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G.A. 182

La morte come metamorfosi della vita


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1°I tre regni dei morti. La vita tra morte e nuova nascita

Berna, 29 Novembre 1917

Mi ricollego a considerazioni che ho già svolto qui in una precedente conferenza, per così dire per proseguirle: considerazioni che si trovano nella linea di ciò di cui devo essere convinto, e che proprio ora debbono essere discusse tra noi. Poiché, proprio come devo ritenere che ora nelle conferenze pubbliche, tenute dal lato antroposofico, debbano essere dette cose determinate, esigite dai segni dei nostri tempi difficili, che debbono giungere alle orecchie dell’uomo, così sono necessariamente della convinzione che tra noi stessi debbano essere discusse proprio certe verità della scienza dello spirito.

In una precedente conferenza, infatti, si è trattato di parlare dell’immersione nel mondo terrestre delle anime che sono passate attraverso la porta della morte. Abbiamo svolto considerazioni sulla maniera in cui gli impulsi dei cosiddetti morti continuano a operare in ciò che qui sulla terra è compiuto dagli uomini, e su come vengano stabiliti legami tra le forze dei cosiddetti morti e quelle dei viventi. E vogliamo oggi aggiungere qualcosa che intimamente appartiene a questo tema.

Innanzitutto, è necessario chiarire che questa vita tra la morte e una nuova nascita può essere rappresentata da noi solo in un certo senso mediante immagini riprese dal sensibile, dalla vita terrestre fisica, dalle rappresentazioni che ci formiamo all’interno di questa vita terrestre fisica; ma che la vita nel regno dei morti è tuttavia tale da lasciarsi afferrare solo molto difficilmente con i concetti e le rappresentazioni che ci formiamo nel divenire terrestre. Si deve quindi tentare di avvicinarsi a questa vita da diverse parti.

Un tentativo, devo dire, è stato fatto poco prima dello scoppio di questa catastrofe mondiale in quel ciclo viennese, dove ho parlato della vita tra la morte e una nuova nascita in relazione alle forze interiori dell’anima. Oggi soprattutto desidero attirare l’attenzione sul fatto che un ambito che è per l’uomo nella vita terrestre in un certo senso la cosa principale, e deve essere la cosa principale, è escluso dalle esperienze dei defunti che sono passati attraverso la porta della morte.

Pensate soltanto a quanto abbiamo, come esseri terrestri, attraverso rappresentazioni che ci provengono dal mondo minerale e da quello vegetale. Dobbiamo aggiungere a queste rappresentazioni del mondo minerale e vegetale tutto ciò che ci proviene dallo spazio celeste come rappresentazioni, impressioni, percezioni: il cielo stellato sopra di noi, il sole, la luna, in quanto ci permettono immagini fisiche come percezioni durante la nostra vita terrestre, appartengono interamente a ciò che ora considero come natura minerale. Questa natura minerale e sostanzialmente — dico: sostanzialmente — anche la natura vegetale come natura sono escluse da ciò che viene percepito nel tempo tra la morte e una nuova nascita. Ciò che in questa direzione può essere evidenziato come particolarmente caratteristico riguardo alle esperienze dei cosiddetti morti, è che quando ci troviamo di fronte alla natura minerale o vegetale, noi uomini qui sulla terra abbiamo una coscienza ben determinata. Abbiamo già parlato in altre occasioni del fatto che è un’illusione parlare dell’assenza di dolore o di piacere del regno minerale e di quello vegetale. Ma attraverso ciò che noi uomini compiamo con le nostre azioni, produciamo impressioni sul regno minerale e anche su quello vegetale, di cui possiamo dire con un certo diritto che esse rimangono senza tali impressioni, senza tali effetti che diffonderebbero dolore o gioia. Sappiamo che quando noi uomini sfrangiamo una pietra, certi esseri elementari provano sì gioia o dolore, ma nella nostra coscienza ordinaria, quotidiana, questo non entra; cosicché si può dire entro l’esperienza dell’uomo ordinario della terra che egli deve avere il sentimento: quando frantuma pietre, quando intraprende qualche opera all’interno di ciò che è di natura minerale e sostanzialmente anche vegetale, non procura né gioia né dolore al suo intorno.

Ma ciò non esiste affatto nel regno in cui l’uomo entra quando è passato attraverso la porta della morte. A tal proposito bisogna innanzitutto rendersi conto che il minimo che l’uomo compie là — dobbiamo servirci delle parole della nostra lingua terrestre — anche solo se tocca qualcosa, è collegato in questo regno spirituale a gioia o dolore, e provoca anche simpatia o antipatia.

Quindi dovete rappresentarvi questo regno dei morti in modo tale che, dove lo toccate per così dire, non potete compiere tale contatto senza che ciò che toccate provi gioia e dolore per sé, ma anche sviluppi qualche simpatia o antipatia. Questo è già accennato nella mia «Teosofia», dove si parla del regno dell’anima, e dove le forze più importanti di questo regno dell’anima vengono cercate proprio nelle forze della simpatia e dell’antipatia. Ma bisogna far entrare tali cose nelle proprie viventi rappresentazioni. Nel divenire consapevoli della cooperazione, per così dire, del regno dei morti e del regno dei cosiddetti viventi, bisogna essere consapevoli anche di come si debba rappresentare l’agire del morto nel suo regno. Egli agisce in modo tale che per così dire deve essere sempre consapevole: egli provoca simpatia o antipatia, dolore o gioia, e tutto ciò che fa produce, se così posso dire, questa risonanza di questo vivente sentire. Qualcosa che nel senso del nostro regno vegetale e animale si potrebbe chiamare insensibile, non esiste affatto oltre la porta della morte.

Questa è per così dire la caratteristica del regno più basso in cui l’uomo entra quando è passato attraverso la porta della morte: come quando qui entra attraverso la porta della nascita nel regno fisico ed entra nel territorio più basso, nel regno minerale, così là, toccando il regno spirituale, entra in un regno di sensibilità generale, in un regno di dominante simpatia e antipatia. All’interno di questo regno sviluppa le sue forze; all’interno di questo regno agisce. Se ci rappresentiamo che agisce là, dobbiamo rappresentarci simultaneamente: da queste azioni procedono continuamente forze portatrici di sentimento, forze portatrici di simpatie e antipatie.

Che cosa significano nel complesso contesto dell’universo queste forze portatrici di sentimento? Vedete, qui si arriva a un capitolo che in realtà può veramente essere risolto solo dalla scienza dello spirito per la vita terrestre fisica, un capitolo la cui importanza vi sarà immediatamente evidente se ne considerate l’intero significato. Molte cose si presentano proprio nel tempo presente in modo tale che l’uomo, il quale sempre più vuol far valere solo ciò che trova all’interno del mondo fisico per una spiegazione del mondo, rinuncia a una spiegazione, desiste da una spiegazione.

Una tale cosa, da cui nel tempo moderno ci si è astenuti dal dare una spiegazione, è il principio dello sviluppo per gli esseri animali che abitano la terra con noi. Devo solo attirare la vostra attenzione su ciò che è apparso nel tempo moderno per sostenere ciò che si chiama teoria dell’evoluzione. Con un certo diritto si parla oggi dell’evoluzione del mondo animale, in modo che si assuma che questo mondo animale si sia sviluppato da esseri meno perfetti a più perfetti. Sarebbe meglio dire: si sia sviluppato da esseri indifferenziati a sempre più differenziati e differenziati, fino alla natura umana, in quanto l’uomo è un essere fisico. Questa teoria dell’evoluzione è entrata in larga misura nella coscienza popolare dell’umanità, è in un certo senso già diventata parte della religione laica dell’umanità, e le religioni, le confessioni stesse si sforzano di fare i conti con questa teoria dell’evoluzione. Non hanno più il coraggio che avevano ancora poco prima: opporsi a questa teoria dell’evoluzione. L’hanno accettata, per così dire, e se ne sono rassegnate.

Ma ora, se si chiede: che cosa agisce davvero in quello sviluppo degli esseri animali, se tali esseri animali si sviluppano da imperfetti a più perfetti, che cosa agisce in tutto ciò che si può osservare nel mondo animale, non solo nello sviluppo, ma in generale nell’esistenza del mondo animale? Per quanto strano suoni all’uomo odierno: ciò che ti incontra quando veramente con la coscienza osservante si entra nel regno abitato dai morti, ciò che agisce in modo dominante nel mondo animale attraverso gran parte di questo mondo animale, sono forze che provengono dai morti. L’uomo è chiamato nel cosmo a essere un cogovernante degli impulsi. — Nel regno minerale ha solo a che fare con ciò che produce per mezzo della sua tecnica in macchine e simili secondo le leggi del regno minerale, nel regno vegetale con ciò che come giardiniere, come coltivatore produce. Con questi regni ha quindi al massimo a che fare in modo secondario nel tempo che passa tra la nascita e la morte. Ma con quel regno che si rispecchia qui sulla terra nell’esistenza animale ha a che fare per il fatto che subito dopo la morte gli nascono forze, che subito entra in un ambito di forze che governano questo regno animale. Là lavora dentro. Questo è per così dire la base, il fondamento della sua azione, come per noi lo è il mondo minerale; questo è il terreno su cui si sta.

Si eleva, come durante il nostro stare nel mondo fisico il regno vegetale si eleva sulla base del regno minerale, sulla base di questo regno di dominante simpatia e antipatia, che poi continua nella vita del regno animale terrestre, un secondo regno: un regno che non agisce nel morto in modo tale che egli provi solo gioia e dolore, che emani solo impulsi portati da sentimento, che si continuano e che allora agiscono; ma questo secondo regno, che sorge, agisce essenzialmente insieme con ciò che si potrebbe chiamare il rafforzamento e l’indebolimento delle forze di volontà proprie del morto dopo la morte. Se volete istruirvi correttamente su queste forze di volontà, dovete leggere qualcosa nel ciclo viennese menzionato, dove ho caratterizzato come la volontà, che è propria all’anima umana tra la morte e una nuova nascita, non sia esattamente la stessa di ciò che qui nella vita fisica chiamiamo volontà; ma comunque possiamo parlare di volontà, sebbene la volontà là sia completamente diversa, in particolare compenetrata da elementi emotivi e ancora da un altro elemento che non esiste affatto qui sulla terra. Ma questa volontà è, dopo la morte, per le anime umane in un continuo fluire. Quando si ha rapporto con un morto, si sperimenta la sua vita emotiva in modo tale che in un momento gli si presenta: si sente rafforzato nei suoi impulsi di volontà, si sente in se stesso più forte; in un altro momento la volontà si indebolisce un po’, si addormenta per così dire. Così fluisce tra il rafforzarsi e l’indebolirsi questa volontà. E questo fluire tra il rafforzarsi e l’indebolirsi della volontà, questo è gran parte, una parte importante, essenziale della vita del morto.

Ma questo rafforzarsi e indebolirsi della volontà, questi sono impulsi che non fluiscono solo nella base del regno dei morti, ma fluiscono nel regno umano qui sulla terra, certo non nei pensieri della coscienza ordinaria, bensì in tutto ciò che gli uomini qui — ne dovrò parlare anche nella conferenza pubblica domani — stessi sperimentano come impulsi di volontà, ma anche come impulsi emotivi.

Questa è la particolarità: che l’uomo, nella sua coscienza ordinaria come uomo fisico terrestre, in realtà vive solo la sua percezione sensoriale e i suoi pensieri. La coscienza vigile è presente solo riguardo a questo percepire e pensare; i sentimenti sono in realtà solo sognati, e la volontà è completamente addormentata. Nessuno sa, come conosce i suoi pensieri, che cosa accade quando semplicemente alza una mano, quando la volontà entra nella sua corporeità. Anche l’operare del sentimento, sebbene sia un po’ più luminoso nella coscienza dell’operare della volontà, è oscuro, non è più luminoso di ciò che nel sogno abbiamo come immagini davanti a noi. Passioni, affetti, sentimenti, in verità sono solo sognati, non sono vissuti nell’illuminazione della coscienza nelle rappresentazioni e nelle percezioni sensoriali; e la volontà certamente no. In ciò che così entra come sonno, come sogno nella vita quotidiana, il morto vive con la persona. Egli vive con anime che nel corpo fisico sono incarnate sulla terra, in loro egli vive proprio come noi all’interno del mondo vegetale, se non che noi non siamo intimamente legati al mondo vegetale, mentre il morto è intimamente legato ai nostri sentimenti, ai nostri affetti, ai nostri impulsi di volontà; egli continua a vivere in tutto ciò.

Questo è il suo secondo regno. E mentre qui sviluppiamo i nostri sentimenti, le nostre sensazioni nella vita umana, il morto vive spiritualmente insieme in questa vita, e precisamente in modo tale che proprio quel fluire che ho descritto come il rafforzarsi e l’indebolirsi della volontà, come il rafforzamento e l’indebolimento della volontà del morto, in un certo aspetto è uno con ciò che sulla terra qui come sentimenti e impulsi di volontà dei cosiddetti viventi è sognato e addormentato.

Vedete da questo come poco in realtà il regno dei morti sia veramente separato dal nostro regno terrestre, come sia intima la connessione tra questi regni. Come detto, in circostanze normali il morto non avrà nulla a che fare — con le eccezioni che discuterò dopo — con il regno minerale e vegetale; bensì ha a che fare con ciò che avviene nel regno animale. Questo è per così dire il terreno su cui sta. Ma ha a che fare con ciò che avviene nel regno umano dei sentimenti e della volontà. In questo regno non siamo affatto separati dai morti. Ma la questione è così: si può, quando si passa attraverso la porta della morte, mentre si sperimentano questi rafforzamenti e indebolimenti della volontà, vivere con i cosiddetti viventi nel corpo fisico; ma non con tutti, non con nessuno. Piuttosto qui opera una legge ben determinata: che si può vivere solo con coloro con cui in qualche modo si è vincolati dal karma. Così uno completamente estraneo karmicamente, che qui vive, non è percepibile per un morto, non esiste affatto. Il mondo che il morto sperimenta è delimitato dal karma che qui nella vita si è contratto. Solo che questo mondo non è limitato alle anime che sono qui sulla terra, ma si estende anche a quelle anime che esse stesse sono già passate attraverso la porta della morte.

Questo secondo regno comprende quindi tutti i legami che l’uomo ha contratto karmicamente con coloro che ancora sono sulla terra, e con quelle anime che, come lui stesso, sono passate attraverso la porta della morte. Si eleva quindi su di un regno che è comune ai morti, su di un regno dell’esistenza animale, sebbene non abbiamo tanto in mente gli animali terrestri. Ho detto espressamente che questi animali terrestri riflettono ciò che esiste nel mondo spirituale, l’anima della specie dell’animale. Riguardo ai morti dobbiamo pensare più allo spirituale dell’animale: su questo terreno comune si eleva allora, in un senso completamente diverso rispetto a come avviene nel nostro regno terrestre, per ogni morto un regno karmico individuale; poiché l’uno ha concluso questa, l’altro quella connessione. Poiché solo ciò che è del regno umano è presente dove sono stati stabiliti legami karmici.

E un’altra legge ancora opera qui, che ci mostra come in realtà si costituisce questo secondo regno. Innanzitutto, ciò che in questo regno agisce sul morto in modo tale da rafforzare o indebolire le sue forze di volontà è inizialmente limitato a un cerchio che è sostanzialmente formato dall’ultima vita terrestre, o forse anche solo da parti dell’ultima vita terrestre. Coloro che gli erano particolarmente vicini, coloro con cui colui che è passato attraverso la porta della morte era particolarmente intimamente legato, sono quelli con cui egli vive più intensamente. E solo gradualmente questo cerchio si estende a coloro con cui ha contratto altri legami karmici.

E tutto questo non dura affatto lo stesso tempo per ognuno, bensì per alcuni più brevemente, per altri più a lungo. Si può difficilmente desumere dall’andamento della vita terrestre come si faccia dopo la morte. Alcune personalità, alcune anime si presentano, senza che ce lo si aspetti, nel regno dei morti, perché si possono trarre facilmente conclusioni sbagliate dalla vita fisica. Ma questa è una legge fondamentale: che il cerchio si allarga gradualmente. E tutto l’inserimento in questo cerchio accade appunto come l’ho descritto in quel ciclo di conferenze che tratta della vita tra la morte e una nuova nascita; ciò che in questo, ciò che ho descritto lì, entra in questa vita del morto, è appunto questa vita in espansione degli impulsi di volontà, che ora sono precisamente così nel morto come le rappresentazioni nel vivente, attraverso le quali il morto sa, attraverso le quali il morto ha la sua coscienza. È straordinariamente difficile rendere chiaro all’uomo terrestre che il morto sa essenzialmente attraverso la volontà, mentre l’uomo terrestre sa essenzialmente attraverso la rappresentazione. Questo naturalmente rende difficile anche la comunicazione con il morto.

Questo si estende, si può dire, il regno in cui il morto entra come nel secondo regno, sempre più. Più tardi — ma questo «più tardi» è sempre relativo, per l’uno accade prima, per l’altro accade più tardi — vengono aggiunti ai legami carmici immediati quelli mediati.

L’intendo così: Quando un morto ha trascorso un certo tempo nel regno tra la morte e una nuova nascita, il cerchio delle sue esperienze si è ampliato e si estende a quelle anime — che siano sulla terra, che siano di là — con cui è entrato in connessione carmica diretta. Ma queste anime hanno a loro volta connessioni carmiche loro stesse, che non sono simultaneamente connessioni carmiche del morto di cui sto parlando. Quindi voglio dire così: La personalità A ha una connessione carmica con la personalità B, ma non con la personalità C. Si vede così come il morto estende le sue esperienze attraverso la personalità B, come vive con lei nel modo descritto. Più tardi allora accade che B diventa un mediatore verso C. A non ha relazione con C, ma ottiene una relazione indirettamente per il fatto che B ha una connessione carmica con C. Ma attraverso questo questo secondo regno si amplia sì lentamente, ma gradualmente su un campo molto, molto grande. In un certo senso si diventa sempre più ricchi di tale vivere interiore, di tali esperienze, che sono rafforzamento e indebolimento della volontà, che devono farci entrare nel regno dei morti, o delle anime viventi, quando noi stessi siamo passati attraverso la porta della morte.

E una parte essenziale della vita tra morte e nuova nascita consiste appunto nel fatto che noi come anime — se posso esprimermi banalmente — facciamo sempre più conoscenze. Come qui nell’esistenza terrestre ampliamo le nostre esperienze tra la nascita e la morte, come qui impariamo sempre più il mondo intorno a noi, così là facciamo sempre più esperienze, che si riferiscono al fatto che si sperimenta l’esistenza di altre anime in modo tale da sapere: Attraverso qualcosa in queste anime si sperimenta un rafforzamento della propria volontà, attraverso un’altra cosa un indebolimento della volontà. Una parte essenziale dell’esperienza consiste in questo.

Da questo potete desumere che cosa questo effettivamente significa per l’intero esistere, per l’intero esistere cosmico. Significa che non solo questo debole legame di unità che i panteisti e i mistici fantastici sognano e vagheggiando per tutta l’umanità esiste, ma che in realtà in un certo aspetto tra la morte e una nuova nascita sono stabilite conoscenze spirituali tra una gran parte dell’umanità sulla terra. Noi stiamo, quando guardiamo a ciò che sperimentiamo tra la morte e una nuova nascita, davvero non molto lontani dall’uomo terrestre. Non è un legame astratto, ma un legame veramente concreto.

Come qui sulla terra il regno animale si presenta come un terzo regno sopra il regno minerale e il vegetale, così di là, come un terzo regno, sta il regno di certe gerarchie, che vediamo come un regno di tali entità che mai hanno sperimentato incarnazione terrestre, ma con cui entriamo in relazione tra la morte e una nuova nascita. Questo regno delle gerarchie è di là simultaneamente ciò che ci dà, tra la morte e una nuova nascita, la piena intensità della nostra esperienza dell’Io. Attraverso i due primi regni sperimentiamo l’altro; noi stessi sperimentiamo attraverso le gerarchie. E con ciò è già detto che l’uomo come essere spirituale si sperimenta all’interno delle gerarchie di là come figlio, come bambino delle gerarchie. Sa di essere legato con le altre anime umane, come l’ho descritto, sa di essere contemporaneamente anche come figlio delle gerarchie. Come qui deve sentirsi come confluenza delle forze naturali esterne del cosmo circostante, quando si conosce nel cosmo, così si sente di là, direi, organizzato dalla cooperazione delle diverse gerarchie come essere spirituale.

Guardiamo qui, quando ci consideriamo come uomini — questo non deve portarci al superbo — ai cosiddetti regni inferiori e ci vediamo come per così dire al vertice di questi regni naturali. Passiamo attraverso la porta della morte e ci troviamo di là come il più basso dei regni delle gerarchie, ma come la confluenza — solo che la confluenza scende dall’alto, come qui sale dal basso — degli impulsi delle gerarchie. Come qui il nostro Io è immerso nella nostra corporeità, in modo che sia un estratto della restante natura, così là la nostra spiritualità è immersa nelle gerarchie, un estratto delle gerarchie, in ciò che si può dire: È là la nostra spiritualità, come qui la nostra corporeità è ciò in cui ci vestiamo quando passiamo attraverso la porta della nascita.

Così la conoscenza immaginativa può già farsi rappresentazioni riguardo il piano della vita tra la morte e una nuova nascita. Sarebbe anche per l’uomo straordinariamente triste se non potesse formarsi tali rappresentazioni. Poiché pensate soltanto che con la nostra vita emotiva e di volontà non siamo affatto separati dal regno dei morti. Ciò che si sottrae al nostro sguardo è solo scomparso dalle nostre rappresentazioni e dalle nostre percezioni sensoriali. Significherà un gigantesco progresso nello sviluppo del genere umano per la parte del corso della vita terrestre che questo genere umano ha ancora da attraversare, quando gli uomini accoglieranno la consapevolezza in se stessi: Nei loro impulsi emotivi, nei loro impulsi di volontà sono uno con i morti! — La morte può solo toglierci la vista fisica dei morti. Ma non possiamo sentire nulla senza che nei regni in cui sentiamo, i morti siano presenti, nulla volere senza che nei regni in cui vogliamo, i morti siano ugualmente presenti.

Delle eccezioni ho parlato prima riguardo al regno minerale e vegetale. Tali eccezioni valgono particolarmente per il nostro periodo, per il nostro periodo di tempo. Per periodi più antichi non valevano, ma non abbiamo bisogno di parlarne adesso. Nel nostro tempo, in cui una certa mentalità materialistica si diffonde necessariamente sulla terra, gli uomini molto facilmente non acquisiscono rappresentazioni spirituali durante la loro vita terrestre. E ho persino attirato l’attenzione ieri nella conferenza pubblica su come l’uomo, se ha trascurato di acquisire rappresentazioni spirituali durante la sua vita terrestre, si incatena nella vita terrestre, per così dire non può uscirne, e attraverso ciò diventa un centro di distruzione. Molto di ciò che agisce come forze distruttive all’interno della sfera terrestre proviene da tali morti legati a questa sfera terrestre. Si deve piuttosto avere compassione per tali anime umane, anziché pronunciare un giudizio critico. Poiché dopo la morte l’esperienza non è particolarmente facile: dover rimanere all’interno di un regno che al morto in realtà non è appropriato. E questo regno è appunto, in questo caso, il regno minerale e vegetale, anche quel regno minerale che gli animali portano in sé, che l’uomo stesso porta in sé. Poiché questi esseri sono attraversati dal regno minerale. Per coloro che non hanno accolto in sé rappresentazioni spirituali, la situazione è infatti così: essi si ritraggono dopo la morte da questa esperienza, che provoca dappertutto sensazioni; non possono entrare nel regno che domina nella spiritualità animale e nell’umano; possono solo entrare in ciò che è di natura minerale, di natura vegetale. Non posso dipingere di che cosa si tratta; poiché in primo luogo il linguaggio non ha parole per questo, in secondo luogo ci si può avvicinare solo lentamente e gradualmente a ciò che veramente sta alla base, perché questo avvicinamento ha veramente, inizialmente, qualcosa di spaventoso.

Non ci si deve rappresentare che tali morti siano allora completamente esenti dalla vita che ho descritto prima; ma si avvicinano a questa vita solo con una certa ritrosia, con una certa paura, e continuamente si rituffano nel regno vegetale e minerale, perché si sono formato preferibilmente solo rappresentazioni che per l’ultimo regno, per il regno del morto, per il regno del meccanismo fisico hanno un certo significato.

Ciò che principalmente considero il mio compito oggi è di far emergere, attraverso tali rappresentazioni, di nuovo la consapevolezza di come i morti cooperino a ciò che è sviluppo umano. Si vorrebbe veramente oggi esprimere anche tali cose nelle conferenze pubbliche; ma non si può, perché gli uomini davvero ancora non si lasciano coinvolgere in tali rappresentazioni se non hanno già sperimentato qualcosa di quello che è stato comunicato nei nostri rami. Ma descrivendo così la vita tra la morte e una nuova nascita, e descrivendo in particolare la sua connessione con la vita terrestre, si soddisfa, oppure si potrebbe dire meglio, si adempiono le esigenze appunto della nostra epoca. Poiché la nostra epoca ha abbandonato da un tempo relativamente lungo le vecchie rappresentazioni istintive che trattano del regno dei morti,

e la nostra umanità deve acquisire nuove rappresentazioni. Deve venire fuori dalle astrazioni sui mondi superiori e non parlare solo in generale della spiritualità, bensì deve arrivare al punto di intendere realmente che cosa agisce come spiritualità. Deve rendersi conto del fatto che i morti non sono scomparsi, ma continuano a vivere, continuano ad agire nel processo di divenire storico dell’umanità, e che le forze che spiritualmente ci stanno intorno sono da un lato le forze delle gerarchie superiori, ma appunto anche le forze dei morti. La più grande illusione a cui l’umanità del futuro potrebbe abbandonarsi sarebbe se si credesse che ciò che gli uomini sviluppano come vita sociale tra loro, come convivenza qui sulla terra con il loro sentire, con la loro volontà, accadesse con esclusione dei morti, solo con istituzioni terrene. Non può accadere attraverso le sole istituzioni terrene, perché proprio nel sentimento e nella volontà i morti cooperano.

Ora si tratta di: Come sarà possibile, sotto gli impulsi del tempo moderno, sviluppare la consapevolezza di questo modo di stare insieme con il mondo spirituale nel modo giusto? Lo sviluppo dell’umanità procede così che con la sua coscienza ordinaria qui nel corpo fisico l’uomo sempre più si distacca dal mondo spirituale. Ora, affinché l’uomo di nuovo come uomo fisico trovi il giusto ingresso nel mondo spirituale, all’interno dello sviluppo terrestre è accaduto il Mistero del Golgota.

Questo Mistero del Golgota non è solo questo evento unico e, come tale, l’evento più grande dello sviluppo terrestre, ma è un evento che continua ad agire, è un impulso che continua ad agire. E l’umanità deve fare qualcosa per permettere a questo impulso di agire nel modo giusto. L’ho sottolineato sempre di nuovo nel corso del tempo, come con l’impulso del Golgota sia proprio connesso il compito della nostra scienza dello spirito, come la scienza dello spirito in un certo senso debba esserci, per intendere questo impulso del Golgota nel modo giusto per il nostro tempo e per il prossimo futuro.

Potete esserne certi: come scienza terrestre, che contemporaneamente sarà la formazione di una religione mondiale, la scienza naturale otterrà sempre maggiore e maggiore influenza. Tali sciocchezze come l’accusa che per esempio mi viene mossa, che io stia in modo poco amichevole riguardo alle scienze naturali anche nel loro sviluppo radicale, appartengono ai pregiudizi più antiquati nel modo di pensare; poiché chi comprende il corso dello sviluppo terrestre, sa che le scienze naturali non possono essere confutate, che al contrario continueranno sempre a diffondersi ulteriormente. E ciò che come una sorta di fede religiosa nel mondo viene diffuso dalle scienze naturali, non può in alcun modo essere fermato: viene; viene da un lato certamente, e viene a benedizione dell’umanità. E non durerà molto a lungo, forse solo alcuni decenni, e poi nessuna confessione potrà più opporsi al fatto che nel più semplice uomo primordiale arrivi una tale consapevolezza della pura naturalità come la coltiva la scienza naturale. Questo è da un lato già certo.

Ma d’altro lato c’è qualcosa d’altro che è certo. È certo dall’altro lato che, mentre questa pura visione del mondo scientifica naturale si impadronirà degli animi, lo Spirituale stesso, attraverso questa scienza naturale, potrà essere coltivato sempre meno. Lo Spirituale deve venire da un’altra parte — anche se ugualmente rigorosamente scientifico — come la scienza naturale conosce l’esistenza naturale da un lato; poiché la conoscenza dell’esistenza naturale sarà sempre più necessaria per l’adempimento di quei compiti che l’uomo dovrà adempiere in futuro tra la nascita e la morte. Da un’altra parte gli dovrà venire ciò che lo eleva nel mondo spirituale.

Un impulso fondamentale ora si è già annunziato nei più ampi circoli anche nella forma fino a ora esistente della comprensione del Mistero del Golgota, e in particolare si manifesta nel nostro tempo. Si può già dire oggi: i nemici più intensi di una comprensione dell’impulso del Cristo sono i pastori delle diverse confessioni — per quanto strano possa suonare; ma ciò che più allontana l’impulso del Cristo dagli uomini è il modo in cui i pastori delle diverse confessioni e i teologi rappresentano questo impulso del Cristo. Poiché da una comprensione di ciò di cui veramente si tratta in questo impulso del Cristo, le confessioni sono davvero oggi molto, molto lontane. Ora non ho l’intenzione, oggi, di dire tutte le cose essenziali riguardo all’impulso del Cristo. Su questo, nel corso del tempo, abbiamo raccolto vari aspetti e lo faremo ancora. Ma uno desidero evidenziare, che particolarmente nel nostro tempo emerge particolarmente forte riguardo all’impulso del Cristo. È che gli uomini devono già intendere che l’impulso del Cristo deve essere trattato, nel senso più intenso, in modo completamente diverso da altri impulsi storici. Lo intendono anche, la gente, ma continuamente chiudono gli occhi a compromessi. Fanno mezze misure, non hanno il coraggio delle cose intere. Ciò che si dovrebbe intendere riguardo all’impulso del Cristo è che è impossibile dire qualcosa riguardo all’impulso del Cristo secondo i metodi della storia ordinaria. Eminenti teologi dicono che non si può affatto parlare del fatto che i Vangeli siano autentici nel senso storico ordinario; ciò che può essere portato come prova storica, come prova storica che il Cristo è vissuto, lo si può racchiudere in una pagina di formato, dicono i celebri teologi. Così celebri teologi del presente già ammettono: sui Vangeli non ci si può affidare se si vogliono solo trattare come fonti storiche. Non è possibile fornire alcuna prova che essi rappresentino fatti storici. — Questo è naturalmente ciò che deve essere trattenuto oggi. Ma ciò che si può portare come conferma storica, così come ci sono documenti storici riguardo ad altre personalità della storia mondiale, quello — dicono celebri teologi — si può scrivere in una pagina di formato. Il significativo in ciò è solo che ciò che sta su questa pagina di formato non è nemmeno vero nel senso storico ordinario.

L’umanità dovrà farsi questa confessione: che non ci sono motivi storici, come ce ne sono per esempio per Socrate o per Cesare, per l’esistenza del Cristo Gesù sulla terra, ma che questa esistenza deve essere compresa spiritualmente. Questo è appunto ciò che è essenziale della cosa. L’umanità avrebbe dovuto ricevere nel Mistero del Golgota qualcosa su cui essa, se vuol solo affidarsi a testimonianze fisiche, deve errare, riguardo al quale attraverso testimonianze fisiche non ha nulla, o che deve afferrarlo in modo spirituale.

Riguardo a tutto il resto è lasciato libero all’umanità di cercare testimonianze storiche; riguardo al Mistero del Golgota, le testimonianze storiche, nel senso più intenso, non sarebbero mai di alcun giovamento all’umanità, bensì l’umanità dovrebbe essere costretta a non comprendere questo importante evento della terra in modo fisico-storico, ma dovrebbe essere obbligata a usare una comprensione spirituale. Chi non vuole comprendere il Mistero del Golgota senza documenti storici, attraverso la comprensione spirituale dello sviluppo terrestre, non lo comprenda. Questo è il volere, si può già dire, il volere degli dèi. L’umanità, riguardo alla questione più importante della terra, deve essere costretta alla spiritualità. Può comprendere il Mistero del Golgota solo — altrimenti è sempre storicamente confutabile — quando si eleva alla comprensione spirituale del mondo.

Solo la scienza dello spirito come tale può parlare della realtà del Mistero del Golgota. Si può dire: tutto il resto è antiquato. Leggete pure il notevole libro di un teologo che sviluppa tutte le teorie su Gesù del tempo moderno da Lessing fino a Wrede: troverete che una tale esposizione fornisce la prova che effettivamente la storia deve essere superata in questo campo, che deve accadere una nuova comprensione. E questa nuova comprensione può essere trovata solo sulla strada della scienza dello spirito.

Comprendiamo questo, miei cari amici, ed è appunto giunto il momento nel nostro tempo in cui gli uomini potranno sperimentare l’azione continuata del Mistero del Golgota solo in modo spirituale. Perciò ho parlato del riapparire spirituale-eterico del Cristo nel ventesimo secolo, e l’ho rappresentato nel primo mistero. Ma questo sarà un’esperienza spirituale, anche se un’esperienza spirituale-chiaroveggente, un’esperienza spirituale.

Così il Mistero del Golgota è intimamente connesso con l’elevazione necessaria dell’umanità alla spiritualità dal nostro tempo in poi. Così come l’umanità deve elevarsi a una certa spiritualità dal nostro tempo in poi, così è vero che deve comprendere, dal nostro tempo in poi, che il Mistero del Golgota può essere da allora colto solo nella spiritualità, e che il cristianesimo deve sperimentare essenzialmente una continuazione spirituale, non una continuazione storica nel senso esterno di ricerca storica o trasmissione storica. Ma si tratta solo del fatto che, di nuovo, ciò che ho appena detto non sia compreso nel senso astratto, che non si creda che con i pochi concetti della comprensione del significato del Mistero del Golgota, come molto spesso ci si forma, si sia già fatto tutto. No, si deve avvicinarsi a queste cose in piena concretezza; non ci si deve solo formare rappresentazioni sul Cristo e sulla sua azione, bensì si deve, in un certo senso, poter trovare il regno del Cristo nel nostro regno terrestre. Il Cristo è entrato nel regno terrestre, e si deve poter trovare il suo territorio.

La scienza naturale, quando si sviluppa proprio alla massima perfezione, fornirà un’immagine del mondo come potrebbe accadere anche senza l’aiuto del Mistero del Golgota; la scienza naturale da sé non arriverà mai durante lo sviluppo terrestre al punto in cui il fisico o il biologo parli del Mistero del Golgota dalle sue premesse. Ma ogni scienza gradualmente, in quanto tratta di ciò che accade intorno a noi dalla nascita alla morte, diventerà sempre più scienza naturale. Accanto a essa la scienza dello spirito dovrà attingere dal regno spirituale.

Ma allora si tratta di: Come trovare non solo una scienza, ma un stare dentro al regno spirituale, in modo da non trovare solo la natura? Poiché in una natura non troveremo mai l’impulso del Cristo. Come trovare il mettersi dentro al regno spirituale, non solo il saperne? Ora, potete già riconoscere da ciò che ho detto che alla consapevolezza che davvero nel moderno e particolarmente nell’umanità futura sarà una pura consapevolezza naturale, una consapevolezza di fatti naturali, deve aggiungersi un’altra consapevolezza. Deve subentrare un’altra consapevolezza completamente diversa. Per questa consapevolezza sarà per così dire la necessità della comprensione del Mistero del Golgota come fatto spirituale solo il culmine più elevato. Ma ciò che è necessario riguardo al Mistero del Golgota, la cosa come una verità spirituale capire, questo dovrà essere esteso anche al resto della vita. Ma ciò non significa nulla di diverso che deve entrare nella consapevolezza umana, oltre la pura considerazione naturale, una considerazione completamente diversa delle cose.

E questa considerazione delle cose, verrà e deve venire per il fatto che l’uomo impara a guardare consciamente nel mondo, così come attraverso le sue percezioni sensoriali guarda nel mondo sensibile, il suo corso del destino nel grande e nel piccolo. Che cosa intendo con ciò? Oggi l’uomo presta ancora poca attenzione al suo corso del destino. Ma considerate casi estremi. Vi racconterò un caso, che può condurci a ciò che veramente intendo — un caso su migliaia. Si potrebbero raccontare migliaia di tali casi, innumerevoli migliaia.

Un uomo parte da casa per una passeggiata, che ha fatto spesso. Lo conduce su un pendio di collina verso un altopiano di roccia, da cui ha una vista molto bella. Questa vista l’ha cercata spesso; è per così dire la sua passeggiata ordinaria. Mentre un giorno faceva questa passeggiata, gli viene come dal nulla il pensiero: attenzione, stai attento! — E sente nello spirito — non attraverso un’allucinazione, ma nello spirito — una voce dire: perché vai per questa strada? Non puoi una volta astenerti dal tuo piacere? — Lo sente nello spirito. Questo lo rende pensieroso; si sposta un po’ di lato, pensa un po’ — allora una massiccia roccia precipita, proprio nel punto che avrebbe dovuto calpestare se non si fosse spostato di lato, e che certamente lo avrebbe ucciso.

Ora vi prego di porvi la domanda: che cosa qui gioca un ruolo nel destino? Accade qualcosa. L’uomo vive ancora. La vita di molti uomini su questa terra è collegata alla sua vita. Tutto sarebbe stato diverso se la roccia avesse ucciso questo uomo. Accade qualcosa. Cercate di spiegare questo qualcosa secondo leggi naturali, allora naturalmente non arrivate a ciò che è proprio nel destino. Naturalmente potete spiegare attraverso leggi naturali perché la roccia si è staccata e perché l’uomo sarebbe stato ucciso dopo che la roccia fosse già caduta e così via. Ma in tutto ciò che si può naturalisticamente dire sulla cosa, ciò che è proprio nel destino non è nulla di presente, non ha nulla a che fare.

Vi ho raccontato un caso estremo. Ma, miei cari amici, dalla nostra intera vita è composta per quanto la nostra vita è un’essenza di destino. Solo che l’uomo non ci fa attenzione, l’uomo non sta attento; non si accorge di queste cose come si accorge di ciò che gli viene trasmesso dai sensi come fatti naturali. Da giorno a giorno, da ora in ora, da momento a momento accadono cose, che in un caso estremo sono state descritte con quello che ho indicato. Pensate solo una volta come spesso voi — bisogna considerare anche queste cose nel piccolo — volete allontanarvi da casa: siete trattenuti per mezz’ora. Tali e simili cose accadono migliaia di volte nella vita. Vedete solo che cosa accade dopo che siete stati trattenuti per mezz’ora; non considerate affatto che cosa sarebbe accaduto, completamente diverso, se vi foste allontanati mezz’ora prima!

Così un regno completamente diverso continuamente entra nella nostra vita, il regno del destino, che l’uomo odierno non nota affatto, perché veramente rivolge lo sguardo solo a ciò che accade, e non a ciò che continuamente viene allontanato dalla sua vita. Non potete affatto sapere se non potevate fare qualcosa tre ore fa che vi è stato impedito, per mezzo di cui non sareste qui adesso, forse non vivreste più. Vedete sempre solo ciò per cui erano già necessari impulsi spirituali in modo molteplice affinché accadesse. Non presupponete per lo più con la consapevolezza ordinaria che ciò che fate nella vita è il risultato di impulsi spirituali cooperanti. Divenite attenti a questo, intendete che c’è un regno del destino come c’è un regno del naturale, allora non troverete questo regno del destino affatto più povero di contenuto del regno del naturale. Ma in questo regno del destino, che solo, direi, in particolari sezioni, quando accadono casi estremi come quello che vi ho raccontato, appare chiaro e piano di fronte alla comprensione umana, in questo regno del destino agisce ciò che ho descritto prima. Là agiscono negli impulsi emotivi, negli impulsi di volontà, attraverso cui il destino agisce, gli impulsi dei morti. E sebbene chi dice una tale cosa sia ancora oggi considerato dai «molto intelligenti» come un sciocco superstizioso, è però vero che con la stessa esattezza con cui oggi si pronuncia una legge naturale, si può dire che quello stesso uomo al quale una voce ha parlato, il morto o questo morto ha parlato per ordine di qualche gerarchia, e che continuamente, da mattina a sera e particolarmente da sera a mattina, durante il nostro sonno, agiscono in noi gli impulsi dei morti, e gli impulsi delle gerarchie spirituali, che operano il destino.

Ora vi attiro l’attenzione su una cosa. Avrete sentito qualcosa sul demone socratico, sul demone di Socrate: come Socrate, il saggio greco, ha parlato del fatto che tutto ciò che fa, sta sotto l’influsso di un demone. Ho parlato di questo demone socratico nella mia breve scrittura «La guida spirituale dell’uomo e dell’umanità». Nel mio nuovo scritto «Degli enigmi dell’anima», dove il secondo capitolo tratta dello studioso individuo Dessoir, si può vedere come Dessoir tratta anche tali cose; ho indicato questo daimonion di Socrate. A Socrate è diventato consapevole solo ciò che ha agito in tutti gli uomini. Fino al Mistero del Golgota erano certi esseri che erano indicatori di direzione per ciò che i morti facevano entrare nella vita umana. Questi esseri hanno perso la loro forza nel tempo del Mistero del Golgota, e al loro posto è subentrato l’impulso del Cristo. E ora avete collegato spiritualmente l’impulso del Cristo con il destino dell’uomo. Nelle nostre sfere di volontà e nelle nostre sfere emotive agiscono così, come l’ho descritto, le forze, gli impulsi dei morti. I morti agiscono; ma sperimentano anche rafforzamenti e indebolimenti della volontà. E questo intero regno è un regno terrestre, è come il regno naturale un regno terrestre. Ma l’impulso che dal Mistero del Golgota vive, è l’impulso del Cristo. Il Cristo è la potenza dirigente in questo regno che vi ho descritto. Non si fonderà quindi solo una scienza del Mistero del Golgota, ma si dovrà sapere in futuro: il nostro mondo penetra, così come il mondo dei fatti naturali, un regno del destino come l’altro polo. Questo regno del destino ancora poco è preso in considerazione oggi. Lo si dovrà considerare come si considera il regno del naturale. Ma allora si saprà contemporaneamente: in questo regno del destino siamo in connessione con i morti, si saprà che in questo regno, che abbiamo in comune con i morti, è contemporaneamente contenuto il regno del Cristo, che il Cristo attraverso il Mistero del Golgota è disceso sulla terra alla sua efficacia, per avere con noi uomini sulla terra di nuovo in comune quello che abbiamo con i morti, in quanto i morti operano nel regno terrestre — non intendo il caso di eccezione, bensì il caso normale.

Se questo non sarà solo una verità astratta, non solo una verità concettuale, una verità domenicale a cui ci si ricorda più spesso una volta, perché ci viene in mente che così è vero, bensì quando l’uomo in questo regno del destino camminerà consapevolmente come cammina consapevolmente nel regno delle percezioni sensoriali, quando per così dire come va per il mondo e lo fa con i suoi occhi, sente anche di stare intessuto in questo regno del destino, e in questo regno del destino sente sempre insieme le forze del Cristo con le forze dei morti, allora, miei cari amici, l’umanità svilupperà veramente una vita concreta, una vita concreta, una vita secondo il sentimento con i morti. Si vivrà, quando si sente una cosa o l’altra, quando si compie una cosa o l’altra, come si sente insieme con i cari defunti. La vita sarà infinitamente arricchita.

Adesso forse non dimentichiamo nel senso in cui così diciamo i nostri morti; manteniamo il loro ricordo. Ma una vita intensiva — e sarà solo la vera vita, perché altrimenti la vita è addormentata, per quanto è destino — una vita intensiva catturerà l’umanità, e questo porterà già al fatto che non solo si manterrà il ricordo dei morti, bensì si saprà: Se fai questo, se fai questo passo, se intraprendi questo, se hai successo in questo: vi coopera questo o quel morto. — I legami con i morti non si scioglieranno, rimangono. Questo arricchimento della vita sta di fronte all’umanità per il futuro terrestre. E se abbiamo il quinto periodo postatlantideo, questo quinto periodo postatlantideo agisce sostanzialmente all’educazione dell’umanità nella direzione appena indicata, e il sesto periodo postatlantideo l’umanità non potrà affatto sopravvivere, se non si dispone a sentire queste cose nel modo giusto: ad accogliere nella consapevolezza la realtà del destino, come l’umanità ora accoglie solo la realtà del naturale.

Comprendere nel modo concreto il collegamento del Mistero del Golgota con il problema della morte: questo è ciò a cui intendevo attirare l’attenzione oggi. È anche qualcosa che è intimamente connesso con ciò che ora deve divenire consapevole all’umanità. Poiché tra le molte cose che mancano all’umanità, c’è appunto quella che gli uomini hanno perso la possibilità di sperimentare ancora, nelle loro spinte emotive e di volontà, le vere realtà. Gli uomini gradualmente si sprofondano in grandi illusioni: la più grande illusione a cui possono abbandonarsi è che possano plasmare la vita terrestre secondo leggi terrene. Un’ampia illusione, che trova il suo estremo, il suo estremo radicale per esempio nel puro socialismo materialista, che naturalmente non permetterà mai che, quando noi uomini facciamo la minima cosa l’uno con l’altro, i morti cooperino, bensì ordina tutto secondo leggi economiche, cioè secondo leggi puramente fisiche. Questo è un estremo. D’altra parte l’estremo di cui ora tutti i cosiddetti idealisti sognano: creare su tutta la terra, prescindendo da tutto lo spirituale, pure organizzazioni programmatiche, interne e internazionali, per mezzo delle quali presumibilmente le guerre devono essere abolite. Gli uomini si convinceranno, se si lasciano coinvolgere in tale illusione, che proprio attraverso questo non aboliscono ciò che vogliono abolire, bensì lo evocano, ciò che vogliono abolire. C’è una buona volontà in queste cose. È ciò che dalla consapevolezza materialista del tempo, direi, deve emergere come una punta politica dell’intero essere terrestre, che però condurrà esattamente al contrario di ciò che si vuol realmente realizzare. Ciò di cui si tratta è che su tutta la terra deve diffondersi la comprensione del destino, e che questa comprensione del destino deve anche impadronirsi delle legislazioni, delle organizzazioni politiche, poiché esse formano la base per la struttura delle relazioni sociali. Ciò che non vuol andare d’accordo con questo sviluppo spirituale dell’umanità, semplicemente entrerà in dissoluzione, avrà solo costruito per demolire. Perciò è intimamente connesso con ciò che oggi significano i segni dei tempi. Non abbiamo bisogno di fare qui nessuna cosa, per dirla rozzamente, politica; naturalmente non lo faremo. Ma le esigenze dell’epoca devono appunto essere viste proprio da coloro che desiderano rivolgere lo sguardo allo sviluppo spirituale dell’umanità. E deve essere compreso: sul cammino su cui oggi è praticamente sempre camminato, il Cristo può solo esser perso; guadagnato può essere lui come l’unico vero re legittimo e signore della terra solo attraverso l’elevazione dell’umanità alla spiritualità. Potete esserne certi: se il Cristo non viene cercato così come le singole confessioni lo cercano oggi — che si sono davvero, negli ultimi tempi, in modo strano trovate in ogni sorta di compromessi su una visione del Cristo, che sanno celebrare il Cristo anche come dio della battaglia qua e là — bensì quando il Cristo viene cercato dove nella sua realtà è da trovare, per il fatto che gli uomini comprenderanno il regno del destino come una realtà, allora troveranno il Cristo così come oggi abbiamo indicato, e allora sarà creata quella organizzazione tra gli stati che significa la diffusione del vero cristianesimo sulla terra.

Che non vi si è molto vicini, potete vederlo se riflettete un poco. Pensate una volta che a tutti coloro che ora parlano di come vogliono stabilire la pace nel mondo, che presentano tutti questi programmi — chi non ne parla! — gli poreste davanti il programma di rendere il Cristo accessibile all’umanità; allora verrebbe la pace, una pace duratura, per quanto è possibile sulla terra. Immaginate che cosa direbbero i vari circoli che provengono dalla buona volontà, se gli si presentasse questo! Abbiamo perfino sperimentato che dal Vicario del Cristo sulla terra è emanato un programma di pace. Ma non vi troverete molto del Cristo!

Queste cose, lo so, oggi non le si prende neppure abbastanza sul serio. Ma se non vengono prese sul serio, l’umanità non potrà intraprendere un cammino salutare. Così come è una necessità che il Mistero del Golgota sia compreso spiritualmente, così è una necessità che gli uomini comprendano i segni dei tempi in modo tale da vedere veramente nella scienza dello spirito qualcosa senza cui anche l’esteriore gestione sociale del futuro non potrà più fare. Anche nella conferenza pubblica domani avrò di toccare tali cose, sebbene in modo diverso.

