paolo! Paolo avrebbe dovuto dire a se stesso: l’idea più elevata è quella che un Dio, un Cristo, non solo si libra nelle regioni più alte, ma che è disceso sulla terra ed è diventato uomo; ma non avrebbe avuto in mente che questo Cristo veramente vivesse sulla terra in un uomo — vale a dire: l’autore del «Mito del Cristo» attribuisce a Paolo un concetto di Cristo che in se stesso è uno scherno del sano pensiero. Paolo avrebbe dovuto dire: il Cristo deve veramente essere stato un uomo individuale, ma io nego, nonostante lo predico, che questo Cristo ha veramente vissuto storicamente!

Questo è il punto focale della questione, che ci si presenta non come qualcosa per cui avrebbe bisogno di molta erudizione teologico-critica per confutarlo, ma qui l’autore del «Mito del Cristo» deve essere considerato come filosofo. Poiché questo concetto di Cristo, considerato solo nel senso di Drews, è filosoficamente impossibile. Il concetto di Cristo paolino, se lo si prende solo nel senso di Drews, non potrebbe affatto stare in piedi senza che si ammetta il Gesù storico. Così questo libro di Drews esige da se stesso l’esistenza di un Gesù storico. È quindi possibile che oggi nei circoli più ampi un libro possa essere considerato come serio lavoro scientifico che nel suo punto centrale contiene una tale contraddizione che non fa che beffare la logica interna! È possibile che oggi il pensiero umano percorra vie così storte! Da dove viene? Colui che avrebbe voluto rendersi conto dello sviluppo dell’umanità avrebbe dovuto porsi questa domanda: da dove viene?

Viene dal fatto che quello che gli uomini in questa o quella epoca credono o pensano, non è in ultimo deciso dalla loro logica, ma dai loro sentimenti e da quel che sentono, cioè, ciò che vogliono credere e pensare. E giace nel tratto più profondo proprio di coloro che stanno preparando il concetto di Cristo per l’epoca che viene, che dal loro cuore vogliono escludere tutto ciò che è contenuto nei documenti esterni, e tuttavia hanno anche l’impulso di voler provare tutto attraverso documenti esterni. Ma questi documenti, quando li si considera puramente materialmente, perdono il loro valore dopo un certo tempo. Verrà il tempo e proprio come è venuto per Omero e oggi è già qui per Shakespeare, così verrà per Goethe, che si cercherà di mostrare che un Goethe storico non è mai esistito. I documenti storici, considerati puramente materialmente, devono perdere il loro valore con il tempo. Che cosa è allora necessario se oggi siamo già in un’epoca che nei suoi migliori rappresentanti può pensare così, che dal desiderio del cuore emerge l’obiettivo di negare il Cristo storico? Che cosa è necessario come un nuovo influsso della vita spirituale? È necessaria la possibilità di comprendere il Gesù storico spiritualmente.

Che cosa è un’altra espressione per questo fatto?

Che Paolo partì dall’evento di Damasco, lo sappiamo tutti. E sappiamo anche che per lui quella fu la grande rivelazione, mentre tutto quello che poteva sentire a Gerusalemme, come notizie immediate sul piano fisico, non era adatto a trasformare un Saulo in Paolo. Quello che lo convinse fu la rivelazione di Damasco dai mondi spirituali. Solo attraverso questo il cristianesimo è veramente sorto e da ciò Paolo ha tratto la forza di predicare il Cristo. Ma ha tratto da ciò solo l’idea astratta che in se stessa è contraddittoria? No! Bensì da ciò che aveva visto nei mondi spirituali, aveva acquisito la convinzione che il Cristo aveva vissuto sulla terra, aveva sofferto, era morto ed era risuscitato. «Se il Cristo non fosse risorto, la mia dottrina sarebbe vana!» Paolo ha detto questo correttamente. Ha ottenuto dai mondi spirituali non solo l’idea del Cristo, ma la realtà del Cristo che è morto a Golgota. Per lui era così fornita la prova del Gesù storico.

