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O.O. 120

Le manifestazioni del karma

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1°L’essenza e il significato del karma

Amburgo, 16 Maggio 1910

Questo ciclo di conferenze intende trattare questioni provenienti dal campo della scienza dello spirito che incidono profondamente sulla vita. Da varie esposizioni date nel corso del tempo siamo abituati al fatto che la scienza dello spirito non deve essere una teoria astratta, non una mera dottrina o insegnamento, bensì una fonte per la vita e la capacità di vivere. Essa compie veramente il suo compito soltanto quando, attraverso le conoscenze che può offrire, scorre qualcosa nelle nostre anime che le rende più ricche, più comprensibili, più capaci e più attive. Ora, se chi si professa seguace di questa nostra concezione del mondo tiene presente quell’ideale appena indicato con poche parole, e poi si guarda un poco intorno nel presente per vedere in quale misura sia in grado di trasformare nella vita ciò che gli scaturisce dalla teosofia, potrebbe pervenire a un’impressione piuttosto poco confortante. Perché, se si considera imparzialmente tutto ciò che il mondo oggi pretende di « sapere », tutto ciò che nel presente spinge gli uomini verso questi o quei sentimenti o azioni, si potrebbe dire che tutto ciò si discosta infinitamente dalle idee e dagli ideali teosofici: tanto che il teosofo non avrebbe alcuna possibilità di intervenire direttamente nella vita con ciò che acquisisce dalle fonti della scienza dello spirito. Tuttavia questa sarebbe una considerazione assai superficiale della situazione, superficiale perché non terrebbe conto di ciò che dobbiamo ricavare dalla nostra concezione del mondo medesima, che ci dice: se una volta le forze che acquisiamo attraverso la teosofia diverranno veramente abbastanza forti, allora troveranno anche la possibilità di intervenire nel mondo; ma se non si facesse mai nulla per rendere queste forze sempre più forti, allora il loro intervento nel mondo sarebbe appunto impossibile.

Ma c’è ancora qualcos’altro che può darci consolazione, anche se potremmo dispiacerci per una tale considerazione, ed è proprio ciò che deve scaturire dalle considerazioni di questo ciclo di conferenze: considerazioni su ciò che si chiama il karma umano e il karma in generale. Poiché a ogni ora che trascorriamo qui vedremo sempre meglio come non possiamo fare abbastanza per favorire la possibilità di intervenire nella vita con forze teosofiche; e come, se crediamo seriamente nel karma e lo sosteniamo fermamente, dobbiamo presupporre che il karma medesimo ci lancerà ciò che dovremo fare, prima o poi, per le nostre forze. Vedremo: se pensiamo di non potere ancora applicare le forze guadagnate dalla nostra concezione del mondo, è allora perché non abbiamo ancora reso queste forze sufficientemente forti affinché possano fare in modo che il karma ci consenta di intervenire nel mondo con esse. Dunque, non dovrà vivere in queste conferenze solamente una somma di conoscenze sul karma: con ogni ora dovrà svegliarsi sempre più la fiducia nel karma, la certezza che, quando sarà venuto il momento — sia domani o domani l’altro o dopo molti anni —, il nostro karma ci porterà compiti, nella misura in cui noi, come seguaci della nostra concezione del mondo, abbiamo compiti da svolgere. Il karma si rivelerà a noi come una dottrina che non soltanto ci dice come questo o quello nel mondo si comporta, bensì che, insieme alle illuminazioni che ci porta, può portarci parimenti soddisfazione di vita ed elevazione della vita.

Naturalmente, se il karma deve assolvere un tale compito, è già necessario che consideriamo la legge in questione un po’ più profondamente nella sua diffusione nel mondo. Perciò, questa volta, è necessario qualcosa che di solito non è nella mia abitudine nelle considerazioni scientifico-spirituali, vale a dire dare una definizione, una spiegazione dei termini. Di solito non lo faccio, perché con tali spiegazioni di termini non si consegue molto. Nelle nostre considerazioni si suole cominciare con l’esposizione di fatti; e quando questi fatti sono raggruppati e ordinati nella maniera appropriata, i concetti e le rappresentazioni scaturiscono da sé. Ora, se dovessimo intraprendere un cammino simile per le domande ampie che dovremo discutere nei prossimi giorni, dovremmo avere a disposizione molto più tempo di quello che ci è concesso. Perciò, questa volta, per intenderci, è necessario che diamo almeno una descrizione, se non propriamente una definizione, del concetto che ci occuperà per un lungo tempo. Le definizioni hanno infatti solo lo scopo di intendersi su ciò che si intende quando si pronuncia o si articola questa o quella parola. In questo stile dovrà essere data una descrizione del concetto di « karma », affinché sappiamo di che cosa parliamo quando nei questi discorsi si usa l’espressione « karma ».

Ognuno di noi, da varie considerazioni, si è probabilmente già formato un concetto di che cosa sia il karma. Un concetto piuttosto astratto del karma è certamente quello di denominarlo come la « legge spirituale di causalità », la legge secondo che a certe cause che risiedono nella vita spirituale seguono determinate conseguenze. Ma questo è un concetto troppo astratto del karma, perché sarebbe in parte troppo ristretto, in parte invece enormemente troppo esteso. Se vogliamo concepire il karma in generale come una legge di causalità, allora lo mettiamo insieme a ciò che in altri campi del mondo designamo come la legge della causalità, come la legge di causa e effetto. Intavoliamo dunque una discussione su che cosa intendessimo comunemente per legge di causalità nel campo generale, dove non parliamo ancora di fatti e di eventi spirituali.

Oggi è così frequentemente sottolineato dalla scienza esteriore che il vero significato di questa scienza consiste nel fatto che essa si basa sulla legge universale di causalità, riconducendo dovunque gli effetti alle cause corrispondenti. Ma su come questo ricondurre degli effetti alle cause avvenga, gli uomini sono assai meno chiari. Poiché troverete ancora oggi, in libri che pretendono di essere molto dotti e molto filosoficamente chiarificatori dei concetti, asserzioni come questa: un effetto è ciò che segue da una causa. — Ma se si dice che un effetto segua da una causa, allora si parla completamente fuori dalla realtà. Per esempio, se consideriamo il raggio di sole riscaldante che cade su una lamina di metallo, così che questa lamina di metallo per questo si è riscaldata, allora parleremo di causa e effetto nel mondo esterno. Ma potremmo mai dire che l’effetto — il riscaldamento della lamina di metallo — segua dalla causa del raggio di sole caldo? Se il raggio di sole caldo avesse già questo effetto in sé, non esisterebbe il fatto che esso non riscalda affatto una lamina di metallo se questa non gli viene incontro. Affinché nel mondo dei fenomeni, nel mondo inanimato che ci sta immediatamente intorno, un effetto segua da una causa, è sempre necessario che qualcosa vada incontro a questa causa. E senza che qualcosa vada incontro alla causa, non si può mai parlare del fatto che un effetto segua da una causa. — Non è superfluo che anteponiamo un’osservazione che suona così apparentemente assai filosofica e astratta; poiché bisogna abituarsi, se si vuole procedere fruttuosamente nel campo teosofíco, a cogliere i concetti in modo assai preciso e non così negligentemente come talvolta avviene negli altri insegnamenti.

Ora, nessuno dovrebbe parlare di karma se soltanto in una tale maniera si verificasse un effetto, come quello che sussiste quando il raggio di sole riscaldante riscalda una lamina di metallo. Certamente qui la causalità è presente, il nesso tra causa e effetto; ma non giungeremmo mai a un corretto concetto del karma se parlassimo di karma soltanto in questo campo. Quindi non possiamo parlare di karma se soltanto un effetto è in connessione con una causa.

Possiamo ora procedere oltre e formarci un concetto un po’ più elevato del nesso tra causa e effetto. Se, per esempio, abbiamo un arco, lo tendiamo e poi con questo arco lanciamo una freccia, allora, col tendimento dell’arco, si è verificato un effetto. Questo effetto della freccia lanciata in connessione con la sua causa non possiamo designarlo con l’espressione « karma » più di quanto potevamo fare con ciò che appena è stato detto. Ma se nella procedura consideriamo qualcos’altro, in certo modo ci avviciniamo già al karma, sebbene ancora non afferriamo pienamente il concetto: se cioè riflettiamo sul fatto che l’arco, se è teso molto spesso, con il tempo diventa fiacco. Qui, in tal modo che l’arco compie, ciò che gli accade, non soltanto un effetto seguirà che si manifesta verso l’esterno, bensì un effetto seguirà che ricade sull’arco medesimo. Accade attraverso il continuo tendimento dell’arco qualcosa all’arco stesso. Qualcosa che accade col tendimento ricade cioè di nuovo sull’arco medesimo. Un effetto viene dunque conseguito che ricade sull’oggetto da cui questo effetto medesimo è stato causato.

Questo appartiene già al concetto di karma. Senza che un effetto sia generato che ricade di nuovo sulla cosa o sull’essere che produce questo effetto, senza questa particolarità del contraccolpo dell’effetto sull’essere causante, il concetto di karma non è pensabile. Qui ci avviciniamo dunque al concetto di karma nella misura in cui ci diventa chiaro che l’effetto causato da una cosa o da un essere deve ricadere di nuovo su questa cosa o su questo essere medesimo. Ma nondimeno non possiamo definire l’indebolimento dell’arco attraverso il suo continuo tendimento come il karma dell’arco, per il seguente motivo: se abbiamo teso l’arco molto spesso, circa tre o quattro settimane, e dopo quattro settimane è divenuto fiacco, allora nell’arco fiacco abbiamo veramente qualcosa di completamente diverso da quello che avevamo quattro settimane prima nell’arco teso. L’arco è divenuto qualcosa di diverso, non è rimasto lo stesso. Quando dunque l’effetto contraccolpante è tale che rende completamente diversa la cosa o l’essere, allora non possiamo ancora parlare di un karma. Possiamo parlare di karma soltanto quando l’effetto che ricade sull’essere, nel ricadere su questo medesimo essere, lo colpisce mentre rimane lo stesso, oppure quando l’essere è rimasto almeno in certo senso lo stesso.

Siamo dunque di nuovo avanzati di un passo nel concetto di karma. Ma se vogliamo descrivere il concetto di karma in questo modo, fondamentalmente riceviamo comunque una rappresentazione assai astratta di esso. Nondimeno, se vogliamo cogliere il concetto di karma in modo astratto, difficilmente potremmo afferrarlo più precisamente di come l’abbiamo appena fatto. Ma c’è ancora una cosa che dobbiamo aggiungere al concetto di karma. Se l’effetto che ricade sull’essere si verifica nello stesso momento, se cioè causazione e effetto contraccolpante avvengono nello stesso istante, allora difficilmente potremmo parlare di karma. Poiché in questo caso l’essere da cui l’effetto emana, fondamentalmente genererebbe direttamente l’effetto, presuppotrebbe questo effetto, contemplerebbe tutti gli elementi che conducono a questo effetto. Se è questo il caso, non parliamo di karma. Così, per esempio, non parleremo di karma se abbiamo davanti un uomo che compie una determinata azione, con che intende questo o quello, e se allora — conforme alla sua intenzione — si verifica questo o quell’effetto, che egli appunto ha voluto. Vale a dire, deve sussistere qualcosa tra la causa e l’effetto che si sottrae direttamente all’essere nel causare, così che il nesso tra causa e effetto certamente esiste, ma non è veramente inteso dall’essere che causa. Se questo nesso tra la causa e l’effetto non è inteso dall’essere che causa, allora il motivo per che sussiste un nesso tra causa e effetto deve trovarsi altrove che nelle intenzioni dell’essere in questione. Vale a dire, questo motivo deve trovarsi in una determinata legalità. Questo appartiene dunque ancora al karma, che il nesso tra causa e effetto sia un nesso conforme a legge, che si estenda oltre ciò che l’essere direttamente intende.

Abbiamo dunque raccolto alcuni elementi che possono illustrarci il concetto di karma. Ma dobbiamo avere tutti questi elementi nel concetto di karma e non rimanere fermi a una definizione astratta. Perché altrimenti non potremo comprendere le manifestazioni del karma nei vari campi del mondo. Queste manifestazioni del karma dovremo anzitutto ricercarle dove il karma anzitutto si presenta a noi: nella singola vita umana.

Potremmo trovare nel singolo corso della vita umana qualcosa di tale e quando potremmo trovarlo, quello che abbiamo appena illustrato attraverso la nostra esplicazione del concetto di karma?

Lo troveremmo se, per esempio, un’esperienza entrasse nella nostra vita, riguardo al che potessimo dirci: questa esperienza che si presenta per noi è in un certo nesso con un’esperienza anteriore, a cui siamo noi medesimi stati partecipi, a cui noi medesimi abbiamo dato occasione. Proviamo dunque — anzitutto puramente attraverso l’osservazione della vita — a stabilire se esiste qualcosa di tale. Vogliamo porci dunque puramente dal punto di vista dell’osservazione esterna. Chi non effettua tali osservazioni non potrà mai giungere a riconoscere un nesso conforme a legge nella vita; non può farlo altrettanto poco di come colui che non osserverà l’urto fra due palle da biliardo potrà imparare a conoscere la legge dell’urto elastico. L’osservazione della vita può veramente condurci alla contemplazione di un nesso conforme a legge. Estraiamo dunque subito un determinato nesso.

Diciamo che un giovane uomo al diciottesimo anno della sua vita sia stato scacciato dalla professione che fino a allora pareva determinarsi per lui, attraverso un qualche evento. Supponiamo che questo uomo fino a allora abbia condotto uno studio, si sia preparato attraverso lo studio a una professione, quale potrebbe scaturire da un tale studio, e ora sia stato scacciato da questo — per esempio, attraverso una disgrazia dei suoi genitori — e al diciotto anni sia stato spinto nella professione commerciale. Chi osserva imparzialmente tali casi nella vita — con uno sguardo come in fisica si considera il fenomeno dell’urto di sfere elastiche — troverà allora, per esempio, che le esperienze della professione commerciale, nel che il giovane è stato spinto, agiscono anzitutto stimolando: egli vi adempie i suoi doveri, impara qualcosa, forse diventa anche abbastanza capace. Ma si può anche osservare che dopo un certo tempo accade qualcos’altro completamente diverso: un certo disgusto, una certa insoddisfazione. Non subito una tale insoddisfazione si presenterà. Se il cambio di professione si è verificato al diciotto anni, forse i prossimi anni trascorreranno tranquillamente. Ma forse verso il ventitreesimo anno diventerà chiaro che qualcosa nella anima si fissi, che si mostra come qualcosa di inspiegabile. Se si prosegue nella ricerca, si può spesso notare, quando il caso è chiaro, che il disgusto cinque anni dopo il cambio di professione trova la sua spiegazione nel tredicesimo o quattordicesimo anno. Poiché le cause per un tale fenomeno dovremo cercarle molto spesso circa nello stesso arco di tempo prima del cambio di professione come quello in cui, dopo il cambio medesimo, un evento è entrato, come abbiamo appena descritto. Così l’uomo in questione potrebbe nel suo tredicesimo anno — durante il suo periodo di studio, cinque anni prima del cambio di professione — aver assorbito nella sua vita affettiva qualcosa che gli procurasse una certa intima beatitudine. Supponiamo che il cambio di professione non fosse avvenuto: allora ciò a cui il giovane si era abituato nel tredicesimo anno, nella vita posteriore si sarebbe consumato e avrebbe portato questo o quel frutto. Ma ora è giunto il cambio di professione, che anzitutto ha interessato il giovane uomo, che ha occupato la sua anima. Ciò che da questo è entrato nella sua vita affettiva ha respinto ciò che prima vi era. Per un certo tempo questo può essere respinto; ma quando viene respinto, proprio per questo guadagna una forza particolare nell’interno; vi accumula forza di tensione nell’interno. Qui è simile a quando comprimiamo una palla elastica: possiamo comprimerla fino a un certo limite, allora resiste; e quando è spinta a rimbalzare, ritornerà con una forza tanto maggiore quanto più l’avevamo compressa prima. Tali esperienze, come quelle appena indicate, che un giovane ha assorbito nel tredicesimo anno della sua vita e che poi si sono consolidate fino al cambio di professione, possono anche in certo modo essere respinte; ma allora, dopo un certo tempo, una resistenza si fa valere nell’anima. E poi si può osservare come questa resistenza è divenuta abbastanza forte per mostrarsi ora nel suo effetto. Perché all’anima manca quello che avrebbe altrimenti — se il cambio di professione non fosse venuto —, questa si manifesta in tal modo che è respinto e viene ora alla luce come insoddisfazione, come disgusto verso ciò che l’ambiente offre.

Abbiamo dunque un caso in cui l’uomo in questione ha sperimentato qualcosa, ha fatto qualcosa nel tredicesimo-quattordicesimo anno della sua vita, e dove poi ha fatto qualcos’altro, vale a dire il cambio di professione. Vediamo come queste cause si dispiegano in tal modo che nella loro azione rimbalzano, ricadono di nuovo sullo stesso essere. In un tale caso dovremmo dapprima applicare il concetto di karma alla singola vita dell’uomo. — Ma non dovrebbe ora essere sollevata l’obiezione: abbiamo però imparato a conoscere casi dove una tale cosa non si è affatto manifestata! — Può darsi. Ma non verrebbe nemmeno in mente a un fisico, se vuole indagare le leggi della pietra che cade, che cade con questa o quella velocità, di dirsi che la legge non fosse giusta se la pietra fosse scagliata fuori dalla sua traiettoria attraverso un colpo. Bisogna imparare, nel modo giusto, a osservare, ed escludere quei fenomeni che non appartengono alla formazione della legge. Certamente un tale uomo, che, se niente altro intervenisse, al ventitreesimo anno sentirebbe l’effetto degli impressioni del suo tredicesimo anno come disgusto, non arrivherebbe a questo disgusto se, per esempio, nel frattempo si fosse sposato. Ma allora avremmo a che fare con qualcosa che per la stabilità della legge fondamentale è senza effetto. Ma quello che importa è che troviamo i fattori giusti che possono condurci a una legge. L’osservazione in sé non è ancora nulla; soltanto l’osservazione ordinata ci conduce alla conoscenza della legge. Ora si tratta però anche di effettuare tali osservazioni ordinate, se vogliamo studiare la legge del karma, nel modo giusto.

Supponiamo che, per riconoscere il karma di un singolo uomo, il venticinquenne sia colpito da un grave colpo del destino che gli procuri dolore e sofferenza. Se ora conducessimo semplicemente le nostre osservazioni in modo che dicessimo: questo grave colpo del destino è semplicemente irotto nella vita e l’ha riempita di dolore e sofferenza — se cioè rimaniamo fermi alla sola osservazione —, non arriveremo mai al riconoscimento del nesso karmico. Ma se avanziamo e consideriamo nel cinquantesimo anno la vita di un tale uomo, che nel venticinquenne ha sperimentato un tale colpo del destino, allora forse potremo giungere a una contemplazione che possiamo esprimere circa così: l’uomo che consideriamo è divenuto un uomo laborioso e attivo, che si presenta capace nella vita. Ora guardiamo indietro più lontano nella sua vita. Con venti anni — allora notiamo — era ancora un buono a nulla e non ha voluto fare nulla; con venticinque anni il grave colpo del destino l’ha colpito. Se questo colpo non l’avesse colpito — così possiamo ora dire — sarebbe rimasto un buono a nulla. Dunque il grave colpo del destino è stata la causa per che nel cinquantesimo anno abbiamo davanti un uomo laborioso e capace.

Un tale fatto ci insegna che sbagliamo se consideriamo il colpo del destino del venticinquenne come una mera conseguenza. Poiché se chiediamo: che cosa ha causato?, non possiamo rimanere fermi alla sola osservazione. Ma se non consideriamo un tale colpo come un effetto e lo collochiamo alla fine dei fenomeni che l’hanno preceduto, bensì se lo collochiamo all’inizio degli eventi che seguono e lo consideriamo come una causa, allora impariamo a riconoscere che possiamo veramente cambiare in modo essenziale il nostro giudizio affettivo, il nostro giudizio sentimentale rispetto a questo colpo del destino. Possiamo essere forse tristi se lo consideriamo soltanto come un effetto, che questo colpo abbia colpito questo uomo. Se invece lo consideriamo come una causa di qualcosa che seguirà, allora forse possiamo essere lieti e sentire gioia. Poiché a questo colpo del destino si deve — così possiamo dire — che colui che era colpito divenne un uomo decente.

Così vediamo che qualcosa di essenziale può cambiare nei nostri sentimenti, a seconda che consideriamo un fatto della vita come un effetto o come una causa. Non è dunque indifferente se consideriamo qualcosa che nella vita colpisce l’uomo come una mera conseguenza o come una causa. Naturalmente, se conduciamo l’osservazione nel momento in cui l’evento doloroso è entrato, non possiamo ancora percepire l’effetto immediato. Ma se ci siamo formati la legge del karma da osservazioni simili, allora questa legge del karma stessa può dirci: ora forse un evento è doloroso perché ci si presenta soltanto come effetto di ciò che l’ha preceduto; ma può anche essere considerato in tal modo che sia visto come punto di partenza per ciò che segue. Allora possiamo dire: Presentiamo che qui il punto di partenza è la causa di effetti che collocano la cosa in una luce completamente diversa! Così la legge del karma medesima può essere la fonte di una consolazione. La consolazione non sarebbe presente se ci abituassimo a collocare un evento soltanto alla fine e non all’inizio di una serie di fenomeni.

Si tratta dunque di imparare a osservare la vita ordinatamente e a collocare le cose come effetto e causa l’una verso l’altra in modo appropriato. Se effettuiamo veramente tali osservazioni in modo rigorosamente determinante, si presenteranno nel singolo corso della vita umana risultati che con una certa regolarità si compiono per la singola vita umana, e altri risultati si presenteranno che ci sembreranno irregolari in questa vita. Così colui che osserva la vita umana — e non soltanto per quanto la vista raggiunge il naso — può trovare strani nessi in questa vita umana. Soltanto, i fenomeni della vita umana purtroppo oggi sono osservati soltanto per brevi periodi di tempo, appena qualche anno; e ciò che accade dopo un numero maggiore di anni, non si è abituati a metterlo in nesso con ciò che poteva essere presente come causa prima. Perciò soltanto pochi uomini oggi si troveranno che colleghino l’inizio e la fine della vita umana in un certo nesso. Nondimeno, questo nesso è straordinariamente istruttivo.

Supponiamo che abbiamo educato un bambino nei primi sette anni della sua vita cosicché non abbiamo fatto quello che comunemente accade, che non siamo partiti dalla convinzione: se qualcuno deve divenire un uomo decente nella vita, deve essere così e così, deve corrispondere assolutamente alle nostre vedute di un uomo decente. Poiché in un tale caso vorremmo inculcare al bambino il più esattamente possibile tutto ciò che nel nostro senso dovrebbe renderlo un uomo decente. Se però partiamo dalla conoscenza che si può essere un uomo decente in molti modi diversi e che non abbiamo ancora alcuna nozione sul che specie il bambino che sta crescendo sarà un uomo decente secondo le sue disposizioni individuali, allora diremo: quali che siano i concetti che io abbia di un uomo decente, l’uomo che deve nascere da questo bambino deve nascere dal fatto che le sue migliori disposizioni siano tirate fuori — il che forse devo prima risolvere come un enigma! E ci diremo così: che cosa importa che io sia obbligato a questo o quel comandamento e simili? Il bambino medesimo deve sentire un bisogno di fare questo o quello! Se voglio sviluppare il bambino secondo le sue disposizioni individuali, cercherò di sviluppare, di tirar fuori quei bisogni che sono insiti in lui, così che anzitutto un bisogno delle azioni si presenti, il bambino compia dunque le azioni dal suo proprio bisogno. — Vediamo da questo che vi sono due metodi completamente diversi per agire su un bambino nei primi sette anni della sua vita.

Se ora osserviamo l’ulteriore corso della vita del bambino, non si mostrerà a lungo quale sarà l’effetto più marcato di ciò che abbiamo introdotto nel bambino in questo modo nei primi anni. Nell’osservazione della vita risulta infatti che i veri effetti di ciò che è stato posto come cause nell’anima infantile si manifestano solo molto tardivamente, vale a dire al tramonto della vita. L’uomo può avere uno spirito vigile fino alla fine della sua vita per il fatto che l’abbiamo educato da bambino in questo modo: che abbiamo preso in considerazione la sua vita affettiva, tutto ciò che vi abita vivo. Se abbiamo tirato fuori e sviluppato ciò che di forze interiori vi è presente in lui, allora al tramonto della vita vedremo nascere i frutti in forma di una ricca vita dell’anima. D’altra parte, in un’anima disseccata e impoverita — e di conseguenza anche, come vedremo più tardi, poiché un’anima disseccata agisce anche sul corpo, nei difetti fisici della vecchiaia — si manifesta ciò che abbiamo fatto di non corretto all’uomo nella prima infanzia. Qui vediamo qualcosa che in certo modo si compie regolarmente, così che è valido per ogni uomo, nella vita umana come un nesso di causa e effetto.

Così potremmo trovare anche per i periodi intermedi della vita tali nessi, e avremo ancora occasione di dirigere l’attenzione su questi. — Come trattiamo un uomo dal settimo al quattordicesimo anno, questo si manifesta nei suoi effetti nel penultimo periodo della vita. Così vediamo causa e effetto svolgersi ciclichente, come in un cerchio. Ciò che era presente come cause più presto si manifesta come effetto più tardi. Ma non soltanto tali effetti e cause sono presenti nella singola vita umana, bensì oltre al corso ciclico corre insieme uno rettilineo.

Nel nostro esempio, come il tredicesimo anno può influsso nel ventitreesimo, abbiamo visto come causa e effetto nella vita umana sono così collegati che quello che l’uomo ha sperimentato in sé produce effetti che poi ricadono di nuovo su questo medesimo essere umano. Così il karma si compie nella singola vita dell’uomo. Ma non giungeremo a una spiegazione della vita umana se cerchiamo nessi tra causa e effetto soltanto in questa singola vita umana. Come il pensiero che è stato appena indicato deve essere ulteriormente fondato e sviluppato, ne parleremo nelle prossime ore. Ora soltanto deve essere indicato qualcosa che è già conosciuto: che la scienza dello spirito mostra come questa vita umana tra la nascita e la morte è la ripetizione di vite umane anteriori.

Se ora cerchiamo ciò che è caratteristico per la vita tra nascita e morte, possiamo designare come tale l’estensione di una medesima consapevolezza — essenzialmente almeno — per l’intero tempo tra la nascita e la morte. Se vi ricordate delle vostre fasi di vita anteriori, direte: c’è un momento che non coincide con la mia nascita bensì è posteriormente a essa, dove iniziano i miei ricordi della vita. Tutti gli uomini che non appartengono agli iniziati diranno questo; e allora parleranno di come la loro consapevolezza soltanto si estende. Fondamentalmente, abbiamo nel periodo dalla nascita alla morte rispetto al principio di questi ricordi della vita qualcosa di molto singolare, e vi torneremo ancora sopra; questo proietterà luce su cose significative. Se però non ne teniamo conto, possiamo dire: caratteristico per la vita tra nascita e morte è che una consapevolezza si estende per questo periodo.

Ora, sebbene l’uomo nella vita ordinaria, se qualcosa lo colpisce in epoca posteriore della vita, non cerchi le cause in fasi anteriori della vita, nondimeno potrebbe farlo, se soltanto fosse sufficientemente attento a tutto e indagasse tutto. Potrebbe farlo con la consapevolezza che gli è disponibile come consapevolezza di ricordo. E se attraverso il ricordo tentasse di mettere davanti all’anima il nesso tra il precedente e il posteriore nel senso karmico, arriverebbe al seguente risultato.

Direbbe per esempio: vedo che certi eventi che sono accaduti a me non sarebbero venuti se non fosse accaduto questo o quello in una fase anteriore della vita. — Potrebbe dire: per quello che la mia educazione ha fatto in me devo ora fare ammenda. — Ma anche se riconosce soltanto il nesso tra ciò che non ha lui peccato, bensì è stato peccato in lui, e gli eventi posteriori, questo sarà già un aiuto per lui. Troverà più facilmente i mezzi e le vie per compensare i danni che sono stati commessi su di lui. La conoscenza di un tale nesso tra cause e effetti nei nostri singoli periodi di vita, che possiamo abbracciare attraverso la nostra consapevolezza ordinaria, può già essere di grande vantaggio per noi nella vita. Sì, se ci acquisiamo questa conoscenza, forse possiamo ancora fare qualcos’altro. — Se certamente un uomo è divenuto ottanta anni e allora guarda indietro a ciò che come cause ai ventati nel ottantesimo anno deve cercare nella prima infanzia, allora forse gli sarà piuttosto difficile trovare contromisure per compensare ciò che è stato fatto su di lui, e se allora si fa istruire, questo non aiuterà più molto. Ma se si lascia istruire prima e guarda ai peccati che sono stati commessi su di lui, e, diciamo, già nel quarantesimo anno prende precauzioni, allora forse ha ancora il tempo di intraprendere certe contromisure.

Vediamo dunque che non dovremmo lasciarci istruire soltanto su quello che è il più immediatamente prossimo del karma della vita, bensì sul karma in generale e sul nesso conforme a legge che il karma significa. Questo può essere di vantaggio per la nostra vita. — Che cosa fa allora un uomo, che nel quarantesimo anno intraprende qualcosa affinché i danni di certi peccati non entrino, che per esempio sono stati commessi nel dodicesimo anno su di lui, oppure che egli stesso ha commesso? Cercherà di compensare quello che ha peccato oppure quello che è stato fatto su di lui, e di fare tutto ciò che previene l’effetto, che altrimenti dovrebbe presentarsi. In certo modo sostituirà persino l’effetto necessario che senza il suo contributo si manifesterebbe, con un altro. La conoscenza di quello che c’era nel dodicesimo anno lo condurrà lui medesimo a un’azione determinata nel quarantesimo anno. Questa azione non l’avrebbe compiuta se non avesse riconosciuto che nel dodicesimo anno c’era questo o quello. Che cosa ha fatto allora l’uomo col suo guardare indietro alla sua vita anteriore? Egli medesimo, attraverso la sua consapevolezza ha fatto seguire a una causa una determinata conseguenza. Ha voluto la conseguenza che ora ha procurato. — Questo ci mostra come nella linea delle conseguenze karmiche il nostro volere può intervenire e creare qualcosa che sta al posto di altre conseguenze karmiche altrimenti manifestatesi. Consideriamo un tale nesso, dove la nostra consapevolezza completamente consapevolmente crea un legame tra causa e effetto nel corso della vita, allora ci diremo: in un tale uomo il karma o la legalità karmica è entrata nella consapevolezza, egli stesso in certo senso ha procurato l’effetto karmico.

Supponiamo ora però che poniamo alla base di una considerazione simile quella che sappiamo dei corsi ripetuti sulla terra di un uomo. La consapevolezza di cui abbiamo appena parlato, che si estende, con l’eccezione indicata, sulla nostra vita tra nascita e morte, questa sorge dal fatto che l’uomo può usare lo strumento del suo cervello. Quando l’uomo oltrepassa la porta della morte, subentra una consapevolezza di natura diversa, che è indipendente dal cervello e legata a condizioni essenzialmente diverse. E sappiamo che per questa consapevolezza, che dura fino alla nuova nascita, un certo tipo di retrospettiva si verifica su tutto quello che l’uomo ha compiuto nella vita tra nascita e morte. Nella vita tra nascita e morte l’uomo deve formare prima l’intenzione di guardare indietro a certi peccati che sono stati commessi su di lui, se vuole realmente introdurre karmicamente nella sua vita l’effetto di questi peccati. Dopo la morte, l’uomo, guardandosi indietro sulla sua vita, guarda a quello che ha commesso come peccati o in generale come azioni. Allora vede anche contemporaneamente quello che queste azioni hanno fatto della sua anima o dalla sua anima. Allora l’uomo vede come, per il fatto che ha compiuto un’azione determinata, nel suo valore è calato o asceso. Se abbiamo procurato sofferenza a un altro, per esempio, il nostro valore per questo è calato: siamo divenuti di minore valore, siamo divenuti più imperfetti per il fatto che abbiamo procurato all’altro la sofferenza. Se ora dopo la morte guardiamo indietro, vediamo su innumerevoli tali casi all’indietro, in che ci diciamo: siamo divenuti per questo più imperfetti. Da questo però segue per la consapevolezza dopo la morte, che in essa sorge la forza e il volere, quando di nuovo avrà l’occasione, di fare tutto affinché di nuovo di raggiungere quel valore che ha perso, vale a dire la volontà di compensare tutta la sofferenza che ha procurato. L’uomo così, tra morte e nuova nascita, assume la tendenza, l’intenzione, di quello che di male ha compiuto, di nuovo di compensarlo, affinché possa di nuovo raggiungere il punto di vista della perfezione che come uomo dovrebbe avere e che era stato impedito dall’azione corrispondente.

Ora l’uomo entra di nuovo nell’esistenza. La sua consapevolezza diviene di nuovo un’altra; non si ricorda indietro nel tempo tra morte e nuova nascita e neppure di come ha formato l’intenzione di compensare qualcosa. Ma questa intenzione dimora in lui. E anche se non sa: tu devi fare questo o quello per compensare questo o quello! — tuttavia sarà spinto attraverso la forza che dimora in lui a una qualche azione che è una compensazione. E ora possiamo formarci un’idea di quello che accade, quando per esempio un uomo nel ventesimo anno è colpito da qualcosa di assai doloroso. Con la sua consapevolezza, che ha tra nascita e morte, sarà abbattuto dalla sua sofferenza. Se però potesse ricordare quello che nell’intervallo tra morte e nuova nascita ha assunto come intenzioni, allora sentirebbe anche la forza che l’ha spinto al luogo dove ha potuto soffrire questo dolore, perché ha sentito che il grado di perfezione che aveva compromesso e che doveva riconquistare, poteva riuscire a raggiungerlo soltanto se passava attraverso questo dolore. Se così anche la consapevolezza ordinaria dice: la sofferenza è qui; tu soffri! — e considera soltanto la sofferenza negli effetti, tuttavia per la consapevolezza che inoltre abbraccia il tempo tra morte e nuova nascita, il ricercare proprio la sofferenza o qualche sventura potrebbe trovarsi nell’intenzione.

Questo si presenta a noi effettivamente quando contempliamo la vita umana da un punto di vista più elevato. Allora possiamo vedere che nella vita umana entrano casi del destino, che non si presentano come effetti di cause del singolo corso della vita, bensì che sono causati da un’altra consapevolezza, vale a dire da una consapevolezza che giace al di là della nascita e che continua la nostra vita in tempi anteriori a quelli che sono trascorsi solo dalla nostra nascita. Se afferriamo esattamente questo pensiero, diremo: abbiamo anzitutto una consapevolezza che si estende sul tempo tra nascita e morte e che vogliamo denominare la consapevolezza della personalità individuale, e vogliamo designare come personalità individuale quello che si svolge tra nascita e morte. Quindi vediamo come una consapevolezza può agire al di là della nascita e della morte, di cui l’uomo nella sua consapevolezza ordinaria non sa nulla, che però può agire precisamente come questa consapevolezza ordinaria. Abbiamo perciò anzitutto descritto come qualcuno medesimo assume il suo karma e nel quarantesimo anno per esempio compensa qualcosa, affinché le cause del dodicesimo anno non lo colpiscano. Allora egli assume il karma nella sua consapevolezza della personalità individuale. Se però l’uomo è spinto da qualche parte dove può soffrire un dolore, al fine di compensare qualcosa, affinché diventi un uomo migliore, anche questo viene fuori dall’uomo; soltanto non viene fuori dalla consapevolezza della personalità individuale, bensì da una consapevolezza più ampia, che include il tempo tra morte e nuova nascita. Quell’essere nell’uomo che è abbracciato da questa consapevolezza lo vogliamo denominare l’« individualità » dell’uomo; e questa consapevolezza, che è quindi continuamente interrotta dalla consapevolezza della personalità individuale, la vogliamo denominare la « consapevolezza individuale », in contrasto con la consapevolezza della personalità individuale. Così vediamo il karma agire riguardo all’individualità dell’uomo.

Ora nondimeno non capiremmo la vita umana, se seguissimo soltanto la serie dei fenomeni come abbiamo fatto finora, se tenessimo in considerazione soltanto quello che nell’uomo, per il bene dell’uomo medesimo, giace come cause e come effetti viene ricercato. Ci è sufficiente presentare davanti allo spirito un semplice caso, che deve essere presentato solo in modo che agisca in modo più intuitivo, e subito vedremo che non capiamo la vita umana se teniamo in considerazione soltanto quello che abbiamo appena detto. — Supponiamo un inventore o uno scopritore, per esempio Colombo o lo scopritore della macchina a vapore o un altro qualsiasi. Nella scoperta si trova un’azione determinata, un atto determinato. Se consideriamo questo atto così come l’uomo l’ha compiuto, e quindi cerchiamo la causa per che l’uomo l’ha compiuto, allora troveremo sempre tali cause che giacciono nella direzione come le abbiamo indicate ora. Perché Colombo andasse per esempio in America, perché egli proprio in un determinato momento formasse questa intenzione, vi troveremo le cause nel suo karma individuale e personale. Ma allora ci possiamo chiedere: questa causa dovrà essere cercata soltanto nel karma personale e individuale? E l’atto dovrà essere considerato come effetto soltanto per l’individualità che era attiva in Colombo? — Che Colombo abbia scoperto l’America, ha avuto un effetto determinato per lui. Egli per questo è asceso, è divenuto più perfetto. Questo si mostrerà nello sviluppo ulteriore della sua individualità nella vita seguente. Ma quali effetti ha avuto ancora questo atto per altri uomini? Non dovrebbe essere considerato come causa che ha avuto influenza in innumerevoli vite umane?

Ma questa è ancora una considerazione piuttosto astratta di una tale cosa, che possiamo afferrare molto più profondamente se consideriamo la vita umana su grandi archi di tempo. Supponiamo che consideriamo la vita umana come si è svolta nell’epoca egizio-caldea, che ha preceduto l’epoca greco-latina. Se esaminiamo quest’epoca riguardante quello che ha dato agli uomini e quello che gli uomini hanno allora sperimentato, allora si mostra a noi qualcosa di massima singolarità. Se confrontiamo quest’epoca con la nostra propria, allora riconosceremo che quello che nel nostro proprio tempo accade è collegato con quello che nella cultura egizio-caldea si è compiuto. L’epoca greco-latina sta tra le due. Nel nostro tempo certi eventi non accadrebbero se non fossero accaduti certi eventi nella cultura egizio-caldea. Se la presente scienza naturale ha ottenuto risultati di questo o quell’altro, questo certamente proviene anche da forze che si sono sviluppate e spiegate dall’anima umana. Ma le anime umane che nel nostro tempo hanno agito erano anche incarnate nell’epoca egizio-caldea e vi hanno assorbito certe esperienze, senza che non potrebbero compiere quello che compiono oggi. Se gli allievi degli antichi sacerdoti egizi non avessero assorbito l’astrologia egizia sui nessi del cielo, non avrebbero potuto più tardi, nel loro modo, penetrare nei misteri del mondo, e non sarebbero state presenti in certe anime del nostro tempo le forze che oggi hanno guidato l’umanità nei vasti spazi celesti. Come è venuto per esempio a Keplero alle sue scoperte? Vi è venuto perché in lui viveva un’anima che nell’epoca egizio-caldea aveva assorbito le forze per quelle scoperte che poteva fare poi nel quinto periodo. Ci riempie di una certa intima soddisfazione quando in certi spiriti scaturiscono ricordi cosicché i germi di quello che adesso fanno erano stati deposti nel passato. Uno degli spiriti che ha realizzato cose importanti riguardante la ricerca delle leggi celesti, Keplero, dice di sé medesimo:

« Sì, sono io, io ho rubato i vasi d’oro degli Egiziani per erigerne al mio Dio un santuario, lontano dalle sponde dell’Egitto. Se voi mi perdonerete, mi rallegrerò; se vi adirerete, lo sopporterò; — ecco, qui butto i dadi e scrivo questo libro per il lettore di oggi come per quello del domani — che importa? E se il mio libro deve aspettare il suo lettore per cento anni: Dio stesso ha aspettato sei millenni il contemplatore della sua opera. »

Questo è un ricordo che sbuca sporadicamente di Keplero di quello che come germe aveva assorbito a quello che come Keplero poteva compiere nella sua esistenza personale. Così potrebbero essere citate centinaia di esempi simili. — Vediamo però ancora qualcosa di diverso che il semplice fatto che in Keplero qualcosa sboccia, che è l’effetto di esperienze di una vita terrena anteriore. Vediamo qualcosa che sboccia, che si presenta come l’effetto conforme a legge per l’intera umanità di qualcosa che era di nuovo significativo per l’umanità in un tempo anteriore. Vediamo come l’uomo è posto a un luogo per compiere qualcosa per l’intera umanità. Vediamo che non soltanto nella singola vita umana, bensì nell’intera umanità sussistono nessi tra cause e effetti, che si estendono su vasti periodi di tempo. E possiamo da questo ricavare che la legge karmica individuale si incroccerà con le leggi che possiamo denominare le leggi karmiche dell’umanità. Talvolta questo incrociarsi è certamente poco trasparente. Pensate a quello che sarebbe divenuta la nostra astronomia se una volta il telescopio non fosse stato inventato nel momento determinato in cui lo fu. Seguite indietro la nostra astronomia e vedrete che infinitamente molte cose dipendono dall’invenzione del telescopio. Ora è noto che il telescopio fu inventato dal fatto che in un laboratorio ottico i bambini una volta giocavano con le lenti, per cui accidentalmente, così si potrebbe dire, avevano assemblato le lenti ottiche cosicché successivamente qualcuno arrivò al pensiero: per questo si potrebbe risultare qualcosa come un telescopio. — Pensate quanto profondamente dovete cercare per arrivare al nesso tra il karma individuale dei bambini e il karma dell’umanità, che in un momento determinato il telescopio fu inventato! Cercate di pensare insieme questo e vedrete come in modo strano il karma di singole individualità e il karma dell’intera umanità si incrociano e si intrecciano! Allora vi direte: bisognerebbe pensare altrimenti l’intero sviluppo dell’umanità se non fosse accaduto in un tempo determinato questo o quello.

La domanda è comunemente assolutamente oziosa: che cosa sarebbe divenuto l’Impero Romano se i Greci in un tempo determinato non avessero respinto l’attacco persiano nelle Guerre Persiane? — Ma non è oziosa la domanda: come è accaduto che le Guerre Persiane si siano svolte precisamente in questo modo? — Chi segue questa domanda e cerca una risposta vedrà che in Oriente certi risultati sono stati conseguiti soltanto per il fatto che c’erano determinati governanti dispotici, che volevano qualcosa soltanto per la loro persona e si allearono con questo scopo con i sacerdoti sacrificali e così via. L’intero ordinamento statale di allora era necessario affinché in Oriente potesse essere creato qualcosa; ma questi ordinamenti hanno portato con sé che anche tutti i danni che poi sono entrati si verificassero. E a questo è collegato che un popolo di diversa natura — i Greci — nel momento appropriato potesse respingere l’attacco da oriente. Se riflettiamo su questo, ci chiediamo: come stanno le cose col karma delle personalità che hanno agito in Grecia per respingere l’attacco persiano? — Allora troveremo molte cose personali nel karma degli uomini in questione; ma troveremo anche che il karma personale è intrecciato col karma del popolo e dell’umanità, così che è lecito dire: l’intero karma dell’umanità ha messo precisamente queste personalità determinate in questo luogo in questo tempo! — Vediamo incrociarsi il karma dell’umanità nel karma individuale. E dovremo ancora chiederci come queste cose si giocano insieme. Ma possiamo ancora andare oltre e considerare un altro nesso.

Possiamo, nel senso della scienza dello spirito, guardare indietro a un’epoca dello sviluppo della nostra Terra, in cui sulla nostra Terra non c’era ancora un regno minerale. Lo sviluppo della nostra Terra è stato preceduto dallo sviluppo di Saturno, del Sole e della Luna, dove non c’era ancora un regno minerale nel nostro senso. Soltanto sulla Terra i nostri minerali odierni nelle loro forme attuali si sono formati. Per il fatto però che il regno minerale si è separato nel corso dello sviluppo terrestre, esiste come un regno particolare per tutta l’epoca seguente. In precedenza uomini, animali e piante si erano sviluppati cosicché non c’era un regno minerale sottostante. Affinché gli altri regni potessero raggiungere un progresso posteriore, dovevano separare il regno minerale. Ma dopo che l’hanno separato, possono svilupparsi soltanto come si sviluppano su un pianeta che ha una base minerale solida. E non nascerà mai nulla di diverso da quello che è accaduto sotto la condizione che la formazione di un regno minerale si verificasse. Il regno minerale è lì, e tutti i destini posteriori degli altri regni dipendono dall’origine del regno minerale, che una volta nel nostro essere terrestre in un passato remoto si è formato. — Così con il fatto dell’origine del regno minerale è accaduto qualcosa con cui tutto lo sviluppo terrestre posteriore deve contare. Si compierà per tutti gli altri esseri ciò che scaturisce dall’origine del regno minerale. Abbiamo di nuovo negli ultimi tempi il compimento karmico per qualcosa che è accaduto prima. Sulla Terra si compie quello che si era preparato sulla Terra. C’è un nesso tra quello che è accaduto prima e quello che è accaduto dopo, ma anche un tale nesso che rimbalza nei suoi effetti sull’essere causante. Uomini, animali e piante hanno separato il regno minerale, e il regno minerale rimbalza di nuovo su di loro. Vediamo che è possibile parlare di un karma della Terra.

Infine possiamo evidenziare qualcosa, per che i fondamenti si trovano nelle esposizioni generali della « Scienza Occulta nelle sue linee generali ».

Sappiamo che certi esseri sono rimasti indietro nella fase dello sviluppo lunare antico, e che questi esseri sono rimasti indietro per insegnare all’uomo della Terra determinate proprietà. Ma non soltanto esseri sono rimasti indietro dall’antico tempo lunare della Terra, bensì anche sostanzialità. Sulla fase lunare gli esseri sono rimasti, che come esseri luciferici agiscono nel nostro essere terrestre. Attraverso questo fatto del rimanere indietro e dell’agire nel nostro essere terrestre si compiono nell’essere terrestre effetti, alle cui cause fu già fatto posa nel essere lunare. Ma anche sostanzialmente si compie così qualcosa. — Se guardiamo il nostro sistema solare oggi, lo troviamo composto da corpi celesti che compiono movimenti ricorrenti regolarmente e che mostrano una certa coesione interna. Ma altri corpi celesti li troviamo, che si muovono anche con un certo ritmo, ma che rompono le leggi ordinarie del sistema solare, vale a dire le comete. Ora la sostanza di una cometa non è tale con leggi come quelle che sussistono nel nostro ordinario sistema solare regolare, bensì con leggi come quelle che nel passato essere lunare esistevano. Infatti nella sostanza cometaria si è conservata la legalità dell’antico essere lunare. Ho già spesso menzionato che la scienza dello spirito ha provato questa legalità prima che fosse confermata dal lato della scienza naturale. Nel 1906 a Parigi ho attirato l’attenzione sul fatto che durante l’antico essere lunare determinati composti di carbonio e azoto svolgevano un ruolo simile a quello che oggi sulla Terra svolgono i composti di ossigeno e carbonio, vale a dire l’anidride carbonica, il biossido di carbonio e così via. Questi ultimi composti hanno qualcosa di mortificante. Un ruolo simile svolsero i composti di cianuro, composti simili ad acido boracico durante l’antico essere lunare. Su questo fatto è stata richiamata l’attenzione dalla scienza dello spirito nel 1906. Anche in altri discorsi si è indicato che l’essere cometario introduce le leggi dell’antico essere lunare nel nostro sistema solare, così che non soltanto gli esseri luciferici sono rimasti indietro, bensì anche la legalità della vecchia sostanza lunare, che agisce in modo irregolare nel nostro sistema solare. E si è sempre detto che l’essere cometario deve ancora oggi contenere qualcosa come composti di cianuro nell’atmosfera cometaria. Solo molto più tardi, dopo che era stata proclamata dalla scienza dello spirito, in questo anno appena, è stato trovato attraverso l’analisi spettrale lo spettro dell’acido boracico nell’essere cometario.

Qui avete uno dei testimonianze del fatto che, quando si dice: mostrateci una volta come si può veramente trovare qualcosa con la scienza dello spirito! — Tali cose esistono; dovrebbero solo essere osservate. Così agisce qualcosa dal nostro antico essere lunare nell’essere terrestre presente.

Ora ci chiediamo: deve essere affermato che dietro i fenomeni sensibili esterni giace qualcosa di spirituale?

Per chi si professa seguace della scienza dello spirito, è chiaro che dietro tutto ciò che è realmente sensibile giace anche qualcosa di spirituale. Se sostanzialmente qualcosa dell’antico essere lunare agisce nel nostro essere terrestre, se la cometa irradia il nostro essere terrestre, allora dietro questo agisce anche qualcosa di spirituale. E potremmo persino indicare quale spirituale si manifesta per esempio nella cometa di Halley. La cometa di Halley è l’espressione esterna — ogni volta che entra nella sfera del nostro essere terrestre — di un nuovo impulso verso il materialismo. Questo potrebbe sembrare superstizioso al mondo attuale. Ma allora gli uomini dovrebbero solo ricordare come essi medesimi derivano effetti spirituali dalle costellazioni delle stelle. O chi non direbbe che l’eschimese è un essere umano di natura diversa rispetto per esempio all’indù, perché nella regione polare i raggi solari cadono con angolo diverso? Dappertutto anche i naturalisti ricondducono effetti spirituali nell’umanità alle costellazioni stellari. — Dunque un impulso spirituale verso il materialismo avviene in parallelo alla cometa di Halley. Questo impulso può essere provato: al verificarsi della cometa di Halley dell’anno 1835 seguì quel flusso di tempo materialistico che si può designare come il materialismo della seconda metà del secolo precedente; al verificarsi precedente seguì l’illuminismo materialistico degli enciclopedisti francesi. Questo è il nesso.

Affinché certi eventi avvengano nell’essere terrestre, le cause dovevano essere poste prima, al di fuori dell’essere terrestre. E qui abbiamo a che fare addirittura con un karma del mondo. Poiché perché è stata esclusa la spiritualità e la materialità sulla vecchia Luna? Affinché certi effetti possano rimbalzare di nuovo su quegli esseri che le hanno escluse. Gli esseri luciferici sono stati esclusi, hanno dovuto subire un sviluppo diverso, affinché per gli esseri sulla Terra potesse nascere la libertà della volontà e la possibilità del male sulla Terra. Qui abbiamo qualcosa che va oltre gli effetti karmici del nostro essere terrestre: una prospettiva sul karma del mondo.

Così oggi abbiamo potuto parlare sul concetto di karma, sul suo significato per la singola personalità, per l’individualità, per l’intera umanità, entro gli effetti della nostra Terra e al di là della Terra — e abbiamo ancora trovato qualcosa che possiamo designare come il karma del mondo. Così troviamo la legge del karma, che possiamo denominare una legge del nesso tra causa e effetto, ma cosicché l’effetto rimbalza di nuovo sulla causa e che nel rimbalzare l’essere medesimo si è mantenuto, è rimasto lo stesso. Troviamo questa legalità karmica dovunque nel mondo, nella misura in cui consideriamo il mondo come uno spirituale. Presentiamo che il karma si manifesterà nei campi più diversi in modo diversissimo. E presentiamo come i diversi flussi karmici — karma personale, karma dell’umanità, karma della Terra, karma del mondo e così via — si incroceranno e come per questo appunto avremo le illuminazioni che abbiamo bisogno per comprendere la vita. E nei suoi singoli punti la vita è comprensibile soltanto quando possiamo trovare l’interazione dei flussi karmici più diversi.

2°Il karma e il regno animale

Amburgo, 17 Maggio 1910

Prima che arriviamo alle nostre vere e proprie domande riguardanti il karma umano, come sono state annunciate, sono necessarie una serie di considerazioni preliminari. A queste appartiene ciò che è stato detto ieri: una sorta di descrizione del concetto del karma. A queste appartiene anche ciò che oggi dovrà essere detto sul karma e il regno animale. Quello che potrebbe essere chiamato prove esteriori della realtà della legalità karmica, lo troverete nel corso del ciclo in quei punti dove sarà opportuno indicare in particolare queste prove esteriori. A queste occasioni troverete anche la possibilità di parlare della fondazione dell’idea karmica a persone esterne, che vi faranno domande, in quanto scettici riguardanti l’intera idea karmica. Ma per tutto ciò sono necessarie alcune considerazioni preliminari.

Che cosa potrebbe essere più vicina come domanda: come si comportano la vita animale, il destino animale rispetto a ciò che noi chiamiamo il corso del karma umano, in cui — come si vedrà — troviamo le questioni di destino più importanti e più profondamente incisive per l’uomo?

Il rapporto degli uomini sulla terra verso il mondo animale è certamente variabile nel corso del tempo e anche secondo i diversi popoli. Ed è certamente non senza interesse vedere come presso quei popoli che hanno conservato le parti migliori dell’antica e sacra saggezza dell’umanità ha trovato posto un trattamento degli animali largamente compassionevole e amorevole. Nel mondo del buddhismo, per esempio, che ha conservato parti importanti di antiche visioni del mondo come le avevano gli uomini nella loro preistoria, noi abbiamo un trattamento degli animali profondamente compassionevole, un atteggiamento verso gli animali e sentimenti verso il mondo animale che innumerevoli persone in Europa ancora non riescono a comprendere. Ma anche presso altri popoli — ricordo solo l’arabo riguardante il trattamento del suo cavallo — specialmente quando questi popoli hanno conservato qualcosa delle antiche visioni, come appaiono qua e là come antiche eredità, trovate una sorta di « amicizia » verso gli animali, qualcosa come un trattamento umano degli animali. Al contrario, si può ben dire che in quelle regioni in cui si sta preparando una sorta di visione del mondo del futuro, nelle regioni occidentali, ha trovato poco spazio la comprensione di tal genere di compassione verso il mondo animale. Ed è caratteristico che nel corso del medioevo e poi fino ai nostri tempi, proprio nei paesi dove la visione cristiana del mondo ha guadagnato diffusione, ha potuto sorgere la visione che gli animali non debbano affatto essere considerati come esseri con una vera vita dell’anima, bensì come una sorta di automi. E forse non senza ragione è stato segnalato — benché non sempre con grande comprensione — che queste visioni, che sono state ampiamente rappresentate dalla filosofia occidentale, secondo cui gli animali sarebbero automi e non avrebbero una vera vita dell’anima, sono filtrate negli ambienti popolari che non conoscono compassione e spesso nessun limite nel trattamento crudele degli animali. Sì, la cosa è andata così lontano che si è potuto fraintendere in modo approfondito un grande filosofo dei tempi moderni, Cartesio, nei suoi pensieri riguardante il mondo animale. Naturalmente dobbiamo essere ben consapevoli che dai veri grandi spiriti dello sviluppo culturale occidentale questa visione, che gli animali siano soltanto automi, non è mai stata rappresentata. Nemmeno Cartesio ha rappresentato questa visione, sebbene possiate leggere in molti libri di filosofia che Cartesio abbia rappresentato una tale visione. Ma questo non è vero. Colui che conosce Cartesio sa che egli non attribuisce agli animali certamente un’anima tale da potersi sviluppare, in modo da poter giungere da una coscienza dell’Io a una prova dell’esistenza di Dio, ma tuttavia attribuisce all’animale che esso sia pervaso, animato dagli cosiddetti spiriti vitali, che certamente non rappresentano un’individualità così unitaria come l’Io dell’uomo, ma tuttavia operano nella organizzazione animale come anima. E proprio ciò che è caratteristico è che si sia potuto fraintendere Cartesio in questo senso. Poiché questo ci mostra che nei secoli trascorsi del nostro sviluppo occidentale era presente la tendenza di attribuire agli animali qualcosa di meramente automatico, e questa tendenza è stata letta persino dove non avrebbe potuto esserlo, se si fosse proceduto conscienziosamente, ossia presso Cartesio. Lo sviluppo culturale occidentale ha la particolarità che doveva formarsi partendo dagli elementi del materialismo. E si può persino dire: l’alba del cristianesimo si è compiuta in modo che questo significativo impulso dello sviluppo dell’umanità fu dapprima trapiantato in una mentalità occidentale materialistica. Il materialismo dei tempi moderni è solo una conseguenza del fatto che persino la professione religiosa più spirituale, il cristianesimo, inizialmente in Occidente ha trovato una concezione materialistica. È il destino dell’umanità — se possiamo dirlo così — dei popoli occidentali che debbano elevarsi partendo da fondamenti materialistici e proprio nel superamento delle visioni e delle tendenze materialistische debbano dispiegare le forti forze verso un supremo spiritualismo. Per il fatto che questo destino, questo karma è divenuto quello dei popoli occidentali, è sorto anche presso di loro quel tratto di considerare gli animali come automi. Chi non riesce a penetrare bene il manifestarsi della vita spirituale, chi può stenersi soltanto a ciò che ci circonda nel mondo esteriore sensibile, facilmente potrà giungere dalle impressioni di questo mondo esteriore sensibile a una concezione del mondo animale che colloca gli animali il più possibile in basso. Al contrario, quelle visioni del mondo che hanno mantenuto elementi delle antiche visioni spirituali della primitiva saggezza dell’umanità hanno conservato una sorta di conoscenza riguardante ciò che è spirituale anche nel mondo animale; e nonostante tutti i fraintendimenti, nonostante tutto ciò che si è insinuato nelle loro visioni del mondo e ne ha corrotto la purezza, non hanno potuto dimenticare che attività spirituali, leggi spirituali operano nella manifestazione e conformazione dell’animale.