Questo è ciò che come una seconda considerazione desidero aggiungere alla precedente, che avevamo allora svolto sulla convivenza dei cosiddetti morti con i viventi.

E ora desidero fare alla fine un'osservazione che mi è antipatica, che ho fatto negli altri rami. La maggior parte dei cari amici probabilmente la conosce, e solo per completezza devo farla. Non so se sappiate che le più incredibili cose diffamatorie, che suonano così da stupirsi di come una qualche orribilità negli impulsi degli animi possa venire su tali cose, che queste cose grano intorno nel mondo, e il movimento della scienza dello spirito deve essere protetto da queste — si può già dire — ignominiose diffamazioni. Da ciò risulta la necessità che per il prossimo periodo, nonostante il fatto che tutto debba accadere per lo sviluppo esoterico ricercato dei nostri amici, ciò che era discussioni private nel senso ordinario non può più aver luogo. Perché appunto da queste discussioni private si compilano queste diffamazioni. Quindi uno è che devo necessariamente chiedere ai nostri amici di comprendere che per il momento tali discussioni private non possono aver luogo. Ma sarebbe incompleto se solamente diceste questo; bensì a esso appartiene la necessaria altra integrazione: che chi vuole — naturalmente solo chi vuole! — può raccontare tutto ciò che è mai stato detto e accaduto in tali discussioni private senza riserve. Non c’è nulla, se si dice la verità, che debba rimanere nascosto all’interno del nostro movimento.

Sono costretto a queste due misure. Concedetemi un po’ di tempo; si troveranno altri mezzi e modi affinché ognuno ottenga il suo diritto di scienza dello spirito. Ma il movimento della scienza dello spirito non deve essere bloccato da cose che non hanno nulla a che fare con esso. E perciò appunto coloro che lealmente e onestamente aderiscono al nostro movimento devono comprendere che queste discussioni nel senso ordinario non possono più aver luogo, e che d’altra parte io sciolgo ognuno da ogni impegno. Ognuno può raccontare come vuole — nessuno deve, naturalmente — da parte mia ovunque, perché non c’è nulla che non debba essere detto quando lo si racconta secondo la realtà, la verità. Ma affinché questo sia stabilito, queste due disposizioni devono essere prese. Mi dispiace molto di dover fare queste comunicazioni; ma so che appunto coloro dei nostri amici che stanno meglio verso il nostro movimento comprendono completamente la necessità, e che esattamente in ciò parteciperanno pienamente.

Ora non abbiamo bisogno che di essere consapevoli della serietà della situazione in cui siamo nel nostro tempo. E perciò è per me proprio tale convivenza sempre, direi, un importante, serio evento; e in particolare ora, in questo tempo catastrofale, voglio che ci compenetriamo con piena sincerità e genuinità con la consapevolezza della necessità del tenerci insieme riguardo al nostro principio antroposofico del tenerci insieme nello spirito. Sebbene temporaneamente appunto non possiamo trovarci nello spazio, rimaniamo insieme nello spirito. In ciò vedo il migliore saluto che vi presento, poiché siamo stati nuovamente insieme e forse per un po’ ancora possiamo stare insieme solo nello spirito.

2°La morte come metamorfosi della vita

Norimberga, 10 Febbraio 1918

Nelle considerazioni che svolgiamo nell’ambito della nostra scienza dello spirito, c’è molte cose che nel viver quotidiano forse non possiamo applicare immediatamente, di cui forse ci diciamo che è lontana dalla vita quotidiana. Ma ciò è solo apparente. Ciò che noi riceviamo come conoscenza dai misteri del mondo spirituale nella nostra conoscenza ha sempre, in ogni ora, in ogni istante, un significato forte e profondo per la nostra anima. E ciò che personalmente sembra più lontano, talvolta è appunto molto vicino a ciò di cui l’anima ha bisogno nel suo intimo. Con il mondo fisico-sensibile, dipende dal fatto che ci familiarizziamo con esso, per conoscerne il contenuto. Con il mondo spirituale essenzialmente dipende dal fatto che ciò che ci offre come pensieri, come rappresentazioni, noi stessi lo pensiamo, noi stessi lo rappresentiamo; allora talvolta questi pensieri lavorano nella nostra anima completamente inconsciamente. E ciò su cui l’anima lavora, può sembrare a noi piuttosto lontano; ma sarà proprio vicino al superiore nella nostra anima in realtà.

E così vogliamo oggi occuparci di una considerazione che da certi punti di vista abbiamo svolto più spesso, che però svolgeremo oggi da un altro punto di vista. Vogliamo occuparci di ciò che per noi, che per l’uomo in generale nella vita fisica sembra così lontano, con la vita che scorre tra la morte e una nuova nascita. E desidero appunto oggi semplicemente raccontare in modo schietto in modo semplice alcune cose che se ben preparati attraverso molte cose, possiamo comprendere nel modo giusto, come si presenta alla ricerca dello spirito. Comprendere, intendere le cose è possibile se continuamente le ripetiamo e di nuovo le ripetiamo e le ripetiamo di nuovo; attraverso la loro propria forza si chiariscono nell’anima. E colui che non le comprende, dovrebbe effettivamente inizialmente essere convinto che non le ha pensate abbastanza spesso nella sua anima. Devono essere ricercate attraverso la scienza dello spirito, comprese quando le si prende spesso e di nuovo nella anima. Si confermeranno allora in particolare davanti ai fatti che ci si presentano nella vita, se guardiamo questa vita con attenzione, si rafforzeranno ai fatti della vita stessa.

Innanzitutto devo dire — ciò che emerge da vari nostri cicli e da altre considerazioni — che una difficoltà si presenta quando consideriamo la vita tra la morte e una nuova nascita, una difficoltà che consiste nel fatto che questa vita è completamente, completamente diversa da ciò che ci si può rappresentare qui all’interno del mondo fisico attraverso gli organi del corpo fisico. Bisogna acquistare familiarità con rappresentazioni completamente, completamente diverse.

Se qui sul piano fisico entriamo in una relazione con le cose che sono nel nostro intorno, sappiamo che solo una piccola parte di questi esseri, che ci circondano nel mondo fisico, si comportano riguardo alle nostre azioni, alle nostre manifestazioni di volontà in modo tale che possiamo dire: le nostre manifestazioni di volontà procurano gioia o dolore a ciò che è nel nostro intorno. — Possiamo dire questo riguardo a quella parte della nostra circondanza fisica che attribuiamo al regno degli animali, al regno degli uomini. Al contrario siamo inizialmente — sappiamo che è qualcosa di diverso quando guardiamo la cosa spiritualmente, ma qui non si tratta di questo — completamente giustificati nel credere che l’intera natura minerale, compresi tutto ciò che è nell’aria e nell’acqua, e anche sostanzialmente la natura vegetale, siano insensibili a ciò che chiamiamo gioia e dolore, quando le azioni procedono da noi stessi.

Nell’intorno in cui il cosiddetto morto è, non è così. In questo intorno, in cui il cosiddetto morto è, tutto ciò che appartiene a questo intorno è tale che, qualunque cosa il morto fa, desta nel suo intorno gioia o dolore. Il morto non può affatto fare nulla, non può affatto, se posso esprimermi in modo figurato, muovere le membra, senza che nel suo intorno gioia o dolore sia destato da ciò che fa.

Bisogna solo mettersi correttamente in questo. Si deve accogliere il pensiero che la vita tra la morte e una nuova nascita è costituita in modo che tutto, nell’intorno di questo, fa risuonare quest’eco, tutto ciò che facciamo; che tutto il tempo, tra la morte e una nuova nascita, siamo sempre di fronte al fatto che non possiamo fare nulla, che non possiamo, come ho detto, parlando in modo figurato, neppure muoverci, senza provocare gioia o dolore nel nostro intorno. Perché ciò che qui sul piano fisico abbiamo come regno minerale nel nostro intorno, questo non esiste per il morto. Ugualmente non esiste il nostro ordinario regno vegetale. Questi regni, come potete desumere dalla mia «Teosofia», sono presenti in una forma completamente diversa. Come sono qui, per così dire come regni insensibili, non sono presenti nel mondo spirituale. Il primo regno di quelli che sono qui sul piano fisico, che per il morto ha un certo significato per il fatto che si può paragonare con ciò che il morto ha nel suo intorno, è il regno animale. Solo, naturalmente, non i singoli animali che sono qui sul piano fisico, bensì l’intero intorno è tale da agire come agiscono gli animali. L’intero intorno reagisce in modo tale che da ciò che si fa procede gioia o dolore. Ora, noi qui sul piano fisico stiamo su terreno minerale; il morto sta su un terreno, vive in un intorno che in questo senso possiamo chiamare animale. Quindi vive di per sé due regni più in alto. L’intera vita tra la morte e una nuova nascita consiste, riguardo alla sua attività più esterna, nel conoscere [il regno animale]; non come qui conosciamo il regno animale — lo conosciamo solo esteriormente, dal di fuori —; l’intera vita tra la morte e una nuova nascita consiste nel conoscere il mondo animale come tale sempre più e più attentamente. Poiché in questa vita tra la morte e una nuova nascita bisogna preparare tutte quelle forze che dal cosmo penetrano organizzando il nostro corpo, di cui qui nel mondo fisico non sappiamo nulla. Come il nostro corpo, fino alle sue parti più piccole, sia formato dal cosmo, lo si sa tra la morte e una nuova nascita. Poiché si prepara, per così dire, come la somma di tutto l’animale questo corpo fisico. Lo si costruisce da sé.

Per avere questa rappresentazione più esattamente, bisogna certamente acquistare familiarità con un concetto, con un’idea che all’umanità moderna è piuttosto lontana. L’umanità moderna è bensì convinta che, quando un ago magnetico mostra la direzione Nord-Sud, cioè con un’estremità a nord, con l’altra a sud, ciò non viene dall’ago magnetico stesso, bensì che la terra nel suo insieme è un magnete cosmico, la cui una punta indica verso il sud, l’altra verso il nord, e si considererebbe una follia se qualcuno affermasse che questa direzione è prodotta solo attraverso forze che stanno nell’ago magnetico stesso. Ma riguardo a ciò che si sviluppa come germe nell’essere animale o umano, la scienza moderna nega l’influsso cosmico. Ciò che si considererebbe una follia riguardo all’ago magnetico, lo si assume invece quando, diciamo, nell’ovaia si forma il germe. Ma quando si forma il germe nell’ovaia, è veramente l’intero cosmo che vi partecipa; qui sulla terra accadono solo gli stimoli. Tutto ciò che si forma nel germe è un’impronta delle forze cosmiche, e l’ovaia stessa — così è anche con l’uomo — è solo un luogo in cui il cosmo, l’intero sistema mondiale, lo sviluppa. Bisogna acquistare familiarità con questo. E a tutto questo sistema di forze che permea il cosmo, l’uomo tra la morte e una nuova nascita lavora in comunione con esseri più elevati, con esseri delle gerarchie superiori, appunto insieme. Si lavora sempre tra la morte e una nuova nascita; non si è inattivi, si lavora nello spirituale.

Il primo regno con cui si acquista familiarità è l’animale. E che lo si faccia correttamente dipende sostanzialmente da ciò che segue: se si tenta di fare qualcosa in modo errato, si deve immediatamente percepire il dolore, la sofferenza dell’intorno; se si fa qualcosa di corretto, si percepisce gioia dell’intorno, letizia dell’intorno. In questo modo si lavora attraverso, generando gioia e letizia; si lavora in questo modo attraverso, in modo che infine l’animico sia talmente disponibile che possa scendere e coincidere con ciò che sulla terra vivrà come corpo fisico. Mai la sfera vitale potrebbe scendere se non avesse essa stessa lavorato sulla forma fisica.

Il regno animale quindi è quello di cui si acquisisce dapprima familiarità. Il prossimo regno è quello che qui si ha come regno umano. Minerale e regno vegetale rimangono inizialmente fuori. Nel regno umano però è così che il morto, in un certo senso — si potrebbe dire: con riguardo ai concetti usuali — è limitato nella sua conoscenza umana. Egli non può, a dire il vero, tra la morte e una nuova nascita — subito dopo la morte o poco dopo — stabilire relazioni, rapporti con le anime umane, indipendentemente dal fatto che siano ancora sulla terra o siano anche già di là, con le quali non sia stato in qualche modo già legato dal karma qui sulla terra nella vita o in incarnazioni precedenti. Le altre anime gli passano davanti, non le percepisce. Il regno animale lo percepisce come un intero; dalle anime umane solo quelle — sempre più e più attentamente si diventa familiari — con cui è entrato in relazione karmica qui sulla terra. Questo non è un piccolo numero di persone, non dovete crederlo, perché molte vite terrestri si sono già svolte per il singolo uomo. In ogni vita terrestre si è stabilito un gran numero di relazioni karmiche; da queste è tessuta la rete che si diffonde di là sulla nostra conoscenza. Al di fuori del cerchio rimangono solo gli uomini con cui non siamo mai stati familiari. Da questo vedete ciò che è importante da fissare: che la vita terrestre nel suo insieme ha la sua importanza più intensa nel tutto cosmico per l’uomo. Se la vita terrestre non fosse vissuta, non potremmo stabilire rapporti con le anime umane neppure nel mondo spirituale. I rapporti sono stabiliti qui sulla terra karmicamente, e continuano poi tra la morte e una nuova nascita. Si può vedere, se si è in grado di guardare in questo mondo, come il cosiddetto morto stabilisca progressivamente sempre più connessioni, che sono tutte connessioni che risultano da ciò che ha stabilito qui sulla terra karmicamente.

Se si può dire che con il primo regno, con cui il cosiddetto morto viene in contatto, con il regno animale, è così che tutto ciò che egli fa, se solo si muove, si trasforma in gioia o dolore nel suo intorno, così si può dire di tutto ciò che è sperimentato nel regno umano, che il morto è ancora molto più intimamente connesso con gli uomini nell’animico. Là è lui stesso dentro. Un’anima con cui il morto viene a conoscenza, il morto la conosce appunto come se lui stesso fosse dentro questa anima. Dopo la morte si diventa familiari con un’anima come qui con il proprio dito o con la testa o con l’orecchio: si sente dentro. È una connessione molto più intima di quella che può esserci qui sulla terra. E questi sono i due principi base per stare insieme con anime umane tra la morte e una nuova nascita: che uno è dentro o fuori. Uno sta anche con quelli che conosce, alternativamente dentro o fuori. L’incontro con queste anime consiste sempre nel fatto che uno si sente insieme con loro, che uno è dentro. L’essere fuori significa che non si fa loro attenzione. Come qui si guarda qualcosa: allora la si percepisce; se si guarda da un’altra parte, non la si percepisce più. Là si è, riguardo alle anime umane, dentro, quando si è in grado di rivolgere l’attenzione a loro; si è fuori quando non lo si può.

In ciò che vi ho ora esplicito, avete, direi, la struttura fondamentale per lo stare insieme dell’anima con altre anime per il tempo tra la morte e una nuova nascita. In una maniera simile dentro o fuori è allora l’uomo tra la morte e una nuova nascita riguardo gli esseri delle altre gerarchie, Angeloi, Archangeloi e così via. Solo che quanto più elevato è un regno, tanto più dopo la morte l’uomo si sente connesso con questo regno, sente di esserne portato; lo sente potentemente portatante. Così gli Archangeloi portano l’uomo più potentemente degli Angeloi, gli Archai di nuovo più potentemente degli Archangeloi e così via.

Ora, nel riconoscimento del mondo spirituale come tale gli uomini ancora oggi vedono certe difficoltà. Queste difficoltà si risolveranno relativamente quando gli uomini diventeranno un poco più familiari con i misteri del mondo spirituale. Ma c’è una cosa doppia che si può chiamare il divenire familiari con il mondo spirituale. Una è tale familiarità che si guadagna la certezza completamente sufficiente dell’eterno nella propria natura umana. Questa conoscenza, che nella natura umana risiede un nucleo di essere che è eterno, che passa attraverso morti e nascite, questa conoscenza, anche se è estranea all’umanità moderna, è relativamente facile da conseguire, e sarà veramente conseguita, se qualcuno ha solo abbastanza pazienza, sulla via descritta nel mio libro «Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?» e in altri. La si consegue su questa via. Questo è il primo riconoscimento.

L’altra è ciò che si può chiamare commercio diretto con gli esseri del mondo spirituale, commercio diretto concreto, dal quale vogliamo oggi stralciare il commercio che si può avere di qui verso i cosiddetti morti. Questo è qualcosa che è completamente possibile, ma che presenta certamente maggiori difficoltà rispetto a quello caratterizzato per primo. Quello caratterizzato per primo è qualcosa che è facile da conseguire; l’altro, davvero comunicare con singoli morti, è interamente possibile, ma è difficile da conseguire, perché richiede attenzione da parte di chi cerca questo commercio. Per questo particolare commercio è necessario che l’uomo veramente possa sottomettersi a una certa disciplina. Poiché c’è una legge molto significativa per il commercio con il mondo spirituale. Questa si può esprimere dicendo che ciò che per l’uomo qui sono istinti più bassi, visto dal lato opposto, dal lato spirituale, è vita più elevata, e perciò può molto facilmente accadere, se l’uomo non si è disciplinato adeguatamente, che egli, per il commercio diretto con i cosiddetti morti, senta eccitati bassi istinti. Se entriamo in rapporto con il mondo spirituale in generale, se ci procuriamo conoscenze sulla nostra propria immortalità e abbiamo a che fare con lo spirituale-animico, allora non si può parlare del fatto che qui possa venire qualcosa di illecito. Se però abbiamo a che fare con singoli morti concreti, allora c’è sempre una relazione del singolo morto — per quanto strano possa suonare — al nostro sistema di sangue e nervi. Negli istinti che si esercitano nella vita di sangue e nervi, il morto si inserisce; questo può eccitare bassi istinti. Pericoloso può naturalmente esserlo solo per chi non ha purificato la sua natura attraverso la disciplina. Questo deve una volta essere evidenziato, poiché questo è il motivo per cui il Vecchio Testamento addirittura vieta all’uomo di comunicare con i morti; non perché sarebbe peccaminoso se accade nel modo giusto. Si deve naturalmente prescindere dai metodi dello spiritismo moderno. Se accade spiritualmente, non è peccaminoso, ma se l’uomo non coltiva questo commercio con pensieri puri, penetrati di anima, conduce molto facilmente al fatto che l’uomo, come ho detto, possa agitare bassi istinti. Non i morti li agitano, ma l’elemento in cui vivono i morti. Considerate: ciò che qui sentiamo come animale è l’elemento fondamentale in cui vivono i morti. Il regno in cui vivono i morti può molto facilmente, mentre colpisce in noi, invertirsi; può diventare in noi basso ciò che è veramente più elevato là. È molto importante che si osservi questo. Si può decisamente dire, quando si parla del commercio dei cosiddetti viventi con i cosiddetti morti, perché è un fatto occulto.

Ma appunto quando si parla di questo intercourse, è possibile caratterizzare il mondo spirituale così come esso è. Poiché appunto in ciò che è sperimentato si mostra come il mondo spirituale è completamente diverso da come è qui il mondo fisico.

Ora desidero innanzitutto raccontarvi qualcosa che forse per l’uomo, finché non ha completamente sviluppato la sua chiaroveggenza, sembra banale, ma è vicino a noi quando lo pensiamo attentamente, perché passa a cose che sono più vicine alla vita. Quando colui la cui chiaroveggenza è sviluppata comunica con i morti, allora deve comunicare con loro in tale modo che da questo intercourse si vede perché all’uomo è così lontano sapere dai morti qualcosa, intendo, sapere per mezzo di percezione immediata. Per quanto strano, per quanto grottesco suoni: l’intero modo di intercourse a cui siamo abituati qui nel mondo fisico, deve completamente capovolgersi quando un intercourse è stabilito tra qui e il morto. Qui, quando parliamo con un uomo, quando parliamo da corpo fisico a corpo fisico, lì parliamo; quando parliamo, sappiamo: Noi parliamo, le parole vengono da noi. Quando lui ci risponde, o uomini ci parlano, allora sappiamo: Da loro vengono le parole.

…perché, quando abbiamo a che fare con un morto, parliamo — si può già dire: parliamo, poiché può essere un parlare. La cosa si capovolge però, in modo tale che, quando chiediamo a un morto o gli diciamo qualcosa, percepiamo allora quello che diciamo da lui; così lo percepiamo. Cioè egli ispira verso la nostra anima quello che gli chiediamo, quello che gli diciamo. E quando egli ci risponde o ci dice qualcosa, allora questo proviene dalla nostra stessa anima. Questo è qualcosa che per l’uomo è del tutto inusuale qui nel mondo fisico. Egli è abituato al fatto che quello che dice provenga dal suo essere. Per il rapporto con i morti ci dobbiamo abituare a sentire da loro quello che noi stessi diciamo, e a percepire dalla propria anima ciò che essi rispondono.

Quando si racconta la cosa, naturalmente nella sua astrazione, nel modo in cui la si racconta, è facile da comprendere; ma abituarsi veramente ad avere il rapporto impostato completamente al contrario di come siamo abituati sul piano fisico, ciò è comunque straordinariamente difficile. E veramente, per quanto strano possa suonare: sta proprio nel fatto che l’uomo è completamente disabituato a fare questo capovolgimento la ragione per cui spesso non percepiamo i morti, che sono sempre presenti, che sono sempre nel nostro intorno. Si pensa: se qualcosa proviene dalla nostra anima, allora viene da noi. E prestare attenzione, interiormente e intimamente, al fatto che dalla nostra circonferenza spirituale qualcosa possa ispirarci, qualcosa di cui potremmo dire che viene da noi stessi, ciò ci è completamente estraneo. Si preferisce piuttosto collegarsi a ciò che già siamo abituati dal piano fisico. Se qualcosa viene dal nostro intorno, lo si attribuisce a uno straniero. Questo è il più grande errore a cui ci si può abbandonare.

Ebbene, con questo ho messo in evidenza per voi una delle peculiarità del rapporto dei cosiddetti vivi con i cosiddetti morti. Se volete chiarirvi, da questo esempio, soltanto una cosa, che le cose sono veramente capovolte nel mondo spirituale, che ci si deve completamente capovolgere, allora avrete un concetto importante, di cui avete continuo bisogno se volete penetrare nel mondo spirituale, un concetto la cui applicazione concreta è straordinariamente difficile. È necessario, per esempio, anche per comprendere bene il mondo fisico, che è fondamentalmente penetrato da tutto ciò che è spirituale, possedere questo concetto di un completo capovolgimento. E poiché la scienza odierna non lo possiede affatto, e poiché nemmeno la coscienza popolare lo possiede, per questo motivo neanche comprendiamo spiritualmente il mondo fisico. Lo sperimentiamo proprio allora, quando molte persone si danno grande pena per capire il mondo. Talvolta bisogna astenersi completamente da certe cose. Anni fa, prendendo spunto da certe concezioni goethiane, ho parlato della struttura organica fisica umana esterna davanti a un gran numero dei nostri amici durante un’assemblea generale a Berlino, dove ho cercato di chiarire come la testa nella sua forma fisica possa essere compresa soltanto se la si intende come un completo capovolgimento del resto dell’organismo. Da questo nessuno ha capito nulla: che un osso che abbiamo nel braccio dovrebbe essere capovolto come un guanto, per diventare un osso del cranio. Ciò è difficile, ma non si può conoscere l’anatomia senza formarsi queste rappresentazioni. L’ho menzionato soltanto per inciso. Comprendiamo più facilmente l’altro che vi ho detto oggi, riguardo al rapporto con i morti.

Vedete, quello che ho esposto ora accade ininterrottamente. Voi tutti, così come sedete qui, siete in rapporto ininterrottamente con i morti, soltanto le persone nella vita ordinaria non lo sanno, perché tutto ciò si svolge nell’inconscio. La coscienza chiaroveggente non evoca nulla di nuovo; eleva semplicemente quello che esiste nel mondo spirituale, elevandolo alla coscienza. Voi siete in rapporto ininterrottamente con i morti.

Ora vogliamo conoscere un poco come si svolge in dettaglio il rapporto ordinario con i morti. Potete chiedervi, se un morto è passato oltre, se si rimane indietro: come mi avvicino al morto, in modo che egli mi viva in sé? — Questo è esattamente quello che ho spiegato prima. Come il morto mi si avvicina nuovamente, affinché io viva in lui? Potete porre questa domanda. Non si può rispondere correttamente a questa domanda se si considerano i soli concetti abituali al piano fisico. Sul piano fisico sviluppiamo la nostra coscienza ordinaria soltanto dal risveglio all’addormentamento. Ma per l’essere umano intero la parte della coscienza che rimane sorda, che rimane paralizzata nella vita ordinaria tra l’addormentamento e il risveglio, è altrettanto importante quanto quella tra il risveglio e l’addormentamento. L’uomo non è veramente inconscio, in senso proprio, quando dorme, bensì la coscienza è soltanto così sorda che normalmente non ne percepisce nulla. È sorda, ma bisogna prendere in considerazione l’intero uomo, il vegliante e il dormiente, quando si considera il rapporto dell’uomo col mondo spirituale.

Pensate alla vostra stessa biografia. Considerate sempre il corso della vita con i corrispondenti intervalli. Descrivete soltanto quello che accade dal risveglio all’addormentamento; poi la vita è interrotta: veglia — sonno; veglia — sonno. Ma mentre dormite, siete anche lì, e se si considera l’intero uomo, bisogna considerare lo stato di veglia e lo stato di sonno.

E quando si considera il rapporto dell’uomo con il mondo spirituale, bisogna veramente considerarne ancora un terzo. Infatti, a parte la veglia e il sonno, esiste un terzo, che è più importante per il rapporto con il mondo spirituale che la semplice veglia e il sonno, e cioè il risveglio e l’addormentamento. Questo risveglio e questo addormentamento durano sempre soltanto un attimo, e subito si entra in un altro stato. Ma se un uomo sviluppa sensibilità per questo momento del risveglio e dell’addormentamento, allora proprio questi attimi del risveglio e dell’addormentamento danno i più grandi insegnamenti sul mondo spirituale.

Al risveglio accade così: sapete, in campagna — ora anche lì queste cose gradualmente scompaiono —, ma quando noi persone più anziane eravamo giovani, la gente in campagna diceva: quando ci si sveglia, non si dovrebbe subito guardare verso la finestra illuminata, bensì stare ancora un poco al buio. — La gente in campagna sapeva del rapporto con il mondo spirituale. Sapevano ancora di ciò, e non volevano che questo momento del risveglio fosse tale che si entrasse subito nella piena luce del giorno, ma volevano rimanere raccolti, per conservare qualcosa di quello che così enormemente attraversa l’anima umana nel momento del risveglio. Questo ci turba, che entriamo subito nella piena vita diurna. In città è praticamente impossibile; lì non ci disturba soltanto la piena vita diurna quando ci svegliamo, ma già il rumore della strada, il suono del tram e così via. L’intera vita culturale mira a rendere all’uomo il più impossibile il rapporto con il mondo spirituale. Con questo non si dice nulla di contrario alla vita culturale materiale esterna, ma il fatto bisogna tenerlo presente.

Con l’addormentamento accade così che ancora nel momento dell’addormentamento il mondo spirituale si avvicina a noi in modo colossale, ma ci addormentiamo subito, perdiamo la coscienza di quello che ci ha attraversato l’anima. In certi casi tuttavia possono verificarsi eccezioni. Ora sono proprio i momenti del risveglio e dell’addormentamento i più significativi per il rapporto con i cosiddetti morti, così come altrimenti con gli esseri spirituali del mondo superiore. — Per comprendere quello che ho da dire al riguardo, è comunque necessario che vi appropriate di una rappresentazione che non si può veramente applicare al piano fisico e che perciò in realtà non si possiede. È la rappresentazione: quello che è passato nel tempo, in realtà non è passato spiritualmente, bensì è ancora lì. Questa è una rappresentazione che nella vita fisica si ha soltanto riguardo allo spazio. Quando state davanti a un albero e poi vi allontanate, più tardi vi voltate indietro: esso non scompare; è ancora lì. Così è col tempo nel mondo spirituale. Se adesso vivete qualcosa, è sparito per la coscienza fisica; spiritualmente considerato non è sparito. Potete guardare indietro come verso l’albero. È molto strano il fatto che Richard Wagner, dalle sue parole: qui lo spazio diventa il tempo — abbia saputo di questa cosa. Questo è un segreto, che veramente nello spirituale vi sono distanze, che qui non si esprimono nel piano fisico. Il fatto che un evento sia passato significa soltanto: è più lontano da noi. Vi prego di considerare ciò particolarmente per il caso che ora consideriamo. Poiché per chi abita la terra nel corpo fisico accade così che, nel momento del risveglio, il momento dell’addormentamento è passato; quando siamo nel mondo spirituale, stiamo, quando ci svegliamo, soltanto un pochettino più lontani dal momento dell’addormentamento. Ebbene, questo bisogna considerare. Ci troviamo di fronte a un morto — come già detto, lo facciamo ininterrottamente, rimane soltanto ordinariamente nell’inconscio —, quando ci addormentiamo; quando ci svegliamo, ci troviamo di fronte a un morto. Questi sono per la coscienza fisica due momenti diversi. Per la coscienza spirituale l’uno è soltanto un po’ più lontano dall’altro che quello immediatamente adiacente. Vi prego di considerare ciò in quello che ora esporrò, altrimenti forse non potrete penetrarlo così senza ulteriore difficoltà.

Il risveglio e l’addormentamento, ho detto, sono per il rapporto con i morti particolarmente importanti. Non vi sono affatto momenti nella vita umana del risveglio e dell’addormentamento, senza che si entri in relazione con i morti. Ora il momento dell’addormentamento è riguardo al rapporto con i morti particolarmente favorevole affinché ci rivolgiamo al morto. Se vogliamo chiedere qualcosa al morto, e possiamo mantenere la domanda nella nostra anima e conservarla fino al momento dell’addormentamento, in modo che manteniamo le nostre domande, il nostro discorso, o quello che vogliamo comunicare, fino al momento dell’addormentamento: allora è il momento più favorevole, allora portiamo le nostre domande nel modo migliore al morto, allora è il più facile. Altrimenti è anche presente, ma qui è il più facile. Se leggiamo quindi i morti, già arriviamo ai morti, ma intendo: Il rapporto diretto è più favorevole riguardo a quello che rivolgiamo al morto, se diciamo quello che abbiamo da dire nel momento dell’addormentamento. D’altro lato, per quello che il morto ha da comunicarci, il momento del risveglio è il più favorevole. E di nuovo accade così, che per nessuno è così, che dal momento del risveglio, se lo potesse sapere, non portasse in innumerevoli messaggi dai morti. Parliamo in realtà ininterrottamente con i morti nell’inconscio della nostra anima. All’addormentamento rivolgiamo domande ai morti. Diciamo loro quello che abbiamo da dire nelle profondità della nostra anima. Al risveglio i morti parlano con noi. Lì ci danno le risposte. Soltanto dobbiamo avere proprio questa rappresentazione, che questi sono soltanto due punti diversi, e che in senso superiore, quello che è successivo, è propriamente simultaneo, come due luoghi nel piano fisico sono simultanei. Ora per il rapporto con i morti il uno è più favorevole, l’altro meno favorevole.

Ci si può porre la domanda: Cosa favorisce il nostro rapporto con i morti? Ebbene, miei cari amici, dagli stessi motivi da cui per lo più si parla con i vivi, non si può parlare bene con i morti. Loro non lo sentono, loro non lo percepiscono. Così, se si volesse chiacchierare con i morti dal medesimo umore con cui si parla ai Five o’clock-Teas o alle riunioni di caffè, non lo si potrebbe fare. Quello che rende possibile che poniamo domande ai morti, che comunichiamo qualcosa ai morti, è l’unione della vita sentimentale con le rappresentazioni. Supponiamo che qualcuno sia passato per la porta della morte. Volete che l’inconscio al sera comunichi qualcosa al morto. Non dovete comunicarlo consapevolmente. Potete prepararlo l’intera giornata. Se lo preparate verso il mezzo della giornata e alla sera verso le dieci andate a dormire, va verso il morto all’addormentamento. Ma la domanda deve essere posta in un modo determinato; non soltanto astrattamente, per concetti, per rappresentazioni, bensì nel sentimento e nella volontà dovete rivolgere le domande al morto. Dovete rivolgerle così da sviluppare un rapporto cordiale, un interesse animico verso il morto. Dovete ricordarvi dove vi siete particolarmente rivolti al morto con amore, e in un tale sentimento amorevole rivolgervi al morto. Non astrattamente, dunque, bensì con partecipazione, con calore dovete rivolgervi al morto. Allora può continuarsi così nell’anima che alla sera fino all’addormentamento, senza che lo sappiate, diventa una domanda al morto. O tentate di risvegliare nella vostra anima quale fosse l’interesse particolare per il morto. O specialmente buono è il seguente: Riflettete su come avete vissuto qui con il morto. Vi rappresentate concretamente momenti in cui avete vissuto insieme a lui, e allora vi chiedete: Cosa mi ha particolarmente interessato del morto? Cosa mi ha affascinato? Dove ho veramente avuto un’impressione, dove allora ho detto: Mi piace che lo dica, mi ha promosso, mi è stato prezioso; ho preso profondo interesse in quello che ha detto. — Se vi rappresentate tali momenti in cui foste fortemente uniti al morto, dove in particolare aveste preso forte interesse, e se lo trasformate come se voleste parlare col morto, come se voleste dirgli qualcosa — se sviluppate il sentimento puro, e da questo interesse che avete preso sviluppate la domanda, allora questa domanda rimane nell’anima, e alla sera all’addormentamento la domanda o il messaggio vaga verso il morto. Allora ordinariamente la coscienza ordinaria non sa molto di questo, perché subito vi addormentate, ma rimane però molto frequentemente nei sogni quello che lì è andato oltre. E praticamente la maggior parte dei sogni, anche se il loro contenuto non è corrispondente, la maggior parte dei sogni che abbiamo proprio dei morti, li interpretiamo soltanto male. Li interpretiamo come messaggi dai morti, ma non sono nient’altro che l’eco delle domande o dei messaggi che abbiamo rivolto ai morti.

Non dobbiamo credere che i morti ci dicono qualcosa quando sogniamo, bensì nei sogni dobbiamo vedere qualcosa che esce dalla nostra stessa anima, e che così va verso i morti. Il sogno è l’eco di questo. Se fossimo così sviluppati da poter percepire la nostra domanda o il nostro messaggio al morto nel momento dell’addormentamento, allora ci sembrerebbe come se il morto parlasse. Perciò ci appare anche l’eco nel sogno, come se fosse un messaggio da lui; ma viene da noi. Si comprende questo soltanto se si comprende il rapporto chiaroveggente col morto. Proprio quando il morto sembra parlarci, è quello che noi stessi gli diciamo; non lo si può sapere se non si impara a confrontare.

Così il momento del risveglio è tale che il morto particolarmente bene ci si avvicina. Molto viene a ogni uomo dai morti nel momento del risveglio. Non è vero, una gran parte di quello che facciamo nella vita, in realtà viene ispirati dai morti o anche da entità delle gerarchie superiori; ce l’attribuiamo soltanto come se venisse da noi stessi dalla nostra stessa anima. Quello che i morti dicono viene dalla nostra anima. La vita diurna arriva, il momento del risveglio passa, e siamo raramente inclinati a osservare le cose intime che si levano dalla nostra anima. E quando le osserviamo, siamo così vanitosi da attribuirci tutto quello che esce dalla nostra anima. Ma in tutto questo vive — molto più di quello che esce dalla nostra anima — quello che i nostri morti defunti hanno da dire. Poiché quello che i morti ci dicono sale apparentemente dalla nostra stessa anima. Se gli uomini in generale sapessero come la vita veramente è, allora da questo sapere si svilupperebbe un sentimento tutto particolare e devoto verso il mondo spirituale, in cui siamo ininterrottamente e in cui sono i nostri morti. E sapremmo in molto di quello che facciamo che in realtà i morti agiscono in noi. Questo deve svilupparsi nella scienza dello spirito non come conoscenza teorica esterna, bensì come qualcosa che come vita interiore penetrerà sempre più l’anima. Deve svilupparsi questo sapere, che tutt’attorno a noi come l’aria che respiriamo, v’è un mondo spirituale, e che i morti sono intorno a noi, che siamo soltanto non adatti a percepirli. Questi morti parlano al nostro interiore, ma noi malinterpretiamo il nostro interiore. Se l’interpretassimo correttamente, allora proprio attraverso la percezione del nostro interiore conosceremmo di essere uniti con le anime, che sono i cosiddetti morti.

Ora vi è una grande differenza tra i morti, secondo che un’anima passi per la porta della morte relativamente presto o in anni più tardi. Se muoiono bambini piccoli che ci hanno amato, o se per noi muoiono da giovani persone più anziane, è una grande differenza. Se si vuole caratterizzare questa differenza secondo le esperienze col mondo spirituale, si potrebbe farlo più o meno nel modo seguente. Se muoiono bambini piccoli, il segreto dell’essere-insieme con i bambini che sono morti si può esprimere dicendo: spiritualmente considerato non si perdono veramente questi bambini. Rimangono spiritualmente lì. Bambini che muoiono presto nella vita, sono veramente effettivamente sempre spiritualmente immediatamente presenti. — Entreremo subito più da vicino nella cosa. Voglio porvi come tema di meditazione, che si può meditare ulteriormente, che i bambini, quando muoiono per noi, per noi non sono persi; non li perdiamo, rimangono spiritualmente sempre lì. E per le persone più anziane che muoiono, si può dire il contrario. Allora si può dire: non ci perdono. Non perdiamo i bambini e non perdiamo le persone più anziane. Persone più anziane, quando muoiono, hanno una grande attrazione verso il mondo spirituale, ma hanno anche per questo il potere di operare così nel mondo fisico che ci si avvicinano più facilmente. Si allontanano sì molto più dei bambini, che rimangono presso di noi, dal mondo fisico, ma sono dotate di facoltà percettive superiori alle persone che muoiono più giovani. Ci conservano. Quando si diventa conoscenti con varie anime nel mondo spirituale, siano morte giovani o vecchie: i defunti di età più avanzata vivono attraverso il fatto che hanno la forza di penetrare più facilmente nelle anime terrene, non perdono le anime terrene; e i bambini, non li perdiamo, rimangono più o meno nella sfera dell’essere umano terreno.

Lo si può anche caratterizzare ancora con qualcosa d’altro. Vedete, anche per quello che l’uomo vive così con la sua anima nel piano ordinario fisico, in realtà non ha sempre i sentimenti molto profondi. Quando persone muoiono per noi, abbiamo dolore; sentiamo dolore per questo. Ho spesso detto, proprio quando buoni amici sono morti dalla società: La scienza dello spirito orientata antroposoficamente non ha il compito di consolare le persone in modo sciocco sul dolore, di togliergli il dolore. Il dolore è legittimo, si deve diventare forti per portarlo, ma non bisogna farselo togliere. Ma non si distingue riguardo al dolore secondo che si abbia questo dolore per la morte di persone giovani o la morte di persone più anziane. E tuttavia, spiritualmente considerato, vi è una grande, grande differenza. Si può dire: Colui che rimane qui come sopravvissuto, ha riguardo ai bambini che gli sono morti, siano i suoi o altri che egli ha amato, egli ha, se posso esprimermi così tecnicamente, un certo dolore di compartecipazione. — I bambini rimangono effettivamente con noi, e per il fatto che eravamo uniti con loro, rimangono così vicini a noi, trasferiscono il loro dolore sulle nostre anime, e sentiamo il loro dolore, che avrebbero volentieri ancora essere. Per il fatto che noi lo portiamo insieme, per loro il dolore diventa più leggero. Effettivamente il bambino sente in noi. È bene, se può sentire con noi, così il suo dolore è per lui alleviato. D’altro canto, il dolore che sentiamo, quando persone più anziane muoiono, siano i genitori o anche amici, lo si può chiamare un dolore egoistico. Il defunto più vecchio, non ci perde, quindi non ha il sentimento che ha il morto giovane. Ci mantiene, non ci perde. Noi qui nel corpo, abbiamo il sentimento che l’abbiamo perduto; perciò il dolore riguarda soltanto noi. È un dolore egoistico. Non sentiamo il suo sentimento come con i bambini, bensì sentiamo il dolore per noi.

Si possono veramente distinguere molto precisamente questi due tipi di dolore: Dolore egoistico verso le persone più anziane, dolore di compartecipazione per le persone più giovani. Il bambino continua a vivere in noi, e sentiamo effettivamente quello che sente il bambino. Così siamo veramente tristi con la nostra stessa anima soltanto verso i defunti più vecchi. Questo non è senza significato.

Ebbene, proprio in una cosa del genere si vede bene che il sapere del mondo spirituale ha davvero grande significato. Poiché vedete: Secondo questo si può già disporre il culto dei morti in certo senso. Verso il bambino che è morto per noi, l’individuale nel culto dei morti non sarà del tutto appropriato, bensì verso il bambino, poiché vive comunque in noi e rimane presso di noi, è bene che rivitalizziamo il ricordo in modo che vada più verso l’universale, che diamo al bambino che vive con noi qualcosa di universale. Perciò, per esempio, nel culto dei morti per i bambini è da preferirsi la cerimonia del rito funebre rispetto a una particolare orazione funebre. Vorrei dire che, suddiviso tra le due confessioni, cattolica e protestante, il meglio si distribuisce di conseguenza. Il Cattolicesimo non ha la vera orazione funebre, bensì una cerimonia funebre, un rito. Questo è qualcosa di universale, è uguale per tutti. Quello che per tutti può essere uguale, è particolarmente bene per i bambini; quando possiamo disporre il ricordo in modo che possa essere uguale per tutti. Per il defunto più vecchio l’individuale è più significativo. Per i defunti più vecchi, la migliore cerimonia funebre sarà quella dove consideriamo veramente la sua vita. Il protestantesimo, l’orazione funebre particolare che si riferisce alla vita del morto, avrà grande significato per il defunto; lì il rito cattolico avrebbe minor significato. Ma anche altrimenti nel ricordo del morto: Per il bambino è meglio che ci mettiamo in uno stato d’animo in cui siamo uniti al bambino; allora tentiamo di rivolgere i pensieri al bambino, che allora andranno verso di lui all’addormentamento. Questi pensieri possono essere più generali, cioè, per esempio, cose che più o meno possono essere rivolte a tutti i morti. Con i più anziani, allora è già necessario che nel ricordo ci si rivolga a questa persona specifica, che cioè individualmente a questa persona specifica ci si rivolge e si riflette su quello che gli stava a cuore, quello che abbiamo vissuto insieme in comunanza. Particolarmente è di grande significato per una persona più anziana, per entrare in giusto rapporto con lui, rappresentarvi il suo essere, rendere vivo il suo essere in se stessi. Così non soltanto che si ricordi quello che ha detto e per il quale si ha sentimento particolare, bensì quale fosse come individualità, quanto fosse prezioso per il mondo: risvegliare questo in se stessi, questo vi capaci di entrare in relazione con un defunto più vecchio e di avere il giusto ricordo. Vedete quindi: Per la pietà che sviluppiamo, ha significato sapere come ci si debba comportare verso i giovani defunti e verso i vecchi defunti.

Considerate come oggi è rilevante, dove tante persone muoiono in anni più giovani, potervi dire: loro sono veramente in alto grado sempre presenti, non sono persi per il mondo. — L’ho detto anche da altri punti di vista, ma nello spirituale bisogna considerare le cose da vari punti di vista. E se si realizza l’aver coscienza del mondo spirituale, allora da questa tristezza infinita di oggi forse si potrà sviluppare nello spirituale una cosa, che, poiché i morti sono rimasti, nella misura in cui sono giovani, attraverso questa comunanza con i morti possa sorgere una vita spirituale vivace. Sorgerà, quando il materialismo non avrà tanta forza da farsì che Arimane possa stendere i suoi artigli e possa vincere su tutta la forza umana.

Quello che vi ho detto oggi è del genere per cui certamente molti qui sul piano fisico si possono dire: sì, mi è lontano; preferirei piuttosto avere qualcosa che si possa fare mattina e sera, per entrare nel giusto rapporto col mondo spirituale. — Allora però non si pensa del tutto correttamente. Verso il mondo spirituale importa veramente che sviluppiamo proprio pensieri su di esso. E anche se apparentemente i morti vi stanno lontani e la vostra stessa vita vi è vicina: che proprio questi pensieri, come sono stati sviluppati oggi, lasciate attraversare le vostre anime, che comprendiate qualcosa che all’immediata vita esteriore sembra estraneo, ciò è qualcosa che eleva le vostre anime, che dà alle vostre anime forza spirituale e nutrimento spirituale. Poiché non ciò che apparentemente vi è vicino vi porta nel mondo spirituale, bensì quello che esce dal mondo spirituale. Perciò non abbiate paura di pensare sempre continuamente questi pensieri, di lasciar vivere questi pensieri più frequentemente nell’anima. Poiché non vi è nulla di più importante per la vita, anche della vita materiale, che poter avere convinzioni penetranti dell’essere-insieme con lo spirituale. Se gli uomini dei tempi moderni non avessero perduto così tanto la connessione con lo spirituale, questi tempi difficili del presente non sarebbero venuti. Questo rapporto più profondo solo pochi uomini oggi lo vedono; in futuro già lo vedranno. Oggi si crede: se l’uomo è passato per la porta della morte, la sua attività riguardo al mondo fisico cessa. No, non cessa. Un rapporto ininterrottamente vivace accade tra i cosiddetti morti e i cosiddetti vivi. E possiamo dire: coloro che sono passati per la porta della morte non hanno cessato di essere, soltanto i nostri occhi hanno cessato di vederli; ma loro sono lì. I nostri pensieri, i nostri sentimenti, i nostri impulsi di volontà stanno in connessione con loro. Poiché proprio anche per i morti vale la parola evangelica: «Non li cercate in gesti esterni, il regno dello spirito è in mezzo a voi.»

Così non si devono cercare neppure i morti attraverso qualche esternità, bensì ci si deve semplicemente diventare consapevoli che sono continuamente presenti. Tutta la vita storica, tutta la vita sociale, tutta la vita etica avviene attraverso l’azione congiunta dei cosiddetti vivi con i cosiddetti morti, e l’uomo può vivere un rinforzo particolare di tutto il suo essere attraverso il fatto che sempre più e sempre di più si penetra non soltanto con la consapevolezza che gli viene quando ha una sicura stazione qui nel mondo fisico, bensì anche si penetra con la consapevolezza che gli viene quando, dal giusto senso interiore, verso i cari defunti può dire: i morti, loro sono in mezzo a noi. — Poiché anche questo appartiene a un giusto sapere, a una giusta conoscenza del mondo spirituale, che è composta da varie parti. Si può dire: del mondo spirituale sappiamo nel giusto senso quando il modo come pensiamo, come parliamo di questo mondo spirituale, viene da questo mondo spirituale stesso.

La proposizione: I morti sono in mezzo a noi — essa stessa è un’affermazione del mondo spirituale, e solo il mondo spirituale può farci nascere una vera consapevolezza che i morti sono in mezzo a noi.

3°Uomo e mondo

Heidenheim, 29 Aprile 1918

Oggi vogliamo considerare qualcosa che vorrei chiamare il rapporto che si può formare tra la singola anima umana e quello che intendiamo per scienza dello spirito orientata antroposoficamente. Oggi dove se ne sente parlare di questa scienza dello spirito, spesso ancora non si considera sufficientemente profondamente quanto diverso debba essere questo rapporto dell’anima umana alla scienza dello spirito rispetto al rapporto di qualunque altro sapere, di qualunque altra conoscenza a questa anima umana. La scienza dello spirito, come è intesa qui, è certamente di tale natura che parla all’anima umana a tutt’altro che a qualunque altro sapere. Attraverso qualunque altro sapere si conosce questo o quello; si impara qualcosa di una cosa o di un’altra nel mondo; allora si sa più di prima. In tale modo la scienza dello spirito non sta verso l’anima umana, che dovrebbe trasmettere soltanto qualcosa di cui poi si sapesse. La scienza dello spirito ricorre a impulsi molto più profondi dell’anima umana, che al semplice sapere, che al semplice pensare. La scienza dello spirito afferra, o almeno vuol afferrare, l’essenza più profonda in noi, che, venendo da mondi spirituali, entra nel nostro essere umano terrestre con la nascita e che abbandona questo essere umano terrestre nella morte, per passare in mondi spirituali ad altri compiti. Non potrete comprendere la scienza dello spirito nella sua piena importanza per l’anima umana se non considerate anche molto sentitamente questo suo vero rapporto al mondo esteriore e alla vita umana.

Non considerate l’uomo completamente se non vi chiarite: Quello che vive in me come uomo, quello che in me come uomo si sviluppa attraverso il fatto che ho assunto un corpo fisico attraverso la nascita, quello che mi accompagna nel corso della mia vita, per cui all’inizio come bambino sono inesperto, goffo, poi divento sempre più esperto, sempre più abile, quello che come destino si svolge in me, tutto quello che nel mio corpo e nella mia vita è presente, è propriamente la trasformazione di un essere spirituale-animico, che ha vissuto nello spirituale-animico prima che l’uomo fosse concepito o nato. E a questo spirituale-animico, che abita nel corpo, si rivolge propriamente quello che è inteso come scienza dello spirito.

