Come in altri luoghi del Württemberg e della Svizzera, mi permetterò di parlare anche qui della questione più incisiva e importante del presente — la questione sociale — e cioè in connessione con ciò che è apparso nell’appello che qualche tempo fa circolò attraverso i paesi tedeschi, «Al popolo tedesco e al mondo della cultura». L’appello, che sostiene la triarticolazione dell’organismo sociale, sarà stato dinanzi agli occhi della maggior parte di voi. Le ulteriori esposizioni di ciò che in un appello di questo tipo poteva naturalmente essere solo brevemente indicato sono state date nel mio libro «I punti essenziali della questione sociale nelle necessità di vita del presente e del futuro». Mi conceda di tratteggiare per voi questa sera alcuni aspetti di ciò che deve dirsi riguardo a questo appello.
La questione sociale — ciò appare ben chiaro a ogni anima umana che consapevolmente affronta gli eventi del nostro tempo — è ciò che si è manifestato in una forma completamente nuova a partire dagli enormi, sconvolgenti eventi della catastrofe della guerra mondiale. Sebbene la cosiddetta questione sociale o movimento sociale, così come ne parliamo oggi, sia antica almeno di più di mezzo secolo, tuttavia chi considera attentamente ciò che oggi si annuncia come un’enorme ondata storica e confronta queste cose tra loro può comunque dire: questa questione sociale ha assunto nel nostro presente una forma completamente nuova, una forma dalla quale nessuno dovrebbe allontanarsi.
Quante volte negli ultimi quattro o cinque anni si è sentito dire: in questa terribile catastrofe della guerra mondiale giace qualcosa che gli uomini non hanno mai sperimentato da quando esiste quella cosa che si chiama storia. Eppure oggi, quando questa catastrofe della guerra mondiale è entrata in una crisi, si sente ben poco — davvero assai poco — parlare della necessità che per il riordino della vita siano necessari completamente nuovi impulsi, che sia necessario un completo ripensamento e riapprendimento, sebbene in realtà questa necessità di ripensamento e riapprendimento sia già chiaramente visibile esteriormente. Poiché i vecchi pensieri ci hanno condotto proprio in questa terribile catastrofe dell’umanità. Nuovi pensieri, nuovi impulsi devono condurci di nuovo fuori. E dove cercare questi impulsi lo mostra un’osservazione veramente profonda di ciò che come rivendicazioni sociali risuona da sempre più anime umane, e dalle quali non riuscire a fare attenzione è possibile solo a colui che dorme il suo tempo, che aspetta gli eventi finché in un certo senso il vecchio edificio crollerà senza essenza.
Le questioni sociali oggi molti se le rappresentano come qualcosa di estremamente ovvio, talvolta di estremamente semplice. Chi non giudica da grigie teorie, né da singole rivendicazioni personali, ma da una vera e autentica esperienza delle necessità di vita del presente e del futuro, deve vedere in questa questione sociale qualcosa in cui confluiscono molte forze che si sono sviluppate nello sviluppo dell’umanità e, possiamo già dire, in certo modo si sono condotte verso la loro stessa distruzione. Chi comprende queste condizioni di vita vede la questione sociale in una forma triplice. Essa gli appare come una questione della vita dello spirito, in secondo luogo come una questione della vita del diritto, e in terzo luogo come una questione della vita economica. Ora, gli ultimi secoli, e in particolare il XIX secolo, come pure i due decenni trascorsi del XX secolo, hanno portato con sé il fatto che si crede di dover cercare quasi tutto ciò che appartiene alla questione sociale nel campo economico. Le ragioni per cui non si vede così chiaramente stanno proprio nel fatto che si crede che, orientandosi solo nel campo economico, tutto il resto seguirebbe da sé. Sarà già necessario che le prime parti della mia considerazione odierna siano dedicate a un ambito della vita di cui la gente, né da sinistra né da destra, nemmeno ora vuole parlare come di un ambito socialmente importante — e cioè l’ambito della vita dello spirito.
Le rivendicazioni che si chiamano sociali provengono in realtà dalla massa larga del proletariato, che ha attraversato il triplice cammino della sofferenza fino alle condizioni del presente, di cui parleremo più oltre. E questo proletariato, per l’avvento della nuova tecnica e del capitalismo che devasta l’anima, nonché per le rimanenti condizioni culturali, è stato spinto quasi completamente nella sola vita economica. Dalle necessità della vita economica sono nate anche le rivendicazioni del proletariato. Pertanto la questione sociale del presente, poiché inizialmente emerge dal proletariato, assume la sua forma economica. Ma essa non è una questione meramente economica. Già la semplice constatazione di quanto siano inadeguati i vecchi pensieri di fronte ai fatti che oggi parlano apertamente può insegnare che nell’ambito del movimento sociale abbiamo a che fare non soltanto con una questione economica e giuridica, bensì soprattutto con una questione spirituale.
Siamo di fronte, in larga parte del mondo civilizzato, a un fatto sociale che parla chiaramente. Abbiamo avuto opinioni di partito politico, programmi di partito — li abbiamo avuti, sono stati elaborati. Tutti i pensieri, tutte le opinioni di partito si rivelano ora inadeguati quando ci si trova di fronte ai fatti. Oggi non si tratta di continuare le vecchie opinioni di partito, bensì oggi si tratta di confrontarsi con i fatti direttamente e con la massima serietà, con un senso della realtà.
Vediamo dunque anzitutto come nel periodo più recente si è sviluppata la vita degli uomini, che poi si è riversata nella catastrofe. Innanzitutto dobbiamo rivolgere lo sguardo al profondo abisso, che appare quasi incolmabile, esistente tra il proletariato e il non-proletariato. Quando guardiamo alla vita culturale di questo non-proletariato, cosa ci appare? Certamente questa vita culturale è stata lodatissimamente celebrata come un immenso progresso nel corso dei tempi più recenti. Sempre di nuovo si sentiva dire come nei tempi più recenti i mezzi di trasporto hanno portato gli uomini su vaste aree della terra, che se fossero state descritte profeticamente in epoche più antiche, sarebbero state bollate come un’utopia. Il pensiero — così è stato sempre di nuovo predicato ed esaltato — vola con la velocità del fulmine su paesi e mari lontani e così via. Non ci si è stanchi di lodare sempre di nuovo il progresso. Ma oggi è necessario aggiungere a tutto questo una considerazione diversa. Oggi è necessario chiedersi: sotto quali condizioni è sorto questo progresso? Poteva sorgere solo per il fatto che si costruiva su una base delle masse umane più larghe, che non potevano partecipare a tutto ciò che era lodato in questa cultura, costruiva sulla base di larghe masse di uomini che dovevano compiere il loro lavoro per questa cultura di pochi, che nella forma in cui è stata creata poteva esistere solo per il fatto che queste masse non avevano parte in essa. Ora queste masse larga si sono sviluppate, sono giunte a se stesse e a ragione richiedono la loro parte. Le loro rivendicazioni sono nello stesso tempo le grandi rivendicazioni storiche del presente per chiunque comprenda veramente il suo tempo.
E quando oggi risuona l’appello alla socializzazione della vita economica, colui che comprende il suo tempo riconosce in questo appello non semplicemente le rivendicazioni di una classe umana, bensì al contempo una rivendicazione storica della vita umana del presente.
Una caratteristica delle classi umane dirigenti, che erano i partecipanti della cultura così largamente lodata, è che nei tempi più recenti hanno quasi sempre perso ogni opportunità, hanno dimostrato di non essere all’altezza di quelle opportunità, di colmare in qualche modo l’abisso tra loro e le masse sempre più crescenti del proletariato con le loro giuste rivendicazioni. Propriamente è mancato il pensiero che avrebbe dovuto fluire nella vita umana e sociale per colmare questo abisso. È già una caratteristica di questa vita dello spirito più recente, che è stata così largamente lodata, il fatto che è divenuta sempre più estranea alla vera e reale vita. L’individuo persegue solo quella vita che lo circonda immediatamente. Per i larghi strati non si trovarono pensieri comprensivi provenienti dalla nostra vita dello spirito, dalla nostra educazione scolastica. Per questo un esempio, che potrebbe essere non moltiplicato per dieci, bensì per cento e più da vari punti di vista.
All’inizio del secolo un consigliere di stato Kolb ha preso il suo destino in mano in un modo straordinario. Riferisco volentieri di questo consigliere di stato Kolb per la ragione che è degno di ogni onore il modo in cui ha preso il suo destino in mano, e perché non ho nemmeno bisogno di dire in qualche modo qualcosa di sgradevole, cosa che non amo fare. Kolb ha fatto in un momento della sua vita qualcosa che non molti altri consiglieri di stato fanno. Gli altri per lo più si fanno pensionare quando non vogliono più svolgere il loro servizio; ma egli si licenziò dal suo incarico, andò in America, e si fece assumere come un ordinario operaio, prima in una birreria, poi in una fabbrica di biciclette. Da queste esperienze, questo consigliere di stato ha poi scritto un libro: «Come operaio in America».
In questo libro si trova una frase straordinaria. Lì dice più o meno così: «Se prima incontravo per strada un uomo che non lavorava, allora dicevo: perché questo poveraccio non lavora? Ora lo sapevo diversamente. E ora so anche di molte altre cose qualcosa di diverso; ora so che anche le azioni più terribili della vita si vedono abbastanza bene negli studi». Questa è una confessione che caratterizza profondamente le condizioni sociali dell’epoca.
Un uomo che è emerso dalla nostra vita dello spirito, al quale per molti anni era stato affidato il destino umano — per tanti anni quanti sono necessari per diventare consigliere di stato — non sa nulla del lavoro umano, cioè non sa nulla della vita umana. Deve prima procurarsi egli stesso un destino al fine di sapere qualcosa dalla vita che avrebbe dovuto governare, nella quale avrebbe dovuto agire dalle classi dirigenti. Deve prima, al fine di sapere qualcosa da questa vita, farsi assumere come operaio e giunge allora a visioni della vita completamente diverse.
Non mostra questo esempio, che potrebbe davvero essere moltiplicato, come è divenuta estranea alla vita delle masse larga la nostra vita dello spirito, da cui emergono gli uomini dirigenti? Le masse larga hanno visto dalla necessità del loro corpo e della loro anima come le classi dirigenti guidano la vita economica. Hanno visto che qualcosa non funziona, che queste classi dirigenti non hanno lo spirito necessario per guidare la vita economica. Oggi sorge la domanda: cosa deve cambiare qui?
E in molti altri aspetti si può ancora vedere come sia divenuta estranea la classe dirigente, nel corso degli ultimi secoli, a ciò che avrebbe dovuto accadere per non sprofondare nella catastrofe. Certamente si parlava nella più seria e dignitosa opinione all’interno dei circoli dirigenti di tutte le cose belle, dell’amore del prossimo, della fratellanza tra gli uomini, del modo in cui l’uomo debba essere buono, e così via. Ma non si aveva alcun rapporto con la vita reale. Al massimo ci si arrivava una volta con indagini. Una tale indagine dalla metà del XIX secolo non è oggi così insignificante. Essa era stata promossa dal governo inglese presso i dirigenti negli stabilimenti minerari. Le persone che nei loro saloni riscaldati parlavano dell’essere umano dovevano una volta apprendere, presso quali carbone parlavano di questa bontà. Dovevano apprendere che questi carboni, presso i quali parlavano della loro moralità avanzata, della loro vita dello spirito avanzata, erano estratti da pozzi minerari, nei quali si mandavano bambini di nove, undici, tredici anni prima del giorno, prima dell’alba, che risalivano solo di notte, così che i poveri bambini vedevano quasi mai la luce del sole. Era facile parlare della bontà umana e dell’amore del prossimo presso il carbone estratto in questo modo. E molte cose simili potrebbero essere raccontate. E si deve domandare: da tali occasioni sono nati negli ambienti dirigenti dell’umanità impulsi di veramente intervenire nella vita sociale?
Molti oggi mi risponderebbero: sì, molte cose sono migliorate. Ma io dico: ciò che è migliorato non è migliorato per l’iniziativa della classe dirigente, bensì per la dura lotta di coloro che hanno sofferto in queste condizioni.
Questi sono aspetti su cui oggi lo sguardo deve essere rivolto. Ci si deve concentrare su ciò che il lavoratore, che lavora dalla mattina alla sera, al massimo vede da fuori quando passa dinanzi alle nostre università, alle nostre scuole medie. Conosce solo ciò che accade nelle scuole popolari, e anche lì solo ciò che può sperimentare. Non sa come gli obiettivi della scuola popolare siano determinati dall’alto verso il basso; vede solo che da questi istituti non emergono coloro che oggi possono guidare la vita economica.
Qui sta il primo aspetto della questione sociale. Non abbiamo, nonostante tutte le lodi della nostra vita dello spirito, una vita dello spirito all’altezza dei grandi compiti dell’epoca.
Guardiamo nella vita economica. Quando il movimento sociale emerse, si sentiva molto spesso da parte dei circoli dirigenti questa obiezione al movimento sociale: vogliono dividere. Ma cosa ne risulta dalla divisione? Ognuno riceve ben poco. Allora questa obiezione tacque; perché da una parte è molto vera, dall’altra è molto stupida. Negli ultimi tempi riappare sempre più. Ma non dipende da queste cose. Chi oggi guarda alla struttura particolare della nostra vita economica sa che la miseria corporea e spirituale delle larghe masse del proletariato è sorta da fondamenti completamente diversi. Sa che una formazione insufficiente della vita dello spirito non ha saputo portare il crescente meccanismo tecnico nella vita economica a una forma tale che ogni uomo potesse avere un’esistenza degna dell’uomo.
Certamente, è stato spesso e a ragione sottolineato che il moderno movimento sociale è sorto dalla tecnica moderna, dalle macchine, dal capitalismo che devasta l’anima. Ma si è dimenticato che tutto ciò che è così sorto non poteva essere dominato dalla vita dello spirito come si è sviluppata.
Come è accaduto? Insieme alla macchina, all’industrialismo, al capitalismo è venuto un determinato sforzo all’umanità, che si esprime nel fatto che si vedeva un progresso nel fatto di permettere allo stato di assorbire, per quanto possibile, la vita dello spirito. La statizzazione della vita dello spirito — ciò era considerato un grande progresso. E oggi ancora si incontrano i più forti pregiudizi quando si muove un’obiezione contro questa statizzazione della vita dello spirito. Coloro che simpatizzano con questa odierna vita dello spirito indicano con una certa superbia come si sia progredito molto di più con lo spirito di quanto non si facesse nel vecchio, buio Medioevo. Certo, il Medioevo non vogliamo riavere. Non indietro, bensì in avanti vogliamo procedere. Ma una domanda diversa deve comunque essere sollevata. Si dice che nel Medioevo la vita dello spirito, in particolare la scienza, portasse lo strascico alla teologia o alla chiesa. Oggi si deve domandare: a chi porta lo strascico l’odierna vita dello spirito — o forse qualcosa di più? Per questo ancora un esempio, che potrebbe però essere non solo moltiplicato per cento, ma per mille volte. Di nuovo posso parlare di una persona che stimo altamente, perché secondo la mia convinzione era un importante ricercatore della natura. Era nello stesso tempo segretario generale di una società erudita che marciava alla testa della vita dello spirito tedesca. In uno dei suoi discorsi ben riusciti voleva esprimere cosa questi studiosi tedeschi, che hanno il grande onore di essere membri dell’Accademia berlinese delle scienze, considerino il loro massimo onore. Quando si descrive una cosa del genere, si vorrebbe certamente puntare su un fatto storico non insignificante. Questa Accademia berlinese era sempre qualcosa che poteva esprimere in modo spirituale gli impulsi degli Hohenzollern. Uno Hohenzollern del XVIII secolo si trovò una volta di fronte alla necessità di porre a capo della sua Accademia delle scienze un presidente — non vi racconto una favola, bensì un fatto storico — e credette di onorare maggiormente questa Accademia delle scienze ponendo a suo presidente il suo buffone di corte. Ma il grande studioso della fine del XIX secolo dice che gli studiosi dell’Accademia berlinese considerano il loro massimo onore essere la guardia scientifica degli Hohenzollern.
Si deve guardare a tali cose come a sintomi dell’epoca. Si deve guardare a cosa sia divenuta la vita dello spirito nella dipendenza dal potere dello stato e da quello capitalistico a esso collegato. Perché se non si riescono a cogliere impulsi interiori da pregiudizi, bensì dalle necessità della vita, dalla realtà, allora si dirà, contro tutti i pregiudizi dell’epoca: la vita dello spirito può ricevere la sua forza solo quando viene nuovamente liberata dalla vita statale, quando è completamente messa su se stessa. Ciò che vive nella vita dello spirito, in particolare il sistema scolastico, deve essere consegnato alla sua auto-amministrazione, dalla vetta suprema dell’amministrazione della vita dello spirito fino all’insegnante del più basso gradino scolastico. Nell’amministrazione della vita dello spirito nulla altro può essere determinante se non le forze di questa stessa vita dello spirito. Coloro che agiscono in questa vita dello spirito e la vivono interiormente devono formare da se stessi il corpo che amministra questa vita dello spirito e la mette completamente su propri piedi.
Questo è il primo punto di quello che qui si chiama la triarticolazione dell’organismo sociale sano. Una tale vita dello spirito potrà stare in relazione alla vita in un modo completamente diverso rispetto alla vita dello spirito antisociale, in cui gradualmente ci siamo insediati, e da cui, a quanto pare, non abbiamo alcun bisogno di uscire.
Qualcuno che ha vera esperienza in questo campo può parlare di questo campo appunto dalla sua esperienza. Ero insegnante per anni alla scuola di formazione operaia fondata a Berlino da Liebknecht. So dunque come si trovano le fonti di una vita dello spirito che non è riserva di una classe privilegiata e non rappresenta una vita dello spirito di lusso, bensì dalla quale si può parlare a tutti gli uomini che hanno il desiderio di procurarsi per anima e corpo un’esistenza degna dell’uomo. E so da questa mia pratica di vita ancora un’altra cosa. So come gli operai mi hanno compreso, sempre meglio compreso, quando ho parlato loro da una vita dello spirito libera, che è per tutti gli uomini, non per una classe privilegiata. Perché gli operai credevano che si dovesse fare una cosa o l’altra, sono venuti anche tempi in cui ero portato a guidare gli operai attraverso musei o simili istituzioni, attraverso luoghi dove si vedevano testimonianze di una cultura che era solo per pochi, che non rappresentava una cultura popolare, una vita dello spirito popolare. Lì ho visto come anche nello spirituale-animico l’abisso esisteva e come la gente fondamentalmente non poteva veramente accogliere interiormente in sé ciò che era sorto dal suolo di una cultura per pochi.
Qui giace un errore a cui ancora oggi molti si abbandonano. Si crede di promuovere l’educazione popolare quando si butta alla grande massa dei frammenti di ciò che è sorto dalle università, dalle scuole medie e da altre istituzioni di insegnamento dal nostro patrimonio culturale, ciò che è nato solo dai sentimenti sociali di pochi. Quanto si è fatto per promuovere tale educazione popolare! Biblioteche popolari, università popolari, teatri popolari e così via. Non si supera mai l’errore che consiste nel credere che si possa portare alle masse larga ciò che è spiritualmente nato dal circolo di sentimento di una minoranza che si separa. No, il tempo richiede una vita dello spirito che in modo sociale abbraccia tutti. Ma questo può sorgere solo quando coloro che vi dovrebbero partecipare, anche con tutta la loro vita emotiva, con tutti i loro fondamenti sociali, con coloro che creano questa vita dello spirito, formano un’unità; quando non si buttano loro dei frammenti, bensì quando si lavora spiritualmente in modo unitario attraverso tutta la massa popolare. Per questo però è necessaria la liberazione della vita dello spirito da costrizione statale e capitalistica. Naturalmente in una breve conferenza non posso addurre tutto ciò — nemmeno tutto ciò che sta nel mio libro su questi punti essenziali della questione sociale — che soltanto dovrebbe essere detto sulla necessità di estrarre questa vita dello spirito, in particolare il sistema scolastico, dalla vita statale e dalla vita economica e metterla su se stessa. Ma questa è la prima rivendicazione della triarticolazione dell’organismo sociale: una vita dello spirito che si sviluppa da se stessa.
Non bisogna aver paura di una tale vita dello spirito. Non bisogna nemmeno aver paura, se si ha una cattiva opinione degli uomini, magari nel senso che cadrebbero nello stato di analfabeti di una volta, o simile, se i genitori fossero di nuovo liberi di mandare i loro figli a scuola o lasciarli fuori, senza costrizione dello stato. No, proprio il proletariato saprà sempre più ciò che deve alla formazione scolastica. E non lascerà i suoi figli fuori dalla scuola, anche se non sarà costretto a mandare i figli a scuola, bensì dovrà mandarli di sua libera volontà. E in particolare colui che crede nella scuola unitaria non deve temere che la scuola sia disturbata da una vita dello spirito libera. Non potrà sorgere nulla di diverso dalla scuola unitaria, se la vita dello spirito libera è promossa.
Questo per il momento su ciò che deve dirsi sulla separazione della vita dello spirito dalla vita statale e dalla vita economica.
Il secondo ambito della vita che si deve considerare quando si vuole studiare l’odierna questione sociale è la vita del diritto. Gli uomini hanno sviluppato i più svariati punti di vista su questa vita del diritto. Ma chi riesce a considerare e sentire questa vita del diritto proprio dalla realtà, si dice: prendere posizione su definizioni qualsiasi del diritto, su cose qualsiasi erudite, è esattamente come se si volessero dare istruzioni erudite qualsiasi su cos’è il colore blu e cos’è il colore rosso. Sul colore blu e rosso si può parlare con chiunque abbia un occhio sano. Sulla consapevolezza del diritto, su quel diritto che appartiene a ogni uomo perché è uomo, si può discorrere con ogni anima umana consapevole. E con anime umane consapevoli, con sempre più svegle anime umane si ha a che fare con il moderno proletariato.
Riguardo a questo fondamento giuridico della vita, l’umanità più recente, nella misura in cui appartiene ai circoli dirigenti, ha fatto un’esperienza straordinaria. Questi circoli dirigenti non potevano agire diversamente da quanto stava a diffondere una certa democrazia sulla vita. Avevano bisogno, per realizzare i loro interessi capitalistici, di un proletariato abile, un proletariato che ricevesse una formazione di certe forze dell’anima. La vecchia vita patriarcale non poteva essere usata nella moderna vita economica capitalistica. Ma allora si presentò qualcosa di estremamente spiacevole per una democrazia capitalistica così unilaterale. L’anima umana ha infatti la caratteristica che, quando si sviluppano in essa certe capacità e forze, allora spontaneamente sorgono altre. Così l’umanità dirigente voleva far sviluppare principalmente solo quelle forze dell’anima che rendono gli operai atti a lavorare nelle fabbriche. Ma si presentò spontaneamente che le anime si destarono dalle vecchie condizioni patriarcali, e che in esse in particolare si destò la consapevolezza dei diritti umani. E allora guardarono dentro il moderno stato, che avrebbe dovuto incarnare il diritto.
Si domandarono: è questo il terreno su cui il diritto veramente fiorisce? E cosa trovarono? Al posto dei diritti umani, privilegi di classe e svantaggio di classe. E da questo emerse ciò che si chiama la moderna lotta di classe del proletariato, dietro cui non si cela nulla di meno che la grande, giusta rivendicazione di un’esistenza degna dell’uomo per tutti gli uomini.
Questo è il secondo aspetto della questione sociale, la questione giuridica. Cosa significhi, non si riconosce se non si guarda al terzo aspetto, la questione economica. Due cose si sono riversate nella vita economica, che in assoluto non vi appartengono. È il capitale, ed è la forza di lavoro umana, mentre nella vita economica vi appartiene soltanto ciò che accade nel mercato delle merci. Penso che gli ultimi anni e in particolare il presente potrebbero insegnare agli uomini molto chiaramente che il più importante nel movimento sociale proletario è l’uomo stesso proletario. Ma sul proletario oggi, così stanno le cose, veramente non può giudicare colui che, perché i tempi oggi così lo suggeriscono, si permette di parlare del proletariato da molte rappresentazioni. No, su queste cose può giudicare solo colui il cui destino l’ha portato a pensare col proletariato, e a sentire col proletariato. Bisogna aver visto personalmente come per decenni il mondo proletario si riuniva nelle ore strappate alla sera dal duro lavoro al fine di istruirsi sul movimento economico dei tempi nuovi, sul significato del lavoro, del capitale, sul significato del consumo e della produzione delle merci; bisogna aver visto quale immenso bisogno di formazione si sviluppava principalmente negli uomini proletari, mentre, dall’altra parte dell’abisso, all’interno delle classi superiori, gli uomini frequentavano i loro teatri e si dedicavano a molte altre attività, e al massimo arrivavano a guardare una volta dal palco la miseria dei proletari. Lì si sviluppò l’uomo proletario; si sviluppò proprio dalla sua vita dello spirito. E chi oggi dice che la questione proletaria sia una semplice questione di pane e di stomaco, a costui deve già essere data la risposta: peccato abbastanza che sia accaduto così, che la questione proletaria sia divenuta una questione di pane, che non si sia guardato prima a qualcosa di diverso, cioè al fatto che nel proletario dal suo intero sforzo è sorta la rivendicazione di un’esistenza degna dell’uomo, di un’esistenza in cui non deve lasciare marcire corpo e anima. Poiché tutte le rivendicazioni proletarie sono infine sorte da questa, non da una semplice questione di pane e di stomaco.
Ma mentre così il proletario cercava di giungere all’autoconsapevolezza, mentre entrava nelle forme economiche dei tempi nuovi, si sviluppò in lui la consapevolezza di come egli stia proprio come uomo in questa vita umana. Poteva guardare dal suo punto di vista alla guida della vita da parte dei circoli dirigenti. Gli si diceva che la storia è ordine divino del mondo o ordine morale del mondo, oppure ordine mondiale dell’idea. Vedeva solo che i circoli dirigenti all’interno del loro ordine mondiale vivevano come il plusvalore gli permetteva di vivere, il plusvalore che egli doveva produrre. Perciò le parole del Manifesto comunista colpirono così profondamente il cuore dei proletari e li condussero alla consapevolezza della loro situazione. Nonostante tutti i progressi dei tempi nuovi, nonostante tutta la cosiddetta libertà nuova, il proletario è condannato a vendere e farsi comprare la sua forza di lavoro nel mercato del lavoro come una merce. Da questo è sorta la rivendicazione: i tempi sono passati in cui l’uomo potesse ancora farsi vendere o comprare una parte di sé. Il suo sentimento, che forse non sempre poteva esprimere in parole chiare, condusse il proletario indietro a tempi antichi, ai tempi della servitù della gleba. E vide come da questi tempi antichi è rimasta la compera della sua forza di lavoro. Poiché nulla di diverso sta nel rapporto salariale. Allora si disse: sul mercato delle merci appartengono merci. Le merci si portano al mercato, le si vendono e si ritorna con i ricavi. Devo vendere la mia forza di lavoro al datore di lavoro, ma non posso andargli e dire: ecco la mia forza di lavoro per tale somma di denaro, allora me ne vado; devo consegnare me stesso! — Vede, come uomo bisogna andare insieme alla propria forza di lavoro. Questo è ciò che il proletario sente come un’esistenza indegna dell’uomo.
Allora sorge la grande domanda: cosa deve accadere affinché la forza di lavoro non sia più una merce? Gli uomini oggi, nella misura in cui appartengono ai circoli dirigenti e conducenti, si fanno fondamentalmente ben pochi pensieri sulla forza di lavoro. Questi signori aprono il loro portafoglio, pagano con banconote di tale e tale valore. Se riflettono sul fatto che in ciò che danno come banconote, che forse tagliano anche nel modo di cedole, è contenuto il fatto che devono requisire tale e tal forza di lavoro del proletariato — è la grande questione. In ogni caso non si fanno pensieri forti abbastanza da intervenire nella vita sociale.
Di cosa si tratta è che la forza di lavoro umana non può essere confrontata nel prezzo con alcuna merce; che la forza di lavoro umana è completamente diversa dalla merce. Questa forza di lavoro umana deve uscire dal processo economico. E non esce diversamente se non quando si considera la vita economica come un membro dell’organismo sociale, separato dal vero organismo giuridico o statale, dall’organismo politico. Allora può accadere ciò che voglio chiarirvi attraverso un paragone. La vita economica confina da un lato con la base naturale. In un ambito economico chiuso non si può agire sulla base naturale in modo arbitrario. Attraverso mezzi tecnici si può sfruttare il suolo o simile. Ma entro certi limiti ci si deve sottomettere alla base naturale. Immagini un numero di grandi proprietari terrieri, cioè a loro volta capitalisti, che dicessero: se vogliamo mantenere questo bilancio o averne uno migliore, allora abbiamo bisogno di cento giorni di pioggia d’estate, alternati a giorni di sole e così via. Naturalmente una sciocchezza completa, ma ci avverte di come da una parte non si possa cambiare la base naturale; come non si possa esigere dalla vita economica che le forze naturali nel suolo sotto preparino il chicco di grano così o così. Ci dobbiamo sottomettere alle forze naturali, esse stanno accanto alla vita economica. Dall’altro lato la vita economica deve essere limitata dalla vita del diritto, cioè: esattamente come le forze naturali non dipendono dalla congiuntura nel mercato delle merci, esattamente così la forza di lavoro umana non deve dipendere dalla congiuntura nel mercato delle merci. Come una forza naturale deve la forza di lavoro umana essere estratta dalla vita economica e posta su base giuridica. Quando è posta su base giuridica, allora su questa base giuridica potrà svilupparsi tutto ciò in cui un uomo è uguale a un altro uomo, in cui si sviluppano solo veri diritti umani, in cui può svilupparsi anche il diritto del lavoro. Misura, carattere e durata del lavoro saranno stabiliti prima che il lavoratore entri nel processo economico. Allora si troverà di fronte a colui che, come si vedrà, non sarà il capitalista, bensì il dirigente del lavoro, il collaboratore spirituale, come un uomo libero.
Per quanto bene si possa parlare del cosiddetto contratto di lavoro — finché è un contratto salariale, da esso potrà sorgere sempre solo l’insoddisfazione del lavoratore. Solo quando non potranno più essere conclusi contratti sulla forza di lavoro, bensì soltanto sulla produzione comune del dirigente del lavoro e del lavoratore manuale, quando soltanto sul prodotto comune potrà essere concluso un contratto, da esso sorgerà un’esistenza degna dell’uomo per tutte le parti. Allora il lavoratore si troverà di fronte al dirigente del lavoro come il libero associato. È questo quello che il lavoratore fondamentalmente aspira, anche se oggi non riesce ancora a formarsi concetti completamente chiari al riguardo. È questo che sta nella vera questione economica del proletariato, nella vera rivendicazione economica: liberazione della forza di lavoro dal ciclo economico, determinazione del diritto della forza di lavoro all’interno del secondo membro dell’organismo sociale tripartito, della base giuridica.
E su questa base giuridica deve assumere una nuova forma ancora un’altra cosa. È proprio questo, di fronte alla cui trasformazione gli uomini odierni hanno ancora facce completamente e completamente stupite, cioè la trasformazione del capitale. Per quanto riguarda la proprietà privata, gli uomini oggi pensano almeno fino a un certo grado in modo sociale, e cioè sul campo che sembra loro il meno difficile, sul campo spirituale. Perché sul campo spirituale vale, almeno per principio, qualcosa di sociale per quanto riguarda la proprietà. Quello che qualcuno produce, e anche se è un uomo ancora così colto, ancora così dotato — certo, le sue capacità le porta con sé dalla nascita, questo sta su un altro capitolo — ma quello che realizziamo di socialmente prezioso, anche spiritualmente, lo realizziamo perché stiamo all’interno della società, attraverso la società. Questo è riconosciuto sul campo spirituale dal fatto che almeno per principio — il periodo potrebbe essere ancora accorciato — di ciò che si produce spiritualmente, di cui si gode anche il frutto, dal trentesimo anno dopo la morte non appartiene più agli eredi nulla. Il tempo potrebbe essere più breve, ma è almeno riconosciuto per principio che quello che è proprietà spirituale deve divenire proprietà della collettività nel momento in cui l’individuo con le sue capacità individuali non è più presente per amministrarla. La proprietà spirituale non deve passare in modo arbitrario a coloro che non hanno più nulla a che fare con questa creazione.
Ora se dite oggi, che deve essere una rivendicazione storica, che nel futuro il capitale materiale deve divenire simile! Dite questo oggi a persone che stanno all’interno dell’educazione capitalistica, allora vedrete che facce stupite fanno! Eppure una delle più importanti rivendicazioni del presente è che il capitale non venga più messo nel processo sociale nello stesso modo come lo è oggi. Si tratta di questo, che nel futuro sì, ogni uomo dalle sue capacità individuali deve giungere nella condizione di amministrare quello che sono i mezzi di produzione in un determinato campo. E i mezzi di produzione sono fondamentalmente il capitale. Il lavoratore stesso ha il massimo interesse nel fatto che ci sia un buon dirigente spirituale come amministratore; perché così si può anche impiegare al meglio il suo lavoro. Il capitalista è allora semplicemente la quinta ruota del carro, non è per nulla necessario. È questo che si deve comprendere. È dunque necessario che nel futuro i mezzi di produzione in un determinato ramo economico o anche per uno scopo culturale siano messi insieme; ma dopo che le capacità individuali dell’uomo o dei gruppi di uomini che hanno messo insieme i mezzi di produzione non giustificano più la proprietà personale, questi mezzi di produzione devono, come ho esposto nel mio libro «I punti essenziali della questione sociale», passare di nuovo a tutt’altri, non agli eredi, bensì a tutt’altri, che ora hanno nuovamente le più grandi capacità per amministrare questi mezzi di produzione solo al servizio della collettività.
Come il sangue nel corpo umano circola, così nel futuro i mezzi di produzione, dunque il capitale, circoleranno nella collettività dell’organismo sociale. Come il sangue nel corpo sano non deve ristagnarsi, bensì deve percorrere tutto il corpo, deve fertilizzare tutto, così nel futuro il capitale non deve accumularsi in nessun luogo come proprietà privata. Quando ha compiuto il suo compito in un luogo, deve piuttosto passare a colui che l’amministra meglio. Così il capitale viene privato di quella funzione che oggi ha esattamente condotto ai maggiori danni sociali.
Le persone molto intelligenti che parlano dal punto di vista capitalistico dicono però giustamente: tutto l’agire economico consiste nel fatto che beni esistenti vengono ceduti affinché in futuro si ottengano beni. — Questo è assolutamente giusto; ma se si deve economizzare in questo modo — che cioè nel passato vengano posti i germi per l’economia del futuro, così che l’economia non muoia — allora il capitale deve partecipare alle proprietà dei beni. Di nuovo oggi ci sono facce completamente stupite quando si parla di queste rivendicazioni del futuro. I veri beni hanno però la caratteristica che vengono consumati. Nel consumo percorrono gradualmente il cammino di tutto ciò che è vivo. Il nostro precedente ordine economico ha portato il capitale a non percorrere questo cammino di ciò che è vivo. Bisogna solo avere capitale, allora questo capitale è strappato dal destino di tutto il resto che sta nel processo economico.
Già Aristotele ha detto che il capitale non dovrebbe avere figli, ma non solo ha figli, bensì i figli crescono finché diventano grandi; si può indicare il numero degli anni fino a quando il capitale si raddoppia, se è solo lasciato a se stesso. Gli altri beni, per i quali il capitale dovrebbe solo stare come rappresentante, hanno la caratteristica che si consumano o non possono più essere usati se non vengono usati al momento giusto. Al capitale deve essere impressa la proprietà, nella misura in cui è capitale in denaro, che partecipi al destino di tutti gli altri beni. Mentre la nostra presente vita economica vede a che il capitale si raddoppi in un certo tempo, una vita economica sana farebbe sì che il mero capitale in denaro in quello stesso tempo scomparisse, non fosse più lì. È ancora oggi qualcosa di orribile, quando si dice alla gente, dopo quindici anni non dovrebbero avere il doppio, bensì dopo un tempo appropriato, quello che è capitale in denaro non dovrebbe più essere presente, perché ciò che sta in questo capitale deve partecipare all’usura. Certo, si può tenere conto di molte cose che stanno nel risparmio o simile.
Quindi oggi non siamo di fronte a piccoli conti, bensì a grandi conti. E dobbiamo avere il coraggio di confessarci a questi grandi conti. Altrimenti l’ordine sociale, o meglio l’assenza di ordine sociale, il caos sociale, cadrà su di noi. Gli uomini oggi si fanno pochi concetti su questo, che fondamentalmente ballano su un vulcano. Sta più nel loro interesse continuare il vecchio così facilmente, mentre il tempo ci chiede non solo di cambiare molte istituzioni, bensì di ripensare e riapprendere fino nelle nostre abitudini di pensiero.
Quando la forza di lavoro e il capitale vengono estratti dal processo economico, dove allora il capitale scorre alla collettività e la forza di lavoro viene restituita al diritto dell’uomo libero, allora nel processo economico stanno solo il consumo di merci, la circolazione di merci, la produzione di merci. Allora nel processo economico si ha a che fare solo con i valori delle merci. E allora all’interno di questo processo economico, che ora come membro dell’organismo sociale sano è messo su se stesso, potrà sorgere quello di cui si può dire: non si produce solo per produrre, bensì si produce per consumare. Allora sorgeranno quelle associazioni, quelle comunità, che sono formate dai ceti professionali, ma che sono soprattutto formate dai consumatori, insieme ai produttori. Da queste corporazioni sorgerà allora quello che oggi è affidato al caso del mercato delle merci. Oggi decide qualcosa che è completamente tolto dal pensiero umano, dal giudizio umano nel mercato delle merci: domanda e offerta. Nel futuro deve la corporazione decidere quello che dal mercato delle merci condiziona la formazione dei prezzi, la formazione del valore dei beni. Solo in questo modo un uomo produrrà tanto che quello che ha prodotto ha il valore di tutte le merci di cui ha bisogno per i suoi bisogni, finché non avrà prodotto nuovamente una merce uguale. Questo sarà una vita economica giusta. Questa sarà una vita economica in cui il prezzo di una specie di merce non predomina in modo sproporzionato sui prezzi di altre specie di merci. Oggi, poiché il salario è ancora contenuto nel processo economico e il lavoratore non è il libero associato del dirigente spirituale, la cosa sta ancora così, che all’interno del processo economico il lavoratore da un lato deve sempre lottare di nuovo per l’aumento del suo salario; dall’altro lato, per il fatto che si tappa un buco, se ne apre un altro: il salario sale, i generi alimentari diventano più cari e così via. Questo accade solo in un processo economico che è inquinato dai rapporti di capitale e di salario. In un processo economico in cui le corporazioni, le associazioni, determinano i valori delle merci, e cioè non secondo domanda e offerta, che sono soggette al caso, bensì dalla ragione, solo in un tale processo economico ogni uomo può trovare un’esistenza degna dell’uomo. Secondo un tale processo economico fondamentalmente le masse proletarie anelano; questa è la loro vera rivendicazione nella vita economica.
Su singoli campi si vede già più chiaramente questa rivendicazione oggi. Si pensi ad esempio alla questione dei consigli aziendali, che ora è stata così rovinata da leggi. Se i consigli aziendali devono divenire quello che il proletario veramente richiede, allora non devono, in nessun modo, esattamente come in precedenza la vita dello spirito, solo portare lo strascico dello stato, bensì allora devono poter sviluppare all’interno della vita economica un’attività sociale veramente feconda. Per questo però la vita economica deve essere messa su proprio terreno, per questo deve venire qualcosa di diverso da questi consigli aziendali, per questo devono venire ancora consigli del traffico e altri consigli; questi devono emergere dalla vita economica, e creeranno costituzioni a partire da esperienze economiche.
So che oggi molte persone dicono: non c’è affatto quella formazione all’interno della vita economica, per arrivare a dove si vuole arrivare. Così parlano persone che sempre parlano di ideali affinché nella realtà non debbano mettere in atto il possibile. Così parlano persone per le quali gli ideali sono qualcosa verso cui non si dovrebbe aspirare, affinché non abbiano bisogno di aspirare all’immediato. Colui che sa che il sapere esperienziale, che viene dalla pratica, vale infinitamente di più di tutto ciò che può essere portato dall’alto in basso, sa anche che una tale pratica consigliare non deve essere istituita solo per i singoli stabilimenti, bensì deve essere tra gli stabilimenti. I consigli aziendali devono legare i singoli stabilimenti con gli stabilimenti completamente diversi, devono mediare il collegamento, devono svilupparsi verso una pratica consigliare, verso una pratica consigliare del traffico, verso una pratica consigliare economica.
Se questo cresce dal suolo della vita economica, allora si giungerà al fatto che questi consigli non sono solo per la pura decorazione, bensì che diventano il fattore umano, le forme della vita economica stessa. Ma questo è proprio ciò che è necessario.
Veramente non da alcuna sottigliezza, non da una grigia teoria è sorto quello che io chiamo la triarticolazione dell’organismo sociale, bensì da una vera osservazione delle necessità di vita del presente e del futuro. Ed è veramente un peccato che oggi si trovino così poche persone capaci di, da quella che precedentemente era la vita dello spirito, rivolgere lo sguardo a questa necessità di vita, alla realtà stessa. La gente diffama oggi ciò che è proprio il pratico dicendo: è ideologia, è utopia. Cosa sta veramente dietro? Da un lato si dice: la socializzazione dei mezzi di produzione è necessaria. Io lo dico anche. Ma dico anche: è necessario sapere il cammino su cui si arriva a questo. Oggi ho solo indicato schematicamente ciò che intendo. Oggi non abbiamo bisogno solo di obiettivi, bensì anche dei cammini e del coraggio verso i cammini. Molte persone mi dicono che ciò che dico è difficile da comprendere. — Ora, è effettivamente necessario per comprendere quello che dico più di quanto oggi la gente sia solitamente disposta a impegnare per la comprensione. È necessario guardare dentro la vera vita, non giudicare la vita da rivendicazioni qualsiasi soggettive. È necessario che ci si innalzi, che si raccolga il coraggio interno per pensare radicalmente in certe cose, come il nostro tempo lo richiede da ogni persona consapevole.
Ho sperimentato comunque negli ultimi quattro o cinque anni che gli uomini comprendessero cose che io non comprendevo. Hanno persino messo tali cose, che fingevano di comprendere quando venivano da certi luoghi, in bei quadri, così da poterle guardare sempre. Cose che venivano dal grande quartier generale e simile, ma la comprensione doveva naturalmente essere prima ordinata. Non si può ordinare a nessuno la comprensione di quello che deve essere compreso da un coraggio di vita interiore. Ora è giunto il tempo in cui gli uomini non dovrebbero più farsi ordinare la comprensione, bensì dovrebbero essere capaci, dall’esperienza di vita, dall’osservazione della vita libera da pregiudizi, di ottenere un vero giudizio su ciò che è necessario, prima che sia troppo tardi.
