Il modo in cui la «questione sociale» ha agito negli impulsi della catastrofe bellica degli ultimi anni mostra che con essa — come con una questione di necessità vitale — gli uomini di tutti i ceti e di tutte le professioni dovranno occuparsi. Le rivendicazioni del proletariato moderno hanno determinato, certo non da sole, ma hanno comunque influenzato i propositi di quelle personalità che hanno partecipato agli inizi di questa catastrofe; e durante la catastrofe molto sarebbe avvenuto diversamente, se le personalità dirigenti non avessero sentito, nel corso della vita dei popoli, queste rivendicazioni. E per l’armonizzazione delle disarmonie internazionali si è nutrita da molti lati la speranza nelle visioni di mondo che vivono nel mondo proletario. E ora, per una gran parte del mondo civile europeo, questa questione è divenuta urgente, anzi una questione bruciante, che è passata dallo stadio della lenta considerazione a quello dei fatti della vita, che richiedono soluzione sollecita. Ora non si può dire che gli eventi fornissero la prova che, nei tempi in cui la questione sociale è stata discussa, i circoli intellettualmente dirigenti si fossero acquisiti un giudizio sufficientemente maturo per essere all’altezza di ciò che attualmente si presenta nei fatti come rivendicazione.
Come in molte altre cose che toccano la vita storica dell’umanità, così anche negli impulsi del proletariato moderno si deve dirigere lo sguardo non soltanto a ciò che vive nelle coscienze degli uomini, bensì a ciò che agisce come le vere forze trainanti nelle profondità inconsce. Al centro della valutazione della situazione sociale odierna dovrebbe essere collocata la visione della vita, la disposizione d’animo del proletariato moderno, ciò che spinge a rivendicare questo o quello, non l’espressione manifesta di queste rivendicazioni.
Per poter considerare così la cosa, occorre una vera comprensione del divenire storico dell’umanità, dalla quale è in verità molto lontano ciò che attualmente si chiama «storia». Essa considera la vita dell’uomo come se si svolgesse in linea retta sul filo di causa ed effetto. Ma la vita non si svolge così. Come nel singolo uomo accadono rivolgimenti, crisi, nei quali al corso lineare di cause ed effetti si affiancano dalla profondità organica impulsi elementari — così la dentizione nel settimo anno di vita, la pubertà — così pure nella vita dell’intera umanità — e non solo dei singoli popoli — accadono tali eventi-crisi. Un tale evento si situa verso la fine del quattordicesimo fino al sedicesimo secolo. Consiste nel fatto che nella convivenza sociale degli uomini e delle professioni umane al posto degli istinti sociali subentra la consapevolezza sociale. Vive così nell’anima dell’umanità moderna un elemento completamente nuovo, che non era ancora vivo nell’anima dell’umanità medievale. Ma ciò che è così entrato nell’umanità ha agito in diversa maniera sui membri dell’umanità. Come l’impulso del cristianesimo è stato recepito in modo diverso dai Greci e dai Romani, muniti della più alta forma ma già consumata della civiltà antica, e dai popoli provenienti dal nord ancora in primitiva formazione d’anima, così il nuovo impulso vitale degli ultimi tempi è divenuto efficace in modo diverso nell’anima dei ceti storicamente dirigenti, che continuavano la vecchia disposizione d’anima in forma modificata, e nell’anima del proletariato, che, strappato dal suo precedente contesto vitale e posto di fronte alla macchina, era stato intessuto nella condotta capitalistica della vita.
La forma economica moderna ha staccato il proletario dall’ambiente del mondo esteriore e lo ha rivolto verso se stesso, per trovare un contenuto vitale nel puro ragionamento su dignità umana, opera umana. Il suo intelletto non consunto fu animato nel rapporto astratto, privo di vita, che egli aveva con la macchina e il capitale. Solo così è divenuto possibile che una visione astratta, dialettica come quella marxiana abbia afferrato il proletariato moderno dal pensiero nel profondo dell’anima. I circoli dirigenti della borghesia purtroppo non si sono acquisiti una comprensione di questo lato psicologico del movimento proletario; e neppure oggi vogliono acquistarsela.
Nella «coscienza di classe» del proletariato sta nascosta la «coscienza dell’umanità», che si è sviluppata in maniera particolare sotto l’influenza di tecnica e capitalismo, ma in modo più profondo dal descritto evento-crisi nello sviluppo dell’intera umanità. Il proletario era posto di fronte a questo evento-crisi in tutt’altro modo, dalla sua situazione economica, rispetto agli altri strati dell’umanità moderna. E così dal suo necessario vitale sorse in triplice forma l’impulso sociale. In primo luogo, egli dovette acquisire da una mera scienza astratta, per una concezione della vita, ciò che altri strati della popolazione avevano acquisito dalla vita stessa. Ricevette però la scienza come eredità dalla borghesia in un tempo in cui in essa la vita spirituale era già paralizzata in ideologia. Non più, dal giro del quattordicesimo fino al sedicesimo secolo, fluiva nella scienza un vero impulso religioso, veramente spirituale. La nuova scienza non fornisce più alla vita vere forze spirituali, ma solo «idee», «concetti» ecc. Così il cosiddetto ceto proletario ricevette la vita spirituale; così dovette farla divenire uno stimolo della sua concezione della vita. Solo così, come «ideologia», questa vita spirituale non possiede una forza propulsiva sufficiente a portare l’anima dell’uomo, e così il proletario, sotto l’influenza dell’eredità spirituale che ha assunto dalla borghesia, si sente perduto nell’anima; anela a un compimento dell’anima e non può trovarlo.
Questa vuotezza nello psichico dovrebbe essere compresa come la vera forma della prima rivendicazione sociale.
La seconda questione parziale, nel quadro generale degli impulsi proletari moderni, risulta nella sua vera forma quando si guarda al sentimento che si è formato nell’anima del proletario, dalla sua situazione sociale, sul suo rapporto come uomo tra uomini. Questa questione parziale è in realtà una di diritto indissolubile, legato alla natura umana; ma la scienza proletaria la interpreta scorrettamente. Essa è della giusta opinione che al proletario non possa divenire possibile la sua piena dignità umana, se la sua forza di lavoro porta il carattere di merce e come un’altra merce sul mercato del lavoro viene sottoposta alla legge economica di offerta e domanda. Essa interpreta però la vita scorrettamente, quando crede che gli impulsi economici della forza lavoro fisica abbiano dato a questo carattere. Ciò che qui si trova è uno sviluppo continuo di ciò che nel divenire storico dell’umanità si è manifestato nella nascita e nel superamento della schiavitù, della servitù della gleba. Lo sviluppo economico moderno ha soltanto immerso nella coscienza dell’essenza proletaria il sentimento: non si ha la piena dignità umana, quando bisogna consegnare la propria forza di lavoro come merce.
La terza questione parziale, da sola, si mostra nella sua vera forma come una questione economica. Ma essa ha incatenato, sotto l’influenza inondante di tecnica e capitalismo, lo sguardo del mondo proletario, come sotto l’impulso di una potente suggestione, cosicché si crede che le forze economiche siano le sole vere forze sociali, e che il loro ordine nel senso salvifico debba anche fornire tutto il bene della cultura spirituale e della vita giuridica, che riguarda la convivenza umana e dignitosa di personalità e personalità nella struttura sociale.
Così considerata, la questione sociale rimanda a tre ambiti della vita, la cui struttura deve essere necessariamente conosciuta da chi vuole acquisire un giudizio conforme alla realtà, per cooperare alla soluzione delle rivendicazioni sociali dei tempi più recenti.
II. I TENTATIVI DI SOLUZIONE CONFORMI ALLA REALTÀ RICHIESTI DALLA VITA PER LE QUESTIONI E LE NECESSITÀ SOCIALI
La seconda conferenza vuole indicare in modo schizzofico i tentativi di soluzione che risultano dalle necessità vitali dell’umanità moderna stessa per le rivendicazioni del socialismo proletario. Si compirà sempre qualcosa che ostacola lo sviluppo e ostile alla vita se si parte dall’idea di costruire idee generali, punti di programma secondo i quali si vuole configurare l’organismo sociale. In questo modo nasce come organismo sociale qualcosa di simile all’omuncolo degli alchimisti medievali. Si tratta piuttosto di non costruire l’organismo sociale per mezzo di concetti, bensì di penetrare nelle condizioni di vita, sotto le quali esso si forma e funziona come vivente, secondo le sue forze che gli sono proprie. Una visione come quella che sta alla base di queste conferenze respinge ben sì completamente il trapiantare in modo dilettantevole idee fisiologiche, biologiche nella sociologia; ma poiché l’umanità è entrata in uno stadio del suo sviluppo nel quale al posto dei precedenti istinti sociali attivi prima del quattordicesimo secolo deve subentrare la consapevolezza sociale, così è necessario che si comprenda pensando l’organismo sociale come si comprende pensando il naturale organismo umano in modo puramente fattuale, conforme alla realtà. Mi sembra che sia giusta la circostanza, sulla quale ho dato un cenno nel mio libro su «Enigmi dell’anima» come risultato di uno studio trentennale nel senso di una vera scienza dello spirito. In questo senso il naturale organismo umano consta di tre organismi parziali relativamente autonomi gli uni rispetto agli altri, i quali non forniscono i processi totali necessari dell’essenza umana mediante il fatto che loro sottostà un centro generale dominante tutto, bensì mediante il fatto che sono centrati in se stessi e come organismi parziali relativamente autonomi nel loro cooperare forniscono il funzionamento dell’organismo totale. Questi tre sistemi organici sono: 1. Il sistema nervoso-sensoriale; 2. Il sistema del movimento ritmico e regolante (respirazione — circolazione sanguigna ecc.); 3. Il sistema del metabolismo. Così paradosso come appare: tutto nel naturale organismo umano, per quanto è funzionamento, si compone di questi tre organismi parziali relativamente autonomi. E il danno della biologia moderna consiste nel fatto che non può decidersi a considerare l’essenza umana in modo conforme alla realtà in questa direzione.
Ora, nelle rivendicazioni sociali dei tempi più recenti vive inconsciamente una spinta verso una vita entro la struttura sociale che agisce nel senso di un voler-essere-collocati in un organismo sociale spaccato in tre componenti relativamente autonome. È un errore gigantesco — è la vera malattia sociale dei tempi più recenti, la quale il socialismo del proletariato purtroppo vuole condurre non alla guarigione bensì alla culminazione — che si miri a catturare, a intercettare, i due componenti relativamente autonomi dell’organismo sociale sano, il componente spirituale e il componente propriamente politico, che ha a che fare con il rapporto dignitoso da uomo a uomo, attraverso l’organismo economico. Il bene risiede piuttosto nella tripartizione dell’organismo sociale. Ognuno dei tre componenti ha la sua propria legge, e deve agire come vita sociale con relativa autonomia.
Viene in considerazione:
Il componente economico dell’organismo sociale. Questo acquista la sua legge dal rapporto nel quale l’uomo come agente economico si trova di fronte alla base naturale dell’economia. Questo rapporto chiede su questo terreno una pura vita associativa, una vita in associazioni parziali e coalizioni parziali secondo le professioni, secondo i rapporti della produzione di merci, della circolazione di merci e del consumo di merci. Non l’unificazione uniforme dell’intera vita economica in un’economia dello Stato totale, bensì la libera cooperazione dei componenti parziali dati dalle basi naturali dell’economia fornisce il bene su questo terreno.
Il terreno del diritto pubblico nell’organismo sociale. Questo ha la sua propria legge, che non deve seguire dagli impulsi economici, bensì deve essere edificata sugli impulsi che risultano dal rapporto da uomo a uomo. È il vero terreno politico, il vero terreno dello Stato. Se questo agisce in relativa autonomia accanto all’altro, allora nella vita dell’organismo sociale la forza lavoro si distacca da sé dalla natura di merce, e altri rami della convivenza sociale si sviluppano verso il soddisfacimento umano.
Il terreno di tutta la vita spirituale, comprendente la vita scolastica ed educativa, la vita religiosa, la vita artistica ecc., ma anche tutto ciò che si riferisce al diritto privato e al diritto penale. Nel secondo terreno appartiene solo il diritto pubblico. In questo terreno appartiene tutto, che nell’organismo sociale deve stare costruito sui movimenti individuali fluenti dalla libertà personale e dall’iniziativa dell’uomo, che ha il suo fondamento nelle dotazioni psichiche e corporee dell’uomo individuale. Come al naturale organismo umano, per il suo sostentamento, fluiscono da fuori le sostanze nutritive, così all’organismo sociale devono fluire da fuori i frutti delle dotazioni umane. Non deve né potrà circuirli dal suo sistema economico o statale, né vuole organizzarli. La scuola, per esempio, dal grado inferiore a quello superiore, deve stare completamente su se stessa. Desovranizzazione, non sovranizzazione della vita spirituale deve essere perseguita.
Questi tre componenti parziali dell’organismo sociale totale devono avere ognuno il suo proprio corpo di legislazione e amministrazione; devono essere sovrani come formazioni statali che stanno fianco a fianco e, come tali, conversare tra loro. Si può trovare questa rivendicazione complicata, scomoda di fronte alle abitudini di pensiero vigenti; tuttavia esse sono le leggi di vita dell’organismo sociale, e chi vi si oppone non farà nulla per la guarigione della malattia dell’umanità che si è rivelata negli eventi terribili degli ultimi anni — anzi, rafforzerà gli impulsi di questa malattia. Si ha a che fare con queste rivendicazioni non come con qualcosa di astratto, bensì come con qualcosa che vuol realizzarsi dal seno delle leggi mondiali entro lo sviluppo dell’umanità dei prossimi decenni. E le rivendicazioni sociali che si presentano alla superficie sono solo l’espressione mascherata, spesso amplificata, del fatto che l’organismo sociale vuol formarsi verso la sua guarigione nei suoi naturali tre componenti.
Si ha a che fare con queste rivendicazioni non soltanto come con una questione che riguarda la struttura interna degli Stati come organismi sociali; si ha piuttosto, in modo eminente, a che fare con un oggetto della politica estera. I conflitti che sorgono quando Stato sta di fronte a Stato come organismo unitario innaturale si sciolgono quando le delegazioni dell’organismo spirituale di un territorio entrano in autonomo commercio con l’organismo spirituale dell’altro, e così con i corrispondenti delegati dei corpi economico e propriamente politico.
Si può fondare e sviluppare tutto ciò qui detto, nei dettagli, in modo rigorosamente scientifico; naturalmente qui possono essere date solo le conclusioni finali di una sociologia conforme alla realtà, che però attualmente è completamente matura per intervenire nella configurazione dell’organismo sociale.
Molto dipende dal fatto che nella presente difficile epoca si trovino il più possibile molti uomini che sviluppino la sensazione che un’azione nel senso qui accennato è una rivendicazione necessaria dei tempi. Che se questo non fosse il caso: si dovrebbe vivere, nella prossima epoca, un unleashing — uno scatenamento — degli istinti umani su una gran parte del mondo civile, di fronte al quale un’intesa per mezzo di giudizio ragionevole non sarebbe possibile. Sarà necessario ascoltare i veri uomini di pratica, che hanno una comprensione per alti punti di vista che risultano dall’osservazione degli impulsi di sviluppo dell’umanità; e dovranno cessare l’orgoglio e la presunzione di coloro la cui pratica consiste solo nel senso stretto per il prossimo immediato. Dovranno imparare che proprio per il fatto che la vita economica moderna e il capitalismo moderno, attraverso una selezione che si oppone alle forze di sviluppo dell’umanità, hanno condotto questi falsi pratici in posizioni dirigenti, doveva essere causata la sventura degli ultimi anni. Se questi eserciteranno la giusta auto-riflessione e ascolteranno sachgemäss — in modo conforme al contenuto — i veri praticanti, che vogliono ancora renderli inoffensivi come idealisti impratici: allora, e soltanto allora, c’è da sperare in una guarigione dell’organismo sociale. LA VERA FORMA DELLA QUESTIONE SOCIALE, COMPRESA DALLE NECESSITÀ VITALI DELL’UMANITÀ CONTEMPORANEA
Signore e signori molto onorati! Prima di iniziare la conferenza, permettetemi di chiedervi scusa: la mia voce ha risentito, negli ultimi tempi, di un’ordinaria influenza. Potrebbe accadere che durante la conferenza subisca dei disturbi, che faccia una serie di capriole. Vi prego di scusarmi. Spero che nel corso della conferenza la voce si stabilizzi.
Quello che in particolare vorrei mettere in primo piano, nella prima parte di queste considerazioni sulla questione sociale, è la vera forma di ciò che effettivamente vive nelle rivendicazioni sociali del presente. Poiché a un uomo perspicace diviene assai, assai presto evidente, quando guardi alle questioni umane, in particolare alle questioni del corso stesso della vita umana, come ciò che, in senso amplissimo, l’uomo vuole e persegue si mascheri e si nasconda esternamente dietro varie forme, che non rappresentano immediatamente ciò che effettivamente vive come impulso nell’anima.
Per questo motivo, di fronte ai fenomeni sociali, si deve fare il tentativo di scoprire la vera forma di ciò che effettivamente vive nelle anime umane.
La questione sociale — difficilmente potrebbe negarsi, signore e signori molto onorati, che è stata discussa da decenni; non solo è stata discussa entro cerchie in cui si discuteva più o meno seriamente di questo o di quello dal punto di vista teorico, ma è stata discussa dai partiti mondiali, dalle classi mondiali, dai destini mondiali. Nel corso della seconda metà del diciannovesimo secolo è stato fatto molto, molto — presumibilmente o veramente — per apportare una soluzione a queste domande pressanti e realmente urgenti nel presente.
In particolare, è la terribile catastrofe che si è abbattuta sull’umanità negli ultimi anni, che potrebbe agire scuotendo e illuminante, per molte anime umane, riguardo a quello che vive nella questione sociale.
Si poteva vedere, signore e signori molto onorati, come la questione sociale fosse intrecciata in questa catastrofe di guerra — vorrei dire, proprio dove si trovano le cause più immediate di questa catastrofe di guerra. Molto di quello che è connesso con il punto di partenza di questa catastrofe di guerra diverrà — lo si può ancora dubitare oggi — oggetto di una patologia sociale, o meglio dire, di una psichiatria sociale. Ma non poco dello stato d’animo di personalità che presero parte, che avevano una partecipazione viva a quello che è connesso con i movimenti di origine di questa catastrofe, non poco di ciò è da ricondursi alla loro paura, al loro intero atteggiamento rispetto a quello che vedevano avanzare come il moderno movimento sociale proletario.
Essi comprendevano poco di quello che viveva in questo movimento sociale; ma lo vedevano avanzare. Non tanto quello che viveva in questo movimento sociale, quello che si era compiuto circa nel 1914, ma piuttosto quello che, sotto l’impressione del movimento sociale che avanzava, si era consolidato in molte anime di personalità dirigenti — questo agiva come determinante per quei giudizi che erano concausa di questa terribile catastrofe.
Poi nuovamente, signore e signori molto onorati, da un lato vediamo molte cose svilupparsi nel corso degli ultimi quattro anni e mezzo. Sicché, vorrei dire, certi ambienti dirigenti continuavano la loro paura dinanzi al movimento sociale che si precipitava. Ma vediamo d’altra parte come si suscitano speranze, che quello che non potrebbe venire da altri movimenti mondiali, potrebbe forse venire proprio dal movimento mondiale socialista internazionale — un equilibrio delle disarmonie che si erano manifestate in questa catastrofe. E ora, ora, poiché questa catastrofe è entrata in una crisi che menti miopi forse considerano una fine, ma che non è assolutamente una fine, ora una grande parte dell’Europa colta si trova di fronte alla necessità storica, alla necessità effettiva di prendere posizione su quello che si nasconde nel problema sociale. E non si deve dire, se si considerano queste cose con sguardo imparziale, non si deve dire: qualcosa di tragico regna sulle menti proprio di coloro che ora, dall’immediato presente, si sentono spinti a prendere posizione sul problema sociale!
Per decenni, in laborioso lavoro di pensiero, in laboriosa osservazione dei fenomeni sociali mondiali, molti credevano di aver colto un giudizio, una capacità di giudizio. Ora, quando la questione è diventata urgente, quando la questione, nel corso dei fatti, diciamo, diviene ogni giorno più con lo sconcerto: l’osservazione imparziale non può dire nient’altro! E così sembra emergere almeno una cosa, proprio anche dal ruolo che il movimento sociale ha avuto negli ultimi eventi catastrofici dell’umanità — una cosa sembra emergere da tutto ciò: che per lungo, lunghissimo tempo gli uomini di tutti gli stamenti, di tutte le professioni, dovranno occuparsi seriamente di quello che oggi si chiama rivendicazione sociale.
Questo può giustificare, signore e signori molto onorati, che io, che ho avuto il privilegio per anni di parlare qui a Berna di argomenti di scienza dello spirito, che io trovi motivo, dai fondamenti di questa ricerca spirituale, di parlare anche una volta, in senso più stretto, di questo problema sociale.
Se posso partire da un’osservazione personale, vorrei solo dire questo: Certamente non, come potrebbe credere qualcuno, da un metodo di conoscenza puramente teorico, ma da un lavoro teorico di conoscenza, dovrebbe essere parlato qui del problema sociale, così come questo problema sociale mi si presentò quando, per anni, fui insegnante in una scuola di educazione operaia tra proletari, e da lì, dovetti insegnare e agire proprio in mezzo alla popolazione stessa proletaria nel movimento sindacale, nel movimento cooperativo e anche all’interno del movimento politico, insegnando e illuminando.
Sì, signore e signori molto onorati, ho avuto allora l’occasione di osservare quello di cui credo sia soprattutto necessario osservare, se si vuole comprendere la questione sociale. Ho avuto soprattutto l’occasione di osservare, osservando con partecipazione viva, quello che potrei chiamare la disposizione dell’anima proletaria.
Questa disposizione dell’anima proletaria, a chi la apprende, forse gli si impone la seguente convinzione: vedete, signore e signori molto onorati, molto, molte cose incisive, perspicaci, diligenti sono state scritte proprio nel campo dei socialisti e dei non-socialisti nel corso degli ultimi decenni — veramente già nella seconda metà del diciannovesimo secolo, e poi attraverso il ventesimo secolo, per quanto siamo in esso avanzati. In questa letteratura vastissima si esprime quello che dentro il moderno proletariato viene pensato come questione sociale.
Se si paragona quello che si esprime in questa letteratura con quello che un’osservazione imparziale della vita dà per chi può osservare questa vita, si scopre allora anzitutto una strana, un’altamente significativa e istruttiva contraddizione dentro il moderno movimento proletario-sociale.
Non si sente in letteratura, nei discorsi, negli articoli niente di più frequentemente, da parte di scrittori e agitatori socialisti, di una certa sottovalutazione di tutto l’elemento pensante, di tutto l’elemento spirituale! Riguardo allo spirito si sottolinea proprio dal lato socialista, che tutto quello che l’uomo pensa, tutto quello che l’uomo elabora spiritualmente in qualche modo dentro di sé, che tutto ciò non è nient’altro che, per così dire, la nuvola che si eleva dalle grandi, uniche realtà delle lotte economiche dell’umanità.
Come le singole classi lottano economicamente fra loro, quello che vi accade nella vita economica, quella è l’unica vera realtà. Come nuvole si elevano quei costrutti che si sviluppano come pensieri umani, si eleva quello che si chiama conoscenza, quello che si chiama arte, e così via.
A chi direi qualcosa di completamente nuovo, chi si è occupato in qualche modo di queste cose, se io proprio questa affermazione riguardo all’intera letteratura socialista e all’intera azione socialista, affermazione che la pervade tutta, qui la metto in rilievo? Poiché, signore e signori molto onorati, da un’osservazione viva risulta che dentro l’intera evoluzione storica dell’umanità non c’è mai stata un movimento di partito, un movimento di classe, che sia proceduto così intensamente dal pensare, dalla conoscenza, come il particolare movimento proletario-socialista! Sì, si può addirittura dire, senza cadere in un’esagerazione: Il movimento socialista moderno è quello che in un modo del tutto unico vuole poggiare su quello che è la base scientifica. Quanto strano suoni: Il movimento socialista moderno è quello che, opposto a tutti gli altri simili movimenti nella storia mondiale, procede da una base scientifica nel senso più eminente, da una base di pensiero!
Come nella vita ci sono tante contraddizioni, sì, come la vita consiste propriamente nel contraddittorio che agisce congiuntamente in essa, così — si potrebbe dire — è anche qui. Consapevolmente dicono le persone: noi non teniamo nulla dei pensieri; inconsciamente riposano i fondamenti da cui proprio questo movimento è proceduto: dal pensiero. Si deve solo, con vero amore per i fatti e con vero amore per l’osservazione umana, vedere come in sé l’anima del proletario penetrò la comprensione per un tale difficile, per un tale rigoroso — almeno si tenta il rigore — per un tale esatto lavoro di pensiero, come quello di Karl Marx; si deve, con amore per i fatti, con amore per l’osservazione umana, vedere come poi nuovamente, in acuta maniera, nel cuore dei proletari si è tentato di comprendere in che cosa propriamente Karl Marx, il capo del movimento proletario moderno, il capo teorico, in che cosa propriamente egli si sia sbagliato.
Si può ben dire: se, all’interno della società umana contemporanea, stufo della superficialità dei cosiddetti circoli intellettuali borghesi, si penetrava nei circoli del proletariato, allora si poteva proprio notare il transito — il transito dal superficiale a un’educazione che costruisce, almeno solo esternamente, una scienza leggermente agghindata, a quel persistente sforzo, di penetrare dietro i segreti della vita immediata che ti circonda, nel mondo proletario moderno. Si avvertiva proprio, vorrei dire, l’incombere di una terribile disgrazia, perché si vedeva quanto poca inclinazione fosse presente proprio nelle persone intellettuali, dirigenti, ancora oggi lo è, a trovare comprensione per quello che effettivamente vive nell’anima proletaria.
Si poteva provare dolore nel cuore quando si vedeva: Tali vie intraprendeva la classe umana dirigente, per guardare dentro l’anima proletaria, tali vie, che si andava a teatro a vedersi i «Tessitori» di Hauptmann, i «Tessitori»: Godimento estetico in situazioni proletarie — era quello che si aspirava come comprensione.
Di questo ci si faceva poco concetto — o si cercavano poco concetti. In che cosa consiste il vero segreto: nel fatto che nel moderno proletariato il più severo pensiero scientifico, l’artiglieria scientifica pesante, come molti intellettuali oggi evitano perché loro scomoda, come questo pensiero potesse immergersi nell’anima moderna proletaria; su questo si tenta poco di riflettere, che sia così. Che vi sia troppa poca comprensione per quello che incombe, questo si poteva sentire, se si prendevano le cose seriamente, come l’incombente, minacciosa disgrazia, da decenni.
Ora, signore e signori molto onorati, che cosa sta dietro la contraddizione che ho accennato — che da un lato il pensiero sia proprio rinnegato dal moderno proletario, e che tuttavia questo proletariato proceda del tutto da pensieri, abbia senso, interesse e attenzione proprio per la vita del pensiero — in che cosa è fondata questa contraddizione? L’osservazione della vita dà come risultato, credo, che questa contraddizione è fondata nel fatto che in questo movimento non si tratta tanto di quello che gli uomini si immaginano, di quali siano questi obiettivi economici o obiettivi sociali, ma si tratta di quale sia effettivamente la disposizione dell’anima dell’uomo vivo che appartiene al proletariato moderno.
E devo dire: Più intensamente ha parlato alla mia anima una parola, più intensamente di tutti gli acuti dibattiti su questioni economiche, che credo di poter apprezzare tutti; ma più caratteristica per quello che vive nel tempo, mi è sempre sembrata una parola, una parola che si sente ovunque all’interno del moderno movimento proletario — è la parola che dice: Il moderno proletariato è salito, nell’evoluzione dell’umanità, alla coscienza di classe. Che cosa vuole dire propriamente, così come la parola è direttamente usata? Vuol dire: Il moderno proletario non vive, come lavoratore, istintivamente — diciamo — nella vita patriarcale antica, nella vecchia vita artigianale, come apprendista o come compagno; il moderno lavoratore proletario non vive istintivamente dentro la struttura sociale; ma vive così che sa quello che significa dentro questa struttura sociale, come è una classe particolare — appunto la classe di coloro che vendono lavoro rispetto alle altre classi, le classi dei datori di lavoro.
Che egli lì, nel modo in cui sa di stare dentro la struttura sociale, non vive solo istintivamente, ma ha qualcosa della coscienza di classe, questo deve anzitutto esprimere la parola «proletariato consapevole della propria classe».
Ma in fondo, questa parola «proletariato consapevole della propria classe», se si va più a fondo, è solo una maschera per qualcos’altro di completamente diverso. Questo altro si riconoscerebbe se l’umanità moderna non avesse perso, insieme ai concetti che necessariamente dovevano essere respinti, anche la capacità di riconoscere la piena realtà nel corso dell’umanità. Si è oggi, vorrei dire, posseduti da un istinto di conoscenza completamente comodo. Questo istinto di conoscenza si propone ovunque di connettere causa ed effetto nel modo più semplice possibile: qui c’è la causa — lì c’è l’effetto; l’effetto segue dalla causa. E poi questo procede presumibilmente molto soggettivamente, nel momento in cui forse si aggiunge ancora, per giustificare questo movimento rettilineo della conoscenza lungo il filo di causa ed effetto: «la natura non fa salti». Certamente, chi vede anche un poco sa che la natura fa salti dovunque; ma una tale parola viene comunque portata avanti. La natura sviluppa effettivamente in successione foglia verde dopo foglia verde; fa poi il salto verso la foglia verde del calice, e poi il salto ancora più grande verso la foglia floreale, poi verso gli stami e così via. E così, in tutta la vita, in tutti i processi naturali si noterebbero confutazioni della comoda sentenza: «la natura non fa salti».
Dove si giungerebbe se si osservasse soltanto la vita umana, come si sviluppa nel mondo fisico, così soltanto, sicché si seguissi rettilineamente gli eventi secondo la causa immediatamente precedente, l’effetto immediatamente seguente? Non vediamo forse nella vita individuale umana, come entra in crisi una particolare trasformazione dei denti verso il settimo anno? Non vediamo come entra una significativa crisi quando l’uomo diviene sessualmente maturo? Non vediamo come in mezzo c’è più un tranquillo susseguirsi di causa ed effetto? E come poi nella trasformazione dei denti, nella maturità sessuale — ci sono anche altre crisi negli anni posteriori, anche se meno chiaramente percettibili — tutte queste cose mostrano come in tali tempi la natura veramente fa salti. A questo riguardo un osservatore imparziale dei processi naturali avrà nel futuro ancora molto di particolare da compiere. Poiché si è gettato a mare quello che appartiene alla vecchia metafisica, e giustamente lo si è gettato a mare, contemporaneamente si è persa la possibilità di considerare lo sviluppo storico così che si guardi e percepisca i veri impulsi in esso contenuti, così come si possono percepire tali impulsi trasformatori, come si affermano nella trasformazione dei denti umana, nella maturità sessuale umana.
Per il vero osservatore imparziale risulta dal proseguimento dello sviluppo storico dell’umanità che ci sono tempi particolari in cui le disposizioni dell’anima degli uomini si trasformano, in cui nuovi impulsi entrano nella disposizione dell’anima degli uomini.
Una tale epoca era quella che cade approssimativamente nel tempo del quindicesimo, sedicesimo secolo. La storia, così come è presentata nelle scuole, è in questo riguardo, in molti aspetti, una «fable convenue». Non punta, questa storia, ai magnifici rivolgimenti che si sono sviluppati nelle disposizioni dell’anima degli uomini nei tempi successivi. Quando una volta si giungerà, da una storia prevenuta che oggi regna, a una storia imparziale, allora si comprenderà come fosse affatto diversa la disposizione interiore dell’anima di un uomo dell’undicesimo, dodicesimo secolo dell’era cristiana rispetto a quella di un uomo del sedicesimo, diciassettesimo, diciottesimo secolo! Non così, che si potrebbe semplicemente seguire rettilineamente causa ed effetto, non così la storia può essere considerata; ma crisi siffatte — crisi che elementarmente sono connesse con l’organizzazione di tutta l’umanità —, tali crisi si devono riconoscere, come si devono riconoscere tali crisi, tali rivolgimenti elementari, nell’evoluzione parziale dell’organismo naturale umano.
E quello che lì, vorrei dire, vive come un impulso elementare nell’evoluzione dell’umanità moderna, ciò non è stato rappresentato da nessuna parte, eccetto nell’ambito della scienza dello spirito da me rappresentata di orientamento antroposofico. Per questo però è, e giustamente, lo sviluppo moderno sempre di nuovo e ancora così rappresentato, che la vita moderna intera, in particolare la vita economica, da un lato abbia subito la sua trasformazione attraverso la tecnica moderna, dall’altro lato attraverso l’avvento dell’ordine economico capitalistico, come si è instaurato al seguito della tecnica moderna, dell’ordine capitalistico privato.
Non ho bisogno, poiché è stato rappresentato spesso, di caratterizzare questi due impulsi qui più precisamente, nell’evoluzione dell’umanità più recente: la tecnica moderna e il capitalismo moderno — è stato presentato efficacemente da molti lati quello che significano questi due impulsi dello sviluppo moderno riguardo alla nascita di questa coscienza proletaria moderna. Ma questa coscienza proletaria moderna non deve essere ricondotta soltanto a questi due impulsi economici — alla tecnica moderna, al macchinismo moderno, al capitalismo moderno — ma deve essere vista come quello che, per così dire come fenomeni parziali, doveva comparire elementarmente nell’evoluzione delle persone attraverso quelle rivoluzioni nell’organismo dell’evoluzione umana, quell’impulso rivoluzionario interiore, di cui ho detto che si è manifestato approssimativamente nei secoli quattordicesimo, quindicesimo, sedicesimo all’interno dello sviluppo dell’umanità moderna. In ciò che allora si abbatté sull’umanità moderna, le altre classi hanno avuto relativamente poca partecipazione. Il moderno proletario è stato pressato proprio dalle sue necessità vitali, in particolare nella sua disposizione d’anima, ad accogliere completamente questo impulso, che risultava dalle forze dell’evoluzione dell’umanità nel quattordicesimo, quindicesimo, sedicesimo secolo, questo impulso nella sua anima.
Quale era questo impulso? Ebbene, questo impulso non lo si può caratterizzare altrimenti se non dicendo: molto di quello, sì, tutto quello nell’evoluzione dell’umanità, che nei tempi precedenti era pensato, sentito e concepito più istintivamente, più dalle forze sottoconsce, intuitive dell’anima umana, tutto ciò viene, da questa crisi nel quattordicesimo, quindicesimo, sedicesimo secolo in poi, consapevolmente attraversato dall’umanità. Sempre più e più sviluppa la chiarezza interiore consapevole dell’anima umana. Questo è quello che la personalità umana ha posto su di sé da quel tempo.
Al passaggio dalla vita istintiva alla vita consapevole è stato particolarmente indicato il moderno proletariato. Si segua come questo moderno proletariato è isolato da quello che è natura, da quello che è produzione umana. Si confronti come, nel vecchio artigianato, nel vecchio rapporto dell’uomo con la natura, nella produzione immediata naturale, come lì l’uomo sia connesso con quello che lavora, quello che fa, come si formi un rapporto personale tra l’uomo e il suo lavoro.
È uno studio interessante seguire come viene staccato quello che prima era connesso: l’uomo e la sua prestazione, attraverso l’epoca moderna. E il moderno proletario lo vive soprattutto, lui che è posto dinanzi alla macchina, accanto alla macchina! Un rapporto completamente impersonale sussiste ora tra l’uomo e quello con cui lavora! E in modo completamente impersonale egli è posto nella struttura sociale intera, essendo un membro in un ordine economico, che non sorge dagli impulsi delle personalità, che non sorge dagli impulsi personali degli individui umani, ma che sorge, vorrei dire, oggettivamente, attraverso l’agire del capitalismo stesso. L’uomo viene strappato da quello che prima costituiva la sua gioia dal mestiere, quello che prima costituiva il suo zelo, il suo entusiasmo per il mestiere, quello che costituiva il suo onore, che lo legava al mestiere, e così via; e un rapporto completamente astratto, un rapporto sobrio dell’uomo al suo mestiere subentrò. Poiché questo per gli altri stamenti e classi non è così, poiché questo particolarmente emerge, viene a galla presso i proletari, perciò è il proletario, prima di ogni cosa, colui che è indicato a sviluppare nella sua anima il vero impulso della modernità, la consapevolezza.
Dietro l’affermazione «proletariato consapevole della propria classe» si nasconde l’altro, che il proletario, prima di ogni cosa, attraverso la sua posizione nel mondo, attraverso il suo inserimento nell’evoluzione umana, particolarmente aspira alla consapevolezza umana moderna, alla consapevolezza della dignità umana. I vecchi stamenti non sono così strappati da quello che prima era la loro gioia, prima i loro pensieri di dignità umana e onore umano dal loro agire. Il moderno proletario, per il fatto che nessun interesse può legarlo al suo strumento di lavoro, è posto su di sé come puro uomo. Attraverso questo è lui, in cui si sviluppa questo impulso del passaggio dall’inconsapevolezza, dalla vita sociale istintiva alla vita sociale consapevole.
Si potrebbe ben dire, signore e signori molto onorati: come il cristianesimo si accese in una provincia sconosciuta dell’impero romano, come si diffuse dapprima nei paesi più colti, la Grecia e Roma, ma vi mise molta meno radici che presso i popoli barbari con la loro disposizione dell’anima semplice — come talora dal punto di vista altezzoso si dice, infantile — come lì il cristianesimo potesse mettere meno piede nella grecità e romanità stessa che negli animi semplici dei popoli germani e altri che scendevano da nord, così l’impulso più significativo dell’evoluzione dell’umanità, il passaggio dalla vita istintiva alla vita nella piena consapevolezza umana, può non svilupparsi più intensamente negli altri stamenti, ma può svilupparsi più intensamente — anche se le precondizioni per l’intellettualità e così via negli altri stamenti potrebbero essere più grandi: quello che il nuovo impulso nell’evoluzione dell’umanità effettivamente è, esso può svilupparsi più intensamente, proprio per mezzo dell’inserimento sfavorevole del proletario nell’evoluzione umana generale, presso questo moderno proletario! Il moderno proletariato avanza contro il mondo colto odierno, come una volta i cristiani germani si opponevano al mondo romano e greco. Consapevolezza umana, consapevolezza della dignità umana dunque, si può dire, si nasconde propriamente dietro la parola: «proletariato consapevole della propria classe».
Così, signore e signori molto onorati, per chi può osservare la vita, non sta alcuna rivendicazione economica, non sta alcuna astrattezza, non sta alcun impulso economicamente unilaterale, così sta l’uomo vivo nel centro di questo moderno movimento proletario-sociale, il moderno proletario stesso, con una particolare maniera di consapevolmente aspirare alla conoscenza della vera dignità umana. E da questo fondamento più profondo della consapevolezza di classe si sviluppa poi la vera forma delle rivendicazioni sociali, che sono spesso mascherate dietro mere discussioni economiche, mere rivendicazioni economiche.
Chi conosce questo moderno proletariato, signore e signori molto onorati, prima di ogni cosa gli colpisce una cosa. Ciò che colpisce è che questo proletariato è la popolazione inseguente, la popolazione che insegue le classi più colte, di cui, come è stato osservato da me all’inizio, oggi veramente si può dire: Essa fonda un movimento sociale che è completamente e interamente costruito sulla scientificità, sul pensiero. Nella sua consapevolezza di classe, nel suo sforzo verso la dignità umana consapevole, il moderno proletario aspira anche al vero sapere, al vero approfondimento interiore del pensiero.
Ma verso dove lo conduce questo approfondimento del pensiero? Qui c’è un punto, signore e signori molto onorati, che il moderno proletario stesso, essendo più rivolto al lavoro esteriore, non lo nota del tutto giustamente — ma lo nota colui che forse a buon diritto può chiamarsi un proletario spirituale —, è un punto che fa guardare particolarmente profondamente nella disposizione dell’anima del moderno proletariato, e propriamente nell’intera struttura del moderno socialismo: è il fatto che tutto lo spirituale, tutto quello che l’uomo acquisisce di concetti, di esperienze artistiche e altrimenti di spirituale, dal moderno proletario, anche dai capi teorici del moderno proletariato, è sentito — come loro stessi sempre dicono — come «ideologia»; ideologia — una vita spirituale che non è convinta che sotto le forze e le entità reali, che compenetrano e pervadono il mondo, vi sia anche lo spirito oggettivo, reale —, no: una vita spirituale che non è nient’altro che il riflesso soggettivo della realtà esterna materiale ed economica. Non che lo spirito agente penetri nella nostra umanità, che ci conduca, non solo ad avere una specie di digestione cerebrale, ma all’interno di questa digestione cerebrale ad avere pensieri, sentimenti; non è uno spirito reale che ci induce a sviluppare una vita di pensiero, una vita spirituale interna altrimenti — no: questa vita spirituale è semplice ideologia. A essa non corrisponde nulla di spirituale-reale. Tutto quello che vive nelle idee è soltanto lo specchio di processi materiali, processi economici.
Si può addirittura dire: il moderno proletario è, per così dire, interiormente teoricamente contento che gli sia permesso di essere un uomo così illuminato, di non credere più in antiche entità metafisiche, ma di sapere che tutto quello che per l’uomo è vita spirituale è ideologia, bolle di schiuma che si elevano dal mondo della realtà materiale ed economica. E tuttavia, quello che il moderno proletariato introduce nella struttura sociale intera, dipende in molti modi dal fatto che sente e riconosce la vita spirituale, nel modo descritto, come ideologia.
Ma perché? Certamente, il proletario stesso crede che con questo ha introdotto una realizzazione particolare, sua propria, nell’evoluzione umana. Ma non è così. Il moderno proletario ha soltanto ereditato quello che gli potevano trasmettere su questo campo gli altri stamenti. Nello stesso momento di cui vi ho parlato — quattordicesimo, quindicesimo, sedicesimo secolo —, nel quale l’umanità passa attraverso una crisi significativa da una vita puramente istintiva a una vita interiore psichicamente consapevole, nello stesso periodo si stabilisce come fenomeno concomitante presso gli stamenti dirigenti e le personalità dirigenti, che la spiritualità perde la sua forza propulsiva riguardo a quello che l’uomo può ancora pensare e ricercare.
Con ciò si tocca in verità un mistero assai significativo dell’intera evoluzione umana moderna. Si deve guardare indietro, signore e signori molto onorati, a quei tempi in cui tutto quello che l’uomo ricercava, quello che l’uomo pensava sui singoli fatti della vita della natura e umana, come tutto ciò si ordinava in una concezione del mondo totale, che era anche pervasa da impulsi religiosi fino nei rami più particolari della conoscenza e della ricerca umana, come si diffondeva un’identità di impulsi su quello che era il sentimento religioso centrale e quello che voleva conoscere e ricercare su parti singole del mondo.
Nel quattordicesimo, quindicesimo, sedicesimo secolo, con l’avvento dei tempi moderni, la spiritualità dell’uomo perde la sua forza propulsiva. Ci si renda solo conto di quello che significa, per esempio, che la chiesa, che di per sé, dai suoi ultimi vecchi impulsi, ha in modo assai meritorio fondato università e tutto il possibile, che questa chiesa, dal mondo antico, dalla concezione del mondo antica, non ha la forza propulsiva che potrebbe diffondersi fruttuosamente su quello che hanno prodotto i Giordano Bruno, i Galilei. Una conoscenza esterna, una conoscenza del mondo e dei suoi fatti, sale. E la vecchia spiritualità non possiede la forza propulsiva di mettere, in modo imparziale, il centro dell’uomo, il centro sentimentale e psichico dell’uomo, in un rapporto umano veramente corrispondente a questa nuova vita spirituale. E così, in questa scienza, in questo vasto universo, non vive religiosità, non vive forza umana generale, non vive vera spiritualità. La più nuova vita spirituale diventa, sotto l’influenza di questa perdita di spiritualità, ideologia.
E il moderno proletario ha il destino, da quei tempi in cui non c’era ancora proletariato nel senso moderno, di accogliere come eredità la vita spirituale soltanto nella forma di ideologia, di accogliere così la vita spirituale, che nel rapporto dell’uomo alla vita spirituale non vive più il riconoscimento dello spirituale reale, in forze ed entità che compenetrano e pervadono il mondo.
Questo è il grande, forse tragico errore del moderno proletariato, che crede di avere un’acquisizione particolare proletaria nell’interpretare la vita spirituale come un’ideologia, mentre in ciò ha però proprio l’eredità peculiare della vecchia classe. La maniera particolare dell’uomo di porsi di fronte alla scienza, il moderno proletariato l’ha proprio ereditata dalla borghesia e dalle altre classi!
Ma risulta, poiché le altre classi hanno certe vecchie tradizioni, il moderno proletario è posto sulla punta della sua personalità, risulta che in un grado completamente diverso il moderno proletario deve prendere seriamente gli impulsi. Qui vive nuovamente un significativo problema sociale, che non sarà lungamente illuminato in modo esauriente dalla scienza ordinaria e dall’osservazione ordinaria di tali cose.
Certamente, anche gli altri stamenti hanno, se sono onesti, oggi nella loro vita spirituale soltanto un’ideologia. Ma non sono così onesti; credono ancora di avere qualcosa dei vecchi impulsi religiosi, della vecchia forza propulsiva, che procede dal centro dell’anima e penetra potentemente in quello che l’uomo ricerca e riconosce sui singoli fatti. Il moderno proletario ha semplicemente preso sul serio, in modo radicale, quello che è ideologia.
La conseguenza di ciò è che la stima di questa vita spirituale è tuttavia una molto poco intensiva. E questo modo di porsi di fronte alla vita spirituale, fonda il sentimento che questa vita spirituale propriamente è soltanto qualcosa che appare come un’aggiunta alla seria vita umana, che però consiste soltanto in processi materialistici ed economici.
Una concezione che prenda sul serio la vita spirituale come un’ideologia, non deve questa concezione pensare affatto diversamente su tutto ciò che è spiritualmente acquisito nel corso dell’evoluzione umana, rispetto agli altri stamenti che, ancora procedendo da altri impulsi, questa vita spirituale hanno riconosciuto?
Nella concezione della vita spirituale come un’ideologia vive un elemento straordinariamente rivoluzionario, di cui si può dire che gli uomini oggi ancora poco se ne sognano! Potrebbe esserci un risveglio assai poco comodo da questo sonno profondo di quello che propriamente in questo punto si rivela riguardo alla questione sociale. La perdita della spiritualità viva, reale, lo sprofondamento della vita spirituale a una mera ideologia, questo è il primo che vorrei portare avanti fra le vere forme delle rivendicazioni sociali.
Ma il secondo, signore e signori molto onorati, il secondo si trova nel campo della vita politica pubblica. Nuovamente si potrebbe dire: Nella coscienza del proletario vive una specie di maschera; nelle profondità dell’anima vive qualcosa di completamente, completamente diverso.
Quello che prima di ogni cosa è colpito al proletario moderno, così come a tutta l’umanità, dall’evoluzione umana più recente, è l’inondazione di tutti i rapporti attraverso la tecnica della macchina moderna e attraverso il capitalismo moderno. Certamente, queste sono le cose che prima di ogni cosa hanno colpito particolarmente il moderno proletario. Su di esse il suo sguardo è stato fissato come attraverso una suggestione storica. E comprese, quando Karl Marx voleva spiegare al moderno proletario anche dalla ricerca particolare dei processi economici, come egli propriamente giunge alla sua posizione sociale.
E tuttavia, quello che ora si presenta come la seconda forma essenziale delle rivendicazioni sociali, non può essere compreso soltanto dalla vita economica. Non la struttura economica, non i rapporti economici spingono nell’anima del proletario questa seconda vera forma della rivendicazione sociale, ma questa seconda rivendicazione sociale riposa nello sviluppo diretto di quello che ha condotto già altre volte, all’interno della maggior parte del mondo civilizzato, all’abolizione della vecchia schiavitù, che ha condotto più tardi all’abolizione della servitù della gleba, e che deve necessariamente condurre alla cessazione di qualcosa, che proprio il moderno proletario, fraintendendola economicamente, sente lui stesso come il più indegno dell’uomo nella sua posizione.
Quale era l’essenziale dello schiavo? Egli non era riconosciuto nella sua piena dignità umana; valeva al suo signore come merce. E in un certo senso merce è anche la servitù della gleba del feudalesimo. Nel modo più penetrante vive ora nella consapevolezza del moderno proletario, si potrebbe dire, l’ultimo residuo di questa indegnità umana, nel momento in cui a lui è chiaro quello che è la sua forza di lavoro. Non più lui come uomo nella servitù della gleba, come nella schiavitù, ma quello che è la sua forza di lavoro è, dentro il processo sociale moderno, merce.
Così come altrimenti all’interno dell’ordine economico capitalistico si compra questa o quella merce, nel momento in cui le merci vengono sul mercato, circolano attraverso il mercato secondo offerta e domanda, così anche sul mercato del lavoro si compra la merce «forza di lavoro».
Nulla ha penetrato il moderno proletario più profondamente, vorrei dire, nulla ha assorbito più a livello di sentimento dalla dottrina marxista quanto questa concezione, che la sua forza di lavoro è uguale, riguardo al processo economico, è uguale alla merce.
Gli stessi impulsi che hanno condotto all’abolizione della schiavitù, gli stessi impulsi che hanno condotto alla fine della servitù della gleba, gli stessi impulsi in forma diversa vivono nel moderno proletariato e aspirano propriamente a una possibilità, di spogliare la forza di lavoro umana del carattere di merce dentro la struttura sociale umana.
Conosco moltissime persone del presente — quando si espone quello, come ho ora fatto, sulla forza di lavoro umana e il suo rapporto alla merce, dicono che non sanno affatto come potrebbe essere possibile, attraverso quali misure, spogliare la forza di lavoro dell’artigiano del carattere di merce, del carattere merceologico.
Platone e Aristotele, i greci più illuminati, i grandi filosofi, non potevano pensare una società umana senza che in essa ci fossero schiavi. Nel Medioevo non potevano alcuni uomini pensare una società umana senza che in essa ci fossero servi della gleba. Oggi ancora molte persone non riescono a pensare che una struttura sociale umana sia possibile senza che in essa la forza di lavoro figuri in qualche modo come merce.
Come ciò possa essere raggiunto, signore e signori molto onorati, domani sarò io a parlarne, tra i tentativi di soluzione che cercherò di caratterizzare. Oggi voglio soltanto attirare l’attenzione sul fatto che la seconda rivendicazione nella sua vera forma all’interno della moderna vita proletaria-sociale è quella che un’esistenza degna dell’uomo richiede, che la forza di lavoro umana non sia più merce, che non possa più essere comprata dai capitalisti così che egli dia denaro per un determinato quantum di forza di lavoro, che il lavoratore deve mettere a sua disposizione, come il contadino mette a disposizione le merci che ricava dal suo campo, come il commerciante mette a disposizione come capitale quello che ha nel suo negozio. Non deve — così sente, così forse non lo dice chiaramente, lo rappresenta in qualche rivestimento nazionaleconomico, ma così sente il moderno proletario —, non deve più essere che la forza di lavoro umana abbia il suo prezzo di merce nella struttura economica della società umana. Questo è il secondo articolo.
Il terzo articolo è che l’andamento evolutivo moderno dell’umanità ha prodotto parimenti un’esagerazione della vita economica esteriore, come ha prodotto una sottovalutazione della vita spirituale, nel momento in cui la realtà spirituale è stata decretata come una mera ideologia. Proprio per questo è, vorrei dire, attraverso un equilibrio perduto, dall’altro lato la vita economica schizzata in alto. Come per una potente suggestione della storia mondiale le attenzioni degli uomini si sono rivolte alla vita economica stessa. E così accadde una cosa: gli uomini furono distolti da tutto il resto e dedicarono la loro attenzione completamente unilateralmente alla vita economica.
Da tempi antichi è salita una certa vita spirituale. Ma questa vita spirituale ha, come ho mostrato, perduto la sua forza propulsiva, è sprofondata a ideologia. Che cos’altro è salito da tempi antichi? Certi legami statali, come si dice politici, della pubblica istituzione giuridica; come l’uomo di fronte all’uomo può trovare un rapporto all’interno di un certo territorio come cittadino o come altrimenti all’interno della struttura sociale. È salito inoltre un certo ordine economico. Ma questo ordine economico ha ricevuto il suo carattere particolare, pressato, attraverso la tecnica moderna, attraverso la circolazione moderna della merce nel seguito di questa tecnica, nel senso dell’ordine economico capitalistico.
Questo è quello che, in una maniera così inondante, inondante tutto il resto, si è abbattuto nella vita moderna. Che — come detto — come ipnoticamente affascinato lo sguardo dell’uomo moderno era rivolto soltanto a questa vita economica, per questo si spuntò da un lato la vita spirituale in ideologia. Dall’altro lato perde per lui la vita dello Stato, la vita pubblica del diritto, ogni contenuto, se non è riempito con quello che per lui è l’unica realtà: con la vita economica materiale.
Sotto l’influenza di questa terza vera forma delle rivendicazioni sociali moderne vediamo sorgere il grido verso la statalizzazione, verso la socializzazione prima dei mezzi di produzione, poi delle imprese e così via. Semplicemente lo Stato ha perso il suo contenuto nel vecchio senso, più o meno, dinanzi allo sguardo dell’uomo moderno, che, come ipnotizzato, è rivolto alla vita economica.
Così vediamo che, per certi stamenti, diviene desiderabile nei tempi moderni statalizzare, come dicono, certi rami dell’agire pubblico, dell’agire pubblico. Poi il moderno proletariato teoricamente inizia radicalmente a esigere la socializzazione dell’intera vita economica, e così della vita intera.
E così vediamo che queste tre forme si presentano come le vere all’interno delle rivendicazioni sociali dei tempi moderni dalle necessità vitali. Vediamo da un lato quello che la vita sentimentale attraversa, nel momento in cui lo spirituale è paralizzato alla mera ideologia. Vediamo come sussiste l’inclinazione, ipnoticamente legata alla sola vita economica, a far convergere radicalmente Stato, campo politico e vita economica in uno, poiché lo Stato ha allora contenuto soltanto per colui che crede: tutta, tutta la realtà sociale si esaurisce nella realtà economica, se lo Stato è un grande sistema economico.
Ma vediamo, vorrei dire, come in complemento tre scintille luminose in questo che ci si presenta come movimento proletario: Vediamo come tre vere forme, tre rivendicazioni sociali: l’una, che splende dalla vita spirituale; la seconda, che splende dalla vita del diritto pubblico, da cui soltanto può risultare il vero rapporto dell’uomo uguale all’uomo uguale, da cui deve anche seguire la posizione che il lavoro deve avere nella struttura sociale. E vediamo in terzo luogo il corpo economico stesso.
Così vediamo dalle vere tre forme delle rivendicazioni sociali insieme sorgere la forma triplicata della questione sociale. Questa forma triplicata della questione sociale può soltanto essere spirituale, politica, economica. E soltanto dalla considerazione di questi tre, che hanno ottenuto una configurazione molto particolare all’interno della consapevolezza proletaria moderna, possono sorgere tentativi di soluzione per quello che, come impulso sociale, così oggi passa attraverso il tempo, che per lungo tempo le persone di tutti i mestieri, le persone di tutti gli stamenti, le persone di tutte le classi sociali se ne dovranno occupare.
Una considerazione della vera forma delle rivendicazioni sociali, come l’abbiamo praticata oggi, può soltanto condurre, dalla realtà piena, vista imparzialmente, della vita spirituale, della vita statale, della vita economica, a cercare tentativi di soluzione per la questione sociale.
Questa più importante parte della questione sociale del presente dovrà occuparci domani, dove cercherò, così come cercai oggi di caratterizzare la vera forma delle rivendicazioni sociali, di rappresentarvi possibili soluzioni sociali. DIE VOM LEBEN GEFORDERTEN WIRKLICHKEITSGEMÄSSEN LÖSUNGSVERSUCHE FÜR DIE SOZIALEN FRAGEN UND NOTWENDIGKEITEN LE SOLUZIONI CONFORMI ALLA REALTÀ RICHIESTE DALLA VITA PER LE QUESTIONI E LE NECESSITÀ SOCIALI
Berna, 7 febbraio 1919
Molto onorevoli presenti! Dalle mie esposizioni di ieri potrete aver compreso che il fondamento di quella osservazione del problema sociale su cui qui si costruisce, non poggia su alcuna aspirazione o rivendicazione di questa o quella classe della società, di questo o quel partito, e non poggia su quanto emerge da interessi che provengono da questo o quello specifico ambito della vita economica, giuridica o altrimenti; bensì qui si deve costruire su quello che risulta dalle forme di vita e dalle necessità vitali dell’umanità attuale, in quanto appunto queste necessità vitali e forme di vita possono essere osservate attraverso una vera e propria indagine antroposofica — utilizzando il termine secondo la sua definizione più ristretta intendo dire scientifica dello spirito — di quello a cui l’umanità si è faticosamente sviluppata nel corso della sua evoluzione fino al presente.
A che serve, molto onorevoli presenti, segnalare la necessità di questa o quella misura di legislazione sociale partendo da un interesse unilaterale, da una corrente partitica unilaterale? E anche se si riesce a realizzare qualcosa che corrisponde a tale rivendicazione, se quello che in tal modo si introduce nel mondo è vantaggioso da una parte, dall’altra deve per forza produrre ogni sorta di danni? Solo da un’osservazione universale, priva di pregiudizi, delle necessità vitali della società umana stessa può derivare quello che veramente è proficuo.
Questa osservazione delle necessità vitali, così come si presentano soprattutto nell’umanità attuale, è stata in realtà — potrei dire — inondata, portata alla luce da quello che — l’ho già accennato ieri — è scaturito dall’industria tecnica moderna da una parte e dall’ordine economico capitalistico dall’altra. Proprio queste forze particolari, che sono sorte dalla tecnica moderna e dal capitalismo moderno, hanno generato necessità vitali — alle quali appartengono anche proprio le rivendicazioni sociali — necessità che non possono essere soddisfatte attraverso un ulteriore sviluppo delle forze capitalistiche o tecniche, ma che devono essere soddisfatte da tutt’altra fonte.
Ieri ho detto: lo sguardo degli uomini è stato letteralmente ipnotizzato, spinto unicamente su quello che l’ordine economico moderno ha prodotto. E anche l’agitatore socialista di oggi ha l’opinione che si debba semplicemente trasferire quello che è efficace nella tecnica, nell’ordine economico — che è diventato tale nella forma economica capitalistica attraverso la tecnica — trasferirlo in qualcosa che potrebbe svilupparsi da se stesso. Per colui che guarda più profondamente nelle forze evolutive dell’umanità è chiaro che semplicemente nella nostra vita moderna, attraverso il capitalismo e la tecnica — che come tali erano assolutamente necessari nel corso evolutivo dell’umanità e continueranno a essere necessari — sono comparsi fenomeni che si devono chiamare forme di malattia. Queste forme di malattia devono essere guarite. Ma molto di quello che l’uomo moderno — che sia un seguace socialista o antisocialista — pensa, non mira a una guarigione delle forme di malattia che la tecnica e il capitalismo hanno portato, bensì mira proprio al proseguimento di queste forme di malattia. Quello che invece deve essere ricercato è la ricerca dell’organismo sociale sano dietro quei fenomeni che vengono designati come forme di malattia sociale.
Lo sguardo dell’uomo moderno, orientato unilateralmente verso la vita economica, ha generato certe idee — come potete trovarle nelle cose che alimentano, per così dire, la giustificatissima aspirazione del proletariato moderno. Questo sguardo ha generato certe idee e certi nessi ideologici che, se si lasciassero permeare l’organismo sociale, potrebbero essere paragonati — riguardo a questo organismo sociale — a quelle idee che Wagner ha a che fare nel «Faust» di Goethe per creare il suo «Omuncolo», per la generazione di questo omuncolo! Potrebbe sorgere un ordine società — un ordine della società apparente, inanimato — potrebbe nascere dalla realizzazione di quello che oggi molti — sia tra i partiti socialisti che tra quelli antisocialisti — chiamano l’idea sociale, la volontà del socialismo. Perché si pensa che debbano esserci certe misure, debbano esserci certi ordinamenti, che non bisogna fare altro che realizzare, e allora si ha l’organismo sociale giusto. Le considerazioni che stanno alla base della mia presente esposizione procedono da qualcosa di completamente diverso. Non vogliono introdurre nel mondo tali idee, tali concetti, tali aspirazioni sociali che porterebbero a una sorta di omuncolo sociale; invece vogliono indicare le condizioni sotto cui può nascere un organismo sociale vivente!
Infatti, dalla considerazione conforme alla realtà si parte dal presupposto che sarebbe altrettanto folle voler costruire un organismo sociale da idee umane — per quanto intelligenti fossero — senza che questo organismo sociale abbia la sua propria forza vitale in sé. Sarebbe altrettanto intelligente questo, come se per esempio si volesse costruire un organismo umano naturale da tutta sorta di ingredienti chimici nella provetta, seguendo idee preconcette riguardanti il nesso delle forze statiche.
Quello che soltanto si può volere nella vita sociale, è: ricercare le condizioni che si devono realizzare, affinché un organismo sociale cresca veramente dalle sue proprie condizioni vitali, dalle sue proprie necessità vitali. Questo corrisponde a un pensiero conforme alla realtà, corrisponde a un vero e proprio pensiero pratico.
Quindi si tratta di conoscere quali siano le condizioni dell’organismo sociale. Per quanto la considerazione che qui viene svolta possa ancora oggi sembrare a molti un idealismo impratico — quanto più a lungo la considerazione conforme alla realtà della vita, della vita sociale, sarà vista come un idealismo impratico, quanto più a lungo sembrerà sgradevole affrontare le vere condizioni vitali dell’organismo sociale vivente, tanto più a lungo durerà il male che in maniera così catastrofica si è abbattuto sull’umanità.
Colui che conosce un poco — molto onorevoli presenti — quello che vive nell’evoluzione dell’umanità non è un «pratico» secondo lo stampo di tutti coloro che fiutano un poco le cose più immediate della vita con la punta del naso e poi si ritengono pratici dal loro ristretto orizzonte, e nella loro brutalità respingono tutto quello che non vuole seguire le loro condizioni; bensì è un pratico secondo le condizioni universali dell’umanità, e se guarda un poco nelle condizioni evolutive dell’umanità sa che molto di quello che può prevenire male sociale futuro nella struttura sociale dell’umanità deve essere riconosciuto nella sua essenza molto, molto lontano nel passato! Non è facile diventare altrettanto facilmente troppo tardi in nessun altro ambito come in quello della vita sociale! Una volta che gli istinti siano stati scatenati, come oggi cominciano a esserlo in una grande parte del mondo civilizzato, la possibilità di intesa scompare. Perciò grave è l’appello che sorge dal cuore di colui che riconosce la necessità che, nel corso dei tempi, siano piantati i germi, affinché più tardi non il male, bensì il bene possa verificarsi.
Se si considera in questo senso l’organismo sociale che deve naturalmente ancora nascere, che ancora non esiste, allora si arriva dapprima al fatto che come prerequisito necessario per una successiva osservazione, come sentimento necessario potrei dire: Le forze sociali sono sempre state presenti nell’evoluzione dell’umanità; ovunque si erano sviluppate società umane coese, popoli coesi, stati coesi, comunità tribali o qualcosa di simile, lì agivano sempre tra gli uomini e i nessi umani, le comunità umane, impulsi sociali.
Ma fino a quel momento — che ho indicato ieri come il momento nel ciclo in cui l’evoluzione dell’umanità transita dalla vita istintiva alla vita pienamente consapevole — fino a quel momento gli impulsi sociali agirono più istintivamente. E proprio una sfera, un ambito della nostra vita sociale: la sfera economica, con la sua tecnica moderna che deve essere condotta così consapevolmente come attività economica, con il suo capitalismo moderno che deve essere condotto così consapevolmente — proprio questo ha fatto emergere unilateralmente, su un solo ambito, la consapevolezza.
Alla vecchia vita sociale istintiva deve subentrare l’apprensione pienamente consapevole dell’organismo sociale. Deve nascere tra la nostra umanità il sentire di come il singolo sta dentro all’intero organismo sociale. E senza che questo sentire sociale, questa sensibilità sociale, emerga da una vera e propria intuizione dell’organismo sociale, non può sorgere alcun bene nello sviluppo più recente dell’umanità.
Che gli uomini imparino l’aritmetica, che imparino altre cose ancora nella vita — oggi lo si considera naturale. Naturale deve essere considerato — gradualmente — che semplicemente l’uomo che cresce, attraverso l’educazione, attraverso la scuola, assimili in sé quello che lo fa sentire come una membra dell’organismo sociale vivente. E questo organismo sociale vivente è — se è sano — non un’unità astratta di tipo omuncolo, come spesso la si immagina oggi: è un organismo articolato.
E per farmi capire — molto onorevoli presenti — vorrei oggi partire da un confronto, ma subito dopo osserverò che questo confronto non deve essere altro se non una base per la creazione della comprensione e per l’allontanamento di fraintendimenti.
Vorrei dire: esattamente come l’organismo umano naturale è articolato in sé in modo tale da essere nel senso più eminente una tripartizione, così anche l’organismo sociale, se è sano, è una tripartizione articolata in sé, non un’unità astratta. Poiché non è un’unità astratta di ordine economico né un’unità astratta che contiene più o meno il mero stato di diritto, né un’unità astratta che corrisponde allo stato culturale sognato da molti — l’organismo sociale non è affatto questo: è una triità.
Ho — molto onorevoli presenti — per decenni tentato di acquisire veramente scientificamente una base per la vera tripartizione dell’organismo umano naturale. Ho dato accenni su questo nel mio libro «Dai misteri dell’anima». Ho mostrato che la scienza naturale attuale, la biologia, quando una volta uscirà da quel meccanismo che ora è criticato da alcuni stessi biologi, quando passerà a una vera scienza, allora questa biologia — questa vera scienza che dovrà ancora svilupparsi da quella attuale — riconoscerà l’organismo reale come un organismo tripartito.
Ho tentato di rappresentare questa tripartizione dell’organismo, così come è intesa qui, cioè mostrando che l’uomo nella sua totalità è, in primo luogo, quello che potrei chiamare il sistema nervoso-sensoriale, che è più o meno centralizzato nella testa umana. Il secondo è quello che potrei chiamare il sistema ritmico, che è più o meno centralizzato nelle attività ritmiche degli organi respiratori e del cuore. E poi il terzo uomo, per così dire il terzo membro dell’organismo umano naturale, è il sistema intero del ricambio materiale. E si può mostrare che l’uomo, in quanto agisce, è composto da questi tre sistemi.
Ma questi tre sistemi hanno una certa autonomia in sé. Semplicemente quello che è il sistema di ricambio materiale, che è costruito nel senso più eminente sui processi digestivi, non può agire altrimenti che autonomamente, deve essere centralizzato autonomamente in sé. Ha accanto a sé, in una certa autonomia, il sistema polmone-cuore, il sistema ritmico, e ancora accanto il sistema-testa, il sistema nervoso-sensoriale. E proprio per questo consiste l’azione vivente nell’organismo — perché non c’è una centralizzazione astratta, bensì questi tre sistemi agiscono ciascuno in sé con una certa autonomia relativa; ciascuno vuole inviare i risultati della sua azione negli altri sistemi. Che agiscano l’uno accanto all’altro, agiscano uno sull’altro — su questo riposa quello che rende l’organismo proprio quello che è.
Ora sono ben lontano dal voler portare semplicemente in un modo giocoso — attraverso un gioco di analogie — l’organismo sociale in un confronto con l’organismo umano naturale. E colui che da una comprensione superficiale di quello che qui presenterò dirà: Ah, ancora una volta un tale gioco di analogie, come sfortunatamente è accaduto grazie a Schäffle e ora di nuovo nel libro «Mutazione mondiale», ancora un tale gioco analogico dove i processi dell’organismo sono trasferiti all’ordine della società sociale, che è però governata da leggi completamente diverse; colui che dirà questo, giudicherà partendo da un’apprensione completamente fraintesa di quello che veramente voglio presentare. Infatti non si tratta per me di trasferire qualcosa che accade nell’organismo umano naturale all’organismo sociale, bensì si tratta per me che il pensiero conforme alla realtà — che insegna a comprendere in modo giusto l’organismo umano naturale — che questo pensiero conforme alla realtà venga applicato anche all’organismo sociale, e che l’organismo sociale — che è anche una tripartizione — sia riconosciuto oggettivamente nelle sue condizioni vitali, proprio riconoscendo questa sua tripartizione.
Colui che, in modo giocoso — come nella «Mutazione mondiale» o presso Schäffle e molti altri — colui che ricerca le analogie in modo giocoso, direbbe semplicemente: l’organismo umano naturale ha nel sistema nervoso-sensoriale una parte spirituale, ha nella vita ritmica dei sistemi respiratorio e cardiaco una parte regolante; e ha in terzo luogo, nel sistema di ricambio materiale, quello che riposa sui processi materiali più grossolani dell’organismo umano. E che cosa direbbe un tale, per analogia, nell’organismo sociale? Allora confronterebbe quello che l’organismo sociale sviluppa in impulsi spirituali con quello che il sistema-testa umano, il sistema nervoso-sensoriale, è. Quindi confronterebbe la vita economica materiale esterna con quello che nell’uomo è il sistema di ricambio materiale — quello che nell’uomo è legato ai processi materiali più grossolani.
Ma colui che semplicemente osserva l’organismo sociale in modo conforme alla realtà, come si può osservare in modo conforme alla realtà l’organismo naturale dell’uomo, arriva stranamente al contrario! Arriva cioè a considerare tutto questo — che si possa designare come superiore o inferiore, su questo ora non importa — il primo membro dell’organismo sociale, il sistema economico. Ma questo sistema economico non può essere portato in una relazione analogica giocosa con il sistema di ricambio materiale dell’organismo umano naturale. Anzi, le leggi della vita economica, come si esprimono nell’organismo sociale, se ne abbiamo bisogno di un confronto, si possono paragonare solo a quelle leggi che dominano proprio il cosiddetto sistema più nobile dell’organismo umano, il sistema-testa, il sistema nervoso-sensoriale — quel sistema dell’uomo, al sistema della testa umana, del sistema dei sensi-nervi, da cui derivano le capacità umane, su cui deve riposare tutta la capacità umana e anche tutta l’educazione umana. In quello che è legato alle capacità naturali del sistema nervoso-sensoriale entra qualcosa, nell’organismo umano naturale, individuale, che non può essere tirato fuori attraverso un mero imparare, che porta l’esterno all’uomo, bensì che deve essere sviluppato secondo come appunto si predispone nell’uomo, che deve essere disincantato da una certa base. Come nello sviluppo individuale umano, per l’educazione e la formazione della vita, stanno semplicemente la capacità della testa e, in generale, la predisposizione fisica e psichica dell’uomo, così nell’organismo sociale stanno — di fronte a quello che in questo organismo sociale può essere raggiunto attraverso il pensiero sociale, cioè attraverso le misure degli uomini — le basi naturali per tutta la convivenza e la collaborazione umana! L’uomo, quando appartiene a un organismo sociale, sta in primo luogo — attraverso questo organismo sociale — in relazione con certe basi naturali di tutta l’esistenza umana. L’organismo sociale sta con queste basi naturali in relazione come l’organismo umano singolo sta con le sue predisposizioni innate, e nessun pensiero sociale deve negare queste basi naturali nel loro influsso sulla formazione di tutta la vita sociale. Si possono fare ancora così belle considerazioni sul modo di agire della terra e del terreno, della rendita, del capitale, del salario del lavoro, del profitto dell’imprenditore e così via, e così via: se non si riesce a valutare in modo giusto quello che sta come base naturale, attraverso il quale per così dire l’organismo sociale si apre verso un elemento che sta fuori di esso, allora non si arriva a una considerazione conforme alla realtà.
Considerate solo il seguente, molto onorevoli presenti. Certamente è di importanza infinita, grande, quale parte il lavoro umano come lavoro umano ha nella formazione di qualche nesso sociale umano. Ma questo lavoro umano dipende enormemente dalla base naturale. Come l’uomo che diventa dipende dalle sue predisposizioni, così l’organismo sociale dipende dalla base naturale. Prendete radicalmente, con l’aiuto di un esempio, la considerazione: supponiamo un organismo sociale ipoteticamente, il cui nutrimento principale fossero le banane — quello che è necessario affinché le banane dal loro luogo d’origine siano portate là dove possono essere proficuamente consumate dall’uomo — per questo è necessario un lavoro, che sta in relazione al lavoro che è necessario per portare il grano dal suo punto di partenza al consumo umano — un lavoro dunque è necessario dalla coltura materiale della banana alla coltura materiale del grano, un lavoro necessario nell’organismo sociale che sta in relazione all’incirca da 1 : 100; cioè: un lavoro cento volte maggiore deve essere impiegato, come dispiegamento della forza lavoro, è necessario là dove l’organismo sociale si connette alla natura attraverso la produzione di grano, di quanto là dove si connette alla natura attraverso la produzione di banana.
O supponiamo qualcos’altro: la forza lavoro umana deve essere attiva, affinché trasformi il prodotto naturale, cosicché possa entrare nel processo di circolazione sociale, fino al punto in cui trova la fine della circolazione nella capacità di consumo. Dovete solo considerare: in Germania, in regioni con fertilità media, il grano produce un raccolto che è dalle sette alle otto volte la semina; in Cile il grano produce un raccolto che è dodici volte la semina; in Messico settentrionale il grano produce un raccolto che è diciassette volte la semina, in Perù il diciassette volte; in Messico meridionale il venticinque volte fino al trentacinque volte la semina! Lì vedete l’influsso che la natura produce. E questo si può trasferire anche a quello che è la redditività di questo o quel materiale grezzo per una qualche lavorazione. Lì vedete la relazione, il rapporto della redditività naturale al lavoro umano. Quale misura di lavoro diversa è necessaria, affinché fornisca lo stesso, lo stesso raccolto, là dove il grano produce il ventisette volte la sua semina come raccolto, di quanto là dove fornisce solo dalle sette alle otto volte!
Ora, questi sono esempi radicali. Ma anche all’interno di ogni comunanza sociale singola è diverso in questo modo il rapporto di quello che la natura, di quello che la produzione ordinaria in generale dà all’uomo, di fronte al suo lavoro, di fronte al lavoro che è necessario. Lì abbiamo — potrei dire — il punto di partenza di uno dei membri dell’organismo umano sociale. Tutto quello che fluisce dalla base naturale nel processo che si svolge tra la produzione di merci, la circolazione di merci, il consumo di merci — questo processo è un sistema altrettanto chiuso nell’organismo sociale sano, come il sistema nervoso-sensoriale è un tutto chiuso con una relativa autonomia di leggi proprie nell’organismo umano naturale.
E lasciar giocare dentro a quello che è la legittimità dell’organismo economico — che ha il suo elemento più essenziale nella circolazione di merci — lasciar giocare dentro qualcos’altro è altrettanto poco salutare quanto sarebbe salutare se volesse giocare il sistema polmone-cuore nel sistema nervoso-sensoriale della testa. Per quanto strano ancora oggi sembri agli uomini quando si parla così — questo è qualcosa che deve sottostare come verità fondamentale a non solo al pensiero sociale, ma a tutte le misure sociali che in qualche modo possono essere intraprese per il bene dell’umanità nell’organismo sociale sano nel presente e nel futuro. Quello che si svolge nel ciclo del sistema di merci, non deve inondare e sommergere l’intero organismo sociale, bensì deve essere un sistema che sussiste per sé, relativamente autonomo, e avere vita. Per colui che allora entra praticamente nelle cose, si scinde già di per sé questo sistema del puro meccanismo economico dagli altri due sistemi.
Il secondo sistema dell’organismo sociale è quello che comprende tutto quello che si potrebbe chiamare la vita pubblica del diritto, e tutto quello che regola gli altri sistemi — tutto quello cioè, in altre parole, che stabilisce il rapporto degno di un uomo tra uomo e uomo.
Con questa istituzione di un rapporto degno tra uomo e uomo non ha nulla a che fare quello che, come legittimità, vive nella pura vita economica, in quello che porta alla circolazione di merci all’interno di un corpo economico. Il sistema del diritto pubblico, il sistema della regolazione della vita, il sistema che stabilisce il giusto rapporto tra uomo e uomo, è così però — come il sistema polmone e cuore, nei risultati della sua attività, gioca nel sistema della testa — così questo sistema del diritto pubblico, della regolazione pubblica della legislazione, in quello che si può chiamare la vita politica nel senso più lato della parola, gioca proprio — se si sviluppa relativamente autonomo — nel modo giusto e vivente anche nella vita economica. Soltanto, i due sistemi devono svilupparsi completamente autonomi l’uno accanto all’altro, ciascuno secondo le sue proprie leggi, secondo i suoi impulsi interni, essenziali propri!
È il grande disastro, potrebbe dirsi, nel tempo più recente, che caoticamente si sia confuso insieme quello che solo può prosperare se si sviluppa separato, in autonomia relativa.
In tempi più antichi, in accordo con le concezioni umane e i bisogni umani in questi tempi più antichi, i tre sistemi di cui oggi ho parlato, nell’organismo sociale, erano anche in un rapporto corrispondente. Quel rapporto di cui l’umanità presente e futura ha bisogno deve ancora essere trovato. Soltanto, ci si è basati, da molti, su presupposti errati, da un certo attaccamento conservatore a quello che proveniva dai tempi più antichi. Dai tempi antichi si è sviluppato qualcosa che era bene fondato nelle antiche concezioni dello Stato romano, sviluppato attraverso monarchie e altre forme di Stato, quello che proprio si potrebbe chiamare lo Stato di diritto, lo Stato politico. Unito a questo Stato di diritto, a questo Stato politico, qui e là, era qualcosa della vita economica — agricoltura e selvicoltura qui e là. Altri ambiti avevano preso per sé quello che si costituiva come Stato; sicché, in un certo senso, lo Stato — che sostanzialmente stava come Stato di diritto, come Stato politico, come comunità politica, come comunità di protezione con la sua forza armata contro influssi esterni — questo Stato era diventato anche, in una certa relazione, un agente economico.
E quando il tempo più recente si avvicinò con le sue forme economiche complicate nella tecnica e nel capitalismo, allora dapprima si trovò il rimedio nel non estraniare i vecchi ambiti economici che lo stato di diritto, lo stato politico già conteneva in sé, e stabilire i due ambiti puramente accanto l’uno all’altro: stato di diritto, che mira a ordinare il rapporto tra uomo e uomo, e dall’altro lato il corpo economico. Invece si confusero i due.
E sempre più e più si sviluppò — mentre inizialmente i servizi postali, i servizi telegrafici, i servizi ferroviari, insomma le cose che servono alla tecnica moderna, alla vita economica moderna, furono caricate sullo Stato, lo Stato che ha il compito propriamente di regolare il rapporto tra uomo e uomo — si sviluppò quello che si può chiamare: l’inondazione del puro Stato politico con il sistema economico. Sotto l’influsso proprio di quello che ha condotto la tecnica e il capitalismo alla disgrazia dell’umanità moderna, si svilupparono, per così dire, concezioni socialiste moderne che, quello che si può chiamare «inondazione dello Stato di diritto con la vita economica», vogliono ancora spingere fino all’estremo, da una volontà assolutamente buona, da rivendicazioni giustificate, soltanto da ignoranza di vecchi rapporti che risultano da un’osservazione conforme alla realtà dell’organismo sociale.
Lo sviluppo salutare non sta in una fusione della sfera economica-sociale con la sfera politica, con la sfera pubblica del diritto, con quella sfera che deve regolamentare il rapporto dell’uomo verso l’uomo, bensì nella separazione fino a un’autonomia relativa di ciascuno di questi ambiti.
Si è visto — molto onorevoli presenti — quanto dannosamente possono agire i circoli di interessi economici che non si organizzano secondo i loro impulsi economici sul loro particolare ambito economico, bensì entrano nelle rappresentanze dello stato politico, dello stato di diritto, e lì dove dovrebbero regnare basi completamente diverse della vita politica, vogliono far valere quello che sono puri interessi economici, per i quali vogliono stabilire diritti, per i quali vogliono stabilire privilegi speciali. Ma quello che pulsa nella vita economica deve essere costruito unicamente e soltanto sulle giuste condizioni della vita economica stessa.
Da quello che in parte nella realtà esterna, in parte nella concezione umana, nel sentimento umano, e nell’elaborazione delle rivendicazioni umane è risultato dalla confusione della vita economica con la pura vita politica, con la pura vita dello stato, è proprio quello che ha assunto — travestito, mascherato — forma come una delle rivendicazioni più essenziali del proletariato moderno. Per il fatto che la vita economica ha inondato tutto, che la vita economica gradualmente — potrebbe dirsi — si è insinuata nella vita dello stato politico, per questo un impulso nell’agire umano non è stato collocato al suo posto giusto — accanto ad altri certamente; ma uno dei più importantissimi, uno di quelli che incide più profondamente nei problemi sociali del presente.
Non sarà mai possibile, non sarà possibile che sia separato all’interno della pura vita economica, non sarà mai possibile separare all’interno della pura vita economica quello che è la forza lavoro umana dal carattere che tutto nella vita economica ha — dal carattere di merce!
Questo però sente — come ho già esposto ieri — il proletario moderno come il vero male contro l’umanità: che esista un mercato del lavoro, un mercato del lavoro dove semplicemente, secondo la legge della domanda e dell’offerta, si decide il valore economico popolare di quella merce che è la sua forza lavoro. Come comunque il proletario moderno possa esprimere le sue rivendicazioni — questa rivendicazione giace come qualcosa che, anche se se ne è inconsci, se ne è inconsci su queste cose, giace come qualcosa che è il punto principale delle sue rivendicazioni, sta alla base di tutte le altre rivendicazioni: spogliazione della forza lavoro umana del carattere di merce. Non deve più la forza lavoro umana essere merce!
Se si socializzasse come oggi una grande parte di coloro che vogliono socializzare intende fare questo, allora non si dissocierebbe la forza lavoro dal carattere di merce, bensì al contrario si renderebbe sempre più e più questa forza lavoro umana una merce!
Non può essere dato alcun rimedio astratto per come la forza lavoro umana può essere spogliata del carattere di merce — merce che si può comprare e vendere — non può essere dato, ma può solo dirsi — come è stato già esposto all’inizio della presente esposizione — non si cerchino mezzi magici, mezzi — nel senso moderno della parola — superstiziosi, per guarire socialmente, bensì si cerchino le condizioni vitali dell’organismo sociale. Allora questo organismo sociale si svilupperà con la sua propria forza vitale. E mentre semplicemente, accanto l’uno all’altro, si svilupperanno la vita economica secondo i suoi impulsi propri, e il corpo dello Stato politico — che deve stabilire il rapporto tra uomo e uomo — ancora una volta secondo le sue proprie leggi e i suoi impulsi propri, allora — non così, che teoricamente si possa dire: così e così deve accadere, affinché cessi la forza lavoro di essere una merce, bensì così che questo organismo vivente si sviluppi, allora si dissocerà dal processo economico — l’attività umana, il lavoro umano. E cadrà completamente da sé in quel membro dell’organismo sociale che può essere designato come il membro politico, come il membro che regola il rapporto dell’uomo verso l’uomo.
Esiste infatti — e ho già all’inizio di questo secolo, in un articolo che ho scritto nella mia rivista allora apparsa «Lucifer-Gnosis» sulla questione sociale — ho allora già richiamato l’attenzione: esiste una certa legge per la forza lavoro umana nella totalità di un organismo sociale. Questa legge risulta al vero osservatore dell’organismo sociale come qualcosa di fondamentale nella vita sociale. Allora si poteva, si può ancora oggi parlare di questa legge che si lascia provare in tutti i dettagli, che è importante per la vera conoscenza della vita sociale. Si predica, con una tale legge fondamentale, a orecchi da mercanti di coloro che, da questo o quel lato, sono collocati per insegnare alla gente i «concetti giusti» sull’economia popolare e simili.
Questa legge, molto onorevoli presenti, è la seguente: Se qualcuno lavora — che sia lavoro manuale o mentale — all’interno di una comunanza sociale più grande, non all’interno di una piccola, allora la legge non è nella stessa misura palesemente espressa, ma in una comunanza sociale più grande, come è la sola che viene in considerazione quando si affronta la questione sociale, se in una comunanza sociale più grande un uomo lavora, allora è assolutamente impossibile che all’interno del processo sociale, all’interno di quello che accade nel corpo della società, quello che egli come singolo uomo lavora, gli tornasse a vantaggio! Non può mai, per così dire, avere il raccolto, il risultato del suo proprio lavoro — oggi naturalmente il tempo non sarebbe sufficiente, poiché sarebbero necessarie ore in cui singole osservazioni sarebbero esposte, per provare questo in dettaglio. Posso solo dire che la legge che ho indicato è una legge scientificamente pienamente provabile. Quello che il singolo lavora mediante la sua attività, può solo apparentemente nel suo risultato servirgli. In verità quello che il singolo lavora, si distribuisce all’organismo sociale al quale appartiene. Tutti gli uomini hanno qualcosa della sua attività; e quello che egli ha all’interno di un organismo sociale, non può — se l’organismo sociale è sano — provenire da sua tasca; bensì proviene dall’attività degli altri uomini.
Che sia così, è semplicemente effettuato dai nessi oggettivi che si svolgono. Se debbo usare un paragone grossolano: voi non potete economicamente vivere di quello che voi stessi lavorate — come nel senso fisico voi non potete vivere mangiandovi voi stessi!
È una legge fondamentale della vita economica popolare che non si può vivere del proprio lavoro. Se se ne vive, questo ha effetto a danno dell’organismo sociale. Sano è l’organismo sociale solo quando ogni singolo lavora per gli altri, e tutti gli altri lavorano per il singolo.
Questo non è solo una cosa di un altruismo etico, è una legge di un’articolazione organica sana. Perciò — molto onorevoli presenti — falsifica le leggi fondamentali dell’organismo sociale, se pagate la forza lavoro semplicemente come una merce — dal motivo che partite da qualcosa che in realtà non è affatto vero. Voi volete dare alla forza lavoro il suo raccolto; voi volete far vivere l’uomo della sua forza vitale. Non l’includete così nell’organismo sociale, ma l’escludete.
E poiché l’ordine economico moderno ha condotto esteriormente, mascherato, apparentemente — a liquidare il proletario con quello che dovrebbe essere il raccolto della sua forza lavoro — ha, proprio attraverso la controrisposta della resistenza, generato in lui quello che egli stesso, con tutta la sua altrimenti acuta scienza, non può elaborare — ha generato in lui quello che viene dalla morte dei nessi sociali — generato in lui quello, e in lui nasce il desiderio di stare nel nesso sociale. È stato escluso da quello che rende sua forza lavoro una merce; vuole di nuovo essere incluso; vuole che sia revocato l’elemento mortale. Questo riposa in una delle forme delle rivendicazioni sociali che ho già indicato ieri, e su cui in questa forma devo tornare oggi.
Se però quello che introdurrebbe nell’organismo sociale la forza lavoro — la forza lavoro umana — ciò che proprio anche sotto le idee socialiste sempre più e più vuole introdurre questa forza lavoro nel puro organismo economico, se questo avesse luogo, allora il proletariato verrebbe sempre più e più espulso dal corpo sociale.
Tutto dipende al contrario dal fatto che, accanto al puro corpo economico, esista un altro corpo politico, con relativa autonomia, che non ha da trattare quello che è circolazione di merci, bensì ha da trattare quello che stabilisce il rapporto tra uomo e uomo. E nel senso più eminente lo vedete, non appena potete ottenere una relazione con la legge che non si lavora per sé, bensì per gli altri uomini.
Nel vero senso la forza lavoro umana — la regolazione della forza lavoro umana — appartiene a questo secondo membro dell’organismo sociale, all’organismo politico. Deve vegliare che la forza lavoro umana non sia abusata. Ma mai però, mai il diritto della forza lavoro umana tra altri uomini potrà essere riconosciuto, se questo diritto deve venire dal puro corpo economico — dal puro corpo economico che, secondo le sue proprie leggi, in autonomia, separato dal politico, dal puro corpo dello stato, deve stare!
Quello che oggi è sorto — perché la gente così spesso è abituata a vederlo come il giusto — quello che oggi è spesso visto come il giusto — certo che parla tutto contro quello che è stato qui riferito. Soltanto — molto onorevoli presenti — o ci si abituerà a vivere secondo le leggi dell’organismo sociale sano, oppure si verrà spinti ancora in catastrofi molto più terribili di quelle in cui già si è stati spinti, semplicemente perché non si è cercata una così pura separazione dei singoli membri dell’organismo sociale.
Fino alle cause della guerra si può tracciare a che cosa la confusione dei rapporti economici con i rapporti dello stato ha condotto!
Si studierà già, perché si sarà forzati a studiare sempre più precisamente quello che ha spinto nella catastrofe in cui siamo finora intrappolati nella crisi. Si troverà che, tra le molte cause — naturalmente non posso affrontarle in modo esauriente in questo contesto — che tra le molte cause c’è quella che gli Stati sono stati spinti l’uno contro l’altro dai circoli economici, che si erano semplicemente impadroniti dei corpi politici per i loro interessi! Se i corpi politici non avessero dovuto farsi guidare dalla confusione di certi puri interessi economici-cliché, molto onorevoli presenti, allora la catastrofe non avrebbe potuto assumere questo carattere! Anche la politica internazionale degli uomini, la volontà internazionale degli uomini, dipende dal fatto che si riconoscano le leggi dell’organismo sociale.
Un terzo membro dell’organismo sociale è allora la vita spirituale — molto onorevoli presenti — questa vita spirituale, come nel presente periodo dello sviluppo dell’umanità si è gradualmente trasformata in una sorta di ideologia, in cui le forme antiche si innalzano solo come reliquie — l’ho descritto ieri. Ma questa vita spirituale — che da certi istinti sociali, fino alla metà, fino alla fine del Medioevo, stava in una certa autonomia — anche questa è stata assorbita, così come dovrebbe essere assorbita, sotto l’influsso di certe aspirazioni moderne, la vita economica dalla vita dello Stato, oppure, in modo contrario — potrebbe dirsi: questa vita spirituale è stata assorbita da quella vita che doveva soltanto regolare il rapporto dell’uomo verso l’uomo. Come gli uomini devono stare l’uno verso l’altro — puramente dal fatto che sono soggetti di diritto — questo deve essere oggetto di un particolare membro sociale nell’organismo sociale.
La vita spirituale deve essere ancora una volta un particolare membro, con autonomia relativa, nell’organismo sociale. Per l’intero organismo sociale, quello che viene dalla vita spirituale nella sua vera forma, è proprio così come, per l’organismo umano singolo, è l’assunzione dei nutrienti e il ricambio materiale. Si deve paragonare questa vita spirituale nell’organismo sociale proprio al sistema più grossolano — cosiddetto sistema più grossolano — nell’organismo umano naturale.
Tutto quello che appartiene a questo sistema è quello che può scaturire solo dalla capacità fisica e psichico-spirituale dell’uomo; tutto quello che può essere collocato solo sulla base della libertà individuale dell’uomo. Lì appartiene tutto quello che gioca nella vita religiosa degli uomini. Lì appartiene tutto quello nel più ampio significato — dal livello più basso al più alto — che rientra nel sistema scolastico ed educativo. Lì appartiene anche, accanto a molte altre cose, accanto a tutta la coltivazione artistica, accanto a tutta l’altrimenti coltivazione di una spiritualità libera, lì appartiene anche — e porterebbe troppo lontano, perché richiederebbe ancora ore affinché fossero indicati i dettagli — anche il diritto privato e il diritto penale. Il diritto pubblico appartiene al secondo membro dell’organismo sociale — il diritto pubblico, che stabilisce il rapporto dell’uomo verso l’uomo, semplicemente nella convivenza umana sana.
Se, riguardo a interessi privati violati, se riguardo a reati, l’uomo debba giudicare l’uomo, allora è necessaria una tale relazione individuale del giudicante al giudicato — dinanzi a una vera osservazione della realtà — che il procedimento intero può essere collocato soltanto nell’ambito della libertà individuale. Si deve immergersi come vero giudice nella soggettività di colui su cui, che sia nel senso del diritto privato, che sia nel senso del diritto penale, si ha da giudicare, sicché non può essere altrimenti che lì domini l’impulso della libertà umana individuale.
Potrei citare molti esempi; ne citerò uno soltanto: colui che, come me, ha osservato per decenni direttamente — vivendo lì — rapporti come si svolgevano là dove pure ufficialmente, non ufficialmente molto più ancora, singole nazionalità vivevano l’una accanto all’altra e mescolate insieme come in Austria; colui che ha osservato questo, colui che ha osservato quanto i rapporti giudiziari hanno contribuito al caos in cui ora ha portato l’immensa catastrofe austriaca, sa quale significato deve essere attribuito proprio alla falsa regolamentazione dei rapporti giudiziari!
Certamente ciò si manifesta, all’interno di tali rapporti, soltanto in modo radicale. Quando si consideri: là abbiamo una regione dove abitano mescolati insieme Tedeschi con Cechi. Il Ceco, se ha commesso qualcosa, viene — perché semplicemente, secondo i restanti rapporti politici, è così — dinanzi al giudice che opera nella lingua ufficiale tedesca. Il Ceco non capisce nulla di quello che gli viene inflitto. Sa — può inoltre non aver fiducia nel suo giudice, che per le peculiarità etniche è diverso da lui.
Tutto questo — posso solo citarlo brevemente — tutto questo avrebbe dovuto condurre a che già decenni fa, per evitare questa tremenda presente catastrofe, si fosse ricorso al fatto che sarebbe stato necessario — come anche gli altri confini territoriali andavano — che per quanto riguarda i rapporti giuridici del diritto privato e del diritto penale così procedesse, che ogni cinque o dieci anni ogni persona scelga liberamente i suoi giudici — come altrimenti nell’ambito della vita spirituale ogni persona deve poter scegliere liberamente la scuola per i suoi figli e cose simili. Infinitamente molte cose racchiude questa liberazione del sistema scolastico, comunque, del sistema educativo, di tutte le questioni spirituali dal restante funzionamento economico e puramente statale dell’organismo sociale.
Naturalmente gli uomini non si faranno affatto persuadere da questo pensiero necessario — il meno possibile — poiché nella statalizzazione del sistema scolastico, nell’estensione degli artigli dello stato sulla spiritualità libera, molti vedono la cosa più salutare. Eppure questo è il contrario del salutare. Quello che come spiritualità con carattere di realtà deve svilupparsi o può svilupparsi, può svilupparsi solo se questa spiritualità è collocata puramente su se stessa nell’organismo sociale — se l’organismo dello stato deve solo provvedere affinché questa vita spirituale possa svilupparsi liberamente.
Gli agitatori socialisti e i loro seguaci hanno scoperto fino a ora un unico ambito — e da un fraintendimento — che trattano in questa maniera: l’ambito religioso. Sentono, all’interno degli ambiti di agitazione socialista: la religione è affare privato — ma propriamente non perché si voglia proteggere la religione, nella sua libertà, dagli interventi dello Stato ed economici, bensì perché non si ha un vero interesse. Si vuole separarla; deve vivere per sé, deve forse anche morire per sé.
Il giusto sarebbe che si avesse proprio la massima stima per la vita spirituale in tutte le sue singole serie; allora si saprebbe che questa vita spirituale può prosperare solo quando ha sua propria amministrazione, sua propria organizzazione, una relativa autonomia adeguata. Questa vita spirituale deve rappresentarsela nel senso più ampio, nel senso più comprensivo — non solo le idee propriamente spirituali, non solo le prestazioni propriamente spirituali che emanano da questi ambiti spirituali, bensì anche tutto quello che si estende come impulsi spirituali sugli altri due ambiti. Deve emanare da questi ambiti; le idee tecniche — quello che propriamente mette in movimento la vita economica — questo emanerà dal lavoro psichico-spirituale.
Ma questo lavoro psichico-spirituale non deve essere sostenuto, non deve essere amministrato, non deve essere governato legislativamente dagli altri due ambiti; deve governarsi con relativa autonomia, affinché propriamente come il sistema di ricambio sugli altri due sistemi dell’organismo naturale, come propriamente nel modo giusto attraverso la sua libertà, attraverso la sua autonomia, possa agire sui due altri sistemi sociali.
Così si deve pensare — che il membro economico dell’organismo sociale — l’ambito che regola il rapporto dell’uomo verso l’uomo — e l’ambito che propriamente, come ambito spirituale, è collocato sulla libertà individuale di tutto quello che scaturisce dalle predisposizioni psichico-spirituali e fisiche dell’uomo — che questi ambiti vivano così accanto l’uno all’altro — che ciascuno, come è conforme alla sua propria essenza, abbia i suoi propri corpi di amministrazione e di legislazione. Non il singolo parlamento, che confonde tutto insieme, è il salutare per lo sviluppo sociale del futuro, bensì i tre corpi rappresentativi, di cui uno riguarda tutti gli uomini: quello dell’organismo politico — che probabilmente, sulla maggior parte dei territori della terra, del mondo civilizzato, sarà puramente democratico; mentre i due altri, nella loro rappresentanza, saranno orientati alla realtà.
Il corpo economico verrà costruito su base associativa. Già vediamo oggi gli inizi come si costituisce per il fatto che l’uomo deve crescere insieme con quello che gli sta dinanzi come base naturale per la sua vita economica — come deve associarsi con altri uomini; questa associazione, come oggi si tenta in cooperativa e in sindacato e così via — deve però essere costruita su basi puramente economiche — le basi economiche della produzione, le basi economiche del consumo, le basi economiche del commercio — che si regoleranno reciprocamente secondo principi puramente economici.
Quello che il corpo politico è — che riposa sulla relazione giuridica di uomo a uomo — diventerà nel sostanziale sempre più democratico e più democratico — perché ha da trattare il rapporto di ogni singolo uomo verso la circolazione di merci. Quello che l’ambito spirituale è, si costruirà su quello che dalla vita spirituale — dal progresso del singolo uomo nella vita spirituale — segue.
Questi tre ambiti nell’organismo sociale sano per così dire collocati sovranamente l’uno accanto all’altro, e così reciprocamente responsabili come gli stati sovrani — proprio così potranno le delegazioni agire l’una sull’altra nella giusta comunanza, perché i singoli membri nell’organismo sociale sono in autonomia relativa!
Si può concedere che queste idee a molti uomini di oggi sembrino forse troppo radicali. Ma non sono pensate così — molto onorevoli presenti — che da oggi a domani qualche comunanza sociale debba essere trasformata, come quello che naturalmente sembrerebbe quando si portano alla luce tali cose. No, dall’elaborazione di tali teorie come teorie il pensatore della realtà — e questo è sempre il vero scienziato dello spirito — tiene straordinariamente poco. Tiene molto più al fatto che gli uomini, nella loro intera volontà e nella loro vita immediata, si penetrino di quello che, come impulsi, segue da una tale visione della vita — affinché in tutti i dettagli diano al loro agire, alle loro misure, la corrispondente direzione.
Certamente sarebbe completamente sbagliato se ci si comportasse — come oggi si tenta in molti ambiti — da oggi a domani trasformando il corpo sociale; ma è sempre stato necessario che gli uomini ordinassero questo o quello. Si può ordinarlo così che si sia ossessionati dall’idea che tutto deve essere un’unità statale confusa insieme; oppure si può portare quello che è il più ordinario di tutti gli ordinamenti in una tale direzione che la sua formazione si articoli nel graduale auto-realizzarsi di questi tre membri accanto l’uno all’altro dell’organismo sociale — veramente, più ancora di molti pensatori socialisti del presente — che non si lasciano neanche minimamente sognare da una trasformazione del corpo sociale da oggi a domani, bensì pensano a uno sviluppo lento — pensa colui che per la sua osservazione ha la realtà del tutto alla base di questi insegnamenti — così pensa colui che una direzione viene data allo sviluppo sociale che si realizza lentamente.
Non si tratta affatto di confuse, ad esempio, rapide rivoluzioni sociali che si svolgono. Bensì se ne tratta — molto onorevoli presenti — che ci si abitui proprio a dirigere il proprio pensiero verso quello che segue dalla considerazione conforme alla realtà dell’organismo sociale stesso.
Quello che le ho qui esposto — molto onorevoli presenti — mi appare — da quella che ritengo essere un’osservazione oggettiva anche degli eventi del presente — come particolarmente importante per questo presente — come particolarmente necessario per la guarigione di molto che deve essere guarito.
E posso dire: Non da mere considerazioni teoriche le idee che vi ho oggi presentato hanno ricevuto la loro forma finale.
Quello che vi ho esposto — ho potuto darvi solo, per brevità di tempo, uno schema — può essere fondato in tutti i dettagli, può essere sviluppato in tutti i dettagli. Questo può già oggi accadere in modo completamente degno di scienza! Colui che vorrà avvicinarsi a questa direzione, può già oggi farlo, collaborando con coloro che sono disposti a impiegare la loro forza affinché all’organismo sociale sia data una formazione che, da una vera visione della vita, lo renda veramente sano. Si può; si può già oggi, in tutti i dettagli, eseguire — in tutti i dettagli — quello che oggi ho potuto presentarvi soltanto in uno schema onnicomprensivo.
Queste idee non sono sorte da una mere considerazione teorica; sono sorte dall’osservazione dei rapporti, come questi rapporti si sono configurati, sicché infine non poteva più derivarne altro se non questa catastrofe europea.
Per colui che si è occupato del tessuto interno di questi rapporti del mondo civilizzato presente, per questi è avvenuto forse così — ad esempio — come per me, riguardante un certo punto — potrei anche citare altri. Non voglio veramente con queste cose ostentare in alcun modo. Soltanto — molto onorevoli presenti — queste cose sono serie; e se anche qualcosa che si introduce per la comprensione sembra personale, allora può comunque oggi accadere di fronte al terribile serio dei tempi.
Era ancora il tempo che aveva preceduto questa catastrofe di guerra — il tempo in cui diplomati, politici, statisti e altri intelligenti europei avevano un luminoso sorriso quando si parlava di come la pace, o altro di simile veniva conteggiato, di come tutto quello che si era istituito sarebbe rimasto fermamente nel mondo. Allora dovetti tenere un discorso — all’interno di un ciclo di conferenze a Vienna — parlare anche di quello a cui le basi più profonde dei nostri rapporti sociali miravano. Allora parlai — prima che questa catastrofe fosse in alcun modo notata esteriormente nel suo avvicinarsi — quando i diplomatici avevano ancora un luminoso sorriso alle buone azioni che avevano compiuto — parlai di come striscia attraverso il nostro ordine sociale qualcosa come un carcinoma sociale — una malattia del cancro — molto tempo prima che il dilettatesco libro «Mutazione mondiale» con tutti i possibili giocherelloni socialisti fosse apparso! E dissi allora: il tempo è così serio che ci si sente come obbligati a gridare nell’umanità, affinché le anime siano scossa, affinché sappiano: al momento giusto deve accadere il giusto, affinché il male più tardi — il male indicibile — possa essere distolto.
Questo fu detto prima della guerra.
Durante il tempo della guerra, allora, spinto dal serio dei processi sociali in fiamme che si portavano proprio alla loro vera forma, al loro vero modo, alla superficie durante la catastrofe della guerra — spinto da ciò — avevo esposto a molti — che allora avrebbero ancora potuto fare qualcosa di determinante all’interno dell’organismo della società in cui si trovavano — quello che è necessario per la guarigione. Esteriormente, teoricamente, molti l’hanno compreso; ma il ponte dalla comprensione teorica alla volontà non hanno potuto farlo gettare, le persone, perché la comprensione non era sufficientemente profonda.
Ora si vorrebbe credere che quello che la gente influente non voleva comprendere durante la catastrofe bellica — ora si vorrebbe credere — ora molti di quelli che, da questa catastrofe bellica, sono stati messi nella disgrazia nell’Europa centrale e orientale, e molti altri a cui è ancora concessa una tregua dalle forche, ora dovrebbero comprendere, nel momento giusto portare comprensione alle cose! Poiché a molti dissi due o tre anni fa — quando le cose ancora avrebbero potuto andare diversamente da come andarono nell’autunno 1918 — a molti dissi, all’interno dell’Europa centrale: quello che si esprime in queste idee della tripartizione dell’organismo sociale deve — deve anche divenire la politica estera; allora al corso intero delle cose verrà data un’altra direzione, una direzione più salutare. — E dissi allora: avete la scelta — sia di accettare per ragione, nel momento giusto, queste cose — perché queste cose non sono pensate, queste cose non sono programmi, queste cose non sono un ideale astratto come certi ideali astratti che certe società o partiti hanno — bensì queste cose sono osservate dalle forze evolutive dell’umanità; loro vogliono e devono semplicemente realizzarsi nei prossimi dieci, venti, trenta anni. Non dipende da quello, se io o voi o qualcun altro vuole quello che sta in questa direzione, dipende dal fatto che le forze evolutive attraverso cui l’umanità deve passare, loro stesse vogliono questo — da quello dipende tutto.
Avete la scelta — sia di agire mediante ragione al modo di configurazione di una tale organizzazione sociale — o catastrofi rivoluzionarie e catastrofi cosmiche si svolgeranno nell’ambito per il quale ora siete anche voi responsabili. La scelta tra ragione e lo scatenamento degli istinti più terribili — che allora non potranno più essere dominati attraverso una mera intesa — questa scelta è posta davanti agli uomini.
Questo è quello su cui conta — che gli uomini vengano via dalla ricerca di un pensiero solo comodo — che gli uomini arrivino al punto che non più coloro che i veri pratici della vita — perché vedono le forze di formazione dell’evoluzione dell’umanità — che non più questi vengano esposti come i «materialisti idealisti impratici» e resi innocui o evitati, bensì che proprio quello che loro hanno da dire diventi fruttifero — su questo conta! La vera pratica della vita è in molti ambiti qualcosa di completamente diverso dal breve senso di coloro che si ritengono spesso i veri pratici speciali. Quello che questi «pratici» hanno fatto attraverso decenni — ha proprio condotto nella disgrazia del presente.
Queste idee furono anche fraintese ancora da un’altra parte — da quella parte — che si credesse trattarsi soltanto di idee interne — di configurare un qualche organismo sociale chiuso all’interno.
Ora — che persone che non hanno imparato nulla — non hanno potuto imparare nulla da queste catastrofi belliche degli ultimi anni — che queste non potessero capire l’incisivo e l’incisione di tali idee sociali venienti dalla realtà — questo è comprensibile. Naturalmente non potevano trovare la loro strada in un paese statale tali idee — in un paese statale e una vita il cui leader poteva scrivere per lungo tempo un tale libro come ad esempio Bülow sotto Guglielmo II; che questo libro poteva ancora essere preso sul serio, che non fosse preso come un documento storico, che come lo sfortunato della Germania doveva essere portato mediante l’incomprensione dell’evoluzione dell’umanità moderna — questo appartiene alle particolari caratteristiche del nostro tempo, che daranno spesso motivo di essere giudicate secondo uno speciale ambito scientifico — l’ho già detto ieri — «patologia sociale» o «psichiatria sociale». Non ho bisogno di farlo solo come un «bon mot» — lo intendo molto seriamente.
Quello che però sarebbe necessario capire — quello che non è stato capito da coloro ai quali fino a ora ho presentato queste idee — è che queste idee non valgono soltanto per la configurazione interna di un certo territorio sociale, bensì che devono divenire a poco a poco la base di una vera politica estera internazionale per ogni Stato — anche se ogni Stato può iniziare individualmente per sé.
Quello su cui si tratta è — oltre a ciò — che non gli Stati come territori chiusi negoziano l’uno con l’altro — bensì che da ogni formazione sociale verso ogni altra — può anche accadere unilateralmente — per questo ogni Stato può iniziare — che ogni Stato con ogni altro Stato — o uno Stato dai suoi tre membri fuori con uno Stato diverso che ancora si attiene alla vecchia confusione — e dà loro fiducia — che vengano in considerazione, da una parte, i rappresentanti del puro corpo economico — che ancora con la vita economica del mondo esterno per sé — dalle basi vitali del corpo economico — si comportino — nei pensieri politici — i rapporti politici — quei fattori che hanno da fare propriamente con il rapporto di uomo a uomo — si intrattenere con i corrispondenti fattori dell’altro territorio sociale. Così pure i rappresentanti spirituali con i rappresentanti spirituali dell’altro territorio.
Per mezzo di ciò i cosiddetti «confini nazionali» ottengono un significato completamente diverso; per mezzo di ciò quello che, attraverso i confini nazionali, porta a conflitti non viene più — come accade ora, perché tutto è mescolato insieme e saldato insieme — gonfiato, bensì un conflitto in un ambito viene equilibrato attraverso gli altri ambiti che lavorano accanto.
Lì bisogna solo guardare come questa tripartizione funzionerà su tutta la terra nel commercio internazionale dei popoli — «sì, qualcos’altro fondare». Questo fonda qualcosa profondamente organico di fronte a quello che — da una buona volontà — ma solo da un pensiero astratto — si sfida a fare: Lega dei popoli, interstatuamento e simili. Tutto questo non sarà costruito come un organismo di umanità — bensì — provocato secondo le sue condizioni — come un organismo sociale vivente — quando la tripartizione ora delineata verrà portata nella corrente che si esprime nella volontà sociale fluente e nel pensiero e nel sentire dell’umanità.
Molto onorevoli presenti — forse possiamo comprenderci ancora brevemente alla conclusione mediante il seguente: Quando l’alba dei tempi moderni — ma non ancora completamente permeata dai rapporti moderni — si diffuse sull’umanità — allora tre grandi idee brillarono attraverso il pensare, il sentire e il volere dell’umanità: «Uguaglianza, Libertà, Fraternità».
Chi non potrebbe avere la più profonda simpatia per quello che riposa nelle idee, negli impulsi di uguaglianza, libertà e fraternità? E tuttavia — bisogna sentire anche coloro che hanno espresso i loro profondi dubbi — non da alcun pregiudizio partitico, bensì da un pensiero sano, oggettivo — hanno espresso i loro dubbi. Lì ha scoperto più di uno scrittore serio, coscienzioso: Come può la libertà — che è così radicata nell’essenza dell’uomo — io devo mettere fra parentesi che ritengo questa libertà un ingrediente sociale indispensabile dell’umanità! Questo mostra semplicemente la mia «Filosofia della libertà», che ora di nuovo è apparsa in una nuova edizione — come si può con questa libertà umana — che può essere collocata solo sullo sviluppo dell’individualità umana — come si può questo accordarsi con l’uguaglianza sociale? Stanno in completa contraddizione l’uno con l’altro! E come di nuovo la fraternità con l’uguaglianza davanti alla legge? Altrettanto chiara sembra la contraddizione tra questi tre idee star lì — come il grande, convincente potere di queste idee.
Soltanto allora — quando si avanza da un mero pensiero astratto — da un mero pensiero teorico — che porterebbe a un’omuncoleria sociale — a un sentimento conforme alla realtà — si può capire come questi tre idee devono stare nella realtà sociale umana:
Libertà — essa porta nell’ambito in cui la vita spirituale deve svilupparsi.
Uguaglianza porta là dove il rapporto di uomo a uomo si sviluppa nel vero ambito così definibile politico.
Fraternità porta nell’ambito della vita economica — dove ciascuno secondo la possibilità economica deve dare e ricevere.