Ora si potrebbe forse credere che non sia necessario che l’uomo si occupi di questo suo essere spirituale-animico, perché questo essere spirituale-animico già troverà il suo cammino nel mondo. Ma questo non è il caso. Quello che in noi è spirituale-animico ci afferra e sta in noi, si avvolge in certa misura in parte nel nostro corpo, in parte nelle nostre facoltà, in parte nel nostro destino. E si potrebbe dire: proprio nel presente ciclo di sviluppo dell’umanità, in cui l’umanità è arrivata e verso cui si svilupperà sempre più per il futuro, proprio nel senso di questo presente e del futuro risiede nel fatto che l’uomo, per così dire, liberi quello che così si avvolge in lui come principio spirituale del suo corpo, come principio spirituale del suo corso di vita e delle sue facoltà, come principio spirituale del suo destino. Non possiamo sfuggire allo spirito. Lo spirito vive in noi. Possiamo lasciarlo non considerato, allora vive comunque in noi. Possiamo guardare all’uomo più pigro, il più comodo, il più negligente, che mai nel suo corso di vita si è preso il disturbo di portare all’educazione indipendente alcunché di quello che come disposizioni religiose o spirituali giace nel suo animo, che è diventato come completamente ottuso: possiamo guardarlo: non è senza spirito. Caratterizzare le persone come senza spirito è soltanto una parola scorretta. Non esistono persone senza spirito; non esiste neppure la possibilità di essere senza spirito nella vita. Poiché lo spirituale e l’animico sono la nostra dotazione da quando entriamo dai mondi spirituali nel mondo fisico; ci è assegnato secondo la misura di quello che abbiamo attraversato prima di discendere a questa attuale vita terrestre. Non possiamo essere senza spirito, ma possiamo lasciare lo spirito in noi non considerato. Possiamo peccare verso di esso, possiamo non volere liberarlo. Possiamo volere che lui soltanto strisci in noi, si avvolga in noi: allora è presente in noi, ma non l’abbiamo liberato in noi, non l’abbiamo redento.

Così dobbiamo imparare gradualmente a guardare alla vita degli uomini. E la nostra visione della vita diventerà completamente diversa, e deve divenire nel corso del tempo completamente diversa. Possiamo trovare nella vita persone che sono divenute ottuse, senz’anima. Non diremo che siano senza spirito, ma diremo: hanno commesso il peccato di seppellire lo spirito durante la loro vita, di lasciare lo spirito nel suo incantesimo, di lasciar lo spirito strisciare nella carne, nel corso di vita puramente esteriore, di lasciar lo spirito decadere nel destino. Quando nasciamo, possiamo divenire persone soltanto attraverso il fatto che l’individuale spirituale-animico discende dai mondi spirituali-animici. E quando il bambino appare nella sua prima organizzazione, è un’immagine ancora imperfetta dell’individualità spirituale. Essa giace in lui. Si può lasciarla non considerata, o si può disincantarla, o poco a poco tirarla fuori dalla carne, dal corso di vita, dal destino. Ciò però è il compito dell’uomo e diventerà sempre più e sempre più il compito dell’uomo: non lasciar decadere lo spirito. Non possiamo uccidere lo spirito, ma possiamo lasciarlo decadere, costringendolo a percorrere un cammino diverso da quello che farebbe se lo estraessimo.

Se da un giorno iniziamo a cercare di imparare qualcosa sul mondo spirituale, di sentire qualcosa sul mondo spirituale, in realtà lo traiamo da noi stessi. L’altro è soltanto uno stimolo. Lo traiamo da noi stessi. Quello che vi siete mai detto di scienza dello spirito, l’avete tratto da voi stessi, poiché sta nella vostra più profonda interiorità, e vuole venire fuori. Ed è destinato a venire fuori, ed è un peccato contro l’ordine del mondo lasciare lo spirito nella semplice carne, poiché lì egli erra; lì gli affidiamo un destino che non dovrebbe percorrere. Liberiamo lo spirito quando lo estraiamo dalla carne. E poiché consapevolmente ci penetriamo con lo spirito, redimiamo quello che vuol essere redento, dai fondamenti dell’essere. Questo sempre più si vedrà. Sempre più si vedrà come il materialismo non consista nel fatto che semplicemente non lascia salire un’altra teoria, o che lascia salire una teoria sbagliata, bensì come il materialismo consista nel fatto che quello che vuol fluire nella conoscenza, nel sentimento dell’anima umana, lo fa scorrere giù nella materia grezza e lo lascia prosperare nella materia grezza. È proprio quello di cui l’umanità deve decidere nei prossimi tempi: se lascerà lo spirito prosperare nella materia — attraverso questo lo spirito diviene deformazione, attraverso questo egli cade in follia diabolica, diabolica, arimanica —, o se l’umanità trasformerà lo spirito in pensieri, in sentimenti, in impulsi di volontà: allora lo spirito vivrà tra gli uomini e raggiungerà quello che vuol raggiungere, mentre vuol entrare attraverso gli uomini nella vita della terra. Poiché lo spirito vuole questo: attraverso gli uomini entrare nella vita della terra. Non dobbiamo trattenerlo. E ogni volta che ci rifiutiamo di conoscere lo spirito, lo tratteniamo: deve come immergersi nella materia, deve rendere la materia peggiore di quanto sia. Poiché lo spirito ha il suo compito assegnato: deve entrare attraverso lo sviluppo dell’anima umana nella vita terrestre; lì agisce benedettamente. Se è ricacciato nella materia, allora agisce nella materia devastantemente, allora agisce male.

Prendete questo come risultato della conoscenza spiritoscientifica, allora vedrete che ha molto a che fare con la nostra vita umana. La scienza dello spirito non vuol essere una teoria come altre teorie, bensì vuol proprio dare all’uomo la possibilità di liberare lo spirito, che è incantato nella natura umana, di liberarlo, di fare in modo che agisca nel mondo quello che vuol agire dai mondi spirituali. Questo è d’altronde anche la ragione per cui molte persone oggi ancora rifiutano energicamente la scienza dello spirito. Le altre scienze le persone le accolgono volentieri, poiché tale altra scienza lusinga l’orgoglio, la vanità degli uomini, ma non pretende dagli uomini di essere qualcosa di reale, bensì pretende soltanto di dare pensieri, di sviluppare l’intelletto, forse anche di insegnare agli uomini alcuni concetti morali utili; non pretende di avvicinarsi al nucleo dell’uomo, di essere tratta da mondi in cui allo spirito è assegnato un compito. Vorrei dire: soltanto attraverso la scienza dello spirito diviene serio il sapere umano, e da questo le persone si ritraggono. Vorrebbero avere la scienza dello spirito soltanto come qualcosa che sgocciola così sulla superficie dell’essere. Che arrivi al nucleo e all’essenza dell’uomo, di questo le persone hanno paura. Perciò non vogliono accogliere la scienza dello spirito. Se la accogliessero, allora in molte cose della vita sociale, della vita storica nel prossimo futuro dovrebbe essere diverso, allora gli uomini nel corso della vita più ordinaria dovrebbero pensare diversamente. E da questo dipende. Perciò è così, che si può accogliere l’altra scienza, ma si rimane i medesimi per tutta la vita, si diventa soltanto più ricchi di sapere. La scienza dello spirito non si deve accogliere senza che trasformi, e non la si può accogliere senza che trasformi. Vi trasforma lentamente e gradualmente in un altro uomo. Si deve avere pazienza, ma vi trasforma in un altro uomo, poiché ricorre a compiti umani completamente diversi, e ricorre a qualcosa di completamente diverso nella natura umana.

Guardiamo un po’ questa natura umana, vediamo come è variegata questa vita umana. L’uomo si rivela in tre correnti: come uomo rappresentante, come uomo sentente e come uomo volente. Nel rappresentare, sentire e volere si esaurisce propriamente quello che possiamo vivere.

Ebbene, tutti e tre gli impulsi dell’anima umana, il rappresentare, il sentire e il volere, stanno in una relazione ben determinata a quello che propriamente la scienza dello spirito nell’anima umana, nel nucleo dell’anima umana, vuol affrontare.

Prendiamo prima il rappresentare. Il rappresentare viene sì certamente attraverso la scienza ordinaria e attraverso quello che oggi sempre più entra dall’educazione dei bambini e è quindi così significativo per l’intero destino dell’umanità, anche per la vita pratica, perché deve penetrare il bambino, il rappresentare non viene reso plastico. Non è molto tempo fa, un paio di secoli, che ciò è così nel senso più eminente, perciò gli uomini oggi non se ne accorgono. Ma non passerà molto tempo, e quello che dico ora potrà essere notato in modo completamente ampio. Si possono assumere concetti di scienze naturali, come proprio oggi vengono insegnati ai più giovani, ai bambini, tutta la vita, senza che attraverso questa assunzione di tanti concetti nel senso della scienza odierna si debba divenire diversi riguardo al vostro rappresentare. Si rimane i medesimi. Sì, non si rimane soltanto i medesimi, ma non è da negare che attraverso i concetti scientifici ordinari, che sempre più passano nella formazione generale, divenite in relazione intellettuale sempre più ristretti. Lo spirito, in quanto è pensante, perde la mobilità di trovarsi nelle relazioni di vita, che sono molto più complicate di quello che l’uomo attraverso il sapere ordinario può assumere.

Vedete, nel cuore entra profondamente, quando si hanno alcune possibilità di vedere oggi nella vita. Chi è stato completamente abituato ai concetti che le scienze naturali oggi possono dare diviene sempre più inetto, sempre più inetto, a comprendere gli interconnessi vitali vivi e le esigenze sociali. È completamente girato fuori dalla vita reale. E ho perciò anche in questi giorni qui e altrove in vari posti detto: fate parlamenti e rappresentanze statali da persone istruite nel senso della concezione mondiale odierna. Vedrete quello che questi sapienti decidono, che pensano scientificamente-naturalmente! È completamente appropriato a rovinare gli uomini in fondamento e terreno riguardo alle istituzioni sociali, poiché su questo campo della vita sociale si può pensare soltanto infruttuosamente dai concetti scientifici naturali. — Così è in molte, molte relazioni. Si perde una certa mobilità dello spirito attraverso questo sapere puramente intellettuale. Questo diviene diverso, non appena ci si affida ai concetti della scienza dello spirito. Cercate di chiarirvi questo: come diversamente dovete accordare il vostro spirito, se volete comprendere quello che nella scienza dello spirito è offerto, e se volete comprendere quello che nel mondo esteriore oggi come formazione è offerto. Sì, la scienza dello spirito trova tanta resistenza perché richiede più mobilità, più fluidità dello spirito per trovarvi un accesso. In quello che oggi la letteratura popolarmente istruita offre — o finanche i suoi rami, che affluiscono attraverso i canali nel giornalismo, dove le persone nei loro fogli domenicali assumono la formazione —, in questo gli uomini possono muoversi straordinariamente facilmente. E se persino vanno alle conferenze odierne, dove alle persone viene sbattuto negli occhi e in bocca quello che — affinché non debbano pensare affatto — viene loro mostrato in tutte le possibili immagini luminose, cosicché non debbano pensare loro stesse, non debbano mettere lo spirito in movimento, così non troverete in tutto questo nulla che liberi lo spirito come pensante, come rappresentante. L’ingenuità gli si perde. Lo spirito diviene ristretto e limitato. La nostra formazione intellettuale è il cammino verso la limitatezza spirituale. Sì, la nostra formazione intellettuale ha fatto magnifici progressi nei campi tecnici scientifico-naturali, ma è il cammino verso la limitatezza, essa restringe il pensiero, il rappresentare. E si deve ricorrere a qualcosa di completamente diverso nel rappresentare, se si vuol comprendere la scienza dello spirito. Se quindi le persone oggi si avvicinano alla scienza dello spirito, hanno già paura del primo passo! Se hanno soltanto letto un paio di pagine, alcuni dicono: lì mi perdo, lì non riesco a continuare, quello entra in fantasia! — Questo non entra affatto in fantasia, bensì la persona in questione ha soltanto perduto la possibilità di rendere realmente liberi i suoi pensieri, di immergere i suoi pensieri nella realtà, se non la guida il mondo sensibile esteriore.

È una cosa, che la scienza dello spirito ricorre a quella forza nella natura umana che ci toglie la limitatezza, che il nostro pensiero, la nostra vita rappresentativa pone nella capacità di comprendere non poco, bensì molto. Era seriamente inteso, quando in questi giorni nella

conferenza pubblica a Stoccarda ho detto: Per il ricercatore dello

spirito è indifferente che uno sia materialista o spiritualista; non dipende da questo, è trascurabile. Quello che importa è sviluppare forza dello spirito sufficiente per progredire correttamente. Chi ha questa forza, questa forza dello spirito, questi può essere materialista, egli trova nello spirito della materia e dei suoi processi, se è coerente. E colui che è spiritualista, non rimane neppure a dire: Spirito e Spirito e Spirito…! bensì egli scende nella vita materiale, nella vita pratica anche, fa fruttare il suo pensiero fino ai dettagli. Versatilità, come la vita odierna la richiede — e la vita del futuro lo richiederà ancora di più —, la versatilità è quello che inizialmente la scienza dello spirito farà dell’uomo. E questo l’umanità ne ha bisogno, che operi verso il futuro. Chi conosce la vita oggi e guarda gli eventi catastrofici che sono intorno a noi, sa che alle cause più profonde della catastrofe odierna appartiene il fatto che gli uomini sono divenuti unilaterali, malgrado tutta l’alta formazione scientifica, che manca loro la possibilità di penetrare le cose in molti modi. Manca loro la mobilità dello spirito di immergersi nella realtà. La versatilità, è quello che attraverso la scienza dello spirito si acquisisce per il rappresentare.

Anche per il sentire si acquisisce qualcosa attraverso la scienza dello spirito. Poiché colui che così vuol pensare, come la scienza dello spirito lo rende necessario, che si deve abituare a questo mondo molto più mobile, realizza qualcosa, che altrimenti vive soltanto nascostamente nell’uomo, e lo rende libero, cosicché si svolge dall’uomo. Nel nostro sentire, come l’abbiamo portato nella nostra nascita, vive il ritmo del mondo. Più di quanto si crede, vive tutto il ritmo del mondo in noi. Questo si può persino dimostrare numericamente, soltanto pochissimi uomini sanno qualcosa di questi segreti dell’essere. Non abbiate paura, con me di fare queste considerazioni, come tutto il ritmo del mondo vive nel nostro stesso organismo, in quello che accade in noi. Sapete: L’alba ogni anno si sposta un po’ più avanti. Se andiamo indietro nei tempi antichi, il cosiddetto punto equinoziale della Sole era nel Toro; poi veniva nell’Ariete, ma nell’Ariete ogni anno spostandosi più avanti; adesso è nei Pesci. Il Sole non sorge ogni anno il 21 marzo nello stesso punto; perciò va tutto attorno il percorso circolare. E dopo circa 25.920 anni il Sole è completamente girato attorno, apparentemente naturalmente, descrive l’intera ellisse. Se oggi in un determinato punto dei Pesci sorge, dopo 25.920 anni ritorna lì. Il curioso è: Se considerate questi circa 25.920 anni come il grande anno del mondo, come l’hanno considerato gli antichi Greci, e cercate un giorno di questo anno del mondo, dovete dividere per 365. Che cos’è allora un giorno di questo grande anno del mondo? Questi sono circa 70 fino a 71 anni. Questo è cioè in media una vita umana, se l’uomo diviene vecchio. Se vi rappresentate la vita umana, come è trascorsa qui sulla terra, come un giorno, e prendete l’intero anno platonico, così è 365 volte tanto. Questo è necessario al Sole per fare una volta il suo giro nel mondo: 365 giorni, di cui l’uomo ne vive uno in una vita terrestre. È un bel ritmo, ma questo ritmo va molto più lontano. Considerate che in un minuto facciamo circa 18 respiri. Questi 18 respiri, moltiplicati per 60, danno i respiri in un’ora; questo moltiplicato per 24 dà i respiri in un giorno e una notte. Se calcolate 18 volte 60 volte 24, ottenete: 25.920. Cioè, fate tanti respiri in un giorno, quanti anni il Sole ha bisogno di per attraversare il suo anno. Lo stesso ritmo è nel vostro respirare interiormente, che esteriormente nella marcia del Sole. E ancora è il bello: Fate passare un giorno, respirando in un giorno 25.920 volte. Prendete un giorno in modo che lo trattiate come un respiro: è in certo senso un respiro, un giorno così, perché al mattino il nostro corpo e il nostro corpo eterico respiriamo il nostro Io e il nostro corpo astrale, e alla sera quando ci addormentiamo respiriamo il nostro Io e il nostro corpo astrale; un inspirare e espirare è questo. Quante volte facciamo questo in un giorno solare, in circa 70 fino a 71 anni? Facciamo questo respirare, cioè la vita in un giorno — calcolatelo — quasi esattamente 25.920 volte. Così tanti giorni viviamo in 71 anni. Il singolo respiro si rapporta così ai respiri dell’intero giorno di ventiquattr’ore come il progresso del punto equinoziale in un anno al progresso del Sole attraverso 25.920 anni. La singola vita umana terrestre è in rapporto al grande anno solare di 25.920 come un giorno, un giorno della nostra vita, un giorno di ventiquattr’ore è altrettante volte nella nostra vita di 71 anni come un anno nel giro del Sole. Figurerete, cosa significa propriamente il fatto che siamo in questo meraviglioso ritmo del cosmo irradiato dal Sole, che la nostra vita, in quanto è vita umana interiore, esprime puramente calcolativamente la grande musica delle sfere del cosmo!

Se l’uomo inizia ad approfondirsi sentitamente in queste cose, allora dapprima sente se stesso come microcosmo di fronte al macrocosmo. Allora dapprima sente come tutto questo grande infinito mondo di Dio ha creato la sua immagine nella sua natura umana. Ma questo è propriamente qualcosa che riguarda il sentire, il sentimento. Questo sentire, questo sentimento, questo sentirsi nell’universo, questo sentirsi in tutta la spiritualità del mondo, è qualcosa che per noi viene infine dalla scienza dello spirito! Ci apriamo verso il mondo, mentre altrimenti ci rinchiudiamo nel nostro Io strettamente limitato. Siamo un’immagine di Dio, ma altrimenti non lo sappiamo; iniziamo a sentirci come l’immagine del mondo divino, come il microcosmo nel macrocosmo. Impariamo a riconoscerci sentendo. Questo va poco a poco, lentamente. Vorrei dire: come attraversiamo la lenta successione dei giorni attraverso la nostra vita, così il sentire con la scienza dello spirito produce questo sentimento del mondo. Ma l’uomo deve acquisire questo sentimento del mondo. Poiché questo sentimento del mondo lo ispirerà di nuovo ai grandi compiti che l’umanità ha nel futuro. Per quanto strano possa suonare ancora oggi: non passeranno cinquant’anni, e gli uomini non potranno più costruire fabbriche, non potranno più coltivare campi secondo le esigenze che verranno sull’umanità, se non avranno questo sentimento! Questa catastrofe in cui attualmente stiamo è soltanto l’espressione del vicolo cieco in cui l’umanità è entrata. Il mondo è già più avanti, e gli uomini con i loro pensieri e sentimenti non sono ancora arrivati abbastanza lontano; perciò i pensieri e i sentimenti non bastano a penetrare veramente questo mondo e a rendere l’opera umana armoniosamente consonante. L’umanità sarà condannata a sviluppare sempre più e sempre più la disarmonia nella convivenza sociale, e a seminare sempre più e sempre più materiale di guerra nel mondo, se non si troverà nell’accordo con il cosmo nel sentire, per portare questo in tutto quello che si fa, anche nella più ordinaria. Perciò la scienza dello spirito sta già in connessione con quello che deve immediatamente intervenire nel corso della cultura più esterna, altrimenti l’umanità non uscirà dal vicolo cieco. Non si potranno mantenere fabbriche, né scuole, in futuro, se non si svilupperanno concetti dai grandi compiti dell’universo. Compiti vi erano già oggi, ma gli uomini non li hanno considerati; perciò è venuta questa catastrofe. Le cause più profonde risiedono già in quanto è stato appena detto. Questi segni di Dio, che si esprimono in questi eventi catastrofici, devono essere considerati dall’umanità. Gli uomini devono imparare a porsi in un rapporto consapevole al cosmo, perché altrimenti non potrà più andare avanti.

Mi permetta di darvi un esempio, che oggi molti considereranno sciocco, alcuni lo condanneranno come pazzo: Sì, si sono fatti grandi progressi, diciamo nel campo della chimica, ma li si sono fatti senza un tale sentimento del mondo, come l’ho appena espresso. In futuro questo sentimento del mondo dovrà essere sviluppato: la scrivania da laboratorio dovrà diventare un altare. Il servizio della natura, che si sviluppa, anche nell’esperimento chimico, dovrà essere consapevole che la grande legge del mondo passa sulla scrivania da laboratorio, quando si dissolve una sostanza con un’altra, per ottenere il precipitato o simile. In tutto l’universo bisognerà sentirsi dentro, allora si procederà diversamente, e allora si scoprirà ancora tutt’altro di quello che le persone hanno scoperto, che è grande, ma non porterà il giusto frutto, perché è scoperto senza riverenza, senza il sentimento che si penetra con l’armonia dell’universo. Quanta gente ha astratto quello che si è chiamato la musica delle sfere da Pitagora! Qui avete un sentimento della musica delle sfere nel vivere del ritmo che passa attraverso il mondo intero. Nulla di astratto bisogna rappresentarsi, bensì qualcosa che entra nel sentimento vivente.

Sapete cosa verrebbe, se questa larghezza di cuore dell’anima nel sentire non entrasse? Abbiamo appena detto: mobilità del pensiero, versatilità del pensiero e del rappresentare, questa è una cosa che entra per il pensiero, per il rappresentare. Per il sentire deve entrare larghezza di cuore, senso di apertura verso il mondo. Il contrario — potete già vederlo venire, se soltanto guardate coraggiosamente il mondo — è il filisteo, la filisteria. Cosa ha portato all’uomo la grande, per molti pensanti materialisti «benedetta» cultura del tempo moderno? Nel fondamento dell’anima riposa la filisteria. Filisteria e filisteo saranno sconfitti soltanto attraverso quell’apertura, quella larghezza di cuore dell’anima, che si sente come microcosmo nel macrocosmo dentro, che può avere riverenza verso tutto quello che come divino-spirituale permea e pulsa il mondo. Come la limitatezza, la limitatezza intellettuale nella vita rappresentativa deve essere sconfitta dalla scienza dello spirito, così la filisteria e il filisteo devono essere sconfitti dalla scienza dello spirito nel campo del sentire.

E un terzo si presenta, quando guardiamo al volere. Le cose sono in molti riguardi all’inizio riguardo al volere. Soltanto lo psicologo, il conoscitore d’anima vede quello che si prepara, ma viene! Sì, oggi gli uomini credono molte volte un’altra cosa, ma chi è capace di percepire il corso più profondo dello sviluppo dell’umanità, già nota che nulla è così diffuso nella vita umana ordinaria nel campo del volere — in tempi moderni molto più che in tempi antichi — quanto la goffaggine. La goffaggine è qualcosa che minaccia di degenerare verso il futuro in un terribile male dello sviluppo umano. Intendo, oggi già si nota chiaramente: Gli uomini oggi sono indirizzati, in maniera unilaterale a fare questo o quello. Se dovessero accingersi a fare qualcosa che non hanno imparato nei gesti, non vi si trovano. Quante persone oggi sono capaci — mi sia consentito di menzionare tali cose — se è necessario in situazioni particolari, di cucirsi un bottone ai pantaloni. Poche persone sono capaci di fare qualunque cosa che non si colleghi dirittamente a quello che nel senso più stretto hanno imparato. Questa è una cosa che non deve venire sull’umanità. Gli uomini lascerebbero deperire quello che come eredità spirituale era in loro, quando sono discesi dal mondo spirituale attraverso la nascita nell’essere, se divenissero così unilaterali come la «benedetta» cultura in molti modi lo richiede. Chi considera solo teoricamente la cosa, non vede le connessioni. Ma chi si appropria veramente la scienza dello spirito in modo vitale, è un nemico interiore dell’unilateralità; poiché la scienza dello spirito produce nell’anima umana uno stato d’animo che anche va verso la versatilità. Diverrete — se non ricevete la scienza dello spirito soltanto con la testa, ma se così vi trasferite nella scienza dello spirito che questa scienza dello spirito pulsa nella vostra anima come il sangue nel corpo — certo acquisiverete anche una certa versatilità nell’adattamento all’ambiente. Acquisirete la possibilità di fare cose che altrimenti semplicemente non siete adatti a fare. Si forma l’agilità nella volontà, l’uomo diviene adattabile all’ambiente. Sì, potete dire, se volete dire questo: Negli antroposofi, che là sono riuniti nella società, non notiamo esattamente che siano divenuti terribilmente più abili, che siano divenuti più capaci di vivere. — Questo lo dicono molti. Non io lo dico, ma viene detto. Sì, questo viene da qualcosa di diverso. La cosa non è ancora arrivata così lontano, che la vita antroposofica pulsa nelle anime così come il sangue pulsa nel corpo, bensì il vizio, di prendere tutto soltanto nell’intelletto, è stato portato da fuori. Anche la scienza dello spirito per molti è soltanto una teoria; diviene soltanto qualcosa che pensano, ma questo non è la loro essenza. Se pensate soltanto la scienza dello spirito, allora è indifferente se leggiate un libro spiritoscientifico o un libro di cucina. Forse un libro di cucina sarà ancora più utile. La scienza dello spirito deve divenire seria, cosicché veramente afferra l’intero uomo nella sua intera anima. Allora passa negli arti, allora gli arti divengono mobili, l’uomo diviene più idoneo alla vita. Qui si tratta tuttavia del fatto che si acquisisce una forza di convinzione interna verso le cose, che ci si non accontenta della convinzione esterna, bensì si acquisisce una convinzione interna.

Chi conosce la scienza dello spirito nel suo valore di vita interiore, sa che essa è adatta, se accolta in modo vitale e fresco della vita, ad allungare persino la vita fisica dell’uomo. Possono naturalmente venire persone e possono dire: Ebbene, c’è uno che con la scienza dello spirito è divenuto soltanto quarantacinque anni, o perfino ventisette anni! — Sì, ponete allora la controquestione: Quanti anni sarebbe divenuto l’uomo che è divenuto quarantacinque anni con la scienza dello spirito, se non l’avesse assunta negli anni venti? Ponete allora la controquestione! I modi di prova esterni non valgono per questi insegnamenti interiori. Statistica e simile, questo non ha valore, se si deve considerare l’interiore. La statistica ha nel grande valore nella vita esterna, ma anche lì si limita all’esteriore e non afferra affatto quello che è principio di vita. Potete vederlo semplicemente: È completamente giustificato che si istituiscano le compagnie di assicurazione secondo statistica e aritmetica; si istituiscono secondo come grande è la speranza di vita di un uomo, e secondo questo assicurano gli uomini. Ma non vi verrà in mente che dovete morire, quando secondo il calcolo di probabilità il vostro anno di morte entra per la compagnia di assicurazione! Così per la realtà considerate quel che è fattuale è determinante per la vita esterna non come determinante per la realtà. Tutto quello che statistica, calcoli di probabilità per la vita esterna di valore buono possiedono, cessa di avere significato, quando il valore di convinzione per lo Spirituale inizia. Questo però l’acquisite soltanto se acquisite la scienza dello spirito stessa come elisir di vita vivente. Allora però diviene elisir di vita così che l’uomo si inserisce nelle condizioni. Allora però farà un’inversione. Ero una volta estremamente addolorato — si potrebbe dire: questo è un uomo strano, di cui addolorato! — quando una volta stetti a casa a mangiare e il padrone di casa doveva pesarsi sempre esattamente su una bilancia, quanto carne, quanto verdura doveva mangiare. Doveva pesarsi ogni singolo piatto! Consideratecome per l’umanità verrebbe l’insicurezza istintiva, se ognuno in ogni pasto volesse pesare il suo riso e il suo cavolo. Questa insicurezza istintiva verrebbe da pura scienza intellettuale, poiché può soltanto mostrare statisticamente l’esteriore. Ma non si tratta del fatto che perdiamo l’istinto — e attraverso la formazione intellettuale lo perdiamo —, bensì che lo spiritualizziamo; che così diventiamo sicuri, come l’istinto altrimenti è, ma lo spirituale.

Questa è la cosa che devo caratterizzare come particolarmente significativo, toccando il volere. Nella volontà la scienza dello spirito furtivamente entra, lo prepara, cosicché l’uomo diviene abile per l’ambiente, senza neppure accorgersi di come effettivamente cresce in quello che è nel suo ambiente. Mentre cresce insieme con lo spirito, cresce nell’ambiente.

Vedete, si deve imparare a vivere lo spirito. Ma lo si fa attraverso la scienza dello spirito. E l’umanità avrà sempre più e sempre più bisogno verso il futuro, di vivere lo spirito.

Poiché, come l’uomo vive quello che gli è dato attraverso il concepimento o la nascita? Figuratevi: a certa distanza da voi si spara un cannone. Sentite il botto. La luce la vedete un po’ prima. Ma figuratevi ora una volta che la cosa fosse così: stareste accanto al cannone, e sareste, attraverso qualche evento, sparati altrettanto velocemente come il suono. Voleresti con il suono nell’aria, altrettanto velocemente quanto il suono va: allora non sentireste il suono; nel momento in cui vi muovete con la velocità del suono, cessate di sentire il suono. Questa è la ragione per cui l’uomo non nota lo spirito: perché si muove con la medesima velocità con cui agisce lo spirito, dalla nascita fino alla morte. Nel momento in cui acquisite verità spiritoscientifiche, vi ponete in una velocità diversa dal corpo. Perciò iniziate a percepire il mondo in una luce diversa. Come percepite il suono perché non avete la medesima velocità, così percepite lo spirito nel corso della vita attraverso il fatto che vi portate in un tempo diverso, stabilite quiete interna, come potete leggere nel mio libro «Come si acquisisce la conoscenza dei mondi superiori?». Non vivere insieme col corpo, bensì stabilire un tempo diverso! Ma questa è qualcosa che l’umanità deve acquisire del tutto, qualcosa che è di straordinaria importanza.

Gli uomini non considerano oggi come era effettivamente in tempi antichi. La storia è veramente una sorta di favola convenuta, ma questo non ci deve occupare oggi. Eravamo educati diversamente in tempi antichi. Nell’educazione antica si teneva comunque più conto della vita del sentimento. Questa vita puramente intellettuale, è propriamente venuta soltanto negli ultimi quattro fino a cinque secoli. Con questo non si considera che l’uomo è un essere multipartito. L’intelletto è molto suscettibile di formazione nell’uomo; può svilupparsi, ma purtroppo non è suscettibile di sviluppo per tutta la vita umana, e in particolare non nel nostro attuale ciclo di tempo. È legato alla testa dell’uomo, e la testa rimane suscettibile di sviluppo soltanto al massimo fino al ventottesimo anno di vita. L’uomo ha bisogno di vivere tre volte tanto sulla terra, quanto la sua testa è suscettibile di sviluppo. Certo, siamo intellettualmente suscettibili di sviluppo nella nostra gioventù, ma lo rimaniamo soltanto fino a circa il ventottesimo anno. Il nostro resto dell’organismo rimane suscettibile di sviluppo per tutta il resto della vita; chiede anche tutta il resto della vita da noi. Quello che oggi si dà agli uomini è soltanto sapere della testa, non è sapere del cuore. Chiamo sapere del cuore quello che parla all’intero organismo, chiamo sapere della testa quello che è soltanto intellettuale e parla soltanto alla testa. Ora la testa deve stare in una continua relazione reciproca anche moralmente, anche spiritualmente. Questo oggi non può accadere, perché diamo ai nostri bambini così poco per il cuore, per così dire per il resto dell’organismo, e diamo qualcosa soltanto per la testa. L’uomo diviene trentacinque anni. Adesso ha al massimo un sapere della testa; se va bene, ha il ricordo di un sapere della testa che ha acquisito. Si ricorda puramente intellettualmente di quello che ha imparato. Ma chiedete se l’insegnamento odierno è in grado di raggiungere il fatto che più tardi nella vita non solo si ricordi intellettualmente di quello che ha imparato, bensì che si possa amorevolmente ripensare in quello che nella gioventù è stato assunto; che veramente si abbia ancora qualcosa di quello che allora è stato insegnato, cosicché lo si possa nuovamente rinfrescare. Questo deve divenire l’ideale della scienza dello spirito nell’educazione, che non soltanto si ricordi. Ebbene, oggi non si fa neppure quello. Si è fatto l’esame e poi si dimentica quello che è stato insegnato. Ma prendiamo il caso che le persone si ricordino indietro: Quello che gli uomini hanno avuto dalla scuola, è un paradiso, nel quale si ritorna volentieri? Riportatevi così indietro, che possiate dire: Nel ripensare brilla la luce mattutina della vita, e nel momento che adesso sono divenuto più anziano, ciò che attraverso l’invecchiamento si trasforma in me in un nuovo; mi è stato assegnato così che posso trasformarlo, non soltanto me ne ricordo, lo trasformo, mi diviene nuovo.

L’anima contenuto della gente diviene vitale, quando i principi spiritoscientifico rinnovano tutta la nostra educazione, tutta la nostra cultura dello spirito. E sempre più rari e più rari diventeranno gli effetti dell’invecchiamento precoce nell’umanità. Chi segue lo sviluppo dell’umanità, sa: La persone non erano così vecchie prima del 15. secolo, come sono già vecchi oggi i giovani. La vecchiaia decrepita aumenta in modo devastante. Questo decrepitismo solo si può arginare se proprio entra questo stato d’animo, che nella gioventù riceviamo quello che si può trasformare nell’età, che ci può divenire nuovo; di cui non soltanto ci ricordiamo, bensì che trasformiamo, perché pensiamo come a un paradiso. Questo la scienza dello spirito come un vero elisir di vita porterà anche nella vita immediata. La scuola diventerà qualcosa di completamente diverso. La scuola diventerà qualcosa dove siamo consapevoli: Si deve provvedere lì per l’intera vita dell’uomo. Poiché quello che è offerto al bambino, esce in modo completamente diverso nell’età. Al bambino vengono offerte determinate cose nella forma, diciamo, che apprende, con ammirazione, con reverenza, di guardare a qualcosa. Ciò ritorna nell’età. Rimane nel tempo medio più ritirato, nell’età ritorna, in quanto ci dà il potere di agire bene sui bambini. O come ho detto una volta in una conferenza pubblica: Chi non ha imparato nella fanciullezza a piegare le mani, non può benedire nell’età. Il sentimento interiore che è connesso con il piegare le mani, ritorna in noi trasformato nell’età più tarda nella capacità di benedire. Oggi non sappiamo affatto, se seguiamo soltanto la formazione odierna, quello che specialmente nel periodo successivo, nel periodo dai sette ai quattordici anni e ancora prima, e in particolare oltre il quattordicesimo anno, diamo al bambino con quello che è offerto alla gioventù odierna. Questo è terribilmente serio, poiché lì è posto il fondamento a tutta la presunzione, che oggi è piantata nella gioventù, a tutto il presuntuosità e al pregiudizio, come se si potesse già avere un «punto di vista»! Lo si sente oggi dai più giovani: Ma questo non è il mio punto di vista. — Ognuno ha un punto di vista. Naturalmente non è giusto che si possa avere un punto di vista a vent’anni. Questa consapevolezza oggi non è promossa.

Tutto questo si può abbracciare dicendo: Quello che vive nell’uomo, sarà di nuovo portato alla realtà. La realtà sarà messa in una relazione sana all’anima umana. Questo deve divenire l’ideale della scienza dello spirito riguardo al rapporto dell’anima umana alla realtà. Proprio nel grande piano della vita le persone parlano oggi senza alcuna relazione alla realtà. Chi comprende quello che di relazione alla realtà deve vivere nell’anima umana, può a volte attraverso la forma che il pensiero odierno ha, soffrire dolori. Il bambino allora, quando il maestro così pensa, subisce inconsciamente questi dolori. Un esempio: Un professor letteratura molto celebre ha tenuto una lezione inaugurale, alla quale ero presente. Ha iniziato: Possiamo domandarci questo, possiamo domandarci quello. — Ha posto una serie di domande che dovevano essere tutte risolte nel corso del semestre, poi ha detto: Signori miei! Vi ho condotto in una foresta di punti interrogativi. — Dovevo rappresentarmi la foresta di soltanto punti interrogativi! Figurerete cosa sia il pittorico, il reale rappresentare di un uomo che, senza rappresentarsi l’immagine davanti all’anima, sta davanti a una foresta di punti interrogativi! Questo è qualcosa che si sottovaluta. Quello che deve essere aspirato, è una relazione vitale alla realtà.

Di recente uno statista ha detto le parole: il nostro rapporto alla monarchia vicina è il punto che nel nostro intero futuro deve divenire la direzione politica. — Figuratevi così: il rapporto di un paese a un altro paese è un punto, e il punto diviene una direzione. Non si può pensare più irrealmente! Ma figuratevi quale configurazione abbia l’intera anima che sta così lontana dalla realtà, per produrre questi gusci di concetto! Ma una tale anima sta anche altrettanto lontana dalla vita sociale esteriore, non si immerge nella vita sociale. Quello che concepisce, non diviene reale. Questo in una scienza dello spirito è impossibile, che si pensi così irrealmente come i gusci di concetto, ai quali si è giunti gradualmente nel tempo moderno. Il presente è così presuntuoso, che si pensa di essere divenuti propri pratici. Ma è soltanto divenuto scolastico, divenuto estraneo alla vita. E un futuro tempo caratterizzerà il nostro tempo proprio per il fatto che, sorprendentemente, il maestro mondiale ha agito così impressionantemente su molte persone: Woodrow Wilson, che non ha neppure un sottile filo nel suo pensiero con la realtà, bensì tutte le parole corrispondono all’irrealità. Ma vengono ammirate da coloro che sono appena impediti dal fatto che sono in guerra con lui. Ma proprio tra i membri delle potenze centrali, ci sono oggi molti che ammirano Woodrow Wilson! Sarà in futuro particolarmente difficile da capire come programmi politici, senza relazione alla realtà, vengono trovati, nei quali le idee sciocche di trattati mondiali e trattati di pace tra popoli e così via vengono fissati. Se si fosse potuto fare così facilmente! I pensatori astratti, dagli Stoici, pensano questi insegnamenti! Quello che come idee wilsoniane oggi appare: per chi conosce le cose, ciò era lì dal momento che ci sono uomini in generale. Un pensiero sano naturalmente si dice: poiché è sempre stato così e non ha potuto essere realizzato, è malato! Il pensiero odierno è divenuto estraneo alla realtà, perciò ha la sua gioia in pensieri così irreali.

Le cose stanno già in connessione con i principi vitali più profondi e gli impulsi vitali. E che oggi regna tanta confusione, che regna caos, viene dal fatto che l’umanità è venuta a un pensiero, da cui sì crede che domini la pratica della vita, ma che nel fondamento è del tutto lontano dalla vera realtà. Un’unione con la vera realtà in un pensiero energico, che sviluppa forze così forti che può penetrare nella realtà, è quello che deve venire all’umanità dalla scienza dello spirito come ideale. Per questo però dobbiamo iniziare col piccolo. Dobbiamo già nel bambino sviluppare il senso non per il concetto astratto, bensì per il reale, l’immaginabile; dobbiamo soltanto avere prima noi stessi la connessione. Colui che vuol insegnare al bambino l’idea dell’immortalità nell’immagine della farfalla che esce dalla pupa, ma che stesso non crede a questa immortalità, insegna anche al bambino nulla. Ma chi sta sul campo della scienza dello spirito, sa che la farfalla è l’immagine vera, creata dal Dio del mondo, dell’immortalità. Crediamo noi stessi a questa immagine, e scegliamo nient’altro che quello a cui crediamo noi stessi, perché lo sappiamo, o ci sforziamo di saperlo. Per mezzo di questo cerchiamo di immergerci nella realtà, cerchiamo di vincere l’egoismo, che nel pensiero vuol avere ancora qualcosa di astratto. Cerchiamo di penetrare nello spirito della realtà, e per questo troveremo le vie che sono necessarie per l’umanità più moderna, e sono tanto più necessarie, perché sono state abbandonate principalmente da coloro che si chiamano gli uomini pratici. Non sono i pratici, bensì coloro che sono impoveriti, e attraverso brutalità impongono la loro impoverimento all’umanità. L’aiuto in questa situazione difficile verrà soltanto, quando l’umanità cerchi lo spirito e attraverso lo spirito la realtà.

Questo è quello che volevo dire a voi oggi come qualcosa che ci dobbiamo appropriare come sentimento riguardo al rapporto dell’anima umana al mondo, come risulta come stato d’animo fondamentale dell’anima dalla scienza dello spirito. E più importante che le singole verità spiritoscientifiche è questo stato d’animo fondamentale, con il quale allora andiamo attraverso la vita, quando è stato acceso in noi dalla scienza dello spirito.

Il presente deve talvolta, per comprendersi a se stesso, per esprimere quello che è in relazione spirituale, dire un’assurdità. In futuro si addurrà questo come caratteristica particolare del nostro tempo: che gli uomini più intelligenti del presente sono stati costretti, quando cercavano di esprimere in modo veramente pregnante il carattere del presente, cioè della svolta dal 19° al 20° secolo, a dover dire un’assurdità. Ora, in questa assurdità vi è qualcosa di vero — precisamente il vero fatto che quasi l’unica relazione di collegamento con il mondo spirituale per numerosissimi uomini contemporanei è che essi, in certa misura, hanno paura della morte, oppure non possono sopportare il pensiero che i loro cari, quando se ne sono andati, si trovino in qualche modo nel nulla. Certamente, non va ignorato che questi pensieri hanno ancora un significato abbastanza considerevole, che sono ancora legati agli interessi più profondi dell’anima umana. Tuttavia, per giungere a un vero collegamento con il mondo spirituale non possono condurre né la paura né un’altra sensazione nei confronti della morte. A questo deve aggiungersi vera, autentica conoscenza del mondo spirituale, deve venire la comprensione della realtà del mondo spirituale. E questa comprensione della realtà del mondo spirituale non è oggi possibile altrimenti che aggiungendo alla mentalità naturalistica una mentalità di scienza dello spirito.

Se gli uomini non sanno da dove viene propriamente la parola «Dio», se non sanno che cosa sia veramente il Divino, che cosa fanno allora propriamente coloro che oggi, mossi da esigenze di venerazione religiosa di questo o quel genere e che parlano del Divino? Gli uomini che spesso credono di essere profondamente religiosi, fingendo di adorare il Divino più alto — che cosa fanno in realtà? È molto importante portare questa domanda davanti alla propria anima in un momento serio. Che cosa include questa domanda? Questa domanda include: Che cos’è propriamente il Dio di cui parlano la maggior parte degli uomini contemporanei che fingono di essere di natura religiosa?

Ebbene, gli uomini respingono quando dalla prospettiva della scienza dello spirito diciamo che al di sopra di noi vi sono altri esseri — gli Angeloi, gli Archangeloi, gli Archai e così via — in modo da scorgere una gerarchia di esseri spirituali, e che il cammino è lungo fino a quello che è il Divino più alto. Questa modestia epistemologica gli uomini contemporanei non vogliono averla. Spesso l’esprimono dicendo che non vogliono mediazione tra loro e Dio, che vogliono sempre rivolgersi direttamente e immediatamente al Dio supremo. Ma non si tratta di quello che si crede circa un tale rivolgersi, bensì di quello che si vive realmente nella propria anima, ciò che si sperimenta realmente nella propria anima.

Prendete tutto ciò che oggi vi comunica un predicatore di una qualche comunità religiosa riconosciuta riguardo al Divino, quello che dice sul Divino. A che cosa si riferisce, se ora non procedete secondo le sue parole bensì secondo la realtà? Si riferisce a due cose. O ciò di cui parla non si riferisce a nessun essere superiore rispetto all’Angelo, che come entità guida si trova sopra ognuno di noi. Lui adora questo Angelo, lo chiama il Dio supremo. Chi sa veramente quale contenuto possono avere le parole, sa che tutto quello che si dice nelle prediche moderne circa Dio non si riferisce mai a nessun Dio più alto di un Angelo, oppure, se non a un Angelo, allora ad altro. Se infatti si indaga la domanda da dove provenga propriamente quello che sentono gli uomini che parlano del loro Dio, che predicano del loro Dio nelle loro chiese, che spesso pretendono persino di avere un’esperienza di Dio nelle loro anime, come fanno certi uomini contemporanei — essi si chiamano allora con una certa superbia «uomini evangelizzati» e così via — da quali impulsi nelle loro anime procedano tali persone, si arriva al seguente: tali persone sentono nelle loro anime l’impulso del loro proprio essere, come questo essere si è sviluppato in un ambiente puramente spirituale tra l’ultima morte e la nascita. Questo essere spirituale, che si è sviluppato tra l’ultima morte e la nostra nascita, ora è nel nostro corpo, ha preso il nostro corpo. Molto di ciò in cui ora viviamo proviene solo da questo essere, da questo essere prenatale. Questo essere prenatale l’uomo lo sente come qualcosa di spirituale; questo essere prenatale è quello con il quale si sente unito. Sì, perfino i cosiddetti teosofi delle più diverse direzioni hanno ripetutamente detto agli uomini, per dar loro qualcosa di spiritualmente dolcissimo, che si tratta di unire l’uomo con il suo Dio in sé. Ma ciò che l’uomo sente quando pretende di unirsi con il suo Dio è lui stesso, è solo il suo essere spirituale-animico nel tempo tra l’ultima morte e l’ultima nascita. E ciò di cui parlano numerosi pastori e sacerdoti quando parlano del Dio che sentono nella loro anima non è nient’altro che loro stessi che intuiscono il proprio Io, non come si è sviluppato qui nel corpo fisico e nell’ambiente fisico, bensì come si è sviluppato nel mondo spirituale tra morte e nascita. Questo sentono, e poi cominciano a pregare. E che cosa pregano? Se stessi.

Questo è quello che proviene da numerose correnti spirituali contemporanee in modo così straziante. Se si guarda alla realtà di queste cose, ci si deve confessare che gli uomini a poco a poco sono venuti ad adorare se stessi — inconsciamente, senza saperlo. E quando uno se ne accorge, lo esprime in forme strane, come ha fatto Friedrich Nietzsche. Questo si deve assolutamente comprendere: o colui che non vuol riconoscere le gerarchie, la meravigliosa ampiezza e grandezza del mondo spirituale, adora solo il suo Angelo — il che certo è già un’adorazione egoistica — oppure adora se stesso. Questa è la forma spirituale dell’egoismo, alla quale l’umanità è gradualmente pervenuta sotto l’influenza dello sviluppo materialistico dei tempi moderni.

Ora direte: Che cosa ci racconta? Questo non è vero! La gente non dice che adora se stessa, che adora solo il suo Angelo! — Certamente, non lo dicono, ma lo fanno; e ciò che dicono accade solo per assopirsi di fronte al fatto, il quale non è meno reale perciò. Quello che oggi viene detto è in molti casi un narcotico per l’umanità, perché naturalmente gli uomini non vogliono confessarsi quello di cui realmente si tratta. Gli uomini trovano oggi spesso troppo scomodo elevarsi mediante il lavoro interiore ai mondi spirituali. Non lo vogliono. Vogliono penetrare ai mondi spirituali in modo molto più semplice, il più semplicemente possibile. Perciò si illudono, perciò si assopiscono. Ma non ci si può assopire impunemente. Il mondo prosegue il suo corso. Nel mondo agisce il Divino-Spirituale, anche se non lo si vuol riconoscere. Agisce e trama in esso. E questo è il compito più profondo del nostro tempo: ritrovare il collegamento con lo spirituale reale, liberarsi dall’egoismo spiritualizzato che abbiamo appena descritto e superarlo. Questo è quello che tocca il cuore quando si è compreso l’impulso più profondo della scienza dello spirito per il presente. Il mondo — l’ho già osservato prima — costringerà gli uomini con i suoi enormi segni a cercare di nuovo lo Spirito. Ma deve esservi un certo nucleo di uomini che si sforza di entrare in questo sforzo spirituale, il quale alone è vero, veridico e reale per il presente.

Vedete, la Terra ha compiuto compiti diversi. Non solo il singolo uomo ha una compito, l’intera Terra compie continuamente compiti diversi. Un compito diverso ebbero nel tempo che seguì immediatamente la grande catastrofe atlantidea gli uomini della cultura indiana, un compito diverso ebbero più tardi gli uomini della cultura persiana; un compito diverso ebbero gli uomini quando gli Egiziani e i Caldei davano il tono, un compito diverso quando i popoli greco-romani davano il tono. Questo è continuato fino al 15° secolo. Un compito diverso è stato di nuovo assegnato dal 15° secolo a oggi. E questo compito che oggi ci è assegnato è completamente diverso da quello che sia mai stato sulla Terra. Si può caratterizzare questo compito che oggi è assegnato all’umanità, che ha inizio col 15° secolo e che durerà fino nel 4° millennio, indicando l’elemento più essenziale che accade sulla Terra proprio in questo periodo di tempo.

