In queste serate della nostra riunione natalizia desidero offrirvi una visione d’insieme dello sviluppo dell’umanità sulla Terra, che possa condurvi a comprendere più intimamente e intensamente ciò che l’uomo è nel presente. Proprio in questo momento attuale, in cui si preparano eventi straordinariamente significativi — si potrebbe dire — per tutta l’umanità di cultura, dovrebbe apparire naturale a ogni uomo che pensi profondamente porsi la domanda: come si è sviluppata la configurazione presente, la costituzione attuale dell’anima umana nel corso di lunghe epoche? Infatti non si può negare che il presente diventa comprensibile soltanto quando si tenta di intenderlo nel suo sviluppo dal passato.
Ma proprio nel presente si osserva un’incredibile limitatezza riguardo allo sviluppo dell’uomo e dell’umanità. Innanzitutto ci si immagina che l’uomo, quanto alla sua vita psichico-spirituale, sia stato essenzialmente come è adesso durante tutto il periodo storico. Certamente, per quanto riguarda la scienza vera e propria, ci si immagina che negli antichi tempi gli uomini fossero infantili, credessero a ogni sorta di fantasticherie, e che gli uomini siano divenuti veramente intelligenti nel senso scientifico soltanto negli ultimi tempi. Ma se si prescinde da ciò che è propriamente scientifico, si pensa allora che nel complesso la costituzione psichica posseduta dall’uomo odierno sia stata posseduta anche dal greco, dall’orientale. Sebbene ci si immagini piccole modificazioni nella vita psichica, nel grande insieme si pensa: durante il periodo storico tutto è stato fondamentalmente come oggi. Allora si suppone che la vita storica risalga alla preistoria e si dice: lì non si sa niente di preciso. Poi si va più indietro ancora: l’uomo era ancora nella sua forma animale. Se si risale la storia, ci si immagina la vita psichica più o meno invariata; poi l’immagine si dissolve nella nebbia e infine l’uomo si perde nella imperfezione bestiale, una specie di scimmia migliore. Questa è pressappoco la concezione corrente oggi. Si fonda su un’incredibile limitatezza mentale, perché nel formare tale concezione non ci si sforza affatto di riconoscere quali profonde differenze già esistano nella costituzione psichica tra l’uomo del presente e quello di un’epoca non così lontana — diciamo i secoli XI, X, IX dopo Cristo. Né si considera quanto grande sia la differenza nella costituzione psichica tra un uomo odierno e un contemporaneo del Mistero del Golgota, e ancora di più tra un uomo odierno e un greco. E quando risaliamo nel mondo orientale, da cui la civiltà greca era una colonia, una colonia tardiva, entriamo in costituzioni psichiche dell’uomo che sono totalmente diverse dalla costituzione psichica dell’uomo presente. E voglio subito mostrarvi con esempi, con casi concreti, come l’uomo che viveva — diciamo — diecimila o quindicimila anni fa nell’Oriente era caratterizzato in modo completamente diverso dal greco e da noi stessi.
Poniamo davanti al nostro sguardo interiore la nostra vita psichica. Prendiamo qualcosa dalla nostra stessa vita psichica. Abbiamo un’esperienza qualsiasi. Formiamo un’idea, un concetto, una rappresentazione di questa esperienza, a cui partecipiamo attraverso i nostri sensi o mediante la nostra personalità. Conserviamo questa rappresentazione nel nostro pensiero, e successivamente, dopo qualche tempo, essa può emergere di nuovo dalla nostra memoria nel nostro conscio psichico. Avete oggi, diciamo, un ricordo qualsiasi, che vi riconduce alle esperienze percepite forse dieci anni fa. Considerate bene che cosa sia in realtà. Avete vissuto qualcosa dieci anni fa. Diciamo che dieci anni fa avete visitato una riunione di persone, avete formato una rappresentazione di ciascuna di queste persone, del loro volto e così via. Avete vissuto ciò che queste persone vi hanno detto, ciò che avete fatto insieme a loro e così via. Tutto questo può presentarsi oggi davanti a voi in immagine. È un’immagine interiore dell’anima, che voi possedete del fatto accaduto forse dieci anni fa. E non soltanto secondo la scienza, ma secondo un sentimento generale, oggi sperimentato dagli uomini in modo straordinariamente debole, ma pur esistente, si localizza una tale rappresentazione di ricordo, che riporta in superficie un’esperienza, nella testa umana. Ci si dice: nella testa è presente ciò che come ricordo di un’esperienza è lì.
Ora facciamo un salto abbastanza grande indietro nello sviluppo dell’umanità e consideriamo le popolazioni delle regioni orientali, di cui gli storici descrivono i cinesi, gli indiani e così via come praticamente i loro discendenti. Risaliamo dunque veramente di migliaia di anni. Se consideriamo un uomo di questi antichi tempi, egli non viveva nel modo di dire: ho nella mia testa il ricordo di qualcosa che ho sperimentato e subìto nella vita esterna. Egli non aveva affatto questa esperienza interiore, per lui non esisteva. Non aveva pensieri, idee che riempissero la sua testa. La superficialità dell’uomo presente ritiene: oggi abbiamo idee, concetti, rappresentazioni; gli uomini nel periodo storico li hanno sempre avuti. Ma non è così. Quando andiamo abbastanza indietro con la perspicacia spirituale, incontriamo uomini che non avevano affatto idee, concetti, rappresentazioni nella testa, cioè non sperimentavano un contenuto così astratto della loro mente, bensì — per quanto vi possa sembrare strano — sperimentavano l’intera testa, semplicemente la sentivano, semplicemente la percepivano. Non avevano astrazioni nel nostro senso. Nel non sperimentare idee nella testa non conoscevano quella che è la nostra vita intellettuale, ma conoscevano lo sperimentare la loro propria testa. E così come voi, quando avete un’immagine di ricordo di un’esperienza, riferite questa immagine di ricordo all’esperienza, così come esiste una relazione tra la vostra immagine di ricordo e l’evento che era fuori, così questi uomini riferivano l’esperienza della loro testa alla Terra, all’intera Terra.
E dicevano: c’è nel mondo la Terra, c’è nel mondo me stesso e su di me la mia testa. E la mia testa, che io porto sulle mie spalle, è il ricordo cosmico della Terra. La Terra è stata prima, la mia testa dopo. Ma il fatto che io abbia una testa è il ricordo, il ricordo cosmico dell’esistenza terrestre. L’esistenza terrestre è ancora presente; ma ciò che è l’intera configurazione, l’intera forma della testa umana, è in relazione con l’intera Terra. E così un antico orientale sentiva nella sua propria testa l’essenza del pianeta stesso. Diceva: gli dei, dalla generale esistenza cosmica, hanno creato, hanno prodotto la Terra con i suoi regni della natura, la Terra con i suoi fiumi e le sue montagne. Ma io stesso porto sulle mie spalle la mia testa. Questa testa è una fedele immagine della Terra stessa. Questa testa, con il sangue che scorre in essa, è una fedele immagine dei flussi fluviali e dei flussi marini che scorrono sulla Terra. Ciò che sulla Terra è configurazione montuosa si ripete nella mia testa nella configurazione del mio cervello. Porto sulle mie spalle un’immagine che mi appartiene del pianeta terrestre. Esattamente come l’uomo moderno riferisce la sua immagine di ricordo alla sua esperienza, così questo uomo riferiva l’intera testa al pianeta terrestre. Vedete, era un’osservazione interiore considerevolmente diversa. E inoltre.
Quando l’uomo percepisce lo spazio attorno alla Terra e lo comprende nella sua visione, questo spazio, l’aria che circonda la Terra, gli apparirà pervaso dal Sole e dal suo calore e dalla sua luce, e si può dire in certo senso che il Sole vive nello spazio aereo intorno alla Terra. La Terra si apre al cosmo, trasmettendo all’aria i suoi effetti e accogliendo gli effetti solari. E ogni uomo in quei tempi antichi sentiva quella parte della Terra su cui viveva come particolarmente importante, particolarmente essenziale. E così, diciamo, un antico orientale sentiva una parte della superficie terrestre come sua parte, sotto la Terra, sopra lo spazio rivolto verso il Sole. Il resto della Terra, a sinistra e a destra, davanti e dietro, svaniva nel più generale. Se dunque un antico orientale, vivendo in India, sentiva quel suolo indiano come particolarmente importante per lui, allora ciò che era altrove sulla Terra svaniva a est, a sud, a ovest, nel generale. Non si preoccupava molto del modo in cui la Terra confinava con gli altri spazi cosmici. Ma il suolo su cui viveva era particolarmente importante per lui. L’estensione della Terra nello spazio cosmico in quella regione gli era particolarmente importante. Il modo in cui poteva respirare su quel suolo particolare lo percepiva come un’esperienza particolarmente importante per lui. Oggi gli uomini non si chiedono molto: come si respira su un determinato suolo? Certamente stanno sotto l’influenza di condizioni respiratorie più o meno favorevoli, ma questo non viene assorbito nella coscienza così.
Un antico orientale aveva proprio nel modo in cui poteva respirare un’esperienza profonda, e così in altre cose a essa collegate, nel modo in cui la Terra si estendeva verso lo spazio cosmico. Ciò che era l’intera Terra, l’uomo lo sentiva come ciò che vive nella sua testa. Ma la testa è chiusa da muri ossei solidi verso l’alto, verso i lati, verso il retro. Ha però certi sbocchi, un certo libero aprirsi verso il basso, verso il petto. Per l’uomo antico era di particolare importanza sentire come la testa con una relativa libertà si apra verso il petto. Quest’uomo percepiva la configurazione interna della testa come un’immagine del terrestre. Se doveva mettere la Terra in relazione con la sua testa, allora doveva mettere lo spazio, ciò che è sopra la Terra, in relazione con ciò che scende verso il basso in lui. L’apertura verso il basso, l’essere rivolto verso il cuore, l’uomo lo percepiva come assegnato allo spazio, come immagine, come apertura della Terra verso il cosmo. Era un’esperienza grandiosa per l’uomo quando diceva: nella mia testa sento l’intera Terra. Questa testa è una piccola Terra. Ma questa intera Terra si apre nel mio petto, che contiene il mio cuore. E ciò che accade tra la mia testa e il mio petto, il mio cuore, è l’immagine di ciò che accade dalla mia vita verso il cosmo, verso lo spazio rivolto al Sole. Era un’esperienza importante, profonda, quando l’uomo antico diceva: qui, nella mia testa, vive in me la Terra. Se vado più in profondità, la Terra si rivolge verso il Sole, e l’immagine del Sole è il mio cuore.
Così l’uomo era giunto a ciò che nei tempi antichi corrisponde alla nostra vita di sentimento. Noi abbiamo ancora la vita di sentimento astratta, ma non sappiamo direttamente nulla del nostro cuore. Attraverso l’anatomia, attraverso la fisiologia crediamo di saperlo. Ma ciò che si sa è all’incirca quanto quello che sappiamo di un cuore modellato in cartapesta. Ma quello che noi come esperienza di sentimento del mondo abbiamo, quello l’uomo antico non l’aveva. Aveva invece la sua esperienza del cuore. E come noi proiettiamo il nostro sentimento nel mondo che vive con noi, come sentiamo se amiamo una persona, se una persona ci è antipatica, se amiamo questo o quel fiore, se siamo avversi a questo o a quello, come riferiamo il nostro sentimento al mondo, ma a un mondo che, si potrebbe dire, è stato strappato dall’astratto dell’aria dal solido cosmo fisso, così l’antico orientale riferiva il suo cuore al cosmo, cioè a ciò che dalla Terra andava nello spazio, verso il Sole. E noi, noi oggi diciamo quando camminiamo: vogliamo camminare. Sappiamo che la nostra volontà vive nei nostri arti. L’uomo dell’antico Oriente aveva un’esperienza essenzialmente diversa. Ciò che oggi chiamiamo volontà, non lo conosceva affatto. È un puro pregiudizio pensare che quello che noi chiamiamo pensiero, sentimento, volontà fosse presente negli antichi popoli orientali. Non era così. Avevano esperienze di testa che erano esperienze della Terra, esperienze di petto o di cuore che erano esperienze dello spazio immediato fino al Sole. Il Sole corrisponde all’esperienza del cuore.
Ma avevano poi l’estensione e lo stiramento nei loro arti, la percezione della loro stessa umanità nel movimento delle gambe e dei piedi, nel movimento delle braccia e delle mani. Vi erano immersi. Ma in questo estendersi della loro essenza interiore negli arti non percepivano solo un’immagine dello spazio intorno alla Terra, bensì percepivano direttamente un’immagine della connessione dell’uomo con i corpi celesti lontani. Nella mia testa ho un’immagine della Terra. In quello che si estende liberamente dalla testa verso il basso nel petto fino al cuore, ho un’immagine di ciò che è nello spazio intorno alla Terra. In quello che sperimento come le forze delle mie braccia e mani, dei miei piedi e gambe, ho quello che raffigura il rapporto della Terra con i corpi celesti che vivono lontano nello spazio cosmico. Così l’uomo che in quei tempi antichi esprimeva le sue esperienze, quelle che oggi chiameremmo esperienze di volontà, non diceva: vado. Già nelle parole non c’era questo. Non diceva nemmeno: mi siedo. Se si esaminassero le antiche lingue per questi sottili contenuti, si troverebbe ovunque che per ciò che noi designiamo come «vado», l’antico orientale aveva: Marte mi impulsiona, Marte è attivo in me. L’andare avanti era la percezione degli impulsi di Marte nelle gambe. L’afferrare qualcosa, la sensazione con le mani era espressa dicendo: Venere agisce in me. Il mostrare qualcosa, l’indicare, anche quando un uomo rozzo voleva indicare a un altro colpendolo, tutto l’indicare era espresso dicendo che Mercurio agiva nell’uomo. Lo stendersi era l’attività di Giove nell’uomo.
E lo sdraiarsi, fosse nel riposare, fosse dall’ozio, era espresso dicendo che ci si abbandonava agli impulsi di Saturno. Così l’uomo sentiva negli arti le vastità del cosmo fuori. L’uomo sapeva: quando va dalla Terra verso le vastità cosmiche, allora viene dalla Terra nello spazio, nella sfera dei corpi celesti. Quando dalla sua testa va verso il basso, fa lo stesso nella sua stessa essenza. Nella sua testa è nella Terra, nel suo petto e cuore nello spazio, nei suoi arti nel cosmo stellare fuori. Potrei dire, e da un certo punto di vista si può certamente dire: ah, noi poveri uomini del presente, sperimentiamo i pensieri astratti. Che cosa sono mai? Siamo assai orgogliosi di essi, ma dimentichiamo il nostro stesso capo sui nostri più geniali pensieri astratti. E la nostra testa è molto più ricca di contenuto dei nostri pensieri più intelligenti. Una sola circonvoluzione cerebrale — l’anatomia e la fisiologia sanno ben poco del meraviglioso mistero delle circonvoluzioni cerebrali — è qualcosa di più straordinario, di più grandioso che la più geniale scienza astratta di un uomo qualsiasi. E c’è stata una volta un’epoca sulla Terra in cui l’uomo non era conscio solo dei suoi miseri pensieri, ma della sua testa, dove sentiva il capo, dove sentiva, se vogliamo, il corpo quadrigemino o il talamo ottico, dove li sentiva nel loro significato di riproduzione di una certa configurazione geofisica della Terra; dove l’uomo non soltanto da qualche astratto insegnamento riferiva il cuore al Sole, bensì dove sentiva: come la mia testa sta al mio petto, al mio cuore, così la Terra sta in rapporto al Sole.
Era l’epoca in cui l’uomo con tutta la sua vita era cresciuto con il cosmo, con l’universo. Ma questa crescita insieme si esprimeva in tutta la sua vita. Siamo proprio in questa situazione, poiché al posto della nostra testa poniamo il misero pensiero, e possiamo avere ricordi di pensiero. Formiamo immagini di pensiero di quello che abbiamo vissuto, come ricordi astratti della nostra testa. Colui che non aveva i pensieri, ma ancora sentiva la sua testa, non poteva. Quello non poteva formarsi ricordi. Quando perciò si veniva in quelle regioni dell’antichissimo Oriente, dove le persone erano ancora consce delle loro teste, ma non avevano pensieri, e quindi nemmeno ricordi, allora si trovava in sviluppo particolare qualcosa che noi di nuovo abbiamo il bisogno di avere. Per molto tempo gli uomini non ne hanno avuto bisogno, ed è davvero soltanto un po’ di disordine della nostra vita psichica che ne abbiamo nuovamente bisogno. Quando in quei tempi, di cui parlo, si veniva in quelle regioni dove gli uomini vivevano consci della loro testa, del loro petto, del loro cuore, dei loro arti così come l’ho descritto, allora si vedeva dappertutto: qui un piccolo paletto è stato conficcato nella Terra e vi è stato posto un segno, qui su un qualche muro vi è stato fatto un segno. Tutte le aree della vita, tutti i luoghi di vita degli uomini erano coperti di segni di memoria, perché non avevano ancora una memoria di pensiero. Dove qualcosa accadeva, ci si metteva un piccolo monumento, e quando vi si tornava, si riviveva la cosa al segno di memoria che si era fatto. L’uomo era proprio cresciuto nella sua testa con la Terra.
Oggi semplicemente scrive una nota nella sua mente — e già ho detto che stiamo ricominciando a scrivere note non solo nella testa, ma nei nostri quaderni e simili, ma ho detto anche che è solo un disordine dell’anima, ma ne avremo sempre più bisogno. Allora non si facevano note nella testa, perché i pensieri, le idee non erano presenti; allora tutto era coperto di segni di memoria. E da questa disposizione naturale degli uomini è nato il culto dei monumenti. Tutto quello che è sorto nella storia dello sviluppo dell’umanità è condizionato dalla natura interiore dell’uomo. Dovremmo solo essere onesti e confessarci: il vero fondamento più profondo del culto dei monumenti, l’uomo presente non lo conosce affatto. Fa monumenti per abitudine. Ma questi monumenti sono i resti di quei vecchi segni di memoria, dove l’uomo non aveva ancora una memoria come oggi, bensì era costretto, nel luogo dove aveva vissuto qualcosa, a mettere un segno di memoria, e quando vi tornava, a ravvivare nella sua testa tutto ciò che era in connessione con la Terra. Consegnavamo alla Terra quello che la testa aveva vissuto — questo era il principio nei tempi antichi. E potrei dire: nel vecchio Oriente abbiamo un tempo antichissimo da segnare, il tempo dei ricordi localizzati, dove veramente tutto ciò che riguardava la memoria era legato al fatto che si mettessero segni di ricordo sulla Terra. La memoria non era dentro, era fuori; dappertutto c’erano promemoria e pietre della memoria. Si mettevano segni di ricordo sulla Terra. Era la memoria localizzata, il ricordo localizzato.
Per uno sviluppo spirituale dell’uomo è ancora oggi straordinariamente buono se egli collega qualcosa a questo potere di memoria che non risiede dentro l’uomo, bensì a quel potere di memoria che si sviluppa e si forma proprio nella convivenza dell’uomo con il mondo terrestre esteriore. Se egli si dice per esempio: non voglio ricordarmi di questo o quello, bensì mi farò un segno di memoria qui o lì — oppure: voglio sviluppare sentimenti psichici interiori solo in conformità ai segni di memoria. Voglio mettere un’immagine della Madonna in un angolo della mia stanza, e voglio che questa immagine della Madonna, presentandosi davanti all’anima mia, mi faccia vivere quello che posso vivere nel dirigere la mia anima verso la Madonna. Perché c’è una relazione raffinata con tali disposizioni come l’immagine della Madonna che troviamo nelle abitazioni quando andiamo un po’ verso l’est. Non solo in Russia è così, è così ovunque già nell’Europa orientale centrale. Tutto questo sono in fondo i resti dell’epoca dei ricordi localizzati. La memoria aderisce a quel luogo. Ma un secondo stadio è quando l’uomo passa dal ricordo localizzato al ricordo ritmizzato. Abbiamo dunque in primo luogo il ricordo localizzato, in secondo luogo il ricordo ritmizzato. L’uomo allora aveva sviluppato non da una scaltrezza conscia, bensì dalla sua essenza interiore il bisogno di vivere nel ritmo. Aveva sviluppato il bisogno, quando aveva sentito qualcosa, di riprodurlo cosicché ne uscisse un ritmo. Quando aveva sperimentato la mucca — Mu — non la chiamava solo Mu, bensì MuMu o, se vogliamo, in tempi ancora più antichi MuMuMu. Cioè, accumulava il percepito cosicché ne uscisse un ritmo. In molte formazioni di parole potete ancora vederlo oggi, per esempio il cucù o il cuculo.
O anche quando le formazioni di parole non stanno immediatamente una dietro l’altra, almeno vedete come nei bambini esiste ancora il bisogno di sviluppare queste ripetizioni. Questo è ancora un’eredità dal tempo in cui il ricordo ritmizzato ha preso piede, quando non si ricordava quello che si aveva semplicemente vissuto, quando si ricordava solo quello che si era vissuto in ritmizzazione, cioè in ripetizioni, in ripetizione ritmica. E così doveva esserci almeno una somiglianza tra ciò che si susseguiva: uomo e topo, bastone e pietra. Questa ritmizzazione dell’esperienza è un ultimo residuo di una grande nostalgia di ritmizzare dovunque, perché quello che non era ritmizzato in questo secondo periodo, dopo la memoria localizzata, l’uomo non lo tratteneva. E da questa memoria ritmizzata si è sviluppata propriamente l’intera più antica arte poetica, anzi tutta la poesia versificata. E solo come terzo stadio si è formata quella che oggi conosciamo ancora: la memoria temporale, dove non abbiamo più l’appoggio spaziale del ricordo nel mondo esteriore, dove non siamo più vincolati al ritmo, bensì dove quello che si colloca nel tempo può essere richiamato più tardi. Questa nostra memoria completamente astratta è solo il terzo stadio nello sviluppo della memoria. E ora considerate bene il momento in cui nello sviluppo dell’umanità il ricordo ritmico passa al ricordo temporale, dove appare per la prima volta quello che per noi nella nostra povera astrazione da uomini moderni è perfettamente naturale: la memoria temporale, dove richiamiamo l’immagine di quello che richiamiamo; dove non viviamo più in modo che in attività semiconscia o conscia abbiamo dovuto risvegliare qualcosa in ripetizione ritmica, se doveva risorgere di nuovo.
Prendete questo momento del passaggio del ricordo ritmico al ricordo temporale, allora avete quel momento in cui l’antico Oriente appunto colonizza la Grecia, quel momento che nella storia vi viene descritto come il sorgere delle colonie fondate dall’Asia verso l’Europa. Quello che i Greci raccontano di quei popoli che vennero dall’Asia o dall’Egitto e si stabilirono su suolo greco, è propriamente il racconto che dovrebbe leggersi così: partirono dal paese dove c’era la memoria ritmica, i grandi popoli, e cercarono un clima dove la memoria ritmica potesse trasformarsi nella memoria temporale, nel ricordo temporale. Con ciò abbiamo designato strettamente il momento del sorgere della grecità. Quello che nell’Oriente è stato la patria e il paese d’origine della grecità è in fondo un’area umana con memoria ritmica sviluppata. Lì il ritmo viveva. E propriamente l’antico Oriente è compreso correttamente dall’uomo solo quando lo rappresenta come la terra del ritmo. E se il Paradiso fosse retrodatato solo fino a dove la Bibbia lo retrodita, allora, se ponessimo il Paradiso in Asia, dovremmo rappresentarcelo come il territorio dove i ritmi più puri echeggiavano attraverso il cosmo e ancora riaccendevano nell’uomo quello che era la sua memoria ritmica, dove l’uomo come sperimentatore di ritmo viveva in un cosmo come generatore di ritmo. Sentite ancora nella Bhagavad Gita qualcosa di quella che una volta era quella grandiosa esperienza del ritmo, sentitela nella letteratura dei Veda, sentitela persino in molte cose che sono anche la poesia e la letteratura dell’Asia occidentale, se possiamo usare questa parola moderna: lì vivono gli echi di quel ritmo che una volta pervadeva con contenuto maestoso tutta l’Asia, che si rifletteva come il mistero dello spazio intorno alla Terra nel petto umano, nel cuore umano.
E allora veniamo a tempi ancora più antichi, dove la memoria ritmica retrocede verso la memoria localizzata, dove gli uomini ancora non avevano ricordi ritmici, dove gli uomini erano costretti, dove avevano vissuto qualcosa, a mettere il segno di memoria lì. Se non erano in quel luogo, non ne avevano bisogno; se venivano a quel luogo, dovevano ricordarsi. Ma non si ricordavano loro stessi: il segno di memoria, la Terra li ricordava. Come la Terra nel complesso è quello che ha la testa umana come sua immagine, così il segno di memoria nella Terra per questi uomini della memoria localizzata era un’immagine di nuovo evocata nella testa. L’uomo vive completamente con la Terra, l’uomo ha la sua memoria completamente nella sua connessione con la Terra. Il Vangelo vi allude solo in un luogo, dove racconta che il Cristo scrisse qualcosa sulla Terra. E abbiamo fissato un momento in cui la memoria localizzata passa nella memoria ritmica. Questo è il momento in cui durante il declino della vecchia Atlantide, da occidente verso oriente, verso l’Asia, migrano i popoli antichissimi post-atlantidei. Perché abbiamo, quando andiamo dall’Europa all’Asia, prima la migrazione dall’antica Atlantide, che oggi è il fondo dell’Oceano Atlantico, verso l’Asia, e poi il ritorno della cultura ancora verso l’Europa. Nella migrazione dei popoli atlantidei verso l’Asia abbiamo il passaggio della memoria localizzata in memoria ritmizzata, che ha il suo completamento nella vita spirituale asiatica. Poi abbiamo nella colonizzazione verso la Grecia il passaggio della memoria ritmica alla memoria temporale, che ancora portiamo in noi.
In questo sviluppo della memoria riposa l’intera civiltà tra la catastrofe atlantidea e l’origine della civiltà greca, riposa tutto quello che ci giunge più come leggenda, più come saga che come storia dall’antico Oriente. Non impariamo lo sviluppo degli uomini sulla Terra mettendo l’accento innanzitutto sull’esteriore, esaminando i documenti esteriori, bensì mettendo lo sguardo sullo sviluppo di quello che vive nell’interiore dell’uomo, mettendo lo sguardo su come qualcosa come il potere di memoria, l’abilità di memoria si è sviluppata dall’esteriore verso l’interiore. Conoscete tutti che cosa significhi questo potere di memoria per l’uomo odierno. Avrete sentito di uomini che improvvisamente, in modo patologico, hanno cancellato una parte della loro vita di cui si sarebbero dovuti ricordare. Un uomo con cui ero amico ha sperimentato prima della sua morte una sorte terribile dal fatto che gli accadde che un giorno si allontanasse dalla sua casa, si comprasse un biglietto alla stazione ferroviaria fino a un certo punto, poi scendesse, se ne ricomprasse uno di nuovo; tutto ciò mentre il ricordo della sua vita fino all’acquisto di questo biglietto era istantaneamente cancellato in lui. Fece tutto intelligentemente, l’intelletto era completamente intatto; la memoria era cancellata. E allora si trovò di nuovo, quando la memoria si riconnesse al passato, in un asilo per i senzatetto a Berlino, in cui si era trovato. Successivamente si poté constatare che nel frattempo aveva viaggiato mezza Europa, senza poter collegare questa esperienza con le sue precedenti. La memoria si riaccese solo dopo che in un modo completamente sconosciuto a lui era entrato in questo asilo berlinese per i senzatetto. Questo è solo un esempio di numerosi casi che incontriamo nella vita, dove vediamo come la vita psichica dell’uomo moderno semplicemente non è intatta se il filo della memoria non è ininterrotto fino a un certo punto dopo la nostra nascita. Non era così per quegli uomini che avevano sviluppato la memoria localizzata. Non conoscevano affatto questo filo di memoria. Ma sarebbero stati infelici nella loro vita psichica, sarebbero divenuti come noi diventiamo quando qualcosa in noi estingue il sé, se non fossero stati circondati dappertutto sul loro suolo da segni di memoria, che li ricordassero di quello che loro stessi avevano vissuto, da segni di memoria che loro stessi avevano eretto dappertutto, ma anche da segni di memoria che i loro padri, le loro sorelle, fratelli e così via avevano eretto, che nella loro configurazione assomigliavano ai loro stessi segni di memoria, e che li conducevano così a quello che era loro affine. Ma quello che noi interiormente sentiamo come la condizione del nostro sé intatto, era per questi uomini qualcosa di esteriore. Solo facendo passare davanti alla nostra anima questo cambiamento psichico dell’umanità, arriviamo alla piena consapevolezza di questo cambiamento psichico nello sviluppo storico dell’umanità. Facendo tale osservazione la storia acquista la sua vera luce. E volevo innanzitutto mostrare con un esempio particolare come è la storia psichica dell’umanità riguardo al potere di memoria. Vedremo allora nei prossimi giorni come gli eventi storici nella loro vera forma appariranno soltanto quando potranno essere illuminati dalla luce che così proviene dalla scienza dello spirito dell’uomo.
Dalle esposizioni di ieri vi sarà risultato chiaro come si possa ottenere una corretta visione del corso storico dello sviluppo dell’umanità sulla Terra soltanto se ci si addentra negli stati psichici completamente diversi che erano presenti nei diversi periodi. E ieri ho tentato di circoscrivere il vero sviluppo altorientale, asiatico, e ho tentato di richiamare l’attenzione su quel periodo in cui i discendenti della popolazione atlantidea dopo la catastrofe atlantidea hanno trovato il loro cammino da ovest verso est e gradualmente hanno popolato l’Europa e l’Asia. Ciò che accade allora attraverso questi popoli in Asia stava completamente sotto l’influenza di uno stato emotivo in questi uomini che era abituato al ritmico. All’inizio abbiamo ancora gli echi, gli echi evidenti di quello che era completamente presente in Atlantide: la memoria localizzata. Poi durante lo sviluppo orientale si trasforma nella memoria ritmica. E vi ho mostrato come con lo sviluppo greco ha luogo il cambio verso la memoria temporale. Ma con ciò lo sviluppo asiatico vero e proprio — perché quello che la storia presenta sono già stati di decadenza — è completato. Uno stato completamente diverso da quello di uomini di tempi posteriori, e gli eventi storici esterni in quei tempi antichi erano molto più dipendenti da quello che viveva nell’anima umana che non più tardi. Ciò che in quei tempi più antichi viveva nell’anima umana, viveva proprio nell’intero uomo. Non si conosceva una vita psichica e intellettuale così separata come oggi. Non si conosceva questo pensiero che non sente alcun legame con i processi interiori della testa umana. Non si conosceva questo sentimento astratto, che non sa di stare in connessione con la circolazione del sangue, bensì si conosceva soltanto un pensiero che si sperimentava contemporaneamente interiormente come evento della testa, un sentimento che si sperimentava nel ritmo della respirazione e del sangue e così via. Si sperimentava, si percepiva l’intero uomo in unità indivisa. Ma tutto ciò era collegato con il fatto che si percepiva il rapporto al mondo, all’universo, al cosmo, allo spirituale e al fisico nel cosmo in modo completamente diverso da quello più tardi. L’uomo odierno si sperimenta sulla Terra più o meno sulle terre o nelle città. È circondato da quello che vede come foreste, fiumi, montagne, oppure è circondato da quello che è la muratura delle città. E quando parla del cosmico-soprasensibile, beh, dov’è propriamente? L’uomo moderno non sa praticamente indicare una sfera dove dovrebbe pensare il cosmico-soprasensibile. Da nessuna parte è propriamente percettibile per lui, afferrabile, né voglio dire neanche spiritualmente afferrabile. Non era così nello sviluppo orientale antico, bensì nello sviluppo orientale antico l’ambiente che oggi designeremmo come ambiente fisico era solo la parte inferiore di un mondo pensato unitariamente. Intorno all’uomo c’era quello che è contenuto nei tre regni della natura, quello che è contenuto in fiume e montagna e così via, ma contemporaneamente era permeato di spirito, se posso dirlo così, fluiva attraversato da spirito, tessuto di spirito. E l’uomo diceva: vivo con le montagne, vivo con i fiumi, ma vivo anche con gli spiriti elementari delle montagne, dei fiumi. Vivo nel regno fisico, ma questo regno fisico è il corpo di un regno spirituale. Intorno a me è dovunque il mondo spirituale, il mondo spirituale più basso. C’era questo regno, che ora è divenuto per noi il terrestre, in basso. L’uomo vi viveva dentro. Ma egli si rappresentava nella sua immaginazione che, dove questo regno termina verso l’alto, ne incomincia un altro, in cui l’inferiore passa oltre, e poi ancora un altro, e infine il più alto, che deve ancora essere raggiunto. E se volessimo chiamare questi regni secondo quello che è divenuto consueto nella conoscenza antroposofica sotto di noi — nell’antico Oriente avevano altri nomi, ma questo non importa, vogliamo chiamarli come si chiamano per noi — allora là in alto avremmo la prima Gerarchia: Serafini, Cherubini, Troni, poi la seconda Gerarchia: Kyriotetes, Dinamis, Exusiai, e la terza Gerarchia: Archai, Arcangeli, Angeli.
Ora veniva il quarto regno, dove gli uomini vi vivono dentro, dove oggi secondo la nostra conoscenza poniamo solo gli oggetti della natura e i processi naturali, dove questi uomini sperimentavano i processi naturali e le cose naturali tessute dagli spiriti elementari dell’acqua, della terra. Ed era l’Asia. L’Asia significava il regno spirituale più basso, in cui si viveva ancora. Certamente, quella che è oggi la nostra solita visione, quella che l’uomo ha per la sua solita coscienza, non l’aveva nei tempi orientali antichi. Sarebbe assurdo pensare che nei tempi orientali antichi si avesse la possibilità di sospettare materia senza spirito da qualche parte. Quello che oggi parliamo di ossigeno, azoto, sarebbe per quei tempi antichi la pura impossibilità. L’ossigeno era lo spirituale che agiva vivificante, eccitante su ciò che era già vivente, che accelerava l’azione sulla vita del vivente. L’azoto, che oggi ci immaginiamo così, mescolato all’ossigeno nell’aria, l’azoto era quello spirituale che permea il mondo e che, agendo sul vivente organico, prepara questo organico a ricevere in sé l’anima. Solo così si conoscevano ad esempio l’ossigeno e l’azoto. E così si conoscevano tutti i processi naturali come in connessione con lo spirituale, perché la visione che oggi un uomo sulla strada ha non l’avevano affatto. Solo alcuni l’avevano, ed erano proprio gli iniziati, gli iniziatori. Gli altri uomini avevano per il quotidiano ordinario uno stato di coscienza molto simile a un sogno vigile, ma proprio uno stato di sogno, come presso di noi esiste solo ancora in esperienze anormali. Con questo sognare l’uomo andava in giro. Con questo sognare andava ai prati, agli alberi, ai fiumi, alle nuvole, e vedeva tutto in questo modo, come lo si può vedere e sentire in questo stato di sogno.