Quando il tempo si avvicina, quando attraverso il materialismo dell’epoca i documenti storici perdono il loro valore e ognuno con facile sforzo può mostrare che per la critica diventano così fragili che storicamente nulla può essere provato, che cosa è allora necessario? Allora gli uomini devono imparare a riconoscere che si può conoscere il Cristo come Gesù storico anche senza documenti storici attraverso il fatto che l’evento di Damasco possa rinnovarsi per ogni uomo attraverso la scuola, o persino nel prossimo futuro per l’intera umanità, così che diventa possibile acquisire una convinzione del Gesù storico. Questo è il nuovo modo che deve venire nel mondo, per trovare questo cammino al Gesù storico. Poiché non importa se i fatti che sono accaduti siano corretti o scorretti, ma che essi siano. Non importa che un libro come il «Mito del Cristo» contenga certi errori, ma che possa essere scritto. Questo mostra che abbiamo bisogno di metodi completamente diversi affinché il Cristo rimanga all’umanità e possa essere ritrovato. Colui che pensa all’umanità e alle sue necessità e al modo in cui l’anima umana si esprime, non si metterà in piedi al punto di vista: che mi importa di tutti gli uomini che pensano diversamente? Ho la mia convinzione, per me è sufficiente! I più non immaginano nemmeno quale terribile egoismo giace precisamente in questo.

Non era nessuna idea esteriore, nessun ideale esteriore o nessuna preferenza personale che un movimento sorgesse, attraverso cui gli uomini avrebbero dovuto imparare che è possibile trovare una via nel mondo spirituale, e che tra quello che si trova là, può essere trovato anche il Cristo, bensì questo movimento è sorto da una necessità. Questa necessità si è presentata nel corso del diciannovesimo secolo, e a essa dovevano corrispondere le possibilità che scendessero dai mondi spirituali nel mondo fisico, attraverso cui gli uomini diventerebbero capaci di acquisire la verità spirituale in un nuovo modo, perché il vecchio modo era morto. E come abbiamo visto nel corso di questo inverno, questo cammino si rivela fruttoso!

Abbiamo ripetutamente sottolineato: la prima cosa che dobbiamo fare entro il nostro movimento non è basarsi su qualche documento o documento esteriore, bensì innanzitutto chiedere: che cosa ci dà la coscienza chiaroveggente quando ascendiamo ai mondi spirituali? Che cosa dice la coscienza spirituale indipendente se attraverso qualche catastrofe tutti gli indizi storici sul Gesù storico, sui Vangeli e anche sulle lettere di Paolo fossero andati persi? Che cosa dice la via che può essere intrapresa ogni giorno e ogni ora, dai mondi spirituali? Essa dice: tu trovi nei mondi spirituali il Cristo, e anche se storicamente non sapessi nulla del fatto che il Cristo era sulla terra nel tempo in cui la nostra era inizia! Questo è il fatto che attraverso un rinnovamento dell’evento di Damasco può essere stabilito sempre di nuovo: c’è una prova originale per la personalità storica di Gesù di Nazareth! E proprio come non si dice a uno scolaro alla lavagna: tu devi credere che i tre angoli di un triangolo sono 180 gradi, perché una volta nell’antichità un uomo l’ha stabilito! — bensì come oggi possiamo provare che i tre angoli di un triangolo sono 180 gradi, così oggi mostriamo dalla coscienza spirituale che il Cristo non solo è sempre stato, ma che il Gesù storico può essere trovato nei mondi spirituali, che è una realtà ed è proprio una realtà per il tempo che è stato tramandato a noi.

Poi abbiamo proseguito e mostrato come ciò che abbiamo stabilito attraverso la conoscenza spirituale senza i Vangeli, si ritrova nei Vangeli. E ora proviamo per i Vangeli quella profonda stima e reverenza che non può essere superata, perché in essi ritroviamo ciò che abbiamo trovato indipendentemente dai Vangeli nei mondi spirituali, e ora sappiamo: allora devono essere scaturiti dalle stesse fonti dell’illuminazione sovrasensibile da cui oggi attingiamo, devono essere documenti dei mondi spirituali.

