In questi giorni, in cui possiamo di nuovo riunirci, sarà mio compito parlare di questioni importanti, certamente non facili, della vita umana e dell’accadere cosmico — questioni la cui considerazione naturalmente non si conclude con questa conferenza, ma al contrario non fa che iniziarsi. Nel corso di questa considerazione diventerà chiaro quanto siano infinitamente importanti queste questioni proprio per una riunione consapevole dell’anima con i grandi avvenimenti che oggi tanto muovono l’umanità. Se dovessi riassumere in due parole astratte ciò di cui intendo parlarvi in questo periodo, potrei riassumerlo in due parole: «la necessità dell’accadere cosmico e umano» e «la libertà dell’uomo all’interno dell’accadere cosmico e umano».
Vi sono poche persone che non si occupino più o meno intensamente proprio di queste questioni. E vi sono forse pochi avvenimenti sul piano fisico che rendano così necessario occuparsi di queste questioni quanto quelli che ora attraversano i popoli d’Europa e le anime degli europei. Quando consideriamo l’accadere cosmico e il nostro stesso agire, sentire, volere e pensare all’interno di questo accadere, e lo consideriamo innanzitutto in connessione con quella che chiamiamo la divina, la saggia governo del mondo, allora diciamo fra noi che questo sapiente governo del mondo opera in ogni cosa. E quando rivolgiamo lo sguardo a qualcosa che è accaduto, a cui forse noi stessi siamo stati inseriti, possiamo poi porci la questione: era ciò che è accaduto, a cui noi stessi eravamo inseriti, così fondato all’interno di questo intero sapiente governo del mondo, che possiamo dire che era necessario, che non poteva accadere diversamente, e che noi stessi non potevamo agire diversamente all’interno di questo evento? Oppure possiamo dire, quando rivolgiamo lo sguardo al futuro: in questa o quella epoca futura si svolgeranno questi o quei fatti, di cui crediamo di poter essere inseriti? Non dobbiamo forse assumere, rispetto al sapiente governo del mondo che presupponiamo, che ciò che accadrà in futuro sia pure necessario, o come spesso si dice, preveduto? Ma può allora sussistere la nostra libertà? Possiamo proporci di intervenire in qualche modo attraverso le idee, attraverso le capacità che abbiamo acquisito? Può il nostro intervento modificare ciò che vogliamo accada in modo diverso da come dovrebbe accadere se il nostro intervento non si verificasse?
Quando l’uomo guarda più indietro al passato, per lui ha più forza l’idea che tutto fosse necessario, che non potesse accadere diversamente. Quando l’uomo guarda più al futuro, per lui ha più forza l’idea che debba essere possibile per lui stesso, l’uomo, dove gli sia concesso, intervenire con la sua volontà. Insomma, l’uomo cadrà sempre in una sorta di conflitto tra l’ipotesi di una necessità incondizionata che pervade ogni cosa, e d’altra parte il necessario presupposto della libertà, senza il quale egli in realtà non può sussistere nella sua concezione del mondo. Altrimenti dovrebbe assumere di essere come una specie di ruota nell’enorme meccanismo dell’essere, che è determinato dalle potenze che lo pervadono cosicché anche le funzioni della sua ruota-esistenza sono pre-determinate.
Sapete bene che questo conflitto, di dover scegliere l’una o l’altra posizione, percorre in certo senso tutto lo sforzo spirituale dell’umanità. Vi sono sempre stati filosofi, che si chiamano deterministi, i quali assumevano che tutto l’accadere, in cui siamo intrecciati con il nostro agire e il nostro volere, sia rigorosamente predeterminato. Vi sono stati poi indeterministi, che assumevano il contrario: che l’uomo possa intervenire attraverso il suo volere, attraverso le sue idee, nel corso dello sviluppo. Sapete anche che l’estremo del determinismo è il fatalismo, che si attiene così rigorosamente a una necessità spirituale che pervade il mondo, da presupporre che nulla, assolutamente nulla possa accadere diversamente da come è predeterminato. L’uomo deve solo passivamente piegarsi al Fato che si è diffuso nel mondo, perché tutto è predeterminato.
Forse alcuni di voi sanno anche che Kant ha istituito una tavola delle antinomie, in cui metteva sempre da una parte una certa affermazione, dall’altra il suo opposto. Per esempio da una parte l’affermazione: «Il mondo è infinito nello spazio», dall’altra l’affermazione: «Il mondo è finito nello spazio». E poi ha mostrato che si può provare l’una cosa altrettanto bene quanto l’altra con i concetti a disposizione dell’uomo. Si può nello stesso senso provare rigorosamente: Il mondo è infinito nello spazio o nel tempo —, oppure: Il mondo è finito nello spazio, limitato, chiuso da assi, ha iniziato nel tempo.
A queste questioni che Kant ha iscritto nella tavola delle antinomie appartiene anche quella che abbiamo appena toccato. Egli quindi sapeva e ha attentato i nostri uomini al fatto che si può provare altrettanto rigorosamente, proprio rigorosamente come si può provare logicamente in maniera rigorosa, che tutto l’accadere cosmico incluso l’accadere umano soggiace a una rigida necessità, come si può provare poi altrettanto rigorosamente che l’uomo è un essere libero e che le cose in cui interviene con il suo volere sono in qualche modo determinate dal suo volere. Kant considerava queste questioni semplicemente indecidibili per la facoltà conoscitiva umana, questioni che vanno oltre il confine della facoltà conoscitiva umana, perché si può provare l’una cosa altrettanto bene che il suo opposto con mezzi umani.
Ora, negli sviluppi che abbiamo svolto negli anni passati, voi avete in certo senso già le fondamenta per penetrare questo strano enigma che sta davanti a noi. Perché si vorrebbe dire: enigmatica è già la domanda se l’uomo è intrecciato in una necessità oppure se è libero. Enigmatica è questa domanda. Ma ancora più enigmatico è certamente il fatto che si possono provare rigorosamente entrambe le cose. Non troverete fondamenta, per superare il dubbio in questo campo, se le cercate fuori di ciò che chiamiamo scienza dello spirito. Solo all’interno di queste fondamenta, che la scienza dello spirito può fornire, si può imparare qualcosa di questo segreto, di questo enigma, che sta realmente alla base di queste questioni.
Procederemo piuttosto lentamente nelle nostre considerazioni questa volta. Anticipatamente voglio solo dire: come è possibile che una cosa simile possa accadere, che l’uomo possa provare una cosa e il suo opposto? Allora, quando abbiamo a che fare con una cosa simile, siamo in certo senso consapevoli di una certa limitatezza della comune capacità concettuale umana, della comune logica umana. Ma saremo avvertiti di questa limitatezza della logica umana in molte altre cose. Essa si presenta sempre ovunque l’uomo voglia avvicinare l’infinito con i suoi concetti.
Posso mostrarvelo con un esempio molto semplice. Non appena l’uomo con i suoi concetti vuole avvicinarsi all’infinito, subentra qualcosa che si può chiamare: una confusione nei concetti. Voglio chiararvelo con un esempio molto semplice. Dovete solo seguirmi pazientemente in un ragionamento che forse non vi è abituale. Immaginate che io scriva sulla lavagna uno dopo l’altro i numeri: 1, 2, 3, 4, 5 e così via. Potrei, non è vero, scrivere all’infinito: 1, 2, 3, 4, 5, 6 e così via. Ora posso scrivere una seconda serie di numeri: di ogni numero che ho scritto, il doppio accanto a destra, quindi:
1 — 2 2 — 4 3 — 6 4 — 8 5 — 10 6 — 12
e così via
Ora posso di nuovo scrivere all’infinito. Ma mi darete ragione: ogni numero che sta a destra nella serie è anche presente nella serie di sinistra. Posso sottolineare 2, 4, 6, 8 e così via. Guardate ora la serie di numeri di sinistra: sono possibili infiniti molti numeri. In questi infiniti molti numeri ci sono esattamente quelli che stanno a destra nella serie di destra: 2, 4, 6 e così via ci sono dentro. Posso sempre sottolineare di più. Se prendete i numeri sottolineati nella serie di sinistra, questi numeri sottolineati sono ogni volta esattamente la metà di tutti i numeri. Ogni secondo è sottolineato. Se adesso li scrivo a destra, posso: 2, 4, 6, 8 e così via scrivere all’infinito. Ho a sinistra un’infinità e a destra un’infinità, e non si può dire che ho meno numeri a destra che a sinistra. Non c’è dubbio che devo avere a destra esattamente tanti numeri quanti a sinistra. Eppure: poiché tutti i numeri a sinistra possono risultare da sottolineatura, l’infinità a sinistra è solo la metà dell’infinità a destra. È del tutto chiaro: ho a destra esattamente tanti numeri, precisamente infiniti, quanti a sinistra, poiché a ogni numero a destra corrisponde un numero a sinistra — eppure il numero di numeri a destra non può essere che la metà di quello che è il numero a sinistra.
Non c’è dubbio che, non appena si passa all’infinito, il pensiero cade nella confusione. La questione che ne risulta non può semplicemente risolversi, perché è altrettanto vero che a destra ci sono la metà dei numeri di sinistra, come è vero che a destra ci sono esattamente lo stesso numero di numeri di sinistra. Ecco qui nella forma più semplice.
Con ciò l’uomo è già guidato in un certo modo a dirsi per i suoi concetti: dunque non devo applicarli all’infinito, a ciò che va oltre il mondo sensibile — e l’infinito va oltre il mondo sensibile —, non devo applicarli all’infinito. Credete, non solo all’infinito illimitato, ma non potete neanche applicarli all’infinito limitato, perché nell’infinito limitato risulta la stessa confusione.
Immaginate di disegnare un triangolo, quadrato, pentagono, esagono e così via. Quando arrivate al centogono, allora sarete già molto vicini a un cerchio. Non riuscirete più a distinguere bene i piccoli segmenti l’uno dall’altro, soprattutto se siete lontani. Potete dire: un cerchio è un poligono di infiniti lati. Se avete un piccolo cerchio, ci sono infiniti lati dentro. Se avete un cerchio doppiamente grande, ci sono anche infiniti lati dentro — eppure esattamente il doppio! Quindi non dovete andare all’infinito illimitato: se prendete un piccolo cerchio, che ha infiniti lati, e un cerchio doppiamente grande, che ha infiniti lati, già in questo infinito sorvegliabile potete trovare qualcosa che confonde completamente i vostri concetti. Quello che ho appena detto è straordinariamente importante. Perché gli uomini non notano affatto che hanno un certo campo solo, cioè il campo del piano fisico, per i concetti che si possono applicare, e che questo deve essere così per una certa ragione.
Vedete, in un luogo dove ora ci viene opposto un po’ aspramente — e questo è il caso in molti posti, da molte persone —, un pastore tenne un discorso contro la nostra scienza dello spirito, che concluse, perché pensava che potesse essere particolarmente efficace, con una massima di Matthias Claudius. Questa massima di Matthias Claudius aveva più o meno il contenuto che i figli degli uomini sono in realtà poveri peccatori e non possono sapere molto, e che dovrebbero essere modesti con ciò che sanno, e non dovrebbero ricercare ciò che non possono sapere. L’uomo ha scelto questa strofa da una poesia di Matthias Claudius, perché pensava di poterci appendere che volevamo andare oltre il mondo sensibile. Ma già Matthias Claudius aveva detto: l’uomo è comunque un peccatore vanitoso che non può andare oltre questo mondo sensibile.
Sì, «per caso», come si dice, un nostro amico ha cercato questa poesia in Matthias Claudius e ha anche letto la strofa precedente. Nella strofa immediatamente precedente c’è che l’uomo può andare nel campo e, sebbene la luna sia sempre una sfera piena, se non è proprio plenilunio, vede solo una parte della luna, mentre l’altra è comunque lì. Così ci sarebbero nel mondo molte cose di cui si potrebbe sapere, se solo si osservassero al momento giusto, che sono lì. E poiché Matthias Claudius voleva sottolineare che non ci si dovrebbe limitare a ciò che l’apparenza sensibile è immediatamente, ma che è un povero peccatore colui che si lascia ingannare da ciò che l’apparenza sensibile immediatamente dà, così ciò che il buon uomo aveva citato da Matthias Claudius è ricaduto su lui stesso.
Il mondo sensibile — se non siamo proprio come quel pastore —, ci rende consapevoli di tanto in tanto che, dove rivolgiamo lo sguardo da qualche parte, dobbiamo anche rivolgerlo da un’altra parte, da un’altra lato, e dobbiamo correggere un lato attraverso l’altro lato. Ma riguardo a ciò che va oltre il mondo sensibile, non c’è una correzione immediata attraverso il mondo sensibile. Non si può semplicemente mostrare l’altra strofa. Quindi accade che l’uomo allora filosofeggia a caso e naturalmente deve anche essere convinto che sia vero, perché — è logicamente rigoroso provarlo. Ma anche il contrario è logicamente rigoroso da provare. Ora possiamo porci la domanda, e tutte le considerazioni che stiamo facendo allora risponderanno a questa domanda più precisamente: come accade che, quando andiamo oltre il mondo sensibile, il nostro pensiero cada nella confusione? Come accade che possiamo provare l’una cosa e il suo opposto? Troveremo come questo è connesso al fatto che la vita umana è inserita come in mezzo, come in una posizione di equilibrio tra due forze opposte, tra le forze arimaniche e le forze luciferiche.
Certo, si può pensare sulla libertà e la necessità, e si può credere che sia una prova coercitiva: c’è solo una necessità nel mondo. Ma la coercitività di questa prova è effettivamente operata da Arimane. Da una parte, quando si prova l’una cosa, Arimane è sempre lì che vi seduce; e quando si prova l’altra, è sempre Lucifero che vi seduce. A queste due potenze siete sempre esposti, e se non considerate che siete inseriti tra queste due potenze, non scoprirete mai da dove vengono tali conflitti nella natura umana, come quello che abbiamo osservato.
Ora è vero che persino il sentimento che nell’intero governo cosmico, accanto alla posizione di equilibrio, c’è anche l’oscillazione del pendolo a destra e a sinistra, l’oscillazione arimanica e quella luciferica, è andato perduto nel XIX secolo. Completamente estinto è questo sentimento. Oggi già di per sé siete considerati non più completamente sani di mente se parlate di Arimane e Lucifero, vero? È solo a metà del XIX secolo che le cose sono diventate così gravi, perché un filosofo molto intelligente, Trandorff, ha scritto ancora a metà del XIX secolo una bellissima monografia qui a Berlino, in cui ha cercato di confutare le asserzioni di un ecclesiastico. Un ecclesiastico aveva diffuso qui — speriamo di poter già dire questo nei nostri circoli — che non c’è il diavolo e che è in realtà una terribile superstizione parlare di un diavolo. Noi parliamo di Arimane. Allora il filosofo Trandorff contro l’ecclesiastico ha preso la parola in uno scritto che è molto interessante: «Il diavolo — non una fantasia dogmatica». Ancora a metà dei cinquanta anni ha tentato di provare rigorosamente dal punto di vista filosofico l’esistenza di Arimane.
Spero, nel corso delle conferenze pubbliche che terrò qui presto, di poter parlare proprio di questo tono scomparso nella vita spirituale, di ciò che è teosophico, che scompare completamente a metà del XIX secolo. Fino a metà del XIX secolo gli uomini hanno parlato di queste cose, anche se sotto altri nomi. Il sentimento stesso di esse è andato perduto, ma questo sentimento era in fondo presente in modo fine fino al XIV, XV secolo, fino a quando, naturalmente, dovette ritirarsi per un po’ in background. Sappiamo che la scienza dello spirito, come ho spesso sottolineato, non nega affatto il grande valore e la grande importanza dell’ascesa scientifica naturale. Ma che questo sviluppo scientifico naturale potesse verificarsi era condizionato dal fatto che il sentimento, la sensazione per questo contrasto da trovare solo nello spirituale, Arimane e Lucifero, era andato perduto. Ora devono risalire di nuovo oltre la soglia della coscienza umana. Un sentimento fine era presente fino al XV secolo.
Voglio mostrarvi in un esempio come le cose si sono sviluppate riguardo ad Arimane e Lucifero, quando già solo un sentimento di questi era presente, che queste sono due potenze che operano. Voglio illustrarlo in un esempio:
A Praga, nel Municipio della Città Vecchia, c’è un orologio molto strano, che è sorto nel XV secolo. Questo orologio è veramente una sorta di meraviglia. Esternamente somiglia anzitutto a una sorta di meridiana, ma è costruito così complicatamente che la successione delle ore si indica in due modi, nel modo vecchio boemo e secondo il moderno calendario.
La successione delle ore nel modo vecchio boemo andava da 1 rispettivamente 0 a 24, e quella più recente solo fino a 12. Sempre al tramonto l’ago ombra — c’era ombra — stava su 1. E l’orologio era regolato in modo che davvero sempre al tramonto l’ago stava su 1. Quindi nonostante tutta la diversità dei tramonti l’ago stava sempre su 1.
Questo orologio inoltre mostrava sempre quando si verificava un’eclissi di sole e di luna. Mostrava anche il percorso dei diversi pianeti attraverso i segni zodiacali, c’era un cerchio planetario. Mostrava persino — ed è veramente meravigliosamente costruito — le festività mobili. Cioè indicava quando era la Pasqua in un certo anno. Era allo stesso tempo un calendario. Si vedeva il corso da gennaio a dicembre. La mobilità della Pasqua era inclusa. Su una lancetta specifica si vedeva quando cadeva la Pasqua, sebbene sia una festa mobile, come la Pentecoste.
L’orologio era quindi costruito straordinariamente significativamente nel XV secolo. Ora la storia di come è stato costruito è stata ricercata. Ma oltre a questa storia ricercata, che è documentata, che potete leggere — ce ne sono molte descrizioni — c’è una leggenda che cerca di spiegare quello che è strano di questo orologio, in primo luogo, poiché è una costruzione così meravigliosa, e dall’altra parte di spiegare l’altra cosa, cioè che questo orologio, dopo che era stato costruito dall’uomo geniale che poteva farlo, veniva caricato sempre finché era vivo. Dopo la sua morte nessuno poteva caricarlo, e si cercavano dappertutto persone che potessero aggiustarlo, affinché funzionasse. Di regola non si otteneva nient’altro che coloro che lo toccavano lo rovinavano. Poi una volta o l’altra si trovava qualcuno che dicesse di poterlo aggiustare. Lo sistemava anche, ma l’orologio veniva sempre nuovamente e nuovamente messo fuori servizio.
Questi fatti si riverserono tutti in una sorta di leggenda popolare, e questa leggenda popolare è così: un uomo semplice avrebbe ricevuto attraverso un dono celeste speciale la capacità di costruire una volta questo orologio. Solo lui poteva sapere come si dovrebbe trattare questo orologio. La leggenda sottolineava molto che era un uomo semplice, che aveva ricevuto per grazia speciale, cioè genialità, che gli veniva dal mondo spirituale. Ma allora il sovrano voleva questo orologio solo per Praga, e voleva rendere impossibile che anche un’altra città potesse avere questo orologio o qualcosa di simile. Quindi ha fatto accecare il geniale orologiaio che l’aveva costruito, gli ha fatto strappare gli occhi. Allora si è ritirato. Solo quando sentì la morte avvicinarsi, gli fu ancora concesso di avvicinarsi all’orologio per un momento. E in quel momento l’ha usato — così racconta la leggenda — con uno scatto veloce per mettere fuori servizio l’orologio, in modo che nessuno poteva più metterlo di nuovo in servizio.
Questa leggenda sembra dapprima molto modesta. Ma in questa leggenda vive, come è costruita, un buon sentimento della presenza di Arimane e Lucifero e della posizione di equilibrio tra i due. Pensate quanto è raffinata questa leggenda. In innumerevoli tali leggende popolari potreste trovare la stessa costruzione raffinata. È costruita con un buon sentimento per Lucifero e Arimane. Prima di tutto, non è vero, la posizione di equilibrio: l’uomo riceve attraverso un atto di grazia del mondo spirituale la capacità di costruire qualcosa di straordinario. Non c’è nulla di egoistico in questo. Perché, non è vero, l’egoismo potrebbe venire su chiunque. C’è un dono di grazia. Non l’ha fatto davvero dal suo egoismo. Ma non c’è nulla di fantastico, perché è esplicitamente detto che era un uomo semplice. Con questa descrizione — che è stato sottolineato un atto di grazia, cioè nulla di egoismo, ed è un uomo semplice, cioè nulla di fantasticismo — si intendeva indicare che nell’uomo, nell’anima dell’uomo, non viveva nulla di Arimane e Lucifero, ma che era tutto sotto l’influenza di buone potenze divine progressive.
Nel sovrano viveva Lucifero. Dal suo egoismo voleva l’orologio solo per la sua città, e così ha accecato l’uomo. Allora Lucifero è posto da una parte. Ma poiché Lucifero è lì, si unisce sempre con il suo fratello Arimane. E poiché l’uomo è accecato, l’altro ottiene la capacità, da fuori, attraverso un colpo abile, di intervenire in modo distruttivo. Questo è l’opera di Arimane.
Qui quindi la buona potenza è posta tra Lucifero e Arimane. Questa costruzione raffinata la troverete in molte leggende popolari, nelle leggende popolari più semplici. Ma il sentimento che in tutta la grande vita Arimane e Lucifero intervengono, questo sentimento potrebbe andar perduto nel tempo in cui dovette sorgere sempre più il senso che l’elettricità positiva e negativa, il magnetismo positivo e negativo e così via sono le forze fondamentali del mondo materiale. Che la ricerca scientifica naturale potesse diventare grande era condizionato dal fatto che persino questo sentimento per la comprensione spirituale del mondo si ritirava.