Vi basta immaginarvi una volta cosa possa accadere ad esempio per l’uomo odierno. L’uomo si è addormentato. Improvvisamente gli appare davanti l’immagine del sogno di una stufa infuocata. Sente: fuoco! Fuori la macchina dei pompieri passa, per spegnere un fuoco da qualche parte. Quanto diverso è quello che freddamente la ragione umana, come si dice, e la solita percezione sensibile catturano di questa azione della macchina dei pompieri, da quello che il sogno può rappresentare all’uomo. Ma così, versato nei sogni, era tutto quello che quella vecchia umanità orientale viveva. Allora si trasformava tutto quello che fuori nei regni della natura era in immagini. E in queste immagini si vivevano gli spiriti elementari dell’acqua, della terra, dell’aria, del fuoco. E quel sonno profondo che abbiamo — intendo quel sonno dove si giace completamente come un sacco e non si sa nulla di sé — quello gli uomini in quel tempo non l’avevano. Non è vero, questo sonno esiste oggi. Ma gli uomini in quel tempo non l’avevano, bensì avevano anche durante questo sonno una coscienza ottusa. Mentre da una parte, come la chiameremmo oggi, il loro corpo riposava, lo spirituale in loro tesseva in un’azione del mondo esteriore. E in questo tessere si percepiva quello che è la terza Gerarchia. L’Asia si percepiva nello stato di sogno vigile ordinario, cioè nella coscienza quotidiana di allora. La terza Gerarchia si percepiva nel sonno. E nel sonno immergeva quindi talvolta una coscienza ancora ottusa, ma una coscienza che scavava profondamente le sue esperienze nell’anima umana. Così per questa popolazione orientale c’era questa coscienza ordinaria, dove tutto si trasformava in immaginazioni e immagini.
Non erano così reali come quelle di tempi più antichi, per esempio dell’epoca atlantidea o ancor meno dell’epoca lemurica o del tempo di Luna, ma c’erano comunque immagini che erano presenti anche durante questo sviluppo orientale. Così questi uomini avevano queste immagini. Poi avevano negli stati di sonno quello che potevano rivestire nelle parole: quando ci addormentiamo dalla solita esistenza terrestre, entriamo nel regno degli Angeli, Arcangeli, Archai e viviamo sotto di loro. L’anima si libera dall’organismo e vive tra gli esseri delle gerarchie superiori. Contemporaneamente si era consapevoli che, mentre si viveva in Asia, con gnomi, ondine, silfi, salamandre, cioè con gli spiriti elementari della terra, dell’acqua, dell’aria, del fuoco, nello stato di sonno, mentre il corpo si riposava, si vivevano gli esseri della terza Gerarchia, ma contemporaneamente si viveva con l’esistenza planetaria, con quello che vive nel sistema planetario che appartiene alla Terra. Poi talvolta irrompeva nella coscienza di sonno, dove si percepiva la terza Gerarchia, uno stato tutto particolare, in cui il dormiente sentiva: mi si avvicina un regno completamente estraneo. Qualcosa mi prende, qualcosa mi sottrae dall’esistenza terrestre. Non lo sentivi in quanto eri trasportato nella terza Gerarchia, ma quando veniva questo stato di sonno più profondo, lo sentivi. Propriamente non c’era mai una coscienza chiara di quello che accadesse durante questo stato di sonno del terzo tipo. Ma profondamente, profondamente si scavava in tutto l’essere umano quello che si viveva dalla seconda Gerarchia. E l’uomo al suo risveglio l’aveva nel suo animo, e diceva: sono stato benedetto da spiriti superiori, che hanno una vita al di sopra dell’esistenza planetaria.
E così questi uomini allora parlavano di quella Gerarchia, che comprende gli Exusiai, i Kyriotetes e la Dinamis. E questo che vi racconto ora era nell’Asia più antica in fondo la coscienza ordinaria. I due stati di coscienza, il veglia-sonno, il sonno-veglia, e il sonno, in cui irrompeva la terza Gerarchia, gli avevano dalla partenza tutti. E alcuni avevano per la loro particolare disposizione naturale questo irrompimento di un sonno più profondo, dove la seconda Gerarchia giocava nella coscienza umana. E gli iniziati nei Misteri ricevevano uno stato di coscienza ancora ulteriore. Quale? Questo è appunto la cosa sorprendente. Quando si dà risposta a: quale stato di coscienza ricevevano allora gli iniziati? —, la risposta suona: lo stato di coscienza che voi oggigiorno avete sempre. Voi lo sviluppate nel vostro secondo, terzo anno di vita naturalmente. L’antico orientale non vi arrivava in modo naturale, ma doveva svilupparlo artificialmente. Doveva svilupparlo dallo stato di sogno vigile, sogno-vigilia. Mentre andava in giro con il suo sogno vigile, sogno-veglia, vedeva dappertutto immagini, che più o meno simbolicamente gli davano quello che oggi vediamo con contorni nitidi; gli iniziati arrivavano a vedere le cose come l’uomo oggi le vede con la coscienza ordinaria ogni giorno. E gli iniziati arrivavano allora, attraverso questa coscienza prima sviluppata, a imparare quello che oggi ogni scolaro e ogni scolara nelle scuole elementari imparano. E la differenza non consisteva nel fatto che il contenuto era diverso. Certamente quelle forme astratte di lettere che abbiamo oggi non le avevano. La scrittura mostrava caratteri che stavano in connessione più intima con le cose e i processi del mondo.
Ma comunque, lo scrivere, il leggere imparavano in questi tempi antichi solo gli iniziati, perché scrivere e leggere si può imparare soltanto nello stato di coscienza intellettuale, che oggi è il naturale. Se vi immaginaste che da qualche parte riapparisse questo mondo altorientale con uomini di quel tipo come erano allora, e voi foste tra questi uomini con la vostra attuale natura dell’anima, allora per quegli uomini allora sareste tutti iniziati. La differenza non risiede nel contenutistico. Sareste iniziati, ma sareste cacciati dal paese dagli uomini di quel tempo nel momento in cui foste riconosciuti come iniziati, con tutti i mezzi possibili, perché la gente capirebbe che come iniziato non si devono sapere le cose come le sanno gli uomini dei tempi odierni. Non si deve poter scrivere, ad esempio — questo era il punto di vista del tempo antico, io lo caratterizzo attraverso questa immagine — come possono scrivere gli uomini dei tempi odierni. Se mi immagino nella sensibilità di quel tempo e mi si presentasse un tale pseudo-iniziato, cioè un ordinario uomo, un ordinario intelligente uomo dei tempi odierni, questo uomo del tempo antico direbbe: può scrivere, fa segni sulla carta, che significano qualcosa, e non ha nemmeno consapevolezza di quanto sia infinitamente diabolico fare una tale cosa e non portare in sé la consapevolezza che si può farlo solo per ordine della coscienza divina mondiale, che si possono fare segni che significano qualcosa sulla carta solo quando si ha consapevolezza: la divinità agisce nelle mani, nelle dita, la divinità agisce nell’anima, così che l’anima si esprime attraverso questi caratteri.
Questo, che non risiede nella diversità del contenuto, che risiede nella concezione umana della cosa, questo è quello che gli iniziati dei tempi antichi avevano ancora in modo completamente diverso da quanto l’hanno gli uomini odierni, che contenutisticamente hanno lo stesso. Troverete, se leggete il mio scritto «Il Cristianesimo come fatto mistico», che è uscito di nuovo in nuova edizione, fin all’inizio indicato che in quello risiedeva propriamente l’essenza dell’iniziato dei tempi antichi. Ed è propriamente sempre così nello sviluppo del mondo: quello che in un’epoca successiva cresce naturalmente nell’uomo, deve essere conquistato in un’epoca anteriore attraverso l’iniziazione. Proprio esponendo una cosa tale, sperimenterete la profonda differenza tra la disposizione emotiva di questi antichi popoli orientali dello sviluppo preistorico e gli uomini che in seguito entrarono nella civiltà. È proprio un’umanità diversa quella che chiamava il cielo inferiore l’Asia e intendeva il proprio paese sotto di esso, la natura che ti circonda. Si sapeva dov’era l’ultimo cielo. Confrontate questo con le visioni odierne, come poco gli uomini dei tempi odierni considerino quello che li circonda come l’ultimo cielo. La maggior parte non può neanche considerarlo come l’ultimo, perché non conosce nemmeno i precedenti. Ora, vediamo quindi che lo spirituale penetra profondamente nell’esistenza naturale in questo tempo antico. E tuttavia, incontriamo qualcosa tra questi uomini, che ai tempi presenti ci appare infinitamente barbaro, almeno a molti di noi. Agli uomini di allora sarebbe sembrato terribilmente barbaro se qualcuno avesse potuto scrivere con il sentimento con cui si può scrivere oggi. Sarebbe sembrato loro diabolico.
A un gran numero di uomini dei tempi presenti sembra invece certamente barbaro come in quell’Asia era qualcosa di completamente naturale che un popolo, che da ovest si spostava ulteriormente verso est, spesso con grande crudeltà asservisse un altro già stanziale, ne conquistasse il territorio, rendesse schiava la popolazione. Questo è propriamente nel più ampio senso il contenuto di questa storia orientale su tutta l’Asia. Mentre questi uomini avevano un’alta visione spirituale nel modo in cui l’ho appena caratterizzata, la storia esterna procedeva in continui sfruttamenti di terre straniere, di cui la popolazione era stata resa vassalla. Questo appare certamente a molti uomini dei tempi presenti barbaro di nuovo. E sebbene anche oggi esistano ancora in qualche modo guerre di conquista, tuttavia coloro che le conducono, anche quelli che le difendono, non hanno una coscienza completamente tranquilla. Lo si nota dalle difese delle guerre di conquista: non si ha una coscienza completamente tranquilla. Nel tempo antico si aveva proprio rispetto alle guerre di conquista la miglior coscienza possibile, e si trovava che questo conquistare era propriamente voluto da Dio. E quello che poi come anelito di pace si era diffuso su una grande parte dell’Asia, è propriamente un prodotto tardo della civiltà. Invece è il primo prodotto della civiltà per l’Asia il continuo conquistare di terre e l’asservimento delle popolazioni. Quanto più si guarda indietro nei tempi preistorici, tanto più si trova questo conquistare, di cui solo un’ombra è ancora quello che Serse e persone simili hanno fatto. Ma a questo principio delle conquiste sta alla base qualcosa di molto determinato.
In quel tempo allora, attraverso quegli stati di coscienza negli uomini che vi ho descritto, anche l’uomo nel rapporto con gli altri uomini e con il mondo era in una situazione completamente diversa da oggi. Certe differenze nelle parti della popolazione della Terra hanno oggi perso il loro significato principale. Allora erano presenti in un modo completamente diverso da oggi. E così vogliamo mettere davanti alla nostra anima una volta qualcosa che molto spesso era reale, come esempio. Supponiamo di avere qui a sinistra il territorio europeo, qui a destra il territorio asiatico. Una popolazione conquistatrice poteva, anche dal nord dell’Asia, venire di qui, si estendeva su un certo territorio in Asia, rendeva la popolazione vassalla. Che cosa aveva luogo propriamente? Nei casi caratterizzati, che procuravano al vero corso della storia la progressione, la popolazione che si presentava come conquistatrice era sempre come popolo o come razza giovane — giovane, piena di forza giovanile. Ora, che cosa significa oggi tra gli uomini dello sviluppo terrestre presente essere giovane? Tra gli uomini dello sviluppo terrestre presente significa essere giovane così, portare in ogni istante della propria vita in se stesso tante forze di morte che si possono provvedere le forze dell’anima di cui gli uomini hanno bisogno dei processi che si stanno estinguendo. Abbiamo in noi le forze di vita che spuntano, che germogliano; quelle non ci rendono saggi, bensì ci rendono proprio impotenti, inconsci. Le forze che si costruiscono, le forze di morte, che continuamente agiscono anche in noi, che sono solo sempre superate dalle forze di vita durante il sonno, così che raccogliamo solo alla fine della vita tutte le forze di morte nell’unica morte, queste forze di morte devono continuamente essere in noi. Provocano la saggezza, la coscienza.
Ma questo è appunto una caratteristica dell’umanità presente. Una tale giovane razza, un tale giovane popolo, soffriva delle sue troppo forti forze di vita. Quello che era uomo aveva continuamente il sentimento: continuamente spingo il mio sangue contro le pareti del mio corpo. Non riesco a sopportarlo. La mia coscienza non vuole diventare saggia. Non riesco a sviluppare la mia piena umanità a causa della mia giovinezza. Non parlavano così gli ordinari uomini, ma così parlavano gli iniziati nei Misteri, che allora ancora dirigevano e conducevano questi interi processi storici. E così una tale popolazione aveva troppa giovinezza, troppe forze di vita, troppo poco di quello che potesse dare saggezza. Allora si avviò, conquistò un territorio, dove viveva una popolazione più anziana, che aveva già in qualche modo assorbito in sé forze di morte, perché era già entrata nella decadenza; si avviò, rendeva questa popolazione vassalla. Non doveva irrompere una relazione di sangue tra i conquistatori e gli asserviti. Quello che inconsciamente si svolgeva nell’anima tra i conquistatori e la gente asservita, agiva ringiovanendo, e agiva verso la saggezza. E l’uomo conquistatore, che si era fondato il suo dominio, dove ora aveva i suoi schiavi, aveva proprio bisogno solo dell’influenza sulla sua coscienza. Aveva soltanto bisogno di dirigere il suo senso su questi schiavi, e, direi, attutita nella bramosia di impotenza l’anima diveniva, e consapevolezza, saggezza entrava. Quello che noi come individui umani oggi dobbiamo raggiungere, veniva allora raggiunto nella convivenza con gli altri uomini. Avevano bisogno, per così dire, intorno a sé di una popolazione che avesse più forze di morte in sé di una popolazione che si presentava tirannica, ma giovane, non giunta a piena saggezza.
Quella si sollevava fino a quello che aveva bisogno come uomini, in questo che vinceva un’altra popolazione. E così questi spesso così terribili, a noi oggi così barbaramente apparenti antichi combattimenti orientali non sono nient’altro che gli impulsi dello sviluppo dell’umanità in generale. Dovevano essere lì. Sono gli impulsi dello sviluppo dell’umanità. L’umanità sulla Terra non avrebbe potuto svilupparsi se non fossero stati presenti questi terribili combattimenti e guerre che a noi oggi paiono barbarici. Gli iniziati dei Misteri vedevano allora il mondo certamente già nel modo in cui viene visto oggi, solo vi univano una diversa costituzione dell’anima, una diversa disposizione. Per loro quello che vivevano in contorni nitidi, come oggi noi viviamo le cose esterne nel percepimento sensibile in contorni nitidi, per loro era quello che veniva dai Dèi, anche per la coscienza umana veniva dai Dèi. Come si presentava davanti a un iniziato del tempo antico? Vedi, c’era forse, diciamo, il fulmine. Prendiamo un’immagine ben concreta. Beh, l’uomo odierno lo vede come sapete che si vede il fulmine. Questo non lo vedeva così l’uomo antico. Vedeva qui dei viventi esseri spirituali muoversi, e i contorni nitidi del fulmine sparivano completamente. Era una processione di eserciti o una processione di esseri spirituali che si spingevano avanti nello spazio cosmico. Non vedeva il fulmine come tale. Vedeva una processione di spiriti librarsi attraverso lo spazio cosmico. Per l’iniziato diveniva così che vedeva sì anche lui come gli altri questa processione di eserciti, ma per la sua visione che era stata sviluppata in lui, mentre l’immagine della processione di eserciti gradualmente si attenuava e poi spariva, il fulmine poteva svilupparsi davanti a lui nella forma come lo vede oggi ognuno.
L’intera natura, come la vede oggi ognuno, doveva essere conquistata nei tempi antichi prima attraverso l’iniziazione. Ma come si percepiva questo? Non lo si percepiva affatto con quell’indifferenza con cui oggi si percepiscono conoscenze o verità. Lo si percepiva completamente con un’inclinazione morale. E se guardiamo a quello che accadde ai discepoli dei Misteri, dobbiamo dirci quanto segue: furono introdotti in quella visione della natura che divenne più tardi naturale, accessibile a tutti. Solo alcuni furono condotti a questa visione della natura attraverso dure prove e test interiori. Allora però avevano naturalmente la seguente sensazione: c’è l’uomo con la sua solita coscienza. Vede questa processione di esseri elementari cavalcare attraverso l’aria. Ma per il fatto che ha tale visione, è privo della libera volontà umana. È completamente abbandonato al mondo divino-spirituale. Perché in questo sogno vigile, sogno-veglia viveva la volontà non come libera, ma come quella che fluiva dentro l’uomo come volontà divina. E l’iniziato, che vedeva il fulmine emergere da queste immaginazioni, lo percepiva così, che imparava a dire attraverso il suo iniziatore: devo essere un uomo che nel mondo anche possa muoversi senza gli Dèi, ché gli Dèi gettano nel vago il contenuto del mondo. Era come per gli iniziati quello che vedevano in contorni nitidi, il contenuto del mondo gettato dagli Dèi via, a cui l’iniziato si avvicinava per divenire indipendente dagli Dèi. Capite, sarebbe stato uno stato intollerabile se non avesse avuto qualche momento di compensazione. Ma l’aveva.
Perché mentre l’iniziato da una parte viveva l’Asia come abbandonata da Dio, abbandonata dallo spirito, imparava a conoscere uno stato di coscienza ancora più profondo di quello che raggiungeva alla seconda Gerarchia. Imparava a conoscere al suo mondo desgodizzato il mondo dei Serafini, Cherubini e Troni. In un certo tempo dello sviluppo asiatico, che è circa il tempo di mezzo — parleremo ancora più precisamente dei tempi — era lo stato di coscienza di questi uomini, di questi iniziati così, che andavano sulla Terra e avevano approssimativamente già la visione dei regni terrestri che ha l’uomo moderno; ma lo sentivano propriamente nei loro arti. Sentivano i loro arti liberati dagli Dèi nella materia terrestre desgodizzata. Ma per ciò incontravano in questa terra senza Dèi gli alti Dèi Serafini, Cherubini e Troni. Non si imparava più soltanto a conoscere come iniziato quegli esseri grigio-verdi spirituali che erano le immagini della foresta, le immagini degli alberi, ma si imparava a conoscere come iniziato la foresta senza spirito, ma si aveva il compenso che proprio nella foresta si incontravano i membri della prima Gerarchia, qualche essere dal regno dei Serafini, Cherubini o Troni. Tutto questo concepito come configurazione sociale, è appunto l’essenziale nel divenire storico dell’Oriente antico. E le forze propulsive del progresso sono quelle che cercano l’equilibrio tra razze giovani e razze antiche, così che le razze giovani possono diventare mature sulle razze antiche, proprio sulle anime asservite possono diventare mature. E per quanto guardiamo all’Asia, dappertutto troviamo questo che razze giovani, che non possono divenire sagge da sole, cercano la saggezza nel conquistare.
Ma quando volgiamo lo sguardo dall’Asia alla Grecia, allora troviamo che qualcosa cambia. In Grecia c’era anche nei tempi più splendidi dello sviluppo greco una popolazione che certamente comprendeva l’invecchiamento, ma non comprendeva di permeare l’invecchiamento con piena spiritualità. Ho spesso dovuto attirare l’attenzione su quell’affermazione caratteristica del saggio greco: piuttosto un mendicante nel mondo superiore che un re nel regno dell’ombra. Con la morte fuori e con la morte anche dentro nell’uomo il greco non ce la faceva. Ma d’altra parte aveva questa morte di nuovo in se stesso. E così nel greco non c’era un’aspirazione a saggezza come impulso che fosse presente in lui, bensì nel greco c’era la paura della morte. Questa paura della morte non la provavano i giovani popoli orientali, perché si avviavano a conquiste quando gli uomini come razza non potevano vivere la morte nel modo giusto. Ma il conflitto interiore che i Greci hanno vissuto con la morte, quello conduceva come impulso interiore dell’umanità a quello di cui ci viene raccontato come la Guerra di Troia. I Greci non avevano bisogno di cercare la morte presso una popolazione straniera per conquistarsi la saggezza; i Greci avevano però proprio per quello che sentivano della morte il segreto interiore vitale della morte. E quello conduceva a quel conflitto tra i Greci come tali e gli uomini da cui i Greci erano venuti in Asia. La Guerra di Troia è una guerra di ansia, la Guerra di Troia è una guerra di paura. Vediamo come si fronteggiano nella Guerra di Troia i rappresentanti della cultura sacerdotale dell’Asia minore e i Greci che già sentono la morte dentro di loro, ma non sanno che farne con la morte.
Il resto della popolazione orientale che si avviava a conquiste voleva la morte, non l’aveva; i Greci avevano la morte, ma non sapevano che farne. Avevano bisogno di un influsso completamente diverso per poter fare qualcosa con la morte. Achille, Agamennone, tutti questi uomini portano la morte dentro di loro, ma non sanno che farne. Guardano dall’altra parte verso l’Asia. E hanno in Asia dall’altra parte una popolazione che è nella situazione opposta, che soffre sotto l’impressione immediata della situazione psichica opposta. Là dall’altra parte ci sono quegli uomini che non sentono la morte in questo modo intensivo come i Greci, che sentono la morte come qualcosa che nel fondo è pieno di sfida alla vita. In un modo meraviglioso Omero ha propriamente espresso questo. Dovunque i Troiani siano contrapposti ai Greci — guarda le figure caratteristiche Ettore e Achille — dappertutto c’è questo contrasto. E in questo contrasto si esprime quello che accade al confine tra l’Asia e l’Europa. L’Asia aveva in quel tempo antico un eccesso di vita sulla morte, anelava la morte. L’Europa su suolo greco aveva un eccesso di morte nell’uomo, di cui non si sapeva che farne. Così stavano di fronte l’Europa e l’Asia da un secondo punto di vista: da una parte il passaggio del ricordo ritmico nel ricordo temporale, dall’altra parte l’esperienza completamente diversa riguardo alla morte nell’organizzazione umana. Allora domani esamineremo più dettagliatamente questo contrasto, che potrei solo indicare alla conclusione di questa considerazione, per conoscere così quei profondi passaggi che si inscrivono nello sviluppo dell’umanità, che conducono dall’Asia verso l’Europa, e senza la cui comprensione nel fondo non si riesce a comprendere niente nemmeno nello sviluppo presente dell’umanità.
Accade in modo molto simile al giorno che tredici anni fa ho tenuto a Stoccarda un ciclo di conferenze, anch’esso ospitato tra Natale e Capodanno, sullo stesso argomento a cui appartiene anche questo ciclo di conferenze. Allora però dovrò modificare un po’ il punto di vista che ha dominato l’argomento in quel periodo. Nei due introduttivi precedenti ci siamo dedicati a portare alla nostra anima una comprensione di come la disposizione sentimentale, la costituzione spirituale dell’umanità si sia trasformata profondamente nel corso dello sviluppo storico e in particolare della evoluzione preistorica. Anche questa volta, almeno inizialmente, non dobbiamo risalire più indietro di qualche millennio. Sapete bene che dal punto di vista della scienza dello spirito, il collegamento più importante che risulta per lo storico e il preistorico da quella che viene comunemente chiamata la catastrofe atlantica, da cui la Terra è stata colpita — il diluvio glaciale, l’era glaciale più recente —, è da considerare come il fondamentale. In quel periodo si verificò l’ultimo atto della caduta del continente atlantico, che oggi forma il fondo dell’Oceano Atlantico. E dopo questa catastrofe atlantica fino ai nostri giorni, come è stato ripetutamente sottolineato, abbiamo cinque grandi periodi di civiltà susseguitisi l’uno all’altro, di cui i primi sfuggono completamente alla tradizione storica. Infatti quello che si conserva in Oriente come tradizione scritta — anche nei meravigliosi Veda, nella profonda filosofia vedantiana — sono soltanto echi di ciò che si deve descrivere quando si presenta quell’epoca culturale di cui parlo sempre come l’epoca originaria indiana, la persiana originaria, anche nella mia «Scienza Occulta».
Ora, non vogliamo nemmeno risalire così lontano, ma vogliamo piuttosto considerare il periodo di tempo che ho più frequentemente designato come il periodo di civiltà caldaico-egiziano, che ha preceduto l’era greca. Abbiamo dovuto attirare l’attenzione sul fatto che in questo periodo, tra la catastrofe atlantica e l’epoca greca, si sono verificati enormi cambiamenti riguardanti la capacità di memoria, la forza della memoria dell’uomo, e riguardanti la convivenza umana. Una memoria come la possediamo oggi, grazie alla quale possiamo riportare alla mente il passato nel corso del tempo, una tale memoria temporale non era ancora presente in questo terzo periodo di civiltà post-atlantideo, bensì era presente una memoria legata all’esperienza ritmica, come l’ho descritta. E questa è sorta da quello che era particolarmente forte durante il periodo atlantico: la memoria localizzata, dove l’uomo in realtà portava soltanto una coscienza del presente, ma attraverso tutto ciò che trovava nel mondo esteriore o che lui stesso creava, aveva segni di riferimento attraverso cui si metteva in relazione non soltanto con il proprio passato personale, ma con il passato dell’umanità in generale. Però questi segni di riferimento non erano solamente quelli collocati direttamente sulla terra, ma in tempi più antichi erano particolarmente le costellazioni nel cielo, specialmente le costellazioni planetarie, dalla cui ripetizione o dalla loro ripetizione variata si riconosceva come le cose fossero in tempi primordiali. Così che effettivamente per la formazione della memoria localizzata esterna di un’umanità più antica il cielo e la terra cooperavano insieme.
Ma questa umanità più antica era costituita anche nel suo intero assetto umano diversamente dall’umanità successiva o ancor più dall’umanità dei nostri tempi. L’umanità dei nostri tempi porta in sé durante lo stato di veglia l’Io e il corpo astrale così inosservatamente nel corpo fisico, che la maggior parte degli uomini in realtà non si accorge come questo corpo fisico, quale organizzazione di significato molto più profondo rispetto a se stesso, porta in sé il corpo astrale e l’organizzazione dell’Io insieme al corpo eterico. Voi conoscete questi nessi. Un’umanità più antica però sperimentava lo stato del proprio essere in modo completamente diverso. E torniamo a tale umanità quando risaliamo al più antico terzo periodo di civiltà post-atlantideo, quello egiziano-caldaico. Allora l’uomo sperimentava se stesso come spirito e anima in larga misura ancora al di fuori del suo corpo fisico e del corpo eterico, anche quando era sveglio. Sapeva distinguere: questo ho in me come il mio spirito e la mia anima — che noi chiamiamo Io e corpo astrale — e questo è collegato con il mio corpo fisico e il mio corpo eterico. L’uomo andava per il mondo come questa dualità. Non chiamava il suo corpo fisico e il suo corpo eterico Io, ma chiamava Io anzitutto il suo spirito e la sua anima, quello che era spirituale e che era collegato verso il basso, ma in un modo percettibile per lui, con il corpo fisico e il corpo eterico. E in questo spirito-spirituale, in questo Io e corpo astrale, l’uomo sperimentava l’irruzione delle gerarchie divine-spirituali, proprio come l’uomo oggi sperimentava l’irruzione delle sostanze naturali nel suo corpo fisico.
In questo corpo fisico l’uomo sente che sa di assumere con il nutrimento e la respirazione le sostanze dei regni naturali esterni. Queste erano prima fuori, poi in lui. Agiscono in modo che l’attraversano, diventano parti di lui. Allora l’uomo, che provava una certa separazione del suo spirito-spirituale dal suo aspetto fisico-eterico, sapeva che gli Angeli, gli Arcangeli fino alle gerarchie più elevate erano una sostanza spirituale che attraversava anche il suo spirituale-spirituale, diventava parte di lui. Così che in ogni momento della sua vita l’uomo poteva dire: in me vivono gli dei. — E non concepiva il suo Io come costruito dal basso attraverso sostanze fisiche e eteriche, ma lo concepiva come a lui donato per grazia, dall’alto, provenendo dalle gerarchie. E in certo modo come un carico, come un veicolo, come qualcosa di cui si serviva come del carro della vita per avanzare nel mondo fisico, concepiva il suo aspetto fisico-eterico. Se non si afferra questo in modo appropriato alla sensibilità dell’anima, allora in realtà non si comprende il corso storico dello sviluppo dell’umanità. Ora potremmo seguire questo corso storico dello sviluppo dell’umanità attraverso vari esempi caratteristici. Vogliamo oggi in certo senso mettere dinanzi a noi un filo, un filo che toccai anche tredici anni fa, quando mi riferii a quel documento storico-leggendario che rappresenta la fase più antica dello sviluppo di cui intendo parlare, cioè l’Epica di Gilgamesch. Ma l’Epica di Gilgamesch è in parte leggendaria, e oggi presenterò il processo che, come ho detto, tredici anni fa avevo descritto, così come scaturisce direttamente dalla contemplazione spirituale.
Abbiamo lì in una città dell’Asia Anteriore — l’Epica di Gilgamesch la chiama Erek — una di quelle nature conquistatrici di cui ho parlato ieri, che erano cresciute nel modo giusto da quelle costituzioni umane spirituali e sociali che furono caratterizzate ieri. Gilgamesch la chiama l’Epica. Quindi abbiamo a che fare con una personalità che era nel periodo di cui stiamo parlando costituita come ho ora caratterizzato, che aveva conservato molte delle antiche peculiarità dell’umanità da tempi precedenti. Ma per quanto fosse chiaro per questa personalità in quel tempo che in certo senso essa era la dualità tra lo spirituale-spirituale, in cui gli dei penetrano, e il fisico-eterico, in cui le sostanze terrestri e cosmiche, le sostanze fisiche e eteriche penetrano, è pure vero che in quel periodo, quando questa personalità viveva di cui parla l’Epica di Gilgamesch, proprio gli uomini caratteristici, gli uomini rappresentativi erano già in un’epoca di transizione verso lo sviluppo successivo dell’umanità. E questa transizione consisteva nel fatto che la coscienza dell’Io, che era ancora relativamente poco prima presso lo spirituale-spirituale in alto, si era abbassata nel corporale-eterico, così che Gilgamesch era proprio tra quelli che iniziavano a non dire Io al suo spirituale-spirituale, in cui gli dei erano sentiti, bensì a quello che era terreno-eterico in lui. Questa era questa nuova costituzione spirituale. Ma in questa costituzione spirituale, di cui potremmo dire che l’Io si era abbassato dall’aspetto spirituale-spirituale come Io consapevole nel corporale-eterico, in questa personalità c’erano ancora contemporaneamente quei vecchi costumi: quell’antico costume di sperimentare principalmente soltanto quello che era sperimentato nel ritmo dal punto di vista della memoria, ed era presente quella sensazione interiore che sentiva: si deve acquisire familiarità con le forze della morte, perché solo le forze della morte portano quello che rende l’uomo consapevole.
Ora, proprio perché con la personalità di Gilgamesch si aveva a che fare con un’anima che era passata attraverso molte incarnazioni terrestri, ma era entrata in questa nuova forma dell’essere umano, quale l’ho ora descritta, proprio per questo questa personalità portava, potrei dire, un’esistenza fisica che portava in sé una certa incertezza. La legittimità dei costumi conquistatori e della memoria ritmica cominciarono a non valere più per la terra. E così le esperienze di questa personalità furono completamente esperienze di un’epoca di transizione. Fu quindi che quando questa personalità, dal vecchio costume, proprio conquistando per sé quella città che nell’Epica di Gilgamesch si chiama Erek, sorsero conflitti in questa città. Inizialmente questa personalità non era benvenuta nella città, era sentita come straniera, e avrebbe probabilmente avuto difficoltà da sola con tutte le difficoltà che sorsero nella città. Allora accadde che, poiché il destino la guidò lì, si trovò un’altra personalità — l’Epica di Gilgamesch la chiama Eabani —, una personalità che era scesa sulla terra relativamente tardi da quello stato planetario che l’umanità terrestre aveva condotto per un tempo nel senso in cui l’ho descritto nella mia «Scienza Occulta». Sapete: gradualmente durante i tempi atlantici le anime scesero, alcune prima, altre più tardi, dopo che nei tempi molto antichi dello sviluppo terrestre si erano ritirate dalla Terra verso il Cosmo, su vari pianeti.
Abbiamo a che fare in Gilgamesch con una personalità, con un’individualità che era tornata alla Terra relativamente presto, e quindi aveva sperimentato molte incarnazioni terrestri nel periodo di cui parlo. Con l’altra personalità, che ora fu attirata in quella città, abbiamo a che fare con una che era rimasta relativamente a lungo nell’esistenza planetaria ed era tornata sulla Terra soltanto tardivamente. Questo l’ho descritto da un punto di vista leggermente diverso nel mio ciclo di conferenze tenuto tredici anni fa a Stoccarda sulla storia dal punto di vista della scienza dello spirito. Questa personalità ora entrò in una stretta amicizia con Gilgamesch, e insieme poi potevano effettivamente creare condizioni sociali durature nella città di Erek nell’Asia Anteriore. Questo era possibile soprattutto perché a questa seconda personalità era rimasto molto di quella conoscenza che attraverso poche incarnazioni terrestri era ancora conservata da quella dimora cosmica al di fuori della Terra. Lì aveva, come dissi allora a Stoccarda, una sorta di chiaroveggenza, chiarodienza, sapienza guaritrice. E dalla confluenza di quello che dalla vecchia abitudine conquistatrice e dalla memoria orientata al ritmo era presente nella prima personalità, e dal penetrare nei misteri cosmici dell’altra personalità, scaturì, come accadeva nei tempi più antichi, l’edificazione dell’ordine sociale in quella città dell’Asia Anteriore. La pace entrò in questa città, la felicità dei suoi abitanti entrò in essa, e tutto sarebbe stato in ordine all’inizio, se non fosse intervenuto un certo evento che ha reorientato l’intero corso dei fatti in modo diverso.
