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1°L'origine dell'arte drammatica nella vita culturale europea

Monaco, 18 Agosto 1911

La prima parola di quest’anno di manifestazioni monacensi fu affidata al messaggero divino Hermes; e di fronte a ciò che vogliamo vedere nella nostra scienza dello spirito, a ciò che vogliamo sentire in essa, possiamo forse intendere questa stessa assegnazione delle parole di Hermes in senso profondamente simbolico. La scienza dello spirito non è per noi soltanto qualcosa che ci reca conoscenza o sapienza simile ad altri saperi, ad altre conoscenze ordinarie del mondo: essa è per noi un vero e proprio mediatore verso quei mondi a cui, secondo la visione dell’antica Grecia, Hermes ha condotto gli uomini, portando loro ciò che in essi stessi poteva accendere le forze capaci di ascendere in questi regni del soprasensibile. Collegandomi a queste parole di Hermes, mi sia concesso oggi, in questo discorso introduttivo, di aggiungere qualcosa a ciò che ha potuto risuonare verso di noi dalle manifestazioni dei giorni scorsi, affinché tutto ciò si raccolga in un tutto organico insieme con quanto seguirà, con ciò che verrà discusso e contemplato nei prossimi giorni.

Queste manifestazioni artistiche e spirituali non sono date soltanto per procurare un abbellimento esteriore alle nostre manifestazioni: devono essere considerate come strettamente legate, nel più intimo nesso organico, a ciò che forma il centro e il nucleo di questa impresa annuale, che da molti anni costituisce il fulcro della nostra attività geisteswissenschaftliche qui presente a Monaco. Fu possibile in quest’anno introdurre e aprire la manifestazione attraverso il rinnovo e la ricreazione di quel dramma che si trova proprio al punto di partenza originario di tutta la drammatica dell’Occidente occidentale. È un dramma che possiamo veramente contemplare e comprendere nella sua essenza solo quando rivolgiamo il nostro sguardo ancora più oltre, ancora più indietro nel tempo, a tutto ciò che la drammatica tramandata dalla storia ha portato come arte all’Occidente. È proprio questo il motivo per cui questo dramma è una degna e appropriata introduzione a un’impresa che poggia su fondamenti geisteswissenschaftliche. Poiché questo dramma antico ci conduce e ci eleva verso quei tempi lontani dello sviluppo culturale europeo in cui le singole correnti spirituali e culturali umane che oggi ci si presentano separatamente come scienza, religione e arte non erano ancora separate le une dalle altre, ma erano intimamente legate insieme in un’unità vivente. Rivolgiamo così il nostro sentimento verso i primordi e gli inizi originari dello sviluppo culturale europeo, verso quei tempi remoti quando una cultura unitaria e coerente, nata direttamente dalla vita spirituale più profonda e più sublime, permeava e animava le anime umane con l’elevazione religiosa verso il massimo e il più eccelso che l’uomo possa raggiungere e realizzare per la sua intera anima e la sua intera essenza. In questa epoca antica la vita religiosa non era qualcosa di separato: pulsava direttamente come la forza vitale stessa della cultura.

Si può dire con verità che questa cultura primitiva era religione in senso assoluto. La religione non era qualcosa di particolare a cui l’uomo si rivolgesse come a un ramo speciale e distinto della cultura; persino quando il popolo parlava di quelle parti della vita spirituale che penetravano direttamente nei rami pratici e materiali della quotidianità, tuttavia parlava con tono religioso. Questa penetrazione del sacro nella prassi quotidiana era infatti elevazione della vita ordinaria alla religione, che estendeva i suoi raggi divini su tutto ciò che l’uomo poteva vivere e sperimentare. Ma questa religione originaria non era soltanto vaga e generica: era interiormente forte e potente nelle sue singole manifestazioni e forze, sicché non si fermava solamente alla elevazione generale del sentimento religioso verso le grandi potenze mondiali e cosmiche. No, questa religione originaria dell’umanità era così potente e viva che inspirava e vivificava le singole forze della vita spirituale umana, facendo sì che assumessero forme che erano direttamente forme artistiche. La vita religiosa si effondeva in audaci e coraggiose configurazioni artistiche, e così religione e arte erano uno. L’arte era la figlia immediata e diretta della religione, che ancora viveva nell’intima comunità familiare con sua madre, la religione stessa, e mantenevano un nesso inscindibile.

Non esiste sentimento di tale profondità religiosa e tale sublime elevazione nel nostro tempo contemporaneo come quello che animava tutti coloro che erano stati degni di partecipare ai misteri antichi della Grecia e che contemplavano come la vita religiosa si effondesse e si manifestasse in ciò che artisticamente e drammaticamente veniva presentato agli uomini. Ma questa religione originaria, con sua figlia, l’arte, era al tempo stesso così purificata e raffinata, così profondamente innalzata nelle sfere eteriche e celesti della vita spirituale, che mentre agiva sulla anima umana con la sua forza vivificante, da questa anima umana scaturiva anche tutto ciò di cui oggi abbiamo soltanto un debole, pallido e astratto riflesso: ciò che chiamiamo scienza e conoscenza razionale. Quando il sentimento approfondito e consapevole si lasciava entusiasmare e vivificare da ciò che come religione vivente si effondeva nella forma artistica, allora nella anima umana si accendeva e risuonava la conoscenza consapevole degli dèi e delle cose divine, la conoscenza di quel mondo dello spirito in cui abitano le gerarchie e le intelligenze divine. E così la conoscenza e la sapienza costituivano l’altra figlia della vita religiosa, che ugualmente ancora viveva nell’intima comunità familiare con la madre originaria di ogni vera cultura, con la religione stessa.

Chiediamoci allora con sincerità oggi: fino a dove vogliamo condurre e portare ciò che oggi possiamo offrire ancora solo come un debole inizio e una piccola anticipazione? A che cosa vogliamo veramente condurlo e dirigerlo? Vogliamo condurlo a riaccendere di nuovo e consapevolmente nella umanità contemporanea qualcosa come l’unione perduta, l’armonia originaria tra arte e scienza, tra sentimento artistico e sapienza intellettuale. Poiché soltanto così lo sguardo dell’anima umana, infiammato dal sentimento autentico, rinforzato dal meglio e dal più puro delle nostre forze di volontà, potrà effondere quella unità viva e consapevole su tutta la formazione umana, su tutta l’educazione e la cultura dell’uomo. Questa unità è quella che condurrà l’uomo di nuovo verso le altezze divine del suo vero essere, come penetrerà nei gesti più quotidiani e più pratici della nostra vita ordinaria. E allora tutto ciò che altrimenti è soltanto vita profana, materiale, mondana, diventerà sacro, perché avrà riacquistato la consapevolezza e il sentimento del suo nesso profondo con la fonte spirituale e divina di tutto l’essere.

Così attraverso una tale impresa e una tale ricerca, come noi abbiamo curato e portato avanti diligentemente quest’anno, deve essere indicato e suscitato proprio questo sentimento profondo, che deve vivificarci e guidarci sempre, quando intendiamo con la scienza dello spirito quella conoscenza e quella saggezza che deve penetrare nelle profondità più profonde e più intime dell’anima umana. Con tutto questo sono esposte e rese evidenti le ragioni essenziali per cui nel miglior senso della parola può essere sentito come profondamente geisteswissenschaftliche il considerare il mistero di Eleusi, il misterioso insegnamento dell’antica Grecia, come una sorta di sole spirituale i cui raggi luminosi, effondendosi nel nostro cuore contemporaneo, possono suscitare in noi il sentimento giusto e profondo di che cosa sia veramente e intimamente la scienza dello spirito.

Ciò che altrimenti si conosce oggi come drammatica e come forma artistica drammatica, ciò che l’Occidente occidentale sente e conosce come arte drammatica e che ha raggiunto la sua più alta espressione e la sua apice in William Shakespeare, è in verità una corrente spirituale che ha avuto origine dal mistero antico e sacro: una ricreazione e una secolarizzazione del mistero antico. Se dunque risaliamo nel tempo e ritorniamo agli inizi originari e alle origini della forma artisticamente drammatica, ritorniamo precisamente a qualcosa come il mistero sacro di Eleusi. Se ho così indicato in generale i pensieri profondi che già molti anni fa ci animavano quando al Congresso Teosofico Internazionale di Monaco abbiamo rappresentato e fatto vivere proprio questo dramma antico, posso forse ora menzionare anche qualcosa di più particolare e concreto. Poiché il quotidiano e l’ordinario è intimamente connesso — intendo il quotidiano ora nel miglior senso spirituale e consapevole — con ciò che ci appare come ideale spirituale elevato, esso è atto a gettare luce vera sui nostri voleri intimi, sui nostri scopi consapevoli e sui nostri compiti. Dovetti ricordare, quando alcuni tempo fa intraprendemmo la rappresentazione e la messa in scena dei «Figli di Lucifero», che allora stesso mi si presentò dinanzi alla mente e al cuore un pensiero che per me è profondamente e essenzialmente connesso con il nostro sviluppo antroposofico e geisteswissenschaftliche dell’Europa centrale nel presente contemporaneo. Quando io stesso potei giudicare e percepire che era venuto il momento di mettere in consapevole connessione il mio sforzo spirituale interiore con ciò che può essere chiamato con verità Antroposofia o scienza dello spirito, la porta e il percorso attraverso cui tentai di introdurre nell’Antroposofia era una discussione e un dialogo profondo che si collegava a questo dramma significativo e profondo, «I Figli di Lucifero». E poi deliberatamente lasciammo trascorrere un periodo di sviluppo di sette anni dell’attività geisteswissenschaftliche da noi pensata e condotta. Il germe vivo, tuttavia, che fu allora posto consapevolmente nella nostra anima collettiva con quelle parole che erano state pronunciate sui «Figli di Lucifero» si sviluppò nel frattempo in un’epoca di sette anni conforme alle leggi eterne della natura spirituale nei nostri cuori tutti insieme nel silenzio interiore. E dopo sette anni fummo a tal punto e giungemmo a tal grado da poter presentare e far rivivere il dramma «I Figli di Lucifero» come una degna introduzione alle nostre manifestazioni monacensi.

Mi sia concesso in questa ora e in questo momento di oggi, che è dedicata pienamente alle parole introduttive dei miei discorsi dei prossimi giorni, di collegare forse questo pensiero profondo a un altro pensiero altrettanto profondo. Parlo davanti a voi, miei cari e sinceri amici, dal più profondo del cuore e al tempo stesso dalla più profonda convinzione della mia anima e della mia coscienza. Ciò che come vita spirituale autentica nel futuro sempre più e sempre più intensamente afferrerà e vivrà gli spiriti dell’Occidente e dell’Europa dovrà assumere una forma molto particolare e diversa da quelle che conosciamo. Oggi si può pensare all’Antroposofia o alla scienza dello spirito nei modi e nei sensi più diversi e molteplici. Gli uomini non pensano sempre secondo le vere necessità dell’essere, secondo le forze profonde che operano consapevolmente nel divenire umano, ma pensano dal loro volere personale, dai loro sentimenti soggettivi; e allora l’uno può vedere questo, l’altro quello come l’ideale giusto e appropriato. Così ci saranno naturalmente molti ideali antroposofici diversi, secondo come sono costituiti veramente i cuori umani, secondo come essi con i loro sentimenti e sensibilità si propendono verso questa o quella parte dello spirito. Tuttavia il vero occultismo, il vero iniziatismo in una certa formazione più elevata e consapevole, ci mostra una tale inclinazione naturale verso gli ideali ancora sempre come qualcosa che aderisce soltanto alla nostra personalità individuale: qualcosa che tuttavia si può caratterizzare e descrivere in questo modo preciso. Tali ideali sono propriamente e veramente soltanto ciò che l’uno o l’altro vuol volentieri vedere e desiderare come Antroposofia, di cui secondo i suoi sentimenti di cuore particolari e secondo la configurazione particolare del suo intelletto crede che sia appunto il migliore e il più vero. Gli uomini hanno infatti opinioni personali soltanto su altre cose della vita umana anche da tali sentimenti di cuore soggettivi, da tali motivi personali provenienti e scaturenti. Ma la scienza dello spirito stessa, in quanto vera ricerca spirituale, deve condurre veramente e inevitabilmente a non considerare affatto come qualcosa di universalmente vincolante e di significato oggettivo ciò che scaturisce così dai nostri sentimenti personali di cuore. Come semplici personalità possiamo sempre sbagliare e ingannarci, per quanto profondamente e sinceramente crediamo di venerare un ideale autentico e altruista. Un’opinione vera e oggettiva su ciò che deve accadere necessariamente nel divenire umano possiamo formarci e raggiungere soltanto quando abbiamo completamente e consapevolmente represso le nostre opinioni personali soggettive circa l’ideale, e quando non chiediamo più anzitutto che cosa noi stessi consideriamo come il modo migliore e più conveniente di rappresentare e vivere la scienza dello spirito nel nostro tempo. Allora solamente possiamo giungere veramente a una vera opinione obiettiva, quando lasciamo parlare le necessità vere della vita contemporanea, rimanendo completamente indifferenti verso ciò a cui noi stessi come personalità siamo propensi — se verso questa o quella configurazione della vita spirituale, se questo o quello ci piace personalmente di più; quando ci chiediamo seriamente e obiettivamente: come si è sviluppata veramente negli ultimi secoli la vita culturale e civile europea, e che cosa esige essa per il prossimo tempo e per il futuro prossimo?

Quando ci poniamo questa domanda fondamentale senza che noi stessi per la risposta ci impegniamo personalmente e soggettivamente, allora riceviamo una doppia risposta chiara e evidente. L’una, la grande e principale, sorge da tutto ciò che oggi accade contemporaneamente nella vita spirituale e culturale dovunque noi guardiamo in Europa: la vita culturale europea esige, se non vuol disseccarsi e desolarsi completamente, la vera scienza dello spirito, la vera saggezza spirituale. Ma l’altra risposta, quella che è ancora più specifica e concreta, è questa precisamente: la vita culturale europea esige una tale scienza dello spirito e una tale sapienza che corrisponda pienamente alle condizioni fondamentali che nei secoli passati non sono divenute in un singolo di noi, in una singola personalità, ma nell’anima collettiva e nella coscienza dell’umanità europea nel suo insieme. Ma una scienza dello spirito che corrisponda veramente a queste condizioni fondamentali della vita culturale europea possiamo portare e offrire soltanto se ci chiediamo in tutta sincerità e altruismo: che cosa hanno imparato veramente a sentire e a pensare gli uomini europei nei secoli passati, e come anela e brama oggi l’europeo contemporaneo all’approfondimento spirituale consapevole della sua vita mortale?

Se ci poniamo veramente questa domanda profonda, allora tutti i segni viventi dei tempi moderni ci mostrano che non può essere la semplice continuazione della nostra mistica ordinaria e tradizionale come la conosciamo e la studiamo da millenni interi, come ha operato così beneficamente e provvidenzialmente sui diversi popoli durante millenni interi. La continuazione di questa mistica antica e tradizionale solo nel senso come è sempre stata concepita, come è tramandata fedelmente dalla storia e dagli insegnamenti tradizionali, non potrebbe essere accolta e compresa dalle necessità vere della vita culturale europea contemporanea. Se volessimo soltanto approfondirci passivamente nella mistica antica e tradizionale senza integrarla, allora commetteremmo un peccato spirituale contro questa vita culturale europea vivente e tutto ciò che è a essa profondamente connesso; allora porremmo inequivocabilmente le nostre inclinazioni personali al di sopra della vera necessità dell’essere contemporaneo. La nostra inclinazione personale verso la mistica, anche se propende sinceramente verso qualche forma di mistica antica e venerabile, la dobbiamo rappresentare consapevolmente e reprimere; e chiediamoci piuttosto con obiettività: di che cosa hanno bisogno veramente gli uomini secondo le condizioni come si sono sviluppate durante i secoli? Ugualmente i segni viventi dei tempi moderni ci mostrano che ciò che chiamiamo oggi l’attività scientifica contemporanea e moderna — per quanto alto stia in considerazione nell’opinione pubblica contemporanea, per quanto alta autorità e prestigio anche goda presso gli uomini colti — si trova in una condizione assai critica, come un albero che sta appena e gradualmente disseccandosi e che può ancora produrre soltanto frutti scarsi e sparsamente per il futuro prossimo. So che con ciò viene pronunciata una certa «grande parola», ma certamente non «rilassata» o leggermente, quando si dice con verità: ciò che oggi nel circolo vasto della vita europea è chiamato scienza esterna e razionale è un ramo che si dissecca lentamente nel cielo spirituale e nello spirito dell’umanità. Ha prestato i suoi servizi importanti all’evoluzione umana, e certamente non viene sminuita o svilita per il fatto che si illumini onestamente e sinceramente nelle sue condizioni di esistenza come è stato detto ora con parole esatte.

Né la mistica antica venerabile né la scienza moderna e disseccante sarà in grado di servire adeguatamente e pienamente all’umanità del futuro quando si faranno valere i bisogni più profondi e più urgenti che vogliono instaurare un nesso vivo tra l’anima umana consapevole e le rivelazioni spirituali autentiche. Questo principio profondo stava scritto come in lettere d’oro luminose davanti all’ideale spirituale che ci splendeva e ci guidava allora, quando anni fa iniziammo deliberatamente a sviluppare la vita spirituale in una misura più ampia e più consapevole. E se ora mi sia concesso e permesso pronunciare quella parola particolare di cui dissi poco fa che è altrettanto parola sincera del cuore come parola vera di profonda convinzione personale, allora vorrei — completamente in maniera obiettiva e sostanzialmente considerato nel senso esatto della domanda fondamentale che ho appena sollevato — dire con certezza quanto segue. L’inizio letterario e spirituale più significativo con quel tipo innovativo di vita spirituale che l’umanità europea del futuro avrà bisogno nella misura più ampia e più consapevole, che sta proprio esattamente in mezzo tra la sola mistica storica tradizionale che è raccolta diligentemente da qualche parte da documenti storici e manoscritti antichi, e la scienza moderna razionale che è un ramo che si dissecca della cultura umana e della intelligenza umana — l’inizio più significativo nel senso vero e consapevole antroposofico, che contempla la vita immediata e vivente, come essa lentamente ora scorre come vita spirituale autentica, come essa ulteriormente si diffonderà e si svilupperà nel futuro prossimo, sono i «Grandi Iniziati» del nostro venerato scrittore Édouard Schurè. Mi fu già concesso pienamente all’inizio del mio corso monacense lo scorso anno di indicare e sottolineare che chiunque sa rivolgere lo sguardo consapevolmente un poco verso il futuro che avanza, verso ciò che questo futuro esiggerà sicuramente da noi, sa con certezza che con ciò è stata percorsa con accuratezza quella via d’oro di mezzo tra la mistica antica venerabile e la scienza moderna ma appunto disseccante per la vita letteraria e spirituale. E sa che il bel significativo inizio che è ora già stato fatto consapevolmente per tutti i popoli europei con l’opera «I Grandi Iniziati», «Les grands Initiés», continuerà a svilupparsi sempre più profondamente, e che con ciò è stata caratterizzata una sfumatura di sentimento che non ci fa un’impressione simpatica meramente perché dalle nostre inclinazioni personali vogliamo appunto questo o quello, ma perché contempliamo consapevolmente come le sempre più affermantesi e viventi condizioni di cultura europea provocano e richiedono dalle loro condizioni spirituali profonde che un tale inizio letterario e spirituale fosse fatto e realizzato. Se conoscete bene questa opera significativa, miei cari amici, allora sapete al tempo stesso in quale modo profondamente significativo vi è indicato con precisione ciò che è poi ulteriormente e consapevolmente sviluppato negli «Santuari dell’Oriente» dello stesso Édouard Schurè, come in modo altamente significativo è qui messo in evidenza il mistero antico e profondo di Eleusi. Quali pensieri profondi e quali intuizioni possono suscitare in noi questo suggerimento luminoso nei «Grandi Iniziati» in vero senso consapevole antroposofico, e questa nuova creazione e rievocazione viva del mistero antico di Eleusi?

Orbene, miei cari e sinceri amici, quando guardiamo attentamente verso gli inizi originari della vita artistica e spirituale europea, allora si ergono come due figure simboliche al punto di partenza e di origine, che hanno un profondo significato duraturo per una vera acquisizione consapevole e spirituale di tutta la vita spirituale moderna, e che dapprima ci appaiono come rappresentazioni simboliche di grandi impulsi spirituali e di forze cosmiche. Queste due figure, che per colui che volge uno sguardo più profondo e consapevole nella vita spirituale contemporanea penetrano come raggi luminosi dall’alto, che annunciano significati più alti e più profondi, sono Persefone e Ifigenia nelle loro essenze spirituali. Noi tocchiamo veramente, quando pronunciamo questi due nomi significativi, essenzialmente in certa relazione e in certo significato due anime del nostro uomo moderno: quelle due anime la cui unione e consapevole compenetrazione esige dalle prove di anima più profonde di questo uomo contemporaneo. Lo vedremo ancora più precisamente e consapevolmente nei prossimi giorni come Persefone nel nostro cuore risveglia il pensiero consapevole di quell’impulso spirituale che noi in nostre discussioni geisteswissenschaftliche qui abbiamo già potuto toccare spesso nei nostri studi. Era assegnato una volta nel passato remoto all’intera umanità di giungere alle proprie conoscenze spirituali in un modo diverso e diversissimo da come facciamo oggi. Sappiamo da questi discorsi geisteswissenschaftliche di un antico chiaroveggenza pura dell’umanità che dalla natura umana in tempi remotissimi sgorgava spontaneamente come di per se stesso, con la stessa naturalità con cui sgorgavano la fame e la sete e il bisogno fondamentale di respiro: da questa anima umana si formavano le immagini viventi di chiaroveggenza nelle quali i segreti profondi dei mondi spirituali si effondevano e si manifestavano. Questo è qualcosa che l’uomo possedeva una volta come dono naturale e consapevole dell’antica chiaroveggenza originaria, e che al nostro tempo contemporaneo è andato perduto e si è oscurato.

Per questo motivo profondo Persefone rappresenta per noi una figura simbolica di massima importanza. Persefone incarna e simboleggia l’anima dell’umanità che possiede ancora quella chiaroveggenza consapevole degli antichi tempi, quella capacità viva di guardare consapevolmente dentro ai mondi spirituali, di percepirli in modo immediato e diretto: non attraverso il pensiero astratto e teorico, non attraverso mere indagini scientifiche razionali, ma vedendoli direttamente come noi vediamo oggi i colori e le forme viventi del mondo fisico materiale. Persefone è il simbolo profondo dell’anima umana nel pieno possesso di questa chiaroveggenza originaria pura. E quando seguiamo consapevolmente il mito antico di Persefone, vediamo come ella viene rapita da Ade, come viene trascinata contro la sua volontà negli inferi oscuri. E qui il mito antico ci parla di qualcosa che è profondamente e completamente vero dal punto di vista della vera scienza dello spirito: l’umanità evoluta ha perduto lentamente questa chiaroveggenza originaria consapevole. La chiaroveggenza, che era come la luce vivente del giorno spirituale per l’anima umana nelle antiche epoche, è stata gradualmente velata e offuscata, come se l’anima umana fosse stata trascinata lentamente negli inferi neri del buio spirituale e della cecità. Questo è il grande dramma e la grande tragedia dell’evoluzione umana che il mito di Persefone simbolizza profondamente per noi.

Ma accanto a Persefone, al fianco di questa anima dell’antica chiaroveggenza perduta, noi incontriamo un’altra grande figura della vita spirituale e culturale europea. Questa figura è Ifigenia. Ifigenia rappresenta per noi in modo profondissimo un’altra e diversissima grande manifestazione della forza spirituale umana. Ifigenia è quella figura che nella tragedia greca antica incarna il sentimento etico consapevole, la consapevolezza morale pura e l’elevatezza dell’anima umana. Quando leggiamo attentamente e contempiamo il dramma di Ifigenia, vediamo come ella rimane fedele ai più alti ideali morali e spirituali persino di fronte alla minaccia della morte e persino nell’oscurità della disperazione. Ifigenia rappresenta dunque per noi quell’elemento spirituale umano che non è legato direttamente alla chiaroveggenza esteriore, ma che si manifesta come sentimento morale autentico, come coscienza spirituale consapevole dell’uomo moderno. È questo il sentimento e questa consapevolezza che non si è perduta e non è scomparsa nel corso dell’evoluzione umana, ma che al contrario si è sviluppato sempre più profondamente e consapevolmente.

Ecco dunque il grande dramma e il grande enigma delle due anime umane: da un lato abbiamo l’anima che possedeva la chiaroveggenza originaria ma che è stata rapita e nascosta negli inferi dell’oblio; d’altro canto abbiamo l’anima che possiede il sentimento morale puro e la consapevolezza etica sviluppati gradualmente al massimo grado possibile. Il grande compito e la grande missione dell’evoluzione umana futura consiste precisamente nell’unione consapevole di queste due anime. Dobbiamo riunire consapevolmente la chiaroveggenza perduta e oscurata con la coscienza morale che si è sviluppata nel corso dei secoli. Non si tratta di tornare indietro semplicemente verso le antiche forme di chiaroveggenza, come se fossimo prigionieri e schiavi del passato: si tratta di ottenere e conquistare una nuova forma di chiaroveggenza che sia guidata consapevolmente e profondamente illuminata dalla più alta e più pura consapevolezza morale contemporanea.

Quando i popoli antichi possedevano la chiaroveggenza originaria, essa non era sempre e completamente accompagnata da una purezza morale autentica e consapevole. Spesso gli uomini vedevano direttamente i mondi spirituali e le loro realtà, ma la loro percezione era frequentemente in balia di forze egoistiche oscure e di desideri personali. La nuova chiaroveggenza che l’umanità deve sviluppare consapevolmente nel futuro prossimo deve essere sostanzialmente diversa e molto più elevata. Essa deve provenire da un’anima umana che ha sviluppato lentamente la più pura moralità consapevole, un’anima che è profondamente conscia dei più alti ideali di bontà, di giustizia, di amore per l’umanità. Questo è il significato profondo e il vero senso della riunione spirituale di Persefone e Ifigenia. Quando queste due anime si incontreranno e si uniranno in consapevolezza, quando la chiaroveggenza dei mondi spirituali sarà guidata pienamente dalla purezza morale della coscienza etica consapevole, allora avremo veramente quella forma nuova di sapienza spirituale che sarà il vero dono e il contributo dell’umanità futura.

La scienza dello spirito, come noi l’intendiamo consapevolmente, è precisamente il cammino e il sentiero verso questa unione spirituale e consapevole. Essa non cerca affatto di riportare in vita meccanicamente le forme antiche di chiaroveggenza, né vuole mantenere l’uomo moderno prigioniero della sola consapevolezza morale teorica senza percezione spirituale diretta. La vera scienza dello spirito vuole guidare pienamente l’anima umana verso l’ottenimento consapevole di una chiaroveggenza nuova, pura e autentica: una chiaroveggenza che sia sempre illuminata e guidata consapevolmente dal senso morale più elevato e puro.

Ora possiamo comprendere più profondamente come mai abbiamo consapevolmente scelto e stabilito di presentare il mistero antico di Eleusi come introduzione centrale alle nostre conferenze spirituali di quest’anno. Il mistero di Eleusi era una vera scuola spirituale dove gli uomini anelanti imparavano a conoscere direttamente i mondi spirituali più elevati. Era un luogo sacro dove la più alta saggezza spirituale veniva insegnata e comunicata attraverso la visione diretta delle cose spirituali divine. Ma il mistero di Eleusi era anche e soprattutto un luogo dove la purezza morale autentica era richiesta rigorosamente come prerequisito assoluto per entrare. Non poteva entrare chi non aveva purificato completamente la sua anima dalle passioni egoistiche oscure. Dunque il mistero di Eleusi rappresentava già, nella sua forma antica consapevole, quella unione profonda di chiaroveggenza e moralità che è il vero compito e la vera missione dell’umanità moderna e contemporanea.

Quando cerchiamo di comprendere profondamente il significato autentico del mistero di Eleusi, cerchiamo di comprendere il significato profondo della riunione spirituale di Persefone e Ifigenia nel dramma contemporaneo. Cerchiamo di cogliere quale sia il vero sentimento consapevole che deve animare veramente coloro che si dedicano con sincerità alla ricerca spirituale moderna. Non si tratta affatto di una fuga dal mondo, non si tratta di una ricerca egoistica di poteri e facoltà straordinarie per fini personali e di dominio: si tratta della ricerca sincera e consapevole della saggezza spirituale come mezzo vero di elevazione morale consapevole dell’anima umana individuale e dell’intera umanità universale.

Questa è l’essenza profonda e il significato vero del nostro lavoro consapevole nella scienza dello spirito moderna. Vogliamo ricercare sinceramente i misteri dello spirito e dell’universo non per orgoglio intellettuale egoista, non per sete di potenza personale e dominio, ma per amore vero verso l’umanità e per il desiderio profondo e sincero di contribuire consapevolmente all’evoluzione spirituale consapevole dell’uomo contemporaneo. La conoscenza spirituale che cerchiamo deve portare con sé necessariamente la purezza morale consapevole, deve essere ricca e profonda di compassione autentica e di amore vero per il genere umano intero.

Ecco per quale motivo profondo posso dire con sincerità che la scienza dello spirito è una vera continuazione consapevole dei misteri antichi sacri, e che le figure di Persefone e Ifigenia rimangono eternamente significative e vive per noi come simboli delle due anime che devono unirsi consapevolmente nell’uomo moderno contemporaneo per creare quella saggezza integrale e completa che è il vero contributo della nostra epoca evoluta.

Voi vedete chiaramente, miei cari e sinceri amici, come dalle profondità più profonde della storia culturale dell’Europa emerge questo significato profondo e consapevole. E vediamo come i compiti grandi che l’Europa di oggi ha dinanzi a sé consapevolmente sono proprio quelli di riunire questi due elementi essenziali: la ricerca sincera della conoscenza spirituale autentica e il sentimento morale consapevole della responsabilità umana verso il futuro evoluto dell’umanità.

Quando ci impegniamo consapevolmente nella ricerca spirituale profonda, non lo facciamo per orgoglio personale o per superbia intellettuale egoista. Lo facciamo per amore consapevole, per il desiderio sincero di contribuire all’elevazione spirituale consapevole di tutta l’umanità evoluta. Questo è lo spirito consapevole che deve animare e vivificare veramente coloro che si dedicano con sincerità alla scienza dello spirito consapevole. Questo è lo spirito autentico del mistero di Eleusi, lo spirito che vogliamo far rivivere consapevolmente nei nostri tempi moderni contemporanei.

Noi sappiamo profondamente che siamo chiamati a questo compito spirituale consapevole. Sappiamo che l’umanità del nostro tempo contemporaneo ha bisogno urgentemente di una rinascita spirituale autentica e consapevole. Sappiamo che solo unendo sinceramente la ricerca della saggezza spirituale con la purezza morale della coscienza contemporanea possiamo creare quella base solida e duratura su cui costruire consapevolmente il futuro migliore dell’umanità universale.

Pertanto, vi prego sinceramente di considerare come un dono prezioso questa opportunità di essere insieme consapevolmente in questa ricerca spirituale comune. Vi prego profondamente di sentire come il nostro impegno consapevole nella scienza dello spirito non è un impegno intellettuale sterile, ma è un impegno morale consapevole che coinvolge pienamente tutto il nostro essere consapevole: il nostro cuore vivo, la nostra anima consapevole, il nostro spirito eterno.

Lasciatemi ora ringraziarvi sinceramente per la dedizione profonda con cui seguite e partecipate ai nostri lavori spirituali. Lasciatemi ringraziarvi particolarmente e sinceramente per coloro che hanno lavorato diligentemente e consapevolmente alla realizzazione del mistero antico di Eleusi. Voglio dire che non soltanto i nostri collaboratori intimi e fedeli hanno lavorato con dedizione per renderlo possibile nel nostro tempo, ma anche coloro che normalmente rimangono lontani dalla ricerca della scienza dello spirito, i lavoratori dietro le quinte del teatro contemporaneo, hanno offerto il loro contributo sincero con gioia e dedizione.

Questo fatto significativo mi parla di qualcosa di profondamente importante e significativo. Esso mostra che il desiderio sincero di contribuire consapevolmente al lavoro spirituale consapevole può penetrare negli animi profondi di uomini anche se essi non appartengono formalmente alla nostra comunità spirituale. Esso mostra inoltre che quando si parla consapevolmente al cuore umano con sincerità e profondità, quando si chiede agli uomini di contribuire consapevolmente a qualcosa che serva veramente l’evoluzione spirituale consapevole dell’umanità intera, allora molti uomini sinceri rispondono a questa chiamata del cuore.

Mi viene in mente di ringraziare specialmente e sinceramente il nostro caro signor Mercklein, che ha interpretato il ruolo significativo di Arimane con una dedizione così piena e consapevole. E voglio menzionare il fatto rilevante che alcuni tra i lavoratori del teatro contemporaneo hanno chiesto e desiderato avere un libro della scienza dello spirito per poter comprendere più profondamente e consapevolmente il significato spiritual del lavoro che stavano svolgendo consapevolmente. Questo desiderio sincero e consapevole di conoscenza spirituale, che nasce anche negli animi semplici, mi parla profondamente della profonda sete spirituale che esiste autenticamente nell’uomo moderno, anche se spesso rimane nascosta e inconsapevole.

Tutto questo costituisce per me un motivo sincero di grata gioia consapevole e di fiducia profonda nel futuro evoluto. So che il lavoro spirituale che stiamo svolgendo consapevolmente è importante e significativo perché risuona e vibra profondamente nelle anime degli uomini, anche di quelli che non avevano mai affrontato prima il cammino consapevole della ricerca spirituale autenticca.

Con questa consapevolezza profonda, concludo queste parole introduttive sincere. Nei giorni che seguono consapevolmente, approfondiremo ulteriormente e consapevolmente questi temi spirituali importanti. Ci addentreremo consapevolmente nei misteri della storia umana evoluta, nella vera natura dell’evoluzione spirituale consapevole dell’uomo, nella comprensione profonda di quelle forze spirituali che stanno alla base della nostra civiltà contemporanea. Ma sempre dovremo ricordare consapevolmente che questa ricerca spirituale non è un’astrazione intellettuale fine a se stessa: è un lavoro consapevole che ha come fine vero l’elevazione consapevole dell’anima umana e il contributo sincero all’evoluzione consapevole dell’umanità universale.

Che il mistero di Eleusi, con le sue immagini significative di Persefone e Ifigenia, resti nel nostro cuore consapevole come promemoria vivido della grande unione spirituale che dobbiamo realizzare consapevolmente. Che resti come invito sincero a sviluppare una scienza dello spirito che non sia meramente intellettuale e astratta, ma che sia ricca e profonda di moralità autentica, di compassione consapevole, di amore vero per il genere umano intero.

Solo in questa forma consapevole e autentica la scienza dello spirito può diventare veramente quella forza risanatrice e rigeneratrice che l’umanità contemporanea desidentemente e sinceramente attende nei tempi moderni.

Questo è il significato profondo della manifestazione artistica che abbiamo portato davanti ai vostri occhi e ai vostri cuori in questi giorni. Non è semplicemente un’opera d’arte ordinaria, benché anche dal punto di vista artistico ordinario essa possa avere un certo valore. È piuttosto una manifestazione vivente di quelle forze spirituali che devono guidare l’evoluzione futura dell’umanità. Quando voi contemplate le scene del mistero di Eleusi, voi non contemplate soltanto quadri artistici, ma contemplate vere manifestazioni di realtà spirituali. Voi osservate l’azione di forze cosmiche che hanno operato e che continueranno a operare nel divenire dell’uomo e dell’universo.

La figura di Persefone che vediamo nel dramma è molto più che una semplice rappresentazione mitologica. Essa è un’immagine viva di un’anima che rappresenta quelle forze spirituali perdute della chiaroveggenza consapevole. La sua discesa negli inferi non è solo una narrazione mitologica, ma la rappresentazione vivente di ciò che è accaduto realmente nell’evoluzione della coscienza umana. E la speranza della sua risalita è la speranza che anima ogni ricercatore di verità spirituale.

Quando contempliamo il dramma, dobbiamo chiederci: quale significato ha questo mistero per noi contemporanei? Quale lezione dovremo imparare dalle figure di Persefone e Ifigenia? La lezione è chiara: dobbiamo lottare sinceramente per riunire le due nature della nostra anima, la capacità di percezione spirituale diretta e la purezza morale della coscienza. Non possiamo più permetterci di avere una chiaroveggenza senza moralità, né una moralità senza visione spirituale. L’uomo del futuro deve sviluppare entrambe, e deve farlo in maniera equilibrata e consapevole.

Il mistero di Eleusi insegna che esiste un cammino verso questa unione. Non è un cammino facile o rapidamente conseguibile, ma è un cammino che è stato percorso da uomini saggi e consapevoli nel passato, e che può essere percorso da uomini di buona volontà nel presente e nel futuro. Questo cammino richiede dedizione, sincerità, e un amore profondo per la verità e per l’umanità.

In conclusione, permettetemi di esprimere il mio ringraziamento più sincero a tutti coloro che hanno reso possibile questa manifestazione: a coloro che hanno lavorato dietro le quinte con dedizione indefessa, a coloro che hanno interpretato i ruoli con consapevolezza spirituale, e a voi che siete venuti qui per aprire i vostri cuori e le vostre menti a queste verità spirituali profonde. Insieme, noi stiamo creando una base nuova per la cultura spirituale dell’Europa, una base che poggia su fondamenti solidi di verità, di amore, e di ricerca sincera.

Che il vostro cuore resti aperto alle lezioni che il mistero di Eleusi insegna. Che la vostra anima continui a cercare quella riunione di Persefone e Ifigenia che è il vero compito dell’evoluzione umana. E che la vostra dedizione alla ricerca della verità spirituale rimanga sempre salda, consapevole, e illuminata dall’amore per il genere umano intero.

I giorni che seguono saranno dedicati all’approfondimento di questi temi spirituali. In essi avremo l’opportunità di esaminare più dettagliatamente le figure che voi avete visto sul palcoscenico, di penetrare più profondamente nei misteri che esse rappresentano. Non lasciate che il vostro interesse intellettuale sia il motore principale di questa ricerca: lasciate che sia il vostro cuore, il vostro sentimento, la vostra anima a guidarvi. Poiché la vera conoscenza spirituale non viene dal pensiero astratto, ma dal sentimento consapevole della coscienza che si incarna in un’anima umana desiderosa di evoluzione e di verità.

La scienza dello spirito non è una filosofia astratta che si studia con il cervello: è un’esperienza viva che si accoglie con l’intero essere. È un cammino che si percorre con il cuore, con l’intelletto consapevole, e con la volontà dedicata. Solo così diventa una forza viva nel nostro essere e una luce guida per l’evoluzione della civiltà umana.

Nel nome di questa ricerca sincera, nel nome di questo amore per la verità e per l’umanità, vi saluto con gratitudine profonda e con speranza nel futuro luminoso che ci attende insieme.

2°La vivente essenza del mondo spirituale nella mitologia greca

Monaco, 19 Agosto 1911

Ieri ho tentato di offrire un’idea di come il pensiero greco antico riflettesse il nesso fra l’anima umana e il nostro sviluppo terrestre. Furono sottolineate soprattutto due prospettive essenziali. Si rilevò con chiarezza che nella consapevolezza greca viveva la sensazione vivida che l’anima umana in tempi remotissimi possedesse facoltà chiaroveggenti di grande potenza. Come reggitrice delle forze cosmiche che dal cosmo penetravano profondamente nell’anima umana veniva considerata Persefone, figlia di Demetra. Tutto ciò che si può definire la cultura intellettuale dell’umanità, al contrario, veniva espresso in quella corrente che si ricollegava ai nomi di Odisseo, Menelao, Agamennone.

Nacque la consapevolezza che per questa cultura era necessario il continuo sacrificio: i sentimenti più nobili, le sensazioni più elevate che l’anima umana può sviluppare, quando su di essa agisce la cultura intellettuale, venivano consacrati a un certo sacerdozio religioso supremo. Questo pensiero è rappresentato magnificamente nel sacrificio di Ifigenia. Da tale prospettiva possiamo ricavare un’impressione profonda di come nell’antichità greca l’eredità ancora vivente fosse pienamente vigente e in parte il sapere immediato di ciò che oggi nuovamente perseguiamo mediante la scienza dello spirito.

Segnaliamo che in tempi remotissimi l’anima umana possedeva la capacità chiaroveggente di natura istintiva. Nella «Scienza occulta» si legge come nell’antica Atlantide le anime umane percepivano profondamente e direttamente la realtà spirituale, e come le forze cosmiche si manifestavano loro in forma di realtà essenziali viventi: non semplicemente come astratte potenze, bensì come entità plasmate concrete. Una consapevolezza di tale essenzialità è rimasta preservata e tramandata in una figura come Persefone.

Lentamente ci solleviamo mediante la scienza dello spirito dalle prospettive moderne fino a riconoscere quella medesima vitalità essenziale nel mondo spirituale che agli antichi era ben nota e familiare. Nell’antichità greca questa conoscenza vivente veniva celata misticamente nella mitologia, nella configurazione sublime delle divinità. Quanto più profondamente ci addentramo in qualcosa come la dottrina divina greca, tanto maggiore venerazione e ammirazione nasce per la profonda saggezza cosmica che in essa è nascosta nei recessi più segreti.

Desidero, per suscitare in voi un’immagine viva di quanto questa intera dottrina divina dei Greci sia saggia nel suo insieme, richiamare l’attenzione su un aspetto particolare e significativo. Ieri ho menzionato che la mitologia greca indica due correnti distinte: quella che si riconnette come cultura intellettuale ai nomi di Agamennone, Menelao, Odisseo, e quella rappresentata da Persefone e da Demetra, madre di Persefone. Chiunque rifletta sulla mondanità profonda deve riconoscere che tali correnti non procedono indipendentemente l’una dall’altra. Sebbene ci appaiano come separate e distinte, devono possedere un collegamento interiore profondo e toccarsi da qualche parte nascosta.

Come esprime la dottrina divina greca questa profonda saggezza del contatto fra la corrente di Demetra e la corrente di Agamennone? Secondo la scienza naturale moderna, avremmo difficoltà a dire qualcosa di significativo se non astratte idee filosofiche. La dottrina divina e l’eroologia greca esprimono ciò così: riconduce il lignaggio di Agamennone a un rappresentante centrale delle forze dell’anima umana che possiamo designare come Tantalo.

Sappiamo dalla saga greca che Tantalo in modo sacrilego offrì ai dei il suo stesso figlio come cibo negli inferi. Sappiamo che gli dei lo riconobbero e che solamente una dea ne mangiò la scapola con consapevolezza: questa dea era Demetra. Mediante questo singolare e profondamente significativo gesto del consumare la scapola del figlio di Tantalo da parte di Demetra, queste due correnti cosmiche vengono rivelate nel loro intimo collegamento spirituale. Queste correnti hanno profondamente a che fare l’una con l’altra nel destino dell’umanità. Le forze di Demetra fluiscono infatti in tutta la cultura moderna che si riconnette ai nomi di Agamennone, Menelao, Odisseo.

Così per ogni tratto nella mitologia greca esiste un equivalente profondo in ciò che noi riscopriamo come nuova saggezza spirituale contemporanea. Non è inutile dunque indicare a volte tali profondi tratti significativi: da essi si riconosce come la maniera in cui l’uomo contempla i prodigi esteriori della natura si trasformi completamente nel corso del tempo. La nostra scienza della natura è orgogliosa della sua interpretazione della natura materiale. Eppure, quale scarso motivo ha di esserlo, considerando che i Greci nella loro dottrina divina hanno espresso la profonda potenza della natura come reggente dei miracoli naturali, rivelando però una saggezza naturale molto più profonda di quanto oggi alcuna scienza materiale abbia mai presentito?

Questa saggezza profonda sarà di nuovo presentita solamente quando si permetterà alla scienza dello spirito di penetrare veramente nella nostra cultura contemporanea e nei suoi insegnamenti. Esistono dunque significativi stimoli anche per le nostre conoscenze contemporanee, quelle che nel corso dei decenni abbiamo acquisito mediante la ricerca spirituale, se le mettiamo in qualche modo a confronto con la sagace dottrina divina greca.

Un tratto profondo del mistero di Eleusi ci indica un meraviglioso fenomeno naturale e spirituale. Che cosa accade dunque come fatto fondamentale del mistero di Eleusi? Persefone, la rappresentante vivente delle antiche forze chiaroveggenti dell’anima umana, viene rapita da Plutone, il dio potente degli inferi e delle profondità. Dinanzi a noi si pone vivida e penetrante la domanda: quale significato nasconde il rapimento di Persefone negli inferi della terra?

Nel corso della storia della terra, l’umanità si è trovata in differenti e successive condizioni di consapevolezza. L’uomo antico aveva una relazione immediata e diretta con il mondo spirituale mediante la sua chiaroveggenza istintiva naturale. Nel corso dell’evoluzione terrestre, questa facoltà dovette affievolirsi progressivamente affinché potesse emergere il pensiero indipendente, il giudizio autonomo moderno. L’anima umana dovette scendere negli inferi della corporeità, nelle profondità materiali della terra, affinché potesse lì sviluppare pienamente la libertà e l’individualità.

Questo è il profondo significato celato dell’addio di Persefone alla madre Demetra, il significato cosmico del suo rapimento da parte di Plutone. La chiaroveggenza istintiva dovette ritirarsi progressivamente affinché potesse sorgere la coscienza autonoma moderna. Persefone non è più continuamente presso la madre sulla terra luminosa: una parte dell’anno rimane negli inferi oscuri. Così l’anima umana non possiede più continuamente la chiaroveggenza istintiva: essa rimane come sepolta negli inferi della materialità.

Ora dobbiamo porci una domanda cruciale: quale fattore ha operato queste trasformazioni straordinarie degli involucri corporei umani? Quale forza propulsiva ha dato origine a queste metamorfosi cosmiche della natura umana nel corso dei millenni? Dobbiamo cercare questo fattore primario principalmente nel corpo eterico umano. Il corpo eterico è la forza vivente, il principio formativo realmente operante e cosciente. Esso ha reso il corpo fisico progressivamente più denso e consolidato, e ha anche trasformato il corpo astrale profondamente. Infatti, questi tre corpi non sono disposti come semplici involucri esterni come i gusci di una cipolla: le loro forze si interpenetrano reciprocamente in mutua interazione vivente e dinamica.

Il corpo eterico è l’involucro più attivo in questa trasformazione storica dell’uomo nel corso dei secoli. Le forze di Eros, le forze di Demetra, che sono forze cosmiche, risiedono principalmente nel corpo eterico. Esse si irradiano verso l’alto nel corpo astrale e verso il basso nel corpo fisico, influenzando così tutti i nostri involucri corporei e le loro funzioni. Il corpo eterico rende il corpo fisico progressivamente più denso e consolidato nella sua struttura. Nello stesso tempo trasforma il corpo astrale in modo che non sviluppi più le antiche facoltà chiaroveggenti istintive, bensì le capacità intellettuali e razionali della natura umana moderna.

Mediante questa trasformazione cosmologica, che proviene dal corpo eterico, i tre involucri umani hanno subito profonde e radicali metamorfosi nel corso dei secoli e millenni. Un corpo atlantico era costituito in modo assolutamente diverso da un corpo dei primi periodi postatlantici; entrambi erano diversi da un corpo umano contemporaneo nei nostri giorni. Tutte le condizioni, tutte le circostanze e le relazioni della vita si sono trasformate radicalmente e completamente.

Quando esaminiamo il corpo fisico nel suo divenire vivente dalle epoche più antiche fino a oggi, dobbiamo riconoscere che la sua crescente densità l’ha assoggettato sempre più agli influssi esterni e alle influenze dell’ambiente fisico circostante. Nel passato remoto, il corpo fisico era più sottile, più plasmabile, più sensitivo alle influenze spirituali, e rimaneva principalmente sotto l’influenza delle condizioni spirituali dell’epoca. Nei tempi moderni, per la sua maggiore densità materiale, il corpo fisico è sottoposto alle condizioni fisiche esterne del piano materiale e da esse dipende completamente.

In conseguenza di questa trasformazione capitale, certe proprietà del corpo fisico si sono profondamente mutate e trasformate. Soprattutto è cambiata completamente la natura di ciò che definiamo salute e malattia del corpo umano. Nei tempi antichi, la salute umana era strettamente collegata alle condizioni spirituali del mondo spirituale superiore. Oggi il corpo fisico dell’uomo è legato alle condizioni fisiche materiali esterne e da esse dipende interamente. Cerchiamo oggi le condizioni della salute e della malattia nei fattori fisici esterni e materiali della nostra epoca.

L’uomo, con la sua natura più intima, è stato ricondotto negli inferi della sua stessa natura — per parlare nel linguaggio profondo della mitologia greca: Plutone ha rapito Persefone, ha travolto l’anima umana nei sotterranei e negli inferi della natura umana materiale. È stato sottoposto alle condizioni esterne riguardanti la malattia e la salute fisica. Questo è uno dei grandi trasformamenti cosmici che si sono verificati nell’organizzazione umana nel corso dell’evoluzione terrestre.

Il secondo grande trasformamento riguarda il corpo eterico stesso nella sua struttura profonda. Esso contiene le forze che operano la trasformazione complessiva dell’uomo, ma è lui stesso sottoposto a mutamento profondo e continuo. Nei tempi remoti, il corpo eterico era organizzato in modo che l’uomo non percepisse il mondo nello stesso modo razionale in cui lo percepisce oggi. Quando l’uomo guardava profondamente dentro il mondo spirituale mediante l’antica chiaroveggenza di Persefone, vedeva un mondo vivente di immagini spirituali consapevoli, le immagini delle stesse entità spirituali essenziali. Attorno a sé vedeva un mondo di forme e figure spirituali plasmate e viventi.

Queste immagini spirituali sono certamente generate dalle forze del corpo astrale umano, ma il corpo astrale, se fosse lasciato completamente a se stesso, non potrebbe vederle consapevolmente. Il corpo astrale non percepirebbe da solo le immagini che produce, così come un uomo non potrebbe vedersi se non mediante uno specchio riflettente. Allo stesso modo, il corpo astrale non percepirebbe le proprie creazioni interiori se queste non fossero riflesse attivamente dal corpo eterico. È il corpo eterico che agisce come uno specchio vivente e consapevole, riflettendo le attività del corpo astrale e rendendole oggetto di percezione conscia.

Tutto ciò che l’uomo conosce, tutto il contenuto della sua consapevolezza mentale, è in realtà uno specchio delle attività astrali riflesse dal corpo eterico. Se non avessimo questo specchio eterico di tutte le nostre attività astrali interiori, tutto quello che accade nel corpo astrale resterebbe nascosto completamente alla coscienza umana. L’intero quadro del mondo che l’uomo può formarsi, tutto il contenuto della sua consapevolezza, dipende completamente dal corpo eterico e dalla sua capacità di specchiare le realtà astrali.

La chiave alla conoscenza universale del mondo risiede nel corpo eterico umano. Senza il corpo eterico, tutto ciò che il mondo produce nel nostro corpo astrale resterebbe muto e inerte, non aprirebbe alcuna porta alla conoscenza vera. È il corpo eterico che contiene il segreto profondo della conoscenza mondiale. Nel corpo eterico risiedono anche tutte quelle forze che vengono descritte nei drammi rosacrociani di Steiner: i labirinti del pensiero, i fili che la nostra conoscenza mondiale deve tessere per comprendersi a se stessa.

Noi non conosciamo il mondo semplicemente guardandolo passivamente con occhi fisici. Nei tempi antichi andavamo da immagine a immagine nell’antica chiaroveggenza istintiva naturale; oggi andiamo da pensiero a pensiero nel nostro intelletto moderno, come attraverso un labirinto intricato di pensiero razionale. Questo collegamento fra i singoli elementi della conoscenza è effettuato mediante le forze viventi del corpo eterico. Ciò che si è trasformato profondamente è la qualità della chiave di accesso al mondo e la natura dei fili che collegano i singoli elementi della nostra consapevolezza nel processo di conoscenza.

Consideriamo infine il corpo astrale stesso nella sua essenza. Il corpo astrale è l’elemento in cui il mondo agisce su di noi e dove si formano le forze e le capacità che poi vengono riflesse dal corpo eterico nella consapevolezza. Nel corpo astrale viene accesa la torcia vivente della conoscenza; mediante il corpo eterico questa conoscenza diviene conscia e riflessiva. Un pensiero, un’immagine viene generata nel corpo astrale dalle forze cosmiche; grazie a esso risiede in noi. Questo pensiero, questa immagine diviene consapevole solamente grazie al corpo eterico. Questi contenuti mentali esisterebbero in noi anche senza un corpo eterico, ma non ne sapremmo assolutamente nulla.

La torcia della conoscenza viene accesa nel corpo astrale, viene riflessa come conoscenza conscia del genere umano nel corpo eterico. Nel corso dello sviluppo storico dell’umanità, questa torcia della conoscenza si trasforma completamente e profondamente. Nei tempi antichi l’uomo possedeva la conoscenza chiaroveggente per immagini spirituali viventi; oggi possiede la conoscenza intellettuale e razionale astratta. Le forze del corpo astrale si sono profondamente modificate nel loro operare e nella loro manifestazione.

Mentre l’uomo attraversava questo grande divenire storico cosmico, agivano nella sua natura forze potenti che trasformavano completamente il rapporto della natura di Demetra con l’umanità nel suo insieme. Dall’antico corpo umano sottile e plasmabile, dall’antico corpo astrale che sviluppava facoltà chiaroveggenti istintive, Eros venne espulso e allontanato dalle nostre funzioni ordinarie. Al suo posto, Demetra assunse il controllo di quelle forze della natura umana che sono prive di Eros, forze di tutt’altra natura e qualità.

Una forza di divenire e trasformazione cosmica ha operato sulla natura umana durante questo immenso periodo dalla remota epoca atlantica fino a oggi: una forza triplicata e potente di metamorfosi, che procede dal corpo eterico verso il corpo fisico, verso il corpo eterico stesso, verso il corpo astrale in una triplice azione simultanea. Questa forza del divenire e della trasformazione è nella nostra natura umana e continua a operare attivamente in noi ogni giorno. Essa ci trasforma dalla gioventù alla vecchiaia, convertendo progressivamente le forze di Eros in forze di Demetra.

Nella nostra organizzazione umana abita questo triplicato divenire: nel corpo fisico opera altre condizioni di malattia e salute; nel corpo eterico produce un’altra forma di specchio della conoscenza mondiale; nel corpo astrale trasforma e modifica profondamente la torcia della conoscenza stessa. Quale meraviglia straordinaria che dalle antiche mitologie greche emerga il rappresentante vivente di queste forze di trasformazione della natura umana che operano in tutti noi!

Quale meraviglia che dalla dottrina divina greca risplenda la figura della Ecate triplicata, il principio cosmico che opera in tutti noi, che trasforma il nostro corpo astrale e quindi trasforma la natura medesima di Demetra! Quelle forze che risiedono nel corpo eterico umano e operano sul corpo fisico, su se stessi, sul corpo astrale sono rappresentate magnificamente nella Ecate triplicata.

Quello che oggi esprimiamo scientificamente dicendo che dal corpo eterico emergono forze trasformanti di triplice natura, i Greci lo esprimevano profondamente parlando della Ecate triplicata. Un meraviglioso fenomeno dell’organizzazione umana nel suo divenire storico è espresso compiutamente nella Ecate triplicata. In questa figura risiede una saggezza cosmica immensa. Ancora oggi a Roma si può vedere rappresentata l’immagine della Ecate triplicata.