Se quindi da un lato dobbiamo vedere proprio nella mancanza di visioni spirituali una mancanza di comprensione dell’anima animale, d’altro lato non dobbiamo ingannarci sul fatto che questo a sua volta sarebbe soltanto una conseguenza di una visione del mondo puramente materialistica, se noi applicassimo senza ulteriori considerazioni l’idea karmica, così come ci servirà per comprendere il destino umano e il karma umano, al mondo animale. Non possiamo farlo. È già stato sottolineato ieri che è necessario comprendere il concetto del karma in modo molto preciso. E sbaglieremmo se cercassimo nel mondo animale ciò che abbiamo stabilito come un contraccolpo dell’effetto sull’essere da cui è partita la causa. Poiché è soltanto in modo più ampio che potremmo imparare a conoscere la legalità karmica, in quanto andiamo oltre la singola vita umana tra la nascita e la morte; seguiamo l’uomo attraverso la successione delle sue reincarnazioni e troveremo che quel contraccolpo di una causa che abbiamo posto in una vita può venire soltanto in una vita successiva, così che la legalità karmica si estende da vita a vita, e gli effetti delle cause non hanno bisogno di manifestarsi — sì, quando consideriamo il karma in grande, certamente non si manifestano nella stessa vita tra la nascita e la morte.

Ora sappiamo già dalle considerazioni scientifico-spirituali esterne che non possiamo parlare presso l’animale di una reincarnazione quale accade presso l’uomo. Per quella individualità umana che si conserva quando l’uomo oltrepassa la porta della morte, che vive una vita particolare nello spirituale nel tempo dal decesso alla nuova nascita, per poi attraverso una nuova nascita entrare di nuovo nell’esistenza, per questa individualità umana non troviamo qualcosa di simile o qualcosa di completamente uguale nel mondo animale. Non possiamo parlare della morte animale nello stesso modo in cui comprendiamo la morte umana. Poiché tutto ciò che descriviamo come i destini dell’individualità umana dopo che l’uomo ha oltrepassato la porta della morte non si comporta nel mondo animale nella stessa maniera. E se si credesse che potremmo cercare in un individuo animale l’essere reincarnato di un animale che era già stato presente sulla terra in precedenza, come dobbiamo fare presso l’uomo, allora ci abbandonneremmo completamente a un errore. Oggi, quando si ama considerare tutto ciò che ci si presenta nel mondo soltanto dal suo lato esteriore e non si entra nell’interno, i veri grandi contrasti, le distinzioni più importanti tra uomo e animale non possono affatto venire davanti agli occhi. Esteriormente — considerato in modo puramente materialistico — l’apparenza della morte presso uomo e animale si presenta nello stesso modo. Allora facilmente si può credere, quando si considera la vita di un animale, di potere paragonare singoli fenomeni di questa vita individuale dell’animale a singoli fenomeni della vita personale dell’uomo tra la nascita e la morte. Ma allora ci sbagliamo completamente. Perciò inizialmente dovrebbe essere indicato agli opposti radicali tra l’animale e l’umano a mezzo di singoli esempi.

Solo colui che senza pregiudizi esamina non solo i fatti che si presentano alla sua osservazione sensibile esterna, ma anche i fatti che risultano dal suo pensiero combinatorio può chiarire completamente a sé questo contrasto tra animale e uomo. Lì troviamo un fenomeno che è anche sottolineato dai naturalisti, ma con cui i naturalisti contemporanei non sanno bene cosa fare: il fenomeno che l’uomo essenzialmente deve imparare le cose più semplici. Nel corso della sua storia l’uomo ha dovuto imparare l’uso dei più semplici strumenti, e ancora oggi i nostri figli devono imparare le cose più elementari e devono impiegare un certo tempo per impararle. Costa fatica insegnare all’uomo qualcosa, semplici gesti, la fabbricazione di strumenti e attrezzi e così via. Se invece consideriamo gli animali, dobbiamo dire: quanto meglio se la cavano gli animali in questo senso! Immaginiamoci come il castoro costruisce il suo complicato ingegnoso rifugio. Non ha bisogno di impararlo: può farlo portandoselo dentro come una legalità impressavi, come noi umani ce ne portiamo la possibilità, l’« arte », di cambiare i denti intorno al settimo anno. Nemmeno questo ha bisogno di essere imparato. Così gli animali si portano una tale capacità, come l’ha il castoro, di costruire il suo rifugio.

Se guardate intorno nel regno animale, troverete che gli animali si portano determinate abilità artistiche, attraverso cui può essere realizzato qualcosa a cui l’abilità artistica umana, per quanto abbiamo raggiunto risultati così meravigliosi, non si avvicina nemmeno lontanamente.

Ora può nascere la domanda: come avviene mai che l’uomo, quando nasce, è più incapace di, per esempio, una gallina o un castoro, che deve acquisire faticosamente quello che questi esseri si portano già con sé? Questa è una grande domanda. E che sia una grande domanda si deve sentire soprattutto. Poiché in ciò che l’uomo deve acquisire per la sua visione del mondo conta molto meno il fatto di indicare importanti fatti di quanto conti il sapere dove le importanti domande devono essere poste. I fatti possono essere corretti, ma non hanno sempre valore per la nostra visione del mondo. Ora, sebbene più tardi affronteremo ancora scientificamente-spiritualmente le cause di questi fenomeni, tuttavia sarebbe troppo ampio mostrare in tutti i dettagli perché sia così. Ma inizialmente si può comunque far notare con poche parole.

Se risaliamo scientificamente-spiritualmente nello sviluppo umano fino a tempi remotissimi, troveremo che quelle forze e quegli elementi che sono disponibili al castoro o a un altro animale per portarsi nel mondo tali abilità artistiche erano pure disponibili per l’uomo. L’uomo non ha certo incorporato nella sua natura in remota antichità soltanto l’incapacità e non ha dovuto lasciare all’animale la primitiva capacità. Ha anche ricevuto questa natura, sì nel complesso in modo molto più ricco che gli animali. Poiché sebbene gli animali si portino certe grandi abilità artistiche nel mondo, queste tuttavia nella vita sono unilaterali. L’uomo fondamentalmente non sa nulla quando entra nella vita, deve prima imparare tutto ciò che riguarda il mondo esteriore. È qualcosa detto in modo radicale, ma ci capiremo. Ma quando l’uomo impara, presto si mostra che è più versatile, che il suo sviluppo può essere più ricco riguardante l’acquisizione di certe abilità artistiche e cose simili, che non nel caso dell’animale. Così l’uomo aveva ricevuto originariamente ricche disposizioni — eppure non le ha oggi. Ora appare il fenomeno particolare che originariamente uomo e animale erano equipaggiati nello stesso modo. E se risalissimo fino all’antico sviluppo di Saturno, troveremmo che una distinzione dello sviluppo umano e animale ancora per nulla si era verificata. Allora entrambi erano completamente uguali nelle loro disposizioni. — Che cosa è accaduto nel frattempo, che l’animale porta tutte le possibili abilità nell’esistenza, mentre l’uomo è un compagno così incapace dell’esistenza cosmica? Come si è comportato propriamente l’uomo nel frattempo, che ora all’improvviso non ha più nulla di ciò che aveva portato? Ha sconsideratamente sprecato nel corso dello sviluppo mentre gli animali se le sono conservate come padroni parchi? Questa domanda può essere sollevata dal vero stato dei fatti.

L’uomo non ha sprecato queste disposizioni, che oggi l’animale manifesta in abilità esterna; le ha anche usate, ma per qualcosa di diverso dagli animali. Gli animali le manifestano in abilità esterna; il castoro e la vespa costruiscono il loro nido. L’uomo ha le stesse forze, che gli animali manifestano in questo modo, le ha rivolte verso sé stesso. E per questo ha realizzato quello che noi chiamiamo la sua organizzazione umana superiore. Il fatto che l’uomo oggi cammina eretto, che ha il cervello più perfetto, insomma un’organizzazione interna più perfetta, anche questo richiedeva certe forze; e queste sono le stesse forze con cui il castoro si costruisce il suo rifugio di castoro. Il castoro si costruisce il suo nido. L’uomo ha usato le forze per sé, per il suo cervello, per il suo sistema nervoso e così via. Perciò l’uomo inizialmente non ha nulla di avanzo per lavorare verso l’esterno nello stesso modo. Così il fatto che oggi camminiamo fra gli animali con un organismo più perfetto si deve al fatto che abbiamo usato nel corso dello sviluppo tutto quello che il castoro elabora fuori, per il nostro organismo interno. Abbiamo dentro il nostro rifugio di castoro e perciò non possiamo più manifestare queste forze verso l’esterno nello stesso modo.

Qui vediamo, se ci atteniamo a una visione del mondo coerente, dove vanno le diverse disposizioni che esistono negli esseri e come ci incontrano oggi. In quanto l’uomo ha usato queste forze a modo suo, per lui nello sviluppo terrestre divenne necessaria una disposizione molto particolare, che in parte già conosciamo.

Perché dovevano le forze, di cui si è appena parlato e che ci incontrano nelle diverse specie e generi del regno animale in attività esterne, essere usate per l’interno dell’organizzazione umana? Perché solo attraverso il fatto che l’uomo potesse procurarsi un’organizzazione interna poteva diventare il portatore di ciò che oggi è l’Io, ciò che cammina da incarnazione a incarnazione. Un’altra organizzazione non avrebbe potuto diventare un tale portatore dell’Io; poiché dipende completamente dal guscio esteriore se un’individualità dell’Io può operare nell’esistenza terrestre o no. Non potrebbe, se l’organizzazione esterna non fosse appropriata all’individualità dell’Io. Tutto tendeva dunque a rendere l’organizzazione esterna appropriata a questa individualità dell’Io. Per questo doveva essere creata una disposizione particolare, e la conosciamo già nel suo aspetto essenziale.

Noi sappiamo che lo sviluppo della nostra terra è stato preceduto dallo sviluppo lunare, a questo successivamente lo sviluppo solare e a questo uno sviluppo di Saturno. Quando il vecchio sviluppo lunare era giunto al termine, l’uomo era a uno stadio nel suo essere esteriore che può essere designato come uomo-animalità. Ma allora questa organizzazione umana esterna non era ancora così avanzata da potere essere il portatore di un’individualità dell’Io. Fu lo sviluppo terrestre dell’uomo ad avere il compito di incorporare l’Io in questa organizzazione. Ma questo poteva avvenire soltanto per il fatto che i processi del nostro sviluppo terrestre furono organizzati in modo del tutto particolare. — Quando il vecchio sviluppo lunare era terminato, tutto si dissolse in un caos. Da questo dopo un corrispondente periodo di crepuscolo cosmico emerse nuovamente il nuovo cosmo del nostro sviluppo terrestre. In questo cosmo dello sviluppo terrestre era contenuto allora tutto quello che oggi è unito a noi come il nostro sistema solare e la terra. Da questo contesto, da questa unità cosmica si separarono allora per la prima volta gli altri corpi celesti dalla nostra terra vera e propria. Non abbiamo bisogno di soffermarci su come gli altri pianeti, Giove, Marte e così via, si siano separati. Abbiamo solo bisogno di sottolineare che a un certo punto dello sviluppo terrestre la nostra terra e il nostro sole si separarono. Quando allora il sole era già separato e mandava i suoi effetti dall’esterno sulla terra, la nostra terra era ancora unita al sole di oggi, così che le sostanze e le forze spirituali che oggi sono legate alla luna erano ancora allora unite alla nostra terra.

La questione è stata spesso toccata, che cosa sarebbe accaduto se il sole non si fosse separato dalla terra e non fosse passato a quello stato in cui agisce da fuori sulla terra come oggi. Mentre inizialmente la terra era ancora unita al sole, alle condizioni completamente diverse il sistema cosmico intero e anche gli antenati dell’organizzazione umana erano ancora uniti insieme. Naturalmente è assurdo guardare alle condizioni odierne e poi dire: che non senso è questo dei teosofi; allora tutti gli esseri organizzati avrebbero dovuto bruciare! — Questi esseri erano semplicemente tali che sotto le condizioni allora esistenti in questa unità cosmica di natura completamente diversa potevano sussistere. — Se il sole fosse rimasto unito alla terra, allora forze completamente diverse, molto più impetuose sarebbero rimaste unite alla terra, e la conseguenza sarebbe stata che l’intera evoluzione della terra avrebbe progredito con tale impetuosità e velocità che non sarebbe affatto stato possibile che l’organizzazione umana si sviluppasse come doveva svilupparsi. Perciò era necessario che alla terra fosse fornito un ritmo più lento e forze più dense. Questo poteva avvenire soltanto per il fatto che le forti e vehementi forze si estraessero dalla terra. Così le forze del sole agirono soprattutto nel fatto che ora agirono dall’esterno attraverso la distanza sulla terra. Ma per questo ora era entrato qualcosa di diverso.

Era ora la terra in uno stato che gli uomini di nuovo non avrebbero potuto progredire nella giusta maniera. Le condizioni erano ora troppo dense, troppo irrigidenti e disseccanti per tutta la vita. L’uomo di nuovo non avrebbe potuto arrivare al suo sviluppo se fosse rimasto così. Fu rimediato a questo attraverso una disposizione particolare, in quanto cioè dopo un certo tempo dopo l’uscita del sole, la luna odierna abbandonò la terra e portò via le forze di rallentamento che avrebbero condotto la vita a una morte lenta. Così la terra rimase tra il sole e la luna, scegliendo proprio il ritmo giusto per l’organizzazione umana, per ricevere davvero un Io come portatore dell’individualità che cammina da incarnazione a incarnazione. L’organizzazione umana come è oggi non poteva essere prodotta dal cosmo sotto nessuna altra circostanza che attraverso questo processo inizialmente della separazione del sole e poi della luna.

Qualcuno potrebbe forse dire: se io fossi stato il Signore Dio, l’avrei fatto diversamente; avrei subito creato una tale mescolanza che l’organizzazione umana avrebbe potuto progredire nel modo in cui ha dovuto progredire. Perché allora era necessario che prima il sole dovesse uscire e che poi ancora una volta fosse necessaria un’uscita della luna?

Chi pensa così pensa in modo troppo astratto. Non pensa al fatto che se nella disposizione del mondo una molteplicità interiore deve essere prodotta, come lo è l’organizzazione umana, per ogni singola parte è necessaria una disposizione particolare, e che non si può mettere in pratica nella realtà quello che il pensiero umano si inventa in modo speculativo. In astratto si può pensare tutto; ma nella vera scienza spirituale si deve imparare a pensare in modo concreto, così che si dica: l’organizzazione umana non è semplice. Consiste di un corpo fisico, un corpo eterico e un corpo astrale. Questi tre membri dovevano essere portati inizialmente in un certo equilibrio, così che i singoli parti stessero in un giusto rapporto tra loro. Questo poteva accadere soltanto attraverso questo processo triplice: innanzitutto la formazione dell’unità cosmica unitaria, l’intera unità cosmica terra, sole e luna insieme. Poi doveva essere compiuto separatamente quello che nel corpo eterico umano poteva agire in modo rallentante, perché altrimenti avrebbe consumato tutto lo sviluppo in modo troppo tempestoso — e questo accadde in quanto il sole fu condotto fuori. E poi di nuovo, poiché il corpo astrale altrimenti avrebbe portato l’organizzazione umana a un’estinzione, il sole dovette essere condotto fuori. Poiché l’uomo nella sua organizzazione ha tre membri, anche questi tre processi dovevano avvenire.

Così vediamo che l’uomo il suo essere, le sue proprietà attuali le deve a un’organizzazione complicata nel cosmo. Ma noi sappiamo anche che lo sviluppo di tutti i regni naturali non può per nulla mantenere lo stesso passo con lo sviluppo generale. Noi sappiamo dalle considerazioni generali degli ultimi anni che sempre nei singoli incarnazioni planetarie della nostra terra certi esseri rimasero indietro rispetto allo sviluppo generale, che quando lo sviluppo procedeva in avanti vivevano in stati che non corrispondevano completamente allo sviluppo. Ma sappiamo anche che tutto lo sviluppo fondamentalmente potrebbe essere messo in moto correttamente soltanto attraverso tale arretratezza. Noi sappiamo infatti che certi esseri durante il vecchio sviluppo lunare rimasero indietro come gli « esseri luciferic », che attraverso di loro molte cose cattive sono state causate, ma gli dobbiamo anche il fatto che il nostro essere umani è diventato possibile, cioè la possibilità della libertà, dello sviluppo libero della nostra natura interiore. Sì, possiamo dire: in un certo senso l’arretratezza degli esseri luciferici fu un sacrificio. Sono rimasti indietro, così che durante l’

Nei tempi futuri potranno svolgere attività molto particolari, cioè dar all’uomo le passioni che appartengono alla sua dignità umana e all’autodeterminazione. — Dobbiamo semplicemente abituarci a usare concetti completamente diversi da quelli usualmente usati, poiché dai concetti ordinari si potrebbe pensare che gli spiriti luciferici avrebbero dovuto debitamente « restare indietro », e non si perdonerà loro la loro negligenza. Ma non si è trattato di negligenza degli esseri luciferici.

Il loro arretratezza è stato in certo senso un sacrificio per attraverso quello che essi si sono appropriati attraverso questo sacrificio potessero agire sulla nostra umanità terrestre.

Già dai suggerimenti di ieri sapete che non solo esseri, ma anche sostanze rimasero indietro e si conservarono leggi che nei precedenti stati planetari erano le giuste e che poi le portarono avanti nello sviluppo successivo. Così le fasi di sviluppo di tempi antichi si incrociano con le fasi di sviluppo di tempi nuovi, vanno l’una attraverso l’altra. Così la molteplicità della vita prima diventa possibile. — Così si presentano a noi i più diversi gradi nello sviluppo degli esseri. Non sarebbe stato possibile che accanto al regno umano si sviluppasse affatto un regno animale, se dopo il periodo di Saturno certi esseri non fossero rimasti indietro per — mentre sulla luna gli uomini si erano già sviluppati a uno stadio più alto — formare un secondo regno e comparire come i primi precursori del nostro regno animale odierno. Per la base delle formazioni successive questo arretratezza è completamente necessaria.

Quando ora si pone la domanda: perché gli esseri e le sostanze devono rimanere indietro? — desidero renderlo chiaro attraverso un paragone. Lo sviluppo dell’uomo doveva progredire da stadio a stadio. Questo poteva avvenire soltanto attraverso il fatto che l’uomo si affinava sempre più e più. Se avesse sempre agito con le stesse forze con cui agiva durante la fase di Saturno, non sarebbe progredito. Sarebbe rimasto fermo. Perciò doveva affinare le sue forze. — Ora, per avere un’immagine, prendiamo una volta un bicchiere d’acqua in cui è disciolto qualche materiale. Allora tutto da cima a fondo in questo bicchiere mostrerà la stessa colorazione, la stessa densità e così via, tutto sarà uguale. Assumiamo ora che i materiali più grossolani si depositino sul fondo: allora rimangono l’acqua più pura e le sostanze più fini in alto. L’acqua dunque poteva affinarsi soltanto attraverso il fatto che depositò il più grossolano. — Così qualcosa era pure necessario dopo che lo sviluppo di Saturno era terminato: doveva nascere un tale sedimento, tutta l’umanità doveva deporre qualcosa e trattenere le parti più fini. Quello che fu deposto, divennero poi gli animali. Attraverso il deposito gli altri potevano affinarsi e salire di un grado. E a ogni tale stadio dovevano esseri essere deposti, così che l’uomo sempre più alto e più alto potesse salire.

Così abbiamo un’umanità che è diventata possibile soltanto attraverso il fatto che l’uomo si è liberato da quegli esseri che vivono nei regni subordinati tutt’intorno a noi. Noi una volta abbiamo avuto questi esseri con tutte le loro forze nel flusso dello sviluppo, erano collegati con esso come i componenti più densi nell’acqua. Li abbiamo lasciati affondare e abbiamo elevato noi stessi da quello. Attraverso questo il nostro sviluppo è diventato possibile. Così guardiamo giù ai tre regni della natura che vivono accanto a noi e diciamo: in tutto questo vediamo qualcosa che dovette divenire il nostro terreno, così che noi potessimo svilupparci. Questi esseri sono affondati, così che noi potessimo salire. Così guardiamo nel modo giusto ai regni naturali subordinati.

Se ora consideriamo lo sviluppo terrestre, questo processo potrà diventarci ancora più chiaro nei suoi particolari. Dobbiamo essere consapevoli che tutti i fatti entro il nostro sviluppo terrestre certamente hanno certi rapporti e connessioni. Ora abbiamo visto che la separazione del sole e della luna dalla terra è propriamente avvenuta, così che l’organizzazione umana durante lo sviluppo terrestre ha potuto salire a quella altezza per diventare un’individualità; questo apparteneva a ciò, per purificare in certo modo l’organizzazione umana. Ma attraverso il fatto che queste separazioni nel cosmo si verificarono a causa dell’uomo, attraverso tale cambiamento profondo in tutto il nostro sistema solare, tuttavia fu esercitata un’influenza su tutti e tre gli altri regni della natura, soprattutto sul regno animale che ci sta più vicino. E se vogliamo comprendere questa influenza sul regno animale attraverso i processi della separazione del sole e della luna, allora dalla ricerca spirituale otteniamo il seguente chiarimento.

L’uomo era a un certo stadio del suo sviluppo quando il sole si separò. Se ora avesse dovuto mantenere quello stadio che aveva durante il tempo in cui la luna era ancora unita alla terra, l’uomo non avrebbe potuto raggiungere la sua organizzazione attuale, avrebbe dovuto andare incontro a una certa aridità e disseccamento. Le forze lunari dovevano per prima uscire. Ma il fatto che questa organizzazione umana è diventata possibile si deve soltanto alle circostanze che l’uomo durante il tempo in cui la luna era ancora nella terra aveva conservato un’organizzazione che poteva ancora essere ammorbidita; poiché sarebbe stato possibile che la sua organizzazione fosse già così indurita che l’uscita della luna non avrebbe giovato a nulla. Su questo stadio che l’organizzazione poteva ancora essere ammorbidita stavano veramente soltanto gli antenati umani. — La luna dunque doveva uscire a un certo momento. Che cosa accadde allora fino al momento in cui la luna uscisse?

L’organizzazione umana diventava sempre più e più grossolana. L’uomo non era certo di aspetto come il legno. Questo sarebbe una concezione troppo grossolana. L’organizzazione allora nonostante la sua rozzezza era sempre più fine di quanto non lo sia l’organizzazione attuale. Ma per quel tempo l’organizzazione dell’uomo era così grezza che la parte più spirituale dell’uomo, che anche allora in certo modo viveva alternando con il corpo fisico insieme e senza di esso, nel tempo tra l’uscita del sole e della luna era finalmente arrivato al punto che, quando voleva di nuovo cercare il suo corpo fisico, trovava questo corpo attraverso i processi della terra così denso che non aveva più la possibilità di entrare dentro e usarlo come abitazione. Perciò accadde anche che la parte spirituale-animica di molti antenati umani abbandonò completamente la terra e per un certo tempo cercò il proseguimento su altri pianeti appartenenti al nostro sistema solare. Solo una parte molto piccola dei corpi fisici era ancora utile e si salvò oltre questo tempo. Anche io ho già spesso esposto che la stragrande maggioranza delle anime umane uscì nello spazio celeste, ma che il flusso di sviluppo continuo fu mantenuto da una piccola parte, cioè da quelle anime umane che erano le più robuste e potevano sopportare e superare tutto questo. Queste anime robuste salvarono lo sviluppo oltre il periodo critico.

Durante tutto questo processo non si trattava ancora propriamente di quello che noi chiamiamo l’Io umano, l’individualità umana. Era ancora più presente il carattere dell’anima della specie. Le anime, quando si ritiravano, sorgevano nell’anima-ità della specie.

Poi venne l’uscita della luna, e così era di nuovo data la possibilità che l’organizzazione umana fosse affinata, così che potesse di nuovo ricevere le anime che si erano precedentemente fuggite. E queste anime vennero a poco a poco — fino ai tempi atlantici — di nuovo giù e occuparono i corpi umani. Ma certamente erano rimaste certe organizzazioni che si erano formate durante il tempo critico. Si erano riprodotte durante questo tempo, ma non potevano diventare portatrici dell’anima umana. Erano semplicemente organizzazioni grossolane. Così erano rimaste allora accanto a quelle organizzazioni che potevano successivamente affinarsi, tali organizzazioni provenienti dal periodo terrestre critico. Queste divennero allora i precursori di un’organizzazione più grossolana, e così accadde che accanto a quelle organizzazioni che potevano diventare portatrici di individualità umane, si riprodussero anche tali organizzazioni che non potevano diventare portatrici di individualità umane e che erano i discendenti degli organismi abbandonati da anime umane da quel tempo, quando il sole era già andato via e la luna era ancora unita alla terra.

Così vediamo accanto all’uomo formarsi propriamente un regno di organismi che, mantenendo il carattere lunare, erano diventati incapaci di essere portatori di individualità umane. Questi organismi sono essenzialmente quelli che divennero gli organismi dei nostri animali odierni. Potrebbe apparire strano che questi organismi più grossolani degli animali odierni abbiano ora certe capacità che possono persino agire con saggezza nel mondo, come per esempio nel costruire di castori. Ma questo può diventarci comprensibile se non ci rappresentiamo le cose in modo troppo semplicistico, ma siamo consapevoli che proprio gli organismi di questi esseri che non sono stati occupati da anime umane avevano sviluppato gli arrangiamenti esterni della costruzione animale, di una certa costruzione nervosa e cose simili che rendevano possibile mettersi in pieno accordo con le leggi dell’esistenza terrestre. Poiché quegli esseri che non erano rimasti capaci di ricevere anime umane erano rimasti durante tutto il tempo uniti alla terra. Gli altri organismi che si erano successivamente affinati, così che potevano ricevere individualità umane, erano certo anche insieme con la terra. Ma perché dovevano subire cambiamenti quando la luna era fuori, proprio per questo persero quello che si erano fino ad allora appropriato, affidandosi al fatto che si affinassero, che dovessero subire questi cambiamenti.

Così osserviamo: quando la luna si era separata dalla terra, sulla terra c’erano certi organismi che semplicemente si erano riprodotti nella linea retta come avevano dovuto presentarsi finché la luna era ancora unita alla terra in precedenza. Questi organismi erano rimasti grossolani, avevano conservato le leggi che avevano, e erano diventati in sé così fissi che quando la luna era uscita, con loro non era possibile alcun cambiamento. Si riprodussero semplicemente in modo rigido. Gli altri organismi, che divennero portatori di individualità umane, dovevano cambiarsi, non potevano riprodursi rigidamente. Si cambiarono così che ora potevano agire gli esseri che nel frattempo non erano affatto stati uniti alla terra, che erano completamente altrove e dovevano di nuovo riunirsi con la terra. — Così hai il contrasto tra quegli esseri che avevano mantenuto il vecchio carattere lunare rigido e quelli che si erano cambiati. In che cosa consisteva ora il cambiamento?

Quando le anime che se n’erano andate dalla terra tornarono di nuovo indietro e presero di nuovo possesso dei corpi, cominciarono a ricostruire il sistema nervoso, il cervello e così via. Ciò che avevano come forze l'usavano per la costruzione interna. Agli altri esseri che si erano irrigiditi non poteva più essere cambiato nulla. Di questi ultimi organismi altri esseri presero ora possesso, che non ancora si erano impegnati ad agire sull’organizzazione, che erano rimasti ancora alle loro fasi precedenti, che affatto non erano arrivati così lontano che potessero agire nelle organizzazioni interne, ma che agiscono dal di fuori come le anime della specie animale. Così quelle organizzazioni che erano adatte ricevettero dopo l’uscita della luna l’anima umana; e questi esseri elaborarono allora l’organizzazione in modo che portasse alla costruzione umana compiuta. Le organizzazioni rimaste rigide durante il tempo della luna non potevano più essere cambiate. Da quelle presero ora possesso quelle anime che non erano nemmeno così lontane da entrare in un’individualità, che erano rimaste al livello lunare, che avevano sviluppato tutto quello che c’era da raggiungere al livello lunare, e che perciò ora come anime della specie presero possesso di questi organismi.

Così la differenza tra uomo e animale ci si spiega dai processi cosmici. Proprio attraverso i processi cosmici nello sviluppo terrestre risultano per noi due diverse organizzazioni. Se avessimo dovuto fermarci nella costruzione degli esseri immediatamente al di sotto dell’uomo, allora dovremmo ora con il nostro Io vagare intorno alla terra, perché gli organismi erano diventati troppo rigidi. Non potremmo scendere, e sebbene fossimo diventati esseri più perfetti, dovremmo essere dove sono gli organismi delle anime della specie degli animali. Ma poiché i nostri organismi potevano affinarsi, potevamo entrare in essi e usarli come nostri luoghi di abitazione, cioè potevamo scendere in incarnazioni carnali fino alla terra. Le anime della specie non avevano alcun bisogno di questo. Agiscono dal mondo spirituale negli esseri.

Così vediamo nel regno animale che ci circonda, qualcosa che saremmo noi oggi, se non dessimo il nostro organismo a quella disposizione descritta. Chiediamoci ora: in che modo gli animali al di sotto di noi con i loro organismi irrigiditi sono venuti sulla terra? — Attraverso noi stessi sono venuti giù! Sono i discendenti di quei corpi che noi dopo l’uscita della luna non volevamo più occupare perché erano diventati troppo grossolani. Noi abbiamo lasciato questi corpi indietro per trovarne altri dopo. Più tardi non avremmo potuto trovarne altri se allora non avessimo lasciati quei primi. Poiché dovevamo cercare il nostro proseguimento sulla terra dopo l’uscita del sole. — Così abbiamo proprio il processo che noi sotto di noi lasciammo certi esseri, così che noi stessi potessimo trovare la possibilità di salire più in alto. Per salire più in alto dovevamo andare ad altri pianeti e lasciare i corpi giù a decadere. Quello che è rimasto giù, in certo senso lo dobbiamo. Sì, possiamo descrivere questo « dovere » ancora molto più precisamente. Possiamo chiederci: come è stato possibile in primo luogo che noi potessimo lasciare la terra durante il periodo critico? Così semplicemente non è che un essere possa andare dove vuole.

Allora durante lo sviluppo terrestre per la prima volta entrò in gioco quello che dobbiamo di nuovo agli spiriti luciferici. Gli esseri luciferici erano i nostri guide che durante il periodo critico dello sviluppo terrestre ci hanno tolto dalla terra. Ci hanno per così dire detto: laggiù ora viene un tempo critico; dovete lasciare la terra! — Gli spiriti luciferici erano quelli sotto la cui guida abbiamo lasciato la terra, gli stessi spiriti luciferici che nel nostro corpo astrale allora il principio luciferico, l’inclinazione verso tutto quello che noi chiamiamo la possibilità del male in noi, portarono dentro, ma contemporaneamente anche la possibilità della libertà. Se non ci avessero allora tolto dalla terra, saremmo rimasti sempre legati alla forma che avevamo allora creato, e potremmo ora al massimo vagare intorno alla forma da fuori, ma non potremmo mai occuparla. Così ci portarono via e unirono il loro proprio essere al nostro essere.

Se guardiamo a questo, ora diventa per noi comprensibile che noi, mentre ce ne andavamo, ricevemmo gli influssi luciferici. Gli organismi che non ebbero parte a questo destino, allora guidati in regioni mondiali molto particolari, che rimasero uniti alla terra, rimasero giù senza l’influsso luciferico. Essi dovevano con noi condividere i destini della terra — ma non potevano con noi condividere il nostro destino celeste. E quando tornammo sulla terra, avevamo dentro l’influsso luciferico, ma non quegli altri esseri, e attraverso questo divenne per noi possibile condurre la vita in un corpo fisico e tuttavia una vita indipendente dal corpo fisico, così che potessimo sempre più e più diventare indipendenti dal corpo fisico. Ma questi altri esseri, che non avevano l’influsso luciferico in sé, rappresentavano quello che avevamo fatto di loro, quello che i nostri corpi astrali erano nel frattempo tra l’uscita del sole e della luna, cioè quello da cui noi ci liberammo. Noi guardiamo agli animali e diciamo: tutto quello che gli animali rappresentano in crudeltà, in voracità, in tutte le viltà animali, accanto alla abilità che hanno, quello avremmo noi in noi, se non potessimo averli tolti da noi! — Dobbiamo la liberazione del nostro corpo astrale al fatto che tutte le proprietà astrali più grossolane sono rimaste indietro nel regno animale della terra. E possiamo dire: beati noi che non abbiamo più in noi la crudeltà del leone, l’astuzia della volpe, che è stata tolta da noi e conduce un’esistenza autonoma fuori da noi!

Così gli animali hanno con noi in comune quello che il nostro corpo astrale è, e hanno attraverso questo la possibilità di potere sentire dolori. Ma hanno proprio attraverso quello che ora è stato detto, non potuto acquisire la possibilità di attraverso il dolore e il superamento del dolore potessero sempre salire più e più in alto. Poiché non hanno un’individualità. Così gli animali stanno molto, molto peggio di noi. Noi dobbiamo sopportare i dolori; ma ogni dolore per noi è un mezzo per il perfezionamento: quando li superiamo, saliamo più in alto attraverso il dolore. Gli animali li abbiamo lasciati indietro come qualcosa che aveva certo la capacità di soffrire, ma non ancora quello che poteva elevarli al di sopra del dolore, attraverso cui potessero superare il dolore. Questo è il destino degli animali. Ci mostrano la nostra propria organizzazione allo stadio in cui eravamo capaci di soffrire, ma non ancora attraverso il superamento potevamo trasformare il dolore in beneficio per l’umanità. Così abbiamo dato agli animali nel corso dello sviluppo terrestre la nostra parte peggiore, e stanno intorno a noi come testimonianza del fatto che siamo venuti al nostro perfezionamento. Non avremmo potuto liberarci dal sedimento, se non avessimo lasciato gli animali indietro.

Tali fatti non dobbiamo imparare a considerarli come teorie, ma con sentimento cosmico mondiale. Dobbiamo guardare agli animali con il sentimento: laggiù siete, animali. Se soffrite, soffrite qualcosa che ci giova come uomini. Noi uomini abbiamo la possibilità di superare la sofferenza; voi dovete sopportare la sofferenza. Ma noi vi abbiamo lasciato la sofferenza — e abbiamo preso il superamento per noi!

Quando si sviluppa questo sentimento cosmico dalla teoria, diventa la compassione universale con il mondo animale. Dove quindi il sentimento cosmico sgorga dalla primitiva saggezza dell’umanità, dove gli uomini avevano conservato una memoria della primitiva conoscenza che diceva a ognuno dal barlume della chiaroveggenza come le cose erano una volta, lì ci si era anche conservata la compassione per il mondo animale, e lì appare la compassione per gli animali in alto grado. — Questa compassione tornerà quando gli uomini si abitueranno a ricevere la saggezza spirituale, quando gli uomini capiranno di nuovo come il karma dell’umanità è collegato con il karma del mondo. Nei tempi che erano per così dire tempi di oscuramento, in cui il pensiero materialistico prese piede, non si poteva avere una giusta idea di questi nessi. Lì si guardava soltanto a quello che nello spazio è uno accanto all’altro, senza considerare che questo, che è uno accanto all’altro nello spazio, ha un’origine unitaria e si è separato soltanto nello sviluppo. E così naturalmente non si sentiva quello che unisce gli uomini con gli animali. E su tutti i territori della terra, dove è stata la missione di offuscare la consapevolezza della connessione degli uomini con il mondo animale, dove al posto di questa consapevolezza è sorta solo quella che si limita allo spazio fisico esteriore, lì l’uomo ha compensato agli animali quello che deve loro in un modo peculiare — mangiandoli semplicemente.

Queste cose ci mostrano contemporaneamente come le visioni del mondo sono connesse con il mondo dei sentimenti e dei sentimenti umani. I sentimenti e i sentimenti sono in fin dei conti conseguenze delle visioni del mondo, e come le visioni del mondo e le conoscenze cambiano, così cambieranno anche i sentimenti e i sentimenti nell’insieme dell’umanità. L’uomo non poteva fare diversamente che svilupparsi più in alto; doveva spingere altri esseri nell’abisso per salire più in alto da sé. Non poteva dare agli animali un’individualità che nel karma compensa quello che gli animali devono soffrire; poteva solo passare loro il dolore, senza potere dare loro la legalità karmica della compensazione. Ma quello che non poteva dargli allora, quello l’uomo darà loro una volta, quando sarà giunto alla libertà e all’assenza di sé della sua individualità. Allora — in modo cosciente — comprenderà anche su questo territorio la legalità karmica e dirà: agli animali devo ciò che io sono. Quello che non posso più dare ai singoli esseri animali, che sono passati da un’esistenza individuale a un’esistenza d’ombra, quello che per così dire una volta ho causato ai danni degli animali, quello ora devo di nuovo correggere verso gli animali attraverso il trattamento che concedo loro! — Perciò con il progresso dello sviluppo attraverso la consapevolezza dei rapporti karmici entrerà di nuovo una relazione migliore dell’uomo verso il regno animale che quella che c’è adesso, specialmente in Occidente. Un trattamento degli animali verrà attraverso cui l’uomo solleva di nuovo gli animali che ha spinto giù.

Così vediamo il karma e il regno animale in un certo rapporto l’uno con l’altro. Quello che l’animale esperisce come destino, quello non possiamo, se non vogliamo confondere tutto, paragonare con il karma umano. Ma quando consideriamo l’intero sviluppo terrestre e quello che dovette accadere a causa dell’umanità e del suo sviluppo, allora vedremo che davvero possiamo parlare di una relazione del karma dell’umanità al mondo animale.

3°La malattia e la salute in relazione al karma

Amburgo, 18 Maggio 1910

Tali considerazioni, quali dovremo sviluppare oggi e nei giorni immediatamente seguenti, possono essere facilmente sottoposte a un certo equivoco. Avremo a che fare con questioni varie di malattia e di salute dal punto di vista del karma, e data l’opposizione tra le correnti attuali, proprio su questo territorio potrebbe facilmente penetrare una concezione errata dei fondamenti della scienza dello spirito, quando questo capitolo — il nesso tra malattia e salute da un lato e il karma dall’altro — venga affrontato. Voi tutti sapete come nelle più vaste cerchie la discussione proceda con considerevole violenza e appassionatezza, allorché vengono in considerazione questioni di salute e di malattia. Vi è noto a tutti quanto, sia da parte dei laici che da parte di medici dell’una o dell’altra scuola, si prenda posizione contro ciò che si chiama medicina scientifica. D’altro lato è facile osservare come i rappresentanti della medicina scientifica, forse proprio provocati da molti attacchi ingiusti, non solo cadono in una specie di appassionamento nel difendere — il che è loro diritto — ciò che la scienza ha da dire al riguardo, ma anche da parte loro oggi si conduce una lotta piuttosto aspra contro ciò che da punti di vista diversi da quelli rappresentati nella medicina ufficiale si dice su argomenti che rientrano nel campo in questione. La teosofia o la scienza dello spirito potranno assolvere i loro alti compiti soltanto se, su un simile territorio oscurato da molte discussioni, mantengono il giudizio imparziale e obiettivo. Chi ha ascoltato da me simili conferenze saprà quanto poco mi stia a cuore di unirmi al coro che oggi vuole discreditare ciò che si designa come « medicina accademica ». Non può assolutamente essere questione di stare dalla parte dell’una o dell’altra fazione quando si tratta di scienza dello spirito.

Deve essere sottolineato proprio in questa occasione in apertura, che le prestazioni riguardanti i fatti e le ricerche effettive dei fenomeni proprio nel campo della malattia e delle questioni di salute dell’umanità negli ultimi anni e decenni sono veramente tali da provocare l’elogio, il riconoscimento e l’ammirazione, come molti altri risultati naturalistici. E su ciò che è stato realizzato di fattuale in questo campo si può ben dire: se qualcuno può rallegrarsi di ciò che la medicina ha conseguito negli ultimi anni, proprio la scienza dello spirito può farlo. D’altro canto tuttavia si deve sottolineare ciò che vale propriamente per la scienza naturale: che le conquiste e i risultati e le scoperte effettive non trovano a volte spiegazioni e interpretazioni corrette e soddisfacenti in tal modo che oggi costituiscono opinioni scientifiche. Questo è proprio il tratto più rilevante nei nostri tempi per molti campi della ricerca naturale, che le opinioni, le teorie non sono all’altezza dei risultati fattivi talvolta meravigliosi. E solamente la luce che emana dalla scienza dello spirito recherà chiarezza su ciò che in questi ultimi anni è stato conseguito in questo campo.

Dopo che ciò è stato premesso, sarà chiaro che non si tratta di nessun accordo in un’economica lotta contro ciò che oggi può essere realizzato nel campo della medicina scientifica. Allora tuttavia si potrà ben dire che i fatti ammirevolissimi che sono emersi non possono divenire fecondi ai giorni nostri per il bene dell’umanità, perché da un altro lato opinioni e teorie di carattere materialistico impediscono questa fecondità. Perciò per la teosofia è assai meglio che dica modestamente ciò che ha da dire, piuttosto che intervenire in una qualche lotta di fazione. In questo modo molto meno le passioni saranno eccitate di quanto non lo siano già oggi.

Se vogliamo guadagnare in generale un punto di vista riguardo alle questioni che ci devono occupare, allora dobbiamo acquisire la consapevolezza che le cause di qualunque fenomeno devono essere ricercate nella più varia maniera, cause più prossime e più lontane, e che la teosofia, quando si tratterà di cercare cause karmiche alle questioni di salute, avrà da fare con cause più lontane, quelle che non giacciono alla superficie. Chiariamioci questo attraverso un paragone. Se riflettete sul paragone stesso, già comprenderete ciò che in realtà si intende.

Supponiamo che qualcuno stia al punto di vista di « come abbiamo fatto meravigliosi progressi » in questo campo, e che disprezzi completamente le opinioni che nei secoli passati sono emerse riguardo a salute e malattia. Se cercate di ottenere una visione generale delle questioni di malattia e salute, riceverete l’impressione che coloro che espongono un simile campo hanno solitamente il giudizio: ciò che in questi ultimi venti o trent’anni è emerso in questo campo è una specie di verità assoluta, che certo può essere integrata, ma non può mai subire il giudizio negativo di cui sfortunatamente gli stessi giudici lo fanno subire a quasi tutto ciò che in questo campo ha preceduto il loro operato nel pensiero e nel desiderio umani. Per esempio si dice frequentemente: proprio in questo campo nei tempi passati troviamo la più crassa superstizione — e vengono allora addotti esempi molto repellenti di come nei secoli passati si sia cercato di guarire questo o quello. In particolare si trova particolarmente brutto quando ci si imbatte in espressi il cui significato allora è del tutto scomparso dalla coscienza odierna, eppure si è pur sempre insinuato nella coscienza contemporanea, e con cui così come l’uomo odierno pensa non sa che farsene. Così dicono alcuni: c’erano tempi in cui si attribuiva ogni malattia a Dio o al Diavolo! Non è così male come lo fanno sembrare tali espositori, perché essi non sanno quale complesso di concezioni era inteso con un simile concetto di « Dio » o « Diavolo ». Possiamo chiarircelo attraverso un paragone.

Supponiamo che due persone parlino insieme. Una racconta all’altra: ho appena visto una stanza completamente piena di mosche. Ora qualcuno mi dice che questo è del tutto naturale; e lo credo anche, perché la stanza è molto sporca, e così le mosche trovano il loro sostentamento. È completamente comprensibile che si assuma questo come ragione per la presenza delle mosche, e credo anche che sia completamente nel giusto colui che dice che le mosche non saranno più nella stanza se una volta la si pulisce a fondo! — Ora però un altro ha raccontato che potrebbe sapere qualcos’altro ancora, perché ci siano tante mosche nella stanza; e non potrebbe altrimenti designare la causa se non dicendo che in quella stanza da molto tempo abita una massaia completamente pigra. — Ma guarda un po’ che superstizione sconfinata: che la pigrizia sia come una specie di personalità che ha solo bisogno di fare un cenno, e allora arrivano le mosche! È ben più corretta l’altra spiegazione, che spiega la presenza delle mosche attraverso lo sporco accumulato!

Non è molto diverso in un altro campo, quando si dice: qualcuno è colpito da una malattia perché ha ricevuto un’infezione da qualche specie di bacillo; si scacciano i bacilli e la guarigione è là. Ora però ci sono ancora persone che parlano di una qualche causa spirituale, che stia più profondamente! Non si ha affatto bisogno di fare niente di diverso che scacciare i bacilli! — Non è più superstizione parlare di una causa spirituale in caso di malattia, pur riconoscendo tutto il resto, di quanto lo sia nel caso in cui la causa della presenza delle mosche sia vista in una massaia completamente pigra. E non si ha bisogno di inviperarsi, quando si dice: le mosche non saranno più là quando una volta si pulisce. Non si tratta del fatto che l’uno combatta l’altro, ma che si impari a comprendersi reciprocamente e ad accogliere ciò che l’uno vuole e ciò che vuole l’altro. Questo si deve assolutamente considerare, quando si parla a ragione delle cause immediatamente prossime e quando si parla delle cause più lontane. Il teosofo obiettivo non si porrà affatto al punto di vista che la pigrizia abbia soltanto bisogno di fare un cenno affinché le mosche entrino nella stanza; egli saprà che anche altre cose materiali devono essere prese in considerazione, ma che tutto ciò che si esprime materialmente ha i suoi fondamenti spirituali e che questi fondamenti spirituali devono essere ricercati per il bene dell’umanità. Coloro però che vorrebbero volentieri aderire alla lotta devono ricordare anche questo: che le cause spirituali non sempre devono essere concepite nello stesso modo e nemmeno possono essere combattute nello stesso modo come le cause materiali ordinarie. E non si deve nemmeno pensare che nel combattere le cause spirituali ci si dispensi dal combattere le cause materiali; perché altrimenti si potrebbe lasciar sporca la stanza e avrebbe bisogno di combattere solo contro la pigrizia della massaia.

Quando ora consideriamo il karma, dobbiamo parlare dei nessi tra gli eventi come entrano nella vita umana in un tempo precedente e come manifestano la loro azione sullo stesso essere umano in un tempo successivo. Quando parliamo di salute e malattia dal punto di vista del karma, questo non significa niente di diverso da: come possiamo immaginarci che lo stato di salute o di malattia di un uomo trovi la sua motivazione nelle azioni, nei compimenti e nelle esperienze precedenti di questo uomo? E come possiamo immaginarci che il suo presente stato di salute o malattia stia in nesso con le future azioni che ricadono sullo stesso essere?

L’uomo contemporaneo più volentieri crede che una malattia stia in nesso soltanto con le cause più immediate. Perché il nervo fondamentale della nostra visione del mondo attuale in tutti i campi è proprio quello di cercare comodità; e fermarsi alle cause più immediate è cosa comoda. Perciò proprio riguardo alle malattie si considerano soltanto le cause più immediate — e questo accade soprattutto da parte degli stessi malati. Perché come si potrebbe negare che i malati stessi sono inclinati a tale comodità? Da questa circostanza risulta molta insoddisfazione, quando esiste un simile credo, che la malattia deve avere le cause più immediate, che il medico esperto deve trovare; e se il medico allora non può aiutare, ha sbagliato qualcosa. Da questa comodità del giudizio risulta molto di ciò che oggi si dice in questo campo. Chi comprende il karma nelle sue diffuse manifestazioni, allargherà sempre più il suo sguardo da ciò che accade oggi a eventi che stanno relativamente molto indietro nel tempo. E soprattutto acquisterà la convinzione che una conoscenza esauriente di una situazione che colpisce l’uomo è possibile soltanto se si riesce ad allargare lo sguardo a ciò che sta più indietro. Specialmente nel caso dell’uomo malato questo è così.

Quando parliamo dell’uomo malato e anche dell’uomo sano, la domanda si impone sulle nostre labbra: come possiamo in generale farci un concetto di malattia?

Quando la ricerca antroposofica procede direttamente e si avvale dello sguardo chiaroveggente, essa sempre, quando si tratta di malattie dell’uomo, nota delle irregolarità, non soltanto nel corpo fisico dell’uomo, ma anche negli arti costitutivi superiori dell’uomo, nel corpo eterico e nel corpo astrale. E il ricercatore chiaroveggente dovrà sempre in un caso di malattia considerare quale possa essere in quel caso particolare la quota di partecipazione del corpo fisico da una parte e del corpo eterico e del corpo astrale dall’altra: perché tutti e tre gli arti costitutivi dell’uomo possono partecipare alla malattia. Ora sorge la domanda: quali rappresentazioni possiamo farci riguardo al come della malattia? — Si arriva a questo il più facilmente se si considera fino a che punto si possa veramente estendere il concetto di « malattia ». Coloro che volentieri parlano in concetti allegorico-simbolici, anche dove non appartengono, a loro sia lecito parlare anche di malattie in minerali e metalli, dicendo per esempio che quando la ruggine divora il ferro, questo sia una malattia del ferro. Si deve però restare consapevoli del fatto che attraverso simili concetti astratti non si può giungere a un reale e salutare afferrare della vita; si può giungere soltanto a una specie di conoscenza giocosa della vita, non però a una conoscenza che veramente s’interviene nei fatti. Chi vuole giungere a un concetto reale di malattia e anche a un concetto reale di salute, deve guardarsi bene dal parlare di malattie anche nei minerali e nei metalli.

Ora la cosa è già diversa quando saliamo al regno vegetale. Possiamo certo parlare di malattie delle piante.

Ma proprio le malattie delle piante sono di un interesse del tutto particolare e di un’importanza tutta particolare per il reale afferrare della rappresentazione di « malattia ». Nelle piante, se di nuovo non si agisce in modo giocoso, non si potrà facilmente parlare di cause interne di malattia. Nella stessa misura in cui si può parlare di cause interne di malattia negli animali e nell’uomo, non si può parlare di questo nelle piante. Le malattie nel regno vegetale voi le dovrete sempre ricondurre a causazioni esterne, a questo o quell’influsso dannoso del terreno, a illuminazioni insufficienti, a questo o quell’effetto del vento e a altri effetti elementari e naturali. Oppure voi ricondurrete simili malattie delle piante a influssi di parassiti che si aggiungono alle piante e le danneggiano. E avremo diritto di dire, all’interno del regno vegetale, che il concetto di « causa interna di malattia » in fondo non ha nessuna legittimità. — Naturalmente non è possibile, poiché non posso parlare per mezzo anno su questo tema, che fornisca innumerevoli prove di ciò che ora ho accennato. Ma quanto più addentriamo nella patologia vegetale, tanto più vedremo che del concetto di « causa interna di malattia » non si può parlare nelle piante, bensì che si tratta di causazioni e danni esterni, di influssi esterni.

Ora abbiamo nella pianta, come ci si presenta dapprima nel mondo esteriore, un essere che ci mostra una struttura di un corpo fisico e di un corpo eterico. E abbiamo con questo insieme un essere che ci rende attenti al fatto che un simile essere con corpo fisico e corpo eterico è in linea di principio sano e che deve aspettare finché non subisca un danno esteriore, se deve ammalarsi. Con questo concorda perfettamente il dato effettivo antroposofico. Mentre attraverso i metodi della ricerca chiaroveggente nel regno animale e umano, in caso di malattie, noi vediamo decisamente nell’interno dell’essere — nelle parti soprasensibili — cambiamenti, all’interno di una pianta malata non possiamo mai dire che il corpo eterico originario stesso fosse stato modificato, bensì soltanto che dall’esterno una moltitudine di disturbi e influssi nocivi si sono fatti strada nel corpo fisico e in particolare nel corpo eterico. Il dato effettivo antroposofico giustifica pienamente ciò che otteniamo come conclusione generale: che in ciò che nelle piante viene in considerazione — cioè corpo fisico e corpo eterico — giace qualcosa di originariamente sano. Ma è tutt’altra cosa il come la pianta sia capace, quando subisce danni esteriori, di dispiegare ogni possibilità per opporsi nei suoi accrescimenti e sviluppo ai danni, per guarire se stessa. Osservate una volta come, quando voi tagliate una pianta, essa tenti di fare ricrescere il luogo leso, di ricrescervi intorno, di evitare ciò che le giace sul cammino e l’uccide. E possiamo quasi afferrare con le mani come nella pianta vi sia una difesa interna, una forza di guarigione, allorché sopraggiunge un danno esteriore.

Così vediamo che abbiamo nel corpo eterico e nel corpo fisico della pianta qualcosa di capace di rispondere con forze di guarigione interne ai danni esterni. Questo è un fatto straordinariamente importante, se si vuole giungere a chiarezza su questo campo. Un essere come la pianta con corpo fisico e corpo eterico non ci mostra quindi soltanto che il corpo fisico e il corpo eterico hanno in sé da principio i principi della salute, nella misura necessaria allo sviluppo e alla crescita dell’essere in questione, bensì ci mostra un simile essere addirittura che vi è un eccesso presente di simili forze, che si possono espandere nelle forze di guarigione allorché dall’esterno sopraggiungono danni. — Da dove dunque devono provenire queste forze di guarigione?

Se voi tagliate dentro a un corpo puramente fisico, il danno rimane. Esso non potrà fare niente da sé stesso per guarire il danno per così dire. Perciò non possiamo parlare di una malattia in un corpo puramente fisico, e assai meno di questo, che malattia e guarigione possono stare in relazione l’una con l’altra. Questo possiamo vederlo meglio di tutto quando una malattia appare in una pianta. Qui abbiamo da cercare il principio della forza di guarigione interna nel corpo eterico. Questo di nuovo mostra nel modo più eminente il dato effettivo antroposofico.

Perché intorno alla ferita di una pianta il corpo eterico della pianta comincia un’attività molto più vivace di quanto prima si dispiegasse là. Produce forme del tutto diverse, sviluppa correnti tutt’affatto diverse. Questo è lo straordinariamente interessante, che noi veramente sollecitiamo il corpo eterico della pianta a un’attività accresciuta, allorché infliggiamo alla pianta un danno riguardante il corpo fisico.

Con questo certo non abbiamo ancora definito il concetto di malattia; ma abbiamo fatto qualcosa per venire al come della malattia, e abbiamo conseguito qualcosa che ci procura un’intuizione riguardo al come interiore della guarigione.

