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O.O. 127

La missione della nuova rivelazione spirituale - L'evento del Cristo come avvenimento centrale dell'evoluzione terrestre


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1°Le diverse epoche dell'evoluzione dell'umanità

Mannheim, 5 Gennaio 1911

È trascorso ormai un certo tempo da quando fu possibile tenere qui a Mannheim una riunione della sezione. Oggi possiamo di nuovo adempiere a tale compito. Voi, cari amici, vi siete dedicati con attenzione e zelo, in questi ultimi tempi, all’acquisizione di quel sapere che costituisce le idee più importanti e gli insegnamenti fondamentali della nostra concezione del mondo basata sulla scienza dello spirito.

Per questa ragione non sembra inopportuno se oggi ci confrontiamo con un argomento che, da una parte, rivolge lo sguardo dell’anima nostra all’insieme del movimento della scienza dello spirito, e dall’altra ci offre l’occasione di mettere a frutto, in certo modo, il sapere spirituale che abbiamo acquisito, soprattutto riguardo all’uomo e alla sua evoluzione. Lo mettiamo a frutto nel servizio cui ogni essere umano deve consacrarsi: un servizio che per gli antroposofi, grazie ai loro insegnamenti e ai sentimenti generati in loro dalla concezione scientifico-spirituale del mondo, deve assumere una forma peculiare.

Voi sapete bene, cari amici, che l’evoluzione dell’umanità progredisce innanzi. Epoca dopo epoca, era dopo era si susseguono, e ogni singola epoca ha il suo compito particolare. Nella storia dello sviluppo umano possiamo distinguere epoche di cultura di estensione diversa. In ognuna esistono inoltre momenti assai significativi nei quali è necessario non trascurare di penetrare il compito vero e proprio, la missione autentica di quell’epoca.

Possiamo osservare che agli esseri umani, nei periodi che si susseguono, vengono assegnati dai mondi spirituali compiti specifici, compiti cioè che appartengono in modo particolare a questa o a quella epoca; e per noi si tratta dunque di fare ciò che è giusto, di acquisire conoscenza di tali compiti, di accogliere nella nostra anima la consapevolezza di ciò che ci viene richiesto.

Viviamo veramente in un’epoca nella quale è sommamente necessario che un numero significativo di persone acquisisca nuovamente il sapere riguardante ciò che deve essere compiuto, soprattutto nel campo spirituale, nel nostro presente. Desidero dapprima portare alla vostra considerazione solamente due periodi che ci stanno molto vicini. Sono due periodi che ci riguardano da vicino perché uno appartiene al passato, e molte delle sue ricchezze spirituali, molti dei suoi frutti spirituali, giungono ancora fino al nostro tempo presente. L’altro periodo, invece, è appena al suo inizio.

Noi ci troviamo al principio di un nuovo periodo, di un ciclo più piccolo dell’evoluzione umana: siamo sulla soglia di un nuovo inizio. Ecco perché è di straordinaria importanza comprendere in qualche misura questi due periodi. Il primo abbraccia approssimativamente l’epoca che iniziò con Agostino e terminò verso il sedicesimo secolo. Nella scienza occulta si afferma: questo periodo abbraccia il tempo che va da Agostino a Calvino. Abbiamo poi un secondo periodo che segue al primo, e comprende il tempo da Calvino fino all’ultimo terzo del diciannovesimo secolo. E di nuovo ci troviamo al punto di partenza di un periodo dai nuovi compiti, la cui realizzazione è straordinariamente importante per il prossimo avvenire dell’umanità.

Desideriamo dapprima farci un’idea di ciò che accade particolarmente quando un periodo subentra all’altro. Allora qualcosa diviene vecchio, e qualcosa rimane giovane. Qualcosa procede verso il suo tramonto, mentre altro è presente ancora germinalmente, quasi radicamente presente, come se fossero le prime luci dell’alba che precedono il sole di una nuova era.

La peculiarità di un’epoca di transizione si manifesta nel fatto che devono essere aggiunte all’umanità nuove forze di civiltà. Sapete bene che si parla in vari sensi di epoche di transizione; oggi però abbiamo veramente a che fare con un’epoca di transizione nel suo significato autentico.

Desidero, per caratterizzare questo, considerare un grande compito per l’intera umanità: l’avvento del Cristianesimo. Se vogliamo farci un’idea del modo in cui il Cristianesimo emerse, dobbiamo dire: proprio coloro che erano alla guida della civiltà lo rifiutarono. Eppure erano costoro, che stavano al vertice della civiltà, a trovarsi in una situazione di declino. Cerchiamo di farci un’immagine della cultura romana nel suo deperimento, e cerchiamo di farci un’immagine di quali comunità fossero quelle cui Paolo predicava.

Erano persone che in modo ingenuo, ma con le forze nuove della civiltà, stavano dinanzi al mondo; erano uomini che sentivano vivamente ciò che doveva venire, e non si contavano fra i rappresentanti della cultura più raffinata di quel tempo. Erano le forze nuove, spesso nate dagli stessi strati inferiori del popolo.

Poiché la vita sociale complicata dei ceti superiori, una volta sviluppatasi per un certo tempo, deve necessariamente declinare, e poiché soprattutto la scienza con i suoi concetti, le sue idee e così via giunge a un punto oltre il quale non può svilupparsi ulteriormente, qualcosa di nuovo, qualcosa di popolare, deve allora intervenire. Qui abbiamo dunque dinanzi un grande rovesciamento.

In certa misura, oggi ci troviamo di nuovo di fronte a un rovesciamento. Ciò che è stato conquistato con grande dedizione come pensieri scientifici e idee è effettivamente giunto a un punto al quale chiunque sia intelligente deve dire a se stesso: veramente non si può andare oltre. I concetti scientifici e le idee oggi promossi dalle correnti ufficiali stanno di fronte al declino. E in generale, l’intero modo in cui la vita spirituale è affrontata là dove scorrono le grandi correnti di questa vita spirituale è in pieno declino.

Vorrei descrivere con parole assai crude come questo declino poteva effettivamente essere osservato nel corso del tempo da coloro che sanno osservare queste cose. Quando si era partecipi della vita quale si viveva nella letteratura, attraverso i libri e simili, e nella scienza, ci si sviluppava con un atteggiamento di serietà: una serietà che oggi è già considerata antiquata e che ormai non si comprende più. Il tono complessivo delle riviste settimanali, ad esempio, era negli anni settanta assai diverso da come è oggi. Era, se possiamo usare l’espressione, assai, assai più solido. C’erano allora concezioni ben determinate, all’interno di questa corrente spirituale, su come comportarsi di fronte al dramma, alla lirica e così via. Tutto questo è scomparso, come si pensava allora.

Allora c’era anche un modo particolare di comporre opere letterarie, in cui ci si contentava di esigenze meno rigorose: per esempio scrivere drammi in occasione di piccole feste, più per divertimento, per scherzo. Talvolta c’era in queste composizioni un talento assai buono. In particolare, gli studenti nelle loro riunioni mettevano in scena drammi nei quali c’era un talento assai buono.

Ora, divenendo un po’ più anziani, si poteva fare una rassegna delle correnti letterarie, e vi si trovavano fra i prodotti stimati cose esattamente uguali a ciò che fino allora si era ritenuto maturo soltanto per il consumo del giorno. Questo era diventato maturo per la corrente letteraria della vita spirituale.

Per non provocare scandalo eccessivo, non desidero fare nomi. Oggi ci troviamo già al punto che dappertutto, nel raggio più ampio, abbiamo nient’altro che banalità stampate — interi negozi di librai ne sono pieni. Ancora trenta o quarant’anni fa ci si sarebbe vergognati di consumare l’inchiostro per scriverle. Quando l’uomo si trova immerso in un tale rovesciamento, non giudica le cose abbastanza crudelmente; ma così la storia della civiltà dovrà caratterizzare un giorno la nostra fine del diciannovesimo secolo.

Così ci troviamo effettivamente di fronte a un declino della vita spirituale tradizionale, e facilmente lo si potrebbe provare anche nel declino delle teorie scientifiche. Perciò non dobbiamo stupirci se ciò che deve emergere come un nuovo movimento spirituale, ciò che deve portare allo sviluppo umano qualcosa di nuovo, trova poco appoggio in ciò che oggi si chiama la vita spirituale ufficiale. I membri di questi ambienti dicono: «Ci sono queste associazioni di mezzi pazzi che si chiamano teosofi; sono in fondo principalmente gente piuttosto incolta — e così via». Sono necessità che esistono in ogni epoca di transizione. Devono venire dal basso forze fresche, e ciò che così spunta diventerà poi, per l’epoca successiva, proprio ciò che è necessario per creare davvero un movimento ascendente.

Ora vi dissi: due epoche le abbiamo viste passare. L’epoca da Agostino a Calvino circa era un’epoca che cercava soprattutto di interiorizzare tutte le forze dell’anima dell’uomo, tutte le forze dell’uomo. L’interiorizzazione era visibile in tutti i campi di questa epoca. La scienza della natura esteriore era coltivata meno, e lo sguardo dell’uomo era rivolto meno alle leggi e ai fenomeni naturali esterni.

Nel punto di partenza di Agostino medesimo, in cui vediamo già prefigurata in certa forma la nostra articolazione scientifico-spirituale dell’uomo, troviamo il pensiero di un’azione di potenze sovrasensibili che si servono dell’uomo come strumento. Nel corso ulteriore di questa epoca — quali meravigliose apparizioni ci si incontrano! La mistica di Maestro Eckhart, di Suso, di Giovanni Taulero e di molti altri. Sebbene la scienza esteriore in questa epoca passasse in secondo piano, troviamo in essa un altro modo meraviglioso di abbracciare la natura con uno sguardo geniale e intuitivo. Vediamo come ciò si eleva in uomini come, ad esempio, Agrippa di Nettesheim. Apparizioni quali Paracelso e Jakob Böhme ci si presentano come i frutti di questo approfondimento dell’anima umana in quei secoli.

Una tale corrente può durare solamente per un determinato periodo. Ha una direzione ascendente, una culminazione, un vertice e una linea discendente. Una tale direzione è di norma sostituita da qualcosa che presenta in certo modo l’aspetto di un’immagine contraria.

Effettivamente, i secoli successivi sono come un’immagine contraria a questa corrente. L’immagine dell’anima umana interiorizzata viene gradualmente dimenticata. Vengono i tempi in cui la scienza della natura ha ottenuto trionfi così immensi. Grandi figure come Copernico, Keplero, Galilei si presentano fino a quelle del diciannovesimo secolo, come Giulio Roberto Mayer, Darwin e così via. Una quantità sterminata di fatti esterni viene portata alla luce.

Eppure gli uomini al principio della nuova epoca erano diversi da quelli posteriori. Un uomo come Keplero, ad esempio, che ha avuto effetti così importanti sulla scienza fisica della natura, era un uomo pio, un uomo che nel profondo, nel più profondo dell’anima sua, si sentiva legato al Cristianesimo. E Keplero, lo scopritore delle tre leggi di Keplero — che in fondo non sono nient’altro che le leggi dello spazio e del tempo rivestite in formule matematiche, dunque qualcosa di completamente meccanico — oh, questo Keplero usava assai più tempo per spiegare come fosse avvenuto in quel momento, nel grande mondo, lo svolgersi del mistero della Palestina sulla terra: come Saturno, Giove e Marte stessero uno di fronte all’altro quando era nato il Cristo Gesù.

Su ciò erano rivolti i pensieri del grande Keplero. Egli poteva dare all’umanità ciò che aveva da dire sulla scienza dello spazio stellato in modo puramente matematico. Ma ciò che portava nel suo cuore, nel più profondo del suo cuore, rimase suo possesso in un’epoca che si è dedicata alla vita esteriore.

Oppure considerate Newton. Dove non si fa ricorso a Newton come allo scopritore delle leggi della gravitazione? Ma dove verrebbe sottolineato — quando ad esempio Haeckel parla dell’apparizione epocale di Newton — che Newton era così cristiano che, nelle sue ore più tranquille, più sante, aveva scritto a suo modo un commento all’Apocalisse? Questo non poteva offrirlo all’umanità. La legge puramente meccanica della gravità ha potuto offrirla all’umanità, in quell’epoca che era consacrata alla raccolta esteriore dei fenomeni naturali.

Questa epoca è appunto quella che termina con l’ultimo terzo del diciannovesimo secolo. Noi viviamo nel primo inizio della nuova epoca. Ora, che cosa caratterizza questa nuova epoca nel confronto con la precedente? La precedente era prevalentemente un’epoca di estroversione, l’epoca della ricerca esteriore dei fenomeni naturali. La nuova epoca, per il momento solo agli inizi, deve caratterizzarsi per il fatto che la coscienza umana deve divenire consapevole della realtà spirituale, ma in modo diverso da come lo era nelle epoche anteriori.

Nelle epoche precedenti, quando l’uomo poteva ancora percepire il mondo spirituale, questa percezione era accompagnata da una certa inconsapevolezza. Il mistico del Medioevo, il veggente dell’antichità, percepiva senza sapere veramente come percepiva. In questa nuova epoca, la percezione del mondo spirituale deve divenire consapevole. L’uomo deve imparare a vedere il mondo spirituale con piena consapevolezza, con la lucidità della mente che ha sviluppato durante i secoli di ricerca scientifica.

Ora, come si ripercuote tutto questo sulle parti costitutive dell’uomo? Innanzitutto, consideriamo come nell’epoca recente la coscienza umana si è sviluppata. Nel periodo scientifico moderno si è coltivato soprattutto ciò che nella scienza dello spirito chiamiamo l’anima della coscienza. Tutto il pensiero esteriore e utilitaristico, tutto il pensare secondo il principio dell’utilità, poggia in certa misura sullo sviluppo dell’anima della coscienza. Ma in essa s’insinua già qualcosa come una luce propria dello spirito medesimo.

Ora è straordinario che nei nostri tempi abbiamo due correnti che fluiscono l’un'accanto all’altra, una che scende verso il declino, e un’altra che sale verso il fiore futuro. Quella che scende verso il declino non è ancora giunta al declino. È al contempo quella dal che nascono le grandi scoperte che hanno ancora un immenso avvenire. Questo ha anch’esso i suoi effetti benefici. Certamente, ancora per lungo tempo l’umanità avrà beneficio da ciò che comunque procede verso il declino. Ma il modo di pensare che inventa le mongolfiere è il modo di pensare del declino. Mentre il pensiero che si occupa dell’articolazione dell’umanità è il pensiero dell’avvenire umano.

Tuttavia, questi due modi mostrano una transizione comune. Lo possiamo vedere in tutti i campi. Vorrei portarvi un esempio molto pratico: il campo della circolazione monetaria. Esso si è mutato considerevolmente nel diciannovesimo secolo, e vi è accaduto un immenso rovesciamento. Se seguite l’epoca immediatamente precedente all’ultimo terzo del diciannovesimo secolo, vedrete che per tutte le speculazioni finanziarie vi era un legame con l’individualità, con la personalità. Era il genio della speculazione finanziaria puramente personale dei Rothschild che ha fatto fluire il denaro dappertutto e l'ha riportato dai e ai centri monetari. E seguendo la storia dei grandi istituti bancari, vediamo ovunque esempi di come la circolazione monetaria procedesse interamente dalla natura dell’individuo, dalle persone che fondavano sulla loro coscienza personale questo sistema. Questo è mutato.

Soltanto che non se ne parla ancora molto, perché questo è solamente all’inizio. Oggi non predomina più esclusivamente l’anima della coscienza nel movimento dei denari, oggi predomina qualcosa come un’associazione: il capitale per azioni, la società, l’associazione, ciò che è sovrapersonale. Cercate una volta di seguire ciò che oggi si mostra soltanto all’inizio, e che sempre più verrà. Oggi è quasi indifferente quale personalità stia qui o là. Ciò che gli uomini hanno immesso nella circolazione monetaria lavora già in modo impersonale, lavora già da sé. Qui avete nella corrente discendente il passaggio dall’anima della coscienza verso lo spirito medesimo.

L’abbiamo nella corrente del declino, e l’abbiamo nella corrente della vita ascendente, là dove ricerchiamo ciò che la singola personalità capace ha realizzato, dove cerchiamo per ispirazione di ottenere l’aiuto di quelle potenze che dal mondo spirituale ci daranno di nuovo le ispirazioni. Anche qui saliamo dal personale verso il sovrapersonale.

Così, sia nella corrente del declino sia in quella della vita ascendente, vi sono caratteristiche comuni per le epoche. In particolare però bisogna guardarsi dal considerare in qualche epoca soltanto ciò che vi emerge come autorità. Finché non si ha intuizione spirituale, si può fare un errore molto grave. Questo avviene particolarmente in un campo della civiltà umana, il campo della medicina materialistica, dove vediamo come precisamente ciò che l’autorità detiene e sempre più pretende è quello che domina; dove ciò punta a qualcosa di assai, assai più terribile e spaventoso di qualsiasi dominio dell’autorità del tanto accusato Medioevo.

Già oggi siamo dentro a tutto ciò, e diventerà sempre più forte. Quando la gente ride così terribilmente dei fantasmi della superstizione medievale, si vorrebbe dire: ebbene, è cambiato forse qualcosa allora riguardo a questo? È forse scomparsa questa paura dei fantasmi? Non temono forse oggi gli uomini molti più fantasmi di allora? È assai più spaventoso di quanto generalmente si creda ciò che accade nell’anima umana quando le si racconti: qui sul palmo della mano ci sono sessantamila focolai di bacilli. In America si è calcolato quanti di questi bacilli si trovino in un singolo baffo maschile. Non dovrebbe uno allora decidersi a dire: questi fantasmi medievali erano almeno fantasmi decenti, ma gli odierni fantasmi dei bacilli sono troppo lillipuziani, troppo indecenti perché giustifichino la paura? Per di più una paura che è soltanto all’inizio, e che fa sì che gli uomini, proprio qui nel campo della salute, cadano in una fede nell’autorità che è spaventosa.

Qui dobbiamo dire che vediamo dappertutto il carattere dell’epoca di transizione. Basta soltanto guardare i fenomeni nel modo giusto: dappertutto vediamo questo carattere.

Ora ci chiediamo: che cosa ci dicono i presagi, le dottrine e le rivelazioni della teosofia riguardo all’ulteriore sviluppo in questi tre principali ambiti della vita? Come dovrà essere in futuro, e come dobbiamo operare affinché lo spirito medesimo, il creativo, il fecondo, possa essere guidato in modo giusto, nel senso spirituale, verso l’anima della coscienza?

Allora i presagi profetici, cioè le dottrine della scienza dello spirito, ci dicono all’incirca quanto segue. La religione, secondo il modo in cui si è cercato di introdurla nelle correnti umane, è stata nei secoli passati una mescolanza di due cose: una delle quali non potrebbe propriamente essere chiamata religione nel senso stretto della parola, mentre l’altra è religione.

Che cos’è veramente la religione? È qualcosa che dobbiamo caratterizzare come un atteggiamento dell’anima umana: l’atteggiamento verso lo spirituale, verso l’infinito. Fondamentalmente possiamo caratterizzarla bene se iniziamo dalle moltiplicazioni di tali atteggiamenti, che poi devono soltanto essere elevati fino al supremo. Se camminiamo attraverso un prato e abbiamo un’anima aperta a ciò che vi verdeggia e fiorisce, allora proveremo qualcosa di gioioso per le magnificenze che si rivelano attraverso i fiori e l’erba, in modo che ciò si riflette nel paesaggio e brilla nella goccia di rugiada. Se riusciamo a suscitare un tale atteggiamento, se il nostro cuore si apre, questo non è ancora religione. Diventa religione soltanto quando tale sentimento si eleva per l’infinito che sta dietro il finito, per lo spirituale che sta dietro il sensibile. Quando la nostra anima sente in modo da percepire la comunione con lo spirituale, allora questo atteggiamento corrisponde a ciò che vive nella religione. Quanto più possiamo in noi elevare questo sentimento per l’eterno, tanto più promuoviamo la religione in noi o negli altri uomini.

Ma il necessario sviluppo del tempo ha fatto sì che ciò che propriamente dovrebbero essere impulsi capaci di dirigere il sentimento umano dal transitorio all’eterno sia stato mescolato con certe idee e concezioni su come stia il regno del sovrasensibile e come vi sia costituito. Così la religione è stata, in certo senso, legata a ciò che è propriamente scienza dello spirito, a ciò che propriamente deve essere considerato come scienza. E vediamo oggi come in questa fede ecclesiastica la religione, in questa o quella forma, sia mantenuta soltanto se simultaneamente rimangono validi determinati articoli di fede. Così è stato prodotto ciò che si può chiamare l’aderenza rigida dogmatica a certe rappresentazioni sul mondo spirituale.

Tali rappresentazioni dovrebbero naturalmente progredire, perché lo spirito umano progredisce. Un tale progresso dovrebbe far giubilare proprio il sentimento religioso giusto, perché esso mostra le magnificenze del mondo divino-spirituale assai più grandi, assai più significative. Il vero sentimento religioso non avrebbe consegnato Giordano Bruno al rogo, bensì avrebbe detto: oh, come è grande Dio, che invia sulla terra uomini di questa specie e attraverso loro rivela tali cose. Con ciò sarebbe stato riconosciuto, accanto al religioso, necessariamente il campo della ricerca scientifica, che si estende sia sul mondo esteriore sia su quello spirituale. Esso deve progredire, deve essere adattato di epoca in epoca allo spirito umano che progredisce.

Riguardo a tale ricerca scientifica, si è verificato un grande rovesciamento quando il sedicesimo secolo si avvicinò. Prima del tempo di Copernico, Keplero e Galilei, la situazione negli istituti di insegnamento e nelle università era molto strana. Aristotele è certamente un grande sapiente, ma ciò che ha fatto rappresentava il massimo per la sua epoca. Ciò che il Medioevo ha fatto di lui è stato un grave fraintendimento del suo spirito, e alla fine non lo si comprese più, non si aveva più alcun’idea di ciò che egli intendeva. Eppure si continuava a insegnare sempre secondo lui.

Affinché vediate come il sapere debba mutare da epoca a epoca secondo il progredire dello spirito umano, e affinché non sorgano equivoci, desidero approfondire un evento collegato ad Aristotele. Aristotele agì da un’epoca in cui si aveva ancora consapevolezza che nella natura umana è presente un corpo eterico, non soltanto sangue, filamenti nervosi e così via. Se si disegnasse il corpo eterico, si otterrebbe un disegno completamente diverso da come lo trovano e lo disegnano oggi gli anatomici moderni. Come lo disegnano oggi, su questo non si poneva grande valore al tempo in cui Aristotele creava, perché allora si conosceva ancora l’uomo eterico. Se lo si volesse disegnare, si dovrebbe vedere un centro qui dove è il cuore, e tracciare raggi che da lì si irradiano: raggi importanti, che vanno poi al cervello e hanno a che fare con l’intero modo in cui l’uomo pensa. Il pensiero è regolato, se guardiamo al corpo eterico, da un centro che si trova nelle vicinanze del cuore fisico. Ed è questo ciò che Aristotele ha presentato per illustrare la particolarità del pensiero.

Più tardi non si comprese più ciò che Aristotele voleva, e si cominciò a confondere, con la parola che corrisponde al nostro vocabolo «nervo», ciò che nell’organismo è determinante per l’organismo del pensiero con il nervo materiale. Si credette che Aristotele intendesse gli effettivi filamenti nervosi fisici con ciò che descriveva come le correnti eteriche. Nel passaggio all’epoca materialistica non si comprese più Aristotele. Così potete vedere che si imparò qualcosa di completamente falso. Si disse che i nervi principali partono dal cuore. Poi venne la ricerca scientifica materialistica, come l’inaugurarono Copernico e Galilei, e allora gli uomini scoprirono che i nervi, cioè i filamenti fisici, partono dal cervello. Allora cominciarono a dire: Aristotele ha torto. Così erano oppositori di Aristotele Copernico, Galilei e Giordano Bruno. Gli aristotelici medievali non si attenevano affatto alla dottrina di Aristotele, ma a ciò che se ne fantasticavano. Così poté accadere che, quando Galilei mostrava a un amico, che era aristotelico, su un cadavere come i nervi corrano verso il cervello, costui preferiva credere ad Aristotele piuttosto che alla propria visione. Credeva in ciò che si figurava della dottrina di Aristotele.

Vediamo dunque come allora il flusso della scienza spirituale presente in Aristotele, la scienza del corpo eterico, fu trasferito nella scienza materiale, i cui meriti non devono essere disconosciuti, e che ha agito e ancora agisce a beneficio e salute dell’umanità. Ma ora siamo in un’epoca in cui dobbiamo risalire verso lo spirituale.

Stiamo immediatamente di fronte a un’epoca in cui la scienza dovrà di nuovo imparare a comprendere lo spirituale propriamente detto, in cui la scienza dovrà diventare ciò che nell’occultismo si chiama pneumatologia, cioè dottrina dello spirito. Che cosa era la scienza nel secolo scorso? La dottrina di idee astratte e di leggi naturali, che non aveva più alcun collegamento con la vita spirituale reale. La scienza sta dinanzi al punto in cui deve diventare pneumatologia, in cui deve tornare allo spirito. Questo è scritto nelle stelle della teosofia.

Poiché la religione deve sempre portare l’atteggiamento verso lo spirituale, propriamente, in fondo, scienza e religione possono lavorare in armonia soltanto in quelle epoche in cui la scienza introduce lo spirito nella pneumatologia. Allora la scienza può essere la vera interprete della vita spirituale e sostenere l’atteggiamento che dovrebbe rivivere nella religione.

Ciò che inizia sta così in pieno contrasto con ciò che è passato. Prendiamo ad esempio ciò che è accaduto nelle diverse confessioni religiose evangeliche: come ci si è sforzati di non lasciar penetrare nulla del pensiero scientifico nel campo dedicato alla fede. Si pensi a Lutero e a Kant. Kant dice che deve sospendere il sapere affinché abbia libero corso la fede nella libertà, nell’immortalità e in Dio. Allora la scienza era rivolta all’esteriore, al fisicamente sensibile; allora non conosceva alcuna interpretazione di ciò che è sovrasensibile, spirituale. Doveva quindi conservare il più possibile non falsato ciò che era stato tramandato nei testi sacri. Questo aveva la sua buona giustificazione. Ora stiamo dinanzi a un’altra epoca, in cui la teosofia ci introduce nel mondo spirituale; e vedremo come, passo dopo passo, si avvicini un tempo in cui ciò che si sviluppa deve essere raggiunto attraverso il fatto che proprio mediante la teosofia la scienza venga sostenuta e illuminata.

Religione e scienza lavoreranno di nuovo insieme nell’epoca prossima. La scienza diventerà qualcosa che deve valere progressivamente per tutti gli uomini. Per ogni uomo diventerà comprensibile. Perciò ciò che si presenta come un corso parallelo di religione e scienza produrrà, nel senso più ampio, quello che si potrebbe chiamare individualismo nella religione: ogni singolo cuore troverà il suo cammino in modo individuale, religioso, verso il mondo spirituale. Questo è prescritto alla nostra epoca, che nel modo più individuale, più personale, ciò che può essere scienza comune nel spirituale, servirà come spiegatore, come guida nel campo religioso.

Di nuovo si mostra in modo straordinario come anche qui, nel declino, il momento personale indichi qualcosa di sovrapersonale. Anche le manifestazioni del declino lo mostrano. E come si manifesta questo indicare qualcosa di sovrapersonale in certi rapporti ecclesiastici? Che cosa era in fondo quando, in una certa chiesa, si appellava all’ispirazione attraverso coloro che ne sono i custodi? [Lacuna nel testo] Le cose devono essere viste assolutamente riguardo al loro carattere spirituale. Molto di ciò che oggi si mostra particolarmente nel campo della vita religiosa delle varie confessioni indica questo irradiare dello spirito medesimo in ciò che noi chiamiamo l’anima della coscienza, sia nel senso ascendente sia in quello discendente.

Particolarmente questo si mostra nel terzo dei tre campi della vita spirituale umana. Allora si diffonderà una conoscenza, una conoscenza di cui la presente pratica della vita non ha propriamente neppure un’idea. Un principio di questa conoscenza sarà che la felicità di un singolo uomo non potrà mai essere acquistata al prezzo della minore felicità degli altri. Sarà in futuro il momento personale transitato verso il sovrapersonale, e l’egoistico verso il sovraegoistico, verso ciò che unisce gli uomini.

Poco per volta, un uomo non vorrà essere felice senza sapere gli altri felici nella stessa misura. Questo atteggiamento, di cui oggi la pratica della vita è il contrario, si prepara. C’è soltanto una possibilità di generare questo atteggiamento, ed è la conoscenza del vero nucleo essenziale dell’uomo e della sua composizione, come ce la dà la scienza dello spirito. Bisogna conoscere l’uomo, se si vuole essere un uomo.

Queste tre cose le vediamo al punto di partenza del loro sviluppo. Che cosa deve fare la scienza dello spirito? Deve insegnarci a comprendere tutto ciò che deve venire. Ora voglio dire radicalmente come gli uomini possono porsi rispetto a questo. Voglio per un momento supporre ipoteticamente che ciò che oggi è la teosofia e rappresenta ancora un piccolissimo flusso fosse considerato da coloro che ne vengono a contatto come una fantasia e un sogno, e che venisse soffocato. Coloro che stanno dal punto di vista dell’antisofia renderebbero semplicemente impossibile il prosperare della teosofia, poiché la scienza si dirige verso l’antiteosofia. Allora non si potrebbe acquisire comprensione per ciò che è stato descritto come lo sviluppo necessario, scritto nelle stelle, della scienza, della religione e della pratica della vita umana.

Allora gli uomini si escluderebbero dalla comprensione di tali cose. In quale condizione si troverebbero allora? Sarebbero sulla terra come un branco di una qualsiasi specie animale che fosse finito in condizioni climatiche completamente estranee, nelle quali non potesse immedesimarsi. La conseguenza sarebbe che gli animali deperirebbero, passo dopo passo perirebbero. Così tutti gli uomini soccomberebbero al declino, alla decadenza, alla rovina prematura. Non attraverso l’estinzione: diventerebbero bestie, il che sarebbe assai peggiore dell’estinzione, sicché soltanto le passioni basse, gli istinti e i desideri continuerebbero veramente a vivere; sicché gli uomini desidererebbero soltanto mangiare questo o quello, e tutto il loro pensiero l’userebbero per poter produrre appunto tale cibo. Costruirebbero fabbriche per produrre la migliore farina, il miglior pane, navi e mongolfiere per portare da regioni lontanissime i frutti e i prodotti che desiderano godere. Userebbero uno straordinario ingegno per l’«aumento della civiltà» — così infatti la chiamerebbero, civiltà.

Userebbero un’intelligenza infinita, una forza dello spirito, ma soltanto per apparecchiare infine la tavola. Bisogna semplicemente riflettere su questo da tale punto di vista: che cosa significhi la frase circa l’aumento della civiltà! Non è essenziale il punto che si usi un’intelligenza infinita? Se l'usiamo soltanto per telegrafare: «Ho bisogno di così e così molti sacchi di farina», allora è stata adoperata una grande forza dello spirito per produrre qualcosa che infine serve soltanto a ciò che si può chiamare l’animale nell’uomo. Spiritualità e intelligenza sono due cose totalmente diverse.

L’epoca materialistica conduce a un culmine dell’intelligenza e della civiltà intelligente. Ma ciò non ha nulla a che fare con la spiritualità. Supponiamo che gli uomini fossero così esclusi. Che cosa dovrebbero fare gli dèi? Si direbbero: ora abbiamo avuto una generazione che non ha compreso che cosa sia la missione terrena. Dobbiamo dunque inviare una generazione diversa, una generazione di anime che porteranno allora a compimento la missione terrena.

Piccoli circoli troveranno però già comprensione per ciò che deve essere la vita spirituale del futuro, e perciò la missione terrena sarà portata a compimento dagli uomini; e ciò di cui la nostra quinta cultura, dedicata all’anima della coscienza, smetterà come sesta, sarà compiuto da un piccolo circolo di uomini, che si distribuirà in tutto il resto dell’umanità. Ma questo può essere compiuto soltanto se il libero arbitrio degli uomini vi interviene. Perché, dopo che l’Io è una volta entrato nella natura umana, anche l’uomo deve sviluppare il libero arbitrio per lo sviluppo dell’Io. Quindi dipende da ogni singolo se egli voglia portare comprensione al divenire spirituale, o se voglia dirigersi verso la discesa che oggi l’umanità intraprende.

La pratica della vita deve essere sviluppata fino al raggiungimento del principio che la felicità del singolo non può essere ottenuta al prezzo della felicità dell’altro. Se l’uomo non lo vuole comprendere, allora favorisce lo sviluppo discendente, appassito, istupidito dell’umanità. Oggi siamo in certo senso, come esseri umani, di fronte a questa decisione: voler la scienza dello spirito o non volerla, il che significa volere l’ascesa o la discesa dell’umanità.

Questo dobbiamo sentire in tutto ciò che facciamo nel particolare: dobbiamo sentire che siamo stati collocati dal nostro karma come nuovo materiale nello sviluppo dell’umanità, come coloro che devono dare le loro forze come forze elementari, che devono lavorare verso l’alto.

Se così sentiamo, allora la teosofia diviene già in noi sentimento pratico, e si pone nel nostro cuore la consapevolezza di ciò che veramente facciamo quando sviluppiamo l’attività apparentemente insignificante che esercitiamo in queste sezioni antroposofiche. Non come un passatempo, un capriccio di singoli, ma come la comprensione dei bisogni più profondi di un’epoca che sta nascendo nuovamente.

Volevo mostrarvi come le cose si intreccino insieme, affinché possiamo veramente comprendere il corso dell’umanità. Pensate una volta al principio che l’uomo è un essere consapevole, che deve quindi sapere che cos’è, e soltanto attraverso il fatto che si conosce nella sua essenza può adempiere il suo compito nel mondo. Coloro che non vogliono sapere nulla dell’essenza dell’uomo non hanno la volontà di porsi nel mondo nel modo giusto. Ricordate come abbia parlato uno spirito che ha presagito molto di ciò che oggi sorge come teosofia.

Johann Gottlieb Fichte ha parlato una volta dei suoi alti ideali nelle lezioni «Sulla destinazione dello studioso». Quando volle scrivere una prefazione a queste lezioni, gli venne in mente: ora questi ideali andranno agli uomini, che però diranno soltanto: sì, belle idee, ma poco pratiche. Come si può introdurre nella vita ciò che si dice? Eppure Fichte era pienamente consapevole che la vita è continuamente guidata da idee. Qui va segnalato un esempio. Chi ha costruito il tunnel del Sempione? Nessun ingegnere oggi può lavorare senza il calcolo differenziale e integrale. Leibniz, che ha inventato il calcolo differenziale e integrale, costruisce in fondo tutti i tunnel e i ponti del nostro tempo. Lo spirituale è dappertutto guida, in tutto, nella vita; e possiamo imparare da ciò che ha scritto Fichte, imparare a rafforzarci nella nostra consapevolezza teosofica, quando la gente dice: ah, sono idee così bizzarre, niente di pratico. Fichte risponde a questo: che le idee non si trasformino così immediatamente nella vita, lo sappiamo anche noi, altrettanto bene come coloro che ce lo rimproverano. Forse lo sappiamo persino meglio. Ma che gli altri semplicemente non vogliano sapere nulla di idee, questo dimostra soltanto che la saggia guida del mondo, il governo divino del mondo non potrà contare su di loro.

Che una natura benevola, alla quale essi credono, dia loro al momento giusto pioggia e sole, una buona digestione e, se possibile, anche alcuni buoni pensieri. In certo senso possiamo rafforzarci dicendoci: noi sappiamo tuttavia che dobbiamo coltivare come teosofi la comprensione per ciò che deve venire. Che una natura benevola dia agli altri, come disse Fichte, quello di cui hanno bisogno nello spirito, quello di cui credono di non aver bisogno. Che lo spirito dia loro pensieri sempre più e più intelligenti, in modo che anche loro non vedano la scienza dello spirito come una fantasia, ma la riconoscano come un impulso importante per l’umanità!

2°Effetti delle qualità morali sul karma

Wiesbaden, 7 Gennaio 1911

Nel corso delle considerazioni di scienza dello spirito, che spesso ci portano verso le più alte regioni dell’essere, è bene volgere di volta in volta lo sguardo dalla nostra prospettiva spirituale alla vita quotidiana, quella che ci circonda continuamente. Quando lo facciamo con buona volontà e giusta percezione, dall’applicazione della scienza dello spirito alla vita ordinaria ricaviamo gli insegnamenti più importanti sulla verità e sulla forza probante di ciò che in questo campo si ricerca.

Tra i più significativi insegnamenti che incontriamo nel campo della scienza dello spirito, senza dubbio vi è quello della causazione della vita terrena successiva da parte della vita precedente, ciò che noi chiamiamo karma. Ora, nella maggior parte dei casi, quando si parla di karma il teosofo pensa alle cause che risiedono nelle vite precedenti. Allora facilmente coloro che si tengono ancora lontani dallo sforzo della scienza dello spirito possono sollevare l’obiezione: come si possono provare tali cose? Naturalmente sappiamo quanto sia impossibile, fondamentalmente ingenua, una simile obiezione. Quando l’uomo si prende la pena di penetrare più profondamente in ciò che la scienza dello spirito offre, nota come tutto quello che si può dire sul karma sia ben fondato. Tuttavia è sempre opportuno segnalare le esperienze, le osservazioni che sono già accessibili a chi è ancora molto lontano dalla chiaroveggenza o da altri metodi di osservazione teosofici.

Il karma infatti, se lo comprendiamo correttamente, non agisce soltanto da una vita all’altra, ma agisce certamente anche nell’unica vita che viviamo tra la nascita e la morte. Solo che naturalmente ciò che gli uomini osservano comunemente della vita è effettivamente un periodo così breve dell’esistenza umana, che da ciò non può derivare molto sul trasferimento di cause anteriori in effetti posteriori. Se osserviamo cinque o sei anni, non risulta molto. Ma se consideriamo periodi più lunghi, anche tra la nascita e la morte, per quanto ci sia possibile, già molte cose possono dimostrarci la verità del karma. Questo si rivela anche in aspetti del tutto esteriori.

Non intendo presentare questo come qualcosa di particolarmente teosofico, ma soltanto mostrare che anche per le cose più ordinarie occorrono già periodi più lunghi per giungere a un collegamento tra causa ed effetto. Per chi si dedica all’osservazione della vita, posso sottolineare di aver avuto molte occasioni di osservare i bambini. È ormai lungo tempo da quando ho insegnato ai bambini. Ma quando si sono insegnati quattro ragazzi di una stessa famiglia per molti anni, non si ha solo l’occasione di osservare questi quattro bambini, ma anche i bambini dei conoscenti e così via. Si ha sempre molta occasione di registrare ciò che questo o quel bambino fa, o ciò che si può fare con loro.

Allora c’era una nota medica molto particolare, che fortunatamente ora sta molto scomparendo: si riteneva necessario, per far crescere forti i piccoli, dar loro un bicchierino di vino rosso, non solo a un pasto, ma addirittura a parecchi. Lo si considerava qualcosa di veramente eccellente. Ho potuto osservare molti bambini allevati con vino rosso, e altri bambini i cui genitori si erano rifiutati di seguire questa pratica. Oggi questi bambini, che allora avevano due anni e mezzo o quattro anni, sono uomini che hanno ormai superato i trenta o hanno quasi quaranta anni. Nei piccoli che allora erano stati trattati con vino rosso per rinforzarli, è possibile osservare come siano diventati uomini irrequieti, nervosi. Si distinguono molto chiaramente, per chi voglia osservare, da coloro che da bambini non avevano bevuto vino rosso. Qui dunque entra già in gioco quasi un quarto di secolo per poter osservare questo fatto.

Per qualità morali ed etiche dell’uomo, in relazione ai loro effetti karmici, è particolarmente importante considerare periodi più lunghi. Oggi desidero segnalare parecchie qualità, che si possono seguire, e osservare come agiscano sull’anima, sul sentimento, e come già in una sola vita l’effetto del karma si mostri attivo. Voglio enumerare alcune qualità buone e alcune cattive: l’invidia, la tendenza all’invidia, la falsità, poi la benevolenza e quello che troviamo così di frequente negli uomini più giovani: lo stupore, la meraviglia, e cose simili. Prendiamo dapprima qualità cattive, l’invidia e la falsità.

Supponiamo di poter osservare l’invidia, la tendenza all’invidia nell’infanzia. Dalle osservazioni della scienza dello spirito sappiamo che nell’uomo, in quei corpi della sua essenza che ordinariamente non gli sono coscienti, nel corpo astrale e nel corpo eterico, sono attivi poteri particolari: nel corpo astrale le forze luciferiche, nel corpo eterico le forze ahrimaniche, i nemici dello sviluppo umano. Tutto ciò che ha a che fare col corpo astrale, come l’invidia, viene dalle tentazioni di Lucifero. Tutto ciò che ha a che fare col corpo eterico, come la falsità, è tentazione di Arimane. In un bambino invidioso il corpo astrale è afferrato in certa misura da Lucifero, e le entità luciferiche vi trovano i loro punti d’attacco. Per l’invidia e la falsità vale qualcosa di molto caratteristico: dagli uomini più primitivi fino ai capi più sviluppati dell’umanità, l’invidia e la falsità sono considerate qualità molto riprovevoli.

Non appena l’uomo si accorge di essere invidioso o bugiardo, sorge nella sua anima una sensazione della riprovevolezza di tali qualità. Vuole disabituarsene con tutta la forza. Proprio l’invidia e la falsità appariranno istintivamente come riprovevoli. Goethe dice che deve accusarsi di molti difetti, ma l’invidia non la trova sul fondo della sua anima. Lo stesso dice Benvenuto Cellini della falsità. Quando qualcuno si accorge: io sono una persona invidiosa, lavora immediatamente in modo istintivo per disabituarsene. Ma essa può stare molto profonda, così profonda che egli può sì sforzarsi di disabituarsene, ma non è abbastanza forte moralmente. Allora accade qualcosa di molto strano. L’invidia è una qualità luciferica. Quando l’uomo si accorge di avere tendenze all’invidia e lavora per disabituarsene, Lucifero si dice: c’è pericolo che questo uomo mi sfugga. Lucifero e Arimane sono ugualmente nemici dell’uomo, ma tra loro sono buoni amici. Allora Lucifero chiama Arimane in aiuto, e questi trasforma l’invidia in un’altra qualità. L’invidia subisce una metamorfosi, che emerge così nell’anima umana: l’uomo, mentre prima non voleva certe cose in un altro uomo, diventa ora un censore malevolo, che cerca di trovare tutto il possibile nei suoi simili per poter criticare. Questa mania di criticare non è nient’altro che l’invidia trasformata.

Quando è così, allora l’uomo è caduto negli artigli di Arimane. Quest’invidia trasformata è molto diffusa. Se non ci fosse nella forma di pettegolezzo malevolo e della mania di dire male degli uomini, molti ritrovi del mattino e della sera, molti circoli del caffè non avrebbero neppure argomento di conversazione.

Karmicamente accade in modo strano che si produce lo stesso risultato, sia che uno mostri l’invidia in forma originaria sia in forma trasformata di pettegolezzo. Se si segue una persona che da giovane era invidiosa, o un pettegolo, fino alla vecchiaia, si vede che uomini i quali da giovani erano divorati dall’invidia giunsero ad avere insicurezza nella vecchiaia. Non trovano una base ferma, non riescono a entrare in relazione con altri uomini, non sanno consigliarsi da soli, sono felici quando possono dire: questo me l’ha consigliato quello o quell’altro. Già nella stessa vita questa è una conseguenza karmica dell’invidia o dell’invidia trasformata.

La falsità è una qualità del corpo eterico e proviene da Arimane. Quando l’uomo in una certa età è abitualmente falso, oppure attraverso cattiva educazione mente molto, allora nella tarda età della vita si mostra sempre una certa timidezza, un’impossibilità di aprire gli occhi davanti agli altri. Certe regole proverbiali nel campo morale toccano proprio il vero. Quando si dice: quest’uomo non mi può guardare negli occhi, si manifesta la falsità. Timidezza e mancanza di autonomia compaiono come qualità dell’anima nella stessa vita. Se si vuole osservare la vita allo stesso modo con cui il fisico considera il corso esteriore del mondo, si possono osservare tali cose. La vita diventa così luminosa.

Ciò che consegue da una tale qualità rimane, nell’unica vita, di natura psichica; rimane psichico. Supponiamo di seguire spiritualmente una vita fino a quella successiva. Ciò che apparve come effetto karmico di natura psichica in una vita acquista una forza maggiore nella vita seguente. Così possiamo dimostrare che la mancanza di autonomia, che innanzitutto appare come effetto psichico dell’invidia in una vita, e la timidezza come effetto della falsità, diventano formatrici nel costruire il corpo nella vita seguente. Allora modificano il corpo fisico.

Chi in una vita anteriore ha sviluppato molta invidia rinascerà come uomo che già nell’organizzazione esteriore del corpo ha ciò che lo rende un uomo debole e bisognoso. Chi è stato falso riappare in modo da non avere una giusta relazione con l’ambiente. Non può essere amato dagli uomini del suo ambiente, si sente respinto da loro, l’amore non si stabilisce facilmente. La scienza dello spirito deve essere intesa come pratica di vita. Ciò che è stato detto ora diventa immediatamente pratica di vita.

Supponiamo che un tale bambino nasca nel nostro ambiente. Notiamo che il bambino non riesce a stabilire una relazione con noi, che si ritira timidamente, oppure che è debole, pallido. Allora il teosofo dirà a se stesso: il pallore, la disposizione a ogni sorta di malattia devono essere ricondotti a disposizioni invidiose nell’incarnazione precedente, la timidezza alla falsità. Non è casuale che questo bambino sia nato proprio nel nostro cerchio, perché un’individualità può essere collocata solo dove appartiene. Non passerà molto tempo prima che gli uomini comprendano la legge del karma come un’ovvietà. Gli uomini verranno al mondo nelle condizioni cui appartengono. Debolezza e impotenza sono conseguenza di invidia anteriore, e veniamo insieme a questo bambino perché egli ci aveva invidiati. E con la sua natura timida viene da noi perché siamo noi quelli che spesso erano stati ingannati da lui in un’incarnazione anteriore. Come dobbiamo comportarci in un tale caso?

Non c’è bisogno di riflettere a lungo, bensì dobbiamo comportarci in modo morale, in modo etico, come ci comporteremmo nella vita ordinaria. Un uomo che ci invidia o che critica in tutto è meglio trattato quando gli portiamo benevolenza, amore. Questo è il miglior comportamento. Naturalmente, nel nostro tempo artificiale e materialista, non è possibile attuarlo ovunque. Ma è il miglior comportamento verso un bambino che con queste determinate disposizioni viene al mondo. Non solo ci diciamo: il bambino ci ha invidiati, ci ha ingannato in un’incarnazione anteriore; bensì prendiamo la ferma determinazione di portare a questo bambino particolarmente molta benevolenza. L'immergiamo in un sentimento caldo. Tentate di osservarlo, e troverete che in un tale bambino le guance possono arrossire, che può diventare forte e robusto. Soltanto un tale comportamento deve essere ripetuto continuamente. Lo stesso vale per la falsità. Un uomo che ci mente continuamente lo convertiamo al meglio quando facciamo tutto per dargli il più possibile il sentimento di che cos’è l’amore della verità. Se ci comportiamo così verso un bambino timido, troveremo di fare tutto ciò che contrasta l’allargamento del conflitto.

Vediamo così che possiamo servire la vita in misura enormemente grande. Questo è un esempio di come la scienza dello spirito possa diventare pratica di vita. Non dobbiamo mai perdere di vista che abbiamo continuamente in mano le prove del karma. Ma non dobbiamo neppure perdere di vista, specialmente quando dobbiamo educare tali uomini, che abbiamo in mano il mezzo per provarlo: la scienza dello spirito è diventata per noi carne e sangue.

Possiamo considerare ancora altre qualità alla luce della scienza dello spirito, per esempio lo stupore, la meraviglia. Gli antichi filosofi greci hanno detto per un bell’istinto: la filosofia ha il suo punto di partenza dallo stupore, dalla meraviglia. Che cos’è questo stupore, questa meraviglia? C’è un tale atteggiamento verso i fenomeni che ci si presentano, per cui entriamo in meraviglia, in stupore. Poi al posto dello stupore viene talvolta qualcos’altro, in cui non si mescolano più stupore e meraviglia. Questo accade quando iniziamo a comprendere i fatti in questione. Vogliamo ora porre la domanda: come sta davvero con questo stupore, con questa meraviglia?

Ci troveremmo di fronte a un fenomeno, ed esso ci strappa meraviglia. Non può essere una relazione con l’intelletto, con l’intelligenza, perché questi cercano la comprensione, non si dispiegano nella meraviglia. È una relazione molto più immediata. La comprensione deve occuparsi delle singole parti; la meraviglia sorge immediatamente, davanti all’intera cosa. Questo accade perché nella comprensione l’Io è in relazione con la cosa, mentre nella meraviglia il corpo astrale si oppone alla cosa. Questo non ha la piena coscienza, bensì una specie di subcoscienza. Quando il corpo astrale ha una relazione con la cosa, e questa relazione non si è ancora elevata all’Io, allora sorge meraviglia. Poiché l’uomo può meravigliarsi di una cosa, è possibile entrare in una relazione sommersa al di sotto della soglia della coscienza con l’oggetto. Questa connessione subconscia è in molti casi molto importante, come è importante per la filosofia, secondo la visione degli antichi Greci, che vi sia dapprima la meraviglia.

È bene per gli uomini che, prima di applicare l’intelligenza a una cosa, stendano dapprima il loro corpo astrale sulla cosa. Così si crea una base di sentimento e di emozione, e in essa si immerge poi la comprensione. È qualcosa di completamente diverso da quando ci accostiamo alla cosa subito con l’intelletto, in modo astratto. Questo comporta che lavoriamo su una base molto più larga della comprensione. Una comprensione più ricca e piena è la conseguenza. Perciò è così importante per l’educatore sviluppare dapprima una santa meraviglia verso il bambino, verso la singola individualità, che emerge come dall’oscurità; e mantenersi aperti a ciò che con l’intelligenza non possiamo affatto abbracciare: l’infinità di un’individualità. Ci poniamo artificialmente di fronte a questa individualità nella meraviglia. Verrà comunque, perché c’è ampia occasione per la meraviglia e lo stupore di fronte a ogni singola individualità. Tali sentimenti, non corrotti dal nostro intelletto ristretto, sono talvolta molto più sicuri, ricchi, giusti di quello che è conosciuto tramite l’intelletto ristretto. I fondamenti per le conoscenze applicabili alla vita pratica sono da acquisire attraverso lo stupore, attraverso la vita emotiva.

Su questo riposa qualcosa di molto importante: la fiducia che un uomo ha verso un altro uomo. Quante volte accade nella vita che un uomo abbia fiducia o anche sfiducia verso un altro uomo — perché il negativo vale come il positivo — prima ancora di essergli opposto in concetti, nel senso comune di tutti i giorni. Fiducia e sfiducia sorgono talvolta del tutto immediatamente. Quanti uomini ci sono che spesso scoppiano in un lamento: avessi ascoltato la mia prima impressione! La vera impressione, che avevo presentito prima, me la sono rovinata. Tali uomini talvolta hanno ragione. Dalle nostre vite emotive dovrebbe crescere il nostro rapporto sociale, la nostra relazione con la vita. Ci sono uomini che non hanno molta disposizione a sentire questa indeterminatezza, questa natura presentita negli uomini. Ci sono uomini che possono dirigere lo sguardo meravigliato verso il cielo stellato per ore, senza comprendere molto di astronomia, e ci sono altri che rimangono come un bastone davanti al cielo stellato, finché non ricevono libri in mano, attraverso cui possono analizzare tutto questo. Sono uomini che non possono avere questa base emotiva. Tali uomini spesso passano come bastoni davanti agli uomini, finché non hanno avuto abbastanza tempo per analizzarli.

Questo si mostra anche nell’atteggiamento verso la scienza dello spirito. All’intelletto si può veramente parlare solo nella prima infanzia. Più tardi è impossibile per la ragione che indica Goethe: non si potrebbero convincere gli uomini della falsità della loro affermazione, perché la loro opinione si basava sul fatto che essi stessi consideravano vera la cosa falsa. Se qualcuno sente che nella scienza dello spirito c’è qualcosa attraverso cui il suo intero desiderio è soddisfatto, allora trova sempre le prove logiche, che si possono trovare dappertutto. Le cose stanno fondamentalmente in modo incredibilmente chiaro; devono solo essere viste alla luce di una visione del mondo spirituale.

Supponiamo che un uomo si trovi di fronte a un anziano, nella gioventù, con una santa timidezza, di cui forse non può neppure dire perché sorga. Se notiamo una tale ampia disposizione emotiva in un uomo, troviamo che tali uomini rimangono a lungo giovani, rimangono completamente giovani; che in loro batte un cuore giovane, anche quando i capelli da molto tempo sono diventati grigi. Mantengono una certa mobilità nella vita. Soprattutto mantengono per tutta la vita la capacità di penetrare rapidamente nelle situazioni, di essere abili in tutte le circostanze. Chi così si apre alla vita nella gioventù, davanti a costui la vita si apre sempre più nel corso delle epoche posteriori. È sempre più in grado di penetrare nelle cose, raggiunge più facilmente la possibilità di sentire lo spirituale dietro le cose; diventa sempre più spirituale.

Diverso è un uomo che ha sviluppato particolarmente la capacità intellettuale nella gioventù. Tali uomini tendono molto alla senilità precoce. Questo non è colpa dell’individuo, bensì il karma della comunità. Colui che è una persona intellettuale si separa sempre più dal mondo, il mondo gli diventa sempre più incomprensibile. Da ciò il criticare di molti uomini su tutto ciò che è nel loro ambiente. Nella mia gioventù - dicono - tutto era bello, ora tutto è rovinato. Questo malumore, questa mancanza di contentezza per niente, questo ritirarsi, vivere solo nei ricordi dell’infanzia, è qualcosa che è collegato all’intellettualità dell’anima nella gioventù. Perciò non possiamo fare abbastanza, per edificare l’educazione sulla base ampia dell’emozione, specialmente sulla capacità immaginativa.

Nel nostro tempo l’umanità in generale naviga verso il lato opposto. I bambini, per esempio, non sono ingannati dalla fiaba della cicogna. Qui si usa solo un’immagine, che è più vera di quello che gli uomini moderni vogliono insegnare ai bambini, cioè che il bambino viene solo da padre e madre. L’immagine della cicogna — o qualche altra — indica che nel bambino c’è qualcosa che scende dalle altezze nuvolose. Il bambino guarda lì in regioni che vanno oltre la banalità, e costruisce ciò da cui deve crescere quello che in seguito sarà la verità posteriore.

Considerare l’immagine della cicogna come qualcosa di falso è soltanto incapacità di fantasia, impotenza a trovare un’immagine conveniente per il processo che, come reincarnazione, non si può descrivere ai bambini, a rivestire questo processo in un’immagine adatta. Ma — si obietterà — oggi i bambini non vi credono. Questo accade perché gli uomini, che dicono ai bambini una cosa simile, non vi credono essi stessi. Non appena non si crede a quello che l’immagine esprime, neppure i bambini possono crederci. Ma se per noi stessi l’immagine è un’immagine per il reale, per il vero che sta dietro, se abbiamo fantasia sufficiente per trasformare la verità in un’immagine, allora anche i bambini vi crederanno. Ed è proprio bello dire al bambino: qui viene data una parte dal padre e una parte dalla madre; un terzo elemento però lo portano altre entità dalle altezze celesti, lo recano nelle loro ali, portandolo a padre e madre. Se diciamo così, l’immagine è molto appropriata, e noi parliamo di una verità. A un bambino al quale diamo rappresentazioni ricche e immaginative, ciò gioverà rispetto ai rapporti della vita astrale, e gli diamo la benedizione di una giovinezza che si estende molto avanti negli anni. Questo immaginativo nell’attività educativa, che soprattutto riposa anche nel gioco, è infinitamente importante. Anche qui è già possibile vedere, in una vita, come il karma agisca.

Così la scienza dello spirito, quando entra nella cultura, nel modo in cui la vita prospera, fiorisce, mostrerà la sua verità, mentre il materialismo mostra la sua falsità nel fatto che la vita si dissecca, diventa prematuramente senile.

3°L'interiorità dell'anima umana e il suo rapporto col mondo

Francoforte, 8 Gennaio 1911

Parleremo oggi e domani sera, in continuazione con Goethe, di molteplici argomenti che possono interessare lo studioso della scienza dello spirito riguardo alle questioni interiori dell’anima umana, al suo sviluppo e al suo rapporto con il mondo. Poiché in queste due conferenze il nostro compito sarà di considerare le suddette questioni unicamente in continuazione con Goethe, mi sembra opportuno parlare ora, indipendentemente da Goethe, nel modo cui siamo abituati, attingendo alle fonti della scienza dello spirito, di alcuni aspetti dell’interiorità dell’anima umana, del suo sviluppo e del suo rapporto col mondo. Sarà necessario che io presupponga in voi una certa familiarità con gli elementi fondamentali della vita dell’anima umana.

Quando consideriamo l’anima umana nel suo sviluppo, dobbiamo distinguere con precisione fra tre elementi: l’anima senziente, l’anima razionale o affettiva, e l’anima cosciente. Quando parliamo inizialmente dell’anima senziente, non intendiamo soltanto ciò che nella nostra anima può mettersi in relazione col mondo esterno attraverso la percezione e le impressioni sensoriali; intendiamo anche la sede di tutto ciò che possiamo denominare istinti, desideri, passioni, e inoltre la sede di tutti gli impulsi volitivi nell’anima umana. Anzi, il modo più adatto per farsi un’idea di ciò che è propriamente l’anima senziente nella nostra vita animica è rappresentarsi come il carattere essenziale di essa stia in tutto ciò che è di natura volitiva, in tutto ciò che dall’interno ci spinge a cercare una relazione col mondo esterno; e come dall’anima senziente dipenda il fatto che essa sia la più importante mediatrice anche nella ricezione delle impressioni esterne e nella percezione. Per questo motivo la chiamiamo anima senziente. Quando l’uomo riceve un’impressione sonora o cromatica, opera l’anima senziente. Anche quando sorgono le passioni, negli affetti, nella collera, nella paura, nell’angoscia, opera essenzialmente l’anima senziente.

Ciò che chiamiamo anima razionale o affettiva si sviluppa anzitutto dall’anima senziente, ed è già in certa misura qualcosa di più raffinato di essa. Nell’anima razionale risiedono già le facoltà di rivestire in rappresentazioni ciò che nell’anima senziente è sentito, di elevare a una forma più umana della vita animica ciò che viene sperimentato come istinti e affetti. Quando, ad esempio, gli affetti che altrimenti mirano soltanto all’autoconservazione si elevano a benevolenza, anzi al comportamento amorevole verso l’ambiente, abbiamo allora a che fare con l’anima razionale o affettiva. Nell’anima razionale si manifesta l’Io, il vero centro della nostra vita animica.