Ma oggi si fanno esperienze strane. Non amo raccontare cose personali, ma oggi sono queste cose personali che dominano la vita. Nell’aprile 1914 sono stato costretto, in un assembramento più piccolo a Vienna — e deliberatamente a Vienna, voi sapete, la catastrofe della guerra mondiale è partita dall’Austria — a esprimere il mio giudizio sulla situazione sociale; allora non solo sulla situazione sociale del proletariato, bensì sulla questione sociale di tutta l’Europa. Ho indicato il fatto che la situazione sociale in Europa tende verso una formazione di ascessi, ed effettivamente da questo è poi sorta la guerra mondiale. — Sono stato costretto a riassumere il mio giudizio al riguardo in parole — nell’aprile 1914, tenete ben ferma la data — :
Chi guarda dentro le nostre condizioni sociali, come gradualmente si sono formate, può solo giungere a una grande preoccupazione culturale, perché vede come nella vita sociale si sviluppa un carcinoma, una specie di malattia cancerosa, che nella maniera più terribile nei tempi prossimi deve scoppiare.
Così dovevo allora indicare in cosa il capitalismo mondiale spingeva gli uomini nei tempi prossimi. Chi lo diceva allora, era naturalmente disprezzato come un idealista non pratico, come un utopista, un ideologo, perché i pratici allora parlavano completamente diversamente. Come parlavano i pratici sulla situazione mondiale generale? Non parlavano di malattia cancerosa. Parlavano approssimativamente così come il ministro degli esteri tedesco nella primavera del 1914 ai signori illuminati del Reichstag tedesco — illuminati dovevano essere stati, perché erano stati convocati — : Andiamo incontro a tempi di pace, perché l’allentamento generale sta facendo progressi piacevoli. Siamo nei migliori rapporti con la Russia; il gabinetto di Pietroburgo non ascolta la stampa sensazionalista. Con l’Inghilterra sono stati avviati negoziati promettenti, che probabilmente nel prossimo futuro giungeranno a conclusione a favore della pace mondiale. Come i due governi stanno comunque, così i rapporti si strutturano sempre più intimi e sempre più intimi. — Così parlava il pratico, che non era rampognato come idealista. E l’allentamento generale ha fatto tali progressi che seguì quello che abbiamo tutti dolorosamente sperimentato. Certe emozioni particolari possono giungere quando si sente qualcosa di simile, come si è sentito poco fa alla Conferenza della Società delle Nazioni, dove la gente parlava di tutto possibile dalle vecchie abitudini di pensiero. Solo di una cosa non parlavano in modo adeguato, di quella che è il più grande movimento del presente, del movimento sociale, che solo è capace di fondare una vera Società delle Nazioni.
Allora qualche volta si ricevono risposte molto particolari da persone molto intelligenti dalle vecchie abitudini di pensiero. Non molto tempo fa a Berna mi rispose un signore molto intelligente — non voglio mai disconoscere l’intelligenza della gente — : non riesco a immaginarmi che dalla triarticolazione venga fuori qualcosa di particolare, tutto deve pur essere un’unità. Il diritto non può sorgere solo su terreno politico, e così via. — È semplicemente necessario che sul terreno del diritto il diritto si sviluppi, allora anche la vita economica ha il diritto, allora anche la vita dello spirito ha il diritto. E quando si dice che l’unità dell’organismo sociale viene recisa, io dico: non si tratta di questo per me! Non si tratta di recidere il cavallo, bensì di mettere il cavallo sulle sue quattro gambe. Non si tratta di recidere l’organismo sociale, bensì di metterlo sulle sue tre gambe sane, su una vita del diritto sana, su una vita economica sana e su una vita dello spirito sana. Allora questa unità, che oggi viene adorata come un idolo come stato unitario, che però si deve subito abbandonare se si vuole il socialismo, si sviluppa già.
Per più di un secolo gli uomini hanno sempre e ancora parlato del grande ideale sociale dell’umanità, dei massimi impulsi sociali: uguaglianza, libertà, fratellanza. Certo, persone molto intelligenti del XIX secolo hanno sempre di nuovo provato che questi ideali non fossero realizzabili, perché si era guardati solo all’ipnosi dello stato unitario; da qui nasce la contraddizione. Ma ora è il tempo in cui questi ideali devono essere realizzati, in cui questi tre impulsi della vita sociale devono essere afferrati. E possono essere realizzati solo nell’organismo sociale tripartito. Nella vita dello spirito, che deve stare su proprio terreno, le capacità individuali devono essere sviluppate sul terreno della libertà. Nel campo del diritto deve regnare quello in cui ogni uomo è uguale a ogni altro uomo, a proposito del quale, come un’uguaglianza, ogni uomo divenuto maggiorenne attraverso se stesso o attraverso il suo rappresentante può regolare il suo rapporto con gli altri uomini, anche il rapporto di lavoro. E sul terreno della vita economica deve regnare quella vera fratellanza che può solo fiorire in associazioni, sia in associazioni di consumo che di produzione.
Nell’organismo sociale tripartito regneranno libertà, uguaglianza, fratellanza, perché ha tre membra: libertà sul terreno della vita dello spirito, uguaglianza sul terreno democratico della vita del diritto, fratellanza sul terreno della vita economica.
Potevo oggi solo da singoli punti di vista indicarvi ciò che è necessario considerare in questo tempo così profondamente serio; ciò che è più necessario considerare quando si vuole seriamente intervenire per uscire dal caos e dalla confusione, per non penetrare più profondamente nel caos e nella confusione. È necessario oggi non pensare solo a piccole trasformazioni, bensì avere il coraggio di confessarsi che oggi grandi conti sono dovuti. Chi veramente con anima consapevole riesce a guardare ciò che oggi inizia, deve dirsi: non avremo molto tempo per riflettere. Perciò preferiamo abbracciare un cammino che può essere iniziato ogni giorno. E ogni giorno può essere iniziato ciò che è dato attraverso l’organismo sociale tripartito. Solo colui che vuol continuare a veleggiare in quella pratica che ci ha portato la catastrofe mondiale, vorrà chiamare ciò che è veramente pratico un idealismo non pratico.
Se qualcosa di salutare deve accadere nella vita sociale, sarà necessario che ci si distacchi completamente da quella superstizione che divinizza la pratica, che non è nulla di diverso da egoismo umano brutale. Bisognerà dichiararsi a favore di quell’idealismo che non è un idealismo unilaterale, bensì vera pratica di vita. Chi intende seriamente con il nostro tempo, si porrà oggi la domanda: come giungo sul cammino al rimedio per ciò che ci appare come danno sociale? E sarebbe auspicabile che sempre più persone giungessero su questo cammino prima che sia troppo tardi. E potrebbe essere assai presto troppo tardi. ### PAROLA DI CHIUSURA
Dopo una discussione in cui avevano prevalentemente parlato funzionari di partiti e sindacati, Rudolf Steiner prese nuovamente la parola:
Sarebbe stato certamente preferibile che i relatori affrontassero le cose che ho presentato. Allora si potrebbe dare un carattere fecondo alla discussione. Questo non è avvenuto. Dovrò quindi soltanto puntare su alcuni aspetti e attirare l’attenzione.
Da alcuni relatori è stato detto che nelle mie considerazioni non è stato presentato nulla di nuovo. Orbene, conosco molto precisamente lo sviluppo del movimento sociale. E chi sostiene che l’essenziale di ciò che oggi è stato portato dalle esperienze proprio di tutta la riorganizzazione della situazione sociale attraverso la catastrofe mondiale non sia alcunché di nuovo, dovrebbe rendersi conto che sta dicendo qualcosa di assolutamente errato. In realtà sussiste una situazione completamente diversa: i relatori non hanno sentito il nuovo. Si sono limitati a sentire un paio di cose che, naturalmente perché giuste, sono state presentate come critica dell’usuale ordine sociale. Sono abituati da molti anni ad ascoltare questo e quello come slogan: quello hanno sentito. Ma tutto ciò che è stato detto in mezzo a questo dalla triarticolazione dell’organismo sociale, da ciò che può essere raggiunto attraverso questa triarticolazione di vera socializzazione da ogni lato, su tutto questo i relatori assolutamente nulla hanno sentito. E perciò presumibilmente nelle loro discussioni hanno taciuto così a lungo su ciò che non hanno sentito. Lo comprendo. Ma comprendo anche che allora naturalmente una discussione feconda da una tale cosa non può venire fuori.
Abbiamo ascoltato per esempio un relatore che, proprio come se non avesse vissuto gli ultimi cinque o sei anni, si è dilungato sulle vecchie teorie che tante volte prima di questa catastrofe erano state discusse. Ha nuovamente presentato bravamente tutte le teorie del plusvalore e così via, che certamente sono giuste, ma che innumerevoli volte sono state presentate. Ha solo dimenticato che oggi viviamo in un’epoca completamente, completamente diversa. Ha dimenticato che per esempio molto stimati leader socialisti pochi mesi prima della capitolazione tedesca hanno detto: Quando questa catastrofe mondiale sarà terminata, allora il governo tedesco dovrà rapportarsi al proletariato in modo completamente diverso da prima. I governanti tedeschi dovranno considerare il proletariato in modo completamente diverso in tutte le azioni di governo, in tutte le legislazioni rispetto a prima. — Da parte socialista si è detto anche: I partiti socialisti dovranno essere considerati.
Orbene, le cose sono andate diversamente. I governanti sono stati sommersi nell’abisso, i partiti erano lì. Oggi si trovano di fronte a una situazione mondiale completamente diversa. Di fronte a questa nuova situazione mondiale si dovrebbe però non semplicemente non ascoltare i nuovi pensieri, ascoltare solo i partiti che naturalmente, perché hanno sempre valso finché c’è stato un movimento sociale, ma si dovrebbe acquisire la capacità di entrare in ciò che proprio per il tempo presente è immediatamente il più necessario. Altrimenti siamo di fronte al grande pericolo che fondamentalmente era sempre presente nel vecchio ordine mondiale usuale: Quando veniva qualcosa che guardava ai fatti, che era tratto dalla realtà, lo si dichiarava come ideologia; lo si dichiarava: questo è filosofia, non ha nulla a che fare con la realtà, e si spianava così le vie della reazione. Sarebbe il peggiore dei mali se il partito socialista cadesse in una sorta di irrigidimento reazionario, se non fosse capace di progredire insieme ai fatti che parlano così rumorosamente.
È questo su cui si basa tutto oggi. Marx ha coniato una bella frase dopo aver conosciuto i marxisti — va così a molte persone che si sforzano di portare nel mondo qualcosa di veramente nuovo — : Per quanto mi riguarda, io non sono marxista. — E Marx ha sempre mostrato — ricordo solo gli avvenimenti del 70/71 — come ha imparato da questi avvenimenti. Ha sempre mostrato che era capace di progredire insieme al tempo che avanza. Oggi certamente, dato che il momento è maturo, troverebbe la possibilità di riconoscere proprio nella triarticolazione dell’organismo sociale la vera soluzione della questione sociale. Si parla continuamente di nuovi cammini, e quando si mostra un nuovo cammino, che certamente richiede vero coraggio, allora si dice: Non è stato mostrato alcun cammino, è stato mostrato solo un obiettivo. A questo si potrebbe chiedere: Ha qualcuno mai pensato a questo cammino, che rende necessario l’instaurarsi di una sorta di governo di liquidazione? È proprio questo che per le abitudini di pensiero della gente è molto inusuale. I vecchi governi, anche il governo socialista non pensa a nulla di diverso che a essere la bella, brava continuazione di ciò che il governo era prima. Ciò di cui abbiamo bisogno è che questo governo mantenga solo l’iniziativa al centro, la vigilanza sul servizio di sicurezza, l’igiene e simili, e che diventi a sinistra e a destra governo di liquidazione: cioè lasciando libera la vita dello spirito, così che transiti in amministrazione autonoma, mettendo in piedi autonomamente la vita economica.
Questo non è una teoria, non è una filosofia, è il riferimento a qualcosa che deve essere fatto. E affinché questo sia fatto, innanzitutto è necessaria la comprensione della sua necessità. È necessario che si abbandoni gradualmente la vecchia abitudine di voler ascoltare solo ciò che piace a se stessi, e non voler ascoltare ciò che è sconosciuto.
Quando relatori si presentano che in modo strano si imbrogliano in contraddizioni pratiche e non lo notano, mostrano già come sia praticamente impossibile trovare un cammino pratico. Un relatore oggi ha avuto l’ardire di dire: Il vero potere politico riposa anche oggi su basi economiche. E poi, dopo aver aggiunto qualcosa — allora non lo si nota più così bene — ha detto: La prima cosa è che conquistiamo il potere politico, per conquistare il potere economico. — Quindi da un lato si declama: Chi ha il potere economico, ha anche il potere politico. E subito dopo, dopo poche frasi si dice: Dobbiamo prima avere il potere politico, allora otterremo anche il potere economico. Con tali relatori certamente non si potrà andare avanti in modo pratico. Un cammino pratico si può percorrere solo se si è capaci di pensare correttamente, e non ci si confonde i sentieri del pensiero.
Non si farà progresso con un rigido aggrapparsi a qualunque obiezione, come: La propensione alla comodità rende necessario che gli uomini siano forzati a frequentare la scuola unitaria. Tutti coloro che nei tempi passati erano detentori del potere hanno presentato cose simili. Si sono visti uomini nel governo che onestamente non erano più intelligenti dei governati. Ma il modo di dire l’hanno sempre foggiato: Se non forziamo la gente a fare questo o quello, allora non lo farà volentieri.
È un fenomeno singolare che ora anche su territorio socialista emergano tali cose. Proprio lì sarebbe richiesto quello su cui veramente si basa tutto: la possibilità di sviluppare il senso per il necessario, non restare attaccati a teorie da lungo tempo inculcate e simili. È proprio questo che ancora e ancora viene richiesto. Quando si dice: il potere deve essere conquistato!, allora si intende comunque una grigia teoria. Perché se si è conquistato il potere, allora si deve anche sapere cosa si fa con questo potere. Diversamente non si progredisce. Conquistate il potere — se siete al potere e non sapete cosa fare, allora tutto il potere è sprecato. Si tratta del fatto che proprio prima di giungere al potere si sa chiaramente e distintamente cosa fare con il potere.
Se da un lato è stato detto: dato che la rivoluzione del 9 novembre ha avuto successo — , si potrebbe altrettanto bene dire che ha avuto insuccesso. E se dall’altro lato si dice: l’estero vede la rivoluzione come frode — , allora questo è proprio per la ragione che il potere è stato conquistato e i detentori del potere non sanno cosa farne. Ma deve finalmente sapersi cosa fare con il potere. Se però ognuno rimane alle vecchie opinioni dei partiti, allora può invocare l’unità. C’è un metodo per richiedere l’unità, ed è quello di vedere veramente dove sono i danni. In questo modo l’impulso della triarticolazione cerca di portare unità. È semplicemente una calunnia oggettiva dire che dovrebbe essere fondato un partito nuovo o una nuova setta. Sciocchezze è questo. E se la risoluzione è stata accettata da numerose assemblee, allora sono completamente tranquillo che a questa risoluzione mai si obbedirà. Se vi si obbedisse, allora questo avrebbe come conseguenza che ben presto ai presenti detentori del potere verrebbe tolta la seggiola dalla porta. Non c’è da temere che l’unità potrebbe essere disturbata in alcun modo. Ma c’è un altro metodo per distruggere l’unità: Attenersi ai propri principi e poi dire: Se voi non mi seguite, allora semplicemente non siamo uniti. Anche questo è un metodo di predicare l’unità, mentre in realtà si intende: Uniti possiamo essere solo se voi mi seguite. Questo è quello che molti intendono oggi.
Come detto, mi dispiace di non poter entrare nei dettagli proprio perché in realtà nessuno dei relatori della discussione ha realmente toccato tali cose che sono state presentate nel mio discorso. È stato detto persino alla fine che io avrei filosofato. Con una tale filosofia, come l’ha fatta questo relatore della discussione, si può certamente chiamare tutto una filosofia senza valore. Ma se si arriva proprio con una tale filosofia, come l’ha sviluppata l’ultimo relatore, a ciò che veramente può aiutare, questo è però una domanda molto forte.
Ciò che è dato nell’organismo sociale tripartito, è stato innanzitutto dato come impulso durante questa terribile catastrofe bellica, quando credevo che il momento giusto fosse giunto. Allora, quando ancora non avevamo a lungo il mostro della Pace di Brest-Litovsk, mi sembrò proprio giusto se, in contrasto con tutto ciò che poi veramente è accaduto, partendo da questo impulso della triarticolazione, verso est si sarebbe cercato un compromesso. Nessuno l’ha compreso. Per questo è venuto ciò che poi è stato scatenato dalla Pace di Brest-Litovsk.
Oggi veramente si tratta del fatto che si trovino persone che non facciano come tutti coloro ai quali durante la guerra si è parlato di questa triarticolazione dell’organismo sociale, ovviamente allora con riferimento alla politica estera.
Nei prossimi giorni apparirà un opuscolo sulla colpa della guerra. Lì il mondo apprenderà cosa accadde veramente negli ultimi giorni di luglio e nei primi giorni di agosto 1914 all’interno della Germania. Si vedrà allora come la grande sfortuna irruppe perché non si è pensato da sé, perché si è lasciato pensare all’autorità, perché si era contenti quando l’autorità pensava. È proprio questo che allora, invece di condurre a una politica ragionevole, ha condotto al fatto che la politica il 26 luglio era arrivata al punto zero del suo sviluppo.
Il mondo deve imparare a conoscere queste cose. Le conoscerà nei prossimi giorni attraverso le memorie dell’uomo più importante che in quei giorni allora, nel luglio/agosto 1914, era attivamente coinvolto. Lì si vedrà cosa sia stato tutto omesso perché solo gli uni hanno pensato a modo loro, quelli che erano l’autorità, e che gli altri fondamentalmente si sono lasciati ordinare le loro convinzioni.
Orbene, abbiamo sentito la cosa molte volte. Ai profittatori della guerra sono seguiti i profittatori della rivoluzione. Ma è venuta anche un’altra conseguenza. Ai chiacchieroni della guerra sono seguiti i chiacchieroni della rivoluzione. E i chiacchieroni della rivoluzione si comportano più o meno come i profittatori della rivoluzione si comportano rispetto ai profittatori della guerra.
Dobbiamo semplicemente superare le ciarle. E dobbiamo superare il fatto che non siamo affatto guidati politicamente da qualunque autorità, che sia personalità socialiste o altre. Dobbiamo arrivare a diventare esseri umani capaci di giudizio. Non possiamo diventare esseri umani capaci di giudizio se noi eliminiamo tutto ciò che può veramente fondarsi sulla richiesta del giorno.
Non entro in tali cose che sono state presentate e che non sono nulla di diverso da distorsione assoluta di ciò che ha permeato le mie considerazioni. Che io voglia costruire un ponte sui contrasti con benevolenza, sono calunnie obiettive. Io assolutamente non ho parlato di un ponte sui contrasti attraverso la benevolenza. Ho parlato di istituzioni che devono essere create. Cosa ha allora a che fare l’autonomizzazione della vita dello spirito, della vita economica, della vita del diritto con la benevolenza? Questo ha a che fare con la descrizione obiettiva di ciò che deve venire.
Sono d’accordo con chiunque parli del fatto che si vuole prima avere il potere, ma sono anche completamente consapevole che colui che ha il potere, con questo potere deve sapere cosa farne. E se vogliamo solo precipitarci avanti e lasciare indietro le masse non illuminate, allora non navigheremo solo negli stessi stati, ma in stati molto peggiori di quelli che già c’erano. Si può trovare filosoficamente qualcos’altro e sembrare a se stessi tremendamente pratico quando si dice: I francesi sono esauriti, non possono darci il pane, l’Inghilterra è stata anche smagrita dalla guerra e non può darci il pane, l’America è troppo cara per noi. Ma dalla Russia possiamo avere il pane! — Orbene, per il momento gli inglesi — potete presumere questo malgrado tutti i rapporti falsi — hanno molto più pane dei russi stessi. Che dalla Russia dovremmo aspettarci il pane, è un’affermazione che non poggia su alcun fondamento oggettivo.
Su ciò che conta è che ora veramente comprendiamo la situazione così com’è. Che ci diciamo: Eravamo non capaci di socializzare con la vecchia vita dello spirito, abbiamo bisogno di una nuova vita dello spirito. Ma questa può essere solo la vita dello spirito staccata dallo stato di diritto. Abbiamo bisogno di un terreno su cui la forza di lavoro sia sottratta alle lotte. Questo può essere solo lo stato di diritto autonomo. E abbiamo bisogno di un equilibrio del valore delle merci, questo può avvenire solo sulla base della vita economica autonoma. Queste sono cose che si possono veramente volere. Queste non sono solo frasi rivoluzionarie. Queste sono cose che davvero, se si ha il coraggio di portarle avanti, porteranno una situazione completamente diversa del mondo di quella che ora è.
Credo che se voi pensate sufficientemente a ciò che giace nella triarticolazione dell’organismo sociale, arriverete a ciò. E l’introduzione è possibile in tempo relativamente breve. Orbene, e quando questo sano organismo tripartito sarà lì, allora le nostre condizioni saranno veramente molto rivoluzionate. Quando il mondo passerà a questa introduzione dell’organismo sociale tripartito, allora non abbiamo bisogno di «tuonare» dalla rivoluzione mondiale, perché allora essa si compie in modo obiettivo. Il tuonare su di essa, l’esortazione all’assalto non la fa. Ma la fa il fatto che troviamo pensieri germinali che possono svilupparsi in veri frutti sociali.
Oggi certamente non abbiamo necessariamente bisogno che sia chiacchierato molto, ma che ci accordiamo su ciò che deve accadere. Non con ideologie, con utopie o filosofie abbiamo a che fare nell’organismo sociale tripartito, ma con qualcosa che può essere fatto, che è un piano per un vero agire, non una descrizione di uno stato futuro, ma un piano per il lavoro. Si ha bisogno di un piano per ogni casa, lo si ha bisogno per la riorganizzazione sociale. Non ci guideranno a questo coloro che continuamente tornano indietro, siano essi socialisti o altra gente, ma solo coloro che sono disposti a spingere veramente avanti. Temo che coloro che oggi hanno «sentito nulla di nuovo, ma solo il vecchio», non ci portino fuori, ma dentro il caos.
Vogliamo oggi finalmente fare sul serio nell’accettazione di ciò che è così inusuale, così nuovo, che non lo si sente nemmeno quando è detto, ma invece si trovano di nuovo le proprie frasi. Oggi sono necessarie nuove abitudini di pensiero, un ripensamento è necessario. A nuove abitudini di pensiero, a nuove direzioni di pensiero l’umanità deve appellarsi, prima che sia troppo tardi. E una volta ancora lo dico: Se l’umanità non ha questo coraggio interiore, potrebbe facilmente diventare molto presto troppo tardi. ### La conoscenza dell’essere umano soprasensibile e l’impegno della nostra epoca
Quando l’uomo guarda la presente necessità, il presente malessere, si interroga sulle cause e per lo più cerca queste cause nelle circostanze esteriori. Inizialmente volge lo sguardo indietro ai dolorosi anni — quattro o cinque anni — che sono trascorsi. Gradualmente può anche accorgersi che ciò che è stato così dolorosamente attraversato negli ultimi quattro o cinque anni, si è preparato nel corso di un lungo periodo, nel corso di decenni, addirittura di secoli dell’evoluzione umana recente, come un temporale si prepara attraverso l’aria opprimente dell’intera giornata, senza che se ne noti l’origine, e poi si scarica. Ma anche coloro che guardano così retrospettivamente alle cause e alle occasioni della nostra presente necessità e del nostro malessere in questa epoca, per la maggior parte osserveranno le circostanze esteriori. Anche quando si tratta di uscire dalla confusione e dal caos di questa nostra epoca, penseranno alle circostanze esterne, alle misure esterne e agli ordinamenti.
Certamente, in larga misura si ha ragione con questa visione. Nella misura in cui si ha ragione, io stesso ho cercato di esprimerlo secondo la mia convinzione nella conferenza che ho potuto tenere qui a Ulm poche settimane fa sulla questione sociale. Ma c’è un altro aspetto della considerazione di queste cose. Basta che si noti qualcosa che nel nostro presente è un fenomeno temporale significativo riguardo alla vita interiore umana, alla vita dell’anima umana. Noi aspiriamo, nel senso di ciò che ho appena accennato, giustamente a una configurazione più sociale delle condizioni di vita esteriori, di quanto non sia stato concesso all’umanità negli ultimi tre o quattro secoli. Ma non è forse percettibile che noi aspiriamo a questa configurazione più sociale a partire da uno stato d’anima umano assai singolare? Non percepiamo che fondamentalmente le anime umane nel presente sono ovunque pervase da istinti antisociali, da impulsi antisociali, da una scarsa capacità di intendersi reciprocamente? E da queste disposizioni d’anima antisociali, e tanto più quanto sono presenti, dobbiamo aspirare a una configurazione più sociale della vita esteriore di quanto non fosse quella che nei tre o quattro ultimi secoli aveva generato gli istinti antisociali della nostra attuale vita umana. Se si considera la questione da questo aspetto, allora si scopre come questi istinti antisociali del presente si colleghino propriamente al fatto che abbiamo perduto la via verso l’intimo nucleo essenziale dell’uomo stesso, la via verso quel nucleo essenziale più intimo che, propriamente — anche se più o meno chiaramente, o solo istintivamente e oscuramente — ogni uomo presiente in se stesso: l’essere umano soprasensibile. Per quanto strano suoni, gli uomini oggi non sanno esattamente, non si portano a consapevolezza, di cosa il loro animo più profondo e oscuro abbia sete. Ha sete di una conoscenza dell’essenza soprasensibile dell’uomo. E nelle difficoltà che proprio la nostra epoca incontra, nello sforzo di giungere a una conoscenza soddisfacente su questo intimo essere umano — in queste difficoltà risiede molto di ciò che poi si manifesta esteriormente nel caos e nella confusione, per quanto gli uomini oggi ancora non vogliano ammetterlo. Molti uomini trovano certamente che la questione di cui parlo qui debba trovare la sua risposta in un modo completamente diverso da quello in cui la troverà attraverso ciò che avrò a dirvi questa sera.
Poiché devo affrontare questa questione dal punto di vista della scienza dello spirito antroposofica, non sarò in grado di risolverla in quel modo comodo che oggi è perseguito da molti uomini, che è popolare nei più ampi strati dell’umanità. Quando oggi agli uomini si parla dei monti lunari e del modo in cui, attraverso strumenti fisici, attraverso misure fisiche, ci si informa sui monti lunari, allora l’uomo crede che l’acquisizione della conoscenza sui monti lunari possa essere complicata. Allora l’uomo si sforza, e ammette che non si possa giungere in modo completamente comodo alla conoscenza, diciamo, dei monti lunari o dei satelliti di Giove o simili. Ma quando si tratta del mondo soprasensibile, quando si tratta dell’esistenza spirituale dell’uomo stesso, allora gli ampi strati oggi si comportano ancora in modo completamente diverso. Allora si trova che è troppo difficile quando si parla nel modo in cui oggi devo parlarvi. Allora gli ampi strati dicono ancora: Meglio di questo apparentemente scientifico è la confessione ingenua, la fede biblica ingenua per giungere ai mondi soprasensibili. — Si insiste su ciò che tuttavia si trova solo comodo, sull’innocenza infantile della confessione di fede o della fede biblica, quando si tratta di ciò che di più elevato l’uomo può perseguire nel suo cammino spirituale, e si rifiuta ciò che non conduce l’uomo a questa via in modo così comodo. Ma gli uomini oggi ancora non vedono certi nessi interiori che sussistono tra questo sforzo verso vie spirituali comode e tra i nostri istinti antisociali e le difficoltà di liberarsi da questi istinti antisociali. Se si comprendesse quali nessi sussistono tra ciò che da un certo lato è stato sempre ripetuto agli uomini e in cui hanno creduto — «Potete cercare le vie verso il soprasensibile per mezzo di confessioni di fede semplici, ingenue» —, se si comprendesse quale connessione esiste tra questa asserzione e questo credo e tra ciò che oggi si manifesta negli istinti antisociali, allora certamente si imparerebbe a pensare diversamente rispetto a ciò che i più ampi strati oggi trovano come una «via comoda verso i mondi soprasensibili». Ma non è da qualche stravaganza spirituale che la scienza dello spirito oggi mostra all’uomo moderno altre vie, ma la mostra perché la sente come un dovere verso ciò che sono i bisogni dell’epoca e i compiti dell’epoca della presente umanità. Se questa presente umanità si comprendesse assolutamente bene nel suo interno, allora si direbbe: Riguardo allo sforzo soprasensibile, non si può più essere soddisfatti con i vecchi sentieri. Questo vive oggi come desiderio profondo in molte anime, e la scienza dello spirito orientata antroposoficamente vuole venire incontro a questo desiderio.
L’uomo oggi si interroga, come detto, più o meno chiaramente, o anche più o meno inconsciamente, riguardo alle relazioni fra l’anima e il corpo; se non è già arrivato al punto che nega tutto ciò che è spirituale, perché gli sono continuamente sorti dubbi su questa questione, dei quali è diventato stanco. Ma che cosa sa fondamentalmente l’uomo di oggi di anima e corpo? Il corpo l’osserva in modo tale da utilizzare in ciò i suoi sensi, il suo ordinario intelletto fisico, oppure per ciò che non può conoscere direttamente attraverso i sensi e l’intelletto, ricorre alla scienza della natura, che per mezzo delle sue ricerche gli dovrebbe dire quali sono le leggi, quale è l’essenza interiore di questo corpo fisico umano. D’altra parte, l’uomo percepisce interiormente ciò che chiama il suo pensare, il suo sentire, il suo volere. Questo diviene per lui un’esperienza interiore. A questo pensare, sentire e volere egli collega anche delle determinate aspirazioni interiori, desideri e speranze, collega la convinzione che questo interiore che vive nel pensare, nel sentire e nel volere non abbia per il mondo soltanto quel significato transitorio che ha la vita del corpo fisico. Ma allora sorge per l’uomo la questione che genera i grandi dubbi, la questione: Quale è la relazione tra ciò che percepisco interiormente in me come spirituale, come pensare, sentire e volere, e ciò che vedo esteriormente in me e negli altri come il corpo fisico esteriore, di cui la scienza della natura vuole spiegarmi le leggi e l’essenza? E se l’uomo stesso non può schiarirsi su questa relazione fra lo spirituale e il corporeo, allora forse si rivolge a coloro che da certi fondamenti scientifici hanno la possibilità di ricercare più profondamente su questa relazione. E vediamo che l’uomo di oggi, così desideroso di farsi spiegare tutto dall’autorità scientifica, deve constatare che su questa questione non può essere molto aiutato dagli scienziati che così avidamente ricerca. Se prende in mano qualcosa in cui i ricercatori di questo campo si sono espressi, di regola troverà che essi dicono cose altrettanto incerte su questa questione, quanto egli porta in sé stesso. Tutte le più diverse ipotesi, tutte le più diverse congetture si trovano. Ma qualcosa che colpisca l’uomo in modo tale che, se soltanto si pone a riguardo senza pregiudizi, possa ottenere l’impressione della verità, questo oggi si trova poco. A trovare ciò si propone come compito la scienza dello spirito orientata antroposoficamente.
Ma non si può procedere sugli stessi sentieri per mezzo dei quali si giunge alla scienza esteriore, anche per progredire in ciò di cui vi debbo parlare ora come scienza dello spirito, come una vera scienza dello spirito. Immaginate che qualcuno vi raccontasse dei sentieri di ricerca che ha percorso nel laboratorio chimico o nel laboratorio fisico, nella clinica per la ricerca della natura esteriore. Voi ascoltereste da un tale ricercatore, che ha il diritto di credere entro certi limiti di essere divenuto uno specialista nel suo campo, di regola, che ha percorso i suoi sentieri di ricerca con una certa tranquillità, con un certo equilibrio interiore della disposizione dell’anima. Nei sentieri di ricerca odierni non c’è molto di eccitante.
Di tale tranquillità, di tale equilibrio interiore della disposizione dell’anima colui non potrà raccontarvi che vuole comunicarvi qualcosa del sentiero su cui è giunto alle conoscenze sulla soprasensibile natura umana. Se deve raccontarvi ciò che ha attraversato per giungere a queste conoscenze, dovrà raccontarvi di superamenti interiori, di lotte spirituali interiori, di penosi sforzi, di un ripetuto stare ai margini dell’abisso del dubbio. Dovrà raccontarvi tutto ciò che ha dovuto superare in abbondanza, tutto ciò che ha dovuto attraversare, per giungere a ciò che illumina il vero nucleo essenziale soprasensibile umano. Poiché si giunge propriamente al sentiero della conoscenza della soprasensibile natura umana solo quando ci si immedesima in tutto ciò che ho già accennato: quando sorgono dubbi alla domanda riguardo alla relazione fra corpo e anima, in modo tale che si prova qualcosa che propriamente non può che scaturire da una certa modestia intellettuale — mentre la maggior parte degli uomini di oggi in tali cose non ha affatto una modestia intellettuale, ma al contrario ha la più terribile superbia intellettuale.
Se tuttavia ci si sforza realmente con il pensare ordinario, con tutte le ordinarie forze dell’anima che altrimenti si hanno nella vita, di accostarsi a queste domande sull’essenza di anima e corpo, allora gradualmente si nota che si deve essere modesti, che con il pensare ordinario umano non si può accostarsi a queste domande. E gradualmente attraverso l’esperienza interiore, attraverso l’esperienza interiore, si giunge al punto in cui ci si dice: È come per un bambino di cinque anni con le sue capacità, se per esempio, diciamo, tenesse in mano un volume di poesie liriche. Questo bambino non può fare con il volume di poesie qualcosa che corrisponda all’essenza di questo volume di poesie liriche. Dobbiamo prima sviluppare le sue capacità, allora potrà fare con il volume di poesie qualcosa che corrisponda all’essenza di questo volume di poesie. Così ci si deve dire rispetto alle capacità di pensiero che si hanno per la vita ordinaria, rispetto alle forze conoscitive che si hanno per questa vita ordinaria: Tu non puoi con esse conoscere la vera essenza del mondo e del tuo stesso essere; stai a questa essenza del mondo e a questa essenza del tuo essere inizialmente in modo tale che non puoi fare con essa più di quanto un bambino di cinque anni possa fare con un volume di poesie liriche.
Solo quando ci si è sviluppato questa disposizione nell’anima, quando ci si è conquistato la modestia intellettuale, per cui ci si dice: Tu non puoi rimanere nel modo in cui ora puoi pensare, come ora puoi sentire e volere — solo allora ci si trova al punto di partenza della via verso i mondi soprasensibili. Poiché colui che ha qualcosa da dire sui mondi soprasensibili non solo deve parlare di qualcosa di diverso dal mondo sensorio ordinario esteriore, ma deve parlare in modo diverso. Questo però significa: non si diventa ricercatore spirituale se non si prende inizialmente in mano ciò che si ha di capacità di pensiero e di conoscenza per la vita ordinaria, quotidiana e per la scienza ordinaria. Come il bambino è educato da altri, come gli sono sviluppate da altri le capacità, così si devono prendere in mano le proprie capacità dell’anima interiore, inizialmente la capacità di pensiero, e svilupparle ulteriormente dal punto di vista a cui il pensiero arriva da sé nella vita.
Nel mio libro «Come si acquisisce la conoscenza dei mondi superiori?» ho descritto tutti i dettagli — quei dettagli sistematicamente strutturati attraverso i quali l’uomo può prendere in mano la propria capacità di pensiero, attraverso i quali può sviluppare ulteriormente questo pensiero rispetto al punto in cui sta nella vita ordinaria e nella scienza ordinaria.
Questa sera, a causa della brevità del tempo, posso soltanto esporvi il principio della cosa. Posso soltanto mostrarvi come si sviluppa ulteriormente questo pensiero, come lo si prende in mano e lo si porta sempre più avanti. Un presupposto per questo è il seguente: Quando si vuole schiarirsi sull’essenza esteriore corporea dell’uomo, come ho detto prima, ci si rivolge alla scienza della natura. Ora questa scienza della natura non deve essere svalutata. Il ricercatore spirituale riconosce pienamente i grandi trionfi della scienza della natura dei tempi recenti, così come può riconoscerli lo stesso ricercatore naturale. Riconosce come legittima questa scienza della natura; è tanto migliore ricercatore spirituale, quanto meglio sa apprezzare il valore e l’importanza della scienza della natura. Allora però, proprio per questo, deve essere detta anche l’altra cosa: Se ci si rivolge a questa scienza della natura, essa inizialmente vi mette di fronte a confini della conoscenza. Voi sapete bene che proprio i ricercatori naturali ponderati parlano di tali confini della conoscenza. Certi concetti, certe rappresentazioni sono presentate agli uomini che chiedono sull’essenza delle cose, sulla forza, la materia e così via. Questi concetti cambiano di tempo in tempo, ma sempre stanno lì certi confini, dei quali il ricercatore naturale dice: Oltre questi confini non puoi andare. Il ricercatore naturale agisce rettamente nel suo ambito quando rimane a questi confini. Il ricercatore spirituale non può fare questo. Ma non deve neppure voler andare oltre questi confini per mezzo di pure speculazioni, attraverso il puro fantasticare.
Quando il ricercatore spirituale si accosta a ciò che la scienza della natura non può conoscere e dove essa pianta i paletti di confine della conoscenza, allora per lui, per il ricercatore spirituale, cominciano le grandi lotte spirituali interiori. Il ricercatore spirituale deve lottare interiormente con ciò che il ricercatore naturale presenta come concetti di confine fissi. E qui questa lotta diventa una prima grande esperienza. Egli supera combattendo nell’esperienza interiore questi confini, e mentre li supera, gli si apre con le esperienze una conoscenza che è importante, fondamentalmente importante per tutto ciò che deve condurre alla conoscenza della natura umana soprasensibile. Mentre si dedica a questa lotta con i confini della conoscenza naturale, gli si rivela come singolarmente la natura umana sia adattata alla vita. Poiché il ricercatore spirituale deve porsi dalla sua esperienza la domanda: Che cosa ti impedisce di guardare dentro all’interno della natura in modo puramente naturalistico? — Allora scopre qualcosa di estremamente singolare, direi qualcosa di sconvolgentemente singolare: Se la natura fosse trasparente, se non ci ponesse davanti confini, allora noi uomini nella nostra vita tra la nascita e la morte non possiederemmo una qualità che per l’esistenza sociale in questa vita è assolutamente necessaria. Se l’uomo potesse guardare nell’intima essenza della natura, dovrebbe fare a meno della forza spirituale dell’amore! Tutto ciò che chiamiamo amore da uomo a uomo, ciò che chiamiamo amore e sentimento fraterno da uomo a uomo, ciò che si accende nell’anima quando ci rivolgiamo socialmente all’altro uomo, questo non potremmo avere se la natura non ci ponesse confini per la nostra conoscenza naturale.
Questa è una verità che non si può provare logicamente. Proprio come non si può provare logicamente che esiste una balena o che non esiste una balena — ci si può convincere solo attraverso la visione diretta — così non si può provare che dovremmo fare a meno dell’amore se la conoscenza della natura fosse senza confini. Ma come un’esperienza la scopre colui che veramente si sforza nella conoscenza spirituale. Allora si vede quali segreti contiene il nostro essere umano. Un tale segreto è che l’uomo deve pagare la conoscenza della natura limitata col fatto che sviluppa l’amore. E inversamente: egli deve pagare la sua capacità d’amore col fatto che inizialmente non ha una conoscenza naturale illimitata.
Ma questo ci mostra anche ciò che colui che veramente vuole penetrare nel mondo spirituale deve superare, mondo al quale l’uomo stesso con il suo più intimo nucleo essenziale appartiene. Questo è uno dei principi fondamentali per i sentieri verso l’uomo soprasensibile e verso il mondo soprasensibile in generale: che si renda la capacità d’amore, la dedizione a tutti gli esseri del mondo ancora più grande di quanto sia nella vita ordinaria tra la nascita e la morte, affinché non si perda l’amore quando si tenta di plasmare sempre più il pensiero diversamente da come è nella vita ordinaria. Una preparazione deve essere per il sentiero conoscitivo spirituale, il rendersi molto, molto più capaci d’amore di quanto si debba essere per la vita sociale ordinaria. Si nota infatti gradualmente che si conosce il mondo nella propria intera, piena natura umana finché si è nel corpo fisico, solo per mezzo dell’amore, per nessun altro metodo di ricerca.
Ma quando si vuole penetrare nel mondo spirituale, allora si deve al contempo elevare il pensiero stesso più di quanto non si sviluppi spontaneamente nella natura umana. Lo si consegue facendo in modo che certe operazioni dell’anima interiore, certe attività dell’anima interiore che nella vita si applicano altrimenti solo occasionalmente, ora si applichino completamente sistematicamente, forzandosi a farlo. Vi posso dire oggi solo in piccola misura ciò che troverete nel mio libro «Come si acquisisce la conoscenza dei mondi superiori?» descritto in dettaglio, ma posso almeno indicare su cosa riposa questo sviluppo superiore del pensiero umano.
Voi sapete che quando qualcosa dall’esterno in qualche modo ci stimola, allora ne diventiamo consapevoli. Udiamo un tono, abbiamo un interesse per ciò che accade nella direzione di questo tono. Avere interesse per qualcosa, rivolgere attenzione a qualcosa, sono dunque operazioni dell’anima interiore, che nell’uomo di regola sono stimolate dal mondo esteriore. Ciò che importa quando si entra nel sentiero conoscitivo spirituale è che applichiamo volontariamente in noi tali forze, come le forze che conducono all’attenzione, all’avere interesse, per esempio meditando molto, molto a lungo su una rappresentazione, per esempio dedicando tutta l’anima a questa rappresentazione. Qui nell’ordinario corso naturale della vita, l’attenzione, l’interesse per questa rappresentazione viene meno. Se tuttavia uno si dedica volontariamente con tutta l’anima a una tale rappresentazione, vi rimane così, da mantenere interiormente l’attenzione che minaccia di affievolirsi, da mantenere l’interesse da dentro quando minaccia di affievolirsi, attraverso la lunghezza di tempo con cui ci si dedica alla rappresentazione — e se uno continua così — allora si rinforza il pensiero; il pensiero diviene qualcosa di completamente diverso da prima. Allora si giunge veramente a un pensiero che è pieno di attività interiore, con il quale tuttavia ci si deve sforzare, come ci si deve sforzare in un’attività esteriore manuale. Si giunge a un pensiero che sta al pensiero ordinario come il pensiero ordinario sta al pensiero di un bambino di cinque anni, per esempio di fronte alle poesie liriche. Ma si giunge a un tale pensiero, di cui si dice: quando l’hai raggiunto, allora hai dovuto dedicare a questo conseguimento uno sforzo di forza interiore che veramente ha coinvolto il corporeo, che vi prende parte, in modo che lo senti come un affaticamento da duro lavoro esteriore, al quale ci si è dedicati per anni. Quando si impara a riconoscere che ci si può procurare interiormente nella propria anima qualcosa che costa uno sforzo come per esempio il taglio della legna, allora si giunge ad afferrare nella propria anima il pensiero vivente, mentre il pensiero ordinario accompagna piuttosto solo gli eventi esterni, i fatti esterni. Pensate un po’ come di fatto pensate nella vita ordinaria: Voi compite il vostro lavoro nella vita ordinaria, e il pensiero corre così sognante accanto a questa vita esteriore. Se vi sforzate di questo pensiero, per esempio leggendo un libro difficile, allora notate: Proprio quando il pensiero vuole essere interiormente attivo, deve affaticarsi come una qualunque altra attività. Ma ciò che da dentro viene sviluppato in attività deve essere sempre più spinto avanti col pensiero. Se questo viene sempre più spinto avanti, allora si nota che con il pensiero avviene un grande cambiamento. Allora si impara a riconoscere qualcosa di cui prima non si aveva alcuna idea: Si impara a conoscere un pensiero in cui si vive, di cui il pensiero ordinario è solo come un’immagine speculare, come un’ombra: Si impara a conoscere un pensiero che vive interiormente, un pensiero che è completamente indipendente dallo strumento del cervello, dallo strumento del corpo. Per quanto grottesco, paradossale, forse pazzo questo possa sembrare all’umanità presente: l’uomo può su questo sentiero, che trovate descritto nel libro «Come si acquisisce la conoscenza dei mondi superiori?», giungere a sapere esattamente: Mentre pensi, mentre sviluppi l’attività dell’anima del pensiero, vivi al di fuori del corpo col tuo pensiero, mentre il pensiero ordinario è legato allo strumento del corpo, al sistema nervoso. Si impara anche a riconoscere esattamente quanto poco l’intima natura spirituale, che così si afferra nel pensiero, sia legata allo strumento del cervello. Poiché non si sviluppa per la prima volta questa natura spirituale interiore, ma la si impara soltanto a conoscere. Non vi parlo di qualcosa che viene sviluppato nuovamente oggi, ma della conoscenza dell’uomo soprasensibile. Si impara a riconoscere quale grandissima illusione si lasci prendere la scienza della natura ordinaria e la visione popolare esterna riguardo al pensiero, proprio nella nostra epoca materialistica.