Se si sa che l’organismo sociale si articola secondo tre membri relativamente autonomi — allora si sa che queste idee devono contraddirsi l’una con l’altra come le leggi evolutive nella tripartizione di un organismo umano naturale; allora si sa che questi sono grandi e decisive idee e impulsi; allora non ci si meraviglia sulla contraddizione che deve opporsi a noi — se vogliamo credere che questi tre idee devono essere applicate a un organismo sociale in cui tutto deve essere mescolato insieme e saldato insieme.
Così quello che l’umanità nel sentire ha necessità di configurare per la vita sociale nell’alba dei tempi più recenti — esso potrà entrare nella vera realtà sociale dell’umanità soltanto quando i tre membri di questa realtà sociale dell’umanità — attraverso un’osservazione e un agire e un volere conforme alla realtà — nell’organismo sociale — dell’umanità verranno incorporati.
So come molti ancora oggi pregiudizi e presagi pregiudiziali parlano contro queste cose. Soltanto — senza cadere in alcun modo nella vanità o nell’alterigia — vorrei quello su cui si tratta — concludendo — attraverso un confronto esprimere.
Molti diranno: bene, dalla scienza dello spirito vuol qui qualcuno in modo così semplice portare il problema sociale a un tentativo di soluzione. — Sì — molto onorevoli presenti — allora posso forse — soltanto per quello a cui il tentativo di soluzione sembra così semplice — così primitivo — non adatto a quello che è stato elaborato come grande dottrina dai maestri di economia popolare e da altri — allora posso forse, per un tale, osare il confronto: c’era una volta un povero ragazzo che sedeva come piccolo lavoratore che serviva a una macchina a vapore Newcomen. Doveva servirsi con la mano dei due rubinetti — che dovevano costantemente essere spinti e spinti — di cui l’uno doveva lasciar entrare l’acqua di condensazione, l’altro il vapore nella macchina. Allora il piccolo ragazzo osservò che questo aprire e chiudere dei due rubinetti — che doveva spingere avanti e indietro con le mani nel momento appropriato — riguardante loro su e giù a dondolo — allora gli venne l’idea — di legare insieme con corde i rubinetti — con corde per controllare i rubinetti. E allora risultò che nel loro su e giù i rubinetti si aprivano e chiudevano da soli — dunque i rubinetti — che da una parte lasciavano entrare l’acqua di condensazione — dall’altra lasciavano fluire di nuovo il vapore nella macchina. E da questa osservazione del piccolo ragazzo è proceduta una delle più importanti invenzioni dei tempi moderni: l’auto-regolazione della macchina a vapore.
Sarebbe potuto accadere anche che un «uomo molto intelligente» venisse e dicesse al ragazzo: Sei un buono a nulla — che cosa stai facendo lì? Via con le corde! Serve i tuoi rubinetti come prima con la mano — fai quello che ti è ordinato! E non credere che tu lì possa fare qualcosa di speciale!
Come detto, si possono paragonare le cose — ma un paragone zoppica sempre un po’. Si può usare il paragone per qualcos’altro — dunque per quello di cui — con una certa alterigia — ci si guarda dall’alto — a questa scienza dello spirito che ora vuol estendere anche le sue esperienze sul problema sociale! Ma forse posso comunque osare il paragone con il piccolo ragazzo. Se i «molto intelligenti» oggi trovano straordinariamente folle che qualcuno dalla scienza dello spirito affronti il problema sociale — allora vorrei dire a costoro: tali persone vogliono essere nulla di più che il piccolo ragazzo che ora osserva quello che gli altri non hanno osservato nella loro intera intelligenza e dottrina — forse anche dottrina errata.
Poiché da esso sono convinto — precisamente da uno sguardo nel fare e nel manifestarsi sociale dell’umanità odierna e le sue rivendicazioni. Ne sono convinto: su questo conta — che, se si osserva nel modo giusto — come i tre ambiti dell’organismo sociale, nella loro autonomia, possono svilupparsi — si è scoperta la vita di questo organismo sociale. E come la vita stessa è il timone e come la vita stessa è la regolazione — così l’organismo sociale si regolerà da sé — se solo, nel modo giusto, sono trovate le leggi dei suoi singoli ambiti.
Questo — molto onorevoli presenti — anima colui che lo intende seriamente — proprio nel presente tempo serio — con quello che è necessario all’umanità riguardo alle rivendicazioni sociali.
Così vi lascio concludere — che effettivamente tutto quello che si ha da dire in questa direzione — lo concentri in un sentimento: Potesse esserci soltanto un sufficiente numero di persone nel presente — che siano un poco mosse da quello che — deve sì accadere — perché riposa nel seno delle forze evolutive dell’umanità nei prossimi 20 o 30 anni — potesse esserci sufficiente numero di persone oggi già — potessero sufficiente molti aprire il loro cuore, i loro sensi a quello a cui l’umanità del futuro deve andare incontro — affinché non venga ancora più grande male!
Poiché se quello continua che appunto i più di coloro che si ritengono — nel senso giusto nel loro senso — pratici credono — allora non avverrà una guarigione della disgrazia — bensì un immensurabile moltiplicarsi di questa disgrazia!
Possano dunque trovarsi il maggior numero possibile di persone che aprano il cuore e il senso a quello che deve accadere — affinché un’intesa — un’intesa tra cuore e cuore — un’intesa tra anima e anima — all’interno della convivenza sociale dell’umanità diventi possibile — prima che gli istinti saranno scatenati così lontano — che tale intesa sugli orribili istinti animaleschi degli uomini non sarà più possibile.LA VERA FORMA DELLA QUESTIONE SOCIALE, COLTA DALLE NECESSITÀ VITALI DELL’UMANITÀ CONTEMPORANEA SULLA BASE DI UN’INDAGINE DELLA SCIENZA DELLO SPIRITO
Basilea, 13 febbraio 1919
Carissimi presenti! Chi non assopisce seelicamente — per così dire — le circostanze contemporanee della vita, in cui tutto si svolge intorno a sé e in cui la propria esistenza è intricata, ma vi partecipa con una coscienza svegliatissima dal punto di vista spirituale, potrà sentire che ciò che si è sviluppato nella vita della moderna umanità nel corso dei decenni ha acquisito solo nel presente, fondamentalmente, la sua vera forma storica, la sua forza storica elementare. È ciò che oggi si manifesta a noi nella vita con una tale potenza: la questione sociale. In particolare si dovrebbe sentire come qualcosa che nel corso di decenni forse si è svolto più sotto la superficie della vita, nella sua vera forma, abbia fluito verso l’alto verso la sua importanza grande, sempre più incisiva e sempre più incidente. Già il punto di partenza degli ultimi anni, la catastrofe bellica che ha scosso il mondo, mostrò come gli impulsi sociali dell’umanità moderna giocassero all’interno della vita generale. Molte personalità che hanno una corresponsabilità per il disastro che è venuto a colpire la nostra vita si sarebbero comportate diversamente, se non fossero state, per lungo tempo, sotto l’influsso, per così dire, della paura o di simili fattori, nel cosiddetto movimento sociale, e non si fossero comportate, per paura, angoscia o altri stati d’animo, in modo completamente diverso da quello in cui si sarebbero comportate, se avessero potuto ottenere con piena consapevolezza una chiara visione di ciò che si agitava nell’aria nell’anno disgraziato del 1914.
E ancora, durante questa catastrofe orrenda, come si sono nutrite speranze, da un lato, che dalle spinte del movimento sociale dell’umanità potessero essere riconciliate in qualche modo le armonie distrutte. Come, dall’altro lato, quelle personalità che in questo tempo di orrore erano in qualche modo alla guida si trovarono sotto l’influsso delle rivendicazioni sociali dell’umanità, così che le loro azioni furono essenzialmente influenzate da questo lato. Molte cose avrebbero potuto avere un corso diverso se non fosse stato così. Ed ora, carissimi presenti, ora che la catastrofe è entrata in una crisi, ora si può vedere che proprio allora — ancora di più — ciò che può essere chiamato movimento sociale si pone nella vita dell’umanità contemporanea in una forma decisiva. Si pone in tale forma che per così dire l’atteggiamento della maggior parte degli uomini si rivela pervaso da una profonda tragicità. Non si potrebbe dire forse che il fatto in cui la nostra vita è imprigionata — su una gran parte del mondo civilizzato — e le cose continueranno a diffondersi sempre di più, chiunque sia perspicace se ne accorgerà — non si potrebbe dire che il fatto in cui la nostra vita è imprigionata pone al giudizio degli uomini, a quel giudizio degli uomini che dovrebbe dimostrarsi giusto attraverso le azioni, attraverso l’intervento nella vita nel modo appropriato, non si potrebbe dire che questo fatto riveli come, in realtà, il giudizio della maggior parte non sia all’altezza di questi fatti?
Sì, carissimi presenti, è veramente così come se certe correnti, certe forze nella vita dell’umanità moderna avessero voluto dimostrarsi nella loro impossibilità, nella loro assurdità attraverso questa catastrofe, e come se ciò che si è esaurito in una conformazione assurda, a danno dell’umanità, avesse lasciato qualcosa di fronte al quale molte cose vennero meno, di cui forse, prima che questa catastrofe entrasse in vigore, si credeva che non potessero venir meno.
Da un lato vediamo i fatti incisivi che si annunciano in modo tale da dover incidere profondamente nella vita di ogni individuo. Vediamo come dall’impulso più intimo dell’umanità si chiede una riformazione della vita. Vediamo, all’interno di ciò che così si presenta, le vecchie concezioni partitiche, i vecchi programmi partitici farsi valere spesso in modo tale che vogliono dominare ciò che esiste. Ma come ci appaiono oggi queste concezioni partitiche, questi programmi partitici, questo pensiero talvolta formato scolasticamente negli eventi sociali? Si vorrebbe dire: come mummie di giudizi che improvvisamente vogliono rivivere, che però rimangono solo mummie che vanno in giro rispetto agli eventi viventi.
Ciò che oggi gli uomini pensano spesso su ciò che accade è come qualcosa di morto rispetto a ciò che si presenta come esigenze viventi dell’esistenza. Dalla serietà della situazione, caratterizzata così, sorge per ogni uomo pensante la necessità di acquisire, in un certo modo, un giudizio, un giudizio possibile per le sue azioni, di fronte a questa situazione contemporanea.
Da questo punto di vista, carissimi presenti, procederanno le conferenze che ho intenzione di tenere qui. Oggi vorrei piuttosto mostrare quale sia effettivamente la vera forma della cosiddetta questione sociale, come questa vera forma sia emersa dalla vita dell’umanità moderna, e domani vorrei affrontare ciò che è davvero importante: i possibili tentativi di soluzione, che non derivino da questa o quella immaginazione fantastica, da questo o quel impulso di volontà unilaterale, da questa o quella sfumatura partitica, ma che derivino dal considerare la vera realtà della vita, la vera realtà nella sua profondità intera e nella sua interezza.
Non è solo nella vita del singolo uomo, ma anche nella convivenza societaria, nella convivenza statale degli uomini, che molto agisce — ciò che non si svolge nella coscienza, ma che per così dire opera nell’inconscio; anzi, si può dire che proprio nella vita sociale, statale, societaria dell’uomo agiscono ancora molti più fattori inconsci che nella vita del singolo uomo. E chi non ha nessuna idea di questi fattori inconsci, o chi non ha il senso per affrontarli, difficilmente riuscirà a penetrare la vera forma di ciò che oggi si presenta come movimento sociale.
Si può certamente guardare con un certo rispetto tutto ciò che per decenni è stato pensato, scritto, detto, e anche, entro determinati limiti, fatto per affrontare le cosiddette questioni sociali e il movimento sociale. Tuttavia, per quanto lo sforzo mentale e l’impegno fattivo dedicati a esso palesino una certa considerazione, si potrà comprendere correttamente solo quel che oggi è così essenziale per ogni uomo — la comprensione della questione sociale — se si affronta questa questione non come si è formata dalla coscienza degli uomini, ma se la si affronta dalla vita consapevole, anche da quelle profondità della vita in cui agiscono fattori sconosciuti.
E se mi è permesso, carissimi presenti, iniziare con un’osservazione personale, che sia questa: il movimento sociale mi è venuto incontro presto, in particolare nella sua piena vitalità, quando per anni fui insegnante in una scuola di formazione per operai, da dove tenni conferenze, e dovetti organizzare discussioni nelle associazioni sindacali, nelle cooperative. Proprio attraverso queste circostanze di vita, vivendo insieme — erlebend — ciò che accade nell’anima proletaria, potei scorgere dal vivo immediato quali impulsi agiscono effettivamente nel movimento proletario moderno. Potrei dire: chiunque sia incline a considerare il movimento proletario moderno in modo così vitale e reale, di fronte a lui si impone soprattutto qualcosa che si potrebbe chiamare una contraddittorietà nel sentire, nel volere, nel pensare del proletario moderno, ma una contraddittorietà tale come esiste in tutta la vita che non si svolge negli accenni logici, ma che in realtà si svolge in modo tale da passare da contraddizione a contraddizione.
E così, in tale considerazione del movimento proletario moderno, spicca in particolare il fatto che da un lato esso non è affatto incline ad attribuire un grande valore a ciò che è il pensare e il sentire umani, alla convivenza sociale, agli impulsi sociali; che in effetti è piuttosto incline a considerare ciò che l’uomo pensa e sente per la maggior parte come un’emanazione di ciò che accade nella vita economica e di ciò che accade nella vita puramente materiale, economica. Torneremo su questo punto.
Potrei dire: la portata, l’impulso del pensiero stesso vengono in un certo modo negati nella vita dell’anima del proletario moderno. E tuttavia — questa è la particolarità — mai prima d’ora, si potrebbe dire, un movimento storico mondiale è stato costruito in un grado così alto sul pensiero, sì, sulla ricerca scientifica della conoscenza, come questo movimento proletario moderno. Chi abbia veramente visto — cosa che purtroppo i circoli borghesi hanno trascurato per decenni per determinate ragioni — chi abbia visto come certe rappresentazioni difficili da cogliere, diciamo rappresentazioni che derivano dal cosiddetto marxismo scientifico, si siano inserite, del tutto inserite, nell’anima proletaria moderna, costui acquisisce veramente un’idea di ciò che vive oggi, quasi inconsciamente, in milioni e milioni di uomini. Poiché — lo riconosceremo proprio attraverso queste conferenze — qualcosa di significativo in relazione al movimento sociale è il fatto che si è aperto un profondo abisso tra classi di uomini: da un lato i circoli finora dirigenti con le loro rappresentazioni, con le loro abitudini di pensiero, come è diventato moderno oggi, con la loro sentimentalità; dall’altro il proletariato con le sue abitudini di pensiero, con la sua particolare modalità di sentire — poca possibilità di una comprensione reciproca! Questa è qualcosa di profondamente incisivo per tutta la vita moderna. Poiché, in fondo, quanto appare ludico in ciò che i circoli finora dirigenti hanno fatto per acquisire una comprensione in relazione alla vita sociale di grandi strati dell’umanità! Sono andati a teatro e si sono guardati i «Tessitori» di Hauptmann, per guardare per così dire dentro la vita di una gran parte dell’umanità moderna. In questo comportamento sta — lo si riconoscerà sempre di più, carissimi presenti — un profondo fraintendimento.
Quando si tenta di penetrare, da ciò che si svolge sulla superficie della vita, nelle profondità, allora si vorrà prestare minor attenzione a tutto ciò che i circoli dirigenti cosiddetti intellettualistici pensano oggi del movimento sociale. Si vorrà forse prestare ancor meno attenzione a ciò che il proletario moderno stesso pensa su ciò che vuole, ciò che aspira; ci si sentirà però tanto più spinti a portare a comprensione propria vivente una cosa con precisione: non tanto gli eventi obiettivi del movimento sociale, quanto piuttosto il proletario moderno stesso, la vita dell’anima di questo proletario moderno.
Credo che innumerevoli osservazioni di natura intensiva, di vivere insieme intensivo con la vita del proletariato, mi abbiano rivelato il giusto, in un certo senso, in quanto credetti di notare che qualcosa di essenziale in questa questione sociale è ciò che si nasconde nella parola che si può sentire sempre e sempre di nuovo all’interno del proletariato moderno, nella parola: Il proletario moderno si sente consapevole della classe. Si è risvegliato da una vita precedente istintivamente e confusa alla consapevolezza della classe, alla consapevolezza della sua posizione entro la sua classe di uomini.
Ma proprio quando si afferra questo come caratteristica dell’anima proletaria moderna, allora ci si accorge che questo sentirsi pervasi dalla consapevolezza di classe ancora rimanda a qualcosa di molto, molto più profondo, a qualcosa che apre il cammino verso la vera forma della questione sociale del presente.
Ciò che si può riconoscere come questa vera forma della questione sociale del presente è stato tentato da molti di riconoscere attraverso il fatto che si è ripetutamente e ancora sottolineato come il proletariato moderno sia stato effettivamente creato sotto l’influsso della moderna tecnica che ha rivoluzionato le circostanze vitali degli uomini, e del capitalismo a essa collegato nell’ordine economico, su ciò che storicamente mondialmente si è svolto in queste cose.
Ora, carissimi presenti, non ho bisogno di sottolinearlo particolarmente: è stato ripetutamente e più volte esposto. È stato mostrato come, attraverso il fatto che l’antico artigianato, che le antiche circostanze economiche siano state assorbite da tutto ciò che è dipendente dalla tecnica e dal capitalismo, in questo modo sia stata effettivamente creata la classe proletaria entro la vita più recente dell’umanità. Tuttavia per colui che guarda più profondamente nello sviluppo dell’umanità si rivela qualcosa di completamente diverso di fronte a queste cose. E qui arrivo al punto dove potrebbe apparire evidente per l’uomo contemporaneo che il metodo della scienza dello spirito può veramente penetrare la realtà proprio di fronte alle questioni sociali decisive.
Ciò che emerge come tecnica moderna, come capitalismo moderno, dietro di esso sta però qualcosa di completamente diverso. In conferenze che ho avuto il privilegio di tenere qui a Basilea nel corso degli anni, ho già accennato a ciò su cui importa qui. La vita complessiva dell’umanità si svolge, anche se per molti aspetti fondamentalmente diversamente, tuttavia riguardo a un’unica cosa similmente alla vita individuale del singolo. Chi osserva propriamente questa vita individuale del singolo uomo sarà sempre di nuovo spinto a combattere la visione piena di pregiudizi che la natura non faccia mai salti. Nei punti decisivi, ogni sviluppo naturale fa salti. Nella vita individuale dell’uomo, carissimi presenti, troviamo che lo sviluppo non si svolge in linea retta, così che potessimo sempre collegare l’effetto direttamente alla causa. Ci troviamo, per esempio, di fronte a una crisi incisiva nella vita del singolo uomo intorno al settimo anno con il cambio dei denti. Troviamo di nuovo una crisi incisiva quando sopraggiunge la maturità sessuale. Troviamo simili crisi ancora più tardi, quando osserviamo la vita più attentamente. Certamente, le successive sfuggono alla conoscenza esteriore superficiale.
Ciò che si svolge nella vita del singolo uomo non si collega in linea retta come effetto direttamente a una causa precedente, ma è come se forze con violenza elementare risalissero dalle profondità dell’organismo. Come in queste cose la vita del singolo uomo si comporta, così anche l’intera vita storica. All’interno di questa vita storica non tutto procede semplicemente in modo successivo, ma nello sviluppo storico dell’umanità ci sono anche tali capovolgimenti crisi, dove l’elementare risale dalle profondità alla superficie. E una tale crisi è sopraggiunta per l’umanità moderna attorno alla svolta del quindicesimo, sedicesimo secolo.
Solo perché oggi si affronta la vita storica dell’umanità in modo scolastico, piuttosto superficialmente, sfugge ai più la differenza fondamentale nella vita dell’anima — e in tutto ciò che vi è collegato — dell’uomo dopo la svolta nel quindicesimo e sedicesimo secolo da ciò che si è svolto nel Medioevo o in tempi ancora più antichi nell’uomo. Quando una vera considerazione della storia sostituirà ciò che particolarmente su questo punto oggi è in molti casi una fable convenue, allora si riconoscerà come radicalmente la vita si sia trasformata proprio attorno a questa svolta del tempo. E quando si dovrà designare ciò che è emerso da profondi sottofondi alla superficie, si potrà dire: cose che precedentemente nella convivenza sociale degli uomini agirono come impulsi istintivi, impulsi inconsci, si spingono sempre più così che l’uomo vuole abbracciarle nella consapevolezza. E questo stare della personalità umana su se stessa attraverso un approfondimento, attraverso un chiarimento della consapevolezza, cade insieme con ciò che altrimenti si svolge superficialmente come vita tecnica moderna, come vita economica capitalistica moderna. E l’essenziale è che da circostanze vitali che precedentemente erano diverse, l’uomo viene posto alla macchina, verso cui può avere solo un rapporto impersonale; che l’uomo viene intessuto nella vita economica capitalistica, entro cui ugualmente può avere solo un rapporto impersonale.
Si guardi come l’antico artigiano ancora nel tredicesimo secolo stava in relazione con ciò che aveva prodotto, come gli fosse caro, come gli facesse gioia, come nella connessione con la professione il suo onore fosse impegnato. Si vedano tutti i rapporti personali dell’uomo con ciò che ha fatto nella vita economica in tempi precedenti questa svolta del tempo. Si veda come ciò si trasformi nella vita più recente, come l’uomo non possa più sviluppare un rapporto personale, né alla macchina su cui lavora, né nemmeno ai rapporti di circolazione economica in cui vive. E a questi rapporti impersonali viene chiamato — almeno una gran parte degli uomini viene chiamata — in un tempo in cui in particolare si risveglia la consapevolezza della personalità, lo stare della personalità umana su se stessa.
Questo è l’essenziale. Mentre condizioni economiche entrano in vigore, che spingono l’uomo verso l’impersonale, egli viene spinto d’altro lato, dagli eventi storici, proprio alla punta della sua stessa personalità a stare su se stesso. Verso l’esterno egli viene reso impersonale, all’interno tanto più personale. Verso l’esterno non può sviluppare interesse in ciò con cui ha a che fare. Proprio per questo viene spinto verso l’alto il potere più intimo della sua anima. Egli giunge all’autoriflessione. Egli viene alla domanda: Chi sono io veramente come uomo? Cosa significo come uomo nel mondo?
Detto semplicemente ed elementarmente si potrebbe dire: Colui che come operaio è stato condotto alla macchina, egli aveva, poiché la macchina non poteva interessarlo, davvero occasione e tempo e motivo per riflettere su ciò che è veramente nella connessione del mondo come uomo.
E così ci si presenta qualcosa di particolare. Il proletario moderno lo chiama consapevolezza della classe. Ma dietro a questa consapevolezza di classe sta effettivamente la consapevolezza emergente della dignità umana in generale, la domanda: Chi sono io come uomo nella connessione complessiva dell’umanità?
Non la macchina, non il capitalismo ha prodotto questo; furono solo l’occasione affinché proprio in quelli fosse messo a nudo l’impulso più moderno della vita umana, quelli che dalle necessità vitali erano stati spinti nella tecnica moderna e nella vita economica materialistica moderna.
Non si dovrà trascurare il fatto che il proletariato consapevole della classe è in verità la parte consapevole dell’umanità della moderna mondo. Lì accade qualcosa di particolare, che si può molto facilmente riconoscere. Ci si potrà forse intendere se la si confronta con un altro fatto storico.
Riflettiamo: In un certo tempo in una provincia allora meno rilevante dell’Impero Romano, si palesò l’impulso del Cristianesimo. Quell’impulso che poi dovette afferrare il mondo in modo così intenso. L’impulso cristiano si diffonde. Ma quanto stranamente si diffonde all’interno del mondo greco, all’interno del mondo romano. Esso viene, per così dire, benché nel mondo greco, nel mondo romano vi sia una matura cultura, una culminazione della cultura antica, esso non trova prevalenza. Esso trova prevalenza soltanto quando da nord vennero gli uomini barbari, come li si chiamava, e abbracciarono il Cristianesimo. Negli animi semplici, elementari, lì soltanto il Cristianesimo poté dispiegare la sua vera forza, non nella cultura matura del mondo greco e romano.
Si riconoscono cose simili solo quando si sa come da un lato sta la cultura per così dire matura, o sovramatura, di una parte dell’umanità di fronte alle forze inveterate, vergini, di un’altra parte dell’umanità. Proprio quelle personalità che si contano tra i circoli finora dirigenti dell’umanità, quelle hanno su questo punto un giudizio molto distorto. Cosa non si sente dire lì: Ah, questo o quel fatto che si presenta, è troppo elevato per il popolo, si dice. Questi giudizi si sono sentiti fino alla noia in un tempo degenere alla fine del diciannovesimo secolo. Quante cose ci si era immaginate come dovrebbero essere, da bambini, semplici, affinché il popolo le capisse, poiché l’intelligenza del popolo non sarebbe molto elevata. Solitamente tali giudizi non provano molto più di quanto fosse scomodo per colui che rendeva questo giudizio ricevere una tale cosa per sé.
Colui che conosce veramente la vita, sa che ciò che l’educato borghese talvolta tiene per straordinariamente difficile da comprendere, è proprio facilmente comprensibile per l’intelletto non consumato, la forza non consumata dell’anima della cosiddetta parte subordinata della popolazione.
E così il vecchio greco, il vecchio romano avrebbe potuto dire: Ciò che non riusciva veramente a penetrargli, il Cristianesimo, proprio è penetrato nella forza inerita dell’anima dei popoli barbarici che venivano da nord. E quella era una forza nuova, primitiva, elementare dell’anima. Essa comprendeva molto più del greco e del romano altamente colti riguardo a ciò che il tempo richiedeva.
Qualcosa di completamente simile vediamo oggi, ma la maggior parte non lo riconosce ancora. Una forza intellettuale non consumata, una forza non consumata dell’anima emerge dalle profondità dell’umanità e accoglie ciò che può esserle offerto dalla forza storica intera della vita umana moderna.
È in un certo senso una nuova migrazione dei popoli in cui viviamo. Ma questa migrazione dei popoli non si svolge così che da qualche parte del mondo si muovano masse di popoli, ma al posto della direzione orizzontale questa migrazione dei popoli assume una direzione verticale: Dalle profondità del popolo si eleva qualcosa, con forza enormemente grande di comprensione, con enorme forza di desiderio, per ricevere qualcosa dai beni, dai migliori beni spirituali anche degli uomini.
È molto naturale, se si riflette su questo, sollevare la domanda: Cosa dunque è venuto effettivamente incontro a questo proletariato moderno, che rappresenta questa migrazione dei popoli, da parte dei circoli dirigenti dalla indicata svolta del tempo? Cosa portò come beni dell’umanità la parte dirigente dell’umanità nel tempo più recente al proletariato, che era stato chiamato per questo dai circoli dirigenti dell’umanità, che era stato intessuto nell’ordine economico capitalistico? Esso assetava questo proletariato, che era stato indicato dalla vita alla macchina, indicato alla propria personalità, indicato al desiderio, di arricchire l’anima; assetava questo proletariato, che si stava formando moderno, di qualcosa che potesse venirgli incontro. Ma cosa gli veniva incontro?
Ciò che gli veniva incontro era dissimile dal Cristianesimo, che sul terreno della cultura greco-romana veniva incontro ai popoli barbari del nord, dal punto di vista storico. E lì si mostra qualcosa di completamente particolare. La vita spirituale, la vita spirituale dell’umanità aveva assunto la forma di sviluppo particolare proprio verso il quindicesimo, sedicesimo secolo, in generale verso il tempo moderno, in cui non giaceva più la vecchia forza propulsiva dello spirito umano. Chi considera più profondamente la vita storica dell’umanità, oh, quello scopre, comunque voglia porsi di fronte al contenuto di questo o quel precedente impulso religioso o altrimenti spirituale, che questi impulsi possono colpire profondamente, profondamente i cuori umani e le anime umane, che essi possono sostenere la vita umana da questo lato, che essi hanno una certa forza propulsiva per guidare l’uomo verso la beatitudine, verso una certa stima della sua vita sulla terra. Poiché gli impulsi spirituali gli aprono la prospettiva di una connessione di ciò che vive qui sulla terra con un soprasensibile, con ciò che mostra la sua dignità umana in una luce più elevata di quanto il quotidiano sensibile possa mostrare.
Nel tempo moderno dalla indicata svolta prende il posto dei precedenti impulsi spirituali ciò che è la scienza moderna. Questa scienza moderna, essa ha la sua sempre maggiore, essa ha l’enorme significato per lo sviluppo complessivo dell’umanità legato ai nomi di Giordano Bruno, Galilei, Keplero in misura enorme. Tuttavia qualcosa entra in modo strano in questo sviluppo più recente dell’umanità: I precedenti impulsi spirituali non possono estendersi su ciò che emerge. E così viviamo il fatto che una scienza, una conoscenza afferra gli uomini, nella quale non vive nulla di ciò che dice all’uomo chi egli è, come è inserito nel mondo.
E così il proletariato moderno assetato sempre più di spiegazione attraverso la scienza. Ma ricevendo, in quanto cerca una missione, non nello stesso tempo un impulso che gli dica chi sia nella connessione complessiva dell’umanità, cosa costituisca la sua dignità umana.
Qui c’è un punto dove per così dire la vita moderna diventa tragica in un certo senso. Vediamo come le religioni siano giunte a un punto attorno alla svolta di questo periodo in cui rifiutano ciò che emerge come scienza, rifiutano ciò che emerge come conoscenza umana, lo dichiarano eretico, si mostrano incapaci di inviare ciò che sono i loro impulsi in ciò che emerge come novità.
E così si deve considerare come uno dei fattori di sviluppo più essenziali nella vita del proletariato moderno il seguente: Per il motivo indicato, proprio questo proletariato moderno assetato di sapere, di conoscenza, vuole attraverso la conoscenza sperimentare ciò che è degno di uomo, quale sia l’esistenza degna di uomo.
In questo senso può vivere solo, accanto a ciò che gli apportano i circoli borghesi o i rispettivi altri ceti, una qualcosa come conoscenza, in cui non effluisce la forza propulsiva che la sapere, la conoscenza nello stesso tempo rende un potente contenuto di vita.
E così vediamo sollevare, venire a galla nel più recente sviluppo dell’umanità, qualcosa che in un punto, su un campo, ci rivela la vera forma della moderna questione sociale. Vediamo emergere l’assetare del proletariato per una conoscenza della propria essenza, la ricerca di questa propria essenza attraverso la scienza moderna. Ma vediamo anche l’impossibilità di ricevere in questa scienza moderna un impulso veramente spirituale. E così ciò che questo proletariato moderno ricerca come sua conoscenza, come la sua vita dell’anima, diventa ciò che ora nei circoli dirigenti di questo proletariato moderno è chiamato: Ideologia.
E in questa visione, che la vita spirituale è un’ideologia, abbiamo su un campo la vera conformazione della questione sociale. Molte altre cose sono solo una conseguenza di questa. Persino ciò che spesso — lo vedremo nel corso di queste conferenze — emerge sul puro campo economico, è solo una conseguenza del fatto che nel decisivo periodo temporale, quando il proletariato assetava di ricevere una vita spirituale, da parte degli altri ceti gli fu contrapposto qualcosa in cui non viveva più nessuna spiritualità. In ideologia, in ideologia era divenuta la moderna vita spirituale.
Lo slancio religioso, la forza propulsiva religiosa, la forza propulsiva spirituale in generale era scomparsa da questa vita spirituale. Così il proletario moderno ricevette questa vita spirituale. Egli, che era stato posto alla macchina, egli che era stato intessuto nell’ordine economico capitalistica, che domandava: Qual è un’esistenza degna di uomo? Come posso sperimentare qualcosa di un’esistenza degna di uomo dalla scienza?
Ma la vita spirituale era divenuta a puri pensieri, a puri concetti, a pure leggi naturali. Egli vide come realtà ciò in cui la sua mano doveva afferrare. Il proletario vide l’impersonale che affluiva nella moderna vita economica come la sua realtà; da nessuna parte vide qualcosa d’altro come la sua realtà; e ciò che dagli ambienti spirituali gli dicevano i circoli borghesi dirigenti, era paralizzato, offuscato a puri pensieri, a pure idee, non era attraversato da viva forza spirituale.
E così si formò nell’anima del proletario l’opinione che l’unico reale sia la vita economica esterna, che da questa vita economica nella sua circolazione, nell’esistenza scientifica esterna dell’uomo emerge per così dire come un fumo, come una mera sovrastruttura, ciò che si svolge come vita spirituale — si svolge nella scienza, si svolge nell’arte —, che questa vita spirituale sia solo ideologia.
Non è vero, se questa vita spirituale fosse qualcosa che fosse intinto di spirito stesso, qualcosa che attraverso il suo contenuto proprio portasse l’uomo a collegare la sua esistenza a un mondo superiore, non solo specchio della realtà materiale esterna. Per il proletario della realtà economica esterna era così la vita spirituale. Ma considerare la vita spirituale così significa che l’anima si desertifica, che le anime riguardo ai loro impulsi più intimi rimangono vuote, che l’anima domanda, domanda nello spazio vuoto — non riceve risposta; di fronte all’enigma dell’esistenza sta sentimentalmente, per sentimento, non riceve risposta!
Questo è diventato sempre più e più la costituzione d’animo del proletariato moderno: che dovette assumere come eredità dalle altre classi non una vita spirituale vivente, ma un’ideologia, questo era il suo fato.
Ciò che da questo è stato causato nelle anime del proletario moderno è stato infine condotto a tutto ciò che oggi emerge come movimento sociale. Così si deve comprendere la vera forma della questione sociale su un campo. È il campo veramente spirituale. Era condannato il proletario moderno a condurre una vita spirituale, che dovette divenire per lui a una mera ideologia.
Il secondo campo, carissimi presenti, si presenta quando si afferra veramente il giuridico, il politico. La convivenza societaria politica, giuridica, essa si presentò ai ceti più antichi con le loro tradizioni attraverso il fatto che i loro interessi, la loro felicità di vita nel complesso era collegata con ciò che si stava formando come Stato, come vita politica esterna, come vita giuridica esterna. Ciò che il singolo aveva, ciò che il singolo faceva nei cosiddetti ceti dirigenti, ciò aveva la sua fondazione nella struttura che era statale, che era politica.
Dalla vita del proletario, che si stava formando, defluiva in questa struttura, in questa struttura politica, in questa struttura giuridica solo una cosa: Ciò che è strettamente collegato con la sua esistenza, e riguardo al quale non poteva giungere a un rapporto simile allo Stato e alla politica come i circoli dirigenti: Defluiva nella struttura sociale del proletario la forza di lavoro.
E nel considerare questo, giungiamo su un secondo campo a una vera forma della moderna rivendicazione sociale. La forza di lavoro: se colui che come operaio non ha null’altro che la sua forza corporale l’affida alla macchina o a qualcos’altro, egli sta molto diversamente nell’organismo sociale dentro di quanto colui che è interessato alla vita politica, alla vita statale attraverso il possesso o attraverso altri rapporti giuridici. Ora il proletario divenne sempre più e più consapevole, nel vedersi inserito nella moderna vita tecnica, nella moderna vita capitalistica, che la sua forza di lavoro aveva assunto un carattere ben determinato attraverso le moderne condizioni, e ha spinto questo carattere in modo particolarmente chiaro nella consapevolezza umana. Diventò consapevole il proletario moderno di questo, poiché nel tempo moderno ciò che era precedentemente istintivo si spingeva nella consapevolezza dell’uomo; diventò consapevole il proletario moderno che la sua forza di lavoro ha assunto il carattere di merce.
Altrimenti nella vita economica vive quello che si può chiamare circolazione di merci, che consiste nella produzione di merci, nella circolazione di merci in senso stretto, e nel consumo di merci. Tutti gli altri ceti portavano per così dire le loro merci al mercato, compravano e vendevano. Il proletario non aveva nulla da vendere altro che la sua propria forza di lavoro. E la vita si sviluppò così che questa forza di lavoro del proletario moderno assunse sempre più e più la stessa forma come la merce l’ha sul mercato economico. Come si compra la merce secondo il principio di offerta e domanda, così il proletario moderno deve portare al mercato la sua forza di lavoro, che colui che è il proprietario dei mezzi di produzione gli acquista — acquista al prezzo possibilmente più basso, se non l’impediscono contromisure di natura giuridica.
Qui sta il secondo campo dove ci si presentano le vere forme delle moderne rivendicazioni sociali. Qui sta per così dire uno dei punti fondamentali del movimento proletario moderno. Si deve solo sapere, si deve solo comprendere quale impressione — anche se oggi ciò in certi circoli è superato dai lavoratori stessi —, quale impressione è stata fatta sull’anima proletaria moderna nel corso di decenni: che Karl Marx — come detto, anche se il marxismo è stato largamente superato —, che Karl Marx in modo penetrante, scientificamente con diritto valido, ha mostrato come lo sviluppo economico moderno l’ha portato al punto che il proletario moderno deve portare sul mercato economico la sua forza di lavoro, così come l’altro porta la sua merce; che per così dire il proletario deve trattare di qualcosa che è così intimamente collegato con il suo essere umano come la sua forza di lavoro, era l’accensione, era ciò che profondamente, profondamente si scavava nell’anima. Questo è ciò che essi portavano sentimentalmente in sé, le persone, i proletari, ciò che potevano sentire in forma scientifica da coloro che scientificamente volevano guidare il proletariato moderno.
Qui sta il punto che si deve inserire nella giusta maniera nello sviluppo storico dell’umanità per riconoscere tutta la sua importanza. Qui non sta qualcosa che è entrato nell’umanità solo attraverso la moderna tecnica; qui sta qualcosa che, anche se non nella consapevolezza piena, ma a volte rimanendo nell’inconscio, il proletario moderno vive così che sa, sa in un certo modo: c’erano una volta degli schiavi, allora veniva venduto l’intero uomo sul mercato del lavoro, sul mercato delle merci. Allora l’intero uomo era merce. Servitù della gleba: il passo successivo; meno già dell’uomo era merce. Ora è subentrato nel tempo moderno la forza di lavoro: con essa ancora una parte dell’uomo viene portata sul mercato degli schiavi. Così è il sentimento del proletario moderno.
E così, come una volta — così richiede dal suo essere più profondo — si è vinto storicamente la schiavitù, come si è vinto in tempi relativamente recenti la servitù della gleba, così deve essere vinto dalla moderna vita il fatto che la forza di lavoro agisce come una merce nella moderna vita economica.
Questo è ciò che come suo interesse di fronte allo Stato politico, giuridico il proletario dovette sentire sempre più e più. Questo è uno dei punti fondamentali del movimento proletario moderno: strappare la forza di lavoro umana dal mercato delle merci, spogliare questa forza di lavoro del carattere di merce.
Certamente, carissimi presenti, molte persone nel presente ancora non possono capire come debba essere separata da un bene, dal prodotto in cui questa opera si scarica, questa opera stessa. Basta considerare il seguente. Si potrà superare questo pregiudizio. I grandi saggi greci Platone e Aristotele hanno considerato la schiavitù come qualcosa di necessario; tuttavia essa è stata vinta negli eventi dell’umanità. Oggi ci sono molte persone che ancora non si possono immaginare che allo stesso modo debba essere vinto ciò che è stato appena indicato riguardo alla forza di lavoro umana.
E così dovrà essere osservato su questo secondo campo la vera forma delle rivendicazioni sociali, che consiste nel dare alla forza di lavoro umana una tale posizione nell’organismo sociale che l’uomo non debba più vendere questa forza di lavoro come una merce, che alla vita economica rimangano solo beni materiali oggettivi come merce, non più l’attività umana.
Questo è qualcosa che a molti appare proprio come un problema insolubile. Domani vedremo, quando vorremo avanzare a tentativi di soluzione, che proprio nel tentativo di risolvere questa questione sta qualcosa di profondamente incisivo per l’intera vita sociale contemporanea. Dopo una conformazione politica, dopo una conformazione giuridica nello Stato moderno il proletario moderno assetato, attraverso la quale la sua forza di lavoro perda il carattere di merce, cambierà questa forza di lavoro — disposizione nell’organismo sociale in modo corrispondente riguardo alla merce.
E un terzo campo ci si presenta. È quel campo che rappresenta la vita economica in senso stretto, la pura vita economica, che certamente procede nella produzione di merci, circolazione, consumo di merci. Ciò che così si inserisce nell’organismo sociale umano ha certamente assunto una forma completamente particolare dopo il momento appena indicato nel quindicesimo, sedicesimo secolo e durante l’emergere della tecnica moderna e del capitalismo moderno. Questa vita economica, essa emerse gradualmente, si direbbe, inondando tutto il resto, attraverso la sua complessità — perché l’economia si estendesse nel tempo moderno su tutto il mondo, si estendesse nelle circostanze di tutto il mondo, mentre precedentemente i domini economici avevano confini relativamente più stretti; ma anche perché proprio la vita economica diventò impersonale, fu separata dall’onore umano, dalla gioia umana, dalla dedizione umana. Perciò questa vita economica divenne ciò che in una particolare difficoltà coercitiva si inserì nella vita complessiva dell’uomo.
E così avvenne che, mentre dal precedente collegamento dell’uomo con ciò che lavorava, ciò che produceva, si sviluppò il rapporto incalcolabile con il mondo tecnico, con il mondo capitalista, potrei dire, è stata spinta fuori la vita economica dall’uomo. Ma proprio perché è stata spinta fuori dall’uomo, perché non era più personalmente collegato con essa e il suo sguardo fu ipnoticamente catturato da questa vita economica, essa guadagnò sempre più e più attraverso queste cose, guadagnò sempre più e più forza sull’uomo stesso.
E così si rivelò che nel materialismo emergente del tempo moderno l’attenzione, lo sguardo degli uomini, le circostanze vitali degli uomini furono sempre più e più diretti verso questo rapporto economico.
Per questo risultò, di fronte a ciò che vive negli altri campi dell’organismo sociale, proprio per il proletario uno squilibrio completamente particolare. La vita spirituale l’ha ricevuta come ideologia attraverso lo sviluppo storico. La vita giuridica, non poteva approvarla, perché attraverso questa vita giuridica, che diede all’altro possesso e all’altro diritto, in fondo la sua forza di lavoro l’ha timbrato come merce. Così era in un certo senso vana ideologia la vita spirituale; qualcosa con cui i suoi interessi, con cui la sua dignità umana non potevano collegarsi, la vita politica, la vita statale. Così il proletario moderno era completamente e interamente spinto verso la vita economica, e così accadde che da questa vita economica egli aspettava tutto, tutto. Finché la vita spirituale si è come paralizzata a un’esistenza d’ombra, inondò sempre più e più, d’altro lato, dalla sua realtà rude la vita economica tutto il pensare, tutto il sentire, tutto il volere.
E così sorse allora la fede, l’opinione, che nel proletario moderno ora su un terzo campo produce una vera conformazione della rivendicazione sociale; sorse l’opinione: il resto è per me senza valore; posso fidarmi unicamente e solamente di ciò che gioca nella vita economica stessa. Dalla vita economica e dalle sue leggi proprie deve emergere per me ciò che mi redime, ciò che dà esistenza alla mia dignità umana. E una fede strana, si direbbe, una strana religione economica, è emersa. Nessun impulso religioso poteva venire dalla vita spirituale, che era divenuta ideologia. Nessun impulso che potesse riempire l’uomo della sua propria dignità poteva venire al proletario dalla vita dello Stato, dalla vita politica: egli sperava da ciò con cui era rimasto collegato, da ciò con cui era sempre più e più collegato attraverso la tecnica e il capitalismo; egli sperava con fiducia religiosa proprio tutto per lui dalla vita economica.
Da questo sentimento è spiegabile che di nuovo con tale potenza entrò nell’anima proletaria moderna la dottrina marxista o ciò che si è sviluppato da essa più tardi in una forma o nell’altra: che la vita economica, che la lotta delle singole classi economiche è l’unico reale, l’unico effettivo; che tutto il resto, lo spirituale, lo statale, tutto, ciò che è morale e moralità, sì persino ciò che è arte e religione, sorgerebbe come una sorta di sovrastruttura, come un edificio sovrastrutturale ideologico dell’unico vero, della vita economica. Il processo economico però è un processo obiettivo. Il processo economico è uno che procede al di fuori della personalità umana.
E così si potrebbe dire: Da questi fondamenti il proletario moderno perse tutta la fiducia nei poteri personali dell’uomo, conservò solo ancora la fiducia in ciò che senza l’uomo, si direbbe, con necessità storico-naturale inonda il mondo: la vita economica.
Si tentò di riconoscere il corso di questa vita economica, come si è sviluppata da precedenti forme economiche al capitalismo moderno, come questo capitalismo moderno culminò, culminò nel fatto che il capitale attraverso se stesso per così dire si moltiplica ulteriormente. Si osservò tutto questo. Si osservò l’accumulazione del capitale in poche mani. Questo fu infine per l’occhio del proletario moderno, divenuto chiaroveggente su questo puro campo materiale, economico, completamente trasparente: il processo economico che si svolge senza gli uomini, esso ha portato la moderna miseria, esso ha portato ciò che il proletario moderno sente come la sua situazione di vita. Deve continuare. Ma Karl Marx tentò di mostrare come deve continuare: in quanto nella sua contraddizione si rovescia, in quanto ciò che l’ordine economico moderno, il capitalismo ha tolto al proletariato, attraverso il rovesciamento nella contraddizione deve essere tolto al capitalismo dal proletariato.
Da questo rovesciamento nella contraddizione all’interno del processo economico, così da un processo puramente di forze che si svolge nello sviluppo economico, il proletario moderno aspettava ciò che deve divenire per lui. Come attraverso l’eredità che ha ricevuto dalle altre classi ha paralizzato la vita spirituale a ideologia e la misconosce, così misconosce dall’altro lato la vita economica, che da se stessa certamente non potrà mai sviluppare nulla di spirituale, di cui tuttavia crede che debba sviluppare qualcosa di spirituale, a cui unicamente e solamente ha fiducia.
Sottovalutazione dello spirituale, paralisi dello spirituale fino all’ideologia; mancanza di fiducia nella forza giuridica dello Stato politico, che gli ha tolto la dignità della sua umanità, in quanto gli ha reso la sua forza di lavoro merce; sovrastima della capacità portante della vita economica, in quanto si crede che tutto ciò che l’uomo vive possa emergere unicamente e solamente dalla vita economica, in quanto si dà allo sviluppo della vita economica una vera e propria dedica religiosa: questi tre elementi su tre campi diversi, sul campo spirituale, sul campo politico-giuridico, sul campo economico, questa è la triplice vera conformazione della questione sociale, questo è ciò che vive nel proletario moderno. Se si riconoscono queste, allora si sa come è nato il moderno movimento proletario. Allora si sa però anche quale potenza essa ha. E si riconosce che essa si è inevitabilmente sviluppata nello sviluppo del presente e che deve continuare a vivere nello sviluppo del futuro. Questo è ciò che fa sì che da due radici sgorghi l’intera vita moderna, che così poca possibilità di una comprensione reciproca delle classi esiste.
Dall’altro lato, gli antichi ceti dirigenti hanno portato a galla vita spirituale, statale, economica. L’hanno indebolita a ciò che poi è passato come eredità al proletariato.
Il proletariato assetava dall’impulso della moderna umanità proprio di una vita spirituale. Ideologia gli fu data. Assetava un’esistenza degna di uomo. Questa esistenza degna di uomo gli fu estinta attraverso il marchio del carattere di merce verso la sua forza di lavoro. La vita economica infine era stata anche per le altre classi come ciò che inondava tutto. Ma queste altre classi portavano dentro ciò che avevano come tradizione, nella moderna conformazione della vita economica. Il proletario moderno era inserito unicamente e solamente in questa vita economica. Perciò aspettava dallo sviluppo di questa vita economica tutto.
Qui vanno cercati anche i fondamenti da cui derivano i tentativi di soluzione per il problema sociale nel presente; come ora questo problema sociale, sia provvisoriamente, sia in qualche modo a soluzione definitiva, possa essere portato, lo si potrà solo comprendere profondamente quando si tenti prima di riconoscere pienamente come su questi tre campi diversi, sul campo spirituale, sul campo statale, sul campo economico, la vera conformazione del movimento sociale proletario si sia sviluppata.
Dovrà cercarsi la triplice soluzione di questo movimento proletario, moderno da ciò che come tali tentativi di soluzione può emergere proprio dalle tre spinte che hanno condotto al moderno movimento proletario. Da questo fondamento dunque domani, carissimi presenti, vogliamo tentare di avvicinarci a ciò che oggi è così urgente, così pressante necessario all’umanità: acquisire un giudizio su certi tentativi di soluzione, tentativi di soluzione conformi alla realtà della moderna questione sociale.
Pagina 100 I TENTATIVI DI SOLUZIONE CORRISPONDENTI ALLA REALTÀ RICHIESTI DALLA VITA PER LE QUESTIONI SOCIALI E LE NECESSITÀ SULLA BASE DELLA CONCEZIONE SPIRITUALE DELLA VITA
Basilea, 14 febbraio 1919
Carissimi Amici! Ieri ho tentato di presentare la vera natura della questione sociale nel modo in cui tale presentazione emerge dall’osservazione di ciò che, gradualmente nel corso degli ultimi secoli, in particolare dell’ultimo secolo, si è sviluppato negli animi degli uomini, soprattutto nelle anime proletarie.
Oggi vorrei tentare di parlare delle possibilità di soluzione di questa questione sociale, di quelle possibilità di soluzione, carissimi Amici, che non emergono da alcun programma, da alcuna rivendicazione di partito, da emozioni umane; piuttosto vorrei parlare di quelle possibilità di soluzione che emergono dalle condizioni di sviluppo e dalle forze di sviluppo dell’umanità presente.
Certo, quando si vuole parlare da un tale punto di vista, allora entrano in considerazione cose completamente diverse da quelle considerate da coloro che oggi in molti casi si apprestano a prendere posizione di fronte a ciò che nella storia umana si è presentato come il movimento sociale proletario.
Se si ha uno sguardo per le forze di sviluppo dell’umanità nel presente, così come, per esempio, il naturalista dovrebbe avere uno sguardo per le forze di sviluppo che un singolo uomo possiede in un determinato periodo della vita, diciamo nel periodo della maturità sessuale, allora finalmente, a mio parere, si deve giungere a considerare molto di ciò che oggi emerge in maniera comprensibile, del tutto comprensibile, qua e là come tentativo teorico o pratico, o di qualsiasi natura, di soluzione delle questioni sociali, come il rivivere di ciò che a molti, a ragione, in un altro ambito viene considerato come superstizione medievale. Si ha l’impressione che certe rappresentazioni superstiziose si siano già esaurite nel campo della scienza naturale, che si sviluppa più rapidamente; esse, inosservate dal pensiero umano, perché là si mascherano soltanto, perché hanno assunto una forma diversa e celata, si siano conservate fino a oggi nel campo della vita sociale e dei suoi problemi e dei suoi enigmi.
Mi riferisco, per rendermi veramente comprensibile su ciò che veramente intendo, a quel passo nella seconda parte del «Faust» di Goethe, dove Wagner nella retorta genera l’Omuncolo, un piccolo uomo artificiale. Goethe richiama l’attenzione, per ciò che proprio in questo passo del suo «Faust» vuole rappresentare, all’alchimia superstiziosa medievale, che credeva di poter produrre un uomo mediante l’elaborazione artificiale e raziocinante di materiali e forze qualsiasi, nel laboratorio chimico. I circoli più ampi considerano sulla base dei fondamenti del pensiero naturalistico attuale tali sforzi alchimistici, di produrre artificialmente un organismo, un corpo umano, come una superstizione. Nel campo del pensiero sociale, come ho detto, regna senza che gli uomini se ne accorgano, perché la cosa è celata, questa superstizione alchimistica fino al nostro presente. Perché molto di ciò che viene pensato e fatto, per realizzare oggi l’articolazione sociale, l’organizzazione sociale della società umana, assomiglia allo sforzo di quel Wagner del Faust di Goethe, che vuole generare artificialmente l’Omuncolo nel laboratorio. Si crede oggi di poter comporre artificialmente, a partire da materiali e forze sociali qualsiasi, l’organismo sociale.
E se si esamina più da vicino, carissimi Amici, ciò che appare qua e là come la cosiddetta soluzione delle questioni sociali, allora si scopre che lì non si guarda a quali siano le condizioni di soluzione dell’organismo sociale, ma si pensa di poter produrre qualcosa di artificiale in qualche modo.
Il pensiero basato sulla scienza dello spirito, che da questa considerazione trae il metodo anche per la questione sociale, questo pensiero basato sulla scienza dello spirito mira alla realtà, deve procedere perciò in modo del tutto diverso da molti esperimenti socialisti di oggi. Per il metodo qui rappresentato la domanda non è: Come si configura l’organismo sociale? —, bensì la domanda è: Come si creano le condizioni di vita attraverso cui l’organismo sociale, come essere vivente, si configuri da sé, attraverso cui possa entrare in esistenza? Così come in natura non si produce artificialmente l’organismo attraverso alcun pensiero, ma così come si devono creare le condizioni sotto cui l’organismo naturale possa svilupparsi, e attraverso cui possa evolversi dal suo proprio impulso vitale, così deve accadere anche per una concezione della vita corrispondente alla realtà riguardo all’organismo sociale.
Questo certamente, carissimi Amici, richiede a molti uomini oggi una trasformazione radicale praticamente dell’intero pensiero, ed è per vasti circoli una cosa piuttosto sgradevole. Sulla trasformazione di qualche istituzione, sulla trasformazione di qualche condizione, gli uomini, se non sono troppo assonnacchiati, possono ancora applicarsi. A un diverso orientamento del pensiero, a una trasformazione dell’intera visione della realtà gli uomini vogliono meno applicarsi. Una tale trasformazione, commutazione del pensiero è però necessaria per il profondo problema sociale che incide non solo in singoli ambiti della vita, ma nella vita totale del presente. Ciò di cui si tratta è che veramente si deve percorrere una strada, per così dire, che conduce dalla superstizione alchimistica sociale alla vera intuizione sociale, alla vera penetrazione dell’organismo sociale.
Così come si può studiare, conoscere il singolo organismo naturale umano, se soltanto si applica abbastanza senza pregiudizi il metodo naturalistico, così anche, se si possiede un pensiero e una ricerca energica, si può penetrare l’organismo sociale nelle sue condizioni di vita. Si tratta di questo.
Riguardo al singolo organismo individuale dell’uomo, l’organismo naturale, mi sono già permesso di parlare qui a Basilea in conferenze precedenti. Oggi vorrei solo indicare che nessuno potrà comprendere questo organismo naturale dell’uomo, il corpo vitale naturale dell’uomo, così come mi sembra, malgrado tutta la fisiologia e la biologia con i loro progressi nel presente, colui che non sia in grado di studiare i tre arti costitutivi che collaborano insieme, ma che sono relativamente indipendenti l’uno dall’altro in questo organismo. In quell’occasione, quando da altri contesti parlai da questo stesso luogo qui a Basilea di questi tre arti dell’organismo naturale umano, mi permisi di indicare che io fornisco qualcosa che ho rappresentato in forma schematica nel mio libro «Dai segreti dell’anima» — a cui ho lavorato in realtà per trent’anni, cercando di giustificare, con tutti i mezzi che la scienza naturale moderna può fornire a questo riguardo, ciò che è emerso per me da basi scientifiche spirituali. Così che posso dire: chi vuole, chi procederà non dilettantisticamente, ma correttamente dal punto di vista naturalistico, di fronte a ciò non deve arretrare, ciò che qui voglio esporre brevemente, e che forse a molti, coloro che credono di avere una profonda conoscenza nei campi naturalisti, ancora oggi apparirà sorprendente.
Questo singolo organismo umano non è centralizzato in modo semplice, ma è in realtà decentralizzato in tre arti relativamente indipendenti: si può dire, nel sistema nervoso-sensoriale, che si centralizza verso la testa; si potrebbe anche dire il sistema della testa. Poi nel sistema ritmico, che comprende la vita polmonare e quella cardiaca, che possiede una certa indipendenza interna rispetto alla vita della testa. E poi di nuovo il sistema del ricambio materiale.
Per strano che possa sembrare, in questi tre sistemi si esaurisce tutto ciò che l’organismo umano contiene di processi. Ma questa non è un’amministrazione centralizzata, per così dire, che si svolge nel corpo umano, ma sono tre arti indipendenti, ognuno con per così dire il proprio centro. Lavorano in modo indipendente. E proprio perché lavorano accanto a sé in modo indipendente, così costruiscono l’intero accadere in questo singolo organismo naturale umano. Ognuno di questi arti, di questi tre arti dell’organismo naturale umano, sta a sua volta in relazione con il mondo esterno: il sistema della testa attraverso i sensi, il sistema cardio-polmonare attraverso il polmone, attraverso gli organi respiratori, e il sistema del ricambio attraverso gli organi digestivi che si aprono verso l’esterno.
Proprio su questa indipendenza riposa anche la collaborazione armonica, la possibile e appropriata collaborazione del singolo organismo umano. Colui che crede di poter rappresentare questo organismo umano come una somma di processi regolati solo da un centro, fraintende completamente ciò su cui riposa l’essenza dell’organismo umano. Nella collaborazione, non nella subordinazione, riposa l’essenza del singolo organismo umano.
Ciò che in una sana considerazione di questo corpo vitale umano deve venire alla luce, questo si deve trasferire sulla considerazione, anzi non solo sulla considerazione, ma sulla vita dentro l’organismo sociale, il corpo vitale sociale.
E lì la cosa diventa molto più seria.
Ciò che riguardo all’organismo umano, si potrebbe dire, è una mera questione teorica, una questione di conoscenza scientifica, riguardo all’organismo sociale diviene una questione pratica. Riguardo al corpo vitale sociale diviene una questione che tocca ogni singolo uomo; certamente in modo tale che non ha bisogno di conoscenza scientifica, ma ha bisogno di certe intuizioni, di un certo sentimento di come deve stare in questo organismo sociale anch’esso tripartito nel vivere umano. Così come fin dall’infanzia si impara la tavola pitagorica, così come si impara ad addizionare, sottrarre e così via, per saper fare calcoli, così — e questo sarà un’essenziale rivendicazione sociale per l’umanità del futuro — fin dall’infanzia si dovrà acquisire un sentimento per lo stare dentro in una società umana e sociale, che essenzialmente ha tre arti che operano accanto a sé, relativamente indipendenti l’uno dall’altro, se deve essere sana; se non deve assomigliare all’Omuncolo, al piccolo uomo artificialmente prodotto, ma all’Homo, al vero, che si configura dai suoi impulsi vitali.
Perché però non sia frainteso — e oggi si è fraintesi quasi sempre, quando si pronunciano cose che, non è vero, stanno chiaramente sulla strada —, perché non sia frainteso, voglio subito indicare che ciò che qui espongo non ha nulla a che fare, assolutamente nulla, con alcuna, come si può chiamare, analogia o gioco di analogie, che intende studiare l’organismo umano, e poi trasferire quello che crede di aver trovato nell’organismo umano all’organismo sociale, al corpo vitale sociale. Tali cose, come quelle che l’economista nazionale ha tentato nel suo organismo sociale, l’economista nazionale Schäffle, o come esse sono state di nuovo tentate da [Meray] nel cosiddetto, nel così intitolato «Mutamento mondiale», queste cose di fronte a una seria concezione della realtà sono mera ciarlataneria. Non si tratta di continuare tali ciarlatanerie, di trasferire qualcosa da una cosa all’altra in qualche modo, ma si tratta che altrettanto sano quanto la considerazione di cui ho qui parlato deve essere per l’organismo naturale umano, altrettanto sano deve — e ora non una considerazione scientifica, ma un sentimento sociale, una comprensione sociale di tutti gli uomini — essere per l’organismo sociale tripartito. Se si praticasse un mero gioco di analogia, allora si potrebbe fare il seguente. Si direbbe: ora sì, l’uomo ha una testa; questo è l’organo per il suo spirituale. Nel tutto dell’organismo sociale esterno c’è anche qualcosa come una cultura spirituale. Così si paragonano i contrasti, che si riferiscono all’organo di una parte, alla testa, li si paragona con ciò che si trova nell’organismo sociale come cultura spirituale. Perché la vita politica, il diritto, la vita del diritto pubblico hanno qualcosa di regolatore per le attività umane, forse si paragona il sistema regolatore polmone-respirazione con il sistema poliziesco, con il sistema politico, con il sistema statale. E perché, come se l’immaginavano gli uomini, il sistema del ricambio è il più grezzo, il più materiale, lo si paragona con la cultura materialistica dell’uomo, con la vita economica esterna.
Ciò sarebbe naturale, se si volesse praticare un mero gioco di analogia. Se ci si immerge nella realtà, allora si ha a che fare proprio con il contrario. Un gioco di analogia mette l’organismo sociale accanto all’organismo naturale umano singolo, così che entrambi stanno in piedi. Per paradossale che suoni: La realtà si presenta a noi la cosa in modo che in rapporto al singolo organismo naturale umano l’organismo sociale per il pregiudizio umano sta di certo sulla testa.
Perché la legittimità che si deve cercare proprio per il cosiddetto sistema più nobile dell’organismo naturale umano, per il sistema della testa, questa legittimità corrisponde nell’organismo sociale alla vita economica. La si trova nella vita economica. Il sistema polmone-respirazione come sistema regolatore si trova certamente, come subito vedremo, nella vita giuridica, nel vero senso più stretto nello stato politico. Ma ciò che è cultura spirituale nell’organismo sociale, questo è sottoposto singolarmente alle stesse leggi o a tali leggi che si possono solo paragonare alle leggi del ricambio materiale umano nell’organismo naturale. Così Lei vede, carissimi Amici: La considerazione corrispondente alla realtà rovescia la cosa. Questo deve intendersi nel modo seguente.
Di fatto, per chi vuole indagare le condizioni di vita sotto cui il corpo vitale sociale può dispiegarsi, di fatto il sano corpo vitale sociale si articola anche in tre arti. Senza che la vita si sforzi di sviluppare questi tre arti in relativa indipendenza, così che non vivono centralizzati in qualche stato unitario o simili, bensì ogni uno vive indipendentemente per sé, così che proprio attraverso ciò operano armonizzando gli uni accanto agli altri per il tutto, come i tre arti dell’organismo umano, come io l’ho esposto, senza questo non potrà mai trovarsi una soluzione sana per il problema sociale, per l’enigma sociale.
Deve articolarsi, e certo non attraverso alcuna teoria astratta, anche se questa teoria astratta fosse un programma di partito, ma deve articolarsi attraverso la vita stessa, attraverso i fattori vitali reali, l’organismo sociale, il corpo vitale sociale, in tre articolazioni che stanno indipendentemente accanto a sé. Nella sfera economica, che ha le sue proprie leggi e può vivere veramente sano solo attraverso le sue proprie leggi; in un secondo, accanto a questo, o penetrandolo, ma sviluppandosi in relativa indipendenza, un’articolazione, che si potrebbe designare come l’articolazione dello stato politico e giuridico vero e proprio, come tutto ciò che deve fondare un sistema di diritti, un sistema di relazioni tra uomo e uomo; e in una terza articolazione relativamente indipendente, che ha bisogno della sua indipendenza, del suo essere fondato sulle sue leggi più proprie, questo è tutto ciò che appartiene alla vita spirituale.
La sfera economica, consideriamola come la prima articolazione dell’organismo sociale sano. Ho detto, se si vuole paragonare — ma un tale paragone deve servire alla comprensione, non essere un gioco di analogia —, se si vuole paragonare, si può dire: Nella vita economica c’è innanzitutto, per ogni organismo sociale limitato, che si sviluppa in qualche territorio, in qualche paese, in qualche area geografica, per tale organismo sociale c’è qualcosa che si potrebbe paragonare ai doni originari, ai talenti del singolo organismo umano individuale.
Così come l’educazione — [che] non è una vita attraverso un mero apprendimento, attraverso una mera esposizione o alcun altro metodo artificiale —, così come l’educazione non può trascurare, né può disattendere ciò che come dono originario è predisposto nell’organismo nervoso-sensoriale, così alla base di un’articolazione del sano organismo sociale, alla vita economica, sottosta tutto ciò che è la base naturale di questa vita economica: la fertilità del suolo, i prodotti grezzi disponibili, tutto ciò che è connesso, come si possono trasformare queste cose, tutto questo è inteso qui, ciò che collega l’uomo a colui da cui produce tutto ciò che viene prodotto in artigianato e industria. Questo giace alla base della vita economica come di un’area limitata, come i doni, i talenti stanno alla base della vita umana singola.
E di certo, lì appaiono le grandi differenziazioni. Lì appare ciò per cui l’organismo sociale riceve per così dire una dote. Come dote riceve l’uomo i suoi singoli talenti, i suoi singoli doni. Attraverso un paio di esempi, direi, piuttosto radicali, lasci che diciamo ciò che propriamente è inteso.
Ho parlato ieri della collocazione del lavoro umano nell’organismo sociale. Subito dopo torneremo di nuovo a parlarne, come questo lavoro umano — ciò è essenziale per il problema sociale del presente — deve essere spogliato del carattere di merce. Ma altrettanto bene, come spogliati ne sono i ritmi di respirazione e di circolazione sanguigna dalla mera vita del ricambio, così deve essere spogliato nell’organismo sociale sano tutto ciò che riguarda la capacità lavorativa umana, da tutto ciò che promana dalle leggi più proprie della vita economica.
Ma tuttavia la vita di respirazione e di circolazione cardiaca è in relazione, in rapporto alla vita del ricambio. Così è la capacità lavorativa umana in relazione alla vita economica — così in relazione alla vita economica, che si può dire: A seconda delle precondizioni di questa vita economica, attraverso la stessa la capacità lavorativa umana viene impiegata in modo del tutto diverso.
Consideriamo una volta la cosa radicalmente; però se non è troppo differenziata, le cose tuttavia sono lì; sono allora solo in minor misura, ma agiscono tuttavia nel processo economico. Però consideriamo, per metterci la cosa davanti agli occhi, davanti all’occhio spirituale, qualcosa di radicale. Diciamo per esempio, volessimo indicare un paese, in cui la banana potrebbe essere un alimento base della nutrizione, e volessimo paragonare un tale territorio della terra, in cui gli uomini potrebbero nutrirsi principalmente di banana, con un paese in cui il grano fornisce un rendimento medio, come per esempio in Germania. Si può calcolare come si comporti la capacità lavorativa umana, che è necessaria in un territorio, rispetto a quella che è necessaria nell’altro territorio. La banana è così facile da portare dal suo punto di partenza fino al consumo, è così facile da trasformare in ciò che poi si consuma. Si deve applicare così poco lavoro, che il lavoro applicato, che si ha bisogno di applicare, per rendere la banana nel processo economico un articolo di consumo, che questo lavoro sta a quello che si ha bisogno di applicare, per rendere in un paese che ha rendimento medio di grano il grano un prodotto di consumo, che il lavoro necessario per la coltura di banana sta al lavoro necessario per la coltura di grano come 1:100, vale a dire, cento volte più lavoro umano deve essere impiegato, per rendere il grano come prodotto grezzo consumabile per l’uomo, della banana.
Ma questo ancora una volta è diverso all’interno dello stesso articolo secondo i territori. Se consideriamo la cosa per tutta la terra, allora emergono grandi differenze. Ma anche in un territorio più limitato sorgono allora tali differenze. In Germania è così: se si considera la cosa con rendimento medio sano, il grano dà il sette- ottuplice del rendimento rispetto alla semina, in Cile il dodici volte, nel Nord-Messico il diciassette volte, in Perù il venti volte. Ci sono zone dove dà il venticinque- trentacinque volte il rendimento. Questo comporta una grande differenza nel lavoro umano da impiegare, per portare un prodotto così dato al processo economico come la premessa dei doni, dei talenti degli uomini, per portare un tale prodotto dal suo punto di partenza infine fino al punto di consumabilità. Produzione di merci, circolazione di merci, consumo di merci, questo è ciò che vive nella vita economica, ciò che però anche soltanto può abbracciare la vita economica. L’uomo ha bisogno, proprio per tali ragioni — e potrebbe ancora esserne addotta molte simili, come la necessità nella quantità di capacità lavorativa umana —, l’uomo ha bisogno di stare intrecciato, di stare collegato con ciò che è la base naturale, con i presupposti diversi della vita economica.
Questo stare raggruppati insieme dell’uomo nell’organismo sociale con i presupposti economici, questo è ciò che produce la configurazione delle leggi più proprie della vita economica. Questa vita economica può riposare solo sulla manifestazione di quelle leggi che emergono da ciò che è stato appena detto. A quale obiettivo tende, nel suo carattere fondamentale, questa vita economica? Ora, si può dire, carissimi Amici: Ciò che attivo deve essere, assolutamente attivo deve essere in questa vita economica, senza il quale la vita economica non può prosperare, questo è il bisogno umano, il bisogno in generale. C’è anche una sorta intermedia di questi bisogni umani: Questo è ciò che si può chiamare l’interesse umano. E certi pensatori nel campo dell’organismo sociale hanno a ragione indicato che solo nell’esercizio libero dell’interesse umano, del desiderio umano immediato e dell’intergioco di desideri e di soddisfacimenti nella vita economica può trovarsi il corretto sviluppo di questa vita economica.
A quale scopo tende tutto ciò che ora nello scambio si svolge tra bisogno e soddisfacimento del bisogno sul cammino di produzione di merci, circolazione di merci e consumo di merci? Tende necessariamente tutto ciò allo scopo della merce, al consumo della merce, si potrebbe anche dire, al consumo più appropriato della merce. Guardatevi intorno dove volete — se il tempo lo permettesse, approfonderei ulteriormente il concetto di merce, ma lo sente ognuno —, se volete guardarvi intorno, dovunque sia nel vivere economico, vedrete che infine consta nel vivere economico, nel modo più appropriato a quello che viene prodotto, di consumarlo — nel modo più appropriato, dico, di consumarlo.
Cosa significa questo riguardo alla capacità lavorativa umana, carissimi Amici? Se nella vita moderna degli uomini si è sviluppato, proprio attraverso l’allagamento di questa vita moderna con la vita economica nella tecnica e nel capitalismo, se là si è sviluppato, che presso il proletario senza proprietà, la cui stessa capacità lavorativa viene portata sul mercato del lavoro, e subisce un trattamento, se appunto sul mercato del lavoro, completamente nel senso di una merce, nel senso di offerta e domanda, così questo contraddice — e in ciò si esprime un nervo fondamentale del moderno movimento proletario —, così questo contraddice la dignità umana. Perché rispetto a tutto ciò che può essere merce, l’uomo non porta il proprio essere al mercato. Rispetto però a ciò che è la sua capacità lavorativa, porta se stesso al mercato.
Questo è ciò la cui abolizione il proletariato moderno, dal sentimento della dignità umana, assolutamente persegue. Forse raramente da qualche parte uno sarà capace di indicare pienamente consapevolmente le ragioni corrette per questa rivendicazione; ma nell’inconscio, nelle profondità delle anime umane, nelle profondità delle anime proletarie, lì vive ciò di cui si tratta.
Lì vive un sentimento: Tutto ciò che viene al mercato delle merci, questo si riduce a, nel modo più appropriato di essere consumato. Ma l’uomo deve opporsi, assolutamente opporsi, che sul mercato delle merci di lavoro la sua capacità lavorativa sia semplicemente consumata nel modo più appropriato. Sente di fronte a ciò, che ha un valore in sé stesso, che ha qualcosa da preservare in sé, che porta qualcosa in sé, che anche giace nella sua capacità lavorativa, che non deve essere portato al mercato delle merci, che non deve essere trattato così nell’organismo sociale come una merce. Perché nell’organismo sociale tripartito tutto infine si riduce a essere consumato nel modo più appropriato, l’uomo moderno proletario grida al mondo: Ma io non voglio che la mia capacità lavorativa diventi mera merce di consumo per altri.
Questo giace inconsciamente alla base di ciò che ieri ho tentato di sviluppare come una delle forme principali della questione sociale. E se si vede, come è successo, che nel corso dello sviluppo della tecnica moderna e del capitalismo moderno la capacità lavorativa è stata spinta nel processo economico, allora si deve, per intendere questo, porsi la domanda: Da dove si sono dunque sviluppate le condizioni economiche, il soddisfacimento degli interessi economici, il sollevamento dell’economia per i ceti finora dirigenti, per gli strati finora dirigenti?
Questa è una domanda essenziale e importante. Esse non si sono sviluppate dalla vita economica stessa, bensì proprio perché nei tempi moderni è intervenuto un intreccio della vita statale con la vita economica che non è più adatta a questi tempi moderni; con ciò che accanto all’economia si è sviluppato per l’umanità come lo stato moderno del diritto, come lo stato moderno autoritario, con ciò non si è collegato innanzitutto l’interesse del proletariato, bensì l’interesse dei cosiddetti ceti dirigenti e degli strati dirigenti. Questi avevano dentro lo sviluppo della tecnica moderna e del capitalismo moderno un interesse, dai diritti, come se li rappresentavano, dentro lo stato adatto ai borghesi e agli altri strati dirigenti, da questi diritti a regolare i fondamenti economici.
Ciò che è oppressivo nella vita economica, ciò che ha creato una situazione insopportabile nella vita economica per il proletariato, questo, carissimi Amici, non proviene dalla vita economica stessa. È un errore completamente quello di crederlo.
E come da un ricambio materiale lasciato a sé stesso non può derivare immediatamente alcun difetto della vita della respirazione e del polmone, ma solo indirettamente, così ciò che è diventato oppressivo nella vita economica per il mondo proletario, deriva — si deve solo studiare la storia, e lo si vede, se non si è presi da pregiudizi —, deriva dalla storia delle conquiste, dalla storia dei rapporti di forza e dai rapporti di diritto che fondano i rapporti di forza in diritti oppressivi del proletariato. Anche i rapporti di proprietà, come ho già rilevato ieri, si fondano su diritti. Da tali rapporti di diritto proviene l’elemento oppressivo della situazione del proletariato e il pulsare propriamente del movimento proletario.
Come i rapporti di potere, hanno agito verso il basso nella vita economica, così diritti così generati devono essere presi verso l’alto, le forze lavorative proletarie, spinte verso il basso nella vita economica attraverso lo sviluppo tecnico e capitalistico moderno, devono essere elevate nella vita giuridica, che come articolazione indipendente deve svilupparsi nel sano organismo sociale accanto all’articolazione economica.
Ai nomi non conta veramente nulla. Per amor mio gli uomini, se preferiscono, possono chiamare l’organismo economico Stato e l’altro diversamente — ai nomi non conta; bensì che questi due sistemi, queste due articolazioni dell’organismo sociale non abbiano un’unica centralizzazione, bensì che ognuno sia centralizzato in sé, su ciò conta, che operino accanto a sé, e proprio attraverso il loro operare accanto a sé si armonizzino. Su ciò conta!
Ciò che nel senso più stretto proprio può essere statale, questo può solo abbracciare il sistema regolatore, ciò che si svolge nel rapporto da uomo a uomo. Come l’organismo economico ha nel suo cuore l’interesse al consumo, il bisogno e il soddisfacimento dei bisogni, così ha a suo nervo fondamentale l’organismo giuridico, l’organismo dello stato vero e proprio, quello che non deve essere economista, che non deve assolutamente condurre alcun ramo economico, nell’organismo umano sano [sociale], quello ha a suo nervo fondamentale la volontà al diritto.
Diritti, questi possono esistere solo nel contesto statale. Interessi economici possono esistere solo nel corpo economico. E questi devono operare indipendentemente accanto a sé e insieme. Questo è, se si guarda più da vicino, per quanto oggi la maggior parte degli uomini ancora non lo creda, questo è ciò che ha portato tanta disgrazia nella vita moderna: ciò che un corpo rappresentativo, un’amministrazione abbraccia, la vita economica e la vita giuridica regolatore statale. Rappresentanza autonoma, rappresentazione autonoma è necessaria per il puro stato politico. Rappresentazione autonoma, amministrazione autonoma, per amor mio nel Reichstag o in qualche ministero per la vita giuridica. Amministrazione propria, ministero proprio, però cum grano salis parlato, per la vita economica è quello che in esso giace anche riguardo alla sua amministrazione e al suo ulteriore sviluppo continuo, [ciò] che si rivelerà da sé. Mentre la vita giuridica statale si occupa del rapporto da uomo a uomo, in cui tutti dobbiamo essere uguali davanti alla legge, mentre la vita giuridica, se correttamente intesa, non può ridursi a nient’altro che a una democrazia completa, così la vita economica deve costruirsi su associazioni autonome, su tali associazioni che, con l’essere radicato dell’uomo, come caratterizzato prima, nelle condizioni naturali, della sua vita economica, emergono. Interi sistemi di associazioni si formeranno, che in modo appropriato dall’autoregolazione delle forze svilupperanno l’organismo economico, così come semplicemente deve essere vitale, deve poter essere vitale per tutti. Queste cose sono fondamentalmente inizi, sì; ma inizi in cui molti malintesi regnano. Abbiamo cooperative — bene; abbiamo sindacati, abbiamo diverse altre associazioni; certo, dall’impulso di servire alle forze di sviluppo dei tempi nuovi, tali cose sono sorte. Ma in parte dalla forma che tali cose hanno assunto, in parte perché si pensa di poter affidare la vita economica allo stato, alla comune — in tutte queste cose si mostra che in questi nuovi organismi non si vuole accogliere solo ciò che proviene dalle proprie leggi della vita economica, bensì si vuole accogliere anche ciò che accanto alla vita economica come articolazione autonoma dell’organismo sociale deve svilupparsi come la vita dello stato politico-giuridico nel senso più stretto.
Di fronte a tutti i concetti di lavoro e della collocazione del lavoro nell’organismo sociale, come oggi spettralmente vanno errando, quando queste due articolazioni dell’organismo sano stanno accanto a sé, sarà, innanzitutto, così come c’è diritto di proprietà nel vecchio organismo sociale, così un diritto del lavoro del tutto diversamente configurato nel nuovo, sano organismo sociale del presente e del futuro.
Per questo, carissimi Amici, accadrà una cosa: Perché in un certo senso per la formazione del valore economico nella circolazione della merce le condizioni naturali sono decisive, per questo già si provvedono le condizioni naturali stesse. Ma altrettanto decisivo deve diventare qualcos’altro. Quando accada ciò che ho esposto, quando avvenga l’indipendenza relativa della vita giuridica, che comprenderà il diritto della capacità lavorativa, allora il valore della merce che circola nell’economia sarà limitato allo stesso modo, così come dalle condizioni naturali, così il valore sarà limitato, determinato da ciò che come capacità lavorativa può essere ceduto al processo economico secondo valori umani generali e secondo diritti del lavoro rispettosi della dignità umana. Giammai nel mero processo economico stesso potrà sorgere un vero diritto del lavoro, bensì soltanto e unicamente nell’articolazione giuridica separata, relativamente autonoma dell’organismo sociale sano.
Si è scostati da ciò, già quando nel vero momento di vigore del capitalismo lo stato, che deve essere unicamente uno stato del diritto, ha esteso i suoi tentacoli sui maggiori imprenditori di trasporto, specialmente ferrovie e così via. E mentre si dovrebbe sanare ciò che come malattia sociale è emerso dalla mania di statalizzazione, persegue una certa forma del socialismo moderno esattamente la continuazione della malattia. Su questo si tratta. Perché non si vede il seguente. Non si vede ciò che su questo campo produce una vera conoscenza dell’organismo sociale.
Fra le molte scuole che si sono formate nei tempi nuovi, c’era una già nel diciottesimo secolo per l’economia nazionale. La si chiama scuola fisiocratica. Questa scuola fisiocratica aveva, però in modo terribilmente unilaterale, diremmo oggi, secondo metodo borghese — aveva il principio della libera circolazione delle forze economiche e dell’essere economico. I seguaci di questo sistema fisiocratico, che non volevano che lo stato del diritto si immischiasse nella vita economica, dissero il seguente. Dissero: O lo stato del diritto dà leggi, che concordano con le leggi che la vita economica ha già da sé, allora queste leggi sono superflue, oppure egli dà leggi, che contraddicono le proprie leggi della vita economica — allora queste leggi distruggono il patrimonio legittimo della vita economica; allora non devono assolutamente essere date. — Così dissero i fisiocrati.
Questo sembra enormemente plausibile — perché cosa non appare più plausibile all’uomo superficiale, che quando emerge un tale o questo o quello! Ma di fronte alla vita della realtà, proprio un tale o questo o quello è un assurdo, una follia. In quale maniera? Nel modo seguente: La vita economica si sviluppa anche, se l’uomo non vuole, se egli ficca il naso attraverso tutta la sorta di leggi statali, si sviluppa dalla sua propria forza in modo autonomo, e ha sempre una tendenza determinata, sempre una forza di direzione determinata. Questa va sempre verso il fatto che è necessario portare la convivenza umana in una tale bilancia, che deve essere di nuovo corretta.
Questo è il grande errore di un certo socialismo radicale, che si crede che la vita economica possa rendere gli uomini contenti e felici, se segue le sue proprie leggi. No, se segue queste proprie leggi, allora arriva sempre a stati di crisi, rispetto ai quali deve essere aiutato, rispetto ai quali un altro sistema deve intervenire, così come sempre il sistema della respirazione e del polmone deve intervenire in modo regolatore nel sistema del ricambio o nel sistema della testa. Perciò è necessario di fronte alla realtà dire: Le leggi dello stato del diritto non possono correre nella direzione delle leggi economiche. Ma perché la vita economica ha bisogno di una continua correzione, perché altrimenti consumerebbe gli uomini, proprio per questo è necessario che le leggi dello stato del diritto limitino continuamente, regolino, correggano la mera vita economica, come il ricambio è corretto dalla respirazione. Questo è ciò che conta.
Sempre più oggi, dove si crede di essere così pratici, sempre più oggi si hanno teorie astratte in testa, non la realtà. Si crede che qualcosa si faccia da sé, e allora le leggi sono lì, se si ripensa solo a ciò che si fa da sé. Leggi, istituzioni, forze devono spesso essere colpite proprio in senso contrario a ciò che è dato da un lato, perché si possa realizzare uno sviluppo vantaggioso, uno sviluppo sano. Questo è ciò che conta.
Perciò proprio il sano metodo basato sulla scienza dello spirito, che mira alla realtà, non deve stabilire principi astratti — e questi sono anche programmi di partito oggi —, bensì deve indicare la vita. Deve indicare, non come si deve pensare che la capacità lavorativa sia spogliata del carattere di merce, bensì deve mostrare, che cosa deve sorgere, affinché nell’organismo sociale nascente la capacità lavorativa umana sia continuamente effettivamente tolta dal carattere di merce. Questo è ciò che qui conta: configurazione vivente della realtà. Questo è proprio ciò a cui la scienza dello spirito così frequentemente criticata aspira, e su cui conta di fronte al presente particolarmente, ciò che al presente è davvero urgentemente necessario: sul vivente operare accanto a sé conta. Non si può spingere la vita dell’organismo sociale né nell’economico, né in mere rigide leggi giuridiche conservatrici.
Gladstone, uno dei più superstiziosi borghesi del liberalismo moderno, disse una volta: Gli americani hanno una costituzione così perfetta, che non potrebbe essere più perfetta, che davvero in tutte le singole situazioni di vita del popolo americano si dimostra.
Un altro inglese, che, a mio parere, era più intelligente, se forse non così grande statista come Gladstone, disse: questo non è affatto una prova che l’amministrazione americana è perfetta, che si dimostri. Perché se fosse meno perfetta, si dimostrerebbe comunque, perché gli americani sono ancora un popolo così sano — secondo l’opinione dell’interessato —, che farebbero tutto questo anche con una costituzione meno sana. E quest’ultimo ha certamente più ragione di ciò che Gladstone aveva detto, proprio perché punta alla realtà vivente, perché veramente non conta quali leggi vigono in un nesso vivente, bensì che gli uomini collaborino in modo tale che continuamente i danni necessari che sorgono da un lato siano corretti dalle forze viventi dall’altro lato.
Immagini un piccolo uomo, un Omuncolo, in cui internamente non vengono prodotti [i] prodotti di rifiuto della digestione, che devono essere portati via da altre forze — allora avrà pensato qualcosa che non ha respiro vitale. Teorizzi, e anche se è nel senso di persone ancora così radicali dei tempi nuovi, su un organismo sociale, che non produce danni negli uomini, che non consuma l’uomo, che non deve avere accanto a sé un’altra articolazione dell’organismo sociale, che non sia lo stato del diritto, che non sia lo stato propriamente detto, allora avrà pensato a un organismo sociale non sano. È il fatto che si è sempre costretti di nuovo, dall’atteggiamento che si ritiene pratico, ma nel senso più eminente è impratico, dei tempi nuovi, che si penetri di nuovo a una concezione della realtà, a tali pensieri, che possono immergersi nella vera realtà, che possono parlare di ciò che si autogenera, non di ciò che vorrebbe avere causalità da umani pregiudizi.
E come terza articolazione accanto alle due articolazioni che ho addotto — accanto all’articolazione economica e all’articolazione politica o giuridica nel senso più stretto —, deve svilupparsi ciò che abbraccia la vita spirituale nel senso più ampio. La vita spirituale, che consiste nell’istruzione, in tutto il sistema scolastico, dalla scuola più elementare fino all’università; che consiste nella vita artistica, infine nella vita religiosa, che però deve abbracciare anche — anche questo apparirà di nuovo a molti paradossale oggi, nonostante emerga da considerazioni vere e concrete —, che deve abbracciare anche [non] il diritto pubblico, il diritto, che è condizionato dal rapporto da uomo a uomo; appartiene all’articolazione seconda.
A questa terza articolazione deve invece appartenere tutto ciò che mira al diritto privato e al diritto penale. Lì sta il singolo uomo individuale di fronte al singolo uomo individuale in un rapporto anomalo, così che la vita pubblica dello stato del diritto, sì, a colui che — se posso esprimermi trivialmente — ha qualcosa da portare; il verdetto però tocca a un rapporto dell’uomo individuale con l’uomo individuale. L’esecuzione del verdetto può di nuovo appartenere allo stato del diritto.
In questo campo, carissimi Amici, in questo campo spirituale appartiene proprio tutto ciò che deve stare sul terreno del dono di capacità umana individuale somatica e animica, che può emergere solo dall’individuo, dalla libertà dell’uomo —, così come deve stare sulla base dell’interesse economico il corpo economico, come il corpo politico deve stare sulla base della vita giuridica, così il corpo che abbraccia la vera vita spirituale deve stare sulla base della libertà. Da un certo istinto, la socialdemocrazia moderna ha incluso in un impulso che va nella direzione qui designata un unico campo — ma questo non da una stima di questo campo, bensì proprio da una sottovalutazione di questo campo: la religione deve essere affare privato.
Certo deve essere così. E lo rivendicherà con ancora più forza colui che la religione non sottovaluta, bensì sa apprezzarla nel suo pieno valore! Ma affare privato rispetto allo stato del diritto e allo stato economico deve essere tutta la vita spirituale. E in quanto ora sta per concludersi — perché in ciò consiste la questione sociale del presente, in quanto è entrata l’intreccio della vita economica con la vita giuridica, dello stato con l’organismo economico, attraverso l’emergere dell’ordine mondiale capitalistico e tecnico nei tempi nuovi è entrata anche l’intreccio, che prima del momento caratterizzato ieri, prima del quindicesimo secolo, non era affatto presente. L’intreccio della vita spirituale con la vita statale. Gli interessi del sorto Borghesia, che erano legati allo sviluppo dello stato moderno, si spingevano anche a far affondare la vita spirituale nell’organismo dello stato. Si aveva bisogno di giudici, si aveva bisogno di medici, si aveva anche bisogno di teologi, si aveva bisogno di maestri e così via, e così via. Da questo impulso lo stato ha esteso la sua onnipotenza sulla vita spirituale.
Questa vita spirituale deve essere di nuovo liberata, deve essere di nuovo posta sul proprio fondamento, sulla libera individualità degli uomini. Allora, e proprio allora, si svilupperà in un rapporto sano rispetto alle altre due articolazioni dell’organismo sociale.
Lì le cose talvolta stanno molto nascoste e mascherate.
Ciò che propriamente ha portato l’intreccio della vita spirituale, questa sfortunata statalizzazione della vita spirituale a tutta la vita moderna, di ciò forse può testimoniare solo colui che — come colui che le parla — ha evitato durante tutta la sua vita di mettere in qualche relazione con qualche stato ciò che ha spiritualmente perseguito; che perciò sa come questa vita spirituale deve svilupparsi, se è liberamente posta su se stessa. Ed essa deve essere liberamente posta su se stessa, se deve svilupparsi.
Non ultime ha contribuito all’indebolimento della spinta della vita spirituale fino all’ideologia morta, che crea la moderna questione sociale, proprio questa dipendenza della vita spirituale dalla vita statale. Perché non solo che le personalità, da cui è guidata la vita spirituale, vengono in dipendenza dalla vita statale, devono servire ciò che sono le istituzioni della vita statale — colui che sa considerare queste cose fino alle loro profondità, sa ancora qualcosa di completamente diverso, sa che la forma interiore, il contenuto della vita spirituale stessa diviene dipendente dalla relazione agli altri organismi, che può essere sano solo se la vita spirituale si sviluppa in completa autonomia, altrimenti le dipendenze si mascherano e si camuffano. Se si presenta autonoma, se si presenta in completa libertà, se è completamente posta su se stessa, allora un sano rapporto al corpo del diritto e dell’economia si realizzerà da sé nella vita. Come vogliamo impulsi propri; altrimenti non si osservano le cose da certi pregiudizi. Prendiamo un caso che potrebbe agire radicalmente, ma che è completamente caratteristico. Supponiamo che un giovane studente voglia sostenere il suo esame di dottorato nel campo della filologia. Riceve il consiglio di scrivere, diciamo, sui vocaboli di sentimento in qualche antico scrittore romano o sulle [parentesi] in Omero. Un giovane amico mio ha dovuto svolgere un tale compito. Un giovane uomo ha bisogno per un tale lavoro di un anno di lavoro abbondante.
Colui che sta così addormentato nel presente vivere scientifico, dirà all’incirca: ora sì, interessi scientifici. La scienza richiede una tale indagine sui vocaboli di sentimento di un antico scrittore romano, o sui [parentesi] in Omero. Con ciò è prestato un servizio alla scienza. Ma c’è qualcos’altro da considerare. È il sano rapporto di un tale lavoro al complessivo vivere umano da osservare. Questo deve divenire trasparente nell’intero organismo umano [sociale]. Lo studente che lavora un anno intero, per stabilire le nascoste [parentesi] in Omero, che mangia, che beve, che si veste un anno. Questo significa: per questo lavoro devono lavorare un numero di persone, prestare lavoro un anno intero, per nutrirlo, per vestirlo, affinché nel frattempo possa fare ciò che assolutamente non si pone in un appropriato interesse nel sano organismo umano [sociale]! Perché con appropriato interesse si mette una prestazione spirituale nel sano organismo umano solo allora, quando è richiesta, quando un bisogno di essa è presente. Su questo conta.
E ancora qualcos’altro conta. Da questo sano sviluppo dell’articolazione spirituale dell’organismo sociale dipende che anche lo spirituale nella cultura umana abbia la corrispondente forza di spinta, che produca davvero ciò che è carico di realtà. Da questa vita spirituale provengono per esempio anche le idee tecniche, proviene ciò che come spirituale continuamente produce e interviene produttivamente nella vita economica. Questo viene partorito in modo sano solo in una vera vita spirituale, non in una vita spirituale uccisa fino all’astrazione, che può essere designata con l’espressione ideologia.
L’importante non è che si combatta contro la designazione della vita spirituale come ideologia da parte dei capi del proletariato moderno, bensì che si comprenda: Quella vita spirituale, che è emersa attraverso lo sfortunato intreccio della cultura spirituale con le altre due articolazioni dell’organismo sociale, questa ha schiacciato la vita spirituale fino all’ideologia. È facile designare la moderna vita spirituale come ideologia; ma nell’organismo sociale sano deve entrare di nuovo una vita spirituale produttiva, una vita spirituale efficace da sé. Questo interverrà sano anche nella vita economica, anche nella vita giuridica. Questo deve di nuovo stare relativamente autonomo.
Che questa vita nella cultura spirituale, nella terza articolazione dell’organismo sociale sano, debba essere costruita su se stessa, credo di aver già dimostrato all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso nella mia «Filosofia della libertà», che ora, come credo, ha realizzato la sua nuova edizione al momento giusto, e che mostra che vera libertà può esistere solo là, ma è anche solo là giustificata, dove può fiorire vera vita spirituale.
Ora il tempo è molto poco, per esporre qui in dettaglio ciò che avrei da dire riguardo alla libera vita spirituale. Ma almeno voglio accennarlo. Voglio accennarlo in modo tale che dico: una sana considerazione dell’organismo umano tripartito mostra che allora interviene sano ciò che è prodotto dall’intellettuale, nelle altre due articolazioni, quando la vita spirituale è completamente posta su se stessa. Perché allora, allora colui che una posizione guida secondo le sue precondizioni può avere per esempio nella vita economica, non avrà bisogno solo del proletario che si logora e si consuma, che allora non sarà più tale come tale, bensì avrà bisogno di colui che per lui come lavoratore spirituale può essere il consumatore. Questi però può attraverso diritto del lavoro preservare da ciò che della sua capacità lavorativa, cioè della sua vitalità, non deve essere consumato sul mercato del lavoro, bensì deve essere regolato attraverso la seconda articolazione dell’organismo sociale sano. Oggi, dentro quello che è almeno l’ordine economico capitalistico, colui che è in una posizione dirigente — così oggi essenzialmente capitalistica — ha solo un interesse nel consumo di capacità lavorativa umana presso il proletario. L’organismo sociale tripartito sano non avrà solo un interesse nel lavoratore che lavora, bensì nel lavoratore che riposa, in quel lavoratore che può consumare ciò che tenderà verso il consumo. Questo non sarà certamente ciò che il giovane ragazzo farà, un anno, mentre scrive sui vocaboli di sentimento di qualche antico scrittore un anno intero e fa una tesi di dottorato, bensì questo sarà ciò che è richiesto, che è necessario dalla vita spirituale. Un accordo completo, un accordo vivente sorgerà tra produzione spirituale e consumo spirituale umano generale. Nessuno sarà escluso da ciò che la vita spirituale offre. E attraverso l’interconnessione delle tre articolazioni che dovrebbero stare autonome dell’organismo sociale è proprio entrato che infinitamente molti uomini sono esclusi da ciò che altri uomini fanno.
Tutto ciò che è prodotto come linfa di vita sociale nell’organismo umano sano, deve anche fluire nei restanti arti dell’organismo sociale in modo sano.
Non si potrà dire, carissimi Amici, che sì, anche in futuro per esempio nello stato del diritto, che avrà una rappresentanza orientata in modo democratico, anche i singoli circoli siedono, che pure possono formare un partito, un partito agricolo e così via. Questo non sarà il caso per la ragione che gli interessi, che oggi si sviluppano in opposizione, allora si svilupperanno in modo uguale. Persino il contrasto fra partito conservatore e liberale non sarà presente nel futuro, se si lascia l’organismo sociale svilupparsi in modo sano, perché nello stato del diritto le circostanze sempre concretamente emergenti non si orienteranno nemmeno in modo concreto, non alla maniera, si sa, di parole d’ordine, dico concetti sloganistici, non ai conservatori, liberali e così via.
Così potevo presentarvi oggi solo in forma schematica, carissimi Amici, su che cosa conta, in cui non solo una trasformazione delle condizioni, bensì una trasformazione di tutta la vita deve entrare per l’organismo sociale.
Il 28 febbraio terrò di nuovo qui una conferenza. Allora indicherò singoli elementi di prova, singoli elementi di esposizione, mostrerò anche che per tutto ciò che ho accennato oggi, potuto solo schizzare, per tutto ciò esiste una scienza provante, una scienza fondante. Questo dunque deve accadere il 28 febbraio qui in questa sala.
Oggi vorrei solo ancora attirare l’attenzione sul fatto che questa terribile catastrofe, che da quattro anni e mezzo si è abbattuta sull’umanità, ha messo in luce la questione sociale, come ho già esposto ieri, come una grande questione storico-mondiale di fatto, di fronte a cui ogni uomo, dalla vita, deve prendere una posizione pratica.
È necessario di fronte a ciò che è accaduto, che ogni singolo uomo prenda una tale posizione. Si convinceranno presto come la vita di ogni singolo uomo dipende dalla posizione che nel futuro prenderà rispetto al problema sociale, all’enigma sociale. Perciò è così successo, perché io queste cose — permetta qui un’osservazione, per la verità personale, ma che in realtà non è affatto personale, ma del tutto oggettiva —, perché queste cose non ho inventato per escogitare qualcosa, bensì perché le ho ricavate dall’osservazione delle forze presenti nella realtà umana presente, che sempre più volevo rendere pratiche, quando questa terribile catastrofe di guerra ha raggiunto un certo punto, dove si poteva vedere che si sarebbe sviluppato, dal portare all’assurdo le forze precedenti, che si sarebbe sviluppato essenzialmente il problema sociale dell’umanità. Allora per esempio io tentai, tastato e adattato alle circostanze, durante questa catastrofe di guerra a singoli uomini di presentare, che il tempo richiede qualcosa come l’impulso sociale, che ho ora qui esposto anche nella conferenza di ieri e di oggi.
Volevo mostrare, per così dire, a personalità allora ancora attive, oggi però spazzate via, ciò di cui hanno bisogno, se vogliono contribuire alla trasformazione di ciò che nell’organismo sociale si rivela come malato. E così ho dovuto parlare a molti, per i quali allora contava ancora, ciò che dico qui. Non è un programma, non è inventato, non è qualcosa di escogitato, bensì realtà, in cui in ciò che continuamente si riproduce all’interno dello sviluppo umano, giace ciò che in dieci o venti anni su una larga parte del territorio europeo vuole realizzarsi. E a molti dissi, che credevo potessero avere il cuore e l’anima toccati, a molti dissi: avete ora la scelta, se ancora volete partecipare, o seguire da ragione ciò che deve accadere, perché deve accadere, o aspettate fino a quando verranno i cataclismi sociali e le rivoluzioni sociali.
La gente è caduta più velocemente in ciò in cui è caduta, di quanto allora si potesse solo accennare. Questo «potesse» in questo caso significa «dovesse». Così dovevo allora parlare. Ma la gente non voleva ascoltare. Abbiamo davvero sperimentato anche in altri campi qualcosa di simile! Abbiamo davvero sperimentato che uomini di stato, uomini di stato dirigenti, ancora nel maggio del 1914, in posizioni prominenti ai parlamenti hanno proclamato: Siamo in tali connessioni europee che la pace è assicurata per lunghi tempi. — Questo gli si può provare. Così preveggenti sono gli uomini!
Certo, colui che lo prende sul serio con ciò che pulsa nella realtà, dovette allora parlare diversamente agli uomini. Prima di questa catastrofe di guerra dovetti ripetutamente accennare a ciò che io, di nuovo prima di questa catastrofe bellicosa, come gli altri, come gli uomini di stato hanno ancora detto: la pace è assicurata, viviamo in uno dei migliori dei mondi ormai —, lì fu detto da me a Vienna: questa tendenza — cioè la tendenza che giace nella moderna vita sociale — diventerà sempre più grande, fino a che non si distruggerà in sé stessa. Lì guarda colui che spiritualmente penetra la vita sociale, dovunque, come terribilmente dappertutto sorgono le formazioni d’ascesso sociale. Questa è la grande questione culturale che emerge per colui che penetra l’esistenza; questo è il terribile, che agisce così oppressivamente, e che perfino allora, se si potesse sopprimere tutto l’entusiasmo per la scienza dello spirito, se si potesse sopprimere ciò che altrimenti apre la bocca per la scienza dello spirito, potrebbe tuttavia spingere a gridare, per così dire, al mondo, il rimedio del mondo, per ciò che è già così nel corso, e diventerà sempre più forte, se l’organismo sociale così continua a svilupparsi come finora è accaduto. Così sorgono danni della cultura, che per questo, per l’organismo sociale sono da osservare, come le formazioni di cancro sono per l’organismo naturale umano.
Di fronte alla questione sociale, carissimi Amici, stiamo davanti alla possibilità che gli uomini continuino a dormire di fronte agli eventi, che non ascoltino ciò che necessariamente deve essere detto, deve poter essere detto all’organismo sociale, proprio come all’organismo naturale può essere detto, se uno ha un’escrescenza di cancro in sé.
Non solo che durante il progredire precedente della catastrofe di guerra non si volesse vedere la piena portata di ciò che intendo, si prese, ciò che se ne intendeva, di solito in modo tale da poterlo considerare solo come espressione della politica interna di questo o quello stato. Intendo allora e intendo anche oggi non solo come la politica interna di questo o quel territorio statale, ma l’intendo così, che trovo il fondamento nelle forze di sviluppo, verso le quali l’umanità si affretta. E l’intendo innanzitutto come politica estera dei vari stati come necessaria.
Questo è su cui innanzitutto ho indicato a certi stati, che li riguarda, che devono controbattere queste cose come politica estera del mondo. Se si pensa, uno stato sia con l’altro così collegato, come sarebbero collegati per esempio questi stati europei, 1914, che per il non naturale mischiarsi insieme del problema politico e statale verso sud-est dall’Austria giù, il problema austro-serbo, di triste memoria, era sorto —, gli stati non avrebbero così collegato i loro interessi economici e politici, gli organismi sociali non avrebbero così collegato i loro interessi, come complessivamente in Europa erano collegati, e perciò sorsero alleanze, che necessariamente dopo un determinato punto così si esaurissero, che infine decisioni fossero prese dai punti di vista più unilaterali strategico-militari.
Supponiamo che gli stati stessero nel rapporto che i fili si tirassero, che i giuridici, che sì saranno essenzialmente gli stessi per tutti gli stati — i veri rapporti politici saranno proprio con l’organismo sano gli stessi per tutti gli stati —, allora si avvolgerebbero i fili economici, allora si avvolgerebbero i fili spirituali. Sempre più l’uno sarà corretto dall’altro. E proprio là, dove oggi ai confini per il collegarsi dei tre ambiti sorgono i contrasti, questi contrasti saranno corretti, quando oltre i confini va, indipendentemente dal rapporto politico, il sistema dell’economicità.
Posso solo accennarlo qui. Ma questo deve significare, deve indicare che i vari territori del mondo attraverso ciò che qui è caratterizzato come organismo sociale sano, vengono in un tale sistema, che di fronte a ciò la Società delle Nazioni, come è oggi pensata, sarà appunto un’astrazione, in un tale sistema che è fondato su realtà, così che sempre più una realtà escluda i danni dell’altra. Questo è su che cosa conta oggi.
Ora, carissimi Amici, ciò che ho esposto, è forse ancora più sgradevole per molti di ciò che questi molti oggi si immaginavano come soluzione della questione sociale. Perché Lei vede molto facilmente da ciò che ho esposto — come detto, ulteriormente il 28 febbraio —, Lei vede però già oggi da ciò che ho esposto, che non si può affatto immaginarsi: la questione sociale è sorta, gente intelligente la risolveranno, allora il socialismo sarà lì. Non è così. Questo contraddice ogni sviluppo.
Certo, la questione sociale è lì, perché lo sviluppo umano è entrato in un nuovo stadio della sua esistenza, perché sono sorte nuove forze. Ma da quando c’è, fino in tutti i tempi dello sviluppo futuro dell’umanità questa questione sociale non scomparirà più. La vita economica continuerà sempre a lasciare una questione sociale. Non si potrà inventare un socialismo che una volta risolva la questione sociale.
Ma si potrà configurare un organismo sociale sano, in cui nel processo continuo continuamente attraverso l’efficacia vivente degli uomini, di giorno in giorno, di anno in anno, di epoca in epoca la continua questione sociale nel vivente nesso sarà risolta. Non deve una tale soluzione della questione sociale accadere, che oggi si possa pensare. Non su istituzioni vi indico, che la questione sociale dal mondo aboliscono. C’è, c’è come una forza di vita dell’umanità futura. La vita di questa futura umanità consisterà nel fatto che questa umanità futura dovrà creare qualcosa, attraverso cui continuamente la soluzione della questione sociale sarà vissuta. Un arricchimento, non un impoverimento sarà l’esistenza della questione sociale, l’esistenza dello sviluppo sociale: un nuovo elemento di vita entra nell’organismo sociale. Questo è su che cosa conta: l’autoregolazione della vita sociale attraverso le tre articolazioni sociali relativamente autonome, su questo conta.
Se io rifletto su ciò, e se rifletto che il pregiudizio generale che regna una volta contro la scienza dello spirito viene anche applicato, quando questa scienza dello spirito parla della questione sociale, allora mi viene in mente da un lato che un molto noto signore ha fatto dire a me, quando gli fu esposto per un certo scopo, ciò che praticamente da me è mirato, riguardo a una ricostruzione dei mali divenuti delle condizioni del mondo civilizzato — in un appello brevemente riassunto il soggetto poteva leggere, in poche frasi raccolte, ciò che ieri e oggi ho esposto a Lei —, allora rispose: lui avrebbe proprio creduto da me che io alla guarigione dell’attuale situazione umana non indicassi tali cose economiche, bensì allo spirito.
Ora, carissimi Amici, proprio in ciò si vede come i fanatici dello spirito, come coloro che a lungo hanno collaborato, hanno causato la disgrazia, anche oggi non vogliono vedere su che cosa conta. Non conta che uno continui a predicare: Spirito, spirito e ancora spirito — non conta che oggi si gridi negli uomini: Diventate di nuovo spirituali —, bensì conta che si usa questo spirito, per immergersi nelle condizioni concrete, per dominare le condizioni concrete così, come devono svilupparsi secondo la realtà. Su come lo spirito è applicato nella vita conta. Non su come ancora una volta in modo astratto indicare: Spirito, spirito, spirito deve di nuovo essere posto nell’umanità, allora tutto va bene.
Questo è una cosa che mi viene in mente. L’altro, che mi viene in mente di fronte a ciò che dicono le persone intelligenti, sì che cosa vuol dire dunque l’uomo di scienza dello spirito nella questione sociale? A ciò vorrei rispondere: Lui vuol dire proprio là anche, come altrimenti, di mettere il pensare e il sentire e il volere umano sulla vera realtà.
Allora mi viene in mente il povero ragazzo, che una volta sedeva come organo servente a una macchina a vapore di Newcomen. Doveva alternare due rubinetti, affondare uno e tirare fuori l’altro, che dall’una parte il vapore con in dentro l’acqua di condensazione, dall’altra parte il vapore entrasse. E lì ha notato questo ragazzo che sopra il bilanciere salta su e giù. E allora gli è venuto in mente, perché non sviluppava teorie, ma stava alla macchina stessa, allora gli è venuto in mente: come se io ora prendessi due corde, una volta tirassi all’una, l’altra volta all’altra? E guarda, il bilanciere andava su e giù, e del tutto da sé accadeva che una volta il rubinetto a destra al momento giusto si apriva e scendeva di nuovo e l’altro dall’altra parte. E il ragazzo poteva guardare! Vede, là avrebbe potuto uno del genere di quelle persone, che tutto ciò che da realtà si osserva, osserva male e dice: tu ragazzo buono a nulla, che fai lì! Via le corde. La storia mondiale l’ha fatto diversamente. La storia mondiale ha fatto emergere da questo all’inizio povero ragazzo, che ha legato il rubinetto al bilanciere, l’autoregolazione della macchina a vapore, una delle più importanti invenzioni moderne, una delle invenzioni che più estesamente è entrata nella moderna vita tecnica.
Non per immodestia, e non per caratterizzare quello che in questo insegnamento qui rappresentato sta già dentro, bensì per caratterizzare coloro che vogliono venire, per stare di fronte all’aperçu sociale che ho presentato, per parlare non sia dal punto di vista della loro perspicacia, come uno avrebbe parlato, che avrebbe detto: ragazzo stupido, in fretta via da ciò che fai, che scempiata follia fai? Lascia stare! Solo a questi vorrei dire ciò che mi viene in mente per quanto riguarda il piccolo ragazzo laborioso, come l’ho detto a Lei. Perché gli uomini dovranno presto capire, coloro che non riescono con l’intelletto, dovranno capirlo dalla vita e dal sentimento —, dovranno capire, che devono avvicinarsi alla realtà della questione sociale in modo corrispondente alla realtà.
C’è; è venuta, mentre per lunghi decenni ha bussato alla porta della vita umana, dalla porta è entrata. Non si farà buttare fuori di nuovo da nessuno.
La volontà di buttare fuori sarà la peggiore politica. Ma sarà anche brutto, se non si ascolta alla giusta ora ciò che necessariamente deve essere detto appunto sulla questione sociale. Perché allora potrebbe accadere, che un’intesa da uomo a uomo, assolutamente tra le classi, non sia più possibile, perché gli istinti sono stati troppo scatenati. Si guardi ai segnali di fuoco che oggi sorgono all’orizzonte del mondo, e si sentirà: Si deve affrontare ciò che è qui trattato, altrimenti potrebbe essere attraverso lo scatenamento degli istinti umani, che non più potrebbero essere calmati — forse per decenni —, altrimenti potrebbe ben diventare troppo tardi! LA QUESTIONE SOCIALE COME QUESTIONE ECONOMICA, GIURIDICA E SPIRITUALE Basilea, 28 febbraio 1919
Carissimi presenti! I fatti che oggi si dispiegano nel campo della questione sociale e che per molti sono spaventosi, essi parlano ai quali li osservano in una lingua veramente nuova, una lingua inusitata rispetto a tutto quello che era dato esperire nel corso storico dell’umanità. Non si deve forse concludere, dinanzi a quello che oggi emerge dalle profondità della vita sociale alla superficie, non si deve forse concludere, considerando come la cosiddetta questione sociale sia stata preparata nell’umanità da più di un mezzo secolo, non si deve forse dire che i pensieri, gli impulsi di volontà degli uomini sono in realtà assai male preparati a quello che oggi si esprime nei fatti? Molto spesso, quando si è avuto occasione di penetrare nella realtà effettiva della questione sociale negli ultimi decenni, molte volte si è avuto occasione di osservare come i pensatori socialisti, uomini che con tutta la loro volontà credono di stare dalla parte della volontà proletaria, come tali pensatori ancora e ancora sottolineassero che i fatti economici stessi, fattisi strada nello sviluppo umano attraverso la tecnica moderna e il capitalismo, che questi fatti economici stessi, attraverso il loro proprio movimento, per così dire, avrebbero portato qualcosa come una soluzione della questione sociale. Se debbo breve accennare a quello che si è pensato in proposito, è pressappoco il seguente: L’espandersi della vita economica con la divisione del lavoro a esso connessa e tutto il resto, tutto questo ha condotto a concentrare gradualmente l’economia capitalistica privata nelle mani di pochi, in modo che masse sempre più numerose del proletariato si trovassero sottoposte a questa volontà di pochi.
Si è sperato che quello che in tal modo si diffondeva come una potenza economica sul proletariato si sarebbe spinto fino al punto in cui si distruggerebbe da sé, in cui per così dire non potrebbe più procedere sulla sua stessa strada, e dove allora il proletariato, come si diceva, sarebbe stato in grado, attraverso lo sviluppo dei fatti economici stessi, di mettere in proprio possesso il potere da cui prima era dominato. Dalle concezioni radicalmente rivoluzionarie, che in questa direzione ebbero un ruolo in tempi precedenti, si è passati a vedute più riformiste, attraverso le quali si attendeva che, per mezzo dei provvedimenti che possono essere attuati dal proletariato nell’ambito della vita statale regolata, questo passaggio graduale del potere economico dall’impresa capitalistica all’impresa proletaria potesse realizzarsi. In sostanza, si è pensato che i fatti oggettivi, indipendenti dagli uomini, avrebbero generato una certa crisi, e con essa una certa soluzione della questione sociale. Non si vede forse oggi chiaramente che le cose sono andate diversamente, che tutti i pensieri che si sono mossi in questa direzione, in realtà rimangono al di fuori dei fatti? Non si vede che oggi è il proletario come tale, con la sua volontà, con le sue pretese, che genera i fatti, quei fatti che oggi, come si è detto, appaiono così spaventosi all’orizzonte della vita storica? Non questo costringe a guardare alla vita proletaria e a esigere di non farsi ulteriormente ingannare da quello che una dottrina si è prefissa come giusto negli ultimi decenni? Nelle conferenze che ho già avuto occasione di tenere poco tempo fa su questa questione, ho già sottolineato che questi fatti attuali costringono soprattutto a rivolgere l’attenzione della questione sociale verso il proletario stesso.