Ora avanzando — sempre seguendo il filo conduttore dell’osservazione interiore, chiaroveggente — e cerchiamo di comprendere ragionevolmente i fenomeni esteriori a cui la scienza dello spirito ci conduce. Allora possiamo ora risalire dai danni che infliggiamo alle piante a certi danni che infliggiamo agli animali, che sono cioè esseri che hanno già un corpo astrale. Se procediamo in modo grezzo, vedremo che nei vertebrati superiori possiamo osservare relativamente assai poco — e sempre meno, quanto più elevato è l’animale — di quello che appare nelle piante in misura ampia: cioè quella risposta del corpo eterico ai danni esterni. Se infliggiamo danni grossolani al corpo fisico di un vertebrato inferiore o anche superiore, strappando per esempio una zampa a un cane o simili, allora troveremo che il corpo eterico del cane non può rispondere così facilmente con la sua forza di guarigione come il corpo eterico della pianta risponde a un danno inferto nello stesso modo alla pianta. Ma anche nel regno animale questo è ancora visibile in grande misura. — Supponiamo di scendere fino a esseri animali molto inferiori, fino a tritoni o simili. Simili esseri animali inferiori voi potete tagliare; se tagliamo a un simile essere certi organi, questo, si potrebbe dire, non è particolarmente spiacevole per l’animale. Gli organi ricrescono con grande velocità, e l’animale presto di nuovo ha l’aspetto di prima. Qui è accaduto qualcosa di simile come nella pianta: abbiamo sollevato una certa forza di guarigione nel corpo eterico. Chi negherebbe che la sollecitazione di sviluppare forze di guarigione nel corpo eterico, nell’uomo o nell’animale superiore, significa un considerevole pericolo per la salute? L’animale inferiore invece nel suo corpo eterico viene soltanto sollecitato a far ricrescere un’altro arto dal suo interno attraverso il suo corpo eterico. Ora saliamo un po’ più in alto.

Se ora per esempio in un granchio tagliamo un arto, i granchi non sono subito capaci di far ricrescere un altro arto da sé stessi. Ma allorché la prossima volta si rivestono, allorché raggiungono il prossimo grado di transizione della loro vita, allora spunta un moncone per l’arto spezzato; la seconda volta sarà già più grande, e se l’animale si rivestisse abbastanza spesso, l’arto sarebbe sostituito da uno nuovo. — Qui voi avete il fenomeno che in un simile corpo eterico è già necessario più di quanto lo sia per far scattare la forza di guarigione interna. E nei vertebrati superiori questo non è più il caso nel medesimo modo. Se mutiliamo un animale superiore, inizialmente non è capace di produrre questa forza di guarigione dal suo corpo eterico. Ma deve sempre essere sottolineato ancora, il che gioca in un significante contesa naturalististica di oggi: se voi mutilate l’animale, e l’animale ha progenie, queste mutilazioni non si trasmettono alla progenie; la prossima generazione ha di nuovo gli arti integri. Se il corpo eterico trasmette le sue proprietà ai discendenti, di nuovo viene sollecitato a produzioni un organismo completo. Nel tritone il corpo eterico agisce ancora nello stesso animale, nel granchio soltanto al rivestimento; negli animali superiori lo stesso agisce soltanto nei discendenti: là il corpo eterico sostituisce ciò che nella generazione precedente era stato mutilato. Dobbiamo quindi considerare gradualmente simili fenomeni in natura, allora ci diverrà chiaro che anche ancora bisogna parlare di una forza di guarigione nel corpo eterico, allorché le ereditarietà vanno dagli antenati ai discendenti, e che il corpo eterico si eredita così da produrre di nuovo l’animale intero e non diviso. Lì voi avete per così dire una ricerca del come delle forze di guarigione nel corpo eterico.

Ora possiamo sollevare la domanda: a che cosa sta il fatto che, quanto più saliamo nella serie animale — e quando consideriamo esternamente il regno umano, il medesimo si applica — tanto più il corpo eterico deve compiere sforzi per estrarre affatto le forze di guarigione? — Questo sta al fatto che il corpo eterico può essere collegato al corpo fisico nei più svariati modi. Vi è tra il corpo fisico e il corpo eterico, per così dire, una comunanza più intima e una più sciolta. Supponiamo per esempio un animale inferiore, il tritone, dove un arto tagliato si riappicca subito di nuovo. Allora dobbiamo supporre una connessione sciolta tra corpo eterico e corpo fisico. E in misura ancora più alta questo vale per il mondo vegetale. Là dobbiamo dire: la connessione è tale che il corpo fisico non è capace di agire retro sul corpo eterico, così che il corpo eterico rimane illeso da ciò che accade nel corpo fisico, e che il corpo eterico in una certa relazione è indipendente dal corpo fisico. Ora l’essenza del corpo eterico è l’operare, il produrre, il favorire la crescita. Esso favorisce la crescita fino a un determinato limite. Nel momento in cui tagliamo un arto in piante o in animali inferiori, il corpo eterico è subito pronto a completare l’arto, cioè a dispiegare l’attività completa. Che cosa deve però sussistere, se esso non può dispiegare l’attività completa? Allora dovrebbe essere più legato all’attività dell’arto in questione. E questo è effettivamente il caso negli animali superiori. Là vi è una connessione molto più intima e stretta tra corpo eterico e corpo fisico. Se il corpo fisico forma le sue figure, queste figure — dunque ciò che è nella natura fisica — agiscono di nuovo indietro sul corpo eterico.

Se vogliamo parlare in modo più figurato: negli animali inferiori e nelle piante, ciò che è fuori non agisce indietro sul corpo eterico, lo lascia illeso, conduce un’esistenza indipendente. Non appena arriviamo agli animali superiori, le forme del corpo fisico agiscono indietro sul corpo eterico; allora il corpo eterico è completamente adattato al corpo fisico, e noi con il corpo fisico insieme lediamo il corpo eterico. Allora naturalmente il corpo eterico deve impiegare forze più profonde, perché prima deve ripristinare se stesso — e soltanto allora gli arti in questione. Perciò dobbiamo appellarci a forze di guarigione più profonde quando accostiamo il corpo eterico di un animale superiore. Ma con che cosa è legato questo? Perché il corpo eterico di un animale superiore è così dipendente dalle forme del corpo fisico?

Quanto più procediamo nella serie animale, tanto più dobbiamo prendere in considerazione non soltanto l’attività del corpo fisico e del corpo eterico, bensì anche quella del corpo astrale. Il corpo astrale nei vertebrati inferiori nella sua efficacia ancora entra in considerazione straordinariamente poco. Perciò gli animali inferiori hanno ancora così tanta somiglianza con le piante. Quanto più saliamo, tanto più il corpo astrale entra in considerazione. Questo però agisce così da rendere il corpo eterico dipendente da sé. Un essere come la pianta, che ha soltanto corpo fisico e corpo eterico, ha poco a che fare con il mondo esteriore; stimoli si esercitano, ma non si esprimono in processi interiori. Dove invece un corpo astrale è efficace, là i dati esteriori si rispecchiano in processi interiori. Un essere che non ha il corpo astrale come attivo, è interiormente più chiuso al mondo esteriore. Un essere si apre tanto più al mondo esteriore, quanto il corpo astrale è efficace. Così il corpo astrale congiunge l’interno di un essere con il mondo esteriore. L’accresciuta efficacia del corpo astrale fa sì che il corpo eterico debba impiegare forze molto più forti per equilibrare danni che sopraggiungono.

Ma quando ora saliamo dall’animale all’uomo, c’è ancora qualcosa di diverso da prendere in considerazione. Allora nel corpo astrale non vengono soltanto impresse, introdotte le funzioni prescritte, come è più il caso negli animali: l’animale vive più con un percorso prestabilito, vive più con un programma di vita prestabilito. Non potrete facilmente parlare nell’animale di quanto esso si comporti in modo eccessivo rispetto ai suoi istinti o di quanto possa abbandonarsi nella moderazione rispetto ai suoi istinti. Esso segue il suo programma di vita. Ciò che si esprime nell’animale è assoggettato a una specie di programma tipico. L’uomo invece è in grado, proprio per il fatto che è salito più in alto nella scala dello sviluppo, di vivere tutte le specie possibili di differenze — tra giusto e ingiusto, verità e menzogna, bene e male. Nella più varia maniera egli entra in contatto con il mondo esteriore attraverso occasioni soltanto individuali. Tutti questi tipi di contatti ricadono indietro, fanno impressione sul suo corpo astrale. E la conseguenza è che anche l’interazione tra corpo astrale e corpo eterico ora deve cadere secondo questi eventi esteriori. Se dunque un uomo in qualche relazione conduce una vita eccessiva, questo significa un’impressione sul suo corpo astrale. Noi però abbiamo visto che il corpo astrale a sua volta influenza il corpo eterico — come, dipenderà da ciò che è stato introdotto nel corpo astrale. Perciò ora potremo comprendere che il corpo eterico dell’uomo viene modificato, a seconda che l’uomo conduca questa o quella vita entro i confini del bene e del male, giusto o ingiusto, verità o menzogna e così via. Questo esercita un’influenza sul corpo eterico dell’uomo.

Ora ricordiamo come vanno le cose, allorché l’uomo passa attraverso la porta della morte. Noi sappiamo che il corpo fisico viene deposto e che rimane il corpo eterico, che ora è congiunto con il corpo astrale e con l’Io. Quando dopo la morte è trascorso un tempo che si misura in giorni, ciò che è essenziale del corpo eterico viene deposto come un secondo cadavere; tuttavia rimane un estratto del corpo eterico, che viene portato via e conservato per tutti i tempi a venire. In questo estratto del corpo eterico è ora tutto come in un’essenza, ciò che nella vita è entrato, per esempio da una vita eccessiva, o ciò che l’uomo ha assorbito come risultato di un pensiero, di un’azione e di un sentimento giusti o ingiusti. Questo contiene il corpo eterico, e questo è ciò che l’uomo si porta con sé fino alla nuova nascita. Poiché l’animale non ha simili esperienze, naturalmente non può portare niente allo stesso modo oltre la porta della morte. Quando l’uomo di nuovo entra nell’esistenza attraverso una nascita, l’essenza del suo precedente corpo eterico è qualcosa che di nuovo si riversa nel suo nuovo corpo eterico, che permea il nuovo corpo eterico nella sua costruzione. Perciò l’uomo nel suo nuovo essere ha nel corpo eterico i risultati di come nel precedente vita ha vissuto. E poiché il corpo eterico è il costruttore di una organizzazione completamente nuova dopo una nuova nascita, tutto questo ora si imprime anche nel suo corpo fisico. Perché può imprimersi nel corpo fisico?

La ricerca antroposofica ci mostra che nella forma di un corpo umano, che entra nell’esistenza attraverso la nascita, possiamo vedere approssimativamente quali azioni l’uomo ha compiuto in una vita precedente. Ma troveremo anche una spiegazione completamente razionale per ciò che ci è apparso come una forza di guarigione decrescente nella serie evolutiva ascendente degli animali? Poiché in un animale non possiamo parlare del fatto che alla nascita esso porti un'individualità reincarnata da un precedente essere terrestre, noi troveremo attivo soltanto il corpo astrale generale di quella specie animale, e questo negli animali superiori limiterà le forze di guarigione del corpo eterico. Nell’uomo però noi troviamo che non soltanto il suo corpo astrale, bensì anche il suo corpo eterico è impregnato dei risultati delle azioni della vita precedente. E poiché il corpo eterico in sé ha la forza di produrre ciò che da prima ha in sé, così comprenderemo anche che esso, quando ora un’altra forza subentra in lui, sarà pure capace di immettere nella costruzione intera dell’organizzazione ciò che si porta dai precedenti incarnamenti. E comprenderemo ora come le nostre azioni possono agire da una vita al nostro stato di salute in una vita successiva e come nel nostro stato di salute molto frequentemente dobbiamo cercare un’azione karmica delle nostre azioni da una vita precedente. Possiamo però ancora avvicinarci alle cose in un’altro modo.

Possiamo domandare: tutto ciò che compiamo nella vita tra nascita e morte agisce in ugual modo sulla nostro corpo eterico? — Già nella vita ordinaria voi potete percepire un’enorme differenza tra il ricadere di ciò che noi sperimentiamo come uomini consapevoli e molte altre esperienze sulla nostra organizzazione interna vera e propria. Qui emerge un fatto interessantissimo, che può essere chiarito molto bene dalla scienza dello spirito, ma che anche è completamente razionale da comprendere. L’uomo nel corso della sua vita ha un’intera somma di esperienze che egli consapevolmente accoglie e congiunge con il suo Io. Queste diventano in lui rappresentazioni, e lui lavora queste rappresentazioni. Ma ora ricordatevi come infinite molte esperienze, esperienze e impressioni affatto non giungono fino alla rappresentazione e in fondo tuttavia sono nel fondo presso l’uomo e agiscono su di lui. Spesso vi accade che qualcuno vi dica: ti ho visto oggi per la strada; addirittura ti sei accorto di me! — e voi non sapete niente di questo. Così è in molti casi. Un’impressione naturalmente l’ha fatta. Il vostro occhio ha certo visto l’altro; ma l’impressione immediata non è giunta alla rappresentazione. — Ce ne sono innumerevoli di simili impressioni, così che la nostra vita in realtà si divide in due parti: in una serie di vita dell’anima che consiste di rappresentazioni consapevoli, e in una che noi non abbiamo mai completamente portato a consapevolezza chiara. Ma ci sono ancora altre differenze: voi facilmente potrete distinguere tra simili impressioni che avete avuto nella vostra vita e che vi sono da ricordare, cioè impressioni che sono state fatte su di voi cosicché sempre possono rientrare nel ricordo; e avrete avuto simili impressioni di cui non potete ricordarvi.

Così la nostra vita dell’anima si divide in categorie del tutto diverse. E c’è veramente una considerevole differenza tra le diverse categorie, quando consideriamo l’azione sull’essenza interna dell’uomo. — Restiamo ora per alcuni istanti nella vita dell’uomo tra nascita e morte. Se osserviamo con precisione, ci si mostra che c’è un’enorme differenza tra quelle rappresentazioni che sempre possono rientrare nella nostra consapevolezza, e quelle che sono state dimenticate, così che non hanno sviluppato una capacità di ricordo propriamente detto. Questa differenza può essere spiegata il più facilmente nel seguente modo. Pensate un’impressione che ha prodotto in voi una rappresentazione chiara. Supponiamo che sia un’impressione che in voi ha suscitato gioia o dolore, cioè un’impressione che era accompagnata da un sentimento. Fissiamo il fatto che la maggior parte delle impressioni — in realtà tutte le impressioni che ci sono fatte — sono accompagnate da sentimenti. E i sentimenti non si esprimono soltanto sulla superficie consapevole della vita, ma agiscono profondamente fino nel corpo fisico. Dovete solo ricordarvene come un’impressione vi fa impallidire, un’altra vi fa arrossire. Fino nel rimaneggiamento del sangue agiscono le impressioni. E ora passate a ciò che nemmeno giunge affatto o soltanto fugacemente alla consapevolezza — e non giunge fino al ricordo. Là la scienza dello spirito ci mostra che simili impressioni non sono affatto accompagnate da agitazioni minori simili alle consapevoli. Se voi ricevete un’impressione dal mondo esteriore che, se l’aveste ricevuta consapevolmente, vi avrebbe spaventato, che forse avrebbe fatto battere il vostro cuore, allora la stessa impressione, se non diviene consapevole, non rimane tuttavia senza effetto. Non fa però solo un’impressione, bensì penetra anche nel corpo fisico. Vi subentra addirittura una particolarità: che un’impressione che suscita una rappresentazione consapevole, trova una specie di resistenza quando penetra nell’organizzazione umana più profonda; se però l’impressione su di noi agisce semplicemente, senza che la portiamo a rappresentazione consapevole, allora niente l'impedisce, ma essa non è perciò nemmeno meno efficace. La vita umana è molto più ricca di quanto ne sia consapevole.

C’è un tempo nella vita umana dove simili impressioni, che così vivacemente agiscono sull’organizzazione umana e non hanno capacità di ricordo, sono sperimentate in misura particolarmente ricca. In tutto il tempo dalla nascita al momento in cui inizia il ricordo, innumerevoli ricche impressioni sono state fatte sull’uomo, che tutte vivono nell’uomo e anche in questo tempo l’hanno trasformato. Agiscono nello stesso modo come le impressioni consapevoli; ma non si oppone loro niente, specialmente quando sono dimenticate, di ciò che altrimenti si ordina nella vita dell’anima come rappresentazioni consapevoli e così forma come un argine. E queste impressioni incoscienti penetrano il più profondamente. Ora già nella vita esterna voi potete molti volte trovare la conferma che ci sono momenti nella vita umana dove il secondo tipo di effetti interiori si esprime. Molti eventi della vita umana posteriore voi non potete spiegarvi. Non potete affatto trovare come voi veniate a dover vivere proprio in questo modo proprio questo o quell’altro. Voi per esempio vivete qualcosa che fa su di voi un’impressione così sconvolgente che voi non potete affatto spiegarvi come un’esperienza relativamente così indifferente possa fare un’impressione così sconvolgente. Se ora ricercate, potrete forse trovare che proprio nel tempo critico — tra la nascita e l’ultimo momento fino a cui ci si può ricordare — avete avuto un’esperienza simile che avete però dimenticato. Nessuna rappresentazione ne rimane. Allora avete avuto un’impressione sconvolgente: questa vive avanti e si congiunge con quella presente e la rafforza. E quello che altrimenti adesso vi avrebbe scosso molto meno, adesso fa un’impressione particolarmente forte. — Chi comprende questo, si farà un’idea di quanto infinitamente responsabile è l’educazione nella prima infanzia e come qualcosa getta le sue ombre e anche le sue luci totalmente significative sulla vita successiva. Là agisce dunque qualcosa dal precedente verso la vita successiva.

Ora può rivelarsi che simili impressioni dell’infanzia — specialmente se si sono ripetute — influenzino tutta la disposizione della vita cosicché da un certo momento in poi un’umore di animo non spiegabile subentra, che diviene spiegabile soltanto se si risale e si sa quali impressioni dal tempo precedente gettano le loro luci o ombre nella vita successiva. Sono quelle che adesso vengono espresse in un umore durevole. Si troverà allora che gli eventi particolarmente forti hanno agito, quelli che non sono passati indifferenti al bambino e che già allora hanno fatto un’impressione particolare sul bambino. — Possiamo quindi dire: allorché affetti, sentimenti e sensazioni partecipano particolarmente alle impressioni che più tardi vengono dimenticate, allora questi affetti e questi effusioni di sentimento sono particolarmente efficaci nell’apparire di simili esperienze.

Ora richiamatevi le rappresentazioni che mi sono stato più volte presentate riguardo alla vita durante il tempo di Kamaloka. Dopo che il corpo eterico dell’uomo è stato deposto come un secondo cadavere, l’uomo rievive tutta la sua vita passata, passa per tutte le sue esperienze che ha avuto; ma non vi passa in modo che rimangano indifferenti per lui. Proprio durante il tempo di Kamaloka, poiché l’uomo ha ancora il suo vecchio corpo astrale, ciò che è stato vissuto produce i più profondi eventi affettivi. — Supponiamo per esempio che qualcuno muoia a settanta anni, rieviva la sua vita fino al quarantesimo anno, dove ha dato uno schiaffo a qualcuno. Allora egli vive il dolore che ha inflitto all’altro. Attraverso questo viene suscitata una specie di rimprovero di sé; questo rimane come un’aspirazione, e questa aspirazione egli la porta con sé nella prossima vita, per equilibrare la cosa nella vita successiva. E voi potete comprendere, poiché in questo tempo tra morte e nuova nascita ci sono simili esperienze astrali, che ciò che da noi viene vissuto come azione s’imprime tanto più certamente e più profondamente all’essenza interna nostra e collabora alla costruzione della nuova corporeità. Se dunque già nella vita ordinaria possiamo essere così fortemente toccati da certe esperienze, specialmente se erano impressioni di sentimento, così che possono produrre un’umore durevole, allora comprenderemo che le impressioni molto più forti della vita di Kamaloka si possono imprimere cosicché nella nuova incarnazione lavorano fino nel profondo dell’organizzazione del corpo fisico.

Lì voi vedete un’intensificazione di un fenomeno che voi in un'osservazione attenta potete già trovare nella vita tra nascita e morte. Simili rappresentazioni, al che non si oppone nessun argine dalla consapevolezza, possono già portare a più irregolarità nell’anima: a nevrastenia, a manifestazioni di tipo nervoso, magari anche a malattie psichiche. Tutti questi fenomeni ci si presentano come nessi causali di eventi precedenti con successivi e ci danno un’immagine viva di questo.

Se ora vogliamo elevare il concetto, possiamo dire: quello che noi come azioni in una vita compiamo, questo viene convertito nella vita dopo la morte in un potente affetto. E questo affetto, che ora non è indebolito da nessuna rappresentazione fisica e non è impedito da nessuna consapevolezza ordinaria — perché il cervello non è necessario per questo —, viene vissuto attraverso l’altra forma di consapevolezza che penetra più profondamente, e effettua che le nostre azioni e il nostro intero essere della vita precedente nel nostro temperamento e organizzazione appaiano in una nuova vita. Perciò potremo trovare comprensibile che un uomo che in un’incarnazione ha pensato, sentito e agito in modo molto egoistico, quando dopo la morte vede davanti a sé i frutti del suo pensiero, sentimento e azione egoistico, si pervade di potenti affetti contro le sue azioni precedenti. Questo è veramente il caso. Egli acquisisce tendenze rivolte contro il suo stesso essere. E queste tendenze, nella misura in cui sono originate da un essere egoistico della vita precedente, si esprimono in un’organizzazione debole nella nuova vita. « Organizzazione debole » è qui presa secondo l’essenza, non secondo l’impressione esterna. Dobbiamo perciò essere chiari che un’organizzazione debole può essere ricondotta karmicamente a un’azione egoistica in una vita precedente.

Procediamo oltre. Supponiamo che in una vita un uomo mostri una particolare propensione alla falsità. Questa è già una propensione che proviene da un’organizzazione più profonda dell’anima. Perché se l’uomo si abbandona soltanto a ciò che è nella sua vita più consapevole, egli non mentirà propriamente; soltanto affetti e sentimenti che operano dall’inconscio l'inducono alla menzogna. Qui abbiamo dunque già qualcosa di più profondo seduto. Se l’uomo è stato mendace, le sue azioni che procedono dalla mendacità susciteranno di nuovo gli affetti più violenti nella vita dopo la morte contro l’uomo stesso, e una forte tendenza contro la mendacità si mostrerà. Allora l’uomo si porterà nella vita successiva non soltanto un’organizzazione debole, bensì — la scienza dello spirito ci mostra questo — un’organizzazione che per così dire è costruita in modo scorretto, che mostra organi interiori costruiti in modo irregolare nella più fine organizzazione. Non va bene qualcosa insieme. Questo è condizionato da una precedente propensione alla mendacità. — E da dove è venuta la propensione alla mendacità stessa? Perché nella propensione alla mendacità l’uomo ha già qualcosa che non va bene.

Allora dobbiamo ancora risalire più indietro. E allora la scienza dello spirito mostra che una vita leggera e superficiale, che non conosce dedizione e amore, che una vita superficiale in un incarnamento si esprime nella propensione alla mendacità nell’incarnamento successivo; e la propensione alla mendacità si manifesta nella secondissima incarnazione negli organi costruiti in modo scorretto. — Così possiamo seguire tre incarnazioni successive negli effetti karmici: superficialità e leggerezza nella prima incarnazione, propensione alla mendacità nella seconda e disposizione fisica a malattia nella terza incarnazione.

Là vediamo il karma operare sulla salute e la malattia. — Ciò che è stato ora detto è stato detto cosicché i fatti stessi sono stati tratti dalla ricerca antroposofica. Non dovevano essere costituite teorie, bensì sono casi osservati che possono essere esaminati attraverso i metodi della scienza dello spirito.

Abbiamo così innanzi tutto puntato ai fatti più ordinari — alle forze di guarigione del corpo eterico nelle piante. Mostrammo poi come attraverso l’aggiunta del corpo astrale negli animali il corpo eterico è meno efficace, e vedemmo inoltre come attraverso l’assunzione dell’Io, che sviluppa una vita individuale nel bene e nel male, nel vero e nel falso, il corpo astrale che con l’ascesa nella serie animale inibisce soltanto le forze di guarigione, introduce di nuovo qualcosa di nuovo nell’uomo: gli influssi di malattia karmica che gli fluiscono dalla vita individuale. Nella pianta non ci sono ancora cause interne di malattia, perché la malattia è ancora nell’esteriore e le forze di guarigione del corpo eterico operano senza diminuzione. Negli animali inferiori abbiamo ancora un corpo eterico con tali forze di guarigione che può sostituire gli arti stessi; ma quanto più saliamo, tanto più il corpo astrale si imprime nel corpo eterico, e così il corpo astrale limita le forze di guarigione del corpo eterico. Ma poiché gli animali non si propagano in reincarnazioni, ciò che è nel corpo eterico non è collegato con nessuna qualità morale-intellettuale o individuale, bensì con il tipo generale. Nell’uomo però ciò che egli vive nel suo Io tra nascita e morte penetra fino nel corpo eterico.

Perché le esperienze dell’infanzia nelle accennate azioni di sentimento appaiono soltanto in leggere malattie? Perché troveremo le cause di molto di ciò che si mostra in nevrastenia, nevrosi, isteria e così via nello stesso incarnamento. Le cause di casi di malattia più profonda però dobbiamo cercarle in una vita precedente, perché soltanto nella transizione a una nuova nascita ciò che è moralmente e intellettualmente vissuto può propriamente impiantarsi nel corpo eterico. In generale il corpo eterico nell’uomo non può incorporare effetti morali più profondi in un incarnamento, sebbene conosciamo ancora singoli casi eccezionali — e persino casi molto significativi — di questo.

Così abbiamo una connessione tra la nostra vita nel bene e nel male, nel morale e nell’intellettuale in un incarnamento, e la nostra salute o malattia nell’incarnamento successivo.

4°La guarigione e l’incurabilità in relazione al karma

Amburgo, 19 Maggio 1910

Si può presupporre che proprio riguardo ai due concetti che devono costituire l’oggetto della nostra considerazione odierna, cioè la guaribilità e l’inguaribilità delle malattie, sorgeranno concezioni più chiare e, si potrebbe dire, più umane quando le idee del karma e dei nessi karmici nella vita avranno trovato accoglienza in cerchi più ampi. Si può infatti dire che riguardo ai concetti di guaribilità e inguaribilità delle malattie nelle più diverse epoche si sono diffuse le più diverse opinioni. E non è necessario risalire molto indietro nel tempo per vedere quanto enormemente questi concetti si siano trasformati.

Troviamo un’epoca — essa è il passaggio tra il Medioevo e l’epoca moderna, grosso modo il XVI e il XVII secolo — in cui si svilupparono gradualmente le concezioni secondo che si potessero delimitare le forme di malattia in modo rigoroso e che per ogni singola malattia esistesse una qualche erba, un qualche rimedio per che la malattia in questione dovesse necessariamente guarire. Questa credenza durò fondamentalmente a lungo, persino fino al XIX secolo. E se come laico o come persona che ha assimilato i concetti attuali si volesse leggere negli scritti relativi ai trattamenti di malati della fine del XVIII o dell’inizio del XIX secolo e per buona parte del XIX secolo, si resterebbe stupiti di fronte a tutti i mezzi e i rimedi che allora venivano largamente impiegati, dai tè alle miscele fino a medicine più pericolose, i salassi e così via. Ma fu proprio il XIX secolo quello che in ambienti medici, e precisamente in rinomati ambienti medici, trasformò questa visione nel suo esatto opposto. E posso ben dire personalmente che durante i miei anni più giovani mi si presentarono molte di queste concezioni opposte nelle più diverse sfumature e motivazioni. Mi si presentava l’occasione quando si partecipava al movimento della scuola medica nichilista, che si preparava verso la metà del XIX secolo a Vienna e guadagnava sempre più considerazione. Il punto di partenza di un cambiamento radicale riguardo alle concezioni sulla guaribilità e inguaribilità delle malattie fu quello che il medico importante Dietl portò alla luce riguardo al corso della polmonite e di malattie simili. Era giunto attraverso varie considerazioni a dirsi che in fondo non si poteva notare alcuna vera influenza di questo o quel rimedio sul corso di questa o quella malattia. E proprio sotto l’influenza della scuola di Dietl i giovani medici di allora impararono a pensare al valore curativo dei rimedi tramandati da secoli cosicché trasferirono a tutti i vecchi rimedi quello che è inteso dal noto proverbio: se il gallo canta sul letamaio, il tempo cambia, o rimane come è! — Erano dell’opinione che per il corso di una malattia fosse quasi indifferente se si somministrassero questi o quegli altri rimedi o meno. E Dietl fu uno che realizzò una statistica piuttosto convincente per l’epoca, che affermava che con il cosiddetto metodo di cura in attesa da lui introdotto guarivano o morivano circa altrettante persone affette da polmonite come con il precedente trattamento con i venerandi rimedi curativi. La cura in attesa fondata da Dietl e proseguita da Skoda consisteva nel mettere il malato nella condizione di vita esterna che lo rendesse capace di applicare nel miglior modo possibile le forze di auto-guarigione, di tirarle fuori dal suo organismo; al medico si assegnava appena un’altra posizione che quella di sorvegliare il corso della malattia, affinché fosse presente nel caso in cui succedesse qualcosa dove si potesse prestare aiuto appropriato con mezzi umani. Per il resto ci si limitava a lasciar venire la malattia per così dire, ad attendere come le forze di auto-guarigione sgorgassero dall’organismo, finché la febbre dopo qualche tempo non calasse e l’auto-guarigione attraverso l’organismo non si compisse.

Questa scuola medica fu e viene ancora oggi designata con l’espressione di « scuola nichilista », perché si fondava su un’affermazione del professore Skoda, che diceva grosso modo: possiamo forse imparare a diagnosticare le malattie, a descriverle, forse anche a spiegarle — ma guarirle non possiamo! — Le raconto cose di cui dovreste prendere nota come di fatti che si sono formati nel corso del XIX secolo, affinché acquisiate un senso di come le concezioni su questo campo si siano modificate. Ma che nessuno creda che se questo o quello qui si esprime in forma puramente narrativa, ciò significhi che si debba subito prendere posizione nell’uno o nell’altro modo. Perché naturalmente l’affermazione del celebre professor Skoda era una specie di radicalismo, e sarebbe facile mostrare i limiti entro cui un’affermazione simile vale. Ma con tale opinione si indicava qualcosa, senza che in realtà si possedessero i mezzi per fondare consapevolmente o circoscrivere consapevolmente questo indicazione, o metterla in parole — sì, nemmeno nei pensieri si poteva formulare; cioè non si poteva nemmeno cominciare a pensare questo indicazione nei circoli in cui veniva espressa. Si indicava che certamente deve trovarsi nell’uomo qualcosa che è determinante in certa misura per l’esito e il corso di una malattia e che come tale fondamentalmente si trova al di là di quello che l’aiuto umano può prestare. Era dunque dato l’indicazione di qualcosa che giace al di là dell’aiuto umano; e questo indicazione non può mai, se si va veramente a fondo con le cose, riferirsi a null’altro che alla legge del karma e all’efficacia del karma nel corso della vita umana. Se seguiamo il corso di una malattia nella vita umana — il manifestarsi della malattia, le forze di guarigione che scaturiscono dall’organismo stesso —, se seguiamo lo sviluppo della guarigione, allora con una considerazione imparziale, specialmente se teniamo conto di come in un caso si avveri la guarigione mentre in un altro caso non sembra possibile nessuna guarigione, saremo spinti a cercare una legalità più profonda. Può questa legalità più profonda essere cercata nelle vite terrene precedenti dell’uomo? Questa è per noi la domanda. Può dirsi che l’uomo si porta con sé certe precondizioni che lo predeterminano, in un caso particolare, a poter suscitare le sue forze di guarigione dall’organismo, ma in un altro caso sono predeterminate in modo che nonostante tutti gli sforzi non è capace di guarire la malattia?

Se vi ricordate di quello che soprattutto ieri è stato esposto, comprenderete che nei processi che si svolgono tra la morte e la nuova nascita, si assorbono certamente forze molto particolari nella individualità umana. Abbiamo infatti detto che all’uomo durante il tempo del Kamaloka gli eventi della sua ultima vita, le azioni da lui compiute nel bene e nel male, le caratteristiche del suo carattere e così via gli si pongono dinanzi all’anima e che attraverso lo sguardo sulla sua stessa vita in sé prende la tendenza a procurare rimedio e compensazione a tutto ciò che è imperfetto in lui e che si è manifestato come un’azione sbagliata, a imprimersi le proprietà rispettive che lo renderebbero più perfetto in questo o quel campo. Se abbiamo compreso questo, possiamo dire: questa intenzione, questa tendenza l’uomo la conserva e va attraverso una nuova nascita di nuovo nell’esistenza con questa intenzione. — L’uomo però costruisce egli stesso il nuovo corpo che gli si unisce e lo trasforma nella nuova vita, e lo costruisce secondo le forze che si è portato dalle precedenti incarnazioni e dal tempo tra la morte e la nuova nascita. Con queste forze è equipaggiato e le tesse nella sua nuova corporeità. Con questo abbiamo compreso che questa nuova corporeità è debole o forte, secondo che l’uomo possa tessere in essa forze deboli o forti.

Ora dobbiamo però essere chiari che una certa conseguenza si avvererà, se per esempio l’uomo durante il tempo del Kamaloka ha visto: tu fosti nell’ultima vita un uomo che ha compiuto molte azioni sotto l’influenza dei tuoi affetti, di collera, paura, disgusto e così via. — Tali azioni ora gli stanno vivacemente dinanzi all’anima durante il tempo del Kamaloka, e da questo emerge nella sua anima il pensiero — le espressioni che possiamo sviluppare per queste forze sono naturalmente coniate per la vita fisica! —:

Tu devi fare qualcosa di te stesso, affinché in questa relazione diventi più perfetto, affinché in futuro non sia più incline a compiere azioni sotto l’influenza dei tuoi affetti! — Questo pensiero diventa una componente dell’individualità animica umana, e attraversando una nuova nascita questo pensiero si imprime ancora come una forza nel corpo che sorge di nuovo. E in questo fluisce così la tendenza a compiere qualcosa con l’intera organizzazione di corpo fisico, corpo eterico e corpo astrale, che rende ora impossibile all’uomo, dalle sue passioni, da collera, odio, invidia e così via, compiere certe azioni, affinché sia capace di rendersi veramente più perfetto in questa relazione. E così giunge a compiere nuove azioni, che ora possono effettuare il compenso di precedenti azioni. Così l’uomo lascia fluire in sé da una razionalità che di gran lunga supera la sua ordinaria razionalità l’intenzione che può condurlo a una più alta perfezione in un campo determinato e al compenso di azioni determinate. — Se considerare quanto multiforme è la vita, come l’uomo da giorno a giorno compie tali azioni che richiedono un tale compenso, comprenderete che molti di questi pensieri in attesa di compenso sono nell’anima quando l’anima attraversa una nuova nascita nell’esistenza, e che questi molteplici pensieri si incrociano, così che per questo il corpo fisico e il corpo eterico umano acquistano una configurazione in cui tutte queste tendenze sono tessute. Per renderci questo comprensibile, assumiamo un caso del tutto eclatante. Ma proprio oggi devo sottolineare con particolare insistenza quello che d’altronde sottolineo sempre: che evito di parlare da qualche teoria o dalla fabbricazione di ipotesi e che quando adduco esempi, adduco solo quelli che sono stati ben esaminati dalla scienza dello spirito.

Assumiamo che qualcuno nella vita precedente abbia vissuto così da agire da un senso dell’Io troppo debole, da un senso dell’Io che nella dedizione al mondo esterno andava troppo oltre, tanto che operava con una mancanza di autonomia, una perdita di sé, come non è più appropriato per il nostro attuale ciclo dell’umanità. Dunque fu la mancanza di senso di sé quello che in un’incarnazione ha condotto un uomo a queste o quelle azioni. Ora durante il tempo del Kamaloka ha avuto dinnanzi le azioni che sono sgorgate da questa mancanza di senso di sé. Prende da questo innanzi tutto la tendenza: tu devi sviluppare in te forze che aumentino il tuo senso di sé, tu devi nella prossima incarnazione creare per te l’occasione, contro la resistenza della tua corporeità, contro le forze che ti verranno incontro dal corpo fisico, corpo eterico e corpo astrale, di temprarare il tuo senso di sé, affinché attraversi una scuola per così dire. Tu devi procurarti un corpo che ti mostri come dalla corporeità agisce la tendenza verso un debole senso di sé!

Quello che si svolgerà nella prossima incarnazione penetrerà poco la coscienza, si svolgerà più o meno in una regione inconscia. L’interessato tenderà verso un’incarnazione che pone proprio le più ruvide resistenze al suo senso di sé, così che è necessario tenda al massimo il suo senso di sé. Per questo verrà come magneticamente attratto verso tali regioni e tali occasioni dove si frappongono a lui ostacoli più profondi, dove il suo senso di sé deve dispiegarsi contro l’organizzazione dei tre corpi. Per quanto strano possa suonarvi: tali individualità che sono caricate da questo karma, che aspirano in maniera caratterizzata attraverso la nascita nel’esistenza, cercano l’accesso a occasioni dove per esempio potrebbero essere esposte a un’epidemia come il colera; poiché questa offre loro l’occasione di trovare quegli ostacoli che appena sono stati caratterizzati. Quello che in questo deve essere attraversato interiormente contro le resistenze dei tre corpi nel malato, questo può allora effettuare che nella prossima incarnazione il senso di sé sia cresciuto in grado considerevole.

Assumiamo un altro caso eclatante, e precisamente affinché possiate scorgere il nesso, proprio il caso opposto. Un uomo vede durante il tempo del Kamaloka che ha compiuto una serie di azioni sotto un senso di sé troppo forte, che sono sgorgate da una costruzione eccessiva su se stesso. Vede che deve moderarsi riguardo al suo senso di sé, che lo deve arginare. Allora deve di nuovo cercare un’occasione dove nella prossima incarnazione i suoi tre corpi gli offrano la possibilità che il senso di sé ovunque nella corporeità — per quanto si sforzi — non trovi alcun confine, che si dispieghi dappertutto in un abisso senza fondo e si conduca da sé ad absurdum. Le condizioni per questo sono create quando l’interessato viene attratto verso un’occasione che gli porta la malaria.

Qui avete dunque un caso di malattia dell’agire karmico, e persino l’affermazione esposta secondo cui fondamentalmente l’uomo viene condotto, da una razionalità più alta di quella che il suo ordinario consapevole può abbracciare, alle occasioni dove può proseguire il suo sviluppo nel corso del suo karma. Se osservate particolarmente le cose appena dette, vi sarà molto facilitato acquisire comprensione proprio per il carattere epidemico delle malattie. Potremmo addurre i più diversi esempi: tutti ci mostrano come l’uomo, dalle esperienze del suo tempo di Kamaloka, ricerca appunto le occasioni di contrarre questa o quella malattia, per conquistare attraverso il suo superamento, e attraverso lo spiegamento delle forze di auto-guarigione, le forze che lo conducono in alto sulla via della vita nell’insieme.

Prima dissi che, se un uomo ha agito molto sotto l’influenza di affetti, nella sua epoca di Kamaloka attraverserà parimenti azioni accadute sotto l’influenza di affetti in genere. Questo gli darà la tendenza, nella sua nuova incarnazione, a vivere nella propria corporeità qualcosa il cui superamento gli permette di compiere azioni che possono agire compensativamente su certe azioni della sua vita precedente. È soprattutto quella forma di malattia che nel tempo moderno conosciamo come difterite: si presenta in molti casi quando sussiste un tale intrigo karmico, dove l’interessato si è precedentemente dispiegato così da aver agito frequentemente da vari impulsi improvvisi, affetti e così via.

Avremo nel corso di questi discorsi ancora molto da sentire su come questa o quella malattia è condizionata. Ma ora dobbiamo addentrarci in fondamenti ancora più profondi, se vogliamo rispondere alla domanda: come accade che, quando l’uomo viene nell’esistenza attraverso la nascita e si porta con sé dal suo karma la tendenza a realizzare l’uno o l’altro attraverso il superamento di questa o quella sofferenza, una volta gli riesce di essere veramente vincitore, di superare la malattia e di assorbire forze che lo portano più in alto, mentre un’altra volta soccombe e la malattia rimane vincitrice? Allora dobbiamo risalire ai principi spirituali che rendono il malato possibile nella vita umana in generale.

Che l’uomo possa affatto ammalarsi, che ricerchi proprio il malato — persino dal suo karma — questo in ultima analisi non scaturisce da nessun altro principio che da quelli che nella nostra considerazione teosofica abbiamo già spesso posti dinanzi all’anima nei più diversi contesti. — Sappiamo che in un certo punto dello sviluppo terrestre sono entrate nello sviluppo umano quelle forze che chiamiamo le forze luciferiche; appartengono a quelle entità che durante il vecchio sviluppo lunare sono rimaste indietro e non sono avanzate fino al punto normale del loro sviluppo terrestre. Con questo fu impiantato nel corpo astrale dell’uomo, prima che il suo Io potesse agire in modo appropriato, qualcosa che sgorgava da questi esseri luciferici. L’influenza di queste entità luciferiche è dunque tale da essere stata principalmente esercitata una volta sul nostro corpo astrale; l’uomo, attraverso il suo sviluppo, l’ha conservata nel suo corpo astrale per i tempi successivi. Questo influsso luciferico significa nello sviluppo umano molte cose. Per il nostro scopo odierno è però importante sottolineare che l’uomo, in quanto aveva in sé le forze luciferiche, aveva nel suo interiore un seduttore a essere meno buono di quanto sarebbe stato se l’influsso luciferico non fosse venuto; e similmente aveva attraverso questo un influsso ad agire e giudicare più da vari affetti, passioni e brame di quanto non avrebbe giudicato e agito se l’influsso luciferico non avesse operato. Attraverso questo influsso l’effettiva individualità umana fu indotta a essere consegnata più diversamente a quello che possiamo chiamare il mondo dei desideri, di quanto altrimenti sarebbe stato il caso. E così accadde che l’uomo fu molto più profondamente ingarbugliato nel mondo terrestre fisico di quanto altrimenti sarebbe accaduto. L’uomo si spinge, attraverso l’influsso luciferico, più in profondità nella sua corporeità; si identifica più con la corporeità di quanto l’avrebbe penetrata se non fosse venuto alcun influsso luciferico. Poiché, se non fosse venuto l’influsso delle entità luciferiche, molte cose non sarebbero venute che possono sedurre l’uomo sulla terra a desiderare questo o quello. L’uomo sarebbe rimasto indifferente ai tentativi di questa o quella seduzione. Attraverso l’influsso di Lucifero sorsero le seduttezze del mondo sensuale esteriore; queste seduttezze l’uomo accolse in sé. L’individualità data dall’Io fu penetrata con gli effetti che emanavano dal principio luciferico. E così accadde che l’uomo, alle sue prime incarnazioni terrene, cadde anche alle prime tentazioni del principio luciferico e portò queste tentazioni nelle vite posteriori. Cioè il modo in cui l’uomo cadde alle tentazioni del principio luciferico divenne parte del suo karma.

Se l’uomo avesse solo assorbito questo principio, sarebbe caduto sempre più alle tentazioni della terra fisica; avrebbe perduto, per così dire, sempre più la prospettiva di staccarsi di nuovo da questo mondo terrestre fisico. Sappiamo che il successivo influsso — l’influsso di Cristo — ha contrastato il principio luciferico e l’ha portato di nuovo verso un equilibrio: l’uomo, nel corso del suo sviluppo, ha così ricevuto di nuovo i mezzi per scacciare da sé questo influsso luciferico. Ma con l’influsso luciferico era dato insieme qualcosa di diverso. In virtù del fatto che l’uomo, nel suo corpo astrale, aveva assorbito l’influsso luciferico, gli apparve anche il mondo esterno intero, in cui entrava, completamente diverso da come gli sarebbe apparso se non fosse stato consegnato all’influsso luciferico. Lucifero penetrò nell’interiore dell’uomo. L’uomo vide con Lucifero nell’interiore il mondo intorno a sé. Per questo il suo sguardo si offuscò verso il mondo terrestre, e nel mix delle impressioni esterne si insinuò l’influsso ahrimanico. Solo così Ahriman poteva insinuarsi e configurare il mondo esterno come illusione, perché ci eravamo già in precedenza predisposti dall’interno all’illusione, a Maya. Così l’influsso ahrimanico che si insinuava nel mondo esterno circondante l’uomo era la conseguenza dell’influsso luciferico. Possiamo dire: l’uomo succhiò in sé la possibilità, poiché una volta le forze luciferiche erano in lui, di ingarbugliarsi più nel mondo sensuale di quanto si sarebbe ingarbugliato senza l’influsso luciferico nella vita sensoriale terrestre. Per questo si creò così la possibilità di succhiare in sé, con tutte le percezioni esterne dall’esterno, l’influsso ahrimanico. E così vive nell’individualità umana, mentre essa passa attraverso le diverse incarnazioni terrestri, l’influsso luciferico, e come risultato dell’influsso luciferico l’influsso ahrimanico. Queste due potenze lottano continuamente nell’individualità umana. E l’individualità umana è divenuta il teatro di battaglia tra Lucifero e Ahriman.

L’uomo, col suo ordinario consapevole, è ancora oggi esposto tanto alle tentazioni di Lucifero, che opera dalle passioni e dagli affetti del suo corpo astrale, quanto alle tentazioni di Ahriman, che penetra nell’uomo da fuori attraverso errori e inganni rispetto al mondo esterno. Finché l’uomo vive in un’incarnazione e le rappresentazioni frappongono un ostacolo, così che quello che accade da Lucifero e Ahriman non può penetrare più profondamente e trova un ostacolo nelle rappresentazioni, fin allora quello che l’uomo fa rimane soggetto al giudizio morale o intellettuale. Finché l’uomo, tra la nascita e la morte, pecca contro la morale seguendo Lucifero, o si rende colpevole contro la logica e il pensiero sano seguendo Ahriman, fin allora questo rimane una questione della ordinaria vita animica conscia. Ma quando l’uomo varca la porta della morte, la vita rappresentativa che è legata allo strumento del cervello cessa. Allora inizia un’altra forma di vita conscia. Allora penetrano davvero tutte quelle cose che, nella vita tra la nascita e la morte, sono soggette al giudizio morale o razionale, nei fondamenti inferiori dell’essere umano: intervengono in quello che, allora, dopo il Kamaloka, agisce organizzando per la prossima esistenza e si imprime nelle forze plastiche che ora costruiscono la triplice corporeità umana. Allora gli errori, che conseguono dalla consegna ad Ahriman, diventano forze di malattia che infettano l’uomo dal corpo eterico, e gli eccessi — cioè le cose che nella vita sono soggette al giudizio morale — diventano cause di malattia che agiscono più dal corpo astrale.

Per questo vediamo come, in realtà, i nostri errori dall’ahrimanico in noi — e a questi appartengono anche gli errori consci: menzogne, falsità — diventano cause di malattia, quando non rimaniamo fermi a un’incarnazione ma consideriamo l’effetto di un’incarnazione sulla successiva; e vediamo come anche gli influssi luciferici diventano cause di malattia nello stesso modo. Possiamo davvero dire: non commettiamo impunemente i nostri errori! Portiamo in noi, nella nostra prossima incarnazione, il marchio dei nostri errori; ma lo facciamo da una razionalità più alta di quella della nostra ordinaria vita, da quella razionalità che ci stringe, durante il tempo tra la morte e la nuova nascita, a renderci così forti e robusti che in avvenire non siamo più esposti a queste tentazioni. Così le malattie si inseriscono persino come potenti educatori nella nostra vita. — Se consideriamo le malattie così, possiamo vedere come durante la formazione di una malattia siano efficaci influssi o luciferici o ahrimanici. Quando una volta queste cose saranno penetrate da coloro che, sotto l’influsso della visione mondiale della scienza dello spirito, saranno guaritori, allora gli influssi di questi guaritori sull’organismo umano saranno molto più intimi di quanto possano essere oggi.

Possiamo proprio in questo senso penetrare l’organismo di certe forme di malattia. Prendiamo ad esempio una malattia come la polmonite. È un effetto nella sequenza karmica, che sorge dal fatto che l’interessato, durante il suo tempo di Kamaloka, può guardare indietro a un carattere che aveva inclinazione e tendenza a eccessi sensuali, che aveva, per così dire, la necessità di vivere sensualmente. Non confondiamo quello che ora viene attribuito a una coscienza precedente con quello che appare nella coscienza della prossima incarnazione. Questo non ha nulla a che fare. Ma quello che l’uomo durante il tempo del Kamaloka vede si trasformerà, cosicché si imprimano in lui forze per processi che vincono la polmonite. Poiché proprio nel vincere la polmonite, nell’auto-guarigione che per questo è ricercata dall’uomo, l’individualità umana agisce contro le potenze luciferiche: porta una vera guerra proprio contro le potenze luciferiche. Quindi nel vincere la polmonite vi è un’occasione di deporre quello che era un difetto caratteriale in un’incarnazione precedente. Così vediamo proprio operare nella polmonite la lotta dell’uomo contro le potenze luciferiche.

Altrimenti si presenta la cosa quando vediamo nella cosiddetta tubercolosi polmonare odierna presentarsi i processi peculiari, quando le forze di auto-guarigione entrano in attività. Esse si manifestano nel fatto che gli effetti dannosi che sorgono sono circondati, orlati da involucri come tessuto connettivo; allora il tutto è riempito di materia contenente sali calcarei, che forma inclusioni fisse. Tali inclusioni può averle l’uomo nel suo polmone, e molte più persone portano con sé tali cose di quanto comunemente si creda; poiché questi sono quegli uomini presso i quali un polmone tubercoloso è passato a guarigione. Dove un tale processo si è verificato, è ancora una volta stata condotta una lotta dell’essenza interna umana contro quello che le potenze ahrimaniche hanno operato. È un processo di difesa verso l’esterno, un’insurrezione contro quello che è portato dalla materialità esterna, per condurre all’autonomia dell’essenza umana in questo senso.

Con questo abbiamo mostrato come, in realtà, i due principi, l’ahrimanico e il luciferico, siano attivi in ultima analisi nel corso della malattia. E potrebbe in molti aspetti, per questa o quella forma di malattia, essere mostrato come si dovrebbero propriamente distinguere due tipi di malattie: ahrimaniche e luciferiche. Se si osservasse questo, si potrebbero pure guadagnare i principi corretti per l’aiuto appropriato che si può concedere ai malati. Poiché i processi luciferici di malattia richiederanno un aiuto completamente diverso da quelli ahrimanici. Se ancora oggi, in modo abbastanza acritico — ad esempio nel metodo curativo esteriore — vengono applicate forze contenute nella contemporanea elettroterapia, nel trattamento con acqua fredda o simile, allora deve dirsi che dalla scienza dello spirito si può gettare una luce su questo già dall’inizio, su quale dei due metodi applicare: si distinguerebbe cioè se si ha a che fare con una malattia luciferica o ahrimanica. Nessun uomo dovrebbe ad esempio applicare il metodo dell’elettroterapia nel caso di malattie che provengono dal luciferico; lo si dovrebbe applicare solo nelle forme di malattia ahrimaniche. Poiché un aiuto in forme di malattia luciferiche non può mai essere qualcosa che non ha assolutamente nulla a che fare con l’operare di Lucifero, e cioè i principi dell’elettricità: questi cadono nel dominio delle entità ahrimaniche, sebbene naturalmente non solo le entità ahrimaniche si servano delle forze dell’elettricità. Invece è un’area completamente particolare del luciferico quello che si riferisce, detto rozzamente, a caldo e freddo. Tutto quello che ha a che fare con il fatto che l’organizzazione umana diventa più calda o più fredda, o con il fatto che essa stessa attraverso influssi esterni diventa più calda o più fredda, appartiene al dominio del Lucifero. E in tutto quello dove abbiamo a che fare con caldo o freddo, abbiamo un tipo di forme di malattia luciferiche.

Così dunque vediamo come il karma agisce nel malato e come agisce per il superamento del malato. Ora non apparirà più incomprensibile che nel karma risieda pure la guaribilità o l’inguaribilità di una malattia. Se vi rendete conto che lo scopo, l’obiettivo karmico del malato, è quello di promuovere l’uomo e renderlo più perfetto, allora la premessa è che l’uomo, quando cade in una malattia secondo la razionalità che si porta dal tempo del Kamaloka nell’ingresso in una nuova esistenza, sviluppi quelle forze di guarigione che significano un irrobustimento del suo uomo interiore e la possibilità di salire più in alto. Assumiamo che la cosa stia così: che l’uomo nella vita che può ancora vivere, grazie alla sua ordinaria organizzazione e al suo rimanente karma, abbia le forze, con quello che ha conquistato attraverso la malattia, di proseguire in questa vita stessa. Allora la guarigione ha un significato. Allora la guarigione si avvera, e in questo caso l’uomo ha conquistato quello che avrebbe dovuto conquistare e che si manifestò nella presenza della malattia. Attraverso il vincere la malattia si è reso capace di avere forze complete dove prima aveva forze imperfette. Se è equipaggiato dal suo karma con tali forze, e dalle circostanze favorevoli del suo precedente destino così collocato nel mondo che possa applicare e operare con le nuove forze per essere di utilità a se stesso e ad altri, allora si avvera la guarigione; allora si contorce attraverso la malattia.

Assumiamo ora che la cosa stia per l’uomo cosicché vinca la malattia e sviluppi le forze di guarigione, e ora si troverebbe di fronte a una vita che gli imporrebbe esigenze che con la misura di perfezione ora conquistata non potrebbero essere soddisfatte: conquisterebbe bensì qualcosa attraverso la malattia guarita, ma non sarebbe possibile che conquistasse così tanto — perché il suo rimanente karma non lo consente — da poter diventare di vantaggio ad altri con quello che ha conquistato. Allora accade che il suo profondo inconscio dice: qui non hai alcuna opportunità di ricevere la forza completa di quello che propriamente dovresti avere. Dovevi entrare in questa incarnazione perché dovevi conquistare la misura di perfezione che puoi conquistare solo nel corpo fisico attraverso il vincere una malattia. Dovevi conquistare questo; ma non puoi svilupparlo ulteriormente. Ora devi andare nelle circostanze dove il tuo corpo fisico e altre forze non ti disturbano e dove puoi elaborare liberamente quello che hai guadagnato nella malattia. — Cioè una tale individualità cerca la morte, per elaborare tra la morte e la nuova nascita quello che non può elaborare nella vita tra la nascita e la morte. Una tale anima passa attraverso la vita tra la morte e la nuova nascita per sviluppare ulteriormente la sua organizzazione, ora con forze ancora più forti conquistate nel vincere la malattia, così che nella nuova vita possa operare tanto più. In questo modo può proprio, attraverso la presenza di una malattia, realizzarsi una sorta di pagamento in anticipo, che allora è solo completato dopo il passaggio attraverso la morte a quello che deve essere.