Allora dice questo pensiero naturalistico: Il cervello è lo strumento del pensiero. Ma questo è un’illusione come lo sarebbe un’illusione se vedeste: in una strada di campagna ammollata sono tracce di carri, sono tracce di piedi umani; e se pensaste — supponiamo ora — come da sotto, dalla terra, forze che hanno prodotto le tracce dei carri o le tracce dei piedi umani. Questo sarebbe naturalmente una sciocchezza. Voi non potete vedere dalla struttura della terra come sono nati i solchi. Dovete essere chiari che un carro ha percorso la strada, che gli uomini ci hanno camminato sopra con i piedi, che questo si è impresso. Così venite all’illusione della scienza della natura riguardo alla vita spirituale umana, quando veramente imparate a conoscere il pensiero indipendente dal corpo. Allora imparate a conoscere che ciò che come solchi nervosi è nel cervello, non ha forze dentro il cervello stesso, che producono lo spirituale; ma imparate a riconoscere che tutti questi solchi sono stati spinti — come i solchi nella morbida terra sono stati spinti dai carri e dai piedi — che sono stati incavati da un’attività spirituale indipendente dal corpo. E ora capite anche l’illusione che può sorgere nella scienza della natura. Per tutto ciò che viene incavato, sorgono tali tracce nel cervello; potete seguirle tutte; ma questo non è sorto dal corpo, è stato incavato nel corpo.
Non è sempre facile cogliere questo carattere attivo. Per ottenere anche solo uno sguardo breve in questo pensiero umano indipendente dal corpo, occorre infatti quello che si potrebbe chiamare «prontezza spirituale», poiché non dura a lungo, un tale lampo dello spirituale nella nostra ordinaria visione. Ci si può preparare bene — lo troverete descritto anche nel mio libro «Come si acquisisce la conoscenza dei mondi superiori?» — sviluppando nella vita ordinaria già quello che si può chiamare prontezza spirituale, rapido orientamento circa le situazioni e la possibilità di agire rapidamente in una situazione. Se uno sviluppa sempre più questa qualità, si prepara a vedere ciò che può apparire dal mondo spirituale, dal mondo soprasensibile, e che l’uomo altrimenti non vede perché, mentre appare, non riesce a produrre così rapidamente la necessaria prontezza spirituale; perché non riesce a osservarlo prima che sia passato. Ma se davvero si impara a guardare nel mondo spirituale, se si impara a riconoscere ciò che vive nell’uomo e in questa maniera può essere colto dal pensiero sviluppato, allora non si guarda soltanto nella ordinaria vita umana quotidiana, ma allora ci si presenta una prospettiva completamente diversa.
Una cosa non ha questa conoscenza spirituale: non è ricordabile nel senso ordinario. Colui che vuol raccontarvi qualcosa dal mondo spirituale, deve sempre nuovamente creare le condizioni per osservarlo. Non può semplicemente sviluppare una memoria per la sua precedente visione spirituale. Ma sebbene quella conoscenza spirituale, direi, come un sogno fuggevole che presto si dimentica, passa rapidamente, tuttavia contiene in sé una memoria significativa. E a questo punto si deve dire qualcosa che deve necessariamente toccare assai singolarmente gli uomini del presente. Ma certamente ha toccato assai singolarmente gli uomini anche quando fu loro detto che lassù non vi sono soltanto punti luminosi, ma innumerevoli mondi distribuiti nello spazio! Per quanto gli uomini di secoli fa non volessero subito credere a questo, tuttavia si sono abituati così che oggi è per loro una naturalezza, così, sebbene appaia ancora insolito oggi quello che il ricercatore spirituale presenta come sua esperienza attraverso il suo pensiero sviluppato, questo però dovrà diventare una conoscenza naturale dei prossimi secoli. E un compito della nostra epoca sarà che gli uomini sviluppino comprensione per tale ampliamento della conoscenza umana e della visione umana. Nel momento in cui l’uomo ha un pensiero interiormente vivente e sa che con questo pensiero è indipendente dal corpo, egli guarda indietro — sebbene non possa avere il ricordo ordinario in questo momento — alla vita spirituale-spirituale che ha attraversato in un mondo puramente spirituale, prima che, attraverso la nascita o il concepimento, si unisse con il corpo fisico umano e così dal mondo spirituale sia disceso nel mondo sensibile. Lo sguardo si amplia al di là della vita che si è attraversata dal concepimento; si amplia la vita nella visione del mondo spirituale da cui siamo discesi al nostro essere fisico.
Il nostro intero vivere sociale umano assume una nuova significazione. Nel vivere sociale entriamo in relazione con questo o quell’uomo. Verso un uomo sorge una rapida simpatia, con un altro non ci troviamo così rapidamente uniti con simpatia. Le più svariate relazioni sorgono con gli altri uomini qui in questa vita tra la nascita e la morte. Se si impara come ricercatore spirituale a conoscere la vita nel modo che ho appena accennato, allora si scopre: ciò che ci attrae in un uomo, ciò che ci rende più o meno estranei in un altro uomo, insomma: ciò che sorge di relazioni con gli altri uomini, è il risultato di ciò che abbiamo attraversato insieme alle altre anime in un altro mondo, prima che noi e prima che loro fossimo discesi a questo essere fisico. Tutto ciò che viviamo nel mondo fisico ci diviene l’immagine di esperienze nel mondo spirituale. Così può risorgere dall’impegno umano-spirituale della nostra epoca la capacità di guardare nel mondo spirituale da questo mondo fisico.
Può certamente esserci ancora oggi molti uomini che non possono trovare il loro posto in una tale visione. Ma di tali uomini si possono avere i propri pensieri. Quando la prima ferrovia fu costruita in Germania, si riunì un collegio di medici e altri scienziati: dovevano decidere se si dovessero costruire ferrovie o no. Allora questi signori eruditi diedero il giudizio che non si dovessero costruire ferrovie, poiché il viaggio avrebbe danneggiato la salute, e sarebbero stati solo pazzi coloro che avrebbero voluto viaggiarvi. Si dovrebbe comunque erigere un alto muro di tavole, affinché coloro davanti ai quali la ferrovia passasse non patissero una commozione cerebrale. — Oggi ci sono uomini che, per così dire, credono che si ottenga una commozione cerebrale quando il ricercatore spirituale parla delle conoscenze del mondo soprasensibile. Ma lo sviluppo dell’epoca avanzerà al di là di questi pregiudizi, come ha superato altri pregiudizi.
Ciò che vi ho descritto è un modo come si passa dal mondo fisico al mondo sovrafisico. Si deve lottare con i confini della conoscenza naturale. Ma si deve giungere anche a un altro confine se si vuole penetrare nel mondo spirituale e ottenere illuminazione sulla soprasensibile natura umana. Si deve, come si giunge ai confini della conoscenza naturale esterna, giungere ai confini della conoscenza del proprio essere.
Molti uomini che disperano che per la loro vita interiore spirituale possano ricevere soddisfazione dalle loro vecchie tradizioni religiose, si rivolgono alla cosiddetta mistica, credendo che se si immergono dentro la loro anima sempre più profondamente e profondamente, allora si dischiuderà la vita interiore spirituale, la natura umana. Molti uomini credono che misticamente possa emergere ciò che è la loro vera natura umana. Il ricercatore spirituale deve imparare a conoscere anche questo confine. Deve essere mistico, come deve sviluppare la conoscenza della natura. Ma non può, come non può restare alla conoscenza della natura, restare alla mistica. Deve imparare come per mezzo della sola mistica non si giunga ad altro che a illusioni sulla soprasensibile natura umana, non però a una vera conoscenza di questa soprasensibile natura umana. Chi è un vero ricercatore spirituale non è certamente un illusionista. Non si abbandona a inganni riguardo a ciò che deve riconoscere come realtà. Perciò non procede, come il mistico ordinario, a sedurre dalla sua interiorità ogni sorta di cose fantastiche. No, qui sa ancora una cosa: Mentre lotta con la sua stessa interiorità, mentre vive questo superamento, sa che ciò che i mistici trovano è fondamentalmente nient’altro che ciò che dalla nascita ha una volta fatto impressione sulle loro anime. L’hanno forse solo oscuramente assorbito, non è venuto affatto chiaramente alla loro percezione, ma è rimasto tuttavia nella memoria.
Proprio la ricerca naturale qui ha fatto osservazioni assai belle. Voglio raccontarvene una brevemente, che è registrata nella letteratura scientifica, che si potrebbe però centuplare, moltiplicare mille volte. Un ricercatore naturale passa una volta accanto alla vetrina di una libreria. Nel far così il suo sguardo cade su un libro. E mentre guarda il titolo del libro, deve ridere. Pensate soltanto, un ricercatore naturale deve ridere vedendo un serio titolo di libro! Non può spiegarsi perché deve ridere. Allora chiude gli occhi, perché crede che arrivi più facilmente alla risposta se non è distratto dall’impressione esterna. Mentre chiude gli occhi, ode in lontananza ciò che prima, finché era distratto, non aveva udito, un organetto. E mentre continua a ricercare, scopre che l’organetto suona una melodia, con la quale aveva danzato una volta in precedenza. Allora l’impressione non gli aveva fatto grande effetto, la ballerina l’aveva interessato di più, oppure i passi di danza. L’impressione della melodia stessa era allora debole, ma tuttavia abbastanza forte da riapparire nel corso della vita successiva, quando il ricercatore ode nuovamente la stessa melodia dall’organetto!
Tali cose e la loro essenza il ricercatore spirituale conosce molto bene, poiché non si abbandona a inganni. Sa: Quando un certo mistico parla del fatto che nella sua interiorità sperimenta l’uomo divino, che sperimenta qualcosa che lo riunisce con il suo Eterno, allora sono i «suoni dell’organetto»: Ha una volta assorbito qualcosa, questo si è trasformato — poiché tali cose si trasformano — questo sorge come reminiscenza. Voi trovate sul sentiero della mistica ordinaria nient’altro che quello che una volta avete assorbito, e potete abbandonarvi alle peggiori illusioni, volendo essere solo mistici ordinari.
Proprio oltre questo confine deve passare il ricercatore spirituale. Si impara nuovamente per esperienza a conoscere ciò che non si può provare «logicamente», ciò che però per il ricercatore spirituale si presenta come conoscenza vissuta, come esperienza vissuta: si impara a riconoscere che non ci si deve autorapprendere guardando interiormente in se stessi. Poiché di nuovo mancherebbe una forza spirituale della quale si ha bisogno per la vita ordinaria, se si potesse guardare completamente dentro di sé. Se potesse guardarsi completamente dentro di sé, allora nella vita ordinaria non avrebbe la forza della memoria, la forza del ricordo. E che questa forza della memoria, la forza del ricordo sia sana, da ciò dipende che nella nostra vita spirituale siamo sani. Se il nostro ricordo, la nostra memoria è disturbata, se l’Io è disturbato, allora subentra una terribile malattia spirituale. Così dobbiamo dire: Come l’uomo, affinché abbia l’amore, deve avere confini nel conoscere la natura, così deve avere, affinché abbia memoria, l’impossibilità, per mezzo di sola visione interiore, di giungere alla superiore natura umana.
Ma si può nuovamente procurare che questa capacità di ricordo sia più ferma nella natura umana di quanto sia nella vita ordinaria, cosa che parimenti si può conseguire per mezzo di tali esercizi come li ho descritti nel libro nominato. Se ogni sera si fa l’esercizio di percorrere i propri eventi della giornata, di rappresentarsi tutto chiaramente visivamente, in modo che si segua sempre esercizio per esercizio la vita quotidiana, allora tutto ciò che riguarda la memoria si fissa più fermamente nell’anima di quanto altrimenti accada. E allora si può tentare, detto trivialmente, di fare quell’esercizio che consiste nel prendere consapevolmente in mano la disciplina delle proprie abitudini, la disciplina del proprio Io. Pensate soltanto a come ci trasformiamo da una settimana all’altra, di mese in mese, di anno in anno, di decennio in decennio! Guardate voi stessi, come siete oggi nella vostra disposizione d’animo spirituale, e confrontatelo con come eravate dieci, venti anni fa. Vedrete che l’uomo attraversa uno sviluppo. Ma l’uomo si sviluppa inconsciamente, la vita lo sviluppa.
Come si può passare a un consapevole sviluppo superiore del pensiero nel modo che ho descritto, così si può passare a una disciplina consapevole di sé, notando sempre: Tu fai questo o quello male, devi imparare dalla vita. Così si può prendere in mano lo sviluppo della volontà, come si è preso in mano lo sviluppo del pensiero. Se così si prende in mano lo sviluppo della volontà, allora si sviluppa di nuovo qualcosa che illumina, per così dire, la volontà altrimenti oscura, nella quale ci si trova nella vita ordinaria: Si sente tutto ciò che si sente come volontà, permeato di pensieri. Si è, per così dire, lo spettatore della propria volizione e azione. Se si giunge così, in modo tangibile, spiritualmente tangibile, a essere lo spettatore della propria volizione e azione, allora ciò che si ottiene come più elevata capacità di volere si unisce con ciò che precedentemente si era sviluppato come attività del pensiero. E ora subentra un’altra capacità: ora si vede nel proprio essere umano qualcosa che appare così indipendente da ogni attività corporea, che si sa: Ciò che così porti in te, lo porti attraverso la morte nel mondo spirituale. Attraverso la disciplina della volontà si impara a conoscere la vita spirituale che l’uomo attraversa dopo la morte, come attraverso la disciplina del pensiero si conosce la vita spirituale che l’uomo ha vissuto prima della nascita o del concepimento. Vedete, la ricerca spirituale non può parlare in modo ordinario della soprasensibile natura umana, ma deve raccontare come si faccia l’esperienza che si può contemplare il vivere prima e dopo la morte dell’uomo.
Mentre così si penetra nel mondo, nella propria umanità spirituale, la vita sociale si presenta di nuovo in una nuova forma. Si osserva come si vive insieme ad altri uomini questo o quello, come si entra in relazione con altri uomini, come si è amici con altri uomini o attraverso altre circostanze nel mondo si è uniti o nuovamente separati. Si impara a riconoscere che tutto ciò che accade così nel mondo fisico-sensibile è solo l’inizio di qualcosa che si sviluppa ulteriormente mentre passiamo attraverso la porta della morte. Le relazioni dell’anima che si legano qui tra uomo e uomo trovano la loro continuazione quando l’uomo passa attraverso la porta della morte. La vita che si unisce alla morte diviene una realtà completamente concreta, quando sappiamo che gli uomini ai quali ci sentiamo uniti qui per mezzo delle nostre relazioni nella vita sensibile, ci sentiamo uniti anche al di là della morte.
Queste sono cose che oggi agli uomini ancora sembrano singolari, ma che devono essere affrontate dai compiti della nostra cultura d’epoca. Se lo saranno, allora sorgerà davanti agli uomini qualcosa di completamente diverso. Allora l’uomo riconoscerà in una luce completamente diversa ciò che egli chiama oggi il suo proprio sviluppo dell’umanità, ciò che egli chiama storia. Se si sviluppano tali capacità come quelle di cui ho parlato, allora si guarda dentro lo storico dell’umanità diversamente da come lo dà il luogo comune, che si chiama oggi storia e che nel futuro deve diventare qualcosa di completamente diverso. Voglio darvi alla fine delle mie esposizioni un esempio, per mostrarvi come l’uomo del futuro deve penetrare nello sviluppo storico dell’umanità stessa.
Non lo si nota di solito, ma in un certo punto storico dei tempi recenti è avvenuta una grande svolta per lo sviluppo dell’umanità. Ciò accadde alla metà del XV secolo. Si dice comunemente che la natura non fa salti. Questa è una frase a cui universalmente si crede, sebbene sia falsa. La natura fa continuamente salti. Osservate lo sviluppo di una pianta, come da una foglia si sviluppa il fiore con gli stami e il pistillo, e infine il frutto! Così anche la vita storica fa salti. E un tale salto, che non lo si nota solo perché si osserva la storia così esteriormente, è avvenuto alla metà del XV secolo. La visione umana ampliata, che supera come supera i fatti tra la nascita e la morte, anche ciò che si esprime solo nella storia esterna, nei fatti esterni, e guarda dentro lo spirito dell’agire storico. E così appare a questa visione che dalla metà del XV secolo viviamo nell’epoca che durerà ancora a lungo, che sostituisce un’altra epoca, che era iniziata nell’VIII secolo avanti Cristo e che è durata fino alla metà del XV secolo. In questa epoca, dall’VIII secolo avanti Cristo fino al XV secolo della nostra era, cade tutto ciò che era l’illustre cultura greca con la sua bellezza, ciò che era la cultura romana, e l’effetto duraturo della grecità e della romanità. E dalla metà del XV secolo abbiamo, come caratterizzerò poi, la nostra cultura moderna con l’umanità moderna.
Come si distinguono queste due culture? Si distinguono per qualcosa che l’uomo nel tempo presente ancora non vuole vedere e riconoscere. Prima del XV secolo, fino indietro all’VIII secolo avanti Cristo, l’uomo era in un modo completamente diverso capace di sviluppo di quanto non sia oggi. Posso chiarirvi questo nel modo seguente. Pensate a come l’uomo sia negli anni prima che egli attraversi il cambio dei denti verso il settimo anno, e come questo costituisca un’epoca nella sua vita. Potete leggerne il dettaglio nella piccola scrittura sulla «L’educazione del bambino dal punto di vista della scienza dello spirito». Vedrete ciò che per l’osservatore più attento della natura umana significa effettivamente, ciò che il bambino attraversa col cambio dei denti. Qui vi è un parallelismo tra lo sviluppo esteriore del corpo e lo sviluppo interiore spirituale. Poi vi è un altro punto di sviluppo nella pubertà, nel quattordicesimo, quindicesimo anno. Allora il parallelismo tra corpo e spirito diviene meno evidente, ma dura per l’umanità attuale ancora circa fino al ventisettesimo anno. Nel ventisettesimo anno si smette di sentire fortemente questo nesso tra lo sviluppo spirituale-spirituale e lo sviluppo corporeo. Questo straordinario, che l’uomo nel ventisettesimo anno di vita conclude il suo sviluppo corporeo, è apparso soltanto dalla metà del XV secolo. Era diverso nel periodo precedente. Ciò che qui può essere riconosciuto attraverso la ricerca spirituale è una verità di sviluppo umano infinitamente significativa. Nel tempo dei Greci, nel tempo dei Romani, l’uomo stava nel suo sviluppo così che fino al trentatreesimo, al trentacinquesimo anno aveva un parallelismo del suo sviluppo corporeo e del suo sviluppo spirituale-spirituale. Il greco sviluppava tali qualità, anche se non nella forza del cambio dei denti e della pubertà, fino nei suoi trent’anni. Questo creava in loro quella straordinaria armonia tra lo spirituale e il corporeo nei Greci. Questo è il progresso che la storia dell’umanità mostra, che abbiamo sempre meno i nostri anni giovanili, sempre meno abbiamo ciò che ci ha emancipato dal corporeo-materiale nei primi anni. Ma questo condiziona anche una posizione completamente diversa dello spirituale-spirituale nei confronti dell’essenza del mondo nell’uomo. Nel lungo periodo dall’VIII secolo precristiano fino al XV secolo cristiano, l’uomo sviluppò un più istintivo intelletto, una vita emotiva più istintiva. Tutto ciò che vive in questo periodo è permeato di questo intelletto istintivo e di questa vita emotiva istintiva. Ma dalla metà del XV secolo l’uomo sviluppò un intelletto più consapevole e una vita emotiva più consapevole e con ciò la rivendicazione di porsi sulla libera personalità. Questa rivendicazione della natura umana, di porsi sulla libera personalità, sviluppa per la prima volta nella storia dalla metà del XV secolo.
Con ciò è anche spiegabile come i grandi eventi incidano diversamente nello sviluppo dell’umanità, a seconda che accadano in un’epoca o nell’altra. In quell’epoca che ha preceduto la nostra, nella quale l’uomo era rimasto capace di sviluppo corporeo fino nei trent’anni, nel primo terzo di questa epoca cadde l’evento più grande dello sviluppo terrestre, quell’evento che effettivamente dà il corretto senso allo sviluppo terrestre, l’evento del Mistero del Golgota, la fondazione del Cristianesimo. Nel primo terzo dell’epoca greco-romana si svolge ciò che è come l’evento centrale di tutto lo sviluppo umano terrestre.
Come allora si è presentato all’umanità, poteva essere compreso solo ingenuamente dall’umanità nell’epoca in cui vi erano forze intellettuali istintive e forze emotive istintive. Da queste forze istintive, in quel periodo gli uomini potevano porsi nella giusta relazione al grande evento, perché si comportavano ancora non consapevolmente, ma ingenuamente. Si sono detti: Qui accade non solo qualcosa di fatto da uomini, qui qualcosa di sovrumano è irrotto nello sviluppo terrestre. Il Cristo, l’essere sovrumano, si è unito con il corpo di Gesù di Nazareth. Ciò che è accaduto sul Golgota, nei suoi fatti fisici, è soltanto l’espressione esteriore di qualcosa di soprasensibile che si è svolto nello sviluppo terrestre.
In quell’epoca quindi poteva comprendersi questo istintivamente. È stato diverso dalla metà del XV secolo. Dalla metà del XV secolo l’intelletto istintivo, la forza emotiva istintiva si trasformano in intelletto consapevole, in forze emotive consapevoli. Questo ha dato la possibilità di sviluppare la scienza della natura fino all’elevato livello al quale è giunta, ma anche lo sviluppo industriale esteriore, anche il materialismo dell’epoca, che doveva essere come allegato per mettere al culmine la libera personalità. Ma da questo materialismo deve essere nuovamente usciti, cercare la strada nel mondo spirituale in un nuovo modo, come l’ho descritto oggi. L’epoca è divenuta materialistica nel periodo in cui l’anima della coscienza dell’uomo si è sviluppata dall’anima precedente istintiva. Allora insieme al materialismo esteriore è emerso il materialismo della teologia. Pensate a come nei vasti ampi strati anche la teologia, la concezione religiosa è stata afferrata dal materialismo, come l’uomo dell’epoca della coscienza divenne incapace di riconoscere nel Mistero del Golgota un elemento soprasensibile, come gradualmente sempre più venne a farlo ridurre alla sensibilità; come infine ne andò fiero, come gli stessi numerosi teologi andarono fieri di non vedere più nel Cristo l’essere soprasensibile che era disceso nel corpo di un uomo sulla terra, ma di vedere solo l’«uomo semplice di Nazareth», che certamente è qualcosa di più grande che altri uomini, ma tuttavia solo un uomo. Che nel Mistero del Golgota, nella morte e nella risurrezione di Cristo, stia il più grande fatto dello sviluppo mondiale e umano, questo non si è rivelato all’epoca materialistica fino a ora. La religione stessa è stata materializzata. La semplice confessione di fede non sarà capace di fermare questa materializzazione della religione. Essa può essere fermata solo dalla consapevole conoscenza dello spirito, di cui ho parlato oggi. Essa si innalzerà di nuovo alla conoscenza che nel Gesù di Nazareth viveva un essere ultraterreno, un essere soprasensibile, che da quel momento si è unito allo sviluppo dell’umanità.
Il Mistero del Golgota sarà di nuovo dalla scienza dello spirito orientata antroposoficamente posto nel campo visivo delle visioni umane; ora però sarà posto in modo tale da essere sollevato dalla ristrettezza dei singoli confessionalismi.
Ciò che si svilupperà come visione spirituale della soprasensibile natura umana, come l’ho presentato oggi, renderà possibile che viva in ogni uomo su tutta la terra senza distinzioni di razza e di popolo. Da lì sarà trovato anche il cammino al Mistero del Golgota, e tutti gli uomini su tutta la terra potranno imparare a comprendere questo evento del Cristo. Si fantastica nella nostra epoca — lo si fa così facilmente — intorno alla cosiddetta Società delle Nazioni; si fantastica da questa Società delle Nazioni in modo utopistico, come è sorta nella testa così astrattamente pensante di Woodrow Wilson. In questo modo non potrà sorgere. Ha bisogno di basi concrete nella realtà, e queste devono scaturire dall’intimo della propria anima umana. Questo è il compito della presente epoca. Solo in questa capacità dell’anima, che conduce sulla strada verso la conoscenza della soprasensibile natura umana e che unisce gli uomini di tutta la terra, solo attraverso una tale conoscenza, che il Cristo-evento può guardare come un evento soprasensibile, solo in un tale impulso, che attraverso i popoli agisce, che attraverso i popoli opera al di là di ogni confine, risiede la vera forza per una futura vera Società delle Nazioni sulla terra. Così il Cristianesimo deve mettere le sue nuove radici nella cultura umana.
Questo vi mostra l’altro lato di ciò che ho potuto dirvi nella conferenza precedente. Questo vi mostra quel lato che corrisponde alla vita interiore dell’anima umana, che di nuovo accenderà nell’uomo impulsi sociali, quando lo pervadrà. Per l’accoglimento di questa scienza dello spirito non si ha bisogno di una fede nell’autorità, come per l’accoglimento di altre scienze, che vengono, diciamo, dall’osservatorio sull’astronomia, dalla medicina sulla natura del corpo umano fisico. Questo deve essere accolto basandosi sull’autorità, se non si vuol diventare sé stessi astronomi o fisiologi e così via. Ciò che invece il ricercatore spirituale vi dice, voi non dovete crederlo sulla base dell’autorità. Non dovete nemmeno diventare ricercatori spirituali voi stessi, come non dovete diventare pittori per trovare bella un’opera d’arte. Potete acquisire la scienza dello spirito per mezzo del vostro senso comune umano, senza diventare ricercatori spirituali voi stessi, se soltanto si mettono da parte i pregiudizi che si sono sviluppati dal materialismo odierno. Poiché tutta la scienza dello spirito ha le sue radici nei fondamenti dell’anima umana, si può comprenderla senza fede nell’autorità. E questa comprensione, questa fiducia nelle rivelazioni della scienza dello spirito, è qualcosa che deve vivere nei compiti della nostra epoca. Allora questa epoca sperimenterà un rinnovamento. Allora a questa epoca sarà dato il fermento per quello che come ordinamento esteriore di una ricostruzione dovrà giocare un ruolo corrispondente.
Poiché cosa vediamo, quando così cerchiamo rettamente di comprendere l’essenza del tempo presente? Vorrei dire: Vediamo due strade, una a sinistra, un’altra a destra. L’una ci dà la possibilità di stare fermo nelle visioni che la sola scienza della natura ha portato, e da questa visione che la scienza della natura ha portato, di passare allora alle visioni sociali; dunque di procedere dalla convinzione che si possa comprendere con la stessa forza ideativa con la quale si comprende la natura, anche la vita sociale. Questo hanno fatto Karl Marx e Friedrich Engels, questo fanno Lenin e Trotsky. Per questo arrivano ai loro sentieri. Questo gli uomini oggi ancora non capiscono, che da un lato sta la scienza della natura, e che le sue ultime conseguenze trovano l’espressione nel caos sociale, nel declino sociale. La terribile convinzione che nel Levante europeo ora vuol distruggere ogni vera cultura umana, questa terribile convinzione di Lenin e di Trotsky, essa scaturisce da un’altra convinzione, che si debbano percorrere i sentieri della conoscenza naturale anche nella vita sociale. Che cosa allora è accaduto sotto l’influenza di questa più recente convinzione materialistica-naturalistica? È accaduto che la nostra intera vita dello spirito è stata meccanizzata. Per il fatto che la nostra vita dello spirito non si eleva più a pensieri sul soprasensibile uomo, che si meccanizza all’esteriore visione materialistica della natura, per questo al contempo le anime vengono vegetarianizzate, rese simili a piante, addormentate. Così vediamo che abbiamo nella moderna vita culturale accanto allo spirito meccanizzato un’anima vegetalizzata. Ma se l’anima non è riscaldata dallo spirito, se lo spirito non è illuminato dalla conoscenza soprasensibile, allora nel corpo si sviluppano le proprietà animalesche, che oggi vivono negli istinti antisociali e che all’Oriente europeo vogliono diventare il boia della cultura. Allora sotto il procedimento di volersi socializzare, si sviluppa l’antisocialismo; allora la vita corporea accanto allo spirito meccanizzato, all’anima vegetarianizzata, viene animalizzata. Gli istinti e gli impulsi più selvaggi appaiono come rivendicazioni storiche. Questo è il sentiero che va a sinistra.
L’altro sentiero, che va a destra, è quello che nel modo oggi comunicato si penetra nella visione della soprasensibile natura umana, del mondo soprasensibile, che vede anche lo sviluppo dell’uomo nella luce soprasensibile, che spinge fino al vero spirito libero.
Dalle idee da cui ho voluto descrivere la libertà del progresso umano nel mio libro «La filosofia della libertà», ho voluto porre il fondamento per quello che l’uomo può sperimentare come consapevolezza della sua vera libertà interiore attraverso l’appropriazione della vita spirituale. Solo lo spirito che penetra l’uomo può diventare veramente libero. Lo spirito che penetra solo la natura e vorrebbe formare tutta la vita sociale secondo il modello della più recente scienza della natura, diviene meccanicamente non libero. E l’anima che è penetrata solo da questo spirito, dorme come la pianta. L’anima che è riscaldata da un vero pulsante volere della conoscenza dello spirito della soprasensibile natura umana, questa anima si presenta davanti agli altri uomini nella vita sociale, essa impara a stimare nell’altro uomo la soprasensibile natura umana. Impara a contemplare il Divino nell’archetipo in ogni uomo. Impara sentimento sociale verso ogni uomo. Impara come riguardo a questa anima interiore tutti gli uomini qui sulla terra sono uguali. E in questa anima riscaldata dallo spirito, sulla strada da destra, la libertà si può sviluppare. E quando i corpi sono penetrati e spiritualizzati dalla coscienza soprasensibile, quando sono riscaldati, quando sono nobilitati da ciò che l’anima accoglie, mentre viene risvegliata dallo spirito, non vegetarianizzata, allora nemmeno i corpi saranno animalizzati; allora i corpi divengono tali che sviluppano ciò che si può chiamare nel più vasto senso il vero amore. Allora, allora l’uomo sa che entra nel suo corpo terreno come un essere soprasensibile, che vi entra per sviluppare l’amore in questo corpo, per sviluppare l’amore verso lo spirito. Allora sa che nel corpo terreno deve esservi fraternità, altrimenti nell’umanità non fraterna il singolo non può essere un uomo intero, un uomo pieno.
Così il proseguimento del vecchio sentiero ci conduce alla meccanizzazione dello spirito, alla vegetarianizzazione dell’anima, all’animalizzazione del corpo. Così il sentiero che deve essere mostrato da scienza dello spirito ci conduce alle vere virtù sociali, ma alle virtù sociali che sono illuminate dallo spirito, riscaldate dall’anima; che vengono esercitate dalla nobiltà del corpo umano.
Così la conoscenza spirituale della soprasensibile natura umana ci conduce a fondare sulla terra in una bella ricostruzione del futuro: Libertà nella vita dello spirito. L’uomo spiritualizzato sarà un uomo libero. Uguaglianza nella vita dell’anima riscaldata dallo spirito: L’anima, che accoglie lo spirito in sé, comprenderà e tratterà l’altra anima che le si contrappone nella vita sociale, come sua pari, veramente come in un grande mistero. E il corpo nobilizzato, il corpo nobilizzato dallo spirito e dall’anima, diventerà l’esercitante del vero, autentico amore umano, della vera fraternità. Così l’ordinamento sociale dell’uomo potrà realizzarsi in libertà, uguaglianza e fraternità attraverso la giusta comprensione di corpo, anima e spirito. ### LA REALIZZAZIONE DEGLI IDEALI LIBERTÀ, UGUAGLIANZA, FRATERNITÀ ATTRAVERSO LA TRIARTICOLAZIONE SOCIALE
È indubbiamente vero che la catastrofe della guerra mondiale e tutto ciò che con essa si connette in modo orribile ha dato un nuovo aspetto alla questione sociale per l’umanità contemporanea. Certo, ancora tutt’altro che larghi circoli vedono in modo auspicabile questo cambiamento del volto della questione sociale. Ma esiste, e sempre più si farà valere.
Coloro che fino ai giorni nostri appartenevano ai circoli dominanti, a quelli che guidano, saranno costretti dalla forza dei fatti a non fermarsi più di fronte alla questione sociale con l’elaborazione di singoli pensieri e provvedimenti provocati da quello che accade ora in questo o quel settore dell’attività, all’interno di questo o quel circolo del proletariato. Questi circoli saranno costretti a volgere in modo comprensivo i loro pensieri e gli orientamenti della loro volontà alla questione sociale, come la questione più significativa nella vita degli uomini contemporanei e nella vita del prossimo futuro. Se l’uomo delle classi finora dirigenti comprenderà il suo tempo solo quando sarà in grado di accogliere nel suo intero pensare, sentire e volere, nel senso appena indicato, una nuova forma della questione sociale, d’altro canto sarà altresì necessario che le grandi masse del proletariato operino un mutamento essenziale del loro atteggiamento verso la questione sociale.
Da più di mezzo secolo le masse più larghe del proletariato hanno fatto proprie le idee sociali e socialiste. Abbiamo visto — almeno coloro che non hanno dormito negli ultimi decenni — quali trasformazioni la questione sociale ha subito all’interno delle file del proletariato. Si è potuto vedere quale forma aveva assunto nel momento in cui la catastrofe terribile, che si chiama «guerra mondiale», è scoppiata. Poi è venuta la fine provvisoria di questa catastrofe terribile. Il proletariato si trovò in una nuova situazione. Non si trovò più come prima semplicemente inserito in un ordine sociale, che almeno per l’Europa centrale e orientale era dominato dai vecchi poteri regnanti. Questo stesso proletariato era stato chiamato, in larga misura, a lavorare ora al nuovo assetto dell’istituzione sociale dell’umanità. E proprio di fronte a questo fatto, a questo fatto completamente nuovo della storia, abbiamo sperimentato qualcosa di enormemente tragico.
Le idee a cui il proletariato si era dedicato per decenni, si potrebbe dire, con il suo sangue vitale, si rivelarono come non idonee ora, quando dovevano entrare nella loro realizzazione! E allora abbiamo sperimentato una grande contraddizione storica, propriamente un conflitto. Abbiamo sperimentato come i fatti stessi, i fatti della storia mondiale che si svolgevano attorno a noi, potessero diventare il grande maestro dell’umanità. Abbiamo sperimentato come questi fatti mostrassero da un lato che i circoli finora dominanti, quelli che guidavano, nel corso degli ultimi tre o quattro secoli non avevano sviluppato idee che potessero essere orientative per ciò che si manifestava specialmente nelle questioni economiche, ma anche in altri fatti sociali dell’esperienza umana. La stranezza che si sperimentò fu che coloro che avevano il potere di agire e operare nel mondo dei fatti, se l’erano cavata lasciando che i fatti si svolgessero per così dire da soli. I pensieri, le idee erano diventati troppo a maglie larghe per poter ancora contenere i fatti. I fatti della vita erano cresciuti oltre la testa degli uomini. Ciò si manifestò in modo particolare già per lungo tempo nella vita economica, dove la competizione nel cosiddetto «libero mercato economico» aveva lasciato come unico impulso nella regolazione dell’economia il «profitto» e simili, dove non agivano le idee che plasmassero la vita economica unicamente secondo le questioni della produzione di beni, della circolazione di beni e del consumo di beni, bensì quello che dal caso del libero mercato poteva continuamente portare alle crisi.
E vede, chi voglia veramente vedere, come infine, poiché il funzionamento sociale di questi fatti che si svolgevano senza pensiero si era esteso sui grandi imperi statali, anche gli affari di questi grandi imperi statali si sono messi in movimento, senza che gli uomini attraverso i loro pensieri fossero in grado di dominare i fatti in movimento o di fare qualcosa per orientarsi.
Proprio di fronte a tali cose l’uomo contemporaneo dovrebbe diventare pensieroso. Dovrebbe potersi porre dinanzi agli occhi dello spirito che oggi è effettivamente necessario guardare più profondamente nell’attività umana per comprendere qualcosa come la questione sociale diversamente da come comunemente si fa. È palpabile come i pensieri rispetto ai fatti in movimento siano diventati troppo corti. Ma gli uomini non vogliono vedere tali cose. Nel corso degli ultimi tre o quattro secoli si sono abituati a prendere la routine commerciale, la routine pubblica per «pratica di vita». Si sono abituati a considerare chiunque guardi oltre e possa giudicare da una visione d’insieme delle cose come un utopista o un idealista impratico. Mi permetto, solo per illustrare un po’ quello che ho appena detto, di partire da un’osservazione apparentemente personale. Ma questa osservazione personale non è intesa in modo personale. Poiché oggi, quando il destino del singolo è così strettamente intrecciato col destino generale dell’umanità, solo fatti onestamente intesi, osservati personalmente, possono agire sufficientemente in modo illustrativo per ciò che nella vita pubblica sono gli impulsi, i motori.
All’inizio della primavera del 1914 ero in una serie di conferenze che avevo tenuto a Vienna su argomenti di scienza dello spirito, allora, mesi prima dello scoppio della cosiddetta guerra mondiale, ero costretto davanti a una piccola riunione — se l’avessi detto davanti a una più grande, mi avrebbe naturalmente deriso — a sintetizzare quello che si era formato come mia visione del divenire sociale delle condizioni contemporanee. Dissi allora: Per chi guarda con occhio spirituale sveglio ciò che accade nella nostra vita pubblica all’interno del mondo civilizzato, ciò si presenta permeato come da una formazione di ascesso sociale, da una grave malattia sociale, da una sorta di formazione di cancro sociale. E ciò che è questa malattia strisciante all’interno della nostra vita economica, ma anche all’interno della nostra intera vita sociale, dovrà nel prossimo tempo manifestarsi in una catastrofe terribile.
Ebbene, chi era, all’inizio della primavera 1914, se parlava di una catastrofe imminente ricavando dagli eventi che si svolgevano per così dire al di sotto della superficie delle cose? Era un «idealista impratico» — se alle persone non veniva in mente di dire che ero un pazzo. Quello che allora dovetti dire contrasta certamente con quello che in quel periodo e ancora un po’ più tardi dissero i cosiddetti «pratici», quei pratici responsabili, che erano degli uomini di routine piuttosto che dei pratici, ma che con altezzosità guardavano dall’alto in basso chiunque cercasse di cogliere la storia contemporanea da una qualche conoscenza di idee. Cosa dissero quei pratici riguardo ai tempi di allora? Uno di quei pratici, che era persino ministro degli esteri di uno stato dell’Europa centrale, annunciò ai rappresentanti illuminati del suo popolo poco dopo che il rilassamento generale della situazione politica faceva progressi incoraggianti, così che nel prossimo tempo si poteva contare su una situazione pacifica all’interno dei popoli europei. Aggiunse: Le nostre relazioni amichevoli di buon vicinato con Pietroburgo stanno benissimo, poiché grazie agli sforzi dei governi il Gabinetto di Pietroburgo non si cura delle esternazioni della massa di stampa, e le nostre relazioni amichevoli con Pietroburgo continueranno nel futuro così come sono state finora. E i nostri negoziati con l’Inghilterra speriamo di condurli a un tale risultato che anche con l’Inghilterra nel prossimo tempo già avranno luogo le migliori relazioni. — Colui che disse questo era un «pratico». Quello che disse l’altro era «teoria grigia»!
Si potrebbero caratterizzare con innumerevoli esempi le vedute, meglio dire, gli insegnamenti riguardo ai fatti da parte dei pratici all’inizio di quel periodo che è diventato così orribile per l’umanità. È davvero molto istruttivo, i fatti parlano chiaramente, vedere che tali pratici parlavano di pace — e i mesi successivi portarono questa pace in modo che per alcuni anni i popoli civilizzati si occuparono di uccidere dieci o dodici milioni di persone, secondo il calcolo più basso, e di ridurre tre volte tanto a mutilati. Non voglio menzionare queste cose per il riscaldamento di sensazioni. Devo menzionarle perché mostrino come i pensieri degli uomini siano diventati a maglie troppo larghe e non bastino più a dominare i fatti. Questi processi saranno visti nella giusta luce solo quando negli stessi fatti si riconoscerà il grande maestro per il fatto che abbiamo bisogno, per giungere al risanamento dei nostri rapporti sociali, non di pensare a piccoli cambiamenti di questo o quell’istituzione, ma a un grande imparare di nuovo e ripensare, non a un piccolo regolamento dei conti, ma a un grande regolamento dei conti con il vecchio che è marcio e putrido e non deve più confluire in quello che dovrà accadere per il futuro.
Quello che si può dire per i grandi affari dell’umanità si potrebbe dire anche per la vita del diritto o economica nel dettaglio. Dappertutto si parla in modo che i pensieri non bastino a dominare i fatti. Perciò si può dire che i circoli finora dirigenti hanno l’esperienza, ma mancano loro, per questa esperienza, le necessarie idee pratiche viventi e i pensieri. E di fronte a questi circoli dirigenti sta la grande massa del proletariato. Questo proletariato si è formato, si potrebbe dire, sotto un rigido insegnamento dei pensieri marxisti durante più di mezzo secolo. Ma oggi non è proprio corretto guardarsi attorno tra le masse proletarie per informarsi su come pensano. È relativamente facile, anzi talvolta molto, molto facile, confutare adeguatamente quello che le masse proletarie e i loro capi pensano riguardo agli affari economici. Ma non è questo il punto. Piuttosto il punto è che è un fatto storico che attraverso le anime, attraverso i cuori delle masse proletarie si sono depositate le sedimentazioni di quello che si è formato da pensieri intensamente operanti, si potrebbe dire, come una teoria proletaria.