Che una tale considerazione sia possibile affatto, che così dire la vita spirituale entri nella scientificità umana, questo è il significato di quello che noi chiamiamo il movimento teosofico. E affinché quello che doveva accadere potesse accadere, lo stimolo doveva essere dato attraverso la Società Teosofica. Questo è un lato della questione. L’altro lato è che questo stimolo doveva proprio cadere in un’epoca che era meno matura per esso. Questo si mostra proprio nel fatto che oggi, dopo che il movimento teosofico è già da trent’anni nel mondo, continua il canto del «Gesù non storico» e così via. Quanto sanno oggi al di fuori del nostro movimento che è possibile trovare il Gesù storico in un modo completamente diverso da quello dei documenti esterni? Si continua quello che è stato fatto nel diciannovesimo secolo: minare l’autorità dei documenti religiosi. Così la necessità che questa nuova possibilità dovesse essere data all’umanità era la massima possibile, e d’altra parte i preparativi degli uomini per ricevere queste rivelazioni erano i minimi possibili. O credete forse che gli uomini, che i filosofi di oggi fossero particolarmente maturi per questo? Quanto lontani siano i filosofi all’inizio del ventesimo secolo, potete vederlo dall’idea che hanno sul Cristo di Paolo. Chi conosce la vita scientifica sa che questa vita scientifica, sebbene sia il frutto più alto e ultimo di quello che per secoli si è preparato come materialismo, pretende di voler andare oltre il materialismo; ma ciò che appare come modalità di pensiero nel materialismo non è nulla di più che qualcosa che sta morendo. La scienza così come esiste oggi è davvero un frutto maturo, ma un frutto che ha il destino di ogni frutto maturo: che inizia a morire. In questa scienza nessuno che la comprende può trovare che potrebbe produrre un nuovo germe per il rinnovamento del suo modo di pensare e di provare.

Se consideriamo questo, allora ora comprenderemo, indipendentemente da tutto il resto, il peso dello stimolo che è venuto da H. P. Blavatsky, indipendentemente da come dobbiamo pensare ai particolari della sua vita e delle sue capacità. Era lo strumento per dare lo stimolo, e si rivelò comunque uno strumento adatto per esso. E noi come membri del movimento teosofico, se in un tale giorno ci occupiamo di una tale celebrazione, siamo in una situazione molto particolare. Celebriamo una festa molto personale che indica qualcosa di personale. Ora la fede nell’autorità è già nel mondo esteriore qualcosa di molto pericoloso; ma non è così pericolosa lì, perché la gelosia, l’invidia e così via giocano un ruolo così grande che, anche se la venerazione di singole personalità si manifesta esternamente in modo piuttosto forte attraverso profusioni di incenso, tuttavia l’egoismo e l’invidia sedono addosso alla gente. Ma nel movimento teosofico il pericolo del danno di ogni culto della personalità e di ogni fede nell’autorità è straordinariamente grande. Perciò siamo in una situazione molto particolare quando celebriamo una festa dedicata a una personalità. E non siamo solo dalle abitudini del tempo, ma dalla questione stessa in una difficoltà particolare, perché le rivelazioni dai mondi più alti devono sempre passare attraverso il detour della personalità. Le personalità devono essere i portatori delle rivelazioni, e tuttavia dobbiamo guardarci dal mescolare le personalità con le rivelazioni. Dobbiamo ricevere le rivelazioni attraverso la mediazione delle personalità. Quanto è vicina la domanda che continuamente sorge: la personalità è credibile? Che cosa ha fatto in questo o quel giorno che non corrisponde affatto ai nostri concetti! Si può dunque credere a questa cosa?