Se consideriamo la cosa così, dovremo dirci: appare completamente fondato nel karma che una malattia termini con la guarigione, l’altra con la morte. — Se guardiamo così le malattie, otterremo, da un punto di vista più elevato attraverso il karma, una sorta di riconciliazione, una profonda riconciliazione con la vita; poiché sapremo che è nella legalità del karma che, anche quando una malattia termina con la morte, l’uomo è promosso, e che anche in un tale caso la malattia ha lo scopo di elevare l’uomo più in alto. Ora nessuno deve trarne la conclusione: allora potrebbe anche essere che dovessimo propriamente desiderare la morte in certi casi di malattia. Nessuno deve dire questo, poiché la decisione su quello che deve accadere, se guarigione o inguaribilità, spetta a una razionalità più alta di quella che possiamo abbracciare con la nostra ordinaria consapevolezza. Con la nostra ordinaria consapevolezza dobbiamo accontentarci di rimanere nel mondo tra la nascita e la morte, di fermarci a tali domande. Con la nostra consapevolezza più elevata possiamo certamente assumerci il punto di vista che persino accoglie la morte come un dono delle potenze spirituali più alte. Con quella consapevolezza che deve aiutare e intervenire nella vita, non dobbiamo assumerci questo punto di vista più elevato. Potremmo facilmente ingannarci e interverremmo in modo spaventoso in qualcosa in cui non dobbiamo mai intervenire: nella sfera della libertà umana. Quando possiamo aiutare un uomo, affinché sviluppi le forze di auto-guarigione, o intervenendo noi stessi ad aiutare la natura, affinché la guarigione si avveri, allora dobbiamo farlo. E la decisione se l’uomo deve continuare a vivere o se è più promosso quando la morte si avvera, allora non può mai cadere diversamente che così: che il nostro aiuto possa essere un aiuto nella guarigione. Se è questo, allora lo mettiamo nell’individualità umana stessa, nelle sue forze di applicarsi, e l’aiuto medico può essere solo uno che lo sostiene in questo. Allora non agisce nell’individualità umana. Completamente diverso sarebbe se promuovessimo l’inguaribilità di un uomo, cosicché cercasse il suo ulteriore progresso in un altro mondo. Allora interverremmo nella sua individualità e consegneremmo la sua individualità a un’altra sfera di attività. Allora avremmo imposto la nostra volontà all’altra individualità. Questa decisione dobbiamo lasciarla all’individualità stessa. Questo significa, in altre parole: dobbiamo fare quanto più possibile affinché si avveri una guarigione. Poiché tutte le considerazioni che conducono a una guarigione provengono dalla consapevolezza che è legittima per la nostra terra; tutte le altre misure sarebbero eccessive verso la nostra sfera terrestre; allora devono intervenire altre forze che non quelle che rientrano nella nostra ordinaria consapevolezza.

Così vediamo che una corretta comprensione karmica riguardo alla guaribilità e inguaribilità delle malattie conduce al fatto che faremo tutto il possibile per aiutare l’uomo nella malattia; e d’altra parte conduce anche al fatto che, quando da altre sfere viene presa un’altra decisione, anche questa accettiamo alla nostra soddisfazione. Non abbiamo bisogno di altro riguardo a questa altra decisione. Abbiamo bisogno che troviamo un punto di vista per cui l’inguaribilità di una malattia non ci deprima, come se il mondo avesse solo l’imperfetto, il cattivo e il male. La comprensione karmica non paralizza la nostra energia di azione riguardo alla guarigione. La comprensione karmica ci metterà d’altra parte di nuovo in armonia con il destino più severo riguardo all’inguaribilità di questa o quella malattia.

Così abbiamo oggi visto come la comprensione karmica sola ci rende possibile cogliere il corso di una malattia nel modo corretto e comprendere che propriamente vediamo brillare gli effetti karmici dalle nostre vite precedenti nella presente. Esempi nel particolare si porgeranno ancora a noi durante la discussione dei prossimi

5°Le malattie naturali e accidentali in relazione al karma

Amburgo, 20 Maggio 1910

Il contenuto della conferenza di ieri è di grande importanza, sia per le nostre prossime considerazioni che per la comprensione dei nessi karmici in generale. Perciò — a causa di questa importanza fondamentale — permettetemi oggi di riassumere brevemente, nei tratti essenziali, quello che la conferenza di ieri ha contenuto.

Abbiamo mosso dal fatto che le concezioni sulla guarigione e sui rimedi terapeutici si sono trasformate radicalmente nel corso di tempi relativamente brevi durante l’ultimo secolo. E abbiamo sottolineato come nel 16º e 17º secolo in particolare si sviluppò una concezione che poggiava interamente su questo fondamento: per ogni malattia designata con un nome e che si credeva di potere delimitare concettualmente, dovevano trovarsi nel mondo anche i rimedi adatti o particolari. E si credeva con certezza che, se il rimedio in questione fosse stato applicato, dovesse esercitare un’influenza sull’andamento della malattia. Abbiamo quindi sottolineato come questa concezione si mantenne più o meno fino al 19º secolo. Poi le abbiamo affiancato il contrasto assoluto di questa concezione, che si manifestò principalmente nel nichilismo della scuola medica viennese; essa ebbe il suo punto di partenza dal celebre medico Dietl e la sua continuazione in Skoda e nei suoi vari allievi. E abbiamo caratterizzato la direzione nichilista dicendo: essa non solo cominciò ad avere dubbi fondati sul nesso assoluto tra un rimedio o l’altro, tra certe procedure in merito al trattamento della malattia e la malattia stessa, ma volle non saperne più nulla di un tale nesso. E nella mente dei giovani medici che stavano sotto l’influenza di questa scuola penetrò la concezione della cosiddetta «autoguarigione». Skoda stesso ha infatti enunciato la proposizione significativa per questa scuola: possiamo diagnosticare una malattia, possiamo forse spiegarla e descriverla; ma non abbiamo rimedi contro la malattia. — E questa direzione mosse dal fatto che Dietl poteva dimostrare come, nel trattamento d’attesa, una malattia quale la polmonite procedeva cosicché entro un certo periodo sviluppava le sue forze di autoguarigione, purché si creassero le condizioni necessarie. E poteva dimostrare statisticamente che nel trattamento d’attesa tante persone guarivano o morivano quante nel caso di somministrazione dei rimedi ordinariamente usati. In quel momento la designazione di «nichilismo terapeutico» era del tutto legittima; perché era una verità assoluta che i medici di questa scuola non potevano affatto proteggersi dal parere dei malati, secondo cui un rimedio, una ricetta doveva per forza esserci. Il malato non cedeva, e nemmeno l’ambiente che lo circondava — bisognava prescrivere rimedi, e gli aderenti a questa scuola allora di solito si aiutavano prescrivendo gomma arabica diluita, che secondo l’opinione degli aderenti della scuola doveva avere esattamente lo stesso effetto dei rimedi usati precedentemente. Da ciò abbiamo potuto riconoscere come il mondo moderno dei fatti scientifici spinga direttamente a quello che possiamo chiamare il nesso karmico nella vita. Perché dovemmo allora rispondere alla domanda: come avviene effettivamente quello che si potrebbe chiamare «autoguarigione»? O meglio detto: perché avviene? E perché in un altro caso l’autoguarigione, o in generale una guarigione, non può intervenire?

Se un’intera scuola, alla cui testa stavano corifei medici, poteva giungere a introdurre il concetto di autoguarigione, colui che vi riflettesse avrebbe dovuto arrivare a dire: allora nel processo di malattia viene destato qualcosa che porta al superamento della malattia! E ciò avrebbe dovuto portare ancora oltre, alla ricerca delle ragioni più nascoste dell’andamento della malattia. Abbiamo quindi tentato di sottolineare come tale nesso karmico possa essere ricercato all’interno dello sviluppo dell’umanità per l’andamento della malattia. Abbiamo mostrato che effettivamente quello che l’uomo compie nella sua vita ordinaria — buone e cattive azioni, azioni intelligenti e insensate, esperienze di giuste e sbagliate concezioni sentimentali — tutto ciò non penetra profondamente negli strati fondamentali dell’organizzazione umana. E abbiamo indicato la ragione per cui quello che, nella vita ordinaria, è sottoposto a giudizio morale, sentimentale e intellettuale rimane solo sulla superficie della vita ordinaria e non è sottoposto alla legge che, in un altro caso, potremmo mostrare: di influenzare le forze più profonde dell’organizzazione umana. Abbiamo mostrato che esiste una sorta di ostacolo contro la penetrazione dell’immoralità nelle forze più profonde dell’organismo. E questa difesa contro la penetrazione di quello che facciamo e pensiamo nelle forze della nostra organizzazione sta nel fatto che accompagniamo le nostre azioni — che compiamo tra la nascita e la morte — con le nostre rappresentazioni consapevoli. Quando accompagniamo un’azione o un’altra esperienza con una rappresentazione consapevole, creiamo una protezione contro il fatto che il risultato delle nostre azioni scenda nel nostro organismo. Abbiamo quindi sottolineato quale significato attribuire a quelle esperienze che sono state irrimediabilmente dimenticate. Lì non esiste più la possibilità di richiamarle nuovamente nella vita rappresentativa consapevole; invece, di tali esperienze dovemmo dire che già in un certo modo, perché manca la protezione della rappresentazione, penetrano nel nostro organismo interno e là possono cooperare alle forze formatrici del nostro organismo. E abbiamo potuto indicare le forme di malattia che stanno ancora più sulla superficie: nevrosi, neurastenia e simili. Persino gli stati isterici ricevono da ciò un’illuminazione. Dicemmo che le cause di tali stati devono essere ricercate nelle rappresentazioni dimenticate, cadute dal complesso della coscienza, che sono sprofondate nel profondo e che — come incluse nella nostra vita emotiva — si manifestano come malattie. — Abbiamo sottolineato quale enorme significato abbia quel periodo che intercorre dalla nascita fino al momento in cui l’uomo può ricordare le sue esperienze, e fu sottolineato come quello che era stato dimenticato precedentemente continua a operare nell’organismo vivente, stipulando un patto con le forze più profonde dell’organizzazione e da lì esercita la sua influenza sulla nostra stessa organizzazione. Quindi un complesso di rappresentazioni, una serie di esperienze, deve sprofondare negli strati più profondi del nostro essere prima che possa intervenire nella nostra organizzazione. Abbiamo quindi sottolineato come questo sprofondamento accade nel modo più radicale quando l’uomo ha attraversato la porta della morte e vive l’ulteriore esistenza tra la morte e una nuova nascita. Allora tutte le esperienze si trasformano nelle loro qualità in forze che ora operano in modo organizzante. E quello che l’uomo ha sentito e provato nel tempo tra la morte e una nuova nascita, l’accoglie nelle forze plastiche che partecipano al nuovo edificio del corpo, quando l’uomo ora entra di nuovo nell’esistenza. Là egli ha ora nelle forze formative il risultato di quello che in precedenza aveva ancora nella sua vita emotiva, forse anche nella sua vita rappresentativa consapevole. E ora potevamo sottolineare come l’uomo, con la sua vita rappresentativa permeata dall’Io, oscilla tra due influenze: l’influenza luciferica e l’influenza ahrimanica. Quando l’uomo commette un’offesa provocata dalle proprietà del suo corpo astrale, da affetti cattivi, ira e simili, viene spinto ad azioni da potenze luciferiche. Quando allora tali azioni seguono quella strada appena indicata, che cioè diventano forze formative, le abbiamo nelle forze formatrici che ora stanno alla base della nuova corporeità come cause di malattia di carattere luciferico. Abbiamo quindi visto come l’uomo è sottoposto alle forze ahrimaniche, che agiscono più dall’esterno. E ancora dovemmo dire delle influenze ahrimaniche che si trasformano in forze formative, in forze strutturanti del nuovo organismo costruito, quando l’uomo attraversa la nascita nell’esistenza. E nella misura in cui le influenze di Ahriman si mescolano nelle forze formative, possiamo parlare di predisposizioni morbose di carattere ahrimanico. Allora abbiamo sottolineato in dettaglio come queste forze, che si sviluppano in questo modo, operano. E vi ho mostrato esempi radicali di questo operare, perché attraverso esempi radicali la rappresentazione diventa più chiara e nitida. Ho detto che si assuma che un uomo, nel precedente corso di vita, abbia fatto tutto ciò che poteva portarlo solo a un debole senso di sé e a una debole fiducia in sé, che abbia preparato il suo Io cosicché non avesse alcun peso, che si dissolvesse solo in generalità e così via. Un tale uomo, dopo la morte, accoglie la tendenza a superare quella resistenza e ad accogliere le forze che lo rendono capace di rendere il suo Io più forte e più perfetto nel corso ulteriore dell’incarnazione. Questo opera cosicché egli allora ricerca tali circostanze che gli rendono possibile lottare contro quello contro cui è bene lottare con un debole senso di sé, così che un debole senso di sé possa rafforzarsi sulla resistenza. Ed è vero che una tale tendenza conduce l’uomo a cercare occasioni di colera, perché in essa ha qualcosa di fronte a sé che gli offre l’occasione di superare quelle resistenze. E nel superamento di queste resistenze sta quello che, nella prossima incarnazione o anche nel caso di guarigione intervenuta nella stessa incarnazione, può condurre a un più forte senso di sé o a forze che permettono a un più forte senso di sé di maturare gradualmente attraverso l’autoeducazione. Abbiamo quindi detto che, nel caso di una malattia come la malaria, è data l’occasione di compensare quello che l’anima si è coltivata in una vita precedente come un eccessivo senso di sé attraverso le sue azioni e i suoi sentimenti. — Coloro tra voi che hanno partecipato alle precedenti considerazioni della nostra vita teosofica potranno illustrarsi un tale corso. È sempre stato detto che l’Io dell’uomo trova la sua espressione fisica nel sangue. Ora le due malattie di cui abbiamo appena parlato sono collegate al sangue e alle leggi del sangue; sono collegate cosicché nel caso del colera si verifica un ispessimento del sangue. Questo ispessimento è quello che deve essere designato come la resistenza che il debole senso di sé deve attraversare e su cui vuole educarsi. Allo stesso modo, potete illustrarvi che nel caso della malaria si verifica una sorta di disgregazione del sangue, e che un eccessivamente forte senso di sé ha bisogno della possibilità di essere ridotto all’assurdo: nella disgregazione del sangue un Io straordinariamente forte, nella sua tensione, viene ridotto al nulla. Ciò è offerto nella disgregazione del sangue. — Le cose sono naturalmente estremamente intimamente interconnesse nell’organismo; ma se vi addentrate in queste considerazioni, riuscirete a comprenderle.

Da tutto ciò risultò per noi: se abbiamo un organismo che è formato da un’anima che in sé ha la tendenza di superare questo o quello in una direzione o nell’altra, questa tendenza conduce l’uomo a imprimere in sé la possibilità della malattia, ma al contempo anche la possibilità di lottare contro la malattia, poiché la malattia è provocata da nessun’altra ragione se non quella di avere la possibilità della guarigione. E la guarigione interviene quando l’uomo, secondo il suo karma totale, attraverso il superamento della malattia in questione si appropria di tali forze che gli permettono di fare veramente progressi nella vita restante fino alla morte attraverso il suo lavoro sul piano fisico. Cioè, quando le forze da suscitare sono così forti che egli sul piano fisico può anche raggiungere quello per cui la malattia è stata provocata, allora l’uomo continua il suo lavoro proprio con le forze rafforzate che gli sono fluite dal processo di guarigione: forze che prima non possedeva. Ma se il suo karma totale è tale che, benché abbia avuto l’intenzione di strutturare il suo organismo in modo che, attraverso il superamento della malattia in questione, si procuri forze che lo conducono alla sua perfezione, però, poiché le cose sono molteplici, egli ha dovuto simultaneamente lasciar debole l’organismo in un’altra direzione, allora può verificarsi il caso che quelle forze che l’uomo produce e applica nel processo di guarigione lo rafforzino, però non fino al punto che egli sia già all’altezza di lavorare sul piano fisico. Allora utilizzerà quella parte che ha già acquisito — perché non è utilizzabile sul piano fisico — quando attraversa la porta della morte, e tenterà di aggiungere alle sue forze quello che non aveva potuto aggiungere sul piano fisico, per mostrare queste forze nella strutturazione del prossimo corpo quando entra di nuovo nella nascita.

Rimane ancora per noi, in vista di tutto ciò, di dare un’indicazione su come stiano le cose con quelle forme di malattia che non conducono né a una guarigione ordinaria né alla morte, ma a stati cronici, a una sorta di deperimento o simili. Qui c’è effettivamente qualcosa che, nel senso più eminente, è di grande importanza per la maggior parte dei popoli sapere. C’è il fatto che effettivamente, attraverso il processo di guarigione all’interno dei gusci corporei umani, è intervenuto quello che poteva solo essere raggiunto: dunque la malattia è stata superata. Ma in un altro senso non è stata superata; cioè, tutto quello che avrebbe dovuto essere creato come compensazione tra corpo eterico e corpo fisico è stato raggiunto, non però quello che era stato compensato come disarmonia presente tra corpo eterico e corpo astrale. Quello rimane indietro, e l’uomo oscilla avanti e indietro tra i tentativi di guarire e l’incapacità di guarire. In un tale caso è sempre di grande importanza particolare che l’uomo sfrutti al massimo quello che ha conseguito come guarigione reale. E questo accade minimamente nella vita. Perché proprio nel caso di quelle malattie che diventano croniche, l’uomo si trova in una specie di ballo circolare in cui giace. Se l’uomo, in un tale caso, fosse in grado di isolare la parte della sua organizzazione che ha sperimentato una certa guarigione, di lasciarla vivere per sé, e se da essa potesse ritirare quello che ancora turba e non è in ordine — che in un tale caso di solito giace più verso l’interno spirituale — allora l’uomo potrebbe molto aiutare se stesso. Ma contro questo agisce il più vario, in particolare il fatto che l’uomo, quando ha avuto una qualche malattia ed è rimasto uno stato cronico, vive continuamente sotto l’influenza di questo stato. Egli — se posso esprimermi rudemente — in effetti non può mai completamente dimenticare il suo stato, non arriva mai completamente a ritirare da questo stato quello che in lui non è ancora sano e a trattarlo per sé; piuttosto egli è spinto da quello che si può chiamare il continuo pensiero all’altra parte dell’organizzazione a ricondurre la sua parte sana in qualche relazione con la parte precedentemente malata e così a irritarla di nuovo. Questo è un processo particolare. E per chiarirvi questo processo, vorrei illustrarvi una volta il fatto spirituale-scientifico, quello che la coscienza chiaroveggente vede quando qualcuno ha attraversato una malattia e ha trattenuto qualcosa che si può designare come qualcosa di cronico. Lo stesso accade d’altronde anche quando non c’era un’acuta malattia particolarmente evidente, ma quando si instaura qualcosa di cronico senza che un’acutezza sia stata particolarmente notata. Allora si può effettivamente vedere che, nella maggior parte dei casi, si produce un certo instabile stato di equilibrio tra il corpo eterico e il corpo fisico, un’oscillazione avanti e indietro di forze come non dovrebbe essere, in cui tuttavia si può vivere. In questa oscillazione avanti e indietro di forze del corpo eterico e del corpo fisico, la persona interessata è continuamente irritata e così riempita di continui stati di eccitazione. La coscienza chiaroveggente vede continuamente questi stati di eccitazione emergere nel corpo astrale; e questi stati di eccitazione si spingono continuamente dentro alla parte mezzo malata e mezzo sana dell’organizzazione, per cui allora non si produce un equilibrio stabile ma un equilibrio instabile. Attraverso questa penetrazione degli stati di eccitazione astrali la condizione umana, che altrimenti potrebbe essere molto migliore, è effettivamente molto peggiorata. Vi prego di considerare che l’astrale, in questo caso, non coincide con la coscienza, ma coincide preferibilmente con quello che sono eccitazioni emotive interne, che però il paziente non vuole ammettere a se stesso. Poiché in un tale caso manca l’inibitore delle rappresentazioni, questi stati e affetti, gli scuotimenti emotivi, i continui stati di fastidio, di insofferenza verso se stessi, non sempre agiscono come forze consapevoli, ma come forze organizzanti, come forze vitali che risiedono nell’essenza più profonda dell’uomo e continuamente irritano la parte mezzo sana mezzo malata. Potesse allora il paziente interessato veramente, attraverso una forte volontà, attraverso la cura dell’anima, portarsi almeno per un certo tempo a dimenticare il suo stato, egli trarrebbe da ciò una tale soddisfazione che potrebbe allora già da questa soddisfazione trarre la forza per continuare. Se potesse dimenticare il suo stato, allontanarsi completamente da esso, dire con forte volontà: non mi voglio preoccupare adesso del mio stato! — e se poi impiegasse le forze dell’anima così libere su un contenuto spirituale che l'eleva, che lo nutre spiritualmente nella sua anima, se queste forze che altrimenti sempre si occupano di vivere i sentimenti del dolore, della pressione e della puntura e tutto quello che c’è, diventassero libere, allora ciò gli procurerebbe una grande soddisfazione. Perché quando non viviamo questi sentimenti, le forze sono libere; allora sono disponibili. Certo, non aiuta molto se si dice semplicemente che non si vuol notare questo pizzicchio e puntura e così via; perché se non si impiegano le forze che così si liberano in qualcosa di spirituale, i precedenti stati torneranno presto. Ma se si impiegano le forze diventate libere in un contenuto spirituale che occupa completamente l’anima, allora si noterà che si raggiunge, in un modo complicato, quello che altrimenti la nostra organizzazione raggiunge da sé senza il nostro contributo nel superamento del processo di malattia. È naturale che colui che è interessato deve attentamente fare in modo di non riempire la sua anima in un modo che si ricollega direttamente a quello che è la sua malattia. Se qualcuno, per esempio, soffre di una debolezza dei suoi occhi, e per non pensare alla debolezza dei suoi occhi si occupa di leggere molto per ricevere forze spirituali, allora è naturalmente evidente che questo non può condurlo allo scopo. Ma non dovete permettervi di cercare così lontano i cosiddetti piccoli esempi di questo. Ognuno può notare in se stesso, quando ha un piccolo malessere, quanto gli giova se riesce a un dimenticamento del suo malessere, specialmente a un tale dimenticamento prodotto da un’occupazione diversa. Questo è dunque un oblio positivo e sano! Qui avete già un’indicazione che non siamo completamente impotenti contro gli effetti karmici delle nostre offese in vite precedenti che si esprimono in malattie. Perché dobbiamo dire a noi stessi: se ammettiamo che quello che, nella vita tra la nascita e la morte, è sottoposto a giudizio morale, sentimentale e intellettuale non può penetrare così profondamente in una vita da diventarne causa di una malattia organica, che però può penetrare così profondamente nel tempo dopo la morte fino alla nuova nascita da creare malattia, allora dovrebbe essere possibile trasformare questo processo indietro in un processo di coscienza!

La domanda può essere posta anche così: se le malattie si vivono come un effetto karmico di esperienze spirituali o altre, provocate o provate dall’anima, se dunque sono la trasformazione di tali cause, non possiamo allora anche pensare — o i fatti spirituali non ci dicono nulla al riguardo — che il prodotto di trasformazione, la malattia, sia evitabile, evitabile nella misura in cui, al posto del processo di guarigione, al posto di quello che viene estratto dalle regioni organiche come malattia per la nostra educazione, poniamo il suo equivalente spirituale, il suo controparte spirituale? Che noi, se abbastanza intelligenti, trasformiamo la malattia in un processo spirituale e che l’autoeducazione, che dovremmo eseguire attraverso la malattia, l’eseguiamo attraverso le forze della nostra anima?

Che una cosa del genere appartenga alla sfera dei fatti, vorrei illustrare ancora una volta con un esempio. Di nuovo però deve essere detto che solo quegli esempi sono riportati che sono stati ricercati dalla scienza dello spirito; non sono supposizioni, ma casi. Perciò non potete aspettarvi da me una completezza — poiché non vengono poste ipotesi, ma casi che come tali devono essere accettati. Ammettiamo che nel corso della vita una personalità contragga il morbillo, e cerchiamo il nesso karmico di questo caso. Troviamo che questo caso di morbillo si è presentato come un effetto karmico di quegli eventi in una vita precedente che possiamo descrivere pressappoco così: la personalità interessata, in una vita precedente, era tale da non curarsi volentieri del mondo esteriore, non nel senso grossolanamente egoistico, ma pure molto occupata con se stessa; una personalità dunque che aveva ricercato molto, riflettuto molto, ma non sui fatti del mondo esteriore: era rimasta nella vita emotiva interna. Trovate anche oggi molte persone che credono di poter arrivare alla soluzione degli enigmi cosmici attraverso il chiudersi in se stessi, attraverso il rimuginare e così via. Nella personalità che intendo, si trattava del fatto che essa cercava di far fronte alla vita così da rimuginare interiormente su come ci si dovrebbe comportare in questo o quel caso. La debolezza dell’anima che ne risultò nel corso della vita condusse al fatto che, nel tempo tra la morte e una nuova nascita, furono generate forze che esposero l’organismo, ancora in un tempo di vita relativamente tardi, a un attacco di morbillo.

Adesso possiamo chiederci: da una parte abbiamo l’attacco di morbillo, che è l’effetto fisico-karmico di una vita precedente. Ma come stanno le cose con lo stato dell’anima? Poiché la vita precedente dà come effetto karmico anche un certo stato dell’anima.

Questo stato dell’anima si presenta cosicché la personalità interessata, nel corso della vita in cui aveva anche l’attacco di morbillo, era continuamente e ripetutamente sottoposta a inganni di sé. Quindi dovete considerare gli inganni di sé come l’effetto spirituale-karmico di questa vita precedente, e l’insorgere del morbillo come l’effetto fisico-karmico di quella vita.

Ammettiamo ora che a questa personalità fosse riuscito, prima che l’attacco di morbillo si presentasse, di fare qualcosa per migliorarsi radicalmente, cioè di acquistare una tale forza d’anima da non essere più esposta a tutti i possibili inganni di sé. Allora questa forza d’anima così educata avrebbe condotto al fatto che la malattia del morbillo avrebbe potuto non verificarsi, perché quello che nell’organismo era già stato provocato nella formazione di questa organizzazione avrebbe trovato il suo compenso attraverso le più forti forze d’anima coltivate attraverso l’autoeducazione. Naturalmente non posso parlare per mezzo anno di queste cose; ma se guardate ampiamente nella vita e considerate tutti i dettagli che si presentano come esperienze da questo punto di partenza qui dato, troverete sempre che la conoscenza esterna confermi pienamente — fino nei minimi dettagli — quello che è stato detto qui. E quello che ho appena detto circa una malattia di morbillo può condurre a punti di vista che spiegano perché il morbillo appartiene proprio alle comuni malattie infantili. Poiché le proprietà che sono state nominate si presentano in molte vite. Particolarmente in certi periodi di tempo hanno infierito in molte vite. E quando una tale personalità entra nell’esistenza, vorrà praticare la correzione il più rapidamente possibile su questo campo, e nel tempo tra la nascita e la comparsa ordinaria delle malattie infantili, per praticare un’autoeducazione organica, attraversare il morbillo; perché di un’educazione spirituale di solito non può esservi discorso a questa età.

Da ciò vedete che possiamo realmente dire che la malattia, in un certo rapporto, può essere trasformata di nuovo in un processo spirituale. E questo è infinitamente significativo: quando questo processo viene assunto dall’anima come massima della vita, produce una visione che agisce sanante sull’anima. Nel nostro tempo non ci si deve meravigliare particolarmente che si possano influenzare così poco le anime. E colui che comprende il tempo da un punto di vista di scienza dello spirito comprenderà che così molti medici, così molti dottori possono diventare materialisti, cioè disperare di un’influenza spirituale. Poiché la maggioranza della gente non si occupa affatto di qualcosa che abbia una forza fecondante. Tutte quelle cose che oggi passano attraverso la letteratura ordinaria non hanno alcuna forza fecondante per le anime. Perciò colui che vuol operare per la scienza dello spirito sente in questa opera teosofica qualcosa in senso eminentemente sanante, perché il sapere di scienza dello spirito può portare all’umanità qualcosa che si riversa così nelle anime che l’anima viene attratta da quello che forma l’organizzazione fisica. Non bisogna però confondere quello che appare all’inizio di un tale movimento con quello che il movimento realmente può essere.

Effettivamente nella scienza dello spirito vengono introdotte cose che infieriscono anche nel mondo esteriore: cioè quando le persone diventano seguaci della scienza dello spirito, portano spesso esattamente gli stessi interessi verso la scienza dello spirito che hanno verso le cose esterne, e anche tutti i difetti che hanno esternamente. Molto viene importato dai lati oscuri della nostra epoca. Poi però, quando si mostrano alcuni lati oscuri nelle persone interessate, si dice che la scienza dello spirito l’ha provocato. Naturalmente questo è un espediente molto facile!

Quando vediamo il filo karmico così snodarsi da un’incarnazione all’altra, abbiamo soltanto colto la verità corrispondente da un lato. A colui che sviluppa il sentimento per il modo in cui il filo karmico si snoda da incarnazione a incarnazione sorgeranno ancora molte domande che dovranno essere affrontate nel corso delle conferenze. Soprattutto deve essere affrontata la domanda: come distinguere tra una malattia per cui si può indicare una causa esterna e una malattia che poggia interamente nella predisposizione nell’organizzazione umana stessa, così che si crede di poterla liquidare dicendo che la malattia è venuta completamente da sé e non vi è una causa esterna. — Le cose non stanno esattamente così. Ma da un certo punto di vista è giusto dire che si presentano malattie per cui l’uomo è particolarmente disposto dal suo interno. Per numerose manifestazioni di malattia si possono invece indicare cause esterne. Naturalmente non per tutto quello che ci capita, ma per molto di quello che ci accade dall’esterno; per esempio, se ci rompiamo una gamba dobbiamo invocare cause esterne. Dobbiamo anche contare tra le cause esterne quello che accade attraverso le condizioni atmosferiche, e similmente i numerosi casi di malattia le cui cause devono essere ricercate nelle cattive abitazioni urbane. Qui si apre di nuovo un vasto campo. E per chi guarda il mondo con esperienza, è anche ora comprensibile che l’odierna tendenza moderna della medicina arrivi a cercare le cause di malattia negli influssi esterni, particolarmente nei bacilli, riguardo a che una persona intelligente non ha del tutto torto nel dire:

Oggi le malattie vengono dai bacilli, come si diceva allora, le malattie vengono da Dio o dal Diavolo. Nel 13º secolo si diceva che le malattie vengono da Dio, nel 15º secolo si diceva che vengono dal Diavolo. Più tardi si diceva che vengono dagli umori, e oggi si dice che le malattie vengono dai bacilli. Queste sono le visioni che si sono succedute nel corso dei tempi.

Così dobbiamo parlare di cause esterne della malattia o della salute umana. E qui l’uomo attuale può facilmente essere tentato di usare una parola che in fondo è molto adatta a portare disordine in tutta la nostra visione del mondo. Quando qualcuno che era completamente sano prima entra in una regione infettata da influenza o difterite, e poi si ammala, l’uomo attuale sarà certamente incline a dire che la persona interessata ha assunto il germe della malattia dal fatto che è entrata in quella regione; e allora facilmente userà la parola caso. Di influssi casuali si parla facilmente oggi. — La parola caso è proprio una croce per ogni visione del mondo. E finché non si tenta nemmeno di chiarirsi un po’ su quello che così facilmente si designa con la parola caso, non si potrà nemmeno progredire verso una visione del mondo alquanto soddisfacente. Così arriviamo ora al punto di partenza del capitolo «Malattie naturali e casuali dell’uomo». Ma non può stare diversamente se non che oggi cerchiamo di fare un po’ di luce sulla parola caso in modo introduttivo.

Non è forse il caso stesso qualcosa che dovrebbe rendere diffidenti riguardo a quello che l’uomo oggi facilmente se ne pensa? Ho già una volta sottolineato che un uomo intelligente, nel 18º secolo, non aveva completamente torto quando, riguardo all’usanza di erigere monumenti a grandi scopritori, inventori e così via, disse che, se si considera il corso storico obiettivamente, si dovrebbe erigere la stragrande maggioranza dei monumenti al «caso»! E stranamente: se ci si addentra nella storia, si possono fare scoperte meravigliose su quello che si nasconde dietro il caso. Vi ho raccontato che l’invenzione del telescopio è dovuta al gioco che i bambini hanno praticato con le lenti ottiche in una bottega ottica; una costellazione così si realizzò attraverso cui qualcuno realizzò il telescopio. Si potrebbe anche indicare la celebre lampada nel Duomo di Pisa, che già prima, davanti a migliaia e migliaia di persone, ha compiuto le sue oscillazioni con la stessa regolarità come prima di Galilei. Ma solo Galilei provò come le oscillazioni coincidevano con il corso della sua circolazione sanguigna, e così arrivò alla scoperta delle leggi del pendolo. Se non avessimo avuto le leggi del pendolo, tutta la nostra vita culturale avrebbe avuto un aspetto diverso. Tentate, se non potete cercare un significato nello sviluppo dell’umanità, e se allora ancora vorreste dire che solo il caso ha regnato, per esempio con Galilei, e l’ha portato a questa scoperta importante. Ma prendiamo un altro caso.

Pensiamo a cosa significa la traduzione della Bibbia di Lutero per i paesi di cultura del mondo europeo. Chiariamoci quale profondo influsso ha avuto sui sentimenti e i pensieri religiosi, e d’altra parte sulla formazione di quello che chiamiamo la lingua scritta tedesca. Voglio solo esporre il fatto senza dire come si deve pensare su di esso; voglio sottolineare solo che ha avuto questo profondo influsso. Voi dovete però tentare di vedere un significato in quell’educazione dell’umanità che è stata causata per vari secoli dalla traduzione della Bibbia di Lutero. Se tentate di vedervi un significato, affiancate allora a quello che potete dire così intelligentemente come possibile riguardo al significato dello sviluppo dal 16º al 17º secolo il seguente fatto:

Lutero, fino a un certo momento della sua vita, si è occupato profondamente di tutto quello che poteva condurre la sua propria personalità a una sorta di filiazione divina attraverso la lettura della Bibbia. Era passato dall’abitudine degli Agostiniani di leggere preferibilmente i Padri della Chiesa al godimento della lettura della Bibbia stessa. Ma tutto parlava allora per il fatto che nella sua anima dovesse accendersi la filiazione divina in un sentimento comprensivo. E da questo punto di vista egli svolgeva il suo incarico teologico nel primo periodo di Wittemberg. Il fatto che ora voglio sottolineare è che Lutero aveva una certa avversione a procurarsi il titolo di dottore in teologia, e che in una conversazione casuale, quando era seduto con un vecchio amico del chiostro agostiniano di Erfurt, fu veramente persuaso a conseguire il berretto di dottore in teologia. Ma ciò significava per lui uno studio ripetuto della Bibbia. Così la seduta casuale con il suo amico ha condotto a uno studio ripetuto della Bibbia, e poi a tutto quello che da essa è risultato.

Tentate di mantenere insieme il significato per quello che è stato indicato per gli ultimi secoli con il fatto che Lutero una volta si è seduto con quel suo amico e si è lasciato persuadere a conseguire il berretto di dottore in teologia: allora vi sentirete costretti a fare una singolare giustapposizione grottesca tra il significato dello sviluppo e l’evento casuale.

Quello che innanzitutto leggerete da ciò che è stato detto è che forse la significazione del caso si comporta in modo diverso da quello che ordinariamente si pensa. Ordinariamente si pensa che il caso sia qualcosa che dalle leggi naturali, dalle leggi della vita in generale non possa essere completamente spiegato, che formi una sorta di eccesso rispetto a quello che può essere spiegato. Prendete ora il fatto che è già stato di grande aiuto alla nostra comprensione di molti lati della vita: l’uomo, nella sua individualità, fin dal suo essere terreno era sottoposto ai due poteri del principio luciferico e del principio ahrimanico. Queste forze e questi principi continuamente giocano nell’uomo, mentre le forze luciferiche operano più nel fatto che afferrano l’interno del corpo astrale dell’uomo, mentre le forze ahrimaniche operano più attraverso quello che l’uomo riceve come impressioni esterne. Nelle impressioni esterne che riceviamo dal mondo esterno siedono le forze ahrimaniche; e in quello che sorge nella nostra anima come piacere o dispiacere, come affetti e così via, siedono le forze luciferiche. Ora sia il principio luciferico che ahrimanico ci conducono a darci a illusioni; il principio luciferico conduce al fatto che ci diamo a illusioni riguardo al nostro interno, che possiamo giudicare erroneamente il nostro interno, che possiamo vedere un’illusione nel nostro interno. Non vi sarà difficile, se considerate la vita ragionevolmente, diventare consapevoli di questa Maya nella vostra stessa vita emotiva. Tentate di considerare come infinitamente spesso l’uomo si racconta che fa questo o quello per questo o quel motivo. Ma lo fa ordinariamente per una ragione completamente diversa che giace molto più in profondità; spiega però a se stesso, nella sua consapevolezza superiore, in un modo completamente diverso l’azione a cui è spinto da ira e passione. Specialmente tenta di decretare lontano da sé quello che non è stimato nel mondo. E quando l’uomo è spinto a qualcosa da affetti abbastanza egoistici, spesso potete sperimentare che appende un mantello non egoistico ai suoi impulsi grossolanamente egoistici e spiega perché è dovuto accadere. Ma di solito l’uomo stesso non sa che procede così. Se lo sa, ordinariamente inizia già l’inizio di un miglioramento con un certo sentimento di vergogna. Il peggio è che l’uomo viene spinto dalla profondità della sua anima a qualcosa — e poi si inventa un motivo per cui avrebbe compiuto l’azione interessata. Anche i moderni psicologi hanno già notato ciò. Ma solo perché oggi è presente così poca educazione psicologica, sorgono distorsioni così grottesche di tali verità come nel caso degli attuali psicologi materialisti. Arrivano a interpretazioni molto strane della vita. Colui che, come ricercatore spirituale, nota un tale fatto, naturalmente lo comprenderà nel suo vero significato e lo caratterizzerà cosicché, in realtà, due cose cooperano: la consapevolezza, e quello che, come motivi più profondi, sotto la soglia della consapevolezza governa. Ma se un materialista lo nota, egli tratterà la cosa diversamente. Allora immediatamente si inventa una teoria sulla differenza tra la scusa che l’uomo si assume per un’azione e il vero motivo. — Se per esempio uno psicologo parla dei suicidi scolastici così frequentemente registrati oggi, dice che quello che è addotto come scusa non sia il vero motivo; i veri motivi starebbero molto più in profondità: starebbero per lo più in una vita sessuale deviata. Questi sarebbero trasformati così che allora alla consapevolezza si fingono questi o quei motivi.

Una cosa del genere può spesso essere giusta. Ma solo chi fosse toccato un poco da un vero modo di pensare psicologico più profondo non la trasformerebbe mai in una teoria comprensiva. Una tale teoria può facilmente essere confutata, perché la persona interessata dovrebbe considerare: se il caso sta realmente così che la scusa non è nulla e il motivo è tutto, allora si dovrebbe poterlo applicare anche a questo psicologo stesso e dire: allora anche per te quello che qui esponi e sviluppi come teoria è solo una scusa; se cerchiamo motivi più profondi, allora forse i motivi che indichi sono esattamente della stessa natura. — Se uno psicologo del genere avesse seriamente imparato perché un giudizio è impossibile se costruito secondo una conclusione come: «Tutti i cretesi sono bugiardi» — e che un tale giudizio è scorretto se è un cretese stesso a dirlo; se avesse imparato il motivo di ciò, avrebbe anche imparato che strani circoli conclusivi risultano dal fatto che, su certi campi, si possono ricondurre affermazioni a se stesse. Ma c’è semplicemente così poca reale educazione profonda in tutta la gamma della nostra letteratura. Perciò le persone ordinariamente non notano più quello che essi stessi fanno. Perciò è proprio necessario per la scienza dello spirito che tali confusioni logiche vengano evitate in ogni direzione. I filosofi moderni che si occupano di scienza dell’anima sono i meno capaci di evitare tali confusioni logiche. E il nostro esempio è un tipico per ciò. Vediamo da esso i trucchi che le influenze luciferiche giocano agli uomini, così che trasformano loro la vita emotiva in una Maya e così possono fingere a se stessi motivi completamente diversi da quelli che realmente regnano nel loro interno.

Su questo campo l’uomo dovrebbe tentare di esercitare un’autoeducazione più rigorosa. Oggi la parola ordinariamente si usa molto facilmente. Ma questa parola è anche un terribile seduttore. E se la parola suona solo bella e fa un poco l’impressione che una proposizione rappresenti un’azione benefica, allora il suono bello della proposizione stesso sarà il seduttore a credere che il motivo interessato sia nell’anima, mentre in verità il principio egoistico può stare dietro, di cui la persona interessata non ha nemmeno bisogno di avere un’idea, poiché non ha affatto la volontà di praticare vera conoscenza di sé. Così vediamo Lucifero operare da un lato. Come opera Ahriman d’altro canto?

Ahriman è il principio che si mescola nelle nostre percezioni e di fuori fluisce in noi. Ora Ahriman opera nel modo più forte nei casi in cui abbiamo il sentimento: qui il tuo pensiero non riesce più; lì sei su un punto critico col tuo pensiero, lì il pensiero si prende come in un groviglio di pensieri. — Allora il principio ahrimanico afferra l’occasione di penetrare in noi come attraverso una fessura del mondo esteriore. Se seguiamo il corso degli eventi mondiali e guardiamo gli eventi più evidenti, se per esempio risaliamo alla fisica attuale fino al momento in cui Galilei sedeva davanti alla oscillante lampada della chiesa nel Duomo di Pisa, possiamo tessere una rete di pensiero su tutti gli eventi che facilmente ci spiega la cosa: ovunque le cose diventeranno per noi intelligibili. Ma là, al punto dove arriviamo alla oscillante lampada della chiesa, i nostri pensieri si aggrovigliano. Là è la finestra dove le forze ahrimaniche più fortemente penetrano in noi, e là il nostro pensiero cessa di capire dalle apparenze quello che ragione e comprensione possono mettere nella cosa. Ma là siede anche quello che si chiama il caso. Esso siede là dove Ahriman ci diventa più pericoloso. Quelle apparenze che l’uomo chiama casuali sono quelle da cui è più facilmente ingannato dall’influsso ahrimanico.

Così l’uomo imparerà a comprendere che non sta nella natura dei fatti se da qualche parte viene portato a parlare di caso, ma che sta in lui, nel suo sviluppo. E dovrà gradualmente educarsi a penetrare Maya e illusione, cioè a penetrare le cose là dove

Ahriman agisce più fortemente. E proprio dove dobbiamo parlare di cause di malattia importanti e di una luce che dovrebbe diffondersi su molti decorsi di malattia, avremo bisogno di attaccare i fenomeni da questo lato. Cercheremo prima di comprendere in che misura non sia caso quando un uomo guida esattamente quel treno ferroviario in cui può perire, o come stanno le cose attraverso cui un uomo, proprio in un certo tempo, è esposto a un germe di malattia proveniente dall’esterno o a un’altra causa di malattia. E se possiamo perseguire le cose con una conoscenza affinata, saremo in grado di comprendere ancora più profondamente la vera essenza e l’intero significato della malattia e della salute per la vita umana.

Ho dovuto oggi mostrare in modo più dettagliato come, nel profondo dell’uomo, Lucifero conduce all’illusione, e come Ahriman si mescola nelle percezioni esterne e lì conduce a Maya; come sia un’azione di Lucifero quando l’uomo si finge un falso motivo, e come la falsa assunzione di fronte al mondo dei fenomeni — l’inganno attraverso Ahriman — ci conduce all’assunzione di un caso. Dovevo creare questo fondamento prima di poter mostrare come gli eventi karmici, i risultati della vita precedente, operino nell’uomo anche là e spieghino anche i fenomeni dove apparentemente circostanze esterne casuali agiscono nella produzione di malattie.

6°Gli incidenti della vita in relazione al karma

Amburgo, 21 Maggio 1910

Che una regolarità karmica possa operare quando, nel senso suggerito ieri e l’altro ieri, la causa della malattia si manifesta dal profondo dell’uomo, questo facilmente comprenderemo. Ma se la causa della malattia opera in un certo senso dall’esterno — e per quanti e quali motivi oggi la scienza ricerca la causa della malattia fuori di noi, nell’infezione — se dunque l’attenzione principale deve essere rivolta a una causa esterna della malattia, che allora la regolarità karmica — ciò che l’uomo si porta con sé come effetti delle esperienze e delle azioni della sua vita precedente attraverso la nascita — possa operare anche nel modo di procurare queste cause esterne di malattia, questo a molti ancora, e a ragione, sembra meno comprensibile. Tuttavia, se continuiamo a seguire ulteriormente l’essenza stessa del karma, non impareremo soltanto come le cause esterne possano collegarsi a ciò che abbiamo sperimentato e compiuto in vite precedenti, bensì comprenderemo pure che i disastri esterni della vita che ci colpiscono, cioè gli eventi che oggi così volentieri si chiamano casuali, possono stare in una connessione secondo legge con il corso delle vite passate. Certamente, dovremo penetrare ancora più profondamente nella natura intera dell’essere umano, se vogliamo illuminare proprio tali condizioni, che sono, per così dire, oscurate da tutta la nostra visione umana.

Abbiamo chiuso ieri mostrando come il caso sempre, in realtà, in una forma velata, ci presenta l’evento esterno, poiché nei luoghi dove parliamo di caso la possibilità dell’inganno esterno, prodotto dalle potenze ahrimaniche, è massima. Ora vogliamo presentare davanti a noi, in singoli casi, il formarsi di tali casualità, cioè di tali eventi che nella vita ordinaria si denominano «casualità».

Per questo è necessario che innanzitutto ci teniamo presente una legge, una verità, una conoscenza: nella vita molte cose che designiamo con l’espressione «che provengono dall’interno», «che provengono dall’interno dell’uomo», si rivestono già propriamente di un inganno, perché molte cose che dapprima crediamo siano causate all’interno dell’uomo, quando veramente superiamo l’illusione, già devono essere designate come qualcosa che fluisce dall’esterno verso l’interno. E questo ci si presenta sempre dove abbiamo a che fare con tutte quelle esperienze dell’uomo, tutti quegli effetti sull’uomo, che comprendiamo sotto il nome di «caratteri ereditari». I caratteri ereditari, che ci si presentano come se li avessimo soltanto perché li avevano anche i nostri antenati, possono apparirci nel massimo grado come se ci fossero capitati senza nostra colpa, senza nostro intervento. E possiamo facilmente giungere a una falsa distinzione fra ciò che portiamo con noi dalle nostre incarnazioni precedenti e ciò che abbiamo ereditato da genitori o antenati. Ma il rientrare in un’incarnazione non avviene affatto come se fossimo spinti senza alcuna motivazione che si colleghi al nostro interno verso questo o quel genitore, verso questo o quel popolo, in questa o quella regione. Già riguardo ai caratteri ereditari, che certamente non rientrano nel campo delle malattie, non dobbiamo presupporre nulla di simile, bensì dobbiamo dirci: se per esempio in una famiglia, come quella del musicista Bach, furono generati attraverso molte generazioni sempre e di nuovo musicisti minori e maggiori — uno è di solito più eminente, ma nella famiglia Bach furono generati più di venti musicisti più o meno dotati — si potrebbe facilmente credere di aver a che fare con la pura linea ereditaria: che cioè i caratteri vengono ereditati dai progenitori, e che l’uomo, proprio perché tali caratteri sono presenti, sviluppa certe proprietà portate da incarnazioni precedenti in talenti musicali. Ma non è così, la cosa si presenta bensì completamente diversamente.

Supponiamo che qualcuno, in una vita fra la nascita e la morte, avesse occasione di ricevere molte impressioni musicali. Queste impressioni musicali gli passarono davanti in questa vita, semplicemente per la ragione che non aveva un orecchio musicale. Altre impressioni della sua vita non gli passeranno davanti nello stesso modo, perché ha proprio organi costruiti in modo che può trasformare le esperienze e le impressioni in facoltà proprie. Perciò potremo dire: un uomo ha nella sua vita tali impressioni che può trasformare, grazie alla costituzione che ha ricevuto dalla sua nascita precedente, in facoltà e talenti; altre impressioni ha, che per il suo karma totale, perché non ha ricevuto attraverso questo le corrispondenti costituzioni, non può trasformare nelle corrispondenti facoltà. Ma queste rimangono, rimangono immagazzinate e si trasformano nel tempo fra la morte e la nuova nascita nella particolare tendenza di attuarsi nella prossima incarnazione. E questa tendenza spinge l’uomo a cercare, nella vita seguente, la sua corporeità proprio in una famiglia che possa dargli le corrispondenti costituzioni. Se quindi qualcuno ha ricevuto molte impressioni musicali e non ha potuto trasformarle, a causa di un orecchio non musicale, in facoltà o godimenti musicali, proprio questa impossibilità farà emergere nella sua anima la tendenza a penetrare in una famiglia che possa trasmettergli un orecchio musicale. Così comprendiamo che, se in una famiglia la struttura dell’orecchio si eredita come pure la forma esterna del naso, tutti quegli individui si concentreranno in questa famiglia che proprio bramano — in conseguenza della loro incarnazione precedente — il possesso di un orecchio musicale. E così vediamo che l’uomo, in realtà, non ha «casualmente» ereditato in qualche incarnazione un orecchio musicale o simile, bensì che ha cercato questi caratteri ereditari, veramente li ha cercati.

Se osserviamo ora un tale uomo dal momento della sua nascita, ci apparirà come se l’orecchio musicale fosse in lui una proprietà nel suo interno. Ma se portassimo le nostre considerazioni prima della sua nascita, troveremmo come l’orecchio musicale, che ha prima cercato, è qualcosa che gli è venuto incontro dall’esterno. Prima della nascita o del concepimento l’orecchio musicale non era qualcosa che era nel suo interno, ma c’era solo la tendenza a essere spinto verso un tale orecchio. Lì l’uomo ha attratto a sé qualcosa di esterno. Prima della reincarnazione la proprietà che poi chiameremo ereditata era qualcosa di esterno: è venuta incontro all’uomo, vi si è precipitato. Con l’incarnazione diventa allora qualcosa di interno e si presenta nel profondo di questo uomo. — Quindi, se parliamo di «costituzioni ereditarie», ci abbandoniamo di nuovo a un inganno, che consiste nel fatto che non consideriamo qualcosa che è diventato interno nel momento in cui era ancora esterno.

Domandiamoci ora se non potrebbe essere così, come in questo caso che abbiamo appena esposto, anche riguardo agli eventi esterni che intervengono durante la nostra vita fra la nascita e la morte: che anche lì qualcosa di esterno potrebbe trasformarsi in interno? — Non potremmo rispondere a questa domanda se non penetrassimo ancora più profondamente, di quanto fatto finora, l’essenza della malattia e della salute. Abbiamo esposto varie cose per caratterizzare la malattia e la salute, e sapete che non definisco bensì cerco, poco a poco, di descrivere le cose, aggiungendo sempre più caratteristiche alle cose, affinché diventino gradualmente comprensibili. Quindi ora vogliamo aggiungere altri caratteri a quelli già acquisiti.

Dobbiamo confrontare la malattia e la salute con qualcosa che appare nella vita normale; allora troveremo qualcosa di ancora più profondo, cioè il confronto con il sonno e la veglia. Cosa accade nell’essere umano quando gli stati quotidiani di veglia e sonno si alternano? Sappiamo che, nell’addormentarsi nel letto, si lasciano indietro il corpo fisico e il corpo eterico, e che escono dal corpo fisico e dal corpo eterico il corpo astrale e l’Io. Quindi l’addormentarsi è per noi un’estrazione dell’Io e del corpo astrale dal corpo fisico e dal corpo eterico; il risveglio invece è un rientrare del corpo astrale e dell’Io nel corpo fisico e nel corpo eterico. Ogni mattina al risveglio, dunque, l’uomo s’immerge nei suoi corpi fisico ed eterico con quello che è come uomo interiore, come corpo astrale e come Io. Cosa accade ora riguardo a quello che si svolge nell’essere umano come esperienza nell’addormentarsi e nel risveglio?

Se volgiamo lo sguardo al momento dell’addormentarsi, esso si presenta a noi in modo che tutte le esperienze che fluiscono avanti e indietro nella nostra vita dal mattino alla sera, tutte soprattutto le esperienze dell’anima — piacere e dolore, gioia e sofferenza, passioni, rappresentazioni e così via — sprofondano in un inconscio. Noi stessi, nella vita normale, quando dormiamo, siamo abbandonati a un inconscio. Perché diventiamo inconsci con l’addormentarsi? — Sappiamo che durante lo stato di sonno siamo circondati da un mondo spirituale, così come nello stato di veglia siamo circondati dalle cose e dai fatti del mondo fisico-sensibile. Perché non vediamo questo mondo spirituale? Nella vita ordinaria normale non vediamo i fatti spirituali e le cose spirituali che sono intorno a noi, per la ragione che per noi questo vedere, dato lo sviluppo attuale dell’umanità, dal momento dell’addormentarsi fino al momento del risveglio sarebbe pericolosissimo. Nel momento in cui l’uomo, oggi, passerebbe consciamente nel mondo che lo circonda fra l’addormentarsi e il risveglio, certamente il suo corpo astrale, che ha subito il suo pieno sviluppo durante l’antico periodo lunare, si diffonderebbe nel mondo spirituale; ma non potrebbe farlo l’Io, che deve svilupparsi appunto durante il tempo terrestre e sarà completamente sviluppato alla fine del tempo terrestre. L’Io non è ancora così completamente sviluppato da poter spiegare la sua piena attività dal momento dell’addormentarsi al momento del risveglio.

Accade con l’Io così, che potremmo paragonare lo stato in cui cadrebbe se l’uomo si addormentasse consapevolmente al fatto che diciamo: supponiamo di avere una piccolissima goccia di liquido colorato, la portiamo in un bacino d’acqua e la lasciamo distribuire. Allora non si vedrà più nulla del colore di questa goccia, perché si dovrà dissolvere nell’intera massa. — Qualcosa di simile accade quando l’uomo, nell’addormentarsi, esce dal corpo fisico e dal corpo eterico. Il corpo fisico e il corpo eterico sono ciò che tiene insieme tutta l’essenza umana. Nel momento in cui il corpo astrale e l’Io lasciano i due corpi inferiori, si tendono in tutte le direzioni, hanno solo la tendenza a espandersi continuamente. Succederebbe così all’Io che verrebbe dissolto, e l’uomo si troverebbe davanti le immagini del mondo spirituale, ma non potrebbe seguirle con quelle forze che solo il suo Io può spiegare — poiché l’Io sarebbe dissolto — cioè con i poteri del giudizio e la capacità concettuale e così via; non potrebbe cioè seguirle con la stessa coscienza con cui segue gli stati della quotidianità. Sarebbe fuori di sé, verrebbe strappato avanti e indietro, nuotando senza essenza e senza direzione sul mare delle impressioni astrali. Per questa ragione, perché l’Io non è ancora abbastanza forte nello stato normale dell’uomo, l’Io continuerà a reagire sul corpo astrale e gli impedirà di entrare consapevolmente nella sua vera patria, nel mondo spirituale, fino a quando l’Io stesso sarà in grado di andare dappertutto dove penetra il corpo astrale. Quindi ha un buon significato che perdiamo la coscienza nell’addormentarci. Non potremmo preservare il nostro Io. Potremo preservarlo adeguatamente solo quando lo sviluppo terrestre avrà raggiunto la sua fine. Perciò neanche possiamo essere capaci di sviluppare il nostro corpo astrale riguardo alla sua capacità di coscienza.