E ho già espresso il perché questo proletario è diventato quello che effettivamente oggi appare. Come si presenta nella rivelazione dei fatti attuali il proletariato con i suoi desideri, con i suoi impulsi di volontà, con le sue pretese? Non si presenta forse come una critica grandiosa, agente attraverso la storia del mondo, di quello che i circoli dirigenti dell’umanità fino a ora hanno ritenuto giusto e su cui hanno basato il principio direttivo delle loro misure? Una critica quale non avrebbe potuto essere espressa con parole si esprime attraverso questa critica, che semplicemente vive nelle proprietà, nelle azioni del proletariato attuale. Questo proletariato attuale si trova coinvolto dal processo economico, sviluppatosi a lungo, nella pura vita economica. E debbo sottolineare di nuovo, per amore della continuità, quello che ho già sviluppato nelle conferenze precedenti, cioè che, mentre questo proletariato moderno si trova coinvolto con l’intero suo destino nel puro lavoro economico, sente anzitutto come profondamente indegno della sua natura il fatto che la forza di lavoro del proletario significa per questa economia contemporanea la stessa cosa della merce portata sul mercato, la cui circolazione è regolata dall’offerta e dalla domanda, che può essere comprata. Per quanto comunque si esprimano le cose, anche da parte di pensatori socialisti, i sentimenti che al riguardo dominano nel proletariato, quello che vive nelle profondità inconsce dell’anima proletaria, è di gran lunga più importante di quello che consapevolmente si pensa e si esprime. E questi sentimenti vanno proprio in questa direzione: Come è possibile privare della natura di merce la forza di lavoro umana, che il proletario deve portare al mercato all’interno dell’ordine economico capitalista e che si può comprare?
Poiché così lo si esprime, si dirige l’attenzione sul primo aspetto della questione sociale odierna, su come questa questione sociale sia una questione economica, in quale misura sia una questione di salario. Ebbene, colui che durante i decenni ha imparato a non solo pensare sopra il proletariato, ma a pensare con il proletariato, sa come ha fatto presa la dottrina marxista, che proprio con particolare intensità ha fatto notare ai proletari come la loro forza di lavoro come merce s’inserisce nel processo economico. Sempre e ancora bisogna sottolineare la luce che Karl Marx ha gettato su questa questione, poiché questa luce continua a vivere intensamente nella fede, nel sentimento del proletariato. Colui che è capitalista nell’ordine della vita economica attuale, il lavoratore proletario lo vede come lo chiama in fabbrica, come l’addetta alla macchina, come lo paga per la sua forza di lavoro. Marx allora tentò di chiarire ai proletari il seguente. Tentò di mostrare loro che in realtà la forza di lavoro del proletario è essenzialmente pagata al di sotto del suo valore. Questa forza di lavoro deve continuamente essere rigenerata attraverso i generi alimentari, attraverso gli altri mezzi di sussistenza di cui il proletario ha bisogno. Se al proletario è possibile procurarsi il nutrimento, gli altri mezzi di sussistenza, allora può rigenerare continuamente la sua forza di lavoro consumata nel processo economico, allora può svolgere il suo lavoro. Ciò conduce — secondo la corrispondente concezione — a questo, che il datore di lavoro paga all’operaio quello che è necessario per la rigenerazione di questa forza di lavoro, ma lo fa lavorare ben oltre il tempo che sarebbe necessario per guadagnare quello che è necessario per la rigenerazione di questa forza di lavoro.
Da ciò risulta quello che, come si è detto, è stato così profondamente penetrante nei sentimenti dei proletari, da ciò risulta il plusvalore. L’operaio produce per l’imprenditore. Produce più di quanto l’imprenditore gli compensi. E quello che produce in più è il profitto dell’imprenditore. Conquistare questo plusvalore attraverso una trasformazione del processo economico è diventato l’ideale della lotta proletaria. Ebbene, carissimi presenti, le opinioni che si sono formate su queste cose, in fondo si muovono tutte, nei circoli borghesi e non-borghesi, nella stessa e medesima direzione. Queste opinioni vanno tutte nel senso che il lavoro proletario per la produzione di merci necessariamente deve esso stesso essere trattato come una merce. Di fronte a ciò siamo forse costretti a guardare più profondamente nella vita economica nazionale e a porci la domanda: non potrebbe forse stare alla base qualcosa di completamente diverso da quello che credono sia proletari che non-proletari? Questo aspetto della questione sociale è stato davvero afferrato correttamente? Lo sviluppo dei fatti che il presente mostra, dimostra bene che non potrebbe essere così, che la cosa sia stata davvero afferrata correttamente. Se si entra più a fondo proprio in quello che qui è in questione, si osserva che quello che realmente accade nel processo economico deve certamente esaurirsi nella produzione di merci, nella circolazione di merci e nel consumo di merci. Si può chiedere: Che cosa dà effettivamente leggi a questo processo economico? Da che cosa dipende quello che accade nel processo economico?
Tutto quello che accade nel processo economico, comunque altrimenti si nasconda la cosa — torna sempre al bisogno umano, all’interesse umano. Tutto quello che accade nel processo economico confluisce nel fatto che venga prodotto quello che è sollecitato dal bisogno umano e che di conseguenza viene consumato dall’uomo. E ogni concezione di quello che, carissimi presenti, è la merce, si rivela falsa di fronte a uno studio economico reale, ogni altra concezione, tranne quella sola che la considera come quella che riceve il suo valore dal modo più appropriato in cui viene consumata dalla società umana, dall’uomo in generale. Attraverso il consumo più appropriato la merce riceve il suo valore. E tutto quello che è scambio di merci nel processo economico è precisamente da ciò determinato. I valori reciproci delle merci possono dipendere solo da come queste merci vengono consumate. Colui che penetra questo carattere fondamentale della merce all’interno del processo economico, vedrà chiaramente qualcosa che purtroppo non è divenuto chiaro per molti: che la forza di lavoro umana è qualcosa che non si può affatto paragonare a ciò che è merce, che perciò anche, poiché non si può realmente paragonare, poiché non esiste alcun rapporto fra forza di lavoro e merce, che perciò non può neppure essere merce. Un strano contraddittorio, non è vero? Da una parte si deve effettivamente riconoscere: La forza di lavoro umana è completamente non-paragonabile alla merce, non può quindi essere scambiata con essa; dall’altra parte si vede che all’interno dell’ordine economico attuale la forza di lavoro proletaria è effettivamente diventata merce. Che cosa sta alla base di questo contraddittorio vitale? Questo contraddittorio vitale ha alla sua base il fatto che effettivamente il datore di lavoro non può in realtà acquistare dal lavoratore la forza di lavoro.
E nel credere che possa acquistarla, ci si abbandona a un grande errore. È un errore fondamentale economico, che si esprime nel fatto che si crede di poter affatto acquistare la forza di lavoro umana. In realtà non la si acquista. Che cosa acquista il datore di lavoro dal lavoratore? In verità il datore di lavoro acquista dal lavoratore le prestazioni. La merce che il lavoratore produce, e il valore di questa merce è determinato dal rapporto della stessa con altre merci sul mercato del lavoro. E il fatto effettivo è che il datore di lavoro non paga affatto la merce che il lavoratore produce, che se ne sottrae, per così dire — spinto dal processo economico attuale — il pagamento, — si può già esprimere la cosa così radicalmente — e che paga invece qualcosa d’altro, che in fondo all’interno dell’ordine della società umana non dovrebbe mai essere pagato, perché non potrebbe mai essere merce, paga la forza di lavoro. E paga questa forza di lavoro nella misura in cui gli è possibile attraverso il fatto che tiene il potere economico in mani sue, che può per così dire esercitare una coercizione sul lavoratore, affinché questo lavoratore, per poter vivere, si metta davanti alla macchina, si rechi in fabbrica. Così la questione si presenta effettivamente, il fatto grave e significativo sta nel fatto che qualcosa nella nostra vita economica nazionale è stato spostato, che qualcosa viene celato, nascosto. Il fatto viene nascosto che si compra in verità merce dal lavoratore o si comprano prestazioni, ma ci si sottrae il compenso per questo acquisto, cioè in realtà non si compra, ma si costringe l’operaio a cederla volentieri, ricevendo in cambio qualcos’altro.
Mentre il proletario attuale se ne accorge, se ne accorge che la sua esistenza è indegna dell’uomo. E non si potrà mai penetrare in modo giusto nell’anima del proletariato moderno se non si è in grado di vedere la cosa così, se non si è capaci di elevarsi alla concezione: la merce deve essere consumata nel modo più appropriato, affinché il processo economico possa servirla nel modo giusto. Se la forza di lavoro proletaria diventa merce, allora deve assumere il carattere della merce, cioè deve essere consumata nel processo economico. Con ciò viene consumato l’uomo stesso, e in questo puro-essere-consumato sta quello che l’uomo proletario percepisce come indegno dell’uomo. Come è possibile allora che un simile mascheramento, una simile dissimulazione dei fatti sia effettivamente intervenuta? Su questo tanto i proletari quanto i non-proletari attualmente non vedono affatto chiaramente. Quello che si deve vedere su questo terreno è che l’inserimento della forza di lavoro umana nel processo sociale, nella convivenza umana non può affatto essere una questione della vita economica, che quello che regola questa forza di lavoro deve essere proprio tolto dal processo economico. Con ciò arriviamo a quello che è così necessario per la guarigione dell’organismo sociale, con ciò arriviamo a potere illuminare quale danno sia arrecato nell’ordine sociale odierno dal fatto che non si intende afferrare in modo giusto l’organismo sociale nella sua propria articolazione. Di fronte a questo organismo sociale, si è dell’opinione che debba essere un’entità unica, centralizzata. Questa opinione è altrettanto sbagliata quanto lo sarebbe se si credesse — ho già sottolineato questo nelle conferenze precedenti — se si credesse che l’organismo naturale umano sia un sistema único centralizzato.
Questo organismo naturale centralizzato ha per esempio, accanto ai processi del metabolismo, i processi della vita ritmica, della respirazione e della vita cardiaca, e i processi della vita sensitivo-nervosa, e tutto questo è centralizzato solo in un punto — agisce, ognuno con una certa autonomia e proprio attraverso la sua autonomia serve all’altro. Il polmone assorbe l’aria dall’esterno, completamente indipendente da quello che accade nei processi del sistema sensitivo-nervoso e nei processi del metabolismo. Ma proprio perché questi organi parziali sono autonomi, armonizzano fra loro nel migliore dei modi. Per quanto riguarda l’organismo sociale, non si è penetrati a una tale considerazione. Non si è giunti al riconoscimento del necessario rapporto in cui tutto l’economico nell’organizzazione sociale deve stare a tutto il giuridico. Nel corso del tempo più recente si è verificato che inizialmente le classi dirigenti hanno nazionalizzato certi rami della vita economica, come si dice. Si è ritenuto giusto, un progresso umano, socializzare rami della vita economica, come la posta, il telegrafo, le ferrovie e simili, si potrebbe anche dire, socializzarli. Con ciò si è aggiunto a quello che lo stato amministrava già prima come gestore, ulteriori rami di questa vita economica. L’inizio di questa socializzazione della vita economica l’hanno fatto i circoli dirigenti e direttivi. Ma su questa strada hanno seguito le concezioni dei circoli proletari e dei loro capi. E oggi quello che si pensa su questo terreno si concentra nella pretesa: della completa socializzazione di tutta la vita economica. Con ciò il proletariato ne trae soltanto l’ultima conseguenza con cui i circoli direttivi hanno iniziato e che certamente hanno limitato al loro vantaggio.
Ma se questo potesse realizzarsi, l’intero organismo sociale diventerebbe un sistema unico interamente centralizzato in se stesso. Ciò contraddice la sua salute. Esso deve, se vuole essere sano, essere articolato in sé nello stesso modo come lo è l’organismo naturale umano. Infatti, come quello che in questo organismo naturale umano come aria entra, per essere ulteriormente elaborato in questo organismo naturale, entra in modo completamente diverso, su una strada completamente diversa da come i generi alimentari entrano nel metabolismo, così quello che risiede nella vita giuridica, quello che agisce nella vita giuridica, nel sistema dei diritti pubblici, deve entrare nell’organismo sociale in modo completamente diverso da quello che risiede nella vita economica e che conduce alla produzione di merci, alla circolazione di merci e al consumo di merci. Che cosa governa la vita economica? Ebbene, l’ho già sottolineato: l’interesse umano. Le leggi devono realizzarsi all’interno della vita economica, che servono l’interesse umano. Qui sempre un uomo sta di fronte all’altro secondo l’interesse, il consumatore al produttore, una categoria di mestiere a un’altra categoria di mestiere e così via. Nell’organismo sociale sano, accanto a quello che si verifica soltanto in conseguenza dell’effetto degli interessi umani, deve sussistere un’altro membro di questo organismo sociale: quel membro in cui si sviluppa la vita dei diritti pubblici. Questa vita dei diritti pubblici si basa su impulsi umani che si sviluppano in modo completamente diverso, radicalmente diverso, di quanto accade negli impulsi che risiedono nei bisogni umani, che conducono al processo economico.
Quello che si esprime come bisogno nella vita umana e conduce al processo economico, scaturisce dall’elementare della natura umana e dell’anima umana. È qualcosa che non dipende direttamente dall’uomo come tale. Diversamente sta con il diritto, con tutto quello che come diritto pubblico può essere stabilito attraverso la convivenza umana. Questo diritto si forma in modo analogo come il linguaggio umano stesso. I bisogni umani sono dati dalla natura, nella misura in cui intervengono nella vita economica nazionale. Il diritto umano, che ha a che fare col rapporto da uomo a uomo, deve, nella misura in cui siete uomini, deve accendersi nel contatto immediato da uomo a uomo, come si forma il linguaggio, o per lo meno come si è formato, nel contatto da uomo a uomo. Mentre l’economia nazionale si occupa del rapporto fra i circoli di interesse, quello che è la vita dei diritti pubblici si occupa di rapporti che devono svolgersi indipendentemente da tutto il resto soltanto fra uomo e uomo. Rapporti devono essere fondati dal diritto, attraverso cui l’uomo si sente all’interno della società umana, degno soltanto come uomo. Tali impulsi giuridici, non possono scaturire dalla vita economica stessa. Se tali impulsi giuridici dovessero formarsi dalla vita economica stessa, essi sarebbero sempre soltanto una trasformazione degli interessi economici. Comunque ci si immagini lo stato o la società umana, o come lo si voglia chiamare, se in essa si stabiliscono diritti secondo l’interesse economico, allora questi diritti saranno soltanto l’espressione della rivelazione, soltanto la trasformazione degli interessi economici. Dall’organismo economico non può scaturire, altrettanto poco da quello che nella vita giuridica è presente, come non può scaturire dal metabolismo quello che è presente nel processo respiratorio.
Non si tratta, carissimi presenti, di quello che è evidente da sé, che gli uomini che stanno nella vita economica, sanno cosa sono i diritti fra uomo e uomo, ma si tratta del fatto che accanto alla vita economica indipendente nell’organismo sociale sano deve costituirsi una vita giuridica altrettanto indipendente, la quale attraverso la sua relativa autonomia può proprio intervenire nel modo corretto nuovamente nella vita economica. Niente ha mostrato più energicamente che ciò è una necessità, che il rapporto in cui la forza di lavoro umana è stata coinvolta nel processo economico moderno. Per comprendere questo, si deve soltanto rendersi conto di cosa si intenda qui per diritto pubblico. Nel processo economico si ha a che fare soltanto con merci, scambio di merci e così via. Nel processo economico non appartiene per esempio il rapporto di proprietà, il rapporto di proprietà appartiene nella vita giuridica. Perché? Cosa significa davvero se io sono proprietario, diciamo, di un terreno? Significa che gli ordinamenti umani, all’interno dei quali dimoro, sono stati fatti cosicché mi spetti come solo il diritto di usare questo terreno nel processo economico. È un diritto su questo terreno; è un diritto che è completamente diverso da quello che può accadere secondo le leggi del processo economico. E così si potrebbe addurre molto che stabilisse l’opinione che si deve avere sulla differenza fra la vera vita economica e la vita giuridica. La forza di lavoro umana per la sua natura, perché è non-paragonabile alla merce, come ho sviluppato, non appartiene per natura alla vita economica, ma alla vita giuridica. Non si deve concludere alcun contratto riguardante la forza di lavoro.
Essa deve essere inserita nella vita della società umana attraverso forze e impulsi completamente diversi. I contratti che si concludono all’interno della vita economica fra colui che dirige il lavoro e colui che lo compie, devono riguardare soltanto le prestazioni. Allora, se riguardassero le prestazioni, il proletario vedrebbe chiaramente come effettivamente stia dentro il processo economico; allora avrebbe una visione di quello che dal processo economico può fluire secondo la sua propria libera volontà al suo proprio sostentamento, e cosa è necessario per il sostentamento di tutto l’ordine sociale. Per quanto strano questo suoni ancora all’uomo oggi, allora l’operaio con quello che sfugge alla sua propria acquisizione dal suo lavoro, dalla sua prestazione lavorativa, sarebbe completamente d’accordo. Perché capirebbe ragionevolmente: Devo stare dentro l’organismo sociale, devo servirlo, e conclude con l’imprenditore un contratto, attraverso il quale non vendo la mia forza di lavoro, ma viene regolato, inserito in modo sano nella vita sociale, quello che io compio. Non si tratta, carissimi presenti, nella vita reale, che dai diritti della vita economica si sviluppino, ma si tratta del fatto che per così dire la vita stessa sia divisa, da un lato la vita economica, dall’altro lato la vita giuridica, che gli uomini da un lato si inseriscano in rapporti della vita economica secondo gli interessi umani, i bisogni umani e secondo quello che deve essere prodotto in base a questo, che dall’altro lato si sollevino fuori da questo puro processo economico e possano porsi in una tale convivenza umana, in cui solo il rapporto da uomo a uomo gioca un ruolo. Che si separi realmente, non soltanto in pensiero, non soltanto attraverso ordinamenti, ma realmente nella vita questi due campi, su questo si tratta.
Perciò, se oggi si parla di una guarigione dell’organismo sociale, allora bisogna anche parlare del fatto che accanto ad altre necessità in questo organismo sano da un lato c’è il corpo economico, in cui si tratta soltanto di circolazione di merci, dall’altro lato il corpo giuridico. Entrambi i corpi hanno la loro propria legislazione, hanno la loro propria amministrazione. La legislazione e l’amministrazione del corpo economico scaturisce dal processo di circolazione economica, dalle necessità di questo processo di circolazione. Da presupposti completamente diversi scaturirà quello che sarà stabilito sul rapporto da uomo a uomo dal corpo giuridico. E si può dire: Come stati sovrani devono stare uno accanto all’altro, la vera vita statale, che deve comprendere proprio la determinazione dei diritti pubblici, la sicurezza, quello che nel senso più stretto si chiama politico in generale, e la vita economica — come stati sovrani devono stare uno accanto all’altro. Proprio allora interverranno fra di loro nel modo migliore, come le singole parti dell’organismo umano intervengono fra di loro, quando sono autonome. A colui al quale ciò appare troppo complicato, carissimi presenti, lasci che se lo dica, ma certamente non si tratta di se una cosa appare complicata o meno complicata, ma se è necessaria rispetto alla vita; perché la vita stessa è complicata. Non appena la vita giuridica in modo sano si differenzia dalla pura vita economica, subito inizia la socializzazione dell’organismo sociale. Perché la vita giuridica agisce come tale da quello che deve stare alla sua base, dal principio democratico, socializzando.
Vede, carissimi presenti, il punto di vista da cui è sostenuta qui questa concezione, l’apprezzerete nel modo giusto solo se tentate di fare la giusta distinzione fra un pensiero che si rivolge teoricamente e astrattamente alla vita, e un tale pensiero che vuole essere concretamente radicato nella realtà della vita, che vuole realmente immergere nella realtà della vita. Nella scienza naturale si può ancora, perché non si manifesta così facilmente, far fronte con un pensiero astratto e teorico; di fronte alla vita sociale non si può. Di fronte alla vita sociale è assolutamente necessario un pensiero conforme alla realtà. Perciò, unicamente perciò questo pensiero nel momento presente sottolinea innanzitutto la necessità dell’articolazione dell’organismo sociale, perché è la più necessaria di tutte in questo momento. Chi oggi si domanda: Come deve conformarsi la vita economica affinché la forza di lavoro del proletario sia privata della natura di merce? — non raggiungerà molto; perché secondo le sue abitudini di pensiero giudicherà dalle circostanze esistenti, e crederà di poter trovare il giusto in modo così semplice. Il giusto non si trova in modo così semplice. Il giusto non dovrebbe affatto essere trovato e dettato dal singolo, ma il giusto dovrebbe essere proprio trovato attraverso la convivenza umana. Ma allora questa convivenza umana deve essere articolata nel modo giusto. Perciò la concezione qui sostenuta sottolinea: Se il corpo economico da un lato sussiste nella sua autonomia, dall’altro lato accanto a esso un corpo giuridico autonomo, allora gli stessi uomini che nel corpo economico rappresentano soltanto interessi economici, quando saranno eletti per il corpo giuridico, per la sua legislazione o amministrazione, allora lì, perché verranno in contatto con gruppi di uomini completamente diversi, verranno in contatto con questi cosicché si possa parlare solo del rapporto da uomo a uomo; non rappresenteranno interessi economici nel senso stretto, ma rappresenteranno puri interessi di umanità, interessi sociali di umanità.
Che davvero accanto all’organismo economico sussista l’organismo giuridico, su questo si tratta. Perché allora da questo organismo giuridico autonomo verrà fuori, sia per quanto riguarda la legislazione fiscale, sia per quanto riguarda qualsiasi altra cosa, allora verrà fuori da questo organismo giuridico autonomo quello che è appropriato, quello che è sanante. Certamente, si può già credere oggi che molto di quello che si tenta sia simile a quello che è richiesto qui. Colui che entra più a fondo nella cosa, scoprirà che proprio il solito pensiero del tempo odierno procede nella direzione opposta. Una certa idolatria dello stato è quello che ha preso piede in tutti gli animi. Perciò vita economica e stato, la vita politica e il processo economico devono diventare un’unità. Come si è detto, in questo punto proletari e non-proletari non vedono quello che è appropriato. Non si tratta di stabilire un programma sociale, ma si tratta di intendere come la vita della società umana deve svilupparsi, affinché allora da questa vita della società attraverso quello che gli uomini faranno, scaturisca il sano, si formi il sano. Ma nel tempo più recente si è resistito proprio a questo sano. Sempre più ci si è trovati piacevole statale. E coloro che vollero mantenersi la vita economica privata, cercavano almeno in qualche modo di appoggiarsi allo stato, affinché poi con l’aiuto dello stato potessero rappresentare i loro interessi privati.
Una confusione, una fusione della vita economica con la vita statale, che invece dovrebbero rimanere rigorosamente separate per l’organismo sano, una tale fusione è per molti diventata proprio l’ideale. In modo analogo sta la cosa per quanto riguarda la vita spirituale. La questione sociale oggi non è solo unitaria, è nel senso che ho appena tentato di sviluppare, in primo luogo una questione economica, una questione economica nel senso che si devono cercare i mezzi e le vie affinché nell’organismo sociale stesso attraverso la giusta cooperazione dell’umanità la forza di lavoro sia sollevata dalla circolazione di merci. È, questa questione sociale, una questione giuridica, perché deve essere intesa in modo comprensivo come la vita giuridica indipendente è proprio quello che agisce socializzando, quella vita giuridica indipendente di cui oggi per il corso della storia recente non abbiamo neppure i fondamenti. Ma qualcosa di analogo deve essere detto per quanto riguarda la vita spirituale. Su come, l’ho già accennato nelle ultime due conferenze, essa si intrecciona profondamente nella questione proletaria contemporanea, senza che proletari e non-proletari si facciano le giuste rappresentazioni al riguardo. E ho già sottolineato uno: sempre ancora colui che — come si è detto — non pensa sopra il proletariato, ma con il proletariato, sempre ancora può udire dal proletariato stesso o dai capi del proletariato: Quello che accade nella vita spirituale, tutto l’artistico, tutto il religioso, tutto lo scientifico, il costume, il diritto e così via, è veramente un’ideologia, è qualcosa che non ha una sua propria realtà indipendente, ma è qualcosa che scaturisce dal processo economico, che è per così dire una sovrastruttura spirituale del processo economico, a seconda del rapporto in cui le classi economiche inizialmente stavano nel corso storico dell’umanità, a seconda di come stanno oggi, a seconda del modo in cui il singolo uomo è legato a quello che ha da fare nella vita economica, a seconda di questo si forma rappresentazioni, sentimenti artistici, credenza religiosa.
Questo si riflette nella vita economica puramente materiale in queste rappresentazioni, in questi sentimenti. Questi agiscono forse pure a loro volta sui fondamenti di genere economico da queste rappresentazioni, da questi sentimenti. Ma originariamente queste rappresentazioni, questi sentimenti si radicano decisamente nella vita economica puramente materiale, sono soltanto il riflesso di essa. Questa è la convinzione di fondo dell’anima proletaria odierna. Questo si può sempre ancora sentire continuamente, e si contiene nella parola: Tutta la vita spirituale è veramente solo un’ideologia. E si è potuto osservare come questa posizione di fronte alla vita spirituale, scaturendo dalla completa disposizione del proletariato, riempia l’anima proletaria, sebbene essa non l’intenda ancora, sebbene tutto questo si svolga nei concetti inconsci, nascosto. Veda, queste cose si imparano veramente dalla vita, agisce completamente diversamente quello che si è, potrei dire, sviluppato contemporaneamente allo sviluppo della tecnica moderna e del capitalismo moderno nello sviluppo storico dell’umanità, agisce completamente diversamente questo pensiero scientificamente orientato sulla persona delle classi di uomini prima direttive e sul proletario. Per quanto le classi dirigenti di uomini saranno sempre di nuovo inclini a dire: Ah no, il proletario non vuole questo da alcuna concezione scientifica, ma è una questione di pane o simile.
Certamente, è anche una questione di pane; ma come questa questione di pane si manifesta, questo è connesso con tutt’altre cose, non è affatto orientata in modo così banausico come molti appartenenti ai circoli dirigenti credono. E vero è proprio questo, che nel tempo in cui una certa forma di orientamento scientifico aveva assunto la vita spirituale degli uomini nei circoli direttivi, proprio allora l’operaio fu legato alla macchina, alla fabbrica, che fu strappato da altri contesti di vita e non aveva altro contesto di vita. Perché presso la macchina desolata, e nel capitalismo senz’anima, per lui non risulta alcun contesto di vita. Allora fu costretto a rispondere da se stesso a quello che gli dà risposta alla domanda: Chi sono io propriamente come uomo nel mondo e nella società umana stessa? — da se stesso, dalle sue profondità più intime. Allora rivolse la sua grande fiducia, la sua fiducia senza limiti ai circoli dirigenti e ricevette da questi circoli dirigenti come eredità l’orientamento scientifico. Dinanzi a questo il proletario era in una situazione completamente, completamente diversa dagli appartenenti ai circoli dirigenti, ai circoli direttivi. Questi circoli dirigenti, direttivi potevano ben passare a quella scienza moderna, che dà buon conto del naturale, anche del corso naturale dello sviluppo umano dal lebbroso vivente più basso fino all’uomo completo di oggi. Ma questi circoli dirigenti non dovevano porsi la domanda così: Come sto propriamente nella società umana, se questo è vero dell’uomo? Avevano le loro vecchie tradizioni, sebbene non credessero più a queste vecchie tradizioni, sebbene fossero spiriti forti, persino atei, stanno nella società umana, così come questa società umana è stata formata, certamente non secondo il principio dell’orientamento scientifico, ma da vecchi impulsi religiosi, da vecchi impulsi sociali, che veramente non hanno nulla a che fare con l’orientamento scientifico odierno.
Sì, carissimi presenti, si può essere un naturalista Vogt, un divulgatore scientifico come Büchner, si può essere completamente persuasi che tutto quello che accade è solo dentro l’ordine naturale, ma non si arriverà così che a una certa convinzione teorica per la testa. Con il suo uomo intero si sta dentro l’ordine della società umana, la cui struttura è condizionata in modo completamente diverso da quella fondazione scientifica. Questo bisogna impararlo nella vita, quello che significa che l’uomo orientato borghesemente può guadagnare una convinzione scientifica attraverso il modo di pensare scientificamente orientato. Ma il proletario ha bisogno di quello che all’altro uomo dà la religione, e l’esigeva dall’orientamento scientifico. Si può, se ci si lascia insegnare dalla vita, tracciare la differenza di come in modo diverso parla dall’anima la concezione scientifica nell’appartenente ai circoli precedentemente dirigenti, e come si infila diversamente nell’anima del proletario, quando gli si parla di questo orientamento completamente scientifico, che dovrà mostrargli la sua posizione come uomo fra gli uomini, come uomo nel mondo e nella società umana in generale. Mi permetta, se debbo pure entrare nel personale per un momento, di addurre un esempio che potrebbe facilmente essere moltiplicato per cento. Stetti una volta sullo stesso podio, immediatamente, tenendo un discorso di fronte a un’assemblea abbastanza grande del proletariato berlinese insieme a Rosa Luxemburg, tragicamente scomparsa di recente. Rosa Luxemburg parlò allora ai proletari della scienza e dei lavoratori.
Parlò a suo modo semplicemente e appassionatamente. Parlò come qualcuno che parla nel senso dell’orientamento scientifico moderno. Disse a questa gente che è un pregiudizio credere che l’uomo discenda da qualcosa che sia angelico, che radichi in qualche modo nella vita spirituale della preistoria. No, disse, un tale angelo non era l’uomo nella preistoria, un tale angelo l’uomo non era affatto al posto dell’uomo primitivo; si comportava in modo estremamente indecente, arrampicandosi come una scimmia sugli alberi, e da tali inizi si era elevato al suo stato attuale. Questo non fonda quelle distinzioni che oggi si fanno nell’ordine umano, fonda una coscienza completamente diversa dell’uomo come uomo. Veda, carissimi presenti, questo è qualcosa che il proletario ha sempre di nuovo sentito. E quando si parla di proletariato incolto, semplicemente non si sa quello che accade nel movimento proletario. Ma è anche qualcosa che afferra la sua anima completamente diversamente, afferra con la forza di una professione di fede, come afferra l’anima nei circoli dirigenti. Su questo si deve guardare. E allora, allora si sarà educati a riflettere su da dove viene veramente questo. Allora si giungerà al seguente. Allora si giungerà al fatto di poter rispondere alla domanda di come sia effettivamente andato, quando — come ho già detto — contemporaneamente allo sviluppo della tecnica moderna e del capitalismo moderno qualcosa di diverso si è sviluppato. L’altro che si è sviluppato è proprio questo, che l’anteriore, relativamente indipendente vita spirituale scaturita dagli istinti dell’umanità, che però oggi devono passare a impulsi consapevoli, che scaturita dagli istinti si è sviluppata una certa indipendenza della vita spirituale.
I circoli dirigenti, i precedentemente dirigenti, i loro interessi erano connessi con lo stato che emergeva. Quello che oggi chiamiamo «stato» è veramente soltanto quattro secoli vecchio. Ed è un pregiudizio credere che nel nostro sviluppo storico nel nostro senso ci siano sempre stati stati. Lo sviluppo precedente era qualcosa di completamente diverso. Ma con quello che si è lì sviluppato, si sono connessi gli interessi dei circoli dirigenti, direttivi. Solo gli interessi del proletariato moderno se ne sono rimasti esclusi, sono semplicemente stati esclusi dal moderno processo economico. La conseguenza era: Come i singoli circoli, singole aree della vita economica nel tempo più recente sono state introdotte nello stato, così la vita spirituale è stata introdotta nello stato, le scuole, i licei, le università; e si tende infatti sempre più a introdurre sempre di più in questa vita puramente politica dello stato. Che cosa accadde da ciò? Accadde questo, che lo stato succhiò la vita spirituale. E chi segue precisamente il processo che qui si è svolto, sa che mediante ciò non soltanto l’amministrazione, la legislazione di questa vita spirituale divenne dipendente dallo stato, ma grandemente dipendente è pure il contenuto della cosiddetta scienza e dei rimanenti rami spirituali dalla vita statale dei circoli prima dirigenti. Lo stato divenne determinante per gli impulsi dell’attività spirituale dell’umanità. Da ciò derivò che lo stato facesse rappresentare i suoi interessi attraverso queste potenze spirituali. E la conseguenza fu che proprio quello che si manifestò nella vita spirituale diventò un riflesso, diventò una sovrastruttura soltanto degli interessi che dai circoli dirigenti erano connessi con la vita statale.
È la verità che attraverso un processo storico la vita spirituale è diventata un riflesso, una sovrastruttura, un’ideologia nel tempo in cui il proletariato era escluso dalla partecipazione a questa vita statale. Che cosa altro poteva volere se non come le altre classi partecipare a questa vita statale? E così vediamo come questa vita spirituale — soltanto in matematica non funziona così, ma negli altri rami — veramente è diventata un riflesso di quello che si disputa all’esterno nella vita puramente politica secondo gli interessi dei circoli dirigenti. Forse proprio nella catastrofe attuale dell’umanità si potrebbe ormai convincersi di ciò. Chi si è preso il disturbo di seguire quello che è accaduto nel corso della storia tedesca con il suo culmine nella catastrofe mondiale, potrà benissimo capire che quello che gli eruditi hanno raccontato agli uomini come «storia», era soltanto un’espressione dei vari campi della volontà statale dei poteri dominanti. Perché vorrei porre la domanda: Sarà forse la storia degli Hohenzollern in futuro come è stata finora? Tradirà assai come fino a ora era un riflesso di quello che volevano i circoli dirigenti secondo i poteri che avevano. (Applausi.) È particolarmente evidente in un tale esempio. Ma questi esempi potrebbero essere moltiplicati attraverso quello cui si applica il corrispondente forse non così radicalmente, ma forse proprio perché viene celato, ancora più efficace. Questo vide, carissimi presenti, il proletario moderno. Da ciò si formò la concezione che veramente tutta la vita spirituale sia soltanto una riflessione, soltanto una sovrastruttura di quello che accade in basso nel processo reale.
E poiché gli era negata la partecipazione alla vita politica, si formò la concezione che tutto lo spirituale sia soltanto un riflesso del processo economico come tale. Chi veramente ha la possibilità, ha addirittura la capacità di penetrare questi processi, giungerà al riconoscimento che, quando all’alba dei tempi moderni il proletariato portò grande fiducia ai circoli dirigenti, disposto a ricevere da loro come eredità quello che nella vita spirituale si era sviluppato, questo germogliare, che è diventato un’eredità che infelicemente riempie di disgrazia l’anima. E così accadde che il proletario moderno è stato collocato in rapporti che egli percepisce a suo modo come indegni dell’uomo, ma che ancora oggi pensa continuamente, continua a pensare sui rapporti nel medesimo senso come l’ha imparato dai circoli dirigenti. In questo riguardo, carissimi presenti, si fanno le più strane esperienze sulle illusioni umane. Colui che sa che nell’anima proletaria e soprattutto nell’anima dei pensatori che servono la vita proletaria proprio germogliano le ultime conseguenze del pensiero borghese, sa che è necessario che la questione sociale sia anche compresa nel suo terzo aspetto come questione spirituale. Solo allora è compresa come questione spirituale quando il proletariato, oltre a tutto il resto che vive nella sua anima, vive anche il fatto che vorrà pensare diversamente da come ha imparato dai circoli dirigenti. Questo non se l’aspetta forse neppure colui che guarda più profondamente nei processi della storia recente. Forse sarà ancora più spaventoso di quello che accade oggi, per colui che è spaventato da tale cosa, se i proletari neppure ancora arrivassero al riconoscimento che non devono trasformare i rapporti in cui si sentono infelici, ma che l’umanità deve ripensare, deve pensare diversamente ai rapporti stessi.
Si giungerà a questo, che quello che è l’orientamento scientifico contemporaneo deve essere superato, e che deve essere accolta una nuova vita spirituale — una nuova vita spirituale, per cui forse proprio il proletario, perché è il primo che potrà dubitare dell’antico, nel modo giusto è preparato. Forse è proprio il proletario il vero uomo moderno, mentre gli altri non riescono a liberarsi da quello che sono le vecchie tradizioni. Si può di nuovo, soprattutto me — mi scusi se debbo di nuovo accennare per un momento al personale —, si può forse proprio a me fare l’obiezione: Ebbene, tu altrimenti parli di una vita spirituale, certo la riterrai per giusta. Credi che i proletari odierni accolgano più volentieri questa vita spirituale che la borghesia o altre classi dirigenti? — Certamente non credo questo per il tempo attuale, perché i fatti parlano chiaramente del contrario. Ma anche in questo riguardo giudicano già i proletari come proletari? Sono i proletari diventati abbastanza liberi per trarre un giudizio dal loro interiore, dal loro vero interiore? Non hanno ricevuto proprio l’orientamento scientifico, tutta la disposizione spirituale interiore dell’uomo dai circoli dirigenti? I circoli dirigenti sono, perché vivono nelle vecchie tradizioni, e perché la nuova direzione spirituale deve radicalmente spezzare con le nuove tradizioni per quanto riguarda il pensare, il sentire e il volere dell’uomo, i circoli dirigenti sono naturalmente contrari a questa nuova vita spirituale. E gli altri hanno imparato dai circoli dirigenti — naturalmente a parte le eccezioni — a esserne contrari.
Quando una volta giungerà il momento in cui il proletario sentirà che per la mancanza di una vita spirituale l’anima umana deve divenire deserta, che qualcosa di completamente diverso è necessario che una pura ideologia, un puro riflesso della realtà puramente materiale, allora certamente non farà ritorno alle vecchie tradizioni di concezione del mondo; ma avrà bisogno della conoscenza della connessione fra l’uomo e il mondo spirituale. Nel modo giusto questa conoscenza della connessione dell’uomo col mondo spirituale potrà inserirsi nell’organismo sociale solo se al già menzionato due aspetti dell’organismo sociale sano se ne aggiunge un terzo, se viene annullato in certa misura quello a cui ha spinto lo sviluppo degli ultimi secoli, se quello che sul terreno della vita spirituale è stato statizzato, viene di nuovo de-statizzato, se accanto al corpo economico in sé indipendente, al corpo giuridico in sé indipendente, un terzo ambito dell’organismo sociale sta, l’ambito della vita spirituale, che è immediatamente liberato da tutti gli altri influssi e impulsi, che è posto puramente su se stesso. Solo allora può prosperare, solo allora la vera vita spirituale può afferrare l’uomo, quando questa vita spirituale può scaturire dall’iniziativa umana libera. Si può anche, se le potenze lo costringono, imparare qualcosa naturalmente. Ma provare l’effetto dello spirito, vivere lo spirito, come solo allora agisce veramente e validamente per la convivenza umana, non si può, se lo spirito non è posto su se stesso. E così strano che ancora suoni alle abitudini di pensiero degli uomini odierni, dobbiamo tendere al tempo in cui non soltanto il corpo economico ha la sua propria legislazione e amministrazione dal suo proprio rapporto, non soltanto la vita giuridica riceve la sua struttura democratica dal rapporto da uomo a uomo, ma dove anche la vita spirituale nella completa indipendenza da economia e stato è posta puramente su se stessa, in modo che possa proprio attraverso le sue produzioni recare ancora più beneficio allo stato e alla vita economica, perché le sviluppa proprio attivamente sul suo proprio terreno.
Su questa cosa gli uomini oggi pensano, potrei dire, ancora così molto, molto regredita. Pensano soprattutto secondo le abitudini di pensiero comode. Sempre di nuovo si vive il fatto che la domanda viene posta anche riguardo la parte spirituale della questione sociale, ebbene, che cosa vogliono propriamente i proletari? Non ci sono già oggi sforzi sufficienti? Non vengono fondate qui e là tutte le possibili associazioni educative, dai circoli dirigenti tenute conferenze, date altre possibilità di istruzione per il proletariato? Ebbene, carissimi presenti, il proletariato può andare a tutto questo. Che cosa vi riceve? Proprio quello che ha ricevuto per secoli, e quello che percepisce come un’ideologia, come una pura sovrastruttura spirituale dell’ordine economico, che in fondo per il vero sviluppo della sua anima non può avere utilità. Si può giustificare bene tutto questo, non ha valore per la guarigione dell’organismo sociale. Per la guarigione dell’organismo sociale ha valore solo se ci si rivolge a una direzione spirituale che si rende indipendente dagli altri due ambiti sociali, che pertanto è idonea a portare di nuovo vera vita spirituale nello sviluppo dell’umanità. Quale sarà la conseguenza che questa vita spirituale imprima al marchio alle persone per il loro intero essenza umana e per la consapevolezza della loro dignità umana, che possa essere per loro un vero bene di vita?
Dalla vita spirituale che nel modo descritto è passata come eredità dai circoli dirigenti al proletariato, il proletariato non può che pensare che sia propriamente più o meno per il migliore intrattenimento per i circoli dirigenti. E infine, nella maggior parte dei casi è veramente solo per questo, che i circoli dirigenti l’hanno finalmente portato al punto che formano una società chiusa per sé con la loro vita spirituale. C’è l’abisso fra quello che come arte, come religione, come scienza, come costume persino e anche come diritto l’appartenente ai circoli dirigenti ebbe per sé, e quello che colui che sta fuori da questi circoli dirigenti come proletario, affatto non può comprendere, a cui non può sviluppare alcun rapporto, perché è nato dai puri impulsi dei circoli dirigenti, che mirano a fare di questi circoli dirigenti una società chiusa. La mutua intesa sarebbe possibile soltanto se ci fosse una vita spirituale comune. Questa vita spirituale comune può in primo luogo nascere sulla base dello stato giuridico che agisce socializzando, che si articola fuori dal corpo economico. E può nascere dall’altro lato se viene completamente emancipata dai due altri poteri la vita spirituale stessa. Perché questa vita spirituale avrà una forza di spinta completamente diversa da quella che oggi si ritiene sia la vita spirituale. E questa vita spirituale sarà sostenuta dall’anima, avrà la capacità di riempire l’uomo completamente diversamente, come una volta le concezioni religiose riempivano, a cui il proletariato moderno certamente non farà mai ritorno. Così effettivamente la questione sociale nel senso più eminente è una questione spirituale, carissimi presenti. È l’anelito per una nuova vita spirituale. E un tentativo di soluzione su questo terreno non può avvenire che attraverso il fatto che ci si acquista il senso per quello che vuole penetrare nell’umanità come una tale nuova vita spirituale indipendente.
Le obiezioni sono sempre a buon mercato. Si può iniziare dalle più basse obiezioni; si può dire: Ebbene, rendiamo libera la scuola, in modo che innanzitutto il suo mantenimento riposi solo su quello che volontariamente la gente dona, allora faremo di nuovo ritorno all’era dell’analfabetismo. — Non faremo certamente ritorno a questo, carissimi presenti, come d’altronde neppure gli studi superiori soffriranno se vengono liberati dagli altri poteri; bensì vedremo come proprio allora, quando questa vita spirituale viene emancipata dagli altri poteri, essa reagisce nel modo giusto su quegli uomini che altrimenti stanno nella vita economica o giuridica. Reagirà perché proprio allora portano in sé la consapevolezza, essi e coloro che li devono guidare, di condurre a questo libera volontà a questa vita spirituale, affinché possano crescere nel resto dell’organismo sociale sano. Non si tratta di quello che l’uno o l’altro oggi vuole riguardo questo organismo sociale sano, ma di quello che gli uomini faranno quando lo si aspira, o quando almeno lo si realizza fino a un certo grado. Gli uomini allora certamente, diciamo, per esempio al corpo amministrativo dello stato giuridico, ammetteranno soltanto colui che ha una certa istruzione scolastica. E io, credo davvero di appartenere a coloro che non solo possono pensare sopra il proletariato, ma possono pensare con il proletariato. So quello che si farà valere negli uomini che cresceranno fuori dal proletariato moderno e si inseriranno nell’organismo sociale tripartito e sano. Questi uomini certamente non rifiuteranno di ammettere nella vita politica soltanto coloro che hanno raggiunto una certa istruzione scolastica.
Con ciò l’analfabetismo avrà termine, dove persiste ancora oggi; certamente non comincerà nuovamente. Così si risolvono questioni concrete quando oggi è soprattutto importante sottolineare i grandi impulsi come tali. Abbiamo bisogno oggi di una concezione conforme alla realtà di queste cose, una tale concezione che possa immergersi nella vita e farsi rappresentazioni delle forme che la vita deve assumere, affinché in questa vita gli uomini dai loro impulsi per poco a poco rendano sano l’organismo sociale. Perché sempre e ancora deve essere ripetuto: La questione sociale è emersa, si mostra, si rivela in fatti grandiosi, in fatti per molti assai spaventosi. Non è emersa come se ora domani la si potesse risolvere attraverso questo o quello, e poi sia risolta, allora cessi di nuovo — no, lo sviluppo dell’umanità è tale che la questione sociale è una volta qui, che deve essere vista in questa triplice maniera come questione economica, come questione giuridica e come questione spirituale, e che, quando gli uomini la vedono così, quando una percezione di ciò diventa così un sentimento sociale, che per l’uomo diventa una richiesta evidente, di mantenere separate le tre articolazioni dell’organismo sociale, allora sempre dalla condotta umana risulterà la continua soluzione di questa questione sociale. Perché la vita economica userà sempre l’uomo in certa misura. La vita giuridica deve sempre proteggerlo da questo uso, sempre custodirlo da quello che vuole la vita economica. La questione sociale non può essere risolta in una volta, la questione sociale viene risolta nel continuo divenire. E acquistare intuizione su di essa significa: dal principio immergersi nel divenire dell’umanità come ha l’alba del mattino nel presente, come il sole deve alzarsi sempre più verso il futuro.
Così certamente risulta che una visione conforme alla realtà deve vedere la questione sociale in modo completamente diverso come la si vede di solito. Si pensa che per questo o quello la si possa risolvere; per questo la si potrebbe risolvere, se si tende la mano a una trasformazione dell’organismo sociale stesso, sì, a una vera formulazione del corpo sociale, a un organismo che ha le tre articolazioni descritte, che allora, quando sono autonome, possono cooperare nel modo giusto. Finché non si entra in queste cose, non si eserciterà una vera arte medica dell’organismo sociale nella questione sociale. Da qualunque parte venga il tentativo, da parte proletaria o non-proletaria, si eserciterà medicina scorretta. E le cose oggi sono tanto progredite, carissimi presenti, che ci si dovrebbe veramente porre la seria domanda: Come non si esercita medicina scorretta su questo terreno, ma vera arte medica? Naturalmente non penso che una tale cosa potrebbe essere raggiunta da oggi a domani. Neppure i socialisti pensano questo; parlano di uno sviluppo lento nella misura in cui stanno su una certa base di ragionevolezza. Ma in ogni singolo provvedimento che l’uomo intraprende, oggi già può orientare il suo pensiero, la sua azione verso la tripartizione dell’organismo sociale. Quando sorge in coloro che comunque vogliono partecipare — e questo è in fondo qualcosa che è concesso a ogni persona al suo posto, a uno con maggiore, a un altro con minore responsabilità —, quando in coloro che così vogliono partecipare al divenire nell’ordine sociale, quando in loro matura lo sguardo: L’organismo sociale deve articolarsi nelle tre articolazioni descritte, caratterizzate, quando tutto quello che si fa nella legislazione, tutto quello che pure si fa nell’amministrazione, tutto quello che pure si fa nella vita ordinaria, è orientato in questo modo, allora andiamo incontro a quello a cui dobbiamo andare incontro.
Si pensa facilmente su: Come la felicità è fondata attraverso l’organismo sociale? Non è un pensiero giusto. Un pensiero giusto è, carissimi presenti, che innanzitutto ci si chiarisca: Per mezzo di cosa l’organismo sociale è vitale, per mezzo di cosa l’organismo sociale è sano? Allora proprio risulterà, perché in questo la vita spirituale è emancipata da altri poteri, perché la vita giuridica sta nella sua autonomia, perché questa vita giuridica nella sua autonomia agisce socializzando sulla vita economica, risulterà proprio da ciò la possibilità che in questo organismo sociale sano attraverso fattori completamente diversi da quelli dei suoi processi stessi, venga fondato quello che gli uomini chiamano un’esistenza degna, forse anche una felice. L’organismo umano, l’organismo naturale, deve essere sano. Che sia sano, ci dà questo già l’elevazione dell’anima, la vita dell’anima soddisfacente? No, non ce lo dà. Il nostro organismo, se è malato, certamente, abbassa la vita dell’anima, ci rende infelici, umanamente compreso. Ma se è sano, dobbiamo ancora aspirare a qualcosa d’altro per avere nell’organismo sano un’anima lieta, una mente contenta, un’anima interiormente riempita dalla vita spirituale. Potremo questo solo se abbiamo l’organismo sano, se non ci paralizza la malattia. L’organismo sociale deve essere condotto alla vitalità; allora gli uomini che vivono nell’organismo sociale vitale e sano, potranno da altri fattori della vita fondare per sé la loro felicità.
Il mondo proletario — su questo non si deve cedere a nessuna illusione — oggi non può, perché è incatenato al puro organismo economico. Deve essere liberato, nel sano organismo sociale deve essere liberato dalla pura vita economica. Allora solo l’impulso sociale assumerà il giusto carattere contemporaneo nella massa dell’umanità proletaria. Nel momento stesso in cui si esprimono queste cose, il loro peso per la vita presente deve essere sentito, carissimi presenti. In queste cose sta colui che si dedica a esse, come credo, con vera comprensione interiore, non così, che vuole soltanto guadagnare un’opinione o vuole avere ragione in qualche forma, ma così, che innanzitutto pensa a guadagnare quello che può penetrare nella vita reale, quello che può penetrare nei cuori degli uomini, nelle loro anime, da cui però devono scaturire le loro azioni e le loro condizioni di vita. Quello che qui esprimo in queste conferenze, l’ho espresso da più tempo, anche mentre imperversava la terribile catastrofe della guerra. L’ho detto a molti che allora erano in posizione direttiva, l’ho detto da un lato con le parole: Non è inventato, non è che si creda che rappresenti qualcosa di pensato, ma quello che è rappresentato qui, è tratto dalle concezioni delle forze di sviluppo dell’umanità, soprattutto dell’umanità europea per i prossimi dieci, venti, trenta anni. Questo vuole realizzarsi. Che voglia realizzarsi non dipende da nessuno di noi, si realizzerà perché sta dentro lo sviluppo dell’umanità e vuole realizzarsi obiettivamente. Si può soltanto dire all’uomo che comunque vuole intervenire nella vita sociale: Hai la scelta, o intervieni nel senso di queste forze o ti opponi. Nel primo caso è possibile servire lo sviluppo dei tempi attraverso la ragione; nell’altro hai semplicemente da aspettare inattivo rivoluzioni e cataclismi.
Queste rivoluzioni e cataclismi sono giunti più velocemente di quanto molti credessero, a cui anni fa ne avevo parlato. E ora assume forme diverse. E già ci sono più uomini che portano comprensione a tali cose, perché i fatti oggi parlano ancora più chiaramente. Ma dall’altro lato dissi anche il seguente a coloro a cui potei parlare della medesima cosa che qui ho già sviluppato: Mi potrei immaginare che gli uomini iniziassero ad affrontare le cose nella realtà in modo da muoversi in questa direzione, quella indicata nel trattamento della questione sociale. Allora potrebbe da ciò scaturire qualcosa che forse lascerebbe non uno dei miei detti pietra su pietra, che però avrebbe effetto salutare. Perché non ho la credenza di essere così intelligente da sapere ogni dettaglio, come si deve fare, ma fraglosamente ho la credenza che con queste cose la realtà come tale è affrontata. E se ci si mette in relazione con una tale realtà, allora gli uomini che si porranno in questo organismo tripartito saranno così intelligenti che, agendo insieme, colpiranno il giusto. Perciò non uno dei detti che oggi esprimo ha bisogno di rimanere pietra su pietra, tutto può venire diversamente, ma sarà così come sta nella direzione della realtà dello sviluppo. Questo è quello a cui importa. Perciò fu per me una certa soddisfazione — ogni uno tenta di fare quello che può fare nel posto su cui il destino della vita l’ha posto — fu per me una certa soddisfazione quando vidi come un appello che vuole parlare agli uomini da quello che risulta dalla terribile catastrofe degli ultimi anni, un appello che contiene anche quello in brevi parole, con poche frasi soltanto accennanti, ma che sottolinea che questo deve essere fondato in tutti i dettagli, questo appello in un tempo relativamente breve ha trovato più di cento firme in Germania, contro cento firme anche fra i Tedeschi dell’Austria, e adesso anche già firme da personalità svizzere, che per questa cosa siamo obbligati a valutare particolarmente.
E credo che attraverso questo appello che nei prossimi tempi deve comparire, sostenuto da quelle personalità che oggi già più o meno intensamente, o meno intensamente, possono porsi in accordo con un tale volere, come è caratterizzato qui, che con questo appello, credo, un inizio sarà stato fatto. Allora svilupperò quello che in questo appello è soltanto accennato, quello che in questo appello si deve sentire attraverso quello che già si intende da sé, lo svilupperò attraverso un libretto che presto apparirà sulla questione sociale e i suoi vari punti focali e le sue possibilità di soluzione. Questo libretto è già in stampa. E così spero, carissimi presenti, che proprio quelle idee, di cui credo che corrispondano a una visione sociale conforme alla realtà, possano penetrare nella presente epoca pesante — sostenute ormai già da un numero maggiore di persone che vi riflettono — possano penetrare nella scena umana. Ed è necessario. I fatti che oggi si mostrano all’orizzonte del divenire storico mondiale, questi fatti l’esigono. E sarebbe un’omissione se non ogni singolo al suo posto oggi non tentasse di acquisire qualche giudizio che possa realizzarsi nelle sue azioni, un giudizio di acquisire su: Che cosa è veramente necessario? Quale è effettivamente la vera forma di quello che è chiamato movimento sociale? Oggi si deve già fare l’inizio con quello che deve essere più tardi tale istruzione scolastica come le tabelline oggi, o come le quattro operazioni.
Si deve fare l’inizio con il riconoscimento: Come si configura la questione sociale come questione economica, come questione giuridica, come questione spirituale? E potrà l’umanità futura vivere se deve continuamente, in sempre ricorrenti tentativi risolvere all’interno della strutturazione della struttura sociale la questione sociale come questione economica, giuridica e spirituale? Così potentemente parlano i fatti odierni, e così potentemente penetrano già nella vita di molti uomini. E già si mostra che penetreranno nella vita di ogni singolo uomo. Così potentemente si manifestano questi fatti. Nella forma in cui si rivelano, devono muovere gli uomini al giudizio, al sentimento: Devo acquisire me un qualche punto di vista su questo terreno, non devo più stare come con anima addormentata nel trambusto attuale dei fatti. Altrimenti, se non riuscisse ad acquisire una qualche comprensione per uno sviluppo ulteriore scaturito dall’anima in queste cose, allora dovrebbe accadere che semplicemente gli istinti degli uomini acquistino il dominio, che questi istinti prendano la decisione che allora però non è alcuna decisione, ma una terribile prova dell’umanità, una terribile prova dell’umanità, che gli istinti questo inferno, questo terribile destino portassero. Di fronte a quello che oggi germinalmente si mostra, ma che però forse, se ogni singolo con sé si consulta, ancora può essere evitato, questo ci mette sempre di nuovo sulle labbra le parole, le lasciam venire su dal cuore che vuole partecipare al destino dei tempi e al destino degli uomini in questo tempo: Si tenti di penetrare nell’essenza del movimento sociale, prima che sia troppo tardi. LA QUESTIONE SOCIALE Winterthur, 26 febbraio 1919
Signore e signori caramente onorati! Quella che oggi si chiama la questione sociale si è mostrata all’orizzonte del divenire storico moderno da più di mezzo secolo, e l’umanità avrebbe avuto l’occasione di riflettere su ciò che si esprime nelle rivendicazioni sociali del movimento riguardato da questa questione. Nel corso di questo tempo gli uomini hanno adottato misure, minori, medie, maggiori, pensate su scala più ampia dal punto di vista statale, attraverso le quali si è cercato, nel modo migliore che si sapeva, di soddisfare queste rivendicazioni.
Ma ora, dal momento che da quella terribile catastrofe bellica degli ultimi anni questa questione sociale — che fino ad allora, rispetto a ciò che ora accade, era presente piuttosto nelle correnti sotterranee della vita umana —, ora che questa questione ha assunto una forma completamente nuova attraverso molti fatti che incutono davvero terrore, colui che vuole imparare da questi fatti non può sollevare la domanda del perché tutto ciò che gli uomini hanno tentato di comprendere riguardo a questa questione sociale si sia rivelato insufficiente. Non si mostra forse che gli uomini in molti aspetti oggi non solo sono stati sorpresi dalla forma dei fatti, fatti che la stragrande maggioranza di loro non poteva neppure sognare che un giorno si sarebbero verificati, non si mostra forse che devono riflettere di nuovo, ripensare in un certo senso?
Durante la catastrofe bellica, signore e signori caramente onorati, si poteva già vedere come le forze represse di questo movimento irrompessero in superficie della vita. Molte personalità — che attraverso la loro parola, attraverso i loro consigli avevano potuto contribuire sia al frenamento sia alla promozione di ciò che nel 1914 portò a quella terribile catastrofe bellica — si erano sentite spinte verso questa guerra perché credevano che una vittoria militare del loro paese avrebbe salvato quelle potenze dalle quali si rivolge il movimento sociale, da ciò che le minacciava. Ma tali personalità hanno dovuto convincersi nel corso degli ultimi anni di aver assunto le loro decisioni sotto pesanti illusioni, poiché non hanno potuto attraverso ciò che hanno raggiunto in alcun modo ricacciare indietro le forze sociali che si muovevano verso la superficie; al contrario — così si può dire, i fatti l’insegnano —, hanno acceso ancor più il fuoco. E di nuovo durante la catastrofe bellica — altre potenze che muovono il mondo hanno trascinato l’umanità nel caos, nella disgrazia terribile; allora affiorò qua e là, in ampi settori, la speranza che proprio dalle file del proletariato internazionale e dai suoi dirigenti sorgessero quegli uomini che avrebbero ricondotto l’ordine nel caos che si era formato.
Da tutto ciò si può vedere che è proprio in queste catastrofi belliche che questo movimento sociale ha raggiunto per la prima volta la sua forma di crisi. E ora, dopo che la catastrofe stessa è entrata in una crisi — cosa si manifesta? I fatti mostrano, signore e signori caramente onorati, che tutto ciò che accade, tutti questi fatti sono colti da una profonda tragicità. Gli uomini — tanto quelli che sono confessori delle concezioni del mondo socialiste moderne, quanto quelli che ne sono avversari — mostrano dappertutto che i pensieri che si sono formati, ai quali sono giunti, che i preparativi che hanno allestito, sono dappertutto inadeguati a questi fatti. I fatti superano gli uomini, così si può ben dire considerando la situazione mondiale odierna.
Per questo motivo è lecito riflettere se le rappresentazioni che si sono coltivate nel corso dei lunghi decenni abbiano veramente colto la giusta forma della questione sociale. Se abbiano considerato il vero carattere? Se forse non agisca e non viva nei fondamenti dell’anima del proletariato qualcosa di completamente diverso da ciò che si è cercato di cogliere nelle rappresentazioni? Se forse non sia presente nelle profondità di queste anime proletarie qualcosa di completamente diverso da ciò che il proletario stesso crede agisca e gli chieda in lui?
Ebbene, proprio negli ambienti di coloro che oggi pensano secondo il socialismo si trova un vero dispregio della vita spirituale. Ma colui che ha potuto seguire con una certa perspicacia vitale il movimento proletario degli ultimi decenni deve dirsi che proprio in questo rifiuto della vita spirituale, del sapere spirituale, in questo dispregio della cultura spirituale da parte del proletariato — proprio in questo si esprime qualcosa di straordinariamente significativo, che indica la strada almeno verso una comprensione reale della forma contemporanea del moderno movimento sociale.
Se nel corso degli ultimi tempi si è compreso non solo di riflettere dal punto di vista di una teoria qualunque o da una posizione puramente erudita sul proletariato, ma se si è compreso di vivere insieme al proletariato, allora si poteva notare che in questo rifiuto della vita spirituale riposa qualcosa di molto, molto più profondo di quanto si creda comunemente. E si è indirizzati a ciò che vi è realmente contenuto quando si esamina una certa parola — una parola che si è potuta sentire ripetutamente dalle labbra di gente proletaria — secondo il suo vero contenuto. È una parola che brilla significativamente dal movimento proletario moderno, è la parola: consapevolezza di classe del proletariato. Egli sia divenuto consapevole della classe, così dice l’operaio moderno. E con ciò intende che la sua consapevolezza non sia come nei tempi antichi, dove l’uomo si era collocato in dipendenza da questo o quell’altro uomo da certi istinti, per lavorare presso di lui, e aveva anche strutturato il suo rapporto con questi datori di lavoro più istintivamente, più inconsapevolmente — l’operaio moderno è consapevole della propria classe. Questo significa che si orienta secondo certi pensieri che si forma sulla sua dignità di uomo, sul suo valore di uomo, sulla sua posizione di uomo nella società. Secondo questo struttura il rapporto nel quale vuole entrare con coloro dai quali riceve il lavoro. Ciò che immagina nel mondo, l’esprime con questa parola «consapevole della classe». E a questa consapevolezza di classe si unisce allora un certo sentimento, una certa emozione. Consiste nel fatto che solo quando l’operaio trae la piena conseguenza da questa consapevolezza di classe, quando si comporta nella sua posizione sociale come questa consapevolezza di classe gli prescrive dal punto di vista del dovere umano, allora raggiungerà per primo ciò — quello scopo che deve vedersi davanti ai suoi occhi nel vero senso della parola: divenire l’uomo che secondo un ordine mondiale equo può deside
Ora si può esaminare, signore e signori caramente onorati, come nel corso dei tempi moderni si sia formata quella che cela la parola «proletariato consapevole della classe». Allora bisognerà risalire più lontano nella storia del tempo. E in effetti è stato spesso sottolineato il punto di svolta nel tempo a cui bisogna risalire per ottenere il chiarimento di questa questione. Ripetutamente è stato enfatizzato, quando si è voluto riflettere sull’origine del moderno movimento proletario, come all’orizzonte dell’umanità si sia levata la tecnica moderna, come questa tecnica moderna abbia generato il capitalismo moderno; come la tecnica e il capitalismo abbiano distrutto il vecchio artigianato, come abbiano portato via l’operaio da quello che erano i suoi propri mezzi di produzione, verso i mezzi di produzione complessivi delle fabbriche moderne e della tecnica moderna. E da tutto ciò che si poteva vedere, dal divenire storico, ci si è formata la rappresentazione che la tecnica moderna e il capitalismo moderno associato a essa abbiano sostanzialmente generato il proletariato.
Ma, signore e signori caramente onorati, non si tratta di comprendere che la tecnica moderna e il capitalismo moderno abbiano, per così dire, creato il proletariato; piuttosto si tratta di ciò che il proletario stesso sia divenuto presso la macchina, nella tecnica, attraverso il suo inserimento nel processo economico capitalistico moderno. E quando ci si pone una domanda in questo senso, si manifesta — per colui che sa comprendere le cose — qualcosa di straordinariamente significativo nel considerare i paralleli storici. Allora ci si ricorda involontariamente di un altro grande movimento nella storia mondiale. Ci si ricorda della diffusione del cristianesimo dall’Asia attraverso la Grecia e Roma verso il Nord — verso quel Nord dove, mentre il cristianesimo si diffondeva, orde barbariche si muovevano verso il Sud, con emozioni più elementari di quelle che avevano gli abitanti del Sud. E un fenomeno storico straordinario si manifestò allora: il cristianesimo, che poi si rivelò un movimento mondiale, certamente entrò anche, in certa misura, negli uomini, negli uomini altamente colti della Grecia, negli uomini dell’Impero Romano. Ma nel modo in cui si è radicato in questi paesi della civiltà di allora, si mostra al contempo che non sarebbe divenuto quello che è divenuto nella storia mondiale se fosse potuto venire solo ai Greci e ai Romani. I Greci e i Romani avevano un’intelligenza altamente sviluppata, avevano una saggezza altamente sviluppata; ma al contempo questa intelligenza, questa saggezza, direi, erano come un frutto troppo maturo, in un certo processo di declino. E proprio questa intelligenza altamente sviluppata, questo sapere spirituale altamente sviluppato dell’Europa meridionale poteva accogliere molto meno intensamente gli impulsi del cristianesimo delle emozioni elementari dei barbari che provenivano dal Nord; e nell’intelligenza non consumata, nelle forze spirituali non consumate di quei popoli in avanzata del Nord il cristianesimo creò gli impulsi attraverso i quali divenne quello che mostra la sua vera potenza nella storia mondiale.
La storia primitiva del cristianesimo deve essere studiata al contempo nella migrazione dei popoli che procedeva da Nord a Sud.
Un errore, però, signore e signori caramente onorati, è quello con cui ebbe inizio il moderno movimento proletario, e che in realtà ancora oggi mantiene, e ancora a lungo manterrà. Ma qui abbiamo a che fare con una migrazione di popoli che per così dire non procede in linea orizzontale, ma consiste nel fatto che masse di uomini che prima si lasciavano semplicemente guidare aspirano verso l’alto, mirano verso quella forma di consapevolezza, verso quella intelligenza, verso quella capacità decisionale che hanno le classi dirigenti: una migrazione di popoli che, si potrebbe dire, procede in linea verticale!
Ma di fronte a questa migrazione di popoli che procede in linea verticale si manifestò qualcosa di completamente diverso da ciò che si manifestò di fronte al cristianesimo. Di fronte al cristianesimo i Greci e i Romani altamente sviluppati potevano offrire ai cuori elementari, ai cuori primitivi, ai cuori barbarici del Nord che si lanciavano quella stessa cosa che si incarnava nei loro cuori. E quest’ultimi avevano bisogno di ciò, in un certo senso bramavano dal loro sentimento proprio quello che i Greci e i Romani più altamente sviluppati apportavano.
Un dono spirituale particolare con una forte forza penetrante nelle anime — questo era quello che il cristianesimo apportava alle emozioni primitive del Nord. Ma cosa potevano fare le classi dirigenti nella nuova migrazione di popoli, cosa potevano offrire alle masse proletarie che si lanciavano verso l’alto?
Non dico, signore e signori caramente onorati — lo prego di considerare esplicitamente —, non dico: potevano offrire loro la scienza moderna; piuttosto dico: potevano offrire loro quell’indirizzo di sentimento umano, quello stile di rappresentazione umana che è connesso a questa scienza moderna. E le masse proletarie che si lanciavano si spingevano direttamente verso questo stile di rappresentazione, verso l’accettazione di questo modo di pensiero scientifico moderno. Perché si spingevano verso di esso? Si spingevano verso di esso perché erano stati strappati, strappati via dai vecchi nessi vitali.
Osserviamo l’artigianato come si è sviluppato fino al tredicesimo e quattordicesimo secolo, ancora fino al Medioevo più tardo. Vedremo che lì l’uomo stava presso ciò che l’accendeva per la produzione. Lì stava presso ciò che gli rendeva possibile la produzione economica. E dalla sua professione gli germogliava non solo un onore esteriore della professione, ma gli germogliava qualcosa che gli dava il sentimento: egli vale qualcosa nella società umana, sta in una certa misura. La dignità umana era presente in questa società umana. L’artigianato aveva valore per colui che lo praticava. L’artigianato infondeva nell’anima qualcosa che sosteneva questa anima. Non così per coloro che erano stati strappati dai loro nessi vitali e spinti nella fabbrica desolata, posti alle macchine e costretti nel capitalismo estraneo agli uomini. Questi uomini non ricevevano niente dal loro ambiente. Straniero era tutto ciò che fluiva verso di loro dai loro strumenti di lavoro, dal loro ambiente di lavoro. A cosa erano riferiti, quando si ponevano la domanda: Che cosa sono io come uomo nel mondo? Che cosa significo nella società umana? Erano riferiti al loro interno, a ciò che può emergere clamorosamente dall’anima, a ciò che dal loro interno può dire loro: questo significo io nel mondo come uomo. — Ma è ovvio che non poteva venire nessuna risposta dall’intuizione interiore, dall’illuminazione interiore a questi uomini per le domande sulla loro dignità umana, sul loro valore umano. Guardavano attorno a ciò che la classe dirigente poteva offrire loro. Proprio come avevano accettato le masse barbariche che si lanciavano dal Nord il cristianesimo allora, così volevano accettare le masse proletarie moderne ciò che poteva essere portato loro come vita spirituale, come un certo indirizzo di sentimento circa una concezione del mondo da parte di quelle classi dirigenti che possedevano tale vita spirituale, tale sentimento.
Non si deve ignorare questo, signore e signori caramente onorati. Spesso è stato completamente misconosciuto che la massa moderna di lavoratori si avvicinò alle classi dirigenti con una certa fiducia inconscia e richiese loro: Dateci dalla vostra scienza, da quella scienza alla quale siete giunti, una spiegazione di che cosa significhi veramente l’uomo nel mondo!
Ma come era questo modo di pensiero scientifico? Che cosa era ciò che il borghese sviluppò come stile di rappresentazione orientato scientificamente all’incirca simultaneamente con l’emergere della tecnica moderna e del capitalismo moderno? Era così — che naturalmente tutto ciò che è accaduto è anche in un certo senso una necessità storica. Si può, per così dire, ipotizzare: ciò che il borghese aveva da offrire al proletariato come vita spirituale era certamente di natura scientifica, era proprio il risultato della scienza di recente emergenza; ma nelle classi dirigenti non si era compreso come infondere in questo sentimento scientifico la forza penetrante della vita spirituale che era propria delle vecchie concezioni del mondo.
Ci si deve solo ricordare di quella forza penetrante che viveva nelle vecchie rappresentazioni religiose, nelle vecchie rappresentazioni artistiche, nelle rappresentazioni generali di concezione del mondo. Queste rappresentazioni erano adatte a dare all’uomo qualcosa che sostenesse la sua anima, che riempisse interamente la sua anima, che potesse mostrare alla sua anima come questa anima fosse connessa con un mondo spirituale che sta al di sopra della mera natura.
Questo non poteva farlo il moderno stile di rappresentazione scientifica. Proprio questo era — certamente era necessario, ma lo si può comunque caratterizzare così: era così che le vecchie concezioni del mondo e i loro portatori si ponevano persino in modo ostile verso ciò che si levava come sentimento scientifico moderno. Non si comprese come dare a questa scienza qualcosa che sarebbe stato di sostegno all’anima. E così questa scienza fu certamente adatta a dare all’uomo illuminazione sulla natura e sul modo in cui egli stesso sta dentro la natura; ma era completamente impossibile che questa scienza in tutta serietà potesse dire all’uomo qualcosa circa le domande che spuntavano nelle sue profondità più intime: Che cosa sono io come uomo?
Così il proletariato, si potrebbe dire, rivolse fiducia alle classi dirigenti; ma questa fiducia — anche se ancora oggi il proletariato stesso non lo sa pienamente — deve dirsi: questa fiducia fu tradita. Il proletariato credeva di poter trovare nella scienza moderna qualcosa che potesse diventare una confessione per lui, che in un certo senso potesse diventare religione, e che cosa trovò? Qui di nuovo c’è una parola che brilla chiaramente su ciò che vive e accade nelle anime proletarie moderne. C’è una parola che si sente continuamente ripetuta negli scritti proletari, nelle assemblee proletarie, che i dirigenti proletari hanno sempre sulla lingua — c’è la parola «ideologia».
Che cosa intende il proletariato quando parla di ideologia? Intende che l’intera vita spirituale: scienza, arte, religione, diritto, costume, moralità — che tutto questo non è qualcosa che nasconda una realtà spirituale interiore che sta al di sopra della natura, ma che tutto questo riposa solo su idee che sono meri specchi, mere immagini riflesse di ciò che accade nella vita materiale esterna. Così prostrato era il sapere spirituale che la classe borghese trasmetteva al proletariato, così prostrato che la classe proletaria poteva sempre più sentirlo solo come ideologia, che non sentiva più in esso qualcosa come realtà che sostenesse l’anima, ma sentiva in esso solo spettri senza essenza, mere immagini riflesse della realtà materiale esterna.
E quale era questa realtà materiale esterna per il proletario? Solo la vita economica nella quale era incatenato, solo la macchina, la fabbrica. Era solo questa che gli dava il capitalismo desolato nel quale era collocato socialmente. E così si mostrò che adesso in questa nuova migrazione di popoli dal basso verso l’alto gli uomini desideravano dopo tutto un nutrimento spirituale, ma a loro non era offerto un nutrimento spirituale che gradualmente non svuotasse le anime, che gradualmente non rendesse desolate le anime.
Quale fu la conseguenza di ciò? La conseguenza fu che nel proletariato moderno sorsero rivendicazioni che non potevano essere illuminate da nessun impulso di vita spirituale, che dovevano farsi valere come puri istinti. Poiché il proletariato sente la vita spirituale che gli è stata tramandata dalle classi dirigenti come ideologia, deve da un lato rifiutare questa vita spirituale, ma dall’altro deve anche fare in modo che questa vita spirituale agisca di conseguenza, così da togliergli la possibilità che in essa ha cercato, attraverso questa vita di sentire che cosa sia come uomo, attraverso ciò che lo colloca in tutto l’ordine scientifico.
Con questi cenni, signore e signori caramente onorati, credo di aver toccato un aspetto del moderno movimento proletario, del moderno movimento sociale. In generale, più di quanto si creda, questo movimento è un movimento spirituale, non però uno su cui lo spirituale ha agito in modo benefico. Dalla fiducia nella vita spirituale delle classi dirigenti è divenuto sfiducia. E nei fatti che oggi stanno davanti a molti così terribili si vivono le conseguenze di questa sfiducia. Sì, come le cose si svolgono in superficie, come si vivono nella rappresentazione umana, questo talvolta non è l’essenziale, non è ciò che è determinante; in questo senso l’uomo spesso si fraintende da solo. Ciò che turba là in basso — nelle vere profondità dell’anima — è ciò che conta. E anche se il proletario moderno lo nega così poco, nelle profondità della sua anima egli brama qualcosa che possa sostenere questa anima. E anche se crede di trovarlo nella concezione scientifica ordinaria, con la sua rappresentazione, i suoi pensieri, il sentimento inconscio gli dice che deve essere insoddisfatto della sua situazione intera, perché per così dire questa concezione scientifica moderna gli mostra solo l’insignificanza dell’uomo.
In questo rispetto c’è una grande differenza, una differenza enorme tra ciò che ancora permea la consapevolezza delle classi dirigenti e ciò che permea la consapevolezza del proletario.
Signore e signori caramente onorati, si devono aver vissute queste cose come si dispiegano in modo elementare nel proletariato stesso che lotta. Se mi è concesso inserire qualcosa di personale qui: ricordo molto bene una scena con tutti i suoi dettagli che ho vissuto in questo campo, quando anni fa stavo insieme al leggio per una conferenza con la di recente tragicamente morta Rosa Luxemburg. Proprio in questa scena mi si mostrò il profondo abisso che esiste e doveva sempre più ingrandirsi tra le classi dirigenti e il proletariato incalzante. Si poteva come uomo borghese, come membro della classe dirigente, essere ben convinti di ciò che la scienza moderna insegna sull’uomo, si poteva essere teoricamente un libero pensatore, si poteva essere teoricamente persino ateo, ma con quello che viveva nei sentimenti si stava dentro un nesso vitale e voleva restarvi, anche se si era un naturalista come Vogt o un ricercatore psicologico-naturalistico come ad esempio Büchner, voleva restarvi, nonostante tutta la convinzione teorico-scientifica, in ciò che era un nesso vitale, che veramente non era determinato dalla scienza moderna, ma da antichi impulsi di concezione del mondo. Lì la scienza agiva sì teoricamente in modo convincente, ma non nasceva nell’anima la pretesa di essere completamente svuotata da questa scienza.
Diversamente presso il proletario moderno. Ricordo molto bene le parole che Rosa Luxemburg pronunciò allora nel suo discorso sulla scienza e gli operai, come spiegava agli operai che il recente modo di pensare scientifico aveva finalmente illuminato il vero uomo su se stesso, come l’uomo poteva sapere che non aveva la sua origine vicino agli angeli o a qualche essere spirituale, come l’uomo ha la sua origine quando una volta arrampicandosi in modo indecoroso su alberi si muoveva, e altre cose di questo genere. Da una tale origine, disse, da una tale origine l’uomo risaliva, e colui che considerasse questo doveva riconoscere quale enorme pregiudizio vivesse in tutte le distinzioni di rango, in tutte le distinzioni di ceto dentro la società umana. Dall’illuminazione sull’uomo come uomo, dall’esposizione dell’uomo nell’ordine naturale, non in un ordine spirituale mondiale, seguiva per il proletario qualcosa di completamente diverso da ciò che seguiva per il membro della classe borghese. Questo dava al proletario moderno il suo carattere di anima. Lo faceva divenire ciò che veramente è.
Non dica, signore e signori caramente onorati, quanti proletari ci sono che si occupano di tali cose. Quanto lontano è la questione del pane del proletario o la questione della posizione di ciò che tocca questioni di concezione del mondo! Se dite questo, non fate che testimoniare quanto poco conoscete la realtà del movimento proletario. Per quanto incolto possa essere il singolo proletario secondo l’opinione della classe dirigente, per quanto poco abbia sentito parlare delle cose che ho appena indicato — dentro la classe proletaria egli è ordinato cosicché mille fili conducono, da quei pochi forse che sanno, mille fili conducono da tali cose a lui. E le azioni più radicali, le misure più radicali che oggi terrorizzano i circoli dirigenti, che provengono dal proletariato, stanno in un vero rapporto con l’indirizzo spirituale, con il carattere spirituale che il proletariato ha acquisito.
Così la questione proletaria è in uno dei suoi aspetti, più di quanto si potrebbe supporre, una questione spirituale. Ma non è solo una questione spirituale. È in secondo luogo ciò che si può chiamare una questione di diritto. Poiché qualcosa di altro ancora accadde nello stesso tempo in cui la tecnica moderna, il capitalismo moderno si sviluppavano. Accadde un certo orientamento degli interessi umani verso la vita dello stato.
Anche ciò che accadde là viene misconosciuto in molti modi oggi. La storia, così come viene insegnata, è oggi di solito solo una specie di favola convenzionale. Gli uomini si immaginano oggi che, come lo stato è oggi, fosse all’incirca così per tutta la vita storica. Ma non è così. Ciò che oggi conta nella vita statale si è veramente sviluppato solo negli ultimi quattro secoli. Si è sviluppato per il fatto che la classe dirigente nello stato ha potuto vedere qualcosa che serviva ai suoi interessi. Lo stato è stato per le classi dirigenti uno strumento per ciò che non era propriamente un loro interesse — [lacuna nel manoscritto] — nei tempi precedenti si era sviluppato. E la conseguenza di ciò fu che le classi dirigenti, le classi guida nello stato cercavano di realizzare ciò che chiamavano i loro diritti.
Si può tracciare storicamente come il diritto di proprietà, come altri diritti si siano sviluppati gradualmente, per il fatto che sempre più le classi dirigenti dell’umanità unirono i loro interessi con la vita dello stato.
Ma l’operaio fu chiamato alle macchine, fu messo nella fabbrica, fu incatenato al capitalismo senz’anima. Per lui rimase un diritto non realizzato nella realizzazione dei diritti nella vita dello stato moderno. E questo diritto non realizzato produsse uno degli impulsi più forti del movimento sociale moderno. Questo diritto non realizzato nacque dal fatto — o meglio, il diritto corrispondente non nacque perché l’operaio fu completamente collocato nella mera vita economica, nel mero esistere economico esteriore, in ciò che si esprime solo nella produzione di merci, nella circolazione di merci e nel consumo di merci. E all’interno di questa esistenza economica si rivelò che diveniva un fattore importante all’interno di questa vita economica nella produzione di merci, anche nel senso tecnico moderno, la forza di lavoro umana! Che cosa è divenuta questa forza di lavoro umana? Questa forza di lavoro umana stessa è divenuta una merce. Altri, che possedevano merci obiettive, le offrevano sul mercato delle merci; le merci venivano comprate, vengono comprate. L’operaio non ha nulla da vendere se non la sua forza di lavoro. E questa forza di lavoro ha assunto il carattere della merce.
Proprio come altre merci era sottoposta alla legge di offerta e domanda. Il proletario moderno imparò a sentire questo, e profondamente, profondamente penetrò nella sua anima la consapevolezza: Sì, è inumano sapere un pezzo di se stesso come una merce dentro l’ordine sociale umano.
Ciò che significa questo impulso, signore e signori caramente onorati, si ottiene una comprensione quando si è ripetutamente visto come colpì i cuori dei proletari. Ciò che ad esempio dal marxismo e da simili confessioni socialiste fluì nelle loro anime, dove fu chiarito loro che attraverso il moderno modo di produzione capitalistico la loro forza di lavoro era divenuta una merce ordinaria. Ciò il proletario comprese dalla sua stessa vita. In ciò si esprime il problema sociale in un secondo punto, in un secondo aspetto nella sua vera forma. Certo il proletario moderno crede che sia completamente spiegabile che la moderna vita economica abbia fatto della sua forza di lavoro una merce, e crede persino che l’ulteriore sviluppo di questa vita economica toglierà di nuovo alla sua forza di lavoro il carattere della merce. Ma questa credenza è vana. Questa credenza è solo sulla superficie della consapevolezza. Nelle profondità dell’anima il proletario sente qualcosa di diverso. Nelle profondità dell’anima sente che questa questione della forza di lavoro non è nulla di più che una continuazione di ciò che si esprime all’interno dell’umanità sulla via dalla schiavitù attraverso la servitù della gleba fino al proletariato moderno che deve portare la sua forza di lavoro al mercato.
In altri tempi si poteva comprare l’intero uomo come schiavo. Allora viene il tempo in cui si poteva comprare meno dell’uomo, ma comunque ancora un buon pezzo di lui all’interno della vita economica, nella servitù della gleba. Nel tempo più recente all’interno dell’ordine economico capitalistico si può comprare solo la forza di lavoro, ma l’intero uomo deve andare insieme quando si compra la sua forza di lavoro. L’intero uomo viene così a trovarsi in una dipendenza da colui che gli dà il lavoro, che egli sente come inumano. E comprensione si può portare a questa cosa solo quando si avverte che si ha a che fare qui con una questione di diritto per quanto riguarda la forza di lavoro umana.
Dissi prima: l’operaio ha subito un torto. Il suo diritto al lavoro non è stato realizzato nella vita dello stato moderno. Egli fu gettato nella vita economica, e dalla vita economica si è strutturato il rapporto della sua forza di lavoro ai rimanenti fattori della società umana.
Sempre più si fece valere nell’inconscio l’impulso di strapparsi da questa vita economica, di strapparsi e di portarsi in un altro campo dove la questione della forza di lavoro non è una mera questione economica, dove diviene una questione di diritto. Proprio questo è ciò che riposa nella questione della forza di lavoro: la trasformazione della forza di lavoro da un fattore economico in un fattore di diritto. Questa è la vera forma della seconda articolazione della questione sociale.
Il terzo campo si può considerare nella sua vera forma quando si guarda alla vita economica stessa. Questa vita economica è intorbidata umanamente dal fatto che in essa non solo circolano merci distaccate dall’uomo, ma che in essa la forza di lavoro umana è retribuita come una merce. Attraverso ciò riposa nella moderna vita economica non solo merce obiettiva che è sottoposta allo scambio, attraverso ciò [risiedono nella moderna vita economica] uomini che sono separati dal resto dell’umanità dal fatto che il loro intero volere, tutti i loro impulsi dell’anima devono essere determinati da questa [vita economica]. [Strapparla] dall’uomo, collocarla sulla sua base, collocarla sulla base su cui allora ha solo il carattere di una circolazione di merci: questo è il terzo campo della questione sociale nella sua vera forma.
E così vedete che la questione sociale ha veramente tre nuclei, si divide in tre articolazioni: un’articolazione è una questione spirituale, la seconda articolazione è una questione di diritto, la terza articolazione è una questione economica. Queste tre articolazioni della vita sociale, questi tre nuclei si devono considerare quando si vuole affatto ottenere un orientamento nel moderno movimento sociale.
Questo orientamento può presentarsi solo quando si consideri il seguente. Il nostro tempo si trova già in una grave crisi dello sviluppo umano. E qualcosa di questa crisi si mostra nel seguente: vita sociale — naturalmente c’era vita sociale anche prima. Ma gli uomini si collocavano in questa vita sociale cosicché avevano certi pensieri per scontati, pensieri che li mettevano in una relazione da uomo a uomo. Questo adesso comincia a cambiare. In realtà ha cominciato a cambiare da molto tempo. La necessità emerge che in ogni singolo uomo nasca un sentimento di come egli stia dentro l’intero organismo sociale. E diventerà necessario che qualcosa di questo sentimento entri nel nostro sistema educativo, nel nostro sistema scolastico.
Gli uomini per le loro abitudini di pensiero si adattano molto difficilmente a tali cose. Eppure gli uomini dovranno imparare a sentirsi sempre più attirati da queste cose. Oggi si è considerati un uomo colto solo se, naturalmente, almeno fino a un certo grado, conosci le quattro operazioni, se non sei analfabeta. Si deve avere una certa misura di educazione se si vuole essere considerati a buon diritto tra gli uomini; ma si può essere molto poco toccati dal sentimento di stare dentro un organismo sociale, come un singolo membro sta dentro l’organismo umano naturale.
Sentimenti dovranno essere sviluppati come le regole, come le verità delle tabelline — sentimenti di come si esprima nell’organismo sociale la vita spirituale, la vita di diritto, la vita economica. Proprio in ciò che è stato appena detto risiede più di quanto si creda ordinariamente. In ciò risiede il lato veramente puro umano della questione sociale.
Quando oggi si parla dell’organismo sociale, allora spesso si arriva al pensiero che in tutto questo parlare dell’organismo sociale riposa qualcosa come un ultimo resto di una superstizione medievale. Questa superstizione medievale si presenta davanti a uno in una certa scena della seconda parte del «Faust» di Goethe, là dove Wagner nel laboratorio prepara, vuole preparare l’Homunculus, preparare l’Homunculus secondo pure idee umane astratte, da ingredienti naturali.
Goethe qui nel suo modo tratta la superstizione alchemica medievale. Alla superstizione medievale dell’alchimia naturalmente l’umanità moderna illuminata non crede; ma non sa che spesso ha solo trasferito tale superstizione a un altro campo. Ciò che si tenta riguardo all’organismo sociale, all’essere sociale vivente, oggi con svariate teorie socialiste, e così a dire si mira in ciò che nel «Faust» l’alchimista medievale fa, quando voleva artificialmente generare un essere vivente, un omuncolo egli stesso — ciò che è mirato come organismo sociale dalle svariate teorie e impulsi, ci si dovrebbe dire: è pensato artificialmente. Non riposa il principio di lasciar divenire qualcosa che si sostiene da sé, qualcosa di naturale, solo dando a esso l’occasione di divenire capace di vita — questo sentimento riguardo all’organismo sociale deve entrare nell’umanità. Gli uomini devono imparare a conoscere che non si deve pensare teoricamente: come ci si deve fare affinché un ordine sociale possa sorgere? Ma che si deve promuovere la realtà attraverso la quale questo ordine sociale può continuamente realizzarsi.
Chi da questo punto di vista si avvicina alla considerazione dell’organismo sociale trova, signore e signori caramente onorati, che attraverso l’intero sviluppo che si è manifestato nel corso degli ultimi secoli, e in particolare attraverso lo sviluppo del diciannovesimo secolo, tre articolazioni di questo organismo sociale sono state per così dire saldate insieme, di cui ognuna richiede una certa autonomia per poter agire. Ci si potrà comprendere meglio su questa questione se si traccia un paragone. Ma non deve essere un gioco scientifico, ma proprio solo un paragone, se si traccia un paragone tra l’organismo sociale e l’organismo umano naturale. Ho indicato nel mio ultimo libro «Dai misteri dell’anima» la verità che riposa qui. Siamo oggi dal punto di vista naturalistico già così avanzati — ciò che dirò adesso, anche se gli stessi studiosi naturalistici non lo riconoscono ancora, lo riconosceranno certamente —, ciò che dico adesso potrà essere completamente affermato: è così, il sistema dell’organismo umano naturale consiste veramente di tre articolazioni. Un’articolazione è quello che si può chiamare il sistema nervoso-sensoriale, che comprende i processi che si svolgono nei nervi e nei sensi. La seconda articolazione dell’organismo umano naturale è quello che chiamerei il sistema ritmico, quello che comprende l’attività dei polmoni e del cuore e tutto ciò che vi è connesso. E il terzo sistema è il sistema del metabolismo, che spesso si sente come il più grossolano, come il sistema più materialistico nell’organismo umano.
Questi tre sistemi dell’organismo umano non sono completamente centralizzati; ognuno ha una certa autonomia, e ognuno sta anche autonomamente in un certo rapporto con il mondo esteriore. Il sistema nervoso-sensoriale appunto attraverso i sensi; il sistema ritmico attraverso gli organi respiratori; il sistema del metabolismo attraverso gli organi nutritivi. Questi tre sistemi di organi si aprono autonomamente verso il mondo esteriore.
Come ho detto, non per condurre un gioco scientifico di analogie, ma solo per farmi intendere, indico a questi tre articoli autonomi dell’organismo umano. Il sistema nervoso-sensoriale ha una certa autonomia, e proprio per questo può essere rappresentato e sostenuto correttamente dal sistema respiratorio-cardiaco, dal sistema ritmico, che a sua volta agisce autonomamente e sta in una relazione autonoma con il mondo esteriore. Se tutto ciò che c’è nell’organismo umano fosse centralizzato attorno a un unico punto, allora l’organismo umano non potrebbe sussistere in quella armonia perfetta in cui sussiste. Ciò che per natura è divenuto l’organismo umano — un sistema tripartito con tre ambiti relativamente autonomi — questo deve divenire dal dinamismo dei tempi moderni l’organismo sociale sano. Lo è stato fino a ora in modo istintivo. In modo consapevole l’uomo deve lavorare verso di esso, ogni singolo uomo deve costruire questo organismo sociale sano. Ma questo richiede che si comprenda che la saldatura di tre articoli in un’unica vita statale deve cessare. E qui tocchiamo uno di quei tentativi di soluzione che unicamente ha il carattere di un pensiero che si occupa della realtà, uno di quei tentativi di soluzione a cui proprio l’umanità della presente non pensa affatto. Si tratta del fatto che nell’organismo sociale — affinché divenga capace di vita —, e questo lo si può effettuare solo lasciando di nuovo spingere in modo autonomo verso l’esterno certe cose che nei ultimi quattro secoli per impulsi storici si sono spinte insieme.
Si tratta di ciò che segue. Anzitutto le classi dirigenti — attraverso gli interessi che le spingevano verso lo stato — hanno anche tirato dentro lo stato la vita spirituale. Lo stato ha sempre più esteso il suo potere anche sulla vita spirituale. La scienza dello spirito e molti altri rami della vita spirituale sono stati inclusi nella sfera dello stato. Ma colui che conosce la vita spirituale, signore e signori caramente onorati, per la sua struttura interiore, chi sa ciò che deve agire in questa vita spirituale affinché questa vita spirituale sia di sostegno all’anima, sa che questo sostegno all’anima, questo vero impulso di realtà della vita spirituale deve sempre più svanire quando il potere esteriore dello stato si serve di questa vita spirituale. La vita spirituale può unicamente riempire interamente l’uomo unicamente quando è collocata sulla libertà immediata individuale dell’uomo, sulla libera iniziativa di ogni singolo uomo, sulle doti e capacità di ogni singolo uomo. Non si indietreggi dinanzi al pensiero che la vita spirituale deve di nuovo essere tolta dalla sfera dello stato affinché possa svilupparsi attraverso le sue proprie forze.
Per quanto il moderno proletariato non lo sappia — proprio quel desiderio che l’ha spinto verso l’eredità spirituale del borghesato, questo desiderio è nelle profondità dell’anima, nelle profondità inconsce dell’anima veramente presente: verso una vita spirituale liberata! Soltanto allora, quando questa vita spirituale sarà stata tolta dall’organismo statale, quando sarà stata messa in piedi su se stessa, avrà di nuovo la forza penetrante, la forza penetrante attraverso la libera iniziativa dell’uomo, attraverso l’essere connessi dei più profondi, più intimi interessi con la vita spirituale, forza che è necessaria al fine di rispondere al tutto internamente all’uomo la domanda: Che cosa so come uomo? Una vita spirituale che sarà sciolta dall’esteriore, di nuovo aggrovigliato con la vita economica e di diritto, stato, una tale vita spirituale non sarà materialistica. Lo stato ha materializzato la scienza. Lo stato ha esteriorizzato la vita spirituale. La vita spirituale interiorizzata è adatta a rendere il proletario una personalità completamente diversa.
Questo è il primo punto cardine nei tentativi di soluzione, nel vero tentativo di soluzione della questione sociale; anche se il proletario oggi non lo sa ancora, egli brama dopo quello sviluppo che ha bisogno e che non ha potuto ricevere, benché l’abbia richiesto in questo tempo, quando dapprima fu messo nella fabbrica, in modo complessivo.
Signore e signori caramente onorati, allora però, quando la vita spirituale fosse stata tolta dal campo dello stato politico vero e proprio, al suo stato rimarrebbe la vera vita di diritto. E allora sarà naturalmente spinto a provare, per così dire, la sua competenza. Allora comprenderà che deve essere il rifugio del diritto. Allora nascerà anche la tendenza, proprio come da un lato la vita spirituale è stata spinta fuori dalla sfera dello stato, che la vita economica sia spinta fuori — quella che è stata anch’essa spinta dentro lo stato dalla classe dirigente. Si è iniziato con i maggiori impianti di traffico: posta, telegrafi, ferrovie e così via; le statalizzazioni, le socializzazioni sono divenute. Si andò sempre più lontano. E il moderno proletariato vuole trarre le ultime conseguenze, vuole statalizzare tutto, e fa solo dopo, trae le ultime conseguenze di ciò che ha ricevuto come eredità dal borghesato. Nel momento in cui la vita spirituale sarà stata per così dire liberata dalla sfera dello stato, lo stato stesso comprenderà che deve spingere fuori anche la vita economica dalla sua sfera verso l’altro lato. Allora rimarrà al suo stato il suo proprio campo, ed esisteranno tre articolazioni dell’organismo sociale sano. La prima così considerata relativamente come la vita statale, la vita di diritto pubblico, e la vita economica di nuovo arrotondata, separata, dotata di contenuto reale, che ha le sue proprie leggi, come la vita di diritto, come la vita spirituale ha le sue proprie leggi. Impulsi completamente autonomi riposano in questi tre campi. La vita economica è completamente dominata da quello che l’uomo ha come bisogno nella vita quotidiana e così via superiore. La vita economica deve essere costruita sull’interesse, sulla soddisfazione dei bisogni. E una particolarità della vita economica, signore e signori caramente onorati — è spiacevole che non possa sviluppare ulteriormente queste cose, ma il tempo incalza —, un carattere speciale della vita economica si esprime nel fatto che ciò che circola nella vita economica deve proprio appartenere al consumo più opportuno.
Tutto ciò che viene prodotto nella vita economica vuole essere consumato nel modo corrispondente. E se non viene consumato, ha mancato il suo scopo. Ma se questo è il caso, allora non deve essere incatenata in questa vita economica la forza di lavoro umana; poiché questa non deve essere completamente consumata, deve essere preservata per ciò che l’uomo vuole essere come un essere che si colloca in maniera di diritto in tutta la situazione mondiale. Questo essere umano deve poter estrarre qualcosa dalla mera vita economica, non deve essere completamente consumato nella vita economica. Ciò che deve essere estratto per ogni uomo da questa vita economica è la relazione da uomo a uomo stesso, e la relazione di lavoro non è un’altra relazione se non una da uomo a uomo nel campo dello stato politico, che accanto alla vita economica è la seconda articolazione nell’organismo sociale sano. Lì non agisce come nella vita economica l’interesse, ma agisce il diritto, agisce ciò che rende l’uomo uguale all’altro uomo. Lì agisce la legge, di fronte alla quale tutti gli uomini in un certo senso devono essere uguali. Ma questo diritto può agire anche sulla forza di lavoro umana solo se la conseguenza, se la determinazione della forza di lavoro umana non è regolata dalle procedure economiche, ma se è regolata dal diritto; come altri diritti devono essere oggetto dello stato politico separato dalla vita economica e spirituale, così anche il diritto del lavoro deve essere deciso dentro questo stato politico separato, non dentro la vita economica. E così deve svilupparsi nell’organismo sano la vita economica autonoma, che è costruita sull’interesse e il bisogno dell’uomo, che si vivrà preferibilmente in associazioni costruite per la regolazione attuale del consumo e della produzione e di altro che esista nella vita economica. Si costruirà con ovvia naturalezza reale nell’organismo sociale sano lo stato, il diritto pubblico, che non vuole più essere un operatore economico. Proprio i percorsi e le istituzioni contrarie deve prendere lo sviluppo di quanto viene sognato dal proletariato: lo stato deve essere proprio separato dalla vita economica, escluso da essa. Nello stato si deve sviluppare un’unica vita di diritto pubblico.
E il terzo campo deve essere la vita spirituale libera, che può essere costruita unicamente sulla libertà umana, sulla dote umana sola. Come lo stato può essere costruito unicamente sul diritto, come la vita economica può essere costruita, la vita economica, unicamente sull’interesse, così, come nessun organismo umano può rimanere in buona salute se la testa volesse assumere le funzioni del sistema dei polmoni e del cuore o del sistema del metabolismo, così in futuro nessun organismo sociale sano può sussistere dove queste tre articolazioni sono mescolate insieme. Si sosterranno e appoggeranno reciprocamente nel modo giusto quando ognuno stia autonomamente. Perciò deve essere assolutamente esigita un’autonomia relativa delle tre articolazioni caratterizzate. Se posso esprimermi così: la vita spirituale deve formarsi dal suo stesso corso legislativo le sue istituzioni amministrative, il suo corpo legislativo. Nel campo statale del diritto deve regnare un ordine democratico. Lì sarà regolato il rapporto da uomo a uomo. Ma di nuovo questo sistema statale deve avere il suo proprio corpo legislativo e amministrativo. E dalle associazioni della vita economica si ricaverà l’intera struttura sociale di questa vita economica.
Ma queste tre articolazioni saranno per così dire ognuna sovrana, come stati sovrani stanno insieme e si responsabilizzano l’una l’altra, al fine di entrare in un rapporto simile, come i tre sistemi di articolazioni caratterizzati dell’organismo umano naturale.
Forse si rimane alquanto stupiti oggi se si guarda a una tale soluzione della questione sociale. Ma signore e signori caramente onorati, il modo di pensare che qui è rappresentato non guarda alle teorie, ma guarda alle realtà. Non chiede: come si deve pensare al fine di risolvere questo o quel problema sociale; ma: come deve strutturarsi la convivenza umana affinché l’uomo dalla propria emozione, dal proprio pensiero e volontà risolva continuamente la questione sociale?
Né dalla vita economica unilaterale, né dalla vita statale unilaterale, né dalla vita spirituale unilaterale può nessun uomo risolvere la questione sociale. Poiché questa questione sociale non è qualcosa che è sorto nel mondo oggi e sarà risolto domani — la questione sociale è venuta per restare. La questione sociale è entrata nella vita dell’anima umana e sarà ora sempre presente. Perciò dovrà essere sempre di nuovo risolta. Sempre più entrerà lo stato in cui la vita economica consuma l’uomo, in cui l’uomo si deve salvare ancora, deve rendersi indipendente dalla vita economica, al fine di ripristinare nel diritto statale pubblico quello che viene consumato da lui nella vita economica. Proprio come nel sistema nervoso umano qualcosa viene consumato, che è sempre di nuovo ripristinato dal sistema dei polmoni e del cuore. Non si tratta di penetrare un’area con l’altra, ma si tratta del fatto che questi campi stanno insieme e proprio per questo agiscono l’uno sull’altro in modo vivente nel modo giusto. Si deve aspirare a un certo stato dell’organismo sociale attraverso il quale questo organismo sociale diverrà capace di vita.
Ho potuto solo schizzare per voi ciò che effettivamente segue dalla concezione del mondo qui rappresentata; ma tutto ciò che ho detto può oggi già scientificamente essere fondato in tutta la sua completezza, ed è veramente da sviluppare in tutti i particolari per la vita complessiva dell’organismo sociale. Ci si deve solo rendere conto di questo: che le domande in questione non devono essere risolte dal fatto che l’uno o l’altro dal suo pensare ottiene un’opinione su questo o quello, ma che le domande devono essere risolte dal fatto che da un lato esiste la vita economica e produce qualcosa che dall’altro lato ha bisogno di una contro-azione su un piano spirituale, su un piano di diritto. Attraverso ciò non si offre certo una tale via d’uscita dalle confusioni sociali del presente che domani può portare una soluzione; ma si offre una via d’uscita che in futuro può rendere capace di vita l’organismo sociale.
Si potrebbe dire: istintivamente era già nelle anime degli uomini moderni ciò che è stato qui esposto, quando nel diciottesimo secolo, alla fine del diciottesimo secolo, echeggiavano gli impulsi grandi e potenti attraverso la Rivoluzione francese, che si vestirono delle parole: libertà, uguaglianza, fraternità. Da un lato c’era già allora un sentimento di ciò che doveva accadere per la guarigione dell’organismo sociale; dall’altro lato c’era ancora la confusione, c’era ancora il pensiero confuso di realizzare tutto questo in un sistema statale centralizzato. Poi nel diciannovesimo secolo uomini intelligenti hanno spesso riflettuto su come questi tre impulsi che si esprimevano come libertà, uguaglianza e fraternità dovessero concordare l’uno con l’altro nella vita reale. E nel corso del diciannovesimo secolo è emerso molto straordinariamente acuto. Da un lato ad esempio uomini di grande acume hanno detto: la libertà — essa comporta che l’uomo dalla sua individualità, dalla sua personalità crei, lascia emergere da se stesso tutto ciò che gli è proprio; allora non può essere completamente uguale all’altro. L’uguaglianza contraddice la libertà. E di nuovo la fraternità difficilmente si concilia con la mera uguaglianza e così via.
Che cosa riposa qui? Riposa qui il fatto che il vero significato di questi tre impulsi libertà, uguaglianza e fraternità può emergere solo non nello stato centralizzato unilaterale, ma solo nell’organismo sociale sano tripartito. Questo organismo sociale sano tripartito avrà i suoi tre articoli in autonomia relativa. Ciò che si vive nel campo della vita spirituale si costruirà sulla libertà, sull’iniziativa di libertà individuale della dote umana e della capacità. Lì potrà essere realizzata la libertà, come nell’organismo naturale, nella testa, così nel sistema nervoso-sensoriale l’una cosa, in un altro sistema l’altra cosa viene realizzata. Nella vera articolazione statale dell’organismo sociale sano l’uguaglianza di tutti gli uomini come uomo sarà realizzata. E nella terza articolazione, nella articolazione economica dell’organismo sociale sano, la fraternità sarà realizzata.
Anche allora, quando questo organismo sociale come entità tripartita viene realizzato giorno per giorno continuamente di nuovo, potrà vivere proprio perché questa tripartizione vivrà allora come un’ulteriore unità in libertà, uguaglianza, fraternità.
Tutto ciò che ho esposto mostra forse una cosa, signore e signori caramente onorati: mostra che molti uomini oggi si fanno rappresentazioni del problema sociale che si discostano molto da una vera comprensione del problema sociale dal bisogno vitale moderno. Credo che poca comprensione sia ancora presente per questo della questione sociale attinta dalla vita stessa, come l’ho caratterizzato per voi oggi. Poiché questo richiede che si ammetta non solo che questo e quello nelle situazioni deve essere cambiato, ma richiede che molto nei pensieri umani stessi deve essere cambiato.
Ci si deve adattare, se il movimento sociale ha da guarire, non solo a voler trasformare le cose, ma a volerle ripensare, riapprendere dentro se stesse. E parlano chiaro i fatti del presente, che per molti si presentano così spaventosi, che bisogna ripensare. Come non dovrebbe esserci bisogno di ripensare, dopo che si è mostrato che ciò che si è creduto di aver imparato attraverso decenni, attraverso più di mezzo secolo, si rivela così sterile nel considerare la storia riguardo al movimento sociale, di fronte ai fatti stessi!
Non mostrano i fatti che essi richiedono qualcosa di completamente diverso da ciò per cui ci si è preparati? Non richiedono dunque questi fatti che si cambi?
Ebbene, signore e signori caramente onorati, chi così giustamente indica su questo fatto, si dirà che è probabile che l’abisso che si è aperto tra le classi e su cui oggi difficilmente guida ancora una comprensione, che questo abisso si chiuda; ma una cosa è necessaria: che le anime si aprano, che i cuori si spalanchino e cerchino una tale comprensione.
Questa comprensione però deve tendere a penetrare nell’essenza dell’organismo sociale sano, a penetrare nell’essenza di un tale sentimento, che all’uomo dica: non mi colloco in modo degno nell’organismo sociale se non co-sento con ciò che accade nell’organismo sociale tripartito.
Chi allora guarda come, signore e signori caramente onorati, sia diverso quello che come un tentativo di soluzione della questione sociale emerge dalla considerazione della vita reale, da quello che molti uomini si immaginano come tali tentativi di soluzione, chi questo guarda correttamente, chi dall’altro lato una volta nota come sono i fatti che parlano chiaramente, così indirizza l’attenzione ai fatti che parlano chiaramente, costui si dirà: certamente è necessario uno sforzo, certamente è necessaria una superamento della complicatezza di pensiero di molti sentimenti e incapacità di volontà oggi, se si vuole ottenere una posizione appropriata rispetto a un fatto nella vita sociale di questo presente. Ma colui che è così potrebbe forse pensare anche qualcosa di completamente diverso: la soluzione, la vera soluzione della questione sociale, non può affatto essere ottenuta escludendo la vita spirituale umana, escludendo l’esistenza dell’anima umana. Non deve essere ottenuta solo nella vita economica che si svolge da uomo a uomo, deve essere ottenuta attraverso l’armonia delle anime. Se non viene compreso nel tempo giusto, che attraverso un approfondimento più forte di quello cercato fino a ora deve essere perseguita tale armonia delle anime, tale socializzazione delle anime, allora potrebbe essere, signore e signori caramente onorati, che dalla misconoscenza dei fatti più importanti entri ciò che, che non si affermi la comprensione sociale, il sentimento sociale, ma che si affermino gli istinti più selvaggi dell’umanità. E vediamo già una corrente di sviluppo del presente su questa strada. Questa corrente di sviluppo potrebbe collocarsi in modo monito dinanzi agli uomini nello spirito e dire loro: ognuno fondamentalmente oggi è obbligato a prendere conoscenza dei nuclei della questione sociale, poiché da ogni singolo dipende se l’organismo sociale diventa capace di vita il più presto possibile o no. E agisce bene su questo campo certamente solo chi non perde tempo, chi cerca comprensione di quello che unicamente può portare guarigione, che unicamente può offrire una via d’uscita dal caos e dentro il caos. Ciò si deve sentire: oggi è necessario qualcosa di diverso in relazione alla questione sociale per ogni singolo uomo, che l’umanità si è ancora convinta poco tempo fa fosse necessario. Da questa percezione della necessità che incombe, ognuno possa approfondire sufficientemente il suo pensiero, il suo sentimento in relazione alla vita sociale, altrimenti potrebbero subentrare al posto delle possibilità di comprensione gli istinti selvaggi, e allora, signore e signori caramente onorati, allora sarebbe troppo tardi.
(Pagina 192) I PUNTI NODALI DELLA QUESTIONE SOCIALE Dornach, 4 aprile 1919
Molto stimati signore e signori! Fatti eloquenti e significativi nella vita sociale di tutto il mondo civile odierno si sono sviluppati dall’orribile catastrofe della guerra mondiale durata quasi cinque anni. Chi non guarda il mondo oggi con la coscienza addormentata spiritualmente, ma con coscienza vigile, per percepire ciò che si annuncia, non può fare a meno di giungere al giudizio che solo misure significative e profondamente incisive possono contrastare ciò che si presenta oggi all’umanità come una rivendicazione della storia mondiale.
Il tempo in cui si parlava a buon mercato di ogni sorta di comprensioni, per mezzo delle quali si poteva mantenere l’antico in modo comodo, quel tempo è ormai passato. Oggi non può trattarsi che di una comprensione completamente, completamente diversa — della comprensione dell’uomo con le grandi forze storiche mondiali che dalla presente vogliono realizzarsi sensibilmente nella prossima storia futura.
Eppure, benché in questi ultimi quattro o cinque anni molte persone abbiano dichiarato sufficientemente che con la catastrofe della guerra mondiale si sia abbattuto un evento sull’umanità quale non se ne era mai verificato nel corso di ciò che si suole chiamare storia, tuttavia dall’altra parte non si percepiscono molti sentimenti per il fatto che in un’epoca in cui accadono cose ancora non accadute nella storia, debbono essere concepiti e intrapresi dei pensieri e misure che in certo senso non sono mai stati intrapresi nella storia dell’umanità.
Posso dire dunque, molto stimati signore e signori, che negli ultimi tempi si sia manifestata molta comprensione per la situazione storica mondiale e le sue rivendicazioni nelle quali siamo entrati? Se si vuole rispondere a questa domanda, allora emerge in realtà ancora oggi un quadro quasi disperato. Perché, vede, se mi è permesso fare un’osservazione personale: nella primavera dell’anno 1914 cercai di riepilogare il giudizio che mi ero potuto formare da un’onesta osservazione della situazione nel corso degli ultimi decenni sulla condizione europea e quella mondiale in generale. Allora, nella primavera del 1914, prima che giungesse l’evento terribile presente, cercai di esprimere, davanti a un piccolo circolo — un circolo più grande probabilmente mi avrebbe deriso allora ancora con le mie concezioni — come in realtà immaginassi questa situazione mondiale prossima ventura. E dovetti dire: chi veramente possiede il senso per osservare i grandi destini dell’umanità, costui deve dire: viviamo in un’epoca in cui la vita sociale e politica si svolge come se ci fosse un grande ascesso sociale, una sorta di malattia cancerosa, che prossimamente dovrebbe scoppiare in modo terribile. E aggiunsi allora le parole: si vorrebbe gridare una tale conoscenza affinché gli uomini comprendessero ciò che in realtà incombe.
