Ciò che oggi si racchiude nella parola questione sociale è qualcosa che ha impegnato intensamente la gran parte dell’umanità pensante per decenni, l’ha impegnata perché questa questione sociale oggi, si può dire, non è soltanto pressante per lo sviluppo dell’umanità, ma è diventata urgente. Particolarmente, però, si deve dire che la terribile catastrofe bellica che si è abbattuta sull’umanità negli ultimi anni ha gettato la sua luce sinistra proprio su quello che si chiama la questione sociale e il movimento dell’umanità a essa legato nel presente immediato.
Poiché devo inserire l’enigma sociale nell’intera evoluzione storica dei tempi moderni, dovrò parlare nei prossimi discorsi di molte cose che sono connesse con le cause e lo svolgersi della terribile catastrofe bellica. In questi esposti introduttivi voglio solo sottolineare come fin dal punto di partenza della guerra si manifestò l’incidenza della questione sociale in quelle emozioni di ansia chiaramente percepibili in coloro che stavano al punto di partenza di questa guerra. Certo, molte cose sarebbero andate diversamente nell’anno 1914, se coloro che dovevano prendere importanti decisioni da un luogo o da un altro non fossero stati sotto l’angoscia: cosa succederà se il movimento sociale continuerà a imporsi sempre più? Molto di quello che si è svolto in questa cosiddetta guerra si è svolto sotto la paura da una parte e sotto il totale fraintendimento di certe personalità di rilievo verso la questione sociale dall’altra. Molte cose sarebbero andate diversamente se questa paura e questo fraintendimento non fossero stati presenti. E di nuovo, nel corso della guerra vediamo come personalità che operano all’interno del movimento sociale suscitano speranze in sé e negli altri che proprio la possibilità potrebbe presentarsi di arrivare a questo o a quel compenso delle disarmonie che si sono introdotte nella vita umana in modo così terribile. E ora, poiché questi eventi tragici si sono trascinati in una sorta di crisi, vediamo come soprattutto nei paesi sconfitti rimane come risultato: la necessità più urgente di prendere posizione verso la questione sociale, di intervenire in quello che come rivendicazioni sociali si introduce nella storia contemporanea.
Già da tutto questo, colui che abbraccia intellettualmente la vita del presente, che in qualche modo ha l’inclinazione a familiarizzarsi con le abitudini vitali del presente, potrebbe riconoscere come nella questione sociale proprio ora qualcosa emerge di cui tutti i membri della società umana dovranno occuparsi a lungo, molto, molto a lungo. E proprio nel momento in cui, come detto, nei paesi sconfitti la vita richiede semplicemente tentativi di soluzione della questione sociale, ora qualcosa come una tragedia pesa su una grande parte dell’umanità civilizzata.
Se si abbraccia con lo sguardo le prestazioni spirituali, la letteratura e tutto il simile che è emerso nei decenni passati all’interno delle discussioni, dei dibattiti, degli sforzi riguardanti la questione sociale, si vede un’immensità di lavoro umano, di pensiero umano. Ma mai ci si era trovati di fronte ai problemi sociali in modo così vivo come oggi. Oggi si manifesta nella vita stessa quello che si presenta come una rivendicazione sociale. Sembra che nonostante tutti gli sforzi, il pensiero più penetrante, il buon volere che si è manifestato negli ultimi decenni, ciò che si è sviluppato come capacità sia stato completamente insufficiente per padroneggiare la questione sociale, cosicché oggi si presenta nella sua vera natura dinanzi all’anima umana attraverso la vita. Questo pesa come qualcosa di enormemente tragico sugli sforzi dell’umanità contemporanea. Qualcosa per cui ci si è preparati così a lungo, colpisce proprio coloro dei quali si vorrebbe credere che sarebbero autorevoli, completamente impreparati.
Chi non ha affrontato la questione sociale negli ultimi decenni dal punto di vista della scienza teorica, non da semplici concetti e neppure da opinioni di partito unilaterali, ha potuto scoprire che le più potenti contraddizioni della vita sono sempre venute alla luce precisamente in questo campo. E forse la seguente è una delle più notevoli contraddizioni emerse nel campo della vita sociale. Molte cose si sono sentite discutere, molte cose si potevano leggere per mezzo di persone che dalla vita stessa erano state poste nel movimento sociale moderno. Dappertutto, proprio quando forse ci si trovava nel mezzo della discussione, nel mezzo della volontà della moderna classe operaia stessa, dappertutto si aveva il sentimento: sì, qui si parla di molte cose, qui si parla di molte questioni, di molte forze della vita. Si tenta di dare direzioni a questo o a quegli impulsi. Ma in quello che si potrebbe chiamare volontà sociale, giace qualcosa di completamente, completamente diverso da quello che si esprime. Difficilmente di fronte a una qualsiasi manifestazione della vita si poteva avere il sentimento così chiaro: l’inconscio o semplicemente non espresso gioca un ruolo maggiore di quello che è stato inserito in concetti apparentemente chiari, in discussioni sobrie. Qui è il punto dove si può trovare la ragione per non disperare nei tentativi di avvicinarsi agli enigmi sociali proprio da un particolare punto di vista.
Ho potuto spesso, qui a Zurigo, in altre città della Svizzera, parlare proprio di questioni della scienza dello spirito. Dal punto di vista di questa ricerca della scienza dello spirito ho cercato da decenni di avvicinarmi agli enigmi sociali. Se oggi si ascolta alcuni che si ritengono pratici, si potrebbe certamente disperare di poter compiere qualcosa di fruttuoso per le questioni rilevanti dal punto di vista della semplice ricerca spirituale. Ma proprio quella natura contraddittoria su cui ho dovuto indicare negli sforzi all’interno della vita sociale, allontana questa disperazione. Infatti, si vede come importanti personalità all’interno del movimento sociale sorridono quando il discorso ricade sul fatto che si voglia contribuire attraverso questo o quel sforzo spirituale alla soluzione della questione sociale; lo deridono come ideologia, come una grigia teoria. Dal pensiero, dalla semplice vita spirituale, così credono, certamente nulla potrà essere contribuito alle brucianti questioni sociali del presente. Ma se si guarda più da vicino, si impone con forza come il vero nervo, il vero impulso fondamentale del movimento moderno, proprio proletario, non giace in quello di cui parla l’odierno proletario, bensì giace proprio nei pensieri.
Il movimento proletario moderno è, come forse nessun movimento simile al mondo — se lo si esamina più attentamente, questo si mostra nel senso più eminente — un movimento scaturito dal pensiero. Non dico questo solo come un aperçu. Se mi è permesso inserire un’osservazione personale, sia questa: ho insegnato per anni all’interno di una scuola di istruzione per i lavoratori, nei diversi rami, agli operai proletari. Ho imparato a conoscere ciò che vive e si protende nell’anima dell’operaio proletario moderno. Partendo da lì, ho imparato a conoscere ciò che vive nei sindacati dei vari mestieri e direzioni professionali. Così non è solo dal punto di vista di considerazioni teoriche, come in un aperçu, che espongo quello che voglio dire, ma come risultato di vera esperienza di vita.
Chi — cosa che purtroppo tra gli intellettuali di spicco è così rara — chi ha imparato a conoscere il movimento operaio moderno là dove è portato da operai, sa quale fenomeno meraviglioso questo è, come una certa direzione del pensiero, una certa corrente di pensiero ha afferrato l’anima proprio di questi uomini nel modo più intenso. È proprio questo che rende oggi così difficile prendere posizione verso gli enigmi sociali, che esiste così scarsa possibilità di comprensione, di comprensione reciproca delle classi. Le classi borghesi oggi faticano così tanto a immedesimarsi nell’anima del proletario, faticano così tanto a comprendere come in quella, vorrei dire, intelligenza non ancora decadente, nell’intelligenza elementare potesse prender piede un tale — comunque la si voglia considerare nel contenuto — un tale sistema che pone i più alti criteri alle esigenze del pensiero umano, come il sistema di pensiero di Karl Marx.
Certo, il sistema di pensiero di Karl Marx può essere accettato da uno, confutato da un altro, forse l’uno con le stesse buone ragioni dell’altro. Potrebbe essere rivisto da coloro che consideravano la vita sociale ulteriormente dopo la morte di Marx e del suo amico Engels. Non voglio affatto parlare del contenuto di questo sistema, del contenuto di questo sistema di pensiero. Questo mi sembra il meno significativo. La cosa più significativa mi sembra essere il fatto: all’interno della classe operaia stessa, all’interno del mondo proletario agisce come impulso più potente un sistema di pensiero. Si può proprio esprimere la cosa nel modo seguente: un movimento pratico, un puro movimento di vita con le rivendicazioni più ordinarie dell’umanità non si era mai basato così quasi completamente su una base puramente scientifica, concettuale come questo movimento proletario moderno. È in certo senso persino il primo movimento di questo genere al mondo che si è fondato su una base puramente scientifica. Eppure, se si considerano di nuovo tutti i fatti — l’ho già indicato — che il proletario moderno ha da dire sul proprio intendimento, volontà e sentimento, ciò non appare affatto al pensiero che osserva profondamente la vita come la cosa importante. Ora molti hanno mostrato in modo molto acuto come questo movimento sociale proletario moderno è sorto dallo sviluppo dell’umanità degli ultimi secoli. È stato mostrato con acutezza come soprattutto attraverso lo sviluppo della tecnica moderna, attraverso lo sviluppo della moderna macchina, il proletariato nel senso moderno è stato creato, come attraverso il tremendo rivolgimento economico dei tempi moderni è sorta la questione sociale moderna. Non voglio qui ripetere quello che altri hanno mostrato così acutamente proprio su questa origine della questione sociale. Ma mi sembra necessario proprio sottolineare quello che caratterizza le contraddizioni della vita presenti in questo movimento proletario moderno. È certo giusto che senza il tremendo rivolgimento, senza la rivoluzione tecnica dei tempi moderni, il movimento sociale moderno non avrebbe potuto presentarsi nella forma in cui si è sviluppato. Ma per quanto intensamente si asserisca che solo da impulsi economici, da forze economiche, da antagonismi di classe, da lotte di classe sia sorto tutto ciò che si manifesta oggi nella vita sociale, di fronte a un’osservazione profonda dell’anima del proletario moderno l’affermazione che solo antagonismi economici, solo forze economiche siano in gioco non regge. Proprio colui che è abituato dalla scienza dello spirito, di fronte a tutto ciò che è umano, a guardare alle delicatezze e intimità della vita animica, spesso non consapevoli al portatore di questa vita animica stesso, proprio a costui risulta chiaro come non sia quello che si è sviluppato tecnicamente ed economicamente l’essenziale nella configurazione della questione sociale attuale, bensì che sia significativo il fatto che da tutt’altri contesti vitali certi uomini siano stati posti al servizio della macchina nel modo della grande industria capitalista, e che attraverso questo posizionamento in questi uomini sia sorto qualcosa che non è in relazione immediata con quello che li circonda economicamente, e in cui sono invischiati economicamente. Ciò che è sorto là è piuttosto collegato con le più profonde abitudini di vita dell’umanità moderna.
Chi considera la storia solo nel modo in cui vuol fare anche la scienza socialista dei tempi moderni, dicendo sempre che il seguente nasce dal precedente, che l’effetto riconduce sempre a una causa, costui non tiene conto del fatto che nella realtà vivente vi sono forze trasformatrici, forze di ricreazione che trasformano da una prospettiva rivoluzionaria il puro nesso di causa ed effetto, vorrei dire: il nesso sobrio, secco di causa ed effetto, in certi punti di questo sviluppo.
Guardiamo lo sviluppo del singolo uomo. Possiamo seguirlo, per così dire, successivamente, diciamo dalla nascita fino al settimo anno circa, dove emerge il cambio dei denti. Lì c’è una rivoluzione potente nello sviluppo dell’organismo umano. Si deve dirigere lo sguardo a quello che accade proprio in questo periodo della vita. Lì non c’è soltanto una relazione rettilinea di causa ed effetto. Poi procede di nuovo dal settimo fino al quattordicesimo, quindicesimo anno circa, cosicché si può seguire uno sviluppo lineare di causa ed effetto. Ma poi segue di nuovo una ricreazione rivoluzionaria nell’organismo umano con la maturità sessuale. Meno evidenti sono in seguito tali trasformazioni, ma sono presenti anche allora. Come così nella singola vita umana avvengono tali cose che rendono non vera la parola sempre ripetuta comoda ma completamente scorretta che la natura non fa salti, come salti siffatti sono presenti nel singolo organismo, così anche nello sviluppo storico dell’umanità. Semplicemente, all’interno del periodo che può essere limitato circa dalla metà del 14º, 15º secolo fino a oggi, e che continuerà ulteriormente, si sono svolti potenti processi di trasformazione nella stessa coscienza umana.
Come il singolo organismo umano è un altro quando è diventato sessualmente maturo di quanto non fosse prima in una certa direzione, così l’organismo sociale umano è diventato un’altra cosa, dopo che gli impulsi elementari, fondamentali, non trovabili soltanto all’interno della linea retta di causa ed effetto, si sono manifestati. Chi è capace di osservare più accuratamente la vita storica sa che prima di questo periodo nell’umanità molto si è svolto istintivamente, ciò che in questo periodo entra nella piena consapevolezza, ciò che deve essere assunto dalla piena consapevolezza. Perciò il movimento sociale in questo periodo, per il quale è particolarmente caratteristico, assume la forma che emerge nella parola così spesso usata, sebbene non caratterizzata sufficientemente in modo intenso: coscienza di classe proletaria. In questa parola «coscienza di classe proletaria» si dovrebbe prestare molta meno attenzione al fatto che essa indica la necessaria lotta in cui il proletario crede di essere coinvolto contro le altre classi, piuttosto si dovrebbe sottolineare che qualcosa si è introdotto nell’anima del proletario in un’epoca in cui istinti sociali che prima governavano si trasformano in consapevolezza sociale. Prima vi erano istinti di classe. Ora alla base del movimento sociale giace la coscienza di classe.
Questa coscienza di classe è, vorrei dire, designata solo superficialmente quando si prende la lettera della parola seriamente: coscienza di classe proletaria. Ciò che si nasconde in questa parola «coscienza di classe proletaria» è qualcosa di completamente diverso. E forse, se si vuole caratterizzare brevemente un fatto importante, si può caratterizzare questo fatto così: all’interno di antichi contesti professionali, come si esprimevano per esempio nell’antico artigianato o in altre professioni, giacciono certi istinti sociali che illuminavano nell’anima umana, che operavano nell’anima umana. Questi istinti potevano operare così da formare un certo legame personale tra ciò che l’uomo pensa, sente, vuole, ciò che ritiene sia per il suo onore, per la sua gioia, per il suo bisogno estetico. Il lavoro stesso dava agli uomini qualcosa per tutte queste cose.
Quando l’uomo è stato posto davanti alla macchina, quando è stato immesso nell’ingranaggio completamente impersonale del capitalismo moderno, dove non appare più chiaramente traccia del compenso per la prestazione umana fornita, ma dove la moltiplicazione del capitale per il capitale è l’essenziale, l’uomo è stato posto da un lato nell’ingranaggio della macchina, dall’altro nel capitalismo moderno e nel suo ordine economico; allora è stato strappato da quei contesti mondiali e vitali che gli davano qualcosa per la sua personalità, per la sua gioia personale, per il suo onore personale, per i suoi impulsi volontari personali. Era stato, per così dire, messo sulla punta della sua personalità accanto alla macchina, all’interno della circolazione puramente oggettiva, impersonale di merce e capitale che non lo riguardava umanamente-personalmente nel fondo. Ma l’anima umana vuole sempre operare in una certa misura pienamente, vuole sempre dispiegare il suo pieno ambito. E così l’operaio, che era stato strappato dai contesti vitali così caratterizzati, che era stato immesso in un contesto svincolato dall’umanità pienamente vivente, era stato spinto a meditare sulla sua dignità umana, a sentire la sua dignità umana.
E così dietro ciò che si chiama coscienza di classe proletaria, nello sviluppo storico moderno, si cela in verità un albeggiare, un brillare di una piena coscienza umana tratta dal sé umano, dall’anima umana stessa. Un dirigere della consapevolezza sulla domanda: che cosa sono io come uomo? — sulla domanda: che cosa significo io come uomo nel mondo? — questo a provare l’aveva colui che come proletario era stato posto davanti alla macchina che nega l’uomo, davanti al capitale che nega l’uomo.
Io credo quindi che l’intera considerazione della questione sociale sia posta su un terreno diverso, se si considera che, mentre gli altri uomini più o meno da contesti vitali che non portavano rivoluzioni così radicali sono stati spinti dal pensiero antico nella consapevolezza moderna, il proletario moderno è stato spinto radicalmente nella consapevolezza di sé dalla consapevolezza precedentemente solo istintiva della dignità umana e della posizione sociale del singolo uomo nella società umana.
Ora questo ingresso della consapevolezza dell’umanità nell’anima del proletario coincideva con molte altre cose che stavano accadendo nello sviluppo umano. Coincideva con un certo stadio del pensiero umano, con un certo stadio dello sviluppo umano. Oggi si conosce fondamentalmente molto male lo sviluppo storico dell’umanità. Poiché questo sviluppo storico dell’umanità è fondamentalmente sempre rappresentato in modo fazioso da un lato o dall’altro. Chi guarda senza pregiudizi allo sviluppo dell’umanità, spesso trova qualcosa di completamente diverso da quello che è usuale dire su questo sviluppo dell’umanità. Così si può dire: chi oggi guarda a quello che gode della massima autorità, la scienza, sa che anche quello che oggi si riveste in certo modo di assoluta oggettività, si è sviluppato, è sorto da qualcosa e porta chiaramente in sé i segni che assumerà di nuovo altre forme.
Guardando questa scienza nei suoi metodi brillanti, nei suoi modi di ricerca infinitamente coscienziosi, a questa scienza che è particolarmente adatta a penetrare la natura e le sue manifestazioni, si nota: la cosa più penetrante che essa ha da dire è che è fondamentalmente poco adatta ad afferrare il sentimento e la sensazione umana più profonda e intima, che ha poco da dire su quello che l’uomo vuole veramente sapere quando volge lo sguardo all’auto-conoscenza e all’auto-comprensione. Anche la scienza si è in certo senso separata dall’uomo. Non porta più un carattere personale, e non parla nemmeno più di quello che nell’uomo è lo spirituale, il soprasensibile, l’eterno. Se ne parla, mostra chiaramente che nel modo come oggi è moda, non ha i metodi appropriati, i modi di ricerca appropriati.
Si può da questa forma di scienza guardare indietro a quei tempi in cui all’interno dello sviluppo dell’umanità la vita ancora mostrava in piena connessione l’acquisizione religiosa del mondo, il sentimento religioso e l’intuizione scientifica. I due si separarono. Ciò che era unitario, si divise approssimativamente nello stesso tempo in cui quella rivoluzione oggettiva si presentava, che trova la sua espressione nell’epoca della macchina e nel capitalismo moderno. Era allora, come avveniva questo rivolgimento economico, era allora anche, dove in certo modo lo sviluppo religioso voleva restare fermo, non voleva aderire a ciò che emergeva dallo sviluppo scientifico. Allora, come si condannavano Galilei, Giordano Bruno, restò in certo modo la sensazione e il sentimento umano più interno indietro rispetto a quello che vuol parlare dalla dell’uomo sulla natura, sul mondo nel complesso. L’uomo perse la fiducia che potesse permeare la sua conoscenza di ardore religioso, di calore religioso. Oggi si è orgogliosi che si possa mantenere libera la scienza da tutto ciò che si vuol attribuire solo alla religione. In questo tempo, dove la scienza sempre più voleva diventare priva di religione, priva di spiritualità, in questo tempo cade lo sviluppo della consapevolezza proletaria, la conquista della consapevolezza dell’umanità da parte del proletariato.
Questo proletariato si spinse verso il pensiero moderno, verso l’intelligenza moderna, verso l’afferrare di ciò che può essere afferrato con le forze spirituali umane. Ma trovò una scienza che non aveva più in sé la forza di impatto di afferrare e riempire l’intero uomo. E questo ha dato all’anima del proletario moderno la sua forma particolare. La consapevolezza spirituale dell’umanità, la consapevolezza spirituale delle classi dirigenti che lo erano nei tempi precedenti, aveva perso la sua forza di impatto, aveva fornito all’umanità una scienza più o meno astratta per i suoi affari. Così le anime del proletariato dei tempi moderni si trovarono di fronte a una scienza che non suscitava la fiducia che attraverso di essa potesse essere dato qualcosa che come la più vera realtà spirituale intima vive nell’attività sensibile ed economica esterna. Una tale scienza il proletario aveva di fronte, a una tale scienza si trovava di fronte. In essa si inserì. E così dalla base dello sviluppo spirituale puro sorse nella sua anima qualcosa che oggi si prende come una cosa ovvia, come una verità assoluta, ma che è conosciuta solo nella sua vera essenza quando si ha lo sguardo per quello che accade nelle anime degli uomini. Ciò che più colpisce l’osservatore più profondo è il modo in cui il proletario moderno parla dei veri affari spirituali, dei costumi, della moralità, dell’arte, della religione, persino della scienza all’interno dello sviluppo dell’umanità, è che egli racchiude tutte queste cose nell’espressione ideologia. Questo colpisce uno nel modo più profondo. In particolare, colpisce profondamente quando si sente che questo proletario moderno crede di rendersi conto che tutto ciò che l’uomo pensa, che sviluppa artisticamente, che sente religiosamente, è in realtà solo come un’immagine illusoria formata dall’anima umana, un’ideologia. Ma la vera realtà sono le lotte economiche, sono i processi economici; questi rappresentano una realtà. Ciò che gettano come un riflesso nell’anima umana è sviluppo spirituale dell’umanità, è ideologia. Questo al massimo butta di nuovo alcuni impulsi indietro nella realtà puramente materiale dell’accadimento economico. Ma è anche, se agisce di nuovo nell’accadimento economico, comunque originariamente cresciuto da questo accadimento economico.
Questo atteggiamento verso la vita spirituale è qualcosa di molto più essenziale di quanto si pensi, nella questione proletaria moderna. E perché, perché l’arte, i costumi, la moralità, la religione, l’altra vita spirituale è diventata ideologia per il proletario moderno? Perché ha ricevuto da coloro che una volta erano i circoli dirigenti, una scienza che non vuol più mantenere una connessione vivente con il mondo spirituale reale, una scienza che non mostra più alcun impulso che conduce alla spiritualità reale. Una tale scienza può al massimo condurre a concetti astratti come leggi naturali. Non può condurre a nulla di diverso, che a una visione dello spirituale come ideologia. Produce metodi che sono appunto adatti da un lato per la natura puramente oggettiva, al di fuori dell’uomo, e all’interno della vita umana solo per l’accadimento economico. Quando il proletario moderno dovette assumere questa direzione scientifica, lo sguardo fu diretto, come per una forza suggestiva potente, su ciò verso cui una tale scienza poteva soltanto dirigere lo sguardo, sulla vita economica. E iniziò a credere che questa vita economica fosse l’unica realtà, mentre la verità è che quello che gli hanno consegnato come scienza le classi borghesi, può dirigersi soltanto su una cosa, solo su quella vita economica.
Ma questo era enormemente risolutivo, poiché diede al movimento proletario moderno il suo vero impulso caratteristico. Si può vedere come l’antico istintivo fosse ancora presente in questo movimento proletario, fino nei decenni finali del 19° secolo. Si trovano lì in singoli programmi proletari ancora punti dove si parla di consapevolezza della dignità umana, della rivendicazione di diritti che conducono a tale vera dignità umana. Ma dagli anni novanta vediamo sotto l’influenza di quegli impulsi di cui ho appena parlato, lo sguardo del proletario e del suo dotto difensore come diretto, per una forza suggestiva potente, solo alla vita economica. E ora non crede più che altrove in uno spirituale o animico possa giace uno stimolo a ciò che deve necessariamente avvenire nel campo del movimento sociale. Crede soltanto che attraverso lo sviluppo della vita economica priva di spirito, priva di anima, lo stato che egli sente come umano possa essere realizzato. Così il suo sguardo fu rivolto a trasformare la vita economica stessa, cosicché da essa gli fosse tolto tutto il danno derivante dall’iniziativa privata, dall’egoismo del singolo datore di lavoro e l’impossibilità del singolo datore di lavoro di soddisfare le rivendicazioni sulla dignità umana da parte dei lavoratori. E così il proletario iniziò a vedere l’unico rimedio nel trasferimento di tutti i beni privati dei mezzi di produzione in gestione collettiva o addirittura proprietà collettiva. Qui sta alla base ciò che poteva soltanto emergere se si fosse distolto lo sguardo da tutto ciò che è animico e spirituale, se lo spirituale fosse diventato pura ideologia, se si avesse un metodo e si fondasse su questo come su una scienza pura, che tuttavia poteva essere diretta solo al puro processo economico.
Ora si presentò però un fatto molto strano, che mostra appunto quanta contraddizione giace in questo movimento proletario moderno. Il proletario moderno crede che l’economia, la vita economica stessa debba svilupparsi così che infine gli dia il suo pieno diritto umano. Per questo pieno diritto umano, così come lo guarda, lotta. Tuttavia all’interno del suo sforzo sorge qualcosa che non può mai sorgere come conseguenza solo dalla vita economica. È un fatto importante, che parla chiaramente, che proprio al centro delle diverse configurazioni della questione sociale dalle necessità vitali dell’umanità contemporanea giace qualcosa di cui si crede che emerga dalla vita economica stessa, ma che non potrebbe mai emergere soltanto dalla vita economica, ciò che piuttosto giace nella linea retta di continuità dello sviluppo che conduce attraverso l’antico stato di schiavitù attraverso la servitù della feudalità al moderno proletariato del lavoro. Per quanto si siano configurati la circolazione delle merci, la circolazione del denaro, il capitalismo, la proprietà, l’essenza della terra e così via, all’interno di questa vita moderna si è sviluppato qualcosa che non è chiaramente espresso, nemmeno dal proletario moderno è del tutto chiaramente espresso, ma che è sentito troppo chiaramente come l’impulso fondamentale vero del suo volere sociale. È questo: l’ordine economico capitalistico moderno conosce fondamentalmente solo merce all’interno del suo ambito di circolazione. Conosce la formazione di valore di queste merci all’interno dell’organismo economico. E all’interno dell’organismo capitalistico dei tempi moderni qualcosa è diventato una merce, di cui il proletario oggi sente: non deve essere merce. Ma scientificamente, poiché il suo sguardo è rivolto solo alla vita economica, non può dirsi nulla di diverso da: è merce. Questo è cioè la sua stessa forza lavoro.
Quando una volta si arriverà a comprendere che qui giace uno degli impulsi fondamentali dell’intero movimento sociale moderno, che negli istinti, nei sentimenti inconsci del proletario moderno vive un’avversione nel fatto che deve vendere la sua forza lavoro al datore di lavoro esattamente come si vende merce sul mercato, che sente avversione nel fatto che sul mercato della forza lavoro secondo l’offerta e la domanda la sua forza lavoro gioca il suo ruolo, come la merce sul mercato secondo l’offerta e la domanda, quando si arriverà a comprendere che questa avversione verso la merce forza lavoro è il vero impulso fondamentale del movimento sociale moderno, quando si guarderà senza pregiudizi che questo è chiaramente e radicalmente non sufficientemente espresso nemmeno dalle teorie socialiste, allora si sarà trovato il punto da cui si può procedere in ciò che oggi si manifesta come così pressante, anzi bruciante, riguardante il movimento sociale.
Nell’antichità vi erano schiavi. L’intero uomo è stato venduto come una merce. Qualcosa di meno dell’uomo è stato venduto, ma ancora quasi l’intero uomo, nella servitù della gleba. Il capitale è diventato la potenza che rivendica ancora qualcosa dall’uomo come merce, cioè la sua forza lavoro. I metodi devono essere cercati attraverso i quali la merce forza lavoro possa essere separata dal resto della circolazione della merce. Si penetrerà prima in quello che sta dietro questo fatto, quando non si guarda in modo suggestivo alla vita economica, che deve essere compresa con metodi completamente diversi rispetto all’uomo stesso, quando si saprà che non da questa vita economica, ma da un’esperienza completamente diversa nell’organismo sociale deve fluire il modo in cui la forza lavoro umana possa essere sottratta al carattere di merce.
Si deve comprendere — e la ricerca della scienza dello spirito darà la base a questo — che la convinzione è falsa che si possano trovare i modi attraverso la considerazione del puro sistema economico, al quale soltanto il metodo scientifico naturale si adatta, come la forza lavoro del singolo uomo si possa inserire nell’organismo sociale. Solo quando si comprenderà che la convinzione che la forza lavoro appartiene al sistema economico assomiglia a quell’altra convinzione alla quale ci si abbandonerebbe, se si volesse considerare in modo uguale quello che accade nei sistemi polmonare e cardiaco umani, nel sistema circolatorio davanti a quello che accade nel sistema nervoso della testa, si è sulla via giusta. Il sistema nervoso e sensoriale, come si centralizza nella testa, è nell’organismo umano un membro proprio, indipendente, autonomo. Ciò che si presenta come sistema polmonare e cardiaco, come sistema circolatorio, è di nuovo un membro proprio, indipendente, autonomo. Così anche il sistema del metabolismo. Potete leggere i dettagli nel mio libro «Enigmi dell’anima». È caratteristico nell’organismo umano che i suoi sistemi proprio grazie al fatto che non sono centralizzati, bensì coesistono uno accanto all’altro e agiscono insieme liberamente, sviluppano il loro corretto dispiegamento ed efficacia. Se oggi non si riesce nemmeno a comprendere in questo modo così ampio e penetrante l’organismo umano, con la scienza che non è ancora riformata, ma che deve essere riformata nel senso della scienza dello spirito, ancora meno si può comprendere l’organismo sociale. Si crede oggi che l’organismo umano sia qualcosa di centralizzato, mentre è una triarticolazione.
E così anche l’organismo sociale è una triarticolazione. Quello che oggi sotto una suggestione potente è considerato come l’unico organismo sociale, il sistema economico, è solo un membro. Un altro membro è quello da cui deve scaturire la comprensione per la funzione della forza lavoro umana nell’intera struttura dell’organismo sociale. I due sistemi devono stare uno accanto all’altro. E il carattere di merce è conferito alla forza lavoro solo nel falso pensiero dei tempi moderni.
E questo ristretto pensiero dei tempi moderni, da un lato ha reso il terzo, che deve porsi autonomamente nell’intero organismo sociale, la vita spirituale, pura ideologia. La convinzione teorica che lo spirituale è soltanto ideologia è la meno pericolosa. La cosa più importante è che in un uomo che ha la visione che lo spirituale non affonda le radici in una realtà spirituale che sta alla base di tutte le cose, bensì in una pura ideologia, non possa essere presente la vera forza operante dello spirituale. Un tale uomo non ha interesse nel conferire alla vita spirituale il suo ruolo corretto nel mondo.
Se si considera proprio secondo le necessità vitali dei tempi moderni quello che si è sviluppato nel campo della consapevolezza proletaria, si trova che non si poteva ottenere uno sguardo nei tre membri dell’organismo sociale. Questo è andato perduto. Si aspira alla nazionalizzazione, perché si crede che un unico organismo sociale potrebbe assumere tutto.
La consapevolezza della scienza dello spirito deve un orizzonte più ampio…
In riferimento ai miei esposti, vorrei fare la richiesta di considerare questi quattro discorsi completamente come un’unità, cosicché ciò che viene presentato in uno dei discorsi non potrà mai essere completamente giudicato da sé. L’argomento in questione è così ampio che può veramente essere padroneggiato solo in una serie di discorsi.
Nel discorso odierno vorrei per il momento parlare in modo schizzato di quei tentativi di soluzione che possono nascere da una vera conoscenza dell’essenza dell’organismo sociale, quelle possibilità di soluzione della questione sociale che non scaturiscono unilateralmente dalle rivendicazioni di questa o quella classe umana, di questo o quel ceto, ma che scaturiscono da un’osservazione realistica, da un’osservazione obiettiva delle forze evolutive dell’umanità, in particolare di quelle forze evolutive dell’umanità che nel modo più spiccato sono le forze evolutive del presente e del prossimo futuro di questa umanità.
Se si tenta di affrontare quella che oggi si chiama la questione sociale, in qualche modo verso una soluzione, dalle aspirazioni, dalle rivendicazioni di un ceto, di una classe, insomma da una qualsiasi parte dell’organismo sociale, allora non si può fare a meno di provocare, attraverso ciò che si compie da un lato, effetti per altre classi, per altri fattori dell’organismo sociale, che in qualche modo sono inibitori dello sviluppo o che minano la salute delle condizioni di vita.
Per il nostro tempo vale la verità che qui indico e che nel corso dei discorsi consoliderò: tutta la vita moderna, o si potrebbe anche dire che l’intero organismo sociale moderno, ha subìto una configurazione molto specifica attraverso ciò che è spesso espresso come caratteristico di questa vita moderna, attraverso la tecnica moderna, attraverso il funzionamento tecnico della vita economica e ciò che vi è collegato, attraverso il modo capitalista di organizzare questo funzionamento economico. Su ciò che la tecnica moderna, su ciò che il capitalismo moderno hanno introdotto nella vita, si è necessariamente diretto non solo lo sguardo osservante dei popoli, ma si sono diretti anche i più o meno consci o più o meno istintivamente operanti poteri organizzativi all’interno della struttura sociale della società umana.
Si può ora caratterizzare il caratteristico che ha condotto proprio alla forma particolare della questione sociale nei tempi moderni, così dicendo: la vita economica, portata dalla tecnica, il capitalismo moderno, hanno agito con una certa comprensibilità naturale e hanno portato la società moderna in un certo ordine interno. Accanto alla rivendicazione dell’attenzione umana per ciò che la tecnica e il capitalismo hanno portato, l’attenzione è stata distolta da altri rami, altri settori dell’organismo sociale, che devono operare con pari necessità se l’organismo sociale deve essere sano come il settore economico.
Forse posso, per chiarirmi su quello che vedo come il nervo di un’osservazione completa, da tutti i lati sulla questione sociale, partire da un paragone. Ma prego di considerare che non intendo niente altro che un paragone, qualcosa che può supportare la comprensione umana, per portarla proprio in quella direzione che è necessaria per formarsi rappresentazioni sulla guarigione dell’organismo sociale. Chi deve considerare in questo senso l’organismo naturale più complicato, l’organismo umano, deve dirigere la sua attenzione al fatto che l’intera essenza di questo organismo umano si basa sul fatto che esso presenta tre sistemi che operano fianco a fianco in una struttura interna. Questi tre sistemi che operano fianco a fianco si possono caratterizzare approssimativamente nel seguente modo. Si può dire: nell’organismo naturale umano opera quel sistema che contiene la vita nervosa e sensoriale. Lo si potrebbe anche chiamare, secondo il membro più importante dell’organismo, dove la vita nervosa e sensoriale è in certo senso centralizzata, l’organismo della testa.
Come secondo membro dell’organizzazione umana si deve riconoscere, se si vuole acquisire una vera comprensione di questa organizzazione umana, quello che vorrei chiamare il sistema ritmico, che è collegato alla respirazione, alla circolazione del sangue, con tutto ciò che si esprime nei processi ritmici dell’organismo umano.
Come terzo sistema si deve riconoscere tutto ciò che come organi e attività è collegato al vero metabolismo. In questi tre sistemi è contenuto tutto ciò che in modo sano sostiene, quando è organizzato l’uno rispetto all’altro, l’intero processo che si svolge nell’organismo umano.
Ho tentato, in pieno accordo con tutto ciò che la ricerca naturale può già dire oggi, di caratterizzare almeno inizialmente in modo schizzato questa triarticolazione dell’organismo naturale umano nel mio libro «Enigmi dell’anima». Sono consapevole che tutto ciò che la biologia, la fisiologia, la scienza naturale produrrà riguardante l’uomo nel prossimo futuro, conduce proprio a una tale considerazione dell’organismo umano, che comprende come questi tre membri — sistema della testa, sistema circolatorio o del torace e sistema del metabolismo — proprio grazie al fatto che questi membri operano in una certa autonomia, che non vi è una centralizzazione assoluta dell’organismo umano, che anche ciascuno di questi sistemi ha un rapporto particolare, autonomo con il mondo esterno: il sistema della testa attraverso i sensi, il sistema circolatorio o ritmico attraverso la respirazione, e il sistema del metabolismo attraverso gli organi della nutrizione.
Con riguardo ai metodi naturali non siamo ancora completamente al punto di portare ciò che ho accennato qui, ciò che è stato da me cercato di sfruttare per la scienza naturale dalle basi della scienza dello spirito, per portarlo davvero già al riconoscimento generale all’interno degli stessi circoli naturali, come potrebbe sembrare desiderabile per il progresso della conoscenza. Questo significa però: le nostre abitudini di pensiero, il nostro intero modo di rappresentarci il mondo, non è ancora completamente adatto a ciò che per esempio nell’organismo umano si presenta come l’essenza interna dell’operare naturale. Si potrebbe in un certo senso dire: ebbene sì, la scienza naturale può aspettare, avanzerà gradualmente verso i suoi ideali, arriverà a riconoscere un tale modo di considerare come il suo. Ma riguardando la considerazione e in particolare l’operare dell’organismo sociale, non si può aspettare. Lì deve essere presente, non solo in qualche specialista, ma in ogni anima umana — poiché ogni anima umana partecipa all’operare dell’organismo sociale — almeno una conoscenza istintiva di ciò che è necessario a questo organismo sociale. Un pensiero e un sentimento sani, una volontà e un desiderio sani riguardante la configurazione dell’organismo sociale possono svilupparsi solo se ci si rende conto, sia pure più o meno solo istintivamente, che questo organismo sociale, se deve essere sano, deve essere triarticolato allo stesso modo dell’organismo naturale.
Qui al punto in cui devo in particolare proteggermi dal fraintendimento. Da quando Schäffle ha scritto il suo libro sulla struttura dell’organismo sociale, è sempre di nuovo stato tentato di stabilire analogie tra l’organizzazione di un essere naturale, diciamo l’organizzazione dell’uomo e la società umana come tale. Che non si è cercato di stabilire tutto! che cosa è la cellula nell’organismo sociale, che cosa sono gli aggregati cellulari, che cosa sono i tessuti e così via! Non molto tempo fa è apparso un libro di Aleray, «Mutazione mondiale», in cui certi fatti naturali e leggi naturali sono semplicemente trasferiti su, come si ritiene, l’organismo della società umana. Con tutti questi elementi, con tutti questi giochi di analogia, ciò che qui è inteso non ha assolutamente nulla a che fare. E colui che dopo la conclusione di questi discorsi dirà: aha, qui si tratta ancora di un tale gioco di analogia tra l’organismo naturale e l’organismo societario — dimostrerà solo così di non essere penetrato nel vero spirito di ciò che qui è inteso. Poiché ciò che non voglio: trasferire una qualche verità adatta ai fatti naturali all’organismo sociale, ma ciò che voglio è che il pensiero umano, il sentimento umano impari dalla considerazione dell’organismo naturale, che apprenda il suo metodo, il suo modo di sentire, cosicché possa anche applicare questo metodo all’organismo sociale. Se semplicemente si trasferisce ciò che si crede di aver imparato dall’organismo naturale all’organismo sociale, come ha fatto Schäffle, come l’hanno fatto altri, come è fatto di nuovo nel libro sulla «Mutazione mondiale», così si mostra solo che non si vuole appropriarsi la capacità di considerare l’organismo sociale con la stessa autonomia, così per se stesso, di ricercare secondo le sue leggi proprie, come si fa per l’organismo naturale. Così solo per farmi comprendere, ho tracciato il paragone con l’organismo naturale. Poiché nel momento in cui si procede veramente in modo da stare di fronte oggettivamente, come il naturalista sta di fronte all’organismo naturale, così stare di fronte all’organismo sociale nella sua autonomia, per conoscere le sue leggi proprie, in questo momento ogni gioco di analogia cessa dinanzi alla serietà della considerazione.
Voglio subito notare come questo gioco di analogia deve cessare. La considerazione dell’organismo sociale — certo, si ha qui a che fare con un divenire, con qualcosa di effettivamente ancora nascente — in quanto deve essere sano, conduce ugualmente a tre membri di questo organismo sociale; ma si riconosce ambedue autonomamente per sé, quando si riescono a prendere le cose obiettivamente. Si riconosce da un lato i tre membri dell’organismo umano, dall’altro lato obiettivamente per sé i tre membri dell’organismo sociale. Se si cercassero analogie, allora si procederebbe forse nel seguente modo. Si direbbe: il sistema della testa umana o nervo-sensoriale è collegato alla vita spirituale umana, alle capacità spirituali; il sistema circolatorio regola la connessione di questo sistema spirituale con il sistema più rozzo, con il sistema materiale, con il sistema del metabolismo. Il sistema del metabolismo è allora secondo certe sensazioni che si hanno da certi fondamenti, considerato come il sistema più rozzo dell’organismo umano. Cosa succederebbe se si praticasse un gioco di analogia, la cosa più ovvia? La cosa più ovvia sarebbe dire: ebbene, anche l’organismo sociale si divide in tre membri. In esso si svolge la vita spirituale umana. Questo sarebbe un membro. In esso si svolge la vera vita politica — parleremo subito dopo di questa articolazione —, in esso si svolge però anche la vita economica. Ora si potrebbe, se si volesse fare un gioco di analogia, credere che ciò che come vita spirituale, come cultura spirituale nell’organismo sociale è sottoposto a certe leggi, avrebbe leggi che potrebbero essere paragonate alle leggi del sistema spirituale, del sistema nervoso-sensoriale. Quel sistema, che nell’uomo è considerato come il più rozzo, come l’effettivamente materiale, il sistema del metabolismo, questo potrebbe un semplice gioco di analogia probabilmente paragonare a ciò che si chiama la vita economica grossolana, materiale. Colui che ora riesce a considerare le cose per sé, che allontana da sé un semplice gioco di analogia, sa che ciò che è veramente è proprio il contrario di ciò che esce fuori da un semplice gioco di analogia. Per l’organismo sociale, di fronte alla produzione e consumazione economica, di fronte alla circolazione di merci economica, stanno così le leggi alla base della vita, come nell’organismo naturale umano stanno leggi alla base della sua vita nervosa e sensoriale, proprio del suo sistema spirituale. Certamente, ciò che è la vita del diritto pubblico, la vera vita politica, la vita che si pensa spesso in modo molto troppo ampio, che si può designare come la vera vita dello stato, questo ora si può paragonare con quello che tra i due sistemi naturali, il sistema del metabolismo e il sistema nervoso-sensoriale, giace il sistema ritmico, il sistema regolatore, il sistema respiratorio e cardiaco. Ma solo si può paragonare in questo che, come nell’organismo umano tra il metabolismo e il sistema nervoso giace nel mezzo il sistema circolatorio o ritmico, così giace il sistema del diritto pubblico tra il sistema economico e tra la vera vita della cultura spirituale. E questa vita della cultura spirituale, questa vita dello spirito nell’organismo sociale, non ha leggi che possono essere pensate in modo analogo alle leggi dei talenti umani, alle leggi della vita nervosa e sensoriale umana, ma ciò che è la vita spirituale nell’organismo sociale, questo ha leggi che possono essere paragonate solo alle leggi del sistema umano più rozzo, del sistema del metabolismo.
È questo a cui conduce una considerazione obiettiva dell’organismo sociale. Ma questo deve anche essere presupposto, affinché non insorgano fraintendimenti su questi punti, affinché non si creda che semplicemente fisiologico o biologico sia trasferito all’organismo sociale. L’organismo sociale deve però essere considerato completamente autonomamente per sé, se qualcosa di fruttuoso deve accadere per il suo prosperare, per la sua guarigione.
Come risuona da vari settori dell’Europa centrale e orientale anche qui la parola «socializzazione». Questa socializzazione non sarà un processo di guarigione, ma un processo di ciarlatanismo medico sull’organismo sociale, forse persino un processo di distruzione, se non negli stessi cuori umani, nella stessa anima umana penetra almeno la conoscenza istintiva della necessità della triarticolazione dell’organismo sociale. Questo organismo sociale ha certamente, se deve operare in modo sano, tre tali membri in sé.