Se si guarda indietro fino al 15° secolo e se lo si considera dal punto di vista della scienza dello spirito, si vede come fino al 15° secolo tutto ciò che gli uomini hanno fatto era penetrato da una certa spiritualità. La storia esteriore non ne racconta nulla, perché è una «fable convenue» che impariamo nelle scuole e nelle università. Studiate veramente quello che gli uomini hanno creato nella vita quotidiana — era permeato da una certa spiritualità. È caratteristico della nostra epoca che questa spiritualità sia declinata, che debba gradualmente scomparire completamente se l’uomo non aggiunge una nuova spiritualità alla cultura puramente esteriore e materiale. A causa delle circostanze puramente esteriori lo sviluppo della Terra è condannato a diventare puramente materialistico. Lo Spirito, che in certo modo veniva da sé nei precedenti periodi dello sviluppo terrestre, l’umanità deve aggiungerlo liberamente dal suo interiore a ciò che si presenta.

Se si prescinde da quello che gli uomini possono portare nella cultura terrestre dalla loro libertà interiore, dalla loro coscienza, e si guarda solo a quello che si produce da sé nel nostro quinto periodo, che dura dalla metà del 15° secolo, allora risulta che questo è il periodo in cui la Terra comincia gradualmente a morire per tutto il cosmo, per l’intero universo. Il quinto periodo è l’inizio della morte della Terra. Mentre tutti i periodi precedenti potevano dare un contributo a quello che si chiama lo Spirito dell’Universo per mezzo di ciò che emergeva dalla Terra stessa, tutta la cultura splendida che si è sviluppata in questo quinto periodo — il telegrafo, il telefono, la ferrovia — ha grande significato per la Terra, ma nessun significato al di fuori della Terra. Nulla di ciò che è nato nell’Egittologia, nella grecità scompare con la Terra; ma ciò che nasce nel nostro tempo sul fondamento della cultura puramente materialistica perirà con la Terra quando essa stessa sarà il cadavere di un mondo. Quello che la presente cultura materiale crea perirà con la Terra. Questo tempo doveva venire. Perché gli uomini devono essere liberi. Non dovevano essere costretti a trovare lo Spirito, dovevano trovare lo Spirituale liberamente dall’atto consapevole della loro coscienza. Perciò è venuto questo presente periodo di tempo, nel quale tutto ciò che possiamo trovare esternamente, di cui possiamo essere così orgogliosi esternamente, esternamente è solo per la Terra, non è però per il mondo spirituale. Perciò è anche il tempo che libera l’uomo di elevarsi allo Spirito, che rimanda gli uomini al loro interiore, alla loro anima, al loro cuore, al loro sentire, se vogliono diventare più spirituali, che non costringe gli uomini a essere più spirituali, ma che libera l’uomo se vuole perire con la cultura esterna che perisce, oppure se non vuole perire con questa cultura.

Si può comprendere tale verità, come è stata appena espressa, vale a dire quello che è assolutamente necessario all’umanità, o dalla scienza dello spirito — e tutto quello che si trova nella letteratura della scienza dello spirito vi dà mattoni per la comprensione di ciò che ho ora riassunto — oppure si può anche, se si è un poco preparati dalla scienza dello spirito, leggere le cose dai suoi giganteschi segni che si intrecciano nei nostri tempi. Ma gli uomini sono ancora poco inclini a leggere dai segni dei tempi.

Considerate il seguente. Chi negli ultimi decenni si è un poco guardato intorno nei campi dello sviluppo dell’umanità ha potuto fare osservazioni molto strane. Se si è chiesto: Come si sforzano gli uomini verso ideali futuri, verso un rinnovamento spirituale? — e se poi è andato per conoscere veramente queste cose, allora ha trovato uno sforzo vivace, uno sforzo spirituale, un’attività spirituale, un senso che sulla Terra le cose devono cambiare nel campo che si è soliti chiamare il Socialismo nel mondo operaio, nel movimento operaio. Ideali futuri puramente materiali, ma corretti, che sempre chiedono come il mondo deve essere trasformato, come deve venire qualcosa di nuovo — questo era l’uno.

Se si chiede in altri campi che non il campo del socialismo — il nostro movimento spirituale è ancora un piccolissimo gruppetto di alcuni, come la gente dice, strambi, pazzi — se si chiede agli uomini intelligenti, a coloro che hanno veramente compreso le idee del tempo, allora si trova negli ultimi decenni ovunque una sterilità spirituale gigantesca. Nella teologia ecclesiastica sono sorte le più strane discussioni: se Cristo Gesù abbia veramente vissuto o meno, e almeno che non possa essere stato qualche essere sovrumano; «l’uomo semplice di Nazareth» — questo era infine tutto quello di cui ci si occupava. E altro? Sì, che cosa si trovava? Si trovava in questo tempo, in cui gli uomini si sono «liberati da ogni credenza nell’autorità», nel quale gli uomini si guidano solo dal principio: «Esaminate tutto e trattenete il migliore» — la credenza più cieca nell’autorità in ciò che, come si dice, richiede la scienza. Credenza cieca nell’autorità su tutti i fronti! Credenza cieca nell’autorità dal ramo storico fino a quello medico. Infatti, nessuno trova molto conveniente sapere molte cose su ciò da cui dipende la salute; questo lo si lascia agli esperti in questo campo. Semplicemente terribile credenza nell’autorità! Appiccicati ai resti e ai frammenti di ciò che si è salvato dal passato, che per comodità si è mantenuto. Nessuno sforzo che sia proceduto dalla consapevolezza che un rinnovamento dell’umanità in relazione spirituale è necessario!

In questo si mostrava, a chi poteva osservare scientificamente, che nell’Est europeo, come dire, tra fiamme di segni, attraverso processi naturali puri, qualcosa annunciava un nuovo spirito; che sotto il più vergognoso giogo esteriore nell’Est europeo si sviluppava nei sentimenti anche dei più ottusi abitanti di questo Est europeo un tempo futuro. Strano, come dal 9° secolo fosse ricacciato dal resto dell’Europa verso l’Est quello che doveva restare, quello che non doveva essere rosicchiato dall’Occidente; come si presenta allora nella forma esteriore del cosiddetto Impero russo nei vari secoli, conservando interiormente il vecchio in modo meraviglioso e nella scorza del vecchio come in una pupa preparando un nuovo per una cultura più tardi! Culti misteriosi, si potrebbe dire, si erano ancora conservati entro questo popolo russo; con rappresentazioni misteriose vive questo popolo russo, che ha compreso poco dei concetti religiosi astratti dell’Occidente, ma che ha sentito molto, nel più profondo interiore, delle forme di culto, di ciò che porta l’animo umano in forma raffigurativa verso il Divino. Nella propria anima l’uomo dell’Est sente quello di cui il signore della religione occidentale porta il nome: «Pontifex», cioè costruttore di ponti, colui che costruisce un ponte verso lo Spirituale. Ma nell’Est si era conservato dal vecchio così tanto quanto era necessario per rimanere intoccato dal nuovo, dal nuovo materialistico, per mantenere almeno libero il ponte verso lo Spirituale.

E ora unite con questo i segni contemporanei dei tempi! Si vorrebbe dire: L’ironia più amara, la più amara dell’intera sviluppo umano è stata versata proprio sull’Est europeo — la più amara ironia! La caricatura di ogni nobile sforzo umano, che nel Leninismo, nel Trotzkismo come ultima conseguenza caricaturale delle pure idee socialiste materialistiche si è manifestata, è come un indumento che non calza al corpo, tirato addosso all’uomo dell’Est. Mai più grandi contrasti si sono scontrati che l’anima dell’Est europeo e il disumano Trotzkismo o Leninismo. Questo non è detto da alcuna simpatia o antipatia, questo è detto dalla conoscenza, dalla conoscenza che deve mostrarci quale cosa terribile si sta preparando nell’Est europeo dalla combinazione dei maggiori contrasti che siano mai accaduti insieme. Questo deve anche indicarci che i segni dei tempi parlano significativamente. Questo deve mostrarci, prima di tutto ancora una volta, di cominciare a prendere sul serio la scienza dello spirito, tanto da voler penetrare nella realtà per mezzo di essa; perché si può penetrare nella realtà del presente per mezzo di essa.

Un discorso strano ha tenuto Tagore ai Giapponesi — Rabindranath Tagore — sullo spirito del Giappone. Parla come orientale, Tagore; ma l’orientale parla oggi già così che l’europeo, se vuole, potrebbe comprenderlo un poco. Ma proprio quando ci si immerge in quello che Tagore ha detto dello spirito del Giappone, quello che egli voleva dire in certo modo al mondo intero, allora si trova che questo Tagore con tutti gli uomini perspicaci dell’Est sa: l’Est conserva un’antica cultura spirituale, una cultura spirituale che i saggi dell’Est hanno gelosamente tenuto segreta, che non hanno lasciato uscire tra il popolo ordinario. Ma è una cultura spirituale che hanno incorporato nelle istituzioni sociali fino ai tempi più recenti. Una cultura che è spirituale in tutto e per tutto, il cui tempo però è esaurito. Perciò quella stranezza innaturale che ci viene incontro, vorrei dire, per tutto l’Est asiatico. La gente se ne appropria alla loro antica maniera di sentimento spirituale le forme di pensiero occidentali, le forme di cultura occidentali. Ne risulta perciò in fondo qualcosa di terribile, perché il pensiero spirituale, particolarmente come l’ha sviluppato il Giapponese, è mobile, penetrante nella realtà. Se fratellevolmente si unisce al materialismo europeo-americano, allora, se il materialismo europeo non vuol spiritualizzarsi, glielo supererà certamente in rango. Perché l’europeo non ha la mobilità dello spirito che ha il giapponese. Lui ha questo come eredità della sua antica spiritualità.

Ora, come per una meravigliosa saggezza, direi, l’anima popolare russa era stata preservata da tutto ciò che conduce a uno sviluppo abissale, alla decadenza. Ma ora deve essere avvelenata dal Leninismo e dal Trotzkismo. Deve essere infettata da quello che assolutamente estinguerebbe lo spirito da tutta la cultura terrestre se giungesse al potere. Questo naturalmente non deve essere. Ma se non deve essere, il successo, il successo spirituale, dipende dal fatto che ci si decide di non considerare la scienza dello spirito soltanto come una teoria astratta, non soltanto come un mezzo conveniente di sviluppare una certa lussuria interiore, un certo sogno mistico nell’anima nel quale ci si sente bene, per cui ci si illude che non si abbia a che fare col mondo — questo mondo vile si disprezza, ci si sente dentro un aldilà spirituale. Questo è solo egoismo, un egoismo più elevato, ma comunque solo egoismo. Con tale misticismo, tale teosofia non si dovrebbe voler avere niente a che fare, bensì soltanto con quella comprensione spirituale dell’esistenza che veramente comprende lo spirito, lo sperimenta, ma attraverso lo spirito vuol afferrare la realtà.

Ora si deve riconoscere quello di cui si tratta come un compito, come un compito serio per il presente. Ma le cose sono talvolta scomode. E proprio perché sono scomode, certe confraternite che fino a ora le hanno custodite, le hanno tenute segrete dalla massa larga, le hanno protette. Questo non è più il momento. È il momento che gli uomini si sforzino in libertà spirituale dalla consapevolezza interiore. Le cose che sono state tenute segrete per millenni devono ora essere comunicate agli uomini. Si deve comprendere che nell’Est in antiche epoche già sbiadite una saggezza spirituale esisteva, ma il tempo per questa saggezza spirituale è passato. Una saggezza spirituale diversa deve venire. Di questo molti uomini vogliono ingannarsi. Quanti uomini non si sono presentati nel nostro presente tempo di ricerca, volendo essere comodi agli europei, perché per loro la scienza dello spirito è troppo difficile! Perché lì si deve pensare; il pensiero è qualcosa di così scomodo! Perché lì si deve essere spiritualmente svegli; essere spiritualmente svegli è qualcosa di così scomodo! Così molti uomini si sono trovati che hanno voluto risparmiare agli europei di cercare il proprio cammino verso lo Spirito, e hanno loro insegnato ogni sorta di saggezza orientale, saggezza zoroastriana e tutto il possibile. Gli europei si sentivano così bene se non dovevano cercare lo Spirito loro stessi, ma se lo Spirito veniva dato loro finito dall’antico Oriente. Era questo un narcotico, perché non si voleva cercare l’universo attraverso lo Spirito. Si voleva assopirsi afferrando un antico mezzo di conoscenza. Questo era l’errore che si è commesso su molti fronti verso l’Oriente. E se ne è commesso un altro errore. Quest’altro errore è connesso con il fatto che questo nuovo tempo, che in certo modo porta la Terra alla morte nella sua cultura, porta negli uomini la necessità inconscia di cercare il proprio interiore. L’impulso di cercare e trovare questo proprio interiore, questo impulso è già qui. Oh, gli uomini diventano sempre più numerosi che mirano a cercare questo proprio interiore! La ricerca del proprio interiore si camuffa, si maschera persino nell’adorazione di Dio, che è sia adorazione dell’Angelo sia adorazione del proprio sé. La ricerca dell’interiore diventerà sempre più viva e viva nell’umanità moderna. Quanto più scienza naturale, quanto più tecnica gli uomini nel tempo moderno afferrano, tanto più vivamente verrà il contro-impulso della ricerca dell’interiore. Gli uomini oggi cercano in molti modi sbagliati, ma cercano. Coloro che cercano meno, sono coloro che come organi ufficiali sono incaricati di cercare lo Spirito; loro cercano i « limiti della conoscenza ». Loro cercano di stabilire quello che l’uomo non può sapere dal mondo spirituale. E così abbiamo oggi guide spirituali che sono impegnate soprattutto a dire alle persone come non si può penetrare nel mondo spirituale, e un’umanità che cerca sì, ma non ha una vera consapevolezza della sua ricerca.

Questa è l’apparenza più stridente. Se capirete realmente di leggere i misteri delle anime sulla Terra, troverete negli uomini che sono laici, che sono nella necessità e nella lotta della vita, dappertutto la ricerca dell’anima. Chiedete delle guide che dalle cattedre e dalle cattedre dovrebbero parlare alle persone in modo che la ricerca sia soddisfatta, allora loro dicono che la scienza non lo permette, che non si devono superare i limiti della conoscenza, che l’uomo non può penetrare nel mondo spirituale. Kant ha stabilito per tutti i tempi i limiti della conoscenza umana, e chi non accetta questo è uno sciocco. — Questa è l’apparenza più stridente del presente. Ma l’impulso è nei circoli più larghi, anche se loro non ne sono consapevoli, di cercare l’interiore. Dove c’è tale impulso, a lungo termine non ci si contenterà solo dei limiti, ma si cercherà ancora altro.

Come l’Est ha mandato il narcotico di una cultura antica, di una cultura consumata, così l’Ovest lontano manda agli uomini un altro narcotico. Questo è quello che gradualmente si comprenderà: l’Anglo-Americanismo è culturalmente il narcotico nel tempo moderno per la ricerca dello Spirito nell’interiore umano. La cultura anglo-americana ha da una parte il compito di organizzare e diffondere il materiale sulla Terra, ma coniuga questo compito per mezzo di una natura interiore intrinseca dell’essere anglo-americano con il fatto che attraverso gli americanismi assopisce gli uomini sulla ricerca dello Spirituale nell’anima. Quanto più si diventerebbe orientali in Europa, tanto più ci si assopirebbe circa la conoscenza spirituale del mondo; quanto più si diventerebbe anglo-americani in Europa, tanto più ci si assopirebbe sulla ricerca del vero Spirito, del vero Io nell’interiore umano.

Non per sviluppare sciovinismo, non per recitare varie tirate su questa o quella missione mondiale, queste cose sono dette qui, ma perché — in modo molto modesto — questo deve essere penetrato per comprendere la situazione responsabile dell’uomo dell’Europa centrale. Perché dal tempo dell’approfondimento spirituale per mezzo di Lessing, Herder, Goethe, Schiller, per mezzo di tutto ciò che ho tentato di descrivere nel libro «Dal mistero dell’uomo» come il suono dimenticato della vita spirituale tedesca, lo spirito dell’Europa centrale è chiamato a condurre l’umanità oltre questi due narcotici: oltre il narcotico dell’Orientalismo, oltre il narcotico dell’Americanismo.

Comprendere come si presenta il quadro spirituale sulla Terra — comprendere quello che è posto sulle nostre anime — questo è quello a cui la scienza dello spirito deve servire da guida. Possono oggi gli uomini nel mondo sapere quali impulsi spirituali dall’Europa centrale possono venire nel mondo? Possono saperlo? Poniamo la domanda diversamente: ci siamo mostrati degni di una tale ricerca spirituale come è stata stimolata da Herder, da Goethe? — Cari amici, la meditazione ci è giustamente consigliata nella scienza dello spirito. Sapete quale meravigliosa meditazione sarebbe quella che si potrebbe iniziare già con i bambini più piccoli? Leggete in Herder come descrive ogni alba del mattino come una nuova creazione in un grandioso quadro di mondo. E leggete le innumerevoli immagini che si trovano in Herder nei suoi «Idee per una filosofia della storia dell’umanità». Dimenticati, scomparsi suonando! In questi giorni un signore, per il quale conta la vita spirituale mitteleuropea, mi ha detto: di tutto quello che c’è in Herder non ne ho mai sentito niente!

Sì, un compito riposa su di noi; questo compito dobbiamo comprendere. Senti oggi un cinese come Ku Hung-Ming. Senti un indiano come lo è Tagore. Credete veramente che questi uomini abbiano la possibilità di comprendere veramente, secondo quello che accade, quali impulsi spirituali vi sono nella vita spirituale mitteleuropea? Guardano e si dicono: Bene, Goethe ha vissuto; persino una società Goethe è stata fondata per la coltivazione della goetheanità. Ma che cosa è successo? Negli ultimi anni si è cercato chi dovesse dirigere questa società Goethe, chi dovesse stare alla testa di questa società Goethe; non è stata nemmeno posta la domanda: Dovrebbe essere un uomo che agisce nello spirito della goetheanità, che potrebbe fare qualcosa per la spiritualità nel senso come deve ora essere pensata, cento anni dopo Goethe? No, è stato messo un uomo alla testa della società Goethe che era un precedente ministro delle finanze. Il mondo esterno vede questo come l’amministratore della spiritualità goethiana. Non vede come amministratore della spiritualità goethiana nessun altro che un precedente ministro delle finanze!

Non basta semplicemente gridare: Spirito, Spirito, Spirito — bensì che si penetri la realtà con quello che è stato acquisito dall’intuizione spirituale, che però si introduca anche questa intuizione spirituale nella realtà. Un compito è assegnato proprio all’europeo centrale, e questo compito ha già iniziato. Perché la scienza dello spirito, come è pensata qui, non è nient’altro che la continuazione di quello che è emerso attorno alla grande svolta della vita spirituale moderna, alla quale ho appena accennato. Avrebbe dovuto trovare una controparte — lo sforzo puramente materiale socialista, che per decenni è stato il solo movimento di impulso — in un movimento spirituale! Bene, non è mai troppo tardi, ma deve finalmente essere compreso, affinché non decada, quello che è proprio nostro compito. Deve finalmente essere compreso che non si può andare avanti con tutti questi slogan, che un nuovo spirito deve afferrare l’umanità. Ma gli uomini oggi passano accanto allo Spirito. Per questo la vita ci dà innumerevoli esempi.

Un esempio solo, che potrebbe essere addotto in migliaia e migliaia. Poco fa è apparso un articolo strano di un uomo molto intelligente in un giornale tedesco molto letto. Questo uomo spiritoso «arredò» male un libro che purtroppo è apparso nella collezione «Dalla Natura e dal Mondo Spirituale»; lui imprecò orribilmente su questo piccolo libretto. E se leggevi questo articolo, non potevi scoprire: sì, perché mai imprecava propriamente l’uomo? Perché in questo libro si parla dello sviluppo dell’astrologia e dell’oroscopo, come ne parla appunto un normale professore universitario attuale, che è per bene e naturalmente non partecipa alla «superstizione» dell’astrologia. E alla fine sviluppa ancora il suo parere, descrivendo l’oroscopo di Goethe, e si prende praticamente gioco che si possa trovare ogni cosa possibile in questo oroscopo. Così un professore universitario per bene ha scritto dal punto di vista attuale. Non si potrebbe essere un professore universitario più rispettabile di quello che ha scritto il piccolo libretto. Ma Fritz Mauthner imprecava come un fornaio su questo libro, che qualcuno diffonda una superstizione. Lui imprecava e imprecava e non sapeva perché! Pochi giorni dopo è apparsa una rettifica da parte dell’autore, nella quale sottolinea: io sono completamente d’accordo con Fritz Mauthner, lui si prende gioco dell’astrologia e degli oroscopi, anch’io! Ho solo citato l’oroscopo per mostrare che in fondo si può leggere tutto ciò che si vuole. Siamo quindi completamente d’accordo. — Il «Berliner Tageblatt», il cui precedente critico teatrale era Fritz Mauthner, non aveva niente da ribattere, perché non trovava che Mauthner avesse frainteso. Mauthner non trova nemmeno una parola di chiarimento. Insomma, due persone che erano assolutamente d’accordo, si scontrarono nel modo più furioso, non si sapeva proprio perché. Non c’era il minimo motivo per questo.

Così va in tutto nel presente — questa è la caratteristica del presente! La gente non ascolta più quello che ha da dirsi; hanno anche per lo più molto poco da dirsi l’uno all’altro. Ma quello che sviluppano, quello che hanno l’uno contro l’altro, procede da qualcosa di completamente diverso da quello che si confessano. Si vive in qualcosa di completamente inspiegabile, in qualcosa di completamente irrazionale, perché ci si è alienati da quella che è realtà e non si può più penetrare in essa.

Se si pensa attraverso tali cose, se le si sente, allora sentirete già nelle vostre anime l’importanza, il significato di ciò che è la scienza dello spirito. Colui che oggi crede che la scienza dello spirito sia qualcosa di impratico è su un sentiero molto, molto sbagliato. Non sarà possibile fra cinquant’anni fondare fabbriche, non sarà possibile fondare comunità di lavoro di qualche genere, senza penetrare le cose con la scienza dello spirito, perché essa sola troverà il cammino verso la realtà. Quando si comprenderà correttamente che tutte le vecchie parole d’ordine conducono in vicoli ciechi, che abbiamo bisogno di intuizione dello spirito che governa il mondo anche alla più materiale vita esteriore, allora si comprenderà la scienza dello spirito, allora non si vorrà venire attraverso l’«unica ponte della morte» nella realtà spirituale in modo egoistico, bensì allora si trarrà la vita anche dalla morte.

Chi si è impegnato seriamente nella ricerca dello spirito, forse in un tale circolo intimo può parlare di tali cose. Io, che scrivo da più di trent’anni su Goethe, non ho mai voluto scrivere su Goethe in modo esteriormente filologico o filosofico o altro dotto, ma mi è sempre importato, attraverso la relazione a Goethe, di offrire una possibilità e di esprimere nei miei libri quello che Goethe vuole dire all’umanità ora in un campo determinato che mi sta a cuore. Non volevo andare al Goethe morto per studiarlo, ma volevo, attraverso quello che Goethe ha lasciato, trovare il cammino al Goethe vivente. Al Goethe che parla nelle nostre anime, se sappiamo che i morti sono vivi come noi, che vivono nei mondi nei quali noi stessi viviamo, solo che noi camminiamo nel corpo e i morti sono tra noi nello spirito.

Vi è forse una vera convivenza con i morti nelle comunità religiose? Certamente vi è la credenza egoistica nell’immortalità, non deve essere biasimata; ma rendere fruttuoso la vita dei morti, questo farà di nuovo la scienza dello spirito. Perché gli uomini attraverso la scienza dello spirito troveranno il cammino verso coloro con i quali erano legati karmicamente e che sono passati nell’altro mondo e ancora rimangono legati al mondo con migliaia e migliaia di fili. Perché in quello che accade qui sulla Terra non agiscono solo gli impulsi dei vivi. L’uomo non cessa di agire nel mondo quando è passato attraverso la porta della morte. Siamo solo in parte svegli. Quando percepiamo, quando formiamo rappresentazioni siamo svegli. Quando sentiamo, siamo sognanti. I nostri sentimenti non vivono più fortemente nella nostra coscienza di quanto i nostri sogni. E ancora meno i nostri impulsi di volontà — li dormiamo. Sappiamo in rappresentazioni come ricordiamo sogni, ma nella coscienza ordinaria non sappiamo nemmeno come la volontà agisce quando muoviamo il braccio. Nel sentimento sogniamo, nel volere dormiamo. Intorno a noi, mentre siamo esseri che sentono e che vogliono, c’è un mondo dello spirito nel quale non guardiamo nella coscienza ordinaria. Siamo strappati da questo mondo attraverso il percepire e il pensare. Perché siamo percepenti e pensanti e godiamo il mondo fisico, non sappiamo che i morti camminano in mezzo a noi. I morti camminano in mezzo a noi. L’uomo, quando si è sviluppato durante la sua vita, passa attraverso la porta della morte. Rimane legato all’esistenza terrestre; i fili vanno da lui nell’esistenza terrestre. Non possiamo sentire e volere senza che coloro che sono morti e legati con noi karmicamente agiscano nel nostro sentire e nel nostro volere. Il riconoscimento di quello che guarda in una vita non persa per la Terra, che altrimenti si crede nel nulla, in modo vivente, questo lo dà la scienza dello spirito. Su questo si fondano anche le capacità spirituali dell’uomo dell’Est. I popoli dell’Europa centrale hanno il compito di trarre dalla libertà dell’anima fino nel 4° millennio tutto quello che l’uomo può consciamente creare dalla libertà della sua anima. Ma certamente la realtà esterna materiale deve essere penetrata spiritualmente-spiritualmente. Ma «non» deve tuffarsi nel Wilsonismo, che è il contrario di ogni spiritualità. Nell’Est deve essere redento da quei contrasti terribili, da quel non-appartenenza che si è sviluppata dall’innesto del Trotzkismo e del Leninismo sulla spiritualità germinale, quello che si sta preparando come la prossima cultura, quello che sarà chiamato, ogni volta che qualcosa accade sulla Terra: Che cosa dicono i morti a questo?

Sì, questo è oggi una questione molto più importante, sapere che questo è qualcosa a cui ci si avvicina nello sviluppo della Terra. Oggi gli uomini sono intelligenti, sono già così intelligenti a vent’anni! Si fanno eleggersi nei parlamenti a venti anni, perché oggi ogni persona a vent’anni ha il suo punto di vista, è un uomo finito. Che la vita non ci sia data da vent’anni ai vent’anni per niente, ma che cresciamo continuamente, che a noi si rivela il nuovo, che quando siamo passati attraverso la porta della morte, la saggezza continua, la vita continua, diventiamo più saggi — questo è qualcosa che gli uomini devono penetrare. E in futuro si comprenderà che gli uomini più saggi a cui si deve chiedere quello che deve accadere sulla Terra, sono i morti.

L’anima conscia — se leggi quello che è, nel mio libro «Teosofia» — forma il presente; il Sé spirituale forma la prossima cultura. Il Sé spirituale si forma dal fatto che i morti saranno i consiglieri dei vivi sulla Terra. Oggi questo è ancora considerato fantastico sognare, come una mezza follia. Una realtà lo diventerà. Verranno tempi nei quali gli uomini che sono riuniti sulla Terra per fare qualcosa di ragionevole, che ha significato per lo sviluppo della Terra, non chiederanno solo i vivi, ma i morti. Sulla forma più prossima, come questo assumerà anche forma politica in futuro, come deve essere preparato, non si può ancora oggi entrare; questo può restare solo Mistero. Ma si può già penetrare con la consapevolezza che questa coscienza viva deve sorgere nell’umanità, che siamo insieme con i morti; che l’uomo non deve sviluppare solo sforzo egoistico per l’immortalità, bensì quello sforzo vivente che si vive nell’agire, nell’atto.

Diventare consapevoli che la conoscenza dello Spirito vuole mettere lo sforzo umano individuale nel completo sforzo della Terra — questo ho ritenuto particolarmente adatto a essere considerato in questa occasione, dove i nostri amici si sono radunati qui insieme per trovare risposte della scienza dello spirito a certe domande della vita. Che non si tratti solo di anguste esigenze dell’anima umana, ma che oggi, se stiamo seriamente a ciò che è la coltivazione della scienza dello spirito, si tratti del destino della cultura terrestre — il farlo diventare consapevole non è una presunzione, non una megalomania, questo può accadere in ogni umiltà, ma deve accadere, perché oggi devono esserci uomini che veramente vedono attraverso la serietà dello sforzo umano sulla Terra. Immergetevi così nella scienza dello spirito, allora scoprirete: per quanto piccolo possa ancora essere un tale ramo, può fare la sua parte a quello che deve diventare nell’evoluzione dell’umanità, che deve diventare se la Terra deve andare incontro al suo scopo!

4°Segni dei tempi. Oriente, Occidente, Europa centrale

Ulma, 30 Aprile 1918

Gli amici del nostro movimento spirituale che si trovano qui a Ulma si sono riuniti qualche tempo fa per coltivare anche in questa città i pensieri, le aspirazioni e gli impulsi del nostro movimento. Noi siamo qui, amici venuti da fuori, uniti oggi ai nostri amici di Ulma per ricordare insieme questo avvenimento, che consiste appunto nel fatto che anche in questa città di Ulma alcuni amici del nostro movimento si sono associati. Si sono associati in un tempo grave, in un tempo difficile, in un tempo che parla agli animi degli uomini per mezzo di segni assai significativi. Ed è dunque opportuno che in questa occasione si rivolga il pensiero a connessioni più ampie, a connessioni spirituali nell’evoluzione dell’umanità, all’interno delle quali il nostro movimento spirituale si inserirà per il nostro tempo e per il prossimo avvenire. Vorrei dire: vogliamo per una volta distogliere lo sguardo da ciò che concerne anche sul piano spirituale gli interessi più immediati dell’umanità, e volgerlo a quell’orizzonte più vasto al quale il nostro movimento è connesso.

Sappiamo bene che le personalità del presente, le quali si raccolgono sotto il segno dei nostri impulsi spirituali, devono sentire nel profondo dell’anima, nel profondo del cuore, di voler cercare qualcosa che nessun altro movimento spirituale, nessun’altra aspirazione spirituale del presente può loro offrire: qualcosa che è strettamente legato a ciò che l’uomo, nel nostro tempo e nel prossimo avvenire, deve cercare sul piano dell’anima se vuole divenire consapevole, nel pieno senso del termine, della propria umanità. In questa ricerca, così come si esprime nel nostro movimento, troviamo molti avversari. E precisamente nostri avversari sono coloro che, da questo o quel punto di vista, credono di dover proteggere i veri beni dell’evoluzione umana: proteggerli, secondo loro, da uno smarrimento dello spirito umano quale sarebbe quello dato nel nostro movimento. Così molti uomini d’animo religioso, o apparentemente religioso, ritengono che il nostro movimento sia tale da distogliere da ciò di cui essi avrebbero bisogno per un autentico approfondimento religioso.

Si potrebbe certo replicare, con un giudizio un poco superficiale ma non per questo meno calzante, a chi parla in tal modo: la rappresentanza dell’idea cristiana è forse riuscita, nel corso degli ultimi secoli, a portare l’umanità a un’altezza tale da rendere possibile — non dico eliminare dal mondo, ma anche soltanto attenuare — l’attuale terribile catastrofe? Non vi è riuscita! Eppure quegli uomini che non vogliono mai imparare dagli avvenimenti non imparano nulla nemmeno dal fatto che la vita religiosa, nel loro senso, si è dispiegata da secoli, anzi da millenni, e che ora, nonostante tale vita religiosa, questa catastrofe ha potuto scoppiare sull’intera Terra. Ma anche se è ovvio porsi tale domanda, non vogliamo oggi indirizzare i nostri pensieri in quella direzione. Vogliamo piuttosto sollevare una questione diversa, una questione forse poco considerata, che però è connessa a cose molto, molto profonde del nostro presente.

Sapete qual è la parola di cui agli odierni studiosi, ai filologi eruditi, è massimamente ignota l’origine, la nascita? Sapete qual è la parola della quale troverete, persino nelle opere più dotte, se cercate consiglio, che non si sa dire da dove venga, che cosa propriamente voglia dire, che cosa significhi? La parola della cui origine linguistica e spirituale invano cercherete il chiarimento negli strumenti eruditi è la parola «Dio». Nessuna scienza è oggi in grado di darvi ragguaglio sull’origine linguistica e spirituale della parola Dio. È un fatto curioso. Poiché questo fatto non rinvia soltanto a esteriorità, non a qualcosa che si trovi in questa o quella serie di dati, ma rinvia a qualcosa che è strettamente, profondamente connesso con l’animo umano. Tutti gli uomini credono di dire qualcosa quando parlano del divino, quando parlano del loro volgersi a Dio. E con tutti i mezzi dell’erudizione attuale non sono nemmeno in grado di indicare in qualche modo l’origine della parola Dio. Ciò mostra che la grande maggioranza degli uomini del presente, che oggi parlano in ambito religioso o in altri ambiti spirituali, in verità non sa affatto di che cosa parla. Se solo si penetrasse a fondo in ciò che è in realtà detto con questa constatazione: che gli uomini non sanno di che cosa parlano quando credono di parlare di ciò che è più intimamente connesso con l’aspirazione dell’anima umana! Lo sentono — se non in piena consapevolezza, almeno per istinto — coloro che si sentono spinti, dai diversi smarrimenti spirituali del presente, a giungere ai nostri impulsi spirituali. Che questi impulsi spirituali, i quali provengono appunto dalla scienza dello spirito a orientamento antroposofico, siano connessi ai bisogni più urgenti del nostro tempo: ciò è stato da me ribadito sempre di nuovo nei tempi in cui da tempo si andava addensando l’attuale grave tempesta.

Posso ricordare qui una frase che ho pronunciato spesso, come sanno quegli amici che da anni seguono il nostro movimento. Ho detto più volte che nel corso degli ultimi tre o quattro secoli la Terra, con i suoi diversi popoli, è divenuta un’unità sul piano commerciale, industriale, bancario e così via. Ho mostrato come i moderni mezzi di trasporto e ciò che attraverso di essi fino a poco tempo fa è stato fatto rotolare per il mondo abbiano steso sull’intera Terra un’unità del piano economico, della vita economica esteriore: un’unità, se così possiamo dire, della vita fisica terrestre. Avevamo un’unità della vita fisica terrestre. Un assegno emesso a New York poteva essere riscosso a Tokio, a Berlino o dovunque. A questo dato di fatto ho sempre aggiunto, negli anni che hanno preceduto questa guerra, l’esigenza seguente: non solo il corpo umano ha bisogno di un’anima, ma ogni corpo ha bisogno di un’anima, non può vivere senza un’anima. Ciò che come corpo fisico si è disteso sulla Terra in rapporti commerciali, industriali e di altro genere — appunto come un corpo fisico — ha bisogno di un’anima: di un’anima tale da rendere possibile che, sull’intera Terra, gli uomini si comprendano spiritualmente così come si comprendono commercialmente e in fatto di denaro. Dare al corpo terrestre un’anima terrestre: è ciò che ho spesso indicato come obiettivo da perseguire.

Ora, una simile cosa non si costruisce certo in un giorno; ha bisogno di tempo. E quanto qui dico non vuole essere una critica del nostro tempo, ma soltanto una caratterizzazione: deve accendere nelle anime degli uomini ciò che dev’essere impulso all’agire, al pensare, al sentire, al volere. Non vuole accusare, ma esprimere ciò che deve accadere. Perciò non è inteso a mo’ di rimprovero, [se è stato detto] che gli uomini hanno trascurato, negli ultimi decenni — quando con particolare intensità si è venuto formando un corpo terrestre comune — di dare a questo corpo terrestre un’anima terrestre comune. Questa anima terrestre può essere trovata soltanto quando si porta l’uomo a comprendere ciò che, in rapporto spirituale, è agli uomini comune così come, in rapporto fisico, lo è il Sole; e che dev’essere diffuso nell’umanità attraverso la scienza dello spirito a orientamento antroposofico.

Ma questo finora è stato trascurato. E in questo tempo catastrofico viviamo nella maniera più terribile — come mai prima è accaduto nella storia evolutiva dell’umanità che si possa seguire con documenti — che l’umanità si vede ridotta in un vicolo cieco, in un vero vicolo cieco. E sul serio essa ne uscirà solo se si deciderà ad aggiungere alla cultura fisica, della quale l’umanità tanto si vanta, anche la cultura spirituale dell’anima terrestre, propria del nostro tempo e del prossimo avvenire, che appartiene a tale cultura fisica.

Ci si può opporre quanto si vuole a queste aspirazioni di dare alla Terra una nuova spiritualità: la verità dovrà comunque farsi valere. L’umanità vive ora dentro una terribile catastrofe. Se l’umanità non si deciderà a inserire in sé realmente la nuova spiritualità qui intesa, in periodi sempre nuovi, forse in periodi assai brevi, queste catastrofi torneranno sempre. Con i mezzi che l’umanità aveva già conosciuto prima dello scoppio di questa catastrofe, essa e tutte le sue conseguenze non saranno mai sanate. Chi ancora lo crede non pensa nel senso dell’evoluzione terrestre dell’umanità. E questa epoca catastrofica durerà — anche se per qualche anno può essere apparentemente colmata — finché l’umanità non la interpreterà, non la spiegherà nell’unico modo giusto: che essa cioè è un segno, un segno che gli uomini si volgano allo spirito, il quale deve compenetrare la vita puramente fisica. Oggi questa per molti può essere ancora una verità amara, perché scomoda, ma è una verità.

Domandiamoci una volta che cosa abbia in realtà mantenuto fino a oggi, malgrado la cultura terrestre puramente materialistica che da tre o quattro secoli si presenta sempre più intensamente, un qualche legame con il mondo spirituale. Chi ha esperienza in questo campo sa che il legame con il mondo spirituale è stato mantenuto in fondo soltanto da un unico fatto, gravissimo per l’umanità. Un uomo che fu negli ultimi anni uno dei più autorevoli dirigenti dell’infruttuosa «Società per la cultura etica» mi disse un giorno che aveva a lungo riflettuto su come mai, nel nostro tempo illuminato, in cui l’umanità sa pure che la salvezza può ormai stare soltanto nel comprendere il mondo materiale, fosse possibile che in questo tempo illuminato vi fossero ancora le chiese, chiese accanto ai vari Stati. E mi disse che era giunto a capire perché esistano ancora le chiese. Egli rivestì questa soluzione, con la quale credeva di esprimere un profondo segreto, all’incirca con queste parole: gli Stati amministrano la vita, le chiese amministrano la morte; e poiché gli uomini non si sono ancora disabituati a pensare nella morte qualcosa di terribile, il potere della chiesa consiste appunto nel fatto che essa amministra la morte. È un modo di pensare schiettamente materialistico, poiché quell’uomo voleva con ciò esprimere che, se gli uomini si fossero infine disabituati a considerare la morte come qualcosa che incide in maniera significativa nella vita umana, se si fossero abituati a lasciarsela giungere addosso come l’animale, allora le chiese avrebbero perduto il loro potere.

Ora, naturalmente questo enunciato è una completa assurdità, addirittura una brillante assurdità; eppure, se si guarda alla vita spirituale del presente, non è del tutto infondato. Il presente, per comprendere sé stesso, per esprimere ciò che è sul piano spirituale, talvolta deve dire un’assurdità. Si addurrà ciò, in avvenire, come caratteristica peculiare del nostro tempo: che gli uomini più ingegnosi del presente sono stati costretti, allorché cercavano di esprimere in modo davvero pregnante il carattere del presente, ossia del tempo che sta a cavallo fra il XIX e il XX secolo, a dire un’assurdità. Tuttavia qualcosa di vero è proprio in questa assurdità: precisamente, che quasi l’unico ponte di collegamento con il mondo spirituale, per numerosi uomini del presente, consiste nel fatto che essi, in un certo senso, o hanno paura della morte o non sopportano il pensiero, quando i loro cari sono trapassati, di doverli pensare in un nulla. Certo, non va misconosciuto che questi pensieri sono ancora sempre abbastanza significativi, che sono ancora sempre connessi con gli interessi più profondi dell’anima umana. Tuttavia, a un vero essere uniti al mondo spirituale non possono condurre né la paura né alcun altro sentimento di fronte alla morte. A ciò deve aggiungersi una reale, vera conoscenza del mondo spirituale, una comprensione della realtà del mondo spirituale. E questa comprensione della realtà del mondo spirituale non è oggi possibile altrimenti che aggiungendo all’atteggiamento naturalistico-scientifico un atteggiamento di scienza dello spirito.

Se gli uomini non sanno da dove provenga propriamente la parola Dio, che cosa sia propriamente il divino, che fanno propriamente gli uomini che oggi parlano dei bisogni di questa o di quella venerazione religiosa, che parlano del divino? Gli uomini che assai spesso credono di essere profondamente religiosi, pretendendo di adorare il divino più alto: che cosa fanno propriamente? Porsi questa domanda, in un momento serio, davanti all’anima non è cosa di poco conto. Che cosa implica essa? Implica questo: che cos’è in realtà il Dio del quale parla la maggior parte degli uomini del presente, che pretendono di essere di natura religiosa?

Ora, gli uomini respingono quando dal punto di vista della scienza dello spirito si dice loro che al di sopra di noi vi sono altre entità, gli Angeloi, Archangeloi, Archai e così via, sicché contempliamo una gerarchia di entità spirituali e la via è lunga, fino in alto, verso ciò che è il divino più alto. Questa modestia conoscitiva gli uomini del presente non vogliono averla. Lo esprimono spesso dicendo che non vogliono alcuna mediazione tra sé e Dio, vogliono sempre rivolgersi direttamente, immediatamente al sommo Dio. Ma non si tratta di ciò che si crede di un simile volgersi: si tratta di ciò che si fa in realtà nell’anima propria, di ciò che si vive in realtà nell’anima propria.

Prendete tutto ciò che oggi un predicatore di una qualunque comunità religiosa riconosciuta vi presenta sul divino, ciò che dice sul divino. A che cosa si riferisce — se non andiamo dietro alle sue parole ma alla realtà? Si riferisce a due cose. O ciò di cui egli parla non si riferisce ad alcuna entità più alta del suo angelo, che come entità direttrice si trova sopra ciascuno di noi: prega questo angelo, lo chiama il sommo Dio. Chi sa quale contenuto le parole possano realmente avere, sa che tutto ciò che nelle moderne prediche viene detto di Dio non si riferisce mai ad alcun Dio più alto di un angelo o, se non a un angelo, allora a qualcos’altro. Se infatti si indaga da dove provenga propriamente ciò che sentono quegli uomini che parlano del loro Dio, che predicano il loro Dio nelle loro chiese, che spesso pretendono persino di avere un’esperienza di Dio nelle proprie anime — come fanno alcuni uomini del presente, che si denominano allora, con una certa superbia, «uomini evangelizzati» e simili —, da quali impulsi nella loro anima muovano costoro, si giunge a quanto segue. Tali uomini sentono nella propria anima l’impulso del proprio essere, così come questo essere si è sviluppato in un ambiente puramente spirituale fra l’ultima morte e la nascita. Questo essere spirituale, che si è sviluppato dentro di noi fra l’ultima morte e la nostra nascita, sta ora nel nostro corpo, ha preso possesso del nostro corpo. Molto di ciò in cui viviamo proviene unicamente da quell’essere, da quell’essere prenatale. Quell’essere prenatale l’uomo lo sente come uno spirituale; con quell’essere prenatale egli si sente unito. Anzi, perfino i cosiddetti teosofi delle più diverse correnti hanno ripetuto agli uomini, sempre di nuovo — per dare loro qualcosa di spiritualmente dolce come miele —, che si tratterebbe per l’uomo di unirsi al proprio Dio dentro di sé. Ma ciò che l’uomo sente, quando suppostamente si unisce al proprio Dio, è egli stesso: è soltanto il suo essere spirituale-animico nel tempo fra l’ultima morte e l’ultima nascita. E ciò di cui parlano numerosi pastori e sacerdoti, quando parlano del Dio che sentono nella loro anima, non è altro che il loro presagire il proprio Io — non come si sviluppa qui nel corpo fisico, nell’ambiente fisico, ma come si è sviluppato nel mondo spirituale fra morte e nascita. È ciò che essi sentono, e allora cominciano a pregare. E che cosa pregano? Sé stessi.

Ciò è quanto, da molte correnti spirituali del presente, ci si fa incontro in modo straziante. Se si guardano queste cose secondo la realtà, ci si deve confessare che gli uomini sono giunti a poco a poco, inconsciamente, senza saperlo, ad adorare sé stessi. E se uno se ne accorge, lo esprime in forme singolari, come ha fatto Friedrich Nietzsche. Bisogna farsi chiaro questo: chi non vuole riconoscere le gerarchie, la meravigliosa ampiezza e grandezza del mondo spirituale, o prega semplicemente il proprio angelo — il che è ugualmente un’adorazione egoistica — oppure prega sé stesso. Questa è la forma spirituale dell’egoismo al quale l’umanità è giunta a poco a poco sotto l’influenza dell’evoluzione materialistica dell’epoca recente.

Ora voi direte: che cosa ci sta raccontando? Non è poi vero! La gente non dice di adorare sé stessa, di adorare solo il proprio angelo! Certo, non lo dice, ma lo fa; e ciò che dice avviene soltanto per stordirsi di fronte al fatto, che non per questo è meno reale. Ciò che oggi viene detto è spesso un mezzo di stordimento per l’umanità, poiché naturalmente gli uomini non vogliono confessarsi ciò di cui veramente si tratta. Gli uomini trovano oggi spesso troppo scomodo elevarsi, in un lavoro interiore, ai mondi spirituali. Non lo vogliono. Vogliono giungere ai mondi spirituali in modo molto più semplice — il più semplicemente possibile. Perciò si ingannano, perciò si stordiscono. Ma non ci si può stordire impunemente. Il mondo segue il suo corso. Nel mondo agisce il divino-spirituale, anche se non si vuole riconoscerlo. Vi agisce, vi tesse. E questo è il più profondo compito del nostro tempo: ritrovare il legame con il reale spirituale, sciogliersi dall’egoismo spiritualizzato che abbiamo testé descritto, vincerlo. Questo è ciò che parla al cuore se si è compreso il vero impulso più profondo della scienza dello spirito per il presente. Il mondo — l’ho già ricordato poco fa — costringerà già gli uomini, con i suoi possenti segni, a cercare di nuovo lo spirito. Ma deve esserci un certo nucleo di umanità tendente a tale meta, un nucleo che si introduca in questa aspirazione spirituale, la quale unica può essere il giusto, il vero, il reale per il presente.

Vedete, la Terra ha attraversato compiti diversi. Non è soltanto il singolo uomo ad avere un compito: la Terra intera ha continuamente i suoi diversi compiti. Un compito ebbero, nel tempo che seguì immediatamente la grande catastrofe atlantica, gli uomini della cultura indiana; un altro compito ebbero poco più tardi gli uomini della cultura persiana; un altro compito ebbero gli uomini quando gli Egizi e i Caldei davano il tono; un altro compito ancora, quando i popoli greco-romani davano il tono. Quest’ultimo perdurò fino al secolo XV. Un altro compito ancora ci è assegnato dal XV secolo fino a oggi. E questo compito che ora ci è assegnato è del tutto diverso da quello che mai sia stato sulla Terra. Si può caratterizzare questo compito, ora affidato all’umanità — che è cominciato col XV secolo e durerà fino al IV millennio —, ricordando ciò che di più essenziale avviene proprio in questo periodo sulla Terra.

Se si guarda indietro al tempo che precede il XV secolo, se lo si considera con metodo di scienza dello spirito, si vede come fino al XV secolo tutto ciò che gli uomini hanno operato sia compenetrato da una certa spiritualità. La storia esteriore non racconta nulla di questo, poiché essa è una fable convenue che impariamo nelle scuole, nelle università. Studiate solo davvero ciò che gli uomini hanno creato nella vita quotidiana: era compenetrato da una certa spiritualità. È questo il tratto caratteristico della nostra epoca: che tale spiritualità è venuta meno, che essa deve a poco a poco andare del tutto perduta se l’uomo non aggiunge una nuova spiritualità alla cultura puramente esteriore, materiale. A causa delle condizioni puramente esteriori, l’evoluzione terrestre è condannata a divenire puramente materialistica. Lo spirito, che in certo senso veniva da sé in precedenti epoche dell’evoluzione terrestre, l’umanità deve ora aggiungerlo per libero atto interiore a ciò che si offre.

