Nei cicli di conferenze precedenti abbiamo affrontato molti temi importanti della concezione teosofica del mondo.
Con il presente ciclo ci proponiamo un tema che appartiene ai più importanti e meritevoli di considerazione della vita teosofica e della concezione teosofica del mondo. Abbiamo scelto, per così dire, l’oggetto più nobile che la conoscenza umana possa riconoscere: l’uomo stesso. Nella considerazione teosofica questo uomo deve essere, si potrebbe dire, naturalmente l’oggetto supremo di riflessione. Occorre sentire nuovamente, entro la concezione teosofica del mondo, qualcosa di ciò che lo spirito greco antico, toccato dalla teologia primordiale, pose nel termine Anthropos, cioè uomo. Chi guarda verso le altezze: così potremmo tradurre esattamente in un linguaggio contemporaneo. Questa è simultaneamente la definizione dell’uomo contenuta nel termine greco Anthropos, cioè colui che nel dominio superiore della vita cercava la propria origine e non la trovava altrove che nelle altezze della vita stessa. Così l’uomo era inteso nel sentimento del mondo greco. Per riconoscere l’uomo quale tale essere abbiamo propriamente la teosofia.
È quella concezione che vuole ascendere dalle specificità dell’esistenza sensibile, dalle particolarità della vita esteriore quotidiana a quelle altezze delle esperienze spirituali che possono mostrarci donde l’uomo viene e verso dove egli veramente si dirige. È quindi manifesto che, come per ogni concezione del mondo in generale, così per la teosofia in particolare, l’uomo è l’oggetto più degno di considerazione.
In questo ciclo di conferenze considereremo l’uomo da tre prospettive spirituali: dall’ottica dell’occultismo, dalla prospettiva della teosofia e dal punto di vista della filosofia.
È naturale che prima ci mettiamo d’accordo su ciò che intendiamo per questi tre punti di vista. Quando si parla di occultismo si parla anzitutto di qualcosa che nel mondo colto contemporaneo è piuttosto sconosciuto. Bisogna dire: l’occultismo, nella sua vera natura, era effettivamente, in tutta la storia umana precedente, per la vita esteriore e ordinaria, sempre una realtà nascosta.
L’occultismo parte dal presupposto che l’uomo, per conoscere la propria essenza e per viverla, non può fermarsi al modo ordinario di vedere, alla modalità della coscienza ordinaria: deve passare a un modo di vedere completamente diverso, a una forma di conoscenza diversa. Possiamo fare un paragone iniziale. Quando viviamo in un luogo, vediamo i singoli eventi che gli uomini sperimentano. Chi risiede in un luogo, anche se abbastanza grande, conosce fondamentalmente solo dettagli di ciò che lì accade e si vede. Esteriormente, per avere una visione d’insieme del luogo, deve forse salire su un’altura per osservare ciò che da un singolo punto di vista all’interno non riesce a scorgere.
Se vuole comprendere il nesso e avere una visione d’insieme della vita intellettuale, morale e di ogni altro genere del luogo, deve spostarsi mentalmente su un punto di vista più elevato di quello delle esperienze ordinarie che la quotidianità gli offre. Allo stesso modo l’uomo deve agire se vuole superare le esperienze ordinarie della coscienza. Esse danno fondamentalmente solo una parte di ciò che costituisce l’insieme e il nesso completo della vita. Per la conoscenza umana questo significa che tale conoscenza stessa deve andare oltre sé stessa, deve conquistare un punto di vista che sta al di sopra della coscienza ordinaria e della conoscenza ordinaria.
Naturalmente ciò comporta che questo punto di vista, in certo senso esteriore alla vita ordinaria, fa scomparire i dettagli nei loro colori particolarmente intensi e nelle loro sfumature specifiche.
Quando saliremo su un’altura per osservare un luogo, vedremo solo l’immagine generale e rinunceremo a quelle sfumature individuali che l’esperienza singola ci dà. Un tale punto di vista, che va al di là della coscienza ordinaria, deve rinunciare a molti dettagli e a molta individualità. Ma offre precisamente ciò che importa per conoscere l’essenza umana, per comprendere la natura intera dell’uomo: ciò che è uguale in tutti gli uomini, in cui risiede propriamente il fondamento della natura umana, e ciò che l’uomo sente come assolutamente essenziale per la sua vita. Tale punto di vista si può raggiungere solo se l’anima umana compie un certo sviluppo, solo se giunge a ciò che comunemente si chiama conoscenza chiaroveggente. Nella letteratura specializzata troverete ciò che i singoli devono intraprendere per giungere a una tale conoscenza chiaroveggente. Si trova spiegato che per chi vuole raggiungere questa conoscenza le ordinarie facoltà conoscitive non bastano più. La percezione ordinaria attraverso i sensi, il pensiero con la ragione ordinaria e la capacità di giudizio non bastano: queste vanno superate.
Occorre sviluppare facoltà conoscitive completamente nuove, che dormono in germe nell’anima stessa. Dalla letteratura avrete appreso che si distinguono tre gradi per giungere a questa conoscenza chiaroveggente o occulta. Il primo è la conoscenza immaginativa, il secondo è quella ispirata, il terzo è quella intuitiva. Se si vuole caratterizzare in modo popolare ciò che si raggiunge mediante questa auto-conoscenza, ottenuta mediante i mezzi dell’immaginazione, dell’ispirazione e dell’intuizione, bisogna dire: l’uomo arriva in grado di percepire cose che sfuggono alla coscienza ordinaria.
Basta accennare al contrasto tra veglia e sonno per illustrare in modo popolare ciò che si realizza per l’uomo attraverso la conoscenza occulta e la visione chiaroveggente.
Durante la veglia l’uomo vede il mondo sensibile come suo ambiente, lo giudica col suo intelletto e le altre sue facoltà conoscitive. Per la coscienza ordinaria subentra l’oscurità quando l’uomo entra nello stato di sonno. Però l’uomo non cessa di essere quando si addormenta, né viene creato di nuovo quando si sveglia. L’uomo vive anche nel tempo che passa tra l’addormentarsi e il risveglio. Solo, l’uomo non ha abbastanza forza interiore, non ha abbastanza vigore ed energia psichica da permettergli di percepire durante il sonno ciò che accade intorno a lui. Si potrebbe dire: le facoltà conoscitive dell’uomo devono essere affilate attraverso gli organi fisici, i sensi e gli organi nervosi, affinché per la coscienza ordinaria egli veda qualcosa nel suo ambiente. Durante la notte, quando l’uomo è separato dai suoi organi sensoriali e dal sistema nervoso, le forze che abitano l’anima sono troppo deboli per raccogliersi e percepire l’ambiente circostante. Rendere ciò che di notte è troppo debole per percepire l’ambiente capace di percepire, sotto certe condizioni, anche non sempre, nello stato ordinario di sonno, ciò che ci circonda nel sonno: questo si può raggiungere mediante i mezzi che vengono forniti al fine di educare alla conoscenza occulta. Così l’uomo può percepire un mondo più vasto, nuovo, se tale parola non fosse in certo senso ingiustificata, un mondo superiore a quello ordinario. Si tratta essenzialmente di una trasformazione dell’anima, che comporta un rafforzamento, un ampliamento dell’energia delle forze psichiche interiori.
Quando avviene questa trasformazione, questo rafforzamento, l’uomo sa ciò che consiste propriamente in ciò che esce dal corpo fisico quando si addormenta e vi rientra quando si sveglia.
Allora sa anche che in ciò che durante il sonno rimane al di fuori del corpo c’è il nucleo essenziale interiore che entra nel corpo fisico con la nascita e, quando l’uomo valica la soglia della morte, nuovamente esce dal corpo fisico.
L’uomo sa allora anche come vive nel tempo tra la morte e una nuova nascita nel mondo spirituale e animico.
In breve, l’uomo apprende a conoscere spiritualmente e conosce pure l’ambiente di natura spirituale che sfugge alla coscienza ordinaria. In questo mondo spirituale risiedono però i veri fondamenti dell’essere, i fondamenti anche per l’esistenza fisica e sensibile, sicché l’uomo, attraverso il modo occultista di conoscenza, acquista la capacità di contemplare i fondamenti dell’essere. Ma solo così egli acquista questa capacità: trasformandosi innanzitutto in un essere conoscitivo diverso da quello che è entro la coscienza ordinaria. L’occultismo dunque può toccare l’uomo soltanto se egli intraprende di applicare veramente su se stesso i mezzi che gli sono offerti per il modo occultista di conoscenza. È nella natura della cosa, ed è sottolineato nella letteratura e anche già affermato in queste conferenze, che nella storia umana fino a oggi non era naturalmente cosa per tutti il formarsi così da poter guardare direttamente nel mondo spirituale. Quindi non poteva per tutti essere possibile penetrare ai fondamenti dell’essere nel modo descritto.
Questi mezzi per penetrare ai fondamenti dell’essere venivano sempre offerti in cerchie ristrette, dove si vigilava rigorosamente affinché l’uomo avesse prima ricevuto l’educazione preparatoria che lo rendesse maturo per applicare i mezzi occultisti sulla sua anima, prima che gli fossero offerti i mezzi superiori di conoscenza occulta. È facile comprendere perché deve essere così. La conoscenza superiore, la conoscenza occulta conduce infatti ai fondamenti dell’essere, penetra in quei mondi da cui, per così dire, è fatto il nostro mondo. L’uomo quindi, mediante queste conoscenze occulte, acquista anche certe facoltà che altrimenti non avrebbe.
In certo senso l’uomo, penetrando nei fondamenti dell’essere, diventa capace di compiere cose che non può compiere con i mezzi ordinari di conoscenza.
Un fatto chiarisce pienamente questo.
Ne parleremo ancora; ora viene citato solo per mostrare che non potevano essere dati a tutti i mezzi occultisti di conoscenza. Il fatto è che durante lo sviluppo terrestre l’uomo dovette necessariamente ricevere l’egoismo inscritto nel suo essere. Senza l’egoismo l’uomo non avrebbe potuto compiere il suo compito terrestre. Questo compito consiste propriamente nello svilupparsi dall’egoismo verso l’amore e nell’ennoblire, nel vincere, nello spiritualizzare l’egoismo attraverso l’amore. Alla fine dello sviluppo terrestre l’uomo sarà pervaso dall’amore. Ma può svilupparsi verso questo amore soltanto in libertà, e ciò è possibile solo perché l’egoismo gli è stato inscritto fin dall’inizio del suo essere. L’egoismo agisce però in maniera estremamente pericolosa e dannosa quando agisce in ciò che sta dietro il mondo della coscienza ordinaria. Se l’egoismo, che fondamentalmente permea l’intera storia umana, già produce danno su danno nella vita ordinaria sensibile, bisogna pur dire che questi danni sono poca cosa rispetto ai grandi danni che produce quando può operare coi mezzi della conoscenza occulta. Era dunque sempre una condizione necessaria che coloro ai quali venivano dati i mezzi di conoscenza occulta avessero un carattere così rigorosamente preparato da non voler operare nel senso dell’egoismo, per quanto grande fosse la tentazione del mondo. Questo era il primo principio fondamentale della preparazione per la conoscenza occulta: che il carattere di coloro ammessi a tali conoscenze non permettesse loro di abusare della conoscenza occulta in senso egoistico.
Naturalmente ciò significava che solo pochi, gradualmente, nel corso dello sviluppo umano potevano essere selezionati per essere ammessi a quelle scuole occulte, che negli antichi tempi erano chiamate misteri e anche con altri nomi.
Solo a questi pochi venivano dati i mezzi per salire a una tale conoscenza occulta.
Le conoscenze occulte che questi pochi raggiungevano avevano proprietà ben determinate e caratteristiche ben definite. Ciò che ora citerò come caratteristica di questa conoscenza occulta cambia in certa misura proprio nel nostro tempo; tuttavia fondamentalmente era comune a tutte le scuole occulte che meritassero veramente questo nome. Era necessario in queste scuole occulte, dove agli uomini venivano forniti i mezzi di conoscenza occulta, che tra molte altre cose da vincere, affinché venisse vinto anche l’egoismo, ci fosse questo: non parlare con le parole ordinarie entro i misteri, dentro le scuole occulte, non comunicare con le parole ordinarie con cui ci si intende nella vita della coscienza ordinaria.
Un certo tipo di egoismo, anche se più sottile, diciamo più elevato, entra nell’uomo proprio per il fatto che egli usa parole, pensieri e concetti che si usano nella vita esteriore. In questo rientrano tutte quelle cose che non fanno apparire l’uomo come tale, ma come appartenente a un popolo specifico, con tutti gli egoismi che gli sono propri per il fatto che, giustamente per la vita esteriore, egli ama il suo popolo. Per la coscienza esteriore è naturale e deve essere così che gli uomini abbiano questi egoismi più sottili e più elevati. Questi egoismi più elevati sono addirittura in certa misura il più nobile dell’essere. Per le conoscenze universali-umane più alte, che vanno cercate dietro la vita della coscienza ordinaria, non dobbiamo però portarci nemmeno questi egoismi più elevati e affinati. Quindi nella preparazione nelle scuole occulte si procedeva così che, per così dire, anzitutto veniva creato un linguaggio universale-umano. In queste scuole occulte non si usava il linguaggio della vita ordinaria, bensì un linguaggio che agiva sugli uomini diversamente da qualsiasi altro linguaggio parlato qua o là.
Questo era un linguaggio che non agiva mediante parole e pensieri, come si fa nella scienza ordinaria, ma mediante simboli.
Per chi conosce la matematica è immediato che essa ha applicazione universale appunto perché si scelgono simboli applicabili ovunque. Scegliendo tali simboli, sviluppandosi per così dire verso un linguaggio che parla in simboli, ci si elevava al di là di ciò che si mescola nel nostro giudizio, nella nostra coscienza ordinaria, proveniente dall’egoismo, anche da egoismi più elevati. In questo modo però si poteva intendere ciò che si poteva presentare e dire solo da coloro che avevano prima imparato questo linguaggio universale-umano, questi simboli. Il linguaggio consisteva di simboli che si potevano disegnare, che si eseguivano in movimenti delle mani nei rituali, che si esprimevano in composizioni di colori e così via. L’essenziale nelle scuole segrete non era ciò che veniva proclamato mediante le parole, poiché era solo preparazione, bensì ciò che veniva detto nel linguaggio dei simboli, indipendentemente dalle parole ordinarie umane e indipendentemente dai pensieri ordinari umani. Il primo dunque nelle scuole segrete era la formazione di un linguaggio simbolico. Nei tempi più antichi coloro che come iniziati appartenevano ai misteri consideravano come massimo obbligo il non rivelare nulla all’esterno del linguaggio generale dei misteri, dei simboli generali. Perché l’uomo, se avesse imparato i simboli e fosse stato sufficientemente perspicace, avrebbe potuto giungere impreparato ai mezzi della conoscenza occulta.
La creazione dei simboli era il mezzo per parlare un linguaggio universale-umano. Il segreto dei simboli era il mezzo per far sì che ciò che veniva dato attraverso questo linguaggio non arrivasse a uomini immaturi. Proprio dal fatto che ci si sentiva obbligati a parlare o usare un linguaggio simbolico era stata creata l’impossibilità di comunicare generalmente il sapere dei misteri.
Il vero sapere dei misteri, il vero occultismo, era quindi sempre il sapere dell’umanità protetto dai misteri, dalle scuole segrete, ottenuto mediante le conoscenze occulte; e questo sapere dell’umanità era sempre limitato alle cerchie più ristrette così caratterizzate.
Ma c’è in certo senso ancora un’altra ragione per cui non poteva essere comunicato generalmente ciò che costituisce l’occultismo.
Come prima bisogna essere liberi dall’egoismo per penetrare nel mondo che deve svelarsi, così d’altro lato, quando la facoltà conoscitiva si è trasformata e l’uomo, attraverso l’auto-educazione, è arrivato a guardare in questo mondo completamente diverso, è incapace di usare i concetti ordinari umani e le idee ordinarie umane.
La creazione dei simboli ha anche un altro scopo e significato: creare mezzi in cui si possa esprimere ciò che con parole ordinarie umane e concetti ordinari umani veramente non si può esprimere. L’occultismo infatti usa l’essenza umana come è, quando non dipende dai sensi e dal cervello, ma sta fuori dai sensi e dal cervello. Tutte le parole ordinarie sono però coniate in modo tale che nascono dal cervello e dalla percezione esteriore; così, quando si apre una conoscenza occulta, si avverte subito quanto sia impossibile esprimerla con le parole ordinarie. Le conoscenze occulte sono quelle che si acquisiscono al di fuori del corpo fisico. Esprimerle con i mezzi che sono stati acquisiti attraverso il corpo fisico è inizialmente semplicemente impossibile per i primi stadi della conoscenza occulta. Ma la conoscenza occulta non è solo qualcosa che alcuni uomini curiosi debbono conoscere, bensì è il contenuto di ciò che simultaneamente per l’umanità è assolutamente necessario, assolutamente essenziale.
La conoscenza occulta è l’esperienza dei fondamenti dell’essere, dei fondamenti soprattutto dell’essere umano.
La conoscenza occulta doveva quindi sempre penetrare nella vita, doveva essere comunicata alla vita.
Perciò dovevano essere trovati mezzi per portare la conoscenza occulta nella vita, per renderla comprensibile agli uomini nella sua forma. Il primo mezzo per rendere comprensibile agli uomini la conoscenza occulta è e rimane ciò che si chiama teosofia. Quando si trasforma la conoscenza occulta in teosofia, si rinuncia a una proprietà essenziale della conoscenza occulta: si rinuncia cioè a parlare solo con i mezzi più elevati.
Si passa a rivestire queste conoscenze occulte in parole ordinarie umane e in concetti umani ordinari. Come teosofia, la conoscenza occulta si presenta dunque così che, per esempio, viene comunicata a un popolo in modo che le rappresentazioni e i concetti di quel popolo vengano usati per rivestire le conoscenze occulte generali. In questo modo però la conoscenza occulta si specifica e si differenzia, poiché allora sono comunicazioni soltanto attraverso le parole di una parte dell’umanità. Ecco perché è accaduto che coloro che nelle scuole segrete erano venuti in possesso del sapere segreto lo specificarono e lo differenziarono, appunto perché dovevano rivestirlo nel linguaggio specifico di quel popolo, dovevano rivestire nel linguaggio dei popoli ciò che nella conoscenza occulta è un bene comune dell’umanità. Nei misteri c’era sempre l’intento e lo scopo che, quando si piantava il bene comune dell’occultismo nelle forme specifiche di una lingua popolare singola o di singole anime popolari, di rimanere il più possibile universale-umano.
Ma simultaneamente bisognava diventare comprensibile, bisognava esprimersi nel linguaggio che il popolo parla, bisognava esprimersi nei concetti che il popolo ha sviluppato. Così i singoli teosofisti che si presentavano nell’umanità dovevano tener conto di diventare comprensibili nello scopo specifico e nel settore specifico di cui parlavano.
Non è del tutto facile esprimere in un linguaggio specifico, in forme concettuali specifiche, il bene occultista universale-umano.
Ma ciò è veramente accaduto in alto grado in vari settori della terra e della vita storica. Mentre l’occultismo nel suo vero senso è qualcosa in cui ci si immerge applicandosi i mezzi dell’auto-disciplina chiaroveggente e quindi si arriva a scorgere, la teosofia è qualcosa che ci viene incontro nei concetti e nelle idee che già possedevamo, in cui soltanto sono rivestite le conoscenze occulte.
Quando la conoscenza occulta è correttamente rivestita nei concetti e nelle idee ordinarie, allora è comprensibile anche per chi ha sano giudizio e si sforza di comprendere le cose. La teosofia è quindi comprensibile al sano intelletto umano, purché ci si sforzi.
Non è necessario dire: solo chi stesso giunge alla visione occulta può comprendere l’occultismo. Quando le verità occulte sono rivestite in forme concettuali come nella teosofia, sono comprensibili al sano giudizio umano. Ci sono certe leggi dello sviluppo umano, di cui parleremo ancora, che nel corso del tempo hanno reso necessario, si potrebbe dire, anche nuovamente differenziare la teosofia, modificarla.
Mentre tornando ai tempi più antichi dello sviluppo umano, fondamentalmente presso i popoli più antichi - non presso i popoli decadenti che un’antropologia che non comprende sé stessa chiama “popoli primitivi”, ma presso i popoli originali che la scienza dello spirito mostra - si trovano i misteri e le scuole segrete che comunicavano il sapere occulto a pochi singoli, e accanto a questo anche ciò che era proclamato generalmente come teosofia, le conoscenze occulte rivestite in idee popolari, in tempi posteriori divenne diverso. La forma teosofica, che nei tempi antichi era quasi l’unica mediante cui l’uomo poteva salire ai fondamenti, più si trasforma in forma religiosa, dove si conta su questo: che la teosofia certamente dal sano intelletto umano, purché proceda abbastanza lontano, si intuisce, ma che col progredire della storia umana non sempre era possibile assumere questo punto di vista ampio del sano intelletto.
Così bisognava provvedere anche per quegli animi umani che semplicemente dalla vita esteriore non avevano la possibilità di prendere il punto di vista del sano intelletto così elevato come nei tempi antichi e come è necessario per rendere trasparenti le verità occulte.
Era necessario, per quegli animi che non potevano giungere al punto di vista ampio, conseguire una specie di conoscenza credente dei fondamenti dell’essere. Da una specie di conoscenza sentimentale, che veniva impressa anche nei misteri, nacque la forma religiosa del sapere; ed essa è essenzialmente, per i tempi posteriori, il popolare, il più facilmente raggiungibile rispetto alla forma teosofica originale.
Se dunque nella storia umana ci riportiamo indietro, troviamo come forma più antica della concezione del mondo non propriamente il carattere del religioso come gli uomini oggi lo intendono. Se ci riportiamo ai tempi postatlantici antichi, all’epoca dell’India antica, troviamo che il sapere segreto occulto era fondamentalmente diffuso così che il popolo poteva partecipare al sapere come teosofia. Nei tempi più antichi dell’India la religione coincideva fondamentalmente con la teosofia. La religione non era nulla di speciale, nulla di separato dalla teosofia. Perciò se percorriamo lo sviluppo della religione all’indietro, troviamo al suo punto di partenza la teosofia. Ma col progredire dello sviluppo umano la forma religiosa dovette essere sempre più assunta, dovette rinunciarsi al fatto che l’uomo col suo sano intelletto vedesse anche ciò che la teosofia poteva offrire. Così le verità teosofiche furono trasformate in verità di fede. E quando dai tempi più antichi avanziamo ai tempi posteriori, troviamo col cristianesimo la trasformazione massima che avviene, la trasformazione dalla forma teosofica alla forma religiosa.
Nelle confessioni cristiane esteriori, che si svilupparono nel corso dei secoli, inizialmente si nota molto poco di teosofia.
Il carattere antico della teosofia si ritira completamente, e vediamo addirittura come nello sviluppo del cristianesimo, insieme alla fede, si sviluppa la teologia, non però la teosofia. Quest’ultima fu addirittura perseguita dai teologi con una certa avversione, in ogni caso con antipatia e avversione. Così vediamo che il cristianesimo sviluppa nel corso del tempo, accanto alla fede popolare, bensì una teologia, ma nessuna teosofia; anzi, si allontana da tutto ciò che è teosofico. Una terza forma nella quale fu rivestito lo sforzo dell’uomo verso i fondamenti dell’essere è quella filosofica.
Mentre la conoscenza occulta è ottenuta dall’essenza umana, in quanto libera dal corpo fisico, e mentre la teosofia rende le conoscenze occulte in pensieri esteriori e in espressioni verbali esteriori, la filosofia si sforza di raggiungere i fondamenti del mondo con i mezzi più fini, i più sottili della conoscenza, che però rimangono legati allo strumento del cervello. La filosofia, così come appare nel periodo veramente filosofico dello sviluppo umano, non vuole rendere innanzitutto, come la teosofia, ciò che viene ottenuto al di fuori della corporeità umana, ma vuole, per quanto è possibile coi mezzi ordinari di conoscenza usati entro la corporeità, accostarsi ai fondamenti dell’essere. Si cerca di ottenere le verità filosofiche certamente con i mezzi più fini, finché l’uomo rimane nel corpo, ma solo con mezzi conoscitivi legati al corpo. La filosofia ha quindi fondamentalmente lo stesso scopo, cioè giungere ai fondamenti dell’essere, come l’occultismo e la teosofia; però la filosofia si sforza, con quel pensiero e quei mezzi di ricerca legati al cervello e alla percezione esteriore, di penetrare ai fondamenti dell’essere per quanto è possibile con questi mezzi di ricerca.
Ora la filosofia, per il fatto che lavora coi mezzi più fini e più sottili di conoscenza, anche se solo con mezzi conoscitivi legati al cervello e alla percezione sensibile esterna, è nuovamente una questione di pochi uomini.
Solo pochi sono quelli che si servono di questi mezzi conoscitivi più fini.
Sappiamo a sufficienza che la filosofia è qualcosa che veramente non può diventare popolare, che addirittura da una grande quantità di uomini è sentita come qualcosa di troppo difficile, se non addirittura di noioso. Bisogna però considerare che la filosofia lavora con i mezzi conoscitivi legati ai sensi e ne sceglie i più fini e sottili.
Dal fatto che nella filosofia l’uomo usa i mezzi legati alla sua personalità, la filosofia è naturalmente qualcosa di personale. Ma poiché l’uomo, quando si eleva ai mezzi conoscitivi più sottili, ha occasione di spogliarsi fino a un certo grado del personale, la filosofia diventa nuovamente qualcosa di universale. L’universale nella filosofia può essere notato solo da chi vi si addentra più profondamente. Che sia qualcosa di personale, questo lo notano, purtroppo, gli uomini solo troppo presto.
Mentre chi si addentra più profondamente nel filosofico trova principi fondamentali che sono uguali presso pensatori apparentemente così differenti come i filosofi greci antichi Parmenide ed Eraclito, chi si avvicina solo al lato esteriore della filosofia trova subito la differenza tra Hegel e un fratello nemico come Schopenhauer. Vede solo ciò che la filosofia spacca nei diversi punti di vista, e non vede la successione dei punti di vista personali umani. La filosofia diventa dunque in certo senso il contrasto dell’occultismo; poiché l’uomo deve raggiungere la filosofia mediante i suoi mezzi più personali, mentre l’occultismo lo consegue quando spoglia la personalità.
Perciò diventa così difficile che chi presenta filosoficamente il suo personale agli uomini in modo corretto possa veramente essere compreso dagli altri.
Ma se riesce a rivestire l’occultismo in espressioni e idee che come parole, come idee correnti sono comprensibili, allora si trova relativamente sulla terra intera una certa comprensione.
L’occultismo spoglia proprio il personale. Non è il sistema filosofico che proviene dalla personalità, bensì ciò che viene dall’impersonale e perciò diventa universalmente comprensibile. Quando l’occultismo si sforza di diventare teosofia, avrà l’aspirazione, e in certo senso può anche realizzarla, di parlare a ogni cuore umano, a ogni anima umana. Da questa caratteristica, che vi ho dato come una introduzione, come una sorta di preparazione, potete riconoscere quali proprietà mostra verso l’esterno il punto di vista occultista, teosofico e filosofico.
Il punto di vista occultista è sempre, nei suoi risultati, in tutta l’umanità uno e lo stesso.
In verità non ci sono diversi punti di vista occultisti. Non ci sono veramente diversi punti di vista occultisti, proprio come non ci sono matematiche diverse. È solo necessario avere veramente i mezzi in una questione di occultismo per conseguire una conoscenza; allora si consegue la stessa conoscenza che ogni altro consegue, che ha i mezzi giusti. Non è quindi vero che nell’occultismo possono esserci diversi punti di vista nel senso ideale più alto, così come non possono esserci diversi punti di vista nella matematica. L’occultismo era quindi anche sperimentalmente, dovunque si è manifestato, sempre un occultismo unitario.
E se nelle teosofie che si sono presentate e che costituiscono il rivestimento esteriore delle verità occulte si sono mostrate diversità, è appunto perché il rivestimento dovette essere fatto diversamente per un popolo, per un’epoca dell’umanità, che per un altro popolo e un’altra epoca dell’umanità. Nel rivestimento e nel modo di pensare sta la diversità delle teosofie sulla terra. L’occultismo però, che sta alla base delle teosofie, è dovunque uno e lo stesso.
Poiché le religioni già provengono dal rivestimento teosofico dell’occultismo, perciò le religioni secondo i popoli e le epoche sono state diverse.
L’occultismo non conosce diversità come le religioni, non conosce nulla che si differenziasse così che un uomo potesse essere incitato contro l’altro a una resistenza, a un’ostilità. Questo non esiste nell’occultismo, poiché esso è ciò che come bene comune unitario dell’umanità può essere acquisito dovunque. Nella misura in cui la teosofia dovrebbe sforzarsi, particolarmente nel nostro tempo, di essere un rivestimento dell’occultismo adatto ai tempi attuali, deve avere l’aspirazione di assorbire il meno possibile delle differenziazioni che si sono presentate nell’umanità. Deve sforzarsi di essere, per quanto è possibile, una fedele espressione dei contenuti occulti e dei rapporti occulti.
Perciò la teosofia dovrà necessariamente sforzarsi di superare le concezioni mondiali specifiche e anche le differenziazioni religiose specifiche. Sempre di più dobbiamo imparare a superare il fatto di avere una teosofia con una colorazione del tutto determinata. Gradualmente è accaduto nella storia umana che, particolarmente secondo le premesse religiose, non voglio dire pregiudizi, ma premesse religiose e preconcetti ,, le teosofie hanno ricevuto le loro sfumature e sfaccettature. Ma la teosofia dovrebbe idealmente essere sempre una resa dell’occultismo. Perciò non può esserci una teosofia buddhista o induista o zarathustriana o cristiana. Certamente per le singole nazionalità dovranno essere considerate le rappresentazioni e i concetti propri con cui ci si accosta all’occultismo; ma simultaneamente la teosofia dovrebbe avere l’ideale di essere un’espressione pura delle verità occulte. Era quindi in certo senso un’abiura del grande principio di tutti gli occultisti del mondo se in Europa centrale, in singole comunità, si è presentata una teosofia che si chiama «cristiana».
In verità non può esserci una teosofia cristiana così poco come una buddhista o zoroastriana.
La teosofia dovrà stare di fronte alle religioni dal punto di vista della spiegazione delle verità religiose, dal punto di vista della loro comprensione.
Allora si mostra che queste verità religiose come tali sono forme specifiche, configurazioni specifiche dell’uno o dell’altro aspetto dell’occultismo totale, e che si è colto veramente l’occultismo stesso solo quando lo si è compreso indipendentemente da tali differenziazioni.
Abbiamo già notato che ciò che ora è stato caratterizzato è da intendersi come un ideale. Anche se è comprensibile che tutti i rivestimenti teosofici dell’occultismo assumeranno forme diverse sulla terra, anche se tutti gli occultisti sono concordi su tutte le loro conoscenze, d’altra parte ancora, proprio nel nostro tempo, deve essere offerta la possibilità di parlare unitariamente dell’occultismo. Questo lo si consegue solo se veramente c’è buona volontà di spogliare le differenziazioni particolari che provengono dalle preconcezioni e dai pregiudizi. Si può dire: in certa misura dobbiamo già essere contenti se gradualmente si consegue di ottenere giudizi senza contraddizioni sulle cose più elementari della conoscenza occulta.
Questo all’inizio sarà possibile in un ambito più ampio riguardo alle conoscenze occulte più importanti di reincarnazione e karma. Nella misura in cui la teosofia veramente si diffonderà e sarà una resa della conoscenza occulta, si sforzerà all’inizio di diffondere su tutta la terra le grandi verità di reincarnazione e karma. Perché queste verità avranno inizialmente il destino che anche i pregiudizi religiosi diffusi sulla terra, per così dire, ammainino le loro vele di fronte a loro.
Un ulteriore ideale sarebbe certamente questo: se attraverso la teosofia potesse veramente essere compiuta quell’opera di pace nell’umanità mediante la quale, nell’ambito dei settori superiori della conoscenza occulta, si potrebbe istituire unità e armonia.
Ciò può essere inteso come un ideale.
Ma è un ideale difficile. Basta considerare quanto profondamente l’uomo oggi sia ancora intessuto nei suoi pregiudizi religiosi, nelle sue preconcezioni religiose, con ciò che ha compreso, in cui è stato educato, per comprendere quanto sia difficile offrire nella teosofia qualcosa che non sia colorato dai pregiudizi religiosi, bensì un’immagine fedele della conoscenza occulta per quanto può essere data.
Sarà sempre comprensibile entro certi limiti che il buddhista, finché sta sul punto di vista della confessione buddhista, rifiuti il punto di vista del cristiano. E se la teosofia riceve una colorazione buddhista, è naturale che questa teosofia buddhista si comporti ostilmente o in modo frainteso verso il cristianesimo. Similmente sarà comprensibile che in un ambito in cui dominano le forme cristiane sia difficile giungere a una conoscenza oggettiva di quei lati dell’occultismo che si sono espressi nel buddhismo. L’ideale è però di comprendere l’uno così come l’altro e fondare su tutta la terra una comprensione armoniosa e pacifica.
Il teosofo buddhista e il teosofo cristiano, meglio dire: il buddhista e il cristiano quando sono divenuti teosofisti, si comprenderanno, troveranno incondizionatamente il punto di vista di un equilibrio armonioso. Si presenterà come ideale al teosofo di acquisire un’immagine dell’occultismo dovunque unitario e staccare questa immagine dai pregiudizi religiosi. Il cristiano che è divenuto teosofo comprenderà il buddhista che gli dice: è impossibile che un bodhisattva, che è un essere umano andato da incarnazione a incarnazione e così, come nel caso singolare della morte di Suddhodana, è divenuto Buddha, possa, dopo che è divenuto Buddha, ritornare in un corpo umano; piuttosto, con la dignità di Buddha è raggiunta una tappa così elevata dello sviluppo umano che l’individuo in questione non ha bisogno di ritornare in un corpo umano.
Il cristiano dirà al buddhista: bensì il cristianesimo finora non mi ha ancora rivelato nulla sulla natura di esseri come i bodhisattva, ma innalzandomi alla teosofia imparo a riconoscere che non solo tu dalla tua conoscenza conosci questa verità, ma che anch’io devo riconoscere questa verità.
Il teosofo starà di fronte al buddhista così da dire: comprendo che cosa è un bodhisattva; so che il buddhista dice una verità intera su certi esseri, una verità che poteva essere detta proprio là dove il buddhismo si è diffuso; comprendo quando il buddhista dice: un Buddha non ritorna in un organismo carnale.
Il cristiano che è divenuto teosofo comprende il buddhista che è divenuto teosofo. E quando il cristiano sta di fronte al buddhista, può dirgli: se si segue la confessione cristiana nel suo contenuto, così come è stata seguita nelle scuole occulte riguardo ai fatti occulti che le stanno alla base, allora risulta che con quell’essere che viene designato col nome di Cristo, che all’altro poteva restare sconosciuto, si intende un’entità che prima del Mistero del Golgota non era sulla terra; un’entità che ha percorso strade diverse da quelle delle incarnazioni terrestri, che allora dovette una volta essere nel corpo fisico e in questo corpo, ciò che è il principale, ha attraversato la morte, e certamente in una maniera del tutto determinata; che attraverso questa morte divenne ciò che è diventata per una parte determinata dell’umanità e deve diventare per l’intera umanità; un’entità che non può ritornare in un corpo fisico, poiché questo contraddirebbe l’intera natura del Cristo.
Quando il buddhista che è divenuto teosofo ode questo dal cristiano, dirà: così come tu comprendi che io non posso mai concedere che un Buddha, dopo che è divenuto Buddha, ritorni in un corpo carnale; così come tu mi comprendi nel riconoscere ciò che mi è stato assegnato come verità, così riconoscerò la parte della verità che ti è stata assegnata.
Cerco di riconoscere ciò che non posso trovare dalla mia confessione, cioè: che all’inizio del cristianesimo non sta un insegnamento, bensì un fatto.
Perché l’occultista non pone Gesù di Nazareth al punto di partenza, bensì il Cristo, e il punto di inizio lo pone nel Mistero del Golgota.
Il buddhismo si differenzia dal cristianesimo per il fatto che ha un maestro personale al punto di partenza; il cristianesimo ha un fatto, l’atto di redenzione del Golgota attraverso la morte in croce. Non un insegnamento, bensì un fatto è il presupposto dello sviluppo cristiano. Questo comprende il buddhista che è divenuto teosofo, e per fondare armonia entro l’umanità accoglie ciò che è dato come fondamento occulto del cristianesimo. Il buddhista interromperebbe l’armonia se volesse applicare al cristianesimo i suoi concetti buddhisti. Come il cristiano è obbligato, quando diviene teosofo, a comprendere il buddhismo dal buddhismo e a non rimescolare i concetti di bodhisattva e Buddha, ma a comprenderli come il buddhismo li contiene, così è dovere del buddhista di prendere i concetti cristiani come sono, poiché formano i fondamenti occulti del cristianesimo. Come è impossibile riunire ciò che è designato col nome di Cristo con ciò che è di natura inferiore, con il nome di bodhisattva, così è impossibile, finché si rimane fedeli all’ideale della teosofia, dare nella teosofia altro che un riflesso dell’occultismo unitario dovunque.
Applicare le peculiarità di bodhisattva al Cristo impedirebbe la grande missione di pace della teosofia. Questa è raggiunta però quando la teosofia si sforza di portare all’umanità i fondamenti unitari nella forma scientifica che è appropriata al nostro tempo. Se in occidente comprendiamo il buddhismo o il brahmanesimo o lo zoroastrismo senza pregiudizio, se il cristianesimo è compreso nella forma in cui deve essere compreso, allora per un breve periodo sarà sempre possibile riconoscere i fondamenti del cristianesimo e trovare sostenitori per tali idee riconosciute del cristianesimo.
Non sempre ci si è elevati al fatto che un atto è il punto di partenza del cristianesimo e che perciò non si può parlare di un ritorno del Cristo.
Perciò nel corso dei secoli emersero sempre di nuovo concezioni che parlavano di un ritorno del Cristo. Furono sempre superate e sempre saranno superate, poiché contraddicono la grande missione unificata di vita e di pace della teosofia, che deve ridare l’espressione unificata dell’occultismo. L’occultismo era sempre unitario ed è indipendente da ogni colorazione buddhista e cristiana, e può perciò comprendere oggettivamente sia il musulmano sia lo zoroastriano e anche il buddhista, così come può comprendere il cristiano.
Questo è ciò che ci diventerà chiaro come comprensione di come, nello sviluppo umano precedente, l’occultismo generale nella teosofia ha assunto forme così diverse. Comprenderemo perché nel nostro tempo deve sussistere il grande ideale che non una forma di espressione religiosa porti vittoria su un’altra, bensì che le forme religiose di espressione si comprendano.
Condizione previa però è la comprensione reciproca vera, la comprensione dei fondamenti occulti che in tutte le religioni sono presenti come gli stessi.
Con questo ho cercato di fornirvi alle importanti considerazioni di cui siamo sulla soglia una sorta di preparazione, una sorta di introduzione.
Ciò che innanzitutto è necessario affinché possiamo considerare l’uomo secondo tre punti di vista, il punto di vista occulto, quello teosofico e quello filosofico, è che parliamo dal punto di vista occulto; e converrà farlo inizialmente in modo che si descriva come nel precedente sviluppo dell’umanità l’uno o l’altro uomo sia giunto a innalzarsi fino a questo punto di vista occulto, fino alla visione occulta del mondo.
Nel discorso preparatorio introduttivo abbiamo già detto che nello sviluppo passato dell’umanità naturalmente solo pochi furono ritenuti maturi per partecipare ai processi dei misteri, ai processi delle scuole occulte di insegnamento e di educazione che conducevano appunto l’uomo alla visione occulta.
Dello sviluppo di questi pochi dunque vogliamo dapprima parlare.
Risulta inoltre dallo spirito di molti altri discorsi che ho tenuto che attualmente ci troviamo in un momento in cui, attraverso la popolarizzazione dell’elemento teosofico, sempre più numerosi uomini devono partecipare alla vita occulta, assai più di quei pochi che nel corso dello sviluppo umano passato vi hanno preso parte. Così quello che oggi dobbiamo considerare riguarda ogni interessato teosofico, ogni uomo che nella nostra epoca sente che il sapere occulto, il sapere dei lati nascosti dell’essere, in futuro non potrà rimanere nascosto secondo una certa prospettiva, ma dovrà invece, conformandosi alle esigenze dell’umanità più sviluppata, diffondersi sempre più largamente. L’uomo che doveva giungere al sapere occulto doveva innanzitutto volgere lo sguardo dal mondo esteriore alle proprie forze animiche.
Poiché però rimase un uomo operante nel mondo esteriore, in sostanza il suo sviluppo occulto era, per così dire, cosa sua propria, la questione che per sé doveva affrontare.
Nel mondo esteriore rimase un uomo tra altri uomini, un uomo con i doveri che la vita gli aveva imposto.
Questo si manifestò in modo particolarmente marcato nei primi compiti che l’uomo che occultamente si sviluppava doveva affrontare riguardo alla propria forza animica. La prima cosa dunque che incombeva a un tale uomo può esprimersi così: doveva riconciliarsi con il proprio karma riguardo a tutto ciò che concerne la sua volontà.
Riconciliazione con il proprio karma, potremmo dire anche con il proprio destino, era dunque la prima cosa che incombeva all’uomo che occultamente si sviluppava. Ora non dovete credere che per questa riconciliazione con il proprio karma sia subito necessaria una teoria del karma sistematicamente articolata.
Quello che in questo contesto si chiama «riconciliazione con il proprio karma» è piuttosto una particolare forma di cultura, di educazione, di auto-educazione dei sentimenti e dei moti affettivi. Se considerate che l’uomo inizia il suo sviluppo occulto, concederete che prima del momento in cui comincia questo sviluppo ha vissuto da uomo ordinario, ha cioè vissuto come ogni uomo vive tra gli altri: il che significa che ha assunto una certa posizione nella vita, ha dovuto farsi propri certi pensieri, perché questi pensieri gli permettevano di compiere realmente le azioni esteriori che gli incombevano per la sua professione o la sua posizione nella vita. Ha inoltre riconosciuto certi doveri, un ambito di doveri che la consuetudine o la sua comunità gli aveva dato. Può assumersi in linea di massima che un uomo che non fosse stato in accordo con ciò che il mondo gli richiedeva, che cioè non fosse stato fedele ai doveri, non avrà il desiderio di svilupparsi occultamente. In regola generale, gli uomini che potevano essere chiamati allo sviluppo occulto erano coloro che avevano reali attitudini per la loro posizione nella vita e che erano anche disposti a conformarsi all’ambito di doveri loro prescritto dalla consuetudine e dall’ordine sociale. In ciò che nell’uomo risiede come sue attitudini e capacità per la sua posizione nella vita, in ciò che attorno all’uomo sta come l’ambito di doveri che egli riconosce, riposa propriamente il karma positivo, nel quale l’uomo è stato collocato. Ivi si esprime il suo karma.
La prima cosa che si richiedeva dunque a colui che doveva per così dire uscire da questa mera posizione di vita ed entrare nella ricerca del mondo spirituale era che mantenesse questo suo karma di vita in una certa misura; il che significa che egli, e coloro che gli porgevano la mano per penetrare il mondo occulto, si promettevano che dapprima, notate bene, ciò che veniva acquisito sul campo della ricerca occulta non sarebbe stato utilizzato nella posizione di vita esteriore, ma così doveva orientare la volontà che un uomo che stava fuori e osservava colui che occultamente si sviluppava non avvertisse alcuna differenza sensibile fra il modo di comportarsi del suo passato, nella sua posizione di vita, e il modo in cui si comportava dopo, avendo già fatto alcuni passi nella ricerca occulta.