In quella città c’era una sorta di Mistero, il Mistero di una dea, e questo Mistero custodiva straordinariamente molti segreti del mondo. Ma era nel senso di quel tempo una sorta, potrei dire, di Mistero sintetico, cioè in questo Mistero erano raccolte le rivelazioni più varie dei Misteri dell’Asia. E in diversi periodi i contenuti dei Misteri vi erano coltivati e insegnati in modo variato, metamorfosato. Non comprese inizialmente questa personalità, che nell’Epica porta il nome di Gilgamesch, accusò questo luogo mistico di insegnare cose contraddittorie. E poiché da parte autorevole — perché le due personalità di cui parlo erano quelle che effettivamente davano a tutta la città ordine e amministrazione — poiché da un posto così importante il Mistero fu accusato, sorsero difficoltà che infine portarono i sacerdoti dei Misteri a rivolgersi a quelle potenze a cui ci si poteva rivolgere negli antichi Misteri. Non vi stupirete oggi che negli antichi Misteri ci si potesse effettivamente rivolgere alle entità spirituali delle gerarchie superiori, dato che ieri vi ho detto: l’Asia nei tempi orientali antichi era in realtà soltanto il cielo più basso, e in questo cielo più basso si sapeva che gli esseri divine-spirituali erano presenti e se ne aveva commercio. — Questo rapporto era coltivato soprattutto nei Misteri. E così il sacerdozio dei Misteri d’Istar si rivolse a quelle potenze spirituali a cui si era sempre rivolto quando voleva ricevere illuminazioni, e così accadde che queste potenze spirituali infliggessero una certa punizione sulla città. Si esprimeva ciò allora dicendo: qualcosa che è in realtà una forza spirituale superiore agisce a Erek come violenza bestiale, come violenza bestiale spettrale. — Si abbatté di tutto sui suoi abitanti, malattie fisiche, ma soprattutto turbamenti spirituali.
E la conseguenza fu che la personalità che si era unita a Gilgamesch, che nell’Epica si chiama Eabani, per causa di queste difficoltà morì, ma effettivamente rimase spiritualmente presso questa personalità per la continuazione della missione dell’altra personalità sulla terra. Così che dobbiamo intendere la vita successiva, lo sviluppo successivo di quella personalità che nell’Epica porta il nome di Gilgamesch, nel senso che anche in seguito c’era una cooperazione tra le due personalità caratterizzate, ma così che le ispirazioni, le illuminazioni di Gilgamesch da parte di Eabani nel periodo successivo si verificavano, così che Gilgamesch agiva da solo in continuazione non solo dalla sua propria volontà, ma dalla volontà di tutti e due, dalla confluenza della volontà dei due. Con questo vi ho presentato di nuovo qualcosa che era completamente possibile in questi antichi tempi. Lo stato d’animo umano non era così univoco in quel tempo antico come lo è oggi. Per questo motivo, poteva anche non avere l’esperienza della libertà nel senso odierno. Un essere spirituale che non si era mai incarnato sulla Terra potrebbe agire attraverso la volontà di una personalità terrestre, oppure, come era il caso con Gilgamesch, una personalità che era già passata attraverso la morte, che conduceva una vita post mortem, potrebbe agire attraverso la volontà di una personalità sulla terra parlare, agire. E così era con Gilgamesch. E da quello che scaturiva in questo modo dalla confluenza delle due volontà, in Gilgamesch nacque soprattutto una comprensione abbastanza chiara di quale situazione storica si trovasse effettivamente.
Iniziò, proprio sotto l’influenza dello spirito che l’ispirava, a sapere che l’Io si era abbassato nel corpo fisico mortale e nel corpo eterico, e per Gilgamesch il problema dell’immortalità prese un ruolo intensamente forte. Tutto il suo desiderio era rivolto a scoprire in qualche modo il problema dell’immortalità. I Misteri che custodivano ciò che si poteva dire sull’immortalità sulla Terra in quel tempo, questi non si aprirono inizialmente a Gilgamesch. Questi Misteri avevano ancora la tradizione e dalle tradizioni in gran parte anche la conoscenza viva che era presente, mentre sulla Terra regnava la saggezza primordiale nei tempi atlantici antichi. Ma i portatori di questa saggezza primordiale, che in tempi antichi percorrevano la Terra come entità spirituali, si erano da lungo tempo ritirati e avevano fondato la colonia cosmica della Luna. Perché è pura ingenuità credere che la Luna sia il corpo freddo, congelato come lo descrive la fisica contemporanea. La Luna è prima di tutto la dimora cosmica di quelle entità spirituali che erano i primi grandi insegnanti dell’umanità terrestre, che in un tempo fornirono all’umanità terrestre la saggezza primordiale e che, subito dopo che la Luna come corpo del mondo fisico si era separata dalla Terra e aveva assunto il suo proprio posto nel sistema planetario, si erano ritirate verso questa Luna. Chi oggi ha la possibilità attraverso la conoscenza immaginativa di conoscere veramente la Luna, impara a conoscere anche in questa colonia cosmica quelle entità spirituali che una volta erano gli insegnanti della saggezza primordiale dell’umanità sulla Terra. Quello che una volta avevano insegnato, ma anche gli impulsi attraverso cui si poteva stesso entrare in una certa relazione con questa saggezza primordiale, erano custoditi dai Misteri.
Ma non c’era un vero collegamento tra questi Misteri dell’Asia Anteriore, ad esempio, e la personalità che nell’Epica è chiamata Gilgamesch. Ma attraverso l’influenza soprasensibile dell’amico che era unito a Gilgamesch nello stato post mortem, nacque in Gilgamesch l’impulso interiore di cercare modi nel mondo attraverso cui potesse conoscere qualcosa sull’immortalità dell’anima. Nel Medioevo è diventato usuale che se si voleva conoscere qualcosa sul mondo spirituale, ci si approfondisse nell’interno dell’uomo. Nei tempi moderni c’è un processo ancora più interiore. Ma in quei tempi antichi di cui parlo, sapevano benissimo: la Terra non è quel blocco di roccia come la descrive la geologia contemporanea, bensì la Terra è un essere vivo, animato, spirituale. — E così come un piccolo animale, quando cammina su un uomo, può imparare a conoscere l’uomo camminando sul naso, sulla fronte, attraverso i capelli e acquisendo conoscenza da questo viaggio, così era in quel tempo che l’uomo, facendo un viaggio sulla Terra, imparava a conoscere la Terra nelle sue diverse configurazioni in diversi luoghi e grazie a ciò otteneva intuizioni nel mondo spirituale. Le otteneva, sia che gli fosse concesso l’accesso ai Misteri o no, le otteneva comunque. E non è affatto esteriore che di Pitagora e persone simili si racconti che per acquisire le loro conoscenze intraprendessero grandi pellegrinaggi. Si percorreva la Terra per, nella varietà delle sue configurazioni, assorbire ciò che poteva essere osservato dalla diversa formazione della Terra spirituale-spirituale-fisica in diversi luoghi della Terra. Oggi gli uomini possono viaggiare in Africa, in Australia, ma pur con l’eccezione degli aspetti esteriori che osservano, non sperimentano molto di più di quello che sperimentano a casa.
Perché la ricettività umana è morta per le differenze radicali che esistono tra i vari punti della Terra. Nel periodo di cui parlo, non era morta. E così il desiderio stesso di ottenere qualcosa attraverso un viaggio sulla Terra per la soluzione del problema dell’immortalità significava qualcosa di molto significativo per Gilgamesch. E così intraprese questo viaggio. Questo viaggio ebbe per lui un successo molto, molto significativo. Incontrò in una regione che si trova all’incirca nella stessa zona di cui si è parlato molto in tempi più recenti, ma che naturalmente è molto cambiata nelle sue condizioni sociali, incontrò nella zona del cosiddetto Burgenland, su cui si è litigato se dovesse appartenere all’Austro-Ungheria o all’Ungheria, in una zona del Burgenland, un antico Mistero. Il sacerdote supremo di questo Mistero si chiama nell’Epica di Gilgamesch Xisuthros. Incontrò un antico Mistero che era una vera contrapparte posteriore dei Misteri atlantici antichi, naturalmente in una metamorfosi come potrebbe essere il caso in un’epoca così tarda. E in realtà, in questo luogo mistico si sapeva apprezzare la capacità di conoscenza di Gilgamesch. Volevano assecondarlo. Fu sottoposto a una prova che in quel tempo era inflitta a molti allievi dei Misteri. La prova consisteva nel fare certi esercizi a completa veglia per sette giorni e sette notti. Per lui ciò non funzionava. E così si sottopose solo al surrogato di una tale prova. E questo surrogato consisteva nel fatto che gli erano preparate certe sostanze che assumeva e attraverso cui riceveva effettivamente un’illuminazione, sebbene, come è sempre il caso in questo campo, se certe condizioni eccezionali non sono garantite, queste fossero in certo senso dubbie.
Ma c’era una certa illuminazione in Gilgamesch, una certa intuizione dei nessi cosmici, della struttura spirituale del mondo. Così che quando Gilgamesch aveva completato questo viaggio e tornava di nuovo, in lui c’era infatti un’intuizione spirituale elevata. Viaggiò circa lungo il Danubio, verso sud lungo il Danubio di nuovo verso il suo luogo natale, il suo luogo natale prescelto. Ma prima di arrivarvi, soccombette, perché non aveva ricevuto l’iniziazione nel Mistero post-atlantideo nel modo diverso che ho descritto, bensì in quel modo piuttosto difficile, soccombette alla prima tentazione, un terribile accesso di rabbia per un evento che lo colpì, proprio qualcosa che sentì dire di quello che stava accadendo in città. Lo sentì prima di arrivare in città. Un terribile accesso di rabbia lo colpì, e attraverso questo accesso di rabbia l’illuminazione fu quasi completamente oscurata, così che arrivò senza di essa. Tuttavia, ed è la particolarità di questa personalità, la possibilità rimase, in connessione con l’amico defunto, con lo spirito dell’amico defunto, di sguardare nel mondo spirituale o almeno ricevere comunicazioni dal mondo spirituale. Ma è un’altra cosa guardare direttamente nel mondo spirituale attraverso un’iniziazione o ricevere comunicazioni da una personalità che è nello stato post mortem. Si può però dire: qualcosa di una comprensione dell’essenza dell’immortalità rimase in Gilgamesch. — E ora mi astraggo da ciò che viene allora sperimentato dopo la morte; questi eventi che vengono sperimentati non rientrano così fortemente nella coscienza delle incarnazioni successive, oggi e allora: nella coscienza! Nella vita, nella costituzione interiore certamente molto fortemente, ma non nella coscienza.
Vedete, vi ho ora descritto due personalità che insieme esprimono la costituzione spirituale umana nel terzo periodo di civiltà post-atlantideo, verso circa il suo mezzo, che vivevano completamente cosicché il modo della loro vita rendeva fortemente percettibile come l’uomo consiste di una dualità. Perché uno, Gilgamesch, era consapevole di questa dualità, sebbene fosse uno dei primi a sperimentare che la coscienza dell’Io si era abbassata, che l’Io si era abbassato nel fisico-eterico. L’altro, perché aveva sperimentato poche incarnazioni sulla Terra, aveva una conoscenza guaritrice, attraverso cui aveva veramente l’intuizione che non c’è materia, sostanza affatto, che tutto è spirituale, che il cosiddetto materiale è solo un’altra forma dello spirituale. Potete ben immaginare: tutto quello che l’uomo oggi pensa e sente, non poteva pensare e sentire con una tale costituzione del suo essere. Tutto il suo pensiero e il suo sentimento era semplicemente diverso. E quello che poteva raggiungerlo da tali personalità non era certamente il nostro insegnamento scolastico odierno, né qualcosa di simile all’attuale istruzione scolastica popolare né a quella di livello superiore, bensì tutto quello che era spirituale, culturale, civilizzatore raggiungeva gli uomini fluiva fuori dai Misteri, veniva comunicato in qualche modo attraverso vari canali alle masse più ampie degli uomini. Ma i veri custodi erano i saggi sacerdotali nei Misteri. Ora era peculiare in entrambe le personalità di cui parlo che in quella incarnazione che avevo appena descritto, dalla loro natura particolare di anima non potevano stare vicini ai Misteri, proprio ai Misteri del loro ambiente. Colui che nell’Epica di Gilgamesch è chiamato Eabani stava vicino ai Misteri attraverso i suoi soggiorni extra-terrestri; colui che è chiamato Gilgamesch ha sperimentato una sorta di iniziazione in un Mistero post-atlantideo, che però ha portato solo frutti parziali in lui.
Ma tutto ciò agì cosicché in loro stessi fosse sentito qualcosa che li rendeva simili all’umanità preistorica terrestre. Entrambi potevano dirsi: come siamo diventati? Che cosa abbiamo sperimentato con lo sviluppo terrestre? Siamo diventati come siamo proprio attraverso lo sviluppo terrestre. Che cosa abbiamo sperimentato? La questione dell’immortalità, di cui Gilgamesch ha sofferto, con cui ha lottato, stava proprio allora collegata, per mezzo di quello che era nelle anime umane, con necessarie intuizioni dello sviluppo terrestre preistorico. E in realtà non si poteva pensare o sentire sull’immortalità dell’anima nel senso di allora, se nello stesso tempo non si aveva una certa intuizione di come le anime degli uomini, che erano già presenti anche nelle fasi di sviluppo più antiche della Terra, durante lo stato lunare e solare e così via, avessero visto avvenire quello che allora era diventato terrestre. Si sentiva di appartenere alla Terra; si doveva, per conoscere se stessi, comprendere la propria connessione con la Terra. Ora i segreti che erano coltivati in tutti i Misteri asiatici erano in primo luogo Misteri cosmici, che proprio il corso dello sviluppo terrestre in connessione con il Cosmo avevano come contenuto di insegnamento e saggezza. In questi Misteri, in modo completamente vivente, così che poteva diventare idee nell’uomo, appariva davanti agli uomini una visione d’insieme di come la Terra si era sviluppata e come nelle ondate e negli ondeggiamenti delle sostanze e delle forze della Terra durante il tempo del Sole, della Luna e della Terra l’uomo si era sviluppato con tutte queste sostanze. Questo fu presentato in tutta la sua vivacità.
Uno di questi Misteri, in cui tali cose venivano presentate, si era conservato fino a tempi molto tardivi. Era il luogo mistico di Efeso, il luogo mistico dell’Artemide di Efeso. Questo luogo mistico di Efeso era così che nel suo centro aveva l’immagine della dea Artemide. Quando oggi qualcuno guarda le riproduzioni della dea Artemide di Efeso, ha solo la sensazione grottesca di una figura femminile piena di seni, perché non ha idea di come tali cose erano sperimentate nei tempi antichi. All’esperienza di tali cose si basava tutto negli antichi tempi. Gli allievi dei Misteri dovevano subire preparazioni attraverso cui erano poi condotti al centro vero dei Misteri. Il centro di questi Misteri efesini era questa immagine di Artemide. Quando erano condotti a questo centro, diventavano uno con una tale immagine. L’uomo smetteva di avere, mentre stava davanti a questa immagine, la consapevolezza di essere qualcosa dentro la sua pelle. Riceveva la consapevolezza che era quello che l’immagine era. Si identificava con l’immagine. E questo identificarsi nella consapevolezza con l’immagine divina a Efeso aveva l’effetto che non si guardava più ai regni della Terra che li circondavano, ai sassi, agli alberi, ai fiumi, alle nuvole e così via, bensì penetrando nell’immagine di Artemide, si otteneva interiormente la visione della propria connessione con i mondi eterici.
Si sentiva uniti con il mondo stellare, con i processi del mondo stellare. Non si sentiva la sostanzialità terrestre dentro la pelle umana, si sentiva il proprio essere cosmico. Si sentiva nell’Eterico. E attraverso questo sentirsi nell’Eterico, si comprendeva quali fossero stati gli stati precedenti dell’esperienza terrestre dell’uomo e dell’esperienza terrestre in sé. Oggi guardiamo la Terra cosicché sia, come detto, una sorta di blocco di roccia che porta le acque sulla maggior parte della sua superficie, che è circondata da uno strato d’aria in cui c’è ossigeno e azoto e altre sostanze, in cui prima di tutto c’è quello di cui l’uomo ha bisogno per respirare e così via. E quando le persone oggi iniziano a speculare in quello che sono le conoscenze naturali comuni, a osservare, a interpretare l’osservazione — allora ne viene qualcosa di giusto! Perché ciò che è preceduto a questi stati attuali nei tempi più antichi può essere ottenuto solo attraverso la visione spirituale. Ma una tale visione spirituale degli stati primordiali della Terra e dell’umanità si apriva agli allievi di Efeso quando si identificavano con l’immagine divina, e imparavano a riconoscere come quello che oggi è atmosfera intorno alla Terra non era una volta così come è ora, bensì come quello che era in questo ambiente terrestre al posto dove è oggi l’atmosfera, come fosse una proteina straordinariamente sottile, fluidamente volatile.
Così che tutto quello che viveva sulla Terra, per la sua creazione aveva bisogno delle forze di questa sostanza proteica fluidamente volatile diffusa sopra la Terra e anche in essa viveva. E si guardava come quello che in questa sostanza proteica era già lì, finemente distribuito, ma completamente con la tendenza di cristallizzarsi ovunque (vedi disegno, rossastro), quello che era lì in stato finemente distribuito come acido silicico, rappresentava un organo di senso della Terra, che assorbiva le Immaginazioni, gli influssi dappertutto dal Cosmo. Così che nel contenuto di acido silicico dell’atmosfera terrestre-proteica si avevano dappertutto Immaginazioni reali, esternamente presenti. Queste Immaginazioni avevano la forma di enormi organismi vegetali, e da quello che si era immaginato verso il terrestre, si sviluppò poi attraverso l’assunzione della sostanza atmosferica il regno vegetale, dapprima in una forma fluidamente volatile nell’orbita della Terra. Solo più tardi si abbassò nel terreno e divenne il regno vegetale successivo. E oltre al contenuto di acido silicico, in questa atmosfera albuminosa era incorporato il calcio in distribuzione fine. Dal calcio veniva generato di nuovo sotto l’influenza della coagulazione di questa proteina il regno animale. E l’uomo sentiva se stesso in tutto ciò.
L’uomo sentiva di essere nei tempi primordiali uno con l’intera Terra. Viveva in quello che si formava nella Terra come piante attraverso l’Immaginazione, viveva in quello che si formava nel terrestre come il regno animale, come ho appena descritto. Ogni uomo si sperimentava fondamentalmente come diffuso su tutta la Terra, come uno con la Terra. Così che gli uomini, come ho rappresentato riguardo al potere ideativo umano nel mio libro «Il Cristianesimo come fatto mistico», anche per l’insegnamento platonico, erano incastrati gli uni negli altri. Vedete, il destino volle che quelle due personalità di cui avevo parlato a Stoccarda, di cui parlo di nuovo, fossero di nuovo incarnate come membri del Mistero efesino e assorbissero intimamente nelle loro anime ciò che ora avevo abbozzato. Attraverso questo, in un certo modo la loro anima fu consolidata interiormente. Assorbivano come saggezza terrestre attraverso il Mistero, quello che prima era loro accessibile solo nell’esperienza, ma in gran parte nell’esperienza inconscia. Così il vissuto del sentirsi umano in queste personalità era distribuito su due incarnazioni distinte. Ma attraverso questo, portavano in sé una forte consapevolezza dell’appartenenza dell’uomo con il mondo superiore, con il mondo spirituale, ma allo stesso tempo una forte, un intenso potere sentimentale per tutto quello che è terrestre.
Perché vedete, quando a qualcuno due cose scorrono sempre insieme, quando non le si possono distinguere, allora si confondono; ma se si distinguono chiaramente, allora si può giudicare ognuna dall’altra. E così queste due personalità da un lato potevano giudicare lo spirituale che scaturiva dalla vita del mondo superiore, che viveva in loro come eco delle incarnazioni precedenti. E ora, poiché la cosa fu loro tramandata nel Mistero, nel Mistero efesino sotto l’influsso della dea Artemide, ora potevano giudicare come le cose sulla Terra al di fuori dell’uomo erano sorte, come gradualmente l’extra-umano sulla Terra si era sviluppato da una sostanza originale che abbracciava l’uomo. Attraverso questo la vita proprio di queste personalità, che in parte ancora ricade nell’ultima epoca in cui Eraclito viveva a Efeso, poi però nella guerra successiva, divenne una vita particolarmente interiormente ricca, interiormente profondamente attraversata dai segreti cosmici. E anche sorse una forte consapevolezza di come l’uomo nella sua vita spirituale poteva stare in connessione non solo con quello che si diffondeva orizzontalmente sulla Terra, ma con quello che si diffondeva verso l’alto, se l’uomo estendeva il suo essere verso l’alto. E questa configurazione interiore dell’anima, che queste due personalità, che avevano operato insieme nel periodo più antico egiziano-caldaico, che avevano poi vissuto insieme al tempo di Eraclito ma ancora un po’ più tardi, in connessione con il Mistero efesino, questa cooperazione poteva ora continuare. La configurazione dell’anima che si era formata in tutti e due passava attraverso la morte, passava attraverso il mondo spirituale e si preparava a una vita terrestre da cui fondamentalmente molte cose dovevano diventare problematiche, naturalmente in vari modi dovevano diventare problematiche. E proprio dal modo in cui queste due personalità dovevano posizionarsi nel corso storico dello sviluppo terrestre, si vede come attraverso le esperienze delle anime da tempi precedenti, che poi si continuano karmicamente nelle vite terrestri successive, come le cose si preparano che poi nella vita successiva in metamorfosi completamente diverse dell’incorporazione nello sviluppo dell’umanità terrestre appaiono. E porto questo esempio proprio perché queste due personalità poi appaiono in un’epoca straordinariamente importante dello sviluppo storico, su cui avevo anche sottolineato a Stoccarda tredici anni fa. Perché in realtà ho già discusso tutto questo da un certo punto di vista tredici anni fa. Queste personalità, che avevano attraversato una vita mondiale ampiamente estesa nel periodo egiziano-caldaico, che avevano poi approfondito interiormente questa vita mondiale, così che le loro anime si erano consolidate in un certo modo, queste personalità vivevano in incarnazioni successive come Aristotele e Alessandro Magno. E solo allora, se si considerano questi fondamenti nelle anime di Aristotele e Alessandro Magno, si può, come avevo già rappresentato a Stoccarda in quel capitolo storico, comprendere in cosa consista effettivamente ciò che allora ha agito in modo così problematico in queste personalità nella decadenza della grecità al punto di partenza del dominio romano-romanico, cosa ha agito attraverso queste personalità. Di questo parleremo allora domani nella prossima conferenza.
Ieri era mio compito mostrare attraverso personalità individuali come lo sviluppo della storia mondiale procede. Si può procedere nella direzione della scienza dello spirito, e non si può rappresentare diversamente se non mostrando il seguito degli eventi nella loro riflessione nell’uomo. Perché considerate che solo la nostra epoca, per ragioni che discuteremo nel corso di queste conferenze, è costituita cosicché l’uomo si senta separato dal resto del mondo come un essere singolo. Tutte le epoche precedenti e anche tutte le epoche successive, questo deve essere sottolineato esplicitamente, sono tali che gli uomini si sentivano e si sentiranno come membro di tutto il mondo, come appartenenti a tutto il mondo. Come ho detto molte volte: così come un dito su un uomo non può essere un essere che esiste per se stesso, ma solo su un uomo, mentre se è separato dall’uomo non è più il dito, ma perisce, segue leggi completamente diverse, proprio come il dito è solo dito in connessione con l’organismo, così l’uomo è un essere solo in qualche forma, sia nella forma della vita terrestre, sia nella forma della vita tra la morte e una nuova nascita, in connessione con l’intero mondo. — Ma questa consapevolezza era presente nei tempi precedenti, sarà di nuovo presente in seguito, è solo oggi offuscata, oscurata, perché, come sentiremo, l’uomo aveva bisogno di questa offuscazione, oscuramento, per sviluppare pienamente in se stesso l’esperienza della libertà. E quanto più rimontiamo ai tempi antichi, tanto più troviamo come gli uomini avessero una consapevolezza della loro appartenenza al Cosmo.
Ora vi ho presentato due personalità, una chiamata Gilgamesch nell’Epica conosciuta, l’altra Eabani nella stessa Epica, e vi ho mostrato come queste personalità nel vecchio periodo caldaico-egiziano vivessero nel modo in cui si poteva vivere allora, come poi sperimentassero un approfondimento attraverso i Misteri efesini. E vi ho già ieri sottolineato come questi stessi esseri umani fossero poi collocati nello sviluppo storico mondiale in Aristotele e Alessandro. Ma affinché si possa comprendere pienamente come in quei tempi, in cui ciò si è verificato per queste personalità, fosse in generale il corso dello sviluppo terrestre, dobbiamo guardare ancora più attentamente in quello che tali anime potessero in questi tre successivi punti temporali assorbire. Vi ho già sottolineato come la personalità che cela il nome di Gilgamesch in un viaggio verso Ovest sperimentasse una sorta di iniziazione postatlantica occidentale. Ora, affinché comprendiamo il successivo, dobbiamo formarci un’idea di come era una tale iniziazione tardiva. Dobbiamo cercare questa iniziazione proprio in quel luogo dove i riflessi dell’antica iniziazione atlantica persistettero a lungo. E questo era il caso con i Misteri d’Iberia, di cui ho già parlato ai nostri amici qui a Dornach negli ultimi tempi. Devo però recuperare qualcosa di quello che è stato discusso, affinché portiamo a piena comprensione quello che è rilevante qui. I Misteri d’Iberia, i Misteri irlandesi, sono durati a lungo. Sono durati fino al tempo della fondazione del Cristianesimo, e sono quelli che da un certo lato hanno conservato più fedelmente gli antichi insegnamenti di saggezza della popolazione atlantica. Ora vorrei darvi un’immagine anzitutto delle esperienze che qualcuno aveva se era iniziato ai Misteri irlandesi nel tempo postatlantico.
Colui che doveva ricevere questa consacrazione, questa iniziazione, doveva allora essere preparato in modo rigoroso, come del resto le preparazioni ai Misteri nei tempi antichi erano di straordinaria severità. L’uomo doveva essenzialmente essere trasformato interiormente nella sua costituzione spirituale, nella sua intera costituzione umana. Poi si trattava di ciò che nei Misteri d’Iberia l’uomo fosse dapprima preparato cosicché diventasse consapevole, in forti esperienze interiori, di quello che è ingannevole in ciò che lo circonda, in tutte le cose che lo circondano cosicché inizialmente attribuisse loro l’essere secondo la percezione sensoriale. E l’uomo era inoltre reso consapevole di tutte le difficoltà e gli ostacoli che gli si pongono di fronte quando aspira alla verità, alla verità reale. L’uomo era reso consapevole che fondamentalmente tutto ciò che ci circonda nel mondo sensibile è un’illusione, che i sensi danno ciò che è illusorio e che la verità si nasconde dietro l’illusione, che in realtà l’essere vero non può essere raggiunto dall’uomo attraverso la percezione sensoriale. Ora direte che è una convinzione che avete nella vostra lunga epoca antroposofica sempre avuta. Lo sapete benissimo, direte. Ma quella conoscenza che un uomo può avere in generale nella consapevolezza presente del carattere illusorio del mondo sensibile esterno, beh, non è niente paragonato alle commozioni interiori, alla tragedia interiore che era sperimentata dagli uomini che erano allora preparati per l’iniziazione hibernica. Perché quando si dice teoricamente: tutto è Maya, tutto è illusione — si accetta piuttosto leggermente.
Ma la preparazione degli studenti hibernici era portata così lontano che si dicevano: non c’è nessuna possibilità umana di penetrare l’illusione e arrivare all’essere reale, vero. Gli studenti erano preparati così che inizialmente dalla disperazione si trovassero interiormente soddisfatti dell’illusione. Entravano in uno stato d’animo di disperazione per il fatto che il carattere illusorio era così imponente, così potente che non si poteva affatto superare l’illusione. E nella vita di questi studenti tornava sempre di nuovo lo stato d’animo: allora, uno deve semplicemente rimanere nell’illusione — cioè: allora si deve perdere il terreno da sotto i piedi, perché l’illusione non è qualcosa su cui si possa stare fermi. — Sì, della severità della preparazione nei mistici antichi, poco se ne fa un’idea oggi. Gli uomini si ritraggono da quello che il vero sviluppo interiore effettivamente richiede. E proprio come era con l’essere e il suo carattere illusorio, così era per questi studenti con lo sforzo verso la verità. E imparavano a conoscere tutto quello che impedisce all’uomo nelle sue emozioni, nei suoi sentimenti e sensazioni oscure, schiaccianti, di arrivare alla verità, quello che offusca la luce chiara della conoscenza. Così che anche lì arrivavano di nuovo a un momento in cui si dicevano: se non possiamo vivere nella verità, allora dobbiamo vivere nell’errore, nell’untruth! — È letteralmente un’estirpazione della propria umanità da se stessa se uno arriva per un periodo della sua vita a disperare dell’essere e della verità. Tutto ciò era lì in modo che l’uomo attraverso l’esperienza del contrario di quello che dovrebbe raggiungere come scopo finale, portasse il giusto profondo sentimento umano a questo scopo.
Perché chi non ha imparato a conoscere quello che significa vivere con l’errore e l’illusione, semplicemente non apprezza l’essere e la verità. E gli studenti di Iberia dovevano imparare ad apprezzare la verità e l’essere. E poi, quando gli studenti avevano sperimentato ciò, quando in certo senso avevano terminato il polo opposto da quello a cui infine dovevano arrivare, allora erano — e devo rappresentare quello che accadde allora in tale figuratività come era effettivamente reale nei Misteri hibernici — condotti in una sorta di santuario in cui c’erano due statue, statue di una potenza suggestiva straordinariamente forte. E una di queste statue di gigantesca grandezza era così che era vuota all’interno. La superficie esterna che circondava lo spazio cavo, cioè la sostanza complessiva di cui la statua era fatta, era una sostanza assolutamente elastica, in modo che ovunque si premesse poteva essere premuto dentro la statua. Ma nel momento in cui si smetteva di premere, la forma si ripristinava. L’intera statua era fatta così che principalmente la testa era ben formata e che quando ci si avvicinava, si aveva la sensazione: dalla testa irradiano le forze nel resto del corpo colossale, perché naturalmente non si poteva vedere lo spazio interno cavo, non lo si percepiva, lo si notava solo quando si premeva. E si era invitati a premere. Si aveva la sensazione che l’intero resto del corpo al di fuori della testa fosse irradiato dalle forze della testa, che la testa facesse tutto di questa statua. Sono ben disposto ad ammettere che se un uomo moderno nella prosa contemporanea della vita fosse condotto davanti alla statua, capirebbe appena nient’altro che astratto.
Certamente, ma è un’altra cosa aver sperimentato con tutto il suo interno, con il suo spirito, con la sua anima, con il suo sangue, con i suoi nervi il potere dell’illusione e il potere dell’errore e poi provare il potere suggestivo di una tale figura gigantesca. Questa statua aveva un carattere maschile. Accanto a essa stava un’altra, che aveva un carattere femminile. Non era vuota. Era di una sostanza non elastica, ma plastica. Se si premeva su di essa — e si era di nuovo invitati a premere — si deformava la forma. Si scavava un buco nel corpo. Ma dopo che lo studente aveva sperimentato nella statua da un lato che attraverso l’elasticità tutto si ripristinava nella forma, dopo aver sperimentato nell’altra statua che aveva deformato con il premere, abbandonava dopo qualcos’altro di cui parlerò subito la stanza, e vi era condotto di nuovo solo quando tutti gli errori, le deformazioni che aveva compiuto sulla statua plastica non elastica che aveva un carattere femminile, erano stati compensati. Vi era condotto di nuovo solo quando la statua era intatta. E attraverso tutte queste preparazioni — posso descrivere la cosa solo schematicamente — che lo studente aveva sperimentato, ricevette con la statua che aveva un carattere femminile un’esperienza interiore del suo intero essere umano dopo spirito, anima e corpo. Questa esperienza interiore era già stata preparata prima in lui, ma si stabilì pienamente attraverso l’effetto suggestivo della statua stessa. Ricevette in sé un sentimento di irrigidimento interiore, di irrigidimento gelido interiore. E questo irrigidimento gelido agiva in lui in modo che vedeva la sua anima riempita d’Immaginazioni, e queste Immaginazioni erano immagini dell’inverno terrestre, immagini che rappresentavano l’inverno terrestre.
Così lo studente era portato a contemplare da dentro il carattere invernale nello spirito. Con l’altra statua, quella maschile, era così che lo studente provava qualcosa, come se tutta la sua vita che aveva altrimenti nel suo intero corpo andasse nel suo sangue, come se il sangue fosse permeato da forze e premesse contro la pelle. Mentre quindi davanti a una statua doveva credere di diventare uno scheletro gelido, davanti all’altra statua doveva credere che tutta la sua vita interiore andasse in perdizione nel calore e vivesse nella sua pelle distesa. E questa esperienza di tutto l’uomo, sulla cui superficie si sentiva premuto, portava lo studente a ottenere l’intuizione, a dire a se stesso: tu ti senti, tu ti avverti, tu ti sperimenta, come se solo il Sole da tutto il Cosmo agisse su di te. — E lo studente imparava in questo modo a riconoscere l’effetto cosmico del Sole nella sua distribuzione. Imparava a riconoscere la relazione dell’uomo con il Sole. E imparava a riconoscere che l’uomo in realtà non è così come ora si sentiva sotto l’effetto suggestivo della statua del Sole, perché altre forze da altri angoli del mondo modificano questo effetto. In tal modo lo studente imparava a vivere nel Cosmo. E quando lo studente provava l’effetto suggestivo della statua della Luna, quando cioè interiormente aveva il gelido dell’irrigidimento, sperimentava il paesaggio invernale — con la statua del Sole sperimentava il paesaggio estivo nello spirito, come generato da se stesso — allora l’uomo sentiva come sarebbe se solo gli effetti lunari fossero là. Vedete, nel presente, che cosa si sa del mondo? Si sa del mondo che la cicoria è blu, che la rosa è rossa, il cielo è blu e così via.