Ma questa teoria, che ora, dopo il crollo del vecchio, avrebbe potuto già provare di più di come si è provata rispetto alla pratica della vita, ha una stranezza particolare che è comprensibile. Poiché come le cose nello sviluppo sociale dell’umanità attraverso l’influenza dell’ordine economico capitalistico e della tecnica moderna nel corso degli ultimi tre o quattro secoli, particolarmente però dell’Ottocento, si sono formate, il proletariato è stato sempre più inserito solamente nella vita economica; ma in modo così inserito che ogni singolo membro di questo proletariato aveva da svolgere un lavoro molto strettamente circoscritto. Questo lavoro strettamente circoscritto era fondamentalmente tutto quello che egli vedeva realmente della vita economica sempre più comprensiva. Quale meraviglia che il proletario sperimentasse — sperimentasse nel destino del suo corpo e della sua anima — come la vita economica più moderna si sviluppasse sotto l’influenza della tecnica e del capitale privato, ma che però non potesse dominare i motori, le molle che agivano in questa vita economica! Era per così dire il lavoratore in questa vita economica, ma la sua posizione sociale gli impediva di guardare adeguatamente nel funzionamento di questa vita economica, nella modalità come questa vita economica viene amministrata. E solo troppo comprensibile è che da tali fatti si formasse qualcosa i cui frutti sono ora presenti. Si formò come da impulsi istintivi, da impulsi inconsci e da esigenze del proletariato una teoria socialista proletaria molto estesa, che però fondamentalmente è molto, molto lontana sia dai fatti economici che dagli altri fatti sociali, poiché il proletario non poteva ottenere una visione vera dei motori, delle molle effettive dei fatti economici e degli altri fatti sociali e dovette quindi accettare quello che gli veniva portato anche in modo unilaterale dal marxismo. E così troviamo che nel corso di decenni cose si sono profondamente innestate nell’animo dei proletari, cose che fondamentalmente, in essenza, sono giustificate profondamente quanto possibile, ma che completamente passano accanto ai fatti.
Voglio citare un esempio. Quanto fortemente ha agito nell’agitazione che si è riversata sul proletariato dalle vedute teoriche dei suoi capi la parola: In futuro non si deve più produrre per produrre. Si deve produrre solo per consumare! — Certo, una parola efficace, una parola che — cosa che non si può dire di molti slogan del presente — è persino «vera», ma una parola che diventa un’astrazione priva di essenza e ti sfugge di mano quando la pensi con senso pratico, con vera visione delle condizioni economiche. Poiché la pratica dipende da questo: Come si fanno le cose? Di fronte alla pratica non si è fatto nulla se si eleva solo l’esigenza: si dovrebbe solo produrre per il consumo. Questo è qualcosa che pone all’anima l’immagine di quanto potrebbe essere bella la vita economica se non dominasse il profitto, ma sempre solo la prospettiva del consumo. Ma non c’è nulla in questa frase che indicasse in qualche modo come dovrebbe essere plasmata la struttura della vita economica affinché il sentimento che si esprime in queste parole possa effettivamente trovare posto. E così stanno le cose con molte delle parole — toccheremo ancora molte cose — che talvolta provengono da profonde verità, ma che sono diventate parole di agitazione e slogan di partito del proletariato. Sono diventate astrazioni e si presentano come indicazioni utopistiche verso un futuro indeterminato. E chi è sinceramente interessato al proletariato deve dirsi: Così vive questo povero proletariato, che oggi eleva le sue giuste esigenze, in tali concezioni, delle quali si deve dire che benché siano una teoria, rimangono lontane dai fatti della vita — poiché il proletario è stato strappato da questi fatti e collocato in un luogo isolato dove ha sempre visto solo un singolo piccolo angolo della vita.
Questo è il conflitto al quale ho voluto indicare, che si esprime da un lato nella condizione dei circoli dirigenti, i quali hanno il potere sui fatti, ma nessuna idea per dominare questi fatti, — e dall’altro lato nel proletariato, che ha acquisito idee, ma con queste idee come idee completamente astratte rimane lontano dai fatti, estraneo ai fatti.
Quando si caratterizzano cose come quella che ho appena detto con poche parole, si indica su forze e impulsi che agiscono nella storia, che fondamentalmente sono più significativi di qualsiasi cosa si sia fino a ora svolta nel corso storico dell’umanità. Parole come quelle della «pratica senza idee dei circoli dirigenti» e della «teoria impratica del proletariato» si pesano correttamente solo quando si ha un sentimento per quello che così terribilmente vivace, così reciprocamente distruttivo fluisce attraverso le attuali correnti di sviluppo dell’umanità. Il fatto che un tale contrasto esista tra lo stato d’animo dei circoli dirigenti e quello del proletariato porta a, e ha portato a, che oggi esista un profondo abisso tra tutto quello che è il pensare, il sentire, il volere e l’agire dei circoli dirigenti, e tra quello che sono i desideri, i desideri, gli impulsi di volontà del proletariato. Non si comprende neppure correttamente quello che effettivamente oggi dovrebbe venire dalle profondità, quello che dal proletariato come richiesta del tempo ti viene incontro! Quando dalle file proletarie ti viene incontro l’insegnamento del plusvalore, l’insegnamento appena indicato che si dovrebbe produrre solo per consumare, l’insegnamento della trasformazione della proprietà privata in proprietà comune, certamente comprendi queste cose secondo il tenore letterale. Ma questo tenore letterale dei desideri e delle concezioni proletarie — che cosa è propriamente? È quello che dovrebbe dare motivo ai circoli bourgeois dirigenti di criticare logicamente queste teorie proletarie quando vengono espresse? Non c’è nulla di più ingenuo nel presente che quando dal lato proletario risuona l’insegnamento del plusvalore e poi qualche sindacalista o direttore di una società per azioni dice la cosa ovvia, che il plusvalore, calcolato dalle banconote e così via, è così basso che se lo si volesse distribuire non ne uscirebbe nulla per il singolo. È la cosa più ingenua comportarsi così per esempio verso la teoria del plusvalore. Poiché quello che i signori fanno di «calcolo» è completamente ovvio, contro di ciò non c’è assolutamente nulla da obiettare. Ma non si tratta affatto di queste cose. Poiché se si vuole «confutare» in questo modo quello che è immediatamente detto nelle parole delle teorie proletarie, allora è proprio come se in una stanza si vede il termometro, e mostra tanti gradi, e poi, se il numero di gradi non ti piace, se sono troppo bassi o troppo alti, si volesse far salire il termometro con una piccola fiamma. Nel fatto che ci si occupa di correggere il termometro, certamente non ci si occupa di quello che potrebbe stare come cause alla base. Quello che oggi sono le teorie proletarie, prenderle letteralmente e confutarle è ingenuo. Poiché le teorie proletarie non sono nient’altro che — se volessi parlare in modo erudito, direi — un esponente di qualcosa che giace molto più profondamente, di dove lo si cerca adesso. Proprio come il termometro mostra la temperatura di una stanza, ma non la crea, così le teorie proletarie sono qualcosa, per così dire da uno strumento, da un segno, per riconoscere quello che in questo modo vive nella questione sociale nel presente e nel prossimo futuro. E così ordinariamente le persone se la cavano con troppa comodità. Si guarda a questa questione solo come a una questione economica, poiché gli è venuta incontro per prima come economica dalle esigenze del proletariato, che era appena ristretto alla vita economica nel tempo del capitalismo privato e della tecnica. E non si vide quello che effettivamente stava dietro tutte le concezioni che nelle teorie proletarie si riferiscono al capitale, al lavoro e alla merce. Il proletario sperimenta l’intera sfera della vita umana nel campo dell’economico. Perciò la questione sociale si sposta per lui interamente in una prospettiva economica.
Chi ha l’occasione di acquisire una visione più ampia dovrebbe vedere come chiaramente si distinguano gli uni dagli altri tre campi della vita, su cui si mostrano a noi tre dei punti cardine della questione sociale. Chi ha imparato — forse solo ora dopo che la rivoluzione è venuta — a non solo pensare al proletariato, chi ha imparato dal suo destino di vita a non solo pensare e sentire riguardo al proletariato e al suo riguardo, ma a pensare e sentire con esso, colui può guardare, da quello che giace nelle parole, che, si potrebbe dire, come parole cardine corrono attraverso tutte le teorie socialiste, a quello che accade nelle profondità dei migliori tra i proletari. Quali sono dunque tali parole cardine?
Abbiamo innanzitutto la parola cardine del plusvalore, alla quale ho già indicato. Basta aver frequentato molti proletari come uomo con uomo, e aver visto come la parola del plusvalore ha colpito profondamente l’animo dei proletari. E su questo colpire dipende, non sulla verifica teorica. Chi, come me, ha agito negli anni in cui le cose si sono svolte in modo particolarmente incisivo all’interno del movimento sociale dei tempi nuovi, qui a Berlino nella scuola di educazione dei lavoratori fondata da Wilhelm Liebknecht, il vecchio Liebknecht, conosce qualcosa di più su questa questione che è stata appena indicata, più dalla pratica della vita che forse i capi sindacali e specialmente che — come devo esprimermi per non offendere? Si è detto giustamente: c’erano «profittatori di guerra» e dopo la guerra «profittatori di rivoluzione»; sempre mi è sembrato: c’erano «chiacchieroni di guerra» e dopo la guerra — «chiacchieroni di rivoluzione»! Ma quello che si intendeva per plusvalore era che si diceva: Il proletario lavora attivamente, produce questi o quei prodotti. L’imprenditore invece porta questi prodotti al mercato, e dà al lavoratore tanto quanto è necessario perché il lavoratore possa mantenere la sua vita, altrimenti non potrebbe neppure lavorare per l’imprenditore, — il resto è plusvalore. Certo, con questo plusvalore stanno le cose nel modo in cui oggi parla Walther Rathenau — non voglio dire nulla riguardo a questo uomo così calunniato — , ma riguardo alla questione sociale si trova nei più grandi errori. È completamente vero che questo plusvalore, se lo si distribuisse, non porterebbe alcun miglioramento ai membri delle larghe masse proletarie. Ma attraverso operazioni di calcolo che volano per aria non si arriva neanche alle cose. Piuttosto si deve catturare questo plusvalore nel modo corretto rispetto al suo significato sociale. Dovrebbe veramente esserci così poco plusvalore, come per esempio Rathenau «calcola» correttamente? No! Poiché allora non ci sarebbero a Berlino teatri, nessuna università, nessun liceo,
nulla di tutto quello che si chiama vita culturale, quello che si chiama vita dello spirito dell’umanità. Tutto questo è in verità per la massima parte sostenuto dal cosiddetto plusvalore. Ma non si tratta affatto di come questo plusvalore viene spinto alla superficie nella merce e nella circolazione del denaro, bensì che in quello che è discusso solo con lo slogan plusvalore si esprime l’intera relazione della vita dello spirito moderna con la larga massa del popolo che non può partecipare direttamente a questa vita dello spirito.
Chi ha insegnato per anni tra i lavoratori e si è sforzato di insegnare loro quello che spinge direttamente da un sentimento umano generale, quello che è parlato da uomo a uomo, sa quale carattere debba avere un’educazione dello spirito che sia universalmente umana, e come questa educazione dello spirito si differenzi da quella che si è formata nel corso degli ultimi tre o quattro secoli proprio sotto l’influenza dell’ordine economico capitalistico privato e della tecnica. Se mi è permesso di parlare di nuovo personalmente — il personale illustra l’universale — posso forse dire: Sapevo che quando parlavo per settimane, per ore davanti ai proletari, allora parlo così che nelle loro anime risuonano corde affini; questi uomini ricevono un sapere, una conoscenza con cui possono andare, che possono accogliere. Ma allora venivano anche quei tempi in cui anche il proletario doveva eseguire la moda di partecipare all’«educazione» — a quella educazione che in senso spirituale era il risultato della cultura dominante, bourgeois. Allora doveva portare questi proletari nei musei, doveva mostrare loro quello che era proceduto dal modo di sentire della classe umana dominante, che sentiva in modo bourgeois. Sì, allora sapeva — se eri sincero, lo sapevi, se non eri sincero, ti dicevi frasi su educazione del popolo e simili — : Tutto questo non crea nessun ponte tra la cultura dello spirito e l’educazione dello spirito dei circoli dirigenti e quello che è il desiderio dello spirito e il bisogno dello spirito del proletariato. Poiché arte, scienza, religione si possono comprendere solo quando procedono da circoli umani con i quali si sta su uguale terreno sociale, così da poter condividere con loro gli stessi sentimenti e sentimenti sociali — non quando c’è una frattura tra coloro che dovrebbero godere l’educazione e coloro che possono veramente godere questa educazione. Allora si sperimentava una profonda menzogna culturale. E oggi non si deve certamente diffondere un’oscurità benevola su queste cose, ma oggi devono essere viste chiaramente. Allora si sperimentava questa profonda menzogna culturale che consisteva nel fatto che si istituivano scuole per l’educazione popolare di tutti i tipi e si voleva comunicare alle persone un’educazione che non poteva raggiungerle tramite nessun ponte. Allora il proletario stava da un lato dell’abisso, guardava dall’altra parte quello che veniva prodotto in arte, in costumi, religione, scienza dai circoli dirigenti, non lo comprendeva, lo riteneva qualcosa che riguardava solo — come un lusso — questi circoli dirigenti. Allora il proletariato vedeva l’uso, la realizzazione del plusvalore, dicendo la parola del plusvalore. Questo proletariato sentiva qualcosa di completamente diverso da quello che in questo linguaggio da termometro si diceva del plusvalore. Sentiva: C’è una vita dello spirito che viene prodotta dalle nostre produzioni, dal nostro lavoro; la produciamo, ma ne siamo esclusi!
Così deve essere vista la questione del plusvalore, quando non è teorica — quando è vivente, quando è vista così come effettivamente sta nella vita. Allora vediamo anche quello che è la prima questione cardine della ampia questione sociale: vediamo la parte spirituale della questione sociale. Vediamo come nello stesso tempo in cui negli ultimi tre o quattro secoli è sorta la tecnica moderna, la scienza moderna e insieme la forma economica capitalistico privata, è sorta anche una vita dello spirito che diventa sempre più solo quello che deve vivere nell’anima di quegli uomini che sono separati da una profonda frattura dalle grandi masse larghe, per la cui educazione provvedono in modo insufficiente, dalla cui educazione si staccano. Perciò si guarda con cuore sanguinante quando si apprende come in questi circoli dirigenti, con buone intenzioni e buona volontà, ci si intratteneva in stanze a specchio ben riscaldate sui modi di essere fraterni con tutti gli uomini, sui modi di amare tutti gli uomini, come ci si intratteneva di tutte le virtù cristiane — con un riscaldamento da stufa che era prodotto da quei carboni che venivano trasportati dalle miniere di carbone, nella quale venivano calati bambini di nove anni, undici anni, tredici anni, che letteralmente — per la metà dell’Ottocento era letteralmente così; più tardi non è diventato migliore per merito dei circoli dirigenti dominanti, ma per le esigenze del proletariato — dovevano scendere nelle miniere prima dell’alba e potevano risalire solo dopo il tramonto del sole, così che questi poveri bambini non vedevano la luce del sole l’intera settimana.
Si crede oggi che queste cose vengono dette per aizzare. No! Devono essere dette per indicare come il contenuto della vita dello spirito degli ultimi tre o quattro secoli si sia staccato dalla vita effettiva degli uomini. Si è potuto parlare — astrattamente — di morale, di virtù, di religione, senza che la vita effettiva, operante pratica venisse in alcun modo toccata da questo parlare di fraternità e amore del prossimo, di cristianesimo e così via. È questo che pone davanti a noi come un punto cardine distinto della questione sociale la questione dello spirito. Guardiamo lì l’intera ampiezza della vita dello spirito, particolarmente della vita dello spirito rispetto all’uomo contemporaneo e del prossimo futuro, che si svolge nel campo dell’educazione e dell’insegnamento. È accaduto così che nel corso degli ultimi tre o quattro secoli, attraverso il modo in cui i singoli territori principeschi si sono trasformati nei singoli stati nazionali economici, la vita dello spirito nelle sue parti più importanti e pubbliche è stata assunta dall’ordine statale. E oggi se ne è orgogliosi che da parte della scienza, da parte della vita dello spirituale in generale, il sistema di insegnamento e di educazione — certamente con ragione — sia stato strappato dall’appartenenza medioevale alla religione, alla teologia. Si è molto orgogliosi e l’ha sempre ripetuto: Nel Medioevo era così che la vita dello spirito, la vita della scienza della teologia, della chiesa la seguisse. Certo, questi tempi non devono essere desiderati di nuovo; non vogliamo tornare indietro, vogliamo andare avanti. Ma oggi è già un altro tempo. Oggi non si deve solo indicare con alterigia come nel Medioevo la vita dello spirito della chiesa la seguisse. Oggi deve essere indicato qualcosa d’altro. Prendete un esempio per l’illustrazione che non è troppo lontano da noi.
Uno studioso naturalistico molto significativo, che molto stimo — certamente queste cose non vengono dette per la riduzione degli uomini — , che era anche segretario dell’Accademia delle Scienze di Berlino, parlò di come questa Accademia di Berlino stesse davanti al sistema pubblico dello stato. Il signore disse allora in un discorso ben costruito: i membri di questa accademia scientifica si contavano come loro particolare onore di essere le truppe di protezione scientifica degli Hohenzollern. Questo è solo un esempio di tali che non si potrebbero addurre cento volte, ma mille e ancora mille volte, che pone alle labbra la domanda: Cosa sta oggi al posto di dove nei tempi antichi la vita dello spirito della chiesa la seguisse? A chi la vita dello spirituale la segue oggi? Non era neppure così male nel passato più recente come dovrebbe diventare se veramente dovessero entrare ordini statali sotto cui potrebbe aprirsi il terribile regime di insegnamento che si è aperto nell’Oriente europeo, e che sufficientemente prova che porterebbe la morte di tutta la cultura. Non dovete guardare solo al passato, ma soprattutto al futuro e dovete dire: È venuta l’ora in cui la vita dello spirito come membro autonomo dell’organismo sociale dovrà emergere, dove dovrà essere posta sull’autoamministrazione.
Si incontra, esprimendo cose così, oggi innumerevoli pregiudizi. Si è visti come persone pazze se oggi non si può indicare il grande beneficio che sta nella statalizzazione del sistema di insegnamento e di educazione. Ma la guarigione che deve essere cercata, sarà trovata solo quando dall’insegnante del livello scolastico più basso fino all’insegnante delle università l’intero sistema di insegnamento e di educazione e la vita dello spirito che vi è connessa sarà posta sull’autoamministrazione — non sull’amministrazione dello stato! Questo appartiene ai grandi regolamenti dei conti che oggi devono essere fatti.
Il circolo di persone che per primo mi ha mostrato gentilezza quando si trattava di incorporare l’impulso della triarticolazione nel presente, questo circolo è quello dal quale ora anche a Stoccarda sorge la prima vera scuola unitaria libera. All’industria Waldorf-Astoria deve associarsi per prima una scuola unitaria modello, che deve essere posta su quella pedagogia e didattica, su quell’insegnamento educativo che non sorge da nient’altro che dalla conoscenza reale e vera del divenire dell’uomo. Colui che ha tra i sette e i quindici anni di vita non è diverso, a quale classe e a quale condizione appartenga. Ma lo si deve prima conoscere se lo si vuole insegnare e educare.
Siccome io ero colui che a Stoccarda doveva tenere il corso preparatorio per il corpo insegnante che opera in questa scuola Waldorf, così me ne arrivarono nelle mani anche quelle cose che oggi vengono assunte come una cosa scontata. Non si sospetta neppure quello che c’è nel fatto che queste cose vengono assunte come cosa scontata! Ma in realtà si sono formate solo negli ultimi decenni. Si può, in una tale occasione — poiché le cose che sono oggetto della pratica della vita devono allo stesso tempo essere oggetto dell’esperienza di vita — indicare che quello che si dice non si dice dalla leggerezza di una vita giovanile, ma solo dopo aver osato dirlo quando, come me, si è quasi completato un sesto decennio di vita. Allora ci si ricorda di come gli orari scolastici fossero prima ancora brevi e come quello che doveva essere oggetto dell’insegnamento fosse rappresentato dai discorsi, dai libri e dalle esperienze di coloro che stavano nell’educazione viva, che traevano dallo spirito. Ma oggi non si ha un breve orario — oggi si hanno libri spessi in cui non solo c’è scritto che si deve trattare questo in un anno scolastico e quello in un altro anno scolastico, bensì in cui è anche prescritto come si deve trattare le cose. Quello che dovrebbe essere oggetto dell’insegnamento libero è diventato e è già diventato oggetto del «foglio di disposizioni». Se non avremo un chiaro, sufficiente sentimento di quello che di non-sociale c’è in queste cose, non saremo maturi per collaborare al vero risanamento dell’umanità. Nella fondazione della vita dello spirito libera, indipendente dallo stato, giace quindi il primo punto cardine della questione sociale. Lì è il primo dei tre membra autonomi dell’organismo sociale tripartito da erigere. Quando si sostengono oggi queste cose, quando si indica come bene possa essere che in futuro nessuno all’interno del membro spirituale dell’organismo sociale amministrerà se non colui che ha anche una partecipazione attiva nella vita dello spirito, allora questo per quanto riguarda l’insegnamento avrà poco a che fare con l’insegnamento nell’attuale stato unitario. L’intera vita starà come in una repubblica modello.
Ognuno non insegnerà solo secondo le esigenze di una disposizione, ma trarrà dallo spirito quello che giova all’insegnamento e all’educazione. Non ci si dovrà porre la domanda soltanto secondo le esigenze di una disposizione per l’insegnamento, ma solo: Cosa giace nell’essenza dell’uomo stesso fondato, in modo che possa essere tirato fuori dal divenire dell’uomo, così che quando ha ricevuto queste forze staccate dalle profondità del suo essere, non stia come un uomo debole di volontà, spezzato, come oggi stanno molti, ma stia così da essere all’altezza del suo destino e possa anche collaborare a quello che sono i suoi compiti nella vita. Questo segnala il primo membro nella triarticolazione dell’organismo sociale.
Naturalmente, quando si esprimono questi pensieri, prima si incontra una domanda, un’obiezione, come l’ho sperimentato in una città dell’Italia meridionale. Allora mi ha risposto dopo una conferenza, nella discussione, un professore universitario all’incirca in questo modo: Noi Tedeschi saremo in futuro un popolo povero. Quell’uomo là vuole rendere autonoma la vita dello spirito. Il povero popolo non potrà pagare la vita dello spirito autonoma, poiché non avrà denaro. Si dovrà quindi ricorrere alla cassa dello stato, si dovrà pur pagare il sistema scolastico dalle tasse, e come potrà allora diventare autonomo, come potrà allora non aver dovuto porre su di sé il diritto di supervisione dello stato, poiché deve essere mantenuto dallo stato? — Potevo solo rispondere che mi sembra molto strano se il professore crede che quello che si prende come tasse dalla cassa dello stato cresca in qualche modo da lì, e che in futuro non sia preso dal «popolo povero». Ma quello che soprattutto si incontra è la mancanza di pensiero su tutti i campi. A essa deve essere contrapposto un vero pensiero che guarda nei fatti della vita, pensiero pratico. Questo porterà anche programmi pratici di vita che si potranno realizzare.
E come la vita dello spirito, il sistema di insegnamento e di educazione deve diventare autonomo, così dall’altro lato la vita economica. È molto strano come nei tempi nuovi dal profondo della natura umana siano sorte due esigenze: quella di democrazia e quella di socialismo. Entrambi, democrazia e socialismo, si contraddicono. Prima della catastrofe della guerra mondiale si erano fusi insieme questi due impulsi contraddittori e persino si era dato il nome a un partito, la socialdemocrazia, da loro. Ferro di legno è approssimativamente la stessa cosa. Entrambi, socialismo e democrazia, si contraddicono, ma entrambi sono esigenze completamente sincere e oneste dei tempi nuovi. Ora la catastrofe della guerra mondiale è passata davanti a noi, ha portato i suoi risultati, e ora sentiamo come l’esigenza sociale si pone e non vuol sapere nulla di un parlamento democratico. Come l’esigenza sociale di nuovo teoricamente, senza avere il minimo sospetto di come i fatti effettivamente stiano, si pone con parole completamente astratte come «conquista del potere politico», «dittatura del proletariato» e simili, questo certamente procede dai fondamenti del sentimento socialista, ma prova che ci si è accorti che anche il sentimento socialista contraddice il sentimento democratico. Il futuro, che deve far conto alle realtà della vita, non alle parole d’ordine, deve riconoscere come colui che sente in modo socialista ha ragione quando prova per così dire qualcosa di inquietante di fronte alla «democrazia», e come d’altro canto colui che sente in modo democratico ha ragione quando prova l’orribile davanti alle parole «dittatura del proletariato».
Come stanno effettivamente le cose in questo campo? Dobbiamo solo considerare la vita economica in connessione con la vita statale esattamente come abbiamo appena considerato la vita dello spirito in connessione con la vita statale. Era di nuovo il pregiudizio degli uomini dei tempi nuovi, particolarmente di coloro che credevano di pensare in modo assai progressista, che lo stato sempre più dovrebbe diventare un’impresa economica. Posta, telegrafo, ferrovia e così via furono posti sotto l’amministrazione statale, e presto si voleva estendere l’amministrazione statale su sempre più campi economici. Questa è una cosa vasta e comprensiva, che tocco ora con alcune parole, e purtroppo — poiché sono costretto a sviluppare queste cose in una breve conferenza — mi devo esporre al pericolo che quello che è esposto in parole molto oggettive e potrebbe essere provato con innumerevoli esempi dalla storia recente sia indicato come dilettantismo. Ma non è così. Ma quello che c’è qui come un pregiudizio dei più progressisti si mostrerà proprio quando si prenderà seriamente il socialismo nella sua vera forma. E si mostrerà nella sua vera forma quando si dovrà prendere seriamente anche una parola che dai suoi momenti più luminosi Friedrich Engels ha espresso nella sua scrittura «Lo sviluppo del socialismo dall’utopia alla scienza». Dice più o meno così: Se si guarda la vita statale come si è sviluppata nel presente, si trova che essa comprende la gestione dei rami di produzione, la direzione della circolazione delle merci. Ma poiché lo stato ha fatto economia, ha allo stesso tempo regnato su uomini. Ha dato le leggi secondo cui si devono comportare — sia nelle loro azioni economiche che al di fuori di esse — quegli uomini che stanno dentro la vita economica. La stessa istanza ha fatto economia — e ha dato le leggi per il comportamento degli uomini che stanno dentro la vita economica. Questo in futuro deve essere diverso.
Engels l’ha riconosciuto del tutto correttamente. In futuro, sul terreno dove si fa economia, non si deve più regnare su uomini, intendeva Engels; bensì su questo terreno si deve solo amministrare quello che è produzione, e si deve solo guidare quello che è circolazione di merci. Questa era una visione corretta — ma una mezza verità o davvero solo un quarto di verità. Poiché se quello che si è concretizzato in leggi su questo campo economico, che prima coincideva con la vita statale, viene tolto dall’amministrazione e direzione economica, deve ricevere il suo proprio posto — certamente non un posto dal quale gli uomini vengono regnati centralisticamente, ma il posto dove si reggono democraticamente da soli.
Questo significa: I due impulsi, democrazia e socialismo, indicano che due campi distinti l’uno dall’altro accanto al membro dello spirito autonomo dell’organismo sociale devono stare ancora nell’organismo sociale complessivo, cioè quello che rimane dell’antico stato. È l’amministrazione dell’economico e quella del diritto pubblico o in altre parole tutto ciò su cui ogni uomo è capace di giudizio quando è diventato maggiorenne.
Poiché cosa giace nell’esigenza di democrazia? In essa giace che l’umanità moderna storicamente vuole maturare per amministrare legalmente sul libero terreno dello stato, sul libero terreno del diritto quello in cui tutti gli uomini sono eguali tra loro, su cui quindi ogni uomo diventato maggiorenne accanto a ogni altro uomo diventato maggiorenne può decidere mediatamente o immediatamente — mediatamente attraverso rappresentanza, immediatamente attraverso qualche referendum. Così in futuro dobbiamo avere un terreno autonomo del diritto che sarà la continuazione dell’antico stato di forza e violenza, e che sarà per la prima volta il vero stato di diritto. Un vero stato di diritto non sorgerà mai in altro modo se non che in esso solo quegli affari vengono regolati attraverso leggi su cui ogni uomo diventato maggiorenne è capace di giudizio, e a questi affari appartiene di nuovo qualcosa su cui il proletariato ha molto parlato, ma le cui parole di nuovo devono essere prese come il termometro sociale. Poiché di nuovo profondamente ha colpito il cuore del proletariato una parola di Karl Marx: C’è un’esistenza indegna dell’uomo quando il lavoratore al mercato del lavoro deve vendere la sua forza di lavoro come una merce. Poiché come si paga una merce con il prezzo della merce, così si paga la forza di lavoro come equivalente alla merce attraverso il salario, attraverso il prezzo per la merce forza di lavoro! Era una parola, non così tanto significativa nello sviluppo dell’umanità moderna attraverso il suo contenuto materiale, quanto attraverso l’illuminazione fulminea che è calata nel proletariato, quell’illuminazione fulminea di cui i circoli dirigenti veramente non hanno idea. E da dove viene tutto questo? Viene dal fatto che nel ciclo economico, cioè nella produzione di merci, nella circolazione di merci e nel consumo di merci, l’unica cosa che appartiene al ciclo economico, viene introdotto in modo caotico, in modo disorganico anche l’ordinamento del lavoro secondo la misura, secondo il tempo, secondo il carattere eccetera. E non ci sarà guarigione in questo campo fino a quando non sarà tolto dal ciclo economico il carattere, la misura e il tempo del lavoro umano, sia esso lavoro spirituale, sia esso lavoro fisico. Poiché l’ordinamento della forza di lavoro non appartiene alla vita economica, dove colui che è economicamente più potente ha anche il potere di imporre all’economicamente debole il tipo di lavoro. L’ordinamento del lavoro da uomo a uomo, quello che un uomo lavora per l’altro, deve essere ordinato sul terreno del diritto, dove ogni uomo diventato maggiorenne sta di fronte a ogni altro uomo diventato maggiorenne come uguale. Quanto devo lavorare per l’altro, non lo devono decidere presupposti economici, bensì unicamente e solamente quello che nel futuro stato, che è lo stato di diritto, di fronte all’odierno stato di forza, si svilupperà.
Anche lì si incontra di nuovo un fascio di pregiudizi quando si esprime qualcosa di simile. Oggi è facile che le persone dicano: Finché l’ordine economico è dato dalle circostanze del libero mercato, finché sarà naturalmente evidente che il lavoro dipende dalla produzione, da come si pagano le merci. Ma chi crede che deve restare così non vede come storicamente sorgano richieste completamente diverse. In futuro si dovrà dire: Come sarebbe stolto se gli uomini che devono amministrare un qualche ramo di attività si riunissero e prendessero i libri contabili dell’anno 1918 e dicessero: Lì abbiamo prodotto così e così tanto, dobbiamo ottenere altrettanto anche quest’anno. Adesso è settembre, abbiamo bisogno quindi, per raggiungere questo, ancora di così e così tanti giorni in cui piove, e così e così tanti in cui deve esserci il sole, e così via. — Non puoi prescrivere alla base naturale che si orienti secondo i prezzi, ma devi orientare i prezzi secondo la base naturale. Da un lato la vita economica confinerà con la base naturale, dall’altro lato con lo stato di diritto, dove anche il lavoro sarà ordinato. Lì da pure fondamenta democratiche si dovrà stabilire quanto a lungo l’uomo debba lavorare, e i prezzi si determineranno secondo questo — cioè secondo le fondamenta naturali, così come oggi i prezzi in agricoltura si determinano secondo le fondamenta naturali. Non si tratta di pensare al miglioramento di piccoli dispositivi; si tratta di dover ripensare e reimparare. Solo quando sul terreno autonomo e democratico comune, dove un uomo sta di fronte all’altro come diventato maggiorenne, come uguale all’uguale, si giudica sulla forza di lavoro, e quando l’uomo come uomo libero porta questo lavoro nella vita economica autonoma, dove non vengono conclusi contratti di lavoro, bensì contratti sulla produzione, allora cesserà dalla vita economica quello che oggi crea inquietudine. Questo deve essere compreso chiaramente.
In questa brevità di tempo posso solo indicare queste cose. Molto volentieri terrei un ciclo di conferenze, ma stavolta non si può. Ma devo ancora indicare come il terzo membro, la vita economica, si plasmi nell’organismo sociale tripartito, come debba sporgere nel futuro.
In questa vita economica non deve, come finora, esserci: amministrazione del capitale, amministrazione del suolo, amministrazione dei mezzi di produzione — è comunque amministrazione del capitale — , amministrazione del lavoro, bensì solamente deve essercene amministrazione della produzione di merci, della circolazione di merci e del consumo di merci. E come la cellula primitiva di questa vita economica, che deve essere fondata solo su conoscenza materiale e competenza professionale, la formazione dei prezzi, come dovrà svolgersi?
Non attraverso il caso del cosiddetto libero mercato, come è stato finora nell’economia nazionale e nell’economia mondiale! Così dovrà svolgersi che su terreno di associazioni che organicamente sorgono tra i singoli rami di produzione e le cooperative di consumo, attraverso uomini che sono esperti di materia e competenti di mestiere da queste cooperative, organicamente si raggiunga, razionalmente si raggiunga quello che oggi il caso del mercato produce in modo crisico. Sarà nel futuro, quando la determinazione della misura, del carattere del lavoro umano cade nello stato di diritto, approssimativamente all’interno della vita economica si dovrà svolgere così che l’uomo per qualcosa che compie lavorando riceva tanti valori di scambio da poter così soddisfare i suoi bisogni finché non avrà prodotto di nuovo un prodotto uguale.
Grossolanamente, dilettantisticamente, superficialmente parlando, quello che è stato detto poc’anzi sarebbe illustrato dal seguente esempio, ma questa illustrazione basterà oggi: Se produco un paio di stivali, allora devo attraverso il valore mutuamente fissato essere in grado, attraverso la realizzazione di questo paio di stivali, di scambiare tanti beni quanti ne ho bisogno per soddisfare così i miei bisogni finché non avrò prodotto di nuovo un paio di stivali. E devono esistere istituzioni che all’interno della società debbano regolare i bisogni per vedove, orfani, per invalidi e malati, per l’educazione e simili. Ma che un tale ordinamento della formazione dei prezzi, che sarà esclusivamente cosa di una socializzazione economica, possa avvenire, questo dipenderà dal fatto che si formino corpi — siano essi eletti, siano essi designati dalle associazioni dei rami di produzione in connessione con le cooperative di consumatori — che siano incaricati di intermediare nella vita vivente i prezzi giusti.
Questo può avvenire solo attraverso il fatto che l’intera vita economica, certamente non nella forma di un’economia pianificata alla Moellendorff, bensì in una forma vivente — sia così ordinata che per esempio si tenga conto di quanto segue: Supponiamo che un certo articolo abbia la tendenza a diventare troppo caro. Cosa significa? Se ne produce troppo poco; devono essere diretti agli operai secondo i rami di produzione attraverso contratti che possono produrre questo articolo. Se d’altro canto un articolo diventa troppo economico, allora devono essere chiusi gli impianti e gli operai devono essere tolti da lì e attraverso ordinamento devono entrare in altri impianti. Quando si dice una cosa così, allora la gente oggi l’indica come difficile. Ma chi la rifiuta come difficile per restare ai piccoli miglioramenti delle condizioni sociali, dovrebbe anche sapere che così rimarrà anche alle attuali condizioni.
Questo vi mostra come attraverso associazioni formate puramente dalle stesse forze economiche, la vita economica debba stare su se stessa, come la vita economica, su cui oggi lo stato ha steso le ali, debba essere effettivamente amministrata solo dalle stesse forze economiche, e infatti così che all’interno di questa amministrazione della vita economica l’iniziativa del singolo sia quanto più possibile preservata. Questo non può avvenire attraverso un’economia pianificata, non attraverso l’istituzione di una gestione comune dei mezzi di produzione, bensì unicamente e solamente attraverso associazioni dei liberi rami di produzione e attraverso accordi di queste associazioni con le cooperative di consumo.
Questo è il terribile errore che la statalizzazione, che finora è stata intrapresa dai circoli dirigenti, debba essere spinta all’estremo, che sul terreno di tutta la vita statale, usando il quadro di questa vita statale, le cooperative debbano estendersi, attraverso cui si sottomette tutto il collegamento di tale economia pianificata con le forze economiche esterne; mentre quelle associazioni che la triarticolazione intende hanno proprio l’obiettivo di mantenere salda l’intera libera iniziativa dell’economicamente attivo, di tenere aperto tutto quello che collega un corpo economico chiuso con il corpo economico esterno.
Certamente molte cose avranno un aspetto del tutto diverso, per esempio qualcosa a cui posso solo indicare attraverso una similitudine. La teoria socialista esige l’abolizione della proprietà privata, come si dice — solo parole, sotto le quali un uomo di competenza non può immaginarsi nulla — e la trasformazione della proprietà privata in proprietà comune. Ma questo non significa assolutamente nulla. Quello che può significare qualcosa posso dirvi nel modo seguente nell’immagine. Oggi gli uomini per esempio sono molto orgogliosi dei loro filosofi. Ma su una cosa gli uomini pensano piuttosto correttamente, almeno non appena si tratta di creazioni spirituali; mentre non riescono a raggiungere lo stesso sano pensiero nel campo del materiale. Poiché come si pensa sulla proprietà spirituale? Si pensa così che in quello che si acquisisce spiritualmente si deve esser presenti. Non si può ben dire: quello che io produco come proprietà spirituale dovrebbe essere prodotto attraverso gestione comune o attraverso gestione cooperativa. Quello si dovrà lasciare al singolo. Poiché sarà prodotto meglio nel fatto che il singolo con le sue capacità e i suoi talenti è presente, e non quando ne è separato. Ma si pensa comunque socialmente nel fatto che quello che si produce spiritualmente, trent’anni dopo la morte del creatore — potrebbe forse il tempo essere molto accorciato — non appartiene più agli eredi, bensì a colui che può di nuovo renderlo meglio accessibile a tutti. Lo si trova scontato perché gli uomini oggi quello che sentono come spirituale non lo stimano come qualcosa di particolare. Ma gli uomini non tentano di penetrare quando si parla del fatto che la proprietà privata fisica dovrebbe essere trattata nello stesso modo, che dovrebbe essere in proprietà privata solo finché uno con le sue capacità può esser presente, allora però dovrebbe passare — ora non a questa generalità senza essenza che porterebbe corruzione e così via della forma peggiore, bensì a colui che a sua volta ha le migliori capacità e mette la cosa al servizio della generalità.
Dove si pensa senza pregiudizio queste cose si mostrano già. Abbiamo intrapreso di fondare un’università per la scienza dello spirito, il Goetheanum, a Dornach presso Basilea in Svizzera. L’abbiamo chiamato Goetheanum dal momento in cui il mondo «diviene woodrow-wilsonita», dove è necessario che il Tedesco mostri che metterà coraggiosamente una vita dello spirito davanti all’intero mondo.
Goetheanum all’estero come rappresentante della vita dello spirito tedesca — diversamente da come fa lo sciovinismo! Ma ora voglio sottolineare qualcosa d’altro. Essa viene costruita, questa università della scienza dello spirito, e viene ora amministrata da quegli uomini che hanno le capacità di mettere questa cosa in vita. A chi apparterrà quando questi attuali uomini non saranno più tra i vivi? Attraverso eredità non sarà ceduta a nessuno, ma sarà ceduta a colui che potrà di nuovo amministrarla al meglio al servizio dell’umanità. Essa appartiene propriamente a nessuno.
Se si pensa economicamente in modo sociale, sorgono già quelle cose che devono sorgere se nel futuro accadrà qualcosa di salutare. Dello sviluppo ulteriore sulla circolazione della proprietà privata ho parlato nella scrittura «I punti essenziali della questione sociale», dove ho mostrato come l’organismo sociale deve essere articolato nei suoi tre membra autonomi e come tali che cooperano insieme: nell’organizzazione spirituale con autoamministrazione dalle profondità di una vita dello spirito libera, nell’organizzazione statale-politico-legale con amministrazione democratica, posta sul giudizio di ogni uomo divenuto maggiorenne, e in una vita economica che deve essere posta unicamente nel giudizio degli individui e delle corporazioni esperti di materia e competenti di mestiere e nelle loro associazioni.
Questo sembra così nuovo che, da quando sostengo queste cose in Germania, qualcuno una volta mi ha anche sottoposto quanto segue: Tu dividi là lo stato, che deve essere un’unità, in tre parti. — Potevo solo rispondere se divido il cavallo in tre o quattro parti quando dico che deve stare sulle sue quattro gambe. O qualcuno affermerà che un cavallo è solo un’unità se sta in piedi su una gamba? Allo stesso modo non si deve affermare che la vita sociale, se deve essere un’unità, deve confluire in un’unità astratta. Nel futuro non ci si lascerà più ipnotizzare dallo stato unitario astratto, si dovrà sapere che deve essere diviso in tre membra, su cui possa stare: in un territorio dello spirito libero che si amministra autonomamente, in un’organizzazione del diritto con legislazione democratica, in un’organizzazione economica con amministrazione economica puramente esperta di materia e competente di mestiere.
La metà di grandi verità fu parlata più di cento anni fa nell’Occidente europeo nelle parole che allora caddero come una mezza verità: libertà, uguaglianza, fraternità, tre ideali che potrebbero davvero essere scritti abbastanza profondamente nei cuori e nelle anime degli uomini. Ma certamente non erano persone stupide e sciocche che nel corso dell’Ottocento spiegarono che questi tre ideali effettivamente si contraddicevano l’uno con l’altro: che la libertà non può essere dove regna un’uguaglianza assoluta; che di nuovo la fraternità non può essere dove deve regnare l’uguaglianza assoluta. Queste obiezioni erano giuste, ma solo perché erano sorte in un’epoca in cui si era ipnotizzati dal cosiddetto stato unitario. Nel momento in cui non si sarà più ipnotizzati da questo, nel momento in cui si comprenderà la necessaria triarticolazione dell’organismo sociale, allora si parlerà diversamente.
Mi consenta che alla conclusione riassuma in un confronto quello che vorrei volentieri ancora sviluppare ulteriormente. Potevo solo disegnare per così dire fili, rappresentare in uno schizzo quello che volevo dire; so come ho solo potuto indicare quello che solo nel momento di una rappresentazione più dettagliata può essere compreso e visto. Ma alla conclusione voglio indicare come lo stato unitario si stava come qualcosa di ipnotizzante davanti agli uomini, e li volevano lasciar dominare da questo stato unitario attraverso i tre grandi ideali libertà, uguaglianza, fraternità. Si dovrà imparare che deve essere diversamente. Nel presente gli uomini sono abituati a guardare a questo stato unitario come a un dio. In questa relazione il loro comportamento è già come quello del Faust di fronte alla sedicenne Gretchen. Allora si sperimentano anche cose che si presentano come gli insegnamenti che Faust dà alla bambina Gretchen, che sono adatti alla sedicenne Gretchen, e che dai filosofi sono comunemente visti come qualcosa di altamente filosofico. Allora Faust dice: «L’Onnipotente, il Sostenitore di tutti, ti sostiene e contiene, non contiene forse me, non contiene forse se stesso?». È quasi così di fronte allo stato unitario: gli uomini sono anche ipnotizzati da questa immagine di idolo di unità e non possono vedere come questa formazione di unità debba essere tripartita al bene degli uomini nel futuro. E molti proprietari di fabbriche parleranno molto volentieri ai loro operai, rispetto allo stato, proprio come Faust davanti a Gretchen, dicendo: «Lo stato, il Sostenitore di tutti, l’Onnipotente, ti sostiene e contiene, non contiene forse sé, non contiene forse te, non contiene forse me stesso?». Allora dovrebbe però rapidamente portarsi la mano alla bocca, e non dire «me stesso» troppo forte!