Non dunque inserire nella vita esteriore del piano fisico ciò che la ricerca occulta fornisce: questo è riconciliazione con il proprio karma, questo è rinuncia a ottenere vantaggi nella posizione di vita esteriore attraverso mezzi occulti.
Vedremo certamente che un certo progresso nella posizione di vita esteriore accade tuttavia per una via regolare, per una via giusta. Ma non è su questo che si basava l’obbligo consapevole che doveva assumersi colui che era stato ammesso al sentiero occulto.
«Non devi usare il tuo sviluppo occulto per ottenere un vantaggio sui tuoi compagni di ricerca nella vita fuori, ma devi regolarti nella vita fuori secondo gli stessi principi con cui finora ti sei regolato»: questo veniva impresso continuamente a coloro che subivano uno sviluppo occulto. Con questo era già compiuto il primo sacrificio che l’uomo che occultamente si sviluppava doveva compiere, poiché aveva fin dall’inizio abbandonato l’uso egoista dei mezzi della vita occulta. Ciò che ora è stato detto dovete comprenderlo esattamente e alla lettera, per così dire non togliendo nulla e non aggiungendo nulla.
Allora osserverete che si riferisce a ciò che l’interessato, attraverso il karma impostogli, era in grado di compiere o era obbligato a compiere nel mondo esteriore.
Con questo però, fin dall’inizio, da tutto lo sforzo occulto era esclusa la volontà egoistica dell’uomo.
Era stata esclusa consapevolmente. Questo solo, come fatto presente, produce una trasformazione dell’assetto affettivo dell’uomo. Infatti, riflettete a quanto segue.
Fino allora, per l’uomo che entra nello sviluppo occulto, l’ambito esteriore di doveri, la posizione esteriore nella vita era in certa misura l’unica cosa a cui si dedicava, l’unico mondo in cui viveva. Ora egli si obbligava a vivere in questo mondo inizialmente secondo gli stessi principi secondo cui aveva vissuto fino allora, e tuttavia a risparmiare forze ancora per qualcos’altro. Con questo, fin dall’inizio veniva tracciata per lui una linea di demarcazione tra due campi di forze nei quali egli era attivo. Si apriva per lui un mondo di cui fino allora non si era occupato affatto, al quale fino allora non aveva prestato alcun interesse. Questo è straordinariamente importante.
Perché per ogni uomo inizia un nuovo ambito di vita, un nuovo periodo di vita, quando nella sua vita entrano nuovi interessi, interessi che vogliono affermare il loro proprio campo. Così era dunque dato fin dall’inizio che il sentimento, tutta la sfera affettiva, la cerchia di interessi dell’uomo venissero rivendicati per un nuovo mondo, per un mondo nel quale l’uomo fino allora non si era trovato.
Un’espressione esterna di questo fatto, di cui vi ho or ora raccontato, si trovava nel fatto che particolarmente i misteri più antichi e le scuole segrete, gli istituti di sviluppo occulto, badavano molto rigorosamente a non portare l’uomo, per così dire, in collisione, in disarmonia con il suo ambito di interessi esteriore.
Perciò gli richiedevano rigorosamente che, riguardo a tutto ciò che il suo mestiere gli imponeva, a ciò che gli imponeva l’ambito di doveri dello stato o di altre comunità nelle quali stava, nel più vasto raggio adempisse il suo dovere; e uomini che manifestavano in qualche modo che non volevano farlo, che si ribellavano contro gli ambiti di doveri esteriori, non erano affatto ammessi alle scuole occulte.
Vi racconto con ciò semplicemente fatti dello sviluppo occulto precedente. Perciò troverete che uomini i quali in una certa misura già nella vita esteriore si comportavano in modo che da una o un’altra direzione si ribellavano contro l’ordine entro il quale vivevano, non erano membri di alcuna scuola di misteri o di istituto occulto.
La seconda cosa di cui si trattava era qualcosa di ancora assai più difficile. Consideriamo l’uomo come era, quando aveva dato la promessa della quale abbiamo appena parlato, per così dire a se stesso e al suo maestro.
Allora doveva dirsi: nella mia volontà, come questa volontà si manifesta sul piano fisico, non lascerò fluire ciò che mi perviene come risultato di ricerca occulta. - Ma con tutto il resto che gli perveniva come uomo, cioè con tutte le sue forze animiche che poteva applicare, come le aveva applicate in precedenza, con eccezione della volontà, poteva anche adesso essere attivo sul piano fisico. La volontà gli era vincolata dal fatto che aveva fatto la promessa caratterizzata, ma tutto il resto che gli stava a disposizione sul piano fisico, cioè il suo discernimento, la sua fantasia, la sua memoria, i suoi moti affettivi e così via, con i quali era stato attivo in precedenza sul piano fisico, poteva anche adesso ancora applicare; con essi poteva anche adesso ancora essere attivo sul piano fisico. Consideriamo l’intelletto. L’intelletto è la facoltà dell’anima, la forza dell’anima, che ci abilita a distinguere, che ci abilita a formare giudizi sui fatti della vita. Senza questo intelletto nel mondo esteriore sul piano fisico non possiamo cavarcela.
Dobbiamo per così dire a ogni passo applicare questo nostro intelletto. Ora si acquistavano - così vogliamo ammettere -, quando si diventava membro di una società occulta, di una scuola occulta, risultati di ricerca occulta, conoscenze in ciò che si faceva nella posizione di vita esteriore.
Attraverso la propria volontà non si potevano applicare.
Ma inizialmente nulla impediva - se ci si conteneva riguardo alla propria volontà - di usare l’intelletto in modo da osservare con intelligenza le cose fuori e gli uomini che ci si presentavano sul piano fisico, con tutti i mezzi superiori che ora possedeva dalla ricerca occulta. Non si poteva certo lasciar fluire i risultati della ricerca occulta nel proprio agire, nelle proprie decisioni volitive; ma come allievo della scuola segreta si poteva giudicare gli esseri del regno minerale, del regno vegetale, del regno animale, come si poteva giudicare gli altri uomini, come ci si comportava con l’intelletto nel mondo ordinario, questo inizialmente poteva essere influenzato dalla ricerca occulta. Notate che con ciò è necessariamente collegata una forte auto-disciplina del carattere dell’occultista.
Infatti, che cosa è più naturale per un uomo che nella vita specialmente si trova di fronte ad altri uomini e deve agire, se non che agisca riguardo alla sua posizione di vita in modo da applicare ciò che sa; che si regoli, per esempio, quando con il suo intelletto riconosce di avere a che fare con un uomo moralmente inferiore. Questo è veramente la cosa più ovvia e naturale che faremo in questo mondo. L’occultista non è in grado di fare ciò.
Può certamente, con i mezzi che la ricerca occulta gli dà, infondere ali al suo intelletto e penetrare meglio di prima nel carattere di un compagno di vita e sapere che è un uomo moralmente inferiore; può anche disporre di conseguenza ciò che fa a questo uomo, poiché riguardo a questo uomo non si è obbligato, ma solo riguardo alla sua propria posizione di vita; non si è obbligato a non applicare la sua volontà riguardo a ciò che fa per l’altro uomo. Ma per ciò che fa per se stesso si è obbligato a essere riconciliato con il suo karma e a non applicare le sue conoscenze che gli si offrono quando applica il suo intelletto, sostenuto dai mezzi della ricerca occulta. Consideriamo il caso concreto: qualcuno abbia raggiunto sul campo occulto il grado del quale ora parlo.
Se non fosse diventato occultista, avrebbe forse incontrato un altro uomo e non avrebbe riconosciuto che è un uomo moralmente inferiore.
La conseguenza sarebbe che si farebbe ingannare da questo uomo in qualche misura.
È naturale che ciò possa accadere. Concorderete che cose simili sono già successe nel mondo, che nel mondo ci si è ingannati in modo da ritenere un uomo migliore di quanto in verità fosse, e, come si dice in tedesco, ci si è «cascati dentro», il che significa essersene lasciato ingannare. Da occultista si ha un vantaggio. Si riconosce l’inferiorità di questo uomo, ma ci si è inizialmente, vi prego di cogliere esattamente la parola «inizialmente», cioè di intenderla correttamente, obbligati a non applicare queste conoscenze occulte alla volontà, cioè alla propria posizione di vita.
Si può sapere: questo è un uomo inferiore; ma ci si deve comportare come ci si sarebbe comportati in precedenza. Ci si deve permettere socialmente da lui quello che ci si sarebbe dovuto permettere da lui se non avessimo ottenuto con il nostro intelletto queste conoscenze occulte. Qui vedete nettamente e chiaramente quale rinuncia l’occultista iniziante deve esercitare; come deve nettamente separare ciò che può riconoscere senza ricerca occulta, e ciò che nel mondo gli potrebbe procurare un vantaggio attraverso la ricerca occulta.
Chi per i suoi doni naturali o per particolari circostanze della vita è così fortunato da conoscere l’inferiorità dell’altro senza essere occultista, sarà sempre incline a ritenere l’occultista iniziante, perché rinuncia ai vantaggi riguardo a se stesso, per uno sciocco. È assolutamente la regola che certe persone, o per favorevoli circostanze della vita o altrimenti, vedano chiaramente quello che anche l’occultista vede, ma secondo cui egli non si comporta, perché è obbligato a non comportarsi secondo ciò. Questo accadrà sempre, così come può accadere anche che chi ha fatto la promessa non mantenga la promessa; ma è affare suo.
Si può ritenere l’occultista iniziante per uno sciocco perché si lascia ingannare da un uomo.
Ma questo non deve assolutamente indurci a credere che egli non abbia i mezzi per penetrare gli uomini. Così un secondo grado è in certo modo questo: che noi, rinunciando all’applicazione della volontà per il nostro egoismo, applichiamo il nostro intelletto nel mondo fisico esteriore. Nello stadio che ora è stato descritto, gli insegnanti occultisti antichi tenevano gli allievi abbastanza a lungo.
A lungo gli allievi dovevano andare attraverso il mondo in modo che non solo con il loro intelletto imparassero a osservare gli altri uomini, ma anche gli altri regni della natura in un senso più profondo di prima, che potessero penetrare più profondamente e che tuttavia continuassero esattamente lo stesso cammino di vita che avevano seguito prima. Con ciò non solo si raggiungeva una forte auto-disciplina, non solo si raggiungeva il fatto che l’uomo imparasse a non mettere i vantaggi che lo spirito gli offriva al servizio dell’egoismo, ma per questi uomini si poteva raggiungere ancora un progresso interamente diverso. Infatti, se immediatamente dopo che l’intelletto ha parlato la volontà viene dietro e per così dire allaccia le azioni che l’intelletto inizia, allora lo sviluppo di questo intelletto, la forza di questo intelletto avanzano molto meno lontano che se questo intelletto, separato per sé, per così dire chimicamente distillato dall’applicazione della sfera volitiva, venisse applicato per un tempo.
Quando l’uomo essenzialmente esclude se stesso come essere egoista da un campo nel quale entra attraverso l’applicazione del suo intelletto, come è stato appena caratterizzato, su tutto il mondo che lo circonda, ma con rinuncia all’attuazione della volontà, allora vengono offerti sottili differenziamenti. L’intelletto diventa sottile. La capacità di giudizio e la capacità di discriminazione acquisiscono sempre più forza quando procediamo in questo modo; e in questo modo abbiamo allora compiuto il secondo grado dello sviluppo occulto, cioè quello che si potrebbe chiamare la coltivazione dell’intelletto emancipato dalla volontà; e se volessimo parlare molto precisamente, potremmo dire: la coltivazione dell’intelletto emancipato dalla volontà egoistica.
Il passo successivo era però che l’uomo, perché aveva applicato il suo intelletto per un tempo più lungo nel modo più acuto possibile, proprio riguardo a questo campo doveva iniziare a rinunciare ad applicare il suo intelletto.
Vedete, ora viene una cosa ancora più difficile; ora l’uomo deve per così dire intraprendere di giudicare come aveva sempre giudicato prima di diventare occultista.
Deve riguardo alle cose del piano fisico esteriore applicare solo quella forza del suo giudizio e intelletto che aveva applicato in precedenza. Ciò che egli ora ha acquisito per il suo intelletto, ciò che egli ora ha conquistato e che appare come un immenso vantaggio e progresso dello spirito, l’uomo deve escludere dalla sua attività spirituale: il che significa che deve procedere solo in modo puramente scientifico. Ciò che per un lungo tempo ha perseguito con tutta l’energia e la perspicacia, cioè portare il suo intelletto a maggiori forze, deve ora abbandonare, deve strapparlo completamente dalla sua anima, nella misura in cui è applicazione consapevole dell’intelletto, e deve dirsi: mentre percorri le tue azioni, le tue posizioni sul piano fisico, devi pensare e discriminare come hai pensato, discriminato e comportato prima dello sviluppo occulto, secondo il tuo grado di intelligenza di allora. — Il che significa che l’uomo deve arretrare, deve per così dire essere così sciocco come era prima dell’affinamento del suo intelletto. E che cosa deve divenire ora questo intelletto al quale ha rinunciato? Non può più applicarlo; l’ha applicato per un tempo più lungo, ma non può più continuare ad applicarlo.
Che cosa accade allora ai risultati dell’intelletto, della capacità di giudizio, se prescinde dalla loro applicazione immediata? Allora essi passano nella nostra memoria, nel nostro ricordo. Questo è il passo successivo, cioè: tutto quello che l’uomo ha imparato come sapere attraverso la sua forza intellettuale più acuta deve divenire per lui ricordo.
Non può più avanzare nella cultura, nella formazione del suo intelletto, deve rinunciare ad applicare il suo intelletto più forte in qualche modo, a voler sapere ancora questa o quella cosa attraverso il suo intelletto più acuto riguardo alle connessioni del mondo; e solo quello che egli si è già acquisito attraverso questo intelletto più acuto deve cercare sempre di nuovo nella sua memoria, deve sempre di nuovo sorgere nella sua memoria.
Deve sforzarsi sempre più di fare sì che ciò che si è qui conquistato per il suo intelletto diventi per lui come le cose che forse si è immaginato nella vita dieci o venti anni fa, che cioè non pensa adesso, ma di cui semplicemente si ricorda.
Vedete, in tali scuole occulte, come per esempio nel mondo antico la scuola pitagorica, o come era anche qualche scuola segreta dell’Asia anteriore ,, gli allievi venivano dapprima selezionati in modo che solo coloro i quali si riteneva fossero maturi venivano considerati capaci di mantenere il voto: di non lasciar fluire nella loro egoistica volontà i mezzi della coltura intellettuale che avrebbero dovuto raggiungere.
Poi questi allievi venivano a lungo, a lungo educati in modo che sotto tutti gli aspetti possibili venivano indirizzati a discriminare le cose più acutamente, e poi di nuovo a riunirle mediante la capacità di giudizio, come è possibile nella vita esteriore ordinaria. Sulla coltivazione di questa capacità di giudizio veniva riposto il massimo peso per un lungo tempo nelle scuole correttamente costituite dell’antichità e anche del medioevo. Poi l’allievo doveva per così dire fare un secondo voto.
Questo secondo voto, che gli allievi facevano a se stessi e al loro maestro, era: che cessassero di giudicare le cose che vedevano fuori sul piano fisico con i giudizi che avevano acquisito con l’intelletto. Ma neppure potevano comportarsi criticamente verso gli insegnamenti che il loro maestro aveva esposto. Potevano solo confrontare ciò che il loro maestro esprimeva con ciò che si erano già acquisiti attraverso la capacità di giudizio in precedenza. Non potevano esercitare critica, ma dovevano diventare ascoltatori tali che sempre solo confrontavano ciò che ora udivano con ciò che avevano precedentemente già acquisito attraverso la loro forza intellettuale più acuta.
Questo apparteneva a sua volta al prossimo grado dello sviluppo occulto, e potrebbe chiamarsi l’esclusione delle forze intellettuali più acute e la limitazione della vita interiore dell’anima, nella misura in cui si considerava se stessi, alla memoria e al ricordo.
Solo quello che la fantasia poteva produrre in simboli e rappresentazioni poteva ancora essere eseguito da questi giudizi, concetti e idee ricordati.
Così memoria e fantasia erano le forze animiche che ora per così dire entravano nei loro diritti, che ora su questo grado superiore dovevano particolarmente attivarsi. Affinché si raffinassero di nuovo per se stesse, distillate per così dire dal resto della vita animica, e non fossero continuamente consigliate dai giudizi dell’intelletto, dovevano affermarsi sole. Con ciò l’allievo aveva allora percorso un ulteriore grado del suo sviluppo occulto.
Il periodo di tempo in cui si faceva passare l’allievo per percorrere questo grado veniva per lo più riempito dal fatto che le conoscenze occulte già conosciute come insegnamenti e rese teosofiche venivano presentate agli allievi secondo il loro contenuto ideale; in modo che gli allievi, per così dire, erano lì con ciò che precedentemente avevano acquisito come forze attraverso la loro capacità di giudizio, se ne ricordavano sempre e per così dire si avviavano loro incontro, permettendo di operare in loro quello che veniva loro presentato dai loro maestri.
È naturale che il periodo di tempo nel quale gli allievi subivano questo sviluppo fosse assai diverso nelle varie scuole di misteri, a seconda che si ritenesse necessario trasmettere, secondo le esigenze generali dello sviluppo umano, più o meno dei segreti occulti a coloro che su questa via si voleva formare occultamente, per poterli poi rendere appropriatamente guide dell’umanità. Nelle scuole occulte la durata del periodo in cui ciò veniva affrontato era solitamente abbastanza lunga.
La cosa successiva a cui l’allievo occulto doveva rivolgersi era che ora, con tutta la forza che gli stava a disposizione, doveva sforzarsi di cancellare anche i ricordi e l’elaborazione in fantasia in simboli o simili, nonché i concetti, notate bene, acquisiti attraverso il sé stesso, cioè di cancellarli dalla coscienza.
Questo era in verità un compito straordinariamente difficile, e non ci si può, in linea generale, affatto immaginare che un allievo abbia potuto compiere questo difficile compito. Che gli allievi tuttavia abbiano potuto compiere questo compito, cioè stendere un completo oblio su tutto ciò che avevano acquisito attraverso la loro propria forza, ve ne potete fare un’idea se considerate che tali allievi, riguardo alle azioni esteriori, avevano imparato a domare la loro volontà e avevano raggiunto una tale auto-disciplina che si erano sempre comportati solo nel modo descritto in precedenza.
Dal fatto che non permettevano alla volontà, che altrimenti hanno libera verso l’esterno, di sfogarsi, ma erano costretti in modo così energico a domarla, da questo si ottenevano forti forze di riserva della volontà nel proprio interiore. Era assolutamente così. Si diventa sempre più e più forti nel proprio interiore quando si è costretti a domare così la volontà verso l’esterno, in modo che non si lascia fluire nulla dei vantaggi che lo sviluppo spirituale ha offerto nella volontà egoistica. Con ciò si diventa sempre più forti, e si giunge proprio così a quel forte proposito della volontà che occorre per sopprimere, cancellare quello che si è acquisito nel corso dell’insegnamento occulto e di cui ci si era precedentemente ricordati. Come si cancella una rappresentazione che non serve per la vita, così deve essere cancellato ciò di cui ora la parola verte. Questa era una richiesta assoluta.
Ora non crediate che coloro che in tale modo erano allievi occulti fossero diventati come ciechi credenti di autorità nei confronti dei loro maestri. Questo non era assolutamente il caso. Coloro che credono all’autorità sono quelli che applicano continuamente il loro ordinario intelletto in modo semplicistico per giudicare quello che sentono.
Ma coloro che per prima cosa hanno affinato la loro capacità di giudizio avranno ciò che attraverso questa capacità di giudizio più acuta si sono acquisiti sempre solo nella memoria.
Coloro che, per mezzo della loro memoria e di tutta la loro fantasia, permettevano che l’insegnamento occulto operasse su di loro, certamente non diventavano credenti di autorità, ma ricevevano ciò che l’insegnamento occulto offriva loro come si riceve la natura stessa. Così gli allievi occulti ricevevano completamente l’insegnamento occulto quando avevano percorso i corrispondenti gradi precedenti. Sì, gli stessi maestri badavano che le loro parole operassero sui loro allievi come la natura stessa, che non dovessero ordinare loro di avere questa o quella opinione. Era così che gli allievi, per ciò che avevano precedentemente percorso nella capacità di discriminazione e nello sviluppo dell’intelletto, nel prossimo grado, nel ricordo, erano giunti al punto che stavano di fronte alle parole come si sta di fronte a un’alba, come si sta di fronte a un mare frustato dal vento, come si sta di fronte a qualche altro fenomeno naturale che si osserva per conoscerlo, ma al quale non si sta criticamente di fronte; poiché allora non lo si conosce.
Coloro che conoscono poco la violenza interiore di un fenomeno naturale sono quelli che gli stanno di fronte solo in modo da rivolgere a esso la loro simpatia o antipatia.
Come si osserva la natura stessa, così l’allievo occulto osservava ciò che l’insegnamento occulto gli presentava. Poi però, quando l’avevano mantenuto a lungo in questa forma descritta, in modo che solo ricordo, fantasia, memoria fossero in azione e che gli allievi applicassero l’intelletto solo alla loro professione esterna nella vita ,, allora dovevano entrare nel periodo della quiete interiore dell’anima, dell’oblio delle loro stesse forze e dell’uccisione dei loro stessi conseguimenti.
Solo allora era giunto il momento per loro in cui potevano avere completa quiete interiore dell’anima, in cui erano cancellate dalla coscienza stessa le rappresentazioni di ricordo e di fantasia acquisite durante la precedente vita occulta attraverso le proprie forze.
L’anima fu resa vuota in un certo senso, e dal fatto che fu resa vuota, che da questa anima era uscita la volontà egoistica, l’intelletto egoistico, la memoria egoistica, la fantasia egoistica, essa fu aperta verso un nuovo mondo reale.
Questo era necessario affinché questo nuovo mondo realmente potesse penetrare nell’anima. Ora dovete familiarizzarvi con il fatto che effettivamente un nuovo mondo penetrò nell’anima resa vuota dalla propria forza animica egoistica. Un nuovo mondo. Non vi dovete meravigliare se la caratterizzazione di questo nuovo mondo è strana. Infatti, che cosa è strano? Strano è quello che un uomo sperimenta in modo che contraddice le sue precedenti esperienze. Perché i popoli rigettano questa o quella cosa? Guardate nel mondo dove qualcosa viene discussa; allora la si rigetta, si dice: in ciò che viene affermato c’è una contraddizione., Cioè, lo si trova — secondo ciò che finora si è potuto giudicare — contraddittorio a tutto ciò che si conosce, a ciò che si sa; e si crede subito di avere un vantaggio verso l’altro uomo che presenta qualcosa in questo modo, e di aver ragione se gli si può dimostrare una contraddizione.
La discussione pubblica delle cose, in realtà, consiste interamente nel fatto che si dimostrino contraddizioni, che da una parte e dall’altra si dica: ciò deve essere falso, ivi giace una contraddizione. — Con questo è confutata la maggior parte delle cose. Questo fatto, che incontriamo contraddizioni perché ci avviciniamo a qualcosa che non può avere nulla di uguale al nostro mondo precedente, a quello che finora abbiamo sperimentato, dobbiamo tenerlo presente. Dobbiamo riconoscere che dobbiamo veramente riconciliarci con pure contraddizioni quando ci si avvicina il nuovo mondo, che viene caratterizzato in concetti tali da poter dire: sì, sono tutte contraddizioni.
Che il nuovo mondo ci viene caratterizzato in contraddizioni deve essere così, perché altrimenti il nuovo mondo non sarebbe un nuovo mondo se concordasse con il vecchio e non mostrasse contraddizioni.
Così non vi meraviglierete se la prima caratterizzazione del mondo nel quale l’uomo entra, quando raggiunge la quiete animica che segue lo stadio dell’oblio, può essere data solo con parole che sono contraddittorie nei confronti del mondo ordinario nel quale viviamo.
Tre cose sono quelle che l’uomo sperimenta quando è giunto così lontano come è stato descritto.
Tre cose che possiamo caratterizzare solo applicando parole che sono già in sé contraddittorie verso tutto quello che l’uomo sa del mondo esteriore.
Tre cose conosce l’uomo quando realmente entra in quello che si può chiamare un mondo soprasensibile. La prima cosa che conosce è la luce non rivelatoria. Guardate intorno se nel mondo non potete vedere ovunque la luce. Questa è l’essenza della luce, che si rivela.
La prima cosa però che l’uomo conosce nel mondo soprasensibile è la luce non rivelatoria, la luce oscura, la luce che non splende. La seconda cosa che l’uomo conosce nel mondo soprasensibile è la parola inesprimibile. Una parola nel mondo ordinario non esiste se non viene pronunciata. Una parola che non viene pronunciata non è una parola.
Abbiamo una completa contraddizione quando diciamo: la seconda cosa che si conosce nel mondo soprasensibile è la parola inesprimibile. E la terza è la coscienza senza un oggetto conosciuto. Ricordate solo che voi, quando sviluppate una coscienza, quando sapete questa o quella cosa, avete un oggetto, un contenuto del sapere.
La coscienza però che ci si presenta come la terza quando entriamo nel mondo soprasensibile è la coscienza senza oggetto, la coscienza senza un contenuto. Queste tre cose, che possono essere caratterizzate solo con parole contraddittorie, sono quelle che l’allievo incontra quando, attraverso la preparazione che abbiamo descritto, entra nel vero campo dell’occultismo.
Perché questi sono per così dire i tre primi veri insegnamenti occulti che conosciamo: primo la luce non rivelatoria, secondo la parola inesprimibile, terzo la coscienza senza sapere di un oggetto.
Questo è allora l’evento più significativo che inizialmente può accadere per l’occultista iniziante: imparare a connettere qualcosa con ciò che gli appare solo come una contraddizione verso tutto quello che finora ha sperimentato.
Nel momento in cui l’uomo può connettere qualcosa della sua esperienza interiore con le tre idee della luce non rivelatoria, della parola inesprimibile e della coscienza senza il sapere di un oggetto, è diventato un vero occultista.
L’occultista iniziante ha allora veramente percorso il sentiero della conoscenza occulta.
Ieri è stato richiamato l’attenzione sul fatto che l’aspirante occultista, il quale ha compiuto le preparazioni di cui si è parlato, incontra esperienze che devono essere designate con parole contenenti una contraddizione.
Abbiamo anzitutto nominato tre tali esperienze: in primo luogo la luce non manifestata, in secondo luogo la parola indicibile, in terzo luogo la consapevolezza senza la conoscenza di un oggetto.
Non sarà del tutto agevole penetrare in tutto quanto occorre anzitutto affinché possiamo congiungere idee e concetti a questi tre insegnamenti nominati. Nel consueto corso della vita l’uomo pensa, e così pensa e ricerca anche nelle ordinarie scienze, come si ricerca soprattutto nelle scienze naturali: questa ricerca, questo sapere è legato al corpo fisico dell’uomo. Il corpo fisico umano non è certo l’attore principale, l’agente vero quando l’uomo ricerca; ma è lo strumento di cui l’uomo deve servirsi per ricercare nel modo caratterizzato, per acquisire sapere nel modo caratterizzato riguardo agli oggetti esteriori del mondo che lo circonda. Tutto ciò che può essere saputo in tale modo, tutto ciò che costituisce l’oggetto del sapere quotidiano e specificamente delle scienze naturali — accenneremo in un’occasione posteriore che certe scienze come l’etica, la scienza della società, la giurisprudenza non corrispondono precisamente a ciò; quanto qui si dice vale soprattutto per tutti i rami naturalistici — tutto questo non può in alcun modo essere acquisito se non mediante lo strumento del corpo, segnatamente mediante lo strumento del cervello umano. Quando l’aspirante occulto affronta quanto è stato caratterizzato ieri, viene anzitutto a poter pensare senza fare uso del suo cervello.
Ciò è qualcosa che per il materialista odierno appare già un concetto assolutamente assurdo. Eppure è precisamente così.
Che sia così lo dimostra all’occultista, il quale ha compiuto gli esercizi occulti, esoterici, l’intima esperienza con chiarezza perfetta. Infatti tutto quello che dalle cose esteriori può essere guadagnato dalla scienza ordinaria, tutto quello che viene ricercato e pensato, è ombra, per così dire senza vita rispetto alle formazioni che vengono elaborate dalla nostra anima quando ci siamo affrancati dal cervello fisico.
Per i teosofi conviene dire subito, per brevità di considerazione, che un tale uomo, il quale sia giunto a farsi libero dal suo strumento di corpo fisico, si serve allora, per lavorare interiormente nell’anima, soltanto di quegli strumenti che gli sono dati nel suo corpo eterico, nel suo corpo astrale e nel suo organismo dell’Io. Vale a dire si serve di ciò che, mediante la teosofia, abbiamo imparato a conoscere dell’uomo, escludendo il corpo fisico.
Ciò che sorge allora nell’anima ha una forza interiore molto più forte, una vivacità interiore assai più vigorosa di quella dei pensieri ordinari guadagnati dalle cose esteriori; e inoltre si presenta veramente come qualcosa che possiede una sostanzialità fine che ci circonda dovunque. Non si può dire diversamente se non che appare come una luce fluttuante; soltanto non si deve pensare alla luce che è trasmessa dall’occhio umano, cioè da uno strumento corporeo esteriore, bensì si deve concepire che questa sostanzialità diffondentesi, in cui ci troviamo inizialmente come in un mare ondoso, è sentita più interiormente che non si manifesterebbe in alcuna forma di luminosità o simili. È sentita interiormente, ed è sentita in modo tale che all’uomo, quando veramente la sente, già l’idea svanisce che sia in un nulla. Colui che veramente si trova in questo elemento non affermerà più di essere in un nulla, poiché questo elemento produce anzitutto un effetto sorprendente rispetto a ogni esperienza antecedente.
Ha l’effetto come se ci lacerasse e ci disperdesse per tutto lo spazio, come se ci dissolvessimo in esso stesso, come se ci dissolvessimo perdendo il suolo sotto i piedi, perdendo dovunque i punti di appoggio che abbiamo nel materiale esteriore.
Questo è ciò che inizialmente sorge.
E nel sentirsi in un elemento che si diffonde per così dire per tutto lo spazio si ha quello che si può chiamare luce spirituale fluttuante, fluente, che non si manifesta verso l’esterno in alcun senso. Questo è anzitutto ciò che ogni aspirante dell’occultismo conosce come un’esperienza interiore. Ora, quando l’aspirante dell’occultismo ha per la prima volta questa esperienza, se è una natura debole, se non è stato avvezzo nella vita a pensare molto, allora è già qui in certa misura a un precipizio, poiché non può facilmente procedere oltre se nella vita non ha imparato a pensare molto.
Per questo esiste quella preparazione di cui abbiamo parlato ieri: il lungo esercizio di un intelletto sublime, di un giudizio sublime. Non ciò che esteriormente acquisiamo mediante questo giudizio sublime, questo intelletto sublime, bensì la disciplina che acquisiamo imparando a pensare in modo più acuto, è ciò che ci giova quando come aspiranti dell’occultismo entriamo in questo elemento fluente della luce. Infatti allora agiscono non in certa misura i pensieri, bensì le forze educatrici del nostro proprio sé, che ci sono state date mediante i pensieri. Queste agiscono innanzi, e abbiamo allora non soltanto intorno a noi una luce che confluisce e nascosta, bensì abbiamo la possibilità che in questo elemento fluente emergano le formazioni di cui sappiamo che nessuna percezione delle cose esteriori ci ha dato questi edifici interiori, bensì che emergono nell’elemento in cui noi stessi siamo ora immersi. Quando abbiamo raggiunto tale condizione della vita, allora non ci perdiamo in questa luce fluente, bensì sperimentiamo in essa formazioni di una vivacità assai maggiore di quella che posseggono tutte le immagini oniriche e le visioni.
Ma insieme sperimentiamo queste immagini così, che manca loro tutto ciò che caratterizza le percezioni esteriori.
Le proprietà che percepiamo soltanto attraverso i sensi non possiamo trovarvi; ma in misura accresciuta possiamo trovare ciò che altrimenti sperimentiamo soltanto quando pensiamo.
Ma questi pensieri non sono mere idee che ci vengono incontro, bensì sono in certa misura edifici assodati in se stessi, che appaiono essenziali in se stessi. Questo è il primo che l’aspirante occultistico sperimenta e che appare sempre più forte nel corso della vita occulta.
Inizialmente è debole, inizialmente dobbiamo accontentarci di qualcosa di poco di ciò che è esperibile là. Ma allora ci viene dato sempre più e più, sperimentiamo sempre di più, e conosciamo un mondo che si presenta a noi come un mondo posto dietro il mondo dei sensi. Sperimentiamo, avendo tale esperienza, qualcosa di ben speciale. Sperimentiamo cioè che tutte le forze che possono abilitarci a provare tale cosa non si trovano affatto nell’ambito della nostra vita terrestre e della legalità terrestre. Notiamo, quando abbiamo questa esperienza, con precisione ben nitida, che tutto ciò che ci abilita a pensare al di là della vita ordinaria come uomo terrestre e alle cose naturalistiche è stato formato in noi mediante forze che appartengono alla terra. L’uomo, come voi teosofi sapete, prima di acquisire la sua forma attuale sulla terra ha subito molte trasformazioni e configurazioni.
Durante questo tempo le forze terrestri hanno agito su di lui. Gradualmente il suo cervello, i suoi organi sensoriali hanno assunto la forma che oggi possiedono, mediante le forze terrestri. E se vogliamo spiegare l’occhio, l’orecchio, il cervello stesso, come sono oggi, dobbiamo dire: all’inizio dello sviluppo terrestre tutti questi organi erano del tutto diversi. Durante lo sviluppo terrestre le forze terrestri hanno agito su questi organi e hanno dato loro appunto la forma attuale. Tutto ciò che questi organi e il cervello stesso hanno dalle forze terrestri, lo impieghiamo quando pensiamo per la vita quotidiana o quando pensiamo e ricerchiamo naturalisticamente. Nulla in ciò che sviluppiamo quando così ricerchiamo è tale che non sia pervenuto all’uomo mediante le forze terrestri.
Tanto l’uomo ordinario, che osserva il mondo e le cose intorno a lui e vi riflette sopra, quanto lo scienziato che lavora in laboratorio o all’osservatorio, si servono tutti di nessun’altra organizzazione dei loro organi cerebrali e sensoriali se non di quella che proviene dalle forze terrestri.
Ciò che abbiamo come formazione del nostro cervello, e ciò che ci abilita a lavorare il cervello in modo tale che esso esprima i gradi superiori della natura umana e che noi possiamo vedere quello che ora è stato descritto, questa luce fluttuante e pulsante spirituale ,, questo non proviene da condizioni terrestri, bensì è un retaggio di quelle forze che hanno agito sull’uomo prima che la terra divenisse terra.
Sicché dobbiamo dire, ricordandoci che la terra, prima di divenire terra, ha subito la condizione di luna, sole e saturno: non provengono da questo stato di Saturno, da questo stato di sole e da quello di luna le forze che abilitano l’uomo a percepire con i suoi sensi e a penetrare la percezione sensoriale col pensiero. Ma tutto ciò che ci lascia liberi da questo lavoro sensoriale e di pensiero, dal lavoro scientifico e così via, tutto ciò che ci rende capaci di espellere da noi i gradi superiori, così che dal cervello è spremuto il corpo eterico, il corpo astrale e l’Io, così che questi diventano capaci di vivere nella luce pulsante: questo abbiamo in noi come eredità dal tempo di Saturno, sole e luna. Questo proviene dunque da tempi di sviluppo preterrestre e non può trovarsi nell’ambito più generale dell’esistenza terrestre.
Quando una volta la scienza arriverà così lontano — e giungerà là, anche se ancora occorrerà molto tempo — a intendere per così dire il meccanismo dei sensi e del cervello, allora la scienza sarà straordinariamente orgogliosa di questo risultato. Ma si comprenderà soltanto quel pensiero e quella ricerca che sono spiegabili da condizioni terrestri e perciò valgono soltanto per condizioni terrestri. Non si potrà mai spiegare il cervello intero, e neppure tutti gli ordinamenti degli organi sensoriali, mediante le forze terrestri; bensì, per poter spiegare tutto ciò che è attivo nei nostri sensi e nel nostro cervello, che ha dato al senso e al cervello la forma presente, si dovrà ricorrere a ciò che i teosofi conoscono come lo stato di Saturno, sole e luna.
Questi stati anteriori della nostra formazione terrestre, queste forze dunque che sono attive finché l’uomo non si serve del suo cervello e dei suoi sensi esteriori, queste forze che abbiamo ereditato da Saturno, sole e luna, sono paralizzate, sono inibite mediante ciò che la terra con le sue forze ha fatto del cervello e dei sensi.
Tutto ciò che possiamo trovare quando entriamo nella luce pulsante, lo sentiamo perciò non come se lo stessimo pensando.
Infatti ciò che pensiamo, di ciò abbiamo il sentimento che lo stiamo pensando proprio adesso, ma ciò che sperimentiamo là inizialmente non ci appare come se lo stessimo pensando adesso.
È straordinariamente importante che voi consideriate questo. Al veggente che entra in tale condizione le formazioni di cui ho parlato non appaiono inizialmente come pensieri che egli sta pensando adesso, bensì come pensieri che sono conservati soltanto dalla memoria, dal ricordo, come pensieri ai quali possiamo ricordarci.
Ora vi diventerà chiaro il motivo per cui dobbiamo ignorare il nostro intelletto e siamo costretti a entrare in un’acuità della memoria. Ciò è così perché dobbiamo acquisire il sentimento che, in ciò che nel mare luminoso spirituale che si diffonde sta, per così dire si sollevano formazioni che si possono percepire soltanto come formazioni ricordate. Se non avessimo compiuto un’acuità della memoria, esse ci sfuggirebbero, e nulla diverrebbe percettibile al veggente. Sarebbe allora così che egli vedrebbe soltanto diffuso un mare luminoso interno.
Che dunque nel mare luminoso interno le formazioni di pensiero possano essere percepite nuotando, accade perché abbiamo aguzzato la nostra memoria, cosicché ciò che sorge non viene percepito dall’intelletto, bensì dalla memoria, dalla memoria; infatti deve essere percepito dalla memoria.
Ma con questo non è ancora detto tutto.
Ciò che così viene percepito dalla memoria ci abilita anzitutto a guardare entro stati lungamente trascorsi del nostro sviluppo, negli stati di luna, sole e saturno.
Ma le formazioni che vengono percepite, che appaiono come rappresentazioni di ricordo, non sono le sole; e sono anche le più deboli. Viene percepito cioè qualcosa che agisce su di noi con forza e violenza potente, di cui si potrebbe dire — sebbene si sappia che è soltanto una luce di pensiero nuotante che agisce su di noi — che ci procura dolore e piacere, che inizia, diremmo, a pungere e a bruciare e anche a evocare stati di beatitudine in noi.
E ora la domanda è: che cosa osserva l’occultista che, nuotando in questo mare, percepisce tali strane formazioni che egli può ora afferrare con l’intelletto, alle quali non ha bisogno soltanto della memoria poiché sono diventate così forti che l’intelletto può afferrarle? Che cosa osserva dunque l’occultista da questi insegnamenti?
Vede, l’occultista osserva veramente qualcosa da questi insegnamenti soltanto se ha appreso qualcosa precedentemente, e cioè se si è previamente familiarizzato con i diversi pensieri dei filosofi, se si è occupato un poco di filosofia. Allora si presenta al suo sguardo spirituale il riconoscimento che i veri pensieri dei filosofi sono immagini ombra, che sono copie di ciò che viene percepito come vivente nel fluttuante della luce.
Ora è venuto il momento in cui potete comprendere che cosa sia propriamente tutta la filosofia del mondo. Tutta la filosofia del mondo non è nient’altro che una somma di formazioni di pensiero, di idee, che come immagini vengono immesse nella nostra vita fisica e che propriamente hanno la loro origine nella vita soprasensibile, in ciò che il veggente può percepire nel modo descritto. Il filosofo non percepisce ciò che sta dietro le sue immagini e che egli proietta in queste immagini nella coscienza fisica; ma le immagini le ottiene.
Di tutti i pensieri importanti, grandi, della filosofia che abbiano mai avuto un ruolo nel mondo, l’occultista può sempre indicare l’origine.
Il filosofo vede soltanto l’immagine ombra di pensiero, l’occultista l’elemento reale vivente di luce che sta dietro. Da dove mai viene?
Ebbene, vede, questo viene dal fatto che da tempi antichi, sebbene — parlando in generale — abbiamo paralizzato le forze che dall’evoluzione di Saturno, sole e luna provengono per il cervello, nel nostro cervello nondimeno possediamo un certo residuo, attraverso il quale si possono percepire almeno immagini ombra, copie di ciò di cui il cervello è capace mediante le forze preterrene. Le forze dunque che agiscono nel cervello filosofico non sono forze terrestri; sono un debole, fiacco riflesso di forze preterrene. Il filosofo non è consapevole che nel suo cervello vive un’eredità da tempi preterreni, e che si serve del suo cervello come di uno strumento nella misura in cui tale eredità agisce.
Ora questa eredità non agirebbe tuttavia se durante lo sviluppo terrestre non fosse accaduto qualcosa di ben determinato, qualcosa di cui naturalmente anche i filosofi dei nostri tempi non vogliono sapere nulla. Se tutto fosse rimasto semplicemente così, che la terra fosse solo l’incarnazione di ciò che esisteva nel vecchio Saturno, nel vecchio sole e nella vecchia luna; se dunque la terra non offrisse all’uomo nulla di più, non portasse all’uomo nulla di più se non le forze che possiede in quanto in essa continuano a vivere le forze di Saturno, sole e luna, cioè le forze preterrene ,, allora sulla terra non avrebbe mai potuto nascere una simile riflessione come essa ci appare espressa, diremmo, nel grado massimo nella filosofia. E la filosofia è in ogni uomo, poiché fino a un certo grado ogni uomo fa filosofia. Questo esiste soltanto perché un’irregolarità è accaduta nell’incarnazione terrestre, perché dalle forze creative che hanno portato a compimento la terra una forza principale si è separata e non agisce come le altre, bensì in modo tale che possiamo dire: questa forza agisce in relazione spirituale sull’uomo, come la luce della luna agisce sulla terra in relazione fisica.
Vede, la luce della luna agisce sulla terra in relazione fisica in modo tale che la luna riflette la luce del sole.
Poiché ciò che ci giunge come luce di luna è soltanto luce solare riflessa.
Ciò che ora abilita l’uomo a progredire al di là della mera rappresentazione ricordata nella veggenza, e che lo abilita a gettare ancora qualcosa nella coscienza fisica come filosofia, proviene dal fatto che nel cervello umano agisce, formando, una nuova forza, che è precisamente la stessa forza spirituale che nell’antico documento mosaico è denominata Jahvé o Geova, e che è parimenti una luce spirituale riflessa, come la luce della luna in relazione fisica è una luce solare riflessa.
Così l’uomo, nella verità, riguardo al suo cervello non è spiegabile soltanto attraverso ciò che si è portato come eredità dagli stati preterreni. Lo si comprende, e questo cervello umano, soltanto quando si sa che, proprio come la luce fisica del sole è gettata dalla luna sulla terra — anche se allora a certo territorio della terra la luce del sole non appare —, allo stesso modo all’uomo, nella misura in cui egli si esprime nel cervello, è gettata da fuori della terra luce spirituale all’indietro.