Se si prescinde da ciò che gli uomini possono portare nella cultura terrestre dalla loro libertà interiore, dalla loro coscienza, e si guarda soltanto a quanto, nel nostro quinto periodo — che dura dalla metà del XV secolo —, si dà da sé, allora risulta che questo è il periodo in cui la Terra comincia a poco a poco a morire per l’intero cosmo, per l’intero universo. Il quinto periodo è il principio della morte della Terra. Mentre tutti i periodi anteriori potevano dare un contributo allo spirito dell’universo, di cui si è detto, mediante ciò che da sé scaturiva dalla Terra, tutta la brillante cultura che si è sviluppata in questo quinto periodo — il telegrafo, il telefono, la ferrovia — ha la sua grande importanza per la Terra, ma nessuna importanza al di fuori della Terra. Nulla di ciò che è sorto nell’epoca egizia, nell’epoca greca, perisce con la Terra; ma ciò che sorge nel nostro tempo sul terreno della cultura puramente materialistica perisce con la Terra, quando la Terra stessa sarà cadavere cosmico. Ciò che la cultura materiale del presente crea perisce con la Terra. Questo tempo doveva venire. Poiché gli uomini devono divenire liberi. Non dovevano essere costretti a trovare lo spirito: dovevano trovare lo spirituale per libero atto interiore della coscienza. Perciò è venuto il tempo presente, in cui tutto ciò che possiamo trovare esteriormente, di cui possiamo essere così orgogliosi, è esteriormente solo per la Terra, ma non per il mondo spirituale. Perciò è anche il tempo che lascia all’uomo la facoltà di elevarsi allo spirito, che rimanda gli uomini al loro interno, alla loro anima, al loro cuore, al loro animo, qualora vogliano diventare più spirituali; che non costringe gli uomini a essere più spirituali, ma lascia loro la facoltà di scegliere se vogliono decadere con la cultura esteriore in decadenza, o se non vogliono decadere con questa cultura.

Una verità come quella ora pronunciata — ossia ciò che è assolutamente necessario all’umanità — la si può comprendere o muovendo dalla scienza dello spirito (e tutto quanto trovate nella letteratura di scienza dello spirito vi offre pietre per la comprensione di ciò che ho ora riassunto), oppure la si può leggere, se si è un poco preparati dalla scienza dello spirito, nei possenti segni che irrompono nel nostro tempo. Ma gli uomini sono ancora poco inclini a leggere nei segni dei tempi.

Considerate quanto segue. Chi negli ultimi decenni si è guardato un poco attorno nei campi dell’evoluzione umana ha potuto fare osservazioni molto singolari. Se si è chiesto: come tendono gli uomini a ideali del futuro, a un rinnovamento spirituale? — e poi è andato a conoscere davvero queste cose, ha trovato un’aspirazione attiva, ha trovato aspirazione spirituale, attività spirituale, il senso del fatto che sulla Terra le cose devono cambiare, nell’ambito che si è soliti chiamare socialista nel mondo operaio, nel movimento operaio. Ideali del futuro puramente materiali, ma giusti, che sempre si chiedono come il mondo debba essere trasformato, come debba venire qualcosa di nuovo: era questo l’uno dei due lati.

Se ci si rivolge ad altri campi rispetto a quello del socialismo — il nostro movimento spirituale è ancora un piccolissimo gruppetto di alcuni uomini, come si dice, stravaganti, mezzi pazzi —, se si va a chiedere agli uomini accorti, a quelli che hanno davvero compreso le idee del tempo, allora si trova negli ultimi decenni dappertutto la più sconfinata aridità spirituale. Entro la teologia delle chiese sorgevano le discussioni più strane: se un Cristo Gesù sia mai esistito o no, comunque non potesse essere stato un essere ultraterreno; lo «schietto uomo di Nazareth», ecco infine ciò di cui ci si preoccupava. E per il resto? Sì, che si trovava? Si trovava, in questo tempo in cui gli uomini «si sono liberati da ogni fede nell’autorità», in cui si guidano soltanto secondo il principio: Vagliate tutto, e ritenete il meglio —, la fede più cieca nell’autorità per quanto, come si dice, la scienza esige. Cieca fede nell’autorità in tutti i campi! Cieca fede nell’autorità dal ramo storico fino alla medicina. Nessuno trovava molto comodo sapere granché di ciò da cui dipende la salute: lo si lascia provvedere da chi è un’autorità in quel campo. Semplicemente la più terribile fede nell’autorità! Attaccamento ai resti e ai brandelli di ciò che ci si è salvato dal passato, che si è tenuto stretto per comodità. Nessuna aspirazione che muovesse dalla consapevolezza che è necessario un rinnovamento dell’umanità sul piano spirituale!

Nello stesso tempo si mostrava a chi sapeva osservare con metodo di scienza dello spirito che nell’Oriente europeo si annunciava, vorrei dire sotto segni infuocati, per puri processi naturali, qualcosa di un nuovo spirito; che sotto il giogo esteriore più ignominioso, nell’Oriente europeo, si stava sviluppando, negli animi degli ottusi abitanti di quell’Oriente d’Europa, un futuro. È singolare come dal IX secolo in poi, dal resto d’Europa, sia stato respinto come verso l’Oriente ciò che doveva conservarsi, ciò che non doveva essere intaccato dall’Occidente: si presenta poi, nei vari secoli, nella forma esteriore del cosiddetto Impero russo, conservando interiormente in modo singolare l’antico e preparando, nel guscio dell’antico come in un involucro di crisalide, un nuovo per una cultura più tarda! Culti misterici, vorrei dire, si sono ancora conservati entro questo popolo russo, con rappresentazioni dei misteri vive in questo popolo russo, il quale poco ha compreso degli astratti concetti religiosi dell’Occidente, ma molto sente — nell’intimo più profondo, più profondo — delle forme di culto, di ciò che porta l’animo umano in forma di immagine verso il divino. Nella propria anima sente, in Oriente, l’uomo ciò di cui il dominatore religioso occidentale porta il nome: «Pontifex», cioè costruttore di ponti, costruttore di ponti verso lo spirituale. Ma in Oriente ci si è conservati dell’antico tanto quanto era necessario per tenersi libero, immune dal nuovo, dal nuovo materialistico, almeno il ponte verso lo spirituale.

E ora prendete insieme a tutto ciò gli odierni segni dei tempi! Si vorrebbe dire: l’ironia più amara di tutte, dell’evoluzione umana, si è riversata proprio sull’Oriente europeo, l’ironia più amara! La caricatura di ogni più elevata aspirazione umana, che nel leninismo, nel trockismo si è fatta valere come ultima conseguenza caricaturale delle idee socialiste puramente materialistiche, è stata calata addosso agli uomini d’Oriente come un abito che non si adatta al corpo. Mai si sono scontrati contrasti più grandi di quello fra l’anima dell’Oriente europeo e il trockismo o leninismo antiumano. Ciò non viene detto per simpatia o antipatia, viene detto per conoscenza: per quella conoscenza che deve mostrarci ciò che terribilmente si sta preparando nell’Oriente europeo per il combinarsi dei più grandi contrasti che mai si siano riuniti. Ciò deve anche additarci che i segni dei tempi parlano in modo significativo. Ciò deve mostrarci, anzitutto, di cominciare ancora una volta a prendere così sul serio la scienza dello spirito, da volere per mezzo di essa entrare nella realtà; poiché con essa si può penetrare nella realtà del presente.

Un singolare discorso tenne Tagore ai giapponesi, Rabindranath Tagore, sullo spirito del Giappone. Egli parla da orientale, Tagore; ma l’orientale parla oggi già in modo tale che l’europeo, se solo vuole, potrebbe comprenderlo un poco. Eppure proprio se ci si immerge in ciò che Tagore ha detto sullo spirito del Giappone, in ciò che egli voleva dire in certo senso al mondo intero, si scopre che questo Tagore, insieme a tutti gli uomini avveduti d’Oriente, sa: l’Oriente custodisce un’antica cultura spirituale, una cultura spirituale che i saggi d’Oriente hanno tenuto accuratamente segreta, che essi non hanno lasciato uscire fra il popolo comune. Eppure è una cultura spirituale che essi hanno incorporato negli ordinamenti sociali fino ai tempi più recenti. Una cultura che è spirituale da capo a fondo, ma il cui tempo è trascorso. Di qui ciò che di particolarmente innaturale ci si fa incontro, vorrei dire, in tutto l’Oriente asiatico. Le persone congiungono al loro antico modo di sentire spirituale le forme di pensiero occidentali, le forme di cultura occidentali. In fondo, ne viene fuori qualcosa di terribile: poiché il pensiero spirituale, specie come l’ha sviluppato il giapponese, è mobile, penetra nella realtà. Se esso si affratella con il materialismo europeo-americano, allora — qualora il materialismo europeo non voglia spiritualizzarsi — gli prenderà certamente il sopravvento. Poiché l’europeo non possiede la mobilità dello spirito che il giapponese possiede: quest’ultima il giapponese la possiede come eredità della sua antica spiritualità.

Ora, come per una mirabile saggezza, vorrei dire, l’anima del popolo russo era stata serbata da tutto ciò che porta in un’evoluzione abissale, nella decadenza. Eppure deve ora essere avvelenata dal leninismo e dal trockismo. Deve essere infettata da ciò che, in genere, spegnerebbe lo spirito dall’intera cultura terrestre, se giungesse al dominio. Naturalmente, ciò non deve essere. Ma se non deve essere, allora il successo, il successo spirituale dipende dal fatto che ci si decida a non considerare la scienza dello spirito soltanto come una teoria astratta, non soltanto come un mezzo comodo per sviluppare nell’anima una certa interiore voluttà, un certo fantasticare mistico in cui ci si trova bene, attraverso il quale ci si illude di non avere nulla a che fare con il mondo — questo spregevole mondo lo si disprezza, ci si trasporta in un aldilà spirituale. Anche questo è soltanto egoismo, un egoismo più alto, ma pur sempre egoismo. Con una simile mistica, con una simile teosofia non si dovrebbe voler avere nulla a che fare; ma soltanto con quell’afferramento spirituale dell’esistenza che davvero comprende lo spirito, vive lo spirito, ma che attraverso lo spirito vuole afferrare la realtà.

Ora si deve riconoscere ciò di cui qui si tratta come un compito, come un compito serio per il presente. Ma le cose talvolta sono scomode. E proprio perché sono scomode, certe fratellanze, che le hanno finora custodite, le hanno tenute segrete davanti alla grande massa, le hanno custodite. Ciò non è più tempestivo. Tempestivo è ora che gli uomini aspirino in libera spiritualità, muovendo dall’interno consapevole. Le cose che per millenni sono state tenute segrete devono ora essere comunicate agli uomini. Si deve riconoscere che in Oriente, in antiche epoche trascorse, vi era già una saggezza spirituale, ma il tempo di quella saggezza spirituale è finito. Un’altra saggezza spirituale deve venire. Su ciò gli uomini vogliono spesso ingannarsi. Quanti uomini sono apparsi nel nostro tempo di ricerca e hanno voluto rendere comoda la vita agli europei, dato che qualcosa come la nostra scienza dello spirito è per loro troppo difficile — perché bisogna pensare; il pensiero è cosa così scomoda! Bisogna essere spiritualmente desti; essere spiritualmente desti è cosa così scomoda! Allora si sono trovati molti uomini che hanno voluto risparmiare agli europei il cercare da sé la via verso lo spirito, e hanno portato loro ogni sorta di saggezza orientale, saggezza zarathustriana e tutto il resto. Gli europei si sentivano così a loro agio quando non avevano bisogno di cercare lo spirito da soli, ma se lo si portava loro bell’e pronto dall’antica India. Era anche questo un mezzo di stordimento, poiché non si voleva cercare l’universo attraverso lo spirito. Ci si voleva stordire afferrando un antico mezzo di conoscenza. Questo era l’errore commesso in molti campi rispetto all’Oriente. E si è commesso un altro errore. Questo altro errore è connesso al fatto che il tempo presente, il quale in certo modo conduce la Terra al morire nella sua cultura, fa sorgere negli uomini la necessità inconscia di cercare il proprio intimo. L’impulso a cercare e a trovare questo proprio intimo è già presente. Oh, gli uomini divengono sempre più numerosi nel cercare questo proprio intimo! Tale ricerca dell’intimo si traveste, si maschera persino nell’adorazione di Dio, che è o un’adorazione dell’angelo o un’adorazione del proprio sé. La ricerca dell’intimo diverrà sempre più viva nell’umanità moderna. Quanto più gli uomini afferrano la scienza della natura, la tecnica nell’epoca recente, tanto più viva si farà la spinta opposta al cercare l’intimo. Gli uomini cercano oggi spesso per vie sbagliate, ma cercano. Coloro che meno cercano sono quelli istituiti come organi ufficiali per cercare lo spirito: essi cercano i «limiti della conoscenza». Cercano di stabilire ciò che l’uomo non può sapere del mondo spirituale. E così abbiamo oggi guide spirituali che si adoperano soprattutto a dire agli uomini come non si possa penetrare nel mondo spirituale, e un’umanità che bensì cerca, ma non ha una vera consapevolezza del proprio cercare.

Questo è il fenomeno più appariscente. Imparate a leggere le anime sull’intera Terra, e troverete negli uomini che sono profani, che stanno nella necessità e nella lotta della vita, dappertutto la ricerca dell’anima. Chiedete alle guide che dai pulpiti e dalle cattedre dovrebbero parlare agli uomini in modo da appagare questa ricerca, e quelle vi diranno che la scienza non consente di varcare i limiti della conoscenza, che l’uomo non può penetrare nel mondo spirituale. Kant avrebbe stabilito per tutti i tempi i limiti dell’umana conoscenza, e chi non vi si conforma sarebbe un folle. È questo il fenomeno più appariscente del presente. Ma la spinta interiore — nei cerchi più ampi, anche quando essi non ne sono consapevoli — c’è, la spinta a cercare l’intimo. Dove una simile spinta è presente, non ci si appagherà a lungo dei meri limiti, ma si cercherà ancora qualcos’altro.

Così come l’Oriente ha mandato di qua il mezzo di stordimento di un’antica cultura, di una cultura trascorsa, così il lontano Occidente manda agli uomini un altro mezzo di stordimento. È ciò che a poco a poco si comprenderà: l’angloamericanismo è culturalmente il mezzo di stordimento, nell’epoca moderna, per la ricerca dello spirito nell’interno umano. La cultura inglese-americana ha da un lato il compito di organizzare il materiale sulla Terra, di diffonderlo, ma collega questo compito — per una particolare interiore essenza dell’angloamericanismo — con lo stordire gli uomini, mediante gli americanismi, sulla ricerca dello spirituale nell’anima. Quanto più ci si orientalizzasse in Europa, tanto più ci si stordirebbe rispetto alla spirituale conoscenza del mondo; quanto più ci si angloamericanizzasse in Europa, tanto più ci si stordirebbe sulla ricerca del vero spirito, del vero Io nell’interno umano.

Queste cose non vengono qui dette per sviluppare uno sciovinismo, non per pronunciare ogni sorta di tirate su questa o quella missione mondiale, bensì perché — in modo del tutto modesto — bisogna vedere a fondo tali realtà, per comprendere la posizione carica di responsabilità dell’uomo dell’Europa centrale. Poiché dai tempi dell’approfondimento spirituale di Lessing, Herder, Goethe, Schiller, attraverso tutto ciò che ho cercato di descrivere nel libro «L’enigma dell’uomo» come suono dimenticato della vita spirituale tedesca, lo spirito dell’Europa centrale è chiamato a guidare l’umanità al di là di questi due mezzi di stordimento: al di là del mezzo di stordimento dell’orientalismo, al di là del mezzo di stordimento dell’americanismo.

Comprendere come il quadro spirituale si disponga sulla Terra, comprendere ciò che è stato posto sulle nostre anime: a ciò deve essere una guida la scienza dello spirito. Possono dunque gli uomini al di fuori, nel mondo, sapere oggi quali impulsi spirituali possano venire dall’Europa centrale nel mondo? Possono saperlo? Poniamo la domanda in altro modo: ci siamo mostrati degni di una simile ricerca spirituale come è stata stimolata da Herder, da Goethe? Miei cari amici, la meditazione ci viene a buon diritto raccomandata nella scienza dello spirito. Sapete che cosa sarebbe una meravigliosa meditazione, che già si potrebbe cominciare con i più piccoli bambini? Leggete in Herder come egli presenti ogni sorgere del sole, ogni mattino, quale nuova creazione in una grandiosa immagine del cosmo. E leggete le innumerevoli immagini che si trovano in Herder nelle sue «Idee per una filosofia della storia dell’umanità». Dimenticato, dileguato! In questi giorni mi disse un signore, al quale sta a cuore la vita spirituale dell’Europa centrale: di tutto ciò che è in Herder non ho mai sentito nulla!

Sì, ci incombe un compito; dobbiamo riconoscere questo compito. Ascoltate oggi un cinese come Ku Hung-Ming. Ascoltate un indiano come Tagore. Credete che questi uomini abbiano la possibilità di comprendere realmente, da ciò che avviene, quali impulsi spirituali si trovino nella vita spirituale dell’Europa centrale? Essi guardano e si dicono: ebbene, è esistito Goethe; è stata persino fondata una Società Goethe per la cura del goethianesimo. Ma che cosa è accaduto? Negli ultimi anni si è cercato chi dovesse dirigere questa Società Goethe, chi dovesse stare alla testa di questa Società Goethe; non ci si è nemmeno posti la domanda: deve essere un uomo che operi nello spirito del goethianesimo, che possa fare qualcosa per la spiritualità nel senso in cui essa va ora pensata, cento anni dopo Goethe? No, si è posto alla testa della Società Goethe un uomo che era stato in precedenza ministro delle finanze. Costui il mondo esterno lo vede come l’amministratore della spiritualità goethiana. Nessun altro che un ex ministro delle finanze si vede come amministratore della spiritualità goethiana!

Non basta proprio gridare: Spirito, spirito, spirito! Bisogna compenetrare la realtà di ciò che si è ottenuto dalla visione spirituale, bisogna portare questa visione spirituale anche nella realtà. Un compito è assegnato proprio all’uomo dell’Europa centrale, e questo compito è cominciato. Poiché la scienza dello spirito, come qui è intesa, non è altro che la continuazione di ciò che è sorto alla grande svolta della più recente vita spirituale, alla quale ho or ora accennato. La pura tendenza socialista materiale, che per decenni è stata il solo movimento impulsivo, avrebbe dovuto trovare un contrappeso in un movimento spirituale! Non è mai troppo tardi, ma deve finalmente essere compreso ciò che è proprio il nostro compito, affinché non decada. Bisogna finalmente comprendere che con tutti gli slogan non si va avanti, che un nuovo spirito deve afferrare l’umanità. Ma gli uomini oggi passano accanto allo spirito. La vita ce ne offre innumerevoli esempi.

Un solo esempio, che potrebbe essere addotto in mille e mille casi. Da poco è apparso un curioso articolo di un uomo assai accorto in un giornale tedesco molto letto. Questo uomo ingegnoso ha fatto a pezzi un libro che disgraziatamente è apparso nella collana «Dalla natura e dal mondo dello spirito»; ha inveito orribilmente contro questo libretto. E quando si leggeva il suo articolo, non si riusciva a capire: ma perché grida quell’uomo? Poiché nel libro si parla dell’evoluzione dell’astrologia e dell’oroscopo come ne parlerebbe un normale professore universitario di oggi, perbene, che naturalmente non condivide la «superstizione» dell’astrologia. E alla fine egli sviluppa la propria opinione, descrivendo l’oroscopo di Goethe, e si fa beffe del fatto che in esso si possa trovare di tutto. Un professore universitario assai perbene ha dunque scritto dal punto di vista odierno. Non si potrebbe essere un professore universitario più ammodo di quello che ha scritto il libretto. Eppure Fritz Mauthner inveisce come un’aquila contro questo libro, dicendo che vi si diffonde una superstizione. Inveisce e inveisce, e non sa il perché! Alcuni giorni dopo apparve una rettifica dell’autore, nella quale egli precisava: sono in piena sintonia con Fritz Mauthner; egli si fa beffe dell’astrologia e degli oroscopi, anch’io! Ho citato l’oroscopo soltanto per mostrare che da esso si può leggere tutto ciò che si vuole. Siamo dunque pienamente concordi. Il «Berliner Tageblatt», di cui Fritz Mauthner era stato in passato critico teatrale, non ebbe nulla da replicare, poiché non riteneva che Mauthner avesse equivocato. Anche Mauthner non trova una parola di chiarimento. Insomma, due persone che erano assolutamente d’accordo si scontravano nel modo più rabbioso, senza che si capisse perché. Non c’era il minimo motivo.

Così avviene in genere nel presente, è questa la cifra del presente! La gente non ascolta più ciò che gli altri hanno da dirle; del resto, ha per lo più ben poco da dirsi. Ma ciò che essa sviluppa, ciò che ha gli uni contro gli altri, scaturisce da qualcosa di tutto diverso da ciò che essa stessa si confessa. Si vive in un completo inspiegabile, in un irrazionale totale, perché ci si è estraniati da ciò che è realtà e non si riesce più a entrarvi.

Se ripensate queste cose, se le sentite a fondo, allora avvertirete già nelle vostre anime l’importanza, la significatività di ciò che è la scienza dello spirito. Si è su una pista molto, molto sbagliata se si crede oggi che la scienza dello spirito sia qualcosa di non pratico. Fra cinquant’anni non si potranno più fondare fabbriche, non si potrà fondare alcuna comunità di lavoro di alcun genere, senza compenetrare le cose con la scienza dello spirito, poiché essa sola troverà la via alla realtà. Quando si comprenderà, davvero si comprenderà, che tutti i vecchi slogan portano in vicoli ciechi, che fino alla vita più materiale ci serve la conoscenza dello spirito che governa il mondo, allora si comprenderà la scienza dello spirito; allora non si vorrà più passare in modo egoistico, attraverso l’«unico ponte della morte», nel mondo spirituale, ma si saprà trarre la vita anche dalla morte.

Chi si è seriamente occupato di ricerca dello spirito può forse, in cerchia così intima, parlare di queste cose. Io, che ora scrivo su Goethe da più di trent’anni, non ho voluto scriverne in modo esteriormente filologico o filosofico o in altro modo erudito: mi è sempre stato a cuore offrire, attraverso il rapporto con Goethe, una possibilità — e questo dovevano esprimere i miei libri — di ciò che Goethe vuole dire ora all’umanità in un determinato campo che mi è caro. Non al Goethe morto volevo andare, per studiarlo, bensì attraverso ciò che Goethe ha lasciato volevo trovare la via al Goethe vivente: al Goethe che parla dentro alle nostre anime, se sappiamo che i morti sono dei viventi come noi, che essi vivono dentro al mondo nel quale noi stessi viviamo, soltanto che noi camminiamo nel corpo e i morti sono tra noi nello spirito.

Esiste forse una vera comunità di vita con i morti nelle comunità religiose? Una fede egoistica nell’immortalità c’è certo, e non va biasimata; ma rendere fecondo il vivere dei morti, ciò lo farà di nuovo, e per la prima volta, la scienza dello spirito. Poiché gli uomini, attraverso la scienza dello spirito, troveranno la via verso coloro con i quali erano legati per karma e che sono trapassati nell’altro mondo e sono ancora connessi al mondo con mille e ancora mille fili. Poiché in ciò che qui sulla Terra avviene non agiscono soltanto gli impulsi dei viventi. L’uomo non cessa di operare per il mondo quando è passato per la porta della morte. Noi siamo desti solo in parte. In quanto percepiamo, in quanto ci formiamo rappresentazioni, siamo desti. In quanto sentiamo, siamo sognanti. I nostri sentimenti non vivono nella nostra coscienza più intensamente dei nostri sogni. E i nostri impulsi di volontà, addirittura, li dormiamo. Sappiamo, nelle rappresentazioni, come ci ricordiamo dei sogni; ma nella coscienza ordinaria non sappiamo nemmeno come agisce la volontà quando muoviamo il braccio. Nel sentire sogniamo, nel volere dormiamo. Intorno a noi, in quanto siamo esseri senzienti e volenti, c’è un mondo dello spirito nel quale non guardiamo con la coscienza ordinaria. Siamo strappati a questo mondo dal percepire e dal pensare. Per il fatto che siamo dei percipienti e dei pensanti e dei fruitori del mondo fisico, non sappiamo che in mezzo a noi camminano i morti. I morti camminano in mezzo a noi. L’uomo, quando si è sviluppato attraverso tutta la sua vita, passa per la porta della morte. Egli rimane unito all’esistenza terrestre, i fili scendono da lui nell’esistenza terrestre. Non possiamo sentire e volere senza che nel nostro sentire e volere agiscano quei morti che erano legati a noi per karma. Il riconoscimento di ciò che guarda dentro come una vita non perduta per la Terra — vita che altrimenti si crede in un nulla — in maniera vivente, è ciò che dà la scienza dello spirito. Su questo si fondano anche le predisposizioni spirituali dell’uomo dell’Oriente. I popoli dell’Europa centrale hanno il compito di trarre, dalla libertà dell’anima, fino al IV millennio, tutto ciò che l’uomo può consapevolmente creare dalla libertà della sua anima. A ciò però la realtà esteriore materiale dev’essere compenetrata di spirituale. Ma non deve immergersi nel wilsonismo, che è l’opposto di ogni spiritualità. In Oriente, da quei terribili contrasti, da quel non-appartenersi che si è formato per il sovrapporsi del trockismo e del leninismo alla spiritualità germinante, deve venire di nuovo redento ciò che si prepara come prossima cultura: ciò che sarà chiamato a chiedersi, ogni volta che sulla Terra qualcosa accade: che cosa ne dicono i morti?

Sì, oggi è cosa molto più importante sapere che esiste qualcosa a cui ci si avvicina nell’evoluzione terrestre. Oggi gli uomini sono accorti, sono già così accorti a vent’anni! Si fanno eleggere nei parlamenti a vent’anni, perché oggi ognuno a vent’anni ha già il proprio punto di vista, è già un uomo finito. Che la vita ci sia data dai vent’anni fino alla morte non invano, ma che cresciamo continuamente, che ci si rivelino cose nuove, che, quando siamo passati per la porta della morte, la saggezza prosegue, la vita prosegue, diventiamo più accorti: è qualcosa di cui gli uomini devono compenetrarsi. E in futuro si comprenderà che gli uomini più saggi, a cui chiedere ciò che deve avvenire sulla Terra, sono i morti.

5°Il rialzarsi degli uomini contro lo spirito

Amburgo, 30 Giugno 1918

Siamo spesso venuti a questa domanda che deve interessare tutti: da dove viene propriamente che nel presente ancora relativamente pochi uomini trovino l’accesso alla conoscenza spirituale dell’ordine del mondo. Da diversi punti di vista questa domanda può essere risolta. Oggi vogliamo considerare un punto di vista che può poi avvicinarci certi pensieri che, proprio nel tempo presente, è forse molto importante che accogliamo.

Quando consideriamo il rapporto dell’uomo con il mondo spirituale, naturalmente ci interessano varie cose. Una che ci interessa in modo del tutto particolare è il rapporto nel quale l’uomo può stare a quelle anime umane che dal suo circolo, dal circolo con il quale è legato karmicamente, hanno attraversato le porte della morte, cioè sono già nel regno spirituale. Il rapporto ai cosiddetti morti sarà sempre di nuovo un massimo interesse per il rapporto dell’uomo al mondo spirituale. Proprio da questo rapporto si mostra come l’intuizione del mondo spirituale si avvicina all’uomo in modo radicalmente diverso dall’intuizione del mondo fisico-sensibile. L’ho spesso menzionato: quando l’uomo si confronta con il mondo spirituale, accade molto spesso che debba radicalmente rompere con le rappresentazioni che ha formato sull’esistenza fisica; radicalmente rompere perché le cose e i processi del mondo spirituale spesso devono essere afferrati da concetti opposti a quelli delle cose del mondo fisico. Solo che non si deve credere che si possa giungere a una conoscenza del mondo spirituale se ci si immagina semplicemente di dovere capovolgere il mondo fisico, di dovere invertire tutto. Non è così. Ogni singolo cosa deve essere sperimentata particolarmente, investigata particolarmente. Ma proprio quando si tratta del rapporto dell’uomo ai cosiddetti morti, il caso — almeno per l’intuizione — è così che dobbiamo acquisire concetti opposti ai concetti ordinari fisici.

Il ricercatore dello spirito all’inizio può solo raccontare come stanno le cose. Quello che in particolare ha da raccontare sul rapporto ai cosiddetti morti, è in realtà più o meno presente in ogni uomo, ma rimane, se l’uomo non è un ricercatore dello spirito, nell’inconscio. Racconterò quindi cose che esistono per tutti voi. Parlerò di rapporti con i cosiddetti morti nei quali voi tutti vi trovate. Solo che per ora trovarsi in essi è nell’inconscio. La scienza dello spirito ha il compito di portare le cose alla coscienza.

Supponiamo una volta: Colui al quale il mondo spirituale si è rivelato, sta di fronte a un certo morto. Allora si mostra che quando ci rivolgiamo parlando al morto, naturalmente non lo facciamo con parole fisiche, ma in pensieri. Quando ci rivolgiamo in pensiero al morto, allora, se il rapporto al morto è reale, vero, entra il sentimento: Quello che uno stesso domanda al morto, o quello che uno comunica al morto, viene da lui. — Non è vero che dalla vita fisica siamo abituati a immaginarci la cosa così: Quando chiediamo a qualcuno qualcosa, gli diciamo qualcosa, sentiamo noi stessi parlare, rivolgiamo le parole a lui. È esattamente il contrario quando entriamo nel rapporto al morto. Lì abbiamo, se vogliamo comunicare qualcosa a lui e il rapporto deve essere vero, il sentimento: Noi stessi siamo interiormente in completa calma. Perché se quello che abbiamo da domandare o comunicare gli arriva veramente, allora sembra a noi nell’intuizione come se le parole, cioè i pensieri, venissero da lui a noi. Lì lui parla a noi. E quello che lui ci dice sorge dalle profondità della nostra anima come una risposta o come una comunicazione. Il rapporto che ho appena descritto, che è del tutto contrario al rapporto nel quale stiamo con un uomo nel piano fisico, è naturalmente qualcosa per cui l’uomo nella vita ordinaria non diventa facilmente attento, perché è tutt’altro da ciò a cui è abituato. Se l’uomo non avesse così straordinariamente difficoltà ad abituarsi a cose insolite, allora molti più uomini potrebbero raccontare del loro rapporto ai morti.

Prendete un caso particolare. Voi siete sempre in rapporti con qualche morto legato a voi karmicamente. Se volete modellare questo rapporto a uno interiore, a uno veramente reale, fate bene a tenere d’occhio innanzitutto una regola importante, vale a dire che i pensieri astratti, le rappresentazioni astratte hanno il significato minimo per il mondo spirituale. Tutto quello che rimane astratto non raggiunge il mondo spirituale. Quindi se pensate solo in abstracto, diciamo, al morto, se — si può anche dire così — amate astrattamente il morto, allora non passa molto. Al contrario, se fortemente legate questo rapporto al concreto, allora passa. Intendo così: Per esempio, vi ricordate di una situazione particolare, dove, quando il morto era ancora vivo, eravate con lui. Vi immaginate molto precisamente concretamente: Così stava o sedeva davanti a voi, così camminavate con lui in una passeggiata. Voi vi immaginate lui in situazioni molto concrete, vi rappresentate come era, quello che ha detto, quello che voi gli avete detto, vi rappresentate il tono della sua voce e tentate — il che è il più difficile — di far rivivere nella vostra anima i sentimenti che avete nutrito verso di lui. Legate a una cosa determinata che avete sperimentato con lui. E poi tentate, partendo da lì, di dire qualcosa al morto, quello che avreste detto da qualche situazione, se fosse stato ancora vivo, quello che lo volete chiedere, quello che lo volete dire. E lo fate così come se fosse ancora lì, di nuovo tutto concreto. Questo passa. Nel momento in cui avete il sentimento: Adesso comunico qualcosa al morto — oppure: Adesso chiedo qualcosa al morto — allora la connessione si stabilirà certamente non immediatamente. Bisogna in questo rapporto contare con il tempo. Il tempo è veramente qualcosa che per la vita spirituale ha un significato completamente diverso che qui nell’esistenza fisica.

Se voi stessi non siete un ricercatore dello spirito, potete comunque completamente, così che è una realtà, attraverso quello che ho appena caratterizzato, stabilire una connessione con il morto. Ma il tempo stesso dovrà attendere, affinché quello che volete inviare a un morto arrivi veramente da lui. Per lo più nel caso di chi non è consapevolmente iniziato, di chi non ha consapevolmente una relazione con il mondo spirituale, la cosa si presenta così che un momento è particolarmente importante per stabilire questo rapporto al morto: è il momento dell’addormentamento. Il momento della transizione dalla veglia al sonno è contemporaneamente il momento che per lo più trasporta al morto, come l’ho descritto, quello che nel corso della giornata avete diretto a lui. Il percorso che vi conduce dentro il mondo spirituale con l’addormentamento conduce anche quello che avete diretto verso il morto nel regno del morto. Perciò dovete essere cauti nell’interpretazione dei sogni. I sogni sono molto spesso solo reminiscenze, ricordi della vita diurna, ma non è necessario che lo siano; possono completamente essere rispecchiamenti di realtà. E in particolare — non sempre, ma molto spesso — quei sogni nei quali si sogna di morti sono effettivamente derivanti dalla connessione con veri morti. Ma gli uomini credono di solito che ciò che appare loro nel sogno, quello che il morto comunica loro, sia immediatamente una realtà come appare nel sogno. Non è così, ma quello che volevate comunicare al morto quando vi addormentavate, il morto lo coglie, e quello che nel sogno appare è come lui lo coglie. Quindi proprio quando il morto nel sogno vi comunica qualcosa, ciò dovrebbe indicarvi che potete comunicare qualcosa al morto. Lì avete quello che ho caratterizzato: piuttosto che credere che il morto vi appaia nel sogno e vi dica qualcosa, potete dire: ho sognato il morto, quindi quello che ho detto al morto è veramente arrivato al morto; lui mi mostra, mentre io sogno di lui, che quello che gli volevo comunicare gli è arrivato.

Per il ritorno di una comunicazione del morto — diciamo una risposta o simile — è di nuovo di particolare importanza il momento del risveglio. Quello che il morto ha da comunicare ai viventi, come diciamo, viene trasferito dai regni spirituali nel momento del risveglio. E allora sorge dalle profondità della propria anima. È proprio degli uomini il non prestare volentieri attenzione a quello che sorge dalle profondità della propria anima. Nel nostro tempo gli uomini in generale non hanno molto senso nel prestare attenzione a quello che sorge dalle profondità dell’anima. Gli uomini vogliono lasciarsi colpire dalla sola realtà esterna, vogliono solo assorbire quello che è il mondo esterno; volentieri si assopirebbero rispetto a quello che sorge dalla profondità dell’anima. Ma quando uno veramente si accorge: dalle profondità dell’anima sorge qualcosa, un pensiero, un’idea — allora lo considera come sua ispirazione. Questo soddisfa più la vanità. Noi consideriamo tutte le cose che così sorgono dalla profondità come nostra ispirazione. Questo potrebbe essere, ma per lo più non è il caso. Per lo più le cose che sorgono come ispirazione dalla nostra anima sono la risposta che ci danno i morti. Perché i morti vivono completamente con noi. Quello che quindi sembra parlare da voi stessi è propriamente quello che i morti dicono. Soltanto importa che interpretiamo l’esperienza nel modo giusto. Quello che in dettaglio si può dire per il commercio con i morti, l’ho spesso menzionato: la lettura ad alta voce e così via. Quanto più vivace, quanto più consenziente in sentimento, quanto più soprattutto in immagine si vive in queste cose, tanto più significativo si stabilirà il rapporto con il morto.

Non è insignificante che ci si porti chiaramente davanti all’anima proprio questi rapporti. Perché il nostro tempo ha grande necessità di avvicinarsi sempre più alle verità che si riferiscono proprio a tali cose, come le ho ora espresse. Viviamo in un’epoca in cui da lunghe ere ormai l’organismo umano è in declino. Siamo tutti molto più spirituali, molto più saggi già di quanto — a causa del declino del nostro corpo — venga fuori. I corpi greci potevano ancora rispecchiare meglio quello che l’uomo dal lato dello spirito era. È propriamente dal mezzo del tempo atlantico che l’uomo è in declino rispetto al suo corpo, e nella nostra epoca diventa particolarmente forte che il corpo non può più rispecchiare quello che l’uomo veramente è dal lato dello spirito. Così accade proprio molto frequentemente nella nostra epoca che, quando moriamo — così lo chiamerei — non siamo ancora finiti con il nostro sviluppo. Se solo lo si comprenderà correttamente! Noi ci sviluppiamo durante la nostra vita intera, ma questo sviluppo può divenirci consapevole solo nella parte che il corpo rispecchia. Siamo talvolta come uomini, quando moriamo, già così saggi — solo che il nostro corpo in declino non è capace di portare queste cose per noi — che potremmo ancora prestare servizi molto importanti alla Terra, non solo al campo spirituale, ma alla Terra attraverso la nostra conoscenza potremmo prestare grandi servizi, se potessero essere applicati. Questi servizi potrebbero allora essere applicati, se gli uomini, come ho accennato, stabilissero rapporti con i morti. I morti vogliono ancora agire nella vita fisica, ma possono farlo solo per via delle anime umane, quando anime umane si abbandonano a loro nel modo appropriato.

Ho già forse una volta menzionato qui che su questo punto posso proprio personalmente dire quello che è più prossimo: non ho mai creduto di elaborare solo letterario-storicamente o storicamente quello che è legato a Goethe sul campo delle concezioni del mondo, bensì ho sempre avuto l’opinione di non avere a che fare solo con il Goethe dell’anno 1832, bensì con il Goethe della fine del 19°, inizio del 20° secolo: con il Goethe vivente. Con il Goethe che nel 1832 ha portato molto fuori dal mondo fisico, ma che può ancora agire dentro, se solo lo si vuol comprendere. Perciò quello che ho scritto non è stata una ricerca solo letterario-storica, bensì comunicazione di quello che lui mi ha detto. La nostra cosiddetta cultura temporale, la nostra formazione temporale però agisce radicalmente contro tutto questo.

È propriamente necessario che la scienza dello spirito si leghi sempre alla vita, sia resa fruttuosa alla vita. Nel nostro tempo prevale un ideale, vorrei dire, che è completamente contrario a quello che ho appena espresso come una particolarità del nostro tempo. Questo ideale può essere caratterizzato così: gli uomini si sforzano sempre più di credere il meno possibile alla vita. Credono propriamente solo alla vita fino nei vent’anni. Questo si mostra già nei fini pratici che gli uomini si pongono. Ancora quando andiamo in Grecia, si vede: gli uomini hanno creduto che, quando invecchiano, sono più saggi di quando sono giovani. L’uomo più anziano può sapere cose migliori sulle istituzioni dello stato e della città di un giovane. Questa credenza è completamente dimenticata, perché l’ideale della maggior parte degli uomini oggi consiste nel fissare l’età in cui si può essere eletti in parlamenti cittadini il più presto possibile, perché gli uomini credono ormai solo fino nei vent’anni alla vita. Ma la vita propriamente richiede da noi di credere a essa come un tutto, di credere allo sviluppo della vita intera. Pensate solo una volta a quanto cambierebbe la nostra convivenza sociale attraverso impulsi morali se sapessimo di nuovo: la vita interiore mantiene l’uomo in sviluppo — come cambierebbe il comportamento dei giovani verso i vecchi se questo fosse profondamente radicato nelle anime umane! Pensate quale diversa coscienza avremmo se continuamente ci dicessimo di nuovo: adesso sono proprio un giovane sciocco di trenta, trentacinque anni, ma diventerò anche più vecchio, e l’invecchiamento significa per me una speranza, un’aspettativa: arriverà qualcosa quando diventerò più vecchio, che non può arrivare finché sono giovane. — Pensate con quanta gioia di vita e forza di vita vive l’uomo, se ha questa consapevolezza durante la sua intera vita, e se ancora prima della morte si dice: sì, non posso arrivare così lontano da rispecchiare tutto quello che la vita mi offre nella mia coscienza, porterò qualcosa attraverso la morte; allora verranno persone che credono ai morti e lasceranno che i morti siano consiglieri. — Pensate solo come sarebbero considerati sciocchi se uno esprimesse questo, che però oggi deve diventare un principio pratico. Lo intendo completamente seriamente quando dico: i nostri parlamenti in tutto il mondo sarebbero veramente più intelligenti di quello che sono oggi, se i morti consigliassero, se oggi si chiedesse non solo: che cosa dicono questi giovani sciocchi di trenta, trentacinque anni? — ma: che cosa dice per esempio Goethe, o che cosa dicono altri morti che hanno cento e così e così tanti anni? — Questo è qualcosa che deve diventare immediatamente realtà pratica per il futuro.

Oggi ci sono certe, bene, diciamo società segrete; mantengono ogni sorta di vecchi simboli. Farebbero meglio se comprendessero i tempi e si facessero diventare luoghi dove si ricerca il consiglio dei morti. Questo è infinitamente significativo! Perché l’umanità non va avanti se non si compenetra con la consapevolezza: l’elemento Divino-Spirituale agisce nello sviluppo della nostra intera vita; non siamo finiti nei vent’anni.

Vi ho anche sottolineato qui: Nei tempi più antichi dello sviluppo dell’umanità era così che gli uomini attraverso il loro intero sviluppo fisico-corporeo sentivano uno sviluppo anche spirituale-psichico. Come oggi l’uomo sente solo nella pubertà o solo nei vent’anni la vita spirituale-psichica procedere con la fisica-corporale, così negli antichissimi tempi si sentiva fino nei quarant’anni, cinquant’anni la dimensione psichica-spirituale dipendente dalla fisica-corporale. Ma dal trentacinquesimo anno in poi, se si rimane capaci di sviluppo, proprio perché il corpo allora va verso il basso, le forze spirituali si sviluppano, a cui l’uomo non arriva se non le fa germogliare attraverso la scienza dello spirito. Precedentemente si veneravano gli anziani perché si sapeva: In loro si rivela qualcosa che ancora non può rivelarsi alla gioventù. Ho sottolineato: L’umanità diventa sempre più giovane. Se ripensiamo alla cultura indù primitiva, era così che allora gli uomini rimanevano capaci di sviluppo fino nei cinquant’anni. Nella cultura persiana primitiva rimanevano capaci di sviluppo fino nei quarant’anni, nella cultura egizio-caldaica fino nella seconda metà dei trent’anni, nella cultura greco-latina fino al trentacinquesimo anno. Quando la cultura greco-latina terminò nel 15° secolo, gli uomini erano ancora capaci di sviluppo solo fino al ventottesimo anno, oggi fino al ventisettesimo anno. Quale uomo è quindi particolarmente caratteristico per il nostro tempo, per questa epoca moderna dello sviluppo materialistico? Vedete, sarebbe un uomo che respingeva completamente di essere eccitato dall’anima per uno sviluppo spirituale, che non assorbiva se non quello che da fuori gli scorre dentro, quello che il presente stesso produce.

Poniamo idealmente, vorrei dire, una figura che è particolarmente caratteristica per il presente. Sarebbe una tale personalità che non passa per i nostri ginnasi intellettuali — perché lì si assorbono cose vecchie, si eccita già l’anima — bensì che assorbe in sé solo quello che da fuori si avvicina agli uomini. Un self-made man, un uomo che si fa da solo, che assorbe in sé anche le altre cose, quello che oggi si sperimenta in sentimenti, sensazioni, emozioni dalla realtà. Quindi che dal settimo, ottavo, nono anno cresce così con una certa riluttanza sociale contro le classi privilegiate, che non toglie il cappello davanti a nessuno che ha un titolo o un potere o simile, che non frequenta una scuola greco-latina, ma impara solo attraverso la vita. Che poi riceve una professione simile ad avvocato, non però attraverso lo studio della legge, ma attraverso il fatto che da pratico in uno studio affronta la cosa e se la cava; al quale allora fino al ventisettesimo anno tutto si avvicina, ma non in modo straordinario attraverso la ripetizione della vecchia cultura, bensì quello che il presente può avvicinargli. Nel ventisettesimo anno dovrebbe essere eletto in parlamento. Allora viene davanti al contemporaneo, e così come si è sviluppato fino ad allora da sé, si offre agli uomini, non crede allo sviluppo ulteriore. Dal parlamento si può diventare ministro. Lo sviluppo lì non è più buono secondo la visione dei nostri contemporanei, altrimenti le persone dicono che ci si è contraddetti, che in precedenza si era detto qualcosa di completamente diverso, e ora ci si contraddice. Quando si è eletti al parlamento, non si può più dire qualcosa di diverso. — Esiste un tale uomo nel presente? Conoscete una personalità particolarmente caratteristica che sia il risultato più concentrato di questo tempo presente? Questo è Lloyd George. Oggi non si può penetrare la particolarità di certi contemporanei se non si tiene d’occhio queste cose, se non si guarda veramente la particolarità dell’uomo in questo modo. Lloyd George è un uomo che si fa da solo. Fino al ventisettesimo anno ha assorbito solo quello che il presente spontaneamente produce; ma poiché non ha proprio un impulso interiore dell’anima, finisce a ventisette anni. Viene allora eletto al parlamento. Lloyd George è in parlamento, siede lì con le braccia incrociate, con gli occhi un po’ rivolti verso l’interno, verso le assi, parlando significativamente ovunque, prestando attenzione alle debolezze dei suoi avversari. Ora arriva il ministero Campbell-Bannerman. Ci si chiede: che cosa si fa con Lloyd George? Critica tutto quello che fa il ministero! — Che cosa si fa? Bene, lo si fa entrare nel ministero; dentro può fare meno opposizione che fuori. Diventa ministro. E si rivela che in poco tempo si trova bene anche in questa situazione, perché è proprio un rappresentante del nostro tempo. Ora naturalmente la gente si chiede: quale portafoglio diamo a Lloyd George? — Lì si è trattato comunque del fatto che è un uomo capace. Così si sono messi d’accordo di dargli quello che non capiva: il portafoglio delle opere pubbliche, dei lavori pubblici. Ma guarda un po’: in tre mesi se l’era cavata e aveva realizzato cose grandiose come ministro proprio in questo campo, di cui in precedenza non sapeva niente.

Questa è già una figura caratteristica del presente. Ce ne sono tante così in questo modo o in un altro. Dovete solo chiedere: Quali uomini sono quelli che fino al ventisettesimo anno — questo è il limite oggi — si sono così sviluppati che hanno assorbito quello che l’ambiente produce, poi subito sono entrati nella vita pubblica e hanno non continuato il loro sviluppo?

Una personalità che è più vicina a noi è Matthias Erzberger. Studiate la sua biografia e troverete lo stesso, se la guardate in questo modo occultamente. Questo è qualcosa che emerge come un modo molto strano nella formazione del tempo. Guardare così un po’ occultamente nel cuore dell’uomo, questo è qualcosa che deve entrare nella storia dello sviluppo dell’umanità. Vedete come la cultura del tempo si rivela quando in questo modo si riesce a scoprire. Ora la cultura attuale naturalmente ci esige di poter penetrare più profondamente di quanto oggi si è abituati. Ma questo sarà solo possibile se si diviene consapevoli che i morti parlano. Naturalmente coloro che sono così caratteristici rappresentanti del nostro tempo lo respingeranno nel modo più deciso.

Se volete studiare un uomo nel quale vedete lo sforzo continuo dello sviluppo ulteriore, questa credenza inconscia nella duratura realtà del Divino-Umano nell’anima umana fino alla morte, allora è Goethe. Goethe è molto caratteristico in questa direzione, più di quanto generalmente si pensi. Goethe ha voluto guardare indietro all’epoca, agli anni della vita nei quali aveva assorbito dalla realtà esterna quello che il mondo esterno portava in lui, ma ha voluto continuare il suo sviluppo. Ha descritto la sua vita giovanile in «Poesia e Verità». Finisce quando entra a Weimar. Nato nel 1749, viene a Weimar nel 1775, così continua la considerazione della sua vita, così come vuole rappresentarla, fino al ventiseiesimo anno, chiude prima del ventisettesimo anno, perché sa inconsapevolmente che c’è un momento particolarmente significativo. Nel trentacinquesimo anno l’uomo vive un momento che oggi il più delle volte dorme. È il momento in cui la vita ascendente, ascendente si trasforma in quella discendente rispetto al corpo. Ma allora proprio lo spirito è spinto alla capacità di rivelarsi, e sempre più e più rivelarsi.