Ma questi non sono impressioni sconvolgenti. Riferiscono solo del più prossimo che è nell’ambiente umano. L’uomo deve diventare organo di senso in modo più intenso con il suo intero essere se vuole conoscere i segreti dell’universo. E fu attraverso l’effetto suggestivo della statua del Sole che il suo essere fu concentrato nella sua intera circolazione sanguigna. L’uomo imparava a conoscere se stesso come essere solare sperimentando questo effetto suggestivo in sé. E l’uomo imparava a conoscere se stesso come essere lunare sperimentando l’effetto suggestivo della statua femminile. E allora dalla sua esperienza interiore poteva dire come il Sole e la Luna agiscono sull’uomo, così come oggi l’uomo dopo l’esperienza del suo occhio può dire come la rosa agisce, dopo l’esperienza del suo orecchio, come agisce il suono e così via. E così gli studenti di questi Misteri ancora nei tempi postatlantici sperimentavano l’incorporazione dell’uomo nel Cosmo. Questo era per loro un’esperienza immediata. Ora, quello che vi ho raccontato è un breve schema di quello che in modo grandioso fino nei primi secoli dello sviluppo cristiano era sperimentato dagli studenti nei Misteri in Iberia come esperienza cosmica, essendo portati all’esperienza del Sole e della Luna. In modo completamente diverso erano le esperienze che gli studenti dovevano sperimentare nei Misteri efesini, quelli piccolo-asiatici efesini. In questi Misteri efesini si viveva in modo particolarmente intenso con tutto il suo essere umano quello che poi trovò un’espressione paradigmatica nelle parole iniziali del Vangelo di Giovanni: «Nel principio era il Verbo. E il Verbo era presso Dio. E il Verbo era Dio.»
A Efeso lo studente non era condotto davanti a due statue, ma davanti a una, davanti all’una statua, che è nota come l’Artemide di Efeso. E poiché lo studente si identificava con questa statua, che era piena di vita, che traboccava di vita, lo studente viveva nell’etere cosmico. Si elevava con il suo intero vivere interiore e sentire dal puro vivere terrestre, si elevava nel vivere dell’etere cosmico. E gli divenne chiaro quanto segue. Dapprima gli fu mostrato come era effettivamente il linguaggio umano. E al linguaggio umano, cioè all’immagine umana, al Logos figurativo umano di fronte al mondo, al Logos cosmico, gli fu chiarito come la Parola del mondo opera creativamente nel Cosmo. Posso ancora una volta solo schizzare il processo. Si procedeva così. Lo studente era particolarmente reso consapevole a sperimentare veramente quello che accade quando l’uomo parla, quando imprime la parola all’esalazione dell’aria. Lo studente era portato a sperimentare come quello che da lui trasformava in vita attraverso la sua azione interiore si verificava nell’elemento aereo, ma due altri processi erano collegati a quello che accadeva nell’elemento aereo. Immaginiamoci che sia l’esalazione (vedi disegno, Tavola 6 parte destra, azzurro chiaro con linea rossa) a cui fossero impressi certi modelli di parole che l’uomo parla. Mentre questa esalazione, formata in parole, scorre dal nostro petto verso l’esterno, la vibrazione ritmica scende verso il basso nell’intero elemento acquoso, nell’elemento liquido che permea l’organismo umano (chiaro; acqua). Così che l’uomo durante il parlare nell’altezza della laringe, degli organi vocali, ha i ritmi dell’aria; ma in parallelo con questo parlare va un’ondeggiamento e un’oscillazione del corpo della fluidità in lui. Il fluido che è sotto la regione vocale viene in oscillazioni, oscilla con l’uomo. E questo è essenzialmente ciò che accompagna quello che parliamo dal sentire. E se il fluido acquoso nell’uomo non oscillasse con esso, il discorso andrebbe neutro verso l’esterno, indifferente verso l’esterno; l’uomo non sentirebbe con il parlato. Ma verso l’alto, verso la testa, va l’elemento calore (rosso), e le parole che imprimiamo all’esalazione sono accompagnate dalle onde di calore che scorrono verso l’alto, che penetrano la nostra testa e che causano che accompagniamo le parole con i pensieri. Così che quando parliamo, abbiamo a che fare con tre cose: con aria, calore, acqua o fluido.
Questo processo, che per primo dà un’immagine complessiva di quello che nel parlare umano tesse e vive, fu preso come punto di partenza con lo studente di Efeso. E allora gli fu chiarito come questo che accade nell’uomo è un processo cosmico umanizzato, che in un certo tempo più antico la Terra stessa ha agito così che in essa non l’elemento aereo, ma l’elemento acquoso, quello liquido (parte sinistra del disegno, blu), quell’elemento liquido di cui ho parlato ieri come proteina fluidamente volatile, era in un’ondeggiamento tale. Così come allora nell’uomo nell’elemento aria dell’esalazione quando parla, così una volta era la Terra: l’atmosfera che circonda la Terra era quella proteina fluidamente volatile. E poi si trasformò, così come qui l’elemento aereo nell’elemento calore, in una sorta di elemento aereo (a sinistra, azzurro chiaro), e sotto in una sorta di elemento terrestre (chiaro). Così che, come in noi nel nostro corpo attraverso l’elemento liquido nascono i sentimenti, così nella Terra nascevano le formazioni terrestri, le forze terrestri, tutto quello che nelle terre agisce e ondeggia in forze. E nacque sopra nell’elemento aereo quello che sono i pensieri cosmici tessenti, che agiscono creatively nel terrestre. Era un’impressione maestosa, potente, quella che l’uomo riceveva a Efeso quando era reso consapevole che nella sua lingua vive l’eco microcosmica di quello che una volta era macrocosmo. E lo studente di Efeso, mentre parlava, nell’esperienza del parlare sentiva un’intuizione nel lavoro della Parola del mondo, come una volta muoveva significativamente l’elemento fluido-volatile, come si collegava in alto con i pensieri cosmici creativi, in basso con le forze terrestri nascenti.
Così lo studente viveva nel Cosmico imparando a comprendere in modo giusto il suo proprio parlare: in te è il Logos umano. Il Logos umano agisce da te durante il tuo tempo terrestre, e tu come uomo sei il Logos umano. Perché in verità, attraverso quello che scorre verso il basso nell’elemento liquido, siamo formati come uomini dalla lingua; attraverso quello che scorre verso l’alto, abbiamo i nostri pensieri umani durante il nostro tempo terrestre. — Ma altrettanto come in te il più umano è il Logos microcosmico, così il Logos una volta era nel principio ed era presso Dio ed era lui stesso Dio. Questo fu compreso a fondo a Efeso, perché attraverso l’uomo e dall’uomo stesso. Vedete, quando guardate una personalità come quella che cela il nome Gilgamesch, allora dovete provare il sentimento che questa sì viveva nell’intero ambiente, nel circondario intero che irradiava dai Misteri. Perché tutta la cultura, tutta la civiltà nei tempi precedenti era irradiazione dei Misteri. E quando nomino Gilgamesch, così quando era ancora nella sua patria di Erek, non era certamente iniziato ai Misteri di Erek stesso, ma era bene in una civiltà che era sostanzialmente permeata da quello che si poteva sentire attraverso questa relazione al Cosmo. E allora fu sperimentato da lui nel viaggio verso Ovest, che lo fece conoscere direttamente, sebbene non arrivasse ai Misteri hibernici per quanto lontano andasse, ma per così dire con quello che era coltivato in una colonia dei Misteri hibernici: vi dissi, nel Burgenland odierno era questa colonia. Questo viveva nell’anima di questo Gilgamesch.
Questo continuò a formarsi nella vita tra la morte e la nuova nascita che seguì, e per ciò nel prossimo vivere terrestre a Efeso stesso si verificò l’approfondimento dell’anima. Ora, per entrambe le personalità di cui ho parlato, tale approfondimento dell’anima ebbe luogo. Lì, per così dire, dalle correnti della civiltà generale, si abbatté qualcosa di reale sulle anime umane di queste personalità, in realtà forte, intenso, che dall’epoca di Omero in Grecia era in realtà solo bello sembiante. Proprio a Efeso laggiù, in quel luogo dove anche Eraclito viveva e dove ancora tanto della vecchia realtà era sentito fino nel tardo tempo greco, fino al 6°, 5° secolo dei tempi pre-cristiani, proprio a Efeso si poteva ancora rivivere l’intera realtà in cui l’umanità viveva una volta, quando era ancora in relazione immediata con il divino-spirituale, quando ancora l’Asia era solo il cielo più basso, in cui si era ancora in connessione con i cieli superiori che vi aderivano, perché in Asia gli spiriti della natura erano sperimentati, sopra gli Angeli, gli Arcangeli e così via, sopra gli Esseri della Forma e così via. E così si può dire: mentre già nella Grecia stessa gli echi si andavano formando su quello che una volta era realtà, mentre quello che era realtà si trasformava nelle immagini delle saghe eroiche, da cui è chiaramente riconoscibile che rimandano alle realtà originarie, mentre in Grecia l’elemento drammatico delle realtà originarie prese vita in Eschilo, era ancora in Efeso cosicché, immerso nel profondo buio dei Misteri, si sentivano gli echi di quelle vecchie realtà, in cui l’uomo viveva in immediata connessione con il mondo divine-spirituale.
E questo è proprio l’essenziale della grecità, che il greco immerse ciò che sta più vicino agli umani miti e nella bellezza e arte che sta più vicina agli umani, cioè nell’immagine ha immerso quello che una volta poteva essere sperimentato in connessione con il Cosmo dall’uomo. E ora dobbiamo immaginarci come, mentre da un lato questa civiltà greca era già arrivata al suo apice, come aveva orgogliosamente rigettato anche quello che, come nelle Guerre Persiane, voleva ancora incalzare dall’antica realtà asiatica, come era al suo apice da un lato, ma d’altro canto era già in rovina, come ciò era sperimentato da personalità che portavano nelle loro anime chiaramente gli echi di quello che una volta era realtà divine-spirituale terrestre in spirito, anima e corpo dell’uomo. E così dobbiamo immaginarci che effettivamente Alessandro Magno e Aristotele vivevano in un mondo che non era completamente conforme a loro, che era in realtà tragico per loro. La particolarità è che in Alessandro e in Aristotele vivevano esseri umani che avevano una relazione diversa al Spirituale rispetto al loro ambiente, che, sebbene non si preoccupassero molto dei Misteri samotracici, tuttavia avevano nella loro anima una grande affinità con quello che stava accadendo nei Misteri samotracici con i Cabiri. Lo si è sentito a lungo, nel Medioevo lo si sentiva ancora. E si deve dire — gli uomini oggi si fanno false idee al riguardo — come ancora nel Medioevo, fino nel 13°, 14° secolo, in uomini individuali di tutti gli strati c’era una visione spirituale chiara almeno nel campo che si era una volta nel vecchio Oriente in Asia. E il «Lied Alexander» composto da un prete nel Medioevo è certamente un documento molto significativo del tardo Medioevo.
Rispetto a quello che oggi nella storia vive distorto di quello che si è svolto attraverso Alessandro e Aristotele, quello che il prete Lamprech aveva composto come Lied Alexander circa nel 12° secolo appare ancora come una visione splendida, imparentata con la vecchia di quello che è accaduto attraverso Alessandro Magno. Non dovete far altro che farvi presente il seguente. Abbiamo nell’Alexanderlied del Pfaff Lamprecht una descrizione meravigliosa, una descrizione meravigliosa di una forma simile: ogni anno quando arriva la primavera e si va verso una foresta e si giunge al margine della foresta, dove crescono fiori al margine della foresta e dove nello stesso tempo il sole sta così che dagli alberi della foresta l’ombra cade sui fiori che crescono al margine della foresta, lì si vede come nell’ombra degli alberi della foresta in primavera dai calici dei fiori escono i bambini spirituali dei fiori, che compiono danze e girotonde ai margini della foresta. — E si riconosce chiaramente che in questa descrizione del Pfaff Lamprecht traspare qualcosa di un’esperienza reale, da un’esperienza che gli uomini di quel tempo potevano ancora fare; che non andavano nelle foreste per dire in modo prosaico: lì c’è erba, ci sono fiori, gli alberi iniziano — ma quando si avvicinavano alla foresta, allora, quando il sole stava dietro la foresta e l’ombra cadeva sui fiori, nell’ombra degli alberi della foresta dai fiori usciva loro incontro l’intero mondo di creature floreali, che c’erano per loro prima di entrare nel bosco, dove poi avrebbero sperimentato gli altri spiriti elementari. Ma questo girotondo floreale appariva al Pfaff Lamprecht come quello che era particolarmente felice di descrivere.
Ed è comunque significativo che quando il Pfaff Lamprecht voleva descrivere le campagne d’Alessandro, egli saturò e pervase questa descrizione — ancora nel 12° secolo, inizio del 12° secolo — saturò e pervase con descrizioni della natura che racchiudono ovunque il rivelarsi dei regni elementari. L’intero è portato dalla consapevolezza: se si vuole descrivere quello che è accaduto una volta in Macedonia, quando i viaggi d’Alessandro verso l’Asia hanno iniziato e come Alessandro è stato istruito da Aristotele, se lo si vuole descrivere, allora non si può farlo descrivendo la prosaica Terra intorno, ma si può farlo solo se si aggiunge ai regni della Terra prosaica i regni degli esseri elementari. Ma vedete, se leggete oggi un’opera di storia — è pienamente legittimo per il tempo presente — allora leggete semplicemente: Alessandro contro il consiglio del suo maestro Aristotele, a cui era disobbediente, si è immaginato di dovere riconciliare i barbari con gli uomini civilizzati e dovere creare una cultura media che dovrebbe consistere di greci civilizzati, di Elleni, di Macedoni e barbari. È giusto per il tempo odierno, ma tuttavia, di fronte alla verità, alla verità reale, è semplicemente puerile. E si riceve un’impressione di grandiosità quando si vede come il Pfaff Lamprecht, mentre descrive i viaggi d’Alessandro, dà un obiettivo completamente diverso a questi viaggi d’Alessandro. E sembra quasi che quello che ho appena descritto come l’emersione dei regni della natura-elementari, dello spirituale della natura nel fisico della natura, sembra quasi che fosse solo l’introduzione. Perché qual è l’obiettivo dei viaggi d’Alessandro nel Lied Alexander del Pfaff Lamprecht? Alessandro raggiunge le porte del Paradiso!
È trasformato nel cristianesimo di quel tempo, ma corrisponde effettivamente in alto grado, come continuerò a sviluppare, alla verità. Perché i viaggi d’Alessandro non erano fatti solo per eseguire conquiste o, contro il consiglio di Aristotele, per riconciliare i barbari con gli Elleni, ma i viaggi d’Alessandro erano permeati da un vero, alto scopo spirituale, ed erano impulsionati dallo spirito. E leggiamo poi dal Pfaff Lamprecht, che quindi, potremmo dire, circa quindici secoli dopo che Alessandro aveva vissuto, nel suo modo con grande dedizione descrive questi viaggi d’Alessandro, leggiamo che Alessandro arriva alle porte del Paradiso, ma non entra nel Paradiso stesso, perché, come pensa il Pfaff Lamprecht, solo colui che ha la giusta umiltà entra nel Paradiso. Ma Alessandro nel tempo pre-cristiano ancora non poteva avere la giusta umiltà, perché la vera umiltà poteva essere portata solo dal Cristianesimo nell’umanità. In ogni caso, se si affronta una cosa non in senso ristretto ma in senso ampio, vediamo come il prete cristiano Lamprecht sente qualcosa della tragicità dei viaggi d’Alessandro. Ora, volevo solo attirare la vostra attenzione con questa descrizione del Lied Alexander su questo: non deve sorprendere se proprio con questo esempio dei viaggi d’Alessandro si inizia per descrivere il precedente e il seguente della storia dell’umanità dell’Occidente nella sua articolazione con l’Oriente. Perché quello che era il fondamento come sentimento era ancora, come vedete, fino a un tempo relativamente tardo del Medioevo non solo come un sentimento generale presente, ma in modo così concreto che questo Lied Alexander potesse nascere, che descrive effettivamente in modo grandiosamente drammatico quello che si è svolto attraverso le due anime che vi ho caratterizzate.
In tutto, questo punto della storia macedone rimanda da un lato molto nel passato, dall’altro molto nel futuro. E prima di tutto si deve considerare che sopra tutto quello che è presente in Aristotele e Alessandro aleggia una tragicità della storia mondiale. Già esteriormente questa tragicità della storia mondiale si rivela. Si rivela nel fatto che sì, attraverso circostanze speciali, attraverso speciali condizioni fatali della storia mondiale, di Aristotele sono venute in Occidente europeo solo la parte più piccola degli scritti, e poi sono stati ulteriormente coltivati dalla Chiesa. Sono essenzialmente solo gli scritti logici e quelli vestiti di logica. Ma chi oggi si immerge ancora nel poco che è rimasto degli scritti scientifici naturali di Aristotele, vedrà in Aristotele come era ancora enorme la sua intuizione nella connessione del Cosmo con l’uomo. Voglio solo attirare la vostra attenzione su una cosa. Oggi parliamo anche dell’elemento terrestre, dell’elemento acquoso, dell’elemento aereo, dell’elemento igneo o elemento calore, e poi dell’altro, l’Etere. Come rappresenta Aristotele la cosa? Rappresenta la Terra, la Terra solida (vedi disegno, nucleo più chiaro), l’acqua-Terra liquida (azzurro rossiccio), l’aria (blu), il tutto permeato dal fuoco e circondato dal fuoco (rosso scuro). Ma così per Aristotele la Terra si estende fino alla Luna. E dal Cosmo, dalle stelle fino alla Luna — quindi non più nel campo terrestre, ma fino alla Luna, fino qui — dal Zodiaco, dalle stelle nell’etere rimanente spazialmente-cosmico (chiaro esterno). L’Etere si estende fino alla Luna.
Ancora oggi gli studiosi leggono questo nei libri che sono scritti su Aristotele. Ma Aristotele stesso disse al suo allievo Alessandro ancora e ancora: quell’Etere che è lì al di fuori del terrestre-caldo, così l’Etere della Luce, etere chimico, etere della vita, era anche una volta collegato con la Terra. Tutto questo si estendeva fino alla Terra. Ma quando la Luna si ritirò nell’antico sviluppo, allora l’Etere si ritirò dalla Terra. E — così pensava Aristotele al suo allievo Alessandro — così quello che è esternamente spazialmente il mondo morto, sulla Terra inizialmente non è permeato dall’Etere. Ma quando per esempio arriva la primavera, allora gli spiriti elementari dal Sole portano per quei esseri che nascono — le piante, gli animali, gli uomini — l’Etere dalla sfera lunare proprio di nuovo in questi esseri, in modo che la Luna è quella che forma. Stava davanti a una, alla figura femminile in Iberia, così si sentiva molto vivamente come l’Etere in realtà non appartiene alla Terra, ma dagli spiriti elementari annualmente, nella misura in cui è necessario per la nascita degli esseri, viene portato sulla Terra. C’erano anche per Aristotele profonde intuizioni nella connessione dell’uomo con il Cosmo. Gli scritti che ne trattavano il suo allievo Theophrast non li ha fatto venire verso Ovest. Verso l’Oriente andarono alcuni di questi scritti, dove c’era ancora comprensione per tali cose. E poi venne attraverso l’Africa settentrionale e la Spagna, attraverso Ebrei e Arabi giunse a Ovest d’Europa e urtò nel modo in cui ancora descriverò, con le irradiazioni, con le irradiazioni di civiltà dei Misteri d’Iberia.
Ma quello che vi ho caratterizzato fino a questo punto era solo il punto di partenza per gli insegnamenti che Aristotele diede ad Alessandro. Essi riguardavano completamente l’esperienza interiore. E se, potremmo dire, di una rappresentazione disegnando a carbone do la cosa, devo dire quanto segue: Alessandro imparava bene da Aristotele che quello che vive là nel mondo come terrestre, acquoso, aereo, elemento igneo vive anche dentro l’uomo, che l’uomo in questo senso è un vero Microcosmo, che in lui, nelle sue ossa, vive l’elemento terrestre, che nella sua circolazione sanguigna e in tutto quello che sono succhi in lui, succhi vitali, vive l’elemento acquoso; che in lui l’elemento aereo opera nella respirazione e nell’eccitazione respiratoria, opera nella lingua, che l’elemento igneo vive nei pensieri. Alessandro sapeva di vivere negli elementi del mondo. Ma poiché ci si sentiva vivere negli elementi del mondo, si sentiva anche la propria intima affinità con la Terra. Oggi l’uomo viaggia verso Est, verso Ovest, verso Nord, verso Sud: non sente quello che veramente gli piomba addosso, perché vede solo quello che i suoi sensi esterni percepiscono, e vede solo quello che le sostanze terrestri percepiscono in lui, non quello che gli elementi percepiscono in lui. Ma Aristotele poteva insegnare ad Alessandro: se tu sulla Terra viaggi verso l’Est, cammini sempre più e più in un elemento che ti secca. Tu entri nel secco (vedi disegno). Non dovete immaginarvi cosicché se si viaggia verso l’Asia ci si asciughi completamente. È naturalmente che sono effetti sottili, ma effetti che completamente secondo gli insegnamenti di Aristotele Alessandro sperimentava in sé.
Poteva dire a se stesso in Macedonia: ho un certo grado di umidità in me; questo diminuisce il suo contenuto di umidità quando viaggio verso Est. — Così con il viaggio sulla Terra sperimentava la configurazione della Terra, come si sente quando si tocca un uomo, sfiorando una parte del corpo, come la differenza tra naso, occhi e bocca. Così una personalità così caratterizzata percepiva ancora come la differenza era quando si sperimentava quando sempre più si entrava nel secco, e come ci si sperimentava quando andava d’altro canto, verso Ovest, nel bagnato. Le altre differenziazioni gli uomini ancora oggi le sperimentano, anche se rozzamente. Verso Nord sperimentano il freddo, verso Sud il caldo, l’igneo. Ma quello stesso gioco di freddo-umido quando andavano verso il Nordovest, non lo sentono più gli uomini. Aristotele ha fatto risvegliare in Alessandro quello che Gilgamesch aveva sperimentato quando aveva intrapreso il viaggio verso Ovest. E la conseguenza era che nell’esperienza interiore immediata dello studente poteva percepire quello che ora viene sperimentato nella zona intermedia tra umido e freddo verso il Nordovest: Acqua. Ed era completamente non solo una dizione possibile, ma una dizione molto reale per un tale uomo come Alessandro, che non diceva: lì va il viaggio, verso Nordovest — bensì: lì va il viaggio, dove l’elemento dell’Acqua esercita il dominio. — Nella zona intermedia tra umido e caldo giace l’elemento dove l’Aria esercita il dominio. Così era insegnato negli antichi Misteri greco-ctoniani, così era insegnato negli antichi Misteri samotracici, così era insegnato da Aristotele al suo studente diretto. E nella zona intermedia tra freddo e secco, quindi verso la Siberia dalla Macedonia, fu sperimentata la regione della Terra dove la Terra stessa, il Terrestre esercitava il dominio, l’elemento Terra, il Solido.
Nella zona intermedia tra caldo e secco, quindi verso l’India, fu sperimentata quella regione della Terra dove predominava l’elemento Fuoco. E così era che lo studente di Aristotele puntava verso il Nordovest e diceva: lì sento agire e lavorare gli spiriti dell’Acqua. — Che puntava verso il Sudovest e diceva: da lì sento gli spiriti dell’Aria. Che puntava verso il Nordest, e da lì vedeva galleggiare verso di sé gli spiriti della Terra soprattutto. Che puntava verso il Sudest, verso l’India, e vedeva galleggiare verso di sé o nel loro elemento gli spiriti del Fuoco. E sentite quell’affinità profonda verso il Naturale e verso il Morale quando dico alla fine, in Alessandro nacque la dizione: devo uscire dall’elemento freddo-umido e lanciarmi nel fuoco, intraprendere il viaggio verso l’India! — Questo era un’espressione che si agganciava altrettanto al Naturale come si agganciava al Morale, di cui vogliamo parlare domani. Ma ho voluto condurvi anschaulich in quello che là viveva. Perché in quello che era negoziato tra Alessandro e Aristotele, vedete specchiarsi nello stesso tempo il completo capovolgimento nello sviluppo della storia mondiale. Si poteva ancora nell’insegnamento intimo nel tempo di allora parlare dei grandi Misteri del tempo passato. Poi l’umanità assorbì solo il Logico, l’Astratto, le Categorie, mentre spingeva via l’altro. Perciò con ciò indichiamo nello stesso tempo un enorme capovolgimento nello sviluppo della storia mondiale dell’umanità, a un punto importantissimo di tutto il corso della civiltà europea nella sua connessione con l’Oriente. Di questo parleremo allora domani.
Tra gli antichi Misteri, quello di Efeso assume una posizione del tutto particolare. Infatti, proprio con quell’elemento evolutivo nella storia dell’Occidente che si riannoda al nome di Alessandro, ho dovuto accennare anche a questo Mistero di Efeso. Si comprende il senso della storia più recente e più remota solo se si penetra la trasformazione che il sistema mistico, da cui tutte le civiltà più antiche sono scaturite, ha subito passando dall’Oriente all’Occidente, cioè innanzitutto verso la Grecia. E questa trasformazione consiste nel seguente. Vedete, quando si guarda a tutti gli antichi Misteri dell’Oriente, ovunque si riceve l’impressione: i sacerdoti dei Misteri sono in grado di rivelare ai loro discepoli grandi e significative verità tratte dalle loro visioni. Sì, quanto più si risale nei tempi antichi, tanto più questi saggi sacerdoti sono capaci di rendere presente nei Misteri la diretta presenza degli stessi dèi, delle entità spirituali che guidano i mondi planetari, i fenomeni terrestri, così che gli dèi erano veramente lì. Il rapporto dell’uomo con il macrocosmo si rivelava nei diversi Misteri in modo parimenti magnifico, come vi ho descritto ieri per i Misteri di Ibernia e anche per quello che ancora Aristotele doveva dire ad Alessandro il Grande. Ma soprattutto, in tutti i Misteri dell’antico Oriente vigeva il fatto che il morale, gli impulsi morali non erano rigorosamente separati dagli impulsi naturali. Quando Aristotele indirizzava Alessandro verso nord-ovest, dove gli spiriti dell’elemento acqueo erano i dominanti, da lì non veniva soltanto un impulso fisico, come oggi dal nord-ovest vengono il vento o altre cose puramente fisiche, ma vi venivano anche impulsi morali insieme agli impulsi fisici.
Il fisico e il morale erano uno. Potevano esserlo perché proprio attraverso quelle conoscenze che venivano trasmesse in questi Misteri, l’uomo si sentiva unito a tutta la natura — percepiva lo spirito della natura — come un’unità. Ecco un esempio nel rapporto dell’uomo con la natura, che si trova proprio nel periodo trascorso tra il tempo di vita di Gilgamesch e il tempo di vita di quella individualità che egli divenne nella sua successiva incarnazione vicino al Mistero di Efeso. Proprio in quel periodo troviamo ancora ben vivida una visione del rapporto dell’uomo con la natura spirituale. Questo rapporto è il seguente. Attraverso tutto ciò che l’uomo apprendeva circa l’azione degli spiriti elementari in natura, circa l’azione delle entità intelligenti nei processi planetari, l’uomo giungeva alla convinzione: laggiù vedo ovunque distesa la vegetazione, il mondo vegetale che verdeggia, che germoglia, che prolifera, che fruttifica. Vedo le piante annuali nel prato, nel campo, che in primavera crescono e in autunno scompaiono; vedo gli alberi che crescono per secoli, che ricevono corteccia e legno all’esterno e affondano le loro radici profondamente nella terra. Tutto ciò che fuori attecchisce nelle erbe e nei fiori annuali, ciò che cresce con impulsi fissi verso il basso nella terra, io stesso l’ho una volta portato in me. Vedete, oggi l’uomo sente che se c’è anidride carbonica in uno spazio, generata dalla respirazione umana: questa anidride carbonica l’ho esalata anch’io. L’uomo sente che ha respirato anidride carbonica nello spazio.
L’uomo oggi è, per così dire, ancora in un rapporto molto tenue con il cosmo. Nella parte aerea della sua essenza, nell’aria che sottostà alla respirazione e agli altri processi aerei che avvengono nell’organismo, l’uomo è completamente in connessione vivente con il grande mondo, con il macrocosmo. Può guardare all’aria esalata, all’anidride carbonica che era in lui e che ora è laggiù. Ma così come l’uomo oggi — non lo fa, ma potrebbe farlo — guarda all’anidride carbonica esalata, così guardava al mondo vegetale intero l’uomo che nei Misteri orientali era stato iniziato oppure aveva accolto la saggezza che scaturiva dai Misteri orientali nel mondo esteriore. Egli si diceva: guardo indietro nell’evoluzione cosmica fino a un’antica epoca solare. Allora portavo ancora in me le piante. E poi le ho lasciate scorrere nei vasti campi dell’essere terrestre. Ma quando ancora portavo le piante in me, quando ero ancora quel Adamo Kadmon che abbracciava tutta la terra e il mondo vegetale con essa, allora questo intero mondo vegetale era ancora qualcosa di acqueo-aeriforme. L’uomo separò da sé questo mondo vegetale. Se vi immaginate di acquistare la grandezza dell’intera terra e poi di separare dal vostro interno il vegetale, che ora nel liquido elemento si trasforma, nasce, scompare, cresce, si modifica, assume diverse forme, allora avreste richiamato al vostro sentimento come era una volta. E che fosse stato così una volta, se lo dicevano coloro che, al tempo di Gilgamesch nell’Oriente lontano, avevano ricevuto la loro educazione. E quando poi guardavano alla crescita vegetale nei prati, si dicevano: noi abbiamo separato le piante in una fase anteriore della nostra evoluzione, ma la terra ha accolto le piante.
L’elemento radicale è stato conferito loro solo dalla terra, così come tutto ciò che è legnoso, la natura arborescente del vegetale. — Ma il vegetale in generale, questo l’uomo ha separato da sé, ed è stato accolto dalla terra. Una profonda affinità l’uomo sentiva con tutto il vegetale. Non la stessa affinità sentiva l’uomo verso il superiore animale, poiché sapeva di poter salire sulla terra soltanto superando la formazione animale, abbandonando sulla sua via evolutiva gli animali. Le piante le ha portate fino alla terra, le ha poi consegnate alla terra, così che la terra le ha accolte nel suo grembo. Egli divenne per le piante sulla terra il mediatore degli dèi, il mediatore tra gli dèi e la terra. Perciò coloro che avevano veramente questa grande esperienza — esperienza che si può rappresentare schematicamente in modo molto semplice (vedi il disegno): l’uomo arriva alla terra dal cosmo (giallo). Il numero non conta, poiché, come dissi già ieri, gli uomini si intersecavano. Egli separa da sé tutto il vegetale, e la terra accoglie il vegetale e gli conferisce l’elemento radicale (strisce verde scuro). — Così sentiva l’uomo, come se con la crescita vegetale avesse avvolto la terra (involucro rosso) e come se la terra fosse stata grata per questo avvolgimento e avesse accolto ciò che l’uomo poteva soffiare in lei di elementi vegetali acqueo-aerei. E coloro che sentivano questo si sentivano, riguardo a questo portare piante alla terra, intimamente affini al dio, al dio principale di Mercurio. Per questa sensazione di aver portato egli stesso le piante sulla terra, si instaurava un rapporto particolare con il dio Mercurio.
Al contrario, si sentiva riguardo agli animali: non potevo portarli con me sulla terra, dovevo separarli, dovevo liberarmi da loro, altrimenti non avrei potuto sviluppare in modo giusto la forma umana. Si respingevano per così dire gli animali da sé, così che gli animali venivano allontanati dall’uomo (strisce rosse verso l’esterno) e dovevano successivamente compiere un’evoluzione propria su un livello inferiore a quello dell’uomo stesso. Così sentiva da un lato l’uomo antico, proprio del tempo di Gilgamesch e di quello successivo, di stare collocato tra il regno animale e il regno vegetale. Di fronte al regno vegetale si sentiva come il portatore che seminava la terra in rappresentanza degli dèi. Di fronte al regno animale si sentiva come se l’avesse respinto da sé, al fine di diventare uomo senza il peso degli animali, che per questo erano rimasti atrofizzati. L’intero culto animale egiziano, del resto, è legato a questa visione. Molto di quanto si trova in Asia, di quella profonda compassione che vi si trova verso gli animali, è legato a questo. Ed era davvero una grandiosa visione della natura, quella che sentiva l’affinità dell’uomo con il mondo vegetale da un lato e con il mondo animale dall’altro. Di fronte al mondo animale si sentiva la liberazione, di fronte al mondo vegetale si sentiva l’intima affinità con esso. Si sentiva il mondo vegetale come un pezzo di se stesso, e si sentiva la terra in intimo amore, perché la terra aveva accolto questo pezzo dell’umanità, che sono le piante, l’aveva radicato in sé, addirittura l’aveva ricoperto di corteccia nei suoi alberi col suo materiale.
Dappertutto il morale era presente nella considerazione dell’ambiente fisico. Ci si avvicinava alle piante del prato e si percepiva in esse non solo la crescita naturale, ma una relazione morale dell’uomo verso questa crescita. Si provava verso gli animali una relazione morale: ci eravamo innalzati sopra di loro. Dunque, una grandiosa visione della natura spirituale scaturiva da questi Misteri lontani in Oriente. Misteri c’erano anche, ma con una visione della natura spirituale molto meno reale, in Grecia. I Misteri greci sono magnifici, certamente, ma si differenziano essenzialmente dai Misteri orientali. Tutto è così nei Misteri orientali che l’uomo in realtà non si sente sulla terra per loro mezzo, ma si sente incorporato al cosmo, all’universo. In Grecia il sistema mistico era già arrivato a quel livello dove l’uomo sentiva la connessione con la terra. Perciò ciò che in Oriente appariva o veniva percepito nei Misteri era il mondo spirituale stesso, come realtà essenziale. Si dice la pura verità quando si afferma: nei Misteri dell’antico Oriente gli stessi dèi apparivano tra i sacerdoti che sacrificavano e compivano le preghiere. — I templi dei Misteri erano al contempo le dimore terrene degli dèi, dove gli dèi donavano agli uomini per mezzo dei saggi sacerdoti i doni celesti che avevano da donare loro. Nei Misteri greci apparivano solo le immagini degli dèi, le loro riproduzioni, come ombre; immagini vere e autentiche, ma come ombre, non più le entità divine, non più le realtà, bensì le ombre.