Certamente, gli «statisti» — lo dico oggi tra virgolette, perché è bene se si menzionano gli statisti oggi soltanto tra virgolette — (risate), gli «statisti» hanno parlato diversamente nella primavera e persino nella prima estate dell’anno 1914. Per esempio, nel Reichstag tedesco. Lì il ministro degli esteri allora responsabile degli eventi parlò in questo modo: per mezzo degli sforzi dei gabinetti europei si può dire che vi sia speranza che la pace mondiale non subisca disturbi per il prossimo periodo. — Ciò detto da uno statista autorevole nel maggio 1914. Ci si deve già domandare: che cosa vedono mai davvero queste persone di ciò che si sta preparando?
Ebbene, questa pace che era così assicurata, fino a oggi ha portato, nel minor conto, in tutta Europa almeno dodici milioni di morti e tre volte altrettanti uomini ridotti a storpi. Ci si deve allora domandare: erano gli allora responsabili condottieri dei profeti degni di considerazione? Certamente no. E ora di nuovo si sente proprio dai settori più autorevoli giudizi simili imprecisi su ciò che ora pulsa come l’elemento più importante dello sviluppo umano. L’elemento più importante dello sviluppo umano, che vive e che spinge verso eventi egualmente significativi, molto più significativi di quelli che si sono svolti in modo così terribile, è la questione sociale, è il movimento sociale.
Ora non si può dire, stimatissimi signore e signori, che gli uomini che appartengono ai circoli finora guida mostrino, per una sorta di malvagità diabolica — anche oggi, quando l’acqua scorre loro quasi in bocca — assoluta incomprensione per ciò che deve accadere e ciò che vuole realizzarsi. Ma alla base c’è qualcosa di completamente diverso. Ed è proprio per questo qualcosa di completamente diverso che desidero prendere la parola dal mio punto di vista proprio su questa questione.
Ciò che sta alla base lo si riconosce quando, con buona volontà, ci si approfondisce un poco nell’origine di ciò che si chiama la questione sociale, che oggi — i fatti eloquenti l’attestano — è diventata qualcosa di completamente diverso da ciò che effettivamente era quattro o cinque anni fa; ma è comunque una questione che si ripropone da più di mezzo secolo. Gli uomini sono stati separati gli uni dagli altri dallo sviluppo moderno come da un abisso profondo. Da un lato stanno coloro che incessantemente non si stancavano di lodare senza misura e completamente la civiltà elevata dell’umanità che i tempi moderni hanno portato. Quali canzoni di lode si sono cantate per questa civiltà moderna! Basta ricordarsi di qualcosa. Quante volte le persone cui questo era comodo hanno detto di nuovo: ecco i risultati moderni, i mezzi di trasporto moderni, per mezzo dei quali si può percorrere lunghe distanze con una velocità che sarebbe parsa favolosa agli antichi. Il pensiero vola con la rapidità del fulmine persino attraverso i mari. E poi la vera cultura spirituale, come l’hanno ricoperta di elogi! Ma bisogna domandare: su quale fondamento viveva tutto ciò che si ricopriva così formalmente di elogi? Senza che cosa la civiltà moderna non avrebbe potuto realizzarsi? Non avrebbe potuto realizzarsi senza che si fosse elevata sul fondamento creato dalla grande massa dell’umanità, che non potevano e non poteva partecipare, che stavano in una condizione economica tale che non potevano partecipare a tutto ciò di cui si cantavano tali canzoni di lode. («Bravissimo!») Su quel fondamento si è sviluppata questa civiltà — il fondamento della miseria spirituale e fisica e della sofferenza di una grande parte dell’umanità, su quel fondamento si è sviluppata, attraverso il quale una gran parte dell’umanità ha effettivamente perso la sua dignità umana. Bisogna soltanto guardare — direi, al tempo in cui la questione sociale è sorta per la prima volta nei suoi albori iniziali.
Le persone che cantavano lodi per questa civiltà moderna si riunivano, ebbene, per amor di discussione, persino in sale piene di specchi; parlavano molto dell’ordine del mondo divino, parlavano molto di ciò che rende buoni gli uomini; parlavano molto del fatto che gli uomini devono amarsi reciprocamente; parlavano molto di fratellanza. Parlavano così presso stufe ben riscaldate in stanze ben illuminate. Da dove venivano i carboni presso i quali si parlava di pietà del prossimo e di fedele fratellanza da ogni sorta di fondamento? Sì, fino a metà del diciannovesimo secolo era così, che emergesse, da un’inchiesta che allora il governo inglese aveva istituito, da quale fondamento si era fino allora sviluppata questa civiltà moderna. Questo starsene a galla su ogni sorta di vuote frasi di fratellanza umana e così via si sollevava soltanto perché nelle miniere di carbone gli uomini lavoravano dall’infanzia. Alcuni bambini con nove, undici, tredici anni! Così venivano posti nei pozzi delle miniere e a parte le domeniche non vedevano mai la luce del sole, perché venivano portati giù così presto nei pozzi che il sole non brillava ancora, e portati su così tardi che il sole non brillava più. Per mezzo dei lavori nei giacimenti era inoltre necessario che proprio questi operai perdessero ogni senso di pudore; uomini nudi con donne semi-nude dovevano lavorare insieme lì sotto, da una parte compiendo il lavoro più terribile, dall’altra parte pendendo continuamente dal pericolo di morte. Ebbene, non ho bisogno di descrivervelo ulteriormente. Queste cose certamente non sono migliorate per il merito di coloro che hanno cantato canzoni di lode alla civiltà, ma sono diventate un po’ migliori per mezzo dell’organizzazione degli oppressi da allora in poi. Ma l’abisso è rimasto. La frattura è presente. Da allora non è entrata molta comprensione per ciò che effettivamente è il movimento sociale proletario. («Bravissimo!»)
Ora si può domandare, quando si vede una cosa simile: che cosa mai è, allora, nei circoli finora guida, che fa apparire quasi disperato che da questo lato entri qualcosa di favorevole nel prossimo tempo? Che cosa mai è dunque? Prima di ogni cosa è — nell’epoca in cui si parla così tanto del progresso spirituale e così via — prima di ogni cosa è — deve essere detto senza riserve — la mancanza di pensiero. («Molto giusto!») Questa mancanza di pensiero ha colpito gli uomini terribilmente, perché soprattutto sono troppo comodi per guardare alle realtà. E così è accaduto che oggi si possono sentire i giudizi più imprecisi su ciò che negli ampi strati del proletariato emerge dalle anime come rivendicazione legittima sulla superficie. Non si deve certo andare così lontano come il defunto imperatore tedesco — certamente un uomo che se ne stava da parte dalle rivendicazioni dei tempi moderni tanto quanto un uomo potesse starne — non si deve andare così lontano come colui che una volta disse: gli uomini che pensano socialmente sono come animali («Puah!»), che corrodono l’infrastruttura dell’impero tedesco e che devono essere estirpati. Non si deve andare così lontano, ma una maggiore comprensione di ciò che è necessario non si mostra affatto, da certi lati, da coloro che fino a ora sono stati i condottieri.
Ciò che deve essere sottolineato sempre di nuovo è che ciò che oggi appare come un fatto così spaventoso per molti, che emerge soprattutto dalla vita del proletariato, è una gigantesca critica storica di ciò che le classi dominanti hanno perpetrato nel corso dei secoli. Fino a ora era per lo più una critica che echeggiava però in modo molto significativo dalle assemblee — basta solo conoscerle — in cui i proletari negli ultimi decenni si sono rivolti sempre di nuovo a coloro che fino a ora erano stati i condottieri: non può continuare così! In quelle assemblee che le anime proletarie si strappavano dopo aver lavorato il giorno intero, in quelle assemblee nelle quali — colui che ha vissuto i tempi lo sa — le questioni più serie dell’umanità sono state dibattute in modo significativo nel corso dei decenni, nello stesso tempo in cui la gente fuori si sedeva con le sue culture di lusso in una qualche commedia senza valore o trascorreva il tempo in modo ancora più biasimevole, oppure anche picchiava le carte a Skat, in quel tempo dalle profondità del proletariato si sono formate gigantesche rivendicazioni spirituali, qualcosa di completamente diverso da una mera questione di pane o di salario, come oggi in modo comodo molti vogliono credere, di cui coloro che i circoli guida sono stati finora non sanno molti.
Se ora si domanda: da quali fondamenti provenivano le concezioni del mondo proletario? — allora si giunge a tre campi umani, quei campi che si ritrovano sempre di nuovo nella vita sociale. Si giunge innanzitutto al campo della vita dello spirito; in secondo luogo al campo della vita del diritto; in terzo luogo al campo della vita economica. Questi tre campi sono il fondamento anche per la considerazione, per la vera, consona-alla-realtà considerazione della questione sociale, che in realtà è tripla: una questione economica, una di diritto e una spirituale.
Mi permetta, molto stimati signore e signori, che qui in questo Goetheanum, come pure altrove, ma particolarmente qui parli per primo delle questioni proletarie come di una questione spirituale. Si è sottolineato assai quando si è parlato dell’origine della questione sociale, particolarmente dell’origine del movimento proletario, sempre di nuovo come sotto l’influenza della tecnica moderna, dell’industria moderna, sotto l’influenza soprattutto del capitalismo moderno, si sia sviluppato ciò che si chiama il movimento proletario. Certamente, le cose che sono state dette sono tutte giuste fino a un certo grado; ma c’è ancora qualcosa d’altro da considerare.
Prima di tutto c’è da considerare che con la tecnica moderna, con la fabbrica moderna, con ciò che deve essere designato come il capitalismo moderno che desolava le anime, una nuova vita dello spirito si è abbattuta sull’umanità. Questa vita dello spirito è stata certo sviluppata dapprima nelle classi borghesi. Le classi borghesi hanno formato da antiche concezioni religiose e altre questa più recente vita dello spirito, che si potrebbe chiamare la vita dello spirito orientata scientificamente. Il mondo proletario, che era stato strappato dalle condizioni di vita nelle quali era stato precedentemente, che era stato condotto alla macchina desolante, inquadrato nel capitalismo che desolava, questo mondo proletario accolse fiduciosamente questa vita dello spirito della classe borghese.
È un fatto importante che in tempi recenti questo proletariato abbia recato per così dire un ultimo grande fiducia storica mondiale alla borghesia, e che questa fiducia sia stata tradita. («Molto giusto! Bravissimo!») Da questa tradizione della fiducia storica mondiale, lasciatemi parlare innanzitutto.
Credo che non parlo da una teoria grigia, perché so, dato che ho lavorato alla Scuola di formazione per i lavoratori di Berlino, che era stata fondata dal vecchio Wilhelm Liebknecht, come la vita dello spirito all’interno del proletariato viene promossa. Ho insegnato personalmente i vari settori di questa vita dello spirito. E allora ho potuto guadagnare un accesso da lì alla vita dello spirito dei vari sindacati e cooperative e anche dei partiti politici. Si poteva vedere come, nelle anime dei proletari moderni, qualcosa di completamente diverso viveva di ciò che molti oggi credono di poter pensare sul proletariato — ciò è inutile — si poteva immergersi in modo tale da poter pensare con il proletariato. È su questo che si fonda tutto oggi. («Molto giusto!») È importante che soprattutto si comprenda come, per quanto illuminati si poteva essere rispetto all’orientamento scientifico naturalistico più recente, che ha dissolto l’antica capacità di orientamento religioso, per quanto illuminati si poteva essere: questo rimase un’illuminazione della testa. Rimane un’illuminazione accanto alla quale tutto il resto della vita sociale può sussistere. Si poteva essere completamente convinto, come il corpulento ricercatore Vogt, il divulgatore scientifico-naturalistico Büchner, onestamente dalla testa, di questa visione del mondo scientifico naturalistico più recente, ma tuttavia, se ci si apparteneva ai circoli direttivi fino ad allora, si stava dentro un ordine sociale che era in realtà ancora costruito dalle vecchie concezioni. Si prese con la comprensione teorica questo orientamento scientifico naturalistico; ma non si faceva sul serio per tutto il proprio essere umano. È ciò che il proletariato moderno doveva fare nella sua anima più profonda.
Una volta stavo a Spandau contemporaneamente con la sfortunata Rosa Luxemburg, che è stata uccisa a Berlino di recente, nello stesso podio. Abbiamo entrambi parlato della scienza e dei lavoratori. Ciò che ha detto allora Rosa Luxemburg, nel suo modo misurato e del tutto raffinato, era così per così dire — direi — uno specchio di come la visione del mondo più recente agisce sulle anime dei proletari. Voglio solo accennare in poche parole come ha parlato allora Rosa Luxemburg. Ha detto all’incirca che la visione del mondo più recente avesse effettivamente scacciato dagli uomini la fede che abbiano effettivamente vissuto tutti come angeli all’inizio dello sviluppo della terra; no, ha detto al popolo, in realtà eravamo tutti come umani all’inizio dello sviluppo della terra abbastanza sconvenienti e arrampicavamo come animali rampicanti sugli alberi. Questo non dà ragione per trovare giustificati gli attuali differenze di classe e di rango. — Questo dà una concezione completamente diversa di come gli uomini, secondo la loro essenza fisicamente originaria, dovrebbero stare gli uni accanto agli altri nel mondo. Sì, quando ciò viene detto al proletario, che è costretto a fare di queste cose quello che una volta si chiamava una visione del mondo religiosa, quando ciò viene detto in modo che venga accolto da tutto l’essere umano, non solo dalla testa, allora si poteva vedere che cosa era stato colpito nell’anima del proletario moderno, come qualcosa di completamente diverso da una semplice questione di pane radicava in lui di quanto una semplice questione di pane, che è certamente anche la questione sociale — ne parleremo subito dopo — ma qualcosa d’altro di una semplice questione di pane, una questione della dignità umana, che è intimamente legata a un’altra questione che ogni uomo deve in qualche modo porsi, alla domanda: che cosa sono io effettivamente come essere umano nel mondo?
L’artigiano medievale, che ancora poteva dire del suo mestiere con una certa diritto, aveva un fondamento d’oro, poteva rispondere a questa domanda dal suo rapporto con l’artigianato. C’era ancora per lui, da questo rapporto con l’artigianato, una sorta di onore professionale; c’era anche qualcosa che gli brillava nella mente: ho un certo valore nella società umana. — La macchina desolante, il capitalismo senza anima, non dicevano nulla di questo, assolutamente niente. Rimandavano semplicemente l’uomo, che era stato messo di fronte a una di queste macchine, che era stato inquadrato nel capitalismo, rimandavano questo uomo proprio nell’orientamento scientifico moderno a rispondere a questa domanda: che cosa sono io effettivamente come essere umano? Ciò che diventa importante soprattutto dalla visione del mondo, dalla scienza è ciò che ha a che fare con lo sviluppo umano, con il valore umano e la dignità umana. Come detto, il proletario pose in ciò che era stato elaborato — certo, elaborato da menti significative dall’ordine della società borghese — un’ultima grande fiducia storica mondiale, e ha posto questa fiducia appunto perché credeva che potesse essere risposto proprio a questa domanda: che cosa sono io come essere umano all’interno della società umana?
Ebbene, da questa loro visione del mondo ormai illuminata la gente ha detto: lo sviluppo umano sta sotto l’ordine del mondo divino. O: è l’espressione dell’ordine morale del mondo; o piuttosto: idee storiche regnano. E ciò che accade nell’uomo è il risultato di idee storiche, di grandi pensieri storici mondiali.
Il proletario non vedeva nulla di ciò, quando stava alla sua macchina, quando era inquadrato nel capitalismo, dell’ordine del mondo divino, dell’ordine morale del mondo; vedeva solo la vita economica moderna; vedeva come tutto ciò che si svolgeva come vita dello spirito, e che la gente chiamava ordine del mondo divino, come spuntava e veniva fuori da ciò che la tecnica moderna, il capitalismo moderno avevano dato ai circoli direttivi.
Questa è diventata la sua concezione. La sua concezione è diventata che, in fondo, tutto ciò che questi circoli direttivi hanno come vita dello spirito, in fondo è una sorta di lusso per loro, a cui non possono partecipare coloro che sono ugualmente autorizzati a partecipare a ciò che viene prodotto, come questi circoli direttivi. («Molto giusto! Bravissimo!»)
Questo si è inciso profondamente nelle anime del proletariato. E nei frammenti che cadevano, dove veniva offerto ciò che era stato cucinato nelle cucine spirituali borghesi, offerti al popolo. Con ciò non si volevano far liquidare, ma al contrario mettevano il massimo valore soprattutto nel comprendere la vita dello spirito dell’umanità, nel comprendere diversamente di come si era formato dall’evoluzione borghese dei tempi moderni. Ciò che si era sviluppato, si vedeva bene, è nient’altro che uno specchio di ciò che si era sviluppato nella vita dello stato e economica per i circoli direttivi. Si arrivò a sostenere con diritto per i tempi moderni, come uno specchio soltanto di questa vita dello spirito dall’economia dei circoli che erano stati favoriti dalla moderna vita economica. L’ideologia è stata ancora e ancora chiamata questa vita dello spirito. L’espressione «ideologia» per questa vita dello spirito di lusso era — da un lato — ciò che mostrava come il proletario sentiva questa vita dello spirito; dall’altro lato mostrava ciò che desiderava: di una vera vita dello spirito, che potesse penetrare nella sua anima in modo tale che questa anima si sentisse il suo legame con qualcosa che andava al di là dei più banali interessi della macchina e del capitalismo.
Nemmeno qui bisogna sempre andare così lontano come è andato ancora il passato imperatore tedesco, che non solo ha chiamato i proletari nemici dei circoli direttivi, ma nemici dell’ordine divino del mondo; (movimento tra gli ascoltatori) ma in certo senso, nei circoli direttivi non si sentiva diversamente nemmeno in questo ambito. Che cosa vedeva il proletario di tutta questa vita dello spirito, quando voleva arrivare alla chiarezza in merito a questa vita dello spirito secondo la verità? Che cosa vedeva? Oh, ciò che vedeva — in una parola echeggiava sempre di nuovo nel corso di decenni, da quando Karl Marx ha formulato e elaborato questa parola in modo comprensibile per il proletariato, è la parola: plusvalore. Gli animi paurosi oggi parlano di questa parola plusvalore in modo molto strano. Ma il proletario capiva dal plusvalore essenzialmente: questa intera vita dello spirito di lusso, questo plusvalore devo produrlo, di cui è alimentata. Nulla di diverso sentiva il proletario da questa vita dello spirito, che doveva produrre il plusvalore per essa, e che da questo plusvalore viene generata una vita dello spirito, che si erige un profondo abisso tra se stessa e i bisogni dell’anima più intima. Pertanto, Karl Marx e i suoi successori trovarono così molta comprensione nelle anime dei proletari, perché quelli dal loro sentimento più profondo — non avevano nemmeno bisogno di penetrare tutto teoricamente — l’avevano sperimentato sul loro corpo, cosa significava in realtà il plusvalore, che viene sottratto dal loro lavoro e fluisce in canali che non portano affatto alle loro abitudini di vita. («Bravissimo!»)
Così sorse nella sfera della vita dello spirito la prima parte della moderna questione sociale, che si esprime nel plusvalore. Il proletario dovette guardare questo plusvalore; e ciò che era stato generato da questo plusvalore, gli sfuggiva, nella misura in cui non poteva parteciparvi come uomo. Questa è la prima parte della questione sociale, nella misura in cui si svolge sulla base della vita dello spirito. Qualcosa di solo capitalistico il proletario poteva vedere soltanto in questa vita dello spirito, qualcosa che era completamente costruito sulla base del capitalismo moderno; certamente, ancora da altri fondamenti, ma innanzitutto su questo fondamento del capitalismo moderno nella forma del plusvalore.
Il secondo fondamento della vita da cui è scaturita la rivendicazione sociale è il fondamento giuridico. Che cos’è il diritto? Molto stimati signore e signori, parlare di diritto è in realtà tanto difficile e tanto facile quanto parlare di colore blu con qualcuno che è daltonico o cieco, cieco a ciò che sgorga dal sano sentimento umano, cieco a ciò che è il vero diritto. Cieco, effettivamente, sotto l’influenza dell’ordine economico moderno, una gran parte dell’umanità è diventata. Per questo è così difficile parlare con queste persone, come è difficile parlare di rosso o blu con un cieco. Perché, quando avrebbe voluto mettersi sulla base giuridica e guardare attorno a sé, che cosa il proletario ha trovato in tempi moderni su questo fondamento giuridico? Diritti? No, non diritti, ma privilegi, soprattutto di coloro che erano venuti a questi privilegi attraverso l’ordine economico moderno, oppure che erano venuti a questi privilegi attraverso antichi diritti di conquistatore. Ciò che si è espresso su questo fondamento giuridico non era l’attuazione del diritto; era ciò che il proletario moderno ha colto con la parola: lotta di classe. («Bravissimo! Molto giusto!») Il proletario moderno ha guardato allo stato moderno, ponendosi di fronte allo stato moderno in modo tale da dire a se stesso, che questo stato moderno non rappresentava ciò che, come ascolteremo subito dopo, ogni stato dovrebbe essere: un’attuazione del diritto; ma questo stato era il terreno per la lotta di classe moderna. E questa è la seconda cosa insieme al plusvalore — la lotta di classe moderna che si opponeva al proletario moderno; da questo plusvalore e dalla lotta di classe è scaturita la sua coscienza di classe. Superare questa lotta di classe, questo è il suo grande desiderio. Un ordine sociale in cui non esista più il terribile conflitto di dominio di una classe umana su un’altra. Questa è la seconda figura della questione sociale: la lotta di classe che si leva contro di essa.
La terza figura sorge sulla base della vita economica, quando si guarda la vita economica con senso sano. Ciò che in realtà può essere chiamato vita economica. Che cosa si muove in questa vita economica? Che cosa dovrebbe muoversi in questa vita economica? Produzione di merci nel senso più ampio, naturalmente, così che ogni prestazione umana richiesta dal bisogno umano è merce, produzione di merci, circolazione di merci, consumo di merci.
Ma nel corso dei tempi moderni qualcosa d’altro si è mescolato in questo ciclo economico di produzione, circolazione e consumo di merci, che era un residuo di un ordine economico di tempi antichi e molto passati, e alla cui superamento le persone capitaliste moderne non hanno voluto contribuire.
Nell’antichità, molto stimati signore e signori, c’erano schiavi; non solo beni, non solo ciò che gli uomini hanno prodotto o ciò che sta sotto gli uomini nella natura, come l’animale, veniva comprato e venduto sul mercato delle merci secondo l’offerta e la domanda, ma l’uomo stesso, lo schiavo era. L’uomo è stato mischiato tra i beni. L’uomo è stato spinto verso il basso nell’ordine economico.
Nel Medioevo c’era la servitù della gleba; meno da uomini veniva comprato e venduto. È rimasto nei tempi moderni ciò su cui Karl Marx ha di nuovo attirato l’attenzione. Ma su questo tema bisogna davvero essere ancora più radicale alle esigenze dei tempi moderni di Marx; ha attirato l’attenzione sul fatto che entro il moderno mercato delle merci c’è ancora come merce la forza di lavoro umana del proletario. Questa forza di lavoro è comprata e venduta sul mercato delle merci secondo l’offerta e la domanda, come merce. («Puah!»)
Fondamentalmente, molto stimati signore e signori, il proletario, così come deve vivere oggi, può separare il suo essere umano, la sua dignità umana dalla sua forza di lavoro? Deve certo vendere la sua forza di lavoro, vendere in certo senso il suo intero essere umano, quando vende la sua forza di lavoro come merce. («Molto giusto!») Questo è l’ultimo residuo dell’ordine mondiale medievale nel capitalismo. Questa è la terza grande rivendicazione socialista, di spogliare la forza di lavoro umana del suo carattere di merce. Chi pensa in modo sano, sa che il lavoro umano e la forza umana è qualcosa che semplicemente non può essere paragonato a nessuna merce, che non può figurare sul mercato come merce, che non può entrare in un confronto di prezzo con la merce. Eppure, ci si oppone a estrarre dal ciclo economico ciò che è la forza di lavoro umana.
Persone a cui oggi si dà grande peso, perché hanno giocato un certo ruolo, a volte piuttosto dubbio, nell’ultimo periodo di guerra, come per esempio Rathenau, ha scritto nel suo scritto più recente: «Dopo il diluvio» — con il diluvio si intende l’ultima catastrofe di guerra — ha scritto: non sarebbe realmente appropriato se si estraesse la forza di lavoro dal ciclo economico. — Che la vera rivendicazione proletaria vada in quella direzione, lo sentono questi signori; ma non lo trovano appropriato nel loro animo ansioso e senza pensiero, che la forza di lavoro sia spogliata del suo carattere di merce. Perché — così pensa Rathenau — ciò provocherebbe un grande deprezzamento del denaro che si diffonde su tutto l’ordine economico moderno. — Questo è ciò che si teme: il deprezzamento del denaro a causa dell’allentamento della forza di lavoro dal puro ciclo economico. Ma il proletario moderno ha sentito proprio in questa terza rivendicazione dell’allentamento della forza di lavoro dal puro prezzo formato dal processo economico, ciò con cui ha riassunto la sua domanda di dignità umana e di valore umano. Era in modo nuovo nel corso degli ultimi secoli, in particolare nel diciannovesimo secolo, stato messo nel processo economico.
Questo processo economico, molto stimati signore e signori, si può fare studi molto interessanti su di esso, se si segue questo processo economico moderno su tutto il mondo civile, e lo si segue proprio nel modo in cui questo processo economico ha condotto alla terribile catastrofe degli ultimi anni. Essenzialmente è stato il processo economico emerso dal capitale che ha condotto, che ha portato a questa terribile catastrofe, da cui non usciamo semplicemente così, come si immaginano ora le persone che vogliono fare negoziati di pace. Che usciamo in un modo completamente diverso, lo mostrano i segni dei tempi, per i quali non ci sono, come per la guerra mondiale, potenze nemiche e neutre, lo mostrano la questione sociale, che non si fermerà dinanzi ai confini territoriali, lo mostra questa questione, che nel senso più eminente sarà una questione internazionale, e porterà a fatti internazionali, come il mondo non ne ha mai visti, alla superficie dell’esistenza umana. A un certo punto si deve rivelare. Chi non vuole vederlo, potrà già sperimentarlo nel suo corpo. («Bravissimo, molto giusto!»)
Ora, molto stimati signore e signori, in questo processo economico si sentì colui che, sebbene ancora in modo cauto, ma in modo molto chiaro, ha criticato l’ordine sociale moderno, come era allora già possibile, ha scoperto cautamente, ma pur sempre molto radicalmente, ha indicato Goethe nella seconda parte del «Faust» a cosa in realtà si riduce il tutto. Lì mostra che effettivamente provengono, entro il processo economico dai tempi passati, come dice, i santi e i cavalieri, stanno dinanzi a ogni tempesta — così dice il cancelliere nella seconda parte del Faust di Goethe: stanno dinanzi a ogni tempesta, il santo e il cavaliere! — Così dice dei circoli che conducono, guidanti i santi e i cavalieri, Goethe.
Ora, nei tempi moderni, molto stimati signore e signori, questi santi e questi cavalieri si sono trasformati alquanto. Da santi sono diventati a volte statisti abbastanza poco santi (risate), e dai cavalieri è diventato il militarismo moderno nelle sue varie forme. («Bravissimo, molto giusto!») Questi stanno anche e hanno anche resistito a ogni tempesta. — Ma Goethe dice inoltre una parola molto corretta: rivendicano per questo Chiesa e Stato in compenso, vale a dire intende con ciò tutto ciò che è la vita dello spirito. E inoltre rivendicano lo Stato in compenso. (Risate.) La vita economica se la prendono comunque, non hanno bisogno di chiederla.
Questo è ciò che brilla anche dalla visione del mondo di Goethe molto chiaramente nella nostra epoca. E bisogna solo non stare fermo con il vecchio Goethe, ma comprendere le sue applicazioni al presente immediato. («Molto giusto!»)
Da tutto questo vediamo che in realtà ci sono tre questioni sociali. Le rivendicazioni proletarie, come emergono da loro come rivendicazioni storiche mondiali in questo tempo, mostrano una figura tripla, come le ho descritte. Una è fondata sullo spirituale, sul fondamento spirituale; la seconda è sul fondamento giuridico, la terza sul fondamento economico. Dal bene spirituale il proletario conosce solo ciò che deve fornire come base, il plusvalore. Sul fondamento dello stato vede se stesso messo solo nella lotta di classe. E sul fondamento della vita economica vede se stesso inquadrato nel ciclo della vita economica, così che non solo circola merce, ma la sua stessa forza di lavoro, cioè la sua carne e il suo sangue.
Ora vengo a ciò che mi sono dovuto formare da un’osservazione che dura da decenni delle condizioni sociali europee, dall’osservazione di tutto ciò che si sta preparando e che si formerà nel corso dei prossimi decenni. Certamente, posso immaginare che molti qui in questa sala non saranno completamente d’accordo con le concezioni che posso solo accennare schematicamente qui, come le sto presentando. Posso capirlo perfettamente. (Risate.) Ma non si tratta di questo, ma del fatto che queste concezioni, così come ho intenzione di esprimerle, sono prese dalla realtà. Su questa realtà si può raggiungere un accordo. Se l’accordo è costruito su un fondamento onesto, allora si troverà, con colui che intende davvero seriamente le rivendicazioni dei tempi moderni, questo accordo, che sarà un altro di quanto molte persone oggi parlano, questo accordo si troverà allora.
Durante la catastrofe di guerra stessa, miei molto stimati signore e signori, ho detto a più di uno statista — sottolineo ancora una volta, oggi dico «statista» solo tra virgolette — ho detto a più di uno «statista»: ciò che bisogna fare, si mostra chiaramente oggi: avete la scelta, o accettare la ragione oggi, o far abbattere su di voi ciò che deve accadere e deve avvenire, rivoluzioni e cataclismi. — Si è predicato a orecchie sorde durante la catastrofe di guerra.
Il mondo, ad esempio, non molto a nord di qui, durante questa catastrofe di guerra, aveva udito solo una personalità, che si contava allora tra le personalità piuttosto pratiche; non si sapeva di questa personalità — intendo Ludendorff — che era un visionario di primo rango, un uomo che stava completamente fuori dalla realtà, come non ce ne sono più stati; chi ha avuto l’occasione di conoscere questa personalità in tutte le basi sotterranee, sa che questa personalità non era già completamente sensata dal 5 agosto del 1914. Si possono certamente sviluppare piani strategici molto intelligenti, ma si potrebbe comunque essere pazzi. Questo dovrebbe ammettere ogni psichiatra. (Risate.)
La storia della guerra degli ultimi anni, miei molto stimati signore e signori, sarà sotto molti aspetti una psichiatria sociale, una dottrina del delirio sociale. Su questo tema si potrà imparare molto; ma bisognerà avere il coraggio di guardare alle verità. E questa verità è soprattutto che negli ultimi anni l’umanità si è cacciata in concezioni errate così profondamente che queste concezioni errate sono venute alla luce negli orrori di questa terribile catastrofe di guerra.
Se mi chiedo: per quale motivo tutto ciò che si è sviluppato negli stati moderni nel corso del tempo, per quale motivo è diventato così com’è? — Voglio innanzitutto portarvi un esempio. L’esempio non è preso dalla Svizzera. Tuttavia, la questione sociale è oggi una questione internazionale, e la si deve studiare dove gli esempi emergono più chiaramente — l’esempio è preso dall’Austria, ormai in preda al suo destino. Questa Austria non avrebbe mai potuto arrivare al fatale conflitto austro-serbo, se la vita sociale e giuridica e la vita dello spirito in questa Austria non si fossero sviluppati esattamente come si sono sviluppati sotto l’influenza di concezioni completamente sbagliate, da quando, negli anni ottanta, si è cominciato a sviluppare una vita costituzionale, la vita costituzionale del Reichsrat austriaco. Come era? Si era eletti secondo le curie dei grandi proprietari, delle città, dei mercati e dei luoghi industriali, della curia delle camere di commercio, della curia dei comuni rurali. Gli ultimi potevano solo votare indirettamente; gli altri potevano votare direttamente. (Risate.) Da queste curie economiche — perché ammettete, sono pure curie economiche — da queste venivano eletti i delegati del Reichsrat austriaco. Questo Reichsrat austriaco, invece, doveva decidere del diritto. Cioè, si stava da principio sotto l’opinione che dal fondamento giuridico dovesse svilupparsi il diritto solo attraverso la trasformazione degli interessi economici. Si spostò interamente la vita economica nella vita giuridica. Questo si è visto anche in altri campi.
Certamente, il Reichsrat tedesco, ad esempio, aveva il suffragio universale. Su questo si è parlato più volte, persino suffragio diretto — ma proprio nei tempi moderni poteva diffondersi così bene il nuovo blocco dei coltivatori, cioè i puri interessi economici sulla base giuridica. Potrei ora mostrarvi innumerevoli esempi di questo tipo, in cui si vede come si cercava proprio il vantaggio dei tempi moderni, il vero progresso dei tempi, fondendo la vita economica con la vita giuridica. E oggi certe persone non riescono nemmeno a immaginarsi che la vita economica non debba effettivamente essere trattata come un tutt’uno con la vita giuridica. Le classi possidenti e dirigenti, quelle che rivendicano Chiesa e Stato come compenso, hanno dapprima trovato comodo includere il sistema telegrafico, il sistema postale, il sistema di trasporto nella sfera dello Stato. Allora è continuato sempre e sempre. Ma in particolare per certi settori, non si è tentato una fusione diretta di vita economica e vita dello Stato, ma si è cercato di ottenere la protezione dello Stato per gli interessi economici dirigenti e se una volta si studierà imparzialmente perché questa guerra si è sviluppata, allora si troveranno anche tra le cause il malauguroso intricamento degli interessi economici con gli interessi giuridici e dello Stato nell’Europa centrale. («Bravissimo!»)
Questo è da una parte l’intricamento della vita dello Stato con la vita economica che si è tentato. Dall’altro lato, si è legata la vita dello spirito con la vita dello Stato. Questa vita dello spirito — si vedeva in essa un progresso molto particolare dei tempi moderni, in cui questa vita dello spirito non si sviluppasse indipendentemente, ma fosse inquadrata nella vita dello Stato. Sì, la maggior parte delle persone oggi non riesce nemmeno a immaginarsi che su questo territorio si possa e si debba battere in ritirata, che si debba di nuovo lavorare affinché la vita dello spirito sia emancipata, di nuovo staccata dallo Stato, e affinché la vita economica possa svilupparsi sulla sua base libera. I popoli hanno sviluppato su questo campo ogni sorta di miopia e continuano a svilupparla. Questa vita dello spirito, la si può riconoscere, e credo di avere il diritto di parlarne, molto stimati signore e signori, perché credo di avere questo diritto proprio dal fatto che per tutta la vita non mi sono mai fermato su altro fondamento che su quello della vita dello spirito che si sviluppa liberamente, non sono mai stato nella vita dello spirito né al servizio di questo o quel stato, nemmeno al servizio di nessun ordine economico, ma ho sempre cercato di sviluppare la vita spirituale dalle sue basi stesse. Perciò so che cosa significa aver mantenuto libera questa vita dello spirito.
Ma è stata mantenuta libera, mentre nei tempi moderni veniva legata sempre più e più alla vita dello Stato? Ebbene, la gente si è molto compiaciuta sottolineando che nel Medioevo, certamente, i tempi, non li vorremmo certo tornare indietro, naturalmente no, nei tempi del Medioevo la scienza era la portatrice della coda della teologia. Certamente, era così, e non deve tornare. Ma non è così in tempi moderni in un altro campo? Certamente, ciò che si sviluppa come scienza entro lo Stato, all’interno delle istituzioni statali, certamente non è più così fortemente portatore della coda della teologia come nel Medioevo, ma è certamente portatore della coda dello Stato.
Non solo che le istituzioni scientifiche, che le istituzioni scolastiche siano amministrate dallo Stato, ma entro il contenuto della vita dello spirito stessa è penetrato ciò che fluisce dallo Stato, e la scienza non è diventata ciò che è in molti casi secondo le costituzioni di questo o quel paese: ricerca libera, insegnamento libero — no, la scienza è diventata serva dello Stato.
Ci sono già stati casi in cui la scienza più recente certamente non porta più la coda della teologia, ma in cui — gli ultimi anni l’hanno mostrato — questa scienza è fortemente legata alla cinghia della spada (risate) e non è estranea all’ordine della guarnigione, e ciò che la visione del proletariato ha formato di questa scienza, forse non è così insignificante, quando dice: questa scienza come ideologia è solo lo specchio dell’ordine economico e statale dominante. Non ci sono stati casi simili nei tempi moderni in campo matematico e fisico? Lì non è così trasparente, lì non si può immediatamente servire lo Stato; ma d’altra parte, campi che colpiscono proprio la vita umana, lì si può davvero già molto bene servire lo Stato. Così la scienza, in particolare la storia — si vede bene, ma anche altri rami della scienza — è diventata in molti casi una servitù dello Stato. Come i sovrani prevalenti desideravano, così veniva insegnato; i sovrani prevalenti si procuravano i loro teologi, giuristi, medici, filologi e così via, e uno specchio chiaro dell’ordine dello Stato è diventata la scienza, che però può prosperare solo quando è fondata su se stessa e si sviluppa sul suo proprio territorio.
Prendi la storia. Credi che la storia degli Hohenzollern in futuro verrebbe scritta proprio così, sarà scritta, come è stata scritta prima dai professori tedeschi? («No!») Non sarà così. (Risate.) Questa storia degli Hohenzollern, era proprio uno specchio di capitale della vita spirituale dei poteri regnanti. Non si deve andare così lontano come una volta il famoso fisiologo — era altrimenti un uomo capace, «uomini onorevoli sono tutti» — così va in Shakespeare — come il famoso fisiologo, che una volta parlò in un’assemblea brillante e disse: noi scienziati tedeschi siamo la truppa di protezione scientifica degli Hohenzollern. — Oh, era una parola onesta. (Risate.)
Guarda, molto stimati signore e signori, era una parola onesta, ma non esattamente la designazione di uno stato desiderabile. Non si deve andare così lontano. Ma sai come sarà completamente diverso, quando l’insegnante della scuola elementare non saprà più che viene trattato secondo le massime del puro ordine politico, ma è solo amministrato da un’amministrazione che cresce pura dal fondamento della vita dello spirito stesso. Ciò che sorge quando la vita politica e in certo senso spirituale si incontrano, si è mostrato nel Reichstag tedesco, ma si mostra anche in altri campi. Abbiamo avuto nel Reichstag tedesco il cosiddetto Centro, un partito che riposa puramente su una base religiosa. Con tutti i possibili altri partiti ha stretto coalizioni, e ciò che è fluito nel diritto dell’Impero è ciò che è stato preso da basi puramente religiose. Tutte queste cose, che potrebbero essere centuplicate come esempi, testimoniavano che era necessario che in futuro ciò che si è fuso — la vita dello spirito, la vita giuridica o la vita politica e la vita economica — si riprepari la vita dello spirito, la vita giuridica e la vita economica in modo tale che sia tornato un affiancamento, come stati sovrani, una gestione autonoma della vita dello spirito, una gestione autonoma della vita politica o della vita dello Stato, una gestione autonoma della vita economica. Proprio allora questi tre campi si uniranno in modo corretto in un’unità, quando su ognuno di questi tre campi ciò che cresce dalle proprie forze di questi campi può svilupparsi.
Prendi l’esempio per la vita economica. Lì possiamo vedere come questa vita economica da una parte dipende dalla base naturale, a seconda che il territorio, sul quale il territorio sociale in questione, il suolo sia fertile o più o meno sterile, a seconda che uno o l’altro prosperi o non prosperi, così è anche la vita economica di questo o di quello. Si può imparare proprio dagli esempi estremi. In un paese di banane, dove la banana è un importante alimento, allora si rivela che il lavoro necessario per portare le banane dal luogo di origine al consumo è cento volte minore del lavoro che è necessario per noi, nelle nostre regioni europee medie, per portare il grano dalla semina al consumo. Così gli esempi estremi naturalmente non ci sono nel nostro territorio; tuttavia, i singoli rami di produzione economica differiscono così l’uno dall’altro che diverso lavoro umano è necessario per loro, e così via, e così via. La vita economica dipende da un lato dalla base naturale. Si può migliorare questa base naturale attraverso vari successi tecnici; ma un limite è posto su questo lato. A questo limite, d’altro lato, deve venire un altro, che proviene dallo Stato di diritto autonomo. Questo altro lato sarà allora creato, quando non figureranno più tali strane disposizioni che, mentre pretendono di lavorare con i moderni diritti umani, nascondono solo le menzogne sulla vita.
Tali istituzioni sono, ad esempio, il moderno contratto di lavoro. Finché il lavoratore deve concludere un contratto come una merce, con il cosiddetto imprenditore, finché il lavoratore ha una relazione giuridica tra imprenditore e lavoratore non può essere questione. Anche se intera la relazione di lavoro viene estratta dal processo economico e messa nell’organismo di diritto autonomo, se entro l’organismo di diritto autonomo vigente vera democrazia, dove viene considerato ciò che vale per tutti gli uomini allo stesso modo, se su questo fondamento giuridico è deciso il tempo di lavoro, il tipo di lavoro, se è già deciso il lavoro, prima che questo lavoro sia applicato nel processo economico, come è deciso nella terra stessa dalle forze naturali sulla fertilità e infertilità, prima che il processo economico cominci, solo allora è possibile una vera relazione giuridica tra il cosiddetto operaio e datore di lavoro, che deve assumere forme completamente diverse in futuro.
Innanzitutto deve essere determinato per quanto tempo si può lavorare, come si lavora e così via; allora viene stabilito quale rapporto tra il lavoratore e il leader del lavoro deve essere, prima che il processo economico sia considerato affatto. Ma allora il contratto di lavoro potrà estendersi solo alla corrispondente distribuzione di ciò che produttori comuni il lavoratore e il leader del lavoro. Solo allora potrà regnare la giustizia in questo campo. («Bravissimo!»)
Non dire, molto stimati signore e signori, che io, esprimendo ciò, voglia tornare indietro al vecchio lavoro a cottimo. Solo chi non considera che io metto ciò che propongo in questo modo in un sano organismo sociale può credere questo. Il vecchio lavoro a cottimo era pur sempre un salario. Ciò che propongo qui è una relazione contrattuale fondata su una naturale relazione giuridica tra colui che svolge il lavoro fisico e colui che per le sue abilità individuali dovrebbe guidare questo lavoro al vantaggio dell’organismo sociale, non al suo capitalista, personale, egoista vantaggio.
Questo è ciò che ho da dire a qualcosa di completamente diverso da un rinnovamento del vecchio lavoro a cottimo. La relazione salariale cessa completamente. E ciò che entra è una relazione contrattuale sulla base del lavoro prodotto. Allora il lavoratore saprà dove va il suo plusvalore; perché allora sarà messo nella posizione, quando sta liberamente di fronte al leader del lavoro, perché il suo rapporto col lavoro sarà creato sul fondamento giuridico, allora saprà come nel contratto libero può fare la distribuzione.
Questo è da un lato il rapporto di lavoro, ma che può essere creato solo se è altrettanto autonomo, come nei tempi moderni lo stato di diritto sta di fronte al processo economico. Oh, so, molto stimati signore e signori, quanti pregiudizi ci sono contro questo stato di diritto autonomo da una parte e lo stato economico autonomo dall’altra. Ma che la gente se lo sia solo immaginato così nei tempi moderni. Lo Stato come tale è per la gente diventato il puro idolo, per non dire il puro dio. Si può applicare una parola goethiana a questo idolo o dio-stato, certamente una parola che Faust dice al sedicenne Gretchen riguardo a questioni religiose: «L’onnifacente, l’onnisostegno, afferra e sostiene non te, me, se stesso?», così potrebbe all’incirca, come Faust di Dio, così potrebbe all’incirca il moderno capitalista, il moderno datore di lavoro dire al lavoratore: «L’onnifacente, l’onnisostegno, afferra e sostiene non te, me, se stesso?» Nel segreto potrebbe persino pensare forse: specialmente me. (Risate.)
Molto stimati signore e signori, l’abitudine di pensiero è diventata forte, e si opporrà a questa autonomia della vita economica e della vita dello Stato. Non si potrà raggiungere sulla strada della sola cooperativa, della cooperativa che abbraccia lo Stato intero, ciò che deve essere raggiunto. Al contrario, la vita giuridica dovrà essere tolta dalla vita economica. Allora, da una parte la vita economica potrà svilupparsi solamente come circolazione, produzione e consumo di merci, e si potrà realizzare ciò di cui la socialdemocrazia ha sempre parlato, che non si debba più produrre per produrre, ma si debba produrre per consumare. («Bravissimo!»)
Ma questo non può svilupparsi altrimenti, miei molto stimati signore e signori, se non c’è un autonomo fondamento giuridico che, certamente, da una parte si estende al diritto del lavoro, dall’altra parte si estende principalmente anche sul cosiddetto possesso, sul cosiddetto proprietà, particolarmente la proprietà privata.
Chi vuol venire a chiarezza sulla proprietà privata o ne desidera, o può venire a chiarezza, detto più precisamente, dovrebbe prima di tutto rendersi conto che per l’organismo sociale, per la vita sociale il rapporto di possesso può solo essere un rapporto giuridico. Innanzitutto è un privilegio, una relazione di classe; ma è per natura una relazione giuridica. Perché, che cos’è la proprietà? Tutto il resto è chiacchiera. Ciò che è importante per il possesso nella vita sociale è il diritto di disposizione su una qualche cosa. Questo è un diritto, e viene in considerazione come diritto, nella misura in cui il diritto deve essere oggetto dello Stato politico, in quanto questo diritto è stabilito, regolato da uomo a uomo. Su un fondamento puramente democratico lo Stato economico è ciò che sorge dalle necessità umane e dalla produzione necessaria. Così lo Stato di diritto è ciò che sorge da ciò in cui tutti gli uomini sono uguali, ciò che riguarda tutti gli uomini. Abbiamo un accordo da uomo a uomo, che deve essere eretto su fondamento democratico. L’organismo economico si svilupperà da ciò che si è mostrato all’inizio, ma solo in tali inizi nel sistema cooperativo, nel sistema sindacale e così via dai vari ceti professionali, in particolare dagli interessi che si sviluppano tra produzione e consumo, per cui si formano associazioni, e sulla base di queste associazioni, che sono amministrate puramente in modo appropriato al soggetto, l’organismo economico sarà amministrato, per amor di discussione dico l’organismo economico; potrei anche dire il ciclo economico, in cui circoleranno solo merci.
E in questo organismo economico soprattutto ciò che è amministrato dalle leggi dello Stato regnerà, in questo organismo economico il valore, la valuta del denaro. Non lo Stato determinerà attraverso leggi quale sia la valuta, mediante la quale in realtà avvengono le forti fluttuazioni di prezzo, bensì nell’organismo economico potrà entrare, dall’amministrazione pura di questo organismo economico, quello che è l’amministrazione della moneta. La moneta è ciò che, dopo l’economia naturale, gli uomini che vivono in un organismo sociale usano per portare avanti l’economia in comune. Il denaro non può essere altro che la ricevuta, che ho sulla base di ciò che io stesso ho prodotto, la ricevuta che ho, che al momento opportuno, sulla base di ciò che io ho prodotto, da un altro riceverò il suo altrettanto prodotto. Ma ciò che qui è chiamato la vera funzione della moneta, che può solo essere stabilito sulla base dell’organismo economico.
Il puro fondamento statale conterrà solo ciò che può essere costruito su fondamento democratico, su fondamento giuridico, su fondamento giuridico, dove c’è uguaglianza di tutti gli uomini.
E la vita dello spirito, che come terzo deve essere separata da ambedue: oggi questa vita dello spirito vive davvero in bizzarri legami con la vita dello Stato, con la vita politica. Quando ho tenuto un discorso a Basilea la scorsa mercoledì sul medesimo argomento, allora un relatore di discussione ha risposto — su molte cose su cui ha risposto ero di opinione diversa, ma su uno su cui ha indicato, era davvero qualcosa che parlava della commistione, della innaturale intricamento di una parte della vita dello spirito persino con la vita economica.
Rispetto alla vita dello spirito, alla sua autonomia, la socialdemocrazia moderna ha effettivamente solo un singolo membro, di cui dice: la religione deve essere una questione privata, una religione separata dalla vita dello Stato. Qualunque sia il motivo, la continuazione di ciò che è contenuto in questa rivendicazione per l’intera vita dello spirito, la separazione dalla vita dello Stato e economica, il bene del futuro si trova in essa. Altrimenti sorgeranno sempre tali strani usi che indicano che c’è qualcosa di insano nella nostra vita sociale. Come ho detto, questo signore ha indicato che di nuovo in questa ultima sfumatura, non so come chiamarla, per non farle del male, cioè, diciamo, in questa Assemblea nazionale di questo Reich tedesco, di nuovo esiste una coalizione tra il Centro e i socialisti della maggioranza. («Puah!» — e risate.)
Centro e socialisti della maggioranza, questi vanno insieme. Centro — questi sono cattolici, no, abbastanza buoni cattolici — sì, non so, poiché lavorano insieme in questo modo, come i cattolici possono riunirsi, se anche con i socialisti della maggioranza, così sempre con i socialdemocratici, se una volta si è visto l’ultima lettera pastorale del vescovo di Coira, come scrive nella sua lettera pastorale! Lì c’è niente di meno che ogni soldato che si ribella viola l’ordine divino del mondo, e quindi a nessuno possono essere perdonati i peccati in confessione, che si sono confessati a un qualche partito sociale. Questa è la lettera pastorale più recente, del 2 febbraio 1919. Sì, mi chiedo, come se questo quadra alla coalizione del Centro e della socialdemocrazia nell’Assemblea nazionale tedesca? Si sono alleati i buoni cattolici con altri, di cui l’arcivescovo di Coira richiede che a loro non siano perdonati i peccati nella confessione, che quindi a peccati siano carichi all’inferno. Allora li vediamo andare mano nella mano nell’Assemblea nazionale tedesca, questi cattolici con quelli che non possono nemmeno essere assolti dal loro peccato in confessione. Vorrei solo sapere che cosa dovrebbe diventare di questa coalizione sulla strada verso l’inferno. Sì, la cosa sembra davvero abbastanza ridicola. Ma questi ridicoli, molto stimati signore e signori, sono realtà nel nostro presente. Su queste realtà si arriva a condizioni sane solo se ci si impegna veramente nel fatto che la triarticolazione dell’organismo sociale deve essere perseguita sempre più, che tutta la vita dello spirito, dai livelli scolastici più bassi fino all’università più elevata, è solidamente basata su territorio proprio. Chi conosce la vita dello spirito, sa che questa vita dello spirito può prosperare dai suoi propri poteri interiori solo quando non dipende né dallo Stato né dalla vita economica.
Ma se colui che dovrebbe produrre spiritualmente deve obbedire ai dispacci di uno Stato, o se è anche schiavo di questo o quel capitalista, di questo o quel gruppo — alcuni lo fanno senza accorgersene, non sanno nemmeno che il loro genio, quando dipingono un quadro, e in realtà non seguono il loro genio, ma seguono l’ordine economico capitalistico. («Molto giusto.») La gente semplicemente non ha abbastanza pensiero per guardare le leggi della moderna vita sociale in cui stanno.
Ma questo è il compito soprattutto che si guardi dentro. Allora si arriverà anche a ciò che significa questa triarticolazione dell’organismo sociale. Con l’alba dei tempi moderni, alla fine del diciottesimo secolo, echeggiavano dalla Rivoluzione francese, e già all’inizio di essa, tre parole significative, come il motto dei tempi moderni: libertà, uguaglianza e fratellanza. Nel corso del diciannovesimo secolo, persone piuttosto intelligenti, uomini d’onore, hanno sempre sottolineato come queste tre proprietà si contraddicono l’una con l’altra, come la libertà non sarebbe compatibile con l’uguaglianza; perché se tutti gli uomini sono uguali, il singolo non può svilupparsi liberamente.
Ebbene, nel libro che verrà pubblicato da me tra pochi giorni sulla questione sociale, mostrerò che il progresso in ciò che è chiamato capitale, può solo uscire dai danni del capitalismo moderno, se tutto ciò che è capitale è in certo modo portato in relazione con quel membro dell’organismo sociale in cui le abilità spirituali individuali sono amministrate. Allora entrerà — questo posso solo accennare qui, lo troverai più chiaramente illustrato nel mio libro — ciò che oggi entro certi limiti è concesso solo per la proprietà più insignificante che si può avere nel nostro tempo capitalistico e materialista attuale. Qual è la proprietà più insignificante e dispregevole per le persone di rilievo? Lo spirituale. Almeno si ammette con diritto ancora che passa dopo 30 anni dalla morte di colui che l’ha prodotto, passa all’umanità, diventa proprietà comune. Dovrà andare molto diversamente nei prossimi tempi con il bene materiale. Dovremo trovare la stessa strada del passaggio del bene materiale all’umanità, come si è trovata solo per l’affare più dispregevole, il bene spirituale. Questo bene spirituale passa a diritto. Perché per quanto si comporti con i talenti materiali dell’uomo e così via, si ha bisogno di talento e così via, per produrre qualcosa; ma se qualcosa è stato prodotto sulla base della comunione sociale, così bene come si ha la lingua solo dalla comunità, così bene tutto il bene materiale poteva venire a esistenza solo attraverso la comunità sociale, ha solo nella misura in cui è relazionato a questa comunità, nella misura in cui si è legati con i propri talenti. Finché i talenti di un leader possono essere legati a un’impresa di produzione, pertanto tempo in futuro la guiderà. Devono essere cercati i mezzi e i modi affinché il bene materiale, così come il bene spirituale oggi, entri nel ciclo del capitale, dei mezzi di produzione.
Questo è ciò su cui si deve riflettere, questo è ciò che deve essere incorporato assolutamente nello sviluppo futuro dell’umanità. («Bravissimo!») La libertà deve certamente essere nel campo della vita dello spirito. Ma gli uomini hanno sempre di nuovo dimostrato, come ho detto, molto acutamente dimostrarono, che questa libertà contrasterebbe con l’uguaglianza. Hanno dimostrato d’altro lato che l’uguaglianza contrasterebbe con la fratellanza. Sarebbe certamente contrastante, se fosse inteso secondo il principio: e se non vuoi essere il mio fratello, allora ti rompo il cranio. Ebbene, così già la gente parla, almeno alcuni. Ma questi tre, che entreranno nel mio cuore, uguaglianza, libertà e fratellanza.
Che non li esaminiamo solo su una contraddizione superficiale, ma che abbiamo bisogno di chiedere qualcosa di più profondo al riguardo, è su questo che conta. E allora diventa chiaro per noi che, quando quei tre significativi impulsi sociali echeggiavano, la gente era ancora ipnotizzata dallo Stato unitario, chiaramente ipnotizzata dallo Stato unitario: quello che ti sostiene e sostiene se stesso e mi sostiene, specialmente ma me sostiene.
La gente era ipnotizzata da essa. Ma questi tre impulsi, hanno il loro significato proprio quando la triarticolazione viene eseguita. Lì la gente parla ancora oggi sempre di questo; parole d’ordine conducono: individualismo, socialismo, democrazia. Certamente, molto stimati signore e signori, così come libertà, uguaglianza e fratellanza sono tre impulsi, così sono anche individualismo, democrazia e socialismo tre impulsi. Li si capisce solo se si sa, l’individualismo è ciò che è legato alle abilità individuali e ai talenti dell’uomo. Questo deve essere nel campo della vita spirituale, la democrazia nel campo dello Stato, dove viene in considerazione l’uguaglianza di tutti gli uomini, dove ciò che accade riguarda tutti gli uomini, dove il diritto del lavoro e il diritto di possesso — il possesso non sarà — ma il diritto di gestione verrà in considerazione. Ciò che si forma come socialismo nel futuro, regnerà nel campo della vita economica. E così sarà anche con libertà, uguaglianza, fratellanza. La libertà deve essere nel campo della vita dello spirito. Per questo la vita dello spirito deve anche potersi dispiegare liberamente.
Animi paurosi, che dicono: ma se la scuola sarà libera, come sarà allora? Beh, penso che la gente conosce poco proprio ciò che è il movimento operaio moderno. L’operaio moderno ha tutto l’interesse che non entri di nuovo nella schiavitù delle classi regnanti attraverso l’ignoranza. Se gli si permette liberamente di mandare i suoi figli a scuola, allora lo farà sicuramente. Forse mancheranno altri, i membri di quella classe, che sanno oggi già che cosa è costato loro il loro po’ di tentativo di formazione brillante, e come spesso, mentre si formavano, hanno marinato la scuola. Non solo per giorni, ma a volte marinato così che i certificati hanno solo un valore molto basso.
Libertà nel campo della vita dello spirito, uguaglianza nel campo della vita politica o dello Stato, fratellanza nel senso più ampio nel campo della vita economica attraverso le associazioni, le cooperative, che davvero in modo appropriato al soggetto estenderanno la fratellanza su tutta la vita economica: solo allora, miei molto stimati signore e signori, quando si comprende che l’organizzazione sociale deve essere tripartita, allora si sa anche come si svilupperanno affiancate nel futuro la libertà nella vita dello spirito, l’uguaglianza nella vita dello Stato democratico, la fratellanza nella vita economica. Questa sarà l’adempimento di ciò che echeggia attraverso l’umanità da più di un secolo.
Quindi, considerando così i nessi, così considerando, che cosa effettivamente sta nelle forze che stanno già nello sviluppo storico dell’umanità, questo porterà al necessario riconoscimento di questi tre membri, che ho potuto solo schizzare per voi, che troverete poi ulteriormente illustrati nel mio libro.
Io credo però, molto stimati signore e signori, sebbene la gente oggi ancora con ogni sorta di parole d’ordine, perché sarebbe loro comodo potrebbe rimanere nell’ordine antico, si opponga con tutte le forze contro tali pensieri, dovrebbe comunque essere riconosciuto in quale misura questi pensieri sono nuovi. Molti oggi dicono che terrebbero questo o quello per bene per il futuro. Oh, si può tenere molto per bene! Ma non mi illudo assolutamente di essere più intelligente dei dettagli di ciò che dovrebbe accadere di altre persone.
Pertanto, non metto in campo un’utopia, ma il contrario di essa è ciò che ho presentato. Ciò che ho presentato può essere attaccato ovunque, dove si sta. Per quanto lontano a est l’Europa la rivoluzione è avanzata, per quanto lontano se ne sta ancora in altri luoghi d’Europa, dappertutto si può iniziare con ciò, che, partendo da un certo punto reale, da un lato si agisce verso la fondazione della scuola libera e della vita spirituale libera; dall’altro lato verso la fondazione della vita economica indipendente dallo Stato, che dovrà svilupparsi cooperativamente, in particolare attraverso la fratellanza della produzione e del consumo nel futuro.
Questo è il più reale, questo è il più pratico che si possa inventare affatto nel presente. Perché non si costruisce su un programma, si costruisce sulla realtà dell’uomo.
Sempre di nuovo e ancora viene detto: se vuoi introdurre una triarticolazione dell’organismo sociale, dove rimane allora l’unità? L’unità sarà l’uomo, molto stimati signore e signori, perché se viene sollevata l’obiezione: vuoi forse ristabilire il vecchio ordine degli stati, lo stato nutrizionista, lo stato della difesa, lo stato dell’insegnamento? Certamente, lo stato nutrizionista, contro il quale non c’è nulla di particolarmente da obiettare oggi, perché la gente ne ha bisogno.
Lo stato della difesa — beh, ci si è parlato tanto negli ultimi anni, non avrò bisogno di ripetere le cose! Lo stato dell’insegnamento, beh, il servizio scolastico dello Stato, non è diventato così dissimile al servizio dello Stato. Perché non si tratta di stabilire nuovi stati; si tratta del fatto che l’amministrazione, l’organizzazione, che è completamente separata dall’uomo, che è tripartita. L’uomo stesso, sarà in tutti e tre gli organismi; nella misura in cui ha abilità individuali da sviluppare, appartiene all’organismo dello spirito, avrà relazioni con esso, avrà a decidere come vuole inserirsi nell’organismo dello spirito, sarà, naturalmente, per quanto riguarda ciò che riguarda tutti gli uomini allo stesso modo, nell’organismo dello Stato.
Per l’organismo economico vale la legge che ognuno deve essere in esso. L’uomo sarà l’unità. Ma proprio attraverso questo l’uomo potrà essere messo sulla sua vera dignità umana. È su questo che conta, che non si dividano più gli uomini, ma che si divida l’ordine sociale stesso.
Credo, molto stimati signore e signori, che proprio dal proletariato possono emergere coloro che, più di ogni altro, possono avere comprensione per tale ordine sociale. Il proletario non ha davvero nessuna ragione di avere molta simpatia per i vecchi ordini, che si sono trasferiti ai tempi moderni, che alcuni oggi vorrebbero ancora trovare così comodi, se solo non fossero così combattuti. (Risate.) Il proletario ha imparato a stare su se stesso. Ha imparato a guardare a qualcosa d’altro di quanto è toccato a molte persone prima. Ha imparato forse anche che sono necessari nuovi pensieri, che bisogna ripensare, che non si devono solo cambiare un paio di istituzioni con le vecchie abitudini di pensiero, ma che sono necessari nuovi pensieri, che il ripensamento è necessario.
Si ignora l’intelletto intatto del moderno proletario; si troverà proprio nel pensare così. Si dovrebbe nutrire tali pensieri in un momento in cui si dice così spesso: nella catastrofe della guerra si è mostrato qualcosa che non è mai stato nella storia. Coloro che assolutamente non vogliono credere che abbiano bisogno di questi pensieri, dovrebbero pensare al fatto che in un’epoca in cui sono entrati eventi che non sono mai stati, dovrebbero anche venire pensieri che sono insoliti, insoliti a quelli che vivono solo nelle vecchie solite tracce. Ma credo che il proletariato che subentra, così come doveva sentirsi insoddisfatto dell’eredità del vecchio ordine borghese, si troverà in ciò che è necessario come nuovo ordine sociale proprio per la sana triarticolazione dell’organismo sociale.
Pertanto, credo che non sia stato detto invano proprio nelle anime dei proletari, quando si parla di questo ordine sociale del futuro, di cui credo che vorrà realizzarsi e deve realizzarsi, perché giace in quello che è l’impulso umano più profondo per il tempo prossimo.
Questo è ciò che mi riempie allo stesso tempo di speranza, che dal mondo proletario usciranno coloro che avranno comprensione per un movimento così ragionevole e progressivo, verso un sano organismo sociale. Allora uscirebbe proprio dal proletariato quella umanità che, per ciò che ora aspira, aspira dalla necessità e dalla sofferenza, dal disprezzo della sua dignità umana da parte delle altre classi, ciò che aspira, ma per la sua classe, svilupperebbe da questo ciò che deve diventare uno sviluppo futuro, non per il vantaggio di una classe, ma per il vantaggio di tutto ciò che è umano, ciò che deve essere cercato: la liberazione di tutta l’umanità, la liberazione di ciò che nell’umanità vale la pena di essere liberato.
Ma ciò non può avvenire che attraverso concezioni sociali che non sono formulate da nessuna idea, ma sono formulate dall’osservazione della vita. Certamente è vero: abbastanza parole sono state scambiate fino a oggi; ma non si tratta se non di approfondire prima la comprensione di ciò che può accadere, che può trasformarsi in atti; di tali concezioni ho voluto parlarvi, che non ripetono solo parole consumate e concezioni vecchie, ma di tali pensieri voglio parlarvi, che davvero ovunque, dove si ha la buona volontà, possono essere realizzati — di pensieri che nei tempi prossimi dovranno trasformarsi in atti, perché secondo le rivendicazioni della storia mondiale stessa devono trasformarsi in atti e dalle persone sono, più o meno inconsciamente, richiesti per lo sviluppo prossimo. (Applausi vigorosi.)
Facciamo ora una breve pausa di circa cinque minuti. Allora avrà luogo una discussione libera. Chi desidera parola o desidera dire qualcosa sull’argomento, lo faccia di sua iniziativa e mi dia il suo nome, oppure se qualcuno desidera porre una domanda per iscritto, c’è anche l’opportunità.
Rudolf Steiner: ebbene, non sembra essere il caso, molto stimati signore e signori. Non l’intendo certo così superficialmente come un segno che siete tutti d’accordo fino a ogni dettaglio con ciò che ho detto — nemmeno, non come un segno che non siete tutti d’accordo con ciò che ho detto. Ma credo che, per quanto riguarda le discussioni, le cose stiano oggi abbastanza difficili; perché la maggior parte delle discussioni in questo campo sono condotte in modo tale che si porti con sé già il proprio punto di vista preconcetto; e coloro che la prendono così sul serio con le questioni di cui si tratta, sanno quanto sia difficile effettivamente, dalle rivendicazioni che scaturiscono facilmente, giungere a concezioni, che sono motivate alla realtà, a concezioni motivate, che possono effettivamente portare a quello che tutti noi desideriamo. Ai nostri tempi c’è più di quello che si crede, il maestrismo e cose simili all’ordine del giorno.
E io stesso, negli ultimi tempi, dopo aver steso quell’«appello», che è stato firmato da un’intera serie di persone in Germania, Austria e Svizzera, con mia grande soddisfazione, in cui però potevo solo esporre preliminarmente le idee generali di questa triarticolazione, che dovranno essere ulteriormente illustrate nel mio libro prossimamente in uscita sulla questione sociale — io stesso ho dovuto fare l’esperienza che qualcuno mi ha detto: è meravigliosamente strano, lì viene il signor dottore proprio da Dornach, dal Goetheanum, dove sappiamo che si parla continuamente dello spirito, e lì non c’è niente scritto dell’intero appello sullo spirito. — Beh, è scritto che la vita dello spirito dovrebbe essere costruita su se stessa, e ho fiducia che, se viene costruita solo su se stessa, si svilupperà anche in modo sano.
Ma di quelle declamazioni che si sentono sempre di nuovo, che gli uomini diventano sani rispetto alla loro vita sociale, se si allontanano il più possibile dalla materia e di nuovo si rivolgono allo spirito — sì, di queste declamazioni, non si sente niente da me.
Ebbene, guarda, miei molto stimati signore e signori, io non cerco lo spirito dove la gente parla sempre dello spirito, ma credo che il vero spirito sia quello che ha la forza di immergersi nella vita pratica reale, che davvero ha comprensione della vita. Una visione del mondo spirituale, che parla solo sempre di spirito e spirito, per amor di discussione, come la chiamino, che ha sempre solo questo servizio alle labbra dello spirito, una tale visione del mondo non mi sembra particolarmente, in questi tempi attuali, indicare qualcosa di futuro, ma mi sembra proprio il risultato più terribile dell’ordine che sta per finire.
È ciò a cui voglio replicare, dove mi si dice che dovrei parlare più dello spirito: non cerco lo spirito in ciò che viene detto, non nel cosa, ma nel come, come viene compresa la vita, come si tenta di venire incontro alla vita con comprensione. E così, proprio perché si permette che questa concezione di questa scuola superiore per la scienza dello spirito, che dovrebbe essere istituita, vada fuori, mi sono state sollevate molte obiezioni, perché la gente si aspettava qualcosa d’altro.
Ma quello che la scienza dello spirito, come è intesa qui, vuole effettivamente fare, è qualcosa che serve alla vita. E nel nostro tempo attuale, molto stimati signore e signori, serve alla vita chi prima di tutto si dedica a quelle questioni che oggi non ci parlano attraverso mere parole, ma parlano attraverso i fatti.
E non lo vediamo? Le concezioni di partito si muovono come mummie tra noi. I pensieri sono rimasti indietro ovunque rispetto ai fatti. Dai fatti emerge la catastrofe della guerra mondiale di maggiore potenza; questi fatti devono essere affrontati. Non li affronterete se vi fermate ai pensieri che vi siete formati finora. Oggi bisogna imparare di nuovo a pensare.
Questo è quello che voglio aver suscitato una sorta di sentimento. E in questo sentire, nel sentire che un nuovo tempo deve sorgere e che nelle rivendicazioni, per quanto possono presentarsi, che si esprimono attraverso i fatti eloquenti attraverso l’Europa, un nuovo tempo si annuncia, per quanto si oppongano, voglio essere compreso prima di tutto da voi.
Perché, se gli uomini si troveranno sempre più in sentimento comune, in sentimento comune, allora potrà risvegliarsi in loro quello a cui miriamo attraverso una cosa così stabilita da me come la triarticolazione dell’organismo sociale. In questo senso voglio essere da voi compreso. E così possiamo anche capirci, senza che coltiviamo insieme una discussione, che, come sembra, non è desiderata.
Ma posso, proprio perché voglio essere compreso così, forse aggiungere anche a ciò che ho già detto oggi: è per me davvero una soddisfazione sincera e grande potervi salutare oggi, in questi spazi, da cui credo ancora riceverete un’opinione diversa da quella che si è formata qui o lì, che potete forse ancora formare l’opinione che qui in questi spazi da noi non vengono sviluppate proprio alcune concezioni di lusso, ma che si cerca seriamente e onestamente, proprio di servire i massimi interessi dell’umanità.
In questo senso questi spazi desiderano essere una scuola superiore per la scienza dello spirito. E mi dà una gioia molto particolare interiore e cordiale potervi salutare, le signore e i signori del luogo qui in questi spazi, proprio nella discussione di una questione così importante. Spero che non sarà l’ultima volta qui in questi spazi. («Bravissimo!»)
193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 VOLONTÀ SOCIALE E RIVENDICAZIONI PROLETARIE Münchenstein, 10 aprile 1919 [Parola conclusiva dopo la discussione]
Onoratissimi presenti, innanzitutto, prima di rispondere alla discussione, sono pervenute alcune domande, e desidero anzitutto rispondere a queste domande qui poste. In parte anche queste domande sono comunque connesse con tutto ciò che è stato detto anche durante la discussione, e dunque posso bene riassumere nella mia osservazione conclusiva, che non durerà più a lungo, alcuni punti.
In primo luogo è stata posta la domanda: «Non è un grande errore che la socialdemocrazia neghi lo spirituale e l’animico e riconosca solo il corpo e il corporeo?»
Ebbene, non è così facile rispondere in poche parole proprio a questa domanda così vasta, per la semplice ragione che ciò che viene descritto e sostenuto in molti circoli scientifici decantati come vita spirituale e animica, in realtà non è qualcosa che sia in ascesa, propriamente parlando, ma è qualcosa che, fondamentalmente, vive la sua ultima fase di sviluppo, il suo declino completo. Quando si parla di spirituale, non si dovrebbe parlare in generale dello spirituale, bensì ci si dovrebbe sempre rendere conto che lo spirituale vive sviluppi discendenti e sviluppi ascendenti. E coloro che oggi rifiutano la vita spirituale comune, corrente, che io già nel corso della conferenza ho caratterizzato — quella che è il risultato della classe dirigente negli ultimi secoli —, proprio questa vita spirituale che è cresciuta attraverso lo sviluppo statale ed economico, specialmente dell’ultimo secolo, il diciannovesimo — si può comprendere che questo dev’essere rifiutato. Si tratta dunque di trovare una vita spirituale vera, una vita spirituale che conservi la sua propria realtà.
E allora devo dire che è soprattutto necessario oggi il compimento di quella cosa unica che mi permisi di esprimere nel corso della conferenza: che si apprenda davvero dai fatti. E allora devo dire che è soprattutto necessario oggi il compimento di quella cosa unica che mi permisi di esprimere nel corso della conferenza: che si apprenda davvero dai fatti. Vedete, proprio riguardo a molte cose, direi in riferimento a queste domande, i vari signori oratori della discussione hanno parlato, vorrei dire quanto segue: è vero, un signore ha espresso in modo molto bello una parola eterna, che ha designato come parola del cristianesimo, in particolare una che naturalmente non potrebbe essere più bella nel suo significato: «Ama il prossimo tuo come te stesso». Sì, ma onoratissimi presenti, si tratta davvero oggi di esprimere semplicemente una tale parola? («Giustissimo!») Non è forse una verità che questa parola — riconosciamo pure come parola di Cristo — è stata pronunciata per quasi 2000 anni da coloro che si consideravano tali, e tuttavia siamo giunti alle condizioni di oggi? Provano queste condizioni che è stata trovata la forza di rendere davvero viva questa parola negli uomini? Vorrei chiedervi se non si deva dipendere da qualcosa di diverso da ciò che vive nel semplice enfatizzare una parola, nell’ascolto di una tale parola in prediche e simili?
Vedete, ho spesso cercato di farmi comprendere in conversazioni, in assemblee in cui ho parlato, sulla vanità del semplice enfatizzare astratto di una tale parola dicendo: immaginiamo che ci sia una stufa qui; è suo dovere di stufa riscaldare la stanza, e io le dico, mentre parlo come la frase sulla carità del prossimo è stata pronunciata: caro stufa, è tuo vero dovere di stufa riscaldare la stanza! Le parlo con cordialità, direi con il tono di predica più sentito — non riscalderà mai la stanza se non le metto dentro legna! (Ilarità.) Ma se accendo il fuoco, allora la stanza si riscalderà, anche se non le parlo, ma le metto dentro legna; allora la stanza si riscalderà. (Applauso vivace.) Con questo non intendo dire nulla contro la verità di una tale parola; ma si tratta di trasformare una tale parola nella pratica della vita, di farne conoscenza.
Questo è proprio il peculiare, onoratissimi presenti, che all’interno della civiltà così ampiamente decantata si siano trovati uomini che hanno parlato di carità del prossimo, di amore di Dio, di fraternità — hanno parlato, dunque, dall’epoca della cosiddetta umanità. Hanno parlato con grande sapienza, grande razionalità, spesso in stanze con vetrate specchiate, in ambienti riscaldati; ma erano riscaldati con carbone, la cui estrazione — i rapporti d’inchiesta l’hanno mostrato proprio in ascesa del movimento sociale più recente —, la cui estrazione è stata effettuata da bambini di nove, dieci, undici, dodici, tredici anni! Carbone estratto da miniere, in cui uomini nudi stavano accanto a donne semi-nude, dove in verità non c’era motivo di non notare neppure il senso del pudore, per non parlare di qualsiasi altra idea cristiana da osservare. Bisogna veramente considerare che non si tratta solo di urlare fuori una tale parola. Per mezzo della correttezza e dell’importanza del contenuto affettivo naturalmente si farà sempre un’impressione. Ma si tratta di trovare in una determinata epoca quelle cose che sono così pratiche come la legna che devo mettere nella stufa affinché mi riscaldi la stanza, e che in determinate circostanze possono risparmiare il dover sempre e continuamente ripetere la parola in bocca: «Signore, Signore»! A proposito è anche una parola cristiana: non dovete sempre dire: Signore! Signore!, ma cercate piuttosto, proprio di assimilare nei vostri sentimenti, nel vostro intero essere umano, quale sia l’essenza interiore del cristianesimo.
Si fanno esperienze molto peculiari. Credo che nessuno in questa sala possa superarmi nel rappresentare ciò che è la vera essenza interiore del cristianesimo. Ma, onoratissimi presenti, anche io ne ho avuto esperienze. Una volta parlai all’incirca così in una conferenza — allora almeno una tale conversazione era ancora possibile — sull’essenza del cristianesimo. E c’erano anche due sacerdoti, veramente due sacerdoti cattolici. Secondo il mio tema — parlo sempre dal tema — i signori non potevano sollevare gran che di obiezioni contro ciò che dicevo. Vennero da me dopo la conferenza, e fu persino il caso che dovessero dire: contro questo non c’è molto da obiettare; ma — così dissero — la grande differenza è comunque questa: noi, noi parliamo in modo che tutta la gente possa capire; Lei parla solo per un paio di colti. — Allora dissi all’uomo che mi obiettava ciò: sì, veda signor parroco, ora le chiedo qualcosa di diverso: che Lei creda di parlare a tutta la gente, io ci credo; in fin dei conti ogni uomo se l’immagina, altrimenti probabilmente smetterebbe di parlare; ma si possono fare esperienze anche in questo campo; non dipende dal fatto che io o Lei ci immaginiamo di parlare a tutti gli uomini, bensì lasciamo che le esperienze parlino da sole, lasciamo che i fatti parlino. E allora le chiedo: parlano i fatti in modo da darle ragione? Vanno tutti ancora in chiesa da Lei? Sì, veda, allora non potrà dirmi che parla per tutti! E, veda, per coloro che restano fuori, a quelli parlo io. — Questo era quando parlai veramente di Cristo e del cristianesimo.
Onoratissimi presenti, non si tratta di riscaldare continuamente il vecchio nel campo del cristianesimo, bensì di percepire veramente i segni dei tempi. E sappiamo che il tempo avanza, e non è possibile ripetere sempre la stessa cosa; altrimenti si arriva là — ascoltai non molto tempo fa a Berna uno di questi oratori cristiani che disse qualcosa di straordinaria efficacia; parlò in modo molto umano; parlò della divinità di Cristo. Ma alle parole, che avevano ricevuto applaudimenti abbondanti, dovetti pensare quanto segue: quarantacinque anni fa ho letto proprio le stesse parole — era infatti ripreso letteralmente — in un parere cristiano-cattolico, parole che il parroco, penso professore universitario, ha proclamato a Berna per il suo pubblico! Mi dissi semplicemente: come è possibile non imparare nulla dalla storia dei tempi in questi 45 anni, quando da bambino lessi quelle parole? E oggi stanno qui le parole chiaramente scritte, scritte col sangue della guerra mondiale! E la gente crede che si possa sempre solo ripetere la stessa cosa!
Allora, onoratissimi presenti, si preferisce piuttosto accettare di essere compresi meno inizialmente e di presentare ciò per cui si può servire il nuovo tempo, piuttosto che dover sempre e continuamente ripetere il vecchio. La domanda deve essere posta per tutti coloro che dicono: conservate solo la vostra vecchia religiosità, preservate anche la vecchia fede in Dio — e simili, per tutti questi deve essere detto: ebbene, avete in fin dei conti avuto quasi 2000 anni di tempo, avete in fin dei conti per 2000 anni sempre voluto portare questo. Fin dove siete arrivati con ciò, se vi opponete così a ciò che vuole servire al tempo? Considerate semplicemente che avreste avuto tempo sufficiente! Vi è stato lasciato il tempo per 2000 anni; ora è necessario che riconosciate che qualcosa di nuovo deve irrompere su un’umanità provata e straziata.
Questo deve dire in particolare colui che sta fermamente sul terreno del vero pensiero sociale, che può ben nutrire la speranza che per mezzo di ciò una nuova vita spirituale sia fondata, una vita spirituale che unirà veramente di nuovo gli uomini con lo spirituale sentito vivamente, non con uno morto, a cui le vecchie tradizioni e simili sono ormai diventate.
Certo, si può rimproverare al socialismo, se si vuole, che fino a ora abbia poco considerato la vita spirituale. Ma aspettiamo. La vita spirituale che oggi risuona dalle nostre stesse università non può trovare favore particolare in quegli uomini che vogliono qualcosa di umano: la vita spirituale che darà di nuovo a tutti gli uomini la coscienza che il suo uomo fisico è legato con necessità interiore con lo spirituale-animico dell’uomo. Aspettiamo se non saranno proprio gli uomini che pensano in modo socialista i prossimi a rivolgersi alla vita spirituale vera e non continueranno più a opporvisi senza comprensione! E se si pone la domanda: non si può dire che negli odierni circoli borghesi trovi favore particolare quando si cerca di avvicinare loro questa direzione spirituale — ebbene, onoratissimi presenti, è straordinariamente difficile parlare di questa questione, per la ragione che all’uomo che pensa in modo fattuale, e prima di tutto a me, appare necessario sapere: chiunque agisca, ciò che importa è che si possa fare il giusto! E se ci si chiede come si possa evitare molte cose che potrebbero svilupparsi proprio da questa guerra mondiale, ho dovuto dire a molte persone: non mi importa affatto di ritenermi più intelligente degli altri uomini; piuttosto mi importa di dare uno stimolo alla realtà!
Notate, onoratissimi presenti, come ciò che ho detto si distingue da ciò che dicono molti altri. La gente viene e vuole avere programmi. La gente ha vari desideri, begli scopi futuri e simili e li vede espressi in questa o quella parola. I programmi oggi sono economici come le more! Si fondano società, si redigono programmi e così via, e così via. Ma non si tratta di questo; piuttosto si tratta di afferrare la realtà.
Sono convinto che, se si può dire: come gli uomini devono organizzarsi in un organismo sociale sano — e vedo proprio nella triarticolazione dell’organismo sociale qualcosa di sano —, allora gli uomini troveranno ciò che li serve, direi, se solo trovano la struttura, la forma dell’organismo sociale, in cui gli uomini possono realizzare corrispondentemente ciò che deve venire per l’umanità. Questo è ciò che devo sempre dire agli uomini. Forse non rimarrà pietra su pietra di ciò che devo esprimere oggi; non importa; piuttosto importa che, se si affrontano le cose da qualche parte come intendo io, allora forse esce fuori qualcosa di completamente diverso, ma si tratta dunque dello stimolo di fare seriamente da qualche parte in ambito di realtà qualcosa che sia pensato fuori dalla triarticolazione dell’organismo sociale, dall’esperienza di vita, non da una teoria grigia o da un pregiudizio egoistico. Questo è ciò che importa.
Per questo il mio programma è quello che chiama questi uomini in primo luogo a non, vero, avere questa possibilità di realizzare in un certo senso. Quello che ho appena espresso si distingue essenzialmente dai programmi soliti. E per questo credo che il tempo farà il suo corso, naturalmente. E fondamentalmente quello che oggi è espresso così ampiamente non è affatto così giovane. Uno di coloro che hanno stimolato più di tutti, Karl Marx, il professore di socialismo, ha espresso nella prima metà del diciannovesimo secolo, quando era ancora giovane, parole all’incirca così: se tutta l’illuminazione e la capacità di persuasione rimbalzassero contro l’ostinazione della classe proprietaria, allora il dovere più sacro da parte del proletariato dovrebbe essere di assaltare il bastione del capitalismo, di colui che contende i beni più alti dell’umanità, davanti al foro — [lacuna nella trascrizione]. Così, vedete, nella prima metà del 19° secolo è stato parlato. Così Marx ricorreva all’intelligenza per l’illuminazione dei proprietari alle più ampie classi dirigenti!
Non si può dire, onoratissimi presenti, che molto di questo finora sia stato compiuto. Ma non si tratta di questo. Piuttosto si tratta che in ogni caso deve accadere il più necessario per il futuro. E per questo penso che sia necessario, innanzitutto, portare illuminazione ai più vasti circoli; perché dall’illuminazione, dalla comprensione sociale, si svilupperà ciò che non può mai svilupparsi da nessuna violenza, né da quella dall’alto né da quella dal basso. Attraverso la violenza si può distruggere molto; ma attraverso ciò che si può portare di fertile nel mondo, si può costruire. Per questo vedo qualcosa di riuscito solo se all’interno del proletariato nel senso più vasto si sfida così che il singolo, fin dove è possibile, sempre più si immedesima con comprensione sociale. E allora potrà voler penetrare fino ai più alti problemi filosofici della vita, potrà voler salire sempre un gradino dopo l’altro del percorso sociale: allora potrà agire fruttuosamente. In primo luogo si tratta di permearci noi stessi di comprensione sociale! Perché è la mancanza di comprensione sociale quella che ha provocato la situazione terribile attuale. Per questo mi prometto proprio dal proletariato che non commetta l’errore della mancanza di intelligenza, che non eviti l’illuminazione in questioni sociali!
Può allora essere ancora necessario questo o quello in singoli dettagli — il migliore, l’effetto più essenziale sarà quello che si procede ulteriormente sulla via dell’illuminazione.
E se è stato chiesto: «È davvero così facile, allora, trasformare in pratica la triarticolazione della questione sociale, se la mano è portatrice?», dunque per questo si deve dire:
Onoratissimi presenti, certamente, ho detto: si può cominciare da ogni punto — ma non so cosa voglia dire: «se la mano è portatrice». Chi dovrebbe portare la mano? Penso che sia più importante che innanzitutto le teste siano portate; la testa di ogni singolo. E su questo si conta, che sempre più e più uomini si troveranno, che completamente in tutte le conseguenze si immergono, in ciò che può migliorare la struttura sociale dell’organismo sociale.
Poi c’è l’osservazione: «L’anima capitalista non ha sentimento per l’anima proletaria», un’esperienza, ebbene, che si può già in abbondanza fare al presente oggi. Ora è stata portata varia necessità oggi. Innanzitutto, poiché il tempo è già avanzato, non si può entrare in ogni singolo dettaglio, e così desidero solo notare qualcosa su singoli punti di vista che sono stati portati. Innanzitutto è stato detto: ciò che ho espresso sta in contraddizione con il programma socialdemocratico.
Vedete, onoratissimi presenti, che ci siano tali contraddizioni o no, non deve essere deciso dal tenore letterale di ciò che devo dire oggi, mi sembra, piuttosto questo sarà deciso solo dal futuro. («Giustissimo!») Credo che sia oggi, secondo le condizioni attuali, necessario che uomini, interamente dalle loro convinzioni senza pregiudizi, esprimano ciò che credono di aver appreso dalla vita, che è necessario per l’ulteriore sviluppo dell’umanità. I programmi sono fondamentalmente già abbastanza stati stabiliti. Ciò che deve venire deve venire dagli uomini e dalla loro intelligenza. Per questo lo ritengo il più gioioso — ed è anche stato a volte ammesso, è stato riconosciuto — lo ritengo il più gioioso che, benché io abbia molto da dire che non è in accordo con alcun programma, con alcun partito del presente, che tuttavia uomini si trovino che ascoltano queste cose e che prestano attenzione a queste cose. E credo che per questo faremo avanzamento, semplicemente ascoltandoci, senza stordirci a vicenda. A volte non si stordisce affatto con le parole; si può anche stordire colui che vi è sgradevole, per il fatto che non lo si esprime affatto in parole, piuttosto tacendo ciò che non si vuole dire con la bocca. Questo è diventato anche un metodo popolare nel nostro presente.
Con ciò ho toccato alcuni dei punti che mi sembravano particolarmente importanti da questa discussione.
È stato però anche detto, «che ci mancano ancora persone intelligenti». Penso alla relazione dell’intelligenza con il vero progresso attuale più o meno quanto segue. Vedete — permettetemi questo confronto storico: il cristianesimo, che ha avuto un grande, un significativo influsso sullo sviluppo dell’umanità nella forma in cui è sorto quasi 2000 anni fa, si è sviluppato dall’Asia attraverso il mondo greco altamente sviluppato, attraverso il mondo romano altamente colto. Là era il vertice dell’intelligenza, ma non ha inizialmente trovato piede! Ha trovato piede presso la gente che è scesa da nord attraverso la migrazione dei popoli, che dai Romani è stata considerata come i barbari, che dai Greci è stata considerata come gente poco intelligente. Questi avevano l’intelligenza non logora; avevano la nuova, la giovane intelligenza di allora. Gli altri avevano l’antica intelligenza logora, sfiorita, estinta.
Questo è ciò che riconosciamo di nuovo come base del movimento principale della storia contemporanea: viviamo per così dire in una nuova migrazione dei popoli. Quegli uomini che oggi sono considerati intelligenti, talvolta dicono qualcosa di straordinariamente poco intelligente. Dicono qualcosa che non può assolutamente far avanzare il tempo. Viviamo in una migrazione dei popoli che non si muove solo orizzontalmente, ma che si muove dal basso verso l’alto — sebbene le espressioni siano intese simbolicamente, possono comunque essere usate per questo. Sono proprio quegli uomini che provengono con intelligenza non logora da quegli ambienti da cui è sorta la precedente visione civilizzata, là irrompono. E se oggi è ancora necessario dire ripetutamente: fondamentalmente riposa una comprensione in queste anime per ciò che deve venire il futuro. Credo proprio in questa intelligenza non logora, perché è sana, non è decadente. Non è nel movimento decadente come l’intelligenza di molti circoli oggi dirigenti.
Vedo una migrazione dei popoli nel movimento proletario moderno, una migrazione dei popoli che naturalmente si muove solo in un’altra direzione. E metterà qualcosa nel mondo che porterà di nuovo l’umanità verso l’alto per lunghi tempi. Questo è ciò che fa guardare nel futuro, che dà alcuni cenni. Se anche oggi ancora dappertutto esiste insufficienza, insalubrità, anche nei movimenti più speranzosi, non dovremo essere pessimisti, ma è qualcosa che fa credere che da coloro che potranno sentire cosa la vecchia cultura ha commesso, che proprio da coloro sarà infine portato ciò che ora deve essere portato: una vita spirituale, una vita di diritto ed economica, che esiste per tutti gli uomini. E forse avrete notato dalle mie esposizioni che non penso di dividere ulteriormente gli uomini in stati o classi. Nei tempi antichi si distingueva: stato sacerdotale, stato nutriente, stato guerriero. Non si tratta di questo. Proprio ciò che è separato dall’uomo nelle istituzioni, come le abbiamo, direi, nell’organismo sociale triarticolato: l’uomo è proprio ciò che unisce tutti i tre. E avrà la sua rappresentanza in uno stato democratico, o sarà direttamente in esso, e dovrà stare nella vita economica, e nella vita spirituale, cioè nell’intero organismo sociale triarticolato — starà da questa triarticolazione. L’uomo è ciò che abbraccia i tre campi separati l’uno dall’altro in una totalità. Questo è ciò che ho espresso con le parole: rendere l’uomo libero. E sarà libero quando non giuriamo più sullo stato astratto unitario.
Domanda da tra il pubblico: sì, ma per i tre campi non devono esserci comunque diritto e tribunali?
Rudolf Steiner: Certamente, onoratissimi presenti, questo
deve essere così, ma si tratta che proprio, se in tutti e tre i campi qualcosa deve vivere correttamente, allora in un campo questo deve essere creato. Così come la testa umana è una parte dell’intero organismo e ha anche bisogno di aria, non può essa stessa inspirare l’aria; il polmone deve inspirare l’aria. E l’aria sarà allora comunicata all’intero organismo.
(Riguardo alla domanda sul latte per l’intera famiglia): l’intera famiglia ha bisogno di latte; ma non è necessario che, se il tutto è un’unità, questo voglia dire che tutti diano latte, piuttosto proprio allora l’intera famiglia sarà correttamente rifornita di latte quando i tre arti funzionano correttamente. Ciò che importa è, quando in tutti e tre i campi qualcosa deve vivere correttamente, che allora il diritto in questo un campo sia creato e giudicato giustamente. Ciò che importa è che si debba giudicare giustamente. Ciò che importa è che la vita economica sia ordinata correttamente in sé, la vita legale e la vita spirituale anche nel modo corretto, nel modo come l’ho detto.
Proprio questo è che un pensiero conseguente, penetrante, che procede con la natura finalmente afferri il suo posto tra gli uomini; allora solo saremo in grado di cambiare qualcosa. Sono le vecchie abitudini di pensiero che fondamentalmente ci hanno condotto nell’attuale situazione. Le vecchie abitudini di pensiero hanno fondamentalmente provocato ciò che oggi sentiamo come la pressione, come l’oppressione; e la sostituzione di queste abitudini di pensiero, la sostituzione dei vecchi pensieri con nuovi, è ciò di cui abbiamo bisogno! E credo, onoratissimi presenti, che si troveranno uomini, anche se oggi ancora molti si pongono in rifiuto, come abbiamo visto; si riconoscerà questa triarticolazione dell’organismo sociale come pratica. E la grande lezione deve essere tratta dalla miseria degli ultimi anni: che coloro che si ritenevano pratici erano proprio i più impratici — che da un lato completamente diverso la pratica, la vera pratica di vita dovrà venire, e per questo mi rallegra di aver potuto parlare proprio a voi, di aver potuto parlare tra gente più giovane, che hanno il cuore al posto giusto. È qualcosa di molto gioioso quando l’uomo non ha solo una fede, ma una certa forza nel cuore. Perché da queste forze potrà sorgere l’intelligenza non logora.
Vorrei esclamare a chiunque pensi così, come molti anche tra voi: ebbene, anche se molti punti forse rimangono oggi ancora incompresi per molti — se avete il cuore al posto giusto, allora verrà certamente il momento in cui potrete comprendere anche ciò che oggi doveva ancora rimanere un po’ incompreso per voi!
Onoratissimi presenti, ho ormai quasi completato il sesto decennio, sono nel frattempo invecchiato e ho visto gran parte della mossa sociale salire, so quanto ancora deve essere superato. Ma proprio per questo ho la possibilità di rallegrarmi di ciò che oggi accade nella gioventù. E se la gioventù si atterrà a ciò che può essere espresso così in parole: «avere il cuore al posto giusto», allora verrà il tempo, il tempo che deve venire, perché altrimenti l’intera umanità cadrà in una situazione terribile!
Crediamo a questo tempo; perché dobbiamo credervi, perché non possiamo fare altrimenti, se vogliamo vivere correttamente, onoratissimi presenti.
E si può avere oggi una certa speranza che cose si realizzeranno, che finora non si sono ancora realizzate, semplicemente per la ragione che tanto male infinito è stato causato negli ultimi anni: l’umanità deve — se mi permetto di esprimermi così — come espiazione volerlo, deve voler fare qualcosa perché cose che finora non potevano essere realizzate siano risolte gradualmente in modo possibile. Questo è ciò che mi permettevo di dire ancora in conclusione qui.
L’IMPULSO VERSO LA TRIARTICOLAZIONE DELL’ORGANISMO SOCIALE — Non «MERO IDEALISMO», bensì RIVENDICAZIONE IMMEDIATAMENTE PRATICA DEL MOMENTO
Tübingen, 2 giugno 1919 Estratto dalla conferenza, pubblicato in: Scritti della Lega per la triarticolazione dell’organismo sociale, Foglio d’informazione n. 7, s.d. [1919/20]
Nella vita economica si è insinuato, proprio perché il capitalismo moderno con la sua brama di rendita, la concorrenza del capitale, il gettare sul mercato e la regolazione secondo domanda e offerta — si è insinuato in questa vita economica innanzitutto un modo di amministrazione appunto attraverso il capitalismo, che dalla natura della vita economica non deve necessariamente stare in questa vita economica. Perché cosa occorre in questa vita economica? Occorre il suolo con la sua possibilità di produrre prodotti per l’uomo; occorre nella vita economica industriale i mezzi di produzione: occorre il lavoratore ai mezzi di produzione, il lavoratore manuale da un lato, il lavoratore spirituale dall’altro lato. Singoli uomini hanno sempre compreso che una vita economica compiuta in sé è quella che ha i mezzi di produzione, che ha il suolo, che ha il lavoratore fisico e il lavoratore spirituale. Perciò pensatori più forti della vita economica, uno persino che era in grado di diventare un ministro prussiano, hanno espresso la parola: «Il capitale è la quinta ruota del carro della vita economica». Non ci si può togliere dalla vita economica l’amministratore spirituale dei mezzi di produzione e del suolo, non ci si può togliere il lavoratore fisico, ci si può togliere, senza che l’economia sia disturbata, l’azione del capitale.
Che questa sia una verità economico-nazionale, il presente proletario lo sente; lo sente da ciò che la vita economica porta al suo corpo e alla sua anima. Cosa c’è in una vita economica dove veramente domina solo ciò che ho appena citato? Lavoro, spirituale e fisico, e ciò che i mezzi di produzione e il suolo forniscono. La prestazione origina, che crea necessità nella vita umana di controprestazione, e origina la forma primordiale della vita economica. Elaborare nettamente questa forma primordiale della vita economica oggi, questo è necessario perché sia possibile la comprensione sociale. L’uomo entra nella vita economica — deve produrre per sé e per gli altri uomini. Questo è il metro di misura, che lui nelle sue prestazioni possa mantenere sé stesso e gli altri uomini economicamente. Questa è la grande domanda, per quanto semplice suoni, per tutta la vita economica. La grande domanda per tutta la vita economica è questa: devo essere in grado, all’interno della vita economica, di qualunque tipo di produzione io mi dedichi —, devo essere in grado, per quello che produco, di scambiare tanto dal resto dell’economia da poter soddisfare i miei bisogni di vita da quello scambiato, finché non sono in grado di produrre di nuovo una produzione uguale a quella prodotta. Deve essere conteggiato in ciò che viene preso in considerazione, direi, come l’atomo della vita economica, come l’elemento primordiale della vita economica —, deve essere conteggiato tutto ciò che devo cedere per coloro che non possono essere direttamente produttivamente attivi nel presente; deve essere conteggiato tutto ciò che è necessario per i bambini, per la loro educazione e così via; deve essere conteggiato la quota che devo dare per i poveri, gli ammalati, le vedove come sostegno all’invecchiamento. Tutto questo deve essere conteggiato in questa cellula primordiale della vita economica, che si esprime proprio per il fatto che ogni uomo nella vita economica deve essere messo nella situazione di, per quello che produce, scambiare tanto che dalla cosa scambiata possa soddisfare i suoi bisogni, finché produce di nuovo un prodotto uguale a quello prodotto. Ma in questa cellula primordiale della vita economica si vede che essa può essere regolata solo quando ha nel circolo della vita economica nient’altro che le prestazioni stesse; quando si ha nel circolo della vita economica nient’altro che ciò che il singolo ha guadagnato come sua prestazione e ciò che gli altri con lui possono scambiare come loro prestazioni. Nel circolo della vita economica non ha luogo e spazio tutto ciò che si chiama «capitale»; questo penetra solo per disturbare questa vita economica e contaminare questo processo economico. Il processo economico diventa puro solo quando in esso può aver luogo il compenso di valore dei beni disposto dalla vita dalla sua cellula primordiale della vita economica.
Per la conferenza del dr. Steiner sulla triarticolazione dell’organismo sociale Rapporto giornalistico di Hermann Heisler, pubblicato in: Tübinger Chronik, 7 giugno 1919, n. 130
La prima impressione del dr. Steiner il 2 giugno sembra sia stata per molti dei numerosi ascoltatori una certa delusione. Perché indubbiamente Steiner non fa richieste comuni ai suoi ascoltatori. Non parla nella lingua di concetti scientifici coniati fermi ed evita tutte le parole d’ordine partigiane dei politici professionisti, il cui uso è bensì molto comodo per l’ascoltatore, ma non sono capaci di contribuire a chiarire la nostra situazione. Anche il tono fortemente austro-ungarico del discorso parve a molti ascoltatori strano. Tuttavia tali esternalità furono presto sorpassate dall’impressione che si ha a che fare nel dr. Steiner con una personalità interamente indipendente, potente, che ha compreso a fondo le forze trainanti della nostra epoca critica, e che è guidata dalla ferma volontà di salvare il nostro popolo il più possibile dagli orrori di una seconda rivoluzione minacciosa e dalle condizioni che ne seguirebbero di un bolscevismo russo. Il mezzo di salvezza vede Steiner nella triarticolazione dell’organismo sociale.
Per guidare i suoi ascoltatori alla giusta comprensione delle nostre odierne condizioni, Steiner ha esposto innanzitutto le radici del sentimento proletario, che conosce non solo come osservatore sensibile dell’anima popolare, ma dalle sue stesse esperienze. Per il dominio della macchina e del capitale il proletario come uomo non libero è stato inesorabilmente incatenato nel circolo economico. Ha sentito questa condizione sempre più come un’indigna. Anche nella vita spirituale materialista che gli veniva offerta dalla società borghese non trovava compenso per quello che la macchina senza anima gli rubava di dignità umana e di soddisfazione interiore. Così si stabilì nell’anima del proletario la convinzione, che derivava dal pensiero materialista borghese, che tutta la vita spirituale fosse solo un’ideologia, un’immagine riflessa della vita economica; e che perciò si dovesse solo cambiare la vita economica, allora si dovrebbe da sé arrivare a un’altra vita spirituale. Per questo il proletario si gettò con tutta la forza sulla vita economica e cercò di trasformarla. Divenne un materialista pratico per giungere a una vita spirituale più dignitosa.
Malgrado le apparenze contrarie la questione sociale è così nel più profondo fondamento una questione spirituale. Il proletario vuole uscire dall’esistenza desolata interiormente in cui il capitalismo moderno e il materialismo scientifico l’hanno spinto.
L’aiuto avrebbe dovuto venire dal lato della vita spirituale. Ma questo non ha potuto portare l’aiuto, poiché era esso stesso dipendente e completamente nel dominio dello stato capitalista e di conseguenza si è sempre più configurato come estraneo al popolo e alla vita. I nostri dirigenti in generale non sanno nulla di ciò che muove l’anima del proletario, e come il lavoro monotono delle macchine agisce sulla sua anima. Questo ha sperimentato quel consigliere del governo Kolb, quando ha rinunciato al suo incarico e ha lavorato in America prima in una birreria e poi in una fabbrica di biciclette come semplice operaio. Allora ha dichiarato che ora comprendeva perché gli operai non hanno gioia nel lavoro e spesso non vogliono nemmeno più lavorare. — [Steiner] è convinto che la vita spirituale si svilupperebbe meno estranea alla vita e perciò più fruttifera, se fosse sottratta a qualsiasi influenza statale e tutela, se poggiasse solo su se stessa. Lo stato ha da fare solo con la vita del diritto, cioè con tutto ciò che si riferisce alla relazione tra uomo e uomo. Ciò che è legale è ciò che è uguale per tutti gli uomini. La vita spirituale invece ha da fare con ciò che è individuale, ciò che il singolo uomo produce sulla base della sua capacità.
Questo non può essere amministrato dal terreno dello stato di diritto, piuttosto lo spirituale deve crearsi sulla base di perfetta libertà i suoi propri organi. Solo allora può fornire al contributo allo stato e alla vita economica che è destinato a fornire.
Poiché il membro politico dell’organismo sociale, il membro del diritto ha da fare solo con la relazione tra uomo e uomo, cioè con ciò in cui tutti gli uomini sono uguali, perciò neanche la vita economica può essere fusa con la vita dello stato. Altrimenti la vita economica non può prosperare. Nella vita economica ogni uomo sta dentro attraverso professione e consumo. Per agire nella vita economica non è sufficiente l’essere uomini, ma a questo appartengono le associazioni economiche. Questa vita economica non può e non deve avere a che fare con nulla di altro che con produzione di merci, circolazione di merci e consumo di merci.
Ma ora si sono insinuate nella vita economica: la forza di lavoro umana, il suolo e i mezzi di produzione, e con ciò in connessione il capitale. Il capitale è la «quinta ruota del carro» della vita economica. Può essere completamente tolto dal processo economico. La grande domanda del processo economico è solo: come sono in grado, per quello che produco, di scambiare altro, che soddisfi i miei bisogni? Perciò nel circolo della vita economica non deve esserci nient’altro che merce o prestazione, che in questo contesto è anche merce. Quando il capitale penetra nel processo economico, questo contamina il compenso di valore dei beni. Con il capitale è connesso il rapporto salariale, cioè la considerazione della forza di lavoro umana come merce. E proprio questo è ciò che il proletario sente come indegno. Perché poiché non può separarsi dalla sua forza di lavoro come da un cappotto che si toglie, deve vendersi a se stesso con la sua forza di lavoro e così cade in una vera schiavitù salariale. Perciò la forza di lavoro deve essere redenta dal [carattere di merce]. Questo è uno dei punti nodali della questione sociale. Ma questo va solo così, togliendo la forza di lavoro dal processo economico, in cui per sua natura non appartiene, e portandola sul terreno di diritto dello stato. Lo stato di diritto, che regola la relazione tra uomo e uomo, decide fondamentalmente su tipo, misura e tempo di lavoro. Queste domande devono essere decise, prima che l’uomo si avvicini a un lavoro. Allora il «lavoratore» non conclude come oggi un contratto di lavoro con il «datore di lavoro», piuttosto — questi concetti cadono completamente — lavoratori e responsabili del lavoro sono soci e amministrano insieme il suolo e i mezzi di produzione e raccolgono corrispondentemente il raccolto della loro prestazione individuale ai mezzi di produzione. Così il lavoratore diviene veramente libero ed è tolto da qualsiasi schiavitù salariale. Il suo diritto e la sua dignità umana sono assicurati dallo stato di diritto, perché la sua forza di lavoro non può più essere trascinata come una merce nel processo economico.
Lo stesso vale per il suolo e i mezzi di produzione finiti. Questi non possono essere inclusi nel processo economico per la ragione che non sono affatto merce; piuttosto si può al massimo acquistare il diritto all’esclusivo uso del suolo o di un mezzo di produzione. Qui si tratta quindi non di una questione economica, ma di un diritto. E i diritti sono decisi sul terreno dello stato. Il suolo e i mezzi di produzione finiti appartengono dunque alla totalità del popolo come comunità economica e sono trasferiti dai consigli economici di volta in volta a quel responsabile spirituale alla gestione, che possiede la fiducia dei suoi collaboratori e che promette il miglior uso dei mezzi di produzione. Il capitale non ha più parte nel suolo e nei mezzi di produzione.
Misura e tipo di produzione si regolano secondo i bisogni presenti. Non si deve più produrre senza senso nell’interesse del capitalismo privato.
La «smantellamento del capitalismo» contemplato da Steiner e il trasferimento del suolo e dei mezzi di produzione al possesso della totalità è sul campo della produzione spirituale oggi già attuato in un certo grado, in quanto la proprietà spirituale 30 anni dopo la morte del suo creatore passa al possesso della totalità. In modo simile deve essere messo in movimento tutto il possesso, anche quello materiale. Così come il corpo si ammala quando in qualche organo subentra una congestione sanguigna, così l’organismo sociale si ammala quando attraverso l’economia capitalista privata subentra una congestione nel circolo dei beni economici. Il denaro non deve essere altro che assegnazione al possesso di merci senza alcun valore proprio. Allora la sua accumulazione, cioè la capitalizzazione, è completamente di per sé non necessaria.
Così si arriva a una soluzione della questione sociale senza violenti capovolgimenti sulla via di una corretta articolazione dell’organismo sociale esigita dalle condizioni stesse.
Diversamente non è possibile. Il dr. Steiner ha sottolineato ancora in conclusione che in una tale triarticolazione lo stato non venga forse tagliato in tre parti. Si deve solo provvedere che, per esempio, gli interessi religiosi ed ecclesiastici non nuocciano al danno della vita politica e viceversa, e che le questioni economiche non si estendano confusamente al campo politico. Da ciò derivano quelle formazioni di nodi e ascessi sul corpo sociale, che devono condurre a crisi e guerre. La triarticolazione invece conduce alla guarigione dell’organismo sociale. Non lo straccia artificialmente, ma semplicemente lo mette in piedi sulle sue tre gambe sane. Così anche le tre parole d’ordine della Rivoluzione francese, libertà, uguaglianza e fraternità, cessano di escludersi a vicenda, ma trovano il loro compimento, poiché possiamo dire: libertà nel campo spirituale, uguaglianza nel campo politico-legale e fraternità nel campo economico.
Con un appello incalzante ai presenti di considerare la serietà dell’ora e di incamminarsi presto sulla strada verso la guarigione delle condizioni sociali che si offre nella triarticolazione dell’organismo sociale, il relatore ha concluso i suoi discorsi che duravano più di un’ora e mezza. L’attenzione crescente degli ascoltatori e il loro ricco applauso hanno dimostrato che le sue parole non erano rimaste senza risonanza. Naturalmente gli argomenti del dr. Steiner, data l’ampiezza e la difficoltà dell’argomento da affrontare e la novità delle sue idee, lasciavano molte questioni aperte; e così non potevano mancare dubbi e fraintendimenti. Questi hanno trovato espressione nel dibattito che si è protratto fino dopo le 12, a cui hanno partecipato 16 relatori, insieme a ricca approvazione. Dobbiamo astenerci qui di entrare in tutti i dettagli del dibattito. Degno di nota era comunque che, nonostante varie obiezioni fattuali, tutti i relatori, con eccezione di pochi, ai quali l’assemblea stessa ha tolto la parola per continui attacchi personali non costruttivi contro il dr. Steiner, avevano ricevuto una profonda impressione della serietà e della forza delle idee steineriane. Particolarmente impressionante era che due rappresentanti di partiti proletari si pronunciassero grati e di cuore per il dr. Steiner, mentre il signor consigliere commerciale Molt da Stoccarda ha indicato che ha già realizzato l’idea steineriana nel suo stabilimento per mezzo dell’istituzione di un consiglio d’azienda liberamente eletto dai lavoratori, per quanto è possibile nelle attuali condizioni, e che secondo la sua convinzione nulla si oppone all’esecuzione generale pratica dei pensieri steineriani. Il signor dr. Unger ha annunziato che a Stoccarda si è appena costituito un consiglio culturale, che ha il compito di fondare una vita spirituale libera e indipendente. Il signor prof. Wilbrand si è pronunciato come esperto scientifico per la realizzabilità delle idee steineriane e ha così confutato una serie di obiezioni che erano state sollevate da altre parti. Lo stesso ha tentato di fare il signor dr. Steiner ancora in una parola conclusiva più lunga, in cui ha ricordato che il nuovo non deve essere pesato sul vecchio, ma che ci si deve interiormente mettere completamente al nuovo, per poter capire il nuovo ordinamento proposto. In particolare Steiner ha ricordato ancora che i tre arti dell’organismo sociale non si opporrebbero ostilmente l’uno all’altro, come era evidentemente spesso presupposto, ma che si feconderebbero mutuamente nella divisione del lavoro pacifico. L’idea della triarticolazione non serve a nessun partito e a nessuno schema, ma alla guarigione interiore del nostro organismo sociale malato. — Forte applauso dei partecipanti che sono rimasti fino dopo le 12 ha ringraziato il relatore per i suoi potenti argomenti.
Molti ora si chiederanno: cosa possiamo fare per contribuire all’attuazione delle idee di Steiner? La risposta è: unitevi alla «Lega per la triarticolazione dell’organismo sociale» (ufficio centrale Stoccarda, Champignystraße 17) e rafforzate così l’efficacia dei suoi sforzi, affinché questi si dimostrino nelle epoche difficili ancora indubbiamente in arrivo come rimedio contro il pericolo di condizioni russe. La Lega è apartitica e chiama i membri di tutti i partiti a un’azione sociale salvifica comune. Così l’idea steineriana è già stata compresa e accolta da molte migliaia da tutti i partiti. Così è provato che il pensiero della triarticolazione è in grado di riempire i circoli più vasti con la speranza di una guarigione interiore del nostro organismo sociale e di costruire il ponte tra i partiti ancora oggi nemici.
Di fronte a questo fatto significativo, i piccoli dubbi e timori riguardo alla realizzabilità pratica dovrebbero ritirarsi, soprattutto perché il dr. Steiner qui lascia la massima libertà di movimento e non anticipa in alcun modo il giudizio proprio e lo sviluppo futuro. Dice su questo nel suo libro «I punti nodali della questione sociale»: «Una rappresentazione mentale, che come quella qui presentata vuol essere conforme alla realtà, non vorrà mai voler più che indicare la direzione in cui la regolazione può muoversi. Se ci si avvicina in modo consapevole a questa direzione, si troverà sempre in un caso concreto particolare qualcosa di appropriato allo scopo. Tuttavia dalle particolari condizioni deve essere trovato per la pratica della vita dalla mente della cosa il giusto. Quanto più conforme alla realtà è una forma di pensiero, tanto meno vorrà stabilire legge e regola per il singolo da esigenze preconcette.» Inoltre il dr. Steiner sottolinea sempre che non auspica un’attuazione violenta, troppo veloce delle sue idee, ma che le stesse devono essere attuate sulla via di una transizione organica alla nuova forma.