È un momento importante della vita umana, questo trentacinquesimo anno di vita. È propriamente qualcosa dove l’uomo partorisce la sua anima veramente nella vita fisica. Chiedetevi come per un uomo come Goethe, che è rimasto capace di sviluppo durante tutta la vita, questo si presenta. Nel 1786 — questo è dopo il trentacinquesimo anno, proprio il tempo importante dal trentacinquesimo al quarantacinquesimo anno — Goethe va in Italia. Se vi occupate più intimamente della biografia di Goethe, vedrete quale rivolgimento significava nella sua vita. Ho in un saggio dimostrato, che ora apparirà in un piccolo libro: « La natura spirituale di Goethe nella sua rivelazione attraverso il suo Faust e attraverso la fiaba del Serpente e del Giglio », come Goethe personalmente sta al suo Faust. Con almeno un paio di accenni l’ho discusso. Proprio a questo proposito sarà confuso piuttosto che illuminato da quello che è scritto altrimenti. Non è particolarmente importante su cui la gente con compiacenza per lo più indica, che Faust all’inizio dice:

Ho ora, ohimè, filosofia, Giurisprudenza e medicina, E purtroppo anche Teologia Interamente studiato, con serio intento. Eccomi ora, povero stolto, E sono saggio come prima…

Compiacentemente la gente sottolinea: ha fatto i quattro insegnamenti e non ne è venuto fuori bene, dubita di tutta la conoscenza. — In particolare gli attori spesso hanno la sensazione che debbano disprezzare i quattro insegnamenti. Ma questa non è la caratteristica, non è lo specifico goethiano da cui dipende, è solo un’introduzione. Nel tempo di Goethe molte persone l’hanno detto. Lì dove il goethiano nel Faust entra, diventa diverso. È lì dove Faust prende in mano il libro di Nostradamus e per primo scorge il segno del Macrocosmo. Questo segno rappresenta proprio come l’uomo si colloca in tutto il Macrocosmo. Come il suo spirito sia collegato con lo spirito del mondo, la sua anima con l’anima del mondo, la sua fisica con la fisica del mondo, questo è rappresentato nella grande immagine dei mondi che fluiscono in se stessi — pianeti e soli, con le gerarchie dietro — rappresentato. Ma Faust si allontana con le parole: «Quale spettacolo! ma ahimè, uno spettacolo solo!» Vede immagini, uno spettacolo. Perché? Perché in questo momento, in un istante vuole abbracciare il segreto del mondo. Ma questo si può solo nella vita umana intera, finché il mondo fisico c’è, l’intero sviluppo. La conoscenza comunque può solo dare immagini. Allora si rivolge al segno del Microcosmo. Lì non ha lo spirito del Macrocosmo, ma solo lo Spirito Terrestre. Lo Spirito Terrestre dà quello che la storia, l’umano sulla Terra comprende.

Nei flussi della vita, nella tempesta dell’azione

Salgo su e giù,

Tesso avanti e indietro!

La conoscenza di sé Faust cerca attraverso lo Spirito Terrestre, il sapere mondiale respinge. Questo è lo Goetheano, lì inizia lo Goetheano. Prima è un’introduzione. Goethe era veramente nella sua gioventù così che non andava oltre, al dire: Tutto quello che si riferisce al Macrocosmo mi dà solo immagini, lì non possiamo penetrare. Solo dall’interno la razza della vita può sciogliersi. — Ma questo Spirito Terrestre, cioè lo spirito dell’auto-conoscenza, gli disse:

Tu somigli allo spirito che comprendi! / Non a me!

Allora Faust crolla. A quale spirito somigli allora? Vedete, lì avete l’occasione nel «Faust» di conoscere un poeta che non teorizza! Lì non c’è nulla teorizzato, ma lì avete un poeta che nella realtà artistica vivente rappresenta le cose. Seguite: «Tu somigli allo spirito che comprendi! Non a me!» Bussa: Wagner entra. Questa è la risposta: Tu somigli a Wagner, non a me! — Qui su questo punto del Faust deve essere specialmente riconsiderato. Questo non deve essere rappresentato sul palcoscenico come solitamente accade: che Faust è solo l’uomo ideale che vuole salire alle altezze dello spirito, che ha sicuramente ragione, e poi Wagner zoppica. Io, se dovessi rappresentarlo, lo rappresenterei così che Wagner porta la maschera di Faust, che entrambi stanno nella stessa forma, perché Faust deve essere messo davanti: Guarda la tua immagine speculare, non sei più lontano! — E quello che Wagner dice è una chiusura in se stessa; quello che Faust dice è propriamente tutto solo materiale di desiderio. Ma i critici del Faust e la gente in generale vogliono rendere le cose il più comode possibile. Si ama anche citare: «Il sentimento è tutto, nome è suono e fumo», sebbene Faust lo dica per una ragazza di sedici anni. Così una saggezza da ragazzina viene sempre affibbiata come una saggezza da filosofo. Allora Wagner si avvicina a Faust verso la sua auto-conoscenza — come ho detto, l’ho esposto più in dettaglio nel piccolo libro — ma Faust comunque è stato toccato dallo spirito. Lo Spirito Terrestre gli è apparso, è venuto in contatto con il mondo spirituale, deve andare oltre, e deve lui stesso recuperare quello che ha perso fino ai quarant’anni. Faust ha quarant’anni quando appare all’inizio della poesia. Sì, deve anche recuperare quello che non ha sperimentato: la Bibbia. Una sorta di retrospettiva sulla vita giovanile trascurata intraprende. Allora si avvicina ancora un’altra auto-conoscenza: Mefistofele. Dopo l’auto-conoscenza attraverso Wagner di nuovo un’altra auto-conoscenza.

Ora però è accaduto qualcosa di peculiare. Negli anni novanta, nel 1797, Schiller diventa insistente: Goethe deve continuare il suo «Faust». Nel 1797 Goethe ha quarantotto anni. Di nuovo un momento importante. Sette volte sette è quarantanove; questo è il momento in cui l’uomo va oltre il particolare sviluppo del Sé Spirituale, nello Spirito Vitale. Schiller insistette. Le persone l’hanno semplicemente fatta facile con la spiegazione. Minor, che ha scritto un libro interessante su Goethe, pensa: Goethe è colto dall’età, allora non è più capace di poesia. — Ma pensate solo, se fosse vero, non potrebbe mai essere scritto un «Faust»! Non potrebbe nemmeno rappresentarsi la vita dell’uomo in età avanzata, e Faust era in età avanzata! Goethe si avvicina ora a quell’età, in cui gli Ur-Indiani hanno detto: adesso l’uomo entra nell’età della vita dove può salire nel regno dei padri, poco a poco nelle profondità più profonde della vita spirituale. — Allora Goethe si confronta con il suo Mefistofele in modo peculiare.

Sapete: se si tenta di conoscere i poteri che si oppongono all’uomo, ce ne sono due: Arimane e Lucifero. I due Goethe li ha confusi, buttati insieme. Questo non lo sentiva prima, e così Mefistofele divenne una figura contraddittoria. Basta attenersi ai dettagli, vedrete subito che non è una figura unitaria, quella di Mefistofele: Goethe ha buttato insieme Lucifero e Arimane. Se ne accorse nel 1797, quindi gli divenne così difficile continuare il «Faust». La scienza dello spirito non era ancora così lontana da dividere il nemico dell’uomo in due nemici; Goethe si è fermato a uno. Si riconosce già la natura di Goethe quando ci si tiene davanti che Goethe avrebbe dovuto effettivamente creare due figure che aveva buttato insieme in una. Goethe ha davvero sperimentato interiormente qualcosa: ha sentito Mefistofele come una figura in sé contraddittoria. Che il «Faust» sia comunque riuscito di nuovo è qualcosa che Goethe trovava già ondeggiante in sé dall’inconscio. Vedete, l’uomo può essere capace di sviluppo, può sentire nella sua anima in modo elementare quello che attraverso la vita intera lavora insieme con lo Spirito, non solo nei vent’anni.

Quello che conosci come «Prologo in Cielo» Goethe l’ha scritto solo nel 1798. Che cosa è successo allora nel Faust? Non l’ha espresso, ma è nella sua anima: ha fatto Faust tornare di nuovo a prendere il libro, e adesso gli sta di fronte lo Spirito! Adesso non è uno spettacolo: lì tessono gli spiriti delle sfere, lì Faust sta in mezzo nella lotta intera tra il Bene e il Male nel Macrocosmo. Non si deve considerare il Faust dall’inizio alla fine così che si veda tutto allo stesso modo, come se fosse lo stesso, bensì Goethe ha rotto con la visione della sua gioventù, ha sempre introdotto il Faust sempre di più nello spirito del Macrocosmo. — Volevo solo mostrarvi come sia ordinata regolarmente questa vita di Goethe che si sviluppa. Su di lui si può mostrare come da sette a sette anni vadano i periodi di sviluppo umano fino alla morte. Si deve, secondo il senso e lo spirito del presente, elevare sempre di più l’inconscio nella coscienza. Di questo inconscio si parla molto; ma non lo si vede nel modo giusto, non lo si vede abbastanza profondamente.

Oggi esiste una cosa che si chiama psicologia analitica, psicoanalisi. È in certo senso afferrato lo Spirituale-Psichico inconscio nell’uomo, ma con mezzi insufficienti; perché i mezzi sufficienti sono quelli della scienza dello spirito. L’esempio didattico che gli psicoanalitici continuamente e continuamente portano mostra proprio come la gente lavori con mezzi insufficienti. Portiamo davanti all’anima un esempio su cui la psicoanalisi si è effettivamente sviluppata: c’è una donna che conosce un uomo. L’uomo è marito; lo conosce così come poteva essere gradito al marito, ma non alla moglie del marito. Vedete, la moglie del marito diventa per varie ragioni — a cui forse appartiene anche questa signora — malata, nervosa — oggigiorno si diventa nervosi comunque — deve andare in bagno per diversi mesi. Una sera deve partire, ma prima viene ancora preparato un tavolo di cena — una cena, come si dice in tedesco — a cui viene invitata anche la signora che conosce bene il signore e in generale tutta la famiglia. La cena è andata piuttosto bene. Allora la signora di casa deve andare al treno. Anche la società gradualmente si dissolve, come si dice. Un gruppo della società va per strada con questa signora, che è ben conosciuta al signore di casa. Bene, come accade qui e là, non è vero, tardi nella notte non va più per il marciapiede, ma in mezzo alla strada. Ma guarda un po’, una carrozza, non un’auto, ma una carrozza gira l’angolo, e quella signora, che è l’amica del signore di casa, non esce come gli altri, sul marciapiede, bensì corre davanti ai cavalli. L’auriga imprecava, schioccava la frusta; ma lei corre davanti ai cavalli, corre e corre, finché si arriva a un ponte. Allora le viene il pensiero: deve salvarsi. È una situazione pericolosa. Allora si salva saltando in acqua. Viene tirata fuori, viene salvata, e la società la porta nella casa da cui era appena uscita: nell’appartamento del padrone di casa. Lì rimane la notte. Gli altri tornano a casa. Ed è stato ottenuto qualcosa di cui non voglio caratterizzare ulteriormente. Lo psicoanalista studia questo caso sulla base di psiche nascoste: forse la signora nel settimo, ottavo anno ha sperimentato qualcosa di particolare con i cavalli, che risuona di nuovo dall’anima, e allora perde coscienza in quel momento, viene solo attraverso la paura dei cavalli — così si cercano «province psichiche nascoste». Ma questa non è la verità. La verità è questa: c’è qualcosa di inconscio nell’anima di un uomo che può essere più astuto, più raffinato del conscio. Questa signora era una signora per bene, ma era innamorata del padrone di casa. Il suo conscio non avrebbe mai ammesso: voglio rimanere in questa casa — ma l’inconscio fa questo. L’inconscio calcola esattamente: se corro davanti ai cavalli e salto in acqua, mi riporteranno dentro! — Così è raggiunto. Non avrebbe mai confessato di propria volontà, ma nell’inconscio vengono sperimentate queste cose, è presente. L’uomo porta in sé questo inconscio, che può essere molto più saggio, molto più astuto, da entrambi i lati, del conscio. — Come ho detto, il presente sta diventando un po’ consapevole di questo inconscio, ma lo cerca con mezzi insufficienti. Bisogna rendersi conto che si può trovare solo con i mezzi adeguati della scienza dello spirito, se si vuol mostrare che accanto all’Io che vive attraverso il corpo, l’Eterno-Spirituale vive in noi, che non è solo un Angelo e può quindi essere raffinato secondo il suo karma. Spiritualmente scientificamente deve essere studiato quello che questo inconscio è nel suo manifestarsi attraverso l’uomo, sempre. L’epoca deve arrivare al punto che la verità, la realtà debba essere conosciuta. L’inconscio spinge oggi alla porta della coscienza, e nella vita non ce la faremo più se non prestiamo attenzione, se non accompagniamo anche consapevolmente i percorsi che l’inconscio intraprende. Molte persone non lo vogliono, perciò non vogliono avvicinarsi alla scienza dello spirito.

Così da un lato ci sono certi motivi per non avvicinarsi alla scienza dello spirito: la gente non vuol comprendere che le cose stanno propriamente al contrario per i morti. Bisogna completamente imparare diversamente. Mentre nella vita ordinaria si è abituati al fatto che quello che diciamo esce dalla nostra bocca quando diciamo qualcosa, o chiediamo, è così nel commercio con il morto che quello che diciamo esce dalla sua anima, quello che lui dice, viene dal nostro interno. Questo è una cosa naturale.

L’altro è l’antipatia che gli uomini hanno contro lo Spirito, perché non vogliono volentieri confessarsi come questo Spirituale batte la porta della coscienza. In molti posti si trova questo spirito che batte la porta della coscienza.

Le persone che per esempio sono un po’ anomale nella loro vita, in loro accade, per un rilassamento dello Spirituale-Psichico nel Fisico-Corporale, oggi che l’inconscio batte più correttamente nella coscienza che in coloro che non hanno nulla di rilassato. Non è affatto detto che il rilassamento debba essere sforzato, veramente no, ma in alcuni è naturalmente qualcosa di rilassato, come per esempio in Otto Weininger. Lui era veramente un uomo di talento; all’inizio dei vent’anni aveva fatto il suo dottorato, poi dalla sua dissertazione di dottorato ha formato il libro «Sesso e Carattere», che è interamente dilettantesco e persino triviale in molti aspetti, ma comunque è un’apparizione strana. Allora ha fatto un viaggio in Italia, ha mantenuto un diario, dove c’è comunque qualcosa di molto strano. Certe conoscenze spirituali scientifiche sono espresse proprio come caricatura. Questo Spirituale-Psichico rilassato, che guarda già molte cose, ma le carica! Di solito è anche il morale qualcosa di consumato. Ma Weininger era una natura geniale. Si è poi alloggiato nel ventunesimo anno nella Beethoven-haus e si è sparato dentro. Da questo vedete che era una natura completamente anomala. Voglio solo sottolineare: se leggete l’ultimo suo libro, troverete tra l’altro anche un passo strano. Lì dice: perché l’uomo non ricorda la sua vita prima della nascita? Perché l’anima si è portata così in basso che vuol sprofondare nell’inconscio riguardo alla vita precedente! — Sottolineo questo solo — e potrei moltiplicare l’esempio per migliaia — per mostrare: ci sono molti uomini che sono molto vicini alla scienza dello spirito, però non possono trovarla, perché il presente non vuol lasciare gli uomini alla scienza dello spirito. Sottolineo questo come esempio, perché chiaramente si vede: Weininger arriva, per il rilassamento dello Spirituale-Psichico, come se fosse una cosa naturale, a esprimere che l’uomo come Spirituale-Psichico si unisce al Fisico-Corporale. Come una cosa naturale lo dice, quello che ancora altri uomini oggi dicono, solo in modo molto vergognoso. Ma questo è un requisito fondamentale del nostro tempo: che gli uomini veramente trovino il coraggio, la forza di svilupparsi, per stare di fronte al mondo spirituale nelle sue forme di apparenza concrete.

E tale forma di apparenza concreta è proprio quella di cui voglio parlare particolarmente: che gli uomini lasciano parlare i morti; che la vita sociale degli uomini si ridetermina per il fatto che sente le differenze tra persona e persona secondo il livello di età, ma anche per il fatto che diventa qualcosa di diverso, che l’uomo crede nell’intera vita umana. Il Divino non si rivela solo fino nei vent’anni. Prima si rivelava fisicamente, ora deve essere sentito attraverso la scienza dello spirito. Ma l’uomo deve credere ai doni del mondo divino-spirituale. Deve attraverso l’intera vita il sentimento incoraggiante, portante: Quando sarò quindici anni più anziano, porterò al Divino-Spirituale quello che in modo diverso può ricevere di prima. — Pensate come si può vivere nel futuro se si è così pieni di aspettative! Come crea un’aura completamente diversa psichica-spirituale sulla nostra intera vita sociale! Sapere deve che gli uomini avranno bisogno di questa aura mentre si svilupperanno verso il futuro. Questo è infinitamente importante. Tenti di sentire come deve cambiare molto! Viviamo in un’epoca in cui molto, molto deve cambiare. Soprattutto deve diventare così che non si vedono più determinate cose in modo ipocrita, bensì le si vedono in realtà. Non serve a niente, farsi beffe di determinate cose. E una tale beffa a sé voglio ancora discussa.

Quanti uomini ci sono oggi che dicono: io guardo — non alle diverse gerarchie, agli Angeli, agli Arcangeli e così via, ma guardo al «mio Dio». E quanti declamano ulteriormente, quale grande progresso sia che l’umanità abbia faticato fino all’unico Dio, al monoteismo. Bisogna però porre la domanda: a chi si rivolgono propriamente gli uomini, quando cercano di venire in una relazione concreta con il mondo spirituale, e mentre dicono del «loro Dio»? — Se uno è cattolico o protestante — qualunque cosa sia — quando parla del suo Dio, può solo parlare di quello che entra veramente nella sua coscienza. Questo può solo essere due cose: o è l’Angelo che lo protegge, che l’uomo chiama allora Dio, che non è un Dio più alto di un Angelo — e poiché ogni uomo ha un Angelo che ha il compito di proteggerlo, siamo lì in un pluralismo — oppure intende il proprio Io. Solo che l’uomo si inganna per il fatto che ha lo stesso nome, che ogni uomo chiama il suo particolare Angelo con lo stesso nome «Dio». Di fronte a ciò si dovrebbe considerare una cosa che è propriamente molto educativa. C’è proprio una parola di cui le persone, con tutte le ricerche, non sanno da dove venga: è la parola «Dio». Questo è interessante e dà da pensare! Leggete nei diversi dizionari dove le parole sono trattate linguisticamente-filologicamente: sulla parola «Dio» regna completa confusione. Gli uomini non sanno cosa propriamente nominano con Dio. E nel nostro tempo gli uomini intendono o il loro Angelo, oppure, nel parlare del loro Dio, diventano in certo modo inconsciamente seguaci del nostro insegnamento: nominano cioè il loro proprio Io, come si è sviluppato dall’ultima morte fino a questa nascita. Questo è il concreto che nominano come Dio: o l’Angelo che li protegge irradia dentro — è solo l’Angelo, lo chiamano Dio — o è solo l’Io individuale. Non importa se lo si reinterpreti o no: è la confessione di religione egoistica che oggi è in molte anime, ma non ci si vuol confessare. Solo la scienza dello spirito renderà gli uomini consapevoli. Allora si ama la scienza dello spirito e sempre di più la si combatte, perché agli uomini è comodo nominare quello che è il più vicino, quello che nella gerarchia sta sopra di loro, come loro Dio. Quando oggi si parla molto di Dio, non si intende nient’altro che o il proprio Io o l’Angelo.

Oltre una tale visione si viene solo quando si giunge nella relazione concreta spirituale scientificamente. Questo è un punto su cui gli uomini, di fronte al futuro, sempre di più devono essere illuminati. E la Verità deve essere tra gli uomini. Questo sarà particolarmente un requisito per il futuro, e la Verità è nel presente non molto diffusa, per niente molto diffusa. Proprio su campi colti si trovano a volte concetti molto strani su cosa sia la Verità. Sapete dal mio libro «Enigmi dell’Anima» — se posso brevemente farvi riferimento — come lo strano uomo Max Dessoir si è comportato con la Verità. È veramente straziante quello che si vede dall’ultimo quaderno della Kant-Zeitschrift! Posso già farlo notare particolarmente, perché l’Antroposofia non è menzionata lì; questo articolo non fa male quindi per la cosa propria. Ma in questa rivista «colta» si trova un articolo che non solo su terreno

nel senso più banale per chi comprende le cose. Tuttavia egli viene comunque preso sul serio.

Sapete dal mio libro come si deve dimostrare in modo magistrale — non si può fare diversamente — che Dessoir non ha letto i miei libri, ma ha stravolto tutto quanto. Voglio menzionare solo una delle più stupide distorsioni: Dessoir afferma nella prima edizione del suo libro « Dal di là dell’anima » che la mia « Filosofia della libertà » sarebbe il mio primo lavoro. Ora, questa « Filosofia della libertà » è apparsa nel 1894, dieci anni dopo il mio primo lavoro; ma è così superficiale in questo come in ogni cosa. Dunque la « Filosofia della libertà » sarebbe il mio primo lavoro. Gliel’ho messo in rilievo tra cose più importanti, per mostrargli il suo metodo. Esce una seconda edizione. Nella prefazione sostiene varie cose che mostrano proprio di che spirito è figlio questo professore universitario. Ma allora nella prima edizione ha detto che la « Filosofia della libertà » sarebbe il mio primo lavoro letterario; ora dice che non intendeva questo, ma piuttosto che sarebbe il mio « primo lavoro teosofìco ». Considerate

ora questo insieme con il modo in cui da un’altra parte la « Filosofia della libertà » è interpretata come qualcosa che la mia « Teosofia » negherebbe: allora vedrete il vero pantano! Ma da cose simili si vede chiaramente il presente, ed è molto importante che vi chiariate completamente su questi argomenti. E ciò si può fare solo se ci armiamo completamente di armi scientifico-spirituali.

Anche la considerazione storica dovrà diventare qualcosa di completamente diverso sotto l’influsso della scienza dello spirito, infatti la storia è per lo più, così come viene presentata, nient’altro che una favola convenue. Dove ci si accosta davvero ai fatti, si viene condotti a qualcosa di completamente diverso da ciò che la storia ordinaria rappresenta.

Vi voglio fornire un esempio. Vedrete subito dove punta la mia considerazione. Sappiamo che il quarto periodo postatlantideo si concluse nel 15° secolo. Questo è il periodo greco-latino; nei suoi ultimi echi si estende fino al 15° secolo. Nel 1413 inizia il quinto periodo postatlantideo, allora avviene un potente rivolgimento. Se si tiene questo presente, allora ci si può forse domandare: Per quale ragione l’Impero Romano, nel quale alla fine confluì tutta la cultura greco-latina, è andato in rovina? Ci sono varie cause, ma una delle più importanti è la seguente: I Romani hanno condotto grandi guerre; queste guerre hanno gradualmente esteso il territorio oltre i confini. Molti nuovi popoli di frontiera sono venuti a crearsi. Ciò ebbe una conseguenza ben determinata. Chi studia quel tempo, i primi secoli cristiani, scopre che attraverso il peculiare contatto dell’Impero Romano nella sua amministrazione e struttura sociale interna con i popoli di frontiera e verso l’Oriente un continuo deflusso di moneta metallica dall’Impero Romano verso l’Oriente si è manifestato. E questo è uno degli eventi più cruciali nel 2°, 3°, 4° secolo dopo Cristo, quando l’Impero Romano andava così gradualmente in rovina: il fatto che il denaro metallico si versava verso i popoli di frontiera

nell’Oriente. E l’Impero Romano, nonostante abbia un’amministrazione militare complicata, diventa sempre più povero di oro e denaro. Questo è l’espressione esteriore, l’immagine per i processi interni. Menziono questa immagine esteriore, l’impoverimento in oro e denaro dell’Impero Romano, perché è l’espressione esteriore anche dello stato d’animo dell’anima. Che cosa accadde da questo stato d’animo dell’anima? Naturalmente, questo stato d’animo dell’anima ha un significato ben determinato nel senso generale dell’accadimento storico mondiale. Qualcosa doveva risultare da questo impoverimento in moneta metallica da parte dei Romani. E che cosa ne risultò? Ne risultò l’individualismo, che è la caratteristica del nostro tempo. Si parlava molto dell’arte di fare l’oro. Da dove venne? Perché l’Europa era diventata povera di oro dal punto di vista materiale, nacque questo desiderio fisico esteriore di fare l’oro, fino al momento in cui l’America fu scoperta e l’oro da lì venne a noi. Questi grandi nessi devono essere colti. Fino all’alchimia dentro e attraverso lo sviluppo delle anime umane agiva quello che si apprende quando veramente si studia la caduta dell’Impero Romano: la povertà d’oro attraverso l’espansione della struttura sociale oltre i popoli di frontiera verso l’Oriente.

Ora viviamo in un tempo in cui gli uomini devono confessare a se stessi: L’epoca della vita istintiva è passata. Non giungiamo a strutture sociali se non siamo capaci di vivificare il pensiero sociale mediante i pensieri che scaturiscono dall’apprensione del mondo spirituale. Perciò le scienze sociali sono così sterili, e perciò l’umanità si è condotta in questo presente catastrofale, nel quale le strutture sociali provocano questo caos nel mondo intero, perché gli uomini non sanno lasciar fluire pensieri scientificospirituali, che dovrebbero provenire dagli impulsi dello sviluppo umano, nel pensiero sociale, nella vita comunitaria. Esistono completamente cause spirituali per questo presente catastrofale. Questo è il ribellarsi degli uomini contro l’influsso dello spirito. Così è effettivamente sorta la presente catastrofe.

Infatti gli uomini si rivolgono ovunque contro lo spirito che vuole penetrare in loro.

Vi voglio dare un esempio che forse troverete anche voi caratteristico. Immaginate che oggi qualcuno rifletta su quali concezioni del mondo esistano diverse, e le classifichi puramente esteriormente: cattolicesimo, protestantesimo, socialismo, naturalismo e così via. Prendete il ciclo che una volta tenni a Berlino, dove ho costruito le concezioni del mondo più secondo categorie interiori, secondo il numero dodici e il numero sette. Allora ottenete veramente sette concezioni del mondo: Gnosticismo, Logismo, Volontarismo, Empirismo, Misticismo, Trascendentalismo, Occultismo. Naturalmente, chi le trova semplicemente, le concezioni del mondo, non le chiamerà con questi nomi. Eppure la musica delle sfere risuona ovunque! Immaginate allora un uomo oggi che fosse nient’altro che un osservatore materialista, che leggesse le concezioni del mondo così come gli sono accessibili, quante dovrebbe trovarne? Sette dovrebbe trovarne. Potrebbe nominarle diversamente, a seconda di come si presentano esteriormente, ma in sette membri devono manifestarsi. Leggete il fascicolo attuale dei « Jahrbücher preussiani ». Nel primo articolo troverete un’osservazione simile, secondo la quale un uomo volle registrare le concezioni del mondo come sono presentemente. Le enumera. Quante ne tira fuori? Sette: Cattolicesimo, Protestantesimo, Razionalismo, Umanesimo, Idealismo, Socialismo e individualismo personale. Queste sono davvero sette. Solo le categorie sono spostate, ma non si può tirar fuori nulla se non sette. — Eccovi un esempio in cui quello che troviamo come un senso dello sviluppo urta contro lo sviluppo esteriore ordinario. Gli uomini non vogliono confessarlo, ma è necessario che sia confessato al presente; che non si passi accanto a queste cose, ma che si abbia il coraggio di guardarle in faccia.

Che cosa accade propriamente nel presente? In tempi antichi, nel terzo periodo culturale postatlantideo, c’era da Oriente verso Occidente, tra- verso l’intero globo terrestre, un impulso penetrante, un tale impulso che certo non proveniva dalla vita materiale sola, come gli impulsi di oggi, ma dallo spirituale. Gli impulsi spirituali intervenivano allora nella vita sociale. Allora si sviluppava da Oriente verso Occidente un certo impulso. Lo si può caratterizzare dicendo: Alcuni uomini erano allora sforzati di

trasmettere agli altri uomini ciò che strapavano al mondo spirituale come illuminazione, ciò che veniva loro più o meno attraverso la loro età o attraverso l’iniziazione dalle buone o cattive scuole misteriche; volevano imporre agli altri ciò che avevano. Questo era allora un impulso che andava da Oriente verso Occidente: diffondere alcune poche forze spirituali nel senso del progresso umano, riempire la terra con alcune poche massime spirituali, con forze che provenivano dalle scuole misteriche appassite. Anche la vita sociale si orientava allora su questo. Era nel terzo periodo postatlantideo; storicamente è poco registrato. La ripetizione però di ciò che allora accadde, accade adesso. Immaginate quello che allora si diffuse come lo stimolo da Oriente verso Occidente, trasportato nel puro materiale nel quinto periodo postatlantideo: Allora erano le forze spirituali atavisiche che producevano una struttura sociale, in quanto ai popoli dovevano essere date forti spinte spirituali; queste dovevano essere introdotte nell’umanità. Allora si voleva dare il spirituale. Immaginate adesso il contrario: Alcuni uomini da sé vogliono conquistare il materiale della terra, togliarlo agli altri uomini. Questo ha causato il fatto che tanti e tanti anni dopo il Mistero del Golgota le catastrofi piombassero. L’Impero Romano andò allora in rovina. Allora piombarono le catastrofi spirituali, il che culminò nel fatto che certi popoli dall’Oriente con determinate massime vollero inondare i paesi della terra. Esattamente lo stesso si manifesta adesso, in quanto il popolo britannico-americano vuol togliere la terra agli uomini. Questo sta dietro a tutta la faccenda. E è la stessa cosa esattamente trasfigurata: appare come immagine speculare. Non si comprende altrimenti ciò che ac-

cade nel presente, se non si guarda nel vero corso dello sviluppo umano, se al posto di quello che è insegnato come storia subentra la vera storia. Infatti è necessario che verso il futuro gli uomini stiano in piena consapevolezza in ciò che veramente accade. La presente vita economica era già da lungo tempo un caos, da cui questa catastrofe si è sviluppata. Adesso avete due cose che agiscono. Da Occidente verso Oriente: l’immagine speculare; da Oriente verso Occidente: ciò che è diventato antico. Lì avete ancora i residui della vecchia concezione spirituale di tutto l’Oriente asiatico, quello che ha fatto per diffondere il spirituale, per spingere dentro lo spirituale. Studiate la presente catastrofe, allora avete da Oriente verso di qua una guerra delle anime, lì combattono le anime per l’affermazione dei concetti orientali-slavi; da Occidente verso di qua: una guerra puramente materiale per i mercati di sbocco. Si possono comprendere queste cose solo se le si guardano dal grande punto di vista dello sviluppo umano. Ma sarebbe necessario che una volta si potesse parlarne liberamente. Le persone dovrebbero esserne informate, su quello che propriamente è in cui vivono. Questo è di importanza enorme. Ma quello che deve cessare è che gli uomini propriamente dormano attraverso quello che accade. Le cose più importanti possono accadere — gli uomini non riescono più a comprenderle. Non riescono più a coglierle nel loro peso, perché ciò si può fare solo quando si riesce a illuminarle con la luce della conoscenza scientifico-spirituale. Non si lasciano illuminare in altro modo.

Ma come si comportano oggi gli uomini più dotti nei confronti della co- noscenza scientifico-spirituale? Sì, abbiamo un buon esempio. In vari luo- ghi ho ripetuto varie volte che è interessante il fatto che dalla scuola di Haeckel, quindi da uno studente di Haeckel, da Oscar Hertwig, è stato scritto un libro, un libro eccellente: « Il divenire degli organismi, una confutazione della teoria del caso di *Darwin.» Oscar Hertwig vi ha indi-

cato i vari lati negativi del darwinismo. Ho molto elogiato questo libro. Ma nel movimento scientifico-spirituale vi dovete abituare a una completa mancanza di autorità. Infatti poco tempo fa è apparso un altro libro dello stesso Oscar Hertwig: « Per la difesa della morale, sociale e politica darwinismo.» Ora non dovete dire: Beh, Steiner ha elogiato Hertwig, così studieremo il suo ultimo libro nello stesso senso —, altrimenti vi troverete delusi. La delusione sta nel fatto che devo dire: Mentre un libro è davvero eccellente, questo ultimo libro è il più dilettantesco, il più insensato che si possa dire sui capitoli in questione. Se quindi volete solo dire: Steiner ha elogiato questo, così anche noi possiamo accettarlo di nuovo come vangelo —, allora non siete mai certi che non sia di nuovo costretto ad appiccare a quello che viene prodotto sulla stessa base i predicati opposti. La credenza nell’autorità non deve rifiorire nelle nostre file, ma solo la visione propria, l’opinione propria. Ma da dove nasce propriamente? Nasce dal fatto che Hertwig è uno straordinario naturalista; ma i concetti della ricerca naturalistica non si devono introdurre nella vita sociale. Se lo si fa, allora si trova dappertutto solo il morto, il decadente della storia, come per esempio presso Gibbon, che ha scritto l’eccellente storia della caduta dell’Impero Romano. Questo è un mistero — ho già rappresentato questo — del divenire storico: che, se si vuole considerare questo divenire storico con i concetti che valgono nella scienza naturalistica, non si troverà mai quello che cresce e germoglia, ma solo quello che passa nel cadavere. Solo i fenomeni di decadimento della vita storica si incontrano, se si vogliono usare i concetti che sono ben applicabili nella scienza naturalistica. Gli uomini in certi momenti lo sospettavano. Perciò Treitschke ha detto che le forze motrici nella storia sarebbero le passioni e le stupidità degli uomini. Non è così. Sono forze inconsce che discendono nel divenire storico.

Perciò è vero: Se si vuole portare il decadimento nella vita pubblica, quindi anche nella vita pratica, allora si mettono negli parlamenti scienziati e teorici. Questi uomini solo cucineranno leggi che producono fenomeni di decadimento, perché con quello che oggi vale come scientifico si possono trovare solo i fenomeni di decadimento nella storia. Queste cose devono entrare nella coscienza degli uomini. È molto più necessario di quanto la maggior parte degli uomini creda, e deve essere compreso se si intende onestamente e sinceramente con quello che deve condurre l’umanità fuori dal presente tempo catastrofale. Non si può continuare a far dormire gli uomini su quello che accade. I fatti più importanti possono accadere — gli uomini non potranno più comprenderli. Non potranno più coglierli nel loro peso, perché ciò ora si può fare solo se si riesce a illuminarli con la scienza dello spirito. Ma qui si tratta di comprendere la vita nella sua realtà, di guardare veramente nella vera configurazione della vita.

Allora si deve già guardare in faccia l’interazione di questi tre impulsi: del normale umano, del luciferiano, dell’arimanico. Infatti queste cose non si devono trattare in modo tale che si dica: Voglio essere un uomo normale, e così evito tutto quello di Arimane, tutto quello di Lucifero! — Chi vuol essere così veramente bravo, vuol evitare tutto quello di Ahri- mane, tutto quello di Lucifero, allora pluffa da un lato nel Luciferiano, dall’altro lato nel Arimanico ancora di più.

Infatti non si tratta di evitare le cose, ma di portare l’Arimanico e il Luciferiano in equilibrio. La gioventù ha per lo più il Luciferiano proprio, l’età che declina ha l’Arimanico. Alla donna è più proprio il Luciferiano, all’uomo l’Arimanico. Se guardiamo al futuro, guardiamo soprattutto all’Arimanico; se guardiamo al passato, in quello che deve essere ancora in germe, allora guardiamo soprattutto nel Luciferiano. Se guardiamo allo Stato britannico, allora guardiamo in un’area arimanica; alle istituzioni statali orientali, guardiamo in un’area luciferiana. Si tratta di trovare ov-

unque come queste forze si insinuano nella vita umana. Non si deve essere ciechi a queste cose.

Prendete solo uno: Nell’intera struttura sociale della vita umana l’aspetto luciferiano ha giocato a volte un ruolo estremamente fatale, perché non si era compreso come guidarlo in una corrente giusta, perché si era lasciato oscillare troppo il piatto della bilancia di Lucifero. Perciò gli impulsi luciferiani hanno giocato un ruolo importante nel modo in cui la struttura sociale si è formata. A scuola già si è abituato i bambini piccoli: «essere il primo», «essere il secondo», «essere il terzo». Pensate quale ambizione luciferiana è entrata in gioco quando la gente ha voluto diventare primus! Poi titoli, decorazioni e tutto quello che va con loro! Pensate come la struttura sociale è stata costruita attraverso il Luciferiano! Ma questo tempo sta finendo; anche questo sarebbe una cosa che si dovrebbe riconoscere! Il tempo sta finendo, il Luciferiano svanisce sempre più sui suoi territori ombri. Sarebbe anche una cosa buona se gli uomini fossero un po’ più svegli riguardo allo svanire del Luciferiano — per il prossimo futuro. Ma sono sveglia riguardo a qualcosa che di nuovo entra in modo nocivo. Questo è: Un Arimanico subentra al Luciferiano. Lo slogan è caduto: Via libera al capace! — Ho già detto: Che cosa giova se si dice « Via libera al capace », e poi si ritiene il nipote il più capace! — Vedi, si tratta di guardare nel concreto, di guardare nella realtà. Ma non intendo questo adesso, ma intendo: Viene su un intero sistema arimanico, con effetti collaterali molto pericolosi. Questo sistema arimanico, questo è un po’ legato a questo slogan, che oggi nel campo pedagogico si chiama esame delle capacità. Questo esame delle capacità, lo troverete ovunque elogiato. La gente è veramente posseduta dal demonio quando ne parla. Si devono estrarre da un numero, da cento ragazzi e ragazze dotati che hanno certificati particolarmente buo-

ni, quelli più dotati, i migliori secondo l’intellettualità, la capacità di concentrazione, la memoria e così via. Ora viene provato secondo i metodi psicologici più recenti. Secondo la psicologia sperimentale la bravura viene provata in modo molto particolare. Si mettono ai bambini tre concetti davanti: Assassino, specchio, salvezza. Ora devono trovare attraverso la loro intelligenza la connessione. Quello che trova solo la connessione: L’assassino si guarda nello specchio come gli altri uomini — è solo stupido. Ma colui che trova la connessione più «ovvia»: L’uomo guarda uno specchio, vede l’assassino che si sta avvicinando di soppiatto, e può salvarsi — è normale. Un «dotato» sarebbe colui che dice, per esempio, che l’assassino si avvicina allo specchio, vede il suo stesso volto nello specchio, si spaventa e si astiene dall’omicidio. Particolarmente astuto sarebbe colui che dicesse: Nelle vicinanze di colui la cui vita deve essere portata a termine dall’assassino, c’è uno specchio; nell’oscurità l’assassino urta contro lo specchio, fa rumore e poi si astiene dall’omicidio. — Questo è ancora più astuto! Così si prova la capacità! Questo deve essere qualcosa di particolarmente grande, mentre è nient’altro che il trasferimento di un metodo puramente arimanico, che vale per le macchine, all’uomo. Verranno fuori le cose più terribili dalla meccanizzazione della vita umana, se si vuol trovare la capacità in questo modo. Gli uomini hanno solo bisogno di riflettere su quello che loro stessi hanno accettato poco tempo fa. Potrei dimostrarvi come parlano insensatamente gli uomini quando intraprendono tali prove. Si prenda un’intera serie di persone, che quegli uomini stessi ritengono anche significative, molto significative persone, che ora sono figli di quello spirito che conduce all’esame delle capacità; per esempio Helmholtz, il fisico, e altri. Se tutti questi fossero stati provati secondo il metodo dell’esame delle capacità, molti sarebbero stati collocati come privi di capacità, per esempio anche Helmholtz. Queste cose devono essere tutte prese molto più seriamente

perché da queste cose dipende il bene del futuro. Niente deve rimanere una frase in questo campo. Oggi gli eventi insegnano straordinariamente tanto.

Considerate quanto segue: potete immaginarvi spiritualmente l’epoca dal 1930 al 1940. Potrebbe esserci gente che allora, negli anni quaranta, all’inizio degli anni cinquanta, starebbe. Immaginate di aver avuto questo pensiero nell’anno 1913, e di esservi immaginati: di quelli che vivono nell’anno 1913, nel 1930 un certo numero vivrà ancora, sarà in posizioni dominanti; la struttura sociale, in generale la vita fisica esterna su vari settori della terra dipenderebbe da loro. Potete all’incirca immaginare come sarebbe andato dal 1930 al 1940, se i giovani fra i diciotto e i venticinque anni, i giovani attuali, allora fossero diventati quarantenni. — Ora prendete un altro pensiero e domandatevi: quanti di quelli che hanno fatto quello che avete presupposto per il 1930 sono caduti adesso nei campi di battaglia, e non potranno più partecipare fisicamente alla conduzione degli affari terrestri? — Altri vi parteciperanno! Dipingete questi due quadri uno accanto all’altro, l’uno: se questa catastrofe bellica non fosse venuta, allora quello che si era formato dagli antecedenti sarebbe stato di conseguenza, come voi vi eravate immaginato il futuro in quel momento. E ora il

altro quadro, che adesso dovete dipingere: forse tutti quelli che avrebbero potuto avere le posizioni più importanti sono caduti nei campi di battaglia! Quando vi dipingete un quadro così, allora arriverete a un concetto molto sentito della Maya, della grande illusione del piano fisico esteriore. Sarebbe questo piano fisico nel 1930 come avrebbe dovuto essere, se tutti coloro che nel 1913 erano giovani fossero ancora vivi? Sarebbe diventato completamente diverso. Pensare attraverso cose simili non è senza significato. Ma solo la scienza dello spirito, pensando attraverso cose simili, può nel senso giusto offrire la possibilità di pensare anche nel reale in modo corrispondente alla realtà. La scienza dello spirito vi conduce a concetti che si staccano dal puro cervello fisico. I nostri concetti presenti sono soprattutto legati al cervello fisico, perciò il pensiero del presente ha una certa proprietà. Proprio perché i concetti naturalistici, che sono legati al cervello nel modo più stretto, dominano il presente, il nostro pensiero nel presente ha una proprietà speciale: la ristrettezza, la limitatezza. Infatti il pensiero più limitato è quello che è principalmente legato al nostro cervello. La scienza dello spirito deve staccare il pensiero dal cervello, deve mettere i pensieri in movimento. Oggi abbiamo provato a mettere davanti alla nostra anima una serie intera di pensieri che sono pensieri leggeri, che allargano l’orizzonte.

Ma non solo l’orizzonte del pensiero deve farsi più grande, ma anche l’orizzonte del sentimento. Come gli uomini sono diventati filistei per il fatto che i loro pensieri erano principalmente legati alla vita fisica! Accanto alla ristrettezza, il filisteismo è la proprietà principale del nostro tempo. Concezioni ristrette di campanile! Nel cerchio più stretto gli uomini sono interessati. La scienza dello spirito deve condurre di nuovo gli uomini nelle vastità dell’universo, deve dispiegare dinanzi a loro vasti campi dell’accadere, perché il presente può essere compreso solo a partire da questo. Dal filisteismo la scienza dello spirito deve condurre via gli uomini. Contro la ristrettezza e il filisteismo deve combattere la scienza dello spirito.

Anche la volontà ha gradualmente assunto certe proprietà. Per il fatto che una certa struttura sociale è sorta dalla cultura materialistica, gli uomi- ni sono diventati goffi. L’inettitudine è comparsa! Gli uomini vengono clas- sificati in compartimenti ben determinati e sa praticamente nient’altro che il suo compartimento, è completamente inetto per tutto il resto. Oggi si conosco- no uomini che, perché non sono diventati sarti, non possono neppure cuccire un bottone. Ma la scienza dello spirito ha il particolare che sviluppa concetti che sono vivi, che vanno nelle membra, che rendono anche l’uomo più abile. Il mezzo contro la ristrettezza, contro il filistelsimo, contro l’inettitudine è la scienza dello spirito. Abbiamo bisogno di un’epoca che conduca gli uomini dalla ristrettezza, dalla grettezza, dall’inettitudine nei vasti orizzonti, nella generosità, nell’agilità. La scienza dello spirito deve essere vissuta e significa la vita. Se oggi si espongono anche i più semplici concetti della scienza dello spirito rispetto al nostro tempo, vedrete allora che intima mamente si connette con la sventura, con il dolore, con tutti i soffrimenti del nostro tempo, che in verità non hanno ancora raggiunto il loro culmine, in verità no, che con questo si connette il resistere dell’umanità allo spirito. Gli uomini si sono separati dalla vita divino-spirituale, gli uomini devono ritrovare la connessio- ne con la vita divino-spirituale.

Questo è quello che volevo condurre davanti alla vostra anima questa volta. Sviluppate sempre di più il sentimento: i segni dei tempi parlano chiaramente e intelligibilmente! Ma solo colui che li leggerà avrà imparato a leggerli con i mezzi della scienza dello spirito. Non si può trovare la scienza dello spirito abbastanza seria e seria; per quanto lontano si vada, si deve sempre andare avanti e avanti con l’attraversamento della vita attraverso ciò che la scienza dello spirito offre. Pochi uomini nel nostro tempo hanno il coraggio di pensare attraverso la vita per mezzo delle forze che provengono dallo spirito. Questo è quello che deve essere imparato, questo è quello che principalmente manca. Se non viene imparato, se continuerà a mancare, allora durerà a lungo, a lungo quello che si è abbattuto sull’umanità come una catastrofe. Perciò si può già dire che con la scienza dello spirito si deve cercare la via d’uscita dal conflitto del presente. Per favore, prendetelo seriamente e profondamente: allora quello che volevamo discutere insieme in questo incontro porterà i frutti giusti nei vostri cuori, nelle vostre anime.

6°Che cosa fa l'Angelo nel nostro corpo astrale?

Zurigo, 9 Ottobre 1918

La comprensione antroposofica dello spirito non deve essere solo una visione del mondo teoretica, ma deve essere il contenuto della vita e una forza vitale. E solo se siamo capaci di porci in grado di rafforzare in noi la nostra visione del mondo antroposofica, in modo che sia veramente pienamente viva in noi, allora essa adempie veramente il suo compito. Perché, per il fatto che uniamo le nostre anime alla comprensione antroposofica dello spirito, siamo diventati in certo senso dei guardiani di determinati, significativi processi dello sviluppo umano.

Gli uomini, che altrimenti tendono verso una visione del mondo o un’altra, sono di solito convinti che i pensieri, le rappresentazioni, oltre a quello che sono nelle loro anime umane, non siano ancora qualcosa di diverso nel contesto della vastità; ma gli uomini con tali concezioni del mondo credono: i pensieri, le rappresentazioni come ideali si vivranno nel mondo proprio come riesce all’uomo, per quanto compie solo atti sensibili, a farli valere nel mondo. L’atteggiamento antroposofico presuppone che siamo consapevoli del fatto che i nostri pensieri e le nostre rappresentazioni, per realizzarsi, devono trovare ancora altre vie di quello che accade attraverso i nostri atti sensibili, attraverso i nostri atti nel mondo sensibile. Nel riconoscimento di questa necessità di vita si trova già l’ordine di fare in modo che l’antroposofo in un certo modo debba partecipare al vegliare sui segni dei tempi. Molto accade nello sviluppo del mondo; all’uomo, in particolare all’uomo del nostro tempo, incombe di procurarsi una vera comprensione di quello che accade nello sviluppo del mondo, in cui egli stesso è stato posto.

Riguardo al singolo uomo, ognuno sa che bisogna considerare il suo sviluppo, non solo i fatti esterni che lo circondano. Pensate solo, vorrei dire, pensato molto grossolanamente: i fatti esterni e sensibili che accadono adesso sono tutto attorno agli uomini che hanno cinque anni, dieci anni, venti anni, trenta anni, cinquanta anni, i

settant’anni. Tuttavia, nessun uomo ragionevole esigerà che si stabilisca lo stesso rapporto tra l’uomo e i fatti per i cinquenni, i decenni, i ventennali, i cinquantenni, i settantenni. Come gli uomini debbano comportarsi verso l’ambiente esteriore può essere determinato solo se si tiene conto dello sviluppo dell’uomo stesso. Sul singolo uomo, ognuno l’ammetterà. Ma così come il singolo uomo è soggetto a uno sviluppo ben determinato, come in certo modo ha altri tipi di forze da bambino, a metà della vita, da anziano, così l’umanità nel corso del suo sviluppo ha sempre altre e altre forze, e si sta solo dormendo nello sviluppo del mondo se non si nota che l’umanità nella sua essenza è qualcosa di diverso nel XX secolo che nel XV secolo o anche al tempo del Mistero del Golgota o prima. Appartiene ai più grandi difetti e smarrimenti e confusioni proprio del nostro tempo il fatto che non si vuole prestare attenzione a quello che ho appena detto, che si è dell’opinione che si possa parlare dell’uomo o dell’umanità in generale in modo completamente astratto e non si debba sapere che questa umanità è sottoposta a uno sviluppo.