La necessità della triarticolazione dell’organismo sociale deve essere compresa, specialmente anche negli ambienti proletari. La si comprenderà solo quando si saprà: la triarticolazione è necessaria. Poiché nel futuro non deve regnare semplicemente il grido «libertà, uguaglianza, fraternità» con le contraddizioni che questi tre ideali reciprocamente contengono, bensì dovrà regnare nel futuro, nella vita dello spirito autonomo, libertà dello spirito, poiché lì sarà giustificata; dovrà regnare uguaglianza di fronte a ogni uomo diventato maggiorenne nello stato democratico, e dovrà regnare fraternità nella vita economica amministrata autonomamente, che nutre e sostiene gli uomini. Nel momento in cui si applicheranno questi tre ideali in questo modo all’organismo tripartito, non si contraddiranno più l’uno con l’altro.
Venga il momento in cui si possa caratterizzare nel seguente modo: noi dell’Europa centrale guardiamo veramente con dolore a quello che è accaduto attraverso Versailles. Lo guardiamo per primo come a un punto di partenza, e a molta sofferenza e miseria e dolore che ci incombono. Ma possa avverarsi che si possa dire: l’esterno possono togliercelo, poiché l’esterno si può togliere agli uomini. Ma siamo noi capaci di riprendere gli anni in cui abbiamo rinnegato il nostro passato, al goetheanismo di quell’epoca della virata del 18., 19. secolo, quando i Lessing, Herder, Schiller, Goethe e così via agivano per un’altra sfera — siamo noi capaci di riprenderlo nella nostra sofferenza, da dentro di noi, verso i grandi beni dell’Europa centrale, allora nel bisogno del tempo da questo Mitteleuropa risuonerà l’altra metà della verità che un secolo fa in «libertà, uguaglianza,
fraternità» risuonò solo per metà; forse in dipendenza esterna — ma in libertà interiore e indipendenza potrebbero allora dal Mitteleuropa risuonare nel mondo le parole:
Libertà per la vita dello spirito, Uguaglianza per la vita del diritto democratico degli uomini, Fraternità per la vita economica!
In queste parole si può riassumere, come in un sigillo, quello che si deve dire, sentire e pensare oggi nel senso di un’acquisizione comprensiva della questione sociale nella sua totalità. Che molti uomini comprendano e afferrino questo; allora praticamente potrà essere quello che oggi è ancora una domanda! ### LA SCIENZA DELLO SPIRITO, LA LIBERTÀ DI PENSIERO E LE FORZE SOCIALI
Può depositarsi sull’anima di chi contempla la vita culturale odierna dell’umanità qualcosa come un incubo, qualcosa come una sorta di stretta del cuore torturato, quando si nota come siano ancora relativamente pochi gli uomini che vogliono guardare con sguardo sgombro da pregiudizi a come ci troviamo, riguardo ai rami più importanti della nostra vita culturale, su un pendio inclinato verso il basso. Questo pendio inclinato è divenuto sufficientemente percettibile attraverso gli eventi degli ultimi anni, attraverso tutto ciò che si è abbattuto sugli uomini. Tuttavia, vediamo ancora frequentemente oggi che gli uomini si abbandonano all’opinione: senza che si faccia qualcosa di risolutivo, dovrà almeno restare a quel grado di caos in cui siamo già precipitati, e allora potremmo continuare a lavorare con ciò che c’è; il resto si svilupperà da sé. Nel corso degli anni ho dovuto parlare ancora e ancora contro questi sentimenti temporali, ho dovuto indicare come sia necessario, attraverso un nuovo apprendimento e un nuovo pensiero, trovare la propensione a edificare veramente dalle fondamenta più profonde della vita dello spirito e della cultura, a pensare a una vera ricostruzione delle nostre condizioni pubbliche, della nostra vita pubblica. E benché esista già un piccolo numero di uomini che hanno prestato attenzione a come tutti gli indizi parlano del fatto che senza un simile atto risolutivo il pendio inclinato deve essere percorso sempre più, tuttavia anche in questi pochi uomini si può trovare solo scarsa comprensione per ciò che è necessario dal perseguimento di una nuova metamorfosi dello spirito umano, per giungere a una guarigione, a una cura di molte malattie che si sviluppano appunto sul pendio inclinato della nostra vita culturale.
Ci sono tre manifestazioni dalle quali può brillare qualcosa di massima importanza per la comprensione del nostro tempo e di ciò che è necessario in esso. La prima io la vorrei chiamare la carenza principale del nostro tempo. Per decenni gli insegnamenti sulla scienza dello spirito si sono sforzati di indicare questa carenza principale, e anche molte cose che devono derivare da questa carenza principale di una conoscenza e comprensione insufficienti della vita dello spirito stesso, per lo sviluppo dell’umanità contemporanea e del prossimo futuro. La seconda, che parla ad alta e chiara voce dai fatti della contemporaneità, io la vorrei chiamare la rivendicazione principale. E questa rivendicazione principale risuona, da più di un secolo, in molti cuori, da quel tempo in cui Schiller nel suo «Don Carlos» fece pronunciare le parole: «Concedete libertà di pensiero!». Chi guarda più profondamente nella vita sociale e nella vita dello spirito del nostro tempo potrà trovare come dietro molte cose che oggi gli uomini formulano consapevolmente come questa o quella rivendicazione sociale, si nasconde propriamente la rivendicazione di una libera attività dell’essenza più intima dell’uomo, del pensiero umano. Molti uomini sospirando stanno sotto il vincolo della loro vita di pensiero, che proviene loro da istituzioni antiche esistenti o anche dalle nuove condizioni economiche. Si trovano ostacolati nella loro libera attuazione del pensiero o da confessioni ufficialmente esistenti o anche dal vincolo della vita economica. Ciò che vive propriamente nelle anime rimane in larga parte inconscio; ciò che però emerge nella coscienza si esprime nel fatto che non si può essere soddisfatti di qualcosa, che c’è qualcosa che non permette agli uomini di affermare apertamente e liberamente davanti a sé: posso condurre un’esistenza dignitosa, degna di un essere umano. E così nascono i programmi più vari, che contengono cose bellissime, ma non giungono fino al fondo dell’anima per vedere cosa vive veramente lì. Se si cerca ciò che vive: è la nostalgia per l’attività più libera dell’essenza più intima dell’uomo, per ciò che si potrebbe riassumere con l’espressione della rivendicazione temporale di libertà di pensiero. E basta pronunciare la parola «forze sociali» — e si può sentire come è indicato con ciò che le nostre moderne condizioni spirituali, moderne condizioni di diritto e politiche, moderne condizioni economiche ci hanno condotto a un’epoca in cui le forze produttive della vita agiscono in modo complicato, e come noi non siamo capaci, da ciò che possiamo spiritualmente dominare, da ciò che vogliamo elaborare programmaticamente, di organizzare queste forze sociali, nelle quali gli uomini sono intessuti, cosicché all’interno di questa organizzazione il singolo uomo, che è giunto alla coscienza della sua umanità, possa rispondere soddisfacentemente alla domanda: conduco un’esistenza dignitosa, degna di un essere umano?
Posso presupporre che la maggior parte dei vostri ascoltatori riuniti qui oggi abbiano potuto apprendere, nel corso di molti anni, dai discorsi e dagli scritti che proseguono il contenuto di questi discorsi, e che sono stati da me pubblicati, quale sia il senso interiore e quale sia lo spirito della scienza dello spirito qui intesa. Questa scienza dello spirito crede di doversi inserire nella vita culturale contemporanea a partire da una necessità temporale. Oggi, potendo rimandare ai numerosi discorsi già tenuti qui, devo solo indicare alcuni principi fondamentali su questo. Soprattutto, però, vorrei ancora una volta all’inizio indicare qualcosa che è stato discusso già nelle forme più diverse.
Quando si parla di scienza dello spirito, il mondo esterno spesso l’associa a tutte le forme possibili di una mistica complicata, di una teosofia complicata e così via. Nonostante questa scienza dello spirito faccia tutto quello che può per chiarire il suo vero significato, tuttavia ancora oggi nei circoli più vasti se ne parla in modo da rappresentare esattamente l’opposto di quello che questa scienza dello spirito veramente vuol essere. In primo luogo, i portatori di questa scienza dello spirito sentono che da tre o quattro secoli si è sviluppato un modo di pensare nell’umanità che domina tutta la nostra vita, e ha trovato la sua espressione più significativa nel modo di rappresentazione della scienza naturale moderna. Vi prego di non fraintendermi in questo punto. Non voglio suscitare la convinzione che io presuma che solo quei particolari uomini che hanno ricevuto una formazione scientifica naturale siano riempiti da quella direzione spirituale. Non è così la cosa: ma uomini dei circoli più vasti, fino a quelli con una cultura e un’educazione completamente primitiva, che oggi vogliono ricevere un’istruzione sulla natura dell’uomo, sulla natura della vita sociale, sulla natura anche dell’universo, pensano così, si rappresentano le cose in tale direzione, come è stato principalmente espresso dalla scienza naturale. E non è una meraviglia che sia così, poiché tutta la nostra vita, che ci circonda, in cui siamo intessuti l’intera giornata, è fondamentalmente un risultato di questo modo di pensare scientifico-naturale.
Coloro che mi hanno ascoltato più spesso sanno che non sottovaluto questo modo di pensare scientifico-naturale, che riconosco bene i suoi grandi trionfi. Ma ha ottenuto questi trionfi proprio perché, nel corso degli ultimi tre o quattro secoli, è divenuto grandiosamente unilaterale. Tutto ciò che gli uomini pensano in questa direzione si fonda sulla conoscenza della natura inerte, del fisico, del chimico, che passa quindi nella tecnica, in tutto ciò che sta alla base dei nostri ordinamenti di vita, che passa anche per esempio nei nostri metodi di guarigione, dunque in quelle conoscenze che devono essere di aiuto per la vita umana da un certo aspetto. Ma chi riconosce senza pregiudizi quanto siano enormi i progressi del modo di rappresentazione scientifico-naturale dal punto di vista biologico, fisico, chimico, e chi sa apprezzare il significato di ciò che una metodica consapevole ha realizzato in questo punto, proprio costui potrà allo stesso tempo considerare pienamente i limiti di questo modo di rappresentazione scientifico-naturale. L’ho esposto incontabili volte qui, e ora vorrei riassumerlo nelle parole: chi penetra più profondamente in ciò che oggi chiamiamo vera scienza naturale scoprirà che questa scienza naturale offre eccellenti spiegazioni sulla natura inerte e su ciò che è vivo, ciò che, direi, consiste in inclusioni in questa natura inerte. Ma c’è una cosa davanti alla quale dobbiamo fermarci proprio quando consideriamo le portate conoscitive del modo di rappresentazione scientifico-naturale: dobbiamo fermarci davanti all’essenza vera dell’uomo. Non c’è possibilità, se non ci si vuol abbandonare all’autoillusione, di credere che questi insegnamenti, che ci hanno condotto così profondamente nell’inerte, che ci hanno «condotto così meravigliosamente lontano» nei nostri risultati tecnici, che questi insegnamenti possano offrire una spiegazione dell’essenza dell’uomo. Questa spiegazione dell’essenza dell’uomo — questo può saperlo chi non si attiene a quella favola concertata che benché non sia storia, eppure si chiama storia — questa conoscenza dell’uomo era fino al momento che risale tre o quattro secoli fa, per l’uomo, qualcosa di istintivo. Viveva una certa conoscenza dell’essenza umana a partire da un istinto elementare originario dell’umanità. Ma proprio come il singolo essere umano attraversa uno sviluppo, così anche tutta l’umanità. E l’umanità — si può affermare tutto quello che si vuole a partire da illusioni — è giunta nel suo sviluppo a un punto in cui non può più giudicare l’essenza umana dal solo istinto, in cui è necessario che l’uomo consapevolmente penetri nell’essenza dell’uomo stesso, come ha dovuto consapevolmente penetrare, dal tempo di Copernico, dal tempo di Galilei, nei fenomeni della vita naturale esterna. Quando si giunge al punto decisivo in cui ci si deve fermare con la scienza naturale davanti alla visione dell’essenza umana, non c’è nulla di diverso che non sia rivolgersi a ciò che ho già più volte chiamato l’umiltà intellettuale necessaria all’uomo, che sola può fornire il fondamento per il perseguimento di un vero sviluppo umano.
Chi non può sviluppare questa umiltà intellettuale da un vero senso conoscitivo non è capace di giungere a una vera conoscenza dell’essenza umana. Uno deve potersi dire: vedo un bambino di cinque anni, e gli do un volume di liriche di Goethe. Lo guarda, forse strappa il libro. Ha davanti a sé tutto quello che ha l’adulto, che ha attraversato uno sviluppo, così che possa realmente trovare quello che questo volume di poesie vuol dirgli. Ma come si deve ammettere che il bambino si deve prima sviluppare per rapportarsi nel modo giusto a quello che ha davanti, così si deve anche oggi dire: come l’uomo è posto nel suo essere dal fatto di essere nato dalla natura, sta davanti alla vita umana stessa come un bambino di cinque anni davanti a un volume di liriche di Goethe, se non ha la volontà di portare il suo sviluppo oltre quello che oggi comunemente si ritiene siano i soli metodi possibili. Uno deve prendere il suo sviluppo nelle proprie mani. Ma allora si mostra che in questa essenza umana ci sono forze sconosciute, nascoste, che possono essere risvegliate e che danno una conoscenza altrettanto rigorosamente scientifica come possa darla una qualunque scienza naturale, ma che vanno oltre la conoscenza del mondo esterno, del mondo sensibile, e conducono al soprasensibile, e allora solo là guidano a penetrare veramente l’essenza dell’uomo. Uno deve potersi confessare: con le forze ordinarie, che sono sufficienti per la conoscenza naturale, non possiamo avvicinare l’essenza umana. Possiamo farlo solo se estraiamo poteri conoscitivi dalle profondità dell’anima umana, quei poteri conoscitivi che altrimenti si addormentano in noi come le forze di comprensione nel bambino di cinque anni.
E così la scienza dello spirito qui intesa sostiene la concezione che è possibile, dal punto di vista che è sufficiente per conoscere la natura esterna inerte, andare oltre gli uomini fino a punti di vista della conoscenza dai quali si può veramente penetrare nell’essenza umana. Questa scienza dello spirito non vuol essere una speculazione oziosa nella mistica interiore, questa scienza dello spirito non vuol nemmeno maneggiare alcun esteriore intrigo per progredire verso lo spirito, ma vuol essere qualcosa che si edifica così rigorosamente su ciò per il quale l’uomo è veramente capace di sviluppo, come per esempio il matematico si edifica sullo sviluppo di quelle facoltà che sono similmente tirate fuori dal più profondo dell’uomo. Così rigorosamente logica vuol essere questa scienza dello spirito come qualunque altro ramo della scienza, ma vuol applicare questa logica solo a ciò che risulta da una visione spirituale genuina, quando naturalmente il dormiente nell’interno umano viene veramente risvegliato. Ho indicato nel mio libro «Come si consegue la conoscenza dei mondi superiori?» che sono metodologie interamente interiori, metodologie spirituali e animiche, attraverso le quali si compie questo sviluppo delle forze interiori, spirituali e animiche nell’uomo, e come attraverso ciò sorge in lui, per parlare con le parole di Goethe, un occhio dello spirito, un orecchio dell’anima, un orecchio dello spirito, così che egli possa vedere, ascoltare lo spirituale, l’animico, per il quale oggi in fondo abbiamo solo parole. Là è indicato come si tratta di coltivare ancora e ancora un certo rafforzamento della vita di pensiero. Ho indicato come sia necessaria una certa autodisciplina, un prendere nelle proprie mani quello sviluppo in cui altrimenti semplicemente ci abbandoniamo alla vita, così che lo spirito che vede, l’orecchio dello spirito, sorga.
La maggior parte dei contemporanei si atteggia ancora completamente in modo ricusatorio contro tutto ciò che viene da questo lato. E tuttavia, basta indicare come nel nostro tempo, in cui le rivendicazioni sociali spuntano dovunque, regnano gli istinti più antisociali. Da dove vengono questi? Vengono dal fatto che gli uomini fondamentalmente vanno gli uni accanto agli altri senza comprensione reciproca, e non si comprendono. E perché non si comprendono? Perché quello che chiamano conoscenza, quello che chiamano il loro sapere, non tocca l’uomo intero, perché rimane nella testa, perché si limita al puro intelletto. È proprio il carattere della scienza dello spirito qui intesa che le conoscenze che essa fornisce attraverso le forze sviluppate colgono l’uomo intero, che non parlano solo all’intelletto, solo alla testa, ma permeano il sentimento e la volontà, versano nella sensibilità comprensione umana, comprensione di tutto ciò che vive e agisce intorno e fuori di noi, pulsano la volontà di etica, di morale, di una disposizione sociale che allo stesso tempo agisce immediatamente sulla vita pratica.
Questa scienza dello spirito non conosce quella divisione disgraziata che oggi si discute a ogni angolo della strada, la divisione tra lavoro di testa e lavoro manuale. Che cosa è infine il nostro lavoro manuale? Non è altro che l’uso dei nostri strumenti corporei al servizio della nostra volontà. Se ci rendiamo però conto di questo — e spesso ne ho parlato — che questa volontà come qualcosa di spirituale tutto penetra quello che compiamo come uomo intero, e di nuovo si irradia indietro sull’intelletto della nostra testa, — se veramente abbiamo l’uomo intero dinanzi allo sguardo, allora e solo allora comprenderemo l’impulso più interiore di questa scienza dello spirito.
Mi scusi se in questa occasione menziono qualcosa di personale. Ma il personale sarà proprio in questo caso utile per chiarire le questioni oggettive. La scienza dello spirito, di cui qui si parla, dovrebbe servire sulla collina di Dornach situata nel nord-ovest della Svizzera, un pezzo di Giura, il Goetheanum eretto là, che è pensato come una scuola superiore per la scienza dello spirito. Quando si è iniziato a fondare questa scuola superiore per la scienza dello spirito e a dedicarle l’edificio esteriore, non poteva trattarsi di rivolgersi a qualcuno che, sulla base di antiche opinioni architettoniche o artistiche, avesse costruito un edificio nel quale ci si sarebbe poi installati per operare questa scienza dello spirito. No, allora doveva trattarsi di qualcosa di diverso. Questa scienza dello spirito è stata da principio concepita in modo così fecondo da poter intervenire in tutta la vita culturale esterna, da poter veramente rigenerare con nuovo vigore quello che è invecchiato nella nostra arte, nella nostra architettura, nella nostra vita, nel nostro lavoro. Così non si poteva semplicemente ordinare a qualcuno: costruiscimi un edificio nello stile greco, romanico, gotico o in qualche altro stile architettonico. Piuttosto, da questa scienza dello spirito stessa, proprio come gli altri pensieri della vita, gli altri impulsi della vita, così anche i pensieri architettonici sbocciavano, che indicavano: così deve essere questo edificio in ogni linea, in ogni singola forma. E così l’edificio fu intrapreso in modo che fosse infatti, in ogni singola anche minuscola forma, la cristallizzazione esterna di quello che come modo di rappresentazione, come disposizione di questa scienza dello spirito sta alla base.
E così posso forse dire il seguente fatto personale. Era nell’autunno 1913 e nell’inverno verso il 1914, quando io stesso ho elaborato il modello di questo edificio, l’intero edificio in piccolo. Ora, poiché ho elaborato il modello, secondo il quale anche i disegni architettonici sono stati creati, domando: era quello che ho elaborato nel lavoro manuale, era lavoro manuale o lavoro di testa? Quello era qualcosa dove entrambi confluivano e agivano come un’unità. Lo so, perché io stesso ho fatto la cosa. Poi nuovamente: non c’è quasi nulla in questo edificio dove io, come ogni singolo operaio, non abbia messo mano da una parte e dall’altra. E a chi potrebbe interessare particolarmente, mi piacerebbe dire: stiamo lavorando come figura centrale di questo edificio a un gruppo di legno alto nove metri e mezzo, che dovrebbe rappresentare l’enigma umano del nostro tempo, ma in apparenza artistica. Si trattava allora di realizzare un lavoro scultoreo in legno. Nonostante il lavoro sia artistico, è, se posso permettermi l’espressione, una spaccatura di legno, e potrei già mostrare i calli alle mie dita, che forniscono la prova che qui lavoro dello spirito in lavoro manuale immediato viene eseguito dal mattino alla sera da me stesso.
Poco tempo fa abbiamo dovuto decidere una certa questione finanziaria: dovemmo fabbricare le sedie. Ci abbiamo fatto fare il preventivo dei costi. Il prezzo era enorme. Allora abbiamo nel nostro atelier artistico fatto noi stessi il modello di una sedia, abbiamo lavorato insieme con un operaio, che è veramente straordinariamente abile. Quando il modello fu finito — la sedia costerà solo due quinti di quello che sarebbe costata secondo l’altra proposta — , allora di nuovo non si poteva dire dove il lavoro dello spirito finisce e dove il lavoro manuale inizia.
Si può addirittura dire: nel modo in cui si lavora insieme nella convivenza sociale con i collaboratori, che si compongono da una parte di amici del nostro movimento e dall’altra parte di operai, fondamentalmente c’è solo un ostacolo, senza il quale si mostrerebbe che ovunque il lavoro dello spirito confluisce col lavoro manuale. Abbiamo per esempio una signora che è diplomata per il lavoro ausiliario medico e che dal mattino alla sera affila i coltelli per il nostro lavoro scultoreo. E possiamo chiedere: che cosa impedisce ora che ciò che noi, che ci si chiama operai dello spirito, realizziamo, semplicemente non separato defluisca in ciò che gli operai fanno, alla più completa soddisfazione di entrambe le parti, al più pienamente soddisfacente lavoro sociale insieme? Sì, ho certamente comprensione per tutto ciò che si è manifestato come fenomeni sociali. Tuttavia devo dire: se devo parlare dell’unico ostacolo che rende impossibile che il gesto manuale e il lavoro dello spirito siano contemporaneamente trasmessi al gesto dell’operaio manuale, allora è l’essere organizzati degli operai, che guardano con sfiducia tutto ciò che proviene dai lavoratori dello spirito, che tuttavia fondamentalmente fanno la stessa cosa.
Da dove viene allora che fondamentalmente oggi esiste un abisso così profondo tra ciò che sta nella nostra arte, nella nostra scienza, brevemente nella nostra vita dello spirito e anche nella guida spirituale della nostra vita sociale, e nel lavoro esteriore, con il quale oggi principalmente il movimento proletario ha da fare? Questo abisso è venuto dal fatto che è fuggito dal nostro modo di pensare quello che tocca l’uomo intero. Una guarigione per questo sta solo nella scienza dello spirito, non in una mistica complicata unilateralmente o teosofia, che persone oziose potranno operare nella loro cameretta, senza che una sola forza propulsiva sia presente. Il curativo di questa scienza dello spirito sta in ciò che attraverso essa l’uomo intero viene chiamato in causa.
E ho detto questo ora appunto per collegare il commento: so che le conoscenze che oggi davanti al mondo rappresento con piena responsabilità non mi sarebbero venute se avessi lavorato solo con la testa, se non avessi dovuto fare per l’intera mia vita qualcosa che si chiama comunemente lavoro manuale; poiché questo ha un certo effetto sull’uomo. Ciò che è solo il cosiddetto lavoro di testa, ciò che prende in causa solo l’intelletto, non giunge fino allo spirito. E qualcosa che oggi a molte persone apparirà come altamente paradossale, vorrei menzionare qui. Si dice oggi nel pratico della vita: lavoro manuale, pratica; dentro, dall’intelletto fuori: lavoro dello spirito! Oh no, non è così come questi insegnamenti volessero far credere. Abbiamo la separazione fra la pratica di vita esterna e la cosiddetta vita dello spirito, perché lo spirito è fuggito da entrambe, perché oggi stiamo nella meccanica del treadmill della tecnica, perché l’operaio sta alla macchina e compie solo operazioni meccaniche secondo gli insegnamenti dell’intelletto, e perché dall’altra parte coloro che sono educati a una vita intellettuale sono inseriti troppo poco nei reali lavori pratici. Come la nostra pratica è spiritualmente vuota, così la nostra vita spirituale intellettualistica è spiritualmente vuota. Solo allora, quando da tutta l’attività dell’uomo nel mondo ritorna nuovamente anche alla nostra testa, anche al nostro pensiero, quello che può provenire solo da questo uomo intero nell’armonioso esercizio di tutto ciò che nell’uomo è, solo allora, quando non pensiamo solo con la testa, ma pensiamo come si pensa quando una volta con la mano si è formato qualcosa e si è sentito come questo irradia indietro nella testa, solo allora il pensiero sarà così pienamente saturo di realtà che lo spirito ci sia dentro. Il puro pensato è altrettanto spiritualmente vuoto del puro meccanicamente lavorato alla macchina.
Non una mistica estranea alla vita dovrebbe operare la scienza dello spirito qui intesa. Dovrebbe scaturire dal pieno inserirsi nella vita e dovrebbe essere proprio molto più satura di realtà di quello che oggi comunemente è inteso come vita dello spirito. O è forse quello che oggi è inteso come vita dello spirito saturo di realtà? Non vediamo come è impotente la scienza ad arrivare veramente a un’acquisizione dello spirito? Là gli uomini che oggi, stando nella cultura temporale dei nostri giorni, credono di operare la scienza naturale senza pregiudizi. Ma questa scienza naturale senza pregiudizi — come è essa nata propriamente? Perché, attraverso lunghi secoli, tutto ciò che gli uomini volevano sapere su anima e spirito, su ciò che si estende oltre nascita e morte, su tutto ciò erano stati costretti — costretti dalle condizioni sociali — su ciò che le confessioni monopolizzavano. Come apparve lo spirito della scienza naturale moderna — come stavano effettivamente le cose nella vita sociale? Monopolizzato era tutto ciò che l’uomo doveva sapere su anima e spirito, monopolizzato nei dogmi delle società confessionali. Non si poteva pensare su anima e spirito, si poteva pensare solo sul mondo sensibile esterno. E gli uomini che hanno operato la scienza naturale si sono trovati dentro in questo. Si sono abituati a pensare e ricercare solo il mondo sensibile esterno, perché per secoli era proibito ricercare su spirito e anima. Si sono tradotti questo in certe rappresentazioni, hanno operato solo scienza sensibile esterna. Questo è divenuto poi, attraverso un’autoillusione di grandiosa natura, la convinzione che la scienza esatta potesse decidere solo sul mondo sensibile esterno, e che la ricerca su anima e spirito stesse oltre i confini della conoscenza. Ma questo ha radice anche nella vita animica dell’uomo moderno e permea tutta la vita. Si possono con una tale opinione vincere pensieri fecondi sulla natura. Non appena si vuol spingere nella vita sociale, questo modo di pensare non è sufficiente. Là è necessario, per fondare una vera scienza popolare, una vera scienza sociale, che possa anche intervenire nella vita, che noi ci permeiamo con un’opinione sull’uomo intero. E questa ci manca, perché le influenze che ho caratterizzato l’hanno impedito.
Così è accaduto che uno si dicesse: spirito e anima è qualcosa che per secoli è stato fissato dai dogmi. Su questo non si può ricercare. Questo è qualcosa che si muove come fumo e nebbia sul vero vivere solo attraverso la volontà umana, e allora si forma come il reale nient’altro che le forze economiche stesse. Nacque l’incredulità: lo spirituale domina in ciò che sono le forze economiche esterne. E dall’incredulità nacque ciò che si è fatalmente impadronito delle teste e dei cuori degli uomini. Nacque la convinzione che la vita dello spirito potrebbe svilupparsi da sé dalle forze economiche, se solo fossero organizzate in certo modo. Non c’è percezione che tutto ciò che economicamente è sorto sono originariamente i risultati della vita dello spirito, che però la nostra vita dello spirito è divenuta estranea al mondo, che un abisso esiste fra essa e la vita esterna, e che per una guarigione della nostra vita abbiamo bisogno di una vera scienza dello spirito, che penetra nell’essenza dell’uomo, che permea l’uomo così come la scienza naturale esterna permea la macchina, ma che deve essere costruita sulle forze sviluppate della natura umana. In breve, è resa straordinariamente difficile la conoscenza che la scienza dello spirito debba divenire il fondamento per la conoscenza e il dominio della vita sociale.
È questo che il portatore della scienza dello spirito crede di riconoscere, che l’intelletto umano non ha una forza propulsiva sufficiente, nemmeno dove pulsa nella odierna vita sociale, per tuffarsi nella vita reale, e che quest’ultima deve sempre più venire nel caos se non sono vivificate gli impulsi che raggiungono il sentimento e la volontà, che possono collocare uomo a uomo così che le forze sociali possono essere organizzate. Prendete quello che volete dai metodi scientifico-naturali da quella scienza naturale esatta che ha raggiunto il suo apice nel nostro tempo, non potete fondare una scienza sociale con essa. Rispetto alla scienza sociale le rappresentazioni che si vincono senza la scienza dello spirito si comportano così come si comporta una tinta che si dipinge su una superficie oleosa. Come la superficie oleosa respinge la tinta, così la vita respinge quello che come scienza puramente intellettualistica domina fra noi.
Così il mondo esterno urla per un tale approfondimento, come è proprio dato dalla scienza dello spirito. La scienza dello spirito dovrà essere quella che fornisce i fondamenti per ciò che inconsciamente gli uomini oggi vestono nelle loro rivendicazioni sociali, ciò che non possono formulare chiaramente, perché la forza di pensiero non è presente. Perciò è necessario non considerare questa scienza dello spirito come qualcosa a cui ci si potrebbe dedicare di passaggio con un paio di pensieri, ma come qualcosa che appartiene alle più necessarie condizioni della guarigione della nostra vita. So bene — poiché credo veramente di non essere una persona impratica — , la gente dice: abbiamo i nostri mestieri, non possiamo dedicarci a questa scienza dello spirito comunque abbastanza elaborata. Non dovrebbe un po’ di un altro pensiero trovare la strada nei cuori e nelle anime degli uomini: non mostra l’odierno pendio inclinato, su cui camminiamo — anche se stiamo intensamente nel mestiere — , che noi solo collaboriamo a formare la strada nel caos? E non dovremmo considerarlo necessario dedicare ogni ora che potessimo risparmiare a tali opinioni, che veramente in modo radicale sollevino la questione della guarigione?
E strettamente insieme è legato ciò che qui è inteso come scienza dello spirito, con quel richiamo nel nostro tempo, che però, come ho esposto, è molto più antico di un secolo, con quel richiamo che io vorrei designare come il richiamo per la libertà di pensiero. Ma questo richiamo è fondamentalmente il richiamo per la libertà sociale. Curioso: quando si tenta nel nostro presente di guardare all’interno in ciò che nelle onde delle cosiddette rivendicazioni sociali sale in superficie, allora si sbatte ripetutamente sulla necessità di comprendere come si comporti propriamente la libertà umana, con quell’impulso che si esprime in questa o quella forma come l’impulso della libertà umana. Che qui si toccava un punto importante, a questo giunse anche l’uomo che considero il più sfortunato fra gli uomini cosiddetti eminenti dei nostri tempi, che hanno guadagnato un’influenza sulla formazione dei rapporti — a questo giunse proprio Woodrow Wilson. Poiché ho sempre parlato di Woodrow Wilson anche nel mondo neutrale durante la guerra, quando era adorato da tutti i lati, allo stesso modo che sempre, così posso parlare oggi come sempre di Woodrow Wilson. Nei suoi scritti si trovano numerose posizioni dove indica come una guarigione dei rapporti — conosce principalmente gli americani — potrebbe derivare solo dal fatto che lo sforzo degli uomini per la libertà sia veramente preso in considerazione.
Ma che cosa è per Woodrow Wilson la libertà dell’uomo? Allora si tocca un capitolo molto, molto interessante nel pensiero umano odierno — poiché una specie di pensatore rappresentativo è certamente questo Woodrow Wilson — , allora si trova nel suo scritto sulla libertà la seguente opinione: il concetto di libertà si può formare se si guarda una macchina, come una ruota dentata vi è attaccata. Se è attaccata così che il meccanismo possa muoversi così che avviene senza impedimento, allora si dice che la ruota dentata funziona libera. Se si considera una nave, dice, allora la nave deve essere costruita così che la macchina si inserisca nel moto ondoso, così che non sia impedita, che cioè funzioni assai libera nel moto ondoso. Con ciò che è una tale ruota dentata in una macchina, ciò che è una nave nelle onde del mare, Woodrow Wilson paragona quello che l’impulso della libertà umana veramente dovrebbe essere. Dice: un uomo è allora libero quando funziona più o meno come la ruota nel meccanismo libera, quando funziona libera nei rapporti esterni, così che si muova in essi, che intervenga con le sue forze in ciò che fuori funziona, così che non sia impedito.
Bene, io penso che è molto interessante che da questa opinione e disposizione scientifico-naturale contemporanea possa spuntare una così strana opinione sulla libertà umana. Poiché non è il contrario della libertà se uno è così adattato ai rapporti che può correre solo nel loro senso? Non esige la libertà che ci si possa eventualmente opporre ai rapporti esterni? Non si dovrebbe paragonare ciò che vive come libertà con ciò che eventualmente potrebbe comportarsi così che la nave si volga contro le onde e si fermi?
Da dove viene questa opinione così strana, che non può mai produrre una sana intuizione statale, ma al massimo gli astratti quattordici punti dei proclami wilsoniani, che purtroppo anche da noi per un certo tempo almeno parzialmente vennero ammirati? Da lì viene che nel nostro tempo non si comprende come si deve risalire al pensiero umano stesso, a quel pensiero che è colto come pensiero e che, se di libertà davvero si parla, può fornire il solo vero libero impulso per la vita umana. Questo era quello che trentun anni fa tentai di presentare nella mia «Filosofia della libertà», di cui poco tempo fa è apparsa una nuova edizione con i supplementi corrispondenti. Là cercai certamente in un altro modo di afferrare questo impulso verso la libertà, come accade attualmente. Cercai di mostrare come sia stata posta male la domanda sulla libertà umana. Si chiede: l’uomo è libero o non è libero? L’uomo è un essere libero, che può formare risoluzioni con vera responsabilità dalla sua anima, o è bloccato in una necessità naturale o spirituale come un essere naturale? Così ci si è posti la domanda, direi, per millenni, e così ancora ci si pone. Questa domanda stessa è il grande errore.
Non si può così porre la domanda, ma la domanda sulla libertà è una domanda dello sviluppo umano, di uno sviluppo umano tale che l’uomo nel corso della sua vita giovanile o forse della sua vita successiva sviluppi forze in sé che non ha semplicemente per natura. Non si può affatto chiedere: l’uomo è libero? Per natura non lo è, ma può sempre più e più rendersi libero, svegliando forze che dormono in lui e che la natura non sveglia. L’uomo può divenire sempre più e più libero. Non si può chiedere: l’uomo è libero o non libero, ma solo: c’è per l’uomo una strada verso il conseguimento della libertà? E questa strada c’è. Come detto, trentun anni fa cercai di mostrare: se l’uomo sale in modo che sviluppi in sé una vita interiore, così che colga gli impulsi morali per le sue azioni in puri pensieri, allora veramente può fondare i suoi atti su impulsi di pensiero, non solo su emozioni istintive— pensieri che si tuffano nella realtà esterna come l’amante nell’essere amato. Allora l’uomo si avvicina alla sua libertà. La libertà è altrettanto un figlio del pensiero che è colto in splendente consapevolezza spirituale— non sotto un vincolo esterno— come è un figlio del vero amore incondizionato, dell’amore all’oggetto dell’azione. Verso ciò che la vita dello spirito tedesco tendeva in Schiller, quando si pose di fronte a Kant e presentiva qualcosa di tale concetto di libertà, questo ci conviene sviluppare ulteriormente nel presente. Ma allora mi si manifestò che uno poteva solo parlare di ciò che sta alla base degli atti morali — anche se negli uomini rimane inconscio, tuttavia è presente — ; e che lo si deve chiamare intuizione. E così ho parlato nella mia «Filosofia della libertà» di un’intuizione morale.
Con questo però era anche dato il punto di partenza per tutto ciò che ho poi tentato di realizzare nel campo della scienza dello spirito. Non crediate che io oggi pensi su queste cose in modo spudorato. So molto bene che questa «Filosofia della libertà», che ho concepito più di trentun anni fa da giovane persona, ha per così dire tutte le malattie infantili della vita di pensiero che si è sviluppata nel corso del 19º secolo. Ma so anche che da questa vita dello spirito è scaturito quello che è un’elevazione della vita di pensiero nel veramente spirituale. Così che posso dirmi: se l’uomo si eleva verso gli impulsi morali in intuizione morale e rappresenta un vero essere libero, allora egli è già, se posso usare la parola malvista, riguardante i suoi intenti morali «chiaroveggente». In ciò che sta al di sopra di tutto il sensibile, stanno i motivi di tutto il morale. Fondamentalmente i veri precetti morali sono risultati della chiaroveggenza umana. Perciò c’era un diritto via dalla «Filosofia della libertà» a ciò che oggi intendo come scienza dello spirito. La libertà scaturisce nell’uomo solo se l’uomo si sviluppa. Ma può svilupparsi ulteriormente, così che realizza ciò che già sta alla base della libertà, anche spingendolo affinché diventi indipendente da tutto il sensibile e si elevi liberamente nei territori dello spirito.
Così la libertà è legata allo sviluppo del pensiero umano. La libertà è fondamentalmente sempre libertà di pensiero, e proprio quando guardiamo a persone così rappresentative come Woodrow Wilson, dobbiamo dire: poiché tali persone non hanno mai colto quello che è veramente spirituale nel pensiero, come deve radicare nello spirituale se non vuol essere astratto, per questo possono inventare definizioni così paradossali come Woodrow Wilson ha inventato per la libertà. Da tali cose vediamo l’insufficienza della vita dello spirito contemporanea, la cui carenza principale sta nel fatto che non riconosce l’essenza spirituale dell’uomo. Vediamo quale sia la rivendicazione principale: libertà di pensiero, e quale sia la necessità principale: il dominio delle forze sociali, se questa vita deve svilupparsi nel fondamento per queste tre grandi rivendicazioni nel presente e nel prossimo futuro. Così è legato ciò che è un vero impulso primordiale nell’uomo, non a ciò che si può raggiungere nell’uomo attraverso il pensiero scientifico-naturale, ma a ciò che si può raggiungere solo attraverso la visione spirituale.
Sulla libertà si è discusso così tanto, perché gli uomini desideravano decidere su di essa senza toccare il suolo sul quale si deriva la conoscenza dell’immortalità dell’anima umana. E nessuno, che non vada su questo in modo senza pregiudizi, sulla conoscenza dell’immortalità umana, sul ragionamento sull’eterno nell’uomo, è capace di entrare nell’essenza della libertà umana. Se non si cerca l’essenza di questa libertà nel risplendere del pensiero non solo dato dalla natura, allora non si trova questa essenza della libertà. Ma solo se l’ha trovata, allora la permea e la pulsa nell’uomo così che diventa un vero essere sociale, poiché lo porta accanto agli altri uomini nell’ordine sociale così che dall’interno le forze sociali possano essere sciolte, e abbiamo bisogno di questa sensazione delle forze sociali.
Ho menzionato prima che siamo a Dornach, presso il nostro edificio, nella posizione di collocare gli uomini che hanno persino raggiunto certi apici della formazione spirituale, e che compiono i lavori più ordinari, più sporchi, che in ciò veramente non rimangono indietro a coloro che comunemente si chiamano operai manuali. Socialmente l’edificio di Dornach è certamente costruito su fondamenti che non sono senz’altro identici a quelli di un’impresa diretta verso l’acquisizione materiale. Ma andate a quello che ho esposto nei miei «Punti focali della questione sociale» e nei discorsi sulla triarticolazione, allora troverete che esiste la possibilità di creare fondamenti simili per tutta la vita, come sono stati creati a Dornach presso l’edificio, che deve stare come rappresentante per il nostro movimento geisteswissenschaftlich. È solo peccato che questo edificio oggi non possa essere visitato da molte persone in altri paesi, perché purtroppo abbiamo portato le cose al punto che il superamento dei confini nazionali è divenuto letteralmente un’impossibilità.
Ma perché è possibile tuttavia in un tale cerchio di liberare le forze sociali così che l’ideale del movimento proletario è certamente realizzato diversamente da come si sogna —? Perché a tutto quello che è fatto là sta alla base la visione della vita, questo prendere in mano interamente la vita, che deriva dagli impulsi della scienza dello spirito, perché anche tutto il singolo è fatto dalla scienza dello spirito. Quello che è fatto là nel piccolo dalla scienza dello spirito, può essere fatto anche nell’intera vita sociale dall’acquisizione geisteswissenschaftliche della vita. Ogni fabbrica, ogni banca, ogni impresa esterna può essere organizzata così come la può organizzare solo chi sulla vita pratica può pensare con una scienza, che scende così profondamente nell’essenza umana che non afferra pensieri astratti e leggi naturali, ma fatti viventi. Su questi fatti viventi si giunge quando si scende abbastanza profondamente, attraverso i metodi indicati, nell’essenza umana. Non è cercata un’astratta mistica, ma i fatti della vita, attraverso i quali l’uomo sta nella realtà. E riconoscendo l’uomo, attraverso questa scienza dello spirito contemporaneamente si trova ciò che può portare le forze sociali nell’organizzazione appropriata, così che gli uomini viventi in questa organizzazione possano rispondere soddisfacentemente alla domanda: è una vita umana dignitosa?
Così le tre cose sono insieme legate: forze sociali, libertà di pensiero e scienza dello spirito. La scienza dello spirito è veramente l’opposto di come spesso la si rappresenta. Uno stare negli angoli della vita, così si crede, un sogno di persone oziose. No: pratica di vita, proprio quella pratica di vita che più manca al nostro tempo, vuol essere questa scienza dello spirito. Vuol tuffarsi nella vita, vuol padroneggiare la vita in scienza e pratica, perché vuol tuffarsi nella realtà dell’uomo, non solo nella vita pensata umanamente. Ci sono oggi persone ben intenzionate che dicono: il puro intelletto, il puro intelletto, che si è sviluppato negli ultimi secoli e fino al nostro tempo, non è più adatto alla guarigione della nostra vita. Se si chiede loro però che cosa taugt, allora danno risposte generali — una nuova fecondazione dell’anima attraverso lo «spirito». Si parla della vera scienza dello spirito, allora la rifiutano, perché hanno ancora paura di essa, o usano le scuse più strane. Così si trova ripetutamente che la gente dice: non può ogni ricercatore divenire un ricercatore dello spirito. Certo, non lo può ognuno, l’ho sottolineato qui più e ancora di nuovo. Poiché si possono certamente compiere i primi passi nei mondi spirituali, nell’essere soprasensibile, come li ho descritti nel mio libro «Come si consegue la conoscenza dei mondi superiori?» e nella seconda parte della mia «Scienza occulta»; ognuno può farli in qualunque momento, ma l’avanzamento a quelle domande che in un senso più profondo trattano gli esseri dei mondi soprasensibili, questo è legato a molte esperienze, a cui oggi non ognuno è ancora idoneo. Chi vuole guardare il mondo spirituale, chi nel senso più vero vuol divenire ricercatore spirituale, deve passare molti superamenti. Basta che pensiate al momento in cui uno veramente con una conoscenza che non si avvale dei sensi, nel momento in cui uno entra in una conoscenza libera dal corpo e il mondo esterno conosciuto non c’è più — che uno allora è in un mondo che offre ogni tipo di inusuale: tutte le cose che normalmente sostengono uno, la sicura esperienza esterna, l’intelletto ordinario, devono cedere ad altre, forze interiori di direzione. Uno è come sospeso su un abisso e deve tenersi attraverso il baricentro del suo stesso essere.