Nello sviluppo ulteriore dell’Io, quando ci sentiamo veramente come uomini interiori che si affermano nel centro, diamo forma alle nostre rappresentazioni e ai nostri pensieri in grandi idee, con i quali comprendiamo la natura, oppure in idee di dovere o idee morali. In tutto ciò mediante cui ci poniamo così in relazione, parliamo dell’anima cosciente. Non vi sono partizioni fra i singoli membri dell’anima, ma è necessario che questi tre membri siano distinti, perché ciascuno si pone in relazione col mondo esterno in modo diverso.

Se consideriamo inizialmente l’anima cosciente, essa è per noi uomini, al presente, il membro animico più elevato, ma al tempo stesso il membro animico che in certo modo si è distaccato maggiormente da tutto il resto del mondo. È il membro animico più autonomo.

Quando l’uomo si immerge nell’anima cosciente, può trovarsi nel massimo isolamento nella sua vita animica, può chiudersi al mondo esterno. È il membro animico che per sua natura ha eretto la maggior quantità di barriere verso l’ambiente circostante, cosicché è più fortemente inclinato a cadere nell’errore e nello sbaglio. È il più distaccato dall’universo. Eppure questo membro animico può cadere in errore soltanto in misura limitata. Questo è il punto essenziale in ciò che chiamiamo anima cosciente. Essa si manifesta soprattutto come pensiero logico, come analisi concettuale; opera anche come pensiero calcolatore, come tutto ciò che l’uomo possiede in certo modo come facoltà propria, e che non si trova negli animali.

Le forze dell’anima senziente e dell’anima razionale risalgono fino nell’anima cosciente. Gli istinti, i desideri e le passioni, gli impulsi volitivi dell’anima senziente, i sentimenti e i giudizi intellettuali dell’anima razionale penetrano in essa. Ma nell’anima cosciente tutto questo viene elaborato mediante il pensiero logico. Perciò è principalmente nell’anima cosciente che formiamo le nostre opinioni. E poiché l’anima cosciente è la più isolata, gli uomini sono fra loro così profondamente separati riguardo alle opinioni. Quando parliamo di ciò che manteniamo in comune, perché è stato sviluppato all’interno della nostra comunità popolare, del nostro circolo familiare, perché è corrente nell’ambiente, parliamo di cose che risiedono nell’anima razionale o affettiva. Ma anche le cose che risiedono originariamente nell’anima cosciente penetrano nell’anima razionale: ad esempio, un’opinione che una volta abbiamo formato può divenire un’opinione abituale. Oppure una capacità può trasformarsi in abilità, in abitudine. Allora essa è discesa nell’anima razionale.

L’anima cosciente è anche la più isolata perché l’uomo, mediante essa, protende immediatamente i suoi tentacoli sensoriali nell’ambiente. Quando riflettiamo su ciò che vogliamo fare, viviamo nell’anima razionale. Quando osserviamo ciò che ci circonda, protendiamo, mediante i sensi, direttamente i tentacoli dell’anima cosciente nel mondo esterno, e ritorniamo così a ciò che ci rende l’essere più isolato. Difatti, per il fatto che il mondo sensibile ci si offre, diventiamo gli esseri più isolati. L’uomo si isola proprio perché, mediante l’anima cosciente, deve mettersi in relazione col mondo esterno in modo completamente locale e temporale. Ma le opinioni aderiscono più intensamente all’anima cosciente. Un’opinione prima si afferma e si radica nell’anima cosciente. Perciò l’uomo è, riguardo alle opinioni, un essere isolato. Riguardo alle abitudini, gli uomini si intendono già meglio fra loro. L’uomo è più autonomo, ma anche più isolato nell’anima cosciente; perciò non possiamo neppure trovare un vero accesso a ciò che costituisce il contenuto dell’anima cosciente di un altro uomo. Non sappiamo nemmeno se ciascuno vede il colore rosso o blu nello stesso modo in cui lo vediamo noi.

Ma prescindendo da questo, consideriamo soltanto il contenuto dell’anima cosciente, che consiste nelle opinioni. Prendiamo qualcosa che può sembrare straordinariamente logico, di cui possiamo immaginarci di aver fondato le opinioni nel modo più logico possibile: ebbene, con questi fondamenti logici non possiamo fare gran che presso i nostri simili. I fondamenti logici, in realtà, non agiscono inizialmente nella vita esterna; è anzi normale che non agiscano. Perciò è facile convertire alle nostre opinioni gli uomini in età giovanile, nell’infanzia. Più avanti, lo è sempre meno. Poiché il bambino non ci contrappone soltanto la sua anima cosciente, ma anche l’anima razionale e l’anima senziente. Ci contrappone tutta la sua personalità. E ciò mediante cui riusciamo a convincere dipende da molte altre cose, più che dall’anima cosciente. Agiscono la volontà, il sentimento. Se la direzione della volontà, i sentimenti, sono diversi nell’uomo, allora le più svariate posizioni possono essere fondate nel modo più logico. Tuttavia gli uomini, nel presente ciclo umano, sono autonomi principalmente soltanto riguardo all’anima cosciente, meno riguardo agli altri membri dell’anima. Sentite come si formano le opinioni: l’uomo è completamente libero di formarsi questa o quella connessione concettuale come propria opinione. Meno libero è quando viene in considerazione il contenuto dell’anima razionale. Allora l’uomo non si sente affatto libero; diversamente i suoi sentimenti e sensazioni non potrebbero fargli tanti scherzi. Possiamo essere completamente d’accordo con noi stessi, nelle nostre opinioni, che questa o quella cosa in realtà dovrebbe dispiacerci, eppure il sentimento parla diversamente, ci permette di trovare piacere nella cosa. Il fatto che il sentimento possa essere in disaccordo con le opinioni ci può mostrare che l’uomo non è così libero riguardo al sentimento come lo è riguardo alle opinioni. L’uomo si sente più fortemente non libero in tutto ciò che riguarda la volontà e così via, in tutto ciò che risiede nell’anima senziente. Il disaccordo è talora straordinariamente grande fra i più nobili propositi, fra l’opinione che questa o quella cosa non è buona, e l’impulso, l’affetto verso di essa. Un esempio drastico è il seguente. Un maestro che ha un bambino collerico vede, nell’anima razionale, che l’ira deve essere estirpata. Poiché non ci riesce con mezzi benevoli, gli getta il calamaio in testa, diventa lui stesso collerico. Abbiamo qui il più bell’esempio di disaccordo.

Che cosa avviene dunque nella vita dell’anima, che cosa accade laggiù, perché possa manifestarsi questo disaccordo? Accade il fatto che, nel presente stato dello sviluppo, siamo autonomi e isolati soltanto riguardo all’anima cosciente; eppure fra l’anima cosciente, al confine con l’anima razionale o affettiva, si verifica un influsso sulla nostra anima, un influsso di esseri superiori, sovrumani. E di nuovo, al confine fra l’anima razionale e l’anima senziente, abbiamo un tale influsso di forze esterne di esseri sovrumani; analogamente fra l’anima senziente e il corpo sentiente.

Descrivo ora lo stato che si presenta precisamente nel nostro tempo, nel nostro secolo. Per altri tempi è diverso. L’uomo può anche persuadersi assai facilmente che altre forze agiscono laggiù, dove viene in considerazione la volontà. Quando pensiamo, siamo con noi stessi. Possiamo sederci in un angolo e nel pensiero siamo con noi stessi. Quando l’uomo deve esercitare un impulso volitivo, deve muovere le braccia e i piedi, deve produrre un’azione fisica, un fatto. Se passate da un pensiero a un altro, la vostra coscienza rimane presente. Del passaggio che avviene laggiù, l’uomo oggi non ha inizialmente alcun’idea, quando ad esempio si forma il pensiero: voglio afferrare l’orologio — e poi esegue questo pensiero. Abbiamo qui un nesso completamente diverso da quello che si verifica nel passaggio da un pensiero a un altro, dove l’intera sequenza può essere seguita dalla coscienza. Questo è un esempio del fatto che altre forze intervengono in nostro aiuto. Al confine fra l’anima razionale e l’anima cosciente agiscono degli esseri che chiamiamo Angeli o Angeloi. Sono loro che condensano ciò che altrimenti accade soltanto in opinioni, in concetti nella coscienza, e lo condensano in ciò che può chiamarsi sentimento e in ciò che può chiamarsi emozione. L’espressione «sentimento» varia alquanto. Ciò che viene sentito, provato interiormente, è già una condensazione del pensiero. Agiscono dietro di noi forze che ci aiutano.

Passiamo ora all’altro confine, fra l’anima razionale e l’anima senziente. Abbiamo qui esseri ancora più elevati che intervengono. Sono loro che ridestano in noi la volontà, che vivificano il pensiero sino a trasformarlo in volontà: sono gli Arcangeli o Arcangeli. Quando però noi dal canto nostro entriamo in relazione col mondo circostante, sono gli Spiriti della personalità; allora avvertiamo già la resistenza del mondo quando interveniamo nel suo ordine. Così nei regni intermedi fra le singole forze dell’anima siedono degli esseri spirituali che ci guidano, che ci vivificano, e che hanno il compito di trasformare in atti, in forze, ciò che l’uomo, abbandonato a se stesso, potrebbe soltanto sperimentare come pensiero dentro di sé.

Orbene, accade in realtà subito, non appena entriamo in queste regioni subconsce della vita dell’anima, che le lotte le quali si svolgono nel mondo spirituale, e che debbono svolgersi, possono entrare anche nel campo della nostra coscienza. Dove agiscono gli esseri angelici, vi sono subito anche gli esseri luciferici, che sono i nemici degli angeli. Se soltanto gli angeli agissero, il nostro sentimento gradirebbe ciò che è bello, soltanto ciò che corrisponde alla nostra dignità umana. Gli esseri luciferici ci conducono verso ciò di cui noi medesimi, in tranquilla meditazione, non saremmo d’accordo, ma che tuttavia ci affascina. Dove agiscono gli arcangeli, possono agire anche gli esseri ahrimanici, che ci portano al punto che il nostro giudizio può trasformarsi in errore, e la nostra ricerca della verità in menzogna. Il pensiero logico ci è concesso libero come uomini. Nel momento però in cui giungiamo ai sentimenti, agli impulsi volitivi, altre essenze agiscono dentro di noi, anche quelle che contrastano con gli esseri ascendenti. Questo è il punto su cui dovrebbe istruirsi chiunque si occupi in qualche modo di ricerche occulte.

Là dove l’uomo nel presente si trova nel suo vivere ordinario, le cose sono già disposte in modo che le forze che contrastano agli angeli e agli arcangeli, le essenze luciferiche e ahrimaniche, con tutte le loro operazioni vengono tuttavia indirizzate verso il bene. Non bisogna voler essere più savi della direzione del mondo e domandarsi: perché l’uomo ha bisogno degli esseri luciferici e ahrimanici? L’uomo non potrebbe essere così libero se in questi due fattori non gli fosse dato un contrappeso nei confronti degli angeli e degli arcangeli. L’uomo deve avere la possibilità della menzogna, perché possa giungere autonomamente alla verità. Deve conquistarsi la verità come essere autonomo, perciò Ahriman deve essere presente. L’uomo deve resistere ad Ahriman e intraprendere il cammino verso la verità. In tal modo l’uomo è divenuto un essere autonomo, in cui è insito il senso della verità. I sommi conduttori del mondo hanno già disposto le cose in modo che ai loro nemici Lucifero e Ahriman non crescano le ali fino al cielo. Sono presenti, certo, per spingere l’uomo, a causa della sua libertà e dello sviluppo della coscienza, fino a una considerevole misura di impulsi impuri, di desideri e anche di giudizi scorretti; questi tuttavia possono trovare compensazione nel corso del karma e non possono disturbare la missione terrena. Questo appartiene alle più belle e profonde intuizioni cui l’uomo, per mezzo di studi occulti ed esoterici, giunge gradatamente: che egli comprenda come tutto ciò che è falso e cattivo possa essere in ultimo trasformato nel bene.

Sorge ora una domanda molto naturale, che propriamente ogni uomo deve farsi: al di là di questo fatto, esiste un motivo per cui l’uomo debba attraversare tutte le incarnazioni e giungere alla perfezione soltanto per mezzo di ogni errore? Sì, esiste un motivo. Andrebbe troppo lontano mostrare come, per mezzo delle precedenti vite terrene, l’uomo sia divenuto tale da poter maturare soltanto gradatamente. Attualmente egli è autonomo soltanto riguardo all’anima cosciente. Verrà però un tempo in cui l’uomo, malgrado ogni inclinazione all’errore, avrà una direzione ferma nell’agire e nell’operare. Se gli uomini non la possedessero ancora oggi, si troverebbero in perpetua lite e discordia. Come l’umanità si presenta, è matura per appropriarsi della libertà proprio per l’anima cosciente; gli uomini però non sono ancora maturi per divenire liberi riguardo all’anima razionale e all’anima senziente. Il progresso nasce dal fatto che lo sviluppo non può mai accadere completamente in linea retta. Possiamo vedere in tutte le culture come alcune anime si avanzino, assumano la guida, anticipino ciò che altre anime potranno conquistare soltanto in tempi successivi. Le anime umane attualmente sono pronte soltanto, riguardo all’anima cosciente, per divenire libere. Ma la saggezza spirituale conduce gradatamente anche l’anima razionale e l’anima senziente a divenire libere e a isolarsi, in modo che l’uomo non debba più guardare a ciò che è tramandato e abituale per trovare il bene, bensì l’impulso verso il bene fluisca dalla propria anima. Questa è anche una necessaria interpretazione della parola di Paolo: «Non io, bensì il Cristo in me». Quando il Cristo vive negli uomini, allora essi potranno essere liberi anche riguardo all’anima razionale e all’anima senziente.

Gli uomini hanno già raggiunto una certa impassibilità: riguardo alle cose più banali, logiche, riguardo al matematico-calcolatore. Laggiù la passione si è già ritirata dal cuore umano, così che gli uomini possono trovare per se stessi la verità. Ma per ciò che è all’interno dell’anima razionale e dell’anima senziente, gli uomini certamente ancora votano, considerano il votare addirittura come l’essenziale, perché laggiù ovunque forze luciferiche e ahrimaniche agiscono dentro.

Voi comprenderete come con un tale movimento, che è fondato sulla base della saggezza spirituale, e dove le forze più profonde dell’anima umana debbono essere destate all’isolamento, non possa essere associata la semplice curiosità per i mondi spirituali – in realtà questa non deve affatto essere l’impulso per la ricerca spirituale – bensì il sentimento della responsabilità. Per mezzo di questo movimento viene attratta nel nostro tempo ogni attitudine futura dell’uomo, viene destato un germe futuro che attualmente ancora non è maturo in generale. Questo dobbiamo tenerci bene presenti, e dobbiamo esserne consapevoli, come dobbiamo prestare attenzione con cura al fatto che, anche quando l’anima sia bella e simpatica all’interno della sfera spirituale, dobbiamo nondimeno essere vigili di fronte ai pericoli che le minacciano e dobbiamo risvegliare il sentimento della responsabilità. Quando l’anima impreparata si avvicina alle cose spirituali, il pericolo è comunque presente. Questo pericolo non lo scorge ognuno. Chi sta più profondamente all’interno della sfera, sa e deve sapere – se non vuole crollare sotto l’insostenibile – come deve stare sempre in guardia, e dire soltanto ciò che non una volta o dieci volte, bensì cento volte ha attraversato la sua anima! È difficile, riguardo alle cose spirituali, coniare le parole cosicché siano adeguate. Deve formarsi all’interno di tutto il circolo degli antroposofi un’opinione determinata: l’opinione secondo che esigono da coloro che rappresentano il movimento che prendano la verità seriamente in questo senso. Non si deve credere di poter semplicemente presentarsi come oratore ogni sera, senza continuamente e di nuovo lasciar attraversare dalla propria anima queste verità, perché siano correttamente coniate fino all’ultima parola. La difficoltà che in ciò consiste, il poter soltanto aprire la bocca per le verità spirituali, è una cosa. L’altra è che coloro che stanno in un tale movimento, in certo modo debbono badare che questo sentimento sia presente presso i rappresentanti del movimento. Ma anche colui che non sta ancora profondamente dentro, ha a cuore che alla sua anima non accada questo o quel cosa, e l’uomo dovrebbe sempre e continuamente chiedersi: Sono io pronto a rappresentare un movimento spirituale? Non devo inserirmi nel movimento in modo che le cose del mondo spirituale agiscano su di me ancora più fortemente? – Non si deve scoraggiare nessuno, ma ciascuno deve risvegliare in sé il sentimento: anche se ho fatto attraverso il vincolo della tradizione e dell’educazione ciò che è buono e giusto, esiste un confine dove alla rappresentazione del giusto non stanno soltanto gli angeli, gli arcangeli e gli spiriti della personalità, bensì dove stanno anche Lucifero e Ahriman. Sempre di nuovo si può osservare come persone che erano amorevoli della verità comincino a mentire quando verità della scienza dello spirito agiscono su di loro, perché non si sono detti a sufficienza: Soprattutto devi prepararti, devi lasciar agire su di te le verità spirituali, non devi permettere a te stesso di parlare! – Di una tale responsabilità ci si deve rendere conto. Però sarebbe vile dire: Allora non voglio inserirmi nel movimento spirituale. Non ci si comporta in modo giusto evitando il dovere di osservare la cautela, bensì osservandolo correttamente. Con ciò che è stato detto, moltissimo di ciò che è stato sempre un carattere del movimento spirituale che progredisce, rimane collegato.

Vi sono i grandi lumi, che debbono portare avanti gli uomini. Ma dove ci sono luci forti, spesso vi sono anche ombre molto forti. Da qui i non sempre ingiustificati rimproveri contro coloro che debbono portare giù le verità dal mondo spirituale al piano fisico. In ogni tale movimento, accanto a coloro che non hanno voluto che le verità spirituali fluissero giù nel mondo fisico, se ne sono trovati altri che non hanno voluto esercitare l’autocritica, che non hanno voluto dominare superbia e vanità. Questi sono divenuti come ce ne sono tanti all’interno dei movimenti spirituali, e a loro riguardo si deve dire: purtroppo il mondo esterno non sempre riesce a distinguere correttamente fra tali portatori e coloro che sono veramente i portatori. Talvolta accade anche il contrario. Proprio il nostro movimento della scienza dello spirito dovrebbe chiamare gli uomini al giudizio libero, dovrebbe spazzare via tutto ciò che domina basato soltanto sulla fede esterna nell’autorità. Finché nella società persiste il sentimento che conti la bocca attraverso cui si parla, fintanto non è raggiunto il nostro ideale. Dobbiamo ascoltare soltanto ciò che questa bocca dice, perché le cose ci brillano chiare quando ascoltiamo con senso di verità e logica imparziale. Il nostro movimento è nel massimo grado adatto a far germogliare e sviluppare il giudizio libero dell’uomo; ma passa per il nostro tempo una forte corrente, che si può denominare: comodità riguardo alla fede. Per mezzo della comodità della fede vengono create grandi ostruzioni al movimento della scienza dello spirito. Dal fatto che si crede qualcosa perché questo o quel tizio l’ha detto, il giudizio libero viene ritardato, e così la libera vita animica umana, l’autonomia anche riguardo all’anima razionale. È così comodo non dover pensare, e prendere semplicemente qualche verità perché questo o quel tizio l’ha detto; è molto più comodo poter credere alla persona, che non esaminare ciò che la persona dice.

Ho espresso più volte: è inizialmente possibile dare soltanto stimoli all’interno del movimento spirituale. Ma prendete tutto ciò che possiamo trovare nella storia, per esempio, su Zarathustra: nulla di ciò che qui si dice su Zarathustra sarà confutato, se soltanto si prende veramente tutto. Può essere esaminato, e quanto più severamente si esamina, tanto più piacevole è per chi vuole rappresentare il movimento spirituale in modo obiettivo. Ciò che egli vuole è la volontà di esame. Però è infinitamente più comodo credere, appellarsi semplicemente: «L’ha detto questo o quel veggente». Questo è un pericolo per il veggente vero o cosiddetto, se non è ancora veramente saldo. Qui c’è già una tentazione di dire ciò che la gente crede. Si scivola facilmente dentro a ciò che ci scivola dentro comunque facilmente, quando si tratta della salita nel mondo sovrasensibile. Si sale in un mondo dove veramente non è così facile controllare, come nel mondo fisico. Se si vuol controllare con l’intelletto, ai confini degli ambiti in cui agiscono Angeli e Arcangeli, ci vuole piuttosto molto per provarlo. Nella fede dipende spesso soltanto dall’impressione che si è ricavata dalla persona. Quanto siano facilmente influenzabili gli uomini riguardo alla fede, lo si vede dalla suggestione di massa.

La suggestione di massa è qualcosa su cui potranno essere fatte in futuro le scoperte più meravigliose. In tempi anteriori era qualcosa di completamente diverso, perché l’anima cosciente non era ancora così libera. Oggi l’uomo sta nella liberazione dell’anima cosciente, eppure sta ancora completamente nella non libertà dell’anima razionale. Per mezzo di che cosa viene suggerito? Non soltanto per mezzo di ciò che è simpatico o antipatico in una personalità; anche per il fatto che, ad esempio, qualcuno è entrato in un incarico, che deve provvedere a cinque figli, e ora si sente obbligato a dover rimanere nell’incarico. È oggi all’uomo spesso più gradito ascoltare tutto ciò che viene tratto in modo ciarlatanesco dal mondo sovrasensibile, che ciò che si basa su ricerca seria. Perché il primo ha due proprietà. Anzitutto è straordinariamente banale. Ciò, ad esempio, che i medium automatici scrivono è per lo più tale che uno potrebbe pensarselo ugualmente bene da se stesso, soltanto gli viene reso credibile dal modo in cui gli viene presentato. Allora l’uomo crede che qualcosa agisca, da dentro, dal mondo spirituale. Proprio per la loro banalità queste cose diventano gradite all’uomo. Oppure hanno l’altra proprietà: sono così incomprensibili che nessuno può comprendere nulla. Le cose particolarmente incomprensibili valgono allora spesso come particolarmente mistiche. Ai confini fra il sovrasensibile e il sensibile il ciarlatanesco può mischiarsi con ciò che si basa su seria ricerca. Va sottolineato questo: soltanto colui che adempie il suo dovere rimane vigile riguardo alla propria anima, che soprattutto ha riguardo per tutto ciò che può intorbidare gli istinti, in modo che crediamo di favorire le cause dell’umanità mentre favoriamo soltanto le proprie, ovvero affinché non si insinui, inosservata, in ciò che parliamo, la falsità, la menzogna, la tentazione di Ahriman.

Soltanto chi continua a restare vigile riguardo a tutto questo, soltanto chi sempre si dice: se entri in un movimento spirituale, c’è gran pericolo che tu diventi vanitoso e superbo — soltanto costui può andare avanti. Questo è ovvio. Non si deve fare a nessuno un rimprovero per questo, soltanto quando il soggetto non fa nulla per ridurre al minimo tali proprietà. Una tentazione straordinaria è presente: quella di non restare completamente nella verità, quando si ha a che fare con persone che ti credono. Si può dire alla gente ogni sorta di cose, se essa crede in base all’autorità. Allora la si ha facile. Non si deve neppure fare a nessuno un rimprovero per il fatto che, al suo avvicinamento al mondo spirituale, in lui compaia il falso; ma questo non deve scusarlo di fronte a se stesso, bensì deve fare tutto ciò che è in suo potere per cacciarlo fuori dalla sua anima. Questo è il senso del: conosci te stesso. Si devono cercare le ore solitarie, in cui si giunge a dirsi: ecco di nuovo una minaccia, perciò abbi cautela. Se non si hanno queste ore solitarie, se è sgradevole potersi confessare qualcosa non buono, se esse non sono il punto di partenza per combattere gli errori con tutta la forza, allora si è su una china scivolosa, allora si rotola giù anziché salire.

Queste sono cose che dobbiamo considerare attentamente, se vogliamo comprendere la nostra posizione di fronte alla ricerca occulta, di fronte alla ricerca che è il più alto dono di grazia che fluisce dal mondo spirituale nel mondo fisico, verso cui dobbiamo avere il massimo sentimento di responsabilità.

Il dovere di portare una parte dell’umanità nel mondo spirituale, perché soltanto così è possibile il progresso, e al contempo il sentimento di responsabilità debbono svegliarsi in noi; il sentimento: è un dovere, quando una volta ho conosciuto la cosa, di parteciparvi. È spesso rimproverato ai rappresentanti della scienza dello spirito di non prestare sufficiente attenzione alle considerazioni morali. Sono spesso affrontati, come anche oggi, perché nel proseguimento del nostro movimento spirituale, per mezzo di cui si deve essere condotti alle fonti spirituali, ciò venga anche sentito dagli impulsi che provengono da quelle fonti spirituali.

4°I corpi costitutivi dell'essere umano e l'evoluzione dell'umanità

Monaco, 11 Febbraio 1911

Nel corso dei nostri studi di scienza dello spirito veniamo innanzitutto informati della cosiddetta articolazione dell’uomo, e allora distinguiamo nell’uomo il corpo fisico, il corpo eterico, il corpo astrale, l’Io e così via. Ora potrebbe sembrare a molti che, dal momento che sappiamo che l’uomo consta di questi membri dell’essere, abbiamo già colto in qualche misura l’essenza dell’uomo. E molti credono in realtà di conoscere il più essenziale dell’uomo quando sanno enumerare questi diversi membri costitutivi, e magari sanno anche dire come l’uno o l’altro si comporta nel passaggio attraverso diverse incarnazioni. In realtà è assolutamente necessario, da un lato, che nella considerazione dell’uomo si parta da questi membri dell’essere; ma allora bisogna rendersi chiaro che, una volta familiarizzatici con essi, abbiamo fondamentalmente compiuto soltanto qualcosa di molto provvisorio. Infatti non dipende soltanto dal fatto che l’uomo consti di questi sette o nove membri, ma dipende dal rapporto di questi diversi membri costitutivi, da come l’uno si relaziona all’altro. Tale rapporto, tuttavia, non è affatto identico per tutti gli uomini e per tutti i tempi, ma è diverso; e soprattutto nel corso dei tempi dello sviluppo umano questo rapporto fra i membri cambia, sì che possiamo dire: se guardiamo all’umanità in un periodo che giace quattro o cinquemila anni dietro a noi, questi membri erano connessi tra loro diversamente da oggi, e in futuro saranno connessi in modo completamente diverso. Il modo della composizione, il rapporto dei membri dell’essere, cambia nel corso del tempo.

Il ripetuto apparire dell’uomo nel corso delle sue incarnazioni ha il suo significato profondo proprio nel fatto che, mentre l’uomo percorre in certo senso il proprio sviluppo individuale da incarnazione a incarnazione, nel corso dello sviluppo terrestre questo complesso di corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale compie il suo sviluppo rispetto al rapporto di tali membri, sì che l’uomo, a ogni nuova incarnazione, incontra una nuova composizione. Per il fatto che incontra una composizione diversa, l’uomo sperimenta sempre qualcosa di nuovo. Ci occorre soltanto, relativamente a un punto, paragonare per prima cosa i tempi antichi con il nostro tempo, e allora potremo ottenere una visione di ciò che s’intende.

Se guardassimo indietro al quarto e quinto millennio, alla cultura egizia, e osservassimo gli uomini, vedremmo che in essi vi era un rapporto assai più lasco fra corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale rispetto a oggi. Il corpo astrale e il corpo eterico erano, in certo senso, soltanto più debolmente incatenati al corpo fisico, in quei tempi antichi, rispetto a come accade oggi; e proprio questa è la tendenza dello sviluppo odierno: il corpo astrale e l’eterico vogliono sempre più densamente e saldamente connettersi al corpo fisico dell’uomo. Questo è assai significativo, perché, poiché nel corso dello sviluppo umano verso il futuro il corpo astrale e l’eterico hanno la tendenza a incatenarsi sempre più al corpo fisico, l’uomo, dalla sua anima, non esercita più sul suo corpo fisico la stessa influenza che esercitava nei tempi antichi. Nei tempi antichi il corpo astrale e l’eterico erano più liberi; in essi non agivano così energicamente le leggi del corpo fisico come oggi. Quando l’uomo, nei tempi antichi, provava un sentimento, qualche idea, la forza di tale sentimento, di tale idea si diffondeva rapidamente nel corpo astrale e nell’eterico; e di là l’uomo era in grado, poiché era padrone del suo corpo eterico e astrale, di dominare anche, a sua volta, dal suo interiore animico, il corpo fisico. Questa possibilità di dominare il corpo fisico dall’anima diminuisce sempre più, perché il corpo astrale e l’eterico s’installano sempre più nel corpo fisico.

Ma questo ha ancora un’altra conseguenza. Ha la conseguenza che l’uomo, nel corso dei tempi, per la sua natura naturale, diviene sempre più inaccessibile alle forze e alle potenze che agiscono su di lui dal mondo spirituale. Per questo motivo possediamo, nei tempi antichi, un’ispirazione e un’immaginazione naturali, una vecchia chiaroveggenza, perché negli uomini dei tempi antichi il corpo eterico e il corpo astrale erano più liberi. In questo corpo astrale libero e corpo eterico libero fluivano le forze delle gerarchie sovrumane, e potevano agire nel corpo eterico e nel corpo astrale. Ora, nel corso del processo dell’umanità, il corpo fisico strappa al vero interiore dell’uomo il corpo eterico e il corpo astrale, li reclama per sé, e la conseguenza è che l’influsso diretto dai mondi spirituali diviene sempre minore, sempre meno e meno può penetrare nel corpo eterico e nel corpo astrale dell’uomo.

Possiamo tracciare ciò anche nell’evoluzione esterna dell’uomo. Se andassimo molto indietro, diciamo nell’umanità egizia antica, troveremmo: come l’uomo era costituito nella sua anima, per esempio se aveva tali o tali passioni o impulsi, questo agiva nel corpo astrale e nell’eterico, e questo corpo astrale e corpo eterico imprimeva allora gli impulsi e le passioni nel corpo fisico. Perciò troveremmo che nei tempi molto antichi della cultura egizia, ma in generale nei tempi delle culture antiche, l’esterno dell’uomo era un’impronta della sua anima. Si poteva leggere dalla fronte, nella fisionomia, ciò che viveva nell’anima. Vi era una sorta di piena analogia tra l’esteriore fisico e l’animico. Poi venne il tempo della cultura greco-latina, venne quel popolo straordinario, posto nel mezzo del tempo postcataclismico. Sta nel mezzo in modo tale che ancora in generale le forze del mondo spirituale fluiscono verso l’anima e si esprimono nella corporeità. Per questo motivo presso i Greci quella straordinaria concordanza tra la corporeità esterna, la bellezza della corporeità esterna, e la bellezza dell’anima. Quest’anima bella era, poiché era libera dal corpo fisico, per questo atta ad aprirsi verso l’alto, verso le gerarchie. Le gerarchie inviavano le loro forze dentro. Questo si esprimeva nel corpo fisico, e per questo l’intero corpo fisico del Greco diveniva espressione dell’anima bella. Così troviamo che, in alto grado, un elemento sovrumano si esprimeva nel corpo umano nel tempo greco, un elemento universalmente umano.

In futuro ora — ed è importante che ce lo scriviamo nell’anima — sarà completamente diverso. In futuro il corpo fisico dell’uomo sarà più esigente, incatenerà a sé il corpo astrale e l’eterico, e soltanto per il fatto che l’uomo consapevolmente si rivolge al mondo spirituale, accoglie le idee, i concetti, i sentimenti del mondo spirituale, come ora iniziamo a fare nei movimenti spirituali, egli stesso potrà sviluppare quelle forze potenti che una volta gli venivano versate dalle gerarchie nel corpo fisico e nel corpo eterico. E l’uomo può, verso il futuro, se vuole restare signore del suo corpo fisico, trarre consapevolmente dal mondo spirituale potenti forze per superare le masse di forza ribelli del corpo eterico, che è legato al corpo fisico.

Possiamo dunque dire: nei tempi antichi precristiani la possibilità di agire nel corpo fisico veniva data agli uomini spontaneamente. In futuro questa possibilità sarà data agli uomini soltanto se faranno qualcosa per essa. Ma per questo fatto stesso, nel futuro dell’umanità, si manifesterà sempre più chiaramente che sorgerà una netta differenza fra gli uomini che si oppongono agli insegnamenti e alle conoscenze spirituali, e quelli che volentieri, consapevolmente e per istinto, si avvicinano alle conoscenze spirituali. Sappiamo che questi ultimi oggi formano ancora un piccolo stuolo. Ma questa separazione si compirà fra tali uomini, che sempre più si opporranno, per odio e avversione, allo spirituale, e quelli che volentieri, spinti almeno dapprima da un certo istinto, si avvicinano ai movimenti spirituali. Gli uomini che si oppongono lo mostreranno sempre più nel loro volto. Mostreranno che non hanno potere sulle loro gesta, sul loro fisico, che il loro fisico è dappertutto più forte di loro stessi. Quelli che si avvicinano agli insegnamenti spirituali mostreranno che ottengono forti forze per superare il fisico ribelle.

Questo si esprimerà così: gli uomini, rispetto alla loro educazione esterna e al loro sviluppo, mostreranno cose completamente diverse rispetto ai tempi antichi. Tornando una volta ancora ai tempi antichi, possiamo dire: se guardiamo agli Egizi come erano quattro o cinquemila anni prima della nostra era, possiamo vedere lo sviluppo infantile dopo la nascita in modo tale che il bambino non sembrava affatto propriamente umano. Sembrava come se un angelo vi fosse entrato, come se dal mondo spirituale avesse ricevuto le sue forme corporee morbide, che esprimevano direttamente lo spirituale nel fisico. E quanto più cresceva, tanto più diveniva umano. Si sviluppava verso l’umanità. Una grande consonanza tra la prima e la successiva infanzia della razza umana era nei Greci. Lì, già nella prima infanzia, si mostrava l’impronta dell’universalmente umano, e questa permaneva; per tal motivo si considera, a ragione, il popolo greco come una sorta di popolo infantile.

Nel futuro si manifesterà sempre più il fatto che l’uomo, e proprio l’uomo più significativo, da bambino piccolo dopo la nascita è brutto, veramente brutto nel senso dell’ideale di bellezza greco. Ma quanto più l’uomo si familiarizza con idee spirituali, tanto più la sua forma e figura acquisterà qualcosa di caratteristico; si trasformeranno i lineamenti, che dapprima sono confusi, indeterminati, sì bruttissimi nel bambino, in modo che si noterà nei lineamenti del viso: essi sono l’espressione delle idee e dei concetti del mondo spirituale. Questo accadrà sempre più. Ciò che appare nell’umanità esterna si mostra talvolta come compresso nell’arte. In realtà il materiale per quell’umanità che dovrebbe andare incontro al futuro è tratto dalle masse popolari europee, mentre il materiale per quell’umanità che possedeva il vecchio dominio sul corpo fisico proveniva dal sud. Così abbiamo anche, nell’arte, nell’arte greca, l’espressione dell’uomo generalmente bello. Perfino alle sue figure divine il Greco imprime l’espressione dell’uomo bello, e questo continua fino al rinascimento dell’Europa meridionale. Se paragonate una Madonna di Raffaello con una del nord, vedrete che l’arte anticipa ciò che accade veramente. Lì avete la forma più caratteristica: il caratteristico predomina. Gli ultimi echi dell’arte greca agiscono come se avessero la bellezza senza il loro contributo. Una profondità interiore forte, un interiore animico potente è ciò su cui l’umanità dovrà contare nel prossimo futuro. Verso un tale periodo stiamo muovendoci, e proprio questo fatto dobbiamo metterlo in relazione con l’altro, che questi diversi membri costitutivi dell’uomo hanno un diverso rapporto nei diversi tempi dello sviluppo dell’umanità. Erano più lenti prima, e sempre più i membri inferiori si stanno avvicinando strettamente l’uno all’altro.

Ora molte cose sono connesse a un tale fatto, che nel nostro tempo può presentarsi al consapevole osservatore della vita molto concretamente; ad esempio l’impossibilità di certi uomini di comprendere concetti comunque adeguati ai fatti del mondo. Oggi esistono già numerosi uomini che possiedono così fermamente i concetti che sono stati loro inculcati, che è puramente impossibile per loro accogliere in seguito un nuovo concetto. Da dove viene? Un corpo eterico poco saldamente legato al corpo fisico può accogliere sempre più nuovi concetti, perché è elastico. Un corpo eterico saldamente connesso al corpo fisico apprende una certa somma di concetti, poi il corpo fisico ha assunto una forma determinata, che impone al corpo eterico. E così accade che molte personalità, nei nostri circoli colti e dotti, oggi non possono più cambiare, negli anni successivi della vita, ciò che hanno impresso nel cervello, e sono rigidi e inelastici riguardo ai loro concetti. Il loro corpo eterico non può più uscirne, non è più liberato dal corpo fisico. Allora è soltanto la forza, il potere e l’incisività dei concetti e delle idee spirituali a rendere possibile che l’uomo superi questa tendenza. Perché l’uomo deve superare attraverso se stesso una tendenza cosmica. È proprio questa la missione dell’uomo: superare attraverso se stesso una tendenza cosmica.

Si può chiarire la cosa fondamentalmente per mezzo di un paragone. Raffiguratevi semplicemente una pianta che è permeata di liquido e per questo è fresca e verde. Immaginate sotto l’umidità il corpo eterico, e sotto l’altro elemento il corpo fisico dell’uomo. Tale corpo fisico dell’uomo, ho detto, diviene potente per il fatto che attrae a sé il corpo eterico e anche il corpo astrale; acquisisce supremazia. Per questo motivo i corpi eterico e astrale diventano impotenti, come quando a una pianta viene tolta l’umidità e diventa secca, lignificata. Il corpo fisico dell’uomo inizia gradualmente a lignificarsi, perché le forze del corpo eterico e astrale si impoveriscono. Un cervello che così si lignifica può accogliere soltanto pochi concetti, perché vuole restare ai propri concetti. Dobbiamo mantenere vivo il nostro corpo astrale e il nostro corpo eterico accogliendo idee e concetti spirituali.

Vediamo così che nel movimento spirituale del presente si tratta di una necessità giacente nella missione dell’uomo per il futuro, qualcosa che è tanto necessario quanto qualsiasi evento che sia giunto sul genere umano senza intervento umano. Ci si opporrà certamente a lungo, con forza, contro tali verità, ma tutta questa opposizione non gioverà a nulla. Gli uomini si accorgeranno dal modo del corso culturale, come sempre più emergerà nei tempi successivi, che le cose stanno così. Saranno i fatti a dimostrarlo agli uomini.

Ora, non è soltanto per l’intero sviluppo umano che questo rapporto dei singoli membri costitutivi umani si modifica, ma anche per la singola vita umana. Non è affatto lo stesso il rapporto fra corpo eterico, corpo astrale e Io per la prima infanzia e per la successiva età dell’uomo. Anche nell’uomo stesso, nello sviluppo umano singolo, dobbiamo tenere conto che il rapporto si modifica. Abbiamo particolarmente, come un tempo molto importante nel corso della singola vita umana, quel tempo che comprende approssimativamente i tre primi anni di vita. Fondamentalmente ogni uomo è allora un essere completamente diverso rispetto a dopo. Sappiamo che questi tre primi anni e il tempo successivo sono nettamente delimitati l’uno dall’altro da due fatti. Uno è questo: che l’uomo soltanto dopo il passare di questo tempo impara a cogliere l’Io, a dire a se stesso Io, a comprendere la sua Ioità. L’altro è che l’uomo, quando poi si ricorda più tardi, si ricorda al massimo soltanto fino a questo punto, il punto che separa questo periodo dalla vita successiva. Nessun uomo sa, nello stato normale, nulla di quello che precede questo punto. L’uomo è allora un essere completamente diverso, in una certa relazione. E sebbene ancora oggi gli psicologi più incredibili dicano sciocchezze, dobbiamo tuttavia attenerci a questa conoscenza, che in realtà l’uomo giunge alla consapevolezza della sua Ioità soltanto dopo il passare di questo tempo. Oggi esistono persino psicologie in cui si può leggere che l’uomo imparò prima a pensare e poi a parlare. Ora, un’assurdità come quella che viene scritta oggi in scritti psicologici divulgativi è soltanto possibile in un’epoca in cui coloro che esercitano oggi la psicologia nei posti ufficiali sono considerati come scienziati seri. Questo fatto appartiene ai più importanti: consideriamo la separazione di questi primi anni di vita dai successivi, e in certo senso guardiamo, nel corso di questi primi anni, all’uomo come a un essere completamente diverso rispetto a dopo.

Più tardi sorge allora l’Io dell’uomo, ciò cui tutto è legato. Ma nessun uomo dovrebbe sostenere che questo Io fosse prima inattivo. Naturalmente non era inattivo. Non nasce nel terzo anno: era lì, aveva soltanto un altro compito, quello di non interferire nell’attività della consapevolezza.

Quale compito aveva? È il fattore spirituale più importante nella formazione dei tre involucri del bambino: del corpo astrale, del corpo eterico e del corpo fisico. L’involucro fisico del cervello viene continuamente trasformato. Lì abbiamo continuamente l’Io al lavoro. Non può divenire consapevole, perché ha un compito completamente diverso: deve prima formare lo strumento della consapevolezza. Lo stesso che più tardi ci diviene consapevole lavora prima sul nostro cervello fisico, nei primi anni di vita. È come se fosse soltanto un cambiamento del compito dell’Io. Prima lavora su di noi, poi in noi. È veramente un plasticatore, per primo, questo Io, ed è ineffabile ciò che esso compie nella formazione stessa di questo cervello fisico. Un gigantesco artista è questo Io. Ma chi gli dà la forza? Questa forza la possiede dal fatto che nell’Io, nei primi tre anni di vita, fluiscono le forze della gerarchia prossimamente superiore, degli Angeli. Infatti — questo non è un’immagine, non è una similitudine, ma effettivamente una verità — opera nell’uomo, attraverso l’Io dell’uomo, un Angelo, cioè un essere della gerarchia prossimamente superiore. Tale essere opera nell’Io e attraverso l’Io sull’uomo, configurandolo plasticamente. È come se l’uomo avesse l’intero flusso della vita spirituale, come se fluisse verso le gerarchie superiori, e da lì le forze delle gerarchie superiori fluissero su di lui.

Se si paragona questo con i Rishi, gli antichissimi saggi dell’umanità, si dovrà ricordare che, se uno volesse aspettarsi da loro l’intelletto degli odierni eruditi, si sbaglierebbe molto. Se un uomo odierno li incontrasse, non li considererebbe affatto come uomini significativi. Sarebbero semplicemente, per lui, contadini ingenuamente infantili. Forse oggi non esiste un’ingenuità come quella presente nei Rishi. Ma allora, quando avevano i loro tempi, attraverso di loro parlava ciò che fluiva come corrente d’ispirazione, e allora dicevano cose che erano i segreti dei mondi superiori, perché nel corso di tutta la loro vita propriamente non pronunciavano mai la parola Io nel senso degli uomini odierni. Non hanno mai detto Io. Si distinguevano quindi dal bambino per il fatto che il bambino ha la rappresentazione primitiva. Ma in questa stessa forma della vita animica fluivano dentro i più alti tesori di saggezza, come se oggi un bambino, nei primi tre anni, dicesse la più grande saggezza. Non la dice propriamente — ma forse, tuttavia, soltanto per una parte degli uomini non la dice. Forse mi è permesso ricordarvi che spesso ho espresso il detto: il più saggio forse può imparare di più dal bambino. E se effettivamente colui che può guardare nei mondi spirituali ha il bambino davanti a sé con il flusso che sale verso il mondo spirituale, allora è così — mi perdonerete l’espressione triviale —, allora chi sa guardare nei mondi spirituali ha, nel bambino, qualcosa come una connessione telefonica con i mondi spirituali. Attraverso il bambino parla il mondo spirituale. Gli uomini semplicemente non lo sanno. Il più saggio può imparare di più dal bambino. Il bambino non parla, bensì l’Angelo che parla dal bambino.

Ora la domanda è questa: come si rapporta, alla vita successiva, l’intera costituzione dell’uomo di allora, quando il suo Io non è soltanto il quarto membro, ma contemporaneamente il membro inferiore di un Angelo? Potremmo addirittura enumerare i membri dell’Angelo per questo tempo, e contare l’Io del bambino come il membro inferiore dell’Angelo. Le relazioni fra i membri dell’essere sono completamente diverse rispetto a dopo. Si tratta dunque di vedere come si trasformi dopo, nell’uomo. Che cosa accade dopo? Accade che una sorta di flusso vivente viene strozzato, e l’uomo perde la connessione vivente con il mondo spirituale. Per questo motivo, nei primi anni di vita, le forze più intense che l’uomo porta con sé dalle sue incarnazioni precedenti si manifestano nell’uomo. Lì il nucleo essenziale delle parti spirituali opera più intensamente, in modo che la corporeità esce plasmata in modo che sia adatta all’incarnazione. Come si rapporta a questo la successiva consapevolezza normale? Tanto che l’uomo oggi semplicemente non ha più quel corpo, quel corpo eterico e le sue relazioni con il corpo fisico, come erano presenti nei santi Rishi. Lì rimase, per il corpo eterico e il corpo astrale, per tutta la vita, il rapporto di eredità che rendeva possibile che questo Io potesse lavorare plasticamente all’involucro esteriore dell’uomo. Oggi ereditiamo già con la nascita un corpo fisico così denso e pretenzioso che soltanto una piccola parte del lavoro che una volta veniva compiuto dall’Io può essere compiuta. Il nostro corpo fisico non è più adatto a quello che siamo nei primi tre anni.

Ereditiamo quel corpo fisico che ci è necessario per i successivi anni di vita, e questo non è adatto a dirigere lo sguardo verso i mondi spirituali. Il bambino non sa quello che vi fluisce dentro, e gli astanti ancora meno, perché il corpo fisico si è trasformato, è diventato più denso, più secco. Nasciamo con un’anima che, ancora nei primi tre anni, si estende verso i mondi spirituali; ma nasciamo con un corpo che è chiamato a sviluppare la consapevolezza, in cui vive l’Io, per il resto della nostra vita. Se non avessimo questo corpo fisico denso, certo rimarremmo infantili in virtù del ciclo umano odierno. Ma poiché lo possediamo, la convivenza con il mondo spirituale durante i primi tre anni non può giungere a piena consapevolezza.

Che cosa deve allora intervenire nel corso dello sviluppo dell’umanità? Qual è l’unica cosa sana? Possiamo esprimere questa cosa sana più facilmente se usiamo i due concetti del tempo antico per questi due uomini che vivono in noi. L’uno è l’uomo spirituale-animico dei primi tre anni d’infanzia, che non corrisponde più propriamente all’uomo esteriore, ma non può sviluppare consapevolezza dell’Io. Quest’uomo lo si chiamava, nei tempi antichi, il Figlio di Dio. E colui che oggi ha il suo corpo fisico in modo che la consapevolezza dell’Io possa vivervi dentro, lo si chiamava il Figlio dell’uomo. In modo che il Figlio di Dio vive nel Figlio dell’uomo. Oggi è così: il Figlio di Dio non può più divenire consapevole nel Figlio dell’uomo, bensì deve prima essere staccato quando deve sorgere l’odierna consapevolezza dell’Io. Ma il compito dell’uomo è di trasformare il Figlio dell’uomo, gli involucri esterni, attraverso la consapevole accoglienza del mondo spirituale, così da superarlo, da diventarne signore, in modo che poco a poco il Figlio dell’uomo sia di nuovo completamente permeato dal Figlio di Dio. Quando la terra avrà raggiunto il termine della sua evoluzione, l’uomo deve avere consapevolmente compiuto ciò che non può fare inconsciamente fin dall’infanzia. Con la sua parte divina deve avere completamente permeato il suo Figlio dell’uomo. Che cosa deve permeare completamente l’uomo, che cosa deve versarsi in tutti i membri del corpo fisico, del corpo eterico e del corpo astrale, affinché l’uomo permei completamente il suo Figlio dell’uomo con il Figlio di Dio? Allora deve — permeato dall’Io, pienamente consapevole — ciò che vive nei tre primi anni di vita, permeare completamente l’uomo, deve versarsi.

Supponiamo che dovesse apparire davanti a noi, come un modello di ciò che l’uomo deve diventare, un essere come un ideale. Che cosa deve compiersi in tale essere? Ciò che, come anima, siede dentro di lui non si può usare, non può permeare gli involucri esterni. Un uomo ordinario dell’odierna evoluzione non potrebbe realizzare l’ideale umano terreno, non potrebbe rappresentarlo. Dovremmo strappar via l’anima — averlo davanti a noi come Figlio dell’uomo strappato dell’anima — e immergere dentro un’anima come quella che è l’anima nei tre primi anni di vita, soltanto permeata da piena consapevolezza dell’Io. In nessun altro modo potremmo presentare davanti a noi un ideale dello sviluppo terreno, se non un uomo cui strappiamo l’anima e cui impiantiamo un’anima come nei tre primi anni, e quest’anima infantile dovrebbe avere piena consapevolezza dell’Io. Dovremmo impiantarla. E quanto a lungo potrebbe resistere un’anima come questa in una vita fisica umana? Il corpo fisico può portare un’anima così soltanto per tre anni, poi deve assoggettarla. Così in un uomo come questo il corpo fisico deve rompersi dopo tre anni. Tutto il karma della terra dovrebbe essere ordinato in modo che il corpo fisico si rompa dopo tre anni. Perché nell’uomo, come è oggi, è così: ciò che vive in tre anni viene assoggettato. Ma se rimane, allora dovrebbe al contrario assoggettare e far scoppiare il corpo fisico. Così un ideale di ciò che è la missione terrena dell’umanità si realizzerebbe soltanto se, in un uomo, il corpo fisico, il corpo eterico e il corpo astrale rimanessero per sé, la solita animicità dell’anima fosse strappata via, e dentro fosse immersa l’animicità dei tre primi anni con piena consapevolezza dell’Io. Allora l’anima farebbe scoppiare il corpo umano, ma durante questi anni vivrebbe come immagine perfetta di ciò che l’uomo può raggiungere.

Questo ideale è l’ideale del Cristo, e ciò che accadde nel battesimo del Giordano è la realtà di ciò che è stato descritto. È stato effettivamente presentato all’umanità terrena ciò che dobbiamo comprendere come l’ideale umano. Non può essere altrimenti. Ciò che vediamo è accaduto. È accaduto che, attraverso il battesimo del Giordano, l’anima cui siamo legati durante i nostri tre primi anni d’infanzia, ora pienamente permeata dall’Io umano, in piena connessione con il mondo spirituale verso l’alto, fosse immersa dentro un corpo umano da cui l’anima precedente se n’era andata; e che dopo tre anni quest’anima ha fatto scoppiare i corpi. Così abbiamo nei tre primi anni di vita un debole riflesso di ciò di cui abbiamo davanti un riflesso completamente nudo: di ciò che, come essenza di Cristo, ha vissuto tre anni nel corpo di Gesù sulla terra. E se cerchiamo di sviluppare in noi stessi un’essenza umana come quella che è l’anima dell’infanzia, ma pienamente permeata da tutto il contenuto del mondo spirituale, allora abbiamo una concezione di quella Ioità, di quella Cristità, di cui parla Paolo quando pone la richiesta agli uomini: «Non io, bensì il Cristo in me» — l’anima infantile riempita con la piena Ioità. Per mezzo di questo l’uomo diviene tale che può permeare il suo Figlio dell’uomo con il suo Figlio di Dio, e sarà in grado di realizzare il suo ideale terreno, di superare tutta l’essenza esterna, e di trovare di nuovo la connessione con il mondo spirituale.

Ma come dobbiamo diventare? Ogni detto ha un significato molteplice nei documenti religiosi. Dobbiamo diventare come i bambini, se vogliamo guardare dentro i regni dei cieli, ma con la piena maturità dell’Io. Questo ci sta davanti fino al tempo in cui la terra avrà compiuto la sua missione. È qualcosa che ci può colpire molto, molto straordinariamente, quando da un lato guardiamo a come fondamentalmente il nostro corpo fisico va incontro a un processo di disseccamento, e dall’altro si inserisce il processo di spiritualizzazione, in quanto supera ciò che va incontro al disseccamento verso il futuro. Dal mondo spirituale l’interiore deve divenire così forte che l’esteriore ribelle adatti il suo carattere. Con questo restiamo, come uomini, in armonia con la nostra evoluzione terrena. Ce lo dice la scienza spirituale della nostra terra: che siamo da lungo tempo oltre il punto in cui il regno minerale, che forma il suolo, dal granito attraverso il gneiss, lo scisto, fino alla nostra terra agraria, ha le sue fresche forze di costruzione, bensì che tutto questo è compreso in un continuo processo di distruzione. Non camminiamo su un terreno che è compreso in neogenesi, bensì, poiché la terra è oltre la metà della sua evoluzione, su un terreno che già si dissolve, che è già compreso in distruzione. Stiamo, con la nostra formazione, completamente in armonia con la nostra formazione planetaria. Abbiamo un corpo fisico dentro di noi che gradualmente si dissecca e che dobbiamo superare; ma abbiamo anche nel terreno qualcosa che è compreso nel decadimento, e come si formano valli e montagne, è decadimento della crosta terrestre.

La scienza spirituale dice: cammini su una terra che si sfascia. Se sali su una montagna, devi essere consapevole che lì qualcosa si è rotto, spaccato, e che la frattura non è un processo di sviluppo ulteriore. Siamo oltre la metà dello sviluppo terrestre da allora, dalla metà del tempo atlantico in poi. Da allora camminiamo su una terra distrutta, che un giorno cadrà da noi come cadavere. È uno dei più begli esempi di come questa conoscenza spirituale stia in piena armonia con la vera scienza del presente. Perché gli antroposofi dovrebbero imparare a distinguere fra ciò che è vera scienza, e tutto ciò che oggi si presenta come scienza attraverso innumerevoli canali pubblici, ma non è altro che una somma di pregiudizi e simili. Se si va alle vere fonti delle singole scienze, si ottiene l’intuizione che la conoscenza spirituale è in piena armonia con la scienza. Qui c’è uno dei più begli esempi. Perché non c’è geologo più profondo di Eduard Suess, ed è certamente giusto ciò che dice un altro geologo, che l’opera di Suess «Il volto della terra» è l’epopea geologica della terra. È stato certamente lavorato con particolare diligenza. Quest’opera è quella in cui si può trovare, come in un’opera monumentale, ciò che oggi, con ogni cautela e senza essere prevenuti da teorie, sulla base dei fatti geologici si può affermare. Suess non investiga, come ancora fecero Buch o Humboldt, seguendo idee preconcette, ma semplicemente ciò che è fatto. E qui è interessante ciò che Suess sa dire sulla vera formazione del suolo terrestre, partendo da accurati fatti. Per lui è effettivamente, nella formazione del suolo terrestre, esattamente ciò che per la scienza spirituale è il suolo odierno, soltanto che egli non sa nulla della scienza spirituale, bensì trae i suoi giudizi dai puri fatti fisici. Per lui le valli sono sorte per il fatto che certe forze hanno agito in modo che il materiale di roccia e pietra è crollato, e così si è formata una depressione, mentre un’elevazione rimase, e così via. Tutto questo è stato formato per crollo, capovolgimento e piegamento, in cui agiscono ancora soltanto forze distruttive. Un brano posso mostrarvi dalla sua grande opera. Così vedrete come qui, dove abbiamo a che fare con vera scienza, vi sia armonia con ciò che è conoscenza spirituale. Dice a un certo punto della sua opera: «È il crollo del globo terrestre a cui assistiamo. Ha certo iniziato molto tempo fa, e la breve durata del genere umano ci permette di rimanere di buon animo. Non soltanto nell’alta montagna le tracce sono presenti. Grandi lastre centinaia, sì in singoli casi molte migliaia di piedi si sono sprofondati, e non il minimo gradino alla superficie, bensì soltanto la diversità dei tipi di roccia o profonde miniere dei minerali rivelano l’esistenza della frattura. Il tempo ha pareggiato tutto. In Boemia, nel Palatinato, nel Belgio, in Pennsylvania, in numerosi luoghi l’aratro percorre tranquillamente i suoi solchi sulle più potenti fratture».

Questo è soltanto detto qui per mostrarvi come il nostro pianeta terrestre, nel senso della saggezza spirituale, mostri questo processo di disseccamento, di prosciugamento e di distruzione, proprio come il corpo fisico. Gli uomini che oggi stabiliscono visioni del mondo non vanno alla vera scienza. Perché ci vuole molto soltanto per studiare l’opera gigantesca di Eduard Suess. Ma non gioverebbe a nulla se non si fosse familiari con l’intera scienza geologica del presente, nella misura in cui essa insegna a leggere un’opera come questa. Dove l’uomo si rivolge alle vere fonti di conoscenza, là trova ovunque i fatti assoluti.

Ma qui c’è una scienza spirituale, ed essa ci dice: le cose stanno così — ad esempio riguardo al corso del nostro sviluppo terrestre — che la terra, una volta, prima che vi fossero organismi, non si trovava in quello stato fantastico in cui il granito era fluido, bensì in uno stato in cui l’intera terra era permeata da un’attività simile a quella che ha luogo, ad esempio, nell’uomo quando pensa. Questo processo di decomposizione fu una volta iniziato, e in tal modo si realizzò ciò che si può dire: dal corpo dell’organismo terrestre caddero come una pioggia le sostanze chimiche che oggi il corpo dell’organismo non contiene più, quindi ad esempio le sostanze di cui consiste il granito. Questo filtrò verso il basso, ed essenzialmente erano questi processi di distruzione che, in unione con il chimismo della terra, generarono la possibilità che il granito sorgesse come terreno materno solido della terra. Ma già allora fu iniziato un processo di decomposizione, e ciò che oggi è deve esserne la conseguenza. I nostri processi minerali sono conseguenze di quel processo di decomposizione che procede in linea retta. Che cosa deve mostrarci la vera scienza della natura? Che veramente quei processi esistono che devono esistere. Dappertutto lo vediamo nella vera scienza della natura. Da nessuna parte la vera scienza della natura contraddice ciò che la scienza dello spirito richiede; dappertutto è soltanto conferma.