Questo corrisponde a una certa inclinazione del nostro tempo, che potrebbe essere caratterizzata come una certa mancanza di dedizione alla verità. Quante volte oggi si può esperire che la gente si dichiara d’accordo con l’operosità di una personalità forse di decenni: a loro piace così tanto che sono troppo pigri per esaminare qualcosa. Ma quando forse dopo decenni emerge che la vita privata di questa personalità ha questo o quello su cui si potrebbe pungere, allora questa personalità scompare. Se questo è giustificato o no, non importa, bensì che si acquisisce il sentimento che la personalità è davvero il cammino attraverso cui la vita spirituale viene a noi. Ma abbiamo l’obbligo di esaminare noi stessi, e infatti esaminare la personalità attraverso la verità, non la verità attraverso la personalità! Proprio verso le personalità nel nostro movimento teosofico dobbiamo comportarci sempre così. E li onoriamo in fondo nel modo migliore quando non li ricopriamo di fede nell’autorità, come si ama fare, poiché sappiamo che l’operosità di una personalità defunta dopo la morte è solo spostata nel mondo spirituale. È giusto dire: l’operosità di H. P. Blavatsky continua, e noi, entro quello per cui ha dato lo stimolo, possiamo promuovere questa operosità o danneggiarla. Danneggiamo questa operosità il più quando ciecamente crediamo a Blavatsky, quando giuriamo su quello che ha pensato mentre vagava sul piano fisico, quando volessimo credere come forse lei stessa ha creduto, e le veniamo incontro con un’autorità cieca. E la promuoviamo e l’onoriamo il più quando siamo consapevoli: Ella ha dato lo stimolo a un movimento profondissimo, fondato nella necessità dello sviluppo umano. Attribuiamo a lei questo merito e comprendiamo che questo movimento doveva venire. Ma sono passati anni da allora, e vogliamo dimostrare di essere degni di questo stimolo, dicendo: Quello che è stato stimolato deve essere ulteriormente sviluppato. Comprendiamo: Attraverso questa mente lo stimolo doveva passare. Non inseriamo il nostro naso nelle circostanze private di H. P. Blavatsky, soprattutto non oggi. Sappiamo che cosa significa lo stimolo, ma sappiamo anche che lo stimolo può rappresentare solo nel modo più imperfetto quello che deve accadere. E quando consideriamo quello che si è presentato dinanzi ai nostri occhi nell’ultimo inverno, dobbiamo dire: Quello che H. P. Blavatsky ha stimolato è davvero qualcosa di profondamente significativo. Ma che cosa non ha potuto fare la signora Blavatsky con il suo primo atto? Quello che solo ora è stato provato in questa ora — la necessità del movimento teosofico per l’esperienza del Cristo — è qualcosa che era completamente chiuso a Blavatsky. Le incombeva di indicare il nucleo di verità nelle religioni dei popoli ariani; completamente chiuso per lei era comprendere le rivelazioni dell’Antico e Nuovo Testamento. Veneriamo quello che la personalità ha positivamente compiuto, e non guardiamo quello che non poteva e che le era chiuso e che noi dobbiamo semplicemente aggiungere. Colui che si lascia stimolare da H. P. Blavatsky e vuole andare oltre di quanto lei stessa è andata, dirà a se stesso: Se lo stimolo che H. P. Blavatsky ha dato viene continuato nel movimento teosofico, allora si arriverà a comprendere l’evento del Cristo.

Ma proprio questo era la lacuna del primo movimento teosofico, che la vita religiosa e spirituale del Vecchio e Nuovo Testamento non poteva essere compresa. Perciò in fondo è tutto storto quello che è contenuto in questo primo stimolo. E il movimento teosofico ha il compito di rimediare a questo e aggiungere quello che non era affatto contenuto nei primi stimoli. Se oggi sentiamo questo fatto in noi, è insieme una richiesta alla nostra coscienza teosofica.