Dinanzi a questo molte persone hanno paura inconscia o sottoconsciente, che allora vestono in logica contro la scienza dello spirito. Si possono sentire i più bei motivi; in verità è solo la paura dell’ignoto.
Allora però dovete anche considerare che uno come persona non è adatto al mondo spirituale, che è adatto solo al mondo sensibile esterno. Uno entra in un mondo completamente diverso, per il quale non ha sviluppato abitudini di vita. Questo causa, quando si penetra più profondamente, quelle esperienze terribilmente dolorose che devono essere superate nella vera conoscenza dello spirito. Poi, se sono superate, seguono le conoscenze dal più profondo del nostro essere, che danno spiegazione su ciò che è eterno nella natura umana, su ciò che è spirituale che sta alla base del mondo. Non tutti gli uomini possono fare questo viaggio così lontano. Ma ho dovuto anche sempre di nuovo sostenere che non è necessario fare questo viaggio, ma che è necessario solo il buon senso. Poiché questo buon senso, se non è confuso dai pregiudizi delle opinioni esterne, può distinguere se colui che si presenta come ricercatore dello spirito e parla di mondi inizialmente sconosciuti, parla logicamente o come uno spiritista o altrimenti. La logica uno l’ha, e può giudicare se il soggetto parla logicamente, e così parla che il modo del suo parlare indichi che le esperienze di cui racconta sono state fatte in salute spirituale.
Se si fa di nuovo obiezione: sì, da quello che la scienza esterna dice, ognuno può essere convinto, questo è corretto. Uno ha solo da trattare i metodi di laboratorio, così può farlo. Così si può anche dire: ognuno può essere convinto che è corretto quello che è descritto nel mio libro «Come si consegue la conoscenza dei mondi superiori?» e «Teosofia»; si può dalla natura, come è il ricercatore dello spirito, concludere sul valore interiore delle sue conoscenze. Allora queste conoscenze per la vita valgono tanto quanto nell’anima del ricercatore dello spirito stesso. Dalle realtà esterne si controlla il ricercatore nella scienza esterna; dal modo e dalla maniera come si parla, come sono rivestite le conoscenze, si controlla ciò che il ricercatore dello spirito ha da dire. Controllato può essere attraverso il buon senso.
Pensate quali forze sociali una volta saranno sciolte, quando sempre più e più persone saranno lì come testimoni per le forze spirituali, che si trovano solo nel soprasensibile, e che altre persone, che non possono essere loro stesse ricercatori dello spirito — non ogni chimico, non ogni fisico può esserlo — , accettano dal loro buon senso, dalla fiducia che si fonda sul buon senso. Quale tipo di convivenza sociale nasce da questa valutazione dell’uomo, è proprio uno dei punti più importanti per svegliare forze di fiducia sociali. Sono minate nel nostro tempo, dove ognuno, senza che prima prenda il suo sviluppo nelle sue mani, appena è adulto, vuol giudicare su tutto il possibile.
E che questa scienza dello spirito veramente nella vita sociale possa dare impulsi pratici, l’abbiamo tentato qui attraverso la fondazione della Scuola Waldorf, che dobbiamo al nostro caro Signor Molt, nella quale il sistema educativo dovrebbe essere costruito su vera conoscenza. Vogliamo risolvere una questione sociale nel modo giusto: perché vogliamo che in ogni bambino cresca un uomo che riceva per la vita successiva quella forza di direzione attraverso cui dall’uomo le forze sociali si dispieghino in modo fecondo, non da una conoscenza stupida, insufficiente, come sta in molti casi proprio il pensiero sociale del nostro tempo. Vogliamo veramente sviluppare il pensiero sociale, che si costruisce sulla fiducia umana, che si costruisce su fondamenti certi dell’anima umana. E mentre in ogni bambino che è in questa scuola vediamo l’uomo diveniente, mentre cerchiamo di svilupparlo attraverso conoscenze, che possono vivificare i fondamenti pedagogici, vediamo qualcosa che è necessario, come in tutto quello che cerchiamo di trarre da questa scienza dello spirito.
Naturalmente, posso sempre indicare questa scienza dello spirito come una rivendicazione necessaria dello sviluppo contemporaneo e futuro solo da un paio di punti di vista. Così accade che da tali indicazioni unilaterali nascano ostilità, perché non si vede il tutto. Allora, mi piacerebbe proprio alla fine tornare all’inizio e indicare come sia difficile per il cuore di uno quando si vede come siano pochi gli uomini che valutano il pendio inclinato; come non si cerchino i fondamenti per una ricostruzione della nostra vita spirituale, morale e altrimenti culturale.
Da molto si può ricavare questo. Mi permetta di concludere con un paio di esempi. Perfino uomini dai quali si crede che stiano saldi nella vita esterna, a quale opinione sono giunti dai fatti? Le parole che lo statista austriaco Czernin ha scritto nel suo libro più recente, queste parole — ci si può mettere diversamente verso di esse —, meritano di essere riflettute:
«La guerra continua, benché in forma mutata. Credo che le generazioni future il grande dramma, che durante cinque anni ha dominato il mondo, non lo chiameranno Guerra mondiale, ma bensì Rivoluzione mondiale, e sapranno che questa Rivoluzione mondiale è stata soltanto l’inizio della Guerra mondiale. Né la pace di Versailles né quella di S.-Germano creeranno un’opera permanente. In questa pace giace il seme disgregante della morte. I combattimenti che scuotono l’Europa non sono ancora in diminuzione. Come dopo un potente terremoto continua il brontolio sotterraneo. La terra continuerà a strapparsi qua e là, e le fiamme si scaglieranno al cielo. Ancora e ancora si rovesceranno eventi elementari di forza devastatrice sui paesi, fino a quando tutto sia spazzato via che ricorda il delirio di questa guerra. Lentamente, tra sofferenze indicibili, nascerà un nuovo mondo. Le generazioni future guarderanno indietro al nostro tempo come a un lungo sogno cattivo. Ma dopo la notte più buia segue un giorno. Generazioni sono cadute nella tomba, uccise, morte di fame, morte per malattia. Milioni sono morti nello sforzo di distruggere, di rovinare, di odio e di assassinio nel cuore. Ma altre generazioni sorgono, e con loro un nuovo spirito. Costruiranno quello che guerra e rivoluzione hanno distrutto. Come a ogni inverno segue la primavera. Anche questo è una legge eterna nel ciclo della vita, che dalla morte sorge la resurrezione. Beati coloro che saranno chiamati, come soldati del lavoro, a edificare con loro il nuovo mondo».
Bene, qui si parla anche di nuovo spirito; so che se uno parlasse a questo Czernin del nuovo spirito, indietreggerebbe, lo considererebbe fantasia. In astratto gli uomini parlano del nuovo spirito, sanno che deve venire. Davanti allo spirito concreto prendono i tacchi. Ma è una questione seria, guardare la strada concreta di questo nuovo spirito. Ce ne sono molti che oggi per esempio dal punto di vista del loro presunto cristianesimo attaccano la scienza dello spirito, non vogliono nemmeno riconoscere come questa scienza dello spirito proprio per una rivitalizzazione del cristianesimo fornisca le basi più viventi; come il cristianesimo vivrà nel futuro proprio perché la scienza dello spirito insegnerà di nuovo il Cristo vivente e l’evento del Golgota come fatto storico dalla ricerca geisteswissenschaftliche. Una gran parte dei teologi l’ha portata così lontano che non insegnano più questo Cristo come il vero significato della terra, ma lo fanno il «semplice uomo di Nazareth». Lo spirituale del cristianesimo sarà di nuovo fondato dalla scienza dello spirito. Ma a coloro che oggi si spaventano proprio dalle basi cristiane, a loro bisognerebbe dire: il cristianesimo è costruito su fondamenti così saldi che per esso non si deve temere la scienza dello spirito, non più di quanto si temesse la scoperta della pompa d’aria e di altre cose, e quindi neppure della dottrina delle vite terrestri ripetute o della dottrina del destino, come la scienza dello spirito la fornisce. Il cristianesimo è così forte che può accogliere tutto ciò che viene dalla scienza dello spirito. Ma che anche tutti i contemporanei portatori delle confessioni cristiane siano così forti, questa è un’altra domanda, ma pure una domanda seria.
Dobbiamo pensare in prospettive mondiali, questo ci ha insegnato la cosiddetta guerra mondiale. Sulla nostra Europa e la sua cultura molti uomini pensano similmente come un diplomatico giapponese, le cui parole vorrei riferirvi. Questo diplomatico giapponese, che è un uomo colto, ha detto:
«Per una serie di anni abbiamo creduto in Giappone che diritto e giustizia veramente esistessero nel mondo cristiano dell’Occidente. Ma negli ultimi anni sappiamo: non è così! Gli insegnamenti altisonanti e le dichiarazioni delle nazioni cristiane non sono altro che una maschera presuntuosa a velo dell’ingiustizia e dell’avidità. Sappiamo ora che una cosa come la giustizia internazionale non esiste; sappiamo inoltre che il potere capitalista dell’Occidente non può essere limitato, se non — per il potere più grande. Il Giappone l’ha imparato, e tutta l’Asia sta per impararlo. Per questo è spiegata la nostra posizione verso la Cina: sappiamo che non possiamo dipendere da alcun diritto, che non possiamo contare su un trattamento onesto di qualunque affare da parte delle potenze occidentali. Essi divideranno la Cina e la distruggeranno, quindi deprederanno il Giappone al vassallaggio, lo faranno senza coscienza, senza ponderazione, lo faranno senza esitazione, se in Giappone non manteniamo il nostro dominio, se non teniamo e sviluppiamo noi stessi la Cina. Perché infine questo sfruttamento occidentale della Cina sarebbe la rovina della Cina, mentre la nostra politica sarà la liberazione finale della Cina. In Cina e nelle nostre regioni del Pacifico dobbiamo essere pienamente armati per poterci difendere sufficientemente. Se volessimo dipendere da una lega di stati fatta all’anglosassone, se volessimo credere in una giustizia latente o addirittura già regnante nella civiltà cristiana, questo sarebbe una prova della nostra debolezza spirituale, una prova anche che meritiamo il nostro destino di rovina nazionale, che ci minaccia inesorabilmente dalle potenze occidentali».
Ci si può mettere verso questo contenuto come si vuole: così si pensa nel mondo, e abbiamo tutte le ragioni di guardare questi pensieri come realtà. Così è veramente molto fuori luogo se contro ciò che voglio introdurre in modo onesto come nuova direzione dello spirito, proprio da parte di coloro che fondamentalmente dovrebbero conoscere le condizioni della vita dello spirito — mi permetta di caratterizzarlo — , se da questo lato vengono ancora e ancora le obiezioni, già così spesso descritte, per esempio l’obiezione: non si può controllare quello che il ricercatore dello spirito dice. Così poco tempo fa apparve una brochure di un signore non molto lontano da qui: «Rudolf Steiner come filosofo e teosofo». Vorrei solo da un punto di vista indicare lo spirito e la logica che vi dominano. Là si trova una bella frase: «Devo un po’ divenire storico, fisico, chimico, per provare indipendentemente. Le verità teosofiche però non posso provare se non sono un chiaroveggente». Cioè, dice, gli storici, fisici, chimici affermano molte cose; se si vogliono provare, allora uno deve appunto divenire storico, fisico, chimico. Io dico: se uno vuol provare le cose geisteswissenschaftliche, allora deve divenire ricercatore dello spirito. Che cosa dice il signore? «Devo un po’ divenire storico, fisico, chimico, per provare indipendentemente. Le verità teosofiche però non posso provare se non sono un chiaroveggente». Naturalmente! Anche io non posso provare i risultati della ricerca chimica se non divento chimico. Ma ricercatore dello spirito uno evidentemente non può divenire. Così allora si dice qualcosa di completamente strano: devo provare, ma provare senza impegnarmi in alcun modo nei metodi della prova. La domanda per questo signore, come egli stesso, come subito sentirete, dice, non è se si può decidere una volta che ci si è appropriati delle ragioni della decisione, ma: «La domanda è se sono state provate da me o potevano essere provate, e questo devo, a parte la critica logica formale, negare». Bene, che lui lo debba negare, glielo cedo volentieri. Ma come ammetto che ogni chimico deve divenire per poter provare i risultati della ricerca chimica, così ognuno deve incamminarsi sulla strada del ricercatore dello spirito per provare le verità geisteswissenschaftliche. Ma questo signore lo rifiuta. Di questa logica è propriamente tutta la sua scrittura. E di questa logica è portato molto di quello che si fa passare in modo distorto come scienza dello spirito. Si ha veramente qualcosa di meglio da fare che occuparsi di tali obiezioni.
In particolare però, sarebbe conveniente per questo popolo tedesco, questo popolo tedesco così provato, pensare come dovrebbe posizionarsi verso i veri fondamenti della vita dello spirito. Posso indicare alcune frasi che nel 1858 Herman Grimm, lo storico dell’arte geniale, ha scritto nel suo saggio su Schiller e Goethe. Scrive più di 60 anni fa: «La vera storia della Germania è la storia dei movimenti spirituali nel popolo. Solo dove l’entusiasmo per un grande pensiero ha mosso la nazione e portato le forze cristallizzate a fluidità, accadono atti che sono grandi e luminosi». Non dovremmo poter prendere a cuore tali parole oggi? O le parole che Herman Grimm — così certamente non un rivoluzionario — ha scritto nel 1858: «I nomi dei Kaiser e re tedeschi non sono… pietre miliari per il progresso del popolo». Voleva dire che le pietre miliari per il progresso del popolo sono le azioni nel campo del pensiero, del pensiero che penetra nello spirituale.
A nessuna epoca il tedesco ha avuto più necessità di attenersi a questo che proprio in questo tempo di necessità, di dura prova. E per questo si possono oggi esortare i contemporanei a guardare i grandi antenati, affinché possiamo divenire i loro degni posteri. Le confessioni di fede nella vita dello spirito che hanno espresso gli antenati del popolo tedesco non dovrebbero oggi valere per il presente, e non dobbiamo sviluppare ulteriormente questo sforzo dello spirito invece di stare fermi nel citarlo a sole parole? Chi oggi cita solo Goethe, non l’intende; solo chi lo sviluppa ulteriormente l’intende. Chi cita solo Johann Gottlieb Fichte, fa qualcosa di insensato, se non lo sviluppa ulteriormente nella vita dello spirito. Avete sentito come il mondo parla della vita dello spirito europea. Nel mondo bisogna imparare a riconoscere che il tedesco ancora una volta ha la volontà di guardare a ciò che sono le vere pietre miliari per il progresso del suo popolo. Nel mondo si è spesso chiamato sognatori i nostri antenati, i grandi portatori della vita dello spirito tedesco. Li si è fraintesi, come oggi si dipinge ciò che parla dello spirito come fantasia o qualcos’altro. Ma c’erano comunque persone che sapevano come ciò a cui si aspirava per lo spirito aveva radici nella realtà. E in un momento importante Johann Gottlieb Fichte ha detto alle persone: quello che gli altri dicono, che le idee non possono direttamente intervenire nella vita pratica, lo sappiamo noi idealisti ugualmente, forse meglio degli altri; ma che la vita deve essere orientata secondo di esse, lo sappiamo in anticipo. — Lì indicava alla pratica della vita, e diceva: coloro che non lo vedono, appartengono a quelli che non sono contati nel piano del mondo. Così a queste persone sia in tempo opportuno concesso il sole e la pioggia e una buona digestione e, se possibile, anche alcuni buoni pensieri.
Dipende da quale spirito si guarda la gestazione dello spirito dei grandi portatori della vita dello spirito tedesco. Su questo deciderà la realtà, non il giudizio astratto. Se i discendenti di questi antenati tedeschi avranno un senso per la vera pratica dello spirito, allora gli uomini che ci hanno preceduto in questa pratica dello spirito non saranno stati sognatori. Se però trascuriamo di penetrare nelle realtà della pratica dello spirito, allora non diventeranno sognatori attraverso se stessi, ma attraverso noi o attraverso i nostri posteri, che non vogliono sapere nulla del vero spirito tedesco. Si guardi il popolo tedesco dal rendere sognatori i suoi grandi antenati, di cui il mondo così spesso ha detto che erano sognatori, per la colpa che scaturisce dal fatto che non abbiamo senso per lo spirito, che è stato richiamato e invocato nella vita dello spirito tedesco! Che trovi seguaci! Questa è l’ultima parola che proprio dalle mie odierne esposizioni voglio rivolgervi. ### IL BILANCIO MONDIALE DELLA VITA DELLO SPIRITO E DELL’ANIMA AL PRESENTE
Quando oggi si guarda al fatto che i singoli Paesi e i popoli sono chiusi gli uni agli altri, cosicché è in parte completamente impossibile e persino entro limiti stretti estremamente difficile passare da un territorio popolare a un altro, allora si deve dire: chi ha partecipato in qualche misura alla vita dello spirito, così come si è sviluppata nel mondo più recente, può dire soltanto: questo fatto è compatibile il meno possibile con quello che vive effettivamente nel profondo del cuore umano — i desideri più profondi, gli impulsi animici e spirituali interiori. Infatti, se si guarda imparzialmente a questo interno umano, si deve avvertire come il contenuto di questo interno, come tutte le forze di questo interno di un essere umano che partecipa alla cultura, sono composte dai singoli elementi dello sforzo spirituale e culturale di tutti i popoli civilizzati sulla nostra Terra, e nessun essere umano oggi è in grado — se mi è permesso usare questa espressione commerciale — di tracciare il bilancio della sua vita dello spirito senza inserire nei singoli capitoli quello che è confluito nella totalità della nostra costituzione animica e spirituale da tutti i campi culturali del mondo. Ma come stanno effettivamente le cose con questo bilancio della nostra vita animica e spirituale nel nostro presente immediato? Mi sembra che spetti specialmente al popolo tedesco fare queste considerazioni. Bisogna dire che oggi, in fondo, si deve parlare seriamente delle questioni della nostra vita culturale. Forse si può ricordare, senza essere fraintesi dopo tutto ciò che abbiamo sperimentato, come il pensatore profondo e indagatore Friedrich Nietzsche, nell’anno del sorgere del nuovo regno tedesco, ha scritto il suo libro culturale «La nascita della tragedia dallo spirito della musica». Sugli stati d’animo che allora attraversavano l’anima del giovane Nietzsche teso allo sforzo, egli stesso scrive che gli sembra, quando guarda al modo in cui allora il regno è stato inaugurato, che incombesse l’estirpazione dello spirito tedesco a favore dello stato tedesco. Davvero ci sono stati anni — e non sono molto lontani da noi — in cui tale affermazione dovette apparire a molte persone più o meno frivola. Ma i fatti sono divenuti diversi, e poco importa oggi se si abbia ragione o torto nei confronti di colui che ha fatto tale affermazione. Significativo appare sempre il fatto che una tale affermazione potè essere fatta durante l’alba del nuovo periodo imperiale da colui che ha effettivamente sofferto abbastanza profondamente di tutto ciò che si può riassumere nelle parole: il materialismo del XIX secolo. Ma forse si può continuare idealmente l’idea, la sensazione che ha condotto a questa affermazione. Si potrebbe dire: non potrebbe essere proprio la necessità del popolo tedesco quella che riaccende di nuovo nello spirito dell’organismo umano quello che Nietzsche credeva fosse allora estirpato, tagliato via?
Con queste parole introduttive in realtà non voglio fare più che richiamare l’attenzione sulla serietà che deve sovrastare le considerazioni che si occupano di una prospettiva più ampia sulla presente vita dello spirito e dell’anima e i suoi compiti. Se allora nel 1871 solo una sorta di luce tangenziale cadde attraverso Nietzsche sul bilancio della vita dello spirito e dell’anima del suo tempo, possiamo dire che molti spiriti della civiltà tedesca del XIX secolo, che si sforzavano per la completezza e la serietà, si sono occupati del bilancio mondiale della vita dello spirito del loro tempo. Potrei ricordare molte personalità che hanno pensato nel senso di tale bilancio mondiale della vita dello spirito e dell’anima. Desidero solo richiamare l’attenzione su David Friedrich Strauss, che certamente oggi a molte persone, a ragione, non simpatizza a causa del suo materialismo. Coloro tra gli ascoltatori che mi hanno sentito parlare nel corso dei decenni scorsi avranno il presentimento di quanto io abbia sul cuore nei confronti di qualcosa come il libro «Il vecchio e il nuovo credente» di David Friedrich Strauss; però in esso sono sollevate le grandi domande della metà del XIX secolo. Domande come: abbiamo ancora religione? Siamo ancora cristiani? — David Friedrich Strauss le solleva in modo incalzante. E ancora una volta non desidero decidere qui come stia il sì o il no in queste cose, né nemmeno come stia il sì o il no nei confronti di David Friedrich Strauss stesso. Ma desidero attirare l’attenzione sul fatto che nonostante tutto il materialismo di David Friedrich Strauss, nonostante che in lui sia presente tutto ciò che Nietzsche ha percepito come tale trivialità nella sua visione del mondo, l’onestà aleggia su quello che allora David Friedrich Strauss ha messo per iscritto.
Quali domande, e da quali punti di vista voleva David Friedrich Strauss rispondere? Ha assorbito tutto ciò che il XIX secolo ha portato come visione del mondo naturalistica e come atteggiamento mentale. David Friedrich Strauss tentò di costruire un’immagine del mondo partendo dagli elementi più moderni, e si deve dire: con tutto ciò che nel tempo più recente era stato realizzato fino a Darwin e Haeckel, David Friedrich Strauss ha formato la sua immagine del mondo, onestamente l’ha formata come sua convinzione e come l’intera ampiezza della sua vita dell’anima, e allora onestamente senza riserve ha sollevato la domanda: posso ancora avere religione nel vecchio senso se, come corrisponde all’atteggiamento del tempo più recente, mi professo in questa immagine del mondo? Posso essere onestamente ancora un cristiano se mi professo in questa immagine del mondo? E Strauss risponde onestamente a entrambe le domande con un no. Traccia il bilancio mondiale dell’educazione moderna, della moderna vita dello spirito e dell’anima in questo senso.
Per quanto acutamente il confessore della scienza dello spirito debba esprimersi contro questo credo di David Friedrich Strauss — deve essere detto che allora attraverso lui, come attraverso molti altri, è stato tracciato un bilancio onesto della vita dello spirito e dell’anima. Se si guarda imparzialmente a quello che, da quel tempo, che è passato approssimativamente dalla metà del XIX secolo, è apparso come sforzi simili, allora inizialmente non si può parlare di un tracciamento onesto del bilancio, allora in realtà si può solo dire che da molti, molti lati ci si sforza di nascondere il bilancio mondiale della vita dello spirito e dell’anima. Occultamento del bilancio mondiale della vita dell’anima e dello spirito — questo è qualcosa che ci viene incontro oggi a ogni passo. Lo vediamo a ogni passo quando guardiamo a quello che è affermato da numerosi rappresentanti di questa o quella confessione. Da un lato, tali persone trovano spesso parole che sembrano naturali come concessioni all’atteggiamento naturalistico, e di passaggio, senza sospettare l’onestà di David Friedrich Strauss, continuano a parlare nelle vecchie abitudini mentali del cristianesimo e della religione, e non viene loro in mente di tracciare un vero bilancio tra i singoli capitoli che dai più diversi lati scorrono nella nostra vita dello spirito. Occultamento del bilancio della vita dello spirito e dell’anima — questa è la misteriosa firma di molti sforzi culturali del presente.
Ma non riusciamo affatto se tentiamo da un piccolo circolo di tornare ancora una volta a un bilancio onesto. Lo sforzo di passare da piccoli circoli a visioni universali è esattamente quello che ci ha condotto all’assurdo. L’attaccarsi a piccoli pensieri comodi è ciò che non ci ha permesso di ottenere una relazione adeguata ai fatti del mondo, è ciò che infine ha causato la terribile catastrofe degli ultimi anni. L’umanità dovrebbe imparare dalle terribili esperienze, dalla terribile necessità di questa catastrofe, che è davvero venuto il momento di volgere lo sguardo verso l’alto, verso dove si trovano effettivamente i punti di vista che governano la vita, in modo che impariamo a governarla consapevolmente, mentre inconsciamente ci siamo lasciati guidare da questo o da quello.
Oggi non siamo davvero poveri di vari programmi, di varie idee programmatiche. Si potrebbe dire: crescono come rovi i club e i programmi e le idee programmatiche. Possono certamente crescere economicamente perché la nostra vita intellettuale ha progredito molto lontano, e da una vita intellettuale molto sviluppata si può sempre dire qualcosa di ragionevole su cui poi si giura come su una parola sacra. E così sorgono questi numerosi programmi — che siano programmi politici o programmi della vita spirituale, programmi in qualche campo della morale, dell’agire sociale e così via — programmi i cui portatori pensano sempre: quello che io considero come giusto per l’umanità deve il più presto possibile insediarsi in tutto il mondo presente, poiché io l’ho concepito come il giusto, il salutare per l’umanità, deve diffondersi sulla sfera umana come essa è in considerazione oggi, su America, Europa, Asia. E il signor Programma pensa molto spesso inoltre: quello che io ho qui concepito deve nuovamente valere, sì, più o meno fino alla fine di tutti i tempi terrestri; perché è assolutamente salutare per l’intera terra e per tutti i tempi futuri.
In questo modo di pensare, in questo modo di pensare che assolutizza tutto, risiede la disgrazia e il vero peccato della vita intellettuale del nostro tempo. Il nostro tempo non vuole guardare alle condizioni concrete che esistono tra gli uomini, non vuole guardare a come sono diverse le condizioni di vita, diciamo dapprima, dell’Oriente e dell’Occidente. Solo schizzatamente desidero oggi parlare da questo punto di vista del bilancio mondiale della vita dello spirito e dell’anima, facendo notare come sia tutto diverso quello che sgorga dall’anima, come immagine di vita e visione del mondo, da un lato nel mondo dell’Oriente, dall’altro lato nel mondo dell’Occidente. E noi qui in Europa centrale, non siamo forse intimamente intrecciati nella nostra vita dell’anima e dello spirito con quello che da un lato scorre dall’Oriente, è fluito da secoli e millenni? E non siamo forse dall’altro lato intrecciati con tutto ciò che come elemento nuovo particolare sgorga ed è sgorgato da lungo tempo in Occidente? Se guardiamo a ciò che sta alla base di tutto lo sviluppo culturale della nostra regione e della nostra vita, se guardiamo al cristianesimo, a questo più potente impulso di tutto lo sviluppo terrestre, che però soprattutto ha dato forma alla cultura occidentale in tutti gli aspetti, allora troviamo che, indipendentemente dal fatto che l’evento del Golgota si sia compiuto in Oriente, il primo flusso del cristianesimo è fluito dallo spirito orientale in Europa; che noi, avendo nell’europeo l’impulso del cristo, sostanzialmente abbiamo in ciò un elemento orientale. L’intera configurazione, il modo generale della vita dello spirito orientale rimanda a tempi antichi. E oggi — avete solo bisogno di leggere parole così incalzanti di una figura come quella rappresentata da Rabindranath Tagore per confermarlo.
Se guardiamo verso l’Asia, dove di nuovo tra gli uomini colti tutto si agita, dove tutto partecipa alla formazione del bilancio della vita dello spirito e dell’anima, vediamo qualcosa che si è sviluppato in un certo senso come una continuazione rettilinea della vita dello spirito antica, propria dell’Oriente. Sebbene partecipiamo di questa vita dello spirito orientale, per quanto sia stato istillato nella nostra cultura, dobbiamo sempre ricordare le nostre più profonde forze di comprensione e conoscenza se vogliamo capire quello che oggi vive in Oriente come forze di sforzo, e ancora di più se vogliamo capire da quali fonti dello spirito, potenti in Oriente secoli e millenni fa, si è sviluppata la presente vita dello spirito orientale. Se guardiamo a questa vita dello spirito, troviamo ancora in essa oggi quello che si potrebbe chiamare spiritualità, spiritualità. Questa spiritualità è certamente in declino, in decadenza, e difficilmente si può paragonare quello che proviene persino dai migliori spiriti dell’Oriente con quello che un tempo si è rivelato in Asia come una profonda e significativa vita dello spirito per l’umanità. Porta un carattere di base — e questo carattere di base diventa evidente per noi, quanto più e quanto più indietro guardiamo — porta un carattere di base. Se esaminiamo tutto ciò che possiamo sapere della vita culturale, della vita dell’anima dell’Oriente, allora dobbiamo dire: è sorto certamente non da una tale costituzione e stato d’animo dell’anima come la nostra, quella dell’Occidente, nella normale vita umana; è sorto così che nel creare questa vita dello spirito altre forze dell’anima partecipano piuttosto che quelle che noi stessi impieghiamo con la nostra scienza avanzata e i nostri sforzi spirituali più avanzati. Per sentire, per sentire veramente la configurazione, l’intero modo della vita dello spirito orientale — come detto, oggi è in declino — si deve chiedere, come spesso qui in queste lezioni è stato chiesto da me e dalle fondamenta della scienza dello spirito si è cercato di dare una risposta, si deve chiedere: non può emergere dall’uomo anche qualcosa di natura superiore a quello che usa solo gli strumenti esterni dei sensi e dei nervi, o in generale gli strumenti corporei, per diventare espressione della vita dell’anima e dello spirito?
È stato spesso mostrato dalle fondamenta della scienza dello spirito come il ricercatore dello spirito possa avanzare, mentre rimane rigidamente scientifico come è rigidamente scientifica l’odierna scienza della natura, verso quello che si può chiamare l’Eterno, l’Immortale nell’uomo, verso quello che entra nel corpo umano, quello che entra nel corpo ereditato come quello che, non ereditato, deve essere portato dal mondo spirituale, ciò che entra attraverso la nascita o la concezione, e che di nuovo, quando l’uomo passa attraverso la porta della morte, esce nel mondo spirituale. Se percepiamo quello che in particolare dai più antichi elementi della vita dello spirito orientale parla a noi, dobbiamo dire: non parla da lì dall’uomo quello che usa solo gli strumenti corporei esterni, come nella nostra scienza, poesia, arte; parla al di là di quello che gli strumenti corporei possono, l’uomo spirituale, che come essere eterno scende dal mondo spirituale attraverso la nascita o la concezione e che di nuovo attraverso la porta della morte ritorna nel mondo spirituale. La vita spirituale dell’Orientale è qualcosa come una rivelazione di ciò che l’uomo ha portato con sé attraverso la nascita o la concezione nell’essere fisico, di ciò che in un certo senso non può usare qui, ma deve piuttosto portare attraverso la porta della morte. Si può dire: tutto ciò che l’uomo colto orientale considera come reale cultura spirituale è un’emanazione dell’uomo superiore nell’uomo, se già osservo questa espressione che è divenuta triviale; è qualcosa che va ben oltre l’umano quotidiano.
Sostanzialmente abbiamo nella nostra vita dell’anima solo qualcosa come una parte del nostro essere, da cui possiamo veramente farci un’idea corretta e completa dell’intero modo in cui l’Orientale, nei suoi migliori tempi primitivi, stava alla sua vita dello spirito. Per farci un’idea del genere, dobbiamo guardare al modo in cui in noi emerge, quando riuniamo le migliori forze del nostro essere umano, quello che chiamiamo i nostri impulsi morali, quello secondo cui misuriamo il moralmente buono e il moralmente cattivo in noi. Se questi nostri impulsi morali si annunciano nel profondo del nostro essere come intuizioni, se devono diventare il principio guida della nostra vita nel campo morale, allora sperimentiamo in questi impulsi qualcosa della forza dell’anima che dobbiamo poi immaginarci esteso su tutto quello che l’Orientale sente quando incanta la sua vita dello spirito nel mondo fisico. Nulla di quello stato d’animo che abbiamo quando decidiamo qualcosa sulla natura, nulla di quello stato d’animo che percorre le nostre filosofie e visioni del mondo e i nostri monismi triviali, ma quella coscienza nell’anima, di ricevere un Sopramondano, un Sovraspaziale, che caratterizzava l’Orientale in tutto ciò che gli dava un contenuto, ciò che avrebbe potuto chiamare la sua visione del mondo.
Con questo modo di stare — non dico di pensare il mondo sovraspaziale, ma di stare nei confronti del mondo sovraspaziale, con questo modo di sentire verso quello che può rivelarsi dal mondo sovraspaziale nel sensibile — il membro della civiltà occidentale da tempo non ha saputo cosa farne. Astrattamente è emerso nella vita morale esterna quello che si chiama l’uomo superiore nell’uomo. Ma quell’esperienza enorme e immediata per cui questo uomo superiore porta in questo mondo sensibile-fisico una cultura spirituale che è direttamente l’espressione di un Sovraspaziale, questo è andato largamente perduto per la cultura occidentale. Questo dovremmo sinceramente confessarci oggi come risultato genuino di un bilancio mondiale della vita dello spirito e dell’anima.
Guardando ora ai fenomeni singoli. Da un lato vediamo come — l’ho già segnalato — l’impulso del cristo è penetrato in tutti i nostri flussi culturali. Un tempo vi entrò con una forza d’urto enorme nella vita occidentale. Ha perso questa forza d’urto. Se retrocediamo a tempi cristiani antichi, troviamo che gli uomini che volevano avvicinarsi seriamente alla visione cristiana del mondo volevano afferrare la figura di Cristo attraverso la conoscenza sovraspaziale. Nel XIX secolo, proprio i teologi più avanzati, i confessori più avanzati del cristianesimo sono stati orgogliosi di rimuovere il sovraspaziale anche dalla figura del Cristo Gesù, e ci sono stati e ci sono ancora insegnanti universitari di teologia cristiana che sono orgogliosi di considerare il Cristo Gesù solo come il «semplice uomo di Nazareth», che sono orgogliosi di non portare il meno possibile di umano-divino in questa figura della vita terrestre. Vediamo come gradualmente, per così dire, è evaporato il senso del sovraspaziale anche nei confronti delle convinzioni più sante dell’umanità occidentale, spesso proprio nei leader spirituali. Gli uomini in Occidente non potevano fare nulla neanche con quello che si era sviluppato attraverso i secoli da essi dallo spirito dell’Oriente. L’hanno materializzato. Il fenomeno più significativo è la materializzazione del cristianesimo della teologia, perché è una materializzazione quando l’essenza di Cristo, che deve essere pensata come extraterrena, unita alla personalità di Gesù di Nazareth, viene cancellata, e solo le proprietà personali di Gesù di Nazareth, come un altro fenomeno storico, sono guardate.
Possiamo anche in altri esempi vedere come questo spirito occidentale si rapporta stranamente a quello orientale. Molte persone, alcune consapevolmente, alcune inconsciamente, alcune in buona fede, alcune con cattive intenzioni, confondono la nostra scienza dello spirito orientata antroposoficamente con quello che nelle regioni di lingua inglese è chiamato Teosofia. Non desidero oggi affatto parlare delle relazioni della nostra scienza dello spirito orientata antroposoficamente con ciò che in Inghilterra sotto Blavatsky e Besant è chiamato Teosofia, ma desidero attirare l’attenzione sul fatto che il popolo conquistatore del mondo, l’Inghilterra, nell’ultimo terzo del secolo scorso aveva, seppur piccolo in rapporto all’intera cultura inglese, ma comunque notevole, un fenomeno che si esprimeva nel movimento teosofico lì. Cosa voleva questo movimento teosofico entro una cultura nel senso più eminente occidentale? Voleva l’approfondimento della vita dello spirito, voleva ricercare di nuovo le fonti dell’esperienza spirituale. Cosa ha fatto? I membri del popolo conquistatore hanno teso verso le fonti dello spirito, sono andati dal popolo conquistato degli Indiani e hanno preso lì la saggezza orientale antica. Che noi non l’abbiamo imitato, è stato proprio per questo che siamo stati così scomunicati da questo lato teosofico. E se si paragona quello che vive all’interno di questa società inglese-teosofica, che è interamente preso in prestito dall’Induismo orientale, con quello che un tempo visse come saggezza lì, allora si deve vedere in tutto ciò che è tramandato come, diciamo, «corpo eterico», «corpo astrale», una materializzazione di ciò che nel mondo orientale era spirituale, puramente spiritualmente pensato. Ma è caratteristico per un altro fatto quello che ho appena citato. È così poco possibile ai membri della cultura inglese occidentale di generare da sé uno sforzo verso le fonti di una nuova vita spirituale, che ci si rivolge alla volta decadente della vita dello spirito orientale per farsi un prestito, per portare beni stranieri all’Occidente. Proprio in questo esempio si può vedere come c’è così poco talento proprio in questo Occidente di produrre per sé il genere di cose che sono le produzioni di colui che come uomo superiore, come uomo spirituale, come uomo eterno, come uomo immortale vive nel mortale, e la cui espressione è infine la cultura spirituale orientale. L’Orientale quindi capisce molto bene cosa sia l’uomo superiore nell’uomo, cos’è l’uomo che non vive puramente sulla terra, ma nel mondo spirituale al di sopra della terra.
Quale analogo abbiamo nella vita dello spirito occidentale, e quale analogo abbiamo sempre più, quanto più andiamo verso Occidente, nei confronti di questo uomo superiore, come ho appena cercato di caratterizzarlo con parole balbettanti per la vita dello spirito orientale — quale corrispondente abbiamo effettivamente nella quotidiana, ordinaria, banale vita dello spirito dell’Occidente? Si deve riflettere a lungo per scoprire quale corrispondente la cultura occidentale fino a oggi ha dato come equivalente dell’uomo spirituale superiore dell’Oriente.
Se oggi si guarda ai manuali comuni sulla popolazione della nostra terra, si trova notoriamente: sulla terra vivono circa 1500 milioni di esseri umani. È fondamentalmente corretto se si guarda agli esseri umani che creano per la cultura umana, camminando su due gambe sulla superficie terrestre, ma non è più corretto per il nostro tempo presente, se chiediamo la quantità di lavoro che relativamente non molto tempo fa gli uomini avevano svolto quasi completamente da soli per la cultura umana. Abbiamo con le realizzazioni della cultura occidentale portato la sostituzione del lavoro umano con il lavoro di macchina nella misura più abbondante, e possiamo dire: nel corso degli ultimi tre o quattro secoli quello che è fabbricato, prodotto per la nostra cultura non è divenuto solo il risultato di quello che il lavoro umano compie, ma di quello che il lavoro di macchina compie. Se la macchina non esistesse, si vedrebbe quanti umani dovrebbero operare affinché accada quello che oggi accade con l’aiuto della macchina. Si può ora calcolare quanti umani in più dovrebbero vivere sulla terra se dovesse essere compiuto attraverso il lavoro umano quello che è compiuto attraverso il lavoro di macchina. Mi sono sforzato di calcolare questo, e per una giornata lavorativa di otto ore ottengo — si può calcolare più o meno dal consumo di carbone e altro — che circa 700 fino a 750 milioni di umani in più dovrebbero lavorare sulla terra, di quelli che attualmente sono presenti come umani in carne. Questo significa che è solo condizionatamente corretto — se guardiamo alla quantità di lavoro compiuto — che la nostra terra sia abitata da 1500 milioni di umani. L’abbiamo abitata da più esseri, ma da quelli che non sono veramente umani, bensì propriamente ominidi, macchine, che però compiono il lavoro che altrimenti dovrebbero compiere gli umani. All’Orientale, in un certo senso in relazione alla sua propria costituzione psichica, è piuttosto sgradevole il pensiero di questi ominidi umani, di questi 700 fino a 750 milioni di umani che irrompono nella cultura umana, che non sono umani, bensì macchine.
Questo tipo di esseri umani che collaborano, che è il portatore, il portatore meccanico della forza umana, questo è il vero analogo, il vero equivalente nella normale cultura occidentale: questo sottuomo a fronte dell’uomo superiore, dell’uomo spirituale dell’Oriente. E non credo che oggi tracci onestamente il bilancio della vita dell’anima e dello spirito chi non porti a questo rendiconto quello in cui nei migliori tempi, che hanno dato qualcosa all’umanità, la cultura spirituale orientale culminava nell’uomo superiore, in contrasto con ciò che infine la cultura occidentale ha prodotto: il sottuomo, la macchina, che compie il lavoro umano.
Certamente, nel tempo recente gli Orientali non sono rimasti affatto idealisti, bensì si sono appropriati di quello che la macchina dell’Occidente dovrebbe compiere, ma trovo ancora caratteristico per la configurazione generale della loro vita dello spirito il fatto che si è verificato circa 45 anni fa. Allora i Giapponesi hanno ricevuto i primi piroscafi da guerra dagli Inglesi ed erano orgogliosi di poter ora fare quello che gli Inglesi potevano fare: comandare piroscafi da guerra. E hanno congedato il loro maestro inglese e sono partiti loro stessi. La gente guardava dalla costa come un capitano guidava un piroscafo in mare. Ma allora divenne loro sgradevole: il piroscafo girava e girava e non voleva smettere di girare. Perché doveva girare, l’Inglese era stato congedato, lui che avrebbe saputo far sfuggire il vapore attraverso il dispositivo appropriato. E così il capitano giapponese dovette girare e girare in mare finché il vapore non fu completamente consumato. Certo, adesso così non è nella vita esterna, ma nella costituzione interna animica e spirituale è così. L’uomo colto orientale sostanzialmente sta davanti alla cultura spirituale occidentale come quel capitano giapponese sul suo piroscafo da guerra, di cui non capiva come dirigere il dispositivo per il rilascio del vapore. C’è un abisso enorme tra la configurazione interna di questa vita dello spirito orientale e occidentale. E quanto difficile diventa per l’Occidentale trovarsi veramente dentro onestamente nella vita dello spirito orientale, tanto difficile diventa dall’altro lato anche per l’Orientale oggi trovarsi nella vita dello spirito occidentale.
Quindi è accaduto che per noi particolarmente in Europa centrale — che siamo, come dire, incuneati tra la vita dello spirito orientale e occidentale — è divenuto una difficoltà. Quello che vi ho appena spiegato per la vita dello spirito orientale è fondamentalmente una caratteristica della vita dello spirito orientale antica. Ciò che ancora si trova su questo oggi e che è già in forte transizione verso una nuova metamorfosi, è fondamentalmente solo un ultimo ramo. Solo per colui che capisce qualcosa di queste cose, questo ramo punta a quello che era effettivamente la vita dello spirito orientale. Ma noi, in quanto noi stessi apparteniamo all’Occidente, abbiamo a lungo beneficiato di quello che è venuto a noi da questa vita dello spirito orientale. Non si può dire che l’evento del Golgota sia venuto dalla vita dello spirito orientale. Si è compiuto in Oriente, ma è un fatto che si è compiuto per l’intera umanità. Ma quello per cui dall’umana costituzione psichica e spirituale l’Occidente ha finora capito il Mistero del Golgota è venuto dalla tradizione orientale. E il nostro modo di pensare cristianamente al Mistero del Golgota è, per colui che può osservare imparzialmente tali cose, semplicemente il risultato ultimo di quello che abbiamo dalla tradizione orientale.