Innanzitutto per i lavoratori verrà in considerazione come realizzazione pratica delle idee steineriane, che si uniscano subito nell’interpretazione dell’appello della commissione di lavoro della Lega per la triarticolazione dell’organismo sociale a veri, liberi consigli aziendali, che devono formare il punto nodale per la futura libera organizzazione dell’economia comunale. — Per gli operai spirituali in particolare, ma anche per tutti gli altri, si tratterà inoltre di aderire al consiglio culturale di recente istituzione, il cui appello recita:
A tutti gli uomini! Per secoli la nostra vita culturale (scuola, scienza, arte e religione) ha servito lo stato e l’economia. Paragrafi di legge e ordinanze ci hanno reso esseri senza idee e non indipendenti. Incatenati nella vita economica unilaterale erano alti e bassi. Un popolo politicamente completamente addestramento — così ci ha colpito la catastrofe della guerra mondiale. Il crollo era la conseguenza. La mancanza di comprensione sociale della classe dirigente ha trascurato le necessità per il proletariato senza possessi, che riceveva solo le briciole dei risultati culturali, altrimenti si consumava nella lotta per la sua esistenza. Dalla rivoluzione il proletariato sperava la liberazione dal capitalismo che desolava l’anima. All’interno della vita economica sola nella migliore situazione economica cerca il suo bene. In verità però il desiderio di dignità umana combatte per il suo sfondamento. Solo nel campo culturale attraverso l’istruzione e la formazione dello spirito è raggiungibile il grande obiettivo. Minacciosamente sta di fronte a noi il pericolo spaventoso che di nuovo la vita culturale sia asservita, poiché i prodotti dello spirito siano bollati come merce. Questo non deve accadere, non deve perire la cultura dell’umanità. Libera su sé stessa deve diventare l’intera vita spirituale in propria autoamministrazione. Solo essa può fecondare beneficamente la vita economica e quella politica. Solo così sarà possibile la vera formazione dei veramente capaci. Come da un lato la vita economica attraverso il consiglio aziendale, così deve dall’altro lato la vita spirituale essere amministrata attraverso un consiglio culturale. In esso devono raccogliersi tutti gli uomini che sono seriamente disposti, ciascuno nel suo posto, a rinnovare la vita spirituale e a partecipare al fatto che essa, libera dagli influssi dello stato e dagli interessi dell’economia, possa seguire le sue proprie leggi. — Lavoratore dello spirito è chiunque aspira alla vera umanità. Nel consiglio culturale è il suo luogo di lavoro. Che nella vecchia disposizione fosse attivo nel campo politico, terreno economico o campo culturale, che sia proletario o non proletario —, ognuno entri subito, prima che sia troppo tardi!! Il tempo è serio!!
In questa fondazione abbiamo il germe della costruzione di una vita spirituale libera. Per tutte queste organizzazioni il sottoscritto è disposto ad accettare lettere e inoltrarle a Stoccarda.
Hermann Heisler LA WESENHEIT SOPRASENSIBILE DELL’UOMO E LO SVILUPPO DELL’UMANITÀ Mannheim, 26 luglio 1919
Miei cari presenti! Quando l’uomo contemporaneo riflette sulla miseria odierna, sul male attuale, allora certamente si chiede in primo luogo quali siano le cause di questa miseria, di questo male. E si chiede pure: come si può uscire dal caos, dalla confusione dello sviluppo sociale dell’umanità, in cui siamo caduti? Per lo più, a seconda delle particolari inclinazioni dell’uomo odierno, tali domande vengono rivolte alle cause esterne più immediate, che risiedono negli eventi terribili, negli avvenimenti spaventosi degli ultimi cinque o sei anni. Oppure il pensiero viene rivolto a misure che riguardano l’esteriore, per rimediare alla sofferenza e al caos in cui siamo immersi. Certo, molti non si accontenteranno soltanto di ciò che gli ultimi anni possono dire loro. Rivolgeranno la loro attenzione a un periodo più lungo, agli ultimi decenni, forse secoli, durante i quali — benché meno visibilmente per l’umanità — si è preparato ciò che così terribilmente si è manifestato negli ultimi anni, come, per così dire, in una lunga epoca di afa si prepara un temporale, che poi improvvisamente si scarica. Ma così rimane comunque nel cercare le cause esterne, e nel ricercare misure esterne per alleviare la miseria. In un certo senso, con un tale pensiero, con un tale sentire, si ha senza dubbio ragione. E nella misura in cui si ha ragione — che cosa può risultare vantaggioso da una conoscenza della nostra situazione mondiale riguardo all’esteriore — di ciò, miei cari presenti, avrò modo di parlare più dettagliatamente dopodomani. Oggi tuttavia desidero parlare di quelle cause che hanno agito nella vita interiore dell’uomo e la cui modificazione l’umanità contemporanea dovrà considerare, se vuole uscire dalla situazione caotica in cui si trova.
Non è forse, con uno sguardo alquanto più attento e benevolo a quello che oggi vive nell’umanità, facilmente evidente a ogni osservatore che in questo tempo, in cui da tanti cuori, da tante anime sentiamo il grido per un assetto più sociale delle nostre condizioni, di quelle che finora abbiamo avuto — non è forse strano che, nonostante questo grido, osserviamo che nell’umanità contemporanea regnano ovunque impulsi intensamente antisociali? Sì, è proprio questa la difficoltà che si presenta all’osservatore serio della nostra situazione mondiale: che si devono guidare le forze verso un assetto più sociale della nostra vita umana in un’epoca in cui dalle profondità dell’anima, in tutto il nostro mondo civilizzato, sorgono impulsi antisociali. Questa ascesa di impulsi antisociali è collegata al fatto che l’uomo odierno ha grandissima difficoltà a realizzare una brama che non è nemmeno conscia, ma più o meno inconscia nella sua anima — eppure, sebbene inconscia, si manifesta nell’umanità odierna in modo così potente che spesso emerge in modo quasi patologico, sia morale che fisicamente. La brama — come ho detto, non è facilmente percepita, poiché per molti uomini ancor oggi si esprime inconsciamente — la brama è questa: in un modo nuovo, nel modo che l’uomo si è sviluppato negli ultimi decenni, anzi anche negli ultimi tre o quattro secoli, acquisire una relazione a ciò che vive come presentimento almeno, se non come piena consapevolezza, in ogni anima — il presentimento di un’essenza sovrumana nella nostra effimera, nella nostra sensibile natura umana. Nella ricerca, potremmo dire, dell’essere umano soprasensibile, l’uomo odierno si trova. E colui che guarda più profondamente nelle esigenze del nostro presente, egli sentirebbe prima di tutto come primo dovere dei ricercatori spirituali il rispondere a questo presentimento e a questa brama dell’umanità contemporanea.
Fra i compiti più importanti del nostro tempo vi è quello di soddisfare quella richiesta interiore dell’anima che si esprime in questo presentimento e in questa brama. Ma nel modo in cui oggi ancora in larghi circoli si vuole rispondere a questa brama, io non potrò parlare a voi questa sera. Quello che dovrò dire, è parlato da un punto di vista che ormai da anni presento come quello della scienza dello spirito antroposofica.
Il compito della scienza dello spirito antroposofica è ricercare per gli uomini il cammino nel mondo soprasensibile, il quale ha accolto le idee, i sentimenti, le emozioni, gli impulsi di volontà del tempo moderno, che sono scaturiti dalla concezione del mondo naturalistico-scientifico.
Quello che, da questo punto di vista, bisognerebbe dire all’umanità contemporanea, viene ancora oggi trovato, nei più ampi circoli, o incomprensibile o inutile. Si dice al ricercatore spirituale: tu offri certamente qualcosa di comprensibile; ebbene, certamente, non potrò offrirvelo così facilmente come molti desidererebbero offrire agli uomini odierni coloro che partono da quella comodità interiore dell’anima che nel pensiero contemporaneo sussiste proprio riguardo agli scopi più elevati dello sforzo spirituale umano. Ogni uomo oggi riconosce che si debbono fare certi sforzi quando si vuole conoscere quelle operazioni scientifiche che conducono a sapere, diciamo, dei monti della Luna o dei satelliti di Giove; oppure delle cellule dell’organismo. Ma quando si tratta di conoscere qualcosa del mondo soprasensibile, allora la si rifiuta per comodità interiore dell’anima, facendo la fatica di un cammino simile e difficile.
Ancora oggi molti dicono: ciò che sta alla base dell’uomo e del mondo come soprasensibile, l’uomo deve raggiungerlo attraverso la semplice professione di fede oppure mediante la semplice fede biblica ingenua. Troppo complicato viene trovato ciò che la scienza dello spirito antroposofica ha da dire. Ma qui giace proprio uno dei danni principali del nostro tempo; uno di quei mali che stanno alla base della nostra confusa ricerca sociale.
Chi conosce la vita umana sa quanto sia insufficiente quella attività dell’anima che vuole rimanere in questa semplicità della fede, della professione; insufficiente perché, se non si porta anche riguardo al soprasensibile oltre questa semplicità della fede, se ci si ferma a questa comodità, allora non si riescono a dominare le grandi questioni della vita sociale che si presentano all’umanità nel nostro presente. Oggi ancora non lo si vede, ma presto si vedrà come coloro che vogliono sempre rimanere al «semplice credo della professione», quelli sviluppano nella mente dell’umanità quella mentalità che oggi si manifesta nelle confusioni sociali su tutta l’Europa e nel mondo civilizzato in generale.
Perciò esigono gli uomini di ritornare al semplice credo della professione, perché non sanno che il fermarsi a questo semplice credo è stato proprio quello che ha generato ciò che oggi si presenta come caos e confusione.
Pertanto la scienza dello spirito antroposofica ritiene suo primo dovere, dal suo punto di vista così diversamente costituito, parlare di queste cose all’uomo contemporaneo. Quando l’uomo contemporaneo percepisce il presentimento nel suo cuore, nella sua anima dell’essenza umana soprasensibile, allora certamente si allontana dal mondo in una sorta di auto-conoscenza e guarda a se stesso. Cosa si presenta ora all’uomo, secondo lo stato della consapevolezza contemporanea? L’uomo esprime oggi ciò che gli si presenta, quando riflette sulla propria essenza, l’esprime dicendo: questa essenza umana consiste di corpo e anima. E poi l’uomo crede di conoscere il suo corpo perché l’osserva con i suoi sensi; perché poi tenta di comprendere l’osservazione sensibile con l’intelletto pensante. E per ciò che l’uomo oggi non può raggiungere da solo per questa via, si rivolge allora alla scienza corrente, alla scienza naturale, a quello che la biologia, la fisiologia e così via hanno da dire su questo corpo umano. E poi l’uomo crede di sapere qualcosa di reale innanzitutto riguardo a un membro della natura umana, al corpo umano, quando si è così istruito.
E poi forse riflette anche su quello che vive nel suo interiore come pensare, come sentire, come volere. Ma allora, quando si porta alla consapevolezza un po’ quello che vive nell’interiore dell’anima, allora sorge per lui il grande enigma sulla natura umana. Perché deve trovare: sì, quello che mi si presenta esteriormente come il mio corpo, è qualcosa di completamente diverso, qualcosa di radicalmente diverso da quello che si rivela nel mio interiore come pensare, sentire e volere. E allora si chiede l’uomo: quale relazione esiste tra ciò che nell’interiore come psichico si mi rivela, e l’esteriorità del corpo? E a questo enigma umano sta alla base qualcosa di grande, di potente nella natura umana. Vi sta alla base la grande domanda sul senso della vita; la domanda: come vive in quello che mi si presenta come il corpo umano effimero, sensibile, quello che, se la vita deve avere un senso, non posso assolutamente credere nasca e scompaia con questo corpo esteriore-sensibile — come sta l’anima in relazione con questo corpo esteriore-sensibile?
L’uomo, nella maggior parte dei casi, quando questa domanda gli si presenta, può sentirla soltanto come un enigma comprensivo. E se si rivolge dal suo proprio, di solito impotente, pensiero su questa domanda a coloro che scientificamente, secondo la mentalità del pensiero odierno, vogliono determinare qualcosa su questa domanda della relazione del corpo all’anima, trova di solito che questi non sanno dirgli niente di più di quello che gli è già apparso così enigmatico da se stesso: filosofie e altre concezioni del mondo lasciano davvero molto insoddisfatto chi domanda seriamente su questo campo.
La scienza dello spirito, come qui è intesa, percorre perciò vie completamente diverse verso il soprasensibile, e non deve affatto parlare di questo soprasensibile se non in modo molto diverso dal modo della scienza esterna. Infatti, non sarà mai vero ricercatore spirituale chi non ha imparato — imparato nel suo modo — quanto sia impossibile conoscere qualcosa con il pensiero ordinario e con la scienza ordinaria esterna sulla natura umana soprasensibile. Non solo si deve, quando dal punto di vista della scienza dello spirito antroposofica si parla di queste cose, parlare di qualcosa di diverso da quello che i sensi e l’intelletto offrano all’uomo, ma si deve parlare anche in modo diverso. E ciò fa sì che oggi ancora, perché questo modo è inusuale, si sia poco compresi. Meglio viene compreso, almeno così si crede, la semplice fede ingenua. Ma essa non soddisfa più l’umanità che è passata per l’educazione degli ultimi tre o quattro secoli. Già quando ascoltate il ricercatore spirituale parlare sui primissimi punti di partenza della sua scienza dello spirito, allora sentirete qualcosa di diverso da quello che odiate da coloro che sono passati per la scienza esterna della natura.
Non è forse così, che quando qualcuno ci racconta — chi è diventato uno «specialista» in qualche campo, racconta da quello che ha sperimentato in laboratorio, in clinica, all’osservatorio — che parla di tutto ciò di cui parla con una certa calma, così che si vede che il suo umore è stato piuttosto uniforme mentre lavorava in questo o quel campo naturalistico in laboratorio o in clinica o all’osservatorio. In tale modo il ricercatore spirituale non può parlarvi del suo modo di conoscere. Se gli chiedete come è giunto alle sue conoscenze, allora non potrà parlarvi di quella ricerca indifferente che ho appena caratterizzato, ma il ricercatore spirituale dovrà parlarvi di lotte interiori dell’anima, di sofferenze e dolori che la sua anima ha attraversato in superamenti, prima che potesse fare un passo per giungere a quelle conoscenze di cui parleremo stasera. Ripetutamente il ricercatore spirituale che è giunto a vere conoscenze del soprasensibile si è trovato di fronte ad abissi interiori davanti ai quali gli sembra che l’anima debba precipitare nel nulla. E sa raccontare quello che significa raccogliere tutte le forze per sviluppare in sé ciò che l’anima porta in quelle regioni in cui la vera natura umana soprasensibile — non solo un’illusione — può essere contemplata.
Così si svolge quello che il ricercatore spirituale deve veramente attraversare in sé. Infatti deve stare diversamente rispetto alla natura esterna e a se stesso rispetto al ricercatore ordinario. Non voglio essere frainteso, miei cari presenti, perciò dico fin dall’inizio: colui che è diventato ricercatore spirituale nel senso qui inteso non disprezza la scienza naturale che ha raggiunto trionfatori così grandi nel presente. Anzi, lo vede come la condizione fondamentale della sua ricerca spirituale che prima si sia familiarizzato con i grandi, potenti risultati della scienza naturale degli ultimi secoli. E riconosce pienamente questa scienza naturale. Perché solo così sa come si deve guardare oltre questa scienza naturale per penetrare lo spirito, al quale appartiene anche l’essenza umana.
Il naturalista parla a buon diritto di certi confini della sua conoscenza naturale. E proprio i naturalisti più prudenti hanno parlato del fatto che la ricerca naturale conduce sempre l’uomo a concetti, a rappresentazioni ai quali non si può andare oltre nella ricerca naturale. Persone precipitose allora dicono che a tali confini giace una limitazione della conoscenza umana in generale. Il naturalista cauto sa che con la ricerca naturale soltanto non può andare oltre questi confini. Perciò, finché rimane naturalista, si fermerà a questi confini; diciamo, a quei concetti che si manifestano come abissi insormontabili della ricerca naturale, come per esempio l’essenza della materia, l’essenza della forza e molti altri; il naturalista si ferma lì. Il ricercatore spirituale non può farlo. Il ricercatore spirituale inizia proprio dove il naturalista deve fermare il suo lavoro, affrontando lotte interiori con ciò che è confine della scienza naturale. Tutta la vita interiore dell’anima deve essere portata all’attività. E mentre il naturalista a tali confini rimane fermo, il ricercatore spirituale inizia, vivacemente a trovarsi dentro idee e concetti e sentimenti ed emozioni di tali confini. Allora vive qualcosa, mentre sempre più e più si trova dentro ciò di cui la scienza naturale nulla può dire o nulla deve dire; allora sente ciò che significa veramente vivere con i confini della conoscenza naturale.
Quello che ora dirò, miei cari presenti, si potrà naturalmente osservare che non è logicamente provabile nel senso ordinario. Poiché non è qualcosa di costruito mentalmente. È quello che la ricerca spirituale vive in un certo punto dello sviluppo.
Il ricercatore spirituale, in questo esperire interiore, vivace, arriva a un grande risultato sconcertante, vivendo quello che si può vivere ai confini della conoscenza naturale: deve darsi dalla propria esperienza interiore, dal proprio vivere la risposta che noi come uomini tra la nascita e la morte nella nostra vita fisico-sensibile non potremmo mai diventare esseri sociali, se non superassimo i confini della conoscenza naturale. In modo straordinario siamo adattati al corso del mondo come uomini. Non avremmo qualcosa — lo riconosce vivendo il ricercatore spirituale — non avremmo qualcosa nella nostra natura umana, se non, mentre volessimo ricercare la natura, fossimo fermati ai confini; non avremmo qualcosa di essenziale; non avremmo quello che è una condizione fondamentale della nostra convivenza umana sociale; non avremmo in noi la forza dell’amore.
Vedete, miei cari presenti, questo è il primo esperire sconcertante sulla via nel mondo soprasensibile, che si conosce la natura umana in tal modo, che ci si dice: dobbiamo essere limitati nell’osservazione della natura, allora sgorgherebbe per così dire da noi nell’osservazione della natura la forza che si immerge in tutto senza confini; allora gli uomini nel vivere fisico passerebbero l’uno accanto all’altro, non potrebbero simpatia e antipatia, non potrebbero le diverse sfumature dell’amore, senza cui la vita non può essere, sviluppare. Perché l’uomo tra la nascita e la morte possa vivere, è necessario che sia limitato riguardo alle sue conoscenze naturali. All’interno di questo limite può allora svilupparsi la forza dell’amore. Ma ciò fornisce anche allo stesso tempo l’indicazione di come il cammino può ancora essere percorso, che in un certo senso sbocca nella conoscenza del mondo soprasensibile.
Abbiamo la forza dell’amore nella vita ordinaria dal fatto che siamo uomini corporei in un certo grado; e questo grado ci basta per la convivenza sociale esterna più o meno — certamente, in certe epoche assai poco, come al presente — ma se pienamente sviluppato, basta per la convivenza esterna. Quello che è necessario proprio riguardo a questa forza d’amore e ad altro, per camminare sulla via spirituale nel soprasensibile, l’ho descritto in dettaglio in tutti i particolari nel mio libro «Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori»; oggi posso solo accennarvelo in poche cose principali, ma ciò deve avvenire.
Innanzi tutto è necessario che, quando si è attraversato quello di cui ho appena parlato, ci si possa riempire di una certa disposizione interiore dell’anima che l’uomo nella vita ordinaria ha solo in misura assai scarsa; io vorrei chiamare questa disposizione dell’anima l’«umiltà intellettuale». Se si attraversa quello che ho descritto, allora si arriva a dirsi: e anche se tu sei un uomo così dotato riguardo alle ordinarie capacità di pensiero e di ricerca, devi confessarti: con queste ordinarie capacità di pensiero e di ricerca assolutamente non puoi penetrare nel mondo soprasensibile. — L’uomo lo desidera. Perciò nella vita ordinaria è intellettualmente presuntuoso. Ma è proprio questa presunzione intellettuale che innanzitutto deve essere combattuta. Dobbiamo diventare capaci di dirci forse il seguente. Supponiamo che un bambino di cinque anni abbia in mano, per esempio, un volume di poesie di Goethe. Con le sue capacità non potrà fare con questo volume di poesie di Goethe quello che l’essenza di questo volume di poesie dovrebbe fare con lui. Come questo bambino di cinque anni sta davanti all’essenza di questo volume di poesie, così — dobbiamo dirci in umiltà intellettuale — così stiamo noi con le ordinarie capacità di pensiero e di sentimento e di ricerca del mondo e di noi stessi riguardo all’essenza umana soprasensibile. Come il bambino di cinque anni deve prima sviluppare quelle capacità che gli permettono di avvicinarsi all’essenza di un volume di poesie, così anche l’uomo, se vuole diventare ricercatore spirituale, deve in piena umiltà intellettuale sviluppare il pensiero ordinario, il sentimento e la volontà ordinari. E come nel bambino di cinque anni si sviluppano dal di fuori attraverso la sua educazione le capacità psichiche e corporee, così colui che vuole sapere qualcosa del mondo soprasensibile da osservazione immediata deve prendere lui stesso la sua evoluzione dell’anima in mano.
Ma ciò significa, miei cari presenti, che ci si deve fare la confessione in vera umiltà interiore dell’anima: la forza che ti è necessaria per conoscere il soprasensibile, devi svilupparla in te stesso. E deve essere sviluppata nel singolo.
Non si giungerà di regola a questa evoluzione se non ci si fa attentare da quelle esperienze che ho già descritto oggi, che ci si — e per quanto si sia penetrato profondamente nell’esteriore dei fenomeni naturali —, che con questo pensiero, con i risultati acquisiti sui fenomeni naturali esterni non si può sapere niente su quello che accade nel corpo umano, per acquisire per esempio una relazione a quello che chiamiamo come attività importante dell’anima il pensare. Allora bisogna portare in primo luogo questo pensiero a un gradino completamente diverso rispetto a quello della vita ordinaria. Si deve sviluppare ulteriormente questo pensiero. Si può fare questo, se ci si abitua a fare operazioni determinate dell’anima, che nella vita ordinaria si compiono istintivamente e inconsciamente, a farle sempre più consapevolmente e consapevolmente. Voglio estrarre da molto di quello che ha a che fare il ricercatore spirituale in questo riguardo, due cose. Una è: il ricercatore spirituale deve sviluppare quello che si chiama la forza dell’attenzione e la forza dell’interesse per la cosa, deve svilupparla in modo completamente diverso da come è sviluppata nella vita ordinaria. Nella vita ordinaria diventiamo attenti a una cosa che ci si annuncia tramite impressioni sensibili. Allora dirgiamo l’attenzione, quando siamo resi attenti dalle impressioni esterne, verso la cosa.
Ma di regola non ci sforziamo dalla forza più intima della nostra anima per rafforzare la forza dell’attenzione; qualcosa dal di fuori desta il nostro interesse. Sempre nella vita ordinaria è così per l’uomo: l’interesse destato dal di fuori, è quello che rende la sua anima attenta. Se l’uomo ora esercita seriamente e degnamente l’essere attento, l’essere durevole attento a lungo su quello a cui vuole essere attento soltanto dalla forza del pensiero interiore, rivolge le cose il suo interesse, che non se gli impongono, cui si volge da pura, più intima iniziativa, fa tali esercizi come li ho descritti nel mio libro «Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori», esercita l’uomo per un lungo tempo, poiché il cammino nei mondi soprasensibili è un cammino lungo, allora finalmente nota che il suo pensiero diventa qualcosa di completamente diverso da quello nella vita ordinaria. Nota che questo pensiero inizia ad acquistare una vivacità interiore. E nota che ha realmente in sé un tipo completamente nuovo di pensiero interiore, vivace, di pensiero posto in interiore attività.
Lo si guarda correttamente, quello che attraverso sforzi, attraverso uno sviluppo, si sviluppa come pensiero nuovo; lo si guarda correttamente quando con completa pazienza si vede salire poco a poco nell’anima: tu hai il tuo vecchio pensiero; il tuo pensiero che si connette più o meno passivamente alle cose, che ancora continua anche quando tu non ti sforzi, quando non solleciti in qualche modo i sensi o l’intelletto come fondamento di questo pensiero. Questo pensiero continua, non dorme. Ma per così dire come stando sopra questo pensiero, vedendolo accanto a sé procedere, come una sorta di sogno, sta allora l’altro, il completamente lucido, il non mai sognante pensiero, che si sviluppa come ho appena caratterizzato.
Allora si arriva a una scoperta interiore, a un’esperienza interiore che ora voglio descrivere come il secondo evento sconcertante sulla via nei mondi soprasensibili: si esperisce interiormente che il pensiero ordinario da noi non può assolutamente essere distinto dall’attività corporea esterna; che però quel pensiero che si sviluppa così dalla propria forza, che questo procede così che lo si sperimenta in esso: non ha niente a che fare con alcuna attività corporea esterna; non ha niente a che fare con alcuna attività nervosa o altri. Nel pensare così, come ho appena descritto, si sa: tu ti muovi in un elemento puramente spirituale con il tuo pensiero, e hai il tuo corpo accanto a te; sei veramente uscito dal tuo corpo. E ora si nota che questo uomo, quando così compie il suo pensiero, quando compie la sua attività interiore dell’anima, come spesso è descritto dalle illusioni quotidiane degli uomini. Gli uomini credono anche dalla scienza ordinaria corrente molte volte, abbandonandosi a idee materialistiche: abbiamo in noi il sistema nervoso sviluppato fino al meraviglioso cervello; in questo cervello si vede come nella evoluzione umana la ricerca avanza; con ogni grado del pensiero il cervello si sviluppa ulteriormente. E allora dicono gli uomini: così viene generato dall’attività del cervello, dall’attività del sistema nervoso il pensiero, la rappresentazione. E sostanzialmente gli uomini che non sanno niente di quello che vi ho appena descritto, del pensiero indipendente dal corpo, questi uomini non possono in nessun modo, se sono onesti, che pensare l’illusorio riguardo al corpo.
Ma colui che conosce il pensiero libero dal corpo, sa da esperienza immediata qualcosa d’altro. Vorrei mettervi davanti un’immagine: immaginate di camminare su una strada ammorbidita; su questa strada trovate solchi; trovate impressioni simili alle orme di piedi umani nel terreno ammorbidito. Credete che colui che dice qualcosa di giusto su questo fatto sia colui che ora crede che là sotto, sotto la superficie della terra, ci siano forze che operano così che in superficie appaia qualcosa come impronte di piedi umani? No, colui che giudica la situazione correttamente è colui che sa che dal di fuori nel terreno morbido i solchi sono stati impressi. Colui che ha imparato a conoscere il pensiero indipendente, libero dal corpo, sa che il geistico-psichico è indipendente dal sistema nervoso e dal cervello così come il carro che rotola sulla strada, così come i piedi dell’uomo che cammina sulla strada. Il pensiero libero dal corpo scava nel cervello i solchi. Non è strano che, nel corso dello sviluppo dell’umanità, il pensiero si dispiega inoltre, il cervello ovunque mostri impronte di quello che il pensiero ha sviluppato. Ma è un’illusione terribile, un’illusione che fuorvia l’umanità, il credere: dal profondo del sistema nervoso sorge quello che il cervello scava e così il pensiero in qualche modo produce. Riguardo a quello che conduce all’essenza umana immortale, può solo dare chiarimento il pensiero vivace, libero dal corpo, sviluppato e dispiegate dall’umiltà intellettuale.
Allora però, attraverso questo pensiero libero dal corpo, si impara a conoscere il primo membro della natura umana soprasensibile, quello che ho chiamato nei miei scritti — non è questione di nomi, ma si devono avere nomi per le cose — il corpo eterico o corpo di forze formatrici. È qualcosa che l’uomo porta in sé proprio come porta il corpo fisico, ma qualcosa che non è afferrabile dai sensi esterni e dal pensiero ordinario; ciò diventa afferrabile quando l’uomo sviluppa questo pensiero immaginativo — così lo chiamo — di cui ho parlato oggi. Allora questo pensiero immaginativo diviene un occhio spirituale; con esso vede il contenuto spirituale umano, il corpo di forze formatrici che penetra l’uomo, così come l’uomo ha il corpo fisico.
Così si ascende al primo membro della natura umana soprasensibile. Ma non si ascende così senza che, mentre si ascende al pensiero libero dal corpo, si facciano altre esperienze. Potete indovinare dalla relazione di cui vi ho parlato tra i confini della conoscenza e la forza dell’amore nell’uomo — potete indovinare che assolutamente vi sono relazioni profonde, misteriose tra quello che nell’uomo sono forze di conoscenza e la vita umana sociale. Se l’uomo si appropria il pensiero soprasensibile come l’ho appena descritto, allora trova in modo nuovo come si configura la vita sociale che si svolge tra anima e anima umana.
Incontriamo uomini nella vita. A un uomo acquistiamo forte simpatia, a un altro uomo simpatia meno forte; a certi uomini sviluppiamo anche antipatia. Ma attraversa tutta la nostra vita, mentre abbiamo il nostro rapporto umano, una rete di relazioni configurate dalla forza dell’amore verso altri uomini. Se si apprende a conoscere la forza del pensiero soprasensibile, allora questo conduce a riconoscere che quelle simpatie e antipatie che sviluppiamo verso gli uomini che incontriamo nel mondo fisico, derivano dal fatto che con queste anime eravamo già collegati, prima di passare attraverso la nascita o il concepimento. Si apre dalla vita fisica attraverso il pensiero sviluppato lo sguardo spirituale in quel mondo in cui abbiamo vissuto — abbiamo vissuto psichico-spiritualmente proprio come qui viviamo fisico-corporalmente —, in cui abbiamo vissuto come in un mondo spirituale, prima che attraverso il concepimento e la nascita scendessimo nel mondo fisico. È possibile nel nostro tempo attuale, attraverso un potente sviluppo del pensiero dall’umiltà intellettuale, guardare nel mondo spirituale, da cui siamo scesi prima della nostra nascita. Non è speculazione, non fantasticheria, quando allora diciamo da tale conoscenza: come tu stai di fronte all’uomo qui nella vita, anima ad anima, questa è la continuazione di come ti sei loro opposto, pienamente nello spirito, nel mondo soprasensibile, prima che gli uomini che qui entrano in relazioni siano scesi in questo mondo sensibile. Come l’uomo ha ricercato in modo nuovo le connessioni naturalistiche negli ultimi tre o quattro secoli, così dal nostro tempo in poi dovrà ricercare — altrimenti non sentirà mai soddisfatti i suoi presentimenti del soprasensibile — egli dovrà ricercare relazioni spirituali con i mondi soprasensibili.
Certo, se si parla così, si parla ancora oggi di qualcosa di assai incomprensibile e incredibile all’umanità contemporanea. Ma colui che conosce la storia dello sviluppo culturale, egli sa in quale modo significativo gli uomini si comportano verso quello che sono i grandi progressi culturali. Era nella prima metà del diciannovesimo secolo, quando a un collegio medico e ad altri dotti è stato chiesto se si dovessero costruire ferrovie. Allora emisero il giudizio — non racconto una fiaba, bensì qualcosa che è documentariamente garantito — che non si dovessero costruire ferrovie, perché avrebbero messo in pericolo la salute di coloro attraverso le forti scosse durante il viaggio che vi viaggiassero. E se le si dovessero comunque costruire, così dissero, se mai si trovassero uomini che viaggio sulle ferrovie, allora doveva accadere almeno che a destra e a sinistra della ferrovia si erigessero grandi muri di assi alti, in modo che coloro ai quali la ferrovia passasse accanto non subissero una scossa cerebrale. — Così si esprimeva la paura del vero progresso.
Tale paura vive oggi inconsciamente nell’umanità riguardo al soprasensibile. Non prima che ci impegniamo in questo campo non crediamo che riceviamo una scossa cerebrale psichica quando si parla del soprasensibile, non prima allora avremo successo nella lotta contro gli impulsi antisociali dell’umanità.
Questo, miei cari presenti, è un membro della natura umana, come guarda nella vita prenatale.
Ancora in un altro modo l’uomo dalla sua umiltà interiore dell’anima può prendere la sua evoluzione in mano. Questo è, se così, come nel primo caso che ho descritto, può sviluppare ulteriormente il pensiero, così può sviluppare ulteriormente la sua volontà. Lì è ancora qualcosa che l’intero uomo sviluppa completamente inconsciamente nel corso della sua vita. Confessiamoci pure, miei cari presenti, che in fondo nel corso puramente esteriore dello sviluppo umano di settimana in settimana, di anno in anno, di mese in mese siamo diversi. Impariamo sempre dalla vita. Si guardi solo indietro come si è diversi da come si era dieci, venti anni fa. Ma quello che abbiamo sviluppato così in noi, l’abbiamo sviluppato inconsciamente. Non abbiamo imparato a prendere il nostro ulteriore sviluppo come uomo, il nostro sviluppo superiore come uomo in mano da soli. E ancora una volta ci sono metodi — potete leggerne i dettagli nel mio libro «Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori» — con cui si può continuamente imparare dalla vita; con cui consideriamo tutto quello che si offre nella vita così che agiamo consapevolmente in esso; allora ci diciamo: quello che abbiamo fatto lì — se fossimo noi stessi più alti, più sviluppati, potremmo farlo meglio. Se sviluppiamo continuamente questa umiltà riguardo alla volontà — può sempre proseguire ulteriormente il nostro sviluppo —, ne prendiamo occasione di prendere il nostro sviluppo della volontà in mano così come abbiamo preso prima nel modo descritto il nostro sviluppo del pensiero in mano, allora risulta che troviamo il cammino in una diversa direzione nel mondo soprasensibile. Quello che ora sviluppiamo in noi dal fatto che dispichiamo ulteriormente le nostre forze di volontà, è che mentre compiamo la vita, possiamo sempre essere noi stessi osservatori. Diventiamo per così dire allora come se di notte dormiendo stessimo sospesi sopra noi stessi e osservassimo da fuori il nostro corpo giacente nel letto.
Così impariamo attraverso l’evoluzione interiore delle forze di volontà dell’anima, in tutto quello che facciamo, a osservare noi stessi.
Questo, miei cari presenti, è una forza umana potente. Dal fatto che ci impegniamo in questa forza, si diventa in grado superiore rispetto alla semplice evoluzione del pensiero indipendenti dal corpo. Attraverso questo impariamo a conoscere la natura umana soprasensibile superiore; quello che potrei chiamare il corpo di movimento, o — non abbiate timore, è solo un nome — il corpo astrale dell’uomo. Impariamo a riconoscere ciò che è soprasensibile in noi, non appena ci abbassiamo a muovere le nostre mani, mentre lavoriamo, a portarci comunque al dispiegamento della volontà, se sviluppiamo la volontà nel nostro stesso sviluppo, nel nostro stesso divenire umano. Allora dunque impariamo oltre al corpo eterico il corpo astrale dell’uomo, che, perché l’abbiamo, ci rende unicamente capaci di esprimere veramente la volontà nel mondo esteriore.
Se però impariamo a vivere in noi quello che è la forza di volontà così sviluppata, allora si guarda in un’altra direzione nel mondo soprasensibile. Allora si fa innanzitutto l’esperienza: ti comporti verso gli uomini ai quali stai socialmente vicino, così o così; fai loro cose amorevoli o fai loro poco amorevole; fai loro cose utili scopo o cose inutili; agisci verso di loro così che provano le conseguenze della tua azione. Nel momento che si è sviluppato così le forze di volontà, come ho appena detto, impariamo a riconoscere che quello che vive, lo sperimentiamo attraverso il corpo astrale, attraverso il proprio spirituale-psichico. L’espressione «corpo» è appunto solo un’espressione. Quello che sviluppiamo, porta la nostra natura umana soprasensibile attraverso la porta della morte; e vivremo la continuazione dopo la morte nel mondo spirituale di quello che abbiamo sviluppato come relazioni agli uomini qui nel mondo fisico nel modo appena descritto. Vale a dire, appare nella visione spirituale l’immediato guardare nel mondo che viviamo quando siamo passati attraverso la porta della morte. Quello che collega l’uomo al mondo spirituale diventa evidente quando sviluppa così le sue forze d’anima come ho descritto. Ma allora, miei cari presenti, queste due forze si uniscono. La forza che si sviluppa dal pensiero, dal pensiero vivace, e la forza che si sviluppa dalla volontà, entrano per così dire in un matrimonio interiore. E allora, allora diventa qualcosa di nuovo per l’uomo la considerazione del suo sviluppo; allora diventa qualcosa di completamente nuovo quello che chiamiamo la storia dell’umanità. Oh, di questa storia dell’umanità la conoscenza ordinaria, esterna ne sa poco, soltanto i fatti esterni. Piuttosto più che una fable convenue non è in realtà quello che oggi si chiama la storia. Quello che vive nella storia, quello che porta avanti l’umanità dalla storia, lo si impara per la prima volta nella sua verità con quelle forze che vi ho appena descritto. Allora si impara a riconoscere come lo spirituale governa lo sviluppo storico dell’umanità.
Ora, non vi voglio descrivere quello che ho a dire su questo campo in parole astratte, bensì voglio presentarvi quello che può avere relazione diretta ai grandi compiti dell’umanità nel presente. Colui che — così come intendo io — dalle forze dell’anima spiritualmente sviluppate guarda la storia recente dell’umanità, trova un punto di svolta significativo nello sviluppo recente dell’umanità a metà del quindicesimo secolo.
Vedete, nella vita spesso vengono dette proverbialmente cose che in realtà sono illusioni o verità unilaterali. Si dice per esempio spesso: la natura — e si intende con questo sostanzialmente tutto l’accadimento universale — la natura non fa salti. In un certo senso questo è giusto, ma in un altro senso è tutt’altro che giusto. La natura fa continuamente salti. Si guardi una pianta in crescita: la foglia verde fa il salto al petalo colorato, agli stami, al pistillo e così via nella crescita ulteriore. Così anche nella storia continuamente si verificano salti; questi salti non vengono notati perché appunto l’uomo non segue spiritualmente il divenire della storia, bensì esternamente.
Colui che segue spiritualmente il divenire nella storia, può chiaramente vedere che dalla metà del quindicesimo secolo la costituzione psichica dell’umanità nel mondo civilizzato è diventata completamente diversa da prima. Lì dobbiamo distinguere un lungo periodo dello sviluppo dell’umanità dal nostro, che è iniziato a metà del quindicesimo secolo e in cui ancora siamo come nella nostra epoca di sviluppo. L’epoca di sviluppo immediatamente precedente ha iniziato intorno all’ottavo secolo avanti Cristo. Ha duratto dal settimo secolo precristiano fino a metà del quindicesimo secolo postcristiano, il che la storia esterna non racconta. Chi così, come ho descritto oggi, guarda la storia, allora gli viene in mente: gli uomini erano completamente diversi in quella epoca che ha iniziato nell’ottavo secolo precristiano e che si è conclusa a metà del quindicesimo secolo. Allora gli uomini erano così diversi, come voglio brevemente mostrarvi con un’immagine.
Voi sapete tutti, miei cari presenti, che l’uomo oggi, mentre si sviluppa nei suoi anni di infanzia riguardo al suo sviluppo corporeo, fisico, attraversa stadi paralleli con il suo geistico-spirituale. Basta considerare — e potete leggere in che cosa consiste nel mio piccolo libretto «L’educazione del bambino dal punto di vista della scienza dello spirito» —, come profondamente incide nel quello che si sviluppa nel bambino il cambio dei denti verso il settimo anno. E per colui che può osservare bene, quanto sia importante quello che incide nella vita del bambino, nel psichico e spirituale ancora molto più intensamente di quanto gli uomini solitamente credono. Questa è la prima epoca, dove l’uomo accanto allo sviluppo corporeo-fisico attraversa uno sviluppo parallelo riguardo al suo geistico-spirituale. La seconda epoca l’uomo conclude con la maturità sessuale nel quattordicesimo, quindicesimo anno. Completamente diverso si sviluppa l’uomo tra il settimo e quattordicesimo anno. E ancora diverso, ma in modo che ha ancora il parallelismo con lo sviluppo corporale, fino al ventunesimo anno. E colui che può osservare bene nel nostro tempo, vede che l’umanità odierna riguardo al geistico-spirituale ancora mostra un parallelismo fino al ventisettesimo anno. Allora cessa questo parallelismo. Allora ci emancipiamo per così dire interiormente riguardo al nostro geistico-spirituale dal fisico-corporale.
Allora questi sviluppi non procedono più paralleli l’uno all’altro.
Ma quello che ora descrivo come un segno dello sviluppo contemporaneo dell’umanità e da cui tutto dipende, quello che accade tra uomo e uomo, quello che accade nella totalità umana, tutto questo era diverso prima di metà del quindicesimo secolo, era diverso durante l’intero lungo periodo, sebbene naturalmente si sviluppasse continuamente dall’ottavo secolo precristiano fino a metà del quindicesimo secolo. Allora l’uomo era affetto da un parallelismo di durata molto più lunga. Allora si poteva ancora, sebbene non così fortemente come nel cambio dei denti e nella maturità sessuale, che i cambiamenti spirituali-psichici corrispondessero al corpo, fino ai primi anni ’30. E colui che veramente vuole comprendere quello che era il Grecismo nel mondo, quello che con il Grecismo è entrato nello sviluppo dell’umanità, deve sapere che quello che si chiama comunemente la natura umana greca, quello che si sente come l’armonia del Grecismo, quello che è stato sentito così che si portano i postumi e anche i residui del Grecismo fino al nostro tempo, questo riposa su questa capacità di sviluppo che sale più a lungo del fisico-corporale della natura umana. Questo procede parallelamente con quello che sono le proprietà geistico-spirituali. Nel Greco, nel Romano erano le proprietà geistico-spirituali così che si può dire: le forze di intelletto e di sentimento si sviluppavano più istintivamente; forze di sentimento istintive, logica istintiva, intelletto istintivo, capacità di ricerca istintiva troviamo in quel tempo.
Dal mezzo del quindicesimo secolo si pongono al posto dell’intelletto istintivo le forze di intelletto autoconsapevoli, le forze di sentimento autoconsapevoli. Tutto quello che nello stato e nella società, nell’organismo sociale è, era diverso nel periodo dall’ottavo precristiano al quindicesimo postcristiano, diverso da quanto può essere nella nostra epoca. Dall’intimità dello sviluppo umano si sviluppò quello che nel mondo esteriore sta davanti all’umanità odierna. Non si sarebbe mai potuta sviluppare la scienza naturale moderna con tutto quello che vive nella costituzione psichica dell’uomo, non si sarebbe mai potuta sviluppare il nuovo industrialismo, se non intorno a metà del quindicesimo secolo non accadesse nello sviluppo dell’umanità quello che si può chiamare la transizione dell’istintivo alle forze di anima e di sentimento indipendenti. Perciò l’uomo dal mezzo del quindicesimo secolo vuole dalla sua natura interiore portarsi sulla punta della sua personalità. Da questi impulsi interiori dello sviluppo dell’umanità segue quello che è vita economica esterna, quale è ordine economica, industriale, quale è anche direzione di conoscenza naturale; segue quello che si può caratterizzare così che si dice: l’uomo doveva, perché doveva diventare autocosciente dal mezzo del quindicesimo secolo, in misura maggiore o minore sviluppare una sorta di materialismo in ambiti di intelletto e anche pratici. Doveva per così dire essere abbandonato dai moti istintivi della vita spirituale. Ma oggi è giunta di nuovo l’epoca in cui l’uomo consapevolmente dal conseguimento dell’orientamento nel materiale deve ascendere all’afferrare consapevolmente la vita spirituale, come ho descritto.
Ora si vede meglio quello che si trasformò nello sviluppo dell’umanità se si rivolge lo sguardo all’evento più significativo accaduto nel corso dell’intera evoluzione umana terrena all’interno di questo sviluppo, verso quell’evento che dà allo sviluppo dell’umanità e della terra il vero significato, se si rivolge lo sguardo al Mistero del Golgota, attraverso il quale il Cristianesimo è stato fondato.
Cosa ha provato l’umanità che ha sviluppato così le sue forze psichiche e corporali, come ho descritto dal ottavo precristiano al quindicesimo postcristiano, cosa ha provato questa umanità che pure è rimasta fisico-corporalmente capace di sviluppo, fino ai trent’anni circa, cosa ha provato questa umanità di fronte a quello che misteriosamente si è svolto al Mistero del Golgota? Questa umanità ha con quelle forze psichiche che escono dall’intelletto istintivo, dal sentimento istintivo, che escono da un corpo che, come il nostro solo fino alla fine dei venti anni è capace di sviluppo, fino ai trent’anni circa era capace di sviluppo, questa umanità dell’epoca greco-latina, poteva guardare al Mistero del Golgota, e provava nell’evento del Golgota un evento soprasensibile che irrompeva nello sviluppo terreno dell’umanità. Si comprendeva allora istintivamente che non solo viveva laggiù un uomo qualsiasi a Nazareth o in Palestina in generale, bensì che in questo uomo Gesù di Nazareth viveva un’essenza soprasensibile, sulla quale non potevano guardare, perché non erano ancora collegate alla terra, gli uomini prima dello sviluppo del Cristianesimo. Attraverso l’evento del Golgota entrò uno spirituale che prima non era collegato allo sviluppo terreno dell’umanità, attraverso il corpo di Gesù di Nazareth in questo sviluppo terreno umano. L’umanità che era capace di sviluppo fino a metà del quindicesimo secolo così come ho descritto, ha compreso istintivamente questo.
Diversamente doveva procedere lo sviluppo dalla metà del quindicesimo secolo fino a oggi. Allora non governavano l’intelletto istintivo né le forze di sentimento istintivo. Allora il nostro corpo non si sviluppava più come fino alla fine dei venti anni o fino ai trent’anni; invece, poiché oggi diventiamo indipendenti intorno al ventisettesimo anno completamente dalla natura fisico-corporale, perciò sviluppiamo la personalità umana alla piena libertà. Ma questa educazione alla libertà deve trovare lo spirito da se stessa. Perciò, mentre guarda esternamente intorno a sé, per un po’ solo la materia può guardare. Poiché, se lo spirito ci si imponesse dalla materia, allora non avremmo bisogno di educarci da soli allo spirito.
Ma sotto l’influenza di questi impulsi dello sviluppo umano la verità del Golgota stessa è stata sottoposta a trasformazione. Colui che interiormente non con i pregiudizi della conoscenza esterna odierna, ma interiormente considera lo sviluppo dei pensieri dell’umanità sul Cristianesimo attraverso i secoli, sa che nell’epoca materialista che necessariamente doveva venire all’umanità dal mezzo del quindicesimo secolo, che però da ora deve essere di nuovo superata, sa che con ciò anche le concezioni del Mistero del Golgota dovettero essere materializzate. Abbiamo provato che nel corso del diciannovesimo secolo già e specialmente all’inizio del ventesimo secolo gli uomini, anche i teologi, sono stati letteralmente orgogliosi di non parlare più del Cristo come di un’essenza soprasensibile che viveva nel corpo di Gesù di Nazareth; bensì l’hanno trovato più conveniente all’uomo illuminato del presente, come dicono, parlare solo dell’«uomo semplice di Nazareth».
Hanno perso il Cristo e descrivono in terminologia materialistica l’uomo di Nazareth così come se il Cristo, come essenza soprasensibile, sovraterrena, non avesse vissuto in lui. Lo descrivono solo come un uomo altamente sviluppato, ma sempre solo come un «uomo» sviluppato.
Anche attraverso questa prova dovette passare l’umanità moderna. Ma è una prova, miei cari presenti. E nel momento in cui così, come ho descritto, troviamo anche dall’intelletto consapevole, dalle forze di sentimento consapevoli, dall’umiltà intellettuale il cammino nei mondi soprasensibili, troveremo anche di nuovo il cammino a una concezione soprasensibile del Cristianesimo. Consapevolmente impareremo a guardare al Mistero del Golgota come gli uomini dell’epoca greca, come in un modo ormai passato gli uomini fino a metà del quindicesimo secolo istintivamente guardavano al Mistero del Golgota, che dopo il primo terzo di quel periodo greco-latino è entrato come il vero significato della terra nello sviluppo dell’umanità. Questo sarà qualcosa di significativo nello sviluppo recente dell’umanità, quando dalla conquista del mondo spirituale, dalla conoscenza della natura umana soprasensibile da parte dell’uomo, si troverà in modo nuovo anche il cammino al Mistero del Golgota.
Allora questa nuova conoscenza del Cristo potrà prendere possesso delle anime su tutta la terra civilizzata. Allora sopraffarà questa nuova idea del Cristo quello che oggi aderisce alle concezioni del Cristo da angustie convenzionali, persino da angustie di professioni religiose. Gli uomini, come possono stare in altre razze e popoli, essi, se consapevolmente viene trovato il cammino al Mistero del Golgota, troveranno questo cammino su tutta la terra civilizzata. Allora, partendo da questo impulso, accadrà qualcosa che oggi è ricercato, ma ricercato da un punto di vista utilitaristico. Sentiamo oggi da gente che aderisce all’esteriore di ricerche per una lega dei popoli. E uno degli uomini che purtroppo anche a un certo tempo in Germania è stato molto sopravvalutato, uno di quelli che conducono gli uomini in tali astrazioni, uno di questi uomini è Woodrow Wilson. Se si parla così come lui della fondazione di una lega dei popoli, allora si parla di qualcosa a cui innanzitutto non si creano le condizioni dalla realtà. Chi oggi parla che dalle aspirazioni dei singoli popoli debba risultare una lega dei popoli, parla in modo da rivelare che non ha mai compreso la grande parabola della torre di Babele. Poiché che cosa vuole dunque effettivamente? Vuole continuare la costruzione della torre di Babele. I popoli così come sono, attraverso quello per cui sono diventati popoli dall’unitario: vuole proprio così fondare la lega dei popoli. Come illusione, come astrazione questo risulterà. Ma è il contrario. Attraverso una nuova vita spirituale deve essere fondato quello che può diventare comune in tutte le anime umane: la conoscenza del centro spirituale dello sviluppo dell’umanità; la conoscenza della natura soprasensibile del Mistero del Golgota nel suo significato per tutta l’umanità, senza differenza di religione e razza e nazionalità. Da questo sentimento, da questo guardare all’evento del Cristo, all’evento del Cristo unico, nascerà la forza reale per la nuova lega dei popoli. E non prima che gli uomini su tutta la terra, su tutto il mondo civilizzato trovino la loro armonia, finché da una nuova conquista dello spirito non avranno trovato il cammino a un nuovo Cristianesimo che può unire gli uomini su tutta la terra. Così vediamo: quella conoscenza che vi ho potuto descrivere è quella che conduce oltre nascita e morte all’eterno, alla natura umana soprasensibile. Vediamo che questa conoscenza allo stesso tempo conduce a una tale penetrazione dello sviluppo umano che deve appartenere ai più importanti compiti del presente. E se si afferra la natura umana in una tale profondità che nell’afferrare non si urta solo contro quella natura umana esterna sulla quale urta la conoscenza scientifica esterna odierna, se si afferra la natura umana così che dall’umiltà intellettuale si trova la forza di continuare a svilupparsi come ci si è sviluppati dall’infanzia fino qui, dove nella vita ordinaria si è arrivati, allora si trovano anche le parole che uniscono gli uomini.
Un caos potente vive su tutta la terra civilizzata, una confusione terribile. In ogni anima deve sorgere il desiderio di trovare il cammino da tale confusione, da tale caos. La confusione e il caos sono grandi. La forza che deve essere applicata per uscirne, deve anche essere grande; deve vincere forti, grandi pregiudizi. Sebbene oggi forse paia per molti troppo forte il pregiudizio che deve essere vinto, il cammino alla nuova comprensione dell’evento soprasensibile del Golgota, questo cammino deve essere percorso. Poiché l’umanità ha oggi di fronte a sé — che dovremo illuminare dal di fuori nella conferenza prossima — due cammini. Un cammino va a sinistra, l’altro a destra. Possiamo comprendere unilateralmente, lasciando il pendolo oscillare tra i due, quello che nel materialismo, nelle forze della personalità egoista si è sviluppato dal mezzo del quindicesimo secolo. Possiamo però anche andare a destra e consapevolmente riconcquistare di nuovo lo spirito della nostra epoca industriale e naturalistico. Se si impara a riconoscere lo sviluppo dell’umanità così che la vita spirituale sociamente soprasensibile vive in questo sviluppo, allora questo diverrà quello che oggi molti ancora ritengono per una superstizione o per un’illusione, quello a cui Lessing ha indicato, le vite terrestri ripetute. — Lessing, l’uomo illuminato, per primo, come nell’aurora del tempo moderno, nella sua «Educazione del genere umano» ha indicato le vite terrestri ripetute dell’uomo; così che l’uomo finché la terra sta nel suo sviluppo, attraversa vite terrestri ripetute. Tra queste vite terrestri ripetute vive in un mondo spiritualmente psichico, da cui attraverso la nascita o il concepimento scende nel mondo fisico, da cui allora di nuovo ascende attraverso la porta della morte. Immergersi nel grande che con tali pensieri Lessing una volta ha iniziato, presso Herder, presso Goethe e così via, questo conduce a destra. E noi in Europa centrale, dobbiamo ora, dal momento che l’epoca della miseria esterna e dell’afflizione esterna forse è iniziata per noi, «questo deve essere detto» nella nostra epoca difficile, dobbiamo imparare, di nuovo ad agganciarsi ai passi che in Europa centrale sono stati fatti dai grandi spiriti tedeschi che ho appena nominato, nel mondo soprasensibile. E dobbiamo avere il coraggio di fare ulteriori passi di questo tipo, di penetrare ulteriormente nel mondo soprasensibile. Altrimenti l’umanità cade in quello che si può caratterizzare nel modo seguente.
Se l’umanità vuole andare il cammino solo a sinistra, allora continuerà quello che per un certo tempo doveva venire all’umanità affinché l’uomo potesse sviluppare la sua personalità libera. Da un punto di vista diverso l’ho già descritto all’inizio degli anni Novanta nel mio libro «La filosofia della libertà». Per giungere alla libertà l’uomo doveva sviluppare quello che nel tempo moderno lo conduceva a meccanizzare il suo spirito. Egli guarda solo quello che è meccanico nel mondo esteriore e lo comprende. Se rimane lì, allora non può risvegliare la sua anima a quello che ho descritto oggi come risvegliabile dall’umiltà intellettuale e volontaria; allora alla meccanizzazione dello spirito si aggiunge la vegetalizzazione dell’anima, la sonnolenza dell’anima. Allora però il corpo, poiché l’anima non è penetrata dallo spirito, per il corpo subentra l’animalizzazione. Allora sorgono le rivendicazioni sociali da impulsi animali. Questo si manifesta nel presente. Abbiamo una vita spirituale meccanizzata. Abbiamo però anche, riguardo alla natura umana soprasensibile, l’anima sonnolenta, vegetale, l’anima vegetativa. E abbiamo quello che nell’Est europeo proprio sulla grande anima popolare russa, così come questa anima popolare mortifica, oggi si presenta; si presenta come un nuovo nelle rivendicazioni sociali, che però non è nient’altro che il discorso dell’uomo animalizzato. Questo è il terzo.
Se vogliamo veramente trovare un’uscita dal caos odierno e dalla confusione odierna, allora dobbiamo senza pregiudizi guardare al fatto che noi in Europa centrale, e che la civiltà occidentale, hanno sviluppato la meccanizzazione dello spirito e la sonnolenza dell’anima, e che come conseguenza di ciò nell’Est sorgono gli impulsi animalizzati che l’uomo oggi solo teme, ma che deve imparare a comprendere, affinché li vinca, affinché da questo socialismo illusionistico, da questo socialismo nefasto dell’Est egli possa giungere a un vero socialismo, di cui vuol parlare da noi dopodomani — a un socialismo penetrato di spirito, a un socialismo saturato di anima. È necessario per l’uomo che non vada il cammino a sinistra con la meccanizzazione dello spirito, la vegetalizzazione dell’anima, l’animalizzazione del corpo, bensì che vada il cammino che lo conduce di nuovo alla penetrazione della natura umana soprasensibile e della natura soprasensibile del mondo in generale. Che riceva dal suo io superiore consapevolmente sviluppato dell’epoca moderna nel suo spirito la luce, nella sua anima il calore, lo spirituale, e perciò nel suo corpo il nobilitamento che condurrà all’amore sociale vero, alla vera fratellanza. Solo quando troviamo così il cammino all’illuminazione dello spirito, all’irradiamento spirituale dell’anima, al nobilitamento del corpo, solo allora potremo entrare in un futuro migliore. Allora non la materia esterna, il processo economico, ma allora lo spirito e l’anima ci condurranno in questo nuovo ordine. Lo spirito però può guidare l’uomo solo quando l’uomo va incontro allo spirito; quando l’uomo lascia che il suo intelletto sia illuminato dall’umiltà dallo spirito; quando l’uomo lascia che l’anima sia di nuovo penetrata da quello che può vivere come spirito. E non crediate che nel nostro tempo ognuno debba diventare ricercatore spirituale egli stesso, sebbene fino a un certo grado oggi ognuno possa diventare ricercatore spirituale, come ho esposto nel mio libro «Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori». Ma mentre in tutti gli altri campi nella scienza si può solo guardare nella credenza nell’autorità dello scienziato, non è proprio vero quello che gli uomini così volentieri vorrebbero affermare, che le verità soprasensibili, quando sono state ricercate, possono essere trovate vere solo sulla base della credenza nell’autorità. No: la natura umana è così costituita che, quando essa rimuove i pregiudizi che gli ultimi quattro secoli hanno accumulato davanti all’anima umana, allora ogni singola anima umana, se non ancora oggi, potrà in futuro guardare nel mondo soprasensibile; può però accettare quello che il ricercatore spirituale ha ricercato. Quello che l’astronomo, il fisiologo ricercano è accettato dagli altri uomini. Può dal sano senso umano ogni anima oggi sulla semplice rivelazione da coloro che hanno ricercato questo mondo soprasensibile, nel mondo soprasensibile stesso trovare il cammino. Allora questa anima troverà anche il cammino in una vera vita sociale. Poiché questa vita sociale non può mai basarsi su semplice necessità naturale, su semplice necessità esterna economica. La vita sociale pura può basarsi solo sulla libertà. La libertà della vita esterna però può basarsi solo su quella libertà più alta che deve essere sviluppata nel profondo più intimo dell’anima umana. Tutta la libertà esterna deve essere, per tutto il futuro, affinché l’umanità esca dalla confusione e dal caos, tutta la libertà esterna deve essere soltanto l’annuncio immediato dell’anima umana interiormente liberata.
Possa l’uomo, attraverso la via dello spirito e della ricerca psichica, trovare il cammino a questa liberazione interiore, affinché la possa trovare anche alla liberazione sociale esterna. LIBERTÀ PER LO SPIRITO, UGUAGLIANZA PER IL DIRITTO, FRATERNITÀ PER LA VITA ECONOMICA Mannheim, 28 luglio 1919
Miei cari presenti! Nella conferenza di due giorni fa ho tentato di esporre il cammino nei mondi soprasensibili, il cammino che l’umanità moderna può intraprendere e che deve corrispondere a ciò che l’uomo di oggi, dai suoi stessi impulsi, sulla base della coscienza del tempo e dello stadio di sviluppo dell’umanità in cui ci troviamo, pone come esigenza — anche se finora avverte per lo più questa realtà interiore più come presentimento che con precisa consapevolezza. Un’esigenza, cioè, di penetrare nel mondo soprasensibile per vie diverse da quelle a cui siamo abituati a comprendere.
Non per il fatto di ritenere che l’immersione diretta in quella forma di concezione soprasensibile del mondo di cui ho parlato due giorni fa debba necessariamente stare alla base dei pensieri e degli impulsi della riformulazione del nostro esteriore, pubblico, soprattutto sociale, ma perché sono convinto che per penetrare il soprasensibile dal punto di vista dell’uomo odierno è necessaria una tale trasformazione dell’intera vita dell’anima, quale deve accadere anche per risolvere i grandi problemi, i problemi sociali del presente — poiché, come ritengo, il pensare, il sentire deve educarsi su concetti e idee intorno al soprasensibile quale è stato accennato — perciò ho anteposto alla conferenza di oggi quella dello scorso sabato qui. Difatti, miei cari presenti, sono convinto che il superamento dei grovigli e del caos della presente organizzazione della vita sociale è possibile solo facendo sì che si possa guardare, con piena consapevolezza e senza timore, al carattere del tutto radicale della trasformazione in cui, riguardo alla nostra pubblica vita, siamo attualmente immersi. Non credo che colui il quale nella catastrofe mondiale così terribile scorga solo un evento che in un certo senso interrompe il corso dello sviluppo dell’umanità, che poi potrebbe proseguire nello stesso modo — non credo che chi guarda in questo modo alla catastrofe della guerra abbia i pensieri e i sentimenti che oggi sono necessari all’uomo che voglia partecipare a quella che è la ricostruzione necessaria. Mi sembra che solo colui che in questa catastrofe mondiale scorge veramente il crollo di una vecchia spiritualità, di una vecchia concezione del mondo, e che insieme sa vedere le nuove esigenze che emergono — esigenze che non hanno ancora assunto una forma determinata dalla quale ci si possa promettere il necessario per l’avvenire, ma che tuttavia preannunziano già ovunque almeno parti di ciò verso cui dobbiamo tendere — mi sembra che solo costui possa partecipare davvero e consapevolmente. Ma coloro che si trovano ancora nella vecchia concezione, che si sono abituati coi loro pensieri allo spirito sociale antico, che con le loro abitudini di vita sono radicati nelle vecchie istituzioni — ancora non riescono a decidersi a riconoscere veramente che è necessaria una trasformazione profonda. E coloro che con le loro nuove esigenze si presentano onestamente e sinceramente — non riescono a decidersi a guardare la realtà della vita in modo così profondo quanto è necessario per spogliare queste esigenze del carattere di mere faziosità, di astratti programmi, e per pensarle e sentirle emergere dalla immediata realtà della vita stessa. Solo quando l’umanità avrà potuto scorgere il terribile abisso che oggi si è aperto tra due strati della popolazione — solo allora sarà all’altezza dei compiti spirituali e delle loro esigenze. Di fatto, oggi viviamo in un’epoca di transizione tale che dobbiamo portare dinanzi alla nostra anima tutti i singoli caratteri di ciò che muore; e dall’altro lato dobbiamo esaminare accuratamente tutto ciò che si presenta, in modo più o meno indeterminato, come nuove esigenze.
E così, miei cari presenti, il nostro sguardo, nel contemplare i fenomeni del tempo, non si volge anzitutto a ciò di cui ho parlato lo scorso sabato. Il nostro sguardo si dirige a quel settore della vita che è in un certo senso contrapposto alla vera corrente spirituale dell’umanità, ma da cui sgorgano tutte le nuove esigenze che il tempo presente contiene, e in cui si manifesta il crollo di tutte le abitudini di pensiero e di vita: il nostro sguardo si rivolge, se vogliamo rendersi conto del vero carattere dell’epoca, alla vita economica. E all’interno di questa vita economica — credo che si veda assai chiaramente — si fanno valere due concezioni, due modi di sentire dell’umanità tra cui esiste un abisso, e che oggi si comprendono meno di quanto mai si siano compresi gli uni gli altri tali correnti dell’umanità nel corso dello sviluppo umano. Inoltre, non si ha generalmente l’inclinazione a guardare a ciò che è veramente caratteristico. Soprattutto non si ha l’inclinazione a guardare la vita economica di oggi in modo che si riconoscano in essa altre forze ancora, oltre a quelle puramente economiche, che si fanno valere tanto nel crollo quanto nella sperata riedificazione. Ma una concezione esauriente non può tirarsi indietro di fronte all’evidenziamento di queste altre forze. Perciò avrò necessità, oggi, non solo di parlare della vita economica, ma anche di tutto il resto che è contenuto nella vita economica, e che altrettanto deve subire un rinnovamento, una trasformazione quanto la vita economica stessa. Vi parlerò dunque oggi della fondamentale, triplice esigenza del nostro tempo. Vi parlerò della questione sociale come di una questione spirituale e culturale, vi parlerò della questione sociale come di una questione di diritto e di stato; vi parlerò della questione sociale come di una questione economica.
Ma non si è forse sviluppata nei tempi moderni questa vita economica in modo tale che possiamo dire: fondamentalmente essa inonda tutto, e siamo, riguardo alla nostra esteriore pubblica vita, divenuti interamente dipendenti dalla configurazione della nostra vita economica — dipendenti anche dalla vita spirituale e da quella giuridica.
Guardiamo anzitutto a quello che possiamo chiamare la cultura spirituale del presente. Questa cultura spirituale del presente ha ricevuto molti encomi. Continuamente e ripetutamente si è sottolineato, e da un certo punto di vista con ragione, quanto incredibilmente lontano l’umanità abbia progredito riguardo all’organizzazione della vita spirituale, della cultura spirituale. Continuamente si è richiamato l’attenzione su come la nostra cultura spirituale dovrebbe sembrare favolosa a colui che oggi si alzasse come una persona che viveva mille anni fa e potesse considerare la vita spirituale umana di allora. Continuamente si è sottolineato come il pensiero oggi, per mezzo dei nostri strumenti umani, percorra il globo con la velocità del lampo. Continuamente si è ribadito come i confini che una volta erano stati tracciati per i singoli ambiti culturali, nei tempi moderni sono stati superati — e cose simili.
Poca attenzione si è rivolta a qualcosa che è strettamente connesso al carattere fondamentale di questa nostra vita spirituale moderna. Con questo carattere fondamentale della nostra vita spirituale moderna è collegato il fatto che solo una piccola minoranza di esseri umani può partecipare a questa vera cultura spirituale. Essa è configurata in modo tale, questa cultura spirituale, che solo questa esigua minoranza può trovare accesso, dalle sue abitudini di pensiero, dalla sua intera modalità di sentimento, a ciò che emerge nei vari ambiti della vita spirituale moderna, quando si tratta della vera organizzazione spirituale di questa cultura. Abbiamo una ricca vita letteraria, una ricca vita artistica. Abbiamo le più svariate concezioni del mondo. Abbiamo un’etica sviluppata, e così via. Ma tutto questo racchiude impulsi umani, idee umane, sentimenti umani che scaturiscono dalla particolare costituzione dell’anima di pochi. E questi pochi devono conquistarsi questa vita spirituale — mentre la gran massa dei popoli semplicemente non può partecipare a questa vita spirituale. Colui che da questo punto di vista considera ciò che accade in realtà nel presente riguardo a questa cultura, conosce benissimo il seguente fatto: sa che oggi da molte parti esiste la buona intenzione di trasmettere alla grande maggioranza — mediante varie manifestazioni artistiche popolari, università popolari e simili — ciò che viene conquistato spiritualmente dalla minoranza. Ma per quanto buona possa essere la volontà in questo campo, non conduce a ciò cui effettivamente dovrebbe condurre; conduce sostanzialmente solo a una grande menzogna culturale.
Poiché, miei cari presenti, la vita spirituale è costituita in modo tale che si può partecipare a una sua qualsiasi manifestazione solo se questa vita spirituale zampilla dalle più originarie esperienze e sentimenti umani della vita. Ma la nostra umanità è divisa in una piccola minoranza da cui scaturisce la vita spirituale di oggi, e nella grande massa che è consegnata esclusivamente al lavoro manuale, alla vita economica esteriore, e che sviluppa, all’interno di questa vita economica esteriore, le abitudini di vita, la costituzione interiore dell’anima, e non può trovare vero accesso interno a ciò che l’anima di una minoranza chiama la propria vita spirituale. Anche se oggi con la migliore intenzione diffondessimo ciò che produciamo come scienza, come arte — mediante manifestazioni popolari — alla gran massa, ci abbandoneremmo a una grande illusione se credessimo che questa gran massa possa veramente accogliere, nell’intimo della sua anima, ciò che la minoranza è in grado di considerare come suo proprio bene spirituale. Su questo, miei cari presenti, si deve parlare dalle esperienze della vita stessa. Perciò permettetemi di fare, riguardo a ciò che ho appena accennato, un’osservazione che sembra personale, ma che intendo come sintomatica per ciò che qui tratterò. Ho insegnato per molti anni in una scuola di educazione per operai. I miei allievi erano decisamente membri del proletariato. Ho tentato allora, all’interno di questa scuola di educazione per operai, di presentare — nei più vari ambiti della vita culturale — ciò che potevo presentare direttamente di uomo a uomo, ciò che potevo esprimere nel campo della storia, nel campo della scienza naturale, in modo che in ciò che esprimevo regnasse sempre qualcosa di diverso da ciò che, come universalmente umano, è stato presentato in altri ambiti anche lo scorso sabato qui.
E quando trasformavo la storia nel senso universalmente umano, quando trasformavo la conoscenza della natura nel senso universalmente umano, venivo sempre ben compreso. Ma per una certa moda del tempo, tra gli allievi e la dirigenza della scuola prevaleva anche l’esigenza che io dovessi, per esempio, condurre gli allievi attraverso gallerie di arte e simili. E allora scoprii che mi sembrava di parlare a gente che stava di fronte a qualcosa di completamente loro ignoto. Quando esprimevo ciò che attingevo direttamente dalle anime degli uomini durante la lezione, ci comprendevamo. Quando parlavo alle persone di ciò che la minoranza ha creato come sua cultura, come sua vita spirituale, la comunicazione era sostanzialmente una menzogna, poiché le persone non trovavano dalle loro abitudini di pensiero, dai loro sentimenti, l’accesso a ciò che proveniva da tutt’altri fondamenti dell’anima. Nei circoli dirigenti non si prestò attenzione a questi fatti ed esempi. Perciò si scavò e si allargò il solco, l’abisso tra la cultura spirituale della minoranza e la vita dell’anima, la vita interamente inscritta nel ciclo economico del proletario. Cosa sapeva fondamentalmente, negli ultimi tre-quattro secoli, e in particolare nel diciannovesimo e agli inizi del ventesimo secolo, colui che apparteneva alla minoranza di ciò che accadeva nelle anime della grande massa del proletariato? Indirizzava queste grandi masse al lavoro — a un lavoro che era stato completamente organizzato secondo la direzione della cultura della minoranza. Ma non cercava accesso agli uomini, non cercava accesso ai loro cuori e alle loro anime. Lo si notava proprio quando lo si cercava, come è accaduto nel caso che ho descritto per mezzo mio.
Questo, miei cari presenti, è all’incirca ciò che può essere considerato dal lato spirituale riguardo alla caratteristica di uno stadio dell’umanità. E quando si guarda più da vicino questa vita spirituale, questa vita culturale della minoranza, allora deve dirsi veramente: questa vita culturale, poiché è la vita di una minoranza, è estranea all’intera vita umana dell’umanità del presente. Fondamentalmente, nonostante tutto il nostro orgoglio nel senso della realtà, viviamo in una cultura astratta; in una cultura che non penetra nella realtà della vita umana. Perciò non ci si deve meravigliare se questa cultura genera una vita di pensiero che è in realtà staccata dalla realtà. Una vita di pensiero che scaturisce dall’uomo intero ha la peculiarità che può anche immergersi nella realtà. E se mi permettete di fare ancora una volta un’osservazione personale, che nuovamente intendo solo sintomaticamente, è la seguente: nel gennaio 1914 fui costretto a riunire, intenzionalmente allora a Vienna dinanzi a una piccola riunione — una più grande mi avrebbe probabilmente riso dietro ancora in quel momento — fui costretto a riunire ciò che si era formato come una visione che raccontavo, riguardo all’intero corso di questa vita culturale moderna e del suo modo di pensare, quella visione che avevo dovuto formarmi riguardo alla direzione verso cui questa vita culturale si stava dirigendo. E dovetti allora riunire queste mie — credo di poter chiamare conoscenze — riunire dunque all’inizio della primavera del 1914 — riguardo a ciò che attraverso le contraddizioni in questa vita spirituale viene portato nel mondo degli uomini, dovetti riunire tutto ciò dicendo: le nostre condizioni sociali, fino ai più alti vertici, fanno su chi le osservi senza pregiudizi l’impressione di una malattia sociale, di un cancro sociale che nel prossimo tempo dovrà manifestarsi in modo terribile su tutta la civiltà mondiale.
Questo era allora l’opinione di un «idealista impratico», come dicono oggi; l’opinione di un uomo che dal suo interno vuol decidere qualcosa sulla realtà. Oggi si potrebbe già essere ricordati di una tale visione della realtà, se si pensa come, dall’altro lato, coloro che erano completamente emersi dalla cultura spirituale della minoranza, con il loro senso staccato dalla realtà, abbiano allora pensato a ciò che stava per venire. Ricordiamoci dunque che uno statista dirigente nel gennaio 1914 riassumeva le sue concezioni, nonostante la responsabilità che pesava su di lui, nelle parole che allora disse a un organo parlamentare: viviamo in un generale rilassamento delle relazioni politiche — così disse più o meno —, che ci consente di sperare che nei prossimi tempi preserveremo la pace in Europa. — E aggiunse: siamo nelle relazioni più amichevoli con il governo russo, che grazie agli sforzi dei gabinetti non si intromette nelle menzogne della stampa. E pensiamo veramente — il relativo statista parlava come statista dell’Europa centrale — pensiamo veramente di continuare le nostre relazioni di buon vicinato con la Polonia. — E aggiungeva, dunque in quel tempo: con l’Inghilterra sono in corso negoziati che promettono le cose migliori per la pace europea. Certo non sono ancora giunti a conclusione, ma porteranno a condizioni desiderabili.
Questo, miei cari presenti, è la direzione di pensiero di un uomo che appartiene all’educazione contemporanea, nel tempo che fu seguito dalla terribile catastrofe mondiale, attraverso la quale sono stati uccisi migliaia e migliaia di uomini in Europa e tre volte tanti sono stati mutilati. Da queste cose deve imparare il mondo dalla catastrofe mondiale — che fino alle profondità dell’anima la cultura della minoranza ha perso il senso, l’istinto per le realtà. Queste cose devono essere prese più seriamente che mai. E saranno prese completamente sul serio soltanto quando non si vorrà passare oltre il fatto che i pensieri che provenivano da questo fondamento staccato dalla realtà semplicemente non erano adatti a portare idee feconde nella nostra vita economica. Ancora oggi non lo si vuole ammettere. Ma questo è il fatto più importante della vita economica dei tempi moderni — che i circoli veramente dirigenti hanno perso la comprensione vasta di questa vita economica, e perciò, per un lungo periodo di tempo, su tutto il mondo civile, questa vita economica è proseguita come se andasse avanti meccanicamente da sé. E la catastrofe della guerra mondiale non è niente altro che la spinta di quella vita economica abbandonata dal pensiero verso le sue stesse contraddizioni, verso la sua stessa rovina; abbandonata dal pensiero perché questi pensieri, all’interno della moderna cultura spirituale, non erano stati tratti dalla realtà e perciò non potevano neppure dominare e controllare questa realtà. Così i circoli dirigenti e guida trainavano una vita economica che, proprio perché continuava istituzioni antiche, continuava a dare la vita. Ma non si preoccupavano mai di prendere in mano questa vita economica a partire dall’uomo. Ma all’interno di questa vita economica sorse ciò che veniva dai cuori, dalle anime di quegli uomini che erano interamente ingranati in questa vita economica solo attraverso il loro lavoro. E guardando a questo, arriviamo all’altro lato dell’abisso; al lato dove stanno coloro che non potevano partecipare nel modo indicato alla cultura spirituale della minoranza, che, dal momento in cui la tecnica moderna, il moderno capitalismo si sono affermati, erano interamente ingranati, con tutto il loro essere umano, in questa tecnica, in questo capitalismo che devasta l’anima.
Ora vorrei dire: tutto ciò che ho caratterizzato come una cultura spirituale di minoranza, come un certo atteggiamento verso le grandi masse lavoratrici proletarie, e come un atteggiamento verso il corso meccanico della vita economica — che è notevole da un lato — ha trovato il suo eco dall’altro lato. E questo eco si sviluppa lentamente, gradualmente. Solo allora si fa giustizia al tempo presente, quando in questa catastrofe mondiale si scorge il portarsi della spiritualità e della vita economica che ho appena descritto fino all’assurdo. Ma ora dall’altro lato, da più di mezzo secolo, risuona ciò che una volta sfociò nelle parole che scossero il mondo: «Proletari di tutti i paesi, unitevi!» E la catastrofe della guerra mondiale ha portato l’epoca in cui tutto ciò che nel frattempo, sotto l’influsso di ciò da cui è nato quel grido, si è fatto valere nei cuori e nelle anime dei più ampi strati del proletariato. Ha portato tutto questo e l’ha riunito in modo nuovo. Perciò il presente è ancor più dominato dalla necessità di indicare consapevolmente ciò che sta come un’eco dall’altro lato dell’abisso. Qui vediamo che le masse proletarie guardano alla cultura spirituale della minoranza, quella che doveva essere loro consegnata per mezzo di varie manifestazioni popolari e tutto ciò che è connesso alle abitudini di vita della minoranza con questa vita spirituale — vediamo che le masse proletarie guardano a tutto ciò, a cui non potevano partecipare; e trovarono comprensibile, quando il loro geniale capo, grande nelle sue verità come è grande nel suo errore, quando Karl Marx diede loro una parola che, in un modo equivocabile ma universalmente equivocabile, eppure tanto più comprensibile per i cuori, caratterizzava questo loro rapporto alla vita della minoranza — con le parole «plusvalore» e «prestazione lavorativa». E più o meno chiaramente le grandi masse proletarie vennero afferrate dalla consapevolezza — si potrebbe dire, non comprendere dappertutto, ma sentire: ciò che abbiamo come rapporto tra ciò che è religiosamente elevato, che è artisticamente soddisfacente, che come concezione del mondo riscalda le minoranze, è il fatto che noi creiamo per questa cultura spirituale della minoranza i fondamenti, creando la base capitalista per mezzo del plusvalore — per mezzo di ciò che ci viene tolto da ciò che abbiamo prodotto, dai redditi dei nostri prodotti oltre a ciò che è solo compenso per la nostra forza lavoro. E non si deve giudicare il tempo presente solo esternamente, dal punto di vista dell’economia nazionale, altrimenti non gli si fa giustizia; bisogna giudicarlo anche dal punto di vista della psicologia di massa dell’umanità. Lì non importa se si può discutere più o meno appropriatamente su una parola come plusvalore, ma importa come una tale parola agisce sulle masse; come suscita sentimenti, come accende speranze. Queste speranze sono completamente sulla linea che ho appena caratterizzato. E sempre più chiaramente queste masse proletarie consideravano quale fosse la loro parte in ciò che esiste come cultura spirituale e come cultura spirituale guida anche la vita giuridica ed economica. E perciò capirono anche una seconda parola che era stata coniata dalla stessa parte; intesero la parola della forza lavoro dell’uomo, che sul mercato del lavoro può essere comprata come una merce, proprio come possono essere comprate e vendute altre merci. Accadde ancora una volta che gli uomini non compresero affatto intellettualmente ciò che si intendeva, ma lo sentirono. Quando furono resi attenti a questa parola, e l’ascoltarono anche da fonti più o meno chiare o torbide, si sentirono trasportati in tempi antichi, in cui regnava ancora la schiavitù, dove l’intero uomo poteva essere comprato e venduto sul mercato del lavoro, come una cosa o come un animale. E guardavano al tempo leggermente successivo della servitù della gleba, dove meno, ma comunque ancora abbastanza, la forza umana e il lavoro umano erano in schiavitù. E sentivano qualcosa della consapevolezza di personalità che nello sviluppo dell’umanità ha colto i cuori e le anime — come ho sviluppato due giorni fa — dalla metà del quindicesimo secolo. E sentivano: il tempo è passato in cui ancora qualcosa come una merce, come una cosa, poteva essere venduta dall’uomo. E sentivano: i circoli dirigenti e guida hanno omesso di considerare il momento in cui la forza lavoro doveva essere spogliata del carattere di merce. E in un modo o nell’altro, più o meno chiaro o poco chiaro, sorge questa esigenza — «spogliamento della forza lavoro dal carattere di merce». Così fu la risposta all’incomprensione che i circoli dirigenti e guida avevano mostrato alle grandi masse del proletariato.
E un’altra cosa ancora si fece valere, che si deve considerare se non si vuole trattare — in modo ingenuo, come fa anche Woodrow Wilson — la questione sociale del presente solo come una questione di produzione. È certo una questione di produzione, ma che possa essere diventata solo una questione di produzione — questa è colpa e omissione dei circoli dirigenti e guida. Ciò che in questi ultimi tre-quattro secoli si è sviluppato nell’umanità — miei cari presenti — non è solo la moderna vita economica con la sua diffusa tecnica, con il suo capitalismo. È anche una ben precisa direzione della vita spirituale. Questa vita spirituale non è solo la vita spirituale della minoranza, come l’ho caratterizzata, ma una ben precisa direzione della vita spirituale si è diffusa nell’umanità.
Se guardiamo indietro ai tempi precedenti, c’era anche una vita spirituale religiosa, una vita spirituale di carattere artistico; una vita spirituale che oggi si considera più o meno come una vita di fantasia. Non vogliamo parlare di questo adesso. Ma era una vita spirituale che forniva agli uomini una concezione del mondo viva, con una forza interiore trainante; che collocava l’uomo nello sviluppo dell’umanità e nell’ordine sociale in modo tale che quell’uomo potesse darsi la risposta, in un certo modo, da questa vita spirituale stessa — come egli, come spirito, come anima, è connesso allo spirito, all’anima del mondo. Riceveva la risposta alla domanda: ho, nell’intero mondo, un’esistenza degna di un uomo? Questa possibilità cessò sotto l’impressione di ciò che veniva incontro agli uomini dalla nuova scienza. Questa nuova mentalità scientifica e orientamento ha infine veramente perso tutte le connessioni con i fondamenti dell’essere; si rivolge solo al lato esteriore dell’essere. Non si aveva infine il sentimento: nei tuoi pensieri, nelle tue rappresentazioni splende un soprasensibile — ma invece si aveva la sensazione: i pensieri, le rappresentazioni sono solo pensieri, solo rappresentazioni. Non se ne parlava apertamente; si mantenevano le forme del vecchio sentimento religioso, del vecchio sentimento artistico e di altre concezioni del mondo; ma ciò che si rinnovava si configurava in modo tale che non poteva riempire completamente l’uomo come uomo intero. Il proletario, che era stato tolto da quella posizione sociale in cui una volta si trovava, portato alla macchina, nel capitalismo che devasta l’anima, il proletario non poteva certo, alla macchina, all’interno di questo capitalismo, credere a ciò che ai circoli dirigenti e guida si era presentato come il contenuto di questa vita spirituale. Loro parlavano ancora nelle vecchie formule, che raccontano di un ordine mondiale divino, di un ordine mondiale morale che si esprime nel divenire storico dell’umanità. Il proletario era stretto nella pura economia, nel capitalismo che questa pura economia orienta e guida. Lì non sentiva altro che: è frase, ideologia, quello che si sviluppa in questa moderna vita spirituale; verità ha solo la vita economica; verità ha solo l’ordine economico! E così ancora e ancora rieccheggiava proprio nei pensanti dirigenti del proletariato la concezione: tutto lo spirituale, tutto l’artistico, tutto il religioso, tutto lo scientifico, tutto il diritto, tutta la moralità è qualcosa che sale come fumo dall’unica vera, dall’unica base economica dell’essere, che è l’unica realtà.
Sì, con una tale concezione si può pensare, una tale concezione si può sapere — ciò che così si chiama sapere — ma con una tale concezione non si può vivere, perché l’anima si devasta, perché l’anima è infine ritratta da tutto ciò che le può rispondere alla domanda: conduco un’esistenza degna di un uomo? L’anima è invece spinta verso la pura fede brutale nel prodotto esteriore e nella sua efficacia. Questa ideologia non è stata sviluppata dal proletariato! Questa incredulità nello spirito, il proletariato non l’ha sviluppata. Tutto questo è l’ultimo retaggio che il proletariato ha ereditato dai circoli dirigenti e guida. Ha ereditato, in buona fede, che questo dovesse essere la moderna concezione del mondo. E tutto ciò che è devastante per l’anima si è insinuato nei cuori, negli spiriti dei proletari, viene da questo lato. E così vediamo come appare dall’altro lato dell’abisso. E diventiamo consapevoli che il proletariato, infine, quando ha guardato la vita spirituale che il tempo moderno ha portato, ha detto: questo è infine solo fumo e suono di ciò che la vita economica, il vero fondamento della vita umana, della vita dei circoli dirigenti e guida, fa salire. Con questo non vogliamo avere niente a che fare!
E nacque un’altra consapevolezza nel proletario: questi circoli dirigenti e guida si sono separati da noi, prendendo in loro possesso la vecchia struttura della vita economica, plasmando da essa la vita della minoranza. Ma noi ci hanno lasciato essere una classe di second’ordine, e il nostro rapporto con loro non è quello di uomo con uomo; il nostro rapporto con loro è in realtà il rapporto di una classe svantaggiata verso una classe privilegiata. Ed è una frase quando parlano dell’ordine mondiale divino, dell’ordine mondiale morale, delle idee che vivono nella storia, dei poteri spirituali, poiché tutto questo viene dall’economia. E deve venire da una diversa economia quello che ci soddisfi, come loro sono soddisfatti dalla loro cultura spirituale e dalla loro altra cultura, dalla loro cultura di vita nella minoranza! — Quello che si chiama «materialismo storico» è nato da questi sentimenti.
Da tre vie il proletariato ha provato come un abisso si sia aperto tra lui e i circoli dirigenti e guida — per la via della vita spirituale nel modo che ho accennato. Ma allora, mentre questa vita spirituale si è sviluppata e mentre la minoranza dovette attirare per il suo lavoro le grandi masse del proletariato, accadde ancora qualcosa di diverso. Dovette portare quella che si chiama la moderna educazione umana — più o meno — alle grandi masse. Qual fu la conseguenza? Sì, allora sorge un fatto particolare. Il fatto che, quando una proprietà dell’anima si sviluppa, contemporaneamente se ne sviluppa un’altra. Una proprietà era questa che si sviluppava attraverso l’intellettualità del proletariato, quando l’educazione democratica, l’educazione popolare era stata portata nel proletariato. Ma mentre si sviluppava questa proprietà, si sviluppava qualcosa d’altro come consapevolezza umana generale. Si è molto fantasticato su questa consapevolezza odierna. Per colui che considera imparzialmente le cose di questo mondo, questa consapevolezza odierna è un effetto elementare della natura umana stessa. Come in sostanza non si può discutere sul colore con colui che non ha un occhio sano, così non si può discutere con un’anima umana non risvegliata su quello che è il diritto umano generale. Ma con l’anima del proletario, che sempre più si svegliava da condizioni patriarcali, si poteva discutere su questi diritti umani generali. E nacque una consapevolezza chiara del diritto che l’uomo ha per il fatto che è un uomo. Da questa consapevolezza il proletario guardò a ciò che nello stato, di cui i circoli dirigenti e guida hanno preso possesso, vive come diritto. E non trovò questo diritto umano, ma il diritto di classi privilegiate e lo svantaggio di altre classi. Questo era ciò che sempre più profondamente erodeva nelle anime dei proletari. E questo era ciò che formava il secondo cammino della sofferenza, il cammino del diritto, e il terzo era ciò che necessariamente ne risultava dal fatto che il proletario era completamente ingranato nella vita economica e nel capitalismo; che non poteva, come gli altri, trovare il riposo dalla fatica e il riposo del lavoro, non poteva trovare lo sviluppo umano attraverso l’educazione, per partecipare a ciò che abbellisce la vita della minoranza. Questo era ciò che sentiva, quando doveva dirsi: sono solo ingranato nella vita economica; sono fondamentalmente solo un ingranaggio nella vita economica. L’intera vita umana per me è uno scorrere di questa vita economica. Sono come una macchina ingranata in questa vita economica.
Questo è il terzo cammino della sofferenza attraversato dal proletariato. Questo triplice cammino della sofferenza del proletariato — conduce, se lo si segue in modo appropriato e lo si confronta con ciò che vive dall’altro lato dell’abisso nel modo che ho caratterizzato — conduce alla ricerca di ciò che deve essere perseguito dalla nostra odierna consapevolezza del tempo, nuovamente su tre vie: sul cammino della vita spirituale, sul cammino della vita di diritto e di stato, e sul cammino della vita economica. E che rispetto a questi tre cammini della vita, dalla consapevolezza dell’umanità moderna, deve essere perseguito qualcosa — questo si presenta di fronte a noi in tre esigenze fondamentali del tempo moderno, che si sono espresse abbastanza chiaramente, ma che tuttavia sono rimaste per lo più generalità, e non hanno potuto penetrare completamente nella nostra moderna vita reale.
Nei corsi dei secoli scorsi sale sempre più nella consapevolezza dell’umanità il grido per il liberalismo. Oggi una parola che è molto poco apprezzata. Sale similmente il grido per la democrazia. Sale come terzo sempre più chiaramente e chiaramente il grido per il socialismo. Non si poteva resistere da uno o l’altro lato a uno o l’altro impulso che si esprime in questi tre; ma si tentò comunque di rimanere nelle condizioni antiche e di far confluire, di forzare in esse ciò che si annunzia in queste tre espressioni. Si prese semplicemente il vecchio stato unitario e si volle plasmarlo in modo liberale, democratico, sociale. Oggi viviamo nell’epoca in cui deve essere riconosciuto quell’errore che consiste nel vivere sotto la suggestione di questo stato unitario e nel credere che in questo stato unitario possa confluire forzatamente ciò che è espresso nel liberalismo, nella democrazia e nel socialismo.
Prendiamo come esempio ciò che si è formato come il mezzo nella moderna umanità come impulso — come democrazia. Non vive nel grido della democrazia tutto ciò che ho appena caratterizzato dalla consapevolezza di diritto dell’uomo? Non vive nel grido della democrazia l’impulso verso qualcosa che rende ogni uomo uguale a ogni altro uomo nel mondo? Non vive in essa qualcosa che dice che deve avere voce in tutto ciò che riguarda semplicemente l’uomo diventato responsabile nella sua posizione nell’essere umano — che deve avere voce ogni uomo responsabile? Sviluppato questo, scaturisce la necessità dell’organizzazione di uno stato democratico. Vengono sviluppati tali ordinamenti di stato democratico, dove ogni uomo divenuto maturo si mette più o meno direttamente in discussione, per mezzo della rappresentanza, con ogni altro uomo diventato maturo, su quello in cui ogni uomo deve essere uguale a ogni altro uomo. Nel corso dello sviluppo recente non si poteva resistere a ciò che vive come impulso della democrazia nell’umanità. E si tentò di penetrare quello che si era assunto storicamente come i vecchi stati — nei moderni parlamentarismi, con questo elemento democratico. Non si prese coscienza del fatto che in questo elemento democratico — proprio quando deve essere inteso onestamente e sinceramente — non possono stare due elementi della vita. Per quanto sia vero che su tutto ciò in cui ogni uomo è uguale all’altro, su ciò che deve decidere ogni uomo maturo su ogni altro uomo maturo — per quanto sia vero che questo deve essere vissuto e regolato dal punto di vista della democratizzazione parlamentare — altrettanto vero è che nel momento in cui si lascia decidere questo elemento democratico da un lato sulla vita economica, dall’altro sulla vita spirituale — questo conduce a impossibilità.
Consideriamo anzitutto la vita economica. La vita economica poggia su un fondamento che può essere dato solo dal fatto che il singolo individuo umano si lavora — nel corso della sua vita — nella conoscenza economica del singolo settore professionale e produttivo. Solo colui che non solo teoricamente, ma per il fatto che ha esperito come partecipe, è inserito in un settore professionale o produttivo — solo costui può decidere su ciò che è necessario in questo settore professionale o produttivo. Solo a costui si può riporre fiducia in questa vita economica, colui che è cresciuto insieme con una qualche professione, per la quale produce questo o quest’altro. In breve, un qualche settore produttivo della vita economica, inserito nella democrazia, diventa un’impossibilità. Perché allora la maggioranza decide — colui che non è inserito e che non comprende, o che è inserito unilateralmente in un ramo economico — egli decide su coloro che sono inseriti in rami completamente diversi, di cui egli non sa assolutamente niente. Abbiamo visto come terribilmente si sia insinuato in quegli stati che si sono rivelati, soprattutto, come meno maturi per… [lacuna nella trascrizione]. Ma proprio chi ha vissuto, per metà della sua vita, tre decenni della sua vita, lì e ha partecipato alla vita politica dell’Austria, sa dove erano i danni che infine hanno portato al fatto che su questa Austria si sono tirate così terribili calamità, che questa Austria si è così terribilmente crollata in questa catastrofe mondiale. Poiché vedete: quando anche in questa Austria patriarcale-clericale negli anni sessanta del [18]00 si lavorava per uscire dalle condizioni antiche, per fare almeno qualche concessione al moderno grido di liberalismo e democrazia per mezzo di una rappresentanza popolare — come si organizzò questa rappresentanza popolare? La si organizzò in modo che si crearono quattro collegi elettorali: la grande proprietà fondiaria, le città e i mercati ecc., le camere di commercio e artigianato, le comuni rurali; tutte curie economiche. I rappresentanti erano persone che dovevano rappresentare gli interessi economici di singoli gruppi. Questi formavano il parlamento dell’Austria. Cosa si coltivava allora? Cosa si perseguiva? — Nient’altro che la pura trasformazione degli interessi economici in rapporti di diritto umano, in rapporti di stato, in rapporti di sicurezza. I rapporti mutuali umani di stato dovevano emergere da ciò che era stato deciso dagli interessi dei singoli circoli economici. Si aveva l’opinione che bastasse trasformare gli interessi economici, e allora sarebbero sorti gli interessi di diritto. Chi ha potuto seguire lo sviluppo dell’Austria sa che in questo edificio della vita dello stato dalla pura economia sono nati quei danni che necessariamente devono condurre al declino. E come attraverso questo esempio, così potrebbe essere provato attraverso numerosi esempi per altri stati, che è impossibile fondere ciò che è venuto come esigenza democratica nei tempi moderni, con ciò che è stato organizzato nella vita economica.
Un’uguale questione sorge riguardo alla vita spirituale, all’intera cultura spirituale. È impossibile che da fondamenti democratici si decida su ciò che veramente conta nella cultura spirituale. Nella cultura spirituale conta il fatto che tutto ciò che, diciamo, da sconosciuti fondamenti emerge come capacità umane individuali e doni — che questo sia sviluppato secondo principi puramente spirituali; secondo quei principi che osservano imparzialmente ciò che può svilupparsi spiritualmente-individualmente nell’uomo fino alla forza di lavoro fisica. Ma il tempo moderno ha rinchiuso nello stato tutta la premura per questo sviluppo delle capacità umane individuali. È venuto attraverso fatti storici completamente comprensibili. Nei tempi moderni, quando era necessario, da certi fondamenti, strappare l’istruzione alla chiesa — allora era legittimo che anzitutto allo stato, al quale bisognava attenersi, si consegnassero certi settori — i settori pubblici cioè, i settori dell’educazione, dell’istruzione, come la vita spirituale. Ma sempre di nuovo si rivelò che per questo la vita spirituale diventava una copia dello stato; che infine in ciò che gli uomini produssero spiritualmente, non visse ciò che sgorgava dalla natura umana immediata — ciò che lo spirituale genera nell’uomo — ma che nella vita spirituale sorse ciò che corrispondeva agli interessi, ai bisogni dello stato. Non è da meravigliarsi che infine — e la catastrofe della guerra mondiale l’ha mostrato terribilmente — non è da meravigliarsi che questa vita spirituale su pochi singoli rami, su quelli artistici o simili, sia rimasta libera; che la vita spirituale nel resto non fu nient’altro che una copia, uno specchio dei bisogni di utilità e degli interessi dei moderni stati. E mentre gli stati moderni, per il prevalere della complicazione moderna della vita economica, sempre più diventavano corpi economici, infine la vita spirituale era solo l’espressione della vita economica.
Questo vide il proletariato — ciò che il tempo moderno ha fatto della vita spirituale. Questo vide il proletariato e credette che fosse la verità assoluta — che la vita spirituale sempre solo dalla vita economica emerge. Questo è il grande errore del proletariato moderno — prendere un fenomeno per qualcosa che deve essere assoluto. Questo è il grande errore del marxismo — che non si guarda al fatto che proprio attraverso lo sviluppo degli ultimi tre-quattro secoli, per il percorso come l’ho indicato, la vita spirituale è stata assorbita dallo stato, che sempre più è diventato un corpo economico — e che stiamo sotto l’effetto di questo fatto; che però non è corretto dire: cambiamo la vita economica, allora viene anche un’altra vita spirituale e un’altra vita giuridica. Necessario è invece dire oggi: la vita spirituale deve nuovamente essere resa libera; la vita spirituale deve essere strappata dall’ordine dello stato; la vita spirituale deve essere posta nel suo proprio terreno e fondamento. Deve esprimersi nella vita spirituale solo quello che sorge dai fondamenti spirituali della natura umana. La vita spirituale non deve essere un mero specchio della vita di stato o economica.
Da questi fondamenti è così nato quello che si è prima annunziato nel mio appello «Al popolo tedesco e al mondo della cultura» e poi nel mio libro «I punti cruciali della questione sociale nelle necessità della vita del presente e del futuro» e che ora è rappresentato dall’Associazione per la triarticolazione sociale nei suoi vari rami. Quello che questo libro persegue è abolire la suggestione che l’organismo sociale possa essere solo lo stato unitario — allagato da un lato dalla vita economica, e dall’altro lato assorbito da essa la vita spirituale.
No, quello che è necessario per l’avvenire è che la vita economica sia posta sui suoi propri fondamenti concreti e specifici, che questa vita economica sia estratta dal parlamento democratico. Solo allora è possibile socializzare questa vita economica — quando questa vita economica è così posta nel suo proprio terreno e fondamento — che si riuniscono in associazioni coloro che sono della stessa professione — della stessa professione come operai, come lavoratori spirituali; quando si riuniscono in altre associazioni coloro che circondano certi cerchi di consumatori e di produzione. Quando tali comunità economiche sorgono — che sono concatenate a catena attraverso fondamenti federativi — allora da professione a professione, dal consumo rispettivamente concatenato con il ramo di produzione ad altri rami, sarà negoziato. Allora non sarà possibile che in un parlamento che poggia su fondamenti democratici, con la maggioranza di persone, si decida su interessi economici — che decidono solo per interessi o per ignoranza. Allora da ramo di professione a ramo di professione, da ramo di produzione a ramo di produzione, attraverso il libero comportamento economico sarà servito l’interesse della vita economica. Allora all’interno di questa vita economica non sorgerà nulla di diverso da ciò che condurrà a regolamentare in modo giusto i reciproci prezzi delle merci. Allora in questa vita economica non si farà valere nulla di diverso che la produzione di merci, la circolazione e il consumo di merci. Allora soprattutto dovrà essere escluso tutto ciò che su fondamenti democratici deve essere amministrato — soprattutto il lavoro umano e il capitale.
Dove ci conduce il lavoro umano? Oggi nella vita economica sta il lavoro umano. Ho richiamato l’attenzione sulla consapevolezza del proletariato — che il rapporto salariale nella vita economica sta come altre merci. Si compra la merce forza-lavoro attraverso il salario. La forza-lavoro deve essere estratta, per quanto riguarda le sue misure, per quanto riguarda il suo tipo, dalla vita economica — allora nei prezzi della merce starà solo il valore reciproco della merce. Allora nel prezzo della merce non starà ciò che oggi vi sta per mezzo dei rapporti salariali. Allora si deciderà sul fondamento della vita economica solo sul prezzo di merce separato dall’uomo. Allora si deciderà sul fondamento della vita di diritto e di stato, della vita politica, della vita di sicurezza — sulla misura, il tipo e il tempo del lavoro umano. La regolamentazione del lavoro umano sarà un rapporto giuridico. La regolamentazione del lavoro umano non avverrà in modo che su di essa abbia influenza il rapporto coercitivo economico. Ma sulla fissazione della forza lavorativa umana avrà influenza solo ciò che sul fondamento della democrazia si decide — dove ogni uomo divenuto maturo decide su ciò che spetta a ogni uomo divenuto maturo. Nell’ordine giuridico democratico appartiene la regolamentazione della forza lavorativa umana. Se questa forza lavorativa umana è regolamentata dalla democrazia, allora l’operaio, come colui che dispone liberamente della sua forza lavorativa, entra nel corpo economico e non conclude un contratto di lavoro — che non può mai contenere giustizia — [ma] un contratto sulle prestazioni con coloro che come guide spirituali hanno a che fare con questa prestazione. Allora semplicemente sul profitto e le sue prestazioni si conclude il contratto. Allora la regolamentazione della forza lavorativa è completamente separata dalla vita economica.
Questo appare agli uomini odierni nel loro pregiudizio completamente incredibile — così tanto che anche un tale pensatore come [Rathenau] crede che un tale staccarsi della forza lavorativa dal ciclo economico non sia affatto possibile. È esattamente possibile, come dall’altro lato nel ciclo economico non sta ciò che dipende dalle condizioni naturali; ciò che come profitto il suolo fornisce, ciò che le condizioni climatiche determinano, deve essere accettato nella vita economica. Ciò che come materie prime sta nel suolo, come può essere estratto — deve essere accettato come dato. Non si può decidere secondo le cosiddette congiunture economiche. Altrettanto in futuro non si potrà decidere dalle congiunture economiche su ciò che riceve l’operaio. Questo sarà deciso da uomini maturi su fondamenti democratici. Con questa decisione l’operaio entrerà nel ciclo economico e concluderà un contratto, in cui la sua forza lavorativa fornisce una condizione fondamentale — come le condizioni naturali stesse. Il processo economico sarà stretto da un lato dalle condizioni naturali, dall’altro da condizioni giuridiche. Questo è ciò che inconsciamente la larga massa dell’umanità richiede. Non si deve far altro che comprendere questa richiesta inconscia; si deve solo portarla alla consapevolezza e formularla; allora si sentirà in chiarezza ciò che oggi vive così terribilmente confuso — ciò che si sviluppa come incertezze sociali. Ciò che questo cammino vuole — indicato qui come la triarticolazione dell’organismo sociale — è un vero cammino verso la chiarezza sulle esigenze astratte che oggi sono sollevate. Dice qualcuno: abolizione del rapporto salariale! — allora lo si può dire a lungo. Finché non si mostra una via per cui questo rapporto salariale può essere superato, rimane un’esigenza astratta, che agisce solo in modo turbante, che eccita solo gli impulsi elementari della natura umana — ma non conduce a niente. Nel momento in cui si comprende che rispetto alle istituzioni pubbliche la vita economica deve essere completamente separata dalla vita giuridica — che sul fondamento della vita giuridica democratica deve svilupparsi il diritto del lavoro come precondizione della vita economica — in quel momento si mostra un cammino economico che ogni giorno può essere percorso da ogni punto di partenza possibile. Poiché non è un’impossibilità percorrere tale cammino domani mattina, se solo si ha la buona volontà. E parimenti sta con le attuali relazioni di capitale cementate nella vita economica.
Oh, gli uomini hanno praticamente già completamente dimenticato quale sia l’origine del capitalismo. L’origine del capitalismo è di vario genere. Si basa ad esempio sul fatto che in tempi più antichi la terra e il suolo erano stati conquistati e così entrarono in proprietà privata, e coloro verso cui si estesero le conquiste caddero nella dipendenza, nella proprietà privata. Si basa sul fatto che da ciò che si affermò come proprietà dalle conquiste — fu offerta la possibilità di portare le condizioni di forza dei tempi moderni — i mezzi di produzione — nuovamente in proprietà privata egoistica del singolo uomo. Quando il proletariato guarda a ciò che ora è stato appena accennato, forma di nuovo un’esigenza: abolizione del capitale. Nella sua ingenuità non sa che con le parole «abolizione del capitale» in realtà non è detto niente — anche se si ripete sempre ancora e ancora. Si esprime qualcosa che si sente come giusto, ma non si considera il fatto che queste relazioni moderne — proprio così — nella loro configurazione economica e di altro genere — sono tali che una volta nella moderna vita sociale deve lavorarsi con il capitale. Trasformate pure, come vogliono alcuni socialisti, l’intero moderno stato in una grande cooperativa — potrebbe comunque solo lavorarvi il capitale, soltanto che al posto degli attuali proprietari privati subentrerebbe il burocrate. E coloro che oggi come proletari fanno questa esigenza — sarebbero molto presto consapevoli di come, sotto queste nuove relazioni, starebbero molto peggio che sotto le attuali relazioni. Allora si deve — pensando dalla realtà — pensare completamente diversamente al riguardo delle relazioni di capitale. Ci si deve anche chiarire che sono infine i fondamenti delle capacità umane quelli che portano il singolo ad avere una certa supremazia sull’altro.
Per il fatto che il singolo ha raggiunto una certa supremazia — per questo è possibile radunare quei suoli e i mezzi di produzione che l’hanno reso guida e che gli hanno permesso — come guida — di trasferire su altri ciò che ha strappato. Chi riflette accuratamente su questo — chi lo giudica nella sua realtà — chi lo giudica imparzialmente — sa, miei cari presenti, che tutto il capitale riposa sulla capacità dell’individuo umano — e che questa capacità individuale dell’uomo assolutamente non deve essere eliminata. Mettete al posto dell’individuo capace e specifico, che guida i processi di produzione, l’astratta generalità — condurrà solo al degrado o allo sfruttamento predatorio della vita economica — non a una ricostruzione. — Ma questo non condiziona il fatto che le vecchie istituzioni devono continuare a vivere — che così come accade al presente — ciò che è capitale o mezzo di produzione continui a essere trasferito, nel senso dell’ordine antico, sempre di nuovo. Ma al posto di questo ordine antico — attraverso il quale gradualmente coloro che possiedono il capitale in forma di capitale monetario e rendita entrano nel possesso — persone che non hanno più nulla a che fare con la produzione — con l’applicazione di capacità individuale nella guida della vita economica — al loro posto può subentrare qualcosa di nuovo. Contro questo è diretta la resistenza che deve insorgere contro il vecchio ordine economico. Anche nel nuovo ordine economico deve essere assolutamente possibile che il capitale sia concentrato attraverso le capacità dell’individuo specifico — ma solo fino a quando questo singolo individuo specifico — che ha radunato questi capitali, cioè i mezzi di produzione — rimane guida, oppure rimane comunque in connessione con questi mezzi di produzione — fino a quando le sue capacità individuali possono restare connesse a essi.
Allora prosegue — per i cammini che ho indicato nel mio libro «I punti cruciali della questione sociale» — il capitale, cioè la somma dei mezzi di produzione, attraverso trasferimento giuridico — verso coloro che hanno di nuovo le migliori capacità individuali. Così viene iniziato qualcosa che io chiamo la circolazione del capitale nell’organismo sociale. Questa circolazione del capitale — cioè della proprietà — sul terreno spirituale, almeno nel principio fino a un certo grado, è sempre stata concessa. Se oggi si esige dagli uomini che quello che ammettono sul terreno spirituale — avvenga anche nel settore del possesso materiale — allora certo si fanno facce meravigliate. Quello che io produco spiritualmente — rimane sì proprietà spirituale mia e dei miei eredi solo un certo tempo; poi passa nell’universalità — in cui chiunque abbia la capacità individuale può amministrarla. — In modo simile deve in futuro — ciò che si acquista come proprietà materiale — essere trasferito a colui che può meglio guidarla e amministrarla attraverso capacità individuali. Allora subentrerà un’armonia dell’operante fisico con l’operante spirituale. Allora il capitale — che sempre ha la sua origine nelle capacità individuali — non potrà passare a coloro che non giustificano il possesso attraverso capacità individuali. Ma allora le capacità individuali rimarranno sempre unite con la guida dei mezzi di produzione. Allora colui che deve lavorare sotto tali guide potrà dirsi: il mio lavoro prospera al meglio quando la circolazione del capitale avviene in questo modo — che sempre una somma di mezzi di produzione vada a colui che ha le migliori capacità; poiché egli guida il mio lavoro al meglio.
È proprio così — che l’impulso per la triarticolazione dell’organismo sociale non deve essere accusato di falso idealismo. Non può accusare l’organismo sociale di un falso idealismo. Coloro che dicono che devono arrivare prima altre persone per realizzare una cosa del genere, non considerano che questo impulso per la triarticolazione dell’organismo sociale conta veramente sugli uomini che abbiamo attualmente. Colui che è operaio ha il suo interesse egoistico nel fatto che ci sia sempre il miglior leader. Ma questo può essere ottenuto solo grazie a una circolazione dei mezzi di produzione. Questo richiede, miei cari presenti, che si rompa il principio secondo cui i mezzi di produzione sono una merce come quei beni che vengono consumati direttamente dai bisogni umani. Un mezzo di produzione, cioè quello in cui si immette il capitale, può solo impegnare capitale finché costa qualcosa, finché non è finito. La locomotiva deve valere come capitale solo finché è finita. Poi cessa di avere un valore di merce esterno. Poi passa — soltanto attraverso il trasferimento, cioè attraverso i rapporti legali — a colui che sa dirigerla nel senso del tutto nel miglior modo. La terra e il suolo … [Lacuna nel manoscritto] da tutti gli inizi.
Queste cose agli uomini d’oggi ancora ripugnano dai loro pregiudizi, che non sono soltanto fondati in abitudini di pensiero, ma anche riguardo alle abitudini di vita in vecchie istituzioni. Ma colui che non riesce a superare se stesso e a riconoscere che la terribile catastrofe della guerra mondiale ci esorta a non pensare a un piccolo, ma a un grande rendiconto, costui non farà che contribuire al continuo precipitarsi e al tramonto, mai però a venire fuori dal tramonto. — Così vediamo che semplicemente la vita economica, in cui vi possa essere soltanto produzione di merci, circolazione di merci, consumo di merci, deve essere separata dalla regolazione della forza lavoro, dall’amministrazione del capitale. E cosa deve entrare nella nostra intera vita attraverso il percorso che ho appena designato? Che il capitale, cioè i mezzi di produzione, debba sempre essere amministrato da chi possiede le capacità individuali per questo. Là deve entrare ciò che è lo stacco della vita dello spirito dalla nostra vita economica e dalla nostra vita giuridica. Questa vita dello spirito deve essere posta sul suo proprio fondamento e terreno. Di modo che in futuro non si abbiano più esperti di qualunque sorta, legati soltanto alla burocrazia statale, staccati dalla vita dello spirito, che partecipino all’amministrazione, bensì che questa vita dello spirito, da basi obiettive, sia organizzata interamente in se stessa, attraverso se stessa, attraverso la sua autogestione. Deve essere conformato in futuro il vivere dell’organismo sociale in modo tale che la vita dello spirito sia amministrata da coloro che, nello stesso tempo, stanno direttamente in questa vita dello spirito in qualche modo producendo. In questa vita dello spirito, se la consideriamo in particolare, sul terreno dell’istruzione e dell’educazione, devono stare solamente nell’organismo dello spirito quegli uomini che partecipano all’educazione, dall’insegnante della scuola popolare più bassa fino all’insegnante dell’università più alta. Colui che lavora insegnando in qualunque campo, avrà in futuro soltanto tanto da insegnare che gli rimane ancora tempo da amministrare insieme. Vale a dire che la produzione dello spirito, l’amministrazione della vita dello spirito sarà esercitata unitamente in un’unica attività. Nessun sistema scolastico statale, nessun collegamento della vita dello spirito con la vita economica; interamente fermo su se stesso, di modo che la scuola popolare inferiore abbia solamente come fine acquisire artisticamente la conoscenza dell’uomo o l’antropologia nel senso più ampio, affinché l’uomo dai sei ai quattordici anni sia così istruito che questa istruzione porti esclusivamente al fine di sviluppare le forze di cui l’uomo ha bisogno nella vita. — Questo produrrà naturalmente una scuola unitaria, non una che sia dettata dallo Stato. Tutto ciò che si costruisce scaturirà da esigenze generalmente umane. Per esempio, nelle scuole medie cesserà il fatto che queste scuole siano conformate in modo che su determinati gradini scolastici l’insegnamento si orienti al fatto che colui che ha ricevuto l’insegnamento sia adatto a entrare in questo o quel sistema statale. Deve accadere il contrario: che in base a principi pedagogico-didattici, in base a principi spirituali, i gradini scolastici siano conformati, e gli uomini avranno raggiunto a 17, a 19 anni questo o quello, e lo Stato avrà da domandarsi: come impiego gli uomini che sono stati formati secondo principi spirituali? Lo Stato dovrà adattarsi alla vita dello spirito. Le università dovranno avere autonomia; dovranno essere esse stesse le amministratrici nel senso più alto dell’insegnamento e dell’istruzione dello spirito.