Così il greco aveva una sensazione completamente diversa da colui che apparteneva all’antica cultura orientale. Il greco aveva la sensazione: esistono dèi, ma all’uomo è possibile avere solo immagini di questi dèi, così come si hanno nella memoria le immagini degli eventi, non più gli eventi stessi. Questo era il sentimento profondo che emergeva dai Misteri greci, che gli uomini avevano qualcosa come ricordi del cosmo, non l’apparizione del cosmo stesso, immagini del cosmo, immagini degli dèi, non gli stessi dèi, immagini dei processi su Saturno, Sole, Luna, non più la connessione vivente con ciò che era reale su Saturno, Sole, Luna, come l’uomo ha ad esempio la connessione reale con la sua infanzia. E questa connessione reale con Sole, Luna, Saturno l’avevano appunto gli uomini della civiltà orientale dai loro Misteri. Così il sistema mistico dei Greci aveva qualcosa di figurativo. Apparivano le ombre spirituali della realtà divino-spirituale. Ma questo aveva portato qualcosa di molto importante. Vedete, c’era ancora una differenza tra i Misteri orientali e quelli greci. Nei Misteri orientali era sempre così: quando si voleva sapere qualcosa della magnificenza, della gigantesca realtà che si poteva sperimentare, bisognava attendere il momento giusto. Era così: si poteva sperimentare qualcosa solo se si compiva il sacrificio appropriato, cioè per così dire gli esperimenti soprasensibili, in autunno, altri in primavera, altri nel pieno dell’estate, altri nel profondo inverno.
E ancora, era possibile che in un certo momento, riconosciuto come giusto dal fatto che la configurazione lunare era una certa, si sacrificasse a certi dèi. Allora apparivano nei Misteri. Si giungeva alle loro rivelazioni. Poi bisognava aspettare di nuovo, diciamo, trenta anni, fino a che tornava la stessa occasione perché una certa entità divina si mostrasse nei Misteri. Per esempio, tutto ciò che riguardava Saturno poteva entrare nel campo dei Misteri solo ogni trenta anni circa, tutto ciò che riguardava la Luna circa ogni diciotto anni e così via. Così i saggi sacerdoti dei Misteri orientali acquisivano le grandiose, gigantesche conoscenze e visioni solo in dipendenza dal tempo e dallo spazio e da tutto il resto. Si ricevevano certe rivelazioni profondamente dentro le caverne montane, altre rivelazioni sulle vette dei monti. Si ricevevano altre rivelazioni se ci si trovava più profondamente in Asia o sulla costa e così via. Dunque una certa dipendenza dallo spazio e dal tempo sulla terra, questo era il caratteristico proprio dei Misteri dell’Oriente. In Grecia le grandi, gigantesche realtà erano svanite. Immagini c’erano ancora. Ma le immagini si potevano avere ora non in dipendenza dalla stagione o dal corso secolare o dal luogo, bensì le immagini si potevano avere se l’uomo si preparava in modo giusto, se compiva certi esercizi, se compiva certi sacrifici personali. Quando era giunto a un certo livello di sacrifici e di maturità personale, allora, proprio perché l’aveva raggiunto come uomo, poteva avere le percezioni delle ombre dei grandi eventi mondiali e delle entità cosmiche.
Questo è il grande mutamento del sistema mistico dal vecchio Oriente verso la Grecia, che i vecchi Misteri orientali erano sottomessi alle condizioni del luogo e dello spazio terrestre, mentre i Misteri greci erano quelli dove l’uomo contava con ciò che portava agli dèi. Il dio veniva per così dire nella sua ombra, nel suo spettro, se l’uomo poteva esserne ritenuto degno per mezzo delle preparazioni che aveva compiuto, così che il dio veniva a lui nello spettro. Così i Misteri greci divennero veramente la preparazione dell’umanità nuova. Ora, stando in mezzo tra gli antichi Misteri orientali e quelli greci, vi era quello di Efeso. Aveva proprio la sua posizione particolare. Poiché a Efeso coloro che guadagnavano l’iniziazione potevano davvero ancora sperimentare qualcosa delle gigantesche, maestose verità dell’antico Oriente. Erano ancora toccati dal sentimento e dalla percezione interiore della connessione dell’uomo con il macrocosmo e con l’essenza divino-spirituale del macrocosmo. Oh, a Efeso c’era ancora molto da percepire di ciò che era sopramondano. E l’identificazione con Artemide, con la dea del Mistero di Efeso, portava ancora quella connessione vivente: il mondo vegetale è tuo, la terra l’ha solo accolto. Il mondo animale tu l’hai superato, dovevi lasciarlo indietro. Devi guardare gli animali, che dovevano restare indietro sulla strada, con la massima compassione, affinché tu potessi diventare uomo. Questo sentirsi uno con il macrocosmo veniva ancora trasmesso all’iniziato di Efeso dalle esperienze immediate, dalle realtà.
Ma era a Efeso, già come primo Mistero volto verso l’Occidente, l’indipendenza dalle stagioni o dal corso secolare, in breve, da luogo e tempo sulla terra. A Efeso già contava l’esercizio che l’uomo compiva, il modo in cui si era reso maturo attraverso il sacrificio e la dedizione agli dèi. Così che il Mistero di Efeso da un lato per il contenuto delle verità mistiche rimandava ancora all’antico Oriente, e dal fatto che era già avanzato verso l’evoluzione umana, verso l’umanità, il Mistero di Efeso era nuovamente inclinato verso l’ellenismo. Era per così dire l’ultimo Mistero laggiù a est dove ancora le verità gigantesche si avvicinavano agli uomini, potevano avvicinarsi. Perché a est gli altri Misteri erano già caduti in decadenza. Dove le verità antiche si sono conservate più a lungo è nei Misteri dell’Occidente. Di Ibernia si può ancora narrare nei secoli dopo il sorgere del cristianesimo. Ma vorrei dire: i segreti di Ibernia sono in fondo doppiamente segreti. — Vedete, ciò che vi ho narrato ieri di queste due statue, di cui l’una era una statua solare, l’altra una statua lunare, una statua maschile e una femminile, questi segreti delle statue sono oggi tali che perfino dalla cosiddetta Cronaca dell’Akasha sono difficili da ricercare. È relativamente molto facile per chi è esercitato in queste cose accedere alle immagini dei Misteri orientali e trarle dalla luce astrale. Ma quando si vuol accedere ai Misteri di Ibernia, quando si vuol avvicinarsi a essi nella luce astrale, si riceve innanzitutto qualcosa come uno stordimento. Vi si viene ricacciati. Essi stessi nelle ricostruzioni dell’Akasha oggi non si possono più vedere, sebbene siano rimasti più a lungo nella loro autenticità originaria, questi Misteri irlandesi, questi Misteri iberni. Ora considerate: era stata toccata dai Misteri iberni l’individualità che stava in Alessandro il Grande, durante il tempo di Gilgamesch, durante la spedizione verso occidente fino alla regione dell’odierna Ungheria. Viveva in questa individualità umana e viveva in modo molto antico nel tempo, quando ancora c’erano forti echi del tempo atlantico in questo occidente. Tutto questo fu portato attraverso lo stato animico che scorre tra la morte e una nuova nascita. Poi i due amici, Eabani e Gilgamesch, furono di nuovo proprio a Efeso, al fine di sperimentare lì con grande consapevolezza ciò che prima durante il tempo di Gilgamesch era stato sperimentato più o meno inconsciamente, semiconsciamente in connessione con il mondo divino-spirituale. Ma durante il tempo di Efeso era una vita relativamente tranquilla, una digestione, un’elaborazione di ciò che in tempi precedenti più turbolenti era stato attratto nelle anime. Ora bisogna considerare: prima che queste individualità riapparissero nella decadenza del tempo greco, nel fiorire del tempo macedone, che cosa era passato sulla Grecia! Questa Grecia del tempo antico, che in fondo si estendeva al di là del mare e comprendeva Efeso, penetrava profondamente nell’Asia Minore, questa Grecia, aveva nei suoi spettri ancora l’eco dell’antico tempo divino. Nell’ombra la connessione dell’uomo con il mondo spirituale era sperimentata. Ma dall’ombra, l’ellenismo gradualmente si liberava, e vediamo veramente gradualmente come la civiltà greca si elaborava, per così dire da una civiltà divina in una civiltà puramente terrena. Oh, le cose più importanti del divenire storico non vengono nemmeno toccate in quella che oggi è considerata storia materiale! È importante per l’intera concezione dell’ellenismo, perché solo più un’ombra era presente nella civiltà greca dell’antica divinità, in cui l’uomo era connesso con i mondi soprasensibili, che l’uomo gradualmente emergeva dal mondo degli dèi e veniva all’uso delle sue proprie, completamente individuali e personali capacità spirituali.
Questo procedeva gradualmente. Possiamo ancora vederlo nei drammi di Eschilo, come ciò che ancora è sentito del tempo antico divino, come questo ancora appare in forma artistica. Ma non appena viene Sofocle, l’uomo già per così dire si stacca da questo sentirsi uno con l’essere divino-spirituale. E poi, poi subentra qualcosa legato a un nome che sicuramente non può essere stimato abbastanza da un certo punto di vista; ma ci sono diversi punti di vista nel mondo. Vedete, nei tempi greci più antichi non c’era davvero bisogno di scrivere la storia. Perché? C’era proprio l’ombra vivente dell’importante passato. La storia la si leggeva in ciò che si mostrava nei Misteri. Lì c’erano le ombre, le ombre viventi. Che cosa avrebbe dovuto scrivere come storia? Poi venne il tempo in cui queste ombre scesero nel mondo inferiore, dove la coscienza umana non poteva più accoglierle. Allora nacque per la prima volta il desiderio di scrivere la storia. Arrivò il primo prosatore della storia, Erodoto. E da allora si potrebbero nominare molti nomi, sempre mirati a strappare l’umanità dal Divino-Spirituale, a porla nel puramente terreno. Ma comunque, durante l’ellenismo c’era uno splendore su questo intero divenire terreno, uno splendore di cui domani sentiremo che non passò al dominio romano e non al Medioevo. C’era uno splendore. Alle ombre, anche alle ombre che brillavano nel crepuscolo della civiltà greca, si sentiva che erano di origine divina.
E in mezzo a tutto questo, come il rifugio dove si trovava chiarificazione per tutto ciò che in Grecia era presente in frammenti della cultura, in mezzo a tutto questo stava Efeso. Eraclito, molti dei più grandi filosofi, anche Platone, Pitagora, tutti loro hanno ancora imparato da Efeso. Efeso era veramente ciò che fino a un certo punto aveva conservato le antiche sapienze orientali. E anche quelle individualità che erano in Aristotele e Alessandro il Grande, a Efeso potevano sperimentare, un po’ più tardi di Eraclito, ciò che ancora di antico sapere nei Misteri orientali era presente, che era rimasto come eredità al Mistero di Efeso. Intimamente legato in particolare con l’anima di Alessandro era ciò che nei Misteri di Efeso viveva. E ora accadde uno di quegli eventi storici che la gente triviale ritiene sia un puro caso esteriore, ma che invece sono profondamente fondati negli intimi nessi dell’evoluzione umana. Per comprendere il significato di questo evento storico, richiamiamoci alla mente il seguente. Pensate che nelle due anime, nell’anima di colui che divenne Aristotele e in colui che divenne Alessandro il Grande, viveva da un lato ciò che era stato interiormente elaborato da tempi remotissimi, e viveva ciò che a Efeso era diventato loro enormemente prezioso.
Io direi, tutta l’Asia, ma nella forma in cui era diventata greca a Efeso, viveva nei due, in particolare nell’anima di colui che poi divenne Alessandro il Grande. Ora immaginate il carattere — l’ho descritto dal tempo di Gilgamesch —, e immaginate che nel vivo contatto tra Alessandro e Aristotele il sapere che era legato all’antico Oriente e a Efeso si ripetesse, ma si ripetesse nella nuova forma del sapere. Immaginatelo solo. Immaginate che cosa sarebbe dovuto accadere se il gigantesco documento che veramente viveva in queste anime con un’enorme intensità, se questo gigantesco documento, il Mistero di Efeso, fosse stato presente, se cioè nell’incarnazione di Alessandro, Alessandro avesse ancora incontrato il Mistero di Efeso! Immaginatelo, e poi valutate il fatto che nel giorno in cui Alessandro nacque, Erostrato lanciò la torcia infiammata nel santuario di Efeso, così che il tempio di Diana di Efeso nel giorno in cui Alessandro nacque fu incenerito da mano sacrilega. Non fu più trovato ciò che era legato ai suoi documenti commemorativi. Questo ora non c’era; era rimasto solamente come missione storica nell’anima di Alessandro e nel suo maestro Aristotele. E ora unite ciò che viveva come spirituale in loro con ciò che ieri, come conseguente dalla configurazione della terra, mostrai nella missione di Alessandro il Grande. E ora potrete comprendere che con Efeso, come per incanto, fu estinto ciò che nell’Oriente era la reale rivelazione del Divino-Spirituale.
Gli altri Misteri erano in fondo solo ancora Misteri in decadenza, in cui si conservavano tradizioni, anche se talvolta tradizioni molto vive, e tradizioni che in nature particolarmente dotate producevano capacità chiaroveggenti. Ma la grandiosità, la giganteschezza del tempo antico non c’era. Con Efeso fu estinto ciò che era venuto dall’Asia. Ora valutate la risoluzione nell’anima di Alessandro il Grande: a questo Oriente, che ha perduto ciò che una volta possedeva, almeno deve essere portato nella forma in cui si è conservato in ombra in Grecia! — Così nacque il proposito di Alessandro il Grande di attraversare verso l’Asia, il più lontano possibile, al fine di portare a colui che aveva perduto, in forma d’ombra nella cultura greca, ciò che l’Oriente aveva perduto. E ora vediamo come con questa spedizione di Alessandro il Grande effettivamente in modo meraviglioso non viene fatta una conquista culturale, non si tenta di portare all’Orientale l’ellenismo in modo esteriore, bensì Alessandro il Grande ovunque non solo accoglie i costumi del paese, ma è capace ovunque di pensare dal profondo dei cuori, dal profondo dello spirito dei popoli. Quando arriva in Egitto, a Menfi, viene visto come un liberatore da tutto lo schiavismo spirituale che fino allora regnava. Penetra l’impero persiano con una cultura, con una civiltà di cui i Persiani non erano mai stati capaci. Penetra fino all’India.
Forma il piano di realizzare l’equilibrio, l’armonizzazione tra la civiltà ellenica e quella orientale. Ovunque fonda Accademie. Le più significative per la posterità sono appunto le Accademie che fondò ad Alessandria, nell’Egitto settentrionale. Ma la cosa più importante è che fonda ovunque in Asia grandi e piccole Accademie, in cui nei tempi successivi si coltivavano le opere di Aristotele, anche le tradizioni di Aristotele. E questo ha continuato ad agire attraverso i secoli in Asia anteriore, ha continuato ad agire cosicché sempre di nuovo si è ripetuto in debole immagine ciò che Alessandro ha inaugurato. Alessandro ha piantato innanzitutto in una spinta potente la conoscenza naturale laggiù in Asia fino all’India — a causa della sua morte precoce non era in grado di arrivare in Arabia: questo era il suo obiettivo principale. Fino all’India, fino all’Egitto, ovunque trasportò ciò che aveva accolto da Aristotele come sapere naturale-spirituale. E l’ha ovunque collocato in modo che potesse diventare fecondo perché gli uomini che dovevano accoglierlo lo sentissero come proprio, non come un qualcosa di straniero ellenico che gli fosse imposto. Soltanto una natura così fiammeggiante come quella di Alessandro il Grande poteva compiere ciò che fu compiuto. Poiché continuamente arrivavano rinforzi. Molti dotti dei tempi successivi venivano di nuovo dalla Grecia, e in particolare fu una delle Accademie — oltre a Edessa era l’Accademia di Gondishapur — che per secoli ebbe continuamente rinforzi dalla Grecia.
Così si compì l’enorme fatto che ciò che proveniva dall’Oriente (fu continuato il disegno sulla tavola; arancione da destra a sinistra, punto luminoso), ciò che a Efeso era stato fermato dalla torcia di Erostrato, che fosse retro-illuminato dalla sua ombra che era in Grecia (verde chiaro da sinistra a destra) fino all’ultimo atto, quando a causa della tirannia romano-orientale le scuole filosofiche greche furono chiuse nel VI secolo dopo Cristo e gli ultimi dei filosofi greci si rifugiarono nell’Accademia di Gondishapur. Questo era un intrecciarsi di ciò che era andato avanti e ciò che era rimasto indietro. Così effettivamente in questa missione, anche se più o meno inconsciamente, ma era contenuto in essa, che in Grecia l’ondata della vita civile era arrivata in modo luciferino, in Asia laggiù era rimasta in modo arimanico; a Efeso era l’equilibrio. E Alessandro voleva, dal momento che Efeso fisicamente era perita nel giorno della sua nascita, un Efeso spirituale, che irradiasse i suoi raggi solari su Oriente e Occidente, fondare. Nel senso più profondo, al volere di Alessandro sottostava il proposito di fondare un Efeso spirituale su tutta l’Asia anteriore fino all’India, sull’Africa egiziana, sull’Oriente dell’Europa. Non si può comprendere lo sviluppo storico dell’umanità occidentale se non si ha questo sfondo. Poiché ben presto dopo che questo fu realizzato, dopo che qui si era tentato di diffondere l’antichissimo e venerabile Efeso su ampia scala, fondamentalmente in Alessandria in Egitto, se pure in caratteri scritti deboli, fu conservato ciò che una volta esisteva in Efeso in caratteri brillanti e ampi. E dopo che questo fiorì come una nuova fioritura di Efeso, allora più in avanti verso l’Occidente, laggiù si affermò l’Impero romano, che ora è un mondo completamente diverso, che non ha più nulla a che fare con le ombre greche, bensì che nell’essenza umana conserva soltanto i ricordi di questi tempi antichi.
Perciò il più importante spartiacque che nella storia può essere studiato è quello, quando dopo il rogo di Efeso, attraverso Alessandro deve essere fondato un Efeso spirituale, che poi viene ricacciato da ciò che più avanti a occidente si afferma, prima come Impero romano, poi come Cristianesimo e così via. E si comprende l’evoluzione dell’umanità solo se ci si dice: così come siamo, con il nostro modo di comprendere con l’intelletto, con il nostro modo di operare dalla volontà, con il nostro sentimento, così possiamo guardare indietro all’antico Roma. Lì si capisce tutto. Ma non si può guardare indietro verso la Grecia, non verso l’Oriente. Lì bisogna guardare in Immaginazioni, per questo è necessaria la visione spirituale. Sì, verso il sud possiamo guardare anche nel divenire storico con il normale, sobrio, prosaico intelletto, non però verso l’Oriente. Poiché quando guardiamo verso l’Oriente, dobbiamo guardare in Immaginazioni: sullo sfondo i possenti templi dei Misteri del remotissimo Asien dell’epoca post-atlantidea, dove i saggi sacerdoti a ogni loro discepolo chiarivano la sua connessione con il Divino-Spirituale del cosmo, dove c’era una civiltà come quella che, come vi ho descritto, poteva essere accolta al tempo di Gilgamesch. Poi dobbiamo vedere, mentre guardiamo questi meravigliosi templi sparsi per l’Asia, come in primo piano sta Efeso, conservando ancora molto di ciò che era già sbiadito nei templi sparsi per l’Asia, conservando ancora molto di ciò, ma già passato all’ellenismo. Già l’uomo non ha bisogno di aspettare le costellazioni stellari e le stagioni e le sue proprie fasi della vita per ricevere le rivelazioni degli dèi a Efeso, bensì già può in tal modo che, se è maturo, sacrifica, se compie esercizi, avvicinarsi agli dèi, così che essi graciosamente vengono a lui.
E ora vediamo in un mondo che per questo è rappresentato dal quadro, nel tempo di Eraclito, preparate le personalità di cui vi ho parlato, ora vediamo nel 356, nel giorno della nascita di Alessandro il Grande, le fiamme infuocate levarsi dal tempio di Efeso. Alessandro il Grande nasce, trova il suo maestro Aristotele. Ed è, come se da queste fiamme infuocate di Efeso che salgono verso il cielo, per coloro che potevano comprenderlo, echeggiasse: fondate un Efeso spirituale, dove negli ampi spazi l’antico Efeso fisico potrebbe stare come suo punto centrale, come suo centro nel ricordo. E così vediamo quest’immagine dell’antico Asien con i suoi santuari dei Misteri, in primo piano Efeso, in fiamme, i suoi discepoli, e quasi contemporaneamente, un po’ più tardi, le spedizioni di Alessandro, che portavano ciò che la Grecia poteva dare nel progresso dell’umanità, così che nell’immagine in Asia veniva ciò che l’Asia aveva perduto in realtà. E mentre guidiamo il nostro sguardo laggiù, lasciamo alare la nostra Immaginazione da ciò che emerge come qualcosa di enorme, vediamo indietro al vero antico capitolo della storia, che deve essere colto in Immaginazione. E poi vediamo per la prima volta in primo piano elevarsi il mondo romano, il mondo del Medioevo, il mondo che fino a oggi continua. E tutte le altre divisioni — Antichità, Medioevo e Modernità, o come altrimenti si chiamano le ripartizioni —, queste suscitano fondamentalmente solo false rappresentazioni. Soltanto questa immagine, che ora vi ho posta davanti, può darvi, se la seguite sempre più profondamente, una vera intuizione anche nei segreti che fino a oggi si sono manifestati nel divenire della storia europea. Di questo domani ulteriormente.
Il periodo di tre-quattro secoli prima del Mistero del Golgota, tre-quattro secoli dopo, il che rappresenta un arco di sei-otto secoli, questo periodo è particolarmente importante per la comprensione della storia dell’Occidente nel suo collegamento con l’Oriente. L’essenziale degli eventi di cui ho parlato nei giorni passati e che culminavano nell’apparizione dell’aristotelismo e nelle spedizioni di Alessandro dalla Macedonia verso l’Asia, l’essenziale di questi eventi è che essi costituiscono una sorta di conclusione di quella civiltà dell’Oriente che era ancora completamente immersa negli impulsi del sistema mistico. L’ultima conclusione di questi impulsi misterici ancora puri e autentici dell’Oriente era il rogo sacrilego di Efeso. E allora abbiamo a che fare con ciò che per l’Europa, per la Grecia, rimane della tradizione misterica, delle ombre della civiltà impregnata di divinità dell’antichità. E quattro secoli dopo il Mistero del Golgota possiamo vedere attraverso un altro evento, ciò che ancora sussisteva dei resti del sistema mistico. Possiamo vederlo in Giuliano l’Apostata. Giuliano l’Apostata, l’imperatore romano, nel IV secolo viene iniziato a ciò in cui si poteva ancora essere iniziati, da uno degli ultimi ierofanti dei Misteri eleusini. Cioè, Giuliano l’Apostata sperimentò quanto i segreti divini degli antichi erano ancora, nel IV secolo dopo Cristo, da sperimentare negli Eleusini. Così abbiamo a un punto, il punto di partenza di una certa epoca, il rogo di Efeso. Nel giorno del rogo di Efeso è il compleanno di Alessandro il Grande. Abbiamo alla fine di questa epoca, nel 363, il giorno della morte, la morte violenta di Giuliano l’Apostata laggiù in Asia.
Si potrebbe dire: nel mezzo di questo arco temporale sta il Mistero del Golgota. E ora vediamo come questo periodo che ho appena definito si presenta nell’intera storia evolutiva dell’umanità. Abbiamo proprio la curiosa circostanza che se vogliamo guardare indietro al di là di questo periodo nello sviluppo dell’umanità, dobbiamo fare nella nostra contemplazione qualcosa che è molto simile a un’altra cosa. Eppure spesso non riuniamo insieme i due. Ricordate come ero costretto a rappresentare nella mia «Teosofia» i mondi che ci riguardano: il mondo fisico, a esso confinante un mondo di transizione, il mondo animico, e poi come il mondo dello spirito in cui può entrare soltanto la parte più elevata dell’uomo. E se si prescinde dalle particolarità specifiche di questo mondo dello spirito che attualmente l’uomo percorre tra la morte e una nuova nascita, se si guarda così alle peculiarità generali del mondo dello spirito, allora è così che dobbiamo riorientare la nostra costituzione animica, per comprendere questo mondo dello spirito, dobbiamo riorientare la nostra costituzione animica, per comprendere ciò che sta al di là di questo punto temporale. Con i concetti e le rappresentazioni che sono applicabili al mondo odierno, non deve assolutamente accadere che crediamo di poter comprendere ciò che sta dietro il rogo di Efeso. Lì bisogna sviluppare altri concetti e altre rappresentazioni, che ci permettano di guardare a uomini che ancora sapevano che, come l’uomo nel processo respiratorio con l’aria esterna, loro attraverso la loro anima continuamente erano connessi con gli dèi. E ora, guardiamo a questo mondo che è un Devachan terrestre, un mondo dello spirito terrestre, poiché il mondo fisico non serve a questo mondo.
Allora abbiamo quel periodo intermedio da, diciamo, 356 prima di Cristo fino al 363 dopo Cristo. E che cosa sta al di là di questo? Al di là verso l’Asia, al di là verso l’Europa sta il mondo da cui l’attuale umanità è nel processo di uscire, proprio come l’umanità antica è venuta dal mondo orientale attraverso il greco nel mondo romano (vedi disegno). Poiché ciò che si è sviluppato come civiltà attraverso i secoli del Medioevo fino ai nostri tempi è una civiltà che si è formata e sviluppata, a prescindere dalle profondità interiori del sistema mistico, che si è sviluppata sulla base di ciò che l’uomo può sviluppare con i suoi concetti e le sue rappresentazioni. In Grecia si era già preparata dall’epoca di Erodoto, che in modo esteriore ha descritto i fatti storici e non più, o solo molto insufficientemente, si è avvicinato allo spirituale. Poi questo si forma sempre più e più. Ma in Grecia rimane ancora qualcosa dell’alito di quelle ombre che dovevano rammentare la vita spirituale. A Roma invece inizia quella epoca, a cui l’umanità contemporanea è ancora affine, quella epoca che ha una costituzione animica completamente diversa da quella che ancora era quella della Grecia. Solo una personalità come Giuliano l’Apostata sente qualcosa come una nostalgia invincibile per il vecchio mondo, e si fa iniziare con una certa onestà nei Misteri eleusini. Ma ciò che riceve lì non ha più potere conoscitivo. E soprattutto, proviene da un mondo che non può più afferrare completamente con l’interiorità dell’anima quello che era presente come tradizioni dal sistema mistico dell’Oriente. L’umanità attuale non sarebbe mai nata se l’Oriente non fosse stato seguito dalla Grecia e da Roma.
L’umanità attuale è quella umanità costruita sulla personalità, sulla personalità individuale del singolo. L’umanità orientale, la personalità orientale non era costruita sulla personalità individuale del singolo. Il singolo si sentiva come un membro del processo divino continuo. Gli dèi avevano i loro propositi con l’evoluzione terrestre, gli dèi volevano questo o quello; perciò questo o quello accadeva quaggiù sulla terra. Nella volontà degli uomini operavano ispiratrici le divinità. Tutto ciò che i possenti caratteri di cui vi ho accennato hanno compiuto in Oriente era ispirazione divina. Gli dèi volevano, e gli uomini agivano. E i Misteri erano appunto adatti nei tempi più antichi a mettere su binari corretti questo volere divino e l’agire umano. Soltanto a Efeso le cose erano diverse. Lì, come vi ho detto, gli allievi dei Misteri non dipendevano più dal corso annuale. Lì per la prima volta era apparsa una traccia di personalità. Lì anche Aristotele e Alessandro il Grande in incarnazioni precedenti avevano ricevuto l’impulso della personalità. Ma allora è venuto il tempo la cui alba è dove Giuliano l’Apostata riceve l’ultimo anelito, di essere un uomo del sistema mistico dell’Oriente. Allora viene il tempo in cui nell’anima umana accade qualcosa completamente diverso da come era stato perfino in Grecia. Immaginate ancora una tale personalità che nei Misteri di Efeso abbia ricevuto la sua formazione. Non per mezzo dei Misteri di Efeso, ma per il fatto che viveva in quel tempo, era così nella sua anima. Vedete, se oggi un uomo si raccoglie, come si dice, su che cosa può raccogliersi? Può raccogliersi su qualcosa che ha personalmente esperito dalla sua nascita.
C’è un uomo di una certa età; si raccoglie su quello che ha esperito venti, trenta anni fa. La raccolta interiore del pensiero non va più lontano che nella vita personale. Non era così presso gli uomini che, per esempio, ancora partecipavano della civiltà efesina. Se questi avevano solo una traccia di quella formazione che si poteva acquisire a Efeso, allora accadeva, quando si raccoglievano, che emergessero nella loro anima, come oggi emergono i ricordi della vita personale, gli eventi dell’esistenza preternale e anche gli eventi che avevano preceduto l’evoluzione terrestre nei singoli regni della natura: l’evoluzione lunare, l’evoluzione solare. Si poteva guardare dentro se stessi e si guardava il cosmico, la connessione dell’uomo col cosmico, come se il cosmico l’afferrasse. Ciò che viveva nell’anima umana era auto-ricordo. Possiamo dunque dire: avevamo un’epoca, quell’epoca in cui si potevano sperimentare nei Misteri i segreti del mondo. Lì era un ricordarsi dell’anima umana del tempo precedente nel cosmo. A questo ricordare precedeva una vera vita immersa nel tempo precedente. Ne rimase semplicemente uno sguardo nel tempo precedente. Nel tempo di cui racconta l’Epopea di Gilgamesch, non possiamo dire: ricordanza dell’anima umana del tempo precedente nel cosmo; dobbiamo dire: una vita del tempo precedente nel presente. — Ora viene quel periodo da Alessandro a Giuliano l’Apostata. Lo vogliamo innanzitutto lasciar da parte. E poi arriviamo all’epoca da cui è germogliata la civiltà occidentale del Medioevo e dell’Età Moderna. Lì non c’era più una ricordanza dell’anima umana del tempo precedente nel cosmo, non più una vita del tempo precedente nel presente, ma c’era soltanto la tradizione. Tavola 10
Primo: vita del tempo precedente nel presente. Secondo: ricordanza dell’anima umana del tempo precedente nel cosmo. Terzo: tradizione.
Si poteva scrivere quello che era accaduto. Nacque la storia. Questa storia inizia con l’epoca romana. Pensate alla differenza enorme! Pensate al tempo che era stato vissuto dai più antichi allievi di Efeso. Loro non avevano bisogno di libri di storia. Scrivere quello che era accaduto, sarebbe parso loro ridicolo. Poiché dovevano riflettere profondamente, abbastanza profondamente, e allora emergeva dal fondo della coscienza quello che era accaduto. E nessun moderno medico era lì che rappresentasse questo come psicoanalisi, bensì era proprio il diletto dell’anima umana, di estrarre in questo modo da un vivente ricordo quello che una volta era stato. Poi venne il tempo in cui l’umanità come tale aveva dimenticato e dovette stentoriamente scrivere quello che era accaduto. Ma mentre l’umanità dovette lasciar atrofizzarsi quello che una volta nell’anima umana era una forza di ricordo cosmica, mentre l’umanità dovette goffamente cominciare a scrivere gli eventi mondiali, a scrivere la storia e così via, in questo tempo si sviluppò nell’interiorità umana la memoria personale, il ricordo personale. — Ogni epoca ha la sua particolare missione, il suo particolare compito. — Qui avete l’altro aspetto di quello che già nei primissimi discorsi ho così esposto, che la memoria temporale si presentasse. Questa memoria temporale aveva la sua prima culla in Grecia, si sviluppò però attraverso la cultura greco-romana nel Medioevo fino all’Età Moderna. E che al tempo di Giuliano l’Apostata i semi erano già posti a questa cultura della personalità, un indizio è proprio il fatto che per Giuliano l’Apostata non era affatto più utile il farsi iniziare nei Misteri eleusini.
Allora arriva il tempo in cui l’uomo in Occidente dal III, IV secolo dopo Cristo fino ai nostri giorni, durante la sua vita terrestre, vive completamente al di fuori del mondo spirituale, il tempo in cui vive in puri concetti e idee, in astrazioni. A Roma gli stessi dèi diventano astrazioni. Arriva il tempo in cui l’umanità non sa più nulla della vivente convivenza con il mondo spirituale. La terra non è più l’Asia, il territorio inferiore dei cieli; la terra è un mondo per sé, e i cieli sono lontani, sono smorzati nella visione umana. Così che si può dire: la personalità sviluppa l’uomo sotto l’influsso di quello che come cultura romana è venuto all’Occidente. Così come al mondo dello spirito, al mondo dello spirito che è lassù, dal basso confina un mondo animico, così ora anche nel tempo confina a questo mondo spirituale orientale quello che è la civiltà dell’Occidente: una sorta di mondo animico. E questo mondo animico si rivela effettivamente fino ai nostri giorni. Ma l’umanità nella maggior parte dei suoi esemplari oggi non avverte ancora che veramente è in corso un possente mutamento. Alcuni degli amici che mi sentono più spesso sapranno che non volentieri parlo di un’epoca come un’epoca di transizione, perché appunto ogni epoca è un’epoca di transizione, vale a dire dal precedente al successivo. Importa solo da cosa a cosa avviene la transizione. Ma proprio con quello che vi ho detto è indicato che questa transizione è come se si andasse dal mondo dello spirito nel mondo animico e da lì soltanto poi nel mondo fisico. Oh, ci sono sempre stati nella civiltà che finora si è sviluppata certi echi spirituali! Perfino nel materialismo si tradivano certi echi spirituali.