La nostra cultura normale, la nostra odierna cultura quotidiana vive ancora dai flussi dell’Oriente, non ha ancora generato nuovi inizi per capire l’evento del Golgota e altre cose sovraspaziali in modo nuovo. Ma quello che in Oriente è già in declino, ma che per l’Orientale odierno è un elemento corrispondente, cos’è divenuto presso di noi attraverso tutta Europa e fino all’appendice europea, fino all’America?
È divenuto frase. Nei punti importanti possiamo mostrare come è divenuto frase quello che ancora abbiamo nelle vene dell’anima per comprendere il sovraspaziale e ciò che è fluito in queste vene dell’anima attraverso gli antichissimi flussi spirituali orientali, a cui non abbiamo ancora aggiunto nulla di nuovo dalla nostra cultura quotidiana ordinaria. Chi oggi segue veramente la nostra vita dello spirito e dell’anima, dovrà dirsi: molto, infinitamente molto in questa vita dello spirito e dell’anima non è più che frase, ha perso il suo contenuto. Pensiamo ancora alle parole che ci sono giunte o direttamente dall’elemento linguistico orientale o che gli sono state modellate. Ma è divenuto frase, e la frase è divenuta in gran parte la nostra vita dello spirito. Pronunciamo le parole per quello che un tempo nella vecchia cultura spirituale orientale aveva un significato grandioso, ma è nella nostra bocca, nella nostra comprensione, nel nostro cuore frase.
L’uomo oggi non lo sente ancora sufficientemente, e questa è la sventura del nostro tempo. Poiché dalla frase sorgono certamente programmi di partito, dalla frase sorgono anche visioni del mondo di tipo frastico, ma dalla frase non sorgeranno mai azioni fruttuose e idee per il vero progresso dell’umanità. Si può agitare con frasi, ma con frasi non si può creare nulla. Guardiamo alla vita dello spirito orientale con la sua eredità per noi e diciamo: è divenuta frase quello che un tempo visse come mondo spirituale. E ora guardiamo a quello che — abbiamo potuto caratterizzare piuttosto — è l’essenziale della vita dello spirito occidentale: l’elemento meccanicistico. Come può essere sentito, se non è sentito con quella forza di tensione della vita dello spirito spirituale come era un tempo, e se è sentito solo all’incirca, come può essere sentito questo meccanicistico vivere? Si può forse negare che quello a cui ci siamo abituati: che la forza delle macchine ha sostituito 700 fino a 750 milioni di umani sulla terra, si può forse negare che questo domina i nostri pensieri sociali, i nostri pensieri di stato, che è penetrato nelle nostre teste — si può forse negare?
Ci sono stati certamente — ma sono eccezioni — umani all’interno dell’umanità occidentale che in modo profondo hanno sentito tali cose, e di nuovo si deve segnalare un’opera significativa del poeta austriaco Robert Hamerling, sul suo «Homunculus». Ha cercato in questo «Homunculus», negli anni ottanta del secolo scorso, di disegnare l’immagine di quell’uomo che nella sua intera vita dello spirito e dell’anima e nell’essenza dello spirito e dell’anima cresce dalla moderna cultura meccanicistica. Ha cercato di caratterizzare il modo di pensare che da ciò sorge, la forma particolare dello sforzo egoistico. Robert Hamerling tenta di disegnare tutto questo nel suo «Homunculus». Disegna l’uomo che non ha anima, perché il modo di pensare meccanicistico ha scacciato tutta la sua anima; disegna un uomo che è cresciuto dalle usanze di questa cultura meccanicistica. Questo uomo diventa miliardario. E Hamerling disegna in anticipo molte cose che allora non erano ancora una realtà esterna; disegna l’aviazione e tutte quelle cose che allora non erano ancora in questo modo una realtà. Come un omuncolo, come un uomo artificialmente meccanicistico nella sua vita dello spirito e dell’anima, così l’uomo occidentale appariva a Robert Hamerling. Non come colui che dal fondo degli impulsi spirituali, dal fondo del sovraspaziale che si rivela nel profondo dell’uomo, si costruisce la sua vita, bensì costruito dalle potenze meccanicistiche del mondo esterno, così Robert Hamerling caratterizza il tipo di normale uomo occidentale come omuncolo.
E si deve dire: proprio se si guarda a tali cose che descrivono vividamente i sentimenti che l’uomo colto orientale odierno ha riguardo alla vita dell’Occidente, si sente, si avverte questo sentimento verso l’Orientale; per esempio Tagore, che con tutta l’ardore di una visione del mondo spirituale di nuovo afferra il suo mondo dello spirito orientale, si avverte: lui guarda tutto quello che può osservare nel mondo occidentale come visione della natura, visione dello stato, come pensieri sociali; lo descrive così che ci si dice — solo con le sfumature, come parla un Orientale — così questo uomo colto orientale odierno descrive tutto come l’omuncolo. L’Occidentale porta nella sua vita dello spirito e dell’anima gli echi di quello che un tempo era grande in Oriente, come frase. L’Orientale sente quello che la cultura occidentale finora ha prodotto come più grande, come cultura dell’omuncolo.
So bene che gli indolenti oggi dicono che queste cose sono esagerate. Ma ciò sorge solo dal fatto che non si ha il coraggio di chiamare le cose per il loro vero nome. È però necessario tracciare onestamente il bilancio della vita dell’anima e dello spirito. E con ciò abbiamo segnalato quello che caratterizza effettivamente questa cultura occidentale, su cui si deve richiamare particolarmente l’attenzione nei nostri giorni. Non è forse evidente che dalla catastrofe mondiale più recente si sono sviluppate condizioni che, anche per coloro che capiscono lentamente, permettono di capire finalmente quello che l’imparziale poteva vedere da molto tempo, persino prima del 1914? Non è forse evidente che sotto forma dell’impero mondiale inglese, di questo essere anglo-americano con la natura dell’omuncolo, esso si diffonde sulla terra in gran parte?
Non dico questo per il motivo che parlo a voi qui in un luogo della Germania. Ho detto cose simili nelle ultime settimane e da lungo tempo anche ai membri della popolazione inglese-americana stessa. Ho detto pacatamente ai membri della popolazione inglese-americana: sostanzialmente gli abitanti di Europa centrale, i Tedeschi, ora stanno meglio di voi, perché come le cose si sono sviluppate, una gran parte della responsabilità è stata tolta dai Tedeschi — una diversa giunge! — , quella responsabilità che ora è passata all’elemento anglo-americano. Meno si deve pensare da questo lato — se quello, sì, come si dice? — un illuminato Inglese mi ha chiamato di recente «saccheggiamento congiunto delle diverse regioni del mondo»; forse è più appropriato parlare con questa espressione piuttosto che con una designazione tedesca nazionale — meno si deve pensare a questo saccheggiamento; piuttosto si deve pensare al fatto che è un fatto che percorre il suo corso, ma che coloro che in quei paesi portano ancora senso umano nel petto, devono sentire l’enorme responsabilità per lo sviluppo dell’umanità che pesa su di loro, perché stanno all’interno di questa espansione del mondo anglo-americano.
Ma noi, come dobbiamo guardare a quello che è effettivamente l’essenziale di questa cultura mondiale rappresentata dal mondo anglo-americano con il suo carattere meccanicistico? Non crediate che uno che appartiene alla scienza dello spirito voglia infierire in modo reazionario contro questa cultura meccanicistica, non crediate che mi verrebbe in mente per un momento di esprimere pensieri reazionari sul richiamare vecchi ordini, o di togliere dal mondo una singola realizzazione di questa cultura più recente! Questa è qui con la stessa necessità come un tempo la cultura spirituale. Le necessità dello sviluppo mondiale devono essere osservate in modo appropriato. Ma qual è l’essenziale? Come un tempo in Oriente era grande lo sforzo verso l’uomo superiore, verso quello che nell’uomo può rivelarsi come lo spirituale, come l’uomo divino, così come però là in Oriente questo sollevarsi verso l’uomo spirituale è infine caduto in decadenza, così che oggi è qualcosa che cresce da impulsi di tipo martirale, che persino oggi in numerose aree di questo Oriente confonde quel vivere sociale che si fonda su base spirituale con la cosiddetta vita sociale importata dall’Europa occidentale — vediamo: quello che un tempo era il grande in Oriente, non è più, ha perso il suo vero impulso interno; è passato, e il fiato del passato grava su tutta la vita dello spirito e la cultura dello spirito dell’Oriente. Ed è decadenza dell’Occidente, esaurimento da tutti i buoni spiriti dell’umanità occidentale, se oggi si trovano molte persone che cercano aiuto alla loro vita dello spirito occidentale attraverso l’accettazione di essenza orientale. Come là il passato aleggia su ciò che esteriormente è lì nel presente — per strano che appaia — così il futuro aleggia su quello che è cultura occidentale meccanicistica.
Non parlo come reazionario di questa cultura occidentale, non parlo così come se solo un punto di una cultura occidentale dovesse mancare; ma così come si diffonde attraverso il sottuomo meccanicistico in 700 fino a 750 milioni di esemplari, è un fatto che oggi non abbiamo ancora una vita dello spirito e dell’anima che possa porsi con piena forza e potenza d’urto in un mondo che è cioè meccanicistico. Ed è mia convinzione, che spesso qui non ho caratterizzato come semplice convinzione, bensì come conoscenza che emerge dalla scienza dello spirito, è mia convinzione che quello che è chiamato scienza dello spirito orientata antroposoficamente, che da due decenni è esposta come questa scienza dello spirito, sorge dalla medesima forza dello spirito che, se si volge verso il mero temporale, spaziale e sensibile esteriore, diventa la meccanica esterna, che sbocca nella tecnica grandiosa. Una tale vita dello spirito, che crea le nostre macchine e la cultura meccanicistica, avrebbe frantumato coloro che un tempo dal profondo dell’uomo spirituale orientale hanno creato la cultura spirituale dell’Oriente, li avrebbe frantumati, sarebbe stato impossibile riunirli con il loro modo di vivere spirituale. Non era compito loro avere una tale vita esterna meccanicistica intorno a loro; è nostro compito in Occidente, avere una tale vita intorno a noi, di applicare la nostra intelligenza, tutte le nostre forze dello spirito e dell’anima umane, così che abbiamo le potenze interne forti per dominare tutto quello che appare nelle nostre culture meccanicistiche ed elettrotecniche.
Dalla medesima configurazione spirituale deve, attraverso l’elevazione oltre il sensibile nel sovraspaziale, sorgere quella forza dell’anima umana che ho descritto nel mio libro «Come si raggiunge la conoscenza dei mondi superiori?» e nella seconda parte della mia «Scienza occulta» — la forza che ci conduce in un modo come non era mai stato in Oriente nei mondi sovraspaziali. Ma con ciò l’umanità dell’Occidente sta solo all’inizio, per questo esiste solo il punto di partenza, e ancora poche persone oggi capiscono che è possibile, sì, che è necessario, dallo stesso spirito che permea le leggi delle nostre macchine, che lavora nella nostra elettrotecnica, dal medesimo spirito attraverso lo sviluppo interno spirituale ascendere su vie interne dell’anima così rigorose come solo la scienza più rigorosa ascende ai suoi risultati, a quella conoscenza dove si guarda allo stesso modo, solo in forma diversa, come un tempo l’uomo orientale guardava nei mondi sovraspaziali. Dobbiamo giungere a una scienza dello spirito che è cresciuta dal modo intero della vita interna dello spirito e dell’anima umana, accanto a tutti i tipi di ricerca scientifica e della conoscenza del tempo più recente dell’Occidente. Non dobbiamo tornare a quello che è divenuto frasi in molte religioni confessionali, non tornare all’uso economico delle vecchie frasi, per caratterizzare anche la nuova scienza dello spirito. Questa nuova scienza dello spirito deve essere creata con la medesima serietà, con la medesima forza d’urto — solo in modo spirituale — come la scienza esterna.
Questo è quello che esce quando si cerca di compilare in modo ragionevole i capitoli attivi e passivi del nostro tempo. Se continuiamo a costruire solo il nostro punto di vista sociale sulla fondazione che la scienza della natura sensibile esterna ci ha dato, allora arriviamo ai nostri soli capitoli sul lato destro del nostro libro dei conti dello spirito e dell’anima, allora con una tale visione sociologica o storica comprendiamo solo quello che al fondo muore nella nostra vita sociale e storica. Poiché con la scienza della natura esterna comprendiamo solo il morto, e se applichiamo questa scienza della natura del morto a quello che è contenuto nella vita sociale o nella vita storica, comprendiamo anche lì solo il morente. Pertanto le nuove teorie sociali che ora anche affrontano la realtà, dopo che finora erano state solo critiche dell’esistente, sono così mortificanti per la vita reale, perché sono modellate sul morto. Una vera visione sociale l’avremo solo quando la traiamo dalle stesse fonti dalle quali oggi, come ho descritto, dobbiamo trarre la nostra vita sovraspaziale. Vediamo solo come capitoli passivi quello che viene dalla semplice visione della natura meccanicistica. Ma vediamo anche come soli capitoli passivi tutto quello che è modellato in quelle confessioni antiche di secoli che hanno perso la loro forza, perché l’umanità presente ha più bisogno di qualsiasi altra della forza di Cristo. Ma ha bisogno di una nuova strada verso questo Cristo. Tutto quello che, apertamente o in segreto, porta su vecchie strade, sta dalla parte dei capitoli passivi. Abbiamo bisogno dei capitoli attivi. Questi sono quelli che sorgeranno da un rinnovamento della visione spirituale del mondo. Oggi è ancora troppo difficile per molti, particolarmente nei paesi occidentali, dove viene quella strana direzione spirituale o spirituale, dove non è cercato nelle forti forze dell’anima stessa il cammino nel mondo spirituale, ma dove seguendo il genere di una parodia di esperimenti naturalistici gli dei o gli spiriti o anche le anime dei defunti sono indotti a intraprendere occasionalmente una visita nel mondo fisico-sensibile e a mostrarsi nel costume del mondo fisico-sensibile. Tale visita teatrale occasionalmente intrapresa è quello che lo spiritismo si permette. Questo è appunto l’opposto della vera ricerca dello spirito. Se oggi vogliamo veramente cercare lo spirito, allora non deve consistere nel fatto che la vita prosegua esternamente in modo materialistico e che nella vita esterna non cerchiamo spiriti in nessun luogo, bensì occasionalmente come su un palcoscenico improvvisamente riceviamo spiriti a visite, ed essi ci provino che esiste un mondo spirituale, di cui non ci importa nulla. Cosa hanno fatto persino i naturalisti del tipo di Lombroso? La scienza della natura per loro è rimasta senza spirito; ciò che importava loro era trovare spiritualisticamente al di fuori della natura qualcosa, così che allora potevano tanto più materialisticamente praticare quello che è la vita e l’ambiente umano. Ma abbiamo bisogno di un approfondimento spirituale che possa veramente penetrare tutto il materiale, che possa accompagnare la nostra vita a ogni passo.
Mostrarvi una tale visione della vita spirituale, che nelle sue idee è capace di formare azioni, che dalla sua forza dell’anima contemporaneamente diventa moralità, che dalla sua forza dell’anima allo stesso tempo può generare venerazione religiosa, mostrarvi che esiste una tale scienza dello spirito in quello che mi permetto di esporre da due decenni, sarà anche la mia continuazione del compito. Oggi desideravo segnalare in che modo questo sforzo dello spirito come capitolo attivo deve essere contrapposto ai molti capitoli passivi della nostra vita dello spirito e dell’anima nel presente. E non dovremmo, poiché siamo incuneati tra Oriente e Occidente come membri del popolo tedesco, del popolo tedesco molto provato, entrato in grande necessità, non dovremmo essere capaci di trovare dalle cose che come inizio della spiritualità erano presenti nei nostri grandi antenati spirituali, la via verso una nuova ricerca dello spirito? Qualunque cosa accada nell’esteriore politico: se abbiamo la forza di volgerci a questo cammino dello spirito, per dire all’Orientale in futuro qualcosa di una vita dello spirito che egli un tempo ebbe in forma diversa, ma ha perso, per riceverla allora da noi, se è possibile dirgli qualcosa di una vita dello spirito che un tempo potrà porsi in tutte quelle richieste che sono così mortificanti dalla semplice cultura meccanicistica, allora nel mezzo dell’Europa, se cerchiamo tale cammino, compiremo un compito.
Sembra che gli eventi catastrofici abbiano provato qualcosa di peculiare per i Tedeschi. Davvero, anche i Tedeschi hanno da un lato partecipato all’alluvione con la vita economica ancora prematura dell’Occidente, hanno partecipato al voltarsi fiaccamente verso l’Oriente, se si tratta di ricercare di nuovo il rinnovamento spirituale. Ma sembra — dico: sembra, per non dire quello che per me sarebbe meglio detto: è così — sembra che i Tedeschi anche nel tempo in cui hanno cercato materialmente abbiano provato che non hanno talento per il materialismo. Questo talento deve cercarsi altrove nel mondo. Se dalla nostra necessità riconosciamo che i Tedeschi non hanno talento per il materialismo, allora forse da questa conoscenza verrà a noi la spinta a entrare nella spiritualità. Allora però verrà anche da questa necessità l’impulso a cercare lo spirituale proprio, non a prendere in prestito dall’Orientale, e forse dalla più pura, più raffinata forma di sforzo di pensiero che abbiamo trovato nei Tedeschi al voltarsi tra il XVIII e il XIX secolo, attraverso la corretta conoscenza delle radici della forza tedesca sorgerà un lavoro spirituale per l’intero sviluppo futuro dell’umanità. Qualunque possa essere il destino dei Tedeschi — allora possiamo dire: per quello che possiamo conquistarci, tornando alle radici delle nostre forze dello spirito e dell’anima, possiamo dire: lo spirito tedesco non è compiuto, vuole entrare in azioni future, in preoccupazioni future, e ha sperabilmente, da questo punto di vista spirituale, accanto a molte altre cose, ancora molto, molto da dire al futuro dell’umanità. ### LA CONOSCENZA DELLO SPIRITO COME FONDAMENTO DELL’AGIRE
Circa due anni fa, quando gli eventi catastrofici dei tempi ultimi si avviavano verso le loro decisioni, le circostanze fecero sì che gli amici della nostra Scuola superiore di scienza dello spirito eretta a Dornach desiderassero effettuare un cambiamento di nome per questa Scuola superiore di scienza dello spirito. Si intendeva esprimere il proposito di contrapporsi con forza, consapevoli della vita dello spirito tedesco, a tutto ciò che potesse alzarsi contro questa vita dello spirito nel presente o nel futuro. Allora — e voi sentirete il significato di questa denominazione — si decise di chiamare Goetheanum quell’edificio che, anche nella sua conformazione artistica, deve esprimere ciò che vive nella scienza dello spirito orientata in senso antroposofico. E così il Goetheanum si erge su una delle colline più a nordovest della Svizzera come simbolo veramente internazionale dello spirito, di quello spirito però che vuole contenere in sé quell’elemento significativo che si può connettere al nome di Goethe. E perciò sarà lecito, nelle considerazioni di scienza dello spirito quali avvengono qui, far riferimento di tanto in tanto a ciò che appartiene a Goethe.
Oggi prenderò come punto di partenza qualcosa che sembrerebbe molto lontano, ma questo apparentemente lontano si dimostrerà forse adatto a indicare qualcosa di caratteristico in questa scienza dello spirito a cui mi riferisco.
Forse è noto come Goethe, dopo aver assunto i suoi impegni a Weimar, si dedicasse intensamente a considerazioni di scienze naturali per ragioni connesse con la sua vita in quel luogo. E quando, dopo aver condotto studi ed esperimenti dei più vari su piante e animali a Weimar e nella vicina Jena, nel mezzo degli anni ottanta del XVIII secolo, durante il suo viaggio in Italia, si occupò di tutto ciò che era scientifico-naturale da territorio a territorio che attraversava, scrisse circa le idee che doveva farsi sul nesso fra le piante e la terra. Scrisse ai suoi amici di Weimar da casa che era completamente sulle tracce della pianta-archetipo, quella pianta della quale era convinto fosse un’entità da cogliersi soltanto nello spirito, che fosse cioè qualcosa che stava bensì a fondamento di tutte le singole forme di piante, ma tuttavia era soltanto un’entità unificata colta spiritualmente. E un’espressione notevole scrisse allora ai suoi amici di Weimar: con questa entità nell’anima si dovrebbe essere capaci di conoscere il mondo delle piante in tal modo che, se si modifica questa entità — Goethe la chiamava un’entità sensibile-soprasensibile — nel modo corrispondente, dandole forma concreta, si dovrebbe creare interiormente nello spirito qualcosa che abbia la possibilità di acquistare realtà esteriore. Con questa pianta-archetipo nell’anima si dovrebbe aver colto la vita delle piante così profondamente da poter inventare una pianta fantastica che però avesse la stessa legittimità di essere realtà esteriore come le piante che crescono fuori sui prati, nei boschi e sui monti.
Che cosa intendeva Goethe e che cosa sentiva, esprimendo tali cose nel momento in cui si credeva di aver raggiunto il culmine della propria visione in un certo campo di conoscenza? Non guardiamo a questa espressione senza tener conto di tutto ciò che viveva nella natura di Goethe — che Goethe, di fronte alla natura, aspirava a una conoscenza che, come egli stesso si esprimeva, è conforme allo spirito, cioè una conoscenza in cui non solo i sensi, non solo l’intelligenza cooperano, ma una conoscenza in cui coopera tutto lo spirituale dell’uomo? Ma non vediamo anche come Goethe aspira a una tale conoscenza che possa immergersi nell’essenza delle cose, che si sa tutt’uno con le cose, tanto che, mentre crea in sé l’idea delle cose, può sapere chiaramente che in questa forza creatrice che vive e opera nella sua anima vive e tesse lo stesso che nella forza di crescita della pianta là fuori? Goethe era chiaro su questo: quando la pianta là fuori cresce, quando sviluppa foglia per foglia, nodo per nodo, fiore per fiore, vive in essa una forza di crescita. Ma con questa forza di crescita che vive là fuori, Goethe voleva unire se stesso; voleva far vivere questa forza nella sua stessa anima.
In ciò che egli creava come idee conoscitive sulle cose, doveva vivere qualcosa che è lo stesso di ciò che vive là fuori nelle cose. Una straordinaria intimità di partecipazione consapevole alle cose esteriori è perseguita da una tale conoscenza. Oggi si sottovaluta ancora la forza che penetra lo sforzo conoscitivo dell’umanità quando Goethe si eleva a tali idee; infatti viviamo oggi fondamentalmente in ben altre idee conoscitive. La scienza dello spirito qui intesa orientata in senso antroposofico vuole però essere goetheanismo, cioè non scienza di Goethe nel senso come questa o quella raccolta goethiana l’intende da ciò che Goethe ha detto o scritto, ma nel senso che afferra ciò che in Goethe è vissuto in modo iniziale ed elementare, ciò che però ha una vivacità interiore per portare frutti sempre più abbondanti, cosa che oggi è ben altrimenti da quello che poteva essere nel 1832 quando Goethe morì. In Goethe viveva uno spirito che si sviluppava dinamicamente, anche dopo che Goethe fu morto per questa terra. Oggi possiamo parlare di un goetheanismo dell’anno 1919. Questo non deve riscaldare di nuovo ciò che Goethe stesso ha detto in modo letterale, ma deve operare nel suo spirito. E si può credere di operare nel modo migliore nel suo spirito quando si prende ciò che egli ha tentato per il suo tempo circa un secolo e mezzo fa su un piccolo ambito — quello delle piante e un poco anche dell’animale, e anche solo per le forme esteriori — quando si fa di ciò l’impulso di una visione del mondo onnicomprensiva e soprattutto si accoglie l’uomo in questa visione del mondo onnicomprensiva. Ma così si riconosce un goetheanismo che deve operare in modo trasformativo su tutto ciò che oggi dalle parti più stimate del nostro sforzo conoscitivo, dalle parti scientifiche, vuol crescere fino a diventare visione del mondo.
Forse posso, in qualche modo richiamandomi a ciò che ho già detto in precedenti conferenze, caratterizzare ancora una volta come è stato lo sviluppo spirituale dell’umanità civilizzata negli ultimi quattro secoli. Che cosa abbiamo visto emergere come forza principale nello sviluppo umano e nello sforzo conoscitivo? Abbiamo visto emergere la vita intellettuale, quella logico-razionale, e sebbene abbiamo anche vissuto proprio nel campo della scienza naturale i grandi trionfi, tuttavia dobbiamo dire: anche se questa scienza naturale ci descrive i fatti esteriori in abbondanza, — il modo in cui noi, come uomini, ci rapportiamo al mondo esteriore, cioè il modo in cui ci formiamo nella nostra anima idee sul mondo esteriore e sulla vita, è completamente colorato d’intellettualismo.
Certo, quando si prende principalmente il momento intellettualistico nella natura umana come guida, si penetra in qualcosa di molto spirituale. Le nostre idee e i nostri concetti astratti sono certamente interiormente molto spirituali. Nel modo in cui si palesano negli ultimi quattro secoli, sono in sé stessi spirituali, però non sono in grado di diventare nulla d’altro che specchi riflessi dei fatti esteriori sensibili. Questo è il caratteristico nella nostra vita spirituale e psichica: gradualmente abbiamo raggiunto lo sviluppo di idee e concetti astratti, assai fini, filtrati fino al regno dello spirituale, ma sono idee e concetti che si azzardano solo intorno al sensibile-reale esteriore, che non hanno in sé la forza di cogliere qualcosa di diverso dalla realtà sensibile-esteriore. Coloro che oggi si sforzano spiritualmente e psichicamente in questa direzione intellettualistica, spesso credono di procedere in modo completamente obiettivo e imparziale nei loro cammini di ricerca e di pensiero. Ma questo pensiero e questa ricerca che si muove su sentieri intellettualistici, è tutt’altro che indipendente dallo sviluppo storico. Ed è interessante vedere come molti che oggi si chiamano filosofi, scienziati, credono di poter giustificare in qualche modo dalla natura umana o dall’essenza del mondo perché ricercano proprio in questo o quel modo, mentre il modo in cui ricercano è soltanto il risultato di un’educazione umana millenaria.
Se si procede anzitutto all’indietro — e oggi posso soltanto caratterizzare in generale — attraverso i secoli cristiani fino all’antico ellenismo, si trova negli ultimi secoli del paganesimo greco i primi accenni di quel pensiero intellettualistico cui ci siamo completamente abbandonati nel mondo civilizzato occidentale dal XV secolo. Troviamo nell’antica Grecia nascere ciò che per molto tempo è stato chiamato dialettica. Questa dialettica è il raccoglimento interiore di un elemento di pensiero che tende sempre più verso l’astrazione. Ma chi osserva la vita greca in modo obiettivo, vede che quella che presso Platone era ancora molto pervasa di spiritualità, presso Aristotele era già completamente e puramente logica — questa vita dello spirito raziocinante rimanda a un passato pieno e profondamente animico. E quando, come Nietzsche ha fatto — magnificamente, anche se con una certa sfumatura di morbosità — quando si risale ai tempi più antichi del pensiero greco, dello sviluppo della cultura greca, allora si trova che in ciò che Nietzsche ha chiamato l’età tragica dei Greci — che in questa vita dello spirito non è presente ancora l’elemento astratto-dialettico-logico, né neppure il rivolgimento verso il mondo soltanto esteriore. Ma in questa vita dello spirito ancora è presente qualcosa che può nascere soltanto dalla natura più intima dell’uomo stesso, che come da se medesimo porta l’essenza del mondo in molteplici configurazioni. E se ridiscendiamo più profondamente alle origini di ciò che è apparso in Grecia, che è stato successivamente filtrato fino alla sola logica, allora troviamo presso gli Orientali quello che ho evidenziato di recente, ciò che si potrebbe chiamare un consapevole conoscere i misteri — per l’umanità odierna tuttavia — a essa solo — misterioso. È quella una conoscenza che viene acquisita in un modo di cui l’umanità odierna nella sua vita normale non può più farsi alcuna rappresentazione. In quelle scuole dei tempi orientali, che contemporaneamente erano scuole, istituti artistici e sedi religiose, l’uomo non doveva soltanto imparare qualcosa o ricercare con le sue forze intellettuali, ma, prima ancora di essere introdotto ai misteri dell’essere, doveva passare attraverso una trasformazione di tutto il suo essere. Nei misteri dell’Oriente era cosa ovvia che l’uomo, così come si trova nella vita esteriore, non potesse penetrare nei misteri dell’essere. Perciò si doveva anzitutto portare l’uomo, attraverso una severa disciplina di tutto il suo essere, a quello stato in cui diventava un essere diverso, e a questo essere diverso si trasmetteva allora ciò che si chiamava il contenuto della conoscenza. Su una ricca vita concretamente plasmata psichico-spiritualmente — storicamente certamente non più presente, però dimostrabile attraverso la scienza dello spirito — si era costruita un tempo nell’Oriente una conoscenza che poi si è diffusa verso la Grecia, che in Grecia è stata filtrata fino alla dialettica, alla logica, al semplice intelletto, e che fu continuamente filtrata sempre più fino a diventare quell’intellettualismo puro in cui siamo immersi entro la civiltà moderna dall’anno 1450 in poi.
Senza rivolgere lo sguardo dell’anima incondizionatamente a tali cose come le ho caratterizzate, non si può penetrare nei vari flussi e bilanci culturali dell’odierno essere, non si può giungere a intuizioni feconde su ciò di cui l’umanità oggi ha bisogno. Oggi si tratta di fissare veramente lo sguardo incondizionatamente su ciò che è divenuto, e da ciò riconoscere in quali mondi spirituali siamo effettivamente immersi. Quando si segue così il modo in cui una vita dello spirito un po’ straniera a noi si è trapiantata dall’Oriente verso la Grecia, è stata filtrata fino al nostro intellettualismo, allora sorge la domanda: come si è effettivamente sviluppata questa vita dello spirito?
Questa vita dello spirito non ha potuto svilupparsi diversamente che venendo a essere in una certa misura legata a qualcosa di naturale nella sostanza umana. Se si esamina ciò che effettivamente ha operato e tessuto nella natura umana affinché questa vita dello spirito potesse svilupparsi attraverso la descritta trasformazione dell’uomo, si deve dire: vi gioca un grande ruolo il fatto dell’eredità, il fatto dell’eredità sanguigna nell’umanità. E possiamo effettivamente solo studiare come lo sviluppo della conoscenza nell’umanità è proceduto se l’estraiamo dalla conoscenza del fatto dello sviluppo sanguigno. Perciò anche la conoscenza in quei tempi sui quali ho portato attenzione, per mostrare l’origine della nostra conoscenza attuale, è legata a singoli popoli, a singole razze, a connessioni sanguigne, a condizioni di eredità. Differenziata secondo i singoli popoli la conoscenza si presenta. Ciò di cui si doveva tenere conto quando lo studente veniva introdotto dalla vita esterna in quella scuola misterica di cui ho parlato, ciò di cui si doveva tenere conto della sua formazione, era: quale sangue, quale temperamento nel sangue, quale dote fondata attraverso il sangue viveva in lui? E questo naturale si portava fino allo sviluppo, finché ciò che poteva risultare da questo naturale, nella conoscenza di quel determinato uomo giungeva in luce.
Chi veramente conosce la storia dello sviluppo dell’umanità, chi non si attiene — posso usare ancora questa parola — a quello che è di una specie di «favola convenzionale», ciò che oggi si chiama storia, bensì alla vera storia dello sviluppo dell’umanità, scoprirà che questo legarsi della vita psichica e spirituale umana alla materia sanguigna, ai fatti del sangue, cessa radicalmente intorno alla metà del XV secolo per l’ambito del mondo civilizzato occidentale. Allora comincia a diventare tonale qualcosa che nello sviluppo umano non può mai essere legato al sangue. È molto interessante vedere quando si considerano tutte le cose che si sono sviluppate artisticamente dal XV secolo in poi, nella modernità umana, come tutto quello scaturisce da fonti della vita psichica umana che non hanno più nulla a che fare con quel naturale, con quell’atmosfera elementare anche dei massimi raggiungimenti spirituali dei tempi precedenti. Molti ambienti possono non riconoscere questo. Chi vuole veramente comprendere ciò che vive in Eschilo, ciò che vive in un antico filosofo greco come Eraclito o Anassagora, chi vuole afferrare ciò che viveva in quelle antiche culture, deve essere consapevole che in esse vive qualcosa che è legato al carattere sanguigno di determinate razze. Il Greco era ancora consapevole che tutto il suo essere spirituale era legato a ciò che il suo sangue portava come fiore psichico. Si può provarlo quando si seguono in modo significativo le opere d’arte greche, per esempio i tipi plastici caratteristici. Quando si cerca di scoprire ciò che vive in questi tipi, si trova che nella plastica greca vivono tre tipi: anzitutto il tipo Satiro, poi il tipo Mercurio, che appare particolarmente in tutte le teste di Mercurio, poi il tipo che troviamo in Giove, in Era, in Atena, in Apollo. Si confrontino accuratamente la conformazione del naso, la conformazione dell’orecchio, tutto il singolo dettaglio in questi tre tipi, allora si vedrà con naturalezza come il Greco nel tipo Satiro e nel tipo Mercurio voleva rappresentare qualcosa che è umanità subordinata, entro cui come umanità sanguineamente superiore si era diffuso quel carattere ariano a cui il Greco conferiva il suo sembiante nella testa di Giove. Si potrebbe dire: vi si esprime la consapevolezza di come il Greco sentiva la sua spiritualità legata al carattere sanguigno-elementare nello sviluppo dell’umanità. Questo sprizza gradualmente e cessa di avere significato per l’umanità intorno alla metà del XV secolo.
Da quel tempo vive in ciò che nel normale corso esteriore della vita viene prodotto come spiritualità, l’elemento intellettuale, l’elemento rappresentativo, in tal modo che tutto ciò che sorge nella psiche, che è di natura psichica, non ha più nulla a che fare con ciò che tumultuosamente vive nel sangue, che il sangue produce. Questo devono ammettere oggi persino i banali filosofastri, che ciò che vive nelle rappresentazioni di tipo intellettualistico non è legato al corporeo, almeno non al sangue, non ha in alcun caso nulla a che fare con ciò che nell’antica spiritualità ha giocato un ruolo così importante: con l’eredità, con il fatto della consanguineità nell’eredità.
Quindi dalla metà del XV secolo emerge un qualcosa nello sviluppo umano che è bensì una spiritualità completamente rarefatta, puramente intellettualistica, però questa modernità umana all’indipendenza da tutto ciò che è meramente naturale, che tuttavia l’allontana anche da tutto ciò che prima era sentito come essenza umana. E qualcosa di strano, per così dire tragico, si verificò in questo sviluppo dell’uomo moderno. Doveva elevarsi a un’esperienza che è indipendente dal naturale-elementare, però con ciò che così penetrava nella psiche non poteva più comprendere se stesso. In quell’antica spiritualità, in quella conoscenza dello spirito che era ancora costruita sul sangue, gli insegnamenti interiori portavano con loro una conoscenza della natura e dell’essenza umana stessa; ora ci si era elevati a una spiritualità astratta che nella scienza naturale può sperimentare grandi trionfi, però è impossibile che penetri nell’essenza dell’uomo stesso, rimane estranea all’essenza dell’uomo.
Ma questo ebbe un’altra conseguenza. Se guardiamo indietro a quello sviluppo che potei caratterizzare come legato al naturale-elementare, e ora rivolgiamo lo sguardo non all’essenza della conoscenza, bensì a ciò che di buono o cattivo, di simpatico o antipatico passa attraverso la storia in azioni, scopriamo che queste azioni si collegano al conoscere naturale, all’esperienza spirituale naturale, sono l’espressione dell’esperienza spirituale naturale: l’uomo si sperimenta attraverso il suo sangue, si eleva attraverso il suo sangue alla spiritualità, sperimenta ciò che il suo sangue gli dà in immagini potenti, in immaginazioni che sono rappresentazioni di ciò che vive spiritualmente, e ciò che egli vive nella psiche trabocca in tutto il suo essere. E il flusso di ciò che pulseggia dalle sue rappresentazioni, dalle sue rappresentazioni sentite, dalle sue idee sentite, diventa le sue azioni.
E oggi? Siamo giunti a un punto culminante. Abbiamo dietro a noi tre o quattro secoli di vita intellettualistica, guardiamo intorno nel mondo civilizzato moderno, troviamo dappertutto uno sviluppo intenso della vita intellettualistica ricercativa, le più varie idee, però tutte tali che sono troppo astratte, troppo estranee alla vita, per passare come impulsi nella vita d’azione. Quando si vede oggi, mentre i problemi sociali e altri problemi umani sono così urgenti, il sonno psichico generale in cui si trovano gli uomini, sonno dal quale non vogliono neppure ammettere che siamo così su un piano inclinato verso il basso e quanto abbiamo bisogno di trarre forze più profonde dalla nostra vita psichica, per trovare di nuovo quegli impulsi che possono passare nelle azioni — allora si pensa a un detto popolare che nei secoli precedenti era rivolto ai Tedeschi, che già allora erano stati trovati addormentati: «Dormi, Michele, dormi, nel giardino entra una pecora, nel giardino entra un paffutello, che ti guida in cielo. Dormi, Michele, dormi!». Sì, questo è oggi in gran parte l’atteggiamento: ascoltare qualcosa di astratto-religioso che non sta in alcuna connessione con la realtà esterna immediata e con la vita in questa realtà. Abbiamo perso la connessione fra il conoscere della natura esterna, che possiamo afferrare solo intellettualmente, e ciò che vive nella nostra psiche e che era stato assimilato nella conoscenza della natura fondata sul sangue dell’antichità, la visione dell’essenza dell’uomo.
So come oggi si è molto riluttanti ad ascoltare caratterizzazioni di questo tipo, che si considerano come qualcosa di eccentrico, come fantasie che vogliono esagerare le cose. Tuttavia deve essere detto: finché non si ascolta ciò che viene da questo angolo, non si giunge a idee feconde su una riformulazione o una ricostruzione che oggi sembra così necessaria quando si osservano le cose in modo imparziale. Lo spirituale e lo psichico — ebbene, i nostri filosofastri di scuola parlano ancora di qualcosa di psichico in relazione al mondo esteriore; ma quella comprensione chiara dell’essenza dell’uomo come corpo, anima e spirito, questo non vive già da molto nella nostra visione occidentale. Qui si può percepire un fatto molto strano. Si può procedere — l’ho già esposto in altri discorsi — nella conoscenza dell’essenza dell’uomo soltanto se si sa articolare questo uomo in corpo, anima e spirito. Perché il corpo è ciò che gli serve tra la nascita e la morte come strumento per le forze spirituali, lo spirito è ciò che si serve di questo strumento, e l’anima è ciò che non è corpo né spirito, bensì il nesso dei due. Senza penetrare questa triplice divisione, non si può penetrare nell’essenza dell’uomo. Però perfino eminenti filosofi parlano così: l’uomo consiste di corpo e anima. Credono di fare scienza imparziale. Sì, scienza imparziale! Non sanno solo questo: siamo nella vita intellettualistica dipendenti da tutto lo sviluppo orientale. Così siamo in questo nostro guardare solo a corpo e anima dipendenti dall’8º concilio ecumenico di Costantinopoli del 869, dove è stato stabilito il dogma che come Cristiani non si dovrebbe credere a corpo, anima e spirito, ma solo a corpo e anima, e si dovrebbe credere che l’anima abbia alcune proprietà spirituali. Da allora è diventato dogma della Chiesa cattolica, è diventato ordine per coloro che hanno ricercato esternamente. E oggi gli uomini credono di seguire una ricerca imparziale che cavano da se stessi, mentre seguono solo l’antica educazione che è stata inaugurata dal concilio ecumenico di Costantinopoli dell’anno 869, dove lo spirito è stato abolito.
Tutto questo ha contribuito a ciò che la nostra vita dello spirito è diventata così astratta, così intellettualistica che non è più presente in essa — ma l’umanità è sottoposta a uno sviluppo e non può più esservi — ciò che nella vita dello spirito antica viveva come impulso impulsionante della volontà. E dovrebbe arrivare un’epoca in cui l’uomo riguardo alle sue azioni apparirebbe completamente paralizzato, se mantenessimo solo il materialismo entro la nostra vita spirituale occidentale. Si deve sentire dal corso dello sviluppo spirituale occidentale che una nuova fecondazione di questo sviluppo spirituale è necessaria; che quello che abbiamo perso come antico naturale sanguigno, dobbiamo riguadagnarlo da un’altra parte.
Era giusto che l’umanità negli ultimi tre o quattro secoli passasse attraverso uno sviluppo intellettualistico indipendente dal sangue. In tal modo si educò alla libertà, a una certa emancipazione da ciò che è meramente naturale. Ma ciò che abbiamo sviluppato come intellettualismo, deve essere nuovamente impregnato, deve essere di nuovo riempito nel nostro essere da una tale conoscenza che possa fluire nelle azioni dell’uomo, che possa animare e spiritualizzare l’uomo secondo la volontà. Una tale conoscenza dello spirito, una conoscenza dello spirito moderna che non vuole nulla a che fare con un rinnovamento della conoscenza dello spirito orientale antica, la persegue la scienza dello spirito orientata in senso antroposofico. E in questo senso vuole ora non solo per forme di piante e animali, bensì principalmente per l’uomo, quell’intimità con tutto ciò che vive nell’universo, per la quale si può dire: le forze che vivono là fuori, penetrano nel nostro essere, si svegliano nel nostro stesso essere, e mentre conosciamo, vivono in noi le forze di crescita della natura e del mondo spirituale, soprattutto le nostre stesse forze di crescita umane. Se così impregnamo la nostra vita intellettualistica con le esperienze dello spirito, allora stiamo di nuovo nella civiltà moderna in modo tale che ora non vive in noi un naturale sanguigno, ma qualcosa contemplato nel libero spirituale che di nuovo può operare in modo ispirante e rafforzante sulla nostra vita d’azione.