Ogni ispirazione, e un’ispirazione è quella che è offerta all’uomo non mediante le sue proprie forze, bensì dall’esterno verso l’interno, lo abilita ad ascendere a una conoscenza del mondo che può essere designata come la conoscenza filosofica. Questa conoscenza del mondo si distingue per il fatto che induce l’uomo a cercare il fondamento unitario nelle diverse cose del mondo. Questo è il carattere principale. Importa poco che l’uomo questo fondamento unitario lo chiami «Dio» o «spirito del mondo». Ma che egli voglia riunire tutto e riferirlo a un fondamento unitario, questo proviene dal fatto che noi, nel momento in cui come veggenti abbiamo il corpo eterico libero, sappiamo: non abbiamo ora soltanto espresso ciò che abbiamo da stati anteriori, bensì abbiamo anche nel cervello influssi attivi del mondo spirituale, che si possono paragonare agli influssi della luce di luna, come noi abbiamo appena fatto.
Qui richiamo la vostra attenzione su qualcosa che può esservi significativo se considerate ciò che ora è stato espresso.
L’uomo come filosofo non ha ciò che il veggente percepisce come forza di Jahvé, che si mescola con le forze ereditate da stati anteriori.
Ha però le immagini di pensiero e non sa che dietro di esse stanno le forze che erano attive in stati preterreni e quelle che sono designate come forze di Jahvé. Non sa che dietro il suo processo di pensiero ciò sta. Vede soltanto le immagini ombra di pensiero che gli vengono prodotte perché dal suo corpo eterico si esteriorizza questa luce pulsante di cui ho parlato, e in quanto questo agisce nel suo cervello, in esso vengono prodotte le immagini ombra di pensiero che designiamo come filosofia. Questo il filosofo non sa.
Sa soltanto che vive in queste immagini ombra di pensiero. Ma su una particolarità io richiamo la vostra attenzione in queste immagini di pensiero, particolarità che vi sarà utile in seguito: sulla particolarità cioè che l’uomo come filosofo inconsciamente è veggente, cioè vive in immagini ombra di condizioni veggenti, senza sapere nulla della veggenza; che così vive in immagini ombra e produce tutto ciò che come filosofo può produrre, e che infine giunge a così legare e combinare tutto ciò che come idee e concetti filosofici è in grado di produrre, che lo riferisce a un essere unitario. Questa è la particolarità della filosofia.
Questa particolarità è sempre presente nella filosofia. Ma non c’è alcuna possibilità, se si lavora con questo materiale del filosofo e si procede onestamente e sinceramente, di trovare entro queste immagini di pensiero — filosoficamente dunque — qualcosa come l’essenza del Cristo. Si trova un fondamento unitario del mondo, ma non si trova mai un Cristo. Se in una filosofia trovate l’idea del Cristo, potete essere certi che è stata presa dal mondo esteriore; dove può essere incontrata nelle tradizioni, è stata introdotta nella filosofia in modo non corretto, forse inconsciamente.
Se il filosofo rimane nella sua filosofia, è assolutamente impossibile trovare qualcosa di diverso dal dio neutro del mondo, mai però un Cristo.
Non può trovarlo. Non esiste alcuna filosofia che si comprenda da se stessa e che possa avere l’idea del Cristo. È impossibile. Dunque manteniamo questo anzitutto fisso. Quelli però che ne hanno voglia e occasione possono guardarsi un poco intorno presso i filosofi per vedere se, finché sono soltanto filosofi, possono trovare il Cristo presso di loro. Voi guardatevi per bene un sistema così ampio e sviluppato della filosofia come quello di Hegel; vedrete: entro il sistema della filosofia Hegel non può arrivare al Cristo. Lo introduce da fuori, dal mondo esteriore. La sua filosofia non gli dà nessun Cristo.
Fin qui quanto è stato detto basti per caratterizzare ciò che come prima esperienza sorge nel veggente aspirante e che egli impara a designare come luce non manifestata.
Assai leggermente, inizialmente quasi impercettibilmente, sorge la seconda esperienza. Sorge così che, di fatto, molti veggenti hanno la prima esperienza da molto tempo e riguardo alla seconda hanno scarsa idea di che cosa sia. Sorge ancora ciò che possiamo designare più o meno nel seguente modo: mentre la luce pulsante che ho ora caratterizzato è qualcosa che ci appare come se in essa ci disperdessimo, come se ci diffondessimo nello spazio del mondo, ciò che è chiamato la parola indicibile appare inizialmente così, come se da ogni lato ci venisse incontro qualcosa. Nella misura in cui noi ci diffondiamo per tutto il mondo, è così come se ci venisse incontro qualcosa, come se da ogni lato ci si avvicinasse qualcosa, mentre d’altro canto ci dissolviamo. E in verità questo dissolversi è, per l’uomo che lo sperimenta e non sa ancora bene come orientarcisi, accompagnato da stati di paura terribile.
Ci viene incontro per così dire da fuori una pelle di mondo, che ci si avvicina, e non possiamo dire diversamente: Questo avvicinamento di una pelle di mondo è come se inizialmente in una lingua a noi difficilmente comprensibile, che non è parlata da nessuna parte sulla terra, ci fosse parlato; in modo tale che nessuna parola può essere paragonata, che è passata attraverso una laringe.
Ma se dalla parola rimuoviamo tutto ciò che è legato come suono esteriore, allora otteniamo gradualmente un’immagine di ciò che ci si avvicina come un significativo suonare del mondo da ogni lato. È debole inizialmente, e soltanto con l’aumento della forza dell’apprendimento occulto e dell’autodisciplina occulta questa percezione di un mondo spirituale diventa sempre più forte.
Allora abbiamo come veggenti un sentimento assai singolare quando così vediamo avanzare da ogni lato qualcosa come una pelle di mondo; non come una pelle di mondo esterna, bensì qualcosa che come toni ci si avvicina. Allora abbiamo un sentimento molto particolare; e che l’abbiamo è un segno che siamo sulla strada giusta. Abbiamo il sentimento: Sì, in realtà questo è il nostro stesso sé, in realtà è il vero uomo che ci viene incontro. Siamo soltanto apparentemente rinchiusi nella pelle quando viviamo nel corpo fisico. In verità tutto il nostro essere riempie il mondo e ci viene incontro quando passiamo allo stato occulto nel modo descritto. Ci viene incontro da ogni lato qualcosa. — Questo è quello che sorge come sentimento particolare: espansione della vita spirituale e di nuovo concentrazione di essa.
Questo è quello che sperimentiamo, e vi uniamo un concetto determinato, poiché ci si avvicina come parole significative, che soltanto ci suonano spiritualmente, il concetto «parola indicibile», «linguaggio indicibile».
Ora, vede, come l’uomo ha una certa eredità di cui ho appena parlato, che non proviene da forze terrestri e dal suo essere terrestre, bensì da stati preterreni, che hanno contribuito alla formazione del suo cervello, come abbiamo caratterizzato, così ha anche come eredità forze in sé che derivano da stati preterreni e che adesso non lavorano nel suo cervello, bensì nel suo cuore.
Il cuore è un organo assai complicato; e così come nel cervello non sono attive soltanto le forze terrestri, bensì anche forze preterrene, sebbene ci serviamo per la ricerca esteriore soltanto di ciò che proviene dal terrestre ,, così anche nel cuore sono attive forze preterrene.
Quello di cui l’uomo ha bisogno di percepire, affinché possa prendere aria terrestre, nutrimento terrestre, affinché provveda all’organismo della vita rispetto agli elementi terrestri, questo ha dalle forze terrestri. Affinché l’uomo possa percepire ciò che è ora stato designato con la parola «parola indicibile», non solo dal suo cervello deve essere spremuto ciò che sono le sue membra animiche superiori, bensì anche dal suo cuore.
Si può essere a lungo come veggente nel percepire della luce spirituale quando si sono spremute dal cervello le proprie membra corporee superiori. Ma se ancora rimangono fortemente legate al cuore le membra corporee superiori, come nella vita ordinaria, allora si ha a che fare con veggenti che vedono con le loro forze animiche liberate dal cervello la luce pulsante, ma non possono percepire la parola indicibile che giunge da ogni lato. Iniziano a sentirla soltanto quando le membra umane soprasensibili superiori sono state anche spremute dal cuore. Quello che il cuore abilita a spremere le membra soprasensibili superiori, così che l’uomo impara a sviluppare una vita animica che non è legata allo strumento del suo cuore, questo dipende da un più elevato organismo del cuore. Quello che come vita animica ordinaria sul piano fisico esiste è legato all’organo del cuore. Quando gli uomini dal loro cuore fisico potranno rendere libere le membra superiori, allora impareranno a sentire una vita animica legata a un organismo di cuore più elevato che non al muscolo cardiaco fisico e al sangue. Quando l’uomo impara a vivere con la sua anima le sue forze cardiache, che sono superiori a quelle che sono legate al cuore fisico, allora impara veramente a conoscere quello che intorno a lui si fa valere come una parola indicibile che giunge da ogni lato.
Questo dunque dipende dall’emancipazione delle nostre membra umane soprasensibili dal cuore.
Mentre la percezione della luce soprasensibile dipende dall’emancipazione del nostro uomo superiore dal cervello fisico, la percezione della parola indicibile dipende dall’emancipazione delle nostre membra superiori dal cuore fisico.
Proprio come ci sono uomini che, soltanto per così dire inconsciamente, hanno qualcosa in sé delle forze preterrene della formazione cerebrale, così ci sono anche uomini che hanno qualcosa in sé di forze preterrene dell’organizzazione cardiaca, della formazione cardiaca. E questi uomini sono molto più numerosi di quanto si assuma ordinariamente. Se oggi non ci fossero tali uomini che avessero questi antichi retaggi e su cui, per motivi che ancora porteremo, particolarmente oggi lavorano, allora non ci sarebbero teosofi, allora voi non stareste qui seduti. Poiché il motivo per cui state qui seduti non è altro che il fatto che una volta avete sentito, quando un libro teosofico vi è capitato in mano, o quando in un discorso vi è affluita una comunicazione dalla teosofia, qualcosa di quel retaggio antichissimo che consiste in forze che hanno lavorato sul vostro cuore già prima che la terra si fosse formata. Voi siete stati, in quanto foste afferrati da qualcosa che da parte della teosofia vi è affluita, avete sperimentato in voi qualcosa — così come i filosofi sperimentano quelle immagini ombra di cui è stato parlato — voi avete sperimentato le immagini ombra di quello che, a voi inconsciamente, poteva essere percepito da veggenti cardiaci entro di voi mediante parole che non erano state rivolte a voi in alcun linguaggio. Avete sentito attraverso qualcosa di assolutamente particolare, altrimenti non sareste divenuti teosofi. Avete sentito che questa parola esteriore è soltanto un’echeggiare esteriore di quanto è stato ricercato mediante il cuore veggente, un’echeggiare di quello che proviene dai campi dell’occultismo, di quanto è stato ricercato con le forze cardiache preterrene e vi ha parlato nelle immagini ombra che voi stessi potete sperimentare.
Avete udito attraverso la parola esteriore la parola interiore.
Mediante la parola pronunciata avete percepito l’echeggiare della parola indicibile; mediante linguaggio umano, in parola umana avete udito ciò che è stato udito in linguaggio divino da mondi divini.
E anche se gli uomini che oggi in modo onesto e sincero si sentono attratti allo sforzo teosofico non sanno sempre che in loro inconsciamente qualcosa lavora per così dire veggentemente, tuttavia in questi uomini è proprio così come nei filosofi che vedono le immagini ombra dell’intelletto veggente inconscio e non sanno in quale elemento di pensiero peculiare essi effettivamente vivono. Poiché il cervello è più facilmente accessibile alle forze terrestri, da forze terrestri è più facilmente colpito, perciò è più facilmente reso un organo terrestre che il cuore, il quale è difficilmente accessibile a forze terrestri; di qui deriva che, particolarmente nel nostro tempo, gli uomini, nel fatto che ricercano secondo leggi terrestri e occupano il loro cervello con conoscenza esteriore, rendono le parti terrestri del cervello così forti che ciò che è cervello sovraterreno è completamente paralizzato all’interno. Mediante quello che la teosofia porterà in basso, poiché il cuore è molto meno accessibile alla lavorazione delle forze terrestri, si può, parlando di teosofia, molto più facilmente trovare l’accesso alle anime umane che non mediante la mera filosofia. Poiché, se gli uomini dagli interessi puramente materiali della vita esterna non si sono allontanati da ciò che nel modo descritto può parlare ai loro cuori, allora saranno sempre ricettivi, particolarmente nel nostro tempo, alle verità teosofiche. Queste verità teosofiche possono essere intese da chiunque, soltanto non da coloro che si sono troppo compromessi mediante interessi materiali esterni in questa o quella forma, sia attraverso interessi materiali teoretici, sia attraverso interessi di vita che si esauriscono completamente nel materiale.
Soltanto tali uomini non possono comprenderle, che si sono lasciati catturare da questi interessi, uomini che per nulla hanno senso se non per questi interessi materiali esterni.
A loro si diffonde una nebbia su ciò che il cuore deve sviluppare quando è colpito dalla teosofia. Perciò, per comprendere la filosofia, si deve possedere qualcosa che ai peculiari edifici di cui prima è stato parlato corrisponda e ne disegni immagini ombra; si deve in certa misura aver sottoposto il proprio cervello a pensieri più sottili, in cui possano proiettarsi le forze superiori soprasensibili. Ora sapete però che gli uomini nei rarissimi casi sottopongono così il cervello. Per comprendere la teosofia non si ha bisogno di formazione preliminare. Per trovare vero, per comprendere quello che dalle ricerche occulte è stato tratto fuori, quando i ricercatori occulti hanno emancipato le loro forze superiori, i loro corpi spirituali dal loro cuore e cervello, gli uomini hanno bisogno solo di non essere distratti dalla vita esterna, di non scomparire nella vita esterna. L’uomo più semplice, il più umile ha tali forze sufficienti a comprendere la teosofia. Non ha bisogno di essere istruito scientificamente. Chiunque, se non viene incontro alla cosa con prevenzioni e pregiudizi, può comprendere certe verità teosofiche.
Poiché queste verità teosofiche sono fatti della ricerca occulta riprodotti come in immagini ombra in comuni esperienze, che derivano dalla parola indicibile che è udita — se al riguardo possiamo usare la parola analogicamente — quando l’uomo ha liberato, emancipato le sue membra superiori dal cuore fisico, quando cioè non può soltanto vivere in un cervello soprasensibile, bensì può vivere in un organo cardiaco soprasensibile. Per trovare espressioni logiche e giuste precisamente per concetti scientifici, al fine di esprimere quello che è stato ricercato attraverso il cuore soprasensibile, sarà necessario che si abbia conoscenza di tali concetti scientifici. Ma anche in teosofia non dipende da questo. Le verità teosofiche più importanti possono effettivamente essere rivestite di concetti semplici, e voi sapete come poco sia necessario affinché si abbia comprensione sufficiente per le verità fondamentali della teosofia.
La maggior parte di quello che noi frequentemente esponiamo non è affatto destinato soltanto a generare convinzioni in semplici anime ingenue; quelle possono già venire molto presto.
Con un’anima sana le convinzioni saranno sempre presenti; con un’anima che non sia stata danneggiata da interessi materiali, saranno sempre presenti. Ma ciò che è necessario nel nostro tempo è che la teosofia trovi protezione contro gli attacchi ingiusti di una pretesa scienza che insiste sul suo diritto. Dobbiamo presentare al mondo le semplici, ingenue, facilmente fondate verità teosofiche in modo tale che mostrino di potersi tenere ferme quando si pensa sottilmente e assolutamente chiaramente e correttamente. Certamente l’ultima cosa deve essere esigita dagli uomini. Un pensiero infaticabile, ordinato deve essere esigito, affinché si possa vedere che non c’è verità alcuna che stia in contraddizione con ciò che la teosofia è. Però un simile pensiero è, non mi limito a dire, straordinariamente raro, bensì è ancora straordinariamente difficile da raggiungere.
Il modo in cui sorgono pregiudizi scientifici esteriori, sebbene non con autorità personale, ma con un’autorità inattaccabile esterna, con un’autorità che aderisce a cose indeterminate, è certamente molto diffuso; ed è veramente gigantesco ciò che viene prodotto in questo modo di pregiudizi. Così vediamo che di certo coloro che credono di conoscere bene il territorio di una scienza particolare, o che in modo divulgativo si sono familiarizzati con certi risultati della scienza, credono anche di essere giunti così lontano con il loro pensiero da poter penetrare le relazioni di teosofia e scienza. Però gli uomini di solito non possono farlo, poiché un pensiero chiaro e ordinato non è affatto così diffuso oggi come si potrebbe supporre. Certe scienze si possono oggi compiere con un pensiero assai disordinato, con un pensiero che è stato formato nello stretto recinto di una specialistica scienza, che non oltrepassa lo stretto recinto di questa scienza.
E un letterato, un uomo che scrive, un uomo che oggi pubblica questo o quello può esserlo già quando con il suo pensiero non è realmente molto progredito.
Poiché non si pone la domanda se dietro quello che oggi è apparentemente prodotto spiritualmente ci sia un pensiero ordinato e giusto, perché gli uomini di solito non hanno il senso per questo.
Permettetemi di fare, nel contesto di quello che ho appena detto, un’osservazione, che vuole servire soltanto a illustrare come, se si ha un po’ di sensibilità, a volte possano accadere cose singolari. È bensì un’esperienza assai insignificante quella che ho da dire, ma è nondimeno caratteristica. Io andai ieri mattina per una strada. Il mio sguardo cadde, diremmo involontariamente, su un determinato punto della vetrina di una libreria. Ed ecco che sentii come se qualcosa mi pungesse, come se una mosca o un’ape mi pungesse. Intendo il procedimento spiritualmente. Ora fui curioso di che cosa mi avesse punto. Inizialmente non mi era chiaro che cosa poteva avermi punto da questa vetrina, e guardai e trovai che giaceva là un opuscolo. In questo opuscolo mi colpì un motto, e questo motto mi sembrò come se fosse destinato alla difesa dell’atteggiamento di questo opuscolo, come se l’autore avesse inteso questo motto come designazione della sua disposizione.
Ma perché mi ha punto il motto? Tra poco saremo chiari.
C’è scritto a questo proposito: «Un tipo che specula è come un animale in arida brughiera / da uno spirito malvagio condotto in giro, / e tutt’intorno giace un bel prato verde.»
Sotto c’è: Goethe, «Faust». Ma chi la dice nel «Faust»? Mefistofele! — Non è un’affermazione su cui si possa fare affidamento se si vuole fare riferimento a Goethe. È un’affermazione che è posta in bocca a Mefistofele. Se qualcuno quindi la utilizza, per utilizzarla nel buono, giusto significato, allora non pensa ordinatamente. Vuole richiamarsi a Goethe; ma ragioni interiori lo costringono a richiamarsi non a Goethe, bensì a Mefistofele, al diavolo.
Questo mi mostrava che vi era qualcosa di disordinato nel pensiero. La puntura derivava da un pensiero non diretto, completamente disordinato.
Dobbiamo ora rivolgerci più attentamente alla terza esperienza del mondo soprasensibile: alla coscienza che vi regna.
Per considerare la coscienza senza oggetto nel mondo soprasensibile, occorre dapprima conoscere qualcosa che ogni uomo possiede inizialmente, benché non sempre la osservi adeguatamente: la coscienza ordinaria in questo mondo, quella consapevolezza intima mediante la quale l’uomo avverte il proprio Io, riconoscendosi come essere autonomo, distinto dagli altri esseri. Questo è l’elemento della nostra vita che l’occultista deve esaminare con attenzione particolare.
Possiamo affermare che proprio questa coscienza, o meglio questo Io-coscienza, rappresenta per l’occultista l’elemento vitale più esposto al rischio di andare perduto durante il passaggio nei mondi soprasensibili. Chiunque voglia penetrare tali mondi deve vigilare costantemente su di esso. La particolare attenzione alla coscienza ordinaria, quotidiana — chiamiamola coscienza terrestre — è necessaria nel percorso occulto perché la perdita di essa, il suo abbandono e il suo superamento sono insieme necessari e pericolosi. Dunque sussistono qui sia un pericolo sia una necessità. Se riflettete su come è costituito questo Io-coscienza, dovrete riconoscere che esso rappresenta ciò mediante cui voi siete interiormente con voi stessi, mediante cui vi chiudete in voi stessi dal punto di vista spirituale.
Quando non fate uso dei sensi, possedete ancora — se siete svegli — la possibilità di stare con voi stessi nella vostra coscienza. Soltanto nel sonno questa coscienza sprofonda nelle tenebre. Non occorre riflettere a lungo per comprendere che il divino, il fondamento unitario del mondo, non può essere incluso in quella coscienza che ogni sera l’uomo perde addormentandosi.
Al mattino l’uomo ritrova il contenuto della sua coscienza: tutto ciò che possedeva prima di dormire rimane, e può così riprendere il filo della sua vita spirituale là dove l’ha interrotto.
Durante il sonno il contenuto persiste, ma l’uomo non sa nulla di sé.
Il divino fondamento del mondo, che sostiene tutto, deve aver mantenuto la propria coscienza; deve dunque restare completamente indipendente dal sonno umano, vegliare sulla natura umana sia quando essa veglia sia quando dorme. Di conseguenza, quando l’uomo vive in questa coscienza terrestre, deve pensare il divino fondamento del mondo come esterno a essa. E il pensare il fondamento del mondo al di fuori della coscienza terrestre implica necessariamente che l’uomo, attraverso la sua stessa coscienza — quella che racchiude il suo Io —, non possa inizialmente sapere nulla di tale fondamento.
Per questa ragione è sempre stato necessario che le conoscenze del fondamento del mondo pervenissero alla coscienza ordinaria non mediante uno sforzo di essa, bensì mediante ciò che si chiama rivelazione. Le rivelazioni, soprattutto quelle religiose, furono date all’uomo per il semplice motivo che egli non poteva trovarle mediante la propria coscienza, in quanto tale coscienza è coscienza terrestre. Perciò l’uomo, se vuole entrare in relazione con il fondamento originario, deve ricevere una rivelazione che lo illumini sulla natura di tale fondamento. E questo è sempre accaduto lungo tutta l’evoluzione dell’umanità. Se guardiamo ai tempi antichi, precristiani, troviamo i grandi maestri religiosi — chiamati Bodhisattva nel linguaggio buddhista, designati diversamente da altri popoli. Essi si posero in mezzo agli uomini e comunicarono loro ciò che essi stessi non avrebbero potuto conquistare mediante la loro coscienza terrestre. Donde proviene il loro sapere riguardo alle cose che stanno dietro la coscienza umana?
Dalle vostre conoscenze teosofiche sapete che esiste l’iniziazione, l’illuminazione, e che tutti i grandi maestri religiosi dovettero infine illuminarsi, ascendendo cioè a un certo percorso occulto, oppure ricevere insegnamento da altri iniziati ascesi al percorso occulto: da coloro che non hanno afferrato il divino mediante la loro coscienza terrestre, bensì mediante una coscienza che si era posta al di là di essa.
Le religioni antiche ebbero questa origine.
Tutte le comunicazioni e le rivelazioni che i popoli ricevettero nei tempi precristiani dai grandi maestri dell’umanità rimandano infine a fondatori di grandi religioni che erano iniziati, illuminati, che avevano esperito nel mondo soprafisico ciò che comunicavano all’umanità. Per questo il rapporto del credente con la divinità rimase sempre tale che l’uomo concepiva il suo Dio come un essere esterno al suo mondo, come un essere dell’aldilà, dal quale poteva ricevere rivelazione soltanto attraverso mezzi particolari.
Se l’uomo non si eleva personalmente all’iniziazione, tale rapporto religioso deve permanere così: l’uomo stando sulla terra, con la sua coscienza domina gli oggetti terreni e apprende dai fondatori di religioni qualcosa riguardante le cose che stanno al di là del mondo sensorio, della sfera dell’intelletto, insomma al di là della coscienza umana ordinaria.
È così che fu con tutte le religioni, e rimane così in larga misura fino a oggi. Sappiamo che il Buddhismo risale al grande fondatore religioso Buddha.
Quando si parla della fondazione del Buddhismo a opera del Buddha, si sottolinea sempre che questi raggiunse l’iniziazione, la visione superiore meditando sotto l’albero della Bodhi: espressione particolare del fatto che nel ventinovesimo anno della sua vita egli divenne capace di guardare nel mondo spirituale e di rivelare ciò che vi aveva esperito. Non importa tanto il contenuto della rivelazione.
Tale contenuto dipende da ciò che può essere ricevuto.
Consideriamo l’antica Grecia: in quanto ricevette le proprie concezioni religiose tramite il pitagorismo, vediamo che Pitagora subì un’iniziazione e poté così descrivere dai mondi spirituali, in relazione agli uomini di allora, ciò che doveva incorporarsi nella coscienza umana.
Con questo è caratterizzato il rapporto del credente al mondo spirituale: è un rapporto di contrapposizione fra uomo e mondo divino.
Che in tale mondo si veda un pluralismo, una molteplicità di esseri, oppure un’unità; che si insegni il politeismo o il monoteismo, ciò importa poco per la nostra questione. L’essenziale è che l’uomo si trovi contrapposto come uomo al mondo divino, che deve essergli rivelato. Per questo motivo la teologia insiste tanto sul fatto che il sapere umano personale non deve confluire nelle concezioni religiose.
Perché quando il sapere umano personale confluisce nelle concezioni religiose, si tratta di un sapere che l’uomo deve aver conquistato in stati soprafisici, mediante l’elevazione nei mondi spirituali. È un modo di penetrare in regioni che la teologia vuole escludere rigorosamente dall’influenza sulle concezioni religiose dell’umanità — non la religione in sé, ma la teologia come disciplina. Ecco perché i teologi insegnano con tanta cura l’esistenza di due deviazioni che la teologia deve evitare.
Una deviazione è quando la teologia decade in teosofia, poiché così l’uomo vorrebbe ascendere al suo Dio, quando invece dovrebbe contrapporsi a esso come semplice uomo. I teologi insegnano ovunque che la teologia non deve degenerare in teosofia. La seconda degenerazione, secondo i teologi, è il misticismo, sebbene talvolta essi stessi facciano piccole incursioni in territorio teosofico o mistico. Distinguiamo bene allora i semplici credenti dai mistici, poiché il mistico è qualcosa di diverso da un semplice religioso.
Il credente è caratterizzato dal fatto di stare sulla terra e di instaurare un rapporto con il proprio Dio, che riposa al di là della sua coscienza.
Nel vivere spirituale umano abbiamo visto che esistono altri elementi. Abbiamo visto che, oltre a ciò che tocchiamo oggi, nella vita dell’anima umana esiste la vita del pensiero, la vita che usa il cervello come strumento.
L’uomo che possiede la sua coscienza ordinaria possiede naturalmente anche il suo cervello e il suo mondo di pensieri. Tutto si intreccia. L’una cosa non esiste senza l’altra. Così nella coscienza umana si intrecciano i pensieri, le esperienze che l’uomo vive quando si serve dello strumento cerebrale.
Le religioni saranno sempre permeate di pensieri che si servono dello strumento cerebrale, perché chi è rivelatore, fondatore di religione, può esprimere le rivelazioni divine in forme tali che gli uomini le comprendano servendosi dello strumento cerebrale. La religione può dunque rivestirsi di concezioni cerebrali. Ma può anche incarnarsi in concezioni che si servono dello strumento del cuore, cosicché la religione può parlare più al cervello oppure più al cuore. Quando confrontiamo le diverse religioni, troviamo che alcune parlano soprattutto all’intelletto, alle esperienze legate al cervello, mentre altre parlano più alle concezioni e ai sentimenti del cuore e alla vita del sentimento.
Questa differenza si osserva bene nelle singole religioni. Ma ciò che caratterizza tutte le religioni è che l’uomo mantiene il proprio Io-coscienza, rimane consapevole come uomo. Qui sulla terra agisce l’Io-coscienza, mentre dall’esterno agisce ciò che appartiene essenzialmente al mondo divino-soprasensibile. Quando l’uomo diventa mistico, la sua evoluzione muove in modo molto radicale contro tutto ciò che è legato alla coscienza ordinaria terrestre.
La religione, finché rimane tale, custodisce con cura proprio quello che il misticismo spezza: che l’uomo rimanga fermamente se stesso, che contrapponga la sua coscienza terrestre completa al mondo divino.
I mistici, antichi e moderni, si sono sempre sforzati di infrangere questa coscienza umana.
Si sono sempre impegnati ad ascendere nei mondi soprasensibili, cioè a uscire dalla coscienza ordinaria terrestre, a superarla. È il carattere distintivo del misticismo: il superamento della coscienza ordinaria, il vivere entro uno stato di dimenticanza di sé.
Quando i mistici giungono lontano, tale dimenticanza di sé dovrebbe estendersi fino all’annullamento, all’estinzione di sé. Gli stati mistici autentici, gli innamoramenti estatici e l’estasi mirano a estinguere ciò che l’uomo chiama la limitatezza della sua coscienza terrestre, per crescere così verso il superiore. Poiché il misticismo si manifesta in tante forme, esistono tante varietà di misticismo, e si giunge difficilmente a una nozione della sua essenza senza ricorrere a esempi specifici. Conviene perciò riferirsi ad alcuni di essi. Immaginiamo il mistico che, come abbiamo detto, senta il compito di sopprimere la sua ordinaria Io-coscienza, di eliminarla per trascendere se stesso. In questo processo rimangono però, potete facilmente capirlo, le altre esperienze spirituali che l’uomo ha quando si serve del cervello e del cuore. Il mistico vuole eliminare la coscienza, ma non elimina così le esperienze attraverso il cervello e il cuore. Avete allora tutte le possibili sfumature di mistici.
Distinguiamo le sfumature possibili in forma ordinata: esperienze cerebrali, esperienze del cuore, esperienze di coscienza. Un mistico può dunque avere esperienze cerebrali e del cuore. Ma la coscienza viene da lui estinta.
Allora il mistico ci appare come colui che esce da sé nell’estasi; ma i pensieri e i sentimenti mostrano che non ha ancora eliminato ciò che viene pensato e sentito attraverso lo strumento del cervello e del cuore.
Tali mistici, che hanno esperienze del cuore e cerebrali, li troviamo propriamente soltanto se risaliamo abbastanza nella storia, e precisamente in quei mistici che, dopo la fondazione del cristianesimo, cercarono di ascendere al divino Sé mistico con l’aiuto della filosofia greco-platonica.
Sono ad esempio i neoplatonici Giamblico e Plotino. Vi appartiene anche il mistico Scoto Eriugena.
E, se non si mantiene rigorosamente la distinzione, aggiungendo un mistico presso il quale le esperienze cerebrali predominano mentre quelle del cuore sono minori, potremmo includere in questa serie il Maestro Eckhart.
Questa sarebbe la classe A, i mistici con esperienze del cuore e cerebrali.
Esperienze del cuore ed esperienze del cervello
Ieri abbiamo lasciato passare dinanzi alla nostra anima le diverse forme della mistica.
Con questa considerazione di ieri si voleva mostrare come il mistico sia un uomo che, specialmente in epoca moderna, postcristiana, si incammina sul sentiero occulto, il cammino occulto, e a tale scopo intraprende di superare la sua coscienza ordinaria, quotidiana, la sua coscienza-Io.
Abbiamo però illustrato, attraverso gli esempi di ieri, come il mistico possa in certo modo fallare il suo cammino. Può fallarlo perché, sebbene cerchi di superare anzi di estinguere la coscienza ordinaria, si trova tuttavia, nel momento in cui dovrebbe emergere un’esperienza soprasensibile al posto della coscienza ordinaria, a penetrare un territorio che esclude in realtà ogni esperienza, ogni autentico vissuto. Per questo motivo abbiamo dovuto osservare come un’eminente personalità mistica esprime il suo scopo mediante la parola “nozze”, “unione”. Contemporaneamente dovemmo caratterizzare questa unione come una sorta di perdita di sé, di estraniazione, come un non-avere-più-sé-stessi, come un passaggio in uno stato simile a un sonno superiore, verso un altro elemento.
Qui sta il motivo per cui la mistica, così come per lo più ci si presenta, è bensì il sentiero verso l’occultismo, ma non raggiunge una coscienza priva di oggetto consapevole. Quando il mistico infatti abbandona gli oggetti di questo mondo, per quanto abbiamo discusso della mistica ieri, perde anche la coscienza medesima; subentra allora un altro stato, uno stato di ebbrezza, di perdita di sé, sicché non raggiunge ciò che deve essere designato come il terzo elemento dell’esperienza occulta: ossia una coscienza altra, una coscienza superiore, che non possiede nessun oggetto esteriore fra tutti gli oggetti che la coscienza ordinaria possiede, e tuttavia rimane coscienza.
Voglio mostrarvi oggi come l’occultista proceda in realtà dapprima: come emerga dalla coscienza ordinaria, come l’abbandoni e tuttavia non si perda, mantenendo ancora qualcosa di cui vivere.
Se ci poniamo la domanda: da che cosa deriva il fatto che nella mistica, come l’abbiamo discussa ieri, la personalità mistica si perde?
— dobbiamo rispondere: accade perché nella maggior parte di queste personalità mistiche, per quanto indaghiamo attentamente, in realtà non troviamo un fondamento interno coercitivo per uscire da sé; un tale fondamento non è presente dapprima. Sarebbe facile dimostrare, per tutti i mistici citati ieri, come fossero ragioni esteriori a indurli, per così dire, al superamento della propria personalità.
Potremmo mostrare come certi stati visionari chiaroveggenti, diciamo, ereditati, fossero presenti in Francesco d’Assisi. Potremmo illustrare, per le varie mistiche femminili da noi citate, come sia la personalità — la personalità, lo sottolineo esplicitamente — di Gesù stesso ad apparirgli come uno sposo, sicché subito vediamo: se la vecchia tradizione cristiana, ossia una circostanza esterna, non avesse agito su queste mistiche, se non fossero state stimolate dall’esterno, non sarebbero potute giungere al loro stato mistico. Questo stimolo esteriore era presente soprattutto in tutti i mistici da noi citati ieri.
Ma un fondamento interno coercitivo deve essere quello che spinge l’uomo a superare sé stesso. Un tale fondamento coercitivo è realmente presente presso il vero aspirante occultista.
Ce lo possiamo rappresentare nel modo seguente. Immaginate che l’uomo pervenga a meditare sul suo Io, su questo straordinario elemento dell’essenza umana, su questo centro della sua coscienza. Anzitutto l’uomo nota che questo Io è in certo modo ciò che mantiene coeso il suo vivere durante lo stato terrestre.
Se voi inseguiste scientificamente, ad esempio, la vostra vita, giungereste alla consapevolezza che il vostro corpo esteriore, così come vi si presenta sostanzialmente, ha poco a che fare con ciò che persiste su questa terra; poiché la scienza naturale vi mostra che la sostanza del corpo si rinnova completamente in sette, otto anni.
Quindi non molti fra noi potranno presumere di possedere ancora oggi qualcosa delle sostanze che il loro corpo conteneva nell’infanzia; piuttosto dovremo dirci tutti: questo corpo ha profondamente mutato la sua sostanza nel corso della vita, è divenuto veramente un altro. Il persistente, dunque, non si trova certamente nella sostanzialità del corpo. Se prescindete dalla sostanzialità esterna del corpo e tentate di volgere lo sguardo alla vostra esperienza interna, al vostro pensare, sentire e volere, ben presto noterete come anche questo si sia trasformato nel corso della vita.
Vi basta ripensare come altri erano i pensieri, soprattutto i sentimenti, gli affetti e gli impulsi di volontà nella vostra giovinezza, se li raffrontate con quelli di un’età successiva: notiamo che questa vita interiore dell’anima si è realmente trasformata profondamente. Eppure nessuno di voi, quando è in sano senno, dirà di essere un Io diverso da quello di dieci, venti, trent’anni fa, o da quello di qualunque tempo trascorso. Nel momento in cui l’uomo dovrebbe ammettere di essere stato un Io fino al suo diciassettesimo anno e un Io diverso dal terzo al quarto anno in poi, la sua essenza interiore sarebbe lacerata e non sarebbe più in sano senno. Dunque di questo Io, che è il vero centro della nostra coscienza, dobbiamo supporre per questa vita terrena che sia qualcosa di persistente durante il corso della nostra esistenza terrena. Ma, vedete, se si riflette ulteriormente, ben presto ci si accorge che non tutto quadra perfettamente in questa considerazione dell’Io.
Quando parlate di voi stessi ai vostri simili, dite nella vostra proposizione «Io», e con questo «Io» intendete tutto ciò che la vostra coscienza ha mantenuto coeso durante il vostro cammino vitale terrestre.
Questa impressione fondamentale dell’Io ha fatto sì che molti filosofi, alcuni fino a oggi, parlino dell’Io come di qualcosa da cui si può partire innanzitutto, quando si vuol dire qualunque cosa sull’uomo e sulla sua essenza.
Potremmo dire che sfogliando la filosofia moderna si vede emergere sempre di nuovo lo sforzo di radicarsi nell’Io. Da Fichte fino a Bergson — se consideriamo solo questo arco temporale — trovate ovunque gli sforzi di radicarsi nell’Io. Sono risultati notevoli, significativi, quelli prodotti da ciò. Ma a chi pensa ancora più profondamente, a chi riflette ancora più a fondo, subentra improvvisamente un altro pensiero. Affiora il pensiero: tu parli sempre del tuo Io, sei convinto che questo Io sia il persistente, il duraturo nella vita terrena; ma lo conosci davvero, questo Io? Sai descriverlo in qualche modo? Chi su ciò si sofferma attentamente, nota che questo Io non è così persistente come lo si conosce; perché tutta la pura filosofia dell’Io, quando i suoi rappresentanti parlano di un Io duraturo che vogliono conoscere, è smentita dalla vita. Ogni notte, quando l’uomo dorme, l’Io persistente è semplicemente negato, poiché allora viene estinto; così che propriamente, quando parliamo del nostro Io, commettiamo un certo errore. Riflettiamo sulla nostra vita e involontariamente escludiamo quello di cui sappiamo che ci appartiene, precisamente il nostro Io, durante gli stati di sonno, poiché allora non ne sappiamo nulla. Abbiamo dunque, nella riflessione sul nostro Io, una linea spezzata, non una linea continua. Come è possibile avere a che fare con questa linea spezzata, che la coscienza-Io sempre si interrompe? Ciò accade perché quello che abbiamo come uomini dell’Io è solo il pensiero, solo la rappresentazione dell’Io.
E poiché tutte le rappresentazioni durante il sonno sprofondano nell’oscurità dell’incoscienza, così pure vi sprofonda il pensiero dell’Io. Esso sprofonda insieme a esse.
Già il fatto che esso sprofonda insieme al mondo rappresentativo ci mostra che nell’Io — e il filosofo ha logicamente solo la rappresentazione dell’Io — possediamo un’immagine di qualcosa di cui parliamo quando diciamo «Io», ma che ci si rivela solo nell’immagine.
Con questo persistente della nostra vita dell’anima, con questo Io e con la sua conoscenza, le cose non stanno dunque in modo tale che se ne potrebbe ottenere un vero punto di partenza occulto; perché dapprima è dato solo come immagine, non c’è altro.
La nostra vita dell’anima però è un’immagine di tipo peculiare, un’immagine straordinaria; un’immagine che consente di concludere a qualcosa. Vi sono infatti molte immagini nella nostra vita dell’anima, molte rappresentazioni. Come mai queste rappresentazioni penetrano nella vita dell’anima dell’uomo terrestre? Attraverso il fatto che intorno a lui vi sono oggetti. Se esaminate veramente la coscienza con attenzione, se proverete la vostra vita rappresentativa — e questa è la coscienza — troverete ovunque che ciò che si manifesta come rappresentazione, che riempie la coscienza, è stimolato dalle cose esterne, è per così dire immagine delle cose esterne.
Con ciò abbiamo dato la ragione per cui ci rappresentiamo questo o quello. La ragione sta nel fatto che le cose esterne ci stimolano. Se non fossero presenti, non ce le rappresenteremmo. Ma con la rappresentazione dell’Io, con la straordinaria immagine dell’Io, è diverso. Cercate nel mondo esteriore l’oggetto che stimoli la vostra rappresentazione dell’Io. Non esiste, non ce n’è uno. È la differenza della rappresentazione dell’Io, dell’immagine dell’Io: se la possediamo solo come immagine, possiamo indicare oggetti per le altre rappresentazioni, ma non per la rappresentazione dell’Io.
Quindi nel vasto ambito della nostra vita esterna non può essere presente ciò che è presente nella rappresentazione dell’Io, ciò che si riveste nelle parole «Io sono». Dobbiamo dunque dire: qui sottostà qualcosa di sempre sconosciuto, qualcosa che non si trova nel mondo esteriore, così come esso si presenta all’uomo terrestre.
L’Io è qualcosa di straordinario.
Se infatti questo Io potesse essere afferrato interiormente, realizzato, come ritengono alcuni intuizionisti come Bergson, se potesse afferrarsi più di una semplice immagine, allora si potrebbe dire: si ha poco di una realtà terrena, di una realtà che non è data dall’esterno, ma si ha almeno qualcosa.
Non si può però afferrarlo, raggiungerlo, questo Io. Ma una cosa può ogni uomo sapere di questo Io: una cosa che può servire come punto di appoggio, come quello che un tempo Archimede chiedeva per la sua leva, per sollevare la terra dai cardini. Una cosa può servire, se rivolgiamo la considerazione della nostra anima proprio verso questo Io. Dalle molteplici domande ed enigmi del mondo, che possono sorgere quando gli uomini le rivolgono solo al mondo esteriore, può staccarsi una domanda particolare; e questa sarà in fondo sempre la domanda da cui deve prendere avvio l’aspirante occultista, se intende oltrepassare la coscienza.
Deve domandarsi: non vedi proprio nulla, nel vasto ambito della tua esperienza terrena, che ti appaia tale da poter dire: la parte più intima del tuo essere si esprime in esso? Non trovi da nessuna parte qualcosa che esprima il tuo Io? Guardare nella vita interiore è inizialmente una cosa deprimente, fatale. Ivi penetriamo solo nelle nostre rappresentazioni temporali, e non possiamo mai essere certi di trovare qualcosa che ci tragga fuori dal mondo temporale delle rappresentazioni. In ogni caso non possiamo sperare di liberarci dalla nostra personalità — e questo dobbiamo raggiungere come occultisti — se continuamente fissiamo lo sguardo nella nostra personalità. Esteriormente invece abbiamo solo le esperienze e i vissuti dell’uomo terrestre. Troviamo che solo ciò che esiste nell’espressione esterna può essere espressione di qualcosa che corrisponderebbe all’Io; ma l’Io non possiamo afferrarlo.
Se volgiamo lo sguardo intorno a noi, troviamo una sola cosa, e questa è dapprima l’unica che possiamo trovare come espressione del nostro Io: ed è la forma umana.
Intendete bene questa parola, affinché possiamo superare questo punto difficile — deve essere superato se vogliamo dominare il nostro tema — «la forma umana», intendendo come deve essere intesa, ossia come essa ci si presenta nel mondo esteriore.
Penso che sia facile per ogni persona dirsi: così come una pianta nella sua forma esterna è l’espressione della sua essenza, come è formata perché corrisponde alla sua essenza interiore; così come un cristallo è formato come è perché corrisponde alla sua essenza interiore; come ogni animale è formato secondo la sua essenza interiore, così anche la forma umana deve corrispondere all’essenza umana. E poiché noi raccogliamo inizialmente dai nostri vissuti terreni nella nostra essenza il nostro Io, così la forma umana deve essere l’espressione dell’Io umano.