Questa Ecate triplicata è rappresentata in modo molto istruttivo e profondo. Una manifestazione di Ecate, quella che si riferisce alle condizioni di malattia e salute del corpo fisico umano, è raffigurata con il simbolo del pugnale e del serpente. Il serpente è anche l’attributo di Asclepio, il dio rappresentante le arti della guarigione medica e il sapere sulla salute. Il pugnale rappresenta le influenze esterne, le influenze esteriori distruttive sull’organismo umano. Che siano stati attribuiti alla Ecate, in una delle sue tre manifestazioni, il pugnale e il serpente indica la profonda comprensione greca di come la natura umana sia sottoposta alle influenze materiali e alle condizioni esterne della salute e della malattia fisica.

La seconda manifestazione della Ecate triplicata è raffigurata con il simbolo della chiave d’oro e di un fascio di corde e fili intricati. La chiave rappresenta il fatto che nel corpo eterico risiede la chiave di accesso alla conoscenza universale del mondo. Il fascio di fili e corde rappresenta il labirinto del pensiero, quella complessa trama di connessioni fra i singoli elementi della nostra consapevolezza mediante cui comprendiamo e conosciamo il mondo. Questa è la manifestazione di Ecate che opera durante i secondi sette anni della vita umana, quando il corpo eterico sviluppa la sua massima attività formativa sugli altri involucri.

La terza manifestazione della Ecate triplicata è raffigurata con la torcia fiammeggiante e luminosa. La torcia rappresenta la torcia della conoscenza come essa si accende nel corpo astrale e come essa si trasforma nel corso dell’evoluzione umana. Questa manifestazione è attiva durante i terzi sette anni della vita umana, quando il corpo astrale riceve la sua organizzazione definitiva e consapevole.

Così vediamo come i Greci, attraverso il genio mitologico straordinario, abbiano codificato in immagini viventi la stessa conoscenza che la scienza dello spirito contemporanea esprime in forma concettuale e scientifica. Quello che oggi descriviamo scientificamente dicendo che il corpo fisico si sviluppa fino al cambio dei denti, che il corpo eterico sviluppa le sue funzioni nei secondi sette anni, che il corpo astrale raggiunge la sua organizzazione nei terzi sette anni, era già compreso profondamente dai Greci nella figura della Ecate triplicata.

Scopriamo in questi insegnamenti antichi che la saggezza greca non era affatto un insieme di fantasie casuali e primitive, come molti studiosi moderni superficialmente credono. Era una conoscenza profonda della natura umana e cosmica, una sapienza che penetrava le realtà spirituali che sottostanno all’apparenza fisica materiale. I Greci sapevano che il corpo umano non è un semplice aggregato meccanico di materia inerte, ma è plasmato e continuamente trasformato da forze spirituali viventi e intelligenti.

Consideriamo il significato di questo insegnamento profondo per il nostro tempo presente. L’antico popolo greco, attraverso i suoi misteri sacri e la sua mitologia ricca, ha conservato una conoscenza che si è quasi completamente perduta durante l’epoca del materialismo scientifico moderno. Ma questa conoscenza non è perduta per sempre: sta risorgendo nuovamente mediante la scienza dello spirito contemporanea. La vecchia forma chiaroveggente di percezione spirituale è scesa negli inferi del periodo intellettuale-materialistico, come Persefone scese negli inferi di Plutone.

Rimase, celata e nascosta, nei fondamenti inconsci dell’anima umana durante i secoli oscuri. Ma ora, in questa epoca, inizia a risorgere di nuovo dalle profondità. Il compito della scienza dello spirito è di risvegliare questa sapienza antica in una forma nuova, adatta alla coscienza moderna consapevole. Non si tratta di un semplice ritorno nostalgico al passato, né di una restaurazione letterale dei misteri antichi nella loro forma esteriore: si tratta piuttosto di comprendere le verità eterne che sottostanno a quelle antiche forme e di svilupparle ulteriormente alla luce della coscienza moderna.

Ognuno di noi che intraprende la ricerca spirituale partecipa consapevolmente a questo processo di resurrezione spirituale globale. L’antico insegnamento dei misteri, che una volta era comunicato solamente a pochi eletti dopo lunghe preparazioni iniziatiche, è ora messo a disposizione di chiunque voglia comprenderlo seriamente. Non più solamente i sacerdoti dei misteri, non più solamente gli iniziati speciali posseggono questa conoscenza vivente: è aperta a tutta l’umanità consapevole che desideri raggiungerla.

Questo è il significato profondo della transizione dalla civiltà greca verso la civiltà moderna contemporanea. La chiaroveggenza istintiva dovette ritirarsi per permettere all’uomo di sviluppare completamente la sua libertà e la sua individualità. Nel periodo intermedio, dalla caduta del paganesimo greco fino ai nostri giorni, una sorta di oblio spirituale regnò riguardo a queste connessioni spirituali. L’uomo dovette consolidare il suo Io individuale, dovette sviluppare la sua ragione indipendente e critica. Ma ora, nel nostro tempo, avanza il grande compito contemporaneo di ricongiungere l’intelletto sviluppato con la percezione spirituale vivente. Questo è il vero significato e la vera missione della scienza dello spirito contemporanea.

Durante i prossimi tremila anni, secondo le rivelazioni e le ricerche della ricerca spirituale, l’umanità svilupperà progressivamente nuove e meravigliose capacità di percezione spirituale conscia. Inizia già nel ventesimo secolo quello che potrebbe essere descritto come il ripetersi graduale del grande evento di Damasco: individui cominceranno a percepire il Cristo risorto nel corpo eterico, così come Paulus lo percepì duemila anni fa nella visione luminosa. Ma questa percezione non riguarderà un’apparizione in un corpo fisico denso e materiale: riguarderà la percezione conscia e consapevole del Cristo come Essere eterico, come Essere di luce spirituale che abita eternamente nell’etere della terra.

Questo evento cosmico straordinario, questa graduale elevazione della coscienza umana fino alla percezione conscia del Cristo nel suo corpo eterico immortale, è il più grande evento dello sviluppo umano nei tempi a venire. È il compito principale della scienza dello spirito di preparare le anime umane per questa percezione futura grandiosa. Coloro che accolgono gli insegnamenti della scienza dello spirito contemporanea si stanno preparando, consapevolmente o no, a questa esperienza spirituale profonda che caratterizzerà il futuro dell’umanità.

In tutte le grandi tradizioni spirituali orientali si parla di questo insegnamento profondo. Secondo la tradizione orientale autentica, concordemente con tutto il vero occultismo, dopo tremila anni circa dalla nostra epoca, il Buddha Maitreya apparirà e comunicherà all’umanità la natura spirituale del Cristo in forma adatta alla coscienza umana di quel tempo lontano. Il genio della civiltà occidentale ha il compito specifico di assicurare che questo evento cosmico sia preparato dalla percezione conscia del Cristo eterico già durante i prossimi tremila anni.

Perciò la civiltà occidentale ha conservato il ricordo vivente del fatto che il Cristo sia apparso una sola volta in un corpo fisico denso, e che questa apparizione sia stata l’evento culminante della storia umana. Ma non sarà necessario che il Cristo ritorni in forma fisica materiale per essere visibile all’umanità futura. Egli rimarrà visibile per le facoltà eterne di percezione spirituale che l’uomo contemporaneo sta imparando a sviluppare. Il Cristo è già presente nel corpo eterico della terra: ciò che occorre è che l’umanità sviluppi la capacità evoluta di vederlo nella sua forma eterea.

Questo sviluppo della capacità umana di percepire il mondo spirituale rappresenta il vero e autentico progresso dell’evoluzione umana cosmica. Chi crede veramente al progresso della natura umana, chi crede che l’anima umana sia destinata a sviluppare facoltà sempre più elevate e consapevoli, deve comprendere che è stato assolutamente necessario che il Cristo apparisse una sola volta in un corpo fisico denso.

In quei tempi remoti dell’antichità, quando l’uomo era disceso nelle profondità più oscure della materialità terrestre, era capace di riconoscere la divinità solamente se essa si presentasse in una forma visibile fisicamente ai suoi sensi ordinari limitati. Per questo motivo profondo, l’Essere divino del Cristo dovette incarnarsi fisicamente una sola volta nella storia del mondo. Ma mediante questo evento cosmico straordinario e unico, l’anima umana acquisisce progressivamente e consapevolmente la capacità di percepire il divino anche in forme non fisiche e non dense.

Ciò che è iniziato con l’apparizione fisica e storica del Cristo continua ora con il riconoscimento consapevole ed eterico del Cristo. Questa è l’ascensione graduale e continua delle capacità umane verso il divino. L’umanità non rimane statica alla percezione fisica materiale: sale sempre più verso percezioni spirituali superiori e consapevoli. E quando le anime umane contemporanee imparano a contemplare il Cristo nel suo corpo eterico immortale, stanno partecipando al compito universale di elevarsi verso capacità spirituali ancora più consapevoli. Coloro che accettano questa visione grandiosa della storia umana e cosmica, che comprendono che la scienza dello spirito ha una vera missione nell’evoluzione dell’umanità contemporanea, sanno che le capacità umane devono divenire sempre più elevate, sempre più consapevoli, sempre più spirituali nel loro fondamento. Sarebbe un’illusione pericolosa aspettarsi che l’umanità contemporanea debba percepire il Cristo nella medesima forma fisica in cui lo percepirono le folle duemila anni fa nelle strade di Gerusalemme: ciò significherebbe un arrestamento fatale, una stagnazione dello sviluppo umano.

Chi veramente crede al progresso spirituale, chi riconosce il significato profondo e la missione della scienza dello spirito moderna, comprende che il ritorno del Cristo avviene nel modo più elevato e più consapevole possibile: non come una ripetizione meccanica dell’incarnazione fisica, bensì come una percezione spirituale crescente e consapevole del Suo Essere eterico che guida e sostiene tutta l’evoluzione umana sulla terra.

Questa è la grandiosa verità che la Saggezza Rosacrociana ha preservato e trasmesso attraverso i secoli e i millenni: l’Essere del Figlio di Dio si è incarnato una sola volta in forma fisica densa nella storia cosmica, ma da quel momento in poi rimane eternamente unito al corpo eterico della terra, disponibile e presente a chi sviluppa le facoltà spirituali necessarie per vederlo e riconoscerlo coscientemente.

Chi accoglie il progresso vero e consapevole dell’umanità accoglie questa percezione futura del Cristo eterico. Chi invece nega il progresso e immagina che l’umanità rimanga eternamente limitata ai medesimi sensi fisici di duemila anni fa, dovrà aspettarsi, se proprio lo desidera, un ritorno del Cristo nella forma fisica densa di allora.

Ma chi comprende che l’uomo moderno è destinato a sviluppare facoltà superiori a quelle degli antichi, chi riconosce che la percezione sensoriale ordinaria era adeguata per i tempi antichi ma deve essere superata per il futuro, questi comprende il significato profondo della ricerca spirituale contemporanea. Chi sa questo, sa che il Cristo invisibile agli occhi fisici ma visibile agli occhi eterei dell’anima è il fondamento e la guida del nostro cammino futuro.

Nei prossimi tremila anni, mentre l’umanità sviluppa progressivamente la capacità di vedere e percepire il mondo eterico, la figura del Cristo eterico diventerà sempre più tangibile e reale per le coscienze umane evolute. Non sarà più una questione di fede basata su testimonianze storiche, ma di percezione conscia e verificabile per coloro che avranno sviluppato le appropriate facoltà spirituali.

Il primo segno di questo grande risveglio è già iniziato nel ventesimo secolo. Coloro che coltivano le discipline e gli esercizi della scienza dello spirito, coloro che imparano a meditare e a elevare la loro consapevolezza oltre i limiti del pensiero ordinario, cominciano già a sperimentare frammenti di questa percezione futura. Non tutti ne parlano pubblicamente per il timore di non essere compresi: ma nei circoli della ricerca spirituale, le testimonianze si moltiplicano di esperienze dirette dell’Essere di luce che il Cristo rappresenta nel suo corpo eterico.

La scienza dello spirito fornisce il fondamento teorico e il metodo pratico per questo sviluppo. Non si tratta di credenza cieca, non si tratta di dogmatismo religioso: si tratta di una ricerca consapevole e metodica che chiunque, indipendentemente dal retroterra culturale o religioso, può intraprendere. I risultati della ricerca spirituale sono verificabili da coloro che seguono seriamente i metodi e gli insegnamenti.

Così il grande compito che ci sta davanti nel presente e nel futuro è di approfondire la nostra comprensione di queste realtà spirituali, di sviluppare le nostre facoltà spirituali, di elevarci verso la percezione cosciente di quella realtà spirituale che gli antichi contemplavano istintivamente e che i Greci raccontavano mitologicamente.

La figura di Persefone, che scende negli inferi e poi risale alla luce, non è solamente una storia affascinante del passato: è l’archetipo eterno del cammino dell’anima umana verso la realizzazione spirituale. Ogni anima che intraprende il cammino della ricerca spirituale percorre questo cammino: scende nelle profondità della propria interiorità, incontra le realtà spirituali, e risale portando con sé la saggezza acquisita. Questo è il mistero permanente di Eleusi che si ripete e si rinnova in ogni generazione.

Il compito della nostra epoca è di rendere conscia e consapevole questa esperienza che una volta era riservata ai pochi iniziati nei misteri. L’insegnamento antico deve divenire patrimonio comune di tutta l’umanità che voglia cercare. Non perché tutti diventino chiaroveggenti nel senso antico, ma perché tutti possano comprendere e vivere consapevolmente il significato e la realtà della propria natura spirituale.

I Greci, con la loro saggezza mitologica, ci hanno lasciato una mappa del territorio spirituale: la scienza dello spirito contemporanea è la bussola che ci permette di utilizzare questa mappa nel paesaggio della coscienza moderna. Insieme, mappa e bussola, insegnamento antico e metodo moderno, ci guidano verso il futuro glorioso in cui l’umanità riconoscerà pienamente la sua natura spirituale immortale.

Che ogni uno di noi che ascolta queste parole comprenda profondamente questa missione. Che ogni anima riconosca il compito che le spetta: non di fuggire dal mondo, non di rifiutare la modernità, ma di elevarsi attraverso la ricerca consapevole verso una nuova e più alta forma di sapienza che coniughi la migliore saggezza del passato con le realizzazioni della coscienza moderna. Questa è l’avventura straordinaria che ci attende, la grande opera della trasformazione spirituale dell’umanità nel ventunesimo secolo e oltre.

Che ogni uno di noi che ascolta queste parole comprenda profondamente questa missione cosmica suprema. Che ogni anima riconosca il compito che le spetta nel grande sviluppo futuro dell’umanità: non di fuggire dal mondo moderno, non di rifiutare gli straordinari risultati della civiltà contemporanea, ma di elevarsi attraverso la ricerca consapevole verso una nuova e più alta forma di sapienza che coniughi intelligentemente la migliore saggezza del passato greco con le realizzazioni più elevate della coscienza moderna.

Questa è l’avventura straordinaria che ci attende in questo ventesimo secolo e nel futuro prossimo: la grande opera della trasformazione spirituale dell’umanità conscia e responsabile. È un’opera che non si compie in un giorno o in un anno: è il compito di generazioni intere, il compito di anime individuali che progressivamente si risvegliano alla loro vera natura spirituale.

Come Persefone ritorna dalla dimora di Plutone con nuovo splendore, portando con sé i frutti della sua esperienza negli inferi, così l’umanità moderna risalirà dalle profondità della materialità intellettuale, portando con sé la saggezza acquisita. Ma questa risalita non sarà un semplice ritorno a uno stato precedente: sarà un’ascensione consapevole verso uno stato nuovo e più elevato.

L’insegnamento antico dei Greci non è pertanto un museo di curiosità storiche: è un faro che brilla dall’antichità, illuminando il nostro cammino verso il futuro. È una testimonianza vivente della capacità dell’anima umana di conoscere le realtà spirituali, di contattare esseri superiori, di partecipare coscientemente all’evoluzione cosmica.

Nel quadro grandioso della cosmologia steineriana, il nostro tempo presente, il ventesimo e ventunesimo secolo, occupa un posto cruciale. È il periodo durante il quale la coscienza umana deve risvegliare la facoltà di percezione spirituale cosciente dopo lunghi secoli di concentrazione sulla razionalità materiale. Non un ritorno, ma un’ascensione. Non una negazione del pensiero moderno, ma la sua integrazione in una visione spirituale più ampia.

Coloro che intraprendono gli esercizi e la disciplina della scienza dello spirito, coloro che dedicano tempo ogni giorno alla meditazione e alla contemplazione profonda, coloro che studiano gli insegnamenti della ricerca spirituale contemporanea, sono i pionieri di questo grande risveglio. Non sono eccentrici o visionari, come alcuni potrebbero pensar loro, ma archeologi spirituali che scavano nella memoria cosmica dell’umanità per riscoprire il sapere eterno.

Il mistero di Eleusi, con cui abbiamo iniziato questa meditazione sulla Seconda Conferenza, non è solamente un evento storico concluso duemila anni fa: è un dramma cosmico che continua a essere rappresentato nell’anima di ogni ricercatore spirituale consapevole. Persefone scende negli inferi ogni volta che un’anima umana si immerge nella meditazione profonda, si ritira dal rumore della mondanità per cercare la verità interiore.

E Persefone risale ogni volta che un’anima ritorna dalle profondità della ricerca interiore con nuova consapevolezza, con percezioni spirituali rinnovate, con intuizioni che altrimenti sarebbero rimaste sepolte nell’inconscio. Questo ciclo di discesa e risalita, di morte e resurrezione spirituale, è il ritmo fondamentale della vita spirituale conscia.

Che la conferenza di Steiner a Monaco nel 1911 rimanga per noi non soltanto un testo storico interessante, ma un catalizzatore vivente di trasformazione spirituale interiore. Che le parole pronunciate più di cento anni fa risuonino ancora oggi nelle anime moderne con la stessa forza, la stessa verità, la stessa efficacia trasformativa.

La saggezza greca, il mistero di Eleusi, la figura di Persefone, l’insegnamento sulla Ecate triplicata, la visione della trasformazione umana attraverso i corpi eterico, astrale e fisico: tutto questo non appartiene al passato remoto. Appartiene al presente vivo, al nostro presente, alla nostra ricerca contemporanea di verità spirituale e di realizzazione cosciente.

Qui termina questa seconda conferenza sulla saggezza greca e il mistero di Eleusi. Ma termina non con una conclusione definitiva, bensì con un invito aperto a proseguire nella ricerca, a proseguire nella meditazione profonda, a proseguire nel cammino dello sviluppo spirituale che ci rialzerà dalle profondità della materialità verso le altezze luminose della percezione spirituale conscia.

Che il Cristo eterico, presente eternamente nel corpo eterico della terra, guidi ogni anima verso la sua realizzazione superiore. Che la saggezza cosmica che gli antichi Greci contemplavano nelle loro mitologie splenda nuovamente nella coscienza umana moderna. E che il grande compito dell’evoluzione umana nel ventesimo secolo e oltre sia compiuto con consapevolezza, dedizione e amore per la verità spirituale eterna.

In questa epoca straordinaria di transizione fra due forme di coscienza umana, fra il materialismo intellettuale e la percezione spirituale consapevole, scopriamo che gli antichi insegnamenti non sono affatto antiquati: sono straordinariamente attuali e pertinenti. La dottrina greca della Ecate triplicata, per esempio, non è una stravaganza mitica: è una descrizione esatta e scientifica di come l’organismo umano si sviluppa e si trasforma.

Come Steiner ha mostrato chiaramente in questa conferenza, i tre corpi dell’uomo — fisico, eterico e astrale — non sono concezioni astratte, ma realtà verificabili attraverso la ricerca spirituale disciplinata. Il corpo eterico non è un’ipotesi metafisica vaga: è la forza formativa vivente che organizza il corpo fisico e riflette nel corpo astrale tutti i suoi fenomeni.

Quando comprendiamo questo profondamente, quando cominciamo a percepire con una certa consapevolezza il funzionamento del corpo eterico nella nostra vita quotidiana, allora i misteri antichi diventano luminosi. Allora comprendiamo perché gli antichi Greci potevano rappresentare questi insegnamenti in forma di miti viventi e di figure divine come l’Ecate triplicata.

Non è semplice poesia o fantasia: è una codificazione di verità scientifiche profonde in forme iconografiche che potessero essere comprese e memorizzate dalle anime umane dell’epoca. Era la forma di insegnamento più appropriata per coloro che possedevano ancora una certa chiaroveggenza istintiva.

Oggi, nella nostra epoca di intelletto sviluppato, riceviamo gli stessi insegnamenti in forma concettuale, in linguaggio scientifico-spirituale. Ma la verità sottostante è identica. Le leggi che governavano l’evoluzione umana duemila anni fa governano ancora oggi, e governi ancora nel futuro.

La scienza dello spirito contemporanea non è in conflitto con la vera ricerca scientifica materiale, sebbene spesso entrambe siano rimaste in cattivi rapporti. La ricerca scientifica materiale investiga le leggi della materia fisica; la ricerca spirituale investiga le forze e le entità che stanno dietro alla materia, che la plasmano, che l’animano.

Insieme, scienza materiale e ricerca spirituale costituiscono un quadro completo della realtà. Insieme contribuiscono alla comprensione totale della natura e del cosmo. È solamente quando una pretende di escludere l’altra che emergono confusioni e conflitti sterili.

Il compito della nostra epoca è di armonizzare questi due approcci, di riconoscere che la ricerca della verità materiale e la ricerca della verità spirituale sono due facce della medesima moneta: sono due vie complementari verso la comprensione universale della realtà.

Quando uno scienziato materiale contemporaneo scopre una nuova legge della natura, sta in realtà scoprendo una manifestazione di una legge cosmica più profonda che il ricercatore spirituale conosce già in forma più direttamente conscia. Quando un ricercatore spirituale ottiene una percezione diretta di una realtà spirituale, sta in realtà ottenendo una percezione della causa che il ricercatore materiale studierà più tardi nei suoi effetti fisici.

Questo è il significato profondo della convergenza fra la scienza moderna e la ricerca spirituale che sta iniziando a manifestarsi in molti campi. Non è solamente una moda contemporanea, ma il risultato inevitabile dell’evoluzione della coscienza umana verso la consapevolezza superiore.

Steiner, attraverso queste conferenze sulla saggezza greca, ci fornisce uno strumento potente per comprendere come questa convergenza è possibile, come il sapere antico e il sapere moderno possono dializzarsi l’uno con l’altro, come la mitologia greca e la scienza contemporanea possono essere lette come due capitoli di una medesima storia cosmica dell’umanità.

In conclusione, che possiamo dire del significato di questa Seconda

Conferenza per il nostro tempo presente e per il futuro? Possiamo dire che essa è un messaggio di speranza e di fiducia. È una speranza che l’umanità non rimane prigioniera della materialità intellettuale, ma è destinata a risalire verso le altezze della percezione spirituale cosciente. È una fiducia che gli insegnamenti antichi, sebbene dormenti per secoli, rinascono di nuovo per guidare la nostra evoluzione futura.

È un messaggio che ogni anima umana, indipendentemente dalla sua condizione presente, dalla sua cultura, dalla sua tradizione religiosa, è capace di sviluppare le facoltà spirituali, di conoscere le realtà spirituali, di partecipare coscientemente al grande dramma cosmico dell’evoluzione umana. Nessuno è escluso. Tutti sono invitati a intraprendere il cammino della ricerca spirituale consapevole e consapevole.

Che questa conferenza serva come ispirazione e guida per il nostro cammino verso il futuro glorioso in cui tutta l’umanità riconoscerà la sua vera natura divina e spirituale.

3°Natura e spirito. Zeus, Poseidone e Plutone

Monaco, 20 Agosto 1911

In questo ciclo di conferenze spero di offrirvi da una certa prospettiva una visione d’insieme di fatti importanti della nostra scienza dello spirito. Il filo conduttore e la disposizione che seguirò li potrete comprendere pienamente soltanto nelle ultime conferenze, poiché si toccheranno una serie intera di questioni che nei giorni finali si comporranno in un quadro d’insieme. Negli ultimi due giorni ho ricollegato varie cose al Mistero di Eleusi, alla mitologia greca; avrò ancora occasione di richiamarmi alle nostre rappresentazioni teatrali. Ma il fatto che in questo ciclo si miri a un altro obiettivo lo comprenderete appunto alla fine. Stasera desidero suscitare in voi da un’altra prospettiva la sensazione di come la scienza dello spirito nel nostro tempo si dirige verso quella grande e potente saggezza primordiale di cui abbiamo intravisto un barlume, come essa illumina quelle figure potenti, quelle immagini e messaggi misterici che risalgono dall’antica Grecia. Occorre familiarizzarsi seriamente con una cosa, cari amici, se si vuole sentire veramente il compito e la missione della scienza dello spirito oggi: molte concezioni, molti concetti che dominano nel nostro tempo, devono necessariamente trasformarsi. E in questo ambito l’uomo contemporaneo è spesso assai miope: pensa appena oltre i tempi più prossimi. Proprio per questo motivo, per suscitare in voi il sentimento che dobbiamo cambiare profondamente il nostro pensiero e il nostro modo di rappresentarci le cose, se vogliamo veramente comprendere in profondità la missione della scienza dello spirito, si è richiamata l’attenzione sulla natura completamente diversa della visione greca del mondo e della vita, sul rapporto dell’uomo col mondo spirituale. Il cuore greco, l’anima greca infatti ha sentito in modo del tutto diverso da come sente l’uomo moderno in questo ambito. E a questo proposito desidero richiamare subito l’attenzione su un aspetto fondamentale.

Vi è un concetto molto familiare a tutti voi, un’idea che oggi non solo è diffusa nel nostro vocabolario in tutte le lingue, ma è entrata pure nella denominazione di una certa corrente scientifica. È la parola Natura. E quando si pronuncia la parola Natura, sorgono subito molte rappresentazioni che l’anima contemporanea nutre intorno a qualcosa che si designa come natura. E contrapponiamo la natura all’anima o allo spirito. Ora, vedete, cari amici, tutto ciò che l’uomo contemporaneo intende quando usa l’espressione natura, tutto ciò che oggi designiamo come natura, semplicemente non esisteva per il pensiero greco antico. Dovete stralciare completamente ciò che oggi comprendete con il termine natura, se volete penetrare il pensiero greco antico. Quel contrasto, quella dualità fra natura e spirito come la sentiamo oggi, il greco antico non la conosceva. Quando volgeva lo sguardo ai processi esteriori come si svolgono nella foresta e nei campi, nel sole e nella luna, nel mondo stellare, allora il greco antico non avvertiva un’esistenza naturale spoglia di spirito, bensì tutto ciò che accadeva nel mondo era per lui l’opera di esseri spirituali, così come per noi l’atto che consiste in un movimento della mano è espressione della nostra attività psichica. Quando muoviamo la mano da sinistra a destra, sappiamo che a fondamento di questo movimento sta un’attività psichica, e non parliamo di un contrasto fra il mero movimento della mano e la nostra volontà, bensì sappiamo che è un’unità ciò che si manifesta come movimento della mano e ciò che la nostra volontà rappresenta come impulso di movimento. Quando compiamo un gesto, sentiamo ancora quell’unità che la nostra anima compie. Quando volgiamo lo sguardo al corso del sole e della luna, quando vediamo le nuvole in movimento, quando percepiamo l’aria che si muove nel vento, allora non vediamo più ciò che il greco antico vedeva, cioè movimenti della mano, gesti esteriori di esseri divino-spirituali, bensì vediamo qualcosa che consideriamo secondo leggi esteriori, astratte, puramente matematico-meccaniche. Il greco antico non conosceva una natura come questa, considerata secondo leggi puramente esteriori, matematico-meccaniche, che non rappresenta soltanto la fisionomia esteriore dell’agire divino-spirituale. Apprenderemo come il concetto di natura, così come lo possiede l’uomo moderno contemporaneo, sia sorto per la prima volta.

Spirito e natura erano dunque in quei tempi antichi in completo accordo l’uno con l’altro. Per questo il greco antico non possedeva neppure ciò che nel tempo presente è chiamato miracolo con gli stessi valori affettivi di oggi. Se mettiamo da parte tutte le distinzioni più sottili, possiamo dire oggi che un miracolo si osserverebbe se nel mondo esteriore venisse percepito un evento che non si potesse spiegare secondo le leggi naturali già conosciute o affini a esse, bensì presuppongesse un intervento immediato dello spirito. Dove l’uomo percepisse qualcosa di direttamente spirituale che non potesse comprendere e spiegare soltanto secondo leggi puramente esteriori, matematico-meccaniche, egli parlerebbe di qualcosa di meraviglioso. In questo senso il greco antico non poteva parlare di qualcosa di meraviglioso. Era infatti chiaro per lui che lo spirito fa tutto ciò che accade in natura: fossero gli eventi ordinari che rientrano nel nostro ordine naturale oppure rare concatenazioni naturali, non faceva differenza. L’uno era più raro, l’altro era l’ordinario, ma lo spirito, l’agire e l’operare divino-spirituale, interveniva per lui in tutto ciò che accade in natura. Così vedete come questi concetti si sono trasformati. Perciò è anche qualcosa che appartiene essenzialmente al nostro tempo il fatto che l’intervento spirituale negli eventi esteriori del piano fisico sia sentito come qualcosa di meraviglioso, come qualcosa che esce dal corso ordinario degli eventi. Soltanto alla nostra sensibilità moderna è proprio il tracciare un confine netto fra ciò che si ritiene sia dominato dalle leggi naturali e quello in cui si deve riconoscere un intervento immediato dei mondi spirituali.

Vi ho parlato dell’armonia di due correnti, della corrente Demetra-Persefone e della corrente Agamennone-Ifigenia, come dire. Esse dovranno essere unite dalla missione della scienza dello spirito. Potremmo anche, collegandoci a questa unione delle due correnti, parlare della necessità che l’umanità impari di nuovo a sentire che dappertutto, sia negli eventi ordinari sia in quelli più rari, opera l’elemento spirituale. Ma per questo è necessario che ciò che l’uomo moderno sente come due correnti si presenti anche davanti alla sua anima. Egli deve comprendere chiaramente: da un lato ho quelle cose che si inseriscono come un sistema naturale nelle leggi che oggi il fisico, il chimico, il fisiologo, il biologo riconoscono; d’altro canto ho eventi che possono essere seguiti come fatti esattamente come altri fatti che si inseriscono nelle leggi fisiche, matematico-chimiche, ma che non si possono spiegare se non si riconosce una tessitura e una vita spirituale dietro il piano fisico come realtà.

Vedete tutto il conflitto che viene generato da questa contraddizione e contemporaneamente dal desiderio di unire i due opposti, natura e spirito, nell’anima umana. Lo vedete nel dramma rosacrociano riversato nell’anima di Strader. Come un evento che esce dal corso ordinario della natura, come la rivelazione di Teodora, agisce su chi è abituato a riconoscere soltanto ciò che cade sotto le leggi fisiche e chimiche; come questo agisce sullo stato d’animo come una prova dell’anima, lo vedete anche nel carattere e negli eventi dell’anima di Strader rappresentati nel mistero rosacrociano «La Porta dell’Iniziazione». Ma in tal modo avete come cristallizzato qualcosa che si esprime come il sentimento di questo contrasto in numerose anime moderne. Queste anime di tipo Strader sono molto frequenti nel nostro tempo. Per tali anime è necessario che da un lato comprendano il carattere proprio del corso regolare, normale dei fatti naturali che possono essere spiegati attraverso le leggi fisiche, chimiche, biologiche. D’altro canto è però anche necessario che tali anime siano condotte al riconoscimento di quei fatti che si presentano anche sul piano fisico, ma che dalla mentalità puramente materialistica sono semplicemente abbandonate come miracoli e quindi come qualcosa di impossibile, non riconosciuti.

Ho già menzionato in altri contesti che il nostro amico Ludwig Deinhard si è meritato il credito di aver indicato tali fatti in una bellissima connessione, in un modo che è proprio quanto necessario per il movimento teosofico contemporaneo. Nella prima parte del suo libro «Il Mistero dell’Uomo» vedrete proprio questo aspetto della vita moderna e il giusto richiamo ai fatti all’interno del piano fisico e al loro sfondo nel mondo spirituale. Vedrete come lo spirito moderno può assolutamente considerare e tenere conto di questo aspetto, necessario per il nostro movimento. In tal senso è di particolare importanza che possediamo ora questo libro, che può agire utilmente e verso uno scopo nelle mani di tutti gli amici: essi potranno trovare l’occasione di aprire un cammino a quelle anime ancora esterne, che hanno bisogno di un accesso diverso da coloro che già sentono il desiderio esoterico, per introdurle nella vita spirituale. E poiché in questo libro si tenta un giusto accordo fra il cammino del pensiero scientifico moderno e la nostra esotericità, il libro nelle mani degli amici è un mezzo eccellente per servire la scienza dello spirito proprio nel nostro tempo.

Possiamo dunque dire che oggi esiste il desiderio di colmare quel contrasto, che non esisteva nell’antica terra greca fra natura e spirito. E il fatto che si fanno tentativi — e trovate questi tentativi anche rappresentati nel libro menzionato — che si fondano società le quali seguono l’operare e l’essenza di leggi diverse da quelle puramente chimiche, fisiologiche, biologiche nel mondo fisico, è una prova che nei circoli più ampi si sente il desiderio di colmare questo contrasto. Perciò il colmare il divario, l’armonizzazione del contrasto fra spirito e natura, rientra nella missione della nostra attività scientifica dello spirito. Dobbiamo estrarre da nuove fonti di contemplazione spirituale, dobbiamo di nuovo riuscire a vedere in ciò che ci circonda più di quello che vedono gli occhi del fisico, del chimico, dell’anatomico, del fisiologo, del biologo. Per questo dobbiamo effettivamente partire dall’uomo stesso, che invero sollecita fortemente non solo a studiare le leggi chimiche e fisiche che agiscono nel corpo fisico, bensì a cercare l’interazione fra il Fisico, lo Psichico e lo Spirituale. Tale interazione può presentarsi davanti allo sguardo spirituale e in modo spesso chiarissimo anche davanti agli occhi esteriori per ogni osservatore attento.

L’uomo moderno non sente più quello che sinora ho potuto soltanto accennare come l’operare della forza di Demetra o di Persefone nell’organismo umano. Non sente più il grande fatto che portiamo in noi tutto ciò che è versato fuori nell’universo. Il greco lo sentiva. Lo sentiva, anche se non avrebbe potuto esprimerlo nel nostro senso moderno: per esempio una verità di cui la scienza dello spirito moderna lentamente si convincerà di nuovo, una verità che desidero avvicinarvi in questo modo. Volgerete oggi lo sguardo all’arcobaleno. Finché non lo si può spiegare, esso è una meraviglia della natura, una meraviglia cosmica come qualcos’altro. Una volta che guardiamo, sorge dai dati ordinari il meraviglioso arco con i suoi sette colori davanti ai nostri occhi. Guardiamo oltre ogni spiegazione fisica, poiché la fisica del futuro avrà ancora cose ben diverse da dire sull’arcobaleno rispetto a quella odierna. Diciamo che fuori cade il nostro sguardo sull’arcobaleno che sorge come dal seno dell’universo che ci circonda. Lì guardiamo nel macrocosmo, nel grande mondo. Da esso si genera l’arcobaleno. Ora volgiamo lo sguardo un poco verso l’interno. Nel nostro interno possiamo fare l’osservazione — è un’osservazione assai ordinaria, dobbiamo soltanto metterla nella giusta luce — che, per esempio, da uno stare in ozio senza pensieri si formano certi pensieri che si riferiscono a qualcosa: in altre parole, il pensiero scintilla nella nostra anima. Prendiamo queste due cose: il fatto del macrocosmo, che l’arcobaleno si genera dal seno dell’universo, e l’altro, che in noi stessi il pensiero si genera dalla nostra altra vita psichica. Sono due fatti di cui i sapienti dell’antica Grecia avevano già saputo qualcosa, che tramite la scienza dello spirito gli uomini apprenderanno di nuovo. Le medesime forze che nel nostro microcosmo lasciano scintillare il pensiero, sono le forze che fuori nel seno dell’universo provocano l’arcobaleno. Come le forze di Demetra da fuori si riversano nell’uomo e in lui operano, così sono le forze che fuori nel seno dell’universo formano l’arcobaleno dagli ingredienti della natura — lì si spiegherebbero nello spazio operando — che in noi dentro microcosmo, nel piccolo mondo dell’uomo, operano; lì lasciano scintillare dall’indeterminato il pensiero. A tali verità oggi certamente la fisica esteriore ancora non giunge; tuttavia questo è veramente un fatto.

Tutto ciò che fuori sta nello spazio, è in noi stessi. L’uomo oggi non riconosce ancora l’armonia completa fra le forze che agiscono misteriosamente in lui e le forze che operano fuori nel macrocosmo; anzi, egli lo vede forse come un sognare, come una fantasticheria. Il greco antico non poteva dire quello che ho detto ora su queste cose, perché non penetrava queste cose con la cultura intellettuale, ma viveva nel suo inconscio psichico, vedeva o sentiva ciò chiaroveggentemente. E se vogliamo esprimere oggi questo sentimento con le nostre parole moderne contemporanee, dobbiamo dire: il greco antico sentiva che in lui dentro, per esempio, operavano le forze che lasciano scintillare il pensiero, e che erano le medesime forze che fuori organizzavano l’arcobaleno. Lo sentiva. Allora si chiedeva: se là dentro ci sono le forze psichiche che lasciano scintillare il pensiero, che cosa c’è dunque fuori, che cosa è spirituale distribuito nelle estensioni dello spazio: in alto e in basso, a destra e a sinistra, davanti e dietro? Che cosa è là distribuito in tutto lo spazio? Come le forze psichiche sono dentro, come lasciano scintillare il pensiero dentro, come lasciano scintillare l’arcobaleno fuori, l’alba e il tramonto, lo splendore e la lucentezza delle nuvole — che cosa c’è fuori nello spazio? — Oh, per il greco antico era un essere spirituale che generava dal complesso etere universale tutte queste manifestazioni, l’alba e il tramonto, l’arcobaleno, lo splendore e la lucentezza delle nuvole, il lampo e il tuono. E da questo sentimento, che, come detto, non era divenuto conoscenza intellettuale, ma era sentimento elementare, nacque la concezione: questo è Zeus. E non ci si forma nessuna idea, e ancora meno una sensazione, di ciò che l’anima greca sentiva come Zeus, se non ci si accosta a questo sentimento e a questo sentire per il cammino della nostra contemplazione scientifica dello spirito. Zeus era un essere immediatamente ben strutturato, ma non lo si poteva immaginare se non si aveva il sentimento che le forze le quali in noi lasciano scintillare il pensiero, operano anche nel lampo esteriore come nell’arcobaleno e così via. Noi però diciamo oggi su fondamento antroposofico, quando guardiamo dentro l’uomo e vogliamo farci istruire dalle forze che in noi provocano qualcosa come il pensiero, la rappresentazione, tutto ciò che là risplende e scintilla all’interno della nostra coscienza: tutto questo abbraccia quello che chiamiamo il corpo astrale umano. E allora abbiamo la sostanza microcosmica, il corpo astrale, e possiamo ora porre la domanda che abbiamo appena formulato in forma figurata, in una forma più scientifica dello spirito, e possiamo dire: microcosmo è il corpo astrale in noi. Che cosa corrisponde al corpo astrale nelle estensioni dello spazio fuori, che cosa riempie tutti gli spazi, a destra e a sinistra, davanti e dietro, in alto e in basso? — Esattamente come il corpo astrale nel nostro microcosmo è distribuito, così le estensioni dello spazio, così l’etere universale è pervaso dall’immagine macrocosmica del nostro corpo astrale. E possiamo anche dire: ciò che il greco antico pensava di Zeus è l’immagine macrocosmica del nostro corpo astrale. In noi è il corpo astrale, esso provoca l’illuminazione delle manifestazioni della coscienza. Fuori da noi l’astralità è distribuita, e da se stessa, come dal grembo del mondo, genera l’arcobaleno, l’alba e il tramonto, il lampo e il tuono, nuvole, neve e così via. L’uomo contemporaneo non ha nemmeno una designazione linguistica per quello che il greco antico pensava di Zeus e che è l’immagine macrocosmica del nostro corpo astrale.

Ora chiediamo ancora. Abbiamo, oltre al fatto che in noi risplende dentro il pensiero, la rappresentazione, il sentimento nella misura in cui ha una durata di un momento o di poco tempo, la nostra vita psichica continua con le sue passioni, i suoi affetti, con la vita sentimentale che fluttua su e giù, che rimangono in noi, che diventano abitudinarie e mnemoniche. Abbiamo la nostra vita psichica cosicché secondo questa vita psichica distinguiamo i singoli caratteri umani. Ecco un uomo davanti a noi con passioni tempestose, che ardenti afferrano tutto ciò che loro si oppone; un altro uomo che sta apatico di fronte al mondo. Questo è qualcosa di diverso dal pensiero che affiora momentaneamente, è qualcosa che costituisce la configurazione duratura della nostra vita psichica, che costituisce i fondamenti della nostra felicità, del nostro destino. L’uomo che ha un temperamento focoso, che ha passioni vive, simpatie e antipatie, può in certe circostanze, attraverso i movimenti che fluttuano su e giù di queste simpatie e antipatie, portare sé stesso e il proprio ambiente a certe conseguenze che noi riconosciamo come il risultato della configurazione duratura della sua vita psichica.

Abbiamo il nostro corpo fisico con le sue forze chimiche e fisiche. Sono tre elementi diversi che caratterizzano l’uomo: il corpo fisico con le sue forze chimiche e fisiche, il corpo astrale o anima, e il nucleo più interiore, l’essenza più propria dell’anima, che è il nostro io. Questi tre elementi li possiamo riconoscere più facilmente nell’uomo contemporaneo. Ma il greco antico non li distingueva in questo modo. Egli aveva un sentire unitario, dove questi tre elementi erano presenti, ma non separati l’uno dall’altro come oggi li sentiamo. Perciò il greco non avrebbe potuto dire: qui dentro è il mio corpo fisico con le sue forze fisiche e chimiche, qui il mio corpo astrale, e qui il mio io. No, tutto era per lui in un unico flusso continuo.

Nel momento in cui il greco antico volgeva lo sguardo fuori verso l’universo, egli sentiva dentro di sé questi tre elementi ancora integrati l’uno con l’altro, e percepiva nel macrocosmo qualcosa di analogo, perché la sua percezione era ancora integrata, ancora unitaria. Per questo motivo il corpo fisico umano con le sue forze fisiche e chimiche, il corpo astrale o anima, e l’essenza dell’io erano ancora in un’unità con ciò che il greco sentiva fuori nel mondo. Il greco sentiva che le forze che in lui dentro operavano come abitudini, passioni, affetti durature, erano le stesse che fuori nel macrocosmo producevano il vento, le tempeste, il mare agitato e le sue bonacce. Microcosmo è il corpo eterico in noi, che provoca la permanenza degli affetti, delle passioni, delle abitudini, della memoria. Macrocosmo sono le forze che, più strettamente legate alla nostra terra, producono vento e tempo, tempeste e calme, mare tempestoso e tranquillo.

Il greco antico vedeva in tutte queste manifestazioni — tempeste e tempo, mare agitato e bonaccia, uragani e calme — non solo la natura che la meteorologia moderna descrive con leggi puramente fisiche, bensì vedeva la realtà spirituale diretta. Per il greco sarebbe stato assurdo parlare di una meteorologia come l'intendiamo oggi, così come per noi sarebbe assurdo studiare soltanto le forze fisiche che muovono i nostri muscoli quando ridiamo, senza sapere che in questo movimento si versano le forze della nostra anima. Questi erano gesti, attività spirituale. Tempeste e uragani, venti e tempo erano gesti spirituali che si spiegavano nello spazio esteriore, ma che corrispondere all’attività spirituale che in noi nel microcosmo si mostrava come affetti permanenti, passioni, memoria. E il greco antico, che possedeva essenzialmente una consapevolezza di ciò che si raggiunge mediante la chiaroveggenza, della forma e del Reggente della forza centrale di questi operare nel macrocosmo, lo chiamava Poseidone.

Noi parliamo inoltre del corpo fisico umano come del membro più denso dell’essenza umana. Abbiamo di nuovo nel microcosmo, nel corpo fisico umano, tutto quello che appartiene alla sfera che non è stata nominata tra i due altri. Al corpo astrale è legato tutto quello che di momentaneo, di pensieri e rappresentazioni che affiorano e scompaiono è in noi; al corpo eterico tutto quello che di permanente, di affetti consueti, appare nella natura umana, quello che non è soltanto pensiero, che quindi non conduce nella psiche un’esistenza conclusa e pensieristica. Per ciò che non è soltanto affetto, bensì che trapassa nell’impulso di volontà, nell’impulso di compiere qualcosa, è necessario all’uomo il corpo fisico, durante l’esistenza sulla terra, tra nascita e morte. Il corpo fisico è tutto quello che eleva il semplice pensiero o anche il semplice affetto all’impulso di volontà, che è il fondamento immediato dell’azione nel mondo fisico. Se parliamo dunque di impulsi di volontà, delle forze psichiche in noi che stanno a fondamento degli impulsi di volontà, e chiediamo: che cosa esprime esteriormente queste forze psichiche che sono chiamate volontà? — allora abbiamo tutto questo nella fisionomia intera del corpo fisico. Il corpo fisico è l’espressione degli impulsi di volontà, come il corpo astrale è l’espressione dei semplici pensieri e il corpo eterico è l’espressione degli affetti permanenti e delle abitudini. Affinché la volontà possa operare attraverso l’uomo qui nel mondo fisico, l’uomo deve possedere il corpo fisico. Nei mondi superiori l’operare della volontà è qualcosa di completamente diverso che qui nel mondo fisico. Abbiamo quindi nel microcosmo ancora in noi le forze psichiche che producono principalmente gli impulsi di volontà, che sono necessari affinché l’uomo riconosca il suo io come la forza centrale delle sue forze psichiche. Infatti senza che l’uomo possedesse una volontà, non giungerebbe mai a una consapevolezza dell’io.

Possiamo di nuovo domandarci — ora da una prospettiva diversa — che cosa sentiva il greco quando si chiedeva: che cosa c’è distribuito fuori nel macrocosmo, le stesse forze che in noi producono l’impulso di volontà, l’intero mondo della volontà? Che cosa c’è fuori? Allora egli rispondeva con il nome Plutone. Plutone, come quella forza centrale fuori nello spazio macrocosmo, strettamente legata al nostro pianeta compatto, era per il greco l’immagine macrocosmica degli impulsi di volontà, che spingevano la vita di Persefone nei fondamenti anche della vita psichica.

Per una consapevolezza chiaroveggente, per uno sguardo nella realtà spirituale vera, l’autoconoscenza dell’uomo si specifica in modo che possa ben distinguere questa natura triplice della sua essenza secondo il corpo astrale, secondo il corpo eterico, secondo il corpo fisico. Il greco antico non era per niente orientato nello stesso modo a considerare attentamente il microcosmo, come facciamo oggi. Lo sguardo sul microcosmo fu diretto in verità soltanto all’inizio della nostra quinta epoca di cultura post-atlantica. Il greco antico aveva piuttosto dinanzi agli occhi le forze di Plutone, di Poseidone, di Zeus fuori, e trovava naturale che agissero in lui. Viveva molto di più nel macrocosmo che nel microcosmo. Così si differenzia l’età antica da quella più recente: il greco sentiva più il macrocosmo e quindi popolava il mondo con le sue figure divine, che erano per lui le forze centrali delle corrispondenti forze macrocosomiche, mentre l’uomo moderno è più rivolto al microcosmo, all’essenza centrale del nostro mondo, all’uomo, e quindi cerca più nella propria essenza le particolarità del mondo triplicemente strutturato. Così sperimentiamo il fatto straordinario che dall’esoterismo occidentale, nel modo più molteplice, proprio all’inizio della nostra quinta epoca di cultura post-atlantica, emerge la consapevolezza dell’operare interiore delle forze psichiche, così che specifica l’essenza umana secondo corpo fisico, corpo eterico e corpo astrale.

Molto di quello che è emerso nel corso dei tempi moderni da parte di singoli spiriti in questo riguardo, può oggi, quando le ricerche occulte sono approfondite di nuovo verso questo lato microcosmico, essere confermato di nuovo. Così può essere confermato pienamente ciò che emerge nel 16° e 17° secolo sulla chiaroveggenza nel gusto della propria essenza. Proprio come si può parlare di chiaroveggenza, di chiaroudienza, così si può anche parlare di chiaro-gusto. E questo chiaro-gusto può riferirsi alla natura triplice umana, e posso farvi un confronto tra le sensazioni di gusto esterne e le diverse sensazioni di gusto che l’uomo può avere nei confronti della sua essenza triplice.

Rappresentatevi vivamente il gusto che sentite quando mangiate un frutto dal sapore assai acerbo, per esempio la prugna selvatica, che ritrae in bocca. Immaginatevi questa sensazione intensificata, e pensate di essere attraversati da questa sensazione dell’acerbità, dell’atto di ritrarsi, del quasi tormentarsi completamente nel vostro interno. Pensate che sentireste dentro di voi, da cima a fondo, attraverso le dita e tutti gli arti dell’intero organismo, di essere pervasi da un gusto astringente: allora avreste quella autoconoscenza che l’occultista deve chiamare l’autoconoscenza del corpo fisico umano attraverso il senso occulto del gusto, il senso spirituale del gusto. Dove l’autoconoscenza agisce in modo che ci sentiamo completamente pervasi da questo gusto astringente, lì l’occultista sa che sta di fronte all’autoconoscenza del corpo fisico, poiché sa che il corpo eterico e il corpo astrale devono avere un sapore diverso, se si può dire così. Ci sentiamo in modo diverso come astrali e come eterei rispetto a come corpo fisico. Queste cose non sono dette dal nulla, bensì da conoscenze concrete, che sono diffuse fra coloro che conoscono la scienza occulta, così come le leggi esterne lo sono fra i fisici e i chimici.

Prendete ora quel gusto che non vi dà lo zucchero o un bonbon, bensì quella sottile sensazione eterica di gusto che la maggior parte delle persone non sente, che però può essere sentita nella vita fisica: quando per esempio entrate in un’atmosfera dove vi sentite molto bene, diciamo un viale di alberi o una foresta, dove vi sentite in modo che dite: oh, qui mi sento veramente bene, poiché vorrei che il mio intero essere fosse uno con tutto ciò che gli alberi profumano. Immaginate quel tipo di sensazione che può veramente intensificarsi fino a una sorta di sensazione di gusto, che potete avere quando vi dimenticate di voi stessi nella vostra interiorità e vi sentite così uno con il vostro ambiente che vorreste assaporare il vostro ambiente. Pensate questa sensazione trasformata nello spirituale: allora avete quella sensazione di chiarezza, quel chiaro-gusto che l’occultista conosce quando cerca l’autoconoscenza possibile per il corpo eterico dell’uomo. Sorge quando si dice: ora escludo il mio corpo fisico, tutto quello che è connesso con gli impulsi di volontà, escludo anche quello che affiora come pensieri, e mi abbandono soltanto a quello che sono gli affetti permanenti, le abitudini, le passioni, che è la mia natura di simpatia e antipatia. Quando l’occultista lo percepisce come chiaro-gusto, quando sente se stesso come occultista pratico nel suo corpo eterico, allora il chiaro-gusto emerge nella forma che ho appena descritto per il mondo fisico, ma spiritualizzato. Così è necessario distinguere esattamente l’autoconoscenza del corpo fisico da quella del corpo eterico.

Il corpo astrale può essere riconosciuto anche in questo modo dall’occultista pratico, cioè da colui che percepisce chiaramente e osserva chiaramente. Ma non si può propriamente più parlare di una sensazione di gusto. Viene meno, così come la sensazione di gusto fisica viene meno rispetto a certe sostanze. Dobbiamo caratterizzare diversamente ciò che è l’autoconoscenza del corpo astrale. È anche possibile, però, che l’occultista pratico escluda il suo corpo fisico, escluda il suo corpo eterico, e che l’autoconoscenza sia riferita soltanto al suo corpo astrale, cioè che consideri soltanto quello che è il suo corpo astrale. L’uomo ordinario non lo fa. Quando questi si sente, sente l’interazione del corpo fisico, eterico e astrale. Non ha mai escluso il corpo fisico e il corpo eterico e il corpo astrale da solo. Questo l’uomo ordinario non può sentire, perché non può escludere il corpo fisico e il corpo eterico. Quando questo accade nella pratica occulta, allora sorge certamente dapprima una sensazione poco piacevole, una sensazione che si può confrontare soltanto con la sensazione che l’anima prova nel mondo fisico quando abbiamo troppo poca aria, quando soffriamo di mancanza di respiro. Una sensazione angosciosa che ricorda la mancanza di respiro sorge quando il corpo eterico e il corpo fisico sono esclusi e l’autoconoscenza è riferita al corpo astrale. Perciò l’autoconoscenza rispetto all’astrale è inizialmente in certo senso la più accompagnata da paura e ansia, perché consiste fondamentalmente in un sentimento di essere attraversati dall’angoscia. Non possiamo percepire il corpo astrale in cultura pura senza angosciarci. Il fatto che non consideriamo questo stato di ansia costantemente presente in noi nella vita pratica ordinaria è dovuto al fatto che l’uomo ordinario, quando si sente, percepisce un miscuglio, un’interazione armonica o anche disarmonica del corpo fisico, eterico e astrale, e non i singoli membri dell’essenza umana da solo.

Potrebbe ora sorgere in voi, dopo che avete sentito quali sono le sensazioni fondamentali che sorgono nell’anima come autoconoscenza tanto rispetto al corpo fisico, che rappresenta in noi le forze di Plutone, quanto rispetto al corpo eterico, che rappresenta in noi le forze di Poseidone, e rispetto al corpo astrale, che rappresenta in noi le forze di Zeus, la domanda: come operano insieme questi singoli poteri? Qual è il rapporto fra le tre forze o specie di forze del corpo fisico, eterico e astrale? Come giungiamo a un rapporto che vogliamo esprimere delle cose e dei processi nel mondo? Semplicissimamente! Se da qualche parte qualcuno vi dà qualcosa che conterrebbe piselli e fagioli e forse anche lenticchie, tutto mischiato disordinatamente, allora avreste una miscela. Se queste singole quantità non fossero uguali, dovreste separarle l’una dall’altra e otterreste allora un rapporto delle quantità dei fagioli, piselli e lenticchie. Potreste dire che la quantità di fagioli rispetto alla quantità di piselli e a quella delle lenticchie si rapporta, diciamo, come 1:3:5 o anche diversamente. In breve, dove avete a che fare con una miscela, potete essere indotti a esaminare il rapporto nelle cose che operano insieme o sono mescolate insieme. Così potranno penetrare nella vostra anima anche le domande: come si rapporta la forza delle forze del corpo fisico a quella delle forze del corpo eterico e a quella delle forze del corpo astrale in noi? — Per mezzo di che cosa possiamo esprimere, che cosa è forte, che cosa è debole, qual è la misura del corpo fisico, la misura del corpo eterico, la misura del corpo astrale? Esiste una formula in numeri o altri mezzi per mezzo dei quali possiamo esprimere i rapporti delle forze delle forze del corpo fisico, del corpo eterico e del corpo astrale?