Il primo di questi membri, se si inizia da un lato — naturalmente si potrebbe anche iniziare dalla vita spirituale, ma vogliamo iniziare dalla vita economica, poiché questa evidentemente ha assunto il controllo di tutta l’altra vita attraverso la tecnica moderna e il capitalismo moderno nella società umana — quindi come primo membro dell’organismo sociale la vita economica, la vita economica deve essere considerata.
Questa vita economica, vedremo in parte già oggi, in parte nel corso ulteriore di questi discorsi, che deve essere un membro autonomo per sé all’interno dell’organismo sociale, così relativamente autonomo come il sistema nervoso-sensoriale è relativamente autonomo nell’organismo umano. Questa vita economica ha a che fare con tutto ciò che è produzione di merci, circolazione di merci, consumazione di merci. Con tutto ciò che è collegato a queste tre cose, la vita economica ha a che fare. Subito dopo ci capiremo meglio sulle sue particolarità.
Come secondo membro dell’organismo sociale è da considerare la vita del diritto pubblico, la vera vita politica, quella vita che nel senso del vecchio stato di diritto si potrebbe designare come la vera vita dello stato. Mentre la vita economica ha a che fare con tutto ciò di cui l’uomo ha bisogno dalla natura e dalla sua stessa produzione, mentre la vita economica ha a che fare con merci, circolazione di merci e consumazione di merci, questo secondo membro dell’organismo sociale può avere a che fare solo con tutto ciò che emerge da basi puramente umane e riguarda il rapporto dell’uomo con l’uomo. Questo prego di considerare assolutamente, poiché è essenziale per la conoscenza dei membri dell’organismo sociale sapere quale differenza esiste tra il sistema del diritto pubblico, che può avere a che fare solo da basi umane con il rapporto da uomo a uomo, e il sistema economico, che ha a che fare solo con la produzione di merci, la circolazione di merci, la consumazione di merci. Si deve sapere questo allo stesso modo in cui si deve distinguere nell’organismo naturale umano la relazione del polmone all’aria esterna, all’elaborazione di questa aria esterna, come si deve sapere distinguere questo dal modo e dalla maniera in cui gli alimenti assunti, trasformati attraverso il terzo sistema naturale nell’uomo, sono utilizzati per l’uomo.
Come terzo membro, che di nuovo deve porsi autonomamente accanto ai due altri membri, si deve distinguere nell’organismo sociale tutto ciò che si riferisce alla vita spirituale. Si potrebbe dire ancora più precisamente, perché forse la designazione «cultura spirituale» o tutto ciò che si riferisce alla vita spirituale, non è affatto completamente precisa: tutto ciò che si basa sul talento naturale del singolo individuo umano, ciò che deve entrare nell’organismo sociale sulla base del talento naturale, dote spirituale e fisica del singolo individuo. Come il primo sistema, il sistema economico, ha a che fare con tutto ciò che deve esserci affinché l’uomo possa regolare il suo rapporto materiale con il mondo esterno, mentre il secondo sistema deve avere a che fare con tutto ciò che deve esserci nell’organismo sociale per il rapporto da uomo a uomo, il terzo sistema, il sistema che, solo per avere un nome, chiamo il sistema spirituale, ha a che fare con tutto ciò che deve scaturire ed essere incorporato nell’organismo sociale dalla singola individualità umana.
Allo stesso modo in cui è vero che la tecnica moderna e il capitalismo moderno hanno dato un carattere particolare alla nostra vita sociale nei tempi moderni, così è altrettanto necessario che le ferite che necessariamente sono state inflitte alla società umana da questo lato siano guarite facendo entrare l’uomo e la società umana stessa in un corretto rapporto con ciò che ho caratterizzato come i tre membri di questo organismo sociale. La vita economica ha semplicemente assunto forme molto determinate nel tempo moderno da se stessa. Ha, per così dire, imposto nella vita umana le sue leggi proprie. Gli altri due membri dell’organismo sociale sono nella posizione di potersi articolare nella corretta maniera secondo le loro proprie leggi nell’organismo sociale con la stessa comprensibilità. Per loro è necessario che l’uomo, dall’autonomia, dalla consapevolezza compia l’articolazione sociale, ognuno al suo posto, dove sta. Poiché nel senso di quei tentativi di soluzione della questione sociale che qui sono intesi, ogni singolo uomo ha il suo compito sociale nel presente e nel prossimo futuro.
Il primo membro dell’organismo sociale, la vita economica, riposa inizialmente su una base naturale. Proprio come il singolo uomo, con riguardo a ciò che può diventare per sé attraverso l’apprendimento, attraverso l’educazione, attraverso la vita, riposa sulla dotazione del suo organismo spirituale e corporeo, su quei talenti e capacità che gli sono stati dati, così tutta la vita economica riposa su una certa base naturale. Questa base naturale semplicemente imprime un carattere alla vita economica e attraverso essa all’intero organismo sociale. Ma questa base naturale semplicemente è presente, senza che possa essere toccata da qualche organizzazione sociale, da una qualche socializzazione originaria. Deve essere presa in considerazione. Come nell’educazione dell’uomo deve essere considerata la dotazione che ha nei diversi settori, la sua abilità naturale corporale e spirituale, così in tutta la socializzazione, in ogni tentativo di dare anche una configurazione economica alla vita umana insieme, deve essere considerata la base naturale. Poiché tutta la circolazione di merci e anche tutto il lavoro umano e anche tutta la vita culturale spirituale riposa alla base come un primo elemento elementare originario, ciò che lega l’uomo a un determinato pezzo di natura. Davvero si deve pensare al rapporto dell’organismo sociale con la base naturale, come si deve pensare all’uomo singolo riguardo all’apprendimento, riguardo all’educazione, in rapporto alla sua dotazione. Si può chiarire questo proprio in casi estremi. Si ha solo bisogno per esempio di considerare che in certi settori della terra, dove la banana è un cibo ovvio per gli uomini, viene in considerazione per la vita umana insieme il lavoro che deve essere impiegato per portare la banana dalla sua origine a una certa destinazione come un bene di consumo. Se si confronta il lavoro umano che deve essere impiegato per rendere la banana consumabile per la società umana, con il lavoro che deve essere impiegato ad esempio nelle nostre regioni dell’Europa centrale per rendere il frumento consumabile, il lavoro che deve essere impiegato per la banana è, moderatamente calcolato, trecento volte minore. Il lavoro che deve essere impiegato per rendere il frumento consumabile è, moderatamente calcolato, trecento volte maggiore.
Certamente, è un caso estremo. Ma tali differenze riguardanti la misura necessaria di lavoro in relazione alla base naturale sono presenti anche tra i nostri rami di produzione, tra i rami di produzione rappresentati in qualche organismo sociale europeo. Non in questa differenza radicale come banana e frumento, ma queste differenze sono presenti. Così è completamente nella base dell’organismo economico che attraverso il rapporto dell’uomo, il suo consumo alla natura, la misura di capacità di lavoro dipenda essenzialmente dalla base naturale, come l’essenza di un uomo dipende dalla sua dotazione naturale corporale o spirituale. E ci vuol poco per esempio per confrontare: in Germania, in regioni con resa media, il rendimento della coltura di frumento è tale che approssimativamente il sette-otto volte della semina torna di nuovo attraverso il raccolto. In Cile torna il dodici volte, nel Messico settentrionale torna il diciassette volte, nel Perù il venti volte, nel Messico meridionale il venticinque-trentacinque volte. Ecco per diverse regioni della terra la capacità di resa della coltura di frumento in relazione al suolo, alla resa del suolo. Ma questo compromette essenzialmente la misura di lavoro che deve essere impiegata per incorporare il frumento nella corretta maniera come merce nella vita economica.
Così come si possono fare tali affermazioni sulla misura di lavoro che è necessaria per rendere il frumento consumabile in diversi settori, così si può anche distinguere nella misura di lavoro che è necessaria per rendere i più vari rami di produzione, i prodotti grezzi dei più vari rami di produzione, consumabili all’interno della vita economica di un organismo sociale. Questo intero aspetto coeso, che si svolge in processi che iniziano nel rapporto dell’uomo con la natura, che si prolungano con tutto ciò che l’uomo deve fare per trasformare i prodotti naturali e portarli fino alla consumabilità per l’uomo, tutti questi processi, che in questi processi complessivi giacciono dalla base naturale fino alla consumabilità, tutti questi processi, e solo questi, si chiudono per un organismo sociale sano nel puro membro economico dell’organizzazione sociale. Questo membro economico dell’organizzazione sociale dovrebbe ora — esporrò questo nel corso dei discorsi ancora più dettagliatamente e dimostrerò — stare con tale autonomia nell’intero organismo sociale, come il sistema della testa umana sta nell’intero organismo umano.
E autonomamente accanto a questo sistema economico dovrebbe stare un altro sistema, che ha a che fare solo con il rapporto dell’uomo all’uomo. Quello che vive nel puro sistema economico ha a che fare con il bisogno di questo o di quello, attraverso il quale è determinato il rapporto dell’uomo alla merce oggettiva. Ciò che come secondo membro nell’organismo sociale deve svilupparsi, se deve svegliarsi una vita sociale sana, è tutto ciò che regola il rapporto da uomo a uomo.
Si è fallito nell’acquisire il giusto sguardo per la distinzione di questi due membri dell’organismo sociale, in quanto si è creduto, come ipnotizzati dalla vita economica moderna e da antichissime abitudini di pensiero nei tempi moderni, di poter trasferire necessariamente le forze economiche e i processi per settori singoli o nel senso dei socialisti radicalmente per l’intera vita economica, di potere trasferire a ciò che io qui devo descrivere come il secondo membro, come il vero territorio dello stato nel senso più ristretto, come il territorio del diritto pubblico, come il territorio del rapporto da uomo a uomo.
Questo territorio dello stato potrà svilupparsi in modo sano solo quando intraprenderà il corso evolutivo opposto, che giusto da alcuni è considerato come il corretto. Mentre numerose persone oggi credono che una guarigione dell’organismo sociale sia possibile solo se si statalizza il più possibile, se si socializza il più possibile, si tratta piuttosto di riconoscere e saper applicare per tutti i singoli rami della vita, che deve subentrare una completa autonomia tra la vita economica da un lato con le sue proprie leggi, e la vita statale più ristretta dall’altro lato, di nuovo con le sue proprie leggi.
Mi posso facilmente immaginare come molte persone dicono: per l’amor di Dio, la cosa deve diventare così complicata! Ciò che ora si voleva riunire dalle necessità dello sviluppo moderno, dovrebbe essere diviso in diversi sistemi! — Chi così parla, che gli sembra troppo complicato, che non riesce a immaginarsi che il naturale si realizzi in questo modo, è come colui che non vuol sapere nulla del fatto che l’organismo umano può vivere solo in quanto ha con relativa autonomia concentrato, centralizzato la vita ritmica, la vita respiratoria e cardiaca, nel petto, nel sistema respiratorio e cardiaco. L’intero organismo umano si basa sul fatto che ogni tale vita di sistema è in sé conclusa, e che poi di nuovo cooperano insieme. La salute dell’organismo sociale si basa sul fatto che la vita economica obbedisce alle sue leggi proprie, la vita del diritto, la vita del diritto pubblico, della pubblica sicurezza, tutto ciò che nel senso più ristretto si può designare come politico, di nuovo obbedisce alle sue proprie leggi, ha le sue proprie istituzioni. Proprio allora i due settori dell’organismo sociale coopereranno nella corretta maniera. E anche se presso alcuni che credono di essersi finalmente aggrovigliati nella giusta via da certe premesse, anche presso alcuni possa suscitare un brivido, deve comunque essere detto: non esiste guarigione dell’organismo sociale fintanto che in un partito, in un’amministrazione è centralizzatamente amministrata insieme la vita economica e la vita politica. Vedremo allora che questo vale anche per il terzo settore. È necessario che proprio come il sistema circolatorio ha il suo polmone proprio, come il sistema nervoso-sensoriale ha il suo sistema cerebrale proprio, che un proprio apparato amministrativo, un apparato amministrativo autonomo, un apparato di rappresentazione autonomo, dunque rappresentazione di partito o altra rappresentazione, sia presente per la vita economica, per la vita politica o la vita del diritto pubblico, e per il terzo settore, di nuovo autonomamente, per la vita spirituale.
Questi tre settori hanno in sé una certa sovranità nell’organismo sociale sano e si consultano l’un l’altro attraverso i loro rappresentanti autonomi, per creare così quel rapporto reciproco tra i tre membri dell’organismo sociale. Questo corrisponde anche al rapporto stabilito in modo autonomo dei tre membri dell’organismo naturale umano. Si mostrerà che essenzialmente le rappresentanze e le amministrazioni che emergeranno dal membro economico dell’organismo devono operare essenzialmente affinché questo organismo economico sia costruito su una base associativa, aspetti di cooperativa, sindacale, ma aspetti di cooperativa, sindacale più elevati, tale aspetto di cooperativa, sindacale che si occupi solo delle leggi di produzione di merci, circolazione di merci, consumazione di merci. È questo che formerà la base, che formerà il contenuto per il membro economico dell’organismo sociale. Si baserà sulla vita associativa. Si baserà su quello che porta al compenso le necessarie diseguaglianze date dalla base naturale. Ho sottolineato come il dispendio di lavoro umano sia diverso secondo il rapporto di questo o di quello alla base naturale di un ramo di produzione. Tutto questo penetra in un’organizzazione sociale innaturale quando così cooperano, come hanno cooperato fino a ora, natura, lavoro umano e capitale. Natura, lavoro umano e capitale sono stati confusi nel modo più caotico nello stato unitario o sono rimasti anarchicamente al di fuori di questo stato unitario. Deve essere riconosciuto che sia la vita della cultura spirituale, che si basa sulle doti corporali e spirituali degli uomini e sulla loro formazione, sia la vita pubblica, politica e del diritto, hanno il compito di separare proprio per sé, di portare a una vita autonoma proprio quello che è il sistema dell’organismo economico.
Posso ancora, forse per farmi comprendere, nella misura in cui questo è già necessario oggi, ricorrere al seguente. Quando da certamente altre basi di quanto quelle su cui oggi già viviamo, emerse dalle profonde basi della natura umana il grido di una riconfigurazione dell’organismo sociale, si sentiva come il motto di questa riorganizzazione le tre parole: Fratellanza, Uguaglianza, Libertà. Ebbene, chi con mente sprovveduta di pregiudizi e con un sano sentimento dell’umanità si impegna con tutto ciò che è veramente umano, non potrebbe naturalmente fare a meno di provare la più profonda simpatia e la più profonda comprensione per tutto ciò che giace nelle parole fratellanza, uguaglianza, libertà. Tuttavia, conosco eminenti pensatori, pensatori profondi e acuti, che ripetutamente nel corso del 19° secolo si sono sforzati di dimostrare come è impossibile realizzare le idee di fratellanza, uguaglianza, libertà in un organismo sociale unitario. Un ungherese acuto ha cercato di dimostrare che queste tre cose, se devono realizzarsi, se devono penetrare nella struttura sociale umana, si contraddicono. Acutamente ha dimostrato per esempio come è impossibile, se si realizza solo l’uguaglianza nella vita sociale, che attraverso di essa anche la libertà necessariamente fondata in ogni essere umano arrivi anche all’effettività. Contraddittori ha trovato questi tre ideali. Strano, non si può fare a meno di concordare con coloro che trovano questa contraddizione, e non si può fare a meno che dal sentimento umano generale ognuno di questi tre ideali abbia la sua simpatia! Perché questo?
Ebbene, proprio perché il giusto senso di questi tre ideali si comprende solo quando si riconosce la necessaria triarticolazione dell’organismo sociale. I tre membri non devono essere riuniti in un’unità astratta, teorica di parlamento o di altro tipo e centralizzati, devono essere realtà vivente e attraverso il loro operare vivente uno accanto all’altro portare solo allora l’unità insieme. Se questi tre membri sono autonomi, si contraddicono in un certo senso, come il sistema del metabolismo contraddice il sistema della testa e il sistema ritmico. Ma nella vita l’elemento contraddittorio agisce proprio verso l’unità insieme. Perciò si arriverà a una comprensione della vita dell’organismo sociale, quando si riesce a penetrare la configurazione realistica di questo organismo sociale. Allora si riconosce che nell’operare insieme degli uomini nella vita economica, dove devono regolare insieme sul settore particolare, proprio di questo primo membro sociale, che in questo settore in ciò che gli uomini fanno, deve operare la fratellanza. Nel secondo membro, nel sistema del diritto pubblico, dove si ha a che fare con il rapporto dell’uomo all’uomo, solo nella misura in cui si è affatto uomo, si ha a che fare con la realizzazione dell’idea dell’uguaglianza. E nel settore spirituale, che di nuovo deve stare in autonomia relativa nell’organismo sociale, si ha a che fare con l’idea della libertà. Allora questi tre ideali d’oro acquistano improvvisamente il loro valore di realtà, quando si sa: non possono realizzarsi in un caos confusamente mescolato insieme, ma in quello che è un organismo sociale triarticolato orientato secondo leggi realistiche, in cui ognuno dei tre membri per sé può realizzare l’ideale proprio a lui di libertà, uguaglianza e fratellanza.
Oggi posso solo indicare schizzatamente la struttura dell’organismo sociale. Nei prossimi discorsi fonderò e dimostrerò tutto questo in dettaglio. Ciò che però devo ancora aggiungere a quanto detto è che come terzo membro dell’organismo sociale sano deve operare tutto ciò che si pone in esso dall’individualità umana, che deve basarsi sulla libertà, che si basa sulle doti corporali e spirituali del singolo uomo. Qui si tocca di nuovo un campo che certamente, caratterizzato correttamente, ancora causa un lieve brivido a qualche uomo contemporaneo. Ciò che deve essere compreso da questo terzo settore dell’organismo sociale sano, è tutto ciò che si riferisce alla vita religiosa dell’uomo, ciò che si riferisce a scuola e educazione nel senso più ampio, ciò che si riferisce anche altrimenti alla vita spirituale, alla pratica dell’arte e così via. E oggi voglio solo menzionarlo, nei prossimi discorsi lo fonderò anche dettagliatamente: tutto questo appartiene a questo terzo settore, ciò che si riferisce non al diritto pubblico, che appartiene al secondo settore, ma ciò che si riferisce al diritto privato e al diritto penale. Ho trovato molti a cui ho potuto presentare questa triarticolazione dell’organismo sociale e ha compreso molte cose — non ha potuto comprendere questo, che il diritto pubblico, il diritto che si riferisce alla sicurezza e uguaglianza di tutti gli uomini, deve essere separato da ciò che è il diritto rispetto a una violazione del diritto, o rispetto a ciò che sono le relazioni private degli uomini, che questo deve essere separato l’uno dall’altro, e che il diritto privato e il diritto penale devono essere attribuiti al terzo, al membro spirituale dell’organismo sociale.
La vita moderna purtroppo fino a ora si è completamente allontanata da una considerazione di questi tre membri dell’organismo sociale. Come il corpo economico con i suoi interessi è penetrato nella vita dello stato, nella vera vita politica, ha portato i suoi interessi nei corpi di rappresentanza della vita politica, attraverso questo ha offuscato la possibilità di configurare veramente questo secondo membro dell’organismo sociale in modo che in esso si realizzi l’uguaglianza di tutti gli uomini, così ha anche assorbito la vita economica e statale ciò che può svilupparsi solo in libera configurazione. Da un certo istinto, certamente da un istinto errato, la moderna socialdemocrazia ha tentato di separare la vita religiosa dalla vita dello stato pubblico: «La religione è affare privato»; ma purtroppo non da un particolare rispetto per la religione, da una particolare stima di ciò che è dato all’uomo con la vita religiosa, ma proprio da un disprezzo, da un’indifferenza verso la vita religiosa, che è collegato alle cose che ho esposto nel discorso precedente, l’altro ieri. Ma corretto in questa rivendicazione è la separazione della vita religiosa dai due altri settori, dalla configurazione della vita economica e dalla configurazione della vita politica. Ma altrettanto necessaria è la separazione dell’intero insegnamento inferiore e superiore, così come della vita spirituale nel complesso, dai due altri membri. E solo allora entrerà una vera vita sana dell’organismo sociale, quando all’interno di quei corpi che devono vigilare sull’uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge, quando in questo corpo si guarda solo a che dalla libera individualità umana scuola, vita religiosa e altra vita spirituale possano svilupparsi, quando si vigila che questa vita si sviluppi in libertà, quando non è fatta la rivendicazione di regolarne direttamente, di regolare dall’economia o dallo stato la vita scolastica, educativa, spirituale.
Questo sembra oggi radicale. Ma si devono esprimere tali radicalismi non appena li si è riconosciuti. La vita spirituale, inclusa la vita educativa e incluso l’esercizio della giustizia in materie civili e penali, è sottoposta a tal punto a ciò che scaturisce dalla singola individualità dell’uomo in piena libertà, che i due altri membri dell’organismo sociale non possono prendere alcun’influenza sulla configurazione, sulla strutturazione di questa vita.
Oggi vi ho dato dapprima solo uno schizzo sulla direzione del pensiero in cui i tentativi di soluzione della questione sociale devono muoversi, quei tentativi di soluzione che si basano sulle vere necessità della vita, che non si basano sulle rivendicazioni astratte di un singolo partito, di una singola classe, ma sulle forze evolutive dell’umanità dei tempi moderni nel complesso.
Vorrei dire: posso comprendere ogni obiezione che viene sollevata, ma prego proprio di attendere con le obiezioni fino a quando avrò sentito ciò che avrò da dire nel proseguimento di questo schizzo generale nei prossimi discorsi. In particolare oggi potrei comprendere obiezioni dove ho davvero solo tentato di caratterizzare dove le prove non sono ancora presenti. Ma vorrei dire: posso comprendere ogni obiezione dalla molteplicità di esperienze che ho fatto con le idee che voglio rappresentare anche qui e che dalla scienza dello spirito così spesso fraintesa credo di riconoscere come la base di realtà della vita.
Abbiamo dietro di noi il tempo della più terribile catastrofe dell’umanità. Si dovrebbe non aver il cuore umano nel posto giusto all’interno della vita che si dovette condurre durante questo tempo catastrofale, se non si fosse mantenuto lo sguardo secondo le proprie forze, secondo le proprie capacità: dove giacciono gli aiuti dal terribile caos in cui siamo sprofondati? — Vi dissi l’altro ieri, parlerò ancora nelle due prossime conferenze delle circostanze particolari di questa guerra nelle sue cause e nel suo corso in connessione con la questione sociale. Oggi vorrei dire che mi era chiaro, mentre stavamo ancora a lungo immersi negli eventi che ora sono entrati in una crisi da cui alcuni uomini dal pensiero corto credono sia già una fine, che a quelle cose che dal caos, dalla terribile catastrofe possono condurre via da questo o quell’area del cosiddetto mondo civilizzato, appartiene anche un giusto pensiero, una giusta rappresentazione di impulsi veri, realistici per l’organismo sociale umano. Ho sottoposto a molte personalità che operavano e consigliavano attivamente negli ultimi anni in ciò che accadeva in modo così terribile all’interno dello sviluppo dell’umanità moderna, ciò che è anche il nervo dei miei esposti che ora devo fare qui; ho tentato di chiarire a molte personalità su cui sembrerebbe dipendere, come diversi sarebbero gli eventi, se da un posto autorevole, da un luogo autorevole del mondo si dicesse: vogliamo muoverci verso un sano obiettivo umano sociale. — L’intero rapporto degli stati l’uno con l’altro avrebbe dovuto essere diverso, se invece di semplici programmi di diritto e dello stato fossero stati portati all’umanità programmi complessivi nel senso qui inteso da questo o quello.
Non si può nemmeno dire che tali cose non abbiano trovato una certa comprensione teorica. Ciò che ho esposto in questi discorsi è sembrato a molti addirittura simpatico. Ma gettare il ponte tra il comprendere una tale cosa e la volontà di fare veramente tutto per realizzare queste cose nella vita corrispondentemente, ognuno al suo posto, gettare questo ponte è un’altra questione. Questo agisce per molti in modo spiacevole. Perciò molti si intontiscono volentieri e dicono: mi sembra che il tutto sia da sognatore, impratico. — Si intontisce solo perché non ha la volontà di intervenire veramente nel corso degli eventi. Non un corso rivoluzionario degli eventi è inteso qui, non qualcosa che dovrebbe accadere da un giorno all’altro, ma il pensiero è diretto verso la direzione in cui tutti i singoli provvedimenti della vita pubblica e privata devono essere portati, se deve subentrare una guarigione dell’organismo sociale. Ciò che ho già detto l’altro ieri l’ho detto in forma diversa a molti uomini su cui si voleva contare in questo tempo difficile, con le seguenti parole: oggi, dissi per esempio, stiamo nella più terribile delle guerre. Se da questa più terribile delle guerre si esprimesse ciò che è socialmente necessario all’umanità, così da dire: ci si confessa che si voglia dare a questo o a quel regno un contenuto degno dell’uomo facendo così realizzare qualcosa di simile per l’umanità, allora si darebbe al terribile corso degli eventi una direzione completamente diversa, più salutare di quella che mediante la semplice spada, mediante i semplici cannoni e cose simili, o mediante una semplice politica, effettivamente in certi settori non presente. Dissi: avete la scelta, o realizzare attraverso la ragione ciò che qui è presentato, ciò che è riconosciuto dalle condizioni dello sviluppo e forze di sviluppo dell’umanità, o essere posti di fronte a qualcos’altro.
Oggi stiamo, perché l’umanità negli ultimi decenni ha in certo senso versato il riconoscimento di ciò che giace in queste cose, oggi stiamo di fronte alla più terribile catastrofe, che si è abbattuta come una malattia, come una malattia che colpisce un organismo che non vive naturalmente secondo le sue leggi. Questa catastrofe di guerra deve proprio mostrare, mostrare chiaramente, ciò che prima di essa si sarebbe potuto già riconoscere, ma poiché non era così chiaro, non è stato riconosciuto, deve mostrare ciò che è necessario per la guarigione dell’organismo sociale dell’umanità. E a molti ho detto: avete in questi accenni sullo sviluppo umano in relazione sociale donato ciò che si vuol realizzare nei prossimi venti, trenta anni nel mondo civilizzato. Non è un programma, non è un ideale di cui parlo, ma è il risultato dell’osservazione di ciò che si vuol realizzare nei prossimi dieci, venti, trenta anni attraverso ciò che già oggi germina nella potenza nell’umanità. E avete solo la scelta, dissi, o di lavorare alla realizzazione attraverso la ragione, o di vedervi posti di fronte rivoluzioni e cataclismi sociali, terribili rivolgimenti sociali. Non c’è una terza cosa accanto a questo. La guerra sarà forse il tempo — così dissi a molti — in cui ancora la ragione è accettabile. Dopo potrebbe essere troppo tardi. Poiché non si tratta di un programma che si può eseguire o trascurare, ma si tratta del fatto che deve essere riconosciuto ciò che si vuol realizzare, e che l’uomo deve perciò realizzare, perché giace nelle sue necessarie forze di crescita storica per il presente e il prossimo futuro.
Ciò che si è anche rivelato come un particolare ostacolo alla comprensione, era che l’uno o l’altro sempre di nuovo credeva che tali cose si riferissero solo alla struttura interna di uno stato qualsiasi o di un territorio dell’umanità qualsiasi. No, tale pensiero sociale è allo stesso tempo la base per la configurazione veramente necessaria della politica estera degli stati l’uno verso l’altro. Proprio come l’organismo umano, ognuno dei suoi sistemi si rivolge al mondo esterno attraverso organi particolari, così anche lo stato, se posso usare questa espressione complessiva, come organismo sociale può mettere in azione verso l’esterno i suoi tre membri. Completamente diversamente si presentano le relazioni da singolo stato a singolo stato, quando non più governi centralizzati e amministrazioni entrino in relazione l’uno con l’altro, ma quando da un assetto sociale i rappresentanti della vita spirituale entrano in relazione con i rappresentanti della vita spirituale dell’altro assetto sociale, di nuovo i rappresentanti del settore economico, del settore politico, con la rappresentanza corrispondente dell’altro. Mentre l’unione, il miscuglio dei tre settori verso l’esterno opera così che sempre, se così posso dire, ai confini devono necessariamente insorgere conflitti attraverso il caos che giace nel miscuglio dei tre settori, se al di là dei confini dei singoli stati operassero le rappresentanze dei tre membri nella loro autonomia, l’operare dell’uno membro in relazione internazionale non solo non sarebbe disturbato dall’operare dell’altro, ma al contrario sarebbe corretto e equilibrato.
È questo che oggi voglio solo, vorrei dire, di nuovo indicare schizzatamente per la conferma che qui non si tratta solo dell’affermazione, per così dire, di una struttura dello stato sociale interna, ma della vita internazionale e sociale dell’umanità. Ho tentato di chiarire tutte queste cose già mentre stavamo immersi negli eventi catastrofali terribili. Ora è piombata sventura terribile su molti uomini dell’Europa centrale e orientale, sventura terribile, che per ogni singolo, per ogni perspicace si mostra come una sventura che minaccia anche il resto del mondo. Questo deve trovare spazio riguardo una vera comprensione dell’umanità per i suoi compiti nel presente e nel futuro: che coloro che vogliono condurre il corso della vita dalla vera vera condizione di sviluppo dell’umanità alla sua guarigione, non siano presi per idealisti impraticità, ma per i veri pratici della vita alla fine. Al posto della naturale configurazione della vita moderna da tecnica e capitalismo deve stare la configurazione fondata totalmente nell’iniziativa umana più intima, della cultura spirituale autonoma, indipendente e della cultura dello stato autonomo, che fonda la vera uguaglianza da uomo a uomo e che anche, come vedremo presto, può regolare le relazioni di lavoro e salario solo nel modo desiderato per il proletariato.
La questione sulla configurazione del lavoro umano, sulla liberazione del lavoro umano dalla merce, questa sarà risolvibile solo quando la triarticolazione dell’organismo sociale subentra. Ciò che i moderni socialisti vogliono è certo un volere legittimo; ciò che vedono loro stessi come i rimedi, agirebbe nel minor modo come rimedi, se fosse portato nella realtà esterna così come vogliono.
Ma ciò che voglio enfatizzare sempre di nuovo: qui non tento di parlare da una qualche unilaterale posizione di classe o partito, ma dall’osservazione delle forze evolutive umane di ciò che alcuni chiamano socializzazione, altri guarigione della vita sociale, di nuovo altri il risveglio di un sano senso politico e così via. Che si ha a che fare con qualcosa che non è un programma arbitrario, ma che è l’impulso di realtà più profondo dei prossimi decenni dello sviluppo dell’umanità, è quello che veramente sta alla base dell’intera opinione e intenzione che voglio realizzare con questi discorsi; che non si ha a che fare con l’opinione di un uomo da questo o quel ceto, ma che si ha a che fare con ciò che parla la base più profonda della volontà dell’umanità per i prossimi decenni. Questo voglio ora fondare in dettaglio e esporre e provare attraverso i due discorsi della prossima settimana. ### Terza conferenza
Nelle conferenze della settimana precedente ho già attirato l’attenzione sul fatto che l’attuale situazione sociale, per quanto riguarda il suo sviluppo, sperimenta in particolare degli ostacoli e delle difficoltà proprio perché la comprensione reciproca delle diverse classi dell’umanità attuale si trova a una distanza relativamente lontana. La classe dirigente della popolazione, così come si è sviluppata negli ultimi secoli e decenni fino ai giorni nostri, possiede determinate abitudini di pensiero, determinati impulsi interiori dai quali essa sente, pensa e agisce. E si potrebbe dire: un abisso separa queste abitudini di pensiero da ciò che, nella modalità che ho caratterizzato la settimana precedente, si è sviluppato come la peculiarità molto specifica nelle abitudini di pensiero del proletariato moderno, nel quale risiede propriamente l’origine di ciò che oggi si chiama la questione sociale.
Chi si sforza di penetrare nella vita reale, nelle forze che operano nel concatenamento sociale degli uomini, per lui appare molto più importante osservare questi impulsi che, per così dire, stanno al di sotto della coscienza degli uomini, al di sotto di ciò di cui essi discutono consapevolmente, che osservare ciò che appare nella coscienza stessa. Si possono ascoltare nei circoli borghesi che riflettono su queste cose le più svariate opinioni oggi. Si possono anche sentire gli insegnamenti delle personalità del proletariato e dei leader di questo proletariato; non si otterrà però molto per una visione realistica della vita e per la formazione di un giudizio riguardante il fatto sociale della presente era, dall’osservazione di questi insegnamenti, piuttosto in certa misura da ciò che sta dietro questi insegnamenti. E lì risiede molta più psicologia sociale, molta più scienza dell’anima sociale, di quanto in realtà si pensi da entrambi i lati.
Chi — e posso ben dirlo di me stesso, io che mi sforzo di esporre qui queste cose — si è impegnato a penetrare da tutti gli aspetti sia nelle abitudini di pensiero dei circoli direttivi borghesi da un lato che negli impulsi animici del proletariato ascendente, sa quanto grande sia il baratro fra i due e quanto difficile sia la comprensione; e questo non-comprendersi è una volta una trama della storia mondiale, ed è esso stesso un fatto sociale dell’era presente. Vediamo infatti ora ancora una volta Parigi — Berna. Se si ha un senso per l’ascolto di tali cose, allora si dirà: in entrambi i luoghi si parla una lingua completamente diversa. In entrambi i luoghi si parla una lingua tanto diversa che all’inizio si potrebbe persino disperare che ciò che si parla in un luogo sia minimamente sentito nell’altro, e viceversa. Per questo è anche così difficile nel presente dirigere lo sguardo — sia nei circoli borghesi che nei circoli del proletariato — su quelle cose che in realtà sono le forze propulsive principali nella questione sociale. Perché in ciò che accade storicamente, non tutto è ugualmente importante; piuttosto, fra gli eventi storici ve ne sono alcuni che indicano in modo significativo quali siano effettivamente le forze veramente operative. Altre manifestazioni, che l’osservatore superficiale magari ritiene ugualmente importanti, non vengono affatto prese in considerazione per la vera realtà.
Chi era in grado di seguire in modo adatto il movimento proletario, così come si è sviluppato nei decenni recenti, troverà che fra molte altre cose si impone come un fatto simile e significativo il seguente: il proletariato moderno, che veramente in una forma, si potrebbe dire, scientifica ha assimilato in sé ciò che sono i suoi impulsi, questo proletariato moderno dalle sue concezioni ha saputo dire come le cose che l’hanno portato nella condizione presente devono trovare la loro dissoluzione, come ciò che come ordine economico e sociale ha prodotto le classi popolari antiche deve gradualmente scomparire e come qualcos’altro deve prendere il suo posto.
Qui risiede un fatto per il quale si sono trovati molti beffatori. Ma non si dovrebbe prendere la via dei beffatori; piuttosto si dovrebbe indicare l’importanza storica seria di questa questione. Quando ci si è confrontati direttamente con rappresentanti intelligenti della moderna concezione della vita proletaria — forse soprattutto negli anni iniziali in cui si è venuti a conoscenza di questo movimento, più che successivamente, quando ci si era già meglio addentrati in queste cose, quando ci si era un po’ riconciliati con loro, quando si era però sollevata la domanda: quale configurazione della società, della convivenza umana e dell’agire umano, quale conformazione dell’organismo sociale si considera all’interno di questa concezione della vita come quello che deve venire, come quello che deve essere realizzato? — si riceveva sempre la risposta molto appropriata proveniente da questa concezione della vita: non ci interessa ancora. Per noi si tratta soprattutto di portare alla dissoluzione l’attuale ordine della società, di farla giungere al punto in cui si condanna da sé. Quello che al suo posto subentrerà, lo sapremo già. — Si trattava sempre per questi uomini di rappresentare la concezione secondo cui il proletariato moderno deve penetrare nelle posizioni di potere e dominio. Se ci riesce, dopo aver superato la classe che marcia davanti a esso, allora troverà, quando avrà il potere in mano, ciò su cui per il momento non ha bisogno di pensare.
Questo era programmatico. Ma non è pensato in modo effettivamente appropriato. È anche agitatorio, ma non è pensato in modo conforme alla realtà. Ciò che è conforme alla realtà è però per chi ha un senso per le forze evolutive della storia la domanda: ebbene, che cosa significa propriamente allora questa moderna concezione del mondo proletaria all’interno dello sviluppo dell’umanità fino ai giorni nostri in generale? — E allora ci si ritrova sempre di nuovo distratti, perché, come detto, le concezioni stesse contano meno; ci si ritrova distolti da ciò che la gente dice a come sentono, come essi stessi avvertono la loro vita, come pensano alle altre classi della società umana. In breve, ci si ritrova distolti dalla questione proletaria al status di vita del proletariato stesso. Non si presenta a se stessi dal vivente non discorso, non asserzione, ma l’essere determinatamente costituito di una classe di uomini che, dalla modalità in cui essa è, dice di che cosa si tratta. E la risposta che la realtà dà, che il proletariato veramente vivo, quale è oggi, dà egli stesso, questa risposta potrebbe formularsi all’incirca così. Potrebbe dirsi: questo proletariato moderno con le sue possibilità di vita e condizioni di vita, con la maniera in cui sta dentro l’attuale ordine della società e sente se stesso in essa, questo proletariato moderno si sente, si sperimenta come la critica di questo moderno ordine economico che è venuto fuori dalla tecnica e dal capitalismo.
Questo è, a mio parere, straordinariamente interessante, che se si ha un senso per la visione conforme alla realtà, si ha in certa misura nel proletariato stesso la risposta in ciò che è, non in una teoria, non in alcun confronto teorico, ma nel proletariato stesso. È una critica. Che questo proletariato moderno sia diventato così fornisce in certa misura la critica di ciò che al di fuori di questo proletariato e per il proletariato stesso, accettando un salario, si è sviluppato come moderno ordine economico. Poiché le cose stanno così, una dottrina che in sé è astratta, si potrebbe dire una dottrina che procede su trampoli scientifici, ma una dottrina che è però permeata dall’impulso che, come l’ho appena caratterizzato, risiede come il vero impulso vitale nel proletariato moderno stesso: la dottrina del marxismo, la dottrina di Karl Marx, ha fatto particolarmente presa sull’anima di questo proletariato moderno. È un esempio unico nella storia dello spirito dell’umanità che una classe umana non consunta, una classe umana con un’intellettualità non ancora decadente, non consunta, con il cuore così pieno, con l’anima così aperta e come se le forze che vi operano fossero le sue stesse forze vitali, ha assimilato una teoria scientifica, così come è avvenuto da parte del proletariato moderno con la dottrina marxista.
In questa relazione bisogna aver studiato le cose nella vita. Bisogna aver visto come persino le cose più difficili, ritenute difficili dalle altre classi, siano penetrate nell’anima elementarmente sentiente e percepiente del proletario, come il proletariato moderno in milioni e milioni sia stato afferrato da una dottrina apparentemente teorica. Ma che cosa vive in questa dottrina teorica? Questo è di nuovo la peculiarità: in essa non vive ciò che nel senso ordinario si chiama un ideale sociale. Ciò che in essa vive non ha alcuna formulazione di come uno Stato futuro o una struttura sociale futura dovrebbe apparire; in essa vive sostanzialmente una critica dell’attuale ordine della società borghese e economica, e in essa risiede in certa misura l’istinto presente nell’opera marxista, l’istinto: se indirizzo il proletariato verso ciò che è critica dell’attuale ordine economico tecnico-capitalista, allora lo indirizzo verso le sue stesse forze vitali, allora lo conduco alla sua stessa realtà. È già in un certo senso l’immagine speculare espressa della vita proletaria immediata proprio nella dottrina marxista. E coloro che credono che la dottrina marxista sia esaurita per il proletariato non comprendono da un lato che formulazioni esterne, concezioni e pensieri determinati potrebbero essere stati già da lungo tempo superati, ma che è rimasto l’elan specifico, l’impulso specifico che vive in una tale cosa, e che d’altra parte proprio in concezioni forse opposte, alle quali si è giunti a partire dal marxismo, proprio in tentativi revisionisti vari vive solamente ancora un ulteriore sviluppo di ciò che come impulsi è stato attirato nell’anima del proletariato moderno attraverso il marxismo.
Questo è solamente al fine di caratterizzare un fatto sociale della presente era che mi sembra più importante di discussioni elementari e pedanti, perché esso punta in certa misura verso la psicologia sociale. E benché esso non dia direttamente una risposta — vedremo nel corso delle conferenze quale sia la risposta da dare —, esso indica dalle angolature prospettiche che probabilmente vengono per primi in considerazione per la vita reale della presente era le questioni presenti. E quale sensazione si prova quando ci si pone di fronte a questo fatto in modo incondizionato e senza pregiudizi? Allora si prova la sensazione di una certa peculiarità della vita moderna in generale. Questa vita moderna — come ho spesso sottolineato nei miei discorsi qui a Zurigo — ha generato abitudini di pensiero, forme di pensiero che si rivelano straordinariamente fertili per una certa direzione della scienza della natura. Ma allora questo pensiero moderno ha anche voluto penetrare nella comprensione e nel riformare, nel comprendere riformista la vita sociale stessa, i fenomeni sociali e gli impulsi della vita. Ma in questo penetrare si ha dappertutto la sensazione: gli uomini del presente, che stanno proprio interamente nelle forme di pensiero e abitudini di pensiero del presente, non hanno concetti che in realtà possono comprendere i fenomeni complicati della vita sociale. In certa misura i concetti sono troppo larghi. Non riescono a comprendere in sé i fenomeni complicati della vita sociale stessa. Rimangono astratti, rimangono contornati, ma non penetrano nella vita reale stessa che si svolge nel corpo sociale. Si potrebbe dire: un pensiero a maglie larghe caratterizza questa umanità moderna. E questo pensiero a maglie larghe, questo pensiero che dappertutto si rompe quando si vuole immergersi nella vita reale, questo pensiero è passato anche nella ricerca del proletariato moderno. E così accade che questo pensiero è sufficiente per la critica, ma non è sufficiente per elaborare veri impulsi dal vissuto dell’anima umana, che potrebbero stare come forze direttive che conducono nel futuro. Il pensiero dappertutto si interrompe quando vuole tendere verso questi impulsi.
E con ciò si designa qualcosa che è profondamente incisivo in tutta la vita del presente. Chi è in grado, in piena serietà, di afferrare ciò di cui ha bisogno questa vita del presente, deve proprio da questa angolatura prospettica dirigere il suo sguardo, proprio ora in questo momento della storia mondiale, dove veramente per discussioni che procedono solamente teoricamente c’è poco tempo, perché i fatti sono urgenti e ardenti. Proprio ora in questo istante si vede come gli uomini si trovano di fronte a questi fatti urgenti e ardenti, e come dappertutto mostrano questa manifestazione del pensiero che non riesce a penetrare nella realtà. Molti uomini sono pervasi dalla buona volontà, ma non da un pensiero adatto ai fatti. Proprio in questo momento storico mondiale si manifesta per chi può penetrare seriamente nella situazione dei tempi — spesso si manifesta mascherato in varie altre forme, del tutto inconsapevole all’uomo — il sorgere di quella propensione dell’uomo che per il vero agire serio della vita, quando ci sono questioni urgenti e ardenti, diventa particolarmente funesta: il sorgere di una certa fantasticheria, come vorrei chiamarla. Questa fantasticheria, che si manifesta nelle maschere più svariate nei campi più diversi, è ciò che ci impedisce così tanto di giungere a un agire conforme ai fatti nel presente. E questa fantasticheria è sorta dallo sviluppo che ho indicato come storico nelle conferenze della settimana precedente, e che all’incirca ha avuto inizio attorno al cambio d’epoca del 14°, 15°, 16° secolo.