In altre parole: nel vasto ambito della nostra esperienza la forma umana, la figura umana si rivela come l’espressione dell’essenza umana. Pare una proposizione banale, eppure è una delle proposizioni più importanti cui possiamo dedicarci meditando. Ma l’occultista deve proseguire. Dice di sé, riguardo all’Io, che lo esprime quando dice Io, ma che non lo possiede da nessuna parte, che non è presente; perché quello che è presente è sempre solo la rappresentazione dell’Io.
La forma umana però sembra essere presente. Così siamo posti di fronte alla straordinaria domanda enigmatica: vediamo continuamente la forma umana, l’espressione dell’Io umano, e tuttavia non possiamo afferrare l’Io di questo essere. Esiste una sola possibilità di progredire, e questa consiste nel fatto che l’occultista si impegni veramente a sentire che le cose stanno con la forma umana come stanno con l’Io umano. Se essa è sempre presente, allora non corrisponde all’Io, che non è sempre presente. La necessità si pone dunque, che giungiamo in qualche modo a dire di ciò che ci sembra sempre incontrare a ogni passo, della forma umana, della figura umana: essa non è presente, inizialmente non esiste fra le cose terrene.
È straordinariamente importante che avanziamo fino alla consapevolezza che la forma umana è qualcosa di molto particolare, simile alla rappresentazione dell’Io; e che questa forma umana, nel presentarsi a noi dall’esterno, ci inganna in qualche modo, in qualche modo ci mente.
Questa è la sensazione cui giunge l’aspirante occultista: che la forma umana lo mente, fingendo di essere espressione del suo essere, mentre semplicemente vuol stare lì in modo banale, mentre l’essere si nasconde.
Non sarebbe nemmeno appropriato, del resto, sotto altro aspetto alla richiesta che abbiamo stabilito, cioè di avere una coscienza senza un oggetto consapevole, che sia tuttavia coscienza, se ci appropriassimo una coscienza della forma umana, che è ancora un oggetto esteriore.
Detto diversamente: la forma umana, che ovunque incontriamo nella vita, non può essere quella che cerchiamo come espressione dell’Io. Ora l’occultista deve sapere che non può vivere in rappresentazioni, non in conclusioni prese dall’esterno; non può trarre dall’esterno i vissuti a cui ora deve giungere, perché quello che viene dall’esterno costituisce la sua coscienza terrena, quella che vuol oltrepassare.
Quando l’occultista guarda la sua forma umana, deve vivere qualcosa in questa forma umana, che lo conduce oltre ogni coscienza terrena. Possiamo vivere qualcosa nella forma umana che ci conduca oltre ogni coscienza terrena? Sì, possiamo vivere qualcosa nella forma umana in questo modo: innanzitutto osserviamo il nostro volto umano e notiamo che questo volto umano produce un’impressione tutta particolare. Si deve però, se si vuol giungere come aspirante occultista a questa impressione appropriata, non essere infatuati e innamorati della rappresentazione ordinaria che una volta si ha; altrimenti ci si avvicinerebbe al volto umano sempre così che non si potrebbe giungere all’impressione che deve svilupparsi.
Si dovrà giungere alle impressioni più profonde che in noi si possono suscitare; perché ci troviamo, di fronte al volto umano, a un’impressione particolarmente straordinaria, ossia all’impressione: questo volto umano non è come dovrebbe essere.
E si imparerà a vedere nel volto umano, e in tutto ciò che vi appartiene, in generale nella parte superiore dell’uomo, che è stata trasformata da ciò che nella vita dell’anima umana può essere chiamato superbia, orgoglio e presunzione.
Vedete, questo è l’inizio dell’oltrepassamento della coscienza ordinaria: che l’uomo giunga a questa impressione primitiva, che dica: Tu, volto umano, tu, capo umano, tu, parte superiore umana, tu mi inganni; tu ti sei data, mediante il tuo orgoglio e la tua presunzione, una forma che non dovresti avere. Quando ti vedo, parte superiore umana, penetro attraverso la tua apparenza fittizia, e quando considero tutto ciò che attraverso le molte incarnazioni è stato impresso all’uomo come superbia e presunzione, mi si rivela qualcosa di completamente diverso.
— Così giungiamo, attraverso ciò che la forma umana è nella sua metà superiore, al sentimento che l’uomo ha trasformato la sua figura primitiva mediante superbia e presunzione. Osserviamo come occultisti anche una seconda cosa nel rapporto dell’uomo alla sua forma e alle rimanenti parti del suo essere. Nuovamente l’uomo, quando sono evocate tutte le impressioni primitive della vita dell’anima, produce l’impressione: egli in realtà ci mente; anche le rimanenti parti della forma umana devono essere diverse.
Di nuovo bisogna sottrarre qualcosa, allora si giunge al primitivo della forma umana; e quello che ulteriormente si deve sottrarre è la concupiscenza, il desiderio. Trasformato è l’uomo, si deve dire, sopra mediante superbia e orgoglio e presunzione, sotto mediante il desiderio. Se il desiderio non lo attraversasse come fuoco interiore, la metà inferiore del suo organismo avrebbe una figura diversa.
Queste due impressioni sono le impressioni fondamentali da cui bisogna partire.
Queste impressioni si possono avere. Si possono rivestire dei due giudizi primitivi: l’uomo è troppo orgoglioso, pieno di presunzione, ed è troppo desideroso. — Questi sono vissuti consapevoli interiori, che si possono avere, che si impongono quando si guarda veramente l’uomo con le impressioni più profonde dell’anima. Ma che cosa ci ha suscitato queste impressioni? Sono forse suscitate da qualche oggetto nel vasto mondo della vita terrena?
Sono presenti nel vissuto umano solo quando l’uomo sente la sua propria forma come non corrispondente a quella che dovrebbe essere, quando sente ciò che è in lui come se fosse stato originariamente disposto diversamente e trasformato da presunzione e desiderio. Ciò che dunque designiamo come oggetti esterni non provoca questi due vissuti. Tuttavia possono emergere nella coscienza umana, possono essere presenti perché l’uomo vive con il suo ambiente. È straordinariamente importante che sia possibile giungere a un giudizio interiore, a un vissuto interiore che non ha un oggetto. E questo vissuto interiore produce un effetto. Produce il fatto che l’uomo che aspira all’occulto dapprima si distacca dalla sua forma umana terrena, dicendo: tu non sei vera, uomo, così come realmente stai dinanzi a me.
— Si distacca; ma non come i mistici di cui abbiamo parlato ieri, che nel distaccarsi dai vissuti terreni non hanno più nulla, bensì esce dal suo vissuto ordinario, ma porta con sé qualcosa, cioè un giudizio sulla forma umana, che in fondo è stato espresso in innumerevoli modi dal sentimento umano. Ciò che ora è stato caratterizzato è per così dire l’elemento primario, da cui la coscienza occulta spesso è partita, quando non doveva rimanere solo vissuto mistico, bensì diventare coscienza occulta.
È partita da un giudizio sull’uomo, ma così che la forma umana è stata estinta. Non è però estinto tutto il vissuto interiore.
È rimasto un certo giudizio sull’uomo, cioè: in realtà tutto ciò, così come sei, l’ha fatto la vita terrena, e tu sei fondamentalmente tale da rimandare a una figura completamente diversa, a una forma completamente diversa.
Se ora vogliamo ancora comprendere come realmente abbiamo a che fare con ciò che man mano può sorgere nell’uomo come coscienza senza oggetto, allora sarà necessario che entriamo un po’ più dettagliatamente in questa forma umana.
Perché se abbiamo mostrato come l’aspirante occultista esce da sé e conserva solo una sorta di giudizio-impressione sull’uomo, così che per così dire ci distacchiamo da una metà dell’uomo dicendo che è troppo orgogliosa, e dall’altra metà dicendo che è troppo desiderosa, questo finora è un vissuto interiore piuttosto indefinito, che ancora non vuol diventare concreto, ancora non vuol determinarsi. È bensì un vissuto interiore, di cui vedremo che conduce alle regioni più elevate del vissuto spirituale; ma è ancora indeterminato. Affinché possiamo giungere a maggiore determinatezza, vogliamo dedicarci una volta alla forma umana, così come inizialmente ci si presenta in modo più dettagliato. Se si volesse parlare in linguaggio dotto, si direbbe: vogliamo una volta scomporre la forma umana. — Quando si scompone la forma umana, la si divide certamente in alcuni arti e parti, che si impongono straordinariamente significativi, perché la forma umana realmente si scompone in questi arti.
Questi arti si riveleranno a noi, quando ci domandiamo: che cosa fa sì che l’uomo sia formato come è formato? — se vi impegnerete in ciò che dirò. Troverete che le indicazioni tratte dalle profondità dell’occultismo danno effettivamente, in modo esauriente, la suddivisione della forma umana, e ci mostrano come la forma umana è in realtà composta.
La prima cosa che ci colpisce in questa forma umana, che è essenziale, che per così dire rende l’uomo esteriormente, per la forma, l’uomo, è quella che ho già messo in rilievo quando, per così dire, ho pronunciato la prima proposizione di queste conferenze.
È il fatto che la forma umana è eretta, il fatto che l’uomo è un essere che cammina eretto.
Questo è il primo elemento importante, per così dire la prima parte della sua forma. Vogliamo, per rappresentarci una volta questa parte della sua forma, chiamarla l’erettezza.
Vedete, inizialmente vi sembrerà che ci sia una certa arbitrarietà nel modo in cui ora vi scompongo l’uomo riguardo alla sua forma. Se vi impegnate veramente con attenzione, allora vedrete che non è arbitrio, bensì che rispecchia l’essenza dell’uomo dalla sua forma, come io ora ve la rappresento, l’essenza dell’uomo nel senso della conoscenza occulta. La seconda cosa che possiamo considerare come essenziale per la forma umana, che rende l’uomo un uomo, è il fatto che la sua forma è disposta verso l’avanti in modo tale che egli può essere un essere parlante, che il suono può generarsi in lui. Considerate appena che ciò è completamente essenziale per l’uomo.
Mentre in generale ogni uomo è organizzato verso l’alto, è organizzato in particolare verso l’alto in modo tale che i suoi organi del linguaggio cominciano dal cuore e dalla laringe e vanno verso l’alto, verso il volto. Se considerate l’uomo sotto questo aspetto, troverete che tutte le forme degli arti sono organizzate verso la generazione del suono e la formazione del suono. Possiamo quindi dire: la seconda cosa importante nell’ordine degli arti della forma umana è l’indirizzo verso la formazione del suono, verso il linguaggio.
La terza cosa, che dovete considerare come importante per la forma umana, è il fatto che questa forma umana è simmetrica. Non potete concepire che la forma umana perderebbe qualcosa dalla sua essenza, se non fosse simmetrica. Questa è la terza cosa essenziale: tutti gli arti sono disposti così che entrambi i lati sono simmetrici. Sappiamo che vi sono eccezioni, ma il simmetrico appartiene all’essenziale di un numero di arti.
La quarta cosa, che viene in considerazione, si presenta nel modo seguente.
Se osservate quello che l’uomo possiede in questi tre arti della sua forma: la sua erettezza, il suo linguaggio e la sua simmetria, allora dovrete dire: quello che nell’uomo è presente come tre arti, questo va verso l’esterno. Che l’uomo si erga, questo è qualcosa che lo pone nel mondo esteriore. Il linguaggio è qualcosa di cui saprete senza difficoltà che lo pone nel mondo esteriore. La forma simmetrica lo dispone nello spazio in una certa posizione di equilibrio.
— Ora arriviamo ancora a qualcosa d’altro; è il fatto che l’uomo, preso fisicamente, è un’interiorità, che ha racchiuso certi organi dalla sua pelle, dalla sua esteriorità. Possiamo quindi dire: l’uomo ha come quarto arto della sua forma l’essere-racchiuso mediante la sua pelle, così che gli organi che mantengono le funzioni interiori sono interiori e sono protetti dal mondo esteriore. — Diremo quindi: il chiudersi in sé, ovvero l’esclusività, è qualcosa che appartiene a questa forma. Un ulteriore, il quinto, che appartiene a questa forma, lo vedo nel fatto che in questa interiorità, che è separata dal rivestimento esteriore, gli organi sono attivi; quello che lì dentro agisce e vive.
Che là dentro agisca e viva, testimonia che l’uomo, così come sta dinanzi a noi nella sua forma, non è solo dipendente dal mondo esteriore, ma è anche dipendente dal suo interno, che egli nel suo interno ha per così dire un centro del suo tessere e della sua essenza. Se quindi opponiamo agli arti che abbiamo già considerato, ad esempio solo la circolazione del sangue, abbiamo qualcosa che scorre puramente nell’interno, una chiusura interiore. Abbiamo quindi la chiusura, e abbiamo un interno che si chiude. Ma con questo interno, che si chiude nell’uomo, si ha una situazione del tutto particolare. Questo interno, che si chiude nell’uomo, è infatti una dualità, parlando in senso puramente fisico. Vi sono organi interni come il polmone e il cuore, che debbono la loro forma a un compromesso, a un effetto dall’esterno.
Il cuore deve corrispondere al polmone e quindi è stato adattato alle circostanze esterne.
Il mondo esteriore, l’aria penetra attraverso il polmone nell’interno ed è quindi adattata agli organi interni. Poi abbiamo anche organi che dalla loro forma mostrano già che sono adattati solo all’interno del corpo. Questi sono gli organi dell’addome. Questi hanno la loro forma dal fatto che sono dentro l’uomo.
Potete tutti immaginare che lo stomaco, l’intestino, il fegato, la milza, se fossero altrimenti disposti all’interno, potrebbero stare in connessione con il cuore e il polmone, e in qualche modo tuttavia svolgere le giuste funzioni. Se l’esterno una volta ha trovato accesso nel polmone, allora l’interno può essere disposto diversamente; allora solo l’interno dell’uomo è determinante. Così che possiamo dire: sestamente abbiamo una parte della forma umana che possiamo chiamare l’interno vero e proprio, l’interno in relazione corporea, e importante è che ci rendiamo consapevoli: senza relazione al mondo esteriore. Ora siamo anche giunti al confine dove nella forma umana, per così dire, dall’interno qualcosa deve di nuovo andare verso l’esterno, dove troviamo qualcosa nella forma umana che di nuovo sta in relazione con il mondo esteriore. Considerate solo la forma dei piedi umani. Se non fossero formati così per il terreno, se non avessero una suola sotto, l’uomo non potrebbe camminare. Se fossero formati così che andassero in una forma appuntita, l’uomo continuamente cadrebbe. Così giungiamo, se seguite la forma umana, a organi che di nuovo sono adattati alle circostanze esterne. Ma non solo i piedi, bensì anche le gambe sono formate in modo tale che l’uomo sia un uomo.
Se fosse un pesce o un essere volante, i suoi organi dovrebbero essere formati diversamente; sono però formati così che l’uomo è questo essere che sta sulla terra e cammina.
A questo scopo, di essere un essere che lavora sulla terra, che sta e cammina su di essa, sono formati tutti gli organi dal bacino verso il basso, così che possiamo dire: nel bacino abbiamo settimamente una certa posizione di equilibrio.
Ciò che è sopra è necessariamente formato verso l’esterno o chiuso verso l’interno; quello che è sotto è formato verso il basso, così che possiamo dire: nel bacino vi è una certa posizione di equilibrio.
Di quello che è sotto possiamo dire che si adatta alle circostanze terrene.
Poi abbiamo, quando seguiamo ulteriormente l’uomo, ulteriori organi che sono completamente adattati alle circostanze esterne, cioè ottavamente gli organi riproduttivi.
Vi basta solo considerare che l’uomo, se vuole camminare in modo appropriato, come l’uomo deve camminare, deve avere i femori disposti in modo tale che, separati da quelli inferiori, si pieghino ad angolo.
Questo fa sì che nell’andatura possa adattarsi alle sue circostanze terrene, così che l’uomo, attaccato ai femori, che è importante, ha le ginocchia, che essenzialmente condizionano la sua forma inferiore.
Poi l’uomo ha ancora le tibie e, di nuovo separate da queste, i piedi.
Nella prossima considerazione vedremo perché qui mancano effettivamente le mani. Ma vi prego di osservare questa tabella per ora. Ho detto che potrebbe inizialmente sembrare che vi sia un certo arbitrio nel modo in cui la forma umana intera è stata suddivisa qui in dodici arti.
Ma tutto ciò di cui l’uomo realmente ha bisogno per essere un uomo terrestre — come stanno le cose con le mani, ne parleremo domani — è contenuto in questi arti; ed è contenuto in essi in modo tale che ogni arto ha una certa autonomia, che ogni arto è separato dagli altri; e sarebbe comunque pensabile che ogni arto fosse in connessione con gli altri e tuttavia fosse formato diversamente da come è formato.
Potete pensare altre forme; ma che dodici tali parti siano messe insieme affinché sia presente la forma umana, non potete ignorare. Se prendete quello che l’uomo deve essere sulla terra, non potete ignorare che egli deve essere una forma articolata, che è disposta in questo modo, così che quando consideriamo la forma umana, essa deve articolarsi in dodici singoli arti. Questi dodici singoli arti hanno sempre avuto nell’occultismo l’importanza massima concepibile.
Questi dodici singoli arti della forma umana ci sono necessari per considerare il significato totale di questa forma umana nella sua connessione con l’essenza umana.
L’occultismo li ha sempre conosciuti, e per ragioni che ci si riveleranno nel proseguimento di queste conferenze, quando conosceremo l’uomo in relazione occulta, teosofica e filosofica, si rivelerà il motivo per cui questi arti hanno ricevuto designazioni ben definite.
Si è infatti designato quello che è stato indicato come primo con il nome «Ariete» e si è indicato con il segno ♈ Quello che è indicato come secondo è designato «Toro» e simbolizzato con il segno ♉.
Quello che è indicato come il simmetrico, come «Gemelli», è stato indicato con il segno ♊.
Quello che è stato caratterizzato come la chiusura nell’interno è contrassegnato con questo segno ♋ ed è stato chiamato «Cancro».
Quello che è stato caratterizzato come la vita interna che si chiude, è stato chiamato «Leone» e simbolizzato con questo segno: ♌ Quello che è l’interno in relazione corporea, senza relazione a qualcosa di esteriore, che è quindi chiuso nell’interno, che designa la triplice natura umana e indica la chiusura verso l’interno, è chiamato «Vergine» ed è contrassegnato con questo segno ♍.
Quello che indica la posizione di equilibrio non ha bisogno di molta spiegazione quando è designato come «Bilancia»: —.
Gli organi riproduttivi, che di nuovo hanno la direzione verso l’esterno, sono designati con l’espressione «Scorpione» e simbolizzati con questo segno ♏.
I femori, quello che è designato come «Sagittario», hanno questo segno: ♐ Le ginocchia, come «Capricorno», sono simbolizzate da questo segno: ♑.
Le tibie, come «Acquario», da questo segno: ♒.
E infine i piedi, come «Pesci», con questo segno: ♓.
Vedete innanzitutto, in questi segni, solo firme, segni per gli arti della forma umana, di cui si può dire che costituiscono la forma umana totale. Vedete in questi segni inizialmente nient’altro che un mezzo, come se si fossero scelti lettere per designare queste singole parti della forma umana. Allora avete inizialmente fatto abbastanza nel considerare quello che designiamo come forma umana.
E possiamo, perché la suddividiamo in singole parti, dare i nomi indicati, contrassegnare questi singoli arti come con lettere con i segni che sono aggiunti. Sapete tutti che in una certa relazione queste designazioni corrispondono ad antiche usanze, e che esse svolgono particolarmente un ruolo, così come sono indicate, nell’astrologia. Ma vi prego, per queste conferenze, di non collegare con queste designazioni nient’altro se non che con il loro aiuto dirigiamo la nostra attenzione alla forma umana e la suddividiamo naturalmente in dodici parti. Se diamo a questi arti nomi strani e aggiungiamo strani segni, ciò non deve essere inteso in modo diverso che quando i suoni del linguaggio umano talvolta sono tali che non possiamo immediatamente riconoscere perché esprimono questo o quello; non diversamente che quando le lettere non sono sempre tali che si possa dire perché designano questo o quello.
Ciò che abbiamo conseguito con queste designazioni è che in esse abbiamo l’espressione della forma umana, articolata in dodici parti, e che abbiamo aggiunto loro, a nostro ulteriore uso, nomi che anche dall’occultismo si sono talora fatti strada nel pubblico.
Vi meraviglierà forse che nel corso di queste conferenze dedicassimo tempo anche a considerare la natura esterna e la forma dell’uomo, proseguendo ieri il nostro esame.
Se volete penetrare sempre più profondamente nelle conoscenze che il vero occultismo può offrire all’uomo, non potete evitare di conoscere l’uomo secondo le prospettive che ora consideriamo. Basta ricordare quanto spesso, nel vostro cammino teosofico, si sia accostato all’anima il pensiero che l’uomo, così come si presenta nel mondo nella sua forma esterna, è un tempio della divinità. E un tempio della divinità l’uomo lo è veramente anche per quanto riguarda la sua configurazione esteriore. Consideriamo questo tempio della divinità quando, in certo senso, esaminiamo i mattoni di cui abbiamo cominciato a parlare ieri, e che continueranno a occuparci per breve tempo. Allora vedremo che proprio le conoscenze più importanti per il cuore e l’anima umani ci verranno incontro se non saremo troppo pigri e ci daremo la pena di cercare il nascosto del mondo spirituale già nella forma esterna dell’uomo. Abbiamo considerato l’uomo secondo dodici membri che ieri abbiamo enumerato. Questi dodici membri, così come ci si presentano, sembrano formare un’unità completa. Ma in realtà non formano affatto un’unità completa, ed è importante sapere che non la formano. Nel momento in cui l’uomo riesce a comprendere veramente che l’unità esterna della forma nella quale gli appare il suo corpo, il suo corpo esteriore, è soltanto apparente, nel momento in cui l’uomo intende che la forma del corpo esteriore, così come si presenta ai sensi o come l’uomo la può conoscere da uomo terrestre, è soltanto apparente, nel momento in cui l’uomo penetra l’apparenza della forma esterna, capisce allora come stanno le cose con il suo Io, il centro della sua coscienza.
Ieri abbiamo già visto che questo Io ogni notte ci sfugge, quindi per l’uomo non può essere che un’immagine; una realtà non potrebbe sfuggire all’uomo durante la notte.
Gli viene sottratto, dall’Io che nel resto della sua vita terrestre lo accompagna, qualcosa ogni notte; e precisamente ciò che gli viene sottratto gli viene dato dall’ordine cosmico nel corpo esteriore, viene aggiunto al corpo esterno.
Questo fa sì che l’uomo consideri il corpo esteriore come un’unità. In verità non lo è. In verità i mattoni che abbiamo conosciuto sono complicatamente assemblati insieme.
Tocchiamo qui uno dei misteri più importanti, che è adatto a condurci profondamente nei misteri più originari dell’esistenza. Uno di questi misteri lo tocchiamo già nel mondo esteriore, ed è importante che percorriamo anche la strada dall’esterno verso l’interno per poter accogliere da questa consapevolezza l’idea senza oggetto. Come si presenta all’uomo, egli consta in verità di tre parti, ed è soltanto un’apparenza se si considerano semplicemente queste tre parti dell’uomo come un’unità.
Quello che ieri ci apparve come una connessione di dodici membri si divide in verità in tre uomini, e bisogna imparare a comprendere che l’uomo propriamente consiste di tre uomini. Vogliamo presentare questi tre uomini, uno dopo l’altro, all’anima nostra. Ieri, nell’enumerazione dei membri dell’uomo, abbiamo cominciato enumerando quello che possiamo chiamare l’erezione, l’esser-rivolto-verso-l’alto; poi abbiamo enumerato quello che organizza l’uomo verso il davanti, per dirla meglio, verso il parlare.
Quindi il secondo: la direzione verso il davanti, verso il parlare. Il terzo era la simmetria.
Quando consideriamo questi tre membri della natura umana, abbiamo una parte di questa natura umana, come essa ci si presenta esteriormente nello spazio come forma, come configurazione.
Vogliamo ora esaminare se non troviamo già, attraverso pura osservazione esterna, qualcosa che ci faccia partire dall’espressione simmetria e che ci appaia nella forma esterna in modo tale che, a un esame accurato, debba colpire l’uomo come veramente enigmatico.
La simmetria significa, come sappiamo, che l’uomo è formato su entrambi i lati. Questa simmetria certamente esiste anche per tutti gli organi della testa, ma diventa particolarmente evidente quando, nel considerare la forma umana, andiamo giù dalla testa. Ieri abbiamo detto che designiamo l’erezione con l’espressione «Ariete» e il segno ♈, la disposizione verso la formazione del suono con l’espressione «Toro» e il segno ♉, e la simmetria con l’espressione «Gemelli» e il segno ♊. Questi tre membri dell’organizzazione umana sono così designati.
Ora veniamo però a qualcosa che si manifesta per così dire nel proseguimento della testa e che fa emergere la simmetria, la disposizione per due lati, in modo particolarmente evidente. Sono le braccia e le mani. Vi prego ora di considerare queste braccia e mani. Si attaccano alla testa in modo tale che nelle braccia e nelle mani troviamo preformato, molto evidentemente preformato, quello che nel corpo inferiore conosciamo come i femori, quello che abbiamo come stinchi e piedi.
Se osservate i regni animali, vi si presenta di certo in modo evidente l’identità di quegli organi che ora sono stati nominati, che nell’uomo sono diversi nelle braccia e nelle gambe; e potrete pensare le cose più importanti proprio sull’uomo quando considererete e mediterete più attentamente questa differenza tra braccia e mani e gambe e piedi nell’uomo rispetto a quella negli animali che gli stanno più vicini. Prendiamo ora le designazioni che ieri abbiamo usato e applichiamole così come le abbiamo usate per le gambe e i piedi, applichiamole ora corrispondentemente alle braccia e alle mani.
Allora possiamo dire, se seguiamo la testa verso il basso: si uniscono a questa testa membra che, come vedete facilmente attraverso il pensiero più superficiale, stanno spiritualmente in connessione con l’intero mondo di pensieri della testa.
Si uniscono le braccia e le mani. Non lo troverete assurdo se usiamo le medesime designazioni che abbiamo trovato ieri per le gambe e i piedi, in questo momento le usiamo per le braccia e le mani che si trovano in connessione con la testa, e se diciamo: consideriamo come proseguimento della testa, in quarto luogo, quello che si estende simmetricamente dapprima come le braccia superiori, e lo designiamo così come abbiamo designato la parte superiore delle gambe, come «Sagittario»: ♐. Teniamo conto senza dubbio che esiste una certa differenza per quanto riguarda il gomito e il ginocchio, dato che l’organo della rotula non è sviluppato al gomito, ma presto troveremo la somiglianza. Così designiamo quello che abbiamo come gomito, con il segno e con la parola con cui abbiamo designato il ginocchio, cioè con «Capricorno» e il segno ♑. Designiamo gli avambracci con il medesimo segno con cui abbiamo designato gli stinchi, cioè quello dell’«Acquario»: ♒, e le mani con il medesimo segno con cui abbiamo designato i piedi, con il segno dei «Pesci»: ♓. Abbiamo ora, isolando questi membri della natura umana, la testa con le sue braccia, insieme, un uomo di sette membri. E questo è importante. Se vi rappresentate che questo intero uomo settemplice viene nutrito dalla restante natura umana, per quanto è contenuta nella forma umana, quindi riceve il nutrimento condotto verso l’alto soltanto, allora non vi sembrerà più così terribilmente grottesco il pensiero che — prendete questo inizialmente come un’idea, come un pensiero — da fuori di questo uomo settemplice così caratterizzato il nutrimento viene condotto nel modo stesso in cui, ad esempio, per la pianta il nutrimento è preparato da fuori, e lei lo elabora soltanto.
Si potrebbe benissimo pensare che il nutrimento venisse preparato là fuori nel mondo, che questo uomo settemplice non lo ricevesse prima, per quanto gliene occorre per il sostentamento del cervello e così via, dalla restante natura umana, ma direttamente dal mondo.
Allora questo uomo sarebbe collegato direttamente al mondo esterno. Vedete, questo uomo settemplice l’occultista deve tenere presente quando vuole elevare sé stesso in modo appropriato a una coscienza superiore.
Deve passare, per così dire, attraverso l’anima quello che ora è stato espresso: la possibilità di una natura umana settemplice, da cui ci si pensa via gli altri membri dell’uomo odierno. E ora consideriamo il secondo uomo. Lo comprenderemo meglio se teniamo presenti i seguenti pensieri. Pensate che l’organo essenziale della testa, come vedrete facilmente, è il cervello.
L’uomo ha però ancora qualcosa che assomiglia molto al cervello e che, direi, differisce da esso soltanto per qualcosa di apparentemente minore, ma molto significativo. L’uomo ha effettivamente qualcosa come un secondo cervello. È il cervello del midollo spinale, il midollo spinale, che è chiuso nella colonna vertebrale. Fissiamo bene questo pensiero. Supponiamo di avere a che fare con questo strano midollo spinale, che possiamo veramente sentire soltanto come un cervello sottile, allungato in lunghezza, così come d’altra parte possiamo sentire il cervello come un midollo spinale che in maniera corrispondente è gonfiato. Immaginatevi, affinché possiamo considerare il midollo spinale come una specie di cervello, l’uomo una volta in una posizione mondiale, come ancora oggi l’hanno gli animali: immaginatevi la colonna vertebrale non eretta verticalmente, ma parallela alla superficie terrestre. Allora avreste un cervello semplicemente allungato e appiattito. Ora considerate l’uomo così, come allora starebbe davanti a voi, parallelo alla superficie terrestre, la schiena orizzontale verso lo spazio cosmico, così che effettivamente il midollo spinale, nella posizione mondiale, potrebbe valere come una specie di cervello.
Allora ci si presenta qualcosa di molto straordinario, cioè il fatto che anche a sinistra e a destra abbiamo attacchi, che certamente differiscono molto dagli attacchi bilaterali delle braccia.
Ma immaginatevi una volta la condizione che l’uomo, nella sua simmetria, non fosse ancora arrivato così lontano come oggi, così che le due braccia fossero quasi uguali, ma piuttosto che un braccio avesse subito uno sviluppo particolare che lo avrebbe fatto differire molto dall’altro braccio.
Al giorno d’oggi è certo così che nel modo più inetto si vuole eliminare la destra preferenziale e sviluppare la destra e la sinistra insieme. Ma immaginatevi che l’altro braccio si sviluppasse in un organo completamente diverso; allora non lo troverete più così assurdo se si accenna ai due altri attacchi che abbiamo.
Se consideriamo l’uomo in modo che la sua colonna vertebrale si trovi in alto, orizzontalmente, che la testa si attacchi da un lato e i piedi dall’altro, abbiamo due attacchi come nelle braccia. Potete considerare la testa come un braccio e le due gambe insieme come l’altro braccio.
Questo sembra strano all’inizio; ma se vi immaginate che esistono persino nei regni animali inferiori forme e configurazioni che non differiscono tanto da quello che ora è stato descritto, allora non troverete più il pensiero così grottesco. Questo pensiero deve passare attraverso l’anima se vogliamo comprendere l’intero uomo, che è un essere tripartito. Allora possiamo anche dire che abbiamo a che fare con attacchi che sono soltanto formati asimmetricamente, con gemelli disuguali.
Se tenete conto di questo, potete allora anche dire: qui ho davvero qualcosa davanti a me come il primo uomo settemplice. Cominciamo dicendo che a questo uomo disteso orizzontalmente assegniamo veramente i due gemelli disuguali. Nell’uomo disteso orizzontalmente chiamiamo gli attacchi bilaterali anche gemelli.
Dovremmo quindi dire: l’appartenenza reciproca, l’ordine reciproco di testa e piedi, lo designiamo in questo caso come «Gemelli»: ♊.
Ora dovremmo certo tener conto del nostro cervello. Cioè dovremmo considerare quello che abbiamo appena detto. Otteniamo questa immagine umana, che abbiamo ora posto davanti all’anima, soltanto ruotando l’uomo.
Consideriamo quindi quello che l’uomo ci presenta così ora, cioè il corpo medio come un mondo chiuso in sé stesso, che però consideriamo come uno in cui abbiamo pensato l’uomo. Quindi l’involucro dell’uomo e sopra una specie di cervello dentro. Lo consideriamo come «Cancro»: ♋. In modo che possiamo dire: l’intero involucro toracico ottiene ora persino una caratteristica particolarissima dal fatto che, per rappresentarcelo correttamente, ruotiamo l’uomo. Ora consideriamo tutto quello che è significativo tra i membri umani all’interno di questo involucro toracico. Dobbiamo soltanto seguire i membri che abbiamo seguito uno per uno ieri, per fermarci nel punto dove diventa impossibile ancora contare le cose come appartenenti all’uomo toracico o all’uomo medio. Indubbiamente dovremo contarvi l’intero interno che abbiamo designato come «natura leonina»: , e che si concentra nel cuore.
Come quarto abbiamo fatto notare che propriamente l’uomo si divide qui in due membri: in un interno che è chiuso dal cancro, e in un interno che è chiuso dall’involucro addominale. Questo è anche anatomicamente separato molto esattamente dal diaframma in una cavità superiore e una inferiore; ma anche quello che è sotto il diaframma dobbiamo contarlo come appartenente all’uomo medio. Lo designiamo con il nome «Vergine»: ♍.
E ora arriviamo ad avere la posizione di equilibrio, dove l’uomo comincia a non essere più completamente chiuso nell’interno, ma si apre verso il mondo esterno. Utilizzando le gambe, l’uomo si rivela verso l’esterno; così che possiamo dire: questa posizione di equilibrio è il confine dove l’interno si chiude rispetto all’esterno. Abbiamo quindi quinto la posizione di equilibrio, l’abbiamo designata con «Bilancia» e a essa assegnato questo segno: ♎.
In base al modo in cui gli organi riproduttivi stanno in connessione con l’uomo medio, lo troverete naturale che debbano essere contati tra quello che costituisce l’uomo medio, così che dobbiamo dire, sesto, gli organi riproduttivi, «Scorpione»: ♏.
Ora si tratta di ottenere il punto di partenza per la seconda coppia di gemelli.
Se tenete conto di quello che per l’uomo sono i femori, come in fondo vengano mossi soltanto per il fatto che stanno in connessione con tutta la muscolatura dell’uomo medio, secondo la natura particolare dell’uomo medio, dobbiamo anche contarli ancora. Fino alle ginocchia l’uomo è uomo medio; le forze dell’uomo medio si estendono nei femori e si spingono fino alle ginocchia.
Abbiamo allora anche, da una parte verso la testa, dall’altra verso i femori, la coppia di gemelli, così che dobbiamo considerare i femori come ancora appartenenti ai gemelli. Li designiamo con questo segno ♊ e li chiamiamo «Sagittario». Se vi soffermate sui piedi, vedrete che i femori stanno senza dubbio ancora in intima connessione con l’uomo medio, ma che le ginocchia, gli stinchi e i piedi sono così che hanno bisogno del supporto terrestre come piedi, e che i femori sono quello che utilizza questo supporto. Avete qualcosa che l’uomo ha perché deve stare fermo e dritto sulla terra.
Quello che ancora nei femori è il proseguimento dell’uomo medio si potrebbe configurare così, se non si adattasse agli altri membri e alle gambe, che l’uomo fosse un animale aereo, se si sviluppassero organi completamente diversi che sarebbero migliori, applicati come organi di nuoto o di volo. Questi dovrebbero essere mossi dai femori. Ma tutto il resto dovrebbe essere attaccato diversamente. Vedete che all’uomo medio il resto delle parti non deve essere contato, così che abbiamo ora un uomo settemplice. Questo è il secondo uomo settemplice.
Se tenete conto della differenza tra il primo e il secondo uomo settemplice, troverete che essa è enorme.
Se consideriamo il primo uomo settemplice, abbiamo i principali, gli organi sensoriali più significativi, nella testa, quindi nel primo uomo settemplice stazionati.
Se al primo uomo settemplice, come dobbiamo, aggiungiamo ancora le braccia e le mani, abbiamo allora contato come appartenenti a questo uomo settemplice organi che hanno una particolarità che soltanto un’osservazione esterna materialistica non nota. Perché gli organi umani che chiamiamo braccia e mani mostrerebbero all’uomo, se li considerasse significativamente, l’elevato e il significativo della natura umana in modo particolarmente peculiare. Se si volesse parlare di un’arte della natura, che in modo meraviglioso è unita con tutto quello che l’uomo presuppone come il tempio di Dio, allora non si potrebbe raffigurare quest’arte della natura meglio di quanto accadrebbe se si considerasse proprio la struttura meravigliosa delle braccia e delle mani umane. Considerate gli organi corrispondenti in altri esseri, negli animali che assomigliano all’uomo. Osservate, per il confronto, diciamo, per allontanarsi molto dall’uomo, gli arti anteriori degli uccelli, le ali. Le ali sono comparabili a quello che in maniera corrispondente ho designato nell’uomo con le mani. L’uccello non potrebbe volare senza le ali. Sono organi di utilità per la sua esistenza, sono nel senso infinito organi di utilità. Le mani umane in questo senso non sono organi di utilità. Possiamo certo svilupparle a organi di utilità, ma allora richiede sviluppo. Non possiamo con esse volare né nuotare, e sono persino inette per l’arrampicamento, per il quale gli arti anteriori degli animali più prossimi all’uomo, delle scimmie, sono persino molto abili.
Si potrebbe quasi dire: queste mani, se si considera la cosa così che si considera soltanto il punto di vista dell’utilità, sono per tutte le attività utili esterne propriamente molto inette, estremamente inette per tutto l’esterno.
— Se però notiamo quello che l’uomo ha dovuto fare con le sue mani nel corso dello sviluppo terrestre, dobbiamo dire che si rivelano come qualcosa di prezioso quando si tratta di dare espressione esterna a quello che lo spirito può conseguire.
Pensate dapprima all’elemento più semplice. Non diventa la mano, accanto alla parola, quando si serve del gesto, un organo espressivo? Non si esprime in esse, mediante la diversa configurazione, una gran parte del carattere interno dell’uomo? E pensate alla cultura umana, rappresentatevi che le mani dell’uomo fossero più destinate a uno scopo di utilità, all’arrampicamento o al nuoto, o che fossero necessarie per il movimento. Rappresentatevi che il mondo non fosse organizzato così che prima dobbiamo imparare a camminare; dobbiamo impararlo prima attraverso movimenti che, rispetto al resto della natura, sono piuttosto inetti, cioè in un movimento oscillante delle due gambe.
L’uomo non nota che il movimento delle gambe dell’uomo è piuttosto inetto, e che ogni animale ha organizzato le sue gambe, in relazione alla sua organizzazione, molto più utilmente. Le nostre mani sono anche liberate da questa condizione di esistenza. Rappresentatevi quindi che non fosse così e che fosse stato più facile per l’uomo usare le mani per il movimento. Allora dovreste pensare via tutta la cultura umana, tutta la cultura storica. E pensate a tutto quello che l’uomo come artista deve compiere attraverso la mano: dovreste anche pensare via tutta l’arte se le mani fossero diventate organi di utilità. È una concezione che deve passare attraverso l’anima dell’aspirante occultista, che abbiamo nelle nostre mani e braccia organi meravigliosi che stanno in connessione straordinariamente intima con la vita spirituale come si svolge sulla terra.
Se consideriamo che l’uomo, rispetto alla testa, dove principalmente gli organi sensoriali sono localizzati, sta appropriatamente in contatto con il mondo esterno, che lavora il mondo esterno attraverso le mani, che può preparare nella testa quello che attraverso le mani dichiara al mondo esterno o trasmette come cultura umana, allora vedrete quello che il primo uomo settemplice propriamente è.
È l’uomo propriamente spirituale, l’uomo che principalmente sta in connessione con il mondo esterno come uomo.
Se consideriamo questi sette membri come si chiudono interiormente, abbiamo allora il processo terrestre consapevolmente per l’uomo in questo primo uomo settemplice. Vediamo così come dobbiamo considerare preferibilmente questo primo uomo settemplice come la natura spirituale dell’uomo, come l’essere spirituale dell’uomo, per quanto l’uomo è uomo terrestre. Consideriamo ora il secondo. Il secondo è qualcosa di cui dobbiamo dire che, proprio per il fatto che ha i due gemelli così, che sono sviluppati su entrambi i lati come gemelli estremamente disuguali, ha la sua connessione con il mondo esterno da una parte soltanto con la testa, soltanto con quello che fa la testa, perché riconosce nella testa; dall’altra parte, per quanto l’uomo è un essere mobile che cammina e può dirigere questo cammino dall’interno.
Infine è anche collegato al mondo esterno attraverso gli organi riproduttivi, attraverso i quali esiste il proseguimento fisico degli uomini. Così che possiamo dire: senza questo uomo medio, cioè se questo uomo medio non avesse questi tre membri, cioè quello che come gemelli su entrambi i lati e attraverso gli organi riproduttivi è presente, non ci sarebbe connessione con il mondo esterno.
— Per il fatto che l’uomo ha questi tre membri nel suo organismo medio, sta da una parte in connessione con il processo terrestre, dall’altra con lo sviluppo ulteriore dell’uomo terrestre, con la successione generazionale e il susseguirsi di un genere all’altro.
Se però consideriamo il medio, quello che designiamo con le parole cancro, leone, vergine e bilancia, allora dobbiamo dire: questo esiste soltanto per l’uomo interno.
— Intendo naturalmente l’uomo corporeamente interno, la natura interna corporale dell’uomo.
Invia da entrambi i lati i suoi prolungamenti attraverso i gemelli validi per la natura media, ma altrimenti è completamente occupato con l’interno dell’uomo, con l’organizzazione interna.
Per l’interno dell’uomo è sommamente significativo che abbia un cuore; ma la natura esterna gliene importa molto poco, così come poco le importa che abbia un addome. Abbiamo allora tre membri che sono essenziali per la natura terrena esterna, e quattro altri membri che servono particolarmente all’interno dell’uomo. Mentre l’uomo della testa propriamente vive essenzialmente nell’esterno, sia attraverso i sensi sia attraverso il meccanismo di braccia e mani, abbiamo qui principalmente una vita all’interno dell’organismo. Vedete, esistono differenze enormi tra questi due uomini, l’uomo medio e l’uomo superiore settemplice, l’uomo della testa. E ora consideriamo una volta un terzo uomo.
Affinché ci sia più facile rappresentare questo terzo uomo davanti all’anima, consideriamolo una volta al contrario; iniziamo da un altro lato e vediamo come effettivamente, naturalmente, questo terzo uomo si chiude dai restanti. Iniziamo ora a sette, ai piedi. Sappiamo già da ieri che designiamo sette, i piedi, con il segno X e li chiamiamo «Pesci». Qui la natura umana è completamente adattata al mondo esterno. Questa non è una questione per chi pensa un poco. È essenzialmente la forma dei piedi per cui l’uomo è un essere che si muove sulla terra. Tutto il resto che è necessario per il cammino, l’uomo deve prima impararlo.
Naturalmente è così che l’uomo deve porre la larga superficie dei piedi sulla terra, così che l’allargamento dei piedi non sia costruito nel suo interno, ma verso la terra.
Poiché allora anche quello che chiamiamo gli stinchi è completamente adattato a questa natura del piede — queste cose appartengono necessariamente insieme — possiamo dire: come secondo dobbiamo contarvi sesto gli stinchi, che designiamo come «Acquario» e con questo segno contrassegniamo: XX.