Posso soltanto schizzare tutto questo. Si vuole soltanto esprimere che in questo ambito della vita dello spirito deve veramente accadere una lotta di capacità spirituale con capacità spirituale. Che oltre deve svilupparsi pienamente ciò che si può chiamare: il liberalismo nel senso più ampio.
Nel campo della vita dello Stato, nel campo in cui si decide il trasferimento del capitale, l’amministrazione del diritto del lavoro, là si svilupperà pienamente ciò che è sorto come impulsi democratici.
In ciò che nella vita economica serve la circolazione delle merci e le capacità umane, si svilupperà pienamente ciò che è sorto in tempi più recenti come socializzazione; in base a principi obiettivi, dove soltanto i beni e la loro produzione sono amministrati, non gli uomini regnati, i singoli campi della vita economica si collegheranno tra loro. Allora sarà possibile nel campo della vita economica produrre a partire da associazioni che conoscono in modo liberale i bisogni umani, non attraverso statistiche o altri collegamenti, ma che li conoscono in modo liberale. Si potrà produrre in modo che le astratte pretese del proletariato si trasformino in pretese più concrete, in un vero cammino. Il proletariato ha sottolineato: in futuro non si deve produrre per profittare, bensì per consumare. Ma si può consumare soltanto se attraverso le associazioni del ciclo economico configurato socialmente scaturiscono veramente tali collegamenti tra i produttori e i consumatori che non si basino sulla casualità dell’offerta e della domanda sui mercati, bensì che si basino su uno studio attento, comprensivo, obiettivo dei bisogni. Deve accadere che si conoscano e soprattutto si seguano le leggi economiche tutt’altro che come oggi, nel rapporto casuale dell’offerta e della domanda. Allora si dovrà sapere: nel momento in cui troppi operai lavorano in un ramo di produzione, in questo ramo di produzione si produrrà troppo a buon mercato. La forza umana sarà sprecata. Gli operai dovranno, tramite negoziazioni e contratti, essere diretti ad altri rami di produzione. Se da qualche parte si produce troppo poco, l’articolo sarà troppo caro; allora altri operai dovranno essere diretti in questo ramo di produzione.
In breve, in futuro nella vita economica socialista, capitalista, deve esservi ciò che ora ha iniziato a istituirsi attraverso gli sforzi dell’Alleanza per la triarticolazione come l’istituzione dei liberi [consigli aziendali], a cui si uniranno più tardi i consigli di traffico, i consigli economici, tutto questo sistema, che però non è un sistema politico, perché il politico deve poggiare sul terreno della democrazia. Questo sistema di consigli, che affonda le radici nella vita economica, che ha solo a che fare con l’amministrazione obiettiva della vita economica, questo sistema di consigli è ciò che non tramite l’esigenza arbitraria dei singoli uomini, bensì tramite la legittima esigenza del tempo sorgerà alla superficie della vita contemporanea. L’istituto dei consulenti sarà un tale corpo che non governa attraverso leggi coercitive burocratiche o democratiche, ma che governa attraverso negoziazioni da uomo a uomo, da consiglio a consiglio, da associazione economica a associazione economica. Sopra una tale distribuzione della forza operaia su singoli rami di produzione, che ogni merce, ogni bene di cui l’uomo ha bisogno, sia prodotto in tale quantità come c’è bisogno. Allora emergono tali prezzi, allora nella vita economica regna ciò che può essere il fondamento affinché nella vita economica vigano prezzi giusti, mentre avendo il salario nella vita economica come la merce della forza lavoro, potete aumentare il salario, … [Lacuna nel manoscritto] i prezzi delle merci aumentano anche, perché non può essere stabilito un rapporto legale giusto, finché nella vita economica vi è qualcosa che non vi appartiene, cioè la forza lavoro umana, che appartiene alla vita giuridica.
Così vediamo, miei cari presenti, che in futuro deve essere articolato ciò che ha agito come una forza suggestiva sugli uomini quale stato unitario, nel triarticolato organismo sociale, nella vita dello spirito indipendente, amministrata dai propri requisiti; nella vita democratica dello Stato o politica, in cui è deciso immediatamente e mediatamente da ogni uomo divenuto maggiorenne ciò che lo riguarda come Uguale rispetto a ogni altro uomo. Appartengono a ciò anche il possesso e i rapporti di lavoro. Come terzo membro indipendente ci si presenta in futuro la vita economica, in cui accade soltanto l’amministrazione obiettiva attraverso associazioni economiche e corpi. Questi tre campi potranno convivere l’uno con l’altro. Infatti si è sperimentato che ad esempio i membri della vita dello spirito hanno preoccupazioni, non riescono a vivere, perché lo Stato non paga stipendio sufficiente. Certo si dimostrerà in futuro che, proprio come oggi il proletariato, l’uomo come insegnante deve essere pagato, soltanto che il percorso deve essere diverso. Le corporazioni spirituali, riguardo alla loro [produzione], apparterranno al corpo economico proprio come appartengono al corpo economico come consumatori, e dovrà emergere il rapporto corrispondente. Questa regolazione sarà soltanto una ragione perché i singoli membri della vita giuridica, della vita economica, della vita dello spirito proprio per questo si trovino armonicamente insieme, in modo che ognuno nella sua capacità possa veramente operare.
E non si deve neanche avere paura di come il rapporto internazionale giudichi queste cose. Ciò che ho esposto è sorto innanzitutto da quella considerazione dei rapporti internazionali che hanno provocato la nostra terribile catastrofe bellica. Colui che studia per decenni lo sviluppo dell’umanità moderna che ha preceduto questa catastrofe, sa per esempio come grazie all’aggrovigliamento lassù nel sud-est europeo dei tre campi, della vita culturale o spirituale, della vita politica o giuridica e della vita economica, sono sorte le questioni balcaniche, per quanto riguardano il rapporto dei Balcani all’Austria; che hanno portato poi allo scoppio della guerra mondiale da questo lato. Prima stava davanti la questione culturale generale, lo scontro culturale e spirituale dello slavismo con la germanicità. Fino a che punto stava davanti una questione giuridica, mentre l’elemento turco conservatore antico fu sostituito dall’elemento turco giovane, la questione turco-bulgara stava davanti; per esempio la storia della ferrovia del Sangiacato, se la si studia, allora si vede che vi erano interessi economici dall’Austria verso i Balcani. Se questi rapporti avessero potuto essere ordinati da basi proprie, sarebbe sorto qualcosa di diverso da questo aggrovigliamento dei rapporti. Questo aggrovigliamento era ciò che ha provocato tali conflitti internazionali. Similmente potete studiare il problema della ferrovia di Bagdad. Anche lì vedrete come continuamente si mescola il culturale delle nazioni che vi partecipano, il politico-giuridico e l’economico. E sempre di nuovo vediamo come l’economico diventa più potente del culturale, e così sempre di nuovo uno Stato diverso è in vantaggio, per esempio nel problema della ferrovia di Bagdad, e così via. Proprio nei rapporti internazionali gioca in modo ancora più terribile questo aggrovigliamento dei tre campi, che sul terreno di ogni organismo sociale devono divenire tre membri. Una salvezza per lo sviluppo dell’umanità del futuro si trova soltanto nella triarticolazione dell’organismo sociale, in una vita dello spirito indipendente con gestione propria, in una vita giuridica democratica, in una vita economica indipendente che si governa da sé dal lato dell’obiettività attraverso associazioni e corporazioni, attraverso cooperative. E colui che studia ciò che si cela in questa terribile, spaventosa catastrofe bellica e in ciò che ora ne è sorto, costui non ha soltanto da guardare verso est, e troverà che dietro questi rapporti che regnano a est, che oggi conducono a un sacco così terribile, e questo derubamento terribile proviene da impulsi sociali male intesi, vivono i grandiosi impulsi spirituali dei popoli russi e di altri popoli orientali. Questi impulsi spirituali oggi bruciano al di sotto della superficie, e devono prima lavorare ancora una volta verso l’alto da ciò che si è sovrapposto dai pregiudizi della civiltà e che si nasconde come il terrificante spettro sociale minaccioso da est verso l’Europa centrale. Affinché non assalga questa Europa centrale, gli sforzi devono servire affinché in questa Europa centrale non sia confuso ciò che è confuso a est, bensì che in Europa centrale siano separate la vita dello spirito, la vita dello Stato o giuridica, la vita economica.
E guardiamo verso ovest. Questi Stati occidentali hanno essenzialmente portato a compimento lo sviluppo della vita economica. Penetrano l’economia mondiale; estendono i rapporti di concorrenza privata ai grandi rapporti imperialistici. Ciò che lì regna unilateralmente come vita economica, corrompe la vita dello Stato e dello spirito. Qui in Europa centrale devono essere separati questi tre campi. Se non l’avrà capito attraverso la lezione della terribile catastrofe bellica, lo capirà dalla necessità in cui ci ha condotti ciò che da fondamenti tre volte innaturali è sorto nei tempi moderni, nello sviluppo contemporaneo, all’inizio di quel momento, di quell’epoca che ho discusso il giorno prima, intorno alla metà del quindicesimo secolo. Gli uomini ansiavano per una vita dello spirito, ma non veniva su una vita dello spirito nuova. Non veniva posta la vita dello spirito sul proprio terreno delle personalità che producono spiritualmente in modo contemporaneo. Veniva su soltanto la Riforma e il Rinascimento, un rinnovamento dell’antico. Oggi viviamo in un grande, in un importante tempo. Oggi non dobbiamo accontentarci di un Rinascimento di una vita dello spirito antica; oggi dobbiamo fare appello a una vita dello spirito completamente nuova. Ma questa non può prosperare all’ombra di una vita economica, all’ombra di un ordine statale. Può prosperare soltanto se è libera su se stessa.
Guardiamo verso est; lì si poteva vedere come la vita dello spirito fosse per prima ciò che ha operato, e dietro di essa si nascosero soltanto interessi economici e giuridici. Prima era così che dalla Russia dovevano essere liberati i popoli della Banata. Questo veniva da genuini istinti popolari. Mescolato con questo, apparve ciò che non doveva essere mescolato con questo.
E poi la Rivoluzione francese: vi si vede la stessa cosa sorgere. Questa Rivoluzione francese era un altro tipo di Rinascimento. Gli uomini avevano sete di diritti umani. [Diritti] civili soltanto entrarono nell’umanità, un Rinascimento della vita dello Stato, a cui anche noi in Europa centrale nel diciannovesimo secolo ci siamo dedicati.
Dall’uomo come tale però è richiesta una vita giuridica nuova. Non possiamo nemmeno nell’ambito della vita giuridica avere bisogno di un Rinascimento, di antiche concezioni romane o di altro diritto. Abbiamo bisogno di una separazione radicale della vita giuridica dalla vita dello spirito e da quella economica, dalle quali non deve emergere un rapporto di potenza, né spirituale né fisico, di un uomo sull’altro; bensì soltanto ciò che colloca tutti gli uomini divenuti maggiorenni su un piano uguale, deve emergere dall’ordinamento democratico dello Stato. Da tutto questo si è formato una vita economica, di fronte a cui si crede che sia sovrana. A est dell’Europa si vuol regolare dal puro vivere economico anche la vita giuridico-politica, la vita dello spirito. In questo modo si potrà raggiungere soltanto un’amministrazione pura dei beni, ma soltanto un’amministrazione di beni che, invece di fondare un nuovo diritto umano, demolisce i diritti antichi e non può mettere nulla al loro posto; che, invece di fondare una vita dello spirito nuova, lascia la vecchia vita dello spirito addormentarsi e alla fine scomparire, e trasforma tutto nel meccanismo di una vita economica. Allora gli uomini potranno vedere per primi se hanno raggiunto qualcosa di meglio, quando avranno superato l’antico, che con ragione è stato chiamato il servizio verso il trono e l’altare. Ma questo servizio verso il trono e l’altare non deve soltanto cedere al servizio verso l’ufficio e la macchina nella vita economica meccanizzata, bensì il futuro deve portarci una vita economica indipendente, in cui i singoli corpi e associazioni e cooperative si uniscono fraternamente alla vera socializzazione. Ma questo può essere costruito soltanto se al suo fianco sta un ordinamento statale democratico, in cui l’uomo trovi il suo diritto come Uguale accanto a un altro Uguale. E può essere fecondato il vivere economico, che altrimenti deve scomparire e indurirsi, se continuamente in una vita dello spirito libera vengono generate le forze e mandate nella vita, le quali non forniscono dal vivere dello spirito libero un mondo concettuale estraneo alla realtà e una scienza, non una cultura dello spirito estranea alla realtà, bensì una tale cultura dello spirito che può attaccare dappertutto nella vita. Abbiamo troppo modellato il Rinascimento sul grecismo; ma questo si era formato una vita dello spirito per sé. Abbiamo bisogno di una vita dello spirito che sia solamente adatta al nostro presente. E, per strano che suoni, tanto più spirituale, tanto più pratico sarà questo vivere dello spirito; e tanto più saremo capaci di intervenire veramente nella vita dello Stato e nella vita economica. Soltanto lo spirito potrà essere ciò che feconda il capitale; che chiama il lavoro, il servizio uguale al servizio uguale per tutti. Non come oggi, dove soltanto produce la produzione per il mercato. Allora si capirà soltanto per primo ciò che effettivamente ha significato il fatto che nel corso del diciannovesimo secolo persone molto intelligenti hanno riflettuto sulla grande massima della fine del diciottesimo secolo: Libertà, Uguaglianza, Fraternità, e hanno detto — veramente non da pregiudizi — la libertà deve contraddire l’uguaglianza, e infine tutto ciò che vive in libertà e uguaglianza non è conciliabile con la fraternità. Si è rivelato che sussistono contraddizioni tra ciò che si sentiva come libertà, come uguaglianza e come fraternità, quindi tra i tre grandi ideali pubblici dell’umanità. Su che cosa si basa il fatto che tre ideali possono stare, come nati dal più profondo, più sincero sforzo del cuore e dell’anima umana, e che tuttavia possono contraddirsi a vicenda? Si basa su questo, miei cari presenti, che finora si sono stabiliti questi tre ideali dal punto di vista dello stato unitario. Finché si crede che questi tre ideali, libertà, uguaglianza, fraternità, debbano vivere nello stato unitario, finché allora si dovranno trovarli contraddittori. Il futuro deve comprendere che questo stato unitario non deve aggrovigliare tre campi della vita, che devono essere amministrati da basi diverse. Il futuro deve comprendere che questo stato unitario come organismo sociale deve essere articolato in tre campi, e che in futuro deve regnare lo spirito nella libertà. Che l’uomo deve vivere come possessore del suo diritto umano nell’uguaglianza democratica. Che si deve lavorare per i bisogni degli uomini in associazioni, in cooperative, in breve, attraverso fratellanze nel grande a partire dalla fraternità economica. Se non si starà più sotto la suggestione dello stato unitario, allora si comprenderà il richiamo del futuro sufficientemente bene.
Se finora abbiamo provato una certa riluttanza in Europa centrale nel dirigere i nostri pensieri, i nostri sentimenti, le nostre abitudini di vita verso i tre campi della vita nella loro vera forma — da Versailles, da quando viviamo nella prospettiva che ci stiano ancora di fronte necessità e sofferenza, forse ritroveremo il cammino verso quelle forze del nostro popolo dell’Europa centrale, dalle quali è sorto in tempi anteriori ciò che chiamiamo l’idealismo tedesco, che può vivere anche in campi diversi da quelli artistici e ideali. È soltanto un pregiudizio credere che i pragmatici siano coloro che provenendo da tempi antichi avevano pensieri troppo corti per la vita economica, cosicché questa vita economica del tempo moderno precipita nella distruzione. Si considereranno in futuro come veri pragmatici coloro che oggi sono scherniti come idealisti impraticabili. Ci si rivolgerà per affari pubblici a coloro che hanno sviluppato queste forze, alle forze che ci hanno prodotto Lessing, Goethe, Schiller. Allora però si lavorerà da queste forze sane dell’Europa centrale nello sviluppo del futuro dell’umanità, di modo che stia l’organismo sociale triarticolato sulle sue tre basi sane, che si possono caratterizzare per il fatto che in futuro deve regnare lo spirito nella libertà, nello sviluppo libero; che tutto ciò che rende ogni uomo uguale all’altro uomo deve vivere nell’uguaglianza democratica; che deve vivere al sole di questa uguaglianza democratica la vita giuridica; che deve vivere sotto il principio della fraternità la vita economica regolata associativamente, amministrata federativamente oggettivamente. Allora soltanto prospererà il futuro dell’umanità dell’Europa centrale. Deve irradiare da questa Europa centrale qualcosa che può essere un modello per est e ovest. Deve irradiare dall’Europa centrale ciò che giova all’umanità in futuro. Così accadrà ciò che deve accadere proprio da questa Europa centrale, che si dovrà dire di questo accadimento:
Libertà per lo spirito, Uguaglianza per il diritto, Fraternità per la vita economica!
Discussione [non tramandata]
Parole conclusive Miei cari presenti! Devo dire che stimo estremamente il primo oratore nella discussione riguardo al suo bellissimo volere sociale, ma che tuttavia — mentre ho qualcosa da dire riguardo a ciò che ha portato oggi — devo trovare preoccupante che anche tramite lui accada ciò che in generale devo considerare un segno molto spiacevole del nostro tempo. Non me ne abbiate a male, miei cari presenti, se l’esprimo apertamente e onestamente anche di fronte a un oratore nella discussione che stimo.
Ciò che il signor dott. Einstein ha detto, ho dovuto dibatterlo, per così dire, negli Ottanta del diciannovesimo secolo, per esempio con [Adler e Pernerstorfer] o gente di quel genere. Queste cose, che oggi sono state nuovamente portate dal signor dott. Einstein, sono per così dire soltanto le formulazioni tipiche di ciò che come ordinamento del partito socialdemocratico si è sviluppato da più di mezzo secolo nel mondo civilizzato, in particolare però in Europa centrale. Lo si conosce molto bene. E proprio se lo si conosce molto bene, forse ancora diversamente di come lo conosce il signor dott. Einstein, allora ci si trova proprio nel presente di fronte a un problema enorme, a cui ho cercato, come era possibile nella brevità di una conferenza che era già troppo lunga, di accennare tuttavia.
Ciò che sorge come programma socialdemocratico era appropriato — ho detto nella conferenza, con tali cose che sono per così dire grandi mezzi culturali pedagogici, non dipende tanto dal fatto che si possa dibattere, se si possono provare o confutare le cose, bensì da come hanno un effetto educativo. E in ciò che si aveva come programma socialdemocratico, che per così dire nel riassunto, come il signor dott. Einstein ha esposto, in ciò si ha un tale mezzo educativo. E conosco tutti i singoli flussi, i singoli sentimenti e pensieri che in questo percorso sono entrati nei cuori e nelle anime dei proletari del diciannovesimo e ventesimo secolo. Prima di tutto però non deve essere dimenticato come questo programma ha portato a fondare all’interno della nostra moderna vita economica e politica la concezione, diciamo, dell’auto-sviluppo di questa vita economica e politica. Ci si è immaginato così facilmente: ciò che è sorto come capitalismo, è divenuto capitalismo privato, si concentrerà sempre di più in grande proprietà di capitale, allora avverrà di per sé la trasformazione della società capitalista in una socialista.
Oggi ancora si può vivere il fatto che si parla di impulsi positivi, che sono pensieri germinali a fatti, e che ci viene contrapposto questo auto-sviluppo. È strettamente collegato a ciò che il signor dott. Einstein vede come il giusto programma socialista. Ma tutta la questione riguardo a ciò che è stato appena detto è, una volta, per l’osservatore veramente imparziale degli eventi contemporanei, per il fatto della catastrofe della guerra mondiale, divenuta diversa. Non abbiamo oggi a che fare con uno sviluppo economico o politico che procede da sé; abbiamo a che fare con il fatto che antiche correnti culturali — come l’ho espresso nella conferenza — si sono portate all’auto-dissoluzione. Non abbiamo oggi a che fare con nessun programma, bensì con il fatto che gli uomini stanno di fronte a un ordine economico che crolla e devono ricostruirlo.
Stiamo oggi di fronte all’uomo proletario con le sue rivendicazioni soggettive, i suoi impulsi soggettivi. Allora è necessario che non si rimanga fermi a frasi generiche, come per esempio «socializzazione dei mezzi di produzione», bensì che si mostri: come bisogna fare affinché i mezzi di produzione funzionino veramente nel senso del futuro? E per me il problema era questo, ricondurre tutte le astrazioni, a cui appartiene anche ciò che ha detto il signor dott. Einstein, a una realtà concreta e domandarsi sempre: cosa può accadere senza che noi abbattiamo, ma sviluppando ulteriormente ciò che è là; non rovinando lo sviluppo culturale, bensì sviluppandolo in modo tale che le giuste rivendicazioni, che ho elencato anche oggi nella mia conferenza, possano essere soddisfatte per le masse ampie. Questo era il compito: non restare fermi ai vecchi programmi del partito socialista che oggi ancora svolazzano come mummie di giudizio di funzionari di partito, bensì progredire nel senso della lezione che questa catastrofe della guerra mondiale ci ha insegnato. Si tratta di questo, che l’astratto, il non-conforme-alla-realtà della socialdemocrazia deve essere nuovamente trasformato in ciò che è pensato nel senso dell’organismo sociale triarticolato qui esposto.
È una cosa molto curiosa, se qualche oratore si presenta, che descrive l’ideologia e il fatto che l’ideologia è entrata nei cuori e nelle anime degli uomini come desola le anime, se un oratore si presenta, che nell’ideologia vede un’eredità dannosa del proletariato da parte dei precedenti ceti dirigenti, che allora senza indugio un oratore si presenta dogmaticamente, che dice: questo oratore vuole soltanto una nuova ideologia. Questo significa ricadere nella vecchia dogmatica; questo significa non voler andare insieme con ciò che si sforza onestamente di portare l’antico in una forma veramente adatta al tempo.
Che oggi viene di nuovo affermato il vecchio rimedio all’inizio, anche se non alla fine, una trasmissione dei mezzi di produzione nel possesso della collettività, a questo deve sempre nuovamente opporsi l’obiezione: cos’è questa collettività? Vi ho mostrato concretamente come questa trasmissione nel servizio della collettività accada attraverso la circolazione dei mezzi di produzione. È un concetto vuoto di contenuto, che non contiene mai un germe di fatto, se si dice soltanto che i mezzi di produzione devono essere trasferiti al servizio della collettività. Perché come questa collettività può funzionare con il mezzo di produzione, questo è ciò che conta. Questo è qualcosa che colui che non rimane fermo nella vecchia dogmatica riconoscerà, che qui non si vuole dare una nuova ideologia; bensì egli affronta come qui è stato tentato, onestamente e con buone intenzioni, trasformare finalmente astrazioni in pensieri conformi alla realtà e in volere sociale conforme alla realtà.
Io vedo proprio in coloro che non vogliono svilupparsi sotto l’impressione del nostro così difficile, così grave e penoso tempo, bensì che vogliono restare fermi alle vecchie dogme, vedo in loro — senza con ciò voler colpire personalmente nessuno, e ancora meno naturalmente il dott. Einstein —, un’incredibile conservatorietà delle opinioni. E sono contento che tuttavia oggi già nel proletariato ci siano persone che vanno oltre questi capi conservatori e che chiedono che al di là delle teste dei capi sia cercato ciò che finalmente può portare agli scopi. Se nello stesso modo come Du Bois-Reymond ha gridato il suo «Ignorabimus» di fronte ai limiti della natura, si grida un ignorabimus contro questa triarticolazione dell’organismo sociale; o se si dice: non possiamo aspettare —, allora si parla in realtà in modo tale che si mette un nulla al posto di ciò che naturalmente non può essere caratterizzato esaustivamente in una breve conferenza. Ma oggi è necessario che non si rimanga fermi a astrazioni vuote, che non si continui soltanto a dire: abbiamo bisogno, perché il manometro sta a 95, della rivoluzione. Cos’è dunque infine di nuovo la rivoluzione, se non si pensa a ciò che veramente deve essere voluto attraverso una rivoluzione? Se le persone continuano soltanto a parlare di conquista delle macchine, allora la domanda deve essere posta: cosa se ne fanno di queste macchine quando le hanno? Questa è la domanda. Spesso nello sviluppo dell’umanità si è avuto l’esempio che persone che avevano macchine non sapevano cosa farne. Deve nuovamente dalle astrazioni indeterminate la rivendicazione delle macchine essere raggiunta, e poi si sperimenta che non si sa cosa farne?
Bene, miei cari presenti, questo ho dovuto esporvi proprio in collegamento a un punto di vista che stimo come quello di cui ha parlato in modo abituale. Mi sono abituato dagli anni Ottanta, e ciò che ho imparato da questo, è entrato in ciò che oggi sostengo come triarticolazione dell’organismo sociale.
Colui che qui ha obiettato che non si può aspettare, lo rimando solo al fatto che guardi una volta più attentamente e più a fondo nel mio libro «Punti nodali della questione sociale», come nel dettaglio concretamente può essere sviluppato ciò che oggi ho indicato a grandi linee; allora non dirà più: abbiamo così e così tanti anni da aspettare, bensì dirà: possiamo da ogni punto della vita dello spirito, della vita economica, della vita politica portare lo sviluppo in tale direzione come è previsto nel senso della triarticolazione dell’organismo sociale, da oggi a domani. Si deve soltanto portarla in questa direzione, allora il resto si svilupperà da sé, ma è necessario il coraggio. Si ha bisogno di meno coraggio per continuare a dire che la rivoluzione deve venire, che la dittatura del proletariato debba essere ricercata e così via, che non per prendere veramente una mano concreta nei dettagli. Perché questo coraggio include il superamento di vecchie abitudini di pensiero.
Miei cari presenti, se entrate più profondamente in ciò che è la triarticolazione dell’organismo sociale, allora non direte più: si deve fare lavoro pratico e non fare discorsi eternamente! Il lavoro pratico è stato indicato pezzo per pezzo proprio nel volere della triarticolazione dell’organismo sociale.
E se si dice: si ha bisogno di altre persone, sì, allora si sa il rapporto che esiste tra il sociale, in cui l’uomo vive, e tra ciò che l’uomo produce. Vedete, non molto tempo fa stava in una rivista, che si chiama anche sociale: non si dovrebbe affrettare la socializzazione, perché gli uomini oggi non sarebbero ancora maturi. Se sento o leggo una cosa del genere, allora sono sempre dell’opinione che coloro che così parlano, non siano maturi loro stessi. Perché se avessimo quegli uomini che sarebbero completamente maturi in questo senso, allora non avremmo bisogno di socializzare, allora gli uomini veramente vivrebbero liberi e uguali e fraternamente. Allora non avremmo la questione sociale intera. Ciò di cui si tratta è qualcos’altro. Vorrei portare un fatto che è sorto in un certo ambito. Durante la cosiddetta economia di guerra si dovette mettere nella burocrazia commercianti per esempio, perché erano specialisti. I commercianti si distinguevano ancora molto considerevolmente dai burocrati quando stavano fuori. Ma accadde un fatto curioso: dopo pochi mesi questi commercianti erano più burocratici dei burocrati. Così l’ambiente li aveva infettati. Questo avverrà, se non darete a ogni singolo membro dell’organismo sociale il carattere che ho esposto oggi. Allora sarà creata una minoranza sociale, in cui le persone, che prima erano completamente diverse, nel senso di un miglioramento umano potranno svilupparsi ulteriormente. Vorrei sapere come si potrebbe pensare a ideali sociali, se ci si muovesse sempre nel cerchio: abbiamo bisogno di altre persone per altre condizioni. Se restiamo a questo, non potremo mai portare altre condizioni in essere. Si tratta proprio della realizzazione di tali condizioni, sotto cui gli uomini potranno svilupparsi eticamente e idealmente! Questa è di nuovo una caratteristica della triarticolazione, che non si gira in tondo, ma attacca i fatti; che mira a intervenire immediatamente nella realtà.
Se si dice che avrei dovuto dirlo dieci o quindici anni fa, allora sarebbe stato nuovo: non è diverso oggi che dieci anni fa. Ma da dove lo sapete che non ho detto, forse formulato meno chiaramente, ciò che dico oggi anche già dieci o quindici anni fa. Allora vorrei raccontarvi qualcosa. Ho già accennato: ero per molti anni insegnante nella scuola di educazione per gli operai fondata da Liebknecht. Allora ho cercato particolarmente di mostrare alle persone come la dottrina orientata materialisticamente è soltanto astratta dal corso storico degli ultimi tre o quattro secoli. Allora — così all’inizio del presente secolo — avevo una base di studenti piuttosto grande. Quando avevo pochi studenti, questi signori del partito si curavano poco di ciò che dicevo alle persone. Quando la base di studenti diventava sempre più grande, questi signori del partito diventavano attenti in modo spiacevole a ciò che veniva insegnato in una scuola centrale di educazione per gli operai. Accadde allora che una volta gli studenti vennero chiamati insieme in gran numero e alcuni capi del partito vennero mandati alle persone. Dissi allora: volete essere un partito del futuro, volete fondare condizioni del futuro. Vorrei sapere allora dove regna la libertà di insegnamento in futuro, se voi la volete sempre sopprimere, se volete insegnare qui il dogmatismo di partito. Allora uno di questi capi si alzò e disse, in contraddizione con l’intera sua base di studenti che si contava a centinaia: non possiamo tollerare la libertà di insegnamento; non conosciamo libertà in questo campo, conosciamo soltanto una costrizione ragionevole. — Questa è l’[esperienza] che ho avuto allora. Questo mi ha mostrato che bisogna innanzitutto continuare a lavorare, ma si deve aspettare finché la comprensione possa venire incontro. Perciò devo anche oggi rifiutare, se si dice: non si ha bisogno di un nuovo partito! Certamente non lo si ha. Dove era da trarre dalla conferenza che io voglio un nuovo partito, veramente non lo so. Ho passato tutta la mia vita in modo da studiare i vari rapporti sociali in tutti i ceti e in tutte le condizioni sociali. Ma in cosa non ho mai messo la mano, erano i partiti. E sono contento di questo. E credete che ora alla fine del mio sesto decennio voglia mettermi da solo in un partito, dopo che ho detto ciò che i partiti veramente hanno operato, dove ci hanno portato nella nostra vita politica? Faccio appello al buon senso e alla ragione di ogni singolo uomo e non ai partiti; devo sempre di nuovo dirlo, quando mi viene controbattuto che questo sia difficile da capire. So che è tratto dalla realtà. E ciò che è tratto dalla realtà richiede un certo istinto di sua realizzabilità. Questo certo istinto per la realizzabilità non può essere accolto da astratte opinioni di uomini di partito.
Ma questo dovremmo imparare dal tempo. Abbiamo infatti purtroppo nel nostro Europa centrale abbastanza sperimentato che le persone hanno accettato ciò che è stato loro ordinato di accettare da qualche parte, per quasi quattro anni e mezzo. L’abbiamo sperimentato: se dal grande quartier generale o da qualsiasi luogo le opinioni, che veramente non potevano essere comprese bene con la propria ragione, se si potevano ripetere, allora le si vedevano comprese. Non si chiedeva: deve essere compreso o no? Ci si lasciava ordinare il capire. Ora si tratta di capire qualcosa, che non è ordinato di comprendere, bensì dalla libertà dell’anima umana. E soltanto questo fare appello alla libertà immediata dell’anima umana ci porta avanti. Non penso a un partito, ma penso a tutti coloro gli uomini che oggi dalla necessità e dalla sofferenza vogliono salvarsi un giudizio ragionevole del buon senso sano: non si raccoglieranno in un partito. Ma forse saranno i portatori di ciò di cui abbiamo bisogno per il futuro, che dobbiamo perseguire, se vogliamo venire fuori da confusione e caos.
LA TRIARTICOLAZIONE DELL’ORGANISMO SOCIALE I Dresda, 18 settembre 1919
Non voglio dare un programma per la soluzione della questione sociale, ma voglio parlare di osservazioni della vita.
Si dice che gli uomini non abbiano mai, dal momento in cui c’è stata la storia, sperimentato nulla di così terribile come questa guerra. Logicamente allora dovrebbe però anche essere aggiunto: è necessaria un’idea molto particolare per trovare soluzione al compito odierno. Deve essere completamente diverso ora, ciò che viene dato, ciò che gli uomini devono assimilare in sé, da come è stato finora. Nel Manifesto Comunista vi è non solo una domanda teorica, ma una questione di storia mondiale, bisogna comprenderlo. Ciò che si chiama questione sociale, riposa profondamente, molto profondamente nello sviluppo dell’umanità, soltanto si deve coglierla.
Termometro — segno di riconoscimento per la temperatura di una stanza.
Ciò che consapevolmente sorge in superficie, le rivendicazioni, questo non è il vero. Una necessità storica è tutto ciò che nel Manifesto Comunista di tutti i paesi [brilla]: «Proletari di tutti i paesi, unitevi!» Non si fa appello a un’idea, bensì a ciò che come impulsi sorge da una certa condizione di vita, proprio sorge dal fatto di essere proletario, ciò che come rivendicazioni indeterminate sorge dalla vita proletaria, qualcosa senza idee, una forza sorge.
Nulla è voluto di idee, le ideologie il proletariato veramente non le vuole. Ma costruito è e ora viene costruito su ciò che proviene dalla borghesia. Si parla come se i programmi proletari fossero qualcosa di nuovo, ma non è così. Sono assunti dalla borghesia. Questo lo si riconoscerà soltanto più tardi.
Un abisso è stato aperto tra le forze dirigenti e il proletariato. Ma non è così; non è il caso, solo le differenze di classe ci sono; il mondo proletario ha imparato molto dai ceti dirigenti. Ma come ha visto che la loro scienza non poteva condurre a suo bene, allora ha perso la fiducia in questa scienza, ha perso la fiducia in questi ceti. Il proletariato ha riconosciuto l’ideologia della vita dello spirito.
La precedente concezione del mondo aveva ancora una tutt’altra potenza di spinta, era ancora collegata col mondo spirituale. L’odierna concezione del mondo non ha nessuna potenza di spinta, manca l’operare della forza spirituale. Questa concezione del mondo non riempie l’uomo. È una cosa di testa, mentre quella era una cosa di cuore. A questo contrasto è venuta l’espressione nella confessione evangelica: col senso capire tutto ciò che il mondo intorno a noi offre; per il resto la fede deve bastare. Nella borghesia ancora resto ultimo della precedente concezione del mondo, una specie di collegamento con il mondo spirituale. Tutt’altro nel proletariato. Il proletario è messo nella fabbrica, alla macchina. Nulla entra in lui di ciò che ad esempio nel vecchio artigianato ancora era lì dentro, quello che di spirituale parlava dai vecchi pomelli della porta per esempio, e così via. Separato da qualunque collegamento, che il vecchio artigianato ancora aveva, ciò che parlava dalle cose e dai fatti.
«Che cosa sono io nel mondo?» — «Sono un organismo animale più sviluppato.» — Così è il modo di intendere del proletariato, come quello che ha assunto dalla scienza. Ci si può entusiasmare per tali idee, ma viverci non si può per la durata. Al senso questo brilla, di non provenire da spirituale, ma l’anima si ribella contro. E questo è ciò che sta dietro tutte le domande sociali. Questo è il vero volto. Si ritiene che tutto ciò che vive come arte, come scienza, come costumi, diritto e così via, sia ideologia, fumo. Con una tale modo di intendere si può pensare — non ci si può vivere. È collegato anche col fatto che la vita economica è stata assorbita dallo Stato negli ultimi secoli.
Le amministrazioni cittadine furono assorbite, unite con gli interessi feudali. In questi stati converge la vita dello spirito. Che si sia tolto la scuola dalla chiesa e consegnato allo Stato, questo doveva venire. Al «strascico» della chiesa è seguito un assorbimento da parte dello Stato riguardante la scuola. Con la rivendicazione del socialismo e della democrazia bisogna venire assolutamente al grido della liberazione della vita dello spirito dallo Stato.
La dipendenza della scuola e dell’istruzione deve essere ancora più incatenata allo Stato? La vita dello spirito ora è calpestata in Russia.
Ogni uomo divenuto maggiorenne deve essere libero riguardante l’organizzazione di tutto ciò di cui l’uomo divenuto maggiorenne ha da decidere. Nella vita dello spirito devono aver voce soltanto coloro che sono competenti e specializzati in questa vita dello spirito. Soltanto tali devono aver voce nel determinare, coloro che essi stessi lavorano attivamente nella vita dello spirito, dal maestro più basso al maestro più elevato all’università. Deve avere così tanto tempo che possa essere attivo insieme nell’amministrazione di questa vita accanto alla sua attività nell’istruzione. Non come oggi, che persone, che non stanno praticamente nella professione, determinano ciò che deve accadere.
Allora abbiamo vera democrazia nella vita giuridica e direzione competente, specializzata, capace della vita dello spirito.
Ma ciò che viene assunto nella vita economica, può venire soltanto da persone specializzate e competenti e capaci, o da gruppi di persone. È difficile formarsi giudizi conformi ai fatti. L’odierna configurazione economica dello Stato è un prodotto di sviluppo della storia. Questo è molto giusto. L’amico di Marx, Engels, l’ha esposto molto bene nel suo libro.
LA TRIARTICOLAZIONE DELL’ORGANISMO SOCIALE II Dresda, 19 settembre 1919
Dove è necessario il giudizio specializzato e competente, là la maggioranza non può decidere. Un pensiero economico unilaterale non può portare a soluzione della questione sociale.
Per condurre rettamente la trasformazione del sistema di credito, è inoltre richiesto che persone specializzate e competenti siano attive. Avere fiducia in persone o gruppi di persone è affidabilità creditizia.
Non tre parlamenti, bensì solo uno per la vita politica. Nei campi dello spirito e dell’economia non la maggioranza, bensì persone specializzate e competenti, che guidano e dirigono.
L’amministrazione centrale non è nulla di diverso da ciò che proviene da un pensiero politicamente maturo. La vita economica non diventa depoliticizzata, se è soltanto separata dal parlamento politico e accanto a questo amministrata centralisticamente con pensiero politicamente maturo. Bensì completamente diversamente, proprio, questa amministrazione deve avvenire, come è previsto nella triarticolazione.
Non si deve produrre per profittare, bensì si deve produrre per consumare. Non il profitto dell’imprenditore deve essere lo stimolo per la produzione, bensì ciò di cui il popolo ha bisogno.
Vi è dietro questa rivendicazione in sé giusta qualcosa di base, per venire in modo conforme ai fatti alla soluzione della questione sociale? L’abolizione dei rapporti di salario prevalenti e il diritto di voto per tutti gli uguali — questi sono veramente rivendicazioni che erano state stabilite fino al Programma di Eisenach. Poi venne il Programma di Erfurt: nulla più di queste due rivendicazioni, ma qualcosa di completamente diverso: abolizione di ogni proprietà privata e trasmissione di ogni proprietà, di tutti i mezzi di produzione nell’amministrazione dello Stato.
Il vecchio ordine sociale aveva il suo buon sostegno nel trono e nell’altare. Non l’ha più ora. Ma al suo posto sta l’ufficio e la fabbrica, da questo ora non abbiamo quel «buon sostegno». Contabilità generale al posto dell’amministrazione ecclesiastica, statalizzazione e così via. Questo è già fatto a est, è terribile ciò che vi viene fatto e ciò che vi accade. Questo è il sepolcro dell’intera moderna civiltà. Non lo si nota subito, perché ancora forze spirituali e politiche di spinta dal passato sono in questi rapporti.
Ipnosi del geniale Lenin.
Spiritismo del [Lacuna nel manoscritto] Trotsky.
Capitale: Somma dei mezzi di produzione e di terra.
Salto evolutivo di tutta l’umanità nel quindicesimo secolo, come nel singolo essere umano nel sesto [a] settimo e tredicesimo [a] quattordicesimo anno. E questo salto evolutivo mira al fatto che l’uomo come personalità — ogni singolo — vuole essere considerato.
E questo ora salta fuori nella questione sociale. Prima il rapporto patriarcale, ora l’industria. Come sta la cosa ora con i mezzi di produzione? Prima la terra e il suolo nelle mani di pochi uomini, gli altri lavorano su questa terra e su questo suolo, da questo sorgeva un rapporto particolare. Oggi i mezzi di produzione devono essere procurati con grandi mezzi monetari e vengono amministrati da questi proprietari. Ma questi amministratori hanno tralasciato di cambiare il rapporto con gli operai. Se in qualche posto vi sono danni, si fanno statistiche. Ma idee per il cambiamento non si trovano. Le persone erano senza idee. Deve venire il tempo in cui di nuovo le idee possono guidare i fatti. Oggi le persone che hanno tali idee vengono marchiate come utopisti, idealisti, persone impraticabili.
Parlare di abolizione della proprietà privata non è nulla di più o di meno che puerile. L’iniziativa individuale non è infatti nulla di antisociale, bensì proprio sociale. Capitale centralizzare deve colui che ha la capacità di compierlo nella giusta maniera attraverso l’iniziativa propria. Nel campo spirituale la proprietà passa trent’anni dopo la morte del proprietario a coloro che possono amministrare meglio questa proprietà per il bene comune.
Volti stupiti fanno gli uomini oggi ancora, quando si parla di trasferire questo principio nell’economico.
LA TRIARTICOLAZIONE DELL’ORGANISMO SOCIALE III Dresda, 20 settembre 1919
Nell’ordine platonico di insegnamento, difesa e nutrimento si ha l’esatto opposto di ciò che ora con la triarticolazione deve essere ricercato. Un muro di separazione vi viene eretto, ceti. Con la triarticolazione proprio la differenza di classe sarà superata. Ciò che è al di fuori dell’uomo è triplicemente articolato, mentre ogni uno può appartenere a ognuno di questi tre campi. Non affrontare l’umanità con programmi astratti — consigli aziendali e così via —, bensì lasciare che persone specializzate e competenti parlino dalla realtà. Questo è l’essenziale.
Se si riunissero così circa 800 tali consigli aziendali, tuttavia soltanto 25 o 30 sarebbero quelli che veramente compissero qualcosa e dicessero bene. Sarà già una bella opera venire dal caos odierno a qualcosa. Ma se lì non soltanto si discute e si parlamentarizza, ma veramente si lavora, allora quello che questi 25 o 30 possono dire sarà capito dagli altri 700 o 800. La comprensione è già presente nella massa larga.
Una comunità economica deve avere una certa grandezza determinata. Se diventa troppo grande, allora succhia troppo; se diventa troppo piccola, allora il successo giusto non può essere raggiunto. Ciò che giace fra questi due ha la giusta grandezza. Questo deve uno comprendere e sapere. Rathenau, da un lato ingegnosissimo, dall’altro lato messo dentro le vecchie, antichissime idee e concetti, che oggi soltanto devono essere superati.
Nella vita economica non appartengono leggi, bensì vi appartengono contratti. Non appena un prodotto diventa troppo caro, pochi vi lavorano — diventa troppo a buon mercato, troppi vi lavorano. Quando un articolo diventa troppo caro, si mostra che un determinato articolo viene prodotto troppo poco; cosicché deve essere provveduto contrattualmente affinché più persone si dedichino a questo articolo. Diventa un articolo troppo a buon mercato, viene prodotto troppo, così eventualmente un impianto deve essere fermato. Difficile! Certamente è difficile. Se qualcuno vuole soltanto dire che è difficile e non intervenire, così non vuole provvedere per rapporti corretti. Attraverso associazioni, non attraverso casualità del mercato, deve essere regolato il vivere economico. Articolazione federale, non amministrazione centralizzata deve provvedere per la corretta produzione, circolazione.
Gli impulsi per la triarticolazione non vogliono essere più intelligenti di altre idee, bensì mirano al fatto che i capaci vengono chiamati. Questo è ciò che conta. Il linguaggio dei fatti deve parlare. Ci si è soltanto coltivato orecchi molto sordi al linguaggio dei fatti. Deve essere nutrita dal vivere dello spirito la vita economica. Soltanto da una vita dello spirito autogestita può il giusto fluire nella vita su tutti i campi. La vita dello spirito liberamente amministrata non congeda mai sognatori; non si può mai essere un vero filosofo, se non si può anche, quando è il momento, fare spaccamento di legna, cioè, essere un uomo completo.
Si mescolano eredità di sangue … [Lacuna nel manoscritto] e risultati educativi, … [Lacuna nel manoscritto] e tuttavia unità spirituale. Così nello stato triarticolato. Lo spirituale opera in tutta la vita, non rimane fuori. Non può essere socializzato nel senso di una [economia pianificata] o simile, bensì possono essere create condizioni affinché gli uomini possano operare socialmente. Questo è ciò che conta. Gli uomini devono avere la possibilità di essere sociali, l’educazione deve essere tale che diventino sociali. Devono avere presa idee conformi alla realtà in un numero sufficiente di anime.
Questo è il «come» di questo impulso per la triarticolazione dell’organismo sociale. IL GOETHEANUM E LA TRIARTICOLAZIONE DELL’ORGANISMO SOCIALE Dornach, 25 maggio 1920
Roman Boos: desidero solo comunicare, prima della conferenza del Dottor Steiner sui problemi della triarticolazione, che dopo la conferenza sarà data l’occasione di fare domande. Vi prego vivamente di approfittare di questa occasione e di porre le domande che emergono nel contesto di questi problemi della triarticolazione.
Rudolf Steiner: miei cari presenti! Non è per motivi di arbitrio personale o sociale che dal Goetheanum presente qui, o piuttosto dal movimento spirituale di cui questo Goetheanum intende essere il rappresentante, si irradia negli ultimi tempi un impulso riguardante la questione sociale del presente e del prossimo futuro. È una necessità interiore che — poiché qui si intendono affrontare i problemi spirituali dell’umanità con la dovuta serietà — scaturiscano necessariamente, da questo luogo, impulsi riguardanti i problemi più importanti, cioè appunto i problemi sociali del presente e del prossimo futuro dell’umanità.
Ora, gli impulsi che irradiano da qui sono stati spesso fraintesi nel modo più strano. E mentre desidero oggi indicare alcuni aspetti di principio della considerazione della questione sociale che proviene da qui, contemporaneamente si dovrebbe forse offrire l’occasione di chiarire, sia nelle presenti discussioni sia successivamente attraverso domande specifiche, questi fraintendimenti.
Quando si considera oggi la questione sociale, si tratta fondamentalmente di un fraintendimento molto antico. Il fatto è che, nel momento in cui la questione sociale iniziò a manifestarsi con più violenza e nel periodo in cui si è sviluppata più intensamente, questa questione sociale non fu vista nella sua vera forma. Sostanzialmente la sua vera forma è emersa soltanto dopo — o forse durante — la terribile catastrofe bellica degli ultimi anni. Prima di allora ci si era, fondamentalmente, abituati a discutere la questione sociale da vari punti di vista partigiani, oppure secondo la comprensione — per lo più assai limitata — che si era sviluppata intorno a essa, e si cercava di proporre vari rimedi, varie istituzioni per contrastare i singoli mali che emergevano nel corso del movimento sociale. Ma una vera e propria, intensa comprensione di ciò che propriamente si intende per questione sociale non si è manifestata, fondamentalmente, negli ultimi decenni; dal momento cioè in cui avrebbe dovuto manifestarsi — dalla metà del diciannovesimo secolo — non si è manifestata. Oggi risulta evidente che questa questione sociale non può affatto essere affrontata senza considerarla come una questione umana, come una questione vitale del nostro intero convivere sociale all’interno della civiltà europea e americana. E finché non si riuscirà a concepire questa questione come una questione umana, finché non si giungerà a concezioni, finché non si raggiungeranno istituzioni che possano utilmente servire, in misura apprezzabile, a portare una soluzione umanamente possibile a questa questione, non si andrà avanti.
Se ne parla molto, da lungo tempo, della questione sociale; e si deve dire che attualmente gli uomini non si fanno quasi una giusta idea di come, negli ultimi decenni successivi del diciannovesimo secolo, questa questione sia stata viva nelle menti degli uomini, e come d’altro canto abbia inciso sulla vita degli uomini. Accade così, che oggi gli uomini pensano in modo relativamente breve, che nel loro pensiero guardano solo all’immediato prossimo, e che non è concesso loro di abbracciare con lo sguardo connessioni più ampie. Miei cari presenti, non si può giungere a una comprensione di questa questione sociale senza penetrare visioni di più grandi connessioni.
Ora, la carenza su cui qui si attira l’attenzione risiede effettivamente in tutta la nostra educazione contemporanea. Essa risiede anche nel modo in cui la nostra educazione contemporanea ha colpito gli uomini delle più varie classi sociali, mediante lo sviluppo particolare della civiltà nel secondo mezzo del diciannovesimo secolo. La scienza dello spirito, così come intende irradiarsi da questo edificio qui a Dornach, non deve essere solamente un innalzamento dell’anima umana verso mondi spirituali, non deve essere soltanto il recare conoscenze riguardanti il mondo spirituale; deve piuttosto essere una compenetrazione di tutta l’azione umana con ciò che si può ottenere come frutto da questa scienza dello spirito. E già da due decenni, in conferenze pubbliche, ho sottolineato che l’elemento più importante in questa scienza dello spirito non è ciò che si accoglie contenutisticamente — questo è già importante, ma non è il più importante, è per così dire la condizione preliminare, ma non è quello su cui si dovrebbe restare fermi. Non è il più importante l’accogliere le conoscenze che insegnano come l’uomo consista di questo o quel membro di natura fisica o spirituale, come si sviluppi, da un punto di vista spirituale, la vita umana — piuttosto il più importante è progredire da questa fondazione della conoscenza umana fornita dalla scienza dello spirito verso qualcosa di pienamente vitale. Così si deve intendere questo progresso. Quando si ascoltano le conoscenze della scienza dello spirito, quando le si legge — e ora si possono già leggere molte cose in numerose opere di una letteratura autorevole sulla scienza dello spirito —, quando le si ascolta e legge, si è costretti a pensare in modo completamente diverso da quello a cui ci si è abituati negli ultimi tre o quattro secoli. Questo deve sentirlo ognuno: volendo comprendere ciò che qui si offre come scienza dello spirito, si devono acquisire altre idee, altri concetti, diversi da quelli che oggi, da tempo, sono comuni. Ma proprio per il fatto che si acquisiscono questi altri pensieri, questi altri concetti, il nostro pensiero dapprima diventa molto più mobile. Poiché l’immobilità del pensiero è un marchio dell’educazione moderna. Il pensiero diventa molto più mobile. Bisogna, per avvicinarsi anche solo in qualche misura alle ampie connessioni che l’antroposofia offre, accogliere in sé concetti più comprensivi e, soprattutto, concetti che non rimangono fermi ai dettagli. Si addestra dunque, in certo senso, dapprima il proprio pensiero verso misure più ampie di vita. Si rende il proprio pensiero anche più mobile.
Che così sia, questo è, miei cari presenti, in un certo senso corroborato da una circostanza esteriore. Si può sempre e ripetutamente sentire dire, quando si tengono conferenze antroposofiche pubbliche e gli illustri signori della stampa si degnano di scrivere qualcosa al riguardo, si sente sempre ripetutamente: «nella sala era prevalentemente un pubblico femminile» — il che non sempre e solo costituisce un complimento rivolto alle signore ivi presenti riguardo alla loro costituzione mentale e altro. Ma è effettivamente, in un certo senso, non sempre del tutto falso che il pubblico di tali conferenze sia prevalentemente di donne. Ma forse la cosa ha un altro aspetto ancora, non comunemente inteso, quando viene sollevato come rimprovero contro questo movimento scientifico-spirituale; forse si potrebbe dire, e io l’ho ripetuto spesso a tale rimprovero: ebbene, perché dunque gli uomini non ci sono? Potrebbero venire altrettanto bene quanto le donne, e forse non dipende proprio dalla scienza dello spirito il fatto che questi uomini non vengono; poiché, infine — a coloro che non vengono non si può parlare, come voi stessi ammetterete!
Ora la cosa ha anche una ragione interiore profonda, e qui devo pregare che ciò che ho da dire sia accolto veramente sine ira e senza emozione. Non sono mai contento che — permettete — la maggioranza del pubblico sia per lo più composta da donne. Avrei desiderato moltissimo — le donne non prendano questo come allusione a nulla — che, per così dire, ogni signora potesse avere il suo signore alla conferenza. Ma questo semplicemente non è il caso, e non vi è solo una ragione esteriore, ma vi sono ragioni più profonde.
Vedete, tutta la nostra educazione moderna è fondamentalmente un’educazione maschile. Da quanto tempo è che le donne potevano partecipare, in un certo senso, a ciò che i mezzi educativi dei tempi moderni offrono? Tutta la nostra civiltà è più o meno una civiltà maschile. Mi è capitato davvero molto evidentemente in molte conversazioni dove, per esempio, dovetti controbattere a persone come Gabriele Reuter: il movimento femminile può essere fondamentalmente significativo per la vita sociale moderna solo se le donne non semplicemente entrino in ciò che nella nostra epoca è, in realtà, solo un’educazione maschile. Che cosa verrebbe mai fuori, dopo tutto, se le donne si mettessero tutte giacche, pantaloni e cappelli a cilindro? Imiterebbero semplicemente le scempiaggini degli uomini. Ma è accaduto fondamentalmente la stessa cosa nei campi spirituali! Le donne non hanno portato in questo tema quello che era loro proprio, in questa epoca moderna, ma si sono adattate, hanno indossato i pantaloni spirituali, cioè sono diventate medici come gli uomini lo sono diventati, sono diventate giuriste o filologhe come gli uomini lo sono diventati, ora persino aspirano a diventare teologhe come gli uomini lo sono diventati — hanno semplicemente indossato i pantaloni spirituali. È così che si deve dire: dalla questione femminile verrà fuori qualcosa solo quando le donne porteranno il loro elemento particolare — non intendo il femminile, ma l’elemento particolare — alla nostra civiltà spirituale, il che deriva dal fatto che — ebbene, voglio esprimermi drasticamente, anche se non sempre deve essere inteso così drasticamente —, dal fatto che il loro cervello non è costretto negli stivali spagnoli che emergono dalle varie facoltà ancora oggi; poiché i cervelli maschili sono stati, appunto, addestrati a questi stivali spagnoli durante i secoli. In essi si sono formati quei pensieri che non possono abbracciare con lo sguardo le grandi connessioni, che soprattutto sono immobili, rigidi, e che possono vedere la scienza dello spirito, dal momento che essa richiede pensieri più lunghi, solo come qualcosa di fantastico. Le donne vengono dunque, protette dalla loro ingenuità, dal fatto che nei loro cervelli non si è ancora insinuato il falso elemento degli stivali dell’educazione maschile, le donne vengono alle conferenze antroposofiche. Vengono per la ragione che — se posso esprimermi in modo figurato — il loro cervello è rimasto ancora più morbido. Può accogliere ancora più novità del cervello maschile. Questo è un motivo più profondo che esiste.
Non desidero affatto, dunque, fare un complimento alle donne dicendo che abbiano un cervello migliore; hanno soltanto quello che è meno viziato dall’educazione. Non desidero neppure fare alle donne il complimento che comprendono l’antroposofia meglio perché sono donne, ma solo perché la comprendono meglio dal cuore e hanno imparato meno di quello che si è abituati a imparare negli ultimi quattro secoli.
Ebbene, proprio a questa educazione degli ultimi quattro secoli si oppone consapevolmente la scienza dello spirito e semplicemente richiede pensieri più comprensivi, che dapprima rendono il rappresentare più mobile, ma dal rappresentare rendono mobile tutto l’uomo. Così si può già dire: colui che ha seguito l’addestramento della scienza dello spirito riuscirà più facilmente a penetrare una realtà, anche riguardo alla connessione economica, di colui che proviene solo dall’educazione degli ultimi secoli.
Ho già una volta attirato l’attenzione su come questa educazione degli ultimi secoli fosse poco adatta a guardare all’essenziale della cosa. Ho attirato l’attenzione su come, in un certo periodo del diciannovesimo secolo, fosse sorto il sistema aureo a discapito del precedente bimetallismo. Coloro che hanno sostenuto il sistema aureo — potete leggerlo nei vari rapporti parlamentari — hanno sostenuto ovunque che mediante il sistema aureo il libero scambio sarebbe stato realizzato. Le barriere doganali dei vari paesi sarebbero cadute. — Ebbene, è indubbiamente vero che, se queste barriere doganali fossero cadute, oggi staremmo in tutt’altra situazione. Ma non solo le barriere doganali non sono cadute, bensì chiunque oggi attraversi i confini sa che sono state erette barriere completamente diverse. Nulla di quanto prevedevano gli stimati economisti nazionali e gli uomini pratici come frutto del sistema aureo, del monometallismo, si è avverato. Nulla si è avverato, tutt’al contrario: l’erezione di barriere doganali. Il che significa: gli stimati uomini pratici di tutti i campi della vita si sono profondamente sbagliati, non hanno previsto nulla riguardo a come procede la realtà. Ciò che si è manifestato in grande nel mondo degli affari — in piccolo si è manifestato dovunque e si continua a manifestare ancora oggi. Ciò che costituisce abbracciare i nessi è qualcosa che non è stato inculcato negli uomini. Da ciò che si poteva imparare, fino alle scuole più alte, non risultava un’educazione dell’anima umana all’abbracciamento delle connessioni più ampie anche della vita pratica.
Ora non crediate affatto che io consideri stupidi tutti questi uomini pratici, o i dotti economisti nazionali che hanno affermato ciò che ho appena accennato. Al contrario, ritengo che le persone che, specialmente negli anni Sessanta, Cinquanta, nei parlamenti europei hanno parlato, nei giornali europei hanno scritto, fossero persone molto intelligenti. Persone molto intelligenti hanno previsto cose false, per la ragione che, in base alle circostanze che allora vigevano, non si poteva affatto prevedere nulla di giusto. Poiché, miei cari presenti, l’intelligenza non aiuta quando, attraverso questa intelligenza, non si possono fare esperienze di vita. E le circostanze, come allora vigevano, nell’industrialismo, nel commercialismo, offrivano appena la possibilità di vedere l’immediato; non offrivano la possibilità di collegare nemmeno ai pensieri più intelligenti ciò che effettivamente è vivo nella realtà. Ci si era abituati, nella scienza, a guardare attraverso il microscopio, a ingrandire il minuscolo, in modo da non dover giudicare nulla di più grande. Questo ha inculcato negli uomini lo sguardo sulle relazioni più piccole. È solo un confronto, un’analogia, ma l’analogia vale.
La scienza dello spirito dunque non intende considerare come importante ciò che si può imparare come contenuto, ma intende considerare come più importante l’educazione che l’uomo riceve attraverso i pensieri che deve fare se vuole comprendere la scienza dello spirito. E perciò esiste una necessità interiore che, proprio questa scienza dello spirito, oggi si esplichi nei campi pratici della vita, poiché essa intende produrre quella formazione dell’uomo che lo renda capace di guardare chiaramente, senza illusioni, nei campi pratici della vita.
E così si può dire: poiché non si era in grado, da più ampi punti di vista, di considerare la questione sociale, perciò fondamentalmente non si è giunti al suo vero volto. Oggi, dopo la catastrofe bellica, potrebbe già vedersi: tutte le discussioni che si sono condotte, tutte le belle teorie che si sono formulate, fondamentalmente non servono a niente, non portano fondamentalmente da nessuna parte; poiché non si ha affatto a che fare con la malvagità delle istituzioni; non si ha affatto a che fare — beh, non nel grande, certo nel particolare, ma non nell’ampiezza come se l’immaginano nelle teorie illusorie dei socialisti e degli antisocialisti —, non si ha affatto a che fare, nemmeno lontanamente, con opposizioni come quelle tra capitale e salario — su cui si costruiscono intere teorie —, no, si ha a che fare con qualcosa di completamente diverso. Si ha a che fare con il fatto che nelle masse ampie della popolazione dell’umanità civilizzata si sono formate sensazioni, impulsi, che per decenni si sono lasciati da parte e che si dovrebbero comprendere. Si dovrebbe comprendere umanamente ciò che così irrompe. Si dovrebbe chiedersi: come sono costituiti gli uomini che oggi esigono rivoluzione o altro, che oggi aspirano al potere politico o simile? Come tutto ciò è penetrato in queste anime umane? Come questione umana dovrebbe considerarsi ciò che è questione sociale, allora si potrebbe acquisire idee su come affrontare ciò che ci sta dinanzi. Sempre e ripetutamente non si è chiesto: come si formano le anime delle masse ampie del proletariato? Bensì si è chiesto: come sono le condizioni di vita delle masse ampie del proletariato, dal momento che i proletari stessi, sotto l’influsso dell’educazione borghese, si sono formati soltanto concetti che provenivano da quella che era stata insegnata come scienza economica nazionale della borghesia. Oggi non abbiamo ancora, nella visione mondiale generale, nulla che abbracci realisticamente la situazione sociale.
Si può dire, miei cari presenti: ciò che più appesantisce il cuore, quando si intende seriamente la questione sociale, è che così pochi vogliano vedere chiaramente e distintamente quale colpa si sono caricati i circoli dirigenti dei tempi moderni — una colpa reale, veramente non tanto nel campo della vita economica esterna, ma piuttosto nel campo della vita dell’educazione, nel campo della vita spirituale. Si è visto formarsi, negli ultimi secoli, una nuova classe. Si è avuta questa nuova classe accanto a sé; si è visto come questa nuova classe abbia un linguaggio completamente nuovo per lo sviluppo dell’anima, a cui non si è prestata attenzione. Si è continuato a parlare il vecchio linguaggio della tradizione nella vita educativa dei circoli dirigenti. Non ci si è preoccupati di colmare il fossato tra le classi dirigenti e le classi che ascendevano nel proletariato. Non si è rivolto alcun vero interesse a ciò che sorgeva nell’umanità come questione umana. Al massimo si sono prese misure e istituzioni che nel senso della filantropia tradizionale avrebbero dovuto provvedere alle masse ampie, provvedere a pancia, vestiti e casa e così via. Ma non si è considerato che era divenuto necessario acquisire una concezione del mondo in cui si potessero trovare mutuamente in modo comprensivo tutti gli uomini dei tempi moderni. Oggi ne raccogliamo i frutti. Leggete oggi nei giornali del proletariato le invettive piene di scherno su tutto ciò che è uscito dai circoli dirigenti, da quelli che in precedenza erano dirigenti. Leggete come tutto quello che si pensava precedentemente, tutto il pensiero sul capitalismo, leggete che tutto questo non serve, che deve venire uno spirito completamente diverso, lo spirito della grande massa, lo spirito che esce dalle grandi masse come il fumo dal camino. L’astrazione più terribile è divenuta l’idolo delle ampie masse del proletariato; uno spirito indeterminato che dovrebbe emergere dalla totalità.
Si possono sollevare due domande; l’una che deve risolversi da una comprensione più profonda della storia, che sempre e ripetutamente insegna che lo spirito, se vuole agire nella vita, deve operare attraverso personalità, che mai uno spirito vola in giro senza operare attraverso personalità. Ma l’altra domanda — si può porla oggi in modo assai concreto. Dapprima è partita una realizzazione pratica di ciò che, in senso sociale, poteva intendersi, qui da Dornach e da nostri amici a Stoccarda.
Voi sapete che i nostri amici Molt, Unger, Kühn, Leinhas e altri si sono riuniti a Stoccarda per tradurre praticamente nella vita ciò che potrebbe scaturire da Dornach in senso sociale. Allora — e naturalmente sorvolerò i dettagli — abbiamo iniziato ad agire, direi, intorno ad aprile 1919. Naturalmente, un tale operare — dove non si ha a che fare con figure di cera, ma con l’umanità vivente del presente — può essere tale solo da svolgersi passo dopo passo, con attenta considerazione delle circostanze reali. E si può dire: specialmente nei primi 14 giorni della nostra allora attività tutto è andato piuttosto bene. È riuscito, fino a un certo grado, ciò che deve riuscire: guadagnare cerchi più ampi del proletariato per idee sociali ragionevoli. Se allora fosse riuscito anche qualcosa d’altro, cioè guadagnare cerchi più ampi della borghesia, della classe dirigente, per queste idee, in particolare i loro primi responsabili allora, allora sarebbe accaduto con certezza qualcosa che avrebbe potuto divenire straordinariamente fruttuoso. Ma i cerchi più ampi della borghesia hanno fondamentalmente fallito da principio, perché non sapevano che si aveva a che fare con una questione umana. Dissi allora a Stoccarda a molti di coloro dai quali dipendeva il comprenderlo: vedete, il fatto che noi, voi e io, discutiamo di teorie sociali, questo può certamente avere un valore teorico buono e più tardi anche pratico, ma su questo non dipende anzitutto, bensì dipende dal fatto che si possa fare qualcosa, che si riuniscano gli uomini che insieme possono veramente fare qualcosa. Per questo è necessario che, per esempio, si parli ai lavoratori in un modo che i lavoratori possono comprendere, così da avere anzitutto i lavoratori. Dissi addirittura: se vi dispiace qualcosa che nel linguaggio del proletariato deve essere detto al proletariato, su questo non dipende anzitutto, bensì dipende dal riunire gli uomini. Si abbia solo la pazienza di riunire gli uomini.
Che la moderna questione sociale sia una questione umana, a questo si è portato davvero poca comprensione. E così potè accadere che un giorno i cosiddetti capi del proletariato notassero — è sempre la peggiore quando i capi di un partito, una classe o una comunità religiosa notano che si acquistano seguaci in mezzo ai loro greggi; è sempre il più pericoloso effettivamente. Non si interessano molto delle cose, se si predica cavolata e non si acquisiscono seguaci. Ma quando gli uomini notarono: ebbene, qui si trasforma qualcosa, allora apparvero sulla scena, e ben presto si manifestò che, attraverso tutto quanto era possibile in modo di rispolveramento sciocco di vecchie teorie socialiste e marxiste, era stato fatto, che agli uomini era stato detto che non si intendeva onestamente e sinceramente stare loro vicino, bensì che si era qualcosa di capitalismo in veste di disguise o almeno un servo dei capitalisti. Insomma, apparvero alcuni pochi responsabili, e in un istante la massa era sparita, dispersa.
Questo è qualcosa che in senso molto concreto insegna che lo spirito non è qualcosa che esce dalla massa e vola in giro, ma poiché i lavoratori di Stoccarda ci hanno mostrato che, rispetto al metodo dell’obbedienza, sono più cattolici di come non siano mai stati i cattolici romani, si poté vedere che tutto questo è climateria, una frase dello «spirito» che «proviene dalle masse», che anche oggi le masse, come hanno sempre fatto, seguono alcuni pochi capibanda. Non solo la storia insegna questo, ma anche l’esperienza l’insegna. Poiché si sarebbe trattato di minare il terreno — lo dico molto onestamente — di minare il terreno ai capi. Finché non ci si confessa questo, che non può migliorare nulla finché i capi non vengono via da questa guida delle masse ampie che sono emerse dalle circostanze degli ultimi decenni, prima allora la cosa non migliorerà. Questo è ciò su cui tutto dipende. Perciò si dovette anche — e in ciò anche noi abbiamo commesso errori — perciò si dovette anche, escluso tutto ciò che i capi facevano, avvicinarsi direttamente alla massa stessa. È una questione umana, e fondamentalmente si è sviluppata come questione umana, e qua e là si è notato: si tratta di acquisire non singole istituzioni, ma una concezione del mondo e della vita tale che si possa creare un ponte tra gli uomini che come classe dirigente provenivano dal vecchio ordine mondiale e quelli che così violentemente frugano nel proletariato. Ma questo è il più strano: quelli che hanno visto qualcosa, sono stati sempre come predicatori nel deserto. Si possono fare veramente le più strane esperienze attraverso retrospettive ponderate.
Quando ho scritto il mio primo appello, che poi è comparso come appendice nei miei «Punti focali della questione sociale», che molte persone hanno sottoscritto, alcuni si sono arrabbiati perché ho indicato come gli ultimi decenni, specialmente in Germania, non fossero affatto idonei a porre e risolvere compiti realistici; e ancora oggi ricevo lettere arrabbiate proprio su questo primo appello da persone «benintenzionate». E tuttavia, queste persone non conoscono neppure i fatti. I fatti si rispecchiano solo in qualcosa come il seguente, per esempio.
Viktor Aimé Huber ha scritto, in una rivista nel 1869 — vi prego di considerare l’anno, scelgo deliberatamente questo anno e proprio questa citazione perché ciò che fu scritto allora si trova dunque prima della riedificazione dell’impero tedesco —, Huber ha scritto in una rivista che usciva a Stoccarda nel 1869 il seguente, dopo aver prima indicato come la questione operaia sia sorta, come la questione sociale guardi dentro dalle finestre; dopo aver esposto come si dovrebbe tentare, come lui la chiama, attraverso la «via corporativa», attraverso la strada dell’associazione conforme all’oggetto, di creare qualcosa di riduzione delle opposizioni che necessariamente devono formarsi, dopo che lui — 1869, miei cari presenti —, dopo che ha detto: se si continua a sviluppare lo spirito che finora si è sviluppato nell’affrontamento della questione sociale, allora verrà il momento in cui lo stato militare in modo terribile rivelerà questa questione come «essere o non essere». — Queste parole stanno nel 1869 in una rivista di Stoccarda! Vorrei sapere quanti uomini l’avrebbero pensato, ora o dopo la cosiddetta rivoluzione tedesca, dove la parola «essere o non essere» è stata usata sempre di nuovo, quanti uomini abbiano considerato che uno un po’ più chiaroveggente aveva già scritto nel 1869, in un momento dove si sarebbe stati di fronte a fatti completamente diversi da quelli di oggi. L’uomo ha scritto, dopo aver esposto tali cose:
«Anche qui dunque giungiamo finalmente a una riforma, al rafforzamento e all’ampliamento di tutte le istituzioni e i mezzi dell’educazione popolare sociale su tutti, ma qui specialmente sui livelli superiori, come condizione indispensabile delle riforme sociali.»
L’uomo ha notato che si trattava della diffusione di una vita spirituale particolare, che allora non c’era ancora. Ma da tali fondamenti avrebbe potuto nascere comprensione per una vita spirituale, se solo si fossero ascoltati tali uomini nello stordimento dei decenni successivi. E ancora più precisamente ha parlato questo uomo nel 1869:
«Che di questo non si può fare parola senza un profondo innalzamento dello spirito delle nostre università è di per sé evidente, e tanto più, quanto meno vi è»
— cioè alle università —
«la percezione o anche solo la comprensione di questo bisogno e di questo dovere.»
Ebbene, miei cari presenti, mentre l’uomo ha detto nel 1869: alle università si deve cominciare, là deve entrare qualcosa di diverso nelle aule, poiché il posto deve essere preso da uno spirito lontano da ciò, lo spirito di cui ha bisogno l’umanità perché il miglioramento entri in vigore —; mentre l’uomo ha detto questo nel 1869, oggi vengono le persone che «intendono bene» e dicono: allora fondiamo università popolari! Cioè: prendiamo tutto insieme ciò che è stato elaborato alle università, lo cuociamo in preparazioni un po’ più favorevoli, in modo che giovi alla massa, in preparazioni, in recipienti più piccoli veniamo la stessa roba, allora tutto andrà bene. — Che cosa significa questo in realtà? In realtà significa: ciò che non ha servito quando le classi dirigenti l’hanno praticato, ora portato nel seno delle masse ampie, lì dovrebbe servire. Non si tratta del fatto che continuiamo a portare dentro nelle masse ampie quello che è stato insegnato, bensì si tratta del fatto che al posto di quello che è stato insegnato, e che ci ha portati nella catastrofe, poniamo quello che qui viene sempre sottolineato, da cui qui si procede: dobbiamo dapprima trovare quella cultura spirituale che guida nell’università popolare. Non la troveremo se non ci decidiamo a uscire dalla scienza materialista nella scienza dello spirito. Ciò che proviene dalla vecchia scienza, questo l’hanno imparato i capi del proletariato, questo l’hanno imparato i Trotsky, i Lenin e così via, e così via. Questo ha portato a ciò che queste persone predicano ai proletari, ciò che essi istituiscono. Questo è già diffuso abbastanza. Questo è ciò con cui non si può fare nulla. Ciò di cui abbiamo bisogno è ciò che proviene dalla scienza dello spirito. Questo non è qualcosa che dice, per esempio, alla gente sul piano sociale: organizziamo così, organizziamo così, militarizziamo il lavoro, allora sorgerà un paradiso sulla terra! Una tale frase non la troverete nei «Punti focali della questione sociale». Nei «Punti focali della questione sociale» trovate come punto di partenza questo: vogliamo avere un organismo sociale possibile e vitalmente sostenibile, cioè non vogliamo un paradiso terrestre, un tale è forse completamente impossibile. Non è affatto questione se si debba aspirare a questo o quello, poiché naturalmente gli uomini, quando è offerto loro qualcosa, aspirano di nuovo a qualcosa di superiore; poiché ciò che si è una volta aspirato come il più alto, è subito di nuovo il più basso in un momento successivo. Non si tratta di promettere alla gente il cielo sulla terra, bensì si tratta soltanto di studiare come l’organismo sociale diventi sostenibile, come possa essere portato al meglio alla vita. Allora forse risulterà che non tutti i desideri degli uomini possono essere esauditi, ma potrebbe addirittura succedere che un uomo particolarmente spiritoso dicesse — ne ho conosciuti, nella mia lunga vita ho conosciuto molti ospiti della vita — potrebbe per esempio venire agli uomini di dire: è una disposizione straordinariamente inappropriata che qui esseri si muovano su due pendoli, tutto potrebbe essere disposto diversamente; questo organismo fisico umano, qui c’è tanto di inappropriato, e così via, e così via. — Potrebbe certamente esserci un insieme di menti particolarmente dotate che si immaginavano l’organismo umano in modo molto diverso da come è. La rappresentazione naturalmente non sarebbe conforme alla realtà. Ma ci sono questi uomini, li ho conosciuti. Così naturalmente ci sono anche gli uomini che promettono agli altri il paradiso sulla terra. Ma questo non è una prova che sia possibile istituire quello che gli uomini promettono e in cui trovano comprensione, poiché, naturalmente, basta promettere alla gente ciò che vuole e desidera, allora si trova comprensione in cerchi più ampi più facilmente che se si parla solo di ciò che è possibile, se si parla solo di ciò che la questione sociale può veramente conformare. Dei «Punti focali della questione sociale» si parla soltanto di questo.
Perciò, poiché si può parlare soltanto di questo, si è giunti alla triarticolazione apparentemente utopistica, ma solo per sguardi superficiali apparentemente utopistica, dell’organismo sociale, poiché si può, se non si è abbagliati da teorie preconcette, affrontare la vita dovunque — dappertutto si mostra che la struttura principale della nostra così detta vita spirituale contemporanea è stata promossa e favorita dal fatto che lo stato unitario ha beneficiato questa vita spirituale con i suoi principi, che lo stato unitario, certamente, sotto la costrizione delle necessità confessionali — allora, quando è accaduto, era una necessità, oggi possiamo andarle oltre —, che lo stato unitario, nel prendere per sé le scuole, ha conformato così questa vita spirituale. Si forma i suoi uomini, come ne ha bisogno. Si forma i suoi teologi, come ne ha bisogno, si forma i suoi giuristi, medici, come ne ha bisogno. La Svizzera, per esempio, ha bisogno di medici che siano stati formati solo in Svizzera, alle facoltà svizzere, perché un medico formato qualche ora più lontano non può curare in Svizzera; e così è con i filologi, così è con tutti gli altri. Lo stato, se ha in mano l’istruzione, deve naturalmente far valere il suo punto di vista.
Ora immaginate al posto di tale sistema educativo statale un sistema educativo che si regola completamente in se stesso, un sistema educativo che dalle scuole inferiori fino alle scuole più alte ha come amministratori coloro che stanno vivamente in questa vita educativa spirituale — l’insegnante insegnando solo in modo da mantenere libere le ore in cui può dedicarsi all’amministrazione della vita scolastica; nessun altro partecipe all’amministrazione del sistema scolastico se non colui che vi sta attivamente dentro. Nessun corpo ha diritto di parola, nessun parlamento; poiché ciò che ha a che dire riguardo alla formazione della vita spirituale richiede formazione specialistica e competenza, richiede certe capacità e potrebbe formarsi solo se la vita spirituale sta sul suo proprio suolo. Non appena ciò che proviene da opinioni di maggioranza o da visioni medie viene emanato come legge e poi entra nell’amministrazione della vita spirituale, questa vita spirituale deve deteriorarsi. E vi è un nesso interiore tra il tipo materialista della nostra vita spirituale moderna e la statalizzazione di questa vita spirituale.
Vedete, si possono avere esperienze particolari lì. Gli uomini non sempre possono comprendere immediatamente, se non stanno nella scienza dello spirito, che essa stessa, per la sua intera essenza, attraverso se stessa, mostra: ciò che deve essere perseguito attraverso essa può solo essere perseguito nella vita spirituale libera; può solo essere perseguito se proviene esclusivamente dalle personalità, se diviene solo tanto bene e tanto male quanto le personalità di un’epoca possono farlo, se non ci si abbandona all’illusione: ci sono leggi che prescrivono come deve insegnarsi. A che servono le leggi! Quello che conta sono gli insegnanti, conta sugli insegnanti concreti reali; conta sugli uomini che stanno nell’insegnamento, nella vita spirituale in generale, che contemporaneamente amministrino questo. Se ipoteticamente una volta volessimo assumere il triste caso che in un’epoca, in una generazione ci fossero solo insegnanti stupidissimi, allora questa generazione dovrebbe essere educata stupidissimamente. Questo sarebbe ancora preferibile a se ci fossero buone leggi per il sistema scolastico, e queste buone leggi fossero trattate ancora peggio che non come la stupidità quando proviene dall’uomo stesso. — Nella sfera spirituale è necessario che ciò che accade provenga dalle capacità dell’uomo, poiché solo così diventa sempre il meglio concepibile per un’epoca data. È questo su cui tutto dipende. Da qui viene che non si può immediatamente comprendere che questa libertà, questa emancipazione della vita spirituale come uno dei membri dell’organismo sociale è una necessità. Può accadere che persone molto benintenzionate, molto intelligenti facciano un’obiezione — ritorna sempre — diciamo, per esempio, ce ne sia uno, voglio dire ora, nello stato X — per non offendere nessuno —, ce ne sia uno nello stato X, e gli si dice che sia necessario, la triarticolazione dell’organismo sociale, la libertà della vita spirituale. Allora forse dirà il seguente: ebbene, nell’altro stato Y, Z e così via, è già come dici tu, ma da noi in X, lì, lì notiamo niente della dipendenza dell’insegnamento dal governo, dalle autorità statali; da noi il sistema scolastico non è disturbato dalle autorità statali.
Ebbene, miei cari presenti, vorrei dire: è proprio questo il male, che gli uomini così dicono, poiché nel dire così, non notano più come siano dipendenti. Sono già così dipendenti che la loro dipendenza appare loro come libertà. Attraverso la loro testa scorre solo la dipendenza. Trovano bello tutto ciò che viene messo nella loro testa, e poiché obbediscono alle disposizioni dello stato così docilmente come un’ovvietà, non si sentono per nulla turbati da esse. Non notano nemmeno dove propriamente stia la cosa. È proprio questo forse il peggio, che specialmente nella sfera spirituale, in particolare però nella sfera educativa, è arrivato al punto che gli uomini non sentono più come sono dipendenti, che glorificano questa dipendenza come libertà. Naturalmente, se uno pensa come quel prete ha dato come risposta, che proprio aveva tenuto un sermone e in questo sermone aveva espresso che l’uomo è costruito al meglio secondo la saggezza del mondo, allora, all’uscita della chiesa, l’aspettava una persona con gobba, e chiese al signor prete: ebbene, Eccellenza, mi puoi dire che anche io sono costruito al meglio? — Allora disse: per una persona con la gobba sei costruito al meglio. — Ebbene, vedete, se si parla naturalmente della libertà della vita spirituale a uomini che sentono la dipendenza come libertà, allora questi dicono: ebbene, abbiamo proprio tutta la libertà! Questo è il membro della triarticolazione dell’organismo sociale, la vita spirituale libera.
Così poco come la vita spirituale può tollerare l’ordinamento schematico, proprio nel minor modo nello stato democratico, perché democrazia può portare solo a manifestazione di opinioni medie, e le opinioni medie sono le più intollerabili nella libera evoluzione della vita spirituale, così poco, come la vita spirituale non tollera la cavalleria schematica di principi dello stato, così poco [la tollera] la vita economica. La vita economica tollera solo un operare che provenga da circostanze reali, proprio come la vita spirituale tollera un operare dalle disposizioni umane. La vita spirituale deve operare così come è possibile dalle disposizioni degli uomini di un’epoca; la vita economica deve operare in modo che in questa vita economica possa svolgersi pienamente competenza, capacità professionale e stare dentro a un ramo della vita economica, così che gli altri che hanno a che fare con questo ramo economico possano avere fiducia in colui che sta dentro a questo ramo economico. Il che significa che la vita economica è possibile solo se viene costruita per mezzo associativo, se è costruita in modo che ciò che nella vita economica appartiene insieme si associa, che cerchi economici — siano cerchi professionali, siano cerchi che si fronteggiano come cerchi di produzione, cerchi di consumo e così via, che cerchi si associano così che sono associati.
Naturalmente non ogni cerchio può essere associato in ogni cerchio; ma per via mediata è possibile un associarsi attraverso tutta la vita economica. Ma proprio dal fatto che così i singoli cerchi economici sono associati gli uni negli altri, colui che sta in una certa associazione, questi sta di fronte all’altro e può, dalle circostanze a cui sta di fronte, mediante contratti o simile, ricavare ciò che è necessario così da avere fondamenti per un’economia conforme all’oggetto. La vita economica non potete mai organizzare, bensì potete solo associarla. Non potete organizzare da una sede centrale, così come lo vogliono fare Lenin e Trotsky, come i singoli ceti professionali devono lavorare e così via, bensì potete solo, avendo i ceti professionali, tentare di portarli in tali associazioni economiche che l’uno porti l’altro, che l’uno per il suo lavoro ricavi dalla fiducia che ricava da ciò che apprende dall’altro.
Guardare le circostanze così veramente è enormemente lontano dagli uomini del presente. Ahi, che ironia dei fatti si vive nella nostra epoca! L’abbiamo sperimentato, miei cari presenti, che in certi stati la benedizione del militarismo è stata pronunciata dai parlamenti, che nessuno tranne che forse piccoli partiti ha sollevato protesta. È dietro di noi da decenni. L’abbiamo sperimentato, specialmente durante questa guerra, che coloro che comprendevano le circostanze nel minor modo, di nuovo, dall’antimilitarismo hanno rilasciato i loro decreti!
Non dipende affatto dal fatto che uno ha ragione, bensì dipende dal sapere perché uno può avere ragione, dal conoscere le circostanze. E abbiamo sperimentato che oggi nella Germania socialista, per esempio, si tuona contro il militarismo, e sperimentiamo un uomo che ora anche in un’assemblea legislativa oggi dice: «il militarismo non ha solo prodotto aspetti negativi, bensì il militarismo ha portato grandi benefici all’umanità. Negli uomini che sono stati reclutati in questa guerra, abbiamo visto come hanno imparato a organizzare; e quando sono tornati indietro, abbiamo sperimentato che abbiamo trovato negli uomini che hanno attraversato la scuola di questa guerra i migliori uomini che potrebbero organizzare il lavoro nelle fabbriche in senso militare. Abbiamo sperimentato che abbiamo ottenuto una giusta successione di uomini l’uno sopra l’altro attraverso la formazione di questa guerra, dal fatto che gli uomini di questa guerra hanno imparato a lavorare sistematicamente, a sottomettersi. Siamo giunti alla posizione di comprendere pienamente la vittoria dell’ordine militare per la vita sociale.» — E ancora oltre in questo senso ha continuato a parlare questo uomo poche settimane fa! Chi era? Trotsky a Mosca, per giustificare la militarizzazione del lavoro russo!
Ebbene, di fronte a tali cose si dovrebbe davvero chiedere: è mai rimasta una scintilla di veglia nell’umanità odierna, se non guarda questa crassa contraddizione della vita? Dovrebbe la vita continuare, se queste crasse contraddizioni stanno dentro a questa vita? Si tratta veramente del fatto che, per esempio, in questi «Punti focali della questione sociale» non si aspira a nient’altro che a ciò che può nascere — è chiarito dettagliatamente in un punto — che può nascere proprio dalle istituzioni presenti. Se gli uomini che stanno dentro a queste istituzioni presenti cominciano solo a prefiggersi come direzione di scopo ciò che è il significato della triarticolazione — si può lavorare oggi dappertutto nel senso della triarticolazione, se se la prefigge come direzione di scopo, se si sa che si può solo trattarsi di giungere, veramente da un lato, come l’ho caratterizzato, a una vita spirituale libera, d’altro lato però a una vita economica che lavora solo dalle necessità economiche.
Vedete, è perfino divenuto possibile, per alcune settimane a Stoccarda, di avere i loro accanto gli uomini con cui si poteva parlare delle prossime esigenze di una vita economica libera e non statale. Non solo una volta, bensì molte volte ho detto allora agli uomini: Coloro che ora saranno incaricati di cooperare a questa libera conformazione della vita economica, essi vedranno veramente ben presto, quando sarà il momento serio, che non possono restare fermi alle frasi socialiste, al marxismo e così via, ma dovranno operare dalle concrete esigenze della vita economica, e ognuno al suo posto; il direttore dello stabilimento, il capo del lavoro così come il proletario, dovranno operare, ognuno dal suo posto, sotto punti di vista che vengono dalla vita economica stessa. Allora emergono domande completamente diverse da quelle che ordinariamente oggi si sollevano, e specialmente quelle che la pratica solleva. Proprio allora si stava arrivando a comprendere che tra molte altre cose fosse necessario, per esempio, giungere a come in una certa area economica un articolo determinato debba avere un prezzo completamente determinato, una posizione di prezzo completamente determinata, e che le istituzioni semplicemente devono essere fatte così che vi sia una posizione di prezzo determinata. Ho mostrato alle persone come mediante istituzioni si possa raggiungere questa posizione di prezzo, non mediante cose come i teorici del denaro con la loro statistica, con il loro ufficio dello stato, il che è tutto utopico, lo vogliano, bensì come si possa raggiungerlo mediante la struttura sociale effettiva, mediante ciò che nasce dal funzionamento combinato delle associazioni. Qual è pratica oggi? Oggi pratica è che mediante certe circostanze qualcosa diviene più caro. Si esige salario più alto, oppure si sciopera. Dal fatto che si esige salario più alto, diventano di nuovo altre circostanze più care, naturalmente, allora si esige di nuovo salario più alto. E così ciò che è più importante da considerare: un livello di prezzo determinato è il nulla secondo le nostre circostanze sociali. Ogni aumento arbitrario di prezzo è oggi visto dalla maggior parte con indifferenza, mentre è rovinoso per la nostra vita umana.
Eravamo proprio nel mezzo di entrare nelle circostanze concrete, e non si va avanti, miei cari presenti, se non facendo in modo che in possibilmente molte menti sia entrata la comprensione delle questioni concrete. Che cosa volete fare con uomini che non comprendono nulla di ciò che deve essere, che comprendono solo quello che gli agitatori propongono loro? Credete che con quelli potete produrre un nuovo ordine economico? Solo con coloro che prima hanno acquisito comprensione delle esigenze della vita stessa potete produrre un nuovo ordine economico. Tutto il resto fondamentalmente, ciò che i «Punti focali della questione sociale» esigono per una vita economica libera, risiede già in questo. Poiché di cui singoli hanno parlato, dove lampeggia — e infine, si deve dire: l’idea della triarticolazione, un pezzo di essa lampeggia, un pezzo lampeggia — ciò che i teorici trasformano persino in un’obiezione; sempre di nuovo gli uomini vengono da me e dicono: ebbene, quello che dice lei, lo si vuole già da qua e da là! Posso sempre solo dire alla gente: a me piacerebbe più di ogni altra cosa se tutto ciò che dico fosse già voluto. Non aspiro affatto a dire qualcosa di nuovo, bensì ciò che segue ragionevolmente dalle circostanze!
Ma l’essenziale è che i dettagli siano richiesti da qua e da là, che si tratti pero di riunire proprio questi dettagli. Si tratta del comprensivo, delle grandi linee. Perciò la scienza dello spirito deve intervenire, perché educa alle grandi linee. È giusto che da qua e da là emerga comprensione per questo o quello, ma allora si deve avere la possibilità di far valere [questa comprensione]. E così anche in singoli uomini emerge come sia insensato quando, per esempio, debba giudicarsi su una questione, ebbene, diciamo, che debba interessare l’industria. Ora viene giudicato nei rami che sono statalizzati, dalla rappresentanza centrale statale o simile. Il che significa che viene giudicato da una maggioranza di uomini che sotto circostanze possono sopravvotare quella piccola minoranza che proprio comprende qualcosa della cosa; a parte tutto il resto ciò che lì si sviluppa di reciprocità e così via, a cui paesi specialmente occidentali, anche paesi meridionali, danno meravigliosa occasione di studio. Perciò alcuni hanno proposto: ebbene, il parlamento dobbiamo averlo, lo stato unitario dobbiamo averlo; allora abbiamo almeno bisogno di commissioni industrialistiche per la vita economica, rappresentanze professionali nel parlamento. Sì, ma si tratta proprio del fatto che queste rappresentanze professionali nel parlamento dapprima per se stesse possono effettivamente far valere quello che allora può essere deciso di associazione professionale in associazione professionale, quello che è necessario; non che di nuovo tutto venga frammischiato insieme in un parlamento, così da eventualmente quello che per questo cerchio deve essere deciso venga deciso dagli altri che non li importa nulla. Si sono sperimentate cose veramente strane riguardo alle maggioranze, per esempio in Austria, che è il «stato modello» per il crollo statale. Poiché questo stato austriaco, lo si è visto crollare — ho vissuto tre decenni dentro —, lo si è visto crollare se con occhi aperti si è visto quello che effettivamente accadeva. In questo stato austriaco è arrivato al punto che si voleva rivisitare la legge scolastica che c’era allora. Si voleva di nuovo mettere una legge scolastica reazionaria al posto di quella che una volta si era avuta. Questa legge scolastica sarebbe stata respinta da una minoranza se le circostanze fossero state normali. Una maggioranza poteva essere raggiunta solo dal fatto che, insieme agli altri uomini che erano per questa legge scolastica reazionaria, i polacchi votassero insieme. I polacchi dovevano formare insieme agli altri reazionari una maggioranza. I polacchi dissero allora: bene, formiamo insieme a voi una maggioranza, facciamo insieme a voi questa cattiva legge scolastica, ma la nostra Galizia deve essere esclusa da questa cattiva legge scolastica! — Così allora venivano insieme nel parlamento comune. Si trovò una comunità, la delegazione polacca, che insieme agli altri ai paesi degli altri che non la volevano dava una legge scolastica, di cui escludeva il loro stesso paese. Ciò allora spicca particolarmente. Ma come non dovrebbe questo essere frequentemente il caso in altri campi in un parlamento come quello austriaco, che effettivamente ha avuto solo rappresentanti economici. Poiché vedete, quando in Austria, dove un ministro, il Giskra, più o meno nello stesso tempo in cui il Huber là, a Stoccarda, aveva espresso le sue opinioni, ha detto: questioni sociali non ce ne sono, queste finiscono a Bodenbach — è ripetuto più discorso — in questo paese si era sognato di una nuova epoca. Vennero tali sogni che una nuova epoca fosse necessaria, che si dovesse istituire un Parlamento. 358
Allora si costruì il Parlamento su quattro curie: la curia dei grandi proprietari fondiari, la curia delle città, mercati e centri industriali, dei comuni rurali e la curia delle camere di commercio — per loro natura particolarissima tutte corporazioni economiche, tutte comunità economiche. Queste costituivano il Parlamento che fece le leggi austriache, che fabbricava i diritti. È del tutto evidente che non si poteva giungere a una maggioranza dai rappresentanti delle camere di commercio e dei grandi proprietari fondiari insieme, che facessero leggi conformi ai loro interessi, non leggi che fossero scaturite da ciò che nella modernità sempre più e più si affaccia nell’umanità dal sentimento della democrazia. Proprio colui che intende seriamente la democrazia, deve separare il Wirtschaftsleben e il Geistesleben, che non possono affatto fondarsi sulla democrazia, ma che scaturiscono dalla conoscenza dei fatti e della specialità, deve separare il Wirtschaftsleben, deve separare il Geistesleben da ciò che è il Rechtsleben nel senso più lato, che può svilupparsi solo quando nel Parlamento l’uomo divenuto maggiorenne si oppone a un altro uomo divenuto maggiorenne come un Eguale. Allora però nel Parlamento si deve decidere solo ciò che riguarda ogni uomo divenuto maggiorenne rispetto a ogni altro uomo maggiorenne come un Eguale. E la domanda deve sempre di nuovo porsi: non può trattarsi che comitati professionali si formino in un Parlamento democratico, e poi tuttavia le decisioni siano portate a termine attraverso delibere di maggioranza, ma che ciò che nel Wirtschaftsleben è azione del futuro, scaturisca da negoziazioni, dalle negoziazioni dirette delle associazioni economiche ciò che si sviluppa nel Wirtschaftsleben dall’essenza del Wirtschaftsleben stesso. Ciò che si presenta come triarticolazione dell’organismo sociale non è affatto una teoria, non è affatto un programma. Ho visto già abbastanza programmi. Era negli anni Ottanta, allora bevevo anche sempre il mio caffè nero dopo mangiato nel Wiener Literaten-Café viennese, nel cosiddetto Café Griensteidl. Là venivano accanto ai letterati 359
e agli autori di ogni grandezza, poeti, pittori, scultori — ognuno era una grandezza, mentre tutti gli altri lo negavano —, là venivano anche i Riformatori sociali, là venivano anche i Marxisti insieme. Viktor Adler era sempre là. Si potevano vivere i programmi a mezzogiorno e sera e a mezzanotte nelle forme più diverse. Ognuno ha sempre saputo quale fosse l’Assolutamente Migliore, e ognuno pensava che il mondo diventerebbe un Paradiso se proprio il suo programma sociale fosse attuato. L’opposto di tutta questa fabbricazione di programmi è ciò che viene perseguito dalla triarticolazione dell’organismo sociale. Ridotto a una formula semplice — che cosa significa dunque veramente? Significa: ci sono nella vita sociale dell’umanità tre diversi ambiti di interessi, ambiti materiali, che devono essere esattamente separati l’uno dall’altro. Uno è il Geistesleben. Nessuno ha il diritto di assumersi di dire in quale maniera si amministra al meglio questo Geistesleben; nessuno ha il diritto di dire: io prescrivo un programma a questo Geistesleben. Non si dice nemmeno questo quando si sta nella realtà per cui ci si educa nella scienza dello spirito. Ma si dice: lasciate amministrare questo Geistesleben da coloro che vi sono destinati, che vi stanno attivamente dentro, allora potete risparmiare il vostro programma; allora da ciò che la vita produce, nascerà il Giusto. Non si tratta di indicare programmi per la triarticolazione dell’organismo sociale, ma si tratta di indicare come gli uomini nella vita devono trovare se stessi, affinché di settimana in settimana, di anno in anno nella vita stessa nasca il Migliore. E così si tratta di dare al Wirtschaftsleben una tale forma che attraverso gli agenti economici nasca ciò che sempre di nuovo deve nascere. Poiché, vedete, l’Assolutamente Più Assurdo è proprio istituire programmi sociali che devono valere sempre. Poiché la questione sociale, una volta è sorta, ma non si può risolvere da un giorno all’altro. La questione sociale è una certa specie di condizioni di vita, è una questione dell’umanità, e non si può trattare che di ordinare la vita in modo tale che continui a risolversi, che di settimana in settimana, di anno in anno, 360.
di decennio in decennio gli uomini siano sempre là coloro che possono far nascere ciò che può risolvere le questioni sociali. La questione sociale non può essere risolta tutto d’un colpo, ma deve continuamente risolversi attraverso la vita. Per questo però è necessario che questa vita stia in tal modo che gli uomini destinati a questa soluzione si sviluppino da questa vita. Al di là delle questioni economiche e al di là delle questioni spirituali rimangono allora quelle che si svolgono semplicemente tra gli uomini divenuti maggiorenni. Queste vengono decise democraticamente. Sono le questioni di diritto nel senso più lato. È questo che la vita pone: significa esigere una strutturazione della vita, non istituire un programma, non sviluppare una teoria, ma riflettere su come gli uomini debbano stare insieme, affinché la vita possa essere strutturata. Non possiamo oggi discutere se ormai è troppo tardi per la civiltà europea, oppure se c’è ancora tempo perché gli uomini possano stare insieme così. Ma dovremmo pure sempre di nuovo e ancora dirci: perciò la questione sociale non è stata affrontata nella sua retta forma, perché ciò che conta non è mai stato enunciato, perché si è sempre creduto di dover trovare programmi oppure di dover escogitare istituzioni, mentre avrebbe importato trovare un intesa nell’umanità così che dove la vita esigeva interessi comuni, si fossero formati interessi comuni. Se il Wirtschaftsleben, naturalmente, oggi viene messo sui suoi piedi propri — non possiamo pretendere che subito domani coloro che vi stanno dentro, che ora sono completamente zeppi, sia di idee liberali, sia di idee socialiste, sia di idee conservatrici, che giudichino dai requisiti economici. Negli anni Cinquanta, Sessanta sarebbe stato nel più alto grado possibile. Oggi è già penetrato troppo caos nelle teste. Ma non bisogna decidere a riguardo, piuttosto bisogna esercitare la volontà che ancora oggi accada il Giusto. Ma dovrebbe già accadere proprio di guardare a come, in conseguenza del fatto che, invece di trovare una via d’intesa presso gli interessi equamente diretti, le 361
Tavola 1 e 2
cose vengono deviate su tutt’altri campi. Prendiamo una volta per ipotesi — quella che naturalmente oggi è un’ipotesi —, gli uomini stessero, indipendentemente dal fatto che siano capi di lavoro, che siano lavoratori, puri nel Wirtschaftsleben e fossero stati abituati per un certo tempo a decidere le questioni della vita economica dai fatti del Wirtschaftsleben stesso. Allora si sarebbe formata, anche se forse solo nella generazione prossima, una comunanza di interessi, che per esempio deve sussistere quando coloro che sono Produttori devono agire insieme. L’operaio e il capo di lavoro, entrambi hanno proprio lo stesso interesse, se gli stessi interessi vengono soltanto coltivati. L’operaio e il capo di lavoro, non hanno interessi diversi per quanto riguarda, per esempio, il salario, hanno gli stessi interessi. Ma affinché siano riempiti nei loro sentimenti di questi stessi interessi, devono dominare il Wirtschaftsleben. Si può dominare solo se si può imparare da un’associazione, per il fatto che si ha a che fare con l’associazione successiva, questa di nuovo con un’altra [e così via], in modo che si forma una rete di rapporti di fiducia. Si può imparare solo in questa maniera ciò che è il vero interesse. Invece veri interessi vengono portati via da tutto questo. Gli uomini che sono capi di lavoro, stanno allora là [nel disegno su tavola murale: cerchi pieni .], i lavoratori stanno là [nel disegno su tavola murale: cerchi vuoti o]. Dal prossimo vi stanno di nuovo i capi di lavoro, stanno i lavoratori, e così via, e così via. E così come [nel] Parlamento si forma il partito — ciò che qui nel vero lavoro sta insieme, sta, diviso partitico, combattendosi — un rapporto innaturale, un rapporto insensato, considerato di fronte alla vita! Perché? Perché il Wirtschaftsleben non è separato, non vive nella sua autodeterminazione, ma coloro che amministrano l’economia si dividono qui in partiti secondo tutt’altri punti di vista, in partiti parlamentari. Se qui la vita non ha nulla a che fare che con ciò che riguarda 362
tutti gli uomini divenuti maggiorenni come Uguali, che nulla ha a che fare con ciò che emerge all’interno del Wirtschaftsleben stesso, allora è impossibile che si sviluppi ciò che vuole svilupparsi dentro i nostri tempi. Queste cose vengono trovate di difficile comprensione. Coloro che le trovano allora di difficile comprensione, dicono: sì, non è perspicuo. Sì, miei cari signori presenti, è proprio dalla vita, e ciò che è dalla vita esige che colui che vuole capirla, guardi alla vita. Ma oggi gli uomini non guardano affatto più alla vita, oggi guardano alle loro preconcezioni. Uno ha ricevuto le sue preconcezioni da Marx, l’altro, ebbene, dai leader liberali o socialdemocratici, il Terzo dal Signor Prete e così via, e così via. Oggi guardano solo a ciò che sono teorie, a ciò che invece chiamano solo Pratica. E così si sente oggi qualcosa di ciò che in realtà già singoli uomini hanno sentito da molto tempo. Vedete, mi è capitato qualcosa di straordinario.
Ho tenuto una conferenza a Stoccarda e anche qui in vari posti della Svizzera, in cui ho detto dalla materia stessa: oggi abbiamo invece di una Geistesleben originaria una Frase, che è parente assai della Menzogna; invece di una vera vita di diritto abbiamo solo la Convenzione. — Potrebbe forse anche succedere qualcosa di simile a riguardo di queste cose. — Ma allora ho parlato del terzo ambito, dell’Economico e ho detto: nell’ambito economico non abbiamo una vera pratica della vita, non ciò che cresce dalle condizioni economiche, ma solo la Routine. — Ora pensate, ho detto questo, e oggi leggo — cioè solo oggi ho letto questo Huber, veramente, non voglio affatto attribuirvi niente che non sia vero, l’ho letto veramente solo oggi —, e allora leggo presso questo Huber — egli ha infatti escogitato certi interessi corporativi —, allora leggo presso questo Huber: «Dove stanno dunque nel nostro Regno» — così dice nel 1869 a Stoccarda —, «dove stanno dunque gli uomini che possono istituire questi ordinamenti?» E poi prosegue e dice: «nel Minimo assoluto li troviamo presso i Pratici, presso coloro che si dicono Pratici, poiché oggi non regna nulla d’altro che la Routine.» E — dice — ne abbiamo bisogno almeno di dieci [Uomini]. «Ma se mi guardo attorno», dice, «voglio subito (egli è infatti, come erano le persone allora, leale, un signore molto leale) eccettuare la Sua Maestà, ma poiché egli comunque non viene in considerazione, non si trovano soltanto non dieci, ma intorno ai gradini del Trono e ovunque là all’aperto non si trova nemmeno uno.» Non so, non ho potuto così rapidamente indagare fino a che punto quell’uomo per l’anno 1869 avesse ragione; ma nelle nostre condizioni presenti ha motivo di ricercarne almeno alcuni che abbiano cuore e senso per uno studio e per un’entrata nelle vere condizioni. È questo di cui si tratta oggi. Abbiamo bisogno di uomini che comprendano che un rinnovamento del Geistesleben, un’impostazione del Wirtschaftsleben su proprie basi è assolutamente necessario. Abbiamo bisogno di questo perché bisogna sollevare lo Stato, che allora forma il terzo articolazione dell’organismo triarticolato, con le sue relazioni di diritto e con ciò che gli è affine.
Tutte le questioni più particolari si possono leggere nel mio libro «I Punti Nodali della Questione Sociale». Abbiamo bisogno di questa terza articolazione che scarta gli altri due a sinistra e a destra; in breve, abbiamo bisogno di quella strutturazione dell’organismo sociale, da cui possa emergere un’articolazione umana che sia commisurata alle difficili, alle straordinariamente complicate, alle difficili condizioni del presente, che ancora diverranno più complicate e difficili nel prossimo futuro. Perciò volevo oggi ancora una volta qui fare attenzione sul fatto che non per arbitrio, non per l’arbitrio di una singola [persona] e non per l’arbitrio della Società Antroposofica, da Dornach qui parte un’ispirazione su ambito sociale da una corrente geisteswissenschaftlich. Perché è veracità di fatto ciò che sempre di nuovo però singoli uomini negli ultimi decenni hanno compreso: un miglioramento diventerà soltanto possibile se interviene una trasformazione profonda di tutta la nostra vita spirituale. Ma allora deve essere una tale trasformazione, che non soltanto esige teoricamente, che non soltanto viene espressa idealisticamente, ma che non arretra di fronte al fatto di presentare veramente al mondo uno Spirito, come non lo si è conosciuto finora. Parlare dello Spirito, oggi molti lo sanno fare. Ma non si tratta di parlare dello Spirito, bensì che uno Spirito positivo, concreto sia dato. Uno Spirito positivo, concreto deve essere creativo, creativo anche nel Wirtschaftsleben.
Il tempo deve essere considerato come passato, [quello] in cui gli uomini hanno detto: il Wirtschaftsleben è l’Esteriore, il mondo spirituale non vi entra, lo si trova proprio quando si va via dal Wirtschaftsleben, quando lo si abbandona, il Grosso-Materiale, quando si sale verso lo Spirituale in regioni più alte. Il tempo in cui si è così parlato, è questo, [quello] che in Europa ha portato su fiumi di sangue. E gli uomini che oggi ancora dai loro pulpiti dicono: tornate di nuovo al vecchio Cristianesimo! — a loro si deve sempre di nuovo e ancora dire: se a voi torniamo, allora possiamo proprio di nuovo cominciare — presso le cose che ci hanno finalmente portati al 1914. Si tratta di avere il coraggio di mettere veramente lo Spirito nuovo davanti agli uomini. Allora però bisogna anche intendersela seriamente. Vengono oggi persone — se sentono che a Dornach si mira anche al Wirtschaftsleben —, che dicono: sì, come si fa dunque? Diciamo per esempio, qualcuno che sta nel Wirtschaftsleben dall’America, quello dice: è bello sì, che a Dornach si mira al Wirtschaftsleben; se sanno come si fa, allora ce lo dicano. — Questo significherebbe: si esige da noi un programma. Con i Programmi, cioè con cose estranee alla vita, però qui non si deve lavorare, ma qui si tratta di cercare la vita. Perciò nessuno può esigere da noi che troviamo un programma che si debba eseguire attraverso questa o quella banca americana, ma qui si tratta che un centro della vita deve essere creato, che è un centro reale, vivente, attorno al quale gli uomini si debbono articolare. Perciò ai banchieri americani 365
deve essere detto: non dipende dal fatto che tu attraverso la tua banca elabori il tuo programma che ti viene dato da qui; piuttosto si tratta che tu ciò che fai centri attorno a Dornach, che tu cerchi il collegamento con Dornach. Perché non si tratta di dare fuori programmi senza vita, ma della creazione di un vero centro, che in quanto tale deve creare. Qui non ci si può solo studiare, da qui deve essere lavorato. Questo è l’Essenziale, che tutto ciò che viene di qui sia compreso come Vita, non come Teoria, non come Pensiero, non come Idea. Perciò non verranno al loro diritto quelli che o vanno a Dornach o alla Waldorf-Schule, per vedere come appaia al migliore, come potessero farlo loro stessi; ma quelli che comprendono: qui si è iniziato, qui è stato fatto l’inizio. Si deve lavorare con [ciò], con cui non è stato fatto l’inizio come con una Teoria, ma con la Vita, si deve lavorare con ciò. Nel lavorare insieme, miei cari signori presenti, possiamo trovarci con tutti gli uomini del mondo civile oggi — ma nel lavorare insieme vivente. Deve una volta sul serio accadere che lo Spirito non viva in pensieri vuoti, non in Astrazioni. E poiché vogliamo farla valere qui che lo Spirito non vive in Astrazioni, che lo Spirito è un Vivente, così non possiamo soddisfare chi presso di noi volesse cercare solo ciò che sono pensieri astratti, che si potrebbero realizzare in qualunque maniera, ma possiamo solo soddisfare chi comprende che si deve lavorare insieme nel senso come è caratterizzato, come è ispirato — ma non è programmatizzato — nei «Punti Nodali della Questione Sociale» e nel numero prossimo del «Futuro». Non solo si deve tenere lezione da qui sul fatto che lo Spirito è un Vivente, ma lo Spirito vivente deve essere cercato. Si vedrà se nel mondo c’è sufficiente comprensione per il fatto che lo Spirito vivente, non lo Spirito astratto, debba essere cercato, che per un miglioramento del futuro, per una vera costruzione non solo qualche idea astratta, ma [che debba essere cercato] lo Spirito vivente. (Applauso vivace.)
Discussione
Rudolf Steiner: miei cari signori presenti, forse c’è qui qualcuno che voglia porre oralmente una domanda o fare qualche osservazione? Sono state poste qui due domande per iscritto (sul «Stato triarticolato»; domanda se un’associazione scolastica possa aver voce nel libero Geistesleben dello «Stato triarticolato»). Ebbene, miei cari signori presenti, a volte è necessario che io, ciò che altrimenti aborrisco, diventi un terribile pedante, per la causa! Lo Stato è pensato dalla triarticolazione dell’organismo sociale come una delle tre articolazioni, e veramente è impossibile dire: lo Stato triarticolato. Si può lasciare passare per opportunità una volta, ma bisogna talora richiamare l’attenzione su tali cose. Dico questo per il motivo che qui è espressamente nella domanda «dello Stato triarticolato». Ebbene, non è vero, le domande sono comprensibilmente poste dal presente, e questo è anche infine tutto giusto. Ma bisogna già una volta, se si vuole guardare alla vita, conoscere il fatto che la vita è un Divenire, e che in certe circostanze molte cose che sono desiderabili possono insorgere solo dopo un tempo più lungo, ma questo se il coraggio c’è, in certe circostanze piuttosto rapidamente può insorgere. E così bisogna anche riflettere un poco sulle domande, bisogna riflettere sul fatto che dalle condizioni del presente sono poste domande, forse già dalle condizioni assai prossime del futuro, ma in una forma, come allora non potranno più essere poste. Così in particolare questa domanda non.
Poiché, vedete, si tratterà che il Geistesleben sia amministrato da coloro che vi stanno viventemente dentro. Coloro che vi stanno viventemente dentro, naturalmente avranno a cuore di vedere che nei loro deliberati fluisca completamente tutto ciò che può in qualunque maniera essere favorevole a questi deliberati. Ora immaginate, io sia maestra di scuola primaria, ricevo un bambino nella prima classe della Waldorf-Schule. Sarebbe tutto naturale che si procedesse così come procede anche un medico sensato, che quando giace un caso di malattia, non giudica dal nulla di improvviso, ma che si rende conto, per così dire, della biografia del malato. Si deve conoscere la biografia, si deve leggerla, quando si riceve un bambino da scuola, per sapere ciò che il bambino finora ha esperito. La conosceremo al meglio, naturalmente dalla conferenza con la madre, per cui il padre non ha del tutto bisogno di cadere — ma qui la domanda è posta soltanto per le madri. Prendete pure una volta in grado assai minimo ciò che ho anche detto oggi sulla libera Geistesleben, prendete sul serio che questa libera Geistesleben porterà alla manifestazione tutti quei fattori che soltanto rendono possibile questa libera Geistesleben. Che cosa ne segue? Da ciò segue per necessità che le madri vengono coinvolte. È proprio un’evidenza! Ma solo sì non dovremmo voler trasferire alla libera Geistesleben ciò che ci si è così terribilmente visto venire incontro di volta in volta nel vecchio Geistesleben.