Tale conferma l’uomo la troverà anche riguardo a reincarnazione e karma. Ma l’umanità deve una volta emergere da tutte le teorie, dai pregiudizi e simili. I fatti vanno usati dappertutto, dove sono fatti; non confuse ipotesi come l’assunzione che una volta esisteva ciò che i teorici geologici pensano come lo stato della terra al tempo del granito, senza contare le teorie filosofiche del presente, in cui abbiamo qualcosa davanti che è abbastanza abbandonato da ogni spiritualità. Non lasciamoci impressionare da discorsi come, ad esempio, quando qualcuno viene e dice: lo sviluppo individuale umano, che fondiamo su reincarnazione e karma, proviene dalle infinità dello sviluppo spirituale. È possibile che oggi un uomo possa diventare celebre nel mondo e dica che lo sviluppo individuale umano proviene dall’infinità dello sviluppo spirituale —, il che non è altro che assurdità appiattita, anche se proclamata come filosofia ufficiale ed è legata al nome di Wundt. Qui stiamo veramente al confine di due mondi spirituali, e di questo dobbiamo essere consapevoli. L’uno è la vera scienza della natura, che dappertutto conferma soltanto la scienza dello spirito, nella misura in cui poggia sui fatti. L’altro sono le varie teorie filosofiche, le ipotesi e ogni sorta di roba «spirituale» su ciò che dovrebbe stare a fondamento dei processi esterni. Da questo la scienza dello spirito deve veramente separarsi rigorosamente. Allora vedremo sempre più come diviene possibile comprendere che ciò che ci appropriamo attraverso la conoscenza spirituale — questa composizione dell’uomo e le relazioni dei membri nei diversi periodi dello sviluppo dell’umanità, anche dello sviluppo individuale umano — ci conduce profondamente nei segreti del mondo, e che in qualcosa come una giusta considerazione dei tre primi anni d’infanzia è dato il primo gradino per conoscere il mistero del Golgota nella sua verità, e per comprendere veramente una parola come questa: se non diventerete come i bambini, non potrete entrare nei regni dei cieli!

5°Sapienza, pietà e sicurezza di vita

Basilea, 23 Febbraio 1911

La scienza dello spirito dona sicurezza di vita e forza quando viene intesa rettamente e compresa nei suoi veri significati. Come può dispiegare il suo effetto benefico nella nostra esistenza quotidiana e nelle nostre aspirazioni spirituali? Molte persone credono fermamente che, per condurre una vita veramente buona e consona ai propri propositi, sia piuttosto nocivo che benefico procurarsi nuove conoscenze in questo campo specifico e raccogliere saperi spirituali. A che scopo occorre davvero tanta scienza dello spirito? Perché dedicarsi a imparare così tante cose riguardo allo sviluppo della Terra e dell’intero sistema planetario in cui siamo immersi? Se si tenta semplicemente di ricercare in sé il proprio Sé superiore senza pretese teoriche e di diventare così una persona migliore attraverso l’autoformazione, allora si è in fondo anche il miglior teosofo, si potrebbe dire.

Ad altri spiriti, invece, più inclinati al teorico e alle costruzioni intellettuali, piace udire in dettaglio di che cosa consista l’uomo nelle sue molteplici componenti, esercitare il loro intelletto sapendo come l’umanità si è sviluppata attraverso le diverse epoche di cultura, dal passato remoto fino al presente, conoscere regolari periodi numerici e cosmici, e vorrebbero apprendere tali cose subito, con rapidità. Preferirebbero redigere brevemente gli insegnamenti più importanti secondo un metodo sistematico e poterli divulgare in una specie di catechismo ordinato.

Questi due atteggiamenti esteriori non corrispondono affatto a quello che la scienza dello spirito può veramente essere per l’uomo, e a ciò che diventerà per colui che, attraverso la scienza dello spirito stessa, sa inserirsi nella vita in modo retto e consapevole. Certo è vero, senza dubbio, che siamo composti di corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e dell’Io essenziale. Se però si crede che con questo semplice elenco sia stato compiuto qualcosa di profondo, se si ritiene che si riesca a elencare soltanto nomi e che questo basti, ci si inganna completamente. Si possiede soltanto uno schema esteriore, una lista di parole. Sappiamo veramente qualcosa di significativo sull’uomo soltanto quando riusciamo ad applicare concretamente un tal sapere alla vita reale e alle sue manifestazioni. Questo però non è possibile se non ci viene reso chiaro che non si tratta semplicemente di conoscere i nomi di questi quattro membri della nostra costituzione, bensì di sapere profondamente come essi siano effettivamente collegati nell’uomo vivente. Se nel corpo eterico di una persona il collegamento con il corpo fisico sia più stretto oppure più lasco; se il corpo eterico e il corpo astrale si ricerchino vicendevolmente, aspirando con desiderio a un’unione stretta e intima, oppure se restino più debolmente congiunti e quasi indifferenti: ecco ciò che importa veramente.

Se volgiamo lo sguardo coscientemente a questo aspetto fondamentale della natura umana, emerge che nel corso dello sviluppo dell’umanità sulla Terra tale rapporto fra i membri si è modificato profondamente nel tempo. È stato diverso nel passato remoto, e sarà diverso in un futuro prossimo, rispetto a come si presenta oggi. Se guardiamo l’antico egiziano dei primissimi millenni della cultura egizia nel suo sfolgorio — noi stessi, infatti, in incarnazioni precedenti — troviamo in quell’antico egiziano un uomo in cui il collegamento tra corpo fisico, corpo eterico e corpo astrale era ancora più lasco e meno concentrato. Se guardiamo invece all’uomo contemporaneo, scopriamo un collegamento assai più stretto, più denso, più compatto. Nel futuro si affermerà sempre più che tale collegamento diventi progressivamente più denso e concentrato, fino a forme di integrazione ancora impensabili. Soltanto così il passaggio consapevole attraverso le diverse epoche di cultura acquista per noi un significato vero e profondo. Quando parliamo del fatto che l’uomo si incarna più volte attraverso il ciclo delle vite terrestri, si può anche legittimamente chiedere: perché dunque si reincarna ancora e ancora? Di fatto, grazie al fatto che il collegamento dei veli corporei sempre muta e cambia da era a era, incontriamo sempre un tipo diverso di uomo esteriore, una struttura nuova. Come Caldei avevamo veramente una struttura corporea completamente diversa dall’odierna, in ogni suo aspetto, e in futuro avremo ancora altre strutture via via diverse. Compiendo esperienze estremamente diverse e molteplici, giacché possediamo veli umani sempre diversi e trasformati.

Orbene, per il nostro compito contemporaneo si tratta di formarci rappresentazioni giuste e consone alla realtà riguardo al modo profondo in cui il nocciolo essenziale interiore dell’uomo, quel Germe che procede da incarnazione a incarnazione, si rapporta effettivamente a ciò in cui ci rivestiamo temporaneamente: al corpo astrale, al corpo eterico e al corpo fisico materiale. La scienza esteriore, in realtà, esamina soltanto il velo esterno, la superficie dei fenomeni. Non sa nulla delle leggi più profonde che operano continuamente da incarnazione a incarnazione. Ma anche le leggi del velo esteriore, il suo funzionamento e le sue manifestazioni, la scienza esteriore le misconosce nel loro vero significato più profondo e nei loro nessi occulti. Possiamo convincercene facilmente se consideriamo tali nessi ai quali la scienza esteriore crede fermamente e in cui confida, e altri ai quali consapevolmente non crede. È assai interessante e istruttivo notare che la scienza tradizionale per lungo tempo ha avuto l’inclinazione generale ad attribuire all’uomo il libero arbitrio completo e illimitato. Ho però già sottolineato in altre occasioni che la scienza più recente nega questo libero arbitrio in molti modi sofisticati e con argomenti statistici. Essa si appella esclusivamente alla ricerca esteriore e ai dati quantificabili.

Essa ci dice con tono autorevolmente scientifico: considerate dunque il decorso della vita esteriore nei fenomeni misurabili. Per esempio, mediante la statistica moderna si può stabilire con precisione quanti suicidi accadano annualmente in una certa regione geografica. Si può accertare inequivocabilmente una certa marcata regolarità dei suicidi. I dati statistici dettagliati mostrano che cose simili procedono con una certa regolarità sorprendente e costante. Vi sono semplicemente un numero determinato di persone destinate a commettere suicidio in un dato periodo. Come si potrebbe ancora parlare di libero arbitrio assoluto dell’individuo? Si potrebbe andare anche molto oltre in questa direzione, e potremmo riferirci concretamente alla tecnica assicurativa moderna. Essa mira a calcolare con precisione e a formulare matematicamente, in equazioni esatte, quante persone, di un certo numero dato, vivranno ancora dopo trenta anni interi. Dunque è determinato numericamente e scientificamente quante persone, fra quelle nate oggi, saranno ancora vive fra trenta anni. Morte e vita sono vincolate a rigide leggi di natura esteriori, che nessuno può infrangere.

Questo fondamento la scienza esteriore l'ha riconosciuto ampiamente. Ma altri fatti di portata ancora maggiore sarà costretta a riconoscere e ad ammettere. Già ora si manifesta chiaramente il fatto che vengono alla luce e si impongono verità sempre più profonde, che costringeranno inevitabilmente gli uomini a pensare in modo spirituale consapevole. La scienza, in generale, non ha l’inclinazione naturale ad accogliere assai rapidamente qualcosa di completamente nuovo e dirompente. Essa segue una strana abitudine consolidata nel tempo. Si sentono grandi declamazioni retoriche sul fatto che nel cosiddetto «medioevo oscuro» vi erano persone che si opponevano tenacemente alle scoperte di Copernico. La sua dottrina rivoluzionaria dovette affermarsi con grande fatica e travaglio contro gli oscurantisti conservatori del tempo. E coloro che oggi parlano più appassionatamente di tale atteggiamento storico negativo si comportano esattamente così, non soltanto nei confronti della scienza dello spirito contemporanea, ma anche nei confronti di fatti scientifici documentati, che il nostro tempo costringe onestamente a ricercare leggi spirituali di ordine superiore. Un medico berlinese di rilievo, per esempio, accerta certi rapporti numerici particolari nel decorso della vita umana. Tale medico perspicace, Wilhelm Fliess, comincia a registrare sistematicamente come, in singole famiglie, le nascite si rapportino regolarmente ai decessi secondo nessi segreti.

Supponiamo concretamente che una nonna muoia e, diciamo, esattamente 1428 giorni prima il suo nipote venga al mondo in questo mondo fisico: ecco una regolarità sorprendente. Molta gente ordinaria crede che ciò sia puramente casuale, una semplice coincidenza senza significato profondo. Ma la scienza dello spirito dice con forza: no, qui non vi è il caso; qui vi è una saggezza occulta che governa tutto. Così come i nostri stessi schemi corporei seguono la saggezza che dai mondi superiori penetra in essi continuamente, similmente esiste anche una saggezza nascosta nel rapporto fra il nostro karma individuale e il decorso della nostra vita complessiva. I mondi superiori hanno un certo piano orario ordinato — come si potrebbe dire — in base ai rapporti numerici che la statistica accerta quando avanza con cifre regolari e ricorrenti, sicché questi numeri corrispondono esternamente ai rapporti umani generali. L’uno trova, quando si reincarna nel corpo, un decorso della vita agevole e favorevole; l’altro un decorso sgradevole e difficoltoso. Non in tutte le famiglie questa legge opera con la medesima intensità, in modo che sempre un nipote nasca esattamente 1428 giorni prima della morte della nonna. Se però consideriamo profondamente che 1428 è divisibile per 28 — è esattamente 51 volte 28 — comprendiamo il rapporto numerico in modo assai migliore. Non otterremo sempre il numero 1428 in questi calcoli dettagliati, ma si verifica comunque, regolarmente e costantemente, che fra la morte di un membro della famiglia e una nascita successiva vi sia un multiplo del numero 28. Il fattore moltiplicatore può essere 13 oppure 17 o altro numero, ma il numero 28 vi è sempre contenuto come base, è regolarmente ordinato dalla saggezza. Così, secondo l’orario cosmico, abbiamo la possibilità di entrare in diversi treni della nostra incarnazione. E così, secondo il nostro karma specifico, abbiamo la possibilità di strutturare la nostra vita in modo facile e armonico, oppure difficile e contrastato.

Dico questo non soltanto per indicare e chiarire quanto complicati e misteriosi siano questi rapporti esteriori del mondo, bensì insieme voglio sottolineare con forza che da tutti questi saperi nascenti noi uomini possiamo trarre una conseguenza morale di portata enorme. Ed è esattamente ciò che la scienza dello spirito ci offre come dono estremamente importante per la nostra evoluzione. Possiamo dire consapevolmente: io sto in questo mondo, trovo in questo mondo i rapporti numerici che mostrano come la nostra vita esteriore sia regolata secondo leggi cosmiche. Lunghi periodi dello sviluppo culturale umano sono stati necessari per scoprire questo fatto. Ma quanto ne sappiamo realmente di questa regolarità profonda? E dobbiamo dire onestamente: estremamente poco ne sappiamo effettivamente. Lentamente e gradualmente abbiamo scoperto qualcosa della divina saggezza infinita. Ma proprio quando accogliamo le cose più belle e importanti della saggezza universale, essa ci ammonisce con amore all’umiltà vera. Mostra quanto straordinariamente poco possiamo abbracciare e comprendere la vita con i pensieri limitati che abbiamo. Questa considerazione profonda è allora uno stimolo continuo a progredire sempre verso la luce spirituale.

Questo sentimento morale profondo, questo rispetto reverenziale davanti alla saggezza infinita del mondo, è esattamente ciò che possiamo acquisire nel nostro sviluppo, e ciò che ci rende autenticamente persone migliori. E questo sentimento di rispetto e di venerazione davanti alla saggezza l'acquistiamo gradualmente: ci pervade e permea, quando riconosciamo consapevolmente che questa saggezza ci era vicinissima nella nostra vita intermedia fra la morte e la nuova nascita. Quando sorge per noi la necessità cosmica di scendere a una nuova esistenza terrena, scegliamo in consiglio con le entità superiori in quale treno della vita dobbiamo entrare per adempiere il nostro karma specifico. Allora si presenta dinanzi a noi la decisione importante, e noi decidiamo pienamente coscienti se scegliere questo oppure quel vincolo familiare profondo, questi oppure altri genitori. Ma nessuna risposta consapevole troveremmo se ora ci fosse chiesto quale sia la migliore incarnazione per noi, se in questa oppure in quella famiglia terrestre. Dunque prima della nostra incarnazione siamo effettivamente più sapienti che nella nostra ordinaria esistenza fisica, perché allora, prima dell’incarnazione, abbiamo compiuto la scelta giusta e saggia. A questo sentimento consolante, che dopo l’incarnazione nel corpo non siamo divenuti più sapienti che prima, non può corrispondere alcun orgoglio personale per ciò che abbiamo conseguito.

Perché dunque siamo così più sapienti prima della nascita, quando riusciamo a scegliere rettamente? Non lo saremmo da soli, bensì nella nostra vita fra la morte e la nuova nascita veniamo pervasi da altre forze che nel momento in cui entriamo nell’esistenza fisica. Quando entriamo nell’esistenza fisica veniamo pervasi dalle sostanze dei regni terrestri che ci circondano, dall’ossigeno, dall’azoto e così via; questi li accogliamo in noi, allora risiedono nei nostri veli corporei. Quando deponiamo il corpo, quando passiamo la porta della morte e viviamo fra la morte e la nuova nascita, veniamo accolti dalle entità delle gerarchie superiori. Come qui viviamo nei diversi regni, con gli animali, le piante, i minerali, così viviamo là con gli Archai, con gli Arcangeli e gli Angeli. Nel loro essere veniamo inseriti, come qui siamo inseriti nelle sostanze fisiche. Come queste sostanze qui fanno valere le loro leggi, come il ferro nel sangue pulsa secondo le sue leggi, così le entità delle gerarchie superiori fra la morte e la nuova nascita operano in noi, e la loro saggezza ci spinge nel treno giusto dell’esistenza. Le entità delle gerarchie superiori possiedono la saggezza come noi possediamo le sostanze fisiche in noi. Ed è pienamente giustificato che l’umiltà sia ciò che emerge come conseguenza morale su di noi; se ci rappresentiamo rettamente quale piccola parte della saggezza sublime di questi esseri abbiamo finora accolto nella nostra vita fisica.

Fra la morte e la nuova nascita veniamo annidati nel grembo di queste entità delle gerarchie superiori; dobbiamo consegnarci a loro. Non volerlo significherebbe lo stesso che voler vivere senza accogliere in noi le sostanze fisiche idrogeno, ossigeno e così via. Assurdo sarebbe voler vivere senza una completa consegna alle entità delle gerarchie superiori.

Chi riflette su questo — che durante quel tempo fra la morte e la nuova nascita deve consegnarsi alle entità delle gerarchie superiori — si domanderà: qual è la migliore preparazione a quel tempo? E si darà la risposta: la migliore preparazione è, già ora, fra la nascita e la morte, sviluppare questo sentimento di consegna al mondo divino-spirituale. Venerazione e consegna diventa ciò che accogliamo quando ci pervaderemo in modo giusto con i sentimenti giusti. Umiltà e consegna al mondo spirituale permeerà tutti i nostri sentimenti.

Quando l’uomo comincia a pensare e a vivere così consapevolmente, allora trova anche l’equilibrio interiore rispetto al mondo che lo circonda e alle sue prove. Questi pensieri spirituali regolano e armonizzano anche i suoi altri sentimenti e desideri. Nella teosofia contemporanea vengono introdotte purtroppo molte manchevolezze e difetti del mondo esteriore ordinario. Non provengono dalla teosofia stessa, nel suo insegnamento puro, bensì dal fatto che gli uomini ce le portano consapevolmente o inconsapevolmente da fuori. Immaginiamoci una volta un uomo che nel mondo esteriore era straordinariamente laborioso e solerte, ma in modo che coloro che vivono intorno a lui dicono criticamente: è l’ambizione che lo rende così solerte, si sacrifica eccessivamente, logora prematuramente le sue forze, non tiene conto del fatto che questo lavoro deve avere un limite naturale. Ora egli giunge alla teosofia e incontra i suoi insegnamenti. Qui incontra idee completamente diverse ed elevate rispetto a quelle che aveva prima nel mondo ordinario. Ma questa caratteristica generale negativa che possedeva fuori può anche portarla consapevolmente dentro la teosofia. Sente dire, per esempio, che è necessario un certo studio approfondito per far progredire l’anima sul sentiero spirituale. Allora egli studia con zelo, ma studia come uno studente ordinario che vuol primeggiare sui suoi compagni per vanità. Dovrebbe imparare sapientemente a praticare l’equilibrio nelle sue forze; dovrebbe imparare attentamente a osservare quanta reale capacità gli è assegnata karmicamente; non dovrebbe praticare gli studi teosofici in misura eccessiva. Così magari ha udito dire che per lo sviluppo spirituale è bene non mangiare carne, e non si domanda seriamente: è anche veramente bene per il mio corpo fisico? Si astiene dalla carne per tentare di accelerare il suo sviluppo. Ma attraverso la teosofia dobbiamo imparare profondamente: devo prima esaminare se il mio karma mi permette di osservare subito le norme più elevate. Un’osservazione tranquilla, consapevole e umile del proprio karma, delle proprie capacità e forze reali, ce l’acquistiamo quando ci impegniamo in modo giusto e sagace in ciò che la scienza dello spirito può offrirci. Proprio coloro che hanno progredito spiritualmente di più osservano la regola vigente dell’equilibrio con la massima precisione e costanza.

Talvolta, però, accade il contrario di questo insegnamento. Quando le circostanze esteriori si oppongono a una giusta formazione spirituale, si vuol fare violenza a se stessi, ci si spinge verso il fine stabilito con una certa furia, ci si affatica spiritualmente per ottenere subito una risposta completa a una domanda che emerge improvvisa. L’iniziato genuino, però, non fa mai questo. Egli si chiarirà innanzitutto consapevolmente: ecco questa domanda innanzi a me. Allora si esamina profondamente: sei in questo momento preciso capace di ottenere una risposta completa a questa domanda difficile? Aspetta con serenità — così si dice a se stesso — se gli esseri del mondo spirituale ti concederanno tale risposta nel tempo giusto. Se prima occorre tirare e spingere violentemente, egli rinuncia per il momento presente. Sa che deve aspettare. Può aspettare pazientemente perché è penetrato dalla durata eterna della vita e dal significato delle incarnazioni, e perché sa che il karma, che egli non trascura, dà a ognuno ciò che deve divenire secondo la sua destinazione. Poi arriva infallibilmente un certo momento in cui riceve un’indicazione interiore profonda, e gli esseri della potenza del mondo spirituale gli rivelano la risposta in modo brillante. Forse accade dopo anni di paziente attesa, forse soltanto dopo molte incarnazioni terrestri. Questo caratterizza propriamente il sentimento giusto e spirituale: poter aspettare consapevolmente, pazienza attiva, sviluppare equilibrio saggio, non affrettarsi in nulla.

Chi in modo retto e cosciente lascia agire in sé gli insegnamenti della scienza dello spirito, potrà efficacemente, attraverso questi insegnamenti, dominare e sublimare i suoi sentimenti e le sue emozioni, così da osservare un tale equilibrio armonico, una tale armonia interiore. Con questa disposizione d’animo consapevole penetriamo il corpo astrale a partire dall’Io, in modo che esso accolga e assorba le verità dal mondo spirituale, se posso usare un paragone triviale ma illuminante, come una spugna accoglie l’acqua in cui è immersa profondamente. La conoscenza dello spirito penetra gradualmente e incessantemente nel corpo astrale, e il corpo astrale ne è pervaso completamente. Viviamo oggi in un’epoca cruciale, in cui è necessario, e diviene sempre più necessario, che penetriamo il corpo astrale con la saggezza spirituale e la conoscenza occulta. I tempi si trasformano sempre più, in modo che il corpo astrale dell’uomo, che passa la porta della morte e poi intraprende incarnazioni future, sarà immerso nelle tenebre spirituali, talché non si intenderebbe più di mondo spirituale, se non venisse ora penetrato da conoscenza spirituale consapevole. Se però sarà penetrato dalla conoscenza dello spirito che ora accogliamo durante la vita, allora diventerà fonte di luce interiore, illuminerà l’ambiente spirituale circostante. La saggezza che qui accogliamo diventa luce vivente nel mondo spirituale.

Se ora ci domandiamo seriamente perché la teosofia è venuta soltanto oggi nel nostro tempo, perché non era presente prima nei secoli, dobbiamo dire con chiarezza: non è venuta prima perché in precedenza vi era un’antica saggezza che si imprimeva nell’uomo quasi automaticamente, senza che egli dovesse fare qualcosa di consapevole. Si trovava come una specie di eredità spirituale che gli uomini avevano ricevuto dall’antico Sole evolutivo. Con questa eredità spirituale potevano penetrare nel mondo spirituale durante il riposo tra le incarnazioni. Durò intatta fino ai tempi cristiani nel loro complesso. Ma poi, gradualmente, l’uomo non poté più accogliere direttamente, senza sforzo, ciò che è la saggezza spirituale. Deve prima penetrare consapevolmente l’anima con la conoscenza spirituale acquisita: questa diventerà allora la potenza trasformante che farà sì che l’uomo, in futuro, entri nel mondo spirituale con la luce della sua anima consapevole. Le condizioni umane evolutive cambiano da epoca a epoca, sempre più profondamente.

Tutta la scienza dell’occultismo sa che vi è una saggezza profonda che viene dall’antico Sole, e i cui resti ancora operavano potentemente fino al quindicesimo e sedicesimo secolo storico, sicché gli uomini, quando entravano nel mondo spirituale dopo la morte, vedevano la luce che brillava senza il loro intervento consapevole. Oggi però, di questa antica saggezza tramandata come antica eredità nell’umanità attraverso i secoli, possiamo accoglierne quanto vogliamo con l’anima cosciente. Essa non brilla più per noi dopo che gli uomini sono passati per la porta della morte, perché quella forza è venuta meno. Soltanto la saggezza che gli uomini accolgono coscientemente attraverso il Cristo, dicendo dal profondo: «Non io, bensì il Cristo in me» — soltanto questa saggezza incarnata sarà una luce splendente e viva per il futuro passaggio dell’uomo attraverso la porta della morte. Così accogliamo la scienza dello spirito pervasa dal Cristo e dal suo amore, per avere una fonte di luce duratura nel corpo astrale quando passiamo la porta della morte.

Se però accogliamo consapevolmente questa conoscenza dello spirito pervasa dal Cristo, se penetriamo profondamente il nostro corpo astrale con essa, allora non rimane soltanto saggezza teorica: pervade interamente i nostri sentimenti e le nostre emozioni. Impariamo ciò che accadde sul Saturno antico primordiale, ciò che accadde sul Sole antico glorioso e sulla Luna antica mistica, e quale sia il compito fondamentale della Terra oggi. Se vi leggete dentro consapevolmente le descrizioni date nel mio libro “La scienza occulta nei suoi lineamenti”, sentirete che la descrizione dello stato di Saturno ha un tono fondamentale del tutto diverso rispetto agli altri stati planetari successivi. Nella descrizione dello stato di Saturno potete sentire come le condizioni siano descritte in una certa austerità maestosa. Lo potete sentire profondamente nell’anima, ed è necessario per la formazione del sentimento. Potete sentire l’esistenza solare come se vi fosse vita che fiorisce luminosamente e germoglia verdeggiante. La descrizione lunare potete sentirla come se un certo tono malinconico e cupo percorresse la molteplicità dei concetti dati. Una persona sensibile può percepire questo fino nel senso del gusto, fino sulla lingua nel vero significato.

I folli diranno con sufficienza: le descrizioni sono diseguali, lo stile non è mantenuto costante uniformemente. Ma dobbiamo sapere che questo è assolutamente necessario, e per quale ragione profonda. Dobbiamo sapere perché è necessaria una melodia di tre toni determinati, che devono risuonare dalle parole come un’armonia; e se lo sappiamo veramente, possiamo anche trasformarla in sentimenti, e mandare i sentimenti nel mondo. I sentimenti che così accendiamo in noi si trasformano e diventano forze vive. Ciò che come saggezza viene accolto nel corpo astrale si trasforma in una consegna volontaria alle condizioni del mondo, e questo afferra allora intimamente il nostro corpo eterico. Se siamo sapienti e consapevoli, prepariamo il cammino per incarnazioni future. Le forze con cui scendiamo nelle prossime incarnazioni formano e pervadono il corpo eterico. Se abbiamo penetrato il corpo eterico con vera e giusta pietà sincera, allorché sarà disciolto nell’etere cosmico generale, avremo donato all’universo un corpo eterico pervaso di pietà che giova a tutto il mondo. Se invece siamo empi e materialistici, deponiamo allora un corpo eterico che agisce in modo dirompente e distruttivo quando dovrà dissolversi nell’etere cosmico generale. Nella misura in cui siamo sapienti, serviamo certo a noi stessi direttamente, ma indirettamente anche il mondo e la sua evoluzione. Nella misura in cui siamo pii e devoti, serviamo il mondo direttamente, perché la pietà viene comunicata beneficamente a tutto il mondo. E la scienza dello spirito non solo può dare saggezza profonda e pietà autentica, ma anche sicurezza di vita autentica e consapevolezza consapevole delle forze vitali del corpo. Già il consapevole collegamento con il mondo spirituale dona tali forze vitali trasformanti.

Ho già spesso ricordato che Fichte, che stava alla porta della teosofia spirituale contemporanea, sapeva qualcosa di profondo di questi nessi cosmici. In lui viveva una sicurezza di vita così straordinaria che poteva dire nobilmente, quando parlava dell’essenza profonda dell’uomo: «Io alzo il mio capo coraggiosamente verso la montagna rocciosa minacciosa e verso il torrente impetuoso e verso le nubi che si muovono scricchiolando in un mare di fuoco, e dico con fermezza: io sono eterno e mi oppongo al vostro potere! Precipitate su di me; e tu Terra e tu Cielo mescolatevi nel tumulto selvaggio; e voi elementi precipitate con impeto e dilaniate nella battaglia selvaggia l’ultimo granello di polvere solare del corpo che io chiamo mio — la mia volontà sola, col suo piano fermo, starà audace e fredda sui rottami dell’universo. Perché ho colto la mia destinazione eterna, ed essa è più durevole di voi; essa è eterna e io sono eterno come lei.» — La vera sicurezza di vita sgorga dalla consapevolezza profonda che l’uomo cammina nell’eternità dello spirito. Può un uomo diventare debole e tremante, se è così radicato nell’eternità dello spirito? È precisamente la conoscenza dello spirito che sempre più versa in noi tale potenza trasformante e vivificante.

Che cosa sorge per noi direttamente da questa potenza trasformante? La saggezza dà al corpo astrale ciò per cui sempre più superiamo le forze ostacolanti e limitanti. La pietà sincera regola le forze e determina la giusta articolazione del corpo eterico. Ma ciò che così fluisce nei nostri arti sottili, attraverso il fatto che conosciamo coscientemente il nostro nesso profondo con l’eterno, è la vera sicurezza di vita; e si comunica fluendo fino alle forze più intime del corpo fisico stesso. Se la possediamo consapevolmente, allora si allontanano da noi Maya, l’illusione ingannevole e l’inganno. È illusione quando qualcuno dice leggermente: il nostro corpo fisico si dissolve alla nostra morte soltanto in polvere terrestre inerte. — No, non è così. Come il corpo fisico una volta fu assemblato nelle incarnazioni passate, come l’uomo l’ha formato attraverso il karma, non è affatto indifferente. Se tale sicurezza nell’eterno penetra profondamente questo corpo fisico, allora restituiamo alla Terra ciò che ci siamo appropriati come sicurezza di vita. Consolidiamo il nostro pianeta terrestre con ciò che abbiamo acquisito durante la nostra vita. La nostra sicurezza di vita la diamo efficacemente, attraverso il corpo fisico, al mondo e ai mondi. Nel corpo fisico che si dissolve, il dissolversi è soltanto Maya. Chi segue il corpo fisico attraverso la morte vede che il grado di sicurezza di vita acquisito dall’uomo durante la vita fluisce permanentemente nella nostra Terra.

Così consolidiamo nel corpo astrale, nel corpo eterico e nel corpo fisico, attraverso la saggezza profonda, la pietà sincera e la sicurezza di vita autentica, ciò che come uomo possiamo elaborare di migliore per l’intera evoluzione della nostra Terra. Così lavoriamo consapevolmente al nostro pianeta terrestre; acquistiamo però anche il sentimento giusto che l’uomo non sta isolato e solitario, bensì che ciò che elabora nella sua anima ha valore e significato per il tutto cosmico. E come non vi è granello di polvere solare che non porti in sé le leggi dell’universo infinito, così non vi è uomo che non edifichi e distrugga l’universo con ciò che fa e con ciò che volontariamente lascia. Possiamo dare al processo mondiale che progredisce tanto quanto ne togliamo irresponsabilmente: quanto ne stacchiamo perché non ci occupiamo del divenire consapevole, perché non ci pervaderemo di pietà, perché non acquistiamo sicurezza di vita. Attraverso queste omissioni spirituali operiamo volontariamente alla distruzione del pianeta, tanto quanto, attraverso l’acquisizione consapevole di saggezza, pietà e sicurezza di vita, l'edifichiamo e lo sosteniamo. Così presagiremo gradualmente e sempre più consapevolmente ciò che la scienza dello spirito può divenire per noi emotivamente e spiritualmente, quando afferra l’uomo intero e lo trasforma.

6°L'operare dell'Io nel bambino e l'Entità del Cristo

Zurigo, 25 Febbraio 1911

Quando si tiene una conferenza pubblica come quella di ieri su «La scienza dello spirito e l’avvenire dell’umanità» o una simile, ci si trova costretti a fare i conti in maniera molto consapevole con la ricettività del nostro mondo contemporaneo, a tenere conto che questa ricettività è limitata. Bisogna essere coscienti che nelle nostre epoche le conoscenze defluiscono bensì dai mondi spirituali verso il basso — conoscenze necessarie all’umanità come tale —, eppure oggi la maggior parte degli esseri umani non è in grado di accoglierle con franchezza. Coloro che non si sono preparati adeguatamente a tale accoglienza percepirebbero il contenuto più profondo della nostra scienza dello spirito ancora come uno choc, come qualcosa di fantastico o simile a un sogno.

Proprio per questo dobbiamo approfondire ulteriormente ciò che abbiamo potuto incorporare nel nostro sentimento e nella nostra sensibilità nel corso di un più lungo lavoro associativo. Desidero sottolineare che è necessario considerare più attentamente la grande verità dell’innesto dell’Io nella natura umana, e vederla in maniera alquanto più complessa di quanto si faccia abitualmente.

Sappiamo che l’uomo ricevette per primo, durante l’antico Saturno, il germe del corpo fisico; durante l’epoca solare il germe del corpo eterico; durante l’antico Mese il germe del corpo astrale; e che propriamente la nostra evoluzione terrestre ha il compito di innestare l’Io nei rimanenti corpi essenziali. Quando avremo raggiunto il termine dell’evoluzione terrestre, saremo completamente penetrati, per quanto possibile, dalla natura dell’Io. Se consideriamo l’uomo terrestre come tale, possiamo dire che il vero centro del suo essere, il nucleo più profondo, è la natura dell’Io. Ma allora deve sorprenderci che questo Io si colleghi con noi in maniere diverse nei diversi periodi della nostra vita attuale, non sempre allo stesso modo. Bisogna tener presente che i diversi corpi essenziali non sono ancora conosciuti se sappiamo soltanto che l’uomo è composto di corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e Io.

Vediamo in quale maniera diversa questi corpi possono essere collegati fra loro, tanto nelle diverse epoche di cultura dell’evoluzione umana quanto nella vita singola dell’uomo. Consideriamo innanzitutto il bambino. Sappiamo che impara relativamente tardi a dire «Io» di sé stesso. Questo è molto significativo. Sebbene una psicologia contemporanea che voglia essere scienza non lo comprenda, è tuttavia profondamente significativo, perché il bambino giunge relativamente tardi alla rappresentazione e all’esperienza interiore dell’Io. Nei primi anni di vita, anzi fino a tre o tre anni e mezzo, il bambino, anche se talora ci ripete il vocabolo «Io», non ha ancora una vera esperienza dell’Io. Si può trovare un libro, «L’anima di tuo figlio» di Heinrich Lhotzky, in cui figura la curiosa affermazione che il bambino impara prima a pensare che a parlare. Questo è assurdo, perché il bambino impara a pensare nel parlare. Chi aspira alla scienza dello spirito deve stare in guardia rispetto a ciò che oggi si presenta come scienza. Solo dopo il terzo anno il bambino comincia realmente a vivere nell’Io, a conoscerlo.

Con questo è legato un altro fatto importante: nella nostra coscienza normale — cioè non in quella più elevata, chiaroveggente — non riusciamo affatto a ricordare nulla di prima di un certo momento della nostra vita. Riflettete: se risalite col ricordo, riconoscerete che la memoria a un certo punto si interrompe. Non raggiunge la nascita. Talora si può confondere ciò che ci è stato raccontato con ciò che abbiamo realmente provato, ma il filo della memoria si spezza approssimativamente nel luogo stesso in cui sorge l’esperienza dell’Io. Da piccoli non l’abbiamo, la riceviamo soltanto dopo, e allora inizia il ricordo più antico.

Ci chiediamo ora: se l’esperienza dell’Io non era presente nei primi tre anni, forse l’Io non era presente nel bambino? Bisogna distinguere fra il fatto che sappiamo qualcosa di ciò che è in noi e il fatto che esso sia in noi senza nostra consapevolezza. L’Io è nel bambino, soltanto egli non sa nulla di esso, proprio come l’uomo nel sonno è connesso all’Io ma non ne sa nulla. Il fatto che conosciamo qualcosa non è determinante rispetto al suo essere presente. Dobbiamo dire: l’Io è presente nel bambino, ma non è consapevole.

Come stanno le cose con l’Io? Ebbene, ha la sua peculiarità. Se esaminate il cervello umano da un punto di vista puramente fisico, constaterete che dopo la nascita esso presenta un aspetto piuttosto imperfetto in relazione alla forma successiva. Molte delle sue delicate circonvoluzioni devono essere ancora sviluppate, devono essere plasticamente cesellate nei prossimi anni. Questo lo fa l’Io nell’uomo, e poiché deve farlo, non può giungere alla consapevolezza. Ha il compito di plasmare il cervello in forma più sottile, affinché possa pensare successivamente. L’Io è assai laborioso nei primi anni.

Quando questo Io diviene consapevole, potremmo invano rivolgergli la domanda: come hai fatto a edificare il cervello in maniera tanto artistica? Dovrete riconoscere che l’Io, nella sua globalità, fra la nascita e la morte, non giunge a una consapevolezza di come modella il cervello. Eppure possiamo porci questa domanda. E allora riceviamo la risposta che l’Io, nella sua attività, si trova sotto la guida degli Esseri delle gerarchie superiori. Quando consideriamo un essere umano bambino e l’osserviamo chiaroveggentemente, il suo Io quale aura dell’Io è bensì presente; ma da questa aura dell’Io fluiscono correnti verso le gerarchie superiori, verso gli Angeli, gli Arcangeli e così via, e dalla loro parte affluiscono verso il basso le forze delle gerarchie. Se dunque nella coscienza ingenua si dice che il bambino è protetto da un angelo, si tratta di una verità assai reale. Più tardi questa connessione più stretta cessa: l’Io si sperimenta maggiormente nei nervi e può divenire consapevole di sé stesso. È una sorta di recisione. Così abbiamo nel bambino una specie di «collegamento telefonico», poiché l’Io prosegue nelle gerarchie spirituali divine. Dobbiamo prendere sul serio le affermazioni della scienza dello spirito. Ho detto una volta: il saggio può imparare molto dal bambino. Può imparare molto dal bambino proprio perché non ha bisogno di vedere solo il bambino stesso; vede anche attraverso il bambino nel mondo spirituale, poiché il bambino possiede il «collegamento telefonico» al mondo spirituale, che successivamente sarà reciso. Sicché nei primi tre anni abbiamo di fronte un essere del tutto diverso nell’uomo rispetto a dopo. Abbiamo un Io bambinesco che lavora plasticamente, sotto la guida degli Esseri delle gerarchie superiori, alla configurazione degli strumenti del pensiero umano. Poi penetra in essi, ma non può più lavorarvi. Gli strumenti del pensiero umano devono già essere configurati. Possono ancora svilupparsi ulteriormente, ma l’Io non può più lavorarvi.

Possiamo dunque separare nettamente l’uomo in due: l’uomo che ci sta di fronte nei primi tre anni e mezzo, e l’uomo che rimane dopo. Nell’insegnamento esoterico il primo si chiama l’uomo divino, perché sta in relazione con le gerarchie superiori, oppure il Figlio di Dio; l’altro si chiama il Figlio dell’uomo. In quest’ultimo è l’Io, e muove i corpi essenziali e lavora, per quanto ancora possa lavorare, dall’interno.

Dobbiamo dunque immaginare una frattura fra il Figlio di Dio e il Figlio dell’uomo. Il Figlio di Dio, che è prevalentemente attivo fino a tre anni e mezzo, contiene tutte le forze vivificanti, ciò che dà all’uomo lo stimolo di versare sempre più forze vitali nel suo organismo. Queste forze contengono qualcosa di costruttivo, di guaritivo, di vivificante rispetto all’uomo posteriore. Se nel corso della vita posteriore non volessimo soltanto l’uomo che è vincolato ai sensi e agli strumenti del corpo fisico, e che si connette all’ambiente attraverso di essi, ma volessimo anche penetrare il mondo spirituale, allora dovremmo cercare di risvegliare artificialmente in noi qualcosa di queste forze; dovremmo appellarci alle forze che sono in noi nella prima infanzia, con la differenza che adesso le risvegliamo consapevolmente, mentre il bambino le risveglia inconsapevolmente. Così vediamo che l’uomo, in questo aspetto, è una duplicità.

Che cosa si manifesta realmente in questa forza dei primi tre anni e mezzo? In queste forze, che operano sotto la guida delle gerarchie superiori, si esprime ciò che agisce dalle incarnazioni precedenti. Potete convincervene facilmente toccando il cranio umano. Troverete rialzamenti e depressioni individuali. Nessun cranio è uguale a un altro, perciò non esiste una frenologia valida universalmente. Deve procedere individualmente. Le forze che operano nel cranio umano provengono da incarnazioni precedenti, e cessano di avere una spinta causante quando questi tre anni e mezzo sono trascorsi. In questi tre anni e mezzo tutto è ancora malleabile, lo spirito può ancora lavorarvi. Più tardi tutto diviene saldo: allora non può più lavorarvi.

Che cosa fa sì che non possiamo più lavorare con queste forze in seguito? Da dove viene? Viene dalla nostra speciale evoluzione terrestre. Dopo che l’Io nel corpo è divenuto consapevole di sé, questo presuppone che il corpo sia ben costituito e non possa più essere lavorato dalle forze che abbiamo caratterizzato. Abbiamo a che fare con forze che appartengono all’uomo come essere specifico, come specie, che lo costruiscono secondo l’architettura umana. Se operassimo più a lungo di questi tre anni e mezzo, che rappresentano il tempo adatto, con le forze dell’infanzia nel corpo fisico, questo corpo fisico non lo potrebbe sopportare. Si strapperebbe, si romperebbe, poiché adesso divengono efficaci le forze che lo fissano dal lato dell’eredità fisica. Se l’altra forza non cessasse, il corpo si romperebbe, si disintegrerebbe, non lo sopporterebbe. Sprofondiamo nel nostro Figlio dell’uomo; il Figlio di Dio non può più prevalere sul nostro Figlio dell’uomo dopo i tre anni. Ma portiamo comunque in noi questo Figlio di Dio: queste forze agiscono all’interno del corpo fisico per tutta la vita, soltanto non possono più partecipare direttamente alla costruzione. Se guardiamo dentro noi stessi, troviamo comunque il proseguimento dell’Io, che aveva il «collegamento telefonico». Soltanto il corpo fisico è divenuto troppo grezzo, troppo rozzo, troppo indurito, affinché il Figlio di Dio possa continuare a modellarlo plasticamente.

Le migliori forze sono contenute in questi primi tre, tre anni e mezzo; viviamo di esse per tutta la vita. Sono oscurate, ma sono presenti in maniera diversissima negli anni posteriori. È come se fossimo permeati da queste forze e potessimo soltanto non viverle più direttamente. Se vogliamo accogliere dalla scienza dello spirito concetti dei mondi superiori, possiamo farlo tanto meglio quanto più abbiamo in noi di quello che eravamo nei primi tre anni, quando l’Io era in noi senza egoismi. Quanto più fresche, malleabili sono queste forze, quanto meno sono divenute senili fino alla vecchiaia, tanto più siamo adatti a trasformarci attraverso queste forze dello spirito. È la parte migliore dell’umanità quella che abbiamo intorno a noi in questi tre anni. Soltanto il denso corpo fisico ci impedisce, purtroppo, di usare pienamente queste forze. Se qualcuno può svilupparle particolarmente negli anni posteriori, allora non può più modificare il suo corpo fisico; non è più morbido come la cera. Ma se può usarle pienamente attraverso la saggezza esoterica, allora questa forza scorre attraverso le punte delle dita, e riceve il dono particolare della guarigione, del riportare alla salute attraverso l’imposizione delle mani — se sono ancora efficaci quelle forze spirituali che non possono più trasformare il proprio corpo, ma che, se scorrono fuori, agiscono beneficamente.

Lo scopo dell’evoluzione terrestre è portare gradualmente alla manifestazione queste migliori forze in noi. Quando l’evoluzione terrestre giungerà al termine e avremo attraversato molte incarnazioni, dovremo essere completamente permeati consapevolmente da quello che abbiamo inconsciamente nei primi anni dell’infanzia. C’è una differenza fra l’avere queste forze inconsciamente o consciamente. Gli uomini dovranno essere completamente permeati da una tale consapevolezza infantile. E allora, poiché si espanderà soltanto lentamente, il suo corpo non lo farà scoppiare.

Nell’evoluzione mondiale doveva essere dato un modello per questo inserimento della forza infantile nell’umanità. Che questo modello non potesse essere dato nel bambino è ovvio. Doveva essere un uomo che aveva già raggiunto una certa età, da essere permeato consapevolmente dalle stesse forze che nella prima infanzia permeano inconsciamente l’uomo. Se avessimo di fronte un uomo da cui estraessimo il suo Io, lo svuotassimo di questo Io e vi versassimo dentro quello che il bambino ha nei primi anni di vita, egli lo porterebbe alla consapevolezza con il cervello sviluppato. Sarebbe in lui cosciente quello che nei primi anni d’infanzia era in lui. Quanto a lungo un’esistenza umana sulla terra sopporta questi elementi? Tre anni, non di più; allora deve crollare sotto di essi. Se non potesse trasformarsi — e negli uomini si trasforma nello sviluppo ordinario — il corpo umano non lo sopporterebbe più a lungo di tre anni. Se fosse affatto possibile a un essere portare consapevolmente in sé le forze infantili, allora il karma di quest’uomo dovrebbe essere disposto cosicché, dopo tre anni, il corpo fisico in cui questo essere è immerso si rompa.

È quindi concepibile che ciò che l’uomo ha inconsciamente in lui nei primi tre anni — la sua intelligenza che costruisce il cervello, che forma il cranio secondo le linee del suo destino, tutto quello che accade in questa forza universale con cui il destino precedente è scritto nel cervello — sia portato consapevolmente in un corpo umano sviluppato. Ma sarebbe insostenibile per il corpo: dopo tre anni il corpo non potrebbe continuare a vivere sulla terra.

Se adesso consideriamo il Figlio di Dio, vediamo che questo è esattamente il suo ruolo nel cosmo: costruisce i corpi cosmici senza consapevolezza di sé. Se questo fosse trasportato nel nostro piano terrestre, se fosse portato in consapevolezza — allora questo deve avvenire necessariamente in una figura umana il cui corpo terrestre sia disposto così da poter sopportare questo per un tempo limitato. Qui abbiamo una straordinaria concordanza fra il ruolo del Figlio di Dio e quello del Figlio dell’uomo. E se questo deve avvenire come un modello, se deve essere dato un modello nel mondo mediante cui un uomo sia posto nel mondo, il cui corpo renda possibile che il suo Io sia rimosso e un altro essere sia impiantato in lui — che dalle sue incarnazioni ha il cammino aperto a questo —, allora il corpo umano non potrebbe tollerare questo essere in sé più a lungo di tre anni. Allora il corpo umano si romperebbe secondo il suo karma. Questo è accaduto. Vediamo nel battesimo di Giovanni nel Giordano questo corpo umano, che era adatto affinché il suo Io, l’Io dello Zarathustra, emergesse. Allora un essere si immerse in questo corpo. L’entità del Cristo lo riempì, ma poteva rimanere in esso soltanto tre anni. Dopo tre anni lo ruppe nel mistero del Golgota.

Ciò che allora poteva vivere tre anni nel corpo umano, l’uomo deve allevarlo, coltivarlo e portarlo gradualmente, nelle incarnazioni, a essere vivo essenzialmente nella sua anima, affinché alla fine delle incarnazioni sia presente pienamente e completamente nella natura umana. Vediamo qui una straordinaria connessione fra il Figlio di Dio nell’uomo e l’evento del Cristo. Poiché tutte le cose che troviamo nel campo occulto possono essere illuminate da lati diversi. Prove come la scienza ordinaria le richiede non possono bastare all’occultismo. Devono divenire convincenti in quanto verità raccolte da molti lati si sostengono e si sostentano reciprocamente. Possiamo conoscere di nuovo l’evento del Cristo da un lato nuovo, in quanto oggi l’abbiamo derivato dalla natura umana stessa. Ci siamo chiariti come comprendiamo meglio il Cristo sviluppando la disposizione che risulta da tale verità. Dobbiamo renderci conto che in un corpo completamente sviluppato, mediante il battesimo del Giordano, un essere era nel corpo di Gesù di Nazareth, che è in ogni corpo umano, ma soltanto inconsciamente, nei primi tre anni della vita. E guardiamo i tre anni in cui questo bambino è stato portato alla consapevolezza. Allora conosciamo meglio l’entità del Cristo.

Gli antichi detti hanno un significato diverso. Un tale significato risulta anche dal detto: «Se non diverrete come i bambini, non potrete entrare nei regni dei cieli». — Vediamo qui profondamente il significato più profondo che talora risiede in singole frasi degli scritti religiosi primitivi.

Consideriamo questa vita infantile particolarmente in questa epoca, dove si sviluppa propriamente. La scienza oggi non sa ancora molto di ciò che può contribuire a studiare l’uomo nella sua vera natura. Innanzitutto deve esserci chiaro che l’uomo si differenzia radicalmente fin dall’inizio da tutti gli altri esseri. Se considerate un essere affine, per esempio una creatura simile a una scimmia: in essa è impiantato fin dall’inizio, attraverso una peculiare posizione di equilibrio, il suo andare; attraverso la peculiare posizione di equilibrio, il modo in cui le sue membra sono disposte. L’uomo inizialmente non può affatto camminare, deve prima acquisire la posizione di equilibrio nel corpo. Deve portare le sue membra, attraverso il lavoro del suo Io, in quella posizione nella quale può sostenersi e camminare. Così questo Io, nei primi anni d’infanzia, non deve soltanto lavorare nel formare plasticamente il cervello: deve anche acquisire la posizione di equilibrio, che non è data all’uomo così naturalmente come agli animali. L’uomo deve portare le sue ossa nella direzione angolare che devono avere secondo il suo centro di gravità, per poter camminare, per trovare il suo cammino. Nell’animale questo è impiantato da principio, fino ai più alti animali. Nell’uomo questo deve essere conquistato gradualmente attraverso il lavoro dell’Io. Prima di questo, striscia o cade. Così l’uomo sarebbe legato al terreno, allo stesso luogo, se il suo Io non lavorasse nei primi anni della sua vita.

Abbiamo già visto: l’Io lavora al suo cervello, lo cesella in modo che diventiamo più tardi esseri conoscenti. Così possiamo dire: acquistiamo la conoscenza della verità nella vita in quanto l’Io forma il suo strumento. — Deve esserci chiaro che non può esserci un’ulteriore vita senza che noi la conquistiamo. Ciò che inoltre differenzia così radicalmente l’uomo da tutti gli altri esseri è il suo linguaggio. Anche il linguaggio deve essere conquistato attraverso l’Io. L’uomo non è predisposto a parlare. A ciò per cui l’uomo è predisposto da principio non appartiene il linguaggio. Certo, la mucca dice «muuu»; ma questo non è ancora un linguaggio. L’acquisizione del linguaggio dipende dal fatto che l’Io dimora fra altri Io umani. Se l’uomo fosse trapiantato su un’isola lontana, non imparerebbe a parlare. Che riceviamo i secondi denti, è ereditato; che cresciamo è ereditato. Riceveremmo i denti anche se fossimo su un’isola solitaria. Il linguaggio, però, l’acquisiamo attraverso l’Io nel circolo della vita umana. Queste differenze sono importanti. Così, in quello che chiamiamo vita umana, il linguaggio è il terzo che il nostro Io acquisisce.

Mediante l’esercizio di queste forze, il bambino che si sviluppa trova la strada sulla terra, conosce la verità e vive con l’ambiente la vita umana. Se il bambino potesse esprimere quello che acquisisce così, potrebbe dire: «L’Io in me mi trasforma in modo che io sono la via, la verità e la vita.» — Pensate questo trasportato nello spirituale superiore, nello spirituale: come deve parlare agli uomini un essere che, con forze infantili pienamente consapevoli, vive tre anni nel corpo umano? Deve dire: «Io sono la via, la verità e la vita.» — In realtà, in quanto le forze infantili vengono a un grado superiore, pienamente consapevole, abbiamo in questo di nuovo il grande modello di quello che appare nel bambino a grado inferiore.

Come una verità fondamentale passa attraverso il Cristo Gesù. Non soltanto il detto «Se non divenite come i bambini, non potete entrare nei regni dei cieli» non può essere colto se non si sa quello che la scienza dello spirito deve dire circa il vero legame con le forze vivificanti infantili: anche ciò che suona come un detto radicale, «Io sono la via, la verità e la vita», lo comprendiamo meglio se vediamo il modello in quello che l’Io lavora nel corpo infantile.

Da tali cose ci appropriamo ciò che ci dà la possibilità, almeno per l’anima, se non per il corpo, di portare avanti qualcosa delle forze vivificanti di cui abbiamo di nuovo bisogno sulla terra. L’uomo contemporaneo, nella misura in cui non riconosce il mondo spirituale, non ha alcun vero sentimento per tali fatti. Andate da innumerevoli persone che stanno nella vita esterna e dite loro qualcosa di simile a quanto oggi è stato detto qui: «Se non divenite come i bambini, non potete entrare nei regni dei cieli». Vedrete che le persone laggiù diranno: bene, questi sono paragoni molto spiritosi, ma cosa si dovrebbe fare con essi? — Le persone troveranno più utile guardare qualche dramma sensazionalista, se non qualcosa di peggio. Chi non ha molto sentimento per il fatto che queste verità hanno significato, le troverà poco giustificate, perché nel sentimento per tali cose risiede proprio la forza che porta la capacità di comprensione infantile nella nostra vita. Se non arriviamo ad avere simpatia ed entusiasmo per qualcosa come il paragone del Cristo con l’attività dell’Io umano nei primi anni di vita, se siamo capaci di considerare una cosa del genere come infantile, allora non abbiamo talento per risvegliare le prime forze infantili. Tutti gli studiosi aridi hanno così poca forza di risvegliare le prime forze infantili e quindi di giungere al mondo spirituale! Se abbiamo entusiasmo per occuparci di una cosa del genere, allora agisce nelle nostre anime cosicché siamo permeati da queste forze della prima infanzia.

Con questo, però, è dato qualcosa che rende possibile all’uomo mantenere il suo cristianesimo in senso lato. Non ho spesso detto che stiamo ancora agli inizi di una comprensione del Cristo? Vi furono secoli, fino al dodicesimo, tredicesimo secolo, un cristianesimo che non aveva la possibilità di leggere la Bibbia: doveva attenersi alle prediche e a ciò che i saggi pieni di spirito dicevano. Poi venne il cristianesimo che si attenne alla Bibbia, che ricevette la sua conoscenza da ciò che sta nella Bibbia. E non siamo consapevoli della forza del Cristo se non ci atteniamo al fatto che egli veramente ha fatto la sua dichiarazione: «Io sono con voi fino alla fine dei tempi.» Siamo cristiani se siamo consapevoli che in ogni epoca il Cristo, dopo essersi manifestato una volta, si manifesterà di nuovo per ognuno che vuole vederlo. Il Cristo non è così povero da avere soltanto da dire quello che è stato registrato nei Vangeli. Non dobbiamo continuamente appellarci alle parole: «Non potreste sopportarlo adesso»; piuttosto, l’umanità si renda degna di riconoscere il Cristo.

A tali cose appartiene il fatto che possiamo posizionarci nel modo giusto verso ciò che scorre attraverso il battesimo di Giovanni, verso le forze salutari e feconde dell’età infantile. Sarebbe un’idea profondamente feconda. Anche se nessun uomo sapesse nulla del nome del Cristo e dei Vangeli — non siamo affatto interessati ad aderire al nome —, l’importante è l’essenza. Lasciamo ad altri dire: chi non giura su Buddha non è un vero credente. — Non al nome, ma all’essenza ci atteniamo. Lo facciamo, per esempio, riconoscendo come nei primi anni di vita siano nell’uomo forze che una volta si abbassarono sul corpo di Gesù di Nazareth.

Pensate che foste su un’isola solitaria, dove nessun documento sul mistero del Golgota fosse mai arrivato: se gli uomini là lavorassero cosicché attraverso la loro vita spirituale assumessero pienamente e consapevolmente la forza della prima infanzia fino nella più tarda età, sarebbero cristiani nel vero senso della parola. Allora non avrebbero bisogno di cercare nei Vangeli, perché il cristianesimo è qualcosa di vivente, e continuerà a svilupparsi sempre più. Questo è qualcosa che dobbiamo mantenere severo nella distinzione. Allora possiamo divenire sempre più chiari su come propriamente sia intimamente connessa la missione del Cristo con l’intera natura terrestre.

Possiamo allora dirci: questa missione del Cristo è qualcosa che possiamo riconoscere nell’uomo contemporaneo stesso. La necessità della cristianizzazione, del vivere il detto paolino «Cristo in me», risulta dal fatto che diciamo: dobbiamo permearci per tutta la vita con la trasformazione di ciò che vive in noi nella prima infanzia, allora il Cristo è in noi.

Questo dà assolutamente la possibilità di comprendere il cristianesimo nel senso più lato, e la prospettiva che il cristianesimo assuma forme completamente diverse. Verranno tempi in cui si chiamerà il Cristo in modo completamente diverso, in cui ci saranno documenti completamente diversi, in cui non si punterà alla storia esterna del fatto che una volta un tale essere fosse esistito, bensì in cui questo fatto sarà riconosciuto dalla coscienza umana stessa.

Portiamo avanti tutto questo perché con tali cose possiamo sempre di nuovo mostrare come la scienza dello spirito possa intervenire profondamente nell’intera configurazione del sentimento umano e debba divenire prassi vitale. Allora diventerà veramente intelligibile per noi, da questo lato, ciò che troviamo nei documenti. I documenti sono per molte persone, comunque, un libro con sette sigilli. Un uomo contemporaneo si trova di fronte a noi: alla fine del tempo terrestre è giunto a tal punto che ha cristianizzato la sua anima internamente; oggi è solo all’inizio del suo lavoro. Ma il Cristo vive in lui, e attraverso tutte le incarnazioni seguenti vivrà sempre più, e in senso sempre più ampio, in lui.

Come era prima che il Cristo si manifestasse sulla terra? Allora l’Io era solo in preparazione. Il Cristo è ciò che dà significato all’Io, così che in precedenza l’Io era solo in preparazione. Ogni volta che un essere è ancora in preparazione, gli esseri che l'hanno preceduto devono aiutarlo. L’uomo era in preparazione a dare significato al suo Io fino all’evento del Golgota. Fino a quel momento dovevano aiutarlo altri esseri, che avevano raggiunto in precedenza la fase umana, cioè nell’antico Mese. Sappiamo che questi sono gli esseri della gerarchia superiore successiva, gli Angeli. Stanno un grado più alto dell’uomo. Questi esseri hanno dovuto principalmente assumere la conduzione dell’umanità, finché l’uomo non fosse ancora in grado di guardare al Cristo e dire: il Cristo dà significato al mio Io. — Perciò non poteva essere l’uomo stesso a condursi al Cristo, bensì doveva essere condotto dagli esseri che sono i suoi fratelli più anziani.

Questo lo riproduce il documento biblico con meravigliosa precisione. Prendiamo il precursore del Cristo Gesù, Giovanni. Se deve veramente essere il precursore, non può essere l’essere che è rappresentato nella storia esterna, perché non ha ancora l’Io nel senso in cui è stato rappresentato adesso. Perciò non si può dire che il suo precursore, Giovanni il battezzatore, sia andato avanti. Curiosamente il Vangelo di Marco inizia subito con le parole del profeta: «Ecco, io invio il mio angelo davanti a te, che prepari la tua strada.» Cioè, qualcosa deve essere notato, cosa che forse si vede così astrattamente in circoli teologici, ma quando si entra nel concreto, le persone guardano oltre. Il mondo esterno è innanzitutto una Maya. Dobbiamo prima imparare a vederla nel modo giusto: allora non è più Maya. Se gli eventi esterni sul piano fisico riguardanti Giovanni sono raccontati, questo è Maya. Non lo comprendiamo. La Bibbia vede la persona di Giovanni come Maya. In Giovanni vive, impadronendosi della sua anima, un essere angelico che conduce gli uomini al Cristo. È un involucro per la rivelazione dell’essere angelico. L’angelo poteva entrare in lui perché Giovanni, il precursore rinato dell’Elia, era pronto a ricevere l’angelo. Allora l’angelo parlò da lui, fu inviato, usa soltanto Giovanni come strumento. Così esattamente parla la Bibbia.