♒. Arriviamo al quinto membro, alle ginocchia, che non devono essere intese se non come una necessaria, meccanica posizione di riposo rispetto al femore. Per il fatto che l’uomo deve portare il suo intero uomo medio in connessione con l’uomo inferiore, con i piedi e gli stinchi, dev’essere questa separazione nelle ginocchia. Immaginate quanto faticoso vi sarebbe il cammino se le gambe non fossero divise così. Se le gambe fossero fatte di un unico pezzo, la cosa sarebbe ancora più difficile di quanto lo è. Se non avessimo bisogno di camminare, la parte media non ci interesserebbe. Ma poiché ne abbiamo bisogno, abbiamo quindi bisogno del ginocchio come membro di connessione.
Lo designiamo con il segno ♑ e lo chiamiamo «Capricorno»; questo è il quinto membro. Il quarto membro, i femori, l’abbiamo già considerato e detto che appartengono all’uomo medio. Dovrebbero esserci anche se l’uomo si muovesse diversamente, se volasse o nuotasse. L’uomo dovrebbe averceli, se anche dovessero avere un’altra forma. Se l’uomo deve camminare sulla terra, allora non soltanto i piedi, gli stinchi e le ginocchia, ma anche i femori devono essere adattati al suolo terrestre. Devono essere configurati così che si adattino ai tre membri inferiori. Lo riconoscete dal fatto che dovete dire: per quanto i femori si adattano agli organi medi, si trovano allo stesso modo negli uccelli, negli animali a quattro zampe e negli uomini.
Ma negli uomini sono sviluppati diversamente che negli uccelli e negli animali a quattro zampe. Appartengono quindi all’uomo per quanto ha una natura animale.
Designiamo i femori con il nome del «Sagittario» e con il segno ♐.
Ora ogni persona sarà naturalmente consapevole che l’uomo, se consideriamo i suoi organi riproduttivi, li forma internamente da una parte, ma d’altra parte nelle loro manifestazioni verso l’esterno sono adattati al mondo. Dobbiamo discutere queste cose adeguatamente e attirare l’attenzione su relazioni su cui si può attirare l’attenzione soltanto quando sono considerate con serietà scientifica. Gli organi riproduttivi sono adattati alla natura esterna per il fatto che riferiscono il genere all’altro.
L’organo del genere maschile non è organizzato soltanto dall’uomo medio, ma anche verso l’esterno, in relazione agli organi riproduttivi del genere femminile. Quindi terzo abbiamo da parlare degli organi riproduttivi, che chiamiamo anche «Scorpione» e designiamo con il segno ♏. Poi arriviamo a quello che di solito si chiama la «Bilancia», la posizione di equilibrio dell’uomo. Si capisce subito, osservando la forma esterna della regione della bilancia, che si tratta di qualcosa che appartiene alla natura media dell’uomo. Ma considerate che l’uomo, per il fatto che è diventato un essere eretto, ha dovuto avere proprio questa posizione di equilibrio, che proprio questa posizione di equilibrio ha dovuto essere sviluppata così che l’uomo potesse diventare un essere eretto. Vi basta confrontare la regione della bilancia particolare di un animale a quattro zampe con quella dell’uomo, e riconoscerete che la bilancia deve essere diversa quando la parte superiore del corpo è rivolta verso l’alto piuttosto che quando giace orizzontalmente su piedi e gambe. Dobbiamo quindi contare come secondo la particolare posizione di equilibrio, cioè quello che designiamo come «Bilancia»: —, contrassegnato.
Ora arriviamo a discutere qualcosa che necessariamente deve essere frainteso dalla scienza odierna.
Abbiamo considerato una natura a sei membri dell’uomo; abbiamo considerato l’uomo dal basso verso l’alto e abbiamo trovato sei membri. Abbiamo considerato gli altri due uomini; il primo settemplice e il secondo settemplice, partendo, per avere un punto di appoggio, dal rispettivo cervello.
Abbiamo considerato la testa, siamo partiti dal cervello, e questo ci ha portato alle braccia e alle mani. Abbiamo poi considerato il secondo cervello, quel cervello che è come un bastone allungato, ma altrimenti completamente cervello, il midollo spinale. Ho già sottolineato che questo midollo spinale differisce dal cervello della testa apparentemente di poco, ma in verità di molto. Il midollo spinale è cioè lo strumento per tutti quei movimenti che l’uomo deve compiere e che chiamiamo i movimenti involontari dell’organismo. Tutti i tipi di movimenti involontari, tutto quello che si compie involontariamente in generale, è governato dal midollo spinale.
Nel cervello, quando lo usiamo come strumento, tra la percezione e il movimento si inseriscono i pensieri, mentre tutto quello che è pensiero che nel cervello è tra questi, nel midollo spinale manca. Perciò dalla percezione segue immediatamente il movimento, l’espressione dell’uomo. Nell’animale il midollo spinale gioca un ruolo più grande che nell’uomo, e il cervello uno minore. Per questo la maggior parte degli animali compie le funzioni involontariamente. L’uomo però inserisce, attraverso il cervello rigonfio, tra la percezione e il movimento, il pensiero, e perciò i suoi atti sembrano volontari. Ora vogliamo rappresentare davanti a noi il terzo uomo in modo tale che cerchiamo in esso anche qualcosa come un cervello.
Sapete tutti che nell’uomo si trova ancora un sistema nervoso separato dai due altri sistemi nervosi, dal sistema cerebrale e dal sistema del midollo spinale, il sistema dei gangli, chiamato il plesso solare, che si diffonde nella parte inferiore dell’uomo e invia i suoi fasci paralleli al midollo spinale verso l’alto.
È un sistema nervoso distinto dai restanti, cioè considerato rispetto al vero cervello, un cervello particolare, non sviluppato.
Se saliamo sopra la bilancia, troviamo quel meraviglioso sistema dei gangli, il plesso solare, diffuso come un cervello del terzo uomo; e si aggiunge così al mezzo dell’uomo medio, agli organi particolari che abbiamo enumerato, qualcosa che dobbiamo considerare come una specie di cervello, come un terzo cervello: il plesso solare. Con questo plesso solare stanno essenzialmente in connessione — e questa è una cosa su cui la scienza esterna difficilmente può giungere a chiarezza — i reni e il sistema renale. Come la massa di sostanza del cervello appartiene insieme ai fasci di collegamento nervoso, così i reni appartengono insieme al cervello addominale, al plesso solare. Effettivamente il plesso solare e i reni insieme sono un tipo particolare di cervello subordinato.
Se ora contiamo questo cervello come appartenente alla pancia dell’uomo, possiamo designarlo, così come gli altri organi addominali, con l’espressione «Vergine»: ♍. Questo è quindi il settimo, o qui il primo membro, che si presenta come connessione di plesso solare e reni; e così ci risulta quello che verso l’alto chiude questo terzo uomo settemplice.
Così troviamo l’uomo organizzato in questo modo come un uomo triplicato. Questi tre uomini operano gli uni negli altri e insieme, e nessuno può veramente comprendere la natura umana se non sa che nell’uomo effettivamente questi tre uomini operano insieme in modo attivo. Tre nature umane settemplici operano insieme nell’uomo. Questo ultimo cervello nominato interessa il mondo esterno assai poco.
È soltanto lì per mantenere la natura umana interna.
Tutti gli altri organi sono essenzialmente adattati al mondo esterno, ma in modo completamente diverso che l’uomo della testa. Mentre l’uomo della testa è adattato al mondo esterno così che dobbiamo dire: è principalmente attraverso ciò che negli organi della testa lo adatta al mondo terrestre esterno, per cui egli trasforma questo mondo terrestre in un mondo di cultura umana, dobbiamo invece dire: in tutto quello che costituisce gli organi esterni e anche interni dell’uomo inferiore, abbiamo a che fare soltanto con qualcosa che appartiene all’uomo stesso, che serve all’uomo stesso. — Soltanto perché l’uomo non riflette esattamente sulle cose non scopre quanto enormemente diversi, quanto fondamentalmente diversi questi tre uomini sono nella natura umana complessiva.
L’occultismo ha sempre designato quello di cui ora abbiamo descritto un lato come il mysterium magnum, il grande mistero. Abbiamo qui il lato esterno, quel lato del mysterium magnum che si vede sì nel mondo esterno, ma non si giudica correttamente perché non si distingue da principio un uomo triplicato settemplice in quello che appare come unità. Ora andiamo al lato diverso di questo mistero. Abbiamo parlato della natura dell’Io dell’uomo, ne abbiamo parlato come di una cosa che appare come unità. Ma abbiamo anche visto che questa unità è continuamente interrotta, che è sempre attraversata dal sonno.
Leggete ora i capitoli corrispondenti nel mio libro, tradotto anche nella vostra lingua, «Come si conseguono le conoscenze dei mondi superiori?»; allora troverete qualcosa di straordinariamente meraviglioso. Troverete che, quando l’aspirante occultista compie il suo passo dalla coscienza ordinaria, egli con la sua coscienza, con il suo Io, si divide in tre membri, e infatti così che i membri autonomi del suo interno lo sopraffanno: l’anima pensante, l’anima sentiente, l’anima volente.
Nella vita ordinaria questi tre aspetti, il pensare, il sentire e il volere, sono riuniti nella natura dell’Io, nella consapevolezza dell’Io.
Mentre quindi ovunque, nella nostra consapevolezza ordinaria, quotidiana, si intrecciano il pensare, il sentire e il volere, si separano non appena facciamo un passo nella consapevolezza superiore. È significativo e da tenere in considerazione, per l’aspirante occultista, che quando oltrepassa la sua coscienza si trovi diviso come se fosse in tre membri, che la sua unità dell’Io sia in certo senso divisa in un uomo pensante, sentiente e volente. Avete allora l’altro lato del mysterium magnum. Mentre l’uomo, quando compie il vero passo con il superamento della consapevolezza, divide la sua unità dell’Io in tre membri, l’unità apparente della forma umana esterna, non appena ci avviciniamo al corpo, si divide in tre uomini settemplici.
Sia la nostra natura interna dell’Io sia la nostra forma esterna sono ognuna un’unità che può dividersi in tre uomini.
Ieri dovemmo toccare una parte di quello che si chiama il grande Mistero magnum, e per molti di voi avrà presentato forse una certa difficoltà. Infatti, dovemmo considerarlo da quel punto di vista necessario per riuscire bene nei dettagli. Ma il mondo è complicato, e non è altrimenti se abbiamo il desiderio di ascendere a determinate conoscenze superiori. Dobbiamo accettare anche certe piccole difficoltà lungo il percorso.
Se riepiloghiamo e consideriamo più chiaramente quello che dobbiamo intendere con questo grande Mistero, esso consiste da un lato nella tripartizione umana. Più precisamente, nella composizione dell’uomo da tre uomini di sette membri ciascuno: possiamo distinguere un uomo superiore, un uomo mediano e un uomo inferiore. Questi tre uomini ci appaiono, mentre attraversiamo il mondo ed esperiamo la vita, intimamente legati insieme. La coscienza ordinaria non distingue questi tre uomini l’uno dall’altro. Questo era un aspetto.
L’altro aspetto del grande Mistero è il seguente: nel momento in cui l’uomo si eleva dalla sua ordinaria coscienza terrestre verso una coscienza di ordine superiore, si trova immediatamente di fronte al fatto già esposto nel mio libro «Come si conseguono le conoscenze dei mondi superiori?». In quel momento egli deve attendersi uno strappo della sua coscienza in tre parti, uno squarcio del suo intero essere. Accade cioè che si divide in un uomo pensante, un uomo sentiente e un uomo volente.
Diviso in questi tre esseri interiori dell’anima, l’uomo sente quasi uno strappo quando vuol ascendere a una coscienza superiore. Da un lato abbiamo quindi l’uomo tre volte settenario, dall’altro abbiamo, nel varcare la coscienza ordinaria, una tripartizione immediata della nostra coscienza. L’uomo che come aspirante occulto diventa veggente, come sapete da quel libro, deve sforzarsi con tutta la forza di mantenere uniti i tre membri della sua coscienza. Non deve permettersi di scindere interiormente-animicamente.
Una vera sventura interiore succederebbe se si scindesse. Mentre nella vita ordinaria continuiamo sempre a cercare di unificare in una sola unità e forma umana ciò che è triplo nella nostra natura, per quanto concerne il nostro intimo, la nostra vita animica, nel momento in cui in qualche modo varchiamo la coscienza ordinaria, siamo subito avvertiti di essere una natura tripla. Siamo avvertiti che ci minaccia il pericolo di scindere, nella vita animica più intima, in tre uomini diversi.
Comprenderemo meglio come le cose effettivamente si comportano se torniamo al nostro punto di partenza in modo assolutamente elementare. Partiamo da ciò che la vita ordinaria offre e da cui si insegna all’aspirante occulto, ma che gli uomini nella vita ordinaria esterna non si chiariscono affatto. Già nella vita ordinaria, le tre forze animiche dell’uomo, e cioè le singole proprietà della coscienza stessa che si distinguono nel corso della vita, indicano chiaramente quello che ieri abbiamo imparato come uomo tripartito.
Osservate l’uomo come sta dinanzi a voi nella vita quotidiana. Che cosa deve accadere perché sorga la coscienza ordinaria? Perché la coscienza ordinaria, quella che voi come uomini terrestri pensanti portate principalmente con voi, accada, è necessario che impressioni esterne agiscano sui vostri sensi. I sensi sono principalmente, per quanto ci informano sulla vita terrestre, localizzati nella testa, e il contenuto della coscienza proviene innanzitutto principalmente da questi sensi.
Se prendiamo i tre uomini che abbiamo imparato ieri, dovremo dire: le impressioni del giorno, della coscienza ordinaria, agiscono principalmente sull’uomo superiore, sull’uomo della testa. Essi si manifestano in ciò che l’uomo è capace di opporre a questi insegnamenti della coscienza esterna lo strumento del suo cervello, del suo capo. L’uomo è l’uomo ordinario terrestre, come davanti a noi si presenta, non può essere soltanto uomo della testa.
Per la considerazione occulta abbiamo visto ieri come l’uomo si divide in tre parti. Ma, come l’uomo sta davanti a noi come uomo terrestre, la testa, perché sia vitale, deve essere sostenuta dalle sostanze e dalle forze che continuamente vengono inviate dal secondo, dal mediano uomo nella testa. I nutrimenti devono per la circolazione sanguigna fluire dall’uomo mediano nella testa, devono sostenere il cervello; allora il cervello può opporsi come strumento alle impressioni sensoriali esterne, e allora soprattutto i pensieri e le rappresentazioni possono sorgere nell’uomo dalla natura dei sensi.
Ciò che sorge per lo strumento del cervello lo vive l’uomo nella sua coscienza ordinaria, e voi sapete che questa coscienza ordinaria cessa quando l’uomo dorme, che le impressioni sensoriali esterne non ci sono più, che non agiscono più su di lui. Quando l’uomo dorme e le impressioni sensoriali esterne non agiscono più sul cervello sostenuto dall’uomo mediano, accadono naturalmente ancora effetti dall’uomo mediano sull’uomo superiore, dal secondo uomo sul primo.
In questo uomo mediano durante il sonno continua la respirazione; continue sono inoltre le altre attività dell’uomo mediano; il sangue è egualmente condotto al cervello sia quando l’uomo dorme che quando veglia. Solo con una piccola differenza accade tutto ciò sostanzialmente.
Una differenza esiste nel modo in cui lo strumento della coscienza ordinaria è sostenuto dall’uomo mediano durante la veglia rispetto al sonno. La differenza si esprime nel fatto che durante il sonno il numero dei nostri respiri diminuisce, da circa venti scende a quindici. La quantità di respirazione di anidride carbonica è circa un quarto minore, e tutto il modo della nutrizione cambia durante il sonno.
Se in certe circostanze il modo ordinario di nutrizione dell’uomo e la sua azione continuano nel sonno, questo può essere molto dannoso. Lo sanno gli uomini dal fatto che dopo un pasto abbondante si dorme male, cosicché il cervello è turbato nel suo riposo da un pasto abbondante ingerito poco prima dell’addormentarsi. C’è dunque una differenza fra lo stato di sonno e di veglia anche nel modo in cui l’uomo mediano agisce sull’uomo superiore.
Poniamo allora la domanda: quali conseguenze ha questa differenza per l’uomo ordinario terrestre?
Il fatto che l’uomo si chiuda dal mondo esterno e agisca soltanto nel suo intimo corporeo, in ciò che abbiamo descritto come la forma dell’uomo — l’azione dall’uomo mediano all’uomo superiore attraverso le forze presenti nell’uomo mediano — ha come conseguenza l’estinzione della coscienza ordinaria quotidiana. L’uomo, benché durante il sonno possieda il cervello, non percepisce gli effetti che accadono dall’uomo mediano su questo cervello, questi effetti rimangono fuori, e sono presenti principalmente in ciò che ordinariamente chiamiamo coscienza di sogno.
Questa coscienza di sogno è assai complicata, ma l’uomo può facilmente, se riflette un poco, arrivare alla conoscenza che una certa classe di sogni è intimamente connessa con quello che accade nell’uomo mediano. Dal fatto che il cervello non è soltanto capace di percepire il mondo esterno quando le impressioni sensoriali agiscono su di esso, ma che è anche in grado, in un certo senso, di percepire quello che accade dall’uomo mediano in forma di immagini oniriche che assumono ogni tipo di simbolo.
Se il cuore è in disordine, ciò può facilmente essere sognato sotto il simbolo di una stufa che bolle. Se c’è disordine negli intestini, si sogna spesso di serpenti. L’interno si caratterizza spesso così: il sogno indica quello che accade nell’interno dell’uomo mediano. Chi entra con la scienza ordinaria esterna in questo singolare rapporto, può dirsi che le irregolarità, le anomalie dell’uomo mediano vengono percepite simbolicamente in immagini oniriche.
Esistono certamente, come ben sapete, persone che riguardo a sogni di questa classe fanno esperienze molto più ampie; persone che possono percepire l’approssimarsi di determinate malattie in immagini oniriche assolutamente definite e simboliche. Spesso si può trovare il rapporto evidente fra immagini oniriche regolarmente ricorrenti di natura simbolica e una malattia polmonare, cardiaca o gastrica che entra in seguito.
Come è possibile, prestando attenta considerazione al risveglio, percepire che quando abbiamo sognato una stufa che bolle, talvolta il cuore batte più velocemente (il che si esprime proprio nella stufa che bolle), così le malattie polmonari, le irregolarità interne dello stomaco, insomma tutte le malattie che non si sono ancora manifestate come malattie, possono annunciarsi simbolicamente in immagini oniriche.
Possiamo dunque dire: il cervello umano, o meglio l’anima umana, non è ricettiva soltanto alle impressioni esterne mediate dai sensi, ma anche all’interno corporeo dell’uomo. Solo con la differenza che essa non forma rappresentazioni vere, bensì rappresentazioni fantasticamente-simboliche di ciò che accade nell’uomo mediano.
Qui abbiamo già chiaramente, se consideriamo questo fatto, il dato di fatto che l’uomo sognando percepisce se stesso, che può dirsi: nei miei sogni mi contemplo. — Ma mentre percepisce nel sogno non lo sa; percepisce il suo cuore nel sogno, ma non sa che è il suo cuore che percepisce. Percepisce una stufa che bolle, un oggetto fuori di sé, cioè quello che è in lui viene proiettato all’esterno e si presenta fuori dell’uomo.
Vedete quindi chiaramente: nella coscienza di sogno l’uomo può solo avere a che fare con il suo intimo corporeo e attraverso questa coscienza di sogno viene strappato, lacerato.
La vita ordinaria procede così che abbiamo in regola soltanto a che fare con veglia e sonno. Ma sapete anche dai sogni che non soltanto gli stati dell’uomo mediano, ma anche gli stati dell’uomo superiore, dell’uomo della testa stesso, vengono percepiti nei sogni. Dovete solo prestare attenzione ai sogni provocati dalle irregolarità nella testa stessa. Attraverso quello che come irregolarità nella testa stessa viene percepito, il cervello si percepisce nel sogno, o meglio l’anima per mezzo dello strumento del cervello. L’uomo superiore si percepisce da sé. Questi sogni hanno sempre qualcosa di straordinariamente caratteristico.
Se avete un sogno e vi svegliate con un dolore qualsiasi in testa, il sogno è una rappresentazione simbolica fantastico-figurativa dei vostri mal di testa. In regola questi sogni saranno tali da riferirsi a irregolarità del cervello stesso, a irregolarità nell’uomo superiore, e appariranno sempre così che voi siete condotti lontano in uno spazio ampio, che siete in una grande volta o in una caverna dentro la quale siete. Particolarmente caratteristico è la volta sopra l’uomo, questo è il tipico dei sogni di mal di testa. Qualcosa vi striscia dentro, o vi saranno ragnatele, o sporcizie sul soffitto della caverna. Può essere anche un palazzo che percepite sopra di voi.
L’uomo come uomo superiore percepisce quindi se stesso, ma trasferisce quello che percepisce all’esterno. È così, in un certo senso, che l’uomo esce da sé e trasferisce verso l’esterno ciò che è in lui, ciò che è nella sua testa. Dunque un’altra specie di scissione dell’uomo, una specie di lacerazione, di perdita di sé, di estinzione di sé.
Gli stati che ora vi ho descritto sono appunto stati di sogno. Essi sono stati che vi mostrano chiaramente come l’uomo, già nella coscienza di sogno, si divide, come l’unità della sua coscienza, il suo Io-coscienza, non si mantiene, e come fondamentalmente quello che si presenta come sogno è sempre uno specchio, un’immagine speculare simbolica di quello che avviene dentro la corporalità dell’uomo stesso.
Ma ora si tratta di questo: che l’aspirante occultista non passa veramente da una coscienza ordinaria vigile a una coscienza di sogno, il che non sarebbe nulla di speciale. Egli passa a uno stato di coscienza completamente diverso attraverso gli esercizi caratterizzati nelle lezioni precedenti, attraverso la soppressione dell’intelletto, della volontà, della memoria, si allontana da sé e giunge a una coscienza completamente diversa.
Per la comprensione di questa altra coscienza, che non è una coscienza di sogno, può servire la coscienza di sogno a colui che non conosce affatto la coscienza veggente. Questa comprensione risulta nel modo seguente. Se ci chiediamo: qual è principalmente quello che l’uomo percepisce dal suo intimo corporeo negli stati di sogno? Dobbiamo rispondere: è il doloroso, il disordinato, è quello che come irregolarità accade nell’intimo corporeo.
Una semplice considerazione vi mostra che gli stati ordinari, normali dell’interno non vengono percepiti dalla coscienza di sogno. Se l’uomo è completamente sano come uomo superiore e come uomo mediano, se tutto è in ordine nella testa e nell’uomo mediano, allora gli uomini dormono bene, allora in circostanze ordinarie — vi prego di prestare attenzione a questa parola — non si può dire che qualcosa spinga gli uomini a interrompere il loro sonno tranquillo con sogni.
Ma il cammino che la coscienza superiore, la coscienza veggente, deve percorrere, è un cammino che passa attraverso condizioni simili a quelle della coscienza di sogno. Solo questo passaggio attraverso condizioni simili viene raggiunto per mezzo dell’istruzione occultistica; e non è altrimenti se non che l’uomo nella veggenza inizialmente si porta a non percepire soltanto gli stati esterni, ordinari, dolorosi del suo intimo corporeo. Inizialmente viene portato a percepire gli stati normali del suo intimo corporeo, che sfuggono all’uomo ordinario nel sonno tranquillo.
Questi stati l’uomo li impara dapprima come aspirante veggente. In altre parole: imparerà a conoscere il suo cervello, il suo uomo della testa, e imparerà a conoscere l’uomo mediano mentre impara a percepirlo interiormente. In modo simile a come, in determinati sogni, l’uomo che dorme percepisce il suo uomo mediano e il suo uomo della testa, così l’aspirante veggente dovrà imparare a conoscere il suo uomo mediano e il suo uomo superiore.
Consideriamo l’uomo mediano. Se lo esaminate, dovrete ammettere che in questo uomo mediano propriamente non c’è nulla che direttamente rimandi al mondo esterno. Nella testa sono gli occhi e gli altri organi dei sensi che direttamente rimandano al mondo esterno. L’uomo mediano ha certamente, perché il senso del tatto è esteso su tutta la pelle, anche la possibilità di entrare in relazione con il mondo esterno.
Ma questa percezione del mondo esterno attraverso l’uomo mediano è veramente insignificante rispetto alla conoscenza del mondo esterno che otteniamo attraverso l’uomo della testa. Questa percezione ha poca importanza, e persino il calore che agisce sull’uomo mediano ha propriamente, come percezione, la massima importanza soltanto per l’esperienza interiore dell’uomo, per il suo stato interiore. Così abbiamo l’uomo mediano come un essere chiuso in sé, che ha processi interiori, ma che hanno poca importanza per la relazione dell’uomo con il mondo esterno.
Ma se vi chiedete se questo uomo interiore non ha forse un rapporto con il mondo esterno che sfugge alla conoscenza della coscienza ordinaria, subito vedrete che questo uomo mediano interiore ha veramente un rapporto piuttosto considerevole con il mondo esterno. Tutto dipende dal fatto che questo uomo mediano è adattato alle condizioni terrestri. Deve respirare l’aria terrestre, deve avere per la sua nutrizione le sostanze che prosperano sulla terra.
L’uomo mediano e la terra appartengono insieme in questo modo. Se non fossero presenti, nel circondario dell’esistenza terrestre, quelle sostanze necessarie a mantenere la vita dell’uomo mediano, questo uomo mediano non potrebbe essere come è. Se non avesse a disposizione l’aria della respirazione, questo uomo mediano non potrebbe essere come è. Dobbiamo quindi dire: questo uomo mediano è qualcosa che dobbiamo necessariamente contare nella nostra esistenza terrestre, contare totalmente in ciò che la terra può dare all’uomo.
Ma non si tratta soltanto di quello che la terra può dare all’uomo. La terra potrebbe infatti stare da sola, e l’uomo mediano non potrebbe tuttavia sussistere. Se a questa terra non venisse in aiuto il sole e non permettesse che maturino sulla terra quelle cose che l’uomo mediano ha bisogno, allora l’uomo mediano non potrebbe sussistere. Pensate soltanto che questo uomo mediano prende i suoi nutrimenti dalla terra, e questi nutrimenti insieme all’aria sono l’essenziale da cui viene mantenuto, ma che tutto quello che propriamente esiste come nutrimento dipende dall’azione del sole sulla terra.
Dunque quello che entra nell’uomo è provocato dal sole nel circondario terrestre. Brevemente, quando consideriamo l’uomo mediano, non abbiamo soltanto a che fare con un’azione immediata della terra sull’uomo, ma indirettamente con un’azione del sole sull’uomo. Senza la luce fisica del sole che circonda la terra, l’uomo mediano non potrebbe sussistere. Ciò che è in questo uomo mediano è entrato in lui attraverso l’opera della luce del sole sulla terra.
Vedete, questo fatto significativo, che questo uomo mediano è propriamente un effetto della luce del sole, si esprime così: quando l’aspirante occultista diviene veggente, cioè non sviluppa soltanto una coscienza di sogno, ma una coscienza veggente. Mentre nel sogno nascono immagini che esprimono irregolarità interne, nell’aspirante occultista le immagini che riceve esprimono quello che il sole fa nell’uomo mediano; il tutto ordinato, regolare, inizialmente, quello che il sole fa nell’uomo mediano.
Quando l’aspirante occultista diviene veggente e in lui si risveglia la percezione del suo ordinato intimo proprio, allora sta davanti alla luce fluente, ha intorno a sé la luce fluente. Come le immagini delle irregolarità interne circondano il sognatore, così circondano il fluire di apparizioni luminose colui che è aspirante occultista; è inizialmente la percezione dell’azione del sole nel suo intimo proprio, quella che appare in lui.
Ora confrontate la coscienza ordinaria esterna con questa coscienza peculiare che sorge nel veggente. Quando l’uomo, come uomo superiore, guarda gli oggetti della terra, li guarda — essenzialmente la rappresentazione visiva predomina nella vita — per mezzo della luce del sole riflessa dagli oggetti e fluente verso di lui. Nella coscienza esterna l’uomo guarda la luce esterna del sole come gli rimanda da questa terra esterna.
Quello che la luce esterna del sole fa esteriormente alle cose della terra, la coscienza esterna, ordinaria dell’uomo terrestre lo percepisce. Quello che la luce del sole fa in lui stesso, quello che fa rendendo possibile il suo uomo mediano, quello che fa penetrando nell’uomo mediano con la sua efficacia, appare come luce fluente davanti all’uomo quando diviene aspirante occultista. Vede il sole in sé stesso nello stesso modo esatto come vede il sole esteriormente quando il giorno inizia e finché il giorno dura.
E come vede gli oggetti intorno a lui dal fatto che la luce del sole rimanda dagli oggetti esterni, così l’aspirante occultista vede il solare come gli ritorna dal suo intimo proprio, quando giunge a un certo grado di veggenza. È quasi la forma del suo uomo mediano che si mostra nella sua trasparenza alla luce. Questo è l’uno.
Se tornaste nell’antichità e vi faceste insegnare dalle molte antiche scuole misteriche su quello che gli aspiranti occultisti inizialmente hanno attraversato, scoprireste che quello che è stato caratterizzato appartiene all’essenziale di queste antiche scuole misteriche. Scoprireste che l’aspirante occultista imparò a percepire il sole per il tramite del suo proprio uomo mediano, imparò a percepire quello che dalle azioni del sole perdura anche quando l’uomo dorme, ma che durante la coscienza vigile gli sfugge perché la sua attenzione è interamente occupata dalla coscienza esterna.
Come l’uomo è come essere solare, questo fu reso chiaro all’aspirante occultista attraverso un determinato grado dell’iniziazione misterica. Così imparò dalla sua propria natura il carattere solare, imparò a conoscere come il sole non agisce soltanto esternamente nella luce riflessa dagli oggetti, ma come agisce nella forma corporea umana stessa.
Ma anche l’altro deve trovare e imparare l’aspirante occultista, il futuro veggente; cioè quello che si può paragonare ai sogni cerebrali, ai sogni che esprimono stati cerebrali irregolari, disordinati, dove l’uomo, come vi ho detto, percepisce sempre caratteristicamente, tipicamente, simboli, come se fosse in una caverna o in un palazzo, insomma come se qualcosa si voltasse su di lui, dentro il quale potrebbe guardare.
Quando l’aspirante occultista viene condotto a percepire non soltanto gli stati del suo uomo mediano, ma gli stati del suo uomo superiore, nella misura in cui è formato, gli stati all’interno dell’uomo della testa, allora non sorge mai la stessa cosa come nelle percezioni dell’uomo mediano. Sorge invece quello — vi racconto semplicemente un fatto — che appare come un’espansione regolare, come un’espansione completamente corretta dello spazio del dolore cerebrale da sogno, solo che viene vissuto in piena coscienza.
Quello che l’uomo percepisce quando ha chiuso tutti gli organi dei sensi, quando non percepisce nulla di esterno e si rivolge soltanto interiormente, con coscienza veggente, a sé stesso, all’uomo superiore, all’uomo della testa, è veramente il cielo stellato, una qualche vista della volta celeste stellata.
Questo era il grande momento nella vita degli aspiranti occultisti, soprattutto nei misteri antichi — in che misura questo si sia mutato per i nuovi misteri lo scopriremo ancora — che egli percepisse il suo intimo proprio, nella misura in cui questo intimo si esprime nella forma umana, nell’uomo superiore, come cielo con stelle lucenti. Che guardasse così nel mondo ampio, benché non avesse alcun senso aperto, e tuttavia fosse presente l’immagine del cielo stellato.
E il momento più grande era questo: quando l’aspirante occultista osservava non quello che per così dire è sulla superficie superiore della sua testa, ma quando dall’uomo superiore, dall’uomo della testa, guardava verso il basso nell’uomo mediano. Quando contemporaneamente percepiva, senza aprire alcuno dei suoi sensi, quello che è la superficie inferiore del cervello, e la vedeva attraversata dalla luce dell’uomo mediano.
Allora l’uomo in piena oscurità, perché i suoi sensi erano chiusi — era rispetto all’esterno come un uomo che dorme — perceriva quasi guardando verso il basso interiormente, il sole nella notte, nel mezzo della superficie oscura del cielo. Questo è quello che nelle antiche scuole misteriche si chiamava: Contemplare il sole a mezzanotte — cioè la luce del sole fluente all’interno, circondata dalle stelle che paiono molto più piccole rispetto al sole nella sua azione. Questi erano momenti significativi di riferimento nella vita dell’aspirante occultista.
Quando l’aspirante occultista era arrivato a questo punto, poteva dirsi qualcosa di completamente definito. Poteva dirsi: sì, come percepisco la luce solare fluente, cioè il sole attraverso me stesso, quando guardo il mio uomo mediano, così posso egualmente, perché è l’effetto reale delle stelle, attraverso l’uomo superiore vedere lo spazio celeste con le sue stelle. Il fatto che vedo le stelle e non c’è invece completa oscurità deriva dal fatto che il cervello è adattato alle stelle, come il mio uomo mediano è adattato al sole.
Così nacque la conoscenza per l’aspirante: come l’uomo mediano è mantenuto dal sole, come il suo intero essere mediano è connesso con il sole, appartiene dunque al sole, l’uomo superiore, l’uomo della testa, è connesso con il mondo intero e le sue stelle.
Quando l’aspirante occultista aveva esperito questo in sé, poteva andare da coloro che possedevano soltanto la coscienza diurna, ma che tuttavia dalle loro necessità interne, dalla sete dell’anima, avevano l’impulso di guadagnare una relazione con qualcosa che si estende oltre l’uomo terrestre. In altre parole: l’aspirante occultista poteva andare all’uomo religiosamente inclinato, che poteva sentire in qualche modo questi rapporti con il mondo, e dirgli: l’uomo non è soltanto, come sta sulla terra, un essere che appartiene a questa terra, bensì un essere che parzialmente, per il petto e l’addome, appartiene con il sole, e che appartiene come uomo della testa con l’intero spazio cosmico.
E allora ciò che l’aspirante occultista poteva predicare all’uomo religiosamente inclinato si trasformava in lui in devozione, in preghiera.
A seconda di come stava la situazione per una parte o l’altra dei popoli a cui gli aspiranti occultisti andavano come fondatori di religioni, potevano dire di più di una cosa o dell’altra. A quei popoli che erano più propensi a percepire il loro benessere, che riguardava l’uomo interiore, come una certa felicità terrestre. A popoli cioè che in un certo senso prevalentemente rendevano la loro umore terrestre dipendente dal benessere corporeo dell’uomo mediano, gli aspiranti occultisti come fondatori di religioni potevano dire: quello che costituisce il vostro benessere dipende dall’essere solare.
Questi popoli divennero allora, per l’influenza degli aspiranti occultisti, seguaci di una religione solare. Potete convincervi: ovunque sulla terra, dove erano presenti popoli del tipo caratterizzato, presso i quali prevalentemente importava portare l’attenzione su quello che condizionava il loro benessere interiore, nacquero religioni solari.
È una vuota fantasia di una scienza fantastico-materialista funesta, se si crede che gli uomini semplicemente siano giunti ad adorare il sole. Il modo in cui la scienza esterna ordinaria materialistica ne parla, che questo o quel popolo sia divenuto adoratore del sole, appartiene appunto alle fantasie della scienza materialistica. È del tutto ingiusto che gli uomini materialisticamente inclinati di oggi rinfaccino ai teosofi una certa propensione al fantastico e si attribuiscano solo a sé il realismo.
Sostanzialmente possiamo dire: al materialismo non manca affatto l’inclinazione verso il fantastico, quando per esempio vuol spiegare che certi popoli siano divenuti adoratori del sole. Allora si fantastica qualcosa insieme e si immagina che gli uomini, per questa o quella circostanza, non si sa da quale impulso, siano giunti ad adorare il sole. In verità le cose stanno così: gli uomini iniziati, gli aspiranti occultisti, con certi popoli sapevano: abbiamo qui a che fare con popoli che prevalentemente coltivavano la virtù del coraggio, dell’intrepidezza, della magnanimità, insomma tutto quello che è connesso con l’uomo mediano. A questi dobbiamo insegnare che veramente nel soprasensibile può essere contemplato. Che questo uomo mediano è un risultato dell’azione solare.
Questi iniziati occultisti hanno quindi distolto i popoli in cui predominava l’uomo mediano dal semplice benessere, dalla semplice vita interiore, li hanno rivolti alla devozione che guardava religiosamente all’essere originario di questo uomo mediano. Li hanno rivolti all’adorazione del sole.
Come il materialismo è incline al fantastico, si può vederlo da questo esempio. Ma si può vederlo chiaramente anche da altri esempi. Abbiamo per esempio letto molte descrizioni del nostro Edificio di Monaco che per indiscrezione sono finite sui giornali, e l’uomo materialista del presente si è fatto rappresentazioni su quello che tutto questo poteva essere e a che cosa poteva servire.
Da allora si poteva veramente convincersi che la fantasia è certamente una proprietà dell’uomo odierno: quando si tratta di parlare di cose determinate, delle quali non si sa nulla, allora l’uomo materialista non è imbarazzato, invoca ogni possibile fantasia per la spiegazione. Così è nella vita ordinaria, così è anche nella scienza. La maggior parte delle spiegazioni della scienza materialistica sono fantasie vuote; particolarmente però è fantasia quando la scienza materialistica tenta di dire o di spiegare qualcosa riguardo all’adorazione del sole.
Ma se sulla terra c’erano popoli che avevano meno disposizione a sviluppare l’uomo mediano, che erano quindi più inclini al pensiero, alla rappresentazione, alla vita dell’uomo superiore, allora entrava in considerazione qualcosa di diverso. Allora si considerava che gli occultisti, che andavano nel mondo come fondatori di religioni, portavano l’attenzione dei popoli su dove stava l’origine di quello che era il loro strumento per covare pensieri, per vivere in pensieri, in rappresentazioni.
Dicevano loro: se volete avere una rappresentazione di questo, dal momento che non potete guardare voi stessi nei mondi celesti sovrasensibili (certamente non fu detto così, ma io l’aggiungo qui), avete allora lo splendore esterno di questo se durante la notte restate svegli e in devozione guardate in alto il cielo punteggiato di stelle.
L’adorazione vera delle stelle, l’adorazione della notte, come si potrebbe anche dire, perché la cosa fu spesso rivestita così che al posto del cielo stellato si mise la notte, divenne dominante presso i popoli che erano di natura pensante. Per i popoli pensanti, meditabondi dell’antichità, tali religioni furono fondate, per cui fu mostrato loro dove stava l’origine dello strumento del loro pensiero, dell’uomo superiore.
E molti dei nomi che gli antichissimi dèi di certi popoli portavano, devono semplicemente essere tradotti nelle lingue più recenti con la parola: la notte. La notte, come appare misteriosamente quale madre delle stelle, come fa procedere le stelle da sé, la notte fu adorata, perché gli iniziati occultisti sapevano veramente che lo strumento del cervello è effettivamente e veramente un risultato della notte punteggiata di stelle.
Così anche per quei popoli che divennero adoratori del sole, non si indicò soltanto il sole stesso, ma come si indicò dalle stelle la madre Notte, e molte parole antichissime per antichissimi dèi devono semplicemente essere tradotte con «Notte», così per il sole si indicò prevalentemente come esso provocava il giorno, faceva il giorno. E la conseguenza è che molte parole presso quei popoli che essenzialmente adoravano la più alta potenza divina nel sole, per l’adorazione del sole devono essere tradotte con «Giorno».
Possiamo dunque dire con un certo diritto: a seconda che gli uomini si sentivano come popoli valorosi, coraggiosi, guerrieri, li troviamo prevalentemente come adoratori del sole o adoratori del giorno, perché i loro iniziati li avevano rivolti allo scopo della devozione verso il sole, l’essere del giorno. I popoli pensanti, meditabondi invece li troviamo come adoratori della notte e delle stelle, perché i loro iniziati li avevano rivolti a questo.
Ma esistono anche altri popoli. Esistono popoli che non avevano la proprietà per cui coscienza diurna e coscienza notturna, si potrebbe anche dire: coscienza e incoscienza, si dividessero così completamente in loro. Se torniamo ai tempi antichi, troviamo spesso popoli (lo sapete dai vostri altri discorsi teosofici) che si erano preservati stati mediani o intermedi della coscienza, cioè un’antica veggenza. Popoli che non vivevano soltanto alternando fra giorno e notte in coscienza e incoscienza, bensì che avevano consapevolezza del giorno e incoscienza della notte insieme in una specie di semicoscienza come antica coscienza veggente.
Per questi popoli era presente uno stato di coscienza terzo. Questi popoli avevano così anche un presentimento che veramente esiste una connessione fra l’uomo e qualcosa che sta al di fuori del terrestre. Per quale ragione questi popoli erano così caratterizzati? Questi popoli avevano anche nella loro forma, nell’uomo esterno, nella loro corporalità esterna una proprietà completamente determinata. Questi uomini che erano dotati dell’antica veggenza (nei tempi antichi e nei tempi primordiali erano quasi tutti gli uomini sulla terra intera) avevano la peculiarità che in certi stati di coscienza potevano percepire il loro uomo di simmetria, ma non come uomo di simmetria stesso, bensì così che questo uomo mediano appariva nella sua efficacia sull’uomo superiore, sull’uomo della testa.
Se volete farvi un’idea di quello che avvenne in una tale veggenza, immaginatelo allora come un’immagine dell’uomo mediano nel cervello. Nella vita ordinaria, normale terrestre avviene così: le impressioni dei sensi esterni agiscono sul cervello e il cervello rimanda le immagini, cioè contrappone la sua propria essenza alle immagini esterne. Così nasce la rappresentazione del mondo esterno come immagine rimandata dal cervello.
Sono infatti queste le rappresentazioni del mondo esterno: sono immagini riflesse, riflettute dal cervello. Quando vedete il mondo esterno, le impressioni esterne vanno attraverso l’occhio fino a un certo posto del cervello e sono catturate lì. Il fatto che siano catturate lì, che almeno non siano lasciate passare interamente, ma siano rimbalzate, è quello che produce una rappresentazione. Quando ora l’uomo diviene veggente, non solo gli fanno impressioni gli oggetti esterni nel cervello, ma impressioni vengono fatte anche dall’uomo mediano, e possono essere rimbalzate dal cervello.
Questo che ho ora esposto, e cioè che l’uomo mediano fa impressioni sul cervello e queste impressioni possono essere rimbalzate dal cervello, non è affatto nulla di quello che ho descritto come presente nell’aspirante occultista reale. L’aspirante occultista reale percepisce direttamente il suo uomo mediano, non attraverso il cervello. Vede il solare in sé stesso direttamente, vede anche lo stellare in sé stesso, nel suo cervello, direttamente.
Ma ciò di cui ora si parla, questo stato veggente, dove i processi dell’interno, il solare nell’uomo mediano viene rimbalzato dal cervello, come le impressioni esterne che provengono dai sensi vengono rimbalzate dal cervello, era quello su cui per lo più si basava l’antica veggenza dell’uomo antico. Percepivano per il tramite del loro uomo mediano. Non percepivano nulla di esterno inizialmente. Percepivano soltanto quello che in loro stessi era solarmente presente e che era loro rimbalzato dal fatto che quello catturato dal cervello veniva percepito come rappresentazione del solare in loro stessi.