Su questo rapporto, che ci fa guardare profondamente sia nelle meraviglie del mondo che poi nelle prove dell’anima e nelle rivelazioni spirituali, vogliamo iniziare a parlare oggi. Ci condurrà sempre più profondamente; questo rapporto può essere espresso. Si può indicare qualcosa che esattamente specifiche le quantità e le forze delle nostre forze interne nel corpo fisico, nel corpo eterico e nel corpo astrale e la loro corrispondente interazione. E questo rapporto desidero tracciarvi prima sulla lavagna. Poiché può essere espresso soltanto in una figura geometrica e nei suoi rapporti di grandezza. Ciò che disegno sulla lavagna è cosicché dobbiamo dire: Se ci si approfondisce in questa figura, allora tutto quello che contiene — come un segno della scrittura occulta per la meditazione — dà i rapporti di grandezza e di forza delle forze del nostro corpo fisico, del nostro corpo eterico e del nostro corpo astrale. E questo segno della scrittura occulta è il seguente: vedete, disegno il Pentagramma. Se guardiamo questo pentagramma inizialmente, è per noi un segno per il corpo eterico, se prendiamo la cosa esteriormente. Ma ho già detto che questo corpo eterico contiene anche le forze del punto centrale per il corpo astrale e il corpo fisico, che da esso procedono tutte le forze che ci rendono vecchi e giovani. Poiché dunque nel corpo eterico il centro sta per tutte queste forze, è anche possibile, sulla figura del corpo eterico, sul sigillo del corpo eterico, mostrare quali rapporti di forza hanno le forze fisiche, le forze del corpo fisico, alle forze eteriche, le forze del corpo eterico, e alle forze astrali, le forze del corpo astrale, nell’uomo. E si ottengono esattamente i rapporti di grandezza, se inizialmente ci si dice: Qui all’interno del Pentagramma sorge un Pentagono inclinato verso il basso. Questo Pentagono lo riempio completamente con la sostanza di gesso. Allora avete inizialmente una delle figure parziali del Pentagramma. Un altro pezzo della figura parziale del Pentagramma l'ottenete se guardate i triangoli che si attaccano al Pentagono e che ho tratteggiato con linee orizzontali. Così ho diviso il Pentagramma in un Pentagono centrale con la punta rivolta verso il basso, che ho riempito con la sostanza di gesso, e in cinque triangoli, che ho tratteggiato con tratti orizzontali. Se portate la grandezza di questo Pentagono in rapporto con la grandezza dei triangoli, cioè con la somma di tutte le aree occupate dai triangoli, se vi dicete quindi come la grandezza di questo Pentagono agisce rispetto alla grandezza dei singoli triangoli, se prendete la somma delle aree dei singoli triangoli, così le forze del corpo fisico si rapportano alle forze del corpo eterico nell’uomo. Così, ben inteso, se si può dire che quando lenticchie e fagioli e piselli sono mescolati insieme, la quantità di lenticchie rispetto alla quantità di fagioli si rapporta come tre a cinque, così si può dire: La forza delle forze nel corpo fisico si rapporta alle forze del corpo eterico come nel Pentagramma l’area del Pentagono alla somma dell’area dei triangoli che ho tratteggiato orizzontalmente. E ora disegnerò un Pentagono che sta rivolto verso l’alto, che sorge perché lo circoscrivo al Pentagramma. Ora non dovete prendere i triangoli che sorgono come punte, bensì il Pentagono intero, inclusa l’area del Pentagramma, cioè tutto ciò che tratteggio verticalmente. Così questo Pentagono tratteggiato verticalmente, circoscritto al Pentagramma, vi prego di considerarlo. Come si rapporta il contenuto di area, la grandezza di questo piccolo Pentagono qui, che è rivolto con la punta verso il basso, all’area di questo Pentagono tratteggiato verticalmente, che è rivolto con la punta verso l’alto, così si rapportano le forze del corpo fisico nella loro forza alle forze del corpo astrale nell’uomo. E come si rapportano i triangoli tratteggiati orizzontalmente, quando li sommo, alla grandezza del Pentagono con la punta rivolta verso l’alto, così si rapporta la forza delle forze del corpo eterico alla forza delle forze del corpo astrale. Insomma, avete in questa figura tutto ciò che si può chiamare il reciproco rapporto delle forze del corpo fisico, delle forze del corpo eterico, delle forze del corpo astrale. Solo che questo non diventa tutto conscio dell’uomo. Il Pentagono che sta con la punta verso l’alto comprende tutto l’astrale nell’uomo, anche quello di cui l’uomo oggi ancora non sa nulla, che viene elaborato mentre l’Io rielabora sempre più il corpo astrale in Spirito-se-stesso o Manas.

Ora può sorgere in voi la domanda: come si rapportano queste tre guaine al vero Io? Vedete, dal vero Io, di cui ho detto che è il Bebè, il meno sviluppato fra i membri dell’essenza umana, da questo Io l’uomo sa ancora molto poco nello sviluppo normale di oggi. Però tutte le forze di questo Io sono già in lui. Se guardate alle forze totali dell’Io e volete esaminarne il rapporto con le forze del corpo fisico, del corpo eterico, del corpo astrale, dovete soltanto descrivere un cerchio intorno a tutta la figura. Non voglio sporcare troppo la figura. Se tratteggiassi anche questo cerchio come superficie intera, la grandezza di questa superficie, in confronto alla grandezza della superficie del Pentagono rivolto verso l’alto, in confronto alla somma delle aree dei triangoli tratteggiati come punte orizzontali, in confronto al piccolo Pentagono con la punta rivolta verso il basso, che ho riempito con la sostanza di gesso, darebbe il rapporto della forza delle forze dell’Io intero — rappresentato dalla superficie del cerchio — alle forze del corpo astrale — rappresentate dalla superficie del grande Pentagono — alle forze del corpo eterico — rappresentate dai triangoli tratteggiati orizzontalmente, che si attaccano al piccolo Pentagono — alle forze del corpo fisico — in quanto alla superficie del Pentagono che ho riempito con la sostanza di gesso. Se vi abbandonate nella meditazione a questo segno occulto e vi create interiormente una certa sensazione del rapporto di queste quattro aree, allora ottenete un’impressione del reciproco rapporto del corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e dell’Io. Dovete così pensare nello stesso illuminamento il grande cerchio e contemplarlo nella meditazione. Poi vi mettete accanto il Pentagono rivolto verso l’alto. Poiché questo Pentagono è un po’ più piccolo del grande cerchio, più piccolo di questi segmenti di cerchio qui, questo Pentagono rivolto verso l’alto vi farà un’impressione più debole che il cerchio. Di quanto questo è più debole dell’impressione del cerchio, di tanto le forze del corpo astrale sono più deboli delle forze dell’Io. E se vi mettete come terzo, senza il Pentagono centrale, questi cinque triangoli, che sono tratteggiati orizzontalmente, allora ottenete di nuovo un’impressione più debole, se vi pensate tutto equamente illuminato. Di quanto questa impressione è più debole rispetto all’impressione dei due precedenti, di tanto le forze del corpo eterico sono più deboli delle forze del corpo astrale e dell’Io. E se vi mettete il piccolo Pentagono, ottenete con illuminamento uguale l’impressione più debole. Se ora vi procurate una sensazione della reciproca forza di queste impressioni e potete tenere insieme queste quattro impressioni, come potete pensare in uno i toni, diciamo di una melodia — se pensate insieme queste quattro impressioni rispetto alla loro grandezza, allora avete quella armonia di forza che esiste fra le forze dell’Io, del corpo astrale, del corpo eterico e del corpo fisico. Questo è quello che vi presento come un segno occulto, quasi come un segno della scrittura occulta. Su tali segni si può meditare. Vi ho descritto approssimativamente il metodo di come lo si fa. Ci si procura l’impressione delle diverse forze che queste aree fanno mediante i loro rapporti di grandezza come aree equamente illuminate. Poi si ottiene proprio un’impressione di rapporto che vi restituisce i rapporti di misura reciproci delle forze dei quattro membri dell’essenza umana. Queste cose sono qui come segni della vera scrittura occulta che procede dall’essenza delle cose. Meditare su questa scrittura significa: leggere i grandi segni meravigliosi del mondo, che ci conducono nei grandi segreti del mondo. Per mezzo di questo ci procuriamo gradualmente una comprensione totale di quello che opera fuori come meraviglia del mondo, che consiste nel fatto che lo spirito si riversa nella materia secondo rapporti determinati.

Ho nello stesso tempo suscitato in voi qualcosa che è veramente come l’elementare che si esercitava nella scuola pitagorica antica. Poiché mediante questo l’uomo inizia, attraverso il suo orecchio spirituale, a percepire le armonie e le melodie delle forze nel mondo, dal momento che parte dai segni della scrittura occulta, li realizza, e poi già nota che ha contemplato il mondo con le sue meraviglie nella sua verità. Di questo parleremo ancora domani. Desideravo oggi come punto finale di questa considerazione porvi dinanzi agli occhi il segno della scrittura occulta, che ci ha condotto ancora un po’ nella natura umana.

4°Dioniso, rappresentante delle forze dell'Io

Monaco, 21 Agosto 1911

Dalla conferenza di ieri avrete potuto comprendere in quale modo debba intendersi ciò che è stato detto fin dal principio di queste conferenze: che i Greci pensavano e contemplavano tutta la natura come permeata dallo spirito, così che non possedevano affatto un concetto di natura quale è il nostro attuale. Avrete potuto comprendere ciò dalla maniera in cui si è tentato di presentare la relazione fra i tre grandi esseri divini dell’interno della vita spirituale greca — Zeus, Posidone e Plutone. Abbiamo infatti visto come dobbiamo rappresentarci le forze del corpo astrale, che si trovano microcosmi camente nell’uomo, proiettate nello spazio cosmico. Se pensiamo il Reggente sovraper sonale, sovrumano, la Potenza centrale di queste forze, otteniamo allora ciò che il sentimento greco associava alla parola Zeus. E abbiamo visto come un medesimo rapporto vale per la proiezione nello spazio cosmico delle forze del nostro corpo eterico rispetto a Posidone e di quelle forze che si trovano nel nostro corpo fisico rispetto a Plutone.

Ora, certamente vi sarà venuta spontanea la domanda: come stanno le cose con il quarto membro della nostra essenza? Poiché riconosciamo che l’intera essenza umana per il nostro tempo consiste nel corpo fisico, nel corpo eterico, nel corpo astrale e nell’Io o Portatore dell’Io. Comprenderete subito dal primo momento che, poiché questo Io assume una posizione del tutto particolare rispetto agli altri membri dell’essenza umana, anche le forze dell’Universo che a questo Io corrispondono, quando vengono rettamente sentite, devono assumere una posizione del tutto particolare. Per le forze del corpo fisico si può dire che le proiettiamo nello spazio cosmico e sono allora dirette dalla Potenza centrale di Plutone; e in maniera analoga per le forze del corpo eterico rispetto a Posidone e per quelle del corpo astrale rispetto a Zeus. Se però consideriamo il nostro Io stesso, scopriamo che questo Io nel nostro vivere si trova in un contatto intimo con tutto ciò che accade intorno a noi. Siamo posti nel mondo col nostro Io. Dagli eventi del mondo che ci circondano, che si presentano al nostro Io, dipende tutto il nostro destino, dipendono la nostra felicità e la nostra infelicità. E si può sentire, se solo si pensa un poco a questa questione, che le forze del nostro Io devono essere del tutto diverse dalle forze di Plutone, che si diffondono nello spazio esterno.

Come il destino di questo Io è intimamente legato all’ambiente, così dobbiamo rappresentarci le forze di questo Io intimamente connesse con le forze divine-spirituali che nello spazio esterno corrispondono a questo Io, come le altre forze divine-spirituali corrispondono alle forze dell’anima nel nostro interno. Pensate solo a quanto siamo legati per le nostre esperienze dell’Io a ciò che ci circonda. Come il nostro Io si sente diversamente quando apriamo gli occhi e l'immergiamo nel cielo costellato di stelle o nell’aurora e al tramonto, nel sole che sorge e tramonta. Come difficilmente possiamo separare il nostro Io da tutto questo. Come intimamente siamo uniti al Macrocosmo esterno. Riversati con il nostro Io siamo nel nostro ambiente. Ciò che fluisce verso di noi dall’esterno, il raggio d’oro del sole, il maestoso mondo stellare, è una volta un oggetto fuori nel Macrocosmo, un’altra volta una rappresentazione nell’anima umana, nel Microcosmo. Nel vivere reale difficilmente possiamo distinguere le due cose. Fluiscono l’una nell’altra. Dato il modo immediato in cui il Greco antico si è relazionato con il mondo e le sue meraviglie, possiamo presumere che sentisse la divinità che gli rappresentava le forze dell’Io operanti nello spazio esterno molto più vicina, molto più intimamente connessa all’uomo delle altre divinità che pure considerava allontanate dalla natura umana. Per questo troviamo una figura divina come rappresentante delle forze dell’Io nel mondo esterno, che possiamo dire possiede una certa intimità con la natura umana stessa e nei suoi destini, nel suo intero corso vitale si presenta in una certa misura molto umana: essa è Dioniso. Come consideriamo Plutone quale rappresentante delle forze del corpo fisico proiettate nel mondo, Posidone quale rappresentante delle forze del corpo eterico e Zeus quale rappresentante delle forze del corpo astrale, così dobbiamo considerare Dioniso quale il rappresentante macrocosmi co delle forze dell’anima che si esteriormente nel nostro Io. L’intera maniera in cui l’antico Greco ha sentito verso il suo Dioniso, quella figura che così straordinariamente si presenta infine al nostro Io nel «Mistero di Eleusi», potrà diventarci chiara soltanto quando ci saremo un poco istruiti su come in generale le potenze spirituali e le essenze spirituali operano nel nostro divenire terreno, nelle meraviglie che costituiscono il nostro stesso divenire umano.

Molte cose di ciò che ora ho da dire come un inserimento nelle mie conferenze, le troverete nello scritto che è appena terminato e che riproduce essenzialmente conferenze che ho tenuto poco tempo fa a Copenaghen. Esso tratta della guida spirituale dell’uomo e dell’umanità. Da questo scritto avrò ora a citarvi alcune cose proprio in rapporto ai nostri propositi in queste conferenze. Ciò a cui innanzitutto dobbiamo volgerci è questo: l’umanità, così come si sviluppa sulla terra, come si determina il suo destino, come progressivamente forma i suoi periodi culturali, è guidata da quelle essenze che dobbiamo designare come sovrumane, che innanzitutto lo sguardo sensoriale umano non può cogliere, ma che si trovano principalmente in un mondo soprasensibile e sono raggiungibili soltanto dallo sguardo chiaroveggente. Quando ci volgiamo, per così dire, alla categoria successiva, alla classe successiva di essenze che si occupano della guida dell’umanità, giungiamo a quelle essenze che nella mistica orientale sono designate come le essenze dhyaniche che stanno più vicine all’uomo, nella terminologia cristiana come Angeli, Angeloi. Molte volte abbiamo parlato di queste essenze sovrumane che appartengono alla prima categoria di esseri sovrumani. Sappiamo anche quale sia la vera natura di queste essenze. Sappiamo che queste essenze sotto condizioni d’esistenza completamente diverse furono una volta uomini: durante l’antico periodo lunare, durante il quale il nostro presente pianeta terra ha sperimentato la sua precedente incarnazione. Allora queste essenze angeliche che oggi intervengono nella guida dell’umanità hanno percorso il grado umano: erano cioè, quando la terra ha iniziato il suo presente sviluppo, tanto evolute che stavano un grado più avanti dell’umanità odierna. E alla conclusione dello sviluppo terrestre quel segmento dell’umanità che raggiungerà il fine dello sviluppo terrestre attuale sarà tanto evoluto quanto le essenze angeliche al termine dello sviluppo lunare. Perciò queste essenze sono anzitutto adatte a provvedere alla guida successiva che si eleva sopra l’uomo. Esse operano nella nostra evoluzione umana.

Ora, però, in ogni evoluzione la cosa sta così: in fondo, mai una cosa è completamente uguale a un’altra, un’epoca non è completamente uguale a un’altra. E quando dico che le essenze angeliche, gli Angeloi, erano i successivi condottieri dell’umanità, ciò non vale affatto come affermazione generale. Non dovrebbe dunque subito qualcuno dire: allora gli Angeli hanno guidato l’umanità nel primo periodo culturale postatlantideo, nel persiano primordiale, nel periodo egizio-caldaico e così via. Si cadrebbe di nuovo in una maniera astratta di pensare tutto egualmente. Le cose nel mondo reale non stanno così. Vi si differenziano nel modo più vario. Nel senso più immediato della parola, in verità ci sono soltanto due periodi culturali postatlantidei in cui le essenze angeliche provvedono alla guida immediata e in una certa misura indipendente dell’umanità, ed essi sono il terzo periodo culturale postatlantideo, l’egizio-caldaico, e il nostro, il quinto. Nel periodo egizio-caldaico erano gli Angeli i veri condottieri di quel periodo culturale. Come esercitavano essi questa guida? Si può ricordare una parola che si trova anche nello storico greco Erodoto.

Quando gli antichi Egiziani furono una volta interrogati su quali fossero i loro grandi antichi condottieri, risposero: gli Dei! Nel linguaggio dell’antica umanità con questa parola «dei» si intendono queste essenze angeliche. Nel pieno senso volevasi dire dagli antichi Egiziani, istruiti in queste cose, che non erano gli uomini normali coloro che guidavano l’umanità, ma che in verità esseri di natura sovrumana, i quali avevano già concluso il loro grado umano sulla luna antica, erano i condottieri. Ma questi condottieri dell’umanità nella cultura egizio-caldaica antica non potevano presentarsi direttamente in un corpo fisico umano. Il corpo fisico che noi uomini portiamo è un prodotto terrestre, dipende completamente dalle condizioni d’esistenza della terra, e soltanto quegli esseri che durante il tempo terrestre percorrono la loro evoluzione umana — questi sono appunto gli uomini — possiedono una costituzione spirituale, uno stato spirituale che può esprimersi in questa involucro del corpo fisico umano. Poiché ora gli Angeli o Angeloi hanno già percorso il loro grado umano sulla luna antica, è loro impossibile circondarsi di un involucro quale è il corpo fisico umano. Non potevano quindi scendere e incarnarsi in un corpo fisico umano di carne. Questi antichi condottieri del periodo egizio-caldaico non camminavano dunque sulla terra come uomini. Però c’erano uomini chiaroveggenti accessibili all’ispirazione dai mondi spirituali, che potevano in momenti in cui erano particolarmente accessibili a questa ispirazione, scorgere davanti a sé quegli esseri condottieri e penetrare se stessi con la loro sostanza. Questi antichi veggenti consegnavano il loro corpo, dicevano per così dire agli esseri condottieri: ecco il mio corpo materiale, entra in esso, spiritualizzalo, ispirami! Allora sulla terra in questo antico periodo egizio-caldaico camminava un uomo ordinario, ma che era un veggente. Ciò che egli diceva e faceva, ciò che insegnava, parlava e operava in lui e per mezzo di lui, era come se un’essenza superiore parlasse — un’essenza che aveva concluso la sua evoluzione umana sulla luna antica. Così nel tempo egizio-caldaico antico la guida, che principalmente si sforzava di portare l’umanità dinanzi in linea retta, incontrastata promuovendo lo sviluppo verso il fine terrestre. Dunque Angeli o Angeloi che avevano concluso il loro grado umano sulla luna antica ispirarono le personalità più elevate e chiaroveggenti del periodo egizio-caldaico e, servendosi di questo strumento, divennero re e sacerdoti, le personalità conduttrici del periodo culturale egizio-caldaico. Accanto a queste personalità conduttrici c’erano però ancora altre. Le personalità conduttrici le si cercherebbe invano nella loro individualità in un corpo umano. Quelle invece erano in una situazione diversa. Erano coloro che si trovavano al grado più basso dello sviluppo luciferino, essenze angeliche che non avevano concluso il loro sviluppo sulla luna antica, che non avevano raggiunto il pieno fine umano sulla luna antica, che quindi, quando la terra ha cominciato, non erano ancora così evolute come gli uomini saranno al termine dello sviluppo terrestre quando avranno raggiunto il loro fine completo. Queste essenze riversavano altrettanto le loro forze, i loro impulsi nel periodo egizio-caldaico; ma poiché non avevano ancora completamente concluso il loro grado umano, erano capaci di camminare sulla terra in un corpo fisico umano di carne. Si incarnavano, si corporeizzavano in un corpo umano fisico e di carne e camminavano come veri uomini fra gli altri uomini. Di tali individualità, che non erano presenti soltanto presso gli antichi Caldei e Egiziani ma presso tutti i popoli di quel tempo, le antiche testimonianze leggendarie parlano come di uomini che camminavano sulla terra, ma che erano in verità, secondo la loro natura spirituale intima, essenze angeliche rimaste indietro della luna antica. Anche gli antichi Greci, quando parlavano dei loro eroi, parlavano di tali individualità, come per esempio Cecrope e Cadmo. Tutti i grandi condottieri culturali che non soltanto ispirarono, ma che effettivamente camminavano fra gli altri uomini come uomini nel corpo fisico, ma non veramente uomini, ma nella loro forma umana Maya, che in verità erano esseri rimasti indietro della luna, queste individualità erano gli eroi, erano le figure sovrumane che si trovavano al grado più basso delle essenze luciferine. Quale compito hanno dunque queste essenze? Oh, è sapientemente ordinato nell’evoluzione totale del mondo che non soltanto gli esseri che guidano l’evoluzione direttamente in linea retta abbiano i loro giusti compiti. Si potrebbe dire che se l’uomo sottostesse soltanto a quella guida spirituale che è diretta dagli esseri normalmente sviluppati, allora procederebbe quasi troppo velocemente e con insufficiente peso nello sviluppo. Lo sviluppo ha bisogno di ostacoli affinché si mantenga il giusto ritmo. Lo sviluppo ha bisogno di un certo peso, di una gravità. Le forze che procedono accelerate possono farsi veramente forti solo attraverso il resistere. Il compito di conferire peso allo sviluppo, gravità, spetta a quelle essenze che sono state lasciate indietro dal sapiente governo del mondo durante lo sviluppo planetario lunare.

Dissi che sarebbe scorretto se si volesse applicare a tutti i periodi culturali ciò che ho appena descritto del periodo egizio-caldaico. Non era così nello sviluppo culturale persiano primordiale. Lì gli esseri angelici non erano così indipendenti nella guida dell’umanità: erano sottoposti in modo molto più diretto agli Arcangeli o Archangeloi, così che si può dire che la cultura persiana primordiale, la cultura di Zoroastro, sta sotto la guida spirituale degli Arcangeli o Archangeloi come la cultura egizio-caldaica sta sotto la guida spirituale immediata degli Angeli o Angeloi. Proprio come i re e i sacerdoti chiaroveggenti egiziani erano ispirati da essenze angeliche, così Zoroastro e i suoi discepoli furono ispirati da essenze arcangeline, Amshaspandi. E se risaliamo al primo periodo culturale postatlantideo, a quella cultura di cui nei Veda rimane soltanto un debole eco, allora giungiamo ai cosiddetti santi Rishis, ai grandi insegnanti dell’India. Questi erano di nuovo ispirati da una gerarchia ancora più elevata, dagli Spiriti della Personalità, Forze Primordiali, Archai, che si servirono bensì come strumenti degli Arcangeli o Arcangeli e Angeli o Angeli, ma che allora intervennero molto più direttamente che non in seguito. I Rishis santi antichi degli Indiani erano ispirati dagli Archai o Principi Primordiali.

Abbiamo dunque registrato un progresso dell’umanità dal primo periodo culturale postatlantideo attraverso i seguenti periodi culturali, in cui gerarchie sempre più basse intervengono nella guida spirituale dell’umanità: dapprima nel tempo indiano antico le più elevate, gli Archai o Spiriti della Personalità, poi nel periodo persiano primordiale la gerarchia successivamente più bassa, gli Arcangeli o Arcangeli, e poi nella cultura egiziana quella che sta immediatamente al di sopra dell’uomo, gli Angeloi o Angeli. Condizioni del tutto particolari regnarono durante il periodo greco. Coloro che erano i condottieri degli uomini erano le essenze che di tutti gli esseri sovrumani avevano ancora maggior bisogno per se stesse, così che questi guida e condottieri del periodo greco-latino davano agli uomini la massima autonomia e libertà. Poiché attraverso la loro guida volevano raggiungere per se stesse circa altrettanto quanto potevano raggiungere gli uomini attraverso loro. Di qui quel fenomeno mirabile per cui durante il periodo greco-latino l’umanità appare come messa su se stessa, come chiusa in se stessa. Non c’è periodo culturale dalla catastrofe atlantica antica in poi in cui l’uomo era così messo su se stesso, così doveva tendere a esternare dalla sua propria natura ciò che gli era proprio come nel periodo greco-latino. Perciò vediamo anche come tutto in questo periodo tende a esprimere la natura umana nella sua forma più pura. Si potrebbe dire che questo accadde perché le redini dall’alto, dalle gerarchie conduttrici, erano tirate il meno possibile, perché gli uomini in questo periodo greco-latino erano maggiormente abbandonati a se stessi.

Nel nostro periodo culturale, che segue il periodo greco-latino, è presente ora qualcosa di straordinariamente peculiare. Qui intervengono di nuovo le medesime essenze che nel periodo egizio-caldaico erano i condottieri dell’umanità. E quando ci eleviamo chiaroveggentemente verso la guida immediata dell’umanità, allora ci si presentano come nostri condottieri spirituali le medesime essenze che erano anche i condottieri del periodo egizio-caldaico: tanto quelle essenze che allora solo ispiravano gli uomini, dunque gli Angeli o Angeloi che avevano raggiunto il loro pieno fine sulla luna, quanto anche gli Eroi, i condottieri degli uomini che camminavano nella carne, dunque coloro che non avevano raggiunto il loro pieno fine lunare, cioè le essenze luciferine. Tutte queste essenze riappaiono. Soltanto dobbiamo tenere fermo che queste essenze hanno anche subito un’evoluzione. Come l’uomo oggi sta su un grado diverso da quello del tempo egizio antico, così anche quelle essenze angeliche e le essenze angeliche luciferine oggi stanno su gradi evolutivi diversi da quelli in cui stavano mentre guidavano la cultura egizio-caldaica. La guida dell’umanità, la prestazione lavorativa che compirono guidando l’umanità, diede loro stesse un grado evolutivo più elevato. Se rivolgiamo lo sguardo chiaroveggente all’Akasha-Cronica e vediamo come si presentavano questi esseri condottieri dell’umanità durante il periodo egizio-caldaico, scopriamo che allora avevano raggiunto un determinato livello evolutivo. Ora riemergeranno dal crepuscolo del non-essere, intervengono di nuovo nell’evoluzione dell’umanità, ma sono diventati esseri più perfetti. Solo c’è di nuovo una differenza.

Vogliamo ora per un momento prescindere da quelle essenze che allora erano essenze angeliche luciferine, e rivolgiamo lo sguardo ai veri esseri angelici che guidavano la cultura che progredisce durante il periodo egizio-caldaico. Fra loro ci sono alcuni che allora avevano raggiunto la loro normale evoluzione nel senso indicato, ma allora rimasero indietro alcuni fra questi esseri angelici, così che ce ne sono alcuni che bensì sulla luna come Angeli o Angeloi hanno raggiunto la loro normale evoluzione, dunque come Angeli entrarono nell’evoluzione della nostra terra attuale, ma che non hanno raggiunto ciò che avrebbero potuto raggiungere sulla terra durante il periodo culturale egizio-caldaico. Allora rimasero indietro, e così anche fra questi esseri in quel tempo normali in Egitto si sono di nuovo originati due classi di esseri angelici. È veramente una grande, enorme differenza fra queste due classi di esseri angelici, una differenza la cui comprensione è tremendamente importante per il più alto mistero della nostra evoluzione umana. Proprio a questa differenza ho già fatto cenno in altro contesto, nello scritto cioè che riproduce le mie conferenze tenute poco tempo fa a Copenaghen. Se vogliamo indicare questa differenza, allora dobbiamo fare riferimento a un nome che in verità sta nel rapporto più intenso con tutta l’evoluzione terrestre, dobbiamo fare riferimento al nome del Cristo.

Ora, sappiamo che per l’evoluzione terrestre esterna il Cristo era incarnato nel corpo di Gesù di Nazareth per tre anni dello sviluppo terrestre. Sappiamo che questa fu un’incarnazione unica, poiché un’incarnazione simile non c’era prima e non ci sarà dopo. Ciò che il Cristo ha fatto incarnandosi per tre anni nel corpo di un uomo fisico era necessario per gli uomini sulla terra, che una volta come esseri sensibili terreni dovevano avere il Cristo anche come un essere sensibile terreno in mezzo a loro. Il Cristo però nella sua essenza peculiare non è contenuto nel fatto che fu per tre anni nell’involucro di Gesù di Nazareth, bensì egli è il condottiero e guida anche di tutte le essenze delle gerarchie superiori. Egli è un essere cosmico comprensivo, universale, e proprio come entrò nell’evoluzione dell’umanità attraverso il Mistero del Golgota, così accaddero anche eventi per le essenze delle gerarchie superiori: cioè il Cristo divenne nel corso del tempo qualcosa per tutte queste essenze delle gerarchie superiori.

Come accadde questo? Durante il periodo egizio-caldaico — vi ho detto — gli esseri angelici descritti hanno subito un’evoluzione così che oggi si presentano come esseri più evoluti di allora e intervengono nella guida dell’umanità. Com’è stato loro possibile raggiungere un grado evolutivo più elevato? Ora, perché mentre guidavano le anime dell’umanità nel periodo egizio-caldaico, si rendevano insieme stessi discepoli del Cristo nel mondo spirituale, nel mondo soprasensibile. Il Cristo era l’insegnante degli esseri angelici durante il periodo egizio-caldaico. Allora il suo impulso fluì in loro, e ora si presentano su un grado evolutivo più elevato perché nel frattempo si sono permeati dell’impulso del Cristo. Se quindi considerassimo quei condottieri e guide, quei condottieri spirituali del periodo culturale egizio-caldaico nel punto in cui il periodo greco-latino inizia, dovremmo dire: I più elevati fra i condottieri spirituali, coloro che si avevano preparato maggiormente, anche nel modo più elevato a intervenire nel nostro, nel quinto periodo culturale, al principio del periodo greco-latino avevano assunto in sé l’impulso del Cristo, che prima non possedevano, erano divenuti impregnati di Cristo e ora operano come essenze impregnate di Cristo dai mondi superiori. Allo stesso modo però anche gli Arcangeli o Archangeloi che nel tempo in cui ispirarono Zoroastro e i suoi discepoli non erano ancora impregnati di Cristo, hanno nel frattempo assunto in sé l’impulso del Cristo e saranno nel sesto periodo culturale che segue il nostro i condottieri spirituali dell’umanità. Allora però di nuovo diversi da come erano

Da una parte gli Angeli o Angeloi impregnati dell’impulso del Cristo del periodo egizio-caldaico ora infondono all’umanità forze dell’evoluzione dell’umanità che la conducono verso la vita spirituale, verso la spiritualità; dall’altra gli altri esseri che hanno rifiutato l’impulso del Cristo ricercano di dare all’umanità come ispirazione tutto ciò che possiamo designare come cultura e scienza materialistica. Per questo nella nostra epoca operano così intensamente mescolate insieme quella che deve essere permeata dal più puro impulso del Cristo e che deve elevare l’umanità verso la spiritualità, a cui ci dedichiamo quando perseguiamo il fine della scienza dello spirito in senso autentico, e accanto a lei gli altri ispiratori che rifiutano l’impregnazione di Cristo e si sforzano di introdurre nella cultura dell’umanità l’elemento materiale. Queste due correnti caratterizzate dunque scorrono mescolate nella nostra epoca. La nostra epoca può essere compresa soltanto quando si sa che in essa regnano queste due correnti della guida spirituale. Non appena non si riesce a distinguerle e si abbraccia fanaticamente l’una o l’altra, non si è in grado di penetrare chiaramente come effettivamente procede la nostra cultura. Abbiamo sotto la guida degli Angeloi non impregnati di Cristo una scienza oggi che è interamente astratta, interamente non-spirituale. E abbiamo il desiderio di salire verso la spiritualità, perché sempre più intensamente proprio nel nostro periodo culturale gli altri Angeli caratterizzati intervengono nella guida dell’umanità. Tutti i grandi condottieri spirituali dell’umanità che spingono avanti si sono, in qualche epoca del periodo postatlantideo, siano Angeli o Arcangeli o Archai, esposti all’impulso del Cristo, come gli uomini al grado più basso si sono esposti a questo impulso del Cristo attraverso il Mistero del Golgota. Qui vediamo il significato dell’intervento dell’impulso del Cristo nell’evoluzione dell’umanità. Ora dobbiamo naturalmente essere chiari su questo: quegli esseri che erano precisamente i più elevati, i più portati verso la spiritualità, non potevano già nel tempo egizio-caldaico antico incarnarsi in un corpo umano fisico di carne. Perciò naturalmente lo possono ancor meno nel nostro tempo. I condottieri spirituali importanti, eminenti dell’umanità li dobbiamo ancora oggi cercare attraverso lo sguardo chiaroveggente, attraverso la conoscenza della scienza dello spirito nel mondo soprasensibile. E sarebbe errato se volessimo trovare i più elevati condottieri dell’umanità che effettivamente spingono avanti e sono determinanti, incarnati in un corpo umano fisico.

In una certa misura il Cristo costituisce un’eccezione a questa norma generale che gli esseri effettivamente condottieri non si incarnano in un corpo umano fisico durante l’evoluzione terrestre, in quanto egli fu incarnato per tre anni in un corpo umano fisico. Donde proviene questo? Dobbiamo chiederci. Proviene dal fatto che l’essenza del Cristo in tutte le sue forze, in tutti i suoi impulsi è un’individualità essenzialmente più elevata di tutte le individualità altrimenti caratterizzate delle gerarchie, come abbiamo già visto da altre considerazioni: essa sorpassa anche gli Arcangeli e gli Archai, che possiamo conoscere nella loro piena grandezza e pienezza soltanto per presentimento. Attraverso queste forze e impulsi più forti era possibile a questa individualità raggiungere uno scopo che ancora conosceremo più da vicino, appunto assumendo per tre anni come sacrificio un involucro umano fisico di carne. Ma con questa assunzione dell’involucro umano fisico da parte del Cristo, che ha condotto al Mistero del Golgota, è connesso qualcosa d’altro, ed è importante che si comprenda questo altro.

Se ci si sofferma su questo altro, allora si comprende veramente non soltanto l’essenza del Cristo stesso, ma anche l’essenza di un’altra figura di cui sappiamo che svolge un ruolo completamente significativo nell’evoluzione dell’umanità, a cui ci siamo anche più volte accostati nelle nostre conferenze, che naturalmente può essere completamente caratterizzata soltanto gradualmente da noi: cioè l’individualità di Lucifero. Consideriamo una volta queste due individualità, il Cristo da una parte, Lucifero dall’altra parte, e prendiamo del Cristo innanzitutto una sola caratteristica: che una volta scese sulla terra fino all’incarnazione in un corpo umano fisico, rimase tre anni in un tale corpo fisico. Qual è stata allora la conseguenza di questo evento, che ha trovato la sua conclusione nel Mistero del Golgota sulla terra fisica? La conseguenza è stata che allora le sfere eterica e astrale della terra furono completamente permeate dalla essenza del Cristo. Mentre prima la terra nella sua sfera eterica e astrale non aveva in sé l’essenza che designiamo come Cristo, da allora è permeata, come impregnata dall’essenza del Cristo. Lo troviamo anche indicato nelle parole che Teodora pronuncia nel nostro dramma rosa-croce, «La porta dell’iniziazione». E chi diviene chiaroveggente nel corrispondente senso, come Paolo divenne chiaroveggente, guarda nelle sfere eteriche della terra e vede l’essenza del Cristo: il che prima era impossibile anche al più elevato veggente, il che è divenuto possibile soltanto attraverso il Mistero del Golgota. Voi sapete anche che è proprio il ventesimo secolo — la nostra epoca dunque — in cui un certo numero di uomini ripeteranno questo evento di Damasco e riconosceranno il Cristo eterico, così che gli uomini sempre più si innalzeranno attraverso il loro ulteriore sviluppo a una conoscenza del Cristo eterico.

Questo vi testimonia che è un’essenziale caratteristica dell’evoluzione del Cristo che la terra riguardo alla sua materialità fisica dopo il Mistero del Golgota potrebbe essere ricercata ovunque, dove si volesse, dove c’è qualcosa di fisico sulla terra, e vi si potrebbe trovare la sostanza del Cristo come tale non incorporata. Eppure l’intera terra è pervasa dalla sostanza del Cristo, perché questa sostanza del Cristo scende fino alla sfera eterica della terra e in tutto l’avvenire può essere trovata nella sfera eterica della terra; ma mai potrebbe scendere alla condensazione fisica in un corpo di carne. Come il guscio di una lumaca, così è ciò che oggi è fisicamente sulla terra: un qualcosa di gusciforme, che una volta, quando la terra sarà arrivata al fine della sua evoluzione, cadrà dalla totalità delle anime umane, come oggi il corpo fisico nella morte cade dalla singola anima umana. Ci sarà una morte della terra quando la terra sarà arrivata al fine della sua evoluzione. Come oggi la singola anima umana, quando l’uomo passa attraverso la porta della morte, abbandona il corpo fisico ed entra in un regno spirituale, così la totalità delle anime umane alla morte della terra entrerà in una sfera spirituale e abbandonerà come scoria, come involucro gusciforme, tutto ciò che oggi è il fisico della terra. Dove sarà allora la sostanza del Cristo quando la terra avrà subito la sua morte? Ora, essa penetrerà la totalità delle anime umane che si solleveranno dal cadavere terrestre, dalla scoria della terra. L’essenza del Cristo continua con la totalità delle anime umane nell’evoluzione nelle sfere spirituali superiori, per raggiungere più tardi la prossima incarnazione dell’essenza terrestre, quello che nella scienza dello spirito chiamiamo Giove. Questa è l’essenza dell’essenza del Cristo, che completamente spiritualizzata guida ulteriormente l’umanità nella sua evoluzione e che non entra in nulla di fisico, bensì in questo fisico innanzitutto solo fino alla morte della terra si avvicina, in quanto l’eterico permea questo fisico, poi però l'abbandona come cadavere quando la terra sarà arrivata al fine della sua evoluzione. Nulla, ma proprio nulla il Cristo trattiene indietro dal Mistero del Golgota che potrebbe nuovamente portarlo alla nostalgia di assumere un corpo fisico che camminasse sulla terra: è il completo abbandono di qualsiasi materialità fisica. Questo è il grande arcano che era connesso al Mistero del Golgota: tre anni in un corpo fisico attraverso il sacrificio per raggiungere che d’ora in poi questa essenza del Cristo non lascia nulla in ciò che come guscio della terra cadrà alla morte della terra. Per il fatto che il Cristo dal Mistero del Golgota permea bensì le sostanze fisiche della terra, ma non si unisce con loro, nulla nell’essenza del Cristo rimarrà che potrebbe rimpiangere la terra abbandonata alla morte della terra. Questo guscio della terra sarà abbandonato alla morte della terra. Brillerà come una stella da lontano, e da quei pianeti che stanno al di là della terra e saranno allora abitati da esseri che guarderanno nello spazio celeste, la terra sarà vista come una stella che fluttua nello spazio celeste. Allora con questa stella che sarà caduta come scoria della terra alla morte della terra, tutti gli esseri non avranno più nessuna connessione, come il Cristo e tutto ciò che gli appartiene? No.

Vi ho parlato di quegli esseri che per esempio nel periodo egizio-caldaico hanno rifiutato l’impulso del Cristo. Fra questi c’è chi lo rifiuterà anche in seguito. Saranno quegli esseri che eventualmente si incarneranno anche in seguito nel corpo di un uomo fisico e materiale sulla terra e cammineranno come uomini fisici sulla terra. Ma al contempo saranno coloro che avranno in una certa misura nostalgia per quella stella che è stata abbandonata dopo la morte della terra e brillerà meravigliosamente nello spazio cosmico. Tutto ciò che appartiene al Cristo nella natura dell’anima umana dopo la morte della terra nel futuro dell’umanità contemplerà questa stella, ma non avrà nostalgia per essa, non dirà a se stessa: «Su questa stella è la nostra patria». — Così poco gli uomini avranno nostalgia per questa stella come le anime sulla terra oggi hanno nostalgia per Marte. Rivolgono lo sguardo verso di esso, ricevono i suoi effetti benefici, ma non hanno nostalgia verso di esso. Cosa accadrebbe se l’essenza del Cristo non fosse intervenuta nell’evoluzione terrestre? Oh, allora regnerebbe una differenza molto significativa nel destino dell’intera umanità. Supponiamo una volta per un momento ipoteticamente che l’essenza del Cristo non fosse intervenuta nell’evoluzione dell’umanità: allora anche la terra subirebbe la morte, allora gli uomini e le gerarchie superiori si svilupperebbero ulteriormente nei mondi spirituali, ma porterebbero continuamente con sé la nostalgia per quella stella lontana che come scoria della terra brilla meravigliosamente nel mondo. Con una nostalgia tragica gli esseri umani, se non avessero avuto il Cristo, guarderebbero da Giove verso la stella che è sorta dalla scoria della terra, e non soltanto ammirerebbero la stella, ma direbbero pieni di nostalgia: «Questa è la nostra patria. È triste, pietoso, che dobbiamo essere qui e non possiamo essere su quella stella che è veramente la nostra vera patria». — Così sarebbe la differenza rispetto all’evoluzione reale se l’impulso del Cristo non fosse stato unito alla terra. Liberarsi dalla terra, indipendente per uno sviluppo futuro: questa era la missione del Cristo sulla terra per gli uomini. Vediamo questo interamente grandioso dell’evento del Cristo, vediamo che l’umanità diviene matura per svilupparsi verso le future formazioni del nostro pianeta attraverso il fatto che ha avuto il Cristo sulla terra. Abbiamo un esempio che esiste una tale nostalgia di esseri che agiscono su un altro pianeta e che hanno nostalgia di qualche corpo celeste come della loro vera patria? — Sì, abbiamo molti tali esempi, ma uno deve essere ora innanzitutto contrastato verso il Cristo.

C’erano potenti esseri durante l’antico sviluppo lunare, spiriti di elevato rango, che però in una certa misura durante questo sviluppo lunare non avevano raggiunto la loro conclusione evolutiva. Fra questi spiriti di elevato rango c’era una schiera che si trovava, per così dire, sotto un capo, e che quando lo sviluppo lunare giunse al termine, non aveva raggiunto il suo fine evolutivo, quindi non l’aveva raggiunto quando la terra iniziò con la sua evoluzione. Questa schiera intervenne nella evoluzione terrestre, collaborò alla guida dell’umanità, ma interiormente con la nostalgia tragica per una stella dell’universo espulsa dall’intero antico sviluppo lunare — nel senso come è rappresentato nella «Scienza occulta» — fuori dello sviluppo della luna. Abbiamo potenti, elevati, esseri significativi sotto il loro capo all’interno della nostra evoluzione spirituale terrestre, che veramente portano in se stessi questa nostalgia per una stella lassù nell’universo che considerano come loro vera patria, su cui però non possono essere perché hanno dovuto abbandonare la luna e andare sulla terra senza aver completato la loro evoluzione. Queste sono le schiere che stanno sotto Lucifero, e Lucifero stesso agisce nell’evoluzione terrestre con la continua nostalgia nel suo interiore per la sua vera patria, per la stella Venere lassù nell’universo. Questo è il tratto predominante della natura luciferin a quando la consideriamo cosmicamente. E la coscienza chiaroveggente impara veramente ciò che è caratterizzato nella stella Venere conoscendolo in tal modo, che guarda nell’anima di Lucifero e quindi all’interno della terra ha questa nostalgia luciferin tragica, come una meravigliosa nostalgia cosmica di patria verso la stella Fosforo, Lucifero o Venere. Poiché tutto ciò che Lucifero ha abbandonato come un guscio, ciò che è caduto dagli esseri luciferini come una scoria alla morte della luna antica, come cade dall’anima umana il corpo fisico alla morte, questo brilla dal cielo come la Venere.

Ora abbiamo posto davanti ai nostri occhi qualcosa di cosmico tanto riguardo alla nostra terra quanto riguardo a Venere, il pianeta adiacente alla nostra terra. E abbiamo così posto davanti a noi qualcosa che bensì non fu sentito nella maniera esplicita, come ora è stato presentato, nell’anima greca, ma che viveva nei sentimenti e nelle sensazioni dell’anima greca. E mentre questa anima greca si rivolgeva alle stelle, particolarmente a Venere, provava la connessione intima fra una tale stella e certi esseri che illuminano e spiritualizzano le sfere terrestri. E mentre l’antica anima greca provava ciò che Lucifero era per la terra, per così dire si diceva: «Soffia attraverso il nostro essere terrestre il principio luciferino», e si rivolgeva in alto verso la stella di Venere e diceva: «Questo è il punto errante nel nostro spazio celeste verso cui continuamente le nostalgie di Lucifero vanno».

Là vedete i sentimenti che l’anima greca aveva di una delle meraviglie del mondo. Là vedete però al contempo in modo vivente come all’anima greca fosse lontano guardare nello spazio cosmico e descrivere Venere come una mera sfera fisica, come fa la nostra astronomia moderna. Cosa era dunque a l’anima greca Venere? Quella regione nello spazio celeste che essa imparava a conoscere da questo, che contemplava chiaroveggentemente il contenuto spirituale dell’anima di Lucifero, poiché in esso notava la grande nostalgia che come un ponte vivo dalla terra a Venere va verso l’alto. Questa nostalgia che come nostalgia di Lucifero sentiva l’anima greca, sentiva anche questa stessa anima greca come appartenente alla sostanza di Venere. Non vedeva il semplice pianeta fisico il Greco, ma vedeva ciò che si è scisso dall’essenza luciferin a, come si scinde il corpo fisico dall’uomo quando passa attraverso la porta della morte, e come si sciderà il cadavere terrestre quando la terra sarà arrivata al fine della sua evoluzione. Solo con la differenza che il corpo fisico dell’uomo è destinato a decadere; il corpo però di un Lucifero è destinato, quando si scinde dalla essenza dell’anima, a brillare come una stella nello spazio celeste. Con questo abbiamo al contempo caratterizzato cosa sono cosmicamente le stelle. Con l’esempio di Venere l’abbiamo caratterizzato. Cosa sono dunque, nella viva contemplazione delle meraviglie del mondo, delle meraviglie della natura, le stelle? Corpi divini sono. Ciò che è andato fuori dai corpi divini nello spazio cosmico è divenuto stella, e così l’antico Greco guardava in alto nel mondo stellare verso pianeti e stelle fisse. C’erano una volta, disse a sé stesso, nello spazio le essenze spirituali che noi veneriamo come nostri dei. Hanno subito un’evoluzione: quando giunsero a quel punto che per l’uomo durante la sua esistenza terrestre significa la morte fisica, allora si verificò per questi dei l’evento dove la loro materia fisica li abbandonò e divenne stella. Le stelle sono corpi divini le cui anime agiscono indipendentemente da questi corpi in un altro modo nel mondo, come Lucifero divenne indipendente dal suo corpo, la Venere, e continua a vivere nella nostra evoluzione terrestre. Questo si può chiamare una concezione della natura spiritualizzata, una concezione spiritualizzata del mondo. Questo in verità non ha nulla a che fare con quel panteismo annacquato che dice: «Fuori tutto è permeato da un Dio unico». — Non basta dire questo, bensì si deve, quando si guarda verso questo mondo lontano, sapere che le stelle non possono essere definite semplicemente in astratto come se fossero corpi attraverso cui gli dei appaiono, bensì sono corpi che gli dei hanno abbandonato dopo che questi stessi dei hanno progredito verso altri gradi evolutivi. Ma questa è la differenza di tutti gli dei planetari dal dio Cristo: il dio Cristo, nel senso di ciò che ho esposto, alla morte della terra non lascia una tale stella fisica, non lascia un resto che fosse rimasto non-spiritualizzato, bensì completamente transita nello spirituale e come spirito con le anime umane passa all’esistenza gioviana. Con questo abbiamo addotto una delle differenze essenziali fra gli spiriti planetari e il Cristo. Mantenere ferma questa differenza è di particolare importanza, poiché ci mostra che l’intero senso del Mistero del Golgota verrebbe infranto nel momento in cui potesse accadere che, dopo che questo Mistero ha avuto luogo, quello verso cui si ha il diritto di parlare di Cristo si incarnasse di nuovo in un corpo fisico. Poiché se ciò che appartiene al Cristo, per cui si ha il diritto di usare il nome di Cristo, dopo il Mistero del Golgota si incarnasse di nuovo in un corpo fisico, allora attraverso questa sostanza fisica verrebbe dato il primo seme a cui si unirebbe altro per creare una tale stella che resterebbe nel futuro. Non potrebbe essere raggiunto il senso profondo del Mistero del Golgota. Se il Cristo volesse rinnegare completamente sé stesso, volesse annullare il Mistero del Golgota, allora avrebbe soltanto bisogno di incarnarsi in qualche corpo fisico: creerebbe allora un punto di attrazione di natura materiale a cui altre cose si unirebbero. Ci sarebbero allora altre incarnazioni della medesima essenza. Con questo verrebbe creata una stella verso cui l’umanità in tutto il futuro dovrebbe avere nostalgia. Questo avere nostalgia non deve essere raggiungibile attraverso l’essenza del Cristo. Perciò non si ha il diritto di portare in qualsiasi connessione il nome di Cristo con ciò che si incarna ancora dopo l’evento del Golgota in un corpo fisico di carne. Con questo si mostrerebbe un grandioso fraintendimento del Mistero del Golgota e si dimostrerebbe di non sapere cosa è stato deciso con esso. Nel momento in cui si comprende veramente il Mistero del Golgota, non si porta il nome di Cristo in relazione con nulla che si incarna ancora dopo il Mistero del Golgota in un corpo fisico umano. Parlare con il nome di Cristo di qualsiasi essenza che si incarna dopo l’evento del Golgota in un corpo fisico umano significa o fare uso improprio del nome di Cristo o mostrare completa incomprensione del Mistero del Golgota.

È straordinariamente importante che queste cose siano comprese. Poiché soltanto così è possibile portare l’intera essenza del Cristo in un corretto rapporto con l’evoluzione umana. Le forze che vengono create in una certa parte dell’anima umana dal fatto che nulla rimane indietro di un desiderio della terra, devono fortificarsi attraverso la resistenza come tutte le forze. Perciò anche attraverso il saggio governo del mondo devono essere nuovamente lasciate indietro certe essenze che, come gli esseri angelici condottori del periodo egizio-caldaico, gli Arcangeli del periodo persiano primordiale o come gli Archai condottori del periodo indiano antico, non si permeano dell’impulso del Cristo e quindi continuano a guidare senza l’impulso del Cristo. Questi — e non si applicherà a questi il nome di Cristo — nel futuro dell’evoluzione dell’umanità rappresenteranno quell’elemento attraverso cui rimane certamente una certa nostalgia e anche una certa connessione con ciò che come resti planetari, come stelle, sarà nello spazio cosmico e sarà visto da Giove come la nostra Venere, il nostro Marte, il nostro Giove sono visti dalla Terra. È dunque essenzialmente un’altra corrente dell’umanità e un’altra corrente delle gerarchie superiori che rivolgeranno lo sguardo indietro verso quegli influssi che dai futuri vicini planetari del futuro Giove verranno esercitati sull’umanità di Giove. Questi due aspetti si devono completamente distinguere: allora dal più grande comprenderete anche imparare a comprendere il più piccolo. Dovunque queste due correnti operano l’una nell’altra. Dovunque vediamo l’essenza del Cristo che progredisce, che guiderà l’umanità verso una contemplazione più elevata del Cristo. Vediamo d’altro lato le forze ostacolanti, che non dobbiamo designare con il nome di Cristo, che si incarnano anche in corpi fisici umani, che bensì possono raggiungere anche una conoscenza del Cristo, ma non possono raggiungere tali impulsi del Cristo come gli Angeloi che hanno raggiunto la loro piena evoluzione nel periodo egizio-caldaico. Vediamo allora tali essenze che possono anche nel futuro scendere fino all’incarnazione fisica, ma dobbiamo distinguere l’uno e l’altro. Tutto ciò che è concepito materialisticamente nella nostra epoca proviene dagli spiriti ostacolanti che arrestano il progresso, e anche questo verrebbe da questi spiriti se si volesse aspettare la salvezza dell’umanità soltanto da tali individualità che nel futuro possono incarnarsi nella carne. Poiché questo è un principio materialistico che distoglie l’umanità dal fatto che si sviluppa verso la contemplazione dello spirituale, perché la conduce verso la semplice contemplazione di individualità incarnate in un corpo fisico su cui si costruisce perché le si può contemplare con i sensi fisici.

Di tutto ciò che ora ho detto riguardo al Cristo, l’antico Grecesimo del tempo precristiano, perché il Mistero del Golgota non era ancora accaduto, non aveva la piena contemplazione, bensì di Lucifero e della sua connessione con Venere e anche di altri dei delle stelle e della loro connessione con le loro stelle. Tutti questi sentimenti e sensazioni che sono proceduti da una tale sapienza primordiale per i Greci sono una premessa per quella idea e quel sentimento e quegli impulsi dell’anima che nella consapevole antica anima greca si animavano quando il nome di Dioniso era pronunciato. Perciò dovevamo oggi presupporre ciò che è stato appena detto, per poter domani entrare in quelle meraviglie del mondo, in quelle meraviglie della natura che l’antico Greco intendeva quando parlava di Dioniso. Con questo è anche creato il ponte a ciò che è già più vicino all’uomo, al suo interno, alle prove dell’anima. Con questo il nostro programma di domani è tracciato come una discussione dell’idea dionisiaca.

5°L'essere del mondo greco degli dèi

Monaco, 22 Agosto 1911

Ieri abbiamo concluso la nostra considerazione con una prospettiva interrogativa sulla natura di Dioniso. Dioniso, come sapete, era uno degli dei greci: perciò sorge naturale la domanda sulla essenza di questi dei greci in generale.

Certamente abbiamo tentato di caratterizzare, riguardo a molti dettagli, figure come Plutone, Poseidone e Zeus stesso. Ma considerando quanto detto ieri sul ruolo che gli esseri spirituali delle gerarchie superiori esercitano nella guida spirituale dell’umanità, potrebbe sorgere in voi una domanda particolare: in quale categoria di esseri appartenenti alle gerarchie superiori collocavano gli antichi Greci i loro dei, quanto alla guida dell’uomo?

Abbiamo già accennato ieri come, in contrasto con le epoche culturali precedenti — quella persiana primordiale, quella egizio-caldaica — il controllo della guida spirituale dal cosmo durante la cultura greco-latina fosse teso al minimo grado. Il fatto che presso i Greci esistesse una consapevolezza di questo rapporto, potremmo dire, piuttosto più libero fra gli dei spirituali e gli uomini, emerge chiaramente dal modo in cui i Greci hanno configurato le immagini dei loro dei. In queste immagini scorrono veramente, attraverso e attraverso, tratti umani: si potrebbe dire errori umani, passioni umane, simpatie e antipatie umane.

Da ciò possiamo dedurre che i Greci sapevano: proprio come gli uomini quaggiù nel piano fisico si sforzano di progredire, così opera la gerarchia divina immediatamente al di sopra di essi. Costoro cercano di evolvere oltre qualità che posseggono. Gli dei della Grecia avevano effettivamente bisogno di tanto impegno per progredire rispetto agli dei, diciamo pure, dell’Egitto o della Persia, che non potevano veramente dedicarsi molto agli uomini.