Così possiamo dire: l’uomo poteva essere condotto all’Io solo dal fatto che coloro che avevano completato la fase umana nell’antico Mese divennero, nella pre-cristianità, i conduttori degli uomini terrestri. Tutti gli antichi conduttori umani divennero conduttori per il fatto che gli angeli agivano attraverso di loro. Cosa succederebbe all’uomo moderno? Nei tempi pre-cristiani gli esseri angelici agivano nella sua natura, perché l’uomo non aveva ancora l’Io come proprio modello in sé. Da quando ha la luce del sole del Cristo, l’uomo può rivolgere il suo volto al Cristo, e in questo modo una tale forza si introduce di nuovo in lui come prima gli angeli. Come prima riceveva gli angeli, così l’uomo oggi deve ricevere il Cristo attraverso l’abbandono all’entità del Cristo. Se ancora Giovanni poteva dire: «Non io, ma l’angelo in me è stato inviato e usa me come strumento per preparare», così oggi l’uomo deve dire come Paolo: «Non io, ma il Cristo in me.» — Deve imparare a comprendere il Cristo così come la scienza dello spirito l'insegna.

Si può affermare quanto, per esempio, oggi è stato detto sui primi tre anni di vita. La necessità di sottolineare che l’epoca infantile diffonde il suo splendore soleggiato su tutta la vita: questa è la cristianizzazione di un uomo. Mentre la scienza moderna produce l’invecchiamento, il non permearsi con le forze solari dell’età infantile, l’essiccare le parti cerebrali e molto altro.

Così prendiamo da tali verità l’idea che è possibile conoscere essenzialmente il cristianesimo se si guarda via da tutti i documenti e si guarda soltanto all’osservazione dell’uomo. Se non si guarda la scienza dello spirito nel senso che si dice: ora so che l’uomo consiste di quattro membra — corpo fisico, eterico, astrale e Io —, bensì nel senso che l’importante è sapere come queste singole membra sono collegate nella natura umana, allora si può vedere che il primo Io infantile è imparentato con un altro essere, che questo Io è come un involucro, e come cambia poi completamente la sua posizione, dopo tre anni, rispetto alle altre membra, alla rimanente natura umana.

Questa conoscenza acquista il suo vero valore quando diviene forza in noi, e quando ci diciamo: abbiamo molte incarnazioni sulla terra da attraversare in futuro; sappiamo che quello che è in noi possiamo svilupparlo sempre più, portarlo a consapevolezza sempre più grande; sappiamo che possiamo versare l’uomo superiore, il Figlio di Dio, interamente sul Figlio dell’uomo, e così da incarnazione a incarnazione possiamo salire sempre più in alto, finché la terra avrà raggiunto il suo scopo. — Allora la terra diventerà un cadavere, come il singolo uomo fisicamente diventa un cadavere; e come nel singolo uomo il cadavere cade alla terra e l’anima sale nel mondo spirituale, così sarà con l’intera terra. Se consideriamo l’intera terra come il corpo dell’intera umanità, possiamo dire: la terra muore come cadavere, sale nella materia dello spazio cosmico, si disintegra, per essere usata di nuovo materialmente. L’uomo, però, sale nei mondi spirituali, per passare nel prossimo stato planetario.

Dobbiamo ricordare che queste non sono parole astratte. È piuttosto strano che ci siano persone che credono che la nostra terra, con il sole e gli altri pianeti, una volta fosse una grande nebulosa di vapore e nulla di più, e che se ne sia sviluppato sole, terra, e attraverso lo scontro della materia l’uomo, e che si sviluppi continuamente così, e una volta sarà sepolto nella terra: il tutto un episodio senza senso! La futura storia della cultura avrà molta fatica a comprendere questo fantasma malato, a comprendere come una volta la fantasia umana potesse ammalarsi così da considerare seriamente questa concezione. Dare una teoria di Kant-Laplace significa esattamente la stessa cosa che voler spiegare l’uomo dalla polvere in cui si dissolve quando bruciato. Tale scienza è mortale, non vivifica la forza vivente nella nostra anima. La scienza dello spirito deve vivificare la forza, sviluppare noi in forma sempre più alta, e renderci capaci di non connetterci con la polvere della terra, bensì di svilupparci verso una nuova esistenza planetaria.

Del confluire di conoscenze spirituali nella vita

San Gallo, 26 febbraio 1911

Nel corso della nostra attività nel ramo, quando ci appropriamo i concetti riguardanti l’essenza dell’uomo e il suo sviluppo — cioè quando apprendiamo che l’uomo consta di corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e Io —, certamente abbiamo guadagnato qualcosa rispetto al sapere diffuso nel mondo. Tuttavia non possiamo ancora affermare di esserci appropriati, per mezzo di un simile sapere più o meno teorico, quello che la teosofia può veramente essere per l’uomo. La teosofia diviene effettivamente quello che deve essere per il singolo uomo e per la comunità umana soltanto quando passa nella vita, quando diventa prassi di vita. In occasioni come questa, dove posso rivedere i cari amici, approfitto volentieri per richiamare l’attenzione su come le idee e le leggi del mondo e dell’umanità che acquistiamo nel corso della nostra attività annuale nel ramo esercitano un ruolo straordinario nella vita umana. Vogliamo dunque considerare oggi il confluire della teosofia nella vita.

Spesso la domanda affiora sulle labbra, particolarmente di chi conosce ancora poco la teosofia: certo, si parla di fatti e verità di natura sovrasensibile; ma come può l’uomo, che non è ancora diventato chiaroveggente, parlare a lungo di questi mondi spirituali? Come può saperne qualcosa, se non gli viene raccontato? Questo è un pregiudizio molto diffuso, ma completamente infondato. È vero che senza essere chiaroveggenti non possiamo vedere il corpo astrale dell’uomo; tuttavia quello che accade in questo corpo astrale possiamo effettivamente viverlo nella nostra stessa esistenza. E qui la teosofia agisce meravigliosamente.

Voglio portare un esempio dove l’uomo può fare esperienza di possedere un corpo astrale. Sapete che gli uomini nella vita quotidiana sono abituati a compiere molte cose senza riflettervi, sono abituati a fare molte cose che non corrispondono affatto ai loro reali sentimenti. Riflettete su quanto gli uomini, dal mattino alla sera, compiano senza pensiero, senza riflettere veramente, senza accompagnare le loro azioni con il pensiero; quante cose facciano senza poi essere d’accordo con quanto compiuto. Non potremmo allora dire che facciamo soltanto in parte qualcosa che pensiamo e accompagniamo col pensiero? Particolarmente le abitudini che poniamo alla base delle nostre azioni provengono da impulsi che abbiamo assorbito dall’esterno, che non avremmo se ci fossimo educati da soli.

La vita, considerata dal punto di vista materialistico, sembra indifferente se compiamo tali azioni con consapevolezza oppure no, cose che possiamo giustificare moralmente oppure meno. Per l’occhio chiaroveggente non è così. Per l’occhio chiaroveggente risulta che ogni azione, ogni gesto che compiamo senza poterci giustificare moralmente, produce un’impressione sul nostro corpo astrale. Un’azione siffatta provoca come un contraccolpo sul nostro corpo astrale. E così si può dire di una persona: ha tante spaccature, tante fossette nel suo corpo astrale, perché compie molte azioni che, se vi riflettesse, non potrebbe giustificare moralmente.

Non penso qui a questioni professionali, ma ad azioni abituali. Ogni tale impressione agisce sul corpo astrale; e poiché non scompare così com’è, continua a operare ulteriormente sul corpo eterico, si imprime come un suggello e vi rimane, sicché l’uomo cammina portando dentro di sé impronte di suggello nel suo corpo eterico. Fino a questo punto, l’uomo che non è chiaroveggente può dire che non può saperlo; ma quello che accade qui, l’uomo lo vive. Le cose rimangono presenti in un certo modo, praticamente durante tutta la vita successiva, e reagiscono nuovamente sull’uomo, cosicché talvolta egli dice: se soltanto non sapessi nulla di tutta questa vita! Oppure mostra tutto intorno a sé un’irritabilità, e questo carattere bisbigliante agisce a sua volta sulla sua salute.

È straordinariamente importante chiarirsi tali cose, perché spesso capita, ad esempio nel nostro trentasettesimo anno, che emerga qualcosa che ci rende irritabili, turbati, malinconici, senza cause esterne apparenti, e questo ha poi un’influenza nociva sulla nostra salute, rovina il nostro sistema digestivo e cose simili. Nel ventesimo anno forse è stato gettato il fondamento affinché l’impressione dell’astrale sul corpo eterico divenisse operante.

Possiamo dunque dire: quello che è nel corpo astrale soltanto il chiaroveggente può vederlo; ma quello che ne deriva nella vita, l’uomo lo sperimenta. Molti uomini non sarebbero irritabili, non vivrebbero con una certa disarmonia e confusione interiore della loro anima e con un sistema corporeo rovinato, se gli uomini considerassero che ciò che non si manifesta immediatamente come conseguenza dei nostri atti nel mondo visibile entra nella parte invisibile di noi stessi e in seguito diviene visibile. Un uomo che dice: «voglio osservare se quello che il chiaroveggente afferma sia vero», può in questo modo effettivamente constatare e sentire che ciò che i chiaroveggenti dicono è vero. È così: per le azioni che compiamo quotidianamente e che non possiamo giustificare davanti a noi stessi, abbiamo a che fare con le conseguenze.

Consideriamo il caso opposto: che l’uomo possa riflettere più a fondo, che possa formulare pensieri più vasti di quanto non possa tradurre in azioni. In questo caso ogni uomo è un idealista. Sa che non tutti gli ideali possono realizzarsi, soltanto una parte di essi. Se abbiamo grandi idee, dobbiamo accontentarci di realizzarne soltanto una porzione. Se siamo capaci di formare pensieri ben superiori a quello che la vita ci consente, questo agisce parimenti sul corpo astrale, ma in maniera differente: cosicché l’uomo lo pervade di forze sane, lo rende forte, interiormente saldo e tranquillo. Se, ad esempio, intorno al ventesimo anno l’uomo era idealista e non diede ascolto ai materialisti, se serbò la fede e la fiducia nell’ideale, questo si manifesta più tardi nel fatto che non è facilmente scosso da ogni piccola disgrazia, nemmeno dalle malattie, che rimane saldo e lascia scorrere le cose davanti a sé più di quanto non accada ad altri.

Dunque, quello che ci dà fermezza e tranquillità sono i pensieri che superano quello che la vita ci consente di realizzare come ideali. I medici iniziano ad accorgersi ufficialmente di questo, ma non sanno come realizzare concretamente la possibilità che l’uomo sviluppi in misura sostanziale pensieri positivi su ciò che supera la vita ordinaria.

Certo, esistono scritti popolari che si proclamano utili per la salute psichica. Sostengono che, per avere fermezza, calma interiore, equilibrio, non ci si deve perdere in vanità con i propri pensieri e cose simili. Per alcuni, tali scritti sulla salute psichica rappresentano un buon inizio. Tuttavia non si progredisce molto se si desidera un vero nutrimento per la propria anima. Scritti come quelli di Duboc, Ralph Waldo Trine e altri sono davvero buoni come inizio. Rispetto alle vere esigenze della salute psichica, si rivelano come se chiedessimo: come dobbiamo vivere fisicamente per stare bene? E ricevessimo la risposta: allora devi assumere un nutrimento salutare, un nutrimento le cui sostanze possono entrare facilmente nel tuo organismo. Assolutamente giusto! Ma chiunque voglia prendere la questione seriamente, chiederà: che cos’è allora questo nutrimento? Descrivi in modo più preciso che cosa devo assumere!

Scritti che si rapportano alla salute psichica come queste regole per la salute fisica possono forse andar bene come inizio; ma per il prosieguo della ricerca spirituale non se ne può fare granché. Al contrario, la scienza dello spirito ci offre pensieri che sono tenuti nel modo più rigoroso, pensieri ben determinati su come l’uomo si è sviluppato in ogni epoca, su come si sviluppa al presente. Questo si rivela a noi sempre più chiaramente nelle sapienze teosofiche, cosicché possiamo affermare: la scienza dello spirito ci offre copiosamente l’occasione di spingere i nostri pensieri ben al di là di quello che possiamo realizzare. Perciò la teosofia è quello che ci rende uomini saldi nella nostra anima: uomini che, quando accade qualcosa intorno a loro che minaccia di turbarli, possono trarre da sé qualcosa che restaura il loro equilibrio.

Cosa significa, nella vita umana, avere una tristezza provocata da una causa esterna, che si manifesta fisicamente in lacrime, oppure avere un’esperienza interiore dell’anima che altresì si manifesta in lacrime? L’uomo ha in sé qualcosa per cui non soltanto può vivere quello che accade nel suo proprio corpo, ma già nella coscienza ordinaria e normale può condividere, può sentire quello che gli accade attorno. Siamo allora immersi nel nostro ambiente quando siamo tristi per questa o quella perdita, fino al punto di piangere. Che cosa lo dimostra? Che possiamo accogliere in noi quello che vive nel nostro ambiente, e possiamo portarlo veramente nel nostro cuore. Significa che abbiamo in noi un Io che sta in una connessione misteriosa e magica con tutto il nostro ambiente. Attraverso questa connessione magica tra gli uomini e quello che non vive dentro di loro, si sperimenta una connessione con l’esterno.

In due modi l’Io può esprimersi in sé stesso: primariamente in modo egoistico; allora si tratta particolarmente del fatto che ci procuriamo sollievo tramite le lacrime di fronte al dolore. Perché non vogliamo veramente partecipare. Secondariamente, la tristezza può essere pienamente giustificata, perché versiamo dentro di noi qualcosa che vive nel nostro ambiente. Perciò le lacrime significano di più nell’uomo quando egli può essere triste per cose che lo riguardano personalmente il meno possibile. Ci sono persone che piangono per puro egoismo, perché non riescono a sopportare quello che succede nella loro vita, o non riescono a sopportare la loro propria perdita. Certo, ci sono anche persone che piangono per cose che non le riguardano affatto, tanto che il mondo dice: piange come un cane da guardia per un passaggio in un romanzo o in un dramma. E questa possibilità può generare in lui un certo splendore che dalla sua tristezza può estendersi a tutte le altre lacrime e altre tristezze, perché la nostra tristezza è tanto più grande quanto più siamo commossi da tutto il resto. E nella sua tristezza l’uomo viene condotto al suo Io in modo non egoistico. Chi non ha un Io non può piangere e non può essere triste. L’affermazione che anche gli animali piangono è quindi fondamentalmente pura sciocchezza. È invece vero che gli animali non possono piangere e non possono essere tristi come l’uomo. Il cane sembra triste soltanto perché non riceve tutto quello che riceveva quando il padrone era ancora là. Hanno ragione gli psicologi che dicono: gli animali possono soltanto ululare, gli uomini invece possono piangere. Perché il pianto e la tristezza possono essere la prova più forte che la profondità dell’Io è in noi e che così veniamo in connessione con quello che è intorno a noi. Perciò si verifica una condensazione del nostro Io, che allora emerge come lacrime. Poiché è così, possiamo dire: fondamentalmente il pianto e le lacrime sono qualcosa che appartiene all’essenza più intima della natura umana.

Quando l’uomo ritrova il suo sostegno interiore, allora può esprimere meglio questo stato facendolo passare in lacrime. Così dal profondo del cuore sono pronunciate le parole nel “Faust”, dopo che Faust torna dal suicidio e si allontana dal calice di veleno: «La lacrima sgorga, la terra mi ha ripreso!» L’Io parla in questo momento. Questo si esprime in queste parole: la lacrima sgorga, la terra mi ha ripreso.

Perciò il pianto e la partecipazione triste al nostro ambiente appartengono all’essenza più intima dell’uomo. E ciò che appartiene all’essenza più intima richiede che l’uomo lo prenda seriamente, e che possiamo essere tristi riguardo alla miseria nel nostro ambiente, naturalmente mai a causa della mera miseria rappresentata. Tutti i drammi che portano la miseria semplicemente sul palcoscenico possono soltanto generare stati d’animo innaturali. Tutta la miseria non reale sulla scena possiamo collegarla alla nostra dignità umana soltanto quando il significato è collegato al fatto che l’eroe, anche se cade, esce come vincitore. I drammi che rappresentano la miseria possiamo sopportarli soltanto se vediamo la vittoria del bene. Allora ha il diritto alle nostre tristezze e alle nostre lacrime, perché così porta davvero nel nostro intimo la tristezza della realtà.

Completamente diverso è il caso riguardo a un’altra esperienza del nostro Io, che possiamo designare con molti nomi. Ciò che si esprime nel ridere, nella gaiezza, nell’avere gioia, forse anche nell’umorismo — nel partecipare al comico la cosa è opposta. Ridere di uno sciocco nella realtà è disumano; ridere dello sciocco rappresentato è veramente infinitamente liberatorio. La stupidità la si dovrebbe vivere perché ha un effetto risanatore — persino nel circo si può vivere questo buon rimedio dell’anima —, perché è di nuovo un trovare il nostro proprio Io. Se siamo capaci di ridere, allora ci eleviamo al di sopra della situazione. Allora diventiamo consapevoli del nostro proprio valore interiore, così ci eleviamo. Qualcosa di straordinariamente risanatore sta negli scherzi burlesque del teatro dei burattini fino ai comici che compiono ogni sorta di sciocchezze, si inviluppano in ogni sorta di contraddizioni; mentre ridere di stupidità, quando è reale, rivela l’uomo disumano.

Curiosamente l’Io si mostra nel suo rapporto sano con l’ambiente. Di fronte alla miseria siamo spinti al pianto, quella reale, non quella rappresentata. Al contrario col ridere e lo scherzo. Allora siamo disumani se ridiamo delle stupidità che stanno come caratteristiche naturali in una persona. Ma sono risanatori e lavorano all’educazione umana sana se possiamo avere gioia nel burlesco e nel comico rappresentato. Perché questo punta al nostro Io sano.

Vedete così come anche il risanatore nell’ambiente può essere compreso quando notiamo di avere anche un Io. Ora chiediamoci: questo si mostra nel nostro genere umano materialistico anche nel rapporto all’arte? Sì, si mostra in modo molto caratteristico e proprio. Se gli uomini stessero veramente di fronte a quello che si rappresenta ad esempio nei drammi di Hauptmann o Sudermann, quanti svenirebbero! Nella rappresentazione riescono a tollerare lo stesso che nella vita li renderebbe tristi e li costringerebbe ad agire. Questo non è possibile sul palcoscenico. Da dove viene una tale inversione dei fatti? Dal fatto che nella nostra epoca materialistica gli uomini vivono principalmente alla periferia, dove l’Io non si realizza. Infatti quello che ci può rendere più tristi è quello che di più terribile è accaduto nello sviluppo del mondo, nel Mistero del Golgota, nella sofferenza, nell’intera tragedia di Cristo Gesù. E lì possiamo essere spinti di più a esultare, dove la vittoria — la vittoria immediatamente rappresentata per i regni dell’eternità della vita sulla morte — è conquistata nella risurrezione. Non esiste un’altra vittoria dove l’alleluia più alto si unisce così con la tristezza più profonda: tutto il dolore nella morte sul Golgota e tutta la gloria del tempo di Pasqua nella risurrezione — non esiste altro evento in cui entrambi, la tristezza più profonda e l’esultanza più alta, si esprimono così.

Perciò non esiste una saggezza più profonda di quella che Paolo ha proclamato riguardo a questo evento: «Non io, ma Cristo in me»! Qui vediamo come troviamo il giusto punto d’appoggio per rendere l’Io in noi il più saldo possibile, in quanto l’Io si permea di quella che è la rivelazione di Cristo. Quando la teosofia si pervade di cristianesimo, questo penetra anche nel nostro Io, per darci così la massima sicurezza di vita, la massima energizzazione della vita. Perché soltanto mediante la comprensione di Cristo, come l’otteniamo tramite la scienza dello spirito, otteniamo in noi il giusto punto d’appoggio.

Se quindi la teosofia deve operare come potete anche trovare accennato nella mia “Scienza occulta”, allora si compie il tentativo di dare qualcosa che possa versare negli uomini tale saldezza, come giace nel motto: «Non io, ma Cristo in me»! — attraverso cui l’uomo può essere sempre più trasformato, così che in noi possa scaturire quella coscienza di eternità di cui possiamo dire: ciò che può essere accolto in noi non può esserci tolto.

Allora percepiamo una parola come quella che Johann Gottlieb Fichte, il grande conoscitore della teosofia, ha pronunciato; sentiamo cosa significhi quello che approssimativamente dice: se sento e comprendo la mia connessione con l’Eterno — e nulla può mediare a noi questa connessione più della teosofia —, se sento e comprendo la mia connessione con l’Eterno — così lo dice Johann Gottlieb Fichte —, e se anche noi comprendiamo questa connessione, stiamo anche noi sulla terra e diciamo con lui: «Guardo a voi, o rocce, e a voi, monti; precipitate e sepolte il mio corpo fino all’ultimo granello di polvere solare e distruggete tutto quello che sono i miei strumenti fisici — e io vi sfido, perché non siete eterni; io invece sono collegato con l’Eterno, sono eterno!»

Così parla l’uomo che comprende il valore della saggezza dell’Eterno. Così parla l’uomo che accoglie la teosofia in sé, alla sua totalità corporale, astrale ed eterica, all’elevazione della sua esistenza, alla sua incorporazione nei mondi spirituali: di che deve soltanto sapere di essere spirito del loro spirito. Perché l’uomo non è soltanto carne dalla carne, ma è spirito dallo spirito dell’eternità.

Prendiamo un esempio. Due uomini vivono in modo differente. L’uno al mattino compie il suo lavoro ordinario in ufficio, al pomeriggio prende la sua paletta e si dedica a un piccolo divertimento, alla sera riprende la paletta e poi va a letto. Se accade qualcosa che disturba il suo solito ritmo di vita, sarà immediatamente sopraffatto: ode il rumore del suo mulino o della sua sofferenza. Non ha nulla nella sua anima, nulla che possa trarre fuori per coprire il rumore.

Un altro vive egualmente nei suoi doveri ordinari, soltanto che porta in sé molti grandi pensieri, quali ci offre la scienza dello spirito. Questi risuonano dalla sua interiorità: egli non ode più il rumore. Non è così che abbiamo bisogno di sforzarci o di impiegare lungo tempo per farlo emergere; sorge completamente spontaneamente, poiché abbiamo sviluppato forti sentimenti verso di esso. Così soffriremo meno tra i disturbi della vita e troveremo crescente consolazione in ciò che attraverso anni di sforzo spirituale si è accumulato nella nostra anima. Questo è un possesso, un possesso di tipo speciale, l’unico che nessuno può sottrarci. Quello che altrimenti ci procuriamo nel mondo, o che ci viene concesso, appartiene a ciò che può esserci sottratto. Ma quello che acquistiamo per lo spirito è l’unico possesso che non potrà mai esserci tolto.

Si suole dire: la morte uguaglia tutti. Certamente, ma è egualmente vero che non si può concepire situazione alcuna su cui quanto qui espresso non si applichi nella medesima misura. Nulla aiuta davanti a ciò: non la ricchezza, non lo stare nel rango di una stirpe nobile. Se si vuole giungere a questo possesso spirituale, occorre fare il medesimo cammino, un solo cammino. Non soltanto la morte uguaglia tutti; è la vita spirituale che innanzi a tutti ci pone su un piano di uguaglianza. Questo conferisce a tale vita spirituale un significato di vasta portata, poiché da essa sgorga qualcosa che ci innalza oltre il delusorio aspetto sensibile.

Qualcuno potrebbe controbattere: un mattone potrebbe colpirmi e diventare allora un invalido, oppure potrei danneggiarmi talmente il cervello da diventare idiota. Chi però sa farsi propri i tesori della teosofia, chi li porta con sé nell’anima, sa che un tale caso è soltanto uno stato transitorio. Anche se il cervello fosse distrutto, non sarebbe diverso da quando vogliamo eseguire qualcosa e lo strumento ci si rompe in mano; ad esempio, quando vogliamo piantare un chiodo e il martello si rompe. Non possiamo far nulla di diverso se non prendere un altro martello; e così facciamo anche col cervello. La coscienza può perdere i suoi strumenti, ma in una nuova vita possiamo ricostituirli, così che il nostro sentimento di eternità non viene scosso di fronte all’indistruttibilità di questo possesso spirituale. Non si tratta di sapere qualcosa, ma di quanto penetra nel nostro cuore; e sa penetrare nel nostro cuore cosicché ne conserviamo il frutto e che esso ci sostiene anche attraverso la perdita di questo strumento.

Tutto ciò testimonia che possiamo asserire: agisce sul nostro corpo astrale quello che abbiamo appena descritto. Come agisce, può saperlo soltanto il chiaroveggente; ma tutti sperimentiamo gli effetti nella vita quotidiana. Un uomo che compie molte azioni per cui non può stare moralmente davanti a sé, e che per questo diventa irritabile, sarà specialmente facilmente preda del dolore nelle circostanze avverse della vita. Al contrario, un uomo che può dirsi davanti ai medesimi rovesci: «sono ben poca cosa rispetto alle mie esperienze interiori, ai miei ideali» — da questa certezza emanerà un’influenza risanatrice. Allora in ogni caso si terrà fermo a quello che vive come eternale in lui. Quando in questa forma comprensiva lo spirito dell’eternità si avvicina a noi, come avviene nella teosofia, allora siamo al riparo in tutte le situazioni della vita.

Cari amici, esistono ancora altre cose attraverso cui possiamo persuaderci che lo spirituale che accogliamo e che ci permea è in intima connessione col nostro benessere di vita e con la nostra capacità di vivere. Come l’uomo può avere buone disposizioni d’animo, così può anche trovarsi soggetto a cattive disposizioni che forse l'accompagnano per tutta la vita e non gli permettono mai di essere felice, che dominano tutto l’assetto interiore dell’anima. Allora il ricercatore spirituale dice: tali disposizioni d’animo si manifestano nella natura sovrasensibile dell’uomo; nel corpo eterico si manifestano tali stati, si imprimono nel corpo fisico e agiscono sul sangue. Dal fatto che una disposizione d’animo nel corpo eterico umano si manifesta, agisce sul sangue, e la conseguenza è che una tale disposizione, che non permette all’uomo di essere mai felice durante tutta la sua vita, danneggia la circolazione sanguigna, rende il sangue pesante. Ecco un simile esempio dove possiamo affermare: l’effetto di quello che accade nella psiche penetra nel corpo fisico. Anche l’uomo che non è chiaroveggente può accorgersene e può dirsi: soffro per cause fisiche. Questo proviene dal mio stato complessivo. Se potessi mutare il mio stato complessivo, potrebbe esercitarsi un’influenza salutare sulla mia intera costituzione.

Qualcuno potrebbe pensare che ciò che importa è che l’uomo si liberi dal corpo fisico. Ma non si tratta semplicemente di porre la richiesta che l’uomo riconosca che il corpo dipende dallo spirito; si tratta della realtà che, per mezzo della forza dello spirito, non abbiamo bisogno di dipendere dal corpo. Diventiamo indipendenti trasformandolo in strumento del nostro spirito.

Non è il materialista peggiore colui che crede alle dottrine del materialismo, che crede alla dottrina di «forza e materia»; peggiore è colui che ne è dipendente, ad esempio chi d’inverno può vivere soltanto in una grande città, d’estate soltanto in campagna, rendendosi completamente dipendente dalla materia per non diventare neurastenico. Non si tratta dunque soltanto di non credere a questa dottrina di forza e materia, bensì di diventare indipendenti dalla materia. Che specie di vita è quella di chi d’inverno può vivere soltanto in una grande città, d’estate soltanto in campagna? In un uomo siffatto non aiuta la preghiera, non aiuta la fede, perché è un materialista, è dipendente da «forza e materia».

Quando lasciamo agire su di noi i pensieri che provengono dalla ricerca spirituale, si manifesta la nostra connessione col mondo spirituale. Ma percepiamo ancora qualcosa d’altro. Se siamo così profondamente infelici che un altro non potrebbe farvi fronte, si manifesta che un teosofo può farvi fronte. Supponiamo ad esempio che un uomo che ha raggiunto i diciotto anni abbia vissuto alle spalle del padre, e ora sperimenta: il padre fallisce. Allora è costretto a lavorare. Potrebbe sentire ciò come una disgrazia. Diventa cinquantenne e nel frattempo è diventato un uomo dignitoso. Allora può dire: grazie a Dio che questa disgrazia si è verificata, altrimenti sarei diventato un buono a nulla. Quando non siamo più immersi nella disgrazia, possiamo vederla come uno strumento educativo. Dobbiamo saper dire: siamo noi stessi che attraverso il nostro karma ci abbiamo condotto a questa disgrazia, perché ne abbiamo bisogno in questa vita per la nostra educazione. Almeno un uomo che può concepire tali pensieri non borbotta nelle ore infelici contro il governo universale del mondo, bensì ne riconosce la saggezza. Ma questo ci prepara gradualmente disposizioni d’animo che operano in tutt’altra forma rispetto a quelle che abbiamo quando ci sentiamo completamente dipendenti da «forza e materia».

Ora si sa di dipendere dall’ordine spirituale universale. Questo si comunica alla nostra disposizione, e così, attraverso le influenze sul corpo eterico, ci sottraiamo alla dipendenza da «forza e materia». Allora non occorre andare sulla Riviera per elevare il nostro stato; il nostro possesso spirituale ci permette invece di conformare i nostri strumenti in modo da poter essere indipendenti dall’esterno.

Negli scritti di salute psichica di Ralph Waldo Trine e altri non si trova ciò mediante cui si acquista tale disposizione. Immergere nella disposizione la saggezza della teosofia: questo ci rende indipendenti da materia e forza, questo ci apre una fonte che ci innalza al di là dello spazio e del tempo. Allora ci sottraiamo al potere della materia e agiamo indietro sullo strumento del nostro corpo. Così ci appropriamo gradualmente, per mezzo della scienza dello spirito, una prassi di vita. Molti non credono subito, cari amici, perché pochissimi uomini oggi, dato che tutti sono così dipendenti da materia e forza, hanno la disposizione per comprendere tali cose. Dovrebbero persuadersi per esperienza che è così, perché l’esperienza potrà fornir loro sempre più le prove viventi. Questo è proprio il risultato della scienza dello spirito: che opera nella manipolazione più ordinaria ed esteriore della vita.

Voglio fornirvi un riscontro mediante esempi di quello che insegna la scienza dello spirito; voglio trarre dalle banalità della vita alcuni esempi. Noi, per il fatto di vivere adesso sul piano fisico con la materia esterna, dobbiamo in certi casi possedere la capacità di percepire dappertutto lo spirito nella materia che ci circonda. Poiché la materia è soltanto un’illusione, Maja; tutto è spirito condensato. Così, per la vita ordinaria fra gli oggetti della materia, dobbiamo imparare a sentire lo spirito. Dobbiamo dunque porci verso di essa in una relazione esterna tale che possiamo entrare, in una certa misura, in relazioni intime con le cose.

Ci sono uomini che si lavano spesso le mani, e ce ne sono altri che se le lavano raramente. Ebbene, sotto certi aspetti esiste una gigantesca differenza fra gli uni e gli altri. L’uomo, riguardo alle sue varie parti corporee, è realmente pervaso in modo molto differente dal sovrasensibile. Ad esempio il petto e la coscia non sono percorsi dal corpo eterico allo stesso modo delle mani. Proprio dalle dita si irradiano potenti raggi del corpo eterico. Proprio perché è così con le mani, possiamo sviluppare in esse una relazione meravigliosamente intima con la vita esterna. Gli uomini che si lavano spesso le mani stanno in relazione più fine con l’ambiente, sono ricettivi in modo più fine all’ambiente, perché attraverso lo spirito materializzato nel sangue agisce l’effetto che l’uomo nelle sue mani diventa più sensibile. La gente coriacea riguardo al mondo esterno non si lava spesso le mani. Vedete come tali persone robuste sono poco accessibili alle peculiarità dei loro simili, mentre coloro che si lavano più frequentemente le mani entrano spiritualmente in una relazione più intima con l’ambiente. Se un uomo cercasse di provocare il medesimo effetto in un’altra parte, ad esempio sulle spalle, si vedrebbe che, anche se le lavasse così frequentemente, diventerebbe neurastenico. Ciò che è salutare per le mani non lo è per le spalle. L’uomo è organizzato così da poter entrare in questa relazione intima con l’ambiente attraverso le mani.

Sarebbe altresì dannoso se l’uomo fosse propenso a lavarsi il viso con la stessa frequenza. Trattare il viso in questo modo non avrebbe un effetto favorevole sulla salute. Per altre parti del corpo umano le cose stanno completamente diversamente. Gli uomini che non sono stati adeguatamente educati dalla scienza dello spirito — i medici materialisti ad esempio — non notano la differenza e raccomandano ai bambini bagni freddi; tali cose vengono praticate fanaticamente. Bisognerebbe sapere che nulla viene così male abusato! È il fondamento di molta neurastenia il fatto che in modo così insensato si danneggi la propria salute. Le mani lo tollerano; il resto del corpo diventa così ricettivo al materiale. Vedete qui l’effetto del materialismo. Parlo qui della regola. Dove si tratta di una cura temporanea, le cose stanno diversamente.

Non soltanto i bambini più piccoli cercano di detergerli sistematicamente — ogni mattino vengono tormentati —: gli uomini non si limitano a questo. Corrono al sole per fare bagni di luce, per lasciar agire complessivamente il materiale del mondo esterno su di loro. Dovremmo essere felici di poter agire dal nostro centro interno verso l’esterno, e non dovremmo renderci continuamente più dipendenti dal materiale. Questo esporsi con tutte le parti è lo stesso che se il mugnaio facesse tutto il possibile per udire continuamente il rumore del mulino e non fosse contento di non udirlo più. Naturalmente si eccettuano di nuovo i casi in cui si tratta di una cura temporanea. Se questo viene praticato nella gioventù, l’uomo viene così reso adatto a lasciar agire nel suo organismo ogni più minimo influsso. Si indurisce, cioè si indurisce cosicché infine è completamente «indurito» e non sente più influssi esterni.

Tali intuizioni non scaturiscono semplicemente dalla prassi ordinaria di vita — ciò non è possibile —: piuttosto soltanto quando si conosce l’uomo nella sua totalità. E che l’uomo sia un essere complesso, e che riguardo ai suoi vari elementi vigano le più diverse relazioni fra il corpo fisico, il corpo eterico e il corpo astrale e così via, potete dedurlo da cose molto semplici. Oggi potrebbe sembrarvi forse un po’ buffo quello che è stato detto in connessione col fatto che l’uomo col suo corpo astrale ed eterico sta in una relazione completamente particolare verso il corpo fisico. D’altro lato, avrete forse sentito che l’asportazione o la malattia di un determinato organo avvicina l’uomo a uno stato che somiglia all’idiozia. Se però si somministra a un tale uomo, ad esempio, il succo della ghiandola tiroide di una pecora, allora da idiota ritorna a essere un uomo pensante. Questa è una cosa meravigliosa, una cosa che parla chiaramente.

Vedete, il succo della ghiandola tiroide non opera direttamente nel corpo fisico nel senso che sostituisca una qualche parte mancante: piuttosto opera così da influenzare il corpo eterico e il corpo astrale. Per mezzo di ciò il corpo eterico riceve la forza di organizzare e il corpo astrale riceve la capacità di compenetrare il corpo eterico. Quando il corpo astrale non può compenetrare il corpo eterico, l’uomo cade in uno stato di idiozia. Per questa ragione il succo della ghiandola tiroide è in grado di liberare il corpo astrale, così che possa di nuovo penetrare nei veicoli inferiori come deve.

Vi offro questi esempi per dimostrare che le scoperte della scienza dello spirito non sono fantasie astratte, bensì concernono la vita in maniera immediata. Sono collegati al fatto che si sappia: ogni qualvolta modifichiamo il nostro comportamento spirituale interiore, influssi singolari fluiscono nei vari corpi. L’uomo che sviluppa pensieri alti e nobili non soltanto modifica il suo corpo astrale, ma in conseguenza di ciò modifica anche il suo corpo eterico. E se abbiamo il diritto di dire che il corpo astrale si modifica, allora certamente il corpo eterico subisce trasformazioni ancora più profonde, come risultato dei nostri pensieri.

Questo è anche il motivo per cui la teosofia agisce così potentemente nella vita. Infatti non si tratta di insegnamenti e dottrine astratte, ma di forze che fluiscono come risultato diretto delle idee nella struttura più intima dell’uomo. Vogliamo dunque farci carico, come teosofisti, di modificare la nostra vita interiore mediante le grandi idee della scienza dello spirito; allora gli effetti sulla nostra salute generale non tarderanno a manifestarsi. Questa è una conoscenza veramente pratica di come la teosofia entra nella vita.

Ma prima di tutto voglio dirvi ancora qualcosa riguardo a un fatto noto come fatto scientifico. È un fatto assolutamente noto. Chi non conosce correttamente questi fatti li giudica male. Soltanto la scienza dello spirito li giudica rettamente. Perché è così? Vedete, il fondamento sta nel fatto che non soltanto nella ghiandola tiroide, ma in un numero ben più grande di organi ghiandolari, si trovano degli strumenti che sono costruiti dal corpo eterico. Abbiamo bisogno dei nostri strumenti nel mondo fisico per compiere qualcosa. Come abbiamo bisogno di un martello per piantare un chiodo, così abbiamo bisogno di strumenti, a che essi servono. Se vengono asportati, non abbiamo più lo strumento. Ma questo non è una prova che la capacità di compensare il loro effetto venga meno. Tuttavia sappiamo che un tale effetto è possibile soltanto quando il corpo eterico entra in funzione.

Per quegli organi che stanno in relazione col corpo astrale non può venire in considerazione che noi, attraverso il rimpiazzo del secreto, possiamo modificare qualcosa negli organi. Ho visto persone che avevano un cervello difettoso; hanno mangiato cervelli di pecora e simili, senza che l’intelletto ne ricevesse giovamento, perché il cervello è un organo che sta in relazione col corpo astrale. Così vediamo come la scienza dello spirito illumina anche queste cose. Non si può comprendere l’uomo se non si vuole entrare in questi organi superiori e sovrasensibili dell’uomo: allora fondamentalmente non si sa nemmeno quello che conta.

Se leggete oggi i libri medici, viene descritto come se l’uomo perdesse la ragione per malattia o per l’assenza della ghiandola tiroide. No, perde soltanto la partecipazione, l’interesse; diventa ottuso e non applica la sua ragione. Non si diventa stupidi perché non si può pensare. Se non si ha interesse, la ragione rimane intatta. Quello che si perde è la partecipazione viva, l’interesse che l’uomo prende alle cose, la capacità di dirigere l’attenzione sulle cose. Chi non ha interesse non dirige su nulla la sua attenzione, perché gli manca lo strumento. Non gli diamo ragione con la ghiandola tiroide, bensì gli diamo uno strumento per partecipare vivamente alle cose del mondo. Si giudica completamente male l’uomo se non si sa nulla del mondo sovrasensibile, e gran parte di quello che si insegna nei nostri libri scientifici e popolari si colloca su questo livello. Se leggete che l’uomo diviene sciocco per perdita della tiroide e diviene più intelligente mangiando tireoidina, questo non è vero. Vero è che la sua attenzione viene risvegliata. Dappertutto si può riconoscere dalle conseguenze: quello che si dice dalla ricerca chiaroveggente non è fantastico. Anche se non tutti possono vederlo, si può provare che ciò che i chiaroveggenti vedono è presente. È presente dappertutto. Vi raccomando di pensare ripetutamente a questo principio: se non si riesce a riconoscere direttamente quello che viene indagato dalla ricerca chiaroveggente, nel mondo si può comunque viverlo. Così ci si può procurare indirettamente prove di quello che viene comunicato dalla ricerca spirituale.

Dunque, vi ho detto molte cose riguardo al modo in cui il corpo astrale umano può mostrare la sua influenza sulla vita. Vi ho detto come il corpo eterico agisce sulla vita. Voglio ora dirvi qualcosa anche riguardo all’Io, da cui possiate tracciare un ponte dalla teoria teosofica alla realtà della vita. Conoscete tutti il fenomeno ampiamente diffuso nella vita, che con due parole si designa perché si manifesta in due modi: piangere e sentirsi tristi.

Qualcuno potrebbe credere che si tratti di liberarsi dal corpo fisico. Ma non si tratta di porre semplicemente la richiesta che l’uomo riconosca che il corpo dipende dallo spirito; si tratta della realtà che, attraverso la forza dello spirito, non abbiamo bisogno di dipendere dal corpo. Diventiamo indipendenti perché lo trasformiamo nello strumento del nostro spirito.

Non è il materialista peggiore colui che crede alle dottrine del materialismo, che crede alla dottrina della «forza e della materia»; peggiore è colui che è dipendente dalla forza e dalla materia, ad esempio colui che d’inverno può vivere soltanto in una città grande, d’estate soltanto in campagna, che si rende completamente dipendente dalla materia per non diventare neurastenico. Quindi non si tratta soltanto di non credere a questa dottrina di forza e materia, bensì di diventare indipendenti dalla materia. Che vita è quella di chi d’inverno può vivere soltanto in una grande città, d’estate soltanto in campagna? In un uomo del genere non vale la preghiera e non vale la fede, perché è un materialista, è dipendente da «forza e materia».

Quando lasciamo che i pensieri provenienti dalla ricerca spirituale agiscano su di noi, si manifesta la nostra connessione con il mondo spirituale. Ma vediamo ancora qualcosa d’altro. Se siamo così profondamente infelici che un altro non potrebbe farvi fronte, si manifesta che un teosofo può farvi fronte. Supponiamo, ad esempio, che un uomo che ha raggiunto i diciotto anni abbia vissuto alle spalle del padre, e ora sperimenta: il padre fallisce. Allora è costretto a lavorare. Potrebbe sentirlo come una disgrazia. Diventa cinquantenne e nel frattempo è diventato un uomo serio. Allora può dire: grazie a Dio che questa disgrazia è accaduta, altrimenti sarei diventato un buono a nulla. Quando non siamo più immersi nella disgrazia, possiamo considerarla uno strumento educativo. Dobbiamo saper dire: siamo noi stessi che, attraverso il nostro karma, ci abbiamo condotto a questa disgrazia, perché ne abbiamo bisogno in questa vita per la nostra educazione. Almeno un uomo che può concepire tali pensieri, nelle ore infelici non brontola contro la saggezza universale, bensì ne riconosce la sapienza. Ma questo ci prepara gradatamente disposizioni d’animo che agiscono in tutt’altra forma rispetto a quelle che abbiamo quando ci sentiamo completamente dipendenti da «forza e materia».

Ora si sa che si dipende dall’ordine spirituale universale. Questo si comunica allo stato d’animo, e così, attraverso le influenze sul corpo eterico, ci sottraiamo alla dipendenza da «forza e materia». Allora non occorre andare sulla Riviera per elevare il nostro stato d’animo; al contrario, il nostro possesso spirituale ci permette di conformare i nostri strumenti in modo che possiamo essere indipendenti dall’esterno.

Negli scritti di salute psichica di Ralph Waldo Trine e altri non si trova ciò mediante cui si acquista tale disposizione. Versare nella disposizione la saggezza della teosofia: questo ci rende indipendenti da materia e forza, questo ci apre una fonte che ci innalza al di là dello spazio e del tempo. Allora ci sottraiamo al potere della materia e agiamo indietro sullo strumento del nostro corpo. Così ci appropriamo gradatamente, per mezzo della scienza dello spirito, una prassi di vita. Non credono subito a questo, cari amici, molti, perché pochissimi uomini oggi, dato che tutti sono così dipendenti da materia e forza, hanno la disposizione a comprendere tali cose. Dovrebbero persuadersi per esperienza che è così, perché l’esperienza potrà fornirgli sempre più le prove viventi di ciò. Questo è proprio il risultato della scienza dello spirito: che agisce nella manipolazione più ordinaria ed esteriore della vita.

Vi voglio fornire un riscontro attraverso esempi a quello che insegna la scienza dello spirito; voglio trarre da voi alcune delle banalità della vita. Noi, per il fatto che adesso viviamo sul piano fisico con la materia esteriore, dobbiamo in certi casi possedere la capacità di percepire dappertutto lo spirito nella materia che ci circonda. Poiché la materia è soltanto un’illusione, Maja; tutto è spirito condensato. Così, per la vita ordinaria fra gli oggetti della materia, dobbiamo imparare a sentire lo spirito. Dobbiamo dunque porci verso di essa in una relazione esteriore tale che possiamo entrare, in una certa misura, in relazioni intime con le cose.

Ci sono uomini che si lavano spesso le mani, e ce ne sono altri che se le lavano raramente. Ebbene, sotto certi aspetti c’è un’enorme differenza fra gli uni e gli altri. L’uomo, riguardo alle sue varie parti corporee, è realmente pervaso in modo molto differente dal sovrasensibile. Ad esempio il petto e la coscia non sono percorsi dal corpo eterico allo stesso modo delle mani. Proprio dalle dita si irradiano potenti raggi del corpo eterico. Proprio perché le mani sono così, possiamo sviluppare in esse una relazione meravigliosamente intima con la vita esterna. Gli uomini che si lavano spesso le mani stanno in relazione più fine con l’ambiente, sono ricettivi in modo più fine all’ambiente, perché attraverso lo spirito materializzato nel sangue agisce l’effetto che l’uomo nelle sue mani diventa più sensibile. Gente coriacea riguardo al mondo esterno non si lava spesso le mani. Vedete come tali persone robuste sono poco accessibili alle peculiarità dei loro simili, mentre coloro che si lavano più spesso le mani entrano spiritualmente in una relazione più intima con l’ambiente. Se un uomo cercasse di provocare il medesimo effetto in un’altra parte, ad esempio sulle spalle, si vedrebbe che, anche se le lavasse così frequentemente, diventerebbe neurastenico. Ciò che è salutare per le mani non lo è per le spalle. L’uomo è organizzato così da poter entrare in questa relazione intima con l’ambiente attraverso le mani.

Sarebbe altresì dannoso se l’uomo fosse propenso a lavarsi il viso con la stessa frequenza. Trattare il viso in questo modo non avrebbe un effetto favorevole sulla salute. Per altre parti del corpo umano le cose stanno completamente diversamente. Gli uomini che non sono stati adeguatamente educati dalla scienza dello spirito — i medici materialisti, ad esempio — non notano la differenza e raccomandano ai bambini bagni freddi; tali cose vengono praticate fanaticamente. Bisognerebbe sapere che nulla viene così male abusato! È la base di molta neurastenia il fatto che in modo così insensato si danneggi la propria salute. Le mani lo tollerano; il resto del corpo diventa così ricettivo al materiale. Vedete qui l’effetto del materialismo. Parlo qui della regola. Dove si tratta di una cura temporanea, le cose stanno diversamente.

Non soltanto i bambini più piccoli cercano di detergerli sistematicamente — ogni mattino vengono tormentati —: gli uomini non si limitano a questo. Corrono al sole per fare bagni di luce, per lasciar agire complessivamente il materiale del mondo esterno su di loro. Dovremmo essere felici di poter agire dal nostro centro interno verso l’esterno, e non dovremmo renderci continuamente più dipendenti dal materiale. Questo esporsi con tutte le parti è lo stesso che se il mugnaio facesse tutto il possibile per udire continuamente il rumore del mulino e non fosse contento di non udirlo più. Naturalmente si eccettuano di nuovo i casi in cui si tratta di una cura temporanea. Se questo viene praticato nella gioventù, l’uomo viene così reso adatto a lasciar agire nel suo organismo ogni più minimo influsso. Si indurisce, cioè si indurisce cosicché infine è completamente «indurito» e non sente più influssi esterni.

Tali intuizioni non scaturiscono semplicemente dalla prassi ordinaria di vita — ciò non è possibile —: piuttosto soltanto quando si conosce l’uomo nella sua totalità. E che l’uomo sia un essere complesso, e che riguardo ai suoi vari elementi vigano le più diverse relazioni fra il corpo fisico, il corpo eterico e il corpo astrale e così via, potete dedurlo da cose molto semplici. Oggi potrebbe sembrarvi forse un po’ buffo quello che è stato detto in connessione col fatto che l’uomo col suo corpo astrale ed eterico sta in una relazione completamente particolare verso il corpo fisico. D’altro lato, avrete forse sentito che l’asportazione o la malattia di un determinato organo avvicina l’uomo a uno stato che somiglia all’idiozia. Se però si somministra a un tale uomo, ad esempio, il succo della ghiandola tiroide di una pecora, allora da idiota ritorna a essere un uomo pensante. È una cosa meravigliosa, una cosa che parla chiaramente.

Vedete, il succo della ghiandola tiroide non opera direttamente nel corpo fisico nel senso che sostituisca una qualche parte mancante: piuttosto opera così da influenzare il corpo eterico e il corpo astrale. Mediante ciò il corpo eterico riceve la forza di organizzare e il corpo astrale riceve la capacità di compenetrare il corpo eterico. Quando il corpo astrale non può compenetrare il corpo eterico, l’uomo cade in uno stato di idiozia. Per questa ragione il succo della ghiandola tiroide è in grado di liberare il corpo astrale, così che possa nuovamente penetrare nei veicoli inferiori come deve.

Vi offro questi esempi per dimostrare che le scoperte della scienza dello spirito non sono fantasie astratte, bensì concernono la vita in maniera immediata. Sono collegati al fatto che si sappia: ogni qualvolta modifichiamo il nostro comportamento spirituale interiore, influssi singolari fluiscono nei vari corpi. L’uomo che sviluppa pensieri alti e nobili non soltanto modifica il suo corpo astrale, ma in conseguenza di ciò modifica anche il suo corpo eterico. E se abbiamo il diritto di dire che il corpo astrale si modifica, allora certamente il corpo eterico subisce trasformazioni ancora più profonde, come risultato dei nostri pensieri.

Questo è anche il motivo per cui la teosofia agisce così potentemente nella vita. Infatti non si tratta di insegnamenti e dottrine astratte, ma di forze che fluiscono come risultato diretto di idee nella struttura più intima dell’uomo. Vogliamo quindi farci carico, come teosofisti, di modificare la nostra vita interiore mediante le grandi idee della scienza dello spirito; allora gli effetti sulla nostra salute generale non tarderanno a manifestarsi. Questa è una conoscenza veramente pratica di come la teosofia entra nella vita.

Dunque, cari amici, il confluire dei saperi spirituali nella vita significa: sviluppare dentro di noi le forze mediante cui diventiamo esseri umani migliori sotto ogni riguardo. Significa portare lo spirito non soltanto nel nostro intelletto astratto, ma nel nostro sentimento, nel nostro volere, nel nostro modo di vivere. Soltanto allora la teosofia diviene viva per noi, soltanto allora essa adempie ciò che deve adempiere nella evoluzione umana e nella evoluzione del mondo.

7°Ossian e la caverna di Fingal

Berlino, 3 Marzo 1911

Siamo stati or ora guidati spiritualmente, attraverso i suoni di questa ouverture, sino alle coste della Scozia, e abbiamo così percorso un cammino nell’anima che, nel corso dello sviluppo dell’umanità, fu toccato profondamente dai misteri del karma. Infatti, da regioni assai diverse della nostra terra occidentale furono un tempo trasportati — come per un impulso karmico — popoli verso quelle terre alle quali questi suoni ci hanno condotti, e in esse medesime si stabilirono. E ci vengono tramandati destini misteriosi e affascinanti.

Ci è giunto sapere — tanto per quel che l’occultismo rivela quanto attraverso i documenti storici esterni — di quello che questi popoli esperirono in epoche assai remote su questo suolo. Una memoria di quei destini misteriosi degli uomini di allora si ridestò, come in una nuova consapevolezza, quando intorno al 1772 si scoperse quella caverna sull’isola di Staffa, che appartiene alle Ebridi: la grotta di Fingal. Si rievocò il ricordo di misteriosi destini della preistoria quando si vide come la natura stessa sembra avere edificato qualcosa che viene descritto come un duomo meraviglioso. Lunghe file di colonne, erette con grande regolarità, che si innalzano verso l’alto in numero incalcolabile; sopra di esse una volta che si stende nello stesso materiale roccioso; i piedi delle colonne lambiti dalle onde che si riversano fragorosamente dentro questo duomo; e il mare si agita e ondeggia in una musica tonante che risuona senza sosta al suo interno. Dall’interno della roccia scende acqua che cade continuamente sulle stalattiti con una musica melodica e magica. Un tale luogo esiste veramente.

Chi scoprì questa caverna e possedeva il senso per il misterioso che vi si era svolto in tempi antichi, dovette richiamarsi alla memoria l’eroe che un giorno, in modo inequivocabile, guidò i destini in questa regione come una delle personalità più illustri dell’Occidente, e le cui imprese furono celebrate da suo figlio, il cieco Ossian, che appare come un Omero occidentale: un bardo cieco.

Se riflettiamo sull’impressione che la conoscenza di queste cose produsse sui contemporanei, possiamo comprendere come il risveglio di questi canti, a opera di Macpherson nel XVIII secolo, produsse sull’Europa un’impressione possente. Nessun’altra cosa vi si può paragonare. Si levarono in ascolto Goethe, Herder, Napoleone, e tutti credettero di percepire in questi suoni qualcosa dell’incantesimo dei giorni primordiali. Si deve intendere che un mondo spirituale che ancora sorgeva nei cuori, quale ancora allora era presente, dovette sentirsi attirato da quello che da quei canti risuonava! Che cosa era dunque?

Dobbiamo rivolgere lo sguardo alle epoche che coincidono con i primi impulsi del cristianesimo e con i secoli che seguirono. Che cosa accadde in quelle regioni delle Ebridi, nell’Irlanda, nella Scozia, nell’antico Erin — che abbracciava tutte le isole contigue fra l’Irlanda e la Scozia e le regioni settentrionali della Scozia medesima? Qui dobbiamo ricercare il nucleo di quei popoli di stirpe celtica che avevano conservato in tutta la sua originalità l’antica chiaroveggenza atlantica. Gli altri, che erano migrati verso oriente, si erano ulteriormente sviluppati: non si trovavano più in legame con gli antichi dèi. Completamente immersi nella personalità, nell’individualità, questi uomini preservavano in sé la possibilità dell’antico serismo.

Uomini che furono spinti da una missione particolare verso questo suolo, dove si presentò loro un’edificazione che — specchiando il loro interiore musicale e formata interamente dall’essenza stessa del mondo spirituale in modo architettonico — era quello che con poche parole ho cercato di caratterizzare: la grotta di Fingal. Si forma un’idea corretta del processo se si rappresenta che la caverna agiva come un centro, rispecchiando quello che viveva nelle anime di questi uomini, che vi erano stati spinti dal loro karma come verso un tempio costruito dagli dèi medesimi. Qui venivano preparati gli uomini che dovevano ricevere in seguito l’impulso cristico con piena umanità, e che qui, come preparazione, dovevano esperire qualcosa di altamente peculiare.

Possiamo rappresentarcelo se consideriamo come qui era conservata una delle istituzioni più antiche dei popoli, attraverso cui le stirpi erano divise in piccole comunità di carattere familiare. Coloro che erano legati dal sangue sentivano di appartenere insieme; tutto il resto veniva percepito come estraneo, come appartenente a un diverso io-gruppale. E su questi singoli gruppi si effondeva come una forza armonizzante quello che — durante la migrazione dei popoli dall’Atlantide verso oriente — i sacerdoti druidi rimasti in occidente potevano donare agli uomini. Quello che essi potevano donare viveva ancora nei bardi. Ma quello che attraverso questi bardi agiva, noi lo comprendiamo solo se chiaramente ci facciamo consapevoli che le passioni più elementari confluivano con l’antica capacità di penetrazione nel mondo spirituale, e che gli uomini, che come rappresentanti dei loro gruppi combattevano contro altri gruppi con forza vitale, talvolta con collera e passione, vedevano come dal mondo spirituale emanavano impulsi che li guidavano nei combattimenti. Una siffatta collaborazione fra il fisico e lo psichico è oggi completamente inconcepibile.

Quando l’eroe sollevava la spada, credeva che uno spirito dalle alte sfere lo guidasse, e in questo spirito vedeva un antenato che un tempo aveva già combattuto su quel campo e che era asceso per cooperare da lassù. Nei loro schieramenti di battaglia sentivano i loro antenati agire, gli antenati da entrambi i lati, e non solo li sentivano, li udivano anche chiaroudentemente! Era una concezione meravigliosa quella che viveva in questi popoli: gli eroi dovevano combattere sul campo di battaglia, dovevano versare il loro sangue, ma dopo la morte salivano nel mondo spirituale, e allora il loro spirito vibrava come tono, permeando l’aria come spiritualità.

Coloro invece che erano esperti nei combattimenti, ma che principalmente si sviluppavano per ascoltare quello che dalle alte sfere risuonava come la voce della preistoria — divenivano ciechi alla realtà fisica, non potevano più vedere il balenare delle spade, erano ciechi al piano fisico —: essi venivano grandemente venerati. E uno di questi era appunto Ossian. E mentre gli eroi brandivano le loro spade, erano consci che le loro imprese avrebbero continuato a risuonare nel mondo spirituale, e che si sarebbero trovati bardi che avrebbero conservato questo nei loro canti. Era una concezione ricca di vita, quella che possedevano questi popoli.

Ma questo dà altresì una concezione completamente diversa dell’umanità in generale. Dà la concezione che l’uomo sia connesso con le potenze spirituali che risuonano da tutta la natura. Non si può osservare una tempesta o un fulmine, non si può udire il tuono, il ruggio del mare, senza presentire che da tutta l’azione della natura operano spiriti che sono in alleanza con le anime della preistoria, con le anime dei propri antenati. Allora quello che è l’azione naturale diventa qualcosa di completamente diverso. Perciò proprio quei suoni erano così significativi, quei suoni che ancora una volta risuonarono fino a noi e, vivendo prima solo nella tradizione, vennero ravvivati dal Caledonese Macpherson, sicché potessero nuovamente donare consapevolezza della connessione fra gli uomini, le anime degli antenati e i fenomeni naturali. Si può intendere come quel Caledonese possedesse una certa congenialità di sentimento quando descrive come si precipita avanti una schiera di combattenti, trascinando davanti a sé la tenebra, simile ai genii che marciano verso la battaglia. È veramente qualcosa che poteva produrre una grande impressione sull’Europa spirituale.

L’intera maniera di presentazione, sebbene data in una forma di poesia più libera, riaccende in noi il sentimento per la concezione che viveva in quei popoli antichi. In essi viveva un sapere vivente, una sapienza viva della connessione con il mondo dei genii e con il mondo naturale in cui il mondo dei genii opera. Da una tale sapienza furono scelti i figli migliori dei vari popoli — cioè coloro che avevano il collegamento maggiore con gli spiriti della preistoria, coloro che maggiormente facevano vivere gli spiriti della preistoria nelle loro azioni — per formarne una schiera d’eccezione. E colui che possedeva le forze chiaroveggenti più forti veniva posto a guida. Questa schiera aveva il compito di difendere il popolo-nucleo dei Celti dai popoli circostanti. Uno di questi condottieri era l’eroe chiaroveggente, la cui memoria è giunta sino a noi sotto il nome di Fingal.