C’erano semplicemente popoli così caratterizzati che in certi stati naturali veggenti col loro cervello per così dire catturavano e rendevano rappresentazione il loro solarità nel loro intimo proprio. E come appariva allora? Era proiettato all’esterno e non percepito come le rappresentazioni ordinarie, che sono provocate dall’esterno, bensì in modo tale che appariva come luce solare interna, ma che veniva dall’esterno.
E quando era stata indagata la provenienza di una tale apparizione, quando gli aspiranti occultisti volevano riconoscere da dove veniva che si trovavano in tali stati, allora diventava loro chiaro quello che era nell’uomo mediano, quello che era il suo solarità.
Questo solarità l’uomo lo possiede dal fatto che è un essere solare. Quello che appare nello strumento del cervello è connesso col fatto che l’uomo è un essere stellare, che è veramente formato dall’intero spazio cosmico. Quello che ora percepisce, dipende dal fatto che con forte efficacia il corpo celeste terrestre è circondato dalla luna.
In quei tempi antichi l’uomo era organizzato così che principalmente sulla sua testa agiva la luna, che la luna esercitava forti azioni sulla sua testa. Perciò era anche così che questa antica veggenza per lo più dipendeva dalle fasi lunari e si presentava nella maggior parte dei casi in connessioni che trovavano la loro espressione esterna nelle fasi lunari.
L’antica veggenza era così che aumentava per quattordici giorni e diminuiva per quattordici giorni. Nel mezzo di tale periodo mensile l’azione era particolarmente forte. Questa antica veggenza procedeva così che veramente questi popoli sperimentavano tempi in cui sapevano: siamo esseri solari. Lo sapevano perché attraverso la rappresentazione interna del cervello potevano percepire il sole. Ma questo avvenne attraverso l’azione lunare.
Sì, l’antica veggenza spesso si presentava così che l’uomo si adattava quasi al flusso e riflusso di ventotto giorni dell’azione lunare, e aveva giorni, nei tempi antichi, in cui l’azione lunare era particolarmente forte, in cui quindi la veggenza era presente in tutti gli uomini, in cui la coscienza veggente si affermava interiormente in tutti gli uomini.
Quando gli iniziati occultisti andavano da questi popoli e dovevano predisporli religiosamente, allora per le medesime ragioni per cui gli altri popoli erano stati resi adoratori del sole o del giorno, adoratori delle stelle o della notte, li rendevano adoratori della luna. Quindi il servizio della luna presso molti antichi popoli.
Questo servizio della luna Mosè l’imparò nella sua origine reale presso gli iniziati egiziani; ed egli stesso era uno dei maggiori e più significativi fra loro, che in una forma particolarmente spiritualizzata fece del servizio della luna la religione di un popolo, cioè dell’antico popolo ebraico. Quindi il servizio di Jahvè dell’antico popolo ebraico è un servizio della luna spiritualizzato.
Perciò attraverso di lui fino a tempi tardi nell’antico popolo ebraico poté continuare l’intendimento che l’uomo è connesso con il sovraterrestre, che non ha la sua essenza conclusa nel terrestre.
Ma come presso i più antichi adoratori della luna e anche presso gli adoratori del sole e delle stelle dal popolo esterno poco era riconosciuto che stelle, sole e luna al veggente apparivano spiritualizzati, che non apparivano come i oggetti visti attraverso gli organi esterni; come i popoli antichi avrebbero compreso poco se fosse stato detto loro: sì, adorate qualcosa che è l’origine del vostro uomo mediano, ma non immaginarvi sotto l’immagine del sole percepito esternamente con i sensi, ma come qualcosa di sovrasensibile che sottostà al sole —; altrettanto poco sarebbe stato compreso se ai adoratori delle stelle fosse stato detto che l’organo del vostro pensiero e della vostra meditazione ha la sua origine nel vasto spazio cosmico, che però non dovreste immaginarvi questa origine nell’immagine del cielo stellato percepibile con l’occhio esterno, bensì nell’invisibile che vi sta dietro, nei molti esseri spirituali che sono nelle stelle.
Come agli adoratori del sole e delle stelle non si è potuto dire quello che era conosciuto dagli iniziati, così anche ai popoli lunari non si potrebbe dire: immaginate un’entità invisibile che per così dire ha il suo corpo esterno nella luna. Ma si poteva dire qualcos’altro, e Mosè veramente lo disse al popolo ebraico antico. Non si poteva ancora dire ai più antichi adoratori della luna, ma soltanto al popolo ebraico antico.
Perciò Mosè non rivolse il suo popolo alla luna visibile, ma a quell’essere in cui stava l’origine dell’antica veggenza di tutti i popoli; di quella veggenza che per così dire come pagamento anticipato era stata data agli uomini, quando furono messi nella condizione di dover alternare la loro coscienza fra la coscienza diurna e la coscienza notturna, e che ha portato una conoscenza del mondo simile a quello che i raggi del sole rimbalzati dalla luna esprimono.
Era per questo che offrisse soltanto l’esterno, che soltanto una coscienza terrestre, una coscienza di giorno e notte al massimo nel cielo stellato visibile esteriormente poteva offrire, fu dato al popolo dei tempi primordiali attraverso la possibilità di alternare in questa coscienza di giorno e di notte, qualcosa come un pagamento anticipato, un’antica veggenza che è connessa con l’essere spirituale della luna ed è esternamente, localmente ancora in una relazione con la luna.
E quando, nel corso dello sviluppo dell’umanità, questa coscienza veggente doveva gradualmente scomparire, attenuarsi, allora per il popolo ebraico antico fu creato un sostituto più spirituale nell’essere lunare invisibile, in Jahvè o Jehovah, che Mosè insegnò al popolo ebraico antico e rispetto al quale espressamente indicò che non dovrebbe essere confuso con alcunché di esternamente visibile o con un’immagine che ne fosse presa.
Perciò vietò persino di considerare alcuna immagine nel mondo esterno come un’immagine di Jahvè o Jehovah, e proibì persino un’immagine che secondo la sua visione avrebbe potuto dare qualcosa che non fosse fatta dal nostro mondo esterno: proibì persino di fare un’immagine dell’invisibile, del Dio sovrasensibile tratto dal mondo esterno.
Così vediamo stare in una singolare connessione la religione Jahve con una religione lunare, che nell’origine dell’umanità era stata data dall’antica veggenza. Per coloro che si interessano specialmente di tali cose, sia ancora indicata la particolarità che fu proprio Elena Petrovna Blavatsky a indicare, dalle fonti assolutamente più autentiche, che la religione Jahve era in una certa relazione una specie di rinnovamento dell’antica religione lunare.
Ma Elena Petrovna Blavatsky con la ricerca non era ancora progredita come potremmo esserlo oggi, così che questo rapporto, come è stato qui esposto, le fosse completamente chiaro. La giusta conoscenza, che la religione Jahve è una religione lunare, lasciava nell’anima di Elena Petrovna Blavatsky nascere un poco il sentimento come se così fosse stato dato qualcosa d’inferiore in questa vecchia religione Jahve.
Ma non è così. Se si sa che la religione Jahve del popolo ebraico antico ha la sua origine, il suo primo inizio nell’antica veggenza e conserva semplicemente la memoria di questa antica veggenza, allora si può veramente comprendere la serietà sacra di questa religione Jahve.
Così vedete quale sia la connessione fra importanti esperienze degli aspiranti occultisti, che in una coscienza superiore esperivano la connessione dell’uomo con il mondo intero, l’appartenenza dell’uomo al mondo intero, nel riconoscere che l’uomo mediano è un uomo solare, l’uomo superiore è un uomo stellare. Così vedete anche la connessione di quello che l’occultismo riconosce nelle religioni esterne, che in molti rispetti come antiche religioni, come erano state date agli uomini, erano anche antiche teosofia.
Poiché nel momento in cui gli antichi uomini divennero devoti, in loro si rimosse più o meno qualcosa dell’antica veggenza, e così non dovevano soltanto credere, ma potevano comprendere e capire quello che gli antichi iniziati dicevano loro, anche se non potevano vederlo. Così le antiche religioni erano in molti rispetti teosofia. Erano insegnamenti teosofici che gli occultisti davano ai popoli, a seconda che i popoli sulla rispettiva parte della terra fossero così o così caratterizzati.
Abbiamo, come avete visto, nella nostra considerazione sinora dovuto omettere l’uomo inferiore, come il terzo settuplice uomo. Torneremo su questo, e allora vedremo quanto sia meraviglia come il grande Mistero fu portato davanti, e come l’aspirante occultista stesso si sviluppa ulteriormente attraverso l’iniziazione, per cui soltanto il vero essere dell’uomo può essere compreso.
Le conoscenze occulte non sono (vi chiedo scusa, questo argomento deve pur essere affrontato) certamente uno scherzo; chi si accosta a esse credendo di ricavarne teorie più o meno indifferenti, anche se non indifferenti alla vita, ma comunque insensibili dal punto di vista della sola ragione intellettuale, commette nella maggior parte dei casi un errore grave.
Abbiamo considerato qualcosa di apparentemente esteriore: la forma umana; tuttavia, come già vi ho detto, l’aspirante occulto deve partire da questa stessa forma, così come l’abbiamo presentata nel suo aspetto tripartito. Egli deve muovere il più delle volte dalle impressioni sensoriali, dai sentimenti dell’anima che gli derivano dalla contemplazione della forma umana. In tal modo consegue un punto di partenza che rimane indipendente dalla vita interiore.
È possibile, anzi in certi casi opportuno, che non solo i teosofi ma anche gli occultisti muovano da esperienze interiori più profonde. Allora però sorge sempre un ostacolo, una difficoltà che paralizza. Voi sapete da altri insegnamenti che nella costituzione del nostro uomo interiore hanno cooperato non solo le forze presenti fin dall’inizio dell’evoluzione terrestre, ma anche, nel corso di molte incarnazioni terrestri, potenze spirituali di natura particolare. Sin dagli albori dell’evoluzione terrestre hanno collaborato alla costruzione dell’uomo interiore le forze luciferiche e arimaniche. Se riflettiamo su questo, comprendiamo subito (ed è perfettamente vero) che quando muoviamo dall’uomo interiore rischiamo di non liberarci facilmente dall’influsso delle potenze luciferiche e arimaniche. Molti elementi, senza che ce ne accorgiamo, si insinuano dall’esterno nelle nostre visioni occulte, mescolandosi alla nostra vita animica.
Crediamo infatti che molti contenuti dell’anima siano straordinariamente nobili, mentre invece risultano contaminati dall’azione che Arimane e Lucifero hanno esercitato sull’uomo.
Rimane quindi il percorso più sicuro per l’aspirante occulto: partire dalla forma umana. Su questa forma l’influsso di ciò che chiamiamo forze luciferiche e arimaniche è stato il minore possibile. Lo sottolineo bene: il minore possibile, poiché un influsso c’è stato, ma davvero il minore. La vita interiore ha subito un influsso molto maggiore. Perciò la forma umana rimane sempre il punto di partenza più salutare per l’aspirante occulto, soprattutto se egli segue l’antico insegnamento occulto secondo cui l’uomo nella sua forma è immagine della divinità. Procedere da questo principio è saggio all’estremo: ci aggrappiamo al divino stesso. Scegliamo il nostro punto di partenza dall’immagine di Dio, ed è estremamente importante. D’altro canto questo comporta una difficoltà. Se muoviamo da esperienze interiori profonde e, attraverso lo sviluppo occulto, arriviamo a guardare il mondo spirituale da dentro questi stati interiori, gli insegnamenti del mondo spirituale si manifestano con una durata relativamente molto lunga.
In altre parole: se uno raggiunge il varco della soglia attraverso esperienze interiori pure, entra nel mondo spirituale e contempla con uno sguardo spirituale più consapevole. Può prendersi tutto il tempo che vuole per osservare, perché queste manifestazioni durano un tempo relativamente lungo. Questo è il percorso più comodo, quello che offre maggiori vantaggi esteriori quando muoviamo da esperienze profonde. Ma comporta i difetti caratterizzati prima: non ci protegge dal riconoscimento errato degli influssi luciferici e arimanici. È un fatto: colui che muove dall’esperienza interiore difficilmente avverte la presenza di Lucifero e del Diavolo con chiarezza. Partire dalla forma umana ha invece lo svantaggio che le visioni, le immaginazioni a cui si giunge, durano un tempo straordinariamente breve. Non si mantengono a lungo.
Bisogna sviluppare una presenza spirituale considerevole per trattenerle.
Voglio descrivervi come procede colui che, aspirante occulto, muove dalla forma umana e penetra nel mondo sovrasensibile.
Forse non tutti avete fatto questa straordinaria esperienza, sebbene sia quotidiana: quando si fissa lo sguardo su un oggetto luminoso, l’impressione si mantiene nell’occhio molto più a lungo di quanto lo sguardo rimane rivolto all’oggetto. Goethe si è occupato molto intensamente di questi residui visivi che permangono nell’organismo, cioè nella forma umana stessa, come ha ripetutamente narrato nella sua teoria dei colori. Se vi stendete a letto la sera, spegnete la fiamma della lampada e chiudete gli occhi, potete ancora osservare per lungo tempo l’immagine del fuoco in una sorta di eco visiva. Per la maggior parte delle persone che hanno sperimentato questo fenomeno, l’impressione esterna si esaurisce quando questo eco sensoriale cessa. Allora si esauriscono i movimenti, le vibrazioni causate dall’impressione esterna. E per la maggior parte delle persone, dopo di che l’impressione esterna è completamente passata. L’aspirante occulto deve invece partire dalla forma umana, da ciò che nel normale corso della vita fisica costituisce la forma umana. Finché egli percepisce solo questi residui visivi, la cosa non è ancora importante. Diventa importante solo quando qualcosa persiste dopo il residuo visivo.
Ciò che rimane dopo il residuo visivo non proviene più dall’occhio fisico, ma è un processo, un’esperienza che viviamo attraverso il corpo eterico. Chi ha condotto questo esperimento non farà più l’obiezione banale che si tratti solo di un residuo del corpo fisico. La si sostiene solo fino a che non si è sperimentata la cosa stessa. Dopo averla sperimentata, non lo si dice più. Poiché ciò che rimane è qualcosa di completamente diverso, privo di ogni relazione con l’impressione esterna fisica e sensibile.
Nella maggior parte dei casi ciò che permane dopo un’impressione di colore o di luce non è affatto un’illusione luminosa o cromatica.
Se fosse ancora luce o colore, sarebbe allucinazione; ma è un suono, di cui si sa con certezza che non è stato prodotto dall’orecchio o attraverso l’orecchio.
Potrebbe essere anche un’altra impressione, ma sempre qualcosa di diverso dall’impressione esterna. L’occultista deve abituarsi a superare l’impressione esterna, poiché l’occultismo vale anche per i ciechi, che non hanno mai visto un oggetto esterno, che non hanno mai provato un’impressione luminosa esterna attraverso l’organo sensoriale. La maggior parte dei fantasmi che le persone vedono sono invece solo immagini mnemoniche di impressioni sensibili modificate fantasticamente. L’esperienza occulta non dipende dall’uso degli organi sensoriali, poiché sorge indipendentemente da essi. L’aspirante occulto deve fissare l’intera forma umana, dopo averne ricavato un’immagine ordinaria, in modo che la possegga come immaginazione vivente davanti a sé. Il modo o il senso con cui fissa questa forma umana è del tutto indifferente. Quel che importa è che egli fissi la forma umana nel suo insieme, producendo in sé, con piena vitalità, un’immaginazione, un’immagine della forma umana.
Questo può accadere partendo dall’immagine esterna della forma umana. Ma può accadere anche partendo dalla sensazione corporea interna, dal sentirsi dentro la forma stessa. Se l’occultista riesce a produrre di fronte alla forma umana qualcosa di simile a un residuo visivo, cioè se, dopo aver afferrato la forma umana così come è esperita nel mondo fisico, la lascia sfumare dentro di sé, come sfuma un residuo visivo, come nel caso di cui ho parlato prima, e se aspetta che questo residuo della forma umana svanisca, allora l’occultista consegue un’immagine della forma umana che non è più un residuo della forma fisica, ma viene esperita nel corpo eterico. Questo residuo viene quindi esperito nel corpo eterico. Vi rendete conto che per l’aspirante occulto si tratta di esperire se stesso nel corpo eterico.
Se l’aspirante occulto consegue questo esperimento, non è cosa da poco, perché subito si divide in due esperienze.
Non rimane unificato. E questi due insegnamenti devono essere espressi con due parole: si sperimenta prima la Morte e secondo Lucifero. Poiché non si tratta di esperienze sensibili, ma di esperienze sostanzialmente superiori, naturalmente non è affatto facile (proprio perché le parole provengono principalmente dal mondo sensibile e quindi il loro significato rimanda al mondo sensibile) descrivere queste esperienze; infatti viene esperito più come fenomeno interiore che come fenomeno esteriore. E quando usiamo parole, esse servono principalmente a evocare un’immagine, una rappresentazione di ciò che allora si sperimenta veramente.
Esperire la Morte significa sapere: la forma umana che abbiamo appena fisicamente afferrato e da cui siamo partiti non ha consistenza fuori dall’esistenza terrestre. È legata all’esistenza terrestre. Chi vuol trascendere l’esistenza terrestre, chi intende veramente comprendere una vita sovrasensibile, deve saperlo chiaramente: questa forma umana può essere esperita solo sulla terra, deve dissolversi, come si dissolve nella morte, nel momento in cui l’uomo oltrepassa l’esistenza terrestre.
Nel corpo eterico la forma umana non può mostrarsi se non come consegnata alla morte. Questa deve essere la prima impressione; ma qui sorge già un pericolo per l’aspirante occulto. L’impressione della forma umana spezzata è profondissima. Molti che hanno aspirato all’occultismo non hanno potuto superarla. Si sono detti: la paura di ciò che seguirà mi impedisce di proseguire. È necessario vedere la Morte per questa ragione semplicissima: solo allora si possiede la certezza assoluta che dentro il corpo terrestre è impossibile esperire il mondo superiore.
Bisogna uscirne, bisogna lasciarlo. Questo è il successivo insegnamento. Non si afferma in modo assoluto che nel corpo terrestre il mondo superiore non possa essere esperito.
Ma per l’aspirante occulto, almeno inizialmente, non è possibile altro che quanto ora descritto.
Questo è ciò che si designa con il termine: si sperimenta Lucifero. Lucifero è innanzitutto lì per attirare la vostra attenzione su qualcosa di straordinariamente seducente. Se si vuole descrivere a parole ciò che si sperimenta conoscendo Lucifero, si può farlo così.
Lucifero vi attira l’attenzione sulla fragilità della forma umana, quasi dicendovi: Guarda una volta questa forma umana, è spezzata; gli dèi, miei nemici, vi hanno dato una forma fragile. Questo è circa ciò che Lucifero comunica, attirando così la vostra attenzione sul fatto che i grandi dèi si sono trovati costretti a rendere fragile la forma umana. Non potevano fare altrimenti, per circostanze che discuteremo ancora, se non rendere fragile la forma umana. Allora Lucifero mostra anche ciò che avrebbe voluto fare dell’uomo, ciò che sarebbe diventato l’uomo se lui solo, senza l’intervento dei suoi avversari, avesse potuto agire. Ciò con cui Lucifero mostra all’uomo ciò che sarebbe diventato sotto il suo influsso ha a sua volta qualcosa di straordinariamente seduttivo. Lucifero punta l’uomo su se stesso, quasi dicendogli: Guarda una volta, contempla ciò che di te rimane dopo che la forma umana è spezzata. Quando la forma umana è spezzata, quando l’uomo, in certo senso, spiritualmente si volge indietro e si vede spiritualmente spogliato, quando la forma gli è stata tolta, allora vede due cose. Primo, ciò che rimane è davvero adatto al mondo sovrasensibile, è sotto certi aspetti affine al sovrasensibile dal punto di vista spirituale, è sotto certi aspetti immortale, mentre il corpo è mortale.
Questo è un argomento potente, un motivo di seduzione potentissimo nelle mani di Lucifero. Dapprima l’uomo è indicato verso l’immagine di Dio, che possiede, ma che è fragile e legata alla terra. Per mezzo di Lucifero gli viene mostrato ciò che in lui è immortale. Questa è la tentazione, l’impressione seduttiva.
Ma quando l’uomo contempla ciò che è immortale, quando fissa lo sguardo su ciò che abbandona la forma esterna spezzata nei suoi tre elementi costitutivi, allora vede se stesso, vede a che prezzo Lucifero l’ha reso immortale.
Allora l’uomo non è più un uomo, quando guarda indietro a se stesso. L’uomo veramente non è più un uomo. Ciò che l’uomo è come uomo superiore, come l’abbiamo caratterizzato procedendo dall’uomo tripartito, la simbolica occulta l’ha sempre espresso in determinate immagini. Queste immagini erano destinate a comunicare qualcosa agli uomini nei secoli. Pochi le hanno intese nella loro importanza. L’uomo superiore, verso il quale l’uomo può voltarsi quando contempla se stesso, è diverso, non uguale per tutti gli uomini. Non è che un’immagine più o meno mutevole ciò che gli si presenta. Ma l’immagine offre una rappresentazione approssimativa di ciò che l’uomo sperimenta come impressione. L’uomo non ha più un volto umano, somiglia piuttosto a un toro o a un leone. Così si manifesta, anche se non è del tutto esatto (a volte ciò che si sperimenta nel mondo sovrasensibile appare piuttosto grottesco), che la donna, così guardando indietro, si senta più come una leonessa, l’uomo più come un toro. Questo deve essere sopportato, poiché è così. In connessione con questi due volti che fluiscono l’uno nell’altro, poiché il maschio non è completamente liberato dalla natura leonina, la donna non è completamente liberata dalla natura taurina, fluendo insieme, si manifesta come in un flusso continuo l’immagine di un uccello, al quale abbiamo sempre dato il nome di «Aquila» e che vi appartiene. Tutto ciò non sarebbe ancora il peggio. Uno potrebbe anche decidersi a essere un toro, un leone o un’aquila in cambio dell’immortalità. Ma questo è solo l’uomo superiore. La continuazione verso il basso è un drago selvaggio, un vermione selvaggio. Questo è ciò che ha sempre ispirato le leggende dei draghi. La simbolica religiosa ha sempre trasmesso agli uomini le quattro immagini, ciò che si trova solo spezzato nel mondo sovrasensibile: l’uomo, il leone, il toro e l’aquila.
Ha solo accennato, nel modo in cui trovate queste allusioni nella caduta dell’uomo, che all’uomo appartiene anche un vermione selvaggio.
Ma appartiene interamente alla totalità dell’uomo così come si presenta.
E allora l’uomo deve dirsi: Certamente Lucifero può promettere l’immortalità (questo è pienamente fondato), ma solo al prezzo della forma, della gestalt, così che nella forma così divenuta sotto il suo influsso rimani immortale per sempre. Allora ci si accorge che nel corso dell’evoluzione terrestre siamo divenuti solo allora una forma interiore tale, siamo divenuti così perché Lucifero ha operato nel corso dell’evoluzione terrestre. Allora ci si accorge che questa evoluzione terrestre sotto l’influsso di Lucifero ha donato al sovrasensibile rispetto al sovrasensibile tutto all’uomo.
Infatti la saggezza e tutto ciò che a essa si connette proviene in larga misura da Lucifero; e Lucifero può durante l’incontro con lui farvi notare quanto gli dovete. Ma tutto ciò che è stato caratterizzato rimane connesso a questo. Sorge dunque questa domanda: non c’è davvero nulla di consolante entro questa auto-conoscenza? Poiché in verità questa auto-conoscenza non è consolante, se può caratterizzarsi solo dicendo che l’uomo è stato degradato all’animale. Questo animale è triplicato e non appartiene agli animali superiori, ma è degradato a quella natura animale che sulla terra si presenta nella forma di un anfibio. Consolante certamente non è questo spettacolo. Tutto ciò che vi ho narrato è ciò che ho detto essere un’impressione straordinariamente rapida e fuggevole.
Bisogna avere molta consapevolezza spirituale per cogliere l’impressione, per così dire vederla. Passa molto velocemente. Questo è lo svantaggio quando si parte dalla forma umana: gli uomini non hanno abbastanza consapevolezza per cogliere la Morte e Lucifero, e poi ancora per contemplare se stessi, voltandosi indietro (il voltarsi indietro intendo naturalmente in senso spirituale).
Nulla è consolante in ciò che si vede, poiché in fin dei conti si ha solo una duplice scelta.
Si ha la scelta di aggrapparsi al mortale, al fragile, che proviene dagli dèi, dai nemici di Lucifero, oppure si ha la scelta per l’immortalità, e allora il prezzo di questa immortalità è un abbassamento della forma umana.
La presenza di tutte queste cose, l’impressione di esse, non è veramente consolante; è anzitutto un’impressione straordinariamente deprimente, straordinariamente fatale e terribile. Perciò una gran parte del compito dell’insegnante occulto consiste nell’attirare l’attenzione degli uomini su questo: quando hanno un’impressione simile, quando comunque hanno le prime impressioni sovrasensibili, non devono darvi troppo peso, per la semplice ragione che queste prime impressioni, indipendentemente dal fatto che siano di gioia o di dolore, non devono mai essere considerate decisive.
Il giusto è attendere pazientemente. Talvolta, nel condurre l’esperimento animico descritto, potrete avere più volte un’impressione piuttosto disperata. Allora occorre coraggio per suscitarla di nuovo e di nuovo. Ma se volete procedere praticamente nell’occultismo, dovete farlo, e allora verrà il momento in cui potrete aggrapparvi a qualcosa. A ciò che il presente offre non potete aggrapparvi, poiché tutto ciò che avete guadagnato nella vita, poiché questo corpo stesso è fragile, si rivela come fragile, come caduco. L’eterno lo promette Lucifero. Ma a quello non potete neppure aggrapparvi. Ma viene il momento in cui potete aggrapparvi a qualcosa, anche se non al presente: a un ricordo che potete conservare dalla vita terrestre ordinaria. Questo ricordo deve rimanere in voi come un pensiero della vita terrestre e deve riversarsi in questo incontro con la Morte e Lucifero.
Si riversa, una volta viene, una volta si fa presente, questo ricordo, questo pensiero, che può essere il vostro unico sostegno.
Ma questo pensiero è straordinariamente, per così dire, debole.
Perciò è necessaria una forza straordinaria per mantenere questo ricordo, questo pensiero. La sola cosa di cui potete ricordarvi con certezza è il pensiero dell’Io, il pensiero: Tu sei stato un Sé laggiù. Ma questo pensiero è straordinariamente difficile da mantenere. Molti sapranno che è già straordinariamente difficile portare un sogno da uno stato di coscienza all’altro. Portare il pensiero dell’Io dal mondo terrestre nella coscienza in cui siete entrati è enormemente difficile, e accade facilmente che questo pensiero dell’Io, una volta entrati nel mondo sovrasensibile, sia come un sogno che avete avuto nel mondo terrestre e di cui non ricordate. Come un sogno dimenticato è questo pensiero dell’Io quando entrate nell’altra coscienza. E in questo aspetto l’umanità sulla terra è peggiorata nel corso dell’evoluzione terrestre. Mentre nei tempi antichissimi, in tempi risalenti molto indietro, era relativamente facile portare l’immagine dell’Io dall’aldiqua all’aldilà, nel corso dell’evoluzione umana è divenuto sempre più difficile e difficile. Quando dico che il pensiero dell’Io viene, dovete collegare a ciò il fatto che per l’aspirante occulto contemporaneo esso certamente viene, ma il pensiero è tale che l’Io non rimane solo come un’immagine onirica, bensì può lampeggiare come ricordo laggiù.
Ma per questo è necessario un aiuto. Senza aiuto non è possibile. Questo evento può verificarsi; ma senza aiuto non è possibile. Questo è l’essenziale. Nelle condizioni attuali dell’evoluzione terrestre, nella stragrande maggioranza dei casi, se l’aspirante occulto entra nel mondo sovrasensibile senza aiuto, il pensiero dell’Io rimane come un sogno dimenticato.
Se vi devo indicare di quale aiuto ha bisogno l’aspirante occulto oggi per non dimenticare il pensiero dell’Io quando si eleva nel mondo sovrasensibile, esiste per questo una sola espressione: la convivenza sulla terra con l’Impulso del Cristo. Questo è l’aiuto.
Come l’uomo si è comportato durante la sua vita terrestre nei confronti dell’Impulso del Cristo, come ha permesso a questo Impulso del Cristo di diventare vivo in lui, da ciò dipende, nelle attuali condizioni dell’evoluzione terrestre, se il pensiero dell’Io cada nell’oblio salendo nel mondo sovrasensibile, oppure se il pensiero dell’Io rimanga all’uomo come l’unico sostegno saldo, che l’uomo può portare dalla terra con sé nel mondo sovrasensibile.
Vedete, l’odierno cristiano potrà dire molte cose significative e belle sull’Impulso del Cristo.
Colui però che sente di essere un ricercatore dei mondi superiori nel senso cristiano sa di questo Impulso del Cristo ancora di più. Conosce qualcosa di straordinariamente importante e significativo. Sa che questo Impulso del Cristo è oggi propriamente l’unico aiuto che non ci fa dimenticare il pensiero dell’Io dell’evoluzione terrestre.
Che il Cristo abbia potuto diventare un aiuto anche in questo aspetto, insieme a tutto ciò che l’Impulso del Cristo ha potuto diventare per gli uomini già su questa terra, insieme all’innumerevole ciò che la cultura degli uomini ha ricevuto dal Cristo-Impulso per la loro consolazione, per la loro bontà, e ancora riceve; che l’Impulso del Cristo abbia potuto diventare un aiuto, per il fatto che consegue che il pensiero dell’Io della terra non abbisogna di essere dimenticato: a che cosa è connesso questo, in che cosa consiste? Questa deve diventare la grande domanda per noi. Se vi devo dare la risposta alla domanda: a che cosa è connesso questo, allora devo attirare la vostra attenzione su cose che voi, anche se non le sapete dall’occultismo, potete acquisire attraverso una considerazione ragionevole dei Vangeli.
Vi sono due cose per comprendere le ragioni per cui l’Impulso del Cristo è un tale aiuto: primo, un occultismo veramente all’altezza del nostro tempo, e secondo, una reale penetrazione ragionevole nei Vangeli.
Questi Vangeli hanno qualcosa di sommamente peculiare, quando li paragoniamo come documenti religiosi con altri documenti religiosi.
Hanno qualcosa a cui non sempre si fa attenzione. Vi prego solo di confrontare, con tutto quello che vi può offrire la storia esterna della religione, con tutto quello che può offrirvi ancora nel tempo post-cristiano il contenuto delle religioni fondate dopo il cristianesimo, ciò che sta scritto nei documenti cristiani originali, nei Vangeli. Se voltate lo sguardo alla storia di un qualsiasi fondatore di religione e cercate di comprenderlo, non potete farlo se non imparando a conoscere e intendere le ispirazioni sovrasensibili, le illuminazioni o le intuizioni che questo fondatore di religione ha avuto. Chiedete ai fondatori di religioni precristiane da dove proviene la loro saggezza, e per esempio del Buddha vi sarà indicato che quella suprema illuminazione attraverso la quale ha potuto proclamare ciò che chiama l’insegnamento sacro l’ha conseguita sotto l’albero Bodhi. Sarete quindi indirizzati a un’illuminazione sovrasensibile, se volete comprendere il fondamento dell’insegnamento del Buddha. Così accade anche spesso per il periodo post-cristiano. Prendete Maometto: dovrete ricorrere alle visioni, a ciò che Maometto ha ricevuto dalle regioni sovrasensibili, per spiegare perché ha detto certe cose in certi modi. Così è con tutti i fondatori di religioni, anzi non solo con i fondatori di religioni, ma anche con tutti gli importanti maestri. Vi si rimanda alla loro ispirazione divina, alla luce sovrasensibile che li ha illuminati. Con Pitagora lo sapete perfettamente. Con Platone è indicato dappertutto che non ha comunicato tutto quello che sapeva, che però era certamente ispirato da ciò che ha partecipato attraverso i Misteri, cioè che era stato iniziato nei mondi superiori. Persino di Socrate vi si parla di un daimonion, e sarebbe semplicemente assurdo tralasciare il daimonion. Ciò che ha del tutto sulla base della sola ragione sviluppato per gli uomini, l’ha ottenuto attraverso il suo daimonion. Così è ovunque quando vi guardate intorno nel mondo. E ora vi prego di confrontarla con i Vangeli.
Se esaminate razionalmente i Vangeli, trovate in essi una sola volta un vero accenno al fatto che nel senso di ciò che si sperimenta in qualche iniziazione, il Cristo Gesù durante i tre anni del suo cammino terrestre ha guardato dentro il mondo sovrasensibile, o ha dovuto guardarvi dentro.
L’unica volta in cui trovate una cosa simile è nella storia della tentazione, e nemmeno vi si racconta che il Cristo ha dovuto imparare a rimanere fisso a un buon Dio sovrasensibile, si dice solo che ha avuto un incontro con ciò che per lui era il male, con il Satana, con Lucifero.
Vi si racconta che questa tentazione fin dall’inizio per lui non era più una tentazione.
Leggete voi stessi i passi e vedrete come sia singolare nei Vangeli il fatto che il Cristo abbia subito qualcosa di simile a quello che gli iniziati hanno sempre dovuto subire; come fin dall’inizio si sia mantenuto fedele al suo Dio, come ha resistito alle tentazioni e ha pronunciato la parola: «Vattene da me, Satana! Poiché sta scritto: Adorerai il Signore Dio tuo e servirai a Lui solo»; come Lucifero non ha potuto più esercitare tentazione su di lui e l’ha abbandonato. Tutte le altre scene che seguono, tutto ciò che i Vangeli dicono altrimenti, non offrono nulla che possa essere paragonato a ciò che si deve raccontare circa il cammino della vita di uomini iniziati, per quanto riguarda il fatto che e come hanno imparato nel corso della vita a penetrare nei mondi spirituali.
Si può, come ho fatto nel mio libro «Il Cristianesimo come fatto mistico» e come ho fatto ripetutamente poi nei discorsi, parlare del Cristo fin dall’inizio come di un iniziato, di uno che ha una connessione immediata con il mondo sovrasensibile; ma non si può parlare della sua iniziazione, non di un percorso attraverso l’iniziazione. Si può dire che è un iniziato, ma non si può dire come è diventato iniziato. Questa è un’enorme differenza.
Confrontate tutto ciò che vi viene raccontato della vita di uomini iniziati con ciò che viene raccontato nei Vangeli, allora troverete, come l’ho esposto nel mio libro «Il Cristianesimo come fatto mistico», forse che i redattori dei Vangeli hanno semplicemente dovuto prendere i vecchi rituali secondo i quali si iniziavano, per descrivere la vita del Cristo.
In tal modo hanno raccontato anche la vita esterna del Cristo Gesù.
Ma non potevano mai dire che egli ha veramente subito questo. Prendete una scena eloquente come la Trasfigurazione o anche la preghiera sull’Orto degli Ulivi: queste sono cose che, se si volessero raccontare di un altro iniziato, dovrebbero essere presentate diversamente. Si dovrebbe allora non solo dire che andò sull’Orto degli Ulivi, dove gli vennero gocce di sangue sudoroso, ma si dovrebbe anche raccontare ciò che ha subito là, come è stato trasformato sull’Orto degli Ulivi. Ma il Cristo non è stato propriamente trasformato. Egli piuttosto si presenta al suo Dio sull’Orto degli Ulivi come uno di cui non si può dire che avesse ancora qualcosa da imparare. E per lui stesso non era un’illuminazione quello che ha subito nella Trasfigurazione. Per gli altri, per i suoi accompagnatori era stata un’illuminazione, per lui no. Per lui era una cosa ovvia. Non poteva imparare nulla da ciò. Che cosa dovrebbe invece accadere in un altro iniziato? Ci dovrebbe essere mostrato come egli ha salito il sentiero della conoscenza a gradi.
Per gli iniziati superiori si può raccontare che hanno portato molte condizioni dalle loro incarnazioni precedenti e dovevano ancora superare solo l’ultimo grado. Nulla di tutto ciò lo troviamo nel Cristo. La storia della tentazione, come già accennato, è tutto. Ciò che è presente in lui è una suprema compenetrazione con la coscienza divina. Questo forma il principio della vita del Cristo dei tre anni. Allora abbiamo di fronte questo Cristo Gesù un’immagine singolare: abbiamo di fronte qualcosa che, per così dire, dal puro uomo terrestre compie la più alta rivelazione divina.
In un altro iniziato dobbiamo raccontare: questo o quel grado l’aveva superato, poi poteva compiere questa o quella rivelazione.
Nel Cristo Gesù invece tutto scaturisce fin dall’inizio, e non ci viene raccontato per i tre anni della vita del Cristo Gesù che egli abbia superato questo o quel grado. E se qualcuno volesse considerare la descrizione della morte e della risurrezione del Cristo Gesù come tali gradi, mostrerebbe così di non essere chiaro su questo: che la risurrezione è avvenuta per la forza che era già nel Cristo vivente; che non è un atto di iniziazione, che il Cristo Gesù non è stato risvegliato da un altro iniziato, bensì dalla forza divina che proviene da fuori della terra, dalla forza che gli era stata comunicata attraverso il battesimo di Giovanni. Così la risurrezione era già data nel Cristo, mentre l’atto che si chiama risurrezione negli altri iniziati dovette compiersi attraverso le azioni e le illuminazioni di un iniziato più antico.
In ciò consiste il motivo per cui nel mio libro «Il Cristianesimo come fatto mistico», scritto più di dieci anni fa e presto pubblicato, ho dovuto presentare la cosa in modo che possa essere riassunto all’incirca così: il Cristo viveva sulla terra. In questa vita del Cristo hanno avuto luogo vari processi. Come li descrive? Li descrive al meglio raccontando ciò che un vecchio iniziato ha subito. Ciò che i vecchi iniziati hanno subito nelle loro scuole di misteri, si è sviluppato nel Cristo come fatto storico di per sé. Perciò i redattori del Vangelo potevano utilizzare i vecchi libri di iniziazione, non però per descrivere un’iniziazione del Cristo, bensì per scrivere una biografia di lui. Questo è il cuore della dimostrazione nel mio libro «Il Cristianesimo come fatto mistico».
Si può fraintendere al massimo la vita del Cristo se non si parla del Cristo come di un iniziato, ma si applicano i processi dell’iniziazione alla vita del Cristo come se la vita del Cristo durante l’evoluzione terrestre avesse subito un’iniziazione. Questo sarebbe il più grande errore che si potrebbe commettere.
Chi afferma che la vita del Cristo è in qualche modo spiegabile come iniziazione commette il più grande errore contro lo spirito del Cristianesimo.
Un simile fraintendimento varrebbe a intendere il Cristianesimo come se il suo fondatore non fosse stato già un iniziato, bensì lo fosse diventato, come se si dovessero descrivere processi di iniziazione per la vita del Cristo.
Perciò è necessario che, quando si parla della vita del Cristo, si chiarisca sempre molto bene che le espressioni usate non devono mai essere impiegate nello stesso senso che nella vecchia o in qualsiasi altra iniziazione, bensì in un senso assolutamente fisico-terrestre, come riferentesi a una storia al di fuori dell’iniziazione.
Questo è straordinariamente importante, e non si può sottolineare abbastanza come ciò sia straordinariamente importante; perché il più grande errore che si può commettere è proprio questo: se si trascura ciò che è stato ora affermato, e se non si parla di un’iniziazione del Cristo nel senso come è stato presentato nel ciclo «Davanti alla porta della Teosofia» o nei discorsi sul Vangelo di Giovanni, bensì in modo da vestire la vita del Cristo nella forma di un racconto di iniziazione. Si contraddirebbe così fin dall’inizio a qualsiasi interpretazione ragionevole dei Vangeli. Il cuore dei Vangeli non sarebbe affatto colpito, e nemmeno sarebbe colpito ciò che l’Occultismo ha da dire su questa vita del Cristo. Teniamo ben fisso questo: quando parliamo di altri fondatori di religioni, dobbiamo parlare in modo che essi siano diventati iniziati e che abbiamo ragioni di comprendere il loro vivere in modo da includere l’iniziazione nel loro vivere; che invece dobbiamo presentare la vita del Cristo in modo che nella vita del Cristo, per quanto essa compia le rivelazioni divine sulla terra, non risplenda nulla che sia di per sé un processo di iniziazione. Cristo è stato iniziatore.
Vi basta leggere nel mio libro «Il Cristianesimo come fatto mistico» il capitolo sul vero significato del miracolo di Lazzaro.
Vi troverete che è un’iniziazione che il Cristo ha compiuto lì. Egli stesso poteva iniziare; ma nel medesimo senso in cui si deve dire che Lazzaro è stato iniziato dal Cristo, non si può dire che il Cristo sia stato iniziato sulla terra. Nel medesimo senso non lo si può dire. Al posto dell’iniziazione sta il battesimo di Giovanni nel Giordano. Se il battesimo di Giovanni fosse l’atto iniziatico corrispondente, allora sarebbe descritto diversamente; allora sarebbe descritto in modo che il Cristo come colui da iniziare si stesse di fronte a noi, e un iniziatore più elevato compisse l’iniziazione. Lo strumento però non è un iniziatore più elevato, bensì Giovanni il Battista, che secondo i fatti non deve essere posto più in alto del Cristo Gesù. È accaduto spesso che proprio questo errore sia stato commesso. Ma per la relazione dell’uomo al Cristianesimo, per la giusta comprensione del Cristianesimo, questo errore diventerà sempre straordinariamente disastroso. Perciò si dovrebbe evitare di parlarne come se il Cristo fosse passato attraverso un grado di nascita, di infanzia, di battesimo, di trasfigurazione, di resurrezione nel medesimo senso in cui un altro iniziato è passato attraverso tali gradi. Poiché nel momento in cui si applicano le espressioni nascita, battesimo, trasfigurazione, ascensione al Cristo nello stesso modo, si è completamente frainteso il Cristianesimo.
Comprendere tutto ciò è necessario, se volete rispondere alla domanda: come accadde proprio che l’Impulso del Cristo portò agli uomini il ricordo dell’Io dal vivere ordinario terrestre nel vivere dei mondi sovrasensibili.
Vi prego ora di tenere presente, di tenere ben presente, che oggi ho tentato di mostrarvi come accada l’incontro con la Morte e con Lucifero, come l’aspirante occulto venga posto in una situazione senza consolazione, come egli possa uscire da questa situazione senza consolazione solo se riesce a conservare il ricordo del pensiero dell’Io.
E trattenete anche il suggerimento che il più grande aiuto per il presente per mantenere il pensiero dell’Io consiste nel fatto che l’uomo si sia posto, durante la sua vita terrestre, in una relazione con l’Impulso del Cristo.
Trattenete anche che ho iniziato, per fondare questo fatto, a spiegare che la vita del Cristo è diversa dalla vita di un altro iniziato, che il Cristo da principio apparve come tale, che otteniamo racconti delle sue azioni terrene, che però non ci viene detto che fosse stato influenzato da un daimonion come Socrate, o che fosse stato seduto sotto l’albero Bodhi come Buddha, o che avesse avuto visioni come Maometto.
Tutto ciò renderebbe impossibile comprendere il Cristo.
Come l’Impulso del Cristo diventa il mezzo per l’aspirante occulto, per vivere nel mondo spirituale con il pensiero dell’Io e non avere pensieri estinti, e come il mondo sovrasensibile appaia non appena lo si entra con questo pensiero dell’Io, ne parleremo allora domani
Ieri abbiamo parlato dell’incontro dell’aspirante occulto con Lucifero e con la morte.