In che cosa risiede l’essenziale di questa fantasticheria? L’essenziale risiede proprio nel fatto che attraverso una certa visione della vita non reale, attraverso una visione della vita che manca di ciò che ho chiamato la settimana precedente la forza propulsiva del vissuto interiore, che attraverso una certa visione della vita una vita interiore animica, una vita intellettuale, un’anima che ricerca il sapere scientifico ricerca in certa misura un’isola o continuamente una molteplicità di isole, e non vuol costruire il ponte verso ciò che la vita nella quotidianità è. Vediamo come numerosi uomini del presente lo trovano — se mi è permesso di usare questa espressione — interiormente nobile, di riflettere in una certa, sia pure anche scolastica astrazione su problemi etico-religiosi in cieli fatui. Vediamo come gli uomini riflettono sulla maniera come l’uomo possa appropriarsi delle virtù, come egli debba comportarsi in amore verso i suoi prossimi, come egli possa essere benedetto. Vediamo come concetti di redenzione, grazia e così via si sviluppino, che certi portatori di concezioni della vita vogliono mantenere solamente nelle altezze spirituale-animiche. Ma vediamo al contempo l’incapacità di costruire il vero ponte da ciò che la gente chiama buono e amorevole e ben-intenzionato e giusto e morale, a ciò che nella realtà esterna, nella vita quotidiana ci circonda come capitale, come remunerazione del lavoro, come consumo, come produzione riguardante la circolazione delle merci, come sistema di credito, come economia bancaria e borsistica. Vediamo come due correnti mondiali vengono contrapposte anche negli abiti di pensiero degli uomini: una corrente mondiale che vuol mantenere se stessa in un’altezza divino-spirituale, che non vuol costruire un ponte fra ciò che è un comandamento religioso e ciò che è un’usanza del commercio ordinario. Ma la vita è un’unità. La vita può prosperare solamente quando le forze che la guidano da tutta la vita etico-religiosa scorrono verso la vita più quotidiana, più profana, verso quella vita che appare meno nobile. Perché se trascuriamo di costruire questo ponte, se cadiamo riguardo alla vita religiosa e morale nella pura fantasticheria, che rimane lontana dalla quotidiana vera realtà, allora questa quotidiana vera realtà si vendica. Allora da un certo impulso religioso l’uomo aspira a tutti i possibili ideali, a tutto quello che egli chiama «buono», ma gli istinti che come comuni bisogni quotidiani della vita stanno di fronte alle soddisfazioni che devono venire dall’economia popolare, a questi istinti l’uomo sta impotente senza sensazione. Egli non sa costruire alcun ponte dal concetto della divina grazia a ciò che accade nella vita quotidiana. Allora questa vita quotidiana si vendica. Allora questa vita quotidiana assume una conformazione che non vuol avere nulla a che fare con ciò che come impulsi etici si vuol mantenere in altezze più nobili e spirituale-animiche. Allora però la vendetta è tale che la vita etico-religiosa, perché rimane lontana dalla quotidiana, dalla pratica di vita immediata, che questa vita etico-religiosa, senza che ce ne accorgiamo, perché la cosa appare mascherata nella vita, diventa propriamente una menzogna vitale interiore dell’uomo.
Come vediamo oggi spesso gli uomini andare in giro che da una certa nobiltà etico-religiosa — come pensano essi — mostrano la miglior volontà riguardante una corretta convivenza con i loro prossimi, che mostrano la miglior volontà a compiere ai loro prossimi solamente il massimo bene, ma che tuttavia trascurano di farlo veramente, perché non si appropriano di una vita emozionale sociale, che stia nei concreti abiti di vita pratica.
E così lo sperimentiamo — se mi è ancora una volta permesso di usare l’espressione — in questo istante storico mondiale, dove le questioni sociali premono così evidentemente, così palpabilmente, che da tutti i lati vengono i fantasticheri, che talvolta si ritengono molto forti uomini di pratica, e dicono: abbiamo bisogno che gli uomini si riportino via dal materialismo, da quella vita materiale esterna che ci ha trascinato nella catastrofe e nella disgrazia, verso una certa spiritualità, verso una concezione spirituale della vita. — E non ci si stanca di citare o di menzionare le personalità che nel passato — passato dev’essere in genere, al presente si fa meno giustizia — si sono pronunciate per un certo modo ideale, per una certa spiritualità. Sì, si può vivere l’esperienza che quando qualcuno tenta di indicare proprio ciò che oggi è per la vita pratica così necessario come il pane quotidiano, egli viene avvertito che anzitutto si tratta di riportare di nuovo gli uomini allo Spirito. In questa esortazione c’è enormemente molto di ciò che propriamente ha condotto gli uomini nella odierna catastrofe, c’è fantasticheria, che oggi si presenta nelle maschere più svariate e agisce nei fatti. Certamente, è fantasticheria da un lato quando qualcuno, senza conoscere le condizioni di vita pratiche esterne, stabilisce degli ideali sociali qualsiasi, che si chiamano utopie, nelle quali egli espone e cristallizza finemente il sistema di come gli uomini dovrebbero vivere affinché siano felici o soddisfatti o comunque. In fondo, anche se tali utopie sono molto acute, non si tratta di acutezza, non si tratta neppure di buona volontà, si tratta di come si pongono di fronte alla pratica di vita. Oggi non si tratta di indicare agli uomini che debbono tornare allo Spirito, bensì si tratta che Spirito sia in come si pensa oggi l’organismo sociale. Si tratta della maniera, del come del pensiero. Per amor mio, non si parli affatto di Spirito, ma nella maniera come si parla oggi della pratica di vita, sia Spirito. Allora si servirà l’epoca odierna molto meglio che quando dalla fantasticheria in ogni terza frase oggi si indicano agli uomini che dovrebbero tornare di nuovo allo Spirito, perché ordinariamente coloro a cui così si parla non riescono a immaginarsi nulla sotto Spirito, proprio perché neppure coloro che così parlano riescono a immaginarsi nulla corretto sotto Spirito. Invece le utopie stesse che vengono stabilite — e anche oggi non sono neppure così poche di numero —, gli ideali sociali che sono finemente elaborati, non sono neppure il peggio, perché ordinariamente non si tiene molto di queste cose. Presto ci si accorge che queste cose sono impraticabili, che non sono pensate dai veri presupposti della vita. Molto peggiori sono nella presente realtà della vita le fantasticherie mascherate, che procedono da un’apparente pratica della vita, ma questa pratica della vita in realtà non l’hanno in sé, ma che propriamente vivono in astrazioni prive di essenza. Questi fantasticheri, li abbiamo — si deve sempre parlare liberamente su queste cose — esperito come talmente significativi negli eventi del presente. E vengono riconosciuti difficilmente. Vengono riconosciuti difficilmente perché proprio su questi campi non si è affinato lo sguardo.
Se oggi riguardo a un uomo che essenzialmente ha proprio la qualità del fantastichiere — altrimenti non intendo dire nulla contro talune altre qualità di tali fantasticheri, possono essere anche brave persone, possono fare il loro dovere nel loro campo, possono persino essere uomini eminenti —, ma se riguardo a talune personalità si sottolinea il fatto che egli è un fantastichiere, allora gli uomini oggi rimangono piuttosto stupiti, perché a questo riguardo, come loro pare, hanno giudizi ovvi, ma perché in realtà questi giudizi ovvi non sono altro che una volgare superstizione. Io stesso nel corso degli ultimi anni ho considerato anche taluni «uomini di pratica» — dico ciò ora fra virgolette — dal lato della fantasticheria. A questo riguardo l’umanità, se vuol progredire verso vera conoscenza, dovrà vivere molto di interiormente paradossale. Si rimane sorpresi, per esempio, se io pongo Ludendorff come fantastichiere nel senso più eminente. Il giudizio dei suoi seguaci e dei suoi oppositori procede in direzione completamente diversa. L’essenziale della sua personalità è che con l’eccezione di quel campo nel quale era scolasticamente grande, la strategia, riguardo a tutto il resto del pensiero nel senso più eminente era un astratto, un uomo completamente estraneo alla vita, che si faceva fantasticherie, le quali non avevano nulla a che fare con la realtà, e che così ha operato un danno indicibile, in quanto voleva introdurre i suoi pensieri fantasticheri nella realtà. E così si potrebbero proprio porre molte delle personalità che oggi, perché le si ritiene uomini di pratica nella vita, causano danno infinito, come i rappresentanti tipici della fantasticheria.
Negli anni novanta del 19° secolo questa fantasticheria comparve quasi epidemicamente, venne dall’America e sommerse l’Europa nella forma della cosiddetta allora «Società per la cultura etica». Lì si tentava di diffondere come cultura etica qualcosa che era estraneo alla vita, che doveva scaturire solamente da questo nobile, astratto sentire di certi impulsi etici. E quando qualcuno, come allora dovetti fare io, indicava che in tali cose si vive proprio in fantasticheria, che in tali cose si rinchiude, si limita proprio il pensiero umano, cosicché non può immergersi nella vera realtà, allora non si veniva compresi o si veniva fraintesi o derisi.
Contro questa fantasticheria deve contrapporsi proprio il pensiero conforme alla realtà, che, come io credo, scaturisce dalla concezione del mondo genuinamente scientifica dello spirito, rappresentata qui da anni. Qual è l’essenziale di questa concezione del mondo scientifica dello spirito? L’essenziale è che essa non parla dello Spirito come di ciò che risulta come mero riflesso dalla visione della realtà sensibile esterna, bensì parla dello Spirito da un vero vivere soprasensibile di un mondo che è reale tanto quanto il mondo visto per mezzo degli occhi e udito per mezzo delle orecchie e toccato per mezzo delle mani. Meno importanza ha quello che nel singolo si dice teoricamente su questo mondo realmente spirituale, assai più importanza ha che attraverso tutto ciò che diviene conoscenza da questa conoscenza spirituale del mondo, ci si appropri di una costituzione animica interiore, uno status di vita interiore, attraverso il quale l’uomo sa se stesso vivo come essere animico-spirituale in un vero mondo spirituale. Non si tratta di ciò che si dice su questo mondo spirituale, bensì si tratta di come ci si sente stando dentro questo mondo spirituale. Può essere bello credere a questo o quell’elemento soprasensibile. Questo però può condurre altrettanto bene alla fantasticheria quanto a un volere in certo aspetto buono. Ma importa che si senta: mentre si pensa, mentre si prova, nei pensieri che illuminano la propria anima, nei sentimenti che vivificano la propria anima, lo Spirito vivamente operante è presente.
Questo Spirito vivamente operante è in noi. Esso è qui, come le cose sono nello spazio fuori e i processi sono nel tempo fuori. E se ci si pone in questa relazione al vero sapere spirituale non soltanto si pensa dentro, bensì si vive dentro, allora da questo sapere spirituale sgorga un impulso interiore che è una spinta a realizzare lo Spirito nel mondo realmente attraverso se stessi, che è una spinta a vivere e a realizzare lo Spirito come realtà in una maniera completamente diversa di quanto possa essere attraverso ciò che è un mero riflesso in idee, in concetti che parlano di qualcosa di spirituale. C’è una grande differenza se si dice: io penso dello Spirito, io credo nello Spirito —, oppure se si dice: in me pensa lo Spirito, in me sente lo Spirito. Il consueto concetto di fede perde propriamente il suo significato di fronte a questo vivere. Qualcosa di forza animico-spirituale deve penetrare nello sviluppo dell’umanità da questo vivere spirituale. E questo qualcosa di forza animico-spirituale che deve penetrare nel sentire dell’umanità, ha un’importanza sociale maggiore di quanto si possa pensare, perché è il rimedio contro l’ideologia paralizzante che caratterizzai la settimana precedente, l’ideologia che il proletariato ha ereditato dal modo borghese come un carico oppressivo.
Questo è quello che nella vera prima forma della questione sociale vive in realtà, se si comprende bene penetrare nelle profondità di questa questione: che lo sviluppo della moderna vita dello spirito dalla piega verso i tempi moderni o da questa piega verso i tempi moderni nel 15° secolo gradualmente si è così smussato, indebolito, paralizzato, che gli uomini non sapevano più: in loro vive lo Spirito come reale, vivente, bensì credevano che solamente idee, solamente riflessi di una certa realtà vivessero in loro — e questo è diventato nella concezione mondiale e della vita del proletariato moderno il fatto che questo proletariato dice: nel campo spirituale c’è solamente un’ideologia. La realtà è solamente nel processo economico, nel processo economico, nella lotta di classe; lì si svolge la realtà. — Ma da lì sale comunque qualcosa in una maniera qualsiasi nelle anime degli uomini; questo viene alla rivelazione in forma di immagini, di immagini che si sviluppano nella scienza, nel costume, nella religione, nell’arte. Questo dà una sovrastruttura all’unica vera infrastruttura reale. E benché non si possa evitare di ammettere in sociologia che ciò che vive in questa sovrastruttura come ideologia, di nuovo realmente ricade sulla vita economica, rimane comunque ideologia. Non c’è rimedio da questa ideologia se non si ricorre al vero vivere spirituale, come la scienza dello spirito vuol portare nell’umanità moderna; se non si afferra questo vivere spirituale. La guarigione dai difetti dell’ideologia è raggiungibile solamente mediante vera immersione nello Spirito veritiero e nelle sue manifestazioni, mediante immersione nel vero mondo soprasensibile. Quello che ha causato che all’interno del proletariato moderno tutta la vita spirituale, nella quale l’uomo viene condotto attraverso la cultura, appaia come pura ideologia, questo fa sì che, perché l’ideologia è nulla di quello che l’anima possa riempire con un certo elan, con una certa forza propulsiva, con una certa consapevolezza di ciò che essa propriamente è in senso superiore, lascia l’anima insoddisfatta e vuota. Da questa vacuità dell’anima è sorto il sentimento, il sentimento desolato nella concezione mondiale proletaria, che forma una parte, un membro della vera questione sociale. E finché non si comprenderà che la propensione degli uomini verso l’ideologia deve essere guarita, finché non si riuscirà a portare nell’anima proletaria moderna gli impulsi positivi, finché rimarrà nell’anima proletaria moderna solamente una critica dell’ordine economico tecnico-capitalista che è sorto e della concezione mondiale, finché non ci si impegnerà davvero a entrare in una visione di vita veramente pratica, in una visione della vita che non consiste in teorie, neppure solamente in teorie religiose, bensì che vuol vivere, che vuol essere creatrice di vita, che stessa vuol generare impulsi vitali. Per questo è necessario molto, di fronte a cui l’uomo di oggi batte in ritirata come di fronte a qualcosa di interamente radicale. Ma ciò che qui si intende è assai meno radicale di quanto stia per venire agli uomini da quella vita che viene scatenata negli istinti moderni dell’epoca, se essi sono troppo pigri per dedicarsi al necessario.
Quello che ho esposto da un certo aspetto qui si riferisce a un membro dell’organismo sociale che deve sorgere dalle condizioni di vita dell’umanità moderna, a uno dei tre membri, come li ho schizzati la settimana precedente, mercoledì, e qui ho esposto separatamente. Ho esposto allora che in un certo senso la disgrazia dell’umanità moderna — benché non sia penetrata — consiste nel fatto che ciò che dev’essere tripartito e i cui tre membri dovrebbero operare viventi insieme in una certa indipendenza, è stato fatto un organismo caoticamente confuso nelle sue forze e continuerà a esserlo.
Solo affinché non sia frainteso, noto ancora in un certo senso tra parentesi che veramente non si tratta per me di patrocinare un grande rovesciamento che dovrebbe compiersi da oggi a domani. Quello che do è una linea direttiva, una certa corrente secondo la quale si può orientare ogni singola questione che può presentarsi all’uomo nello Stato, nella vita spirituale, nella vita economica. Non si ha bisogno di credere subito, come talune persone a cui ho esposto queste cose, che si debba cambiare da oggi a domani quello che oggi si chiama «Stato» in qualcos’altro. Si ha solamente bisogno di avere la volontà, riguardo a queste cose, di realizzare il cristiano «Cambia mentalità», cioè di orientare i particolari, i provvedimenti particolari davanti ai quali ci si trova quando si deve intervenire in essi, nella loro conformazione secondo una certa direzione.
E così ho esposto che quello che oggi si vuol fangare insieme in uno Stato unitario, come se si volesse fangare insieme l’organismo umano — allora lo si farebbe diventare un omuncolo — cosicché i suoi tre sistemi fossero centralizzati in maniera confusa, che quello che oggi si vuol così centralizzare, si vuol fare un’amministrazione dello Stato complessiva, deve vivacemente dividersi in tre membri se deve svilupparsi un sano organismo sociale. Deve come membro indipendente di questo organismo sociale svilupparsi tutto ciò che è cultura spirituale, deve come organismo indipendente svilupparsi tutto ciò che oggi si chiama nel senso stretto la vita dello Stato politico, che non deve essere unito attraverso centralizzazione, bensì solamente attraverso un’interazione vivente con la vita spirituale, e deve come terzo membro indipendente svilupparsi l’organismo economico. Organismo spirituale, organismo dello Stato, organismo economico — è di questo che si deve dire: nei prossimi dieci, venti anni le forze evolutive dell’uomo tendono a questo. E chi si oppone a questo sviluppo, si oppone a quello che sono le possibilità di vita dell’umanità moderna.
Ho toccato il primo punto dalla angolatura prospettica che ho esposto oggi, anzitutto: la vita della cosiddetta cultura spirituale, abbracciando tutto ciò che si chiama sistema scolastico ed educativo, ciò che si chiama vita religiosa, abbracciando tutto ciò che è vita artistica, letteraria, ma anche tutto ciò che riguarda il diritto privato e il diritto penale. Esporrò queste cose ancora più precisamente. Tutto quello che è compreso all’interno di questa vita della cultura spirituale, deve essere posto su una base comune, ma indipendente rispetto alle basi del resto dell’organismo sociale. Deve essere interamente messo in proprio, deve essere posto su una base tale che si possa dire: l’elemento vitale all’interno di questo membro dell’organismo sociale deve essere il libero dispiegamento che agisce dal centro dell’uomo delle sue doti corporee e spirituali. Tutto su questo campo deve essere basato sull’individualità. Perché ciò che scorre in questo campo deve venire dal centro dell’individualità umana, e le doti corporee e spirituali dell’uomo devono avere libera possibilità di sviluppo, ma devono al contempo essere trattenute dal fatto che in qualche maniera danneggino, ostacolino o ingiustificatamente interferiscano con il resto della vita culturale.
Proprio su questo campo si potrebbe citare molte cose. Vorrei citare un esempio grottesco. Chiedo scusa se l’esempio sarà un po’ grottesco, ma forse esprimerà quello che vuol dire riguardo a questo campo. Supponiamo che un giovane studente qualsiasi, cioè un uomo che come uomo in divenire sta all’interno dello sviluppo spirituale, debba fare la sua tesi di dottorato. Riceve il consiglio da una personalità competente di trattare un tema che è poco o per nulla trattato — ora, diciamo per esempio, debba trattarsi di parolacce di un antico scrittore romano. Tali cose esistono, come sanno bene coloro a cui le cose si applicano. Ora il giovane uomo elabora per un anno intero le parolacce di un antico scrittore. Oggi si dice: questo è scientificamente importante. — Sì, dal punto di vista di certe concezioni che si hanno su certi campi, ciò è certamente scientificamente importante; ma c’è un’altra cosa da considerare. È l’inserimento di una tale cosa nell’intero organismo sociale. Lo sguardo deve essere distolto da questo fatto che può essere davvero interessante scrivere sulle parolacce di un antico scrittore. Conosco una tesi di dottorato in cui il giovane uomo si è terribilmente tormentato, che trattava delle parentesi presso un antico scrittore greco. Non voglio dire nulla contro ciò che dal puro punto di vista scientifico si può addurre su tali cose. Non devono valere qui cose banali. Ma riguardante l’inserimento nell’organismo sociale risiede il seguente: il giovane uomo ha bisogno forse di un anno di diligenza intensa. Deve mangiare, deve bere, deve vestirsi. Per questo ha bisogno di un certo reddito, di un certo capitale. Che cosa significa: consuma un certo capitale? Nel vero vivere non significa nulla se non: molti, molti uomini devono lavorare per lui. Quello che mangia, quello che beve, ciò di cui si veste, questo impegna un intero esercito di uomini durante questo anno. Un piccolo esercito di uomini impegna per il suo mangiare, bere e vestirsi, e questo conta riguardante l’effetto sociale della cosa. Oggi molti uomini sono dell’opinione di poter semplicemente mettere le cose nel mondo senza comprensione sociale, da una certa propensione a servire interessi puramente scientifici. Ma la nostra vita nel presente esige che ogni ramo sia compreso nel suo rapporto, nella sua relazione vivente con tutti gli altri rami della vita per la comprensione sociale, per il sentimento sociale.
Come detto, le ho chiesto scusa di aver citato proprio un esempio grottesco, potrebbero essercene di meno grotteschi, ma ho citato questo esempio per mostrarvi quanto sia necessario sviluppare il sentimento sociale per come la vita spirituale, l’intera amministrazione della vita spirituale nell’organismo sociale deve stare in esso così da essere giustificata dagli interessi generali dell’umanità. L’interesse generale dell’umanità deve essere interrogato se attribuisce un valore così grande alla determinazione delle parolacce di un antico scrittore romano che un anno lungo un piccolo esercito di lavoratori deve essere impiegato per questo lavoro. Certo, si potrebbe formulare meno grottescamente la domanda da molti altri lati. Allora si arriverà al fatto che quello che la cultura spirituale abbraccia, a cui per esempio appartiene anche l’invenzione di idee tecniche, agisce vivamente proprio su questo altro campo, nel Stato di diritto, quando le cose stanno con una relativa indipendenza nella vita. Al contrario, la centralizzazione causa che tutto cade nel caos.
Quello che è vita spirituale deve stare con una relativa indipendenza, non deve soltanto essere basato sulla libertà interiore dell’uomo, bensì deve stare così all’interno dell’organismo sociale questa vita spirituale che è posta anche in completa concorrenza libera, che non riposa su monopolio di Stato, che quello che la vita spirituale si procaccia come validità presso gli uomini — quello che ha come validità presso il singolo uomo individuale è un’altra questione, parliamo della conformazione dell’organismo sociale —, che ciò può manifestarsi su completa concorrenza libera, su completamente libero incontro delle necessità della comunità solamente. Chi a suo piacere in tempo libero vuol comporre poesie, che le componga quanto vuole, che trovi anche amici per questa poesia, quanto vuole — quello che è giustificato nella vita spirituale è solamente quello che gli altri uomini vogliono co-vivere con la singola individualità umana. Ma questo viene posto su una base sana solamente se si spoglia tutta la vita spirituale, tutta la vita scolastica e universitaria, tutta la vita educativa e tutta la vita artistica del carattere di monopolizzazione dello Stato e la si mette in proprio — come detto, non da oggi a domani. La direzione è data così quando si pone l’uomo su se stesso. Con ciò viene costruito il ponte a qualcos’altro.
Mi sono già agli inizi degli anni novanta impegnato nella mia «Filosofia della libertà», che ora ha avuto la sua nuova edizione, forse proprio al momento giusto, di mostrare come ciò che è il vero vivere della libertà nell’uomo non può mai riposare al di fuori di cosa se non del vero, vivente scientifico spirituale che gioca nella coscienza dell’uomo. Chiamai allora questo il gioco della intuizione nella anima umana, il gioco della vera spiritualità. Questo vero spirituale deve nascere nell’anima umana nella luce della libertà e della concorrenza libera, allora vive se stesso nel modo giusto nell’organismo sociale. Ma allora non deve anche, e questo è importante, stare sotto qualche diritto di vigilanza di qualche altro membro dell’organismo sociale, allora deve potersi manifestare in completa libertà, solo sollecitato dalle necessità generali.
So — e lo confuterò anche nelle prossime conferenze — che molti uomini credono: bene, se la scuola è libera, allora saremo circondati di analfabeti di nuovo. — Mostrerò che questo non è il caso. Quello che per me conta anzitutto è di mostrare dalla natura interiore della cosa la necessità della vita spirituale libera nell’organismo sociale. Ci sono Stati nei quali, come quasi dappertutto oggi, la scienza è monopolio, persino la sua amministrazione è monopolizzata dallo Stato, e nei quali si trova la legge: la scienza e il suo insegnamento sono liberi. — Ma rimane una pura frase e dev’essere una pura frase se la vita spirituale non è messa in proprio. Non soltanto che questa vita spirituale riguardante le personalità che vi operano, riguardante quello che può essere detto pubblicamente o non detto pubblicamente, diventa dipendente da un altro membro dell’organismo sociale, quando questo altro membro istituisce scuole, università, se solo menziono ciò; non soltanto, come detto, l’amministrazione esterna, l’impiego delle personalità, la limitazione di ciò che si può dire o non dire viene determinato da questo, bensì viene determinato anche il contenuto interiore della vita spirituale stessa. Tutta la nostra vita scientifica porta il carattere della vita politica da quando nella epoca moderna la sfera della vita politica si è estesa sulla vita spirituale. Ma la vita spirituale non può essere una questione di un altro membro dell’organismo sociale; essa può ricevere il suo contenuto conforme a lei solamente se si sviluppa dall’individualità umana libera.
Di fronte a questa vita spirituale sta, come il sistema digerente al sistema del capo nell’organismo naturale umano, la mera vita economica. Questa vita economica ha le sue proprie leggi. Proprio la scienza proletaria ha elaborato il carattere della moderna vita economica in una maniera conforme alle sensazioni e alla vita, non come la scienza cattedratica solamente teoricamente, cosicché si nota da questa scienza proletaria come la vita economica stia di fronte all’uomo in generale.
Ora si deve proprio sempre sottolineare un punto su questo. Ho sottolineato questo punto già in questi discorsi. Quello che colpisce particolarmente in questa vita economica oggi, rispettivamente nella considerazione scientifica proletaria di questa vita economica, è che anche riguardante essa il proletariato ha ereditato l’eredità delle altre classi. Mentre la tecnica moderna si è sviluppata, mentre il capitalismo moderno si è sviluppato, è — dai motivi già citati la settimana precedente — lo sguardo umano come ipnotizzato su questa vita economica come l’unica, la sola realtà veramente operante nell’organismo sociale è stato incanalato. Si crede che quando si parla di sviluppo umano solamente si debba indicare questa vita economica. Che questa vita economica, come abbiamo visto, è stata particolarmente coinvolta, che attraverso questa vita economica un impulso particolarmente operante del proletariato moderno è stato posto alla luce splendente del sole della sensazione dell’umanità, della sensazione della dignità umana, questo deve essere particolarmente colto riguardante la vita economica. Proprio da ciò Karl Marx ha agito così infiammabilmente in milioni e milioni di proletari che la gente credeva che egli fosse il primo a indicare con parole chiare ciò che vive come qualcosa di disumano per il proletario moderno nella sua intera posizione; egli, Karl Marx, sia stato il primo a indicare che per il proletario la sua forza di lavoro è merce, come altre merci circolano sul mercato delle merci e stanno sotto la legge di offerta e domanda.
Karl Marx ha indicato i fatti sottostanti in molti modi erronei. Ma il fatto che egli ha indicato assolutamente questo nervo più interno della moderna questione sociale gli viene conteggiato come particolare merito dal sentire dell’anima proletaria. Anche qui il socio-psicologico ha un significato molto più conforme alla realtà delle teorie, considerazioni e discussioni che si collegano a molto nella vita economica e altrimenti nella vita sociale. Ma da ciò scaturisce la questione vitale: come può questo sentito come disumano essere superato: la forza di lavoro dell’uomo è merce ed è trattata come merce? — Così disse inizialmente Marx. Come detto, la cosa è in molti aspetti errata, ma ora non si tratta di questo, perché se un fatto errato ha una forza propulsiva così gigantesca nelle anime di milioni di uomini, allora è un fatto sociale. Così disse Karl Marx e così l’intesero i proletari moderni. Questa comprensione, benché in alcuni aspetti si sia cambiata, continua ad agire, agisce proprio oggi molto vivamente nei sentimenti. Così disse egli: all’interno dell’organismo economico si portano merci al mercato e si vendono. Ci sono proprietari di merci, proprietari di merci, ci sono acquirenti di merci. Tra questi circolano le merci. Il proletario moderno non possiede nulla fuori della sua propria forza di lavoro. Per ogni merce sono necessari certi costi di produzione. La produzione di questa o quella merce, fino a che non è atta al consumo, è così e così elevata. Il proletario moderno ha solamente la sua forza del corpo, ha solamente la forza di lavoro. Per la produzione di questa forza di lavoro è necessario tutto ciò che deve acquisire in derrate alimentari, in vestiario e così via. Attraverso quello che deve acquisire in derrate alimentari, in vestiario, continuamente la forza di lavoro consumata viene di nuovo sostituita. Questi sono i costi di produzione per la sua forza di lavoro. — Ora disse Karl Marx, e nel suo senso più profondo significa così il proletario moderno: senza costrizione, senza obbligo l’imprenditore non gli dà più che il cosiddetto salario per il lavoro, che questi costi di produzione per la sua forza di lavoro. Ma se per esempio attraverso un lavoro che dura cinque ore sarebbe già elaborato tutto quello che sono i costi di produzione, l’imprenditore moderno non si accontenta di questo. Esige più tempo di lavoro. Allora il lavoratore lavora invano, perché riceve solamente quanto sono i costi di produzione della sua merce «forza di lavoro». Quello che lavora oltre a questo è il plusvalore. Questo è quello che egli offre sull’altare — se si può chiamare altare — del capitalismo, ciò che si accumula come capitale, ma che scaturisce dalla sua forza di lavoro, e quindi gli scaturisce, perché riceve solamente i costi di produzione, perché è costretto a offrire sul mercato del lavoro, a offrire ai prezzi delle condizioni economiche, quello che solamente ha: la sua merce «forza di lavoro».
Si può impiegare il più grande acume umano, si possono impiegare le più profonde conoscenze di economia nazionale per discutere come ci si debba comportare affinché nell’organismo sociale il lavoratore non debba più portare la sua forza di lavoro come merce al mercato, affinché potesse rimuovere dalla realtà questa ultima conseguenza della schiavitù, e non si giungerà a nessun risultato. Non si può giungere a nessun risultato, perché questa è propriamente nel senso più eminente una questione che non può essere discussa, che non può essere risolta teoricamente, bensì che può essere risolta solamente dalla vita stessa, solamente facendo sì che qualcosa sia creato, che nella vita agisce cosicché la forza di lavoro è spogliata del carattere di merce.
Se mi è permesso di usare un paragone, vorrei indicare quel piccolo ometto che nel «Faust» goethiano Wagner genera nella storta: l’omuncolo. Questi è composto da ciò che un uomo può pensare insieme come ingredienti dalla natura fuori; ma non diventa un uomo, diventa soltanto un ometto, un omuncolo. Voi potete così comporre qualcosa da ingredienti di comprensione o da ingredienti prodotti economico-nazionalmente — non otterrete che un omuncolo sociale! Come si devono creare le condizioni affinché un uomo vivente sia qui, così si devono creare le condizioni affinché un organismo sociale vivente agisca così che continuamente nella vita, non attraverso teorie, attraverso argomentazioni, deve essere separato quello che si sviluppa nella mera circolazione di merci, e quello che è forza di lavoro umana e non deve svilupparsi nella mera circolazione di merci.
Questo lo raggiungete in nessun’altra maniera se non entrando nel fatto che l’organismo sociale vivente come membri indipendenti deve contenere accanto al membro spirituale il membro legale-statale, quello statale nel senso stretto politico, e relativamente indipendentemente accanto l’organismo economico che deve vivere secondo le sue proprie leggi. Come il vostro stomaco non può respirare e non può compiere i battiti del cuore, così poco l’organismo economico può dalle sue stesse forze sviluppare diritti. E non svilupperà mai diritti se opera soltanto dal suo fondamento reale proprio. Da questo fondamento reale l’organismo sociale agisce solamente attraverso produzione, attraverso commercio, verso il consumo.
Ma come di fronte a questa circolazione di merci la natura stessa si contrappone, questo fondamento naturale di tutta la produzione e di tutto il consumo e di tutti gli accadimenti umani e così via dell’artigianato e dell’industria, così deve da un’altra parte contrapporsi e non essere determinato attraverso l’organizzazione economica, bensì determinare questa economia, quello che vive nel politico, nello Stato di diritto. Questo deve essere così indipendente di fronte all’organismo economico come il sistema polmone-cuore è relativamente indipendente dal sistema nervoso dei sensi. Proprio perché queste cose agiscono indipendenti, agiscono insieme, proprio così si mettono nella vita nel rapporto giusto. Solamente perché il polmone e il cuore nella vita organica sono separati dalla vita dello stomaco, agiscono, essendo relativamente indipendenti, insieme nel modo giusto. Solamente perché nell’organismo sociale vivente c’è un membro indipendente il quale non è determinato da fondamenti economici qualsiasi, non rende la forza di lavoro una merce, bensì causa che da una vita vivente la forza di lavoro sta nella struttura sociale soltanto in tale maniera che è inscritta come diritto in questa struttura sociale, solamente così potete dall’altro lato lasciar determinare la vita economica da quello che è la vita di diritto, la vita politica dello Stato nel senso stretto, come è determinata dal fondamento naturale la vita economica. Solamente allora, quando avrete questi tre membri relativamente indipendenti l’uno accanto all’altro, quando avrete un membro indipendente spirituale, un membro di sistema legale indipendente, vero Stato, e una vita economica indipendente e questi membri agiscono con relativa indipendenza l’uno accanto all’altro, quando ogni uno di questi membri dalle sue proprie basi ha il suo corpo di rappresentanza, il suo corpo di amministrazione, per così dire il suo Reichstag, il suo Bundestag, il suo Ministero, e i singoli membri stanno quasi così sovrani l’uno di fronte all’altro come singoli Stati, solamente negoziando l’uno con l’altro attraverso delegati, solamente allora sarà l’organismo sociale veramente sano. Allora si sviluppano nel campo della vita economica le basi di interesse che possono essere soltanto in questa vita economica come impulsi determinanti. E allora la domanda potrà essere posta dalla vita attraverso quello che accade nell’altro membro dell’organismo sociale, nell’organismo legale: se dai suoi impulsi questo organismo legale pone il limite della forza di lavoro umana, che d’ora in avanti non ha il carattere di merce, bensì il carattere di diritto, se questa forza di lavoro così fluisce in un ramo economico determinato che questo ramo economico non riesce a redditizio, allora questo ramo economico nel medesimo modo riguardante questo non-esito deve essere considerato come se non riuscisse a redditizio a causa di un costo troppo elevato di una materia prima. Ciò significa: la forza di lavoro umana diventerà una forza dominante riguardante la vita economica, non un’oppressa, non una schiavizzata. Ma ciò non viene raggiunto attraverso certe leggi, bensì che nella vita vivente si crea un corpo che semplicemente per il fatto che qualcos’altro nei suoi impulsi umani deve essere presente in questo corpo separato, continuamente da epoca a epoca la forza di lavoro dal carattere di merce, perché deve essere tolta dal carattere di merce, altrimenti verrà di nuovo assorbita continuamente, perché il corpo economico sempre ha la tendenza di assorbire la forza di lavoro e di farla diventare merce.
Sempre il corpo dello Stato deve vegliare per spogliare di nuovo la forza di lavoro del carattere di merce.
Dappertutto la vita mostra che il confondere — se mi è permesso di usare l’espressione triviale — dei tre campi della vita sociale è da danno. Si studi solamente una volta quello che si è sviluppato come questa catastrofe sociale e altrimenti di umanità negli ultimi quattro anni e mezzo. Lo si studi nei veri eventi. È uno studio bellissimo, per esempio nel campo che ora è caduto in atomi, in Austria, di studiare: come veramente il tessuto interiore ha voluto mantenersi, ha voluto mantenersi per più di mezzo secolo? Là si aveva un cosiddetto Reichstag. In questo Reichstag c’era una certa rappresentanza del popolo, solamente di certi strati. Questa rappresentanza si divise — non negli ultimi tempi, bensì dove gli eventi si erano già preparati, nella seconda metà del 19° secolo — in quattro Curie, nella Curia dei grandi proprietari terrieri, dei comuni rurali, delle città e mercati e dei luoghi industriali, delle camere di commercio; cioè dei comuni rurali, delle città, dei grandi proprietari terrieri, delle camere di commercio. Si vede, tutt’intorno impulsi economici stavano a fondamento in questa rappresentanza. E questa rappresentanza era allora la rappresentanza dello Stato. Questa rappresentanza dava leggi. Ciò era solamente perché sotto l’influsso dello sviluppo moderno, come ho indicato all’inizio delle mie considerazioni odierne, si era impotenti di penetrare la vita economica stessa con la sua propria organizzazione, perché il pensiero divenne troppo grossolano, troppo largo e limitato, perché non si riusciva affatto a immergersi. Si prese come quadro per la vita economica lo Stato sviluppato e si mischiò insieme la vita economica e la vita dello Stato. E finché non si comprenderà che attraverso questo mischiare insieme è stata gettata una base di innumerevoli cose di quello che ha condotto alla nostra situazione catastrofale presente, finché non si arriverà ai veri rimedi.
Potrei oggi solamente di nuovo dare molte indicazioni. I ulteriori sviluppi me li permetterò di portare dopo domani. Solo questo vorrei ancora osservare: anche per quanto riguarda la grande politica mondiale potrete trovare una conferma di quello che ho detto se solamente volete andare ai fondamenti della vita. Chi studia la genesi di questa orrenda guerra, che non è una guerra nel vecchio senso, bensì una grande catastrofe di umanità messa insieme da svariati ingredienti, che ora non è entrata nel suo fine, bensì nella sua crisi, chi studia la genesi di questa catastrofe, troverà per esempio che una conformazione essenziale nel punto di partenza, nella preparazione complessiva è stata data dal fatto che la moderna vita economica si è sviluppata in una determinata maniera, e che questa moderna vita economica, dal fatto che non si è saputo separarla nel modo giusto in un organismo naturale, in un organismo veramente vitale della società o in un organismo sopra il mondo, si è unita alla mera vita dello Stato di diritto, che avrebbe dovuto rimanere in relativa indipendenza. E così c’erano essenzialmente fattori economici, elementi economici che si sono serviti delle forze di potere dello Stato durante i decenni recenti, forze economiche che hanno agito l’una contro l’altra in maniera disarmonica. Se fossero state vincolate a svilupparsi solamente su fondamento della loro vita economica e sulla fondazione della loro armonia reciproca, non avrebbero mai potuto condurre a questa catastrofe. Hanno condotto a questa catastrofe come pure forze economiche perché queste forze economiche si potevano servire attraverso un corpo politico errato delle forze di potere dello Stato politico, che per loro inviavano i loro eserciti in battaglia.
Questa cosa si deve solamente nella maniera appropriata, non solamente teoricamente, mettere di fronte agli occhi. Questo certamente fanno oggi taluni uomini. Ma si deve riguardante quello che come il vero impulso della questione sociale attraverso la presente epoca spinge e brucia, mettersi nella luce giusta come il vero sintomo della vita attuale. Allora si esce dalla fantasticheria, dall’esortazione soltanto, e si entra in quello che veramente è, che rende possibile che i tre membri dell’organismo sociale agiscano insieme nella vita. Quello che nessuna discussione, nessun giudizio di economia nazionale può effettuare, il vivere insieme della vita economica e della vita politica, risolverà la questione della forza di lavoro e sarà capace di togliere continuamente nella giusta maniera uno dei punti più essenziali, più difficili nel sentire del proletariato moderno dal mondo.
Ora, continuerò queste considerazioni dopo domani, entrerò nei dettagli e molte cose che oggi dovettero rimanere dubitose si potranno allora chiarire in maniera conforme ai fatti. Solo su un punto ancora devo avvertire. Così è già e così sarà ancora a lungo che la gente dalle comode abitudini di pensiero del presente trova radicale quello che in verità non è un idealismo astratto, ciò che in verità è pratica di vita. Allora diranno taluni: ebbene, così arriva un uomo di scienza dello spirito e vuol avere voce nella questione eminentemente pratica, nella questione di importanza storica mondiale, nella questione sociale. — Non per parlare di qualcosa di speciale per me o per i rappresentanti di quella direzione che sostengo qui, bensì riguardante tali uomini che trovano impraticabili queste cose, impraticabili perché non riescono a vederne le prospettive, non riescono a contemplare le prospettive, per questi uomini, non per me, vorrei usare al termine oggi un paragone. Vorrei indicare quel povero ragazzo, Stephenson, che era destinato allora a seder presso una macchina a vapore Newcomen e che doveva aprire e chiudere i rubinetti alternativamente, attraverso i quali da un lato il vapore da un’altra parte l’acqua di condensazione viene immessa. Lì il piccolo ragazzo notò che lassù il bilanciere oscillava su e giù, e così gli venne il pensiero: che cosa accadrebbe se legassi l’uno e l’altro rubinetto con una corda al bilanciere? Il bilanciere mentre va su tirerebbe un rubinetto fuori e metterebbe l’altro dentro, la volta dopo metterebbe un rubinetto dentro e tirerebbe l’altro fuori. Il bilanciere farebbe il mio lavoro, io potrei guardare, così pensò il piccolo ragazzo. E davvero l’eseguì. Ora avrebbe potuto accadere già allora quello che spesso si verifica in tali cose, quando qualcosa di nuovo deve penetrare nella vita, che qualcuno di assai intelligente avrebbe detto: tu ragazzo stupido, tu devi fare quello che ti spetta! Che ti è venuto in mente di legare corde al bilanciere? Toglile subito, altrimenti ti picchio! — Bene, non è accaduto così, bensì è diventato una delle più importanti invenzioni dei tempi moderni, l’autoregolazione della macchina a vapore, da questa esperienza del piccolo ragazzo.
Su nient’altro che aver sviluppato lo sguardo giusto per quello che conduce all’autoregolazione dell’organismo sociale, all’interagire vivente insieme dei tre membri, a un’autopratica del membro spirituale, del membro legale-politico, del membro economico, — su nient’altro la scienza dello spirito non fa rivendicazioni. Ma ora dipende dal fatto se gli uomini molto intelligenti dicono a questa scienza dello spirito: tu ragazzo stupido, fai il tuo compito —, oppure se vorranno entrarvi. Questo ci si deve spesso dire, quando si sta dentro queste cose, con tutta l’umiltà e senza presunzione. La fede nei fantasticheri che si ritengono uomini di pratica possa presto far posto al riconoscimento che i veri uomini di pratica della vita sono gli idealisti biasimati, che però riescono a penetrare nella realtà della vita, che essi devono essere quelli che devono ricercare le vere condizioni di sviluppo dell’umanità, e che solamente attraverso il riconoscimento e l’effettuazione delle vere condizioni di sviluppo e delle vere forze di sviluppo dell’umanità moderna si troverà il sentiero che può condurre a quella soluzione della questione sociale — della quale la prossima volta vorremo parlare — che è possibile nella vera vita. Non sul sentiero della presunzione degli uomini che oggi ancora sono molto considerati come uomini di pratica starà il giusto, bensì probabilmente dovranno dimostrarsi come i veri uomini di pratica della vita gli idealisti biasimati, che però riescono veramente a penetrare nella realtà della vita. ### Quarta conferenza
Forse i miei discorsi, che ho potuto tenere nel corso della scorsa e della presente settimana, da un certo punto di vista hanno testimoniato che è giusto affermare: la situazione vitale dell’umanità contemporanea è profondamente influenzata dallo sviluppo che il pensiero e la volontà sociali hanno assunto nel corso dei tempi moderni fino ai giorni nostri. Più di quanto oggi molti intuiscano, l’impulso sociale permea la vita immediata del singolo uomo; ma penetrerà sempre più profondamente. Diverrà determinante addirittura per le forze del comportamento più individuale. E difficilmente si potrà comprendere a fondo come oggi ci troviamo dentro la vita sociale dell’umanità, che è pervasa e pulsante di impulsi sociali, se non si comprende come da due origini diverse si sia formato, nel corso della vita moderna dell’umanità, il pensiero e la volontà sociali di diversi strati umani. Infatti, il perdurare di queste origini fino ai giorni nostri agisce in questo ambito in modo tale che dà forma a questa vita sociale presente.
Ho già sottolineato in uno dei miei discorsi che non è sufficiente, per comprendere una materia di questo genere, considerare semplicemente, come siamo abituati a fare, la vita storica in modo rettilineo secondo il decorso di causa e effetto, così da rinviare sempre, riguardo a ciò che segue, a ciò che precede. Ho cercato di attirare l’attenzione sul fatto che questa vita storica dell’umanità nella sua essenza o fondamento, per quanto riguarda certe crisi del decorso, o meglio, l’esistenza di crisi nel decorso, assomiglia alla vita del singolo uomo. Nella vita del singolo uomo non vi è neppure uno sviluppo rettilineo, così che sempre ciò che segue sia senza salti l’effetto di ciò che precede. Per ricondurre nei suoi giusti limiti il comodo, spesso frainteso pensiero che la natura non fa salti, occorre sempre ripetutamente sottolineare come nel procedimento rettilineo della vita individuale si verifichino crisi, come la crisi dei sei o sette anni con la permuta dei denti si presenta, come si verifica la crisi che dall’abisso elementare dell’organico sembra risalire verso l’alto nella vita sessuale. E chi conosce il decorso della vita umana, scorgere in esso simili capovolgimenti critici anche nelle età posteriori, sebbene per un’osservazione superficiale non si manifestino in modo così deciso come i primi due.