Il vero materialismo su tutti i campi è solo dalla metà del XIX secolo in poi, ed è ancora compreso nella sua piena significazione da pochissime persone. Ma esso è presente con una forza gigantesca, ed è oggi un’epoca di transizione verso un terzo mondo, che veramente è così diverso dal precedente, come questo precedente mondo romano era diverso da quello orientale. Ora è stato risparmiato un periodo tra Alessandro e Giuliano, e nel mezzo di questo periodo cade il Mistero del Golgota. Questo Mistero del Golgota non viene più ricevuto dall’umanità come potrebbe essere ricevuto al tempo in cui gli uomini comprendevano i Misteri, altrimenti avremmo concetti completamente diversi di quel Cristo che viveva nell’uomo Gesù di Nazaret. Ma solo pochi uomini, i contemporanei iniziati del Mistero del Golgota, avevano ancora simili concetti. La stragrande maggioranza dell’umanità occidentale non aveva concetti per comprendere spiritualmente il Mistero del Golgota. Perciò il primo modo in cui il Mistero del Golgota ha preso forma sulla terra era attraverso la tradizione esterna, attraverso la trasmissione esterna. Solo nei circoli degli iniziati nei primissimi secoli era così che si poteva comprendere spiritualmente ciò che era accaduto col Mistero del Golgota. Ma c’era ancora qualcosa d’altro, di cui ho già parlato ad alcuni di voi nei discorsi brevemente precedenti. Laggiù in Ibernia, in Irlanda, c’erano gli echi dell’antica saggezza atlantica. Nei Misteri di Ibernia, che vi ho delineati l’altro ieri, erano disponibili per lo studente nelle due figure suggestive le possibilità di vedere il mondo così acutamente, come l’avevano visto i vecchi Atlantidei. E strettamente sigillati, avvolti in un’atmosfera di enorme serietà, erano questi Misteri di Ibernia.
Erano lì nei secoli prima del Mistero del Golgota, erano anche lì al tempo del Mistero del Golgota. Laggiù in Asia si compiva il Mistero del Golgota, a Gerusalemme si rappresentava quello che era poi tradizionalmente trasmesso storicamente nei Vangeli. Ma senza che alcuna bocca umana avesse portato un messaggio, senza che vi fosse alcuna altra connessione, si sapeva chiaroveggentemente nei Misteri di Ibernia nel momento in cui il Mistero del Golgota si compiva tragicamente, che in Palestina il reale Mistero del Golgota stava accadendo. Nei santuari dei Misteri di Ibernia si compiva contemporaneamente l’immagine simbolica. Non si imparava lì attraverso la tradizione, si imparava lì a conoscere il Mistero del Golgota in modo spirituale. E mentre il più grande, maestoso evento si rappresentava in Palestina in reale concretezza fisica, nei Misteri di Ibernia si erano compiute quelle azioni cultuali per cui nella luce astrale un’immagine vivente del Mistero del Golgota era presente. Vedete come le cose sono intrecciate, come veramente una sorta di dramma mondiale c’è, mentre la vecchia connessione con gli dèi si dissipa. Nel Levante questa vecchia visione divina si corrompe dopo il rogo di Efeso. In Ibernia essa è presente, rimane presente, fino a quando, ma solo allora nel tempo dopo-cristiano, anche lì scompare. E tutto ciò che irradia dal Mistero del Golgota si sviluppa attraverso la tradizione, attraverso la trasmissione orale. Nel complesso, in Occidente si sviluppa una civiltà che conta solo sulla trasmissione orale oppure più tardi su una ricerca naturale esterna, su una ricerca naturale puramente sensoria, che certo sul territorio della natura corrisponde alla mera trasmissione, alla trasmissione scritta o orale sul territorio storico.
Così che si può dire: qui è la civiltà della personalità. Lo spirituale, il Mistero del Golgota viene ancora trasmesso storicamente, non più contemplato (vedi disegno, pagina 109). Rappresentatevelo vividamente, rappresentatevi come dopo Giuliano l’Apostata una cultura escludente lo spirituale si diffonde. Solo alla fine del XIX secolo, dal finire dei settanta in poi, è arrivato un nuovo richiamo da altezze spirituali all’umanità. Iniziò quell’epoca che ho caratterizzato frequentemente come l’epoca di Michele. Oggi voglio caratterizzarla dal punto di vista che dico: venne quell’epoca dove l’uomo, se vuole restare nel vecchio materialismo — e gran parte dell’umanità all’inizio vuole restarvi — allora entrerà in orribili abissi. L’uomo, se vuole restare nel vecchio materialismo, scenderà certamente nel sottoumano, non potrà mantenersi al livello umano. Ma per mantenersi al livello umano, l’uomo deve aprire i suoi sensi. Questa è una necessità assoluta dal finire del XIX secolo in poi, che l’uomo apra i suoi sensi alle rivelazioni spirituali che da allora sono di nuovo disponibili. Erano certe potenze spirituali all’opera, che nella personalità di Erostrato, per così dire, hanno trovato solo la loro espressione esterna. Erostrato era per così dire l’ultima spada che certe potenze spirituali spingevano fuori dall’Asia. E quando Erostrato scaraventò la torcia infiammata nel tempio di Efeso, dietro di lui, per così dire tenendolo come la spada o come il prolungamento della torcia, erano entità demoniche, che fondamentalmente intendevano non lasciar passare alcunché di spirituale in questa civiltà europea.
A questo, vedete, si opponevano Aristotele e Alessandro il Grande. Poiché che cosa accadde allora effettivamente? Per mezzo delle spedizioni di Alessandro fu portato in Asia ciò che era il sapere naturale di Aristotele, e ovunque si diffuse un profondo sapere naturale. Alessandro ovunque, non solo ad Alessandria, in Egitto, ma ovunque laggiù in Asia fondò Accademie in cui stabilì l’antica saggezza, così che questa antica saggezza era presente e a lungo fu coltivata. Continuamente potevano arrivare i saggi greci e trovavano lì il loro rifugio. Il sapere naturale fu portato in Asia da Alessandro. L’Europa questo sapere naturale più profondo non poteva sopportarlo inizialmente in tutta onestà. Voleva solo sapere esteriore, cultura esterna, civiltà esterna. Perciò di quello che c’era nell’aristotelismo, il suo discepolo Teofrasto prese quello che si poteva consegnare all’Occidente. Ma in ciò restava straordinariamente molto. Il Medioevo ricevette gli scritti più logici di Aristotele. Ma è proprio la particolarità di Aristotele, che si legge diversamente, perfino dove è astratto e logico, di quanto non leggano altri scrittori. Bisogna solo tentarlo con esperienza interiore, spirituale, fondata sulla meditazione, per trovare la differenza tra la lettura di Platone e la lettura di Aristotele. Se un uomo moderno con vera, autentica sensibilità spirituale e fondamento di una certa meditazione legge Platone, allora dopo un certo tempo sente come se la sua testa fosse più alta della testa fisica, come se fosse uscito un po’ dal suo organismo fisico. È assolutamente il caso per colui che non legge Platone in modo completamente rozzo. Con Aristotele è diverso.
Con Aristotele non si potrà mai acquisire la sensazione di uscire dal corpo per la lettura. Ma se si legge Aristotele sulla base di una certa preparazione meditativa, allora si avrà la sensazione: egli lavora proprio nell’uomo fisico. L’uomo fisico avanza proprio per mezzo di Aristotele. Esso lavora. Non è una logica che si contempla solo, ma è una logica che interiormente lavora. Aristotele è ancora di un pezzo più alto di tutti i pedanti che vennero dopo e formarono la logica da Aristotele. Le opere logiche di Aristotele sono correttamente comprese solo se sono comprese come libri di meditazione. Così che c’è qualcosa di straordinario. Immaginate una volta: se fossero semplicemente passati all’Occidente dalla Macedonia gli scritti naturalistici di Aristotele verso ovest, verso l’Europa centrale e meridionale, sarebbero stati ricevuti in un modo che sarebbe stato nefasto. Certamente gli uomini avrebbero assorbito qualcosa, ma sarebbe stato nefasto. Perché ciò che scientificamente-naturalisticamente — ne ho dato un esempio — Aristotele doveva trasmettere, per esempio, ad Alessandro, doveva essere compreso da anime che fossero ancora state toccate dall’essenza del tempo di Efeso, del tempo che precede il rogo di Efeso. Queste si potevano trovare solo laggiù in Asia oppure nell’Africa egiziana. Così che attraverso le spedizioni di Alessandro era passata in Asia la conoscenza-naturale-dell’essenza e della natura (fu continuato il disegno sulla tavola — vedi Tavola IV — arancione verso destra), e in forma indebolita è arrivata più tardi per mezzo di tutti i possibili canali attraverso la Spagna in Europa, ma in uno stato molto setacciato, indebolito (giallo da destra a sinistra).
Ma ciò che era direttamente arrivato erano gli scritti logici di Aristotele, era il pensiero di Aristotele. E questo è continuato, è continuato nella scolastica medievale. Sì, e ora abbiamo questi due flussi. Sempre abbiamo al fondo della comprensione centroeuropea quello che, per così dire, modestamente in vasti cerchi perfino di gente piuttosto primitiva continua. Vedete solo come il seme che Alessandro una volta ha portato in Asia, ciò che è arrivato per tutte le possibili vie, prima attraverso l’Arabia e così via, ma poi anche per le vie terrestri attraverso le Crociate in Europa, come questo vive dappertutto, ma modestamente, in luoghi nascosti. Lì arrivano gente come Jakob Böhme, come Paracelso, come molti altri, che raccolgono quello che è arrivato per tali deviazioni nei larghi cerchi primitivi dell’Europa. Abbiamo una saggezza popolare qui trasmessa, molto di più di quanto comunemente si crede. Essa vive. E scorre talvolta in tali serbatoi come Valentin Weigel, come Paracelso, come Jakob Böhme, come molti altri i cui nomi molto più raramente vengono nominati; brilla riccamente in quello che era l’alessandrinismo arrivato tardi in Europa o è ancora, in Basilio Valentino e così via. Nei monasteri viveva una vera saggezza alchemica, ma che non solo illuminava circa alcune trasformazioni dei materiali, ma illuminava circa le proprietà più intime delle stesse trasformazioni umane nel cosmo. E gli studiosi riconosciuti si occupavano certo di un Aristotele distorto, setacciato, logicizzato; ma questo Aristotele col quale si occupavano la scolastica e poi la scienza come filosofia, questo Aristotele diventa una benedizione per l’Occidente.
Poiché solo nel XIX secolo, quando non si capì più Aristotele, quando si studiò Aristotele come se non si dovesse fare altro che leggerlo, come se non lo si dovesse esercitare, come se non fosse un libro di meditazione, solo nel XIX secolo accade che gli uomini non hanno più nulla di Aristotele, perché non agisce e vive più in loro, bensì perché lo studiano solo ancora, perché non è più un libro di esercizio ma un oggetto di studio. Fino al XIX secolo era un libro di esercizio. Ma vedete, nel XIX secolo tutto va così, che quello che prima era esercizio, che era capacità, che questo si trasforma in sapere astratto. In Grecia — prendiamo quest’altra linea, per cui anche il carattere della cosa si illumina —, in Grecia si ha fiducia che da tutto l’uomo viene fuori quello che l’uomo ha come intuizione. Il maestro è il ginnasta. Da tutto l’uomo nella sua moto corporea, in cui operano gli dèi, nasce quello che diventa, per così dire, intuizione umana. Il ginnasta è il maestro. A Roma più tardi al posto del ginnasta subentra il retore. Questo è già qualcosa di più astratto da tutto l’uomo, ma è ancora qualcosa che è connesso con un fare dell’uomo in una parte dell’organismo. Che cosa non si muove quando parliamo! Come vive la parola nel nostro cuore, nel nostro polmone, come nel nostro diaframma e più giù! Non vive più così intensamente in tutto l’uomo come quello che il ginnasta praticava, ma comunque vive in una grande parte dell’uomo. E i pensieri sono allora solo un estratto da quello che vive nella parola. Il retore subentra al ginnasta. Il ginnasta ha a che fare con tutto l’uomo. Il retore ha a che fare solo con quello che per così dire già esclude gli arti e quindi manda da una parte di un uomo al capo quello che è intuizione.
E il terzo livello che sorge solo nella modernità: questo è il dottore, che non addestra nulla se non la testa, che guarda solo ai pensieri. È così accaduto che ancora nel XIX secolo in singole università sono stati nominati professori di eloquenza, ma non hanno potuto esercitare questa cattedra, perché non era più in uso dare importanza alla parola, perché tutto voleva solo pensare. I retori si estinsero. Quelli che rappresentavano solo il minimo nell’uomo, i dottori, che rappresentavano solo la testa, questi divennero i capi dell’istruzione. E così veramente era, quando l’autentico Aristotele viveva, esercizio, ascesi, esercitazione, quello che seguiva da Aristotele. E questi due flussi sono rimasti perfino. Colui che non è più giovane e che consapevolmente ha partecipato a quello che si è svolto da metà fino negli ultimi decenni del XIX secolo, costui sa già, se è stato in giro un po’ nel modo come Paracelso girava tra la gente di campagna, che in fin dei conti gli ultimi residui della saggezza popolare medievale, da cui hanno attinto Jakob Böhme, da cui ha attinto Paracelso, erano lì fino nei settanta, ottanta anni del XIX secolo. E infine, anche questo è vero: particolarmente all’interno di certi ordini e nella vita di certi circoli ristretti si è conservato un certo aristotelismo della pratica, della pratica interiore dell’anima perfino fino negli ultimi decenni del XIX secolo. E si può ben dire: si poteva ancora conoscere da un lato gli ultimi raggi di quello che da Alessandro dell’aristotelismo era stato portato in Asia, che da un’altra parte per l’Asia anteriore, l’Africa, attraverso la Spagna era arrivato e si era rianimato in gente come Basilio Valentino e in successori come saggezza popolare, da cui anche Jakob Böhme, Paracelso e molti altri hanno attinto.
È arrivato anche in altro modo di nuovo per mezzo delle Crociate. Ma era presente nelle larghe masse del popolo, e lo si poteva ancora trovare. Si poteva ancora negli ultimi decenni del XIX secolo dire: Dio sia lodato, che ancora, anche se appena riconoscibile, sebbene corrotta, vivevano gli ultimi raggi di quello che come antica scienza naturale era stato portato in Asia dalle spedizioni di Alessandro. Ciò che ancora viveva di antica alchimia, di antica conoscenza e dei nessi tra le sostanze naturali e le forze naturali in modo veramente straordinario nella primitiva gente popolare, questi erano gli ultimi echi. Oggi sono estinti, oggi non sono più lì, non sono più trovabili, non c’è più nulla da riconoscere in loro. Egualmente era presente in certe singole persone che si potevano conoscere, la formazione dello spirito aristotelico. Oggi non è più lì. Era conservato quello che una volta era stato portato verso l’est (continuazione del disegno sulla tavola; rosso da destra a sinistra), e quello che era stato portato verso l’occidente tramite Aristotele, il discepolo Teofrasto (blu dal centro verso sinistra). Ma quello che era stato portato verso l’oriente, era di nuovo tornato indietro. E si può dire: negli settanta, ottanta anni del XIX secolo si poteva collegarsi con nuovo, immediato riconoscimento spirituale a quello che negli ultimi raggi si collegava a quegli eventi che vi ho descritto.
Questo è un meraviglioso collegamento, poiché si vede da esso che le spedizioni di Alessandro e l’aristotelismo erano lì per mantenere il filo con l’antico spirituale, per avere intrecci in quello che avrebbe dovuto diventare cultura materiale, intrecci che proprio raggiungono fino a quando nuove rivelazioni spirituali dovevano venire. Vedete, da tali punti di vista appare veramente così, ed è questo vero, che cose dette sterili e fruttifere si rivelano proprio come straordinariamente significative nel divenire storico dell’umanità. Si può facilmente parlare di come l’intera spedizione di Alessandro verso l’Asia e l’Egitto sarebbe stata sommersa. Non è stata sommersa. Si può dire che l’aristotelismo nel XIX secolo sia cessato. Non ha cessato. Entrambi i flussi sono arrivati fino al punto dove è possibile iniziare una nuova vita spirituale. Vi ho già detto in diversi posti più spesso che questa nuova vita spirituale poteva essere iniziata precisamente al finire dei settanta del XIX secolo, negli primi accenni e poi con la fine del secolo sempre più e più. Oggi abbiamo il compito di accogliere il pieno corso della vita spirituale che, per così dire, viene dalle altezze a noi. E così stiamo oggi dentro a una vera transizione dello sviluppo spirituale dell’umanità. E se non diventiamo consapevoli di questi straordinari nessi e di questo collegamento al precedente, allora in realtà dormiamo di fronte agli eventi più importanti che si compiono intorno a noi nella vita spirituale. E quanto in effetti oggi dorme veramente di fronte agli eventi più essenziali! Ma l’Antroposofia dovrebbe essere lì per risvegliare l’uomo. E credo che per tutti coloro che ora sono qui riuniti a questa Riunione di Natale, ci sia un impulso di possibile risveglio.
Vedete, stiamo proprio davanti al giorno e dobbiamo trovarci in questa riunione proprio fino all’anniversario di questo triste evento, stiamo davanti a quel giorno quando gli orribili fasci di fuoco si levarono che consumarono il Goetheanum. E per quanto il mondo possa pensare di questo incendio che divorò il Goetheanum, nello sviluppo del movimento antroposofico questo incendio significa qualcosa di enorme. Ma non lo si giudica nella sua piena profondità se non si guarda da un lato come questi fasci di fuoco fisici si sollevarono allora, quando in modo straordinario — ne parlerò ancora nei prossimi giorni — dai tubi dell’organo, da altro metallico il metallico ustionante lodava dentro alle fiamme, così che questi straordinari coloramenti delle fiamme si formavano. Poi dovette portarsi il ricordo nell’anno trascorso. Ma in questo ricordo deve vivere il fatto che il fisico è Maja, che dobbiamo cercare la verità dalle fiamme infuocate nel fuoco spirituale che ora dobbiamo infiammare nei nostri cuori, nelle nostre anime. Nel Goetheanum che bruciava fisicamente dovrebbe sorgere il Goetheanum che agisce spiritualmente. Io non credo che questo nel senso pieno della storia mondiale possa accadere se non si vede da un lato il Goetheanum che ci è diventato caro nella fiamma gigantesca e orrenda che si levò e sullo sfondo l’altro incendio sacrilego di Efeso, dove Erostrato scaraventò la torcia, guidato da poteri demoniaci. Nel co-sentire insieme quello che sta in primo piano e quello che sta sullo sfondo si potrà forse acquisire un’immagine che abbastanza profondamente può incidersi nei nostri cuori, quello che abbiamo perduto un anno fa e quello che con tutte le nostre forze dobbiamo ricostruire.
L’ultimo grande incisivo nell’evoluzione storica dell’umanità è quello, spesso menzionato, che si verifica nel primo terzo del quindicesimo secolo circa, dove ha luogo il passaggio da quello che si chiama lo sviluppo dell’anima razionale o dell’anima sentimentale all’anima cosciente. Viviamo in un’epoca in cui nell’umanità avviene soprattutto lo sviluppo dell’anima cosciente, e in questa epoca si è perduta una vera consapevolezza del legame dell’uomo con gli impulsi e le forze più profonde della natura, cioè dello spirito nella natura. Oggi parliamo persino, quando parliamo dell’uomo e della sua costituzione fisica, per esempio delle sostanze chimiche, come le determina oggi il chimico come cosiddetti elementi. Ma per la conoscenza dell’uomo ha circa tanto valore sapere che un alimento contiene carbonio, azoto e così via, quanto per la meccanica dell’orologio sapere che questo orologio è composto da vetro e, diciamo, argento e ancora altre sostanze. Tutto questo, che riconduce la sostanza a questa astrazione materiale estrema, idrogeno, ossigeno e così via, fornisce fondamentalmente nessuna vera conoscenza dell’uomo.
Così come il meccanismo dell’orologio deve essere conosciuto da un nesso di sistema di forze, così l’essenza dell’uomo deve essere conosciuta dal modo in cui i diversi impulsi del mondo, distribuiti nei regni della natura, che operano in modo diverso nel mondo, giungono appunto a manifestarsi nell’uomo. Ma ciò che era ancora relativamente presente, anche se già degenerato, tanto che nature istintivamente ben disposte fino al 14., 15. secolo potevano fare qualcosa con esso, questo, con eccezione di alcuni uomini come Paracelso, Jakob Böhme e così via, si è gradualmente perso completamente: una vera penetrazione nel legame dell’uomo con il mondo.
Che cosa sa, per esempio, la scienza moderna, che si è gradualmente formata dalla 15. secolo, sulla relazione, diciamo, del mondo vegetale, del mondo animale all’uomo! Essa esamina semplicemente le piante nei loro componenti chimici e poi tenta in qualche modo di studiare il significato di questi componenti chimici sull’uomo; tenta poi eventualmente di formarsi rappresentazioni — per lo più se ne astiene — circa l’effetto delle sostanze sull’uomo sano e malato. Ma tutto questo fornisce fondamentalmente solo oscurità della conoscenza intorno all’uomo. Si tratta oggi decisamente, se si è inclini a progredire sulla base di una consapevolezza storica della conoscenza dell’uomo, di imparare di nuovo a conoscere le relazioni dell’uomo con la natura extramana. Fino al grande cambiamento finale, fino nel 15. secolo, gli uomini avevano una consapevolezza chiara della grande differenza che esiste tra i metalli nella natura esterna e i metalli che in qualche modo si manifestano quando si considera la sostanza dell’uomo, il contenuto materiale dell’uomo, per esempio il ferro nei suoi diversi legami nell’organismo umano o la magnesia e simili. Per il fatto che esistono tali metalli che appaiono anche quando si esamina l’organismo umano stesso, e tali metalli che sono presenti nella natura esterna, che non si trovano inizialmente quando si esamina l’organismo umano, per questa differenza nella metallità della terra si aveva fino al 15. secolo una consapevolezza profonda e radicata. Poiché ci si diceva: L’uomo è un microcosmo. In qualche modo in lui si trova tutto ciò che si trova fuori nel mondo nel macrocosmo. — Questo non è un principio generale astratto, ma segue per colui che è stato in qualche modo vicino alla scienza dell’iniziazione, come necessariamente connesso con l’essenza dell’uomo e l’essenza del mondo.
Poiché si giunge a una vera conoscenza dell’uomo solo quando si riunisce tutta la natura con tutti i suoi impulsi e contenuti sostanziali; allora si ottiene un’immagine, un’immaginazione dell’essenza dell’uomo. E in questa immagine, in questa immaginazione, avrebbe disturbato se si fosse trovato qualcosa fuori nella natura che non potesse trovarsi nell’uomo stesso. — Così pensava una personalità che era uno scienziato della natura nell’inizio, diciamo, ancora del 9., 10., 11. secolo dopo Cristo. Ma si sapeva allora anche che ciò che l’uomo assume attraverso la sua nutrizione fisica è solo una parte di ciò con cui l’uomo sostiene la sua organizzazione fisica e effettivamente la sua organizzazione, forse nemmeno la più importante. Bene, è naturale salire dalla nutrizione fisica alla respirazione, che è anche un metabolismo. Ma non viene all’uomo moderno di salire più in alto. Allo scienziato della natura prima del 15. secolo era chiaro che quando l’uomo usa l’occhio per percepire, non soltanto vede con l’occhio, ma che attraverso l’occhio durante il processo di percezione viene assunto dal cosmo una sostanza in una distribuzione infinitamente sottile. E così attraverso l’occhio, così attraverso l’orecchio, ma anche attraverso altre parti costitutive dell’organizzazione umana. E come cosa di massima importanza si riteneva che l’uomo assumesse ciò che non contiene in modo grossolano, per esempio il piombo, che l’assumesse da quella distribuzione infinitamente sottile in cui è presente là dove inizialmente non lo si sospetta. Il piombo è un metallo che l’uomo inizialmente non ha dimostrabilmente in sé.
Ma il piombo è un metallo che è diffuso, in una diluizione molto ampia diffuso in tutto il cosmo rilevante per l’uomo. E l’uomo assume il piombo dal cosmo attraverso processi molto più sottili del processo respiratorio. L’uomo continuamente separa da sé sostanza in direzione periferica. Non solo vi tagliate le unghie, ma continuamente separate dalla pelle sostanza. Ma questo non è solo una sottrazione, ma mentre la sostanza se ne va, altra sostanza viene assunta. Vedete, in questi modi di pensare viveva così uno scienziato della natura del 9., 10., 11., 12. secolo ancora nel Medioevo. Per lui non era ancora la bilancia, non erano ancora i grossolani strumenti di misura, attraverso cui determinava come le sostanze, come le forze operassero, ma era una penetrazione nelle qualità interiori della natura, negli impulsi interiori della natura e nel legame della natura con l’uomo. Per questo si sapevano molte cose fino a questo 15. secolo, che si dovrà imparare di nuovo, poiché fondamentalmente oggi si sa nulla dell’uomo. Diciamo innanzitutto, ricercando la costituzione dell’uomo, per così dire, una specie di classificazione, una sorta di piano generale: L’uomo è composto dal corpo fisico, dal corpo eterico, dal corpo astrale, dall’Io o dall’organizzazione dell’Io. — Bene, queste sono all’inizio parole. È bene quando si inizia da queste parole; ognuno può immaginarsi un po’ di cosa. Ma se si vuole utilizzare queste cose nella pratica della vita, se soprattutto le si vuole utilizzare nella medicina, che è la pratica della vita più importante che può derivare dalla conoscenza dell’uomo, allora non si può fermarsi alle parole, allora si deve penetrare in ciò che riempie le parole con un contenuto reale.
Qui chiediamo innanzitutto: Corpo fisico, come arriviamo a una rappresentazione del corpo fisico? — Vedrete presto perché sviluppo questo concetto. Come arriviamo a una rappresentazione del corpo fisico? Bene, se abbiamo un qualche oggetto sulla terra al di fuori dell’uomo, diciamo una pietra: essa cade sulla terra. Diciamo che è pesante, è attratta dalla terra, ha un peso. Troviamo ancora altre forze che agiscono. Quando la pietra si forma in cristallo, agiscono in essa forze formatrici. Ma queste sono affini alle forze terrestri. Insomma, quando guardiamo intorno a noi nel mondo, abbiamo sostanze soggette all’essere terrestre. Teniamo ferma questa idea: Abbiamo sostanze soggette all’essere terrestre. Chi non considera adeguatamente tali cose verrà e vi mostrerà un pezzo di carbone, carbone nero. Che cos’è in realtà? Questo carbone nero esiste solo in prossimità della terra, poiché nel momento in cui si avrebbe questo carbone anche solo a una distanza relativamente breve dalla terra, non sarebbe più così. Tutto ciò che la rende carbone è l’opera delle forze della terra. Potete quindi dire: Se ho la terra qui, allora le forze della terra sono qui nell’ambito terrestre, ma anche in ogni oggetto che ho qui sulla terra. E il corpo fisico dell’uomo è bensì molto complesso, ma fondamentalmente anche un oggetto soggetto a queste forze fisiche della terra, alle forze che provengono dal centro della terra. Questo è il corpo fisico dell’uomo, ciò che è sottomesso alle forze che provengono dal centro della terra. — Ora sulla terra ci sono anche altre forze. Queste forze provengono dalla circonferenza. Immaginate di andare in distanze completamente indefinite.
Allora dalle indefinite distanze agiscono forze, direttamente opposte alle forze della terra. Agiscono da ogni parte verso il centro. Sì, ci sono tali forze che agiscono da ogni parte, che da tutte le direzioni del mondo agiscono ovunque verso il centro della terra. Si può ottenere una concezione molto specifica e concreta di queste forze, e precisamente nel modo seguente. La sostanza più importante su cui si basa l’organismo, l’organismo vegetale, animale, umano, è la proteina. Ma la proteina sta anche alla base del germe di un nuovo organismo vegetale, animale, umano. Da una cellula germinale emerge ciò che si sviluppa come organismo vegetale, animale, umano. La sostanza è la proteina. Oggi ci si immagina, perché si fantastica ovunque invece di condurre vera scienza: La proteina, è semplicemente una sostanza complessa composta da, come si dice, carbonio, ossigeno, idrogeno, azoto, zolfo, un po’ di fosforo — molto complessa nella composizione. Cosicché praticamente si ha già l’ideale di una composizione, come la pensa l’atomista, nella proteina. Bisognerebbe disegnare lì dentro in modo molto complesso gli atomi e le molecole. E poi si forma nei genitori animali o vegetali questa molecola di proteina complicata, o come la si voglia chiamare; essa si sviluppa ulteriormente, e da essa sorge il nuovo animale attraverso pura ereditarietà. Ma tutto questo è puro nonsenso davanti allo sguardo spirituale. In realtà è così: la proteina dell’animale genitore non è composizione complicata, ma è completamente corrotta e diviene caotica.
La proteina che il corpo contiene per il resto è ancora alquanto ordinata, ma una proteina che sta alla base della riproduzione è caratterizzata proprio dal fatto che è completamente caotica interiormente, agitata nel caos, che la materia è completamente ricondotta al caos, non ha alcuna struttura, ma è semplicemente un cumulo di sostanza che, per il fatto che è completamente lacerata, frantumata, distrutta in se stessa, non è più soggetta alla terra. Finché la proteina mantiene in qualche modo una coesione interna, finché è soggetta alle forze centrali della terra. Nel momento in cui la proteina è interiormente frantumata, viene sotto l’influenza dell’intera sfera mondiale. Le forze agiscono da ogni parte, e nasce il piccolo grumetto di proteina che sta alla base della riproduzione, come un’immagine dell’intero cosmo, per noi inizialmente percettibile. Ogni singolo grumetto di proteina è un’immagine dell’intero cosmo, perché la sostanza proteica è frantumata, distrutta, ricondotta al caos e così appunto è resa idonea, come polvere cosmica, a essere sottomessa all’intero cosmo. Oggi non si sa nulla di questo. Oggi si crede: Bene, la vecchia gallina ha semplicemente la proteina complicata. Viene introdotta nell’uovo. Allora sorge la nuova gallina, è la proteina continua, ulteriormente sviluppata. Allora di nuovo sostanza germinale, e così procede da gallina a gallina. — Ma così non è. Ogni volta che il passaggio da una generazione all’altra avviene, la proteina è esposta all’intero cosmo. Così che dobbiamo dire: Da un lato abbiamo le sostanze terrestri, soggette alle forze terrestri centrali, ma possiamo pensarle in certe proporzioni anche soggette alle forze che agiscono ovunque dai confini del cosmo. Queste ultime forze, sono ora quelle che operano nel corpo eterico umano; esso è sottomesso alle forze del cosmo. — Vedete, ora abbiamo concezioni reali del corpo fisico e del corpo eterico.
Ora poniamo la domanda: Che cos’è il vostro corpo fisico? — È colui che è sottomesso alle forze che provengono dal centro della terra. Che cos’è il vostro corpo eterico? — È ciò che in voi è sottomesso alle forze che da ogni parte dalla periferia vengono dentro. Potete anche disegnarlo. Immaginate: abbiamo qui l’uomo. Il suo corpo fisico è quello che, se va verso il centro della terra (rosso), è sottomesso alle forze che vanno verso il centro della terra. Il suo corpo eterico è quello (verde) che è sottomesso alle forze che vengono da ogni parte dalla fine del cosmo. Ora abbiamo un sistema di forze nell’uomo: le forze che tirano verso il basso, che sono effettivamente in tutti gli organi che stanno verticali, e quelle forze che vengono da fuori, che effettivamente tendono in questo modo. Potete leggere questo dalla forma dell’uomo, dove l’uno e l’altro tipo sono più rappresentati. Se studiate le gambe, direte: Le gambe hanno la loro forma naturalmente per la ragione che sono più adattate alle forze terrestri. La testa è più adattata alle forze della periferia. — Allo stesso modo potete studiare le braccia. È particolarmente interessante. Tenete le braccia strette al corpo: sono sottomesse alle forze che vanno verso il centro della terra. Avete le braccia in movimento vivente, allora sottomettete voi stessi le vostre braccia alle forze che da ogni parte dalla periferia vengono dentro. Vedete, questa è la differenza tra gambe e braccia. Le gambe sono inequivocabilmente sottomesse alle forze centrali della terra, le braccia sono solo condizionatamente in un certo atteggiamento sottomesse alle forze centrali della terra. L’uomo può estrarle dalle forze centrali della terra e inserirle nelle forze che chiamiamo eteriche, che vengono da ogni parte dalla periferia.
Così si può anche per i singoli organi davvero ovunque vedere come questi organi sono inseriti nel cosmo. Ora avete il corpo fisico, il corpo eterico. Ma che cosa è il corpo astrale? Nello spazio non ci sono più una terza specie di forze. Non ce ne sono più. Il corpo astrale ha le sue forze da fuori dello spazio. Il corpo eterico le ha dalla periferia da ogni parte dentro, il corpo astrale le riceve da fuori dello spazio. Si può appunto ricercare in certi posti della natura come le forze fisiche della terra si inseriscono nelle forze eteriche che vengono da tutti i lati. Immaginate: la proteina è innanzitutto presente nella terra fisica. Finché chimicamente nella proteina si possono constatare zolfo, carbonio, ossigeno, azoto, idrogeno, finché la proteina è sottomessa alle forze terrestri fisiche. Quando la proteina entra nella sfera della riproduzione, viene elevata fuori dalle forze fisiche. Le forze del confine del cosmo cominciano a operare sulla proteina frantumata, e sorge una nuova proteina come immagine dell’intero cosmo. Ma vedete, a volte risulta quanto segue: la frantumazione non può andare abbastanza lontano. Ci può essere sostanza proteica che dovrebbe, affinché per esempio in qualche animale la riproduzione possa avvenire, potrebbe essere frantumata nell’uovo deposto, affinché possa adeguarsi alle forze dell’intero cosmo. Ma l’animale è in qualche modo impedito di fornire tale sostanza proteica per la riproduzione che semplicemente possa adeguarsi all’intero macrocosmo. La sostanza proteica fertile deve adeguarsi all’intero macrocosmo. L’animale, diciamo, è impedito di formare senza ulteriore indugio sostanza proteica fertile, per esempio la vespa del gallo.