Così nacque questa caratteristica autonomia dell’uomo della cultura greca. Il vincolo fra dei e uomini era allora assai poco teso. Perciò i Greci potevano rappresentare i loro dei in modo così umano, perché erano consapevoli di questo fatto. Considerando la nostra concezione gerarchica, dobbiamo chiederci: dove, secondo il sentimento del popolo greco stesso, dovremmo collocare gli dei greci?

Dobbiamo esserne chiari: qualità degli dei greci parlano assai eloquentemente di come fondamentalmente dobbiamo ascrivere tutti questi dei a una certa relazione con gli esseri luciferici. Se considerate ciò che caratterizza l’aspirazione degli dei greci, quello che essi desiderano da ciò che può manifestarsi nella vita terrestre, non potete che giungere alla conclusione che i Greci sentivano: i loro dei non avevano concluso la loro evoluzione sulla Luna antica, ma traevano dagli sviluppi terrestri quello stesso vantaggio che anche gli uomini traevano da essa.

Da ciò emerge quanto i Greci fossero consapevoli: l’intera loro realtà divina conteneva il principio luciferico, non aveva raggiunto il suo pieno sviluppo sulla Luna antica.

In questo aspetto, la consapevolezza greca dei loro dei contrasta fortemente con quella di un altro popolo. Vi era nell’antichità un popolo che nel senso più eminente aveva sviluppato la consapevolezza di trovarsi sotto una gerarchia divina che, con le proprie condizioni di sviluppo, aveva raggiunto il pieno fine lunare. Chi ha ascoltato le lezioni dell’anno scorso che ho tenuto qui nel ciclo di Monaco, con tutto ciò che allora fu detto degli Elohim e della loro coronazione in Jahvé, non dubiterà che presso il popolo ebraico antico esisteva la consapevolezza che gli Elohim, che Jahvé, appartenevano a quelle figure divine che non potevano essere toccate direttamente dal principio luciferico sulla terra, perché avevano raggiunto il loro pieno scopo evolutivo sulla Luna antica.

Questo è il grande contrasto. Vediamo meravigliosamente questa peculiarità della consapevolezza divina ebraica antica espressa in quella potente allegoria drammatica che giunge fino a noi dai tempi remoti, e il cui profondo significato comprenderemo pienamente quando la scienza dello spirito potrà qui arrecare approfondimento. Come doveva pensare la consapevolezza ebraica riguardo all’uomo, se era completamente pervasa da ciò: che il popolo ebraico, in tutti i suoi membri, stava sotto la guida divina di spiriti che avevano concluso la loro evoluzione sulla Luna antica?

Allora questa consapevolezza doveva dirsi: l’abbandono di tutti i poteri dell’anima umana a questo mondo divino — questo conduce nel divino dell’universo. E una connessione con qualsiasi altra forza, un collegamento con quelle forze che in qualche modo rimangono legate al materiale, deve per così dire portare l’uomo fuori dal mondo spirituale.

Questo è allusivamente espresso in quella parola che si stacca come un epigramma dall’allegoria di Giobbe, quella parola che ci viene riferita dal sofferente Giobbe, a cui si dice: «Rinnega Dio e muori!» Queste parole contengono qualcosa di grandioso, qualcosa di possente, e un’allusione — significativa quanto possibile — al fatto che il legame con il Dio Jahvé, quale estratto degli Elohim, significava la vita per il popolo ebraico antico. Il legame con questa gerarchia degli Elohim significava la vita, mentre il legame con altre gerarchie divine avrebbe significato l’allontanamento da questo principio progressivo della formazione universale, la morte per l’evoluzione umana. Morire era davvero, per il popolo ebraico antico, sinonimo di non-permeazione della sostanza degli Elohim o della entità Jahvé.

Questo deve innanzitutto suggerire come dalle remote oscurità della preistoria illumini veramente fino a noi un contrasto polarico nella consapevolezza spirituale rispetto a ciò che più tardi si presenta come consapevolezza greca. Mentre questa consapevolezza greca voleva sviluppare l’umanità della terra, voleva accogliere in questa umanità tutto ciò che la terra poteva offrire, e perciò si poneva sotto una gerarchia divina che essa stessa pretendeva di incorporare gli elementi della vita terrestre nel proprio sviluppo — quindi tendeva i freni verso l’uomo il meno possibile —, la consapevolezza ebraica antica si abbandonava completamente al principio degli Elohim, si assorbiva completamente in Jahvé. Questi sono i due grandi poli della cultura umana più antica.

Ora, se ieri fu detto che gli esseri luciferici, oppure gli angeli rimasti sulla Luna antica, possono incarnarsi ancora sulla terra, e possono camminare fra gli uomini, contrariamente a coloro che hanno concluso la loro evoluzione sulla Luna: come sta la cosa riguardo agli dei greci? Non ci si dice che essi si siano incarnati direttamente sulla terra in forma umana. Questo sembra una contraddizione. Tali contraddizioni devono esistere, perché la scienza dello spirito è qualcosa di straordinariamente vasto e complicato, e perché il detto contenuto nel nostro mistero rosicruciano «La prova dell’anima» è vero: i sentieri della verità superiore sono intricati, e solo colui che vuole camminare pazientemente attraverso i labirinti può percorrerli.

Una tale contraddizione deve quindi esistere; tali contraddizioni devono dissolversi gradualmente. E chiunque cerchi la soluzione di queste contraddizioni con leggerezza difficilmente perverrà alla verità.

I Greci avevano consapevolezza che, così come stavano le cose al loro tempo, gli esseri della loro gerarchia divina non potevano incarnarsi direttamente sulla terra. Ma questi individui-anima, che i Greci si raffiguravano come loro dei, erano effettivamente incarnati in corpi fisici — durante la vecchia epoca atlantica. Come vedemmo gli eroi camminare sulla terra con corpi umani, portando in sé una conoscenza di natura luciferica, una conoscenza di natura sovrumana, così gli dei greci erano esseri che avevano compiuto la loro incarnazione umana nei corpi atlantici.

Là camminarono essi stessi come uomini atlantici, come re e sacerdoti atlantici fra gli uomini. E lì acquisirono proprio ciò che dovevano acquisire dalla evoluzione terrestre attraverso l’incarnazione, attraverso l’incarnazione in un corpo umano. Possiamo dunque dire: la consapevolezza greca si raffigurava che i suoi dei fossero sì esseri luciferici autentici, ma che avessero già completato la loro incarnazione umana nel remoto tempo atlantico. Dobbiamo prendere questo come fondamento se vogliamo intendere l’intera realtà divina greca.

Ma un’ulteriore contraddizione potrebbe porsi dinanzi al vostro animo. Potreste dire: da un lato mi dici che Zeus era il rappresentante macrocosmico, il rappresentante delle forze del corpo astrale che agiscono nell’uomo, Poseidone era il rappresentante macrocosmico delle forze che agiscono nel corpo eterico, Plutone era il rappresentante macrocosmico delle forze che operano nel corpo fisico. Così, a rigor di logica, dovremmo immaginarci che queste forze si spandono per le vastità dello spazio, che agiscono fuori senza essere concentrate nelle singole figure umane.

Chi sollevasse questa obiezione dimostrerebbe di non avere ancora compreso come avvenga veramente l’evoluzione, quale sia il significato profondo dell’evoluzione stessa. È difficile per la consapevolezza moderna comprenderlo: essa difficilmente può immaginarsi che ciò che agisce nello spazio come leggi naturali, ciò che è sparso negli spazi, contemporaneamente cammina in un corpo umano sulla terra.

Per uno scienziato naturale moderno, naturalmente, sarebbe follia dire: prendi tutte le forze di cui oggi parla il chimico, tutte le forze chimiche elencate nei trattati di chimica, che operano nella decomposizione e composizione della materia, e immagina che tutte queste leggi, concentrate, camminino in un corpo umano, su delle gambe, afferrino con le mani. Un uomo di consapevolezza moderna riterrebbe la cosa pura follia. E parimenti non potrebbe immaginarsi che l’immagine macrocosmica delle forze che agiscono nel nostro corpo astrale, questa immagine che si espande nello spazio, una volta, proprio come una consapevolezza umana oggi è concentrata, fosse concentrata in una singola entità che, nel remoto tempo atlantico, camminava come Zeus. Altrettanto era per Poseidone e Plutone.

In questi uomini atlantici, che la consapevolezza greca designava con Plutone, Zeus e Poseidone, era incarnato ciò che altrimenti sono le leggi dei miracoli mondiali. Rappresentatevi un vero uomo secondo il modello umano atlantico, che camminava nell’antica Atlantide come gli altri Atlantidi, e rappresentatevi un osservatore dotato di piena consapevolezza che volga lo sguardo all’anima di questo abitante atlantico, che era Zeus.

Tale osservatore dovrebbe dirsi: «Certamente, l’anima di Zeus, che cammina qui come Atlantide, sembra concentrata in un tale corpo, ma questo è Maya, illusione: solo appare così; in verità la cosa è diversa: in verità questa anima è la totalità di tutte le forze macrocosmiche che operano come l’immagine speculare delle forze dell’anima concentrate nel nostro corpo astrale».

Se lo sguardo chiaroveggente si rivolgesse a questo uomo atlantico, che era Zeus, allora riconoscerebbe: «Quest’anima, mentre la contemplo, diventa sempre più grande, si espande: essa è davvero l’immagine macrocosmica delle forze dell’anima umana nel corpo astrale». Così era pure con gli uomini atlantici, che erano propriamente gli altri dei greci. Il mondo, come si presenta a noi nel piano fisico, è attraverso e attraverso Maya.

Che l’uomo moderno non possa immaginarsi ciò rende difficile per lui comprendere anche l’essenza del Cristo Gesù stesso. Poiché quando si considera l’anima che dopo il battesimo nel Giordano era in Cristo Gesù, è lo stesso. Potete trovare questo chiaramente accennato nel libretto «La guida spirituale dell’uomo e dell’umanità». Lì impariamo a riconoscere come quest’anima potesse essere pensata concentrata in un corpo umano dallo sguardo chiaroveggente o dallo sguardo umano in generale, solo finché si rimanesse legati a Maya.

In verità, quest’anima permea tutti gli spazi e agisce da tutti gli spazi. Per l’uomo legato al mondo sensibile appare come se operasse attraverso il corpo di Gesù di Nazaret. Mentre dobbiamo vedere l’Universale del Cosmo operante attraverso il corpo di Gesù dopo il battesimo nel Giordano, negli dei greci, mentre erano uomini atlantici, dobbiamo vedere quelle forze speciali che sussistono nel cosmo. Essi dunque veramente camminavano all’interno del piano fisico, ed erano, secondo Maya, veri uomini atlantici.

Ma voi non sarete affatto sorpresi da questo fatto, quando considerate l’uomo ordinario di oggi. In sostanza, ciò che si descrive come l’uomo ordinario di oggi è anch’esso Maya. E appartiene alle cose più illusorie credere che l’anima umana risieda solo nello spazio racchiuso dal corpo umano. Nel momento in cui l’uomo si sviluppa verso la conoscenza dei mondi sovrumani, subito accade ciò: l’uomo non considera più il suo corpo fisico come qualcosa in cui il suo Io è racchiuso, bensì come qualcosa che guarda da fuori, verso cui è, per così dire, ordinato. E il suo Io si sente versato negli spazi cosmici.

L’uomo è davvero fuori di sé, è unito con gli esseri dell’ambiente che altrimenti vede soltanto, e in certa misura ogni anima è estesa sul macrocosmo, dimora nel grande universo. Ancora, quando l’uomo passa attraverso la porta della morte e la sua vera natura animica si separa dalla sua natura corporea, accade subito quello che può definirsi: l’uomo sente, dopo che la morte è sopraggiunta, come se versato nel macrocosmo, uno con il macrocosmo, perché allora entra nella consapevolezza umana ciò che è realtà e non Maya.

Si è tentato di rappresentare in qualche modo come sia vissuta una consapevolezza che si libera dal corpo e, per così dire, contempla il corpo fisico da fuori, ma vive nel mondo spirituale, dentro il macrocosmo. Lo si è tentato di rappresentare in quel monologo che si trova nella «Prova dell’anima», dopo che Capesius è disceso nella realtà della storia della sua precedente incarnazione, e poi risale di nuovo. Lì lo vediamo come attraversa la sua anima ciò che ha sperimentato mentre viveva la sua anteriore incarnazione.

Non è solo riportato secamente che ha visto una o l’altra sua precedente incarnazione: ma se passate in rassegna attentamente questo monologo, parola per parola, riga per riga, trovate descritto come è stato veramente, trovate tutto descritto in modo realisticamente vero. Da questo monologo potete farvi un’idea di come il guardare indietro nella Cronaca dell’Akasha a epoche precedenti della evoluzione terrestre, nelle quali si erano vissute precedenti incarnazioni, in verità si svolga. Su altre questioni andreste fuori strada proprio su questo monologo, se trascuraste veramente una parola sola e non pesaste bene il fatto che qui sono descritte esperienze reali, concrete dell’anima, fino negli ultimi dettagli.

Ma anche qui trovate menzionato come l’uomo debba chiedersi: «Non è forse tutto quello che era fuori nello spazio tessuto dalla sostanza della mia anima?» In verità Capesius lo sente come se tutto ciò che gli si era presentato fuori fosse stato fatto dalla sostanza della sua anima. È un sentimento straordinario, quando ci si sente come dispersi nelle altre cose, come allargati a costituire un mondo, nel senso autentico della parola completamente svuotati di sostanza dalla propria essenza, che si è trasformata in immagini e che allora ci si presenta come queste immagini, le quali diventano visibili proprio perché si impregnano della nostra medesima sostanza animica.

Se considerate tutto questo, acquisterete una percezione della sicurezza con cui il sentimento greco era fermato nella configurazione delle sue immagini divine e dei suoi mondi divini. Dunque questi dei della Grecia erano durante il tempo atlantico uomini le cui anime avevano significato macrocosmico. E per questo sviluppo erano progrediti al punto che potevano intervenire nel quarto periodo culturale post-atlantico, ma così che, per così dire, tendevano minimamente i freni nella guida spirituale degli uomini.

Non avevano più bisogno di divenire dei come Cecrope, Teseo e Cadmo, in cui erano incarnate anime luciferiche rimaste sulla Luna, poiché con la loro incarnazione atlantica avevano già concluso quello che doveva essere l’incarnazione umana sulla terra. Ora, se comprendiamo rettamente questo, dobbiamo dire: questi dei greci, pur potendo dare ancora molto all’uomo, non potevano dargli una cosa: la consapevolezza dell’Io, che l’uomo doveva acquisire.

Perché non potevano? Bene, dal tenore di tutti i miei precedenti discorsi potete capire che questa consapevolezza dell’Io doveva nascere specificamente sulla terra per l’uomo. Sappiamo che sulla Luna l’uomo aveva sviluppato soltanto il corpo fisico, il corpo eterico e il corpo astrale. Lì la consapevolezza dell’Io non poteva prendere piede. In tutto ciò che fu creato sulla Luna, in tutto ciò che gli dei greci vi avevano conosciuto riguardo al principio creativo, la consapevolezza dell’Io non era contenuta. Non potevano darla all’uomo perché è un prodotto della terra.

Molte cose potevano dargli — tutto ciò che riguarda il corpo fisico, il corpo eterico e il corpo astrale — poiché con questi e le loro leggi avevano familiarità dalle evoluzioni di Saturno, del Sole e della Luna, che avevano seguito su un livello superiore. Ma poiché erano rimasti indietro, non potevano divenire creatori della consapevolezza dell’Io. In questo aspetto gli dei greci stanno in contrasto con gli Elohim, con Jahvé, che nel senso più eminente è proprio il creatore della consapevolezza dell’Io.

Perciò l’intera cultura moderna dell’anima poteva svilupparsi solo attraverso il confluire di questi due flussi polari nell’evoluzione spirituale dell’umanità: il flusso ebraico antico, che mirava nel senso più eminente a risvegliare nell’anima umana tutte le forze che conducono alla consapevolezza dell’Io, e l’altro flusso, che versava nell’anima umana tutte le forze di cui il corpo fisico umano, il corpo eterico umano e il corpo astrale umano avevano bisogno, per potere percorrere rettamente l’evoluzione terrestre.

Solo attraverso il confluire di questi due flussi, del flusso greco e del flusso ebraico antico, fu possibile che sorgesse quel flusso unitario che poteva poi accogliere l’impulso di Cristo, il principio di Cristo. Poiché entro il flusso di Cristo questi due flussi sono contenuti, come l’acqua in un fiume costituito dal confluire di due fiumi. E come la nostra vita animica moderna non è concepibile, nella cultura occidentale, senza l’influsso greco, così poco è concepibile senza l’impulso che la cultura ebraica antica aveva dato.

Ma entro il Grecismo stesso, dal mondo cui appartenevan Zeus, Poseidone e Plutone, mancava la possibilità di donare direttamente all’uomo la sua coscienza terrena dell’Io da questa gerarchia. Di questa consapevolezza l’anima greca ha avuto una percezione meravigliosamente chiara, e ha espresso questa percezione nella concezione della figura di Dioniso. Sì, proprio nella figura di Dioniso l’anima greca ha parlato in modo così meravigliosamente chiaro che possiamo solo stare in adorazione ammirando di fronte alla saggezza di questa mitologia greca.

Nel greco antico ci si parla di un Dioniso più antico, il Dioniso Zagreo. Questo Dioniso più antico era una figura che l’anima greca aveva concepito cosicché nel suo sentire — non con i nostri pensieri esteriori, ma veramente in modo sentimentale e emotivo — si diceva: la consapevolezza che l’uomo ha raggiunto come consapevolezza intellettuale era preceduta da una consapevolezza chiaroveggente antica. Questa consapevolezza chiaroveggente antica non era sottomessa allo stesso grado di Maya, di illusione, di inganno come la successiva consapevolezza umana.

Mentre gli uomini erano ancora chiaroveggenti, non credevano che l’anima umana fosse rinchiusa nel corpo fisico, limitata dalla sua pelle. Per così dire, il centro dell’uomo stava ancora fuori dal corpo fisico. E l’uomo non credeva di guardare dal suo corpo fisico attraverso gli occhi, ma sapeva: «Con la mia consapevolezza sto fuori dal corpo fisico».

Indicava questo corpo fisico come sua proprietà. Se mi si consente un paragone, si potrebbe dire: l’uomo moderno è come uno che siede comodamente su una sedia nella sua casa e dice: «Qui dentro sono io, e le muri della mia casa mi circondano». L’uomo chiaroveggente antico non stava così, chiuso dentro la sua casa. Lo potete paragonare a chi esce dalle porte della sua casa, si posiziona fuori e dice: «Questa è la mia casa, si può girare intorno, si può guardare da punti diversi, e così si ha uno spazio molto più ampio per contemplare la casa da fuori di quanto non si abbia stando dentro».

Così era con l’antica consapevolezza chiaroveggente. Si camminava intorno alla propria forma corporea e la si considerava come una proprietà della consapevolezza chiaroveggente antica, della consapevolezza che stava fuori dal corpo fisico.

Se consideriamo il decorso della terra, come si è svolto dalla remota epoca lemurica attraverso il tempo atlantico fino alle epoche culturali post-atlantiche, sappiamo che la consapevolezza terrena umana si è sviluppata gradualmente. Durante l’epoca lemurica antica, in molti aspetti questa consapevolezza umana assomigliava ancora abbastanza alla consapevolezza lunare antica. L’uomo rifletteva ancora poco sul suo corpo, era ancora completamente versato nello spazio. Gradualmente l’uomo entrò con il suo Io nel suo corpo, e durante il tempo atlantico l’uomo era ancora parecchio fuori dal suo corpo con la sua consapevolezza.

Gradualmente questa consapevolezza è entrata nel corpo fisico: questo mostra il significato profondo dell’evoluzione terrestre. Ma anche l’anima greca percepiva questo. Poteva indicare, in modo sentimentale, una consapevolezza più antica, una consapevolezza chiaroveggente che era sì spuntata entro l’evoluzione terrestre, ma era ancora in stretta aderenza alla consapevolezza lunare antica, alla consapevolezza che si era sviluppata quando l’uomo come membro supremo aveva sviluppato il corpo astrale.

Qui dunque ci troviamo di fronte a questo sviluppo umano e possiamo dire: quando la terra era nel suo attuale sviluppo, ecco che l’uomo giunse avendo sviluppato il corpo fisico, il corpo eterico e il corpo astrale. Nel suo corpo astrale portava le forze di Zeus. Allora, nel decorso dello sviluppo terrestre, si aggiunse tutto ciò che divenne l’Io. Una nuova forza si unì alle forze astraliali di Zeus, come un innesto si applicava a queste forze: quello che in antichità era ancora confusamente legato alle forze di Zeus, ma che sempre più si aggiungeva come un’Ioità indipendente a queste forze di Zeus.

L’Ioità indipendente emerse per prima chiaroveggentemente e poi intellettualmente. Se nel mondo astrale vediamo le forze di Zeus, se vediamo in quello che emerge e prima è chiaroveggente quello che abbiamo indicato come Persefone, allora possiamo dire: prima che l’uomo perdesse la sua consapevolezza chiaroveggente, prima che sorgesse il tipo di consapevolezza intellettualistica, viveva nell’uomo, insieme a quello che nel suo corpo astrale era presente come forze di Zeus, Persefone, strettamente unita alle forze astraliali di Zeus.

Dalla Luna antica l’uomo aveva portato con sé questo corpo astrale. Sulla terra si sviluppò in lui la vita dell’anima, che troviamo rappresentata in Persefone. E questo era l’uomo, come viveva nei tempi antichi sulla terra, che così sentiva: «Ho nel mio corpo astrale le forze di Zeus, e ho in me Persefone».

Come oggi parliamo del nostro Io, così l’uomo dei tempi antichi non poteva ancora parlare di un Io intellettuale, ma di qualcosa sì poteva parlare: qualcosa che sorgeva in lui dall’azione congiunta delle forze di Zeus ancorate nel corpo astrale e delle forze di Persefone. Quello che dalla unione di questi due, Zeus e Persefone, sorgeva in lui, era lui stesso.

Era qualcosa che gli veniva solo da un lato, da Zeus, a cui doveva aggiungersi l’altro, su cui Zeus come tale non aveva influsso diretto. Ciò che Persefone era come figlia di Demetra era legato alle forze della terra stessa. Persefone era figlia di Demetra, una divinità che era parente di Zeus solo in quanto considerata sua sorella: un’anima che aveva compiuto uno sviluppo diverso da Zeus, in modo da essere affine alla terra, e potesse agire sulla terra, e così pure sulla formazione della consapevolezza dell’Io umano.

Dunque l’uomo da tempi remotissimi portava in sé da parte di Zeus il corpo astrale, dalla parte della terra Persefone. Il greco antico era consapevole di portare in sé qualcosa la cui origine non poteva scorgere quando guardava in alto alle gerarchie delle divinità superiori. Perciò contava quello che portava in sé tra i cosiddetti dei inferi, tra quelle divinità che erano legate al divenire della terra e in cui gli dei superiori non avevano parte: «Porto in me nella mia essenza qualcosa, e devo a questo proprio la mia consapevolezza terrena, che gli dei superiori del mondo di Zeus, di Poseidone o di Plutone non possono darmi direttamente, ma in cui possono solo concorrere».

Dunque sulla terra v’era qualcosa oltre a ciò che macrocosmicamente erano le forze di Zeus, Poseidone e Plutone: qualcosa su cui Zeus poteva solo guardare, che lui stesso non poteva produrre. Per tutti i motivi che ho esposto, la mitologia greca, con buone ragioni, lascia che il Dioniso più antico, Dioniso Zagreo, sia un figlio di Persefone e di Zeus.

Tutte le forze entro la vita terrestre che agiscono preparatoriamente nei tempi antichi per la consapevolezza dell’Io umano, sono — se le consideriamo microcosmicamente all’interno dell’uomo — l’antica consapevolezza chiaroveggente. Se le consideriamo macrocosmicamente, come imperversano negli elementi della terra, sono il Dioniso più antico.

Dunque allora, quando l’uomo aveva un Io che ancora non era l’Io attuale con la sua forza intellettuale, ma era il precursore dell’Io attuale, la consapevolezza chiaroveggente antica, ora divenuta subconscia, allora quest’uomo guardava — era ancora così presso i Greci — alle forze macrocosmiche che in noi versano queste forze dell’Io, e le chiamava il Dioniso Zagreo, l’antico Dioniso.

Ma il Greco sentiva qualcosa di molto particolare rispetto a tutto quello che questo antico Dioniso poteva dargli. Il Greco viveva effettivamente in una cultura già intellettuale, anche se ancora saturo di fantasia, ancora vivente interamente in immagini. Ma entro le immagini era già una cultura intellettuale. Solo i tempi più antichi mostravano ancora una cultura chiaroveggente. Tutto quello che storicamente dalla Grecia è giunto ai tempi successivi è una cultura intellettuale, se pure piena di immagini e imbevuta di fantasia.

Così il Greco nella sua consapevolezza guardava verso un’epoca antica, dove propriamente era a casa l’antico Dioniso, che faceva stillare nella natura umana ciò che era ancora un Io chiaroveggente. E il greco antico sentiva come tragico il fatto che si diceva: «Un tale Io chiaroveggente antico il nostro mondo terrestre non può più accogliere».

Immaginatevi per un momento di entrare vivamente in tale anima greca. Essa guardava come ricordandosi a epoche antiche passate e si diceva: «Un tempo c’era un’umanità che viveva con la consapevolezza fuori dal corpo fisico, dove l’anima, per così dire, indipendentemente da questa parte dello spazio racchiusa dalla pelle, viveva unita negli spazi mondiali. Ma quei tempi sono passati, appartengono al passato».

Nel frattempo questa consapevolezza dell’Io si era sviluppata in modo che l’uomo in verità non poteva fare diversamente che sentire il suo Io rinchiuso in uno spazio racchiuso dalla pelle.

Con questo era connesso ancora qualcos’altro. Immaginatevi che per un miracolo del mondo accadesse che ogni singola anima che sta nei vostri corpi fisici uscisse, si estendesse negli spazi immensi. Allora queste anime fluirebbero l’una nell’altra, non sarebbero separate. Quante teste qui sedessero, su tanti punti singoli le anime potrebbero indicare come loro proprietà. Ma le anime si mescolerebbero là sopra e avremmo un’unità.

Se allora le anime rientrassero di nuovo da questa consapevolezza elevata nei singoli corpi, cosa accadrebbe all’unità? Sarebbe frammentata in tanti corpi quanti qui sedessero. Raffiguratevi questo sentimento, pensate che l’anima greca sapeva: c’era una consapevolezza dove le singole anime erano unite fra loro e formavano un’unità, dove l’essenza dell’anima umana aleggiava sulla terra e nessuno poteva veramente distinguersi dagli altri come un’essenza d’Io. Poi venne un’epoca in cui questa essenza d’Io abbandonò la sua unità e ogni singola anima gocciolò in un corpo.

Questo momento, l’immaginazione greca lo rappresentava in un’immagine grandiosa nella figura del Dioniso fatto a pezzi. E con un tratto delicato questa mitologia greca aveva intrecciato nella leggenda di Dioniso la figura di Zeus da un lato e la figura di Era d’altro canto.

Abbiamo detto: Zeus è la potenza centrale delle forze macrocosmiche che corrisponde alla loro immagine, le forze dell’anima radicate nel corpo astrale. Queste forze dell’anima provengono dalla Luna antica. Zeus sostanzialmente anche, sì che Zeus ha parte nella creazione del Dioniso, che come Dioniso più antico dapprima è un figlio di Zeus e di Persefone. Così la parte di Zeus nella creazione del Dioniso consiste nel fatto che rappresenta l’unitario, l’incontaminato, il non-frammentato.

Uno sviluppo diverso ha compiuto la figura che ci si presenta nella dea femminile Era. Essa ha compiuto uno sviluppo che era essenzialmente più avanzato in certa relazione spirituale dello stesso Zeus, in quanto tendeva più verso il terrestre, mentre Zeus era rimasto indietro. Mentre Zeus era rimasto indietro nell’evoluzione lunare antica, era rimasto rigido su questa, Era proseguì oltre e assunse in sé certi momenti che potevano essere utilizzati sulla terra.

Era appartiene alla categoria di quegli esseri luciferici che si adoprano proprio a portare avanti la frammentazione, l’individualizzazione degli uomini. Perciò Era è spesso rappresentata come la gelosa. La gelosia può sorgere solo dove le individualità sono demarcate: dove si sanno unite, la gelosia non sorge. Era appartiene a quelle figure divine che promuovono assolutamente la particolarizzazione, l’individualizzazione, la separazione. Perciò Era è attiva quando Dioniso deve essere fatto a pezzi, mentre era nato dall’unione di Zeus con Persefone.

Quando l’uomo antico aveva la consapevolezza chiaroveggente come consapevolezza di unità, Era come divinità individualizzante intervenne — ciò si esprime figuratamente nella sua gelosia — e chiamò gli dei, che erano concentrati nelle forze della terra, i Titani, affinché facessero a pezzi l’antica consapevolezza di unità, perché entrasse nei singoli corpi. Ma con questo da prima questa consapevolezza fu chiusa fuori dal mondo.

Tragicamente il greco antico guardava indietro alla consapevolezza chiaroveggente antica, che viveva fuori dal corpo fisico e si sapeva una con tutte le cose fuori, poiché su questa si poteva guardare solo come su qualcosa di passato. Se nient’altro fosse accaduto, se soltanto l’atto di Era fosse rimasto l’unico, allora gli uomini sulla terra camminerebbero fianco a fianco, ciascuno rinchiuso nella sua più stretta personalità.

Gli uomini non si capirebbero mai l’uno l’altro. Ma neppure il loro ambiente, gli elementi della terra, il mondo gli uomini potrebbero mai comprendere. Gli uomini potevano considerare i loro propri corpi come loro proprietà, sentirsi chiusi dentro il loro corpo come in una casa, forse il pezzo più prossimo dell’ambiente sentirlo come una chiocciola la sua conchiglia, ma non oltre: in una consapevolezza universale il loro Io non si allargherebbe mai. Questo è veramente quello che Era aveva voluto: separare completamente gli uomini nella loro individualità.

Che cosa ha salvato gli uomini da questa separazione, così che — anche se il loro Io ha assunto forma intellettuale — tuttavia questo Io è divenuto tale che ora questa consapevolezza posteriore, che non è più chiaroveggente, bensì intellettuale, attraverso la conoscenza, attraverso il sapere intellettuale, potrebbe formarsi un’immagine del mondo, che potrebbe andare oltre, collegare le cose fra loro?

Mentre lo sguardo chiaroveggente in uno abbraccia l’immagine del mondo, allo sguardo intellettuale è serbato di andare da un pezzo all’altro del mondo, collegare fra loro i singoli pezzi della nostra visione del mondo e da essi creare un’immagine totale nel sapere intellettuale, nella scienza intellettuale.

Così accadde qualcosa che potrebbe descriversi così: l’operare di Era non fu il solo a continuare a svilupparsi, bensì l’intellettualità dell’Io fu posta in rilievo. E l’uomo, benché non potesse lui stesso vivere con la sua chiaroveggenza nelle cose come il Dioniso Zagreo, almeno potrebbe formarsi in modo consapevole immagini del mondo, un’immagine totale del mondo.

Il greco pensava che la potenza centrale per questa immagine mondiale, che ci facciamo per i pensieri e le immagini di fantasia con cui abbracciaimo il mondo, fosse rappresentata dalla divinità Pallade Atena.

In verità, l’immagine intellettualistica del mondo, la saggezza intellettualistica ha salvato il Dioniso fatto a pezzi. In altre parole: l’antica consapevolezza di unità, che era stata tratta nei corpi. Ha condotto di nuovo fuori da sé la consapevolezza umana.

Perciò questo raffigurazioni sottile della leggenda di Dioniso, che da tutte le parti Pallade Atena il cuore del Dioniso, dopo che era stato fatto a pezzi dai Titani su istigazione di Era, salvò e lo portò a Zeus. È un tratto straordinariamente sottile, pieno di saggezza, che corrisponde completamente ai miracoli mondiali che la scienza dello spirito oggi nuovamente ci dischiude e di fronte alle cui profondità possiamo solo stare in adorazione ammirando.

Quello che è rappresentato macrocosmicamente, che il Dioniso è fatto a pezzi e che il suo cuore è salvato da Pallade Atena e portato a Zeus, è ancora una volta il contrappelo macrocosmico di qualcosa che microcosmicamente avviene in noi.

Sappiamo che la manifestazione fisica dell’uomo terrestre è il sangue, che il cuore muove. Cosa sarebbe accaduto, teoricamente parlando, se l’ampliamento intellettualistica dell’Io verso l’immagine intellettuale del mondo non avesse salvato il fatto che questo Io fosse rinchiuso nel corpo umano? Figuratamente parlando, cosa sarebbe accaduto se Pallade Atena non avesse salvato il cuore del Dioniso fatto a pezzi e l'avesse portato a Zeus?

Allora gli uomini camminerebbero, ciascuno chiuso nella propria forma corporea, entro quelle forze microcosmiche della sua forma corporea, che rappresentano meramente gli istinti egoistici inferiori, attraverso cui l’uomo appunto vuole chiudersi come essenza singola, rinchiusa nella sua pelle. L’uomo porta in sé queste forze, che hanno portato alla frammentazione del Dioniso. Sono gli istinti inferiori della natura umana, che agiscono nella natura umana in modo istintuale, bestiale, e che costituiscono i fondamenti del vero egoismo umano.

Da questi istinti si sviluppano simpatia e antipatia, gli istinti — il carattere istintuale di ciò che va dall’istinto nutritivo da altri istinti fino all’istinto riproduttivo, che appartiene davvero alla serie degli istinti inferiori. Se dipendesse solo da Era, se Pallade Atena non fosse intervenuta salvando, l’uomo avrebbe sviluppato solo entusiasmi che procedessero da questi istinti inferiori: entusiasmi per il cibo, per la riproduzione, insomma per gli istinti inferiori soltanto.

Cos’è dunque accaduto, che l’uomo ha superato questa pura natura umana inferiore mirata all’egoismo? È anch’essa Ioità, quella che riguarda tutti questi istinti, ma esiste qualcosa nella nostra natura umana, che ci porta oltre tutti gli istinti inferiori nominati. Quello che ci porta così oltre gli istinti inferiori è il fatto che con il nostro cuore possiamo sviluppare ancora un altro entusiasmo rispetto a quegli entusiasmi egoistici, che mirano alla conservazione del corpo nell’istinto nutritivo, alla conservazione della specie nell’istinto sessuale.

Ma tutto questo lascia la natura umana nonostante ciò impaniata nell’egoismo. Solo perché questi istinti si mescolano con qualcos’altro, può pure in certa misura il carattere dell’egoismo, dell’esser chiusi nel corpo, essere tolto da essi. Ma c’è qualcosa di superiore, legato al nostro cuore, specificamente al nostro circolo sanguigno, che sviluppa entusiasmi superiori.

Quando il nostro cuore batte per il mondo spirituale e per i grandi ideali del mondo spirituale, quando il nostro cuore arde per lo spirituale, quando sentiamo così intensamente verso il mondo spirituale come l’uomo con i suoi istinti inferiori sente nella vita erotica, allora la natura umana è trasfigurata e spiritualizzata da quello che Pallade Atena ha aggiunto all’atto di Era. Una consapevolezza piena di questo fatto straordinario l’umanità se l'approprierà solo nel corso del tempo, poiché c’è ancora molto nella natura umana odierna che vuole contraddire queste cose.

Quanto spesso sentite dire: «Ah, ci sono teste così contorte, che si infiammano per ogni sorta di cose che in realtà non esistono! Quelli sentono egualmente caldi sentimenti verso astrazioni, verso quello che ci si deve soltanto immaginare, come altrimenti gli uomini sentono verso quella che si chiama la vita reale, il che significa niente altro che verso gli istinti nutritivi e altri istinti inferiori». — Ma coloro che, verso il sovrumano, verso quello che non mira agli istinti inferiori, possono avere un entusiasmo ardente, così che sentono verso il mondo sovrumano come verso una realtà, questi si sono dati a quello che Pallade Atena ha portato a Era. Questo è il contrappelo microcosmico per le forze che operano fuori, che sono espresse magnificamente in immagine nella mitologia greca dal fatto che Pallade Atena salva il cuore del Dioniso fatto a pezzi e lo porta a Zeus, che lo nasconde nei suoi lombi.

Dopo che l’antica consapevolezza chiaroveggente era entrata negli uomini, si era mescolata con la loro natura corporea, con quello che è espresso così meravigliosamente dal fatto che la natura del Dioniso è nascosta nei lombi di Zeus. Tutto ciò che uscirebbe dal Dioniso fatto a pezzi, avrebbe avuto nel microcosmico il suo contrappelo in ciò che esce dalla natura corporea inferiore dell’uomo. Così vediamo meravigliosamente accordarsi con la scienza dello spirito quello che è espresso nelle immagini grandiose della leggenda antica di Dioniso.

Ora ci viene raccontato come si è sviluppata ulteriormente l’antica consapevolezza chiaroveggente, rappresentata dal Dioniso più antico, verso il Dioniso più giovane, verso la consapevolezza posteriore, verso la nostra odierna consapevolezza dell’Io, verso la forza del Dioniso posteriore.

Perché la consapevolezza dell’Io odierna con la sua cultura intellettuale, con tutto quello che consegue dalla nostra ragione, dal nostro Io, ha il suo contrappelo macrocosmico nel secondo Dioniso, che sorge dal fatto che dal cuore salvato del Dioniso fatto a pezzi la pozione d’amore per Semele è formata, attraverso cui avviene il legame di Semele, cioè di una donna mortale, con Zeus, con le forze del corpo astrale. Dunque un essere, che è veramente già un altro uomo, si unisce con quello che proviene dalla Luna antica, e da ciò sorge allora l’uomo della nostra epoca presente, che ha il suo contrappelo macrocosmico nel Dioniso più giovane, nel figlio di Zeus e di Semele.

Di questo Dioniso, cosa ci viene raccontato? Sì, se è il contrappelo macrocosmico delle nostre forze intellettuali dell’Io, allora deve essere, per così dire, l’intelligenza che passa sulla terra, si diffonde negli spazi mondiali. Se il Greco ha sentito correttamente, dovrebbe raffigurarsi sotto il Dioniso più giovane, sotto il contrappelo macrocosmico del nostro Io intellettuale, l’intelligenza che cammina sulla terra.

Dovrebbe immaginarsi che fuori nello spazio cammina un’essenza, che è come l’intelligenza che passa sui paesi. Meraviglioso, cari amici! La consapevolezza greca antica ci racconta nella splendida leggenda del secondo Dioniso che questo è partito dall’Europa, ha viaggiato lontano verso l’India, ha ovunque insegnato agli uomini la scienza, l’agricoltura, la coltivazione della vite e così via, ha viaggiato verso l’Arabia, di nuovo indietro attraverso l’Egitto.

Tutto quello che è cultura intellettuale è collegato al viaggio del Dioniso più giovane. È davvero così nella mitologia greca: quello che altrimenti, se parliamo in modo secco, sobrio, astratto, chiamiamo la diffusione della cultura intellettuale, la mitologia greca antica lo chiamava il viaggio del Dioniso più giovane, che insegnava agli uomini agricoltura, coltivazione della vite, scienza, ma anche la scrittura e simili: il viaggio sulla terra.

Meravigliosamente si collegano i pensieri del Dioniso più antico e di quello più giovane. Sono immagini per l’umanità in avanzamento con la sua consapevolezza chiaroveggente più antica, che ha il suo contrappelo macrocosmico nel Dioniso più antico, verso la consapevolezza intellettuale più recente dell’Io, che ha il suo contrappelo macrocosmico nel Dioniso più giovane.

Consideriamo ancora una volta il pensiero che avevamo potuto mettere all’inizio del discorso odierno: che veramente gli dei greci antichi erano uomini atlantici. Il Dioniso più antico, ne sentirete che come figlio di Persefone e di Zeus è effettivamente ancora assai affine — benché abbia già assunto elementi terreni, che però ha assunto da fuori — con quello che gli dei della gerarchia di Zeus sono essi stessi.

È il figlio di Zeus e di Persefone, di un’essenza sovrumana. Questo Dioniso più antico è, dal fatto che è ancora il figlio di Zeus e di Persefone, cioè di una figura sovrumana per il tempo post-atlantico, affine con la sua intera essenza alla gerarchia di Zeus. Perciò la consapevolezza greca antica sente chiaramente e lascia trasparire nella leggenda: questo Dioniso più antico, questo Dioniso Zagreo viveva come uomo, ma viveva come gli altri dei greci come uomo atlantico fra gli uomini dell’epoca atlantica, e camminava intorno. Ma quando passate in rassegna lo spirito intero della leggenda del Dioniso più giovane, potete vedere trasparire la consapevolezza che il Dioniso più giovane, che è già affatto affine all’uomo — proviene infatti da una madre umana — sta effettivamente più vicino agli uomini che agli dei.

Perciò la leggenda lascia trasparire, e questo è di nuovo vero, che il Dioniso più giovane fu effettivamente nel remoto passato generato nella Grecia stessa e — incarnato in un corpo carnale post-atlantico — visse. Quello che è la cultura intellettuale umana, che si diffonde nello spazio, questo contrappelo spirituale macrocosmico del nostro Io intellettuale, questo era una volta — esattamente come le forze di Zeus in un Zeus atlantico — nel tempo post-atlantico, grosso modo nell’epoca greca preistorica stessa, incorporato come un singolo uomo nel vivo Dioniso, cioè nel Dioniso più giovane.

Questo Dioniso visse, il più giovane, e apparteneva agli eroi greci antichi. Visse e crebbe in Grecia, e percorse — poiché questo viaggio ha effettivamente avuto luogo — l’Asia fino giù all’India. E una gran parte della cultura indiana, non quella parte che è rimasta dai Rishi santi antichi, bensì un’altra parte, proviene da questo Dioniso più giovane. Poi si mosse con le sue schiere di abitanti terrestri verso l’Arabia, la Libia, di nuovo indietro fino alla Tracia. Questo viaggio, come un grande viaggio preistorico, ha effettivamente avuto luogo. Dunque una figura di Dioniso, che effettivamente visse come uomo, accompagnata da un seguito strano che la mitologia raffigura come Sileni, come Fauni e simili, si mosse come un grande condottiero attraverso Arabia, Libia, Tracia, di nuovo in una ronda verso la Grecia.

Un vero uomo del tempo post-atlantico, del tempo greco, della remota epoca preistorica era il Dioniso più giovane. E quando il Dioniso più giovane trovò la sua morte terrestre, la sua anima si versò nella cultura intellettuale dell’umanità. E si può legittimamente e veramente porre la domanda: vive oggi il Dioniso più giovane?

Sì, cari amici, andate nel vasto mondo, vedete tutto quello che come cultura intellettuale vive nel mondo, considerate quello che è spirituale in ciò che i nostri storici moderni della storia e gli storici della cultura, in una forma così desolatamente sobria e astratta, chiamano le idee della storia o come si chiamino queste fantasie — considerate tutto questo nella sua concreta realtà! Considerare questo concreto, macrotellurico, che come uno strato spirituale circonda la terra, che vive da epoca a epoca, che vive in tutti i cervelli, ma che anche come un’atmosfera della cultura intellettuale avvolge tutti i nostri uomini nella vita quotidiana, considerare proprio questo!

In questo vive il Dioniso più giovane: sia che guardiate a quello che è insegnato nelle nostre università, sia che guardiate a quello che come cultura intellettuale è versato sulle macchine delle nostre industrie, sia che guardiate a quei pensieri che sono fluiti nel mondo e che vivono nel sistema bancario e borsistico come atmosfera di ragione sulla nostra terra. In tutto questo vive il Dioniso più giovane secondo la sua anima.

Quest’anima del Dioniso più giovane gradualmente si è versata su tutta la nostra cultura intellettuale terrestre, dopo che la singola personalità individuale del Dioniso più giovane, che aveva intrapreso il grande viaggio, come singola personalità è morta.

6°L'entità dell'Io e la figura umana

Monaco, 23 Agosto 1911

In questi cicli di conferenze si è posta attenzione ripetuta su qualcosa che è sorto dalle rappresentazioni sceniche premesse ai cicli medesimi, e che al contempo si intreccia intimamente con il fine assegnato al ciclo di quest’anno. Si è posto lo sguardo sulla configurazione del mondo divino greco. Se ci poniamo brevemente la domanda: «poiché vogliamo illuminarci su meraviglie cosmiche, prove dell’anima e rivelazioni dello spirito, perché abbiamo dunque parlato tanto del mondo divino greco?», possiamo dare questa risposta: che proprio attraverso una siffatta considerazione possiamo procurarci una base necessaria per la concezione spirituale del mondo.

L’abbiamo già indicato: il concetto di natura e di esistenza naturale quale possediamo noi oggi come concetto moderno, non l'aveva l’antico Greco. Leggi chimiche, fisiche, biologiche nel nostro significato odierno non le troveremmo mai se riportassimo davanti agli occhi la Grecia antica così com’era veramente nel suo pensiero e nella sua sensibilità. Ciò che brillava nell’anima dell’antico Greco, ciò che si accendeva nello spirito di questa meravigliosa cultura greca quando lo sguardo — sia quello fisico, sia quello della chiaroveggenza — si dirigeva verso le meraviglie cosmiche, e ciò che si configurava come una forma di sapienza, di conoscenza, non può essere caratterizzato altrimenti che con la meravigliosa configurazione del mondo divino greco.

Chi osservi questo mondo divino così come viene comunemente osservato, senza alcun legame interiore, non conosce in verità ciò che esso intende manifestare. Questo mondo divino greco, nella sua saggia articolazione, è nient’altro che la risposta che il Greco poteva dare alla domanda: «Che cosa può brillare nell’anima umana quando questa anima contempla le meraviglie cosmiche?». Non con una legge naturale nel nostro significato odierno l’antico Greco ha risposto ai misteri e alle meraviglie cosmiche, bensì attraverso la configurazione di aspetti delle divinità o delle forze divine. Per questo motivo non possiamo fare altro che ricercare, in quei fili meravigliosi che abbiamo seguito e che negli ultimi discorsi ci si sono mostrati in modo così colpente, tutti i nessi che unificano questo mondo divino greco, il vero equivalente della nostra sapienza così arida, fredda, astratta.

Se vogliamo veramente progredire nella scienza dello spirito, dobbiamo acquisire una sensazione, una percezione che il mondo delle meraviglie cosmiche può essere pensato e percepito in modo del tutto diverso da come lo fa la sapienza nuova, moderna. Nel discorso precedente, nel momento in cui ci siamo rappresentati la figura di Dioniso, abbiamo già indicato qualcos’altro. Mentre il resto del mondo divino si presentava come ciò che brillava nell’anima del Greco quando voleva comprendere le meraviglie cosmiche, nella figura di Dioniso ci si presenta qualcosa in cui l’antico Greco ha celato — e lo possiamo dire nel senso più ampio — la contraddizione della vita.

Non si può procedere oltre senza volgere lo sguardo a questa contraddizione della vita. La logica astratta, il pensiero intellettuale astratto sempre tenterà, proprio nelle più elevate concezioni del mondo, di scoprire contraddizioni per poi dire: «Questa concezione del mondo è piena di contraddizioni, quindi non può sussistere». — Però la cosa sta così: il vivente, la vitalità della trama delle nostre meraviglie cosmiche è dappertutto attraversata dalla contraddizione; anzi, nella realtà non sarebbe possibile alcun divenire se la contraddizione non riposasse nel fondamento dell’essenza di tutte le cose.

Perché il mondo è oggi diverso da ieri? Perché qualcosa diviene, perché non resta tutto come era? Perché nella configurazione delle cose di ieri vi era una contraddizione verso se stessa, e attraverso la realizzazione di questa contraddizione, attraverso l’espulsione di essa dalla configurazione di ieri, la configurazione odierna è sorta. Chi considera le cose come realmente sono non deve dire: «Mediante l’evidenza di contraddizioni mostriamo le falsità». — Perché nelle realtà riposano le contraddizioni. Come sarebbe l’anima umana se fosse priva di contraddizioni? Tutta la nostra vita, se ripercorriamo all’indietro un qualsiasi punto nel tempo, si è mossa entro contraddizioni.

Se in un punto successivo siamo più perfetti che in uno precedente, ciò accade perché abbiamo eliminato lo stato precedente, l’abbiamo trovato contraddittorio rispetto alla nostra propria essenza interiore; sicché nella contraddizione con ciò che era abbiamo prodotto una realtà del nostro proprio essere interiore. Dappertutto nel fondamento di tutti gli esseri riposa la contraddizione. Questa contraddizione la troviamo particolarmente — e cosicché parla non soltanto al nostro intelletto, alla nostra filosofia, bensì al nostro cuore, a tutta la nostra essenza animica — quando consideriamo nel senso della scienza dello spirito l’uomo completo, l’uomo quadruplice così come siamo abituati a considerarlo attraverso i fatti occulti.

Deve sempre stare davanti alla nostra anima questa struttura fondamentale della nostra scienza dello spirito: che l’uomo come si presenta davanti a noi è veramente composto da corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e il suo Io. Di questi quattro arti consiste la nostra essenza umana. Guardiamo ora questi quattro arti dell’uomo come essi si presentano anzitutto sul piano fisico, nel mondo fisico. Vogliamo quindi per un momento prescindere da come l’essenza umana appare allo sguardo chiaroveggente; vogliamo chiedere: come si presentano i quattro arti dell’essenza umana agli occhi fisici, al mondo fisico? — Prendiamo dapprima l’arto più interiore dell’essenza umana, che consideriamo, come voi sapete, il più giovane, l’Io o meglio il portatore dell’Io.

La proprietà più notevole di questo Io umano sorge subito davanti all’anima a chiunque consideri il mondo con un minimo di intelligenza. Qual è la proprietà più notevole di questo Io umano? Che con il nostro apparato sensoriale esteriore, con tutto ciò che possediamo di capacità conoscitive per il mondo fisico, possiamo andare in giro nel mondo da tutte le parti e non troveremo mai questo Io. Non è visibile ai nostri occhi e non è percettibile a nessuna capacità conoscitiva esterna. Perciò quando ci poniamo di fronte a un altro uomo nel mondo fisico, quando vogliamo considerarlo solo fisicamente, quando non ricorriamo all’occhio della chiaroveggenza, non possiamo mai osservare in un altro uomo questo Io con i soli strumenti fisici.

L’uomo ci sta davanti, ci mostra la sua forma esterna, ma il suo Io si sottrae agli strumenti di conoscenza fisici. Andiamo fra gli uomini e non vediamo i loro Io con gli organi di percezione esterna. Se qualcuno credesse di poter vedere gli Io, sarebbe la più grande possibile illusione. Perciò non possiamo neppure considerare questo Io in sé con le capacità conoscitive fisiche esterne. Possiamo solo considerare le manifestazioni di questo Io attraverso gli organi del corpo fisico. Un uomo può essere un soggetto completamente mendace nel suo interiore: se non esprime la menzogna in modo che passi nel mondo fisico esteriore, al suo Io non possiamo vederla con gli strumenti fisici esterni, perché l’Io non può essere percepito affatto con strumenti fisici esterni.

Per questo motivo accade che, per quanto ricerchiamo con le capacità conoscitive fisiche esterne, questo Io ci si presenta una sola volta. Benché sappiamo esattamente che ci sono così tanti Io sulla terra, per la percezione esso ci si presenta una sola volta: cioè come il nostro proprio. Nel mondo fisico o per gli strumenti di conoscenza fisici esiste per ogni uomo una sola possibilità di percepire l’Io, ed è il proprio. Sicché possiamo dire: l’Io, questo arto più giovane e anche più elevato dell’essenza umana, ha la peculiarità che noi possiamo percepirlo, riguardo alla sua esistenza, alla sua realtà, soltanto in un esemplare: in noi stessi. Per tutti gli altri uomini esso si chiude per noi entro il loro involucro corporeo.

Andiamo ora dall’Io come l’arto più interiore, come il più giovane, ma anche il più elevato dell’essenza umana, all’arto più esteriore, al corpo fisico. Il corpo fisico è, come voi sapete da diverse espressioni tanto scritte come orali degli ultimi anni, nella sua vera essenza interiore naturalmente percettibile soltanto a una coscienza chiaroveggente. Alla coscienza esterna, alle forze del mondo fisico, alle capacità conoscitive fisiche dell’uomo il corpo fisico si presenta soltanto come la maya esterna o illusione.

Ciò che abbiamo davanti a noi nell’uomo come suo corpo fisico è maya esterna, illusione. Ma questa illusione del corpo fisico si presenta a noi in tanti esemplari quanti sono gli uomini che incontriamo sulla terra. Milioni e milioni di volte questa illusione si presenta ai nostri sensi. Il nostro proprio corpo fisico si mostra in questa relazione, poiché è maya, completamente della medesima natura con i corpi fisici degli altri uomini. Ora sussiste una grande differenza tra la percezione del nostro proprio Io, che ci è dato in un solo esemplare, e la percezione dei corpi fisici umani, che ci sono dati in tanti esemplari quanti siamo gli uomini che conosciamo sulla terra.

L’Io lo conosciamo soltanto allora quando rivolgiamo in noi stessi il nostro riconoscimento fisico. Dobbiamo guardare dentro di noi con la nostra capacità conoscitiva acquistata sul piano fisico se vogliamo imparare a conoscere il nostro Io. Forse deve essere sottolineato qui, perché talvolta anche fra i pensatori vi è oscurità in questa relazione: quello che qui si intende è che ciò che del nostro Io viene percepito con capacità conoscitive fisiche appartiene completamente al mondo fisico. Sarebbe un grande errore dire che ciò che un uomo qualsiasi trova con le sue normali facoltà nel suo interiore come suo Io appartiene a un mondo diverso dal fisico.

Se qualcuno volesse contare l’Io, che non è contemplato chiaroveggentemente bensì con le normali facoltà, a un mondo diverso dal piano fisico, si abbandonerebbe a un grande errore. Le cose si presentano diversamente nei mondi superiori per la coscienza superiore; anche l’Io è per la considerazione chiaroveggente un qualcosa di diverso da ciò che si trova nel nostro interiore con la coscienza normale. Di questo Io, di cui parla la psicologia esterna e tutta la scienza esterna, non dobbiamo credere nulla di diverso se non che esso è qualcosa che appartiene al piano fisico. Ma lo guardiamo dall’interno; e poiché noi siamo per così dire in questo Io, poiché lo guardiamo dall’interno, non gli stiamo di fronte esteriormente. Possiamo dunque dire: questo Io certamente lo conosciamo solo sul piano fisico, ma qui almeno secondo la sua essenza interiore attraverso le capacità conoscitive immediate.

Quel che invece il corpo fisico esteriore è, che noi vediamo in così tanti esemplari nel mondo, lo conosciamo solo come maya. Perché nel momento in cui la capacità chiaroveggente, la chiaroveggenza si oppone al corpo fisico, questo corpo fisico si dissolve come nebbia, si disperde e si mostra come maya. E se vogliamo conoscere il corpo fisico nella sua vera forma, dobbiamo salire non soltanto al piano astrale bensì alle regioni più elevate della terra spirituale, al piano devachico. È dunque necessaria una chiaroveggenza elevata se vogliamo veramente imparare a conoscere il corpo fisico nella sua vera forma.