Esattamente l’opposto si verifica quando l’uomo si sveglia. Quando si sveglia e s’immerge nel corpo fisico e nel corpo eterico, dovrebbe propriamente sperimentare l’interno del corpo fisico e del corpo eterico. Ma non lo fa. Nel momento del risveglio gli viene impedito di guardare all’interno della sua corporeità, poiché subito l’attenzione è diretta alle esperienze esterne. Non la sua vista, non la sua capacità conoscitiva sono dirette a penetrare il suo interno, ma sono deviate verso il mondo esterno. Se l’uomo afferrasse se stesso nel suo interno, accadrebbe esattamente il contrario di quello che accade quando l’uomo potrebbe consciamente consegnarsi nel risveglio al mondo spirituale durante l’addormentarsi. Tutto ciò che l’uomo si è già acquisito nel corso della vita terrestre di spirituale, attraverso il suo Io, si concentrerebbe e agirebbe su di lui con tutta la forza nel corpo fisico e nel corpo eterico, dopo l’immersione. Questo avrebbe per conseguenza che tutto ciò che è proprietà egoistica in qualche modo si spiegherebbe con tutta la forza. E l’uomo s’immergerebbe con il suo Io, e con ogni pezzo con cui s’immerge verserebbe le sue passioni, gli istinti e i desideri in un egoismo sempre più potente. Tutto l’egoismo si verserebbe nella sua vita istintiva. Affinché questo non accada, siamo deviati verso il mondo esterno e non siamo ammessi con la nostra coscienza nel nostro interno. Che sia così, può risultare anche dai rapporti di coloro che, come mistici, cercarono veramente di penetrare nell’interno umano. Guardate presso Meister Eckart, presso Giovanni Taulero o presso altri mistici del Medioevo che intrapresero veramente il cammino nel profondo umano. Lì trovate mistici che si abbandonarono a uno stato dove deviavano completamente la loro attenzione da ciò che poteva interessarli nel mondo esterno, per scendere nel proprio interno. Leggete le biografie dei santi o dei mistici che cercarono di scendere nel loro interno. Cosa hanno sperimentato? Tentazioni, assalti e cose simili che descrivono in vividi colori. Questo era quello che emergeva dal corpo astrale compresso e dall’Io come controforza. Perciò coloro che, per così dire, indisturbati desideravano come mistici scendere nel proprio interno, hanno premuto con tutta la forza affinché, nello stesso grado in cui scendevano, l’Io fosse annichilito. Meister Eckart ha trovato una bella parola per designare questa discesa nella propria corporeità. Parla di «Entwerden», cioè l’annichilimento dell’Io. E leggete nella «Teologia Tedesca» come l’autore illustra il cammino mistico nel profondo umano, come insiste sul fatto che colui che vuole scendere nella corporeità non agisce più dal «suo» Io, bensì è Cristo che agisce in lui, con cui si è completamente interpenetrato. Volle annichilire il suo Io. Non «loro» debbono pensare, sentire e volere, bensì il «Cristo in loro» deve pensare, sentire e volere, affinché non ne esca quello che vive in loro come passioni, istinti e desideri, bensì ne esca quello che, come il Cristo, si effonde in loro. Perciò dice Paolo: «Non io, bensì il Cristo in me»! Da tali profondità provengono tali cose.

Così possiamo caratterizzare il risveglio e l’addormentarsi come esperienze interiori dell’essere umano: il risveglio come un’immersione del compresso essere-io nella corporeità umana, l’addormentarsi come una liberazione dalla coscienza, perché non siamo ancora maturi per vedere nel mondo in cui propriamente dobbiamo penetrare nell’addormentarsi. Attraverso questo comprendiamo la veglia e il sonno nel senso in cui dobbiamo comprendere molte cose nel mondo: come l’interpenetrazione dei diversi arti dell’essere umano. Se consideriamo da questo punto di vista un uomo sveglio, diciamo: nell’uomo sveglio sono contenuti quattro arti dell’essere umano: corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e Io, e sono contenuti fra loro in un modo determinato. Cosa segue da questo? Proprio il risveglio! Poiché l’uomo non potrebbe stare sveglio se non s’immergesse così nella sua corporeità che l’attenzione fosse deviata dal mondo esterno. Proprio da una cooperazione ben determinata e regolata dei quattro arti dell’uomo dipende che l’uomo sia sveglio. E di nuovo dalla corretta separazione dei quattro arti dipende che l’uomo dorma. Non è sufficiente dire che l’uomo consiste di corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e Io, bensì comprendiamo l’uomo veramente solo quando sappiamo a quale grado i diversi arti sono in un determinato stato collegati gli uni con gli altri, come si penetrano reciprocamente. Questo è l’essenziale per la conoscenza della natura umana. Ora consideriamo il modo in cui i quattro arti dell’uomo sono fra loro uniti, come ci appare nell’uomo sveglio, come il normale. Vogliamo una volta partire da questo concetto: considerare come normale lo stato dell’uomo sveglio.

Ora molti di voi ricorderanno che la coscienza che abbiamo attualmente come uomini terresti, fra la nascita e la morte, è solo una delle forme di coscienza possibili. Se per esempio studiate la «Scienza occulta nel suo profilo» o i precedenti articoli «Dalla Cronaca dell’Akasha», vedrete che la coscienza odierna è una sola fra sette diversi livelli di coscienza: questa coscienza che abbiamo oggi si è sviluppata da tre altri stati di coscienza precedenti, e in seguito si svilupperà in tre altre forme di coscienza successive. Mentre l’uomo era uomo-lunare, non aveva ancora l’Io. L’Io si unì all’uomo solo durante l’epoca terrestre. Perciò l’uomo potrebbe avere la forma odierna di coscienza solo durante l’epoca terrestre. Una coscienza come quella che abbiamo oggi fra la nascita e la morte presuppone che l’Io, esattamente come è il caso oggi, agisca insieme con gli altri tre arti e sia il più alto fra i quattro arti dell’essere umano. Prima che l’uomo fosse fecondato dall’Io, consisteva solo di corpo fisico, corpo eterico e corpo astrale. Allora il corpo astrale era il suo arte più alto, e il suo stato di coscienza era tale che oggi potremmo al massimo paragonarlo, se prendiamo qualcosa dalla vita ordinaria, a quello che l’uomo si è conservato come un vecchio retaggio nella coscienza di sogno. Ma non dovete immaginare la coscienza di sogno odierna, bensì una tale che nelle immagini del sogno riproduce realtà. Se studiate il sogno odierno, troverete nelle più diverse immagini abbastanza cose caotiche, poiché la coscienza di sogno odierna è un vecchio retaggio. Ma se studiate la coscienza che ha preceduto quella odierna, trovereste che non avreste visto gli oggetti esterni, per esempio le piante. Quindi sarebbe stato impossibile un’impressione esterna sull’uomo. Se qualcosa fosse venuto vicino all’uomo, avreste ricevuto un’impressione che prende il suo percorso attraverso l’immagine di sogno nel profondo umano, cioè una simbolo che però avrebbe corrisposto a un oggetto esterno determinato e a un’impressione.

Quindi prima della coscienza-Io abbiamo a che fare con una coscienza legata al corpo astrale come l’arte allora più alto, la coscienza astrale, che è ottenebrata e crepuscolare e non ancora illuminata dalla luce dell’Io. Questa coscienza astrale, quando l’uomo divenne uomo-terrestre, è stata illuminata, è stata tolta dal corpo astrale da quella coscienza-Io. Ora però il corpo astrale è ancora in noi, e possiamo domandarci: come è successo che la nostra coscienza astrale è stata tolta, messa a tacere, così che la coscienza-Io potesse completamente prendere il suo posto? — Questo divenne possibile perché, attraverso la fecondazione dell’uomo con l’Io, la precedente unione fra il corpo astrale e il corpo eterico fu resa molto più sciolta. La precedente unione più intima fu sciolta. Quindi prima della coscienza-Io c’era un’unione molto più intima fra il corpo astrale dell’uomo e gli arti inferiori della sua essenza. Il corpo astrale si spingeva molto più dentro negli altri arti che non fa oggi.

Ora dobbiamo veramente chiarirci questo processo del così detto parziale uscire, dello scioglimento del corpo astrale dal corpo eterico e dal corpo fisico. Allora ci domanderemo: esiste forse anche oggi ancora la possibilità, con la nostra coscienza-Io ordinaria, di creare qualcosa che somigliasse a questa antica unione? Potrebbe accadere anche oggi nella vita umana che il corpo astrale desideri scendere più profondamente negli altri arti di quanto dovrebbe, si impregni e si interpenetri di varie cose più di quanto gli competa?

Quindi una certa misura normale è necessaria per l’interpenetrazione del corpo astrale con il corpo eterico e il corpo fisico. Supponiamo ora che la misura normale sia superata in qualche direzione. Allora un disturbo deve sopraggiungere nell’intero organismo umano; poiché quello che l’uomo è oggi dipende dal fatto che questo determinato rapporto fra i diversi arti dell’essenza esiste come ci appare nell’uomo sveglio. Nel momento in cui il corpo astrale si comporta scorrettamente, quando penetra più profondamente nel corpo fisico e nel corpo eterico, deve sopraggiungere un disturbo. Ora però abbiamo visto nelle ultime considerazioni che quello che ora deduciamo veramente accade. Abbiamo esposto l’intero processo solo dal lato opposto. Quando accade allora?

Accade quando l’uomo in una vita precedente ha impresso qualcosa nel suo corpo astrale, ha fatto fluire dentro qualcosa che consideriamo, per la vita precedente, come una colpa morale o intellettuale. Questo si è inciso nel corpo astrale. Questo è ora, quando l’uomo di nuovo entra nella vita, qualcosa che in realtà può indurre il corpo astrale a cercare un’altra connessione col corpo fisico e il corpo eterico, di quella che avrebbe cercato se non avesse impresso questa colpa nella vita precedente. Sono così proprio i nostri errori, che si sono svolti sotto l’influenza di Ahrimane e Lucifero e si sono trasformati in forze organizzatrici, che nella nuova vita inducono il corpo astrale a stare diversamente rispetto al corpo fisico e al corpo eterico, di quanto starebbe se tali forze non si fossero spinte dentro di esso.

Così vediamo come proprio gli effetti dei pensieri, dei sentimenti e dei sentimenti precedenti inducano il corpo astrale a produrre ciò che deve produrre disordine nell’organizzazione umana. Ma se tale disordine si produce, cosa sopraggiunge allora? Se il corpo astrale si spinge più dentro nel corpo fisico e nel corpo eterico di quanto dovrebbe nell’uomo normale, fa qualcosa di molto simile a quello che facciamo noi al mattino al risveglio, dove nel momento del risveglio il nostro Io s’immerge nei nostri due corpi. Il risveglio consiste nell’immersione dell’uomo-Io nel corpo fisico e nel corpo eterico. In che consiste allora quello che fa il corpo astrale quando penetra più nel corpo fisico e nel corpo eterico di quanto dovrebbe, indotto dagli effetti delle esperienze precedenti? — Quello che altrimenti avviene quando il nostro Io e il nostro corpo astrale s’immergono nel corpo fisico e nel corpo eterico, quando al mattino ci svegliamo e percepiamo qualcosa, si rivela proprio nel fatto che ci svegliamo. Come l’intero stato di veglia è la conseguenza dell’immersione dell’uomo-Io nel corpo fisico e nel corpo eterico, così deve ora sopraggiungere qualcosa che il corpo astrale fa, cioè qualcosa che altrimenti facciamo noi come uomini-Io. Esso s’immerge nel corpo eterico e fisico. Se dunque abbiamo davanti un uomo in cui il corpo astrale ha assunto la tendenza a unirsi più al corpo eterico e al corpo fisico di quanto dovrebbe essere il caso normale, allora abbiamo davanti la stessa apparenza per il corpo astrale che altrimenti abbiamo per l’uomo-Io nel risveglio. Cos’è questa penetrazione troppo profonda del corpo astrale nel corpo eterico e nel corpo fisico? Questo è qualcosa che altrimenti possiamo designare come l’essenza della malattia. Quando il nostro corpo astrale fa la stessa cosa che altrimenti facciamo nel risveglio, cioè si spinge nel corpo fisico e nel corpo eterico, quando il corpo astrale, che altrimenti non dovrebbe sviluppare coscienza in noi, aspira a una coscienza nel corpo fisico e nel corpo eterico, quando il corpo astrale in noi vuole svegliarsi, allora diventiamo malati. La malattia è uno stato di veglia anormale del nostro corpo astrale. Cosa facciamo noi dunque quando siamo nel normale benessere, quando viviamo nello stato di veglia ordinario? Allora siamo svegli per la vita ordinaria. Ma affinché possiamo avere la coscienza ordinaria della veglia, dovemmo in precedenza condurre il corpo astrale in un’altra connessione. Dovemmo farlo addormentare. Il corpo astrale deve, quando durante il giorno abbiamo la nostra coscienza-Io, dormire; possiamo essere sani solo se il nostro corpo astrale dorme in noi. Perciò possiamo ora concepire l’essenza della salute e della malattia nel modo seguente: la malattia è uno stato di veglia anormale del corpo astrale nell’uomo, e la salute è lo stato normale del sonno del corpo astrale.

Qual è dunque la coscienza di questo corpo astrale? Se la malattia fosse veramente il risveglio del corpo astrale, dovrebbe sopraggiungere qualcosa come una coscienza. Si sveglia anormalmente; così potremmo aspettarci una coscienza anormale; ma una coscienza dovrebbe esserci. Se cadiamo nella malattia, dovrebbe sopraggiungere qualcosa di simile a quello che altrimenti al mattino al risveglio sopraggiunge. La nostra esperienza dovrebbe essere deviata verso qualcos’altro. Al mattino, altrimenti, la nostra coscienza ordinaria emerge. Se ora diventiamo malati, emerge allora una coscienza?

Sì, emerge una coscienza che l’uomo conosce molto bene. E quale è questa coscienza? Una coscienza si esprime nelle esperienze! La coscienza che emerge si esprime in quello che chiamiamo il dolore della malattia, che non abbiamo nel normale benessere dello stato di veglia, perché lì il nostro corpo astrale dorme. Il sonno del corpo astrale significa che esso si trova in una connessione regolare con il corpo fisico e il corpo eterico, significa assenza di dolore. Il dolore è l’espressione del fatto che il corpo astrale si comprime nel corpo fisico e nel corpo eterico come non dovrebbe stare dentro — e diventa consapevole. Questo è il dolore.

Ora si tratta del fatto che non dobbiamo estendere senza limiti quello che appena è stato detto. Quando si parla in modo scientifico-spirituale, il limite deve sempre essere mantenuto entro cui qualcosa è detto. — È stato detto che, quando il nostro corpo astrale si sveglia, sorge una coscienza impregnata di dolore. Ma da questo non possiamo concludere che il dolore e la malattia sempre coincidano. È assolutamente vero che ogni compressione del corpo astrale nel corpo eterico e nel corpo fisico è una malattia. Ma al contrario non ogni malattia consiste in questo; e che la malattia possa anche avere un carattere diverso, possiamo renderlo comprensibile dal fatto che non tutte le malattie sono accompagnate da dolori. La maggior parte delle persone nota questo solo perché non aspirano nella vita a essere sani, ma aspirano a essere senza dolore, e se sono senza dolore si considerano sani. Non è sempre così; ma in moltissimi casi l’uomo crederà, se è senza dolore, di essere sano. Ci abbandoneremmo a un enorme inganno se credessimo che la sensazione di dolore e l’essere malato coincidano. Il fegato di un uomo può essere completamente danneggiato; se il danno non è tale da interessare per esempio il peritoneo, non si presenta alcun dolore. L’uomo può avere in sé un processo di malattia che non si manifesta affatto in dolori. Questo può essere così in molti casi. Da un punto di vista più oggettivo queste malattie sono persino peggiori. Poiché quando l’uomo sente dolori, cerca di liberarsene; quando non ha dolori, non si sforza particolarmente di liberarsi dalla malattia.

Come si presenta allora nei fenomeni dove nessun dolore accompagna i casi di malattia? Cosa abbiamo fatto allora? — Qui abbiamo solo bisogno di ricordare che noi, come esseri umani, come siamo oggi, ci siamo sviluppati gradualmente: durante il tempo terrestre abbiamo aggiunto l’Io al corpo astrale, al corpo eterico e al corpo fisico. Ma eravamo anche una volta un uomo che aveva solo il corpo fisico e il corpo eterico. Un essere che ha solo corpo fisico e corpo eterico è come una pianta odierna. Con tali esseri arriviamo a un terzo grado di coscienza, una coscienza molto, molto più offuscata, che non arriva nemmeno alla chiarezza della coscienza di sogno odierna. È un errore assoluto se crediamo che l’uomo, nel sonno, non abbia coscienza. Ha una coscienza; solo è così offuscata che non può elevarla fino al ricordo nel suo Io. Ma anche nella pianta siede una tale coscienza. È una specie di coscienza di sonno, cioè un'ancora più profonda della coscienza astrale. Arriviamo così a una coscienza ancora più profonda dell’uomo.

Supponiamo ora che l’uomo, attraverso esperienze in incarnazioni precedenti, non solo abbia portato tale disordine nella sua organizzazione da indurre il corpo astrale a sprofondare disordinatamente nel corpo fisico e nel corpo eterico, bensì abbia compiuto qualcosa che possa indurre il corpo eterico a sprofondare in modo scorretto nel corpo fisico. Può ben accadere uno stato tale che anche l’unione fra il corpo eterico e il corpo fisico non sia quella normale per l’uomo odierno, che il corpo eterico si spinga troppo profondamente nel corpo fisico. Il corpo astrale, diciamo, non sarebbe per niente coinvolto, bensì quello che era disposto nella vita precedente produce nell’organizzazione umana un’unione più densa fra corpo eterico e corpo fisico di quanto dovrebbe essere. Lì abbiamo, nel corpo eterico, lo stesso che abbiamo nel corpo astrale nella coscienza di dolore.

Se il corpo eterico, ora a sua volta, si spinge troppo profondamente nel corpo fisico, sorge una coscienza simile alla coscienza di sonno dell’uomo, come la coscienza della pianta. Non c’è da meravigliarsi quindi che sia anche uno stato non percepito dall’uomo. Come non percepisce nel sonno, così non percepisce nemmeno adesso questo stato. E tuttavia è un risveglio! Come il nostro corpo astrale si sveglia anormalmente quando penetra troppo profondamente nel corpo eterico e nel corpo fisico, così il corpo eterico si sveglia in modo anormale quando penetra troppo nel corpo fisico. Solo che l’uomo non può percepire questo, perché è il risveglio a una coscienza ancora più offuscata della coscienza di dolore. Ma supponiamo che l’uomo abbia veramente compiuto in una vita precedente qualcosa che, fra la morte e la nuova nascita, si trasforma in modo che il corpo eterico per sé si svegli, cioè prenda possesso intensamente del corpo fisico. Se questo è accaduto, si ravviva nell’uomo una coscienza profonda, ma che non può essere percepita nel modo in cui le altre esperienze dell’anima umana sono percepite. Ha bisogno di questo per agire, perché non è percepito? Cerchiamo di chiarirci quale sia una peculiare tendenza che una coscienza ottiene quando comincia a trovarsi a un grado più profondo.

Se vivete un’impressione esterna, come ad esempio se vi bruciate, questo causa dolore. Se un dolore deve insorgere, la coscienza deve almeno avere il grado della coscienza del corpo astrale. Un dolore deve vivere nel corpo astrale. Dove dunque una volta sorge il dolore nell’anima umana, c’è un fatto del corpo astrale. Supponiamo però una volta che accada qualcosa che non fosse connesso con il dolore, che tuttavia provocasse uno stimolo esterno, un’impressione esterna. Se qualcosa vi vola verso l’occhio, causa uno stimolo esterno; l’occhio si chiude. Il dolore non è connesso. Cosa provoca lo stimolo? Un movimento. È qualcosa di simile a quando la vostra pianta del piede è toccata: non è dolore — tuttavia il piede sobbalza. Ci sono dunque anche tali impressioni sull’uomo che non sono accompagnate da dolori, ma che tuttavia provocano un accadimento, un movimento. Qui l’uomo non sa — poiché non può penetrare in questo grado profondo della coscienza — come accade che un movimento segua lo stimolo. Se sentite dolore e mediante questo respingete qualcosa, è il dolore che vi ha reso attenti a quello che poi respingete. Ma può accadere qualcosa che vi spinge a un movimento interno, a un movimento riflesso. Qui la coscienza non penetra fino al grado dove lo stimolo è trasformato in movimento. Qui avete un tale grado di coscienza che non entra nelle vostre esperienze astrali, che non è consapevolmente sperimentato, che si svolge in una specie di sfera di coscienza di sonno, che però per questo non è tale da non poter portare ad accadimenti. Se una tale penetrazione più profonda del corpo eterico nel corpo fisico avviene, questo è la produzione di una coscienza che non è una coscienza di dolore, perché il corpo astrale non vi partecipa, bensì è così offuscata che l’uomo non la percepisce. Tuttavia con questo non è detto che l’uomo, in questa coscienza, non possa compiere azioni, non potrebbe fare qualcosa che corrispondesse alla situazione complessiva. L’uomo compie certamente anche altre azioni dove la sua coscienza non è presente. Dovete solo pensare a dove la coscienza ordinaria diurna è spenta e l’uomo, come sonnambulo, compie ogni sorta di azioni. Non è che non c’è nessuna coscienza, bensì è una coscienza tale che l’uomo non può consapevolmente vivere, perché può vivere consapevolmente solo i due gradi più alti di coscienza: la coscienza astrale come piacere e dolore e cose simili, e la coscienza-Io come giudizio e come coscienza ordinaria diurna. Perciò però la cosa non è tale che l’uomo, da questa coscienza di sonno, non potrebbe agire.

Ora abbiamo dunque anche una tale coscienza profonda che l’uomo non può più raggiungere quando il corpo eterico scende nel corpo fisico. Supponiamo che voglia tuttavia fare qualcosa di cui nella vita normale non sa niente, qualcosa che in qualche modo si collega alla situazione complessiva: allora lo farà senza che lui ne sappia niente. In lui qualcosa, la cosa stessa farà questo senza che lui lo sappia. — Consideriamo ora un uomo che, attraverso qualche accadimento in una vita precedente, ha posto cause in sé che nel tempo fra la morte e la nuova nascita agiscono fino al punto da portare a una penetrazione più profonda del corpo eterico nel corpo fisico. Allora da questo procederanno azioni che portano all’effetto di processi di malattia più profondi. Qui l’uomo potrà essere spinto a cercare proprio le cause esterne di malattie.

Può sembrare strano che questo non sia chiaro per la coscienza ordinaria-Io. L’uomo però, dalla sua coscienza ordinaria-Io, non lo farebbe mai. Non si darebbe mai da sé l’ordine, dalla sua coscienza ordinaria-Io, di penetrare in un focolaio di bacilli. Supponiamo però che quella coscienza offuscata trovi che sia necessario che si verifichi un danno esterno e che sia possibile tutto ciò che ieri abbiamo chiamato il senso totale dell’essere malati. Allora questa coscienza, che penetra nel corpo fisico, cerca la causa della malattia. È la natura stessa dell’uomo che cerca la causa della malattia, per raggiungere quello che ieri abbiamo chiamato il processo di malattia. Così comprenderete, dalla natura più profonda della malattia, che perfino quando ancora non sopraggiungono dolori, sopraggiungono reazioni. E anche quando si manifestano i dolori, può sempre ancora, se il corpo eterico penetra troppo fortemente nel corpo fisico, sopraggiungere quello che si può chiamare la ricerca di cause esterne di malattie da parte degli strati più profondi della coscienza umana stessa. Per quanto bizzarro suoni, è tuttavia giusto: cerchiamo noi, così come i nostri caratteri ereditari, con un altro grado della nostra coscienza, le nostre cause esterne di malattie quando ne abbiamo bisogno. Quello che è stato appena detto vale però di nuovo solo entro i limiti di come è stato presentato oggi.

Oggi si è trattato soprattutto di chiarire che l’uomo è capace, senza che possa seguirlo con il grado di coscienza che gli è noto, di ricercare la malattia attraverso il fatto che viene stabilito uno stato di coscienza anormale e più profondo. Di questo si è trattato: di mostrare che abbiamo nella malattia a che fare con un risveglio di stadi di coscienza che, come uomini, abbiamo già superato da tempo. Per il fatto che in una vita precedente ci siamo caricati di errori, produciamo che generiamo gradi di coscienza più profondi di quanto altrimenti fosse appropriato per la nostra vita presente. E quello che dalle spinte di questi gradi di coscienza facciamo, influenza il corso del processo di malattia come anche il processo che conduce alla malattia.

Così vediamo che, in stati anormali, gradi di coscienza antichi salgono, che l’uomo ha da tempo superato. Se osservate solo un po’ i fatti della vita ordinaria, potete già rendervi un po’ consapevoli di quello che è stato detto oggi. È così che l’uomo, attraverso i suoi dolori, scende, per così dire, più profondamente nella sua essenza. Conoscete il detto che allora soltanto sa di avere un organo quando ha cominciato a fargli male. Questo è un detto popolare; ma non è così completamente stupido. Perché nel ricordo ordinario nulla sa di questo? Perché la sua coscienza, nel caso ordinario, dorme così profondamente che non penetra intensamente abbastanza nel corpo astrale. Ma se penetra, allora sorge il dolore, e attraverso il dolore l’uomo impara che ha l’organo in questione. In molti detti della vita ordinaria c’è qualcosa di assolutamente vero, perché sono eredità degli stadi di coscienza precedenti, in cui l’uomo, quando ha guardato nel mondo spirituale, ancora sapeva molte cose che oggi laboriosamente dobbiamo di nuovo recuperare.

Se comprendete che l’uomo può vivere strati più profondi della coscienza, allora avrete anche la possibilità di comprendere che non solo cause esterne di malattie, bensì anche colpi esterni del destino possono essere ricercati dall’uomo, che l’uomo non può ragionevolmente interpretarsi a sé stesso, ma la cui ragionevolezza agisce così che sugli strati più profondi della coscienza si agisce. — Così può anche sembrare ben pensabile che l’uomo, con considerazione ordinaria, non si metterà proprio dove un fulmine lo può colpire. Con la sovracoscienza l'eviterà. Ma potrebbe operare in lui una coscienza che giace molto più profonda della sovracoscienza e che lo spinge proprio al luogo dove il fulmine lo può colpire, con una preveggenza che la sovracoscienza non ha, una coscienza cioè che vuole che il fulmine lo colpisca, così che l’uomo veramente ricerca l’incidente.

Che attraverso gli effetti karmici gli incidenti sfortunati siano ricercati, o anche le cause esterne di malattie, questo abbiamo oggi compreso per la possibilità. Come questo avviene nel dettaglio, come le forze operano nell’uomo che risiedono in strati di coscienza più profondi, e come sta con il fatto che la nostra sovracoscienza dovrebbe evitare tali incidenti sfortunati, questa è di nuovo una domanda che ci occuperà ancora. Come possiamo comprendere che, quando l’uomo va in una regione dove un’infezione può esercitarsi su di lui, qui un grado di coscienza opera che l’ha spinto là, così dobbiamo anche comprendere come si comporta il fatto che l’uomo prende disposizioni affinché tali infezioni sempre meno possano operare, che dunque, attraverso misure igieniche per mezzo della sovracoscienza, possiamo di nuovo allontanare le cose. Possiamo comprendere anche la possibilità, attraverso la sovracoscienza, di allontanare questo effetto, e dobbiamo dire che sarebbe estremamente irragionevole che la sottocoscienza possa ricercare germi di malattia se non anche, dalla parte opposta, le cause di malattia possono essere evitate attraverso la sovracoscienza.

Vedremo che è «ragionevole» ricercare i germi di malattia, e che è anche «ragionevole», da parte della sovracoscienza, prendere misure igieniche contro la penetrazione di materiali infettivi, per prevenire così le cause di malattia.

7°Gli eventi elementari in relazione al karma

Amburgo, 22 Maggio 1910

Avete visto in questi insegnamenti che ci avviciniamo al nostro obiettivo poco a poco, ma che con ogni passo che compiamo cerchiamo anche di penetrare più profondamente nella materia. Abbiamo parlato ultimamente dell’essenza del dolore che è connesso con l’andamento di una malattia; ma abbiamo anche osservato come, in altri casi, l’andamento della malattia — almeno in un certo senso — possa svolgersi senza che sia accompagnato da esperienze di dolore.

Ora dobbiamo entrare più a fondo nell’essenza del dolore. Dobbiamo tenere di nuovo presente che il dolore può insorgere come un fenomeno che procede insieme alla malattia. Poiché abbiamo dovuto già dedurre, dalla considerazione precedente, che non dobbiamo considerare la malattia e il dolore come qualcosa che appartiene insieme. Dobbiamo mantenere presente che, quando il dolore è legato a una malattia, deve essere in gioco qualcos’altro oltre al solo fatto di essere malato. Abbiamo già osservato che, in quel processo che si svolge nel passaggio da un’incarnazione all’altra, dove le esperienze di incarnazioni precedenti vengono trasformate in cause di malattia, lì da un lato entra in gioco il principio luciferiano e d’altro canto il principio ahrimanico.

Come mai l’uomo si pone il fondamento per i processi morbosi? Perché assume in sé la tendenza a essere malato? Cosa lo porta a preparare, tra la morte e la nuova nascita — e abbiamo caratterizzato come questo è il periodo in cui le forze che producono la malattia si riuniscono — tali forze che nella vita successiva si manifestano nella malattia? — Quello che porta l’uomo a ciò è il fatto che, da un lato, può cadere nella tentazione della potenza luciferiana e, d’altro canto, nella tentazione della potenza ahrimanica. Sappiamo già cosa significhi cadere nella tentazione della potenza luciferiana. — Tutto ciò che in noi agisce come desiderio, come proprietà dell’egoismo, dell’ambizione, della superbia, della vanità, tutte le proprietà che sono connesse con una specie di rigonfiamento del nostro Io, di farsi particolarmente valere, tutto questo è connesso con la tentazione delle potenze luciferiane. Se cadiamo, in altre parole, nelle forze che agiscono nel nostro corpo astrale e che si esprimono nel fatto che abbiamo desideri egoistici e passioni, allora commettiamo, nella corrispondente incarnazione, azioni a cui la tentazione è venuta da Lucifero. E allora vediamo il risultato di tali azioni influenzate da Lucifero nel periodo dalla morte alla nuova nascita, e assumiamo in noi la tendenza a incarnarci in tale modo che passiamo attraverso un processo morboso che può contribuire, se lo superiamo, a liberarci dagli artigli di questi poteri luciferiani. Se le potenze luciferiane non ci fossero affatto, allora non potremmo cadere nelle tentazioni che ci portano ad assumere tali forze in noi.

Se nel corso della vita esistesse soltanto e unicamente quello che Lucifero produce in noi, che sviluppiamo questo o quel desiderio egoistico e passione, allora in realtà non potremmo mai liberarci dalle tentazioni luciferiane nella vita. Non potremmo nemmeno liberarcene nelle incarnazioni successive, perché vi cadremmo sempre di nuovo. Se per esempio fossimo stati semplicemente abbandonati a noi stessi nello sviluppo terrestre e tuttavia l’influenza luciferiana fosse stata presente, avremmo, in un’incarnazione, le tentazioni delle potenze luciferiane; dopo la morte percepiremmo a cosa ci hanno portato, provocheremmo un processo di malattia; ma se davvero nulla di diverso entrasse in gioco, questo processo di malattia nella vita in cui si manifesta non ci porterebbe a un miglioramento particolare. Ci conduce a un miglioramento solo perché, da quelle potenze le cui nemiche sono Lucifero, qualcosa viene aggiunto a tutto il processo. Quindi se da un lato cadiamo nelle potenze luciferiane, subito, come controbattuta, entrano in gioco le potenze le cui nemiche sono le potenze luciferiane: queste ora cercano di dispiegare una controrisposta, mediante cui l’influenza luciferiana può davvero essere scacciata da noi. E queste potenze, le cui nemiche sono quindi le potenze luciferiane, aggiungono al processo che è causato dall’influenza di Lucifero il dolore. Così dobbiamo considerare il dolore come qualcosa che — se chiamiamo luciferiane le potenze malvagie — ci viene inflitto dalle potenze buone, affinché proprio attraverso il dolore possiamo strapparci dagli artigli delle potenze malvagie e non cadervi più. Se nel processo morboso che risulta dall’essere caduti nelle potenze luciferiane non insorgesse dolore, faremmo l’esperienza in noi: non è poi così terribile cadere nelle potenze luciferiane! — E non avremmo in noi nulla che ci porterebbe a usare le nostre forze per strapparci dalle potenze luciferiane. Il dolore, che è la coscientizzazione del corpo astrale che si risveglia in maniera scorretta, è insieme anche ciò che può distoglierci dal cadere sempre più nelle potenze luciferiane in questo ambito dove già siamo caduti. Così il dolore diventa il nostro educatore riguardo alle tentazioni delle potenze luciferiane.

Non dite dunque: come può il dolore essere il nostro educatore se in noi il dolore è solo percepito e non siamo consapevoli della sua forza benefica? Il fatto che non siamo consapevoli della sua forza benefica è solo una conseguenza della nostra coscienza dell’Io. Nella coscienza che ho descritto come giacente al di sotto della coscienza dell’Io, il processo si svolge già, anche se l’uomo con la coscienza diurna non sa nulla di ciò: ora sperimento il dolore, e questo è la conseguenza dell’aggiunta che le potenze buone mi hanno dato per i miei errori! — Questo è, nell’inconscio, una forza che agisce proprio come un compimento karmico, come un impulso a non cadere più nelle azioni, negli istinti e nei desideri che proprio hanno provocato questa malattia.

Così vediamo come il karma agisce, come cadiamo nelle potenze luciferiane e come le potenze luciferiane ci portano una tale malattia che viene provocata in un’incarnazione successiva; e vediamo come potenze benefiche ci aggiungono il dolore al solo danno dei nostri organi, affinché nel dolore abbiamo un mezzo educativo che giace sotto la superficie della nostra coscienza. Perciò possiamo dire: ovunque il dolore insorga in una malattia, è una potenza luciferiana che ha provocato questa malattia. Il dolore è proprio un segno di ciò: che abbiamo a che fare con il fondamento di una potenza luciferiana. — Le persone che amano classificare avranno il bisogno di distinguere, in generale, tali malattie che si basano unicamente su influenza luciferiana e tali che si riconducono unicamente a influenza ahrimanica; perché in tutte le occupazioni teoriche la classificazione, lo schematizzare, è la cosa più comoda, e si crede di aver compreso molto in tal modo. Ma in realtà le cose non si comportano così da poterle afferrare con questi mezzi comodi. Lì si incrociano continuamente e si mescolano l’una nell’altra. E comprenderemo facilmente che, quando è presente un reale processo morboso, una parte può essere ricondotta a influenza luciferiana, cioè a cose che vanno ricercate più nelle proprietà del nostro corpo astrale, e un’altra parte è insieme ricondotta anche a cose che vanno ricercate nell’influenza ahrimanica. Così nessuno deve credere che, se qualcosa gli fa male, ciò sia ricondotto solo a influenza luciferiana. Il fatto che abbia dolori gli mostra la parte della malattia che è ricondotta a influenza luciferiana. Ma comprenderemo più facilmente questo se ci chiediamo: da dove viene dunque l’influenza ahrimanica?

Gli uomini non sarebbero affatto caduti nell’influenza ahrimanica se prima non fossero caduti nell’influenza luciferiana. Per il fatto che gli uomini assumessero in sé l’influenza luciferiana, si realizzò una tale combinazione dei quattro membri umani: corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e Io, quale non si sarebbe realizzata se Lucifero non avesse agito e se avessero agito solo le potenze le cui nemiche è Lucifero. Allora l’uomo si sarebbe sviluppato diversamente. Quindi, riguardo all’interno umano, il principio luciferiano ha provocato una perturbazione.

Ma dipende dall’interno umano come l’uomo lascia che il mondo esteriore si avvicini a lui. E proprio come con un occhio in cui qualcosa è distrutto, a causa dell’errore interno non vedete il mondo esteriore correttamente, così l’uomo, per l’influenza luciferiana, non riesce affatto a vedere il mondo esteriore come esso è. E poiché era stato dato un motivo affinché l’uomo non vedesse il mondo esteriore come esso è, così potè insinuarsi nell’immagine non corretta del mondo esteriore l’influenza ahrimanica: l’avvicinarsi di Ahriman all’uomo potè avvenire solo perché prima aveva agito l’influenza luciferiana. L’influenza ahrimanica produsse il fatto che l’uomo non solo può cadere negli istinti egoistici, nei desideri, passioni, vanità, superbia e così via, ma che ora, in un organismo umano dove l’egoismo agisce in tale modo, si sviluppano organi che devono vedere il mondo esteriore in maniera storta e scorretta. In tal modo Ahriman potè mescolarsi nelle immagini scorrette del mondo esteriore. Ahriman si avvicinò, e così l’uomo fu esposto a un’altra influenza: non solo potè cadere nelle lusinghe interne, ma anche in errore e — nel giudizio del mondo esteriore e nelle sue affermazioni sul mondo esteriore — in menzogna. Così Ahriman certamente agisce dall’esterno, ma gli abbiamo dato noi stessi la possibilità che possa avvicinarsi a noi.

Così l’influenza ahrimanica e luciferiana, in realtà, non operano mai da sole. Agiscono sempre l’una sull’altra, si mantengono in equilibrio in un certo senso. Dal di dentro Lucifero spinge verso l’esterno, dal di fuori Ahriman agisce verso l’interno, e in mezzo si forma l’immagine del mondo. Se in un’incarnazione il di dentro dell’uomo diventa più forte, se egli è più esposto alle influenze interne, allora, per le cose dove il di dentro agisce in tal modo che l’uomo è più afferrato da superbia, vanità e così via, egli si consegnerà più all’influenza luciferiana. In un’incarnazione dove l’uomo, per il suo karma complessivo, è meno disposto a cedere alle influenze interne, potrebbe più facilmente cadere negli errori e nelle tentazioni di Ahriman. Così è effettivamente nella nostra vita. Mentre quotidianamente attraversiamo la vita, cadiamo ora più nelle lusinghe di Lucifero, ora più nelle lusinghe di Ahriman. E oscilliamo avanti e indietro tra questi due, che da un lato ci portano a gonfiarci nel nostro interno, d’altro canto a farci illusioni sul mondo esteriore. Deve essere menzionato a questo punto — perché è straordinariamente importante — che colui che particolarmente deve resistere alle lusinghe da entrambi i lati è chi tenta di aspirare a uno sviluppo più elevato e di penetrare nel mondo spirituale, sia per il fatto che vuole penetrare dietro i fenomeni del mondo esteriore fino allo spirituale, sia per il fatto che vuole scendere mistericamente nel proprio interno. Quando si penetra nel mondo spirituale esteriore, che giace dietro il mondo fisico, sta sempre ciò che Ahriman fa apparire come immagini ingannevoli; quando l’uomo vuole scendere mistericamente nella propria anima, sono sempre le lusinghe di Lucifero che sono possibili in misura particolare. Quando l’uomo diventa mistico e si sfida con fortuna, senza che prima abbia prestato attenzione, attraverso la sua formazione caratteriale, al prendere contromisure contro superbia, vanità e simili, quando gli riesce di vivere come mistico ma senza particolare cultura morale, allora tanto più può cadere nelle lusinghe di Lucifero che dal di dentro agiscono verso l’alto nell’anima. Se perciò il mistico non ha prestato molta attenzione alla sua cultura morale, allora, quando gli riesce di penetrare un po’ nel suo interno, può cadere nel grande pericolo che richiami ancora più fortemente la forza di controreplica dell’influenza luciferiana e che diventi ancora più vanitoso e superbo di prima. Perciò è così necessario che prima ci si assicuri, attraverso la formazione caratteriale, di avere una contromisura contro le lusinghe della vanità, che ci si avvicinano in tutti i casi, della megalomania, della superbia. E non possiamo fare abbastanza per appropriarci proprio di quelle proprietà che portano all’umiltà e alla devozione. Questo è eminentemente necessario per quel lato del nostro sviluppo più elevato che chiamiamo mistico. D’altro lato è necessario che l’uomo si protegga anche dalle illusioni di Ahriman quando tenta di pervenire, attraverso uno sviluppo che si addentra dietro i fenomeni del mondo esteriore, fino alle fondamenta spirituali delle cose. Se non tenta di acquisire una formazione caratteriale che lo renda interiormente forte e potente, che lo lasci costruito saldamente nel suo interno, allora molto facilmente potrà accadere che questo uomo — e precisamente proprio quando ha fortuna nell’andare nel mondo spirituale — cada in Ahriman, che Ahriman gli faccia apparire illusione su illusione, allucinazione su allucinazione.

Ci capita spesso che le persone, in un certo senso, «ci prendano in parola». Poiché così spesso si sottolinea che lo sviluppo più elevato, che vuole venire dietro i fenomeni del mondo esteriore, deve essere connesso con piena coscienza, succede che la gente continuamente ci porta persone semi-sonnambule che assicurano: sì, allora percepisco il mondo spirituale e precisamente con piena coscienza! — Allora si può solo dire: se solo non volessi essere consapevole; sarebbe molto più intelligente! — Poiché a proposito di questa «coscienza» le persone si ingannano. È una mera coscienza di immagini, una coscienza astrale; perché se queste persone non fossero consapevoli in un grado inconscio, non percepirebbero questo. Ma si tratta di ciò che, quando si entra nel mondo spirituale, si mantenga insieme la coscienza dell’Io. Ma alla coscienza dell’Io è legato il giudizio e una capacità di discriminazione chiara! Questo non ce l’hanno allora le persone per le forme che vedono nel mondo spirituale. Il fatto che abbiano una coscienza non è ulteriormente meraviglioso; ma quella coscienza che è connessa con la cultura del nostro Io, dobbiamo averla. Perciò, quando si sviluppa una visione dei mondi più elevati, non si sottolinea che le persone arrivino il più velocemente possibile in un mondo più elevato e vedano ogni sorta di forme o forse sentano anche ogni sorta di voci, ma si sottolinea che l’ingresso nel mondo spirituale può essere di fortuna e di vantaggio solo quando si affila la coscienza, la capacità di discriminazione e il giudizio. E questo non può accadere meglio che attraverso lo studio delle verità della scienza dello spirito. Perciò si sottolinea che l’occuparsi con verità della scienza dello spirito è una protezione contro il presunto vedere di ogni sorta di forme su cui nessun giudizio può diffondersi. Chi è veramente istruito in questo modo non terrà per questa o quella cosa ogni apparenza arbitraria, ma anzitutto potrà distinguere tra realtà e immagine nebulosa, e si renderà soprattutto conto che bisogna essere particolarmente cauti soprattutto anche con le cose che sorgono come percezioni uditive, perché mai una percezione uditiva può essere corretta se colui che la percepisce non è passato attraverso la sfera del silenzio assoluto. E chi non ha prima fatto esperienza del silenzio assoluto e della mancanza di suono del mondo spirituale, può dire con certezza a se stesso che sono immagini ingannevoli ciò che percepisce, anche se dicono qualcosa di intelligente. Solo chi si è dato la pena di affinare il suo giudizio proprio cercando di comprendere le verità dei mondi più elevati, solo costui può proteggersi dalle immagini ingannevoli. I mezzi della scienza esterna non sono sufficienti per questo. La scienza esterna non dà una capacità di giudizio così acuta e rafforzante come è necessaria per distinguere davvero in un mondo spirituale. Perciò si può davvero dire: quando persone comunicano qualcosa dai mondi più elevati, e prima non hanno prestato attenzione a raffinare il loro giudizio — che è particolarmente possibile attraverso lo studio della scienza dello spirito — allora tali comunicazioni sono sempre nel massimo grado contestabili, e dovrebbero almeno sempre essere controllate per prime attraverso quei metodi che sono stati ottenuti sotto la presupposizione della vera istruzione.

C’è solo una potenza davanti a cui Lucifero si ritira: è la moralità. È qualcosa che brucia a Lucifero come il fuoco più terribile. E non c’è altro mezzo che contrasti ad Ahriman come il giudizio istruito nella scienza dello spirito e la capacità di discriminazione. Poiché quello che ci appropriamo sulla terra come sana capacità di giudizio è qualcosa che Ahriman fugge terribilmente. Egli, in fondo, non ha ripugnanza così grande davanti a nulla come davanti a ciò che noi stessi ci conquistiamo attraverso una sana istruzione della nostra coscienza dell’Io. Poiché vedremo che Ahriman appartiene a una regione completamente diversa, che è lontana da quello che sviluppiamo come la nostra sana capacità di giudizio originaria. Nel momento in cui Ahriman incontra quello che noi nel nostro terrestre ci siamo conquistati come sana capacità di giudizio, riceve un terribile spavento, perché questo è per lui qualcosa di completamente sconosciuto: di fronte a questo ha una grande paura. Più dunque ci sforziamo di sviluppare quello che, nel corso della vita tra nascita e morte, può essere dato come sana capacità di giudizio, tanto più lavoriamo contro Ahriman. Questo si vede particolarmente in ogni sorta di personalità che ci vengono portate e che allora «raccontano il blu dal cielo» di tutti i mondi spirituali che hanno visto. E quando allora si fa il minimo tentativo di chiarire qualcosa a queste persone, di insegnare loro comprensione e capacità di discriminazione, allora Ahriman solitamente le tiene così strettamente che difficilmente possono entrare; e questo diventa tanto più forte quanto più le lusinghe di Ahriman si esprimono verso il lato acustico. Contro ciò che si manifesta in immagini visionarie ci sono ancora più mezzi che contro ciò che si manifesta acusticamente, come voci udite e così via. Tali persone hanno una grande avversione ad apprendere qualcosa che deve essere conquistato per la coscienza dell’Io tra nascita e morte. Non gli piace. Ma non sono loro a non gradire. Sono le potenze ahrimaniche che le strappano da lì. Quando si porta avanti una tale persona così da sviluppare una sana capacità di giudizio, e lei vi entra, accettando insegnamenti, allora molto presto si manifesta il seguente. Allora le voci e le allucinazioni cessano, perché prima erano solo immagini nebbiose ahrimaniche, e perché Ahriman riceve una terribile paura non appena avverte: da lì, dall’uomo, viene una sana capacità di giudizio!

Così è davvero il mezzo migliore contro queste malattie, che danneggiano particolarmente l’uomo, della visione causata da Ahriman e dell’udito allucinatorio questo: portare l’uomo, con tutti i mezzi a disposizione, al conseguimento di una sana e ragionevole capacità di giudizio. Questo per molte personalità è straordinariamente difficile. Poiché sono nel caso che quella potenza li rende molto comodi, quella potenza li guida. Ma chi vuole scacciare quella potenza non può renderselo così comodo. In tali personalità dunque si arriva molto difficilmente, perché affermano che vi avremmo tolto quello che prima le aveva portate nel mondo spirituale, mentre in realtà le abbiamo rese sane e le abbiamo protette dal fatto che questi poteri acquistassero sempre più e più potere su di loro!

Così vediamo dinanzi a cosa i poteri luciferiani e ahrimanici hanno una ripugnanza piuttosto grande. Umiltà, modestia nell’uomo, non ritenersi di più di quanto un giudizio sano giustifica: questo è qualcosa che non piace affatto a Lucifero. Al contrario, è lì come le mosche in una stanza immonda quando da qualche parte le proprietà dell’ambizione, della vanità vogliono farsi avanti. Tutto questo, e particolarmente le cose che si basano su false concezioni di se stessi, agisce di nuovo a farci preparare per Ahriman. Ma contro Ahriman nulla protegge più di quando noi realmente, nel corso della vita, ci sforziamo di pensare in maniera sana, come ce l’insegna il corso della vita tra nascita e morte. E precisamente coloro che stanno sul fondamento della scienza dello spirito hanno tutte le ragioni per sottolineare così intensamente quanto è possibile, ancora e ancora, che come uomini terrestri non ci si addice di trascurare ciò che proprio il corso della vita terrestre deve darci. Gli uomini che rigettano di acquisire un giudizio sano e ragionevole capacità di discriminazione, e facilmente, senza questo, vogliono salire in un mondo spirituale, vogliono in realtà ritirarsi dalla vita terrestre. Vogliono così librarsi sopra il corso della vita terrestre; trovano che in realtà è un’occupazione troppo bassa per loro occuparsi di ogni sorta di cose che possono portare alla comprensione del corso della vita terrestre. Ritengono di essere qualcosa di migliore. Ma proprio una tale sensazione è un nuovo motivo di superbia. Perciò possiamo continuamente vedere che personalità che tendono al fanatismo, a un non-voler-essere-toccate-dalle-cose-terrestri e dal corso della vita terrestre, rifiutano di imparare, « perché loro ci stanno già dentro in tutto » e non vogliono associarsi con una corrente come la nostra. Tali persone dicono: l’umanità deve proprio entrare nel mondo spirituale!

Certamente, ma c’è solo una via sana che vi porti, e questa è la moralità conquistata sulla terra nel senso più elevato, che non ci lascia sopravvalutare noi stessi, che non ci porta a un falso giudizio di noi stessi, che neanche ci rende dipendenti dai nostri istinti, desideri e passioni; e d’altro canto è il diligente e sano lavorare insieme alle condizioni del corso della vita terrestre, non un voler-librarsi-sopra-alle-condizioni-del-corso-della-vita-terrestre.

Con questo abbiamo tratto, dalle profondità del karma, qualcosa che è connesso con le profondità della vita spirituale. Questo può essere di grande valore. Ma nulla è di valore per lo sviluppo dell’uomo e della sua individualità che è stato tratto dal mondo spirituale senza sana ragione; e di valore non è nemmeno quello che è stato tratto senza moralità. Questo si può capire dai fatti che sono stati presentati l’ultima volta e oggi. E quando lo capiamo, possiamo dirci: perché l’influenza luciferiana, proprio perché agisce da prima e si è trasformata in malattia ed è compensata dal dolore, perché non dovrebbe portarsi dietro nell’uomo, in una certa misura, l’influenza ahrimanica? E perché al fatto che ci causa dolore e ci indica l’andamento luciferiano di una malattia non dovrebbe partecipare, proprio come conseguenza dell’influenza luciferiana, l’influenza ahrimanica? Ma come agisce l’influenza ahrimanica? E come si trasformano le lusinghe di Ahriman in cause di malattia? Come insorge questo in un’incarnazione successiva?

Ciò che è attribuibile all’influenza ahrimanica è mediatamente tuttavia ricondotto a Lucifero; ma se l’influenza luciferiana è stata così forte da aver provocato l’influenza ahrimanica, allora l’influenza ahrimanica è la più subdola. Giace più in profondità, non solo negli errori del corpo astrale ma negli errori del corpo eterico. In una coscienza che giace sotto la coscienza del dolore insorge l’influenza ahrimanica con un danno che non deve essere accompagnato da dolore, con un tale danno che nell’organo interessato, dove il danno si esprime, porta a un divenire inusabile di questo organo. — Supponiamo che in un’incarnazione fosse stata attiva un’influenza ahrimanica e avesse provocato quello che può provocare un’influenza ahrimanica. L’uomo ora percorre il tempo tra morte e nuova nascita — e insorge di nuovo in un’incarnazione nuova. Allora si mostra che un qualche organo è colpito dall’effetto ahrimanico, in altre parole: in questo organo il corpo eterico siede molto più profondamente dentro di quanto dovrebbe; l’organo è molto più penetrato dal corpo eterico di quanto dovrebbe esserlo. In tal caso l’uomo, a causa dell’organo difettoso, è indotto a invilupparsi ancora di più nell’errore — quello che Ahriman compie nel mondo — a intrecciarsi ancora di più in esso. Con l’organo che deve il suo danno all’influenza ahrimanica, in cui il corpo eterico si è così profondamente trasferito, l’uomo, se volesse vivere questo intero processo, si intreccerebbe ancora più profondamente in quello che Ahriman può produrre: nell’illusione. Ma poiché tutto quello che il mondo esteriore produce come illusione non può essere portato nel mondo spirituale, il mondo spirituale sempre più ci sfugge. Poiché là c’è solo verità, non illusione! Quanto più dunque siamo intricati nell’illusione prodotta da Ahriman, tanto più siamo spinti a porre noi stessi ancora molto più profondamente nel mondo sensibile-esteriore, nell’illusione del fisico-sensibile, di quanto faremmo senza un tale organo danneggiato.

Ma allora insorge anche la controrisposta opposta, esattamente come la controrisposta insorge nel dolore riguardo all’influenza luciferiana. Allora la controrisposta insorge in tal modo che, nel momento in cui esiste il pericolo che ci leghiamo troppo al mondo fisico-sensibile e così ci rubassimo molto di quello che potrebbe condurci nel mondo spirituale, in quel momento l’organo viene distrutto, viene paralizzato o indebolito nel suo agire. Sorge dunque un processo di distruzione. — Se dunque vediamo che un organo viene distrutto, dobbiamo essere chiari nel fatto che dobbiamo questo, in realtà, a poteri benevoli: l’organo ci viene tolto affinché troviamo di nuovo la via di ritorno nel mondo spirituale. Così è davvero il caso che per noi — se non c’è altro rimedio — per mezzo di certi poteri gli organi vengono distrutti, oppure che siamo equipaggiati con organi malati, affinché non siamo spinti troppo profondamente nell’illusione.

Se dunque qualcuno, per esempio, ha una malattia del fegato che come tale non è accompagnata da esperienze dolorose, allora abbiamo a che fare con l’effetto di una precedente influenza ahrimanica che ha portato al fegato il danno interessato; altrimenti, attraverso le forze che sono connesse con il più profondo penetrare del corpo eterico, saremmo portati troppo profondamente nell’illusione, se questo organo non ci fosse tolto.

Le leggende e i miti hanno sempre saputo la saggezza più profonda e l’hanno espressa in sé. Proprio il fegato è un buon esempio di ciò. Poiché è un organo che può più facilmente essere efficace per il lasciarsi scivolare dell’uomo nel mondo illusorico fisico. E il fegato è insieme l’organo che ci incatena propriamente alla terra. Con questa verità è connesso il fatto che, in quella creatura che secondo la leggenda ha portato agli uomini la forza che li dovrebbe portare nel corso della vita terrestre e farli divenire efficaci — vale a dire in Prometeo — un avvoltoio rosicchia al fegato. Un avvoltoio rosicchia al fegato, non certamente perché questo dovrebbe causare a Prometeo un dolore particolarmente profondo; perché in quel caso il mito non concorderebbe con i fatti reali. Ma i miti sempre concordano con i fatti fisiologici! L’avvoltoio rosicchia al fegato perché non fa male! Doveva infatti essere indicato che Prometeo portò all’umanità qualcosa che la potrebbe inviluppare ancora più profondamente nell’Ahrimanico, se non potesse avvenire la controrisposta opposta e compensatrice. I documenti occulti sono sempre in accordo con le verità che noi nella scienza dello spirito proclamiamo.

Vi ho mostrato oggi unicamente dalla materia come siano i poteri buoni che infliggono dolore all’uomo di fronte all’influenza di Lucifero. Portate ciò in relazione con il documento dell’Antico Testamento. Quando era accaduto l’influenza di Lucifero, come ci viene simbolizzata dal serpente che seduce Eva, dovevano così i nemici di Lucifero, proprio su ciò a cui Lucifero voleva portare gli uomini, infliggere il dolore. Doveva la potenza i cui nemici è Lucifero ora venire e parlare del fatto che da ora in poi il dolore sarà inflitto all’umanità. Questo lo fa Jahve o Jehovah dicendo: « Sotto il dolore darai alla luce i figli! »

Queste cose, nei documenti occulti, per la regola non si sanno interpretare finché non si hanno le spiegazioni della scienza dello spirito come tali. Dopo allora si scopre quanto siano profonde queste documentazioni. Perciò non potete non esigere da me che io possa spiegarvi dal nulla — senza le presupposizioni corrispondenti — le cose senza altro. Affinché sia affatto possibile parlare della frase: « Sotto il dolore darai alla luce i figli! », debbono precedere le considerazioni sul karma; poiché solo a quel punto si può inserire la spiegazione di ciò. Perciò non giova molto se si vuol farsi spiegare questo o quel cosa dai documenti occulti, prima di aver raggiunto il punto corrispondente nello sviluppo occulto. Ed è sempre una questione spinosa chiedere: cosa significa questo? Cosa significa quello? — L’uomo deve sempre aspettare e avere pazienza, fino a che il punto interessato è venuto; con le spiegazioni sole non si raggiungerebbe nulla.

Così vediamo operare nella nostra vita, da un lato, i poteri luciferiani e dall’altro i poteri i cui nemici è Lucifero. Allora i poteri ahrimanici operano nella nostra vita, e dobbiamo farci chiarezza nel fatto che i poteri che rendono inusabili gli organi per noi quando cadiamo nell’influenza ahrimanica, devono essere contati fra i poteri buoni i cui nemici è appunto Ahriman.