Vedremo come Arimane e Lucifero intervengono in ciò che l’uomo chiama conoscenza, in ciò che l’uomo chiama il suo rapporto con il mondo, in modo che nasce proprio la confusione di cui abbiamo parlato. Particolarmente nella questione che abbiamo sollevato, questa confusione ci si presenta del tutto chiaramente. Poniamo un esempio ipotetico semplice. Questo esempio potrei altrettanto bene trarlo dai grandi eventi cosmici come dagli eventi più quotidiani. Sceglierò un esempio molto semplice, potrei però altrettanto bene prenderlo dai grandi eventi del mondo. Supponiamo che tre o quattro persone si preparino per un viaggio. Vogliono intraprendere un viaggio attraverso, diciamo, una gola montagnosa. Se si passa attraverso questa gola, lassù c’è una roccia sporgente. Le persone si sono preparate per il viaggio, vogliono partire a un’ora determinata. Ma il cocchiere si è appena ordinato un boccale, un boccale piccolo, e questo viene consegnato un po’ troppo tardi. Perde l’ora di partenza per cinque minuti. Poi parte con la società. Attraversano la gola montuosa. Proprio mentre arrivano dove c’è la roccia sporgente, la roccia scivola, cade sul carro e distrugge completamente la società. Vanno in rovina. Forse — solo la società va in rovina; il cocchiere rimane.
Allora abbiamo un caso del genere. Potete porre la domanda: è il cocchiere la colpa, oppure esiste una necessità assoluta? Era assolutamente necessario che queste persone fossero colpite dalla disgrazia in questo momento? E la negligenza del cocchiere era solo intrecciata in questa necessità? Oppure potremmo dire: se il cocchiere fosse stato solo ordinato, naturalmente, poiché mentre la roccia scivolava era già passato a lungo, non sarebbe stato colpito?
Allora avete al centro della vita quotidiana la domanda su libertà e necessità, che è intimamente connessa con «colpevole» o «innocente». Naturalmente, se tutto soggiace a una necessità assoluta, allora non si può affatto parlare di colpa in senso superiore per questo cocchiere, quindi era necessario che questi uomini soffrissero la morte.
Questa domanda vi si avvicina passo dopo passo nella vita. Appartiene, come detto, alle questioni più difficili, alle questioni in cui, se vogliamo risolverle, Arimane e Lucifero si inseriscono più facilmente. Dapprima Arimane si inserisce quando si dovrebbe tentare di risolvere questa domanda. Questo ci diventerà chiaro nel corso delle considerazioni.
Ma ora dobbiamo intraprendere una strada completamente diversa da quella che forse si pensa abitualmente se vogliamo avvicinarci a una soluzione proprio di questa domanda. Vedete, quando l’uomo si accinge a risolvere una domanda del genere, quando prima di tutto pensa: ebbene, allora, questo evento, posso seguirlo, la roccia è caduta, è accaduto —, quando segue una cosa del genere e si pone la domanda: c’è necessità o libertà alla base? Potrebbe accadere anche diversamente? — allora guarda innanzitutto solo gli eventi esterni. Vede gli eventi come si svolgono sul piano fisico. Ebbene, l’uomo lo fa dallo stesso impulso da cui, per esempio, nei confronti dell’essenza umana, se può essere materialista, rimane fermo al corpo fisico dell’uomo. Non è vero, colui che non sa nulla di scienza dello spirito rimane innanzitutto al corpo fisico dell’uomo. Dice: ciò che si vede nell’uomo, si avverte, è semplicemente lì. Non va dal corpo fisico al cosiddetto corpo eterico. E se è un vero materialista testardo, allora ride, schernisce, quando si parla del fatto che al corpo fisico denso ne riposa uno più sottile, il corpo eterico. Eppure, sapete, quanto sia ben fondata questa visione, che innanzitutto al corpo fisico, accanto agli altri arti della natura umana, riposa questo corpo eterico, e ci siamo abituati nel corso degli anni a sapere che non solo dobbiamo parlare del corpo fisico dell’uomo, ma dobbiamo parlare anche del corpo eterico dell’uomo e così via. Forse alcuni di voi non si sono ancora posti la domanda: com’è allora con l’altro mondo che vive al di fuori dell’uomo, con il mondo in cui si verificano i soliti processi mondiali? Certo, ne abbiamo parlato di molte cose. Ne abbiamo parlato che l’uomo, quando inizialmente vede i processi esterni del piano fisico attraverso i suoi sensi fisici, non ha idea che da tutte le parti, dove guardiamo, abbiamo anche esseri elementari, quindi in certo senso dove guardiamo, la cosa è proprio come nell’uomo stesso. Nell’uomo abbiamo il corpo eterico, l’abbiamo in realtà anche frequentemente chiamato corpo elementare. Nel mondo esterno, in tutto l’evento fisico esterno, abbiamo la successione degli eventi fisici, e poi il mondo dell’esistenza elementare. Va tutto parallelo: uomo — corpo fisico, corpo eterico; i processi fisici, e ovunque confluiscono nei processi fisici gli eventi nel mondo elementare. Altrettanto vero come è unilaterale se diciamo dell’uomo che ha solo il corpo fisico — dovremmo dire che ha anche il suo corpo eterico —, così possiamo presupporre che lo stesso vale per i processi esterni: ciò che qui percepiamo dapprima con i nostri sensi fisici e con il nostro intelletto fisico, è l’uno. Ma qualcosa riposa sotto questo, che è analogo al corpo eterico umano. A ogni evento fisico esterno riposa davvero qualcosa, qualcosa di superiore, un evento più sottile.
Vi sono persone che hanno un certo sentimento per una cosa del genere. In due modi questo sentimento vi può venire incontro. Avrete già osservato da voi stessi o in altri per lo più il seguente: un uomo ha passato attraverso qualcosa. Ma in seguito viene da voi, o potete essere voi stessi e darvelo da dire: sì, ma ho il sentimento che durante il tempo in cui questa o quella cosa si è svolta esternamente con me, è accaduto a me qualcosa di completamente diverso; al mio uomo più fine è accaduto qualcosa di completamente diverso. — Intendo dire, vedete: nature più profonde possono avere un sentimento che eventi che non si verificano affatto sul piano fisico possono tuttavia essere importanti per il corso della loro vita. Che qualcosa sia accaduto a loro, è l’uno. Altre persone vanno anche più lontano: loro tali cose si mostrano simbolicamente nel sogno. Qualcuno sogna di vivere questa o quella cosa. Per esempio qualcuno sogna di essere, diciamo, colpito da una roccia. Si sveglia. Può dirsi: questo è un sogno simbolico, un sogno allegorico; è accaduto qualcosa alla mia anima. — Si può spesso trovare nella vita verificato che nell’anima è accaduto qualcosa che è molto più di quello che è accaduto nel mondo esterno con la persona in questione sul piano fisico. L’uomo può essere avanzato di un grado nella conoscenza, o nel miglioramento della sua natura volitiva, o nel raffinamento dei suoi sentimenti e così via.
Ho in conferenze tenute poco tempo fa avvertito che l’uomo con ciò che sa con il suo Io sa in realtà solo una parte di ciò che gli accade, e che giù il corpo astrale è molto, molto più consapevole. Ve l’ho ricordato. Il corpo astrale sa infatti di molte cose che ci accadono nel soprasensibile, che non accadono nel sensibile. Ora siamo stati condotti da un altro lato al fatto che nel soprasensibile continuamente qualcosa ci accade. Altrettanto vero come se muovo una mano, il movimento fisico è solo una parte dell’intero processo e sotto c’è un processo eterico, un evento del mio corpo eterico, così vero è che ogni processo fisico fuori è pervaso da un evento elementare più sottile, da qualcosa che va parallelo a esso e che si svolge nel soprasensibile. Non solo gli esseri sono pervasi dal soprasensibile, ma tutto l’essere è pervaso dal soprasensibile.
Ora ricordate qualcosa d’altro a cui ho ripetutamente indicato, che persino sembra paradossale in parte. Ho indicato come nello spirituale spesso il contrario di ciò che esiste qui nel fisico, non sempre, ma spesso, in modo che se qui nel fisico qualcosa è giusto, la verità nello spirituale può apparire completamente diversa. Dico: non sempre. Ma ho enumerato molti casi nel corso degli anni dove si deve dire: nello spirituale risulta proprio il contrario di quello che ci si aspetterebbe qui nel fisico.
Riguardo agli eventi soprasensibili che corrono paralleli agli eventi sensibili, talvolta — ora persino molto spesso — è così. E ora deve essere chiesto: quando vediamo che una società si è messa in viaggio, si è seduta in una carrozza, ha viaggiato, il pezzo di roccia è caduto, ha frantumato la società — questo è l’evento fisico. A questo evento fisico va parallelo, dentro di esso, come il nostro corpo eterico è dentro di noi, un evento soprasensibile. Ora si deve capire: questo può essere l’esatto opposto di ciò che accade qui nel fisico. Ed è persino molto spesso l’esatto opposto.
È qui allo stesso tempo una fonte di molti errori se non si sta attenti. Perché immaginate, può accadere quanto segue per esempio. Se qualcuno è arrivato a una chiaroveggenza atavistica e ha una sorta di second sight, una sorta di secondo occhio, può accadere a lui quanto segue: supponiamo che una società si sia messa in viaggio, ma nell’ultimo momento qualcuno che appartiene alla società decide di restare indietro. E questo è proprio, diciamo, una persona con second sight, con il secondo occhio. Non viaggia, questa persona. Si ritira. Dopo un po’ ha una visione. In questa visione può rappresentarsi qualche evento. Naturalmente potrebbe altrettanto bene rappresentarsi che i soggetti siano stati schiacciati dalla roccia, ma potrebbe anche rappresentarsi — questo potrebbe dipendere dalla disposizione — per esempio che qualcosa di particolarmente felice sia accaduto per la società. L’immagine di un evento particolarmente felice per la società potrebbe emergere. E la persona in questione potrebbe in seguito sentire che la società è andata in rovina nel modo che ho supposto. Questo accadrebbe allora se la persona sonnambula vedesse non esattamente ciò che accade sul piano fisico, il che potrebbe anche accadere, ma se avesse visto ciò che come evento parallelo si è svolto sul piano astrale: che forse in quel momento in cui queste persone sono partite dal piano fisico, erano state chiamate a qualcosa di particolare nel mondo spirituale, e questo particolare le ha riempite anche di una vita particolarmente nuova per il mondo spirituale. Insomma, la persona potrebbe aver percepito l’evento che va in una direzione esattamente opposta dei mondi soprasensibili, e questo esattamente opposto potrebbe esserci. Potrebbe effettivamente essere il caso che qui sul piano fisico vada la disgrazia, e questa disgrazia nel mondo soprasensibile corrisponda a una grande fortuna per le anime in questione.
Ora qualcuno potrebbe — e ce ne sono tali persone — che si ritiene più intelligente del saggio governo cosmico, dire: se io fossi un governatore cosmico, non farei così, che chiamo anime a una fortuna nel mondo spirituale e qui li onoro sul piano fisico con una disgrazia. Lo farei meglio! — Ebbene, a tali persone si può solo sempre dire: si può capire che qui sul piano fisico si possa essere confusi da Arimane. Ma la saggezza cosmica lo sa ancora meglio. Ciò che potrebbe essere presente è questo: che per il compito che ora cresce alle anime nel mondo spirituale, è necessaria questa esperienza qui sul piano fisico, che sempre in certo senso guardino indietro alla loro vita terrena in questo evento fisico, per ricavare da questa vista le corrispondenti forze. Cioè, questi due eventi, l’evento fisico e l’evento spirituale, possono essere necessariamente connessi alle anime che li hanno vissuti.
Così potremmo addurre da ogni tipo di esempi ipoteticamente come qui sul piano fisico accade qualcosa e in certo senso esiste un corpo eterico di questo evento, un evento elementare, un evento soprasensibile che vi appartiene. Non dobbiamo solo rimanere nell’affermazione generale dei panteisti, dicendo che al mondo fisico riposa una base spirituale, ma dobbiamo andare al concreto. Dobbiamo davvero essere chiari per ogni singolo evento fisico: vi riposa un evento spirituale, un vero evento spirituale, e solo l’evento fisico e quello spirituale insieme formano il tutto.
Ma ora se si seguono gli eventi sul piano fisico, allora si può dire: si arriva a intrecciare questi eventi sul piano fisico nel pensiero. E là si arriva davvero, se si seguono gli eventi sul piano fisico, a trovare una causa a ogni effetto. Questo semplicemente non può accadere diversamente. Ovunque si trova una causa a un effetto. Se qualcosa è accaduto — si troverà sempre la causa. Ma questo significa che si trova la necessità. Potreste all’esempio semplice che ho scelto, se procedete con la dovuta pedanteria, dirvi: ebbene, questa società era insieme. Ha certamente fissato la partenza per un momento determinato. Ma se ora seguo il motivo per cui il cocchiere è stato negligente, seguirò diversi percorsi causali. Prima di tutto, naturalmente, guarderò il cocchiere stesso, guarderò come è stato educato, come è diventato negligente. Poi guarderò le diverse circostanze attraverso cui ha ricevuto il suo boccale troppo tardi. Troverò ovunque una semplice catena causale. Ho potuto dimostrare come uno si inserisce nell’altro in modo che la cosa non potrebbe affatto svilupparsi diversamente. Arriverò gradualmente a escludere completamente il libero arbitrio del cocchiere, perché se hai una causa per ogni effetto, allora tutto ciò che fa la persona in questione si inserisce lì. Non è vero, il cocchiere ha voluto un boccale solo perché forse nella sua giovinezza non è stato percosso abbastanza. Se fosse stato percosso di più, di che non aveva colpa, questo non sarebbe accaduto. Quindi puoi trovare la connessione di causa ed effetto ovunque.
Questo è connesso al fatto che si ha a che fare solo sul piano fisico con concetti. Perché pensate solo: se vuoi capire qualcosa, allora un pensiero deve poter seguire un altro, cioè siete costretti che abbiate la capacità di sviluppare un membro dall’altro. Risiede nella natura del concetto che l’uno segua dall’altro. Questo deve essere.
Ma ciò che sul piano fisico può chiudersi in modo evidente, concettualmente, necessariamente, diventa diverso non appena si sale al prossimo mondo soprasensibile. Lì non avete a che fare con cause ed effetti, ma con esseri. Gli esseri intervengono. In ogni momento un diverso essere spirituale interviene o lascia cadere un’azione. Non avete a che fare con ciò che potete seguire nel senso ordinario attraverso concetti. Se voleste seguire ciò che accade nel mondo spirituale con concetti, potrebbe accadere quanto segue. Potreste pensare: ebbene, quindi sono qui. Certo, sono già arrivato al punto di poter guardare dentro al fatto che qualcosa si verifica spiritualmente. Presto viene qualche essere gnomo, presto viene qualche essere silfo, presto viene qualche altro essere. Ora ho lì la somma totale degli esseri. Ora mi sforzo di scoprire gli effetti che devono risultare da lì. — Certo, sul piano fisico a volte questo va facilmente: se si spinge una palla da biliardo in un certo modo, si sa come vola l’altra; si può calcolarlo. Ma sul piano spirituale può accadere a voi quanto segue: se avete visto i vostri esseri e ora sapete: ah, questo è un essere gnomo, si sta disponendo così, farà questo, agisce insieme a un altro, quindi questo deve accadere. — Ora l’hai capito. Nel momento successivo salta fuori un essere e cambia il tutto, o un essere che avevi incluso nel tuo calcolo se ne va, scompare, non partecipa più. Tutto riposa sulla essenza. Non puoi intrecciare tutto nello stesso modo sul piano fisico nei tuoi concetti. È del tutto impossibile. Un modo completamente diverso di interazione avviene in questo mondo spirituale, in questo flusso parallelo ai processi spirituali del piano fisico o nella corrente di eventi spirituali.
Con questo si deve prendere familiarità, che un mondo simile riposa alla base del nostro, per cui non solo dobbiamo presupporre che sia spirituale di fronte al nostro mondo, ma per cui dobbiamo presupporre che vi è un modo completamente diverso di connessione negli eventi: con il modo che siamo abituati per il nostro mondo concettuale, con cui spieghiamo e proviamo, non potete fare nulla nel concreto di questo mondo spirituale.
Così vediamo come due mondi si interpenetrano: uno che può essere intrecciato in concetti, l’altro che non può essere intrecciato in concetti, ma solo contemplato. Ciò a cui alludo va molto lontano. Ma gli uomini non notano quanto lontano vada. Immaginate solo una volta che se qualcuno crede di poter provare tutto e solo il provabile conta, così può venire nel seguente caso. Può dire: ebbene, tutto deve essere provato, e ciò che non è provato non conta. Quindi nel corso della storia del mondo tutto deve essere provabile. Quindi devo solo sforzare i miei pensieri a fondo, allora devo potere provare, per esempio, se c’è stato un mistero del Golgota o no! E agli uomini è così infinitamente prossimo nei giorni nostri, dire: se non si può provare che c’è stato un mistero del Golgota, allora è semplicemente un nonsenso, allora non c’è stato un mistero del Golgota.
Ma cosa intendono gli uomini per le prove? Intendono che si parte da un certo concetto e si passa sempre ad altri concetti, e se è possibile in questo modo, allora l’avete provato. Ma a queste prove non segue nessun altro mondo che il mondo fisico. Nessun altro mondo segue a questa prova. Perché se si potesse provare, necessariamente provare, che un mistero del Golgota doveva verificarsi, risulterebbe dai nostri concetti, allora non sarebbe un atto libero! Allora il Cristo avrebbe dovuto venire dal Cosmo sulla Terra, perché i concetti umani gli ordinano semplicemente, lo provano. Ma il mistero del Golgota deve essere un atto libero, cioè deve essere un atto che non si può provare proprio. Importa che una volta l’abbiate compreso.
Lo stesso vale se gli uomini vogliono provare che Dio una volta ha creato il mondo, o che non l’ha creato. Anche questo lo filano nei loro concetti. Ma «la creazione del mondo» deve comunque essere un atto libero dell’essenza divina! Da cui segue che non la si può provare dalla necessità della conseguenza concettuale, che si deve contemplare se si vuol scoprirlo.
Quindi, è qualcosa di molto significativo detto che nel prossimo mondo, che il nostro penetra come soprasensibile, non regna affatto l’ordine che possiamo penetrare con concetti e il loro potere probatorio, ma che lì ha luogo una contemplazione, in cui un ordine completamente diverso domina gli eventi.
Oggi voglio ancora dire solo questo con poche parole. Ho qui a Natale indicato come proprio nel nostro tempo appaiono cose così contraddittorie, su cui il pensiero umano si confonde. Pensate solo che ora è apparso un libro dell’assai grande naturalista Ernst Haeckel: «Pensieri sull’eternità». Vi ho già indicato. Questi «Pensieri sull’eternità» contengono esattamente il contrario di ciò a cui molte altre persone giungono ora dal profondo partecipare ai grandi eventi mondiali. Pensate che oggi vi sono molte persone — parleremo proprio di questo fatto nei nostri attuali contesti, oggi volevo dare solo un’introduzione — che proprio dal fatto che ora agisce su nostre anime in modo così terribile, così travolgente, da questo fatto mondiale sono arrivate di nuovo a un approfondimento del loro sentimento animico-religioso, molte persone, perché si dicono: se al nostro mondo fisico non riposa un ordine soprasensibile, come potrebbe spiegarsi ciò che accade nel presente? A un sentimento religioso sono arrivati di nuovo molti. Non ho bisogno di sottolinearvi il ragionamento; è così evidente, ed è oggi osservabile in tanti.
Haeckel arriva a un diverso ragionamento. L’esprime nel suo piccolo libro che è appena apparso: credono gli uomini all’immortalità dell’anima. Gli eventi presenti provano chiaramente che una tale credenza nell’immortalità dell’anima è un’impossibilità, perché vediamo migliaia al giorno perire da puro caso. Come potrebbe ancora una persona razionevole credere che di fronte a tali eventi ci sia ancora discorso sull’immortalità dell’anima. Come potrebbe esservi un ordine superiore dentro? — Per Haeckel quindi ciò che accade ora in modo così scioccante è una prova del suo dogma, che non si possa parlare di immortalità dell’anima. Allora avete di nuovo antinomie: una gran parte dell’umanità si approfondisce religiosamente, ma allo stesso evento Haeckel si superficializza religiosamente in modo terribile.
Tutte queste cose sono connesse al fatto che gli uomini oggi non possono ottenere chiarezza sulla connessione tra il mondo che si presenta ai loro sensi e al loro intelletto legato al cervello, e il mondo che riposa al di sotto come soprasensibile, che non appena si avvicinano a queste cose, il loro pensiero cade nella confusione. Ma questo nostro tempo porterà nonostante tutto, nonostante ciò che offre di deludente, un approfondimento dell’anima una conversione dal materialismo. Ma sarà necessario che dalla pura tensione dell’anima che si abbandona alla ricerca non prevenuta del mondo, che da questa contemplazione nasca una conoscenza dell’integrazione degli eventi sensibili con gli eventi soprasensibili, e che ci sia almeno una piccola schiera di persone che sia in grado di presupporre che tutte le sofferenze, tutti i dolori che sono attualmente sperimentati sul piano fisico, nel progresso complessivo dell’umanità sono un lato di un altro lato, di un lato soprasensibile.
Abbiamo da varie parti già indicato questo lato soprasensibile. Lo faremo ancora da altri punti di vista. Ma sempre di nuovo ci si presenterà il fatto che, quando il suolo insanguinato d’Europa avrà di nuovo pace, ci deve essere una schiera di persone che sia in grado di ascoltare, di ascoltare spiritualmente, di presagire spiritualmente ciò che allora dalle prossime del mondo spirituale sarà parlato all’umanità che avrà di nuovo sperimentato la pace. Perché diventerà vero, profondamente vero e si dimostrerà come verità ciò che ora spesso e ancora e ancora dobbiamo scrivere nella nostra anima.