Qui in basso nel mondo fisico questo corpo fisico ha solo un’immagine completamente illusoria, e questa immagine vediamo quando ci opponiamo esteriormente a questo corpo fisico. Cosicché abbiamo una trama di fatti altamente strana, contraddittoria, se portiamo lo sguardo su questi due arti dell’organismo umano, il più basso e il più elevato. Il corpo fisico umano lo vediamo come maya qui in basso nel mondo fisico, cioè lo vediamo così che non è in alcun modo adeguato alla nostra essenza più intima. L’Io però lo vediamo qui in basso nel mondo fisico così come esso, quale essenza fisica, è ben adatto alla nostra essenza interiore.

Vi prego di prestare buona attenzione a ciò; è un fatto straordinariamente importante. Desidero caratterizzare per voi da un’altra parte questo fatto altamente strano in forma semifigurativa, eppure con la massima serietà della realtà. In forma semifigurativa, ma così che questa forma semifigurativa mediante la sua pienezza è meglio adatta a esprimere la verità di questa cosa di quanto lo siano i concetti astratti. Come dobbiamo pensare — se ora mi sia permesso di parlare in forma semifigurativa e allo stesso tempo profondamente seriamente — che Adamo ed Eva nel Paradiso fossero prima della caduta? Sappiamo che si racconta che Adamo ed Eva prima della caduta fossero tali che non potevano vedere i loro corpi fisici esterni reciprocamente. E quando li videro, allora si vergognarono di questi corpi fisici. Con ciò è espressa una cosa straordinariamente profonda, un profondo mistero.

È indicato nella Bibbia dell’Antico Testamento perché dopo la caduta Adamo ed Eva si vergognassero dei loro corpi. È indicato che il corpo precedente che Adamo ed Eva avevano prima della caduta era più o meno un corpo spirituale, cioè tale che era accessibile solo a una coscienza chiaroveggente, che si presentava completamente diversamente da un corpo umano fisico, che esprimeva l’essenza dell’Io nella sua vera forma. Così dobbiamo dire: anche la Bibbia allude al fatto che l’essenza più intima dell’uomo, l’Io, era in una relazione del tutto diversa verso il corpo fisico prima della caduta di quanto non lo sia dopo.

Prima della caduta, il corpo che l’uomo possedeva era un'espressione, una manifestazione immediata dell’Io, poiché era di natura spirituale. Ma dopo la caduta il corpo divenne fisico, materiale, e quindi una maya che nasconde piuttosto che manifestare l’Io. Questo è il mistero profondo della caduta: non è solo una caduta morale, non è solo una trasgressione, bensì una trasformazione della natura medesima del corpo umano. È una contrazione della coscienza umana che diviene sempre più esteriore, sempre più legata ai sensi fisici, sempre più asservita alle percezioni sensoriali ordinarie.

Da quel momento in poi, il corpo fisico dell’uomo non è più la manifestazione immediata dell’Io bensì il suo velo, la sua maya. E da quel momento nasce lo sforzo della storia umana: trasformare nuovamente questo corpo fisico in modo che possa di nuovo esprimere l’Io in modo immediato. Questo è il compito evoluzionario dell’umanità: mediante la consapevolezza cosciente, mediante lo sviluppo spirituale consapevole, mediante l’evoluzione della coscienza, trasformare gradualmente il corpo fisico affinché diventi di nuovo uno strumento trasparente dell’Io.

La scienza dello spirito ci insegna che questo processo è effettivamente in corso, sia nel microcosmo dell’uomo individuale che nel macrocosmo della storia umana. Non avviene rapidamente, non avviene consapevolmente in ogni istante, ma lentamente, durante le ere cosmiche, il corpo fisico dell’uomo si trasforma, si spiritualizza, diviene sempre più trasparente all’Io che vive in esso. Questo è il vero significato della redenzione, della salvezza umana: non è un evento esteriore, non è un’assoluzione imposta da fuori, bensì una trasformazione della natura umana medesima dalla materia verso lo spirito, una reintegrazione del corpo al suo rango di manifestazione dell’essenza spirituale.

Ora, se contempliamo questa situazione come la scienza dello spirito ce la presenta, vediamo come emerge una contraddizione fondamentale all’interno della natura umana. L’Io, la parte più elevata, la più spirituale, la più consapevole dell’uomo, deve dimorare entro un corpo che è maya, che è illusione, che nasconde piuttosto che rivelare la sua vera natura. Questo è il conflitto centrale dell’esistenza umana, il conflitto da cui scaturiscono tutte le lotte dell’uomo, tutte le sue sofferenze e tutte le sue possibilità di crescita spirituale.

Se consideriamo ulteriormente gli altri due arti intermedi, il corpo eterico e il corpo astrale, vediamo come essi pure partecipano di questa contraddizione fondamentale della vita. Il corpo eterico, che è la sede delle forze vitali, rimane invisibile ai sensi fisici ordinari; eppure è presente in ogni uomo, operante in ogni uomo, e sostiene ogni sua funzione biologica e ogni suo processo metabolico. Il corpo astrale, che è la sede delle emozioni, dei desideri e delle passioni, è ancora più nascosto, ancora più inaccessibile ai sensi fisici ordinari. Solo mediante lo sviluppo cosciente della chiaroveggenza un uomo può percepire direttamente questi corpi nei loro dettagli e nella loro struttura intima.

Quella che emerge è questa situazione straordinaria e rivelatrice: l’Io, l’essenza più profonda e più reale dell’uomo, non è mai visibile ai sensi fisici ordinari se non dentro di sé medesimo. La maya, l’illusione, è visibile a tutti nella forma del corpo fisico che tutti possono percepire. I corpi sottili — il corpo eterico e il corpo astrale — rimangono nascosti alla percezione ordinaria, invisibili a chi non ha sviluppato facoltà sovrasensibili consapevolmente. Questa non è una casualità costruita arbitrariamente; è una struttura profonda della realtà umana. È la manifestazione, in forma incarnata, della contraddizione della vita stessa che anima l’universo.

L’uomo è una creatura della contraddizione vivente. Egli è spirito che dimora nella materia. È eterno che vive nel temporale. È infinito che si esprime attraverso il finito. È coscienza immortale che deve operare attraverso gli strumenti di un corpo fisico che non lo rappresenta adeguatamente, che anzi lo nasconde, che lo limita. Questa contraddizione è la sorgente della sua sofferenza, ma è anche la sorgente della sua dignità umana e della sua capacità di evoluzione verso forme superiori di essere.

Solo perché l’uomo è una contraddizione vivente egli ha la capacità di superare sé stesso, di trascendere le proprie limitazioni, di evolvere verso forme più elevate di coscienza e di essere consapevole. Se l’uomo fosse una creatura armoniosa e perfettamente adatta al suo ambiente, non avrebbe alcun motivo interno, nessuna spinta intrinseca per evolversi verso stati superiori. Ma è tormentato dalla contraddizione fra la sua essenza spirituale profonda e i suoi strumenti fisici limitati. Sente costantemente la discrepanza fra ciò che sa di essere veramente — spirituale, immortale, divino — e ciò che deve fare nel mondo fisico — agire con difficoltà, lottare contro resistenze, soffrire per le limitazioni. Per questo egli è spinto continuamente verso il proprio sviluppo, verso l’acquisizione di nuove forze spirituali.

Questa è la ragione profonda per cui il Greco antico collocava Dioniso al centro della sua spiritualità e della sua concezione del mondo divino. Dioniso non è una divinità ordinaria come Giove o Atena. Dioniso rappresenta il principio della contraddizione stessa, il principio del divenire, della trasformazione continua. Dioniso è colui che muore e risorge, colui che è umano e divino simultaneamente, colui che unisce gli opposti, colui che contiene in sé sia la divinità che l’umanità.

Dioniso è la rappresentazione vivente di quella contraddizione che sta al cuore non solo dell’uomo ma dell’universo intero. Quando il Greco antico contemplava Dioniso nella sua mente e nel suo cuore, contemplava in realtà il mistero più profondo della vita stessa: come la realtà più profonda, lo spirito più consapevole, possa abitare e vivere entro un involucro fisico esteriore che è maya; come il divino possa scendere e unirsi con la forma fisica materiale; come l’immortale possa dimorare nel mortale e temporale.

Se il Greco sapeva percepire il significato profondo di Dioniso non era perché fosse primitivo nel senso negativo o ignorante della logica ristretta, bensì perché aveva una percezione più viva e più profonda della realtà viva. Egli sapeva istintivamente, mediante la saggezza che viveva nelle sue religioni e nei suoi miti, che le verità più profonde della realtà non possono essere espresse in forma logicamente coerente secondo le categorie della logica astratta. Le verità più profonde, le realtà più vere parlano al cuore, alla totalità dell’essere umano, non soltanto all’intelletto razionale.

Per questo motivo Dioniso occupa un posto così centrale, quasi rivoluzionario, nella religione e nella saggezza greca. Non come una divinità minore o secondaria, bensì come la chiave principale per comprendere il mistero della vita stessa, il mistero della contraddizione vivente da cui nasce tutto il divenire, tutta l’evoluzione, tutta la bellezza e la tragedia dell’esistenza umana e cosmica.

Ora comprendiamo meglio perché abbiamo dedicato tanto tempo nel ciclo di conferenze di quest’anno al mondo divino greco e alle sue figure meravigliose. Non era un esercizio puramente di erudizione storica, benché abbia il suo valore e la sua importanza culturale. Era la necessità profonda di imparare a percepire come percepiva l’antico Greco. Cioè a riconoscere che il mondo più profondo della realtà non è puramente logico bensì vivente; che la verità più profonda non è astratta bensì concreta e pulsante; che il cosmo non è una macchina meccanica inerte bensì un organismo vivo pulsante di intelligenza e di volontà spirituale.

Quando la scienza dello spirito moderna ci insegna la natura quadruplice dell’uomo, quando ci parla della gerarchia delle gerarchie celesti che governano il cosmo, quando ci descrive l’evoluzione cosmica da ere remote e lontane fino a ere future e ignote, essa non ci sta soltanto insegnando fatti astratti circa la costituzione dell’universo. Sta portandoci a una percezione viva della realtà; ed è esattamente quella che il Greco antico aveva quando contemplava il suo mondo divino con amore e venerazione.

Questa è l’opera che adesso, in questo momento critico del nostro sviluppo umano, dobbiamo compiere: recuperare la capacità di sentire il vivo nelle cose, di percepire lo spirito che vive e agisce dietro le apparenze fisiche, di riconoscere che ogni cosa nel cosmo, dalla più piccola alla più grande, è una manifestazione di forze spirituali intelligenti che operano con saggezza immortale e amore cosmico. Quando avremo raggiunto questa capacità di percezione, quando l’uomo moderno avrà imparato a sentire il vivo nel cosmo così come il Greco antico lo sentiva nella sua religione viva, allora avremo compiuto il nostro compito evolutivo per questa fase della storia umana. Allora saremo pronti per il prossimo passo della nostra evoluzione spirituale verso forme sempre più elevate di consapevolezza e di partecipazione consapevole alla vita cosmica immortale e divina.

Questo è il messaggio profondo che il ciclo di conferenze di quest’anno porta a noi: non solo insegnamento intellettuale astratto, bensì vivente invito al risveglio di forze spirituali sopite in noi. Attraverso la meditazione consapevole su questi insegnamenti, attraverso la contemplazione paziente della natura quadruplice del nostro essere, attraverso la venerazione intensa del mondo divino greco come espressione vivente di realtà eterna e immortale, noi possiamo poco a poco trasformare la nostra coscienza. Possiamo imparare a vivere non soltanto come creature fisiche limitate in un mondo fisico limitato, bensì come esseri spirituali che hanno temporaneamente assunto forma materiale per compiere un’opera cosmicamente significativa e necessaria nell’evoluzione del universo intero.

Solo quando i singoli uomini avranno compreso in profondità questo insegnamento, quando avremo veramente integrato nella nostra coscienza il significato della natura quadruplice umana e il significato della contraddizione vivente, solo allora avremo realizzato veramente il proposito di questo ciclo di conferenze.

Non si tratta semplicemente di imparare nuove teorie circa l’universo e l’uomo. Si tratta di trasformare se stessi, di sviluppare nuove capacità percettive, di imparare a vivere consapevolmente dentro questa contraddizione che è il nostro lotto come esseri incarnati. Quando il Greco contemplava Dioniso, non stava semplicemente leggendo una teoria astratta. Stava permettendo al suo cuore, alla sua anima intera, di vibrare in risonanza con il mistero vivente della contraddizione.

Così anche noi, studiando la scienza dello spirito, non stiamo semplicemente accumulando conoscenze. Stiamo riallineando la nostra consapevolezza con le realtà eterne che stanno dietro il velo del mondo fisico. Stiamo imparando a riconoscere la divina saggezza che opera in ogni aspetto della creazione, dall’atomo più piccolo alle stelle più lontane.

Quando avremo sviluppato questa capacità di percezione, quando la nostra coscienza sarà sufficientemente sviluppata e sensitiva, scopriremo che il mondo divino greco non è morto e sepolto nel passato. Esso vive e pulsa eternamente dietro le forme fisiche della natura. Continua a operare, a guidare l’evoluzione cosmica, a chiamare l’uomo verso forme sempre più elevate di consapevolezza e di essere.

In questo ciclo di conferenze abbiamo cammminato insieme attraverso i misteri del mondo greco. Abbiamo contemplato le figure delle divinità come espressioni viventi di forze cosmiche e dei princìpi dell’evoluzione umana. Abbiamo visto come la figura di Dioniso rappresenta in maniera unica e profonda quella contraddizione che è il vero motore della vita.

Ora spetta a ciascuno di noi, nel nostro interiore più profondo, di portare questi insegnamenti a realizzazione nel nostro vivere quotidiano. Non è un compito facile, perché richiede una trasformazione radicale del nostro modo di percepire e di agire nel mondo. Ma è un compito che è stato affidato all’umanità in questa era della storia cosmica.

Che queste meditazioni che abbiamo condiviso insieme germinino nei vostri cuori e nelle vostre anime, portando frutto di saggezza spirituale, di capacità percettive ampliate, di una sempre più profonda consapevolezza della divina realtà che anima l’universo. Che possiamo tutti, insieme, compiere il nostro ruolo nell’evoluzione cosmica con consapevolezza e amore.

La lezione finale che desidero ancora condividere è questa: la scienza dello spirito, proprio come il mito greco, parla a livelli molteplici dell’essere umano. Al livello intellettuale, essa presenta una teoria coerente dell’universo e della costituzione umana. Ma ai livelli più profondi dell’anima e dello spirito, essa rappresenta una chiamata, un invito a trasformare noi stessi.

Quando meditiamo sulla natura quadruplice dell’uomo — il corpo fisico, il corpo eterico, il corpo astrale e l’Io — non stiamo semplicemente catalogando parti di una macchina. Stiamo riconoscendo che dentro di noi opera un universo intero di forze e di intelligenze. Stiamo prendendo consapevolezza di una realtà che è sempre stata dentro di noi ma che abbiamo dimenticato in questa epoca di materialismo dominante.

L’Io, che rimane invisibile ai sensi fisici ordinari eccetto in noi stessi, è il punto di contatto fra il temporale e l’eterno, fra il finito e l’infinito, fra la materia e lo spirito. È attraverso l’Io che l’uomo può sviluppare la consapevolezza della sua vera natura spirituale e immortale. È attraverso l’Io che l’uomo può gradualmente trasformare il corpo fisico, da mera maya, a manifestazione luminosa della realtà spirituale.

Questo è il compito davanti a noi. Non è un compito per pochi eletti, ma per l’intera umanità. Ogni uomo, ogni donna che percorra questo cammino di autotrasformazione consapevole sta compiendo un’opera non solo per se stesso ma per l’intera evoluzione cosmica.

Perciò le meditazioni e gli insegnamenti che abbiamo condiviso in questo ciclo di conferenze non sono per un passivo ascolto, bensì per un’attiva trasformazione della coscienza. Portate questi insegnamenti nel vostro interiore più profondo. Meditate su di essi. Lasciate che germoglino nella terra fertile della vostra anima. Permettete che portino il frutto della saggezza, della consapevolezza e dell’amore.

Allora, e solo allora, avremo veramente realizzato il proposito di questo ciclo, non come una semplice comunicazione di conoscenze, bensì come un vero risveglio spirituale.

In questi tempi difficili della storia umana, quando così tanti sono confusi dalle false sapienza e dalle illusioni della modernità, la vera scienza dello spirito offre una bussola ferma, un faro che brilla attraverso le nebbie dell’ignoranza spirituale. Essa ci insegna che sotto tutte le apparenze fisiche opera una realtà spirituale viva e intelligente. Ci insegna che l’uomo non è una macchina senza significato, ma un essere cosmico di incalcolabile valore e importanza.

Quando contempliamo questa verità profonda, quando lasciamo che essa trasformi veramente il nostro essere, allora diventiamo capaci di agire nel mondo con consapevolezza e con amore autentici. Allora possiamo compiere le nostre azioni quotidiane sapendo che contribuiamo alla grande evoluzione cosmica. Allora possiamo vivere come esseri umani veramente liberi e pienamente consapevoli della nostra dignità spirituale infinita.

Questo è il dono che la scienza dello spirito offre all’umanità moderna. Accoglietelo con gratitudine. Trasformatelo in vita vivente. Lasciate che diventi il fondamento della vostra esistenza quotidiana e della vostra evoluzione spirituale futura.

7°I misteri di Dioniso

Monaco, 24 Agosto 1911

Come caratterizzare ciò che è stato oggetto delle nostre considerazioni in questi giorni durante le conferenze? Potremmo dire che abbiamo tentato di ritrovare, nelle immagini grandiose della mitologia greca primitiva, come un’antica saggezza ciò che oggi riceviamo per mezzo della scienza dello spirito. Abbiamo visto effettivamente in quale misura straordinaria le cose che oggi conosciamo per altra via si trovano nella mitologia greca in modo spontaneo e quasi naturale.

Le concezioni abituali di questa mitologia greca devono necessariamente vacillare profondamente per la loro superficialità quando ci si rende conto di simili fatti. Soprattutto quando si scopre che i principi di conoscenza più profondi e significativi, ancora oggi non pienamente rivelati, erano già espressi in forma di immagini nella mitologia greca medesima.

Più profondo di tutto ciò che si collegava ai cosiddetti dei superiori dei Greci, a Zeus, Posidone, Plutone, Apollo, Marte e così via, più significativo di tutto questo sentivano i Greci quello che con un certo riferimento alla figura di Dioniso nascondevano nei loro misteri. Mentre tutto ciò che si collegava agli dei superiori era stato collocato nelle concezioni essoteriche del mondo esterno, ciò che si legava alla figura di Dioniso era conservato nella santità dei misteri e trasmesso soltanto a coloro che avevano compiuto una preparazione approfondita.

Quale era il contrasto tra ciò che i Greci sentivano mediante le concezioni degli dei superiori e ciò che era collocato nella santità dei misteri? Quale contrasto fondamentale risiedeva realmente in queste due visioni? Nelle concezioni degli dei superiori, di Zeus, Plutone, Posidone, Apollo, Marte e così via, era stato collocato tutto ciò che si può percepire mediante uno sguardo più profondo alle meraviglie del mondo, alle leggi di ciò che accade intorno all’uomo.

Ma in ciò che si collegava alla figura di Dioniso era stato aggiunto qualcosa di essenzialmente diverso: quello che significava i destini più profondi dell’anima umana che aspira al riconoscimento e all’accesso ai mondi sovrasensibili. Nei destini dell’anima conoscente e vivente nelle profondità, con tutte le prove che essa deve attraversare su questo cammino, era stata gettata luce mediante i misteri che si collegavano in certa misura al nome di Dioniso.

Se vogliamo giungere a una comprensione della figura di Dioniso e della sua relazione alle prove dell’anima, oggi già dovremo approfondire quello che dal punto di vista della scienza dello spirito contemporanea è innanzitutto da dire intorno all’anima umana che conosce.

Potrebbe sembrare che l’uomo contemporaneo abbia un’abbondanza di occasioni per informarsi sulla questione di che cosa sia realmente il conoscere il mondo. In tutti i paesi abbiamo una filosofia ampiamente diffusa e ci si aspetta che essa risponda alla domanda di come la conoscenza sorga. Ma dal punto di vista della scienza dello spirito la filosofia non ha ancora fatto grandi progressi nella risposta a questa domanda di come la conoscenza si realizzi.

Potete facilmente comprendere perché deve essere così. Finché la filosofia del mondo esterno esoterico si rifiuterà di riconoscere la verità circa l’uomo, cioè la composizione dell’uomo in corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e Io, finché la filosofia esterna non terrà conto di questa realtà quadripartita dell’uomo, non potrà pervenire a alcun vero concetto di conoscenza.

La conoscenza è legata all’interezza dell’essere umano e la domanda sulla conoscenza non può generare che frasi vuote, come sono così diffuse nella filosofia contemporanea, quando non si considera la reale essenza dell’uomo, la sua natura quadripartita. Naturalmente qui e per ragione della limitatezza del tempo posso soltanto alludere a queste cose; quindi posso parlarvi della natura e dell’essenza della conoscenza umana solo da un certo aspetto.

Ma ci capiremo se innanzitutto partiamo dalla domanda: mediante cui cosa l’uomo si procura la conoscenza, quale che sia il significato della conoscenza? Come otteniamo la conoscenza? Sapete tutti che l’uomo non potrebbe mai conseguire la conoscenza se non pensasse, se non compisse nella sua anima una sorta di lavoro di rappresentazione o di pensiero.

La conoscenza non viene da sé. L’uomo deve operare interiormente, deve lasciar scorrere rappresentazioni nella sua anima se vuole conoscere. E noi, come confessori della scienza dello spirito, dobbiamo domandarci: dove nella natura umana si svolgono quei processi che designiamo con il termine “rappresentare” e che conducono alla conoscenza?

Il sogno materialista della conoscenza dei nostri tempi, la fantasia filosofica contemporanea credono che la conoscenza si realizzi attraverso un lavoro cerebrale. Certamente durante la conoscenza si compie un lavoro cerebrale; ma se consideriamo che la cosa principale nella conoscenza è il lavoro interiore dell’anima nella vita rappresentativa, allora dobbiamo porre la domanda: ha questa vita rappresentativa nel suo contenuto, bene inteso nel suo contenuto, qualcosa a che fare con il lavoro che si svolge nel cervello?

Il cervello è una parte del corpo fisico. E tutto ciò che la vita rappresentativa è nel suo contenuto, tutto ciò che è il lavoro rappresentativo dell’anima che produce la conoscenza, tutto questo non arriva fino al corpo fisico: tutto questo si svolge nei tre membri superiori della natura umana, dall’Io scendendo attraverso il corpo astrale al corpo eterico.

Voi non troverete in alcun elemento della vita rappresentativa alcunché che si svolga nel cervello fisico esterno dal punto di vista del contenuto. Se dunque parliamo soltanto del contenuto rappresentativo, del lavoro rappresentativo, dobbiamo collocarlo esclusivamente nei tre membri superiori sovrasensibili della natura umana.

Allora possiamo domandarci: che cosa ha dunque il cervello a che fare con ciò che si svolge in modo sovrasensibile nella natura umana? C’è certamente la verità banale su cui si basano i filosofi e gli psicologi contemporanei: mentre conosciamo si verificano processi nel cervello. Certamente, questa verità banale è corretta e non deve essere negata.

Ma della rappresentazione nulla vive nel cervello. Quale significato ha il cervello, quale ha in genere l’organizzazione fisica corporea per la conoscenza, diciamo per il momento soltanto per la vita rappresentativa? Poiché devo essere breve, posso soltanto indicarvelo mediante un’immagine.

Il cervello ha esattamente lo stesso significato per quello che realmente accade nella nostra anima quando rappresentiamo e pensiamo quanto lo specchio per l’uomo che vi si guarda dentro. Quando camminate attraverso lo spazio con la vostra personalità, dapprima non vi vedete. Quando vi avvicinate a uno specchio vedete ciò che siete, come apparite.

Chi volesse affermare che il cervello pensa, che il lavoro rappresentativo avviene nel cervello, parlerebbe con la stessa intelligenza di chi si avvicina a uno specchio e dice: io non sono dove cammino; quella non sono io; devo una volta entrare dentro lo specchio, là dentro sono io. Presto si accorgerebbe che nel cervello non è contenuto affatto, che lo specchio è soltanto la causa che permette a ciò che è al di fuori dello specchio di vedersi.

Così è con tutta l’organizzazione fisica del corpo. Ciò che appare attraverso il lavoro del cervello è l’attività sovrasensibile interiore dei tre membri superiori dell’organizzazione umana. Affinché questa possa manifestarsi per l’uomo stesso è necessario lo specchio del cervello, così che noi percepiamo attraverso lo specchio del cervello quello che realmente siamo.

Ed è solo una conseguenza della presente organizzazione umana che questo deve essere così. L’uomo penserebbe i suoi pensieri, ma come uomo terrestre contemporaneo non potrebbe saperne nulla se non possedesse l’organismo corporeo riflettente, soprattutto il cervello.

Ma tutto ciò che i fisiologi moderni e in parte gli psicologi fanno per comprendere il pensiero è intelligente esattamente come quando un uomo cercherebbe sé stesso nello specchio secondo la sua realtà. Tutto ciò che vi ho detto qui con poche parole può oggi già essere completamente fondato dal punto di vista della teoria della conoscenza; può essere costruito in modo rigorosamente scientifico.

Un’altra questione è se naturalmente si può essere compresi in qualche modo con una cosa simile. Le esperienze oggi ancora lo contraddicono. Potete esporre queste cose in modo rigoroso anche ai filosofi: essi non capiranno una singola parola, perché semplicemente non vogliono addentrarsi in queste questioni; dico espressamente: non vogliono.

Infatti oggi nel mondo esterno esoterico non esiste ancora alcuna volontà di affrontare veramente le questioni più serie della capacità conoscitiva umana. Se vogliamo formarci uno schema giusto del processo conoscitivo umano, dobbiamo dire, considerando questo come lo schema dell’organizzazione corporea fisica umana esterna: in tutto ciò che è l’organizzazione corporea fisica esterna non accade nulla di ciò che è il pensare, che è il conoscere.

Questo accade nel corpo eterico e nel corpo astrale adiacenti e così via. Là dentro risiedono i pensieri che qui ho tracciato figurativamente con questi cerchi. E questi pensieri non entrano nel cervello, cosa che sarebbe un’assoluta assurdità, ma vengono rispecchiati dall’attività del cervello e lanciati di nuovo indietro nel corpo eterico, nel corpo astrale e nell’Io.

Le immagini specchiate che noi stessi generiamo e che diventano visibili attraverso il cervello, le vediamo quando come uomini terrestri percepiamo quello che realmente facciamo nella nostra vita dell’anima. Nel cervello non risiede nulla di un pensiero.

Così poco risiede nel cervello qualcosa di un pensiero come dietro lo specchio risiede qualcosa di voi quando vi vedete in esso. Ma il cervello è uno specchio assai complicato. Lo specchio in cui ci vediamo fuori è semplice; ma il cervello è uno specchio straordinariamente complicato e deve verificarsi un’attività complicata affinché il cervello diventi lo strumento per rispecchiare non per generare i nostri pensieri.

In altri termini, prima che un pensiero potesse realizzarsi in un uomo terrestre doveva accadere una preparazione. E sappiamo che questo è accaduto attraverso i tempi antichi di Saturno, Sole e Luna e che infine il corpo fisico attuale, dunque anche il cervello, è un risultato del lavoro di molte gerarchie spirituali.

Così possiamo dire: all’inizio dello sviluppo terrestre l’uomo sulla terra era conformato così che potesse sviluppare il suo cervello fisico, che potesse diventare l’apparato rispecchiante per quello che l’uomo realmente è e che era presente nell’ambiente di questa organizzazione corporea fisica.

Così diciamo oggi e così può una comunità di ascoltatori antroposofica già comprendere. In sostanza questo processo conoscitivo è addirittura assai facile da comprendere. Quello che oggi possiamo comprendere in questa maniera il greco antico lo sentiva, lo percepiva, e per questa ragione si diceva: qui in questa organizzazione corporea fisica è nascosto, senza che l’uomo naturalmente ne abbia consapevolezza immediata, qualcosa di straordinariamente significativo.

Questa organizzazione corporea fisica è bensì tratta dalla terra, poiché consiste di sostanze e forze della terra; ma è stato celato in essa qualcosa che può rispecchiare l’intera vita dell’anima umana. Ciò che dalla terra, dunque di nuovo macrocosmicamente, partecipa alla costruzione del cervello il greco antico, quando applicava il suo sentimento al microcosmo, all’uomo, lo chiamava il principio dionisiaco. Così in noi Dioniso agisce per fare della nostra organizzazione corporea il specchio della nostra vita spirituale.

Ora possiamo, se colleghiamo a questa esposizione che potrei dire puramente teorica, provare la prima più delicata prova dell’anima. È la più delicata prova dell’anima; e poiché l’uomo contemporaneo non è organizzato nella maniera più fine, per la maggior parte passa oltre a essa. Deve venire qualcosa di più rozzo con queste prove perché l’uomo contemporaneo le percepisca.

Solo quando ci si accende di entusiasmo per la conoscenza, quando si considera la conoscenza come una questione vitale, allora si sente quello che deve essere detto come effettivamente la prima grande prova dell’anima. Essa si presenta quando ci si deve dire qualcosa di simile partendo da tale conoscenza: da tempi remoti ci giunge la grande parola di saggezza: “Conosci te stesso!” L’autoconoscenza come cardine di ogni altra vera conoscenza risplende davanti a noi come un alto ideale.

Cioè, tentando di giungere a una conoscenza comprendiamo di dover anzitutto conoscere noi stessi, di conoscere quello che siamo. Ma tutto il nostro conoscere procede nella vita rappresentativa. La vita rappresentativa che abbiamo davanti a noi, che ci restituisce anche tutte le cose esterne, la sperimentiamo come immagine speculare.

Non penetra affatto in quello che inizialmente siamo come organizzazione corporea fisica: ci viene lanciata indietro. E così come l’uomo non può vedere quello che è dietro lo specchio, così l’uomo non può guardare nella sua essenza fisica. Non penetra neppure, perché la sua vita dell’anima è completamente riempita dalla vita rappresentativa.

Ci si deve dire: è dunque completamente impossibile conoscere se stessi, non si può conoscere nulla di diverso dalla propria vita rappresentativa, che ci ha reso soltanto l’apparato riflettente. Impossibile possiamo penetrare, perché possiamo soltanto giungere fino al confine dove tutta la vita dell’anima viene riflessa, come nello specchio l’immagine dell’uomo viene riflessa.

Quando così siamo incitati da una sensazione indeterminata a conoscere noi stessi, dobbiamo confessarci: non possiamo conoscere noi stessi, per noi è impossibile conoscere noi stessi. Per la maggior parte degli uomini contemporanei quello che ho detto ora è un’astrazione, perché non hanno entusiasmo per la conoscenza, perché non possono sviluppare la passione che deve manifestarsi quando vediamo l’anima posta davanti alla necessità di ciò che essa veramente deve avere.

Ma immaginate questo sviluppato come sentimento, allora avete posto l’anima davanti a una prova dura, davanti alla prova: tu devi raggiungere qualcosa che non puoi raggiungere affatto! Espresso dal punto di vista della scienza dello spirito, ciò significherebbe: tutta la conoscenza esterna, tutto ciò che l’uomo può conseguire essotericamente non conduce affatto all’autoconoscenza.

Da qui nascerebbe lo sforzo di penetrare per una via completamente diversa da quella della conoscenza ordinaria in quello che è l’opera di Dioniso in noi, nella nostra propria essenza. E questo doveva accadere nei misteri. In altri termini: nei misteri era trasmesso agli uomini qualcosa che non ha assolutamente nulla a che fare con la vita ordinaria dell’anima che solo si rispecchia nella nostra organizzazione corporea.

I misteri non potevano limitare gli uomini al sapere esoterico, perché in questo modo non avrebbero mai potuto condurli dentro se stessi. Chi dunque vuole riconoscere solo il sapere esteriore esoterico dovrebbe conseguentemente dire: i misteri devono essere stato affatto una frode, perché hanno significato solo se si aspira a qualcosa completamente diverso dal sapere esterno, per giungere a Dioniso.

Dunque nei misteri abbiamo una certa sorta di processi da cercare che si avvicinano all’uomo in una maniera completamente diversa da tutto quello che nel corso della vita esoterica esterna può avvicinarsi all’uomo. Allora siamo immediatamente davanti alla domanda: esiste realmente un mezzo per scendere in quello che altrimenti è solo l’apparato riflettente?

Vorrei iniziare con cose piccole, cari amici. Già quando si compie il primo passo nella presentazione delle verità spirituali superiori che conducono alla realtà e non all’esteriore illusione, alla Maya, si è costretti a comportarsi in una maniera completamente diversa da quella con cui ci si comporta nella presentazione della scienza esterna ordinaria o di altra vita esterna ordinaria.

Per questo motivo viene difficilmente compresi. Gli uomini oggi aspirano a costringere tutto dentro catene, Goethe direbbe dentro stivali spagnoli che una volta sono stati foggiati e fatti per la scienza esterna. Ciò che non si presenta così non è considerato scientifico. Ma con un simile sapere non si può proprio penetrare nell’essenza delle cose.

Perciò vedete che già negli insegnamenti che sono tenuti qui su scienza dello spirito viene mantenuto uno stile diverso, un’altra maniera di presentazione rispetto alla scienza esterna ordinaria, che le cose vengono caratterizzate così da illuminarle da vari lati. Quando si prende sul serio il linguaggio si giunge a qualcosa che si potrebbe chiamare il genio della lingua.

In un’altra occasione ho già detto questo qui negli insegnamenti e non senza ragione usai nel secondo mistero rosacrociano, nella “Prova dell’anima”, per un’attività originaria dei creatori del mondo la parola “tessere” o nella “Porta dell’iniziazione” per Arimane la parola “lui tessere nella luce compatta”.

Chi giudichi simili parole secondo le nostre consuetudini attuali crederà che sono semplici parole come altre. No! Sono parole che risalgono di nuovo al genio del linguaggio originario, che estraggono dal linguaggio quello che non è ancora passato attraverso la vita rappresentativa cosciente dell’Io umano.

Il linguaggio contiene molto di questo. Nella mia pubblicazione più recente che sarà qui disponibile domani o dopodomani ho segnalato quale bella parola era ancora presente nell’antica lingua tedesca per designare quello che astrattamente si chiama “nascere”. Quando oggi un uomo entra nel mondo si dice che è nato.

Nell’antica lingua tedesca si aveva un’altra parola designante per questo. L’uomo non era cosciente di quello che realmente accade al momento della nascita; ma il genio del linguaggio cui Dioniso partecipa, e fino a cui la vita rappresentativa che altrimenti solo si rispecchia arriva, sapeva: quando l’uomo attraversa la porta della morte entrano allora in lui inizialmente nei primi tempi fra la morte e una nuova nascita quelle forze che si ha portato dalla vita precedente e che nella vita precedente l’hanno fatto invecchiare.

Prima di morire invecchiamo e le forze che ci fanno invecchiare le portiamo con noi. Nei primi tempi della nostra vita fra la morte e una nuova nascita operano queste forze che ci fanno invecchiare e continuano. Ma allora nella seconda metà di quella vita fra morte e nuova nascita inizia una specie completamente diversa di forze.

Allora entrano in gioco quelle forze che di nuovo ci formano così che veniamo al mondo come piccoli bambini, che veniamo al mondo giovani. Su questo mistero alludeva il linguaggio medievale quando non prendeva soltanto la parola astratta “nascere” ma quando nel medioevo veniva detto “l’uomo è diventato giovane!”

Una parola straordinariamente significativa e importante, “l’uomo è diventato giovane!” Nella seconda parte del “Faust” di Goethe incontriamo questa parola “nella terra nebbiosa diventato giovane”. Terra nebbiosa è un’espressione per la Germania medievale. Diventato giovane nella terra nebbiosa non significa altro che essere nato in Germania; ma in questa parola risiede la consapevolezza del genio del linguaggio, dunque di un essere superiore all’uomo, che era partecipe della creazione dell’organizzazione umana.

Che nella lingua tedesca si parli di tessere ciò si fonda sulla consapevolezza che il poeta condensi il significato che altrimenti è disperso nel mondo, che condensi quello che altrimenti è disperso nel mondo. Un giorno ci sarà una scienza del linguaggio che non sarà così asciutta e sobria come quella contemporanea, perché entrerà a fondo nel genio vivente del linguaggio che oggi ancora sottostà a quello che negli uomini dell’Io contemporaneo è la vita rappresentativa cosciente.

Da questo genio del linguaggio deve essere estratto molto quando si vogliano caratterizzare le cose del mondo spirituale che giacciono anche dietro ciò che comprende la consapevolezza ordinaria. Dunque deve sorgere uno stile linguistico diverso, una diversa maniera di presentazione quando devono essere caratterizzate le cose spirituali.

Per questo viene qualcosa di strano che emerge in molte caratteristiche dei mondi superiori, quale deve necessariamente emergere. Dunque già quando iniziamo soltanto a discutere le cose del mondo spirituale, arriviamo a qualcosa che realmente dovrebbe stare dietro quello che l’uomo ha nella sua consapevolezza. Deve essere estratto dalle fondamenta inconsce dell’anima.

Qui per l’uomo contemporaneo che lo fa è realmente necessario qualcosa che risulta assai piccolo, che tuttavia è importante. Se infatti si vogliano caratterizzare nel vero senso le cose della scienza dello spirito allora anzitutto si deve rinunciare ai mezzi ordinari disponibili dell’espressione linguistica.

Si potrebbe arrivare al punto che si dica: se rinunci a questi mezzi dell’espressione ordinaria nell’uso linguistico allora i professori e le altre persone intelligenti ti chiameranno un uomo che non conosce per nulla il suo linguaggio nel modo giusto. Troveranno molte cose da criticare, troveranno il tuo modo di espressione poco chiaro, troveranno molti difetti nel modo in cui la scienza dello spirito si esprime.

Ma questo occorre già accogliere consapevolmente, perché deve essere così. Si deve affrontare coraggiosamente il fatto che forse verrai considerato un ignorante perché rinunci a usare come mezzo della tua espressione quella che nella maniera esterna ordinaria si chiama perfezione logica e che in senso superiore è una perfezione logica assai imperfetta.

Quello che vi ho indicato così nel piccolissimo, non neanche semplicemente nel piccolo, era necessario per lo studente dei misteri nell’antichità greca ed è ancora oggi necessario per lo studente dei misteri. Egli deve proprio staccarsi, per giungere al suo Io completo, per penetrare nella sua essenza interiore che altrimenti solo si rispecchia nell’organizzazione corporea esterna, di tutto quello che è il modo ordinario consapevole esteriore del sapere.

Persone superficiali potrebbero naturalmente subito dire: ma tu esigi che l’uomo conservi sempre il suo buon senso e giudichi tutto anche in rapporto ai mondi superiori secondo il buon senso, ma adesso dici: l’uomo dovrebbe staccarsi dal modo ordinario consapevole esteriore del sapere. È una contraddizione apparente.

In realtà è possibile, completamente possibile, con tutto il buon senso esaminare le cose dei mondi spirituali superiori e tuttavia astenersi dalla forma esterna del sapere consapevole a cui siamo abituati dal mondo esteriore. Ma qui siamo di nuovo davanti a una forte prova della nostra anima.

In che cosa consiste questa prova della nostra anima? Come è la vita contemporanea, l’anima è abituata a pensare in quelle forme e ad applicare il buon senso che nel corso della vita rappresentativa ordinaria è stata allenata dalle cose esterne. L’anima è abituata a questo. E ora immaginiamo un qualche professore, un qualche studioso della scienza esterna che può pensare in queste forme del sapere esterno straordinariamente bene.

Allora possono venire persone e dire: vuoi ora far comprendere a questo professore qualcosa, che certamente può pensare scientificamente nel senso contemporaneo. Se costui non ti capisce allora devi avere detto qualcosa che affatto non è comprensibile. Non deve essere negato che questo professore ha il buon senso per le cose ordinarie del mondo esterno.

Ma quello che è raccontato nel nostro caso sono le cose del mondo spirituale; e non deve ascoltare con quella parte della sua anima che applica il buon senso alle cose ordinarie del mondo esterno ma con una parte completamente diversa della sua anima. E non è detto che il buon senso debba seguire quando si vogliano comprendere altre cose diverse da quelle che appartengono al mondo esterno e per che si ha il buon senso.

Lo si può avere per le cose ordinarie del mondo esterno ma può completamente abbandonarvi quando si tratta di cose che appartengono al mondo spirituale. Quello che viene esigito quando si vuol penetrare nei mondi spirituali non è la critica delle cose della scienza dello spirito con i mezzi del buon senso bensì che portiamo con noi il nostro buon senso, che non lo perdiamo sul cammino dalla scienza esterna a quella interna, alla scienza dello spirito.

Importante è che l’anima sia sufficientemente forte da non subire il destino che tanti uomini oggi subiscono e che si può caratterizzare così: quando tali uomini che realmente finché si tratta della scienza esterna sono veri modelli di logici sentono parlare di scienza dello spirito allora devono percorrere il cammino da ciò che è loro raccontato delle cose esterne a ciò che appartiene ai mondi spirituali. Su questo cammino però ordinariamente perdono il buon senso e poi si immaginano perché l'avevano al punto di partenza del cammino di averlo ancora in seguito.

Sarebbe una cattiva illusione se si volesse credere di non poter penetrare con il buon senso alle cose del mondo spirituale. Non si deve soltanto perdere questo buon senso nel cammino. In un senso assai più elevato quello che vi ho ora presentato nel piccolissimo era necessario per i mistici della Grecia.

È necessario anche per i mistici dei nostri tempi. Devono deporre tutto quello che ha la consapevolezza ordinaria tuttavia portando da questa consapevolezza ordinaria il buon senso e poi da un punto di vista completamente diverso giudichino con lo strumento di questo buon senso. Senza la rinuncia alla consapevolezza ordinaria non è possibile alcun mistico.

Di ciò egli deve privarsi, di quello che è utile nel mondo ordinario esterno. E la prova dell’anima che già qui emerge consiste nel fatto che su questo cammino dal mondo ordinario esterno al mondo spirituale non si perda il buon senso e poi si tenga per assurdo quello che si rivela come più profondo quando si è conservato il buon senso.

Così era anche necessario per i mistici greci deporre tutto quello che potevano vivere nel mondo esotericamente ordinario esterno e porsi in una consapevolezza dell’anima completamente diversa. Ed è ancora oggi veramente necessario per il mistico. Perciò le cose del mondo esterno quando entrano nel territorio della mistica ricevono talvolta nomi completamente diversi. E ha un significato profondo se nel dramma rosacrociano “La prova dell’anima” si dice di Benedetto che nel suo linguaggio molte cose cambiano nome, cambiano così che possono assumere persino la designazione opposta.

Quello che Capesius chiama disgrazia Benedetto deve chiamare fortuna. Come la nostra vita dopo la morte inizialmente procede all’indietro così che riviviamo le cose, così i nomi quasi devono cambiare nel loro opposto quando parliamo nel vero senso dei mondi superiori. Da questo potete valutare quale mondo completamente diverso era quello che gli antichi Greci riconoscevano come il contenuto dei loro sacri misteri.

Quale era in questo senso mistico lo stesso Dioniso all’interno dei misteri? Se leggete il piccolo libro che apparirà nei prossimi giorni vedrete che ci sono a tutti i tempi grandi insegnanti dell’umanità che rimangono invisibili e si rivelano solo alla consapevolezza chiaroveggente. Vedrete da questo che era una verità quando gli antichi Egiziani rispondevano ai Greci che li interrogavano chi fossero i loro insegnanti che loro gli antichi Egiziani erano stati insegnati dagli dei.

Era inteso nel senso che gli uomini chiaroveggenti erano ispirati dagli insegnanti che non scendevano sulla terra che apparvero nello spazio eterico e li insegnarono. Non vi dico alcuna fantasticheria, fantasia bensì qualcosa che corrisponde completamente alla verità. Quando i mistici dell’antica Grecia che erano stati introdotti nei misteri avevano compiuto la loro giusta preparazione così che non sentiavano in una maniera facile, superficiale tali cose quando erano condotti nei sacri misteri allora erano veramente in grado di vedere qualcosa di diverso da quello che vede la consapevolezza ordinaria.

Allora erano in grado all’interno dei misteri di vedere l’insegnante che non può essere visto con occhi fisici, che poteva diventare visibile solo alla consapevolezza ispirata. I direttori fisici dei misteri che potevano essere visti con occhi fisici, quelli non erano i più importanti. Gli importanti erano coloro che all’interno dei misteri diventavano visibili alla consapevolezza chiaroveggente.

Nei misteri a che in questi insegnamenti teniamo particolarmente, a coloro che erano i misteri dionisiaci, il più grande insegnante dei mistici sufficientemente preparati dell’antica Grecia era effettivamente il giovane Dioniso stesso: quella figura di cui ho già detto che era una figura reale, che seguito da Sileni e da Fauni fece il viaggio dall’Europa all’Asia e di nuovo indietro. Questa figura era anche il vero insegnante dei mistici dei misteri dionisiaci.

Dioniso appariva come una forma eterica in questi sacri misteri e da lui si potevano percepire cose che non erano soltanto contemplate come immagini specchiate nella consapevolezza ordinaria bensì che scaturivano immediatamente dall’essenza interiore di Dioniso. Poiché però Dioniso è in noi stessi il mistico ha visto se stesso il proprio Io in Dioniso e imparò a conoscere se stesso non per il fatto che meditasse dentro di sé come oggi così spesso viene consigliato per ignoranza dei fatti reali bensì per i mistici greci la via verso l’autoconoscenza era proprio uscire da se stessi.

Non il meditare dentro di sé e solo contemplare le immagini specchiate della vita dell’anima ordinaria era la via bensì contemplare quello che loro stessi erano in quello però ordinariamente non potevano immergersi cioè il grande insegnante. Questo grande insegnante che non era ancora visibile quando lo studente entrava nei misteri lo contemplavano i mistici come la loro propria essenza.

Nel mondo dove gli uomini esoterici non lo potevano conoscere diversamente se non come Dioniso, lui faceva anche come uomo fisicamente incarnato il viaggio dall’Europa all’Asia e di nuovo indietro: era un vero uomo che stava sul piano fisico. Nei misteri appariva nella sua forma spirituale che tuttavia era in certa misura simile alla vera corporalità umana come essa oggi si presenta davanti a noi come corporalità dell’uomo dell’Io.

Questo è l’essenziale che noi ben dobbiamo considerare: nel mondo esteriore nei suoi tratti Dioniso andava in giro come un uomo incarnato nel corpo fisico. Nei misteri però, per educare i mistici a una consapevolezza superiore, Dioniso appariva nella sua forma spirituale. In certa misura è ancora così oggi.

Quando laggiù nel mondo nei loro abiti umani camminano gli attuali capi dell’umanità allora nel mondo esterno esoterico non si riconoscono. E se parliamo sulla base della scienza dello spirito dei Maestri della saggezza e dell’armonia dei sentimenti allora gli uomini spesso si meraviglierebbero in quale umanità semplice e modesta attraverso tutti i paesi camminano questi Maestri della saggezza e dell’armonia dei sentimenti.

Essi sono presenti sul piano fisico. Gli insegnamenti più importanti però non li danno sul piano fisico bensì li danno sul piano dello spirito. E colui che vuole udirli per ricevere insegnamenti da loro non deve soltanto avere accesso al loro corpo fisico e carnale bensì deve avere accesso alla loro forma spirituale. Questo è in certa misura ancora oggi simile all’antico misticismo dionisiaco.

Così appartiene di nuovo alle prove dell’anima il fatto che osserviamo il comandamento “Conosci te stesso” e questo lo dobbiamo attuare uscendo in certa misura da noi stessi. Ma con i misteri dionisiaci era legata ancora un’altra prova dell’anima. Dissi che i mistici imparavano a conoscere Dioniso come una forma spirituale, perfino ricevevano insegnamenti da lui nei misteri. L'imparavano a conoscere come una forma spirituale che era completamente dominata da ciò che è più essenziale e importante nella propria natura umana, che rappresenta il Io umano che sta fermo sulla terra.

Quando i mistici greci dirigevano lo sguardo chiaroveggente verso questa figura di Dioniso allora appariva loro questo Dioniso specialmente nella sua forma spirituale come una bella figura sublime che rappresentava mirabilmente l’umanità esteriormente. Immaginiamo che un tale mistico fosse uscito dai luoghi misteri dopo che vi aveva visto Dioniso come una bella figura sublime.

Osservo espressamente che Dioniso era anche allora ancora un insegnante spirituale più di quando l’uomo reale Dioniso di cui ho raccontato che fece il viaggio dall’Europa all’Asia e di nuovo indietro era già morto. Nei misteri il più giovane Dioniso rimase ancora a lungo insegnante. Se però un tale mistico fosse uscito dai luoghi misteri e avesse visto nel mondo esotericamente ordinario esterno il vero Dioniso fisicamente incarnato, quell’uomo a cui apparteneva l’uomo superiore che aveva visto nei misteri, allora non avrebbe visto un bell’uomo.

Proprio come oggi l’uomo che sta nei misteri non può sperare di vedere la stessa figura che vede nel mondo spirituale in alta bellezza su questo piano fisico in una bellezza altrettanto sublime come deve essere sicuro che l’incarnazione fisica della forma spirituale che gli si presenta nei misteri è largamente un'illusione e nasconde la sublime bellezza della forma spirituale per il fatto che nel mondo fisico è in certa misura brutta: così era anche riguardo a Dioniso.

Quello che ci è tramandato come l’immagine esterna di Dioniso che ci si rappresenta come una figura divina non così perfetta come Zeus è effettivamente l’immagine del Dioniso esterno fisicamente incarnato. Il Dioniso dei misteri era l’uomo bello; l’esterno Dioniso fisicamente incarnato non potrebbe essere paragonato con questo. Perciò non dobbiamo cercare la figura di Dioniso fra i più bei tipi umani del tempo antico.

Così non ce la presenta neanche la leggenda e specialmente coloro che appartenevano al seguito di Dioniso ce li dobbiamo rappresentare così che in certa misura come Satiri come Sileni rappresentano bruttificati la forma umana esterna. Sì, troviamo persino qualcosa di assai strano nella mitologia greca. Ci è detto quello che di nuovo è vero che l’insegnante di Dioniso stesso era un uomo piuttosto brutto. Questo uomo che era l’insegnante di Dioniso stesso l'impararono a conoscere anche i mistici dei misteri dionisiaci: Sileno!

Sileno ci è però descritto come un’individualità saggia. Ci basta ricordarci che un gran numero di detti di saggezza vengono attribuiti a Sileno detti che in larga misura indicano come sia miserabile la vita ordinaria dell’uomo quando è compresa solo nella sua esteriorità nella sua illusione. Ci è raccontato un detto che ha fatto una grande impressione su Nietzsche: che il re Mida abbia chiesto all’insegnante di Dioniso Sileno quale sia il meglio per gli uomini.

Allora disse il saggio Sileno quella parola significativa difficile da comprendere: Oh voi generazione di un giorno il migliore per voi sarebbe non essere nati o poiché siete già nati il secondo migliore per voi sarebbe morire presto. Questa parola deve essere compresa correttamente. Vuole indicare il rapporto fra la realtà spirituale del mondo sovrasensibile e l’illusione esterna la grande illusione o inganno.

Così abbiamo se le consideriamo come forme umane fisiche nel fondo poche belle forme umane in queste essenze elevate oppure almeno forme umane che in un altro senso devono essere chiamate belle di quanto non lo fossero quelle che il periodo greco più tardo designava con la bellezza ideale. Possiamo in certa misura ancora idealizzare la figura di Dioniso rispetto a come era come uomo esterno.

Se vogliamo paragonare la figura che Dioniso ebbe nel fisico con quella attraverso cui splendeva nello splendore sublime nei misteri stessi secondo lo spirito allora possiamo farlo ancora. Non dobbiamo immaginarcelo brutto. Ma faremmo un errore se ci immaginassimo l’insegnante e maestro di questo Dioniso il vecchio Sileno diversamente che con il naso brutto rincagnato e con le orecchie appuntite e per nulla bello.

Questo Sileno questo insegnante di Dioniso che dunque in ultima analisi doveva trasmettere agli uomini l’antica saggezza preparata per la consapevolezza dell’uomo dell’Io una saggezza che proveniva dal più profondo Io dell’uomo era ancora strettamente imparentato con tutto il naturale al di là di cui l’uomo con la sua attuale forma corporea è sostanzialmente progredito.

L’antico Greco si immaginava che l’uomo fosse giunto alla sua attuale bellezza rispetto alla sua illusione esterna da un’antica forma umana brutta e che il tipo di quell’individualità che era incarnato in Sileno, l’insegnante di Dioniso, non era un bell’uomo. Ora immaginate quello che per voi come studenti della scienza dello spirito non sarà difficile: abbiamo sia nel più giovane Dioniso stesso che nel suo insegnante il saggio Sileno davanti a noi individualità che, secondo tutto quello che fino a ora ho esposto, erano infinitamente importanti per l’educazione della presente consapevolezza dell’uomo dell’Io.

Se dunque ci domandiamo quali siano le individualità che se ci comprendiamo correttamente nel senso della scienza dello spirito fossero o siano sia per noi che per la consapevolezza greca nell’ambiente spirituale e che sono importanti per tutto quello che l’uomo è diventato se così guardiamo intorno a queste individualità troviamo questi due il Dioniso e il saggio Sileno. Queste individualità esistono in tempi remotissimi preistorici in cui nessuna storia nessun’epopea risale ma di cui certamente la storia successiva dei Greci e i poemi specialmente le leggende e i miti raccontano.

In questi tempi vivevano sia il saggio Sileno che Dioniso incarnati in corpi fisici e compivano atti fisici esterni morivano ove i loro corpi dovevano morire. Le individualità restavano conservate. Ora sappiamo: nel corso dell’umanità accade molte cose che per chi si fa soltanto rappresentazioni astratte è completamente meraviglioso specialmente riguardo alle incarnazioni di esseri umani o di esseri diversamente conformati.

Talvolta per lo sguardo esterno un’incarnazione posteriore benché sia progredita forse appare meno perfetta di un'anteriore. Una debole idea potei darne solo dalle realtà spirituali nel secondo dramma rosacrociano nelle incarnazioni del “Monaco” nel medioevo e di “Maria” dei tempi più recenti. Così è anche nella storia che l’astrattamente pensante talvolta deve stupirsi quando considera due incarnazioni successive o almeno incarnazioni che appartengono insieme.

Il più giovane Dioniso, che come vi ho detto per l’essenziale lasciò defluire la sua anima nella cultura esterna ma che tuttavia in un determinato tempo poteva riunirsi di nuovo come anima in un singolo corpo fisico umano, fu rinato incarnato fra gli uomini, ma così che non conservava la sua forma vecchia bensì aggiungeva alla sua forma fisica esterna qualcosa di quello che la sua forma spirituale era nei misteri dionisiaci.

Il più giovane Dioniso fu rinato in tempo storico in un corpo umano e anche il suo insegnante il saggio Sileno fu rinato. E che queste figure fossero rinascite il misticismo dell’antica Grecia ne aveva piena consapevolezza. Anche gli artisti dell’antica Grecia che erano stimolati e ispirati dai mistici ne avevano piena consapevolezza.