Osservare simili capovolgimenti critici nella vita storica dell’umanità è necessario per comprendere davvero questa vita storica. Per quanto l’umanità odierna sia ancora restia a rivolgere lo sguardo e l’ascolto a simili questioni, è proprio ora, quando si richiede la comprensione sociale della vita, che è necessario sottolinearlo radicalmente con forza.
Uno degli ultimi grandi capovolgimenti — come ho illustrato nei precedenti discorsi — nel decorso dello sviluppo dell’umanità lo registriamo verso il volgere del 15° e 16° secolo. E solo perché non si osserva il decorso storico delle cose con la necessaria profondità, non si sa come sia radicalmente diverso tutto ciò che accade nell’anima umana, ciò che domina nell’anima umana come esigenza, come brama di certe soddisfazioni, rispetto a ciò che era presente prima di questo periodo.
Ora, contemporaneamente e in conseguenza di questo capovolgimento elementare dello sviluppo umano moderno, subentra quello che si potrebbe così designare: ciò che prima viveva direttamente nell’anima umana come impulsi sociali, che hanno portato alla struttura sociale della società umana, si è manifestato prima di questo periodo in modo più istintivo. Gli uomini vivevano insieme socialmente, ordinavano i loro affari socialmente da certi istinti. Verso il periodo indicato, al posto del pensiero e della volontà sociali istintivi subentra l’afferrare consapevole degli impulsi sociali. Questo accade lentamente e gradualmente; ma la situazione vitale in cui l’umanità moderna si viene a trovare per questo si differenzia in modo radicale dalla situazione vitale dell’umanità medievale e antica. Ma allora vediamo subito come con l’elevamento degli impulsi sociali da istintivi a consapevoli si manifestano chiaramente due correnti, due correnti originarie del pensiero e della volontà sociali.
L’una subentra presso quegli uomini che fino a oggi possono essere chiamati lo strato societario guida, direttivo dell’umanità. L’altra corrente subentra un poco più tardi, ma chiaramente distinta dalla prima, in quello che oggi designiamo come il mondo proletario. I circoli intellettuali borghesi dirigenti sono, con tutti i loro interessi vitali, mentre i tempi moderni si avanzano, legati a quello che come i nuovi organismi statali si è gradualmente formato dalle forme della convivenza medievale umana. Questi circoli borghesi dirigenti sono legati nei loro interessi soprattutto a quello che possiamo designare fra i tre membri che ho indicato dell’organismo sociale, come lo stato giuridico vero e proprio, come la vera e propria formazione politica, che tanto istintivamente quanto consapevolmente mira all’ordinamento di tutto ciò che si riferisce al rapporto da uomo a uomo. Più o meno come le tradizioni del passato e anche in un certo senso come si presentano le nuove condizioni economiche, i circoli borghesi dirigenti legano i loro interessi a quello che da molti è ancora tenuto come l’unica formazione sociale oggi, cioè lo stato. E nel momento in cui passano consapevolmente dalla vecchia vita sociale istintiva a quella moderna consapevole, pensano dapprima statalmente nel senso dello stato giuridico. E la vita economica moderna, che diviene sempre più complicata, soprattutto per l’espandersi dell’orizzonte di attività umana su tutto il mondo, la vita economica sempre più complicata, questi circoli dirigenti cercano di plasmarla nella formazione statale. Vogliono per così dire sempre più e più fare dello stato un amministratore economico. Questo sforzo procede in una certa misura, e vediamo che in certi circoli rami economici singoli vengono sempre più incorporati nella formazione statale. Ho richiamato l’attenzione su tali rami economici l’ultima volta. Ciò che è essenziale da questo lato è che il pensiero sociale in questi circoli acquista la sua configurazione ben determinata dal fatto che essi vogliono conquistare per lo stato, per cui sono interessati, la vita economica che irrompente è complicata.
Completamente diverso è lo sviluppo dell’impulso sociale all’interno del proletariato. Questo proletariato moderno nello sviluppo della fase moderna non è impegnato nei suoi interessi nella stessa maniera nel vero e proprio ambito statale. Esso sta in un certo rapporto — che non posso approfondire qui per mancanza di tempo — che è facile da comprendere — in certo senso al di fuori di quello che i circoli borghesi dirigenti rappresentano come loro interessi dentro la formazione statale. Ma è proprio nel modo più radicale che questo proletariato viene spinto nel plasmare la vita economica. Tutto il suo pensiero e la sua volontà procedono nel modo che è come uno specchio di ciò che si svolge nella vita economica. E così gli impulsi sociali del proletariato sono determinati altrettanto dagli organismi sociali dell’economia dell’umanità, della vita economica, come gli impulsi sociali dei circoli borghesi dirigenti e intellettuali sono determinati dagli impulsi dello stato giuridico, dagli impulsi della vera e propria formazione politica. E entrambe le correnti si sviluppano sempre più e più in modo che risulti ciò che ho sottolineato nell’introduzione al mio discorso dell’antiero, che esiste un abisso fra la configurazione particolare del pensiero e del sentimento sociale dei circoli borghesi dirigenti e di quelli proletari. Poiché questo, dissi, è il più tragico dello sviluppo moderno nella configurazione presente della situazione vitale dell’umanità, che questo abisso esiste, che è così difficile trovare una comprensione, una comprensione reciproca dei due strati di popolazione caratterizzati. Così doveva accadere quello che ora vediamo avvicinarsi: che come se fossero equipaggiati per una lotta vitale i due strati di popolazione si fronteggiano. E l’essenziale in questo conflitto, che in parte già si realizza, in parte ancora si prepara, e che, come si può comprendere, ancora oggi afferra superficialmente la vita sociale, assumendo forme gigantesi, l’essenziale è che da un lato i circoli borghesi dirigenti vogliano conquistare sempre più la vita economica per lo stato, conquistare con lo stato in un modo particolare anche la prestazione lavorativa e la forza lavoro del proletariato stesso, e che dall’altro lato il proletariato voglia conquistare lo stato per quello che sperimenta come suoi interessi nella vita economica separata.
Questo è essenzialmente il principio fondamentale del conflitto che così significativamente interviene nella situazione vitale dell’umanità contemporanea. E al di sopra di tutto quello che si svolge apertamente nella coscienza, si è dimenticato, non si è prestato attenzione, vorrei dire, si è spinto nell’inconscio dell’anima umana quello che effettivamente si cela dietro questi due impulsi che ho indicato. Quello che vuole farsi strada verso la superficie della vita umana, dal momento che il capovolgimento critico nel 15° secolo si è verificato nello sviluppo della moderna umanità, mostra, mentre le altre cose si svolgono spesso solo mascheratamente nella coscienza, ciò che si agita, spinge e pulsa nella vita umana: lo sforzo verso una piena realizzazione della personalità umana, come i tempi anteriori non hanno mai conosciuto. Realizzazione della personalità umana, sensazione dell’essenza umana in sé, questo è effettivamente il nervo fondamentale della questione sociale, e si riveste soltanto, secondo queste diverse condizioni di vita che sono proprio determinate da quanto ho detto, nelle forme date. E così potrebbe accadere che una lotta che nel fondo è una lotta per l’ottenimento della piena dignità umana per tutti gli uomini, diventasse una lotta di particolari interessi diversi fra loro, una lotta di classi, una lotta che nel presente riversa in modo così funesto le sue forze.
Che qualcosa si celi e si mascheri in questo sviluppo moderno dell’umanità ha fatto sì che lo sguardo non fosse rivolto, o piuttosto, che non si imparasse fino a ora a rivolgere lo sguardo verso ciò che conta davvero. Nel periodo in cui gli impulsi sociali hanno agito istintivamente, si poteva lasciare che il corpo sociale si configurasse anche istintivamente. Ora che gli impulsi sociali sono entrati nella coscienza degli uomini, sebbene in forma mascherata, allora è necessario, è il più importante riguardo al problema sociale dei tempi moderni, che la comprensione sociale, la comprensione per la configurazione dell’organismo sociale penetri in ogni singola anima umana, benché questa comprensione non debba essere di tipo dottrinale, ma quella che vive nel sentimento, nel sentire e che si realizza in ciò che il singolo uomo sperimenta come questa o quella necessità, di inserirsi nella società umana. Per questo è oggi così necessario fare quello che ho cercato di fare in questi discorsi: rivolgere lo sguardo verso ciò a cui tende tutto nello sforzo dell’umanità moderna, ciò che tuttavia effettivamente può spingere sulla superficie solo in virtù delle condizioni particolari attuali; rivolgere lo sguardo al fatto che l’organismo sociale deve veramente diventare una formazione vivente, una tale formazione di cui si comprendono le condizioni di vita, certamente in modo vivente, non teoricamente. Per questo sottolineai che la salute dell’organismo sociale dipende dal fatto che non si mischino caoticamente insieme i tre membri dell’organismo sociale: la vita spirituale nel senso più ampio, la vita giuridica o politica, cioè la vita statale nel senso stretto, e la vita economica. Solo allora le forze che agiscono nei tre membri riceveranno la loro necessaria educazione e la loro necessaria liberazione, cosicché questi tre organismi non vengano assorbiti l’uno dall’altro, ma che si sviluppino liberamente l’uno accanto all’altro e proprio in una certa autonomia, come ho già illustrato da diversi punti di vista, operino insieme e accanto l’uno all’altro. Contro questa autonomia è stata finora, da certe premesse, la vera tendenza dello sviluppo umano. La differenziazione di ciò che era stato confusamente mescolato insieme, questa è ora la questione vitale più necessaria riguardo all’essenza sociale dell’umanità contemporanea.
Alcuni lati del pensiero e del sentimento umani hanno sempre sentito, sin da quando alla luce della consapevolezza degli impulsi sociali gli uomini hanno cominciato, secondo le loro premesse spirituali, a pensare così o così sui rapporti fra vita statale e vita economica, quello che io qui intendo. Allora vediamo svilupparsi le cosiddette maniere di pensare sociali o economico-nazionali — come vogliamo chiamarle, è indifferente — abitudini di pensiero. Non può essere mio compito illustrare qui lo sviluppo del pensiero sociale nei tempi moderni. Voglio richiamare l’attenzione solo su una cosa, quella, vorrei dire, che illumina fortemente molti di quelli su cui deve veramente vertere l’attenzione in questi discorsi.
Fra le molte maniere di pensare, i tipi di rappresentazione riguardo all’intreccio della vita economica con quella statale e spirituale dell’umanità, nel corso dei tempi moderni emerse anche quello che nel 18° secolo si designava come il cosiddetto pensiero economico-nazionale fisiocratico. Da un pensiero anteriore che entro l’organismo statale voleva organizzare maggiormente la vita economica, si formò, come per una necessaria opposizione, questo pensiero fisiocratico. Si formò in modo che si voleva passare a non tiranneggiare la vita economica mediante la vita giuridica dello stato, mediante la vita politica della formazione statale nel senso stretto, che si voleva lasciare la vita economica alle sue proprie leggi naturali, lasciarla agli impulsi cui va incontro quando semplicemente l’uomo liberamente dai suoi interessi inizia il gioco della vita economica. Allora alcuni sostenitori di questo sistema pronunciarono parole effettivamente molto illuminanti su queste cose, come potrebbe essere così riferito. La gente diceva: a che scopo entro la formazione politica dello stato dovrebbe svilupparsi un sistema di leggi che regolano la vita economica? O queste leggi saranno le stesse di quelle che la vita economica si dà da sé quando è lasciata al libero gioco delle forze, oppure saranno altre e a essa contrarie.
Nel primo caso, se sono le stesse, allora sono superflue, allora non se ne ha bisogno, allora la vita economica si dà le sue proprie leggi, allora non è necessario incatenare la vita economica in particolari leggi statali. Ma se le leggi dello stato agiscono contrariamente alla vita economica, allora la ostacolano, allora la danneggiano, allora le sono nocive.
Vorrei dire: quello che si esprime in questi due enunciati opposti, esso ancora oggi assilla molti cervelli. Esso assilla molti cervelli, perché l’umanità moderna, sebbene creda molto di essere pratica, di avere senso per il reale, eppure è terribilmente divorata da un certo senso per l’unilateralità astratta, per quella teoretica. E se si esaminasse quanto in quello che a molte persone oggi appare come la vera vita pratica non è nient’altro che unilateralità realizzata, teoria unilaterale realizzata, allora si scoprirebbe più di un enigma della vita e se ne potrebbe apportare una soluzione parziale. Che cosa suona più plausibile, che cosa suona più naturale che quando dico: o le leggi statali corrono nella stessa direzione di quelle economiche, allora non se ne ha bisogno, oppure a esse si oppongono, allora devono danneggiare la vita economica. Ma si pensa in questi contrasti solo quando si guarda l’organismo sociale come qualcosa che si possa regolare per mezzo di concetti, di leggi, di principi, di programmi, quando non ci si innalza alla concezione che l’organismo sociale è qualcosa che deve avere vita in sé, che deve vivere della sua propria essenza. Ma quello che prospera e germoglia dal suo proprio contenuto vitale, dai suoi propri impulsi vitali, nel vero vivere ha contrasti in sé. E l’organismo sociale, se deve essere reale, un vero organismo, deve avere contrasti in sé.
Perciò è giusto, quello che forse a molte anime teoreticamente disposte della contemporaneità appare come un assurdo: la vita statale, puramente giuridica, puramente politica deve proprio in un certo modo limitare, contrastare nei suoi leggi la vita economica, affinché la vita complessiva dell’umanità, che non è solo economica, non solo giuridica, ma è economica, giuridica e spirituale, possa svilupparsi come nel singolo organismo umano — uso ancora il paragone, ricordando, non come se volessi fare un gioco di analogie fra fisiologia e sociologia — il sistema digestivo in un certo modo procede relativamente autonomo per sé e accanto a sé il sistema ritmico, il sistema respiratorio e circolatorio, e entrambi nei loro processi nel vivo processo vivente si limitano e reciprocamente si delimitano. Così è necessario che nel vero organismo sociale sia posto accanto a sé la vita economica da un lato e la vita statale politica nel senso stretto dall’altro, e a questa deve accompagnarsi con relativa autonomia la vita spirituale, come ho nuovamente illustrato l’ultima volta da un altro punto di vista.
Poiché quello che conta si basa sul seguente: la vita economica ha in sé forze interne completamente diverse da quelle della vita giuridica, con cui deve cooperare, affinché la vita complessiva dell’umanità possa prosperare, e di nuovo diverse da quelle della vita spirituale.
Si potrebbe, se volesse portare qualcosa di più o meno concretamente vivente in forme astratte, che però forse da un lato, sebbene unilateralmente, rendono comprensibili le cose, dire il seguente: nella vita economica, così come sussiste nella produzione di merci, nella circolazione di merci e nel consumo di merci, tutto dipende dal fatto che nasca la formazione di valore conforme alla vita. E questa formazione di valore si compie essenzialmente così, che il valore deve formarsi, se l’organismo sociale è sano, sotto l’influsso dell’impulso che il consumo di quello che l’organismo economico per sé pretende — lo si chiami mercato o altrimenti — e tiene pronto per il consumo, che il consumo della merce sia il più idoneo possibile, il più vantaggioso possibile. Una merce deve essere offerta al consumo, se l’organismo sociale è sano, cosicché si consumi nella maniera più idonea possibile, cosicché duri quanto è idoneo, o si consumi così velocemente quanto è idoneo, cosicché tuttavia tutto il suo contenuto miri al consumo.
Se la forza lavoro umana fosse completamente impegnata nella vita economica — e questa vita economica può svilupparsi sanamente solo dal punto di vista della formazione del prezzo e del valore della merce secondo il consumo corrispondente — , allora si realizzerebbe quello che l’idea marxista del proletariato sostiene, che la forza lavoro umana stessa fosse merce, e così allora questa forza lavoro, dotata del carattere della merce, nell’organismo sociale dovrebbe ricevere il suo valore essendo consumata nella maniera più idonea completamente.
Il membro economico dell’organismo sociale ha anche, se lo si esamina più attentamente, la tendenza in sé a consumare l’uomo, e se il membro economico dell’organismo sociale seguisse soltanto le sue proprie leggi, allora entro questo membro la forza lavoro umana verrebbe consumata. Nel momento in cui i circoli borghesi dirigenti non considerassero questo, hanno proprio contribuito al fatto che entro la vita economica e la posizione del proletariato nella vita economica si sia formato il nervo della moderna questione sociale, quello che mostra la sua vita nel fatto che proprio il moderno proletario lo pretende per sé soprattutto, di spogliare la sua forza lavoro del carattere di merce. Per quanto molte altre cose nella questione sociale si mascherino e molti di questi fattori vivano nell’inconscio del proletario moderno, questo è un fattore essenziale, che l’anima proletaria tende verso la liberazione della forza lavoro umana dal carattere di merce.
Ma questo non potrà mai avvenire se il processo economico procede secondo le sue leggi, e se si trasforma l’intera vita statale in una sola economia, come è l’ideale di molti socialisti moderni. Ma nemmeno allora può avvenire se in modo unilaterale si vuol fare dello stato da parte sua un amministratore economico. Un rapporto sano risulta solo allora, quando si lascia al corpo economico di sviluppare in sé stesso la sua relativa efficacia, quando, come accade anche nella vita organica naturale, si lascia un sistema per così dire affinché sviluppi pienamente in esso le forze che gli risiedono, di svilupparsi in relativa autonomia e poi quello che si produce si delimita, migliora per mezzo di un sistema contiguo, relativamente autonomo, come nella natura l’organismo un sistema si sviluppa pienamente, porta anche alla manifestazione i suoi difetti, ma questi difetti sono continuamente paralizzati dal sistema contiguo. Su questo si basa tutta l’efficacia organica. Su questo deve basarsi anche la guarigione dell’organismo sociale.
Non mi importa veramente come si definisca l’organismo economico, come si definisca l’organismo statale, come su di essi si pensi, bensì mi importa che questi due membri devono esistere accanto l’uno all’altro, e l’uno deve svilupparsi relativamente autonomo, addirittura deve sviluppare da sé la venatoria dei suoi difetti, l’altro sistema deve svilupparsi accanto e deve paralizzare quello che altrimenti risulterebbe come difetti nell’altro sistema. Questo è l’essenza del vivente; questo deve essere anche l’essenza dell’organismo sociale vivente. Solo allora, quando il corpo economico si amministra da sé, si amministra dalle sue proprie condizioni, il corpo giuridico, il corpo politico si amministra da sé, di nuovo dalle sue proprie condizioni che risultano dalla regolazione dei rapporti giuridici da uomo a uomo, e quando allora ciascuno di questi organismi si autoregola, in quanto operano l’uno accanto e l’uno sull’altro, allora nasce una vita sociale sana. La questione sociale non è risolvibile per mezzo di una teoria, non per mezzo di leggi, ma è risolvibile solo nel fatto che nella vita vivente un genere di forza, quella economica, opera accanto all’altro, a quella statale, politica, nell’immediato, nella propria esistenza, che si sviluppino entrambe l’una accanto e l’una nell’altra, ma così che ciascuna stia nella sua autonomia.
Questo è ciò che è stato trascurato per una certa necessità storica. Poiché quello che è accaduto è naturalmente necessario. Qui non deve essere data una critica, ma una rappresentazione dei rapporti. Ma questo è quello che come una necessità nel progresso umano per la vita del presente e del prossimo futuro deve introdursi. Risulterà che per la guarigione dell’organismo sociale la vita economica diverrà associativa, che si articola così che le cooperative previste, le associazioni sindacali e così via si formino in modo che si liberino da quello che hanno ancora assunto dal pregiudizio che tutto debba formarsi sul modello del vecchio stato giuridico. Ciò che ancora di vita statale vive in queste associazioni che servono la vita economica deve essere liberato. Devono diventare pure organismi che servono la vita economica, tali organismi che si basano sul rapporto che entro la vita economica l’uomo deve avere, sia verso la base naturale della vita economica, sia verso la necessità, così o così, di valorizzare le materie prime, di portare le merci in circolazione, di portare il rapporto di consumo nel giusto rapporto con la produzione e il commercio e così via.
La complessità della vita umana rende oggi necessario che un intero sistema di associazioni e coalizioni, che sono provocate dalla base naturale della vita economica, si formi fra gli uomini, tali associazioni e coalizioni che nel loro essenziale si basano sulla comprensione della valorizzazione della base naturale e della conduzione della merce verso il consumo appropriato. Proprio la complessità richiede che in questo ambito un intero sistema di associazioni si sviluppi. Ma queste associazioni nasceranno dalla connessione dell’uomo con le forze economiche stesse. Allora risulterà che proprio quello si verifica, sempre di nuovo nella vera vita si verifica, che la vita economica tende a consumare l’uomo.
Accanto alla vita economica deve stare la vita politica che, in contrasto con la vita economica che deve basarsi su associazioni, deve poggiarsi più sulla democrazia, poiché la vita statale abbraccia il rapporto da uomo a uomo. Essa abbraccia tutto quello su cui tutti gli uomini hanno il loro interesse in egual misura. Come la vita economica si basa sul valore economico dei beni, così la vita statale dovrà basarsi essenzialmente sul diritto pubblico, che si fonda nella legge o che fonda la legge, che determina il rapporto dell’uomo fra gli uomini. E in viva interazione quello che si sviluppa dalla vita economica dovrà essere delimitato, limitato. Vi sono già accenni a ciò, ma una penetrante comprensione sociale deve affermarsi.
Quello deve svilupparsi che soprattutto protegge l’uomo dal fatto che dalla vita economica, che è orientata verso il consumo, egli stesso riguardo alla sua forza lavoro venga consumato.
Così come la formazione del prezzo, la formazione del valore è essenziale dentro il corpo economico, così è essenziale lo sviluppo del diritto concreto, del diritto pubblico concreto, che regola la vita dell’uomo accanto all’uomo, essenziale nella vita dello stato politico. Non si può forse affermare anche oggi che il sentimento che sussiste riguardo al diritto pubblico non si è ancora fatto strada verso una particolare chiarezza? Si può molto, molto chiedere a coloro che dovrebbero sapere queste cose, che avrebbero dovuto riflettere e ricercare molto su questi argomenti, si può molto chiedere a costoro, che cosa effettivamente si debba intendere con l’essenza del diritto, del diritto che pur sempre si presenta in forme concrete. Si riceve una nozione delle difficoltà che qui risiedono solo quando ci si impegna in una questione come quella che il mio compianto amico Ludwig Laistner aveva posto come base della sua dissertazione dottorale, «il diritto di punire». Ciò può diventare addirittura una domanda, in che cosa consista concretamente il diritto della società umana di punire.
Si può tentare molto per avvicinarsi all’impulso del diritto. Soprattutto nel nostro tempo presente, quando da molte parti diverse si parla così tanto del diritto, è evidente che si debba sempre di nuovo e ripetutamente cercare di avvicinarsi a quello che effettivamente è l’essenza del diritto. Se si cerca di scoprire, da che cosa un tal diritto concreto si basa — anche il diritto di proprietà si basa su un diritto; il rapporto di proprietà si fonda nel diritto di usare esclusivamente per sé una terra o qualcosa per la propria attività con l’esclusione degli altri — , ciò che è oggetto del vero membro politico del corpo sociale, così gli uni non trovano nient’altro che infine pur sempre tornando al potere. Gli altri trovano che torni a un sentimento umano originario. Si arriva facilmente, se si vuol affrontare la cosa, a forme vuote. Senza che io possa — cosa che richiederebbe ore — impegnarmi in una piena fondazione, voglio tuttavia dire questo, che il diritto fonda effettivamente un certo rapporto dell’uomo verso qualcosa, una cosa o un evento o simili o una serie di eventi, con l’esclusione di altri uomini. Da che cosa si basa dunque effettivamente che si possa sviluppare il sentimento, il sentire: un qualche uomo o un popolo abbia un diritto su quello che si ha in vista? E si ricava allora, per quanto ci si sforzi, nient’altro che ci si possa dire: nella vita pubblica fonda la pretesa di diritto il fatto che possa sussistere il presupposto che colui che rivolge la sua attività verso una cosa o un evento o una serie di eventi possa farvi fronte con la maggior probabilità più nel senso dell’umanità generale di quanto qualunque altro. Nel momento in cui si ha il sentimento che il rapporto di qualcuno verso una cosa o verso qualcos’altro esprima più il vantaggio dell’umanità generale, di quando qualunque altro usasse questa cosa o entrasse in questo rapporto, così si può attribuire a colui di cui si tratta il diritto su questa cosa. Questo sarà essenzialmente quello che nel sentimento dell’umanità farà la differenza quando ora le grandi questioni di diritto della vita internazionale entrano nell’essere, nell’essere veramente. Si attribuirà pienamente il diritto su un certo territorio a colui presso il quale sussiste la prospettiva che nel senso del bene dell’umanità generale proprio questo popolo possa amministrare il territorio in modo più fecondo, più sicuro.
Così si arriva a quello che nella vita democratica dello stato può permeare e inondare i vari impulsi che devono orientare la vita da uomo a uomo, che siano nei programmi di assicurazione operaia, che siano comunque in altre assicurazioni che servono a protezione dai danni della vita economica, in tutto questo deve vivere come fondamento del diritto quello di cui ho appena parlato. E una comprensione, ma ora non una comprensione per una qualche definizione universale astratta del diritto, ma una comprensione per l’efficacia del diritto nel singolo caso concreto, questo è quello che riguardo a una vita sociale sana dell’umanità deve introdursi. Questa vita giuridica, questa vita dello stato politico nel senso stretto, del secondo membro di un organismo sociale sano, questo sarà anche quello che eliminerà il vero punto cruciale, vorrei dire, della moderna questione sociale solo, non per mezzo di realizzazioni di opinioni teoretiche e principi e programmi, ma per mezzo della vita immediata dal mondo, cioè il punto che ho designato sopra come l’esigenza del proletariato moderno: di spogliare la forza lavoro umana del carattere di merce.
Per questo è certamente necessario che si comprenda anche, vorrei dire, dalla base comprenda, su che cosa versa la parte che il lavoro umano nel generale complesso della vita umana, nella struttura della società umana ha. Di nuovo richiederebbe ore se io dovessi qui in dettaglio fondare una legge sociale fondamentale del lavoro umano; intuitivamente, credo, e istintivamente ogni uomo che penetra un po’ la vita può comprendere quello che ora proferirò.
Ho cercato già agli inizi del secolo in un articolo, che allora apparve nella mia allora presente rivista «Lucifero-Gnosis» sulla questione sociale, di richiamare proprio su questa legge fondamentale sociale l’attenzione. Ma allora si predicava e ancora oggi si predica su molte cose in questo ambito a orecchi sordi, purtroppo. Questa legge consiste nel fatto che nessuno, nella misura in cui appartiene al corpo sociale, all’organismo sociale, lavora per sé stesso. Bene inteso, nella misura in cui l’uomo appartiene all’organismo sociale, egli non lavora per sé stesso. Ogni lavoro che l’uomo compie non può mai ricadere su di lui, nemmeno nel suo vero frutto, ma può essere compiuto solo per gli altri uomini. E quello che gli altri uomini compiono deve venire a noi stessi. Non è soltanto un altruismo richiesto eticamente quello che vive in queste cose, ma è semplicemente una legge sociale. Non possiamo agire diversamente, così come non possiamo guidare il nostro sangue diversamente che nella circolazione, dobbiamo nella circolazione dell’attività umana operare così che la nostra attività giovi a tutti gli altri, e l’attività di tutti gli altri giovi a noi stessi, così che mai la nostra propria attività ricada su di noi.
Per quanto paradossale suoni, se esaminate quale vero processo di circolazione il lavoro umano compia nell’organismo sociale, troverete: esso esce dall’uomo, giova agli altri, e quello che gli uni hanno dalla forza lavoro è il frutto della forza lavoro di altri. Come detto, per quanto paradossale suoni, è vero. Non si può vivere della propria opera nell’organismo sociale così come non si può mangiarsi da soli per nutrirsi.
Sebbene nel fondo la legge sia molto facile da comprendere, potreste obiettare: ma se ora sono un sarto e fra i vestiti che fabbrico per gli altri mi faccio anche un abito, allora pur sempre ho applicato la mia forza lavoro a me stesso! — Questa è solo un’illusione, come è sempre un’illusione quando credo che il frutto della mia opera ricada su di me. Nel momento in cui mi faccio un abito, una giacca o simili, non lavoro in verità per me, ma mi metto nella posizione di continuare a lavorare per gli altri. Questo è quello che la forza lavoro umana come funzione ha puramente per una legge sociale entro l’organismo sociale. Chi trasgredisce questa legge, lavora contro l’organismo sociale. Perciò si lavora contro l’organismo sociale quando si continua a realizzare quello che si è sviluppato nella vita storica moderna, che si lascia vivere l’operaio proletario dal frutto della sua forza lavoro.
Poiché questo non è verità, è un’non-verità mascherata e realizzata per mezzo dei mezzi dei rapporti sociali, che si introduce distruttiva nella vita economica. Questo è quello che nella vita economica può essere regolato solo se questa vita economica si sviluppa autonomamente e accanto a essa relativamente autonomamente si sviluppa la vita politica, la vita statale nel senso stretto, che sempre strappi alla vita economica la possibilità di dirigere il lavoro umano su se stesso. Dentro il sistema del diritto viene effettuato dalla giusta comprensione sociale, che il lavoro umano riceva quella funzione che deve ricevere secondo il vero decorso della vita nell’organismo sociale. L’organismo economico per sé ha sempre la tendenza a consumare la forza lavoro dell’uomo. La vita giuridica deve sempre assegnare alla forza lavoro la sua posizione naturalmente altruistica, ed è sempre di nuovo necessario, per mezzo di nuova legislazione democratica concreta, che quello che la vita economica vuole realizzare in non-verità sia sempre nuovamente strappato a questa vita economica, e sempre di nuovo la forza lavoro umana sia strappata dagli artigli della vita economica per la via del diritto pubblico. Proprio come devono cooperare il solo sistema digestivo con la vita di circolazione-respirazione, prendendo quello che viene incorporato dal sistema digestivo dal sangue circolante, così deve cooperare l’uno accanto l’altro e l’uno sull’altro quello che accade nella vita economica e quello che accade nella vita giuridica, altrimenti né l’uno né l’altro prospera. Lo stato puramente giuridico, se vuole diventare amministratore economico, paralizza la vita economica; l’organismo economico, se vuol conquistare lo stato, uccide il sistema, la vita del diritto pubblico.
È questo quello che voglio ancora aggiungere a quello che è stato detto nei precedenti discorsi in fondamento della triarticolazione dell’organismo sociale. Nel momento in cui i circoli borghesi dirigenti per così dire tenevano lo sguardo ipnotizzato rivolto solo allo stato, lo stato divenne per loro qualcosa come un idolo. Non si rivolgeva l’attenzione verso la necessaria differenziazione dell’organismo sociale nei tre membri. E così accadde che nei tempi moderni veniva anche assorbito, incorporato dallo stato, dalla vita politica nel senso stretto, la vita spirituale. Come la circolazione di merci nella vita economica si basa sulla formazione di prezzo e valore, come la vita entro l’organismo politico sociale si basa sulla vita giuridica, così tutta la vita spirituale si basa sul contenuto immediato del prodotto. E considerate solo che differenza enorme c’è fra la vita economica e la vita spirituale. Nella vita economica tutto dipende dal fatto che la merce venga spinta verso il consumo più appropriato. Produzione spirituale, sia nel campo dell’educazione, della scuola, sia nel campo dell’arte, sia in qualunque altro campo spirituale, collegare la produzione spirituale al concetto di consumo è addirittura un assurdo. Non si può fare. Non si può mettere sulla stessa linea quello che è spiritualmente prodotto con quello che circola nel processo economico. È questo quello che ha anche causato che l’assorbimento, per esempio, della scuola dallo stato, dell’università dallo stato e simili, nello sviluppo moderno è diventato un fattore inibente, anche nel senso reale ora. Ed è questo quello che deve attirare l’attenzione dell’umanità, che questa vita spirituale deve nuovamente essere liberata, sciolta dalle catene. E ho già attirato l’attenzione al fatto che a questo membro spirituale dell’organismo sociale deve essere calcolato anche quello che a molti ora apparirà paradossale, la vera pratica del giudizio privato e penale. Per quanto strano suoni, anche lì vi è già una tendenza nella vita moderna, che tuttavia non è giudicata nel modo giusto. Quello che sempre più e sempre di nuovo da una psicologia che proprio si sbaglia è stato messo in servizio per l’amministrazione della giustizia, è quello che tende secondo un principio non ancora riconosciuto, ma che necessariamente deve essere riconosciuto, dell’incorporazione dell’operare privato e penale nel membro spirituale, che di nuovo con relativa autonomia sta, anche con relativa autonomia sta rispetto a tutta la vita che si sviluppa come la vita politica nel senso stretto, che si sviluppa come la vita del diritto pubblico, della legislazione. Certamente, sarà necessario in futuro in un organismo sociale sano il criminale, per esempio, debba essere ricercato da quello che risulta dal secondo membro, dal membro politico. Se però è stato ricercato, allora sarà giudicato dal giudice cui egli sta di fronte in un rapporto umano individuale.
Su questa questione forse solo colui può giudicare dalla storia che, come me, che ora vi parlo, ha potuto osservare durante anni, anni lunghi su un territorio dove davvero è stato difficile governare unitariamente, e dove pur tuttavia si voleva governare unitariamente in modo statale: su un territorio come l’Austria. Lì si poteva osservare quello che sarebbe risultato se oltre le pure frontiere linguistiche fosse stata presente libera giurisdizione; se il boemo che abita in un territorio tedesco avesse potuto scegliere il suo giudice vicino ceco o boemo dall’altra parte, se il boemo abita un territorio boemo avrebbe potuto scegliere il suo giudice nel territorio tedesco. Si è visto come benedetto questo principio abbia agito nello sforzo, purtroppo rimasto un inizio, dei vari circoli scolastici. Vi risiede qualcosa che, vorrei dire, come un pesante incubo ancora oggi pesa sull’anima di chi ha vissuto la vita austriaca, che questo uovo di Colombo non sia stato trovato: la libera scelta del giudice e il vivo cooperare del ricorrente, del giudice e dell’imputato, invece del giudice dallo stato politico centralizzato, che può essere determinante solo non per l’amministrazione della giustizia, ma per la ricerca e la consegna del criminale o per l’esecuzione della sentenza.
Per quanto paradossale ancora oggi suoni all’umanità, deve essere incorporato il rapporto dell’uomo con il suo giudice in relazione civile e penale al membro spiritualmente autonomo. Già due giorni fa ho attirato l’attenzione al fatto che non dipenderà l’amministrazione esterna, la scelta delle persone nel membro spirituale dallo stato. Chi può penetrare le condizioni moderne, gli si rivela che la vita più interna di scienza e arte e di tutto lo spirituale dipenderà da quello da cui non deve dipendere, se questo membro spirituale non può svilupparsi in relativa autonomia accanto ai due altri membri.
Appare ancora oggi a molti come qualcosa di paradossale quando io dico riassumendo, che ciascuno di questi ambiti deve avere una certa sovranità, il suo proprio sistema rappresentativo, la sua propria legislazione che è nata dalle sue condizioni, che cresca dalle condizioni di associazione nell’ambito economico, così la sua amministrazione, la sua legislazione in modo autonomo. In modo democratico risulterà dall’intera umanità di un determinato ambito sociale per il vero stato politico, in cui è regolato il rapporto dell’uomo verso l’uomo, il rapporto verso l’economia, il rapporto verso la vita spirituale; senza che tuttavia nei due altri sia intervenuto dalle leggi dello stato, e dalle forze stesse agenti nella vita spirituale risulterà anche l’articolazione nell’amministrazione per la vita spirituale. In un grado ancora molto più alto la vita spirituale può essere emancipata dalla vita moderna veramente, in un grado più alto che non fosse il caso in tempi antichi, quando l’unica vita spirituale che contava per molti uomini consisteva nella vita religiosa, da cui si è formata la scuola, l’università.
Certamente era necessario l’intervento dello stato moderno per assegnare ai vecchi religiosi e alle vecchie amministrazioni quello che non spettava loro. Ma dalla vita moderna stessa deve svilupparsi di nuovo la vita spirituale autonoma. Ed è proprio questo quello che un indirizzo geisteswissenschaftlich, come sta a fondamento di queste considerazioni sociali qui, per sé deve pretendere, che deve pretendere dalla ragione che sa che tutta la vera vita spirituale produttiva, anche quella che si manifesta per esempio in invenzioni tecniche, idee tecniche, che tutto questo può svilupparsi solo con impulsi che la guariscono veramente per l’umanità, se si sviluppa dalla vita spirituale vivente, autonoma, indipendente dai due altri membri dell’organismo sociale. Lo spirito nell’uomo avrà la forza di spinta verso la vera produttività solo nel modo giusto quando questa vita spirituale è relativamente autonoma. Speculare, teorizzare, pensare a cose, per amor di Dio anche nel modo come lo fa una certa direzione nella tecnica moderna e nella scienza naturale, soprattutto nei loro metodi in modo ammirevole, anche inventare si può, ma la vera idea produttiva, che è così produttiva che serve il vero progresso dell’umanità e contemporaneamente il vero bene dell’umanità, questa idea può nascere solo dentro una vita spirituale posta su se stessa.
Si è ancora così lontani da quello che io qui veramente intendo e che deve essere compreso quando la questione sociale deve essere posta su una base salutare, che alcuni mi hanno risposto, quando gliel’ho spiegato: sì, questo è solo nel senso moderno una rinnovazione dell’antica idea platonica della trivisione del corpo sociale nei tre stati: stato nutriente, stato guerriero, stato dottrinale. — No, questo non è una rinnovazione di questa antica idea platonica, ma è in un certo aspetto il radicale opposto, e su questo conta. Poiché fra quello che platonicamente poteva essere pensato come qualcosa di grande in Grecia e ancora per tempi successivi, e quello che oggi deve essere pensato per il bene e la guarigione dell’organismo sociale, sta il grande, critico taglio dell’umanità verso il 15° secolo. Allora, ai tempi platonici, la trivisione dell’organismo sociale era tale che si dividevano gli uomini secondo stati. La trivisione di cui qui parlo, questa non divide gli uomini, divide l’organismo sociale; divide questo organismo sociale così che in certe circostanze un uomo può stare dentro tutti e tre i membri, può compiere il corrispondente, ma per il fatto che l’organismo sociale è articolato, esso non è nella condizione di agire in modo dannoso dall’un membro all’altro, nemmeno allora quando, come accade in molti parlamenti moderni, la stessa persona, per amor di Dio, come agricoltore allo stesso tempo sta dentro un partito statale. Oggi è ancora possibile che egli attraverso certe associazioni inauguri una rappresentanza di interessi, che nella vita giuridica entri una rappresentanza di interessi economici. Ho addotto l’ultima volta un esempio dove uno stato intero nella sua vita giuridica è stato permeato da tale rappresentanza di interessi. Questo sarà escluso. Ma quello che io designo come triarticolato nel sano organismo sociale, questo è l’organismo sociale separato dall’uomo. L’uomo proprio per questo diventa autonomo, proprio per questo viene liberato dal carattere di schiavo dell’organismo sociale, che non siano classi umane, strati umani che stanno come membri, ma che l’organismo sociale stesso sia articolato. Questo al contempo rimanda al fatto che questo pensiero che qui sta a fondamento è un pensiero veramente conforme alla realtà, lontano da tutto quello che ho designato due giorni fa come fanatismo da sciame.
Questo fanatismo da sciame si presenta presso le più diverse parti. Esso esiste altrettanto nei circoli borghesi come dalla parte della socialdemocrazia. E questo fanatismo da sciame afferra gli uomini, quando ancora e di nuovo non sviluppano un’idea di quello che l’organismo sociale come tale può effettivamente aspirare, quando è sano. Sempre di nuovo e continuamente la questione sociale soffre sotto l’influsso del sentimento, dell’idea, come se potesse essere aspirato immediatamente, mediante qualunque programmi, un organismo sociale che condizioni la felicità dell’umanità o la soddisfazione dell’umanità o simile. Questo non può essere aspirato immediatamente. Quello che può essere aspirato immediatamente è un organismo sociale vitale, uno tale che ha forze viventi della vita in sé. Messo dentro un tale organismo, vivendo in un tal organismo, solo da fondamenti completamente diversi l’uomo può fondare la sua felicità. Questo ha completamente altri fondamenti. Ma questi fondamenti, questi devono essere liberati dalla loro costrizione. Ed essi vengono liberati solo se un organismo vitale sta a fondamento. Come in un vero organismo vitale l’anima può svilupparsi, stare in esso in modo corrispondente, così in un organismo sociale vitale un’umanità felice, contenta, disposta al lavoro e consapevole del lavoro. Questo è quello che conta per la guarigione dell’organismo sociale.
Uno sguardo a quello che abbiamo sperimentato in un’epoca catastrofica può anche, vorrei dire, da un punto di vista internazionale e da un più grande punto di vista storico, corroborare come quello che io qui adduco come questi tre membri, una vera necessità per la forma di vita attuale dell’umanità e la forma di vita dell’umanità per il prossimo futuro. Si potrebbe dire che prima che questa terribile catastrofe, che si chiama guerra, fosse piombata sull’umanità, era stata raggiunta la culminazione della confusione e del caos dei tre membri che si devono differenziare. E proprio per il fatto che questi tre membri non potevano operare in relativa autonomia l’uno accanto l’altro, per questo è entrato molto di quello che nel vero senso deve essere contato fra i punti di partenza e le cause di questa catastrofe bellicosa. Non occorre indicare che pochissime cose. Lo sguardo di tutti gli uomini era rivolto a come da relazione dello stato austriaco al rapporto balcanico, soprattutto alla Serbia, la guerra ha preso il suo punto di partenza. Chi era iniziato nei rapporti austriaci ormai da decenni, sapeva giudicare come i rapporti economici che giocavano fra l’Austria e il sudest europeo fossero intricati in modo innaturale con i rapporti che dovevano svilupparsi in relativa autonomia, con i puri rapporti politici, e come per questa confusione, per il fatto che i rapporti politici dovevano improvvisamente decidersi da soli su qualcosa che era radicato in profondità nei rapporti economici, risultasse un’non-verità realizzata e deflagrasse.
Quanto diversamente sarebbe stata questa cosa — posso solo accennarlo alla conclusione di questo discorso —, se il rapporto di stati confinanti fosse stato conforme alla triarticolazione, se il rapporto al di là del confine fosse stato puramente politico, basato su base democratica e separato dagli altri membri, proprio come altrimenti la forma di governo è. Se ora però in modo correttivo, armonizzante al di là del confine agissero in autonomia i fattori economici e spirituali, allora al di sopra del sistema degli stati, dei cosiddetti stati si diffonderebbe qualcosa come un’armonia di interessi e un’intricazione di interessi, dove sempre l’uno corregga l’altro, dove non l’uno unilateralmente possa provocare un’esplosione. Condizioni sane al di là dei confini risulterebbero da questa trivisione nel rapporto internazionale dei popoli.