Dal coraggio dei combattenti, dal sangue delle battaglie, dalla sofferenza degli abbandonati, dai sacrifici del popolo, Nascerà il frutto dello spirito — Se le anime consapevolmente spirituali dirigeranno il loro significato nel regno dello spirito.
Ho cercato l’altro ieri di richiamare l’attenzione su un enigma ugualmente significativo, il mistero cosmico della necessità e della libertà nel corso del mondo e nell’azione umana. Ho cercato innanzitutto, e anche la considerazione di oggi dovrà mantenersi sulla medesima via, di attirare l’attenzione su tutto il significato e la difficoltà di questo enigma cosmico e dell’enigma dell’umanità. Ho tentato, mediante un esempio ipotetico, di mostrare come questa domanda possa presentarsi a noi nel corso del mondo. Ho detto: supponiamo che una compagnia si fosse messa in viaggio per attraversare una gola montuosa, nel corso della quale si trova una roccia sporgente, e il tempo fosse stato fissato con assoluta precisione. Ma il cocchiere, per negligenza, parte cinque minuti in ritardo. Per questo motivo la compagnia arriva proprio nel momento in cui la roccia precipita, al punto in cui si trova sotto la roccia. Si deve dire secondo un giudizio esteriore — e lo dico esplicitamente: secondo un giudizio esteriore — che, a causa della trascuratezza del cocchiere, vale a dire a causa di un evento che è entrato come colpa di un uomo, l’intera compagnia è stata sepolta.
L’ultima volta ho voluto principalmente attirare l’attenzione sul fatto che non dovremmo avvicinarci troppo rapidamente con il nostro ordinario pensiero a un tale enigma e credere di poterlo risolvere. Ho sottolineato come questo pensiero umano, che usiamo inizialmente solo per il piano fisico, si sia abituato a tener conto solo dei bisogni del piano fisico, e come questo pensiero umano cada in confusione quando viene condotto un poco oltre il piano fisico. Oggi vorrei soprattutto enfatizzare la gravità di questo intero enigma. Infatti, solo nella considerazione successiva, che dovrebbe avvenire domenica, potremo avvicinarci a una sorta di soluzione di questo intero problema, se lo consideriamo nella sua interezza e nel suo significato totale, anche per la conoscenza umana stessa; se, ad esempio, comprendiamo completamente come possiamo cadere, proprio di fronte ai problemi più difficili della vita, in speculazioni oziose, in uno spingere e dirigere i pensieri che ci conducono fuori strada, così che ci troviamo come in un bosco, in cui andiamo avanti credendo di progredire, mentre in realtà giriamo in cerchi. Solo quando vediamo che siamo tornati al punto di partenza, notiamo che ci siamo mossi in cerchi. La cosa strana è solo che nel pensiero umano non notiamo come arriviamo continuamente allo stesso punto. Ma anche di questo parleremo ancora.
Ho suggerito che questo significativo problema è collegato a quello che chiamiamo le forze di Arimane e le forze di Lucifero nel corso del mondo e in ciò che agisce sull’uomo nella sua azione, nel suo intero pensare, sentire e volere. Ho osservato che fino al quindicesimo secolo si poteva ancora vedere come gli uomini avessero il sentimento che, così come l’elettricità positiva e negativa agiscono negli eventi naturali, e così come nessun fisico si vergogna di parlare di elettricità positiva e negativa, così gli uomini sapessero che l’arimanico e il luciferino agiscono negli eventi del mondo, anche se non pronunciavano questi nomi. Ho fatto riferimento a un esempio che sembra piuttosto remoto: l’orologio della Sala comunale della Città Vecchia di Praga, che è costruito in modo così artistico da non essere solo un orologio, ma una sorta di calendario, così che si può vedere ogni evento su di esso, si può vedere il corso dei pianeti su di esso, così che si possono leggere eclissi di sole e luna quando avvengono direttamente sull’orologio. In breve, un uomo di grande sensibilità artistica ha portato a compimento un grande capolavoro. Ho sottolineato come si possa dimostrare documentatamente come un professore di un’università di Praga ha realizzato questo capolavoro, ma questo non può interessarci ulteriormente, perché questi sono i processi che si sono svolti sul piano fisico. Ma ho sottolineato come una semplice leggenda popolare si sia formata dal sentimento che anche le forze arimaniche e luciferine partecipano a un tale evento. La leggenda narra che questo orologio è stato magistralmente collocato sulla sala comunale della Città Vecchia di Praga da un uomo, un uomo semplice, che ha ricevuto tutto il talento per questo attraverso una sorta di ispirazione divina. E poi la leggenda racconta ulteriormente: ma il sovrano voleva questo orologio solo per sé, non voleva permettere che un orologio simile o qualcosa di simile fosse costruito in nessun’altra città. Perciò ordinò che il maestro dell’orologio fosse accecato. Egli dovette allontanarsi. Solo quando sentì avvicinarsi la morte gli fu concesso di avvicinarsi all’orologio. E allora, con un intervento abile, diede all’orologio un colpo, e la conseguenza fu che non riuscì mai più a rimetterlo in ordine. In questa leggenda popolare si percepisce come, da un lato, c’era il sentimento del principio luciferino, di quel principio luciferino nel sovrano che voleva l’orologio solo per sé, che poteva essere costruito solo da un dono di grazia, che era venuto dalle buone potenze divine che progredivano; e come, non appena Lucifero si manifesta, Arimane aggiunge il suo intervento, perché questo era un atto arimanico, che il maestro accecato dell’orologio, attraverso la sua abilità, ha rovinato l’orologio. Nel momento in cui Lucifero è invocato — e anche l’inverso è vero — Arimane interviene con un contrattacco. Ma che non sia solo il popolo a sentire qualcosa di Arimane e Lucifero nella formazione di questa leggenda risulta da un’altra cosa. Risulta dalla struttura stessa dell’orologio. Da questo risulta che anche il maestro voleva apportare forze arimaniche e luciferine costruendo proprio questo orologio, perché questo orologio, oltre a quello che vi ho già descritto come artistically compiuto, mostra qualcosa di completamente diverso. Accanto a tutto ciò che vi è rappresentato, oltre al quadrante, al disco dei pianeti e così via, ci sono figure collocate sui due lati, vale a dire da un lato la Morte, e dall’altro due figure: una è un uomo che tiene in mano un portafoglio con il denaro che dentro tintinna. L’altra figura rappresenta un uomo a cui viene tenuto uno specchio, così che può sempre vedersi. Così abbiamo, in queste due figure, straordinariamente bene rappresentato l’uomo che è dedito nel suo valore alle cose esterne: il ricco avaro, l’uomo arimanico, e l’uomo luciferino, che vuole continuamente far risuonare le forze della sua vanità, nell’uomo a cui viene tenuto lo specchio, che può continuamente guardarsi. Così vediamo, attraverso il maestro stesso, l’arimanico e il luciferino contrapposti l’uno all’altro, e abbiamo messo d’altro canto la Morte, che è l’equilibrante — parleremo anche di questo — che è ciò che deve stare come monito su come, attraverso il continuo alternarsi della vita tra morte e nascita e nascita e morte, l’uomo si libera dalla sfera in cui regnano Arimane e Lucifero. Vediamo dunque nell’orologio stesso rappresentato in un modo meraviglioso come allora c’era ancora il sentimento dell’arimanico e del luciferino.
Dobbiamo ravvivare in noi questo sentimento per l’arimanico e il luciferino, in una certa misura, se vogliamo giungere a una soluzione della difficile domanda che ho indicato. Fondamentalmente, il mondo ci si presenta sempre in una dualità. Guardiamo la natura. Ciò che è pura natura ci si presenta veramente, potremmo dire, nella firma, nell’espressione, nella rivelazione di una ferrea necessità. Sappiamo che è addirittura l’ideale dello scienziato della natura poter calcolare matematicamente gli eventi futuri dagli eventi precedenti. È un ideale, nei confronti di tutti i fenomeni naturali, poter fare come nei confronti delle future eclissi di sole e luna, che si possono calcolare in anticipo dalle costellazioni dei corpi celesti. Così l’uomo sente: per quanto riguarda gli eventi naturali, sta di fronte a una ferrea necessità, una necessità assoluta. Proprio dal quindicesimo secolo in poi gli uomini si sono abituati a prendere questa ferrea necessità come modello per tutta la visione del mondo. In tal modo è gradualmente avvenuto che anche gli eventi storici vengono attraversati da una tale ferrea necessità.
Ma per gli eventi storici, d’altra parte, bisogna considerare quanto segue. Vogliamo, non è vero, prendere un evento che sia indipendente da una situazione di vita o dall’altra in cui siamo. Prendiamo dunque, ad esempio, l’evento storico «Goethe». In un certo senso si ha il bisogno di considerare un’apparizione così straordinaria come l’avvento di Goethe e tutto ciò che ha creato come basato su una sorta di ferrea necessità. Ma qualcuno può venire e dire: sì, ma pensa solo un momento, Goethe nacque il 28 agosto 1749. Se questo ragazzo non fosse nato in questa famiglia, cosa sarebbe successo allora? Avremmo avuto anche le opere di Goethe? Si potrebbe mostrare che Goethe stesso indicò come fu educato dal padre e dalla madre in un modo particolare, come ciascuno contribuì al modo in cui in seguito divenne. Se fosse stato educato diversamente, queste opere sarebbero sorte? E guardiamo l’incontro del Duca Carlo Augusto di Weimar con Goethe. Se lui non l’avesse convocato, se non gli avesse dato quello che conosciamo come il suo corso di vita dai settanta anni in poi, non sarebbero sorte forse opere completamente diverse? O non avrebbe potuto essere che Goethe fosse diventato un ministro del tutto ordinario, se fosse stato educato diversamente nella casa paterna, se il suo impulso poetico non fosse stato già così vitale allora? Come apparirebbe allora ciò che è diventato, da Goethe in poi, il contenuto della letteratura e dell’arte tedesche, se tutto fosse andato diversamente?
Queste sono tutte domande che possono essere sollevate e che possono mostrarci il significato profondo di questo enigma. Ma ciò che resiste a una soluzione superficiale non ci diventa ancora completamente evidente. Possiamo andare più a fondo e porre altre domande. Consideriamo ancora, ad esempio, l’artista che ha realizzato questo orologio sulla Sala comunale della Città Vecchia di Praga. Ha posizionato queste figure: il ricco avaro con il portafoglio, ha posizionato dunque l’uomo vanitoso, e ha contrapposto la Morte. Ora si può dire: con questo quest’uomo ha compiuto un’azione, ha posizionato questo. Ma non appena diciamo questo, enuncia una causa per innumerevoli possibili effetti. Infatti, pensa vivacemente quanti uomini stanno stati davanti a questo ricco avaro, davanti a questo uomo vanitoso a cui si mostra la sua immagine, davanti alla Morte. E quanti uomini hanno visto anche quello che era un’arte ancora molto più grande di questo mastro orologiaio: cioè che ogni volta che l’ora stava per suonare, la Morte si muoveva prima, accompagnando il suono dell’ora con un meccanismo, e l’altra figura si muoveva anche, e la Morte faceva cenni al ricco avaro, e lui ricambiava il cenno. Tutto questo si poteva vedere. Tutto questo era segni importanti per la vita. Tutto questo poteva fare un’impressione profonda su un uomo che stava davanti. E ha fatto veramente un’impressione profonda. Questo risulta dal fatto che la leggenda popolare l’ha sviluppata ulteriormente, raccontando qualcosa di particolare: la Morte, questo scheletro, aveva l’abitudine singolare che ogni volta che l’ora doveva suonare, apriva la bocca, la spalancava, e la leggenda popolare diceva: ogni volta che la guardi, vedi un passero che esce dalla bocca, un passerotto, e questo ha un solo desiderio, di uscire di nuovo all’aria aperta. Ma quando vuole uscire, la bocca si chiude, ed è di nuovo rinchiuso per un’ora. Una leggenda molto spirituale il popolo ha collegato a questo apertura e chiusura della bocca, con cui il popolo voleva mostrare quale significato profondo abbia veramente ciò che chiamiamo così astrattamente «il tempo», ciò che chiamiamo così astrattamente «il progredire del tempo». Il popolo voleva indicare che profondi misteri dimorano in questo.
Ora immaginiamo che ci fosse stato un uomo che stesse davanti, non è vero? Volevo, mentre toccavo questa leggenda popolare, indicare ciò che potrebbe essere pensato, non solo pensato, ma visto in Immaginazioni; perché un tale passerotto non lo si inventa. Naturalmente ci sono stati uomini che hanno visto il passerotto come Immaginazione. Volevo solo indicare questo. Ma prendiamo il tutto in modo razionalistico. C’è un uomo che sta davanti, che forse si trova in un momento in cui potrebbe errare moralmente, e sta davanti all’orologio e vede: la Morte fa cenni ogni ora al Ricco che si rende dipendente dalla sua ricchezza, e all’uomo vanitoso. Potrebbe essere distolto, attraverso l’impressione che ha ricevuto, da una certa possibilità di errore morale a cui era già esposto.
Ma possiamo anche immaginare un’altra cosa. Se consideriamo questo, potremmo dire: quest’uomo, che ha costruito questo capolavoro attraverso un’ispirazione divino-spirituale, ha veramente compiuto un gran bene. Perché molti tali uomini avrebbero potuto stare davanti a questo capolavoro e in una certa misura essere migliorati moralmente. Si potrebbe dire: qual è il karma così favorevole di questo uomo che ha potuto suscitare effetti spirituali favorevoli in tante persone! E allora si potrebbe iniziare a pensare: quanti effetti spirituali favorevoli ha suscitato l’uomo attraverso il fissarsi in questa immagine! Allora si potrebbe iniziare a calcolare il karma di questo artista. Si potrebbe dire: che cosa è il fatto che ha costruito questo orologio e ha collocato su di esso la Morte e Arimane e Lucifero, che cosa è tutto questo come punto di partenza per un karma infinitamente favorevole! In una tale considerazione qualcuno potrebbe abbandonarsi e dire: vedete, ci sono uomini che attraverso un’azione compiono un intero flusso di buone azioni. Questo flusso di buone azioni deve essere attribuito completamente al loro karma. Allora si potrebbe iniziare a riflettere: sì, come dovrei veramente ordinare ogni azione, così che da essa sorga un tale flusso di buone azioni?
Qui vedete l’inizio di un pensiero che può smarrirsi. Un tentativo di pensare: come devo ordinare le mie azioni, così che da esse scorra un tale flusso di buone azioni? Un’impossibilità, non è vero, se si volesse fare questo come principio di vita. Qualcuno potrebbe abbandonarsi a dire: un tale flusso di buone azioni scaturisce da quello che l’uomo ha compiuto. E allora potrebbe venire un altro e dire: no, mi sono addirittura personalmente convinto, ho seguito un po’ questa questione di come sta l’orologio. Di tali effetti non ho veramente udito molto. Potrebbe essere pessimista e dire: il tempo è troppo cattivo per questo. La gente non può illudersi così, se glielo si mostra. Ho visto in molti casi qualcosa di completamente diverso: come uomini hanno fatto visita, uomini pieni di un certo sentimento democratico, odio verso tutto ciò che è ricco, che non era ancora scoppiato. E allora un tale uomo ha visto come il ricco avaro faceva solo cenni dalla Morte, e come ricambiava il cenno. Questo voglio realizzare, ha detto, e ha cercato il prossimo ricco avaro che poteva trovare, e l’ha ucciso. Simili brani di odio sono emersi da singoli uomini. Quest’uomo ha causato tutto ciò con il suo capolavoro. Questo è ciò che ora deve essere scritto nel suo karma.
Di nuovo, senza riflettere completamente, qualcuno potrebbe dire: sì, quindi potrebbe essere che non si dovesse mai eseguire nel mondo qualcosa che in sé è artisticamente perfetto, che ha in sé un grande valore intrinseco, perché potrebbe avere i peggiori effetti, perché potrebbe avere innumerevoli cattivi effetti, che ricadrebbero nuovamente sul karma.
Siamo così attirati l’attenzione, vorrei dire, su qualcosa di infinitamente seducente per l’intera facoltà conoscitiva e spirituale umana. Perché l’uomo ha solo bisogno di un po’ di auto-osservazione — a nulla l’uomo tende più che a chiedersi in questo o quel caso: che cosa è venuto fuori? — e poi ordinare il valore di ciò che ha compiuto in base a quello che è venuto fuori. Ma come si cade in una certa speculazione quando si vuol riflettere, come nell’esempio che vi ho raccontato l’ultima volta, se i numeri doppi a destra sono esattamente tanti quanti i numeri a sinistra, o se sono solo la metà, come si cade in una confusione del pensiero, così si deve necessariamente cadere in una confusione del pensiero se si volesse applicare il criterio nel considerare ciò che si è compiuto in qualche modo: quale effetto ha questo, quale risultato avrà questo ad esempio per il mio karma?
Qui ancora la leggenda popolare è più saggia e, si potrebbe persino dire, più scientifica nel senso della scienza dello spirito. Perché è naturalmente terribilmente banale quando lo dico, ma la leggenda popolare dice: era un uomo semplice che ha costruito l’orologio. Non aveva altro in mente che il pensiero che gli era stato dato, e ha costruito l’orologio secondo esso e non ha speculato su quali conseguenze la sua azione potrebbe avere da una direzione o dall’altra.
Ora è indubbiamente vero — e proprio in questo risiede il seducente e il tentatore — che si ottiene veramente qualcosa quando si scava nel modo in cui ho indicato; quando si pone innanzitutto la domanda su qualsiasi azione: quale conseguenze avrà? È già seducente perché esistono veramente tali azioni nel mondo su cui si deve porre la domanda sulle conseguenze. E sarebbe naturalmente unilaterale se dalla mia affermazione si volesse trarre la conseguenza: che si dovrebbe sempre fare come quel maestro, che non si dovrebbe domandare sulle conseguenze. Perché si deve domandare sulle conseguenze quando, ad esempio, si frusti un giovane ragazzo che è stato pigro. Naturalmente ci sono cose nel mondo su cui si deve domandare sulle conseguenze. Ma quello che qui dobbiamo considerare attentamente per noi stessi: che nel contesto cosmico riceviamo impressioni veramente da due lati, che da un lato riceviamo impressioni dal piano fisico, e dall’altro — e la leggenda popolare l’ha indicato dicendo: era un uomo semplice, un’ispirazione delle potenze divino-spirituali, donata dall’alto con grazia — dall’altro riceviamo impressioni dal mondo spirituale. Quando riceviamo queste impressioni dal mondo spirituale, quando dal mondo spirituale viene qualcosa alla nostra anima, che stimola la nostra anima a compiere questo o quello, allora sono i momenti della vita in cui esiste una seconda sorta di certezza, una seconda sorta di verità, non nel senso oggettivo, ma nel senso soggettivo, poiché ci lasciamo guidare dalla verità, una seconda sorta di certezza che è immediata, e a cui dobbiamo rimanere fedeli come a un’immediatezza. Questo è quello di cui si tratta.
Siamo da un lato nel mondo fisico. Nel mondo fisico tutto appare come se l’evento seguente venisse semplicemente dall’evento precedente. Ma siamo anche nel mondo spirituale. Ho cercato la scorsa volta di chiarire come, proprio come nel nostro corpo fisico risiede il corpo eterico, nel flusso intero degli eventi del mondo fisico risiede un accadimento soprasensibile. Siamo anche in questo accadimento soprasensibile. Da questo accadimento soprasensibile provengono a noi gli impulsi che sono originari e che dobbiamo seguire, indipendentemente da come allora gli effetti, soprattutto nel mondo fisico, appariranno. L’uomo, poiché è posto nel mondo, ha un tipo di certezza che deve venirgli quando esamina le cose esterne. Così fa lo scienziato della natura. Non può giungere in nessun altro modo a una certezza sulla causa e l’effetto che non esaminando gli eventi naturali. Ma abbiamo d’altra parte la possibilità di ottenere certezza immediata, se soltanto vogliamo, se solo veramente apriamo la nostra anima agli influssi di questa certezza immediata. Allora si tratta di rimanere con un evento e di saperlo giudicare secondo il suo valore proprio, la sua peculiarità propria.
Quest’ultimo è naturalmente difficile. Ma continuamente gli eventi, soprattutto gli eventi della storia mondiale, ci danno la ragione decisiva di giudicare le cose e i processi anche secondo il loro valore proprio, le cose e i processi che si svolgono fuori di noi nella storia. Questo è continuamente necessario. Ma qui la confusione degli uomini è veramente così eminente, se si esaminano le cose più attentamente, il che ci porterà molto lontano, se lo comprendiamo correttamente. Fondamentalmente non è sempre controllabile immediatamente per ogni singolo. Prendiamo l’evento del «Faust» di Goethe. È una creazione che si è manifestata, non è vero? Probabilmente ci saranno molto pochi uomini in questa sala che, soprattutto dopo le varie considerazioni che abbiamo già fatto sul «Faust», non siano dell’opinione che con il «Faust» di Goethe l’umanità sia stata regalata di un grande capolavoro, un capolavoro che corrisponde veramente anche a un’ispirazione di grazia.
Con il «Faust» di Goethe la vita spirituale tedesca ha anche conquistato altre vite spirituali. Il «Faust» di Goethe ha già esercitato una forte influenza su molte persone durante la vita di Goethe. Queste persone hanno considerato il «Faust» di Goethe come un grande capolavoro singolare. Un uomo in Germania era particolarmente infastidito dal fatto che Madame de Staël aveva espresso un giudizio estremamente favorevole sul «Faust» di Goethe.
Voglio leggere il giudizio che quest’uomo ha espresso sul «Faust» di Goethe, così potrete vedere come nei confronti di quello che deve essere giudicato come qualcosa di individuale, possono emergere altre opinioni di quelle che forse in questo momento ritenete le uniche possibili sul «Faust» di Goethe. L’uomo comincia proprio dal Prologo in Cielo.