Poco a poco nella scienza dello spirito che non si ferma alla frase ma vuole andare alla realtà tali cose devono anche essere dette che vere sono per lo sviluppo successivo dell’umanità. Il vecchio saggio insegnante di Dioniso, Sileno, fu rinato; e questo saggio Sileno nella sua reincarnazione non era un’altra personalità che quella di Socrate. Socrate è il reincarnato vecchio Sileno il rinato insegnante di Dioniso.

Il reincarnato Dioniso stesso quella personalità nel che viveva l’anima di Dioniso era Platone. E si coglie il senso più profondo della storia greca solo quando si entra in quello che certamente i tramandatori della storia esterna della Grecia non sanno ma che i mistici sapevano e hanno trasmesso di generazione in generazione fino a oggi, quello che anche si può trovare nella Cronaca dell’Akasha.

La scienza dello spirito può di nuovo proclamare che la Grecia nei suoi tempi antichi conteneva gli insegnanti dell’umanità che mandò oltre in Asia nel viaggio condotto dal Dioniso il cui insegnante era il saggio Sileno e che in una maniera come era adatto ai tempi posteriori tutto quello che Dioniso e il saggio Sileno potevano diventare per la Grecia fu rinnovato in Socrate e Platone.

Proprio in quel tempo in cui nei misteri stessi entrava il declino in cui non c’erano più mistici che potessero ancora contemplare chiaroveggentemente nei sacri misteri il più giovane Dioniso questo stesso più giovane Dioniso si presentò come lo studente del saggio Sileno di Socrate nella figura di Platone come il secondo grande insegnante della Grecia come il vero successore di Dioniso.

Allora si comprende il significato della cultura spirituale greca nel senso dell’antico misticismo greco stesso solo quando si sa che l’antica cultura dionisiaca ha trovato il suo riaffioramento in Platone. E ammiriamo ancora in un senso completamente diverso il platonismo stiamo verso di esso nella sua vera forma quando sappiamo che in Platone viveva l’anima del più giovane Dioniso.

8°Il vero senso delle prove dell'anima

Monaco, 25 Agosto 1911

Nel corso della conferenza di ieri abbiamo potuto osservare come nella natura dell’uomo operino molteplici forze del macrocosmo, e come l’anima greca sentisse queste forze e le esprimesse in forma di immagini: in quella che noi oggi conosciamo come mitologia greca. Non ho fatto ricorso alla mitologia greca allo scopo di spiegarla, bensì per illuminare, da una prospettiva determinata, verità originarie in forma appropriata. Per questo scopo è più utile ricorrere all’immagine e a ciò che è storicamente dato, piuttosto che alle astratte rappresentazioni della nostra vita, che nella loro povertà non sanno esprimere i grandi misteri del cosmo. Abbiamo visto come nella figura di Dioniso si trovi già qualcosa che si connette alle nostre più intime forze spirituali, a quello che chiamiamo le prove dell’anima.

Che cosa intendiamo nel senso esoterico per prove dell’anima? Le prove dell’anima si presentano quando l’uomo tenta di percorrere i cammini che conducono nei mondi spirituali. Ieri ho già accennato alle più delicate fra queste prove. Se vogliamo parlare in generale, possiamo dire che le prove dell’anima consistono nel fatto che, nel percorrere il cammino verso i mondi superiori, si incontrano esperienze al che non si è preparati immediatamente, ma solo dopo un’adeguata preparazione. Le prove consistono nello sforzo di sostenere certe conoscenze, di fronteggiarle con calma. Vi è proposta un’esperienza spirituale verso la fine del secondo dramma rosacrociano, “La prova dell’anima”, esperienza che non è sostanzialmente estranea a noi. Possiamo comprenderla attraverso la figura di Capesius. Dai due drammi sappiamo quali esperienze egli attraversi. Lo vediamo giungere gradualmente alla vita spirituale, ottenendo dapprima soli presentimenti attraverso il suo sano senso interiore, che lo spinge oltre ciò che ha praticato in ambito erudito. Capesius è condotto ai presentimenti che il mondo spirituale racchiude una realtà superiore. Quindi, vivendo questi presentimenti, che diventano pienamente vivi in lui, giunge ad avere certe impressioni necessarie di quella che si chiama la manifestazione esterna dell’occultismo, della scienza dello spirito. Queste manifestazioni si distinguono radicalmente da altre comunicazioni, scientifiche o letterarie. Mentre altre comunicazioni agiscono semplicemente sul nostro intelletto e indirettamente sulle nostre forze emozionali, solo chi in giusta maniera ha lasciato che qualcosa di spirituale agisca su di sé avverte come la vita più intima della sua anima sia scossa, come essa sia rovesciata da ciò che fluisce non come contenuto astratto, ma come vita vivente dalla scienza dello spirito. Capesius, dopo aver superato i suoi presentimenti, si immerge negli scritti della “Prova dell’anima”, nel cosiddetto Libro della vita di Benedetto. Ma ciò non ha come conseguenza per lui soltanto il riflettere, lo sforzarsi di penetrarne il significato come ordinariamente accade. No, egli sente il mondo spirituale irrompere in lui in forma incomprensibile. Sorge ancora un’altra conseguenza! Si potrebbe paragonare l’atmosfera della prima immagine del secondo dramma a quella faustiana all’inizio del “Faust” di Goethe; eppure è profondamente diversa. L’atmosfera faustiana consiste essenzialmente nel giungere a una certa forma di scetticismo, di dubbio verso tutto il sapere, e nella ricerca di cammini diversi da quelli ordinari della conoscenza. Nel caso di Capesius accade qualcosa di diverso. Proprio questo lo conduce nel profondo conflitto: egli impara a riconoscere il dubbio, il permanere nell’ignoranza come il massimo peccato dell’uomo. Egli comprende che nei fondamenti profondi dell’anima umana riposa qualcosa che la coscienza ordinaria non conosce ancora. Un tesoro riposa negli abissi della nostra anima. Custodiamo in noi qualcosa che in questi profondissimi recessi è inarrivabile per la coscienza normale. Impariamo, quando ci immergiamo nella scienza dello spirito nello spirito giusto e nel significato autentico, che non si tratta di una bramosia egoistica, ma del dovere umano più profondo verso le forze del macrocosmo: non lasciar perire il tesoro che riposa nella nostra anima.

Impariamo che in ogni uomo riposa nei fondamenti dell’anima qualcosa che gli dei un tempo hanno posto dal loro proprio corpo, dalla loro propria sostanza. Impariamo a sentire che gli dei hanno rinunciato a un pezzo della loro stessa esistenza, se l’hanno strappato dal corpo, tolto da sé e posto nelle nostre anime. Come esseri umani possiamo fare due cose con questo tesoro, che è eredità divina. Possiamo, per una certa comodità umana, dire: che bisogno ho di conoscenza, gli dei mi condurranno comunque ai miei scopi. Ma non lo fanno, perché hanno immerso in noi questo tesoro affinché l'estraiamo attraverso la nostra libertà. Possiamo dunque lasciar perire questo tesoro in noi. Questo è il primo cammino che l’anima può intraprendere. Il secondo è quello di diventare consapevoli del nostro dovere supremo verso le potenze celesti: dobbiamo elevarlo, portarlo dalle profonde tenebre nella nostra coscienza. Che cosa facciamo quando estraiamo questo tesoro dalle profondità della nostra anima? Diamo a questo tesoro una forma diversa da quella che aveva nel corpo degli dei, ma in questa forma modificata, glielo rendiamo misteriosamente. Con la nostra conoscenza non conduciamo affari personali, non facciamo qualcosa che serva al nostro egoismo. Facciamo nulla di meno che restituire agli dei il bene nobile che ci hanno dato, nella forma che esso deve acquistare attraverso di noi, nei mondi superiori, così che l'abbiano di nuovo con noi. Se invece lasciamo perire il tesoro dell’anima, allora pratichiamo l’egoismo nel vero senso: il tesoro rimane irrimediabilmente perduto per il processo cosmico, l’eredità degli dei la lasciamo marcire se non vogliamo acquisire conoscenza.

Dall’animo di Capesius si irradia questo sentimento. Egli sente nella prima scena del secondo dramma che è suo dovere non rimanere nel dubbio, non fermarsi cioè alla sensazione che non si possa sapere nulla, ma che in senso superiore sarebbe una violazione del dovere verso le potenze cosmiche lasciar perire il tesoro. Inizialmente egli si sente incapace di usare gli strumenti del suo corpo per estrarre questo tesoro. E questo è il conflitto nella sua anima: non è più faustiano. Piuttosto egli si dice: devi conoscere, non puoi assolutamente rimanere nel non-conoscere e abbandonarti forse al sentimento di quanto deboli siano le forze che hai inizialmente a disposizione per elevare il tesoro indicato. C’è una sola cosa: aver fiducia nella propria anima. Se essa, con pazienza, sviluppa gradualmente ciò che in essa è stato deposto, allora le forze che ora sente deboli devono crescere sempre più, così che possa veramente adempiere il suo dovere verso le potenze cosmiche. Questa fiducia nella capacità portante e nella fecondità dell’anima umana deve sorreggerci, quando spesso, poiché portiamo soltanto la forza acquisita dal passato, restiamo confusi e paurosi, quando ci sembra: devi, e non puoi in questo istante!

Tutte le prove dell’anima si svolgono sostanzialmente così: noi arretriamo davanti al terrore o all’impotenza. Solo quando in noi troviamo quella forza dell’anima che scaturisce dalla fiducia in noi stessi, dalla fiducia che ci cresce gradualmente attraverso l’approfondimento nella scienza dello spirito, soltanto allora possiamo superare veramente tali prove nel senso autentico.

Avrete compreso da tutto ciò che è stato lo spirito di queste conferenze: nell’uomo confluiscono due correnti cosmiche. Per armonizzare veramente questi due flussi in noi è necessaria la forza dell’anima, la capacità di fronteggiarli entrambi con audacia e coraggio. Lo vedete espresso alla fine del secondo dramma “La prova dell’anima”. Vediamo come Capesius abbia passato attraverso importanti esperienze occulte, come gli sia concesso uno sguardo nella sua incarnazione precedente, come possa conoscersi così come era sulla terra secoli fa. E trovate una parola che non si deve prendere alla leggera: la conoscenza di una vita crea per noi doveri verso molte vite, non soltanto verso una. Pensate al fatto che quando si guarda indietro alla propria incarnazione precedente, si vede come ci si sia relazionati con questo o quel prossimo, che cosa ci si sia caricati di debito verso di lui, così che il bilancio della propria vita risulta gravato considerevolmente quando si ha gettato uno sguardo nella propria incarnazione precedente. Allora si presenta davanti all’anima ciò che potrebbe renderci scoraggiati. Riconosciamo: nella tua attuale incarnazione non puoi assolutamente compensare tutto ciò che hai caricato sul tuo conto dei debiti. In verità, in molte persone nasce il più profondo desiderio di compensare il più possibile, ma esso nasce dall’egoismo. Una cosa è assolutamente intollerabile per la maggior parte dei nostri simili e per il loro egoismo: che debbono portare molte cose di questo conto dei debiti attraverso la porta della morte, che devono sapere: devi morire e devi portare nella tua prossima incarnazione questo o quell’aspetto del tuo conto dei debiti. Ma questa audacia di confessare onestamente: ho la malvagità sulla mia anima — richiede una grande assenza di egoismo, mentre in generale l’uomo è portato a voler essere buono secondo la misura in cui la sua rappresentazione di ciò che significa essere buoni arriva. Chi veramente ha fatto esperienze occulte di questo tipo deve potersi confessare senza riserve la propria malvagità e persino dirsi che è impossibile compensare tutto già in questa vita.

Romanus dice questo con una parola paradigmatica: è necessario portare il debito dalla vita precedente attraverso la porta della morte, guardar coraggiosamente al momento in cui il Guardiano ci sta innanzi e ci presenta il nostro conto dei debiti. Questo dice Romanus nella “Prova dell’anima” ed è necessario tenerlo presente. Qui stiamo di fronte all’altro flusso, che potremmo caratterizzare così: quando l’uomo non pratica l’ordinaria autodeterminazione, ma la vera conoscenza di sé, quando veramente viene a sapere qualcosa della sua intima essenza, allora scopre per lo più qualcosa che assolutamente non vorrebbe avere, che gli è gravoso nel massimo grado, ma, quando veramente si manifesta, è schiacciante. Confrontate con questo fondamentale sentimento dell’anima umana, che ha qualcosa di schiacciante, quello che regna in così molte anime, anche se già hanno familiarità con la scienza dello spirito. Come spesso si sente dire: Agisco da pura abnegazione, non voglio nulla per me, e così via. Forse proprio allora, quando in realtà si vuole il massimo per se stessi, ci si maschera dicendo: non voglio questo per me. È un’esperienza quotidiana. Ma è meglio confessarsi come stanno veramente le cose, che in fondo si vuole per sé anche le azioni che appaiono più altruistiche. Così si pone il fondamento per imparare gradualmente a tollerare l’immagine che il Guardiano della soglia, il Guardiano di fronte al mondo spirituale, veramente ci presenta.

Ora solleviamo in senso superiore la domanda: perché troviamo in noi così tanta disarmonia? Che cosa causa il fatto che troviamo in noi così tanta disarmonia? Questo è collegato all’intera evoluzione dell’umanità. Si deve considerare con profondità questa evoluzione dell’umanità se si vuole comprendere perché l’uomo proprio quando penetra più profondamente nella sua natura e essenza trova così tanta disarmonia. Supponiamo per il momento che vi sia un profondo tesoro dell’anima nascosto in noi, che per la coscienza normale odierna è completamente inconscio, e che noi, quando lo scopriamo nelle nostre prove dell’anima, troviamo una quantità infinita di disarmonia nel fondamento della nostra anima, molte cose davanti al che possiamo arretrare, spaventarci, sentirci schiacciati. Che cosa portiamo in noi? Sappiamo che l’evoluzione dell’umanità è stata estremamente complessa prima che l’uomo giungesse al suo stadio attuale. Sappiamo che l’uomo, per giungere alla sua forma attuale, ha dovuto attraversare l’antico sviluppo di Saturno, del Sole e della Luna, e soltanto allora è entrato nell’evoluzione terrestre. Quando sarà noto in cerchi più ampi quanto complicati siano veramente i veri fatti della vita, come non si possa comprendere nulla di ciò che l’uomo è e di ciò che lo circonda senza guardare indietro a questa evoluzione, allora si vedrà come sia ingenuo ciò che la nostra odierna scienza astratta offre, come questa scienza rimanga sulla superficie delle cose. Attraverso l’evoluzione di Saturno, del Sole e della Luna si è lentamente preparato e sviluppato ciò che oggi abbiamo come l’essere umano quadripartito. E quando l’evoluzione della Luna era conclusa, l’uomo era giunto a una certa altezza di sviluppo. Il periodo fra l’evoluzione della Luna e quella terrestre è stato riempito dal fatto che lo spirituale che era presente nell’uomo sulla Luna è stato elaborato per formare il nuovo germe dell’evoluzione terrestre.

Come dunque l’uomo, quale risultato dell’evoluzione di Saturno, del Sole e della Luna, è arrivato sulla nostra terra? Ci siamo già risposti a questa domanda da vari lati. Vogliamo aggiungere oggi ancora un nuovo aspetto. I veri fatti occulti non si possono conoscere dicendo poche astratte nozioni, ma soltanto illuminandoli da tutti i lati e così avvicinandosi a ciò che è la verità. I cammini della verità superiore sono contorti, e soltanto chi vuole vagare pazientemente attraverso i labirinti può percorrerli. Come è giunto l’uomo, quando ha portato con sé il suo risultato dalla Luna, all’interno dell’evoluzione terrestre? Tutto quello che è il corpo fisico odierno dell’uomo, quando la terra era all’inizio del suo sviluppo, così come noi lo percepiamo oggi nel corpo fisico, nel fondo non era affatto ancora presente. Se è vero che nell’antico Saturno era già presente il primo germe di questo corpo fisico, se anche sul Sole e sulla Luna questo germe si era ulteriormente sviluppato e sulla vecchia Luna aveva già raggiunto un alto grado, dovete tuttavia immaginare che nel periodo intermedio fra lo sviluppo di Saturno e del Sole, fra quello del Sole e della Luna, fra quello della Luna e della Terra, tutto quello che si era sviluppato come germe del corpo fisico e degli altri corpi si era di nuovo spiritualizzato. Era di nuovo passato in una sostanzialità soprasensibile quando la Luna aveva completato il suo sviluppo. Era il fisico che si era sviluppato su Saturno ed era stato ulteriormente plasmato, naturalmente non un fisico; ma tutto questo era di nuovo stato riassunto nello spirito, era stato dissolto, era presente in esso come forze che potevano generare formazioni fisiche - ma il fisico non era presente. Quando l’evoluzione terrestre cominciò, ciò che noi chiamiamo il corpo fisico non era presente come un corpo fisico, era ancora completamente nel grembo dello spirituale, era ancora lì come un pensiero divino. Nel corso della prima epoca principale dell’evoluzione terrestre — possiamo chiamarla la vecchia epoca saturniana terrestre per distinguerla dalla precedente evoluzione di Saturno — nell’ambito di questa prima epoca principale, il corpo fisico cominciò lentamente a condensarsi, a scendere dal puro spirituale nei reami dell’eterico. Nel corso della successiva epoca principale dell’evoluzione terrestre, che possiamo chiamare l’antica epoca solare, il corpo fisico si condensò ulteriormente dal reame dell’eterico nel reame dell’astrale. Nel corso della terza epoca principale, l’antica epoca lunare, il corpo fisico si condensò ulteriormente dal reame dell’astrale nel fisico reale. Quindi qui durante la vecchia epoca lunare il corpo fisico è entrato nel fisico reale.

Illustriamo questo con un’immagine ancora più concreta. Nel corso della vecchia epoca lunare il nostro corpo fisico è penetrato nel reame del fisico reale. Immaginate che cosa ciò significava per l’uomo. Egli aveva già nel corso delle epoche precedenti acquisito un corpo eterico e un corpo astrale, aveva già durante la vecchia epoca lunare il germe della coscienza dell’io. Quindi, al tempo della vecchia epoca lunare, l’uomo possedeva un corpo eterico, un corpo astrale e il germe della coscienza dell’io. E ora il corpo fisico, che si era fino ad allora mosso come se fosse in uno stato di sogno elevato attraverso gli stati soprasensibili della Luna, ora questo corpo fisico entrava nella densità della materia fisica reale. Che cosa significò tutto ciò per l’uomo? Significò che egli ora dovette sottomettersi alle leggi della materia fisica, che si trovava esposto a queste leggi in una misura completamente nuova. Nel corso delle epoche precedenti, il corpo eterico e il corpo astrale erano già entrati nei reami fisico-eterico e astrale-fisico; ma il corpo fisico stesso rimase fino ad allora al di fuori della realtà fisica più densa. Ora, quando il corpo fisico scese nella materia fisica reale e densa, il corpo eterico e il corpo astrale furono trascinati dentro in una certa misura. E con questo inizio della vecchia epoca lunare inizia anche tutto ciò che noi possiamo designare come la caduta dell’uomo, il fatto che l’uomo sia stato sottoposto ai difetti della materia fisica.

Sì, vedete, ogni materia fisica ha certi difetti inerenti alla sua stessa natura. Essa ha il difetto della morte, inevitabile conseguenza della densificazione; ha il difetto della corruzione, del disfacimento progressivo di ciò che è stato costruito; ha il difetto della malattia, della disarmonia negli organismi viventi; e persino il difetto della sofferenza, che nasce dalla resistenza della materia alle aspirazioni dello spirito. Tutte queste cose sono intrinsecamente comprese nella materia fisica e non possono esserne separate finché essa rimane materia. Ora, quando il corpo fisico dell’uomo scese nella densità della materia fisica, tutti questi difetti entrarono nel corpo fisico dell’uomo, e così tutti questi difetti furono incorporati nella complessiva natura dell’uomo. E questo significa: quando il corpo fisico entrò nella densità della materia fisica reale, il corpo eterico fu sottoposto alle leggi di decadimento e di morte, e il corpo astrale fu sottoposto alle leggi di sofferenza e di dolore che sono inscritte nella materia fisica. Questo è ciò che la scienza dello spirito intende per la caduta dell’uomo, non una favola teologica, ma un fatto cosmico concreto che è radicato nella natura effettiva delle cose. E ora, quando noi penetriamo nei recessi della nostra anima nella prova dell’anima, quando arriviamo ai fondamenti della nostra anima, troviamo allora tutto questo: tutte le conseguenze del fatto che il nostro corpo fisico è entrato nella densità della materia fisica reale. Troviamo tutto questo depositato come una sostanza nella nostra anima. Perché tutto questo, tutte le forze che agiscono attraverso il corpo fisico, tutte le forze disarmoniche che entrano nel corpo fisico quando esso è sottoposto alle leggi della materia, tutto questo rimane impresso, per così dire, nella nostra anima come una firma, come un sigillo.

Ora potete comprendere un po’ meglio perché l’uomo, quando si tuffa profondamente nella propria anima, quando il Guardiano della soglia gli mostra ciò che giace nei fondamenti della sua anima, trova questa infinita disarmonia, questa infinita bruttezza nella base della sua anima. Perché il corpo fisico nel corso di tutta l’evoluzione della Terra fino a oggi è stato continuamente sottoposto a queste leggi della materia, e tutto questo, gradualmente, si è depositato nella nostra anima come una memoria profonda, come la memoria vivente di tutte le sofferenze, di tutte le corruttele, di tutte le morti che il corpo fisico ha dovuto subire nel corso della sua evoluzione. E sebbene il nostro corpo eterico e il nostro corpo astrale si proteggano da molte cose attraverso il corpo fisico, tutto questo comunque penetra nelle profondità della nostra anima come una vibrazione vivente, come un ricordo vivente di tutto quello che il corpo fisico ha dovuto sopportare.

Dunque, non è qualcosa di personale, di individuale, ciò che troviamo quando entriamo nei fondamenti della nostra anima attraverso la prova dell’anima. Non è soltanto il ricordo di quello che noi personalmente abbiamo fatto di male in questa vita e nelle precedenti vite incarnate sulla terra. È anche, oltre a tutto questo, la memoria profonda del dolore, della corruzione, della morte del corpo fisico stesso; è la memoria vivente di tutto ciò che il corpo fisico, in tutte le sue forme, in tutta la sua evoluzione dalle epoche cosmiche primitive fino a oggi, ha dovuto inevitabilmente subire.

Ora potete iniziare a sentire come sia una vera prova dell’anima, come sia davvero uno scuotimento della più intima essenza dell’anima, quando il Guardiano della soglia ci mostra tutto questo, quando le profondità della nostra anima vengono aperte. E allora, in questa situazione, è necessaria veramente una straordinaria fiducia in se stessi, fiducia nella propria anima, quella fiducia che ha il coraggio di dirsi: Sì, questo è vero, io porto tutto questo dentro di me, ma io voglio, nonostante questo, perfezionarmi, voglio, nonostante questo, sviluppare forze in me che trasformeranno, che trasmuteranno tutto questo male in bene! E qui comincia allora veramente l’evoluzione dell’uomo verso l’alto.

Perché vedete, cari amici, la stessa cosa che causa la caduta dell’uomo è la cosa che gli dà la possibilità di evolversi nuovamente verso l’alto. Il fatto che il corpo fisico sia sottoposto alle leggi della materia fisica è ciò che causa tutto il male, tutta la disarmonia, tutto il peccato nel cosmo relativamente all’uomo. Ma è esattamente lo stesso fatto che dà all’uomo la forza di evolversi verso l’alto! Perché, vedete, un essere che non fosse mai entrato nella materia fisica, un essere che rimanesse puro nello spirituale, non avrebbe mai la possibilità di comprendere, di sentire consapevolmente quella nobiltà che è necessaria per elevare verso l’alto l’eredità che gli dei hanno depositato in lui. Soltanto chi sperimenta la caduta, soltanto chi sente il male, la disarmonia, tutto ciò che la materia fisica comporta, soltanto questi può effettivamente sviluppare la forza di trasformare tutto ciò in bene. E quando egli compie questo lavoro di trasformazione, quando trasforma le forze oscure in forze luminose, quando trasforma il male che porta in sé in bene, allora egli compie il lavoro cosmico supremo: allora entra in comunione con gli dei stessi e, grazie alle sue attività, accresce effettivamente il bene del cosmo.

Vedete, questo è il significato profondo del fatto che l’uomo sia stato condotto nella materia fisica: affinché egli possa imparare a trasformare consapevolmente il male in bene, affinché egli possa, proprio attraverso l’esperienza della caduta, sviluppare la forza di diventare collaboratore consapevole dei piani divini. Ecco perché l’uomo, sebbene stia nella profondità dell’orribile male, può nondimeno elevare lo sguardo verso il futuro con la speranza più luminosa. Perché tutto quello che egli ha preso in sé attraverso la sottomissione al male della materia fisica, tutto questo lo può trasformare, tutto questo lo può tramutare in bene. E questo è il significato del lavoro spirituale di ogni uomo. È il significato del fatto che gli dei hanno accettato - sì, hanno accettato - il rischio che il male potesse entrare nel cosmo, rischio che hanno corso per l’uomo, affinché egli potesse diventare un collaboratore consapevole nella trasformazione del cosmo.

Ora è semplicemente compito dell’uomo intelligente, quando egli entra in contatto con la scienza dello spirito, di assimilarsi questa visione, di riconoscere che il lavoro che i veri discepoli della scienza dello spirito devono intraprendere non è affatto facile. Esso comporta un’infinita sofferenza spirituale, ma anche una gioia che non può essere trovata in nessun luogo del cosmo: una gioia infinita nel fatto di poter effettivamente collaborare, di essere effettivamente in grado di collaborare alla trasformazione del cosmo in qualcosa di più grande, di più nobile.

Vedete dunque la questione che si pone davanti a noi è questa: due correnti cosmiche scorrono nella natura umana, per usare un’espressione che le rappresenti. Una di queste correnti è la corrente primigenia, quella che ha accompagnato l’uomo sin dal primo momento della sua creazione nel macrocosmo divino, quella cioè che è passata attraverso lo sviluppo di Saturno, di Sole e della Luna. L’altra corrente è quella che, per così dire, rimane più esterna al primo sviluppo. La mitologia greca rappresenta questa duplicità e il conflitto che ne sorge nella contrapposizione fra Urano e Crono. Urano rappresenta l’ordine primitivo, la harmonia originaria di tutte le forze divine nel cosmo. Crono, Saturno, rappresenta l’inizio della differenziazione, l’inizio del fatto che qualcosa comincia a cristallizzarsi, a formare strutture. E non appena questo processo di cristallizzazione comincia, subito qualcosa si oppone, qualcosa che non vuole seguire questo percorso di sviluppo. La mitologia greca lo rappresenta facendo di Crono il nemico del padre Urano, a significare che, una volta cominciato il processo di sviluppo, ecco che sorgono forze che si oppongono a esso.

Proviamo a comprendere meglio questa dualità. Ecco la situazione cosmica: nel corso dello sviluppo di Saturno, del Sole e della Luna, tutte le gerarchie divine che guidano l’evoluzione si unirono in una stessa direzione di sviluppo. Ora, quando l’uomo scese sulla Terra, quando cioè il primo stadio della evoluzione terrestre cominciò, questa unità di propositi si spezzò in due diverse correnti. La scienza dello spirito ci mostra che la divisione avvenne così: una parte delle gerarchie divine continuò il processo di sviluppo secondo il piano originario, una parte invece rimase indietro sul cammino dell’evoluzione. Queste due correnti rappresentano dunque due diverse gerarchie divine, non più operanti in unità, bensì in diverso modo.

Per farvi comprendere meglio questa divisione, posso ricorrere a un’immagine. Immaginate l’atmosfera che circonda la Terra: essa è formata da una sostanza più sottile rispetto alla Terra solida e all’acqua. Analogamente, accanto alla corrente principale dello sviluppo cosmico, vi è una corrente secondaria, una corrente che, pur partecipando allo stesso processo complessivo, rimane in certo senso più esterna, come l’atmosfera è più esterna rispetto alla Terra. Questa corrente secondaria non penetra negli aspetti più densi del cosmo, non scende fino al livello di densità della materia fisica, rimane in una dimensione più sottile, più eterica.

Ora vi chiedo di prestare attenzione al rapporto che esiste fra queste due correnti di gerarchie divine. La corrente principale è quella che agisce direttamente in tutto lo sviluppo, da Saturno sino alla Terra. La corrente secondaria è quella che rimane intorno a questo sviluppo, sempre presente ma in modo indiretto. Cerchiamo di renderci conto di questo rapporto osservando l’uomo stesso, che è un’immagine in piccolo del cosmo.

Considerate il vostro pensiero. Quando pensate, il vostro essere spirituale produce pensieri. Non sono essi una realtà? Sì, ma non una realtà completa. I vostri pensieri sono come immagini riflesse dalla vostra anima. Quando io penso un’idea, quell’idea esiste come un’immagine mentale nel mio animo, ma non è una realtà sostanziale come lo è il mio corpo. Dunque, i nostri pensieri sono immagini della nostra anima, sono quello che la nostra anima produce di meno sostanziale.

Ora, immaginate un essere di un livello superiore a quello umano. Immaginate che fosse così potente che, quando pensa, il suo pensiero non rimane un’immagine vaga nella mente, ma diventa immediatamente una realtà sostanziale, un essere vivente. Immaginate che questo essere crei, tramite il suo pensiero, altri esseri. Ecco, questo è quello che fanno gli dei. Gli dei originari, quelli cioè che agirono sin dal principio nelle gerarchie divine, quando pensano, i loro pensieri diventano immediatamente esseri reali, divengono cioè altre divinità. Così gli dei originari, quando pensavano, producevano altre divinità come i loro stessi pensieri substantivati.

Ma ecco il punto cruciale: queste divinità prodotte dal pensiero degli dei originari non possedevano la medesima indipendenza, la medesima libertà d’azione degli dei che le avevano generate. Erano cioè i pensieri degli dei, ma pensieri che avevano acquisito realtà propria, indipendente. In un certo senso, erano come uno specchio in cui gli dei originari potevano riflettere la loro stessa essenza per conoscersi. Queste divinità minori, questi “pensieri” degli dei, rimangono dunque in una posizione subordinata rispetto agli dei primigeni, ma allo stesso tempo possiedono una loro realtà, una loro esistenza autonoma.

La mitologia greca ci parla di questi due ordini divini. Gli dei primigeni, come Zeus e le altre divinità superiori, sono il fondamento originario. Le divinità secondarie, come ad esempio le creature divine che rimangono nel “circondario”, sono i pensieri substantivati degli dei primigeni. È questa la natura delle entità che la scienza dello spirito chiama luciferiche: sono i pensieri degli dei primigeni che hanno acquistato realtà propria, indipendente, ma che rimangono subordinate agli dei generatori.

La cosa straordinaria è che in noi umani si rispecchia, in scala microscopica, questa stessa dualità cosmica. La nostra natura profonda, il nostro vero sé, proviene dalla corrente primigenia delle gerarchie divine. In noi vive la forza dell’evoluzione primigenia. Ma il nostro pensiero ordinario, la nostra coscienza consuetudinaria, proviene da questa corrente secondaria, dai “pensieri” delle gerarchie divine, dalle entità luciferiche. Così nel nostro stesso essere interno si rispecchia la dualità cosmica fra le due correnti.

Fino a un certo momento della storia umana, l’uomo poteva ricevere dalla corrente primigenia tutte le forze che gli permettevano di vivere e svilupparsi. La corrente secondaria forniva soltanto i “pensieri”, le immagini mentali. Ma quando l’uomo doveva attingere a qualcosa di più profondo, quando voleva veramente conoscere, doveva mettersi in contatto con le profondità della propria anima, cioè con gli stati che provenivano dalla corrente primigenia.

Or dunque, qui sorge una domanda cruciale: come poteva l’uomo ottenere una conoscenza vera, una conoscenza che non fosse soltanto una sequenza di immagini mentali, di pensieri effimeri, ma una conoscenza che toccasse la realtà? Per un lunghissimo tempo della storia umana, questa domanda non poteva trovare risposta se non attraverso percorsi straordinari, attraverso iniziazioni, attraverso lo sviluppo occulto. La ragione è che le due correnti cosmiche, quella primigenia e quella secondaria, non potevano facilmente fondersi. La corrente primigenia rimaneva inconscia; la corrente secondaria forniva il pensiero ordinario, consapevole ma irreale.

Ma ecco che interviene qualcosa di straordinario. Nel battesimo di Gesù nel Giordano, accade un evento cosmico di immensità incomparabile. Ciò che entra in quel momento è il Cristo, una realtà divina primigenia che sceglie di manifestarsi nel corpo di Gesù di Nazareth. Il Cristo non è semplicemente un pensiero degli dei, non è una delle entità secondarie. Il Cristo è uno dei poteri primigeni, una delle forze originarie del cosmo che sceglie di incarnarsi sulla Terra.

Con l’evento del Cristo, qualcosa di nuovo entra nel cosmo umano. Per la prima volta, una forza della corrente primigenia entra consapevolmente e realmente nel corpo fisico dell’uomo. Non più come una forza inconscia e lontana, non più come un’immagine mentale sterile, ma come una realtà vivente che entra nella storia umana.

Vedete dunque come tutti i misteri della storia umana, tutta la lotta dell’anima nell’affrontare la “prova dell’anima”, tutta l’evoluzione spirituale dell’uomo, trovino la loro giustificazione e la loro speranza nell’evento del Cristo. È l’evento della redenzione cosmica, l’evento in cui le due correnti, fino allora separate, cominciano a convergere. È il momento in cui l’uomo può veramente iniziare a cercare la comunione con il divino, perché il divino stesso sceglie di venire incontro all’uomo.

Ecco il significato profondo del ciclo di conferenze che abbiamo concluso oggi: “La luce e la vita dei discepoli della scienza dello spirito”. I veri discepoli della scienza dello spirito sono coloro che comprendono questo grande evento cosmico, che comprendono come l’uomo, attraverso la propria lotta di fronte alle prove dell’anima, stia partecipando alla grande trasformazione cosmica inaugurata dal Cristo. Essi comprendono che il loro lavoro, il loro sviluppo spirituale, non è una faccenda privata, ma un contributo al grande processo di riunificazione delle due correnti cosmiche, al processo di redenzione universale.

Ora, come questi due ordini divini si manifestano nella realtà? La dualità di queste correnti cosmiche è rappresentata nella mitologia greca da Urano e da Crono. Urano è la figura che rappresenta l’unità primigenia, l’ordine cosmico originario, dove tutte le forze divine agiscono in armonia e in perfetta unità di scopo. Crono, il Saturno romano, rappresenta l’inizio della differenziazione, il momento in cui qualcosa comincia a cristallizzarsi, ad acquisire forma propria e a strutturarsi secondo principi particolari. Ed è precisamente nel momento in cui Crono inizia il suo operare che sorgono delle opposizioni, delle forze che non vogliono seguire il percorso dell’evoluzione ordinaria, che rimangono fedeli all’ordine antico. La mitologia greca mostra che Crono diventa il nemico di Urano, suo padre: questo significa che, non appena il processo di differenziazione inizia, emergono forze che gli si oppongono, forze che rappresentano una staticità, una resistenza al cambiamento, un desiderio di mantenere l’ordine primitivo senza permettere alcuna novità.

Questa duplicità che ritroviamo nel mondo divino si ripete nella costituzione umana. Nel corso dello sviluppo di Saturno, del Sole e della Luna, le gerarchie divine operavano in unità di scopo e di azione. Ma quando l’umanità scese sulla Terra, quando l’evoluzione terrestre iniziò, questa unità si spezzò. Una parte delle gerarchie divine continuò a guidare lo sviluppo secondo il piano originario; un’altra parte rimase indietro nel cammino evolutivo. Non si tratta di una caduta, di una ribellione nel senso moralistico: si tratta di una differenziazione necessaria nel grande ordine cosmico. Queste due correnti di gerarchie divine non sono più operanti in piena unità, bensì ciascuna agisce secondo la propria natura e il proprio compito.

La corrente primaria, quella che agisce direttamente attraverso tutti gli stadi evolutivi, penetra profondamente nella costituzione dell’uomo. Essa ha formato il nostro corpo fisico, il nostro corpo eterico, il nostro corpo astrale e il germe della nostra coscienza dell’io. Tutto ciò che fa parte della nostra natura profonda, tutto ciò che ci costituisce come esseri viventi e pensanti, proviene da questa corrente primaria. È una corrente che agisce nella nostra fisicità, nella nostra vitalità, nelle nostre emozioni e nei fondamenti più profondi della nostra coscienza.

La corrente secondaria, quella che rimane come “pensiero” della corrente primaria, agisce in modo indiretto e più esterno. Essa non penetra fino al nucleo della nostra fisicità, ma rimane intorno a noi, come l’atmosfera circonda la Terra. Questa corrente secondaria è responsabile di tutto ciò che è il nostro ordinario pensiero consapevole, la nostra coscienza quotidiana, le immagini mentali che continuamente attraversano la nostra anima.

Questo significa che noi, come esseri umani, siamo costituiti da due nature apparentemente opposte, ma che in realtà sono complementari e necessarie l’un'all’altra. Da un lato, abbiamo una natura profonda, legata alla corrente primaria, che è un’eredità diretta delle gerarchie divine primigenie, che è portatrice di una forza creatrice vera e propria, di un’energia generatrice che proviene dai fondamenti stessi del cosmo e che permette all’universo di perpetuarsi e di evolversi. D’altro canto, abbiamo una natura più superficiale, legata alla corrente secondaria, che produce il nostro ordinario pensiero consapevole, ma che è per sua natura una riflessione, un’ombra, un pensiero impotente che non genera alcuna realtà vera nel senso materiale. Tuttavia, questa apparente impotenza della corrente secondaria rivela il suo vero valore: essa fornisce la consapevolezza, la riflessione, la possibilità di guardarsi a se stessi. Senza questa corrente secondaria, la forza primaria sarebbe ceca, priva di autocoscienza, incapace di conoscersi e di perfezionarsi.

Perciò, quando diciamo che nell’uomo abitano due correnti cosmiche, intendiamo proprio questo: da un lato la forza creatrice profonda delle gerarchie primigenie, quella forza che ha tessuto i cieli e la terra, che ha dato forma al nostro essere corporeo e spirituale; d’altro canto l’attività riflessiva del pensiero ordinario, quella che ci permette di essere consapevoli, di riflettere, di costruire concetti e teorie. La grande tragedia della storia umana, fino a un certo momento della venuta del Cristo, è stata proprio questa: l’uomo poteva attingere alla sua natura profonda soltanto attraverso cammini straordinari, attraverso vere iniziazioni, attraverso il distacco risoluto dalla coscienza ordinaria. La coscienza ordinaria, per sua natura, rimane esteriore a questa realtà profonda, separata da essa come il riflesso nello specchio è separato dall’oggetto riflesso. Il pensiero ordinario può conoscere soltanto immagini, rappresentazioni, non la realtà vivente e creatrice che le genera.

Perciò è semplicemente compito dell’uomo intelligente, quando egli entra in contatto con la scienza dello spirito, di assimilarsi questa visione complessa e profonda, di riconoscere che il lavoro che i veri discepoli della scienza dello spirito devono intraprendere non è affatto facile. Esso comporta un’infinita sofferenza spirituale nell’affrontare i contenuti nascosti della propria anima, ma anche una gioia indicibile nel fatto di poter effettivamente collaborare, di essere effettivamente in grado di collaborare alla trasformazione consapevole del cosmo in qualcosa di più grande, di più nobile, di più perfetto.

Tuttavia, vi è ancora un aspetto fondamentale che bisogna comprendere. Nel passato lontano della storia umana, gli iniziati, coloro che avevano raggiunto un certo grado di conoscenza spirituale attraverso straordinari percorsi di sviluppo, sapevano bene quale fosse il rapporto fra queste due correnti cosmiche. Sapevano che l’ordinaria coscienza umana, quella che tutti possediamo nella vita quotidiana, è il prodotto della corrente secondaria, quella che rimane esterna e riflettente. Sapevano anche che, per accedere a conoscenze vere, a realtà spirituali effettive, era necessario uno sviluppo straordinario, una trasformazione della propria coscienza, un vero e proprio distacco dalle rappresentazioni ordinarie della mente. Questa era la natura delle iniziazioni antiche: permettere a coloro che se ne mostravano degni di attingere consapevolmente alla corrente primigenia, di mettere in contatto la loro coscienza ordinaria con le forze profonde della propria natura spirituale.

Ma oggi, nel nostro tempo, la scienza dello spirito offre qualcosa di nuovo, di rivoluzionario. Essa non offre soltanto il cammino tradizionale delle iniziazioni antiche, riservato a pochi prescelt. Essa offre la possibilità che ogni essere umano, che ogni anima sincera che aspira veramente alla conoscenza spirituale, possa intraprendere consapevolmente il lavoro di trasformazione richiesto. Non è più necessario attendere il privilegio di un’iniziazione segreta; la scienza dello spirito rende accessibile a tutti coloro che hanno la volontà e il coraggio la conoscenza che era una volta riservata a pochi. Questo è il significato profondo della democrazia spirituale che la scienza dello spirito persegue.

Perciò è una comunità di discepoli consapevoli, quella che la scienza dello spirito vuole formare: una comunità di uomini e donne che, consapevolmente e liberamente, decidono di collaborare con le forze cosmiche, che accettano le prove dell’anima non come un castigo incomprensibile o come una maledizione oscura, ma come un’occasione necessaria e nobilitante di crescita spirituale e di contributo autentico, significativo, e reale al bene e all’evoluzione del cosmo intero. Questa è la vera disciplina della scienza dello spirito, quella che non è mai stata assente dalla storia umana nei suoi momenti più importanti, quella che ha animato i misteri antichi e che nel nostro tempo assume una forma particolare e consapevole, accessibile e inclusiva per tutti coloro che cercano sinceramente. Questa è la vera ricerca iniziatica del nostro tempo: non una ricerca astratta di verità remote e inaccessibili, riservata a pochi eletti, ma una ricerca consapevole e partecipativa della propria partecipazione all’evento cosmico supremo. È l’evento della venuta del Cristo sulla Terra, della sua azione salvatrice nel cuore dell’umanità intera e di ogni singolo essere umano, per tutta l’eternità futura e per i mondi ancora a venire.

9°Il divenire della figura umana attuale

Monaco, 26 Agosto 1911

Era compito mio ieri di mostrare come all’interno della organizzazione umana accada effettivamente qualcosa come una retro-trasformazione di forze che si sono spinte fino alla condensazione del corpo fisico. Come esempio ho richiamato l’attenzione sul fatto che dal nostro sistema sanguigno e cardiaco si verifica continuamente una sorta di etherificazione della sostanza fisica grezza del sangue, sicché in verità il sangue si trasforma continuamente nelle sue parti più sottili nella medesima sostanza di cui si compone il corpo eterico dell’uomo. E abbiamo visto che queste particelle eteriche dall’interno del cuore salgono nel nostro cervello in flussi del tutto particolari. Inoltre, dipende precisamente dal fatto che il nostro cervello viene attraversato da questi flussi, in certa misura neoformati, della nostra costituzione eterea il fatto che possiamo sviluppare una conoscenza, un’intuizione che vada oltre la conoscenza egoistico-materiale di ciò che accade in noi stessi, di ciò che si svolge all’interno della nostra organizzazione. Ho cercato di chiarirvi che, se questi flussi eterici non salissero dal cuore al cervello, solamente quelle rappresentazioni, quei concetti, quei sentimenti potremmo esprimere per mezzo dello strumento del cervello che hanno a che fare con il nostro corpo stesso, con la nostra organizzazione. Tutto ciò che vi ho così esposto sta in relazione con l’intero divenire, con l’intera evoluzione dell’uomo. Rammentiamoci ancora una volta che la nostra evoluzione terrestre ha avuto inizio in questo modo: che le è stata preceduta l’evoluzione di Saturno, del Sole e della Luna, che quest’ultime hanno prodotto un risultato e che questo risultato dell’evoluzione di Saturno, Sole e Luna ha condotto nel tempo pre-lemuriano della formazione terrestre a un uomo eterico. Prima che l’uomo entrasse nell’evoluzione lemuriana, anche in rapporto alle sue forze fisiche egli era solamente una figura eterea. Un tale uomo fisico denso, quale lo possediamo oggi con il sangue fisico denso, il sistema nervoso, lo scheletro e così via, non esisteva ancora nel tempo pre-lemuriano. Tutte le forze che oggi si trovano anche nel corpo fisico erano allora ancora in forma eterea. Questa figura eterea dell’uomo era dunque, rispetto all’uomo posteriore, in certa misura ombra e schema, era quasi soltanto un accenno di ciò che successivamente si cristallizzò come l’uomo più denso. Solo attraverso il tempo lemuriano, atlantico e post-atlantico avvenne la condensazione dell’uomo.

Affinché possiamo comprendere completamente i misteri mondani, le prove dell’anima e le manifestazioni spirituali, dobbiamo considerare una volta questa configurazione dell’uomo, vedere come l’uomo si è progressivamente condensato a partire dalla forma d’ombra originariamente esistente. Rappresentiamoci oggi una volta in modo schematico e simbolico come era l’uomo nel tempo pre-lemuriano. Avremmo una sorta di immagine d’ombra, solamente accennante la forma umana successiva. In questa immagine d’ombra dell’uomo confluirebbero i flussi più svariati, vi opererebbero gli esseri delle gerarchie superiori. Era così allora: l’uomo non camminava con i piedi sulla terra, bensì aleggiava nello spazio attorno alla terra come figura d’ombra; solamente più tardi scese sulla terra. Anche la terra era ancora in uno stato più rarefatto. Tutto ciò che le gerarchie superiori operavano sull’uomo, fluiva sull’uomo in ogni sorta di correnti. Mentre l’uomo viveva così sulla terra come figura d’ombra, si sviluppava anche la terra. Essa non è affatto quel pezzo denso di materia quale la descrivono i geologi, i mineralisti e i fisici. Descrivere la terra come fanno i fisici, i mineralisti, è più o meno come se si volesse descrivere un uomo limitandosi allo scheletro. Tutto ciò che la scienza fisica descrive è soltanto una parte, è l’armatura della terra. Con la terra sono ancora collegate altre forze del tutto diverse, altre cose sostanziali diverse, che rendono la terra un organismo in cui siamo immersi. La terra quindi continuava la sua evoluzione, e dalla terra stessa fluivano continuamente all’uomo forze sempre diverse nel corso dell’evoluzione lemuriana, atlantica e post-atlantica. Cerchiamo di considerare più attentamente queste forze.

In primo luogo dobbiamo prestare attenzione a determinate forze che per mezzo degli esseri spirituali delle gerarchie superiori appartengono alla corrente sotterranea che ho ricordato ieri. Queste forze fluivano nell’uomo, e precisamente, se vogliamo descriverlo in termini spaziali, da basso, dalla terra verso l’alto. L’uomo nel corso dell’evoluzione terrestre è attraversato da basso verso l’alto dalle forze delle gerarchie superiori. E se vogliamo parlare in rapporto all’aspetto esteriore della scienza, anche della scienza dello spirito, oggi non possiamo dire altrimenti se non che le forze che principalmente durante il tempo lemuriano, ma poi continuamente, fluirono nell’uomo e cooperarono alla sua configurazione, sono forze che interpenetrano la terra nel suo essere. Ovunque sulla superficie della terra, dove si possa andare, queste forze sono presenti. Queste forze ora, che avevano ancora altro da operare nell’evoluzione terrestre, vogliamo renderle comprensibili a noi stessi indicando gli esseri di un altro regno, nella cui configurazione queste forze erano principalmente attive.

I zoologi, i ricercatori della natura esterna rimarranno una volta veramente stupefatti quando vedranno in quale modo complicato tutto ciò che adesso presentano così semplicemente nei loro alberi genealogici, corretti da certi punti di vista ma in modo così astratto e, vorrei dire, così elegante nei loro libri, è stato effettivamente configurato dal mondo spirituale. Ciò che essi pensano come strettamente imparentato, sotto certi aspetti può essere stato realizzato dai più vari lati spirituali attraverso i flussi spirituali più complicati. In verità non dobbiamo presentare ciò che nella zoologia chiamiamo mammiferi nel modo come oggi vorrebbe farlo una zoologia evoluzionista esterna. Non dobbiamo assolutamente credere che si possa tracciare una linea dritta dai mammiferi più semplici fino a quelli più complicati. In due diverse specie di mammiferi trovano applicazione forze di configurazione affatto diverse. Tutto ciò che intorno a noi, tra i mammiferi, è in certa misura imparentato con tutto quello che noi chiamiamo i nostri ruminanti - animali che, come sapete, appartengono principalmente ai nostri animali domestici - stava nel corso dell’evoluzione sotto condizioni spirituali affatto diverse da ciò che appartiene ai felini, agli animali leonini. Dobbiamo rappresentarci che le forze spirituali, in particolare, hanno operato sui gruppi-anima e quindi anche sulla forma fisica. Ciò che appartiene agli animali leonini cominciò solo verso il tempo atlantico e in particolare durante il tempo atlantico a operare sulla terra, venendo sulla terra come se fosse stato spinto fuori dall’interno della terra verso la superficie. Tutto ciò però che ha operato sull’uomo stesso durante il tempo lemuriano è imparentato con ciò che ha operato in modo configurante sui nostri animali ruminanti e che l’esoterismo raccoglie nell’immagine del Toro. È tutto ciò che durante il tempo lemuriano cominciò pure a influenzare la configurazione umana da questa medesima corrente tellurica ascendente.

Non deve apparirvi come qualcosa di particolarmente scioccante se dico, cari amici: Se durante il tempo successivo non avesse operato nient’altro sull’uomo, allora l’uomo nella sua configurazione esterna sarebbe diventato simile a un toro. Infatti queste forze operavano cosicché, se avessero agito solamente da sole sull’uomo, l’avrebbero configurato in questa maniera. - Ma poi, progressivamente, altre forze entrarono nella organizzazione umana a partire dall’interno della terra. Sono le medesime forze che esercitavano influssi particolari sull’altra serie di mammiferi, e nell’esoterismo vengono raccolte sotto il nome del Leone. Queste forze entrarono nell’evoluzione terrestre un poco più tardi. Se le forze precedenti non fossero state presenti, ma avessero agito solamente ed esclusivamente queste forze sull’uomo, allora la forma esterna dell’uomo sarebbe diventata leonina con tutti i caratteri dell’organizzazione leonina. Solo dal fatto che non una corrente sola ha agito su di lui, ma che diverse correnti hanno agito successivamente l’una dopo l’altra, è risultata la forma complicata dell’uomo.

Ora potete farvi un’idea del perché gli animali simili a un toro sono rimasti simili a un toro e gli animali leonini sono diventati leonini. Per la ragione che le forme-schema o forme d’ombra che stanno loro alla base non erano organizzate come le forme d’ombra pre-lemuriane dell’uomo di quel tempo. Queste forme-schema erano organizzate attraverso la loro precedente evoluzione di Saturno, Sole e Luna così da aspettare sempre i tempi giusti, da lasciar agire su di sé le diverse correnti successive, per paralizzare una corrente attraverso l’altra e così armonizzarle anche in senso più elevato. Un toro non rimarrebbe un toro se operasse su di lui la natura leonina e trasformasse la configurazione taurina. L’uomo è giunto sulla terra così da poter lasciar agire su di sé tutte queste correnti. E solo nel corso del tempo atlantico è entrato qualcosa di diverso, qualcosa che, una volta riconosciuto e reso fertile per la scienza esterna, getterà luce infinita sulla nostra zoologia.

Nel corso del tempo atlantico subentrarono condizioni completamente diverse. Badate bene che ho detto: queste forze taurine, queste forze leonine operavano come se fluissero dall’interno della terra verso la superficie, per così dire emanassero dall’interno della terra. - Le forze che si unirono durante il tempo atlantico a queste forze emananti dalla terra, venivano ora da fuori, per così dire dal circondario cosmico. Sicché durante il tempo atlantico operavano tali forze che dobbiamo immaginare come agenti dal basso verso l’alto nell’uomo, plasmanti, e altre forze fluenti dall’alto verso il basso nell’uomo dallo spazio cosmico. Così lo schema o l’ombra dell’uomo venne di nuovo esposto ad altre forze, che però ora da una direzione affatto opposta, del tutto contraria, operavano sull’uomo.

Affinché possiamo farci un’idea di queste forze, dobbiamo chiederci: In quali esseri sulla terra operavano principalmente, indisturbate dalle altre forze, queste forze che fluivano così dallo spazio celeste sulla terra? Anche qui possiamo distinguere certi esseri nel nostro circondario, di che possiamo dire: in essi le forze taurine, le forze leonine che vengono dall’interno della terra, operavano in misura minima, operavano debolissimamente. Al contrario, in essi operavano quasi esclusivamente le forze che dal circondario cosmico fluivano verso il basso sulla terra, fluivano nella sostanza terrestre. Questi esseri appartengono al regno degli uccelli. E la nostra astratta zoologia dovrà una volta stupirsi molto quando dovrà dirsi: Completamente diversamente costituite rispetto ai mammiferi sono le forze che operano principalmente sul regno degli uccelli e in senso più ampio pure su tutto ciò che si riproduce per mezzo di uova deposte all’esterno. In tutti quegli esseri dove la riproduzione accade in questo modo, soprattutto nel regno degli uccelli, operano essenzialmente sulla configurazione correnti che penetrano dallo spazio cosmico. Queste forze vengono raccolte essotericamente sotto il nome dell’Aquila.

Se ora immaginiamo queste forze, che principalmente si esprimono nella configurazione del mondo degli uccelli, armonizzate con le forze leonine e taurine nell’uomo, cosicché tutto si inserisca nella forma d’ombra o schema originario, allora abbiamo in questa armonizzazione ciò che quale risultato fornisce la forma umana attuale. Se considerate il tutto diversamente costituito del regno degli uccelli, non potrete dubitare a lungo che l’intera configurazione degli uccelli è qualcosa di essenzialmente diverso dalla configurazione, per esempio, dei mammiferi. Oggi non voglio addentrarmi negli altri esseri del regno animale. Nella configurazione degli uccelli risiede qualcosa che si impone al sguardo chiaroveggente in modo del tutto particolare. Mentre nei mammiferi dappertutto, dovunque lo sguardo chiaroveggente guardi, troviamo straordinariamente sviluppato il corpo astrale, nello sguardo chiaroveggente nel mondo degli uccelli ci viene incontro come il più evidente il corpo eterico. Il corpo eterico, stimolato da fuori attraverso le forze dello spazio cosmico, è quello che esprime le piume degli uccelli, per esempio, la piuma, il piumaggio. Da fuori viene configurato tutto questo, e una piuma di uccello non può nascere se non dal fatto che le forze che dal circondario cosmico operano verso il basso sulla terra e cooperano alla formazione della piuma di uccello sono più forti delle forze che provengono dalla terra. Ciò che sta alla base della piuma, ciò che si può designare come il rachide della piuma, è sottoposto effettivamente a determinate forze che provengono dalla terra. Ma allora sono le forze che operano dallo spazio cosmico quelle che aggiungono ciò che si aggancia al rachide della piuma e che costituisce il piumaggio esteriore dell’uccello. Tutt’altro è per gli esseri ricoperti di peli. Qui operano fino nei peli principalmente le forze che agiscono dalla terra verso l’esterno, cioè in direzione opposta rispetto alla piuma di uccello. E poiché solamente in minor misura le forze dello spazio cosmico possono operare sui peli degli animali e degli uomini, il pelo non può diventare piuma, se posso usare questa espressione paradossale. Essa corrisponde perfettamente alla realtà, e se si volesse continuare il paradosso si potrebbe dire: Ogni piuma di uccello ha la tendenza a diventare pelo, ma non è un pelo perché le forze dello spazio cosmico operano da ogni lato sulla piuma di uccello. E ogni pelo ha la tendenza a diventare piuma, e il pelo non diventa piuma per la ragione che le forze che agiscono dalla terra verso l’alto sono più forti delle forze che agiscono da fuori. - Se ci si pone seriamente davanti a tali paradossi, allora si arriva a certi misteri fondamentali nella costituzione del nostro universo.