Abbiamo anche osservato che il ricordo dell’Io o del pensiero dell’Io deve rimanere, quando la situazione deve presentarsi nella giusta maniera. E abbiamo visto che l’uomo contemporaneo dispone di aiuti dovuti al fatto di poter ricevere l’Impulso del Cristo nel mondo terrestre. Abbiamo considerato la peculiarità di questo Impulso del Cristo: la natura che noi chiamiamo l’Essere del Cristo si distingue dagli altri fondatori di religioni perché non possiamo propriamente parlare di Cristo come di una personalità iniziata sulla terra. La Wesenheit del Cristo, durante i tre anni della sua permanenza sulla terra, possedeva già tutte le forze di cui faceva uso e le portava con sé. Quando dunque la Wesenheit del Cristo divenne uomo, fu pronta al grande sacrificio: per la Wesenheit del Cristo era davvero un grande sacrificio. Essa rinunciò a servirsi, entro un corpo umano, di altre forze se non quelle specificamente umane. E riportò all’espressione il suo intero legame con il Divino attraverso forze specificamente umane. Ecco il fondamento di ciò che è straordinario nella manifestazione del Cristo. Cercate di comprendere con le comuni forze dell’anima umana un qualsiasi altro fondatore di religioni (non dico di credervi, ma di comprenderlo). Allora dovete imparare a comprendere il grado della sua iniziazione, perché dovete elevarvi a una comprensione di ciò che splende dalla più alta sfera entro la personalità umana di cui si tratta. Così dovete fare con il Buddha e con tutti gli altri fondatori di religioni. Nel caso del Buddha dovete collegarvi alla sua illuminazione sotto l’Albero della Bodhi e acquisire, in certa misura, una comprensione di come, nel ventanovesimo anno di un uomo, qualcosa possa scendere illuminante nella sua vita così come il Buddha lo sperimentò sotto l’Albero della Bodhi.
Ma quando vi innalzate a questa comprensione, allora, se riflettete un poco, comprenderete anche quanto segue, per quanto strano sembri: non solo i grandi fondatori di religioni devono essere compresi attraverso una certa conoscenza dei metodi di iniziazione e così via, ma persino gli Evangelisti e Paolo.
Se volete comprendere gli Evangelisti, che scrissero i loro scritti da ispirazioni, dovete prima innalzarvi a una comprensione: dovete sapere come le individualità che si nascondono sotto i nomi di Matteo, Marco o Giovanni poterono pervenire alle cose che stanno negli Evangeli.
Per questo, attraverso l’esame degli Evangeli, cercammo di ottenere una nozione di come gli Evangelisti avessero parlato la verità, nozione che era stata a lungo perduta. Ma chi vuol comprendere il Cristo non ha bisogno di tutto questo. Chiunque può comprendere il Cristo con la più ordinaria comprensione umana. Non esiste grado di educazione così basso che non si potesse comprendere il Cristo con esso. Ciò accade appunto perché il Cristo ha portato nelle pure forze umane, in tutto ciò che agisce per forza umana, ciò che egli era. Al contrario, i messaggi degli altri fondatori di religioni si basano su ciò che questi hanno visto nei mondi superiori. Quindi, se la parola non è compresa in senso triviale, si può veramente dire: il Cristo è il fondatore di religioni per l’uomo più semplice, per ogni comprensione.
Naturalmente si può conoscere il rapporto del Cristo con i mondi superiori solo attraverso l’iniziazione. Ma non è necessario, finché non si entra nell’iniziazione. Ieri ho cercato di farvi comprendere quale servizio immenso il Cristo rende agli aspiranti occulti. Egli dà loro il mezzo di ricordarsi del loro Io quando sono nei mondi superiori. Senza l’Impulso del Cristo non lo si può fare, in certa misura.
Così il Cristo diviene un aiuto nelle iniziazioni moderne, e diviene un aiutante sempre maggiore per gli aspiranti occulti.
Con il progresso della saggezza, si avverte sempre più quanto se ne abbisogna. Il Cristo è da una parte per i più semplici, e dall’altra parte è ancora lì per coloro che necessitano di saggezza e saggezza e saggezza sempre maggiore. Questa è la sua essenza, e ciò dipende dalle proprietà di cui ieri tentammo di parlare. Perciò, quanto più progredisce lo sviluppo della terra, tanto più, naturalmente, vi sarà comprensione per il Cristo. Questa comprensione continuerà ad approfondirsi. Vi saranno sempre più persone che riconosceranno: è pienamente legittimo dire che il Cristo è qui per chiunque, anche per l’anima più semplice, e che ognuno può trovarlo. Ma il Cristo è anche lì per coloro che devono cercare la saggezza, perché sentono l’obbligo di farlo.
Ora abbandoneremo per breve tempo questi pensieri e ritorneremo a considerare l’incontro di cui si parlò ieri. Dobbiamo dire: innanzitutto l’uomo incontra Lucifero. Lucifero, come abbiamo visto, ci mostra ciò che siamo divenuti davvero, di incarnazione in incarnazione, nello sviluppo terrestre. Ieri ci ponemmo già dinanzi all’anima che Lucifero ci mostra una forma assai brutta. Impariamo infatti a riconoscere per mezzo di Lucifero ciò che siamo divenuti grazie a lui durante lo sviluppo terrestre.
Ora la questione è questa: si deve imparare a riconoscere ciò nella giusta maniera, così che l’aspirante occulto non si fermi al fatto che Lucifero gli mostra ciò che abbiamo ottenuto dagli Dèi, dicendogli: Questa è la tua forma fragile che ti sta dinanzi. Ciò che hai ottenuto per mezzo mio è l’immortalità. Ma allora essa si rivela come bruttezza. All’inizio si ha un presentimento, quando si considera proprio questo cammino di iniziazione di cui si tratta, che il Cristo può non solo aiutarci in ciò di cui si parlò ieri, ma può anche aiutarci nel trasformamento della forma.
Ma per questo è necessaria anche la decisione di rimanere fedeli a questo Impulso del Cristo, di non perderlo più e di sforzarsi di guadagnare sempre più comprensione per l’Impulso del Cristo.
Perciò non esiste mezzo attraverso il quale gli aderenti dei misteri moderni potrebbero venire distaccati da questo Impulso del Cristo.
Ora però dobbiamo ricordarci che dell’uomo triplice che abbiamo considerato, dovemmo assegnare, in certo senso, l’uomo superiore a parte dell’intero mondo stellare. Ma poi dicemmo che la figura che l’Antico Testamento conosce sotto il nome di Jahvé o Geova, all’uomo superiore, come una sorta di pagamento parziale per ciò che l’uomo ha perduto su questa terra, dà ciò che possiamo assegnare alla Luna. Così, quando ricordiamo quanto è stato detto, possiamo dire: l’uomo superiore è, in certa relazione, assegnato alla Luna. L’uomo intermedio è assegnato, in certa relazione, a quello che noi consideriamo l’uomo toracico, l’uomo che porta il cuore in sé, il Sole. Così possiamo formarci una rappresentazione di ciò che nelle scuole occulte e nei misteri è sempre stato compreso come l’assegnazione dell’uomo intermedio, dell’uomo che porta il cuore, al Sole, e dell’uomo che porta il capo, sia all’intero cielo stellato sia preferibilmente alla Luna.
Ora Lucifero ha agito anche sull’uomo. Come portiamo l’azione del Sole nel nostro uomo intermedio, come portiamo nell’uomo della testa l’azione della Luna, così come ve l’ho descritta per l’antica chiaroveggenza, così portiamo in noi anzitutto anche gli effetti di un’altra stella, se pensate le forze che emanano da questa stella nella maniera appropriata.
Vi potete facilmente immaginare che questo effetto deve essere configurato diversamente rispetto all’effetto solare e lunare. Gli effetti lunari erano in tempi antichi tali che veramente la chiaroveggenza umana procedeva in un periodo lunare di ventotto giorni. L’uomo in ventotto giorni si sentiva a volte in uno stato più chiaroveggente, a volte in uno meno chiaroveggente. Così è penetrato negli uomini che poteva esserne immediatamente percepito.
Gli effetti solari sono evidenti; per comprendere che l’intero uomo intermedio dipende dal Sole, non è necessario dilungarsi in molte parole.
Quanto detto nell’ultima conferenza dovrebbe bastare. L’influsso del terzo, che rappresenta lo stesso ambito che in iniziazione ci appare come Lucifero, agisce in modo spirituale. Non si può parlare di un’azione così tangibile. Perciò si possono già negare alcuni effetti della Luna; nessuno nega gli effetti del Sole. Ma ci sono già uomini al presente che parlano di un’azione della Luna sulla natura umana. Gli influssi delle altre stelle il materialismo naturalmente li nega. Deve negarli, perché sono spirituali e il materialismo non ammette l’azione di forze spirituali. Ma proprio come le cose che vi ho descritto (l’uomo superiore con la Luna, l’uomo intermedio con il Sole) stanno insieme, così gli effetti della Venere stanno insieme con la figura che ci si presenta quando varchiamo la soglia dell’iniziazione. E noto subito che si tratta del corpo celeste che gli astronomi oggi chiamano Venere.
La Venere è dunque il regno di Lucifero. Inizialmente il fatto sta così: attraverso l’iniziazione impariamo esattamente che l’uomo inferiore, l’uomo che abbiamo designato come il terzo uomo settenario, è quella parte di tutta la natura umana che gli Dèi superiori hanno assegnato al regno di Lucifero. Ma Lucifero si è impadronito, in un modo di cui ancora parleremo, dell’intero uomo, proprio come Jahvé o Geova si è impadronito dell’intero uomo. E se volete contemplare l’azione completa di Jahvé o Geova, dovete dirvi: negli uomini, che secondo i nostri precedenti discorsi conoscerete come l’uomo della testa, agisce dentro quella forza di Jahvé o Geova che corrisponde alla Luna nuova, alla Luna senza luce, che non riflette alla terra la luce solare fisica. La luce solare fisica che viene riflessa dalla Luna, dovete pensarla così: è l’azione delle forze di Jahvé o Geova sulla Luna, che proviene dalla Luna e agisce sull’uomo inferiore, sul terzo uomo.
Così dobbiamo dire: se poniamo nel mezzo l’uomo toracico, abbiamo sull’uomo inferiore agenti le forze di Jahvé o Geova che corrispondono alla Luna piena; sull’uomo intermedio o toracico agisce la forza solare (lo sappiamo), ma anche le forze lunari.
Le forze di Jahvé o Geova si sono dunque impadronite dell’intero uomo. Agiscono in periodi alternati sulla testa dell’uomo e sull’uomo inferiore, mentre l’azione sulla testa corrisponde alla Luna nuova, l’azione sull’uomo inferiore corrisponde alla Luna piena.
Non credo che alcuno dubiterà di ciò che ho detto se si procura una comprensione del perché, proprio nelle antiche confessioni ebraiche, nei riti ebraici antichi, ai noviluni fosse attribuita una tale importanza quale festa. Se guardate alle feste di novilunio e vedete quali sentimenti nell’Antico Testamento corrispondessero alla festa di novilunio, allora potrete procurarvi una comprensione sensata di ciò che è stato detto. Le fasi medie della Luna corrispondono così che su tutto l’uomo toracico vi agisce la Luna crescente e la Luna decrescente. Se ora vi immaginate inoltre che, proprio come la Luna agisce su tutto l’uomo triplice (cioè il suo Spirito è Jahvé o Geova), anche il Sole agisce su tutto l’uomo, ma principalmente sull’intermedio, e da lì le sue azioni si irradiano su tutto l’uomo, allora avete due forze cosmiche che agiscono in maniera conforme a legge nell’uomo.
Di Lucifero impariamo che il suo regno è la Venere, e che quelle forze che trovano la loro espressione simbolico-fisica nel fatto che ci giungono come la luce di Venere, della Stella del Mattino e della Stella della Sera, che questi raggi fisici di Venere che sono mandati nello spazio cosmico sono l’azione simbolico-fisica di Lucifero sull’uomo. Lucifero non si è limitato ad agire sull’uomo inferiore. Non agirebbe se non quando la Venere splende col suo disco pieno, come la Luna piena.
Sapete che la Venere ha proprio le stesse fasi della Luna, così che esiste una Venere crescente, una piena e una decrescente.
I quarti agiscono di nuovo come i quarti della Luna sull’uomo toracico. La Venere, che agisce spiritualmente, agisce sull’uomo della testa, così che un’espressione di ciò che riguarda l’uomo sono effetti spirituali che si possono vedere nel concorso di Sole, Luna e Venere nel cielo. Sia chiaro, un’espressione di ciò che è nello spirito umano.
Come nello sviluppo dell’uomo agisce il grande Spirito del Sole in relazione allo Spirito della Luna, in relazione a Jahvé o Geova, così agisce anche Lucifero, che è sempre in azione nella natura umana, in relazione a questi due. Se si volesse rappresentare graficamente questa legge del concorso e darne un disegno, si potrebbe farlo nel modo migliore cercandolo nelle costellazioni del Sole fisico, della Luna fisica e di Venere. Come questi stanno l’uno rispetto all’altro, come possono avere un rapporto tale che l’uno fa opposizione all’altro, lo respinge, oppure l’uno rafforza l’altro o l’indebolisce, fermandovisi sopra e oscurandolo, così è pure il rapporto dei tre poteri spirituali di cui abbiamo parlato, nell’uomo. L’uomo può dispiegare particolarmente la sua azione solare quando non è offuscata né dalle forze lunari né da quelle di Venere. Ma anche il suo Sole, le forze che stanno nell’uomo intermedio, nel cuore, possono essere offuscate dalla Luna, dalle forze della testa, come pure oscuramenti possono accadere per opera di Lucifero, per la Venere.
Come sapete, vi è ciò che si chiama i passaggi, i transiti della Venere davanti al Sole nello spazio cosmico. Così avete la coerenza della trinità interiore dell’uomo, per così dire, lo Spirito del Sole, lo Spirito della Luna e lo Spirito della Venere o Lucifero, simbolizzati nello spazio cosmico ed espressi attraverso la costellazione di Sole, Luna e Venere.
Vi sarà dunque facile comprendere che, poiché abbiamo diviso anche l’intera forma umana assegnando parti della forma umana a certi segni, alle stelle fisse dello Zodiaco, può sussistere di nuovo una relazione tra questi tre corpi celesti nello spazio (cioè i tre poteri spirituali nell’uomo) e i singoli arti della forma umana.
Una relazione particolarmente significativa di questo tipo presso l’uomo sarebbe, ad esempio, se le sue forze nel cuore, nell’uomo intermedio, cioè i poteri del cuore, dello Spirito del Sole nell’uomo intermedio, agissero al massimo vigore. Nell’uomo intermedio abbiamo scritto il segno del Leone; così possiamo dire: se il Sole ora agisce così da poter esercitare le sue forze particolarmente sul membro della forma umana per il quale abbiamo scritto simbolicamente il segno del Leone, allora esiste una costellazione notevole nell’uomo. Similmente esiste una costellazione notevole se particolarmente fortemente dispiegati sono i poteri di Jahvé o Geova nel loro spirituale, diciamo nel segno dell’Ariete, che significa l’elevazione dell’uomo, o del Toro, che indica l’essere rivolto innanzi verso il movimento della parola.
Questi sono quei parti della forma umana che devono avere un rapporto originario speciale con la forza della Luna. Quando là si dispiega particolarmente fortemente, questa è una costellazione particolarmente favorevole per l’uomo. Ora capirete su che cosa si basa propriamente il principio, l’essenza dell’astrologia. Lo noto non perché intenda parlare estesamente di astrologia (il tempo non basterebbe), ma per mostrare in che cosa consista l’essenza della medesima. Questo si può chiarire in poche parole. Vedete, l’uomo così come si presenta davanti a noi con la sua forma tre volte sette-membro è già assegnato ai poteri spirituali che corrispondono ai regni cosmici.
Poiché proprio come allo Spirito del Sole corrispondono le forze che agiscono nell’uomo dello Spirito del Sole, come all’uomo della testa corrispondono le forze della Luna e come al terzo uomo corrispondono le forze che sono distribuite su tutto l’uomo, così i membri della forma umana corrispondono proprio alle stelle fisse, ai segni dello Zodiaco ai quali ho assegnato i membri della forma umana.
Così l’uomo è compiuto nella sua forma fisica. Ciò che proviene da questi poteri, che da queste direzioni, da questi ambiti agisce dentro, non ha agito solo quando la forma umana si formava, ma ha continuato ad agire nei tempi e agisce ancora adesso: agisce così che in certa misura ciò che l’uomo oggi sperimenta come il suo fato esteriore può essere messo in relazione con le costellazioni dei corpi celesti, proprio come dobbiamo mettere in relazione con le costellazioni dei corpi celesti ciò che l’uomo è già divenuto.
Come era favorevole per l’uomo nella sua organizzazione che in certa maniera i suoi poteri solari cooperassero con i parti della sua forma ai quali potevamo assegnare il segno del Leone, così sarà anche oggi favorevole per certe proprietà dell’uomo se i momenti importanti della sua vita, anzitutto il momento importante della nascita, cadono così che il Sole stia nel segno del Leone, cioè copra il Leone, così che queste due forze si rafforzino reciprocamente o comunque si influenzino. Come nello spazio cosmico è scritto attraverso la costellazione di stelle ciò che l’uomo è oggi, così è pure scritto ciò che ancora avverrà con lui.
Su questo si basa la vera astrologia. Vedrete subito da ciò che ora considereremo che, in fondo, dovete conoscere veramente l’occultismo per avere il principio dell’astrologia, perché vogliamo ora procedere alla caratterizzazione del secondo grado di iniziazione.
Abbiamo caratterizzato che è importante per l’aspirante occulto nel raggiungimento del primo grado di iniziazione, dell’incontro con Lucifero e con la morte, partire dalla forma umana, da ciò che l’uomo è anzitutto all’apparenza fisica.
Per il grado successivo è importante qualcos’altro.
Lì è importante partire dal movimento interiore dell’uomo.
Sia ben inteso: Primo grado: partenza dalla forma umana.
Secondo grado: partenza preferibilmente dal movimento interiore dell’uomo. Ora vogliamo porre dinanzi all’anima questo movimento interiore dell’uomo, così come ci ponemmo dinanzi all’anima la forma dell’uomo. Abbiamo anzitutto un movimento che l’uomo nella vita posteriore fa poco più, ma che una volta doveva essere compiuto da lui con tutte le forze, altrimenti sarebbe rimasto un quadrupede, avrebbe dovuto strisciare per tutta la vita. Il movimento che l’uomo deve compiere è quello che lo trasforma da un bambino strisciante a un essere eretto.
L’uomo non è solo nella sua forma un essere elevato; è un essere che durante la vita si eleva da sé, così che il primo movimento interiore importante (poiché è un movimento interiore) che l’uomo compie è il movimento dell’elevarsi. Così il movimento di elevazione è il primo che dobbiamo considerare. Il secondo movimento di natura interiore è di nuovo uno che l’uomo nella vita posteriore continua a usare, ma che deve acquisire come bambino. È il movimento della parola, quel movimento della vita interiore che deve accadere perché la parola divenga realtà. Dovete immaginarvi che una somma di movimenti interiori è necessaria affinché la parola possa venire all’espressione. Prima però l’uomo deve imparare ancora un altro movimento, che più si cela. In realtà egli apprende entrambi i movimenti in certa misura insieme; in fondo spesso il movimento della parola prima dell’altro. Potete trovare dettagli più precisi nel mio opuscolo «L’educazione del bambino dal punto di vista della scienza dello spirito». In ogni caso però i due movimenti esistono, che l’uomo apprende e che deve compiere come movimenti interiori per tutta la vita.
Verso il movimento della parola l’uomo è conscio.
Lo sa ogni uomo. Ma che anche, quando si pensa, continuamente un movimento sottile avviene nel cervello, non lo sa ognuno.
Per arrivarvi è necessaria un’osservazione più fine. Non si predica qui il materialismo quando parlo di «movimento». Il movimento nel cervello è certamente presente; è però effetto e non causa. Abbiamo dunque a che fare col movimento del pensiero e col movimento della parola come movimenti interiori.
Se proseguite nel seguire i movimenti, scoprite come il prossimo movimento importante, necessario affinché la vita interna del corpo possa accadere, quello che possiamo chiamare il movimento del sangue. Esso appartiene a quei movimenti che devono necessariamente accadere affinché l’uomo sia uomo. L’ordine è in questo movimento apparentemente un poco arbitrario. Ma non importa. Il quinto movimento, che deve esserci affinché il movimento del sangue sia possibile, è il movimento della respirazione. È un movimento indipendente e particolare. È diverso dal movimento del sangue e non è la medesima cosa. Dico che l’ordine di queste cose è un poco arbitrario, poiché si possono scambiare il movimento del pensiero e il movimento della parola, ponendo l’uno al secondo posto e l’altro al terzo (su questo non importa), come anche si può indicare anzitutto la respirazione e poi il movimento del sangue.
E se si guarda più ai polmoni, lo si deve anche fare. Ma se si guarda più all’origine dei movimenti, si deve prendere l’ordine scelto, perché, specialmente negli uomini, l’origine centrale vera del movimento respiratorio sta nel diaframma, che è sotto il cuore. Se dunque si vuole un ordine rispetto all’origine, si deve scegliere questo ordine.
Il sesto movimento (parlo sempre di movimenti interiori del corpo che devono accadere) è quello che certi organi devono compiere e che, per avere un’espressione comune, si potrebbe chiamare movimento di ghiandola o anche movimento di vaso.
I vasi dell’uomo devono stare in continua attività, in continua mobilità interiore, affinché l’uomo come essere vivente possa essere mantenuto.
Per motivi che sarebbe troppo lungo esporre, vorrei però semplicemente dire «movimento di ghiandola». Un settimo movimento è quello che risulta quando nel corpo umano non solo singoli vasi o ghiandole si muovono per secretare qualcosa che l’uomo singolo ha bisogno in sé, bensì il corpo umano, certamente come corpo, deve compiere, quando dalla natura è fatto l’assetto di generare un nuovo uomo.
Allora abbiamo a che fare con una totalità dei movimenti del corpo. Mentre negli altri movimenti di vaso si ha a che fare solo col movimento di una parte, nel movimento di riproduzione si ha a che fare con la secrezione del corpo intero in qualche modo. Che sia il corpo femminile o il corpo maschile, è lo stesso. Abbiamo sempre a che fare con la secrezione del corpo intero. Chiamiamo dunque questo movimento il «movimento di riproduzione». Non ci sono altri movimenti interiori se capite rettamente i sette tipi di movimento addotti. Gli altri sono movimenti esterni.
Quando l’uomo muove ad esempio i piedi e le mani, sono movimenti esterni. Ciò però che è movimento interiore nell’uomo, l’uomo se l’è già portato dietro, anche se la terra l’ha cambiato molto.
E proprio come l’intera forma dell’uomo deve essere rapportata alle stelle fisse dello Zodiaco e perciò ai singoli parti della forma umana vengono aggiunti i segni delle immagini dello Zodiaco, così questi singoli movimenti sono formati dall’intero sistema planetario. Dal nostro sistema planetario dunque dobbiamo dedurre questi sette membri dell’uomo interiore mobile; e si designano, poiché i rapporti di questi movimenti l’uno verso l’altro nell’uomo corrispondono ai rapporti dei pianeti del nostro sistema planetario, questi singoli movimenti con i segni che sono posti per i pianeti:
Non è stato affatto un caso che io, dopo aver ancora una volta esposto l’incontro seguente che l’uomo fa quando attraversa la soglia nei mondi soprasensibili, l’incontro con la morte e con Lucifero, abbia allora tentato il passaggio verso un’esposizione che forse inizialmente vi ha toccato come difficile da intendere.
Ho allora tentato di spiegarvi il significato dell’Essenza di Cristo, e nel corso di questa spiegazione sull’Essenza di Cristo, che per così dire si è sviluppata da sé, è stato necessario rinviare alla storia della tentazione nei Vangeli, al rigetto di Lucifero da parte del Cristo, ciò che nei Vangeli è presentato come la storia della tentazione; come la tentazione, come vi è denominata, nell’eremo, oppure, come spesso si dice, nel deserto. Poi, dopo che il corso della nostra considerazione si era esteso un po’ più oltre, è stato compiuto il passaggio verso una comunicazione riguardante il Buddha.
Lasciamo che ora, brevissimamente ancora, questo incontro con la morte e con Lucifero si presenti davanti alla nostra anima. Lucifero appare effettivamente all’aspirante occultista dapprima come l’immagine originaria della grandezza umana e anche sovrumana, per così dire divina, quando così, estraneo dalle sue azioni, gli si presenta di fronte all’uomo, un’essenza seducente. E l’aspirante occultista viene guarito, per così dire, dalla tentazione in una certa misura soltanto quando egli guarda indietro a ciò che mediante Lucifero egli stesso è divenuto, quando egli guarda l’immagine terrificante di natura bestiale che l’uomo è divenuto di incarnazione in incarnazione mediante la tentazione e la seduzione luciferica. E allora, come vi ho detto, allora si presenta all’aspirante occultista del presente quell’aiuto che gli può venire dal Cristo; e l’incontro è allora più o meno tale che il Cristo offre una sorta di consolazione suprema e piena di fronte all’impressione terribile che l’incontro con la morte e con Lucifero suscita, e con ciò che rappresenta se stesso, e che in una certa relazione è il custode della soglia.
Se questo incontro ha lasciato un’impressione terribile, allora offre per così dire ciò che il Cristo può essere per noi, una consolazione, una speranza.
Infatti al posto della morte stessa, al posto del corpo umano spezzato subentra qualcosa d’altro. E ciò che io vi dico qui è un’esperienza assoluta che può essere fatta, che veramente si fa così come la racconto: al posto della morte cioè subentra allora, rendendoci comprensibile che questo Io può comunque essere preservato, il Cristo stesso. In altre parole, riceviamo interiormente nella nostra coscienza un’immagine che è completamente indipendente da ogni ricordo dalla vita sensoria. Dire qui di illusione, di allucinazione, sarebbe semplicemente il più puro non senso, poiché si potrebbe essere ciechi e sordi e senza olfatto e tutto ciò che è possibile, e si potrebbe tuttavia avere questa esperienza, che si offre in questo punto dell’iniziazione; il Cristo subentrerebbe comunque al posto della morte.
Che cosa si ha allora davanti a sé? Immaginate di avere davanti a voi il Cristo, che prende il posto della morte, e Lucifero: assolutamente l’immagine che gli stessi Vangeli offrono come la scena della tentazione nel deserto. Non avreste nemmeno bisogno di ricordare questa storia della tentazione dai Vangeli, l’avreste comunque davanti a voi. E la avreste davanti a voi per il fatto che avete accolto nella vostra anima l’impulso che il Cristo una volta ha percorso la terra ed è stato crocifisso e ha vinto la morte.
Il cristianesimo solo di Paolo avrebbe dovuto agire su di voi, non il cristianesimo dei Vangeli. Così è allora possibile vivere qualcosa che nei Vangeli è descritto, indipendentemente dai Vangeli, dunque indipendente in generale da ogni impressione esterna: questo è perfettamente possibile. Se vi ricordate della vita ordinaria, vi direte: voi avete nella vita ordinaria un’esperienza consapevole quando impressioni esterne agiscono su questa vostra coscienza, quando i contenuti della vostra coscienza sono provocati da impressioni esterne.
Ora avete davanti a voi un’immagine che nessuna impressione esterna può provocare, poiché da nessuna parte nel mondo sensibile potete trovare Lucifero.
Come impressione esterna nel mondo fisico-sensibile non potete trovarlo. Questo vi si completa, in quanto avete l’immagine della morte (che neanche là nel mondo sensibile potete trovare), in quanto la morte si trasforma nel Cristo. Avete a ciò che aggiungetevi, ciò che beninteso potete acquisire come reminiscenza da questo mondo esterno, ma che vi si mostra, quando entrate in questo mondo soprasensibile, come un’immagine che può essere acquisita anche indipendentemente dal mondo esterno. Nessuna impressione esterna ha bisogno di essere presente quando avete davanti a voi questa immagine della tentazione del Cristo e della vittoria sulla morte, per così dire tutto ciò che Lucifero aveva iniziato con l’uomo.
E che cos’è allora questa coscienza? Una coscienza senza un oggetto esterno. Ho tentato di condurvi a ciò che è la luce non manifestata, ho tentato di condurvi a ciò che è la parola indicibile.
Ora avete acquisito il concetto di una coscienza senza un oggetto esterno, di una coscienza cui per il suo proprio essere è dato un contenuto. Questa è la coscienza senza un oggetto esterno. E allora la nostra considerazione ci ha condotto a fare la comunicazione singolare, ma pur vera, riguardante il Buddha. Questo non era di nuovo un caso, bensì dovevo far precedere la considerazione di ieri sull’uomo con i suoi movimenti interiori per rendervi comprensibile che l’uomo può ancora progredire di un grado nell’iniziazione, nell’iniziazione nei mondi superiori. Vi ho dovuto esprimere la verità forse inizialmente difficile da intendere, sulla quale torneremo subito, che Lucifero allora si presenta completamente trasformato, si presenta come il sovrano nel regno di Venere, quando avanziamo a questo secondo grado. Dissi che allora ciò che prima era stato da noi presagito come sole onnipotente ci appare come un pianeta fra i sette pianeti e il Cristo come lo spirito di questo pianeta, che come fratello dello spirito di Venere, che anche in una certa relazione ci appare come spirito planetario, si presenta anche come spirito planetario davanti a noi, il Cristo in certo senso come un fratello di Lucifero.
Allora però dovemmo collegare a questa considerazione quella sui destini posteri della terra del Buddha.
Esse sono state appunto collegate a questa considerazione perché nella loro originalità, così come dovrebbero essere vissute, non possono essere vissute senza questo secondo grado d’iniziazione, che si sviluppa nella maniera descritta. Senza che si avanzi da questo primo incontro con la morte e Lucifero, dove si vede per esempio la scena della tentazione, senza che si avanzi fino all’altro grado d’iniziazione, dove appaiono i sette spiriti planetari, senza questo non si può acquisire la verità riguardante il Buddha così come è stata presentata ieri.
Solo allora si può acquisirla. Perciò dovevo far precedere dapprima questo. Se vi chiedete ora se per la coscienza esteriore, che dipende da impressioni esterne, è possibile acquisire questa verità riguardante il Buddha nella sua epoca posteri della terra, vi dovete rispondere che con la coscienza terrena non è possibile così ricercare la cultura di Marte che potrebbe essere scoperto ciò che il Buddha vi compie. Nel momento però in cui l’iniziazione avanza fino al grado appena menzionato e descritto ieri, è possibile che la coscienza senza un oggetto esterno viva questa esperienza per il suo proprio essere. Abbiamo quindi anche riguardo a questa verità del Buddha a che fare con una coscienza senza un oggetto esterno. Il complesso dei fatti è naturalmente uno esteriore; il Buddha vive effettivamente su Marte; ma la coscienza non esce da se stessa, non lascia che un’impressione esterna agisca su di sé quando riconosce una tale verità, è quindi una coscienza senza oggetto esterno.
Così, vedete, vi ho condotto al concetto che abbiamo indicato come il terzo all’inizio delle nostre conferenze: alla coscienza senza un oggetto esterno. Abbiamo quindi già, se riepiloghiamo ciò che abbiamo esposto, tre stati di coscienza umani: la coscienza fisica ordinaria, poi quella che si acquisisce al primo grado d’iniziazione, e come esempio di un’esperienza vi ho indicato l’immagine: morte e Lucifero, oppure: Cristo e Lucifero nella storia della tentazione.
Il grado di coscienza seguente era questo, dove i sette spiriti planetari si presentano all’uomo.
Ho illustrato questo per voi inoltre attraverso l’esempio del Buddha, come voi lì sperimentate il destino del Buddha, dopo che il Buddha è divenuto Buddha e non ha più bisogno di ritornare a un’esistenza fisica sulla terra. Così potete dire che tre stati di coscienza dell’uomo sono per così dire: abbiamo la coscienza fisica; poi abbiamo la coscienza dei mondi superiori al primo grado, come è stata descritta ieri, che abbiamo illustrato mediante la storia della tentazione; e poi abbiamo indicato una coscienza ancora più elevata, una seconda coscienza di natura soprasensibile. E vedete, per quanto sia bello e desiderabile forse per molti di voi anche indicare ancora ulteriormente stati di coscienza di specie più elevata, manca a questo il tempo.
Soltanto suggerirò fra poco uno di questi altri stati di coscienza di genere più elevato. Che cosa possiamo sperimentare e vivere mediante la coscienza fisica? Tutto ciò che è nel presente sensibile, ciò che è cioè oggetto della nostra esistenza terrena. Che cosa possiamo sperimentare mediante la seconda coscienza? Vogliamo innanzitutto prescindere dall’esempio che è stato addotto, dalla storia della tentazione. Mediante questa coscienza del primo grado di genere superiore può ancora trovarsi qualcos’altro; e ciò che mediante essa può essere trovato e descritto, lo trovate completamente abbozzato nella mia «Scienza occulta nei suoi lineamenti», dove si parla dello stato lunare che ha preceduto il nostro stato terrestre. Questo antico stato lunare non è più, deve essere descritto mediante una coscienza senza un oggetto attualmente presente. È conservato soltanto nei mondi superiori, come avete già spesso udito, nella Cronaca dell’Akasha.
Così abbiamo per la prima coscienza di genere superiore un secondo aspetto accanto alla storia della tentazione: abbiamo tutti i processi che si possono dire si riferiscono all’antica luna.
E tutto ciò che è connesso a questa antica luna si può descrivere mediante questa coscienza.
Ora voglio attirare la vostra attenzione su un aspetto in merito. È di nuovo una sua particolare caratteristica che io vi abbia addotto come un esempio concreto particolare di un’esperienza che si può inizialmente avere mediante questa coscienza superiore di primo genere, proprio la storia della tentazione fra i molteplici insegnamenti che si possono avere. Se per così dire rivolgiamo questa coscienza superiore di primo genere verso l’antica luna, abbiamo una ripetizione di questa storia della tentazione. Una ripetizione per l’uomo; in verità questo naturalmente si è svolto molto tempo prima. Infatti, vedete, allora si sperimenta che il Cristo aveva già sull’antica luna vinto il Lucifero per sé, e che la scena così descritta nei Vangeli è il secondo fatto, il fatto ripetuto, dove il Cristo ottiene la vittoria su Lucifero, così che il Cristo sulla terra da principio rigetta il Lucifero. Questo è dalla ragione (come lo riterrete per scontato, il Cristo ha subito uno sviluppo), perché il Cristo, quando era ancora meno sviluppato per sé sulla luna, da un sentimento assolutamente orientato verso le più alte potenze, ha rigettato tutti gli attacchi del Lucifero, che allora per lui significavano ancora qualcosa. Sulla luna quindi già Lucifero si presentò al Cristo. Sulla terra Lucifero non era più pericoloso per il Cristo; là lo rigetta senza esitazione.
Sulla luna però il Cristo spiega tutte le forze a sua disposizione per rigettare Lucifero. Questo è quindi qualcosa che si vive ulteriormente quando così si rivolge lo sguardo della coscienza superiore indietro al tempo antico della luna. Quando si progredisce al secondo grado di coscienza superiore di genere, allora si sviluppano accanto a conoscenze che hanno significato per la terra come la storia del Buddha, ancora qualcosa d’altro, e questo è di nuovo descritto (ciò che quindi si deve ancora conoscere, mediante questo secondo grado di coscienza superiore di genere): è descritto nella mia «Scienza occulta» nello schizzo dato sullo stato di incorporazione precedente della nostra terra, sull’antico sole.
Allora le circostanze erano veramente essenzialmente diverse, ed è già piuttosto difficile, come potete appunto vedere dalla difficoltà della comprensione proprio di questo capitolo della mia «Scienza occulta»; è difficile descrivere questo antico stato solare.
Ho avuto là più riguardo verso le scene che stanno più vicine agli uomini, che si riferiscono per così dire al lato naturale. Avrebbe trovato poco intendimento nel tempo in cui la dottrina teosofica scrisse questa «Scienza occulta» se avessi rinviato alle cose più morali, che pure si vivono nella considerazione del tempo antico solare. Lì non si vive più la storia della tentazione. Se ci rivolgiamo indietro al tempo solare, allora il sole stesso ci appare ancora come un pianeta fra i sette pianeti, Venere preformata con Lucifero come sovrano; e inizialmente appaiono i due, lo spirito solare e lo spirito di Venere, in altre parole il Cristo e Lucifero, come una sorta di fratelli. Si deve allora profondere ogni sforzo per distinguere una differenza fra i due. La differenza nel tempo solare antico fra Lucifero e il Cristo non emerge così senza ulteriormente dalla considerazione della loro essenza esterna, bensì si manifesta soltanto quando si entra nell’interno. Ed è difficile, straordinariamente difficile, trovare ora mezzi di rappresentazione esterna per mostrarvi quale sia la differenza.
Considerate ciò che dirò come un tentativo di caratterizzare la differenza che si manifesta alla coscienza chiaroveggente nel tempo solare antico per il Cristo e il Lucifero, appunto come meglio si può. Se rivolgiamo lo sguardo da un lato al Cristo e dall’altro a Lucifero, allora percepiamo comunque ancora qualcosa d’altro. Percepiamo che Lucifero, il sovrano di Venere, appare in una forma straordinariamente luminosa (benché si intenda luce spirituale), così che abbiamo la sensazione: tutto lo splendore che mai può venirci attraverso una considerazione che procede dalla manifestazione della luce è qualcosa di insignificante in confronto alla maestà di Lucifero nel tempo solare antico.
Ma osserviamo all’interno di questo Lucifero, se entriamo nelle sue intenzioni, che allora sono penetrabili, che egli è uno spirito che per tutto ciò che possiede è dotato di un orgoglio infinitamente grande, con un tale orgoglio che ci si può essere tentati pure da questo orgoglio.
Infatti, come è noto, diventano seducenti anche cose che l’uomo in certa misura non trova seducenti, quando diventano di grandezza maestosa. E l’orgoglio nella sua grandezza maestosa agisce pure in modo seducente. Questo è il seducente di Lucifero nella sua grandezza consacrata all’orgoglio, nel suo orgoglio sulla sua forma luminosa. Ciò che si può chiamare «luce non manifestata», la luce che non brilla esternamente, ma in se stessa ha la grande forte forza, questo ha lui in massima misura. E accanto a ciò la forma del Cristo nel tempo solare antico, lui che per così dire è il sovrano del pianeta solare, è un’immagine di completa dedizione a ciò che per il resto circonda il mondo.
Mentre Lucifero in realtà appare rivolto soltanto a se stesso (si deve vestire tutto in parole umane, benché non bastino), il Cristo appare dedicato a ciò che lo circonda nel vasto, vasto universo. Non era questo vasto universo come è oggi. Se oggi ci si trasportasse sul sole, osservando radialmente, guarderebbero dapprima i dodici segni dello zodiaco. Questi non erano allora in visibilità esterna come tali. Ma allora erano presenti dodici figure, dodici essenze che, poiché lo spazio esterno non era riempito di luce, dalle profondità dell’oscurità, dalle profondità del buio, lasciavano risuonare le loro parole. Che parole erano queste? Sì, vedete, erano parole (la parola «parola» è di nuovo soltanto un surrogato per indicare di che cosa si tratta), erano parole che annunciavano di epoche antichissime, allora già antichissime. Questi erano dodici iniziatori mondiali. Oggi i dodici segni dello zodiaco stanno nella direzione di questi dodici iniziatori mondiali, e da loro risuona all’anima che è aperta al mondo intero il genere originario della parola mondiale inespressibile, che poteva formarsi dalle dodici voci.
E mentre (devo ora cominciare a parlare figuratamente, poiché appunto le parole umane non bastano) Lucifero aveva in sé soltanto l’impulso, con la luce in lui presente, di illuminare tutto e di conoscerlo così, il Cristo si abbandonò all’impressione di questa parola mondiale di genere inespressibile e l’accolse completamente, completamente in se stesso; così che ora nell’anima di Cristo erano unite, così che questa anima di Cristo era l’essenza unificante dei grandi segreti mondiali che risuonavano attraverso la parola inespressibile.
Così ci si presenta il contrasto del Cristo che riceve la parola mondiale e del superbo Lucifero, dello spirito di Venere, che rifiuta la parola mondiale e con la sua luce vuole scrutare tutto.
E da ciò che Lucifero e il Cristo erano allora partì tutto lo sviluppo successivo. Infatti questo ebbe per conseguenza che l’Essenza di Cristo in sé aveva accolto la parola mondiale comprensiva, i segreti mondiali comprensivi, e che l’essenza luciferica perse mediante ciò che posso esprimere soltanto con la parola «forma luminosa consacrata all’orgoglio», perse il suo regno, il regno di Venere. Per altri motivi che ora stanno più lontani da noi, gli altri spiriti planetari persero oppure trasformarono i loro esseri. Non si tratta qui di questo. Si tratta del contrasto tra Cristo e Lucifero. Così avvenne che Lucifero sempre più perse della sua signoria, che sempre più perdeva il regno di Venere, che Lucifero per così dire con la sua luce divenne un sovrano detronizzato, e che il pianeta Venere da allora in poi dovette cavarsela senza un proprio sovrano, poiché poteva soltanto attraversare un’evoluzione discendente.
Ma il Cristo durante il tempo solare antico aveva accolto la parola mondiale; e questa parola mondiale ha la proprietà che quando è accolta dall’anima che l’accoglie, si accende in essa in luce rinnovata, così che da allora dal tempo solare antico la parola mondiale nel Cristo divenne luce, e il pianeta di cui il Cristo era sovrano da allora si sviluppò nel centro dell’intero sistema planetario, nel sole, e gli altri pianeti caddero in dipendenza dal sole, anche rispetto ai loro spiriti guida. Dobbiamo lasciar agire questa scena su di noi; allora troveremo che durante il tempo solare antico si separarono le vie di Cristo e Lucifero.
Verso il basso andò la via di Lucifero, dovette rimanere indietro nel suo sviluppo, e rimase anche perciò indietro durante il tempo lunare nel suo sviluppo.
Avanti andò, e uno spirito che si sviluppava avanti divenne lo spirito Cristo, lo spirito solare, che finalmente nella forma che voi più spesso vi è stata descritta poté presentarsi sulla terra. Mediante la sua dedizione all’universo, mediante l’accoglimento della parola divino-creatrice, mediante l’identificazione con la parola divino-creatrice, con la parola inespressibile, mediante il rigetto di ogni orgoglio e mediante la sostituzione di ogni orgoglio con la dedizione alla parola mondiale, il Cristo da sovrano di un pianeta, come era nel tempo solare antico, divenne il sovrano degli altri pianeti, con il territorio di governo del sole. E se sapete questo (parlo questo soprattutto anche a coloro che hanno udito i miei discorsi a Helsingfors), se sapete questo, non troverete più una contraddizione in ciò che del Cristo come uno spirito solare di specie più elevata rispetto agli spiriti planetari si è parlato. Infatti questo è naturale per lo stato presente. Supera il Cristo gli altri spiriti planetari, è lo spirito solare.
Qui però, dove doveva essere descritta non soltanto l’animazione dei singoli corpi celesti attraverso i loro spiriti, bensì dove dovevano essere descritti i singoli stati di coscienza, qui dovette essere rinviato al fatto che il Cristo mediante la sua speciale natura si è sviluppato da uno spirito che era della medesima specie degli spiriti planetari, nel corso di quello sviluppo che è trascorso fra l’antico sole e il tempo presente, al reggente di questo intero sistema. Come detto, il tempo non basta per descrivere anche la terza coscienza di genere superiore. Soltanto potrei accennare che lo stato di Saturno antico, il primo stato che ordinariamente si può descrivere negli stati di incorporazione successivi della nostra terra, può essere vissuto con questa coscienza superiore di terzo genere, così che possiamo parlare anche ancora di una terza coscienza di natura soprasensibile.