Così nel 1822 questo è stato scritto da un certo Signor von Spaun. Aveva espresso il seguente giudizio sul «Faust» di Goethe:
Già il Prologo mostra che «il Signor von Goethe era un versificatore molto cattivo, e il Prologo un vero modello di come non scrivere in versi».
«I secoli passati non hanno nulla da mostrare che in termini di presunzione miserabile possa essere paragonato a questo Prologo… Ma devo essere breve, perché ho assunto un lavoro lungo e purtroppo noioso. Devo provare al lettore che il famigerato «Faust» gode di una celebrità usurpata e immeritata e la deve solo allo spirito comunitario dannoso di un’associazione di uomini oscuri… Nessuna rivalità di celebrità mi induce a versare il solvente di una critica rigorosa sul «Faust» del Signor von Goethe. Non cammino sul suo sentiero verso il Parnaso, e sarei lieto se avesse arricchito la nostra lingua tedesca con un capolavoro… Tra la massa di coloro che gridano bravo, la mia voce svanirà, ma mi basta aver fatto il possibile; e se riesco a convincere anche solo un lettore e a ricondurlo dall’adorazione di questo mostro, il mio ingrato lavoro non mi dispiacerà… Il povero Faust parla un linguaggio completamente incomprensibile nella peggiore rima che sia mai stata versificata da qualche studente in quinta. Il mio precettore mi avrebbe battuto se avessi scritto versi così cattivi come i seguenti:
O vedessi tu, pieno di luce lunare, Per l’ultima volta sulla mia pena,
Che così tante notti A questo leggio ho vegliato.
Sulla mancanza di nobiltà della dizione, sulla miserabilità della versificazione, tacerò in seguito; in ciò che il lettore ha visto, ha prove sufficienti che l’autore in relazione alla costruzione di versi non può nemmeno misurarsi con i poeti mediocri della vecchia scuola…
Mefistofele stesso riconosce che Faust era già posseduto da un demone prima del contratto. Ma noi crediamo che non dovrebbe andare all’inferno, ma al manicomio, con tutto quello che è, vale a dire mani e piedi, testa e dietro. Dalla sublime sciocchezza, dal non-senso in parole altisonanti, molti poeti ci hanno dato esempi, ma la sciocchezza goethiana vorrei chiamarla come un genere nuovo, la sciocchezza popolare, poiché è presentata nel linguaggio più ordinario e più basso…
Più rifletto su questa lunga litania di non-senso, più mi sembra probabile che ci sia una scommessa, che se un uomo celebre si inventasse di raccogliere il non-senso più piatto e noioso, si troverebbe comunque una legione di letterati sciocchi e lettori vacillanti che in questo non-senso banale sapranno trovare profonda saggezza e grandi bellezze da estrarre. Gli uomini celebri hanno questo in comune con il Principe Pirivinker e il Dalai Lama immortale, che le loro feci vengono servite come dolci e venerate come reliquie. Se questo era l’intento del Signor von Goethe, ha vinto la scommessa…
Possono bene esserci alcune intenzioni nel «Faust»; ma un buon poeta non deve farle sporgere; deve comprendere l’arte di disegnarle e illuminarle correttamente. Non è facile trovare una materia più ricca per la poesia, e si rimane irritati dal poeta per averla così miseramente rovinata…
Questa diarrea di idee non digerite non deriva da un’eccessiva affluenza di liquidi sani, ma da un rilassamento dello sfintere dell’intelletto, ed è una prova di costituzione debole. Ci sono persone dalle quali versetti cattivi scorrono come acqua, ma questa incontinentia urinae poeticae, questo diabete mellito di rime insipide non colpisce mai un buon poeta… Se il genio di Goethe si è liberato da tutti i vincoli, allora la sua marea di idee non può sfondare gli argini dell’arte; sono già sfondati. Ma anche se non disapproviamo che un autore si innalzi al di sopra delle regole convenzionali della composizione, allora deve tenersi sacre le leggi del sano buon senso, della grammatica e del ritmo; anche nei drammi, dove la bacchetta magica è in gioco, gli si permette solo un’ipotesi come meccanismo, e deve rimanere fedele a questo. Un nodo degno di sciogliersi deve essere risolto, le magie devono portare a grandi risultati. Nel Faust il risultato è che induce il paziente a comuni crimini, e il suo seduttore non ha bisogno dei suoi trucchi magici; tutto quello che fa, un qualche mascalzone ruffiano avrebbe potuto farlo altrettanto bene senza magia. È avaro, come un usuraio, sebbene abbia tesori sepolti a sua disposizione…
Insomma, un diavolo miserabile, che potrebbe prendere lezioni dal Marinelli di Lessing. Dopo ciò io, nel nome del sano buon senso, annullo il giudizio di Madame de Staël a favore del suddetto Faust e non lo condanno all’inferno, che avrebbe potuto raffreddare questo prodotto gelido, poiché anche il diavolo sentiva freddo al corpo, ma lo precipito nella Cloaca del Parnaso. Di diritto.»
Vedete, anche questo giudizio è stato una volta pronunciato, e la connessione in cui è stato pronunciato mostra l’uomo non come un uomo completamente disonesto, ma come uno che credeva veramente a ciò che aveva scritto. Ora immaginatevi che quest’uomo, che parla così dicendo che il suo precettore in quinta l’avrebbe preservato dallo scrivere questo genere di cose, come il «Faust» è, che quest’uomo fosse lui stesso diventato un precettore e avesse avuto molti giovani da insegnare e avesse infuso loro questo genere di cose. Questi giovani sarebbero forse diventati a loro volta insegnanti e avrebbero conservato qualcosa di questo giudizio sul «Faust». Ora immaginate cosa si potrebbe ancora speculare, quale effetto karmico quest’uomo avrebbe compiuto con il suo giudizio. Ma vorrei considerare meno questo che attirare l’attenzione principalmente sul fatto che è difficile, di fronte agli eventi che stanno nel loro valore proprio, ottenere un vero, corretto giudizio, ottenere un giudizio che possa rimanere saldo. In molti insegnamenti ho sottolineato qui proprio come molte figure del diciannovesimo secolo non saranno considerate figure grandi nei secoli successivi, come proprio persone che sono state completamente dimenticate saranno considerate negli scenari futuri grandi, significative figure umane. Certo, così le cose si correggono con il tempo. Volevo solo attirare l’attenzione su quanto sia infinitamente difficile giungere a un giudizio quando si tratta di ottenere tale giudizio di fronte a un evento che deve avere il suo valore proprio. E perché è dunque in realtà difficile?
Dobbiamo ora chiederci: che cosa ce lo rende difficile? E allora innanzitutto considereremo così, che vediamo il giudice come una persona diversa da quella, ad esempio, che viene giudicata. Non è vero, diremo oggi: coloro che già allora consideravano il «Faust» di Goethe come un grande, significativo capolavoro, che giudicavano oggettivamente, si escludevano da loro stessi. Quest’uomo non si escludeva, l’uomo che ha scritto quello di cui si parla. Ma come mai si giunge a giudicare non oggettivamente? Gli uomini giudicano così spesso non oggettivamente che non si pongono nemmeno la domanda: come mai si giunge a giudicare non oggettivamente? Si giunge a giudicare non oggettivamente, bene, attraverso simpatia e antipatia. Se non ci fosse simpatia e antipatia, non si giungerebbe a un giudizio non oggettivo.
La simpatia e l’antipatia sono necessarie per offuscare l’obiettività di un giudizio. Ma la simpatia e l’antipatia sono quindi cattive? Sono qualcosa che dovremmo semplicemente escludere dalla vita umana? Non abbiamo bisogno di riflettere molto e troveremo che non è così. Perché proprio quando ci immergiamo nel «Faust» di Goethe, il «Faust» ci diventa simpatico, e viviamo sempre più profondamente nella simpatia. Dobbiamo avere la possibilità di sviluppare simpatia. E infine, se non potessimo sviluppare antipatia, non avremmo un giudizio molto buono dell’uomo il cui giudizio abbiamo appena sentito. Perché penso che in voi potrebbe sorgere qualcosa di un sentimento di antipatia verso quest’uomo, e questo sentimento di antipatia potrebbe forse essere giustificato. Ma qui vediamo di nuovo come è importante non prendere queste cose così assolutamente come sono, ma piuttosto considerarle nel loro intero contesto. L’uomo non è guidato solo dalle cose verso simpatia e antipatia, ma cammina attraverso la vita con simpatia e antipatia. Porta già simpatia e antipatia verso le cose stesse, così che le cose non agiscono su di lui, ma agiscono sulla sua simpatia e antipatia. Ma che cosa significa questo? Dunque mi avvicino a una cosa o a un processo. Porto con me la mia simpatia e la mia antipatia. Naturalmente l’uomo di cui ho parlato non ha portato proprio la sua antipatia verso il «Faust», ma ha portato sentimenti tali che gli hanno reso antipatico ciò che gli si era presentato nel «Faust». Dipende completamente dalla direzione dei suoi impulsi come giudichi.
Che cosa c’è veramente in tutto questo? C’è il fatto che simpatia e antipatia sono inizialmente solo parole per fatti spirituali reali. E i fatti spirituali reali sono le azioni di Arimane e di Lucifero. In ogni simpatia c’è il luciferino, e in ogni antipatia c’è l’arimanico. Quando ci lasciamo portare attraverso il mondo da simpatia e antipatia, ci lasciamo portare da Arimane e da Lucifero. Dobbiamo solo non cadere di nuovo nell’errore che ho caratterizzato più volte come un errore, dicendo: Lucifero, Arimane, li fuggiamo! Vogliamo diventare buone persone. Dunque niente di Lucifero e Arimane, sì, niente di Lucifero e Arimane! Devono andarsene da noi, completamente via! Allora dobbiamo andarcene via dal mondo! Perché, proprio come può esserci l’elettricità positiva e negativa, non solo l’equilibrio tra i due, così ovunque andiamo ci sono Lucifero e Arimane. Si tratta solo di come ci relazioniamo a loro. Entrambe le forze devono essere presenti. Si tratta solo di mantenerle sempre in equilibrio nella vita. Se, ad esempio, non ci fosse Lucifero, non ci sarebbe arte. Si tratta solo di non strutturare l’arte così che forse parlasse solo dal luciferino.
Dunque si tratta di rendersi consapevoli: mentre camminiamo attraverso il mondo con antipatia e simpatia, Lucifero e Arimane agiscono in noi, vale a dire dobbiamo ottenere la possibilità di lasciar agire veramente Lucifero e Arimane in noi. Ma mentre siamo consapevoli che agiscono in noi, dobbiamo acquisire la capacità di stare ancora obiettivamente di fronte alle cose. Possiamo farlo solo non guardando semplicemente a come giudichiamo l’altro nel mondo, come giudichiamo ciò che accade nel mondo fuori di noi, ma guardando anche a come giudichiamo noi stessi nel mondo. E questo «giudicate-voi-stessi-nel-mondo» ci conduce di nuovo più profondamente nella intera domanda e nell’intero complesso di domande. Possiamo giudicare noi stessi nel mondo se applichiamo a noi stessi nel giudizio una visione unitaria. Dobbiamo sollevare questa domanda ora.
Guardiamo nel mondo della natura. Da un lato vediamo una ferrea necessità; una cosa scaturisce da un’altra. Guardiamo alle nostre proprie azioni e crediamo che siano solo sottoposte alla libertà e solo collegate a colpa e penitenza e simili. Entrambi sono unilaterali. Che entrambi siano unilaterali, nella visione che non giudichiamo correttamente la posizione di Lucifero e Arimane, questo emergerà da quanto segue. Non possiamo guardare nella nostra propria anima così quando ci consideriamo come uomini che stanno sul piano fisico, in modo da vedere solo ciò che ora accade immediatamente in noi. Quando ciascuno di noi ora si chiede cosa accade immediatamente in lui, questo è certamente un pezzo di auto-conoscenza. Ma questa auto-conoscenza non ci dà affatto tutto quello che potremmo anche esigere solo per una conoscenza di sé superficiale. Perché, naturalmente senza offendere nessuno, consideriamo tutti noi stessi, come siamo qui: io, che parlo a voi, voi, che mi ascoltate. Non potrei parlare come parlo ora se tutto il resto che è venuto prima non fosse passato attraverso la mia vita presente e attraverso altre incarnazioni. Quindi il guardare solo a quello che ora parlo a voi sarebbe molto unilaterale per quanto riguarda la mia auto-conoscenza. Ma senza offendere nessuno, è chiaro che ognuno di voi ascolta diversamente, e ognuno di voi sente e comprende un poco diversamente quello che vi dico. Questo è naturalmente scontato. E infatti lo comprendete tutti di nuovo secondo la misura della vostra vita precedente e secondo la misura delle vostre incarnazioni precedenti. Sarebbe necessario che qui non sedessero veramente uomini se non ognuno lo comprendesse in un modo diverso, quello che qui si dice. Ma questo porta molto più lontano. Questo conduce al riconoscimento in voi stessi di una dualità. Pensa solo al fatto che quando emetti un giudizio, l’emetti in un modo particolare. Prendiamo un esempio isolato! Dici, quando vedi questo o quello, ad esempio una rappresentazione alla Reinhardt: «Sono incantato». L’altro dice: «Questo è la rovina di tutta l’arte!» Certo, nessuno dei due dovrebbe essere criticato ora. Uno può accadere da una parte, l’altro può accadere dall’altra. Da che cosa dipenderà che l’uno giudichi così, l’altro diversamente? Di nuovo da ciò che è già in lui, dalle presupposizioni con cui si accosta alle cose.
Ma se rifletti su queste presupposizioni, potrai dire a te stesso: sì, queste presupposizioni sono cose che una volta non erano da presupporre. Nel vostro giudizio, che ora formulereste, confluiranno, diciamo, cose che avete visto quando avevate diciotto anni o che avete imparato quando avevate tredici anni. Ciò fluisce, si è unito a tutto il vostro contenuto di pensiero, ora siede in voi, giudica con voi. Ognuno può naturalmente notare questo in se stesso, se vuole notarlo. Questo giudica con voi. Chiedete a voi stessi se potete cambiare ciò che è già in voi, se potete strapparvi fuori. Chiedetevi una volta! E se potete strapparvi quello, allora vi strappate tutta l’intera vita passata di questa incarnazione, vi estirpereste. Non potete certo nemmeno far scomparire da voi ciò che avete sperimentato in decisioni di pensiero, in decisioni di sentimento, nemmeno come potete, se guardate nello specchio e dite: il mio naso non mi piace, voglio uno diverso — nemmeno come potete darvi ora un naso diverso. È del tutto chiaro. Non potete cancellare il vostro passato. Eppure, quando vi alzate al mattino presto, noterete: per questo è sempre necessaria una decisione. Ma questa decisione dipende davvero anche dalle vostre presupposizioni in questa incarnazione. Dipende ancora da molte altre cose. Non è vero, se vi dite che dipende da questo o da quello, compromette il fatto che comunque devo decidermi ad alzarmi? Forse questo decidersi ad alzarsi può avvenire così silenziosamente che non lo noti, ma deve esserci almeno un silenzioso decidersi ad alzarsi, cioè alzarsi deve essere un’azione libera.
Ho conosciuto un uomo che è stato membro della nostra società per un po’, che ha illustrato la cosa molto bene così — ha praticamente non voluto mai alzarsi. Ne ha sofferto orribilmente, e se ne è sempre lamentato. Diceva: sì, non riesco ad alzarmi! Se non accade qualcosa che crea dall’esterno la necessità che io mi alzi dal letto, rimarrei sempre a letto. Lo confessava così senza ulteriori cerimonie. L’ha confessato, perché lo sentiva come qualcosa di orribilmente seducente nella sua vita: non vuole semplicemente alzarsi! Da questo potete già vedere che è comunque un’azione libera. Questo non impedisce che ci siano presupposizioni fissate in noi che ci suggeriscono questa o quella causa, che possiamo ancora eseguire un’azione libera nel caso singolare. In un certo senso, dunque, la cosa è così: ci sono persone che si trascinano lentamente fuori dal letto, hanno bisogno di una decisione più forte; per altri è una gioia alzarsi. Si può persino dire: da questo si vede che queste presupposizioni che sono presenti, hanno il significato che l’uno è ben educato, l’altro è male educato. Possiamo vedere una certa necessità in questo, ma è sempre comunque una decisione libera. Vediamo dunque in un unico fatto, nel fatto del nostro alzarsi, libertà e necessità completamente intrecciate. Sono completamente intrecciate. Una cosa ha in sé sia libertà che necessità. E vi prego di considerare attentamente che, se lo si considera correttamente, non si può discutere: in questo l’uomo è libero o non libero, ma si può solo dire: in ogni azione dell’uomo, libertà e necessità sono inizialmente intrecciate insieme. Quanto emerge allora da questo? Nella nostra scienza dello spirito non andiamo avanti se quello che consideriamo dal punto di vista umano non lo consideriamo contemporaneamente nel contesto cosmico intero. Da dove viene allora? Viene dal fatto che quello che agisce in noi come necessità — ora dirò qualcosa relativamente semplice, ma che ha un’enorme portata — quello che consideriamo come necessità, è il passato in noi. Quello che agisce in noi come necessità deve sempre essere passato. Dobbiamo aver sperimentato qualcosa, e questa esperienza si deve depositare nella nostra anima. Allora è nella nostra anima e agisce nella nostra anima come una necessità.
Ora potete dirvi: ogni uomo porta in sé il suo passato, ogni uomo porta in sé così una necessità. Ciò che è presente non agisce ancora come necessario, altrimenti non sarebbe data immediatamente l’azione libera nel presente. Ma il passato agisce nel presente e si lega con la libertà. Poiché il passato continua a agire, in un unico atto, necessità e libertà sono intimamente legate insieme.
Guardiamo dunque dentro di noi, conduciamo veramente questa auto-osservazione, così diremo: non solo nella natura che ci sta intorno c’è necessità, ma in noi stessi qui dentro c’è una necessità. Ma mentre guardiamo questa necessità, dobbiamo guardare al nostro passato. Questo è qualcosa che dà al ricercatore spirituale un punto di vista infinitamente importante. Impara a conoscere il collegamento tra passato e necessità. E ora comincia a esaminare la natura, e trova necessità nella natura, e imparando a conoscere esaminando i fenomeni naturali, che tutto quello che il ricercatore naturale trova come necessità nella natura è anche passato. Che cosa è la natura intera, tutta la natura con la sua necessità?
Non si può rispondere a questo se non si cercasse la risposta sulla base della scienza dello spirito. Ora viviamo nell’esistenza terrestre. All’esistenza terrestre è preceduta l’esistenza lunare, l’esistenza solare, l’esistenza di Saturno. Sull’esistenza di Saturno — leggi in «La scienza occulta» — il pianeta non appariva come appare ora la Terra, era qualcosa di completamente diverso. Se esamini Saturno, vedrai: tutto è ancora come pensieri dentro. Non cadono ancora pietre sulla terra. Non c’è ancora il denso fisico. Tutto è effetti di calore. Tutto è come accade dentro l’interiorità umana stessa. Questi sono effetti spirituali, pensieri che gli dei hanno lasciato. E questi sono rimasti. Tutta la natura attuale, che esaminate nella sua necessità, è stata una volta in libertà, è stata un’azione libera degli dei. E solo perché è passata, perché ciò che si è sviluppato su Saturno, Sole e Luna è venuto a noi, come i nostri pensieri che avevamo quando eravamo bambini continuano ad agire in noi: così i pensieri degli dei durante l’esistenza di Saturno, Sole e Luna continuano ad agire nell’esistenza terrestre, e poiché sono pensieri passati, ci appaiono in una necessità.
Se ora poni la tua mano su un oggetto solido, che cosa significa veramente? Nient’altro che: quello che è dentro l’oggetto solido, è stato una volta pensato in un lontano passato, e il pensiero è rimasto, come il pensiero che tu avevi nella tua gioventù è rimasto in te. Se guardi al tuo passato e consideri il passato come qualcosa di vivo, vedi il divenire naturale in te. Come ciò che pensi, parli ora, oggi non è una necessità, ma una libertà, così ciò che è l’esistenza terrestre oggi è stata libertà in precedenti stadi di esistenza. La libertà si sviluppa sempre più, e mentre rimane, diventa necessità. Se potessimo vedere ciò che accade ora in natura, non ci verrebbe nemmeno in mente di trovare necessità in questo. Vediamo della natura solo ciò che è rimasto. Ciò che accade ora come natura è spirituale. Non lo vediamo.
Per questo l’auto-conoscenza umana acquista un significato cosmico molto particolare. Pensiamo ora un pensiero. Ora è in noi. Potremmo anche non pensarlo. Ma dopo averlo pensato, rimane nella nostra anima. Ora è passato. Ora è presente come una necessità che agisce, è presente come una necessità ancora fine, non è ancora materia densa come fuori in natura, perché siamo uomini e non dei. Arriviamo solo al punto che vediamo quella natura interiore in noi, che rimane come la nostra memoria, i nostri ricordi in noi e agisce nella nostra necessità. Ma quello che sono ora pensieri in noi, al prossimo stadio di Giove, di Venere sarà già natura esterna. Allora agirà come ambiente esterno. E quello che ora vediamo come natura esterna, era una volta il pensiero degli dei.
Parliamo oggi degli Archai, parliamo degli Angeloi, degli Archangeloi, degli Archai e così via. Hanno pensato nel passato, come pensiamo ora. E quello che hanno pensato, è rimasto come la loro memoria, e questa loro memoria guardiamo. Possiamo solo guardare internamente dentro di noi quello che ricordiamo durante l’esistenza terrestre. Ma internamente è diventato natura. Quello che gli dei hanno pensato durante i precedenti stati planetari, è diventato esteriore, e ora lo guardiamo come esteriore.