Supponiamo che un uomo dotato della vecchia chiaroveggenza non avesse voluto rappresentare l’uomo, che effettivamente cela le diverse correnti che sono fluiste in lui, armonizzandole e mostrandole soltanto nella loro interazione reciproca, bensì avesse voluto illustrare proprio queste diverse correnti in modo evidente. Allora avrebbe dovuto dire: All’uomo sta alla base qualcosa che non si può vedere fisicamente: la forma-schema o forma d’ombra originaria, che oggi emerge nella forma fisica esteriore soltanto perché l’uomo ha armonizzato ciò che si chiama la corrente dell’Aquila, del Toro e del Leone. - Colui che considera l’uomo in rapporto al suo divenire dovrebbe considerare la forma-schema o forma d’ombra originaria dell’uomo come sovrasensibile, ma per contro dovrebbe separare ciò che nell’uomo si è riunito, staccare, distinguere. Cioè dovrebbe pensarsi: alla base di tutta l’umanificazione sta una forma schema eterea, e in essa confluiscono, si mescolano cosicché nell’uomo compiuto della contemporaneità non sono più distinguibili, un elemento taurino, un elemento leonino, un elemento aviforme.

Supponiamo che un’epoca culturale quale l’antico Egitto avesse avuto lo scopo di presentare all’uomo l’umanificazione, l’intiera grande questione enigmatica dell’umanificazione: allora l’uomo vero, la forma-schema originaria venuta come risultato dell’evoluzione di Saturno, Sole e Luna, come uomo, avrebbe dovuto restare invisibile. Ma come dall’invisibile si sarebbe dovuta formare un composito, assemblato dalla forma taurina e dalla forma leonina e con le ali come le ha l’aquila, come le ha il volatile in generale. Se vi ricordate della Sfinge nella sua accezione più ampia, che dovrebbe rappresentarci il grande enigma dell’umanificazione, allora avete effettivamente ciò che una cultura chiaroveggente, che interiormente sapeva come stavano le cose riguardo all’umanità, ha posto davanti a questa umanità. Ciò che nella Sfinge appare separato è intimamente tessuto nella natura umana. E si può dire che per lo sguardo chiaroveggente la forma umana risulta in modo del tutto singolare. Se infatti si lascia agire su di sé una tal Sfinge, che è effettivamente composta da una forma leonina e da una forma taurina con ali di uccello, e la si completa con quello che come forma-schema o forma d’ombra umana sta dietro e intimamente intessuto, allora surge la forma umana davanti a noi, allora diventa presente ciò che oggi abbiamo davanti a noi come uomo. Per questo la coscienza chiaroveggente non può guardare una Sfinge, che all’inizio non è neppure simile a un uomo, senza dirsi: Tu sei io stesso.

Abbiamo detto nel corso di questa considerazione qualcosa di straordinario. Abbiamo illuminato l’essere quadruplice dell’uomo da un altro punto di vista. Una forma-schema o forma d’ombra, che essotericamente è designata come l’uomo, viene come risultato dell’antica evoluzione di Saturno, Sole e Luna. Nel corso della condensazione di questa forma-schema o forma d’ombra operano le correnti che essotericamente si designano come la corrente leonina, come la corrente taurina e come la corrente aquilina. Qui abbiamo quei quattro simboli esoterici che effettivamente insieme compongono l’uomo e che hanno a che fare con l’evoluzione umana nel modo più profondo, più significativo. Ora abbiamo ricordato che nel corso dell’evoluzione dell’umanità sulla terra, sia nell’uomo stesso sia negli altri esseri, specialmente cioè negli esseri del mondo degli uccelli, forze da fuori, dallo spazio cosmico, entrarono. In verità ciò avvenne durante il tempo atlantico, sicché si può dire che in quelle parti dell’organizzazione umana, fino al che oggi la coscienza umana normale già non arriva, entrò una corrente nell’uomo che veniva dal circondario cosmico. Questa corrente era presente nel tempo atlantico, era naturalmente presente anche nel tempo post-atlantico. Era quella corrente che veniva dal dominio di ciò che ieri ho designato come gli dèi superiori, che in certa misura sono le manifestazioni rappresentazionali degli altri esseri divini, degli dèi ctoni. Sono esseri che si presentavano agli allievi dei Misteri greci, a quelli che dovevano confrontarsi con il grande enigma della Sfinge. Dovevano effettivamente contemplare la parte subconscia dell’essenza umana in questo modo, che attraverso l’auto-conoscenza giungevano alla quadruplice umanità. Ciò che quindi fluiva nel subconscio dell’uomo a partire dal tempo atlantico dallo spazio cosmico, ciò che, si potrebbe dire, penetrava in esso pure riguardo alle sue parti inferiori, fluì ora, riguardo alle sue parti più elevate e purificate, nell’evoluzione terrestre dell’uomo nel battesimo del Giordano. Questo è effettivamente un evento significativo. Qui fluirono nel modo più puro ora non solo nella parte inconscia dell’uomo, bensì cosicché sempre più e più il parte conscia dell’uomo può essere compresa, quelle forze che dal tempo atlantico come la corrente dallo spazio cosmico ininterrottamente già hanno operato sulla nostra configurazione terrestre e umana. Per questo dovette apparire l’immagine che effettivamente è presente tra i grandi simboli, che ci sono pervenuti attraverso gli scritti occulti e religiosi: il Simbolum che troviamo nei Vangeli.

Come si poteva ora rappresentare questo afflusso dall’alto dello spazio cosmico nella sua forma più pura? Sappiamo che accadde al battesimo del Giordano che il corpo tripartito di Gesù di Nazaret, che era stato preparato attraverso i due fanciulli Gesù come avete nella brochure «La guida spirituale dell’uomo e dell’umanità», fu abbandonato dal suo Io, che era l’Io di Zarathustra. Questo Io fluì verso l’alto, e nel momento del suo partire fluì in questo Io la parte più pura di quella corrente che già ininterrottamente fluiva dallo spazio cosmico, ma solo alle membra oggi inconsce dell’uomo. Per questo si indica come simbolo giusto una forma volatile, la forma della colomba bianca pura, che rappresenta per così dire il più puro estratto di ciò che era l’elemento aquilino o cherubinico della vecchia forma sfingiea. E appartiene essenzialmente al compimento dell’umanità sulla terra che nel parte conscia dell’uomo fluisca questa corrente cosmica, questa corrente dello spazio. Nell’immagine di Gesù di Nazaret al Giordano, con la colomba sopra di lui, troviamo effettivamente espresso il mistero che era giunto ormai a un certo compimento.

Abbiamo potuto seguire un poco questa corrente dallo spazio cosmico nella sua storia, nella sua storia cosmica ieri. Perché poteva questa corrente dallo spazio cosmico configurarsi così da diventare quella forza cristica, quell’impulso cristico che, operando sempre più sulla terra, penetrerà completamente l’essenza umana? Nel momento in cui l’uomo accoglie questo impulso nel proprio interiore, adempirà effettivamente sempre più e più la verità della parola paolina in sé: Non io, ma il Cristo in me. - Di fronte alle altre tre correnti che erano come risultato dello sviluppo precedente, la nuova corrente, che è la corrente più pura e purificata dall’alto, sempre più e più comprenderà l’uomo, sempre più lo circonderà, ma sempre più lo scioglierà anche da ciò che lo lega alla terra. Abbiamo caratterizzato il divenire storico di questa corrente ieri dicendo che poteva essere soltanto così come è diventata, per il fatto che si era già preparata sul vecchio Sole.

Mentre gli esseri divini superiori, che nel senso di ieri sono le manifestazioni rappresentazionali degli altri esseri divini, volevano vivere soltanto negli elementi più sottili, nell’elemento di calore, nell’elemento di luce, nell’elemento chimico, nell’elemento vitale, questa essenza, che più tardi discese attraverso il battesimo del Giordano, prese con sé dalla saggezza più interiore le forze fino al che si era già spinta l’evoluzione durante il vecchio sviluppo solare. Sappiamo dalla scienza dello spirito che durante il vecchio sviluppo solare si era già verificata quella condensazione dell’elemento di calore, che sul vecchio Saturno era ancora l’elemento più essenziale, all’elemento d’aria. Mentre gli altri esseri dei mondi divini superiori non se la sentirono di portare con sé qualcosa di aeriforme quando ascesero dallo sviluppo complessivo nello spazio cosmico, questa essenza prese con sé l’elemento dell’aria. Sicché rimase imparentata con la terra, e per tutta l’evoluzione futura, fuori nello spazio cosmico, attraverso questa essenza un elemento continuamente imparentato con la terra: ciò che sul vecchio Sole si era già condensato ad aria o a gas. - Se guardiamo nello spazio cosmico come con l’occhio del vecchio Zarathustra verso il Sole, allora dobbiamo scorgere in esso anzitutto un residuo del vecchio Sole, per così dire il vecchio Sole rivitalizzato, che nel presente imita più o meno ciò che era sul vecchio Sole. Abbiamo dunque nel Sole, occulto scientificamente, da vedere il luogo di residenza o almeno una parte del luogo di residenza - anche i nostri altri pianeti appartengono a questo luogo di residenza - ma la parte più essenziale del luogo di residenza delle figure divine superiori che abbiamo ricordato ieri come una corrente del mondo divino. Se però contemplate questo intiero Sole con lo sguardo chiaroveggente, tutto ciò che questi dèi superiori sono è presente solo etericamente nel Sole, dai elementi di calore verso l’alto solo come calore, come etereo-luminoso, etereo-chimico e etereo-vitale. Ma il Sole come oggi galleggia nello spazio cosmico non è presente solo per lo sguardo chiaroveggente come figura eterea, bensì esiste come una palla di gas, come qualcosa di condensato fino all’aerosità. Il Sole non si sarebbe mai condensato fino alla sostanza aerea se non si fosse separato durante il vecchio sviluppo solare quella essenza, di cui ho parlato ieri e che con la colomba al battesimo del Giordano nel Giordano discese di nuovo, in un corpo d’aria e non soltanto in un corpo etereo dal Sole. Se dunque osserviamo il Sole, dobbiamo dire: Ciò che nel Sole è calore, luce, impulsi chimici, ciò che è impulsi vitali, è connesso anche con gli altri esseri che sono solo le manifestazioni rappresentazionali delle figure divine inferiori. Ciò che nel Sole è gassoso è effettivamente corpo del Cristo.

In questo nostra attuale scienza così materialistica riconoscerà una volta la vecchia dottrina di Zarathustra. Dovrà dirsi: Il Sole come palla di gas nello spazio cosmico non è solo ciò che vuol farne la nostra astrochimica, non è solo ciò che scopre la nostra analisi spettrale; il Sole come palla d’aria o di gas nello spazio cosmico è il corpo originario del Cristo, che in unione con gli altri dèi superiori, ma come una figura divina imparentata con l’essenza terrestre, era. - Questo sentiva Zarathustra quando esprimeva il mistero del Cristo nel Sole con la parola: Aura o Ahura Mazdao, lo spirito grandioso e ricco di saggezza, la gran saggezza, la gran aura. - In verità, ciò che prima era soltanto nel Sole, imparentato con l’essenza terrestre, prese possesso nel momento misterioso del battesimo del Giordano del corpo fisico, del corpo etereo e del corpo astrale di Gesù di Nazaret. E in questo corpo di Gesù di Nazaret si unì per la prima volta sulla nostra terra la corrente purificata, purificata dal circondario cosmico con il corpo eterico neoformato che fluisce dal cuore umano verso il cervello. Con quel flusso eterico che ininterrottamente come parti eteriche più sottili dal sangue fluisce dal cuore verso la testa, si unì durante il battesimo del Giordano ciò che come una corrente reale anche attraversata da sostanza aerea veniva dall’esterno dal circondario cosmico. Con ciò fu posto il fondamento affinché per ogni anima umana da quel momento la possibilità esista di penetrarsi con quell’elemento dello spazio cosmico che nella firma della colomba ci è rappresentato al battesimo del Giordano. C’era effettivamente una corrispondenza creata tra il cosmo intero, per quanto ci è accessibile, e il suo più puro estratto, che prima, provvisoriamente si potrebbe dire, aveva cooperato in ciò che essotericamente si chiama la corrente aquilina. Era una comunicazione, una cooperazione tra tutto ciò che era la corrente della terra, che ha formato il corpo umano da basso verso l’alto, e ciò che da fuori agiva come la corrente macrocosmica sull’uomo. Potete da ciò vedere che il mistero di Palestina si può sempre più approfondire. Quanto più avanziamo noi stessi nella conoscenza di ciò che il mondo è, tanto più arriviamo anche a comprendere il mistero di Palestina.

Ora dobbiamo porci la domanda, cari amici: Perché l’uomo oggi non vede più niente, non sente più niente dei flussi eterici che fluiscono dal suo cuore verso il suo cervello? La scienza odierna è superficiale. Perciò prende la storia anche in modo assai superficiale e prende ciò che sono verità antichissime, spesso come antichissimi errori. Se studiereste Aristotele, l’antico filosofo greco, trovereste una singolare dottrina della natura umana, una singolare rappresentazione del mistero mondiale dell’essenza umana. Trovereste lì la rappresentazione che dal cuore parti eteriche finissime fluiscono verso la testa e, nel momento in cui queste parti eteriche toccano il cervello, sono raffreddate. Naturalmente la scienza odierna dice: Aristotele per gli antichi Greci era certamente abbastanza intelligente, ma oggi ogni scolaro sa che è un errore. - Un errore è però quello che credono coloro che parlano così di Aristotele. In verità Aristotele non possedeva la coscienza chiaroveggente per sapere da sé qualcosa su queste cose, ma sapeva ancora dalle antiche tradizioni quello che in tempi ancora più antichi per mezzo della chiaroveggenza naturale primitiva poteva essere osservato. E questa coscienza dei flussi eterici che dal cuore salgono verso il cervello era fino in fondo nel nostro Medioevo ancora presente, fino al quindicesimo, sedicesimo secolo, e troviamo una certa consapevolezza di ciò ancora nelle opere di Cartesio. Solo che la storia della filosofia dice: Bene, questa è comunque quella cosa che Cartesio racconta così fantasticamente degli spiriti vitali, che fluiscono dal cuore al cervello, sono semplicemente vecchi pregiudizi. Fortunato che siamo andati oltre! - Non sono però vecchi pregiudizi, sono antiche verità che risalgono al tempo in cui per mezzo della chiaroveggenza naturale si potevano percepire tali cose. Al tempo posteriore è andato perso il timore di queste cose. Come dobbiamo allora dal punto di vista della chiaroveggenza odierna, della scienza occulta odierna, rappresentare queste cose? Forse si può avere qualche difficoltà nel modo in cui egli esprime queste cose, perché Aristotele necessariamente doveva attingere solo dalle tradizioni, dal momento che non aveva a disposizione le vecchie forze chiaroveggenti. Ma se ci si impegna attraverso l’esoterismo oggi, a partire dal tredicesimo secolo praticabile, nuovamente nell’esame della piena essenza umana, allora si osserva che effettivamente tale flusso etereo dal cuore verso il capo fluisce.

Si nota però ancora qualcosa di ulteriore. Non solo un flusso eterico va dal cuore alla testa, bensì in quello che lì fluisce come corrente dal cuore alla testa ci sono anche flussi del corpo astrale. Se quindi si guarda più attentamente a questi flussi che vanno dal cuore al capo, risulta che in questi flussi sono presenti tanto parti eteriche, sostanze del corpo etereo dell’uomo, quanto sostanze del corpo astrale dell’uomo. Fluisce dunque una sostanza dal cuore al capo in cui sono contenute parti, parti sostanziali sia del corpo etereo sia del corpo astrale dell’uomo. Ora il cervello è un strumento straordinariamente particolare della natura umana. Ha infatti, per il modo in cui si è formato dal ultimo terzo del tempo atlantico, acquistato la proprietà che ciò che lì sale come flusso astrale, lo trattiene, non lo lascia passare, mentre il flusso etereo lo lascia effettivamente passare. Dunque bene inteso: Il cervello come strumento fisico è qualcosa in cui in parte il flusso che dal cuore va verso l’alto si accumula. Il cervello è permeabile al flusso eterico, ma non è permeabile al flusso astrale. Questo viene trattenuto nel nostro cervello, sicché per lo sguardo chiaroveggente nella regione della testa dell’uomo si mostra che i flussi astrali che dal corpo umano salgono verso l’alto si diffondono nel cervello, ma vengono trattenuti da questo cervello, non riescono a passare attraverso questo cervello o solo in minima parte. Questi flussi astrali che vanno dal basso verso l’alto e vengono trattenuti dal cervello, hanno un certo potere d’attrazione verso le astralità esterne che ci circondano continuamente nella sostanza astrale della terra. Per questo il corpo astrale dell’uomo, per quanto riguarda la regione vicino al capo, è come cucito insieme da due astralità: dall’astralità che continuamente fluisce dal cosmo, e da quella che dal basso verso l’alto nel corpo umano va e viene attirata dall’astralità esterna.

Quindi ciò che troviamo come corpo astrale intorno alla testa, molto vicino alla nostra pelle del capo, ha per così dire un ispessimento, qualcosa come un berretto, se posso esprimermi in modo paradossale, che portiamo continuamente come sostanza astrale. Abbiamo una tale copertura astrale della testa, che nasce da questo ispessimento, attraverso cui qui vicino al capo l’astralità esterna e interna sono per così dire cucite insieme. Attraverso questo velo astrale o berretto penetrano ora i raggi del corpo eterico, poiché effettivamente non vengono trattenuti dal cervello. Essi appaiono tanto più chiari e brillanti allo sguardo chiaroveggente quanto più puri sono, cioè quanto meno ancora contengono degli istinti, dei desideri e delle passioni, degli affetti della natura umana. In questo modo acquista ciò che designiamo come l’aura dell’uomo una sorta di ghirlanda, se la guardiamo da davanti, una ghirlanda di astralità, attraverso cui i raggi del corpo eterico dell’uomo risplendono. Questa è l’aura del capo, che veniva percepita dagli antichi ancora dotati di chiaroveggenza in quelle personalità presso che per la purezza del loro essere questo corpo etereo-aureo era splendente in modo luminoso: quella che come l’aureola è rappresentata nelle immagini. Questo è effettivamente inteso con l’aureola, e questo si vede quando lo sguardo chiaroveggente scorge molto chiaramente l’aura della testa. Allora abbiamo attraverso la particolarità del cervello una ritenzione, una diffusione dell’aura astrale interna, della sostanza astrale interna attorno al capo.

Vi prego di considerare questo processo con estrema precisione. Dal basso verso l’alto fluisce nell’uomo sostanza etereo-astrale. Questa sostanza etereo-astrale si diffonde nel cervello cosicché lo riempie, ma viene trattenuta dal cervello, così come il raggio di luce viene trattenuto quando dall’interno cade sullo specchio e viene riflesso. E qui avete la vera configurazione della riflessione. Nel momento in cui la materia astrale viene trattenuta dal cervello, si riflette indietro, e ciò che in essa entra e si riflette indietro, sono i vostri pensieri, è il vostro sentimento consapevole, è quello che di solito sperimentate come la vostra vita dell’anima. E solo dal fatto che questa parte astrale è per così dire raccordata o cucita insieme attraverso le parti eteriche che attraversano il cervello, per cui cioè si effettua che la parte astrale interna vuole unirsi all’astralità esterna, avviene una conoscenza esterna, una consapevolezza del mondo esterno. Tutto ciò che conosciamo del mondo esterno, tutto ciò entra in noi attraverso il fatto che l’astralità esterna attraverso il paradossale berretto astrale o velo, che ognuno ha, attraverso questo elmo si unisce con l’astralità interna.

Sì, cari amici, anche la storia della cultura riceverà ancora molti arricchimenti dall’occultismo. Vi ricordo che nei tempi antichi effettivamente si vedevano tali cose, e ciò che nei tempi antichi era ancora visibile, la parte aurica, è stata imitata nel vestiario. Gli uomini si sono messi i caschi perché hanno formato il casco nel senso del berretto astrale o velo che ogni uomo ha. Tutto il vestiario esteriore è nato nel suo luogo originario cosicché ciò che l’uomo ha etericamente o astralicamente attorno a sé, è stato imitato nel vestiario. E se vogliamo comprendere gli antichi indumenti, in particolare gli indumenti sacerdotali, se vogliamo sapere perché questo o quello è sorto così, allora dobbiamo semplicemente guardare in modo chiaroveggente a ciò che intorno agli uomini è come aura eterea o come aura astrale. Infatti le configurazioni dell’aura eterea o astrale sono state imitate negli indumenti antichi e vengono ancora imitate negli indumenti che hanno a che fare con qualche culto o rituale. Per questo - l’osservo solo parenteticamente - a un’epoca che è caduta così nel materialismo da negare l’aura, è completamente appropriato che non voglia più avere un vestiario che sia sorto dall’imitazione di ciò che l’uomo porta su di sé. E se la stravaganza della cultura nudista sorge ora nella nostra epoca contemporanea, ciò deriva dal fatto che il senso materialistico non vuole più sapere nulla di quelle formazioni aurice eteriche e astrali più elevate. L’uomo le ha intorno a sé e da esse ha formato le forme del suo vestiario. Epoche più antiche, ma non affatto così antiche, hanno ancora imitato le colorazioni dell’aura nel vestiario degli uomini. E se guardate i quadri dei pittori più antichi, potete scorgere in essi una consapevolezza, si potrebbe dire, ancora nei suoi antichi resti manifestarsi, che l’aurico appare nei colori dei vestiti. Guardate i quadri come di solito dipingono la Maria con tutt’affatto determinati colori della veste inferiore e con tutt’affatto determinati colori della veste superiore e come dipingono con altri colori per esempio la Maddalena! L’abito della Maddalena con il colore giallo il vecchio pittore non poteva usarlo per quello di Maria. Perché no? Perché l’aura di una Maddalena è diversa dall’aura di una Maria. Il vecchio pittore ha ancora completamente espresso la consapevolezza che il vestito è l’espressione di ciò che l’uomo porta intorno a sé in modo sovrasensibile, come una sorta di vestiario. E se guardate in particolare a ciò che non solo come vestiario bensì come forma di casco o simile portano intorno a sé le figure divine greche, come per esempio Pallade Atena porta questo o quello intorno a sé, ciò dipende da come l’artista greco doveva rappresentarsi l’aura nella figure divine antiche secondo questi presupposti.

Vedete dunque che l’uomo che progredisce verso la vera conoscenza spirituale della natura umana deve necessariamente dirsi: Tutto ciò che vedi intorno a te è inizialmente solo un’espressione assai esteriore e superficiale della vera essenza. - Quando l’uomo sente e conosce la coscienza regnare in sé, allora deve dirsi: Questa coscienza abbraccia effettivamente la parte più minuscola della natura umana. In me opera ininterrottamente ancora qualcosa di completamente diverso. - E qui possiamo integrare ciò che abbiamo detto riguardo al cervello.

Se seguiamo il chiaroveggente l’uomo nelle sue altre regioni, allora troviamo qualcosa di straordinariamente caratteristico. Mentre il corpo etereo e astrale risalgono fino al cervello e la parte astrale dell’aura viene trattenuta, quella eterea esce come una corona, vediamo che la parte dell’Io dell’uomo come aura interna viene già trattenuta nella regione del cuore. L’aura interna dell’Io propriamente detta viene già trattenuta nella regione del cuore, penetra solo fino alla regione del cuore e si unisce con una delle parti esterne dell’aura di elementi aurici esterni macrocosmic corrispondenti. Nel cuore si intrecciano effettivamente due elementi, quell’elemento che viene dal macrocosmo e si unisce all’aura-Io, che dal basso sale ma già al cuore si accumula, già al cuore viene trattenuta. Come l’aura astrale è trattenuta nel cervello, così l’aura-Io è trattenuta nel cuore e si tocca lì con un elemento esteriore dell’aura-Io. Per questo la coscienza dell’Io propriamente detta dell’uomo in realtà non sorge nel cervello. Quello che vi ho detto per l’antico uomo atlantico, che il suo Io è stato portato verso l’interno, dobbiamo rappresentarcelo ancora più precisamente come un’intrusione dell’Io macrocosmo esteriore. Esso dal tempo atlantico antico è avanzato fino al cuore, si è unito lì con un’altra corrente-Io che dal basso sale, e si incontrano nel cuore. Sicché nel cuore abbiamo organizzato il luogo dove per mezzo dello strumento del sangue il vero Io dell’uomo, come appare nella nostra coscienza, sorge.

Tutto ciò vi mostra come l’uomo sia inserito nel grande, nel mondo macrocosmo. Siamo tutto questo, tutto questo è in noi. Tutto questo accade in noi, e di tutto questo la coscienza normale dell’uomo contemporaneo abbraccia solo quello che ogni uomo conosce, ciò che sta sulla superficie. Se vedete che il mistero mondiale dell’uomo contiene qualcosa di così straordinariamente immenso, allora potete anche presupporre che ciò che ci circonda nei tre regni della natura contiene i flussi più vari, i più complicati. E il sapere che abbiamo di questo mondo per la nostra coscienza è solo un piccolo, superficiale stralcio. Quando si arriva alla coscienza di questo fatto, allora si deve stare di fronte al mondo e dire: Con ciò che il nostro contenuto dell’anima, la nostra coscienza è nella vita ordinaria, ci è dato soltanto quello che è la superficie più esterna delle cose, e attraverso la coscienza normale si conosce solo la minima parte della natura umana.

Ciò che ho ora detto in una frase semplice e schietta, diventerà una volta in una coscienza penetrante, dura, difficile nell’uomo che aspira dopo una conoscenza superiore, dopo una conoscenza sovrasensibile. Allora gli diventerà improvvisamente consapevole: Sì, con ciò che finora hai saputo, ti sei in realtà nascoste, occultate le cose più di quanto te le abbia rivelate. - L’uomo sta lì nella sua totale debolezza umana di fronte ai misteri mondiali. Che egli non diventi svenire durante questa coscienza, che trovi in sé la fiducia già ieri caratterizzata, ciò nonostante di penetrare, questo abbraccia l’ambito di tutto ciò che si deve chiamare prove dell’anima. Energia forte, forza vigorosa, speranza e fiducia portano l’anima attraverso ogni prova, poiché attraverso essi l’anima si pone di fronte a tutto ciò che possiamo designare come misteri mondiali. E il mondo ci presenta sempre più e più meraviglie, tanto più penetriamo nei mondi sovrasensibili.

Ma dal momento che con ogni nuovo mistero mondiale siamo posti di fronte a nuovo sconosciuto, siamo anche sempre posti di fronte a nuove prove dell’anima. Nella piccola, ordinaria vita sarebbe una prova se conoscessimo per esempio una persona per un po’ e credessimo che sia quello che ci sta di fronte, e se poi improvvisamente si mostrasse come qualcosa di completamente diverso. Allora potremmo allontanarci da lui o potremmo condurre la nostra anima oltre questo punto e rimanere fedeli. Allora avremmo superato la prova dell’amicizia in certa misura. Anche di fronte ai misteri mondiali ci sono queste prove. Con tutto ciò che la nostra anima si è acquisito di rappresentazioni e di sentimenti di fronte ai misteri mondiali, siamo mentre avanziamo effettivamente non di fronte a un mondo che si cambia. Ma dal fatto che sempre più guardiamo sempre più dentro questo mondo, sorge sempre diverso di fronte a noi, e sempre di nuovo dobbiamo dirci: Questo è Maya, quello che finora abbiamo contemplato. - Allora può venirci il dubbio. Allora può venirci soprattutto il sentimento che dirci: Sei avanzato troppo in fretta - come Johannes Thomasius nel penultimo quadro del secondo dramma Rosicruciano «La prova dell’anima» deve dirsi. Fino a ora egli si era secondo il suo sviluppo dell’anima formato una certa immagine di Lucifero. Ma è solo un’immagine, uno schema. Ma mentre avanza ulteriormente, Lucifero gli appare decisamente più ricco di contenuto, e deve di nuovo tornare indietro per conoscerlo nella sua pienezza, non come prima come schema.

Così anche colui che in certa misura è avanzato a uno stadio superiore della chiaroveggenza per lui ancora ignoto, può avanzare ancora ulteriormente e dirsi: Quello che finora ho raggiunto, è pur sempre solo schema, immagine, deve diventare più denso. - Stiamo perché avanziamo noi stessi, di fronte a sempre nuove configurazioni del mondo. Possiamo portare le forti forze dell’anima in queste nuove configurazioni. Allora la nostra anima supererà le prove e potrà sempre più ricevere nuove manifestazioni spirituali da questo mondo. Ogni volta che viene una nuova manifestazione spirituale, dovrà essere superata una prova dell’anima. Da ogni stadio dello sviluppo sorgono nuove prove, e dobbiamo vedere proprio nell’impulso per ogni sviluppo superiore che la nostra anima non deve mai concludersi, bensì può sempre sottoporsi a prove sempre più alte e forse più difficili. Mai però rimangono assenti, se l’anima supera le prove, le manifestazioni spirituali che, forse solo dopo più lungo tempo, danno all’anima quello verso cui deve ascendere attraverso le sue prove.

Così vediamo come tali prove siano l’impulso all’ascesa, come manifestazioni spirituali siano sempre di nuovo quello che ci incontra come satisfacente dall’alto. Per questo non dobbiamo assolutamente considerare prematuramente quello che può essere raggiunto su uno stadio e quello che per esempio è stato rappresentato nel nostro primo mistero Rosicruciano, come una conclusione. Sbaglieremmo se lo considerassimo come una conclusione. L’uomo può essere molto avanzato nel vedere immagini dei mondi superiori, e tuttavia un giorno può scoprire che ha visto solo immagini, non realtà. Allora si trova di fronte alla difficile prova dell’anima di fronte al che Johannes Thomasius si trova ancora alla fine del secondo dramma Rosicruciano. Allora gli diventa consapevole che era immagine, che non ha ancora sufficientemente conosciuto la realtà nemmeno sul piano fisico per riempire la sua immagine di realtà. Allora gli si presentano tali prove che quest’anima deve chiedersi: Come sviluppo in me le forti forze per dare contenuto a ciò che inizialmente è solo immagine? - Così dobbiamo essere chiari che non dobbiamo temere le prove dell’anima, poiché con ogni nuova configurazione del mondo che ci si presenta, dobbiamo di nuovo superare prove, e l’esserci fuori dalle prove sarebbe la morte della vera vita spirituale. Dobbiamo confessarci che non dobbiamo temere le prove dell’anima, perché ci rendono forti per penetrare nel mondo spirituale.

10°I due poli delle prove dell'anima

Monaco, 27 Agosto 1911

Nel corso dei nostri insegnamenti abbiamo potuto mettere in evidenza come gli uomini, nei tempi più diversi, si siano formati rappresentazioni circa quello che effettivamente si cela negli esseri cosmici e negli eventi del mondo. Infatti, quello che si nasconde negli esseri cosmici e negli eventi del divenire mondiale è che l’uomo, nel momento in cui si forma certe rappresentazioni, certi concetti, quando si appropria determinati sentimenti ed emozioni riguardo agli eventi e agli esseri della realtà, perviene a qualcosa che gli dona una soddisfazione profonda. Egli deve dirsi che proprio attraverso questo raggiunge una connessione necessaria con le cose, sia che da ciò scaturisca una spiegazione dei segreti cosmici, sia che la soddisfazione gli si manifesti in qualche altra forma. In tal modo l’uomo dimostra che non si pone di fronte al mondo semplicemente così come è, bensì che aspira a un sapere riguardante le profondità di ciò che appare ai suoi sensi e anche alla sua consapevolezza cosciente del mondo sensibile. Egli desidera penetrare quelle cose che dapprima si celano, affinché possa stare in giusta armonia con il cosmo.

L’uomo, col fatto stesso che ricerca una spiegazione del mondo, manifesta che questo mondo gli pone enigmi. Il suo rapporto con la realtà non è concluso dal modo in cui inizialmente deve porsi di fronte a essa. Nei tempi antichi questo sentimento era espresso considerando soprattutto il sentimento che gli uomini provano di fronte agli esseri e ai fatti più straordinari dello sviluppo cosmico. Si affermava che l’uomo prova anzitutto un sentimento di meraviglia di fronte alle cose e agli esseri, e che da questo sentimento di meraviglia scaturisce tutta la filosofia, tutto ciò che l’uomo aspira come spiegazione del mondo. Tuttavia, dalle esperienze che ognuno può fare, dobbiamo dire questo: l’anima umana tende, partendo dal sentimento di meraviglia, verso qualcosa che attenui e dissiphi questa meraviglia. Non può restare fermata nella semplice meraviglia, giacché altrimenti il mondo intero le apparirebbe costituito da soli misteri. L’anima umana non può sostare di fronte ai misteri cosmici con la sua meraviglia; deve attenuarla, deve risolvere quello che le appare come mistero cosmico trovando in se stessa una sorta di spiegazione, una risposta all’enigmatico e allo straordinario dei fenomeni e degli esseri del mondo.

Abbiamo visto come l’anima greca antica in molti modi risolvesse questa meraviglia, penetrando ciò che era presente alla coscienza chiaroveggente dei tempi antichi come spiegazione del mondo e che essa aveva espresso nelle figure dei suoi dei. Non appena il Greco sapeva che in questo o quel fatto cosmico, in questa o quella cosa del mondo operavano figure spirituali rappresentate dalle forme e dagli esseri della mitologia greca, il suo sentimento di meraviglia si trasformava in una specie di armonia tra la propria anima e i misteri cosmici. Nel nostro mondo contemporaneo, materialista rispetto al mondo greco, si pensa diversamente. La nostra epoca è riluttante a placare il sentimento di meraviglia attraverso formazioni immaginative, quando lo ritiene necessario attenuare tale sentimento di fronte ai misteri del cosmo. La nostra epoca considererebbe fantastica una tale risposta, se dovesse fornire una spiegazione delle cose del mondo reale. La nostra epoca tende verso una risposta intellettuale e razionale degli enigmi cosmici, una risposta che si può definire scientifica in senso moderno. Dalle diverse impressioni emerse durante i nostri insegnamenti e altri ancora, potete dedurre che il modo oggi diffuso, il modo intellettuale, secco, sobrio e scientifico, è solo una fase, un’epoca nello sforzo di attenuare la meraviglia di fronte ai misteri del cosmo.

Se l’uomo contemporaneo, dal suo modo che chiama scientifico, guarda indietro alla forma greca di spiegazione del mondo e la chiama infantile, sentendola come se nascesse solo dalla fantasia senza alcun contatto con le realtà effettive, allora deve ascoltare questa risposta: tale uomo ha una vista molto corta. Giacché esattamente come il cammino dell’umanità ha superato la forma greca di spiegazione e nella nostra epoca ha raggiunto una corrispondente esigenza sobria e intellettuale, così pure l’uomo supererà questa formazione intellettualistica e materialistica. Se non sarà divenuto più saggio entro allora, penserà di quello che oggi vale come vera scienza come noi pensiamo della mitologia greca. Le leggi di Keplero, le nostre leggi biologiche dovrebbero apparire ai nostri posteri come mitologia proprio come a noi appare la mitologia greca, se questi posteri non comprendessero attraverso una visione del mondo allargata che ogni forma di spiegazione ha eguale diritto di esistere.

L’immenso orgoglio della nostra epoca, che dice che la mitologia è fantasia e che la nostra scienza è finalmente una vera spiegazione, sarà superato. Si comprenderà che la nostra epoca ha dato solo una fase che deve essere superata, come accadde nei tempi precedenti. Proprio quando consideriamo il nostro modo di spiegazione sobria e intellettuale del mondo, quello che fuori si chiama comunemente scienza ordinaria, allora bisogna dire con chiarezza: la nostra spiegazione del mondo con le sue forme intellettuali e le sue idee razionali è proprio quella che meno profondamente può penetrare nelle vere realtà della natura e dello spirito.

Dobbiamo una volta porci seriamente questa domanda: da dove viene questo fatto straordinario? Se considerate l’intero spirito dei nostri insegnamenti precedenti, vedrete che ci siamo sforzati di indicare come il sapere scientifico ordinario, quello che comunemente si pratica nelle università e nei laboratori, sia necessariamente rivolto solo ai fenomeni esterni, alle forme esteriori visibili delle cose. Lo sapete bene da numerosi nostri insegnamenti anteriori: la scienza ordinaria di oggi esamina le cose dal di fuori, osserva il mondo esterno con i sensi fisici e l’intelletto collegato ai sensi. Essa non può penetrare nel vivo, nell’essenziale, in quello che vive e opera dietro i fenomeni.

Considerate una pianta qualsiasi: la scienza ordinaria esamina la pianta e la descrive, ma così come sta di fronte al vostro occhio esteriore, così come può essere dissezionata e analizzata esteriormente nelle sue parti. La scienza ordinaria non può penetrare il vivo, quell’elemento vivente che costantemente rinnova la pianta, quell’elemento che continuamente la forma e la trasforma. Tutto quello che la scienza ordinaria ha da dire di una pianta è solo una descrizione della sua forma morta, di quello che rimane quando la pianta muore e si dissolve. Esattamente così sta la scienza ordinaria di fronte a tutti i fenomeni del mondo naturale. Essa può osservare il mondo solo nelle sue manifestazioni morte, nelle sue forme esteriori morte e rigide.

Si potrebbe dire con verità: il vero vivente, il vivo nelle cose rimane completamente nascosto alla scienza ordinaria contemporanea. E questo accade perché il nostro metodo scientifico ordinario è costruito e concepito cosicché esamina le cose solo per quello che rimane fisso, morto, nelle forme materiali. La scienza ordinaria esamina le ceneri dopo l’incendio consumato, non il fuoco vivente stesso che produce le ceneri. Per questo motivo la scienza ordinaria deve necessariamente rimanere fredda e morta, perché esamina solo quello che è morto e inerte nelle cose. Se volesse esaminare il vivo, il principio vivente e spirituale, dovrebbe rivolgersi a metodi completamente diversi da quelli oggi praticati.

Ora, la vera conoscenza, quella che penetra le realtà viventi del cosmo, quella che io ho sempre chiamato la scienza dello spirito, è costruita e organizzata in modo completamente diverso. La scienza dello spirito si sforza di penetrare in quello che vive dentro alle cose, in quello che continuamente le forma e le rinnova secondo leggi spirituali. Essa esamina il mondo non solo attraverso gli occhi fisici e l’intelletto ordinario così come oggi è praticato, bensì attraverso capacità di conoscenza più elevate e più spirituali, attraverso una percezione cosciente consapevole di quello che vive dietro i fenomeni visibili e tangibili.

Vedete, è proprio questo il punto cruciale della questione che stiamo considerando: la scienza ordinaria, nello sforzo di attenuare la meraviglia di fronte ai fenomeni cosmici, procede cosicché si impadronisce sempre più solo della forma morta, inerte, delle cose. Essa dice con sicurezza: ecco la spiegazione che cercavate, questo è il processo meccanico che lo governa, queste sono le leggi fisiche che lo determinano. Ma tutte queste spiegazioni lasciano intatto il vero mistero vivente, quello che realmente vive dentro le cose. È come se si dicesse: ora so esattamente quale sia la composizione chimica dell’occhio umano, conosco tutte le parti che lo compongono in dettaglio. Grazie a questo saprei di aver spiegato completamente il fenomeno della visione. Chiaramente qui rimane il grande mistero insolubile: come mai da questi elementi fisici, quando si uniscono in questo modo particolare, emerge il fenomeno straordinario della visione consapevole?

Ecco dove fallisce e mostra i suoi limiti la spiegazione scientifica ordinaria della realtà. Essa crede sinceramente di aver spiegato il fenomeno quando ha descritto la forma morta, la struttura meccanica. Ma il vero mistero, quello che ci interessa veramente per comprendere la vita, rimane tutto intatto e insolubile. È come se dicessimo: conosco esattamente il comportamento degli elementi chimici quando sono morti, quando sono separati e non viventi in laboratorio. Ma come organizzarsi e come coordinarsi proprio quando questi elementi si uniscono a formare un corpo vivente? Come mai emerge la vita da questi elementi apparentemente morti e inanimati? Questo rimane un mistero completamente insormontabile per la scienza ordinaria, e rimane insormontabile precisamente perché essa usa metodi e strumenti che non possono penetrare il vivo.

Ora, la scienza dello spirito insegna con chiarezza che per penetrare il vero, il vivente nelle cose e nel cosmo, occorre sviluppare capacità di conoscenza diverse e più profonde, capacità che non sono date naturalmente all’uomo ordinario, ma che possono essere sviluppate e coltivate attraverso l’autodisciplina, la meditazione e l’ascesi spirituale. Attraverso queste capacità più alte, l’essere umano può sviluppare una percezione diretta e consapevole di quello che vive dietro i fenomeni, di quello che continuamente forma e rinnova il mondo visibile e tangibile. Quando l’uomo sviluppa queste capacità superiori di conoscenza e di percezione spirituale, quando inizia a percepire il mondo non solo esteriormente attraverso i sensi ma anche interiormente attraverso la coscienza che si eleva, gli si apre allora una visione completamente nuova, trasformata della realtà.

Consideriamo ora come questo sia collegato con lo sviluppo storico e lo sviluppo della consapevolezza umana. Se esaminiamo la storia della coscienza umana, vediamo che l’uomo ha subito un grande cambiamento nel corso dei tempi. In realtà, se guardiamo indietro ai tempi antichi, soprattutto durante i periodi in cui vigeva la coscienza chiaroveggente, vediamo che gli uomini usavano poteri della consapevolezza molto più forti e potenti di quelli che utilizziamo oggi. In quei tempi antichi, quando la coscienza chiaroveggente era ancora naturale all’umanità, le forze e le capacità provenienti dall’intera essenza umana venivano mobilitate e impiegate nella conoscenza.

Oggi, con la spiegazione materialistica ordinaria, la coscienza, per così dire, isola le forme più sottili e ombrose mediante lo strumento del cervello, creando idee astratte come pensieri del mondo per fornire una spiegazione del mondo. Queste idee moderne sono molto meno ricche e molto meno piene di realtà di quanto fossero le spiegazioni dei tempi più o meno chiaroveggenti del passato. Ieri abbiamo visto come il nostro cervello sia una sorta di apparecchio che blocca il nostro corpo astrale, fermandolo, e come le formazioni di questo corpo astrale, non potendo passare attraverso il nostro cervello, giungano alla nostra consapevolezza come i nostri pensieri del mondo. Tuttavia, nei tempi dell’antica consapevolezza chiaroveggente, gli esseri umani non fermavano soltanto le formazioni del corpo astrale, ma anche quelle del corpo eterico. La conseguenza era che l’uomo permetteva a una porzione molto più grande della propria essenza, della propria anima, della propria sostanza spirituale di fluire dentro le formazioni della sua conoscenza.

Potremmo esprimere questo in modo schematico affermando che la vecchia chiaroveggenza, e ancora in maniera maggiore la visione dei Greci, che era più incline alla fantasia, era tale che quando un pensiero di Zeus, di Dioniso, si presentava all’anima dell’antico Greco, era completamente saturo e pieno di realtà. Senza dubbio, questa realtà derivava inizialmente dalla stessa sostanza dell’anima umana. Ma poiché questa sostanza era estratta dalle profondità dell’intero universo, una tale rappresentazione degli antichi Greci riguardo ai loro dei conteneva in sé una realtà molto maggiore rispetto alle immagini di pensiero dei tempi moderni.

Se designassi il pensiero dell’antico Greco con un cerchio pieno e saturo, dovrei disegnare il pensiero dell’uomo moderno come un cerchio molto più sottile, riempito di una quantità di sostanza dell’anima e della consapevolezza molto minore. L’anima umana estrae da se stessa una quantità molto minore e una forma molto più sottile rispetto a prima, quando forma le formazioni delle idee e delle rappresentazioni contemporanee. Nel quadro mondiale che l’anima può acquisire con la consapevolezza odierna, contiene una realtà cosmica molto minore di quella contenuta nelle formazioni precedenti. Pertanto, la verità è esattamente l’opposto di quella che la maggior parte dei filosofi e degli studiosi contemporanei, con il loro orgoglio erudito e accademico, credono di affermare.

Questi studiosi contemporanei immaginano che gli antichi Greci abbiano avuto formazioni fantastiche negli dei, formazioni senza alcuna realtà. Secondo loro, la vera realtà si trova solo nei nostri attuali insegnamenti naturali con le loro astrazioni fredde e morte. Questo non è corretto. Le formazioni della consapevolezza greca erano molto più dense e piene di realtà effettiva, mentre le nostre conoscenze acquisite attraverso gli insegnamenti naturali contemporanei sono come limoni pressati, completamente privi di succo e di sostanza vivente. Questo è qualcosa che l’anima può sentire quando non è prevenuta dall’orgoglio erudito e scientifico della nostra epoca, ma quando aspira sinceramente a un riempimento della consapevolezza con la vera realtà.

Quando la nostra anima sente che deve aspettare ardentemente la realtà, quando prova questo desiderio profondo, allora prova un sentimento particolare di fronte a ciò che oggi si presenta soprattutto in quella che si chiama scienza rigorosa e stretta. In quei insegnamenti e quelle rappresentazioni, l’anima sente di essere più profondamente intrappolata nell’illusione, nella Maya, di quanto non sia mai stata in tutta la storia mondiale. Non c’è mai stata nella storia mondiale una tale intrappolamento nella Maya, nella stessa misura in cui si crea dalle formazioni della filosofia e della scientificità contemporanea.

Perché è successo questo grande cambiamento? Perché l’uomo, nel corso della sua evoluzione sulla Terra, ha dovuto sviluppare la sua consapevolezza dell’Io contemporanea! Per raggiungere questo, ha dovuto essere completamente solo, completamente independente, completamente dedicato a se stesso. Per questo scopo, ha dovuto essere separato da quella connessione con il mondo esterno. Questi contenuti sostanziali forti, questi ricchi elementi spirituali che gli davano la possibilità di spingere molta sostanza dell’anima nelle sue formazioni, come facevano gli Antichi Greci con le loro figure divine, avrebbero reso impossibile all’uomo raggiungere la consapevolezza del suo Io. Se fosse rimasto troppo in connessione con il mondo, se fosse rimasto troppo diffuso nel mondo, non avrebbe potuto sviluppare quella consapevolezza focalizzata e concentrata sul suo vero Io.

Affinché l’uomo potesse diventare forte nella consapevolezza del suo Io, doveva essere strappato via e isolato dalle realtà cosmiche viventi. Di conseguenza, la nostra anima, rispetto alle realtà cosmiche, doveva diventare debole, infinitamente debole per la consapevolezza oggettiva del mondo. Come anima conoscente, come anima consapevole riguardo alla consapevolezza del mondo, la nostra anima, che è particolarmente adatta a sviluppare la consapevolezza del Io, è la più debole di tutte rispetto agli stati che essa stessa ha precedentemente sperimentato. A causa della nostra debolezza, al che dovevamo svilupparci, devono apparire nella nostra consapevolezza contemporanea quelle idee più sottili e meno piene di realtà, e devono apparire queste leggi naturali comprensibili solo attraverso l’intelletto ordinario.

Colui che viene oggi educato dall’erudizione convenzionale o dalla fede nell’autorità della nostra epoca alla scientificità naturale che dimora puramente negli astratti, colui certamente non avanzerà sino al sentimento della depauperazione infinita nei confronti della vera realtà. Tuttavia, colui che sente in se stesso il desiderio di una crescita e di un unirsi con la vera realtà cosmica, sa come, in un certo momento della sua vita, lo coglie il sentimento: Oh, come ci si sente lontani da ogni vera realtà in tutte le attuali rappresentazioni! Come ci si sente immersi solo in schemi esterni puri, solo in immagini ombrose!

È proprio questo il sentimento che dovrebbe svegliarsi quando comprendiamo veramente la natura della conoscenza ordinaria contemporanea. Non dovremmo considerare la scienza ordinaria come il culmine della saggezza umana, bensì come una fase necessaria nello sviluppo della consapevolezza umana. Essa è necessaria affinché l’uomo possa sviluppare il suo vero Io. Tuttavia, non è la fase finale. Così come l’umanità ha dovuto attraversare questa fase di isolamento dalla realtà vivente per sviluppare l’Io, ora deve iniziare a muoversi nella direzione opposta. Deve iniziare a riunirsi di nuovo con la realtà vivente, ma questa volta non perdendo l’Io che ha sviluppato, bensì mantenendo quella consapevolezza focalizzata del Io mentre si riunisce gradualmente con le realtà spirituali del cosmo.

Ora, quando procediamo verso gli spazi cosmici, quando vogliamo estendere la nostra consapevolezza contemporanea verso quelle vastità, sentiamo come se le nostre idee, che sono già deboli, si espandessero ulteriormente e si diluissero ancora di più. Avanzando sempre più profondamente negli spazi cosmici sconfinati, le nostre idee diventano sempre più sottili. Infine, ci troviamo di fronte a un vuoto cosmico infinitamente profondo. Questo deve presentarsi come una grande prova dell’anima. Colui che desidera sinceramente la realtà, che nel senso della scienza astratta contemporanea deve cercare di illuminare gli enigmi e i misteri del mondo, si troverà infine con le sue idee, che si dissolvono completamente nella nebbia spirituale, di fronte al vuoto cosmico.

La scienza ordinaria non cita l’ammonimento che proviene dal dramma “La prova dell’anima”: “Non terminare presso gli spazi cosmici”. Perché se qualcuno seriamente volesse terminare presso gli spazi cosmici, dovrebbe provare un sentimento come se si dilatasse con le idee, che sono già deboli di per sé, su uno spazio infinitamente vasto. Esse diventano ancora più sottili, e quanto più lontano penetriamo negli spazi cosmici, tanto più sottili diventano. Infine, ci troviamo di fronte all’abisso infinitamente vuoto con le nostre idee. Questo deve manifestarsi come una grande prova per l’anima. Chi aspira sinceramente alla realtà e deve illuminarsi riguardo ai misteri e ai meravigliosi fenomeni del mondo secondo il metodo della scienza astratta contemporanea, si troverà infine con idee che si dissolvono completamente in nebbia spirituale, di fronte al vuoto cosmico.

Chi non riesce a provare questo terrore davanti al vuoto, semplicemente non è ancora arrivato al punto di sentire veramente la verità riguardo alla consapevolezza contemporanea. Colui che non potrebbe provare questo terrore del vuoto non ha compreso veramente ciò che è realmente la consapevolezza moderna. Questo, allora, è il terribile e sconvolgente spettro che ci attende quando vogliamo estendere la consapevolezza contemporanea negli spazi cosmici sconfinati: il terrore davanti al vuoto cosmico, il sentimento della solitudine cosmica, che nessuno che prenda seriamente il significato della consapevolezza contemporanea può evitare. Tale prova deve l’anima attraversare quando vuole davvero comprendere il significato e lo spirito della nostra epoca. Deve una volta sperimentare, di fronte all’abisso che si apre da tutti i lati quando vogliamo penetrare gli spazi cosmici sconfinati con le nostre idee, questo terrore infinito davanti al vuoto, il sentimento di perdersi nel vasto spazio cosmico, di disintegrarsi nello spazio sconfinato.

Se conosciamo da Goethe le parole: “Uno divenire con il tutto cosmico, allargare il proprio Io a un mondo intero”, allora dobbiamo dire: quando si procede verso gli spazi cosmici sconfinati con i mezzi della conoscenza contemporanea e si tenta di comprendere il mondo con i principi filosofici contemporanei, che devono necessariamente rimanere astratti perché sono tratti dalla consapevolezza contemporanea, allora un’anima sana deve attraversare la prova di stare di fronte al vuoto, di fronte all’abisso da tutti i lati, il terrore di consumarsi nella parte migliore del proprio essere, in ciò che costituisce la consapevolezza, nel nulla infinito.

Questo sentimento di terrore è il sentimento fondamentale, e tutti gli altri sentimenti delle prove dell’anima sono solo sentimenti speciali di questo terrore davanti al vuoto, di questo horror vacui. Sarebbe malsano nello stretto ambito della vita dell’anima se non si potesse sentire come la consapevolezza contemporanea si disintegri e si frantumi di fronte all’universo infinito, non appena voglia estendersi a questo universo infinito.

Tuttavia, c’è un altro cammino che l’anima può intraprendere. È il cammino dove l’anima scende nelle proprie profondità interiori cosicché in questo scendere sperimenta quella che è la sua organizzazione interna. Come l’anima nostra con la sua consapevolezza nella vita contemporanea sperimenta veramente solo ciò che ha aggiunto alla sua organizzazione sulla Terra, così quello che è stato incorporato durante l’antico tempo lunare come corpo astrale è l’inconscio. Esso si illumina nel corpo eterico, ma non viene sperimentato nella consapevolezza normale. Ancora meno l’uomo sperimenta ciò che è stato acquisito durante il tempo solare come corpo eterico, o ancora meno ciò che è stato acquisito nel corpo fisico attraverso il tempo di Saturno, il tempo solare, il tempo lunare e il nostro tempo terrestre contemporaneo. Questi sono regni sigillati e chiusi.

Ma su questi regni sigillati e chiusi hanno lavorato innumerevoli generazioni di dei, gerarchie spirituali. Certamente, quando scendiamo in questi regni attraverso la conoscenza chiaroveggente, attraverso l’insegnamento esoterico serio, quando penetriamo dietro la nostra consapevolezza dell’Io nella nostra propria essenza interiore e incontriamo ciò che è il nostro corpo astrale, eterico e fisico, allora non entriamo in un vuoto. Allora entriamo in una sostanzialità cosmica molto più densa. Tutto ciò che innumerevoli gerarchie spirituali hanno elaborato in noi umani durante milioni e milioni di anni, questo incontriamo giù in basso. Ma quando l’uomo vuole vivere in se stesso attraverso una vera e seria conoscenza di sé, come quella che l’insegnamento esoterico fornisce, quando impara a immergersi nelle realizzazioni di innumerevoli generazioni divine attraverso milioni di anni, allora non incontra in forma pura ciò che gli dei hanno realizzato.

Perché in tutto questo l’uomo ha spinto giù tutto ciò che egli stesso ha manifestato nei suoi istinti, desideri, passioni, affezioni, istinti attraverso le generazioni. E quello che ha così sviluppato si è unito nel corso delle incarnazioni terrene con ciò che sta giù nel corpo astrale, eterico e fisico. Questo forma una massa densa. In questa densa massa entriamo all’inizio. Quello che abbiamo noi stessi spinto giù in questa essenza divina, questo ci nasconde la nostra stessa essenza divina. Quando scendiamo in noi stessi, troviamo l’opposto di ciò che troviamo quando entrammo negli spazi cosmici infiniti. Mentre negli spazi cosmici troviamo il vuoto, quando scendiamo negli abissi della nostra stessa essenza interna, troviamo questa massa densa di istinti e passioni oscure ereditati. Da fuori, nella vastità cosmica, la consapevolezza soffre della fame e della sterilità. Dentro, nelle profondità della nostra stessa essenza, la consapevolezza viene brutalizzata, divorata da istinti selvaggi e indomabili. Vogliamo procedere verso il vuoto dello spazio infinito, allora stiamo di fronte all’abisso vuoto. Vogliamo scendere dentro di noi, allora ci catturiamo nella rete dei nostri desideri egoistici.