Così vediamo proprio in H. P. Blavatsky la portatrice di una sorta di alba di una nuova luce. Ma che cosa gioverebbe questa luce se non volesse illuminare la cosa più importante che l’umanità ha avuto? Una teosofia che non ha i mezzi di comprendere il cristianesimo è assolutamente priva di valore per la cultura presente. Se invece è lo strumento per comprendere il cristianesimo, allora dobbiamo usare questo strumento nel modo giusto. Che cosa facciamo se non facciamo questo, se non usiamo lo stimolo di H. P. Blavatsky per comprendere il cristianesimo come è stato appena caratterizzato? Allora inibiamo l’operosità dello spirito di Blavatsky nel nostro tempo! Tutto è sviluppo, così pure lo spirito di Blavatsky. E questo spirito agisce oggi nel mondo spirituale affinché il movimento teosofico progredisca. Ma se ci poniamo davanti a H. P. Blavatsky con i libri che ha scritto, e diciamo: Con le tue stesse opere erigiamo un monumento! Tu devi rimanere fermo in quello che hai fatto nella vita fisica! — Chi è dunque colui che rende lo spirito di Blavatsky vincolato alla terra, che lo condanna a non poter passare oltre quello che ha fondato sulla terra? Siamo noi stessi! Ma l'onoriamo e lo riconosciamo invece quando andiamo oltre di lei, come lei è andata oltre quello che era prima di lei, finché la grazia dello sviluppo mondiale possa darci rivelazioni spirituali dal mondo spirituale.

Oggi vogliamo porre questa come una questione di coscienza di fronte alle nostre anime, e questo è infine anche il più nel significato di quel contemporaneo che ora è già entrato nel mondo spirituale, H. S. Olcott, il primo presidente della Società Teosofica. Vogliamo scriverci questo specialmente nel cuore oggi! Poiché è proprio dalla mancata comprensione della vita teosofica vivente che tutti gli aspetti negativi del movimento teosofico sono sorti. Se il movimento teosofico avanzasse i suoi impulsi originali grandi con coscienza santa indeboliti, potrebbe facilmente scagliarli dal campo con la sua forza, tutto quello che come influssi deleteri è apparso nel corso del tempo ed è certo che apparirà ancora. Ma dobbiamo anche fare questo seriamente: sviluppare gli impulsi in modo vivente. Oggi però vediamo in molti posti, dove i Teosofi credono di operare, che si sentono particolarmente a loro agio quando dicono: Ora facciamo qualcosa che anche la scienza esterna ci conferma! Come è caro a molti teosofi guida potere indicare come i ricercatori di religioni confermano anche quello che è venuto dal mondo spirituale, e non notano affatto che proprio la modalità non spirituale del confronto dei documenti religiosi dovrebbe essere superata. Là la teosofia si tocca persino duramente con quello che era morente e ha condotto alla negazione del Gesù storico, e c’è persino una certa affinità con queste cose. Originariamente la teosofia ha permesso il Gesù storico solo come i altri fondatori di religioni. Non è venuto in mente a Blavatsky di negare il Gesù storico. Lei l’ha davvero collocato indietro nel tempo di cento anni, il che è un errore; così non l’ha negato, ma non ha nemmeno riconosciuto l’essenza del Cristo Gesù. Ha davvero dato lo stimolo che nel movimento che ha iniziato l’essenza del Cristo potrebbe una volta essere riconosciuta, ma non ha potuto farlo lei stessa. Là il primo stato del movimento teosofico si tocca molto stranamente con quello che i negatori del Gesù storico fanno oggi.

Così oggi per esempio il Professor Drews fa notare che si trovano i processi che precedono l’evento di Golgota anche nella vecchia spiegazione degli dei, così per esempio nei culti di Adone o Tamuz. Là si mostra un eroe divino sofferente, un eroe divino morente, un eroe divino risorgente e così via. Viene sempre confrontato quello che è tradizione religiosa da una parte e dall’altra, e allora si conclude: Vi si racconta di un Gesù di Nazareth sofferente, morente e risorgente che era il Cristo, ma vedete che gli altri popoli celebravano anche questo in Adone, in Tamuz e così via. Dappertutto ci si indica la somiglianza di questa o quella antica figura di divinità con quello che è descritto negli eventi della Palestina.