E di nuovo, come l’umanità internazionale ha rivolto lo sguardo sulla Germania, che pur nelle dichiarazioni di guerra, almeno esteriormente, è stata in prima linea. Chi è iniziato in questo ambito, conosce come è accaduta la disgrazia. Si è spesso detto, nel luglio e agosto, nei giorni funesti, la politica accanto alla vera guerra, accanto alla direzione militare, abbia fallito. Ma politica e militare là dove entrambi agiscono sono cose parallele. Non si possono senza più separare. Possono svilupparsi solo in modo sano se agiscono dentro l’uno, la formazione statale in un organismo sociale triarticolato. Altrimenti necessariamente la politica, almeno in un membro, dovrà assumere carattere unitario. Essa culminerà in un determinato tempo o nel militare o nel non-militare. Poiché quello che nella sua natura, sebbene confuso è mediante errore umano con altri sistemi, deve essere qualcosa di unitario, non può esteriormente, l’uno correggendo l’altro, avere effetto. In quello stato di angoscia terribile da cui è sorto a Berlino quello che è sorto negli ultimi giorni di luglio, nei primi giorni di agosto, agì la compressione su un unico sistema, quello che doveva essere distribuito. Si compresse sotto la responsabilità di un unico sistema ciò che un unico sistema per il bene dell’umanità non deve mai portare. Le condizioni concrete lo insegneranno proprio quando una volta si indagheranno queste cose senza pregiudizio e imparzialmente. Oh, quanto non-senso è stato detto proprio riguardo a politica e amministrazione militare! È stato detto così tanto non-senso negli ultimi quattro anni e mezzo! Voglio solo esporre questo: poiché politica e strategia riposando in un membro inseparabile dell’organismo sociale possono agire solo così, la politica non può mai, se la strategia è costretta a vedere solo sé stessa, in modo sano influenzare questa strategia. Si è detto, appellandosi sempre di nuovo e di nuovo a una frase di Clausewitz: la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. — Non voglio estendere la critica su questa frase nella misura in cui sta nel contesto di tutta la contrapposizione bellicosa. Ma così come i signori che sempre di nuovo e di nuovo hanno applicato questa frase — sono stati anche donne — ha avuto all’incirca tanto senso quanto se dicessi: il divorzio è la continuazione del matrimonio con altri mezzi.
Non-senso di questo genere è stato prodotto da un pensiero innaturale, che di nuovo in modo innaturale è intervenuto nei rapporti reali, molto. Se una volta si penetra chiaramente le cose, si vedrà come tutto sarebbe potuto scorrere diversamente. Naturalmente quello che è accaduto è storicamente necessario, e quello che deve essere proferito vale come impulso per il futuro, però ipoteticamente ci si può dire, come tutto sarebbe potuto scorrere diversamente se la struttura dei rapporti internazionali europei fosse stata costruita sotto l’influsso della triarticolazione sociale. Si dirà: quello che è venuto è venuto dai rapporti di alleanza. Ma questi rapporti di alleanza non avrebbero mai potuto subentrare sotto l’influsso della triarticolazione sociale. La fine di tali formazioni di alleanze come quelle che erano, che hanno portato alla disgrazia degli ultimi quattro anni e mezzo, c’è allora quando gli uomini si orientano nel senso della triarticolazione dell’organismo sociale sano.
Quello che io qui espongo, è veramente pensato nel senso reale, è pensato dal reale. Perciò ho sempre detto quando mi sono sforzato allora nel corso di questi anni di terrore, in luogo di autorità nel modo appropriato per quel tempo sulla triarticolazione: quello che è reale, cambia da giorno a giorno, e potrebbe naturalmente essere che, se i rapporti si fossero di nuovo cambiati, dovrei parlare diversamente di queste cose. Dissi alla gente: quello che qui è presentato non è un programma, non è un ideale, nasce dall’osservazione di quello che vuole realizzarsi nei prossimi dieci, venti anni nell’Europa Centrale e Orientale, generalmente in Europa. Avete la scelta, o applicare la ragione oggi, o andare incontro a rivoluzioni e cataclismi.
È già cominciato e si mostrerà ancora in altri modi. Ma oggi voglio ripetere quello che anche da altri aspetti ho detto in queste occasioni. Ho sempre detto: chi è un utopista, un teorico che non pensa dal reale, ma da certe esigenze astratte o da impulsi di partito, questi ha un interesse nel fatto che quello che dà come un programma o simile sia veramente eseguito così come l’ha dato nel dettaglio. A me in queste cose che ho dovuto sostenere, non importa — così parlai allora. Potrebbe essere — dissi, e lo dico anche oggi ancora — che della formulazione di quello che sostengo non resti pietra su pietra. Poiché non importa che si realizzino cose pensate, ma che la realtà sia afferrata in un punto. Allora si troverà, afferrandola, come deve continuare. Potrebbe risultare in ulteriori sviluppi che tutte le formulazioni debbano diventare diverse. Non importa, se non si è un utopista, un fanatismo da sciame, che le cose siano eseguite letteralmente, ma che davvero sia cominciato in un punto. E a un tale punto dove deve cominciare, volevo indicare e voglio indicare ancora oggi, prima che sia completamente tardi, prima che gli istinti umani siano così scatenati che una comprensione fra gli uomini, forse per decenni, non fosse più possibile.
Perciò — lasciatemi dire questo alla conclusione ancora, sebbene non appartenga nel senso stretto al mio discorso — penso anche che oggi colui che in qualche modo leghi con la sua anima la questione sociale, non ha solo il compito di pronunciare le cose, ma di applicare tutti i mezzi per portarle alla comprensione del nostro prossimo. Poiché questo è quello che possiamo fare come primo: suscitare comprensione sociale reciproca. Molto è stato rovinato, rovinato nei campi più diversi del mondo per il fatto che un pensiero a maglie strette, come l’ho caratterizzato qui non molto tempo fa, sia stato lanciato nel mondo, che non si sia pensato al momento giusto la cosa giusta. Perciò devo salutare con una certa soddisfazione che sia diventato possibile dalle difficili condizioni del presente, sia diventato possibile anche riguardo all’applicazione pratica delle idee qui presentate, in tempo relativamente breve di raggiungere qualcosa. Tali personalità presso le quali in un certo senso, se posso dire così, ha preso fuoco quello che qui si è sviluppato come visione della realtà della questione sociale, si sono impegnate affinché almeno in questo ambito, in cui oggi la disgrazia può essere il grande maestro, si entri in una comprensione di queste cose. Tuttavia vorrei caratterizzare come una fortuna particolare se qui in territorio svizzero, dove ancora relativamente c’è opportunità di tranquilla oggettività, proprio per la possibilità di questa tranquilla oggettività potrebbe entrare comprensione più profonda, nel senso che si veda la necessità che alla comprensione sociale reciproca dell’umanità nel senso suggerito in questi quattro discorsi qualcosa venga fatto. Comunque, fra i dolori e dentro i dolori che si possono avere riguardo al decorso di tanti eventi e il destino di tanti membri dell’umanità oggi, può riempire di una certa soddisfazione che la disgrazia abbia insegnato a molti qualcosa. Così potrebbe accadere — consentitemi che l’adduca, poiché pur sempre può essere significativo se non si vuol parlare solo astrattamente, ma concretamente della questione sociale — che un appello, nel quale ho incorporato quello che qui ho estesamente sostenuto, in brevi proposizioni, che un appello che davvero è destinato a un effetto in tutto il mondo, pur tuttavia fino a ora ha trovato accesso nei cuori di coloro che in Germania e nella Germania-Austria sono stati pesantemente provati dalla disgrazia e insegnati un po’ dalla disgrazia. In questo appello ho cercato di illustrare come il Reich Tedesco, quando è stato fondato, con la sua fondazione sia caduto in quel periodo dove le possibilità di sviluppo della moderna umanità da una tale nuova fondazione nel senso più eminente richiedevano un procedere verso nuovi compiti sociali. Si è dedicato a cose piccole persino in modo esteso; ma proprio quello che era dovere di questo Reich, al suo quadro dare contenuto corrispondente dallo sviluppo di forze moderne dell’umanità, che pur sempre va in questa direzione della triarticolazione, questo non si è potuto vedere. E da questo è risultato che il resto del mondo si ponesse così verso questa Europa Centrale. Come avrebbe potuto il resto del mondo comprendere la legittimità di questa particolare fondazione di Regno se da questa fondazione di Regno non nascesse qualcosa che irresistibilmente dimostrasse il suo diritto dentro il processo di umanità internazionale!
Perciò ho creduto che quale giusta, se ora posso dire così, cosa programmatica — ma voi sapete da quello che precede: non è un programma, è una realtà — , perciò ho creduto di poter formulare in un appello all’umanità un compito che ora potrebbe sorgere per l’umanità europea, che sta davanti alla necessità di una ricostruzione. E comunque si poteva con soddisfazione sperimentare che fino a ieri a mezzogiorno questo appello ha già trovato più firme in Germania di quanto ne trovò un tempo il famoso appello dei novantanove intellettuali di funesto ricordo, che più di cento firme per questo appello da Germania e fino a ieri a mezzogiorno più di settanta firme dalla Germania-Austria per questo appello ci sono. L’adduco perché voglio parlare dalla realtà e per questo voglio attirare l’attenzione sul fatto che io ora con quello che credo sia necessario nel processo di sviluppo sociale, non sto più completamente solo, anche quando importa di farlo valere per il rapporto sociale reciproco degli uomini fra di loro.
E così dovrà continuare ad agire anzitutto per la via di una vera illuminazione sociale. Poiché questa è la cosa più prossima. L’umanità sta una volta oggi riguardo a una gran parte del mondo civilizzato davanti alla necessità di confrontarsi faccia a faccia con il problema sociale. Essa dovrà risolvere un problema — lasciatemi dire questo alla conclusione — che nel massimo grado è sgradevole per le sue abitudini di pensiero. Molti uomini vogliono ancora concedere che si abbia una trasformazione degli ordinamenti, una trasformazione anche della struttura sociale è necessaria. Ma non tutto lo spirito dei discorsi di cui ho osato parlare qui, non questo intero spirito ha provato che è necessario ancora un altro? Se i leader proletari istruiti nel marxismo sempre di nuovo e di nuovo sottolineano che è vera la parola marxista: i filosofi hanno interpretato, spiegato il mondo; si tratta però di trasformarlo secondo le idee, non solo di spiegare il mondo —, così è comunque ancora, riguardo alle esigenze storiche attuali incisive, non solo una mezza soluzione, forse nemmeno un quarto di soluzione. Quello che è necessario, è che non si applichino i pensieri solo a una qualunque trasformazione di ordinamenti, di strutture sociali, ma è proprio necessario che si trasformino i pensieri stessi. Solo da pensieri nuovi, solo da pensieri trasformati potrà svilupparsi un organismo sociale sano. Gli ordinamenti, la gente se li lascia andare ancora volentieri; ripensare, se lo lasciano andare meno volentieri. Ma è necessario. E finché non si vede questo, non ci si potrà orientare e non si potrà cooperare alla guarigione dell’organismo sociale.
A lungo tempo ha bussato alla porta delle considerazioni e delle decisioni umane più importanti la questione sociale. Ora è entrata nella casa dell’umanità. Non può essere più scacciata, poiché è in un certo senso riguardo allo sviluppo dell’umanità una strega. Essa non agisce solo sull’esterno della struttura umana, agisce così che gli uomini stanno davanti alla necessità o di ripensare o di aggiungere al male già presente sempre più male.
Con questo si accenna a quello che è necessario, quello che deve essere realizzato necessariamente se non deve diventare troppo tardi nel rapporto che gli istinti, come ho già detto, assumano forme così che una comprensione fra le diverse classi umane non sia più possibile. Solo allora andiamo incontro alla guarigione dell’organismo sociale quando non vogliamo fondare il nuovo che aspettiamo, quello che speriamo come guaritore, sui vecchi pensieri, ma quando ci decidiamo coraggiosamente e potentemente a rivolgerci con la nostra forza al nuovo pensiero per lo sviluppo ulteriore dell’umanità; poiché da nuovi pensieri soltanto sboccerà la possibilità di vita di nuove generazioni. Così si deve pensare che la questione sociale si è sollevata, che è nata dalle condizioni della vita moderna. Ma si penserà falsamente se si crederà di poterla in qualche modo risolvere momentaneamente. Il socialismo non è qualcosa che sia una soluzione o un tentativo di soluzione, no, la vita moderna e la vita dell’umanità nel futuro ha generato la questione sociale. Essa sarà sempre presente. Nell’organismo sociale vivente dovrà essere sempre risolta. In questo dovrà consistere una parte, un pezzo della vita dell’umanità futura, che in ogni generazione di nuovo questa questione debba essere risolta, da nuove forme risolta, questa questione che una volta si è sollevata, ammonendo e sconvolgendo tutta la struttura del pensiero e della volontà umani, la questione sociale. Ci volgiamo a essa con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra anima, altrimenti essa si volgerà a noi, allora però certamente non per nostro bene, ma per nostro danno. ### Conferenza pubblica
Come tema per questa sera è stato desiderato «Il volere sociale come fondamento di un nuovo ordine della scienza». Non so da quali motivi sia stato scelto proprio questo tema, ma quando mi è stato sottoposto, l’ho trovato straordinariamente felice, perché tocca davvero quel tono che mi sembra necessario proprio di fronte ai fatti che il movimento sociale ha portato nel presente, e che certamente parlano un linguaggio molto più chiaro di tutto ciò che è stato preliminarmente discusso e trattato sulla questione sociale negli ultimi decenni.
Si può seguire attraverso lunghi periodi lo sviluppo del movimento sociale nei tempi moderni, nel presente, e si poteva osservare proprio di fronte al volere sociale, che si esprimeva sempre più da una parte o dall’altra in queste o altre volontà sociali, che qualcosa si era insinuato furtivamente, si era inserito in questo volere sociale, nella disposizione sociale dei tempi moderni, che poteva apparire come un’involuzione di una superstizione che regna in un campo completamente diverso, negli antichi tempi medievali, una superstizione che ricorre alla mente quando ci si immerge nella seconda parte del Faust di Goethe e si incontra la scena dove Goethe fa preparare a Wagner l’omuncolo, l’ometto che vorrebbe diventare uomo a partire da un omuncolo. Secondo l’opinione di Goethe, la superstizione del Medioevo si basava sul fatto che allora si voleva plasmare qualcosa di realmente vivente da ciò che è soltanto intellettuale, che riunisce i fatti esterni in modo freddo e asciutto, che è una comprensione umana che può immaginare cose essenziali. L’impossibilità, dimostrata molto chiaramente a Goethe, di plasmare qualcosa di veramente vivente a partire da astrazioni separate dalla vita esterna, domina però non tanto il pensiero odierno stesso, quanto mi sembra che in tutti gli impulsi, negli istinti dei nostri contemporanei, di molti dei nostri contemporanei che vorrebbero attribuirsi un volere sociale, domini una metamorfosi, potrei dire, di certe superstizioni. Si osserva lo sviluppo della vita sociale, come si è sviluppata nel corso della storia dell’umanità fino al presente, si pensano dei principi, delle massime secondo le quali si dovrebbe procedere, o, come si sente da molte parti, che vogliono realizzarsi da sé, e allora si pensa di poter plasmare, con questi principi astratti, secondo i quali dovrebbe essere formato l’omuncolo, anche ciò che si chiama l’organismo sociale.
Verso questo organismo sociale, infatti, aspira, posso dire, l’inconscio dell’umanità moderna. Basta chiarirsi il seguente punto per comprenderlo. La vita sociale dell’umanità non è naturalmente nulla di nuovo in sé, appare solo in una forma diversa nei tempi moderni. La struttura sociale dell’organismo sociale è stata determinata, fino all’epoca moderna, da impulsi umani, dall’inconscio degli impulsi umani. E ciò che è significativo nelle forze che emergono nei tempi moderni è che l’umanità non può più fermarsi a un volere meramente istintivo, che semplicemente, spinta dalla natura dello sviluppo, deve dotarsi di un volere consapevole proprio riguardo alla formazione della struttura sociale. Ma se si vuole dotarsi di un volere consapevole, allora abbiamo bisogno di pensieri che stanno alla base di questo volere, pensieri che portano la realtà, non soli pensieri che sono completamente astratti dalla realtà, bensì pensieri che rendono il nostro volere imparentato con le forze che si trovano nel corso della natura, che dimorano nello stesso avvenimento cosmico. Si deve, per così dire, rendere il proprio volere imparentato con le forze creatrici dell’essere naturale.
Ma questo è qualcosa che larghi strati dell’umanità devono ancora imparare. Devono imparare a pensare che non si può assolutamente procedere nel modo in cui si pensa: che cosa deve accadere per trasformare una struttura sociale, che è nata da una vita sentita come intollerabile da molti, in una possibile struttura sociale. Non si può procedere in questo modo. Non si può pensare nulla che sia per così dire le malattie sociali. Si possono solo dirigere i propri sforzi migliori a trovare dall’interno dell’uomo stesso come gli uomini che vivono insieme nella società devono portare i loro rapporti reciproci a armonie reciproche, affinché in questa vita di scambio si sviluppi ciò che è necessario per portare avanti la struttura sociale.
Da questo mi è emerso, come credo, da lunghi anni di studi sulla questione sociale, che questa domanda fondamentale, che oggi si considera unitaria proprio attraverso il pensiero astratto, deve essere vista in tre articolazioni, deve essere vista in modo tripartito, e cioè come primo una questione spirituale, secondo come una questione giuridica e terzo come una questione economica. Ciò che è emerso nella moderna vita economica capitalistica, è emerso sulla base della tecnica, che si è sviluppata nei tempi moderni, e questo ha, come ipnotizzato, diretto lo sguardo umano esclusivamente su questa vita economica, ha completamente distolto l’attenzione dal fatto che la questione sociale, accanto a una questione economica, è soprattutto una questione spirituale e una questione giuridica.
Mi permetterò di affrontare per primo la questione spirituale, non per il motivo che, come alcuni credono, la considerazione della vita spirituale mi stia particolarmente a cuore soggettivamente, bensì perché sono effettivamente dell’opinione che, anche se gli uomini che pensano in modo proletario dei nostri tempi rifiutano di vedere nello spirituale qualcosa che possa contribuire alla soluzione della questione sociale, proprio per l’osservatore che guarda realisticamente questa questione sociale, lo spirituale deve porsi al primo posto. Per comprendere ciò, si deve considerare l’anima dell’uomo toccato dal moderno movimento sociale nella sua vera forma. Si deve tentare di riconoscere ciò che effettivamente vive negli ambienti orientati al socialismo come impulsi di volontà. Soprattutto, si deve indagare donde provengono questi impulsi di volontà.
Vedete, quando con la tecnica e il capitalismo la moderna vita dell’umanità è sorta, la parte dominante dell’umanità, la cosiddetta classe dominante, si è sempre più separata da ciò che si è formato in vari campi come il proletariato. Fra il volere proletario e la vita non proletaria regna oggi, e questo non lo negherà chi ha una certa consapevolezza, un abisso che è appena superabile, se non si tenta almeno di non agire nel movimento sociale solo con i vecchi pensieri e i vecchi impulsi di volontà, bensì con nuovi pensieri e nuovi impulsi di volontà. Nel corso del tempo, si è formata sempre più, all’interno dello stesso proletariato, la convinzione — e non si può assolutamente considerare questa convinzione come infondata, data la situazione — che la classe socialmente svantaggiata non ha nulla da sperare dalle classi finora socialmente dominanti, se conta sulla loro buona volontà, sulle loro idee e così via. Una profonda sfiducia si è insinuata fra le diverse classi di uomini. E questa sfiducia è nata da fondamenti che finora non sono praticamente saliti a galla nella coscienza dell’umanità, che rimangono ancora nell’inconscio. È nata dal fatto che la classe lavoratrice aveva riposto una fiducia ultima, grande, nel ceto borghese, specialmente all’inizio dei tempi moderni, e che è stata ingannata, non nella sua convinzione, ma nel suo sentimento da questa ultima grande fiducia. Vedete, oggi si parla di visione del mondo proletaria. Molti, anche personalità di spicco, che credono di esprimere nel loro pensiero il volere proletario, non sanno effettivamente quale sia l’origine di tutto il loro pensiero e della loro volontà. Ciò che di rivendicazioni che proviene dalla vita stessa vive oggi nel movimento sociale, contrasta effettivamente stranamente con ciò che si pensa dentro il proletariato stesso su questa rivendicazione, su questi impulsi vitali sociali.
Se devo esprimere brevemente ciò che intendo su questo terreno, devo dire: è sorta una cultura proletaria, una cultura sociale; ma dentro il sentimento proletario, dentro la cultura sociale e la vita, regna un’eredità proprio da quelle concezioni e visioni della vita che si sono formate nel ceto borghese nel momento decisivo del suo sviluppo storico.
Questo momento decisivo dello sviluppo storico moderno deve l’osservatore di questo sviluppo vederlo in ciò: che il moderno modo di pensare scientifico si è sviluppato — vi prego di notare che non dico: la scienza naturale, bensì il moderno modo di pensare secondo le scienze naturali — in tale modo da impulsi spirituali antichi, che questo modo di pensare scientifico non ha ricevuto la stessa forza di impulso, la stessa forza di impulso spirituale che avevano le antiche visioni del mondo.
Le antiche visioni del mondo erano radicate in impulsi umani più ampi di quanto non lo sia il moderno modo di pensare scientifico. Queste antiche visioni del mondo erano capaci di inviare impulsi nell’anima umana, attraverso i quali l’uomo poteva rispondere, nel modo del sentimento e del sentire, a quella domanda che lo colpisce sempre così profondamente: che cosa sono effettivamente come uomo nel mondo? Una tale forza di impulso nella vita dell’anima non è data al moderno modo di pensare scientifico. Naturalmente, da una necessità storica, che per questo non è meno una calamità storica, le antiche visioni del mondo si sono opposte ostilmente al moderno modo di pensare scientifico nel momento decisivo, invece di lasciar fluire pienamente in amicizia con esso ciò che esse avevano di sostegno per la vita spirituale dell’uomo, per la sua anima. E così è venuto il seguente fatto.
La macchina, l’ordine economico capitalistico, ha strappato una quantità di uomini dal loro precedente nesso di vita, da quel nesso di vita in cui questi uomini si trovavano prima, da completamente diverse condizioni di vita per il loro sentire di umanità, per il sentimento della loro dignità umana. C’era una connessione tra ciò che l’uomo è e ciò che fa. Basta pensare alla connessione che nell’antico artigianato fino al 13° secolo era molto evidente e in seguito è rimasta ancora in forma di resti! Da questo nesso, un grande gruppo di uomini è stato gettato alla macchina, gettato nell’ordine economico moderno. Non c’è nessun tipo di relazione con i mezzi di produzione; non c’è nessuna possibilità di stabilire una qualche effetto fra l’uomo e ciò che effettivamente fa. E così proprio quel lato dell’uomo che il moderno proletario nell’era della macchina non ha sviluppato, è costretto a chiedersi: che cosa valgo come uomo? Che cosa valgo come uomo?
Questa domanda non può più essere risolta a partire da nessi di vita trasmessi, divenuti privi di valore, bensì deve essere estratta dall’interno stesso, da ciò che è indipendente dai nessi di vita esterni. E allora non è emergenza se non l’altro, per questa classe di uomini, se non ciò che, contemporaneamente nel senso della storia mondiale con l’era della macchina, con l’ordine economico, è emerso: è emerso il moderno modo di pensare scientifico.
Le classi antiche non erano obbligate a fare di questo moderno modo di pensare scientifico la loro fede, la loro visione della vita; dovevano solo farlo diventare la loro convinzione teorica. Perché ciò che le metteva nella vita era qualcosa di tramandato, erano impulsi che provenivano da altri tempi e che ereditavano dai tempi precedenti. Il proletario solo era colui che era strappato da tutto, che quindi non poteva dichiararsi aderente a nessuna visione della vita connessa con i vecchi nessi di vita, e che, proprio per tutta la sua esistenza esterna, era predestinato a fare del nuovo che emergeva il contenuto della sua anima. Così è, per quanto paradossale suoni, per quanto incredibile appaia a molti: così è proprio lui, questo proletario, il vero, il solo uomo orientato scientificamente.
Per valutare pienamente il significato di questo fatto, non solo bisogna aver imparato a pensare sul movimento proletario: si deve essere stati, attraverso il proprio destino, messi nella possibilità di pensare con il proletario, in particolare con quegli uomini della classe proletaria che sono diventati portatori del movimento proletario da una parte o dall’altra. Si poteva sentire chiaramente il seguente, come oggi si diffonde dai tempi antichi nel presente sociale immediato.
Non è vero, potete dire: sì, il modo di pensare scientifico è stato comunque ampiamente adottato da circoli borghesi. — Ma anche se prendete i circoli borghesi intelligenti, pensate a quegli uomini che nel loro pensiero, nelle loro convinzioni sono completamente orientati scientificamente: tuttavia nel loro sentire, nella loro intera sensazione di vita stanno in connessioni che non sono del tutto determinate dall’orientamento scientifico. Si può essere un pensatore materialista dei tempi moderni, ci si può dire illuminati, si può essere atei, si può veramente professare questo come la propria sincera convinzione, ma non è affatto necessario rinunciare a tutti i resti emotivi dai vecchi nessi di vita, che però non sono nati da questo orientamento scientifico, bensì sono nati nei tempi in cui gli impulsi spirituali avevano ancora la forza di impulso qui descritta.
L’orientamento puramente scientifico ha agito completamente diversamente. Non dico le scienze, perché naturalmente questo orientamento scientifico ha agito anche su proletari completamente ignoranti e incolti; ma ha agito completamente diversamente proprio dove è stato portato ai proletari come visione della vita.
Vorrei chiarirvi questo con un esempio. Molti anni fa ho partecipato a un tavolo per lezioni con l’ormai tragicamente scomparsa Rosa Luxemburg; lei parlava sul tema: «La scienza e i lavoratori». Devo sempre pensare a come ha infiammato una grande assemblea, indicando che effettivamente tutti i pregiudizi riguardanti la posizione sociale umana, il rango umano nelle antiche classi dominanti, sono connessi con le rappresentazioni che le antiche visioni spirituali del mondo portavano in sé. Al moderno proletario, disse, spetta solo ascoltare come l’uomo non ha avuto un’origine angelicale, divina, bensì come una volta si è arrampicato in modo del tutto indecoroso sugli alberi, come si è sviluppato dalle fondamenta animali, da fondamenta che veramente, se seguite nel loro sviluppo, devono fondare la convinzione: l’uomo è uguale all’uomo. E tutte le precedenti differenze di rango provengono da qualche pregiudizio. — Non bisogna guardare la formulazione, ma bisogna guardare alla forza di impulso, come tali parole agiscono sulle anime di sentimento proletario.
Guardando puramente al concetto, intendo proprio quello che dico quando dico: il proletario nei tempi moderni è nella sua intera visione del mondo «orientato scientificamente». E questo orientamento scientifico non ha riempito la sua anima cosicché potesse rispondere nel modo desiderato, emotivamente come aveva bisogno, alla domanda: che cosa sono effettivamente nel mondo come uomo?
E da dove ha il proletario questa visione del mondo? Da dove proveniva questo orientamento scientifico che a volte deve assorbire in modo completamente errato? È una scienza pur sempre. L’ha preso dalla vecchia eredità della classe umana borghese. È sorta da una vecchia visione del mondo dentro la classe umana borghese nel passaggio ai tempi moderni della macchina e capitalisti, quando la macchina e il capitalismo hanno sopraffatto gli uomini.
Il prossimo, ciò che si sente enfatizzare così spesso con la giusta tonalità, è: dentro il proletariato la vita spirituale umana è diventata ciò che viene sentito come ideologia. Lo sentirete il più spesso quando vengono esposti i fondamenti della visione del mondo proletaria: che l’arte, la religione, la scienza, il costume, il diritto e così via sono specchi ideologici della realtà materiale esterna.
Ma questo sentimento, che tutto ciò sia così, che la vita spirituale sia un’ideologia, non è sorto dentro il proletariato: il proletario l’ha ricevuto come dote dal ceto borghese. E l’ultima fiducia, l’ultima grande fiducia che il proletariato ha riposto nel ceto borghese era proprio nel fatto che aveva assunto nutrimento, nutrimento spirituale per la sua anima. Perché poteva, poiché era spogliato della vita spirituale, come era stato chiamato dal vecchio nesso per la macchina ed era stato inserito nella struttura sociale, poteva solo guardare verso l’alto a ciò che si era sviluppato come sapienza sull’uomo, sul mondo; poteva solo guardare verso l’alto a ciò che era emerso dal ceto borghese: ha assunto in modo credulo, dogmatico, per così dire, ha assunto ideologia dal ceto borghese. Non è ancora entrato nella convinzione, ma nel sentimento come la delusione che deve dare, quando non si può guardare allo spirituale come a qualcosa che contiene una realtà superiore fondata in sé, ma lo si deve guardare solo come ideologia. Nella sensazione inconscia vive presso un gran numero dei portatori del movimento sociale, non è ancora conosciuto, ma è chiaramente sentito: abbiamo riposto una grande fiducia nel ceto borghese; abbiamo assunto un’eredità che avrebbe dovuto portarci salvezza dell’anima, che avrebbe dovuto portarci forze sostegno. Il ceto borghese non ce le ha portate; solo l’ideologia ce l’ha portata, che non contiene realtà, che non può sostenere la vita.
Si può molto discutere se l’ideologia sia veramente ciò che è il carattere fondamentale della vita spirituale, oppure no. Ma non è questo che importa; quello che importa è che questa vita spirituale oggi è sentita da una gran parte dell’umanità come ideologia, e che, quando si sente la vita come ideologia, l’anima si impoverisce, rimane vuota, la forza spirituale è paralizzata, e sorge ciò che è sorto oggi: lo spogliamento del volere sociale dalla convinzione che potrebbe svilupparsi qualcosa di spirituale da qualche parte, che potrebbe sorgere un centro, un vero centro, da cui potrebbe venire la salvezza della nostra visione del mondo o simili, anche riguardo alla forma desiderata del movimento sociale. Vorrei dire, la vita spirituale è stata portata come negazione nello sviluppo dell’umanità proletaria moderna soprattutto; e un positivo è ciò che le ansie di questa umanità chiedono. Chiedono qualcosa che sostiene l’anima, e come eredità è stato dato loro qualcosa che consuma l’anima.
Questo è qualcosa che soffia così quieto e silenzioso attraverso tutto il nostro movimento sociale presente, ciò che non si afferra con i concetti, ma che forma la configurazione di una delle articolazioni — ne conosceremo tre — del movimento sociale, del movimento sociale presente. E non appena si vede che è così, allora ci si chiede anche propriamente: da dove viene e come si può porvi rimedio? Invece che il volere rimanga ulteriormente paralizzato, questo volere sociale, come può essere acceso, come può essere potenziato? Ci si deve porre questa domanda.
Ora è accaduto un evento, quando la vita spirituale moderna è arrivata al punto decisivo che ho già accennato. Le classi dominanti di allora erano attraverso tutte le loro condizioni di vita connesse con ciò che oggi chiamiamo lo stato. È stato spesso sottolineato da singoli uomini — non posso oggi adoperare tutto per brevità di tempo, in quale misura sia corretto — è stato spesso sottolineato che l’uomo moderno creda che ciò che oggi chiama stato sia sempre esistito così. Ma questo non è assolutamente corretto. Ciò che oggi chiamiamo stato, che per esempio nella hegeliana appare proprio come l’espressione del divino stesso, è in fondo solo un prodotto del pensiero degli ultimi quattro o cinque secoli. Gli organismi sociali dei tempi precedenti erano completamente diversi.
Prendete solo un unico fatto, prendete il fatto recentemente ancora emergente, che dalle istituzioni libere di insegnamento, dalle libere istituzioni di insegnamento superiore dei tempi precedenti, che erano completamente costruite su se stesse di fronte allo stato, si sono formate pure istituzioni statali, che per così dire lo stato è diventato il custode del bene spirituale dell’umanità. Che sia diventato questo, è un interesse borghese all’inizio dei tempi moderni. Era lo stato che cresceva accanto all’anima del borghese, al quale era connesso con tutti i suoi bisogni. E da questo impulso è sorto il rapporto, il nuovo rapporto fra il bene spirituale dell’umanità e lo stato, è sorto il fatto che questo stato è diventato custode di questo bene spirituale dell’umanità, e che ha preteso da coloro che dovevano venire a questo custode che ordinassero la loro vita per esso.
Se si guarda un po’ più a fondo nella struttura interna del bene spirituale umano, allora si scopre che non è solo l’amministrazione esterna di questo bene spirituale, la legislazione riguardante le università è diventata statale, le scuole, le scuole popolari sono diventate statali, ma statale è diventato anche il contenuto di questo bene spirituale.
Certamente, la matematica non porta un carattere statale; ma altri rami del nostro bene spirituale hanno ricevuto il loro timbro, hanno ricevuto la crescita di questo bene spirituale con interessi statali nei tempi moderni. E questa crescita insieme non è senza parte nell’evoluzione verso l’ideologia da parte del bene spirituale. Questo bene spirituale può conservare correttamente la sua propria realtà interiore, portarla in sé, solo quando può amministrarsi da sé, messo sotto le sue stesse forze, quando da sua immediata iniziativa libera dà allo stato ciò che dello stato è, se però non riceve dallo stato le rivendicazioni.
Certamente, ci saranno ancora molti oggi che non vedono in ciò che ho appena espresso un fatto sociale fondamentale. Ma si vedrà che solo allora di nuovo lo spirito che opera nella realtà dell’umanità può dare il giusto, quando questo spirito è separato dall’organizzazione statale esterna, è posto su se stesso. So che cosa si può obiettare contro questo, ma questo non è il punto; il punto è solo che lo spirito, per prosperare correttamente, chiede di poter sempre emergere dall’iniziativa libera immediata della personalità umana.
Così si arriva alla vera forma di una delle articolazioni del moderno problema sociale, che si consideri correttamente la vita spirituale e si comprenda la necessità che ciò che preme nella struttura dello stato sia gradualmente estratto di nuovo da questo stato, cosicché possa dispiegare la sua propria forza interiore di sostegno e possa di nuovo ripercuotersi, proprio perché è liberato, perché si sviluppa indipendentemente accanto alle altre articolazioni della struttura sociale, e proprio così può agire correttamente su questa struttura sociale.
Se si vuol parlare di ciò che è pratico in questa prima articolazione dei problemi sociali, allora si deve dire: la tendenza dello sviluppo deve andare verso la de-statalizzazione della vita spirituale nel più ampio senso. E perfino un’articolazione di questa vita spirituale deve essere destatalizzata, rispetto alla quale oggi probabilmente appare molto paradossale che se ne possa parlare così: il rapporto in cui una personalità che esercita la giustizia entra con gli uomini che hanno a che fare con la legge penale o comunque con il diritto privato, è così umano — alcuni ambienti orientati psicologicamente oggi l’hanno anche compreso, ma hanno affrontato la cosa da un lato completamente errato —, è così personale, che l’esercizio della giustizia appartiene immediatamente anche a ciò che deve essere contato all’interno della vita spirituale. Cosicché io debba contare sia ciò che vale come convinzione religiosa nell’umanità, tutta la vita artistica, ma anche tutto ciò che riguarda il diritto privato e il diritto penale, a ciò verso cui la tendenza si deve sviluppare verso la de-statalizzazione.
Perché dovrebbe colui che sente parlare di misure radicali pensare subito a una rivoluzione violenta? Anche negli ambienti socialisti dei tempi moderni non si pensa più a questo. Non penso neanche che dall’oggi al domani tutto possa essere destatalizzato; ma penso che nel volere sociale dell’umanità possa entrare il fatto che le singole misure che devono essere prese rispetto a ciò o a quell’altro — e questo deve accadere anche ogni giorno da una parte o dall’altra —, siano orientate verso un tale distacco graduale della vita spirituale dallo statale. Potete rappresentarvi concretamente ciò che intendo.
Lo stato dobbiamo considerarlo come qualcosa che ai tempi moderni è cresciuto particolarmente accanto all’anima del ceto borghese, che sempre più si configura come classe dominante. Questo ceto borghese ha portato in questo stato non solo la vita spirituale, ma anche ciò che, per così dire, nei tempi moderni dell’umanità ha sopraffatto l’intero organismo sociale: cioè la vita economica. Portare questa vita economica nella vita dello stato ha iniziato facendo diventare statali gli interessi dei trasporti, la posta, le ferrovie e così via. Da questo è sorta una certa superstizione nei confronti dello stato, nei confronti della comunità umana orientata statalmente. E l’ultimo residuo di questa fede è la fede delle persone orientate al socialismo: che veramente la salvezza si vede solo nell’amministrazione comune dell’intera vita economica. Anche questo è stato quindi assunto come eredità dal modo di pensare e dalla concezione borghese.
Ora la vita spirituale è stata messa da una parte, la vita economica dall’altra; nel mezzo sta lo stato. Vi potete chiedere: che cosa dovrebbe dunque rimanere allo stato? — perché fra poco vedremo che anche la vita economica non tollera la confusione con la vera vita dello stato. Arriviamo a una visione chiara di questa questione forse facendo attenzione a ciò che le classi borghesi hanno effettivamente trovato nello stato che stava prendendo forma moderno. Hanno trovato in questo stato il rifugio dei loro diritti.
Guardiamo ora a ciò che effettivamente sono i diritti. Non penso solo al diritto penale, e penso anche non solo ai diritti privati, per quanto non si riferiscono al rapporto di personalità verso personalità, ma penso al diritto pubblico.
Al diritto pubblico appartengono per esempio anche le negoziazioni sulle condizioni di proprietà. Perché che cos’è infine la proprietà? La proprietà è solo l’espressione del diritto che si possieda e si lavori qualcosa come personalità individualmente. La proprietà era radicata in un diritto. Tutto ciò che consideriamo come cosa esterna era radicato nel suo rapporto verso l’uomo nei diritti. Tali diritti il ceto borghese e ciò che gli era imparentato, nei tempi moderni che precedevano la nostra moderna concezione dello stato, si era già acquisito in precedenza; tali diritti li ha trovati meglio protetti quando ha portato tutto ciò che si poteva riferire a tali diritti nella vita dello stato stesso.
E così è sorta la tendenza a portare sempre più la vita economica nella vita dello stato. La vita dello stato impregna la struttura della vita economica con una somma di diritti. Ora, questi diritti non devono assolutamente essere tolti alla vita dello stato nello sviluppo del futuro. Ma il volere sociale deve proprio svilupparsi verso il distinguere esattamente fra tutto ciò che è vita giuridica, ciò che è vera vita spirituale, e ciò che è vita economica.
Il moderno movimento sociale lo rende particolarmente evidente dal fatto che i circoli dominanti non hanno portato qualcosa nella vita giuridica del loro moderno stato. Mentre hanno tolto molto dalla vita economica, tolto dalla mera vita economica isolata e l’hanno incorporato nella struttura giuridica dello stato, non hanno incorporato nella struttura giuridica dello stato una cosa: ed è la forza lavoro dell’operaio proletario. Questa forza lavoro dell’operaio proletario è stata lasciata nella circolazione del processo economico.
Questo è ciò che ha colpito profondamente l’animo del moderno proletario, che gli si potesse chiarire attraverso il marxismo e i suoi seguaci: esiste sempre un mercato del lavoro, così come esiste un mercato delle merci. E così come nel mercato delle merci vengono offerte merci e c’è domanda per loro, tu porti la tua forza lavoro — l’unica cosa che possiedi — sul mercato del lavoro, e vale solo come merce. È comprata come merce; sta nel moderno processo economico come una merce.
Con ciò arriviamo alla vera forma della seconda moderna rivendicazione sociale. Questa si esprime nel fatto che da una certa inconsapevolezza della sua dignità umana il moderno proletario ha trovato intollerabile che la sua forza lavoro sia comprata e venduta come merce sul mercato delle merci.
Certamente, la teoria dei pensatori socialisti dice: è accaduto così attraverso le leggi oggettive della vita economica stessa; hanno messo la forza lavoro sul mercato proprio come altre merci. Questo è nella consapevolezza, forse nella consapevolezza dello stesso proletario. Ma nell’inconscio agisce qualcosa di completamente diverso. Nell’inconscio agisce una continuazione della vecchia schiavitù, della vecchia questione della servitù della gleba. Si vede in questo inconscio solo che durante il tempo della schiavitù l’intero uomo era merce sul mercato del lavoro ed era comprato e venduto come merce, che poi qualcosa di meno dell’uomo lo era nella servitù della gleba, e che ora rimane ancora la forza lavoro dell’operaio. Ma così si consegna completamente al processo economico. Lo sente come impossibile, come indegno.
Da ciò emerge questa seconda rivendicazione sociale dei tempi moderni: spogliare la forza lavoro del carattere di merce.
So che anche oggi ancora molti, molti uomini pensano: come si deve fare questo? Come si dovrebbe comunque organizzare la vita economica se non pagando l’attività lavorativa, la forza lavoro? — Ma così la si compra già! Basta però controbattere che anche Platone e Aristotele trovavano completamente naturale, lo ritenevano ovvio, che ci dovessero essere schiavi. Così bisogna già perdonare ai moderni pensatori che lo ritengono necessario, che la forza lavoro debba essere portata al mercato.
Non si può sempre immaginare ciò che forse fra poco tempo è già realtà. Ma si deve chiedere oggi: come può la forza lavoro essere spogliata del carattere di merce? Questo può accadere solo perché sia elevata nel territorio dello stato giuridico puro, dello stato da cui è separata d’un lato la vita spirituale, come caratterizzato prima, e da cui è separato dall’altro lato tutto ciò che nel senso caratterizzato prima appartiene al processo economico. Se dividiamo l’intero organismo sociale, o ce l’immaginiamo diviso, in queste tre articolazioni: nella vita spirituale indipendente, nella vita giuridica e nella vita economica, allora abbiamo invece dell’omuncolo nel territorio della vita economica il vero homo nel territorio della vita economica, allora abbiamo rivolto il nostro occhio spirituale verso il vero, vitale, non verso l’organismo sociale composto da agenti chimici.
Non voglio davvero condurre un gioco di analogie fra biologia e sociologia — questo mi è lontano, molto lontano —, non voglio cadere negli errori di Schäffle e neppure di Maray nella sua «Mutazione mondiale»; non voglio tutto questo, non è questo il punto. Il punto è vedere che, così come nell’organismo naturale umano singolo tre sistemi che si governano indipendentemente l’uno accanto all’altro sono attivi — l’ho illustrato almeno schematicamente nel mio ultimo libro «Dai misteri dell’anima» —, così anche nell’organismo sociale devono regnare tre sistemi da applicarsi indipendentemente: il sistema spirituale, il sistema giudiziario, poi il sistema del diritto pubblico — come detto, il diritto privato e il diritto penale sono esclusi —, e il vero sistema economico.
Ma allora, quando si ha fra la vita spirituale e la vita economica la vita dello stato che regola, la vita giuridica che regola, allora si è incorporato nell’organismo sociale qualcosa di così vitale come si trova incorporato nell’organismo naturale umano come un sistema relativamente indipendente il sistema circolatorio, il sistema polmone-cuore, fra il sistema di testa e il sistema di digestione. Ma allora, quando è completamente formato sul suo proprio terreno da pura vita economica — pensiamo a un’amministrazione, un’amministrazione democratica su questo terreno di vita giuridica —, quando ognuno deve esercitare i suoi diritti alla pari, che regolano il rapporto da uomo a uomo solo su questo terreno, allora l’incorporazione della forza lavoro nel processo economico diventa qualcosa di completamente diverso da come è ora.
Vedete, non vi do alcun principio, alcuna teoria: così si può fare se si vuol spogliare la forza lavoro del carattere di merce —, ma vi dico: come gli uomini devono prima porsi, articolare l’organismo sociale, affinché attraverso la loro attività, attraverso il loro pensiero, attraverso il loro volere sorga ciò che come organismo sociale è vitale. — Non voglio dare un rimedio universale, voglio solo raccontare come l’umanità debba essere articolata nell’organismo sociale, affinché dal suo sano volere sociale sorga continuamente ciò che rende l’organismo sociale vitale. Voglio cioè mettere al posto del pensiero teorico un pensiero profondamente imparentato e familiare con la realtà. Che cosa sorgerà, se, completamente separata dalla vita economica, su un terreno che per se stesso esiste, che secondo le sue stesse forze si amministra e si governa relativamente indipendentemente, se su questo terreno il diritto del lavoro è negoziato così puramente dal fondamento umano e ne emergono leggi? Allora sorgerà qualcosa che agisce nel processo economico in modo simile a come ora i fondamenti naturali di questo processo economico. Questi fondamenti naturali del processo economico, li vediamo, se davvero studiamo il processo economico, chiaramente e distintamente davanti a noi. Essi regolano il processo economico in modo che la loro regolazione si sottrae a ciò che l’uomo stesso può fare rispetto a questo processo economico. Non è vero, basta osservare quello che è notevole.