È vero, profondamente vero: finché siamo uomini terrestri, pensiamo. I pensieri li abbassiamo nella nostra vita spirituale. Lì diventano l’inizio di un’esistenza naturale. Rimangono però in noi. Ma quando verrà l’esistenza di Giove, usciranno da noi. E quello che pensiamo ora, quello che sperimentiamo ora in noi, diventerà allora mondo esteriore. Allora guarderemo dall’alto a quello che oggi è il nostro mondo interiore, come a un mondo esteriore. Quello che una volta è sperimentato in libertà, si trasforma in una necessità.
Questi sono punti di vista molto, molto importanti, e solo se si hanno questi importanti punti di vista, si può ottenere una comprensione del progresso particolare degli eventi storici, di quello che sono gli eventi attuali, di quello che si svolge attualmente. Perché questi conducono direttamente al fatto che in realtà continuiamo a intraprendere il cammino, a venire dal soggettivo all’obiettivo. Soggettivamente possiamo essenzialmente solo nel presente. Non appena andiamo oltre il presente e abbiamo spinto il soggettivo nella vita spirituale, riceve un’esistenza indipendente. Certo, inizialmente solo in noi, ma riceve un’esistenza indipendente. E mentre continuiamo a vivere con altri pensieri, i pensieri precedenti che abbiamo avuto vivono inizialmente solo in noi. Li diamo ancora una copertura provvisoria. Ma questa copertura cadrà una volta. Nello spirituale la cosa è già diversa. Perciò dovete guardare a un tale evento, come ve l’ho dato ipoticamente, anche da questo punto di vista. Considerato esternamente, una roccia è caduta, ha sepolto una compagnia. Ma questo è solo l’espressione esterna per qualcosa che si svolge spiritualmente, e quello che spiritualmente si svolge è l’altra parte dell’evento, che è altrettanto oggettiva come il primo evento.
Questo era quello che volevo esporre oggi, per mostrare come libertà e necessità si intrecciano nel divenire cosmico e in quel divenire in cui noi stessi viviamo, poiché siamo uomini viventi, come siamo intrecciati con il mondo, come noi stessi quotidianamente, ogni ora diventiamo quello che la natura ci mostra esternamente. Il nostro passato è già in noi un pezzo di natura. Avanziamo oltre questo pezzo di natura mentre continuo a evolvermi, come gli dei hanno avanzato oltre la loro evoluzione, oltre la loro evoluzione naturale, mentre diventano gerarchie superiori.
Questo è stato solo uno dei molti cammini che devono essere intrapresi, che dovrebbe ancora e ancora mostrarci come tutto quello che accade nel fisico non deve essere giudicato unilateralmente solo dall’aspetto fisico, ma come deve essere giudicato dal fatto che accanto all’aspetto fisico c’è un’altra cosa nascosta spirituale in esso. Come il nostro corpo fisico ha il corpo eterico in sé, così vero è che tutto il sensibile ha un soprasensibile alla base. Da ciò dobbiamo trarre la conclusione che consideriamo il mondo incompletamente, se lo consideriamo solo per quello che offre ai nostri occhi, per quello che accade esternamente. E mentre accade una cosa completamente diversa esternamente, internamente, contemporaneamente connessa, può accadere spiritualmente qualcosa che ha significato molto più grande, infinitamente più grande significato di quello che si offre al nostro sguardo fisico. Quello che le anime che sono state sepolte hanno sperimentato spiritualmente, potrebbe essere qualcosa di infinitamente più significativo di quello che è accaduto esternamente. Ma quello che è accaduto ha a che fare con l’intero futuro di queste anime, come vedremo.
Ma vogliamo interrompere questi pensieri qui oggi e vogliamo continuarli la prossima domenica. Oggi volevo solo raggiungere lo scopo di portare i vostri pensieri, le vostre idee in quella direzione, che vi dovrebbe mostrare come possiamo ottenere concetti corretti su libertà e necessità, su colpa e penitenza e così via, solo se al fisico aggiungiamo anche lo spirituale.
Quello che vi presenterò oggi come prosecuzione delle considerazioni della settimana scorsa, cercherò di chiarirlo innanzitutto attraverso una sorta di caso ipotetico. Si possono elevare molte cose, proprio quelle che si collegano ai più profondi enigmi dell’esistenza umana, al di sopra della considerazione astratta e avvicinarle di più alla realtà, se si prendono esempi. Naturalmente, quello che svolgerò come esempio, assunto in via ipotetica, si applica a tutte le possibili situazioni della vita. Prendiamo allora innanzitutto un esempio ipotetico.
Immaginiamoci una scuola, magari una scuola di tre classi, a cui sono preposti tre insegnanti e un preside. Supponiamo che questi tre insegnanti siano di carattere e temperamento molto diversi. Immaginiamo che sia l’inizio di un nuovo anno scolastico. Il preside ne parla con i suoi insegnanti sul prossimo anno scolastico. C’è innanzi tutto un insegnante. Dice al preside, dopo che il preside gli ha chiesto come intende organizzarsi, come pensa di procedere al meglio nel prossimo anno: bene, durante le vacanze ho scritto attentamente quello che ho pensato non fosse stato ben colto dagli studenti nelle mie disposizioni, nella mia intera gestione della classe l’anno scorso, ciò che cioè non era ben organizzato da parte mia. E per l’anno prossimo mi sono preparato un nuovo piano, un piano che contiene tutto quello di cui mi sono convinto che sia stato ben colto l’anno scorso, che sia entrato bene nelle teste dei ragazzi. Ho organizzato tutti i compiti che darò nel corso dell’anno cosicché il mio intero piano per l’anno prossimo contenga quello che di meglio è stato colto l’anno scorso, di cui si può quindi presumere che si sia provato bene l’anno scorso. Quando il preside gli ha chiesto qualcosa di più, potrebbe subito tirare fuori un piano che si era fatto sulla distribuzione della materia. Potrebbe inoltre indicare quali compiti scolastici avrebbe dato nel corso dell’anno, quali compiti a casa. Tutti i temi per i compiti scolastici e a casa li aveva organizzati secondo le attente esperienze, come diceva, dell’anno scorso. Allora il preside disse: bene, sono molto soddisfatto. Lei è indubbiamente un insegnante diligente, e con la sua classe, come posso credere, raggiungerà qualcosa di eccellente.
Il secondo insegnante disse in modo simile: ho fatto l’intero corso che ho completato con i miei studenti l’anno scorso, e ho visto tutto ciò che non ho colto. Mi sono ora organizzato il nuovo piano così da evitare tutti gli errori che sono stati commessi. E poteva ugualmente mostrare al preside un programma elaborato: temi per tutti i compiti scolastici e a casa che avrebbe assegnato agli studenti nel corso dell’anno sulla base, come diceva, delle esperienze dell’anno scorso, delle esperienze sui suoi errori che aveva commesso. Il preside disse: quello di cui ho parlato prima ha cercato di annotare tutto l’eccellente che gli è riuscito e poi ha annotato il suo programma di conseguenza. Lei ha cercato di evitare tutti gli errori. Si può fare in entrambi i modi. Ho la rassicurazione che raggiungerete qualcosa di eccellente con la vostra classe. Vedo con una certa soddisfazione di avere insegnanti nella mia scuola che, guardando indietro a ciò che hanno realizzato, sanno comportarsi in modo appropriato attraverso una saggia auto-conoscenza. Riconoscere bene i pregi è qualcosa che deve fare una buona impressione su un preside.
Allora è arrivato il turno del terzo insegnante. Il terzo insegnante disse: anche io durante le vacanze ho riflettuto molto su quello che è successo nella mia classe l’anno scorso. Ho cercato di studiare i caratteri degli studenti, ho fatto una sorta di ripresa di quello che è accaduto all’uno e all’altro. Allora il preside disse: in questo modo avrà visto anche quali errori ha commesso e quale bene ha compiuto, e potrà farsi una sorta di programma per l’anno prossimo. Allora disse l’insegnante: no. Errori avrò sicuramente commesso. Qualcosa di buono avrò fatto. Ma ho solo studiato i caratteri degli studenti e quello che è successo. Non ho particolarmente riflettuto se ho commesso errori particolari, se questo o quello fosse particolarmente buono. Non l’ho fatto. Ho pensato: sì, come è venuto fuori, doveva semplicemente venire fuori così. E così ho semplicemente studiato quello di cui credo che sia venuto fuori per una sorta di necessità. Gli studenti erano costituiti in una certa maniera. Come erano costituiti, l’ho studiato attentamente. Anch’io ero costituito in un modo particolare, e dalla nostra doppia natura è venuto fuori quello che poteva venire fuori. Sì, non posso dire di più, disse il terzo insegnante. Allora il preside disse: sembra che lei sia un uomo piuttosto compiaciuto di sé. Si è fatto un programma, ha elaborato i temi che darà ai suoi studenti nel corso dell’anno come compiti scolastici e a casa? No, rispose l’insegnante, non l’ho fatto. Come intende fare allora nella sua classe? Allora disse l’insegnante: vedrò che tipo di materiale di studenti avrò quest’anno. E penso che potrò riconoscerlo meglio che l’anno scorso, perché durante le mie vacanze ho sempre studiato i caratteri dell’anno scorso. Ma come saranno quest’anno, non posso saperlo, si vedrà solo allora. Non preparerà dei temi per i compiti scolastici e a casa? Sì, ma lo farò quando vedrò come sono dotati o non dotati gli studenti. Cercherò di adattarmi a loro. Bene, disse il preside, così possiamo navigare tranquillamente nell’indeterminato. Difficilmente ci si può impegnare con questo.
Ma non c’era niente d’altro da fare. Il preside dovette affrontare la cosa. E così iniziò per l’anno prossimo. Il preside ispezionava spesso la scuola. Vedeva come i primi due insegnanti se la cavavano magnificamente. Con il terzo trovava sempre che la cosa non andasse bene. Non c’era sicurezza, diceva, non si sapeva mai cosa sarebbe successo il mese prossimo. Bene, così è passato l’anno. E alla fine è arrivata la classificazione. Dalla classificazione il preside credeva di riconoscere che i primi due insegnanti avevano agito molto favorevolmente. Naturalmente alcuni hanno fallito e altri hanno passato con loro, ma tutto è andato bene. Il terzo insegnante non aveva risultati peggiori dalla classificazione. Ma durante l’anno si era diffusa l’opinione che fosse molto indulgente. Mentre gli altri erano insegnanti severi, lui era semplicemente molto indulgente, spesso chiudeva un occhio, e il preside era convinto che la classe dell’ultimo insegnante fosse andata veramente peggio.
Allora è arrivato l’anno successivo. Le vacanze erano passate. Il nuovo anno scolastico è arrivato, e i primi due insegnanti si espressero in modo simile, il terzo di nuovo in modo simile all’anno scorso. Si ripetè di nuovo una situazione simile. Anche il supervisore scolastico è venuto spesso. Naturalmente gli è saltato agli occhi quello che il preside aveva già preparato in lui: che i primi due insegnanti fossero molto bravi, mentre l’altro fosse un insegnante mediocre. Sì, non c’era niente d’altro da fare. Difficilmente ho bisogno di dire che i due bravi insegnanti ricevettero ordini dopo alcuni anni, erano stati proposti, che il preside ricevette un ordine di classe superiore. È un dettaglio, non è vero?
Dopo un certo tempo è successo quanto segue: il preside se n’è andato da quella scuola, e un altro preside è arrivato all’inizio dell’anno scolastico. Parlò anche con i tre insegnanti su come avrebbero fatto l’anno scolastico successivo e simili. Allora il primo insegnante si espresse di nuovo in modo simile a come ve l’ho descritto; il secondo pure, il terzo pure. Allora il preside disse: sì, sì, c’è una certa differenza nel modo di trattare. Ma credo comunque che i due signori dovrebbero conformarsi un po’ al terzo insegnante. Cosa, dissero i due signori, il precedente preside ha sempre detto che doveva conformarsi a noi! Sì, disse questo preside, non intendo questo; mi sembra che i due signori dovrebbero conformarsi al terzo. Ma non potevano conformarsi a lui, perché non potevano capire come si potesse mai prevedere ragionevolmente quello che accadrà durante l’anno successivo, se si avanza a tentoni come l’ultimo insegnante in questo anno prossimo. Semplicemente non potevano immaginarsi questo.
Nel frattempo l’ex preside era diventato, naturalmente grazie alla sua comprensione del buon andamento degli eventi scolastici, anche un supervisore scolastico. Era estremamente sorpreso dalle opinioni che il suo successore stava sviluppando proprio nella scuola che conosceva così bene. Come poteva essere? E disse: sì, il terzo insegnante non mi ha mai detto nient’altro che: devo prima vedere come sono gli studenti, allora posso farmi un programma da una settimana all’altra, — ma allora non si può prevedere niente! È completamente impossibile che non si preveda almeno qualcosa. Allora il preside disse: sì, ma veda, certamente, ho anche chiesto ai miei insegnanti come fanno una distinzione nella previsione. Mi dissero sempre i primi due signori: so esattamente che il 25 febbraio dell’anno prossimo darò questo e quel compito scolastico, posso dire esattamente cosa accadrà, e so esattamente: a Pasqua farò questo o quello. L’altro insegnante mi ha detto: non so esattamente come farò a Pasqua, non so nemmeno che compito scolastico darò a febbraio, mi adatterò a come il materiale degli studenti lo richiede. E pensava anche che potesse prevedere che le cose sarebbero andate bene. Io, disse il nuovo preside, sono in sostanza completamente d’accordo con lui. Si può solo vedere dopo che quello che ci si era proposto è andato bene, che dal modo in cui ci si comporta verso l’anno scorso, studiando i caratteri degli studenti dell’anno scorso, si acquisiscono capacità più grandi di conoscere i nuovi caratteri degli studenti. Vedo che si raggiunge di più in questo modo. Sì, ma non si può comunque prevedere niente! Tutto rimane indeterminato. Dov’è allora la predeterminazione per l’intero anno scolastico? disse l’ex preside, non si può comunque prevedere niente. Ma devo comunque poter prevedere qualcosa, se voglio organizzare qualcosa ragionevolmente. Sì, disse il nuovo preside, si può prevedere che le cose andranno bene se in un certo senso ci si unisce al genio che agisce nel materiale degli studenti, e si ha una certa fiducia nel genio che agisce in questo materiale degli studenti. E se ci si fida del genio, diciamo quasi lo si promette: si rimane fedeli a lui, — allora non si potrà prevedere cosa sarà dato come compito scolastico a febbraio, ma si potrà prevedere che sarà dato il compito giusto. Sì, ma allora non si può prevedere niente di preciso, tutto rimane indeterminato, disse il supervisore. Allora il preside disse: ho fatto una cosa simile una volta, veda, signor supervisore, quella che la gente chiama scienza dello spirito. Me ne sono ricordato da allora, che esseri che sono addirittura molto al di sopra dell’uomo, in questioni molto più importanti, avrebbero fatto così: perché all’inizio nella Bibbia si dice ad esempio «E Dio fece la luce», e solo dopo aver fatto la luce, sta scritto «E allora vide che era buono». Sì, allora il supervisore non potette dire niente di giusto a questo.
Così la cosa è andata avanti per un po’. Non è vero, ci sono pochi presidi come quello che ho assunto in via ipotetica; vorrei dire ipotetica al quadrato, perché anche nell’ipotesi è già ipotetico se si assume un preside così. Il preside è stato allontanato abbastanza presto, e un altro, che era più simile al supervisore, è stato mandato, e la cosa è andata avanti finché non è arrivato il giorno in cui l’uomo completamente «senza ordini» è stato scacciato dalla scuola con disprezzo e ignominia, e un altro, che era tagliato come i primi due, è stato mandato. All’inizio la cosa non poteva nemmeno essere fatta diversamente, perché in tutti i registri e in tutti gli elenchi di condotta — credo si chiami così — era registrato quale grande progresso avevano fatto i primi due insegnanti e come dal terzo fondamentalmente era venito fuori solo materiale cattivo dalla scuola, per la semplice ragione che aveva chiuso un occhio; altrimenti tutti avrebbero dovuto ricevere voti insufficienti. Era semplicemente impossibile fare qualcosa con un uomo come il terzo insegnante.
Passarono molti anni. Per caso è emersa una circostanza molto singolare. Il preside che era stato allontanato aveva cercato di approfondire la questione: come era andata con i due insegnanti che avevano sempre fatto una rigorosa auto-osservazione nella forma di annotare i temi con che avevano avuto meno successo e poi sceglierne altri con che avevano avuto successo, e quello che il secondo aveva raggiunto, quello che il terzo aveva raggiunto. Si era persino indagato un po’ su quello che gli studenti in questione potevano raggiungere poi con altri insegnanti. Si era trovato che gli studenti del terzo insegnante facevano progressi molto peggiori di quelli dei primi due insegnanti quando poi passavano ad altri insegnanti. Ma il preside non si è fermato lì. Ha approfondito ulteriormente la questione e ha seguito le persone che erano venute da questi insegnanti nella vita reale. Allora ha trovato che quelli che erano venuti dagli insegnanti dei primi due, certo, erano diventati persone rispettabili, con rare eccezioni, non avevano comunque raggiunto nulla di particolare, ma erano diventate persone piuttosto piacevoli. Ma tra gli studenti che il terzo insegnante aveva con il suo materiale di studenti, c’erano persone straordinarie che avevano compiuto cose molto più notevoli di quelle degli studenti degli altri.
In un caso poteva mostrare questo. Ma non ha fatto una particolare impressione sul mondo, perché la gente diceva: non si può comunque seguire sempre per tutta la vita quelli che escono dalla scuola. Non è vero, non si può! E comunque questo non è il punto essenziale. Così pensavano gli uomini.
Perché vi racconto tutto questo? Vedete, c’è una differenza grave tra i primi due insegnanti e il terzo insegnante. I primi due insegnanti hanno rosicchiato durante le vacanze su come avevano lavorato l’anno scorso. Il terzo insegnante non ha rosicchiato, ma ha avuto il sentimento che le cose dovevano venire come sono venute. Quando il preside, il primo preside, gli ha ripetutamente detto: allora non sa come evitare errori l’anno prossimo, oppure come può realizzare il bene che ha compiuto l’anno scorso se non lo studia, — allora in un primo momento non ha detto nulla, perché non aveva molta voglia di chiarire questo al preside. Ma poi ha pensato: bene, anche se so già veramente quali errori sono sorti dalla collaborazione tra me e i miei studenti, quest’anno ho comunque altri studenti, e niente consegue dagli errori commessi l’anno scorso. Devo fare i conti con il nuovo materiale di studenti.
In breve, i primi due insegnanti erano completamente nel morto, l’ultimo insegnante si adattava al vivente. Si potrebbe anche dire che i primi insegnanti calcolavano sempre il passato, l’ultimo insegnante calcolava il presente immediato, e non rimuginava sul passato, dicendosi del passato: semplicemente doveva accadere così, è accaduto necessariamente secondo le condizioni date.
Si tratta del fatto che quando si vedono le cose così superficialmente secondo giudizi esteriori, si può effettivamente smarrire il corso reale del mondo. Ci si smarrisce perché, se lo si fa nel modo dei primi insegnanti, si giudica il presente secondo il morto del passato, secondo quello che nel passato deve rimanere passato. Il terzo insegnante ha preso il vivente dal passato e l’ha ottenuto semplicemente studiando i caratteri e attraverso lo studio dei caratteri si è perfezionato, ed era soprattutto interessato a migliorarsi studiando il passato. Allora si è detto: se riesco a migliorarmi in questo modo, quello che devo fare in futuro sarà raggiunto con le maggiori capacità che mi sono acquisito.
I primi due insegnanti si sono detti, nella loro certa superstizione nei confronti del passato: gli errori che si sono manifestati nel passato devono essere evitati in futuro, e i pregi che si sono manifestati nel passato devono essere applicati in futuro. Ma l’hanno fatto nel senso morto. L’hanno fatto così che non volevano aumentare le loro capacità, ma volevano solo decidere attraverso l’osservazione esteriore. Non volevano operare attraverso il lavoro vivente su se stessi, ma pensavano che dall’osservazione sola, da quello che emerge dall’osservazione, potessero guadagnare qualcosa per il futuro.
Dal punto di vista spirituale dobbiamo dire: il primo degli insegnanti, che ha attentamente esaminato quali pregi ha rappresentato nel passato e ora vuole incorporare questi pregi nuovamente nel suo agire futuro, agisce nel senso arimanico. È un agire arimanico. Si rimane attaccati al passato e si osserva in modo compiaciuto dall’egoismo personale con soddisfazione tutto quello che si ha fatto bene, e ci si vanta di questo. La parola non è male scelta, perché ci si guarda veramente a quello che si ha fatto bene e si vuole svilupparlo ulteriormente. Ci si vanta del fatto di aver fatto questo o quello così bene e di poterlo usare ulteriormente.
Il secondo degli insegnanti aveva un carattere più dominato da forze luciferine. Rimuginava su quali errori aveva commesso, e si diceva: bene, questi errori devo evitarli. Non si diceva: quello che è accaduto era necessario, doveva accadere così — ma diceva: ho commesso errori. C’è sempre qualcosa di egoistico in questo, che ci si vorrebbe dire che si sarebbe stata più brave di quanto si è stati veramente, quando ci si dice di aver commesso errori che avrebbero dovuto essere evitati e che devono essere evitati ora. Ma si rimane attaccati al passato, come fa Lucifero, che spiritualmente trasporta il passato nel presente. Questo è un pensiero luciferino.
Il terzo insegnante era, direi, animato dalle forze dei divini esseri che procedono naturalmente, dal loro giusto principio divino, che è già espresso all’inizio della Bibbia dal fatto che gli Elohim prima creano, e poi vedono che il creato è buono; ma ora non guardano in modo egoistico come se loro stessi fossero esseri superiori perché hanno fatto bene quello che avevano creato, ma che era buono, l’accolgono, per creare ulteriormente. L’incorporano nel loro sviluppo. Vivono nel vivente e tessono in questo vivente.