Questo è stato in ampio senso anche condotto nel movimento teosofico. Non si vede affatto oggi in questo confronto di religioni che con ciò non è detto nulla, quando si confronta Adone o Tamuz con gli eventi della Palestina. Vi voglio per un momento mostrare attraverso un confronto dove giace l’errore di un tale confronto di religioni. Esternamente può essere assolutamente corretto, ma nondimeno è sottoposto a un gigantesco errore. Immaginate che ci sia un’uniforme di qualche ufficiale che, diciamo, viveva nell’anno 1910. L’uniforme che questo ufficiale indossava nell’anno 1910 rappresenta contemporaneamente il modo esteriore della sua attività, del suo ufficio. E immaginiamo inoltre che nell’anno 1930 un’altra persona, completamente diversa, indossasse la stessa uniforme. Ma non è l’uniforme che importa, ma l’individualità, come una persona compie il suo lavoro. Ora immaginiamo che nell’anno 2090 venisse un ricercatore di storia che più o meno dicesse: Si racconta che nell’anno 1910 c’era una persona che indossava questo abito, questi calzoni e questo gilet. Ma nell’anno 1930 vedo anche lo stesso abito, lo stesso gilet e gli stessi calzoni, così vediamo che abito, calzoni e gilet si sono propagati, e che noi abbiamo in realtà entrambe le volte lo stesso essere davanti a noi!

Una tale conclusione è naturalmente sciocca. Ma non è più intelligente quando si dice: Prendiamo le religioni dell’Asia anteriore e vediamo come in Adone o Tamuz è rappresentata la sofferenza, la morte e la risurrezione; lo stesso troviamo nel Cristo! Ma non importa che sia rappresentata sofferenza, morte e risurrezione, ma importa chi è risorto! Sofferenza, morte e risurrezione è l’uniforme nello sviluppo della storia mondiale, e non dobbiamo indicare l’uniforme che ci si presenta nelle leggende, ma le individualità che stanno dentro. Certamente le individualità, affinché gli uomini potessero comprenderle, si sono mostrate nello stesso modo, hanno così dire compiuto «atti di Cristo» che dovevano mostrare: Egli può anche compiere gli atti che una volta un Tamuz per esempio ha compiuto. Ma dietro questi atti c’era sempre un’essenza diversa. Perciò tutto il confronto di religioni, che per esempio la figura di Sigfrido corrisponde alla figura di Baldur, la figura di Baldur alla figura di Tamuz e così via, è solo un segno che certe forme di leggende e miti si presentano presso questo e quel popolo. Non vale più di quanto se, per mostrare come conoscere gli uomini, si mostrasse come un certo genere di uniforme si ritrova presso un certo ufficio. Questo è l’errore fondamentale che infuria dappertutto e che per esempio può infuriare anche nel movimento teosofico, ed è nulla di più che una conseguenza delle abitudini di pensiero materialistiche.

Solo allora il testamento di Blavatsky sarà adempito, quando il movimento teosofico sarà capace di coltivare e preservare la vita dello spirito in sé, quando lo sguardo sia rivolto allo spirito che non si mostra attraverso i libri che qualcuno ha scritto, ma attraverso la vita vivente continuamente. Lo spirito deve essere coltivato tra noi. Non vogliamo solo studiare i libri scritti secoli fa, bensì sviluppare in modo vivente quello che ci è stato dato come spirito. E vogliamo essere una sorta di associazione di persone che non solo credono ai libri e agli uomini, bensì allo spirito vivente. Vogliamo essere persone che non solo parlano del fatto che H. P. Blavatsky è partita dal piano fisico e dopo la morte continua a vivere, bensì che credono così vivamente a quello che è stato rivelato attraverso la teosofia, che loro stessi attraverso la loro propria essenza sul piano fisico non possono essere un impedimento all’operosità sovrasensibile dello spirito di Blavatsky. Solo allora saremo qualcosa per il movimento teosofico, quando pensiamo così su H. P. Blavatsky; e solo allora H. P. Blavatsky potrà essere qualcosa per il movimento teosofico, quando tali persone sulla terra possono esistere che possono così pensare. Ma per questo è necessario che si continui a ricercare spiritualmente, e che soprattutto si creda a quello che è stato menzionato nella conferenza pubblica più recente: che l’umanità è impegnata nel progresso, e che veramente qualcosa come la coscienza è entrato nella storia al tempo del Cristo Gesù, e che tali cose sorgono e hanno un significato per lo sviluppo intero. La coscienza è qualcosa che è entrata a un certo punto. La coscienza era prima qualcosa di diverso, e sarà di nuovo qualcosa di diverso dopo che le anime umane si saranno sviluppate per un tempo nella luce della coscienza. Come la coscienza si trasformerà in futuro, abbiamo già anche accennato.