Se prendete il vostro punto di partenza da tutto quello che è stato detto adesso, potrete guardare profondamente nel complicato meccanismo della natura umana, e potrete giungere al concetto: i poteri luciferiani sono quelli che durante il tempo dell’antico Saturno sono rimasti indietro; operano oggi, nel nostro sviluppo terrestre, con quelle forze dentro la vita umana che sono propriamente forze lunari, che in quel piano mondiale che corrisponde per esempio solo ai poteri i cui nemici è Lucifero non potrebbero svolgersi affatto dentro il nostro sviluppo terrestre. Così Lucifero opera dentro il piano di un’altra creatura.

Possiamo ora tornare a epoche di sviluppo che giacciono ancora più lontano.

Se da un lato vediamo che sulla luna furono esseri rimasti indietro nel loro sviluppo per intervenire nella vita umana, allora può apparirci comprensibile che anche sul sole antico furono esseri rimasti indietro che hanno svolto sulla luna un ruolo simile a quello che gli esseri luciferiani oggi svolgono sulla terra. Abbiamo oggi nella creatura umana qualcosa che propriamente possiamo designare come una lotta: la lotta che si svolge tra i poteri luciferiani, che si sistemano nel nostro corpo astrale, e i poteri che operano su noi attraverso il nostro Io, attraverso le nostre conquiste terrestri. Poiché i poteri i cui nemici è Lucifero possono operare su noi solo attraverso il nostro Io. Se ci appropriamo chiarezza e giusta stima di noi stessi, possiamo farlo solo con l’aiuto di quei poteri che operano sul nostro Io. Per questo dobbiamo già applicare il nostro Io. Perciò possiamo dire: nel momento in cui il nostro Io si rivolta contro i poteri luciferiani, combatte in noi Jahve o Jehovah contro Lucifero; combatte quello che si prende cura del buon piano mondiale contro quello che si rivolta contro questo piano mondiale nella sua unica validità, e con il nostro essere più intimo stiamo in questo combattimento di Lucifero con altri esseri. Siamo noi stessi il teatro di questo combattimento. E il fatto che siamo il teatro di questo combattimento ci getta dentro il karma — ma solo mediatamente, dal fatto che questo combattimento con Lucifero si svolge. Se invece rivolgiamo lo sguardo verso l’esterno, siamo trascinati dentro i poteri ahrimanici. Lì si svolge qualcosa che viene da fuori, e qui Ahriman entra in noi.

Sappiamo ora che sulla luna antica hanno vissuto esseri che hanno percorso il loro stadio di umanità in maniera simile a come noi lo percorriamo nel corso dello sviluppo terrestre. Nei «Record Akashici» e nella «Scienza Occulta» troverete questi esseri designati come Angeli, Angeloi, Dhyanis; il nome non importa. Ma all’interno di queste creature si svolgeva allora un combattimento simile al combattimento luciferiano nella nostra propria creatura. Queste creature erano sulla luna antica il teatro di un combattimento che si svolgeva attraverso quegli esseri che di nuovo erano rimasti indietro sul sole. Questo combattimento sulla luna non ha nulla a che fare con il nostro Io interiore, perché sulla luna non avevamo ancora il nostro Io. Giace al di fuori di quello a cui il nostro Io può partecipare, si è svolto sulla luna antica « nel petto degli Angeli ». In tal modo questi esseri allora divennero quello che potevano diventare solo sotto l’influenza di altri esseri rimasti indietro rispetto al normale sviluppo del sole: per gli Angeloi giocavano lo stesso ruolo che gli esseri luciferiani oggi giocano per noi. E questi erano gli esseri ahrimanici, che durante lo sviluppo del sole erano rimasti indietro proprio come gli esseri luciferiani sono rimasti indietro durante lo sviluppo lunare. Perciò possiamo giungere a questi esseri solo mediatamente. Era Ahriman ma il tentatore, per così dire, nel petto degli Angeloi, e operava in loro. Per mezzo di lui gli Angeloi divennero quello che poi divennero, e hanno portato quello che divennero per mezzo di Ahriman esattamente come quello che nel bene hanno raggiunto.

Abbiamo come bene da Lucifero la possibilità di distinguere fra bene e male, di sviluppare libero potere di decisione, di conquistare libero volere. Questo per noi è raggiungibile solo attraverso Lucifero. Ma questi esseri hanno raggiunto qualcosa e portato nel corso della vita terrestre, di cui possiamo dire: come gli Angeloi ci circondano ora come esseri spirituali, così si sono preparati al loro essere presente attraverso il combattimento ahrimanico nella loro anima al tempo dello sviluppo lunare antico. Quello che queste creature hanno vissuto, e quello che hanno in sé come effetti di quello che hanno vissuto, non ci riguarda nel nostro Io più interiore: il nostro Io non vi partecipa. — Vedremo come arriviamo mediatamente a ciò, perché in realtà l’influenza ahrimanica opera ancora in noi. — Quello che questi esseri si sono conquistati sotto l’influenza di Ahriman sono certi effetti a che hanno assunto le cause durante la loro esistenza lunare. Durante l’esistenza lunare questi esseri assunsero, attraverso l’influenza ahrimanica, in sé qualcosa che hanno portato nel corso della vita terrestre. Cerchiamo una volta di trovare nel nostro corso terrestre quello che può apparire come un tale effetto del combattimento ahrimanico di allora.

Se questo combattimento ahrimanico sulla luna antica non avesse avuto luogo, allora questi esseri non potrebbero portare nel nostro corso terrestre quello che apparteneva all’antico corso lunare. Poiché questo avrebbe cessato dopo che il vecchio sole era tramontato. Per il fatto che gli Angeloi assumessero l’influenza ahrimanica, furono intricati nel corso lunare, proprio come noi siamo intricati, attraverso l’influenza luciferiana, nel corso terrestre. Hanno assunto nel loro interno quello che è elemento lunare e l’hanno portato nel nostro corso terrestre. Attraverso questo sono divenuti capaci di produrre proprio nel nostro corso terrestre quello che deve essere prodotto affinché la nostra terra non cada interamente sotto l’influenza di Lucifero. La nostra terra cadrebbe nel suo insieme sotto l’influenza di Lucifero se questo fatto, che corrisponde al combattimento degli Angeli con Ahriman sulla luna, non fosse stato portato nel nostro corso terrestre.

Quali sono dunque i processi del corso terrestre che designiamo come i normali? Come il nostro attuale sistema solare si ordinò secondo l’obiettivo terrestre, emerse quello che vediamo come i movimenti regolari del sole, della terra e degli altri pianeti: tutto ciò produceva che abbiamo giorno e notte, che le stagioni si succedono in maniera regolare, che abbiamo sole e pioggia, che i nostri frutti nei campi prosperano e così via. Questi sono ordini che sempre si ripetono secondo il ritmo del cosmo che si è formato dopo che il corso lunare è sceso nel crepuscolo. Ma all’interno del corso terrestre opera Lucifero. E vedremo che opera molto più di quanto soltanto nell’ambito dove potessimo già seguirlo, nell’uomo stesso, dove certamente ha cercato il suo più importante teatro di azione. Ma anche se Lucifero solo fosse presente all’interno del corso terrestre, già soltanto per tutti gli ordini che entrano in vigore attraverso il movimento regolare dei pianeti intorno al sole, attraverso l’alternanza di estate e inverno, pioggia e sole e così via, gli uomini cadrebbero in quello che possiamo designare « tentazione luciferiana ». Se agli uomini toccasse tutto quello che loro dalla parte del cosmo ordinato, quello che i movimenti regolari e ritmici del sistema solare producono, se solo regnassero le leggi che convengono al nostro attuale cosmo, allora l’uomo dovrebbe cadere nell’influenza luciferiana, dovrebbe guadagnare il benessere invece di quello che dovrebbe guadagnare per la sua salvezza cosmica, dovrebbe preferire il corso regolare a quello che dovrebbe conquistarsi.

Perciò dovevano essere create contro-forze. Dovevano operare contro-forze risultanti dal fatto che, negli eventi cosmici regolari della nostra vita terrestre, si mescolavano quegli eventi che per il tempo della luna antica erano straordinariamente benefici e normali, ma che oggi, quando operano sul corso terrestre, sono abnormi e mettono in pericolo il corso regolare terrestre. Questi influssi sorgono in tale modo che, per così dire, controllano quello che con il solo ritmo sarebbe una tendenza al benessere, a comodità e lusso; e ci si mostrano tali forze per esempio in quello che il terribile chicco di grandine irrompe. E quando quello che altrimenti, sotto le forze regolari della terra, sarebbe stato creato viene distrutto, allora in tal caso è creata una correzione che nel suo complesso opera beneficamente anche se l’uomo dapprima non lo capisce, poiché c’è una ragionevolezza più elevata di quella che l’uomo comprende. Quando la grandine si abbatte sui campi, allora possiamo dire: nel tempo della luna antica erano queste le forze che nel chicco di grandine irrompono, forze benedicenti come oggi le forze che operano beneficamente nella pioggia e nel sole. Oggi si abbattono perché viene creata correzione per quello che l’influenza luciferiana altrimenti porterebbe. E quando il corso regolare procede, si abbattono in maniera sempre più furente per creare ancora più correzione. Tutto quello che conduce al regolare proseguimento appartiene alle forze della terra stessa. Quando il vulcano scaglia fuori le sue lave, operano in esso forze che, come forze tardive della luna antica, sono state portate oltre affinché creino correzione nella vita terrestre. Così è con i terremoti e con gli eventi elementari nel loro complesso. E possiamo vedere che molte cose che vengono da fuori, nel corso globale dello sviluppo, trovano la loro ragionevole fondazione. Come questo sia connesso con la coscienza del nostro Io terrestre lo vedremo ancora; quello che appare insoddisfacente nel presente insegnamento sarà così compensato domani.

Dobbiamo tuttavia chiarirci questo fatto: tutte queste cose rappresentano un solo lato dell’essere umano, dell’essere terrestre, dell’essere cosmico nel complesso. E se da un lato diciamo che, quando un organo è distrutto, sono effetti benevoli di poteri spirituali, e se oggi abbiamo scoperto che perfino il corso intero dello sviluppo terrestre deve essere di nuovo corretto attraverso forze dall’antico corso lunare, allora dobbiamo ora chiedere: come sta il fatto che dobbiamo tentare come uomini terrestri, d’altro canto, di creare di nuovo una correzione per gli influssi dannosi delle antiche forze lunari? — Già sospettiamo che non dobbiamo aspettare con ansia eruzioni vulcaniche e terremoti, che non dobbiamo distruggere noi stessi gli organi per sostenere l’effetto benefico dei poteri spirituali. Ma ci diremo anche, e questo certamente ha la sua giustificazione: scoppia un’epidemia da qualche parte, e in tal modo è apportato quello che l’uomo direttamente ricerca affinché in lui qualcosa sia compensato. E possiamo presumere che l’uomo sia spinto, in certe condizioni, a subire un danno attraverso la cui superazione si avvicina alla perfezione.

Ma come sta allora con i provvedimenti igienici e sanitari? Non potrebbe qualcuno dire: quindi le epidemie potranno operare come un grande bene? Non è allora sbagliato, per mezzo di ogni sorta di disposizioni che promuovono la salute, per mezzo di misure che prevengono le malattie, diminuire la possibilità che tali influssi accadano? Potrebbe qualcuno venire all’idea che non dovrebbe accadere niente per attenuare gli eventi elementari, e potrebbe motivarlo nel fatto che è completamente nel senso dei presenti e passati insegnamenti.

Vedremo che non è il caso, ma di nuovo solo sotto certe presupposizioni non è il caso. Vedremo cioè che ora saremo per la prima volta preparati nel modo giusto a comprendere, nella prossima considerazione delle condizioni, da un lato come influssi benevoli proprio ci danneggiano un organo, perché non cadiamo nella potenza dell’illusione, e d’altro canto a divenire consapevoli di quell’effetto che produciamo quando noi stessi ci sottraiamo alla manifestazione di tali influssi benevoli, per mezzo del fatto che adottiamo misure igieniche e sanitarie contro le malattie. — Vedremo che stiamo in un punto dove l’uomo così spesso si trova: se un’apparente contraddizione insorge e tutta la forza della contraddizione lo spinge, allora è vicino a venire a un tale punto dove i poteri ahrimanici possono esercitare su di lui un grande influsso. In nessun luogo la possibilità è così vicina a indurci in inganni come adesso, dove siamo venuti in un tale passaggio stretto. Ed è bene che siamo venuti in questo passaggio stretto; poiché adesso possiamo dire: sono poteri benevoli quelli che ci rendono inutile un organo, perché quella è una controrisposta contro Ahriman; così dovevano essere i nemici dell’umanità quelli che non chiedessero quello che si può chiamare « controrisposta benefica contro i poteri ahrimanici ». Poiché misure igieniche e simili restringerebbero questa controrisposta benefica.

Siamo in un passaggio stretto. Ed è bene che siamo una volta venuti in questa contraddizione, affinché pensiamo al fatto che tali contraddizioni sono possibili, e persino una buona formazione per il nostro spirito. Poiché quando avremo visto come possiamo liberarci da questa contraddizione, allora avremo fatto da noi stessi qualcosa che può darci forza per strapparci dagli inganni di Ahriman.

8°Il karma degli esseri superiori

Amburgo, 25 Maggio 1910

Se pensiamo alla contraddizione che abbiamo posto davanti a noi alla fine della nostra ultima considerazione, allora per la sua soluzione oggi dobbiamo ancora rivolgerci indietro verso le due forze, verso i due principi che ci sono apparsi nel corso del tempo proprio come coloro che ci sfidano e anche come coloro che regolano il nostro karma.

Abbiamo visto che il nostro karma viene messo in movimento per il fatto che subiamo gli influssi delle potenze luciferiche sul nostro corpo astrale, che attraverso la tentazione di questi poteri arriviamo a manifestazioni di sentimenti, istinti e passioni che ci rendono, in certo modo, più imperfetti di quanto altrimenti saremmo. Quando gli influssi luciferici agiscono su di noi, allora, da parte loro, provocano gli influssi ahrimanici, quelle forze che non agiscono da dentro, bensì da fuori, che nel reciproco scambio con il mondo agiscono attraverso quello che ci si contrappone da fuori. Così è in fondo Ahrimane che viene provocato da Lucifero, e noi uomini siamo effettivamente posti vivamente nella lotta di questi due principi. E nella vita dobbiamo cercare di progredire proprio per il fatto che, una volta venuti negli artigli di Lucifero o di Ahrimane, cerchiamo mezzi e vie per salire più in alto, superando quello che è stato causato in noi. Possiamo vedere molto chiaramente come effettivamente questo gioco reciproco tra le potenze luciferiche e ahrimaniche si svolge intorno alla nostra persona quando consideriamo il caso in una forma un po’ diversa, che già l’ultima volta abbiamo citato: il caso che qualcuno cada sotto gli influssi ahrimanici, così che sperimenta ogni sorta di inganni, illusioni, così che crede che questo o quello gli sia comunicato in modo particolare oppure gli faccia un’impressione in questa o in quella direzione; da cui però, per un altro che ha conservato il suo sano giudizio, è facile riconoscere che la persona in questione è caduta in errori e illusioni. L’ultima volta abbiamo parlato dei casi in cui qualcuno è sottoposto a illusioni chiare, ma in senso cattivo, del mondo spirituale. Allora abbiamo dichiarato esplicitamente che questi sono inganni causati da forze ahrimaniche. E abbiamo visto che contro tali inganni, che sono provocati da una chiaroveggenza scorretta, non c’è altro mezzo, oppure almeno non c’è un mezzo più favorevole, che il sano giudizio acquisito nella vita fisica tra la nascita e la morte.

Quello che abbiamo detto nella conferenza scorsa è qualcosa di significativo e essenziale quando abbiamo a che fare con aberrazioni chiaroveggenti. Infatti, in una chiaroveggenza che non è stata raggiunta attraverso una scuola corretta, non attraverso esercizi sistematici condotti rigorosamente e propriamente, bensì che entra attraverso caratteristiche ereditate antiche, in immagini o in ascolto di toni e simili, in una tale chiaroveggenza scorretta possiamo sempre trovare che essa regredisce, che cessa persino quando la persona in questione trova la possibilità e l’inclinazione di impegnarsi seriamente negli studi teosofici, di veramente accogliere la conoscenza teosofica, o addirittura di impegnarsi in una vera scuola adatta e significativa. Dunque in un tale caso, dove abbiamo a che fare con aberrazioni della conoscenza sovrasensibile, possiamo dire che le vere fonti della conoscenza, se la persona in questione è capace di accedervi, saranno sempre un aiuto per lei che può portarla sulla giusta via.

D’altro canto non potete adoperare quello che deve essere presentato come un contrasto, e che è una verità così banale che tutti la conoscono. Tutti sanno che, se qualcuno, per complicazioni karmiche, è arrivato a sviluppare stati che lo conducono ai sintomi della paranoia, della megalomania, allora può formarsi nell’anima un intero sistema di idee deliranti che sono da lui fondate in modo logico come possibile, ma che sono comunque idee deliranti. Può accadere per esempio che qualcuno pensi del tutto correttamente e logicamente in altri settori della vita, ma abbia tuttavia l’idea delirante di essere ovunque perseguitato per questo o quel motivo. Allora sarà in grado di fare, dovunque vada, dalle cose più piccole combinazioni della massima intelligenza: ecco di nuovo una cricca che non vuole altro che farmi questo o quello! — E vi dimostrerà nel modo più intelligente come il suo sospetto sia fondato. Così qualcuno può essere una persona completamente logica e tuttavia convivere con certi sintomi della follia. Allora sarà completamente impossibile confutare un tale uomo con motivi logici. Al contrario, se in un tale caso si viene con motivi logici, allora può accadere che le idee deliranti che risiedono dentro la persona vengano ancora più sfidate e cerchino prove ancora più forti per quello che sostiene come contenuto della sua idea delirante di persecuzione. — Quando si parla in senso scientifico dello spirito, le cose devono essere prese con grande precisione. Se prima, e anche l’ultima volta, è stato sottolineato che nella conoscenza scientifico-spirituale, a cui qualcuno si dedica con tutto l’impegno o addirittura in una scuola sistematica intenzionale, si ha un contropotere contro un’aberrazione delle forze chiaroveggenti, allora con ciò si intende un caso completamente diverso da quello appena caratterizzato. Ora non si tratta di venir fuori dal combattimento della persona in questione con conoscenza scientifico-spirituale. In genere si vuol venirgli incontro con motivi tratti dal campo della ragione ordinaria. Ma a una tale persona è completamente inaccessibile. Perché è così?

Quando appare un tale quadro clinico, come si manifesta nei sintomi descritti, abbiamo a che fare con il fatto che la persona in questione mostra una causa karmica di incarnazioni precedenti, di aberrazioni precedenti. Quello che deve essere visto come aberrazione dell’interno non si trova, e non può trovarsi, in questo caso, nell’incarnazione presente, bensì si trova in un’incarnazione precedente. Ora formiamoci un quadro di come una tale cosa viene dall’incarnazione precedente a quella presente.

Per questo dobbiamo considerare come effettivamente il nostro sviluppo dell’anima si svolge. Noi esistiamo come uomo esteriore da corpo fisico, corpo eterico e corpo astrale, e nel corso del tempo abbiamo costruito dentro a questi involucri, attraverso il lavoro dell’Io, l’anima senziente nel corpo dei sentimenti, l’anima razionale o dell’umore nel corpo eterico, e l’anima conscia nel corpo fisico. Quello che sviluppiamo nel nostro interno come i tre elementi dell’anima l’abbiamo costruito dentro ai tre involucri, e ora vive in questi tre involucri. Ora supponiamo che in una qualche incarnazione siamo sedotti dall’influsso di Lucifero — cioè per il fatto che in noi sviluppiamo istinti egoistici o altri istinti, desideri, impulsi attribuibili all’influsso luciferico — così che commettiamo colpe sulla nostra anima. Queste colpe possono stare nell’anima senziente, possono stare nell’anima razionale o nell’umore, oppure anche nell’anima conscia. Allora questa è la causa che, in qualche incarnazione successiva, è data in uno dei tre elementi dell’anima. Supponiamo che sia un errore che poggia particolarmente sulle forze dell’anima razionale. Questo sarà allora trasformato, nello stato tra morte e nuova nascita, così che quello che per esempio l’anima razionale ha commesso si mostra nella sua azione nel corpo eterico. Questo è stato nel frattempo elaborato nel corpo eterico, nel passaggio attraverso la morte fino alla nuova nascita. Così nella nuova incarnazione incontriamo un’azione nel corpo eterico che risale a una causa nell’anima razionale di un’incarnazione precedente. Ora però l’anima razionale dell’incarnazione successiva lavora di nuovo indipendentemente per se stessa in questa incarnazione, ed è allora una differenza se l’uomo ha commesso quella colpa prima oppure no. Se l’ha commessa in un’incarnazione precedente, allora ha ora un difetto nel suo corpo eterico. Questo risiede allora più profondamente: non risiede nell’anima razionale, bensì nel corpo eterico. Ma quello che l’uomo può acquisire come razionalità, come comprensione sul piano fisico, questo agisce solo sulla sua anima razionale; non agisce su quello come l’anima razionale si è comportata in un’incarnazione precedente e che è già stato elaborato nel corpo eterico. Perciò può accadere che le forze dell’anima razionale, come ci appaiono ora in un uomo, lavorino logicamente intatte, così che l’interno vero dell’uomo sia completamente intatto, ma che, attraverso la collaborazione tra anima razionale e la parte malata del corpo eterico, da questo corpo eterico in una certa direzione venga proiettato un errore. Allora è vero che potete agire, con i motivi che potete addurre sul piano fisico, sull’anima razionale, ma non direttamente sul corpo eterico. Perciò non potete conseguire nulla con la logica, con il convincimento, come nemmeno potete conseguire nulla con la logica se piazzate un uomo davanti a uno specchio curvo convesso così che vede la sua immagine distorta, e poi volete provargli che sbaglia a vedere l’immagine così. Lui vede comunque un’immagine distorta. Così non dipende dall’uomo che capisca in modo malato qualcosa in modo scorretto, perché la sua logica altrimenti sana non gli viene riflessa dal suo corpo eterico in modo sano.

In questo modo possiamo portare l’effetto karmico di incarnazioni precedenti nella nostra organizzazione più profonda dentro di noi. E possiamo proprio indicare come in una parte determinata della stessa — come qui nel nostro corpo eterico — il danno è presente. Da questo vediamo quello che, attraverso l’influsso luciferesco in un’incarnazione precedente, abbiamo provocato e poi trasformato. E nel frattempo tra morte e nuova nascita avviene la trasformazione da un interno a un esterno, e poi Ahrimane ci si contrappone dal nostro stesso corpo eterico. Questo ci mostra come Ahrimane viene attirato al nostro stesso corpo eterico attraverso Lucifero. La colpa precedente era una luciferica, ma quella trasformata è tale che ci viene data, in certo modo, la ricevuta per quella nella prossima incarnazione da Ahrimane. E allora si tratta di questo: che l’uomo deve eliminare da sé il danno del suo corpo eterico. Questo può avvenire solo per il fatto che un intervento più profondo viene fatto nella sua organizzazione, di quanto sia possibile con gli ordinari mezzi della ragione esterna in un’incarnazione.

Chi sperimenta qualcosa del genere, così da cadere per esempio nei sintomi di paranoia in una determinata incarnazione, quando di nuovo passa per la porta della morte avrà davanti a sé tutti i fatti che si è procurato a causa del suo danno ahrimanico, e li avrà davanti in tutta la loro assurdità. Questo sarà di nuovo la forza che lo guarisce radicalmente per la sua prossima incarnazione. Poiché può essere guarito solo dal fatto che quello che ha fatto sotto l’influsso dei sintomi corrispondenti gli appare, nel mondo esterno per il seguito, come assurdo. Con ciò avete dato qualcosa che da parte nostra si può fare per una tale guarigione. Se qualcuno soffre di idee deliranti di questo tipo, il modo meno probabile di distoglielo dalle sue idee deliranti è con motivi logici. Farete solo in modo che la sua opposizione venga ancora più provocata. Ma conseguirete qualcosa, soprattutto se una tale cosa si mostra in giovane età, se portate la persona a situazioni dove le conseguenze dei suoi sintomi le si presentano in modo crudo come insensato, se la mettete davanti a fatti che lei provoca e che, come crudamente insensati, ricadono di nuovo su di lei. In questo modo potete, in certa misura, provocare una guarigione.

Potete anche guarire se siete voi stessi così avanti nel possesso delle verità scientifico-spirituali che esse sono diventate proprietà interiore della vostra anima. Se esse sono diventate così vostro possesso che stanno e cadono con la vostra intera personalità, allora le avete come la fede più concepibile; allora tutta la vostra personalità è un irradiatore di queste verità scientifico-spirituali. Con queste verità che fluiscono nella vita tra nascita e morte e la riempiono, ma che tuttavia vanno al di là di questa vita stessa, che sono conoscenze dal mondo sovrasensibile, con esse potete conseguire effetti più profondi che con verità della ragione esteriore. Mentre con motivi logici esteriori non potete conseguire nulla, potrete, se applicate le verità scientifico-spirituali e se avete abbastanza tempo e occasione, veramente esercitare impulsi sulla persona in questione, così da poter dire che, in un’incarnazione, conseguite quello che altrimenti può accadere solo attraverso il sentiero da un’incarnazione all’altra: cioè agire da dentro, dall’anima razionale, al corpo eterico. Poiché le verità del piano fisico non sono capaci di saltare nemmeno nel minimo il baratro tra anima senziente e corpo dei sentimenti, tra anima razionale e corpo eterico, o addirittura tra anima conscia e corpo fisico. Perciò sperimenterete sempre che qualcuno può assorbire sul piano fisico ancora tanta saggezza sul mondo sensibile: questa saggezza avrà una connessione molto scarsa con il suo mondo dell’umore, con quello che chiamiamo l’essere permeato del suo corpo dei sentimenti con gli impulsi e le passioni corrispondenti. Perciò accade che qualcuno possa essere una casa molto dotta, possa avere una grande conoscenza teorica sulle cose del mondo fisico, possa essere diventato un vecchio professore — e non ha conseguito nel suo interno una trasformazione dei suoi istinti, sentimenti e passioni che si svolgono nel corpo dei sentimenti. Può, in fondo, sapere molto sul mondo fisico ed essere un crasso egoista, perché ha assorbito gli impulsi per ciò nella gioventù. — Naturalmente può accadere benissimo che esterna scienza fisica ed educazione del corpo dei sentimenti e del corpo eterico, da dentro, procedano fianco a fianco. E così l’uomo può assorbire verità della ragione, parecchie cose che si possono assorbire come forze dell’anima dell’umore nei riguardi del piano fisico, ma non può superare quel baratro profondo che esiste tra l’anima razionale e il corpo eterico. In altre parole, potete sempre trovare di nuovo: se qualcuno assorbe verità esterne, se impara ancora così tanto — una cosa la troverete raramente, che quello che è stato imparato abbia veramente potenza sulle forze formatrici del suo corpo.

In un uomo in cui le verità agiscono così da afferrare tutto il suo essere, allora potete sperimentare che nel corso di dieci anni la sua fisionomia cambia, che potete leggere sulla sua fronte come ha lottato, come per esempio ha lottato con certi dubbi nel suo cuore. Oppure potete notarlo anche nei suoi gesti, se per esempio è diventato un uomo tranquillo dal suo comportamento. Allora questo si fa strada nelle forze formatrici dell’organismo, e l’organismo è afferrato da questo nelle sue parti più fini. Allora agisce quello che l’uomo assorbe spiritualmente fino nelle parti più fini della sua organizzazione.

Se quello che afferra il sentimento non punta solo al piano fisico, allora dopo dieci anni l’uomo è anche un altro. Ma il cambiamento sta nella direzione normale, come le capacità si formano e cambiano nella vita ordinaria normale. Si può forse, nel corso di dieci anni, avere un’altra espressione del viso; ma se non superate il baratro in modo interno, sono stati influssi esterni. Allora non è una forza che afferra l’uomo dall’interno che lo trasforma. Da questo possiamo vedere che solo lo spirituale che si connette veramente, nel nostro interno più intimo, con l’uomo più interiore nostro, è in grado di agire trasformando già nel tempo tra nascita e morte sulle forze formatrici, ma che, però, con certezza questo passaggio, questo superamento del baratro, avviene nella efficacia karmica tra la morte e una nuova nascita. Se per esempio quello che l’anima senziente ha sperimentato viene immerso in quei mondi che attraversiamo nel frattempo tra morte e nuova nascita, allora certamente nella prossima incarnazione si fa valere come forza formatrice, forza plasmante.

In questo modo comprendiamo l’azione reciproca di Ahrimane e Lucifero. E ora ci domandiamo: come si presenta questa azione reciproca quando le cose si trovano ancora un po’ più lontano, quando per esempio, come influsso luciferisco, non solo devono superare il baratro dall’anima razionale al corpo eterico, bensì quando hanno una strada più lunga?

Supponiamo che in una vita siamo sottoposti in modo molto forte all’influsso di Lucifero. In un tale caso il nostro intero uomo interno è diventato un bel pezzo più imperfetto di quanto non fosse prima, e nel tempo del kamaloca allora vediamo, nel modo più eminente, che dobbiamo dire a noi stessi: devi fare qualcosa di molto potente per compensare di nuovo questa imperfezione! — Allora accogliamo questa tendenza in noi e formiamo, nella prossima o in una delle prossime incarnazioni, con quello che ora è diventato forze formatrici, il nostro nuovo organismo così che questo deve avere la tendenza di provocare il compenso di quello che è stato sperimentato precedentemente. Ma supponiamo che quello che ha scatenato l’influsso luciferino fosse stato causato da un esteriore, fosse stato un desiderio esteriore. Allora deve comunque Lucifero essere stato presente di nuovo come un influsso. L’esteriore non avrebbe potuto agire su di noi se Lucifero non avesse agito in noi. Allora abbiamo la tendenza in noi di compensare di nuovo quello che siamo diventati sotto l’influsso luciferino.

Ma ora abbiamo visto che l’influsso luciferino in un’incarnazione provoca l’influsso ahrimanico in un’incarnazione successiva, che l'attrae a sé, così che i due sono completamente in reciproca azione. L’influsso luciferino è però tale che abbiamo potuto dire: si mostra per noi nella coscienza, cioè possiamo con la nostra coscienza ancora raggiungere sufficientemente giù nel nostro corpo astrale. Abbiamo detto che quando i dolori ci portano alla coscienza, questo è influsso luciferino. Ma non possiamo scendere in quelle regioni che possiamo designare come coscienza del nostro corpo eterico e del nostro corpo fisico. Abbiamo comunque anche nel sonno senza sogni una coscienza, ma di grado così basso che l’uomo nella vita ordinaria non è in condizione di sapere affatto di questa coscienza. Ma questo non è affatto motivo che non facciamo nulla in essa. Questa coscienza ce l’ha per esempio normalmente la pianta, che consiste solo di corpo fisico e corpo eterico. La pianta vive continuamente in una coscienza di sonno senza sogni. La nostra coscienza del corpo eterico e del corpo fisico è presente anche nella veglia conscia; ma non possiamo discendere fino a lei. Che questa coscienza possa agire, però, si mostra a noi per esempio quando nel sonno compiamo azioni sonnambule, azioni da sonnambulismo di cui non sappiamo nulla. È la coscienza di sonno senza sogni che compie queste azioni. La coscienza ordinaria dell’Io e la coscienza astrale non scendono fino laggiù, dove per esempio le azioni del sonnambulo vengono compiute.

Ma non dobbiamo credere, perché di giorno viviamo nella coscienza dell’Io e nella coscienza astrale, che gli altri tipi di coscienza non vivano con noi. Semplicemente non sappiamo di loro. Supponiamo ora che per un influsso luciferino in un’incarnazione precedente abbiamo provocato un forte influsso ahrimanico: allora questo influsso ahrimanico non potrà agire sulla nostra coscienza ordinaria. Ma afferrerà la coscienza che risiede nel nostro corpo eterico, e questa coscienza non potrà condurci solo a una certa organizzazione del nostro corpo eterico, bensì persino ad azioni che si svolgono così che la coscienza del nostro corpo eterico ci dice: puoi adesso solo rimuovere da te quello che l’influsso luciferino, di cui in un’incarnazione precedente sei caduto così mightily, ha causato in te; e puoi farlo per il fatto che adesso compi un’azione che si trova esattamente nella linea opposta della colpa luciferica precedente! Supponiamo che siamo stati indotti da un influsso luciferino, da una posizione religiosa precedente o rivolta allo spirituale, a transitare a una tale dove l’uomo dice: voglio godere la vita qui! —, dove dunque il salto nel sensuale è stato compiuto con tutta la forza. Allora una tale cosa provoca l’influsso ahrimanico nella maniera che esattamente l’opposto viene causato. Allora accade che l’uomo, mentre procede attraverso la vita, cerca un punto dove può saltare di nuovo dal sensuale nella vita spirituale con un salto. Là è caduto con un salto nel sensuale — qui vuol saltare di nuovo nella vita spirituale. La supercoscienza non se ne accorge; ma l’inconscio misterioso che è incatenato al corpo fisico e al corpo eterico spinge ora l’uomo a cercare il luogo dove si può aspettare un temporale, dove c’è una quercia, una panchina sotto, e — il fulmine colpisce! Allora il suo inconscio ha riempito l’uomo di quello che ha fatto in un’incarnazione precedente. Allora abbiamo l’opposto. Così comprendiamo un’azione sotto un influsso luciferino in una vita precedente, e come conseguenza un influsso di Ahrimane nella vita presente. Ahrimane deve qui collaborare allo scopo che scartichiamo la nostra supercoscienza, cosicché in questo caso il nostro intero uomo segue solo alla coscienza del corpo eterico o del corpo fisico.

In questo modo comprendiamo parecchie cose che anche altrimenti succedono nella vita. Ma non dobbiamo, se per esempio qualcuno nella vita giunge alla morte o subisce una ferita grave, ricondurre ogni tale caso a qualcosa di simile. Allora si comprenderebbe il karma in un modo molto ristretto. Ma ci sono veramente correnti, anche nel nostro movimento teosofico, che concepiscono il karma in modo piuttosto ristretto, che credono di avervi davvero qualcosa che conduce a una prospettiva più elevata, ma non lo conoscono veramente. Lo concepiscono così che, se fosse veramente così come lo concepiscono, allora sempre l’intero ordine mondiale dovrebbe essere sistemato appositamente per ogni singolo uomo, così da servire al corso armonico e al compenso di ogni singolo nella vita umana, così che nelle incarnazioni i rapporti siano sempre riuniti così che esattamente il compenso per quello che è sorto in una vita precedente debba essere creato. Ma questo punto di vista non è sostenibile. Come sarebbe se qualcuno si mettesse davanti a un uomo a cui è successa una disgrazia e gli dicesse: questo è il tuo karma, questo è l’effetto karmico di una vita precedente; l’hai causato allora! — Ma se ora la persona in questione sperimenta questo o quel caso fortunato, allora l’altro dice: questo risale a un bene che hai fatto precedentemente! — Se questo però deve avere un valore reale, allora colui che parla così dovrebbe prima vedere cosa è successo nella vita precedente che avrebbe dovuto produrre questo effetto. Se si fosse messo nella vita precedente, vedrebbe allora le cause che vengono da quella vita, e allora dovrebbe guardare all’incarnazione successiva se vuol percepire gli effetti. Da ciò però segue logicamente per noi questo: si presentano in ogni incarnazione fatti che rappresentano primi eventi nel corso della vita di ogni uomo, come si svolge da incarnazione a incarnazione, e questi avranno il loro compenso karmico nella vita successiva. Se allora nella vita successiva si guardano gli effetti, si può guardare alle cause. Ma se ora accade una disgrazia e non si trovano cause per essa nella vita precedente con tutti i mezzi, allora ci si deve dire che il compenso semplicemente ha luogo in una vita successiva. Il karma non è un fato! Da ogni vita qualcosa viene portato nelle successive.

Se comprendiamo questo, allora comprenderemo anche che l’uomo può trovare nuovi eventi nel suo significato e nel significato della vita. Pensiamo al fatto che i grandi eventi nel corso dello sviluppo dell’umanità possono avvenire solo per il fatto che vengono portati da persone determinate. Le persone devono in un punto determinato nel tempo assumere gli intenti dello sviluppo. Si pensi a come lo sviluppo medievale sarebbe proceduto se non vi fosse intervenuto Carlo Magno in un determinato momento, oppure come la vita spirituale dei tempi antichi sarebbe proceduta se non avesse agito Aristotele in un determinato momento. Si pensi che, se si vuol comprendere il corso dello sviluppo dell’umanità, si deve pensare Aristotele nel tempo dove ha vissuto; perché senza di lui molto, dopo, sarebbe stato diverso. In questo modo vediamo che personalità come Carlo Magno, Aristotele, Lutero e così via non hanno dovuto vivere per loro, bensì per il bene del mondo nel tempo in questione. I loro destini personali sono perciò intimamente intrecciati con quello che accade nel mondo. Ma possiamo perciò dire che quello che effettuano corrisponde a quello che si sono meritati precedentemente o che hanno precedentemente causato?

Si prenda il caso di Lutero: tutto quello che ha sperimentato e sofferto non lo si può scrivere solo sul suo conto karmico; deve essere chiaro che quello che deve accadere in un determinato punto nello sviluppo dell’umanità accade attraverso l’inserimento di individualità determinate. Queste individualità devono essere condotte giù dal mondo spirituale senza riguardo al fatto che per se stesse siano abbastanza lontane per essere condotte giù, perché vengono condotte giù per gli scopi dello sviluppo dell’umanità. E deve forse essere accorciato o allungato un cammino karmico precedente, così che le personalità in questione possano essere messe nella vita in un determinato punto nel tempo. Allora su persone vengono inflitti destini che non hanno niente a che fare con il karma precedente. Ma se una volta l’uomo è stato così messo, e se ha fatto quello che può fare tra nascita e morte, allora questo forma cause karmiche. Così vero come è che un Lutero è messo nella vita per il bene dell’umanità e può soffrire destini che niente hanno a che fare con il suo karma precedente, così vero è che il suo karma successivo avrà a che fare con quello che là compie. Il karma è una legge universale e ogni persona deve viverlo. Ma non lo dobbiamo concepire così da guardare solo indietro alle incarnazioni precedenti, bensì lo dobbiamo concepire così da guardare anche avanti. Perciò possiamo del tutto dire: può risultare da questo punto di vista che effettivamente solo una vita successiva può giustificare anche incarnazioni precedenti, in quanto già cose ci sono accadute che non sono affatto nella nostra linea karmica.

Supponiamo il seguente caso, che si è effettivamente verificato: durante una catastrofe naturale un numero di anime ha trovato il loro declino. Non dobbiamo affatto credere che fosse il loro karma che siano tutti insieme periti; perché sarebbe un’assunzione molto facile. Non deve essere affatto così che si riconduca sempre a colpe precedenti. C’è un caso ricercato dove un numero di persone in una catastrofe naturale ha trovato il suo declino. Ma questo ha allora condotto al fatto che queste persone in un tempo successivo si sentirono unite insieme e attraverso il destino comune si provarono forti di fare qualcosa di comune nel mondo. Attraverso quella catastrofe era stata formata la causa che, nel corso della vita successiva, si erano completamente disabituate ad aderire alla materia, così che si erano procurate una disposizione per la loro vita successiva che le ha condotte allo spirituale.

Cosa è accaduto in questo caso? Se torniamo indietro nella vita precedente, allora troviamo che come evento particolare è avvenuto il perimento insieme durante un terremoto: allora si era presentata loro, nel momento del terremoto, l’inutilità del materiale davanti all’anima, e allora si era sviluppata in loro la disposizione verso lo spirituale. Da questo vediamo come persone, che dovevano portare uno spirituale nel mondo, erano state preparate attraverso un tale caso che ci mostra la saggezza dello sviluppo, che è stato investigato scientififico-spiritualmente e si è effettivamente verificato. — Così possiamo mostrare che per la prima volta vediamo eventi entrare nella vita umana e che anche nel declino di uno o più uomini in una catastrofe o un disastro la morte precoce di un uomo non sempre la si può ricondurre a una colpa precedente, bensì che una tale cosa può apparire come causa prima e che nella vita successiva ha luogo il compenso.

Però ci sono ancora altri casi possibili. Può accadere che qualcuno, in due, tre incarnazioni successive, abbia una vita che termina prematuramente. Questo può accadere perché questa individualità è chiamata a portare all’umanità, attraverso tre incarnazioni, qualcosa che si può portare solo se nel mondo fisico si vive con tali forze che risultano in un corpo che si sta costruendo. È una cosa completamente diversa se si vive in un corpo che si sviluppa fino al trentacinquesimo anno, oppure in un corpo dell’età successiva. Perché fino al trentacinquesimo anno l’uomo dirige la sua forza nella corporeità così che dispone la forza da dentro. Ma poi inizia, dal trentacinquesimo anno, una vita dove l’uomo progredisce solo internamente e continuamente con le sue forze vitali deve assalire le forze esterne. Queste due metà della vita sono completamente diverse, se guardiamo all’organizzazione interna. Supponiamo ora che, secondo la saggezza dello sviluppo dell’umanità, abbiamo bisogno di persone che possono prosperare solo se non hanno da assalire quello che ci si contrappone nella seconda metà della vita: allora può essere che le incarnazioni siano terminate prematuramente. Tali casi ci sono. E noi stessi, già nelle nostre riunioni, abbiamo indicato un’individualità che successivamente è apparsa come grande profeta, come un pittore significativo e come grande poeta, e sempre ha concluso la sua vita con morte precoce, perché quello che questa individualità ha dovuto compiere in tre incarnazioni era possibile solo per il fatto che le incarnazioni siano state interrotte prima di un vivere nella seconda metà della vita. In ciò avete la particolarità dell’intrecciarsi del karma individuale umano e del karma dell’umanità generale.

Possiamo ancora andare più profondamente e possiamo, nel karma dell’umanità generale, ricercare certe cause karmiche che allora si mostrano nelle loro azioni nei tempi successivi; allora il singolo uomo deve di nuovo vedersi messo nel karma dell’umanità. Se consideriamo lo sviluppo post-atlantico, abbiamo il tempo greco-latino nel mezzo, prima a esso andò il tempo egizio-caldaico, e il nostro seguì come il quinto periodo di cultura. Al nostro tempo seguirà un sesto e poi un settimo periodo di cultura. Ma anche in altre occasioni ho già indicato che, in certo modo, avviene un ciclo nella successione delle diverse culture, così che la cultura greco-latina appare come una particolare per se stessa, ma allora l’epoca egizio-caldaica si ripete nella nostra. Ora ho anche già in questo ciclo evidenziato come Keplero viveva nella nostra epoca di cultura e come precedentemente la stessa individualità viveva in una veste egiziana, e allora, sotto l’influsso dei saggi sacerdoti egiziani, poteva dirigere lo sguardo verso la volta celeste, così che i segreti delle stelle, come da sopra, le si rivelavano. Questo l’ha portata di nuovo nella sua incarnazione di Keplero, che è stata messa dove il quinto periodo ripete il terzo in certo modo.

Ma questo va ancora più avanti. Dalla scienza dello spirito si può veramente affermare che lo sviluppo mondiale e la vita umana dalla maggior parte degli uomini oggi è ancora osservata in una vera cecità. Fino nei dettagli potreste seguire queste corrispondenze, queste ripetizioni, questa vita in cicli. Se si prende un certo punto nel tempo nello sviluppo dell’umanità, che cade circa nell’anno 747 prima di Cristo, allora avete in ciò una sorta di fulcro, una sorta di punto zero, e quello che prima e dopo questo punto nel tempo si trova, corrisponde in una maniera molto determinata. Possiamo tornare indietro in un tempo dello sviluppo egiziano e trovare là certe leggi cerimoniali e comandamenti che apparivano come « comandamenti degli dèi ». E così erano. Erano comandamenti che si riferivano al fatto che l’egiziano doveva per esempio durante il giorno compiere lavaggi del tutto determinati, cioè lavaggi regolati attraverso usi cerimoniali e prescrizioni rituali. E si diceva all’egiziano che poteva vivere solo come gli dèi volevano se in questo o quel giorno compiva così e così tanti lavaggi. Questo era un comandamento divino che si esprimeva in certi culti di purificazione. E se allora entriamo in un periodo un po’ meno puro nel frattempo, e adesso di nuovo, nel nostro tempo, incontriamo misure igieniche come ora sono date all’umanità su basi materialiste, allora vediamo in noi realmente ripetersi quello che in un tempo corrispondente in Egitto era tramontato. In modo molto strano si presenta il compimento del precedente nel karma globale. Solo il carattere generale è sempre diverso. Keplero, nella sua incarnazione egiziana, aveva lo sguardo rivolto verso il cielo stellato; e quello che questa individualità vide allora, l’ha elaborato nelle grandi verità spirituali dell’astrologia egiziana. Nella sua nuova incarnazione, nell’epoca del che il compito materialismo era toccato, la stessa individualità ha elaborato questi fatti — corrispondente al nostro tempo — nelle tre leggi di Keplero colorate materialisticamente. — Nel vecchio Egitto le leggi della purificazione erano leggi « rivelate dagli dèi ». L’egiziano credeva di adempiere il suo dovere verso l’umanità solo per il fatto che in ogni occasione, nella maniera più incredibile, curava la sua purificazione. Questo viene di nuovo fuori oggi, solo sotto influssi di pensiero completamente materialisti. L’uomo di oggi non pensa che serve gli dèi se osserva tali prescrizioni, bensì che serve se stesso. Ma il precedente viene fuori di nuovo.

Così tutto si compie nel mondo, e in certo senso in maniera completamente ciclica. E ora avrete il presentimento che le cose che formuliamo l’ultima volta insieme in una contraddizione non si comportano in modo così semplice come si è inclini ad assumere. Se in un determinato tempo gli uomini non erano in condizione di adottare certe misure contro le epidemie, allora questi erano i tempi dove gli uomini non potevano farlo perché le epidemie dovevano agire secondo il piano mondiale saggio e sagace, così che le anime umane trovassero occasione di compensare quello che era stato causato dall’influsso ahrimanico e attraverso certi influssi luciferici precedenti. Se ora vengono introdotte altre condizioni, allora anche questo è sottoposto a determinate leggi karmiche grandi. Possiamo da ciò dedurre che certamente non dobbiamo considerare queste questioni superficialmente.

Come si concilia questo: abbiamo detto che se l’uomo cerca l’occasione di contrarre un’epidemia, un’infezione, allora questa è la controrisposta necessaria a una causa karmica precedente. Possiamo ora intraprendere misure igieniche e altre contro di essa?

La questione è profonda e prima dobbiamo portare il materiale corretto per deciderla. Dobbiamo essere consci che là dove — sia contemporaneamente o in periodi più lunghi — il principio luciferino e quello ahrimanico collaborano, o dove si oppongono, certe complicazioni nella vita umana emergono. E queste complicazioni agiscono così che, nei casi più diversi, ci si presentano nella maniera più varia, così che non vedremo due casi allo stesso modo. Ma se studiamo la vita umana, ci troveremo attraverso questo nel modo seguente: se cerchiamo la collaborazione di Lucifero e Ahrimane nel caso specifico corrispondente, allora ovunque troveremo un filo per procedere attraverso questa connessione. Ma dobbiamo in questo distinguere acutamente tra l’uomo interiore e l’uomo esteriore. Dovevamo oggi già distinguere acutamente tra quello che si sviluppa nell’anima razionale e quello che, come azione dell’anima razionale, si mostra nel corpo eterico. Dobbiamo considerare il percorso in cui il karma si realizza, e dobbiamo contemporaneamente essere consci che abbiamo di nuovo la possibilità di agire, attraverso influssi karmici appropriati, sull’interno, così che attraverso l’interno un altro compenso karmico è preparato nel futuro. Attraverso questo è possibile che ora questo possa accadere:

Può essere che l’uomo nella vita precedente sia passato in modo particolare attraverso sentimenti, sensazioni e così via che l’hanno spinto a mancanza di amore verso i suoi prossimi. Pensiamo per esempio che sia passato attraverso qualcosa dove, attraverso azione karmica, ha assorbito la mancanza di amore in se stesso. Può essere del tutto così che noi, procedendo come su linea discendente, generiamo il male, così che quindi prima siamo su un cammino discendente, così che la forza elastica opposta si sviluppa per allora salire di nuovo. Supponiamo dunque che un uomo si sia inclinato verso una mancanza di amore attraverso dedizione a certi influssi; allora la mancanza di amore emerge in una vita successiva come azione karmica e forma forze interne nella sua organizzazione. Ora possiamo fare un duplice, consapevolmente o anche inconsapevolmente; perché la nostra cultura non è ancora così lontana da farlo consapevolmente. Possiamo fornire a un tale uomo misure precauzionali, che quelle proprietà nella sua organizzazione, che vengono dalla mancanza di amore, siano eliminate. Possiamo fare là qualcosa che è un controrimedio contro l’azione nell’organizzazione esterna che si mostra come mancanza di amore; ma con ciò non sempre tutta la mancanza di amore nell’anima sia abolita, solo l’organo esteriore della mancanza di amore sia stato rimosso. Perché se non facciamo nient’altro, abbiamo compiuto solo mezzo lavoro, forse nemmeno quello. Abbiamo forse aiutato l’uomo fisicamente, esternamente; ma spiritualmente non l’abbiamo aiutato. Mentre abbiamo tolto a lui, nell’esteriore corporeità, l’organo per la mancanza di amore, adesso non può vivere la mancanza di amore; deve conservarla nella sua organizzazione interiore per un’incarnazione successiva.

Supponiamo che un’intera serie di uomini si fosse sentita spinta dalla mancanza di amore verso gli uomini ad assorbire certi infettanti, così da cadere in un’epidemia. Supponiamo ulteriormente che potessimo fare qualcosa contro l’epidemia. Allora in un tale caso proteggeremmo la corporeità esterna dall’esprimere la mancanza di amore, ma non avremmo così eliminato l’inclinazione interna verso la mancanza di amore. Pensiamo però al caso così che, se eliminiamo l’organo esteriore della mancanza di amore, assumiamo l’obbligo di agire sull’anima così che togliamo dall’anima anche l’inclinazione verso la mancanza di amore. L’organo della mancanza di amore viene ucciso — nel senso leiblichico esteriore — nella vaccinazione antivaiolosa. Allora si mostra per esempio il seguente, che è stato ricercato scientififico-spiritualmente: in un’epoca di cultura comparve il vaiolo quando la disposizione generale era di sviluppare l’egoismo nel grado maggiore, la mancanza di amore. Allora il vaiolo comparve anche nell’organizzazione esterna; è così. Si è nella teosofia assolutamente obbligati a dire la verità. Ora possiamo comprendere che nel nostro tempo la protezione della vaccinazione è sorta. Possiamo però comprendere ancora qualcos’altro: che cioè nei migliori spiriti della nostra epoca esiste qualcosa come un’avversione alla vaccinazione. Questo sta in corrispondenza con un interno, è l’esteriore di un interno. E possiamo adesso dire: se da una parte uccidiamo l’organo, avremmo allora anche l’obbligo, come controparte, di trasformare per mezzo di appropriata educazione spirituale il carattere materialista di questo uomo. Questo dovrebbe essere il controparte necessaria. Altrimenti compiamo solo mezzo lavoro. Sì, compiamo solo un lavoro a cui l’uomo stesso in un’incarnazione successiva, in qualche modo, dovrà creare il controparte, quando ha il veleno vaioloso in sé e ha eliminato la proprietà attraverso cui si viene spinti alla malattia del vaiolo. Se si è eliminata la ricettività al vaiolo, allora si è solo considerato il lato esteriore dell’efficacia karmica. Se da una parte si pratica l’igiene, allora dall’altra parte si deve sentire l’obbligo di dare agli uomini, la cui organizzazione si è trasformata, anche qualcosa per l’anima. La vaccinazione non farà male a nessuno che, dopo la vaccinazione, nella vita successiva riceva un’educazione spirituale. Abbiamo portato il piatto della bilancia troppo da un lato se puntiamo solo da un lato e non abbiamo riguardo per l’altro. Si sente questo di fondo nei circoli dove si dice: dove le misure igieniche vanno troppo lontano, avrebbero solo da prosperare nature deboli. Questo è certamente ingiustificato; ma vedete, l’essenziale è che non si deve assorbire un compito senza l’altro.

Qui arriviamo a una legge importante nello sviluppo dell’umanità, che agisce così che sempre un esteriore e un interno devono bilanciarsi e che non si deve guardare solo all’uno, bensì anche l’altro non deve rimanere inosservato. Allora vediamo in una grande connessione e non siamo ancora nemmeno giunti al trattamento della questione: come si comportano l’igiene e il karma l’uno verso l’altro? Vedrete che la risposta a questa questione ancora più profondamente ci conduce dentro il karma. E vedremo ancora come anche tra la nascita e la morte dell’uomo intercorrono connessioni karmiche, e inoltre come altre personalità giocano in una vita umana e come la volontà libera dell’uomo e il karma si trovano in armonia.

9°La morte e la nascita in relazione al karma

Amburgo, 26 Maggio 1910

Come ho ripetuto più volte, sarà possibile solo indicare in alcuni tratti schizzati le grandi leggi karmiche, per fornire suggerimenti in questo ambito praticamente incommensurabile. Se considerate tutto ciò di cui abbiamo parlato negli ultimi giorni, non troverete più strano che l’uomo venga spinto, a partire da certi strati di coscienza, a cercare anche nel mondo esteriore gli effetti compensativi per le cause karmiche che si è incorporato. L’uomo può venire spinto proprio laddove può contrarre un’infezione, al fine di ricercare in essa l’effetto compensativo per una causa karmica incorporata, e persino verso ciò che si chiama incidente di vita: l’uomo può venire spinto per cercare un compenso al verificarsi di tale incidente di vita.

Come stanno le cose riguardo al corso karmico, quando attraverso certi provvedimenti veniamo a trovarci nella condizione di impedire all’uomo di ricercare questo compenso?

Supponiamo che attraverso certi provvedimenti igienici agiamo in modo che certe cause, certe cose per cui forse l’uomo deve avere inclinazione in virtù dei suoi nessi karmici, non possano esistere affatto. Immaginiamo che grazie a provvedimenti igienici si riesca a combattere certi agenti patogeni in un determinato ambito. Abbiamo già visto che non sta in alcun modo nella disponibilità degli uomini il prendere tali provvedimenti. Abbiamo osservato come, in una determinata epoca, per esempio, l’inclinazione alle leggi d’igiene nasce dal fatto che semplicemente questa inclinazione, che era scomparsa nel frattempo, ora nella ripetizione invertita dello sviluppo riappare. Da ciò abbiamo visto che sta nelle grandi leggi del karma dell’umanità il fatto che in un determinato momento l’uomo arrivi a prendere questi o quei provvedimenti.

Ma comprenderemo facilmente che l’uomo, in un’epoca anteriore, non è arrivato a prendere tali provvedimenti, perché l’umanità in un periodo precedente aveva bisogno delle epidemie che ora i provvedimenti igienici cercano di estirpare. Riguardo alle grandi istituzioni della vita, veramente lo sviluppo dell’umanità obbedisce a leggi molto determinate, e prima che qualcosa possa essere di significato e utilità per lo sviluppo complessivo dell’umanità, non si presenta affatto la possibilità di prendere tali provvedimenti. Poiché tali provvedimenti non vengono dalla vita completamente consapevole, ragionevole e conscia che l’uomo può acquisire tra la nascita e la morte, ma vengono dallo spirito complessivo dell’umanità. E basta che vi fermiate a considerare come questa o quella invenzione o scoperta non appaia se non quando l’umanità è veramente matura per essa. Una piccola rassegna della storia dello sviluppo dell’umanità sulla terra può offrirvi moltissimo. Pensate solo al fatto che i nostri antenati — vale a dire le nostre stesse anime — hanno vissuto in corpi di forma completamente diversa dai corpi umani attuali, sul vecchio continente atlantico; che poi questo continente è sprofondato e che le istituzioni che oggi prendiamo si sono formate solo nell’ambito dei nostri continenti attuali. Solo in un’epoca completamente determinata gli abitanti di un emisfero terrestre riaffiorato furono riuniti con gli abitanti dell’altro. Solo poco tempo fa, in un passato tutt’altro che lontano, i popoli europei hanno potuto raggiungere di nuovo i territori che si erano separati dall’altro canto del continente atlantico. In tali questioni regnano veramente grandi leggi. E se questa o quella cosa viene scoperta, oppure se si prendono provvedimenti che permettono di intervenire karmicamente in questa o quella direzione, non dipende dall’opinione o dall’arbitrio degli uomini, ma accade quando deve accadere. Ma nonostante ciò: se eliminiamo certe cause che altrimenti sarebbero esistite e che, attraverso il loro intreccio karmico, avrebbero cercato certi uomini, possiamo così influenzare il karma degli uomini. Questo influenzamento non significa però che l'eliminiamo, ma significa che l'orientiamo in un’altra direzione.