Ora la domanda è: come si arriva a una visione più dettagliata di questi aspetti? — Sapete, abbiamo spesso discusso qualcosa di importante su questo sviluppo. Nel periodo greco-latino, dall’8° secolo prima di Cristo fino a circa il 15° secolo dell’era cristiana, contiamo il cosiddetto periodo culturale dell’anima razionale-affettiva, e dal 15° secolo contiamo il periodo culturale dell’anima cosciente. Con questo abbiamo caratterizzato un elemento essenziale nello sviluppo dell’umanità, precisamente nella misura in cui riguarda il nostro tempo. Sappiamo così che la forza principale su cui si conta nello sviluppo umano dal 15° secolo fino all’inizio del 4° millennio è l’anima cosciente. Ma non ci si deve assolutamente fermare alle generalità e alle astrazioni nella scienza dello spirito, nella vera scienza dello spirito; dappertutto si deve vedere, afferrare fatti concreti. Le astrazioni non giovano a uno se non quando si è curiosi in un senso molto ordinario. Se si vuol fare della scienza dello spirito il contenuto della vita, la forza della vita, allora si deve essere più seri che curiosi; allora non si deve rimanere con astrazioni come quelle che ho appena espresso. Che viviamo nell’epoca dell’anima cosciente, che principalmente si conta sull’educazione dell’anima cosciente, è completamente giusto, è straordinariamente importante anche, ma non ci si deve fermare lì.

Se vogliamo arrivare a una visione specifica delle cose, allora dobbiamo innanzitutto guardare più da vicino l’essenza dell’uomo stesso. Come siamo noi uomini, nel senso scientifico-spirituale, discendiamo in certo modo da cima a fondo, nell’Io, nel corpo astrale, nell’eterico, che ho chiamato anche il corpo delle forze formative negli ultimi tempi, e il corpo fisico. Di questi membri della natura umana, propriamente solo l’Io è quello in cui inizialmente viviamo e operiamo a livello psichico-spirituale. L’Io ci è dato anche dal nostro sviluppo terrestre e dagli Spiriti della Forma che lo dirigono. Tutto, fondamentalmente, ciò che entra nella nostra coscienza, entra nella nostra coscienza attraverso il nostro Io. E se l’Io non si sviluppa in modo tale che possa stare in connessione — anche se attraverso i corpi — con il mondo esteriore, allora non abbiamo consapevolezza come dall’addormentarsi al risveglio. L’Io è quello che ci unisce al nostro ambiente. Il corpo astrale ci è stato assegnato attraverso lo sviluppo lunare che precede il nostro sviluppo terrestre, il nostro corpo eterico attraverso lo sviluppo solare che precede ulteriormente, il corpo fisico nella sua prima struttura attraverso lo sviluppo di Saturno.

Ma se passate attraverso la descrizione di questi corpi nella «Scienza occulta in prospettiva», vedrete in quale modo complicato sia accaduto ciò che oggi l’uomo è nella sua composizione dai quattro membri caratterizzati. Non vediamo dai fatti che la «Scienza occulta» ci tramanda che in questa divisione nei tre involucri dell’essere umano gerarchie di tutti i tipi possibili hanno lavorato insieme? Non vediamo che quello che ci avvolge come corpo fisico, come corpo eterico, come corpo astrale, è di natura molto, molto complicata? Ma non solo queste gerarchie hanno lavorato insieme al verificarsi dei nostri involucri: continuano ancora a lavorare dentro di essi. E non comprende l’uomo colui che crede che quest’uomo sia solo la composizione di ossa, sangue, carne e così via, di cui ci parlano la comune scienza naturalistica, la fisiologia o la biologia o l’anatomia.

Se ci si avvicina alla realtà di questo essere involucro umano, se si vede questo essere involucro umano nella sua verità, allora si vede come operano insieme, in modo pianificato, in saggezza, in tutto ciò che accade nei nostri involucri corporei senza la nostra consapevolezza, entità spirituali delle gerarchie superiori. Potete dalle descrizioni, per così dire, schizzate che ho dato nella mia «Scienza occulta» sulla cooperazione dei singoli spiriti delle gerarchie superiori, in modo che l’uomo venga a stare insieme, ricavare come complicato debba apparire nel particolare. Eppure: se si vuole comprendere l’uomo, allora si deve venire sempre di più in dettaglio, sempre più concreto a queste cose.

Ora è straordinariamente difficile affrontare anche solo una domanda concreta in questo campo. Sono straordinariamente complicate, queste domande concrete. Pensate una volta che qualcuno volesse domandare: che cosa fanno nel presente ciclo di sviluppo dell’umanità, nell’anno 1918, nel corpo eterico umano, allora, diciamo, la gerarchia dei Serafini o dei Dinamei? — Perché

questa domanda può essere sollevata altrettanto bene come si può sollevare la domanda se adesso piove a Lugano o no. — Certamente non si otterrà né l’una né l’altra né tramite un semplice ragionamento né tramite una semplice teoria, ma per il fatto che si accede ai fatti. Come è necessario chiedere informazioni, diciamo, tramite un telegramma o una lettera o simili, se adesso piove a Lugano o no, così devo anche, attraverso una vera penetrazione nei fatti, informarmi di cose come: quali compiti hanno proprio gli Spiriti della Saggezza o i Troni in questo attuale periodo dell’umanità, diciamo, nel corpo eterico umano? — Ma una domanda come quella appena sollevata è di una straordinaria complessità, e possiamo in certo modo solo avvicinarci sempre a tali campi su cui tali domande crescono. È proprio in questo campo che l’uomo è provveduto, affinché le sue ali non crescano dentro il cielo e non diventi presuntuoso e superbo quando si sforza di una vera conoscenza.

In certo modo le entità più vicine, che ci riguardano più immediatamente, sono quelle su cui possiamo veder chiaramente. Ma su quelle dovremmo veder chiaro anche, se non vogliamo dormire riguardo all’essere posti nello sviluppo umano. E così voglio parlarvi di una domanda che non è così vaga, non così indeterminata — anche se è molto concreta — come questa domanda: che cosa fanno i Dinamei o i Troni nel nostro corpo eterico? — Voglio dirvi un’altra domanda, che non è così vaga, non così indeterminata, ma che dovrebbe anzi riguardare l’uomo del presente. Questa domanda è: che cosa fanno gli Angeloi, gli esseri più direttamente attivi sull’uomo, nell’attuale periodo dell’umanità all’interno del corpo astrale?

Il corpo astrale sta più vicino al nostro Io umano, se guardiamo nella nostra essenza interiore. È quindi da sperare che la risposta alla domanda appena posta potrebbe riguardarci molto. Gli Angeloi sono la gerarchia più prossima al di sopra della gerarchia umana stessa. Allora poniamo una domanda modesta, e vedremo poi

che la risposta a questa domanda: che cosa fanno proprio in questa nostra epoca dell’umanità, che attraversa il XX secolo, in questo periodo dell’umanità, che ha iniziato nel XV secolo e durerà fino all’inizio del 4° millennio, che cosa fanno gli Angeloi nel corpo astrale umano? — sarà molto importante per noi.

Ora, cosa si può dire in generale su come una tale domanda possa avere risposta? Si può solo dire: la ricerca dello spirito, quando è perseguita seriamente, non è un gioco con rappresentazioni o un gioco con parole, ma opera veramente nei campi dove il mondo spirituale diventa contemplabile. E così qualcosa di così prossimo può essere contemplato appunto. — Ma in realtà questa domanda può fruttuosamente essere risolta solo nell’epoca dell’anima cosciente stessa.

Potete immaginarvi: se in altri periodi questa domanda avrebbe potuto essere sollevata e dovesse essere risolta, allora probabilmente ci sarebbe stata una risposta. — Ma né nel periodo della chiaroveggenza atavistica né nel periodo della cultura greco-latina poteva questa domanda essere risolta, per la ragione che le immagini che si ricevevano nella chiaroveggenza atavistica nell’anima oscuravano le osservazioni dei fatti degli angeli nel nostro corpo astrale. Non c’era nulla da vedere, proprio perché si avevano le immagini che dava la chiaroveggenza atavistica. E nel periodo greco-latino il pensiero non era ancora così forte come è adesso. Il pensiero ha subito un rafforzamento, proprio attraverso l’epoca naturalistica un rafforzamento, in modo che il periodo dell’anima cosciente sia quello in cui consapevolmente può penetrare anche in una tale domanda come quella appena posta. Lì deve mostrarsi la fruttuosità della nostra scienza dello spirito per la vita: che non solo palliativi con teorie, ma che sappiamo dire cose che hanno un’importanza che incide sulla vita.

Che cosa fanno gli angeli nel nostro corpo astrale? Possiamo solo allora convincerci di quello che fanno lì, se saliamo fino a un certo grado di osservazione chiaroveggente, in modo da vedere quello che si svolge nel nostro corpo astra-

le. Allora fino a un certo grado la conoscenza immaginativa deve essere salita, se la domanda indicata deve essere risolta. Allora si mostra che queste entità della gerarchia degli Angeloi — e in certo modo ogni singolo Angeloi, che ha il suo compito per ogni uomo, ma anche specialmente attraverso la loro cooperazione — modellano immagini nel corpo astrale umano. Sotto la guida degli Spiriti della Forma le modellano. Se non si sale alla conoscenza immaginativa, allora non si sa che continuamente nel nostro corpo astrale sono modellate immagini. Nascono e muoiono, queste immagini. Se queste immagini non fossero modellate, allora non ci sarebbe nessuno sviluppo dell’umanità verso il futuro che corrisponde alle intenzioni degli Spiriti della Forma. Quello che gli Spiriti della Forma vogliono raggiungere con noi fino alla fine dello sviluppo terrestre, prima devono svilupparlo in immagini, e da queste immagini diventerà poi in seguito l’umanità trasformata, la realtà. E queste immagini nel nostro corpo astrale oggi già gli Spiriti della Forma le plasmano attraverso gli angeli. Gli angeli modellano nel corpo astrale umano immagini, immagini che si possono raggiungere con il pensiero sviluppato alla chiaroveggenza. E si possono seguire queste immagini che gli angeli modellano nel nostro corpo astrale. Allora si mostra che queste immagini sono modellate secondo impulsi completamente determinati, secondo principi completamente determinati. E specificamente sono modellate in modo che, nel modo in cui queste immagini nascono, giacciono forze per il futuro sviluppo dell’umanità. Se — per quanto curioso suoni, si deve esprimere così — si guarda gli angeli in questo loro lavoro, allora questi angeli hanno in questo loro lavoro uno scopo completamente determinato per la futura configurazione sociale della vita umana sulla terra; e vogliono produrre tali immagini negli involucri astrali umani, che determinati stati sociali nel futuro convivere umano sulla terra provocheranno.

Gli uomini possono rifiutarsi di riconoscere che gli angeli in loro vogliono suscitare ideali futuri, ma è così. E un principio completamente determinato agisce in questo modellamento di immagini degli Angeloi. Agisce il principio che in futuro nessun uomo avrà pace nel godimento della felicità se altri accanto a lui sono infelici. Regna un certo impulso di fratellanza assolutissima, di unificazione assoluta del genere umano, di fratellanza rettamente intesa per quanto riguarda le condizioni sociali nella vita fisica. Questo è uno, uno punto di vista dal quale vediamo che gli Angeloi modellano le immagini nel corpo astrale umano.

Ma c’è ancora un secondo impulso, sotto il cui punto di vista questi Angeloi modellano; questo è: non solo perseguono certi propositi riguardo alla vita sociale esterna, ma perseguono anche certi propositi riguardo all’anima umana, alla vita psichica degli uomini. Riguardo alla vita psichica degli uomini, essi perseguono attraverso le loro immagini, che imprimono nel corpo astrale, l’obiettivo che in futuro ogni uomo in ogni uomo dovrebbe vedere un Divino nascosto.

Quindi, prestare attenzione: diversamente dovrebbe diventare secondo l’intenzione che giace nel lavoro degli Angeloi. Dovrebbe diventare così, che non riguardiamo l’uomo, per così dire, come un animale più altamente sviluppato solo per le sue qualità fisiche, né in teoria né in pratica, ma che incontriamo ogni uomo con il sentimento pienamente sviluppato: in questo uomo appare qualcosa che si manifesta dalle fondamenta divine del mondo, attraverso carne e sangue si manifesta. — Comprendere l’uomo come un’immagine che si manifesta dal mondo spirituale, il più seriamente possibile, il più fortemente possibile, il più consapevolmente possibile, questo è posto nelle immagini attraverso gli Angeloi.

Questo avrà una volta, quando sarà realizzato, una conseguenza ben determinata. Tutta la religiosità libera che si svilupperà nel futuro all’interno dell’umanità si baserà sul fatto che in ogni uomo l’immagine della divinità sia veramente riconosciuta nella pratica di vita immediata, non solo in teoria. Allora

non ci potrà essere coercizione religiosa, allora non ci sarà bisogno che ci sia coercizione religiosa, perché allora l’incontro di ogni uomo con ogni uomo sarà fin dall’inizio un’azione religiosa, un sacramento, e nessuno avrà bisogno di una chiesa particolare, che abbia istituzioni esterne sul piano fisico, al fine di mantenere la vita religiosa. La chiesa, se si comprende correttamente, non può avere che uno scopo: di rendersi inutile sul piano fisico, in quanto l’intera vita diventa espressione del soprasensibile.

Questo riposa almeno agli impulsi del lavoro degli angeli: di versare la libertà completa della vita religiosa attraverso gli uomini. E una terza cosa riposa a questo: di dare agli uomini la possibilità di giungere allo spirito attraverso il pensiero, di pervenire attraverso il pensiero al di là dell’abisso al vivere nello spirituale. scienza dello spirito per lo spirito, libertà religiosa per l’anima, fratellanza per i corpi: questo suona come una musica del mondo attraverso il lavoro degli angeli nei corpi astrali umani. Non avete bisogno, per così dire, che di elevare la vostra consapevolezza fino a un certo altro strato, allora vi sentirete traslati in questo meraviglioso laboratorio degli Angeloi nel corpo astrale umano.

Ora è così, che viviamo nell’epoca dell’anima cosciente, e in questa epoca dell’anima cosciente gli Angeloi nel corpo astrale umano fanno quello che ho appena raccontato. Gli uomini dovrebbero gradualmente, consapevolmente, giungere ad afferrare quello che ho appena raccontato. Appartiene allo sviluppo umano. Come si arriva comunque a dire una cosa come quella che ho appena espresso? Dove si trova questo lavoro, per così dire? Bene, oggi lo si trova ancora nel dormire umano. Lo si trova negli stati di sonno degli uomini dall’addormentarsi al risveglio. Lo si trova anche negli stati di sonno consapevoli. Ho spesso parlato di come gli uomini, anche se sono svegli, nella più importante questione in realtà dormono la loro vita. E posso assicurarvi, sebbene non molto piacevolmente,

che veramente, se si va consapevolmente attraverso la vita, oggi si trovano molti, molti uomini che dormono. Lasciano accadere quello che accade nel mondo, senza interessarsi, senza occuparsene, senza mettersi in connessione con esso. Quello che passa come grandi eventi mondiali spesso va agli uomini come quello che accade in città va davanti a uno che dorme, sebbene le persone sembrino sveglie. Ma allora, quando gli uomini proprio così consapevolmente dormono qualcosa di speciale, allora si mostra come nei loro corpi astrali — completamente indipendentemente da quello che vogliono sapere o no — questo importante lavoro degli Angeloi di cui ho parlato si svolge.

Tali cose si svolgono spesso in un modo che deve sembrare piuttosto misterioso, piuttosto paradossale agli uomini. Si considera qualcuno completamente indegno di intraprendere questo o quell’impegno con il mondo spirituale. Ma in verità la persona in questione non è nient’altro che, in primo luogo in questa incarnazione, un terribile dormiglione, che dorme tutto quello che gli accade attorno; nel suo corpo astrale però l’angelo della comunità degli angeli lavora al futuro dell’umanità. Il corpo astrale viene comunque utilizzato, e si può osservare qualcosa di simile sul suo corpo astrale. Ma il punto è che qualcosa di simile si spinge proprio nella consapevolezza umana. L’anima cosciente deve essere elevata al riconoscimento di quello che può essere trovato solo in questo modo.

Avendo fatto queste premesse, comprenderete quando vi attiro l’attenzione sul fatto che proprio questa epoca dell’anima cosciente si avvicina a un evento completamente determinato, e che, poiché abbiamo a che fare con l’anima cosciente, dipenderà dagli uomini come questo evento si svolge nello sviluppo dell’umanità. L’evento può venire un secolo prima o dopo, ma propriamente dovrebbe entrare nel campo dello sviluppo dell’umanità. E questo evento si può caratterizzare così: gli uomini, attraverso la loro anima cosciente, attraverso il loro pensiero consapevole, devono giungere a vedere come fanno gli angeli, al fine di preparare il futuro dell’umanità. — Quello che la scienza dello spirito insegna in questo campo deve diventare una saggezza pratica della vita dell’umanità, tale saggezza pratica della vita che gli uomini possono avere la fissa convinzione: è il loro bene di saggezza, riconoscendo che gli angeli vogliono quello che ho caratterizzato.

Ora il genere umano è progredito nel senso dell’accostamento alla sua libertà tanto che dipende dal genere umano stesso se vuole dormire questo evento oppure andarvi incontro con piena consapevolezza. Che cosa significherebbe: andarvi incontro con piena consapevolezza? Andarvi incontro con piena consapevolezza, significa quanto segue: oggi si può studiare la scienza dello spirito, c’è, non si ha veramente bisogno di fare nient’altro che studiare la scienza dello spirito. Se inoltre si fanno varie meditazioni, se si presta attenzione a quello che è dato come istruzioni pratiche attraverso qualcosa come «Come si raggiunge la conoscenza dei mondi superiori?», allora si sostiene ulteriormente la cosa. Ma il necessario accade già quando si studia solo la scienza dello spirito e la si comprende correttamente consapevolmente. Oggi si può studiare la scienza dello spirito senza acquisire capacità chiaroveggenti; ogni uomo può farlo, che non si mette ostacoli da solo. E se gli uomini sempre più e più studiano la scienza dello spirito, se si appropriano i concetti e le idee che sono dati nella scienza dello spirito, allora si sveglieranno nella loro consapevolezza in modo tale che certi eventi non siano dormiti, ma passino consapevolmente.

E questi eventi possiamo caratterizzarli ancora più chiaramente. Infatti, in fondo, il fatto che sappiamo che cosa fa l’angelo è solo la preparazione. La cosa principale è che proprio in un certo momento si verificherà un triplo aspetto. Come detto, a seconda di come si comportano gli uomini, il momento arriverà prima o dopo o, nel peggiore dei casi, non arriverà affatto. Ma quello che deve verificarsi è proprio che all’umanità attraverso il suo mondo angelico sarà mostrato un triplo aspetto. In primo luogo, sarà mostrato come si può veramente afferrare la parte più profonda della natura umana con il più immediato interesse umano. Sì, verrà un momento che gli uomini non dovrebbero dormire, dove gli uomini riceveranno uno stimolo incitante dal mondo spirituale attraverso il loro angelo, che andrà nel senso che avremo un interesse molto più profondo per ogni uomo, di quanto siamo inclini ad avere oggi. Questo accrescimento dell’interesse verso il nostro prossimo non deve svilupparsi solo soggettivamente così come gli uomini così comodamente se lo sviluppano in se stessi, ma con uno scatto, in quanto effettivamente all’uomo è soffiato di lato spirituale un certo mistero, quale l’altro uomo è. Intendo con ciò qualcosa di molto, molto concreto, non alcuna considerazione teorica, ma: gli uomini sperimentano qualcosa che può interessarli con ogni uomo.

Questo è uno, e questo influenzerà particolarmente la vita sociale. E il secondo sarà che dal mondo spirituale l’angelo irrefutabilmente mostrerà all’uomo che l’impulso di Cristo oltre a tutto il resto condiziona anche la libertà religiosa completa per gli uomini, che solo quello è il cristianesimo giusto, che rende possibile la libertà religiosa assoluta. E il terzo è proprio l’intuizione irrefutabile nella natura spirituale del mondo.

Questo evento, come detto, deve verificarsi in modo che l’anima cosciente dell’uomo abbia una certa relazione con esso. Questo sta una volta dinanzi all’umanità nel suo sviluppo. Perché su questo lavora l’angelo attraverso le sue immagini nel corpo astrale umano. Ora vi attirerò l’attenzione sul fatto che questo evento, che incombe, è già posto nella volontà umana. Gli uomini possono omettere molto. E molti oggi ancora omettono molto, ciò che dovrebbe portare al vivere consapevole del momento indicato.

Ora ci sono, come sapete, altri esseri nello sviluppo mondiale che hanno interesse nel portare gli uomini fuori dalla loro rotta: questi sono gli esseri arimanici e luciferini. Quello che ho appena detto riposa nello sviluppo divino dell’uomo. Propriamente dovrebbe l’uomo, se si abbandonasse proprio alla sua natura, venire alla visione di quello che l’angelo sviluppa nel suo corpo astrale. Ma lo sviluppo luciferiano va nel senso di spingere l’uomo lontano dalla consapevolezza del lavoro della gerarchia degli Angeloi. E questi esseri luciferiani fanno questo nel seguente modo, per spingere l’uomo lontano: lo fanno in modo che frenino la volontà libera dell’uomo. Cercano di dare all’uomo l’oscurità sulla pratica della sua volontà libera, mentre lo rendono bensì un buon essere — Lucifero, da questo punto di vista che tocco adesso, l’uomo vuole veramente il bene, lo spirituale — ma lo vogliono fare automaticamente, senza volontà libera; l’uomo dovrebbe essere posto nella chiaroveggenza secondo buoni principi, ma in certo modo automaticamente; gli esseri luciferiani vogliono togliere all’uomo la sua volontà libera, la possibilità del male. Vogliono farlo in modo che agisca bensì dallo spirito, ma come un’immagine spirituale, cioè senza volontà libera. Automaticamente lo vogliono fare, gli esseri luciferiani.

Questo è legato a certi misteri dello sviluppo. Gli esseri luciferiani, lo sapete, sono esseri rimasti indietro su altri stadi dello sviluppo, che portano qualcosa di straniero nello sviluppo normale. Questi esseri luciferiani hanno un elevato interesse nel cogliere l’uomo in modo tale che non arrivi alla volontà libera, perché essi stessi non si sono conquistati la volontà libera. La volontà libera può essere conquistata solo sulla terra. Ma essi non vogliono avere a che fare con la terra, vogliono solo lo sviluppo di Saturno, Sole, Luna, e rimanere lì, non vogliono niente a che fare con lo sviluppo terrestre. In certo modo essi odiano la volontà libera dell’uomo. Agiscono molto spiritualmente, ma agiscono automaticamente — questo è straordinariamente significativo — e vogliono elevare l’uomo alla loro altezza, alla loro altezza spirituale. Lo vogliono fare automaticamente; spirituale, ma automatico. In questo modo, da un lato, sarebbe creato il pericolo che l’uomo, se troppo presto, prima che la sua piena anima cosciente funzioni, diventi un essere che agisce spiritualmente automaticamente, sì che quella Rivelazione dorma, che deve venire e che ho appena caratterizzato.

Ma anche gli esseri arimanici operano contro questa Rivelazione. Non si sforzano per rendere l’uomo particolarmente spirituale, ma si sforzano di uccidere nell’uomo la consapevolezza della sua spiritualità. Si sforzano di insegnare all’uomo la visione che lui è propriamente solo un animale completamente sviluppato. Arimane è in verità il grande maestro del materialismo darwiniano. Arimane è anche il grande maestro di tutta quella attività tecnica e pratica all’interno dello sviluppo terrestre, che non vuole tollerare nulla se non la vita sensibile umana esterna, che vuole solo una tecnica estesa affinché l’uomo in modo più raffinato soddisfi gli stessi bisogni di mangiare e bere e altri bisogni che soddisfa anche l’animale. Uccidere nell’uomo, oscurare la consapevolezza che è un’immagine della divinità, è ciò che per l’anima cosciente si sforzano attraverso vari mezzi scientifici raffinati gli spiriti arimanici nel nostro tempo.

In epoche precedenti non avrebbe giovato agli spiriti arimanici oscurare la verità negli uomini in questo modo attraverso teorie. Perché? Ancora durante l’epoca greco-latina, ma ancora più negli stadi più antichi, quando l’uomo aveva ancora la chiaroveggenza atavistica, le immagini, allora era completamente indifferente come l’uomo pensasse. Aveva le sue immagini. Attraverso le sue immagini vedeva nel mondo spirituale. Quello che Arimane avrebbe insegnato all’uomo sulla sua relazione con gli animali non avrebbe avuto alcuna importanza per la sua condotta di vita. Il pensiero è stato solo potente — nella sua impotenza potente, si potrebbe dire — nel nostro quinto periodo postatlantideo, dal XV secolo. Solo da allora il pensiero è idoneo a portare l’anima cosciente nel territorio spirituale, ma anche a prevenirlo dal penetrare nel mondo spirituale. Solo adesso conosciamo i tempi in cui una teoria consapevolmente tramite la scienza ruba all’uomo la sua

divinità e le esperienze sul divino. Questo è solo possibile nell’epoca dell’anima cosciente. Perciò gli spiriti arimanici si sforzano di diffondere insegnamenti sugli uomini che oscurano l’origine divina dell’uomo.

Dalla presentazione di questi flussi che si oppongono allo sviluppo normale-divino dell’uomo si può ricavare come ci si deve arrangiare nella vita per evitare di dormire su quello, di cui si è parlato, quello che deve venire come una Rivelazione nello sviluppo umano. Altrimenti sorge un grande pericolo. E l’uomo deve essere attento a questo pericolo, altrimenti, invece del significativo evento che dovrebbe incidere poderosamente nella futura configurazione dello sviluppo terrestre, entrerebbe quello che può diventare piuttosto pericoloso per questo sviluppo terrestre.

Vedete, certi esseri spirituali raggiungono il loro sviluppo attraverso l’uomo, come l’uomo si sviluppa insieme. Gli angeli che nel corpo astrale umano sviluppano le loro immagini, sviluppano queste immagini naturalmente non come gioco, ma affinché qualcosa venga raggiunto. Ma poiché quello che dovrebbe essere raggiunto deve essere raggiunto proprio all’interno dell’umanità terrestre, allora tutta la storia diventerebbe un gioco se gli uomini, dopo aver ottenuto l’anima cosciente, consapevolmente stessero da parte dalla cosa intera. Diventerebbe un gioco! Gli angeli giocherebbero solo nello sviluppo del corpo astrale dell’uomo. Solo dal fatto che questo si realizza nell’umanità, è serio, non un gioco. Ma da ciò potrete ricavare che il lavoro degli angeli in ogni caso deve rimanere serio. Pensate, quale sarebbe, dietro le quinte dell’esistenza, se gli uomini con la loro torpidità riuscissero semplicemente a trasformare il lavoro degli angeli in un gioco!

E se ora comunque accadesse, se l’umanità terrestre insistesse nel dormire il significativo evento della rivelazione spirituale del futuro? Se gli uomini, per esempio, dormissero la parte centrale — la cosa riguardante la libertà religiosa —,

se dormissero la ripetizione del Mistero del Golgota sul piano eterico, di cui ho spesso parlato, la riapparizione del Cristo eterico, se dormissero quello, o le altre cose dormissero, allora quello che con le immagini nel corpo astrale dell’uomo dovrebbe essere raggiunto, dagli angeli dovrebbe essere perseguito in un’altra via. E quello che gli uomini non riescono a ottenere nel loro corpo astrale diventando svegli, in questo caso sarebbe perseguito dal fatto che gli angeli realizzerebbero i loro propositi attraverso i corpi umani dormienti. Quindi quello che gli uomini dormirebbero nello stato di veglia, e gli angeli non potrebbero raggiungere quindi, sarebbe raggiunto con l’aiuto dei corpi fisici umani dormienti e dei corpi eterici durante il sonno. Lì verrebbero cercate le forze per raggiungerlo. Ciò che con gli uomini svegli, quando le anime sveglie sono nei corpi eterici e nel corpo fisico, non si può raggiungere, sarebbe raggiunto con gli eterici dormienti e i corpi fisici, quando gli uomini che dovrebbero stare svegli allora dormono fuori con il loro Io e il loro corpo astrale.

Questo è il grande pericolo per l’epoca della coscienza. Questo è l’evento che potrebbe ancora verificarsi, se gli uomini non si rivolgessero alla vita spirituale, prima dell’inizio del 3° millennio. Stiamo solo poco distante ancora dall’inizio del 3° millennio. Come noto, il 3° millennio inizia con l’anno 2000. Potrebbe ancora verificarsi che, invece che con l’uomo sveglio, con i corpi dormienti dell’uomo dovrebbe essere raggiunto quello che dovrebbe essere raggiunto per gli angeli attraverso il loro lavoro; che gli angeli dovrebbero togliere tutto il loro lavoro dal corpo astrale dell’uomo, al fine di sommergere il corpo eterico, affinché possa realizzarsi. Ma l’uomo non sarebbe dentro! Così dovrebbe realizzarsi nel corpo eterico, se l’uomo non c’è, perché se l’uomo fosse nello stato di veglia, lo impedirebbe.

Ora vi ho sviluppato l’idea generale della cosa. Ma che cosa entrerebbe allora, che gli angeli, tale lavoro, senza che l’uomo c’è, nei corpi eterici e nei corpi fisici degli uomini, mentre dormono, dovrebbero eseguire? Con questo irreversibilmente un triplo entrerebbe nello sviluppo dell’uomo. Primo: entrerebbe nei corpi dormienti degli uomini, mentre l’uomo dorme, senza che sia con il suo Io e il suo corpo astrale, qualcosa che egli allora scopre non attraverso la libertà, ma lo scopre quando si sveglia la mattina. Lo scopre sempre. Diventerà istinto invece di coscienza della libertà, ma diventerà così dannoso. E specificamente minacciano di diventare dannose certe conoscenze istintive che dovrebbero entrare nella natura umana e che sono collegate con il mistero della nascita e del concepimento, della concezione, con tutta la vita sessuale, se il pericolo di cui ho parlato dovesse verificarsi, attraverso determinati angeli, che loro stessi subirebbero un determinato cambiamento, di cui non posso parlare, perché questo cambiamento appartiene ai misteri più alti della scienza iniziatica, di cui oggi ancora non si deve parlare. Tuttavia si può dire: ciò che accade nello sviluppo dell’umanità consisterebbe nel fatto che, invece che in consapevolezza chiara e consapevole in modo utile, allora in modo dannoso, in modo distruttivo, determinati istinti della vita sessuale e dell’essenza sessuale sorgerebbero, istinti che non significherebbero solo aberrazioni, ma che passerebbero nella vita sociale, che produrrebbero formazioni nella vita sociale; prima di tutto porterebbero gli uomini attraverso quello che entrerebbe nel loro sangue come risultato della vita sessuale, in nessun caso a diffondere una fratellanza sulla terra, ma a ribellarsi continuamente contro la fratellanza. Ma questo sarebbe istinto.

Così viene il punto decisivo, dove si può andare a destra, allora si deve stare svegli; o a sinistra si va: allora si può dormire; ma istinti sorgono allora, istinti che saranno orribili.

Che cosa diranno allora gli scienziati naturali quando sorgono tali istinti? Gli scienziati naturali diranno: questa è una necessità naturale. Questo doveva accadere così, giace nello sviluppo dell’umanità.

Non si può attirare l’attenzione mediante la scienza naturalistica su tali cose, perché scientificamente sarebbe spiegabile, se gli uomini diventassero angeli, e sarebbe così pure, se gli uomini diventassero diavoli. Ambedue la scienza naturale ha lo stesso da dire: quanto segue è venuto fuori da quello precedente — la grande saggezza delle spiegazioni causali naturali! La scienza naturalistica non noterà niente dell’evento di cui vi ho detto, perché si comprenderà naturalmente, se gli uomini per metà diventassero diavoli attraverso i loro istinti sessuali, come una necessità naturale. Così scientificamente la cosa non può essere spiegata, perché, come accada: tutto è secondo la scienza naturalistica spiegabile. Tali cose sono solo intelligibili nella conoscenza spirituale, nella conoscenza soprasensibile.

Questo è uno. Il secondo è che da questo lavoro, da questo lavoro che produce cambiamenti per gli angeli, un’altra cosa ancora risulterà per l’umanità: la conoscenza istintiva di determinati rimedi, ma una conoscenza dannosa di determinati rimedi. Tutto ciò che è legato alla medicina subirà un prodigioso, nel senso materialistico un prodigioso, sviluppo. Si otterranno intuizioni istintive nella forza curativa di determinate sostanze e di determinati compiti, e si apporterà danno enorme in questo modo, ma si chiamerà utile il danno. Si chiamerà malato il sano, perché si vedrà che si entra in un certo compito che allora piacerà. Semplicemente piacerà quello che porta gli uomini in un certo senso nell’insalubre. Così proprio la conoscenza della forza curativa di certi processi, certi compiti, sarà elevata, ma entrerà in acque completamente insalubri. Perché soprattutto si sperimenterà attraverso determinati istinti, che determinate sostanze e

che certi compiti provocano malattie, e ci si potrà disporre completamente secondo motivi egoistici, malattie produrre, o non produrre.

Il terzo, che risulterà, sarà che si conosceranno completamente determinate forze, attraverso cui si, vorrei dire, solo attraverso leggere occasioni, attraverso armonizzazione di determinate vibrazioni, nel mondo grandi potenze meccaniche si potranno scatenare. Una guida spirituale del meccanico, del meccanicistico si imparerà istintivamente a conoscere proprio in questo modo, e tutta la tecnica entrerà in acque torbide. Ma all’egoismo degli uomini questo torbido servirà straordinariamente bene e piacerà.

Questo è un pezzo di apprensione concreta dello sviluppo dell’esistenza, un pezzo di concezione della vita, che in fondo solo colui che comprende veramente può valutare correttamente, come una concezione della vita spiritualmente insana non può assolutamente venire a chiarezza sulla cosa. Una concezione della vita spiritualmente insana, se una volta venisse una medicina dannosa all’umanità, un orribile smarrimento degli istinti sessuali, un orribile procedimento nel puro meccanismo mondiale nello sfruttamento delle forze naturali attraverso forze spirituali, una visione del mondo spiritualmente insana non vedrebbe questo, non vedrebbe come si allontana dal vero percorso, allo stesso modo come il dormiglione, finché dorme, non può vedere quando gli si avvicina il ladro che vuol rubarlo, ma questo passa oltre a lui. Al massimo vede dopo, quando si sveglia, quello che è accaduto. Ma questo sarebbe un terribile risveglio per l’uomo: si delizierebbe con un allargamento istintivo nella conoscenza delle forze curative di determinati processi e determinate sostanze, sentirebbe un tale senso di benessere nel perseguimento di determinati smarrimenti degli istinti sessuali, egli direbbe gloria a questo smarrimento come un’elevazione particolarmente alta della sovrumana, della assenza di pregiudizio, dell’ingenuità. Brutto diventerebbe bello e bello brutto in un certo senso, e non si noterebbe niente di questo, perché si vedrebbe tutto come una necessità naturale. Ma sarebbe un’aberrazione da quel cammino che è prescritto alla proprietà essenziale dell’uomo nella umanità stessa.

Io credo che, se si è acquisito un sentimento per come la scienza dello spirito penetri nell’atteggiamento, anche si può portare la serietà per tali verità come quelle citate oggi, e si può trarre da esso quello che veramente dovrebbe essere tratto da tutta la scienza dello spirito: riconoscere in questa scienza dello spirito un certo obbligo, un certo obbligo di vita. Ovunque stiamo, ciò che abbiamo da fare nel mondo, ciò che importa è che possiamo coltivare il pensiero: il nostro fare deve essere saturo e illuminato dalla nostra consapevolezza antroposofica. Allora contribuiamo a che l’umanità nel senso giusto nel suo sviluppo proceda avanti.

L’uomo va completamente fuori strada, se crede che la vera scienza dello spirito, seriamente e degnamente compresa, potrebbe mai distaccarlo dal lavoro pratico, intensivo nella vita. La vera scienza dello spirito fa proprio svegliare, svegliare su tali cose che ho citato oggi. Miei cari amici, si può domandare: è la vita consapevole dannosa per il sonno? — Se vogliamo scegliere il paragone, che lo scrutinio nel mondo spirituale rispetto alla consapevolezza ordinaria è un ulteriore risveglio, come il risveglio ordinario è un risveglio dal sonno, allora possiamo anche, al fine di comprendere il confronto, sollevare la domanda: può la vita consapevole mai essere dannosa per il sonno? — Sì, se non è ordinata! Se uno passa la vita consapevole in ordine, allora avrà anche un sonno sano, e se uno passa la vita consapevole dormendo o pigro o comodo, senza lavoro, allora il suo sonno sarà anche malsano. E così è anche per quanto riguarda la vita che ci appropriamo come vita consapevole attraverso la scienza dello spirito. Se fondiamo attraverso la scienza dello spirito in noi un rapporto ordinato al mondo spirituale, allora proprio come attraverso una vita consapevole sana il sonno è regolato, così attraverso questo rapporto giusto

al mondo spirituale anche il nostro interesse per la vita ordinaria sensibile sia guidato nei percorsi giusti.

Chi guarda la vita proprio nel nostro tempo, allora deve lui stesso dormire, se non nota varie cose. Come si sono vantati gli uomini, soprattutto negli ultimi decenni, con la loro «pratica della vita»! Si è arrivati al fatto che negli ultimi decenni proprio quelli che disprezzavano più l’ideale, lo spirituale, lo Spirituale, per tutto il posto sono entrati in posizioni di comando. E ci si è potuti declamare dalla pratica di questa vita, finché non si era trascinata l’umanità nell’abisso. Ora stanno iniziando a gracchiare — ma la maggior parte di loro completamente istintivamente —: deve venire un nuovo tempo, vari nuovi ideali devono apparire! — Ma è un gracchio. E se le cose venissero istintivamente, senza consapevole entrare nella scienza dello spirito, allora condurrebbero piuttosto al declino di quello che dovrebbe essere sperimentato nello stato di veglia, che a qualche utile transizione di sviluppo. Chi declama agli uomini oggi con le stesse parole, con cui sono stati usi per lungo tempo, trova ancora a volte un certo applauso. Ma gli uomini dovranno convenire ad ascoltare altre parole, altri modi di dire, perché esca dal caos di nuovo un cosmo sociale.

Se in qualche epoca gli uomini che dovevano stare svegli versassero a stare svegli e non scoprissero quello che veramente dovrebbe accadere, allora non accade affatto niente di reale, ma il fantasma dell’epoca precedente va allora in giro, proprio come in molte comunità religiose oggi semplicemente i fantasmi del passato vanno in giro, e così per esempio nella nostra vita giuridica nella maggior parte dei casi il fantasma della vecchia Roma ancora va in giro. La scienza dello spirito deve proprio in questo senso nell’epoca dell’anima cosciente l’uomo libero, veramente condurlo nell’osservazione di un fatto spirituale: che cosa fa l’angelo nel nostro corpo astrale? — Parlare astrattamente di Angeloi e così via, può al massimo essere l’inizio; il progresso deve essere raggiunto dal fatto che noi parliamo concreto, cioè, in relazione alla nostra particolare epoca, noi rispondiamo alla più vicina domanda che ci riguarda. Essa ci riguarda, perché semplicemente nel nostro corpo astrale l’angelo tesse, queste immagini il nostro disegno nel futuro dovrebbero portare e questa formazione attraverso l’anima cosciente dovrebbe essere effettuata. Se non avessimo l’anima cosciente, allora non dovremmo occuparcene, poi altri spiriti, altre gerarchie entrerebbero per effettuare quello che l’angelo tesse. Ma poiché sviluppiamo l’anima cosciente, altri spiriti non entrano, per realizzare quello che l’angelo tesse.

Naturalmente gli angeli hanno tessuto anche nell’epoca egiziana. Ma presto altri spiriti entrarono, e all’uomo si oscurò proprio per questo la sua consapevolezza chiaroveggente atavistica. Così gli uomini tessevano, perché lo videro nella loro chiaroveggenza atavistica, un velo, un velo scuro sopra i fatti degli angeli. Ma adesso l’uomo deve svelarli. Perciò non deve dormire quello che nella sua vita consapevole è portato nell’epoca che ancora chiuderà prima del 3° millennio. Prendiamo dalla scienza dello spirito orientata antroposoficamente non solo insegnamenti svariati, prendiamo anche propositi! E quelli ci daranno forza per essere uomini svegli. (Vedi nota)

Possiamo imparare a essere uomini svegli. Possiamo osservare molte cose. Possiamo iniziare subito con la vigilanza, possiamo trovare che in fondo in nessun giorno passa senza che nella nostra vita accada un miracolo. Possiamo invertire questa frase che ho appena pronunciato, possiamo dire: se in qualche giorno non troviamo un miracolo nella nostra vita, allora lo abbiamo solo perso di vista. — Provate una volta di rivedere la vostra vita alla sera; troverete un evento piccolo, grande o medio in essa, di cui potete dire a voi stessi: è venuto davvero in modo curioso nella mia vita, si è svolto in modo molto curioso. — Potete raggiungere questo se pensate in modo abbastanza comprensivo, se comprendete abbastanza comprensivamente le connessioni della vita. Ma questo non si fa nella vita ordinaria, perché ordinariamente non vi chiedete: che cosa per esempio è stato impedito?

Solitamente non ci preoccupiamo delle cose che sono state impedite, le cose che, se fossero entrate, avrebbero cambiato fondamentalmente la nostra vita. Dietro queste cose che sono state tolte dalla nostra vita in qualche modo siede straordinariamente molto di quello che ci educa a uomini svegli. Che cosa mi avrebbe potuto accadere oggi? — Se mi pongo questa domanda ogni sera e poi considero singoli eventi, che avrebbero potuto provocare questo o quello, allora le considerazioni della vita si collegano, che portano vigilanza nell’autodisciplina. Questo è qualcosa che può iniziare e quello che già da solo sempre conduce più lontano, infine porta al fatto che non solo auscultiamo quello che significa nella nostra vita, ad esempio che vogliamo uscire alle dieci e mezza del mattino e proprio nell’ultimo momento è venuto un uomo che ci ha tenuti fermi; siamo arrabbiati che ci ha tenuti fermi, ma non chiediamo dopo, cosa avrebbe potuto accadere, se veramente fossimo usciti al momento giusto, come avevamo pianificato. Non chiediamo: che cosa è cambiato qui?

Ho già parlato più dettagliatamente di cose simili qui una volta. Dall’osservazione del negativo nella nostra vita, che però può dare testimonianza della guida sapiente della nostra vita, fino all’osservazione del tessere e dell’agire dell’angelo nel nostro corpo astrale è una strada dritta, una strada veramente dritta e una strada sicura che possiamo intraprendere. Da questo vogliamo poi parlare ulteriormente tra otto giorni, quando avremo il secondo discorso del ramo.

7°Come trovo il Cristo?

Zurigo, 16 Ottobre 1918

In connessione alle considerazioni che abbiamo fatto la scorsa settimana qui sulla partecipazione al mondo spirituale, che l’anima umana deve aspirare verso il futuro, oggi voglio parlare un po’ più precisamente proprio di varie cose che sono connesse con quel tipo di esperienza del Mistero del Cristo, che deve essere preparato da ideali quali quelli di cui ho parlato di recente, ideali spirituali.

Se oggi consideriamo l’uomo in modo scientifico-spirituale — questa è innanzitutto una comunicazione, ma che nel corso della nostra considerazione odierna avrà ancora molta illuminazione — allora se consideriamo l’uomo in modo scientifico-spirituale, come possiamo farlo con i mezzi della scienza dello spirito contemporanea, possiamo dire che in questa vita dell’anima, per quanto da un lato si connette con la vita corporea, dall’altro lato con la vita spirituale, un triplo si svolge, una triplice inclinazione verso il mondo soprasensibile. Questa triplice inclinazione verso il mondo soprasensibile deve davvero essere negata, se si vuol sapere assolutamente nulla del mondo soprasensibile. L’uomo ha un’inclinazione a conoscere quello che si può chiamare il Divino in generale. Una seconda inclinazione ha — naturalmente parliamo sempre dell’uomo nel presente ciclo di sviluppo — a riconoscere il Cristo. E una terza inclinazione, a conoscere quello che è ordinariamente chiamato lo Spirito o il Santo Spirito.

Riguardo a tutte queste tre inclinazioni sapete che esistono uomini che le rinnegano. In particolare durante il 19° secolo, dove le cose sono state portate agli estremi almeno all’interno della cultura europea, avete sperimentato che la gente ha in assoluto negato il Divino nel mondo.

Ora si può domandare scientificamente-spiritualmente — poiché all’interno della scienza dello spirito non si può dubitare del Divino, che, se possiamo dire, dimora nel soprasensibile —: che cosa porta l’uomo a rinnegare il Divino affatto, quello che nella Trinità è chiamato il Dio Padre, un Divino nel mondo? — Allora la scienza dello spirito ci mostra che in ogni caso di questo tipo, dove l’uomo rinnega il Dio Padre, quindi un Divino affatto nel mondo, un vero, autentico difetto fisico, una malattia fisica, una mancanza fisica nel corpo umano si verifica. Essere atei, per lo scienziato dello spirito, significa in qualche modo essere malato. Naturalmente è una malattia che i medici non curano; sono loro stessi molto spesso a soffrire di questa malattia, una malattia che nemmeno dalla medicina odierna è riconosciuta come tale. Ma è una malattia che la scienza dello spirito scopre nell’uomo quando l’uomo nega quello che deve sentire non attraverso la sua anima, bensì attraverso la costituzione del suo corpo. Se nega quello che gli dà un sentimento sano del suo corpo, che un Divino attraversa il mondo, allora è secondo i concetti scientifico-spirituali malato, fisicamente malato.

Poi ci sono molti uomini che rinnegano il Cristo. L’inesistenza del Cristo la scienza dello spirito deve considerare come qualcosa che è propriamente una questione di destino e riguarda la vita dell’anima umana. Rinnegare il Cristo deve la scienza dello spirito chiamare una disgrazia; negare Dio una malattia, rinnegare il Cristo una disgrazia. Poter trovare il Cristo è in certo senso una questione di destino, è in certo senso qualcosa che deve svolgere un ruolo nel karma dell’uomo. È una disgrazia non avere alcuna relazione con il Cristo. Rinnegare lo Spirito o lo Spirito Santo significa una torpidità del proprio spirito. L’uomo consiste di corpo, anima e spirito. In tutti e tre può avere un difetto. Esiste un difetto reale di malattia fisica in relazione all’ateismo nei confronti del Divino. Nel non trovare nel corso della vita quella connessione al mondo che ci permette di riconoscere il Cristo, questa è una disgrazia. Non poter trovare lo spirito nel proprio interno, è una torpidità, in certo senso un’idiozia, sebbene un’idiozia più sottile e di nuovo non riconosciuta.

Ora si tratta di sollevare la domanda: Come trova il Cristo l’uomo? — E proprio su trovare il Cristo vogliamo parlare oggi, quel trovare il Cristo, che può accadere nel corso della vita attraverso l’anima umana stessa. Spesso si sente da anime che sono veramente anime seriose che cercano, la domanda: Come trovo il Cristo? — Ci si può occupare di questa domanda se si vuol avere una risposta comprensiva per essa, soltanto in che la si consideri in una certa connessione storica. Vogliamo porre di fronte alle nostre anime un contesto storico che poi alla fine nella nostra considerazione odierna ci condurrà alla risposta di questa domanda: Come trovo il Cristo?

Sappiamo che il nostro presente periodo storico, considerato dal punto di vista scientifico-spirituale, è iniziato nel 15° secolo. Se si vuol dare un numero medio, si può dare l’anno 1413. Ma se non si vuol impegnarsi su tali indicazioni numeriche, si può ben dire: nel 15° secolo la vita dell’anima dell’umanità è diventata come è oggi. — Se non si ammette questo nella storia più recente, allora il motivo è solo che la storia più recente considera solo fatti esteriori e non ha affatto la nozione, nella sua natura come una cosa convenzionale convenuta, che, non appena si va indietro dietro il 15° secolo, gli uomini pensavano diversamente, sentivano diversamente, agivano diversamente dai loro impulsi, radicalmente diversi nella loro vita dell’anima dalla vita dell’anima degli uomini presenti. Il periodo che allora si chiuse, nel 1413, iniziò 747 anni prima di Cristo, quindi nell’8° secolo prima di Cristo, in modo che contiamo dal punto di vista scientifico-spirituale il periodo culturale greco-latino da 747 anni prima di Cristo fino al 1413. In questo periodo, come sappiamo, e cioè circa nel primo terzo di questo periodo, il Mistero del Golgota si è svolto.

Ora questo Mistero del Golgota era, come sapete, per molti uomini per secoli il perno del loro intero sentire, del loro intero pensare. Questo Mistero del Golgota è stato afferrato specialmente in modo emotivo dall’anima in quei tempi che hanno preceduto il tempo più recente, il 15°, 16° secolo e così via. Poi iniziò quell’epoca in cui si iniziò a leggere i Vangeli nei vasti circoli del popolo. Ma poi iniziò anche il dibattito se i Vangeli erano veramente documenti storici. E questo dibattito, lo sapete, è stato portato agli estremi fino ai nostri giorni. Oggi non vogliamo occuparci delle singole fasi di questo dibattito, che gioca un ruolo così grande particolarmente negli ambienti della teologia protestante, vogliamo solo portare davanti alle nostre anime quello che oggi può essere detto riguardo a quello che si vuol essenzialmente fare con questo dibattito sul Mistero del Golgota.