Prendete solo una volta — voglio portare esempi radicalmente chiari — il fatto che in certe regioni, che certamente ci sono lontane, la banana è un articolo straordinariamente significativo. Ma il lavoro che si ha per portare la banana al luogo dove può essere consumata è straordinariamente scarso nel suo punto di partenza, diciamo in confronto a quello che è necessario nelle nostre naturali regioni europee per portare il frumento dal suo punto di partenza al suo luogo di consumo. Questo lavoro, che rende la banana pronta al consumo rispetto al frumento, si rapporta più o meno come uno a cento, o il rapporto è ancora più grande di uno a cento. Così cento volte maggior lavoro di quanto ne sia necessario per la banana è necessario per il consumo di frumento.
E così potremmo anche all’interno del territorio economico addurre le grandi differenze che esistono riguardando la regolazione della vita economica. Queste sono indipendenti da ciò che l’uomo stesso porta: si trovano nella fertilità del suolo, in altre condizioni ancora, e così via; si mettono dentro la vita economica come un fattore costante, come un fattore indipendente dall’uomo che fa economia. Questo si pone da una parte.
Rappresentatevi ora il diritto del lavoro completamente separato dall’altro lato dalla vita economica: allora, se non giocano più interessi economici nella definizione del tempo di lavoro, nell’impiego della forza lavoro indipendentemente nel puro commercio umano fra uomo e uomo, si formerà qualcosa, indipendente dalla vita economica, che da un altro lato gioca in questa vita economica nello stesso modo in cui da quell’altro lato giocano i fattori dati dal fondamento naturale.
Ci si deve orientare nella formazione dei prezzi, ci si deve orientare in ciò che la merce ha di valore sul mercato delle merci secondo il modo in cui agiscono i fattori naturali. Ci si dovrà orientare nel futuro, se l’organismo sociale deve essere vitale, anche secondo il modo in cui si deve produrre, secondo il modo in cui la circolazione delle merci deve procedere. Se non questa circolazione di merci determina retribuzione, tempo di lavoro, diritto del lavoro in generale, ma se indipendentemente dalla circolazione di merci, dal mercato delle merci, nel territorio della vita giuridica dello stato, solo dai bisogni umani, solo da puri punti di vista umani, il tempo di lavoro sarà determinato, allora sarà così che semplicemente una merce costa quanto costa il necessario per la sua produzione del tempo necessario per un certo lavoro, che però è regolato da una vita indipendente dalla vita economica, mentre per esempio la vita economica oggi regola da sé il rapporto di lavoro, cosicché secondo i prezzi delle merci nel processo economico nazionale devono regolarsi il tempo di lavoro, il rapporto di lavoro. L’opposto accadrà con una corretta articolazione dell’organismo sociale.
Si possono indicare oggi solo per prima cosa queste circostanze. Ma vedete, esse scaturiscono da un volere sociale che è completamente diverso da quello che ci ha messo in una così triste situazione nel corso mondiale; scaturiscono dal volere sociale che non spingerà tutto fuori dal pensiero umano in una certa maniera al bene comune, spingerà nel modo in cui bisogna farlo affinché questo o quello proceda nel modo giusto, ma scaturiscono da un pensiero che è così imparentato con la realtà, che non viene a galla, quando gli uomini sono articolati in questo o quel modo nell’organismo sociale. Allora, perché sono articolati saldamente nell’organismo sociale, determineranno il giusto, allora agiranno nel modo giusto.
Bisogna soltanto aver visto come gli altri volenti sociali nel reale vivente hanno determinato i rapporti, proprio nell’Austria ormai scomparsa. Uno stato era, ma nello stato non viveva solo la vita giuridica: nello stato viveva anzi in modo molto pronunciato la vita economica scaturita dagli interessi di singoli circoli umani. Pensate solo a come era il vecchio parlamento austriaco fino alla fine degli anni novanta!
E da ciò che era rappresentato in questo parlamento, vennero i rapporti che si spinsero fino alla catastrofe della guerra mondiale, da questo parlamento che era composto da quattro curie: la camera del commercio, dei grandi proprietari terrieri, dalla curia delle città, mercati e luoghi industriali, e dalla curia dei circoli economici fissi e collaudati. Questi circoli economici non erano rappresentati sul terreno di un parlamento economico, bensì i loro interessi determinavano l’assetto dello stato, così i diritti pubblici erano determinati secondo i loro interessi. Così come è impossibile che un partito di sentimento confessionale, come era nell’ultimo Reichstag tedesco, sorga e da definizioni, istituzioni influenzi la vita giuridica dello stato, così poco un organismo sociale è vitale che è ordinato in modo tale che i circoli di interesse economico determinano la vita giuridica. Separata deve svilupparsi questa vita giuridica, solo da ciò che il rapporto fra uomo e uomo per amore mio riguarda in modo completamente democratico. Allora attraverso questa vita giuridica in modo corrispondente l’organismo tripartito regola da una parte la vita economica, dall’altra parte attraverso il fondamento naturale di questa vita economica.
E dentro questa vita economica, che ora ha di nuovo rappresentanti dei lati più diversi, saranno necessari fattori e interessi puramente economici. Si avrà l’organismo sociale in cui — se ora mi esprimo secondo le abitudini del tempo — ora ci sono tre classi, tre territori, ognuno con la propria legislazione e la propria amministrazione. Stanno l’uno verso l’altro, dovrei dire, come stati sovrani, anche se si permeano mutuamente; si calcolano reciprocamente. Questo può essere complicato, questo può essere scomodo per l’uomo; ma è il sano, è ciò che da solo renderà vitale l’organismo sociale per il futuro. Perché la vita economica stessa potrà essere determinata dai suoi fattori solo quando sul suo terreno appaiano esclusivamente interessi puramente economici, che possono essere determinati solo dal rapporto necessario nella vita economica fra produzione e consumo. Questo rapporto fra produzione e consumo può però sorgere nella vita economica solo su base associativa, su base associativa, come avrebbe potuto diventare nel nesso di sindicati, di cooperative. Ma oggi i nessi di sindicati, di cooperative portano ancora interamente il carattere che sono proprio cresciuti dalla vita dello stato. Devono crescere nella vita economica, devono diventare solo corpi che servono la vita economica. Allora l’organismo sociale si sviluppa in modo sano.
So che ciò che ho detto appare a molti straordinariamente radicale. Ma che sia radicale o meno, questo non è il punto; il punto è che l’organismo sociale diventi vitale, che gli uomini, iniziando il passaggio dalla vecchia vita sociale istintiva alla vita sociale consapevole, si permeino di impulsi che scaturiscono dalla conoscenza, come si sta dentro l’intero organismo sociale. Oggi si è un uomo incolto se non si conosce l’aritmetica; oggi si è un uomo incolto se non si conosce qualcos’altro che appartiene all’educazione; ma non si è un uomo incolto se non si ha consapevolezza sociale, o se si sta con l’anima addormentata dentro l’organismo sociale. Questo è qualcosa che in futuro deve cambiar molto radicalmente! Cambierà quando sorgerà il giudizio che appartiene semplicemente all’insegnamento elementare più elementare equipaggiarsi di volere sociale, come ci si equipaggia con la conoscenza dell’aritmetica. Oggi deve ognuno sapere quanto è tre volte tre. In futuro non apparirà neppure più difficile sapere come la rendita del capitale si rapporta alla rendita fondiaria, se scelgo qualcosa dalla vita odierna. Non dovrà essere neppure più difficile in futuro che sapere che tre volte tre è nove. Ma questa conoscenza darà una base per un sano stare dentro l’organismo sociale, cioè per una vita sociale più sana. E questa sana vita sociale deve essere perseguita.
Nel sano intelletto dell’umanità si prepara ciò che ho detto. Bisogna solo avere un senso per ciò che si prepara e che nella nostra attuale vita moderna lotta per rivelarsi e per prendere forma.
Pensate indietro ai tre grandi ideali della Rivoluzione francese: Libertà, Uguaglianza e Fraternità. Colui che segue ciò che queste idee hanno subito nei capi degli uomini nel corso del tempo, sa come le persone hanno spesso lottato logicamente con la contraddizione che esiste fra la libertà da un lato, che indica l’iniziativa personale individuale, e l’uguaglianza dall’altro lato, che dovrebbe essere realizzata nella centralizzazione dell’organismo sociale orientato statalmente. Questo non va. Ma la smania di questa confusione è sorta nei tempi moderni. Che il capitalismo di oggi non abbia potuto ancora concepire la concezione secondo l’organismo sociale tripartito, è sorto dall’idea dello stato completamente centralizzato.
Se si afferra oggi ciò che già vive in questo volere che si esprime nei tre ideali: Libertà, Uguaglianza, Fraternità, allora lo si afferra facilmente oggi in modo tale da considerarlo dal punto di vista dell’organismo sociale ordinato tripartitamente.
Allora si trova come primo membro la vita spirituale. Essa deve permearsi completamente del principio, dell’impulso della Libertà. Lì deve tutto essere posto sull’iniziativa libera dell’uomo, e può anche, agirà il più fruttosamente, se è così posto. Riguardo allo stato giuridico, riguardo all’assetto dello stato che regola fra la vita spirituale e la vita economica, il sistema veramente politico, ciò che deve permeare tutto è l’Uguaglianza da uomo a uomo. E riguardo alla vita economica può solo contare la Fraternità, il partecipare socialmente alla vita intera esterna e interna dell’un uomo da parte dell’altro.
Dentro l’organismo sociale, dentro la vita economica, può dominare solo l’interesse. Ma questo interesse apporta una proprietà molto determinata del membro economico organico. Ciò a cui tutto indica in fondo, a che cosa tutto si riduce nella vita economica? Si riduce tutto nella vita economica al fatto che nel miglior modo, nel modo più razionale, ciò che il processo economico produce, possa anche essere consumato. Parlo del consumare in senso stretto, da cui è allora escluso lo spirituale. Può essere consumata per esempio la forza lavoro, la forza lavoro umana. Ma il moderno uomo sente: solo non consumato non deve essere la sua forza lavoro. Deve anzi, come acquisisce un interesse attraverso la sua forza lavoro, acquisire anche un interesse nella produzione spirituale attraverso il suo riposo, attraverso la sua ricettività riposante dello spirituale. L’uomo viene consumato nella vita economica. Deve continuamente strapparsi da questa vita economica attraverso gli altri due membri dell’organismo sociale sano, se non deve essere consumato dentro la vita economica.
La questione sociale non è presente così nella vita moderna, come è sorta ora e forse può essere risolta, e allora è risolta. No, la questione sociale è presente come qualcosa che è entrato nella vita moderna e non uscirà più da questa vita in tutto il futuro dell’umanità. Una questione sociale ci sarà ancora di più riguardando il futuro. Ma questa questione sociale non sarà risolta neppure una volta, non attraverso questa o quella misura, ma attraverso il continuo volere degli uomini, mentre continuamente ciò che il processo economico consuma dall’uomo viene regolato dalla vita giuridica dal puro punto di vista politico, e continuamente il consumato può essere di nuovo compensato attraverso la produzione spirituale attraverso l’organismo spirituale indipendente.
Colui che ha visto come negli ultimi decenni la questione sociale si è sviluppata — è relativamente ancora non molto tempo fa che la questione sociale si è preparata verso la sua forma attuale —, colui che ha osservato con attenzione e con intima partecipazione come si è sviluppata questa questione sociale dai suoi inizi, può proprio rispetto al volere sociale e al suo impulso che indica la direzione per la futura configurazione della vita umana venire a pensieri che si possono forse caratterizzare in questo modo.
La questione sociale molti uomini, anche molti uomini abbastanza illuminati, ancora decenni fa non la vedevano affatto come qualcosa di esistente. Ho ancora nella mia gioventù conosciuto un ministro austriaco che guardava oltre il confine fra Germania e Boemia e ha fatto il paradossale pronunciamento: la questione sociale finisce a Bodenbach! — E mi ricordo ancora molto bene come i primi minatori socialdemocratici con un grande gruppo passavano davanti alla casa dei miei genitori e andavano al loro raduno. Ho poi osservato come il volere sociale è sorto, non come pensiero sul movimento sociale, ma attraverso il partecipare a questo movimento sociale. Allora ho dovuto dirmi: molto doveva essere sperimentato, molti errori dovevano anche essere sperimentati! E perfino presso pensatori orientati al socialismo dei tempi moderni questi errori sono stati piuttosto numerosi. Sembra proprio su questo terreno che gli uomini non lo vivono attraverso le teste che sviluppano. L’errore ha raggiunto un’ampiezza terribile.
Da uno spirito che mi è emerso da tali osservazioni, ho tentato, questa sera, di parlarvi del volere sociale. Mi avete invitato come membri di una comunità umana che guarda a ciò che il volere sociale deve portare al benessere umano nel futuro.
Coloro che, come uomini più anziani, come per esempio io, parlano sempre da decenni a tali uomini, talvolta guardano anche indietro a tutto ciò che ha dovuto essere percorso, per arrivare all’odierno. Ma allora ricevono attraverso molto di ciò che ha dovuto essere percorso, anche la convinzione che l’errore non è stato sterile, che, anche se oggi i fatti parlano un linguaggio triste, spesso spaventevole, gli uomini saranno comunque abbastanza forti per trovare l’uscita da ciò che è sentito come intollerabile da una gran parte dell’umanità oggi.
In questo senso vi prego di accogliere ciò che mi sono permesso di dirvi questa sera. Perché i fatti parlano un linguaggio chiaro su molti campi. E parlano anche la parola chiara: quanto più uomini fra coloro che oggi sono ancora giovani accolgono un volere sociale verace e vitale, tanto più vitale sarà il trentuno, umano organismo sociale.
Chi desidera parlare, lo faccia. Il signor Dr. Boos, che ha tenuto una conferenza circa una settimana fa, ha dichiarato la disponibilità a dirigere la discussione.
Un oratore chiede la parola (stenogramma incompleto).
Dr. Steiner: Ciò che avete fatto valere ha la sua forma per il fatto che avete trascurato ciò che deve entrare attraverso l’articolazione verso l’autonomia relativa dello stato giuridico da un lato, e della vita economica dall’altro lato. Le organizzazioni di lavoro, che saranno in parte società di produzione, o società di consumo, o anche connessioni fra entrambe, hanno solo a che fare con fattori economici che giocano dentro la vita economica stessa.
La regolazione del diritto del lavoro spetta allo stato relativamente autonomo. Lì non si decide diversamente che su base democratica, ho detto, tutto ciò che riguarda il rapporto fra uomo e uomo. Per questo ho anche menzionato il fondamento di questo stato puramente democratico, che questo è un membro di collegamento fra i due altri fattori; su questo fondamento vige l’uguaglianza degli uomini davanti alla legge. Lì cesseranno i soli desideri delle singole organizzazioni economiche, perché devono equilibrarsi nella vita giuridica democratica con gli interessi di altri circoli. — Così proprio questo è quello che deve accadere; così deve essere rimediato a ciò che sentite come un danno, che certamente sorgerebbe se per esempio il tempo di lavoro stesso fosse fissato dentro l’organizzazione della vita economica. Le organizzazioni della vita economica hanno solo a che fare con la vita economica stessa: così la regolazione nel senso del diritto del lavoro.
Ma la fissazione del tempo di lavoro obbedisce soltanto al corpo dello stato, che ha a che fare con il rapporto fra uomo e uomo.
Non dobbiamo dimenticare quali grandi cambiamenti fra uomo e uomo risulteranno dal fatto che gli interessi unilaterali si consumeranno. Naturalmente, nulla sarà completamente perfetto al mondo; ma gli interessi unilaterali si consumeranno nello stato democratico, che ha l’uguaglianza dell’uomo davanti all’uomo come fondamento.
Pensiamo solo a questo: se per esempio una certa organizzazione economica ha interesse a lavorare un tempo determinato breve, dovrà acconsentire a bilanciare questo interesse con gli interessi di coloro che soffrirebbero sotto questo tempo di lavoro breve. Ma se non pensiamo affatto a forze incoscienti, così avverrà — così come nel naturale organismo avviene almeno approssimativamente, sempre approssimativamente naturalmente, che ci siano sempre altrettanti uomini e altrettante donne, il che naturalmente non può o non deve essere una legge naturale rigorosa —, così avverrà anche che, se nel modo corretto i singoli fattori dell’organismo sociale cooperano, non risulterà qualcosa di improprio dal fatto che piccoli interessi singoli potranno svilupparsi che sono nocivi agli altri nel massimo grado.
Ciò che sta alla base del mio pensiero sociale, si differenzia da molti altri modi di pensare sociali dal fatto che questi ultimi sono più astratti. Logicamente si può sempre derivare assai bene l’uno dall’altro; molto logico segue dall’altro. Ma decisivo in tali questioni può essere solo l’esperienza di vita. Naturalmente non posso provare logicamente — nessuno può —, che in un tale futuro organismo non possa per una volta entrare una discrepanza di interessi; ma è da supporre che, se le forze possono svilupparsi dentro il loro proprio circolo, che è loro appropriato, allora un’evoluzione umana entrerà. Intendo, se considerate proprio ciò che voglio sottoporre, la fissazione del tempo di lavoro dal mero processo economico nel circolo giuridico dello stato, che allora questi danni non potranno sorgere nel campo pratico.
Questo è quello che ho da dire al riguardo.
Un ulteriore oratore si esprime (stenogramma incompleto).
Dr. Steiner: Vorrei fare il seguente commento alla presentazione dell’onorevole relatore precedente: naturalmente, per così dire, ogni lezione soffre del fatto che non si può dire tutto in una sola lezione, e non so da quali omissioni della mia lezione l’onorevole relatore precedente ha tratto la conclusione che non avrei una posizione riguardante la psicologia moderna del lavoratore, che non considererei il moderno movimento operaio e così via. Tutti naturalmente lo fanno a loro modo. Sono stato insegnante per anni in vari campi di una scuola di educazione operaia, ho svolto esercizi di discorso con i lavoratori in sindacati e anche in organizzazioni politiche. Posso oggi avere la giusta consapevolezza che un gran numero di operai che oggi tengono i loro discorsi in Germania hanno imparato a fare discorsi nei miei esercizi. In questi esercizi di discorso sono state discusse le più diverse questioni, e questioni che certamente non erano lontane dalle peculiarità più intime della psicologia operaia. Così non so — naturalmente non avevo ragione di mettere in gran luce anche questo lato speciale pratico della mia attività e della mia volontà sociali, ma non riesco bene a capire da quali omissioni del mio discorso dovrebbe risultare che dovrei stare così completamente lontano dal pratico movimento operaio.
Certamente, è una cosa ovvia che all’interno del moderno movimento sociale siano considerati gli stessi operai. Ma considerate solo che ho enfatizzato per tutta la sera come appare proprio dentro il proletariato. Ho parlato del proletariato come tale. Avreste potuto notare, se aveste ascoltato bene, come proprio questo è entrato nel mio discorso, ciò che credo di aver spiegato praticamente, ciò che praticamente vive proprio nella classe operaia proletaria di oggi.
Per quanto riguarda l’obiezione che forse ho rappresentato in modo un po’ unilaterale il fatto, che mi sembra essere fondamentalmente significativo, che il modo di pensare borghese sia stato assunto dalla classe operaia, dai leader della classe operaia in particolare, così questa affermazione che ho fatto e che naturalmente ho illuminato solo da singoli lati, si basa veramente su uno studio più attento proprio della psicologia operaia e dell’intero moderno movimento operaio.
Vorrei farvi attenzione al seguente, per esempio: uno scrittore russo che conosco anche personalmente ha recentemente indicato in un modo molto particolare che la filosofia che ha seguaci, proprio qui a Zurigo ha giocato un gran ruolo: la filosofia di Avenarius, che certamente a sua volta è sorta da un fondamento puramente borghese. Non riesco almeno a immaginarmi che Avenarius abbia pensato che la sua filosofia gioca il ruolo che oggi gioca nel movimento operaio in Russia.
Per quanto ne so, è molto fortemente rappresentato proprio qui a Zurigo, da Adler in particolare, la convinzione filosofica tratta dalla scienza naturale di Mach. Queste due direzioni filosofiche sono, per così dire, le filosofie ufficiali del bolscevismo, del socialismo più radicale. Lo scrittore russo Berdjaev lo dice in un saggio — è contenuto nella traduzione di un libro molto interessante su «L’anima politica della Russia» —, e in questo saggio Berdjaev ha elaborato molto chiaramente proprio questa anima politica. E così si potrebbero addurvi innumerevoli esempi; potrei addurvi innumerevoli esempi che sarebbero simili a quello che ho tratto prima dal discorso della defunta Rosa Luxemburg, che vi proverebbero che proprio l’ultimo, significativo e profondamente coinvolgente il movimento operaio, patrimonio del passato della vita borghese è il modo di pensare borghese, che è orientato scientificamente. La possibilità di fare della vita spirituale pura ideologia è di origine borghese. La borghesia, se si può usare tali categorie, ha prima fatto del modo di pensare orientato scientificamente nel campo della conoscenza della natura un’ideologia. Non l’ha trasferito dentro la sua classe al vero pensiero scientifico. Questa ultima conseguenza l’ha poi tratta il pensiero proletario. Certamente, il pensiero proletario ha tratto altre conseguenze; ma ha tratto conseguenze proprio dai fondamenti che oggi sono chiaramente riconoscibili come radicati all’interno della visione scientifica borghese, e solo ulteriormente sviluppati. Questo non dovrebbe essere trascurato nella sua importanza.
Perché colui che sta più profondamente anche nella totalità, che ha sviluppato un interesse più profondo per la parte che la moderna psicologia operaia ha nel moderno movimento operaio, aspetta, potrei dire, con una certa preoccupazione da un lato, ma anche con una certa soddisfazione interiore dall’altro lato, il momento in cui questo verrà alla luce all’interno del moderno movimento socialista. Un giorno si noterà, si porterà alla coscienza ciò che ora riposa nell’inconscio, un giorno si noterà: Aha, abbiamo ancora questo nel nostro pensiero consapevole dell’anima — se posso usare l’espressione —, nel nostro pensiero cosciente dell’anima; questo deve uscire. Abbiamo il desiderio di orientare tutta la nostra dignità umana scientificamente; questo la linea ereditaria borghese della scienza fino a ora non ce l’ha reso possibile. Dobbiamo cercare un’altra vita spirituale.
Credo davvero che allora, quando sarà entrato questo momento, quando la piena, intera brama forse del solo uomo moderno da una certa prospettiva, cioè dell’uomo proletario, emergerà — anche se nei tempi moderni non è ancora venuta a piena espressione —, quando questo desiderio del moderno proletario per un completamento completo del modo di pensare scientifico verso una visione del mondo, con la forza delle antiche religioni, sarà entrato, quando non farà più, perché ci è arrivato che non deve più essere merce, la conseguenza del modo di pensare borghese, allora sarà entrato il momento in cui si potrà davvero dire che c’è un’organizzazione fruttuosa del volere sociale.
Nel puro socialismo e nella sua relazione, che l’onorevole oratore precedente ha sottolineato, alla filosofia di Bergson, credo che non ci si possa porre in modo così dogmatico. Naturalmente non voglio discussioni filosofiche oggi. L’onorevole oratore ha detto che Bergson è un rappresentante e rappresentante tipico del modo di pensare più borghese. Allora il socialismo avrebbe proprio assunto la sottostruttura piuttosto borghese dalla filosofia di Bergson! Si può provare oggi, per esempio, che la filosofia di Bergson è nella sua sostanza attraversata da innumerevoli «Schopenhauerianismi», che Bergson è molto più influenzato da Schopenhauer di quanto possiate immaginare.
Bene, se si volesse affrontare una cosa del genere in dettaglio, allora si dovrebbe davvero essere in grado di essere piuttosto dettagliati. Non posso farlo oggi; ma vi menziono solo il fatto che c’è anche una persona che si sente come pensatore dentro il mondo proletario, come per esempio Mehring, Franz Mehring, che in molti aspetti è in realtà simile a Bergson; ha caratterizzato proprio Schopenhauer come il rappresentante del più borghese filisteo nella filosofia!
Su queste cose si può avere diverse opinioni, e non credo che si possa dogmatizzare su di esse. Si può avere il parere che Bergson sia il filosofo più progredito e che nella sua filosofia ci siano elementi irrazionali. Ma si vorrebbe chiedere: che cosa ha a che fare l’elemento irrazionale con la questione sociale? — Irrazionale può essere tanto un proletario quanto un borghese. Non riesco bene a capire che cosa ha a che fare tutto ciò che è irrazionale con questo. Si deve già fare il presupposto dogmatico: Bergson è assolutamente il moderno filosofo; così se i proletari devono pensare correttamente, devono diventare bergsoniani, non è vero. Questo è passato attraverso l’intera questione.
Perché è indubbiamente vero che sui più diversi campi della vita moderna sono sorte tendenze che si orientano secondo ciò che ho caratterizzato oggi. Sarebbe davvero un brutto affare per la vita umana se andasse sempre solo di traverso, se si sviluppasse sempre nella direzione opposta a quella giusta!
Non è vero, questo non può naturalmente essere il caso. Ho detto io stesso che per esempio nel campo della giustizia, da alcuni uomini completamente orientati psicologicamente, certe cose sono state accese. Si potrebbe naturalmente addurre innumerevoli esempi del genere. Ma è anche una deviazione della discussione verso vicoli ciechi se non si entra in ciò che è stato fatto valere, ma si apporta un’opinione preferita. Certamente, si può simpatizzare molto con molto di ciò che oggi come principi che indicano più periodi storici è stato detto riguardante gli impulsi; ma senza entrare più in quest’ultimo — se volesse entrare in tutte queste cose, dovrei però lasciarvi qui a lungo —, così senza entrare più in quest’ultimo, vorrei dire: molte persone oggi sono ancora interiormente ostinate quando si parla di questa tripartizione di cui ho parlato oggi. Allora dicono: non può comunque esserci tre articolazioni diverse che sono dirette e guidate secondo principi diversi.
Ma non ho parlato di tre articolazioni diverse che sarebbero dirette secondo tre principi diversi, bensì ho parlato di una tripartizione dell’organismo sociale! Considerate solo che questa tripartizione dell’organismo sociale nel nostro tempo, secondo tutto il modo di pensare, deve essere scoperta passo dopo passo, così come per esempio le antichissime articolazioni che trovate anche in Platone e che erano giustificate allora. Qualcuno una volta mi ha detto dopo il mio discorso: Così abbiamo di nuovo un accenno alle vecchie articolazioni di Platone: classe dei produttori, classe guerriera, classe dei saggi! — Ciò che ho detto è l’opposto della divisione in classe dei produttori, classe guerriera e classe dei saggi; perché non sono gli uomini che vengono divisi in classi, bensì si tenta una divisione dell’organismo sociale stesso. Noi uomini non dobbiamo affatto essere divisi! Lo stesso uomo può ben agire nel membro spirituale, o agire nel giuridico e anche nel membro economico. L’uomo è proprio per questo emancipato da ogni unilateralità in una delle articolazioni dell’organismo sociale. Quindi non si tratta del fatto che gli uomini debbano essere divisi in tali classi autonome quando si sviluppa l’organismo sociale sano, ma che l’organismo sociale stesso sia ordinato secondo le sue leggi. Questa è la differenza radicale. Prima si dividevano gli uomini. Ora deve, secondo il modo di pensare del nostro tempo, l’organismo sociale stesso essere diviso, affinché l’uomo possa guardare a ciò in cui vive, affinché secondo i suoi bisogni, secondo le sue circostanze e abilità possa agire in una o nell’altra articolazione. Sarà per esempio completamente possibile che in futuro un uomo che è attivo nella vita economica sia allo stesso tempo deputato nel campo dello stato puramente politico. Allora, però, dovrà naturalmente fare valere i suoi interessi economici in un modo diverso da come può far valere ciò che è il solo argomento sul terreno dello stato giuridico. Queste tre articolazioni stesse sorveglieranno il delineamento dei loro territori. Non tutto sarà confuso insieme in modo che l’uno si mischia nell’altro.
Sarà realizzato in modo molto migliore se le cose sono separate. Sono naturalmente gli stessi doni umani che decidono in una e nell’altra articolazione. Ma così come nell’organismo naturale umano singolo — sebbene non voglia fare un gioco di analogie, vorrei menzionarlo — ha tre parti centralizzate in sé: il sistema nervoso-sensoriale, il sistema polmone-respiratorio e il sistema del metabolismo, così l’organismo sociale sano ha tre articolazioni. Questo è qualcosa che oggi non appartiene ancora alle normali abitudini di pensiero, di cui però credo che si troverà nelle abitudini di pensiero degli uomini, e che certamente non meno a fondo deve essere preso di quanto lo si prende quando semplicemente, per così dire, si espone la propria opinione preferita.
Dr. Roman Boos: Posso permettermi ancora di rivolgere una domanda al signor Relatore riguardo a ciò che è stato appena chiesto nel campo del diritto penale? Ora, se si parla della libertà dei giudici, se ciò significa anche una violazione del principio secondo il quale nessuna punizione deve essere pronunciata senza legge — come mi sembra, è inteso così, che la legge penale come tale non debba essere emanata dal territorio della libera vita spirituale, ma dall’istanza politica, che la domanda probabilmente contiene un malinteso con il Signor Dr. Weiß, che ha inteso che una violazione del principio sia richiesta, secondo il quale nessuno può essere condannato a una pena che non ha violato una legge specifica. — Posso forse ancora chiedere di rispondere a questo?
Dr. Steiner: Non è vero, in questa questione naturalmente si toccano il sistema del diritto pubblico con il sistema della giurisdizione pratica. Ciò che ho sottolineato è la separazione dell’esercizio pratico della giustizia. Per questo ho usato l’espressione «esercizio della giustizia», espressamente la pratica della giustizia, dalla vita giuridica pubblica generale, che nell’organismo sociale sano devo concepire così centralizzata nello stato politico, che l’organismo sociale sano nel suo diritto pubblico deve provvedere a che si proceda secondo una legge da esso determinata.
Che non si possa giudicare nel modo più arbitrario, questo è ovvio. Ma non ho pensato a cose che sono astratte e che nella loro astrazione sono più o meno ovvie. Oggi inoltre non ho dovuto parlare della sfera d’azione del diritto, ma ho dovuto parlare dell’organismo sociale e del volere sociale. E qui vi prego di considerare il seguente nel senso del tema.
Vedete, ho passato quasi altrettanto tempo della mia vita in Austria quanto in Germania. Ho potuto conoscere a fondo la vita austriaca; potete credermi che non è un’affermazione abruppa se dico che molto di ciò che è accaduto nello stato cosiddetto austriaco di recente è connesso con eventi che si sono verificati proprio negli anni settanta, ottanta del secolo scorso come profonde incongruenze. Non dimenticate che in uno stato come l’Austria — su altri terreni non si potrebbe caratterizzare così radicalmente, ma è presente in una forma o nell’altra anche —, specialmente perché in Austria sono mescolate le diverse aree linguistiche, avreste potuto sperimentare che un tedesco, perché per caso apparteneva a un distretto giudiziario in cui un giudice ceco presiedeva, che non capiva il tedesco, fosse giudicato da un giudice ceco in una lingua che non capiva. Non sapeva quello che era stato giudicato su di lui e cosa gli sarebbe successo; notava solo che era stato portato via. Era lo stesso al contrario, quando un giudice tedesco che non capiva il ceco giudicava un ceco che non capiva il tedesco. Ciò che intendo è la configurazione individuale, la libera configurazione del rapporto del condannato al giudice.
Così uno stato come l’Austria avrebbe avuto un grande successo da questo. Ma questo impulso avrebbe richiesto che sempre, per forse cinque o dieci anni — le circostanze si spostano continuamente —, in ogni caso il giudice di colui che doveva essere condannato o giudicato avrebbe dovuto potere essere scelto, nella libera scelta del giudice.
(Gap nella stenografia)
Questo è semplicemente un oggetto non della vita spirituale, ma è da allora un oggetto della vita nello stato giuridico; per il fatto che viene giudicato solo secondo una legge che esisteva quando il fatto è stato commesso, la seconda, la legge dello stato, come appartenente alla sua competenza, provvederà già; avrà già le sue conseguenze per ogni caso, naturalmente.
Ma la questione è una completamente diversa; se prendi le cose più da vicino, vedrai che tutte le soluzioni di questi casi si producono molto, molto coerentemente. Potrei dirvi oggi solo i presupposti più primari; altrimenti non solo dovrei parlarvi tutta la notte, ma dovrei continuare anche il giorno successivo. ### Conferenza pubblica
Quando è stata annunciata la conferenza di stasera, molti si saranno forse posti la domanda: da quale prospettiva proviene ciò di cui si parlerà? — E dopo una o l’altra informazione, forse si avrà l’opinione che ancora una volta si debba parlare di quella comprensione reciproca che oggi coloro che l’affannosamente desiderano sono proprio quelli che nel corso di lunghi tempi hanno provocato l’odierno mare capitalistico di confusione sociale, perché si accorgono che l’acqua le raggiunge fino alla bocca e non sono più in grado di nuotare in questo mare. Cercano l’uno o l’altro guscio di salvataggio; ma da quei presupposti su cui comunemente si basano, tali gusci di salvataggio non li troveranno. Perché di una tale comprensione reciproca non vorrei parlarvi stasera. Mi sembra che nel tempo in cui viviamo siano necessarie cose del tutto diverse. Infatti, osservando ciò che realmente è avvenuto e ciò che si sviluppa nelle condizioni attuali, che per molti di coloro che cercano proprio una tale comprensione reciproca sono così spaventose.
Ciò che oggi si chiama «la questione sociale» non è sorto certo ieri. Nella forma in cui se ne parla oggi è vecchio più di mezzo secolo. Ma ciò che veramente ha condotto a questa questione sociale è molto, molto più antico; è ciò che ha provocato tutta lo sviluppo dei tempi moderni, degli ultimi secoli. E se osserviamo a che cosa lo sviluppo degli ultimi secoli ci ha portato, possiamo riassumerlo brevemente nelle seguenti parole.
Vi era un certo numero di esseri umani — quelli che forse meglio si designano dicendo che sono coloro che hanno vissuto dall’ordine economico capitalistico e che si sentivano bene in questo ordine economico capitalistico. Si poteva sentire da queste persone effettivamente abbastanza spesso come siamo giunti lontano nella civiltà. Si poteva sentire ciò che era stato prodotto dal fatto che l’umanità è giunta nella situazione di non poter comunicare rapidamente solo su lunghe distanze tra singoli paesi, singoli continenti, ma attraverso i mari del mondo; come siamo andati lontano perché si è diffusa una certa istruzione, perché gli esseri umani potevano partecipare a ciò che si chiamava la vita spirituale e di cui ci si immaginava che fosse giunta a un’altezza del tutto particolare nei nostri tempi.
Non c’è bisogno che vi descriva tutti gli elogi che sono stati tessuti in questa direzione sulla nostra civiltà moderna. Ma questa civiltà moderna si diffondeva su un fondamento. Non era affatto concepibile senza questo fondamento; viveva da questo fondamento. E cosa c’era in questo fondamento? In questo fondamento c’erano sempre più e più esseri umani di quel tipo che dal loro più profondo sentimento dell’anima dovevano fare echeggiare il grido: Ci dà ciò che questa vita moderna ha portato un’esistenza degna di un essere umano? A che cosa questa civiltà moderna ci ha condannati? — E così questa umanità moderna si divise sempre più in due parti: da un lato coloro che si sentivano bene in un certo senso o almeno soddisfatti in questa civiltà moderna, ma potevano sentirsi soddisfatti soltanto perché gli altri nel fondamento dovevano abbandonare la loro forza lavoro per un ordine sociale nel quale fondamentalmente non potevano avere alcuna parte.
Con tutto questo corso delle cose, si sviluppò certamente anche qualcos’altro. Si sviluppò il fatto che proprio i portatori della cosiddetta civiltà non potevano più continuare i vecchi stati patriarcali con i numerosi analfabeti. Si sviluppò il fatto che gli esseri umani sostenuti dal capitalismo dovevano rendere istruito almeno una parte del proletariato che li serviva. E dall’istruzione del proletariato si sviluppò qualcosa che si esprime proprio adesso in fatti così spaventosi, ma per chi comprende la storia, così necessari: si sviluppò il fatto che soprattutto un gran numero di esseri umani, che dovevano costituire proprio il fondamento di questa civiltà moderna, potessero ora riflettere sulla loro situazione, che non dovessero più abbandonarsi istintivamente, che potessero porsi la domanda nel modo più intenso: Abbiamo un’esistenza degna di un essere umano? Come possiamo arrivare a un’esistenza degna di un essere umano?
Coloro che finora sono stati la classe dirigente dell’umanità, nel corso della vita economica moderna hanno collegato questa vita economica, nella misura che loro conveniva, con lo Stato moderno. Da questo Stato moderno, almeno in una certa misura, il proletariato moderno non poteva essere escluso sotto l’influenza dei tempi moderni. E così accadde che il proletariato, da un lato, all’interno della vita economica, cercava di uscire dalla sua situazione, aspirava a un’esistenza degna di un essere umano, ma dall’altro lato cercava di conquistare i suoi diritti con l’aiuto dello Stato moderno.
Non si può dire — i fatti del presente l’insegnano — che su ambedue i sentieri poco è stato finora raggiunto. Sul sentiero della vita sindacale la società operaia moderna ha cercato di raggiungere parecchio entro il ciclo economico: erano frammenti di ciò che deve essere il contenuto di un’esistenza degna di un essere umano entro un ordine economico sano. Sul sentiero della vita dello Stato è stato raggiunto. Ma a ulteriori progressi si opponeva la potenza economica e politica della classe precedentemente dirigente dell’umanità. E così si può dire che, benché parecchio sia stato raggiunto su questi due sentieri, oggi il proletariato moderno si trova non meno di fronte alla domanda: Qual è veramente il significato del mio lavoro rispetto a ciò che ogni essere umano nel mondo deve rivendicare come sua dignità umana?
Nei confronti di ciò che per lunghi decenni il proletariato ha rivolto in molte forme a questa cerchia dirigente e conduttrice: Non si può andare avanti così! — di fronte a ciò, quasi nessuna parola di comprensione è stata ascoltata. E le parole che sono state ascoltate si trovavano veramente in un rapporto singolare con ciò che realmente avrebbe dovuto essere perseguito dallo spirito del tempo. Non abbiamo sentito come da tutte le parti — dal lato cristiano-sociale, dai tendenti al socialismo borghese — ci si esprimesse su questo o quell’altro che potrebbe rimediare ai pericoli che si credeva vedessero sopraggiungere? Era più di questo, fondamentalmente, che una frase untuosa che scaturiva dai vari pregiudizi religiosi, morali e così via che provenivano dalla tradizione di questa classe dirigente e precedentemente conduttrice?
Questi circoli dirigenti non lo percepivano; ma un altro lato dell’umanità lo percepiva. Colui che percepiva la sua direzione da qualcosa di completamente diverso da frasi vuote, colui che percepiva la sua direzione dalla coscienza di quella classe che era stata posta nella particolare situazione sociale di essere il fondamento di questa civiltà moderna. E così si sviluppò — benché effettivamente dall’altro lato attraverso la vita sindacale, cooperativa e anche politica fossero state realizzate molte cose — ancora qualcos’altro, qualcosa che è ancora più importante, che è un’opera del proletariato moderno piena di germi per il futuro, e dai fatti del presente viene sostenuta in misura abbondante: si sviluppò il fatto che, mentre la classe precedentemente dirigente perseguiva la sua istruzione di lusso, che poteva essere nutrita e rafforzata unicamente dal capitalismo, il proletariato nei tempi che gli rimanevano, nelle sue assemblee perseguiva un’istruzione nel vero senso della parola moderna, perseguiva una vita spirituale. Era questo che la classe precedentemente dirigente dell’umanità non voleva vedere: che attraverso migliaia e migliaia di anime proletarie si stava sviluppando un’istruzione del tutto nuova, una visione del tutto nuova dell’essere umano.
Era nella natura delle cose che questa istruzione proletaria inizialmente partisse dalla considerazione della vita economica. Infatti la vita moderna aveva incatenato il proletario alla macchina. L’aveva spinto nella fabbrica, l’aveva asservito al capitalismo. Da lì estraeva i suoi concetti. Ma questi concetti — voglio solo sottolineare come tutto ciò che è legato al marxismo sia penetrato così intensamente e intelligentemente nelle anime proletarie —, questa istruzione era tale da trovare poco, davvero poco eco presso la classe precedentemente dirigente e conduttrice.
Non è caratteristico che colui che conosce le cose oggi debba dire: tra le personalità proletarie dirigenti, tra coloro che realmente comprendono il proletariato, non solo che pensano al proletariato, tra le personalità che hanno recepito ciò che è una vera istruzione feconda sulla vita economica oggi, vive veramente una conoscenza più profonda, almeno una conoscenza radicata nella vita, di ciò che gioca nell’organismo sociale, che persino tra i più colti dei colti, persino tra i professori universitari che riflettono sulla sociologia. Infatti è caratteristico che questi circoli, il cui dovere era per così dire occuparsi di sociologia, di economia nazionale, si siano opposti il più a lungo possibile a tutto ciò che proveniva dalla comprensione del proletariato moderno. E solo quando i fatti fecero pressione, quando i fatti non permettevano più nulla di diverso, alcuni di questi capi borghesi si sono abbassati ad assorbire vari concetti marxisti o simili nel loro sistema di economia nazionale.
Che questo lavoro sia stato realizzato dal proletariato moderno, voglio dire, completamente nascostamente per i circoli dirigenti e conduttori, non affermo questo da una semplice teoria grigia; l’affermo perché ho potuto vederlo fare personalmente. Potei essere insegnante per molti anni in quella scuola di istruzione operaia che era stata fondata dal vecchio Wilhelm Liebknecht. E in parte in questa scuola, in parte in ciò che vi si collegava, si aveva una buona sezione di tutto ciò che era stato costruito per far sorgere un nuovo tempo dalla consapevolezza umana proletaria sviluppata.
Tutto questo avrebbe dovuto rifletterlo a lungo chiunque, in modo superficiale, tratti questo movimento proletario moderno solo come una semplice questione di salario e di pane, senza comprendere come trattarlo come una questione dell’esistenza degna di un essere umano per tutti gli esseri umani.
Di fronte a questo, non è davvero molto significativo se oggi si sottolinea come entro il mondo dei fatti che è sorto dal caos sociale, accadono cose spaventose, talvolta crudeli. Colui che comprende veramente come le cose si sono sviluppate non chiede del legame di queste crudeltà o di queste cose spaventose col movimento proletario moderno, ma sa chiaramente che sono le classi precedentemente dirigenti che hanno prodotto ciò che accade oggi.
Il momento storico mondiale è arrivato solo quando il proletariato inizia a portare responsabilità negli eventi storici mondiali. Fino nella terribile e per molti versi folle catastrofe della cosiddetta guerra mondiale, è responsabile ciò che dal capitalismo, dall’ordine economico capitalistico nei tempi moderni e in particolare nei tempi più recenti si è sviluppato.
Ma cosa vediamo stare al centro di tutto ciò che è movimento proletario, che è desiderio proletario, sì che è rivendicazione proletaria? Al centro vediamo stare ciò che il proletario doveva sentire nei confronti di ciò che in fondo produce e ciò che può essere dato all’organismo sociale unicamente attraverso l’ordine economico moderno; infatti i circoli culturali precedentemente dirigenti erano interessati fondamentalmente al proletario solo a questo unico aspetto, e questo aspetto unico è la forza lavoro del proletario. Bisogna sapere come le considerazioni di Karl Marx e di coloro che hanno percorso le sue vie siano penetrate così intensamente nel proletariato moderno, dal motivo che in questo proletariato moderno c’era la sensazione: soprattutto si deve creare chiarezza sul modo e sulla maniera come la forza lavoro umana può fluire nell’organismo sociale.
Ebbene, è stato detto spesso e ha convinto i circoli più ampi: attraverso l’ordine economico moderno, la forza lavoro è diventata una merce come le altre merci. Questo è in verità la particolarità della vita economica, che consiste nella produzione di merci, nella circolazione di merci e nel consumo di merci. Ma è accaduto che la forza lavoro del proletario moderno sia stata trasformata in merce. Da questo lato, fondamentalmente, tutto è stato detto all’interno del proletariato. Soltanto la domanda è solitamente guidata in un modo tale che non appaia completamente in quella luce attraverso cui si ottiene realmente uno sguardo nella posizione della forza lavoro umana nell’organismo sociale sano. Qui deve essere posta una domanda che certamente emerge dalla domanda marxista, ma che deve essere sollevata in un modo ancora più preciso, ancora più intenso. Deve essere domandato: La forza lavoro umana può mai veramente essere una merce?