Immaginiamo dunque il caso in cui un numero di uomini si sentirebbe spinto attraverso l’intreccio karmico a ricercare determinate influenze che sarebbero un compenso karmico. Attraverso provvedimenti igienici, per il momento queste influenze o condizioni sono state eliminate, gli uomini non possono più ricercarle. Ma per questo motivo questi uomini non vengono liberati da ciò che in loro è provocato come effetto karmico, piuttosto vengono spinti a ricercare altri effetti. L’uomo non sfugge al suo karma. Non viene alleggerito da tali provvedimenti da ciò che altrimenti avrebbe ricercato.

Da ciò potete dedurre che per un compenso karmico che fossimo in grado di eliminare da un lato, dovrebbe sorgere un compenso da un’altra direzione. Creiamo soltanto la necessità di ricercare altre occasioni e influenze quando eliminiamo qualche influenza. Supponiamo ora che molte epidemie, cause comuni di malattia, siano semplicemente dovute al fatto che gli uomini che ricercano queste cause di malattia vogliono eliminare ciò che si sono karmicamente procurato, come per esempio nell’epidemia di vaiolo gli organi della mancanza di amore. Se riuscissimo a eliminare questi organi, la causa della mancanza di amore rimarrebbe comunque, e le anime in questione dovrebbero allora, in questa o un’altra incarnazione, ricercare il compenso corrispondente in un altro modo. Possiamo

Oggi, in verità, vengono eliminate un gran numero di influenze esterne e cause che altrimenti sarebbero state ricercate per il compenso di certe cose karmiche che l’umanità si è caricata addosso in epoche precedenti. Ma con ciò creiamo solo la possibilità che l’uomo non cada in influenze esterne. Rendiamo la sua vita esterna più piacevole oppure più sana. Ma con ciò raggiungiamo solo che ciò che l’uomo, nel corrispondente rapporto di malattia, avrebbe ricercato come compenso karmico, deve ora essere ricercato per un’altra strada. Le anime che oggi, in relazione alla salute, sono salvate in questo modo, vengono così condannate a ricercare il compenso karmico in un’altra forma. E in molti casi dovranno ricercarlo proprio in circostanze simili a quelle descritte. Mentre attraverso una vita più sana viene offerta loro una maggiore comodità fisica, mentre viene loro resa più facile la vita fisica, l’anima viene così influenzata in modo opposto; viene influenzata cosicché gradualmente sentirebbe una certa vacuità, un’insoddisfazione, uno stato di incompiutezza. E se le cose continuassero così, che la vita esterna diventasse sempre più piacevole, sempre più sana, come la si potrebbe avere secondo le concezioni generali nella vita puramente materialistica, allora tali anime avrebbero sempre meno spinta ad andare avanti in se stesse. Avrebbe luogo, in certo senso, una sterilità parallela delle anime.

Chi osserva più attentamente la vita, può notarlo già oggi. In difficilmente nessun’epoca ci sono stati tanti uomini che vivono in circostanze esterne così piacevoli, ma che camminano con anime vuote, indaffarate, come accade oggi. Questi uomini si affrettano perciò da una sensazione all’altra; poi, se il denaro è sufficiente, viaggiano da città a città per vedere qualcosa, oppure, se devono rimanere nella stessa città, si affrettano ogni sera da un piacere all’altro. Ma l’anima rimane comunque vuota: finalmente non sa più nemmeno cosa ricercare nel mondo per ottenere un contenuto. In particolare, attraverso una vita in condizioni puramente esterne e fisicamente piacevoli, viene generata l’inclinazione a pensare soltanto al fisico. E se questa inclinazione a occuparsi solo del fisico non fosse già da lungo tempo presente, nemmeno l’inclinazione al materialismo teorico sarebbe divenuta così forte come lo è nella nostra epoca. Così le anime diventano più sofferenti, mentre la vita esterna viene resa più sana.

Il teosofo è il meno incline a lamentarsi di un tale fatto, perché dappertutto la teosofia ci crea comprensione delle cose e con ciò una consapevolezza di dove si trova il compenso. Le anime non possono rimanere vuote oltre un certo grado; poi si rimbalzano dalla loro stessa elasticità verso l’altro lato. Allora ricercano un contenuto che è affine alle profondità della propria anima, e allora comprenderanno come ne hanno bisogno per giungere a una visione teosofea del mondo.

Così vediamo come ciò che scaturisce dalle concezioni materialistiche della vita rende sì più facile la vita esterna, ma crea difficoltà della vita interiore che conducono a ricercare il contenuto di una visione spirituale del mondo dalle sofferenze dell’anima. La visione spirituale del mondo, come oggi si manifesta quale visione teosofea, viene incontro così alle anime che non trovano soddisfazione nella sterilità e in ciò che la vita esterna, che può essere del tutto piacevolmente ordinata, può fornire loro come impressioni. Le anime continueranno a ricercare, sempre accogliendo cose nuove, finché l’elasticità dall’altro canto non agisce così fortemente che le anime si uniranno con ciò che si può chiamare vita spirituale. Così esiste una relazione tra l’igiene e le speranze future della visione geisteswissenschaftliche del mondo.

Potete notarlo già oggi nel piccolo. Ci sono anime che aggiungono alle altre superficialità una nuova superficialità: interessarsi alla visione teosofea, accogliendo come nuova sensazione la visione teosofea. Questo è qualcosa che si manifesta in ogni corrente dello sviluppo dell’umanità: che ciò che ha significato profondo e interno agisce anche come moda, come sensazione. Ma le anime veramente preparate per la Teosofia sono quelle che o si sentono insoddisfatte dalle sensazioni esterne, oppure riconoscono che la scienza esterna, con tutte le sue spiegazioni, non può spiegare i fatti. Queste anime sono quelle che, attraverso il loro karma complessivo, sono preparate cosicché possono unirsi alla Teosofia con i membri più intimi della loro vita di anima. La scienza dello spirito appartiene anche al karma complessivo dell’umanità, e si inserirà come tale.

Possiamo così orientare il karma degli uomini, da uno o dall’altro canto, in un’altra direzione; ma non possiamo eliminare la controrisposta sull’uomo. In qualche modo torna ciò che l’uomo si è preparato da sé nelle vite precedenti.

Come il karma agisce sensatamente nel mondo è insegnato meglio da un’osservazione dove il karma agisce ancora senza una sfumatura morale, dove agisce nel grande mondo stesso, senza avere nulla a che fare con ciò che l’uomo sviluppa da sé come impulsi morali e che poi porta ad azioni morali o immorali. Vogliamo porre davanti alla nostra anima un ambito del karma in cui il morale non gioca ancora alcun ruolo, ma dove si presenta qualcosa di neutrale come intreccio karmico.

Supponiamo che una donna viva in una determinata incarnazione. Ora non negherete che la donna, semplicemente per il fatto di essere donna, deve avere altre esperienze rispetto all’uomo, e che queste esperienze non solo sono connesse con processi interiori dell’anima, ma che, nel senso più ampio, sono connesse con eventi esterni, con situazioni di vita in cui la donna giunge solo per il fatto di essere donna, e che agiscono di ritorno su tutta la costituzione e il tono dell’anima. Perciò possiamo dire che la donna viene condotta a certi atti che sono intimamente connessi con l’essere donna. Il compenso tra l’uomo e la donna avviene solo nel campo della convivenza spirituale. Quanto più scendiamo nel solo mentale e nell’esterno dell’uomo, tanto maggiore diventa la differenza tra l’uomo e la donna riguardo alla loro vita. E così possiamo dire che la donna è anche diversa dall’uomo in certe qualità dell’anima: che inclina di più a quelle qualità dell’anima che conducono a impulsi che devono essere designati come emotivi; e la troviamo inclinata ad avere più dell’uomo esperienze psichiche. Per contro, nella vita dell’uomo, l’intellettualismo e il materialismo — cioè ciò che è venuto attraverso l’uomo — sono più a casa, ciò che ha una grande influenza sulla vita dell’anima. Psichico ed emotivo nella donna, momenti intellettuali e materialistici nell’uomo — così vengono determinati dalle loro nature. Perciò la donna ha certe sfumature della vita dell’anima dal fatto che è donna.

Abbiamo infatti descritto come ciò che sperimentiamo come qualità nell’anima tra la morte e la nuova nascita si insinua nella nostra prossima organizzazione corporale. Ciò che è più psichico, ciò che è più emotivo e, nella vita tra la nascita e la morte, va più verso l’interno dell’anima, ha anche più inclinazione a incidere più profondamente nell’organizzazione, a impregnarla molto più intensamente. E per il fatto che la donna acquisisce tali impressioni, che sono connesse con il psichismo, con l’emotivismo, acquisisce nelle profondità più profonde dell’anima anche le esperienze della vita. L’uomo può fare esperienze più ricche, anche più scientifiche; ma le esperienze non penetrano in lui così profondamente nella vita dell’anima come è il caso della donna. Nella donna tutto l’ambiente di esperienza si imprime profondamente nell’anima. Così le esperienze hanno una tendenza più forte ad agire nell’organizzazione, ad abbracciare più fortemente l’organizzazione nel futuro. E così la vita di una donna prende la tendenza di penetrare, attraverso le sue esperienze in un’incarnazione, profondamente nell’organismo, e così nella prossima incarnazione di formare l’organismo stesso. Un lavoro profondo, un’elaborazione profonda dell’organismo significa però: produrre un organismo maschile. Un organismo maschile si produce dal fatto che le forze dell’anima vogliono imprimere se stesse più profondamente nel materiale. Da ciò vedete che dall’esperienza femminile di un’incarnazione scaturisce l’effetto di produrre un organismo maschile nella prossima incarnazione. Qui avete un nesso, proveniente dalla natura dell’occultismo, che sta al di là del morale. Perciò nell’occultismo si dice: l’uomo è il karma della donna. — In verità, l’organizzazione maschile in un’incarnazione successiva è il risultato delle esperienze e dei vissuti in un’incarnazione femminile precedente. Perfino al rischio di risvegliare pensieri spiacevoli in alcuni dei presenti — capita sempre che gli uomini attuali abbiano un rispetto terribile per il fatto di incarnarsi come donna — devo illuminare queste cose come fatti in modo completamente oggettivo.

Come stanno le cose con le esperienze maschili? Le cose stanno così: le comprendiamo meglio se partiamo direttamente da ciò che abbiamo appena esposto. Con l’organizzazione maschile l’uomo interiore si è immerso più profondamente nel materiale, l’ha abbracciato più che nella donna. La donna conserva più dello spirituale in forma incorporea; non si immerge così profondamente nel materiale, conserva la sua corporalità più morbida. Non si separa così lontano dallo spirituale. Questo è il caratteristico della natura femminile: che conserva più di spiritualità libera e quindi si impegna meno nella materia, e soprattutto conserva il cervello più morbido. Perciò non è da meravigliarsi che le donne abbiano una particolare inclinazione per il nuovo, in particolare nel campo spirituale, perché hanno conservato lo spirituale più liberamente e perché c’è meno resistenza. E non è un caso, ma corrisponde a una profonda legge di natura, che in un movimento che per la sua natura ha a che fare con lo spirituale si trovi un numero maggiore di donne che di uomini. E chi è uomo sa che tipo di strumento difficile è spesso il cervello maschile. Forma ostacoli terribili quando lo si vuole usare per linee di pensiero più flessibili. Non vuole seguire. Deve essere prima sviluppato con tutti i mezzi possibili per liberarsi dalla rigidità. Questa può decisamente essere un’esperienza particolare dell’esperienza maschile.

La natura maschile è quindi più condensata, contratta; è stata più compressa, resa più rigida, più dura da ciò che l’uomo interiore è nell’uomo; è stata resa più materiale. Ora un cervello più rigido è soprattutto uno strumento per l’intellettuale, meno per il psichico. Poiché l’intellettuale è qualcosa che si riferisce molto più al piano fisico. Ciò che deve essere designato come intellettualismo dell’uomo viene dalla sua struttura cerebrale più rigida, consolidata. Si potrebbe parlare di un certo grado di «congelamento» del cervello. Deve prima scongelare se vuole trovarsi nelle linee di pensiero più sottili. Ma per questo l’uomo viene condotto a cogliere più le superficialità, ad assorbire meno quelle esperienze che sono connesse alle profondità della vita dell’anima. E ciò che assorbe non va neanche così profondamente. Una prova esterna di ciò è come la scienza esterna procede poco profondamente e come cattura poco l’interno — come sempre si pensa su un vasto ambito, ma come vengono insieme i fatti così poco sistematicamente. Chi è obbligato, attraverso la propria autodisciplina nel pensiero, a sintetizzare insieme i fatti di ciò che la scienza esterna non ha paura di presentare come esistente uno accanto all’altro, a volte avrebbe un gran mal di testa. Si può vedere come poco profondamente le cose procedono.

Un esempio di quanto possa essere superficiale la scienza odierna: immaginate un giovane uomo in qualche lezione dove un darwiniano appassionato tiene una conferenza. E presso questo rappresentante della teoria della selezione lo studente può ascoltare cose come questa: da dove viene che il gallo per esempio ha colori così belli e dall’azzurro che luccicano sulle sue piume? Questo si riconduce a una scelta sessuale; poiché attraverso i colori attira le galline, e le galline allora scelgono tra i galli quelli che hanno le piume che luccicano di azzurro. Così gli altri rimangono indietro, e di conseguenza si sviluppa soprattutto un tipo. Questa è uno sviluppo più elevato, questa è una «scelta sessuale»! — E lo studente è felice di sapere come può venire a esistenza uno sviluppo ascendente. Ora va nella prossima lezione, dove, diciamo, viene trattato il campo della fisiologia sensoriale. E qui ora può accadere che lo stesso studente ascolti, nel secondo corso, circa quanto segue: sono stati fatti esperimenti che mostrano come i diversi colori dello spettro agiscono diversamente su diversi esseri. Si può dimostrare che per esempio le galline, da tutto lo spettro di colori, non percepiscono ciò che appartiene all’azzurro e al violetto, ma percepiscono solo ciò che va dal verde all’arancione, rosso e infrarosso!

Ora lo studente, se vuole pensare insieme questi due fatti che oggi può veramente ascoltare, è costretto a prendere le cose superficialmente. L’intera teoria della selezione è costruita sul fatto che le galline dovrebbero vedere qualcosa nel gallo in colori variopinti, che dovrebbe dare loro una gioia particolare, che però in realtà non vedono affatto, che per loro appare nero come un corvo.

Questo è solo un esempio. Ma le cose sono così che si incontrano, a ogni passo, allo studioso che veramente vuole ricercare scientificamente. Da ciò vedete che l’intellettualità non penetra propriamente molto profondamente nella vita, che rimane sulla superficie. Scelgo appositamente esempi così crudi.

Non sarà facile credere che l’intellettualità sia qualcosa che accade più superficialmente, che non penetra profondamente nella vita dell’anima, che afferra poco l’interno dell’uomo. E l’atteggiamento materialista non afferra affatto la vita dell’anima. La conseguenza di ciò è che l’uomo, da un’incarnazione dove penetra poco nell’anima, acquisisce la tendenza, tra la nascita e la morte, nella prossima incarnazione di penetrare meno nell’organizzazione. Poiché la forza per farlo è stata poco acquisita; perciò ora agisce così che l’uomo impregna meno la sua corporalità. Da ciò trae origine ora la tendenza, nella prossima incarnazione, di costruire un corpo femminile. Di nuovo è corretto, quando nell’occultismo si dice: la donna è il karma dell’uomo!

Su questo campo moralmente neutrale vediamo come ciò che l’uomo si prepara in un’incarnazione organizza la sua corporalità nella prossima incarnazione. E poiché queste cose non solo penetrano profondamente nella nostra vita interiore, ma anche nelle nostre esperienze esterne e nel nostro agire, dobbiamo dire: mentre l’uomo in un’incarnazione ha esperienze maschili o femminili, nella prossima incarnazione il suo agire esterno viene determinato in questo o in quel modo, perché attraverso le esperienze femminili ha la tendenza di formarsi un’organizzazione maschile, e inversamente attraverso le esperienze maschili un’organizzazione femminile. Solo in rari casi si ripete la stessa incarnazione di genere; può al massimo ripetersi sette volte. La regola però è che ogni organizzazione maschile, nella prossima incarnazione, tenda a diventare femminile, e inversamente. Nessuna avversione serve allora, poiché non si tratta di quello che si vuole nel mondo fisico, ma si tratta delle inclinazioni che si hanno nel tempo tra la morte e la nuova nascita, e queste vengono determinate da motivi più ragionevoli di quello che uno per esempio in un’incarnazione maschile abbia orrore dell’incarnarsi come donna nella prossima incarnazione. Da ciò potete vedere come la vita posteriore viene karmicamente determinata da quella anteriore, e come anche le azioni della vita posteriore possono venire determinate.

Ora si tratta del fatto che impariamo ancora a comprendere un altro nesso karmico, di cui abbiamo bisogno se vogliamo gettare luce sulle importanti considerazioni dei prossimi giorni.

Guardiamo indietro a un momento veramente lontano dello sviluppo umano: al momento in cui cominciarono le incarnazioni umane sulla terra. Ciò accadde nei tempi lemuriani antichi. Ora si tratta del fatto che allora per la prima volta l’influenza luciferica agì sull’uomo in modo penetrante e che questa poi ha provocato l’influenza ahrimanica. Cerchiamo di immaginare come l’influenza luciferica abbia agito esternamente nella vita umana. — Per il fatto che l’uomo arrivò nella posizione di assorbire l’influenza luciferica in sé in quei tempi antichi, cioè di permeare il suo corpo astrale con l’influenza luciferica, il suo corpo astrale fu inclinato a penetrare molto più profondamente ancora nell’organizzazione, a scendere molto più profondamente nel materiale del corpo fisico, e soprattutto anche in modo completamente diverso da come sarebbe sceso senza l’influenza luciferica. L’uomo divenne più materiale attraverso l’influenza luciferica. Se l’influenza luciferica non avesse operato, allora sarebbe sorta una minore inclinazione dell’uomo a scendere nel mondo materiale, l’uomo si sarebbe mantenuto in regioni più elevate dell’essere. Così è accaduta una penetrazione molto più forte tra l’esterno e l’interno dell’uomo di quanto sarebbe stato il caso senza l’influenza luciferica. Questa penetrazione è stata inizialmente la ragione del fatto che l’uomo, attraverso il legame più forte con il materiale del corpo esteriore, ha perso lo sguardo retrospettivo agli eventi che hanno preceduto la sua incarnazione.

L’uomo ora entrò nell’esistenza attraverso una nascita di questa forma, così che si unì profondamente con il materiale e così cancellò ogni memoria retrospettiva alle esperienze precedenti. L’uomo altrimenti avrebbe conservato la memoria di ciò che aveva sperimentato spiritualmente prima della nascita. Attraverso l’influenza luciferica ora la nascita divenne un atto attraverso cui l’uomo stabilisce connessioni così intensive tra l’esterno e l’interno, che fu cancellato ciò che l’uomo può sperimentare nel tempo precedente nel mondo spirituale. Attraverso l’influenza luciferica l’uomo fu privato dei suoi ricordi delle esperienze spirituali precedenti. La connessione con la corporalità esterna fa sì che l’uomo non possa guardare retrospettivamente al precedente. Ma così l’uomo durante la sua vita è affidato sempre solo a tirare le sue esperienze e i suoi vissuti dal mondo esterno.

Ora avreste un approccio completamente sbagliato se credeste che solo le sostanze esteriori grossolane, che l’uomo assorbe in sé, agiscono su di lui. Non agiscono sull’uomo solo i nutrienti e le loro forze, ma anche le altre esperienze che compie, anche le cose che fluiscono in lui attraverso i suoi sensi. Ma attraverso il legame più grossolano con la materia, anche i nutrienti agiscono diversamente. Immaginate che l’influenza luciferica non fosse stata presente; allora dai nutrienti fino alle impressioni sensoriali tutto agirebbe sull’uomo in modo molto più sottile. Penetrerebbe tutto ciò che sperimenta come interazione con il mondo esterno con ciò che ha sperimentato tra la morte e la nuova nascita. Per il fatto che l’uomo ha reso la materialità più densa, è inclinato anche ad assorbire molto di più denso.

Così l’influenza luciferica agisce in modo che l’uomo, attraverso la condensazione della materia, tira dalla situazione mondiale anche molto di più denso di quanto avrebbe tirato altrimenti. Il più denso che ora tira dall’esterno è però completamente diverso da quello altrimenti meno denso. Il meno denso avrebbe mantenuto i ricordi della vita precedente; avrebbe anche effettuato il fatto che lui ha la certezza che tutto ciò che l’uomo sperimenta tra la nascita e la morte estende i suoi effetti in un periodo infinito. L’uomo avrebbe saputo: di certo esternamente arriva la morte, ma tutto ciò che accade continua a operare. Per il fatto che l’uomo doveva assorbire il più denso, crea dalla nascita una forte interazione tra la sua propria natura corporale e il mondo esterno.

Quale conseguenza ha questo stato di interazione? Il mondo spirituale è stato cancellato dalla nascita. E affinché l’uomo possa vivere nello spirituale, possa svegliarsi nel mondo spirituale, deve prima tornare quello stato dove tutto ciò che viene dal di fuori come materialità più densa in noi viene tolto ai popoli. Perché ci siamo appropriati di una materialità più densa, dobbiamo, per tornare di nuovo nello spirituale, aspettare il momento in cui la corporalità materiale esterna ci viene tolta. Ciò che ora come materialità più densa penetra in noi, distrugge gradualmente, dalla nostra nascita, la nostra corporalità umana. Ciò che qui fluisce è qualcosa che sempre più distrugge la corporalità, finché alla fine l’ha completamente distrutta, così che non può più sussistere. Dalla nostra nascita in poi assorbiamo una materialità più densa di quanto avremmo assorbito senza l’influenza luciferica, così che distruggiamo lentamente la nostra corporalità, finché con l’arrivo della morte è diventata completamente inutile.

In questo vediamo come l’influenza luciferica è la causa karmica della morte dell’uomo. Se non esistesse questa forma di nascita, non esisterebbe questa forma di morte per l’uomo. L’uomo altrimenti starebbe davanti alla morte in modo che avrebbe la prospettiva certa di ciò che viene. La morte è la conseguenza karmica della nascita: nascita e morte sono karmicamente connesse. Senza la nascita come l’uomo la sperimenta oggi, non ci sarebbe la morte come l’uomo la sperimenta.

Ho già detto prima che con l’animale non si può parlare del karma nello stesso senso come con l’uomo. Se qualcuno dicesse che anche nell’animale nascita e morte sono karmicamente connesse, allora questa persona non saprebbe che nascita e morte per l’uomo sono qualcosa di completamente diverso che per l’animale. Ciò che esternamente appare uguale, internamente non è lo stesso; non si tratta nella nascita e nella morte dell’edificio esterno, ma dell’esperienza interna. Con l’animale solo l’anima di specie, l’anima di gruppo sperimenta. La morte di un animale significa per l’anima di gruppo approssimativamente lo stesso che voi sperimentate quando con l’arrivo dell’estate vi fate accorciare i capelli, che poi ricrescono lentamente. L’anima di gruppo di una specie animale sente la morte di un animale come la morte di un membro, che gradualmente si sostituisce di nuovo. Così l’anima di specie è ciò che possiamo paragonare all’Io umano. Non conosce nascita e morte: guarda continuamente a ciò che precede la nascita, e anche a ciò che segue la morte, guarda continuamente. Parlare di nascita e morte nell’animale come si parla di esse nell’uomo è un non senso, perché cause completamente diverse precedono. E si nega l’efficacia interiore dello spirito se si crede che ciò che esternamente appare uguale sia anche causato da cause internamente uguali. L’uguaglianza dei processi esterni non indica mai con certezza cause uguali. La nascita dell’uomo è basata su cause completamente diverse da quella dell’animale, e allo stesso modo l’uomo muore da cause completamente diverse da quelle dell’animale.

Se qualcuno riflettesse un poco come l’esteriore possa apparire completamente uguale, senza che l’interno sperimenti niente di simile lontanamente, allora metodologicamente già giungerebbe a questa conclusione. Potete persino arrivare in modo estremamente semplice a come l’apparenza esterna dei sensi non sia una prova per la vita interna. Immaginate due persone; venite alle nove di mattina in un determinato luogo e le vedete stare l’un'accanto all’altra. Alle tre del pomeriggio andate di nuovo al luogo, dopo che nel frattempo non siete stati lì. Là stanno di nuovo le due persone nello stesso posto. Ora potete concludere: A sta ancora nello stesso luogo, B sta ancora nello stesso luogo dove alle nove di mattina stava già. Ma indagate su ciò che nel frattempo queste due persone hanno fatto, e potete trovare che uno lì è rimasto fermo, mentre l’altro nel frattempo ha fatto una lunga passeggiata e nel frattempo è diventato stanco. Allora stanno alla base processi completamente diversi. E come sarebbe assurdo, se alle tre di pomeriggio le due persone stessero di nuovo nello stesso posto, dire che internamente lo stesso processo abbia avuto luogo, così è egualmente assurdo quando si trovano due cellule di forma uguale, voler concludere dalla loro struttura uguale che hanno internamente lo stesso significato. Si tratta di conoscere l’intero contesto dei fatti che ha portato una cellula al luogo in questione. Perciò la moderna fisiologia cellulare, che parte dall’esame della struttura interna delle cellule, sta su un cammino completamente falso. Mai ciò che si presenta alla vista esterna dei sensi può essere decisivo per l’essenza interna della cosa.

Devo capire tali cose se voglio comprendere i tipi di cose che scaturiscono per l’occultista dalle osservazioni occulte, come per esempio il venire al mondo e il morire sono qualcosa di completamente diverso nell’uomo che nel mammifero o peggio negli uccelli. Lo studio di queste cose sarà possibile solo quando la gente tornerà un poco a considerare ciò che ha da dire la ricerca spirituale. Prima che non ci sia attenzione a ciò, la scienza esterna, che rimane al senses apparent e ai fatti esterni, produrrà ben begli fatti specifici; ma tutto ciò che gli uomini possono pensare sotto tali presupposti riguardo a tali fatti non sarà mai decisivo per la realtà. Perciò tutto ciò che oggi è scienza teorica è un’opera fantastica, sorta dal fatto che si sono combinate le spiegazioni gli esteriori secondo l’apparenza esterna. In alcuni ambiti gli esteriori fatti spingono proprio nella giusta interpretazione; ma attraverso le opinioni odierne non si arriva lì.

Così abbiamo lasciato operare su noi due campi neutrali nel campo della legge karmica, e vedrete che saranno una base per le ulteriori considerazioni. Abbiamo compreso come l’organizzazione femminile è la conseguenza karmica delle esperienze maschili e l’organizzazione maschile è una conseguenza karmica delle esperienze femminili; e infine abbiamo compreso che la morte è un effetto karmico della nascita nella vita umana. Questo è qualcosa che, se si cerca di comprenderlo gradualmente, può portarci profondamente nei nessi karmici della vita umana.

10°La libera volontà e il karma nel futuro dello sviluppo dell’umanità

Amburgo, 27 Maggio 1910

Certe questioni più profonde del nesso karmatico, che si riferiscono in particolare all’influsso umano sul karma e soprattutto sul karma di altri uomini — cioè questioni che riguardano un cambiamento di direzione del karma nel piccolo e nel grande —, non si possono affatto risolvere, e nemmeno si può far sorgere una rappresentazione di come debbano essere risolte, se non si toccano, così come vogliamo farlo oggi, certi misteri significativi della nostra esistenza mondiale. Tali questioni potranno forse emergere per ciascuno da quanto si è detto, se continuerete a sviluppare per voi stessi questo o quel pensiero che è stato iniziato e illuminato dall’una o dall’altra parte.

Così potrebbe porsi questa domanda: che cosa accade quando, nel nesso karmatico di un uomo, a causa di ciò che ha vissuto e fatto in precedenza, un processo morboso è necessario per eliminare questo fatto karmatico, e quando a questo uomo viene dato aiuto per mezzo di rimedi curativi o attraverso un altro intervento, cosicché egli sia veramente guarito attraverso l’aiuto umano? Che cosa si presenta in questo caso, e come si rapporta un tale fatto alle concezioni più profonde della legalità karmatica?

Osservo subito: per gettare almeno qualche luce più significativa su questa domanda, si devono toccare cose che sono completamente estranee alla scienza odierna e al pensiero attuale dell’uomo, e che inoltre non possono essere discusse se non tra i teosofi — tra coloro che si sono già preparati a tali cose nel fatto che hanno assimilato molte verità che riguardano fondamenti più profondi dell’esistenza, e che hanno acquisito anche un sentimento per come cose, che oggi possono essere solo accennate, tuttavia si possono pienamente giustificare. Tuttavia, desidero inserire qui una preghiera: quanto sono costretto a dire sui fondamenti più profondi dell’esistenza terrena — per esempio ciò che mi sforzerò di esprimere nella forma più precisa — sarebbe immediatamente falso se fosse detto in un altro contesto o persino senza contesto alcuno, e provocherebbe quindi dei fraintendimenti. Vi prego pertanto che non sia trattato diversamente da come lo si accoglie semplicemente. Devo quindi insistere proprio su questi punti, affinché nessuno consideri quanto dico come un insegnamento che egli potrebbe in qualche modo trasmettere oltre; perché solo il contesto giustifica una tale presentazione, e una tale presentazione è giustificata solo quando dietro vi sta la consapevolezza di come si debbano coniare tali parole per esprimere cose di questo genere nei pensieri.

Ciò di cui si tratta è la questione sull’essenza più profonda dell’esistenza materiale da un lato, e su quella dell’esistenza psichica dall’altro. Una concezione più profonda del psichico e del materiale dovremo acquisire oggi necessariamente, ed avremo bisogno di farlo proprio per un motivo del tutto determinato: perché nelle conferenze precedenti abbiamo affermato che il psichico dell’uomo può penetrare più o meno profondamente nel materiale. Infatti, ieri abbiamo potuto caratterizzare l’essenza del maschile dicendo che nell’uomo il psichico penetra più profondamente nel materiale, si imprime più profondamente, mentre il psichico nel femminile si ritrae di più e si appropria di un’esistenza più autonoma rispetto al materiale. Così abbiamo visto che molto, nel dispiegarsi karmatico, si basa su come avviene la penetrazione del psichico e del materiale. Abbiamo visto anche come un certo processo morboso, che si manifesta in un’incarnazione, si presenta come la conseguenza karmatica di mancanze che l’anima ha commesso in incarnazioni precedenti, in quanto l’anima allora ha rielaborato entro di sé i suoi atti, le sue esperienze e i suoi impulsi, e poi sulla via tra la morte e la nuova nascita ha assunto la tendenza di spingere, in quello che allora era semplice come un tratto, come un influsso del psichico, nel corporale, nel materiale. E quando allora l’essenza umana è permeata da tale psichico che ha assunto l’influsso luciferino o ahrimanico, proprio da questo il materiale umano rimane corrotto. In ciò consiste il corso della malattia. Perciò possiamo dire: in un corpo malato dimora un psichico corrotto, che ha subito un influsso scorretto, un influsso luciferino o ahrimanico; e nel momento in cui potessimo estrarre dal psichico l’influsso luciferino o ahrimanico, entrerebbe la corretta penetrazione di anima e corpo, cioè entrerebbe la salute. — Dobbiamo quindi chiederci: come si rapporta con questi due arti costitutivi dell’esistenza umana terrena, che ci stanno davanti, con la materia e il psichico? Quali sono essi nella loro essenza più profonda?

Quando questa domanda si pone, l’uomo odierno ha di solito l’opinione che la risposta alla domanda «Che cosa è la materia? Che cosa è l’anima?» dovrebbe essere identica dappertutto nel mondo; e non credo che a un uomo sarebbe facile familiarizzarsi con l’opinione che, per esseri che vivevano sull’antica Luna, la risposta alla domanda «Che cosa è la materia? Che cosa è l’anima?» avrebbe dovuto essere completamente diversa da quella per esseri che vivono sulla Terra. Ma l’esistenza è così nel divenire, che cambiano perfino cose come le rappresentazioni che un essere può farsi dei fondamenti più profondi della sua propria essenza. E così cambia anche quello che deve essere dato come risposta alla domanda: «Che cosa è la materia? Che cosa è l’anima?» È quindi necessario sottolineare da subito che le risposte che vengono date sono solo risposte che l’uomo terrestre può dare, e che hanno significato solo per questo uomo terrestre.

«Materia» l’uomo inizialmente la valuterà secondo quello che gli si presenta nel mondo esteriore dalle varie entità e cose, e che l'impressiona in qualche modo. L’uomo scopre che vi sono diverse specie di materie, e non devo spiegare molto in proposito, poiché ciò che avrebbe da dirsi se avessimo più tempo, lo potete trovare in tutti gli scritti divulgativi appropriati. Dico quindi per ora abbastanza se sottolineo che la materia si presenta diversamente all’uomo quando vede i diversi metalli — oro, rame, piombo e così via —, oppure quando vede ciò che non appartiene alla serie dei metalli. Sapete anche che la chimica ha progressivamente ricondotto queste materie a certi elementi fondamentali della materia, che chiama elementi. Questi elementi, fino al 19º secolo, erano considerati come materie che non potevano essere ulteriormente decomposte. Mentre possiamo separare una qualche sostanza che ci si presenta come materia — per esempio l’acqua — in idrogeno e ossigeno, abbiamo nell’idrogeno e nell’ossigeno una materia che secondo l’opinione della chimica del 19º secolo non poteva essere ulteriormente decomposta. Fino a settanta di tali elementi si sono distinti. E sapete bene anche che, attraverso i fenomeni che si sono potuti osservare in connessione con alcuni elementi speciali, per esempio il radio, oppure attraverso vari fenomeni della dottrina dell’elettricità, il concetto di elemento è stato in vari modi messo in discussione: si è giunti all’opinione che ciò che si conosce come i circa settanta elementi sia solo una frontiera provvisoria della materia, e che la decomposabilità possa essere ulteriormente ricondotta a un’unica materia fondamentale, che allora solo attraverso la combinazione interna, attraverso l’elemento essenziale interno, si specializza una volta in oro, un’altra volta in potassio, calcio e così via.

Queste sono teorie scientifiche mutevoli. E proprio come le teorie scientifiche si sono trasformate nel corso di ogni cinquanta anni nel 19º secolo, come è potuto succedere che certi fisici, in quello che dovrebbe essere la materia, vedevano qualcosa da designarsi con entità, con essenze, qualcosa che proveniva dall’elettricità, come ora la teoria degli ioni — queste sono mode scientifiche —, così in un tempo non così lontano esisteranno altre mode scientifiche, e ci si rappresenterà la materia diversamente costituita. Questi sono fatti. Le opinioni scientifiche sono mutevoli, devono anche essere mutevoli, poiché dipendono interamente dai fatti particolari che agiscono significativamente proprio su un’epoca. Al contrario, la dottrina della scienza dello spirito, attraversando tutte le epoche — finché esistono culture terrestri, e continuerà finché vi sarà una cultura terrestre —, ha sempre avuto, in tutte le epoche, un’unica e medesima concezione sulla natura dell’esistenza materiale, sulla materia. Per condurvi a quello che la scienza dello spirito considera come l’essenziale della materia, del materiale, desidero dire quanto segue:

Conoscete il processo ordinario: quando abbiamo il ghiaccio, è un corpo solido, una materia solida. Questa materia non è solida per la sua essenza propria, ma è una materia solida solo per circostanze esterne. Immediatamente non è più una materia solida se aumentiamo la temperatura in modo appropriato; allora è una materia liquida. Come una materia si manifesta nel mondo esterno dipende quindi non da ciò che vi è entro di essa stessa, ma dalle intere relazioni del cosmo circostante. — Possiamo poi ancora fornire calore a questa materia, e dall’acqua a un certo punto diventa vapore. Così abbiamo ghiaccio, acqua, vapore, e abbiamo, attraverso l’aumento della temperatura dell’ambiente, portato avanti qualcosa che possiamo designare come «la materia nelle forme più diverse». Così nella materia, quale si presenta a noi, non dobbiamo distinguere secondo una natura interna costituente, bensì dobbiamo essere chiari che il modo in cui la materia ci si presenta dipende dalla costituzione generale del cosmo, e che non si può separare dal cosmo intero nulla di questo cosmo in singole materie.

Naturalmente le cose stanno così che i metodi della scienza odierna non sono affatto sufficienti per giungere a ciò a cui la scienza dello spirito può giungere. La scienza odierna con i suoi mezzi non potrebbe mai condurre la materia, che nella forma di un pezzo di ghiaccio diventa prima liquida e poi vaporosa attraverso l’aumento della temperatura, tanto lontano da giungere a quello stato ultimo raggiungibile sulla Terra, in cui ogni materia può essere trasformata. Non è possibile oggi, con mezzi scientifici, creare tali condizioni attraverso cui si potrebbe mostrare: se prendi l’oro e lo rarefai sempre più, così lontano come puoi rarefarlo sulla Terra, allora giungi infine a questo o a quello stato. Se fai la stessa cosa con l’argento, è lo stesso; con il rame anche, e così via. — La scienza dello spirito può farlo, poiché infine riposa sui metodi di ricerca chiaroveggenti. Grazie a questo è capace di osservare una cosa: come negli spazi intermedi della nostra materia si trova dappertutto qualcosa di uguale, qualcosa che veramente rappresenta il limite estremo a cui la materia potrebbe essere portata, quale materia essa sia. Esiste realmente uno stato di dissoluzione di ogni materia raggiungibile dalla ricerca chiaroveggente, dove ogni materia si mostra in qualcosa di uguale; soltanto che quello che appare lì non è più materia, bensì qualcosa che si trova al di là di tutte le materie specializzate che ci circondano. E ogni singola materia si presenta allora come qualcosa di condensato, ispessito da questa materia fondamentale — non è più materia —. Sia che abbiate oro, argento o quale che sia la materia. Esiste un’essenza fondamentale del nostro essere materiale terrestre, da cui tutto il materiale è sorto solo attraverso ispessimento. E alla domanda «Che cos’è questa materia fondamentale del nostro essere terrestre?» la scienza dello spirito risponde: ogni materia sulla Terra è luce condensata! Non esiste nulla nell’esistenza materiale che non sia in qualche forma luce ispessita. Perciò vedete che per chi conosce i fatti, non si tratta di fondare una teoria come l’ipotesi ondulatoria del 19º secolo, nel che si tentò di rappresentare la luce con mezzi che sono essi stessi più grossolani della luce. La luce non è riducibile a nulla d’altro nella nostra esistenza materiale. Ovunque vi protendiate e toccate una materia, dappertutto avete luce condensata, compressa. La materia, nella sua essenza, è luce.

Con ciò abbiamo, dal punto di vista della scienza dello spirito, indicato un lato della questione. Abbiamo cioè indicato che quello che sta alla base di ogni esistenza materiale deve essere visto nella luce. E quando consideriamo il corpo materiale umano, anche lui, nella misura in cui è materiale, non è nulla d’altro che tessuto di luce. Nella misura in cui l’uomo è un essere materiale, è tessuto di luce.

Ora prendiamo l’altra domanda: quale è l’essenza del psichico? — Se ricercassimo con mezzi di scienza dello spirito simili la sostanzialità, la vera essenza fondamentale del psichico, allora si presenterebbe a noi — così come tutta la materia è solo luce compressa — che tutti i fenomeni psichici così diversi sulla Terra si presentano a noi come modificazioni, come molteplici trasformazioni di quello che deve essere nominato, se vogliamo veramente afferrare il significato fondamentale di questa parola: Amore. Ogni movimento di natura psichica, dovunque sorga, è in qualche modo amore modificato. E se abbiamo l’interno e l’esterno nell’uomo incastrati l’uno nell’altro, impressi l’uno nell’altro, abbiamo tessuto la sua corporeità esterna da luce, abbiamo tessuto il suo interno psichico, in una maniera spiritualizzata, da amore. Amore e luce sono veramente in tutte le manifestazioni della nostra esistenza terrena ineinanderately intessuti. E chi deve comprendere spiritualmente-scientificamente le cose, domanda in primo luogo: come sono in qualche misura amore e luce intessuti l’uno nell’altro?

Amore e luce sono i due elementi, le due componenti che pervadono tutto l’essere terrestre: amore come l’essere psichico terrestre, luce come l’essere materiale esteriore terrestre.

Ora però proprio adesso accade che, per i due elementi luce e amore, che altrimenti secondo il grande corso dell’esistenza mondiale starebbero uno accanto all’altro, deve esservi un mediatore che intessa l’uno elemento nell’altro, che intessa la luce nell’amore. Questo deve essere una potenza che non ha alcun interesse particolare nell’amore, che cioè intesse nell’elemento dell’amore la luce — che ha solo interesse nel dare la massima espansione alla luce, che cioè lascia brillare la luce nell’elemento dell’amore. Una tale potenza non può essere una potenza terrestre, poiché la Terra è appunto il cosmo dell’amore. La Terra ha la missione di intessere l’amore dappertutto. Quindi tutto ciò che è così veramente legato all’essere terrestre non ha alcun interesse che non sarebbe in qualche modo toccato dall’amore.

Ma un tale interesse ce l’hanno le entità luciferine; esse sono rimaste indietro sull’Antica Luna, sul cosmo della saggezza. Hanno in particolare l’interesse di intessere luce nell’amore. Quindi le entità luciferine sono veramente al lavoro dappertutto dove il nostro interno, che è veramente tessuto da amore, viene in qualche relazione con la luce, dove esso esiste in qualche forma; e luce ci si presenta in tutto l’essere materiale. Venendo a contatto con la luce in qualche modo, le entità luciferine si presentano, e il luciferino si intesse nell’amore. Mediante ciò l’uomo, nel corso delle incarnazioni, è venuto in primo luogo nell’elemento luciferino: Lucifero si è intessuto con l’elemento dell’amore. Così che in ciò che è tessuto di amore si comprime l’elemento di Lucifero, che ci può solo portare quello che fa sì che l’amore non sia solo una dedizione totale, bensì quello che pervade l’amore di saggezza, così che esso è un amore permeato di saggezza dal suo interno. Poiché altrimenti, senza questa saggezza, l’amore sarebbe una forza ovvia, di cui l’uomo non potrebbe essere responsabile.

Ma così l’amore diventa la vera forza dell’Io, in cui si intesse l’elemento luciferino che altrimenti era solo fuori nel materiale. Così diventa possibile che il nostro interno, a cui nell’essere terrestre spetterebbe il carattere dell’amore in ogni aspetto, sia permeato da tutto ciò che altrimenti possiamo designare come un’azione di Lucifero, e che da questo lato conduce a una penetrazione del materiale esterno, così che l’amore non è solo tessuto da quello che è tessuto dalla luce, ma sorge un tale amore che è attraversato da Lucifero. Poiché l’uomo assume l’elemento luciferino, egli permea l’essere materiale nella sua propria corporeità con un tale psichico che è bensì tessuto di amore, dove però si intesse l’elemento luciferino. L’amore permeato dall’elemento luciferino, che si imprime nel materiale, questa è la causa di malattia che agisce dall’interno. E in connessione con tutto ciò che abbiamo precedentemente affermato come conseguenza necessaria della malattia proveniente dall’elemento luciferino, possiamo ora dire: quello che vediamo come tale conseguenza nel dolore — abbiamo visto in effetti come il dolore è una conseguenza dell’elemento luciferino —, questo ci mostra l’effetto della legalità karmatica nel modo che l’effetto di un’azione o di una tentazione proveniente da Lucifero si dispiega karmicamente cosicché nel dolore si manifesta quello che deve portare al superamento dell’effetto in questione.

Come sta però adesso, se siamo autorizzati ad aiutare in tale caso? Possiamo aiutare qui? Possiamo eliminare in qualche modo tutto quello che dall’elemento luciferino si è compresso, con tutte le sue conseguenze nel dolore?

Dalla risposta alla domanda sulla natura del psichico emerge per noi come necessità che possiamo fare questo solo se troviamo, per un uomo che ha l’elemento luciferino come causa di malattia, il mezzo per scacciare il luciferino nel modo appropriato. Quale è il solo mezzo che deve agire più fortemente, affinché l’elemento luciferino sia rimosso nel modo giusto? Che cosa è stato contaminato dall’elemento luciferino della nostra Terra? — L’amore! Perciò possiamo avere solo una vera prestazione di aiuto attraverso la somministrazione di amore, affinché l’elemento karmatico si dispieghi nel modo appropriatamente giusto. Così abbiamo, in ultimo conto, in tutto ciò che in questa direzione diventa causa di malattia, nell’elemento dell’amore che è stato danneggiato nel psichico attraverso l’influsso luciferino, qualcosa a cui dobbiamo somministrare qualcosa. Dobbiamo infondere amore, affinché quello che fluisce come atto di amore sia un aiuto. Questo carattere dell’amore somministrato hanno tutti quegli atti curativi che si basano più o meno su quello che si può chiamare processi di guarigione psichica. In qualche forma dipende da quello che si applica nei processi di guarigione psichica dalla somministrazione di amore. L’amore è quello che infondiamo come balsamo all’altro uomo. Deve infine ridursi all’amore. E può anche ridursi a esso. Si può ridurre all’amore quando mettiamo in movimento fattori psichici semplici, quando induciamo un altro, magari anche solo a mettere in ordine il suo animo depresso. Tutto questo deve avere il suo impulso nell’amore, procedendo da processi curativi semplici fino a ciò che oggi spesso viene nominato ingenuamente con il nome di «magnetizzazione».

Che cosa viene effettivamente comunicato dal guaritore a colui che deve essere guarito? È — se vogliamo parlare con un’espressione della fisica — uno «scambio di tensioni». Quello che vive nel guaritore, segnatamente certi processi nel corpo eterico, viene portato in una certa polarità con colui che deve essere guarito, proprio per il fatto che viene in una certa relazione con colui che deve essere guarito. La polarità viene provocata proprio come voi altrimenti, in senso più astratto, provocate la polarità quando provocate da un lato l’elettricità positiva e dall’altro la corrispondente negativa in un certo modo appare. Si provocano polarità. E questo, nel senso più eminente, va concepito come un atto di sacrificio. Si provoca veramente in se stessi un processo che non è destinato solo ad avere un significato in noi stessi — altrimenti si provoca solo un processo; in questo caso però il processo deve essere destinato a provocare nell’altro una polarità rispetto al primo processo. E questa polarità, che naturalmente dipende dal fatto che il guaritore e il da-guarire vengono messi in relazione in qualche senso, per provocare questo altro processo nell’altro, è nel senso più eminente il sacrificio di una forza, che non è nulla d’altro che amore trasformato, atto di amore in qualche forma. Questo è l’agente effettivo in tali guarigioni psichiche: la forza dell’amore trasformata in qualche forma. E dobbiamo quindi esserne chiari che senza la forza dell’amore che sta a fondamento la cosa avrà sempre qualcosa che non può condurre al vero fine. Ma i processi d’amore non devono sempre procedere solo cosicché l’uomo ne sia completamente consapevole nella coscienza ordinaria diurna; procedono anche negli strati subconsci. Persino in quello che può essere considerato come la tecnica dei processi curativi, persino nel modo come si fanno per esempio i colpi di mano, come sono portati tecnicamente in un sistema, anche lì è già contenuto il fatto che essi sono un’immagine di un atto di sacrificio. Quindi anche là dove non vediamo direttamente un rapporto in un processo curativo, dove non vediamo cosa si fa, tuttavia vi è un atto di amore, anche se completamente trasformato in tecnica.

Così vediamo che abbiamo il permesso di intervenire con fattori curativi psichici proprio perché il psichico nella sua essenza fondamentale è amore, e che attraverso tali fattori curativi ciò che nel fondamento è amore si arricchisce di ciò di cui esso ha bisogno come amore. Qui vediamo l’aiuto da un lato, l’aiuto che possiamo prestare poiché dobbiamo concedere assistenza all’uomo, affinché, dopo essere venuto negli artigli di Lucifero, possa anche liberarsi da essi. Poiché l’essenza fondamentale del psichico è amore, possiamo veramente bene influenzare il karma nella sua direzione.

Ora — d’altro canto — chiediamo: che cosa è diventato del materiale tessuto da luce, dove il psichico vi sta dentro? Che cosa è accaduto al materiale tessuto da luce dell’uomo?

Prendiamo la corporeità di un uomo, l’uomo esteriore nella sua corporeità materiale. Se dal psichico non fosse impressa nel materiale, attraverso il processo karmatico, una tale sostanza d’amore che fosse permeata da Lucifero o da Ahrimane, se solo una pura sostanza d’amore fluisse, allora non potremmo provare questa sostanza d’amore come contaminante, come deteriorante per la materia tessuta da luce. Se solo amore fluisse nella materia, allora fluirebbe nella corporeità umana cosicché questa non potrebbe essere deteriorata; solo perché può fluire un amore che ha assunto forze luciferine o ahrimaniche, la materia tessuta da luce può peggiorare rispetto a come dovrebbe essere originariamente. Quindi può solo derivare dalle lesioni luciferine o ahrimaniche fluenti negli uomini durante le successive incarnazioni che abbiamo, nella nostra organizzazione, qualcosa che non è come dovrebbe essere. Se fosse come dovrebbe essere, rappresenterebbe la materia umana sana; ma poiché ha assunto gli effetti di Ahrimane e di Lucifero, può essere corporale malato.

Come possiamo ora estrarre dall’esterno gli influssi appropriati che sono fluiti dall’interno attraverso un psichico non rettamente costituito, attraverso una sostanza d’amore non corretta? Cosa accade allora al corporale per il fatto che fluisce qualcosa di non rettamente costituito? Per la scienza dello spirito accade con esso qualcosa che, da qualcosa di tessuto da luce, in qualche modo fa il suo contrario. La luce ha il suo contrario in una qualche forma di oscurità. Tutto ciò che si presenta realmente — per strano che suoni — come la contaminazione di ciò che è tessuto da luce, è un’oscurità o tenebra intessuta da influsso ahrimanico o luciferino. Così vediamo nell’umano materiale intessuta oscurità. Ma questa oscurità fu intessuta solo per il fatto che questa corporeità umana divenne portatrice di quello che vive come «Io» attraverso le incarnazioni. Questo non vi era prima. Solo una corporeità umana può avere appunto questi deterioramenti specifici. Questi non erano prima in quello che la luce ha tessuto.

Ora l’uomo odierno prende il fondamento del materiale da ciò che ha progressivamente espulso da sé nel corso dello sviluppo. Questo è il regno animale, il regno vegetale e il regno minerale. Questi contengono anche i diversi materiali, cioè per l’essere terrestre tessuto da luce. Ma in tutti questi materiali non vi è ancora dentro quello che, nel corso del karma umano, ha potuto venire dal proprio interno dell’uomo nell’essere materiale umano. Abbiamo quindi nei tre regni intorno a noi qualcosa su cui l’uomo, attraverso il suo influsso luciferino o ahrimanico da se stesso, nella misura in cui agisce dalla sua sostanza d’amore, non ha mai potuto agire in modo contaminante. Non vi è nulla di lui, così che nella sua purezza ha potuto diffondersi quello che, riguardo alla sua purezza nell’uomo, è contaminato. Se per esempio abbiamo fuori una materia minerale, un sale o qualcos’altro, è una materia che l’uomo porta anche in sé o può portare in sé; in lui però è permeata da quello che possiamo chiamare la sostanza d’amore contaminata da Ahrimane o Lucifero. Fuori però è pura. Così ogni sostanza fuori differisce da ciò che l’uomo porta come sostanza in sé. Fuori è sempre diverso da come è nell’uomo, perché in lui è permeato dall’influsso ahrimanico e luciferino. Questo è il motivo per cui, per tutto ciò che l’uomo più o meno può danneggiare nella sua sostanzialità esterna, fuori deve trovarsi qualcosa che rappresenta il corrispondente nello stato puro, senza che la lesione umana vi sia entro. Ciò che esiste fuori nel mondo senza lesione è il rimedio esteriore per il corrispondentemente lesionato. Se l'introducete nell’essenza umana nel modo rettamente, allora avete lo specifico per la lesione corrispondentemente lesionata.

Lì avete completamente oggettivamente quello che voi procurate al corpo umano come rimedio. Lì avete caratterizzato la lesione come oscurità specificata, quello che non è ancora scuro come la pura luce tessuta esternamente — e vedete perché potete sollevare l’oscurità, la materia scura che vi è nell’uomo, se potete procurargli materia pura, tessuta da luce. Così abbiamo, nella materia pura tessuta da luce, un rimedio specifico contro la lesione.

Ora si tratta — ed è stato spesso sottolineato che è un errore in cui non deve cadere appunto la teosofia — che sarebbe una strettezza di cuore se volessimo negare che in tali casi non esiste veramente qualcosa che si possa somministrare come rimedio specifico agente su questo o quell’organo per questa o quella lesione. È stato certamente spesso detto che l’organismo ha le forze per aiutarsi; ma anche se è vero quello che ha affermato la scuola viennese della terapia nichilistica — di iniziare il processo di guarigione attraverso l’appello delle controforze —, possiamo tuttavia venire incontro al processo di guarigione con mezzi specifici. Qui vediamo un parallelismo che si domina, che si può descrivere a partire dalla scienza dello spirito.

Da quello che ho descritto per esempio sulla difterite, potete ricavare che si tratta di qualcosa che, nel motivo karmatico, ha particolarmente colpito il corpo astrale. Ora troviamo qualcosa che è particolarmente affine a questo corpo astrale nell’ambiente dell’uomo, nel regno animale. Perciò troverete che nelle forme di malattia che stanno eminentemente vicine al corpo astrale, la scienza della guarigione sempre, inconsciamente, da un impulso oscuro, ricerca mezzi che sono tratti dal regno animale. Nel caso di malattie la cui causa risiede nel corpo eterico, la scienza della guarigione afferra mezzi dal regno vegetale. E potrebbe ora tenersi un interessantissimo discorso per esempio sulla relazione della Digitalis purpurea con certe malattie cardiache. Queste sono cose che, nella misura in cui riposano sulla realtà, non solo sono corrette per cinque anni e poi cominciano a diventare sbagliate, come disse un medico e come in effetti è il caso quando si conclude solo dai sintomi esteriori. Ma esiste un certo tesoro di rimedi che va sempre a ricondursi a qualche connessione con la scienza dello spirito, che si è trasmesso senza che la gente sappia da dove sia venuto. Così come gli astronomi oggi non sanno che la teoria di Kant-Laplace è venuta dalle scuole segrete del Medioevo, così la gente non sa da dove provengano spesso gli effettivi tesori curativi. — E cause di malattia che sono connesse con l’essenza della corporeità fisica conducono allora all’applicazione di rimedi dal regno minerale.