Che cosa fa dunque la vespa del gallo? La vespa del gallo depone il suo uovo in qualche parte di una pianta. Avete ovunque questi gozzi sulle querce, su altri alberi, dove le vespe del gallo depongono le loro uova. Poi vedete sulla foglia per esempio questi strani gozzi: dentro c’è un uovo di vespa del gallo. Perché accade così? Perché l’uovo della vespa del gallo, diciamo, viene deposto nella foglia di quercia, così che questa mela di gallo si forma, in cui però l’uovo è dentro, che ora può svilupparsi? Liberamente non potrebbe svilupparsi. Questo è per la ragione che la foglia vegetale ha in sé un corpo eterico. Esso è adattato all’intero etere mondiale, e viene in aiuto all’uovo della vespa del gallo. L’uovo della vespa del gallo non può aiutarsi da solo. Perciò la vespa del gallo lo depone in una parte di pianta dove c’è già un corpo eterico dentro, che si adatta all’intero etere mondiale. Così la vespa del gallo si avvicina alla quercia per portare la sua sostanza proteica alla frantumazione, affinché la periferia mondiale sul percorso attraverso la foglia di quercia, attraverso la quercia, possa operare, mentre il solo uovo di vespa del gallo dovrebbe perire, poiché non può essere frantumato, esso aderisce troppo saldamente. Vedete, questo dà una possibilità, persino di vedere come meravigliosamente si opera nella natura. Ma questo lavoro è presente anche altrove nella natura. Poiché assumete che l’animale non sia solo incapace di fornire sostanza germinale che possa essere esposta all’etere mondiale per la riproduzione, ma che l’animale non sia in grado di trasformare in sé stesso arbitrariamente sostanze in nutrimento interno, da usare per l’alimentazione interna.
L’esempio della ape è ovvio. L’ape non può mangiare tutto. L’ape può mangiare solo ciò che le viene già accordato dalla pianta. Ma ora guardate qualcosa di molto meraviglioso. L’ape si avvicina alla pianta, cerca il nettare, l’assume, lo trasforma in sé, costruisce quello che dobbiamo così ammirare nell’ape, costruisce l’intero favo, la struttura cellulare nell’alveare. Guardiamo questi due processi completamente meravigliosi e straordinari, all’ape che seduta fuori sul fiore succhia il nettare, poi entra nell’alveare e da sé in connessione con altre api costruisce le cellule di cera, per riempirle di miele. Che cosa accade lì? Vedete, queste cellule dovete guardarle nella forma. Sono formate così, c’è l’una, la seconda e così via. Sono piccole cellule i cui vuoti sono formati come, riempiti certamente di sostanza, formati in modo leggermente diverso, come sono formati i cristalli di quarzo, i cristalli di silice. Se andate in montagna e guardate i cristalli di quarzo, potete disegnarli anche così. Ottenete certo un disegno alquanto irregolare, ma simile a quello delle cellule di ape che stanno un’accanto all’altra. Solo che le cellule di ape sono di cera, il quarzo è di silice. Se si ricerca la cosa, si scopre: Sotto l’influenza dell’eterico generale, dell’astrale il cristallo di quarzo è stato formato nelle montagne in un certo tempo dello sviluppo della terra con l’aiuto della silice. Vedete qui le forze che vengono dalla circonferenza della terra, che operano come forze eteriche e astrali, costruendo i cristalli di quarzo nella selce. Li trovate dappertutto fuori nelle montagne, trovate cristalli di quarzo meravigliosissimi, questi edifici esagonali.
Ciò che questi cristalli di quarzo sono, sono come vuoti le cellule di ape negli alveari. L’ape infatti toglie dalla pianta ciò che una volta era lì per fare i cristalli di quarzo esagonali. Toglie questo dalla pianta e attraverso il suo stesso corpo fa copie dei cristalli di quarzo. Tra l’ape e il fiore accade qualcosa di simile a ciò che una volta accadde nel macrocosmo. Menziono queste cose affinché vediate quanto è necessario non guardare solo a questa astrazione completamente miserabile che è presente in carbonio, azoto, idrogeno, ossigeno e così via, ma che è necessario guardare ai meravigliosi processi di formazione, alle intime relazioni interne nella natura e nei processi naturali. E veramente questo era una volta istintivamente alla base della scienza. Questo si è perso nel corso dello sviluppo storico dell’umanità verso il 15. secolo. Questo deve essere riconquistato. Di nuovo dobbiamo penetrare nelle relazioni intime dell’esistenza naturale e del suo rapporto con l’uomo. Solo allora, quando di nuovo tali relazioni saranno conosciute, potrà esistere di nuovo una vera consapevolezza dell’uomo sano e malato. Altrimenti rimane nella dottrina di tutti i rimedi semplicemente al tentativo, senza che si percepisca il nesso interno. Era una sorta di periodo sterile dal 15. secolo a oggi nello sviluppo dello spirito umano. Questo periodo sterile ha oppresso l’umanità. Poiché questo periodo sterile, dove si guardavano le piante, gli animali, gli uomini, i minerali e in realtà non si sapeva più nulla di nessuno, questo periodo ha tratto l’uomo fuori da ogni connessione mondiale. E infine è entrato in quel caos in cui oggi vive di fronte al mondo, dove non sa più di stare in alcuna connessione con il mondo.
Nel tempo in cui tali cose erano pensate, l’uomo sapeva: Ogni volta che la riproduzione accade, il macrocosmo intero parla. Nel germe fertile o nel seme sorge un’immagine dell’intero macrocosmo. Fuori è il grande mondo, ma nel più piccolo germe c’è un risultato degli effetti che vengono da per tutto dal grande mondo. Nell’uomo agiscono insieme innanzitutto quelle forze che sono le forze fisiche-centrali della terra; esse operano in tutti gli organi umani; ma ovunque si oppongono a loro le forze che vengono da per tutto, le forze eteriche. Guardate il fegato, la milza, il polmone, li comprendete inizialmente solo se sapete: Lì agiscono insieme le forze che vengono dal centro della terra e quelle che vengono da per tutto dalla circonferenza del mondo. — Allora però certi organi sono penetrati dal corpo astrale, dall’organizzazione dell’Io ancora, mentre altri organi sono meno penetrati da questi membri superiori e l’uomo nello stato di sonno non ha affatto in sé il corpo astrale e la sua organizzazione dell’Io. Prendete un qualche organo — il polmone: per una qualche ragione è successo che le forze che vengono da per tutto dal cosmo agiscono troppo fortemente sul polmone umano. Renderanno il polmone malato, perché deve esistere un certo stato di equilibrio armonico tra ciò che nel polmone agisce dal centro della terra e ciò che viene da tutti i lati della circonferenza. Se riuscite a sapere come potete trovare sostanze minerali che controbilanciano le forze eteriche che agiscono troppo fortemente nel polmone, allora avete il rimedio con cui potete eliminare le forze eteriche che agiscono troppo fortemente. E così può valere anche l’opposto: Le forze eteriche possono diventare troppo deboli, le forze fisiche che agiscono dal centro della terra sarebbero troppo forti.
Cercherete nel circondario del regno vegetale ciò che può operare sull’uomo in modo che rafforzi le forze eteriche attraverso un qualche organo, e ottenete il rimedio corrispondente. È impossibile trovare attraverso la sola considerazione del corpo fisico da solo anche il minimo rimedio, poiché il corpo fisico umano non ha in sé alcuna ragione di dire qualcosa sulla sua costituzione. Poiché il cosiddetto processo normale che avviene in esso è un processo naturale, ma il processo di malattia è anche un processo naturale. Se avete un cosiddetto fegato normale, avete un fegato in cui avvengono solo processi naturali. Ma se avete un fegato in cui c’è un’ulcera, avete anche un fegato in cui avvengono solo processi naturali. La differenza non può mai essere trovata dal corpo fisico. Dal corpo fisico si può solo constatare il fatto che una volta sembra diversa dall’altra volta, ma sulla causa non si può sapere nulla. Ma se avete un’ulcera nel fegato, troverete la causa della formazione dell’ulcera solo se sapete che in tale caso per esempio il corpo astrale penetra nel fegato molto più poderosamente di quanto dovrebbe. Dovete espellere il corpo astrale, che nella formazione di un’ulcera del fegato penetra fortemente nel fegato, dal fegato stesso. E così non c’è alcuna possibilità di parlare realmente dell’uomo sano e malato se non si va oltre il corpo fisico nei membri superiori della natura umana. Così che si può effettivamente dire: Una dottrina dei rimedi esisterà di nuovo solo quando si andrà oltre il corpo fisico dell’uomo, poiché l’essenza della malattia semplicemente non si può comprendere dal corpo fisico umano. Questa volta ho solo l’intenzione di presentare le cose in relazione storica.
Ma è proprio così: quando sempre più di quello che era stato portato avanti dai tempi antichi si spense, tutta la conoscenza dell’uomo andò persa. E oggi siamo di fronte alla necessità di acquisire di nuovo la conoscenza dell’uomo. Questa conoscenza dell’uomo potrà essere acquisita solo se si è di nuovo in grado di comprendere la relazione dell’uomo con i regni naturali circostanti. Partiamo dall’organizzazione dell’Io dell’uomo. Se prima si ha, diciamo, attraverso la conoscenza immaginativa dalla scienza dell’iniziazione una visione dell’organizzazione dell’Io umano, allora ci si può chiedere: A che cosa nell’organismo umano attuale sta questa organizzazione dell’Io in relazione speciale? — Questa organizzazione dell’Io sta in relazione speciale a ciò che nell’uomo è minerale. Se dunque assumete qualcosa di minerale, qualcosa di essenzialmente minerale, per esempio portate sale sulla lingua, subito è l’organizzazione dell’Io che se ne impadronisce di questo minerale. Allora il minerale viene ulteriormente avanzato, entra nello stomaco. L’organizzazione dell’Io rimane lì, anche se la sostanza salina è nello stomaco; l’organizzazione dell’Io rimane. Il sale va oltre, certamente subisce cambiamenti, va attraverso l’intestino, va oltre: ma il vostro sale non sarà mai abbandonato dall’organizzazione dell’Io. Essi si comportano come cose che si appartengono davvero bene, l’organizzazione dell’Io e il sale che entra nell’uomo. Vedete, non è così se per esempio mangiate un uovo fritto, che ha ancora qualcosa di coesione con la sostanza proteica. Allora l’organizzazione dell’Io se ne occupa solo un po’ quando avete la sostanza di uovo fritto sulla lingua.
Allora il corpo astrale se ne occupa già molto meno mentre scivola nello stomaco. Allora va oltre; allora il corpo eterico opera intensamente, poi il corpo fisico. Questi frantumano in voi stessi la sostanza proteica che portate nel vostro organismo con l’uovo fritto. E ora l’uovo fritto in voi stesso è completamente mineralizzato. È frantumato. Tutto il vivo è espulso da esso. È frantumato in voi. Alle pareti intestinali questa sostanza proteica esternamente assunta cessa di essere proteina, diventa completamente minerale. Ora passa di nuovo nell’organizzazione dell’Io, e da lì viene assunta la proteina mineralizzata dall’organizzazione dell’Io. E così possiamo sempre dire: L’organizzazione dell’Io ha a che fare solo con minerale. Ma ogni minerale attraverso l’organizzazione dell’Io nell’organismo umano diventa qualcosa di diverso da quello che è fuori. Nulla nell’organismo umano deve rimanere come è fuori di questo organismo umano. Per questo l’organizzazione dell’Io deve provvedere in modo radicale. Non solo che tali sostanze come, diciamo, sale da cucina e simili siano afferrate dall’organizzazione dell’Io e interiormente trasformate in qualcosa di completamente diverso da quello che sono esternamente, ma nemmeno quando l’uomo è circondato da un certo stato di temperatura, lo stato esterno di temperatura può penetrare l’uomo. Non deve avere le dita riempite da ciò che si diffonde come calore esterno. Il calore deve operare su di voi solo come stimolo, e voi stessi dovete generare il calore che avete. Nel momento in cui siete solo un oggetto, non generate voi stessi il vostro calore o il freddo, ma il calore in qualche parte in voi continua a operare come, per esempio, in qualche oggetto esterno, diventate malati — dal calore esterno stesso, non solo dalla sostanza, ma dal calore esterno.
Immaginate, ci fosse un tessuto o una spugna, e ci fosse una stufa. Il calore della stufa può diffondersi tranquillamente, passare attraverso il tessuto o la spugna. Il tessuto o la spugna continua solo quello che il calore della stufa si diffonde. Il calore della stufa non deve farlo quando raggiunge la pelle. Quando il calore della stufa esercita lo stimolo sensoriale, allora deve venire la reazione: il calore interno deve essere generato dall’interno. Gli stati di raffreddamento si basano proprio sul fatto che non vi lasciate semplicemente stimolare a generare il vostro calore proprio interno, ma che lasciate il freddo esterno penetrare un po’ sotto la pelle, così che non vi posizioniate voi stessi nel mondo come l’uomo pienamente attivo, che si riempie di se stesso con il vostro operare, i vostri impulsi, ma che vi posizionate come un oggetto e lasciate gli effetti del mondo esterno passare attraverso di voi. — Questa è l’essenza dell’organizzazione dell’Io, che esso assume il minerale in sé, ma lo cambia completamente interiormente, lo trasforma in qualcos’altro. Solo quando siamo morti il minerale è di nuovo minerale della natura esterna. Mentre viviamo sulla terra, il minerale dentro la nostra pelle, l’organizzazione dell’Io cambia continuamente il minerale. Il vegetale che assumiamo è continuamente cambiato dall’organizzazione astrale, dal corpo astrale. Così che possiamo dire: L’organizzazione dell’Io dell’uomo trasforma completamente tutto il minerale, non solo il minerale solido, anche il liquido, anche il gassoso, anche il calorico. — Si può naturalmente, se si parla rozzamente, dire: Qui da qualche parte c’è acqua.
Bevo. Ho l’acqua ora in me. — Ma nel momento in cui il mio organismo assume l’acqua, ciò che ho in me, attraverso la mia organizzazione dell’Io non è più lo stesso che l’acqua esterna. È solo di nuovo quando l’espello da sudore o la trasformo in un altro modo in acqua. Dentro la mia pelle l’acqua non è acqua, ma è qualcosa che è liquido vivente. In questo modo sempre infinitamente molte cose devono essere ripensate. Oggi potevo darvi solo piccoli cenni. Ma se pensate questo, se sapete come la proteina deve essere frantumata per venire all’effetto dell’intero macrocosmo, come l’acqua che bevo è interiormente liquido vivente, non più l’acqua inorganica, ma acqua penetrata dall’organizzazione dell’Io, se considerate, mentre mangiate cavolo: Fuori è cavolo, interiormente il corpo astrale subito l’assume in sé — almeno il vero, il cavolo fisico — e lo trasforma in qualcos’altro completamente, così arriviamo qui alla considerazione di processi straordinariamente significativi, penetriamo fino alla visione che nel nostro metabolismo abbiamo processi che differiscono solo per un certo grado di sviluppo dai processi metabolici che abbiamo per esempio nel cervello, che costituiscono il sistema nervoso e così via. Su questo parlerò ulteriormente domani, per mettere in risalto da questi processi la differenza completamente radicale dell’umanità ancora del 12. secolo dopo Cristo e del 20. secolo, per da qui portare la consapevolezza della necessità di come nel ulteriore progresso per l’uomo sano e malato devono venire nuovi impulsi, affinché non vada completamente perduta la conoscenza dell’uomo e non si sappia più nulla né dell’uomo sano né dell’uomo malato. Su questo allora domani ancora.
Oggi siamo nel segno di un ricordo doloroso, e vogliamo collocare tutto ciò che abbiam preso come contenuto di questa conferenza sotto il segno di questo ricordo doloroso. La conferenza che ho potuto tenere nel nostro vecchio edificio esattamente un anno fa: coloro di voi che erano presenti lo ricorderanno, come ha preso il suo cammino, partendo dalla descrizione di condizioni naturali terrestri, elevandosi nei mondi spirituali e le rivelazioni di questi mondi spirituali dalla scrittura delle stelle; come era allora possibile porre il cuore umano, l’anima umana, lo spirito umano in connessione, per il suo intero essere, con quello che si può trovare quando si prende il cammino al di là dell’Iddio non solo nelle vastità stellari, ma in quello che attraverso le vastità stellari come una scrittura mondiale raffigura il divino. E l’ultima cosa che ho potuto scrivere sulla lavagna in quella sala che poco dopo ci fu tolta, andava completamente nel senso di elevare l’anima umana a altezze spirituali. Con questo era effettivamente proprio in quella sera immediatamente unito a quello a cui tutta l’essenza della nostra costruzione del Goetheanum doveva essere dedicata. E da ciò che era stato allora collegato, lasciate che oggi parli per prima cosa come in una continuazione proprio di quella conferenza tenuta un anno fa.
Se nel tempo che ha preceduto l’incendio di Efeso si parlava dei Misteri, allora tutti coloro che nella loro sensibilità comprendevano qualcosa dell’essenza dei Misteri parlavano in modo che il loro discorso suonava approssimativamente così: La saggezza umana, la conoscenza umana ha una dimora, una casa nei Misteri. — E se in quei tempi antichi tra i conduttori spirituali del mondo si parlava dei Misteri, se cioè nei mondi soprasensibili si parlava — posso usare questi termini benché naturalmente indichino solo in modo figurativo il modo in cui dai mondi soprasensibili si pensa e come si opera nei mondi sensibili —, se dunque nei mondi soprasensibili si parlava dei Misteri, allora il discorso suonava approssimativamente così: Nei Misteri gli uomini erigono dimore, dove noi dèi possiamo trovare gli uomini che offrono sacrifici, gli uomini che ci comprendono nel sacrificio. Poiché in verità, era coscienza generale del mondo antico di coloro che sapevano nel mondo antico, che nei luoghi dei Misteri si incontravano dèi e uomini, e che tutto ciò che sostiene e regge il mondo dipende da quello che si svolge nei Misteri tra gli dèi e tra gli uomini. Ma c’è una parola che è stata anche tramandata storicamente esternamente, che dal suo insegnamento storico può parlare in modo toccante al cuore umano, ma che parla in modo particolarmente toccante quando la si vede formarsi da eventi molto particolari, come se fosse scritta nella storia dell’umanità con lettere di bronzo, ma visibili nello spirito solo per il momento. E penso che tale parola sia sempre da vedersi quando lo sguardo spirituale si volge all’atto di Erostrato, all’incendio di Efeso. Si può trovare in queste fiamme la parola antica: l’invidia degli dèi. Tuttavia credo che tra le molte parole tramandate dai tempi antichi, che si vedono nel vita dei tempi antichi nel modo che ho appena descritto, in questo mondo fisico questa è una delle più terribili: l’invidia degli dèi.
In quei tempi antichi tutto ciò che viveva in essenza soprasensibile così da non avere mai bisogno di apparire in un corpo fisico sulla terra era designato con la parola dio, e si distinguevano i più diversi ceppi di dèi. E certamente, quelle entità spirituali divine che sono così unite con l’umanità che l’uomo nel suo essere più intimo è stato da loro creato e guidato nel corso dei tempi, queste entità spirituali divine che percepiamo attraverso la maestà e attraverso le manifestazioni più piccole della natura esterna, che percepiamo attraverso quello che vive nel nostro interno, queste entità spirituali divine non possono diventare invidiose. Ma nell’antico tempo si intendeva con l’invidia degli dèi tuttavia qualcosa di molto reale. Se seguiamo il tempo in cui il genere umano si è sviluppato fino a Efeso, troviamo che effettivamente gli individui umani più avanzati hanno assunto molto di quello che i buoni dèi erano contenti di dare loro nei Misteri. Poiché tocchiamo il vero quando diciamo: Esiste tra i buoni cuori umani e i buoni dèi una relazione intima che fu resa sempre più salda nei Misteri, così che si presentò agli occhi di certe altre entità divine di natura luciferico-arimanica che l’uomo era sempre più vicino e tratto verso le buone divinità. E sorse l’invidia degli dèi verso l’uomo. — E dobbiamo ascoltare sempre di nuovo nella storia come l’uomo che aspira allo spirito, quando cade in un destino tragico, nei tempi antichi è indicato cosicché il suo destino tragico è connesso all’invidia degli dèi.
I greci sapevano che questa invidia degli dèi esiste, e derivavano molte di quelle cose che esternamente accadevano nello sviluppo dell’umanità, da questa invidia degli dèi. Con l’incendio di Efeso è diventato manifesto che uno sviluppo spirituale ulteriore dell’umanità è possibile solo se gli uomini diventassero consapevoli: Esistono dèi, cioè entità soprasensibili, che sono invidiose dell’ulteriore progresso degli uomini. — Questo dà a tutta la storia che seguì l’incendio di Efeso — posso anche dire, alla nascita di Alessandro — il suo colore particolare. E alla corretta comprensione del Mistero del Golgota appartiene anche questo: Si guardi una mondo che è pieno dell’invidia di certi ceppi di divinità. — Sì, l’atmosfera dell’anima, era effettivamente in Grecia già da un tempo poco dopo le guerre persiane, piena degli effetti di questa invidia degli dèi. E quello che nella epoca macedone fu allora fatto dovette essere fatto nella piena consapevolezza che l’invidia degli dèi imperversava in atmosfera spirituale su tutta la superficie terrestre. Ma fu fatto coraggiosamente, audacemente, sfidando i fraintendimenti degli dèi e degli uomini. E si abbassò in questa atmosfera che era piena dell’invidia degli dèi, l’azione di quel dio che era capace del più grande amore che può esistere nel mondo. Si vede il Mistero del Golgota nella giusta luce solo quando si può aggiungere a tutto il resto anche l’immagine delle nuvole nel mondo antico, in Grecia, Macedonia, Asia anteriore, Africa del nord, Europa meridionale; l’immagine delle nuvole che sono l’espressione dell’invidia degli dèi.
E meravigliosamente caldo, mite splendente cade in questa atmosfera piena di nuvole l’amore che fluisce attraverso il Mistero del Golgota. Quello che allora, se così posso dire, era un affare che si svolgeva tra dèi e uomini, deve svolgersi al giorno d’oggi, nell’epoca della libertà umana, più in basso nella vita umana fisica. E si può già descrivere come si svolge. Nei tempi antichi, quando si pensava ai Misteri, si parlava su terra: La conoscenza umana, la saggezza umana ha nei Misteri una dimora. — Quando si era tra gli dèi, si diceva: Quando scendiamo nei Misteri, allora troviamo i sacrifici degli uomini, e nell’uomo che sacrifica noi saremo compresi. Fondamentalmente l’incendio di Efeso era l’inizio di quella epoca in cui l’essenza dei Misteri gradualmente nella sua forma antica scomparve. Ho raccontato come è continuato da qui e là, magnificamente per esempio nei Misteri dell’Iberia, dove nel culto il Mistero del Golgota fu celebrato simultaneamente mentre avveniva fisicamente là in Palestina. Si aveva conoscenza di questo solo dalla mediazione spirituale tra la Palestina e l’Iberia, non dalla mediazione fisica. Ma tuttavia l’essenza dei Misteri nel mondo fisico andò sempre sempre più indietro. Le dimore esterne, le dimore di incontro tra dèi e uomini persero sempre più di significato. L’avevano perso quasi completamente nel 13., 14. secolo dopo Cristo. Poiché chi volesse trovare il cammino per esempio verso il Santo Graal, doveva saper intraprendere cammini spirituali. Cammini fisici si erano intrapresi nel tempo antico, prima dell’incendio di Efeso.
Cammini spirituali bisognava intraprendere nel Medioevo. Ma in particolare bisognava intraprendere cammini spirituali quando si trattava, dal 13., 14. secolo, ma particolarmente dal 15. secolo in poi, di ottenere una vera istruzione Rosacroce. Perché i templi dei Rosacroce erano profondamente nascosti dalla vita fisica esterna. Molti veri Rosacroce erano visitatori dei templi, ma nessun occhio umano fisico esterno poteva trovare i templi. Però potevano esserci discepoli che venivano da questi antichi Rosacroce, che erano da trovare qua e là come eremiti della conoscenza e dell’azione umana sacra, che potevano essere trovati da chi potesse udire il linguaggio degli dèi dallo sguardo mite. Non dico nulla di figurativo con questo. Non voglio esprimere un’immagine, voglio esprimere una realtà che nel tempo a cui alludo era davvero una realtà alquanto significativa. Si trovava il maestro Rosacroce quando si era acquisita la capacità di percepire il linguaggio del cielo nello sguardo mite fisico. Allora si trovava negli ambienti più semplici, nei rapporti umani più semplici, proprio nel 14., 15. secolo nell’Europa centrale queste personalità straordinarie, che nel loro interno erano piene di divinità, che nel loro interno erano unite ai templi spirituali che esistevano, a cui tuttavia l’accesso era davvero difficile come quello descritto nella leggenda nota come accesso al Santo Graal. Allora, quando si guarda a quello che si svolse tra un tale maestro Rosacroce e il suo discepolo, si può ascoltare molte conversazioni che anche nella forma dei tempi moderni rappresenta la saggezza degli dèi camminante sulla terra.
Gli insegnamenti erano decisamente intimamente concreti. Lì in solitudine un maestro Rosacroce era trovato da un discepolo che se ne era fatto ardente ricerca e scoperta. Lì uno dei discepoli guardava negli occhi dal mite sguardo, da cui parla il linguaggio degli dèi, e ricevette semplicemente approssimativamente il seguente insegnamento. Guarda, mio figlio, la tua propria essenza. Tu porti su di te quel corpo che i tuoi occhi fisici esterni vedono. Il centro della terra invia a questo corpo le forze che lo rendono visibile. Questo è il tuo corpo fisico. Ma guardati intorno nel tuo ambiente sulla terra. Vedi le pietre, per loro conto possono essere sulla terra, esse sono heimatlich sulla terra. Possono, una volta assunta una forma, mantenere questa forma attraverso le forze terrestri. Guarda il cristallo: esso porta la sua forma in sé, mantiene questa forma della sua propria essenza attraverso la terra. Questo il tuo corpo fisico non può. Se l’anima ti abbandona, allora la terra lo distrugge, allora lo dissolve in polvere. La terra non ha potere sul tuo corpo fisico. Essa ha il potere di costruire e mantenere i cristalli meravigliosamente trasparenti e sapientemente formati; non ha potere di mantenere la forma del tuo corpo fisico, deve dissolverlo in polvere. Non della terra è il tuo corpo fisico. Il tuo corpo fisico è di alta spiritualità. Serafini, Cherubini, Troni, a loro appartiene quello che è forma e figura del tuo corpo fisico. Non della terra appartiene questo corpo fisico, a potenze spirituali più elevate a te inizialmente accessibili appartiene questo corpo fisico. La terra può distruggerlo, mai può costruirlo. E dentro questo tuo corpo fisico abita il tuo corpo eterico.
Verrà il giorno in cui il tuo corpo fisico verrà preso dalla terra alla distruzione. Allora il tuo corpo eterico si dissolverà nelle vastità del cosmo. Le vastità del cosmo possono bensì dissolvere questo corpo eterico, ma non possono costruirlo. Costruirlo possono solo quelle entità divino-spirituali che appartengono alla gerarchia della Dinamis, Esusiai, Kyriotetes. A loro devi il tuo corpo eterico. Tu unisci con il tuo corpo fisico le sostanze fisiche della terra. Ma quello che è in te trasforma le sostanze fisiche della terra in modo che diventano in te diversamente da tutto ciò che è fisicamente nell’ambiente del corpo fisico. Il tuo corpo eterico muove tutto quello che in te è liquido, quello che in te è acqua. I succhi che circolano, che scorrono, stanno sotto l’influenza del tuo corpo eterico. Ma guarda il tuo sangue: Esusiai, Dynamis, Kyriotetes, sono loro che fanno circolare questo sangue come liquido attraverso le tue vene. Tu sei come corpo fisico solo uomo. Nel tuo corpo eterico sei ancora animale, ma un animale che è spiritualizzato dalla seconda gerarchia. Ciò che qui, certamente ora in poche parole compendio, era il contenuto di un lungo insegnamento di quel maestro, negli occhi dal mite sguardo di cui il discepolo udì il linguaggio del cielo. Allora il discepolo fu rivolto al terzo membro dell’essenza umana, che chiamiamo corpo astrale. Al discepolo fu reso chiaro che questo corpo astrale contiene gli impulsi per la respirazione, per tutto ciò che è aria nell’organismo umano, per tutto ciò che come aria pulsa nell’organismo umano.
Ma sebbene il terrestre si sforzi, dopo che l’uomo ha attraversato la porta della morte, per così dire di muggire nell’elemento aerei e per uno sguardo chiaroveggente è percettibile per anni nelle manifestazioni atmosferiche della terra il clamore dei corpi astrali dei defunti, così la terra con la sua circonferenza non può fare null’altro che dissolverli di fronte agli impulsi del corpo astrale. Poiché costruire possono solo le entità della terza gerarchia: Archai, Arcangeli, Angeli. E così il maestro disse, penetrando profondamente il cuore del discepolo: Tu appartieni al tuo corpo fisico, in quanto assumi in te il regno minerale e lo trasformi, in quanto assumi in te il regno umano e l’elabori, tu appartieni ai Serafini, Cherubini, Troni. In quanto sei corpo eterico, sei nell’eterico simile a animale, ma appartieni lì agli spiriti che sono designati come quelli della seconda gerarchia: Kyriotetes, Dynamis, Exusiai, e in quanto abiti nell’elemento liquido, non appartieni alla terra, ma a questa gerarchia. E in quanto abiti nell’elemento aereo, non appartieni alla terra, ma alla gerarchia degli Angeli, Arcangeli, Archai. E dopo che il discepolo ebbe ricevuto adequatamente questo insegnamento, non si sentiva più come un abitante della terra. Egli sentiva dai suoi corpi fisico, eterico, astrale emanare le forze che l’uniscono attraverso il mondo minerale con la prima gerarchia, l’uniscono attraverso la terra acquosa con la seconda gerarchia, l’uniscono attraverso il circolo dell’aria con la terza gerarchia. E per lui era chiaro: vive sulla terra unicamente per quello che porta in sé come elemento di calore. Ma con ciò il discepolo Rosacroce sentiva il calore che porta in sé, il calore fisico che porta in sé, come il vero umano-terrestre.
E sempre più imparava a sentire consanguineo a questo calore fisico il calore dell’anima e il calore dello spirito. E mentre l’uomo posteriore sempre più ha ignorato come con il divino si colleghino il suo contenuto fisico, il suo contenuto eterico, il suo contenuto astrale attraverso il solido, il liquido, l’aereo, il discepolo Rosacroce lo sapeva molto bene e sapeva: il vero terrestre-umano è l’elemento di calore. Nel momento in cui al discepolo del maestro Rosacroce questo segreto del legame dell’elemento di calore con l’umano-terrestre si era rivelato, in questo momento egli sapeva di connettere il suo umano al divino. E in quei spesso molto semplici abitazioni in cui tali maestri Rosacroce dimoravano, era lì che prima dell’ingresso in una ricerca spesso sfiata, sì meravigliosamente sembrante per caso, i discepoli erano preparati, in quanto erano resi attenti — l’uno in questo modo, l’altro in quel modo, spesso esteriormente sembrava un caso — in quanto erano resi attenti: Tu devi cercare dove il tuo divino può connettersi al divino cosmico. — E quando il discepolo aveva ricevuto quell’insegnamento, di cui vi ho appena parlato, allora, sì, allora poteva dire al suo maestro: Vado da te ora con il massimo conforto che mi potesse accadere sulla terra. Perché mostrandomici che l’uomo terrestre ha il suo elemento veramente nel calore, mi hai dato la possibilità di connettere con il mio fisico l’animico e lo spirituale. Non portate il mio animico nelle ossa solide, nel sangue liquido, nella respirazione aerea. Nel mio elemento calorico lo porto. E era una tranquillità enorme con che gli così istruiti andavano via dai loro maestri in quei tempi.
E dalla tranquillità del volto, che esprimeva il risultato del grande conforto, dalle tranquillità del volto si sviluppò gradualmente quello sguardo mite da cui può parlare il linguaggio del cielo. E così era una profonda istruzione animica fondamentalmente presente fino al primo terzo del 15. secolo, nascosta di fronte agli eventi di cui racconta la storia esterna. Ma un’istruzione ebbe luogo, che colse tutto l’uomo, un’istruzione che collegò l’anima umana alla sfera del divino-cosmico il suo proprio essere. Questa intera disposizione spirituale è andata durante gli ultimi secoli. Non è più contenuta nella nostra civilizzazione. E una civiltà esteriore, lontana da Dio si è diffusa sui posti che una volta hanno visto tali cose come io ve le ho appena descritto. Oggi si sta lì con il ricordo, che poteva essere creato solo nello spirito, nella luce astrale, di così tante scene che sono simili a quella che vi ho appena descritto. Questo dà la disposizione fondamentale che si ha oggi quando si guarda indietro a quei tempi, che sono così spesso descritti come così oscuri, e poi si guarda al nostro tempo. Ma in questo sguardo sale nel cuore dalle rivelazioni spirituali che dal ultimo terzo del 19. secolo possono diventare per l’uomo, il profondo desiderio di parlare di nuovo ai popoli in modo spirituale. E il modo spirituale non può essere parlato solo attraverso parole astratte, il modo spirituale richiede molti segni per parlare nel modo complessivo. E un tale linguaggio che doveva essere trovato per quelle entità spirituali che dovevano parlare all’umanità moderna, un tale linguaggio era le forme del nostro Goetheanum un anno fa bruciato. Veramente, in queste forme doveva continuare a parlare quello che dal podio era stato parlato in idee agli ascoltatori.
E così in certo modo con il Goetheanum c’era qualcosa che poteva davvero ricordare il vecchio in forma completamente nuova. Quando l’iniziando entrava nel tempio di Efeso, lo sguardo era rivolto a quella statua di cui ho parlato in questi giorni, a quella statua che effettivamente lo chiamava in linguaggio del cuore le parole: Unisciti all’etere mondiale, e contemplerai il terrestre dalle altezze eteriche. — Così molti studenti di Efeso hanno contemplato il terrestre dalle altezze eteriche. E un certo ceppo di divinità divenne invidiose. Ma contro l’invidia degli dèi hanno tuttavia trovato nei secoli prima del Mistero del Golgota gli uomini coraggiosi la possibilità di trasmettere se pure indebolito, solo nell’indebolimento in cui poteva continuare a operare — quello che da antichi, antichissimi anni di sviluppo dell’umanità fino all’incendio di Efeso aveva operato. E se il nostro Goetheanum fosse stato completamente finito, allora anche dall’ingresso occidentale lo sguardo sarebbe caduto su quella statua in cui l’uomo avrebbe trovato l’invito a sapere se stesso come essere cosmico, collocato tra le potenze del luciferico e le potenze dell’arimanico, in un’equilibrio dell’essenza portato da Dio. E se si guardava alle forme delle colonne, delle architravi, parlava un linguaggio, un linguaggio che era la continuazione del linguaggio interpretante idee dal podio spirituale. Le parole continuavano risuonando lungo le forme che erano sapientemente plasmate. E su nella cupola era possibile vedere quelle scene che potevano avvicinare allo sguardo spirituale lo sviluppo dell’umanità. Era già in questo Goetheanum per chi poteva percepire un ricordo del tempio di Efeso.