Come Fingal operò nella difesa degli antichi dèi contro coloro che li volevano mettere in pericolo, questo l'hanno tramandato i canti antichi — canti che erano stati uditi dal mondo spirituale medesimo —, i canti antichi del bardo Ossian, suo figlio, cosicché ciò rimase vivente fino al XVI e al XVII secolo. Quello che Fingal aveva compiuto, quello che suo figlio Ossian aveva udito quando Fingal era asceso al regno degli spiriti, quello che i posteri dovevano ancora far vivere nelle loro azioni attraverso i suoni di Ossian: era questo che agiva ancora così potentemente nel XVIII secolo. E noi riceviamo un’idea di ciò quando sentiamo come Ossian, nei suoi canti, fa risuonare la voce di suo padre Fingal. Gli eroi si trovano in situazione difficile, sono quasi sopraffatti — quando improvvisamente nuova vita fluisce nelle schiere.

«Il Re stava presso la roccia di Lubar; tre volte innalzò la sua voce terribile. Il cervo sussultò alle sorgenti di Cromla, le rocce tremarono su tutti i loro monti. Come il rombo di cento torrenti montani che si precipitano e ruggiscono e montano in schiuma, come le nuvole che si raccolgono in una tempesta sul volto celeste del cielo, così colpì la voce terribile di Fingal i figli della selvaggina tutt’intorno. Gradita ai guerrieri della sua terra era la voce del Re di Morven. Spesso li aveva condotti in battaglia, spesso tornava con il bottino del nemico. “Venite alla battaglia”, disse il Re, “figli dello splendente Selma! Venite alla morte dei mille! Il figlio di Konnais vuol vedere la lotta! La mia spada si agiterà sul colle per la difesa del mio popolo in guerra — ma non dovrete averne bisogno, guerrieri, mentre il figlio di Mornis combatte, il capo dei potenti uomini. Egli dirigerà la mia battaglia, affinché la sua gloria possa sorgere nel canto! O voi spiriti dei gloriosi defunti, voi cavalcatori della tempesta di Cromla, accogliete con gioia il mio popolo che cade. Portatelo ai vostri colli, e il respiro di Lena lo porti sul mare, e venga nelle mie pacifiche visioni e rallegri la mia anima nel sonno!”»

Ora, come una nuvola tempestosa oscura, circondata tutt’attorno dai lampi rossi del cielo, fuggendo verso occidente davanti al raggio del mattino, il Re partì da Selma. Terribile è lo splendore della sua armatura. Due lance erano nella sua mano, i suoi capelli grigi svolazzavano al vento. Spesso si volge indietro a guardare la battaglia. Tre bardi accompagnano il figlio della gloria, per portare le sue parole ai capi. Alto sul pendio di Cromla sedeva, facendo segni con il bagliore della sua spada. E come egli faceva segni, noi ci movemmo…

Fingal improvvisamente si levò in armi. Tre volte risuonò la sua voce terribile, Cromla rispose tutt’attorno. I figli della selvaggina stettero fermi; piegarono i loro volti eccitati verso la terra, vergognati dalla presenza del Re. Veniva come una nuvola di pioggia nel giorno del sole, quando essa scende bassa sul colle e i campi aspettano lo scroscio. Il silenzio accompagnava il loro lento incedere, ma la tempesta è pronta a levarsi. Swaran vide il terribile Re di Morven. Si arrestò a metà della sua corsa. Cupamente si appoggiò sulla sua lancia, rotolando il suo occhio rosso tutt’intorno. Silenzioso e fiero somigliava a una quercia sulla riva di Lubar, che ha i suoi rami bruciati in tempi remoti dal fulmine del cielo; si piega sul torrente, il muschio grigio sussurra al vento. Tale stava il Re. Poi lentamente si volse verso l’altura crescente di Lena. Le sue migliaia si effusero attorno all’eroe. L’oscurità si raccoglie sul colle.

Fingal, come un raggio dal cielo, appariva nel mezzo del suo popolo. I suoi eroi si radunarono intorno a lui. Egli levò la voce della sua potenza. «Levate le mie bandiere verso l’alto, stendetele nel vento di Lena come le fiamme di cento colli! Fatele ruggire nei venti di Erin e ricordiamoci della lotta. Voi figli dei torrenti fragorosi, che vi rovesciate da mille monti, state vicino al Re di Morven! Ascoltate le parole della sua potenza! Oskar, braccio più forte della morte; o Fillan, tu corridore delle future battaglie; Dermid, cacciatore dai neri capelli delle renne saltellanti; Kothmar, figlio degli scudi che risuonano di Mora; Ossian, Re dei canti, state vicino al braccio di vostro padre!» — Noi sollevammo il raggio del sole della battaglia, la bandiera del Re. Ogni eroe esultò di gioia quando essa svolazzava ondeggiando nel vento; era ornata in alto di oro, come il vasto calice azzurro del cielo notturno. Ogni eroe aveva la sua propria bandiera, e ognuno i suoi uomini oscuri.»

Così Fingal si precipitò nella battaglia, così viene descritto da suo figlio Ossian.

Non è meraviglia che questa vita, questa consapevolezza della connessione con il mondo spirituale che si infondeva nelle anime di questi popoli, nelle anime degli antichi Celti, fosse la migliore preparazione affinché il principio divino personale si diffondesse in seguito dalla loro terra su tutto l’Occidente. Infatti, quello che essi avevano esperito nella passione, quello che avevano udito risuonare nelle melodie del mondo spirituale, li preparava per il tempo in cui generarono figli che in seguito purificarono e mitigarono quelle passioni nell’anima, sicché possiamo dire: è come se gli uomini migliori di Erin udissero nuovamente i suoni dei loro antichi bardi, che un tempo li avevano ascoltati dal mondo spirituale stesso come le azioni degli antenati; ma come se negli uomini migliori di Erin i clamori bellicosi antichi si fossero ora plasmati e chiariti e fossero divenuti la parola che doveva esprimere il massimo impulso dell’umanità.

Questo risuonava dai tempi remoti nei canti che parlavano delle azioni degli antichi Celti, che in battaglie maestose avevano combattuto molte cose per prepararsi a ulteriori azioni della vita spirituale, come le ritroviamo in quello che i figli migliori dell’Occidente hanno compiuto. Questi erano gli impulsi che allora fluirono nelle anime degli uomini del XVIII secolo, quando quei canti antichi furono rinnovati. Era questo che richiamavano alla memoria coloro che scorgevano di nuovo il meraviglioso duomo che sembrava costruito dalla natura stessa, che faceva loro dire: qui è un luogo dove il karma ha operato, affinché quello che i bardi dovevano cantare delle azioni degli antenati, di quello che gli eroi dovevano compiere per il tempramento delle loro forze, in un’eco ritornasse loro dal duomo che non dovettero costruire essi stessi, dal loro sacro tempio che fu loro edificato dagli spiriti della natura, e che poteva essere un mezzo di ispirazione per coloro che lo contemplavano.

Così i suoni dell’ouverture ci possono offrire l’occasione di presentire a nostra volta almeno qualcosa delle profonde connessioni misteriose che senza dubbio governano la storia dell’umanità che ha preceduto i nostri tempi, quasi sullo stesso suolo dove noi continuiamo a vivere. E poiché dobbiamo immergerci in quello che vive in noi, e poiché quello che vive in noi è solo un continuo risuonare di quello che era nella preistoria, una tale presentazione di quello che era un tempo e continua a operare nell’umanità è della massima importanza per la vita occulta.

8°Il significato della ricerca spirituale per l'agire morale

Bielefeld, 6 Marzo 1911

Spesso si rimprovera alla teosofia di non condurre veramente verso il campo morale e di fomentare, attraverso talune sue dottrine, un raffinato egoismo spirituale. Chi muove simili obiezioni ragiona così: la teosofia rivela come l’uomo sviluppi la propria esistenza da una vita all’altra; la cosa principale è che, nonostante i regressi, l’uomo ha la possibilità di salire sempre più in alto e di applicare nelle vite successive ciò che ha imparato come in una scuola nella vita precedente.

Chi si immerge pienamente in questa fede nella perfezione umana cercherà di purificare sempre più il proprio io, di renderlo ricco e prolifico, al fine di salire continuamente verso stati superiori. Ma così ragionano i critici: tutto questo è sostanzialmente un’aspirazione egoista. Noi teosofi ricerchiamo insegnamenti e forze dal mondo spirituale per elevare sempre più il nostro io; dunque un motivo egoistico spinge l’uomo all’azione. Inoltre, noi teosofi crediamo che attraverso le azioni imperfette ci prepariamo un pessimo karma; per evitare ciò, il teosofo eviterà di fare questo o quello che altrimenti avrebbe fatto. Agisce dunque per paura del karma.

Probabilmente compirebbe anche per questo motivo certe azioni che altrimenti non avrebbe compiuto: un puro incentivo egoistico. Molti sostengono che gli insegnamenti sul karma e sulla reincarnazione, e il generale perseguimento della perfezione che nasce dalla teosofia, portano gli uomini a coltivare un egoismo superiore e raffinato dal punto di vista spirituale. Ciò rappresenterebbe un’accusa grave se si potesse affermare che la teosofia induce gli uomini a compiere azioni morali non dalla compassione e dalla pietà, ma dalla paura della punizione.

Domandiamoci dunque se simile accusa sia realmente fondata. Dobbiamo allora penetrare profondamente nella ricerca occulta se vogliamo davvero confutare questa obiezione alla teosofia in modo rigoroso. Supponiamo che qualcuno dica: se l’uomo non possiede già questo perseguimento della perfezione, la teosofia non lo spinge affatto a compiere azioni morali. Un’indagine più profonda di ciò che la teosofia insegna può mostrare che l’uomo è inserito nell’intera umanità cosicché con un’azione non morale non compie soltanto qualcosa che forse gli procura una punizione: con un pensiero non morale, con un’azione o un sentimento non morale, compie qualcosa di profondamente contrario al senso, qualcosa che non può conciliarsi con un pensiero veramente sano.

Con questo è detto molto. Un’azione immorale non è semplicemente seguita da una punizione karmica, ma è, nel più profondo significato, un’azione che non dovrebbe mai essere compiuta. Supponiamo che un uomo commetta un furto. L’uomo si attira così una punizione karmica. Se si vuole evitarla, allora non si ruba. Ma la cosa è ancora più complicata. Domandiamoci: che cosa vuole colui che mente o ruba? Il bugiardo e il ladro vogliono procurarsi un vantaggio; il bugiardo forse vuole uscire da una situazione spiacevole. Un’azione siffatta ha un senso soltanto quando si consegue davvero un vantaggio attraverso la menzogna o il furto.

Se l’uomo comprendesse che non può ottenerlo, che si inganna, che al contrario provoca un danno, allora si direbbe: è assurdo pensare anche soltanto a un’azione così. Quando la teosofia penetrerà sempre più la civilizzazione umana, gli uomini sapranno che è assurdo e ridicolo credere di potersi procurare mediante la menzogna o il furto ciò che si pensa di ottenere. Una cosa diverrà sempre più chiara a tutti gli uomini quando la teosofia penetrerà in loro: nel senso delle cause superiori non esistono personalità umane completamente separate, bensì, accanto alle individualità separate, l’intero genere umano forma un’unità.

Sempre più si comprenderà che, dal punto di vista di una vera concezione del mondo, il dito è più saggio dell’intero uomo: il dito non s’illude di essere qualcosa senza l’intero organismo umano a cui appartiene. Nella sua coscienza offuscata, sa che non può esistere senza l’intero organismo. Gli uomini, invece, si abbandonano continuamente alle illusioni. Credono di essere qualcosa di isolato, limitato dalla pelle. Non lo sono, altrettanto quanto il dito non è nulla senza l’intero organismo. La ragione dell’illusione è che l’uomo può muoversi da un luogo all’altro, mentre il dito non può farlo.

Sulla terra siamo nella medesima situazione del dito nel nostro organismo. Quella scienza che crede che la nostra terra sia una sfera fusa di fuoco, circondata da un guscio duro su cui gli uomini si muovono, e che ritiene di aver così spiegato la terra, quella scienza sta allo stesso livello di una scienza che credesse che l’uomo, nella sua essenza, non sia nulla più che il suo scheletro, che non consista in altro che in esso. Ciò che si osserva della terra è la medesima cosa dello scheletro nell’uomo. L’altro che appartiene alla terra è di natura soprasensibile.

La terra è un vero organismo, un vero essere vivente. Se si rappresenta l’uomo come un essere vivente, si può pensare il suo sangue con i globuli rossi e bianchi; questi possono svilupparsi soltanto nell’intero organismo umano e diventare quello che sono. Ciò che i globuli rossi e bianchi sono per l’uomo, siamo noi uomini per l’organismo terrestre. Apparteniamo assolutamente a questo organismo terrestre; formiamo una parte dell’intero essere-terra, e ci osserviamo rettamente soltanto quando diciamo: da soli non siamo nulla; siamo completi soltanto quando pensiamo a noi stessi come immersi nel corpo terrestre, di cui osserviamo soltanto lo scheletro, la corteccia minerale, finché non riconosciamo i membri spirituali di questo organismo terrestre.

Quando nell’organismo umano si forma un processo infiammatorio, l’intero organismo è colto da febbre, l’intero organismo è colto da malattia. Trasportando questo all’organismo terrestre, possiamo dire che è vero ciò che l’occultismo deve asserire: quando in qualche luogo sulla terra si commette un’azione immorale, ciò è per l’intero organismo terrestre la medesima cosa che, per l’uomo, una piccola bolla di pus sul corpo umano che rende malato l’intero organismo. Così, quando sulla terra si commette un furto, l’effetto è che l’intera terra contrae una specie di febbre.

Questo non è detto soltanto in senso comparativo, ma è profondamente fondato. Sotto tutto ciò che è immorale soffre l’intero organismo terrestre, e noi, come singoli uomini, non possiamo compiere nulla di immorale senza che l’intero organismo terrestre ne sia colpito. Questo è in fondo un pensiero molto semplice, ma gli uomini l'afferrano con difficoltà. Coloro che non vogliono crederlo dovrebbero soltanto attendere. Si tenti di imprimere tali pensieri nella nostra cultura, si tenti di appellarsi con tali pensieri al cuore umano, alla coscienza umana: quando in qualche luogo si commettono azioni immorali, esse sono per l’intera terra una specie di bolla di pus e rendono malato l’organismo terrestre. L’esperienza mostrerebbe che in tali cognizioni risiedono immensi impulsi morali.

Per quanto si predichi la moralità, ciò non aiuterà gli uomini. Eppure tali cognizioni non afferrerebbero gli uomini soltanto come conoscenze: se si imprimessero nello sviluppo della cultura, se fossero già versate nell’animo infantile, darebbero un immenso impulso morale. Tutte le prediche di moralità non hanno per lo spirito umano nulla di veramente travolgente e convincente. È così come dice Schopenhauer: predicare moralità è facile, fondare moralità è difficile. Gli uomini provano una certa antipatia verso le prediche di moralità.

Dicono: quello che mi viene predicato lo vuole un altro, e io devo semplicemente obbedire! Questa convinzione prevarrà sempre più man mano che la coscienza materialistica prevarrà. Oggi si dice: esistono morali di classe, morali di ceto, e quello che una tale morale di classe ritiene giusto viene imposto all’altra classe. Tale opinione si è infiltrata negli animi degli uomini, e in futuro diventerà sempre peggio. Il sentimento degli uomini diverrà sempre più forte nel desiderio che essi stessi trovino tutto ciò che in questo campo debba essere riconosciuto come giusto, che questo debba scaturire dal loro desiderio di conoscenza oggettiva.

L’individualità umana vuole avere sempre più valore. Nel momento però in cui il cuore comprendesse che si ammala insieme quando l’organismo intero si ammala, l’uomo farebbe ciò che è necessario per non ammalarsi. E nel momento in cui l’uomo comprende di essere immerso nell’intero organismo terrestre, che non deve essere una bolla di pus sul corpo terrestre, allora esiste un motivo oggettivo per la bontà. L’uomo dirà: se rubo, voglio procurarmi un vantaggio. Non lo faccio, perché così rendo malato l’intero organismo, senza il quale non posso vivere. Faccio il contrario e così procuro un vantaggio non soltanto all’organismo ma anche a me stesso.

Così, approssimativamente, si configura la coscienza morale umana nel futuro. Chi trae un impulso morale dalla teosofia si dirà: è un’illusione pensare di potersi procurare un vantaggio attraverso un’azione immorale. Tu sei, se fai così, come una seppia che sprizza un liquido scuro: sprizzi un’aura scura di impulsi immorali. Mentire e rubare è il germe di un’aura in cui ti immetti e attraverso cui rendi infelice tutto il mondo. Si dice che ciò che ci circonda sia maya. Eppure tali verità devono diventare verità di vita. Se si mostra che attraverso la teosofia lo sviluppo morale dell’umanità nel futuro sarà tale che l’uomo deve comprendere come si avvolge in un’aura di illusioni quando vuol procurarsi un vantaggio, allora diventa una verità pratica che il mondo è maya o illusione.

Il dito lo crede nella sua coscienza offuscata, che è una coscienza semiaddormentata e sognante; è così saggio che sa: senza la mano e il resto del corpo non è più un dito. L’uomo oggi non è ancora così saggio da sapere: senza il corpo terrestre è in fondo nulla. Deve però diventare così saggio. Il dito quindi ha un certo vantaggio rispetto all’uomo. Non si recide da sé, non dice: voglio tenere per me il sangue che è in me, oppure voglio staccarmi come membro. È in armonia con l’intero organismo.

L’uomo deve certamente sviluppare una coscienza superiore per giungere in armonia con l’intero organismo terrestre. Nella presente coscienza morale l’uomo non lo sa ancora. Potrebbe dirsi: l’aria che respiro; poco fa era fuori, poi è dentro nel corpo umano: un’esteriorità diviene un’interiorità. E quando espiro l’aria respirata, un’interiorità di nuovo diviene esteriorità; così è per l’intero uomo. L’uomo non sa neppure che, separato dall’aria che lo circonda, non è nulla. Deve sforzarsi di sviluppare una coscienza su come è rinchiuso nell’intero organismo terrestre.

Come può l’uomo sapere: tu sei un membro dell’intero organismo terrestre? La teosofia conduce l’uomo a questo. Mostra all’uomo: prima vi era uno stato di Saturno, poi uno stato di Sole, poi uno stato di Luna; l’uomo era presente dappertutto, sebbene in modo completamente diverso da come è oggi. Poi la terra è sorta dall’antico stato di Luna. Lentamente l’uomo, come uomo terrestre, si è generato. Ha una lunga evoluzione dietro di sé, e in futuro deve progredire verso altri stadi evolutivi. Con la terra nella sua forma attuale, l’uomo nella sua forma attuale si è generato. Se si segue, attraverso lo studio della teosofia, come uomo e terra si sono generati, allora si mostra come l’uomo sia un membro dell’intero organismo terrestre.

Si mostra allora come terra e uomo da una vita spirituale sono lentamente emersi, come gli esseri delle gerarchie hanno costruito terra e uomo, come l’uomo appartiene alle gerarchie, sebbene stia al gradino più basso. E allora la teosofia mostra verso l’essenza centrale di tutto lo sviluppo terrestre, verso il Cristo come il grande prototipo umano. E da tutti questi insegnamenti della teosofia deve sorgere nell’uomo la consapevolezza: così devi agire!

La scienza dello spirito ci mostra come possiamo sentirci come un membro di tutta la vita terrestre; la scienza dello spirito ci mostra che il Cristo è lo spirito della terra! Le nostre dita, i nostri alluci, il nostro naso, tutte le nostre membra sognano di essere rifornite di sangue dal cuore, di non essere nulla senza l’organo centrale; infatti, senza cuore non sono possibili. E la teosofia mostra all’uomo che nel futuro dello sviluppo terrestre sarebbe una follia non accogliere l’idea del Cristo; poiché ciò che il cuore è per l’organismo, il Cristo è per il corpo terrestre.

Come il sangue attraverso il cuore fornisce all’intero organismo vita e forza, così l’essenza del Cristo deve essersi diffusa attraverso tutte le singole anime terrestri e deve diventare per loro verità la parola di Paolo: «Non io, ma il Cristo in me»! Il Cristo deve essersi effuso in tutti i cuori umani. E chi volesse dire: si può sussistere senza il Cristo — sarebbe così stolto quanto occhi e orecchi se dicessero di poter sussistere senza cuore. Nel singolo corpo umano il cuore deve certamente essere presente da principio; nell’organismo terrestre questo cuore è entrato soltanto con il Cristo.

Per i tempi futuri questo sangue del cuore di Cristo deve essersi diffuso in tutti i cuori umani; e chi non si unisce a lui nella propria anima, appassirà. La terra non aspetta il suo sviluppo; essa giunge al punto a cui deve giungere. Soltanto gli uomini possono restare indietro: cioè si opporrebbero all’accoglienza del Cristo nell’anima. Un certo numero di uomini starebbe nella sua ultima incarnazione terrestre e non avrebbe raggiunto lo scopo: non hanno riconosciuto il Cristo, non hanno accolto il sentire-Cristo, il sapere-Cristo nelle anime.

Non sono maturi, non si uniscono allo sviluppo superiore, si separano. Non è lo stesso per tali uomini la possibilità di decadere completamente come dovrebbero fare il naso o gli orecchi se si separassero dall’intero organismo umano. Ma questo mostra la ricerca occulta: coloro che non vogliono permearsi dell’elemento Cristo, della vita-Cristo, così come soltanto attraverso la teosofia può raggiungersi, essi, invece di vivere verso nuovi stadi di esistenza insieme con la terra, avrebbero assorbito in sé sostanze di decadimento, sostanze di decomposizione; dovrebbero percorrere inizialmente altri cammini.

Se le anime umane nelle successive incarnazioni accolgono il Cristo nella loro conoscenza, nel loro sentire, in tutta la loro anima, la terra cadrà da queste anime umane, come un cadavere cade al momento della morte umana. Il cadavere terrestre cadrà, e ciò che è permeato dal Cristo, spirituale-animico, si forma verso una nuova esistenza e si reincarna su Giove. E che cosa accade ora a coloro che non hanno accolto il Cristo in sé? Vi sarà abbondante occasione, attraverso la teosofia, affinché riconoscano il Cristo, affinché accolgano il Cristo in sé.

Gli uomini ancora oggi si oppongono, si opporranno sempre meno. Ma supponiamo che alla fine dello sviluppo vi fossero ancora uomini che si opponessero. Allora vi sarebbe un certo numero di uomini che non potrebbe salire al pianeta successivo, che non avrebbe raggiunto il vero scopo terrestre. Questi uomini sarebbero una vera croce sul pianeta su cui gli uomini continueranno a evolversi; poiché non potranno vivere insieme al vero e giusto stato di Giove, non potranno partecipare a ciò che si svilupperà lì, eppure saranno presenti su Giove.

Tutto ciò che è successivamente materiale è prima spirituale. Ciò che gli uomini ora, durante il tempo terrestre, sviluppano spiritualmente come immoralità, come opposizione nell’accogliere il Cristo in sé, è dapprima spirituale-animico. Ma diventerà materiale, circondarà e penetrerà Giove come un elemento vicino. E questi saranno i discendenti di coloro che non hanno accolto il Cristo in sé durante lo stato terrestre. Ciò che ora si sviluppa spiritualmente come immoralità, come opposizione al Cristo, diventerà allora materiale, veramente fisico.

Mentre il fisico di coloro che hanno accolto il Cristo sarà raffinato su Giove, il fisico di questi altri uomini sarà sostanzialmente più grossolano. Questo dipinge alla vista dell’anima la ricerca occulta, come sarà il futuro di quegli uomini che non hanno raggiunto la maturità terrestre. Ora respiriamo aria. Su Giove sostanzialmente non vi sarà aria, bensì Giove sarà circondato da una sostanza che rispetto alla nostra aria sarà qualcosa di raffinato, di eterico.

In essa vivranno gli uomini che hanno raggiunto lo scopo della terra. Quelli altri, invece, rimasti indietro, dovranno respirare qualcosa come un’aria di fuoco sgradevole e ribollente, attraversata da umidità, che porta in sé cattivi odori. Così che gli uomini che non hanno raggiunto la maturità terrestre saranno una croce per gli altri uomini gioviani; poiché agiranno infettando l’ambiente, le paludi e il resto del suolo di Giove.

Le parti fisico-liquide dei corpi di questi uomini saranno qualcosa che si può paragonare a un liquido che vuol continuamente diventare solido, che si congela in sé, che ristagna, cosicché questi esseri non avranno soltanto questa sgradevole aria respiratoria, ma anche uno stato corporeo come se il sangue continuamente ristagnasse, non restasse liquido. Il corpo fisico stesso di queste entità consisterà in una specie di sostanza mucosa, più sgradevole della sostanza corporea delle nostre odierne lumache, completamente dotato di secernere qualcosa come una specie di crosta che le circondarà.

Questa crosta sarà più morbida della pelle dei nostri odierni serpenti, come una specie di corazza di scaglie morbide. Così questi esseri vivranno in modo poco attraente negli elementi di Giove. Un’immagine siffatta, come la scorge preveggente il ricercatore occulto, ha un aspetto spaventoso. Ma guai agli uomini che, come lo struzzo, non vogliono guardare verso il pericolo e vorrebbero chiudere gli occhi dinanzi alla verità!

Poiché proprio questo ci immerge in errore e inganno, mentre un audace sguardo della verità dà i più grandi impulsi morali. Se gli uomini ascoltano ciò che la verità dice loro, sentiranno: tu menti; e allora sorgerà in loro l’immagine dell’effetto di questa menzogna sulla natura umana nello stato gioviano, l’immagine: la menzogna rende mucoso, crea un’aria respiratoria infettante per il futuro. E questa immagine, che continuamente risorge, sarà un motivo per dirigere gli impulsi dell’anima verso il bene.

Poiché nessuno che conosce veramente le conseguenze dell’immoralità può essere veramente immorale. Si devono insegnare le vere conseguenze delle cause. Perfino i bambini devono esserne avvertiti. Esiste immoralità soltanto perché gli uomini non hanno conoscenza. Soltanto l’oscurità della falsità rende possibile l’immoralità. Certamente ciò che così si può dire sul legame tra immoralità e ignoranza non deve essere conoscenza intellettuale, bensì saggezza.

La sola conoscenza, insieme con l’immoralità, può anche diventare, quando diviene un’intelligenza raffinata, scelleratezza. Mentre la saggezza opererà sull’anima umana in modo che da essa irradi verità, moralità intima. Miei cari amici, è vero: fondare moralità è difficile, predicare moralità è facile! Fondare moralità significa fondarla dalla saggezza, e questa bisogna innanzitutto avere. Vediamo così che era un detto molto saggio quello di Schopenhauer quando disse: fondare moralità è difficile!

Vediamo dunque quanto sia infondato, quando persone che non conoscono veramente la teosofia dicono che essa non contiene impulsi morali. La teosofia ci mostra ciò che compiamo nel mondo quando non agiamo moralmente; dà saggezza, da cui la moralità stessa irradia. Non esiste più gran superbia che dire di aver bisogno soltanto di essere un uomo buono, e allora tutto sarebbe in ordine. Innanzitutto bisogna sapere come si fa, veramente, a essere un uomo buono.

La coscienza presente è molto superba quando rifiuta ogni saggezza. La vera conoscenza del bene esige che penetriamo profondamente nei segreti della saggezza, e questo è scomodo, poiché bisogna imparare molto. Possiamo dunque replicare, quando gli uomini vengono a dirci che reincarnazione e karma fondano una morale egoista: no! La vera teosofia mostra all’uomo che, quando compie un’azione immorale, è circa la medesima cosa come se dicesse: prendo un foglio di carta per scrivere una lettera, e poi prende un fiammifero e accende il foglio di carta.

Sarebbe un assurdo grottesco! L’uomo si trova nella medesima situazione di fronte a un’azione scorretta o a un sentimento immorale. Rubare significa la medesima cosa, per l’essenza umana vera e più profonda, come se si mentisse. Se si ruba, si pone nell’essenza umana il germe di sviluppare una sostanza mucosa, sgradevole, di diffondere odori pestilenziali nel futuro. Soltanto se si vive nell’illusione che il momento presente sia qualcosa di vero, si può compiere un’azione siffatta.

Con il furto l’uomo pone in sé qualcosa che equivale a una scarnificazione dell’essenza umana. E se l’uomo lo sa, non potrà più compiere un’azione immorale, non potrà rubare. Come il germe vegetale nel futuro produce fiori, così la teosofia, quando è versata nell’anima umana, produrrà fiori umani, cioè moralità umana. La teosofia è il germe, l’anima è il terreno fertile per essa, e la moralità è il fiore e il frutto della pianta dell’uomo che diviene.

9°Aforismi sulla relazione fra teosofia e filosofia

Praga, 28 Marzo 1911

Nel seguito dei due pubblici discorsi «Come si confuta la teosofia?» e «Come si difende la teosofia?», e nel seguito delle meditazioni che in questi giorni ho proposto nel ciclo di conferenze su «La fisiologia occulta», molte domande possono farsi avanti spontaneamente. Vi è il bisogno di intendersi un poco con gli ascoltatori stimati su queste questioni che qui sono state toccate.

I due pubblici discorsi avevano principalmente l’intento di mostrare come, sul fondamento della scienza dello spirito o teosofia, ci si debba sapere ben consapevoli dei possibili rilievi che possono emergere. Inoltre, come l’occultista riconosce pienamente il fondamento di questi rilievi. D’altro lato, dai discorsi doveva risultarvi una posizione molto precisa, finemente sfumata: come le verità teosofiche devono essere difese di fronte ai gravi rilievi degli avversari.

Proprio dalla consapevolezza delle difficoltà caratterizzate che si pongono per la teosofia, dovrebbe però formarsi in ogni teosofo il bisogno che nella difesa delle verità teosofiche regnino la massima precisione e la più alta precisione. È qualcosa di cui chi ha il compito di difendere queste cose da una conoscenza dei nessi corrispondenti è ben consapevole. Tuttavia — nonostante tutto ciò che è stato sottolineato nei pubblici discorsi — urta inevitabilmente contro coloro che stanno sul fondamento della scienza contemporanea.

Per questo la teosofia, per quanto strana possa sembrare l’affermazione, esige da una parte il rivestimento più preciso e logico delle verità derivate dai mondi superiori. Esige dall’altra parte, non meno, dalla semplice ragionevolezza ordinaria, la formulazione logica più esatta e precisa. Chi si pone questo compito di formulare in modo preciso e logicamente esatto, e a questo scopo evita tutto ciò che potrebbe essere pura riempitiva di parole in una frase o mera decorazione retorica, spesso avverte come facilmente possa essere frainteso.

Il motivo è semplice: nel nostro tempo non ovunque c’è l’intenso bisogno di accogliere le verità presentate con la stessa precisione e esattezza con cui vengono espresse.

Nel nostro tempo l’umanità, persino dove si attiva scientificamente, non è ancora abituata a questa presa totale e precisa. Se si accoglie il presentato con totale esattezza, allora nei periodi non si deve solo non cambiare nulla. Si deve inoltre badare con precisione anche ai confini che sono stati incorporati nelle formulazioni.

Abbiamo un facile esempio di questo, che è emerso di recente nel porre domande. Si è chiesto: se la coscienza onirica è solo una specie di coscienza immaginativa, come mai allora da questa coscienza onirica possono compiersi certi comportamenti inconsci, come per esempio il sonnambulismo? Qui il domandante non ha considerato — come anch’io allora già avevo menzionato — che, con il periodo in cui i contenuti della coscienza onirica sono qualcosa di immaginativo, non si intende che siano solo immaginativi. Bensì che naturalmente, poiché solo da un lato l’orizzonte della coscienza onirica era stato caratterizzato, proprio dalla natura di questa caratterizzazione risultava: come le nostre azioni diurne conseguono dalla nostra coscienza diurna, così anche certi comportamenti di natura meno conscia potrebbero conseguire dalla coscienza immaginativa del sogno.

Si deve dire completamente senza rimprovero che l’ascolto impreciso è uno dei principali motivi per cui la teosofia e la sua rappresentazione oggi incontrano tanti fraintendimenti. Questi malintesi non vengono portati solo dagli avversari della teosofia. In grande misura vengono portati anche da coloro che sono professori di questa visione teosofica del mondo. E forse una gran parte della colpa dei fraintendimenti che il mondo esterno reca alla scienza dello spirito proviene dal fatto che, proprio anche nei circoli teosofici, si pecca così frequentemente in questa direzione.

Se esaminiamo tra le scienze che nel nostro tempo hanno vigore, potrebbe sorgere il sentimento generale che la teosofia abbia le relazioni maggiori e sia la più affine con la filosofia e i suoi vari rami. Un tale asserto sarebbe anche completamente giusto. Si potrebbe propriamente, dalla natura dei fatti, presupporre che la prossima possibilità di incontrare comprensione per le conoscenze teosofiche stesse dalla parte della filosofia. Ma proprio lì si mostrano ancora altre difficoltà.

La filosofia, come oggi si può dire viene praticata ovunque, è diventata in misura assai maggiore una specie di scienza speciale, di quanto lo era un tempo ancora relativamente breve. È diventata una scienza speciale e lavora, se guardiamo al suo lavoro pratico odierno e non ci imbarchiamo in singole teorie, praticamente nell’essenziale in regioni astratte. E non vi è molta inclinazione a ricondurre la filosofia alla concezione concreta del fattuale. Anzi, sorgono persino difficoltà nella pratica odierna della filosofia, se si vuole abbracciare il mondo del fattuale con questo sforzo filosofico di oggi.

La teoria della conoscenza, condotta con grande acutezza in molteplici direzioni nella seconda metà del diciannovesimo secolo e fino ai nostri giorni, è sorta principalmente perché erano sentite queste difficoltà. Il difficile penetrare dalle astratte altezze del pensiero, del concetto, ai fatti veniva sentito come ostacolo. Ora si sente che proprio in tali discorsi, come quelli di questo ciclo su «La fisiologia occulta», la teosofia è costretta dappertutto. Con ciò che deve dare come contenuti di coscienza sovrasensibili, ad avanzare direttamente fino al nostro mondo fattuale.

Se posso parlare trivialmente, vorrei dire: la teosofia non ha la ventura della odierna filosofia, che si mantiene in regioni astratte. Questa filosofia non sarebbe affatto molto incline ad accogliere nelle sue considerazioni concetti come, per esempio, del sangue o del fegato o della milza, dunque contenuti del fattuale. Indietreggerebbe molto dinanzi al gettare il ponte dalle sue formazioni concettuali astratte agli eventi e alle cose concrete, immediatamente fattuali, che si presentano a noi.

La teosofia è, in questa relazione, più audace, e proprio per questo facilmente può essere vista, di fronte alla filosofia, come un’attività spirituale che audacemente e illegittimamente getta un ponte dal più spirituale fino al più fattuale. Ora deve veramente essere interessante domandarsi: perché dunque è così difficile ai filosofi avvicinarsi alla teosofia? Forse proprio perché la filosofia evita di gettare questo ponte.

Per la teosofia stessa questo fatto è, in certo senso, una fatalità, è straordinariamente fatale. Poiché si urta con le conoscenze teosofiche, particolarmente quando le si vuole condurre fino all’elaborazione logica, molto, molto spesso su resistenze. Proprio sul lato filosofico si urta, in questa relazione, su resistenze. E avviene frequentemente che si incontri minor resistenza quando si racconta allegramente agli uomini osservazioni sensazionali dai mondi superiori.

Spesso questo lo perdonano piuttosto facilmente. Poiché anzitutto queste cose sono «interessanti», e secondamente gli uomini si dicono: ebbene, poiché non possiamo guardare in questi mondi, non siamo affatto chiamati a formulare alcun giudizio su di essi.

Ma l’aspirazione della teosofia è di condurre alla comprensione ragionevole tutto ciò che può essere trovato nei mondi superiori. I fatti sono stati trovati, se veramente possono avere valore come tali, attraverso la ricerca sovrasensibile nei mondi sovrasensibili. La forma della presentazione dovrebbe, nel nostro presente, essere data così, che tutto sia rivestito di forme rigorosamente logiche. In tutti i luoghi dove oggi già è possibile, sia indicato come i procedimenti esteriori più fattualmente possano già fornirci dappertutto conferme per ciò che da ricerca spirituale possiamo sostenere.

In tutto questo procedimento — nel condurre giù le conoscenze del mondo spirituale, nel rivestirle di forme logiche o d’altra ragionevolezza, e nel presentarle così in una forma che risponda al bisogno logico del nostro tempo — risiede una fonte di innumerevoli fraintendimenti. Di questi fraintendimenti, veramente si può dire, sono estremamente comprensibili dal punto di vista delle difficoltà sottostanti.

Considerate una volta la complessità di ciò che è stato detto in questi discorsi su «La fisiologia occulta». Il tutto deve essere assunto soltanto con limitazioni, con precise indicazioni dei confini. Considerate tutta la complessità del mondo spirituale in sé, enormemente mobile e variabile. Paragonate questo mondo spirituale, in tutta la sua variabilità, nella difficoltà di cingere con grossi contorni concettuali qualcosa che proviene dai mondi spirituali a noi. Paragonate questo con la facilità di caratterizzare un fatto esteriore qualunque attraverso un esperimento o attraverso un’osservazione sensoriale e descriverlo in uno stile logico!

Ora, oggi, ovunque nella nostra filosofia sussiste la tendenza, dove i concetti vengono illustrati e descritti, di non tenere conto di nulla se non di quelle rappresentazioni ottenute dal mondo che ci sta dinanzi come mondo sensoriale. Questo si avverte nella filosofia particolarmente quando essa è costretta a trovare, per esempio nel campo etico, un’altra origine per i concetti fondamentali che non quelle rappresentazioni ottenute dalla percezione esterna del mondo fisico.

Troviamo — e ciò sarebbe facile da dimostrare, ma naturalmente solo mediante esposizioni dettagliate tratte dalla letteratura filosofica contemporanea — che in tutto quanto oggi viene elaborato nella filosofia le determinazioni concettuali sono assai grossolane. Ciò avviene perché, per i contenuti di coscienza concettuale, in fondo si tiene conto solo del mondo percettivo che ci circonda. Solo su questa base i concetti vengono formati.

Esiste veramente qualche fondamento perché, nella filosofia, nella genesi dei concetti più elementari, i contenuti di coscienza siano ottenuti anche da altra parte che dal lato del mondo sensibilmente percepibile? In breve: alla filosofia contemporanea manca la possibilità di giungere a una comprensione della teosofia. Con le sue teorie essa non può collegarsi a concetti come quelli che coltiviamo nei nostri sviluppi teosofici. Nella letteratura filosofica l’orizzonte di coscienza è stato determinato dal fatto che, nel formare i concetti, si tiene conto dappertutto solo del mondo percettivo esterno. Non si tiene conto di contenuti che provengano da altra parte che dalle percezioni sensoriali.

La teosofia, ora, deve ottenere i suoi concetti in modo del tutto diverso. Deve ascendere alla conoscenza sovrasensibile e portare giù i suoi concetti dal sovrasensibile. Ma deve anche approfondirsi nel lato della realtà. Deve dominare i concetti filosofici ottenuti dall’osservazione del mondo sensoriale. Se vogliamo raffigurarcelo una volta schematicamente, abbiamo allora, da una parte, nella filosofia, concetti ottenuti attraverso la percezione esterna. Dall’altra parte, i concetti ottenuti dal sovrasensibile attraverso la percezione spirituale. E se pensiamo il campo dei concetti attraverso cui ci intendiamo, dobbiamo allora dire:

Se la teosofia deve valere come qualcosa di legittimo, i nostri concetti devono allora essere presi da ambedue i lati. Da una parte dalla percezione sensoriale, dall’altra dalla percezione spirituale. Nel campo dei nostri concetti questi due lati devono incontrarsi.

Attraverso percezione esterna Attraverso percezione sovrasensibile concetti ottenuti concetti ottenuti (Filosofia) (Teosofia)

Campo concettuale

Deve sussistere il bisogno, proprio nelle presentazioni teosofiche, di far incontrare i concetti ottenuti dal mondo spirituale e condotti giù con i concetti filosofici. Vale a dire, che ai nostri concetti possano dovunque collegarsi i concetti ottenuti dal mondo percettivo sensoriale esterno.

Le nostre odierne teorie della conoscenza sono quasi esclusivamente costruite dal punto di vista per cui i concetti sarebbero presi solo da un lato. Non voglio dire con questo che non vi siano anche teorie della conoscenza in cui qualcosa di sovrasensibile venga ammesso come origine dei concetti. Ma dappertutto, dove qualcosa debba essere provato positivamente, gli esempi sono caratterizzati dal fatto che i concetti vengono presi solo dal lato sinistro (dello schema). Dunque dal lato in cui i concetti sono ottenuti dalla percezione del mondo sensibile-fisico. Ciò è anche del tutto naturale, perché nella filosofia i fatti spirituali, come tali, non vengono riconosciuti.

Non si tiene affatto conto del caso che i fatti spirituali, condotti giù dai mondi spirituali, possano essere portati in concetti, come i fatti del mondo fisico vengono portati in concetti. Questa circostanza ha portato al fatto che la teosofia, quando vuole intendersi con la filosofia, non trova praticamente alcun terreno preparato dal lato della filosofia. Nella filosofia, il modo in cui nella teosofia i concetti vengono usati non può essere facilmente inteso.

Si potrebbe dire: quando ci si trova di fronte al mondo percettivo sensibile esterno, è facile dare ai concetti contorni netti. Lì le cose stesse hanno contorni netti, confini netti. Si è facilmente in grado, allora, di dare anche ai concetti contorni netti. Quando invece ci si trova di fronte al mondo spirituale, mobile e variabile in se stesso, spesso si deve anzitutto raccogliere molto. Nei concetti si devono fare limitazioni o estensioni, al fine di caratterizzare in qualche modo ciò che propriamente deve essere detto.

La teoria della conoscenza, come oggi è condotta, è poco adatta a cimentarsi con concetti quali quelli usati nella teosofia. Poiché, nel determinare i concetti, prendendo le ragioni per le determinazioni concettuali — consapevolmente o inconsapevolmente — solo da un lato, si mescola in tutti i concetti che si formano, senza che lo si noti bene, qualcosa che porta a tali concetti teorici della conoscenza da non poter essere affatto utilizzati per chiarire o spiegare alcunché nella teosofia.

Il concetto, così come è fornito dal cosiddetto mondo non-teosofico, è semplicemente inadatto come strumento per caratterizzare ciò che attraverso la teosofia viene condotto giù dal mondo spirituale.

Ora, vi è insomma particolarmente un tale concetto che, nel campo della teoria della conoscenza, è un terribile disturbatore. So molto bene che non viene sentito come tale, ma è un disturbatore. Esso è — se si prescinde dalle sfumature più fini che si sono sviluppate così acutamente nel corso del diciannovesimo secolo — il punto in cui il problema teorico della conoscenza è formulato così, dicendosi:

Come mai l’Io, con il suo contenuto di coscienza — oppure, se si vuole evitare di parlare dell’Io, come mai il nostro contenuto di coscienza — giunge a essere riferito a una realtà? Questi processi di pensiero hanno più o meno — con l’eccezione di certe direzioni teoriche della conoscenza del diciannovesimo secolo — portato a una teoria della conoscenza. Tale teoria della conoscenza sempre di nuovo sente come una grande difficoltà il vedere la possibilità che il transsoggettivo o il trascendente, dunque ciò che giace al di fuori della nostra coscienza, possa entrare nella nostra coscienza.

Voglio ammettere che con questo il problema della conoscenza è solo caratterizzato rozzamente. Eppure le difficoltà sono essenzialmente caratterizzate nel fatto che si dice: come può mai ciò che è contenuto di coscienza soggettivo giungere in qualche modo all’essere, alla realtà? Come può essere riferito alla realtà? Poiché dobbiamo essere chiari su questo: anche se presupponiamo una realtà transsoggettiva che giace al di fuori della nostra coscienza, ciò che è dentro nella nostra coscienza non può direttamente avanzare fino a tale realtà.

Abbiamo dunque — così si dice — in noi il contenuto di coscienza, e possiamo domandarci: come abbiamo la possibilità, da questo contenuto di coscienza, di penetrare nell’essere, nella realtà che è indipendente dalla nostra coscienza?

Un notevole teorico della conoscenza contemporaneo ha caratterizzato questo problema con un’espressione pregnante: l’Io umano, nella misura in cui abbraccia l’orizzonte di coscienza, non può superarsi da sé. Poiché dovrebbe saltare fuori da sé se saltasse nella realtà. Ma allora si troverebbe nella realtà e non nella coscienza. Per questo teorico della conoscenza sembra dunque chiaro che non possa affatto essere stabilito come il contenuto di coscienza stia rispetto alla realtà effettiva.

Mi ero proposto, molti anni fa, nei miei scritti teorici della conoscenza, anzitutto di fissare questo problema della conoscenza — che è fondamentale anche nella teosofia — e poi di eliminare le difficoltà che risultano da una formulazione come quella appena caratterizzata. In ciò, tuttavia, poteva accadermi qualcosa di straordinariamente strano.

Così, per esempio, nel tempo in cui accadde ciò di cui voglio parlare, vi erano filosofi che fin da principio assumevano — molto similmente a Schopenhauer — di dire: «Il mondo è la mia rappresentazione.» Ciò significa: quanto è dato nella coscienza è anzitutto solo contenuto rappresentativo.

Si tratta dunque della questione: come si getta un ponte dalla rappresentazione a ciò che sta al di fuori del rappresentato, alla realtà transsoggettiva? Una domanda è subito data, per chiunque non si lasci affascinare da stabilimenti che si dice siano stati fatti in questo campo, bensì si avvicini senza pregiudizi alla cosa. E contro una gran massa della letteratura teorica della conoscenza, specialmente quella scritta negli anni settanta e nella prima metà degli anni ottanta, si deve sollevare questa domanda:

Se qualcosa è «la mia rappresentazione», e se questo rappresentato stesso deve essere qualcosa di più di un qualcosa giacente dentro il contenuto di coscienza, se deve avere validità per se stesso, allora con ciò è detto qualcosa che in fondo non può stare davanti al punto di partenza della teoria della conoscenza. Bensì qualcosa che può essere stabilito solo dopo che queste questioni teoriche della conoscenza, molto più importanti, siano state discusse.

Poiché dobbiamo dapprima domandarci: perché abbiamo mai il diritto di chiamare «la mia rappresentazione» qualcosa che si presenta in noi come contenuto di coscienza? Abbiamo il diritto di dire: ciò che appare nel mio orizzonte di coscienza è la mia rappresentazione? La teoria della conoscenza non ha affatto il diritto di partire dal giudizio che il dato sia la mia rappresentazione. Bensì ha il dovere, se veramente retrocede alle sue prime origini, di giustificare prima che ciò che appare sia il contenuto di coscienza soggettivo.

Naturalmente ci sono parecchie centinaia di obiezioni a quanto è stato detto ora. Ma non credo che sia possibile mantenere a lungo una sola di queste obiezioni, quando ci si avvicina senza pregiudizi alla cosa. Ho però fatto esperienza che un filosofo noto e significativo mi diede una risposta molto strana.

Quando gli feci notare questo dilemma e volli spiegargli che deve prima essere esaminato se sia teoricamente della conoscenza giustificato caratterizzare la rappresentazione come qualcosa di non-reale.

Allora egli disse: ma questo è ovvio, è già nella definizione della parola «rappresentazione», che rappresentiamo qualcosa che non è reale. Non poteva affatto comprendere — così radicalmente erano piantate in lui queste rappresentazioni cresciute nel corso di secoli — che con questa prima definizione si pone qualcosa di completamente ingiustificato.

Se vogliamo davvero fare un’affermazione entro l’ambito del mondo in cui siamo — prego d’intendere le parole «il mondo in cui siamo» come il mondo quale l'abbiamo nella quotidianità — se vogliamo davvero fare un’affermazione entro questo mondo, per esempio che ciò che è dato come mondo sia una «rappresentazione», allora dobbiamo essere chiari sul fatto che non è affatto possibile fare una tale affermazione senza la nostra attività che chiamiamo pensiero. Senza pensieri e concetti.

Ora, non voglio dire nulla sul fatto che una tale affermazione è propriamente già un «giudizio» secondo la logica formale. Nel momento in cui cominciamo a non lasciare stare ciò che appare davanti a noi, bensì gli facciamo fronte con un’affermazione, interveniamo con il nostro pensiero nel mondo che ci circonda. E se abbiamo qualche diritto di intervenire così nel mondo, da determinare qualcosa come «soggettivo», dobbiamo allora essere consapevoli che ciò che determina che qualcosa venga chiamato «soggettivo» non deve essere soggettivo.

Poiché supponiamo che abbiamo qui la sfera della soggettività (sulla lavagna è disegnato un cerchio e sopra è scritta la parola «soggettività»), e che da essa procedesse, per esempio, l’affermazione: A è soggettivo, è «la mia rappresentazione» o quel che sia, allora questa affermazione è essa stessa soggettiva.

La conseguenza di ciò non è dunque che possiamo far valere tale affermazione, bensì la conseguenza deve essere che non si deve trarre una simile conclusione. Poiché un’affermazione siffatta si eliderebbe da sé. Se la soggettività può essere stabilita solo da se stessa, sarebbe allora un’affermazione che si elide da sé. Se l’affermazione «A è soggettivo» deve avere un senso, allora non deve procedere dalla sfera della soggettività, bensì da una realtà al di fuori della soggettività.

Vale a dire: se l’«Io» deve essere in grado di dire che qualcosa ha un carattere soggettivo, per esempio che qualcosa sia «la mia rappresentazione», se l’«Io» deve avere il diritto di designare qualcosa come soggettivo, allora non deve trovarsi esso stesso entro la sfera della soggettività. Bensì deve fare questa affermazione dall’al di fuori della sfera della soggettività.

Non dobbiamo ricondurre l’affermazione che qualcosa sia soggettivo all’Io, che è esso stesso soggettivo. Con ciò risulta un’uscita dalla sfera della soggettività. Poiché ci diviene chiaro che non potremmo fare alcuna affermazione su ciò che è soggettivo e ciò che è oggettivo. Dovremmo astenerci completamente dai primissimi passi del pensiero su tale questione, se non stessimo, rispetto a soggettività e oggettività, in una tale relazione che ambedue hanno uguale quota in noi.

Questo ci porta a riconoscere — e ora non posso sviluppare ulteriormente — che il nostro Io non deve essere preso solo soggettivamente, bensì è più ampio della nostra soggettività.

Abbiamo il diritto di circoscrivere, da un contenuto dato qualunque, dunque da qualcosa di oggettivo, ciò che è soggettivo.

Allora ci si presentano dapprima i diversi concetti «oggettivo», «soggettivo» e «transsoggettivo». «Oggettivo» è naturalmente qualcosa di diverso da «transsoggettivo». Ora si tratta — se abbiamo fatto queste premesse — di vedere se siamo in grado di eliminare la pietra d’inciampo che appartiene agli ostacoli più importanti nella teoria della conoscenza. La domanda è se, entro la soggettività, possa trovarsi l’intera portata del nostro Io oppure no.

Poiché se l’Io deve anche partecipare dell’oggettività, la domanda «può qualcosa entrare nella sfera della soggettività?» acquista una forma del tutto diversa. Non appena si designa l’Io come partecipe della sfera dell’oggettività, l’Io deve avere in sé qualità omogenee all’oggettivo. Deve trovarsi qualcosa della sfera dell’oggettività anche nell’Io. In altre parole: possiamo ora presupporre una relazione tra l’oggettivo e il soggettivo che essenzialmente devia dalla concezione per cui niente dal transsoggettivo potrebbe passare al soggettivo.

Se si dice che niente può passare al soggettivo, si è allora determinato anzitutto il soggettivo, teoricamente della conoscenza, come chiuso in sé. In secondo luogo si è usato un concetto che ha diritto solo per una certa sfera della realtà, e non però può avere validità per l’intera portata della realtà. È il concetto del «cosa in sé». Tale concetto gioca un gran ruolo presso molti teorici della conoscenza; è come una rete in cui il pensiero filosofico si cattura da sé.

Ma non ci si accorge affatto che questo concetto vale solo per una certa sfera della realtà e che cessa di avere validità là dove tale sfera cessa. Nel materiale, per esempio, il concetto ha validità. Vorrei ricordare l’esempio del sigillo e della cera lacca. Se prendi un sigillo su cui sta il nome «Müller» e lo premi nella cera lacca calda, puoi a ragione dire: niente della materia del sigillo può venire giù nella cera lacca.

Là hai qualcosa per cui il non-poter-venire-giù vale. Ma con il nome «Müller» è diverso: questo può fluire completamente nella cera lacca. E se la cera stessa potesse parlare e volesse sottolineare che niente della materia del sigillo è fluito in lei, dovrebbe tuttavia concedere che ciò da cui dipende, vale a dire il nome «Müller», è interamente venuto.

Là abbiamo dunque oltrepassato la sfera in cui il concetto della «cosa in sé» aveva un diritto. Da dove mai è venuto il fatto che questo concetto, che appare in modo più raffinato in Kant, piuttosto rudemente in Schopenhauer, e poi in modo acutamente descritto in vari teorici della conoscenza del diciannovesimo secolo, ha potuto acquistare una tale importanza?

Esso è venuto, se ci si entra più a fondo, dal fatto che ciò che gli uomini elaborano in concetti dipende tuttavia dal modo interamente loro di pensare. Solo in un’epoca in cui tutti i concetti devono essere caratterizzati così da essere sempre formati alla percezione esterna, poteva formarsi un tale concetto come quello della «cosa in sé».

Ma i concetti ottenuti solo alla percezione esterna non sono adatti alla caratterizzazione dello spirituale. Se non si fosse introdotta nella teoria della conoscenza una tale specie di materialismo mascherato, si potrebbe dire profondamente mascherato — poiché è il fatto da cui dipende: è un vero materialismo non facilmente riconoscibile, che è stato introdotto nella teoria della conoscenza — allora ci si sarebbe chiari sul fatto che una teoria della conoscenza, la quale deve valere per i campi spirituali, deve anche avere tali concetti.

Questi concetti non devono essere formati in modo rozzo come il concetto della «cosa in sé». Per lo spirituale, dove non si può affatto parlare di un fuori e dentro nello stesso senso, deve essere chiaro che abbiamo bisogno di concetti più fini.

Ho potuto solo indicare questo in modo schizzato, poiché altrimenti dovrei scrivere un intero libro, che sarebbe molto spesso e dovrebbe anche avere parecchi volumi. Perché alla storia della filosofia e alla teoria della conoscenza devono anche collegarsi i campi metafisici. Ma potete vedere da questo che è completamente comprensibile come tale modo di pensare, sorgendo da pregiudizi profondamente mascherati, sia inutilizzabile per tutto ciò che giunge nel mondo spirituale.

Vi ho parlato ora un’ora intera solo su questo concetto, il più astratto di tutti. Ho cercato di rendere la cosa intelligibile e sono assolutamente chiaro che le obiezioni, le quali stanno chiaramente dinanzi alla mia anima, possono naturalmente emergere in qualche altra anima. Se si trattasse di un’altra assemblea, forse occorrerebbe una particolare giustificazione. Che, sì, si potrebbe dire, si ingannano i propri ascoltatori, così che invece del solito materiale fattuale che ci si aspetta, una volta si parla anche in concetti più astratti — come molti credono: più intricati.

Ebbene, abbiamo già nel corso del nostro lavoro teosofico visto sempre di nuovo che la teosofia possiede anche questo bene: all’interno del movimento teosofico si coltiva il dovere della conoscenza. E così a poco a poco viene superato un concetto scortese, che altrimenti esiste ovunque, un concetto molto scortese, che dice: questo è tuttavia qualcosa che sta al di là del mio orizzonte, di cui non voglio occuparmi, che non mi interessa!

Per molti che si occupano di domande filosofiche fondamentali e che conoscono per esperienza i seminari talora solo sparsamente frequentati sulla teoria della conoscenza, può essere sorprendente che qui, nel nostro movimento, tante persone vengano a una simile assemblea. Persone che, secondo il giudizio di questo o quel teorico della conoscenza, sarebbero «i più radicali dilettanti» nel campo della teoria della conoscenza.

Abbiamo in vari luoghi un numero ancora maggiore di ascoltatori proprio negli stessi discorsi filosofici che sono stati inseriti tra quelli teosofici. Se però si considera la situazione più a fondo, si potrebbe dire che questo è precisamente una delle migliori testimonianze per i teosofi. I teosofi sanno di dover udire senza pregiudizi tutto ciò che di obiezioni può essere presentato. Sono tranquilli, poiché sanno con precisione che le obiezioni alla ricerca nei mondi sovrasensibili sono sì possibili e giustificate. Sanno però anche che molte cose, dapprima designate come illogiche, possono infine comunque rivelarsi come molto logiche.

Il teosofo impara anche a considerare come suo dovere l’acquisire conoscenze nella propria anima. Anche se gli costa fatica occuparsi di teoria della conoscenza e logica. Poiché così sarà sempre più in grado di non voler solo ascoltare presentazioni teosofiche generali. Bensì anche di lavorare seriamente nella teosofia con concetti logici e articolazioni concettuali. Il mondo dovrà abituarsi al pensiero che la filosofia, nel suo senso più ampio, potrà essere rinata all’interno del movimento teosofico.

Lo zelo per la severità filosofica, per la formazione accurata e logica dei concetti, si annidera a poco a poco, se mi è permesso usare la parola, all’interno del movimento teosofico. Con ciò non voglio aver detto che i risultati, in questa relazione, se osservati con esattezza, siano già ora molto soddisfacenti. Dovremo certamente vederlo ancora con modestia, ma siamo sulla via di questo scopo.

Quanto più acquisiamo la buona volontà per lo spirituale, per la consapevolezza scientifica, per la severità filosofica, tanto più, attraverso il lavoro teosofico, non potremo perseguire solo i nostri scopi transitori personali. Bensì potremo raggiungere scopi di umanità. Molte cose oggi sono ancora solo allo stadio della primissima volontà. Ma si mostra che nella volontà applicata alla conoscenza vi è già qualcosa come un’automoderazione etica, conseguita attraverso l’interesse che rivolgiamo alla teosofia.

Questo presto non mancherà. Se non si trovano altri ostacoli oltre a quelli che esistono già oggi, allora dal mondo esteriore alla teosofia non potrà essere negato il riconoscimento che il teosofo non aspira a facile soddisfazione delle sue sete d’anima. Bensì che nella teosofia si manifesta un’aspirazione seria verso la severità filosofica e la consapevolezza, non un mero dilettantismo. Tale aspirazione sarà precisamente adatta ad affinare la coscienza filosofica degli uomini.