Con ciò la domanda viene guidata su un sentiero del tutto diverso. In effetti si chiederà: come può la forza lavoro umana essere giustamente remunerata? Come può la forza lavoro umana venire a suo diritto? E si può comunque avere il presupposto: deve essere così, che la forza lavoro umana riceva un salario.
Ma il salario in certi contesti non è altro che semplicemente il denaro di acquisto per la merce «forza lavoro». Ma la forza lavoro non può mai essere una merce! E dove nel processo economico la forza lavoro è fatta merce, questo processo economico è una bugia. Poiché si immette nella realtà qualcosa che non potrà mai essere una vera parte di questa realtà. La forza lavoro umana non può essere merce per il motivo che non può avere il carattere che ogni merce necessariamente deve avere. Nel processo economico ogni merce deve essere posta nella possibilità di essere confrontata in valore con un’altra merce. La comparabilità è la condizione fondamentale per l’essere-merce di qualcosa. Ma la forza lavoro umana non può mai essere confrontata con nessun prodotto di merce rispetto al valore.
Sarebbe effettivamente terribilmente semplice, se non si fosse semplicemente disimparato oggi il pensiero semplice. Si pensi soltanto: se, poniamo, in una famiglia dieci persone lavorano insieme, ognuno fa la sua parte, come si potrebbe confrontare la parte lavorativa di un singolo con le prestazioni che questi dieci producono. Non si ha affatto la possibilità di confrontare le prestazioni di merce con la forza lavoro. La forza lavoro si trova su un terreno del tutto diverso della valutazione sociale rispetto alla merce. Questo è ciò che forse non è stato chiaramente espresso nei tempi moderni, ma che vive nei sentimenti del proletariato moderno.
Cosa vive nelle rivendicazioni del proletariato moderno? Ciò che vive nei sentimenti del proletariato moderno è una critica effettiva, è la critica storica mondiale, che semplicemente risiede nella vita del proletario moderno e che è scagliata contro tutto ciò che dai circoli precedentemente dirigenti è stato promosso come ordine sociale. Questo proletariato moderno non è nient’altro che una critica storica mondiale stessa. Proprio da questo riconoscimento, che la forza lavoro non può mai essere merce, trae origine il sentimento, il sentimento fondamentale della sua esistenza, che si vive nei tempi moderni in una gigantesca, in una comprendente menzogna di vita; perché la forza lavoro che per natura non può mai essere comprata è comprata.
Che rimedio debba essere creato a questo, da questo il proletario moderno è convinto, come deve essere evidente a chiunque abbia uno sguardo. Ma è stato trascinato in ciò che non lui, che le classi precedentemente dirigenti hanno fatto dell’organismo sociale. È stato tirato fuori da tutto il resto e solo asservito al processo economico. Non dovrebbe allora essere comprensibile che egli voglia portare guarigione a questo processo economico, alla circolazione della vita economica stessa, e così anche la guarigione dell’intero organismo sociale? Da questo sono nati gli ideali, così come vivono finora gli ideali del proletariato moderno.
È stato detto: Dal fatto che il capitalismo come capitalismo privato attraverso l’uso privato dei mezzi di produzione ha fatto diventare la produzione moderna una produzione di merci, il proletariato moderno è arrivato nella situazione che solo lui può sentire completamente. A questo rimedio si può solo mettere mano ricorrendo a ciò che è l’idea antichissima dell’associazione, a quella associazione che per così dire procede dalla produzione dell’uno per l’altro e lavora verso l’auto-produzione, in cui non può più uno danneggiare l’altro, dal motivo che allora sarebbe danneggiato lui stesso. E inoltre è stato detto: Come deve essere fondata questa associazione, questa grande associazione? Allora si dovrebbe ricorrere proprio al quadro che si è formato nel corso dei tempi moderni: allo Stato moderno. Lo Stato moderno stesso deve essere trasformato in una grande associazione, per mezzo della quale per così dire la produzione di merci è trasformata in produzioni per l’auto-consumo.
Qui è proprio il punto che si deve afferrare, il punto dal quale si può dire: si trova il sano proprio nella vita spirituale del proletariato moderno da un lato, e nello stesso tempo si trova ciò per cui questa vita spirituale del proletariato moderno è capace di sviluppo, ciò per cui può progredire dalla fase che ha finora percorso a un’altra fase.
Chi ha un’opinione diversa su questo campo non dovrebbe prendersela se, da sentimenti altrettanto sinceri e onesti quanto quelli che egli stesso nutre, non si vede ancora per così dire il compimento nella presente concezione del mondo proletaria, ma se si è proprio costretti a sottolineare che questa concezione del mondo proletaria porta in sé i germi di un progresso, ma che questo progresso deve veramente essere perseguito. E può essere perseguito.
Questo lo ammetterà chi comprende ciò che già — circa diciotto anni fa — ho dovuto sottolineare come una particolarità al Sindacato di Berlino, e poi più volte di nuovo come una particolarità proprio del movimento operaio moderno, e che oggi devo ancora ritenere assolutamente giusto. Ho detto allora: Per chi abbraccia la vita storica dell’umanità e ha visto sorgere dalla vita storica dell’umanità il movimento proletario moderno con comprensione, con vera comprensione, è sorprendente che questo movimento proletario moderno, a differenza di tutti gli altri movimenti dell’umanità che ci sono stati, fondamentalmente si basi su — si può trovare ciò grottesco, si può trovarlo paradossale — un terreno direttamente orientato scientificamente.
Profondamente, profondamente vero è ciò che allora è stato enunciato in questa direzione come un tema fondamentale, come una rivendicazione fondamentale del movimento operaio moderno dall’ormai quasi dimenticato Lassalle nel suo famoso discorso su «La scienza e gli operai». Ma si deve guardare la cosa ancora da un altro punto di vista di come è oggi solitamente vista: si deve guardarla dal punto di vista della vita. Allora si può dire: Riguardando ciò che è diventato accessibile al proletariato moderno, attraverso ciò che le classi dirigenti hanno dovuto dargli, se non lo volevano lasciare nell’analfabetismo, per questo il proletario moderno ha acquisito la possibilità di ricevere come eredità ciò che si è sviluppato nei tempi moderni, di ricevere come eredità da ciò che è sorto dallo sforzo dei circoli dirigenti, ricevere come eredità ciò che si è formato come concezione del mondo scientifica.
Ciò che importa è questo: che il proletario moderno abbia dovuto reagire in un modo del tutto diverso a questa concezione del mondo scientifica rispetto a tutti gli altri circoli, addirittura a quelli che avevano direttamente elaborato questa concezione del mondo. Si può essere entro i circoli dirigenti e precedentemente dirigenti una persona molto illuminata, una persona la cui convinzione più intima scaturisce dai risultati, dagli esiti della scienza moderna, si può essere, poniamo, uno studioso della natura come Vogt, uno studioso naturalistico popolare come Büchner, eppure si sta di fronte alla concezione del mondo orientata scientificamente in modo diverso rispetto al proletario moderno.
Colui che dai circoli dirigenti e dai loro pregiudizi, specialmente dal loro presentimento e dalla loro presensazione, si professa teoricamente all’educazione moderna sull’essere umano e sulla natura, resta tuttavia incatenato entro un ordine della società che si chiude rigorosamente dal proletariato moderno, e la cui struttura, la cui intera organizzazione non proviene da ciò che la scienza moderna racconta, ma proviene da ciò che prima di questa scienza moderna ha riempito l’animo umano di concezioni religiose, legali e altre sulla dignità umana. Questo potei sentire una volta, voglio dire, nel vivere immediato.
Era nel momento in cui io, insieme con la tragicamente scomparsa Rosa Luxemburg, stavo a Spandau di fronte a un’assemblea operaia, e parlavamo entrambi dell’operaio moderno e della scienza moderna. Allora si doveva vedere come ciò che questa scienza moderna può versare nell’anima proletaria moderna agisce in modo del tutto diverso su questo proletario rispetto allo stesso più convinto dei membri della classe umana precedentemente dirigente, come quando Rosa Luxemburg chiarì alle persone: Non c’è nulla che indichi un’origine angelica degli esseri umani, nulla che indichi i più alti punti di partenza da cui la concezione del mondo borghese ama ancora raccontare; dalla stessa moderna concezione del mondo borghese è affermato come l’essere umano ha avuto inizio come animale rampicante, come si è sviluppato verso l’alto da questi stati. Chi riflette su questo — così parlò allora l’entusiasta guida operaia — chi ripensa attraverso questo, non può restare nei pregiudizi che i circoli dirigenti di oggi hanno, nei pregiudizi di distinzioni di rango, della possibilità di graduare gli esseri umani, che hanno tutti un’origine così uguale, come la si fa oggi entro i circoli dirigenti. — Questo colpì diversamente che presso la gente dei circoli dirigenti. E questo integrò ciò che il proletario moderno aveva recepito intelligentemente come scienza economica.
Ciò che in questo modo era stato accolto nelle anime è capace di ulteriore sviluppo, e di questo ulteriore sviluppo vorrei raccontarvi oggi alcune cose.
Colui che abbraccia tutto ciò che entra in considerazione per la domanda: Come è giunta la forza lavoro del proletario moderno al significato di una merce? — si vede gradualmente spinto a condurre le sue osservazioni sulla vita economica al punto dove deve dirsi: Proprio dal fatto che l’operaio moderno è stato asservito in questa mera vita economica, per questo motivo la forza lavoro del proletario moderno è diventata merce entro la vita economica. In questa direzione abbiamo solo la continuazione di ciò che nell’antichità era la questione della schiavitù. Lì era la persona intera merce. Oggi è rimasto di questa intera persona solo ancora la forza lavoro. Ma questa forza lavoro la tutta persona deve seguire.
Nei sentimenti dell’anima proletaria moderna vive il fatto che in futuro non debba essere così, che questo sia l’ultimo resto del vecchio tempo barbarico che deve essere superato. Ma questo non sarà superato diversamente se non quando, con la stessa chiara forza dello spirito con cui il proletariato moderno ha afferrato la vita economica e la natura umana, afferra anche la scienza dell’organismo sociale sano. E di questa scienza lasciatemi dirvi alcune parole.
Qui emerge innanzi tutto in modo chiaro: si deve domandare: cosa rende dentro il ciclo della vita economica moderna la forza lavoro del proletario moderno una merce? Questo la rende la potenza economica del Capitalistico.
In questa parola della potenza del Capitalistico già c’è un’indicazione verso la risposta sana. Infatti: a che cosa la potenza è diametralmente opposta? La potenza è diametralmente opposta al Diritto. Ma questo sottolinea che una guarigione riguardante l’utilizzo della forza lavoro umana nell’organismo sociale può entrare solo quando la forza lavoro è sollevata, quando addirittura la domanda sulla forza lavoro è sollevata fuori dal processo economico e quando essa diviene una pura e genuina questione legale.
Ma con questo veniamo a riflettere più ampiamente se c’è una differenza più profonda tra questione economica e questione legale. Questa differenza esiste; ma oggi non si è ancora inclini a prendere questa differenza in modo sufficientemente profondo. Non si è inclini a prendere sufficientemente in profondità ciò che da un lato devono essere le forze efficaci in tutta la vita economica e dall’altro lato devono essere le forze efficaci nella vera vita legale.
Cosa agisce nel processo economico? Nel processo economico agisce il bisogno umano, agisce la possibilità della soddisfazione di questo bisogno umano attraverso la produzione. Entrambi si fondano sulla base naturale; il bisogno umano sulla base naturale dell’essere umano, la produzione sulle basi naturali climatiche, geografiche e altre. Questa vita economica ha condotto, sotto l’influenza della moderna divisione del lavoro, proprio a ciò che lo scambio moderno di merci è e deve essere, quello scambio di merci in cui secondo il bisogno degli esseri umani le merci si valutano reciprocamente, e secondo la loro valutazione reciproca — non posso descrivere questo in dettagli, richiederebbe troppo tempo — appaiono sul mercato e nel ciclo del processo economico entrano nella circolazione.
Entro questo ciclo della vita economica non può svilupparsi nello stesso tempo come in un ciclo chiuso la vita legale. La natura umana non consente che entro l’organismo sociale entro la vita economica stessa si sviluppi la vita legale, come non consente che nell’organismo umano, nell’organismo umano naturale, esista solo un unico sistema centralizzato. Veramente non voglio giocare stasera con alcun paragone tratto dalla scienza naturale; tuttavia credo che proprio qui sia un punto dove anche la scienza naturale deve andare oltre ciò che è arrivata oggi. Ho indicato nel mio ultimo libro: «Enigmi dell’anima» a ciò che importa, ciò che la scienza naturale oggi non ha riconosciuto adeguatamente: che nell’organismo umano sano ci sono tre sistemi, che c’è il sistema sensorio-nervoso come portatore della vita dell’anima, il sistema respiratorio e cardiaco come portatore della vita ritmica, il sistema metabolico come portatore del metabolismo, e che il tutto costituisce l’organismo umano. Ma ogni sistema è centralizzato in sé; ognuno ha il suo proprio accesso verso l’esterno. In questo organismo umano ordine e armonia sono provocati dal fatto che questi tre sistemi non agiscono disordinatamente insieme, ma si sviluppano l’uno accanto all’altro, e proprio per questo la forza di uno può fluire nell’altro.
Così deve entrare nell’organismo sociale sano una tale triarticolazione. Si deve comprendere che, quando l’essere umano si attiva nell’organismo economico, allora entro questo processo economico deve soltanto fare economia. Allora si tratta che l’amministrazione, la legislazione di questo processo economico miri a portare sulla via la valutazione reciproca della merce nella realtà economica, nel modo più appropriato a introdurre la circolazione di merci, a introdurre la produzione di merci, a introdurre il consumo di merci. Ma da questo mero processo economico deve essere tolto tutto ciò che ora riguarda non la soddisfazione del bisogno di un essere umano da parte di un altro, ma che riguarda il rapporto di ogni essere umano con ogni altro essere umano. Ciò in cui tutti gli esseri umani devono essere uguali è qualcosa di radicalmente diverso da ciò che solo nella vita economica può svilupparsi. Perciò è necessario per la guarigione dell’organismo sociale che dalla mera vita economica sia tolta la vera vita legale. A questo sviluppo i tempi moderni hanno effettivamente resistito.
Le classi precedentemente dirigenti — cosa hanno fatto? Su quei campi dove era loro conveniente, dove sembrò loro giusto per i loro interessi, hanno continuato la vecchia fusione che certamente era già esistita in molti campi tra la vita economica e la vita dello Stato politico. E così vediamo che in questi tempi moderni, proprio sotto l’influenza dei circoli dirigenti dell’umanità, sorge la cosiddetta statalizzazione per certi rami economici. Statalizzare le poste, il servizio telegrafico e simili è stato trovato come giacente nel progresso moderno ed esigito da questo progresso moderno.
In una direzione diametralmente opposta deve pensare colui che ora non guarda agli interessi dei circoli precedentemente dirigenti, ma che si domanda: quali sono i fondamenti di un organismo sociale sano? — Deve aspirare che sempre più sia sciolta dalla mera vita economica la vita del vero Stato politico, dello Stato che deve prendersi cura della legge e dell’ordine; che soprattutto deve prendersi cura che da questo campo la vera vita legale fluisca entro la vita economica.
Non discrimina correttamente nella vita umana colui che non ha uno sguardo, uno sguardo spirituale per come è radicalmente diverso la vita economica e la vita del vero Stato politico.
Guardiamo come le cose si sono sviluppate oggi. Certe persone parlano della situazione sociale attuale in questo modo: dicono che entro questa situazione sociale abbiamo come primo: scambio di merci contro merci. — Bene, questo deve essere nella vita economica. Di ciò si è appena parlato. Allora abbiamo come secondo, dicono, e lo vedono come giustificato: scambio di merci, rispettivamente del rappresentante della merce, del denaro, contro forza lavoro. E come terzo: scambio di merci contro diritti. Cos’è quest’ultimo? Del secondo ho già parlato. Ebbene, abbiamo solo da guardare al rapporto di proprietà terriera nell’ordine economico moderno, e subito ci diventerà chiaro ciò che dovrebbe essere chiaro per il futuro su questo campo. Come si possa altrimenti pensare il rapporto di possesso riguardante la terra — tutto il resto non ha effettivamente significato per il processo reale nell’organismo sociale; significato ha soltanto il fatto che il possessore di terra e di suolo ha il diritto di usare un pezzo di terra e di suolo da solo e nel fare questo di far valere il suo interesse personale.
Questo non ha il minimo nei suoi fondamenti con il processo economico come tale. Con il processo economico ha solo e soltanto — contro ciò solo un’economia nazionale corrotta può obiettare — quel che sulla terra e sul suolo come merce o con valore di merce è prodotto. L’uso della terra e del suolo si basa su un diritto.
Questo diritto certamente si trasforma entro l’ordine economico capitalistico moderno, specialmente attraverso l’intreccio del capitalismo con le rendite terriere, di nuovo in una potenza. E così abbiamo da un lato la potenza, che esclude dai tali diritti; dall’altro lato quella potenza economica, che può costringere la forza lavoro umana a diventare merce.
Da ambedue i lati non si realizza nient’altro che una menzogna di vita, se non è perseguita — è perseguita da vera intuizione sociale — l’articolazione dell’organismo sociale in un organismo economico e in un organismo dello Stato politico nel senso più stretto.
L’organismo economico dovrà essere fondato su base associativa, dai bisogni del consumo nel loro rapporto alla produzione. Dai vari interessi dei circoli professionali più svariati, dovranno svilupparsi le associazioni più svariate — si potrebbero anche chiamarle con una parola antica le fratellanze dell’umanità — in cui sono amministrati i bisogni e la loro soddisfazione.
Ciò che si sviluppa entro questa base associativa dell’organismo economico avrà sempre a che fare con la soddisfazione di un circolo di esseri umani da parte di un altro circolo. Su questo campo deve essere determinante l’uso competente-esperto innanzi tutto della base naturale, poi però anche la formazione competente della produzione di merci, della circolazione e del consumo di merci. Qui deve valere il bisogno umano, l’interesse umano.
A questo si opporrà sempre come qualcosa di radicalmente diverso ciò in cui l’essere umano e l’essere umano sono essenzialmente uguali di fronte l’uno all’altro, dove devono essere uguali, come con una parola diventata oggi banale si dice: dove devono essere uguali di fronte a quella legge che essi stessi come esseri umani uguali si danno.
Su base associativa dovrà poggiare il ciclo del processo economico; su base puramente democratica, sul principio dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani nel loro rapporto l’uno con l’altro dovrà poggiare nel senso più stretto la vera organizzazione politica. Da questa organizzazione politica scaturirà qualcosa di del tutto diverso dalla potenza economica che rende la forza lavoro merce. Dalla vita politica separata dalla vita economica scaturirà il vero diritto del lavoro, dove soltanto per ciò che sulla forza lavoro tra essere umano e essere umano come esseri umani può essere trattato, misura e lavoro e altro sulla forza lavoro possono essere stabiliti.
Come si possa credere che le cose nei tempi moderni siano già diventate un po’ meglio: ciò su cui fondamentalmente importa non è diventato meglio. Per il modo in cui la forza lavoro del proletario rimane nel processo economico, il prezzo della forza lavoro fatta merce dipenderà dai prezzi degli altri prodotti economici, dai prezzi di merce. Lo vede ognuno che realmente guarda più a fondo nel processo economico. Altrimenti sarà la cosa quando, indipendentemente dalla legge della vita economica e dalla sua amministrazione, dallo Stato politico, dall’amministrazione e legislazione puramente democratiche dello Stato politico un diritto del lavoro esisterà. Cosa allora entrerà?
Allora entrerà il fatto che ciò che l’essere umano attraverso la sua forza lavoro compie per l’organismo sociale rimane in un rapporto altrettanto vivo, autodeterminato come oggi le basi naturali. Si possono entro certi limiti spostare un po’ l’utile tecnico del suolo e simili, si possono spostare un po’ i fissi limiti della base naturale; tuttavia queste basi naturali determinano la vita economica pur sempre in misura grandissima da un lato. Così come da questo lato la vita economica è determinata da fuori, così dall’altro lato deve essere determinata la vita economica da fuori, in quanto non rende più la forza lavoro da sé dipendente, ma la forza lavoro determinata da basi puramente umane può essere offerta alla vita economica. Allora fa il lavoro il prezzo della merce, allora non fa più la merce il prezzo del lavoro!
Allora può soltanto al massimo entrare il fatto che, se per qualche motivo la forza lavoro non può essere resa sufficientemente, la vita economica diventi povera. Ma a questo si deve cercare rimedio su base legale, e non dalla mera vita economica.
Alla base della vita economica giace soltanto ciò che chiede secondo offerta e domanda. Con il diritto del lavoro, che è posizionato sulla base dello Stato politico indipendente, ma necessariamente anche tutti gli altri diritti su questi stessi fondamenti saranno posizionati. In breve, si deve — posso solo accennare questo a causa della brevità del tempo — necessariamente riconoscere proprio nella separazione dei due campi: della vita legale e della vita economica, l’ideale di un organismo sociale sano nel futuro.
E come terzo deve aggiungersi a questa vita economica indipendente, a questa vita legale indipendente quello che si può chiamare la vita spirituale dell’umanità.
Proprio in questo incontrerò la maggior resistenza. Infatti è penetrata nelle abitudini di pensiero umano su questo campo, ancora più che su altri, l’opinione che solo attraverso l’assorbimento di tutta la vita spirituale dallo Stato il benessere dell’umanità può dipendere; e non si scorge ancora come la dipendenza in cui la vita spirituale è venuta dallo Stato proprio nei tempi moderni è sorta da ciò che si può chiamare l’interesse dei circoli precedentemente dirigenti nello Stato, che appunto questi circoli dirigenti così bene ha soddisfatto. Questi circoli dirigenti hanno trovato i loro interessi soddisfatti in questo Stato; hanno lasciato che tutto ciò che essi chiamavano vita spirituale fosse sempre più e più assorbito da questo Stato. Come lo Stato politico è costretto attraverso leggi fiscali coercitive a procurare ciò che può fondare l’uguaglianza di tutti gli esseri umani di fronte alla legge, e come lo Stato è costretto attraverso la tassa coercitiva a soddisfare i suoi bisogni, così dall’altro lato la vita spirituale deve veramente essere emancipata dai due altri campi dell’organismo sociale.
Proprio ciò che si è perseguito su questo campo: l’intreccio della vita spirituale con la vita dello Stato e della vita economica, è ciò che ha portato al male dei tempi moderni. Perché ciò che deve vivere nello Spirituale non può svilupparsi se non nella luce della vera libertà. Tutto ciò che non può svilupparsi nella luce della vera libertà si atrofizza e paralizza la vera vita spirituale e la porta inoltre su sentieri deviati, che nella più recente situazione sociale si possono purtroppo ben notare. Ma ciò che è necessario su questo campo è: comprendere quale legame interno esiste tra la vita spirituale nel senso più stretto e la vita religiosa, la vita scientifica, la vita artistica, la vita in una certa moralità, quale legame esiste tra questa vita e tutto ciò che comunque scaturisce dalle capacità e dalle abilità umane individuali.
Perciò ora, dove su queste cose si parla in senso serio, in senso serio di un organismo sociale sano, si deve parlare in modo che sotto la vita spirituale sia contato tutto ciò che comunque ha a che fare con lo sviluppo, lo sviluppo delle capacità individuali, tutto ciò che ha a che fare, dalla scuola fino all’università, fino alla vita artistica, fino alla vita morale, sì, fino a quei rami spirituali che costituiscono il fondamento della vita pratica, anche della vita economica. Su tutti questi campi deve essere perseguita l’emancipazione della vita spirituale. Cosicché questa vita spirituale possa essere posizionata nell’iniziativa libera di colui che ha le capacità individuali dell’essere umano, e cosicché questa vita spirituale libera possa esistere solo allora in modo appropriato nell’organismo sociale sano, se poggia anche nel suo valore sul riconoscimento libero, sulla comprensione libera di coloro che hanno bisogno di riceverla. Questo significa che in futuro non dovrà più in alcun modo la vita spirituale essere amministrata dalla somma di ciò che uno ha in tasca o nel forziere, o dalla burocrazia dello Stato.
Non solo per il fatto che questa vita spirituale è stata amministrata dallo Stato ha assunto un certo carattere riguardo le personalità che vi stano dentro, riguardo le personalità che l’amministrano, ma questa vita spirituale, come l’abbiamo oggi, come il proletario moderno a ragione la sente come un’ideologia, questa vita spirituale è diventata un’immagine speculare di ciò che si è formato negli interessi, nei bisogni dei circoli dirigenti e conduttori per e attraverso lo Stato moderno, che essi stessi in base alla loro comodità si sono formati, secondo questo bisogno. È fondamentalmente vero che tutta la vita spirituale è solo un’immagine speculare, solo una sovrastruttura della vita economica o della vita dello Stato? La moderna vita spirituale dei circoli dirigenti è solo tale sovrastruttura. Certamente, la chimica, la matematica, non facilmente potranno assumere nel loro contenuto il carattere che emerge dagli interessi dei circoli dirigenti. Ma già l’estensione in cui sono coltivate, ma specialmente la luce che cade da altri rami della vita spirituale su di esse, questo è determinato dal fatto che con gli interessi dei circoli dirigenti, dei circoli precedentemente dirigenti dell’umanità gli interessi della moderna vita dello Stato e così gli interessi della moderna vita spirituale nello Stato crescono insieme.
Sì, questa moderna vita spirituale è proprio nei campi più importanti, dove dovrebbe intervenire nelle anime umane, dove dovrebbe determinarsi il suo posto nell’ordine sociale, diventata un gioco della vita economica e della vita politica. Lo si può vedere dal modo in cui fino a questa terribile catastrofe bellica dentro portatori della vita spirituale, che erano legati attraverso il capitalismo alla moderna vita dello Stato, nel fondo proprio sui campi più importanti della vita dello spirito hanno prodotto ciò che poteva essere posto al servizio dello Stato moderno.
Si potrebbe trovare qui non centinaia, ma migliaia e migliaia di prove. Dovete solo pensare a questo: prendete i professori di storia tedeschi, i portatori della scienza storica. Provate a formarvi un’idea di tutto ciò che hanno prodotto riguardante la storia degli Hohenzollern, e chiedetevi se ora dopo questo evento storico mondiale la storia degli Hohenzollern avrà lo stesso aspetto di prima? Da questo si può vedere come la vita spirituale attraverso le circostanze è diventata un semplice gioco di ciò da cui non era stata libera.
Libera deve diventare la vita spirituale dai due altri campi. Allora però la vita spirituale può assumere nella sua propria legislazione e amministrazione quello — per quanto suoni strano e per quanto sarà sorprendente per molti, deve essere detto — che oggi può scaturire unicamente dai pregiudizi capitalistici: allora la vita spirituale può realmente diventare la superatrice del mero interesse economico proletario. Poiché la vita spirituale è unitaria. La vita spirituale scende dal ramo più alto della vita spirituale fino a quei rami che sorgono dal fatto che qualcuno dai suoi talenti individuali deve condurre un’impresa. Come la conduce oggi, così la conduce dalla vita economica sotto l’effetto della potenza, della potenza economica. Come deve condurla nell’organismo sociale sano, così è dalla vita spirituale. La vita spirituale ha nell’organismo sociale sano la sua propria legislazione e amministrazione riguardante i rami più alti di questa vita spirituale, ma anche riguardante tutto ciò che spiritualmente allora fluirà nel processo economico, quando la vita spirituale come tale è indipendente.
Allora sorgerà in questo processo economico nel modo giusto l’influenza della vita spirituale emancipata, della vita spirituale indipendente. Allora ciò che sarà compiuto attraverso il capitale non potrà più essere compiuto nel senso del capitalismo moderno. Allora potrà essere compiuto unicamente secondo gli impulsi che la vita spirituale stessa dà.
Solo si deve avere le giuste rappresentazioni di questi impulsi. Come apparirà ad esempio un’impresa sotto questi impulsi?
Chi conosce la vita spirituale nel suo fondamento — lo so benissimo — non mi contradirà se do la seguente descrizione di un’impresa che i suoi impulsi non riceve dalla potenza economica, ma dalla potenza della vita spirituale: Colui che lì opererà sarà posto dalla libera comprensione di coloro che lavorano con lui nella situazione di intraprendere da un certo fondo di capitale ciò che ora non è per il suo vantaggio, ma per la comprensione sociale che avrà acquisito nella giusta vita spirituale, viene intrapreso. Allora in una tale impresa staranno l’uno di fronte all’altro colui che dalla libera comprensione dei suoi collaboratori fino all’ultimo operaio, dalla libera comprensione è posto alla sua posizione, allora, perché allora entrerà un rapporto di libera comprensione tra questo conduttore di un’impresa e coloro che lavorano, allora necesariamente si formerà proprio quello che fa sì che accanto alle ore di lavoro sia introdotta entro ogni impresa e entro le associazioni di imprese, la possibilità di una libera discussione sulla intera maniera come il processo economico rimane nell’organismo sociale complessivo. Allora sotto l’influenza di una tale vita spirituale colui che starà al posto dove oggi sta l’imprenditore capitalistico dovrà dichiararsi riguardante tutto ciò che la sua merce immette nel processo sociale complessivo dell’umanità. Allora ogni singolo comprenderà quale strada il prodotto percorre, a cui egli contribuisce il suo lavoro, il prodotto dell’operaio artigiano e di colui che questo lavoro manuale deve condurre attraverso le sue capacità individuali particolari. Allora solo però potrebbe entrare anche quello che dà al lavoratore la possibilità di concludere un vero contratto di lavoro. Perché un vero contratto di lavoro non può essere concluso se è concluso su fondamento del presupposto che la forza lavoro è merce. Un vero contratto di lavoro non deve affatto essere costruito su questi fondamenti; ma unicamente un vero contratto di lavoro può essere costruito sul fondamento che il lavoro necessario per la produzione di un prodotto è compiuto su base legale, che però riguardante l’economico il dovuto lavoro congiunto emerge tra l’operaio artigiano e quello spirituale, che riguardante l’economico quella divisione tra colui che lavora manualmente e quello che lavora spiritualmente deve avvenire, che unicamente dalla libera intuizione anche dell’operaio manuale può scaturire, perché questo operaio manuale saprà dal vivere spirituale con il conduttore, in quale grado il suo lavoro, per il fatto che c’è la direzione, fluisce nel suo proprio vantaggio nell’organismo sociale.
Solo in un tale lavoro congiunto cessa la possibilità che le imprese che devono essere costruite su base di capitale, siano costruite per il vantaggio, per il vantaggio egoistico. Solo allora, quando l’organismo sociale guarisce in questo modo, solo allora l’interesse di profitto di oggi può essere sostituito dall’interesse puramente oggettivo. E sorgerà di nuovo in una più ampia estensione di quanto fosse nei tempi precedenti, il legame tra l’essere umano e il suo lavoro.
Guardiamo oggi questo legame tra l’essere umano e il suo lavoro. Da un lato c’è l’imprenditore, che compie quello che vede anche come lavoro, ma se ne allontana il più velocemente possibile. Esprime persino questo dicendo che, una volta che si è tirato indietro dal suo lavoro, chiama la discussione su questo lavoro «ciarlataneria». Si allontana, e cerca attraverso ogni altro mezzo di arrivare a ciò che egli come essere umano persegue. Proprio per un tale rapporto dell’essere umano con il suo lavoro si esprime come poco l’essere umano sia cresciuto con il suo lavoro.
Ma questo è un rapporto malato. Questo è un rapporto malato che ha dovuto portare l’altro conseguente, che, in quanto il proletariato moderno è stato strappato dal terreno dell’antico artigianato, dove l’essere umano era cresciuto con il suo mestiere, dalla quale aveva ricavato il suo onore, la sua dignità umana, e dove è stato piazzato alla macchina, asservito nella fabbrica; allora in lui viene prodotto quell’insano fatto che non può acquisire rapporto col suo lavoro.
Ma colui che conosce la vita spirituale nel suo vero fondamento sa che un tale rapporto malsano tra l’essere umano e il suo lavoro può emergere solo sotto presupposti malsani. Non c’è nulla in una sana vita spirituale che sia libero dalla vita politica e libero dalla vita economica e che reagisca solo su di esse, non c’è nulla entro una tale vita spirituale che non sia immediatamente interessante, e che, se correttamente gestito, non leghi l’essere umano al suo lavoro, perché sa: ciò che lavora diventerà un’articolazione nel ciclo dell’organismo sociale. Questo non è qualcosa che possa essere giudicato solo così, che non potrebbe essere altrimenti, che l’essere umano debba anche compiere cose non interessanti. No, deve essere giudicato così, che proprio è cercato il fondamento della vita spirituale, che unicamente e soltanto può produrre interesse, legame dell’essere umano al suo lavoro e interesse per questo lavoro in tutti i campi, in ogni lavoro.
Allora si mostrerà che, quando la vita spirituale emancipata libera dagli impulsi spirituali fino nei più piccoli rami fornisce ai quali amministrano la vita dello Stato e la vita economica, allora solo può entrare quello che diventa un vero, puro interesse in tutto e non un mero interesse commerciale, non un mero rapporto economico esterno e di vantaggio.
Certamente una tale vita spirituale deve avere il fondamento creato per essa. Questo fondamento può essere creato solo quando tutto il sistema scolastico è piazzato nell’amministrazione della vita spirituale stessa, quando l’insegnante più basso non ha più da domandare: Cosa richiede da me lo Stato politico? —, ma quando deve guardare a coloro a cui ha fiducia, quando guarda al settore che amministra la vita spirituale secondo i suoi propri principi dell’organismo sociale.
Così agisce in molti modi quello di cui credo che scaturisca naturalmente. Proprio da una vera continuazione della concezione del mondo proletaria agisce contro le abitudini di pensiero. Infatti mentre come eredità è stata ricevuta proprio dalla scienza borghese: vita spirituale, Stato, vita economica fondere insieme, si tratta che per la guarigione dell’organismo sociale deve essere perseguita l’autonomia dei tre campi citati. Solo per il fatto che, per così dire, ognuno di questi campi — se ora mi posso servire di espressioni comuni — ha il suo proprio parlamento e la sua propria amministrazione, che si comportano come i governi di Stati sovrani, solo attraverso delegazioni si trattano l’uno con l’altro, solo scambiano i loro bisogni comuni nel traffico, solo allora l’organismo sociale può guarire.
E la domanda è oggi la domanda fondamentale che emerge da tutti i fatti: Come può guarire l’organismo sociale? Questo si può afferrare con le mani: esso è malato, questo organismo sociale!
Coloro che dalla loro classe-coscienza devono levare la giusta rivendicazione che questo organismo sociale guarisca, proprio hanno bisogno di perseguire la concezione del mondo proletaria verso i suoi germi fecondi e di continuarla ulteriormente in modo appropriato.
Ammetto che inizialmente molti potrebbero opporsi a ciò che appare come il giusto oggi, quando si dice: La direzione deve essere presa verso questa triarticolazione sociale, questa triarticolazione dell’organismo sociale. — Ma per quanto questo contrasti con le abitudini di pensiero di molti nel presente, la realtà non deve adattarsi alla nostra comodità, non a ciò che credono coloro che finora si sono considerati uomini di pratica. La realtà deve adattarsi a ciò che da un onesto, sano senso di verità si può riconoscere come giusto.
Ciò che ho esposto non si riferisce a nessun paese immaginario. Oh, i tempi stanno arrivando dove molti, che potevano solo abbracciare il semplice e secondo questo formavano le loro abitudini di pensiero, che per questo si consideravano uomini di pratica, dovranno ammettere che i vituperati, così fortemente vituperati idealisti, che pensano dalle necessità di sviluppo dell’umanità, sono i veri uomini di pratica. Ciò che vi ho indicato non è un paese immaginario; è tratto proprio da quello che sono i più immediati, i più quotidiani bisogni di vita dell’umanità.
Naturalmente non posso affrontare tutti i singoli campi; voglio toccare alla fine un solo campo, un campo dove, anche se posso toccarlo solo rapidamente, si mostrerà come ciò che apparentemente ho derivato dall’idea primaria della vita sociale interviene nei peggiori aspetti. Qual è il peggio nella vita? Il peggio dei peggi è che abbiamo qualcosa che si chiama denaro che dobbiamo avere in tasca. Ma sapete anche cosa vi si collega. Sapete come questo denaro interviene in tutta la vita. Se si osserva lo sviluppo dell’organismo sociale sano: a quale articolazione appartiene l’amministrazione del denaro? Questa amministrazione del denaro finora è stata svolta dallo Stato da certe forze di sviluppo molto antiche. Ma il denaro è altrettanto vero in un organismo sano una merce, come la forza lavoro non è merce. E tutta l’insalubrità che interviene dal lato del denaro nell’organismo sociale consiste nel fatto che il denaro è spogliato del carattere di merce nel fatto che oggi riposa più sulla stampa di un certo marchio attraverso lo Stato politico che su ciò su cui deve ancora, poiché non può essere diverso nel traffico internazionale, riposare: sul suo valore di merce. Gli economisti nazionali oggi hanno una strana contesa, una contesa che agisce realmente strana sull’intelligente. Si domandano se il denaro è una merce, solo una merce auspicata, per la quale si possono sempre scambiare altre merci, mentre altrimenti, se per esempio avesse la sfortuna di fabbricare solo tavoli e sedie, dovrebbe girar giro con tavoli e sedie e aspettare se qualcuno gli darebbe verdure, mentre si possono, scambiando tavoli e sedie per denaro, per la merce denaro ottenere cose che proprio sono giuste, verso cui si ha proprio bisogno. Mentre alcuni dicono: Questo denaro è una merce o almeno il rappresentante della merce, per il quale deve sussistere il corrispondente controvalore in merci, anche se è denaro cartaceo, dicono gli altri: Il denaro è tutto solo ciò che emerge nel fatto che lo Stato attraverso una legge stampa un certo marchio. E ora ricercano, questi economisti nazionali, ricercano: Qual è il giusto? È il denaro merce, o qualcosa che emerge solo attraverso una semplice stampa? È una semplice rivendicazione sulla merce?
La risposta a queste domande è semplicemente questa: che il denaro non è l’uno né l’altro, ma oggi è entrambi. È l’uno per il fatto che lo Stato stampa determinati marchi; è l’altro per il fatto che nel traffico internazionale o in una certa relazione anche nel traffico nazionale il denaro può far circolare solo come merce nella circolazione di merci.
L’organismo sociale sano spoglierà il denaro di ogni carattere legale; l’assegnerà a quella amministrazione e legislazione che, attraverso il suo processo naturale, anche l’immissione del denaro, la coniatura del denaro, la determinazione del valore del denaro entro il ciclo economico, a questo stesso parlamento, a questa stessa amministrazione che amministra il resto dell’organismo economico.
Solo allora, quando ciò accade, ciò che deve essere perseguito dal proletariato moderno, può essere posizionato su una base sana. Quel singolare rapporto che esiste tra il salario del lavoro e la natura di merce, questo rapporto riposa ugualmente fondamentalmente su una menzogna di vita. Mentre da un lato l’operaio crede che, se la sua rivendicazione per salari più alti è soddisfatta, allora otterrà condizioni di vita più sane, sale sempre dall’altro lato il prezzo delle merci, finché non è emancipato il ciclo economico dal ciclo legale dello Stato politico. Tutte queste cose potranno essere poste su una base sana solo quando questa triarticolazione entrerà.
Ugualmente si vedrà, quando si sarà compresa la necessaria autonomia della vita spirituale, che non sussiste nessuna necessità di provocare le imprese capitalistiche come tali, ma il modo in cui nel corso dei tempi moderni il capitale è stato amministrato, come è stato utilizzato per il fatto che giace unicamente nel processo economico, è ciò che ha portato il capitale nella sua efficacia ai danni con i quali tanta miseria è legata.
Deve essere compreso: finché il contratto di lavoro non si riferisce alla condivisione di ciò che congiuntamente l’operaio manuale con lo spirituale produce, ma finché il contratto di lavoro si riferisce al salario del lavoro, è impossibile che ciò sia posizionato su una base sana.
Unicamente e soltanto per il fatto che alla vita spirituale è data la sua sana realtà, sarà rivelato in ogni caso in cui è necessario nel rapporto tra operaio e guida spirituale, che là, dove l’operaio è danneggiato, egli non è danneggiato attraverso l’economia sola, ma è danneggiato dal fatto che colui che è l’imprenditore non utilizza le sue qualità individuali, le sue qualità spirituali in modo giusto, in modo legale, in modo dignitoso. L’operaio non è sfruttato dalla vita economica, l’operaio è sfruttato da quella menzogna di vita che emerge dal fatto che nell’organismo sociale odierno le capacità individuali possono essere utilizzate proprio per danneggiare l’operaio, perché all’interno del processo economico non possono essere viste da ambedue i lati; entro la sana vita spirituale saranno viste e controllate da ambedue i lati.
Come detto, posso benissimo comprendere che ciò che qui ho portato proprio per la guarigione dell’organismo sociale possa ancora oggi resistere a molti spiriti proletari. Posso comprenderlo. Ho parlato per anni fra gli operai, con gli operai su queste cose. Non solo ho amministrato certi rami dell’insegnamento entro la scuola di istruzione operaia, ma ho anche fatto esercizi di discorso con gli operai. Negli esercizi che sono stati fatti per l’esercizio di discorso, è stato portato avanti da parte degli operai in questa comunità molte cose che mostravano proprio quale colorazione speciale, quale tipo speciale hanno le rivendicazioni del proletariato moderno. Allora si acquisisce la capacità di non pensare solo, come fanno i membri dei circoli dirigenti contemporanei o dei precedentemente dirigenti, solo al proletario — no, si acquisisce la capacità di pensare con il proletario. Questo è ciò che oggi volevo dirvi: pensare con il proletario, non solo pensare al proletario!
Secondo la mia intenzione è così — e voglio che l’abbiate compreso — che si possa forse su contenuti di opinioni qui o là divergere l’uno dall’altro, ma che nel presente momento storico mondiale non importa se si diverge in questa o quell’opinione, ma se si è d’accordo in quella onesta rivendicazione che deve essere la rivendicazione del proletariato moderno. Solo per il fatto che uno si adatta a questa concordanza, alla concordanza della sincera volontà, unicamente così possono essere trovati i germi che nella concezione del mondo proletaria giacciono per l’ulteriore sviluppo. Perché il momento in cui si poteva solo discutere è passato; il momento in cui persone che volevano servire solo il loro interesse potevano parlare di comprensione è passato. Il momento è arrivato in cui le rivendicazioni decennali del proletariato moderno, che emergono solo dai flussi sotterranei, sulla scena storica mondiale si levano, dove realmente diventano l’evento più importante, il più significativo dei tempi moderni.
Ciò che dal caos della guerra economica moderna, della guerra mondiale moderna si è formato, ciò che a lungo, sì ciò che forse per il futuro sempre più riempirà il futuro, sarà la questione sociale. Una soluzione non irreale, non una soluzione teorica o un tentativo di essa, volevo mostrarvi oggi; su questo volevo richiamare l’attenzione al fatto che il momento è arrivato in cui la questione sociale è lì, in cui gli esseri umani nel loro lavoro congiunto devono essere articolati in organi dello Stato, della vita economica e spirituali, affinché da questa articolazione sana una soluzione duratura della questione sociale possa emergere.
Questa questione sociale non sarà risolta da oggi a domani, dopo che una volta è lì; ma perché sarà sempre presente, come la vita sempre nuovi conflitti crea, così dovrà sempre esserci quell’articolazione dell’umanità che sinceramente persegue la soluzione dei conflitti che sorgono nella vita sociale. Se si tenterà di rendere consapevoli circoli ampi del fatto che in un tale ulteriore sviluppo della concezione del mondo proletaria la guarigione nel futuro giace, da questo dipenderà dove il punto di partenza del movimento proletario moderno porterà. E deve effettivamente portare, da tutte le rivendicazioni giuste della questione salariale, della questione del pane verso l’alto a quel potente, trasformazione storica mondiale che dalla consapevolezza dell’operaio moderno sorgerà nella consapevolezza umana generale, che dalla dignità, dalla dignità come sentimento del proletario moderno fonderà la vera dignità umana per tutti gli esseri umani, che gli altri finora non potevano fondare.