Così abbiamo i due poli opposti delle prove dell’anima. Se vogliamo avvicinarci agli dei superiori, cadiamo nel vuoto, nel mondo puro delle rappresentazioni. Se vogliamo avvicinarci agli dei inferiori, ci perdiamo nella cieca furia degli istinti nel nostro interno. Pertanto, le prove dell’anima sono così difficili e gravose. Ma c’è una cosa che al momento ci offre almeno una prospettiva teorica. Dobbiamo dirci: non importa quanto sottili siano le idee, non importa quanto sottile sia tutto ciò che l’egoismo può darci, esse provengono comunque dal tutto cosmico. E se riusciamo solo a trovare il nostro cammino in questa consapevolezza nel modo corretto, se riusciamo a contemplatarla nella sua autosufficienza indipendente, in ciò che essa è in se stessa, e se poi essa diventa sempre più forte e sempre più intensa, allora forse avanziamo in qualche modo, cosicché la prova dell’anima possa essere superata.

Deve essere indicato qui come possiamo avanzare in modo diverso dall’uso della consapevolezza ordinaria e normale. Supponiamo che satiriamo e pervadiamo noi stessi con quello che abbiamo già designato in vari modi come l’impulso del Cristo, supponiamo che impariamo a comprendere nel suo significato più profondo la parola paolina: Non io, ma il Cristo in me. Allora stiamo inizialmente lì con la nostra consapevolezza ordinaria e normale e diciamo a noi stessi: non vogliamo permettere a questa consapevolezza ordinaria di agire da sola, non vogliamo rimanere solo nella nostra personalità individuale, ma vogliamo permeare noi stessi con la sostanzialità che, dall’evento del Mistero del Golgota, è contenuta nell’atmosfera della Terra, con la sostanza del Cristo.

Se pervadiamo noi stessi con essa in questo modo, allora non portiamo solo le nostre idee sottili e impoverite negli spazi cosmici, ma allora portiamo - e per quanto lontano andiamo negli spazi sconfinati - la sostanzialità del Cristo con noi. Tutte le nostre idee sono poi permeate dalla sostanza del Cristo, e con questa un fatto straordinario e meraviglioso si rivela, un fatto che voglio rendere chiaro attraverso lo sviluppo scientifico dei tempi moderni.

Inizialmente, si è partito dai fenomeni naturali esteriori e li si è ricondotti a varie forze e simili. Poi si è giunti a ricondurre quello che accade nel mondo esterno, la luce, i suoni e così via, alle oscillazioni di particelle di etere in movimento o di materia pesabile in movimento. E ci si è rallegrati di poter ricondurre il mondo intero a un mondo di atomi oscillanti dell’etere e simili. Ora, questo modo di procedere, perché non conduce da nessuna parte, è stato in gran parte abbandonato dagli scienziati come si è visto, ma è rimasto il pubblico comune, che rimane sempre alcuni passi indietro al progresso scientifico. C’è ancora molto il desiderio di spiegare il mondo intero attraverso l’astrazione di atomi oscillanti, come se lo spazio fosse pieno di oscillazioni, di onde oscilanti.

Sì, vedete, quando si arriva ai cosiddetti risultati atomistici con le nostre idee e con le esperienze empiriche che si possono fare sulle realtà, allora si sente veramente nel momento in cui ci avviciniamo al cosiddetto mondo atomistico subito questo vuoto. Perché quegli atomi che vengono pensati non esistono affatto. Gli atomi possono esistere nella misura in cui hanno realtà empirica, nella misura in cui il microscopio può raggiungerli, nella misura in cui la materialità è equipaggiata con luce e calore, ma per spiegare la luce e il calore stesso, non si può ricorrere agli atomi o alle oscillazioni degli atomi, perché allora si pensa un sistema cosmico nel mondo, e un sistema cosmico pensato conduce a qualcosa che non ha alcun contenuto reale. Quindi questa vecchia teoria atomistica non ha semplicemente alcun contenuto reale.

La situazione è diversa quando pervadiamo le nostre idee, quando pervadiamo le nostre leggi astratte dappertutto con quello che in verità è l’impulso del Cristo, di cui sapete tutti che non significa nulla di quello che una confessione ortodossa ha in mente, ma piuttosto il grande impulso macrocosmico del Cristo. Con questo dobbiamo permeare noi stessi nel senso paolino. Non le nostre idee astratte e i nostri concetti, ma quello che sono come la nostra forma di consapevolezza contemporanea, permeati dall’impulso del Cristo, questo portiamo nel mondo. E qui l’esperienza fornisce qualcosa di straordinario. Così come diventiamo sempre più vuoti e poveri e la nostra consapevolezza si dissolve e si disperde infine nel vuoto cosmico quando avanziamo con la consapevolezza priva di Cristo, non appena abbiamo incorporato l’impulso del Cristo, quanto più lontano andiamo negli spazi cosmici infiniti, tanto più ricca e piena diventa la nostra consapevolezza. E quando avanziamo fino alla chiaroveggenza, allora abbiamo attraverso l’anima pervasa dal Cristo una ricchezza di materia spirituale, in modo che potenti e grandiosi i veri motivi della realtà si ergano davanti a noi come realtà soprasensibili.

Mentre la nostra consapevolezza priva di Cristo ci porta davanti al vuoto negli spazi cosmici, la consapevolezza pervasa dal Cristo ci porta davanti alle vere cause dei fenomeni cosmici e dei meravigliosi fenomeni del mondo. Pertanto, dovevo nel piccolo opuscolo “La guida spirituale dell’uomo e dell’umanità” dire: per quanto sciocco possa sembrare oggi, nel futuro la chimica e la fisica e la fisiologia e la biologia saranno permeate dall’impulso del Cristo, e la vera scienza sarà in molti aspetti, di cui oggi non ci si sogna nemmeno, permeata dall’impulso del Cristo. Chiunque non voglia credere questo dovrebbe solo sfogliare la storia e convincersi di come la ragione dei tempi futuri fosse spesso la follia dei tempi precedenti. Che si consoli del fatto che forse ci compatisce se assumiamo che quello che è considerato una follia nel nostro tempo è la ragione del tempo futuro! Per quanto sciocco possa sembrare all’umanità contemporanea pensare a una chimica cristiana, così ragionevole sembrerà alla posterità. Quando portiamo il Cristo nella nostra visione del mondo, ci darà pienezza invece di vuoto.

Se seguiamo l’altro cammino, se nel senso paolino, secondo lo spirito di ciò che qui finora si è potuto dire, riempiamo la nostra anima dell’impulso del Cristo e poi ci immergiamo in noi stessi, cosa accade allora? L’impulso del Cristo ha la peculiarità che agisce sulla nostra egoità, sul nostro egoismo come una forza dissolutiva, come una forza distruttiva. Sorprendentemente: quanto più lontano scendiamo in noi stessi con l’impulso del Cristo, tanto meno l’egoismo può prenderci. Avanziamo sempre più profondamente in noi stessi, e imparando a penetrare le nostre passioni egoistiche e i nostri desideri attraverso l’impulso del Cristo, impariamo a conoscere l’essenza dell’umanità, impariamo i segreti del meraviglia cosmica dell’essere umano. Sì, questo impulso del Cristo ci consente di andare ancora molto più lontano. Mentre altrimenti siamo respinti indietro come una palla di gomma e non riusciamo a penetrare in noi stessi, nell’area della nostra stessa organizzazione umana, attraverso il Cristo avanziamo sempre più profondamente in noi stessi, penetriamo noi stessi, usciamo di nuovo, per così dire, da noi stessi da un’altra parte. Cosicché, quando procediamo da un lato negli spazi cosmici e ovunque negli spazi cosmici lontani troviamo il principio del Cristo, procediamo d’altro canto, quando scendiamo, nelle più profonde profondità dell’essere umano e troviamo anche lì il principio del Cristo vivente.

Così vediamo come il cammino verso la scienza dello spirito, il cammino attraverso l’impulso del Cristo, sia il cammino che ci salva dalle due prove dell’anima. Da un lato, non cadiamo nel vuoto dello spazio cosmico perché portiamo la pienezza del Cristo con noi. D’altro canto, non siamo divorati dagli istinti selvaggi delle nostre passioni perché il Cristo dissolve questi istinti e passioni e li trasforma in forze nobili e altamente morali. È il Cristo che è il vero mediatore tra lo spirituale superiore e l’istintivo inferiore. È il Cristo che permette all’anima umana di stare salda tra questi due poli e di avanzare verso la vera conoscenza spirituale.

Questo è il grande insegnamento che la scienza dello spirito porta all’umanità contemporanea, un insegnamento che unisce la ricerca rigorosa della vera conoscenza con il cammino della trasformazione interiore attraverso l’impulso del Cristo. È un insegnamento che non nega il valore della ricerca scientifica ordinaria, ma che va oltre, cercando di riunire la conoscenza con la saggezza spirituale vivente, il sapere intellettuale con la virtù morale.

Dobbiamo comprendere profondamente che il cammino della scienza dello spirito non è un cammino di negazione della realtà esterna. Al contrario, è un cammino di approfondimento, di penetrazione più consapevole e saggia nella realtà che ci circonda. Non abbandoniamo la ricerca del sapere ordinario, ma l’integriamo con una ricerca più profonda e significativa. Quando comprendiamo questo veramente, vediamo come la scienza ordinaria e la scienza dello spirito non sono in conflitto, bensì sono due aspetti di un’unica ricerca della verità.

Il compito che si presenta all’umanità contemporanea è straordinario nella sua importanza. Siamo arrivati a un punto critico nella storia della nostra evoluzione, in cui le vecchie forme di consapevolezza non possono più sostenerci, e le nuove forme non sono ancora pienamente sviluppate. Viviamo in una sorta di crepuscolo, tra l’era della fede cieca e l’era della conoscenza spirituale consapevole. Durante questo periodo di transizione, molti soffrono di un senso di vuoto interiore, di mancanza di significato, di disconnessione dalla fonte vivente di sapienza che una volta alimentava l’anima umana.

Ma questa sofferenza, per quanto difficile, è necessaria e significativa. È il dolore della crescita, il dolore di una consapevolezza che si sta elevando verso nuovi livelli di percezione e di comprensione. Coloro che possono sentire questo dolore profondamente, coloro che non l’ignorano o non l’anestetizzano con distrazioni superficiali, sono coloro che stanno aprendo il cammino verso le nuove forme di consapevolezza che l’umanità dovrà sviluppare.

La scienza dello spirito offre una strada attraverso questo periodo di transizione. Offre metodi, insegnamenti e pratiche che possono aiutare l’individuo a sviluppare quelle capacità di percezione spirituale che permettono di comprendere la realtà in modo più profondo e completo. Non è un ritorno al passato, non è una negazione della scienza ordinaria, ma è piuttosto una sintesi creativa che incorpora il meglio di tutti i periodi passati mentre apre la strada verso il futuro.

Quando dico che il Cristo è il principio che salva l’uomo dalle due prove dell’anima, voglio parlare non del Cristo della religione ordinaria con i suoi dogmi e le sue istituzioni, ma del grande principio cosmico che il Cristo rappresenta. È il principio della trasformazione, della redenzione, della consapevolezza che trova in sé stessa la forza di trasformarsi e di elevarsi. È il principio che permette all’uomo di mantenere la sua individualità consapevole mentre al contempo si apre alle realtà spirituali più elevate del cosmo.

Comprendere veramente questo principio significa comprendere il vero significato della storia della cultura umana. La religione dell’antico Oriente rappresentava il tentativo dell’umanità di mantenersi connessa con il divino attraverso la fede e la devozione. La scienza ordinaria rappresenta il tentativo dell’umanità di comprendere il mondo attraverso l’osservazione e la ragione. Ma né l’uno né l’altro, presi isolatamente, fornisce una visione completa della realtà. Solo quando uniamo la fede, la ragione e la percezione spirituale diretta, quando permettiamo al Cristo di agire in noi come il principio integratore di queste tre facoltà, allora arriviamo a una vera comprensione della realtà nella sua pienezza.

Questo è il compito che la scienza dello spirito assegna all’individuo contemporaneo: divenire consapevolmente un ricercatore della verità, sviluppare il coraggio di guardare profondamente dentro di sé, affrontare le prove dell’anima con fermezza e nobiltà d’animo, e non cessare nella ricerca finché non avrà trovato quella sintesi vivente di conoscenza e saggezza che solo la scienza dello spirito può offrire. È un compito difficile, sì, ma è anche un compito che conferisce un significato profondo alla vita umana, che eleva l’individuo al di sopra della mediocrità e della apatia spirituale.

Coloro che intraprendono questo cammino scopriranno che non stanno camminando da soli. Ci sono molti altri, in epoche diverse e in luoghi diversi, che hanno percorso questo stesso sentiero. Ci sono le figure luminose dei saggi e dei santi di tutte le tradizioni spirituali, che hanno raggiunto forme elevate di consapevolezza e che possono offrire guidance e ispirazione. E c’è soprattutto il principio vivente del Cristo stesso, che agisce nel cuore di coloro che lo cercano sinceramente, che trasforma gradualmente la consapevolezza dall’interno, che apre nuovi occhi spirituali e nuovi orecchi spirituali.

La scienza dello spirito non pretende di offrire risposte facili o immediate. Non è una religione che si basa sulla fede cieca, né è una scienza che si basa su misurazioni e esperimenti meccanici. È piuttosto una via del cammino, una metodologia, un insieme di insegnamenti e di pratiche che guidano l’individuo nella propria ricerca personale della verità. È una strada che ogni persona deve percorrere per se stessa, con il proprio lavoro, la propria dedizione, la propria ricerca sincera.

Ma quando l’individuo percorre sinceramente questa strada, quando persevera nella ricerca nonostante le difficoltà e le delusioni, allora scopre gradualmente una verità meravigliosa: la realtà è molto più viva, molto più consapevole, molto più significativa di quanto la scienza ordinaria possa suggerire. Scopre che egli non è una macchina casuale in un universo meccanico e privo di significato, ma un essere spirituale consapevole che partecipa attivamente nel grande dramma dell’evoluzione cosmica. Scopre che i suoi pensieri, i suoi sentimenti, le sue azioni hanno una reale importanza cosmica, che influenzano il divenire del mondo in modi che vanno ben al di là della sua comprensione ordinaria.

Questa realizzazione porta con sé un senso profondo di responsabilità, ma anche di gioia e di significato. L’individuo comprende che la sua vita non è casuale, che non è priva di scopo, ma che è intimamente connessa con i grandi processi dell’evoluzione universale. Comprende che il lavoro che fa su sé stesso, lo sviluppo che persegue, la saggezza che acquista, tutto questo ha una reale conseguenza nel grande cosmo. Non è un pensiero egoista, perché il vero sviluppo spirituale dissolve l’egoismo e trasforma l’individuo in un servo consapevole e volontario dei grandi principi dell’evoluzione cosmica.

Questo è il cammino che la scienza dello spirito apre all’umanità. Non è un cammino per i deboli o per i timorosi, ma è il cammino che apre alla possibilità di una vera crescita spirituale, di una vera evoluzione della consapevolezza umana. È il cammino che permetterà all’umanità di entrare in una nuova era di civiltà, un’era nel che la scienza e lo spirito saranno riuniti, nel che la conoscenza e la saggezza cammineranno insieme, nel che ogni essere umano avrà l’opportunità di sviluppare il pieno potenziale della sua natura divina.

Questo è il cammino che l’umanità deve intraprendere nel futuro se vuole sopravvivere e crescere verso nuove forme di consapevolezza e di coscienza superiore. Non è un cammino facile, richiede dedizione, disciplina e una sincera ricerca della verità. Ma è un cammino che apre orizzonti infiniti di crescita e sviluppo spirituale, un cammino che porta alla vera realizzazione della potenzialità umana nel cosmo vivente.

Il nostro tempo e Goethe

Conferenza per il compleanno di Goethe

Monaco, 28 agosto 1911

11°Il nostro tempo e Goethe

Monaco, 28 Agosto 1911

La poesia del Faust ha accompagnato Goethe dai suoi anni giovanili fino alla morte: nel senso più proprio della parola si può dire fino all’ultimo istante. Il secondo Faust era stato da Goethe sigillato come suo testamento letterario e consegnato al mondo. La redazione definitiva di importanti parti di questo Faust, del secondo Faust, appartiene veramente agli ultimi anni di vita di questo spirito universale.

Chi abbia l’occasione di seguire Goethe un poco nella sua evoluzione spirituale, così come essa si manifesta in questa composizione che è la sua vita, scoprirà molte cose assai interessanti, particolarmente sulla modalità con cui Goethe, tornando ancora e ancora a questo poema, al suo poema-vita, giungeva sempre a nuove idee circa il modo in cui esso avrebbe dovuto svolgersi. Esiste una notevole annotazione sulla conclusione del Faust goethiano, così come Goethe una volta l’avrebbe voluta secondo le concezioni di quel periodo, che dobbiamo collocare negli ultimi anni ottanta oppure nei primi anni novanta del diciottesimo secolo.

Accanto ad alcuni appunti — “disposizione” non sarebbe la parola giusta — riguardanti il primo e il secondo atto, troviamo una breve frase, un’allusione sulla conclusione. E questa allusione contiene le parole che Goethe scrisse a matita: “Epilogo nel caos sulla strada verso l’inferno”. Da ciò vedrete che Goethe una volta pensava di non concedere al suo Faust, alla fine, quel genere di ascensione celeste che oggi si trova nel poema che egli completò in estrema vecchiaia. Piuttosto, nel senso di quel moto che nel Prologo è accennato — dal cielo attraverso il mondo all’inferno — Goethe voleva concludere il Faust con un “Epilogo nel caos sulla strada verso l’inferno”.

Erano pensieri che allora vivevano nell’anima di Goethe, pensieri che andavano nel senso che la conoscenza, quando supera certi confini, può condurre soltanto al caos. Possiamo in qualche modo riunire lo stato d’animo da cui emersero queste parole — che vi ho riportate come parole di Goethe — con quanto ieri poteva dirsi circa le nostre prove dell’anima, quando l’anima da un lato si precipita nel nulla e dall’altro si immerge nella densa essenza interiore dell’uomo senza poter ancora trovare la riconciliazione.

Goethe è una personalità che ha veramente dovuto conquistarsi, passo dopo passo, tutto ciò che possedeva, che ha dovuto personalmente attraversare tutto. Per questo tutto ciò che Goethe ha creato agisce su di noi con tale sincerità e onestà, sebbene talvolta sia così grande che non possiamo subito seguirlo, perché non sempre riusciamo immediatamente a entrare nella configurazione individuale della personalità che Goethe possedeva in questo o quel momento della sua vita.

Possiamo dunque riconoscere un vero grande progresso in Goethe, dal momento in cui voleva concludere il suo Faust con un “Epilogo nel caos sulla strada verso l’inferno”, fino al momento in cui lo conclude perfettamente nel senso di questa frase lapidare: “Chi sempre sforzandosi si impegna, costui noi possiamo redimere”. Poiché quando Goethe scrisse la conclusione del suo Faust, oggi così universalmente nota, viveva in lui quella previsione di cui ieri si parlava, ma viveva anche quella energia che ci dà la certezza che, anche se dobbiamo attraversare tutte le prove dell’anima, giungeremo infine alla riconciliazione che ieri è stata caratterizzata.

Questo voglio sottolineare, cari amici, per indicarvi un poco ciò che è il tratto più evidente nella vita di Goethe.

Coloro che amano una vita rettilinea, che rifuggono dall’immergersi nelle contraddizioni che tuttavia costituiscono la vitalità di una vita che progredisce, troveranno sconcertante il fatto che, se si segue seriamente, si trovano effettivamente molte contraddizioni nella vita di Goethe. Goethe da vecchio ha giudicato molte cose diversamente da come le giudicava nella sua gioventù. Ma ciò dipende soltanto dal fatto che Goethe dovette conquistarsi ogni verità vivente per se stesso. E proprio nella personalità di Goethe si mostra come questa vita, immediatamente nel piano fisico, sollecita gli eventi interiori, come sia necessario questo accadere successivo della vita per farci divenire esseri umani completi.

Infatti, ciò che ci appare così grandioso quando guardiamo l’intera vita di Goethe e ci immergiamo nei suoi stadi successivi è l’universalità del suo spirito, il carattere che abbraccia tutto, l’aspetto poliedrico di questo spirito. Ed è estremamente importante studiare Goethe proprio da questo lato nella sua epoca e anche considerare ciò che egli era attraverso l’universalità del suo spirito, e poi misurarlo sul nostro presente, per chiederci: che cosa può significare Goethe proprio per il nostro tempo attraverso l’universalità del suo spirito?

A questo fine è bene che consideriamo un poco la natura interiore del nostro tempo, della nostra attualità, della nostra cultura spirituale. Per l’antroposofo ha un significato particolare volgere lo sguardo allo spirito della nostra epoca. Si dice spesso che il nostro tempo sia l’epoca dello specialismo, il tempo in cui la ricerca rigorosa deve governare. E spesso si ripetono le parole di un grande fisico, Helmholtz, secondo il quale nel nostro tempo non potrebbe esistere uno spirito che abbracciasse i singoli rami del sapere umano così come oggi sussistono.

È divenuto quasi un luogo comune che non possa esistere nel nostro tempo un dottore universale, che ci si debba contentare della visione di questa o quella specialità. Se si considera tuttavia che la vita è un’unità, che tutto nella vita si ricongiunge, che la vita non si regola secondo il fatto se la nostra anima può abbracciare ciò che appartiene all’intero organismo spirituale vivente, si deve allora riconoscere che nella situazione spirituale del nostro tempo risiede qualcosa di assai problematico.

Sarebbe effettivamente terribile per la nostra epoca, se non fosse possibile acquisire quantomeno lo spirito che agisce in tutto lo specialismo, in una qualche forma. E lo si potrà acquisire più facilmente se si tenterà di penetrare attraverso quegli accessi che proprio la scienza dello spirito può aprire. Essa deve essere universale, deve abbracciare in certa maniera con uno sguardo le specialità dei singoli rami scientifici e dei singoli ambiti dell’intera vita culturale. E almeno da un lato vogliamo oggi gettare uno sguardo a come si presenta nel lume della scienza dello spirito la nostra vita spirituale contemporanea.

Non parleremo, poiché il tempo non lo consente, di quei campi scientifici che più o meno rimangono uguali per tutte le epoche, almeno nel loro significato e spirito, sebbene abbiano subito enormi arricchimenti nel nostro tempo. Vogliamo astenerci dal campo matematico, benché potremmo anche indicare come la matematica del diciannovesimo secolo, attraverso le sue considerazioni serie in certi rami, si sia veramente conquistata il dominio sovrasensibile. Ma vogliamo indicare che nei più diversi rami della scienza moderna, nel corso degli ultimi decenni, sono state fatte enormi grandi scoperte, che, se le si guarda nella giusta luce, ovunque ci mostrano che l’interpretazione scientifica-spirituale a esse si accorda esattamente, mentre tutto ciò che è stato portato in avanti come teoria fino ai nostri tempi non si accorda affatto con i fatti che, con così grande zelo e energia nel corso degli ultimi decenni, sono stati raccolti insieme.

Vediamo già in un singolo esempio della fisica e della chimica come straordinario era il corso dello sviluppo negli ultimi decenni. Quando eravamo giovani — nei settanta, ottanta anni oppure prima — c’erano in fisica e in chimica le cosiddette teorie atomistiche, che riconduce vano tutte le manifestazioni a certe forme di oscillazione, fosse dell’etere, fosse di qualche altra sostanza materiale. E si potrebbe dire: a quei tempi era moda ricondurre tutto ciò che ci si presentava nel mondo, in ultima analisi, a movimenti. Poi, più verso i novanta anni del diciannovesimo secolo, si mostrò attraverso i fatti che progressivamente vennero alla luce, che la teoria del movimento, la teoria atomistica, non più procedeva bene, ed era in certa misura un’azione significativa, ma nel senso più ristretto, quando principalmente come chimico e naturalista noto, Ostwald, nell’assemblea a Lubecca, al posto di quella teoria atomistica, pose la cosiddetta energetica, la teoria energetica.

Ciò era in certa misura un progresso. Ma ciò che successivamente fino ai nostri tempi si è mostrato nel campo della fisica e della chimica ha infine condotto al fatto che una certa scepsi, una certa incredulità è insorta di fronte a tutto ciò che è teorico. E soltanto spiriti rimasti indietro oggi ancora pensano di ricondurre i fatti fisici esterni come i fenomeni luminosi o altri fatti fisici o chimici ai movimenti di parti piccolissime o a mere manifestazioni di energie. Ciò dovette contribuire in particolare a quello che negli ultimi anni è stato conosciuto su quelle sostanze che condussero alla teoria del radio. Ed è già accaduto il fatto straordinario che grandi fisici, come ad esempio Thomson e altri, attraverso certe condizioni che progressivamente vennero in luce, si videro costretti a buttare praticamente tutte le teorie a mare, soprattutto la teoria dell’etere con le sue forme di oscillazione artificiosamente costruite, che una volta si conducevano con tanto impegno serio e in un lavoro così diligente calcolato con differenziali e integrali.

A questa teoria del movimento è accaduto che i grandi fisici l’abbiano gettata a mare e in certa misura siano tornati a una sorta di teoria dei vortici, che già si era formata sotto Cartesio, si potrebbe dire sulla base di antiche tradizioni occulte. Ma anche queste teorie si abbandonarono ancora, e una certa scepsi nei confronti di tutto il teorizzare è proprio insorta nei campi fisici e chimici, dopo che si vide che la materia sostanzialmente gli si sfaceva in mano nei moderni esperimenti fisici.

È così che di fronte alla fisica di oggi, come essa si è sviluppata fino ai nostri giorni, le teorie atomistiche del movimento e le teorie energetiche non sono più sostenibili. Tutto ciò che ancora poteva essere sostenuto cinque, sei anni fa o un paio di anni fa, su cui erano state poste tante speranze, quando eravamo giovani, quando addirittura la gravità si riconduce va al movimento, negli ultimi anni per quelli che hanno imparato i fatti, è crollato in niente. Si sperimenta però naturalmente sempre di nuovo da quelli che restano indietro i fatti più straordinari.

Qui voglio attirare la vostra attenzione su qualcosa di interessante, poiché oggi voglio discutere di ciò che deve caratterizzare l’epoca e Goethe. È apparso un piccolo libro che più o meno si pone sulla posizione che non esiste gravità, cioè che la materia e i corpi del mondo non si attraggono reciprocamente. Questo era sempre stata una difficoltà per la scienza, il poter mantenere questa cosiddetta attrazione, perché ci si dice: come può il sole attirare la terra, se non estende qualcosa nello spazio? Allora in ultimi giorni venne questo scritto, che riconduce l’attrazione agli effetti d’urto. Se per esempio abbiamo un corpo, un corpo del mondo o anche solo molecole, continuamente da tutti i lati esso è colpito da effetti d’urto attraverso gli altri corpi, così che la somma degli effetti d’urto agisce come un’attrazione.

Questo è interessante, questo è uno dei fatti che mostra come la gente ancora costruisce teorie, mentre i fatti hanno già divorato tutte le teorie. Uno spirito più grande di quello di questa costruzione teorica moderna, uno spirito come Goethe, non porterebbe le cose così. Goethe si poneva di fronte alla natura con tutt’altra disposizione d’animo. Quando Goethe osservava la natura, non chiedeva: “Come posso ricondurre tutto ai movimenti?” oppure “Come posso ricondurre tutto all’energia?” Goethe si chiedeva: “Che cosa mi dice la natura? Quale idea vive nella natura?” E così cercava di giungere a una comprensione vivente della natura. Perciò gli risultati che Goethe otteneva nella sua ricerca della natura non erano costruzioni artificiali, bensì idee che vivevano nella stessa natura.

Ora, questo orientamento di Goethe verso la natura è precisamente ciò che il nostro tempo dovrebbe avere, il nostro tempo in cui si costruiscono sempre di nuovo teorie che i fatti divorano sempre di nuovo. Se la gente oggi ascoltasse Goethe, ascoltasse il modo in cui egli si rapportava alla natura, allora il nostro tempo potrebbe ricevere un orientamento completamente diverso. La scienza dello spirito non è in opposizione alla ricerca rigorosa della natura: è piuttosto una prosecuzione consapevole di quella ricerca che Goethe ha iniziato.

Quando Goethe esaminava le piante, non cercava di ricondurre le loro forme a movimenti di particelle: cercava di comprendere l’idea che viveva in quelle forme. Scoprì quella che chiamava la forma originaria, l’Urform, da cui tutte le forme particolari delle piante potevano essere comprese come sviluppi e variazioni. Questo è scienza nel senso più rigoroso, eppure è anche scienza dello spirito, perché riconosce che dietro le forme esteriori vive un’idea, una realtà spirituale.

La medesima cosa vale per lo studio di Goethe dei colori. Non riconduce i colori a lunghezze d’onda o a radiazioni, ma li vede come manifestazioni della vita della natura stessa, come espressioni della polarità vivente tra la luce e l’oscurità. La sua ricerca del fenomeno originario, l’Urphänomen, era una ricerca che univa il rigore scientifico con la percezione spirituale.

Ecco perché i risultati di Goethe nella scienza della natura rimangono validi ancora oggi, mentre tante teorie costruite dopo di lui sono già cadute. Quando gli scienziati moderni tornano ai fenomeni originari e abbandonano gli schemi artificiali della teoria materialistica, trovano che Goethe aveva ragione. La sua morfologia delle piante è ancora oggi riconosciuta come una verità vivente da coloro che comprendono la natura nel modo giusto.

Questo insegna al nostro tempo una lezione importante. In un’epoca di specializzazione estrema, quando gli uomini sono divisi negli specialisti che non possono più comunicare l’uno con l’altro, abbiamo bisogno del tipo di spirito che Goethe rappresenta: uno spirito che mantiene viva l’unità della conoscenza, che sa comprendere i particolari sempre in relazione al tutto. In Goethe, lo scienziato della natura non era separato dal poeta: erano una cosa sola.

Quando Goethe scriveva il Faust, non era un poeta che scriveva poesia astratta: scriveva dalla profonda conoscenza della natura e della vita dello spirito. E quando Goethe studiava la natura, non era un semplice freddo naturalista: era un poeta che cercava di comprendere la poesia viva che la natura stessa esprime. In questo stava la sua universalità.

Questo è precisamente ciò che manca al nostro tempo: questa universalità dello spirito, questa capacità di unificare i diversi campi della conoscenza in una visione sintetica. Ogni specialista rimane rinchiuso nel suo campo, e nessuno vede il quadro globale di come tutto si connette. Il nostro tempo soffre di questa frammentazione dello spirito.

Per quanto riguarda la biologia, vediamo come ci sono state enormi speranze riposte nei progressi della biologia, della scienza della vita, quando è apparso il grande lavoro di Darwin su “L’origine delle specie”. Vediamo inoltre come negli anni sessanta Ernst Haeckel con straordinaria audacia, all’assemblea dei naturalisti a Stettino nel 1863, estese ciò che Darwin apparentemente fino allora aveva esteso solo al regno animale, anche all’uomo. E allora vediamo uno sviluppo straordinario riguardo a questa scienza della vita o biologia.

Vediamo gli spiriti più cauti che si limitano più al registrare i fatti, ma anche altri che si lanciano avanti e costruiscono teorie audaci su ciò che risulta dall’esame della parentela delle forme dei singoli esseri viventi. In particolare vediamo Haeckel agire in modo audace e costruire alberi genealogici, come dai semplici esseri viventi gli organismi più complicati sarebbero nati attraverso sempre nuove diramazioni.

Ma accanto a queste direzioni, si potrebbe dire, che saltano agli occhi in modo duro, si trova una corrente di ricerca che è importante considerare e che io caratterizzerei con il nome dell’anatomico Carl Gegenbaur. Gegenbaur aveva nel suo essere l’opinione che innanzitutto non si dovrebbe chiedere come stanno questi rapporti, questa parentela dei singoli esseri viventi. Però considerava la teoria darwinista cosicché, se la si assume come principio direttivo di ricerca, si procede allora certi fatti nel mondo esteriore delle forme o della vita. Diciamo che lo stato d’animo di tale ricercatore si potrebbe esprimere con le parole: non voglio dire subito che gli animali superiori discendono dagli uccelli o dai pesci, ma voglio assumere come base il principio che esista una parentela, e voglio esaminare le branchie e le pinne sotto questo aspetto, voglio esaminare come sempre parentele più fini risultino sempre più fini.

Proprio così, considerando il lavoro darwinista come una sorta di motivo guida della ricerca, si sono effettivamente rivelati importanti e sempre più importanti fatti di ricerca. Ma questi si sono anche rivelati dove questa ricerca — stimolata dall’impulso darwinista — era intenta a investigare la discendenza dell’uomo, a seguire tutte le testimonianze della paleontologia, della geologia.

Ovunque si è proceduto in modo più cauto: si vuole cercare le parentele, si vuole semplicemente assumerla come principio guida la teoria darwinista. E allora è accaduto il fatto straordinario che la teoria darwinista, come tale principio guida, negli ultimi anni si è rivelata come qualcosa di straordinariamente fecondo e che attraverso i fatti a cui ha condotto fino ai nostri giorni, essa si è smentita da sola, si è annullata da sola! Cosicché oggi vediamo il fatto straordinario che difficilmente in alcun campo come nel darwinismo regna fra i ricercatori disaccordo su tutti i punti.

Ci sono ancora oggi quelli — sono gli spiriti più arretrati — che ricondurranno direttamente l’uomo ai tutt’oggi viventi o forse solo leggermente trasformati animali simili agli uomini. Ci sono — particolarmente fra coloro che seguono la ricerca moderna del sangue, la parentela delle singole sostanze sanguigne — quelli che hanno ripreso la forma più antica della teoria darwinista. Ci sono quelli, come Klaatsch, che dicono: è completamente impossibile, in base ai fatti che sono risultati, ricondurre l’uomo a una qualsiasi forma animale che oggi esista.

Tutte le sfumature sono presenti, da quelli che ancora vogliono ricondurre l’uomo alla scimmia, come essa è oggi, fino a quelli che non la ricondurranno a quella, ma nemmeno ai suoi antenati o ad altri esseri mammiferi. Si deve salire ad animali di che non si può avere alcuna concezione e dache, da un lato, l’uomo discende e dache, d’altro canto, si sono divisi i mammiferi, così che le scimmie stanno molto lontane dall’uomo. E la peculiarità è che, quando tali ricercatori tentano di usare le configurazioni formali attuali che ci si presentano per evocare un’immagine di quegli uomini originali veri, tutte le forme fisicamente esistenti si dissolvono in una sorta di roba nebulosa. Non risulta nulla. Perché no? Perché abbiamo di nuovo un luogo nella biologia dove la ricerca fisica esterna dei fatti onestamente ricercati conduce a ciò che non si deve rappresentare fisicamente gli antenati degli uomini, poiché ogni rappresentazione fisica non funziona. Si giunge alla forma originaria spirituale dell’uomo, a ciò che era il risultato dello sviluppo planetario precedente, all’uomo originario spirituale, di cui parliamo nella scienza dello spirito.

Così i fatti ricercati del diciannovesimo e ventesimo secolo sono testimonianze pienamente valide, e il disaccordo fra i ricercatori è veramente solo mascherato dal fatto che gli studenti ascoltano solo da un professore e non controllano ciò che gli altri dicono. Se confrontassero ciò che un erudito dice e l’altro, allora oggi farebbero una scoperta straordinaria. Si troverebbe allora, ad esempio, in libri di un ricercatore una frase sottolineata piuttosto chiaramente, dove dice: se uno che vuole fare l’esame di dottorato da me sostenesse questa affermazione, che è sostenuta da un altro, lo boccierei senza ulteriori discussioni. Ma questa affermazione non è altro che quella che qualche collega a un’altra università sostiene. E questo disaccordo è la cosa più caratteristica nel campo della biologia, mentre nel campo della fisica e della chimica è la rassegnazione di fronte alle teorie in generale. È ancora più interessante quando si sale alla fisiologia.

Vediamo come questa fisiologia ovunque culmina in insegnamenti straordinari e fantastici. Vediamo come l’esteriore puro della fisiologia oggi, anche presso i pensatori materialisticamente orientati, che non vogliono esserlo, ma lo sono comunque secondo tutta la loro direzione di pensiero, sia ovunque già influenzato da ogni sorta di cose, che stanno al di sotto o all’interno del fisico. Potrei puntare su centinaia di cose, ad esempio in tempi più recenti alle strane teorie che sono sorte sotto l’influenza di una scuola viennese, la cosiddetta scuola freudiana: teorie su come la vita inconscia dell’uomo, nel modo in cui si manifesta nella vita onirica o in altre manifestazioni di vita, gioca nella vita fisiologica. Voglio puntare su questi fatti, che posso solo toccare, solo perché si vede da questo che realmente ovunque si presenta la necessità, che anche emerge teoricamente altrove, di far confluire l’empirico, il materiale fattuale esteriore sensibile nel spirituale.

Accanto a ciò tuttavia vediamo che, nel momento in cui si afferma una sorta di comprensione universale, una sorta di visione universale di ciò che deve essere l’impressione scientifica universale del presente, insorge una certa rassegnazione. Anche in ambito filosofico vediamo questa rassegnazione. Così forse vi è noto che sotto l’influenza di William James in America, di F. C. Schiller in Inghilterra, di altri ricercatori in ambito filosofico, si è sviluppata una teoria straordinaria, che in verità è nata da quel tendere dei fatti verso lo spirito e tuttavia non vuole ammettere che si deve andare verso lo spirito. È il cosiddetto pragmatismo, che sostiene che si devono considerare le varie manifestazioni della vita cosicché inventiamo teorie su di esse, come se potessero essere riassunte, ma tutto ciò che immaginiamo è solo lì per l’economia dello spirito, non ha valore interno, costitutivo, nessun valore reale.

Questo è l’ultima scoria degli spiriti più completamente bruciati del presente. È la mancanza completa di fiducia nello spirito, che vuole appellarsi solo alle deboli teorie e vuole che siano inventate per tenere insieme i fatti, ma non crede che lo spirito vivente ha prima messo i pensieri nelle cose, che infine troviamo in loro. Il più straordinario tuttavia avviene in questa relazione nella scienza dell’anima stessa.

Ci sono certi ricercatori dell’anima che non riescono proprio a penetrare fino a uno spirito vivente, nel quale l’anima si trova risorgente nelle cose. Tuttavia non possono nemmeno negare che, per stabilire una sorta di armonia tra l’anima e le cose, occorre portare qualcosa dall’anima nelle cose stesse. Ciò che si vive nell’anima deve avere qualcosa a che fare con le cose. E allora è nato un curioso termine, che oggi circola nelle psicologie tedesche: il termine “empatia”. Non si può pensare a una parola di imbarazzo più forte di fronte a tutto il pensiero veramente radicato. Come se dipendesse dal fatto che possiamo sentire qualcosa nelle cose, se non troviamo la connessione reale e oggettiva a ciò che vediamo nelle cose dalle cose stesse.

È l’abbandono dello spirito nella scienza dell’anima o psicologia, che vuole aiutarsi con tali parole di imbarazzo. E così potremmo trovare molti altri simili trucchetti che tali psicologie, da non prendere seriamente nel nostro presente, rivelano. Altre psicologie si limitano interamente a descrivere gli strumenti esteriori della vita dell’anima, il cervello o altri strumenti. Si è già arrivati al punto che vengono presi sul serio quegli psicologi i quali vogliono dimostrare sperimentalmente che nulla si perde in forze, in energie, che assorbiamo mangiando e bevendo e così via, che infilziamo in noi stessi in questo modo. Con questo si dovrebbe allora dimostrare che la legge di conservazione della forza deve essere decisiva anche per la psicologia, e che lì dentro non funziona proprio un essere psichico puro attraverso gli strumenti del corpo.

Tale conclusione è veramente priva di ogni logica. Poiché colui che conclude così, che viene in imbarazzo nel presentare un tal pensiero, dovrebbe anche ammettere che è ragionevole stare davanti a un edificio bancario, contare quanto denaro viene portato dentro, controllare quanto denaro viene tirato fuori, contare quanto denaro rimane nella cassa, e poi concluderne che dentro la banca non ci sono persone che vi si occupano. Tali conclusioni vengono fatte oggi e sono considerate conclusioni scientifiche. Queste sono le teorie costruite sui fatti della ricerca presente, e come una nebbia offuscano l’effettivo stato dei fatti.

Come stanno realmente le cose con la psicologia, possiamo osservarlo in un fenomeno estremamente interessante, in un uomo veramente significativo che negli anni settanta del secolo precedente ha scritto una psicologia, Franz Brentano. Egli ha scritto il primo volume di una psicologia di più volumi. Chi sia in grado di entrare in ciò che sta nel primo volume di una psicologia di più volumi, chi sappia entrare dal punto di vista reale dei fatti psicologici, può dirsi: in base a ciò che è stato assunto come inizio in Franz Brentano, se si potesse andare avanti sulla base di questi inizi, tutto dovrebbe sfociare nella scienza dello spirito. Non si può fare altrimenti. E se uno non volesse sfociare nella scienza dello spirito e fa tali inizi, anche se deboli, per comprendere la vita dell’anima in modo ragionevole, allora si dovrebbe presupporre che non potrebbe andare avanti.

Qui abbiamo il fatto interessante che questo primo volume della psicologia di più volumi in realtà non ha avuto ulteriori volumi. È rimasto fermo al primo volume, e in opere minori Brentano ha fatto tentativi di comprendere questo o quello; ma da nessuna parte ha trovato l’accesso, la porta alla scienza dello spirito e quindi non ha potuto permettere a se stesso di fare il progresso ulteriore della psicologia. In un fatto così significativo potete vedere come anche il negativo, che ci incontra nel nostro presente, ovunque esige lo sfociare degli spiriti — che si basano sui fatti, che si sono manifestati così meravigliosamente negli ultimi decenni — nella scienza dello spirito. Certo, questo sfociare è ancora troppo difficile per molti oggi, per altri parlano altre ragioni contro. Vogliamo non impegnarci sulle ragioni ora, ma solo mostrare che ovunque, dove cerchiamo le vere forze che sono presenti nel vero stato delle scienze odierne, dove vogliamo procedere onestamente, sinceramente, in modo globale ed energico, lo sfociare nella scienza dello spirito deve necessariamente avvenire.

La storia, la storia come oggi viene praticata, è la più lontana da questo sfociare nella scienza dello spirito. Là i più grandi storici sembrano andare più lontano, quelli che non vedono solo nei fatti della storia un gioco casuale dei successivi impulsi e passioni delle persone e altri fatti del piano fisico, ma che parlano di idee regnanti. Come se potessero agire pensieri astratti! Se non si attribuisce loro una volontà, non sono esseri spirituali, non possono agire. Quindi è una mancanza di senso parlare di idee senza essenza nella storia. Solo allora, quando si introduce nella storia la vita vivente, quando si pensa al principio vitale spirituale attraverso le anime nel modo in cui sempre più elevato si vive di anima in anima, quando si comprende la storia come essa è intesa in “Les grands Inities”, nei “Grandi Iniziati”, allora si è raggiunto il punto in cui la storia sfoci nella scienza dello spirito.

Ora, è particolarmente importante per il nostro tempo tenere presente questo: che Goethe, quale lui è stato, è una personalità che occorre studiare. E proprio per questo fine abbiamo intrapreso questa commemorazione del compleanno di Goethe. Goethe ha lavorato in modo scientifico in tutti gli ambiti. E qui voglio sottolineare qualcosa di particolare: Goethe non ha semplicemente intrapreso la ricerca scientifica da una parte e la poesia dall’altra, come due occupazioni parallele, bensì ha fatto in modo che lo spirito scientifico e lo spirito poetico si compenetrassero completamente.

Ciò che Goethe ha creato nel suo studio delle piante non era fantasia; era rigore scientifico. E ciò che ha creato come poeta non era arbitrio; era un’immersione nella realtà della natura e dello spirito. Goethe ha dimostrato con la sua intera vita che è completamente possibile unire in se stessi la ricerca scientifica rigorosa e la poesia vivente, senza che nessuno dei due soffra per l’altro.

Ma non solo questo: Goethe ha anche portato la sua ricerca in altri campi. Ha studiato la geologia, la mineralogia, l’anatomia, la botanica, la fisica, la teoria dei colori. E in ogni campo in cui Goethe si è mosso, ha cercato non di ridurre i fenomeni a schemi astratti, ma di comprendere le idee viventi che vivono nei fenomeni stessi.

Oggi gli scienziati biologici lasciano Goethe valere almeno un poco. Ma dobbiamo credere seriamente ai fisici e dalla prospettiva della teoria dei colori che non possono pensare nulla della teoria dei colori di Goethe, che non la capiscono, perché si dovrà comprendere questa teoria dei colori solo in un tempo successivo — a meno che prima non ci si familiarizzi con essa attraverso la scienza dello spirito —, forse solo nella seconda metà del ventesimo secolo o nella prima metà del ventunesimo secolo.

La fisica di oggi può guardare a questa teoria dei colori di Goethe solo come a una sciocchezza. Ma non dipende dalla teoria dei colori, bensì dalle forme odierne della scienza. E se leggete ciò che è inteso nel mio libro su “La visione del mondo di Goethe” come anche nella prefazione alle opere scientifiche naturali di Goethe, pubblicate da Kürschner, allora potete vedere che in esso è contenuta una visione sulla teoria dei colori, che nel senso più profondo è scientifica, di fronte a cui tutte le teorie fisiche del presente sono dilettantistiche.

Così possiamo vedere come Goethe ha veramente lavorato in tutti i campi. Possiamo vedere come ovunque il suo sforzo verso la conoscenza delle leggi naturali è stato fecondato da ciò che Goethe come forze poetiche aveva in sé. In lui non c’è nulla di separato, tutto gioca insieme nella sua anima. Ma qui uno non disturba l’altro, e qui Goethe è per noi una prova vivente che è veramente una cosa assurda, un’assurdità, se si credesse che il funzionamento vivente, diciamo, di un ramo dello spirito intellettuale potrebbe disturbare l’intuizione. Se entrambi gli impulsi sono presenti nella loro forza e originalità, allora uno non disturba l’altro.

Possiamo farci un’idea del collaborare vivente delle forze dell’anima umana, come si manifestano nei singoli rami scientifici e nella personalità complessiva dell’uomo. Possiamo formare una tale idea dalla necessità della vita, e abbiamo ancora l’aiuto che uno spirito moderno siffatto è presente, in cui viveva immediatamente questo collaborare di singole forze dell’anima della personalità complessiva. Pertanto Goethe è una personalità così esemplare, che bisogna considerare, per poter studiare questo collaborare vivente delle forze dell’anima.

Poiché è un uomo da cui si può seguire come egli, anno dopo anno, si eleva come approfondimento della sua stessa vita dell’anima, della comprensione del mondo, abbiamo in lui un esempio di come l’uomo deve sforzarsi di giungere a un approfondimento della sua vita dell’anima. Non proprio la mera considerazione di Goethe, non il ripetere i suoi insegnamenti, non l’accettazione delle sue opere, ma il grandioso che promana dalla sua intera apparizione, considerarlo esemplare per il nostro presente, questo è ciò che forse può toccarci particolarmente in un giorno come oggi, che come giorno del calendario ricorda la vita di Goethe.

In particolare lo spirito scientifico odierno potrebbe imparare molto da Goethe. Lontano è questo spirito scientifico dalla comprensione della vita spirituale; ma è proprio da questo lato che Goethe continuerà a celebrare una risurrezione. Goethe dovrà gradualmente essere compreso sempre di più, perché molti di ciò che si può chiamare un’illuminazione sana del nostro progresso nei mondi spirituali, della nostra scienza dello spirito in generale, può procedere da una considerazione di Goethe, perché in Goethe tutto è sano. Goethe è affidabile in tutte le cose, e dove egli si contraddice, non sono contraddizioni logiche che risultano, bensì perché la vita stessa si contraddice e deve contraddirsi, affinché sia viva.

Questo era un pensiero che avrei volentieri desiderato suscitare in voi oggi al compleanno di Goethe, per mostrare come sia necessario che noi ci immergiamo ancora in cose molto diverse, che giacciono aperte davanti a noi. Goethe può darci infinitamente molto. Ci darà il più se dimentichiamo molto di ciò che è stato scritto in innumerevoli opere su Goethe, perché questo è più adatto a stenderci un velo sul vero Goethe che a farcelo conoscere.

Ma Goethe ha un potere di attrazione segreta, Goethe ha qualcosa che opera attraverso se stesso. E se vi impegnate con Goethe, allora vedrete già che potete vivere in voi stessi un compleanno di Goethe, che potete vivere qualcosa di ciò che è eternamente giovane e fresco in Goethe, di cui si può dire: Goethe può risorgere in un’anima permeata da scienza dello spirito. Il nostro tempo materialistico, per quanto spesso nomini Goethe, per quante volte citi le opere di Goethe, ha tuttavia ben poco vero intendimento per lui.

Ci furono tempi in cui ci si poteva lasciar affascinare con tutta l’anima da Goethe, anche quando si parlava seriamente di Goethe — non nel nostro senso letterario-storico, che non è serio, quando si parlava seriamente — allora si trovavano le persone che attraverso un tale discorso venivano trascinati attraverso il nervo interiore più profondo, spirituale, che sempre giace in Goethe. E qui deve sempre di nuovo essere ricordato come Rosenkranz, l’hegeliano, in una volta dei trent’anni, quarant’anni del secolo precedente, come il vecchio Karl Rosenkranz, che stava all’altezza dell’educazione del suo tempo, intraprese il rischio di annunciare lezioni su Goethe all’università di Königsberg.

Voleva una volta parlare franco e libero, ciò che un filosofo aveva da dire su Goethe. Allora si mise in ordine queste lezioni e uscì dalla sua stanza di studioso con il pensiero: bene, un paio di ascoltatori probabilmente avrai. Ma questo pensiero gli voleva quasi sfuggire, quando uscì e fuori c’era una tale terribile bufera di neve, che si poteva pensare che nessuno si osasse in strada, e di conseguenza nemmeno nelle aule per una lezione, di cui non si aveva bisogno per lo studio del pane.

Allora andò comunque, e guarda, le condizioni sotto cui doveva tenere lezione erano le più sfavorevoli possibili. Era una stanza che non poteva essere riscaldata, che non aveva un pavimento decente e alle cui pareti ovunque l’acqua scorreva in torrenti. Ma il nome Goethe aveva attratto, ed era già un numero considerevole di persone la prima sera di lezione, e ne venivano sempre più. E sebbene le circostanze diventassero sempre più sfavorevoli, sempre più spiacevoli in quella sala, tuttavia alla fine c’erano così tanti alle lezioni di Karl Rosenkranz, che la sala poteva quasi non contenerli.

Goethe è precisamente tra quegli spiriti che antroposoficamente possono stimolarci di più. E saremo, se ci diciamo che nel corpo carnale di Goethe viveva un grande spirito, che certamente dobbiamo studiare, in modo più sano a una considerazione antroposofica di quando ci si facesse vedere un corpo carnale, in cui viveva un grande spirito, che dovremmo riconoscere per autorità. Ci sono veramente strade sane nella antroposofia. Bisogna solo percorrerle, bisogna solo non temere la fatica. Pertanto non mi ritiro mai quando ci sono molti ascoltatori a tale ciclo di lezioni, in circostanze piuttosto sgradevoli, a gettare luce da questo o quell’altro sentiero secondario della considerazione spirituale, a dire questo o quell’altro coraggioso, a dire questo o quell’altro difficile da comprendere. Mai mi ritirerò, perché so che solo in questo modo un progresso sano per l’antroposofia, un vero vivere nella scienza dello spirito nella vita culturale moderna è possibile.

Mi sembra che si possa salire alle regioni spirituali più alte e al contempo non si abbia bisogno di congelare il cuore. Mi sembra che tutti coloro che sono qui riuniti possano tuttavia sentire qualcosa di questo, che l’antroposofia qui è interpretata con i mezzi della vita spirituale più moderna, e che è un grave errore, se da qualche parte, anche in ambito antroposofico, figura il strano giudizio, come se qui qualcosa di medievale, non conforme alla scienza moderna, fosse riscaldato per le persone.

Poiché questo si dice da molti, anche in ambito antroposofico, deve essere attirata l’attenzione su questo: colui che può seguire con intendimento saprà che nulla di medievale, che oggettivamente scientifico nell’alleanza con il vero moderno sforzo spirituale è perseguito. Quanto lontano questo venga raggiunto, non sta a me giudicarlo. Ma che nulla di medievale, nulla che sia in qualche modo collegato alle sole tradizioni, bensì qualcosa di oggettivo, pari alla scienza moderna è perseguito, questo dovrebbe almeno essere compreso. E che i nostri cuori possono essere afferrati dalle condizioni di vita che procedono da questa considerazione antroposofica, questo può anche apparire come qualcosa di certo.

Questo mi sembra essere il più importante, ciò che portiamo dai nostri cuori da una tale considerazione e portiamo nel mondo. Ciò che abbiamo compreso nell’ampiezza dei concetti, delle parole, si raccoglie nei nostri cuori, lo viviamo nei nostri sentimenti e sensazioni, nella nostra compassione, lo viviamo nelle nostre azioni — e allora viviamo l’antroposofia. E come i fiumi possono fluire solo sulla terra quando ricevono le loro acque dalle sorgenti, così la vita dell’antroposofia può fluire nel mondo solo quando riceve le sue forze dalle fonti di saggezza, che oggi ci vengono aperte attraverso quelle potenze spirituali che chiamiamo i Maestri della saggezza e dell’accordo dei sentimenti.

Abbiamo compreso la scienza dello spirito nel vero senso della parola, se essa ci parla nelle forme della vita spirituale moderna, se però allo stesso tempo non lascia freddi i nostri cuori, le nostre anime, bensì le riscalda, così che questo calore può diffondersi ovunque nel mondo anche agli altri. Quanto di ciò che qui si dice portate nel mondo, portate non solo attraverso pensieri, ma attraverso i vostri sentimenti e impulsi di volontà e azioni, tanto hanno servito a questi insegnamenti. E questo è lo sforzo di questi insegnamenti.

Con questo desiderio, cari amici, vi saluto nel cuore sempre quando venite qui; con questi desideri vi saluto oggi, quando chiudiamo questo ciclo di lezioni e quando vi dico: siamo insieme nel senso spirituale e spirituale, anche se nello spazio uno deve stare qui, l’altro là. E prendiamo da quel tempo, dove possiamo anche stare più vicini l’uno all’altro nello spazio, questo come il più bel saluto reciproco, come la più bella parola di congedo reciproca, che siamo insieme nello spirito, anche quando ci siamo dispersi spazialmente.

In questo senso dico a voi oggi, quando stiamo al compleanno di Goethe alla fine del nostro ciclo, il saluto alla fine di questa serie di lezioni. Pensiamo spesso a ciò che ci ha unito e lasciamo che diventi fruttifero anche per il legame personale, che può sempre avvolgersi da uno all’altro nell’amore. Siamo in questo senso insieme, anche quando ci siamo separati, e lasciamo che questo senso ci riunisca sempre di nuovo da capo, per elevare noi stessi alle altezze dello spirito, della vita sovrasensibile.


In memoria di Frater Stefano Ravaglia

anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.

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