È così che la vita volitiva e d’azione umana deve cessare se non ricevesse l’influsso di ciò che può essere contemplato nello spirito. È giusto quando oggi si dice, per esempio: sì, ma le conoscenze di questa scienza dello spirito orientata in senso antroposofico sono pur sempre acquisite nella vita interna astratta, contemplativa! Certo, sono acquisite nella vita interna contemplativa astratta, come infine anche la conoscenza chimica, isolata dall’applicazione dei risultati chimici nel mondo pratico, è acquisita in laboratori separati e gabinetti di lavoro. Ciò che deve darci chiarimenti sull’essenza dell’uomo, ciò che oggi può costituire il contenuto di una vera conoscenza dello spirito, deve essere acquisito in modo che di nuovo — però in tutt’altro modo che nei misteri antichi — l’uomo si trasformi e arrivi a ottenere una visione spirituale, come qui nel mondo sensibile ha una visione sensoria attraverso i suoi organi di senso e una visione intellettualistica attraverso il suo intelletto. Questa modestia di cui ho parlato nella penultima conferenza qui, questa modestia intellettuale si deve sviluppare, in modo che ci si dica: come il bambino di cinque anni deve prima lasciarsi educare per imparare a leggere, così l’uomo che sta nella vita esterna deve prima trasformarsi per accedere ai veri segreti del mondo della natura e dello spirito. E con rinuncia, con dolore liberamente portato, è connesso ciò che vera conoscenza sull’essenza umana produce. Potete leggerlo già dal fatto che è necessario che il vero conoscente, l’uomo che penetra nel mondo spirituale, non guardi più il mondo come con altri occhi, non ascolti più come si ascolta altrimenti, non pensi più come si pensa altrimenti, bensì che debba contemplare il mondo in un organismo spirituale indipendente. Ma fra la nascita e la morte non si è adattati a questo mondo in cui si entra; si entra in un mondo a cui si sta estranei di fronte. Questo non-essere adattati, questo essere posto in un mondo a cui, finché ci si serve del proprio corpo, non si appartiene, questo è qualcosa che deve essere caratterizzato come dolore psichico-spirituale, che naturalmente può essere riconosciuto solo attraverso l’esperienza. Attraverso tali e simili cose, che certamente stanno lontane dalle tempeste e dalle ondate esterne della vita, si deve penetrare nel mondo spirituale. Ma si calunnia ciò che è acquisito attraverso la scienza dello spirito qui intesa, quando si dice: questo è una mistica estranea al mondo; quando si dice: questo è qualcosa di estraneo alla vita o ostile alla vita. No, ciò che così, di certo lontano dalla vita, è acquisito nella ricerca spirituale, è qualcosa che, quando è messo davanti all’umanità, è un sapere, una conoscenza che può essere compresa dal sano senso umano, e che allora impulsiona l’uomo in modo tale che può diventare il vettore della sua vita volitiva, della sua vita d’azione.
Verso quale conoscenza aspira la scienza dello spirito orientata in senso antroposofico, mentre intende sviluppare un goetheanismo onnicomprensivo? Aspira a una conoscenza dello spirito che possa essere il fondamento per una vita volitiva e d’azione forte. Non altrimenti può essere aiutato il nostro mondo se non per il fatto che nella nostra vita volitiva e d’azione penetri ciò che può essere contemplato dallo spirito. La conoscenza intellettualistica e la sua applicazione, la conoscenza della natura, è qualcosa di contemplativo, è qualcosa che può passare al massimo nella tecnica, nell’extra-umano. Ciò che però è contemplato dallo spirito, diventerà un impulso per dirigere sulla strada veramente salutare questa vita sociale, così difficile diventata.
Si potrebbe ben consultarsi un poco e riflettere se tali pretese della scienza dello spirito come caratterizzate non dovrebbero essere considerate, quando si vede quale sofferenza infinita dell’umanità è provocata dal fatto che oggi nella vita sociale si lavora così male, che nella vita sociale è introdotto il leninismo e il trotskismo e cose simili, che sono nient’altro che quel veleno intellettualistico che certamente attraverso quattro secoli è dovuto essere impiegato per la liberazione dell’umanità, ma poteva solo esser impiegato finché la forma sociale antica non era stata ancora colpita da esso. Nel momento in cui essa è colpita, deve mostrarsi l’effetto velenoso del puro intellettualismo nella vita sociale. Comincia a mostrarsi in apparizioni terribili e si mostrerà sempre più e più. È un’illusione spaventosa se gli uomini credono di non stare ancora al principio su questo terreno, bensì in un punto dove si può stare tranquillamente a guardare. No, stiamo al principio, e guarigione può venire solo se viene dallo spirito. La conoscenza dello spirito deve diventare il fondamento. Invece di lanciar fuori ogni sorta di, talvolta ben intenzionate, declamazioni, per esempio sul modo in cui questa scienza dello spirito non abbia nulla a che fare con la religione, sarebbe meglio se si guardasse senza prevenzione alle apparizioni della vita.
Mi fu riferito che qui a Stoccarda fu tenuto un discorso sulla scienza dello spirito orientata in senso antroposofico, nel quale fu detto: certo, molte cose possono essere portate alla luce attraverso forze chiaroveggenti, di cui parla la scienza dello spirito; solo questo non ha nulla a che fare con la semplice genuinità che dovrebbe essere attiva nella religione, nella concezione religiosa anche del Cristianesimo. Così si può declamare, così si può credere di poter parlare quando si è abbandonati da tutti gli spiriti della considerazione storica, da tutti gli spiriti che spiegano quale sia lo sviluppo dell’umanità. Se non si è abbandonati da loro, allora lo spirito dello sviluppo dell’umanità annuncia forte e chiaro che quel parlare astratto di un astratto unificarsi di qualcosa nell’uomo che non si può neppure definire, con una parola indefinibile, o Cristus, che questo entusiasmarsi per un elemento genuino ci ha portato nella miseria sociale in cui ci troviamo. Anzitutto l’elemento psichico e spirituale è stato monopolizzato dalle confessioni. Così nacque una scienza naturale in cui non è spirito, che rappresenta l’immagine della natura in modo spiritualmente vuoto. E poiché si ammette che attraverso la scienza dello spirito molte realtà spirituali possono essere rivelate all’umanità, ora si richiede che si riconosca che in questa realtà spirituale non vive nulla di ciò che l’uomo dovrebbe cercare come suo divino. Sì, il materialismo della scienza naturale ha fortunatamente privato di spirito la natura. Questa religiosità farà sempre più e più la stessa cosa: privare di divinità lo spirito.
E allora avremo una natura privata di spirito, uno spirito privato di divinità e una religione priva di contenuto. Questa religione priva di contenuto, non impulsionerà alcuna azione. La conoscenza dello spirito deve portare azioni, altrimenti i nostri impulsi morali stanno effettivamente in aria per la nostra vita dello spirito occidentale. I nostri impulsi morali, essi sorgono dal nostro interno in tutt’altro modo da come sorgono le conoscenze intellettualistische. Chi sa osservare se stesso in modo imparziale, sa che le conoscenze formulate intellettualmente, per esempio le conoscenze scientifiche naturali, nella vita psichica sono qualcosa di completamente diverso da quegli impulsi che come i principi morali, come le intuizioni morali sorgono in noi intimamente e ci esigono che le introduciamo nella vita. Ma questa vita dello spirito moderna non ha, attraverso il suo intellettualismo, alcun ponte tra la sua conoscenza della natura e la sua vita morale. Che cosa è diventato infine la visione morale del mondo? Se astraiamo da una visione religiosa oggi più o meno priva di contenuto, se guardiamo quelle persone oneste che si costruiscono una visione del mondo dalla scienza naturale, che certo è assai unilaterale, però è onesta, allora dobbiamo dire: si immaginano che una volta, da una nebulosa cosmica di Kant-Laplace, per una qualche connessione di fenomeni turbinosi, nacque qualcosa, e gradualmente è nato ciò che oggi chiamiamo il nostro mondo con gli esseri naturali e gli uomini. Ma nell’uomo sorgono ideali morali, intuizioni morali. Se si crede solo nella connessione naturale, allora questi ideali morali, queste intuizioni morali sono soltanto ciò che evapora, ciò che ha validità solo finché gli uomini se lo dicono.
Solo molti istinti antichi proseguono da quello sviluppo umano che effettivamente ha avuto la sua fine nel XV secolo. Se questi istinti non proseguissero, se un giorno fossero estirpati e nulla d’altro entrasse nella vita dello spirito umana, allora ci si dovrebbe limitare solamente a documentare esternamente ciò che chiamiamo ideali morali. E invece di sentirsi interiormente obbligati agli ideali morali, di sentirsi obbligati di fronte alla vita dello spirito che sovrasta tutta la vita fisica per i propri ideali morali, al massimo potrebbe accadere che si trovasse onorabile quando altri uomini ci considerassero come persone morali, che si trovasse opportuno non contravvenire a quello che è fissato legalmente nello stato. Insomma, quello splendor incandescente di uno spirituale animato dovrebbe, se la nostra intellettualità rimanesse, sparire anche dalla vita morale umana. Perché una realtà può essere data alla nostra vita morale soltanto se di nuovo l’intuizione spirituale l’impregna e penetra tutto ciò che abbiamo acquisito in tre o quattro secoli. Non si deve criticarsi in modo reazionario, ma solo devono essere enfatizzate le necessità. Ma che cosa ci mostra questa visione dello spirito, qual è il morale della nostra visione dello spirito? Questa visione dello spirito conosce la natura esterna, vede in essa già nel senso iniziale ciò che assumono i geologi ragionevoli — parlo per paragone — per la formazione geologica della terra. Tali geologi dicono: una grande parte del nostro sviluppo geologico della terra è già in corso in flusso discendente.
Per molte regioni della terra camminiamo sopra essere morto, quando camminamo sulla zolla. Ma un tale essere morto è molto più universalmente presente che soltanto nel geologico, riempie anche la nostra vita culturale, e negli ultimi tempi abbiamo ottenuto una scienza naturale diretta solo al morto, all’inerte, perché gradualmente nella nostra cultura siamo circondati dall’appassimento. Si conosce l’appassimento, ciò che viene dai tempi primordiali dello sviluppo e che nello sviluppo della terra ha raggiunto la sua ultima fase. Ma allora si può paragonare ciò che ha raggiunto la sua ultima fase con ciò che fiorisce in noi come i nostri ideali morali e le nostre intuizioni. Che cosa sono questi ideali morali e intuizioni? Questi ideali morali e intuizioni, quando sorgono in noi, si rivelano a ciò che qui è chiamato scienza dello spirito orientata in senso antroposofico, in tal modo che in essi si vede qualcosa che si potrebbe paragonare al seme per la prossima pianta, che è contenuto nel fiore di una pianta, mentre ciò che nel fiore appassisce è l’eredità della pianta precedente. Vediamo fiorire la nostra vita morale nel nostro interno. Mentre viviamo il naturale, viviamo ciò che da tempi antichi si è sviluppato fino alla terra; mentre sentiamo fiorire i nostri ideali morali, sperimentiamo ciò che, quando un giorno la terra come scoria sarà gettata come cadavere, con le anime umane uscirà così in una vita cosmica, immortale, come il singolo uomo, quando getta il suo cadavere, penetra nell’essere psichico-spirituale. Così vediamo i germi che fioriscono in noi delle metamorfosi future della terra, mentre sveliamo la nostra vita morale.
Penserete, se uno riesce a cogliere una tale idea, che certamente oggi all’umanità può sembrare fantastica, nel suo pieno serio e nella sua intera profondità, che cosa allora diventa un concetto come la responsabilità morale! Allora ci si dice: chi sei, uomo? Tu sei il risultato del passato e dello sviluppo intero della terra. Come tale vai sulla via discendente. Il tuo morale vive in te, quello è il seme del futuro, ancora un’irrealtà apparente, cosicché lo consideriamo come qualcosa di puramente astratto; ma è il primo inizio di una realtà futura abbondante. E ci si dovrebbe pur dire: se non eserciti questo morale, se non ti unisci con esso, allora non pecchi solo contro il tuo prossimo, contro questo naturalmente anche, pecchi contro tutti i mondi spirituali. Perché essi hanno riposto in te il seme, perché attraverso la tua moralità cresca nel futuro del mondo. Se sei immorale, ti escludi dal futuro dell’umanità. Alla forza che per la volontà e la vita d’azione viene dalla conoscenza dello spirito, può ancora giungere per la vita morale una tale serietà di una, per così dire, responsabilità umana orientata cosmicamente e universalmente. Possiamo sentire: nell’antica Grecia l’orizzonte di chi era colto era limitato. Venivano i tempi più recenti. L’America fu scoperta, la forma sferica della terra fu riscoperta per immediato peregrinaggio della terra, attraverso esperienza. L’uomo divenne cittadino della terra. Di nuovo siamo avanzati di un passo. L’umanità è passata attraverso il cittadinato dello stato, attraverso il cittadinato della terra. Oggi rivolge a lei l’appello di diventare, nel vero senso della parola, cittadino dei mondi, cioè sentirsi come un cittadino di quei mondi che stanno fuori dalla nostra terra, ma che con questa appartengono insieme a un tutto, cittadino anche di quei mondi del futuro cui ho fatto allusione.
Così la considerazione morale può radicarsi in una nuova maniera nella conoscenza dello spirito. Soltanto quando tale forza attraverserà la nostra vita morale, saremo in grado di trasformare l’insegnamento morale in una visione della vita socialmente efficace.
Tali vie, come sono state qui indicate, sono state tentate in qualcosa come la triarticolazione dell’organismo sociale, in qualcosa come ciò che il mio libro «I punti cardini della questione sociale» rappresenta. Molti lo considerano astrazioni, utopie, eppure è la cosa più reale possibile, perché riposa nella nuova comprensione della realtà, che nessuna scienza naturale può raggiungere, perché questa è troppo afflitta dalla vita intellettualistica. Questa vita intellettualistica ha gradualmente chiuso l’uomo completamente su se stesso. Si possono oggi ottenere strani esempi di come l’uomo, per il fatto che dalla sua conoscenza naturale esterna non comprende più l’uomo stesso, sia diventato egoista. L’egoismo è entrato, contemporaneamente all’intellettualismo, negli ultimi tre o quattro secoli, in tutta la vita umana esterna e interna; soprattutto — anche questo deve essere osservato senza prevenzione — l’intellettualismo, questo egoismo, ha catturato anche la vita religiosa. Oggi solo — e l’educazione umana attraverso i secoli, sfortunatamente, ha preparato questo — da un certo punto di vista egoista si può parlare dell’immortalità dell’anima umana. Gli uomini oggi tremano da questa possibilità che — come non è naturale, come però sarebbe possibile — il cessare dell’essere psichico-spirituale potrebbe accadere quando il cadavere è consegnato alla terra. Questo contraddice ciò che dal naturale rimane come un netto ultimo; contraddice un netto impulso egoista. Si asseconda questo impulso egoista quando, così come accade anche sotto la pressione dei dogmi, si parla solo della continuazione della vita psichica umana dopo la morte, che certo è completamente giustificata dalla scienza dello spirito; quando però non si parla del fatto che il nostro psichico-spirituale era in un mondo spirituale prima della nostra nascita o concezione. Prima di discendere nella fisicità corporea e di assumere quell’involucro che ci è dato per ereditarietà da padre e madre, facciamo in un mondo psichico-spirituale un’evoluzione allo stesso modo come la facciamo qui sulla terra. Ed esattamente come la nostra vita dopo la morte è una continuazione della vita qui sulla terra, uno sviluppo delle esperienze qui, così la vita che facciamo tra la nascita e la morte è una continuazione della vita come era prima della nascita.
Questo impone, per esempio, al pedagogo i suoi grandi doveri, quando è pienamente consapevole della responsabilità che grava sulla sua anima, in quanto ha da sviluppare ciò che è disceso da eterne altezze spirituali in un corpo umano e si esprime sempre più e più per la forma e l’involucro esterni di anno in anno. Questo è l’altro che si può aggiungere a quella conoscenza che viene incontro all’egoismo, che tiene conto solo del fatto certamente indiscutibile dell’immortalità dell’anima umana di fronte alla morte. Questo è l’altro lato che la scienza dello spirito in particolare deve enfatizzare per l’uomo moderno: la vita prima della nascita o della concezione e la continuazione di essa attraverso la vita qui. Facilmente diventa nemico del mondo chi parla solo di ciò che viene dopo la morte. Chi seriamente considera il pre-nascita avrà il dovere — poiché l’ordine dei mondi è tale che l’uomo deve scendere nell’essere fisico — di renderlo attivo-efficace. Perché solo così possiamo sviluppare ciò che cerchiamo di sviluppare se sappiamo che scendiamo in questo essere fisico. Mentre l’aspettativa di ciò che viene dopo la morte conduce alla spossatezza e alla spritualizzazione dell’essere fisico, la consapevolezza che siamo spirito disceso in questo essere fisico-sensibile deve condurre al rafforzamento della nostra volontà, all’elaborazione della nostra intera vita. Le speranze umane per il futuro possono nascere solo in modo sicuro dalla visione dello spirito, se con la nostra visione radichiamo nello spirito, se impregnamo e pervadiamo il nostro essere intellettualistico con ciò che ci dà la scienza dello spirito. Allora può di nuovo l’impulso d’azione, l’impulso volitivo penetrare nella nostra vita. E la nostra vita avrà bisogno di questi impulsi spirituali, perché questa vita è discendente. Antiche generazioni potevano ancora guardare ai loro istinti. Presso gli antichi Greci potevamo vedere che colui che era maturo per la vita pubblica doveva solo sviluppare i suoi istinti sanguigni. Questo non potrebbe più accadere, la cultura dovrebbe scomparire se costruissimo solo su ciò che potrebbe ancora portarci la terra dagli istinti degli uomini. Il socialismo est-europeo odierno conta su questi istinti; conta su uno zero. Una realtà sarà quella su cui si conterà quando si innalza la speranza che il socialismo debba essere costruito orientato in senso scientifico-spirituale. Certo, tali visioni come quelle presentate qui, non sono ancora prese nel loro pieno serio, almeno da un gran numero di persone. Alcuni le prendono seriamente, certo da un ben determinato punto di vista. Così ho letto nella nostra rivista «Triarticolazione dell’organismo sociale», mentre ancora lavoravo a Dornach, come da certa parte sia presa assai sul serio la scienza dello spirito che appare come tale; e dovrebbe aver avuto luogo qui uno strano discorso, credo perfino con accompagnamento musicale, che si è basato su qualcosa che come un programma da certa parte si presenta, per esempio negli «Stimmen der Zeit» del Padre Gesuita Zimmermann, in quasi ogni numero, e che produce appunto tali precipitati come quello che dovrebbe essersi verificato qui. Fu detto, anche da un canonico della cattedrale, che ci si potrebbe certamente informare su ciò che dice lo Steiner dagli scritti dei suoi avversari, perché gli scritti che egli stesso scrive, e quelli dei suoi seguaci non potrebbero essere letti dai Cattolici, perché li ha vietati il Papa. In effetti, la sacra Congregazione romana del 18 luglio 1919 ha emanato un editto generale che contiene il divieto di leggere scritti teosofici, antroposofici, come almeno nell’interpretazione di questo editto generale per mezzo del Padre Gesuita Zimmermann si dice. E tuttavia non si può credere che questo Padre Gesuita Zimmermann menta sempre. Ha mentito: aveva sostenuto che io fossi un sacerdote fuggito, che fossi scappato da un convento. Non sono mai stato in un convento. Poi ha detto: l’affermazione che lo Steiner sia un sacerdote fuggito non si può più mantenere oggi. Un modo strano di ripagare ciò che aveva mentito! Ora non credo che anche questo sia mentito, ciò che là ha trovato uno strano precipitato, che si va nel senso che ci si potrebbe informare da scritti dei miei avversari, perché gli scritti antroposofici dalla sacra Congregazione del 18 luglio 1919 sono stati vietati. Sì, da questa parte si presagisce che nella scienza dello spirito orientata in senso antroposofico qualcosa che ha forze molto reali vuole introdursi nel presente.
Questa scienza dello spirito orientata in senso antroposofico — lasciatemi dire, al concludere, per così dire, come una considerazione sia oggettiva sia personale — questa scienza dello spirito orientata in senso antroposofico continuerà a rappresentare, come base di conoscenza della vita d’azione, come base di conoscenza della vita morale e sociale, come base di conoscenza delle più belle speranze umane, contro tutte le resistenze, il meglio che può. La potranno strozzare: non appena potrà muoversi un poco di nuovo, riproporrà di nuovo ciò che crede di poter conoscere come verità necessaria per l’umanità. E come nel momento in cui la prospettiva della vittoria cominciò a capovolgersi a nostro sfavore, di fronte a tutto il mondo internazionale nel Goetheanum fu data una testimonianza per la vita dello spirito internazionale, senza ritirarsi dal fatto che ciò che oggi è goetheanismo sviluppato viene tuttavia dalle radici della vita dello spirito tedesco, così anche di fronte a tutto il resto, ciò che come impedimento si vuol frapporre, questa scienza dello spirito orientata in senso antroposofico per la conoscenza, che è passata nella sua convinzione, combatterà come per un contenuto mondiale.
Ora sono 35 anni da quando nelle mie prime dissertazioni, per caratterizzare come l’essenza tedesca necessariamente dovrebbe ritornare alle migliori fonti spirituali della sua forza, ho trascritto le parole come un appello al popolo tedesco: «Pur tra tutti i progressi che possiamo registrare nei diversi campi della cultura, non possiamo tuttavia non riconoscere che la firma del nostro tempo lascia molto, moltissimo a desiderare. I nostri progressi sono per lo più solo in larghezza e non in profondità. Ma per il contenuto di un’epoca, solo i progressi in profondità sono decisivi. Può essere che la pienezza dei fatti che si sono imposti da tutti i lati, renda comprensibile che abbiamo momentaneamente perso di vista la profondità davanti all’ampiezza. Vorremmo solo augurare che il filo spezzato della progressiva evoluzione presto torni a essere ripreso e i nuovi fatti siano colti dall’altezza spirituale una volta conquistata».
Nel sentimento che, se il basso livello spirituale di allora non trovasse un contrappunto in un vero sollevamento spirituale, dovesse accadere qualcosa di catastrofico, in questo sentimento, con dolore che mi rodeva il cuore, scrissi 35 anni fa queste parole e le feci stampare. Credo di poter oggi, proprio da tali punti di vista come li ho presentati, oggettivamente-personalmente riferirmi a queste parole. Perché il corso degli eventi in questi tre anni e mezzo è una prova che è giustificato far risuonare di nuovo l’appello alla spiritualità. Possa esso, non essendo stato udito allora, essere udito oggi e nel prossimo futuro dai Tedeschi, affinché da dentro, dall’essenza spirituale compresa, possano costruire ciò che in modo così terribile negli ultimi anni è stato loro distrutto, sì, che ha cominciato solo a essere distrutto, e che certamente continuerà sulla via della distruzione, se non porteranno spiritualità con sé per la ricostruzione.
È questo a cui oggi si vorrebbe fare appello: alla volontà di spiritualità proprio nel popolo tedesco. E si può appellarsi a questa volontà di spiritualità; perché certo è: se il popolo tedesco sviluppa questa volontà di spiritualità, allora deve trovare la spiritualità. Al materialismo, come ho detto recentemente, sembra — i fatti degli ultimi decenni proprio lo provano — non abbia attitudine; per la spiritualità ha capacità, lo provano lo spirito del nostro sviluppo attraverso i secoli. Perciò si può appellarsi alla volontà di spiritualità: il popolo tedesco, se solo sviluppa la volontà, troverà la spiritualità, ha la capacità per questo. Ma poiché ha la capacità, ha anche di fronte all’appello alla spiritualità la grande responsabilità. Possa svegliarsi la consapevolezza di questa responsabilità, svegliarsi in modo tale che il popolo tedesco possa di nuovo agire efficacemente su base spirituale e da impulsi spirituali nell’evoluzione dell’umanità, continui ciò che ha portato a vantaggio dell’umanità attraverso molti secoli per questa umanità attraverso i suoi più grandi spiriti.
Annotazioni
Fondamenti testuali: i due discorsi tenuti a Ulma sono stati stenografati da Hedda Hummel. Il discorso di Berlino è stato stenografato da Walther Vegelahn. Lo stenografo dei discorsi di Stoccarda non è noto. Con eccezione della prima metà del primo discorso di Ulma, non ci sono stenogrammi originali negli archivi. La pubblicazione dei discorsi riuniti in questo volume si basa su trascrizioni a testo continuo, presumibilmente confezionate dagli stessi stenografi.
Le pubblicazioni dei discorsi di questo volume si sono verificate nelle seguenti riviste: Ulma, 26 maggio 1919, in «Gegenwart», 30. anno 1968/69, numeri 3/4 e 5/6. Ulma, 22 luglio 1919, in «Das Goetheanum», 21. anno 1942, numeri 23-28; similmente in «Gegenwart», 30. anno 1968/69, numeri 7 e 8/9. Berlino, 15 settembre 1919 in «Gegenwart», 30. anno 1968/69, numeri 10 e 11/12. Stoccarda, 19 dicembre 1919 in «Die Drei», 5. anno 1925/26, nr. 3; similmente in «Die Menschenschule», 10. anno 1936, nr. 11/12; similmente in «Gegenwart», 31. anno 1969/70, numeri 1/2 e 3. Stoccarda, 27 dicembre 1919 in «Die Drei», 5. anno 1925/26, nr. 8; similmente in «Die Menschenschule», 14. anno 1940, nr. 5/6; similmente in «Gegenwart», 31. anno 1969/70, nr. 4/5. Stoccarda, 30 dicembre 1919 in «Die Drei», 5. anno 1925/26, nr. 4; similmente in «Gegenwart», 31. anno 1969/70, numeri 7 e 8/9.
Le opere di Rudolf Steiner entro l’Opera Omnia (O.O.) sono citate nelle Annotazioni con il numero di bibliografia. Vedere anche la rassegna alla fine del volume.
A pagina
7
«Un appello al popolo tedesco e al mondo della cultura»: 1. edizione Dornach 1919, anche come volantino e in numerosi giornali pubblicato. Vedere anche «Saggi sulla triarticolazione dell’organismo sociale e sulla situazione attuale 1915-1921», O.O. Bibliografia nr. 24, Dornach 1982, pagina 428 ss.
10
Alfred Kolb: «Come operaio in America», 2. edizione, Berlino 1904.
14
importante ricercatore di scienze naturali: Emil Du Bois-Reymond (1818-1896), principale esponente dell’indirizzo fisico nella fisiologia. «Discorsi», 2 voll., Lipsia 1885-1887, 2. edizione, Lipsia 1912. una società erudita: Accademia delle Scienze di Prussia, fondata nel 1700 su iniziativa di Leibniz dal Re Federico I. un Hohenzollern del XVIII secolo: Federico Guglielmo I. Nominò l’ubriaco Gundling a presidente dell’Accademia delle Scienze, per ridicolizzare il ceto scientifico. la guardia scientifica degli Hohenzollern: La citazione è liberamente ripresa. Letteralmente: «L’Università di Berlino, acquartierata di fronte al palazzo del Re, è per la sua carta costitutiva il reggimento dell’anima spirituale della casa degli Hohenzollern». Discorso rettorale del 3 agosto 1870. «Discorsi» 1. vol. 2. edizione, Lipsia 1912, p. 418.
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Insegnante alla scuola di formazione per operai fondata a Berlino da Liehknecht: vedere Rudolf Steiner, «Il corso della mia vita», O.O. Bibliografia nr. 28, cap. XXVIII.
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Manifesto comunista: documento fondamentale del socialismo, redatto come opuscolo da Marx ed Engels, apparso nel 1848 a Londra.
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da trent’anni dopo la morte: La durata della protezione per opere di letteratura e arti figurative è oggi generalmente 50 anni. Nella Germania Ovest è stata estesa nel 1965 da una nuova legge sul diritto d’autore a 70 anni.
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Lo stesso Aristotele ha detto: «Perciò il nome per interesse (τόκος) significa tanto tanto perché il giovane è simile a chi l’ha generato, così anche l’interesse è denaro da denaro. E questo tipo di arte acquisitiva è veramente la più contronatura di tutte». «Politica», primo libro, 10. capitolo 1258 b, secondo la traduzione di Franz Susemihl.
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in una riunione più piccola a Vienna: Discorso del 14 aprile 1914 davanti a membri della Società Antroposofica, in «Natura interiore dell’uomo e vita tra la morte e la nuova nascita», O.O. Bibliografia nr. 153, Dornach 1978, pagina 174 ss. Letteralmente: «Così oggi si produce per il mercato senza riguardo al consumo, non nel senso di quanto nel mio saggio “scienza dello spirito e questione sociale” è stato esposto, ma ci si accumula nei magazzini e attraverso i mercati finanziari tutto ciò che è prodotto, e poi si aspetta quanto viene comprato. Questa tendenza crescerà sempre più finché non si distruggerà — se ora dirò quanto segue, capirete perché — in se stessa. Da questa specie di produzione nel corso della vita sociale, nel nesso sociale degli uomini sulla terra, sorge esattamente lo stesso che nell’organismo quando sorge un carcinoma. Esattamente lo stesso, una formazione cancerosa, una formazione di carcinoma, cancro culturale, carcinoma culturale! Una tale formazione cancerosa osserva colui che spiritualmente penetra la vita sociale, come dappertutto germinano terribili tendenze a ulcerazioni sociali. Questa è la grande preoccupazione culturale che insorge per chi penetra l’essere. Questo è il terribile, che agisce così in modo opprimente, e che persino se si potesse reprimere tutto l’entusiasmo per la scienza dello spirito, se si potesse reprimere ciò che apre la bocca per la scienza dello spirito, fa gridare il rimedio del mondo per così dire verso ciò che è già così fortemente in preparazione e sarà sempre più e più forte».
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il ministro degli esteri tedesco: Gottlieb von Jagow (1863-1935), segretario di stato del ministero degli esteri 1913-1916. Conferenza della Società delle Nazioni: 7-13 marzo 1919 a Berna. L’11 marzo 1919 Rudolf Steiner tenne una conferenza pubblica nel grande consiglio di Berna «I veri fondamenti di una Società delle Nazioni nelle forze economiche, legali e spirituali dei popoli», O.O. Bibliografia nr. 329.
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Teorie del plusvalore: Vedere Karl Marx, «Il Capitale - Critica dell’economia politica» vol. I, Amburgo 1867, voll. II e III pubblicati da Friedrich Engels, Amburgo 1885 e 1895; «Teorie del plusvalore», dal lascito pubblicato da Karl Kautsky, 4 voll. 1904.
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Per quanto mi riguarda, non sono marxista: Vedere lettera di Friedrich Engels a Conrad Schmidt, Londra, 5 agosto 1890: «Anche la concezione materialistica della storia ha oggi molti [amici fatali], per i quali serve come pretesto di non studiare la storia. Proprio come Marx dei “marxisti” francesi degli ultimi anni settanta ha detto: tutto ciò che so è che non sono marxista». Marx-Engels, Lettere scelte, Zurigo 1934, pagina 371 ss.
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dato come impulso per primo: Vedere i «Memoranda» che Rudolf Steiner scrisse nel luglio 1917 su richiesta del Conte Otto Lerchenfeld e del Conte Ludwig Polzer-Hoditz per uomini di stato tedeschi e austriaci. Pubblicato in «Saggi sulla Triarticolazione», cit., p. 339 ss. Mostro del Trattato di Brest-Litovsk: il 3 marzo 1918 la delegazione sovietica nel quartier generale del Comando Supremo dell’Est sottoscrisse con protesta il trattato di pace, per cui la Russia rinunciò a Curlandia, Livonia, Estonia, Lituania e Polonia, concesse alle truppe tedesche il diritto di occupazione fino alla conclusione di una pace mondiale in Bielorussia, dovette evacuare la Finlandia e l’Ucraina, si impegnò a restituire alla Turchia i territori armeni conquistati nel 1878, e si obbligò al versamento di 6 miliardi di marchi oro come risarcimento di guerra. Per il Trattato di Versaglia, la pace di Brest-Litovsk fu dichiarata nulla. Brochure sulla colpa per la guerra: «Considerazioni e memorie del capo di stato maggiore H. v. Moltke sugli avvenimenti da luglio 1914 a novembre 1914, pubblicati dal
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ha dato il giudizio: Vedere R. Hagen, «La prima ferrovia tedesca», 1885, pagina 45.
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registrato nella letteratura scientifica naturale: Vedere Louis Waldstein, «L’inconscio Io e il suo rapporto con la salute e l’educazione», Wiesbaden 1908. Cfr. Rudolf Steiner, «L’Eterno nell’Anima Umana. Immortalità e Libertà», O.O. Bibliografia nr. 67, Dornach 1962, pagina 291 ss.
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Rudolf Steiner, «L’Educazione del Bambino dal punto di vista della scienza dello spirito», in «Luzifer-Gnosis. Saggi raccolti 1903-1908», O.O. Bibliografia nr. 34, edizione singola, Dornach 1985.
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Woodrow Wilson, 1856-1924, Professore di diritto e scienze dello stato a Princeton, 1913-1921 Presidente degli Stati Uniti, che condusse alla guerra contro l’Impero tedesco nel 1917, poco dopo essere stato rieletto come «Presidente della pace». Negli ultimi dei quattordici punti del suo messaggio dell’8 gennaio 1918, propose la fondazione di una Società delle Nazioni. Secondo un progetto anglo-americano lo statuto della Società delle Nazioni fu deciso alla Conferenza di pace di Parigi del 1919 e incorporato nei singoli trattati di pace per istanza di Wilson. Il desiderio della Germania di diventare membro contemporaneamente alle potenze vincitrici fu rifiutato.
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in una serie di conferenze: Vedere nota a pagina 27.
68
uno di quei pratici: Vedere nota a pagina 28.
74
Scuola di formazione per operai: Vedere nota a pagina 15. Walther Rathenau, 1867-1922 (ucciso dai radicali di destra), dirigente economico, 1922 Ministro degli Esteri del Reich. «La nuova economia», Berlino 1918; «La nuova società», Berlino 1919; «Dopo il diluvio. Socializzazione e nessuna fine. Una parola sul plusvalore», Berlino 1919.
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Un molto importante studioso di scienze naturali: Vedere nota a pagina 14.
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la prima vera scuola libera unificata: il 7 settembre 1919 fu aperta a Stoccarda la Libera Scuola Waldorf. La sua fondazione da parte di Rudolf Steiner avvenne su iniziativa del Dr. h. c. Emil Molt, 1876-1936, Direttore generale della Waldorf-Astoria Fabbrica di sigarette a Stoccarda. il corso preparatorio: «Scienza generale dell’uomo come fondamento della Pedagogia», O.O. Bibliografia nr. 293, «Arte dell’educazione. Metodico-Didattico», O.O. Bibliografia nr. 294, «Arte dell’educazione, Discussioni del seminario e Lezioni di programma», O.O. Bibliografia nr. 295.
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Friedrich Engels nella sua opera «Lo sviluppo del Socialismo dall’utopia alla scienza», 6. edizione, Berlino 1919, pagina 47 ss.
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la sua forza di lavoro come una merce: Vedere Marx, «Il Capitale», Volume I, Secondo Capitolo, Quarto Capitolo, 3: acquisto e vendita della forza di lavoro.
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non sotto forma di un’economia pianificata di Moellendorff: Richard von Moellendorff (1881-1937), Professore alla Scuola Tecnica Superiore di Hannover, 1919 Sottosegretario nel Ministero dell’Economia del Reich, sviluppò il piano di un’economia comunitaria nazionale, che però fu rifiutato dall’Assemblea Nazionale.
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Allora il Faust dice: «Faust» I, 3438 ss.
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nel suo «Don Carlo»: Terzo Atto, Decima Scena.
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per usare le parole goethiane: Goethe parla in molti contesti di occhi dello spirito e orecchi dello spirito, per esempio in «Poesia e Verità», Terza Parte, Undicesimo Libro: «Non vidi infatti con gli occhi del corpo, ma dello spirito, me stesso venire incontro sulla stessa strada a cavallo». Inoltre tra gli altri Scritti scientifici naturali, Per la zoologia: «Impariamo a vedere con gli occhi dello spirito, senza i quali, come dappertutto, così specialmente anche nella scienza naturale, brancoliamo al buio». — «Faust» II, Primo Atto, 4667 ss.: Risuona per gli orecchi dello spirito Già il nuovo giorno che nasce.
100
i pensieri architettonici: Vedere Rudolf Steiner «Vie verso un nuovo stile architettonico», O.O. Bibliografia nr. 286; «Il pensiero costruttivo del Goetheanum», Lezione con diapositive di 104 illustrazioni, Stoccarda 1958.
106
Woodrow Wilson: Vedere nota a pagina 61. nel suo scritto sulla libertà: «The new freedom», 1913, tedesco «La nuova libertà», Monaco di Baviera 1919, 12. cap., p. 273 ss.
114
Ottokar Czernin, 1872-1932, ministro degli esteri austriaco 1916-1918. «Nella guerra mondiale», 2. edizione Berlino e Vienna 1919, p. 372 ss.
116
un diplomatico giapponese: Una prova finora non è stata trovata.
117
Friedrich Traub, «Rudolf Steiner come filosofo e teosofo», Tubinga 1919, p. 34.
118
nel suo saggio su Schiller e Goethe: Vedere Herman Grimm, «Quindici saggi. Prima serie», Berlino 1884, p. 166.
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Johann Gottlieb Fichte ha detto agli uomini: Letteralmente: «Che gli ideali nel mondo reale non possono essere rappresentati, lo sappiamo altrettanto bene quanto loro, forse meglio. Sosteniamo solo che la realtà deve essere giudicata secondo loro, e da coloro che sentono in sé la forza, modificata. Ammettiamo pure che non riescano a convincersene, perdono assai poco, dopo che già sono come sono, e l’umanità non perde nulla. Diventa solo chiaro che solo su loro non si conti nel piano di ennoramento dell’umanità. Essa proseguirà il suo cammino senza dubbio; su loro vogliate benedire la benevola natura, e dar loro a giusta ora pioggia e sole, cibo conveniente e il libero corso dei liquidi, e inoltre — ben consigliati pensieri!». Da «Prefazione» a «Alcune lezioni sulla destinazione dello studioso», 1794.
122
l’estirpazione dello spirito tedesco: Letteralmente: «Ma di tutti gli effetti malvagi che l’ultima guerra condotta con la Francia porta dietro di sé, forse il più cattivo è un errore diffuso e generale: l’errore dell’opinione pubblica e di tutti gli opinanti pubblici, che anche la cultura tedesca abbia vinto in quella lotta e debba perciò ora essere decorata con i premi che convengono a così straordinari accadimenti e successi. Questa illusione è altamente dannosa: non già perché è un’illusione — ci sono illusioni assai salutari e benefiche — bensì perché è capace di trasformare la nostra vittoria in una sconfitta completa: nella sconfitta, anzi estirpazione dello spirito tedesco a favore del ». Da «Considerazioni inopportune», Primo pezzo: «David Friedrich Strauss, il confessore e lo scrittore», 1873. David Friedrich Strauss, «La vecchia e la nuova fede. Una confessione», Lipsia 1872.
126
Rabindranath Tagore, 1861-1941, poeta, filosofo e combattente per la libertà, discendente di una famiglia bengalese che risale al drammaturgo sanscrito dell’8º secolo Bhatta-Narajana.
129
Helena Petrovna Blavatsky, 1831-1891, fondò insieme a Henry Steel Oleott nel 1875 la Società Teosofica.
129
Annie Besant, 1847-1933, dal 1907 in poi presidente della Società Teosofica.
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Che non l’imitiamo: Cfr. Rudolf Steiner, «Il corso della mia vita», O.O. Bibliografia nr. 28, cap. XXXI.
135
Robert Hamerling, 1830-1889. Il suo «Homunkulus. Epos moderno in dieci canti» apparve nel 1888. Vedere anche la conferenza «Homunkulus», Berlino, 26 marzo 1914, in «scienza dello spirito come bene di vita», O.O. Bibliografia nr. 63; inoltre «Robert Hamerling — un poeta e un pensatore e un uomo», un’opera commemorativa, pubblicata da Marie Steiner, Dornach s.a. (1939).
140
Cesare Lombroso, 1836-1909, professore di medicina forense e psichiatria a Torino, noto negli ampi circoli per la sua dottrina sulla relazione tra genio e follia.
142
Lo spirito tedesco non ha compiuto: sentenza di verità, data alla fine della conferenza «L’anima germanica e lo spirito tedesco dal punto di vista della scienza dello spirito», Berlino, 14 gennaio 1915, in «Da un tempo gravato dal destino», O.O. Bibliografia nr. 64; vedere «Parole di verità», O.O. Bibliografia nr. 40.
143
un cambio di nome per questa scuola superiore di scienza dello spirito: originariamente l’edificio di Dornach avrebbe dovuto chiamarsi, secondo una figura principale dei drammi mistici di Rudolf Steiner, Giovanni-Costruzione.
144
Scrisse ai suoi amici di Weimar: «Inoltre devo condividere con te che sono completamente sulle tracce del mistero della generazione delle piante e dell’organizzazione, ed è la cosa più semplice che si possa pensare. Sotto questo cielo si possono fare le più belle osservazioni. Il punto principale dove risiede il germe l’ho trovato interamente chiaramente e senza dubbio; tutto il resto lo vedo già nel complesso, e solo alcuni punti devono ancora essere determinati più precisamente. La pianta-archetipo sarà la creatura più singolare del mondo, che persino la natura stessa dovrebbe invidiarmi. Con questo modello e la chiave per esso si potranno allora ancora inventare piante all’infinito, che devono essere coerenti, cioè: che, sebbene non esistano, potrebbero esistere e non siano affatto ombre pittorescamente sceniche, ma abbiano una verità interna e una necessità. La stessa legge si potrà applicare a tutto il resto del vivente». 17 maggio 1787 a Herder da Napoli, «Viaggio in Italia», vol. 2.
152
concilio ecumenico di Costantinopoli: nei «Canones contra Photium» è stabilito al Can. II che l’uomo non abbia «due anime», bensì «unam animam rationabilem et intellectualem». Contro questo il Patriarca della Chiesa orientale, Fozio, contro il quale il concilio era stato indetto, aveva sostenuto il parere che si dovesse distinguere tra un’anima inferiore e una superiore pensante.
156
Discorso sulla scienza dello spirito orientata in senso antroposofico: in una serie di discorsi avversari il teologo evangelico Gogarten, che in seguito entrò nella leadership dei «Cristiani Tedeschi» privilegiati da Hitler.
158
quale assumono i geologi ragionevoli: Rudolf Steiner si riferisce qui al rinomato geologo austriaco Eduard Sueß, 1831-1914: «Il volto della terra», 3 volumi, Vienna 1883-1901.
162
nella nostra rivista «Triarticolazione dell’organismo sociale»: nel numero 21 il Dr. Walter Johannes Stein ha riferito di un discorso avversario del Canonico Fr. Laun, Rottenburg, l’11 novembre 1919 a Stoccarda. Nel rapporto si legge: «Di quale sorta siano i mezzi di combattimento dello speaker, risulta sufficientemente dal fatto che dopo il discorso non sia stata concessa alcuna discussione e che lo speaker abbia sottolineato che chi volesse orientarsi su Steiner potrebbe farlo presso i nemici di Steiner, che egli ha enumerato, non però attraverso gli scritti stessi di Steiner, poiché il Papa li ha proibiti».
163
Ha mentito: negli «Stimmen aus Maria-Laach», Riviste cattoliche, Friburgo i. B. 1912 (dal 1914 «Stimmen der Zeit»), l’organo principale dei Gesuiti in Germania, apparve nel volume 83, p. 80, una recensione di un libro di Giovanni Busnelli SJ «Teosofia e Cristianesimo» di Otto Zimmermann SJ. In questa recensione Rudolf Steiner è designato come «un (secondo quanto riportato) sacerdote apostata», mentre nel libro di Busnelli — ugualmente errato — si parla di un «precedentemente sacerdote cattolico». — Zimmermann ha ritirato la sua affermazione solo dopo sei anni con l’affermazione superficiale «Ciò che non si poteva mantenere» («Stimmen der Zeit», volume 95, p. 331).
164
in una delle mie prime esposizioni: «La firma spirituale del presente» in «Deutsche Wochenschrift» 1888, VI anno nr. 24. Vedere «Fondamenti metodologici dell’Antroposofia» 1884-1901, O.O. Bibliografia nr. 30, Dornach 1961, p. 253 ss.
In memoria di Frater Stefano Ravaglia
anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.
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