Ci si è abituati nell’epoca materialistica a voler provare tutto in modo materialistico. Nella storia, si chiama «provato» quello che è attestato da documenti. Dove si trovano atti, si assume che un evento storico, di cui questi atti parlano, sia veramente accaduto. Difficilmente si potrebbe attribuire tale potenza probatoria ai Vangeli. Sapete dal mio libro «Il Cristianesimo come fatto mistico» che cosa sono i Vangeli. Sono tutto altro che documenti storici, sono libri di ispirazione, libri di iniziazione. Precedentemente erano considerati documenti storici; ora, attraverso vera ricerca, si è scoperto che non sono documenti storici. Si è anche scoperto che tutti i restanti documenti che stanno nella Bibbia non sono documenti storici. E un teologo riconosciuto, un teologo riconosciuto a torto, Adolf Harnack, ha come risultato della ricerca biblica più recente statuito che quello che si potrebbe sapere storicamente sulla personalità di Gesù Cristo potrebbe essere scritto su un foglio di carta. In questo è solo giusto, se mi esprimo così paradossalmente, che non è anche vero, che quello che si scriverebbe su questo foglio di carta non è storicamente neanche valido! Giusto è solo che non esistono documenti veramente validi sul Mistero del Golgota. Se come ricercatore storico oggi ci si domanda: può il Mistero del Golgota essere provato storicamente? — allora dal punto di vista della ricerca storica odierna si deve dire: non si può provare esteriormente.

Questo ha proprio il suo buon motivo. Il Mistero del Golgota non deve, vorrei dire, secondo i decreti della saggezza divina, essere provato esteriormente-materialisticamente, per la semplice ragione che il Mistero del Golgota come il più importante fatto che si è verificato nel corso terrestre, deve essere contemplabile solo in modo soprasensibile. Colui che vuole trovare una prova esterna-materialista, non la trova, ma trova infine attraverso la sua critica, che non ce n’è una. Deve l’umanità essere posta di fronte alla decisione, proprio di fronte al Mistero del Golgota, ammettere a se stessa: devo rifugiarmi nel Soprasensibile, oppure non posso trovare proprio una cosa come il Mistero del Golgota. — Il Mistero del Golgota deve in certo modo costringere l’anima umana, da tutti i comprovamenti sensibili fuori da questo, a trovare il cammino nel Soprasensibile. Ha così il suo buon

[LEZIONI FINALI]

…motivo per cui il Mistero del Golgota non può essere provato né scientificamente né in alcun modo storicamente. Proprio questo sarà il significato notevole della nuova scienza dello spirito: quando tutta la scienza esteriore, tutta la scienza che si basa soltanto sul sensibile, dovrà riconoscersi incapace di accedere al Mistero del Golgota, quando persino la teologia, in quanto è critica, si comporterà in modo non cristiano, la scienza dello spirito sarà quella che dovrà guidare gli uomini al Mistero del Golgota, ma per una via soprasensibile, che abbiamo descritto più volte.

Ora possiamo chiederci: quale era la situazione dell’umanità quando il Mistero del Golgota irrompeva nella quarta epoca culturale postatlantidea, nel periodo greco-latino? Voi sapete che cosa significava questo periodo. L’umanità si evolve nel corso del tempo sviluppando anche i diversi arti costitutivi della natura umana. Sapete che nell’epoca culturale egizio-caldaica, che aveva preceduto l’anno 747 prima di Cristo, l’uomo fu introdotto attraverso il suo sviluppo a quello che si chiama l’anima senziente; nell’epoca greco-latina poi nell’anima razionale-affettiva, e dal 1413, nella nostra quinta epoca postatlantidea, nella cosiddetta anima cosciente. Così possiamo dire: l’essenza della cultura greco-latina dal 747 prima di Cristo sino al 1413 consiste nel fatto che l’umanità viene educata — se possiamo usare questo termine lessinghiano — al libero uso dell’anima razionale-affettiva.

Chiediamoci dunque: quando era il punto di mezzo di questo periodo? Il punto di mezzo, poiché non è vero che possiamo supporre: se da 747 prima del Mistero del Golgota al 1413 questo periodo durò, allora ebbe un punto di mezzo, dove fino a quel momento l’anima razionale-affettiva si era sviluppata in misura crescente e poi si sviluppò in misura decrescente. Questo punto — potete calcolarlo facilmente — è l’anno 333 dopo la nascita di Cristo Gesù. 333 è quindi un periodo molto importante dell’evoluzione dell’umanità, il punto di mezzo dell’epoca culturale greco-latina. 333 anni prima di questo punto di mezzo giace la nascita di Cristo Gesù, giace cioè quello che portò al Mistero del Golgota.

Possiamo apprezzare giustamente la situazione di tutta l’umanità solo se ci chiediamo: che cosa sarebbe accaduto se il Mistero del Golgota non fosse avvenuto? Allora possiamo davvero apprezzare quale valore il Mistero del Golgota ha per l’umanità, se ci chiediamo cosa sarebbe accaduto se il Mistero del Golgota non fosse avvenuto. Naturalmente l’umanità, senza il Mistero del Golgota, sarebbe giunta al punto di mezzo del quarto periodo postatlantideo nell’anno 333 solo per mezzo delle sue proprie forze elementari. Avrebbe sviluppato da se stessa tutte le capacità che appartengono all’anima razionale-affettiva. Le avrebbe avute nei secoli successivi.

Questo fu essenzialmente trasformato dal fatto che il Mistero del Golgota ebbe luogo. Accadde qualcosa di completamente diverso da quello che altrimenti sarebbe accaduto, e accadde qualcosa di straordinariamente diverso. Se guardiamo al Mistero del Golgota, allora possiamo, per caratterizzare questo evento particolare che dà un senso a tutta la terra, considerare come il punto di vista più importante che solo un accesso soprasensibile al Mistero del Golgota è possibile, che vi si arriva solo per via soprasensibile.

Da che cosa dipende realmente questo? Dipende dal fatto che l’uomo, sebbene nel quarto periodo postatlantideo, avvicinandosi verso l’anno 333, si avvicinasse al culmine più alto dell’anima razionale-affettiva, che l’uomo tra nascita e morte nella sua vita fisica era ben lontano dal comprendere la natura del Mistero del Golgota con le comuni forze umane. Quello che importa è che possiamo svilupparci e invecchiare sempre di più: con le forze che noi sviluppiamo nel corso della nostra vita fisica tra nascita e morte, non possiamo comprendere il Mistero del Golgota.

Così accadde anche che i contemporanei, coloro che amavano Cristo Gesù, i discepoli, gli apostoli, potessero comprendere, nella misura in cui dovevano comprendere, ciò che stava con Cristo Gesù che li circondava, solo attraverso il fatto che, in un certo senso, erano dotati di chiaroveggenza atavica, come ho spesso detto, e attraverso la loro chiaroveggenza atavica avevano un’intuizione di colui che camminava tra loro. Ma per mezzo delle proprie forze umane non avevano questo. E allora scrivevano anche i Vangeli, gli evangelisti, prendendo aiuto dai vecchi libri misterici. Scrissero questi potenti Vangeli dalla vecchia forza di chiaroveggenza atavica, non dalle forze che fino a quel momento si erano sviluppate in modo naturale, da forze umane naturali.

Ma l’anima umana si sviluppa ulteriormente anche dopo che è passata per la porta della morte. Questa anima umana, che continua a svilupparsi anche dopo che è passata per la porta della morte, cresce nella sua capacità di comprensione anche dopo la morte; impara sempre più a comprendere.

Ora c’è qualcosa di particolare: i contemporanei di Cristo, che si erano preparati attraverso il loro amore per Cristo a una vita in Cristo dopo la morte, questi compresero pienamente il Mistero del Golgota dalle loro stesse forze umane solo nel 3° secolo dopo il Mistero del Golgota. Così coloro che avevano vissuto con Cristo come suoi discepoli e apostoli allora morivano, vivevano ulteriormente nel mondo spirituale, e mentre vivevano nel mondo spirituale, le loro forze crescevano, esattamente come crescono qui. Ora al momento della morte non siamo così avanzati da avere una tale comprensione come quella che avremo due secoli dopo la morte. I contemporanei erano in realtà solo nel 2° secolo, verso il 3° secolo, così avanzati che allora nel regno spirituale, che l’uomo attraversa tra la morte e una nuova nascita, da se stessi arrivarono alla comprensione di ciò che avevano vissuto due o tre secoli prima qui sulla terra. E allora ispiravano dal mondo spirituale quegli uomini che erano qui in basso sulla terra.

Leggete da questo punto di vista ciò che i cosiddetti Padri della Chiesa scrissero nel 2° e nel 3° secolo, quando l’ispirazione nel vero senso cominciò, allora capirete come si può comprendere ciò che è stato scritto dai Padri della Chiesa su Cristo Gesù. Ciò che era stato ispirato dai morti contemporanei di Cristo Gesù, fu iniziato a scrivere nel 3° secolo. Un linguaggio straordinario conducono questi uomini nel 3° secolo su Cristo Gesù, un linguaggio che in parte per l’uomo moderno — presto parleremo di questo uomo moderno — è del tutto incomprensibile.

Voglio addurre un uomo, potrei anche addurne un altro, ma voglio addurvi uno che è così profondamente disprezzato dalla cultura materialistica contemporanea, voglio addurvi colui di cui questa cultura materialistica dice che ha pronunciato una frase terribile: «Credo quia absurdum est» — credo in quello che è sciocco, e non in quello che è ragionevole. — Voglio addurvi Tertulliano.

Quando si adduce Tertulliano, che visse all’incirca nel tempo in cui l’ispirazione da parte dei morti contemporanei di Cristo Gesù iniziò a venire dall’alto, e che, per quanto poteva come uomo, era sotto questa ispirazione, quando si legge realmente Tertulliano, si riceve un’impressione particolare. Naturalmente scrisse come doveva scrivere secondo la sua costituzione umana. Si possono certamente avere ispirazioni, ma si manifestano sempre come si riescono a riceverle. Così Tertulliano non diede le ispirazioni in forma completamente pura; le diede come poteva esprimerle nel suo cervello umano, primo, perché abitava in un corpo mortale, e secondo, perché era passionato e fanatizzato in un certo senso. Scrisse come veniva fuori, ma in modo straordinariamente curioso, se considerato dal giusto punto di vista.

Tertulliano si presenta a qualcuno da questo punto di vista come un Romano di educazione letteraria non particolarmente elevata, ma come uno scrittore di straordinaria potenza linguistica. Si può proprio dire: Tertulliano è colui che per primo ha reso la lingua latina degna del cristianesimo. Ha per primo trovato il modo di riscaldare al fuoco con tale temperamento e con tale appassionata dedizione questa più prosaica, più antipoetica, questa puramente retorica lingua latina, che davvero un’immediata vita dell’anima vive nell’opera di Tertulliano, specialmente in «De carne Christi» per esempio, o anche in quella opera in cui egli cercava di respingere tutto ciò di cui i cristiani erano accusati. Sono scritti con un temperamento sacro e con una straordinaria potenza linguistica. E questo Tertulliano era come Romano —

— senza pregiudizi nei confronti del suo stesso romanesimo. Trovò parole straordinarie, quando difese i cristiani dalla persecuzione dei Romani. I maltrattamenti che si infliggevano ai cristiani perché rinnegassero la loro appartenenza a Cristo Gesù, li condannò con temperamento, così che disse: non è abbastanza la vostra condotta come giudici verso i cristiani per provare che siete ingiusti? Dovete modificare tutta la vostra procedura giudiziaria, come l’avete altrimenti, non applicarla quando giudicate i cristiani. Altrimenti, per mezzo dei maltrattamenti, costringete un testimone a non rinnegare; lo costringete a confessare quello che è vero, quello che realmente pensa. Nel cristiano lo fate al contrario: lo torturate perché neghi quello che pensa. Vi comportate come giudici nei confronti dei cristiani in modo opposto al modo in cui vi comportate altrimenti come giudici. Altrimenti volete imparare la verità per mezzo del maltrattamento; nei cristiani volete imparare la menzogna. E in modo simile, in parole che colpivano realmente il chiodo sulla testa, Tertulliano parlava di molte cose.

Si può anche dire che, oltre al fatto che era un uomo coraggioso e potente, che penetrò completamente la vuotezza del culto degli dèi romani e la rappresentò, era inoltre un uomo che ovunque scrivesse dimostrava i suoi rapporti con il mondo soprasensibile. Parlava del mondo soprasensibile in modo che si vede: quest’uomo sa che cosa significhi parlare del mondo soprasensibile. Parlava dei demoni così come parlava dei suoi amici come uomini. E parla per esempio dei demoni in modo che dice: chiedete ai demoni se Cristo, colui di cui i cristiani sostengono che sia un vero Dio, è davvero un vero Dio! Mettete un vero cristiano di fronte a un ossesso, da cui un demone parla, vedrete: se lo farete davvero parlare, vi confesserà di essere se stesso un demone, perché dice la verità. — Tertulliano sapeva che i demoni non mentono quando sono interrogati. — Ma i demoni vi diranno anche, se il cristiano li interroga correttamente dalla sua coscienza, che Cristo è il vero Dio. Solo li odiano, perché lo combattono. Imparerete dal demone che è il vero Dio. — Così Tertulliano non si affida solo alla testimonianza degli uomini, ma alla testimonianza dei demoni. Così parla dei demoni come testimoni che non solo parlano, che riconoscono che Cristo è il vero Dio. Tertulliano dice tutto questo da se stesso.

Si hanno veramente tutte le ragioni, quando si conosce Tertulliano come scrittore, di domandare: quale era dunque il più profondo insegnamento dell’anima di Tertulliano, che era preso da quella ispirazione appena descritta? Questo insegnamento più profondo dell’anima di Tertulliano è veramente istruttivo. Poiché Tertulliano prevedeva già qualcosa che avrebbe dovuto veramente diventare evidente all’umanità molto tempo dopo l’epoca di Tertulliano. Tertulliano si confessò sostanzialmente a tre proposizioni rispetto alla natura umana. Primo: la natura umana è tale che nel presente — così il presente di Tertulliano, fine del 2° secolo dopo Cristo — che essa, come è adesso, può farsi carico dell’infamia di rinnegare il più grande evento terrestre. Se l’uomo soltanto segue se stesso, non arriva al più grande evento terrestre. Secondo: la sua anima è troppo debole per comprendere questo più grande evento terrestre. Terzo: è assolutamente impossibile per l’uomo, se soltanto segue ciò che il suo corpo mortale gli permette, acquisire una relazione con il Mistero del Golgota.

Queste tre cose sono approssimativamente la confessione di Tertulliano. Da queste tre cose Tertulliano ha pronunciato le parole: «Il Figlio di Dio fu crocifisso; non è una vergogna, perché è vergognoso. Anche morì; proprio per questo è credibile, perché è sciocco.» «Prorsus credibile est, quia ineptum est», è credibile proprio perché è sciocco. Questa frase si trova in Tertulliano. L’altra frase, che il mondo gli attribuisce: «Credo, quia absurdum est» — non si trova da nessuna parte, né in Tertulliano, né in un altro Padre della Chiesa. Ma questa frase, che vi ho appena pronunciato, fu scritta allora. La maggior parte degli uomini di Tertulliano non conosce nulla al di fuori di questa frase, che non è vera. In terzo luogo: «E il sepolto è risorto», dice Tertulliano, «perché è impossibile. Dobbiamo crederlo, perché è impossibile.»

Questo triplice proferimento che Tertulliano fa naturalmente appare agli uomini moderni, così intelligenti, come qualcosa di terribile. Basta pensare a un vero uomo di oggi colto dal materialismo, che sente qualcuno dire: Cristo fu crocifisso; dobbiamo crederlo perché è vergognoso. Cristo è morto; dobbiamo crederlo perché è sciocco. Cristo è veramente risorto; dobbiamo crederlo perché è impossibile. — Si immagini quale relazione un vero monista di oggi, una persona con una vera visione monistica del mondo può avere rispetto a tali frasi!

Ma che cosa intendeva Tertulliano? Tertulliano è diventato proprio per la sua ispirazione per il suo tempo un vero conoscitore dell’uomo, ha riconosciuto quale fosse il cammino della natura umana nel tempo. Gli uomini procedevano verso i secoli seguenti del quarto periodo postatlantideo, del periodo culturale greco-latino. Proprio tanti anni quanti il Mistero del Golgota precede il punto di mezzo di questo periodo, 333 anni, esattamente tanti anni dopo questo punto di mezzo era inteso da certe potenze spirituali modificare la direzione dell’evoluzione terrestre in percorsi completamente diversi da quelli in cui fu poi guidata perché il Mistero del Golgota era lì. 333 anni dopo l’anno 333 è il 666; questo è quel numero di anno di cui lo scrittore dell’Apocalisse parla con grande temperamento. Leggete i passi pertinenti dove lo scrittore dell’Apocalisse parla di ciò che si riferisce al 666! Lì, secondo le intenzioni di certe potenze spirituali, qualcosa dovrebbe accadere all’umanità, e sarebbe accaduto se il Mistero del Golgota non avesse avuto luogo. Avrebbero preso il percorso discendente, che dall’anno 333 sarebbe stato il destino dell’umanità come apice della cultura dell’anima razionale-affettiva, avrebbero usato questo percorso discendente per portare l’umanità in acque completamente diverse da quelle verso cui doveva venire per l’intenzione di quelle entità divine che con lei sono connesse dall’inizio, dall’epoca di Saturno. Questo

doveva accadere per il fatto che qualcosa che era destinato a venire solo più tardi nell’umanità, l’anima cosciente con i suoi contenuti, sarebbe stata data all’umanità nel 666 per mezzo di una sorta di rivelazione. Se questo fosse stato eseguito, se davvero le intenzioni fossero state realizzate di certi esseri opposti all’evoluzione dell’umanità, ma che volevano prendersi l’evoluzione dell’umanità stessa, allora l’umanità nel 666 sarebbe stata presa di sorpresa, dotata dell’anima cosciente, come lo sarà solo dopo un tempo più lungo da adesso.

Questo riposa infatti su ciò che gli esseri ostili agli dèi che amano gli uomini sempre fanno, che vogliono spostare quello che questi buoni esseri spirituali intendono fare agli uomini a un tempo successivo, a un punto di tempo anteriore, dove l’umanità non è ancora matura. Sarebbe dovuto accadere quello che avrebbe dovuto accadere nel mezzo del nostro periodo, quello che quindi dovrebbe accadere 1080 anni dopo l’anno 1413, quello che dovrebbe quindi accadere nell’anno 2493 — allora l’uomo dovrebbe essere abbastanza avanzato riguardo alla percezione conscia della sua stessa personalità — sarebbe dovuto essere impiantato nell’uomo già nel 666 per mezzo di forze arimaniche-luciferiche.

Che cosa volevano raggiungere con questo da parte di questi esseri? Volevano dare all’uomo l’anima cosciente, avrebbero però impiantato in lui una natura che gli avrebbe reso impossibile trovare il suo ulteriore cammino verso il Sé spirituale, lo Spirito vitale e l’Uomo-Spirito. Si sarebbe tagliato il suo cammino futuro e si sarebbe preso l’uomo per direzioni di sviluppo completamente diverse.

La storia non si è svolta come era intesa in questa forma particolare, in questa forma fenomenica grandiosa, ma diabolica, però le tracce di essa si sono comunque verificate nella storia. Hanno potuto verificarsi per il fatto che cose accaddero, di cui non si può dire altro che: gli uomini le fanno sulla terra, ma in realtà le fanno sempre proprio come servitori di quello che certi esseri spirituali realizzano attraverso gli uomini. E così l’imperatore Giustiniano era un servitore di certi esseri, quando, lui che era nemico di tutto quello che era scaturito dall’alta sapienza dei Greci, nel 529 chiuse le scuole filosofiche ad Atene, così che gli ultimi resti della dottrina greca con il profondo sapere aristotelico-platonico furono banditi e fuggirono verso la Persia. A Nisibis erano già fuggiti prima, quando Zenone Isaurico nel 5° secolo aveva in modo simile cacciato le scuole greche da Edessa, i saggi siriani. E così si riunirono verso l’anno che si avvicinava, verso il 666, nell’Accademia persiana di Gondishapur veramente quella che era la dottrina più eccelsa, che era venuta dalla vecchia Grecia e che non aveva tenuto conto del Mistero del Golgota. E all’interno dell’Accademia di Gondishapur insegnavano quelli che erano ispirati da forze luciferiche-arimaniche.

Se quello che nel 666 avrebbe dovuto venire sull’umanità — che, se fosse venuto, avrebbe veramente portato al taglio dello sviluppo successivo e all’elevazione dell’umanità all’anima cosciente già nel 666 — avesse avuto il suo pieno successo, quello che era inteso dall’Accademia di Gondishapur, allora nel 7° secolo qua e là dappertutto sarebbero nati uomini altamente dotti e attraverso il loro altissimo sapere in misura straordinaria geniali, che dovevano vagare per l’Asia occidentale, per il Nord Africa, per l’Europa meridionale, per l’Europa in generale e dovevano propagare dappertutto quella cultura del 666, che era intesa dall’Accademia di Gondishapur. Questa cultura avrebbe dovuto innanzitutto porre interamente l’uomo sulla sua personalità, portare interamente l’anima cosciente.

Non era possibile che questo accadesse. Il mondo aveva già assunto una forma diversa da quella che avrebbe dovuto essere per questo. Perciò l’intero urto che avrebbe dovuto essere dato alla cultura occidentale dall’Accademia di Gondishapur fu smussato. E invece di una sapienza da cui tutto quello che oggi sappiamo nel mondo esteriore sarebbe una piccola cosa,

invece di una sapienza che per ispirazione in modo spirituale sarebbe venuta fuori al di sopra di tutto quello che ci si conquisterà poco a poco per mezzo della sperimentazione e della scienza naturale fino all’anno 2493, e che sarebbe venuta da una gloriosa, grandiosa dottrina, allora rimangono solo i resti di quello in quello che gli studiosi arabi hanno portato in Spagna. Ma era già smussato. Non è venuto fuori in quella forma come era inteso, è stato smussato. E al suo posto rimane il maomettanesimo, rimane Maometto con la sua dottrina, e viene solo l’Islam al posto di quello che avrebbe dovuto scaturire dall’Accademia di Gondishapur. Il mondo era stato portato via da questa sua direzione dannosa dal Mistero del Golgota.

Ed era stato portato via da essa dal fatto che prima non solo il Mistero del Golgota era accaduto, ma proprio questo Mistero del Golgota come tale evento era accaduto, che non può essere compreso dalle ordinarie forze umane fino alla morte; per cui all’interno dell’umanità occidentale sorge proprio quello che ho descritto prima: l’ispirazione da parte dei morti ha avuto luogo, come notiamo con Tertulliano e molti altri. Così i sensi degli uomini furono diretti verso il Mistero del Golgota e così verso qualcosa di completamente diverso da quello che avrebbe dovuto venire dall’Accademia di Gondishapur. Così si diffuse quello che impediva quella sapienza alta, ma diabolica, che l’Accademia di Gondishapur intendeva, ma impediva la diffusione di quella sapienza per il bene dell’umanità. Molte cose vennero fuori frammentate da quello che era stato ispirato dai morti, ma l’umanità fu comunque preservata dal lasciar accadere quello che avrebbe dovuto assorbire nelle sue anime se l’Accademia di Gondishapur avesse avuto successo con la sua tendenza.

Ma tali eventi come quello che era inteso dall’Accademia di Gondishapur, questi si svolgono in una certa misura dietro le quinte dello sviluppo mondiale esteriore. Si svolgono nel soprasensibile. Gli uomini sono in relazione con esso, ma questi eventi si svolgono interamente nel soprasensibile. E non possiamo giudicare tali eventi, né quello che era inteso dall’Accademia di Gondishapur, né l’evento del Golgota, solo in base a quello che accade sul piano fisico. Dobbiamo cercare tali eventi, se vogliamo caratterizzarli, in profondità molto, molto più significative di quanto si pensi comunemente.

È rimasto all’umanità qualcosa di quello che allora avrebbe dovuto accadere e che è stato solo smussato, in quanto da qualcosa di grandioso il fantastico, miserabile Islam è venuto fuori. È accaduto qualcosa all’umanità. È accaduto che allora l’umanità, su cui ha agito l’impulso di Gondishapur, questo nuovo impulso persiano, che ha riportato fuori tempo l’impulso di Zarathustra, che l’intera umanità, se così posso dire, se posso esprimermi trivialmente, ha ricevuto una spaccatura interiore fino alla corporeità. Allora l’umanità ha ricevuto un impulso che penetra la corporeità fisica, con cui nasciamo sempre d’ora in poi, l’impulso che è approssimativamente uguale a quello che ho caratterizzato prima. Quella malattia è stata impiantata nell’umanità che, se si sviluppa pienamente, porta alla negazione del Dio Padre.

Così capite bene: l’umanità, nella misura in cui è umanità civilizzata, ha oggi nel corpo una spina. E il santo Paolo parla molto di questa spina. Questa umanità ha nel corpo una spina. Il santo Paolo ne parla profeticamente. L’aveva come un uomo particolarmente avanzato già al suo tempo; gli altri l’hanno ricevuta in realtà solo nel 7° secolo. Ma questa spina si diffonderà sempre di più, diventerà sempre più significativa e significativa. Se oggi conoscete una persona che si abbandona completamente a questa spina, a questa malattia — poiché è una spina nel corpo fisico, è una vera malattia — allora diventerà un ateo, diventerà un negatore di Dio, un negatore del

divino. La disposizione a questo ateismo ha in realtà ogni uomo che appartiene alla civiltà moderna; si tratta solo di sapere se si abbandona a questa disposizione. L’uomo porta in sé quella malattia che lo eccita a negare il divino, mentre in realtà dalla sua natura seguirebbe che lo riconosce. Questa natura è stata allora in una certa misura mineralizzata, ridotta indietro nell’evoluzione, così che tutti portiamo la malattia della negazione di Dio.

Per questa malattia della negazione di Dio si effettuano molte cose negli uomini. Per questa malattia della negazione di Dio viene cioè creato un legame di attrazione più forte tra l’anima dell’uomo e il suo corpo di quanto fosse prima, e di quanto realmente sta nella stessa natura umana. L’anima è come più avvitata al corpo. E mentre l’anima per sua stessa natura non è destinata a partecipare ai destini del corpo, essa per questo sarebbe venuta in una condizione per cui sempre più e più parteciperebbe ai destini del corpo, anche ai destini della nascita e dell’eredità e della morte.

Niente di meno che questo hanno in realtà già allora voluto i Saggi di Gondishapur — che in una forma più dilettantesca di nuovo certi ordini segreti vogliono anche nel nostro tempo —: rendere l’uomo per questa terra molto grande, molto saggio, ma mediante l’impianto di questa sapienza far partecipare la sua anima alla morte, così che non avrebbe avuto l’inclinazione, quando fosse passata per la porta della morte, a partecipare alla vita spirituale e alle successive incarnazioni. Volevano tagliare proprio il suo sviluppo ulteriore. Volevano conquistarlo per se stessi per un mondo completamente diverso, conservarlo dal sentimento terrestre, per distoglierlo da quello a cui l’uomo è sulla terra, ciò che deve imparare lentamente, gradatamente, per evoluzione, e per cui giungerà al Sé spirituale, lo Spirito vitale e l’Uomo-Spirito.

L’anima umana sarebbe quindi, più di quanto le fosse destinato, resa familiare con la terra. La morte, che è destinata solo al corpo, sarebbe in una certa misura diventata il destino anche dell’anima. A questo il Mistero del Golgota ha resistito. Così l’uomo è divenuto affine alla morte, ma è stato preservato dal Mistero del Golgota da questa affinità con la morte. Se da un lato una certa corrente nell’evoluzione mondiale ha creato un legame più forte dell’anima con il corpo umano di quanto le fosse assegnato, allora Cristo, per controbilanciare, ha legato l’anima più strettamente allo spirito, di quanto nuovamente le fosse assegnato. Così che per il Mistero del Golgota l’anima umana è stata portata più vicina allo spirito di quanto le fosse assegnato.

Questo ci permette, solo così veramente, di guardare dentro a come il Mistero del Golgota sia connesso con le più intime forze della natura umana nel corso dei millenni. Si deve poter confrontare la reciproca relazione che era assegnata all’uomo da Arimane e Lucifero, la reciproca relazione tra corpo e anima, con la reciproca relazione tra anima e spirito, se si vuole arrivare storicamente in modo giusto al Mistero del Golgota.

La Chiesa cattolica, che era molto sotto l’influsso dei resti dell’impulso dell’Accademia di Gondishapur, nel 869 al concilio ecumenico dell’ottavo in Costantinopoli determinò dogmaticamente che non si dovesse credere nello spirito, perché non voleva illuminare nessuno sul Mistero del Golgota, ma voleva diffondere l’oscurità sul Mistero del Golgota. Dalla Chiesa cattolica lo spirito fu abolito nel 869. Il dogma che fu determinato allora suona: non si deve credere nello spirito, ma solo in corpo e anima, e l’anima ha in sé qualcosa di spirituale. Ma che l’uomo veramente consista di corpo, anima e spirito, questo fu abolito dalla Chiesa cattolica. Questa abolizione accadde nella Chiesa cattolica direttamente sotto l’influsso dell’impulso di Gondishapur. La storia si presenta diversamente da come spesso viene formata per uso domestico degli uomini che si vuole guidare da un lato o dall’altro.

L’uomo così fu reso più affine allo spirito dal Mistero del Golgota. Così ci sono nell’uomo due forze: la forza che lo rende simile alla morte animicamente, e quella forza che lo libera nuovamente dalla morte, che lo guida internamente verso lo spirito.

Questa forza, che cos’è? Vi ho detto: è una sorta di malattia, quello che è il negare Dio nell’uomo. La disposizione è una sorta di malattia che tutti portiamo in noi all’interno dell’umanità civilizzata in virtù del nostro semplice corpo. Tuttavia, negare Dio è una malattia, dice la scienza dello spirito, ma noi abbiamo questa malattia in noi. E noi non neghiamo, se ci comprendiamo bene, il Dio se non quando lo ritroviamo attraverso Cristo. Come il nostro corpo ha una forza di malattia in se stesso, che tende verso la negazione di Dio, così abbiamo, poiché la forza di Cristo è così in noi come l’ho spesso rappresentato, a causa del Mistero del Golgota per questo una forza curativa, una forza salutare in noi. Ebbene, il Cristo è per noi tutti nel vero senso della parola il Salvatore, il Medico rispetto a quella malattia che può rendere l’uomo un negatore di Dio. Il Cristo è un medico contro di essa. È un medico per quella malattia nascosta che vi ho appena caratterizzato.

Il nostro tempo in molti aspetti è un rinnovamento di quei tempi che si sono verificati in parte per il Mistero del Golgota, in parte per quello che accadde nel 333, in parte per quello che accadde nel 666. Questo ha effetti ben determinati. Comprendete il Mistero del Golgota correttamente solo se siete chiari su questo: non lo si può comprendere con le forze che all’uomo sono date solo per il fatto che egli vive fisicamente fino alla morte in un corpo fisico. Perfino i contemporanei, i contemporanei degli apostoli potevano comprendere il Mistero del Golgota dalle loro proprie forze come uomini solo nel 3° secolo, quindi molto tempo dopo la loro morte. Ma tutte queste cose entrano nello sviluppo, molto accade per tutte queste cose. E si è verificato quanto segue.

Siamo oggi in una situazione completamente diversa da quella di coloro che erano contemporanei di Cristo o che vivevano nei secoli successivi fino al 7° secolo. Viviamo già nella quinta epoca postatlantidea e siamo ben dentro; viviamo nel 20° secolo. Questo ha come conseguenza che, mentre nasciamo come anima e dallo spazio soprasensibile entriamo nello spazio sensibile, noi sperimentiamo secoli prima nel mondo spirituale qualcosa. Così come coloro che erano contemporanei del Mistero del Golgota arrivarono secoli dopo alla piena comprensione del Mistero del Golgota, così noi sperimentiamo una sorta di immagine speculare, prima di nascere, e cioè secoli prima di nascere. Ma questo vale solo per gli uomini di oggi. Gli uomini di oggi portano tutti, mentre vengono nati nel mondo fisico, qualcosa con sé, che è come un riflesso del Mistero del Golgota, come un’immagine speculare di quello che si è sperimentato secoli dopo il Mistero del Golgota nel mondo spirituale.

Ora, questo impulso naturalmente colui che non riesce a guardare nel soprasensibile non riesce a guardare direttamente, ma tutti possono sperimentare l’effetto di questo impulso in se stessi. E se lo sperimentano, allora trovano la risposta alla domanda: come trovo il Cristo?

Per questo è necessaria la seguente esperienza. Si trova il Cristo quando si hanno le seguenti esperienze. Prima l’esperienza che uno si dice: voglio perseguire l’autoconoscenza finché mi è possibile, nella misura che mi è possibile secondo la mia natura umana individuale. — Nessuno che onestamente persegua questa autoconoscenza potrà dire a se stesso oggi come uomo nient’altro che: non riesco a comprendere quello che in realtà cerco. Rimango con la mia capacità di comprendere dietro a quello che cerco; sento la mia impotenza di fronte al mio sforzo. — È questa esperienza molto importante. Questa esperienza dovrebbe avere chiunque onestamente si consulti con se stesso, nell’autoconoscenza: un certo sentimento di impotenza. Questo sentimento di impotenza è sano, poiché questo sentimento di impotenza non è altro che il sentimento della malattia, e si è davvero malati solo quando si ha una malattia e non la si sente. Mentre si sente l’impotenza a elevarsi al divino in un qualche momento della vita, si sente in sé quella malattia di cui ho parlato, che è stata impiantata in noi. E mentre si sente questa malattia, si sente che l’anima dal nostro corpo come è adesso, in realtà, dovrebbe morire insieme. Allora, quando si sente questa impotenza abbastanza fortemente, allora arriva l’inversione. Allora viene l’altra esperienza che ci dice: ma noi possiamo, se non ci abbandoniamo a quello che possiamo realizzare per mezzo delle sole forze del nostro corpo, noi possiamo, se ci abbandoniamo a quello che lo spirito ci dà, superare questa morte interiore dell’anima. Noi possiamo avere la possibilità di ritrovare la nostra anima e di connetterla allo spirito. Noi possiamo sperimentare la nullità dell’essere da un lato e la glorificazione dell’essere da noi stessi, quando arriviamo all’altra parte del sentire l’impotenza. Noi possiamo sentire la malattia nella nostra impotenza, noi possiamo sentire il Salvatore, la forza curativa, quando abbiamo sperimentato l’impotenza, siamo divenuti affini alla morte nella nostra anima. Mentre sentiamo il Salvatore, sentiamo che portiamo qualcosa nella nostra anima che può risorgere dalla morte in ogni momento nella propria esperienza interiore. — Se cerchiamo queste due esperienze, troviamo nella nostra stessa anima il Cristo.

Questa è un’esperienza verso cui l’umanità sta andando. Angelus Silesius disse, quando pronunciò le parole significative:

«La croce del Golgota non può liberarti dal male, Se non viene eretta anche in te.»

Essa può essere eretta nell’uomo, mentre sente i due poli: l’impotenza dalla sua corporeità, la risurrezione dal suo spirituale.

L’esperienza interiore che consiste di queste due parti, è quella che veramente tende al Mistero del Golgota. È un evento riguardo al quale non ci si può scusare dicendo che non si hanno capacità sviluppate soprasensibili. Non ne hai bisogno per questo. Hai solo bisogno di praticare veramente l’autoriflessione e la volontà di questa autoriflessione, la volontà anche di combattere quella superbia che oggi è così comune, che non lascia all’uomo notare che, se si affida alle sue stesse forze, diventa superbo riguardo alle sue stesse forze. Se non riesci a sentire riguardo alla tua propria superbia che attraverso le tue stesse forze diventi impotente, allora non puoi sentire la morte e nemmeno la risurrezione, allora non potrai mai sentire il pensiero di Angelus Silesius:

«La croce del Golgota non può liberarti dal male, Se non viene eretta anche in te.»

Ma quando sentiamo impotenza e ristabilimento dall’impotenza, allora accade per noi la fortuna che abbiamo una vera relazione reale con il Cristo Gesù. Poiché questa esperienza è la ripetizione di quello che sperimentiamo secoli prima nel mondo spirituale. Così dobbiamo cercarla nel suo riflesso qui nell’anima sul piano fisico. Cercate in voi, e troverete l’impotenza. Cercate, e troverete, dopo aver trovato l’impotenza, la liberazione dall’impotenza, la risurrezione dell’anima allo spirito.

Ma non lasciatevi confondere in questa ricerca da molte cose che oggi vengono predicate come misticismo o anche da certi insegnamenti positivi. Quando Harnack per esempio parla di Cristo, non è vero quello che dice, per il semplice motivo che quello che dice di Cristo — leggetelo — si può dire di Dio in generale. Si può dire altrettanto bene del Dio dei Giudei, si può dire altrettanto bene del Dio dei Musulmani, di tutti. E molti che oggi vogliono essere cosiddetti «risvegliati», dicono: sperimento Dio in me — ma sperimentano solo il Dio Padre, e anche solo in forma indebolita, perché in realtà non notano di essere malati e solo ripetono tradizionalmente. Una cosa così la fa per esempio Giovanni Müller. Ma tutti questi non hanno Cristo, poiché l’esperienza di Cristo non consiste nel sentire Dio nell’anima umana, ma consiste nei due: nel sentire la morte nell’anima per il corpo, e la risurrezione dell’anima per lo spirito. E colui che dice all’umanità che non sente solo Dio in sé — come anche asseriscono i puri teosofisti retorici — ma che può parlare dei due eventi, dell’impotenza e della risurrezione dall’impotenza, costui parla della vera esperienza di Cristo. Costui però trova il cammino soprasensibile verso il Mistero del Golgota; trova egli stesso le forze che eccitano certe forze soprasensibili e che lo guidano al Mistero del Golgota.

Non bisogna davvero disperare oggi di trovare il Cristo nell’esperienza immediata personale, poiché lo si è trovato quando ci si è ritrovati, ma dall’impotenza. Tutto il sentimento di nullità che ci pervade quando pensiamo alle nostre stesse forze senza superbia, deve precedere l’impulso di Cristo. Mistici intelligenti credono, se soltanto possono dire: ho trovato nel mio Io l’Io superiore, l’Io di Dio — che sia cristianesimo. Non è cristianesimo. Il cristianesimo deve proprio stare sul detto:

«La croce del Golgota non può liberarti dal male, Se non viene eretta anche in te.»

Si può già dalle particolarità della vita sentire quanto sia vero quello che dico, e si può salire dalle particolarità della vita alla grande esperienza dell’impotenza

e della risurrezione dall’impotenza. Miei cari amici, sarebbe bello, specialmente nel nostro presente, se gli uomini per esempio trovassero quanto segue. È certamente una tendenza riposante nelle profondità delle anime umane verso la verità, e anche di pronunciare la verità. Ma proprio quando stiamo in questo proposito, di pronunciare la verità e poi ci riflettiamo su questo pronunciare la verità, allora possiamo fare un primo passo sulla via di sentire l’impotenza del corpo umano di fronte alla verità divina. Nel momento in cui davvero praticate l’autoriflessione sul dire-la-verità, scoprite infatti qualcosa di molto strano. Il poeta lo ha sentito, quando ha detto: parla l’anima, allora, ahi! già non parla l’anima. — Al modo per il quale quello che noi sperimentiamo interiormente nell’anima come verità veramente, diventa linguaggio, esso già si attenua. Esso non muore completamente nel linguaggio, ma già si attenua. E colui che conosce la lingua sa che niente altro che i nomi propri, che designano sempre una sola cosa, sono vere designazioni per questa cosa. Non appena abbiamo nomi generalizzati, siano essi sostantivi, aggettivi o nomi di proprietà, non parliamo più la verità completamente. Allora la verità consiste nel fatto che siamo consci che fondamentalmente, con ogni proposizione, dobbiamo deviare dalla verità.

Spiritualmente si cerca di risorgere da questa confessione: con ogni affermazione dici la falsità — procedendo in un certo modo, che vi ho spesso caratterizzato. Vi ho spesso detto: non è tanto importante quello che si dice nella scienza dello spirito — poiché quello cadrebbe ugualmente sotto questo giudizio di impotenza — ma è importante come si dice. — Provate una volta a seguire — potete farlo anche nei miei scritti — come una cosa viene caratterizzata dai più diversi punti di vista, come si tenta sempre di caratterizzare una cosa da un lato e dall’altro. Solo allora ci si può avvicinare alle cose. Colui che crede che le parole stesse siano qualcosa di diverso da un’euritmia si sbaglia molto. Le parole sono solo un’euritmia eseguita dalla laringe, coadiuvata dall’aria. Sono solo gesti, solo che non sono fatti con le mani e i piedi, i gesti, ma sono fatti con la laringe. Dobbiamo diventare consci che solo accenniamo a qualcosa, e che otteniamo solo una giusta relazione alla verità quando nella parola vediamo accenni a quello che vogliamo esprimere, e quando come uomini viviamo insieme l’uno l’altro in modo tale che siamo consci che nelle parole vivono accenni. Questo è anche in parte quello a cui l’euritmia vuole indicare, che fa dell’intero uomo una laringe, cioè, attraverso l’intero uomo esprime quello che altrimenti solo la laringe esprime, affinché gli uomini nuovamente sentano che anche quando pronunciano il linguaggio parlato, stanno solo facendo gesti. Dico «Padre», dico «Madre»: se generalizzerò tutto, allora posso esprimermi davvero solo quando l’altro si è familiarizzato con me nell’elemento sociale in questi insegnamenti, quando capisce il gesto. Sorgiamo solo allora dall’impotenza che già possiamo sentire di fronte al linguaggio, celebriamo da essa la risurrezione, quando capiamo che, quando apriamo la bocca, già dobbiamo essere cristiani. Quello che è divenuto dalla parola, dal Logos nel corso dell’evoluzione, può essere compreso solo quando il Logos sia nuovamente connesso con Cristo, quando capiamo: il nostro corpo, mentre diviene lo strumento dell’espressione, costringe la verità verso il basso, così che in parte muore sulle nostre labbra, e noi la rivivifichiamo nuovamente in Cristo, quando capiamo che dobbiamo spiritualizzarla, cioè, pensare lo spirito insieme, non prendere il linguaggio come tale, ma pensare lo spirito insieme. — Questo dobbiamo imparare, miei cari amici.

Non so se domani il tempo permetterà di attirare l’attenzione pubblicamente su una cosa simile. Lo farei volentieri, ma qui voglio innanzitutto esporlo. Se domani avessi da ripeterlo ancora una volta, non vi offendiate. Voglio dire qui innanzitutto quello che ho detto pubblicamente in diversi posti. Vedete, si può fare una scoperta straordinaria. Voglio caratterizzarla in un caso particolare. Ho studiato approfonditamente i veri e propri molto interessanti saggi che Woodrow Wilson ha scritto, lezioni sulla storia americana, letteratura americana, vita americana. Si può dire che da parte di questo Woodrow Wilson proprio lo sviluppo americano, come procede dall’est americano verso l’ovest, viene descritto in modo splendido, potente. Proprio come americano lo descrive, e questi saggi riprodotti in forma di lezioni sono molto affascinanti. Si intitolano «Solo letteratura»; si impara l’essenza americana — perché Woodrow Wilson è l’americano più tipico — leggendo questi saggi. Ora ho confrontato — il confronto può essere fatto molto oggettivamente — molte cose nei saggi di Woodrow Wilson con affermazioni per esempio di Herman Grimm, un uomo che è per e di fondo il tipico tedesco del 19° secolo, il tipico europeo centrale del 19° secolo, un uomo la cui forma di scrivere mi è altrettanto simpatica quanto quella di Woodrow Wilson mi è profondamente antipatica. Ma questo solo personalmente incidentalmente. Amo lo stile di scrittura di Herman Grimm, e sento come qualcosa che mi ripugna interamente lo stile di Woodrow Wilson, ma si può essere completamente obiettivi: il tipico americano Woodrow Wilson scrive semplicemente splendidamente, magnificamente, soprattutto sullo sviluppo del popolo americano. — E poi è accaduto qualcos’altro nel confronto tra saggi di Woodrow Wilson e Herman Grimm, dove entrambi hanno scritto sul metodo della storia. Si possono prendere frasi di Woodrow Wilson, concordano quasi parola per parola con frasi che Herman Grimm ha scritto, e si possono tradurre frasi di Herman Grimm nei saggi di Woodrow Wilson — concordano completamente. — Ogni prestito è escluso! Non c’è assolutamente questione che io voglia indicare un prestito; è completamente escluso. Qui è il punto dove si può, senza cadere nel borghese, nel filisteo, imparare bene: quando due dicono lo stesso, non è lo stesso. — Allora diventa un problema: che cosa c’è di straordinario nel fatto che Woodrow Wilson nel suo metodo della storia caratterizza gli americani effettivamente molto più penetrante, molto più suggestivo di quanto Herman Grimm abbia mai caratterizzato nel suo metodo della storia, e mentre lo fa parla frasi di Herman Grimm? Da dove viene questo? Diventa veramente un problema.

Ora si trova, se uno vi si addentra, quanto segue. Se uno segue lo stile di Herman Grimm, tutto quello che ha scritto, allora si vede: ogni frase è personalmente individualmente conquistata, da frase a frase tutto è personalmente individualmente conquistato. Tutto procede alla luce della cultura del 19° secolo, ma dalla più immediata anima cosciente. Woodrow Wilson descrive splendidamente, ma da qualcosa nel suo inconscio stesso posseduto. C’è una possessione demoniaca. Nel suo inconscio c’è qualcosa che gli detta quello che ora sta scrivendo. Il demone, che naturalmente appare in un modo particolare in un americano del 20° secolo, parla attraverso la sua anima. Per questo il grandioso, il potente.

Oggi, quando l’umanità pigra così spesso dice quando legge qualcosa da qualche parte: lo ho letto anche altrove — dove va solo al contenuto, oggi è il momento dove l’umanità deve imparare che non è così importante il contenuto, ma è importante chi dice qualcosa; che si deve conoscere l’uomo da quello che dice, perché le parole sono solo gesti e si deve conoscere chi fa questo gesto. Questo è quello in cui l’umanità deve imparare a vivere. Qui c’è un mistero terribilmente grande della vita più ordinaria, miei cari amici. C’è una differenza se nel personale Io è conquistato frase per frase, o se è dato da sotto o da sopra o lateralmente in qualche modo per esempio. Un’ispirazione più suggestiva funziona per esempio perché davanti a quello che è conquistato, si deve di nuovo conquistare ogni frase. E i tempi si avvicinano quando non si avrà più solo da guardare al puro contenuto letterale di quello che si ha davanti all’anima, ma quando si avrà da guardare prima di tutto a coloro che dicono questo o quello; non alla personalità esterna fisica, ma alla connessione umano-spirituale totale.

Quando gli uomini oggi chiedono: come trovo il Cristo? —, allora si deve dare una risposta tale, poiché il Cristo non si ottiene attraverso alcun misticismo stupido o attraverso una comodità mistica, ma si ottiene solo quando si ha il coraggio di mettersi direttamente nella vita. E in un tale caso dovete anche di fronte al linguaggio sentire l’impotenza in cui il corpo vi ha messo attraverso il fatto che diviene il portatore del linguaggio; e poi la risurrezione dello spirito nella parola. È quello. Non solo: «La lettera uccide, lo spirito vivifica», quale affermazione è anche comunemente fraintesa, ma già il suono uccide, e lo spirito deve di nuovo vivificare, mentre ci si connette concretamente nell’esperienza individuale al Cristo e al Mistero del Golgota. In questo primo passo si trova il Cristo: cercare, non solo, quando belle parole stanno da qualche parte, guardare al loro contenuto — oggi gli uomini sono abituati a questo — ma cercare le connessioni umane, cercare come le parole sorgono dal luogo da cui sono state pronunciate. Sempre più e più importante diventa. Se proprio molti tra noi riflettessero su questo, non sperimenterei così spesso che la gente viene e dice: lui ha parlato così antroposoficamente o teosoficamente; leggetelo solo! — Non importa quali parole stanno lì, ma da quale spirito sono. Non parole vogliamo diffondere con l’antroposofia, ma uno spirito nuovo, lo spirito comunque che deve essere lo spirito del cristianesimo dal 20° secolo in poi.

Questo, miei cari amici, volevo ancora collegarmi. Sono felice che potessi collegarmi a quello che ho esposto una settimana fa, e che ancora una volta potessi parlarvi di queste questioni che ci riguardano tutti, e spero che nel più breve tempo possiamo nuovamente continuare questi insegnamenti dei rami qui a Zurigo. In questo senso pensiamo sempre, anche se siamo spazialmente separati: noi come antroposofisti siamo insieme nelle anime, e in questo senso vogliamo rimanere sempre fedeli insieme nello spirito dell’umanità, che deve regnare e agire.


In memoria di Frater Stefano Ravaglia

anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.

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