Parole conclusive dopo la discussione
Sì, devo innanzitutto fare una sorta di osservazione di principio riguardante il primo oratore rispettato. Molto spesso, quando si parla, ci si trova nella situazione di dover dire che in realtà non si capisce bene perché cose, come sono state dette dal primo oratore, debbono essere dette proprio nella forma come se fosse una confutazione di ciò che si è detto. Il primo oratore ha parlato come se fosse nella necessità di combattermi per così dire in ogni punto — anche se ha riconosciuto qualcosa, almeno riguardando l’atteggiamento generale —. Non sono nella situazione di doverlo combattere, ma devo dire che in realtà penso che colui che mi ha ascoltato bene non avrà così tanto contro ciò che il primo oratore ha detto. Sono nella situazione di poter riconoscere molto in più, anche riguardando il contenuto, di ciò che egli ha espresso, di quanto egli sembri avere in vista ciò che veramente ho voluto.
Ora, una cosa mi sembra importante nei dettagli. È singolare che il primo signore oratore credesse di dover sottolineare che ciò che ho detto fosse sorto dal fatto che ho parlato solo con gli operai, non ho lavorato con gli operai. Ebbene, certamente ognuno può operare solo nel suo campo; ma il modo in cui ho lavorato congiuntamente con gli operai era già così che non si può dire che fosse solo parlato con gli operai. Credo anche che colui che forse entra più nei dettagli di ciò che anche ha permeato questo discorso di stasera, il tutto volere troverà comprensibile il fatto che per molti anni non sono stato interpellato in questo modo, anche se lo comprendo, che oggi lo sono. Non sono sempre stato interpellato così, ma semplicemente credo, dalla ragione semplice che gli operai di allora già sentivano che ciò che avevo da dire non era stato parlato dal mero parlare con gli operai.
Se mi è stato possibile parlare nel modo in cui ho dovuto parlare anche oggi, questo non è affatto insegnato. Perché, poniamo la domanda: Chi effettivamente ha il diritto di contarsi tra i proletari? Colui che può parlare ai proletari dal fatto che attraverso il suo destino e grazie a propria forza si è sforzato di parlare così, come posso io solo come libero oratore. Perché nei circoli, dei quali mi è stato rimproverato di avere comunanza, sì, lì sono stato forse esattamente ugualmente, forse ancora molto peggio trattato di come sono stato trattato stasera qui. È pur sempre qualcos’altro quando ci si è, come ho fatto io, adeguatamente sforzato; continuerò a farlo anche nella breve vita che mi rimane. Ma per molti anni mi sono sforzato per il fatto che ho parlato con i proletari, ho lavorato con i proletari, ho sofferto la fame con il proletariato. Non ho «chiesto ai funzionari postali quanti ne avevano per poter soffrire di fame da lì», ma ho dovuto soffrire la fame anch’io. Perché quella famiglia da cui sono cresciuto era in una situazione molto peggiore, come forse tutti quei «funzionari postali» che si possono oggi chiedere. Non ho imparato solo a comprendere il proletario dal fatto che ho imparato a pensare su di lui, ma ho imparato a comprenderlo dal fatto che io stesso ho vissuto con loro, con i proletari, che sono cresciuto dal proletariato, che con il proletariato ho anche dovuto imparare a soffrire di fame. Da questi fondamenti si è sentito già allora, quando ho potuto lavorare congiuntamente con gli operai per molti anni, che non parlo dalla teoria, ma da una pratica completamente adeguata sono nella posizione di parlare. Credo che possa anche essere una base per se si ha un certo diritto di parlare a proletari o no.
Questo è ciò che voglio dire a quella cosa.
Poi una gran parte di ciò che il primo oratore ha portato, in realtà non ha riguardato affatto me, ha riguardato gli intellettuali. Sì, già il presidente ha detto: Se qualcuno può dire che gli è stato gettato fango addosso, dai cittadini intellettuali gettato fango addosso, allora posso dirlo io. Perché veramente, se andasse a vedere il modo in cui mi è stato gettato fango addosso, e specialmente il modo in cui questo fango appare, allora probabilmente non mi invidierebbe il rapporto come l’ho goduto con gli intellettuali.
Questa è un’osservazione personale; sono tutto sommato osservazioni personali. Ma ciò che mi è stato replicato va fondamentalmente sul personale, e perciò questa osservazione doveva già essere fatta.
Ora, una gran parte non ha riguardato me stesso, ha riguardato la studentesca. Riguardante il quest’ultimo: Credete che non riconosco affatto che una gran parte della moderna studentesca con ragione è colpita dal rimprovero che il suo ideale non ha ancora raggiunto quello dell’operaio salariato più basso! Su questo capitolo avrebbe potuto naturalmente parlare molto. Ma proprio l’operaio moderno dovrebbe d’altra parte comprendere che alla fine, come dalle circostanze gli altri ceti dell’umanità si sono formati, così alla fine il moderno studente si è formato dalle circostanze. Chi imparzialmente comparare può lo sforzo entro la moderna studentesca, come sforzo, con ciò che per esempio entro la studentesca è stato trovato, quando io stesso — è tanto tempo fa — ero ancora fra questa studentesca, quello dirà che in realtà riguardando la serietà, in cui proprio nelle apparizioni di declino della borghesia la moderna professorale rimane incatenata, dalla quale la studentesca naturalmente deve dipendere — riguardando ciò che lì come esempio brilla davanti della moderna studentesca, è possibile avere pur sempre una certa soddisfazione. Molto certamente — anche se le cose oggi appaiono come se la studentesca stesse tradendo gli operai — proprio dalla studentesca collaboratori per gli ideali sociali, credo persino in numero molto ricco, sorgeranno. Lo studente ha oggi molte cose da superare. Non deve essere dimenticato come sono ferrei i ceppi con cui uno è tenuto fermato. Ho avuto proprio di recente molte occasioni di parlare con giovani studenti di cose che forse si trovano lontano dal loro immediato ideale, ma che si trovano vicino a ciò che deve svilupparsi come una sana vita spirituale in generale dalla malata vita spirituale di oggi. So quale ricettività c’è nella gioventù per una rinascita della vita spirituale. Ma so anche come grande è la tentazione quando uno ha l’entusiasmo della gioventù dietro di sé, quando ha raggiunto il diploma e ha bisogno di cercare un posto entro la moderna società borghese, come vicino c’è la tentazione allora di nuovo di sprofondare nella filisteria, nei filistei.
Non arriviamo naturalmente da oggi a domani a una soluzione definitiva di ciò che noi speriamo e desideriamo. Ma questo dovrebbe essere riconosciuto: che dappertutto dove un tale desiderio, un tale desiderare intelligente di ciò che a ragione il proletario moderno rivendica, trova posto, non lo si dovrebbe abbassare per il fatto che in un certo modo fanatico, dogmatico si mischiano le cose l’una con l’altra. Credo piuttosto che questo dogmatico — anche se nella lotta moderna i mezzi non possono essere scelti così delicatamente — dovrebbe cedere al sentimento di cui ho parlato nel mio discorso: che dovrebbe importare meno la diversità dei pensieri, ma più l’uguaglianza della sincera volontà.
Ora, chiedete una volta, quanti di quelli che dite che vi tradiscono, da circostanze dipendono in cui la moderna studente è posta, e chiedete dall’altro lato quanto sincera volontà proprio nella contemporanea gioventù manifesta. Coltivatela piuttosto, anziché distruggere proprio per il fatto che cadete nel dogmatico.
Ora, ciò che il secondo oratore ha innanzitutto portato avanti, posso dire: Sono d’accordo con il grido che è caduto da sinistra, che in realtà non è così molto diverso da ciò che ho detto io stesso; e non insisto così tanto sul fatto che le cose siano dette proprio come le ho dette. Se qualcosa, diciamo oggi, può aiutare al miglioramento, allora sono lieto di ciò. E per questo non voglio nemmeno giudicare così aspramente qualcosa di diverso che è stato detto dal secondo oratore; voglio solo correggere qualcosa che tuttavia potrebbe sottolineare che questo oratore non ha preso la cosa così completamente sul serio. Per esempio, ha sospettato il mio riferimento al fatto che per molti anni ho insegnato nella scuola di istruzione operaia a Berlino, nel senso che ha detto: Questo sarà stato probabilmente solo un’associazione borghese di istruzione. — Ho detto esplicitamente: era la scuola di istruzione operaia fondata dal vecchio Liebknecht, da Wilhelm Liebknecht! Ora non credo che voi assegnerete al vecchio Liebknecht il fatto che abbia fondato un’associazione di istruzione arbitraria per la classe operaia, come la classe operaia non avrebbe neanche accettato in quel tempo. Gli ascoltatori non erano persone dei «soliti liberali borghesi», ma solo operai, solo dai circoli del proletariato e attraverso l’intero organizzati come socialdemocratici!
Così credo che anche molte altre parole da me pronunciate precisamente da questo signore oratore non siano state intese nel modo giusto come realmente ho voluto, e come si potrebbe comprenderle se non si venisse in anticipo con un pregiudizio non solo quando l’altro ha un’opinione diversa, ma persino quando lui il ciò che uno stesso pensa solo in una forma un po’ diversa afferma, perché crede che sia necessario che al presente momento storico mondiale le cose siano prese più ampiamente, e perché crede che non ognuno oggi potrebbe essere chiamato pratico, che solo colui che comprende le condizioni più grandi è il vero pratico.
Riguardante l’opinione della domanda del «Appello» dove è stato sottolineato che coinciderebbe quasi alla lettera con ciò che vi ho detto stasera — non vi stupirete che, dato che avete sentito che l’«Appello» è stato scritto da me stesso, e voi non mi richiederete che, se parlo da una parte o dall’altra qualcosa, se parlo così ad esempio ai borghesi, che questo debba suonare diversamente da ciò che dico qui dal podio.
Commento: Sia tutto uguale, oppure…
Esattamente questo dico: io dico: nell’«Appello» sta lo stesso che ho detto qui. In quell’«Appello» non sta da nessuna parte nulla di diverso da ciò che ho detto qui.
A me importa che ciò che dico, nel mio significato sia la verità, e dirò la verità in ogni luogo dove mi è permesso di dirla. Parlo solo la verità: su questo importa. Questo è ciò che a questo riguardo voglio dire. Non escluderò nessuno da nulla, se può unirlo con la sua convinzione e dice sì a ciò che io stesso dico. Poiché credo che arriviamo a un ramo verde solo per il fatto che pronunciamo la verità, non curandoci dell’impressione che fa sugli esseri umani, che la sottoscrivano o no. Questo è ciò che volevo dire a questo riguardo.
E poi vorrei solo ancora, al termine, osservare quanto a ciò che ha detto il prossimo oratore: che io non avrei detto nulla sul modo di combattimento. — Ma dalle mie parole potete dappertutto ricavare come in realtà penso su questo modo di combattimento. Credo di averlo indicato a sufficienza, che non è mia opinione che oggi possa dipendere da una comprensione superficiale, o come si chiamano tutte le belle cose. Oggi siamo entrati in uno stadio di fatto in cui in effetti nient’altro è possibile, se non che non arriviamo solo a rappresentazioni vuote di come le cose debbano essere trasformate, ma che, per il fatto che arriviamo alla rappresentazione di quali nuovi pensieri siano realmente possibili, li si porti nelle anime degli esseri umani. Perché i vecchi pensieri hanno proprio mostrato quale ordine sociale possono portare a compimento, e a questi vecchi pensieri con ciò è fornita la prova che sono inutilizzabili. Perciò credo che per il più prossimo, per il più prossimo, per il più prossimo più pratico importa che coloro che hanno sincera volontà sociale innanzi tutto una volta si intendano su ciò che può accadere.
Stiamo oggi in Svizzera — non so se dire «Grazie al cielo» o «purtroppo» — ancora in circostanze che non sono come quelle del Centro e dell’Est Europa. Così il Centro e l’Est Europa stanno in circostanze che realmente possono essere affrontate solo per l’aggancio con le idee primordiali dell’organismo sociale. E se non si fa il tentativo che innanzi tutto fra il proletariato stesso le questioni fondamentali siano discusse, come ora da questo caos attraverso le organizzazioni più semplici, che però devono tutte avere il carattere, secondo la mia opinione, di quella triarticolazione dell’organismo sociale — se non, fra il proletariato stesso, la guarigione si ottiene per il fatto che nuove organizzazioni siano formate secondo i nuovi pensieri, allora non vedo in prospettiva, per decenni, alcun rimedio.
Iniziare si dovrà innanzi tutto con ciò che vi appare forse come un punto poco importante: innanzi tutto dobbiamo intendere che noi stiamo non solo di fronte a istituzioni borghesi, a condizioni borghesi, ma che stiamo di fronte a una scienza borghese.
Questo ho detto al Sindacato di Berlino sedici anni fa, e anche dentro il proletariato fu compreso correttamente. Il proletariato ha ancora il compito di cacciare via dalla sua parte il pensiero da scienza borghese, e non di creare istituzioni nel senso della scienza borghese, ma nel senso proprio di quel genere di nuovi pensieri che forse solo dal proletariato possono essere trovati, perché il proletariato è emancipato da tutti gli altri legami umani in cui purtroppo stanno incatenati gli esseri umani borghesi.
Perciò si tratta oggi innanzi tutto del fatto che ciò che a voi forse appare il meno essenziale, l’emancipazione della vita spirituale, lo sviluppo della libertà della vita spirituale sia compiuto. Arriviamo a una vera vita spirituale libera, arriviamo al fatto che non più una scienza che è tributaria al capitalismo può dare il tono, fino nei circoli del proletariato il tono può dare, allora soltanto andiamo verso una guarigione. Non un ristretto nel senso borghese, non un ristretto voglio, ma proprio un allargamento dei compiti proletari.
E ho la ferma convinzione — persone che da un punto di vista che posso benissimo comprendere parlano come il secondo oratore possono ancora sollevare tante obiezioni, che non si capisce frase per frase ciò che ho detto — ho la ferma convinzione, che mi sono acquisito attraverso una lunga vita fra il proletariato, che ciò che ho detto innanzi tutto non sarà compreso dagli altri ceti, ma proprio dal proletariato. E si deve purtroppo aspettare finché sarà compreso dal proletariato. Ma credo che là sarà compreso.
E in questo pensiero, vorrei dire, posso anche guardare indietro con una certa soddisfazione a ciò che doveva essere raggiunto stasera. Non volevo affatto convincervi parola per parola in tutti i dettagli. Perché stimo troppo la vostra personalità libera; stimo troppo l’intesa libera di ognuno. Ma ho la convinzione che fra voi molti penseranno diversamente su ciò che ho detto di quanto non abbiano già pensato oggi. E questa convinzione è appunto quella da cui assumo che faccia parte della guarigione dell’organismo sociale.
Appunti per le conferenze zurighesi sulla «questione sociale»
[Zurigo, 3 febbraio 1919]
La vera forma delle questioni sociali, compresa dalle necessità vitali dell’umanità contemporanea.
La catastrofe ha gettato in superficie le forze esistenti nelle profondità sociali. Hanno influito sulle cause della guerra.
Si parla della «questione sociale»; la si isola e universalizza. Ma nella vita reale non sta isolata. È stata isolata solo perché i due altri membri dell’organismo sociale, ai quali è connessa, si sono atrofizzati. In nessun luogo appare la vera forma delle questioni sociali. Le rivendicazioni emergono. Ma le forze creatrici per la soluzione non ci sono.
Le rivendicazioni emergenti sorgono da diverse sfere: dalla vita economica = se la produzione è in armonia con il fabbisogno. Dal sentimento della dignità umana = se la forza lavoro umana può essere merce? Dalla comprensione della comunità sociale: i ponti sono saltati. Non ci si comprende gli uni gli altri al di là delle classi. Si ha fiducia solo nella lotta di classe. La mentalità scientifica comprende solo la vita economica pura. La vita spirituale è diventata per il proletariato mera «ideologia».
Dominio del capitale. Dipendenza. Le crisi. Si produce affinché si realizzi profitto. Il socialismo come una religione.
Il socialismo come dottrina, a causa degli impulsi sociali carenti della vita. — Questi ultimi (a loro modo) erano prima presenti meglio che adesso.
Il socialismo si ritiene una «dottrina scientifica» e una visione del mondo.
L’economia determina lo stato storico. Tutto il resto, il diritto, il costume, la moralità, la sovrastruttura ideologica. Schiavitù, feudalità, capitalismo privato.
L’operaio produce il profitto.
Tutta la storia è storia di lotte di classe.
Quando la classe precedentemente esclusa dalla cultura entrò nella sfera della cultura, la cultura aveva perduto la sua forza propulsiva: non si assimilava più la sfumatura religiosa della cultura. Poiché precedentemente questa sfumatura religiosa non era riuscita a esercitare alcun effetto sul pensiero scientifico.
La catastrofe bellica ha rivelato da molti lati l’urgenza della questione sociale. Era presente nella coscienza della popolazione proletaria. Ma ha portato a rinunciare a una soluzione. Si deve essere in grado di osservare psicologicamente ciò che vive nell’anima della popolazione proletaria.
Il carattere «scientifico» della coscienza di classe proletaria moderna. Questo attesta che con l’ascesa del movimento proletario si collega il modo in cui il proletario imparò a pensare. Imparò a pensare «scientificamente». Questo lo portò a guardare al puro sviluppo economico. Apprende l’essenza della produzione di merci.
Ora egli ritiene che anche la sua ricerca di base scaturisca da impulsi economici. Ma essa consiste nel fatto che la forza lavoro è stata inghiottita come merce nel processo di produzione capitalistica.
La vita spirituale è diventata per la personalità proletaria mera «ideologia».
Per questo si oscura ciò che scaturisce dalle necessità vitali: l’essenza dello sviluppo ulteriore dell’umanità. L’essenza dell’organismo sociale. Gioco = occupazione per libera scelta; lavoro per necessità, dovere, volontà di un altro. Riduzione dell’orario di lavoro: la si persegue mentre si intende la liberazione da una lunga dipendenza.
Se la vita spirituale si mescola con i due altri membri dell’organismo sociale, a questo manca l’afflusso di ciò che lo mantiene vivente nel divenire.
La vita economica sta sotto leggi che continuamente rendono stagnante l’organismo sociale.
La vera forma delle questioni sociali, compresa dalle necessità vitali dell’umanità contemporanea.
Come la questione sociale all’inizio e nel corso si presentava come un fattore con il quale si facevano i conti.
Ora pesa su una parte dell’Europa come un tratto tragico: si sta di fronte alla necessità di acquisire un giudizio che possa trasformarsi in azione = difficilmente si può ammettere che un tale giudizio si manifesti.
Una cosa emerge nel movimento proletario: esso rinnegò il pensiero e tuttavia: è nel senso più eminente un movimento di pensiero.
[Sulla pagina opposta:]
Solo chi è capace di trasformare il suo giudizio sarà all’altezza del tempo. I vecchi programmi sono ancora lì; ma i fatti si sono trasformati così radicalmente che ci si presenta come mummificati al loro interno.
La vita pone ovunque nuove esigenze. La catastrofe bellica è come l’ultimo atto in cui gli impulsi umani si sono esauriti; ciò che hanno lasciato renderà necessaria una nuova comprensione delle cose.
[Testo continuativo:]
Tuttavia essa indica impulsi completamente diversi da quelli espressi nei pensieri. Al centro sta, per chi sa osservare la vita e ha vissuto con il proletariato: l’uomo proletario con la sua «coscienza di classe».
Ma questa «coscienza di classe» è solo una mascheratura. È in verità la coscienza di umanità risvegliata sulla macchina e dentro l’ordine economico capitalista.
E non è, in fin dei conti, il contrasto economico tra la borghesia e il proletariato, ma un malinteso, che ha altri fondamenti. Il borghese vede gli «Stracci» di Hauptmann. Ciò che percepisce è il suo malinteso.
L’uomo proletario, isolato dal mondo sulla macchina e incatenato isolatamente al capitalismo, si eleva al pensiero moderno (per es. Marx).
Questo pensiero ha perduto la forza propulsiva per generare nel suo conoscere un sentimento di umanità. Con questo pensiero si può comprendere solo l’ordine economico.
Questo pensiero non si è mai presentato da nessuna parte come forza indipendente. È sprofondato nelle strutture statali.
Da qui dentro il pensiero proletario l’«ideologia».
L’opinione sulla rivendicazione fondamentale — la forza lavoro non deve essere merce. Questa domanda alla politica. Così si avverte la disuguaglianza.
Il capitale falsifica il rapporto dell’uomo al processo economico. È il processo economico che causa l’aumento del capitale — l’uomo sta di fronte a esso impotente. È la negazione della fraternità umana.
Spirituale = l’amore per la cosa
Politicamente = la volontà del diritto
Economicamente = il desiderio dell’utilità (scopo). (L’interesse nell’utilità, il valore di utilità)
[Sulla pagina opposta al punto 12]
Il capitalismo mira al plusvalore-profitto; questa è la radice della credenza in un altro effetto. La miseria, il male non è fondato nell’essenza della vita umana — può venire solo dagli ordinamenti —: il proletario lo sa (forse inconsciamente). Non ci si può rallegrare del proprio organismo; ma si soffre dolore quando è in disordine. Chiunque affermi che la miseria sia necessaria non sarà preso sul serio dal proletario. Un organismo sociale sano non impedisce lo spiegamento della felicità e della gioia. Il corpo economico può essere disturbato solo dagli altri corpi.
[Zurigo, 5 febbraio 1919]
I tentativi di soluzione conformi alla realtà e richiesti dalla vita per le questioni sociali e le necessità.
Nel pensiero sociale si è volto lo sguardo allo sviluppo economico e tecnico dei tempi recenti. Ma non si è considerato che dentro questo sviluppo è sorta una forma di vita e una necessità vitale, che non può essere indirizzata nelle giuste vie dal mero ordinamento della vita economica.
[Sulla pagina opposta:]
Non devono farsi valere gli impulsi che scaturiscono da condizioni di vita unilaterali, bensì le vere necessità vitali. Che giova se una classe imprime il carattere all’organismo sociale e proprio per questo provoca la reazione che un’altra classe si forma, che agisce disturbando?
[Testo continuativo:]
La forma economica capitalistica ha scacciato da sé ogni impulso che proviene da fondamenti di vita diversi dalla vita economica stessa.
Il modo di pensare socialista del proletariato ha perso ogni fiducia nel fatto che il conseguimento di un’esistenza degna per esso potrebbe avvenire diversamente che mediante un ordinamento delle pure relazioni economiche.
Ma la vita economica comprende solo un membro dell’intero organismo sociale. E se l’uomo è posto in una vita ordinata solo secondo fondamenti economici, allora la sua essenza complessiva deve atrofizzarsi.
È proprio trascurato che i tempi recenti nel capitalismo privatistico hanno asservito i due altri membri dell’organismo sociale.
Si devono liberare questi due altri membri. Si deve imparare, considerando l’organismo naturale, a osservare rettamente le necessità vitali del sociale. Se semplicemente si trasferiscono al sociale le leggi che si credono di aver riconosciuto per l’organismo naturale, si prova solo di non essere in grado di osservare l’organismo sociale dalle proprie necessità vitali.
Come si deve osservare l’organismo naturale umano.
Come si deve osservare l’organismo sociale: in esso la produzione connessa ai fondamenti naturali è sottoposta a leggi simili a quelle cui sono sottoposti i talenti naturali nel corpo naturale umano. Non si possono produrre direttamente con l’apprendimento i talenti naturali; non si può cambiare mediante un ordinamento sociale il fatto che la produzione del frutto-banano, rispetto al rendimento del lavoro, stia alla produzione del frutto-grano come 400:3. Non si può cambiare mediante un ordinamento sociale il fatto che in Germania il grano dà dal sette all’otto volte il seme, in Cile dodici volte, nel Messico del nord diciassette volte, in Perù venti volte, nel Messico del sud 25-35 volte. Ma se l’organismo sociale è in ordine secondo le sue proprie leggi, allora la produttività di una regione ne scaturisce allo stesso modo in cui i talenti dell’organismo naturale umano emergono rettamente quando il sistema educativo funziona correttamente.
L’organismo sociale è sano solo se si articola in membri indipendenti:
il membro economico, che mantiene l’uomo connesso al fondamento naturale. Deve essere un rapporto semi-personale dell’uomo ai fattori originari della produzione.
il membro giuridico, che tratta tutti gli uomini allo stesso modo davanti alla legge, in cui deve vigere un rapporto completamente impersonale.
Qui è il territorio dove il sentimento democratico sano potrebbe mostrare la sua fertilità. Il vecchio liberalismo non l’ha compreso. Questo membro non può fornire leggi che regolino la vita spirituale e quella economica.
il territorio spirituale, che lascia ogni singolo uomo libero riguardo al suo sviluppo personale. Qui deve poter vigere l’elemento più personale.
Il contenuto è stato avvelenato dal desiderio di ciò che non appartiene al contenuto: posizione — o dalla volontà di far valere una tendenza = partito: conservatore, liberale ecc.
Chi ha dunque messo una barricata davanti al mondo spirituale, cosicché non possa più essere visto?
Questi membri devono cooperare nella vita, non attraverso un’unità astratta. Le rappresentanze dei singoli membri devono vigilare con cura sulla loro indipendenza. Non potrà essere confuso il regolamento umano dei rapporti di lavoro per il fatto che, introducendo l’elemento della vita economica nel secondo membro, la forza lavoro umana diventa merce e il suo valore diventa valore di merce. Il membro economico avrà a che fare solo con la produzione di merci, la circolazione di merci e il consumo di merci; il territorio politico avrà a che fare solo con tutto ciò in cui tutti gli uomini sono uguali. Il territorio spirituale avrà a che fare con tutto ciò in cui tutti gli uomini sono uguali. Il territorio spirituale avrà a che fare con la sfera della libertà, con ciò che può prosperare solo sotto il libero dispiegamento degli impulsi individuali.
Esperienze che sono state fatte durante la catastrofe bellica con queste concezioni. Come se ne è parlato. Come non si è trovato il ponte dalla comprensione teorica alla volontà pratica. Si contava sul fatto che le amare esperienze potessero portare questi impulsi.
Si rifugge indietro, ritenendo radicale ciò che la realtà richiede: si vorrebbe guarire l’organismo prima delle manifestazioni p. es. della maturità sessuale. Oppure si ritengono queste cose effluvi di un idealismo impratico.
Si è fatta l’esperienza che queste cose vengono sempre considerate solo come affari interni. Ma sono i fondamenti per le condizioni esteriori dei territori statali. Questi devono contrapporsi gli uni agli altri attraverso i membri indipendenti dell’organismo sociale. Allora i difetti di un territorio si correggono attraverso le peculiarità dell’altro. Mentre il confondere deve condurre ai conflitti e alle catastrofi, la cui più grande ha avuto inizio nell’anno 1914.
A Vienna: «Questa tendenza diventerà sempre più grande, finché non si distruggerà in sé stessa. Ecco, colui che vede spiritualmente la vita sociale, scorge ovunque come orribili tendenze a malformazioni spirituali germogliano. Questa è la grande preoccupazione culturale che emerge per colui che vede attraverso l’esistenza; questo è l’orribile, ciò che agisce opprimendo e che, anche se si potesse reprimere tout l’entusiasmo altrimenti per la scienza dello spirito, se si potesse reprimere ciò che altrimenti apre la bocca per la scienza dello spirito, dovrebbe comunque portare a gridare quasi il rimedio del mondo per ciò che è già così fortemente in corso e che diventerà sempre più forte e più forte.
Se l’organismo sociale continua a svilupparsi come ha fatto finora, allora sorgono danni della cultura, che per l’organismo sociale sono la stessa cosa che le formazioni cancerose sono per l’organismo naturale umano.»
[Zurigo, 10 febbraio 1919]
Entusiasmo fasullo e visione della vita reale nel pensiero e nella volontà sociali.
Materiali.
La libertà può svilupparsi solo sulla base di una vita spirituale che si sviluppa in piena indipendenza. Perché lo spiegamento libero delle forze riposa sugli impulsi di pensiero che si producono quando la vita spirituale ha la sua autoregolazione.
Tutti i rapporti particolari si originano dall’articolazione naturale dell’organismo sociale: l’organizzazione associativa della sfera economica. Il rapporto dell’uomo al fondamento naturale produce coalizioni e associazioni che entrano in mutuo collegamento appropriato. Qui è determinante la formazione di valore. Qui diventa decisivo il contratto.
il rapporto giuridico: alla base sta il rapporto da uomo a uomo. Il diritto agisce in modo determinante. Si produce dal fatto che ha un diritto «di diritto» colui che interviene nell’organismo sociale per il prosperare degli altri. Non è il potere che decide, ma la misura in cui l’azione di un uomo interviene nell’organismo sociale.
la vita spirituale-individuale. La libertà agisce in modo determinante, con la quale il talento spirituale e psichico può dispiegarsi.
così emerge nella logica della realtà: il sistema fiscale, il significato del denaro, il rapporto tra capitale e denaro ecc.
Diventano determinanti:
Nel territorio economico: il sistema dei contratti scaturiti dall’opportunità.
Nel territorio politico: il sistema dei diritti pubblici.
Nel territorio spirituale la libera competizione dei talenti e delle forze sviluppate e delle azioni.
Terra e suolo: dovrà stare in un rapporto reale con chi lo lavora; ma questo rapporto non potrà essere uno che danneggi l’organismo sociale generale.
Tutto ciò che pone inferiore l’aumento del rendimento del suolo rispetto al diritto su questo rendimento viene escluso: diritto ipotecario, priorità. Il capitale non può giacere in valori (lettere di pegno e ipoteche) ai quali i prezzi elevati del suolo servono da copertura.
La formazione di patrimonio senza il collegamento del patrimonio al processo sociale deve risultare disastrosa. Se qualcuno ha messo il suo talento inventivo in una macchina, in essa non stanno solo i suoi, ma gli impulsi dell’insieme.
Nell’economia la forza lavoro può affluire solo dopo che ha trovato i suoi limiti dal rapporto giuridico. Un ramo di produzione che richiede una prestazione lavorativa impossibile non deve essere considerato ammissibile, non più di uno i cui prodotti grezzi hanno costi eccessivi.
Da dove viene l’entusiasmo fasullo? Dal distacco di un ramo del pensiero dall’altro.
Il mercantilismo non ha coscienza di come interviene nella vita economica quando si trasformano gli stati in centri commerciali — (Colbert 1619-1687; Cromwell, Federico Guglielmo I, Federico il Grande). Chiusura reciproca dei paesi.
I fisiocrati: la vita economica completamente dominata da leggi naturali, che devono valere liberamente.
Quesnay: 1. Produttività del suolo 2. Improduttività del commercio e dell’industria, unica tassa: l’imposta sul rendimento agricolo. 3. Senza utilità è l’aumento artificiale del denaro. 4. Laisser faire, laisser aller.
In questa concezione molto sembra giusto — Dov’è l’insufficienza? 1. Si orienterà la tassa rettamente solo se si parte dal fatto: nel momento in cui intervengo nell’organismo sociale con la mia attività, metto sul mercato ciò che devo all’insieme: quindi devo pagare tasse. Se compro un prodotto industriale, una prestazione commerciale, devo pagare tasse per la possibilità di inserirmi nell’organismo sociale. In ogni caso il godente deve pagare le tasse. Non conduce questo alla compressione dei prezzi? Solo allora, se il produttore può farsi comprimere — ma non se non è il caso.
Entusiasmo fasullo e visione della vita reale nel pensiero e nella volontà sociali.
Bisogna sempre ritornare a questo: il mutuo non-comprendersi delle vecchie classi dirigenti e di quelle nuove emergenti è uno dei maggiori ostacoli della vita sociale contemporanea. Nei circoli più antichi non si comprende affatto il «pensiero proletario». Non si ha, dalle proprie abitudini di pensiero, alcun mezzo per comprendere come questo pensiero sia diventato critica di ciò sviluppato dalla borghesia. Ma solo «critica», non la rappresentazione di un impulso che vuole realizzarsi. «Quello che verrà dovrà mostrarsi quando il proletariato avrà conquistato il potere.»
Si deve giungere al riconoscimento: le abitudini di pensiero del nuovo tempo non generano pensieri che possono intervenire nel tessuto dei fattori economici effettivi e delle forze — nella maggior parte dei casi il pensiero si paluda di fronte a queste forze nell’entusiasmo fasullo.
Questo entusiasmo fasullo genera le singole utopie; ma peggiore dell’introduzione di utopie è il modo di pensiero utopico. Proprio i cosiddetti «pratici» hanno fatto recentemente del modo di pensiero utopico il loro. — Soprattutto viene considerato lo sforzo per la felicità.
Il pensiero moderno ha perso la capacità di immergersi nella realtà. Si tratta di sciogliere «forze interiori» nella vita dell’anima, alle quali allora la realtà completa si rivela.
A ciò la «vita spirituale» deve essere posta sulla piena libertà anche nella vita. Questa libertà non può mai raggiungersi se c’è supervisione o amministrazione da parte del membro politico dell’organismo sociale.
L’organismo giuridico non può essere economista, né può essere abusato dall’organismo economico. Come legislatore dovrebbe necessariamente favorirsi. In questo organismo l’uomo deve agire come uomo.
Legge fondamentale: l’uomo può lavorare solo «per gli altri».
[Sulla pagina opposta:]
Questo organismo deve poter limitare l’economia; deve poterla vivificare = essa si muove cosicché consuma l’uomo; non può mai renderlo felice; deve potergli essere strappato. — Il fondamento del diritto non è il potere, ma ciò che è vantaggioso per l’insieme. — Spetta un diritto a colui che ha la volontà di mettere a servizio dell’insieme ciò che è fondato sul diritto.
Riguardo alla politica estera — La guerra mondiale ha mostrato che non ci si può trovare sulla base di un’Internazionale, se essa riposa prevalentemente su fondamenti economici.
Si è detto che non i popoli possono essere mercanteggiati come merci; soprattutto questo vale per l’uomo.
[Testo continuativo:]
Nell’organismo economico deve valere il collegamento dell’uomo con le condizioni della produzione, del commercio, del consumo. Vi entra p. es. la forza lavoro, che può essere esclusa dalla circolazione di merci solo se le sta a fondamento da un lato e ne è co-determinante.
Come mediante gli eventi mondiali elementari gli impulsi economici sono determinati: i Turchi appaiono a Costantinopoli, l’economia dell’Europa deve prendere direzione verso l’Oriente.
Wilson dice: con la scoperta dell’America all’umanità europea divenne possibile «condurre un nuovo esperimento storico».
Wilson: «La libertà dell’uomo consiste nel giusto incastro degli interessi umani, del commercio e delle forze.»
La vita economica richiede l’adattamento dell’uomo alla soddisfazione degli interessi dell’insieme: l’abolizione della libertà. Se la nave si muove nella direzione del vento, si muove liberamente! Se vi si oppone, è incatenata! Ma così è libera solo perché è un membro in una connessione — se avesse coscienza, potrebbe solo credere di essere libera finché non nota di essersi privata della sua libertà originaria per non essere ostacolata nella connessione. Il proletario potrebbe credere di essere libero se si muove così da adattare la sua attività agli interessi dell’imprenditore — ma smette di vivere in questa credenza quando si accorge che questo contraddice i suoi interessi. La nave può essere detta «libera» solo se nel momento dato non deve seguire il vento; ma può cambiare la sua direzione cosicché il vento le si oppone. Il proletario deve essere in condizione di sistemarsi cosicché il capitalista abbia interesse a usare la sua «quiete» allo stesso modo in cui usa la sua «diligenza», la sua «forza lavoro». Il capitale deve produrre qualcosa che senza la «quiete» dell’operaio diventa privo di essenza. Vi si oppone il fatto che il capitale ha la possibilità di essere qualcosa per sé, se non è costretto ad affluire nell’organismo sociale. Si deve essere spinto a spendere il proprio capitale (a «comprare») — lo si è solo se senza la spesa ci si impoverisce nella vita, se senza la spesa l’entrata si estingue; l’imprenditore deve aver bisogno dell’operaio non solo per la sua produzione, deve averne bisogno per la sua vita — deve averne bisogno come consumatore di ciò che produce — ma questo significa l’associazione tra il consumatore e il produttore, la società, la fraternità che unisce i consumatori per un ramo di produzione — e poiché questo non è direttamente possibile nelle condizioni di vita dell’umanità contemporanea: significa il sistema delle associazioni —
Materiali:
Si tratta nello sviluppo del pensiero e della volontà sociali non di una questione economica, bensì di una questione dell’influenza della personalità umana. Emerge inoltre nel territorio della vita psichica stessa la credenza nell’ancoraggio dell’individuo nella società umana — : nel proletariato questo ancoraggio è spinto sui fattori impersonali della vita economica — non si vuol essere sorretti da altri uomini = Il puro pensiero economico è sorto nei circoli intellettuali borghesi; quelli proletari l’hanno assunto —: ma vogliono continuare a politicizzare la vita economica, invece di liberarla dalla politicizzazione già intervenuta.
QUALE SIGNIFICATO HA IL LAVORO DEL PROLETARIO MODERNO?
Concetto per la conferenza pubblica dell’8 marzo 1919 a Zurigo
Quando questa conferenza fu annunciata, molti si saranno chiesti: da dove viene colui che vuol parlare? E dalla risposta che fu data da diversi punti di vista, avrebbe potuto sorgere l’opinione: da questa parte se n’è sentito abbastanza.
Non parlerò di comprensione reciproca. Perché sono d’accordo con coloro che non tengono nulla di ciò che da molte parti si dice ora in nome della comprensione reciproca.
Per più di mezzo secolo le classi umane allora dominanti poterono vedere come si formasse un movimento che riuniva in sé uomini che gridavano loro: voi avete avuto la guida nel corso dei tempi recenti, quella che esiste come ordine sociale: voi l’avete fatto. Ma noi vi diciamo: così non si può continuare. Ma coloro che così hanno gridato hanno trovato poca comprensione. E ora: la cosiddetta guerra mondiale. L’ha mostrata in una nuova luce. Ma ha anche mostrato l’incapacità di continuare a gestire gli affari con i pensieri che le classi dirigenti si sono formati sulla società. Il movimento sociale durante questa catastrofe.
Si sono formate correnti all’interno di queste classi dirigenti. Sotto i nomi più diversi. Ma a tutti loro coloro che per la loro stessa condizione sociale erano giunti allo sviluppo di un movimento sociale non potevano nutrire fiducia. Dovevano dire loro: voi pensate dal vostro ceto. Ciò che deve essere pensato per la guarigione delle condizioni non può essere trovato da coloro che hanno collaborato alla formazione di queste condizioni. Solo coloro che non sono infetti dei vostri pregiudizi, che sono insegnati da ciò che la loro condizione sociale può insegnare loro, possono avere un’idea di ciò che deve accadere.
Come le condizioni si sono formate. Il proletario moderno si è sviluppato una scienza. I circoli dirigenti si sono adattati lentamente a qualcosa.
La domanda sul significato della forza lavoro umana sta dietro tutto. Sta così dietro che è una questione di dignità umana. La forza lavoro come merce.
Ma la cosa deve essere vista nel modo giusto. Deve essere visto che la forza lavoro non può mai essere merce. E poiché la si è fatta tale, ci si trova in una menzogna vitale. — L’operaio si vede di fronte all’impresa capitalistica e a una vita economica che fa della sua forza lavoro una merce.
Per mantenere in piedi questa menzogna vitale, spesso si è detto: il Trono e l’Altare devono mantenere l’ordine sociale. Ma si allevia ciò che opprime quando al suo posto subentra: la Macchina e l’Ufficio?
Verrà qualcosa di prosperoso se allo stato moderno come quadro si inserisce un altro sistema economico?
9 a. Tutta la fiducia è rivolta all’organizzazione della vita economica. Si chiede solo: come deve essere socializzata?
Può aiutare solo: l’articolazione dell’organismo sociale. Non la fusione. Deve essere inteso: il fatto che la vita spirituale può prosperare solo se è liberata. La vita giuridica, se non è determinata dagli interessi della circolazione economica. La vita economica, solo se non può sviluppare violenza perché è rimessa a sé stessa.
Il capitale può agire solo in una vita spirituale libera. Perché non è diventato ciò che è per mezzo della vita economica o della vita giuridica, bensì per mezzo delle capacità individuali degli uomini. La forza lavoro può essere regolata solo dallo stato giuridico, perché diventa preda della violenza se solo la vita economica la regola.
Importa capire: il ripensamento è necessario. —
Annotazioni
Il presente volume contiene, accanto a un ciclo di conferenze completo in sé, che Rudolf Steiner ha tenuto dal 3 al 12 febbraio 1919 nell’aula della scuola Hirschengraben a Zurigo sul tema «La questione sociale», altre due conferenze. Nel primo di questi due discorsi, ciascuno dei quali presenta un tema compiutamente in sé, egli ha parlato agli studenti zurighesi, mentre nel secondo discorso, dell’8 marzo, nella grande sala della Casa del Popolo a Zurigo si rivolgeva largamente ai lavoratori.
Il ciclo di conferenze menzionato per primo ha costituito la base per lo scritto di Rudolf Steiner pubblicato poco dopo, «I punti nodali della questione sociale nelle necessità vitali del presente e del futuro» (Bibl.-Nr. 23, anche pubblicato in edizione tascabile). Su questo collegamento Roman Boos, che era tra gli ascoltatori di queste conferenze e una personalità significativa all’interno dell’intero «Movimento di Triarticolazione», scrisse nei «Testi di scienze sociali» (Dornach 1935, 2ª ed. Friburgo 1961): «La conferenza del 3 febbraio è sostanzialmente passata nel I capitolo dei (Punti nodali). Ma a una sequenza di riflessioni leggermente diversamente orientate sul concetto (coscienza di classe) è stato sacrificato un corso chiuso…» (2ª ed., p. 64). Se il secondo discorso del 5 febbraio corrisponde largamente al II capitolo dei «Punti nodali», il III capitolo rispetto al 3º discorso zurighese del 10 febbraio è «quasi completamente riformulato. Tratta principalmente la questione dell’amministrazione e della circolazione del capitale nell’organismo sociale triarticolato, mentre il discorso, secondo il compito posto davanti all’uditorio, rappresentava ancora una volta da un nuovo lato la triarticolazione come impulso centrale dello sviluppo sociale oggettivo…» (p. 67). «Il contenuto del 4º discorso zurighese del 12 febbraio 1919 è elaborato quasi in tutti i dettagli nei capitoli III e IV dei (Punti nodali).» (p. 73).
Le annotazioni da quaderno incluse alla fine del volume, così come un concetto dettagliato per il discorso dell’8 marzo, forniscono un ulteriore approfondimento nel metodo di lavoro di Rudolf Steiner. In parte erano già stati stampati nelle «Notizie dell’Amministrazione dell’Opera di Rudolf Steiner». Si veda al riguardo il numero speciale «50 anni dei (Punti nodali della questione sociale) aprile 1919-aprile 1969», nr. 24/25, Dornach Pasqua 1969, pp. 47-54 e nr. 11, Dornach Natale 1963, pp. 16 e 17.
I quattro discorsi «La questione sociale» erano già stati stampati nel 5º volume (1943/44) della rivista «Presente» (Berna), nrn. 2-7 (maggio-ott. 1943). I due discorsi del 25 febbraio e dell’8 marzo 1919 vengono qui pubblicati per la prima volta.
Alla pagina
10
Scuola di formazione per operai: Dal 1899 al 1904 Rudolf Steiner era insegnante presso la Scuola di formazione per operai fondata nel 1891 dal socialdemocratico Wilhelm Liebknecht, 1826-1900, a Berlino, inizialmente nelle materie storia ed esercizi di oratoria, successivamente anche in scienze naturali. Vedi anche Rudolf Steiner, «Il mio cammino», Gesamtausgabe Dornach 1962, Bibl.-Nr. 28, cap. XXVIII, e Rudolf Steiner, «Lettere II 1892-1902», Dornach 1953, come pure Johanna Mücke/Alwin Rudolph, «Ricordi di Rudolf Steiner e della sua attività presso la Scuola di formazione per operai a Berlino 1899-1904», Basilea 1955.
10
In memoria di Frater Stefano Ravaglia
anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.
Libera AntroposofiaArchivio digitale della Scienza dello Spirito di Rudolf SteinerInfo e ContattiTutti i contenuti presenti in questa piattaforma sono esenti da copyright
o sono stati legalmente concessi dai tenenti diritto.