Se da qualche parte è accaduto qualcosa di natura minore, allora si poteva sentire da per tutto: sì, là dovrebbe essere fatta una legge. Gli uomini non avevano ormai più nient’altro nelle loro teste che: dovrebbe essere fatta una legge. Per tutto dovrebbe essere fatta una legge! Così che una volta mi permisi, in una conferenza a Norimberga di dire: qual è l’ideale dell’uomo moderno? E questo lo caratterizzai là così, che dissi: l’uomo veramente desidera solo oggigiorno, che egli sia sempre nella sua vita accompagnato da sinistra dal Poliziotto e da destra dal Medico; così che per il tempo della malattia ha il Medico, e per l’altra metà della vita provvede il Poliziotto o un’altra Facoltà. È proprio questo, che vogliamo portare a termine un tale organismo sociale, che rende possibile all’uomo di provvedere per se stesso, che per così dire produce come Evidenza ciò per cui si vuole tutto il tempo dall’Ambiente Borghese leggi. So che oggi gli uomini nella tal caso nella maggior parte dicono: sì, ma gli uomini non sono ancora maturi per questo. — Per me questo e molte altre cose è allora una causa, quando mi dice qualcuno: gli uomini non sono ancora maturi per questo —, di rispondere che da ciò risultano due cose; prima che si tiene per maturo, e secondo, che egli proprio sicuramente non appartiene ai Maturi, se crede di capire questo sì, ma che gli altri non siano ancora maturi per questo, che quindi giudichi da un’autocoscienza inconscia, ma nel presente non vivente.
Non si tratta affatto che aspettiamo finché la gente sia matura, poiché allora possiamo aspettare fino alla fine dei giorni terrestri, piuttosto si tratta che afferriamo e poi aspettiamo che cosa sotto le condizioni possa accadere. Se gli uomini maturano, allora molte domande proprio da sé dalle condizioni. L’altra domanda che è stata posta qui: «Può qualche forma associativa oggi consueta, cooperativa operaia o una singola ditta essere considerata particolarmente adatta per [la] forma associativa a formare il punto di partenza?» Ebbene, miei cari signori presenti, riflettete ancora una volta sulla vita nel suo Divenire. Riflettete su di essa così che continua a trasformarsi, così come l’organismo stesso, fino a che un certo Stazionario è raggiunto da principio, in questo o quel campo, allora rimane per un po’, per poi morire. La trovate già indicato nei «Punti Nodali della Questione Sociale». Ciò che oggi abbiamo, deve da principio formare il punto di partenza. Non può nemmeno essere diversamente. Oggi abbiamo Società per azioni; sì, le fondiamo persino, abbiamo fondato una a Stoccarda. Allora fondiamo noi stessi, siamo qui, nel processus di fondarne una, come Geisteswissenschaftler. Colleghiamo dovunque ciò che esiste. Non parliamo di mondo fatato, ma vogliamo collegarci a ciò che esiste. Allora forse abbiamo tutte tali associazioni che scaturiscono dall’Esistente, Cooperative, Società per azioni, chi sa che cos’altro, e cerchiamo solo dietro alle Associazioni. [Cfr. Disegno su tavola murale, p. 597]
Ma per il fatto che questi enti entrano nella vita associativa, per questo si trasformano di nuovo, e per questo le Società per azioni assumeranno un’altra forma, quando la vita associativa si risveglia. Anche le Cooperative assumeranno un’altra forma. È del tutto indifferente — immaginate qui vi fosse una Corporazione, che fosse pessima, si associa pure. Per sé è pessima; ma per il fatto che è messa nella rete dell’Associazione, per questo è continuamente influenzata, viene pian piano trascinata da ciò che emerge dall’Associarsi, e con il tempo diventa qualcosa di completamente diverso, oppure soccombe. Per noi non si tratta di abolire qualcosa, ma di prendere le cose come sono. E se qualcosa è pessima, naturalmente soccombe. Ma attraverso Leggi abolire qualcosa, per questo non può mai trattarsi. Questo è ciò che oggi opprime più di tutto, che proprio dapprima i pensieri sani devono penetrare nelle anime umane! Vedete, vorrei esprimerlo ancora, anche se è stato già indicato nella conferenza: è così, che oggi opprime più di tutto, che per lunghi tempi affatto non è stato perseguito il fare costruire veramente il ponte sull’abisso tra le classi umane. Che cosa ci si è interessati di ciò che viene dal Proletariato, in tutti i lunghi decenni della seconda metà del diciannovesimo secolo? Si è sostanzialmente guardato ciò che accade; non ci si è molto interessati, tutt’al più così, come si è talora sentito dire nelle città più grandi, che la gente ha detto: là è di nuovo una casa, già si fanno fare scuroni più spessi, perché hanno paura che nella prossima volta scoppi qualcosa! — Tutt’al più in questa maniera ci si è interessati delle cose. Ma un’intera vita che avrebbe potuto essere la base per la comprensione, non si è cercata.
Nei miei «Punti Nodali della Questione Sociale nelle Necessità Vitali del Presente e del Futuro» troverete indicato come veramente l’Operaio in ogni fabbrica dovrebbe essere guidato di fronte all’intero corso della fabbricazione, dovrebbe essere introdotto alla conoscenza dei Prodotti Grezzi, dovrebbe essere reso noto con il corso che prende il Prodotto, in modo che abbia interesse comune con il Capo di Lavoro, in modo che con interesse vi stia dentro. Oggi, naturalmente, è ancora molto difficile, e anche se si aspira a questo, non lo si raggiunge da un giorno all’altro! È ancora oggi molto difficile per il motivo che potete sperimentare che state in un’impresa dentro, e molto bene come uomo è un bell’affare con questo o quell’Operaio; andatevi molto d’accordo con lui. Ma quando si tratta di una qualche decisione, allora vi dice: sì, ma io non posso essere della stessa opinione, devo essere dell’opinione che il mio Sindacato mi prescrive. — Oggi gli uomini sono così. Ma perché sono diventati così? Sono diventati così perché nei circoli dirigenti, dove la Direzione avrebbe dovuto rimanere, perché nei circoli dirigenti non era affatto presente il Bisogno di conoscere il mondo. Sì, si disse, vogliamo conoscerla, si fa gradualmente dal proprio Idee qualcosa. Ma colui che l’ha conosciuta, sa ancora tutt’altre cose sulle cose.
Dagli anni in cui ero Maestro della Scuola di Educazione degli Operai [era], che in fondo era proprio un’istituzione socialdemocratica, allora potevo perfettamente vedere come da ciò che accadeva tra l’Operaio, i Capi di Lavoro non sapevano il Minimo, potevo vedere come non se ne interessavano nemmeno. Si vede ciò che dico ora come un’Esagerazione, perché ci si trova nello stesso caso di colui che dice: le Leggi devono … [illeggibile nello stenogramma] e così via, e così via. Gli Stati, possono proprio knebeln la Geistesleben, ma da noi in X non sentiamo affatto di una tale asservimento. Proprio così come si chiudessero gli occhi, per decenni chiusi di fronte a ciò che veramente stava emergendo! Tutt’al più che si mettessero dentro le persone.
Ma l’importante è che l’uomo veramente conosca la vita. E questo ancora oggi manca nel grado assolutamente estremo. Questo è l’uno, che voglio dire proprio in collegamento a tali domande.
Si sente da per tutto da ciò che viene espresso, come gli uomini conoscano sempre solo un piccolo cerchio. Questo sarà diverso. Riflettete solo a ciò che ho detto di fronte al …; gli uomini non erano tutti stupidi: viene e chiede, e gli argomenti che sono stati portati erano molto intelligenti; ma non potevano sapere nulla su ciò che si spiega, quando si sta dentro una fabbrica. Attraverso le Associazioni, che sempre più nascono, dove si sta in uno scambio vivente, dove non si ha prima a controllare, ma dove si sa fino a che punto la Fiducia è da porre nelle cose, allora insegna ciò che è da imparare, l’Esperienza propria. Questo è ciò di cui si ha bisogno per il proprio Giudizio. Finora si poteva solo giudicare secondo Preconcezioni e giudicava quindi accanto. E un’Esperienza economica, questa è data da quei Principi Associativi di cui si parla nei miei «Punti Nodali». Questo è su cui conta.
Ha ancora qualcuno forse una Domanda?
Emil Molt, Stoccarda: non so se è permesso, se c’è ancora tempo, di porre alcuni approfondimenti in forma di domanda, perché non so se qui a Dornach vige l’usanza che, quando vengono toccate le domande sociali, non c’è né tempo né orologi; ma da noi a Stoccarda è così, che veramente si parla senza tempo. Allora vorrei collegarmi a ciò che è stato appena detto.
Proprio se ci si trova nella Triarticolazione come uomo che lavora per la Triarticolazione, allora in tempi recenti grava terribilmente sull’anima, che si avessero così pochi punti d’attacco, per realizzare la Triarticolazione nella realtà. Abbiamo l’anno scorso, come è stato esposto anche stasera, tentato, la situazione politica, che era ancora così, che per così dire era stata superata una Rivoluzione, che cioè sussisteva ancora un certo umore rivoluzionario, abbiamo tentato di mettere la Triarticolazione in pratica attraverso la via del Proletariato, e certamente non abbiamo trascurato il fatto che anche circoli borghesi, soprattutto fra questi circoli, dovessero conoscere la cosa. Il successo è stato descritto stasera. I Partiti hanno ritirato i loro greggi, e gli Imprenditori ci hanno rifiutato fin dall’inizio. Il nostro lavoro ha continuato. Qualcosa rimasto da ciò che si lavora con il Proletariato, è proprio sempre così: continuano a essere i Giudizi proprio dal lato del Proletariato che ci vengono portati di fronte agli occhi, che per esempio tutte quelle Assemblee, che ora hanno luogo da parte delle Associazioni, Partiti e così via, sono così terribilmente noiose e fraseologiche. Questo ci viene detto proprio dal lato del Proletariato, che un’altra epoca è stata, come il Dr. Steiner ancora a Stoccarda ci aveva da raccontare sulle Domande, sulle Domande Sociali.
Ma troviamo tuttavia che il Proletariato in generale non è sufficientemente maturo per portare la grande Comprensione dei Punti Nodali. E troviamo dall’altro lato che i circoli imprenditoriali semplicemente lo rendono impossibile per noi, dal fatto che già ci mettono da parte come Spartachisti e Bolscevichi, se si lavora intensamente in quella direzione.
Allora sempre ci chiediamo: che cosa è da fare, particolarmente nei Tempi ora, per non portare la Triarticolazione solo [più] nelle teste, ma soprattutto anche per portare la Triarticolazione nella Pratica? E allora vorrei volentieri, poiché la Domanda veramente ora sempre di nuovo grava sull’anima, particolarmente ora, dove in Germania il […]vita è così, che gli Imprenditori si attaccano piuttosto al Grande Capitalismo, che portare a termine Progressi Sociali, e dove dall’altro lato il Tiraggio è così forte verso destra, che lo dobbiamo già tenere in considerazione. Uno ha un’opinione completamente diversa sulle cose. In questi Tempi proprio gli uomini che mettono il loro intero Essere per la Triarticolazione, sono sempre di nuovo scossi dalla Domanda: che cosa deve accadere, per portare a termine la Triarticolazione dell’organismo sociale, prima che sia troppo tardi, prima che sia impossibile, prima che vengano Guerre Civili e Caos economico? Secondo questa direzione pesa appunto sulla colui che pone la Domanda questa Posa della Domanda particolarmente pesantemente sull’anima, e sarebbe grato per una Risposta.
Rudolf Steiner: se ho compreso bene la Domanda, si tratta di: come è possibile oggi in assoluto portare in Mondo qualcosa di Pratico sul campo della Triarticolazione con la Resistenza che infine da tutti i lati della Triarticolazione dell’organismo sociale viene contrapposta?
Questa Domanda è naturalmente quella che grava su uno. Ma dall’altra parte tuttavia sta a fondamento di questa Domanda qualcos’altro ancora, che non deve restare disatteso. È proprio questa la Domanda: come si afferra veramente qualcosa Vivente? E io sostanzialmente come Risposta a questa Domanda ho già assai leggermente tra le righe indicato nel Discorso, dal momento che ho detto: è naturalmente anche da noi Errori sono stati fatti. E questo è già giusto. Noi nella Pratica della Triarticolazione dell’organismo sociale affatto non siamo cresciuti oltre i Panni di Bambino. Voglio per esempio richiamare l’attenzione su quanto segue.
Se si vuol agire vivacemente, se si vuole promuovere qualcosa nella Vita, allora si tratta che si lavora veramente pure dalla Vita stessa fuori e si tenta di comprendere la Vita. Ora le cose stanno così oggi, che se si parla di fronte a un’Assemblea di Proletari, si ha la Scelta, o parlare nella Lingua dei Proletari ciò che comunque è anche per il Bene dei Proletari, svilupparlo dalle Rappresentazioni che i Proletari hanno. E questo è sempre stato tentato da me. Oppure si fa l’altro: si parla da una Teoria generale fuori, si dice, questo e quello deve accadere — allora voli fuori per la Porta! Perché il Proletariato oggi è molto veloce finito con la propria Decisione.
Ora, non è accaduto in assoluto a Stoccarda che volassimo fuori per la Porta; ma è accaduto qualcosa d’altro. Vedete, ho parlato da per tutto naturalmente in modo da non volare fuori per la Porta, perché l’avrei veduto come non molto fruttuoso — non voglio dire in assoluto per le piccole Escoriazioni che possono accadere, piuttosto perché allora non si raggiunge nulla, non è vero, da fuori della Porta non si raggiunge nulla! Così non ho parlato che si fosse scaraventati fuori dalla Porta. Allora però è notorio che ho detto questo o quello in questa o quella Assemblea. Allora ho parlato con qualcuno, sì che era pure Ministro, e a colui dissi nella tutta la mia Innocenza: aspettate un poco, che cosa ne esce. Non si tratta che si gettino le cose in faccia agli uomini, a riguardo dei quali si arrabbiano, piuttosto si tratta che si fa in modo che gli uomini, che si possa lavorare insieme con loro.
Allora aspettiamo finché siamo così lontano che possa essere lavorato insieme. Allora emergerà ciò che forse deve emergere come un Mezzo Aritmetico dalle Opinioni dell’uno e dalle Opinioni dell’altro, o gli altri si convertono alla Vostra Opinione, e così via. Ma deve essere lavorato dalla Vita fuori.
A ciò è stata presente anche Inclinazione! A tali Cose così ci si trova di fronte. Si diventa personalmente furibondi se si sente che da qualche parte è stato detto qualcosa che solo nella Forma si discosta da ciò che si è abituati a sentire; e in questo Riguardo, vedete, sono stati veramente fatti anche da noi Errori. Poiché ho per esempio di fronte agli Operai della Daimler-Werke tenuto un Discorso, che proprio sicuramente avrebbe potuto agire solo favorevolmente, se fosse stato compreso così — era parlato per l’Operaio per la Daimler-Werke, era parlato nella loro Lingua.
Ora, non è vero, è nei nostri Circoli sfortunatamente l’Usanza, che sempre è chiesto, e non ci si può opporre, che tutto ciò che di fronte a un qualche Pubblico è parlato, allora con Pelle e Capelli sia stampato e per tutti gli altri pure del Contesto leggibile sia.
Sì, miei cari signori presenti, questo non va! E dovrebbe vedersi che non va. Non è possibile che ciò accada. Dovrebbe rinunciarsi al fatto che ciò che io parlo per un certo Pubblico, allora con Pelle e Capelli nel Mondo sia portato fuori, perché può solo essere compreso dal Contesto fuori. Perciò comprendo anche nuovamente molto bene, che ricevetti da Norimberga una Lettera da un Parroco borghese, che naturalmente non potrebbe pensare così, come un Operaio della Daimler-Werke per esempio ora potrebbe pensare. Potrebbe anche accadere una volta, se veramente si lavora, se gli uomini si trovano insieme. Ma che fosse furibondo sul Discorso della Daimler-Werke, questo è naturalmente sé stesso, che è così e deve andar così! Ma non si tratta veramente che io tenga un Discorso, per eccitare il Diletto di un borghese Parroco di Norimberga, piuttosto che si lavori vivacemente, che il Proletariato sia portato là, dove per il suo proprio Bene deve stare un tempo in Collaborazione con i circoli altri.
Questo è ciò che in noi Pratica deve divenire, deve veramente vedersi che qui non si parla teoricamente, ma così si parla come lo richiede la Vita, naturalmente mai si dice qualcosa che va al di là della Verità, ma si dice ciò che lo richiede la Vita.
Ora però tutto ciò non deve di nuovo, direi, essere schematizzato. Anche questo sarebbe sbagliato, se fosse schematizzato. Poiché immaginate io tenessi qui un Discorso sopra il Thomismo, sopra Tommaso d’Aquino, e venisse un Socialista, che non avesse mai sentito nulla dai Nessi. Allora naturalmente sarebbe furibondo. Non si può evitare che alla Conferenza pubblica fosse furibondo. Ma la Pratica del Lavoro deve tuttavia divenire un’altra, di quanto è stata esercitata finora da noi. Si deve ottenere una Comprensione per il fatto che nella Vita Differenziazione è presente. E così si tratta già di capire prima veramente su questa Contro-Domanda: come otteniamo un Numero, un Numero sufficientemente grande di Uomini insieme — qui non abbiamo ancora —, che veramente mostrino che oggi le Cose sono così lontano, capire che gli Uomini già affatto non hanno più una Lingua che si comprende mutuamente, e che ci si deve elevare al di sopra di ciò che da una parte e dall’altra sul Lato dei Partiti è parlato. Allora prima di tutto deve essere lavorato per la Propagazione delle nostre Concezioni, e solo quando abbiamo un Numero sufficientemente grande di Uomini, allora saremo in Grado, di introdurre pure i nostri Concezioni nella Vita universale del Presente.
È presso tutte le Cose, dove conta la Volontà, così. Allora si può vedere: la Vita ogni Giorno può dar la Possibilità di divenire pessimisti. Si deve però volere ottimisticamente; si deve così volere che ciò che uno si propone, accada. In questo non consiste il libero Volere umano, che sempre si dica a se stessi: questo non può e quello non può accadere; piuttosto si tratta che si sa che si vuole, e che si lavora nella Direzione di questo Volere. E questo è l’Unico che noi prima, ognuno nel proprio Posto, veramente fare. Allora già accadrà straordinariamente molto; per la Praticità della Triarticolazione nel Tutto sussiste una Difficoltà materiale.
Vedete, i miei «Punti Nodali della Questione Sociale» sono cresciuti da un’Osservazione decennale della Vita europea in tutti i Campi. Sono cresciuti del tutto dalla Pratica della Vita. E sono convinto che se i Pratici proprio avessero considerato, si otterrebbe al migliore un’Intesa. Dalla Ragione semplice non si ottiene un’Intesa, perché i Pratici non si sono abituati a provare ciò che è detto dalla Pratica fuori, piuttosto perché dicono: Pensieri di Riforma in un Libro! Nei Libri stanno Teorie, dunque è una Teoria. — Non si legge il Libro. Se lo si leggesse e studiasse, si vedrebbe che esso proprio differisce dagli altri Libri. Allora si tratta di ciò che questa Difficoltà materiale sussiste. È questo Libro «I Punti Nodali della Questione Sociale» a Differenza di tutti gli altri Libri simili un Libro di Vita. È scaturito da un’Osservazione decennale; non c’è nulla di Figurato dentro. Perciò non appare nemmeno così, che si possa dire che appaia nel Senso, facilmente comprensibile come una Lettura di Giornale di essere. Ma mai vorrei cedere che non si possa questo Libro per esempio nel Lavoro serio non a ogni Persona comprensibile. Credo che sia pure così con questo Libro, come ho trovato che presso i Direttori di Teatro era sempre. Avevano sempre detto: sì, con questo Pezzo non otteniamo Pubblico, dobbiamo dare altri Pezzi — di cui si erano immaginati che avrebbero dovuto ottenere Pubblico. Ho fatto le Esperienze più strane. Conoscevo per esempio un Direttore di Teatro, al quale fu proposto un Pezzo; questo lo diede, ed era completamente convinto di averlo dato solo da Concilianza. E in una Sera lo dà — allora non è nulla, e scommetteva con Sua Moglie, che era di Opinione diversa, scommetteva per tutti i Diritti che avrebbe ottenuto. La Moglie scommetteva con lui se il Pezzo andasse, essa avrebbe ricevuto i Diritti. Ora l’Uomo ha perso la sua Scommessa, il Pezzo divenne uno dei migliori Pezzi che Visitati. Allora disse lui nella sua Lingua di Teatro: nel Teatro si può falsificare tutto, si può falsificare la Critica, si può falsificare l’Assenso, si può falsificare tutto, solo non la Cassa. La Cassa non si può falsificare. Almeno non aiuta se si falsifica la Cassa.
Così è pure in Fondo, se uno dice, qualcosa non sarebbe comprensibile farsi. È comprensibile farsi, se si trovano solo i Percorsi corretti e giusti. E io non posso bene intrattenermi sulla Domanda perché a Stoccarda sia stato detto, le Serate di allora fossero state interessanti, e poi fossero diventate noiose; ma vorrei appunto anche portare questa Cosa in una — direi — Direzione della Volontà. Non si tratta realmente che ripensiamo sopra perché così o così sia, piuttosto che si tenti di trovare i Mezzi e Percorsi, per rendere le Cose comprensibili, per rendere le Cose Popolari, che non ci diamo a Illusioni innanzi soprattutto. Non è altrimenti, che abbiamo bisogno dapprima di un Numero sufficientemente grande di Uomini, che le nostre Idee comprendono; allora andrà. Ma non dobbiamo mai mettere la Mano nel Grembo, dobbiamo appunto lavorare. E credo, troveremo Comprensione, se non ci chiudiamo noi stessi la Porta così facilmente per il fatto che appunto non dalla Vita fuori, ma dalle nostre Preconcezioni fuori vogliamo agire. Non dobbiamo buttare a ogni Uno la Teoria, ma dobbiamo parlare con ognuno nella sua Lingua; non perché lo teniamo per più stupido di noi stessi, certo ci capita talora naturalmente che sia difficile, nella sua Lingua proprio parlare quando è più intelligente di noi; ma dovremmo anche allora sforzarci di poter parlare nella sua Lingua; non anche se nel suo Campo è molto più intelligente di noi. Questo è ciò che forse è necessario che ci elaboriamo veramente la Pratica della Vita innanzitutto per la Propaganda della Triarticolazione dell’organismo sociale e l’otteniamo.
Emil Molt: posso forse chiarire qualcosa dalle Serate noiose, dove si è trattato di Assemblee di Partiti. I Proletari hanno imparato a capire che appunto le Assemblee di Partito il massimo Pettegolezzo proprio ora versano, e che quello tempo era diverso dal Tempo, come ancora nel Sindacato Haus ci tenevamo Conferenze per il Pubblico.
Rudolf Steiner: volevo solo dire, ho già compreso che le Serate di allora erano interessanti, e che poi sia stato versato Cavolo, non naturalmente da nostri Uomini. Non intendevo questo, ma intendevo che ciò non aiuta se gli Uomini capiscono che hanno imparato qualcosa di Meglio. Parla bene per gli Uomini se lo capiscono, ma ciò non aiuta se non ci seguono. Abbiamo prima allora qualcosa di loro, se fanno praticamente ciò che fa il loro giudizio là. Non è vero, voi vedete che da noi le Assemblee erano interessanti. Ma non corrono ora a noi, piuttosto agli altri. Questo appunto parla che prima di tutto deve essere considerato, come la Gente sia un Gregge di Montoni, come semplicemente seguano i loro Leader, completamente indipendentemente dal fatto che dicano o no Roba Noiosa. Approvano pure pure i loro Leader se si tratta di qualcosa, e seguono il Dressage. E questo è che non ci diamo Illusioni. Non aiuta semplicemente se abbiamo alla Gente Assemblee interessanti solo; piuttosto aiuta solo se riusciamo a cacciare via i Leader e a guidare la Gente. È l’Esperienza. Naturalmente questo ha bisogno di Tempo, e ha bisogno di molto altro ancora; ma abbiamo anche pure colà gli Errori fatti, abbiamo con i Leaders troppo negoziato. Questo non avremmo dovuto fare. Perché avremmo dovuto già da Principio avere chiarezza: la Gente non vuole capire e non può capire noi. E così è dopo i Lati diversi, che dobbiamo prima appropriarci la Pratica completa della Vita e volessimo.
Allora prego di non credere che io abbia inteso che le nostre Assemblee fossero diventate noiose; piuttosto ho inteso che ciò non aiuta questo Giudizio propriamente. Che cosa aiuta se ciò entra in una Discussione su un Giudizio che presso la Gente è infruttuoso? Non aiuta niente.
Vedete, ho conosciuto molto bene un Parroco cattolico. Era con me spesso — ero ancora a Scuola — un Percorso che dovevo fare da Scuola a Casa quasi un’Ora lunga. Nel Luogo c’erano spesso Predicazioni Gesuita. E il Parroco parlava con me, benché fossi ancora tutto giovane, veramente piuttosto piuttosto onestamente. Dissi a lui allora dalla mia Naiveità tutta fuori: sì, Vostro Eminenza, come si fa, che non tenete voi stessi le Predicazioni? Dovete appena fare tutte le Domeniche per la stessa Comunità Predicazioni. Perché Lasciate venire i Gesuiti? Non è necessario. — Rispose: è così, ma è tuttavia necessario che il Cavolo sia predetto alla Gente; soltanto così sono brave. E questo non dirò loro io stesso, questo non mi potete richiedere!
Allora che vale che un Uomo capisce qualcosa se agisce per l’intera Struttura sociale dove sta dentro, altrimenti! È questo appunto dove dobbiamo arrivare, che la Vita senza Illusione, completamente sobri afferriamo, malgrado cerchiamo le altissime Altezze della Vita spirituale. — Non so se ho esaurientemente risposto alla Domanda.
Emil Molt: Certamente, Signor Dottore.
Rudolf Steiner: c’è forse ancora qualcosa che dovrebbe essere chiesto?
Emil Molt: ho già richiamato l’attenzione che a Stoccarda la consuetudine era non andare così rapidamente a Casa una volta che si era insieme.
Rudolf Steiner: na, qui però sembra tuttavia un’Inclinazione di andare di nuovo a Casa e dormire. Così auguro a tutti Buona Notte.
381 LE GRANDI DOMANDE DEL TEMPO E LA CONOSCENZA DELLO SPIRITO ANTROPOSOFICA Friburgo in Brisgovia, 18 novembre 1920
Miei cari amici! È indubbio che attualmente, sotto l’influsso della catastrofe bellica che ha toccato così profondamente l’umanità, e i cui risultati non hanno per nulla concluso ancora il loro svolgimento, molti ambienti sono giunti alla convinzione che ciò che oggi emerge dall’evoluzione umana come compito, non può in alcun modo essere risolto con mezzi modesti; soprattutto non può essere risolto con quei mezzi con i quali si credeva di essere in grado di fronteggiare, nei diversi settori della vita pubblica, prima di questa catastrofe che ha devastato così gravemente la civiltà dell’umanità.
Tra i vincitori c’è indubbiamente oggi ancora un’atmosfera — come direi — comprensibile, che non rende necessario il passaggio dalle vecchie abitudini di pensiero, dai vecchi sentimenti e impulsi di volontà a nuovi. E in fondo sono ben pochi gli individui, proprio nei paesi vincitori, che oggi si decidono già in qualche modo ad abbandonare le vecchie consuetudini del pensiero e del sentimento riguardo alle questioni pubbliche dell’umanità. Si potrebbe dire che come un corvo bianco si presenta l’uomo che — è stato presente a una parte dei negoziati di Versailles durante questi importanti colloqui — John Maynard Keynes. Questo John Maynard Keynes ha ricavato dai negoziati di Versailles solo l’impressione che assolutamente da quei sentimenti, da quelle orientazioni di pensiero che ivi prevalevano, non potesse emergere alcun risultato possibile per la configurazione del mondo civilizzato presente.
Un quadro piuttosto eloquente — e vorrei accennarlo a titolo introduttivo oggi — lo traccia John Maynard Keynes riguardo ai personaggi che allora erano così decisivi per il destino dell’Europa. Egli indica colui che per lungo tempo era stato considerato da una gran parte del mondo come una sorta di salvatore politico, le cui quattordici tesi astratte e lontane dalla vita erano state riconosciute per poco tempo anche in Germania come base per una pace, egli indica come questo uomo, quando arrivò a Versailles circondato da un trionfo che propriamente era rivolto all’immagine che ci si era fatta di lui, si rivelò come completamente estraneo alle condizioni attuali dell’Europa, come assolutamente privo della capacità di affrontare ciò che gli veniva proposto — si può dire, con tutta l’esattezza delle considerazioni di Keynes, che lui stesso ha testimoniato tutto ciò — come si lasciasse convincere da tutto e da tutti coloro che allora erano così determinanti per il futuro dell’Europa, da Clemenceau, da Lloyd George. Woodrow Wilson era in effetti considerato come tale salvatore del mondo. John Maynard Keynes, che proprio per l’inutilità dei negoziati di Versailles ha abbandonato tempestivamente questi colloqui, nonostante fosse delegato dell’Inghilterra, lo caratterizza appunto come un uomo le cui intenzioni erano tutt’altro che idonee a fornire impulsi per la realtà. Caratterizza Clemenceau come un uomo che ha propriamente dormito attraverso tutto lo sviluppo più recente dal 1871 in poi, che era solo ancora colmo di quei sentimenti che allora si avevano in Francia, e che con una rabbia selvaggia cercava di organizzare l’Europa esattamente come se la doveva rappresentare secondo le sue vecchie abitudini di pensiero, in realtà secondo le sue abitudini nazionali. E Lloyd George, il suo stesso primo ministro, Keynes lo caratterizza dicendo che propriamente, benché fosse in grado di percepire intimamente i pensieri degli altri quasi per fiuto, non cercava altro che risultati con i quali potesse brillare per un paio di settimane in Inghilterra, a Londra.
Poi Keynes ha scritto il suo libro sulle conseguenze economiche di questa sfortunata conclusione di pace. E questo libro mi sembra essere un sintomo notevole riguardo a quella condizione spirituale, a quel genere di pensiero e sentimento che è presente nella nostra vita pubblica attuale. Perché da questo libro, quando lo si è esaminato attentamente, si ha la sensazione che dovrebbe essere il doppio dello spessore che ha, poiché su ciò che è più importante si accenna solo nell’ultima pagina, e per questi accenni manca propriamente qualsiasi sviluppo.
John Maynard Keynes è un economista. Egli ha chiaramente consapevolezza che la configurazione dell’Europa — e i fatti attuali lo provano pienamente — che la configurazione dell’Europa che ci si immaginava di poter attuare a Versailles non ha assolutamente alcuna durevolezza. Egli lo calcola in certo senso a partire dalle misure economiche che sono state prese a Versailles. Ed è notevole, miei cari amici, che egli calcoli tutto ciò come inglese, come uomo pensante inglese. E poi dice alla fine qualcosa di molto strano: tutti gli indizi parlano in favore del fatto che, se non si verifica un ripensamento nei più ampi settori, allora saremo condotti verso la barbarie all’interno del mondo civile europeo moderno. — E dice nulla di meno che questo: gli affari del prossimo tempo non saranno determinati dalle azioni degli uomini di stato, bensì da pensieri e da correnti di sentimento e di volontà che si trovano al di sotto della superficie di ciò che si suole chiamare nel senso ordinario «vita pubblica». — Sì, dice ancora molto di più. Dice: se non giungiamo a sviluppare forze completamente nuove per la conoscenza e per quella che egli chiama immaginazione riguardo alle condizioni pubbliche — intende dire il formarsi di certe immagini di cui abbiamo bisogno per dare forma al futuro — non possiamo procedere avanti. Con questo si conclude questa manifestazione di uno statista e pensatore comunque significativo dei tempi presenti. E tuttavia si deve porre la domanda: ma come dovrebbe dunque svilupparsi l’umanità all’interno di quelle correnti intime indicate da Keynes? Da dove dovrebbero venire? Da dove dovrebbero venire nuove forze della conoscenza, dove dovrebbero venire nuove forze di un’immaginazione riguardo alla configurazione delle nostre condizioni economiche?
Con un immenso punto interrogativo riguardo ai grandi compiti del presente si conclude questo libro, così come si concludono tutti quei colloqui che si sono svolti finora, dopo l’esito provvisorio della grande catastrofe mondiale dell’anno 1918 — dico provvisorio, perché propriamente siamo ancora in mezzo a questa catastrofe. E solo perché ha assunto una forma diversa, gli uomini si tranquillizzano per il momento.
Vedete, miei cari amici, le grandi domande del presente dovranno naturalmente manifestarsi in quei settori che propriamente sono stati i settori fondamentali di ogni vita pubblica e di comunità dell’umanità. Dovranno manifestarsi nei settori della vita spirituale, della vita statale-giuridica e nel settore della vita economica. Naturalmente dobbiamo dire: un gran numero di persone vede oggi i grandi compiti del tempo solo nel settore della vita economica. Ma colui che — come direi — con la medesima direzione intenzionale, ma un po’ più profondamente di Keynes, è capace di comprendere gli affari pubblici, non può fare altro che dirsi: i grandi compiti del tempo oggi non vengono risolti con ciò a cui ci si è abituati a pensare, cosa che propriamente ci ha condotto nella catastrofe. Occorrono assolutamente nuovi impulsi. E da dove devono venire questi nuovi impulsi?
Credo, miei cari amici, che non si possa giungere alla risposta a questa domanda se non la si persegue da un certo punto di vista, a cui vorrei accennare qui in modo indicativo, se non si segue come proprio il pensare e il sentire e l’osservare del mondo all’interno del tempo più recente, negli ultimi tre o quattro secoli, soprattutto all’interno dell’Europa, ma anche nel suo prolungamento, l’America, si è sviluppato. Bisogna propriamente guardare ai pensieri umani. La maggior parte delle persone contemporanee non vuole ancora pensare al fatto che propriamente i pensieri umani sono, in ultima analisi, il fondamento da cui scaturiscono tutte le configurazioni statali, tutte le configurazioni delle condizioni economiche.
Se guardiamo con imparzialità un po’ più profondamente, soprattutto alle condizioni europee, vediamo chiaramente da un lato una sorta di vita che tramonta, e dall’altro una sorta di vita che sorge. La vita tramontante, considerata spiritualmente, è propriamente ancora oggi una sorta di eredità di antichissime culture umane. Abbiamo in Europa impulsi di concezione del mondo che si esprimono in filosofie, in confessioni religiose e altro. Oggi però non ci si pone la domanda sufficientemente profonda: da dove propriamente provengono questi impulsi di concezione del mondo. Un giorno si penserà con maggiore imparzialità a questi impulsi di concezione del mondo, che sono presenti anche nella nostra vita economica, quando ci si sarà chiaramente consapevoli di ciò che propriamente negli ultimi tre o quattro secoli è stato introdotto chiaramente da parte della cultura occidentale in questa eredità orientale di una cultura della concezione del mondo. Non l’abbiamo sottolineato abbastanza — e da un certo punto di vista si ha ragione nel farlo — che il maggiore orgoglio del tempo moderno debba essere ciò che è sorto come spirito scientifico negli ultimi tre o quattro secoli? Certo, ci sono ancora oggi profondamente radicati in una gran parte della popolazione del mondo civilizzato vecchi credi e simili. Non è nostro proposito criticare questi; essi devono essere pienamente riconosciuti nel loro valore. Ma ciò che si potrebbe chiamare la massima autorità nella vita del pensiero, del sentimento e dell’osservazione dei tempi moderni, indubbiamente è ciò che è sorto come spirito scientifico.
Quando si parla di questo spirito scientifico, non bisogna affatto limitare lo sguardo solo a ciò che vive nello strato superiore, dove la scienza è esercitata in quanto tale. Con lo spirito scientifico si può intendere anche qualcosa d’altro. Si può dire oggi, nel tempo in cui una letteratura popolare, in cui la stampa giunge fino ai cosiddetti incolti, che benché forse non i risultati e le conoscenze scientifiche come tali, benché però i loro effetti esterni, ciò che da essi scaturisce come atteggiamento sentimentale, penetra nei più ampi settori. Si può oggi essere interiormente e riguardo alla propria confessione religiosa un buon cattolico, un buon protestante; ma quando si giudica su ciò che è realtà immediata, su ciò che ci circonda nella vita, si considera comunque lo spirito scientifico moderno come l’effettiva autorità. E questo spirito scientifico è esso propriamente quello che possiamo seguire nelle concezioni sociali del presente. Possiamo seguirlo nelle concezioni sociali che si sono gradualmente sviluppate in tutta l’Europa a partire dalla metà del diciannovesimo secolo tra il proletariato. All’interno di questa concezione sociale ci si era sempre orgogliosi del fatto che ciò che ci si rappresentava come una configurazione sociale dovesse essere propriamente sorretto dallo spirito della moderna «scienza imparziale». E ancora oggi si troverà sottolineato che persino quei distruttori della vita pubblica, come quelli che si presentano nell’Europa dell’est, che persino Trotsky e Lenin, quando vogliono parlare dei fondamenti del loro pensiero sociale, fanno valere questo spirito scientifico. Cosicché si può dire: in queste utopie sociali, che però acquisiscono una realtà assai deplorevole, vuole esprimersi questo spirito scientifico.
Questo spirito scientifico ha la sua figura più netta in tutto ciò che si è presentato soprattutto nella mentalità più materialistica dell’occidente nei tempi moderni. Esso non ha così fortemente le sue radici nel modo di pensare caratteristico dell’Europa centrale, infatti, miei cari amici, quando si prendono personalità così caratteristiche per l’Europa centrale come Herder, Goethe, Fichte, Schiller, anche i filosofi tedeschi, si trova in loro qualcosa di completamente diverso dalla mentalità di un Adam Smith o di un filosofo inglese come Spencer o Darwin. Ma si può dire d’altra parte: ciò che si presenta come spirito scientifico, soprattutto da occidente, diffondendosi nel mondo civilizzato — posso ora solo accennarlo sommariamente, potrebbe però essere provato rigorosamente — ha gradualmente sommerso il tutt’altro che si voleva affermare proprio in quelle personalità nominate nell’Europa centrale. E quando si vuol cogliere chiaramente ciò che come scienza moderna si è affermata, allora si deve accanto a questa scientificità collocare la massima domanda che esista per l’uomo, quella massima domanda che scaturisce tanto dal suo bisogno di conoscenza quanto dalla sua sete di ottenere illuminazione sulla sua posizione rispetto al mondo, di acquisire impulsi per la sua azione sociale, sì, che è anche la domanda più significativa quando si tratta dell’origine del più nobile nella vita di comunità, della realizzazione dell’amore tra gli uomini. E la domanda più importante è quella sulla natura dell’uomo stesso. Conoscere l’uomo, comprendere l’uomo, sapersi intendere con l’uomo, poter vivere insieme con gli uomini — questo è in ultimo ciò verso cui propriamente tutto il pensiero umano deve tendere, se questo uomo non vuol perdere il terreno sotto i piedi.
E si veda solo quanto poco propriamente, sul terreno della conoscenza, ciò che si chiama spirito scientifico moderno sia riuscito a cavarsela.
Non deve assolutamente essere abbassato — che non è intenzione della scienza dello spirito orientata antroposoficamente — tutto ciò che come spirito della scienza naturale o come altro spirito scientifico si è affermato nei tempi moderni. No, miei cari amici, riguardo al riconoscimento dei grandi trionfi e dell’intera importanza della scienza moderna per la vita sono completamente d’accordo con tutti coloro che elogiano questo spirito scientifico. Questo sia riconosciuto fin dall’inizio, e che io fin dall’inizio assento a tutti coloro che parlano dell’importanza di questo spirito scientifico. Ma altro deve essere detto quando il massimo scopo dell’uomo così caratterizzato — conoscenza dell’uomo, osservazione dell’essenza umana, comprensione di ciò che sono i fondamenti dell’amore — quando questo deve essere collocato accanto a questo spirito scientifico.
Prendiamo prima il terreno della conoscenza. Qui ci si mostra — voglio scegliere un esempio che è noto nei più ampi settori — ci si mostra come fosse magnifico, come questa scienza fosse in grado di perseguire da uno spirito darwinista-spenceriano, come questo spirito scientifico sia stato capace di seguire l’intera serie degli organismi nel loro sviluppo. Di seguire come ciò che per noi appare perfetto scaturisce dall’imperfetto e come l’uomo come essere fisico sta in cima a questo sviluppo. Ma basta procurarsi uno sguardo imparziale su ciò che propriamente giace qui.
Come si comprende l’uomo da questo punto di vista? Bene, si persegue tutto ciò che si ritrova presso l’uomo, nella sua organizzazione, persino nella sua vita animica, attraverso l’intera serie animale. Di nuovo con un certo diritto da un punto di vista, e dopo aver conosciuto tutto ciò che è l’organizzazione, quali sono le condizioni della vita organica, dopo aver conosciuto ciò attraverso la serie animale fino all’uomo, lo si comprende come un animale più perfetto, ma si deve propriamente fermarsi qui. Nel momento in cui si applica all’uomo tutto ciò che si è imparato al di fuori dell’uomo, si sa dire l’uomo sta in cima alla serie animale, ma lo si caratterizza solo a partire da ciò che si è imparato al di fuori dell’uomo, e si resta davanti alla grande domanda: che cosa è l’uomo? impotenti. Ci si accontenta di questo, perché non si può conoscere l’uomo a partire dall’uomo, bensì solo dal non-umano. Colui che si renda presente la tragedia intera di questo spirito scientifico moderno, che per sua stessa natura deve fermarsi davanti all’uomo, comprenderà come forse nella maggior parte dell’umanità nei recessi profondi e inconsci dell’anima brami propriamente la domanda sulla natura dell’uomo, e come agisca come sete di qualcosa di diverso da ciò che questo spirito scientifico moderno può dare.
Come vediamo agire questo spirito scientifico, miei cari amici, nel terreno della conoscenza? Come lo vediamo agire all’interno del sentimento sociale? All’interno della concezione delle condizioni sociali?
Dobbiamo qui tornare un po’ più indietro, perché ciò che vive ancora nel presente è propriamente in questo riguardo il risultato di ciò che si è formato da lungo tempo all’interno del mondo europeo. Dobbiamo qui richiamare l’attenzione sul fatto che i nostri Stati europei, che ora si disgregano, che la vita economica dell’Europa è propriamente scaturita dai resti di ciò che io vorrei chiamare «l’antica eredità orientale» riguardo alla concezione del mondo. Lo spirito scientifico che si affermava in occidente è tutt’altro rispetto allo spirito orientale, che anche ancora nelle confessioni cristiane — non nel cristianesimo, tornerò subito su questo — si afferma.
A questo spirito orientale sta in prima linea la domanda sulla natura dell’uomo. Esso non conosce nello stesso grado come il mondo occidentale ciò che io poco fa ho chiamato il non-umano. Questo spirito orientale, che noi oggi troviamo nel Medio Oriente solo nella decadenza, nel declino, che nei tempi più antichi si era sviluppato alla sua particolare grandezza, teneva poco dell’esperienza esterna. Teneva poco da ciò che oggi conosciamo giustamente come osservazione della natura e che poniamo metodicamente a fondamento della nostra concezione del mondo. Ciò che voleva sapere sull’uomo, ciò che voleva anche impiantare nella vita sociale, l’attingeva dall’illuminazione umana interiore, dall’immaginazione umana interiore. Se si vuol caratterizzare la differenza tra questo spirito orientale e lo spirito della scienza occidentale, si deve dire: questo spirito orientale ha propriamente concezione del mondo mediante intuizione umana immediata senza scientificità. Questo è ciò di straordinario che si può ancora osservare fino nelle confessioni cristiane contemporanee. Nei secoli successivi, nei secoli medievali, non si è più compreso nel modo giusto come i popoli orientali antichi erano giunti a questa concezione del mondo senza spirito scientifico; si è però preso il loro contenuto, il contenuto che avevano dato al mondo, il contenuto dell’illuminazione, dell’immaginazione interiore. Questo si è impiantato nella vita spirituale europea. Non si è potuto conoscerlo secondo la sua origine, perché non si avevano più quelle capacità spirituali che si avevano nel vecchio Oriente. E così accadde allora il seguente nel corso dell’evoluzione umana: guardiamo a ciò che propriamente per il ricercatore dello spirito sta nel centro dell’intera evoluzione terrestre dell’umanità, guardiamo all’evento del Golgota, alla fondazione del cristianesimo. Esso è avvenuto a partire da fondamenti spirituali. Questo voglio solo accennare oggi, l’ho già discusso in numerosi scritti, in particolare nel libro «Il cristianesimo come fatto mistico». Ma qualcosa di diverso è l’evento del Golgota come fatto, come qualcosa che è accaduto; qualcosa di diverso è il modo in cui questo evento del Golgota è stato compreso nei tempi in cui è accaduto, e nei secoli immediatamente successivi. Esso è stato compreso con ciò che dalla saggezza orientale antica senza spirito scientifico era venuto da Oriente attraverso la Grecia, attraverso Roma. La comprensione del Mistero del Golgota è qualcosa di diverso dall’evento del Golgota stesso. Con concezione del mondo orientale antica si è voluto comprendere l’evento del Golgota, e lo si è compreso a lungo. E nel Medioevo, che cosa si è affermato là? Vediamo lì stranamente convergere l’Antico Orientale nella struttura umana e ciò che già sorge come alba del tempo nuovo. Vediamo nel Medioevo proprio nello spirito cattolico due poteri istituiti nell’anima umana. Vediamo accenni alla Rivelazione che deve provenire da altezze soprasensibili all’uomo, senza che ci si cerchi un’origine umana per essa. E vediamo dall’altro lato ciò che la ragione umana, l’esperienza umana stessa dovrebbe comprendere. Ai due si lascia la medesima validità in questo tempo. Nel momento in cui si sviluppa l’evoluzione umana più recente, ciò che si chiama Rivelazione, che però propriamente è solo l’eredità dello spirito antico di concezione del mondo orientale, diviene sempre più e più paralizzato. Non vale più per il vero pensiero e sentimento pubblico [come autorità], benché mantenga la sua autorità entro certi limiti. E l’altra autorità, [che] era stata collocata accanto all’autorità della Rivelazione nel Medioevo in certo senso, l’autorità della ragione si sviluppa nello spirito scientifico moderno. Questo spirito scientifico moderno — a che cosa non è ancora arrivato fino a oggi?
Bene, abbiamo visto nel campo della conoscenza: esso fallisce quando viene dal non-umano all’umano. Esso non sa nulla da contrapporre alla brama umana di conoscenza dell’essenza umana. Ma non sapeva neppure di portare l’essenza dell’uomo nella concezione umana nel settore sociale. Questo sviluppo della scienza europea senza concezione del mondo è propriamente di straordinario interesse. Si presenta così: ci si vede come ultimo prodotto di ciò che propriamente viene dal Medio Oriente, attraverso vie tortuose, attraverso gli Arabi, attraverso altre vie, ciò che rimane ancora come qualcosa di certo, di autorevole, che ha anche origine orientale, come i credi fondati sulla Rivelazione, ciò però non è riconosciuto nel suo carattere di Rivelazione, ma gli si attribuisce continuamente il carattere scientifico — che cos’è questo?
Miei cari amici, questo è il contenuto di tutto ciò che è matematico. Esattamente come la sua confessione, così l’uomo europeo ha ricevuto la sua matematica e il pensiero meccanico a essa connesso, che poi si è esplicato nel materialismo della scienza, certo molto crivellato, dal Medio Oriente. E in Europa agisce ciò che è, per così dire, ultimo prodotto della concezione del mondo orientale antica, ciò che può scaturire solo dall’uomo stesso, perché la matematica non si può provare esternamente, deve scaturire dall’uomo, così come la concezione del mondo orientale antica. E ciò che in questa forma è venuto agli uomini europei, è riconosciuto attraverso Galilei, attraverso Newton, attraverso lo spirito scientifico occidentale intero. È l’una ala di quell’essere che vola attraverso l’evoluzione dell’umanità moderna, portando lo spirito scientifico alle sue massime altezze. Vediamo sorgere lo spirito matematico, perfino penetrando gli atomi con la matematica. Lo spirito matematico è l’uno lato della scienza moderna. E l’altro lato, l’ala altra di questo essere che ho indicato simbolicamente, è ciò che possiamo chiamare l’osservazione del mondo esterno, l’osservazione esterna anche dell’uomo stesso.
Questa fedele osservazione del mondo esterno, l’Orientale non la conosceva. Per questo non continua neppure in ciò che rimane come eredità dalla concezione del mondo orientale antica, non continua nei credi. Ma è nata all’interno dello spirito scientifico europeo. È l’altro lato di questo spirito scientifico. Da due elementi cresce insieme questo spirito scientifico: da ciò che sorge dall’interno dell’uomo come pensare e osservare matematico, e da ciò che scaturisce dall’osservazione. Ciò che vi è stato attratto nell’anima dell’uomo europeo, soprattutto dell’uomo occidentale, è diventato poi decisivo anche per il pensiero sociale. Colui che può percorrere, per esempio, Adam Smith, Ricardo, tutti i pensatori sociali fino a Marx, fino ai contemporanei, con spirito imparziale, vede operare questi due elementi che prima erano entrati nello spirito scientifico, anche nel pensiero sociale. Basta che si consideri con spirito imparziale proprio ciò che Adam Smith, ciò che poi Marx e altri hanno esposto, e si troverà il modo di pensare di Newton da un lato, il modo di pensare di uno spirito come Spencer dall’altro dappertutto. Anche ciò che ha entusiasmato Darwin per la sua dottrina dell’evoluzione, lo si troverà dappertutto. Ma proprio come nel campo della conoscenza ha fatto sosta questo spirito scientifico, come nel campo della conoscenza non ha potuto diventare concezione del mondo, così non ha potuto diventare world-shaping nel campo sociale. E così vediamo come questo spirito, che propriamente si è esplicato solo in queste personalità eminenti, che però nel fondo è radicato nell’intera umanità europea, si immette in una vita pratica che diviene sempre più e sempre più un fedele riflesso di questo spirito. Proprio come la conoscenza si arresta davanti all’uomo, così nel fondo la vita sociale si arresta davanti all’uomo.
Che cosa ha potuto realizzare questo spirito scientifico moderno, che ha propriamente educato e formato gli spiriti guida? Bene, miei cari amici, ha potuto realizzare la tecnica moderna meravigliosa. Questo pensiero matematico da un lato, l’ha portato nelle macchine, nell’industrialismo moderno, nel sistema monetario moderno, sì, anche nella configurazione sociale dell’umanità moderna. In questo spirito è stato grande.
Possiamo dire: tutto ciò che nei libri dell’industria moderna, della pratica moderna è in cifre, è propriamente riflesso di questo spirito che è diventato tecnica a partire dalla matematica.
Poco invece l’altro, che propriamente è presente solo negli inizi iniziali, l’osservazione, che nel fondo oggi è grande solo nel campo naturalistico, ha potuto portarsi all’interno dell’essenza umana stessa. Lo testimonia la circostanza che non si è stati in grado di avanzare con la conoscenza fino all’uomo, che non si ha potuto sviluppare la forza per stare di fronte all’uomo in modo tale da avere comprensione per ciò che è più intimo nell’essenza umana. Ciò che come puro spirito scientifico è presente in Adam Smith, in Ricardo e in altri, si mostra nella pratica moderna intera per il fatto che la pratica è diventata priva di idee, che è diventata pura routine, che in essa è grande solo la tecnica; che in essa è grande tutto ciò che può giungere fino ai rami di questa tecnica, che può essere magnifico perfino nel lavoro alla macchina, ma si ferma pure, come la conoscenza si arresta davanti all’uomo, così l’intera vita pratica, la vita sociale. Da un lato ci si arresta davanti all’uomo nella conoscenza, dall’altro davanti all’uomo nella vita sociale. Colui che oggi come pratico dirige una fabbrica, che sta oggi in un’impresa commerciale o in un qualunque ramo della vita pratica moderna, non può ricevere dall’educazione che è nostra da quello che è lo spirito scientifico dell’occidente nessun’altra che tale educazione che lo faccia pensare fino alle estreme fibre della tecnicità, che però lo faccia fermare come capolavoro davanti a colui che prende il lavoro.
Davanti all’uomo si fa sosta. È terribilmente doloroso seguire questa sosta con comprensione interiore. Chi oggi guarda dentro la struttura umana del presente vede come i cerchi guida, dominanti, per cui lo spirito scientifico è diventato autorità, si fermano davanti all’uomo. Come possono inserire nei loro libri tutto ciò che viene dall’ala matematica fino nella tecnica, come però l’educazione che ne scaturisce come educazione popolare, come educazione spirituale agisce, non trasmette comprensione alcuna per l’uomo come tale. E così sta lì un confine tra uomo e uomo. E questo confine è diventato il terribile destino della civiltà moderna. Perché ciò che non poteva essere iscritto in nessun capo e libro di cassa, dove stanno solo i flussi della tecnica, fino nel trattamento umano, questo sorse nel tempo nuovo con le rivendicazioni di un’esistenza degna dell’uomo, con altre rivendicazioni. E nessuna comprensione può propriamente ancora oggi trovarsi per il linguaggio che parla una classe diversa, presso l’altra classe. Gli uomini hanno perso la comprensione gli uni degli altri se stanno in classi diverse, perché la comprensione più profonda per l’uomo con la comprensione conoscitiva, anche con la comprensione, con l’interesse per la vita pratica è andata perduta. Il pratico è oggi un routinista, non è sostenuto da idee. Perché? Perché attraverso l’educazione che lo spirito scientifico moderno ha portato, non può affatto portare le idee nella vita sociale vera, bensì deve fermarsi nella vita tecnica.
Questo, miei cari amici, segnala uno dei più grandi compiti del presente, perché se nulla potesse essere contribuito alla soluzione di questo più grande compito, allora dovrebbe verificarsi un tale destino dell’umanità moderna come l’ha sviluppato Oswald Spengler con uno sguardo geniale, ma da un errore tanto più geniale, a partire da una conoscenza quasi di tutte le scienze del presente, dovrebbe svilupparsi il declino nella barbarie. È già doloroso a sufficienza che oggi vediamo non solo come questo declino accade, bensì che proprio geni di erudizione, ma anche geni di erranza si presentano che con la medesima severità scientifica provano che lo sviluppo condurrà nella barbarie, come oggi vengono provate rigorosamente cose storiche o naturalistiche.
Miei cari amici, la comprensione di queste condizioni è stata quella che ha portato a ciò che da due decenni chiamo «scienza dello spirito orientata antroposoficamente», proprio dai fatti catastrofali del tempo più recente ha ricevuto i suoi compiti speciali, che si ricrescono con i grandi compiti del presente. Posso rimandare a cose concrete singole.
Nelle ultime settimane di settembre e nelle prime di ottobre abbiamo potuto tenere un ciclo di corsi universitari presso la Scuola superiore di scienza dello spirito a Dornach. In questi corsi universitari hanno operato trenta docenti, trenta persone che propriamente sono emerse dalla scienza specializzata moderna. Docenti che hanno operato nel campo della matematica, della linguistica, della storia, della scienza giuridica, della psicologia, nel campo della filosofia, anche nel campo dell’economia politica, nel campo della vita pratica — potrei enumerare molti altri campi ancora —, anche nel campo della massima importanza della medicina, della medicina e così via. Che cosa doveva essere dimostrato attraverso questi corsi universitari che si differenziavano radicalmente da tutto ciò che altrimenti oggi si pone nel mondo come vita spirituale?
Sì, partiamo da ciò che già molte persone ben intenzionate si sono create come concezione. È necessario, secondo loro, un rinnovamento della coscienza umana moderna a partire dallo spirito; non possiamo tentarlo solo con cose economiche e statali. Dobbiamo afferrare il pensiero dell’umanità, dobbiamo afferrare la concezione del mondo. Sì, ma che cosa si vuol propriamente fare? Si vuol portare nei più ampi strati del popolo ciò che è stato coltivato negli istituti moderni di educazione, attraverso istituti di educazione popolare, attraverso università popolari, attraverso associazioni di educazione popolare. Si vuol essere progressivi quasi su tutti i campi, si rimane conservatori nel vero campo dello spirito. Perché si crede che ciò che abbiamo come spirito scientifico moderno sia già sufficientemente buono. Ma chi guarda con imparzialità la vita moderna riesce a comprendere, deve dirsi: i cerchi in cui questa vita, questo spirito scientifico moderno con tutti i suoi risultati, anche per la routine pratica — perché a una tale è venuta sotto il suo influsso —, ha agito, sono già anch’essi piombati nella catastrofe mondiale moderna. Crede forse che ciò che non ha potuto preservarli da questa catastrofe ora diventerà benedetto se lo si diffonde nel mondo intero? Lo stesso spirito che ha arrecato danno, danno che doveva arrecare tra pochi, arrecherebbe danno ancora più grande tra molti. Per questo si sta a Dornach all’interno dello spirito di questa Scuola superiore di scienza dello spirito su base antroposofica non sul terreno conservatore, che la vita spirituale che è presente nei nostri istituti di educazione debba semplicemente essere portata nel mondo intero, ma che da uno spirito nuovo, da un rinnovamento della vita spirituale prima il necessario spirito, lo spirito del futuro venga portato negli stessi istituti di educazione — allora prima potrà afferrare il popolo.
Ora posso ben comprendere come si possa essere scettici riguardo a ciò che giace a fondamento di questa considerazione, che stava a fondamento dei corsi universitari di Dornach: della scienza dello spirito orientata antroposoficamente. Ma credo che una grande parte di coloro che hanno ascoltato — ed erano assai numerosi, erano anche assai numerosi proprio da parte della studentesca tedesca — credo che coloro che hanno ascoltato hanno ricevuto l’impressione: questa scienza dello spirito orientata antroposoficamente è qualcosa che non fluttua nel Paese della cuccagna di idee astratte, ma è qualcosa che può influire in tutti i rami della vita scientifica, ma anche in tutti i rami della vita pratica, che può trasformare la routine proprio nel campo della vita pratica in realtà impregnata di idee. Si vuol avere spirito pratico in quella vita spirituale di cui si tratta qui.
Ora potrebbe sembrare al moderno forse assurdo — posso ben comprendere che sembri assurdo alla vecchia abitudine di pensiero — che qualcosa di così intimo come lo è la scienza dello spirito orientata antroposoficamente, voglio descrivere subito nei suoi tratti fondamentali, dovrebbe proprio migliorare l’impraticità dei tempi nuovi. Ci si è troppo abituati al fatto che si sta nella routine, nella pratica priva di idee. E ci si è abituati a lasciare la teoria come teoria, perché si conosceva questa teoria solo come una somma di astrazioni nel fondo, e perché anche non si era potuto portare dalla concezione del mondo che è rimasta dal vecchio Oriente nella vita pratica molto più che la prima pagina nei libri di cassa, lì sta «con Dio», se da questa disposizione molte stia sulle pagine restanti, lo lascio ai contemporanei di giudicare più esattamente.
Che cosa è scienza dello spirito orientata antroposoficamente? Miei cari amici, primo è da menzionare che questa scienza dello spirito orientata antroposoficamente non vuol affatto abbandonare lo stretto spirito scientifico che si è affermato nella civiltà moderna, al contrario vuol svilupparlo pienamente. Non invano si chiama la Libera Scuola superiore di scienza dello spirito a Dornach il «Goetheanum». La disposizione goethiana deve essere conservata — certamente anche ulteriormente sviluppata, ulteriormente formata, ulteriormente plasmata. Goethe aveva già molti elementi di questo spirito antroposofico moderno. Ma per tutto ciò che ha anche fatto valere nel campo della scienza, ha detto di avere il sentimento che: anche ciò che si dice, per esempio, sugli esseri viventi e si intende scientificamente, deve poter giustificare davanti allo spirito matematico più severo; solo colui potrebbe valere come scienziato che davanti al matematico più severo potesse giustificarsi consapevolmente. — Questo è esattamente ciò che vuol questa scienza dello spirito. Ma essa vuol ciò che altrimenti appare come ultimo residuo del vecchio spirito di concezione del mondo orientale solo nella matematica, essa vorrebbe che ciò che da questo sale dall’uomo salga da questo uomo in una vitalità più grande. Ci sono metodi — Lei può trovare dettagli nella mia «Scienza occulta», in «Come si ottengono conoscenze dei mondi superiori» e altri scritti —, ci sono metodi attraverso cui la vita animica umana interiore può essere trattata così che si sviluppa. Vorrei illustrare questo mediante il seguente: rivolgiamo lo sguardo a un bambino ancora imperfetto, a un bambino di cinque anni. Gli poniamo davanti un volume di poesie liriche di Goethe, che cosa farà? Probabilmente straccerà il piccolo libro, se è un bambino sano. Non avrà relazione alcuna con ciò che il piccolo libro propriamente intende. Dieci anni dopo o quindici anni dopo il bambino avrà già una relazione diversa; potrà immergersi in ciò che il piccolo libro propriamente intende. Così sta anche con l’uomo ancora in anni di vita posteriori. Si deve arrivare a una modestia intellettuale se si vuol accostarsi a scienza dello spirito orientata antroposoficamente. La modestia intellettuale riconosce che l’uomo, anche se è diventato così vecchio, può sviluppare metodicamente le sue capacità animiche interne. Come ho detto, ho descritto i metodi nei libri nominati e voglio solo indicare che si può attraverso un approfondimento speciale della vita rappresentativa, attraverso tale approfondimento nella vita rappresentativa, che soprattutto a partire dalla volontà lascia la vita rappresentativa meditativamente nell’anima, che si può attraverso tale trattamento della vita rappresentativa che non posso descrivere dettagliatamente qui, giungere a determinare forze che altrimenti nella comune educazione si sviluppano negli uomini, ancora ulteriormente ad approfondire. E ciò che intendo come modestia intellettuale conduce uno alla conclusione di dirsi: attraverso ciò che uno semplicemente attraverso l’educazione ordinaria sviluppa, giace il mondo dell’ambiente umano e il mondo dell’uomo stesso davanti a uno, come il libretto di Goethe davanti al bambino di cinque anni. Si deve la forza animica interiore sviluppare a un’altezza ulteriore, poi si impara il libro della natura a leggere in un modo diverso. Allora ci si avvicina con altre forze dell’anima umana a questo libro della natura.
Quali sono queste capacità animiche umane che uno sviluppa? Nella coscienza ordinaria gioca, come tutti sapranno, ciò che chiamiamo memoria, capacità di ricordo, un ruolo immenso. Abbiamo bisogno di questa capacità di ricordo. Se diventa appena un po’ malata, se solo una piccola parte di ciò che abbiamo nella nostra memoria si spegne, nell’anima umana si introduce una discontinuità della memoria, l’anima naufraga. Terribili sono le malattie che possono presentarsi attraverso questo disturbo della memoria. La memoria è una forza per la normale vita umana teorica come pratica, ma la si può ulteriormente sviluppare.
Che cosa è propriamente nella coscienza ordinaria ciò che nel presente momento ci fa diventare il nostro vero uomo animico? Nel fondo siamo in ogni età della vita ciò che siamo attraverso la nostra memoria. Ciò che abbiamo sperimentato nella vita dall’infanzia, ciò che si è depositato nel più profondo, talvolta nell’inconscio della vita animica, questo è ciò che propriamente costituisce il nostro essere nel momento presente. E guardiamo questo essere quando dal presente torniamo ricordando a ciò che abbiamo sperimentato dalla nostra infanzia. La forza propriamente, miei cari amici, questa può essere sviluppata a un grado superiore di conoscenza.
Lo credono oggi pochissimi uomini. È propriamente su questo terreno come era, per esempio, al tempo di Copernico, dove pochissimi credevano a ciò che Copernico ha detto sui fenomeni mondiali. Lo credono oggi pochissimi uomini che si possa, per il fatto che uno si immerge meditativement in certe rappresentazioni, che uno non si abbandoni come altrimenti nel vivere esterno al corso ordinario delle rappresentazioni, ma rappresentazioni che uno è creato dapprima, o da un maestro è trasmesso, uno si immerge, [che uno] impara di stare in tali rappresentazioni con una vita più potente e elevata attraverso esercizi severi, interiormente ordinati, esercizi che sono ordinati come le leggi del calcolo, della matematica, della geometria — lo credono pochi uomini che questo possa essere raggiunto sul cammino di metodo rigorosamente scientifico, così rigorosamente scientifico come il lavoro nel laboratorio chimico è. Ma è possibile che per questo ulteriormente sviluppiamo la capacità di ricordo dell’uomo; così sviluppiamo che ora non solo la nostra vita animica presente appare come risultato delle nostre esperienze e conoscenze dalla nostra nascita, bensì che il nostro intero uomo, come sta con il suo corpo fisico nel mondo, come è entrato attraverso l’eredità con il suo corpo fisico alla nascita, o meglio dire al concepimento in questo mondo fisico, è il risultato di eventi che hanno preceduto il suo concepimento, ma non solo nel meramente umano, bensì all’interno dell’intero cosmo. Come si guarda indietro attraverso la memoria ordinaria a una vita dalla propria infanzia, così impara uno a guardare indietro a qualcosa che giace al di fuori di questa vita tra la nascita o il concepimento e la morte. Si impara propriamente prima di tutto a guardare a ciò che l’uomo era spiritualmente prima di diventare fisico. Si impara la realtà della vita spirituale. Si impara ciò che ancora l’uomo porta in sé come eterno oggi, da cui irradia il suo sapere, la sua vita di comunità, la sua vita sociale, in un essere prima della nascita o del concepimento. E si impara a rispondere una domanda significativa, la domanda: perché propriamente uno sguardo così interiore nella vita prenatale, [tale uno sguardo] sulla vita dell’uomo nello spirito appare così assurdo all’umanità occidentale contemporanea? E si impara a riconoscere che l’eterno dell’uomo è stato coltivato solo dall’altro lato attraverso secoli, sì millenni. Non era così all’interno del tempo di fioritura delle concezioni del mondo nel Medio Oriente. È diventato così nell’occidente. L’egoismo umano si voleva anche con la vita animica parlare. Dall’egoismo umano si lasciava anche ciò che uno sviluppava come concezione sull’eterno dell’uomo, essere influenzato. Si veniva con questo non a nessuna fede, a nessun sapere, a nessuna conoscenza dell’eterno, perché uno considerava solo la fine della vita, ciò che passa attraverso la porta della morte. Questo si esprime persino in cose esteriori. Abbiamo una parola «immortalità», con essa segnaliamo ciò che giace dopo la morte. Abbiamo però nella nostra lingua odierna nessuna parola che esprime che questo eterno era prima della nascita o del concepimento, abbiamo nessuna parola come, per esempio, non-nascita, non-essere-nato o simile come una parola ordinaria. Non abbiamo nessuna parola che al parola immortalità come l’altro lato della vita corrisponde.
Allora però se uno attraverso metodi severi sviluppa ciò che nella vita ordinaria vive solo come memoria a un [superiore] potere di conoscenza, allora diviene sapere, non puro credo, bensì concezione, ciò che l’uomo ha sperimentato prima di aver assunto attraverso il concepimento la corrente di eredità della vita fisica. Questo diventerà una volta così vera scienza come è diventata scienza la concezione copernicana e kepleriana. Ma diventerà scienza; non sarà puro credo. Perché il credo è propriamente sorto da ciò che uno guardava solo al post-mortale, non al pre-natale.
Affinché uno possa guardare al pre-natale non può stare con la vita animica come prima; deve sviluppare altre forze. Non gli è donato il sapere dei mondi superiori come una grazia, gli è dato solo attraverso sforzo interiore. Allora però si diffonde come una luce ciò che uno ha così ricercato sull’eterno dell’uomo, anche sul mondo naturale esterno. Allora diventano tutte quelle leggi naturali che impariamo a conoscere, permeate dallo spirito. Allora non parliamo più di un mondo atomico materialista, bensì di uno spirito che giace anche a fondamento della natura e da cui siamo nati.
Lì vedi, nel campo della conoscenza si apre all’uomo attraverso scienza dello spirito orientata antroposoficamente uno sguardo sul la domanda: che cosa è l’essenza umana? Qui non si fa sosta davanti all’uomo. Qui si va proprio contro ciò che è la più profonda sete di conoscenza dell’uomo riguardo al suo proprio essere. E ciò che è stato introdotto nel mondo moderno come spirito di osservazione, questo deve sì come da sé approfondirsi quando l’uomo compie tali esercizi animici interiori. Quando l’uomo [sviluppa] un più alto potere di conoscenza che può guardare oltre la nascita nel mondo spirituale, davvero in sé, allora il modo in cui l’uomo si presenta all’osservazione esterna è un tutt’altro che nella pura scienza naturale. In questa scienza naturale siamo, e sottolineo di nuovo: con pieno diritto, orgogliosi di osservare ciò a cui l’uomo partecipa umanamente il meno possibile, dove l’interno umano non parla. Ma, miei cari amici, colui che già una volta ha lavorato sulla sua anima secondo la rappresentazione così che la capacità di ricordo giunge a un grado superiore, sarà immediatamente spinto anche a sviluppare ulteriormente le altre forze animiche, soprattutto la volontà. Se egli fa questo, se [così] sotto l’impeto continuo del potere di conoscenza, come l’ho appena mostrato nel suo sviluppo superiore, sviluppa anche la volontà a un grado più alto, allora diviene quel rapporto che altrimenti abbiamo con la natura esterna, il rapporto di un’auto-dedizione interiore. Allora non si rimane attaccati alla superficie e non si constata solo atomi materiali che uno inventa, che non sono trovati, bensì uno cresce insieme con ciò che è l’interno delle cose. Uno impara ora propriamente a comprendere l’osservazione di Goethe che egli voleva esprimere quando usò le parole contro Haller che probabilmente conosci. Haller aveva detto: «Nell’interno della Natura penetra nessun spirito creato, Fortunato a cui essa mostra solo la scorza esterna.»
E Goethe rispose: «Nell’interno della Natura» — O tu filisteo — «Penetra nessun spirito creato», Me e miei fratelli Non volete con tali parole Solo ricordare. Pensiamo: luogo per luogo Siamo dentro nell’interno. «Fortunato a cui essa mostra La scorza esterna!» Questo sento sessant’anni ripetere, Io maledico, però in segreto, Mi dico mille, mille volte: tutto ella dà abbondantemente e volentieri, La Natura non ha né nucleo, Né scorza, Tutto è essa in un’unica volta; Te prova tu soprattutto, Se sei nucleo o scorza.»
Di per sé questo non diviene all’uomo. Deve sviluppare la sua volontà a grado superiore. Deve in certo senso nell’interno dell’essere animico sviluppare ciò che altrimenti come emozioni di volontà nel vivere esterno viene a espressione. Posso esprimermi approssimativamente nel seguente modo: il nostro conoscere, soprattutto il conoscere naturale, rimane di regola ciò che chiamiamo oggettivo, impersonale. Se però siamo nella vita ordinaria, se stiamo davanti agli amici, se stiamo davanti al nostro proprio destino, a ciò che abbiamo da fare nella vita, allora siamo con interesse legati al nostro ambiente. Allora sgorga in noi la vita personale. Allora abbiamo gioia e dolore, piacere e sofferenza; nell’esaltazione e in ciò che sentiamo come depressione, come disperazione, facciamo interiormente qualcosa. Su un grado superiore oggettivamente, esattamente così oggettivamente come qualunque altro cosa nella scienza diviene oggettiva, si può, se uno [attraverso] i metodi che ho descritto in «Come si ottengono conoscenze dei mondi superiori» [sviluppa la volontà], immergersi nell’essenza delle cose. Uno si fa deporre nel più intimo umano così per dire nell’interno dei naturali. Uno non scopre certamente nessun atomo, bensì spirituale, ciò che come forze spirituali uomo-affini giace a fondamento dell’accadere naturale. E uno fa ora una scoperta particolare riguardo al conoscere e all’immergersi di volontà nella natura. Se noi cioè la memoria così sviluppiamo che noi guardiamo alla vita prenatale, uno nota lì diviene tutto scuro e muto, poco chiaro e sgradevole se uno non sta su quel medesimo rigido spirito scientifico su cui sta la scienza esterna.
Miei cari amici, con mistico ciarlare, con tutto ciò che viene a espressione nella teosofia ordinaria, con tutti questi entusiasmi e tutta questa fantasia non si riescono a cavarsela con ciò che è vera ricerca dello spirito. Tutta questa ciarlante mistica si immerge solo in oscurità. Con lo spirito che uno è stato prima allevato sulla scienza moderna deve cercarsi questo sviluppo dell’anima, come io l’ho indicato. Allora uno prima comprende come la scienza continua nell’essenza umana.
Ma allora se uno vuol penetrare nell’interno della natura attraverso lo sviluppo della forza di volontà, uno nota ciò che a uno manca se non continua sempre ulteriormente a svilupparsi. Ciò che nella vita ordinaria è così molto, se è anche bello, sta sotto l’influsso dell’egoismo, lo si deve avere; lo si deve avere nel più ampio senso se uno di volontà vuol immergersi nelle essenze del mondo: uno deve avere l’amore per tutti gli esseri che stanno attorno. Chi non sa sviluppare l’amore, il completamente disinteressato amore, la sola passione dell’uomo libera da egoismo — così si è espresso riguardo all’amore un significante spirito —, chi non ha questo vero amore nella sua personalità, il quale nota come gli incontrano oscurità e freddo se vuol immergersi, vuol darsi all’esterno mondo, all’esterno natura se uno vuol trovare lo spirito nel l’esteriore. Si può in questo modo attraverso la cultura della volontà l’osservazione che rimane solo sulla superficie nello spirito scientifico moderno approfondire. E se uno così approfondisce l’osservazione quando uno penetra in ciò che è da osservare, impara uno ancora un altro.
Così come uno attraverso lo spirito di conoscenza guarda alla vita prenatale, così impara uno ora con uno spirito nuovo a guardare a ciò che dalla nascita si è sviluppato come la nostra vita animica. Forme astratte ha dapprima così come appare all’auto-osservazione ordinaria, all’auto-conoscenza. Se però uno ciò che l’ho caratterizzato come immersione nel mondo esteriore, come senso osservativo approfondito [sviluppa], allora impara uno ciò che siamo in ogni momento della nostra vita, ciò che siamo presentemente, come il germe animico-spirituale del futuro. Allora si trasforma anche il credo nell’immortalità nella conoscenza dell’immortalità.
Ma che cosa deve essere portato all’uomo se propriamente sviluppa questo tipo di conoscenza? Ho detto che da uno lato, dal lato della conoscenza, deve essere sviluppato il giusto spirito scientifico. Ma non si ferma, non fa sosta davanti all’uomo. Questo spirito scientifico diviene di nuovo concezione del mondo. E dobbiamo fondare per il futuro una scienza che possa essere concezione del mondo, come l’antico Oriente aveva una concezione del mondo libera dalla scienza. E dobbiamo da questa scienza che possa essere di nuovo concezione del mondo, possa essere concezione del mondo vissuta, comprendere di nuovo anche ciò che il Mistero del Golgota, il mistero del cristianesimo è. [Questo Mistero del Golgota è un fatto.] È una calunnia se da qua o da là si dice che la scienza dello spirito antroposofica misconosce il cristianesimo. No, è proprio pusillanimità se si vuol sostenere che il cristianesimo ha qualcosa da perdere quando una nuova fase di sviluppo spirituale dell’umanità si accosta a questo cristianesimo, ai fatti del cristianesimo. Il cristianesimo è così grande che può sopportare fino alla fine dei giorni terrestri tutte le scoperte nei campi materiale e spirituale. E così come una volta si credeva che lo spirito copernicano potesse mettere fine al cristianesimo, come lo si volle estirpare, così oggi ci si incontra anche con questa scienza dello spirito. La si calunnia, la si vuol estirpare. Ma essa non contribuirà al rimpicciolimento del cristianesimo, bensì contribuirà all’elevazione del cristianesimo, in quanto propriamente porterà nuovamente al moderno spirito, al moderno sforzo il cristianesimo, il Mistero del Golgota come un evento spirituale che dà primo senso all’evoluzione terrestre, nuovamente comprensibile. — Questo riguardo al lato della conoscenza.
E riguardo al lato della vita pratica, se vogliamo penetrare nell’osservazione che non vuol rimanere osservazione della natura, dobbiamo sviluppare lo spirito dell’amore. Se non abbiamo l’amore, non è possibile approfondire l’osservazione esterna. Educhiamo il nostro spirito scientifico mentre al contempo ci educhiamo allo spirito dell’amore. Ma questo ci dà la possibilità ora di unirci alle cose. Questo era propriamente il terribile tragico dello sviluppo dell’umanità moderna, che l’uomo nello spirito scientifico moderno viveva ostile ai figli nell’astratto, che non poteva penetrare nella vita pratica, perché anche stava lontano dallo spirito della natura stessa. Nel momento in cui la scienza dello spirito orientata antroposoficamente penetra nello spirito della natura, nel momento in cui va insieme con la scientificità nel campo della conoscenza, prepara quella convivenza con la realtà della vita esterna umana, della comunità umana: la vita spirituale dell’umanità, la vita giuridica e statale dell’umanità, la vita economica dell’umanità. Si impara dal modo in cui uno convive con gli oggetti della scienza, fino all’abilità manuale anche a affrontare le cose pratiche esterne. Dai routinisti che avevano solo accanto a sé lo spirito degli istituti educativi che non poteva essere pratico perché lo spirito scientifico moderno era appunto come l’ho esposto, da questo genere di routine moderna si svilupperà pratica impregnata di spirito. Allora non si dirà più che la vita spirituale possa essere solo un’ideologia, una costruzione sui processi economici, bensì si riconoscerà come l’uomo lo è sempre stato e come deve essere, che porta la sua vita spirituale anche nella sua comunità sociale, che può configurare la vita economica solo quando nella sua vita spirituale prima si è educato così che sa come si convive con la realtà.
Questo è ciò che sempre più si riconoscerà, che fino ai fondamenti della vita scienza dello spirito è perciò pratica, perché attraverso essa l’uomo cresce insieme con la realtà. Per questo starà anche lui come pratico, come pratico economico dentro la realtà. Così poco come secondo il senso di questa scienza dello spirito uno si deve fermare davanti alla conoscenza dell’uomo, così poco con questa disposizione, [che] senza la scienza dello spirito non si può sviluppare, come capolavoro o come operaio, se uno le cose intende nel fondamento, nella vita sociale davanti all’uomo si avrà fermo.
Tali persone come Keynes chiedono che uno non solo esegua azioni di uomini di stato. Sulle ultime pagine del suo libro dice questo in disperazione verso il presente uomo: che cosa dobbiamo fare nel prossimo tempo? Diffondere la verità, distruggere le immagini false, dissolvere l’odio, educare gli uomini a una vita di comunità. — Sì, miei cari amici, come si fa questo? — deve domandare uno. Ma questa domanda non può essere risposta attraverso misure esterne, bensì solo se si indica al fondamento della vita umana stessa e la sua trasformazione al presente. Che pensieri [dobbiamo diffondere]? Non quelli che hanno condotto nella catastrofe. Quei pensieri dobbiamo [diffondere] che non si fermano davanti all’uomo nella vita della conoscenza come nella vita sociale. Non distruggeremo immagini false se gli uomini [credono] queste immagini false, specialmente queste [della] vita sociale, [provare] a partire dallo spirito della scientificità moderna. Come distruggeremo l’immagine falsa del precipitare nella barbarie, se un uomo come Spengler da vera genialità vuol provare che l’umanità nel terzo millennio deve precipitare nella barbarie? Come possiamo dissolvere l’odio [se non creiamo] il ponte, nel ponte dell’amore creiamo tra uomo e uomo, tra tutti gli uomini, ma in un amore che non viene predicato, bensì che viene educato attraverso le forze dello spirito?
Se nella scienza c’è solo fredda sobrietà, solo freddo spirito scientifico, e non viene anche educato l’amore, allora neppure penetrerà nel vivere pubblico attraverso alcuna teoria socialista che sia solo figlio di questo spirito scientifico.
Che questa moderna scienza dello spirito orientata antroposoficamente non vuol rimanere fermo con ciò che è teoria, questo si mostra propriamente dapprima su un campo dove ci incontra la grande domanda del tempo, il grande compito del presente: sul campo dell’educazione. Dallo spirito della scienza dello spirito antroposofica è stata fondata a Stoccarda sull’impulso del Signor Emil Molt la libera Scuola Waldorf. È stata fondata così che non lo spirito di alcuna concezione del mondo astratta vuol portare una nuova confessione religiosa in questa scuola, così che i bambini fossero propriamente allevati in antroposofia. Completamente no. Ma accade tutt’altro. Colui che assume questa antroposofia come vivente nella sua vita animica, sviluppa da essa i gesti pratici dell’educazione, dell’insegnamento; sviluppa un’arte pedagogica che non è più legata a ciò che ci ha condotti nella catastrofe, bensì che è legata con ciò che come spirito del futuro è desiderato.
Qui hai nel campo della vita spirituale attraverso questa creazione di Emil Molt qualcosa che dall’uomo vuol sviluppare l’arte dell’educazione; da quella conoscenza umana che solo può scaturire dal terreno di una tale scienza che non si ferma avanti all’uomo né nella conoscenza né nella volontà. Lì si può anche ciò che cresce nel bambino da settimana a settimana sviluppare così che l’uomo si presenta come un essere che ora può davvero configurare la vita sociale nell’amore pratica, che la routine sia eliminata; che pratica impregnata di spirito, realtà impregnata di spirito prendesse posto della routine.
E, miei cari amici, se vediamo oggi già ciò che intendono anche le persone ben intenzionate nella vita pubblica riguardo ai grandi compiti del tempo, bene, da un lato è il rivitalizzazione della vita parlamentare — non deve assolutamente parlarsi contro la vita parlamentare, ha la sua giustificazione —, ma di ciò che ha mostrato questi frutti, quella vita economica che nel fondamento è propriamente sorta da un’estravaganza dei tempi moderni. Vediamo oggi come in grandi formazioni di trust certamente viene introdotta una partecipazione dei lavoratori, che però non condurrà a nient’altro come l’educazione popolare condurrebbe se venisse solo dagli odierni istituti educativi, dove ciò che è l’[ultimo] resto dell’antico, è annunciato come un nuovo vangelo.
Proprio mentre io andavo a questa conferenza, mi fu consegnato un articolo di un pedagogista inglese che poco tempo fa ha visitato la Scuola Waldorf a Stoccarda ed è venuto a conoscenza di ciò che si intende. Egli dice stranamente: questa Scuola Waldorf non presenta nel suo sistema educativo i risultati di ciò che fino a ora si è definito pedagogia moderna, bensì pone un’arte pedagogica completamente nuova nel mondo. Per osservazione immediata questo articolista, che è egli stesso un insegnante inglese, ha ottenuto il seguente; egli dice: ciò che qui nella scienza dello spirito non in teorie, bensì attraverso l’arte educativa stessa si esplicita, questo mostra che questa scienza dello spirito non è un’assenza di astratte «vie» — come si esprime —, bensì è ciò che come vivente nella configurazione dell’umanità, nella vita pratica immediata può confluire.
Così abbiamo con la nostra Scuola Waldorf dallo spirito della scienza dello spirito antroposofica sul campo spirituale, l’uno campo del triarticolato organismo sociale da noi perseguito, qualcosa di completamente pratico voluto conseguire. E ciò che in un anno poteva essere raggiunto, perché la Scuola Waldorf esiste solo da tanto, può naturalmente essere solo un inizio. Ma tu vedi, uno riconosce in questo inizio uno spirito pedagogico nuovo, uno spirito pedagogico del futuro.
Partendo da questo, dice questo stesso uomo: qual è l’essenziale qui? L’essenziale è qui nella Scuola Waldorf che uno ora non può dire — e lui dice che gli insegnanti stessi ammettono, con cui ha parlato —, questo sia un ideale per tutti i tempi che uno debba solo imitare. No, ciò che parte può solo partire di nuovo dalla scienza dello spirito; questo deve sempre confluire come pratico dalla scienza dello spirito. — E l’uomo guardò ancora intorno. Ha visto ciò che è stato affrontato di altre cose pratiche. Ed è molto se da questo lato dell’estero viene detto: la scienza dello spirito dà tanti impulsi, che i praticanti di affari possono essere educati a una vita completamente pratica nel futuro.
Non in speculativamente in alcun irreale paese di cuccagna [salire] vuol la scienza dello spirito, bensì i grandi compiti del presente sono quelli che direttamente spingono nel nostro più ordinario vivere. Ma con questa più ordinaria pratica della vita può anche la scienza dello spirito, benché salga nelle altezze spirituali più alte, avere a che fare. E uno può darsi alla speranza che ciò che ora già è visto da quelli che lo vogliono vedere, sul campo spirituale, anche su alcuni campi pratici si affermi, [e] si possa sempre più affermare.
Perciò i corsi universitari di Dornach sono stati tenuti per una riforma dell’intera vita scientifica perché da una trasformazione del pensiero, dell’intera concezione del mondo deve partire ciò che solo può contribuire a una soluzione dei grandi problemi che sono posti al presente.
E si dovrà ammettere dall’esempio che ho appena esposto, che però potrebbe essere aumentato attraverso innumerevoli altri, che significa già qualcosa se dallo spirito dell’estero nel tempo presente qualcosa è riconosciuto di ciò che facciamo in mezzo alla Germania.
Miei cari amici, non dobbiamo dimenticare il ricordo, il vivente e attivo ricordo di ciò che è vissuto in Goethe e Schiller, i grandi tedeschi. Dobbiamo svilupparlo ulteriormente. In questa disposizione abbiamo in quel cantone di confine che verso l’occidente, verso i vincitori verso la Svizzera si apre il Goetheanum eretto, perché volevamo esprimere da quale spirito deve essere creato anche nel più pratico. E se ci lasciamo permeare da questa disposizione, allora gli esempi si moltiplicheranno dove da tale spirito che sta al di fuori della Germania della civiltà presente ciò è riconosciuto che possiamo dallo spirito tedesco antico. Esteriormente potevano sconfiggerci. Ciò che potremo se rimaniamo fedeli, nello spirito fedeli a ciò che è il più grande del popolo tedesco, allora ci riconosceranno. E la scienza dello spirito può già indicare esempi come ciò che dalla vera spirito tedesco oggi viene presentato al mondo viene comunque riconosciuto.
Così la scienza dello spirito può anche praticamente contribuire al risanamento della vita nazionale e internazionale, perché riguardo a tutti i campi vuol essere secondo la realtà e perciò nel vero senso della vita pratica; vuol essere pratica perché non sviluppa alcuna pratica che rinnega lo spirito, non aspira a nessuno spirito estraneo alla realtà, bensì aspira uno spirito vero, uno genuino, uno eterno che però non è solo per una considerazione teorica o una considerazione di confessione, bensì che può attivamente influire nella materia. Una vita materiale che non nega lo spirito, uno spirito che non si sente troppo fiero da dominare la vita materiale — questo è ciò che è legato ai grandi compiti del presente e del futuro.
Così dovremo risolvere i grandi compiti del presente e del prossimo futuro nel senso di una riconciliazione del vero spirito con il materiale, anche con il pratico, con la vita economica. RICHIESTE ECONOMICHE E CONOSCENZA DELLO SPIRITO Stoccarda, 7 gennaio 1921
Cari amici! Quello che è scaturito come l’impulso alla triarticolazione dell’organismo sociale dalle fondamenta della scienza dello spirito antroposofica, deve essere continuamente — forse non difeso, ma — spiegato di fronte all’opinione che si abbia a che fare con l’idea della triarticolazione dell’organismo sociale con qualcosa di utopistico, con una qualche utopia. Chi si immerge realmente nel mio scritto «I punti cardine della questione sociale» o in ciò che ormai come una ricca letteratura si è collegato a questo scritto, potrebbe riconoscere la differenza fondamentale tra ciò che qui si intende proprio dalle fondamenta antroposofiche, e ciò che comunemente viene presentato con utopie, idee utopistiche in campo sociale, economico o altro.
Altrimenti si fa notare — e lo si ritiene persino ovvio — come, per arrivare a questo o quel risultato che soddisfi l’umanità, a condizioni soddisfacenti, si debbano istituire questa o quella istituzione. Quella concezione della vita che sta alla base dell’impulso della triarticolazione dell’organismo sociale sa che, di fronte alle attuali condizioni del tempo, la presentazione di qualsiasi idea utopistica non avrebbe alcun significato. Anzi, l’ho affermato proprio nella nuova edizione dei miei «Punti cardine della questione sociale», che sta appena per uscire, già nella prefazione riscritta, che non mi prometterei nulla nemmeno da descrizioni puramente ideative di come dovrebbe essere in futuro, che non me ne prometterei nulla neppure se queste concezioni fossero ancora così geniali. Perché oggi non si tratta affatto di esprimere qualsiasi idea geniale già elaborata a proposito di questioni sociali, bensì si tratta — di fronte all’umanità fiera della sua maturità — di indicare le occasioni grazie alle quali, attraverso la collaborazione sociale degli uomini, possa nascere ciò che è desiderabile. Non si tratta dunque di descrivere come il mondo dovrebbe apparire, come vuole caratterizzare l’impulso della triarticolazione dell’organismo sociale, bensì di come questo organismo sociale stesso dovrà mettere gli uomini in certe reciproche relazioni, affinché gli uomini stessi, secondo le loro rispettive capacità e i loro rispettivi bisogni, creino da sé le condizioni in cui sarà possibile vivere in futuro.
Il significato è che l’articolazione dell’organismo sociale non avvenga in tre classi, bensì in tre articoli sociali distinti, di cui ogni uomo ha la sua parte; che questa articolazione avvenga in una vita dello spirito libera, in una vita politico-statale, e in una vita economica autonoma. E il presupposto è che, quando gli uomini si creano le loro condizioni attraverso un siffatto organismo sociale tripartito, allora ciò che è una possibilità di vita sociale deve emergere dagli uomini stessi. Non si tratta dunque di presentare qualcosa di utopistico, bensì di indicare le occasioni grazie alle quali ogni singolo uomo, si potrebbe dire, possa acquisire quell’influsso sulla configurazione sociale della vita che può avere in virtù delle sue capacità, dei suoi bisogni, e che necessariamente deve avere peso affinché nascano le condizioni di vita possibili.
Questa è la differenza fondamentale dell’impulso della triarticolazione dell’organismo sociale da tutto il resto — si può ben dire — di ciò che si è diffuso così copiosamente nella nostra epoca, comprensibilmente diffuso dalla profonda necessità di questi tempi. Ma proprio questa necessità, di staccare l’organismo sociale divenuto astrattamente unitario nei suoi tre articoli naturali, in modo che questi possano poi collaborare tanto più intimamente, proprio questo fondamento di principio non è ancora compreso in cerchi più ampi. E questo, cari amici, si può considerare giusto da un lato, ma dall’altro lato lo si deve profondamente deplorare, per il motivo che oggi davvero non abbiamo tempo illimitato per risalire dalla necessità, dal declino, a una ricostruzione; abbiamo piuttosto bisogno, il prima possibile, di giungere a una vera disposizione d’animo in senso spirituale, politico, economico. Ma è comprensibile, ho detto, che lo sia. E occorre considerare il modo in cui è comprensibile, per forse trovarne la strada al meglio.
Vorrei partire da un giudizio che è stato espresso negli ultimi tempi, non perché compaia in un libro di un economista nazionale, ma perché è caratteristico — nonostante sia l’individuo qui a esprimerlo — per il modo di pensare di cerchi estesi: per quel modo di pensare che è proprio il più acuto ostacolo al manifestarsi di un tale impulso, come quello della triarticolazione.
Si può dire che l’economista nazionale, il professor Fritz Terhalle dell’Università di Jena, ha scritto un libro assai degno di lettura sulla formazione libera e vincolata dei prezzi. Il problema della formazione dei prezzi è davvero quello che deve stare al centro del pensiero economico. Sono proprio i processi di formazione dei prezzi che avvennero durante la guerra quelli che Terhalle critica in modo acuto. Si può dire che in questo scritto molte cose illuminano meravigliosamente ciò che propriamente esiste nel pensiero economico attuale. Terhalle si domanda quale effetto utile, quale effetto avevano le diverse regolamentazioni dei prezzi che durante la guerra provenivano dallo Stato, quale effetto utile e quali effetti avevano. E posso ben comunicarvi i quattro punti in cui sintetizza il suo giudizio. Dopo aver illustrato estesamente come gli effetti si manifestarono, dopo che ancora e ancora da parte di uffici ufficiali emanavano regolamentazioni dei prezzi, leggi sui prezzi — dopo aver esaminato questi effetti, esamina con cura — li sintetizza nel seguente giudizio complessivo in quattro punti:
«Primo: per la maggior parte del tempo prevalse fra i circoli interessati e influenti un’interpretazione errata di ciò che essenzialmente si dovrebbe perseguire. Secondo: l’incertezza provocata da ciò, nonché dall’applicazione pratica e dalle teorie che resistevano assolutamente alla pratica, così come infine dalla giurisprudenza più disparata, condusse i circoli di produttori coinvolti a un’estrema confusione e agitazione. Terzo: il contrasto al rincaro dei prezzi riuscì su molti settori quasi per niente, in particolare nella produzione primaria, su altri solo in parte e spesso in misura eccessiva, soprattutto in molti rami del piccolo commercio.»
E interamente caratteristico è il quarto punto, in cui questo economista nazionale sintetizza il suo giudizio. Dice:
«Tutto ciò insieme ha contribuito a danneggiare gli affari autentici a vantaggio del traffico illecito.»
Bene, cari amici! Così parla un uomo che vuole essere esplicitamente scientifico, che vuole esaminare scientificamente le manifestazioni corrispondenti. E questo è il suo giudizio scientifico su ciò che lo Stato ha fatto per regolare i prezzi durante il periodo della necessità.
Ma c’è ancora un’altra cosa: che questo economista nazionale, dal suo punto di vista scientifico, che chiama economico nazionale — e si dovrebbe credere che sia ovvio che le richieste economiche debbano essere giudicate dal punto di vista dell’economia nazionale —, egli afferma che da questo suo punto di vista scientifico, economico nazionale, questo modo di agire dello Stato sull’economia deve essere condannato. Dunque chiama queste manifestazioni, che sono emerse grazie a questi interventi statali, tali che deve combatterle dal suo punto di vista scientifico.
E poi dice qualcosa di straordinariamente caratteristico. Dice:
«Sì, questo è il giudizio economico, ma forse questo giudizio economico è uno che non deve essere decisivo; forse viene in questione qualcosa di più importante, qualcosa di più significativo, molto, molto più.»
E come tale cosa più importante e significativa chiama i punti di vista economico-politici, dinanzi ai quali dovrebbe retrocedere ciò che dal punto di vista economico dovrebbe valere la pena di far valere.
Dunque ci viene segnalato che si potrebbe sapere che qualcosa sia giustificato dal punto di vista dell’economia nazionale, ma l’economista nazionale deve tacere, perché ciò che può derivare da danno dall’una o dall’altra parte, coloro che giudicano dal punto di vista economico-politico, deve essere posto su un piano più elevato.
Bene, cari amici, non si può abdicare più chiaramente dal pensiero economico che in questo modo. Non si può esprimere più chiaramente che il pensiero economico, entro l’organismo sociale statalmente unitario, non può venire a galla, quando coloro che si sentono competenti a far valere questo giudizio, dicono: questa è la nostra consapevole convinzione scientifica, ma deve retrocedere di fronte alle misure economico-politiche dello Stato. Queste sono più importanti nel caso dato.
Non abbiamo dunque, grazie ai fatti della vita, un chiaro indicazione: l’economia deve essere posta su proprio terreno; è necessario che, entro l’organismo sociale, questa economia sia staccata da ciò che deve danneggiarla, quando si colloca al di sopra di essa.
Chi oggi non giudica da considerazioni teoriche, bensì dalla piena pratica della vita, chi soprattutto dalla pratica della vita abbraccia il disorientamento degli uomini in queste questioni, può capire con le proprie mani quanto sia necessario porre l’economia su sua propria base sana. E che questo sia possibile solo se, dall’altra parte, la vita dello spirito sia posta su sua propria base, l’ho esposto qui più volte, e dovrò ricordarvi questo anche nel corso ulteriore della conferenza odierna.
Ma vorrei ancora partire da un’osservazione che viene fatta proprio da quella parte che ho caratterizzato.
Dopo che in tale modo, di fronte alle attuali condizioni sociali, il disorientamento del pensiero economico è stato ammesso, ci si enfatizza su ciò che propriamente importa in futuro. E qui dice Terhalle:
«In futuro l’importante soprattutto è istruire la grande massa del popolo sulle necessità economiche, in modo che la grande massa del popolo sia messa nella possibilità di pensare veramente in modo economico.»
Strano, da un lato lo Stato unitario d’altri tempi viene invocato come istanza superiore, poi viene sollevata l’istanza — non per qualche bella istituzione economica, questo è assai intelligente da parte di Terhalle —, ma viene sollevata l’istanza che il popolo sia istruito sui nessi economici. E se si continua a leggere, questa conoscenza che il popolo dovrebbe acquisirsi sui nessi economici, si estende perfino alla costituzione del mercato e delle relazioni di mercato. Si richiede che il popolo sia illuminato, per sì, sotto l’influenza di questa illuminazione, posizionarsi nell’organismo economico in modo che questo organismo economico possa prosperare. — Da un lato dunque un giudizio bizzarro sulla politica economica, dall’altro lato l’appello all’illuminazione economica del popolo. E si nota chiaramente: è stato riconosciuto come una necessità, proprio da parte di questo economista politico, dell’economista scientifico, che le azioni economiche stesse, che il tutto il comportamento economico deve cambiare grazie al fatto che gli uomini non agiscono più in completa ignoranza di come nascono i prezzi, in completa ignoranza della costituzione del mercato, degli altri nessi economici, bensì ogni singolo agisca con illuminazione economica, porti questa illuminazione economica direttamente nell’agire economico stesso. In astratto un’istanza assai, assai ragionevole! Ma dal tutto questo contesto emerge una domanda significativa, cari amici, ed è questa: da dove dovrebbe venire in futuro questa illuminazione sulle necessità economiche?
È interessante che Terhalle cita il socialista Richard Calwer con riferimento a un pensiero che questi esprime. Dice una volta:
«Si ha bisogno di una conoscenza sufficiente e ben fondata degli assortimenti di merci per condurre in modo appropriato l’approvvigionamento economico; cioè per arrivare a formazioni appropriate di prezzi economici. Si ha bisogno di conoscenza degli assortimenti di merci.»
Sì, come dovrebbe realizzarsi? Da dove potrebbe derivare? E come si potrebbe poi — con questa conoscenza degli assortimenti di merci — e certamente occorre ancora molto altro per istruire il popolo sulle necessità economiche —, come si potrebbe allora con tale conoscenza agire illuminando il popolo?
Vedete, qui certe persone, si potrebbe dire, rosicchiano e masticano certe questioni senza procedere oltre. Sono queste le questioni che l’impulso della triarticolazione dell’organismo sociale ha affrontato in modo concreto, appropriato, pratico. Questo impulso è partito dal sapere che una certa conoscenza, una certa comprensione dei nessi economici, doveva permeare l’agire economico stesso. Ma non declaima, un’illuminazione siffatta deve essere creata, senza considerare chi dovrebbe crearla. Non declaima neppure che il vecchio Stato unitario dovrebbe crearla. Sa bene che, in un modo ben determinato, questa illuminazione non deve essere, perché un’illuminazione nel modo determinato che probabilmente tali persone sempre immaginano, non porterebbe alcun frutto. Perché ammettiamo che fosse propagandato l’idea «intelligente» — dico «intelligente» tra virgolette naturalmente —, di istituire commissari statali, consiglieri di Stato o come volete chiamarli, cioè una specie di consigli competenti, i quali con i metodi conosciuti oggi attraverso ogni sorta di statistiche ecc. acquisirebbero conoscenza della costituzione delle condizioni economiche, e poi si presenterebbero per i percorsi oggi di moda tra il popolo e creerebbero illuminazione, affinché il popolo, sotto l’influenza di questa illuminazione, si comportasse economicamente — che cosa si raggiungerebbe? Esattamente lo stesso che Terhalle critica in molti punti con riguardo all’illuminazione che durante il tempo di guerra sempre veniva creata dalle autorità. Ci sono molti passi nel suo libro interessantissimo in cui egli evidenzia come da ogni possibile fonte, rapidamente uno dopo l’altro, ogni possibile illuminazione — più che altro tuttavia come calmante — veniva gettata fra il popolo agitato. Ma egli non constata questo solo dal motivo, che certamente valeva, che le persone erano così sommerse da tali illuminazioni da non considerarle affatto, bensì anche dall’altro motivo, che cose siffatte in generale non agiscono quando vengono portate fra il popolo in questo modo. Perché non agiscono? Per il semplice motivo che tali illuminazioni si rivolgono soltanto all’intelletto umano, soltanto al pensiero umano, perché si deve comprendere con la testa tale illuminazione. E poi, poi ci si deve attenere a ciò che si è giudicato ragionevole, ci si dovrebbe attenere ora. Ci si dovrebbe sempre dire: tu devi fare il ragionevole!
Questo non è il modo in cui si può diffondere l’illuminazione economica. O no. Così vogliono diffondere l’illuminazione economica teorici astratti che non giudicano secondo la vita, bensì secondo le loro rappresentazioni della vita; si potrebbe anche dire, secondo le loro illusioni sulla vita. Chi sa come è la vita, conosce un altro modo di illuminazione: quell’illuminazione che è costruita sulla fiducia tra colui che illumina e colui che deve essere illuminato. Quella illuminazione che non parla neppure in generalità, ma nel particolare, nel concreto, che è proprio presente secondo i bisogni economici o le condizioni economiche, con l’azione stessa illumina. In altre parole: quelli che insieme si comportano economicamente, devono essere uniti in modo tale che semplicemente, nel loro incontrarsi nell’azione economica, l’uno illumini l’altro. L’uno conosce meglio le condizioni del consumo in un campo, l’altro meglio le condizioni della produzione in un altro campo, a seconda di come si è immedesimato nell’uno o nell’altro ramo dell’economia. Se si sa dalla vita: questi sta lì dentro —, se si hanno con lui altri connessioni concrete di vita, allora si ha fiducia in lui, allora si crede a ciò che dice. E di nuovo lui, egli vi viene incontro riguardo a ciò che voi stessi potete dire, che lui non può sapere. E mentre in questo modo ci si intende, avvengono proprio le azioni economiche. Non cadono separatamente l’illuminazione economica e l’agire economico stesso, ma, mentre si agisce economicamente in un cerchio di fiducia, dove produttori e consumatori, a seconda dei vari rapporti, sono uniti, mentre in un tale cerchio di fiducia si negozia, si negozia economicamente, ci si illumina. Ci si illumina all’interno di questo cerchio. Ci si illumina proprio dai fatti stessi. L’illuminazione viene introdotta nella vita. L’illuminazione non è trattata come qualcosa che si versa nella popolazione da fuori. Perché, cari amici, allora nell’agire economico può anche esserci l’ethos sociale, la moralità sociale, perché ciò che viene negoziato da uomo a uomo e viene fatto nella negoziazione, è sostenuto da reciproca fiducia, da una tale fiducia che nella sua potenziazione già può essere chiamata vera fraternità economica.
E questo, cari amici, questo è il principio associativo. Il principio associativo consiste in nient’altro che nel fatto che gli uomini, che in qualche modo hanno a che fare gli uni con gli altri economicamente, appunto si uniscono, si associano, che le associazioni si associano ulteriormente. Per questo emerge ciò che è necessario al mantenimento dell’economia. Per questo emerge anche ciò attraverso cui agisce nell’economia stessa la conoscenza immediata della vita economica.
Dappertutto si può vedere come dalla vita stessa viene portato ciò che sta alla base della triarticolazione. Soltanto che questa vita non viene considerata secondo illusioni familiari e teorie illusionistiche, bensì in modo tale che si guarda agli uomini, ai sentimenti, ai sentimenti degli uomini, che soprattutto ci si domanda: come acquisiscono gli uomini fiducia gli uni negli altri? Ci si immagini che cosa significherebbe se dalla tali relazioni di fiducia emergessero le regolamentazioni dei prezzi, invece di essere dettate da fuori, determinate da fuori. Non si deve affatto dire così: si deve fare in questo o quel modo per ottenere un prezzo giusto. Piuttosto si deve indicare i fatti che, se tali associazioni esistono e si occupano della formazione dei prezzi, allora i prezzi corrispondenti emergeranno da una tale economia afferrata realmente. Non si dice che lo si debba fare così o così, ma si dice: così e così devono unirsi gli uomini, affinché da questa unione emergano le cose necessarie, e così le altre istituzioni economiche, le altre misure economiche.
Questo è il reale nel pensare sulla triarticolazione dell’organismo sociale. E l’ho sì spesso indicato — vorrei solo ripeterlo brevemente qui — che l’economia ha le sue proprie leggi. La grandezza delle associazioni emerge da sé dalle condizioni economiche di un territorio. Associazioni troppo piccole lavorerebbero troppo costosamente, associazioni troppo grandi sarebbero incontrollabili. L’ho esposto più dettagliatamente nella nuova prefazione ai miei «Punti cardine». Tutte le obiezioni che vengono sollevate proprio contro il principio associativo, si dissolvono in nulla quando si considera i rapporti reali.
Questo principio associativo, sarà il solo capace di far fronte in modo appropriato alle richieste storiche mondiali della vita sociale, di adempiere a queste richieste storiche mondiali della vita sociale. E come si esprimono dunque queste richieste storiche mondiali della vita sociale?
Bene, cari amici, la parte economica della vita sociale è propriamente, fondamentalmente, diventata ciò che ci si presenta solo nella seconda metà del diciannovesimo secolo. Solo da ciò che l’economia della civiltà delle menscheit civilizzate è diventato nella seconda metà del diciannovesimo secolo e fino ai nostri giorni, solo da questo poteva nascere ciò che pur è la base principale della nostra catastrofe della guerra mondiale, la confusione economica della metà del secondo decennio del ventesimo secolo. Come è nata? Possiamo dire: se prendiamo la firma più immediatamente precedente dell’economia della civiltà civilizzata, ciò che si è formato gradualmente da forme anteriori della convivenza umana è ciò che possiamo chiamare il principio del commercio mondiale. Di un principio di commercio mondiale possiamo già parlare nel diciottesimo secolo, ancora più nella prima metà del diciannovesimo secolo, ma ciò che poi è nato dal principio del commercio mondiale nella vita economica, è l’economia mondiale. E qualcosa di diverso dal semplice commercio mondiale e da ciò che include, è l’economia mondiale. L’economia mondiale esiste solo nel momento in cui diversi Stati scambiano la loro produzione in modo tale che ciò che l’uno ottiene come materie prime, l’altro lo trasforma nell’industria; che dunque emerge una comunità economica di produzione tra diversi territori statali. Prima era essenzialmente — naturalmente sempre essenzialmente — così, che gli Stati avessero economie nazionali chiuse, che negoziassero le loro eccedenze verso l’estero, che ottenessero da fuori ciò che non potevano produrre da soli.
Ma che si estendesse su tutto il territorio della civiltà civilizzata un lavoro comune, come fu particolarmente provocato dall’industria cotoniera — l’esempio caratteristico di ciò che ha creato l’economia mondiale —, questo è propriamente solo un risultato del tempo recentissimo. E non si deve credere che ciò che così può essere caratterizzato come economia mondiale e che ha fondato una vasta interdipendenza delle singole economie nazionali, che questo fluttui semplicemente come una nuvola sopra l’umanità.
O no, cari amici, ciò che si svolge come economia mondiale agisce in ogni singola famiglia. Ogni singolo uomo finalmente fu sotto l’influsso di questa economia mondiale. Ma per questa economia mondiale le comunità anteriori, che miravano a qualcosa di completamente diverso, gli Stati unitari, erano semplicemente troppo piccoli. Erano anche nella loro costituzione tali che non erano orientati a questo interdipendere nell’economia mondiale. In breve, le associazioni che preesistevano, che venivano dall’economia domestica nell’economia urbana, poi nell’economia statale, sono diventate troppo piccole. L’economia ha sfondato ciò che queste associazioni potevano fornire. E infine, chi non considera le manifestazioni sulla superficie, ma con tutta la serietà studia quali, soprattutto tra l’Europa centrale e i territori occidentali della civiltà civilizzata, erano le cause della guerra, sa che sono scaturite da questo sfondamento dei confini nazionali attraverso l’economia mondiale. E se si considera la cosa così, si deve seriamente porre la domanda: attraverso cui cosa può essere guarito ciò che è stato reso malsano dall’economia mondiale, che è semplicemente una necessità storica — per la diffusione delle condizioni di traffico, per la possibilità con cui può realizzarsi, l’economia mondiale è semplicemente una necessità —, come può guarirsi di nuovo? Soltanto attraverso il fatto che si vede: questa economia e le sue istituzioni che sono scaturite da essa, che si chiede quale costituzione dell’anima, quale intero ethos degli uomini anche che agiscono all’interno di questa economia mondiale, come da questa economia mondiale stessa potrebbe emergere una configurazione dell’economia. Proprio a questo dà risposta l’impulso della triarticolazione dell’organismo sociale: il tipo di collaborazione all’interno dell’economia mondiale che segue da essa stessa, non dalle vecchie istituzioni, questo è il principio associativo nella vita economica.
Dopo che le vecchie associazioni, che venivano da qualcos’altro, che andavano bene con la vecchia forma della vita economica, si sono ridotte all’assurdo, l’economia stessa deve darsi le sue associazioni. E queste associazioni, come oggi le ho caratterizzate più da un punto di vista etico, altrove più da un punto di vista economico, come sono chiaramente caratterizzate anche nel mio libro «I punti cardine della questione sociale», queste associazioni, come emergono dall’economia stessa, le richiede l’idea della triarticolazione dell’organismo sociale. E queste associazioni possono essere create in ogni momento, senza ricorrere a un’utopia, quando semplicemente gli uomini che agiscono economicamente si raccolgono su se stessi e attraverso questo portano avanti l’emancipazione dell’economia.
Quando emergono le associazioni, naturalmente potranno dapprima solo fare ciò che il mondo esterno lascia loro libero, ma si proveranno in ciò che fanno, e allora le si dovrà permettere anche, perché si riveleranno fruttuose per l’economia.
Ma, cari amici, quando così si abbraccia come dalla configurazione moderna della vita economica mondiale emerge la necessità delle associazioni, allora dall’altra parte ci si deve domandare: attraverso cui cosa può essere portato avanti ciò che deve agire negli uomini che si associano? Quei uomini che vogliono agire in associazioni, che sono costruite sulla fiducia, devono poter suscitare fiducia. Ciò significa: si deve come uomo inserirsi nel mondo in modo tale che semplicemente da tutta la disposizione dell’anima umana, da tutta la costituzione dell’anima umana questa fiducia possa agire all’interno delle associazioni. In altre parole: non si ha bisogno soltanto di associazioni orientate economicamente, si ha bisogno nelle associazioni dell’uomo che agisce socialmente, di quell’uomo il cui agire sociale è pervaso da principi morali, da punti di vista spirituali. Perciò è che non è pensabile alcun miglioramento nella vita economica senza che contemporaneamente avvenga una metamorfosi della vita dello spirito stessa. Perché mai oggi pensano gli uomini, si potrebbe dire, in modo assai comprensibile, di poter illuminare il popolo quando semplicemente versano giù un’illuminazione da sopra sul popolo? Perché gli uomini così pensano? Perché gradualmente, sotto lo sviluppo spirituale degli ultimi secoli, si sono abituati al fatto che tutto ciò che è stato pensato in qualche modo ragionevolmente, deve agire solo sull’intelletto umano, deve prendere solo l’intelletto umano. Per mostrare il giusto in questo punto, ho appunto nei discorsi che hanno preceduto questo, in quello di questa settimana, ma anche già in discorsi anteriori, indicato quale sia la caratteristica più significativa della scienza dello spirito.