Su questo punto è importante che noi comprendiamo come noi stessi come viventi siamo posti in un mondo di viventi. Se comprendiamo questo, allora non diventiamo in un certo senso nemmeno critici degli dei, ad esempio degli Elohim. Perché colui che vorrebbe mettere la propria saggezza al di sopra della saggezza degli dei, potrebbe dire: bene, questi dei, non avrebbero almeno dovuto prevedere, se vogliono essere dei, che la luce sarebbe stata buona? Questi non sono nemmeno profeti, questi dei! Se fossi un dio, allora naturalmente creerei la luce solo se prima sapessi come è la luce e non dovessi vedere dopo che la luce è buona.
Ma questa è la saggezza umana che è posta al di sopra della saggezza divina. In un certo senso anche il terzo insegnante ha previsto quello che sarebbe venuto, ma l’ha previsto nel senso vivente, in quanto si è abbandonato, direi, al genio dell’azione, al genio dello sviluppo, dicendosi: in quanto incorporo quello che ho guadagnato attraverso lo studio dei caratteri l’anno scorso, in quanto non ho rimuginato sugli errori che ho commesso necessariamente per la semplice ragione che è avvenuto così come sono stato, e in quanto ho studiato attentamente senza applicare una critica a quello che si opponeva a me come il mio passato, in tal modo ho elevato la mia capacità e mi sono acquisito uno sguardo più capace verso il mio nuovo materiale di studenti. E ha visto che i primi due insegnanti vedono il materiale degli studenti solo attraverso gli occhiali di quello che hanno fatto l’anno scorso, che comunque non possono giudicare correttamente. Così poteva dire: sì, certo, credo che tra quattro settimane darò agli studenti il compito giusto, e posso fidarmi completamente di questa mia profezia, che darò il compito giusto.
Gli altri erano profeti migliori. Potevano cioè dire: darò il compito scolastico che mi sono annotato; quello lo darò sicuramente. Ma questa era una previsione dei fatti, non una previsione del corso delle forze mobili. Questa distinzione deve essere ben tenuta a mente. La profezia come tale non è impossibile. Ma la profezia di quello che accade nei dettagli, quando in questi dettagli è intrecciato un essere che deve agire da sé, tale profezia può essere possibile solo se si guarda solo a quelle manifestazioni che vengono trasportate da Lucifero e Arimane dal presente al futuro.
Ci stiamo gradualmente avvicinando alla grande domanda che ci occupa in questi insegnamenti sulla libertà e la necessità. Ma è proprio su questa domanda, che penetra così profondamente in tutto il corso del mondo e in tutto il corso umano, che dobbiamo anche rappresentarci tutte le difficoltà. Dobbiamo ad esempio essere chiari su questo: che nel guardare quello che si è svolto e in cui siamo noi stessi coinvolti, lo consideriamo come un qualcosa di necessario. E nel momento in cui conosciamo tutte le condizioni, lo consideriamo come un qualcosa di necessario. Non c’è dubbio, consideriamo quello che è accaduto come un qualcosa di necessario. Ma dobbiamo anche porci la domanda: si può davvero sempre trovare le cause di qualcosa di successivo sempre in quello che immediatamente lo precede, come spesso accade? La scienza naturale deve farlo in un certo senso, così che per quello che accade nel tempo successivo vede la causa nel tempo immediatamente precedente. Se conduco un esperimento, naturalmente devo essere chiaro su quello che accade dopo, che la causa sta in quello che è accaduto prima. Ma questo non significa affatto che debba valere per l’intero corso del mondo, perché innanzitutto potremmo facilmente ingannarci sul nesso di causa ed effetto, se lo cercassimo in questo modo seguendo i fili del successivo e del precedente. Vorrei chiarirlo con un paragone.
Se vediamo la realtà esternamente attraverso i sensi, possiamo dire: certo, perché questo è così, quello è così. Ma molto spesso, quando l'estendiamo all’insieme dei fatti, arriviamo all’errore che voglio caratterizzare proprio con un paragone. Arriviamo al seguente errore. Prendiamo per semplicità, supponiamo che un uomo guidi se stesso. Vediamo un cavallo, dietro un carro, un uomo seduto — ho già usato questo esempio spesso — che guida. Lo si osserva e si dice molto naturalmente: il cavallo tira, l’uomo viene tirato. L’uomo viene trascinato dovunque lo trascini il cavallo. Questo è chiaro. Quindi il cavallo è la causa per cui l’uomo viene trascinato. Nel tirare del cavallo sta la causa; che l’uomo viene trascinato, questa è l’effetto. Bene, ma tu sai tutti che non è così, che l’uomo che siede sopra e guida se stesso, guida il cavallo secondo la sua volontà. Sebbene il cavallo lo tiri, lo tira dove lui vuole.
Così accade molto spesso anche quando si giudica puramente esteriormente secondo i fatti sul piano fisico. Prendi di nuovo l’esempio ipotetico che abbiamo citato alcuni giorni fa: una compagnia si prepara, sale su una carrozza, il cocchiere ha mancato l’ora di partenza. Arrivano così cinque minuti in ritardo. Arrivano così proprio nel momento in cui una rupe precipita, e distrugge la compagnia. Ora si può, se si segue la causa sul piano fisico, naturalmente dire: questo è accaduto, e poi è accaduto questo e quello — e in questo modo si scoprirà qualcosa. Ma si potrebbe veramente in questo caso commettere l’errore che si commette quando si dice, il cavallo trascina il conducente dove vuole — se non si nota che l’uomo che guida la carrozza guida il cavallo secondo la sua volontà. Si potrebbe commettere questo errore perché il guida in questo caso potrebbe forse essere cercato nel mondo spirituale. Se si segue gli eventi solo sul piano fisico, allora si giudica nel modo: che la persona in questione deve andare dove il cavallo la trascina. Ma se si penetra le forze nascoste che regnano in tutto l’evento, allora si vede che gli eventi sono stati diretti verso il punto, e che l’arrivo in ritardo del cocchiere appartenne semplicemente all’intero complesso delle condizioni. Tutto è necessario, ma non così necessario come si crede quando si seguono solo gli eventi sul piano fisico.
Se d’altra parte si crede di poter trovare la causa sempre prendendo quello che immediatamente precede come causa, allora potrebbe accadere quanto segue. Si vede, quando lo si guarda da fuori, questo: due persone si incontrano. Ora si procede come si deve procedere correttamente nella ricerca naturale. Le due persone si sono incontrate. Ora si studia dove erano le due persone un’ora prima di incontrarsi, dove erano un’ora prima ancora, come si erano messe in viaggio per incontrarsi. Allora si può seguire, per un certo tempo, come l’uno ha sempre spinto l’altro, e come le due persone sono state riunite. Un altro non se ne preoccupa, ma ha casualmente scoperto che le due persone cinque giorni prima si erano messe d’accordo che si sarebbero incontrate, e dice: sì, si incontrano perché cinque giorni fa hanno concordato di incontrarsi.
Qui hai la possibilità di vedere che la causa non deve essere trovata dove è il precedente immediato, e che se rompessimo il filo della ricerca della causa prima del giusto anello, non arriviamo comunque al giusto anello; poiché si può seguire la catena delle cause solo fino a un certo anello. Anche in natura si può fare solo fino a un certo punto. Specialmente nei fenomeni in cui gli umani sono intrecciati, si può fare solo fino a un certo punto. Ma se facciamo questo, e procediamo così che sempre cerchiamo il precedente e il precedente ancora, e crediamo di riconoscere la causa, allora naturalmente ci abbandoniamo a un errore, a un’illusione.
Devi solo penetrare questo con quello che hai già potuto ottenere dalla scienza dello spirito. Supponi che un uomo compia un’azione sul piano fisico. Lo vediamo compiere questa azione. Chi ora vuol limitare le sue considerazioni solo al piano fisico, vedrà come l’uomo in questione si è comportato prima. Se poi continua, vedrà come è stato educato. Forse vedrà anche, come è ora di moda, l’eredità e così via. Ma supponi che nell’azione che si è svolta qui sul piano fisico, sia confluito qualcosa che si trova solo nella vita che la persona ha vissuto tra l’ultima morte e la nuova nascita. Allora significa che abbiamo rotto il filo delle cause proprio alla nascita e arriviamo a dove c’è qualcosa di simile come nel paragone dell’accordo. Perché quello che dico ora potrebbe essere predeterminato secoli fa nella vita che è trascorsa tra l’ultima morte e la nascita attuale. E quello che lì è stato vissuto confluisce in quello che ora faccio e intraprendo.
Così la necessità è che in un certo senso, senza penetrare i mondi spirituali, non possiamo affatto trovare per le azioni umane — cioè proprio non qui sul piano fisico — la causalità, che cercare le cause in questo caso potrebbe essere completamente sbagliato, cercare le cause nello stesso modo che per i fenomeni naturali esterni.
Tuttavia, se si guarda più attentamente a come l’azione umana è intrecciata nel corso del mondo, allora si può comunque giungere a una certa visione soddisfacente anche di quello che si chiama libertà, di fronte al fatto che si deve dire: la necessità è presente. Ma quello che si chiama cercare le cause, è forse inizialmente limitato dal fatto che sul piano fisico non si può penetrare fino all’area dove sta la causalità.
Ma allora c’è un’altra cosa da considerare. Libertà, necessità sono davvero due concetti straordinariamente difficili da afferrare e ancora più difficili da conciliare insieme. Non è senza ragione che i tentativi filosofici sono in gran parte falliti proprio alla questione della libertà e della necessità. Questo è in gran parte accaduto perché la gente non si è rappresentata le difficoltà delle domande. Perciò mi sforzo molto in questi insegnamenti proprio di rappresentarvi le difficoltà di queste domande.
Se guardiamo agli eventi umani, possiamo innanzitutto vedere il filo della necessità dappertutto. Perché anche sarebbe un pregiudizio se si volesse rappresentare ogni singola azione umana come un prodotto della libertà. Vorrei chiarirlo di nuovo con un esempio ipotetico. Supponiamo che qualcuno cresca. Per il fatto che cresce in un certo modo, si può dimostrare che tutte le condizioni della sua esperienza si sono sviluppate così, diciamo, che diventa un postino, un postino rurale, che ogni mattina deve uscire in campagna con la posta e consegnare le lettere. Poi torna indietro. La mattina successiva esce di nuovo. Credo che ammetterete tutti che si può trovare una certa necessità in questi procedimenti. Se si studia tutto quello che è successo nell’infanzia della persona in questione, se si riunisce tutti gli eventi che hanno agito sulla sua vita, allora si vedrà sicuramente come tutto si è raggruppato per farla diventare un postino rurale, e come per il fatto che il posto era libero, è stato spinto necessariamente in esso. E allora la libertà si ferma, perché naturalmente non può cambiare gli indirizzi delle lettere che riceve. Lì è dato da una necessità esterna quale porta apre e quale chiude. Così vediamo già molta necessità in quello che deve compiere.
Ma supponiamo ora che c’è un altro uomo, forse più giovane, che assuma più giovane perché posso esprimere quello che devo esprimere senza che tu dia immediatamente ai rimproveri più amari sul suo comportamento. Così un altro, un uomo più giovane, che è ancora così giovane che, per il fatto che lo fa, non è subito un fannullone, che concepisce l’idea di uscire ogni mattina e accompagnare il postino rurale nei suoi giri. Anche questo lo fa. Si alza regolarmente ogni mattina, si unisce al postino rurale, fa tutte le azioni singole e poi torna indietro, lo fa per un certo periodo. Non c’è dubbio che nel caso di quest’ultimo non possiamo parlare di necessità nello stesso senso che nel primo. Perché tutto quello che il primo uomo fa deve necessariamente accadere. Niente di quello che il secondo uomo fa dovrebbe veramente accadere. Potrebbe stare via ogni giorno, potremmo dire, e esattamente lo stesso accadrebbe in un certo contesto oggettivo. È perfettamente chiaro, non è vero? In modo che possiamo dire: il primo fa tutto per necessità, il secondo fa tutto per libertà. Questo si può dire benissimo, e tuttavia, in un certo senso, fanno entrambi lo stesso. Sì, si potrebbe persino farsi l’idea seguente. Si potrebbe dire, questo secondo uomo vede un mattino arrivare in cui non vuole alzarsi. Potrebbe evitarlo, ma allora lo fa comunque, perché c’è l’abitudine. Fa quello che fa per libertà, con una certa necessità. Vediamo libertà e necessità semplicemente confluire.
Se si studia il modo in cui quell’altro uomo abita in noi, di cui vi ho parlato nella lezione pubblica, come il vero spirituale in noi abita, che attraverserà la porta della morte nella sua qualità, non è fondamentalmente molto diverso che potremmo confrontare questo vero spirituale che abita in noi con un compagno del nostro uomo esteriore, che cammina nel mondo fisico. Certo, per uno ordinario monista materialista, questo è qualcosa di terribilmente orribile quando lo dico. Ma un monista materialista così, sta, come sappiamo, dal punto di vista che dice: siete orribili dualisti se credete che l’acqua consista di idrogeno e ossigeno. Tutto deve essere unitario. È pur sempre assurdo dire che il mono «acqua» consista di idrogeno e ossigeno! Bene, da questo monismo non devi lasciarti ingannare. Quello che succede è che ora realmente viene insieme da due lati quello che siamo nella vita, e che veramente quello che viene da due lati è da confrontare con il modo in cui l’idrogeno e l’ossigeno stanno nell’acqua. Perché quello che è il nostro esteriore fisico scorre nella linea ereditaria, e non scorre solo con le proprietà fisiche nella linea ereditaria, ma scorre anche con il modo in cui siamo socialmente collocati nella linea ereditaria. Non abbiamo una forma particolare, un naso, un colore dei capelli e così via solo per il fatto che nostro padre e nostra madre avevano quella forma particolare, ma siamo predeterminati attraverso la situazione di vita dei nostri antenati riguardo alla posizione sociale esterna e così via. Quindi tutto ciò che appartiene al piano fisico, non solo l’aspetto del nostro corpo fisico, la nostra forza muscolare e così via, ma tutto il modo in cui siamo collocati, tutto ciò che appartiene al piano fisico — tutto ciò scorre nella linea ereditaria, scorre da una generazione all’altra generazione.
A questo si aggiunge veramente da un secondo lato quello che viene dal mondo spirituale come il nostro essere individuale e che inizialmente non ha nulla a che fare con tutte le forze che sono nella corrente ereditaria e nella successione generazionale. Viene dal mondo spirituale e causa che esse possano essere poste in noi secoli prima, spiritualmente unite alle cause che stanno nella corrente ereditaria e generazionale. Due esseri si incontrano. E in realtà è così: giudichiamo correttamente la cosa solo se guardiamo questo secondo essere, che viene dal mondo spirituale e si unisce con il fisico, realmente come una sorta di compagno del primo. Perciò ho scelto l’esempio di un compagno che partecipa a tutto. Così è anche che la nostra vera anima partecipa agli eventi esterni in un certo senso.
Il secondo uomo, che ha accompagnato il postino rurale, ha fatto tutto volontariamente. Non si può negare che l’ha fatto volontariamente. Si potrebbero cercare le cause; ma le cause, contrariamente alla necessità in cui il primo postino è posto, stanno nel campo della libertà. L’ha fatto tutto volontariamente. Ma vedete, una cosa segue da questa libertà, direi con necessità. Non negherete: se il secondo uomo, che ha accompagnato il primo, l’ha fatto per un certo tempo, allora indubbiamente sarà diventato un bravo postino. Sarà in grado di fare bene quello che ha fatto colui che ha accompagnato. E sarà in grado di farlo anche meglio, perché eviterà certi errori. Ma se il primo non avesse commesso gli errori, non sarebbe venuto a quegli errori. Non si può assolutamente pensare che dovrebbe essere utile per il secondo riflettere ora sugli errori del primo. Se si pensa in modo vivente, lo si vedrà come una meditazione completamente inutile: il secondo riflette sugli errori del primo e se ne preoccupa. Proprio quando non riflette sugli errori, ma partecipa vivacemente a tutto e osserva semplicemente l’intera procedura, allora si trasferirà vivacemente in lui, e da solo non farà questi errori.
Così è con quello che è in noi e ci accompagna. Se può elevare se stesso alla visione che quello che abbiamo fatto è necessario, che l'abbiamo accompagnato, e che ora portiamo il nostro spirituale nel futuro, in quanto ha imparato, allora vediamo la cosa nel modo giusto. Ma deve aver imparato in modo veramente vivente. Puoi persino determinare correttamente quello che si intende qui dentro una singola incarnazione. Si possono confrontare, direi, tre uomini. Il primo uomo agisce e basta. Gli viene in un certo momento della sua vita il desiderio di riconoscere se stesso. Allora guarda quello che ha sempre fatto bene. Si diletta in quello che ha fatto bene. Ora cerca di fare ancora la cosa che ha fatto bene. In un certo senso farà cose piuttosto buone, non è vero?
Un altro è più incline all’ipocondria, guarda di più i suoi errori. Se riesce a superare l’ipocondria, i suoi errori, se riesce a elevarsi al di sopra, allora arriverà a evitare questi errori. Ma non raggiungerà quello che potrebbe raggiungere un terzo, che si dice: Quello che è accaduto era necessario, ma allo stesso tempo è la base di un apprendimento. Ma di un apprendimento per contemplazione, non per critica oziosa, ma per contemplazione. Allora non continuerà in modo vivente quello che è già accaduto, il passato semplicemente portato nel futuro, ma quello che era il compagno avrà rafforzato, invigorito, temprato, e lo porterà vivamente nel futuro. Non ripeterà quello che era il suo bene, e non eviterà quello che era il suo male, ma attraverso il bene e attraverso il male, incorporandolo e semplicemente lasciandolo stare così com’è, avrà rafforzato, invigorito, temprato.
Questo sarà il migliore rafforzamento dello spirituale: lasciare stare quello che è accaduto, e trasportarlo vivacemente nel futuro. Altrimenti tornerai sempre di nuovo in modo luciferino-arimanico al passato. Il progresso nell’evoluzione è possibile solo quando si afferra il necessario nel modo giusto. Perché? C’è qualcosa di giusto in questo campo? Anche su questo vorrei darvi una sorta di paragone alla fine, che vi prego di portare nella vostra anima fino a martedì prossimo. Allora, basandoci su questo paragone, potremo costruire ulteriormente sulla nostra domanda.
Pensa al desiderio di vedere un oggetto esteriore. Lo puoi vedere, questo oggetto esteriore, ma non puoi vederlo se metti uno specchio tra l’oggetto e te. Ma allora vedi il tuo occhio. Se vuoi vedere l’oggetto, devi rinunciare a vedere il tuo occhio; e se vuoi vedere il tuo occhio, devi rinunciare a vedere l’oggetto. Ora attraverso una strana connessione di esseri nel mondo, questo sta così in relazione all’azione umana e alla conoscenza umana: tutto quello che conosciamo, lo conosciamo in un certo modo attraverso uno specchio. Conoscere significa sempre che conosciamo in un certo modo attraverso una riflessione.
Se ora vogliamo guardare alle azioni passate che abbiamo compiuto, le guardiamo in un certo senso così da avere fondamentalmente uno specchio tra le azioni e noi stessi. Ma se vogliamo agire, se vogliamo avere una relazione immediata tra noi e la nostra azione, davvero tra noi e il mondo, allora non dobbiamo tenerci uno specchio davanti. Allora dobbiamo astenerci dal guardare a quello che ci mostra a noi stessi nello specchio. Così è in relazione alle nostre azioni passate. Nel momento in cui le guardiamo, ci mettiamo uno specchio di fronte, e allora possiamo veramente riconoscerle. Possiamo tenere lo specchio acceso e riconoscerle terribilmente accuratamente. Questo sarà certo molto buono per certi scopi. Ma se non siamo capaci di togliere anche lo specchio, allora tutta la conoscenza non ci aiuterà: nel momento in cui togliamo lo specchio, non vediamo più il nostro stesso. Solo allora può però incorporarsi in noi, solo allora può diventare uno con noi.
Così dobbiamo fare con l’auto-osservazione. Dobbiamo comprendere che, finché guardiamo indietro, questa vista indietro può essere solo l’occasione per incorporare vivacemente in noi quello che vediamo. Ma non dobbiamo sempre guardarlo, altrimenti lo specchio rimane sempre lì. Con la nostra auto-osservazione è proprio come con un’osservazione di specchi. Andiamo avanti nella vita solo incorporando nel nostro volere quello che impariamo attraverso l’auto-osservazione.
Vi prego di incorporare questo paragone nelle vostre anime — questo paragone che consiste nel fatto che si vede il proprio occhio solo rinunciando a vedere un altro, e che se si vuole vederne un altro, si deve rinunciare a vedere il proprio occhio. Incorporate questo paragone in voi. Su base a questo paragone parleremo allora di giusta auto-osservazione e di auto-osservazione sbagliata martedì prossimo, e poi ci avvicineremo sempre più alla soluzione delle nostre domande. È su questa, per così dire, la più difficile domanda dell’umanità, sulla domanda della libertà e della necessità e della connessione delle azioni degli uomini e del corso del mondo, già necessario tenersi tutte le difficoltà presenti. E chiunque crede di poter giungere a una soluzione su questa domanda prima di aver penetrato tutte le difficoltà, in realtà si inganna.
Siamo troppo abituati a trattare grandi domande come quelle che consideriamo ora come questioni della necessità e della libertà, così da voler abbracciare molte cose contemporaneamente con concetti semplici, il più semplici possibile, per così dire con grande rapidità. Per lo più non consideriamo che, quando si tratta di tali domande, estas domande rendono necessario prestare attenzione a come le connessioni del mondo sono molteplici. Ciò che accade in un luogo del mondo deve essere illuminato completamente diversamente, se vogliamo comprenderlo, rispetto a tutto simile che accade in un altro luogo del corso del mondo.