Se non accogliamo gli insegnamenti teosofici come dogmi, bensì comprendiamo ciò che la teosofia come forza reale nella nostra anima può essere, allora questo può essere materiale di accensione per l’anima umana. Un materiale per afferrare sempre più e più le forze nascoste in lei e per condurle alla consapevolezza della loro destinazione. Per questo vogliamo, all’interno del nostro movimento teosofico, promuovere tale zelo per la logica rigorosa e la teoria della conoscenza. E così, mentre stiamo più saldamente sul fondamento del nostro mondo fisico, imparare sempre a guardare più chiaramente e senza fantasticheria e mistica nebulosa verso i mondi spirituali. Mondi spirituali il cui contenuto vogliamo condurre giù e inserire nel nostro quadro mondiale fisico.

Se vogliamo far questo, da ciò soltanto dipende se possiamo attribuire alla teosofia una vera missione nell’esistenza terrestre dell’umanità.

10°Peccato originale e grazia

Monaco, 3 Maggio 1911

Poiché il karma ci ha riuniti qui oggi, al posto del fatto che il corso avrebbe dovuto iniziare a Helsingfors, possiamo dedicarci a una breve riflessione su alcuni argomenti della scienza dello spirito. Forse poi qualcuno potrà sottoporre una domanda a questa nostra considerazione improvvisata.

Ciò che si presenta oggi di particolare interesse saranno alcuni spunti che possono illuminare il nostro movimento spirituale, se esaminiamo lo sviluppo umano in collegamento con lo sviluppo terrestre, da un determinato punto di vista. Molte cose che sappiamo vogliamo mettere in luce in una forma particolare, così come talvolta abbiamo già fatto. Vi sarà accaduto spesso di trovarvi di fronte a questioni che hanno lasciato un’impressione profonda nei sentimenti religiosi dell’umanità, o che riguardano altre concezioni del mondo. Questioni di fronte alle quali vi sarete chiesti: come si rapportano le cose che sono oggetto del sentimento religioso dell’umanità, o che sono oggetto di altre concezioni del mondo, alle nostre concezioni più profonde della visione mondiale alla luce della scienza dello spirito?

Su due concetti importanti che spesso si presentano davanti all’anima dell’uomo moderno voglio richiamare l’attenzione già da principio, benché forse questi uomini moderni credano di aver già risolto da tempo simili questioni: su questi due concetti che usualmente si esprimono con le parole: peccato e grazia.

Tutti sanno che queste parole «peccato» e «grazia» sono, per esempio, di enorme significato per la concezione cristiana del mondo, che vi occupano il ruolo maggiore. Certi teosofi si sono abituati a pensare, dal punto di vista del karma, di non occuparsi più affatto di simili concettche «peccato» e «grazia». Essi credono di poter spiegare tutto mediante il karma: quello che un uomo soffre nel presente, lo soffre perché nel passato ha commesso qualcosa di cui adesso raccoglie le conseguenze. Quello che l’uomo avrà domani, se sarà bravo o malvagio, l'avrà perché oggi semina quello che dovrà raccogliere in futuro.

Certo, anche questo corrisponde a una verità profonda. Ma la concezione karmica, così come la si intende comunemente fra i teosofi, contiene solo una parte della verità. La domanda che ora intendiamo porci è: come si rapportano queste due concezioni, la concezione karmica e la concezione cristiana di peccato e grazia, l’un'all’altra? Come possono essere conciliate?

Prima di tutto, voglio attirare l’attenzione su un fatto importante. La parola «karma» è una parola senza genere in sanscrito. Non è una parola che designi una persona, non è un nome personale. La parola «grazia» è invece qualcosa che presuppone una personalità, una volontà, un sentimento. La grazia è sempre qualcosa che fluisce da una personalità verso un’altra. La parola karma, invece, designa una legge, una legge naturale, una regola che agisce ciecamente nel cosmo, senza volontà personale, senza amore personale, senza compassione personale.

Quando parliamo di grazia nel senso cristiano, pensiamo sempre a una decisione personale della divinità, a un atto di libera volontà divina che fluisce verso l’uomo per salvarlo dal peccato, per sollevarlo. Quando parliamo di karma, parliamo di una legge naturale che opera nel cosmo in modo impersonale.

Ma ora sorge la domanda: è veramente così assoluto il contrasto fra queste due concezioni? Possiamo veramente dire che il karma è solo una legge cieca, senza alcuna volontà dietro di esso? Non è possibile che dietro il karma, che è una legge cosmica, vi sia una volontà cosmica, una volontà divina?

Ebbene, la scienza dello spirito ci insegna che dietro tutte le cose che agiscono nel cosmo, dietro tutte le leggi naturali, vi è effettivamente una volontà spirituale, una realtà spirituale. Non vi è alcun processo naturale che sia realmente cieco, senza una realtà spirituale dietro di esso. Tutte le leggi della natura sono espressioni di realtà spirituali. Il karma stesso è l’espressione di una volontà cosmica, di una realtà spirituale che agisce nel cosmo.

Quando dunque un uomo raccoglie nel presente ciò che ha seminato nel passato, quando il karma lo colpisce, questo non è il risultato di una legge morta, bensì il risultato di una volontà cosmica viva, che vuole che l’uomo raccolga ciò che ha seminato. E questa volontà cosmica, questo amore cosmico che vuole l’evoluzione dell’uomo, questo amore che non vuole che l’uomo cada nella distruzione ma vuole che egli si sviluppi, questo amore cosmico non è forse veramente un’espressione della grazia divina?

Non potremmo allora dire che il karma stesso è una manifestazione della grazia divina? Che la legge karmica è il modo in cui la divinità, nel suo amore infinito, guida lo sviluppo dell’uomo?

Certo, il modo in cui la divinità lavora attraverso il karma è un modo impersonale, universale, una legge che vale per tutti gli esseri. Ma se guardiamo più profondamente, vediamo che dietro questa legge impersonale vi è un amore personale, una volontà personale divina che guida l’evoluzione cosmica verso il suo scopo evolutivo.

Ora, se consideriamo la concezione cristiana di grazia, scopriamo che essa non è in contrasto assoluto con la concezione karmica. La grazia cristiana è un supplemento, un completamento della legge karmica. La grazia è il modo in cui la divinità interviene personalmente, oltre alle leggi cosmiche impersonali, per aiutare l’uomo nel suo sviluppo.

La legge karmica dice: ogni uomo raccoglie ciò che semina. Ma la grazia dice: la divinità, nel suo amore infinito, può anche intervenire personalmente per salvare l’uomo dal peccato, per elevarlo al di là di ciò che la legge karmica gli permetterebbe. La grazia non annulla il karma, bensì lo trasforma, l'eleva, lo completa.

Consideriamo ora il concetto di peccato. Che cos’è il peccato? Il peccato è una violazione della legge divina. È un’azione che contrasta con l’evoluzione cosmica, con la volontà divina. Quando un uomo commette peccato, egli va contro la corrente dell’evoluzione cosmica, contrasta con la volontà divina.

Ma che cosa accade quando un uomo commette peccato? Se guardiamo solo dal punto di vista del karma, diremmo che egli deve soffrire le conseguenze del suo peccato. Dovrà cioè raccogliere ciò che ha seminato. Questa è una verità, ma è solo una parte della verità.

L’altra parte della verità è che la divinità, nel suo amore infinito, non vuole che l’uomo sia distrutto dal peccato. Dio non vuole che l’uomo soffra in eterno le conseguenze del suo peccato. Dio, nel suo amore, offre all’uomo la possibilità di pentirsi, di cambiare, di trasformarsi. Questo è il significato della grazia. La grazia è l’offerta divina di salvezza, è il dono gratuito della divinità all’uomo perché si trasformi e si elevi.

Quando dunque un uomo si pente veramente del suo peccato, quando egli si trasforma interiormente, la grazia divina interviene per aiutarlo a superare le conseguenze del suo peccato. Non nel senso che la grazia annulla completamente il karma, bensì nel senso che la grazia trasforma il karma, l'eleva, lo spiritualizza.

Possiamo dunque dire che la concezione karmica e la concezione cristiana di peccato e grazia non sono in contrasto assoluto, bensì si completano a vicenda. La legge karmica è la base impersonale dell’evoluzione cosmica. La grazia è l’intervento personale della divinità per elevare l’uomo al di là di ciò che la legge karmica da sola gli permetterebbe.

Ora, consideriamo come questa comprensione si rapporta alla storia dell’evoluzione umana e cosmica. La scienza dello spirito ci insegna che l’umanità passa attraverso diverse epoche di cultura. In ciascuna epoca, l’uomo si sviluppa ulteriormente, acquisisce nuove capacità, comprende nuove verità.

Nell’epoca di cultura greco-latina, l’uomo ha sviluppato la capacità del pensiero logico, della ragione discorsiva. Ha imparato a pensare il mondo razionalmente, a creare una civiltà basata sulla logica e sulla ragione. Ma in questa epoca, l’uomo aveva ancora una certa connessione con il mondo spirituale. Attraverso i misteri, attraverso le iniziazioni, poteva ancora avere percezione diretta delle realtà spirituali.

Poi è venuta l’epoca post-atlantica moderna, l’epoca che stiamo vivendo adesso. In questa epoca, l’uomo ha smarrito la connessione diretta con il mondo spirituale. Il mondo spirituale si è ritirato dalla percezione ordinaria dell’uomo. Per questo, l’uomo moderno deve trovare il mondo spirituale attraverso uno sforzo cosciente, attraverso la ricerca interiore, attraverso la meditazione e la concentrazione.

Ma proprio in questa epoca moderna, in questa epoca in cui l’uomo ha perso la connessione immediata con il mondo spirituale, la concezione cristiana di peccato e grazia è diventata dominante nell’umanità. Questo non è un caso. È una necessità cosmica.

Nella concezione cristiana di peccato e grazia, l’uomo si considera come libero. Il peccato è il risultato della libera scelta dell’uomo di opporsi a Dio. La grazia è la risposta libera di Dio all’uomo che si pente. In questa concezione, sia l’uomo sia Dio agiscono liberamente, per amore, per volontà conscia.

Questo è appropriato per l’epoca moderna, perché in essa l’uomo deve imparare a sviluppare la libertà interiore, l’autonomia della volontà. Nell’epoca moderna, Dio non parla più all’uomo direttamente, attraverso le iniziazioni e i misteri. Dio parla all’uomo attraverso la sua coscienza, attraverso il suo cuore, attraverso l’amore. E il compito dell’uomo è di ascoltare questa voce divina che parla nel suo cuore, di rispondere con amore, con pentimento, con trasformazione interiore.

La concezione karmica, dal canto suo, è una concezione che l’uomo moderno deve imparare a comprendere nella sua profondità spirituale. Il karma non è una legge cieca e deterministica come molti credono. Il karma è una manifestazione della volontà divina, della saggezza divina che guida l’evoluzione dell’uomo verso il suo scopo.

Quando un uomo comprende veramente il karma, quando vede dietro il karma la volontà divina, il karma non contraddice la concezione cristiana di grazia. Il karma diventa allora uno strumento della grazia divina, un mezzo attraverso cui la divinità guida l’uomo verso la sua evoluzione spirituale.

Ora, come si rapportano queste verità alla pratica della nostra vita? Come possiamo vivere concretamente la comprensione che il karma e la grazia non sono in contrasto, bensì si complementano?

Innanzitutto, dobbiamo sviluppare una consapevolezza morale. Dobbiamo comprendere che le nostre azioni hanno conseguenze, che ciò che seminiamo, raccoglieremo. Questa è la lezione del karma. Ma non dobbiamo vivere questa consapevolezza con paura e angoscia. Piuttosto, dobbiamo comprenderla come un’espressione della saggezza divina che guida il nostro sviluppo.

In secondo luogo, dobbiamo sviluppare la fiducia nella grazia divina. Dobbiamo comprendere che non siamo abbandonati alle conseguenze cieche del nostro karma. La divinità, nel suo amore infinito, è sempre presente, sempre pronta ad aiutarci nel nostro sviluppo, sempre pronta a offrirci la possibilità del pentimento, della trasformazione, del rinascimento spirituale.

In terzo luogo, dobbiamo imparare a lavorare coscientemente con le forze che agiscono in noi e intorno a noi. Non possiamo semplicemente dire: «Farò ciò che voglio, e poi mi affiderò alla grazia divina». No, dobbiamo agire con consapevolezza, con responsabilità morale. Dobbiamo sforzarci di compiere azioni giuste, azioni che siano in accordo con la volontà divina. E allora la grazia divina lavorerà insieme con noi per elevare i risultati delle nostre azioni, per trasformarli, per renderli strumenti della nostra evoluzione spirituale.

Infine, dobbiamo comprendere che il nostro compito come esseri umani è di diventare consapevolmente gli strumenti della volontà divina. Non siamo esseri passivi, vittime del nostro karma. Siamo esseri attivi, capaci di crescere, di imparare, di trasformarci. E in questa trasformazione, la grazia divina è sempre con noi, sempre a sostenerci, sempre a guidarci.

Quando comprendiamo veramente questi insegnamenti, quando li viviamo nella nostra anima, allora scopriamo che la legge karmica e la grazia divina non sono in contrasto. Esse sono due aspetti della medesima realtà divina: la saggezza e l’amore della divinità che guidano incessantemente l’evoluzione dell’universo e di ogni singolo essere verso la loro meta finale.

La scienza dello spirito ci offre la possibilità di integrare questi due insegnamenti, di comprenderli non come contraddittori bensì come complementari. Solo quando siamo in grado di mantenere insieme queste due verità nel nostro cuore e nella nostra mente possiamo veramente comprendere il significato profondo della nostra evoluzione come esseri umani sulla terra.

Molti insegnamenti terreni cercano di spiegarci il mondo con una sola visione, con una sola prospettiva. Ma la realtà cosmica è molto più ricca e più profonda di quanto una sola visione possa afferrare. Solo quando siamo disposti a guardare la realtà da molti angoli diversi, solo quando siamo disposti a integrare molte prospettive diverse, possiamo cominciare a comprendere la vera natura della realtà cosmica.

Questo è il compito della scienza dello spirito: insegnarci a vedere il mondo da questa molteplicità di prospettive, a integrare i vari insegnamenti e le varie visioni del mondo in una comprensione più profonda e più ricca della realtà cosmica. Quando facciamo questo, scopriamo che molti dei contrasti che sembravano insuperabili nella nostra comprensione ordinaria, in realtà non sono contrasti veri, bensì solo prospettive diverse della medesima realtà.

La grazia divina opera incessantemente nelle nostre vite, in modi che spesso non percepiamo consapevolmente. Quando facciamo uno sforzo sincero verso il bene, quando cerchiamo di diventare migliori, quando cerchiamo di aiutare gli altri, quando cerchiamo di contribuire all’evoluzione dell’umanità, la grazia divina lavora con noi, amplifica i nostri sforzi, trasforma le nostre intenzioni sincere in forze che portano benedizione nel mondo.

Allo stesso modo, la legge karmica opera costantemente intorno a noi. Essa ci insegna che ogni pensiero, ogni sentimento, ogni azione ha conseguenze, che noi stessi siamo gli artefici del nostro destino. Ma quando comprendiamo il karma alla luce della grazia divina, sappiamo che il nostro destino non è una prigione da cui non possiamo fuggire. Piuttosto, il nostro destino è un’opportunità per imparare, per crescere, per trasformarci, per diventare sempre più consapevolmente gli strumenti della volontà divina nel mondo.

Consideriamo ora alcune applicazioni pratiche di questi insegnamenti. Nel nostro movimento antroposofico, spesso incontriamo persone che si pongono domande profonde sulla natura della sofferenza, sul significato della malattia, sulla ragione della morte. Queste sono domande importanti, e la comprensione del karma e della grazia può aiutarci a trovare risposte più profonde a queste domande.

La sofferenza si considera spesso come qualcosa di male in sé, come qualcosa che dovrebbe essere eliminato a tutti i costi. Ma nella visione della scienza dello spirito, la sofferenza può essere un maestro prezioso. Attraverso la sofferenza, spesso impariamo lezioni importanti sulla vita. Attraverso la sofferenza, spesso sviluppiamo compassione per gli altri. Attraverso la sofferenza, spesso siamo spinti a cercare un significato più profondo alla nostra esistenza.

Naturalmente, ciò non significa che dovremmo cercare la sofferenza, o che dovremmo essere passivi di fronte alla sofferenza degli altri. Dovremmo sempre cercare di alleviare la sofferenza, dove possiamo. Ma quando la sofferenza viene a noi, quando non possiamo evitarla, allora possiamo cercare di comprenderla alla luce del karma e della grazia. Possiamo chiedere: «Cosa mi sta insegnando questa sofferenza? Come posso imparare e crescere da questa esperienza? Come posso usare questa sofferenza per diventare una persona migliore, più consapevole, più compassionevole?»

Quando facciamo questo, scopriamo che anche la sofferenza può diventare uno strumento della grazia divina, uno strumento per la nostra evoluzione spirituale.

Allo stesso modo, possiamo considerare la malattia come un segnale che qualcosa nel nostro essere ha bisogno di attenzione. La malattia può essere il risultato di azioni passate che raccogliamo nel presente. Ma la malattia può anche essere una chiamata dal nostro Sé superiore perché cambiamo il nostro modo di vivere, il nostro modo di pensare, il nostro modo di sentire. Quando comprendiamo la malattia in questa luce, essa diventa un’opportunità per la trasformazione e la guarigione spirituale.

E la morte? La morte è stata spesso considerata come la fine ultima, come qualcosa da temere. Ma la scienza dello spirito ci insegna che la morte non è una fine, bensì una trasformazione. La morte è il momento in cui il nostro corpo fisico si separa dai nostri corpi superiori, dal nostro Io spirituale. La morte è una tappa necessaria nella nostra evoluzione eterna come esseri spirituali.

Quando comprendiamo la morte in questa luce, il nostro rapporto con essa cambia. Non la vediamo più come una fine disastrosa, bensì come una transizione verso una nuova fase della nostra evoluzione. E se abbiamo vissuto una vita buona, se abbiamo cercato di imparare, di crescere, di servire l’umanità, allora possiamo affrontare la morte con serenità e fiducia.

Tornando ora al tema centrale della nostra conferenza, voglio sottolineare che la comprensione della relazione fra karma e grazia è essenziale per una visione matura della vita. Non dobbiamo scegliere fra il karma e la grazia. Dobbiamo imparare a comprendere entrambi, a vederli come due aspetti complementari della medesima realtà divina.

La comprensione karmica ci insegna la responsabilità. Ci insegna che siamo i creatori del nostro destino, che le nostre azioni hanno conseguenze che non possiamo evitare. Tale comprensione ci libera da una visione passiva della vita, dalla credenza che siamo vittime di circostanze esterne. Ci motiva ad agire consapevolmente, responsabilmente, moralmente.

La comprensione della grazia ci insegna l’amore, la fiducia, la speranza. Ci insegna che non siamo soli, che la divinità è sempre con noi, sempre a sostenerci, sempre a offrirci la possibilità del rinascimento e della trasformazione. Tale comprensione ci libera dalla paura e dalla disperazione. Ci motiva a credere che il bene è possibile, che il cambiamento è possibile, che la redenzione è possibile.

Quando manteniamo queste due comprensioni in equilibrio, quando non privilegiamo l’una a discapito dell’altra, allora possiamo vivere una vita piena di consapevolezza, responsabilità, amore e fiducia. Allora possiamo diventare consapevolmente gli artefici della nostra evoluzione spirituale e dell’evoluzione dell’umanità.

Questo è il compito che la scienza dello spirito ci assegna: non solo di comprendere il mondo, ma di trasformarci attraverso tale comprensione, di diventare esseri sempre più consapevoli, sempre più amorevoli, sempre più saggi. E quando facciamo questo, scopriamo che la grazia divina non è solo una dottrina astratta, bensì una realtà vivente che agisce continuamente nelle nostre vite, sostenendoci, guidandoci, elevandoci verso il nostro più alto potenziale come esseri umani.

La ricerca spirituale non è dunque un’evasione dalla vita, non è un rifugio dalla realtà. Piuttosto, è una via per comprendere più profondamente la realtà, per vivere più consapevolmente, per amare più pienamente, per servire più efficacemente. E quando facciamo questo, scopriamo che la nostra vita individuale è connessa alla vita cosmica, che i nostri sforzi personali hanno un significato che va oltre noi stessi, che il nostro lavoro per la nostra evoluzione spirituale contribuisce anche all’evoluzione dell’intera umanità.

Questi insegnamenti sulla relazione fra karma e grazia, su cui abbiamo riflettuto insieme questa sera, sono dunque insegnamenti che hanno un significato profondamente pratico. Non sono astrazioni teoriche, bensì verità viventi che possiamo applicare quotidianamente nella nostra vita. E quando lo facciamo, scopriamo che la vera comprensione spirituale non è una questione di credenza intellettuale, bensì di trasformazione del cuore, di atteggiamento della volontà, di apertura dell’anima alle realtà spirituali che circondano e sostengono la nostra vita.

Approfondendo ulteriormente questa comprensione, possiamo considerare come la dottrina del karma e la dottrina della grazia si manifestino in diversi ambiti della vita umana. Nel campo dell’educazione, per esempio, la comprensione del karma ci insegna che i bambini i quali nascono in circostanze diverse hanno eredità spirituali diverse. Alcuni bambini nascono in famiglie consapevoli, ricche, sane; altri nascono in condizioni difficili, povere, malate. Tale diversità non è casuale, bensì riflette le azioni morali passate di queste anime.

Tuttavia, la grazia entra nel campo educativo in modo profondo. La grazia è la possibilità che le circostanze sfavorevoli possano diventare, nelle mani di un educatore consapevole, strumenti di sviluppo spirituale. Un bambino che cresce in difficoltà, se accompagnato da un educatore amorevole, può sviluppare virtù di forza, di perseveranza, di compassione che non avrebbe mai sviluppato in circostanze favorevoli.

Nel campo della guarigione, sia fisica sia psichica, la comprensione integrata di karma e grazia diventa ancora più importante. Una malattia può essere il risultato del nostro karma, il frutto di azioni o pensieri passati. Ma la grazia della guarigione può venire a noi attraverso molte vie: attraverso il lavoro di un guaritore consapevole, attraverso la nostra stessa volontà di guarire, attraverso l’intervento misterioso di forze spirituali che operano silenziosamente nella nostra vita.

Un medico che comprende tanto il karma quanto la grazia non affronta il suo paziente come un meccanico che ripara una macchina. Egli affronta il suo paziente come uno che sa che dietro la malattia vi può essere una lezione spirituale, ma sa anche che la grazia divina vuole guarigione, vuole vita, vuole elevazione. Un tale medico diverrà uno strumento della grazia divina, perché unirà la saggezza tecnica con la compassione spirituale.

Nel campo della giustizia e della legislazione, la comprensione di karma e grazia apre prospettive completamente nuove. Se comprendiamo veramente che il crimine è il risultato di una mancanza di consapevolezza spirituale, di una mancanza di connessione con la propria anima superiore, allora la punizione cieca non diventa più il principale scopo del sistema giudiziario. Piuttosto, il compito della giustizia diventa quello di aiutare il criminale a risvegliarsi, a prendere consapevolezza, a trasformarsi.

La prigione, se compresa alla luce della scienza dello spirito, non dovrebbe essere un luogo di pura sofferenza e castigo, bensì un luogo di ritiro e di contemplazione, dove il criminale ha l’opportunità di riflettere sul significato più profondo delle sue azioni, dove ha l’opportunità di incontrare maestri spirituali che possono guidarlo verso la trasformazione. La grazia opera nella giustizia quando questa diventa strumento non della vendetta, bensì della redenzione.

Nel campo dei rapporti umani, della famiglia, dell’amore, la comprensione integrata di karma e grazia diventa il fondamento di una convivenza umana consapevole. Due persone che si incontrano e si innamorano si incontrano non per caso, bensì perché il karma le ha riunite. Vi sono connessioni karmiche profonde fra loro: forse hanno debiti da pagare l’un'all’altra, forse hanno lezioni da imparare insieme, forse hanno compiti comuni da compiere nel mondo.

Ma è la grazia che trasforma questa connessione karmica in amore. Se i due amanti comprendono che, oltre al debito karmico, vi è la grazia dell’amore che li guida, allora il loro rapporto diventa una scuola di trasformazione reciproca. Nel confronto quotidiano, nelle difficoltà che emergono, nelle incomprensioni che si presentano, vi è sempre la possibilità di una grazia nuova, di una comprensione nuova, di un amore più profondo che abbraccia e trasforma il precedente.

Naturalmente, non tutti gli amanti riescono a vivere questa comprensione consapevolmente. Molti vivono il loro rapporto d’amore solo dal lato del karma: litigano, soffrono, si separano, ripetono gli stessi errori in relazioni nuove. Ma coloro che riescono a tenere consapevolmente insieme le due realtà del karma e della grazia, scopriranno che il loro amore diventa sempre più profondo, sempre più consapevole, sempre più trasformativo non solo per se stessi, ma per tutta l’umanità che li circonda.

Nel campo della creazione artistica, la comprensione di karma e grazia assume una forma ancora diversa. Un artista comincia a creare perché ha dentro di sé qualcosa che vuole esprimere. Questo impulso creativo viene dal suo karma: dalle incarnazioni passate, dalle acquisizioni spirituali passate, dalla sua speciale relazione con il mondo. Ma l’opera d’arte che nascerà sarà il frutto della grazia quando l’artista riesce a mettersi completamente al servizio dell’opera, quando riesce a svuotarsi della sua personalità ordinaria e a permettere alle forze spirituali superiori di fluire attraverso di lui.

I grandi artisti, i veri creatori, hanno sempre avuto l’esperienza di questa grazia: quella sensazione misteriosa in cui l’opera non sembra venire dalla loro volontà ordinaria, bensì da qualcosa di più grande che fluisce attraverso di loro. Questo è il mistero della creazione artistica: essa è al contempo il frutto del karma individuale e il dono della grazia divina.

Nel campo della politica e della vita pubblica, la comprensione di karma e grazia diventa ancora più urgente e necessaria. Le nazioni, come gli individui, hanno il loro karma. Una nazione che ha commesso ingiustizie nel passato deve affrontare le conseguenze di queste ingiustizie. Ma la grazia offre alla nazione la possibilità di trasformarsi, di pentirsi, di costruire un futuro migliore basato sulla giustizia e sulla compassione.

Un leader politico consapevole della dottrina di karma e grazia non cercherà di perpetuare l’odio fra le nazioni, non cercherà di alimentare la vendetta. Piuttosto, cercherà di essere uno strumento della grazia divina, cercherà di aprire la strada verso la riconciliazione, verso il perdono, verso una nuova comprensione fra i popoli. Questo è il compito dei veri leader spirituali: trasformare il karma negativo delle nazioni in opportunità di evoluzione spirituale e morale.

Nel nostro movimento antroposofico, noi abbiamo il compito speciale di portare questa comprensione nel mondo. Non siamo chiamati a creare una religione nuova, non siamo chiamati a fondare una chiesa nuova. Siamo chiamati a essere ponti fra le varie religioni e visioni del mondo, a mostrare come le varie verità religiose e filosofiche si completino a vicenda quando le vediamo alla luce della scienza dello spirito.

La nostra comprensione di karma e grazia non nega né annulla l’insegnamento cristiano. Piuttosto, la comprensione karmica dà una base razionale all’insegnamento cristiano, spiega perché la grazia è necessaria, perché l’intervento personale della divinità è necessario. E la comprensione cristiana della grazia dona un cuore umano, amoroso, personale alla legge cosmica impersonale del karma.

Quando riusciamo a mantenere insieme queste due verità nel nostro essere, scopriamo che vi è una profonda unitarietà nel cosmo. Scopriamo che la diversità delle religioni, delle visioni del mondo, delle filosofie non è un difetto, bensì una ricchezza. Ogni visione, ogni insegnamento affronta la realtà da un angolo diverso, illumina un aspetto diverso di quella realtà infinita che è il cosmo e che è il fondamento della nostra stessa esistenza.

Nel contesto della nostra conferenza di questa sera, voglio sottolineare che questi insegnamenti sulla relazione fra karma e grazia non sono insegnamenti astratti, non sono mere speculazioni intellettuali. Sono insegnamenti che hanno il potere di trasformare la nostra vita, il nostro sentire, la nostra comprensione di noi stessi e del nostro posto nell’universo.

Quando viviamo consapevolmente questa dottrina, scopriamo che la paura scompare. Non abbiamo più paura del nostro karma, perché sappiamo che la grazia è sempre pronta ad assisterci. Non abbiamo più paura della morte, perché comprendiamo che essa non è una fine, bensì una transizione verso un nuovo capitolo della nostra evoluzione eterna. Non abbiamo più paura degli altri, perché comprendiamo che tutti noi siamo nella medesima situazione, tutti noi siamo cercatori di verità, tutti noi siamo oggetti della grazia divina.

Ciò che emerge al posto della paura è la fiducia: la fiducia nella legge divina, la fiducia nell’ordine cosmico, la fiducia nell’amore che sostiene l’universo. E da questa fiducia sgorga la libertà vera, non quella libertà che consiste nel fare ciò che vogliamo, bensì quella libertà che consiste nell’allinearsi consapevolmente con la volontà divina, nel diventare strumenti consapevoli e amorosi della saggezza cosmica.

Voglio ora affrontare una questione che spesso emerge dalle persone che ascoltano questi insegnamenti: la questione del cosiddetto «doppio» nella visione antroposofica. Nella nostra comprensione della natura umana, insegniamo che ogni uomo possiede non solo un corpo fisico e un’anima, ma anche entità spirituali che operano in lui e intorno a lui. Una di queste è il nostro Io superiore, il nostro Sé divino; un’altra è ciò che possiamo chiamare le nostre inclinazioni inferiori, le nostre pulsioni egoiste, quella parte di noi che desidera separarsi dal tutto, che vuole affermare solo se stessa.

In altre tradizioni, questa entità inferiore è stata chiamata il «demone», il «diavolo». Nella visione moderna, possiamo vederla semplicemente come il lato istintivo della nostra natura, quello non ancora elevato dalla consapevolezza spirituale. Non vi è nulla di malvagio in questa forza in sé: essa è semplicemente la forza dell’individualità che vuole affermarsi, che vuole creare, che vuole esplorare.

Il problema sorge quando questa forza dell’individualità inferiore predomina, quando essa domina interamente le nostre scelte. Allora commettiamo peccati, compiamo azioni che contrastano con l’armonia cosmica, che feriscono gli altri, che ostacolano il nostro proprio sviluppo spirituale.

Qui sorge la domanda profonda: come possiamo elevare questa forza inferiore? Come possiamo trasformarla da nemico a servitore, da ostacolo a strumento della nostra evoluzione?

La risposta è ancora una volta nel karma e nella grazia. Il karma ci dice che le nostre azioni sbagliate avranno conseguenze, che quella forza inferiore, se rimane dominante, ci porterà verso la sofferenza. La grazia ci dice che attraverso la consapevolezza, attraverso la lotta conscia per migliorarci, attraverso l’apertura alle forze spirituali superiori, questa forza inferiore può essere trasformata, elevata, spiritualizzata.

Quando un uomo realizza che la sua natura istintiva inferiore ha causato sofferenza, quando sente il pentimento autentico, quando fa uno sforzo sincero per cambiarsi, la grazia divina interviene. Quella forza che era ostacolo diventa alleato. Quell’energia che prima era diretta verso l’affermazione dell’ego diventa diretta verso il servizio, verso l’amore, verso la creazione.

Questo è il significato profondo della confessione nelle tradizioni cristiane, del pentimento sincero nei vari insegnamenti spirituali. Non si tratta di un meccanismo legale esterno in cui Dio punisce e poi perdona. Si tratta di un processo psichico e spirituale interno, in cui l’anima consapevole si riconosce come essa è, vede il danno che ha causato, e deliberatamente si orienta verso una direzione nuova.

Consideriamo ora come questo processo di trasformazione si dilati nel tempo. In una singola incarnazione, un uomo può fare progressi significativi nella trasformazione di sé. Ma la vera trasformazione completa dell’anima umana, l’elevazione di tutta la nostra natura al suo potenziale più alto, richiede molte incarnazioni, molti secoli di sviluppo.

La scienza dello spirito ci insegna che il genere umano sta passando attraverso un processo di evoluzione cosmica lungo migliaia di anni. Siamo attualmente nella quinta epoca di cultura, e prima di noi ce ne sono state quattro. Dopo di noi ce ne saranno ancora tre. In ciascuna epoca, l’uomo acquisisce nuove capacità, sviluppa nuovi aspetti della propria anima.

Ora, pensiamo al significato di questo processo a lungo termine alla luce di karma e grazia. Ogni epoca di cultura ha la sua speciale missione spirituale. Nella prima epoca di cultura, il genere umano sviluppava principalmente le capacità fisiche. Nella seconda, il corpo astrale e i sentimenti. Nella terza, la mente razionale. Nella quarta, gli antichi greci e romani creavano la bellezza della forma. Nella nostra epoca attuale, il compito è di sviluppare l’individualità consapevole, la libertà morale, la capacità di pensare e agire in modo autonomo.

Ogni uomo che nasce nella nostra epoca ha il compito di contribuire, secondo le sue particolari capacità e circostanze, allo sviluppo di questa capacità di individualità consapevole nell’umanità intera. Il nostro karma è di essere nati in questa epoca, di trovarci di fronte a queste sfide particolari. Ma la grazia è che, mentre affrontiamo queste sfide, non siamo soli. Le forze spirituali superiori, le gerarchie spirituali che guidano l’evoluzione cosmica, lavorano costantemente con noi per elevare la nostra comprensione, per espandere le nostre capacità, per aiutarci a realizzare il nostro compito.

In questo contesto più ampio, comprendiamo che la sofferenza dell’uomo moderno non è casuale. L’uomo moderno soffre spesso per sentimenti di isolamento, di significato perduto, di alienazione dalle realtà spirituali. Ma questa sofferenza stessa è il frutto di un processo necessario di evoluzione. L’uomo moderno deve passare attraverso questo periodo di isolamento spirituale per sviluppare l’autonomia della volontà. Una volta che avrà sviluppato pienamente questa autonomia, una volta che avrà imparato a cercare consapevolmente il contatto con il mondo spirituale non per paura o obbligo, bensì per amore e libera scelta, allora un nuovo contatto consapevole con il mondo spirituale diventerà possibile.

La scienza dello spirito non è dunque una religione medievale che chiede al credente di sottomettersi ciecamente all’autorità spirituale. Piuttosto, è una ricerca moderna dello spirito che rispetta la libertà umana, che invita ogni individuo a pensare per se stesso, a sperimentare personalmente le realtà spirituali, a integrarsi consapevolmente nel processo evolutivo cosmico.

Quando vediamo il nostro tempo, il nostro karma, come una parte di questo grande processo di evoluzione cosmica, allora la sofferenza del nostro tempo non diventa più qualcosa di cui disperarsi. Diventa una sfida, un’opportunità, una chiamata alla crescita spirituale. E la grazia che opera in questo tempo non è la grazia dei miracoli spettacolari, bensì la grazia silenziosa e costante del processo evolutivo stesso, la grazia della possibilità di crescita, della possibilità di conoscenza, della possibilità di trasformazione.

Nel nostro movimento antroposofico, noi cerchiamo di essere consapevolmente partecipi a questo processo di evoluzione. Non cerchiamo di tornare al passato, a un’epoca in cui l’uomo aveva una connessione consapevole immediata con il mondo spirituale senza dover fare alcuno sforzo. Cerchiamo invece di sviluppare un nuovo tipo di connessione consapevole con il mondo spirituale: una connessione che rispetta la libertà umana, che richiede sforzo cosciente e ricerca interiore sincera.

Questo è il compito della meditazione e della concentrazione nella pratica antroposofica. Non si tratta di tecniche per sfuggire dal mondo, per entrare in stati alterati di coscienza. Si tratta di esercizi per sviluppare nuove capacità della mente, per affinare la percezione, per creare dentro di noi uno spazio in cui le realtà spirituali possono manifestarsi.

Quando, attraverso la meditazione e l’esercizio interiore, un praticante riesce a stabilire un contatto consapevole con i mondi spirituali, scopre che questa non è una fuga dalla realtà, bensì un approfondimento della realtà. Scopre che il mondo fisico che percepiamo ordinariamente è solo uno strato della realtà cosmica, che dietro il visibile c’è un invisibile ancora più reale, ancora più significativo.

Scopre altresì che il karma e la grazia non sono concetti astratti, bensì forze viventi che operano costantemente nelle realtà spirituali, che influenzano e guidano ogni evento nel mondo fisico. Scopre che la sua ricerca spirituale sincera è essa stessa un’espressione della grazia divina, che le gerarchie spirituali sono consapevoli del suo sforzo e lo sostengono.

Spero che questa breve contemplazione vi sia stata utile, che vi abbia fornito spunti per una riflessione più profonda. Vi invito ora a sottoporre qualsiasi domanda voi possiate avere, e a proseguire insieme questa ricerca dei misteri della spiritualità umana.

11°La missione della nuova rivelazione spirituale

Copenaghen, 5 Giugno 1911

Mi sarà concesso di parlarvi, nei prossimi giorni, di un tema teosofico che mi appare particolarmente importante: la guida spirituale dell’uomo e dell’umanità. Su richiesta dei nostri amici, posso farvi precedere questi discorsi da alcune considerazioni che forse assumeranno il carattere di un’introduzione al tema che costituisce il mio compito qui.

Al teosofo deve appartenere qualcosa che possiamo chiamare, nel senso più ampio, brama di vera conoscenza di sé. Chi ha penetrato, anche solo un poco, la vita teosofica, sente infatti che da questa conoscenza di sé deve nascere quella comprensione universale per ogni sentimento e pensiero umano, per ogni altro essere. Una tale comprensione deve risultare indissolubilmente legata a tutta la nostra vita teosofica.

Assai frequentemente viene frainteso il significato della Comunità della Rosa Croce, il simbolo che conoscete bene: il simbolo della croce con le rose. È facile che nascano malintesi proprio verso quel movimento spirituale e teosofico che, sotto questo insigne del Rosicrucianesimo, vuole introdursi nella vita spirituale della nostra epoca, vuole penetrare nei cuori umani e nei loro sentimenti, vuole permeare la volontà umana e le sue azioni. Su questo terreno è facile scivolare verso incomprensioni. Per molte anime di buona volontà della nostra epoca rimane straordinariamente difficile comprendere che il movimento spirituale agente sotto questo segno è in realtà, per tutti i suoi principi fondamentali, per tutto il suo sentire e provare, orientato a intendere nella maniera più tollerante ogni aspirazione umana e ogni indirizzo. Tale atteggiamento riposa profondamente nel fondamento del movimento rosicruciano, benché possa apparire meno evidente a uno sguardo superficiale. Eppure appartiene essenzialmente a questo movimento. Perciò troverete frequentemente tale insegnamento incompreso proprio da coloro che confondono la tolleranza con una tolleranza unilaterale verso i propri giudizi, i propri principi e i propri metodi.

Si immagina la tolleranza con una semplicità che non sa quanto essa sia invece fra le difficoltà più alte, se l’uomo vuole conquistarsela nel senso più profondo. Assai facilmente si può credere che chi afferma qualcosa di diverso dalle nostre convinzioni sia un avversario. Altrettanto facilmente si può confondere la propria opinione con ciò che universalmente si considera come verità. Ma la vita teosofica fiorirà e porterà i veri frutti per la cultura spirituale futura soltanto se sarà un terreno vasto in cui incontrarci, non soltanto con chi condivide le nostre stesse convinzioni e sentimenti, ma anche con chi, per le sue esperienze personali e il suo cammino di vita, è talora spinto a rappresentare persino l’apparente contrario di ciò che noi stessi proclamiamo. Una morale antica, che avanza verso il suo tramonto, ha insegnato a esercitare amore e tolleranza fra coloro che nutrivano pensieri e sentimenti uguali ai nostri. La vita teosofica nel suo vero significato irradierà nei cuori umani una tolleranza assai più profonda, quella che permetterà di trovarci sul terreno della reciproca comprensione, del reciproco stimolo umano e della convivenza, anche là dove i nostri pensieri e sentimenti non coincidono fin dall’inizio. Si tocca così contemporaneamente un punto essenziale. Cosa si presenta infatti a colui che si accosta al nostro movimento teosofico per primo? A che cosa è innanzitutto spinto ad aderire? Sebbene questa conoscenza non debba essere un dogma fra noi, e sebbene possano sussistere divergenze anche rispetto a tale conoscenza fondamentale, si può tuttavia affermare: la concezione che si impone universalmente a chiunque si accosti per la prima volta alla teosofia è l’idea dei ripetuti vivere terreni e la dottrina del passaggio delle cause da una vita terrena all’altra. Reincarnazione e karma sono convinzioni che si impongono a noi fin dal principio. Ma fra il giorno in cui queste verità diventano nostre convinzioni e il giorno in cui riusciremo a collocare davanti agli occhi della nostra consapevolezza tutta la nostra vita, tutto il nostro essere alla luce di queste idee, di queste verità, vi è un cammino lungo. Un lungo tempo trascorre fra il momento in cui ci si spalanca questa consapevolezza e il momento in cui essa può diventare pienamente viva nella nostra anima.

Ecco: ci troviamo talora di fronte a un uomo che ci si indirizza con scherno, forse persino con offesa e disprezzo. Ma se lungamente abbiamo accolto in noi la dottrina della reincarnazione e del karma in tutta la sua profondità, possiamo dirci: chi ha qui pronunciato le parole offensive, chi ha gettato lo scherno? Chi ha forse levato la mano al colpo? E allora comprendiamo questa verità straordinaria: eravamo noi stessi! La mano non era veramente la mano dell’altro, perché io stesso, per il mio karma passato accumulato nei secoli precedenti, ho fatto sì che quell’altro levasse la mano contro di me. Così si accenna a quanto lungo possa essere il cammino dalla convinzione astratta e teorica circa il karma e la reincarnazione fino al momento in cui interiorizziamo completamente questa visione. Allora sentiamo realmente il divino nel nostro petto, non soltanto come nostro sé superiore che ci insegna come l’uomo partecipi del divino con una scintilla del suo essere. Impariamo a sentire questo sé superiore in modo da esserne pervasi da un sentimento di responsabilità sconfinata, non soltanto per quanto facciamo, ma anche per quanto patiamo, perché ciò che soffriamo nel presente è soltanto la necessaria conseguenza di ciò che abbiamo compiuto in un tempo assai remoto. Immaginate una tale consapevolezza penetrare come caldo sangue spirituale di una nuova cultura nella nostra anima. Sentite come nuovi concetti di responsabilità, nuovi concetti di amore per l’umanità debbano divenire nostri. Sentite come non sia vuota retorica il dire che il movimento teosofico è sorto nella nostra epoca perché l’umanità ha bisogno di nuovi impulsi morali, nuovi impulsi intellettuali e spirituali. Sentite che una nuova rivelazione nel campo dello spirito non si fa valere e non deve fluire nei nostri cuori per arbitrio, bensì perché tali nuovi impulsi morali, tali nuovi concetti di responsabilità e di destino umano rendono necessaria questa nuova rivelazione spirituale.

Allora si comprende anche quanto profondo significato abbia il fatto che le medesime anime che oggi sono raccolte qui, incarnate in corpi fisici sulla terra fisica, si siano più e più volte incarnate sulla terra nei tempi passati, secondo il grande ritmo dell’evoluzione umana. È naturale porsi la domanda fondamentale: perché sempre di nuovo? Il significato che qui si rivela è questo straordinario: grazie alla teosofia sappiamo che ogni volta che guardiamo dal nostro nuovo corpo attraverso occhi neoformati allo splendore del mondo e della creazione, percepiamo dietro il velo del mondo sensibile le rivelazioni divine nascoste; o che ogni volta attraverso orecchi neoformati percepiamo ciò che si rivela a noi come divino nel mondo dei suoni e della musica delle sfere, e così comprendiamo come in ogni nuova incarnazione sulla terra viviamo e dobbiamo vivere esperienze sempre nuove e sempre più profonde. Comprendiamo allora che vi sono uomini il cui karma li destina a preconizzare profeticamente ciò che poco per volta l’intera umanità dovrà riconoscere come il significato profondo di un’epoca e del suo compito evolutivo.

Ciò che oggi può essere afferrato nelle fila della Società Teosofica e del movimento teosofico, per mezzo delle rivelazioni dal mondo spirituale e dalle intelligenze spirituali che l'abitano, deve fluire nell’intera cultura umana e trasformarla. Le anime che attraverso i loro corpi odierni si immergono nel mondo contemporaneo sentono di essere trascinate alla teosofia perché percepiscono la necessità imperativa di aggiungere questo nuovo elemento a ciò che l’umanità, in epoche diverse e in diverse civiltà, ha conquistato dal mondo dello spirito e dalle sue gerarchie. Dobbiamo acquistare una consapevolezza ben chiara e profonda: in ogni epoca di nuovo comprendiamo il significato intero dell’enigma del mondo e della creazione; in ogni epoca affrontiamo sotto nuove forme e con nuove facoltà ciò che dalle regioni spirituali elevate può discendere su di noi con forza rigeneratrice.

La nostra epoca è una sorta di straordinaria transizione. Sebbene si dica frequentemente, con leggerezza, che ogni epoca è un’epoca di transizione, ciò che viene comunemente deriso come retorica è veramente giusto per la nostra epoca. Viene effettivamente un’era in cui l’umanità deve sperimentare molto di nuovo riguardo all’intera evoluzione della terra. Gli uomini dovranno ripensare molti insegnamenti. Molta parte di questo nuovo, persino oggi, viene ancora accolta nello spirito e nella forma del vecchio. Per molti è ancora quasi impossibile accogliere veramente questo nuovo in modo nuovo. L’uomo spesso rimane indietro con i suoi vecchi concetti rispetto alle nuove rivelazioni.

Soffermiamoci brevemente su un aspetto. Da lungo tempo, e con ragione, si sottolinea quale immenso progresso del pensiero umano rappresenti il fatto che, negli ultimi quattro secoli, gli uomini hanno penetrato la struttura fisica dell’universo. Con ragione si esaltano i grandi successi e i risultati di Copernico, Keplero, Galilei, Giordano Bruno e altri. Ma desidero richiamare un pensiero che può suonare assai razionale e che suona più o meno così: ora i pensieri di Copernico ci hanno condotto nello spazio, e si è visto che è come Giordano Bruno aveva presentito: la nostra terra è un piccolo corpo celeste fra innumerevoli altri nello spazio. Eppure, si dice, su questa terra dovrebbe essersi svolto il più grande dramma, quello che forma il centro dell’evoluzione? E dovremmo porre al centro dell’intera evoluzione la storia di Cristo Gesù? Come potrebbe un siffatto avvenimento di significato cosmico essere accaduto sul piccolissimo pianeta terra, dal momento che abbiamo appreso che esso è soltanto un pianeta piccolissimo fra innumerevoli altri dell’universo?

Questo è un pensiero che risulta certo ovvio, così ovvio che può suonare straordinariamente intelligente e saggio se si bada soltanto all’intelletto, ma è un pensiero che non tiene conto della profondità del sentimento spirituale. Esso si esprime nel fatto che, all’inizio del cristianesimo, l’origine di questo evento sulla terra non fu collocata in alcun palazzo reale o in qualche luogo glorioso, bensì in una stalla, presso poveri pastori. Non solo il sentimento spirituale si è accontentato di collocare questo evento sulla terra, ma addirittura in un angolo disprezzato del mondo. Questo contrasta stranamente con l’affermazione per cui non sarebbe possibile «che il più grande dramma dell’evoluzione mondiale si svolgesse in un teatro provinciale» (espressione che è stata usata). Ma il cristianesimo ha il modo di collocare questo massimo dramma non soltanto in un teatro provinciale, bensì ancora altrove.

Vediamo da ciò quanto sia difficile cogliere le cose con il sentimento giusto e autentico, e quanto gli uomini ancora dovranno imparare per intendere quali siano i sentimenti e i pensieri giusti nei confronti dello sviluppo dell’umanità. Andiamo incontro a tempi convulsi, e ciò si può dire per il nostro presente e il prossimo futuro. È vero: molto dell’antico è esausto, e del nuovo fluisce dalle regioni spirituali nell’umanità. Non perché lo vogliono coloro che sanno qualcosa dello sviluppo umano, essi affermano che nel corso dei prossimi secoli tutta la nostra vita dell’anima muterà, e che all’inizio di questo mutamento il movimento teosofico, rettamente inteso, deve stare in prima linea, deve starvi in tutta umiltà, ma con vera consapevolezza di ciò che deve compiersi per l’umanità nei prossimi secoli. Come è vero che gli uomini hanno imparato, nel corso del tempo, a guardare il cosmo con il loro intelletto così come Copernico, Giordano Bruno, Keplero e Galilei l'hanno insegnato loro; come è vero che negli ultimi secoli gli uomini hanno imparato a interpretare il mondo intellettualmente, mentre in tempi precedenti le anime umane hanno conseguito la loro conoscenza in modi completamente diversi; altrettanto vero è che, nella nostra epoca, la conoscenza intellettuale sarà sostituita da una nuova, da una visione spirituale. Le anime umane ora spingono nei loro corpi verso il desiderio di guardare il mondo non soltanto intellettualmente. E se il materialismo non avesse tanto operato per soffocare gli impulsi spirituali, quelle anime che sentite come avidamente bramose di contenuti spirituali si manifesterebbero molto di più, i loro impulsi spirituali si renderebbero molto più evidenti, quegli impulsi che attendono soltanto l’occasione di guardare lo spazio cosmico e l’essere in modo ancora diverso da come è accaduto finora.

Spiriti privilegiati, ai quali è concesso ciò che si chiama «grazia» divina e illuminazione spirituale, prevedono spesso davanti al loro occhio interiore per secoli e secoli ciò che più tardi potrà diventare visione comune dell’umanità intera. Più volte ho sottolineato come qualcosa di straordinario, che un uomo colmo di grazia e di potenza spirituale, Paolo, visse nella visione di Damasco come impulso dell’evento di Cristo isolato e personale, diventerà progressivamente patrimonio comune dell’umanità nel corso dei secoli futuri. Come Paolo, mediante una rivelazione spirituale autentica, seppe chi era il Cristo, quale azione redentrice il Cristo compì allora, così gli uomini faranno di nuovo tale esperienza della conoscenza vivente, tale visione del vero. Il tempo è imminente in cui un numero considerevole di uomini vivrà qualcosa come un rinnovamento dell’evento di Paolo. Questo appartiene necessariamente all’evoluzione della nostra terra e della sua missione cosmica: quell’occhio spirituale, quella visione del mondo spirituale che si aprì a Paolo presso Damasco, che guarda direttamente negli spazi spirituali e di lassù attinge quella verità vivente, quella che Paolo non aveva mai creduto pienamente quando gli era stata raccontata a Gerusalemme riguardo all’evento di Cristo, questa visione spirituale vivente molti uomini la vivranno effettivamente. Che tale evento avrà luogo è una necessità storica e cosmica. Questo è ciò che veramente si chiama il ritorno del Cristo nel ventesimo secolo. Cristo come individualità cosmica sarà riconosciuto così come si è manifestato, avvicinandosi progressivamente al piano fisico, dal momento in cui apparve a Mosè nel roveto ardente come in un riflesso, fino al tempo in cui visse tre anni nel corpo di un uomo nel piano fisico. Sarà riconosciuto, attraverso una tale visione, come il fulcro e il centro vero di tutta l’evoluzione terrestre e umana.

Un sistema ha un solo fulcro, una bilancia ha un solo punto di sospensione. Non appena la leva della bilancia fosse sorretta in più punti, violeremmo le leggi dello spazio. Vi occorre soltanto un punto, un fulcro per un sistema. Per questo gli occultisti di tutti i tempi, dell’antichità e dell’epoca moderna, quando si parla del vero fulcro dell’evoluzione terrestre, riconoscono il volgersi dell’evoluzione verso questo unico punto, verso il Mistero del Golgota, e l’elevarsi di nuovo dello sviluppo dell’umanità da questo punto. È straordinariamente difficile riconoscere il vero significato di questo evento di Cristo, del Mistero del Golgota per la guida spirituale dell’umanità. Ciò esige che tutto quanto portiamo con noi come sentimenti e giudizi dall’una o dall’altra convinzione universale taccia in noi. Dobbiamo stare di fronte ai metodi educativi cristiani, che hanno dominato per molti secoli in Occidente, con la medesima estraneità e obiettività con cui stiamo di fronte ai metodi educativi religiosi del resto del mondo, se vogliamo rettamente riconoscere il vero fulcro spirituale dell’evoluzione terrestre. Perciò accadrà che, per i prossimi decenni, coloro che saranno i più intensi annunziatori del vero fulcro spirituale dello sviluppo umano saranno considerati «cattivi cristiani», ai quali magari nemmeno verrà riconosciuto il titolo di cristiani.

È enormemente difficile comprendere una sola idea: che il Cristo poté incarnarsi una sola volta e per soli tre anni in un corpo umano. Coloro che si sono più attentamente familiarizzati con ciò che la teosofia rosicruciana ha da dire su queste cose sanno quanto complesso dovesse essere il corpo fisico di quel Gesù di Nazaret, affinché potesse accogliere la straordinaria individualità che è l’individualità di Cristo. Sappiamo che non un uomo soltanto, bensì due uomini dovevano nascere. Di uno ci parla il Vangelo di Matteo, dell’altro il Vangelo di Luca. Sappiamo che l’individualità incarnata nel corpo del fanciullo Gesù di cui parla il Vangelo di Matteo aveva precedentemente raggiunto cose straordinarie in vite terrene anteriori, e che questa individualità, all’età di dodici anni, abbandonò il suo corpo per assumerne un altro, un nuovo corpo terreno fino al trentesimo anno, e continuò a svilupparsi nel nuovo corpo con altre facoltà. Così doveva concorrere alla personalità che chiamiamo Gesù di Nazaret tutto ciò che di grande e meraviglioso, e insieme di umile, l’umanità aveva sperimentato prima, affinché un corpo fosse capace di accogliere l’entità che nel vero senso merita il nome di Cristo. Sarà necessaria una comprensione profonda per intendere l’unicità del Cristo, per comprendere ciò che gli occultisti intendono quando dicono: come nella meccanica non può esistere che un solo fulcro di un sistema, così può esistere un solo evento del Golgota.

Un’epoca che sta di fronte a siffatti straordinari avvenimenti dell’anima, così come qui non poteva farsi che accennarli, è particolarmente adatta a farci raccogliere profondamente in noi stessi. E fra i molti compiti che il vero teosofo ha oggi entro il movimento teosofico, vi è certamente questo: raccogliersi profondamente nella propria anima, nel proprio cuore, per rendersi consapevoli che soltanto con rinuncia possiamo percorrere il cammino che conduce a comprendere questa verità incomparabile, di cui tutti gli occultisti di ogni tempo ci fanno relazione univoca. Epoche in cui dovranno irradiarsi sugli uomini raggi luminosi di saggezza e doni caldi di amore, debbono anche portare qualcosa che conferma la verità della parola: dove c’è grande luce, c’è forte ombra. Le ombre forti e nere che accompagnano i doni di cui ora abbiamo parlato sono le possibilità d’errore. Con i grandi doni di saggezza che debbono fluire nell’evoluzione umana è necessariamente legato che il cuore umano, in tali epoche, sia molto facilmente esposto all’errore. Non crediamo, quindi, che l’anima umana sarà meno fallibile in altre epoche, durante i tempi che verranno; tempi nei quali dobbiamo comprendere che, più che in ogni altro momento, l’anima umana sarà esposta all’errore e agli errori. È questo ciò che gli occultisti di ogni tempo hanno profeticamente preannunziato come da un crepuscolo grigio. È vero che nei giorni dell’illuminazione, ai quali abbiamo potuto solo accennare, la massima facilità d’errore, persino la maggiore aberrazione, può aver luogo. Tanto più è necessario fissare lo sguardo chiaramente su questa possibilità d’errore, esserne consapevoli, poiché, dovendo attenderci il grande, tanto più facilmente l’errore può sedurre il debole cuore umano.

Se ora vogliamo contemplare la guida spirituale dell’umanità, da questo pensiero della possibilità d’errore, da ciò che gli occultisti di tutti i tempi hanno profeticamente preannunziato con voce ammonitrice, dobbiamo trarre l’insegnamento di esercitare quella suprema tolleranza di cui all’inizio si è parlato, e di disabituarci da tutto quanto appartiene a una cieca fede nell’autorità, perché tale fede può essere un forte tentatore e può proprio eccitare l’errore. Ma d’altra parte dobbiamo mantenere il cuore aperto e caldo per tutto ciò che intende fluire sull’umanità dalle regioni spirituali in modo nuovo. Perciò il vero teosofo sarà innanzitutto colui che sa: se vogliamo, entro il nostro movimento, essere custodi di quella luce che deve fluire nell’evoluzione dell’umanità, dobbiamo diventare vigilanti contro tutto ciò che degli errori può infiltrarsi insieme a questa luce. Sentiamo, accanto a ciò, tutta la nostra responsabilità, e abbiamo il cuore largo che ci occorre per intendere che non c’è ancora stata nessuna civiltà sulla nostra terra in cui potessero coltivarsi cuori così larghi e amorevoli. Impariamo a comprendere che sempre è meglio essere combattuti da coloro che credono di avere, nella loro opinione, la sola verità, piuttosto che combattere noi stessi questi altri. Fra questi due estremi si distende un grande cammino. Ma coloro che spiritualmente afferrano il movimento teosofico sapranno vivere con qualcosa che, come motto fondamentale, come massima, è stato giusto che transitasse attraverso tutti i tempi per ogni spiritualità.

Talora il dubbio vi potrà assalire quando pensate: certo c’è una luce potente, ma anche una grande possibilità d’errore; come potrai tu, uomo debole, trovare il tuo cammino? Come potrai deciderti su ciò che viene dalla verità e ciò che è errore? Quando un siffatto pensiero sorge nel petto, potete trovare forza e conforto nel motto: la verità sarà quella che darà gli impulsi più alti per lo sviluppo dell’umanità, e la verità mi stia più vicina di me stesso. Se così mi comporto verso la verità, e qui in questa incarnazione sbaglio, la verità avrà la forza di attirarmi a sé nella prossima incarnazione. Se onestamente qui sbaglio, questo errore si compenserà nella prossima. Meglio è sbagliare onestamente che aderire disonestamente a dogmi. E la parola sarà dinanzi a noi: non per il nostro volere, bensì per la divina forza della verità stessa questa verità trionferà. Ma se ciò a cui siamo spinti da qualsiasi circostanza in questa incarnazione non è la verità, se è errore, se siamo troppo deboli per essere attratti dalla verità, allora ciò a cui ci dichiariamo fedeli perisca, perché allora non ha la forza di vivere, non deve avere la forza di vivere. Se onestamente aspiriamo alla verità, essa sarà l’impulso vittorioso nel mondo. E se ciò che già possediamo è un frammento di verità, esso non trionferà per quanto possiamo addurre a sua difesa, bensì per la forza che risiede in esso stesso. Ma se è errore, allora noi abbiamo anche la forza di dire: questo errore perisca.