La caratteristica più significativa della scienza dello spirito antroposofica qui intesa è il fatto che essa è tratta da fondamenta così profonde della natura e dell’essenza umana, che essa ancora, quando si diffonde, deve agire su tutto l’uomo, se questo uomo intero così è educato che se le apre. Un agire su tutto l’uomo e un agire da tutto l’uomo — questa è la cosa che conviene alla scienza dello spirito. E questo ci occorre dall’altra parte. Non possiamo elevare la vita economica se non abbiamo uomini che stiano propriamente con entrambi i piedi su questa terra e che traggono dalla vita dello spirito quella nutrizione dell’anima per cui stiano con entrambi i piedi su questa terra. Che questa nutrizione dell’anima potrebbe oggi essere ottenuta semplicemente diffondendo ulteriormente l’educazione usuale come viene coltivata negli edifici delle nostre scuole, nelle associazioni di educazione popolare, nelle biblioteche popolari, nelle università popolari, questa è un’opinione diffusa oggi.
Ma consideriamone un esempio — bisogna sempre considerare la cosa nel concreto —, come l’odierna educazione dello spirito agisce proprio là dove deve agire sul sentimento umano, dove vuole innanzitutto afferrare il contenuto morale, il contenuto spirituale dell’uomo. L’antroposofia viene demolita dal ricordato licenziato di teologia, Kurt Leese, che è parroco; è scritto sul frontespizio — non conosco l’uomo più di questo, conosco solo il libro. È dunque parroco.
È dunque una di quelle personalità di cui si dovrebbe presupporre, entro un organismo sociale sano, che, quando parla, dalle sue parole echeggi qualcosa che si versi nelle anime in modo tale che le anime sentano germogliare in sé ciò che vi è come impulsi morali, spirituali, psichici. Che gli uomini che ricevano questa vita dello spirito diventino sensibili a ciò che propriamente l’uomo è, a ciò che l’uomo è entro l’ordine del mondo che vede intorno a sé nelle stelle, nelle nuvole, nel fulmine e nel tuono, nella successione degli eventi terrestri e storici mondiali. Si consideri che cosa significhi per il sentimento umano, il sentimento umano, quando ci si può dire, dalla vita dello spirito si può dire: non sono soltanto un bambino abbandonato in un corpo fisico, bensì sono qualcosa che è nato dall’intero cosmo fisico, psichico e spirituale. Appartengo al cosmo, nella misura in cui questo cosmo è eterno. Si senta che cosa si fortifica internamente nell’anima quando l’uomo così sente se stesso entro il cosmo. Questo arriva fino alle forze del sangue, dà la forza per agire nella vita; questo permea e spiritualizza la volontà, quando l’uomo sa che cosa è come uomo nel cosmo. Ma questo dovrebbe diventare per lui attraverso la coltivazione della vita dello spirito. L’antroposofia tenta di dare una tale vita dello spirito agli uomini. Che cosa dice però il parroco, licenziato di teologia Kurt Leese? Dice:
«Che cosa dovrebbe valere il parlare di culto della conoscenza, di enigmi della vita e loro soluzione? Che cosa dovrebbe valere tutto il sollevamento della conoscenza negli abissi e nelle lontananze dei mondi primordiali, se l’antroposofia
— qui sta: «teosofia» —
non sa dire perché è meglio essere un Io che un Non-Io. E perché dunque sono necessari sette eoni mondiali?»
E poi dice questo parroco e licenziato di teologia: questo non sa neanche l’antroposofo, come non lo sappiamo noi, allora si attiene anche alla mera fatticità.
Bene, cari amici, qui si trova il rappresentante della vita dello spirito attuale, e qui non parla soltanto l’individuo, il singolo può solo essere citato come esempio, qui parlano migliaia e migliaia, nel nome della vita dello spirito parlano. Dicono: non si potrebbe mai giungere a questo, a perché è meglio essere un Io che un Non-Io, cioè a essere nell’inconscio eternamente del dato naturale esteriore.
Di fronte a questo la scienza dello spirito antroposofica sottolinea — questo potrebbe emergere come risultato di tanti discorsi che qui ho tenuto —, sottolinea la scienza dello spirito antroposofica ciò che significa diventare consapevoli di come si stia in questo cosmo. Prendiamo solo il nostro punto di partenza dal paragone con la vita quotidiana. Noi uomini nella vita quotidiana abbiamo attraversato certi eventi da quando torniamo indietro nel nostro ricordo fino al tempo della nostra prima infanzia. Con questi eventi ci sentiamo legati. Questi eventi affiorano piacevolmente o dolorosamente nel nostro ricordo. Ma ciò che là portiamo su è fondamentalmente noi stessi. Ci sentiamo fusi con ciò che abbiamo attraversato in dolore e gioia e di cui possiamo ricordarci. Siamo consapevoli che siamo ciò che è passato su di noi come dolore e gioia e poi passando è entrato nella nostra anima. Così diventiamo nella vita ordinaria solo qualcosa come piccolo uomo inizialmente, nel fatto che ci mettiamo in relazione con ciò con cui siamo collegati fin dalla nostra nascita, ciò che ci è venuto incontro, ciò che per così dire appartiene a noi stessi. — Che cosa fa l’antroposofia? Estende per così dire questo sentimento di appartenenza dell’uomo con l’ambiente sopra il mondo intero che può entrare nella sua consapevolezza. Come in se stesso l’uomo sente soltanto come uno con i suoi eventi personali, così l’antroposofia lo rende attento a come è collegato nel suo essere con l’intero essere del mondo da lui percepibile, da lui esperibile. Si dilata la piccola consapevolezza della personalità alla consapevolezza del mondo. Cresciamo insieme con tutto il divenire storico dell’umanità, nel fatto che riconosciamo come siamo sempre di nuovo noi stessi dentro. Diventiamo uno con il mondo. E nella misura in cui si dilata questa consapevolezza sul mondo, questa consapevolezza che altrimenti abbiamo attraverso il nostro sviluppo naturale con i nostri eventi in dolore e gioia, questa consapevolezza per cui diventiamo partecipi della pena e della gioia del mondo intero, nel fatto che noi come uomini sentiamo noi stessi come un membro del mondo intero, nella misura in cui si allarga questa consapevolezza, nella stessa misura cresce la nostra consapevolezza della nostra essenza umana, nella stessa misura diventiamo più forti in questa consapevolezza, cresce la nostra forza morale interna, perché sappiamo — sebbene anche certamente, e questo è giusto, cresca il nostro sentimento di responsabilità —, cresce in noi qualcosa attraverso cui sappiamo di essere uomo entro il mondo; attraverso cui sappiamo che cosa significa essere un Io e non un Non-Io.
Questa consapevolezza di ciò che l’uomo è, di ciò che è nel rapporto al mondo e all’intera esistenza, questa consapevolezza che, come vediamo, come l’abbiamo a mani nude in tali esempi, è andata perduta nel mondo nella vita dello spirito attuale, questa consapevolezza vuole portare di nuovo la scienza dello spirito fra gli uomini. E nella misura in cui questa consapevolezza dalla conoscenza dello spirito, che deve essere trasmessa non come sapere astratto, ma come sapere vissuto, sgorga da tutto l’uomo, nella stessa misura crescerà la nostra forza morale, la nostra forza spirituale. E ciò che così cresce in noi, cresce nelle associazioni economiche, si farà valere come il fondamento dell’incontro da uomo a uomo, della fiducia che abbiamo bisogno.
Questo, cari amici, deve essere detto quando si descrive come la conoscenza dello spirito deve porsi accanto alle richieste economiche. Perché quella conoscenza dello spirito che abbiamo, si esprime oggi così, che per lei è qualcosa di indifferente se si sa perché è meglio essere un Io
o un Non-Io, è indifferente se si conosce veramente ciò che significherebbe per la costruzione dell’avvenire se si sapesse questo. Qui non si dice che questa conoscenza dello spirito presa in sé non sia vera; si dice soltanto che la conoscenza dello spirito che abbiamo nel presente, che si parla così, quella conoscenza dello spirito oggi non dà forza. La conoscenza dello spirito che dà forza, che trasforma gli impulsi umani, che permea veramente il volere umano, che rende l’uomo attivamente saggio — questa conoscenza dello spirito, quella si ha solo quando si riconosce quella conoscenza dello spirito come una realtà che permea la vita.
Quando la conoscenza dello spirito rimane per gli uomini in una certa distanza dalla vita, quando non si sperimenta come qualcosa che opera nella profonda essenza della realtà, allora appare agli uomini — e ciò è peccato quando dicono così, ma è comprensibile — come ideologia, come una visione di cui si può parlare, ma che non riscalda veramente il cuore, che non pervade il volere.
Ma dove nasce allora questa tristezza, quando gli uomini dicono: come dovremmo sapere perché è meglio essere un Io che un Non-Io? Nasce da quella tristezza che non vede negli avvenimenti mondiali nulla di saggio, nulla di morale; che vede solo il corso della natura, il quale, come dicono gli uomini, e purtroppo oggi molti filosofi lo dicono, è ampio e indifferente alle nostre categorie morali. Questa esperienza della vita, che dice: nel corso naturale del mondo si vede soltanto stupidità, insensatezza, mancanza di morale —, questo nasce dalla profonda tristezza, quando gli uomini dicono: A che cosa dovrebbe servire la conoscenza dello spirito se essa non sa dire perché è meglio essere un Io che un Non-Io?
È vero, è un tale detto, come quello che si manca di non venire a sapere perché è meglio essere un Io che un Non-Io, che scaturisce da quella sensazione desolata che si deve avere quando si osserva questo avvenimento mondiale che si svolge solo secondo le forze naturali, in mezzo dentro le illusioni spirituali, morali dell’umanità, che danno all’uomo una consapevolezza illusoria della sua dignità umana, che però un giorno deve portare a sepolcro insieme a tutta l’umanità.
A questo si contrappone, sebbene oggi ancora tanti pregiudizi ne parlino contro, la concezione della scienza dello spirito. L’ho già esposta più volte qui singolarmente e qui voglio solo breve raccontarla. La scienza dello spirito guarda anche all’avvenimento mondiale esteriore, da cui l’uomo come essere fisico è sorto. Ma allora riconosce che questo avvenimento mondiale, che sottostà alle leggi della natura, è nel tutto, nel cosmo che ci appartiene, nel cosmo relativo naturalmente, come la pianta che germoglia in foglie, diviene fiore, sviluppa l’involucro del frutto fino al germe nell’interno. Ciò che là fino allo sviluppo del germe nasce nella pianta, ciò che è involucro, quello svanisce; il germe va oltre, e da esso nasce la nuova vita della pianta. L’antico involucro deve svanire affinché la nuova vita della pianta nasca dal germe.
L’antroposofia mostra che tutto ciò che è in noi corporeo, come appartenente al mondo fisico esteriore a tale caducità del cosmo, che però un germe vive. Che un germe vive nell’essere umano, questo è lo spirituale, il morale degli impulsi, che lì vive dentro. Questi sono i nostri ideali morali, questi sono un mondo ancora giovane. Come intorno al germe della pianta gli involucri si disseccano e cadono, così cadranno le stelle visibili, gli oggetti esterni visibili dei tre regni naturali. Cadono. Ciò che è il germe del futuro risiede nel nostro contenuto spirituale dell’anima. Da esso nasce il mondo del futuro. Ciò che facciamo oggi, ciò che vogliamo oggi, diventerà una configurazione mondiale esternamente di nuovo percepibile.
Cresce certamente il sentimento di responsabilità nel grande, quando ci si rende conto che ciò che oggi abbiamo nei nostri intenti morali, un giorno apparirà al mondo in modo percepibile, come oggi le stelle ci appaiono percepibili. Ma si comprende molte parole che nelle fonti religiose sono state dette presentendo, solo quando ci si rende conto di ciò che così sgorga da una vera conoscenza dello spirito. Si deve sempre ricordare con sentimenti elevati che una volta è stato affermato in modo particolarmente paradigmatico, come ciò che nell’uomo vive come ideali e si riversa in parole, il germe creativo per mondi futuri è, a cui non saranno dati quelli che ora come natura esterna ci sono; questi non ci saranno più allora, quando nuovi mondi saranno nati dai nostri ideali morali. «Il cielo e la terra passeranno», così disse il fondatore del cristianesimo, «ma le mie parole non passeranno.» Ciò significa: saranno mondi, quando il mondo del cielo e della terra che ora si vede con gli occhi sarà passato.
Questa è la premonizione di una verità scientifica dello spirito, cari amici. E se così siamo legati al divenire del mondo attraverso i nostri ideali morali, allora cresce anche per questo la consapevolezza del nostro vero essere come uomini. Di nuovo abbiamo dalla scienza dello spirito stessa da trarre forze morali, che poi vanno oltre in forze sociali.
La scienza dello spirito non teorizza soltanto, la scienza dello spirito non presenta soltanto insegnamenti astratti, la scienza dello spirito presenta qualcosa nel mondo, che diventa forza nell’anima umana. E forza, cari amici, è quello di cui abbiamo bisogno, se vogliamo diventare uomini sociali. Perché uomini forti moralmente, socialmente, devono inserirsi nelle associazioni. Si tratta di questo.
In ciò che ho appena detto è certamente espresso qualcosa che all’odierno scienziato può apparire come qualcosa di molto inesperto, come qualcosa di molto dilettantesco. Perciò ero anche istruito, quando poco fa l’ho affermato stesso a Zurigo, da un libero docente zurighese, che io «cosificassi» le mie idee su questi e altri ambiti, come egli ha detto. Bene, egli parla di questo cosificare come se io parlassi di idee come realtà. Egli naturalmente non ha idea di come le cose sono intese. Egli parla di questo cosificare molto sprezzantemente e dice che io avrei persino affermato:
«Nei suoi due discorsi dice Steiner letteralmente:»
— egli dice espressamente letteralmente, e ora vuole citare parole, perché ciò gli appare come qualcosa di mostruoso —, io avrei portato il cosificare così lontano da affermare:
«La scienza dello spirito antroposofica riconosce il morale come altrettanto reale quanto il fisico. Nella nostra vita morale essa riconosce germi indistruttibili per mondi futuri che diventano.»
Vedete, questo dominatore della scienza attuale accusa uno dell’errore logico di cosificare le idee, quando dalla base della vera ricerca spirituale si presenta la verità che, certamente non attraverso errore logico, bensì attraverso i grandi processi mondiali, assai promettenti per l’umanità, le idee morali che portiamo in noi, si cosificano da loro stesse, diventano cose, diventano realtà. Viene biasimato oggi quando si osa affermare — allora è messo fra virgolette —: la scienza dello spirito antroposofica riconosce la vita morale come un germe indistruttibile per mondi futuri diventanti, per tutto il fisico. — Non si deve dal punto di vista della filosofia universitaria contemporanea corretta, allora si viene rampognati come uno che non capisce nulla del mondo.
Perché chi capisce qualcosa del mondo, non può secondo l’opinione di queste persone giudicare altrimenti se non che là all’aperto secondo le leggi reali il mondo è sorto da una nebula, che procede secondo sole leggi fisiche esterne e ricade come scoria nel sole, mentre gli impulsi morali non cosificati, ma soltanto simili a idee, devono essere sotterrati nello stesso cimitero del mondo.
Ma, cari amici, se la vita economica deve guarire, se si deve fare sul serio con le richieste economiche, questo non può accadere senza che contemporaneamente si ponga accanto a questo economico la conoscenza dello spirito, quale riconosce il morale e insieme la vita con il fervore religioso. Perché dalle associazioni economiche nascerà l’intuizione vivente che gli altri esigono, ma di cui non sanno da dove dovrebbe venire. E da ciò che è conoscenza dello spirito, verrà l’ethos sociale, la forza socio-etica, per portare queste intuizioni alla realtà.
È su questo che si deve guardare quando oggi si parla di richieste economiche. Non si deve parlarne sul serio, senza al contempo presentare ciò che può dare all’uomo la forza per adempiere anche queste richieste economiche.
Ma, cari amici, perché è mai accaduto che oggi le persone dalla vita dello spirito già dicono: non si potrebbe mai sapere qualcosa su perché è meglio essere un Io che un Non-Io? Se è anche spiacevole dirlo, deve essere detto: chi l’impulso per il suo agire spirituale trae soltanto da ciò che l’economia da solo, ciò che lo Stato possono dare, che collocano il singolo uomo in un posto determinato, chi deve soccombere a questo impulso, perché è diventato una necessità vitale nella nostra attuale ordinanza, costui, per quanto come individuo possa ancora essere così forte idealista, persino un credente dello spirito, viene sempre di più a plasmare lo spirito solamente come un annesso della vita. Allora la conseguenza finale è quella che in cerchi molto ampi dei nostri socialisti è diventata dominante, che la vita dello spirito è soltanto un’ideologia, qualcosa che si alza come vapore e nebbia dall’unica realtà, la realtà esterna, materiale, economica.
Che in cerchi socialisti più ampi questa concezione oggi regni, che questa concezione in questi cerchi anche i sentimenti, i sentimenti e gli impulsi di volontà dominano, questo scaturisce soltanto dal fatto che i circoli dominanti, i circoli dirigenti per secoli hanno perso la connessione immediata con il vero mondo spirituale; con quel mondo spirituale dove non parliamo dello spirito soltanto come di una somma di concetti astratti, ma come di una realtà, come parliamo della realtà sensibile-fisica. Questa vita dello spirito, che riconosce lo spirito nella sua realtà, deve svolgersi libera e indipendente, emancipata dalla vita dello Stato e dell’economia; deve essere posta su se stessa. Perché quanto più la vita dello spirito è dipendente da fattori esterni, tanto più si perde anche la consapevolezza dello spirito sostanziale, libero, che permea il mondo, pulsa e agisce ed è. Conoscenza dello spirito, la si può avere soltanto entro una vita dello spirito libera.
E a questa vita dello spirito libera apparterrà di nuovo vera conoscenza dello spirito. Da questa vera conoscenza dello spirito fluirà la forza nei nessi economici, che abbiamo bisogno per procedere avanti nella vita economica.
Così, cari amici, tutto ciò — potrei caratterizzarlo solo da certe pagine oggi —, così tutto ciò che è contenuto nell’impulso della triarticolazione dell’organismo sociale scaturisce da una considerazione veramente reale della vita. Così tutto è immediatamente pratico, ma in modo tale che sotto lo sguardo pratico non si comprenda soltanto in senso ristretto lo sguardo che guarda alle macchine e alla durata della giornata lavorativa, bensì all’uomo intero, che vuole portarci testa e cuore e sentimento e sentimento, e ce li porterà, quando negli tali nessi economici e spirituali noi gli andiamo incontro, che la fiducia è l’elemento della vita e l’amore fraterno come l’effetto più alto di questa connessione l’atmosfera della vita di questi nessi è.
Questo deve essere sempre di nuovo sottolineato proprio di fronte alle rappresentazioni errate così numerose che oggi sono date sulla scienza dello spirito in orientamento antroposofico, come è intesa qui. Di questa scienza dello spirito non si deve dire che non si debba immischiare nella vita pratica. È proprio questa, di cui si può dire, ciò che l’ultima volta pochi giorni fa qui ho detto, essa è ciò che non vuole elevare l’anima a un essere mistico, alieno dal mondo, in un mistico castello in aria, bensì essa è ciò che deve colmare le anime di spirito, in modo che questo spirito si senta forte di portare lo spirituale anche nella vita materiale. Non in modo egoistico l’uomo come mistico deve diventare alieno dal mondo, fuggire da qualche parte dove il mondo non è, bensì dallo spirito deve riempirsi, affinché possa portare questo spirito in ciò che ci circonda come una vita liberamente spirituale, come una vita democraticamente orientata allo stesso modo, come una vita economica, costruita sulla fiducia, materiale esternamente. La comprensione deve proprio dalla scienza dello spirito permeare che è l’egoismo più crudo, il più raffinato, fuggire in un misticismo alieno dal mondo, gridare per l’ascesi, mentre un vero spirito che permea il tutto dà proprio la forza per la vita. Questa forza per la vita, essa sola può guidarci fuori dal declino così minaccioso, dalla necessità così terribile e dalla miseria, a un compito. Poi nel mezzo la vera vita dello Stato, che si formerà quando da un lato la libera vita economica, dall’altro lato la libera vita dello spirito sia staccata.
Così potrà il triarticolato organismo sociale configurare vivacemente l’ordine sociale necessaria del futuro.
Si sente oggi a volte il giudizio, l’ho sentito almeno dieci volte, e mi mostra sempre solo quanto sia diffuso: che cosa dovrà emergere dallo Stato, dalla vita del diritto nel mezzo, se la vita dello spirito e la vita economica saranno staccate? Un celebre giurista della Svizzera, il più significativo insegnante di diritto della Svizzera e dei tempi presenti, ha detto lui stesso questo, quando conobbe la triarticolazione. Ha detto che la triarticolazione gli era simpatica, ma che non potesse capire che cosa rimane tra la vita economica e la vita dello spirito per lo Stato.
Bene, cari amici, si mostrerà che assai, assai rimane proprio per una potente e vigorosa vita statale-giuridica e che coloro che giudicano le cose secondo le attuali condizioni, semplicemente non vedono che cosa rimane, perché per così dire ciò che nella vita statale costruita su base democratica uguale dovrebbe stare là, da un lato ha consumato la vita economica, e la vuole ancora più consumare là dove si vogliono trarre le ultime conseguenze da questo principio. Non guardano a questo coloro che ordinariamente dicono che economico-politico sia un punto di vista più elevato di quello prettamente economico. Che l’ultima conseguenza è il bolscevismo terribile, micidiale per il mondo, che segue da tali concezioni, questo non lo vedono gli uomini. Lo vedranno gradualmente, se non si forzano a una concezione ragionevole.
Così staranno nel mezzo questa vita dello Stato-diritto, e la vita economica sarà costruita sulle sue proprie forze, la vita dello spirito starà libera e indipendente. È questo a cui come configurazione sociale l’impulso della triarticolazione lavora. Perché deve, non in nessun modo programmatico, non da pensieri astratti, ma da una profonda penetrazione delle reali necessità del presente, dire che solo su fondamenti, che forse oggi ancora in modo imperfetto può esprimere solo lui — l’ammetto interamente —, che però deve essere sviluppato ulteriormente attraverso la collaborazione, la collaborazione molto necessaria di molte personalità competenti. Ma in questa limitazione coloro che oggi si sentono i portatori di questo impulso della triarticolazione dell’organismo sociale, sono convinti: se così conosciuto in modo profondo, osservato sarà la vita sociale con i suoi desideri di una futura configurazione, e se corrisposto sarà con le misure a questi desideri, allora deve emergere ciò che rende vivibile l’organismo sociale. Perché ci sarà in un tale organismo sociale il fondamento della possibilità di vita, ci sarà una vita dello spirito veramente vivificante, fruttuosa, che da sé farà emergere un’economia sana costruita sulla fraternità. Ci sarà in una tale configurazione sociale uno spirito veramente libero in un ordine economico costruito sulla fiducia come sull’unica possibile forza economica sociale, sulla fiducia.
QUANTO LA TRIARTICOLAZIONE È CHIAMATA A CONDURRE FUORI DAL CAOS Sankt Gallen, 25 gennaio 1921
È ben concepibile che qualche uomo un tema come quello di cui oggi si parlerà, lo trovi infruttuoso e forse persino impossibile da affrontare, perché ritiene che da simili fondamenta, dalle fondamenta della conoscenza sociale e della comprensione sociale, non possa essere creato qualcosa di fruttifero di fronte ai fatti.
Bene, cari amici, la grande catastrofe che è piombata — si può ben dire — sopra il nostro intero mondo civilizzato nel secondo decennio del ventesimo secolo, ha potuto insegnare agli uomini quanto sia necessario affrontare lo sviluppo più recente della civiltà per forse giungere a una comprensione diversa da quella che ho appena caratterizzato nella premessa. Ciò che nel corso degli ultimi decenni, degli ultimi 70-80 anni entro il mondo civilizzato si è svolto, è propriamente la non considerazione della situazione sociale emergente dell’umanità.
Se si guarda indietro a questo tempo appena indicato, si trova che proprio quelle personalità che appartengono alle classi dirigenti, si sono ogni volta, come una qualche sorte esterna ha loro portato, inserite in qualche situazione, in qualche situazione professionale o di operosità, e hanno agito in questa situazione così come le condizioni da molto tempo hanno dato, senza considerare se fosse necessario, in qualche modo vedere dentro queste condizioni, intervenire in queste condizioni stesse, ci si è adattati a ciò che ci era offerto senza molto apporto, che ha allora portato il progresso davvero magnifico e potente e il trionfo della civiltà moderna, e ci si è rimessi alle masse larghe della popolazione operaia, al proletariato, da unilateralità di offrire critica a ciò che era emerso da condizioni sociali. Dall’inconvenienza di intervenire, ai circoli dirigenti sorse una certa aspirazione, fondamentalmente lasciar andare le cose come andavano sotto l’influsso delle condizioni di produzione rapidamente in avanti, e coloro che offrivano la critica erano inseriti dentro le ruote delle condizioni sociali; la loro improducentività si mostrava in molti ambiti. Se si riflette su come ci si sia proprio astenuti da così lungo tempo da una panoramica su ciò che propriamente si dovrebbe fare, su come le condizioni oggi esigono un altro pensare, un altro sentire dagli uomini di prima, allora si giungerà pur all’intuizione che ora, quando è giunto il tempo della terribile catastrofe, deve ora cominciare un tale ripensamento, un tale sentire diverso; questo dovrebbe ben essere chiaro a chiunque imparziale. Almeno verso occidente, ciò che ha fatto sparare insieme 12-15 milioni di uomini e ha fatto in modo che altrettanti diventassero disabili, è sorto da condizioni economiche impossibili. Verso occidente è del tutto indubbio, verso oriente abbiamo di nuovo condizioni civili affatto diverse, là hanno agito più condizioni psichiche. A chiunque dovrebbe essere chiaro che da peccati di omissione degli ultimi decenni questo intero caos, la situazione di guerra della presente necessità è sorto.
Abbiamo i trattati di pace. Ma dopo tutto, la pace che è stata conclusa, è essa una vera pace? Una pace di significato potrebbe essere soltanto se si offrissero prospettive che l’antica civiltà dell’umanità si rialzasse di nuovo. Ma guardiamo le condizioni attuali, se queste parlano per il fatto che potrebbe essere così. In Inghilterra è dapprima spuntato, e davvero assai significativamente. Presso pensatori inglesi troviamo affermazioni sulla desolazione della situazione attuale e su ciò che è necessario per il miglioramento.
Così abbiamo udito già in ottobre [1920] nella seconda conferenza economica nazionale come sia precario ciò che è emerso dalla catastrofe della guerra e che debba essere sostituito da qualcos’altro, se la miseria non dovrà diventare sempre più grande. C’erano numerosi uomini che avevano compreso come davvero stesse.
Noi nella nostra civiltà oggi siamo simili a un uomo che si consola del fatto che ha ancora una giacca che inizia a diventare lacera ecc. [Lacuna nel manoscritto?] Così stanno le cose con quello che si considera come il miglioramento. È interamente questo miglioramento soltanto apparente, perché ciò che è rimasto dalla civiltà dell’epoca prebelica, è in certa misura già consumato, deve portare in stati terribili se non si pensa in tempo a crear un vero miglioramento.
Una parola significativa echeggia alle orecchie quando si sente come un consenziente sulle condizioni del presente l’ha espressa, con le parole: «Entro le attuali condizioni della civiltà europea si commette un grande crimine di specie incomparabile e siamo tutti partecipanti a questo crimine.» La parola è caduta in Inghilterra, e si può ben dire: suonano alle orecchie una tale parola come qualcosa che si presenta assai veracemente. Agli uomini che riflettono sulle attuali condizioni, cadono dapprima in occhio le condizioni economiche, e si pensa di dominarne il signore. Si crede di poterne diventare il padrone così o così, allora si diffonderà su tutti gli altri campi della civiltà. Certo, entro le condizioni economiche ci sono stati che facilmente, molto facilmente mostrano come fondamentalmente non dai fondamenti ragionevoli, ma dal caos, da una situazione penetrata dal decadimento, si agisce economicamente. Si può chiamare ancora economica la cosa, quando per esempio la Svizzera nel primo semestre del 1920 aveva bisogno di un milione di tonnellate di carbone, di questo milione di tonnellate ha ricevuto 4000 tonnellate dall’America? Si ha solo da riflettere al fatto che la Svizzera è circondata da Stati che producono carbone, e che è comunque un’amministrazione impossibile del mondo se le cose vengono fornite il più costosamente possibile. Si potrebbero portare oggi simili esempi a centinaia; si potrebbe vedere da quale impulso fluisce propriamente l’economicità. — Per le riparazioni sono necessari circa 4500 milioni di sterline ecc. [Lacuna nel manoscritto?]
Tutto ciò dà una panoramica che è terribile, e non si deve credere che qualche area, come la Svizzera, potrebbe essere esclusa dalle conseguenze. È oggi del tutto il tempo, sebbene ci si opponga, in cui il progresso della civiltà rende necessaria l’economia mondiale.
Se si tiene ulteriormente conto del fatto che questi paesi dell’Europa centrale, se devono avere affatto la possibilità di lavorare, hanno bisogno di almeno 100 milioni di sterline di credito, allora ciò che si presenta come prospettiva di fronte a noi dà solo un’immagine assai triste. Le condizioni economiche stanno di fronte ai nostri occhi; [da una stessa parte], da cui le condizioni economiche ora sono già chiaramente sottolineate, esce anche qualcos’altro. Lo si è potuto udire nella conferenza di ottobre 1920. Non poteva fondamentalmente accadere altrimenti, perché coloro che erano riuniti, erano diplomatici, erano tutti insieme politici, che non capivano insieme nulla di un’economia nazionale; era necessario che gli economisti da dentro le condizioni economiche offrissero la loro mano verso un miglioramento, per intervenire nel miglioramento. — È oggi concesso che i politici, coloro che solo politicamente sono stati educati — e purtroppo sono educati politicamente abbastanza male —, che questi non sono affatto nella situazione di intervienire in alcun modo migliorando nelle condizioni economiche.
Vedete, cari amici, dalle concezioni che oggi da parte della necessità del tempo sono imposte a pochi finalmente, emerge ciò che come impulso vuole porre la triarticolazione dell’organismo sociale nel mondo, per guidare all’ascesa. Egli vuole cogliere la civiltà come intera, vuole comprendere come interagiscono i diversi fattori, i diversi elementi della vita [intera] civilizzata. Non possiamo affatto considerare la vita economica per sé; possiamo unicamente e soltanto cogliere il tutto con lo sguardo, allora però mostra per noi assai chiaramente come siano radicalmente diversi i singoli ambiti, e su questo radicalmente diverso dei tre ambiti della vita della civiltà, su questo si sofferma la triarticolazione dell’organismo sociale e tenta da là di offrire il suo contributo alla guarigione dello sviluppo umano. Questi tre ambiti, sono la vita dello spirito da un lato, la vita economica dall’altro lato, e nel mezzo, ciò che possiamo chiamare la vita statale, la vita giuridica, o propriamente la vita politica.
Come è cominciata la più nuova vita civile, era perfettamente naturale, anzi storicamente necessario, che ciò che si era formato dallo Stato moderno, che ciò si impadronisse gradualmente non solo della vita politica, della vita giuridica, ma anche della vita dello spirito, della vita educativa, di insegnamento, e di tutta la vita dello spirito. Ma oggi stiamo in un’epoca dove questo ha compiuto il suo compito e deve cedere il posto a qualcos’altro. È assolutamente così che le forme di civiltà dapprima sono giovani, poi mature e poi vecchie e decadono. Così il fondamento profondo [del non saper comprendere è] che non vediamo che viviamo in uno Stato unitario astratto, che questo vada verso il suo [periodo di] decadimento, e che qualcosa di nuovo debba nascere che possa prenderne il posto.
Ciò a cui si mira, è una separazione della vita dello spirito, della vita economica dallo Stato, in modo che al posto dello Stato unitario astratto che ha tutto mescolato insieme, tre articoli debbono subentrare: una vita statale indipendente con i rapporti giuridici in sé, una vita dello spirito indipendente e una vita economica indipendente, che da queste condizioni deve crescere e prosperare e può. Ciò che è vita dello spirito indipendente, questo deve essere tale che esista la massima possibilità che ciò che l’uomo attraverso la sua nascita nel dato fisico porta — sia spirituale o psichico —, che questo possa svilupparsi. Ciò che qui deve svilupparsi, deve essere introdotto con la sua massima forza negli altri ambiti della vita, si deve poter sviluppare interamente libero.
Lo Stato in tempi più recenti si è impadronito del sistema educativo e d’insegnamento; ha compiuto il suo compito — che cosa ne è uscito? Coloro che nel sistema educativo d’insegnamento devono sviluppare le capacità umane, si sono trovati dipendenti da ciò che lo Stato prescriveva loro, erano in certa misura ciò che doveva giungere allo Stato per il suo arricchimento, per la sua fecondità. Ma perché il propriamente vivo nel sistema educativo d’insegnamento era condotto da fuori, per questo il contenuto del sistema d’insegnamento si alienò a ciò che oggi vediamo — soprattutto considerato da certe personalità —, a una scientificità astratta, a una vita dello spirito astratta. Questi educatori dell’umanità, non potevano dal loro stesso cuore insieme amministrare il sistema educativo d’insegnamento; così non rimase loro nient’altro che vivere in un’astrazione. Che questo da molti lati non sia voluto ammettere, su questo si basa la nostra presente miseria.
Ciò che può aiutare è la vita dello spirito. Il più importante elemento della vita dello spirito è l’indipendenza, l’autonomia spirituale. Che questa venga in amministrazione completamente propria, e proprio nel potere di coloro che stanno direttamente vivi nell’educazione e nell’insegnamento. Qui si deve mirare a che essi, nelle loro corporazioni, nella loro collaborazione possano amministrare anche questo sistema educativo liberamente, autonomamente, in modo che tutto ciò che nel sistema educativo proviene da disposizioni, non sia da temere. Le autorità imposte sono combattute. Chi conosce le condizioni della vita dello spirito, sa che un esperto naturalmente ha anche la massima influenza, perché gli altri l’hanno bisogno, per poter imparare da lui. Indipendenza, è su questo che si tratta. Naturalmente il set up della vita dello spirito si svilupperà dalla vita economica. Ma riguardo al spirituale, questo ambito spirituale deve essere completamente e del tutto indipendente da ogni altro influsso.
Per milioni di uomini la vita dello spirito è diventata un’ideologia. Ma non si può giungere a una tale concezione se si sperimenta che lo spirito non è solo qualcosa su cui si è pensato, ma che si è vissuto; da questa vita vivente fluisce allora ciò che è la costituzione del cuore, come essa è propriamente. Si sentono affermazioni assai giustificate che negli ultimi tempi la vita dello spirito in un certo modo sia stata portata alla decadenza, persino sia imbarbarita, per il fatto che ha aspirato al puro intellettualismo, mentre il sentimento, il cuore, è propriamente atrofizzato.
Si può facilmente dire cose simili, ma più difficile è comprendere come a questo se ne possa porgere seguito. Si può esigere che l’atmosfera della formazione del sentimento esca fuori ecc. [Lacuna nel manoscritto?] Ma non si può semplicemente tracciare una linea sotto ciò che fino a ora era. Questa vita moderna ha appunto la sua tecnica, ha appunto l’intelletto, la formazione della ragione, il diventare intelligente unilaterale che è stato grande. Si tratta che alla questione seria profonda sia diretta ai destini umani: che cosa mette in accordo con la formazione del sentimento e del cuore? … (Riferimento alla scienza dello spirito).
Una tale scienza non può essere come prima, poiché anche qui entra in considerazione il fatto che è il grande compito che vi ci si vuole proporre, di giungere allo spirito, al vero spirito; non allo spiritismo, alla teosofia ecc., bensì a uno spirito che può permeare l’uomo intero, che lo spirito può riconciliare con il sentimento. Questo è ciò che è stato effettivamente considerato, ciò che ora dal dentro alla vivificazione di questa vita dello spirito dal Goetheanum a Dornach vuole accadere. Con questo certamente Dornach dà occasione a molti scandali, perché deve assumere una posizione di fronte ad altri sforzi del presente, che forse provengono da buona intenzione, ma dovrebbero rivelarsi come non fruttiferi.
Che cosa si sforzano di fare gli uomini, ora nel tempo soprattutto, per rafforzare la vita del sentimento, la vita della moralità, l’approfondimento della religione? Che cosa si persegue là? Si vuole diffondere ciò che si è acquisito in modo intellettuale, attraverso ogni sorta di imprese, come biblioteche popolari ecc. — In questo modo Dornach non può unirsi alla cosa, perché riconosce l’assenza di prospettive.
Bisogna domandare: non hanno coloro che erano capi, non hanno visto e saputo essi stessi ciò che hanno compiuto le scuole, non hanno proprio questo [posseduto] che viene insegnato nelle università? Ha questo però impedito loro di salpare dentro la catastrofe del ventesimo secolo? E se coloro che possedevano questa educazione, non sono stati impediti, anzi sono stati spinti dentro, si può allora sperare che nella sua ulteriore diffusione porti a qualcos’altro? Vuole uno diffondere a milioni ancora ciò, affinché porti i suoi frutti in misura ancora più devastante?
È questo che si comprende sul terreno a Dornach, per portarlo da là nel popolo. Dapprima deve avvenire il portare nelle istituzioni educative, affinché possa uscire qualcos’altro.
Volevo solo indicare da quali fondamenta possa scaturire questa comprensione della necessità della liberazione della vita dello spirito. Proprio da ciò risulta l’istanza della libera vita dello spirito. Gli insegnanti dai livelli più bassi a quelli più alti hanno questa stessa vita dello spirito a amministrare; loro stessi dovranno istituire ciò che ci sono come strutture educative pratiche; non sarà loro dato l’insegnamento su che cosa devono insegnare, perché ciò che deve essere usato nella vita dello spirito, questo devono amministrare i rispettivi [insegnanti]. Allora sono loro anche costretti a inserirsi nella vita pratica, a educare e insegnare, perché non hanno una scientificità astratta da insegnare, ma ciò che la vita propriamente sostiene.
Su un lato dell’organismo sociale deve stare la libera vita dello spirito. — Su questo lato dell’organismo sociale sarà già necessario che ci si giudichino le cose dal fare inserimento nello spirito. — Questo farà difficoltà, perché gli uomini non sono abituati a comprendere correttamente una tale vita dello spirito; hanno solo un puro pensare sullo spirito. Ma non possiamo decidere se lasciare o migliorare; deve essere compreso che per questo la vita dal lato spirituale è fecondata nel modo giusto — deve diventare autonoma. È su un lato.
Sull’altro lato sta la vita economica. Vorrei attraverso un paragone esteriore mostrarvi quali altre condizioni di vita ci sono nella vita economica che nella vita dello spirito. (Esempio) Su ambito economico, tale libertà come l’abbiamo nella vita dello spirito, non è possibile. Nella vita economica siamo proprio senza eccezione interdipendenti gli uni dagli altri. Nella vita economica si tratta che uno — mediante l’esperienza economica, mediante il collegamento in un ramo economico — acquisisce gradualmente. — Nel campo della vita economica è impossibile partire dalla libertà. Si può provare rigorosamente che è impossibile. (Esempio: trattative condotte sull’introduzione del gold standard.)
Il contrario di ciò che le persone intelligenti hanno predicato, è accaduto. Ciò che così è nato nel grande sulla base dell’economia mondiale, si mostra nel presente piccolo. Generalmente realizzerai il contrario riguardo all’economia totale e quindi alla vita economica in generale. A questo proposito, si dovrebbe guardare con una certa ingenuità.
Già nei decenni precedenti abbiamo il sorgere della questione sociale. A questo riguardo, di nuovo persone assai intelligenti hanno avuto pensieri strani. (Ministro austriaco M.) Ho avuto molte conversazioni nei 1880 con persone della vita economica. Proprio in questo ambito si è notato più tardi qualcosa delle condizioni di pressione, del barlume della questione sociale che ha portato tale miseria e tale necessità. Ma coloro che anche erano nella conversazione, hanno detto: siamo impotenti, per entrare produttivamente nella vita economica ecc. — Queste cose erano semplicemente accettate come un destino indefinito. Oggi si deve pensare nel grande a queste cose.
Nel campo della vita economica il più importante è il prezzo; perché solo quando i prezzi stanno così che gli uomini possono scambiarsi le loro cose, allora la vita sociale è veramente presente in modo anche umano. Ora si può assai facilmente, con una certezza matematica, dire come deve essere riguardo a [un] fissazione dei prezzi, della cellula primaria della vita economica, ed essa è così: chi produce qualcosa, deve ricevere per questa produzione tanto che per ciò che ha ricevuto possa mantenersi e coloro che gli appartengono, sé e i suoi, mantenersi, finché non possa di nuovo produrre lo stesso prodotto (Esempio: stivali). Questo è, come detto, espresso astrattamente. Deve così brillare; si tratta soltanto di come ciò può essere portato nella realtà della vita.
Là deve intervenire, e ciò deve assolutamente prendersi sul serio, che il singolo uomo possa giungere a un giudizio economico. Si aspira affinché ogni singolo possa diventare bravo in un singolo ambito, perciò deve emergere ciò che conduce all’agire vivo nella vita economica e porta il vivo in movimento, questo deve subentrare, che ho denominato nei «Punti cardine della questione sociale» il principio associativo della vita economica. (Per illustrazione, esempio dalla propria vita.) Si scrivono libri ecc., questi vengono portati nelle stamperie, composti, stampati e spediti, e numerosi di questi diventano carta straccia. Considerate che cosa significa! Ciò significa nient’altro se non che così e così molte mani si sono mosse per la produzione di carta, per la composizione, la stampa e così via. Questo è il lavoro non necessario. (Esempio: casa editrice, economia dei consumi.) Tali esempi indicano ciò che ho descritto nel senso dei miei Punti cardine secondo il principio associativo. Si tratta che coloro che sono coinvolti nella vita economica — e questo sono tutti gli uomini —, si uniscono insieme, questo comporta allora già un’associazione. I singoli si uniscono secondo la produzione e questi con i cerchi dei consumatori.
Consumare, produrre, se si considera tutto ciò, allora mi vengono certi gruppi di questa associazione. (Associazione economica mondiale.) Entro questa associazione economica viene negoziato da uomo a uomo, e là emerge ciò che l’uomo riversa tutto ciò che può; ciò che non può, viene integrato da altri.
Se proprio si guarda che i rapporti di prezzo sono l’elemento decisivo, allora deve essere possibile intervenire in questa configurazione dei prezzi; ciò non si può fare attraverso ordini teorici. Ciò a cui si tratta, è che dall’altro lato deve cominciare. Non si può affatto regolare attraverso ordini, ma solo attraverso la vita vivente, si può raggiungere solo attraverso la vita economica associativa, che deve basarsi su sane esperienze economiche.
Né nella vita dello spirito né nella vita economica si può parlamentarizzare; perché su ciò che deve accadere in entrambi gli ambiti, può agire solo chi è competente e capacitato nel mestiere. Là deve dunque essere negoziato da uomo a uomo, da corporazione a corporazione, in modo che chi ha esperienza sia collocato nel posto pertinente, perché appunto ha esperienza, non che sia collocato in un partito di cui non capisce nulla, in modo che la competenza e la capacità nel mestiere vengono prese in considerazione.
Si potranno fare molte obiezioni. Ma queste obiezioni si risolvono quando si considera che tutt’al più coloro che per il loro mestiere necessitano una certa libertà di movimento, potrebbero sentirsi pressati dalle associazioni. Però, quando la cosa è pratica, non è più difficile che cambiare denaro. (La burocrazia è rimossa.) Queste cose sono trattate vivacemente, perciò saranno elaborate anche in modo vivace. Ma ciò che è inteso con le associazioni, proprio farebbe libero l’uomo, e allora seguirebbero le altre liberazioni su altri ambiti. (Applicato a Stoccarda.)
Si può obiettare: da un lato dello Stato è la vita dello spirito e dall’altro lato è la vita economica, allora nel mezzo non c’è più nulla. Si aspetti solo, che cosa diventerà nel mezzo; c’è un ambito grande, più grande; l’umanità dalla sua essenza richiede la decisione da sé, da questo mezzo. (Unione di uomini diventati maggiorenni, fissazione di merce, tempo, misura.) Queste cose che riguardano l’uomo stesso, e per cui l’uomo con la sua persona deve intervenire — non deve diventare merce. — Nella vita economica si deve accettare ciò che la natura offre, e economizzare secondo ciò, perciò deve essere indipendente dallo Stato.
Molto altro dovrà proprio entrar qui dentro; si vedrà là che cosa è il diritto vivente. Ciò che deve emergere là, in realtà non c’è affatto; la vera vita del diritto è corrotta. Ciò che diritto deve essere, che solo dai diventati-maggiorenni-uomini fluisce, è atrofizzato. Là gli uomini devono avere la possibilità di trovare un ambito dove possono fissare ciò che in ogni giudizio dei diventati-maggiorenni-uomini risiede; non si deve assolutamente averne paura. (Citazione di un articolo da un giornale.) Un tale uomo non può immaginare che proprio da ciò che è fondato nel modo giusto, questi tre articoli dell’organismo sociale si afferrino in un’unità. Così è anche nell’uomo; l’unità, l’unità vivente nell’uomo consiste anche di una triarticolazione, e così deve essere anche nell’organismo sociale. Un uomo ha una volta obiettato: sì, la vita deve essere un’unità, e non si può pensare altrimenti se non che uno Stato unitario; tutto deve penetrarsi. (Esempio: economia rurale, donne, servitori, bambini, una serie di carri che collaborano in un’unità.) L’unità viene proprio dal fatto che ciascuno fa il suo. Abbiamo visto che persone assai illuminate dicono: gli uomini che hanno assemblato insieme questa forma apparentemente nuova, erano appunto politici, che non capivano nulla della vita economica.
Non si ha il coraggio di fissare lo sguardo su ciò verso cui gli uomini anelano, per sviluppare l’impulso della volontà. Dobbiamo reimpare. I grandi significativi ideali, libertà, uguaglianza e fraternità, fino a ora non hanno potuto condurre gli uomini fuori dal caos dei tempi. Persone assai intelligenti hanno ancora e ancora dimostrato come libertà e uguaglianza possono sussistere, come attraverso entrambe di nuovo la fraternità è svantaggiata. Libertà può esserci dal campo della vita dello spirito, l’uguaglianza potrà emergere dalla vita dello Stato, e nella vita economica potrà svilupparsi la fraternità, vera, pratica fraternità. Così si dovrà dire: attraverso il fatto che si riconosce come questi tre grandi, significativi ideali devono scorrere nella vita, attraverso la triarticolazione l’umanità sarà condotta fuori dal terribile caos, se compresa nel modo giusto. Dalla sensazione della amara necessità del tempo e da un’esperienza fatta per decenni si può dire: questa triarticolazione dell’organismo sociale, essa mira a condurre l’umanità fuori da questo, affinché nulla sia compresso insieme caoticamente, bensì che questi tre ideali siano condotti nei loro veri possedimenti, a un grande organismo sociale. E questo organismo vitale, esso assemblerà insieme ciò che può scaturire: libertà nella vita dello spirito, uguaglianza nella vita giuridica, fraternità nella vita economica. LA VITA SPIRITUALE AUTONOMA NEL TRIARTICOLATO ORGANISMO SOCIALE Dornach, 27 giugno 1921
Miei cari e stimati presenti! Quando nella primavera del 1919 pubblicai i «Punti nodali della questione sociale nei bisogni vitali del presente e del prossimo futuro», si era di fronte a una vita pubblica dell’Occidente configurata un po’ diversamente da come lo è oggi. Dovrebbe farsi chiaro in modo assolutamente netto quanto sia veloce il ritmo dello svolgersi degli eventi nel presente. Dovrebbe farsi chiaro come nel corso degli ultimi due anni la configurazione civilizzatrice della vita occidentale sia cambiata sostanzialmente. Allora nella primavera, nella stagione primaverile dell’anno 1919, vi era infatti fondamento sufficiente alla speranza che un numero sufficientemente grande di persone si riunisse con l’intenzione, a partire da impulsi spirituali, di opporre resistenza alle forze del declino sociale. Le terribili esperienze degli anni di guerra giacevano dietro l’umanità dell’Occidente, queste terribili esperienze, di cui allora molte persone avevano il sentimento che stessero senza confronto nella vita storica dell’umanità in generale. E da queste terribili esperienze era scaturita l’opinione che dovesse accadere qualcosa di completamente incisivo e soprattutto qualcosa che fosse tratto dagli abissi della vita spirituale, affinché si potesse in modo adeguato paralizzare le forze del declino e rendere l’umanità operosa a partire dalle forze di ascesa.
Si potrebbe dire: già dopo pochi mesi si poteva constatare che questa opinione, che era presente con grande intensità nei più ampi strati, in realtà era diminuita sostanzialmente. Si aveva pertanto potuto credere nel febbraio, marzo, aprile, maggio dell’anno 1919 di poter avvicinare con l’affermazione di tali idee, come erano state lanciate nei miei «Punti nodali della questione sociale», come erano state brevemente riassunte nel mio appello «Al popolo tedesco e al mondo della cultura», si aveva potuto credere di potere con il lancio di tali idee avvicinarsi a quelle persone che erano caratterizzate da quella opinione appena descritta. Non era affatto necessario avere la superba opinione che con tali idee lanciate in tale modo fosse già stato colto l’assolutamente giusto, bensì era necessario soltanto avere il credo che in modo onesto dai fondamenti dell’essere, dai fondamenti legittimi dell’essere, fossero state tratte tali idee lanciate, e allora si poteva credere che dalle esperienze sorte, si troverebbe un numero sufficientemente grande di persone per apportare comprensione e forza d’azione all’intero impulso, a tutta la volontà di tali idee.
Si poteva constatare come molto presto gli uomini credessero nuovamente che dovesse essere d’aiuto all’umanità il cementare insieme questi o quegli impulsi antichi laceri. Si poteva constatare come la forza d’azione, che comunque era stata allora per un certo tempo percettibile, si paralizzasse e così via. In questo tempo, nella primavera 1919, dovette per così dire essere gettato nel tempo quello che io chiamai «La triarticolazione dell’organismo sociale». Come detto, potesse essa avere bisogno di correzioni come sempre, questa idea, ma dovette essere gettata nel tempo, perché scaturiva da due presupposti.
Il primo presupposto è uno storico, uno storico-scientifico dello spirito, uno ottenuto dall’osservazione del corso evolutivo dell’umanità, come risulta da quella osservazione scientifico-spirituale che qui è condotta come antroposofica.
L’altro presupposto scaturiva da un’osservazione ultradecennale degli impulsi che negli abissi della vita spirituale, della vita stato-politica, della vita economica, da per tutto dagli abissi tendevano verso la superficie. Dall’osservazione di ciò che effettivamente voleva realizzarsi, a cui si doveva soltanto dare aiuto alla realizzazione, da questa osservazione, da questa osservazione immediatamente pratica delle tre diverse configurazioni della vita scaturiva il secondo presupposto. Anche il primo presupposto non era affatto uno teorico. La scienza dello spirito, come è qui, deve infatti condurre completamente nella piena realtà. Pertanto tutte le sue considerazioni, anche quella sulla evoluzione dell’umanità, sono permeate dal senso della realtà. Chi potrebbe infatti non riconoscere, mediante un’osservazione imparziale di ciò che sempre più intensamente nella storia più recente dell’umanità si rendeva manifesto, il principio democratico?
Questo principio democratico, non ho bisogno di definirlo. Certo l’uno intende questo, l’altro quello. Ma in generale, si ha un sentimento di ciò che si sviluppa nella storia più recente come il principio democratico, quel principio per il quale l’uomo, semplicemente per il fatto che è uomo, deve rendersi manifesto all’interno della comunità sociale, cosicché per quanto il giudizio del singolo uomo vale, questo giudizio deve significare anche negli accadimenti sociali. Questo impulso verso la democrazia, era da lungo tempo presente, si esprimeva attraverso i più svariati movimenti e convulsioni della storia più recente della vita civile dell’umanità occidentale con la sua appendice americana. Ma d’altro canto si poteva constatare che questa vita democratica in realtà non può realizzarsi in modo universale. E risulta all’osservatore imparziale della socialità umana che vi è proprio un solo ambito della vita sociale che può effettivamente diventare democratico, ed è l’ambito politico-statale. L’ambito politico-statale, tuttavia, se vuole diventare democratico, può soltanto comprendere quelle questioni su cui è capace di giudizio ogni uomo divenuto maggiorenne. E si può, proprio quando si pensa praticamente, delimitare chiaramente l’ambito della vita sociale che può stare sotto il giudizio di ogni uomo divenuto maggiorenne. Al contrario, vi sono due ambiti che semplicemente non possono essere democratizzati, perché possono svilupparsi soltanto se si sviluppano nel senso della competenza e dell’expertise fattuale delle persone, dell’individualità umana singola, e questo è da una parte l’intero ambito della vita spirituale, in particolare quell’ambito della vita spirituale che è effettivamente pubblico, l’ambito dell’insegnamento e dell’educazione, e questo è dall’altro lato l’ambito della vita economica.
La vita spirituale e il suo componente principale, l’insegnamento e l’educazione, possono svilupparsi adeguatamente solo quando scaturiscono dal giudizio fattuale e dalla competenza professionale delle singole personalità che agiscono in questo ambito e sono amministrati, amministrati in completa autonomia. In questo ambito non può giudicare ogni uomo divenuto maggiorenne. Pertanto in questo ambito non può esistere quello che si chiama costituzione democratica e amministrazione democratica. Allo stesso modo non può esistere costituzione democratica e amministrazione democratica nell’ambito della vita economica.
Vorrei attirare l’attenzione su un fatto che potrebbe però essere centuplato o moltiplicato per mille dalle esperienze della vita, su un fatto che si è svolto in epoca recente. Così attorno alla metà del diciannovesimo secolo e verso l’ultimo terzo divenne particolarmente urgente, direi, la questione del gold standard, del vero gold standard. E si può fare un’osservazione molto interessante se si raccolga tutto quello che pro e contro lo gold standard è stato detto fino alla seconda metà del diciannovesimo secolo e verso l’ultimo terzo da persone molto intelligenti in parlamenti, ditte commerciali, associazioni imprenditoriali, associazioni di imprenditori industriali e così via. Non intendo affatto ironicamente quando dico che allora un’infinità di intelligenza pro e contro nello gold standard era stata apportata. E in particolare un certo tipo di ragionamento giocava allora un grande ruolo, precisamente questo: che si diceva, se si arrivasse veramente a questo gold standard unitario, allora si realizzerebbe ovunque l’aspirazione al libero scambio e anche la realizzazione del libero scambio. Il libero scambio finalmente celebrerà i suoi trionfi.
Si può dire, miei cari e stimati presenti, se si legge quello che allora era stato argomentato, quello che allora era stato detto, è davvero intelligente, non è stato detto da persone stupide, ma è stato detto da persone straordinariamente intelligenti. Ma la realtà dopo ha detto il contrario. La realtà ha mostrato che ovunque dall’aspirazione allo gold standard nasceva l’aspirazione a sistemi protezionisti, alla chiusura dei singoli confini territoriali. Cioè, le persone più intelligenti, quelle persone che dalla loro intelligenza industriale avevano detto la cosa più ragionevole, hanno dovuto farsi insegnare dalla realtà che in modo conforme alla realtà avrebbe dovuto dirsi il contrario!
Come detto, non dico questo della «intelligenza» ironicamente, ma l’intendo del tutto seriamente. Infatti questo fatto — e potrebbe essere centuplato — ci mostra molto. Cosa ci mostra? Che nell’ambito delle correlazioni economiche il singolo non può affatto essere determinante, che può essere determinante soltanto se il suo giudizio confluisce con quello degli altri, che a loro volta hanno esperienza in un altro ambito della vita economica e sono competenti sotto il profilo fattuale, cioè che il singolo con il suo giudizio ha valore soltanto all’interno dell’associazione.
E così abbiamo due ambiti: l’ambito spirituale nell’insegnamento e nell’educazione, che deve essere posto nella forza della singola individualità umana, l’ambito economico, che deve essere posto nella forza dell’associazione, dell’associazione che scaturisce dalla collaborazione fattualmente adeguata dei singoli rami economici, della produzione, della consumazione, della circolazione della merce. Quello che da tutto ciò può scaturire come collaborazione fattualmente adeguata, già dal giudizio dentro le associazioni, da questo deve configurarsi la vita economica. Cosicché abbiamo tre articolazioni, non parti; dato che si è parlato di tripartizione dell’organismo sociale, si è dato occasione a molti equivoci; non si può neppure parlare dell’uomo tripartito, non si può dividere l’uomo in uomo-testa, uomo-tronco, uomo-arti e uomo-metabolismo, mentre è effettivamente costituito da queste tre articolazioni, l’uomo; così non si può neppure parlare della tripartizione dell’organismo sociale, ma soltanto della triarticolazione, perché queste tre articolazioni non devono essere lì affinché ciascuna vada per la sua strada, quasi che la testa, il sistema circolatorio — il ritmico — e il sistema metabolico potessero andare per la loro strada propria, bensì proprio a causa della loro relativa autonomia lavorano anche nella maniera economicamente più efficiente e nella maniera più razionale insieme. Si può, allora, quando si fa sul serio con questa triarticolazione, essere onestamente democratici, perché si può effettivamente condurre la democrazia nell’ambito dove deve essere condotta, nell’ambito statale-politico, dove l’uomo divenuto maggiorenne sta di fronte all’uomo divenuto maggiorenne, e dove soltanto viene deciso e amministrato quello che può stare nel giudizio di un uomo divenuto maggiorenne. È completamente possibile, del tutto nel singolo, nel concreto trovare la configurazione di come si debba operare verso questa triarticolazione dell’organismo sociale.
Certo, vede, le circostanze sono già diventate così innaturali da questo punto di vista, che a volte, anche allora nella primavera 1919, quando le cose sono state prese molto più sul serio con la triarticolazione di quanto non lo siano oggi, a volte dovetti dare risposte singolari. Così dovetti in uno stato rispondere, in cui era stato istituito un cosiddetto Ministero del Lavoro, e mi fue chiesto dal Ministro del Lavoro: sì, se l’organismo sociale deve essere triarticolato, dove appartengo allora io effettivamente? — Intendeva come Ministro del Lavoro. Bene, se si ripensano in modo concreto le necessità, il Ministero del Lavoro è una cosa ambigua tra la vita economica e la vita politica dentro. Pertanto dissi al ministro in questione: sì, da voi purtroppo è già così, che dovreste essere tagliati a metà. — Come presso quel valoroso svedese che non ebbe paura e tagliò il Turco a metà, così avrebbe dovuto cadere a destra e sinistra mezzo Ministero del Lavoro dalle nostre circostanze presenti innaturali. Ma proprio queste cose provano come stanno le cose, e come tutto è confuso, mescolato insieme.
E così si deve dire: dall’osservazione storica, scientifica dello spirito storicamente considerata del sorgere della democrazia scaturiva la necessità della triarticolazione dell’organismo sociale. Se si osservava il completo capovolgimento radicale che poi subentrò nel secondo decennio del ventesimo secolo, allora si poteva anche sapere: ora in un certo senso sono possibili le esperienze che potrebbero condurre gli uomini a prendere sul serio e a capire qualcosa di simile. Si può dire anche: era in fondo soltanto l’ultima conseguenza di quello che già era emerso alla fine del diciottesimo secolo nell’appello a libertà, uguaglianza e fratellanza. Questo appello a libertà, uguaglianza e fratellanza, che era scaturito dalla Rivoluzione francese, è tale che penetra profondamente il cuore di ogni persona imparziale, che deve essere considerato come ovvio, verso cui si deve aspirare. Ma chi conosce un poco la letteratura culturale politica del diciannovesimo secolo, sa quanta argomentazione — e di nuovo non da persone stupide, ma da persone molto intelligenti — è stata portata contro queste tre idee della libertà, uguaglianza, fratellanza.
Legga pure una volta la straordinaria opera plurivolume dell’ungherese molto dotato [Eötvös] dal cinquantennio del diciannovesimo secolo, e vedrà come lì è provato in modo del tutto raffinato da una prospettiva filosofica fine, che l’idea dell’uguaglianza accanto [a quella della] libertà assolutamente non può realizzarsi, e di nuovo l’idea della fratellanza non può realizzarsi accanto all’idea della uguaglianza assoluta, e così via. Si deve dire: quello che lì viene argomentato, è intelligente. Si vede infine che proprio queste idee nel corso dello sviluppo storico dell’umanità sgorgano dalla superficie come qualcosa di completamente legittimo dagli abissi, ma che tuttavia si era ancora nel corso di tutto il diciannovesimo secolo e nel ventesimo secolo sotto la suggestione dello stato unitario. Questa suggestione dello stato unitario era così grande, che sempre più, particolarmente nell’Europa centrale e anche nell’Europa occidentale, con eccezione dell’Inghilterra, sempre più si operava, si operava per configurare lo stato unitario in riferimento ai suoi poteri sempre più intensamente e intensamente. Si era sotto la suggestione dell’importanza universale dello stato unitario, che doveva estendersi su tutto. E lì dentro non si potevano introdurre le idee di libertà, uguaglianza, fratellanza.
Se si comprende che questo stato unitario tende verso la triarticolazione, allora si arriva anche molto presto a questo: la vita spirituale tende verso la libertà, la vita statale-politica verso l’uguaglianza di tutti gli uomini divenuti maggiorenni, e la vita economica verso la vera fratellanza nelle associazioni, e da lì allora del tutto nella vita intera.
Non appena si ha l’idea della triarticolazione, subito si ha anche l’agens della realizzazione di libertà, uguaglianza e fratellanza. Bene, naturalmente, miei cari e stimati presenti, vi erano numerose persone che, sentendo parlare di qualcosa come la triarticolazione dell’organismo sociale, parlavano di utopia. Ma non è utopia. Proprio come è scaturita alla fine da una considerazione scientifica dello spirito-storica, così è scaturita dall’altro lato da un’osservazione pratica della vita stessa, e non è semplicemente vero che in questa triarticolazione si tratterebbe di un soffocare così un’umanità che era magari diventata caotica, di un soffocare così un’idea, bensì si tratta del fatto che per colui che comprende questa triarticolazione dell’organismo sociale, da ogni singolo punto della vita questa triarticolazione può essere affrontata. Si può cominciare dappertutto, e allora, allora i singoli inizi confluiscono da sé verso il tutto. Così abbiamo davvero cominciato nell’ambito della vita spirituale con la triarticolazione.
Nella nostra Libera Scuola Waldorf di Stoccarda abbiamo cominciato anzitutto, poiché è pur sempre una scuola come le altre, ma pur sempre una scuola che è stata creata da una vita spirituale veramente libera, voglio anzitutto citarla. Certo, oggi è difficile imporsi, proprio con vedute sul sistema scolastico. A questo riguardo si fanno anche esperienze singolari. Mi capita così di aver letto poco fa un articolo in una rivista, lì viene criticato qualcosa contro quella «Assemblea nazionale», che si è svolta nella città di Goethe e Schiller, a Weimar dopo la cosiddetta rivoluzione tedesca; naturalmente non ho niente contro lo screditare questa Assemblea nazionale, perché in fondo si può già dire: difficilmente vi è una parola troppo forte per questo cicaleccio nazionale — il parlamentarismo ha pur sempre qualcosa a che fare con un’associazione di chiacchieroni o loquacità, non è vero, quel tipo particolare di parlare insieme! —, bene, non ho niente contro mostrare a questa Assemblea nazionale di Weimar un quadro appropriato. Ma qualcosa molto singolare era stato detto. Era stato detto che questa Assemblea nazionale weimarese aveva effettivamente seminato sventura su tutte le cose della vita pubblica —, con eccezione su un solo ambito, dove ha fornito qualcosa di utile, e cioè nell’ambito della scuola, mediante la creazione della cosiddetta scuola primaria, della cosiddetta scuola unitaria e così via.
Bene, a questo articolo non sta a fondamento niente di diverso se non che è più facile notare negli altri ambiti della vita che cosa ha inaugurato di sciocco l’«Assemblea nazionale di Weimar», che nell’ambito del sistema scolastico, dove ognuno può cicalare molto a lungo prima che si noti la sciocchezza.
Bene, quando la nostra «Libera Scuola Waldorf» a Stoccarda fu fondata, si trattava del fatto che effettivamente la vita spirituale stessa dovesse essere il terreno e il fondamento con i suoi propri requisiti, da cui si elevassero qui insegnamento ed educazione. Certo, la scienza dello spirito antroposofica è stata quello che ha fornito la fonte per la pedagogia e la didattica della Scuola Waldorf. Dalla scienza dello spirito antroposofica ho tenuto il corso seminariale davanti all’apertura della Scuola Waldorf per gli insegnanti di questa Scuola Waldorf. Ma non fu affatto questa Scuola Waldorf utilizzata male per inoculare ai bambini in modo dogmatico l’antroposofia in una scuola di visione del mondo. Lontanissima era la fondazione della Scuola Waldorf da ciò. Alla fondazione della Scuola Waldorf si trattava di applicare una pedagogia e una didattica, all’interno della quale fino alla destrezza delle dita potesse praticamente provare la scienza dello spirito antroposofica; dalla pratica della pedagogia e della didattica e da quello che si faceva, si volevano mostrare i frutti del sentimento e della percezione e del pensiero antroposofici, non nell’inoculare alcuna dogmatica. Perciò fu proprio, direi, radicalmente evitato di fare della Scuola Waldorf una scuola di visione del mondo. Fu perciò escluso l’insegnamento religioso dagli altri insegnamenti. L’insegnamento religioso per i bambini cattolici fu affidato al parroco cattolico, l’insegnamento religioso per i bambini evangelici al parroco evangelico.
E poi risultò nel corso della attività scolastica che vi era un gran numero di bambini lì, bambini dissidenti, che non partecipavano a nessun insegnamento, né a quello cattolico né a quello evangelico. Cosa fare allora con questi bambini?
Anzitutto il corpo di bambini della Scuola Waldorf era composto dai bambini operai della fabbrica di sigarette Waldorf-Astoria; perché dal nostro amico Emil Molt a Stoccarda fu fondata questa Scuola Waldorf, e anzitutto i bambini erano «i bambini operai», i bambini degli operai della fabbrica di sigarette Waldorf-Astoria. Bene, lì vi erano molti genitori che non volevano mandare i loro bambini in nessuno degli insegnamenti religiosi; ma avevano il bisogno che i bambini non crescessero senza religione, senza essere guidati verso il spirituale. E così fummo costretti, proprio così accanto all’altro insegnamento, di introdurre una specie di insegnamento religioso antroposofico libero, che poi anche elaborammo pedagogico-didatticamente, e che ora sta come terzo, a parità con gli altri due.
Che particolarmente gli insegnanti evangelici di religione dovessero esprimere il timore che i bambini gli scappassero via e si precipitassero nell’insegnamento religioso antroposofico, non è vero, per questo non possiamo fare nulla, per questo i signori stessi sono responsabili. Ma come detto, proprio in questo trattamento delle questioni di insegnamento religioso doveva essere mostrato quanto la Scuola Waldorf è lontana dal volersi essere una scuola di visione del mondo.
Al contrario, si è in grado, attraverso la scienza dello spirito antroposofica, di rispondere alla domanda: quali sono le forze che nel bambino, dopo che è sceso dal mondo spirituale, ha assunto il corpo fisico, quali sono le forze che ora sono particolarmente attive nel bambino fino all’anno di vita in cui i denti cambiano, così attorno al settimo anno di vita? Sono prevalentemente forze di imitazione, forze imitative, e tutto quello che si deve portare al bambino in questa età della vita deve essere raggiunto attraverso un certo studio di queste forze di imitazione infantili.
Altre forze emergono dal fondo dell’animo infantile allora intorno al settimo anno. Si deve calcolare con queste forze. Si vede allora come si deve trattare la lettura, la scrittura e così via; da quello che si era appreso da una scienza dello spirito orientata antroposoficamente, è stata formata una pedagogia e una didattica, una vera arte dell’educazione, che mira non a portare la lettura e la scrittura ai bambini in maniera astratta, bensì così che la lettura e la scrittura vengano tratte da una certa pienezza umana artistica.
Tra il sesto, settimo e nono anno l’insegnamento è tale che si presta completamente attenzione al fatto che nulla di astratto, nulla si avvicini al bambino, che occupi la sola testa, il solo intelletto. I nostri numeri e segni alfabetici puri occupano infatti il solo intelletto, quando non vengono tratti dalla piena attività dell’uomo. E così in particolare su questa età infantile doveva cadere molta luce per il fatto della considerazione antroposofica dello sviluppo umano. Su questo fu fondata la corrispondente pedagogia e didattica.
Tra il nono e il decimo anno di vita giaceva allora per lo sviluppo infantile un punto importante che deve essere tenuto in considerazione da chi educa e insegna. Lì accade qualcosa che ordinariamente non viene affatto notato. Prima il bambino si distingue appena dal suo ambiente. Lo si istruisce meglio quando si fa il meno possibile ricorso al suo sentimento di Io. Ma tra il nono e il decimo anno, lì irrompe nell’animo infantile qualcosa il cui sviluppo principale dura poco. Si deve essere cresciuti all’osservazione di quello che succede nello sviluppo infantile, perché talvolta dipende da pochi giorni che si trovino le parole giuste, l’esortazione giusta per il bambino, che si porti il giusto nel modo giusto.
E così si tratta del fatto che in ogni anno, in ogni settimana si sa quello che la natura umana vuole. E così si conduce il bambino su, e abbiamo sviluppato questa pedagogia e didattica per condurre il bambino su fino al tredicesimo, quattordicesimo, quindicesimo anno di vita, dove di nuovo accade qualcosa di completamente diverso nello sviluppo infantile.
Questo anno, vede, otto giorni fa ero costretto, in un corso di follow-up davanti agli insegnanti, a provvedere affinché nella maniera appropriata la nostra cosiddetta decima classe potesse essere aperta. È quella classe in cui entrano i bambini, così mediamente, in quanto hanno raggiunto la maturità sessuale, o come diciamo nella scienza dello spirito antroposofica, nell’anno di vita in cui l’astralità infantile, il corpo astrale, come diciamo, il corpo genuinamente spirituale-animico nasce. Ciò richiede un’approfondimento completamente speciale in questo importante anno di vita. E nel momento in cui abbiamo aperto questa classe, dovette di nuovo essere trovata la massima pedagogico-didattica, per guidare la gioventù in questo anno di vita.
Vede, si deve in un certo senso sentire il grande peso dell’epoca sul dell’anima quando si vuole in tal modo condurre veramente contemporanea pedagogia e didattica nella pratica.
Perché si è potuto vedere: negli ultimi decenni — direi, è una questione internazionale — è sorto il cosiddetto movimento giovanile nelle più svariate forme.
Cosa significava dunque questo movimento giovanile? La gioventù esigeva improvvisamente qualcosa di completamente nuovo ed è consapevole: quello che esige non glielo possono dare i vecchi. Il movimento dello Wandervogel e così via, come si chiamano tutti, sono diventati noti agli uomini.
Ora questo movimento giovanile ha mostrato chiaramente: gli anziani non erano più in grado di essere l’autorità giusta di fronte alla gioventù. La gioventù non si aspettava più quello che prima era stato atteso dalla gioventù di fronte all’età, e un terribile anelito spirituale percorreva la gioventù. Direi: in questo anelito spirituale, per quanto pieno di errori, per quanto nebuloso in un certo senso era, si esprime chiaramente il grido verso una pedagogia e una didattica nuove. Non è affatto necessario guardare se qualcosa che sorge con una forza così elementare dagli abissi della vita, se questo sia più o meno giusto o sbagliato, bensì è necessario soltanto guardarlo nella sua fattualità, allora già può provare questo o quello. Particolarmente chi poi ha visto la fase più recente di questi movimenti giovanili, quella che è comparsa solo negli ultimi anni, deve dirsi questo: questo movimento giovanile si espresse dapprima così che dall’impulso nebuloso caotico scaturiva l’aggregarsi l’uno all’altro. Direi — in branchi, in cricche si esternava il giovanile. Poi subentrò improvvisamente una virata singolare, soltanto negli ultimi anni e proprio presso i migliori appartenenti a questo movimento giovanile subentrato una virata colossale. Si ebbe abbastanza di questo aggregarsi l’uno all’altro in piccole cricche. E quelli che prima avevano quasi l’impulso di aggregarsi l’uno all’altro, provarono una specie di disgusto per lo stare insieme. Un certo eremitismo si rendeva manifesto, eremitismo giovanile. Si chiudevano, si auto-contenevano, i giovani. Un capovolgimento completo aveva luogo.
Di nuovo è profondamente significativo. E di nuovo non è una questione mitteleuropea, bensì una questione internazionale, che ha afferrato oggi tutti i possibili circoli giovanili del mondo civilizzato. Si tratta già del fatto che oggi la necessità è presente di provvedere alla vita spirituale dagli abissi più profondi della vita intera.
Qualcosa del genere doveva essere creato dalla Libera Scuola Waldorf a Stoccarda, che, direi, è sorta proprio dalle circostanze sociali. Tutto il blaterare della scuola unitaria da tutte le possibili rancori e antipatie e simpatie si perdono naturalmente subito al fattuale, quando si insegna ed educa dalla natura dell’uomo. Lì gli uomini sono naturalmente insegnati ed educati unitariamente. Ma la cosa è messa in vita in modo fattualmente adeguato, non da rivendicazioni politiche o antipatie e rancori e discussioni. Da questo dipende il prospero ulteriore sviluppo dell’umanità, che dall’fattuale sia fondato il fattuale.
Ma al fine di realizzare qualcosa del genere, per avere allora davvero gli insegnanti che possono avvicinarsi così alla gioventù con una tale pedagogia e didattica, per questo occorre la vita spirituale libera, perché si deve potere mettere in campo la piena forza degli insegnanti. Miei cari e stimati presenti, molti hanno a lungo pensato, particolarmente nei tempi delle idee liberali, nei quali la libertà è andata così magnificamente in rovina, molti hanno pensato: occorrono programmi, occorrono idee comprendenti. Si sono anche escogitati molti programmi sulla miglior maniera di insegnare, particolarmente sui piani di insegnamento.
Bene, miei cari e stimati presenti, se si riuniscono cinque, sei, dodici persone non particolarmente intelligenti — scusate questa allusione un po’ delicata o non delicata —, se si riuniscono tante persone e lasciano giocare il loro intelletto astratto, allora ricavano i programmi più ideali, tutto perfetto; paragrafo I, l’insegnante ha da insegnare questo in classe, paragrafo II, l’insegnante ha da trattare così gli alunni, paragrafo III, questo o quello ha da accadere. Per l’ottavo anno ha da accadere questo e così via. Nella massima completezza, paragrafo I fino a x, tutto può essere così preparato, e si può proprio ricavare un programma ideale, con media capacità intellettuale dei dodici che si sono riuniti. Per fissare qualcosa in astratto non è necessario granché. Solo perché la gente già una volta ha l’impulso di non essere d’accordo, così non abbiamo uno, ma molti programmi. I programmi e l’intelligenza ronzano così intorno per il mondo. Quando mai i programmi e l’intelligenza — e neppure la parola «intelligenza» è usata ironicamente qui — hanno ronzato così intorno per il mondo, se non proprio nel diciannovesimo secolo?
Ma vede, non si tratta di questo, bensì si tratta di ciò che accade nella realtà. Si tratta della vera, pratica vita. Bene, siamo gradualmente diventati in ambiti strani dell’astrazione. La gente pensa oggi persino in teoria su teorizzazioni molto strane.
Pensano per esempio così: se si viaggia con velocità ordinaria da un luogo A al luogo B, se in luogo A viene lanciato un cannone, e in luogo B viene lanciato un cannone, dopo sparato, allora sentono il cannone sparato più tardi più tardi di quello sparato prima. Se pero si muovono sempre più velocemente, allora la distanza temporale cambia; e allora si calcolano così: se si muovono con velocità ordinaria del suono, allora sentono perfino il cannone che è sparato più tardi contemporaneamente. E se si muovono più veloci del suono, allora sentono il cannone sparato più tardi persino prima di quello sparato prima!
Bene, vede, questo può sembrare teoricamente del tutto giusto, non si ha niente da dire contro. Solo colui che pensa in senso scientifica dello spirito, pensa in modo conforme alla realtà, non soltanto logicamente, ha qualcosa da dire contro, perché questa è soltanto un lato, per venire alla verità, e colui che vuole pensare conforme alla realtà, allora si deve anche immaginare come apparirebbe un tale uomo che si muoverebbe più veloce del suono. Einstein ha perfino calcolato come appare un orologio quando con velocità della luce vola fuori nello spazio infinito e ritorna di nuovo. Teoricamente tutto ciò si può fare, naturalmente teoricamente è tutto corretto. È stato molto ammirato. Ma ci si dovrebbe soltanto immaginare come appare l’orologio quando ritorna, o come appare un uomo che si muove con velocità del suono! Una cosa sarebbe certa, uno non potrebbe allora giudicare delle differenze nella velocità del suono, perché l’uomo stesso dovrebbe diventare suono. Questo porterebbe uno solo al fatto che non si può altrimenti con il proprio pensiero, se non che la concreta realtà scorre dovunque nella propria anima, non la teoria astratta.
Solo allora si è sulla vera via verso la verità. Allora però si vede anche: programmi molto belli potrebbero elaborare una dozzina di persone. Ma una dozzina di insegnanti può soltanto realizzare quello che sta nella forza di questi insegnanti. E gli ideali più belli non hanno affatto valore di fronte a quello che realmente vive negli uomini. Perciò da dalla realtà degli uomini deve essere tratto quello che si deve conseguire. Si deve semplicemente dalle singole individualità degli insegnanti creare questa repubblica scolastica, non si deve volere più di quello che gli insegnanti possono prestare, che si possono piazzare proprio nel loro posto. Si deve fare i conti con gli insegnanti concreti, e il programma scolastico scaturisce da questa insegnantela concreta. Ma questo è possibile solo con una vita spirituale libera, con una tale vita spirituale, come è aspirata per l’organismo sociale triarticolato, dove effettivamente il singolo uomo sta immediatamente di fronte al mondo spirituale, si sa responsabile per quello che ha da prestare nell’ambito della vita spirituale, responsabile sa immediatamente verso il mondo spirituale, non verso il consiglio scolastico, o mediante il suo aiuto verso il ministro dell’istruzione e così via, bensì immediatamente verso le potenze del mondo spirituale. Perché così uno sviluppo di un insegnamento e di un educazione, come ho appena esposto, è possibile soltanto se non si ha una vita spirituale astratta, una vita spirituale meramente intellettuale, bensì una vera vita spirituale, se lo spirito stesso è quello che attraverso le azioni degli uomini realmente dimora sulla terra, se si apprende allo spirito vivente, non soltanto a concetti e idee, non soltanto all’intellettuale e all’intellettivo.
Ma questo può soltanto essere tratto, essere tirato fuori, questa vera vita spirituale, questo spirito efficace, dalle singole individualità umane stesse. Se dall’insegnante della classe di scuola popolare più bassa fino all’insegnante della scuola più elevata ognuno è incorporato nell’autonomo organismo spirituale, cosicché ognuno solo può seguire se stesso, e ha soltanto da prestare tanto insegnamento che gli rimanga ancora il compiere compiti di amministrazione, cosicché tutto quello che si amministra, si amministra da coloro che ora — non dopo che sono stati pensionati, o sono stati tolti dal sistema scolastico —, che ancora insegnano, che insegnano veramente, amministrazione del sistema scolastico sia, nello stesso tempo materia di coloro che stanno nel vero insegnamento. Autorità, si dice, non ci sarebbe. No, proprio lì sarebbe la vera autorità della vita spirituale, precisamente l’autorità naturale. In nessun ambito dev’ergersi alcuna autorità se non quella che si erge del tutto naturalmente. Vorrei sapere come non potrebbe esservi autorità se qualcuno ha veramente la volontà di fare qualcosa di salutare e sa, l’altro può dargli un consiglio, allora viene già, e allora colui che può dargli il consiglio diventa l’autorità naturale.
A me è toccato il compito di dirigere la Libera Scuola Waldorf a Stoccarda. Ogni insegnante è nella sua classe il suo padrone autonomo. Chi nella lezione è prestazionale, lo è dal suo proprio impulso. Non è mai emerso neppure una volta l’idea che io avessi ordinato qualcosa a qualcuno nella Scuola Waldorf. Al contrario, ognuno si procura in tutti i possibili assunti consiglio, e vi è uno spirito unitario in questa Scuola Waldorf. Vi è l’autorità del tutto naturale. E si è potuto vedere crescere questa autorità naturale, nello spirito della Scuola Waldorf negli ultimi due anni, da quando questa Scuola Waldorf esiste. Si è potuto in questa scuola che due anni fa ha cominciato con non del tutto 200 bambini, che ora ha più di 500 bambini, a cui di recente si fanno difficoltà, perché non si vuole ingrandire le classi, le quattro classi inferiori, dovranno essere ammessi soltanto tanti bambini, quanti c’erano già davanti al diritto della scuola primaria; negli ultimi tempi certo si constata che i genitori non se lo lasceranno dire —, bene, in questa Scuola Waldorf vi è un luogo dato, dove si può effettivamente realizzare in un certo ambito quello che si può sapere dalla vita spirituale libera. Si fanno davvero a volte esperienze singolari, di cui forse da ragioni facilmente comprensibili, per quanto siano esperienze nella collaborazione, nel collaborare pur sociale che non lasciamo però entrare nell’insegnamento, con cui la vita burocratica si produce, non voglio per ragioni facilmente comprensibili per il momento fare comunicazioni; ma è già possibile constatare come dal pratico concreto l’uno può essere affrontato che sta nella triarticolazione dell’organismo sociale, e come non si ha a che fare con alcuna utopia.
Allo stesso modo si può fare su altri ambiti della vita spirituale. E effettivamente la concezione del mondo antroposofica sarà qualcosa che non si imporrà in modo dogmatico, bensì che attraverso la sua vitalità dimostrerà il suo diritto di esistere. Perché, miei cari e stimati presenti, non si dovrebbe affatto credere che colui che da tali abissi, da abissi conforme alla realtà, scrive qualcosa come «I punti nodali della questione sociale», che questi pensi a qualcosa di utopistico. Non è affatto possibile, neppure nella scelta delle espressioni: triarticolazione dell’organismo sociale. L’ho sempre di nuovo negli ultimi anni, allorché molte persone mi hanno fatto della triarticolazione una cosa settaria, cosa che naturalmente assolutamente non era pensata da me, l’ho particolarmente in Germania sempre di nuovo dovuto sperimentare che è stato chiesto: come si ha da organizzare? Come questo, come quello? È davvero piuttosto spiacevole quando nella situazione post-bellica ancora continuamente ti si viene incontro con «organizzare», e particolarmente quando uno chiama organismo quello che avrebbe volentieri visto realizzato, quando ancora si sentono le parole: organizzare, organizzare; si organizza dove c’è il meccanico; un organismo è pur sempre lì affinché non lo si possa organizzare. Non si può organizzare l’organico. Questo deve apparire come un organismo. Dove si vuol organizzare qualcosa, si deve solo avere il meccanico a disposizione. Non si può organizzare un organismo. Quello deve diventare da sé.
Si può vedere il profondo malinteso delle cose quando tali cose sorgono. E così sta alla base di questa triarticolazione dell’organismo sociale del tutto il fatto aspirato che le cose debbono formarsi, che si ha solo da sviluppare le forze formatrici, che l’organismo sociale triarticolato deve nascere. Perciò non lo si può descrivere in modo astratto. Proprio coloro che hanno parlato di utopia, vorrebbero in realtà sempre volentieri utopie. Si può allora, quando si parla di tali cose, sentire che viene chiesto, bene sì: come si presenterà il possesso di una macchina da cucire nell’organismo sociale triarticolato? Che è stato chiesto qui una volta in questo luogo, e così via.
Bene, miei cari e stimati presenti, una vita spirituale libera è però possibile soltanto sotto il presupposto di una vera vita spirituale. Mi fu risposto una volta in una città svizzera, allorché parlavo di tali cose, da un professore universitario: sì, ma noi abbiamo già la libertà della vita spirituale, perché in tutte le costituzioni statali sta scritto: la scienza e il suo insegnamento è libero. — Ma, miei cari e stimati presenti, si tratta là del fatto che la scienza che è libera, sia libera anzitutto come una libera. Se la scienza da principio cresce così che persone vengono formate che sono idonee per questo o quel compito, che viene loro impressa il programma della loro funzione, allora potete tranquillamente ordinare che la scienza e il suo insegnamento sia libero. Se la scienza stessa è ridotta in schiavitù, allora naturalmente la scienza ridotta in schiavitù si sente molto libera, allorché le si permette di dispiegarsi come schiava.
E così mi è stato risposto più volte: in questo o in quel paese, lo stato non si immischia neppure nella scuola. È già la cosa peggiore il dire questo, perché allora non la si nota neppure, ed è molto peggiore, che allorché la si nota e ci si ribella contro, che allorché neppure lo si nota più, come fluisce dentro quello che proviene soltanto dai principi statali, che senza competenza e expertise sorge dall’errato democratico, allorché non si nota più ciò che deve scaturire dalle abilità, per ogni nuova generazione di nuovo, ciò che ancora l’uomo porta sempre dentro da mondo spirituale, mediante la nascita nel divenire fisico. Abbiamo semplicemente bisogno di un corpo di educatori e insegnanti che stia davanti al bambino con sacro timore, e che si dica: nel bambino mi è mandato dentro qualcosa dal mondo spirituale, che io come un enigma ho da approfondire e da risolvere. Mi devo informare quello che hanno messo dentro per lui dal mondo spirituale. La conoscenza del mondo spirituale deve vivere nell’insegnare e nell’educare; questo mondo spirituale deve essere reale nell’insegnare e nell’educare. Se si tiranneggia mediante quello che è già lì, mediante la generazione vivente quella che viene dopo, allora la vita spirituale viene resa infelice. E per gran parte la questione dell’insegnamento e dell’educazione nella libera vita spirituale è una questione di maestri, la questione, la possibilità di trovare i giusti insegnanti, coloro che stanno così davanti ai bambini che crescono, come ho appena caratterizzato.
Miei cari e stimati presenti, volevo con un paio di tratti, che naturalmente devono rimanere soltanto frammentari, richiamare l’attenzione come nell’organismo sociale triarticolato la vita spirituale libera sia da pensare. Oggi, ho detto all’inizio delle mie parole, siamo effettivamente di fronte a un altro tempo di quanto non lo eravamo nella primavera, nella stagione primaverile del 1919. Allora si poteva credere che si troverebbe un numero sufficientemente grande di persone per la realizzazione dell’idea di triarticolazione. Oggi si penserebbe in modo inattuale se si avesse lo stesso credo di allora. Anche la triarticolazione non deve diventare qualcosa di settario, da cui si possa credere che lo si può rappresentare sempre e ovunque teoricamente come propria opinione. Oggi è chiaramente visibile, con quanto pesante cuore si deve confessarlo, che all’interno della civiltà europea inizialmente le persone che effettivamente agiscono in economia non hanno senso per il progresso, non hanno comprensione nei veri bisogni, che si predica a orecchie sorde, allorché si vuol agire nella vita economica con fondamenti ragionevoli. Oggi è senza ulteriore discussione chiaro che si possono bensì porre davanti al mondo singoli esempi produttivi, come abbiamo cercato nel «Giorno Veniente», nel «Futuro», essi esisteranno come singoli corvi bianchi, essi avranno cura che possano esistere, e essi adempiranno le aspettative che sono poste su di essi, certamente come singoli. Ma oggi non si può affatto parlare che ci si imbatta in una comprensione nella vita economica generale, per potere con tali cose effettivamente afferrare tali idee, come si poteva ancora credere nel primo impulso delle esperienze e dei risultati dell’umanità nell’anno 1919.
Nel frattempo gli uomini si sono abituati a cementare ancora le antiche forze di declino. Forze di declino sono pur sempre, e il collasso arriva pur sempre. Ci si è soltanto risolti a cementare un poco il collasso, a lasciar correre tutto, affinché non sia necessario impiegare la forza di muoversi verso nuove idee. E l’umanità per gran parte dorme e non si accorge come le forze di declino effettivamente infuriano, e come con ogni trimestre l’umanità civilizzata è più vicina a questo declino. Gli uomini vanno piuttosto incontro alle convulsioni, ai terribili sussulti che ripongono il grembo del presente per il futuro, se non sanno scaldarsi per, nel presente immediato, ad afferrare a idee che potessero effettivamente trarre fuori in tranquillo sviluppo in modo conforme alla realtà da una realtà quello che comunque nel futuro è ancora necessario.
E così si può dire: sulla vita economica oggi è da porre poca speranza. Essa sarà forzata a ricevere le nuove idee, attraverso la propria necessità, attraverso l’effetto delle forze di declino. Nella vita spirituale però dovremmo assolutamente essere attivi, la vita spirituale libera come articolazione del triarticolato organismo sia da sviluppare. Questa è quella cosa che non deve venir meno, che deve assolutamente essere coltivata, perché il tempo in cui viviamo, è spiritualmente così, che gli uomini nelle loro anime diventano sempre più vuoti, sempre più desolati. Sono troppo pigri per confessarselo oggi ancora; ma andiamo incontro a tempi terribili per quanto riguarda la disposizione spirituale degli uomini, che si esplicheranno già anche nel benessere fisico.
Ne ho parlato spesso, anche in conferenze pubbliche già. La vita spirituale, ci deve portare oltranza fino a quei tempi, in cui anche di nuovo su fondamento economico qualcosa venga compreso dai persone ragionevoli. Si ha bisogno necessariamente che questa vita spirituale nella sua libertà sia coltivata dovunque dove può essere coltivata. Il suolo antroposofico è il miglior suolo possibile per questo, perché allora da piena libertà deve essere lavorato. Perché quello che deve essere creato, non è ancora lì. E poiché è spirito, può essere creato soltanto dalla libertà. E perciò proprio per il prossimo futuro immediato lo sforzo antroposofico e il vero sforzo sociale sempre più convergheranno. E si dovrà stare di fronte alle anime in modo da far capire che l’economico rimarrà indietro al primo posto, che lo spirituale oggi semplicemente deve procedere avanti.
Lo mostrano anche le qualità dei nostri avversari; nell’Europa centrale si rende oggi manifesta una singolare inimicizia, che è ben organizzata. Questa inimicizia ben organizzata ha fatto, nel mio ultimo discorso a Stoccarda, quello che dovetti tenere il 25 maggio contro questa inimicizia — per me sono sempre discorsi che si occupano dell’inimicizia, particolarmente antipatici, ma mi è stato imposto —, questa inimicizia si è già elaborata fino al grado tale che allora effettivamente su foglietti stampati, che erano stati distribuiti a tutte le persone di questa sala di Stoccarda completamente piena, foglietti, su cui non soltanto in allusioni, bensì piuttosto chiaramente stava scritto che effettivamente io ero responsabile del fatto che la battaglia della Marna era stata persa nel 1914, e che il ministro Simons in Inghilterra aveva fatto una brutta figura negli ultimi tempi. Non era affatto in allusioni, bensì era in maniera tutto sommato grossolana su foglietti distribuiti!
Si poteva constatare come stanno qui presso partiti ampiamente estesi, che non vogliono confessarsi quello che effettivamente è accaduto, che hanno bisogno di capri espiatori, perché non funziona più, che si dica il pugnale da dietro, con il quale si voleva coprire anzitutto una guerra davvero eminentemente persa, una guerra che è persa secondo tutte le regole dell’arte, questo si voleva coprire mediante il «pugnale da dietro»; ora si voleva coprire l’assoluta incapacità mai vista in un esercito del ludendorffismo, quella la si vuol coprire. Si vogliono oggi assolutamente fare persone incapacissime in geni grandissimi. Una vita spirituale completamente logorata è una vita spirituale che è nel declino.
E non diversamente sta a Ovest, non diversamente sta in America. Tutto lì emerge un poco più accentuato, dove la sconfitta lascia emergere più accentuato le cose. Dappertutto abbiamo necessità di trarre dalla corruzione dell’umanità, che è soffocata nella menzogna e nella falsità, una vera, una vera, una libera vita spirituale. Perché questa è identica alla verità, ed è identica nello stesso tempo a uno sforzo conforme alla realtà. Perciò si può pur credere, anche se oggi poca prospettiva è presente che un numero sufficientemente grande di persone si possa scaldare per una comprensione piena dell’idea di triarticolazione. Colui che può apportare l’entusiasmo necessario e il coraggio necessario per una vera vita spirituale, questi aiuta l’organismo sociale triarticolato a stare in piedi. Allora una vera libera vita spirituale diverrà realtà. Se diventerà realtà nei cuori, nelle forze, nei modi di agire degli uomini, allora assolutamente certo scaturisce da tale vera libera vita spirituale l’organismo sociale triarticolato dalla necessità, dal bisogno del tempo da sé. (Vivaci applausi!)
Discussione
Domanda: come può ogni ordinario uomo, che è completamente senza influenza sulle istituzioni pubbliche, operare nel senso della triarticolazione?
Rudolf Steiner: la domanda posta qui anzitutto suona così: come può ogni ordinario uomo, che è completamente senza influenza sulle istituzioni pubbliche, operare nel senso della triarticolazione? — Bene, anzitutto non è molto chiaro a me come qualcuno possa essere completamente senza influenza sulle istituzioni pubbliche. Se non fosse rinchiuso in prigione, o in un altro modo in un luogo in cui a stento può muoversi, allora è sempre di fatto under una certa influenza sulle istituzioni pubbliche. Il mondo esterno già provvede a che non si sia mai del tutto senza influenza sulle istituzioni pubbliche; si debbono pagare tasse e così via, si ha dunque sempre una qualche influenza sulle istituzioni pubbliche. Si può quindi in realtà affatto non porre così la domanda.
Ma allora, se forse si intende: come si può operare nel senso della triarticolazione? quando forse non si ha l’occasione di parlare, di parlare in qualche modo libero, quando non si ha l’occasione, diciamo, di essere parlamentare o qualcosa di simile, come si può operare nel senso della triarticolazione dell’organismo sociale? Allora si deve dire: bene, questo impulso alla triarticolazione è pur qualcosa di completamente concreto. E perciò in realtà si può solo in esempi concreti parlare della cosa. Vede, voglio dire per esempio il seguente. Esistono istituzioni dappertutto nel senso della statizzazione, della statizzazione parziale o più o meno ampia — diciamo, degli affari medici, della cura. Bene, è sempre di nuovo accaduto che persone buone — secondo la loro propria opinione «buone» credenti della nostra concezione vengono e dicono che vorrebbero questo o quel rimedio e così via! Così vorrebbero indurre uno in realtà al ciarlatanismo medico, e alla violazione della legge! Vi verrebbe volentieri persuase, quella gente! Non hanno assolutamente bisogno di avere influenza su istituzioni pubbliche, ma quando gli manca qualcosa, allora non riconoscono — forse con più o meno diritto — il medico riconosciuto dallo stato e vorrebbero in qualche modo curare di nascosto. Ho perfino già conosciuto ministri, che nel parlamento pubblico sono comparsi contro il ciarlatanismo medico e per la protezione della professione medica mediante la legge, e dopo si sono loro stessi, allorché si sono ammalati, o quando si è ammalato uno per loro, rivolti a qualcuno che non è un medico riconosciuto dallo stato! La gente è terribilmente difficile da conquistare per associarsi veramente a quei movimenti che corrispondono semplicemente alla realizzazione di tali istituzioni che sono necessarie, se si vuol avere una vita spirituale libera, o in generale, se si vuol avere quello a cui ci si confessa! Tali esempi potrebbero esserne addotti molti, in cui ognuno al suo posto, non tirandosi indietro, si introduca dappertutto dove gli è possibile, contro quello che egli riconosce come male. Se si riconosce come assurdità la protezione statale della medicina, allora si combatta per ciò! O, miei cari e stimati presenti, non è un’assurdità che laggiù, oltre il confine, sopra la Leopoldshöhe laggiù, che laggiù deve essere un’arte diversa di guarigione che qui un paio di passi qua? Ma un medico che è approvato laggiù, non può aiutare qui. Vi accorgerete, se vi arrendete alla vostra ragione, della cosa subito come un’assurdità. Se invece, diciamo, per esempio siete un membro del Consiglio federale, o qualcosa di simile, allora non vedete questa assurdità! — E se la vedete, allora la ritenete inopportuno rappresentarla. Ma quando uno si trova con un altro, allora finalmente stanno in piedi abbastanza persone per venire veramente al ragionevole. E invece di chiedere: come può un ordinario uomo, che non ha parte negli affari pubblici, comportarsi nel senso della triarticolazione, faccia uno quello che si trova a ogni passo e passo della vita continuamente, per condurlo nel senso della triarticolazione. Allora si vedrà che si trova ora dopo ora, ogni giorno occasione per comportarsi nel senso della triarticolazione.
Domanda: in Olanda dovrebbe ora essere abolito il divieto costituzionale delle processioni cattoliche ufficiali, per il quale gli animi si eccitano molto. Sarebbe questa effettivamente una questione della vita spirituale libera o anche del diritto pubblico?
Rudolf Steiner: in molte questioni sta così nell’organismo sociale triarticolato, benché l’idea sia naturalmente del tutto giusta: come accade al sangue del petto o della testa, nella emicrania questa o quella funzione di giocare? Il sangue circola pur, e così non si può dire il sangue dell’organismo del petto e il sangue della testa, bensì si può solo parlare del sangue in generale. E così non sarà facile le cose di nuovo risistomare. L’organismo sociale triarticolato si rivela proprio nel fatto che le cose non si possono incastonare. Si vivono davvero cose singolari. Non è vero, negli ultimi anni ho sempre dovuto parlare dell’organismo umano triarticolato, dell’organismo sensoriale, dell’organismo ritmico e dell’organismo del metabolismo-arti, e negli ultimi anni è stato già fatto da me stesso e dai nostri amici medico-naturalisti qualcosa, per sviluppare questa idea dell’uomo triarticolato. Ma di recente è stato scritto un libro, Kurt Leese, credo si chiami il tizio. Questi ha ora, poiché ho detto che non si devono porre le cose così a scatola un’accanto all’altra, bensì l’intera uomo è testa, benché l’uomo sia principalmente nella testa una testa, è l’intero uomo una testa. Le cose vanno l’una nell’altra. Anche la testa è di nuovo rifornita e dipendente dalle arti. Le cose vanno tutte l’una nell’altra. Questo Kurt Leese non riesce più a pensarla. Da tre può pensare soltanto se è bene uno accanto all’altro, ma non riesce a pensarla quando va l’uno nell’altro. Allora dice: È un’idea sconvolgente.
Ma ci si dovrà già abituare anche all’organismo sociale triarticolato a tali shock, [che si ricevono], se si deve pensare oggi attraverso l’effetto degli astrattisti, come appare un orologio, se vola via con la velocità della luce solare e dopo anni ritorna di nuovo, va difficile [da osservare] per le ragioni più diverse, anzitutto per la natura dell’orologio, secondariamente per l’uomo che allora, [quando] l’orologio ritorna, dovrebbe di nuovo osservare e così via. Dunque attraverso tali idee degli astrattisti il presente non è affatto scioccato. Ma è scioccato, quando gli viene messo davanti qualcosa di conforme alla realtà. Dunque è già necessario non pressare le cose così che ora si chieda: È questa ora una materia della vita spirituale libera o della vita giuridica? Si può dire: se si comincia una volta a vietare affatto qualche espressione, qualche manifestazione della vita spirituale, a stabilirvi disposizioni legali, allora si è su una strada scoscesa per quanto riguarda la vita spirituale.
Devo dire già, vede, per quanto riguarda anche quelle istituzioni, di cui vi ho mostrato una volta qui — quelli che erano stati lì — un documento singolare, il documento che come brevetto fu emesso una volta nel 1847, credo, in Svizzera, dove dice: È riuscito attraverso la forza dell’Onnipotente al valoroso generale svizzero Dufour di scacciare i Gesuiti dal paese. Poi viene riferito più oltre. Appare oggi nella Svizzera libera un po’ singolare, che allora alla grazia di Dio e alla forza che Dio ha dato venisse attribuita l’estirpazione dei Gesuiti!
Ma è così conservato; ho il documento, perché è così bello, fotografare. In occasione mostrerò di nuovo la fotografia. È comunque piuttosto bene, ogni tanto a oculis mettere le cose davanti all’anima della gente. Ma nemmeno per quanto riguarda il gesuitism sono per il fatto che venga combattuto legalmente. Chi lo vuol combattere, deve combatterlo con armi spirituali. Non ci si deve risparmiare l’inconvenienza di dover combattere con armi spirituali contro tutto lo spirituale, non facendo leggi. Si possono fare leggi mediante deliberazioni di maggioranza. Non è necessario dire che la maggioranza sia sempre sciocchezza, perché allora la realtà, la realtà sociale sarebbe sempre sciocchezza. Bene, come detto, non è necessario andare così lontano, ma comunque non si può dire che la maggioranza sia sempre saggezza. E si possono fare leggi nel regime statale democratico particolarmente mediante deliberazione di maggioranza. Ma certe cose semplicemente non si possono fare mediante deliberazioni di maggioranza. Devono vivere.
E così anche tutto quello che si vede come lo spirituale errato deve vivere. Pertanto si deve già dire: È una materia della libertà e non della costrizione, se si aspira a reintrodurre le processioni cattoliche vietate, ad abolire i divieti contro le processioni cattoliche.
Si dovrebbe unicamente cercare il rimedio nel fatto che, se non si reputano ragionevoli quelle processioni, si insegni alla gente questa ragionevolezza, che non vi partecipino; allora cesseranno da sé! Questo è l’unico rimedio nella vita spirituale, allo stesso modo in cui si può insegnare all’uomo il buon gusto e agisce da sé la cosa giusta, ma non si può agire con leggi contro.
Questo è quello che la vita spirituale libera assolutamente deve esigere.
Chi assolutamente sulla sfera spirituale deve ricorrere a leggi, questi arriva sulla strada che io designai una volta nel 1908 a Norimberga in un ciclo di conferenze, dove dissi — non è vero, si dice qualcosa che è già significativo, mentre si applicano tinture forti, ma queste tinture forti devono pur appunto caratterizzare adeguatamente —, dissi allora: effettivamente l’attuale umanità aspira a non andare per strada senza che dalla parte destra vada il medico e dalla parte sinistra il poliziotto, il medico per la protezione della fisicità, il poliziotto, bene, per la protezione nella temperie materialista pur sempre anche della fisicità! Questo è diventato gradualmente l’ideale. Ho sentito molte cose nella vita, ma sempre di nuovo dovetti un poco arretrare interiormente, allorché con crescente frequenza in progressione sempre di nuovo sentii di fronte a questo o a quello: questo dovrebbe essere vietato legalmente. Era diventata gradualmente una locuzione terribilmente diffusa — invece di darsi la fatica di insegnare alla gente il gusto da sé, affinché queste cose cessino da sé —, «vietare legalmente», «deliberazione di maggioranza» o qualcosa di simile dovesse essere fatto. Questo è quello che già dal principio deve essere posto in rilievo. Perciò si aboliscano tutti i divieti contro le processioni e così via, si lascino vivere le cose, allora può anche la vita spirituale vivere nel modo libero.
Si tratta asolutamente del fatto che la stupidità, la follia, la cattiveria siano vinte dalla intelligenza, dalla bontà, che il brutto sia vinto dal bello, e che nell’ambito della vita spirituale niente sia «legalmente» sterminato.
Domanda sul movimento giovanile: L’oratore dichiara che le singole persone dei movimenti giovanili vogliono e devono vivere la verità e la realtà; l’economico sembra loro il campo dove ogni persona ha diritto di parola, dove ognuno vigorosamente e attivamente dev’essere. Più tardi il singolo spesso si ritira di nuovo per meditare o semplicemente per essere lontano dalla società. Quasi non riescono a venire a una soluzione. Ora sia l’economico quello che dà una possibilità di valore; la conoscenza del politico, dello statale non esista per loro, piuttosto tutto sia condizionato dall’economico. Singoli siano distolti dalla loro natura spirituale attraverso l’economico [oppure si ritirino nella solitudine].
Rudolf Steiner: in essenziale il signore ha caratterizzato quello che ho già detto nella conferenza: i fenomeni dei movimenti giovanili degli ultimi decenni. Ma non sarebbe del tutto giusto se ci si fermasse a questo fenomeno del movimento giovanile. Ho già trovato una certa comprensione presso membri di questo movimento giovanile allora, quando da me era stato lanciato quello che comunque vive negli abissi più profondi dell’intera evoluzione temporale. Dovetti dire a molti membri del movimento giovanile, che essi stessi sembrano appartenere, sembrano conoscere precisamente, mi sembrerebbe: sì, l’anno 1899 circa è per tutta l’evoluzione umana, notevolmente anche per l’evoluzione della civiltà occidentale qualcosa di straordinariamente importante, e colui che per una tal cosa ha uno sguardo, sa come sono fondamentalmente diversi gli uomini che o ancora hanno vissuto la loro infanzia, prima che l’anno 1899 fosse, quindi che erano di qualche anno o dieci anni, o gli uomini che, diciamo, sono addirittura nati dopo, che quindi ora stanno circa ai venti anni, e gli uomini che già prima dell’anno 90 e così via erano nati. Nel fondamento delle anime avvenivano lì cose assai importanti, direi, provenendo dalla fonte originaria dell’essere, e questo sta in connessione con il fatto che con il termine del diciannovesimo secolo porte contro il mondo soprasensibile si sono aperte una volta per il mondo occidentale. Non era infatti possibile, diciamo, ancora negli anni ottanta, una vita diversa, persino con un impulso potente verso la vita spirituale; la vita di Nietzsche è circa quella vita, che si deve rappresentare come una che era diventata malata del declino della cultura occidentale, perché non trovava quello che cercava: il fondamento spirituale in tutto il fenomenico, in tutto l’esteriore, in tutto il sensibile. La vita di Nietzsche è perciò straordinariamente interessante proprio da questo punto di vista da studiare. Egli partecipa nello schopenhauerismo, si ammala dello schopenhauerismo; partecipa nello storicismo, si ammala dello storicismo; partecipa nel wagnerismo, si ammala del wagnerismo. Partecipa nel naturalismo, nel positivismo, si ammala. Partecipa nella configurazione darwinistica all’idea dell’umanità, si ammala e così via, e così via. Invece dell’idea delle vite terrene ripetute arriva all’idea del ritorno dell’identico — si ammala. Nietzsche non poteva altrimenti che ammalarsi al suo impulso verso il mondo soprasensibile. Non era infatti possibile ottenerlo immediatamente, elementarmente al termine del diciannovesimo secolo o prima del decorso del diciannovesimo secolo.
Le porte si sono aperte, e non possiamo oggi altrimenti, se vogliamo arrivare a un’esistenza interiormente soddisfatta, che volgerci alle rivelazioni del mondo spirituale. Parlare della natura come aveva una giustificazione negli anni ottanta del diciannovesimo secolo, oggi non ha giustificazione. Si può oggi indicare come una corrente di ignoramus era, come un ricercatore, il Du Bois-Reymond, ha parlato di ignorabimus, come Ranke, lo storico, cercando di rappresentare la storia anche come evento con eccezione dell’evento di Cristo; questo viene dalle forze originarie, la storia non vi appartiene — dunque ignorabimus. Oggi non possiamo tutto questo. Oggi si sta di fronte al fatto che il mondo soprasensibile vuole irrompere dentro, ed è soltanto la renitenza stolta ancora che si oppone all’accettazione di una concezione del mondo spirituale.
E questo tumulta nella gioventù, è pur il più profondo che lì tumultua. E perciò per quanto da singoli membri dei movimenti giovanili possa essere detto, noi non vogliamo l’astratto, vogliamo il sentimentale —, essi dovranno comunque comprendere: quello che la scienza dello spirito nell’antroposofia vuole essere, è pur niente di astratto, è l’uomo totale, è quello che viene da tutto l’uomo, è quello che si esprime come arte e come religione e come scienza, ed è quello, quel punto in cui l’intero, pieno uomo può venire alla sua realizzazione interiore. E oggi soffriamo soltanto del fatto che la routine economica non vuol prendere commiato dalla ragione economica e che dobbiamo appunto anzitutto cominciare a lavorare al risanamento della vita spirituale, fino a che l’irragionevolezza della vita economica mediante la necessità pur debba conseguire. E io sono convinto, dal movimento giovanile proprio scaturirà qualcosa in tal modo nel giusto, buon senso, come non disperò allorché la gente dice sempre di nuovo di me, possono nell’espressionismo non distinguere un mulino a vento da un asciugamano appena tirato fuori dall’acqua e appeso ad asciugare o da un ritratto umano, diciamo per esempio un tacco di stivale. Certo, uno alle volte non riesce a distinguere negli espressionisti, tuttavia lì si trovano dovunque impulsi verso qualcosa, che, quando venga affinato da diversi posti dove emerge, confluirà in quello in cui soltanto guida e conduce e appunto lavorando da tutto l’elemento originario la scienza dello spirito vuol essere, come è rappresentata qui.
Ma certo, lì si vive anche a volte il fatto che il concreto, benché lo si intenda così concretamente, ti viene opposto, voglio dirlo soltanto per scherzo alla fine. L’altro ieri dovetti tenere una lezione a Zurigo. Parlai con diapositive su questo edificio qui. Poi dopo si alzò uno, che disse: sì, a che serve un simile edificio, a che serve una testa di Cristo e Cristo affatto, a che serve ciò oggi? Stamane ho passeggiato per strada, c’era un uomo piuttosto ubriaco, gli sono andato dietro, e mi sono seduto accanto. Questi è un tempio di Dio, questo è un vero tempio e non abbiamo bisogno di templi costruiti. — In quella occasione dispiacque soltanto che non si fosse trovato uno spirito amico per trovare la giusta porta con il tizio in questione. Ma oggi con le innaturalezze, uno può incontrare che persone vengono — non intendo quelle che pensano che non si dovessero costruire templi, bensì seguire gli ubriachi —, ma che realmente dalla base vogliano lavorare, e meritano in certo qual modo che le si porti lo scientifico-spirituale a pieno intendimento, perché possono intenderlo. Perché il movimento giovanile sta in relazione con un capovolgimento assai grande che al termine del diciannovesimo secolo subentrò e che in realtà non riposa soltanto su forze storiche superficiali, bensì appunto su forze cosmico-profonde.
In memoria di Frater Stefano Ravaglia
anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.
Libera AntroposofiaArchivio digitale della Scienza dello Spirito di Rudolf SteinerInfo e ContattiTutti i contenuti presenti in questa piattaforma sono esenti da copyright
o sono stati legalmente concessi dai tenenti diritto.