Procederà parallelamente con l’apparire dell’evento di Damasco in un grande numero di persone nel corso del ventesimo secolo qualcosa di tale, che gli uomini impareranno, quando hanno compiuto una qualsiasi azione nella vita, di guardare lontano da questa azione. Diventeranno più riflessivi, avranno un’immagine interiore dell’azione — dapprima pochi, poi sempre più nel corso dei prossimi due o tre millenni. Dopo che gli uomini avranno compiuto qualcosa, l’immagine sarà lì. Inizialmente non sapranno che cosa sia. Ma coloro che hanno conosciuto la scienza dello spirito diranno a se stessi: Qui ho un’immagine! Non è un sogno, non è affatto un sogno, è un’immagine di quello che mi mostra il compimento karmico di questa azione che ho appena compiuto. Questo accadrà una volta come compimento, come compensazione karmica di quello che ho appena compiuto! Questo inizierà nel ventesimo secolo. Là si svilupperà per l’uomo la capacità che ha un’immagine di un'azione ancora lontana, non ancora accaduta. Questo si manifesterà come un’immagine opposta della sua azione, come il compimento karmico che una volta entrerà. L’uomo dirà allora a se stesso: Ora ho fatto questo. Ora mi è mostrato quello che devo fare come compensazione, e quello che mi terrebbe sempre indietro nella perfezione se non compiessi il compensazione. Là il karma non sarà più solo una teoria, ma questa immagine interiore caratterizzata sarà sperimentata.

Tali capacità entrano progressivamente sempre più in essere. Si sviluppano nuove capacità, ma le capacità vecchie sono i germi per i nuovi. Da dove avranno gli uomini che l’immagine karmica si mostrerà? Ne avranno dal fatto che l’anima è stata per un certo tempo alla luce della coscienza! Questo è il punto importante per l’anima: non che questo o quel fisico esteriore sia sperimentato, ma che l’anima diventi per esso più perfetta. Attraverso la coscienza l’anima si prepara a quello che è stato caratterizzato. E quanto più gli uomini saranno passati attraverso incarnazioni in cui hanno particolarmente sviluppato la coscienza, quanto più coltiverranno questa coscienza in loro, tanto più faranno per avere quella capacità più elevata che offre loro, nella visione spirituale stessa, quella voce divina che gli uomini una volta avevano in un altro modo. Eschilo ancora raffigurava un tale Oreste che aveva davanti a sé quello che le sue azioni malvagie causavano. Oreste deve ancora guardare come l’effetto delle sue azioni è esposto al mondo esterno. La nuova capacità che si sviluppa per l’anima è tale che l’uomo vedrà in immagini l’effetto delle sue azioni nel futuro. Questo è il nuovo. Lo sviluppo procede sempre ciclicamente, sempre circolarmente, e quello che l’umanità ha posseduto nella vecchia visione, si presenta di nuovo in modo rinnovato.

Così ci prepariamo attraverso le conoscenze del mondo spirituale affinché veramente ci svegliamo nel modo giusto nella prossima incarnazione, e così lavoriamo anche in modo che per gli uomini che sono i nostri successori, nel grado appropriato è provveduto. Con ciò la ricerca spirituale nel suo fondo interno è una direzione non egoista, poiché non chiede che cosa giovi al singolo, bensì come il progresso dell’intera umanità possa essere realizzato.