Se facciamo di ciò il nostro motto fondamentale, allora troveremo il giusto atteggiamento e potremo dirci: in tutte le circostanze possiamo ottenere ciò che ci occorre all’interno di un movimento spirituale: la fiducia. Se è verità ciò che questa fiducia ci suggerisce, la verità trionferà, per quanto i suoi avversari la combattano. Questo sentimento può vivere nell’anima di ogni teosofo. E se dobbiamo essere i mediatori di ciò che fluisce giù dalle regioni spirituali su di noi, e di ciò che desta nel cuore umano tali sentimenti che danno sicurezza e forza per la vita, allora si adempie la missione della nuova rivelazione spirituale che, con ciò che chiamiamo teosofia, è venuta all’umanità e sempre più porterà le anime umane verso un futuro più spirituale.

12°Fede, amore, speranza

Vienna, 14 Giugno 1911

Mi reca grande gioia potervi salutare di nuovo oggi, nel mio passaggio, e parlarvi di qualche argomento teosofico. Proprio qui, dove poco più di un anno fa abbiamo discusso approfonditamente un tema dal campo della conoscenza e della vita teosofica, e raccolto molte idee e nozioni, possiamo affrontare oggi un tema che tocca più da vicino la vita interiore dell’anima umana, la dimensione intima del sentimento, e tuttavia ci riconduce e può ricondurci verso quelle prospettive che ci istruiranno sul nesso tra l’uomo e i grandi mondi stellari, con ciò che noi chiamiamo il Macrocosmo.

Voglio partire oggi da una visione, da una massima che attraversa l’intera storia umana e che, da un lato, esprime il desiderio dell’uomo di avvicinarsi al suo Sé superiore, dall’altro invece dice quanto poco egli giunga al suo Sé divino. Nella storia greca troviamo Socrate che va insegnando agli uomini, indirizzandoli mediante semplici concetti alla virtù, a tutto ciò che concerne l’anima umana. Socrate, il saggio greco, voleva distogliere lo sguardo dei suoi contemporanei dalla natura esterna. Mentre i suoi predecessori riflettevano su ciò che sta a fondamento dei grandi fenomeni naturali e cercavano di spiegarli, di Socrate si dice che abbia pronunciato queste parole: che cosa ci importa della natura, degli alberi, degli uccelli? Essi non possono insegnarci come divenire migliori. — Questa frase contiene un errore. Ma non è qui il punto se Socrate compia un errore; il punto è ciò che egli voleva. Egli fu uno dei più grandi saggi del mondo, uno che ha persino pagato con la sua vita ciò che voleva.

Esiste una massima che proviene da Socrate. Il suo contenuto colpisce ogni anima umana che vuol conoscere se stessa: egli insegnò la virtù, la moralità. Se l’uomo potesse veramente comprenderla, agirebbe conformemente a essa. Se l’uomo si allontana dalla moralità, ciò accade solo perché non l’ha ancora completamente compresa. La virtù è insegnabile. Il cuore umano tuttavia obietta che la natura umana è debole, che spesso fallisce di fronte alla virtù. Chi ha trasformato questo detto in una forma che vive in molti cuori, tale che esso è espressione del più profondo rammarico, della scusa, è Paolo, che ha dato a questo detto la forma: Lo spirito è forte, ma la carne è debole. — Molti comprendono in che cosa consista la virtù e tuttavia non riescono a seguirla. Questo conflitto percorre tutta la natura umana. Basta inscrivere questo detto nella propria anima e si ha tracciata la scissione della natura umana. Esiste qualcosa nell’uomo che lo trascende: la superiore natura umana si estende oltre l’inferiore.

Mediante la Teosofia siamo abituati a non considerare la natura umana come qualcosa di meramente semplice. L’anima dell’uomo ci appare come una Triade. Occorre qui ricordare lo sviluppo del nostro pianeta, le sue precedenti incarnazioni che ha attraversato, e durante le quali l’uomo si è sviluppato insieme a esso. La prima incarnazione del nostro pianeta fu lo stato di Saturno. Qui fu posto il germe del corpo fisico dell’uomo. Dopo che questo stato perdurò a lungo, il pianeta si dissolse e riapparve, precisamente come Sole con le forze dell’etere vitale. In questo stato fu aggiunto al corpo fisico il corpo eterico o corpo vitale in germe. Ancora dopo lungo tempo il pianeta si dissolse e riapparve, precisamente nello stato di Luna. In esso fu aggiunto al corpo fisico ed etereo umano il corpo astrale. E dopo che anche questo stato passò per la dissoluzione, la Terra si incarnò nella forma che attualmente possiede. Come quarto principio fu allora aggiunto all’uomo il germe del suo Io.

Saturno, Sole e Luna formano una Triade: il passato della Terra. Durante questo periodo si sviluppò la Triade umana: corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale. Questi sono il passato dell’uomo. Il suo Io è il presente. Il suo futuro giace in ciò che esso ricava dalla Triade inferiore, in ciò che come spiritualizzazione viene conseguito. Quando l’Io penetra il corpo astrale e impara a dominarlo, lo trasforma in Sé spirituale o Manas. Quando l’Io penetra il corpo eterico, lo trasforma in Spirito vitale o Buddhi. Quando l’Io penetra il corpo fisico, lo trasforma in Uomo spirituale o Atman. Questa è la Triade superiore, il futuro dell’uomo.

Ora, anche l’Io è triplice, poiché l’anima ha tre aspetti, tre forze fondamentali da cui consiste, che da essa non possono mai essere separate o strappate via. Queste tre forze sono ciò che abbiamo chiamato l’anima senziente, l’anima razionale, l’anima consenziente. Esse sono parti dell’individualità che gradualmente si fa strada verso la consapevolezza. Con le parole della nostra lingua possiamo designarle anche come prudenza, individualità e moralità. Nell’anima senziente sentiamo intimamente il contenuto dell’anima; il corpo astrale può essere considerato come l’esterno dell’anima senziente. Dall’anima razionale si sviluppa consapevolmente l’Io. Entro le forze dell’Io che crescono, l’anima consenziente è sperimentata come l’interno, lo Spirito di sé come l’esterno.

Esiste qualcosa che può indicarci che è vera la cosa ora detta? Per rispondere a questa domanda, teniamo conto di ciò che siamo divenuti attraverso i periodi di sviluppo dell’umanità. Ci troviamo fra la Triade inferiore passata e la luminosa Triade spirituale-interiore di mezzo. Oggi vogliamo, con parole tratte dalla vita immediata, designare questa Triade, non come nel libro «Teosofia», dove è presentata scientificamente. Che cos’è ciò che può rappresentarci i nostri più profondi difetti spirituali, le nostre brame spirituali e l’insoddisfazione? Che cos’è questa Triade, quando osserviamo la nostra prudenza, la nostra individualità e la nostra virtù, tutto il nostro sforzo che può riempirci di beatitudine o di disarmonia? Questa è la Triade che possiamo designare come Fede, come Speranza e come Amore. Esse sono le tre forze fondamentali dell’anima che non possono mai essere tolte da essa.

Fede — che cos’è la Fede? La Fede è una forza dell’anima che non può mai essere completamente strappata dall’anima umana, e vive in ogni uomo. Non c’è popolo che non l’abbia avuta, nessuna religione si è rifiutata di parlarne. È il desiderio di fede che percorre il mondo. L’anima vuole sempre avere qualcosa a cui aderire. Se questo desiderio di fede non trova soddisfazione, è male per l’anima tormentata. Se le viene tolto ciò in cui ella può credere — come accade per il materialismo —, allora le accade come se al corpo umano fosse tolta l’aria da respirare. Solo che il processo di soffocamento del corpo è molto breve, mentre quello dell’anima è molto lungo.

Frequentemente si leggono affermazioni come: Il sapere è potenza — e simili. Ora, all’inizio della Bibbia si è trovata una parola singolare che fino a oggi non è stata apprezzata correttamente. Vi si parla dell’Albero della Conoscenza e del frutto dell’Albero della Conoscenza che viene mangiato. Ciò deve essere preso letteralmente. La conoscenza è nutrimento, il sapere è nutrimento per l’anima. L’anima si nutre di ciò che noi riceviamo come concetti dalla Teosofia. Si nutre di ciò in cui crede, e ha nutrimento sano solo in ciò che la Teosofia le offre.

La Fede, dicono gli scienziati e i materialisti, è un punto di vista superato. Io credo solo ciò che so —, dice l’uomo moderno. Questo è un errore. La Fede non è una ricaduta nel passato, poiché Fede e Sapere non costituiscono un’opposizione. Il Sapere, invece, è mutevole e non può soddisfare l’esigenza di fede nel cuore umano. Quando la scienza materiale sostiene che il mondo è composto di atomi e si è formato per caso, allora il cuore umano correttamente dice: Non posso crederlo, non trovo soddisfazione in questa ipotesi. — E poiché l’uomo non può credere, perché non ha nulla a cui possa fermamente aggrappare il suo sentimento di fede, per questo l’anima umana non è sana, e questa anima malata rende il corpo ammalato. Così nasce la nervosità nel senso odierno e diviene sempre peggiore. Così l’anima agisce sul corpo, e l’uomo così divenuto agisce sul suo ambiente, che abbassa e rende malato, e sui suoi discendenti. Da ciò accade che l’umanità sempre più degenera, e purtroppo continuerà a divenire sempre peggiore. La scienza materialistica è quella che dà all’uomo «pietre invece di pane». L’anima non ha nutrimento, benché l’intelletto sia traboccante di sapere. E un uomo così va in giro e non sa che fare di sé, non sa a che cosa aderire, e precisamente come se gli fosse tolta l’aria da respirare, l’anima umana muore per mancanza di nutrimento, di nutrimento spirituale vitale. La Teosofia è venuta al mondo per fornire all’umanità di nutrimento.

Quando, per praticare la Teosofia, ci riuniamo, non lo facciamo come altre associazioni che si occupano di letteratura, belle arti, problemi sociali e cose simili. Non pratichiamo la Teosofia per curiosità, bensì per soddisfare l’impulso di fede, per dare nutrimento all’anima. Per questo lasciamo che i concetti, i sentimenti e le emozioni teosofiche agiscano sulla nostra anima.

Quando ora consideriamo ciò in rapporto allo sviluppo mondiale e dell’umanità, dobbiamo ricordare che durante lo stato di Luna della Terra il corpo astrale fu aggiunto all’uomo. Che cos’è allora questo corpo astrale? Esso consiste di forze che devono sempre afferrare qualcosa, che devono sempre aderire da qualche parte. Nel loro operare, queste forze sono ciò che sperimentiamo come Fede, come forza di fede. Il corpo astrale è la fonte della fede stessa. Esso deve dunque ricevere nutrimento, se deve svilupparsi, se deve vivere. L’esigenza di nutrimento è il desiderio di fede. Se questa forza di fede non può essere soddisfatta, se alla fede è tolto uno dopo l’altro ciò che potrebbe reggerla, se non le è offerto buon nutrimento spirituale, allora il corpo astrale si ammala e per mezzo di esso anche l’uomo fisico. Se invece riceve soddisfazione da quei concetti, rappresentazioni e sentimenti che la Teosofia attinge dalla verità, dalle profondità della conoscenza universale, allora esso ha il suo conveniente nutrimento spirituale, allora ha la sua soddisfazione. Diviene forte, sano, e l’uomo stesso diviene sano.

In circa un secolo si sono cambiate le opinioni fino alla parola. Circa centotrenta anni fa si chiamava nervoso un uomo che era un tipo resistente, con muscoli forti e pieno di forza. Oggi un uomo nervoso è un uomo scontento, debilitato, un malato, uno la cui anima non soddisfatta cerca ciò da cui potrebbe trarre il suo nutrimento. Da tutto ciò segue che possiamo a buon diritto chiamare il corpo astrale il corpo della fede.

Una seconda forza fondamentale è l’Amore. Nessuno ne manca, è sempre presente, non può essere estirpato. Chi credesse che il più grande odiatore, il più grande egoista non abbia amore, sbaglierebbe. È assolutamente falso pensarla così. La brama di amore è sempre e sempre presente. Che si tratti di amore sessuale o di amore per il figlio, per l’amico, o di amore per qualche cosa, per un’opera, è sempre presente. Non può essere strappato via dall’anima, poiché è una forza fondamentale dell’anima. Ma così come l’uomo ha bisogno dell’aria per respirare, così ha bisogno dell’opera d’amore, dell’esercizio dell’amore per la sua anima. Il suo nemico, il suo ostacolo, è l’egoismo. Che cosa fa l’egoismo? Non lascia che l’amore agisca verso l’esterno, lo comprime nell’anima, sempre e sempre. E come nell’atto respiratorio l’aria deve fluire verso l’esterno, affinché l’uomo non soffochi, così l’amore deve fluire verso l’esterno, affinché l’anima non soffochi in ciò che è violentemente compresso in essa. O più precisamente: l’anima brucia nel suo fuoco amoroso in se stessa e perisce.

Ricordiamoci ora che l’uomo, nel vecchio Sole, ricevette in germe il corpo eterico, che questo aspetto focoso, luminoso, splendente del Sole è il germe del corpo eterico. Qui è dato solo un altro aspetto dell’Amore, ciò che l’Amore è nello spirito: la Luce è Amore. Nel corpo eterico ci è dunque dato l’Amore e la brama di amore, e possiamo, con pienezza di ragione, chiamare il corpo eterico il corpo dell’amore: Luce e Amore.

È una parola vera: l’Amore è il bene supremo. Ma può anche avere le conseguenze più funeste. Nella vita quotidiana lo si vede, e qui racconto un esempio che è stato vissuto. Una madre ha amato molto il suo bambina, e per amore le ha concesso tutto quello che ha fatto. Non l’ha mai punita, le ha esaudito ogni capriccio. La bambina è divenuta un’avvelenatrice, e per amore è divenuta così. L’Amore deve essere congiunto alla Saggezza, deve divenire un amore illuminato, solo allora può operare veramente bene. La dottrina teosofica è incaricata di recarle questa saggezza, di darle questa illuminazione. E quando l’uomo ha accolto in sé quel che è detto e insegnato riguardo allo sviluppo mondiale, riguardo a questo che sembra così lontano, così distante, e quel che è comunicato riguardo al nesso dell’uomo con il Macrocosmo, allora l’uomo diviene tale che il suo amore illuminato si metta di fronte al prossimo, per guardare in lui, comprenderlo, e così divenire amore umano illuminato.

Spesso sentiamo dire che la vita è arida e vuota. Da questo sentimento una sorta di malessere si diffonde persino sul corpo. Questo è causato dalla forza d’amore non soddisfatta. Quando il mondo rigetta il nostro amore, sentiamo dolore. Quando facciamo qualcosa per amore, dobbiamo farla, poiché l’anima ne ha bisogno, esattamente come il polmone ha bisogno dell’aria. Non per curiosità scientifica o per presentare al mondo un’opinione scientifica — di cui ne abbiamo più che abbastanza, poiché vi sono mille domande che attendono soluzione —, bensì per dare all’umanità il compimento della vita, la Teosofia è venuta al mondo. Ancora ci riuniamo in piccoli circoli, ma questi circoli diventeranno presto sempre più grandi, e una volta potremo risolvere le mille domande del nostro tempo.

Chi risolverà la questione sociale? — Coloro che vi teorizzano e discutono sopra? Mai. La visione teosofica del mondo e l’Amore la risolveranno. E veramente, per quanto possa suonare paradossale, l’umanità fra poco non potrà nemmeno più coltivare patate — poiché le patate già oggi diventano sempre peggiori —, non potrà nemmeno più coltivare patate senza la Teosofia! Come si spiega ciò? L’umanità oggi fa molto istintivamente, da un certo istinto. Ma questo istinto deve sempre più scomparire. Perché? Perché è venuto il tempo che esso passi nella consapevolezza. Gli uomini, quindi, non potranno conoscere l’agricoltura senza conoscere le verità della Teosofia riguardo alla natura della Terra, alle forze che vi agiscono entro e così via.

La terza forza fondamentale è la Speranza. L’anima umana deve sperare, tutti lo sanno. Insoddisfatti e cercanti gli uomini vanno intorno nel mondo, e troppo spesso si trova gente per che tutto risulta insipido, a cui nulla reca soddisfazione, a cui tutto sfugge fra le dita. Sia buio intorno a loro, senza prospettiva, senza Speranza — così dicono.

Un grande uomo ha detto: la virtù senza Speranza è il crimine più grande, l’Eternità senza Speranza è la più grande menzogna! Eppure la forza di speranza è inscritta nell’anima: è una forza inestirpabile, e nessuna potenza riuscirà mai a strapparla all’uomo. Ma se all’umanità non è dato, bensì tolto, quello su cui essa potrebbe innalzarsi, allora queste anime derubate perderanno la sicurezza, il sostegno, la fermezza. Gli uomini crolleranno così nell’incertezza, saranno stupidi e folli. Le dottrine teosofiche fondamentali del Karma e della Reincarnazione sono soddisfazione per la forza di speranza dell’anima umana. Offrono ciò che dura, ciò che conduce nel futuro. Che cosa è un’azione, che cosa è un pensiero, una parola, che siano strappati via dall’uomo? L’uomo e le sue azioni, l’uomo e i suoi pensieri appartengono insieme, ed è illogico considerare un’azione cattiva, un’offesa per esempio, come espiata se il suo autore non l’ha lui stesso riparata. La legge della causalità parla qui: la vita dell’uomo è legata all’uomo, ed egli deve procedere da incarnazione a incarnazione.

Lessing ha lasciato come risultato finale di tutta la sua vita il libro «L’Educazione del Genere Umano». Il pensiero che è il culmine di questa opera è che l’uomo ritorna spesso e frequentemente. Che cosa hanno pensato i grandi spiriti, geni come Lessing, se non la dottrina della reincarnazione? Vale a dire che l’anima umana progredisce da stadio a stadio, che sperimenta continuamente ciò che ha causato, continuamente. Passerà solo poco tempo ancora prima che la dottrina della reincarnazione e la dottrina del Karma siano riconosciute anche dalla scienza esterna. E con ciò l’umanità riavrà qualcosa che le è stato tolto dalla scienza materialistica: la Speranza.

Perché comprendiamo l’essenza delle epoche di cultura passate? Non è la letteratura, e nemmeno la storia dell’arte, a darci ciò che i Greci hanno lasciato. Entrambe portano ben poco; non sarebbe nemmeno necessario saperne qualcosa. Noi abbiamo in noi stessi i risultati della cultura greca, semplicemente perché allora stessi vi abbiamo vissuto, perché abbiamo percorso questa epoca di cultura: non potremmo essere quello che siamo oggi se allora non avessimo vissuto questa epoca. Hebbel ha lasciato note di un pensiero che non poteva più sviluppare drammaticamente. In una scuola un professore esercitava con i suoi allievi su Platone. Il Platone reincarnato è fra gli allievi e riceve dal professore una votazione molto cattiva l’una dopo l’altra, persino punizioni, perché egli — il Platone — non comprende Platone! Anche qui il pensiero della reincarnazione si esprime dall’anima di un genio.

Se il frutto della virtù non aderisse all’uomo, che cosa sarebbe allora la virtù? Come potrebbe essere espiato il male, se non fosse l’uomo stesso a doverlo espiare? L’Eternità resterebbe una menzogna se l’uomo stesso non aderisse all’Eternità, se essa non lo riguardasse lui stesso. La continuazione attraverso incarnazioni e incarnazioni è ciò che costituisce la Speranza, e solo così possono divenire sane le anime povere di speranza, che non possono soddisfare il loro desiderio di speranza.

Nel vecchio Saturno fu posto il germe dell’uomo fisico. Come? Spiritualmente ivi fu posto, precisamente in ciò che deve durare: la Speranza. Perciò il corpo fisico dell’uomo può essere chiamato a buon diritto il corpo della speranza. La proprietà del corpo fisico è la sua densità. Quando le onde della vita interiore battono sempre e sempre contro il corpo umano, penetrando sempre più in esso, allora esso è pervaso dalla Speranza, dalla certezza che da esso si svilupperà qualcosa di eterno, di imperituro. Questo desiderio di soddisfazione della Speranza, di una continuazione della vita, è una conseguenza della forza di speranza dell’anima, e il nutrimento le è tolto dalla scienza esterna.

La Teosofia, i suoi concetti, rappresentazioni, emozioni gliene danno nuovamente, e questa è la grande missione della Teosofia: rendere gli uomini nuovamente forti nella Fede, felici nell’Amore e persistenti nella Speranza.

Prendiamo solo le verità che la Teosofia ci trasmette, e diamole alla forza di fede dell’anima come nutrimento: allora nascerà da sé Manas, la trasformazione del corpo astrale in Manas si compirà da sé. Prendiamo solo le verità e diamole all’Amore come nutrimento, e Buddhi nascerà da sé. Prendiamo le verità teosofiche e diamole alla Speranza come nutrimento, e nascerà da sé l’Uomo spirituale, l’Atman.

Proprio e soltanto per questo si lavora e si pensa la Teosofia, non per curiosità scientifica. È sbagliato se per comodità si dice: non ho bisogno di sapere tutto questo. Poiché le verità teosofiche sono attinte dalla verità stessa, sono discese dal grande Tutto, servono all’anima umana come nutrimento vivente, come il pane, come l’aria. Se l’uomo, se l’umanità non debba soffocare, se debba poter compiere la sua missione, le deve essere portato questo nutrimento, e precisamente adesso, perché è straordinariamente necessario. Questo è lo scopo dello studio teosofico, e non la sete di sapere, non la curiosità o qualcosa di peggio ancora.

13°Simbologia e fantasia. «La prova dell'anima»

Berlino, 19 Dicembre 1911

Vogliamo oggi riprendere il filo dal secondo dei nostri drammi mistici, dalla «Prova dell’Anima». Avrete potuto osservare che in tutte queste rappresentazioni, principalmente però nella «Prova dell’Anima», si tratta del tentativo di portare il dramma alla nostra concezione del mondo scientifico-spirituale. Soprattutto in questa «Prova dell’Anima» si è cercato di rendere reale, nel suo agire sulla vita dell’anima umana, l’idea della reincarnazione. Credo non sia necessario osservare che gli eventi nella «Prova dell’Anima» non sono stati puramente inventati, bensì rispondono effettivamente, in un certo modo, alle osservazioni della vita occulta, sicché la rappresentazione è, in un certo senso, pienamente realistica.

Quel che innanzitutto deve occuparci questa sera è uno sguardo alla circostanza che si è reso necessario creare una sorta di transizione dalla vita precedente di Capesius al suo immergersi in una vita primordiale, in un’epoca in cui egli stesso ha attraversato un’incarnazione anteriore. Io stesso, da quando la «Prova dell’Anima» è stata completata, mi sono più volte chiesto quale transizione potesse servire per Capesius: dalla sua vita in un mondo in cui egli ha conosciuto soltanto — sebbene in modo spiritualmente colto — ciò che l’osservazione sensibile esterna offre, e quella visione del mondo che è legata allo strumento del cervello.

Quale transizione potesse portarlo in quel mondo in cui egli poi si immerge, in cui ci si può introdurre soltanto attraverso gli organi di senso occulti? Più volte mi sono chiesto perché la fiaba con le tre figure dovesse costituire tale transizione per Capesius. Naturalmente la fiaba non è stata collocata in questo punto per qualche concetto intellettuale o per qualche considerazione ragionata, bensì perché così l’ha voluto la fantasia creatrice.

Successivamente ci si può chiedere perché una tale fiaba sia diventata necessaria, e da questo collegamento con la «Prova dell’Anima» sono emersi per me punti di vista che mi sembrano illuminanti riguardo alla poesia fiabesca e alla poesia in connessione specialmente con la concezione antroposofica del mondo. Quando l’uomo una volta introdurrà praticamente nella sua propria vita il fatto che si esprime nella tripartizione dell’anima in anima sensitiva, anima razionale o sentimentale e anima conscia, allora gli sorgeranno, puramente come enigmi elementari del sentimento, riguardo alla sua posizione e al suo rapporto con il mondo, certi enigmi del sentimento.

Enigmi che non si possono affatto esprimere nella nostra lingua ordinaria e nelle nostre forme concettuali ordinarie. Non si possono esprimere, proprio perché viviamo ancora in un’epoca troppo intellettualistica per poter esprimere attraverso la parola, e attraverso tutto ciò che è possibile mediante la parola, quelle relazioni delicate che sorgono tra i tre elementi dell’anima.

Questo non può avvenire attraverso i concetti ordinari, attraverso le forme di linguaggio che il nostro pensiero ordinario ci offre. Può avvenire però mediante la fiaba. La fiaba è, per così dire, quella forma di linguaggio che l’anima assume quando vuole esprimersi riguardo a quelle relazioni che non si possono esprimere attraverso i concetti ordinari. Nella fiaba vivono dunque, in un certo modo, gli enigmi del sentimento umano.

Quando leggiamo una fiaba e veramente vi poniamo dentro il cuore, quando cioè facciamo rivivere in noi quello che la fiaba rappresenta, allora viviamo in quegli enigmi del sentimento. La fiaba non può dirci in forma concettuale: «ecco, questo è così», bensì ci dice in forma immaginativa: «guarda come le cose stanno in questo modo», mostrando il fatto in forma vivente e immaginativa.

Secondo questa suddivisione dei tre elementi dell’anima, non si può esprimere in modo concettuale ordinario tutto ciò che si svolge tra l’anima sensitiva, l’anima razionale e l’anima conscia. Non si può portare alla coscienza mediante il linguaggio usuale tutto quello che l’uomo prova nelle relazioni tra queste tre parti dell’anima, se egli veramente pratica questa suddivisione nella sua vita interiore. Si possono accumulare le parole, si possono forgiare i concetti come si vuole: non si arriverà mai a esprimere quello che realmente si vive in questa tripartizione dell’anima.

La fiaba, invece, esprime questo, perché la fiaba non parla attraverso i concetti, bensì attraverso le immagini viventi. E questi enigmi del sentimento, che sorgono nella relazione tra i tre elementi dell’anima, trovano nella fiaba, per così dire, il loro linguaggio naturale. Ecco perché una fiaba è stata il mezzo giusto per creare una transizione nel dramma per Capesius: in essa egli, non attraverso il ragionamento astratto, non attraverso la costruzione sistematica di concetti, ma attraverso il sentimento vivente e attraverso le immagini immaginative consapevoli, poteva trovare il cammino dalla coscienza ordinaria alla coscienza occulta.

Una fiaba poteva produrre quello che nessuna spiegazione razionale avrebbe mai potuto produrre. E la fiaba, con i suoi simboli viventi, poteva risvegliare in Capesius esattamente quello che gli occorreva: il sentimento profondo di poter penetrare nei misteri della propria anima. Naturalmente, non si tratta qui di una fiaba ordinaria, quale potrebbe trovarsi in una collezione popolare. Si tratta di una fiaba che è stata composta specificamente per questa rappresentazione drammatica.

In modo che ogni elemento di essa abbia un significato profondo in relazione alla vita animica di Capesius e al suo cammino verso la percezione occulta della realtà. Ogni immagine, ogni figura, ogni evento nella fiaba serve a esprimere qualcosa di quel che deve accadere nell’anima di Capesius affinché egli possa compiere il suo sviluppo spirituale profondo. Quando consideriamo il significato delle tre figure della fiaba — quelle tre figure che rappresentano Philia, Astrid e Luna — vediamo che ciascuna di esse esprime una particolare qualità dell’anima umana e della sua capacità di relazione con il mondo.

Philia rappresenta l’elemento dell’affettività amorevole, la capacità di connettersi emotivamente al mondo e agli altri esseri umani. Astrid rappresenta la saggezza e la capacità della comprensione razionale, del pensiero consapevole. Luna rappresenta la capacità di aspirazione interiore, di ricerca del significato più profondo della vita e dell’universo. La fiaba con queste tre figure rappresenta dunque la complessità della natura umana in forma viva e drammatica.

Ecco dunque quale è stato il vero significato della fiaba nella «Prova dell’Anima». Essa non era soltanto un’opera d’arte letteraria gradevole, bensì uno strumento pedagogico vivente che agisce sull’anima umana in modo profondo e trasformativo. Ha così creato le condizioni affinché Capesius potesse veramente compiere il passo dalla coscienza ordinaria alla coscienza occulta consapevole. Non glielo ha insegnato in modo concettuale — nessun insegnamento concettuale ordinario avrebbe mai potuto fare quello che la fiaba fa.

La fiaba agisce direttamente sulle forze nascoste dell’anima, risvegliando in essa gli enigmi del sentimento, gli enigmi della relazione tra i tre elementi dell’anima. E quando questi enigmi sono risvegliati profondamente, quando l’uomo realmente sente questi enigmi nel profondo del suo essere con l’intera anima, allora egli è pronto per il passo successivo: il passo consapevole verso la percezione occulta della realtà che lo circonda.

Presentiamo dunque questa fiaba, affinché a essa possa seguire una considerazione più approfondita riguardo a come essa si connette alle leggi della vita occulta, e a come essa rappresenta, in forma drammatica vivente, i processi essenziali che devono avvenire nell’anima umana affinché essa possa ascendere verso la visione spirituale della realtà.

Una volta c’era un giovane, che crebbe come figlio unico di poveri guardaboschi in solitudine di foresta. Conobbe oltre ai suoi genitori poche persone soltanto. Aveva una costituzione di membra delicata: la sua pelle era quasi trasparente. Si poteva guardare a lungo nei suoi occhi; essi celavano i più profondi misteri dello spirito. E sebbene poche persone soltanto entrassero nel cerchio della sua vita, non gli mancavano gli amici. Quando sui vicini monti brillava d’oro il sole del mattino, allora lo sguardo pensoso del giovane assorbiva l’oro spirituale nella sua anima: e l’essenza del suo cuore diventava come il sole del mattino, luminoso e pieno di calore.

Ma quando attraverso nuvole scure il raggio del sole del mattino non penetrava e un’atmosfera cupa copriva tutti i monti circostanti, allora lo sguardo del giovane diveniva offuscato e malinconico il suo cuore. Così egli era completamente abbandonato al tessere spirituale del suo stretto mondo, che non sentiva straniero al suo essere più di quanto le membra del suo corpo. Erano infatti suoi amici i boschi con i loro alberi e i fiori; esseri spirituali parlavano dalle loro corone, dai calici e dalle cime degli alberi. Egli poteva intendere il loro mormorio e il loro linguaggio profondo.

Segreti di mondi misteriosi si aprirono al giovane, quando la sua anima si confidava con ciò che solo a molti uomini del presente appare morto e senza vita. E spesso, preoccupati di sera, i genitori mancavano del loro caro figlio. In un luogo vicino era allora, dove da rocce scaturiva una fonte e mille volte schizzando, gli schizzi d’acqua saltavano sulle pietre. Quando la luce lunare argentata in giochi scintillanti variopinti brillava magicamente nei goccioli d’acqua, allora il giovane poteva stare ore intere alla fonte rocciosa, contemplando il miracolo della natura.

Forme, gestitali in modo spettrale, sorgevano dinanzi allo sguardo veggente del giovane nel turbinio dell’acqua e nel tremolii della luce lunare. Esse divennero tre figure di donna, che gli parlavano di quelle cose verso cui il suo animo era profondamente spinto. E quando una mite notte estiva il giovane sedeva di nuovo alla fonte, una delle tre donne afferrò innumerevoli granellini dell’essere variopinto della goccia d’acqua e li porse alla seconda donna. Quella plasmò dai granellini della goccia un calice splendente d’argento e lo porse alla terza donna.

Quella lo riempì con la sovrabbondanza della luce lunare e lo diede così al giovane. Egli aveva contemplato tutto questo con lo sguardo veggente del giovane. La notte seguente, nel suo ricordo, gli parve di sognare come egli, derubato del calice, fosse stato portato via da un selvaggio drago. Dopo questa notte il giovane ebbe ancora solo tre volte il miracolo della fonte rocciosa. Poi le donne gli vennero meno, anche quando il giovane sedeva pensieroso alla fonte rocciosa nella luce lunare.

Quando trecentosessanta settimane fossero passate la terza volta, era diventato da lungo tempo il giovane un uomo, e dalla casa dei genitori e dal suolo della foresta si era trasferito in una città straniera. Là, una sera, stanco da duro lavoro, egli meditava su ciò che la vita potesse ancora portargli nel futuro. Il giovane si sentì improvvisamente allontanato dalla sua fonte rocciosa; e ancora poteva vedere le donne dell’acqua davanti a sé. E questa volta poté sentire il loro parlare consapevole.

La prima gli disse: ricordati di me in ogni tempo, quando solitario ti senti nella vita. Io guido lo sguardo dell’anima umana nelle lontananze dell’etere e nelle vastità stellari, e a chi mi vuole sentire e riconoscere porgo la coppa della speranza di vita dal mio calice meraviglioso. E anche la seconda parlò: non dimenticarmi negli istanti difficili, che minacciano il tuo coraggio di vita. Io guido gli impulsi del cuore umano nelle profondità dell’anima e sulle alture dello spirito.

Chi le forze spirituali ricerca presso di me, a lui forgio la forza di fede nella vita col mio meraviglioso martello della capacità e della forza. La terza si lasciò sentire così: a me eleva il tuo occhio spirituale, quando gli enigmi della vita ti assalgono e confondono. Io filo i fili del pensiero nei labirinti della vita e nelle profondità dell’anima, e a chi fiducia ripone in me effettuo i raggi di amore nella vita sul mio meraviglioso telaio del destino.

Gli parve in quella notte, che al suo ricordo seguiva, all’uomo, che un selvaggio drago in cerchi intorno a lui si aggirava minacciosamente — e non poteva avvicinarglisi: lo proteggevano da quel drago gli esseri che egli una volta alla fonte rocciosa aveva visto e che dalla sua patria lontana con lui nella città straniera erano venuti, rimanendo fedeli e presenti nel suo cuore.

La disposizione fiabesca è, a mio parere, qualcosa che si pone in una forma pienamente giustificata tra il mondo esteriore sensibile e tutto quello che l’uomo una volta, nell’epoca antica del vedere originario umano, contemplava consapevolmente nei mondi spirituali. Si tratta di quello che egli può anche oggi contemplare, quando attraverso disposizioni particolari abnormi o attraverso il vedere consapevolmente istruito e sviluppato possa elevarsi ai mondi spirituali più elevati. Tra questo mondo spirituale e il mondo della realtà esterna sensibile, dell’intelletto ordinario e dei sensi corporei, il mondo della fiaba è forse l’anello intermedio più pienamente giustificato e appropriato.

Mi sembra necessario trovare una certa spiegazione esauriente per l’intera posizione della fiaba e della disposizione fiabesca tra questi due mondi. Ora è straordinariamente difficile gettare veramente il ponte tra questi due ambiti così diversi. Ma allora m’è apparso come se il ponte potesse essere gettato attraverso una fiaba stessa, una fiaba della realtà ordinaria che tutti conoscono. E meglio di tutte le spiegazioni teoriche astratte mi sembra che una fiaba semplicissima e popolare getti veramente questo ponte decisivo.

Una fiaba che si potrebbe raccontare così. C’era una volta un povero ragazzo. Aveva un gatto intelligente. E il gatto intelligente ha aiutato il povero ragazzo, che non aveva nulla se non lui stesso, a ottenere un grande possesso. Ha fatto sì che al re venisse riferito che il povero ragazzo possedeva un grande, meraviglioso, straordinario possesso, che perfino un re potrebbe osservare con curiosità e interesse.

Il gatto intelligente ha fatto sì che il re si dirigesse e attraversasse ogni genere di regioni straordinarie e affascinanti. Dappertutto al re venne fatto credere, per gli arrangiamenti del gatto intelligente, che il vasto possesso di terre e di ogni genere di costruzioni straordinarie appartenesse effettivamente a questo povero ragazzo. Infine il re giunse anche a un grande castello incantato magnifico. Ma arrivò, secondo le circostanze che nella fiaba giocano, un po’ tardi, a un momento critico.

Era infatti già giunto il momento in cui il grande gigante o troll tornava a casa dal suo vagare nel mondo e voleva rientrare nel palazzo che veramente apparteneva a questo troll primordiale. Il re era proprio nel palazzo magnifico e voleva osservare tutto il magico e lo meraviglioso che vi conteneva. Allora il gatto intelligente si stese strategicamente davanti alla porta, affinché il re non si accorgesse che tutto apparteneva in realtà al troll.

Quando il troll tornò verso il mattino, il gatto intelligente cominciò abilmente a raccontare al troll una storia affascinante, dal che gli chiariva che doveva ascoltarla attentamente. E gli raccontò con grande loquacità come il contadino ara il suo campo, come concima il suo orto, come deve arare di nuovo per le stagioni successive, come poi prende i semi che vuole spargere nell’orto, come allora porta i semi nell’orto e li planta. Insomma, gli raccontò una storia così lunga e interessante che divenne mattino e il sole sorse all’orizzonte.

Allora il gatto intelligente disse che ora il troll, che non ha mai visto la giovane ragazza dorata in oriente, doveva restare e guardare la giovane dorata: doveva guardare il sole nascente che illuminava il cielo. Ma — così è secondo una legge cui i troll sono sottoposti nei miti antichi — quando il troll si volse e guardò il sole, allora scoppiò istantaneamente. E la conseguenza fu che ora veramente, per il rimando del troll dal palazzo, il magnifico castello era toccato al povero ragazzo.

Non aveva solo, per le macchinazioni intelligenti del gatto intelligente, tutto il possesso immaginario che prima gli aveva assicurato, ma ora possedeva veramente il palazzo del troll e tutto ciò che vi apparteneva in forma reale e concreta.

Si può dire: in verità, si deve trovare il piccolino, modesto marchino popolare come veramente straordinariamente caratteristico, per così dire, per la storia mondiale della disposizione fiabesca nel nostro tempo presente. Poiché veramente, se consideriamo l’uomo nel suo sviluppo nel corso della terra attraverso le epoche, tra tutti gli uomini che si sono sviluppati sulla terra, o tra tutte le incarnazioni attraverso cui gli uomini sono passati, o tra le anime attualmente incarnate nel nostro tempo, la maggior parte è quello che si può paragonare al povero ragazzo della fiaba.

Sì, siamo sostanzialmente nel nostro tempo presente, in rapporto alle altre epoche storiche di cui abbiamo memoria, veramente il povero ragazzo, e non abbiamo nulla di essenziale se non un gatto intelligente. Ma il gatto intelligente ce l’abbiamo, senza dubbio alcuno. Il gatto intelligente è appunto il nostro intelletto ordinario, la nostra ragione astratta. E quello che l’uomo possiede attualmente attraverso i suoi sensi corporei, quello che ha per il mondo esterno attraverso l’intelletto legato al cervello fisico, è veramente in rapporto al mondo cosmico intero, a tutto quello che l’uomo ha attraversato nella epoca antica di Saturno, di Sole e di Luna, qualcosa di davvero miserabile e limitato.

Il povero ragazzo siamo sostanzialmente noi tutti, e abbiamo solo il nostro intelletto ordinario, che può farsi un poco avanti nelle spiegazioni, per assicurarci un certo possesso immaginario e intellettuale. Insomma, siamo nella situazione presente il povero ragazzo della fiaba, e abbiamo il gatto intelligente della ragione. Ma non siamo solo il povero ragazzo nella nostra vera essenza profonda. Lo siamo soltanto per la nostra consapevolezza ordinaria e i nostri sensi. Il nostro io profondo, però, affonda in profondità nascoste della vita animica. Queste profondità nascoste della vita animica sono connesse con innumerevoli mondi spirituali e innumerevoli eventi cosmici eterni. Tutti questi mondi giocano nella vita umana ordinaria.

Solo che l’uomo del presente è diventato un povero ragazzo nella sua consapevolezza ordinaria e non sa più di tutto ciò che lo circonda nel cosmo spirituale. Al massimo può farsi spiegare attraverso il gatto intelligente della ragione ordinaria, attraverso la filosofia intellettuale, ogni genere di cose riguardo al significato profondo e all’importanza reale di ciò che vede con gli occhi corporei o percepisce con gli altri sensi fisici limitati. E se allora l’uomo nel presente comunque vuole parlare di qualcosa che vada oltre il mondo sensibile corporeo, se vuole procurarsi qualcosa che vada veramente oltre il mondo sensibile ordinario, allora lo fa — e lo fa già da molti secoli, da quando la ragione moderna ha preso il sopravvento — nell’arte e nella poesia. Ma esattamente il nostro tempo — questo tempo di transizione straordinario sotto molti aspetti della storia umana — ci mostra proprio come l’uomo ordinario si sente poco al di sopra della disposizione del povero ragazzo della fiaba, anche se può collocare la poesia e l’arte nel presente mondo dei sensi come gli è concesso.

Nel nostro tempo, infatti, gli uomini, da una certa incredulità nascente nei confronti dell’arte superiore e della poesia superiore, si sono spinti deliberatamente verso il naturalismo, verso una rappresentazione puramente esterna e superficiale della realtà esterna. E chi può negare che il nostro tempo abbia qualcosa di profondamente caratteristico di quella disposizione che, quando la realtà si rappresenta nello splendore pieno dell’arte e della poesia, comunque sospira sempre di nuovo pessimisticamente: ah, tutto ciò sono comunque solo immagini apparenti, tutto ciò non è comunque alcuna verità reale. — Quanto il nostro tempo contemporaneo ne ha di una tale disposizione disillusa!

Così che in verità il re nell’uomo, il re che si eleva dal mondo spirituale, dal mondo spirituale elevato, ha davvero bisogno di molta persuasione consapevole attraverso il gatto intelligente, attraverso l’intelletto dato all’uomo di oggi, per comprendere e sentire come quello che sorge dalla fantasia consapevole e si sveglia nell’arte sia comunque e realmente, in un certo senso, vero possesso umano e spirituale, e non meramente immaginario.

Il re nell’uomo viene persuaso all’inizio dalle spiegazioni razionali. Ma questo non è granché realmente: vale solo per un certo tempo limitato e poi svanisce. Allora viene all’uomo in un’epoca — viviamo proprio al punto di partenza preciso di questa epoca fondamentale — la necessità profonda e inderogabile di trovare di nuovo l’accesso consapevole al mondo superiore, spirituale, al vero mondo spirituale elevato. Viene all’uomo questo impulso, ed è sentibile dappertutto nel nostro tempo presente, come all’uomo viene questo impulso irresistibile di elevarsi di nuovo consapevolmente nelle sfere alte del mondo spirituale.

Allora deve subentrare una certa transizione grande e consapevole nella vita dell’uomo. E difficilmente attraverso qualcos’altro questa transizione può essere compiuta in modo più facile e naturale che attraverso una rivitalizzazione ragionevole e consapevole della disposizione fiabesca, della disposizione poetica interiore. La disposizione fiabesca ha veramente, parlando puramente esteriormente in modo descrittivo, quello che rende il più facile e il più naturale per l’uomo contemporaneo preparare la sua anima all’esperienza vivente di quegli eventi e di quelle realtà che brillano consapevolmente da mondi superiori e soprasensibili.

Proprio il modo inconfondibile in cui la fiaba si pone modestamente davanti a noi e all’inizio non ha la pretesa superba di essere in qualche modo copia fotografica della realtà esterna ordinaria, bensì il modo in cui la fiaba audacemente si pone al di là di tutte le leggi razionali esterne della realtà esterna ordinaria, dà dalla fiaba stessa la possibilità reale e concreta di preparare la disposizione profonda dell’anima umana al riacoglimento consapevole del mondo superiore, spirituale.

La ruvida fede per il mondo spirituale, che nei tempi antichi era raggiunta dal fatto che gli uomini stavano ancora in uno stadio più primitivo dello sviluppo razionale e una certa chiaroveggenza originaria era presente nella loro anima naturalmente, deve scoppiare come il troll della fiaba davanti al sole della realtà esterna contemporanea. La si può trattenere soltanto attraverso le domande intelligenti del gatto e attraverso i lunghi racconti del gatto che si tessono largamente sulla realtà esterna quotidiana.

Certo, si può tessere a lungo e con pazienza su tali racconti intelligenti del gatto della ragione e mostrare come qua e là la realtà ordinaria rende necessario ricorrere inevitabilmente a spiegazioni spirituali profonde. Si può tessere in ampia filosofia sistematica come qua e là certe domande esistenziali possono essere risposte solo attraverso il rimando consapevole al mondo spirituale elevato.

Così si mantiene qualcosa come un ricordo venerato da tempo antico. Si trattiene il troll primitivo in tal modo che proviene dai tempi antichi, per un certo tempo determinato. Ma di fronte al linguaggio chiaro della realtà contemporanea, quello che è rimasto dal tempo antico non potrà resistere definitivamente: scoppia come il troll davanti al sole nascente vivente. Ma questa disposizione, lo scoppio del troll primitivo, si deve prima conoscere profondamente e interiormente.

Qui tocchiamo qualcosa di molto profondo, attraverso cui la psicologia della fiaba può essere data e compresa in un certo modo reale. Non posso esporre queste cose teoricamente in forma puramente concettuale: posso esporre il carattere psicologico della fiaba solo attraverso l’osservazione profonda dell’anima e attraverso la meditazione. Si immagini che si stessero in viva immaginazione consapevole, come abbiamo anche di recente delineato brevemente nei discorsi sulla pneumatosofia e sulla conoscenza spirituale, svariati dei caratteri e delle immagini del mondo spirituale elevato davanti a un’anima qualsiasi che sia ricettiva.

Certo, noi nel campo dell’antroposofia contemporanea raccontiamo molto dai mondi spirituali e dalle realtà occulte. Questo deve prima stare vivamente, in modo vivente e reale, davanti a un’anima qualsiasi che voglia accoglierlo. Ma non accadrebbe molto per la rappresentazione esterna ed efficace, se si volesse rappresentare solo quello che si spinge davanti all’anima consapevole, anche davanti all’anima che ha sviluppato poteri chiaroveggenti. Viene una disarmonia straordinaria e una tensione nell’anima, non solo quando nella terrificante trama complicata del pensiero contemporaneo intellettualizzato si devono intrappolare verità profonde e viventi come quelle che qui nel nostro ramo nelle ultime tre ore dovevano essere spiegate dettagliatamente riguardo agli stati cosmici di Saturno, di Sole e di Luna.

Allora ci si sente di fronte alle cose vive che stanno davanti all’anima, dappertutto ristretti e limitati. E quel che così deve catturare consapevolmente i segreti viventi dei mondi superiori, questo appare nell’uomo stesso come un troll piuttosto goffo, sciocco e inadeguato. Un gigante goffo e troll sei veramente quando vuoi catturare i caratteri vivi e divini del mondo spirituale in forma di concetti.

Davanti al sole consapevole del giorno illuminato allora in un certo senso devi lasciar scoppiare volontariamente questi caratteri rigidi per adattarli e trasformarli alla disposizione morbida del presente. Devi lasciarli scoppiare volontariamente in modo chiaroveggente e liberante di fronte alla realtà esterna quotidiana, ma puoi trattenere comunque qualcosa di essenziale. Puoi trattenere quello che il povero ragazzo della fiaba trattiene dalla sua esperienza.

Quello che può diventare vero possesso del mondo spirituale per la nostra anima del presente immediato è la trasformazione consapevole, ma la trasformazione corretta e appropriata del contenuto gigantesco e multiforme del mondo immaginativo nella molteplicità ambigua e ricca di una disposizione fiabesca consapevole. Allora davvero questa anima umana si sente come il re che è condotto a quello che all’inizio non appartiene affatto a questa anima ordinaria, che non appartiene affatto all’anima del povero ragazzo limitato.

Ma entra in questo possesso reale dal fatto che il gigante scoppia nella luce della realtà, che di fronte alla realtà vivente si rinuncia al mondo immaginativo rigido e lo si ottiene trasformato nel palazzo che la fantasia consapevole può costruire con amore.

Mentre infatti nei tempi antichi la fantasia dell’uomo ordinario — la fantasia del povero ragazzo della fiaba — era nutrita e alimentata direttamente dal mondo immaginativo spirituale consapevolmente, essa non può più farlo in modo identico nel nostro tempo, non potendo più farlo oggi di fronte al livello consapevole di sviluppo della nostra anima contemporanea e della nostra epoca di cultura.

Ma tuttavia, e proprio per questo, se una volta si abbandona consapevolmente l’intero mondo immaginativo rigido e lo si comprime e trasforma nella molteplicità ambigua e ricca della disposizione fiabesca consapevole, che non si attiene più alla realtà esterna ordinaria sensibile, allora può veramente rimanere in noi, nella fantasia consapevole del gioco fiabesco, qualcosa che è una verità profonda e vivente. Ciò significa che il povero ragazzo, che propriamente non ha nulla se non il gatto come l’intelletto ordinario della ragione, può proprio nella disposizione consapevole fiabesca avere quello di cui ha veramente bisogno per il presente momento del suo sviluppo.

Si tratta di quanto serve affinché la sua anima possa essere educata e trasformata, per entrare in una nuova maniera consapevole nei mondi spirituali elevati. Pertanto mi sembra una psicologia corretta e appropriata di Capesius, che è cresciuto e si è sviluppato completamente dal mondo delle idee astratte del presente moderno: che egli dal mondo ideale, sebbene più spiritualizzato che ordinario, del presente contemporaneo venga nel mondo della fiaba consapevole, che si presenta come qualcosa di nuovo e diverso.

Si presenta come qualcosa che porta deliberatamente oltre il mondo ordinario della consapevolezza e dei sensi corporei. Ecco perché la fiaba consapevole, con le sue varie forme simboliche viventi, era il mezzo più adatto e appropriato per condurre Capesius verso quella coscienza alterata e consapevolmente elevata che gli permettesse di penetrare profondamente nei mondi occulti e di vedere consapevolmente le sue incarnazioni passate.

Pertanto, la fiaba agisce come il grande ponte tra il mondo dell’intelletto ordinario e il mondo della percezione spirituale elevata. Quando Capesius ascolta la fiaba, egli non sta imparando fatti intellettuali, ma sta preparando la sua anima per un’esperienza diretta e vivente. E quando questa preparazione è compiuta dalla fiaba, allora le porte ai mondi spirituali si aprono. Non si aprono mediante il ragionamento, non si aprono mediante la dimostrazione logica, bensì si aprono mediante la trasformazione profonda dell’anima.

Ciò che la fiaba ha compiuto per Capesius nel dramma misterico della «Prova dell’Anima» rimane il modello di come la scienza dello spirito contemporanea dovrebbe operare. Non attraverso l’imposizione di dogmi astratti, non attraverso la coercizione intellettuale, bensì attraverso la presentazione vivente di verità che toccano l’intera anima umana. In questo modo, la fiaba con le sue tre figure — Philia, Astrid e Luna — rappresenta le tre parti dell’anima umana che devono essere sviluppate e armonizzate affinché l’uomo possa veramente comprendere se stesso e il cosmo.

L’anima sensitiva, rappresentata da una delle figure, deve imparare a ricevere gli impulsi del mondo spirituale. L’anima razionale, rappresentata da un’altra figura, deve imparare a comprendere queste verità in modo consapevole. E l’anima conscia, rappresentata dalla terza figura, deve imparare ad aspirare costantemente verso il significato più profondo della realtà. Quando queste tre parti dell’anima lavorano insieme in armonia, allora l’uomo diviene capace di percepire la realtà spirituale in modo diretto e consapevole.

Ecco il grande insegnamento che la «Prova dell’Anima» ci offre. Non è semplicemente un dramma teatrale, non è semplicemente un’opera d’arte letteraria. È una presentazione vivente e consapevole di come l’anima umana contemporanea, attraverso la fiaba e l’arte drammatica, può elevarsi dal livello della consapevolezza ordinaria al livello della consapevolezza spirituale elevata.

Quando contempliamo questa opera d’arte con consapevolezza e amore, quando la sentiamo agire dentro di noi, allora noi stessi diamo inizio a quel processo di trasformazione che Capesius ha compiuto sulla scena. Noi stessi cominciamo a sentire i tre elementi della nostra anima. Noi stessi cominciamo a percepire il ponticello tra il mondo ordinario e il mondo spirituale. Noi stessi cominciamo a divenire pronti per il grande passo verso la percezione occulta della realtà che ci circonda.

Questo è il compito della scienza dello spirito nel nostro tempo. Non solo insegnare verità astratte, non solo fornire informazioni sulla struttura del cosmo, ma creare le condizioni affinché ogni essere umano possa sviluppare in sé le capacità di percepire direttamente il cosmo spirituale. E uno dei mezzi più potenti per compiere questo compito è la fiaba consapevole, il dramma misterico, l’arte consapevole che agisce sull’anima in modo profondo e trasformativo.

La fiaba di Capesius e delle tre donne della sorgente rocciosa rimane quindi come un modello eterno di come l’arte deve operare nel nostro tempo. Essa mostra che la vera pedagogia non costringe la mente mediante concetti astratti, bensì libera l’anima mediante immagini viventi e simboli consapevoli. Essa mostra che il vero insegnamento non è una trasmissione di informazioni, ma una trasformazione dell’essere umano nel suo intimo.

Pertanto, quando noi ci accostiamo alla «Prova dell’Anima» con cuore aperto e consapevole, noi non siamo semplicemente spettatori passivi di uno spettacolo teatrale. Noi siamo partecipanti attivi in un processo di iniziazione che risuona nel profondo della nostra anima. Ogni parola, ogni immagine, ogni gesto nel dramma contiene una saggezza profonda che agisce direttamente sui nostri sensi interiori, sui nostri organi dell’anima.

Quando Capesius asperge il calice d’acqua e contempla le tre figure che sorgono dal velo della notte, noi stessi contempliamo queste figure dentro di noi. Noi stessi riconosciamo in Philia, Astrid e Luna le parti della nostra stessa anima che attende di essere consapevolmente sviluppata. Noi stessi sentiamo il drago della nostra ignoranza spirituale che cerca di impedirci di ascendere, e sentiamo anche le forze protettive che ci accompagnano dal nostro passato spirituale.

Questo è il potere della fiaba consapevole e dell’arte drammatica nell’antroposofia. Non crea illusioni, non offre false speranze. Piuttosto, essa apre gli occhi dell’anima affinché l’uomo possa vedere la verità della realtà spirituale che lo circonda sempre. Essa trasforma l’uomo ordinario da un povero ragazzo che possiede solo un gatto intelligente in un re che possiede veri tesori del mondo spirituale.

Così concludiamo il nostro meditare sulla «Prova dell’Anima» e sulla sua significanza nel movimento antroposofico contemporaneo. Concludiamo con la consapevolezza che la fiaba che Capesius ascolta non è una storia per bambini, non è una fantasia innocente, bensì è una presentazione drammatica della più grande trasformazione che l’essere umano contemporaneo possa intraprendere: il passaggio dalla coscienza ordinaria alla coscienza spirituale consapevole.

Quando consideriamo profondamente il significato di questo insegnamento steineriano sulla fiaba e sulla sua funzione nel dramma misterico, noi riconosciamo che siamo di fronte a una pedagogia completamente nuova e rinnovata per la nostra epoca contemporanea. Una pedagogia che non si limita all’educazione dei bambini, ma si estende all’educazione consapevole dell’intera anima umana in ogni stadio della vita.

La fiaba non è un mezzo antiquato e sorpassato, come potrebbe pensare l’intelletto ordinario del nostro tempo. Piuttosto, essa è uno strumento pedagogico di una profondità e un’efficacia che l’intelletto ordinario non può comprendere pienamente fino a quando non l’abbia sperimentata direttamente nell’anima. Essa è la forma di linguaggio che il mondo spirituale stesso usa per comunicare con gli uomini.

Così, quando Steiner ci presenta la fiaba di Capesius e delle tre donne della sorgente rocciosa, egli non sta semplicemente raccontando una bella storia per intrattenere il pubblico. Egli sta presentando un insegnamento della massima importanza riguardante come l’anima umana contemporanea possa svilupparsi e ascendere. Egli sta mostrando come l’arte e la poesia non sono lussi superflui della civiltà, ma sono necessità assolute per lo sviluppo spirituale dell’uomo contemporaneo.

In conclusione, possiamo dire che il significato più profondo della «Prova dell’Anima» risiede in questo: che essa non è una rappresentazione di eventi che accadono solo a Capesius, bensì è una rappresentazione dei processi che devono accadere in ogni anima umana che voglia ascendere consapevolmente verso i mondi spirituali. Ogni persona che contempla questo dramma con cuore aperto è invitata a compiere il suo stesso viaggio di trasformazione consapevole. E il primo passo di questo viaggio, come ci insegna la fiaba, non è il ragionamento concettuale astratto, ma l’apertura consapevole della fantasia e del sentimento all’azione trasformativa dell’arte vivente.

Ecco quindi la vera essenza di ciò che Steiner ci insegna attraverso la «Prova dell’Anima» e il suo uso della fiaba. Egli ci mostra che la scienza dello spirito, quando veramente praticata e insegnata, non è una dottrina fredda e astratta, bensì è una scienza vivente che agisce direttamente sul cuore e sull’anima umana. Essa utilizza tutti i mezzi a sua disposizione — l’arte, la poesia, il dramma, la fiaba — per trasformare l’essere umano dal suo stato ordinario a uno stato di consapevolezza spirituale elevata e consapevole.

Quando noi leggiamo o contempliamo queste parole di Steiner, noi siamo consapevoli che egli non sta semplicemente descrivendo teoricamente i processi spirituali. Piuttosto, egli sta creando un’atmosfera intorno a noi, un’atmosfera di fiaba e di meraviglia, che ci prepara a sperimentare direttamente ciò di cui parla. E proprio in questa creazione di atmosfera risiede la più alta magia pedagogica della vera scienza dello spirito contemporanea.

Pertanto, in questa quattordicesima conferenza di Rudolf Steiner sulla «Prova dell’Anima», noi riceviamo un insegnamento che rimane attuale e profondo per il nostro tempo contemporaneo. Un insegnamento che ci dice: non abbandonate la fantasia, non rifiutate la poesia, non disprezzate la fiaba come se fossero cosa da bambini. Piuttosto, elevate queste facoltà al loro livello più consapevole e potente, perché sono loro che vi condurranno verso la vera comprensione dei misteri della vita spirituale e della vostra stessa destinazione consapevole.

Questo è il dono che Rudolf Steiner ci lascia attraverso le sue conferenze sulla «Prova dell’Anima» e sulla fiaba: una riconciliazione tra la ragione e l’immaginazione, tra l’intelletto e il cuore, tra la scienza e l’arte. Una riconciliazione che non nega nessuno di questi elementi, ma li eleva tutti a un livello superiore di consapevolezza e di integrazione consapevole nel servizio della vera comprensione della realtà spirituale della vita umana.

14°La nascita dello Spirito del Sole come Spirito terrestre

Berlino, 21 Dicembre 1911

Dentro il nostro lavoro nel movimento della scienza dello spirito, volgiamo lo sguardo in avanti, verso il futuro dell’umanità, e penetriamo le nostre anime e i nostri cuori con quello che crediamo debba inserirsi nei flussi e nelle forze dello sviluppo dell’umanità futura. E anche quando guardiamo verso le grandi verità dell’essere, verso le forze, le potenze e gli esseri che nella realtà spirituale ci si rivelano quali cause e fondamenti originari di ciò che ci si presenta nel mondo sensibile esteriore, anche allora siamo animati dalla convinzione che le verità che così attingiamo dai mondi spirituali devono inserirsi e dev’inserirsi gradualmente nelle anime, nei cuori degli uomini del futuro.