Proprio attraverso queste concezioni analoghe, così un cenno sulla questione può essere dato. Quindi per l’uomo, attraverso la connessione con il mondo circostante, ci è presente la possibilità che gli sia aiutato da due lati: in quanto da un lato gli si procura amore modificato nei processi di guarigione psichici, oppure d’altro canto, in molti modi diversi, luce modificata nei processi che sono in qualche modo connessi con processi di guarigione esterna. Tutto quello che può essere fatto è reso con mezzi psichici interiori, con amore, o con mezzi esteriori, con luce in qualche forma ispessita. E quando una volta la scienza sarà così avanzata da imparare a credere al soprasensibile e al principio «la materia è in qualche modo luce condensata», allora da questo principio fondamentale verrà gettata una luce spirituale sulla ricerca sistematica del modo secondo cui si può aiutare l’uomo con mezzi esteriori. Da questo vediamo come in ciò che, durante lunghi periodi, dalle scuole segrete dell’antico Egitto e dell’antica Grecia è stato progressivamente aggiunto al tesoro curativo, non solo vi dimora un puro non-senso, ma in tutte le cose vi è un sano nucleo. La teosofia non è lì per prendere le parti di una certa corrente, per dire cioè: questa è una direzione che porta ai veleni umani! — La parola «veleno» oggi agisce decisamente suggestivamente, e la gente non pensa a come sia relativa questa parola. Che cosa è veramente un veleno? Ogni sostanza può essere un veleno. Dipende solo dal modo di somministrazione e dalla quantità che si assume in una sola volta. L’acqua è un veleno forte se se ne assumono dieci litri in una sola volta. Questo effetto, interiormente compreso chimicamente, non si differenzia per nulla dal fatto che si somministri all’uomo qualche altra sostanza. Dipende sempre dalla quantità, poiché tutti questi concetti sono relativi. Da quello che abbiamo oggi penetrato possiamo dire: possiamo essere contenti che proprio per quello che l’uomo può introitarsi come lesione, in tutto ciò che ci circonda come natura — come ora consideriamo il processo mondiale —, deve in qualche modo trovarsi il sanante, così che l’uomo possa ancora vincere la lesione. E questo è anche un bellissimo sentimento che possiamo avere nei confronti del mondo esteriore: non solo possiamo rallegrarci del mondo esteriore perché ci regala i fiori che germogliano o ci fa splendere nel bagliore di luce le montagne, bensì possiamo anche rallegrarci a esso perché tutto intorno a noi sta in una relazione così intima con quello che nell’uomo stesso può essere denominato buono o cattivo. Possiamo rallegrarci nella natura non solo di ciò che immediatamente ci attrae; ma quanto più profondamente penetriamo in ciò che si è ispessito fino all’essere materiale esteriore, tanto più scopriremo: questa natura che ci rallegra ha in sé, allo stesso tempo, il potente guaritore per tutto ciò che l’uomo può apportarsi come lesione — il guaritore in qualche modo è nascosto nella natura. Si tratta solo di non solo comprendere il linguaggio del guaritore, bensì anche di obbedire a esso e veramente attuarlo. E oggi, nella maggioranza dei casi, non abbiamo la possibilità di obbedire al linguaggio della natura guarente perché il misconoscimento della luce, perché l’oscurità che si è anche mescolata nella conoscenza, in molti aspetti ha creato stati che non permettono di seguire il linguaggio puro della natura. E così dobbiamo esserne chiari: dove in un caso non viene prestato aiuto, dove una sofferenza a causa di nessi karmatici non può essere alleviata, questo non significherebbe che assolutamente non potrebbe essere alleviata.

Così vediamo anche qui di nuovo una connessione meravigliosa, che di nuovo ci fa apparire il grande mondo intero, compreso l’uomo, come un essere. Nel principio «la materia è luce tessuta, il psichico è in qualche modo amore diradato» vi sono le chiavi per innumerevoli misteri dell’essere terrestre. Queste però valgono solo per l’essere terrestre e per nessun’altra regione dell’essere mondiale. Così in realtà non abbiamo mostrato nulla di meno che questo: se noi diamo al karma qualche cambiamento di direzione, ci uniamo in questo o in quell’altro caso con quello che sono appunto gli elementi componenti dell’essere terrestre: da un lato con la luce divenuta materia, d’altro canto con l’amore diventato psichico. Ricaviamo il rimedio o dall’ambiente, dalla luce ispessita, oppure dalla nostra propria anima, dall’atto di amore sanante, dall’atto di sacrificio, e guardiamo allora con la forza psichica ricavata dall’amore. Ci uniamo con quello che sulla Terra, nel suo interno più profondo, è giustificato, quando ci uniamo da un lato con la luce, d’altro canto con l’amore. Tutti gli stati terrestri sono in qualche modo stati di equilibrio tra luce e amore. E malsana è una perturbazione nell’equilibrio tra luce e amore. Se la perturbazione è da qualche parte nell’amore, possiamo aiutare dispiegando noi stessi la forza dell’amore; e se la perturbazione è nella luce, possiamo aiutare procurandoci nel cosmo, in qualche modo, quella luce che può sollevare l’oscurità in noi.

Qui avete gli elementi fondamentali dell’aiuto umano. Vi mostrano come tutto nell’essere terrestre riposa su stati di equilibrio di elementi che si oppongono reciprocamente o che stanno uno di fronte all’altro. Luce e amore sono propriamente elementi che stanno uno di fronte all’altro. Ma sul loro intrecciarsi reciproco riposa, infine, tutto quello che nel nostro viver terrestre accade nel psichico e nel materiale. Perciò non dobbiamo meravigliarci se in tutti i campi della vita umana, da epoca a epoca, l’ulteriore sviluppo accade cosicché lo stato d’equilibrio oscillerebbe particolarmente da un lato, e poi d’altro canto si tenta di nuovo di rimetterlo in asse, se cioè il nostro sviluppo procede in modo da assomigliare a un oscillamento ondoso. In effetti il nostro sviluppo assomiglia a un ondare: scende e sale, e lo stato d’equilibrio sempre perturbato viene sempre compensato da quello che d’altro canto significa l’oscillamento del pendolo corrispondentemente diverso, che va oltre lo stato d’equilibrio. Se entrate nel fatto che nella vita umana si tratta dappertutto di una perturbazione dell’equilibrio in un modo o nell’altro, allora troverete come potete così illuminare anche i processi culturali più intimi in qualche modo. Se considerate un’epoca in cui, nello sviluppo umano, certe lesioni sono intervenute per il fatto che gli uomini hanno guardato solo all’interno e non anche all’esterno — come per esempio nel Medioevo, dove con il fiorire forte della mistica l’esterno è rimasto inosservato e ha anche portato a fraintendimenti non solo nel conoscere ma anche nell’agire — allora vedete d’altro canto seguire quell’epoca in cui non si riesce a tollerare più la mistica, ma per questo si rivolge lo sguardo al mondo esteriore per fare tutto quello che fa oscillare il pendolo di nuovo d’altro canto. Qui avete le transizioni tra Medioevo e tempo moderno. E troverete nei modi più vari tali perturbazioni dello stato d’equilibrio.

Desidero qui sottolineare che in effetti in tempi come i nostri una caratteristica distintiva di molti uomini si manifesta nel fatto che completamente dimenticano e completamente perdono dall’attenzione quello che si potrebbe chiamare una consapevolezza di un mondo soprasensibile. Cioè, vi sono nei nostri tempi numerosi uomini che completamente trascurano che esiste un mondo spirituale, e che quindi rifiutano i pensieri del mondo spirituale. In un’epoca tale — e comunque in epoche siffatte — è sempre anche presente l’immagine speculare opposta. Desidero caratterizzarla in un modo completamente semplice.

Se vi sono uomini sul piano fisico che si aggrovigliano così nel fisico che completamente dimenticano lo spirituale, allora quegli uomini che vivono nel mondo spirituale tra la morte e la nuova nascita, d’altro canto, hanno l’impulso opposto diretto dalla karma, che è provocato come da un karma che agisce dal piano fisico sul piano spirituale: l’impulso, cioè, di occuparsi in qualche modo di cose che dal mondo spirituale giocano nel fisico. Ciò sta veramente alla base di molti effetti nel mondo fisico da parte di uomini che stanno nel tempo prima di una nuova nascita. Nel mondo fisico questi uomini allora agiscono nel modo in cui appunto i mezzi si offrono, per la via attraverso tali uomini che sono in grado più alto di essere accessibili a questi influssi dal mondo spirituale. — Se si porta chiarezza su questi campi, allora si dovrà certamente respingere molto di quello che viene raccontato dall’uno o d’altro canto come rivelazioni del mondo spirituale da parte di uomini che stanno tra morte e nuova nascita. E si potranno bene distinguere i casi caratteristici dove i morti — per far oscillare il pendolo d’altro canto — molto fortemente si abbandonano al fatto di mostrare concretamente agli uomini in qualche modo: esiste pur sempre un mondo spirituale! Poiché vi sono nel nostro tempo uomini completamente accecati, che hanno intessuto così molta oscurità nel loro spirituale che non vogliono saperne nulla del mondo spirituale, per questo vi sono morti che da questa mancanza hanno l’impulso di agire entro il mondo fisico. Soprattutto, tali cose accadono quando gli uomini sul piano fisico non fanno assolutamente nulla per questo. E le cose maggiormente caratteristiche sono le cose che, senza tentativi artificiali, si presentano, che appaiono come manifestazioni del mondo spirituale. Quindi la connessione di uomini sul campo materialista da un lato, e l’impulso che esiste di agire insegnando dal mondo spirituale entro di esso, d’altro canto. Troverete molte cose che possono esserne testimonianza nel libro del nostro amico Ludwig Deinhard «Il Mistero dell’uomo». Lì sono state raccolte e sistematizzate molte cose di quello che voi dovete proprio avere e che oggi nella letteratura, dove è scientifica, è così disperso che non è possibile per ognuno raccoglierlo per sé. Perciò è davvero bellissimo che abbiate in questo libro una raccolta appunto di questo lato dei fatti di scienza dello spirito, che, come potete adesso vedere, nel senso eminente sono persino caratteristici per i nostri tempi. Particolarmente vi troverete con grande fortuna registrato un fatto caratteristico da parte di un ricercatore che nel suo vivere terrestre qui ha tentato tutto il possibile per giungere, per via del metodo materialista, alla prova del mondo spirituale — il defunto Frederick Myers — e che poi, dopo la sua morte, ha sentito il forte impulso di mostrare agli uomini qui ciò che ha qui aspirato, attraverso irradiamenti dal mondo spirituale, con aiuti dal mondo spirituale.

Questo dovrebbe essere un’illustrazione al principio che nel mondo e nell’essere mondiale dobbiamo vedere perturbazioni continue di equilibri e di nuovo la ricerca di equilibri. Nell’essere terrestre abbiamo, come elementi più profondi di questo equilibrio che si disturba continuamente e si ristabilisce continuamente, i due elementi luce e amore. E nel karma umano, ora, da incarnazione a incarnazione, i due elementi luce e amore agiscono compensando gli stati di equilibrio perturbati. Poiché nel fondo abbiamo, nel karma che si snoda attraverso tutte le incarnazioni, stati di equilibrio perturbati, e in luce e amore abbiamo il continuo tentativo di ristabilire l’equilibrio. Finché non sarà giunta un’epoca lontana nel futuro quando l’uomo, nel passare attraverso le sue incarnazioni, finalmente sarà arrivato a sviluppare un ultimo stato di equilibrio raggiungibile attraverso la Terra, che condurrà al fatto che l’uomo avrà adempiuto la missione terrestre e l’essere terrestre si svilupperà in una nuova forma planetaria.

Così ho tentato di esporre qualcosa, senza che una più profonda fondazione dei nessi karmatici e delle leggi karmatiche non sia possibile. Mi sono anche così poco risparmiato dal trattare oggi i fondamenti misteriosi per cui la nostra scienza odierna non sarà ancora matura per lungo tempo: che la materia in verità è luce intessuta e che il psichico in qualche relazione è amore diradato. Questi sono antichi principi occulti, ma principi che resteranno veri per tutti i tempi successivi e che si dimostreranno fecondi nello sviluppo dell’umanità non solo per la conoscenza, bensì anche per l’agire e l’azione umana.

11°(Il karma individuale e il karma comunitario)

Amburgo, 28 Maggio 1910

Molte cose sarebbero ancora da dire sulle diverse manifestazioni del karma. Ma poiché questa è la nostra ultima considerazione e il tempo è necessariamente breve per un tema così ricco, potrete comprenderlo: molte cose di quelle da discutere, molti quesiti che vi si presentano nell’anima, non potranno trovare oggi la loro soluzione. Ma il nostro movimento continuerà, e ciò che rimane necessariamente irrisolto in un corso potrà essere approfondito e completato in un altro.

Una cosa vi si sarà ripetutamente presentata: che l’uomo vive la regolarità karmica come qualcosa che, per così dire, in ogni istante in cui vive è qualcosa di completamente determinato, così che in ogni istante della nostra vita possiamo guardare indietro a ciò che abbiamo provato, a ciò che abbiamo fatto, pensato, sentito nelle incarnazioni che hanno preceduto quella in cui stiamo conducendo queste considerazioni. E sempre troveremo che il nostro presente fato interiore ed esteriore può essere compreso ammettendo di avere una sorta di «conto della vita», dove scriviamo da un lato tutti gli insegnamenti saggi, gli eventi intelligenti da cui abbiamo imparato, e dall’altro tutto ciò che è insensato, tutto il male e l’orribile. Da qualche lato risulterà un’eccedenza, e questa significa, in un dato istante della vita, anche il destino di quell’istante.

Ora possono sorgere diverse domande, e la prossima deve essere: come si rapporta ciò che gli uomini compiono nella loro convivenza, ciò che portano a termine come comunità umana, a quello che chiamiamo il karma individuale del singolo uomo? Abbiamo già sfiorato queste domande da altre angolature. Se guardiamo indietro a un qualunque evento della storia — per esempio alle guerre persiane — non potete assolutamente credere che questo evento, almeno dal lato greco, rappresenti qualcosa che dovrebbe essere scritto solo nel libro dei destini dei singoli uomini che erano direttamente coinvolti nel piano fisico esteriore. Pensate a tutti i capi delle guerre persiane, a tutti gli uomini che allora si sacrificarono, pensate a tutto ciò che è stato compiuto dagli ufficiali sino al singolo soldato nell’esercito greco: potrete mai, se lasciate agire razionalmente su di voi un tale evento, ascrivere tutto ciò che i singoli uomini allora compirono solo al conto karmatico della personalità individuale di ognuno? Assolutamente no. Perché non potete immaginare che, negli eventi che riguardano un intero popolo o una grande parte dell’umanità civilizzata, accada nient’altro se non che ogni singola individualità umana semplicemente viva il suo karma. E così dovete procedere di evento in evento nello sviluppo storico, e vedrete che all’interno dello sviluppo dell’umanità stessa si trovano senso e significato, ma che tali eventi non possono essere una cosa sola col karma individuale del singolo uomo.

Possiamo lasciar agire su di noi una questione come le guerre persiane e domandarci allora: che significato hanno avuto nello sviluppo dell’umanità? In Oriente si era sviluppata una certa cultura che aveva grandi e magnifici aspetti luminosi. Ma come ogni luce porta con sé le sue ombre, così dobbiamo essere consapevoli che l’intera cultura dell’Oriente poteva essere raggiunta dall’umanità solo perché molti aspetti d’ombra — che non dovevano proseguire nello sviluppo umano — si erano introdotti in quella cultura. Soprattutto, un tale aspetto d’ombra era che l’Oriente aveva la spinta a espandersi sempre più per mezzo di risorse di potenza puramente esteriori, giacenti sul piano fisico. Se questo impulso di espansione non fosse sorto, naturalmente non sarebbe potuta esistere l’intera cultura orientale. Una cosa non è pensabile senza l’altra. Ma affinché l’umanità potesse continuare a svilupparsi, doveva svilupparsi — partendo da presupposti completamente diversi — per esempio la cultura greca. La cultura greca non avrebbe però potuto avere un inizio immediato; doveva procurarsi certi presupposti da altrove. E in effetti ricevette importanti presupposti dalla cultura orientale. I diversi miti di eroi che dalla Grecia si recavano verso l’Oriente non rappresentano altro se non che allievi di certe scuole greche si recarono verso l’Oriente e portarono ai Greci quei beni che potevano essere acquisiti solo all’interno della cultura orientale, beni che poi potevano essere ulteriormente coltivati e trasformati da quello che si era sviluppato dal carattere e dal talento del popolo greco. Ma da questi beni portati da lontano doveva essere eliminato quello che era il loro aspetto d’ombra: la spinta a espandersi verso occidente per mezzo di risorse di potenza puramente esteriori, come erano. Il romanesimo, che sorse più tardi rispetto al grecismo, e tutto ciò che erano i presupposti ulteriori per lo sviluppo continuo dell’umanità europea, non avrebbe potuto formarsi se i Greci non si fossero creati lo spazio libero per il proseguimento dello sviluppo della cultura orientale, se non avessero ricacciato i Persiani e tutto ciò che appartiene a essi. Così poté essere filtrato ciò che era stato creato in Asia, respingendo gli Asiatici.

Da questo punto di vista devono essere considerate molte vicende nello sviluppo mondiale, e allora se ne ricava un’immagine singolare. Se in un ciclo di conferenze che durasse tre o quattro anni potessimo sviluppare questo pensiero solo per i documenti storici tramandatici dell’umanità, ne risulterebbe qualcosa che potremmo davvero chiamare un piano nello sviluppo dell’umanità. Potremmo allora dominare con lo sguardo tale piano e dirci: questo doveva essere conquistato; questo aveva questi aspetti d’ombra che dovevano di nuovo essere eliminati; questo bene conquistato doveva essere trasmesso a un altro e lì ulteriormente sviluppato.

In questo modo potremmo ricavare un piano dello sviluppo dell’umanità e, nella discussione di tale piano, in realtà non potremmo neppure giungere al pensiero: come mai è avvenuto, per esempio, che proprio Serse o Milziade o Leonida avessero questo o quel karma individuale? Questo karma individuale dobbiamo considerarlo come qualcosa che è deciso per sé e deve essere intrecciato nel piano dello sviluppo dell’umanità. Non è possibile cogliere la cosa diversamente. E così è anche per la concezione antroposofica. Se questo è il caso, dobbiamo dire: in questo procedimento pianificato dello sviluppo dell’umanità dobbiamo vedere per sé qualcosa che si mantiene insieme in un modo simile al modo in cui gli eventi karmici si mantengono insieme nella vita individuale umana. E allora possiamo ancora domandarci: che relazione ha tale piano nello sviluppo complessivo dell’umanità col singolo karma individuale dell’uomo?

Consideriamo innanzitutto ciò che si potrebbe chiamare il destino nello sviluppo umano stesso. Se guardiamo indietro, vediamo come cultura dopo cultura, sviluppo di popolo dopo sviluppo di popolo, si innalzano. Vediamo ulteriormente come popolo dopo popolo realizza questa o quella novità, come qualcosa rimane come imperituro dalle singole culture popolari, ma come i popoli stessi devono morire per salvaguardare i beni popolari, le conquiste dei singoli popoli per le epoche corrispondentemente successive dello sviluppo umano. Allora dobbiamo ben capire ciò che la scienza dello spirito ha da dire: in questo continuo procedimento dello sviluppo dell’umanità devono essere inizialmente distinte esattamente due correnti.

Considerate in tutto il corso dello sviluppo dell’umanità quello che possiamo considerare come una corrente continua, all’interno della quale si sviluppa ondata dopo ondata, ma dove il bene conquistato dell’onda precedente rimane conservato per quella seguente. Ne avremmo un’immagine se guardassimo alla prima cultura dell’epoca post-atlantidea, a ciò che nella cultura antica indiana fu realizzato in grandiosità. Se però confrontiamo questa grandiosità con il debole eco contenuto nei Veda, che, sebbene sempre ammirevolissimi, sono però solo un pallido riflesso di ciò che i Rishi realizzarono e di ciò che la scienza dello spirito ci riferisce della grande epoca di cultura degli Indiani, allora dovremo dire: la grandezza originaria di ciò che questo popolo doveva realizzare per l’umanità era già in declino quando ci si accinse a conservare questo bene culturale dell’umanità in quelle meravigliose rappresentazioni poetiche. Ma ciò che la cultura indiana inizialmente doveva realizzare scorse dentro l’intero corso dello sviluppo dell’umanità. E solo partendo da questo presupposto poté svilupparsi successivamente ciò che richiedeva un popolo giovane — non un popolo invecchiato. Gli Indiani dovettero essere ricacciati verso la penisola meridionale, e allora si sviluppò in Persia la concezione del mondo di Zoroastro. Quale grandezza aveva questa concezione del mondo nel tempo in cui nacque — e come era decaduta in un tempo relativamente non troppo lungo presso il popolo che l’aveva creata! Abbiamo allora lo stesso processo presso l’Egitto e la Caldea. Poi vediamo il passaggio della saggezza orientale verso la Grecia, e vediamo come i Greci ricacciano ciò che è orientale sul piano fisico esteriore. Vediamo come nel seno della grecità viene accolto ciò che tutto l’Oriente ha realizzato, e come viene intrecciato con molte cose che fino ad allora erano state realizzate in altri territori europei. Da questo ne risulta un nuovo impulso culturale che per molti giri è stato capace di accogliere l’impulso cristiano e di trapiantarlo verso Occidente. E così troveremmo anche in seguito una corrente culturale continua nella quale possiamo allineare anello dopo anello, e ogni anello seguente ci appare a un tempo come un proseguimento del precedente e sempre come qualcosa di nuovo che doveva essere dato all’umanità. Da dove però doveva germogliare ciò che così si sviluppa da epoca a epoca? Pensate a tutto ciò che ogni singolo popolo ha sperimentato col suo territorio culturale! Pensate a tutto ciò che in ogni singolo popolo deve essere accaduto come una somma di sentimenti e sensazioni in innumerevoli uomini, di desideri ed entusiasmo per ciò che deve apparire come il più altamente desiderabile e che deve proprio essere dato in questo territorio come impulso culturale! Pensate a come le anime dei singoli uomini, nel singolo impulso culturale, con quello che desiderano e si sforzano, debbono essere interamente partecipi!

Inoltre, per innumerevoli secoli, nello sviluppo dell’umanità è stato necessario che i popoli, man mano che sviluppavano i singoli impulsi culturali successivi, vivessero sempre in una sorta di illusione — nell’illusione che ogni tale popolo considerasse il tesoro culturale che doveva elaborare per sé come qualcosa di eterno e imperituro, che non potrebbe mai essergli tolto. Solo per mezzo di questa illusione, che ancora e ancora si ripresentava, era possibile il lavoro dedito dei singoli popoli alla cultura: che ciò che era stato creato, con tutto quello che vi si legava, avrebbe avuto un’esistenza eterna. Anche oggi questa illusione è presente; e sebbene non ci si abbandoni più a essa in modo così positivo e si parli dell’«eternità» di questa o quella cultura, essa è però presente nella forma che non si pensa alla fine — né nel piccolo né nel grande — e che, per così dire, non si presta attenzione a essa.

Qui avete due cose di cui le culture popolari avevano bisogno e che fondamentalmente cominciano a subire una sorta di cambiamento solo nella nostra epoca. Perché il primo ambito della vita spirituale umana dove le illusioni non risorgeranno più a fondo è quello della vita spirituale teosofonica. Sarebbe un grave equivoco se qualcuno che si basa fermamente sul terreno del nostro movimento spirituale credesse che le forme in cui gettiamo le nostre conoscenze, che gli sviluppi di pensiero che oggi possiamo dare, che ciò che oggi possiamo dare dal nostro pensiero, sentimento e volontà teosofici, avesse un’esistenza eterna. Sarebbe molto miope affermare che tra tremila anni ci sarebbero ancora uomini che parlerebbero esattamente nello stesso modo delle verità teosofiche come facciamo oggi. Sappiamo che siamo spinti dalle nostre circostanze a dare al prodotto dello sviluppo continuo una certa forma presente, e che i nostri discendenti esprimeranno queste cose in forme completamente diverse di esperienza. Perché è così? Per una ragione simile a quella per cui, nel corso di molti secoli e millenni dello sviluppo umano, accadde che cultura dopo cultura popolare dovette far vivere ai singoli uomini molte esperienze, affinché da tutto lo sviluppo dei popoli potesse formarsi il contributo. Pensate alle innumerevoli esperienze che sono state percorse nell’antica Grecia, e pensate a ciò che si è sviluppato come estratto da esse per l’intera umanità successiva! Allora direte: c’è ancora più di quanto siano le singole correnti. Molte cose accadono a causa di questo nucleo di corrente.

Perciò dobbiamo osservare due cose: primo, qualcosa che deve sorgere e perire, affinché da questo insieme il secondo — quantitativamente la parte più piccola — possa rimanere come qualcosa di duraturo. Se sappiamo che, da quando esiste il karma individuale umano, nello sviluppo dell’umanità operano due poteri che sempre abbiamo trovato attivi, Lucifero e Ahrimane, solo allora comprenderemo il procedimento dello sviluppo dell’umanità. Perché dobbiamo contare, nel piano dello sviluppo dell’umanità, che infine, quando la Terra avrà raggiunto il suo obiettivo, i risultati che così dalle singole culture e a poco a poco si incorporano nello sviluppo complessivo dell’umanità, vengano resi fecondi per tutte le singole individualità, indipendentemente da quale destino abbiano sperimentato. Ma vediamo questo obiettivo solo se guardiamo allo sviluppo mondiale in senso antroposofico. Perché non inganniamoci: tale obiettivo, pensato nel modo giusto, con la preservazione piena dell’individualità umana, senza uno sfumarsi dell’individualità in alcuna unità panteistica nebulosa, ma in modo che l’individualità sia interamente preservata e in essa confluisca di nuovo ciò che l’umanità ha conquistato nel grande — acutamente e chiaramente tale obiettivo può stare dinanzi solo alla cultura dell’anima antroposofica.

Se così guardiamo alle culture precedenti, possiamo dirci da principio: sin da quando le individualità umane si incarnano, nella storia dello sviluppo umano partecipano Lucifero e Ahrimane. Lucifero vi partecipa cosicché cerca sempre di prendere parte alla corrente culturale continua, insinuandosi nei corpi astrali umani e impregnandoli con l’impulso luciferiano. Questo è ciò che Lucifero compie nel corso dello sviluppo dell’umanità: influisce nei corpi astrali umani. Gli uomini non potevano ricevere ciò che Lucifero dà loro da nessun’altra fonte se non da quelle potenze che operano la corrente culturale così caratterizzata. Separate questa corrente culturale dal procedimento complessivo dell’umanità, e allora avrete ciò che gli esseri spirituali normalmente progressivi delle gerarchie lasciano fluire nell’umanità come sempre nuove ricchezze. Quando guardiamo alle gerarchie, dobbiamo dire: quegli esseri spirituali che percorrono il loro normale sviluppo hanno dato alla cultura terrestre ciò che è bene duraturo dell’umanità, bene che, sebbene in seguito trasformato, è divenuto bene duraturo dell’umanità. È in certo modo come se avessimo un albero e in esso il midollo. Così acquisiamo una corrente vivente continua della cultura continua.

Per mezzo di queste potenze che percorrono uno sviluppo normale, avrebbe potuto accadere che l’uomo avesse sempre più colmato il suo Io con questo arricchimento progressivo dello sviluppo umano. Fluirebbe di tempo in tempo ciò che porta l’uomo più lontano; l’uomo si riempirebbe sempre più con i doni del mondo spirituale, e infine, quando la Terra avesse raggiunto il suo obiettivo, sarebbe cosa naturale che l’uomo avesse in sé tutto ciò che fosse stato dato dai mondi spirituali. Ma una cosa non sarebbe stata possibile: che l’uomo sviluppasse il più proprio, sacro zelo, dedizione e fuoco per ciò che si crea da epoca di cultura a epoca di cultura. Dalla stessa radice da cui cresce ogni desiderio e ogni brama, cresce anche il desiderio per i grandi ideali, cresce anche l’aspirazione alla beatitudine umana, alle realizzazioni delle arti nelle successive epoche culturali umane. Dalla stessa ragione da cui nascono i desideri perniciosi che tendono al male, nascono anche gli sforzi verso il più alto, ciò che sulla Terra può essere realizzato. E non ci sarebbe ciò per cui l’anima umana s’infiamma come per un sommo bene, se dall’altra parte non fosse possibile che lo stesso desiderio potesse anche, dall’altra parte, precipitare nel vizio e nel male. Che questa possibilità esista nello sviluppo dell’umanità è l’opera degli spiriti luciferiani. Così non dobbiamo sottovalutare che gli spiriti luciferiani hanno portato agli uomini la libertà insieme con la possibilità del male, libera ricettività per ciò che altrimenti fluirebbe solo nell’anima umana.

Ma abbiamo anche visto che tutto ciò che Lucifero provoca trova la sua risposta per mezzo di Ahrimane. Così vediamo Lucifero col suo intero esercito operare in ciò che, nel concreto, deve dare l’impronta della cultura greca allo sviluppo umano complessivo: negli eroi greci, negli eroi e negli artisti greci. Lucifero si insinua nei corpi astrali, li fa ardere per ciò che venerano come il più alto. Così ciò che deve fluire nello sviluppo con la grecità diviene a un tempo l’entusiasmo dell’anima popolare. Proprio lì è Lucifero. E poiché Lucifero deve la sua forza non allo sviluppo terrestre ma a quello lunare, provoca Ahrimane; e mentre Lucifero, da epoca a epoca, sviluppa la sua attività, Ahrimane vi si aggiunge — e distrugge a poco a poco ciò che Lucifero ha causato sulla Terra. Lo sviluppo mondiale dell’uomo è un continuo operare tra Ahrimane e Lucifero. Se Lucifero non operasse nell’umanità, mancherebbero lo zelo e il fuoco per la corrente continua dello sviluppo dell’umanità; se Ahrimane non fosse lì, colui che di popolo in popolo distrugge nuovamente ciò che non proviene dalla corrente continua ma solo dall’impulso luciferiano, allora Lucifero vorrebbe condurre eternamente le singole culture. Così vedete qui Lucifero richiamarsi il suo proprio karma, che è una conseguenza necessaria dello sviluppo sull’antica Luna. E la conseguenza è che deve continuamente legare Ahrimane ai suoi calcagni. Ahrimane è l’adempimento karmico di Lucifero.

Lì guardiamo nel karma delle entità superiori, nell’esempio delle entità ahrimaniche e luciferiane. Lassù c’è anche karma. Ovunque ci sono Io, c’è karma. E Lucifero e Ahrimane naturalmente portano Io in loro; perciò gli effetti delle loro azioni possono ritorcersi contro di loro. A molti di questi segreti si potrà solo accennare in estate nel ciclo sulla storia della creazione biblica; ma a un punto volevo già accennare qui che veramente vi mostri di quale profondità infinita sia ogni singola parola nei veri documenti occulti.

Non vi siete mai chiesti perché nella storia della creazione biblica, alla fine di ogni giorno della creazione, stia la frase «E gli Elohim videro l’opera, e videro che era molto buona», che era «al meglio»? Questa è una parola significativa. Perché sta lì? La frase stessa mostra che è intesa come caratteristica degli Elohim, che si svilupparono sulla Luna in modo normale e il cui avversario è Lucifero. È qualcosa che appartiene alla caratteristica degli Elohim: che dopo ogni giorno della creazione videro che era «al meglio». Per questa ragione è indicato, perché questo grado era la conquista degli Elohim. Potevano sulla Luna vedere l’opera solo finché la facevano, non potevano avere una consapevolezza posteriore di essa. Che possano in seguito guardare indietro nel pensiero postconsapevole all’opera — questo è un grado particolare nella consapevolezza degli Elohim. Questo era possibile solo sulla Terra; e naturalmente mostra il loro carattere interiore, in ciò che il volitivo così fluisce dal loro essere che, quando la guardavano, videro che era al meglio. Questi erano gli Elohim che avevano completato la loro opera sulla Luna e che, quando successivamente la guardavano sulla Terra, potevano dire: può rimanere, è al meglio! — Ma doveva essere completato il vecchio sviluppo della Luna.

Come stanno le cose allora con gli esseri luciferiani, cioè con quegli esseri che non hanno completato il loro sviluppo sulla Luna? Dovranno anche sulla Terra tentare di guardare il loro lavoro posteriormente, così per esempio quando hanno dato il loro contributo di fuoco e di entusiasmo nella cultura greca. E allora vedranno come Ahrimane li ha loro erosi a poco a poco! E dovranno dire, perché non l’hanno completato: videro il loro giorno lavorativo, e videro che non era al meglio, che doveva essere annichilito!

Questa è la grande delusione degli spiriti luciferiani: che sempre di nuovo tentano il loro lavoro, sempre di nuovo vogliono far oscillare il pendolo d’altro canto — e sempre di nuovo trovano il loro lavoro distrutto da Ahrimane. Dovete immaginarvi, all’interno dello sviluppo dell’umanità, un continuo oscillare su e giù, un continuo accendimento di nuove forze da parte di entità che sono più elevate di noi stesse, e che queste entità vivono continue delusioni. Questo è contenuto nell’esperienza degli spiriti luciferiani nello sviluppo terrestre. E questo karma dovette l’umanità accogliere in sé, perché l’uomo poteva giungere alla vera libertà solo per questa via. La libertà può scaturire solo dal fatto che l’uomo si dà da se stesso il contenuto supremo del suo Io terrestre. Quell’Io che l’uomo avrebbe se tutti gli obiettivi gli fossero dati alla fine dello sviluppo terrestre, non potrebbe essere libero; perché da principio sarebbe stato determinato a far fluire nella gente tutti i beni dello sviluppo terrestre. Libero poteva divenire l’uomo solo nel modo che a questo Io ne aggiungesse un altro, un Io capace d’ingannarsi, che è in grado di oscillare sempre di nuovo sia verso il lato del bene che verso il lato del male e che può sempre di nuovo tendere verso ciò che è il contenuto di tutto lo sviluppo terrestre. Questo Io inferiore dovette essergli aggiunto per mezzo di Lucifero, affinché il lavoro dell’uomo verso l’Io superiore potesse essere la sua opera propria e più caratteristica.

Solo così la libertà di volontà è possibile nell’umanità. La libertà di volontà è qualcosa che l’uomo può a poco a poco conquistarsi; perché l’uomo è posto cosicché gli stanzia dinanzi come ideale la libertà di volontà. Dove il volere è libero in uno stato intermedio dello sviluppo? Non è mai libero, perché in ogni istante può cadere sotto l’influenza dell’elemento luciferiano e ahrimanico; non è libero perché ogni uomo, dopo aver varcato la porta della morte, nel tempo ascendente della purificazione — forse nel corso di decine di anni — ha un’impressione completamente determinata. Questo è l’essenziale della vita nel Kamaloka: che vediamo in quale misura siamo noi stessi imperfetti per ciò che di imperfetto abbiamo compiuto nel mondo, che vediamo pezzo per pezzo in quale maniera siamo divenuti imperfetti. Da questo risulta allora il proposito determinato di eliminare tutto ciò che abbiamo reso imperfetto. Così la vita nel tempo del Kamaloka consiste nel fatto che proposito si aggiunge a proposito e la risoluzione complessiva viene presa: devi riparare tutto ciò che così hai pensato e compiuto, che ti ha portato verso il basso! — Quello che l’uomo sente lì, l'imprime nella sua vita ulteriore ed entra nell’esistenza alla nascita con questo proposito — e così carica il suo karma su di sé. Perciò non possiamo dire che, quando siamo entrati nell’esistenza per mezzo della nascita, abbiamo una volontà libera. Solo e soltanto possiamo parlare del fatto che ci avviciniamo a una volontà libera nella misura in cui siamo riusciti a dominare le influenze di Lucifero e Ahrimane. E possiamo dominare le influenze luciferiche e ahrimaniche per mezzo di null’altro se non per mezzo della conoscenza. Una volta per mezzo dell’auto-conoscenza, poiché ci rendiamo sempre più capaci — anche nella vita tra la nascita e la morte — di conoscere le nostre debolezze in tutti e tre i tratti dell’anima, nel pensare, nel sentire e nel volere. Se sempre più ci sforziamo di non abbandonarci a nessuna illusione, allora cresce nel nostro Io la forza di poter fare a meno dell’influenza luciferiana, perché allora diventiamo sempre più capaci di decidere quale dedizione meritano i beni dell’umanità che sono stati conquistati pian piano. In seguito, per mezzo della conoscenza del mondo esterno, che deve completarsi con l’auto-conoscenza: entrambi devono cooperare insieme. Auto-conoscenza e conoscenza del mondo esterno dobbiamo unire al nostro essere; allora saremo in grado di acquisire una relazione chiara con Lucifero.

Proprio questa è la peculiarità di ciò che ci appropriamo come conoscenza antroposofica: che acquisiamo una comprensione di come, in ogni agire umano, partecipano inclinazione e passione, Lucifero e Ahrimane. Cosa abbiamo fatto in questa serie di conferenze se non procurarci illuminazione su come le forze luciferiche e ahrimaniche operano in maniera molteplice nella nostra vita! Ma nell’epoca presente l’illuminazione sulle forze luciferiche e ahrimaniche può cominciare. E l’uomo deve essere illuminato se vuole davvero contribuire al raggiungimento dello scopo della Terra-umanità. — Dovunque dirigete lo sguardo, dovunque gli uomini sentono e pensano umanamente, potete vedere come gli uomini sono ancora lontani da una vera, autentica illuminazione sulle influenze di Lucifero e Ahrimane. Vedete la stragrande maggioranza dell’umanità che proprio non vuole tale illuminazione. Vedete una gran parte degli uomini caduta in un certo egoismo religioso: raggiungere con questa anima proprio quello stato di benessere che ci si può immaginare. Questo è un egoismo di cui gli uomini non sono consapevoli, in cui possono mischiarsi i più grandi desideri. E in nessun luogo Lucifero si mescola nei nostri sentimenti più di quanto accada dove gli uomini, procedendo dalle loro passioni e desideri, tendono verso il Divino, senza che il Divino sia illuminato dalla luce della conoscenza. Non credete che Lucifero proprio là sia molto attivo, dove gli uomini credono di tendere verso il più alto? Ma le forme che in questo modo vengono perseguite apparterranno ugualmente alle delusioni di Lucifero. E quelli che ora credono di poter ricavare da questi selvaggi desideri questa o quella forma di cultura spirituale, quelli che sempre di nuovo e di nuovo predicano che questa antroposofia è così cattiva perché crede in qualcosa di nuovo, dovrebbero considerare che non dipende dalla volontà umana se Ahrimane si attacca ai calcagni di Lucifero. E ciò che è sorto nel corso dello sviluppo sotto forma, perché Ahrimane vi si mescola, perirà anche di nuovo per Lucifero. Si salverà solo la corrente continua dello sviluppo dell’umanità.

Così guardiamo indietro a uno sviluppo precedente, dove come sacrificio ci sono rimasti certi esseri. Sappiamo ora che questi esseri devono vivere il loro karma per amor nostro, affinché in modo normale possiamo vivere quello che questi esseri possono infonderci. Sì, veramente, Jahve ha originariamente infuso nell’uomo, per mezzo del respiro divino, la facoltà dell’Io; ma se fosse venuto solo il respiro divino, che pulsa nel sangue umano, e non anche ciò che può sempre di nuovo deviare da quello che il respiro di Jahve può dare, se in esso non operassero sia gli impulsi luciferici che ahrimanici, l’uomo avrebbe potuto raggiungere il che della dote di Jahva, ma non il come: che egli lo percepisca con un Io consapevole e libero. Così sta nel senso dello sviluppo mondiale che certi esseri siano rimasti sulla vecchia Luna.

Viviamo oggi in un’epoca dove in verità possiamo guardare indietro a molte delusioni di Lucifero, dove però possiamo anche guardare avanti a un futuro in cui sempre più impareremo a comprendere ciò che è la corrente continua dello sviluppo. E l’antroposofia sarà lo strumento per la comprensione di questa corrente continua dello sviluppo, affinché possiamo sempre più consapevolmente porci di fronte alle influenze di Lucifero e possiamo sempre più metterci in condizione di riconoscere in noi stessi gli impulsi luciferici e di utilizzarli consapevolmente in modo utile per lo sviluppo dell’umanità, mentre prima operavano nell’umanità come un’oscura spinta, di cui l’uomo non era consapevole. E così è anche con le influenze ahrimaniche.

Qui è uno dei campi dove si può richiamare l’attenzione su come proprio nel presente si presenta un’epoca importante nello sviluppo dell’umanità, a saber, quell’epoca in cui in una certa misura si capovolgono effettivamente le forze dell’anima. Per molti di voi è già stato caratterizzato il fatto che stiamo di fronte a un’epoca in cui certi uomini, uomini singoli, svilupperanno capacità diverse dell’anima rispetto a quelle che oggi si ritengono valide. Quello che oggi l’antroposofia sa dire dalle conoscenze della ricerca spirituale — che l’uomo possiede un corpo eterico oltre al corpo fisico — lo sanno dalla visione oggi solo quelli che hanno percorso una scuola metodica. Ma ancora prima della metà del ventesimo secolo — lo sappiamo dalla lettura della Cronaca dell’Akasha — ci saranno uomini che avranno uno sviluppo naturale per una chiaroveggenza eterea e che, perché l’umanità è pervenuta a questo punto temporale in cui queste cose si svilupperanno come dono naturale, percepiranno il corpo eterico come il corpo fisico penetrante e ai bordi che s’innalza oltre esso. Come l’uomo, da uno sguardo nel mondo spirituale, si è sviluppato verso il basso fino alla percezione solo esteriore e fisica presente e alla concezione razionale del mondo esterno, così ora comincia a svilupparsi pian piano verso nuove, ma consapevoli capacità. Queste nuove capacità si aggiungono alle vecchie, e un’abilità particolare sarà quella che posso caratterizzare così:

Ci saranno uomini — inizialmente singoli, perché solo nel corso dei prossimi due o tre millenni questa capacità si svilupperà in un numero maggiore, e i primi precursori saranno già prima della metà del ventesimo secolo — in cui accadrà all’incirca il seguente: gli uomini avranno sperimentato un’azione qualsiasi, e tenteranno di fare un passo indietro da questa azione. Allora avranno dinanzi a loro un’immagine che proviene dall’azione in questione. Inizialmente non la conosceranno, non troveranno alcun collegamento con ciò che hanno fatto. Ma allora forse avranno già sentito parlare un po’ di antroposofia, e allora sperimenteranno che questa immagine, che appare loro come una sorta di immagine onirica consapevole, è l’immagine inversa della propria azione, l’immagine per quell’azione che deve accadere affinché ciò che è stato appena fatto trovi il suo adempimento karmico.

Così l’umanità si trova davvero di fronte a un’epoca in cui comincerà non solo a concepire il karma secondo gli insegnamenti e le esposizioni della scienza dello spirito, ma in cui comincerà pian piano a vedere il karma. Mentre finora il karma per gli uomini era un’oscura spinta, un desiderio oscuro e poteva essere vissuto solo nella vita successiva, poteva essere trasformato nel periodo tra la morte e la nuova nascita in un proposito, gli uomini si sviluppano gradualmente nella posizione di percepire consapevolmente le creazioni di Lucifero, di vedere come appariranno nei loro effetti. Certo, solo quegli uomini che hanno perseguito la conoscenza e l’auto-conoscenza potranno fare qualcosa con questa chiaroveggenza eterea. Sempre più e sempre più gli uomini avranno, nello stato normale, di fronte a sé le immagini karmiche per le loro azioni. Questo sarà qualcosa che porterà sempre più avanti gli uomini, perché grazie a esso sapranno cosa devono ancora al mondo, cosa nel loro karma rimane ancora come conto di debito. È proprio questo a rendere l’uomo non libero, che non sa ciò che deve ancora al mondo. Quindi con il karma non si può parlare affatto da principio di una volontà libera. La parola «volontà libera» è già falsa; perché si deve dire: l’uomo diviene libero solo per mezzo della sua sempre crescente conoscenza e per il fatto che sale sempre più in alto e sempre più cresce nel mondo spirituale. Per mezzo di questo si riempie sempre più e sempre più del contenuto del mondo spirituale e diviene sempre più un essere che determina il suo volere. Non la volontà può divenire libera, ma l’uomo come tale può divenire libero, in quanto si permea con ciò che può conoscere nel campo spiritualizzato dell’esistenza mondiale. Così guardiamo alle delusioni di Lucifero e ai suoi atti e diciamo: così è da migliaia di anni il fondamento di dove stiamo; perché se non stessimo dove stiamo, non potremmo svilupparci verso la libertà. Dopo che però abbiamo potuto procurarci illuminazione su Lucifero e Ahrimane, possiamo acquistare una relazione diversa con queste potenze, possiamo trarre i frutti di ciò che è stato compiuto, possiamo, per così dire, togliere il lavoro a Lucifero e Ahrimane. Allora certo gli atti di Lucifero, che egli ha compiuto e che hanno continuamente condotto a delusioni, quando compiuti da noi stessi, devono convertirsi nel loro opposto. Gli atti di Lucifero dovevano eccitare desideri, dovevano condurre l’uomo verso ciò che poteva sfociare nel male. Abbiamo visto quale potenza opposta deve essere quella che contrasta Lucifero: se noi stessi dobbiamo contrastare Lucifero, se dobbiamo occuparci dei suoi affari in futuro, potrà essere solo l’amore quello che prenderà il posto degli atti di Lucifero; ma l’amore potrà essere. E così sarà quello che anche fluisce su di noi dal mondo esterno, in quanto sempre più togliamo l’oscurità che tessiamo nella materia esterna. Se sempre più portiamo via questa oscurità, se svanisce, e arriviamo a superare completamente l’influenza ahrimanica in questo modo, allora saremo nella posizione di conoscere il mondo così come esso è veramente come mondo terrestre. Allora ci avvicineremo gradualmente a tale conoscenza, quale oggi può essere solo bene della scienza dello spirito:

Penetreremo a ciò che la materia veramente è, alla natura della luce. Oggi ancora la stessa scienza si abbandona alle più svariate illusioni sulla natura della luce. Molti credono che si veda la luce con gli occhi fisici. Questo non è corretto. Con gli occhi fisici non si vede la luce, ma solo corpi illuminati; si vedono colori sui corpi. Non si vede la luce, ma si vede attraverso la luce. Tutte queste illusioni saranno tolte via. Per mezzo di questo si trasformerà l’immagine del mondo, che necessariamente, sotto l’influenza di Ahrimane, doveva essere intessuta di errore, e si affermerà con il contenuto della saggezza. Quando l’uomo progredisce verso la luce, sviluppa lui stesso l’immagine animica della luce. E l’immagine animica della luce è la saggezza.

Per mezzo di questo, amore e saggezza entreranno nell’anima umana. E amore e saggezza saranno la forza pratica, il vero impulso vitale che deve e continuerà a risultare dalla concezione del mondo antroposofica. Saggezza, che è l’immagine animica interna della luce, saggezza che può unirsi con l’amore, e amore che si permea con la saggezza, troveranno la via giusta per agire di nuovo su ciò che è stato immerso nella saggezza del mondo esteriore. Se pian piano dobbiamo partecipare all’altra metà dello sviluppo, al superamento di nuovo di Lucifero e Ahrimane, dobbiamo permearci di saggezza e amore. Nel momento in cui sviluppiamo saggezza e amore, sviluppiamo quegli elementi che di nuovo fluiranno dalle nostre anime come doni per coloro che, nella prima metà dello sviluppo terrestre, si sono sacrificati come potenze luciferiche e ahrimaniche, per darci ciò di cui abbiamo bisogno per la conquista della nostra libertà. A queste potenze dovremo dare ciò che avremo sviluppato in saggezza e amore. Dobbiamo però essere consapevoli: perché la vita nel mondo deve essere, dobbiamo accettare culture che siano mezzi di espressione di questa vita. Vogliamo dedicarci con soddisfazione e con amore a una cultura antroposofica che non sarà eterna, ma vogliamo accettarlo con entusiasmo e con amore creai ciò per cui prima eravamo spinti dall’influenza di Lucifero. Perché ora riconosciamo che dobbiamo creare con amore ciò per cui prima eravamo spinti dall’influenza luciferiana, da desideri e passioni, ora svilupperemo retro a tutto ciò tanto più amore sovrabbondante. Se sviluppassimo solo l’amore necessario, non riusciremmo a sviluppare cultura dopo cultura. L’antroposofia deve essere qualcosa che compie ogni richiesta corrispondente al tempo con dedizione e amore, con lo stesso entusiasmo con cui una volta gli uomini operavano sotto l’influenza di Lucifero. Non avremo più l’illusione che ciò che facciamo durerà eternamente. Ma nel momento in cui creiamo cultura su cultura in amore sempre crescente, creiamo così amore sovrabbondante. Questo giova a Lucifero; per mezzo di ciò vengono anche compensate le sue delusioni. Sta a noi il fatto che, per Lucifero, possa di nuovo essere compensato ciò che deve subire in delusioni, quando dalla parte opposta restituiamo ciò che è stato compiuto per noi.

Questo è l’altro aspetto del karma delle entità superiori: che sviluppiamo un amore che non rimane solo nell’umanità, ma che è destinato a penetrare nel cosmo. In entità che sono più elevate di noi, potremo far scorrere l’amore, e questi esseri lo percepiranno come sacrificio. Sarà sacrificio dell’anima. Il sacrificio dell’anima fluirà verso coloro che una volta lasciarono fluire i loro doni verso il basso, come una volta i sacrifici di fumo salivano verso gli spiriti in tempi in cui gli uomini avevano ancora i beni spirituali. Allora gli uomini potevano solo inviare ai Dei i sacrifici di fumo simbolici. In futuro gli uomini invieranno flussi di amore agli spiriti, e dal sacrificio d’amore fluirà di nuovo qualcosa verso il basso: all’uomo confluiranno poteri più elevati che, diretti dallo Spirituale, interverranno con sempre maggior potenza nel nostro mondo fisico. Questi saranno allora, nel vero senso, forze magiche.

Così vediamo il corso dello sviluppo dell’umanità, in cui si vive il karma dell’umanità e il karma delle entità superiori. E ora comprendiamo anche come il piano dello sviluppo si pone al karma umano individuale. Supponiamo che un’individualità sovrumana nel 1910 abbia causato questo o quello, che poi è stato realizzato sul piano fisico da un uomo: così è chiuso un contatto tra questa individualità sovrumana e l’uomo. L’uomo è allora intrecciato nel karma delle entità superiori. Questa è una corrispondenza conclusa. Allora però gli fluisce dalle sfere superiori una corrente che porta qualcosa nella sua vita; in essa ha ora una nuova voce che si aggiunge al suo karma e che inclina da una parte o dall’altra. Così il karma umano viene fecondato da quel karma generale che scorre per il mondo.

Consideriamo per esempio Milziade o qualche altra personalità: erano destinati a stare nel grande piano della storia del loro popolo, questo o quello era condizionato dal karma delle potenze superiori — e lì furono collocati al loro posto. Nel loro conto karmatico individuale fluì ciò che doveva toccare l’intera umanità. E nel momento in cui lo realizzavano, nel momento in cui aggiungevano atti e realizzazioni, diveniva il loro karma individuale. — Così viviamo e lavoriamo anche col nostro karma individuale nel macrocosmo come un piccolo mondo, come un microcosmo.

Con questo siamo certamente alla fine del corso, anche se non alla fine della questione. Ma le cose non possono andare diversamente. Se con sole due parole posso dire che ho tenuto questa serie di conferenze, proprio su quelle domande umane che così profondamente possono commuovere il cuore umano e che tuttavia a loro volta sono legate al più grande destino degli stessi esseri superiori, che ho tenuto questo corso veramente da profondità dell’anima e sono felice che sia stato possibile, in una cerchia antroposofica anche una sola volta, parlare di queste cose, tra amici antroposofici che da ogni parte erano accorsi per dedicarsi alle considerazioni su queste domande, allora parlo anche queste parole da profondità del cuore. Coloro che avranno occasione di ascoltare ulteriori corsi vedranno che molte cose si chiariscono, ciò che dopo questo ciclo rimane nella loro anima. Ma anche coloro che non potranno ascoltare questi corsi estivi avranno più tardi occasione di discutere con me cose di questo genere. E così posso ancora dire questa volta che vorrei che le cose che dovevano essere discusse, non fossero solo astratte conoscenze, ma quelle che passino nel nostro intero pensare, sentire e volere, nella nostra intera vita. Affinché nel mondo si possa vedere negli antroposofi immagine e similitudine di ciò che si può chiamare le più profonde verità antroposofiche. Cerchiamo di farci veramente un’immagine e similitudine di questo; allora solo abbiamo nel mondo una corrente spirituale antroposofica. Nel nostro stretto cerchio, deve questa corrente spirituale antroposofica essere inizialmente considerazione della conoscenza spirituale. Ma allora questi insegnamenti devono — inizialmente nel nostro circolo di membri — divenire convinzioni e come tali stare di fronte al mondo. E il mondo pian piano vedrà che non è stato invano che, intorno alla transizione del ventesimo secolo, ci sono stati antroposofi onesti e sinceri, gente che sinceramente e onestamente ha creduto nella potenza dei poteri spirituali. E in quanto credevano in ciò, sono stati loro stessi permeati della forza a operare anche per questo. Più velocemente e sempre più velocemente la cultura andrà avanti nella nostra vita, se voi stessi trasformerete ciò che udite in convinzione, in azione e atto. Non per il fatto che convinciamo gli uomini! A questo la presente cultura è poco adatta. Veramente convinti diventeranno sempre solo quelli che vengono all’antroposofia dalla più profonda spinta del cuore; gli altri non diventeranno convinti. Questo karma l'abbiamo anche nei circoli spirituali come qualcosa che il materialismo ha dovuto causare, e dobbiamo riguardare questi danni come qualcosa di fronte a cui la scienza dello spirito deve mostrarsi come una potenza spirituale.

Così dobbiamo dare al mondo ciò che possiamo dare da nostra convinzione. Ognuno che avrà trasformato l’antroposofia nella vita interiore della sua anima sarà una fonte di forza spirituale. E chi crede nel soprasensibile ha il diritto di avere la convinzione che le nostre conoscenze e convinzioni antroposofiche operino spiritualmente, cioè si diffondano invisibilmente nel mondo, quando noi stessi veramente ci facciamo uno strumento consapevole permeato dalla vita antroposofica.

SOCIETÀ TEOSOFICA (ADYAR)

GRUPPO PITAGORA, AMBURGO

Nel periodo dal 15 al 28 maggio di quest’anno il Dr. RUDOLF STEINER terrà ad AMBURGO un ciclo di conferenze sul tema:

«LE MANIFESTAZIONI DEL KARMA»

Essenza e significato del karma nella singola personalità, nell’individualità, nell’umanità, nella Terra, nel mondo. — Il karma e il regno animale. — Malattia e salute in relazione al karma. — Guarigione e incurabilità in relazione al karma. — Malattie naturali e accidentali in relazione al karma. — Incidenti di vita in relazione al karma. — Eventi elementari, eruzioni vulcaniche, terremoti, epidemie in relazione al karma. — Il karma delle entità superiori. — Morte e nascita in rapporto al karma. — La volontà libera e il karma nel futuro dello sviluppo dell’umanità.

Invitiamo cordialmente tutti i membri della Società Teosofica a parteciparvi.

Il ciclo sarà inaugurato con una festa di Pentecoste domenica di Pentecoste, alle ore 18, nella «Casa Patriottica» (presso il vecchio Municipio).

Tutte le altre conferenze inizieranno puntualmente alle ore 20 nella «Casa Patriottica».

Lunedì, 24 maggio, è prevista una conferenza pubblica, dei cui dettagli verrà dato successivamente comunicazione.

Le iscrizioni al ciclo di conferenze si prega di mandarle quanto prima al Signor G. F. Scharlau, Amburgo, Repsoldstr. 21a, presso il quale si potranno ottenere anche i biglietti di ingresso contro il versamento della quota di M. 10.—.

Informazioni relative a questioni di alloggio fornisce Signorina Victoria Paulsen, Tarpenbeckstraße 31, Mathildenstift.

Contiamo di accogliere con soddisfazione qui da noi molti amici teosofici e siamo con saluti teosofici, Gruppo Pitagora, Amburgo. AMBURGO, marzo 1910.


In memoria di Frater Stefano Ravaglia

anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.

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