Se comunque vogliamo seguire l’iniziazione nella sua completezza, dobbiamo rinviare a vertiginose altezze della coscienza; questo è qualcosa che in certa misura da principio appare una sorta di presunzione, e dove effettivamente comincia già l’impotenza di usare parole umane.
Perciò anche nella mia «Scienza occulta» si è rinunciato a descrivere qualcosa che appartiene a stati di coscienza ancora più elevati, dal semplice motivo che propriamente non si possono descrivere le cose più elevate con parole umane. Le descrizioni per questi stati più elevati nei Misteri vengono prodotte dal fatto che dapprima si formano speciali segni simbolici e poi si parla in un linguaggio simbolico, e attraverso tale simbolica si possono condurre anche gli esseri umani a stati di coscienza più elevati.
Ma esistono questi stati di coscienza ancora più elevati, e si può ben parlare ancora di una quarta e quinta coscienza di natura soprasensibile. Naturalmente questo si estende all’infinito, e se ne può parlare soltanto come procedente in una direzione. Se consideriamo questo, allora possiamo porre davanti alla nostra anima la possibilità che l’uomo con le diverse coscienze soprasensibili oltre al mondo fisico vede altri mondi; e se considerate che il primo germe verso l’uomo fisico, come è rappresentato nella «Scienza occulta», iniziò già durante lo stato di Saturno antico, allora vedrete nell’uomo una certa relazione verso il mondo della terza coscienza soprasensibile. Ma inoltre l’uomo è guidato e diretto da esseri che sono più elevati di lui. Questi esseri più elevati può conoscerli; agiscono su di lui.
Ed è ben chiaro a voi da principio che l’uomo, come si presenta davanti a noi, è creato dai mondi che vanno fino alla terza coscienza soprasensibile, che però è in relazione anche con mondi ancora più elevati. Vedete, ciò che vi è presentato come raggiungibile mediante diversi stati di coscienza può veramente già essere reso chiaro all’uomo ordinario, per così dire.
Si può intendere che esistono tali stati di coscienza. L’uomo non li vive effettivamente sulla terra come uomo terrestre direttamente, ma vive manifestazioni esterne di questi stati di coscienza.
La coscienza fisica la vive comunque.
Il primo stato di coscienza soprasensibile, di questo vive l’uomo un surrogato, un’indicazione in quella coscienza di sogno elevato che non fornisce soltanto immagini di sogno arbitrarie, bensì si estende fino a percezioni di realtà che effettivamente appartengono a un mondo superiore. E occorre in realtà soltanto una formazione sistematica più elevata della coscienza di sogno, allora l’uomo arriva al primo stato di coscienza soprasensibile. E questo primo stato di coscienza soprasensibile può già fornire chiarimenti riguardo a relazioni importanti che si sono svolte sulla luna antica, lo stato di incorporazione passato della nostra terra. Perciò troverete che nelle comunicazioni occulte proprio la maggior parte delle descrizioni, accanto a ciò che sulla terra si è svolto, vengono fatte dell’antica luna, mentre spesso si arresta e le comunicazioni non procedono più da questo stato lunare allo stato solare antico. Questo è il caso quando a tali comunicazioni è di fondamento la prima coscienza chiaroveggente, che è la più frequente, che è più facilmente raggiungibile. Da questa coscienza che va indietro fino all’antica luna è anche acquisita nella maggior parte da tutto ciò che nella «Dottrina segreta» di Helena Petrowna Blavatsky è fornito. Lo sanno tutti gli occultisti che se ne intendono.
Perciò troverete anche, quando passate in rassegna la «Dottrina segreta», nelle grandi comunicazioni esaustive riguardanti la conoscenza arcaica difficilmente molto riguardante un passato più lontano se non fino agli stati lunari che hanno preceduto lo stato terrestre attuale. Questi stati di coscienza di sogno sono quindi il primo inizio, per così dire, il surrogato che l’uomo della terra ha del prossimo stato di coscienza soprasensibile. Se ora l’uomo dorme profondamente, allora la sua coscienza è oscurata, ma non per questo non è presente alcuna coscienza.
Quando si sveglia, quando la coscienza di sonno profondo si sveglierebbe al di fuori del corpo, allora è la seconda coscienza soprasensibile, che più in alto progredisce, e che certamente condurrebbe colui che potrebbe viverla fino allo stato solare antico.
L’uomo che riflette un poco si dirà quindi: con la mia coscienza diurna io giro intorno con movimenti esterni; questi sono connessi con la mia coscienza diurna, con la mia coscienza terrestre.
I movimenti che però sono interiori, cioè i movimenti dell’uomo intermedio, questi però continuano anche mentre l’uomo dorme; questi sono retti da quella coscienza che l’uomo allora ha per così dire come coscienza di sonno profondo. Soltanto non lo sa. Perciò il battito cardiaco, la respirazione, tali movimenti sono connessi a questa seconda coscienza, e che sono compresi anche interiormente nel loro intero contesto con i mondi superiori soltanto quando l’uomo si sveglia al di fuori del suo corpo, appunto nello stato di sonno profondo del suo corpo. Così che l’uomo effettivamente mediante la sua ragione può comprendere che esistono tre tali stati di coscienza. Porterebbe ora troppo lontano mostrare che ci sono effettivamente cose che rinviano al fatto che esistono ancora coscienze più elevate. In ogni caso potemmo dire che l’uomo che riflette su come è la vita dell’uomo come uomo terrestre ha almeno manifestazioni delle coscienze più elevate. Perciò si può anche parlare all’uomo terrestre di questi stati di coscienza più elevati, si può parlare del fatto che l’uomo i comuni accadimenti della vita terrestre li vive mediante la sua coscienza quotidiana; che inoltre vivrebbe, se la sua coscienza di sogno subisse un’enormità di incremento, tutto ciò che è connesso alle leggi che ancora dall’antica luna fino al presente della terra si sono ereditate; e che, se si svegliasse nel sonno profondo, indipendente dal suo corpo, vivrebbe anche gli antichi stati solari nella forma in cui ancora si estendono negli stati terrestri attuali.
Questo si può comunicare, e si può dire come si manifesta. Non è dunque completamente incomprensibile oggi rinviare a queste cose. Si può suscitare intendimento per ciò che l’aspirante occultista ricerca, ciò che chiama diversi stati di coscienza, che in verità sono diversi mondi.
È divenuto uso nominare questi diversi stati di coscienza come diversi «piani»; ciò che con la coscienza fisica si può abbracciare, nominarlo il piano fisico; ciò che abbracciabile è con il primo stato di coscienza soprasensibile: il piano astrale; ciò che abbracciabile è con il secondo stato di coscienza soprasensibile: il piano devachanico inferiore o piano mentale; ciò che abbracciabile è con il terzo stato di coscienza soprasensibile: il piano mentale superiore o piano devachanico superiore.
Quindi si collocherebbe il piano buddhico e il piano nirvana. Con questo però si avrebbero soltanto altre denominazioni per ciò che il percorso di sviluppo occulto fornisce. E allora, per connettersi a rappresentazioni che più facilmente si possono formare che le rappresentazioni su diversi stati di coscienza, avrebbe propriamente rappresentato l’uomo. Infatti è sempre l’uomo che lì agisce nei suoi stati come appartenente ai diversi piani o mondi.
E allora avrebbe la conoscenza, la scienza, la cognizione dell’uomo dal punto di vista occulto, dove si parla di diversi stati di sviluppo della coscienza, condotta al punto di vista teosofico. Mentre l’occultista parla di stati di coscienza, il teosofo parla di piani successivi. Vedete che in tal modo l’occultismo come teosofia può essere esteriormente annunciato. Ora si tratta del fatto che nel corso delle nostre considerazioni si sono sviluppati ancora altri punti di vista per noi, ed è necessario che completamente ci sbarazzassimo ancora di questi altri punti di vista. Qui ad esempio c’è uno di questi, che l’uomo inizialmente secondo la sua forma esterna è un uomo tre volte sette volte articolato. Sì, il tempo non basta per condurre la cosa in tutti i dettagli. Ricordate ciò che nella «Scienza occulta» sta, che l’uomo prima di questo stato terrestre ha attraversato tre altri stati: luna, sole, Saturno, e che la primissima preparazione verso la forma fisica umana esterna già durante il vecchio stato di Saturno era presente, e che poi questo uomo fisico sempre di nuovo veniva formato. Se considerate questo, vi direte: ciò che oggi ci appare come un corpo così meraviglioso ha dovuto attraversare uno sviluppo piuttosto lungo; infatti questo sviluppo è andato attraverso tre stati: attraverso Saturno, sole, luna.
Ciascuno di questi stati può essere diviso in sette, e ogni settesimo di questi stati ha impresso all’uomo qualcosa nella sua forma, ha lasciato una traccia.
Allora avete le tre volte sette forze formative. Soltanto non si trova ciò che l’uomo durante il tempo terrestre ha aggiunto. Ma è proprio questo che è fragile, è il raccoglimento dell’intera forma, è stato spezzato da Lucifero. Così che, se dividiamo l’uomo in tre volte sette membra, abbiamo là l’espressione dell’uomo fisico sulla terra, di ciò che gli stati di Saturno, sole, luna che precedevano hanno impresso all’uomo fisico, e possiamo dire: abbiamo là a che fare dapprima con l’uomo fisico. L’occultista deve considerarlo, come abbiamo fatto in parte, per quanto il tempo l’ha consentito, in questo discorso; ma il teosofo si può semplicemente indicare su ciò che dapprima è presente, e si può dire: è nell’uomo il corpo fisico.
Così che, se consideriamo l’uomo, abbiamo dapprima a che fare con il suo corpo fisico, quella formazione complicata che ha attraversato così tanti stati e oggi ancora mostra l’impronta di questi molti stati. Poi però abbiamo ancora considerato qualcosa d’altro; abbiamo considerato l’uomo nei suoi movimenti interiori. E ricordate dove questo ci ha condotto ieri. La forma si vede, i movimenti però (abbiamo già ieri rinviato al fatto che è difficile qui distinguere, arrivare a quali movimenti sono quelli essenziali), i movimenti non si vedono come tali. Ma una particolarità della nostra considerazione ha prodotto in maniera del tutto naturale che proprio mediante questa capacità di movimento dell’uomo siamo stati ricondotti fino all’antico sole. E ora non vi sembrerà più strano quando vi attiro l’attenzione sul fatto che tutto ciò che è tale mobilità interna dell’uomo è connesso alle esperienze che l’uomo ha attraversato durante il tempo solare antico. Mentre l’uomo come uomo fisico che ci si presenta porta l’impronta di Saturno, sole e luna, così porta come uomo internamente mobile le forze per la sua mobilità interna da allora dal tempo solare antico. Allora ha attraversato il tempo solare, il tempo lunare e il tempo terrestre fino a ora.
Ciò che non è forma, bensì il fondamento interno della mobilità, lo designiamo come il primo uomo invisibile.
Non si vede questo uomo invisibile, si vedono soltanto le sue conseguenze esterne, i movimenti; questo si designa come l’uomo eterico, il corpo eterico o corpo etereo. Il corpo etereo si percepisce soltanto attraverso una coscienza più elevata, ma gli effetti del corpo etereo nel mondo fisico, questi sono i movimenti interiori che l’uomo compie. Ora potremmo dire: per quanto l’uomo dovette attraversare tutti e tre gli stati che hanno preceduto, è divenuto l’uomo fisico; per quanto dovette attraversare soltanto il tempo solare e lunare, è divenuto l’uomo eterico; per quanto ha dovuto attraversare soltanto il tempo lunare, è divenuto l’uomo astrale. Allora si è incorporato nei suoi movimenti tutto ciò che portò al pensare, sentire e volere; così che potete di nuovo ascendere. Se ascendete da ciò che è interno, non corporeo ed esteriore, arrivate all’uomo astrale, che come tale non è da vedere, ma le cui manifestazioni interne sono il pensare, sentire, volere. E poi arriviamo a ciò che la terra ha preparato e preliminarmente fatto dell’uomo e che essa in futuro è ancora completamente destinata a fare, la completa formazione e ulteriore configurazione del suo Io, che si è sviluppato nel corso dell’evoluzione terrestre, che si svilupperà verso gradi più elevati: Geistselbst, Lebensgeist, Geistesmensch, Manas, Buddhi, Atma.
E allora abbiamo scomposto l’uomo stesso. Vedete da questo che, quando comprendiamo l’uomo da tutto il mondo, non soltanto risultano per noi i diversi stati di coscienza che allora designiamo come mondi, ma risultano anche divisioni dell’uomo: corpo fisico, corpo eterico e così via. E ancora si può attraverso considerazione ragionevole esterna dell’uomo arrivare all’intuizione: tu non vedi il corpo eterico, ma vedi le sue manifestazioni qui nel mondo fisico. Le manifestazioni del corpo eterico sono i movimenti all’interno; le manifestazioni del corpo astrale sono il pensare, sentire e volere. L’«Io» si manifesta da se stesso.
E così presto come l’uomo è sufficientemente ragionevole per comprendere che i movimenti che l’uomo internamente deve fare non derivano dalla forma umana, non possono derivare dal fisico, così presto si eleva soltanto al pensiero unico ragionevole che deve derivare da qualcosa di soprasensibile, allora ha anche la possibilità non soltanto di credere, ma anche di comprendere con la ragione che esiste un corpo eterico.
Se si vestono così le conoscenze occulte in forme tali che parlano alla coscienza generale, allora si è portato l’occultismo nella teosofia, lo si è vestito teosoficamente. Come così avviene che si parla nella teosofia di piani, così è pure teosoficamente vestito quando si parla dei diversi membri della natura umana. Tutto ciò che può essere detto sull’uomo, è da trovare per via occulta. Dobbiamo percorrere il mondo intero, dobbiamo come aspirante occultista assumere i diversi stati di coscienza, allora ci si manifesta che questi diversi stati di coscienza ci illuminano per prima cosa su ciò che l’uomo effettivamente è, così che l’uomo effettivamente può essere compreso soltanto per l’occultismo. La teosofia è ora il tentativo di vestire le conoscenze occulte in verità ragionevoli, così che l’uomo possa comprendere tutto questo. Le cose che vi ho detto, concordano nel modo più vario con se stesse e con il mondo quando le esaminate ragionevolmente.
E in questo esame ragionevole vedo ciò che deve per primo confermarvi effettivamente i risultati acquisiti dall’occultismo. Il secondo punto di vista che si è sviluppato deve anche ancora essere risolto, così che vediate che teosofia e occultismo non conducono soltanto in contraddizioni (avete già visto dal primo discorso come dobbiamo comportarci con la contraddizione), bensì che con una considerazione più approfondita queste contraddizioni si risolvono. Questo avete già visto per molte cose in questi discorsi; ma per molte cose potrebbero risultare per voi proprio da ciò che ora vi è stato detto ancora nuove contraddizioni. Non posso naturalmente oggi discutere tutte le possibili contraddizioni, ma una contraddizione tenterò di risolvere con l’aiuto di tali conoscenze occulte come risultano nel secondo stato di coscienza soprasensibile.
Si ricorderanno molti di voi che da me e da altri è stato più volte rinviato all’Essenza di Cristo come a un’essenza cosmica, che supera mediante la sua particolarità gli altri fondatori di religioni.
È stato detto che non è ulteriormente meraviglia che questa particolarità dell’Essenza di Cristo possa essere riconosciuta soprattutto nell’Occidente, perché all’Occidente è proprio lo spirito storico. E così anche l’Occidente ha bisogno, così che la terra veramente si possa sviluppare così che gli esseri umani possano percorrere diverse incarnazioni, di un centro di gravità per questo sviluppo. E ci si deve veramente soltanto meravigliare che ci si trovi da qualche parte occidentali che non vogliono ammettere questo centro di gravità. Questo centro di gravità è appunto l’impulso di Cristo. E colui che parlerebbe di incarnazioni ripetute del Cristo commetterebbe precisamente lo stesso errore di uno che credesse che una bilancia dovrebbe essere sostenuta in diversi punti.
Nel caso dell’Essenza di Cristo fate lo stesso, come se volete che una bilancia si muova in due o tre punti. La cosa è quindi da questo punto di vista infinitamente semplice. Ma c’è ancora un altro, un motivo morale, che riguardo al rapporto dell’uomo al Cristo, che è da considerare come impulso dell’evoluzione terrestre, deve essere valido. Questo altro punto di vista è il seguente: il Cristo entrò in questo sviluppo in un momento determinato. Gli esseri umani che vivono attualmente, erano anche già incarnati prima del Cristo, sono ora di nuovo incarnati, non vivevano cioè soltanto durante quel tempo dell’evoluzione terrestre nel quale il Cristo non era ancora, bensì vivono anche ora, dove il Cristo è stato. E l’obiezione materialistica che spesso viene sollevata, che, se il Cristo fosse così importante, il suo venire una volta sola sulla terra significherebbe un’ingiustizia, questa obiezione materialistica cade. Spesso viene domandato: sì, come potrebbe accadere allora l’ingiustizia che tutti gli esseri umani che hanno vissuto prima del Cristo non avessero avuto il beneficio del Cristo, mentre coloro che vivono dopo il Cristo dovrebbero avere questo beneficio?
Ma questi sono gli stessi esseri umani!
Così questa obiezione davvero non dovrebbe essere sollevata dal lato teosofico. Ma proprio in quest’ultimo risiede però qualcosa di straordinariamente significativo.
Può cioè essere sollevata in certa misura, certamente soltanto riguardo a pochi casi, ma uno di questi casi, dove essa può essere sollevata, se vi ci pensate bene, è proprio il caso del Buddha. Mentre infatti gli esseri umani distribuiti sulla terra sempre di nuovo nascono e così vivono l’impulso di Cristo nelle loro incarnazioni dopo il tempo di Cristo, il Buddha ha vissuto nel tempo pre-cristiano, ha raggiunto il grado di sviluppo attraverso il quale non aveva più bisogno di tornare a un’esistenza corporea sulla terra, e appartiene così effettivamente ai pochissimi esseri umani che hanno vissuto su questa terra e hanno proseguito prima che il Cristo fosse venuto. Questo è così. E ora potete dire: sì, come è ora il rapporto del Cristo al Buddha (a parte ciò che ho menzionato ieri, che il Buddha dai mondi superiori splende nel corpo astrale del fanciullo Gesù di Luca), come sta altrimenti il rapporto del Cristo al Buddha? È veramente così che il Buddha ha semplicemente lasciato la terra prima che il Cristo fosse sulla terra? Che ha intrapreso il suo cammino verso Marte, così che il Buddha e il Cristo si passino per così dire davanti? Vedete, allora dobbiamo entrare con una conoscenza occulta più profonda se vogliamo risolvere questo problema. Considerate ciò che vi ho detto. Ho esposto come il Cristo era connesso con il sole. Effettivamente il Cristo è giunto all’unione con la terra soltanto attraverso il battesimo di Giovanni oppure propriamente attraverso il Mistero del Golgota. Il Cristo è quindi spirito solare; lo dobbiamo vedere in connessione con il suo regno, il sole, prima che il Mistero del Golgota entrasse sulla terra, là dove lo ha cercato anche lo Zarathustra antico.
E mentre il Cristo come sovrano nel regno solare agisce, mentre non ha ancora esteso il suo dominio sulla terra, almeno non ancora mediante il suo impulso, si svolge la vita del Buddha sulla terra.
Ora dobbiamo tornare alle incarnazioni precedenti del Buddha se vogliamo acquisire chiarimenti.
Sappiamo che il Buddha prima era un Bodhisattva, che attraverso lunghi periodi ha agito come Bodhisattva sulla terra. Una normale anima umana, come altrimenti l’abbiamo descritta, non avevano però questi Bodhisattva in sé, bensì c’è una particolarità del tutto speciale con questi Bodhisattva. Vi dovete ricordare ciò che è rappresentato nella mia «Scienza occulta» all’inizio della nostra evoluzione terrestre: che allora il sole, dopo uno stato intermedio fra l’antica luna e la terra, era di nuovo unito alla terra e agli altri pianeti, e che allora di nuovo si separarono. Era così una volta uno stato nel quale la terra era unita al sole. Allora terra e sole si separarono, e sapete che allora la separazione della luna ebbe luogo; sapete come la terra è stata rinforzata da anime di altri pianeti. Fissiamo ora nel nostro sguardo quel momento nel quale il sole si separò dalla terra. Nel luogo dove questo accadde, erano ancora dentro il sole i due pianeti Venere e Mercurio, astronomicamente parlando. E il processo è tale che dapprima si stacca la terra dal sole, nel quale erano allora ancora rinchiusi Venere e Mercurio; poi soltanto dopo si staccano Venere e Mercurio dal sole. Ora c’era il sole e la terra. Sulla terra procede ora l’evoluzione. Rimane là soltanto una piccola parte di esseri umani. Altri vanno ai pianeti su, più tardi di nuovo giù. Ma esseri sono anche andati (perché il mondo non consiste soltanto di materia esterna, ma di esseri), esseri sono andati quando il sole si è staccato dalla terra. Il capo è il Cristo. Perché nel tempo dell’evoluzione terrestre, dove il sole si stacca dalla terra, si era già compiuto ciò che si può chiamare la preminenza che il Cristo ha acquisito su Lucifero e gli altri spiriti planetari. Dopo allora si staccò il sole dalla terra la Venere, si staccò il Mercurio. Fissiamo sul nostro sguardo il distacco della Venere dal sole. Con la Venere si staccano esseri che prima erano andati, che però non erano capaci di rimanere nel sole; questi si staccano e popolano la Venere.
Ora era andato insieme, e per questi abitanti di Venere dapprima come un inviato del Cristo, del sole, quell’essere che sta a fondamento del Buddha successivo.
Il Cristo l’ha dapprima inviato a Venere, ed effettivamente il Buddha ha attraversato qui tutto genere di stati di sviluppo; e quando allora le anime da Venere tornarono indietro sulla terra, allora le normali anime umane erano certamente poco sviluppate; il Buddha però, che tornò e poi discese con le anime di Venere sulla terra, quello era un’essenza così altamente sviluppata che poteva diventare un Bodhisattva e poi presto un Buddha. Così avete nel Buddha un antico inviato del Cristo, che aveva il compito di preparare l’opera del Cristo sulla terra. Perché l’invio ai popoli di Venere non aveva nessun altro significato se non inviare un precursore dal sole sulla terra. E ora potete intendere: perché il Buddha più a lungo di altri esseri umani terrestri stava presso il Cristo (perché la terra si staccò più presto), perciò non aveva bisogno che della parte dell’impulso di Cristo che aveva ancora in sé da allora dal sole, così che quindi bastava per il Buddha che l’evento di Cristo allora con l’aiuto dell’impulso che aveva ricevuto dal Cristo dal sole, dalla terra spirituale osservava, mentre gli altri esseri umani dovevano aspettare l’evento di Cristo sulla terra. Perché il Buddha aveva la sua relazione particolare con il Cristo, perché era stato inviato avanti come una sorta di precursore, così non aveva bisogno di aspettare sulla terra l’evento di Cristo, bensì prendeva dalla terra la capacità, anche senza i mezzi di Cristo di cui l’altro uomo ha bisogno, di ricordare ciò che sulla terra l’Io significa, e così di guardare da più in alto dai mondi superiori verso l’evento di Cristo. Così poteva essere a lungo preparata nel cosmo quella missione straordinaria che il Buddha ha intrapreso per ordine del Cristo.
Il Buddha fu dapprima inviato ai popoli di Venere (e paragonate quello che ora dico con i discorsi a Helsingfors), poi sulla terra, poi intraprese il cammino di ritorno ai popoli di Marte e là deve continuare a operare sulla missione a lungo preparata su Marte.
Su Marte la cosa è tale che gli esseri umani che là sono rimasti stanno in un grande pericolo, come gli esseri umani della terra stavano in un grande pericolo da cui il Cristo li ha liberati.
Gli esseri umani di Marte stanno nel pericolo che loro (non avevano un Io da sviluppare particolarmente) il loro corpo astrale e per questo motivo indirettamente anche il loro corpo eterico terribilmente dovrebbe perdere di forze, per così dire disseccarsi. Tutta la natura degli esseri umani di Marte si è consumata così che su Marte hanno avuto luogo terribili guerre. Gli esseri umani su Marte sono molto legati al suolo (gli esseri umani della terra sono disposti cosmopoliticamente), gli esseri umani di Marte sono molti di più ossessionati dal suolo, e c’è pochissimo cosmopolitismo su Marte. Ma per questo c’è stato, o almeno c’è stato molto di guerra e lite; tutto questo derivò dal corpo astrale non placato dall’Io, forte. Se considerate tutto questo insieme, capirete che presso esseri umani che si sviluppano come succede su Marte, deve esserci enormissimo litigio. Marte è soltanto una sorta di luna reincarnata, e così il fatto che, ciò che nel corpo astrale è presente, non è mitigato mediante la pacificazione dell’Io, questi esseri umani sono straordinariamente bellicosi. I Greci avevano una giusta conoscenza quando proprio hanno fatto di Marte il dio della guerra. Grandissima meraviglia afferra uno a trovare negli antichi miti gli accenni a questo; ed è cosa straordinaria per uno quando si trova che effettivamente enormi guerre là regnava. Allora sei immensamente meravigliato quando trovi già nella conoscenza dei misteri antichi nelle designazioni che questa conoscenza occulta era presente. Quindi enormi guerre c’erano. E ora pensate il proseguimento della vita del Buddha, questo maestro della compassione e dell’amore, questo maestro nel superamento delle differenze di casta, allora capirete che il Buddha veramente ha la sua missione su Marte; questa missione consiste nell’introdurvi qui quello a cui i popoli di Marte da soli non potrebbero giungere, che a loro apparirebbe come una pietà completamente esagerata, come monachesimo e così via (con un esempio grandioso di umiltà e mansuetudine eccessive su Marte ad agire e loro ad animare in questa direzione).
Posso darvi soltanto gli inizi dell’immagine attraverso la quale il Buddha ha a operare su Marte.
Il significato, l’effetto del Buddha è là veramente del tutto simile per questi esseri umani di Marte che vivono senza l’Io, come quello di un redentore, di un liberatore verso una visione di mondo più elevata.
E mentre sulla terra una fratellanza generale e amore per il prossimo nel più profondo impulso è connesso con il Cristo, il cosmopolitismo essenzialmente è connesso con quell’atto di redenzione che il Buddha ha a compiere. Ancora un altro punto è quello che devo risolvere prima di congedarci. Questo è il punto che deve richiamare la vostra attenzione sul fatto che le diverse religioni sulla terra, che tutte, come è per il teosofo una cosa ovvia, sono sorte da una sola fonte, si comportano in diversa maniera verso le comunicazioni occulte che possono essere fatte. Si potrebbe dire: ogni religione, se la si intende propriamente, rinvia a un fondatore di religione che in qualche modo ha un’esperienza di un certo grado d’iniziazione attraverso questa religione in una maniera appropriata per un gruppo di esseri umani ha reso noto. Trovate allora ad esempio una religione che non si può elevare fino al Cristo, che è lo spirito solare, bensì che ha la particolarità speciale di elevarsi fino a quell’anima esaustiva che viveva nello spirito che più spesso era incarnato come Bodhisattva, e che mediante questo si riferisce particolarmente a colui che ora di nuovo è il grande iniziatore, l’ispiratore del Buddha. Così una religione che non può elevarsi alla visione che il Cristo è lo spirito solare ed è sceso sulla terra. Vede per così dire così lontano da riferirsi a questo inviato e tutto raccoglie anche insieme che per così dire viene dal sole ed emerge e nello squisitissimo senso diventa uno spirito planetario, ed è naturalmente molto comprensibile che il Buddha sia designato come uno spirito planetario. Una tale religione che principalmente faceva riferimento a questo spirito che ora guida lo stesso sviluppo del Buddha, che poteva prendere soltanto una tale forma come quella di Vishnu nella Trimurti indiana.
E perché una tale forma religiosa non è ancora penetrata fino alla conoscenza della vittoria generale del Cristo su Lucifero, così pure non può porre la forma di Lucifero di fronte al Cristo come è possibile nel tempo attuale.
Per questo a una tale religione appare Lucifero in una certa misura accanto al Cristo come una figura autonoma, non sconfitta, come una figura di pari valore. Abbiamo veduto noi stessi: come una sorta di fratello viene rappresentato Lucifero. Questo l’avete allora quando al Vishnu si contrappone lo Shiva. E io vi prego di studiare ora una volta gli Shivaiti; allora capirete già come si possa intendere la religione di Shiva dell’Induismo se avete la conoscenza dell’essenza luciferica. Perché Shiva è veramente Lucifero nella forma in cui non è ancora sconfitto. Tutto il culto, la religione intera con i suoi sessanta milioni di aderenti come religione dello Shiva è propriamente nello squisitissimo senso dal punto di vista appena designato da designare come una sorta di religione luciferica.
Troverete comprensibile che tutte le forme della conoscenza occulta, secondo la disposizione degli esseri umani, su diversi livelli hanno potuto esprimersi nelle diverse religioni.
Ora però quando si abbraccia il tutto (abbiamo discusso qualcosa della luce non manifestata, qualcosa della parola indicibile, ed è stato possibile per noi anche per molti giri anche arrivare alla coscienza senza oggetto), ora vi chiedete una volta se questi tre si esprimono almeno nelle loro manifestazioni nel nostro mondo? Vedete, potete riconoscere come si esprimono se riunite tutto ciò che è stato discusso nel corso di questi discorsi. Vi direte: la luce, si è presentata completamente nella caratteristica del superbo Lucifero; la luce è quindi fondamentalmente un attributo dello spirito, e l’uomo propriamente la luce soltanto nella sua più debole espressione nei suoi pensieri ha data quando è sul piano fisico qui. E dove ha l’uomo questa altrimenti parola indicibile se è qui sul piano fisico? Bene, quella, quella parola indicibile è nel mondo, è parola espressa qui sul piano fisico, e non dovete andare lontano per arrivare all’origine da cui la parola deve venire: è il senziente nell’uomo.
Mentre quindi la luce gradatamente più diviene spirituale, diviene la parola gradatamente manifestata nell’uomo nel senziente.
E la coscienza senza oggetto come si manifesta presso l’uomo fisico? Attraverso il fatto che la materia esterna agisce su di lui. Ciò che la coscienza fisica è, ha bisogno dell’oggetto esterno, succhia sulla materia esterna. Sopra abbiamo trovato: coscienza senza un oggetto, parola indicibile, luce non manifestata; sotto troviamo come l’ultima manifestazione sul piano fisico la coscienza umana che succhia sulla materia; troviamo l’anima che la parola benché in forma torbida manifesta, e troviamo infine la luce che nella maniera molto debole del pensiero presso l’uomo è presente, così che il chiaroveggente il pensiero come luce, come l’aura umana, comunque tutto ciò che viene dalla luce può soltanto come aura vedete. Ma nel pensiero o in ciò che sul piano fisico è già spirituale, nel pensiero appare l’ultimo riflesso della luce non manifestata. Così che possiamo dire: possiamo esprimere le nostre cose più elevate che abbiamo trovato, indicando l’uomo, su l’uomo come spirito, come anima, come materia. Nello spirito e nella sua anima insieme ritrova l’uomo di nuovo come un’unità l’immagine del suo Io. Sì, anche questo ultimo che l’uomo sul piano fisico trova, materia o sostanza, anima e spirito, è una manifestazione della più alta trinità. Gli esseri umani hanno perduto quelle antiche manifestazioni del vecchio occultismo; l’occultismo prese gradualmente la sua forma più nuova e trovò poco intendimento esteriore più.
Nel nostro tempo deve trovarlo di nuovo. In questo tempo deve di nuovo diventare teosofia. Ma c’era un tempo di mezzo; allora gli esseri umani non hanno guardato verso l’alto alle verità occulte che era stato loro annunciato prima, allora gli esseri umani non hanno capito ciò che vestiamo oggi nella teosofia. Allora si sono attenuti all’ultima manifestazione, agli ultimi effetti della più alta trinità, a materia, anima e spirito.
Ed è da questa considerazione che era stata sradicata soltanto perché agli ultimi effetti non conosceva le origini, è sorto da questo quello che propriamente apparve per la prima volta sei secoli prima dell’era cristiana e ha durato fino al nostro tempo: è sorto quello che si può chiamare filosofia.
E dovunque troverete che la filosofia si collega all’ultima manifestazione esterna della grande trinità, che rimane molto velata. Vede soltanto diffusa la vita materiale su cui la coscienza umana succhia. Non capisce la parola indicibile, bensì può ancora indovinare il senziente del mondo quando si manifesta nell’anima umana come la parola espressa. Non trova la luce manifestata, può però indovinarla in quanto nella sua ultima azione, nel pensiero umano, nella parte del primo spirito umano rivolto verso il mondo esterno, appare. Corpo, anima e spirito (presso lo spirito greco si presentano come l’uomo tripartito) giocano il loro grande ruolo per tutta l’epoca della filosofia. C’era un tempo nel quale per il mondo esterno erano velati gli occultismi, erano velate le teosofie, e gli esseri umani si erano attenuti all’ultima manifestazione, a ciò che si chiama corpo, anima e spirito. E questa epoca si estende nei nostri giorni; ma l’epoca della filosofia è conclusa. I filosofi hanno avuto il loro tempo. La sola cosa che oggi la filosofia può essere è il salvataggio di quello nell’uomo che il chiaroveggente deve ricordare nel primo grado del suo sviluppo, è il salvataggio dell’Io, dell’autocoscienza. Questo deve la filosofia avere compreso. Perciò cercate di intendere da questo punto di vista la mia «Filosofia della libertà», dove si congiunge appunto a ciò che deve traghettare la coscienza filosofica nel tempo che ora viene, e nel quale deve di nuovo entrare nello sviluppo dell’uomo quella che un’immagine più esatta della più alta trinità può essere di quella della filosofia, dove deve di nuovo entrare nello sviluppo dell’uomo la teosofia.
Così vedete che l’epoca della filosofia si è conclusa. Più antica della filosofia è la teosofia. La teosofia prenderà il posto della filosofia nonostante tutte le contraddizioni. È per così dire quello che ha la fase più lunga; raggiunge in durata oltre l’epoca della filosofia. L’uomo può dal punto di vista filosofico essere considerato soltanto per un certo tempo; più a lungo dura nel passato e nel futuro l’epoca della teosofia di quella della sola filosofia.
L’uomo può essere considerato dal punto di vista della teosofia.
Ma estremamente raggiungente e completamente penetrante l’essenza dell’uomo è l’occultismo. Questo occultismo è quello che ci rende completamente familiari con l’essenza umana. Perché tutte le conoscenze umane hanno alla base l’occultismo. L’occultismo è il più antico e ha l’epoca più lunga. Prima della teosofia era l’occultismo, dopo la teosofia sarà l’occultismo.
Prima della filosofia era la teosofia, dopo la filosofia sarà la teosofia. Voi però, miei cari amici, tentate ora insieme agli altri ideali anche questo di comprendere, che siete chiamati a intendere come l’ideale filosofico, che era tuttavia soltanto per pochi esseri umani, nel nostro tempo ha dovuto convergere in un nuovo ideale, nell’ideale teosofico, che sarà comprensibile per molti esseri umani, perché da profondità assai maggiori dell’uomo la teosofia sa parlare all’uomo di quanto la filosofia astratta, che astratta deve rimanere, perché soltanto un ultimo calco della primitiva essenza umana e della sua trinità può offrire. Se si considera così la cosa a cui siamo devoti, allora la si considera in una necessità della storia mondiale; allora si sente quello che la teosofia deve essere per l’umanità moderna, come i tre punti di vista effettivamente sono punti di vista dell’uomo e della sua considerazione stesso punti di vista dell’umanità che si svilupperanno successivamente.
E allora acquisite, mentre lasciate scendere questo pensiero dalla vostra testa nel vostro cuore, allora acquisite un sentimento di ciò che è essenziale e significativo e santo che la teosofia deve essere per noi.
NOTE
Le opere scritte di Rudolf Steiner citate nei cicli di conferenze sono tutte pubblicate all’interno dell’Opera Omnia. Vedere la rassegna alla conclusione del volume.
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11 a proposito dei cicli di conferenze terminati: «La Teosofia in connessione con il Vangelo di Giovanni», 15 conferenze, luglio 1908; «La Teosofia alla luce dell’Apocalisse», 12 conferenze, maggio 1909; «La missione delle singole anime di popolo nel contesto della mitologia germanico-nordica», 11 conferenze, giugno 1910, Opera Omnia Dornach 1962, Bibl.-Nr. 121.
24 Parmenide (intorno al 460 a.C.), Eraclito (intorno al 500 a.C.), Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831), Arthur Schopenhauer (1788-1860): per la loro posizione nella storia della filosofia cfr. Rudolf Steiner «Gli enigmi della filosofia nella sua storia, trattati in forma di compendio», Bibl.-Nr. 18, Opera Omnia Dornach 1968.
65, 76 Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832).
69 Gautama Buddha (intorno al 560 fino a intorno al 480 a.C.), Pitagora (circa 582-497 a.C.) … ha compiuto un’iniziazione: cfr. Rudolf Steiner «Il principio dell’economia spirituale in connessione con le questioni della rincarnazione», Bibl.-Nr. 109/111, Opera Omnia Dornach 1965.
72 Giamblico (morto intorno al 330 d.C.) e Plotino (intorno al 205-270 d.C.): vedere nota a p. 24.
Scoto Eriugena (intorno all’810 fino a intorno all’877 d.C.) e Meister Eckhart (1260-1327): vedere nota a p. 69.
74 «O Altissimo, onnipotente e benefico Signore!» Cantico del Sole di Francesco d’Assisi. Il testo è qui riportato secondo la traslitterazione di Rudolf Steiner, cfr. «Detti sapienziali, detti-sentenza», Seconda raccolta, Dornach 1953.
76 ss. Francesco d’Assisi (1182-1226): vedere nota a p. 69. 80 con il Divino: integrazione concettualmente appropriata da parte dell’editor.
81 ss. Teresa d’Avila (1515-1582): santa spagnola. Carmelitana; rappresentante principale della mistica spagnola; massima scrittrice spagnola. In stretto contatto con Giovanni della Croce (1542-91) riformò con grandi difficoltà l’ordine dei Carmelitani. Dal 1552-65 scrisse la sua autobiografia dal titolo «Libro di mia vita»; traduzioni in molte lingue.
83 ss. Ildegarda di Bingen (intorno al 1100-1179): benedettina; figura femminile più importante del suo ordine. Attraverso la sua forza mistica e le sue capacità pratiche esercitò una forte influenza sulla vita ecclesiastica e politica della sua epoca: consigliera di papi e imperatori (Barbarossa); combattente contro il declino morale e la secolarizzazione del clero; corrispondente con contemporanei di rilievo; predicatrice, poetessa e compositrice di canzoni; ricercatrice; attraverso i suoi scritti medici è considerata la prima medica tedesca.
84 Mecthilde di Magdeburgo (1212-1283): Beguina a Magdeburgo, successivamente Cistercense a Helfta. È ritenuta la più grande poetessa della mistica tedesca. «La luce fluente della Divinità», conservata in una traduzione dall’alto tedesco medio di Enrico di Nördlingen, pubblicata nel 1911 da W. Oehl.
84 È questo l’essenza dei mistici, che da essi: al posto di «essenza della mistica»; modifica concettualmente appropriata da parte dell’editor.
89 Da Johann Gottlieb Fichte (1762-1814) fino a Henri Bergson (1859-1941) …: Sforzi di riallacciarsi all’Io: cfr. Rudolf Steiner, «Gli enigmi della filosofia … cfr. nota a p. 24.
91 Archimede (intorno al 287-212 a.C.): matematico e fisico più geniale dell’antichità. Scoprì nel bagno il principio archimedeo della spinta idrostatica (Eureka! [L’ho trovato!]) ed era talmente convinto della forza delle sue macchine (leva) con le quali riusciva da solo a varare navi e a issarle in alto, che esclamò: «Dammi un punto di appoggio e solleverò il mondo».
142 Helena Petrowna Blavatsky (1831-1891) … Religione di Iahvé … religione lunare: «The Secret Doctrine», 1888, tedesco «La Dottrina Segreta», 1899 e 1960; cfr. Vol. II p. 497 dell’edizione tedesca.
146 Goethe nella sua dottrina dei colori: cfr. «Scritti di scienze naturali di Goethe», curati da Rudolf Steiner in Kürschners Deutsche National-Literatur, Vol. 116 e 117, 1890 e 1897.
151 a favore dell’immortalità: al posto di «a scapito di», modifica concettualmente appropriata dell’editor.
155 Buddha, Pitagora: vedere nota a p. 69.
Maometto (intorno al 570-632): cfr. le spiegazioni di Rudolf Steiner nella conferenza Dornach 19 marzo 1924 in «La storia dell’umanità e le concezioni del mondo dei popoli civilizzati», Bibl.-Nr. 353, Opera Omnia Dornach 1968.
Platone (427-347 a.C.) ispirato dai Misteri … Socrate (intorno al 469-399 a.C.) … di un Daimonion: cfr. Rudolf Steiner in «Il cristianesimo come fatto mistico e i misteri dell’antichità», Bibl.-Nr. 8, Opera Omnia Dornach 1957.
156 «Allontanati da me, Satana!»: Matteo 4,10.
159 Ciclo «Davanti alla porta della Teosofia»: 14 conferenze 1906, Opera Omnia Dornach 1964, Bibl.-Nr. 95.
nei cicli di conferenze sul Vangelo di Giovanni: «Il Vangelo di Giovanni», 12 conferenze 1908, Opera Omnia Dornach 1955, Bibl.-Nr. 103; «Il Vangelo di Giovanni in rapporto ai tre altri Vangeli, soprattutto al Vangelo di Luca», 14 conferenze 1909, Opera Omnia Dornach 1959, Bibl.-Nr. 112; «Il Vangelo di Giovanni», 7 conferenze 1907, in «Evoluzione dell’umanità e conoscenza del Cristo», Opera Omnia Dornach 1967, Bibl.-Nr. 100.
171 «L’educazione del bambino dal punto di vista della scienza dello spirito»: 1907, ultima edizione Dornach 1973.
174 Giovanni Keplero (1571-1630).
180 A Norrköping ho detto…: cfr. «Morale teosofica», 3 conferenze 1912, in «Il Cristo e l’anima umana», Opera Omnia Dornach 1960, Bibl.-Nr. 155.
192 coloro che hanno ascoltato i miei cicli di conferenze a Helsingfors: «Gli esseri spirituali nei corpi celesti e nei regni della natura», 10 conferenze 1912, Opera Omnia Dornach 1960, Bibl.-Nr. 136.
194 Helena Petrowna Blavatsky: vedere nota a p. 142.
201 il vecchio Zarathustra: cfr. la conferenza di Rudolf Steiner su Zarathustra, Berlino, 19 gennaio 1911 in «Risposte della scienza dello spirito alle grandi questioni dell’esistenza», Bibl.-Nr. 60, Opera Omnia Dornach 1959, dove si dice: «Gli storici greci continuamente ribadiscono che Zarathustra va collocato molto più indietro nel tempo, approssimativamente 5000-6000 anni prima della guerra troiana».
203 con i cicli di conferenze a Helsingfors: vedere nota a p. 192.
In memoria di Frater Stefano Ravaglia
anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.
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