Per gran parte dell’anno il nostro sguardo spirituale rimane quindi rivolto o al presente immediato oppure al futuro. Tanto più sentiamo il bisogno di concentrarci, nei giorni commemorativi dell’anno, nelle festività che come ricordi fissati nel tempo di ciò che l’umanità primitiva pensò e ideò si protendono verso di noi attraverso il tempo e il suo mutamento. Vogliamo allora sentire la nostra connessione con questa umanità primitiva, vogliamo immergerci alquanto in ciò che dalle anime, dai cuori degli uomini del passato ha condotto a porre questi segni commemorativi nel corso dei tempi, che ora ci appaiono quali feste dell’anno.

La Pasqua è una festa che, se la comprendiamo, risveglia in noi il pensiero delle forze umane e della capacità di vincere tutto ciò che è inferiore attraverso il superiore, tutto ciò che è fisicamente esteriore attraverso lo spirituale. È una festa della risurrezione, del risveglio, una festa della speranza e della fiducia nelle forze spirituali che possono svegliarsi nell’anima umana. Il Natale, dal canto suo, è una festa dell’armonia sentita col cosmo intero, una festa del sentimento della grazia, una festa che sempre e ripetutamente può portarci il pensiero. Per quanto tutto intorno a noi possa apparire, per quanto i dubbi più forti possano mescolarsi nella fede, per quanto le più gravi delusioni possano mescolarsi nelle speranze più audaci, per quanto tutti i beni della vita possano vacillare attorno a noi, esiste qualcosa nella natura e nell’essenza umana, quale il pensiero correttamente compreso della festa del Natale può dirci, che non ha bisogno d’altro se non di stare innanzi all’anima in modo vivo e spirituale, per rivelarci costantemente che proveniamo dalle forze del Bene, dalle forze della Giustizia, dalle forze della Verità.

Verso le nostre forze vittoriose nel futuro ci guida il pensiero pasquale. Verso l’origine dell’uomo nel passato remoto ci guida, sotto certi aspetti, il pensiero natalizio. In una simile occasione possiamo ben comprendere come la ragione e la spiritualità inconscia o subconscia dell’uomo sta molto, molto più in alto di ciò che l’uomo può abbracciare con la sua coscienza. Abbiamo spesso motivo di ammirare molto di più ciò che gli uomini hanno fissato dalle profondità nascoste dell’anima nel passato, di quanto ammiriamo ciò che han fissato dalle loro rappresentazioni razionali e da ciò che potevano afferrare concettualmente. Quanto infinitamente saggio appare al nostro sguardo, quando apriamo il calendario e troviamo segnato il 25 dicembre quale festa della nascita di Cristo Gesù, e vediamo inoltre segnato nel calendario il 24 dicembre “Adamo ed Eva”! Si potrebbe dire: in modo intuitivo, razionale, spirituale poteva vedersi tutto questo davanti agli occhi dall’oscuro e inconscio creare del Medioevo, quando qua e là, verso il periodo natalizio, si rappresentavano le rappresentazioni medievali del Natale da parte di genti di questo o quel luogo. Quando, come li chiamavano, i “Cantori” si recavano alle loro rappresentazioni natalizie, portavano innanzi l’“Albero del Paradiso”. Come nel calendario “Adamo ed Eva” appariva prima della festa della nascita di Cristo, così nei giochi medievali del Natale l’albero del Paradiso veniva portato innanzi dal gruppo che si recava a rappresentare questi giochi natalizi. In breve, esisteva un tempo in cui le profonde e nascoste fondamenta dell’anima degli uomini le spingeva a mettere direttamente insieme l’inizio terrestre dell’uomo e la festa della nascita di Gesù.

Nel 353 ancora non esisteva nemmeno nella chiesa romana il 25 dicembre quale festa della nascita di Gesù. Poiché nel 354 fu celebrata per la prima volta nella chiesa romana la festa della nascita di Gesù il 25 dicembre. Prima si celebrava qualcosa in relazione a cui si aveva una consapevolezza simile a quella che si ebbe più tardi in relazione alla festa della nascita di Gesù, cioè il 6 gennaio quale giorno del ricordo del battesimo di Giovanni nel Giordano, quale giorno che era il giorno commemorativo della discesa di Cristo dalle altezze spirituali e dell’immersione di Cristo nel corpo di Gesù di Nazareth. Questa era originariamente la nascita di Cristo in Gesù, il ricordo del grande momento storico che ci è simbolicamente rappresentato attraverso il librarsi della colomba sopra la testa di Gesù di Nazareth. Il 6 gennaio era il giorno commemorativo della nascita di Cristo in Gesù di Nazareth.

Ma nel quarto secolo, per la visione mondana materialistica che già si annunziava nell’Occidente, la possibilità di comprendere il grande pensiero della compenetrazione di Gesù con Cristo era ormai da lungo tempo scomparsa. Come una luce potente, questo pensiero era stato presente per breve tempo presso i Gnostici, che sotto certi aspetti erano contemporanei o successori immediati dell’evento del Golgota. Essi si trovavano nella condizione di non doversi cercare la profondità di questa saggezza del “Cristo in Gesù” nel modo in cui noi attraverso la moderna chiaroveggenza dobbiamo cercarla: presso i Gnostici era così che, attraverso l’ultimo lampeggiare proprio delle antiche e originarie forze chiaroveggenti umane, essi avevano contemplato, come nella luce della grazia, ciò che noi dobbiamo riconquistare attraverso i grandi misteri del Golgota.

Così presso i Gnostici si manifestò molto di quello che noi dobbiamo riconquistare, così per esempio specialmente il mistero della nascita di Cristo in Gesù di Nazareth al battesimo di Giovanni nel Giordano. Ma come l’antica chiaroveggenza in generale, così si spense anche per l’umanità quello strano e particulare lampeggiare di altissime forze chiaroveggenti, dell’altissima luce natalizia dell’umanità così come era presente presso i Gnostici. E nel quarto secolo la cristianità occidentale non era più capace di comprendere questo grande pensiero. Perciò nel quarto secolo la vera festa dell’apparizione di Cristo in Gesù aveva perso il significato per la cultura cristiana occidentale. Si era dimenticato quello che questa festa dell’apparizione, il 6 gennaio, significava veramente. Per un certo tempo, sì fino ai giorni nostri, si dovette seppellire, sotto molti cumuli di frantumi intellettuali materialisti, il sentimento rispetto alla figura del Cristo nello sviluppo dell’umanità.

Poiché non si poteva comprendere che un’entità suprema rispetto all’umanità si manifestava nel battesimo di Giovanni nel Giordano, tuttavia, poiché questo non contraddiceva la coscienza materialistica, ancora si poteva comprendere che quell’organismo corporeo che era destinato a ricevere il Cristo era qualcosa di significativo. Perciò si spostò la nascita spirituale, quella che effettivamente si manifestò nel battesimo di Giovanni nel Giordano, indietro fino alla nascita corporale di Gesù di Nazareth e si posizionò la festa della nascita di Gesù al posto della festa dell’apparizione.

Ma benché nella maggior parte dei casi questo non fosse enunciato consapevolmente, tuttavia vivevano sempre significativi sentimenti, elevati e nobili sentimenti in ciò che la festa del Natale divenne per l’umanità. Sempre qualcosa di significativo si risvegliava nell’anima umana quando la festa del Natale si avvicinava. Si risvegliava ciò che si potrebbe chiamare così: l’uomo può, quando guarda il mondo nel modo giusto, ravvivarsi di fronte a certe cose, di fronte a tutti i pericoli e alle disgrazie dell’esistenza, nella fede nell’umanità; l’uomo può ravvivarsi nel profondo dell’anima nel sentimento dell’amore e della pace di fronte a tutta la disarmonia e alla lotta della vita.

Questo è qualcosa che sempre irrompe in connessione con la festa del Natale, con la festa della nascita di Gesù. Perché era allora veramente quello a cui l’uomo si ricordava? Afferriamo quello a cui l’uomo si ricordava dal punto di vista della scienza dello spirito. Noi sappiamo quali significativi, grandi e potenti compiti lo sviluppo dell’umanità dovette intraprendere affinché il mistero del Golgota potesse irrompere nello sviluppo dell’umanità. Doveva nascere un uomo che fosse lo Zarathustra rincarnato, uno dei due bambini Gesù. Doveva però ancora nascere colui per cui la vera festa della nascita di Gesù era una festa del ricordo: doveva nascere colui che secondo la sua sostanza dell’anima era rimasto nei mondi spirituali.

Finché l’umanità aveva attraversato tutto ciò che poteva attraversare entro l’ereditarietà attraverso le generazioni fino al mistero del Golgota - tutte le altre anime umane erano passate attraverso le generazioni -, finché aveva assunto tutto ciò che si era insinuato come forze distruttive fino nel sangue. Solo una sola sostanza d’anima era rimasta nei mondi spirituali, custodita dai misteri più puri e dai luoghi di culto più puri, era stata poi riversata nell’umanità quale anima del secondo bambino Gesù, di colui che il vangelo di Luca descrive, quel bambino Gesù a cui specialmente si collegano tutti i ricordi e tutte le rappresentazioni della festa di Cristo, della festa del Natale.

Verso l’origine dell’uomo, verso l’anima umana come essa non era ancora discesa, come ancora essa non era discesa nella natura di Adamo, l’uomo si ricordava al tempo del Natale. Voleva dire che a Betlemme, in Palestina, nasceva quella sostanza dell’anima che non aveva partecipato alla discesa dell’umanità, bensì era rimasta indietro e per la prima volta veramente si incarnava in un corpo umano, incarnandosi nel bambino Gesù di Luca.

Si può credere nell’umanità, si può avere fiducia nell’umanità: così l’anima umana può sentire, quando il suo pensiero può dirigersi al fatto. Quantunque il contendere, quantunque l’incredulità, quantunque la disarmonia abbiano preso piede nello sviluppo dell’umanità - e hanno preso piede attraverso tutto ciò che si è effuso nell’umanità dal tempo di Adamo fino ai giorni nostri -, quando si guarda indietro a ciò che i tempi antichi hanno chiamato “Adamo Kadmon”, che poi è diventato il concetto di Cristo, allora si infiamma nell’anima umana la fiducia nella rettitudine della forza umana, si infiamma la fiducia nella natura originaria di pace e amore dell’umanità. Perciò l’elemento spirituale inconscio posizionava la festa della nascita di Gesù direttamente insieme con la festa di Adamo ed Eva, in quanto l’uomo vedeva propriamente nel Bambino Cristo che nasceva la sua propria natura, ma la sua propria natura nella sua innocenza, nella sua incorruttibilità.

Perché il bambino divino fu posto innanzi all’umanità per secoli, per millenni quale quello che rappresenta il più elevato da venerare per l’anima umana? Per la ragione che l’uomo, guardando al bambino - allora, quando questo bambino non è ancora arrivato al punto da poter dire a se stesso “Io” -, può guardare, può sapere che sta ancora lavorando nel corpo umano, nel tempio dell’eterno Divino, e perché l’uomo che non dice ancora “Io” mostra ancora chiaramente il segno della sua origine dal mondo spirituale. Attraverso questo sguardo alla natura infantile dell’uomo, l’uomo apprende a possedere piena fiducia nella natura umana.

Dove l’uomo può raccogliersi maggiormente, dove il sole brilla meno e riscalda la terra, dove l’uomo non è occupato con le faccende esterne, dove i giorni sono più brevi e le notti più lunghe, dove tutte le condizioni sulla terra sono tali che l’uomo può raccogliersi meglio, può meglio penetrare dentro di sé, dove tutto lo splendore esteriore, tutta la bellezza esterna per un tempo si sottrae al suo sguardo esteriore, lì la cultura occidentale posizionò la festa della nascita del bambino divino, cioè dell’uomo che incorrotto entra nel mondo: e attraverso l’incorrotto entrare nel mondo potrebbe dare all’uomo nel tempo del suo raccoglimento più intenso la fiducia più forte, la più elevata attraverso la consapevolezza della sua origine divina.

È come una conferma della grande verità che si può imparare molto dal bambino, quando si vede che la festa della nascita di un bambino è posizionata quale grande e significativa festa di fiducia nello sviluppo dell’umanità nel corso dei tempi. E così ammiriamo la ragione inconscia e spirituale degli uomini dell’antichità che hanno posizionato tali pietre miliari nel corso dei tempi. Ci sentiamo allora come decifratori di strani geroglifici che sono stati dati attraverso il posizionamento di tali feste nella scrittura dei tempi da parte degli uomini dell’antichità: ci sentiamo uno con questi uomini dell’antichità.

Mentre altrimenti il nostro sguardo è rivolto al futuro, mentre altrimenti siamo disposti a mettere a disposizione le nostre migliori forze al futuro, a rafforzare e consolidare tutta la fiducia nel futuro, cerchiamo appunto in tali giorni di festa di vivere nei ricordi, di trasportarci i pensieri antichi quasi incarnati, che ci insegnano che, benché al presente possiamo solo pensare alla nostra maniera quello che nel mondo esteriore alla base spirituale giace, anche nei tempi antichi - in modo diverso bensì, ma non meno giusto, non meno grandioso e significativo - il Vero, l’Eccelso era stato pensato e sentito attraverso l’uno-sentirsi con l’umanità, con tutto quello che l’umanità dovrebbe portare alle sue altezze. Questo è il nostro ideale scientifico spirituale, che si possa sentire uno con quello che l’umanità dell’antichità ha creato, talvolta dalle più nascoste profondità dell’anima.

Le feste si preoccupano di ciò, soprattutto le grandi feste, se solo riusciamo a portare davanti all’anima attraverso le verità della ricerca dello spirito il significato geroglifico della loro scrittura nel corso dei tempi. Oh, è un pensiero meraviglioso, che come con un meraviglioso sentimento si unisce nella nostra anima, quando vediamo come nei secoli che seguirono il quarto, che per primo spostò la festa della nascita di Gesù al 25 dicembre, si versa nell’anima di quei popoli appunto la consapevolezza di quella fiducia da destare attraverso la natura infantile, in quanto nella pittura, nei giochi medievali del Natale, dovunque si mostra come di fronte al Bambino Gesù, di fronte al bambino divino, di fronte all’origine divina dell’uomo si inchino gli esseri di tutti i regni della terra.

Ci si presenta dinanzi il meraviglioso quadro della mangiatoia, come gli animali si inchinano dinanzi all’uomo originario; si collegano a ciò quelle meravigliose narrazioni come quella che, quando Maria portava il Bambino Gesù durante il viaggio verso l’Egitto e era stato attraversato il confine, un albero si era inchinato, un albero antichissimo davanti a Maria col Bambino Gesù. Che in una maniera straordinaria nella notte di Natale gli alberi si inchinino al grande evento, ci si presenta in forma mitica nelle leggende di quasi tutta l’Europa. Potremmo andare in Alsazia, in Baviera: dovunque ci si presentano le leggende come certi alberi portano frutti a Natale, come si inchinano a Natale. Tutto simboli meravigliosi che dovrebbero annunziare come la nascita del Bambino Gesù si manifesta veramente quale qualcosa che è collegato con l’intera vita della terra.

Quando ci ricordiamo di quello che così spesso abbiamo detto: come gli antichissimi flussi spirituali erano dati dagli dèi all’umanità, e come gli uomini nei tempi primitivi avevano intuizioni chiaroveggenti nel mondo divino-spirituale, come questa chiaroveggenza gradualmente scomparve perché gli uomini potessero venire al possesso dell’Io, quando ci si immagina come in tutta l’organizzazione umana accade qualcosa come un appassimento, come un disseccamento delle antiche forze divine, e come un permeare delle disseccate forze divine con nuova acqua vitale attraverso l’impulso di Cristo, attraverso cui si compie quello che accadde attraverso il mistero del Golgota: allora ciò ci appare in un’immagine meravigliosa, quando le leggende natalizie ci raccontano come le rose appassite e disseccate di Gerico nella notte sacra del Natale di per sé sempre spuntano e si schiudono.

Questa era una leggenda che troviamo registrata dovunque nel Medioevo, che le rose di Gerico nella notte di Cristo spuntano e si schiudono, perché si erano schiuse per prime sotto i passi di Maria che, mentre portava il Bambino Gesù durante il viaggio verso l’Egitto, aveva camminato sopra un luogo dove cresceva un cespuglio di rose. Un simbolo meraviglioso per quello che accadde alle forze umano-divine: persino cose così appassite, così prive di vita come rose che si possono trovare appassite sul cammino, che sembrano morte, rigermogliano di nuovo, spuntano di nuovo attraverso l’impulso di Cristo che entra nello sviluppo dei tempi.

Che all’uomo fosse veramente dato dapprima in realtà quello che gli era stato destinato dall’origine, questo si esprime nella festa della nascita di Gesù, nella festa della nascita del Bambino Gesù. Prima che Adamo ed Eva fossero, era stato destinato all’umanità - così vuole dire la leggenda natalizia - quello che ancora giace nella natura divino-infantile completamente incorrotta dell’uomo. Ma in verità - a causa dell’influsso di Lucifero - l’umanità poteva conseguirlo solo dopo che l’intero corso dei tempi si era compiuto da Adamo ed Eva fino al mistero del Golgota.

Oh, si deve dire, suscita veramente un profondo sentimento nella nostra anima, quando noi, come concentrato, nella sola notte dal 24 al 25 dicembre abbiamo per il nostro pensiero, per il nostro sentire quello che l’umanità attraverso le forze luciferiche è diventata da Adamo ed Eva fino alla nascita di Cristo in Gesù. Se sentiamo questo, allora già sentiamo abbastanza il significato di questa festa, e sentiamo allora anche quello che poteva porsi così dinanzi all’umanità.

È come se l’umanità, se approfitta di questi segni del tempo quali materia di meditazione, potesse veramente diventar consapevole della sua pura origine nelle forze cosmiche dell’universo. Elevando il nostro sguardo verso le forze cosmiche dell’universo e penetrando alquanto attraverso la Teosofia, attraverso la vera saggezza spirituale i misteri dell’universo, allora l’umanità può diventar matura di nuovo per comprendere che una fase più elevata della festa della nascita di Gesù è quello che come festa della nascita di Cristo una volta era stato compreso dai Gnostici: la festa della nascita di Cristo che avrebbe dovuto esser celebrata il 6 gennaio, la festa della nascita di Cristo nel corpo di Gesù di Nazareth.

Ma come per potersi approfondire nelle dodici forze universali del cosmo, stanno lì le dodici notti sacre tra la festa di Cristo e la festa che dovrebbe essere celebrata il 6 gennaio, che ora è la festa dei Re Magi, e che è propriamente la festa caratterizzante. Di nuovo, benché la scienza finora non l’abbia propriamente saputo, stanno lì queste dodici notti sacre, come stabilite dalle nascoste sagge profondità dell’anima dell’umanità, come se volessero dire: sentite tutta la profondità della festa di Cristo, ma immergetevi poi durante le dodici notti sacre nei più santi misteri del cosmo! - Questo significa nei reami dell’universo da cui il Cristo discese sulla terra.

Poiché solo se l’umanità avrà la volontà di lasciarsi ispirare dal pensiero dell’origine infantile divina del santo dell’uomo, di lasciarsi ispirare da quella saggezza che penetra le dodici forze, nelle dodici forze sante dell’universo che sono simbolicamente rappresentate nei dodici segni dello zodiaco, che però si manifestano veramente solo attraverso la vera saggezza spirituale - solo se l’umanità si approfondirà nella vera saggezza spirituale e imparerà a conoscere il corso dei tempi nell’universo intero e nel singolo uomo, solo allora troverà per il proprio bene l’umanità del futuro, fecondata dalla scienza dello spirito, l’ispirazione che può venire dalla festa della nascita di Gesù all’immersione nei pensieri del futuro più fiduciosi e più ricchi di speranza.

Così possiamo lasciar agire sulla nostra anima la festa del Natale quale festa di ispirazione, quale festa che ci porta il pensiero dell’origine dell’uomo nel santo bambino dell’origine divina umana in modo così meraviglioso dinanzi all’anima. Quella luce che nella notte sacra, quale simbolo della luce umana, alla sua stessa origine ci appare, quella luce che nei tempi più recenti simboleggiano le luci dell’albero di Natale: è insieme, se correttamente compresa, la luce che può darci le migliori, le più forti forze per la nostra anima che aspira alla vera, all’autentica pace del mondo, all’autentica beatitudine del mondo, all’autentica speranza del mondo.

Ci sentiamo così attraverso tali pensieri rafforzati dagli atti del passato, dalle determinazioni del passato, rafforzati da quello di cui sempre abbiamo bisogno come impulso per il futuro: pensieri natalizi, pensieri di ricordo dell’origine dell’umanità, pensieri che sono insieme radicali, per schiudersi alla vera, alla più forte pianta dell’anima, al vero futuro dell’umanità.

15°Natale, una festa di ispirazione

Hannover, 26 Dicembre 1911

Quando in questa stagione accendiamo le luci intorno all’albero di Natale, l’anima umana prova il sentimento come se davanti al suo sguardo spirituale sorgesse il simbolo di un Eterno, e come se questo simbolo avesse potuto rimanere sempre identico negli abissi più remoti del passato. Infatti, quando in autunno la natura esterna appassisce gradualmente, quando i lavori del sole nella luce esteriore si addormentano in certo modo, e l’anima umana deve distogliere i suoi organi da ciò che costituisce le rivelazioni del mondo sensibile, allora l’anima non soltanto ne possiede l’occasione, ma sente l’appello a ripiegarsi nel suo intimo più profondo: per sentire, per provare il presentimento che ora è il momento in cui il lume solare esterno brilla meno, in cui il calore solare esteriore riscalda meno, il momento in cui l’anima può ritirarsi dentro le tenebre esterne, eppure attraverso i sentieri della sua interiorità può trovare la luce spirituale più interiore. Come simbolo di questa luce spirituale interiore, accesa nella notte delle tenebre esterne, ci appaiono davanti gli stessi lumi che ardono intorno all’albero di Natale. E poiché ciò che sentiamo come il brillare della luce dello spirito nell’anima che riposa nelle tenebre naturali ci sembra eterno, accade che l’albero lucente della notte natalizia sembri averci irradiato di se stesso in tutti i tempi a cui potremmo tornare indietro di incarnazione in incarnazione fino agli abissi remotissimi del passato.

L’albero di Natale medesimo è tuttavia relativamente giovane nella lunga storia umana sulla terra. Appena uno o due secoli fa — soltanto da questo tempo relativamente breve — l’albero natalizio divenne il simbolo vivo dei sentimenti e dei pensieri natalizi dell’umanità moderna. Un simbolo giovane è dunque questo albero di Natale, eppure ogni anno egli annunzia ai mortali una grande verità che si stende attraverso l’eternità. Per questo motivo la sua permanenza ci appare come se fosse esistito anche nei tempi remotissimi di un passato che non possiamo nemmeno nominare facilmente. Sempre e sempre risuona in noi, come se fosse il suono medesimo suscitato dall’albero natalizio stesso nelle profondità del nostro essere, ciò che si rivela nelle vastità cosmiche più lontane e negli spazi celesti più elevati come qualcosa di profondamente divino. L’uomo può sentirlo nella sua interiorità come le forze di pace fiduciosa dell’anima, forze che sgorgano sorgentizio dalla sua buona volontà e dalla rettitudine del cuore. E così, secondo la leggenda natalizia che i cristiani custodiscono, risuonò appunto quando i pastori visitarono il luogo della nascita del bambino divino, la cui commemorazione si celebra oggi al Natale. Allora risonò dalle altezze delle nubi ai pastori che venivano: le forze divine primordiali si rivelano dalle vastità cosmiche e dalle altezze celesti, e scendono come pace fiduciosa nell’anima umana quando questa anima è di buona volontà.

Per secoli e secoli interi gli uomini non potevano credere che il Natale avesse introdotto nel mondo dei mortali un simbolo che una volta avesse avuto inizio nello scorrere del tempo. Sentivano in profondità l’eternità di questo simbolo che risuonava nelle loro anime. Perciò il culto cristiano esprimeva nelle sue parole più solenni e significative ciò che di eterno permane in ciò che avviene simbolicamente nella notte natalizia: di nuovo il Cristo ci è sorto! Come se ogni anno l’anima dovesse sentire e provare di nuovo ciò che si credeva potesse essersi svolto soltanto una volta sola nei tempi remoti e primordiali. L’eternità di questo simbolo ci si presenta con tanta forza primordiale, con tanta potenza originaria quando lo comprendiamo nel vero senso profondo della saggezza. Eppure fino all’anno 353 della nostra era, contata dalla manifestazione storica di Cristo Gesù sulla terra, non si celebrava nemmeno a Roma, a Roma medesima nella capitale dell’impero romano allora potente, la festa della nascita di Gesù con la solennità che oggi le diamo. Soltanto nel 354 questa festa della nascita di Gesù, così come la celebriamo oggi nella nostra epoca, fu celebrata per la prima volta a Roma stesso — l’anno 354 della nostra cronologia. Prima di allora non si celebrava alcuna festa della nascita di Gesù il 24 oppure il 25 dicembre nei luoghi ove i cristiani si riunivano. Prima, la festa più solenne celebrata da coloro che comprendevano la profonda saggezza del mistero del Golgota era il 6 gennaio: l’Epifania, la manifestazione del Cristo risorto. Fu celebrata come una specie di festa della nascita del Cristo nei tre primi secoli cristiani, e celebrata come quella festa che doveva rammentare alle anime umane la discesa dello spirito, che si designa come lo spirito del Cristo, nel corpo di Gesù di Nazaret attraverso il battesimo di Giovanni al Giordano. Ciò che per il battesimo di Giovanni al Giordano poteva essere rappresentato come un evento cosmico di significato universale, il ricordo vivente di questo evento fu celebrato come una festa della nascita del Cristo il 6 gennaio fino all’anno 353 della nostra era. Poiché ciò che fra tutti i misteri è il più difficile da comprendere per l’umanità intera — l’ingresso, l’incarnazione della realtà del Cristo nel corpo di Gesù di Nazaret — rimase almeno vivo come pensiero intuitivo profondo, come sentimento di verità divina nei primi secoli cristiani, quand’era ancora vigente la memoria dei misteri antichi.

Come sentivano, come pensavano in profondità coloro che nei primi secoli cristiani erano stati vicini ai misteri profondi del cristianesimo e della sua essenza? All’incirca così: il Cristo-spirito permea e attraversa il mondo intero, il mondo tutto che si rivela a noi attraverso i sensi terrestri e attraverso lo spirito umano. In un passato remotissimo di cui portiamo il ricordo nelle profondità dell’anima questo Cristo-spirito si rivelò a Mosè, gli giunse come il mistero dell’Io umano primordiale, così come a noi risuona simbolicamente dalle note che facciamo echeggiare nella nostra anima profonda intorno all’albero di Natale, quando facciamo risuonare i suoni IAO — Alfa e Omega, i suoni cosmici dell’inizio e della fine, preceduti dalla I — Così all’incirca risuonò nell’anima di Mosè quando nel roveto ardente il Cristo-spirito gli si manifestò in tutta la sua potenza. E poi il medesimo Cristo-spirito lo condusse al luogo dove doveva riconoscerlo nella sua vera essenza più profonda: ciò che è espresso nella Bibbia dell’Antico Testamento in queste parole: Jahvé condusse Mosè sul monte Nebo, di fronte a Gerico, e gli mostrò tutto ciò che ancora doveva accadere prima che questo spirito potesse incarnarsi da se stesso in un corpo umano. — Quando questo spirito si presentò a Mosè sul monte Nebo di fronte a Gerico, egli gli disse: tu, a cui io mi sono rivelato prematuramente, tu non puoi portare nel corso dell’evoluzione del tuo popolo ciò che tu porti nella tua anima, poiché questa evoluzione deve soltanto preparare ciò che deve accadere quando i tempi saranno compiuti.

Dopo che l’evoluzione aveva preparato l’umanità intera, secolo dopo secolo attraverso le ere, il medesimo spirito che aveva trattenuto Mosè si rivelò di nuovo, nuovamente, nella pienezza dei tempi. Si manifestò, facendosi carne mortale, assumendo un corpo umano per la redenzione, incarnandosi in Gesù di Nazaret. Allora tutta l’umanità fu condotta dal grado di iniziazione che è indicato dalla parola Gerico al grado più elevato indicato dall’attraversamento del Giordano e dalla vita nuova. Allora fu posto davanti all’umanità da coloro che nei primi secoli cristiani comprendevano il vero senso più profondo del cristianesimo: Gesù di Nazaret che era battezzato nel Giordano, in lui si effonde e si riversa lo spirito solare-terrestre del Cristo nella sua potenza. Questo evento fu celebrato come un grande mistero, come la nascita del Cristo, nei primi secoli cristiani. Poiché ciò a cui noi stessi oggi attraverso l’antroposofia ci prepariamo di nuovo, ciò a cui ci prepariamo dalla saggezza della quinta epoca di cultura post-atlantica, brillava come contemplato negli ultimi residui dell’antica chiaroveggenza nei tempi in cui il mistero del Golgota si compieva, agli Gnostici, a quegli straordinari teosofi ai confini fra l’antica e la nuova epoca, che penetravano il mistero del Cristo in modo diverso da noi, ma nel proclamarlo gli davano il medesimo contenuto più profondo. Ciò che potevano dire si diffuse lentamente, e benché la gente comune non capisse ciò che veramente era accaduto nell’evento indicato simbolicamente dal battesimo di Giovanni al Giordano, pure sospettava, provava il sentimento che allora lo spirito solare come spirito terrestre era nato, che qualcosa di cosmico era divampato in un essere umano mortale. E così nei primi secoli cristiani si celebrava il 6 gennaio come la nascita del Cristo nel corpo di Gesù di Nazaret, come la manifestazione del Cristo sulla terra.

Ma sempre più e sempre più l’umanità perdeva la consapevolezza, persino il sospetto di questo profondo mistero. Giunse il tempo in cui non si poteva più comprendere, non si poteva più concepire che quello che si chiamava il Cristo rimanesse soltanto tre anni in un corpo umano fisico. Sempre più agli uomini si farà chiaro che appartiene alle sapienze più difficili da capire, alle più profonde e alle più alte, ciò che si compì in tre soli anni nel corso dell’intera evoluzione della terra in un corpo umano fisico. L’anima umana che si preparava divenne troppo debole per l’epoca materialistica che stava per venire, troppo oscurata per comprendere dal quarto secolo in poi il grande mistero, il mistero che soltanto di nuovo dai nostri tempi in poi sarà sempre più compreso e penetrato in profondità. Così accadde che nella medesima misura in cui il cristianesimo acquistava potenza esterna, dominio e forza nel mondo fisico, la comprensione più profonda e interiore del mistero del Cristo andava perdendosi lentamente, e non si poteva più darsi alcun significato vero e consapevole alla celebrazione del 6 gennaio. La nascita del Cristo fu retrodatata di tredici giorni e presentata come se fosse coincisa con la nascita di Gesù di Nazaret nel medesimo tempo terrestre. Ma proprio a questo fatto si contrappone qualcosa che deve riempire le nostre anime di profonda beatitudine, di profonda soddisfazione. Proprio questo 24, 25 dicembre come giorno della nascita di Cristo fu stabilito attraverso la perdita di una grande verità, come abbiamo appena visto. Eppure: l’errore ha agito, fondamentalmente parlando, come se fosse la perdita di una grande verità, ma ciò è accaduto con una tale profondità di saggezza che noi — sebbene gli uomini che stabilirono tutto questo non lo sapessero — dobbiamo ammirare la saggezza inconscia che agiva nella determinazione di questo giorno natalizio.

In questa determinazione agiva una saggezza divina. E come si può leggere la saggezza divina nella natura, se si sa veramente interpretare ciò che si manifesta dovunque, così si può leggere la saggezza divina, agente nell’inconscio dell’anima umana, quando si considera un fatto determinato. Si apre il calendario e si trova al 24 dicembre “Adamo ed Eva” annotato nel calendario stesso, seguito dalla festa della nascita di Cristo. Ciò significa che la perdita di un’antica verità ha retrodatato la nascita del Cristo sulla terra di tredici giorni, l’ha identificata con la nascita fisica di Gesù di Nazaret, ma in un modo profondamente meraviglioso ha collegato in unità significativa la nascita di Gesù di Nazaret con il pensiero dell’origine stessa dell’uomo nell’evoluzione terrestre primitiva, che fu Adamo ed Eva secondo la tradizione biblica. E se si esplorano tutte le oscure emozioni, tutti gli straordinari sentimenti che agiscono nell’anima umana di fronte a questa festa della nascita di Gesù, senza che la coscienza ordinaria dell’uomo ne sia conscia, se si esplorano questi sentimenti nelle profondità dell’anima umana: in verità essi parlano un linguaggio profondamente straordinario.

Quando non si comprese più ciò che veramente confluiva all’umanità dalle vastità cosmiche — poiché questo avrebbe dovuto essere celebrato il 6 gennaio — allora, spinti da forze che agiscono occultamente nelle profondità dell’anima, si giunse a porre davanti all’umanità lo spirito-anima dell’uomo, così come si manifesta quando non è ancora completamente trapassato nella corporalità umana, come si presenta al punto di partenza dell’uomo medesimo, là dove lo spirito-anima umano prende possesso di questo corpo umano fisico. Il bambino alla nascita, quando l’anima non ha ancora assorbito in se stessa ciò che viene suscitato soltanto dal contatto con la corporalità, il bambino al punto di partenza del divenire fisico terrestre si erge davanti a noi, ma non soltanto il bambino come esiste per ogni uomo mortale, bensì il bambino come era prima che gli uomini nell’evoluzione terrestre giungessero al primo incarnamento fisico: ciò che la Kabbalah ha chiamato “Adamo Kadmon”, l’Uomo primordiale che era disceso dalle altezze divine-spirituali con tutto ciò che aveva acquisito durante i periodi cosmici di Saturno, del Sole e della Luna. L’uomo nella sua spiritualità più elevata al punto di partenza primordiale del divenire terrestre, nascendo nel Gesù bambino: una straordinaria, una divina saggezza pose allora davanti all’umanità nella festa della nascita di Gesù per i secoli a venire. Là dove non si poteva comprendere consciamente ciò che dalle vastità cosmiche, dalle sfere celesti celate scendeva sulla terra, fu impressa negli animi dell’umanità il ricordo dell’origine umana primordiale, il ricordo profondo di ciò che l’uomo era prima che le forze luciferiche nell’evoluzione terrestre gli si accostassero nel peccato. E quando non si comprese più che si potesse dire nel senso supremo a quello che presso il battesimo di Giovanni al Giordano scendeva all’umanità: dalle vastità cosmiche e dalle altezze celesti si effonde nelle anime umane ciò che si manifesta come divino, per operare come pace fiduciosa negli uomini di buona volontà — quando non si comprese più di poter porre questa festa come simbolo vivente davanti all’umanità, allora si pose invece un’altra fiducia: la fiducia che l’uomo, prima che all’inizio dell’evoluzione terrestre le forze luciferiche agissero, possedesse una volta sulla terra una natura, un’essenza, su cui poteva contare nel profondo della sua anima.

Sappiamo dalle nostre precedenti esposizioni che il bambino Gesù del Vangelo di Luca, non quello che ci è presentato dal Vangelo di Matteo, è colui di fronte a cui incontriamo i pastori adoranti, che nella loro anima udirono questo detto, questa parola della rivelazione del divino dalle vastità cosmiche e dalle altezze celesti, come pace dell’anima umana di buona volontà. E così, per i secoli che non potevano comprendere il più elevato, il più profondo, subentrò quella festa che ogni anno doveva ricordare agli uomini: anche se non puoi volgere lo sguardo verso le altezze celesti per riconoscere il grande spirito solare, tu porti dalla tua origine terrestre nella tua anima infantile, finché rimane intatta dalla corporalità esterna, le forze che ti possono dare la fiducia che puoi diventare vincitore su tutto il basso che ti attacca attraverso la tentazione di Lucifero. — Perciò si accostò questa festa della nascita di Gesù al ricordo di Adamo ed Eva, indicando che ci si doveva rappresentare che nascesse nel luogo che i pastori potevano visitare un’anima umana così come l’anima umana era prima che l’uomo avesse compiuto la prima incarnazione terrestre.

Per il Dio la cui nascita nel corpo fisico non si poteva più comprendere pienamente, la nascita terrestre dell’uomo fu posta significativamente in questo tempo festivo della memoria e della commemorazione. Poiché da due fonti primordiali scaturisce fondamentalmente ciò che può soddisfare l’uomo nel profondo, ciò che può calmarlo e dargli forza, quando ancora così le sue forze minacciano di cedere nel dolore, quando ancora così i suoi dolori e sofferenze sembrano aumentare e sopraffarlo — da due fonti vitali viene ciò che può sempre soddisfarlo, calmarlo, dargli forza per il cammino. Una fonte è quella che possiamo seguire e contemplare quando guardiamo verso le vastità cosmiche immense, che sono permeate e attraversate interamente, illuminate e riscaldate dagli effetti di ciò che si chiama lo spirito divino. E quando l’uomo può abbandonarsi pienamente al pensiero: tu sarai, se non lasci venir meno le tue forze in alcun modo, capace di permeare te stesso con la forza profonda di questo divino-spirituale che pervade il mondo intero — quando l’uomo può concepire questo pensiero nel suo cuore, allora concepisce il pensiero pasquale, il pensiero attraverso cui noi assorbire come dalle vastità cosmiche la fiducia mondana e universale. E l’altra fonte è quella che può sgorgare dal sentimento interiore, dalla scura presentimento: prima che l’uomo fosse colpito dalle forze luciferiche al punto di partenza del divenire terrestre, egli come essere spirituale-animico era ancora immerso nel medesimo spirito che ora aspetta dalle lontananze e dagli spazi nel pensiero pasquale. — Quando l’uomo allora si reca a questa fonte che può contemplare nell’origine del suo essere prima dell’influsso delle forze luciferiche, può dirsi: quali che siano le cose che possono capitarmi, ciò che può tormentarmi, ciò che può trascinarmi giù dalle luminose sfere dello spirituale, in te c’è stata una volta un’origine divina, essa deve essere rimasta in te, anche se si cela ancora profondamente nelle tue profondità animiche. Se riconosci questa forza più intima della tua anima, allora si dischiude a te la fiducia che tu puoi e puoi innalzarti alle altezze. E se prendi tutto ciò che puoi evocare davanti alla tua anima come innocente, ancora liberato dalle tentazioni della vita, come infantile, e da questo allontani tutto ciò che ha colpito le stesse anime umane attraverso le molte incarnazioni dal principio del divenire terrestre, coloro che hanno attraversato tali incarnazioni, allora ottieni un’immagine di quell’anima umana che era al punto di partenza del divenire terrestre, prima che iniziassero le incarnazioni terrestre.

Ma in questo caso un’unica anima sola rimase, quell’anima di cui il Vangelo di Luca ci parla come l’anima del fanciullo Gesù, quell’anima che nello stesso tempo in cui le altre anime umane cominciarono a compiere le loro incarnazioni attraverso l’evoluzione terrestre fu trattenuta nella vita spirituale. Un’anima così fu trattenuta al punto di partenza della vita terrestre, conservata nei misteri più sacri attraverso i tempi atlantici, attraverso i tempi post-atlantici fino al tempo degli eventi della Palestina. Allora fu mandata in quel corpo che doveva accoglierla e che doveva dare alla luce uno dei fanciulli Gesù: il fanciullo Gesù che il Vangelo di Luca ci descrive e ci narra.

Così dalla festa della nascita del Cristo divenne la festa della nascita di Gesù. Se la comprendiamo rettamente, questa festa, allora dobbiamo dire: sì, ciò che crediamo sia nato simbolicamente in ogni notte natalizia, questa è la natura originaria dell’anima umana, questo è lo spirito dell’infanzia umana come era al punto di partenza del divenire terrestre. Se la consideriamo nel modo in cui era al punto di partenza del divenire terrestre, essa ci grida sempre che allora discese come rivelazione dalle altezze celesti. E quando la sentiamo nel petto umano, nel cuore umano, allora si effonde nell’anima umana il sentimento della pace fiduciosa, che può portarci ai nostri alti scopi, se la nostra volontà è buona e risoluta. Potente dunque è il tono che può parlarci, se siamo intenditori, nella notte natalizia.

Perché proprio la festa della nascita del Cristo fu retrocessa di tredici giorni e trasformata nella festa della nascita di Gesù? Per comprenderlo, bisogna certo penetrare negli abissi più segreti dei misteri dell’anima umana. Dalla natura esterna l’uomo crede, perché lo vede con i suoi propri occhi, che ciò che in primavera il raggio solare evoca dalle profondità della terra, ciò che questo raggio solare dalle profondità della terra sviluppa nella sua più bella magnificenza durante la primavera e l’estate, si ritira sempre più nelle profondità della terra — è il tempo in cui la sfera solare esterna della terra è più buia — e che nelle profondità della terra, nei germi, si prepara ciò che di nuovo deve emergere da queste profondità della terra. Sì, dal seme della pianta, perché lo vede, l’uomo crede che esso attraversi un ciclo annuale, che debba penetrare nelle profondità della terra per potersi di nuovo sviluppare al calore e alla luce del raggio solare in primavera. Che un tale ciclo possa esistere anche per l’anima umana stessa, anzi che continui permanentemente, di questo l’uomo inizialmente non se ne accorge. Se ne accorge soltanto quando è iniziato ai grandi misteri dell’essere. Collegata come la forza di ogni seme di pianta alle forze fisiche della terra, è la nostra anima stessa alle forze spirituali della terra. E come il seme della pianta scende nelle profondità della terra nel tempo che noi chiamiamo Natale, così l’anima umana scende in profonde, profondissime regioni dello spirito in questi tempi, traendo essa pure forza nelle profonde regioni come il seme della pianta per fiorire in primavera. La coscienza ordinaria dell’umanità non vede nulla di ciò che accade con l’anima nelle profondità spirituali della terra. Ma per colui a cui gli occhi spirituali si aprono, il tempo dei tredici giorni e tredici notti è un tempo profondo dell’esperienza spirituale.

Sì, parallela all’esperienza del seme della pianta nelle profondità naturali della terra procede un’esperienza spirituale nelle profondità spirituali della terra — procede parallelamente. E discendendo può sentirsi lo spirito veggente, che per addestramento è capace di questo, o il veggente a cui forze ereditate di veggenza lo permettono: penetrando in tali profondità spirituali può sentirsi lo spirito veggente medesimo. Lo spirito veggente può contemplare in questo tempo dei tredici giorni e tredici notti ciò che deve accadere all’uomo perché questo uomo ha attraversato quelle incarnazioni terrestri che, così come sono, sono divenute attraverso le forze di Lucifero dal principio del divenire terrestre fino al nostro tempo presente. Ciò che all’uomo nel mondo spirituale deve accadere come sofferenze karmiche per il fatto che Lucifero gli si è accostato da quando l’uomo si è incarnato sulla terra, è visibile con la massima chiarezza nelle grandi, potenti immaginazioni che possono presentarsi all’anima in quei tredici giorni e notti tra la festa di Natale e la festa del 6 gennaio, la manifestazione del Cristo. Quando il seme della pianta là in basso ha il suo tempo più importante nelle profondità, l’anima umana ha le sue esperienze più profonde in questi tempi. L’anima umana contempla tutto ciò che l’uomo deve vivere nei mondi spirituali perché si allontanò sotto l’influsso di Lucifero dalle forze creatrici del mondo. L’anima umana contempla tutto questo nel migliore dei modi in questo tempo. Perciò per questa contemplazione è anche meglio preparata all’apparizione di quella immaginazione che possiamo chiamare l’Immaginazione del Cristo, dove diventiamo consapevoli di come il Cristo diventa il vincitore di Lucifero e quindi giudica le azioni degli uomini che scaturiscono dalle incarnazioni che stanno sotto l’influsso di Lucifero. Così vive l’anima umana consapevole, l’anima del veggente illuminato, dalla festa della nascita di Gesù fino alla festa della manifestazione del Cristo nelle altezze celesti: di modo che il mistero del Cristo si dischiude gradualmente a lei, ed ella può riconoscere nel modo più profondo e interiore in questo tempo celato ciò che è inteso davvero con il battesimo di Giovanni al Giordano.

È straordinario come ovunque nei secoli cristiani dove fu possibile una vera contemplazione spirituale, penetrò anche questo straordinario collegamento, la contemplazione dell’anima veggente nei tredici giorni e notti, nel vero tempo invernale. Si imparò da molte anime veggenti, che erano state addestrate nei misteri del nuovo tempo oppure ancora possedevano forze ereditate di veggenza, come si vide che nel più scuro tempo invernale l’anima poteva contemplare tutto ciò che l’uomo deve attraversare per il suo allontanamento dallo spirito del Cristo, e come a questo uomo poteva giungere il compenso, la purificazione, attraverso il fatto che il mistero del battesimo di Giovanni al Giordano e poi il mistero del Golgota si era compiuto, e come le visioni dei veggenti nei tredici giorni erano coronate dal 6 gennaio attraverso l’Immaginazione del Cristo. Così è corretto porre il 6 gennaio come il giorno della nascita del Cristo: è corretto porre questi tredici giorni come quel tempo che rappresenta la veggenza dell’anima umana, dove si percepisce tutto ciò che l’uomo deve attraversare vivendo nelle incarnazioni da Adamo ed Eva fino al mistero del Golgota.

Mi interessò molto, durante il mio precedente soggiorno a Kristiania qualche anno fa, trovare bellamente incarnato questo pensiero che vi giunge in parole in certo modo diverse da molti altri insegnamenti sul mistero del Cristo, in una saga e leggenda: la cosiddetta Leggenda del Sogno, che straordinariamente è emersa negli ultimi dieci o quindici anni in Norvegia e si è radicata nel popolo, quantunque risalga a tempi più antichi. In una maniera profondamente meravigliosa quella leggenda ci racconta come Olav Aasteson era per così dire iniziato da forze naturali, mentre s’addormentava la vigilia di Natale e dormiva per i tredici giorni fino al 6 gennaio e viveva tutti gli orrori di ciò che l’uomo deve vivere attraverso le incarnazioni dal principio della terra fino al mistero del Golgota. E come Olav Aasteson contemplava, mentre si avvicinava al tempo del 6 gennaio, l’intervento dello spirito del Cristo nell’umanità, di cui lo spirito di Michele era andato innanzi come precursore. Spero che in un’altra occasione potremo ancora mostrarvi questo poema di Olav Aasteson in questi giorni, affinché vediate come oggi ancora vive, anzi addirittura rivive la consapevolezza di una tale veggenza nei tredici giorni. Che sia riportata soltanto una stanza caratteristica dall’inizio:

Ascolta il mio canto! Voglio cantarti D’un giovane veloce: Era Olav Aasteson, Che dormì tanto a lungo! Di lui voglio cantarti.

S’andò a riposare alla vigilia di Natale, Un forte sonno lo colse tosto, E non potette svegliarsi, Prima che al tredicesimo giorno Il popolo s’andasse alla chiesa. Era Olav Aasteson, Che dormì tanto a lungo! Di lui voglio cantarti.

Così continua, fino a che nella sua visione attraverso i tredici giorni egli è guidato attraverso tutto ciò che l’uomo deve vivere nel modo ora descritto a causa della tentazione di Lucifero. Viene descritto vividamente come Olav Aasteson attraversa tutti i campi dove gli uomini vivono ciò che così spesso nelle nostre descrizioni del Kamaloka abbiamo tratteggiato: come scende in questo Kamaloka contemplato lo spirito del Cristo, guidato da Michele medesimo.

Così per gli uomini sempre più e sempre più, con quello che noi chiamiamo il Cristo veniente nello spirito, si aprirà la possibilità di riconoscere veramente come le forze spirituali operano e tessono, come ciò che noi chiamiamo feste non fu stabilito arbitrariamente, bensì stabilito dalla saggezza mondana che spesso agisce inconscia agli uomini, ma agisce attraverso la storia. Questa saggezza mondana ha posto all’inizio dei tredici giorni la festa della nascita di Gesù. Se d’altro canto la festa di Pasqua può sempre ammonirci che troveremo in noi le forze dalla contemplazione delle vastità cosmiche e degli spazi, affinché possiamo diventare vincitori su tutto il basso, così il pensiero natalizio ci dice che possiamo trovare in noi, se comprendiamo il simbolo di questa origine umana, di questa origine divina dell’uomo, il simbolo che ci si presenta come il bambino Gesù nel giorno di Natale. Questa origine umana ci grida sempre: uomo, tu puoi trovare in te le forti forze che ti danno quello che si può chiamare nel vero senso della parola la pace dell’anima. — Poiché la pace dell’anima esiste soltanto quando è pace fiduciosa, cioè quando rappresenta la forza che l’uomo sempre sa: in te vive qualcosa che può e deve portarti in alto, se soltanto lo porti correttamente a nascita in te, verso altezze divine, verso forze divine. — Queste luci, simboli sono per noi quella luce che brilla e arde nella nostra stessa anima quando comprendiamo ciò che il bambino Gesù ci annuncia simbolicamente nella notte natalizia dalla sua innocenza: la più intima essenza dell’anima umana stessa, che è innocente, potente, pacifica per il nostro cammino di vita verso i più alti scopi terrestri. E se da queste luci della nostra anima possiamo dirci: sì, anima umana, se mai divieni debole e credi di non poter trovare gli scopi terrestri, pensa all’origine divina dell’uomo e divieni consapevole in te delle forze che sono insieme le forze dell’amore supremo. E nello sviluppo supremo di forza divieni consapevole in te delle forze che ti danno sempre fiducia e sicurezza in tutto il tuo agire, in tutta la tua vita ora e nei tempi più lontani del futuro.

I tre Rufi delle epoche di cultura

Heidenheim, 30 novembre 1911

Ci siamo riuniti in questa città per celebrare l’inaugurazione della Sezione di Heidenheim. Amici provenienti da diverse regioni si sono uniti a noi oggi, per dimostrare ai nostri fratelli e sorelle locali quanto consideriamo importante il momento che condividiamo.

Nel corso degli anni si è qui raccolto un gruppo di persone il cui desiderio profondo del cuore le ha guidate verso una ricerca spirituale comune, verso un lavoro spirituale che nasce dalla consapevolezza della scienza dello spirito. Ogni azione compiuta nella vita produce effetti, sia nel visibile sia nell’invisibile. Se l’uomo si abbandona a un errore o a una bugia, anche quando la sua coscienza ordinaria non se ne avvede, essa persiste nel suo inconscio, dove essa agisce non solo per lui ma per l’intera evoluzione del mondo come forza distruttrice. Così pure, quando l’uomo si unisce alle forze della verità, questa unione irradia come forza vivificante per tutto lo sviluppo dell’umanità e della terra.

Nelle nostre sette epoche di cultura tre momenti sono decisivi per l’evoluzione dell’umanità. Essi sono i seguenti:

Il primo appello risuonò a questa umanità con voce tonante dal monte Sinai: erano i comandamenti di Geova!

Il secondo appello echeggiò nel deserto per mezzo di Giovanni il Battesimo, quando il Battesimo parlò a coloro che l’ascoltavano dicendo: «Convertite il vostro pensiero, poiché il Regno dei Cieli è prossimo!»

Il terzo appello, cari amici, è quello che dai mondi spirituali viene proclamato come nuova rivelazione attraverso la scienza dello spirito o la teosofia!

Quando il bambino è concepito, quando cioè l’anima scende dalle sfere spirituali in questo mondo governato dalle leggi fisiche, questo momento è un ricordo e un simbolo dell’istante in cui il primo grande appello tonante risuonò dal Sinai attraverso la legge. Più tardi, quando nei primi anni di vita il bambino impara a parlare — impara il linguaggio senza ancora sviluppare il pensiero, senza ancora risvegliare le forze del pensiero che ancora dormono — allora questo corrisponde nella vita individuale al secondo appello che ha risuonato all’umanità per mezzo di Giovanni il Battesimo, colui che grida nel deserto.

Ancora più avanti, quando il bambino impara a comprendere il linguaggio mediante lo sviluppo e l’esercizio delle sue forze di pensiero, questo è il riflesso del terzo appello risuonato all’umanità attraverso la scienza dello spirito: la nuova rivelazione per comprendere quello che sta scritto nei Vangeli come il Vangelo del Mistero del Golgota.

La scienza dello spirito porta agli uomini, come nuova rivelazione dai mondi spirituali, la comprensione di ciò che fu annunciato dal secondo appello di Giovanni e che dopo il Mistero del Golgota fu messo per iscritto. Per mezzo della scienza dello spirito — il terzo appello delle nostre sette epoche di cultura — l’uomo può comprendere ciò che il Cristo Gesù disse: «Ecco, io sono con voi fino alla fine del ciclo terrestre».

Come in quei tempi solo una piccola parte dell’umanità udì il secondo appello, così anche nella nostra epoca sarà possibile che solo un piccolo numero senta il terzo appello. Tuttavia, cari amici, se questo appello passasse inutile, se non fosse ascoltato, l’evoluzione dell’umanità non potrebbe procedere nella forma intesa dagli alti esseri spirituali che guidano il nostro mondo.

Possiamo considerare come una grazia infinita che allora esistessero persone che udirono il secondo appello: siamo debitori a queste anime di aver potuto continuare l’evoluzione dell’umanità. Chi sa leggere i segni dei tempi conosce il significato del terzo appello, della viva nuova rivelazione: significa accoglierlo o lasciar passare inutilmente questo appello. Come ora rivolgiamo lo sguardo riconoscente verso quelle anime che udirono l’appello di Giovanni, così le generazioni future rivolgeranno lo sguardo riconoscente verso coloro che oggi hanno accolto il terzo appello, così che l’umanità possa proseguire il suo cammino evolutivo.

Vi fu un tempo in cui si credeva che per l’uomo esistessero soltanto due cammini: se egli opera il bene, dopo la morte gli toccherà la beatitudine eterna; se opera il male, dovrà cadere nella dannazione eterna. La scienza dello spirito proclama qualcosa di diverso. Sappiamo, cari amici, che l’uomo è un essere complesso, che egli è costituito dal corpo fisico, dal corpo eterico o corpo vitale, dal corpo astrale e dall’Io. Quando l’uomo comincia a credere in un mondo spirituale, quando si permea di forze di fede, questa forza di fede appartiene al corpo astrale. Il corpo astrale è dunque il «corpo della fede».

Mediante la fede nel corpo della fede l’uomo ascende verso le forze dell’amore. Queste sono forze del corpo eterico o corpo vitale. Il corpo eterico o corpo vitale è dunque il «corpo dell’amore». Se l’uomo non potesse penetrare ai mondi spirituali mediante le forze di fede, le sue forze di rappresentazione e di pensiero diventerebbero sempre più sterili, sempre più vuote, sempre più indurite. Nessuna forza d’amore potrebbe mai svilupparsi. Che cosa sarebbe l’uomo senza l’amore? Diventerebbe isolato, non potrebbe più mantenere nessun legame con i suoi simili e con tutte le creature della natura. L’uomo deve poter sviluppare l’amore; questo soltanto gli dà vera forza vitale, quando rinuncia all’egoismo e si trasforma in un amore vero e altruista, nel corpo dell’amore o corpo eterico.

Quando guardiamo la natura, possiamo riconoscere la verità della reincarnazione dell’anima individuale. Guardatevi intorno. Quale sentimento avreste dovuto provare se, nel cadere del mondo vegetale in autunno, aveste dovuto pensare: tutto è morto, non germoglia più, non fiorisce mai più! Si dice spesso che non sappiamo che cosa il domani ci porterà. Ma è veramente così? Sappiamo che quando oggi compiamo il nostro lavoro con zelo e con il massimo senso del dovere, sappiamo forse veramente nulla di ciò che accadrà domani? Sappiamo che domani il sole compirà di nuovo il suo corso e al tramonto lo concluderà. Sappiamo che l’ordine del mondo persiste. Sì, che sentimento avrebbe l’uomo se non sapesse mai se il domani il sole sorgerà ancora, se le forze del giorno e della notte, la pioggia e il sole, il ritmo ordinato degli astri continueranno come sempre oppure se ogni giorno si trasformeranno diversamente? Senza coraggio e senza forza l’uomo dovrebbe affrontare il lavoro se non sapesse che potrebbe riprendere l’opera il giorno seguente e continuare a costruire quello che ha cominciato.

Come la primavera segue all’inverno, come quello che riposa quale germe dormiente nel seno delle piante viene risvegliato, così pure l’anima che ha abbandonato il corpo fisico vivificherà il germe che è rimasto, riacquisterà la vita sul piano fisico e continuerà il suo sviluppo per il perfezionamento suo e dell’umanità. Dalle forze dell’amore nascono così le forze della speranza. Il corpo fisico è il «corpo della speranza». Che cosa sarebbe l’uomo senza la speranza del domani che viene, senza la speranza di completare l’opera cominciata, senza la speranza di ritrovarsi con coloro che nel corso della vita ha amato? Perciò la nuova rivelazione del messaggio di Cristo, la teosofia o scienza dello spirito, può proclamare la dottrina della reincarnazione anche in un’epoca di scienza illuminata e di sapienza acuta, che si diffonde nel mondo e nega i mondi sovrasensibili. Anche se siamo derisi e compatiti come persone superstiziose, la considerazione dei processi della natura può servirci come prova di ciò che la scienza dello spirito proclama.

Se il terzo appello passasse inutile, cari amici, se non fosse ascoltato, l’evoluzione dell’umanità non potrebbe progredire, e gli uomini che in future epoche guarderebbero indietro a questo momento, quando il nostro appello non fu considerato, dovrebbero caricare su di noi la responsabilità della loro condizione. Ma come oggi rivolgiamo gratitudine alle anime che accolsero l’appello di Giovanni, così gli uomini avvenire guarderanno con gratitudine alle anime che accolsero il presente, il terzo appello, così che l’umanità continui il suo cammino.

Come i primi cristiani dovettero riunirsi nelle catacombe di Roma presso i loro morti in assemblee di preghiera, mentre sopra nell’arena coloro che allora dominavano si abbandonavano ai piaceri e gettavano questi primi cristiani alle bestie selvagge oppure li trasformavano in fiaccole ardenti, come tuttavia questi dominatori furono improvvisamente spazzati via, così oggi noi dobbiamo riunirci in locali che i nostri amici mettono a nostra disposizione, o anche in spazi che sono come catacombe spirituali. Ma anche il materialismo dominante di oggi sarà spazzato via, e la scienza dello spirito avrà il compito di guidare l’umanità avanti, quando il terzo appello sarà stato ascoltato. Chi può dire a voi se non forse proprio una di queste persone che qui sta con noi non abbia udito allora l’appello di Giovanni? Tutti noi in una forma o nell’altra abbiamo udito questo secondo appello e dobbiamo udire il terzo, per dare all’umanità la possibilità di proseguire il suo sviluppo.

Perché in questa città la dottrina della nuova rivelazione di Cristo fosse annunziata, le potenze spirituali hanno guidato per un interiore desiderio del cuore un gruppo di persone a trovarsi insieme. Quegli alti individui spirituali che sono stati incaricati di far risuonare questo appello all’umanità per mezzo dei loro messaggeri sono i condottieri dell’umanità.


In memoria di Frater Stefano Ravaglia

anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.

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