Noi abbiamo ora due volte chiesto: Che cosa è la coscienza? Ora abbiamo anche chiesto: Che cosa diventerà dalla coscienza che oggi si sviluppa? Come appare la coscienza quando la consideriamo come un seme nel tempo che l’umanità attraversa ora? Che cosa diviene da quello che la coscienza causa come germe? Queste capacità più elevate caratterizzate ne derivano! È il punto importante che crediamo allo sviluppo dell’anima di incarnazione in incarnazione, di epoca in epoca. L’impariamo quando comprendiamo il vero cristianesimo. E abbiamo ancora molto da imparare da Paolo. Guardate intorno a tutte le religioni orientali, anche il buddhismo: troverete l’insegnamento che il mondo esteriore è maya. È certamente così, ma nel Oriente questo è presentato come una verità assoluta. Paolo sa questa verità anche, è certamente sottolineato abbastanza in lui. Ma c’è qualcos’altro che è sottolineato in Paolo, cioè questo: certamente l’uomo non vede la verità quando guarda al di fuori con gli occhi, non vede la realtà quando guarda a ciò che è fuori. Perché no? Perché lui stesso nella sua discesa nella materia si è trasformato la realtà esterna in illusione! L’uomo è lui stesso che ha reso il mondo esterno un’illusione attraverso la sua azione! Chiamatelo con la Bibbia «caduta originale» o altrimenti, quello che causa che il mondo esterno gli appaia ora come illusione. Gli «dei» della dottrina religiosa orientale danno la colpa che l’uomo vede il mondo come maya. Colpisci il tuo proprio petto! — così dice Paolo — tu sei disceso e hai offuscato così la tua stessa visione, che colore e suono non appaiono come una realtà spirituale. Tu credi che il colore e il suono siano qualcosa che materialmente esiste per sé? È maya! Tu l’hai reso maya tu stesso. Tu uomo, devi liberarti da ciò di nuovo. Tu sei disceso nella materia, e ora devi liberarti di nuovo da essa, da essa liberarti, ma non nel modo in cui Buddha dice: sopprimere il desiderio di esistenza! No! Tu devi vedere il dasein della terra nella sua realtà. Quello che tu stesso hai reso maya, devi di nuovo farlo correttamente in te. E puoi farlo assumendo la forza del Cristo in te, che ti mostra il mondo esterno nella sua realtà!

In ciò giace un grande impulso della vita occidentale, una nuova caratteristica, e questa non è ancora seguita attraverso in singoli campi. Che cosa sa oggi il mondo di questo, che in un campo è stato persino tentato, così dire nel senso di Paolo, di creare una teoria della conoscenza? Una tale teoria della conoscenza non potrebbe nel senso kantiano dire: La cosa in sé è qualcosa di incomprensibile —, bensì potrebbe dire solo: Dipende da te, uomo, tu effettui attraverso quello che sei ora una realtà scorretta. Tu stesso devi subire un processo interno. Allora la maya si trasforma per te in verità, nella realtà spirituale! Nel senso di fondare la teoria della conoscenza su base paolina era il compito dei miei due scritti «Verità e scienza» e «La filosofia della libertà». Questi due libri si posizionano in quello che è il grande risultato della concezione paolina dell’uomo nel mondo occidentale. Perciò anche questi libri sono così poco compresi, al massimo in alcuni circoli, perché presuppongono precisamente i grandi impulsi che sono venuti a espressione nel movimento per la scienza dello spirito. Nel più piccolo deve mostrarsi il più grande!

Attraverso tali considerazioni, che ci elevano dalla nostra stretta umanità e ci mostrano come possiamo collegarci nel nostro piccolo lavoro quotidiano a quello che ci porta passo dopo passo, da vita a vita, sempre più profondamente nel dasein spirituale, attraverso tali considerazioni diventiamo veri teosofi. E possiamo dedicarci a tale considerazione proprio in un giorno dedicato a una personalità che ha dato uno stimolo a un movimento che continuerà a vivere sempre più avanti, che non deve rimanere per un uomo una teoria grigia, ma deve avere in sé il succo della vita, affinché l’albero continui ad aver sempre di nuovo fiori, che noi chiamiamo l’albero della visione del mondo teosofica.

Da questo spirito vogliamo tentare di prepararci, di preparare un suolo nel nostro movimento che non frena e trattiene gli impulsi di Blavatsky, ma che li promuove verso sempre più ampi sviluppi.


In memoria di Frater Stefano Ravaglia

anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.

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