Innanzitutto vorrei richiamare l’attenzione su qualcosa che ho già menzionato in un contesto diverso poco tempo fa. Ho detto: Quando vediamo eventi così significativi, come ora gli eventi presenti, fluire attraverso il corso del mondo, siamo molto inclini a cercare rapidamente le cause in quella più vicina, e inoltre a aspettarci rapidamente gli effetti in ciò che segue immediatamente. Con tale considerazione facciamo veramente ingiustizia ai fatti. Quando ho menzionato questo, ho sottolineato che il mondo del Romanesimo si opponeva al mondo dell’Europa centrale moderna all’inizio del Medioevo. Si può facilmente dirsi storicamente: Bene, si tenta di capire come da certi motivi politici dell’antico Roma questi Romani si sentissero spinti a intraprendere le loro campagne contro il loro nord, contro quello che oggi è l’Europa centrale. E allora si può cercare le conseguenze in quello che allora si è formato.
Ma con una tale considerazione non si esaurisce affatto quello che è in questione. Perché pensate solo una volta: se qualcosa fosse stato diverso allora nell’avanzata dei popoli da est a ovest in Europa, se qualcosa fosse stato diverso nello scontro del Romanesimo con il Germanesimo — e tutto lo sviluppo successivo dell’Europa centrale, fino anche all’era moderna, avrebbe avuto un volto diverso. Tutti i dettagli che abbiamo visto svolgersi nel corso dei secoli fino ai nostri tempi si sarebbero svolti diversamente, se allora quella sostanza popolare, che abbiamo negli antichi Romani — che non si poteva penetrare completamente proprio per la loro qualità storico-mondiale, per le loro proprietà, con il Cristianesimo — se questo mondo non si fosse fuso con popoli storicamente giovani, che con giovane forza hanno accolto il Cristianesimo. Attraverso il modo in cui è avvenuto lo scontro, da un popolo spiritualmente maturo, come erano i Romani, con un popolo storicamente giovane, come allora erano i Germani, è sorto tutto quello che è sorto in seguito, fino a quello che si potrebbe dire al Faust di Goethe e a tutto quello che la cultura del diciannovesimo secolo ha portato. Le cose avrebbero potuto svolgersi come si sono svolte, se allora non fosse successo? Vediamo qui una corrente, piena di una necessità interna, ordinata secondo leggi, che fluisce nel corso del mondo e che si estende su aree molto vaste. Come avrebbe potuto allora qualcuno organizzare le sue azioni secondo quello che si è svolto sul piano fisico nel corso dei secoli fino a oggi?
Quello che si svolge oggi è a sua volta il punto di partenza delle formazioni del mondo, che naturalmente sono necessariamente collegate a quello che accade oggi, ma che inizialmente, per quanto riguarda ciò che accade sul piano fisico, sono molto diverse da quello che si svolge compresso in breve tempo. Voglio menzionare questo solo per il motivo di farvi vedere come è profondamente radicato quello che ho già menzionato nel contesto proprio di queste considerazioni: che non si va lontano con le speculazioni, con le riflessioni sui nessi nel mondo. Pensate, se un Romano o anche un Germanico nel terzo o quarto secolo dopo Cristo si fosse voluto avviluppare in una speculazione sulle possibili conseguenze delle lotte che avvenivano allora, quanto lontano sarebbe arrivato. Molto poco!
È necessario che comprendiamo che su quello che dovrebbe accadere, perché lo riconosciamo come veramente successo che è necessario, decide non tale speculazione sulle possibili conseguenze o su quello che direttamente ne segue. Fluisce nella corrente degli eventi, come scorre sul piano fisico, proprio quello che sentiamo fluire dal mondo spirituale: impulsi, per la cui attuazione in dettaglio non abbiamo bisogno di speculare su quello che dovrebbe accadere sul piano fisico. Dobbiamo comprendere che è proprio lo sguardo all’azione umana, al corso della storia mondiale, che rende necessario estendere il modo di considerare al di là di quello che giace sul piano fisico. E poiché abbiamo solo accennato a queste necessità, vogliamo considerare di nuovo l’uomo come tale.
Ho già ricordato la scorsa volta quanto sia impossibile ottenere un giusto rapporto alle azioni che si sono compiute, che per uno si trovano dunque nel passato, se ci si abbandona continuamente a speculazioni, a riflessioni su queste azioni. Piuttosto si deve capire che quello che è passato, anche il passato delle proprie azioni, appartiene al dominio della necessità; e si deve imparare a trovare il pensiero: Quello che è accaduto, doveva accadere. Cioè, si acquisisce un giusto rapporto con le proprie azioni quando si acquisisce obiettività verso quello che si ha fatto o raggiunto nel passato, quando si può osservare un’azione riuscita e una fallita, che è emanata da se stessi, con uguale obiettività.
Ora naturalmente avrai obiezioni gravi anche a quello che ho appena detto, perché ci sono obiezioni così gravi. Pensate al fatto che è stato appena detto: se abbiamo fatto qualcosa, è passato. Troviamo, è stato detto, così un giusto rapporto a questo fatto, mettendoci oggettivamente a esso, così da non voler averlo fatto diversamente in seguito. L’obiezione grave è questa: Sì, ma dove rimane allora tutto quello che deve giocare un ruolo così grande nella vita umana, vale a dire il pentimento di un’azione che abbiamo compiuto? Naturalmente ha completamente ragione colui che dice: Il pentimento è necessario, il pentimento deve essere. Se si eliminasse in qualche modo il pentimento dalla evoluzione spirituale umana, naturalmente si eliminerebbe un impulso morale del valore più alto. Ma allora non lo si elimina, se ci si pone semplicemente così verso tutto quello che è accaduto, che lo si osserva oggettivamente, veramente obiettivamente?
Bene, qui c’è veramente una nuova difficoltà, una difficoltà che può essere il punto di partenza di infiniti malintesi. Dobbiamo affrontare il centro del problema della libertà, se vogliamo eliminare questa difficoltà. Vedete, il grande Spinoza ha detto: Fondamentalmente si può parlare solo di necessità nel mondo. La libertà è fondamentalmente una sorta di illusione. Perché se una palla è colpita da un’altra, allora vola necessariamente la sua traiettoria. Se avesse una coscienza, allora avrebbe la convinzione — secondo Spinoza, di cui ho parlato nella mia «Filosofia della libertà» — che percorre il suo cammino volontariamente. Così pensa Spinoza. «E così accade che l’uomo, mentre è intessuto nella necessità, perché ha una coscienza di quello che accade, si ritiene libero.»
Ma Spinoza ha completamente torto, veramente completamente torto. La cosa è completamente diversa. Se l’uomo volasse veramente da qualche parte come la palla, che segue solo la necessità dell’impulso, allora dovrebbe perdere coscienza riguardo a tutto quello che il suo volo e dove segue solo la necessità. Dovrebbe diventare inconscio. La coscienza dovrebbe spegnersi. Lo fa anche. Pensate solo a quale velocità vi state muovendo attraverso lo spazio cosmico secondo la scienza dell’astronomia! Non lo fate consapevolmente. Lì la coscienza si spegne. Non potete nemmeno accenderla, perché non potreste riuscire a muovervi in questo modo attraverso lo spazio cosmico come la scienza dell’astronomia vi mostra. Quello che viene compiuto in un uomo per necessità, per quello la coscienza deve spegnersi; e in cose così grossolane come volare attraverso lo spazio cosmico, notiamo rapidamente che quello che è sottoposto alla necessità spegne la coscienza. Ma le cose non sono sempre così crudamente consapevoli, sono più o meno non consapevoli. Confinano infatti duramente l’una con l’altra nella vita reale. Non si può afferrare la cosa in modo così grezzo alle linee di confine come nel caso che ho appena portato. Piuttosto si può dire: In tutto quello per cui abbiamo veramente una coscienza, di cui abbiamo una coscienza assoluta, possiamo agire solo liberamente. Se una palla avesse coscienza e io la spingessi, allora, se avesse veramente una coscienza, volerebbe in una certa direzione solo se incorporasse l’impulso nella sua coscienza, quello che le do, e poi si darebbe da sola il percorso secondo questo impulso. La palla dovrebbe prima diventare inconscia, la coscienza deve prima spegnersi, se dovesse semplicemente seguire l’impulso.
Se consideri questo, allora farai una distinzione che sfortunatamente non si fa nella vita nei confronti delle azioni. E il fatto che non la si faccia ha non solo un significato teorico, ma un significato profondamente pratico. Vale a dire: non si fa nella vita la distinzione tra cose che non riescono male a te e cose che sono cattive, che sono immorali. Questa distinzione è completamente importante, completamente straordinariamente importante. Quello che è un’azione fallita, quello che non è riuscito secondo le intenzioni come un’azione fallita, per questo vale completamente che sappiamo il giusto solo se possiamo vederlo in modo obiettivo, come se fosse stato assolutamente necessario. Perché lo è, non appena è passato, nel regno della necessità assoluta. Se qualcosa ci è fallito, e poi proviamo disagio per il fatto che questa azione è fallita, allora vale completamente che questo disagio proviene dall’egoismo: avremmo veramente voluto essere una persona migliore, o avremmo voluto essere stata una persona migliore, una persona che avrebbe potuto fare la cosa meglio. Questo è proprio l’egoismo che c’è dentro. E finché questo egoismo non è completamente estirpato, il significato serio dell’esperienza del nostro ulteriore sviluppo come anima non può avere il significato serio che dovrebbe avere.
Ma quando si è compiuta un’azione, non sempre è questione di se l’azione è un’azione fallita: può avvenire un’azione cattiva, quello che si chiama un’azione moralmente cattiva. Ma consideriamo le azioni moralmente cattive. Consideriamo ad esempio la seguente azione, per avere subito qualcosa di molto significativo. Supponiamo che qualcuno non avesse niente da mangiare o volesse qualcosa per un motivo diverso dalla fame, e ruba. Così «rubare», non è vero, è un’azione cattiva. Ora, ciò che abbiamo detto, esclude che qualcuno che ha rubato abbia pentimento per la sua azione? Non l’esclude! E perché no, miei cari amici? Per il motivo molto semplice che serio, veramente serio, colui che ha rubato, non ha voluto affatto rubare, ma ha voluto possedere quello che ha rubato. Avrebbe lasciato stare il furto, se glielo aveste regalato, quello che voleva, o se avesse potuto averlo in un altro modo che non fosse il furto.
È un caso lampante. Ma questo vale per tutto quello che si considera davvero come un’azione cattiva. L’azione cattiva come tale, immediatamente come è, non è mai veramente voluta. La lingua ha un sentimento fine per la cosa: quando l’azione cattiva è finita, «si muove la coscienza». Perché si muove la coscienza? Perché ora per la prima volta l’azione cattiva viene elevata al sapere. Sale al sapere. Lì, dove si è svolta, c’era veramente nel sapere il diverso, per che l’azione cattiva è stata compiuta. L’azione cattiva non risiede nella volontà. E anche il pentimento ha il significato che la persona in questione eleva al sapere come ha reso torbida la sua coscienza nel momento in cui ha compiuto l’azione cattiva. Dobbiamo sempre parlare: Se qualcuno compie un’azione cattiva, allora è una questione di quello che succede, che la sua coscienza per questa azione era torbida, abbassata, e che è una questione per lui ottenere una coscienza per tali casi, come era quella per cui la coscienza era abbassata. Tutto il punire ha solo il significato di evocare tali forze nell’anima, che la coscienza si estende anche a tali casi, che altrimenti causano l’estinzione della coscienza.
Tra le dissertazioni fatte alle università da filosofi che contemporaneamente si occupavano di problemi giuridici, è particolarmente frequente la dissertazione su «il diritto di punire». Ora si sono proposte molte teorie sui motivi per cui dovrebbe essere punito. La sola possibile si trova solo quando si sa che si tratta di tendere con la punizione le forze dell’anima così, che la coscienza si estenda su cerchi, su cui non si è estesa prima. E questo è anche il compito del pentimento. Il pentimento dovrebbe consistere precisamente nello osservare l’azione in modo che, per la sua forza, venga elevata nella coscienza, in modo che la coscienza ora conosca la connessione così da non poter essere di nuovo spenta la prossima volta. Vedete di cosa si tratta: di imparare nella vita a distinguere precisamente, se si vuol comprendere qualcosa, di imparare veramente a distinguere tra il fare pienamente consapevole e quello per cui la coscienza è abbassata.
Se invece hai un’azione, nei confronti del che non è affatto una questione di se è cattiva o buona, ma è un’azione fallita, dove non ci è riuscito quello che intendeva, allora si tratta di non potere offuscare la nostra visione dell’azione, se la giudichiamo così da mettere in mezzo il pensiero, il sentimento: Sì, forse non sarebbe andata diversamente, se avessimo fatto questo o quello meglio, o se fosse stato diversamente? Qui è una questione di avere veramente davanti agli occhi: Se l’occhio vede un oggetto, non può vedere se stesso. Non si può tenere uno specchio davanti, perché nel momento in cui l’occhio si tiene lo specchio davanti per vedersi, non può vedere l’oggetto. Nel momento in cui l’uomo specula su come avrebbe dovuto essere diverso rispetto a un’azione che ha compiuto, questa azione non può agire su di lui con quella forza che lo spinge avanti nell’evoluzione spirituale. Perché nel momento in cui si mette l’egoismo tra se stesso e la sua azione, che risiede in quello che avrebbe voluto fare l’azione diversamente, nel momento in cui si fa esattamente la stessa cosa che si fa quando si tiene uno specchio davanti all’occhio, in modo che l’occhio non può vedere l’oggetto.
Si può anche formulare il paragone diversamente. Sapete, ci sono occhi cosiddetti astigmatici. Sono occhi in cui l’arco della cornea è curvato diversamente in senso verticale e in direzione trasversale. Tali occhi hanno una sorta particolare di vista imprecisa. Si vedono fantasmi, che derivano solo dal fatto che la cornea è curvata in modo irregolare. Si vedono fantasmi, ma questo deriva dal fatto che effettivamente stai percependo il tuo occhio e non quello che è fuori. Se percepisci il tuo occhio, perché è costruito in modo non corretto, perché non è diventato un occhio che può escludersi completamente e può solo lasciar agire l’oggetto nell’occhio, allora non puoi percepire l’oggetto. Se riempi la tua anima con il pensiero: «Avrei potuto essere diverso, avrei dovuto fare questo o quello diversamente, allora mi sarebbe riuscita», è esattamente come avere un occhio astigmatico: non vedi affatto il fatto reale, lo falsifichi. Ma devi vedere i fatti reali che ti sono stati assegnati, allora funzionano anche veramente. Come l’oggetto che è fuori agisce su un occhio sano, così agiscono anche su un’anima che non è riempita con il sentimento sui fatti, ma che lascia che i fatti agiscano su di essa. Allora questi fatti continuano ad agire nell’anima.
Si può dire: Qualcuno che non ha ancora trovato l’obiettività verso i fatti passati in cui era coinvolto, non può vedere questi fatti nella loro obiettività e quindi non può ottenere da questi fatti quello che dovrebbe ottenere per la sua anima. Sarebbe esattamente come se i nostri occhi si fermassero al sesto, settimo mese del loro sviluppo embrionale, se gli occhi smettessero di svilupparsi e allora nascessimo al momento giusto: vedremmo il mondo intero in modo non corretto. Se gli occhi non si sviluppassero ulteriormente nel sesto, settimo, ottavo, nono mese con noi, ma se si fermassero: non si escluderebbero. Vedremmo qualcosa di completamente diverso da quello che vediamo veramente.
Così quello che abbiamo fatto acquisisce il valore giusto per noi solo quando siamo al punto in cui possiamo disporlo nella corrente della necessità, quando possiamo vederlo come qualcosa di necessario. Ma come detto, dobbiamo comprendere che dobbiamo fare la distinzione tra quello che è riuscito e fallito, e quello che è contrassegnato in senso morale come «buono» o «cattivo».
Fondamentalmente troverai le discussioni di tutto questo, anche se in modo più filosofico, nella mia «Filosofia della libertà»: in questa «Filosofia della libertà» è esplicitamente esposto come l’uomo diventa libero acquisendo quello che lo rende possibile prendere impulsi dal mondo spirituale. È anche esplicitamente detto in un punto: Gli impulsi liberi emanano dal mondo spirituale. Ma questo non esclude che l’uomo in certi avvenimenti agisca precisamente nel modo più libero seguendo completamente la necessità. Perché si deve distinguere tra la pura necessità fisica esterna e la necessità spirituale, sebbene entrambi siano fondamentalmente più o meno la stessa cosa. Ma si differenziano per quanto riguarda la stratificazione nell’esistenza del mondo in cui si trovano.
È così: Considera di nuovo una figura come ad esempio Goethe, che entra nella storia mondiale e di cui si può dire: Possiamo seguire l’educazione di un uomo come Goethe, possiamo vedere come è diventato quello che è, possiamo quindi seguire gli impulsi che l’hanno guidato a realizzare il suo Faust, le altre sue poesie. Possiamo guardare tutto quello che Goethe ha realizzato come risultato dell’educazione di Goethe. E ora vediamo il genio di Goethe posto. Certo, possiamo. Rimaniamo completamente dentro a Goethe. Ma vedete, possiamo farlo diversamente. Possiamo seguire lo sviluppo spirituale del diciottesimo secolo. Prendi i dettagli da esso. Prendi il fatto, ad esempio, che prima che Goethe pensasse a un Faust, Lessing aveva projektiert un Faust, che già c’era un Faust. Si può dire che dai problemi spirituali con cui il tempo si occupava, dagli impulsi spirituali, è sorto il pensiero del Faust. Ora si può dire, se si esamina il Faust di Lessing e molte altre poesie Faust: tutto ha portato a Faust. Si può trascurare Goethe e ancora arrivare a Faust come una necessità. Faust è sorto dal precedente. Si può dunque seguire lo sviluppo di Goethe e arrivarvi nel suo Faust. Si può presentare Goethe più secondo lo sviluppo, ma si può anche lasciarlo completamente fuori: si può ora seguire rigorosamente come in Europa è entrata una tale forma di poesia come i Nibelunghi, come si è addensata nella poesia di Parsifal, come Parsifal è un uomo che si sforza, che esce da una certa sezione temporale dello sviluppo, come allora è sorto un altro sviluppo, come attraverso un altro sviluppo l’idea di Parsifal è stata completamente dimenticata e quella straordinaria idea che è venuta fuori nel Volksbuch del Faust ha preso piede, e che allora causa il verificarsi che sorge un Faust un Parsifal in un’epoca successiva. Puoi completamente trascurare Goethe. Naturalmente non devi essere pedante: cinquanta anni non contano nulla. Il tempo è elastico, può estendersi avanti e indietro, quindi non è una questione di questo. Nel modo in cui è determinato, che il tempo gioca un ruolo, solo le cose arimaniche che avvengono nel mondo. Quello che proviene dai buoni dei è completamente spostabile nel tempo avanti e indietro. Ma si può generalmente dire: anche se il consiglio di Francoforte Kaspar Goethe e la signora Aja non avessero avuto il figlio Wolfgang, o se il figlio Wolfgang, che come tu sai è comunque nato nero ed era vicino a morire subito dopo la nascita, se fosse morto subito dopo la nascita, allora certamente sarebbe sorto da un altro anche qualcosa come la poesia del Faust. Oppure se Goethe avesse vissuto nel quattordicesimo secolo, di sicuro non avrebbe scritto il Faust. Questi sono certamente pensieri non reali. Ma bisogna metterceli davanti occasionalmente, per comprendere quello che è reale.
Allora si può ora porre la domanda: Goethe ha scritto il Faust dalla sua libertà o da là c’è una necessità assoluta? La più grande libertà presente quando si fa il necessario storicamente! Perché chiunque creda che la libertà potrebbe mai essere in pericolo da quello che esiste come necessità nel mondo, dovrebbe anche dire: Voglio creare una poesia, ma voglio operare absolutamente liberamente! Quindi voglio astenermi da tutti gli altri poeti che erano non liberi; voglio creare una poesia libera. Ma free non potrei essere se volessi usare le parole che sono nella lingua, perché sono state causate da necessità antichissima. Bene, naturalmente questo non funziona! Voglio essere un eroe della libertà completo. Mi faccio quindi la mia stessa lingua. E allora comincia, prima di tutto, a farsi la lingua. Sì, naturalmente raggiungerebbe il fatto che la poesia che allora si presenterrebbe in una lingua non ancora esistente sarebbe respinta da tutto il mondo, che con la sua libertà dovrebbe sviluppare la resistenza di tutto il mondo, che naturalmente inizialmente si esprimerebbe solo nella mancanza di comprensione. Vedete da questo che non si può affatto parlare di libertà che interviene nella corrente degli eventi, essere in qualche modo compromesso dalla necessità che esiste nella continuazione della corrente del corso del mondo.
Si potrebbe anche pensare a un pittore che voleva essere assolutamente libero, e che direbbe: Sì, voglio dipingere, ma non voglio dipingere su tela o affatto su una superficie; voglio dipingere liberamente. Se provo prima a dipingere su una base che mi viene data? Non lo farò! Perché allora sono costretto a seguire ovunque il piano di questa base. Ma questa base ha una legge molto specifica. La segui, ma questo non compromette affatto che sviluppi la libertà.