Ma il ricordo divenne terribilmente doloroso quando in modo non dissimile da quello antico, proprio nel punto dello sviluppo in cui il Goetheanum avrebbe dovuto passare attraverso se stesso, per diventare il portatore del rinnovo della vita spirituale, proprio in quel momento la torcia dell’incendio fu gettata in questo Goetheanum. Miei cari amici, il nostro dolore era profondo. Il nostro dolore era indicibile. Ma prendemmo la decisione di continuare il nostro lavoro per il mondo spirituale, indisturbati dal più triste, dal più tragico che potesse accaderci. Poiché si poteva dire nel proprio cuore: Se si guarda le fiamme che si innalzano da Efeso, nel fuoco appare scritto l’invidia degli dèi in un tempo in cui gli uomini ancora in mancanza di libertà dovevano seguire più la volontà degli dèi buoni e cattivi. Nel nostro tempo gli uomini sono stati organizzati verso la libertà. E un anno fa, nella notte di san Silvestro, guardammo alle fiamme divoratrici. La fiamma rossa salì verso il cielo. Linee di fiamma blu scuro, rossastro-gialle salivano attraverso il mare di fuoco generale, provenendo dagli strumenti metallici che il Goetheanum conteneva, un mare di fuoco immenso con i contenuti colorati più vari. E si doveva, se si guardava in questo mare di fiamme con le linee colorate dentro, parlando al dolore dell’anima, leggere: l’invidia degli uomini. Così si articola quello che da epoca a epoca parla nello sviluppo dell’umanità, pure nella più grande disgrazia.
C’è un filo da quella parola che esprime una disgrazia massima dal tempo in cui gli uomini ancora in mancanza di libertà dovevano guardare agli dèi, ma dovevano liberarsi dalla mancanza di libertà, c’è un filo dello sviluppo spirituale da quella disgrazia, dove si vedeva scritto nelle fiamme: l’invidia degli dèi — fino alla nostra disgrazia, dove l’uomo in sé stesso deve trovare la forza della libertà e dove nelle fiamme era scritto: l’invidia degli uomini. A Efeso la statua del dio; qui nel Goetheanum la statua dell’uomo, la statua del Rappresentante dell’umanità, del Cristo Gesù, in cui pensavamo, identificandoci con lui, di risalire con umiltà così nella conoscenza, come una volta a modo loro in modo oggi non più completamente comprensibile agli uomini gli studenti di Efeso risalivano nella Diana di Efeso. Il dolore non diviene minore quando nella luce storica si guarda quello che la sera di san Silvestro dell’anno scorso ci ha portato. Doveva infatti, quando l’ultima volta ho potuto stare sul podio che era eretto in armonia con l’intero edificio lì, doveva lo sguardo dei presenti di allora, lo sguardo dell’anima, essere rivolto all’ascesa da aree terrestri in aree stellari, che esprimono la volontà e la saggezza, la luce del cosmo spirituale. So che stavano davanti al patrocinio molti degli spiriti che nel Medioevo così insegnavano i loro discepoli come ve l’ho descritto. E un’ora dopo che l’ultima parola era stata pronunciata, fui chiamato all’incendio del Goetheanum. E all’incendio del Goetheanum trascorremmo la notte di san Silvestro dell’anno scorso.
Non è necessario pronunciare queste parole e passava negli nostri cuori, nelle nostre anime inesprimibile. Ma quando una cosa simile passa su qualcosa di santo nello sviluppo dell’umanità, c’erano sempre alcuni che promettevano che dopo la dissoluzione del fisico continuerebbero a operare nello spirito a cui il fisico era dedicato. E penso che, poiché siamo riuniti nel momento in cui si compie l’anniversario della nostra disgrazia Goetheanum, possiamo ricordare che le nostre anime hanno la giusta disposizione per questa nostra riunione se ci promettiamo tutti di continuare nello spirito attraverso l’ondata di progresso dell’umanità ciò che attraverso forma fisica, immagine fisica, formazione fisica il Goetheanum era stato posto davanti al occhio fisico e a cui l’occhio fisico per un’azione Erostrato era stato tolto. Al vecchio Goetheanum aderisce il nostro dolore. Diventiamo degni solo attraverso quello che tuttavia ci è imposto dal fatto che abbiamo potuto costruire questo Goetheanum, se oggi nel ricordo facciamo il voto, ognuno di fronte al meglio divino che porta nella sua anima, di restare fedele agli impulsi spirituali che hanno avuto la loro forma esterna in quel Goetheanum. Questo Goetheanum poteva esserci tolto. Lo spirito di questo Goetheanum non ci può, se veramente onestamente e sinceramente vogliamo, esserci tolto. E ci sarà tolto il meno se in questa ora solenne, che ci separa solo poco tempo dal momento in cui un anno fa le fiamme scorrevano fuori dal nostro amato Goetheanum, se in questo momento non solo sentiamo di nuovo il dolore ma dal dolore ci promettiamo di restare fedeli a quello spirito a cui potemmo per dieci anni costruire questa dimora.
Allora, miei cari amici, se questo voto interiore scaturisce sinceramente, onestamente oggi dai nostri cuori, se possiamo trasformare il dolore, la sofferenza nell’impulso dell’azione, allora trasformeremo l’evento triste in benedizione. Il dolore non può divenire minore per questo, ma ci incombe proprio dal dolore trovare l’impulso all’azione, all’azione nello spirito. E così, miei cari amici, guardiamo indietro alle terribili fiamme che ci riempirono di così indicibile tristezza. Sentiamo però oggi, impegnandoci con le migliori forze divine in noi stessi, la fiamma sacra nei nostri cuori, che dovrebbe brillare e scaldare spiritualmente quello che era stato voluto con il Goetheanum, mentre portiamo questa volontà attraverso le ondate di progresso dell’umanità. E così ripetiamo in questo momento in modo approfondito le parole che potei pronunciare un anno fa lì approssimativamente in questo stesso momento. Allora parlai approssimativamente così: Viviamo in un’vigilia di san Silvestro, dobbiamo andare incontro a un nuovo anno mondiale. — Oh, stesse il Goetheanum ancora tra noi, questo appello potrebbe essere rinnovato in questo momento! Non sta più tra noi. Può essere proprio perché non sta più tra noi, come credo, con forza moltiplicata questa sera di san Silvestro pronunciato. Portiamo l’anima del Goetheanum nel nuovo anno mondiale, e cerchiamo di erigere nel nuovo Goetheanum al corpo del vecchio un monumento degno, un degno ricordo.
Questo, miei cari amici, leghi i nostri cuori al vecchio Goetheanum che abbiamo dovuto affidare agli elementi. Questo leghi però i nostri cuori allo spirito, all’anima di questo Goetheanum. E con questo impegno al nostro miglior essere in noi stessi vogliamo non solo traversare nel nuovo anno, vogliamo traversare, potentemente agendo, spiritualmente portanti, guidanti l’anima nel nuovo anno mondiale. Miei cari amici, voi mi avete accolto poiché vi siete elevati nel ricordo del vecchio Goetheanum. Vivete nel ricordo di questo vecchio Goetheanum. Eleviamoci ora al segno che ci impegniamo a continuare a operare nello spirito del Goetheanum con le migliori forze che possiamo trovare nell’immagine del nostro essere umano. Sì, così sia. Amen. E così vogliamo tenerlo, miei cari amici, per quanto possiamo, secondo la volontà che unisce le nostre anime umane con le anime degli dèi, al che vogliamo restare fedeli nello spirito da cui abbiamo cercato questa fedeltà verso di loro in un certo momento della nostra vita, quando abbiamo cercato la scienza dello spirito del Goetheanum. E comprendiamo di mantenere questa fedeltà.
Poiché ci troviamo riuniti per l’ultima volta in questo Convegno, da cui devono scaturire forze potenti e importanti per il movimento antroposofico, permettetemi di strutturare l’ultimo discorso in modo che esso si colleghi interiormente, per quanto riguarda l’impulso, alle molteplici prospettive che questa serie di conferenze ci ha offerto, ma che allo stesso tempo, da un altro lato, in una certa misura — potrei dire per sentimento — sia un accenno al futuro, in particolare al futuro dello sforzo antroposofico.
Se oggi si guarda nel mondo, si vede, in verità da anni ormai, una straordinaria quantità di materiale di distruzione. Forze sono all’opera che lasciano presentire gli abissi in cui la civiltà occidentale continuerà a piombare. Ma si potrebbe dire: Quando precisamente si guarda a coloro che esteriormente ricoprono il ruolo di guida spirituale nei più vari ambiti della vita, allora si nota come questi uomini siano presi da un terribile sonno cosmico. Li si potrebbe descrivere all’incirca così, e ancora fino a poco tempo fa la maggior parte probabilmente pensava così: Fino al diciannovesimo secolo l’umanità, per quanto riguarda le sue intuizioni e visioni, era infantile, primitiva. Poi è venuta la scienza moderna nei più vari ambiti, e ora esiste qualcosa che presumibilmente dovrà essere coltivato come verità per l’eternità. Coloro che pensano così vivono in realtà in un’immensa arroganza, solo che non lo sanno.
A fronte di ciò, talvolta sorge comunque un presentimento, entro l’umanità odierna, che le cose non siano come ho appena descritto nella opinione della maggior parte. Mentre tempo fa potei tenere quelle conferenze in Germania, organizzate dall’Agenzia Wolff, e che ebbero un’affluenza di pubblico straordinariamente ricca, tanto che parecchi notarono come l’Antroposofia fosse effettivamente ricercata, allora tra tante voci sciocche di opposizione apparve una, che nel contenuto non era certo più intelligente delle altre, ma che nondimeno rivelò un’intuizione strana. Essa consisteva in una nota di giornale che si collegava a uno dei discorsi che dovevo tenere a Berlino. Una voce di giornale diceva approssimativamente così: Se si ascolta qualcosa di simile — come avevo esposto in quel discorso berlinese di allora —, allora ci si renderà conto che non solo sulla Terra — cito pressappoco come era la nota — bensì in tutto il Cosmo accade qualcosa che chiama gli uomini a una spiritualità diversa da quella che c’era prima. Si vede che ora le forze del Cosmo, non soltanto gli impulsi terrestri, esigono dagli uomini qualcosa; una specie di rivoluzione nel Cosmo, il cui risultato deve essere lo sforzo verso una nuova spiritualità. Una tale voce almeno c’era, ed era veramente piuttosto notevole. Perché è vero: Ciò che in modo giusto deve impulsionare quello che ora deve emanare da Dornach, deve essere — come ho sottolineato in questi giorni dai più vari punti di vista — un impulso non germinato sulla Terra, bensì germinato nel mondo spirituale. Noi vogliamo qui sviluppare la forza di seguire gli impulsi provenienti dal mondo spirituale. Perciò in questi discorsi serali durante questo Convegno di Natale ho parlato dei molteplici impulsi che furono presenti nello sviluppo storico, affinché i cuori possano aprirsi per l’accoglimento di impulsi spirituali che solo ora devono affluire nel mondo terrestre, che non devono essere presi dal mondo terrestre stesso. Perché tutto ciò che finora ha retto il mondo terrestre nel senso giusto proveniva dal mondo spirituale. E se vogliamo compiere qualcosa di fertile per il mondo terrestre, allora gli impulsi devono essere attinti dal mondo spirituale. Questo, miei cari amici, mi stimola a segnalare come gli incentivi che dovremo portare da questo Convegno nel nostro futuro operare, devono essere collegati a una grande responsabilità.
Permettetemi di soffermarmi per alcuni minuti su ciò che ci è imposto da questo Convegno come una grande responsabilità. Negli ultimi decenni si è potuto, con un senso per il mondo spirituale, passare accanto a molte personalità, osservando spiritualmente e ricevendo da questa osservazione spirituale sentimenti amari per il destino futuro dell’umanità terrestre. Si è potuto passare accanto ai nostri simili della Terra nel modo in cui lo si può fare nello spirito, e osservare questi uomini quando, dormendo, abbandonano il loro corpo fisico e il loro corpo eterico, e con il loro Io e con il loro corpo astrale dimorano nel mondo spirituale. Sì, intraprendere escursioni nel destino degli Io e dei corpi astrali negli ultimi decenni, mentre gli uomini dormivano, ciò stesso è stata occasione per esperienze che indicano grandi responsabilità per colui che può conoscere queste cose. Queste anime che dal momento di addormentarsi al momento di svegliarsi hanno abbandonato il loro corpo fisico e il loro corpo eterico, queste anime si vedono talora avvicinarsi al Guardiano della Soglia.
Questo Guardiano della Soglia nel mondo spirituale si è nel corso dello sviluppo dell’umanità presentato alla coscienza umana nei più vari modi. Molte leggende, molte saghe — poiché è in tale forma che le cose più importanti si conservano, non nella forma della trasmissione storica — molte leggende, molte saghe indicano come in tempi antichi tale o talaltro personaggio ha incontrato il Guardiano della Soglia e da lui ha ricevuto l’insegnamento su come dovrebbe entrare nel mondo spirituale e di nuovo ritornare nel mondo fisico. Perché tutto il giusto entrare nel mondo spirituale deve essere accompagnato dalla possibilità di poter ritornare in ogni momento nel mondo fisico e di stare veramente su entrambi i piedi come un uomo completamente pratico, sensato, non come un sognatore, non come un mistico sognante. Questo fondamentalmente è stato richiesto di fronte al Guardiano della Soglia attraverso tutti i millenni dello sforzo umano verso il mondo spirituale. Ma specialmente nell’ultimo terzo del diciannovesimo secolo, si vedevano appena uomini che in stato di veglia giungessero al Guardiano della Soglia. Quanto più però nei nostri tempi, quando è storicamente imposto all’intera umanità, in qualche forma, passare accanto al Guardiano della Soglia, tanto più si trova, come detto, in corrispondenti escursioni nel mondo spirituale, come le anime addormentate come Io e corpi astrali si avvicinino al Guardiano della Soglia. Queste sono le immagini significative che si possono ottenere oggi: il serio Guardiano della Soglia, intorno a lui gruppi di anime umane addormentate che nello stato di veglia non hanno la forza di avvicinarsi a questo Guardiano della Soglia, che gli si avvicinano mentre dormono. Allora, quando si vede la scena che si svolge, allora si riceve un pensiero che è proprio collegato a quello che io vorrei chiamare l’emergere di una necessaria grande responsabilità. Le anime che così in stato di sonno si avvicinano al Guardiano della Soglia, esse rivendicano con quella coscienza — che per lo stato di veglia rimane inconscio o subconscio — che l’uomo ha nel sonno, il permesso di entrare nel mondo spirituale, il passaggio oltre la Soglia. E in innumerevoli casi si ode allora la voce del serio Guardiano della Soglia: Tu non devi varcare la Soglia per il tuo stesso bene. Tu non devi ottenere il permesso di entrare nel mondo spirituale. Tu devi tornare indietro. Perché se il Guardiano della Soglia concedesse senza indugi a tali anime il permesso di entrare nel mondo spirituale, esse varcherebbero la Soglia, entrerebbero nel mondo spirituale con i concetti che la scuola odierna, l’educazione odierna, la civiltà odierna ha trasmesso loro, con i concetti e le idee con cui l’uomo oggi deve crescere tra il sesto anno e fondamentalmente fino alla fine della sua vita terrestre. Questi concetti e idee hanno la caratteristica particolare che, quando con essi, così come si è divenuti attraverso la civiltà e la scuola attuali, si entra nel mondo spirituale, si è paralizzati spiritualmente. E si tornerebbe nel mondo fisico in un vuoto di pensieri e idee.
Se il Guardiano della Soglia non spingesse con serietà queste anime indietro, molte anime degli uomini attuali indietro, se le lasciasse passare nel mondo spirituale, allora, quando si ridestassero e tornassero, al momento decisivo del risveglio tornerebbero con il sentimento: Non riesco a pensare, i miei pensieri non raggiungono il mio cervello, devo andare per il mondo senza pensieri. — Perché così è il mondo delle idee astratte che l’uomo oggi collega a tutto: si può entrarvi nel mondo spirituale, ma non se ne può più uscire. E quando si vede questa scena, che realmente oggi nel sonno più anime si trovano di quanto comunemente si creda, allora ci si dice: Oh, se solo riuscisse a proteggere queste anime dal dover vivere nel sonno ciò che devrebbero vivere nella morte! — Perché se lo stato che così viene sperimentato di fronte al Guardiano della Soglia durasse a lungo, cioè se la civiltà umana rimanesse a lungo al di sotto di quello che oggi nelle scuole si assimila, preservato dalla civiltà, allora dal sonno diverrebbe vita. Le anime umane passerebbero attraverso la porta della morte nel mondo spirituale, ma non potrebbero più portare nel prossimo incarnamento terrestre una forza di idee. Perché si può entrare con i pensieri odierni nel mondo spirituale, ma non se ne può più uscire. Si può solo uscire spiritualmente paralizzati. Vede, la civiltà attuale può essere fondata con questa forma di vita spirituale che è stata coltivata da così lungo tempo, ma la vita non può essere fondata così. Questa civiltà potrebbe continuare per un certo tempo. Le anime non avrebbero nulla da presentire del Guardiano della Soglia durante la veglia, durante il sonno sarebbero respinte da lui, affinché non fossero paralizzate, e infine questo produrrebbe che una generazione umana nel futuro nascesse, che non avesse intelligenza, nessuna possibilità di applicare idee nella vita, in questa futura vita terrestre, e il pensiero, la vita nelle idee, scomparirebbe dalla Terra. Una generazione umana malata, puramente istintiva, dovrebbe popolare la Terra. Sentimenti e emozioni cattivi da soli, senza la forza orientativa delle idee, occuperebbero il posto nello sviluppo dell’umanità.
Sì, è così: non solo nel modo già descritto, attraverso l’osservazione dell’anima che sta di fronte al Guardiano della Soglia e non può ottenere il permesso di entrare nel mondo spirituale, non solo così un’immagine triste si presenta a chi guarda spiritualmente, ma anche da un altro aspetto. Se si prende un’entità umana non proveniente dalla civiltà occidentale bensì dalla civiltà orientale, e la si conduce in quella escursione che ho caratterizzato, in cui si può osservare le anime umane addormentate di fronte al Guardiano della Soglia, se si conduce con sé una tale entità umana orientale, allora si possono udire da essa le parole spirituali come un terribile rimprovero contro l’intera civiltà occidentale: vedete, se questo continua così, già quando gli uomini che vivono oggi appariranno di nuovo in un’incarnazione sulla Terra, la Terra sarà barbarizzata. Gli uomini vivranno senza idee, soltanto ancora negli istinti. Fino a qui siete arrivati, perché vi siete allontanati dalla vecchia spiritualità dell’Oriente. In verità, per quello che è compito dell’uomo, proprio uno sguardo nel mondo spirituale come l’ho descritto può testimoniare di una forte responsabilità. E qui a Dornach deve esserci un luogo dove per coloro che lo vogliono ascoltare, si possa parlare di tutte le esperienze importanti e immediate nel mondo spirituale. Qui deve esserci un luogo dove si trovi la forza, non soltanto di indicare, in una faziosa, dialettico-empirica scientificità del presente, che qua o là esistono piccole tracce dello spirituale, bensì se Dornach vuole adempiere il suo compito, allora qui si deve parlare apertamente di quello che nel mondo spirituale accade storicamente, di quello che nel mondo spirituale accade come impulsi che poi penetrano nell’essere naturale e dominano la natura, qui a Dornach l’uomo deve poter udire di esperienze reali, di forze reali, di entità reali del mondo spirituale.
Qui deve essere l’Università della vera scienza dello spirito. E d’ora in poi non possiamo tirarci indietro di fronte alle esigenze della scientificità contemporanea che, come ho descritto, conduce gli uomini addormentati di fronte al serio Guardiano della Soglia. Si deve in Dornach ottenere la forza di stare — nel senso spirituale — faccia a faccia con il mondo spirituale veramente, per imparare dal mondo spirituale. Perciò qui non si deve neppure parlare in tirate dialettiche della insufficienza della teoria scientifica contemporanea, ma ho dovuto richiamare l’attenzione su quale situazione l’uomo si trovi di fronte al Guardiano della Soglia attraverso queste teorie scientifiche con i loro sviluppi nella scuola ordinaria. Quando ora, qui in questo Convegno, ci si è seriamente ammessi questo di fronte alla propria anima, allora questo Convegno di Natale invierà un potente impulso nelle anime, che potrà poi portare queste anime verso un operare potente, come l’umanità oggi ha bisogno, affinché la prossima incarnazione trovi gli uomini in modo che possano veramente incontrare il Guardiano della Soglia, cioè affinché la civiltà diventi tale che essa stessa come civiltà possa resistere di fronte al Guardiano della Soglia.
Confrontate la civiltà odierna con le civiltà precedenti. In tutte le civiltà precedenti esistevano idee, concetti che prima salivano verso il mondo soprasensibile, verso gli dei, verso il mondo dove si genera, si crea, si produce; poi si poteva con i concetti che soprattutto agli dei appartenevano nello sguardo verso l’alto, guardare verso il basso al mondo terrestre, per comprendere questo mondo terrestre con i concetti e idee degni e meritevoli degli dei. Quando si veniva con queste idee, che erano formate in modo degno e meritevole degli dei, di fronte al Guardiano della Soglia, allora il Guardiano della Soglia diceva a uno: Tu puoi passare, perché porti oltre nel mondo soprasensibile quello che già durante la tua vita terrestre nel corpo fisico era diretto verso il mondo soprasensibile. Allora ti rimane al ritorno nel mondo fisico-sensibile ancora abbastanza forza per non essere paralizzato dallo sguardo del mondo soprasensibile. Oggi l’uomo sviluppa concetti e idee che secondo lo spirito dei tempi vuole applicare solo al mondo fisico-sensibile. Questi concetti e idee trattano di tutto ciò che è pesabile, misurabile e così via, ma non degli dei. Essi non sono degni degli dei, non sono meritevoli degli dei. Perciò tuona verso le anime che ormai sono completamente cadute nel materialismo delle idee indegne e immeritevoli degli dei, perciò tuona verso di esse quando addormentate varcano il Guardiano della Soglia, contro: Non varcare la Soglia! Tu hai abusato delle tue idee per il mondo sensibile. Tu devi per questo restare con esse nel mondo sensibile, non puoi, se non vuoi essere spiritualmente paralizzato, entrare nel mondo degli dei.
Vede, queste cose devono essere dette, non affinché si speculizzi su di esse, ma devono essere dette affinché il proprio animo possa essere pervaso e penetrato da esse e arrivi al giusto stato d’animo, che si dovrebbe portare via da questo così serio Convegno di Natale della Società Antroposofica. Perché più importante di tutto il resto che portiamo via, sarà lo stato d’animo che portiamo via, lo stato d’animo per il mondo spirituale, la certezza: A Dornach si creerà un centro di conoscenza spirituale. Perciò è suonato veramente bello stamattina, quando è stato parlato per un ambito che qui a Dornach dovrà essere coltivato, per l’ambito della medicina, dal Dr. Zeylmans, che oggi non si possono più costruire ponti dalla scienza ordinaria a ciò che qui a Dornach dovrà essere fondato. Se descriviamo quello che sul nostro terreno cresce medicalmente in modo che abbiamo l’ambizione: I nostri trattati possono resistere alle esigenze cliniche attuali —, allora, allora non arriveremo mai con le cose che veramente abbiamo come compito a un fine determinato, perché allora gli altri diranno: Ebbene, è un nuovo mezzo; abbiamo già fatto anche noi nuovi mezzi.
Di che si tratta è invece questo: che veramente sia accolto nella vita antroposofica un ramo della pratica di vita come la medicina. Questo ho probabilmente inteso correttamente stamattina come un’aspirazione del Dr. Zeylmans. Perché al raggiungimento di questo fine egli ha detto: Colui che oggi è divenuto medico dice: Sono semplicemente divenuto medico —, ma egli aspira a qualcosa che da un nuovo angolo del mondo fornisce impulsi. E vede, nel campo della medicina questo nel futuro da Dornach deve essere fatto in modo univoco, come parecchio altri ramo dell’operare antroposofico, che nel grembo dell’Antroposofia rimasto è operato, e come ora con la Signora Dr. Wegman come mia aiutante viene elaborato proprio quel sistema medico interamente proveniente dall’Antroposofia, che l’umanità ha bisogno e che presto dovrà presentarsi all’umanità.
Similmente sarà mia intenzione stabilire la più stretta relazione con il Istituto Clinico-Terapeutico che opera così beneficamente in Ariesheim, la più intima connessione del Goetheanum con questo Istituto nel più breve tempo possibile, nel futuro prossimo, così che veramente quello che lì prospera stia nella vera linea di orientamento dell’Antroposofia. Questo è anche quello che è l’intenzione della Signora Dr. Wegman.
Ora, quindi, il Dr. Zeylmans ha indicato per un ambito quello che il Consiglio di Dornach ora si farà suo compito in tutti gli ambiti dell’operare antroposofico. Si saprà perciò nel futuro come stanno le cose. Non si dirà: portiamo lì l’Euritimia; se la gente vede per prima l’Euritimia e non ode nulla di Antroposofia, allora le piace l’Euritimia. Poi forse vengono più tardi e perché l’Euritimia è piaciuta loro e scoprono che dietro l’Euritimia sta l’Antroposofia, allora piace loro anche l’Antroposofia. — O: Bisogna mostrare prima alla gente la pratica dei rimedi, bisogna mostrar loro che sono veri rimedi; allora la gente li comprerà. Allora scopriranno più tardi che dietro c’è l’Antroposofia, e allora arriveranno anche all’Antroposofia.
Dobbiamo avere il coraggio di trovare tale procedimento mendace. Solo quando abbiamo il coraggio di trovare tale procedimento mendace, di detestarlo interiormente, allora l’Antroposofia troverà il suo cammino nel mondo. E per quanto riguarda questo, proprio lo sforzo di verità sarà quello che nel futuro da Dornach qui dovrà essere perseguito senza fanatismo, bensì in onesto, retto amore della verità. Forse proprio per questo potremo rimediare a parecchie cose che negli ultimi anni sono state gravemente peccate. Con pensieri non leggeri, ma seri, dobbiamo lasciare questo Convegno che ha condotto alla fondazione della Società Antroposofica Generale. Ma io penso che per nessuno sia stata necessaria l’assunzione di pessimismo da quello che si è svolto qui a Natale. Sebbene abbiamo passato ogni giorno di fronte alle tristi rovine del Goetheanum, io penso che in ogni anima che qui, salendo questo colle al Convegno, è passata di fronte a queste rovine, contemporaneamente attraverso quello che è stato discusso qui, quello che qui, come chiaramente si è potuto notare, è stato ben compreso nel cuore dai nostri amici, da tutto questo è sorto il pensiero: ci saranno fiamme di fuoco spirituale che, come vera vita spirituale dal Goetheanum che risorge, dovranno emanare a benedizione dell’umanità nel futuro, dovranno emanare attraverso la nostra diligenza, dovranno emanare attraverso la nostra dedizione. E quanto più ci allontaniamo da qui con coraggio nel governo dei compiti antroposofici, tanto meglio abbiamo percepito quello che comunque come un tratto spirituale di speranza è passato nei nostri giorni attraverso la nostra riunione.
Perché proprio la scena che vi ho descritto, che così frequentemente si vede: l’uomo odierno con la civiltà e la scuola decadenti, addormentato di fronte al serio Guardiano della Soglia — costui non è affatto presente nei circoli dei sensibili antroposofi. Lì è presente invece quello che eventualmente ha bisogno di una sola esortazione, un’esortazione che recita così: tu devi sviluppare, per comprendere la voce dal paese dello spirito, il forte coraggio di confessarti a questa voce, perché hai cominciato a svegliarti. Il coraggio ti manterrà vigile; la pusillanimità da sola potrebbe portarti al sonno. La voce esortativa al coraggio, la voce esortativa attraverso il coraggio al rimanere vigile, questa è l’altra variante, la variante per gli antroposofi nella vita civile presente. I non-antroposofi odono: rimani fuori dal paese dello spirito, hai abusato delle idee per i soli oggetti terrestri, non hai raccolto idee che fossero meritevoli e degne degli dei. Perciò saresti paralizzato nel ritorno nel mondo fisico-sensibile. — Ma a quelle anime che sono anime antroposofe si dice invece: dovete essere ancora provate nel vostro coraggio di confessare quello che come voce potete veramente ascoltare attraverso l’inclinazione del vostro animo, attraverso l’inclinazione del vostro cuore.
Miei cari amici, come era un anno fa che guardavamo alle fiamme tremolanti che divoravano il vecchio Goetheanum, così possiamo oggi — dato che noi, anche mentre le fiamme fuori bruciavano, non ci lasciammo disturbare qui nella continuazione del lavoro un anno fa — così possiamo oggi ben sperare che, quando il Goetheanum fisico starà in piedi, avremo lavorato in modo che il Goetheanum fisico sia solo il simbolo esteriore del nostro Goetheanum spirituale, che vogliamo portare con noi come idea quando ora entriamo nel mondo. Abbiamo posto qui la pietra di fondazione. Su questa pietra fondamentale deve essere eretto l’edificio, i cui singoli mattoni saranno i lavori che ora in tutti i nostri gruppi dalle singole persone nel vasto mondo saranno compiuti. A questi lavori vogliamo guardare ora nello spirito e renderci consapevoli della responsabilità di cui oggi è stato parlato nei confronti dell’uomo presente che sta di fronte al Guardiano della Soglia, a cui l’accesso al mondo spirituale deve essere negato.
Certamente non deve mai passarci per la mente di provare altro che il più profondo dolore e la più profonda tristezza per quello che ci è accaduto un anno fa. Ma tutto nel mondo — di questo dobbiamo anche ricordarci — tutto nel mondo che ha raggiunto una certa grandezza è nato dal dolore. E così il nostro dolore possa essere trasformato in modo che da esso una forte, raggiante Società Antroposofica per opera vostra, miei cari amici, possa sorgere.
A questo scopo ci siamo immersi in quelle parole con cui ho cominciato, in quelle parole con cui voglio concludere questo Convegno di Natale, questo Convegno di Natale che deve essere per noi una Notte Sacra, una festa di consacrazione non solo per un inizio d’anno, ma per un inizio di mutamento cosmico-temporale, a cui vogliamo dedicarci alla cura devota della vita spirituale:
Anima umana! Tu vivi nei membri, Che ti portano attraverso il mondo dello spazio Nell’essere dell’oceano spirituale: Esercita la memoria dello spirito Nelle profondità dell’anima, Dove nel regnante Essere-creatore-del-mondo Il proprio Io Nell’Io di Dio Si rivela; E vivrai veramente Nell’essere-umano-mondiale. Perché regna il Padre-Spirito Delle altezze Nelle profondità cosmiche Generatore di essere. Serafini, Cherubini, Troni, Lasciate risuonare dalle altezze Quello che nelle profondità trova l’eco;
Questo dice: Ex deo nascimur. Questo odono gli spiriti elementari A oriente, occidente, nord, sud: Gli uomini lo possono udire.
Anima umana! Tu vivi nel battito Del cuore-polmone, Che ti guida attraverso il ritmo dei tempi Nel sentimento del tuo proprio essere-anima: Esercita la riflessione dello spirito Nell’equilibrio dell’anima, Dove i turbinanti Atti-del-divenire-del-mondo Il proprio Io All’Io-del-mondo Uniscono; E sentirai veramente Nell’operare-anima-umana. Perché regna la volontà-Cristus Nel circondario Nei ritmi cosmici Grazia-dell’anima-dispensatrice. Kyriotetes, Dynamis, Exusiai, Lasciate infiammare da oriente Quello che attraverso occidente si forma; Questo dice: In Christo morimur. Questo odono gli spiriti elementari A oriente, occidente, nord, sud: Gli uomini lo possono udire.
Anima umana! Tu vivi nel capo che riposa, Che da fondamenti di eternità Ti apre i pensieri cosmici: Esercita la visione dello spirito Nella quiete del pensiero, Dove gli eterni Obiettivi degli dei Luce-dell’essere-del-mondo Al proprio Io A volontà libera Donano; E penserai veramente Nei fondamenti-dello-spirito-umano. Perché regnano i pensieri cosmici dello spirito Nell’essere-del-mondo Luce-supplicante. Archai, Archangeloi, Angeloi, O lasciate supplicare dalle profondità Quello che nelle altezze è udito; Questo dice: Per spiritum sanctum reviviscimus.
Nel mutamento dei tempi La luce dello spirito-cosmico Nel flusso dell’essere terrestre Entrò; Il buio-della-notte Aveva regnato; La luce del pieno giorno Risplendette Nelle anime umane; Luce Che riscalda I poveri cuori dei pastori; Luce Che illumina I saggi capi dei re. Luce divina, Sole-Cristus Riscaldi I nostri cuori; Illumini I nostri capi; Affinché buono diventi Quello che dai cuori Fondiamo, Dai capi Con consapevolezza volontà Condurre vogliamo.
Così, miei cari amici, portate con voi i vostri cuori caldi, in che qui avete fondato la pietra di fondazione della Società Antroposofica, portate con voi questi cuori caldi verso un operare potente, salutare nel mondo. E aiuto vi sarà dato affinché illuminati i vostri capi quello che ora tutti volete consapevolmente condurre. Questo vogliamo prenderci a cuore oggi con tutta la forza. Vedremo: Se ci mostreremo degni di questo, una buona stella regnerà su quello che da qui vuol essere voluto. Seguite, miei cari amici, questa buona stella. Vogliamo vedere dove gli dei attraverso la luce di questa stella ci guideranno. Luce divina, Sole-Cristus, Riscaldi i nostri cuori, Illumini i nostri capi!
In memoria di Frater Stefano Ravaglia
anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.
Libera AntroposofiaArchivio digitale della Scienza dello Spirito di Rudolf SteinerInfo e ContattiTutti i contenuti presenti in questa piattaforma sono esenti da copyright
o sono stati legalmente concessi dai tenenti diritto.