È proprio negli eventi storici mondiali che emerge così bene come quello che si può chiamare necessità, allora quando la coscienza è in gioco, può venire insieme con la libertà, dove la consapevolezza è in gioco. Ho già detto: Goethe non avrebbe potuto creare il Faust nel quattordicesimo secolo, perché che il Faust avrebbe potuto sorgere nel quattordicesimo secolo è assolutamente impossibile. Non avrebbe potuto scrivere il Faust. Perché no? Sì, perché c’è qualcosa che si deve designare come vuotezza del corso del mondo rispetto a certi impulsi di sviluppo. Proprio come non puoi versare acqua in una botte quando la botte è già piena d’acqua, o puoi versare solo una certa quantità d’acqua in una botte se la botte è già parzialmente piena d’acqua, così non puoi versare in un tempo riempito qualcosa a piacimento. Nel quattordicesimo secolo, per qualcosa come è fluito nel Faust dal mondo spirituale attraverso un uomo nel mondo fisico, non c’era vuotezza, ma pienezza. L’accadere procede in cicli, e quando un ciclo è riempito, allora entra la vuotezza per nuovi impulsi, che possono quindi inserirsi nel corso del mondo. Un ciclo deve prima essere riempito di contenuto, e la vuotezza deve di nuovo entrare riguardo a questo ciclo. Allora il nuovo impulso può entrare nella vuotezza. Riguardo a quello che come impulsi dal mondo spirituale è fluito attraverso Goethe nel mondo fisico, era entrata la vuotezza nello sviluppo della cultura in cui Goethe era. E lo sviluppo procede così da procedere veramente in ondate: vuotezza - massima pienezza - deflusso - di nuovo vuotezza. Allora il nuovo può venire dentro.
Secondo questo, l’uomo che sta tra la morte e una nuova nascita organizza la sua incarnazione. Organizza la sua incarnazione così da incontrare nel mondo fisico quel grado di vuotezza o pienezza che è giusto per i suoi impulsi. Qualcuno che dalle sue incarnazioni precedenti porta impulsi che possono agire come impulsi di primissimo ordine, quindi devono cadere nel vuoto, deve apparire in un periodo in cui c’è vuotezza nel mondo. Chi ha impulsi che devono essere ricevuti di nuovo dal mondo deve cadere con la sua nuova incarnazione in un tale periodo in cui può esserci pienezza per la vuotezza. Naturalmente è così per le aree più diverse, che si intersecano. Questo è naturalmente scontato. Quindi vediamo da questo che in certo senso noi — se possiamo usare la parola — scegliamo il momento in cui entriamo nel mondo, secondo qualità interiori che abbiamo in noi. E la necessità interiore con cui operiamo si orienta di conseguenza.
Se ora consideri questo, allora non ci sarà più contraddizione se osservi gli eventi successivi nel flusso del tempo e ti dici: Parsifal e così via, Faust, questo continua così, e poi viene Goethe, e da dentro di lui viene quello che però può essere altrettanto bene compreso nel flusso temporale successivo. Non sentirai più contraddizione, perché da sopra Goethe guardava giù, e da sopra nella sua interiorità si preparava quello che allora poteva diventare un’opera esternamente. Quindi lo lascia fluire dalla sua interiorità allora, mentre è sul piano fisico, quello che ha accettato proprio nei secoli precedenti, in cui si sono svolti gli eventi fluenti. Non c’è contraddizione tra le due affermazioni «L’opera di Goethe doveva essere prodotta in un certo momento» e «Goethe l’ha prodotta liberamente» non più di quando ho un’asse qui, e ho qui 1, 2, 3, 4, 5, 6 palle, quindi una fila di palle. Allora vengo con un piccolo bicchiere e dico: la prima palla la metto nel bicchiere, la seconda palla la metto nel bicchiere, la terza palla la metto nel bicchiere, la quarta palla e così via, e qui le scarico. Ma allora uno dice: Le palle che ora giacciono qui, sono pur sempre le stesse palle che c’erano. Non, dice un altro, queste sono le palle che erano dentro il bicchiere; le ho tirate fuori da esso.
Entrambe le affermazioni possono coesistere perfettamente. Quello che si è svolto nel tempo, che alla fine ha portato al Faust, è quello che si è incorporato nell’anima di Goethe; e dall’anima di Goethe viene, perché si è accumulato nell’anima di Goethe attraverso l’osservazione dal mondo spirituale giù. Perché partecipiamo sempre all’evoluzione intera del mondo. Se ora consideriamo la cosa così, allora ci potremmo dire: Nel momento in cui guardiamo al passato, dobbiamo veder il passato stesso come una necessità. E se guardiamo a noi stessi e anche riprodurremo consapevolmente il passato, allora mettiamo nel presente attraverso la libertà quello che nel passato era necessariamente preparato. Così colui che può sviluppare la piena consapevolezza può essere il più libero: Con quello che faccio, non faccio nient’altro che quello che è spiritualmente necessario. Le cose non si sviluppano con una logica pedante, ma le cose si possono solo guardare attraverso una comprensione completamente vivente della realtà.
Possiamo aiutarci ancora in modo da penetrare completamente la cosa. Possiamo chiedere a noi stessi: Bene, allora guardiamo ad esempio gli animali. Per loro la coscienza è abbassata. Sappiamo, hanno una coscienza abbassata. L’ho spiegato spesso. Consideriamo l’uomo: ha un grado di coscienza tale che la libertà può manifestarsi. Come sta la coscienza degli angeli, cioè di quegli esseri che stanno direttamente al di sopra dell’uomo? Come sta con la coscienza degli angeli?
È persino molto difficile penetrare immediatamente la coscienza degli Angeloi. Vedete, quando un uomo vuole fare qualcosa, allora riflette su come dovrebbe essere quello che vuole fare. E fallisce se sul piano fisico non accade quello che ha immaginato dovrebbe accadere sul piano fisico. Se qualcuno cuce insieme due pezzi di stoffa, e dopo averli cuciti insieme si separano, allora l’azione è fallita. Sì, con la macchina per cucire può accadere. Allora l’azione è fallita. Quindi, se quello che prevede per il piano fisico non accade, allora dice: l’azione è fallita. Cioè, il suo volere va verso qualcosa che disegna secondo l’immagine di come dovrebbe essere sul piano fisico. Così accade il volere nell’uomo. Non così negli Angeloi.
Negli Angeloi tutto è nell’intenzione. Un’intenzione di un Angeloi può venire all’esecuzione nel modo più diverso, e l’effetto può comunque essere esattamente lo stesso. È vero una volta, ma è naturalmente qualcosa che vuole contrastarsi nel concetto contro la logica usuale. Solo nell’artistico, se uno prende l’artistico però umanamente, allora si può sentire avvicinato a questa consapevolezza. Perché troverai sempre che, se l’artista così può prendere la cosa umanamente — non deve sempre essere in grado di prendere artisticamente il suo artistico umanamente, ma se può prendere artisticamente il suo artistico umanamente — allora può sotto circostanze valutare quello che gli è riuscito al contrario, quello che addirittura gli è fallito, per più valore di quello che gli è riuscito nel modo in cui l’ha eseguito esattamente come avrebbe dovuto essere. Allora ci si avvicina un po’ a quello straordinariamente difficile da pensare, che nella coscienza degli Angeloi, nel volere degli Angeloi, tutto dipende dalle intenzioni, e che queste intenzioni possono realizzarsi sul piano fisico nei modi più diversi, sì, anche nel modo più opposto. Cioè, quando un angelo si propone qualcosa, si propone qualcosa di completamente specifico, ma non cosicché dica: Sul piano fisico deve apparire così e così. Non c’è nemmeno dentro. Lo saprà solo quando sarà lì.
Abbiamo visto, e l’ho sottolineato: persino negli Elohim è così. Gli Elohim crearono la luce e videro che la luce era buona. Cioè, quello che nell’uomo è il primo, la rappresentazione di quello che è sul piano fisico, questo non è per nulla il primo nella coscienza degli esseri spirituali che stanno al di sopra dell’uomo, ma il primo è l’intenzione, e come si esegue è una questione completamente diversa. Ora l’uomo in questo senso è naturalmente la creatura intermedia tra l’animale e l’angelo. Quindi tende da una parte più verso l’inconsapevolezza dell’animale. Ovunque esce il criminale, è essenzialmente l’animalità che lo causa nell’uomo. Ma tende d’altro canto già anche verso la consapevolezza degli Angeloi. È così, che l’uomo porta in sé la possibilità di sviluppare una consapevolezza più alta oltre la consapevolezza ordinaria, dove le intenzioni si presentano ai suoi occhi in un modo diverso da quello che accade altrimenti con la consapevolezza ordinaria.
Allora si può dire: Supponiamo che uno si impegni con problemi di vita importanti. Allora non puoi procedere con le tue intenzioni come al solito. Supponiamo, ad esempio, che tu riceva come educatore — ma ora educatore nel senso giusto — un bambino da educare. Non è vero, l’uomo medio ha i suoi principi educativi, i suoi principi pedagogici. Sa quando battere o non battere, forse anche che non dovrebbe mai battere e così via. Sa come fai questo, come fai quello. Ma chi considera la cosa dal punto di vista di una consapevolezza più alta non giudicherà sempre in questo modo, ma lascerà tutto alla vita. Aspetterà, quello che può osservare. Si proporrà solo una cosa: l’intenzione di raggiungere quello che appare a esso essere inscritto nel bambino. Ma questo inscitto in apparenza può essere realizzato in modi ambigui. Questo è quello di cui si tratta.
Così, quando mettiamo insieme tutte queste cose, ora comprenderemo anche come, per capire l’uomo intero riguardo alla necessità e alla libertà, dobbiamo prestare attenzione al fisico esteriore dell’uomo e all’interno, cioè innanzitutto all’eterico. Se guardiamo solo al corpo eterico dell’uomo: L’ho già sottolineato, come il corpo eterico dell’uomo percorre strade completamente diverse dal corpo fisico. Il corpo fisico dell’uomo — così ti l’ho detto una volta — è giovane per primo. Poi si sviluppa, invecchia, diventa infine decrepito. Il corpo eterico fa il contrario. Se diciamo che «invecchiamo» riguardo al corpo fisico, allora dobbiamo effettivamente dire che «ci ringiovaniscono» riguardo al corpo eterico. Perché il corpo eterico è in realtà, se vogliamo applicare la parola «vecchio» e «giovane», un anziano quando nasciamo, perché è completamente raggrinzito, così piccolo, che si adatta solo a noi. Quando ora raggiungiamo un’età normale e moriamo, allora questo corpo eterico si è di nuovo ringiovanito a tal punto che possiamo consegnarlo a tutto il mondo, e che può agire di nuovo giovane fuori. Mentre il corpo fisico invecchia, il corpo eterico «si ringiovanisce». Diventa sempre più giovane.
Se moriamo in un’epoca anormale, muori giovane, allora il corpo eterico può avere significati come quelli che ti ho presentato. Ma non solo riguardo a questo invecchiamento dobbiamo guardare a questa differenza tra corpo fisico e corpo eterico, ma anche riguardo alla necessità e alla libertà. Poi, quando l’uomo è il più incatenato nella necessità riguardo a quello che compie con il suo corpo fisico, o come esseri sul piano fisico, allora il suo corpo eterico è il più libero, allora il suo corpo eterico è completamente lasciato a se stesso. Riguardo a tutto quello in cui siamo incatenati nella necessità, il corpo eterico è lasciato a se stesso. Riguardo a tutto quello in cui il corpo eterico si incatena nella necessità, quello che l’uomo sviluppa sul piano fisico è nella libertà. Mentre il corpo fisico è soggetto alla necessità, il corpo eterico ha un grado uguale di libertà; e mentre il corpo eterico è soggetto a una necessità, quello che riguarda il corpo fisico ha un certo grado di libertà. Cosa significa questo?
Quindi supponiamo: Non potrai dire che ti stia completamente bene alzarsi e andare a letto quando vuoi. Ci si alza la mattina e ci si mette a letto la sera. Non si può affatto parlare di libertà. Questo è collegato a necessità ferree della vita. E anche se in qualche modo variare il momento di alzarsi e di andare a letto, non si può affatto parlare di libertà. Anche mangi ogni giorno. Non si può affatto parlare di libertà. Non puoi decidere di rompere questa necessità e cercare la tua libertà, ad esempio, non mangiando, perché lo sentiresti come una costrizione, mangiare. Riguardo a tutte queste cose l’uomo è incatenato nelle necessità. Perché è incatenato nelle necessità? Perché il compagno — come ho detto l’ultima volta — che è dentro, che va con tutto quello che è collegato al piano fisico durante la vita qui sul piano fisico, in cui è incatenato una necessità, perché il compagno nel frattempo vive in libertà. Ma se ora ci incateniamo con l’interno, con il corpo eterico nella necessità, come può accadere? Proprio dimettendoci coscientemente a quello che riconosciamo come una necessità. Così, supponiamo, che diciamo a noi stessi: Attualmente è il momento quando colui che è maturo per questo, che può comprenderlo, dovrebbe occuparsi della scienza dello spirito. Naturalmente nessuno è costrinto esternamente a farlo. Ma si può riconoscerlo come una necessità interiore, perché è necessario nel ciclo umano presente. Così uno si sottomette prima dalla libertà alla necessità. Nulla ti costringe esternamente sul piano fisico. Internamente devi seguire dalla libertà per così dire il costrutto. Lì il corpo eterico crea per se stesso l’impulso che lo penetra con necessità. Lì il corpo eterico crea per se stesso la necessità e si mette così nella possibilità di sviluppare in libertà quello che accade riguardo al piano fisico. Cioè, si impara a conoscere la necessità spirituale e si diventa così sempre più e più liberi per tutto quello che la vita sul piano fisico è.
Ora dirai: Quindi in realtà, dovrebbe diventare più libero dal fatto che si entra in una necessità spirituale nel piano fisico. Questo è effettivamente così. Perché si unisce al flusso dello spirituale nel mondo, che si lascia scorrere lo spirito attraverso di sé, si prendono in realtà elementi che si liberano dall’incatenamento con il mondo fisico. Naturalmente, non ci si può liberare da quello che viene attribuito a se stessi attraverso la precedente incarnazione, attraverso il proprio karma. Ma se non ci si libera nel modo descritto attraverso la conoscenza della necessità spirituale dalle condizioni necessarie del piano fisico, allora dopo la morte rimane incatenato a queste condizioni necessarie del piano fisico, e le si trascina con sé. Si trascinano le necessità del piano fisico attraverso la vita tra la morte e una nuova nascita. Non si è liberi da loro. In ogni momento si diventa sempre più libero dalle necessità del piano fisico nel momento in cui ci si unisce con il corpo eterico alle necessità del piano spirituale. È veramente così, che, quando si può seguire da una libera decisione un impulso riconosciuto puramente spirituale, ci si diventa sempre più liberi da tutto quello che incatena a se stessi alla vita fisica, che ti incatena ben oltre la morte. D’altra parte, per tutto quello a cui sei incatenato nella vita fisica, quello che non è cambiabile, il corpo eterico come tale diventa sempre più libero.
Così possiamo vedere come libertà e necessità interagiscono sul piano fisico, ma anche per il corpo eterico la libertà e la necessità. Il corpo eterico acquisisce la sua libertà attraverso la necessità del piano fisico, e deve stesso comprendere la sua necessità. Il corpo fisico acquisisce la sua libertà proprio dal fatto che il corpo eterico comprende la sua necessità, e la sua necessità gli è data dal modo in cui karmicamente si è posizionato nel corso intero del piano fisico.
Così l’uomo liberamente-necessario sul piano fisico e l’uomo necessariamente-libero spirituale-animale si uniscono organicamente. Libertà e necessità sempre fluiscono insieme. Ma è impossibile che siamo consegnati a pura necessità, quando siamo pienamente consapevoli. Dal fatto che penetriamo consapevolmente qualcosa, che lo riceviamo cioè così da poterne essere pienamente consapevoli, la libertà regna nella nostra anima. Così ci solleviamo con la nostra anima fuori dalla necessità e ci rendiamo liberi per quello di cui siamo consapevoli. Sì, ma se allora riconosciamo spiritualmente una necessità, se riconosciamo proprio che è necessario nel tempo presente di accogliere il flusso della scienza dello spirito, se cioè ci adattiamo liberamente a una necessità? Ci rendiamo anche inconsapevoli? In certo senso sì! Ci rendiamo in certo senso inconsapevoli, perché decidiamo di sviluppare la consapevolezza solo per questo, fino a quando arriviamo alla porta, in cui scorre, in cui brilla quello che dovrebbe venire dal mondo spirituale. Allora però riceviamo quello che dovrebbe venire dal mondo spirituale, ci incliniamo verso i poteri regnanti e operanti che nel mondo spirituale scendono a noi. Ecco perché parliamo del fatto che ci solleviamo mentre ci lavoriamo nella necessità spirituale, verso gli esseri che si chinano verso di noi. Ecco perché lo sottolineiamo sempre: Fluttuiamo con la nostra consapevolezza verso gli esseri che ci penetrano, che ci fluiscono attraverso dal mondo spirituale, e aspettiamo, dicendoci: Necessariamente ci adattiamo agli impulsi che vengono dal mondo spirituale, — aspettiamo che così in questi nostri impulsi anche gli impulsi di esseri spirituali più alti scendono. E così emerge quell’incoscienza relativa, quella profonda incoscienza, dove sentiamo effettivamente quello che agisce spiritualmente in noi, come altrimenti un’azione inconsapevole, dove siamo veramente certi: Lo spirito è in noi, e dove possiamo seguirlo. Sì, dove possiamo seguirlo.
Ora torniamo al nostro punto di partenza. Se uno speculasse consapevolmente su quello che tutto segue da tali eventi significativi, come quelli del presente ad esempio — li ho confrontati prima con le guerre romano-germaniche — se uno allora specula con la consapevolezza ordinaria, non arriva a nulla. Ma nel momento in cui uno si può dire, uno non vuole raggiungere il giusto speculando, ma vuole raggiungere il giusto dal fatto che lo spirituale fluisce dentro, che uno si abbandona all’impulso spirituale, allora non c’è bisogno di speculare. Allora si sa, questi impulsi spirituali conducono, se si lascia solo afferrare da loro, al giusto; conducono a correnti che si estendono anche sui secoli, anche sui millenni. Questo è quello che importa.
Allora si dice: Non c’è bisogno ora di pensare che le cose oggi devono procedere così e domani così, così che questo e quello e quello può accadere, ma poi si dice a se stessi: Viviamo attualmente nella sezione temporale dell’umanità, nell’epoca in cui lo sviluppo ulteriore dell’esistenza terrestre può procedere nel modo giusto solo dal fatto che impulsi spirituali dal mondo spirituale vengono afferrati direttamente. Quindi devono essere afferrati. E quello che accade esternamente sul piano fisico deve necessariamente collegarsi con esso, nel modo giusto collegato. Allora accadrà il giusto. Allora si sa, senza speculare su quello che sarà domani e dopodomani, che quello si svolgerà, che le anime che ora passano per la porta della morte, sia nel loro corpo eterico che come anime, agiranno, per quanto si uniranno con loro i pensieri di coloro che in futuro popoleranno la terra nelle province sanguinose, che da questo sorgerà qualcosa che agirà attraverso i secoli. Ma si deve avere immediatamente la consapevolezza, avere questa consapevolezza così, come l’abbiamo spesso espressa con le parole:
Dal coraggio dei combattenti, Dal sangue delle battaglie, Dalla sofferenza degli abbandonati, Dai sacrifici dei popoli Nascerà il frutto dello spirito — Guidano le anime consapevoli dello spirito Il loro senso nel regno dello spirito.
Così è quello di cui si tratta: che comprendiamo che da un certo punto in poi nel presente, le anime devono diventare consapevoli dello spirito, che sono disposte a dirigere il senso verso il spirituale. Allora da quello che accade ora sorgerà il giusto per il futuro. Per penetrare questo pensiero è necessaria una fiducia salda, come quella degli esseri che contiamo nella gerarchia degli Angeloi. Perché da tale fiducia operano gli Angeloi. Sanno, quando hanno le giuste intenzioni, allora da queste intenzioni giuste sorge quello che è giusto. Non dal fatto che si propongono una formazione specifica di eventi futuri, ma dal fatto che hanno le giuste intenzioni. Ma queste intenzioni giuste devono essere afferrate solo spiritualmente. Come qualcosa debba essere afferrato spiritualmente, per questo solo un pensiero nel senso della scienza dello spirito ci può dare un insegnamento nel modo in cui abbiamo tentato.
Avrò da aggiungere alcuni complementi ai quattro insegnamenti, che trattando la libertà e la necessità formano un insieme più o meno coerente. Consideriamo di nuovo una delle nostre verità fondamentali della scienza dello spirito: la verità della composizione dell’essere umano, che ormai ci è divenuta così familiare, cioè che consideriamo l’uomo composto, inserito l’uno nell’altro da quattro membri, dal corpo fisico, dal corpo eterico, dal corpo astrale e dall’Io. Se dapprima consideriamo quello che nel mondo fisico è dato a ogni essere umano, possiamo dire: nello stato di veglia ordinario ci è dato innanzitutto il nostro corpo fisico. Conosciamo il nostro corpo fisico appunto per il fatto che naturalmente possiamo osservarlo esternamente con i nostri sensi, perché ogni altro, che si trova con noi nel mondo fisico, può osservarlo allo stesso modo, perché con noi deve concordare nel giudizio: questo corpo fisico è presente. Questo corpo fisico può dunque essere considerato da noi nel mondo fisico da fuori.
Non può invece essere considerato — e potete convincervene facilmente con una leggera riflessione — quello che ordinariamente presso di noi si chiama corpo eterico. Esso si sottrae già all’osservazione fisica ordinaria. Parimenti si sottrae all’osservazione fisica ordinaria il corpo astrale, e ancor più l’Io, giacché quello che è l’Io — l’abbiamo affermato molte volte — può così poco essere considerato da fuori che neanche il nome per esso può essere dato all’uomo dall’esterno. Se qualcuno vi gridasse la parola « Io », voi non potreste mai venire all’idea che potesse intendere il vostro Io. Egli può intendere solo il suo proprio Io. Dunque l’Io non viene affatto designato da fuori. Tuttavia è chiaro che l’uomo sa qualcosa di questo Io. Lo designa da dentro. Si può dunque dire: mentre il corpo eterico, il corpo astrale per il piano fisico sono inaccessibili, l’Io innanzitutto per questo piano fisico non è inaccessibile. Noi parliamo, pronunciando «io», di questo Io. Ma rimane il fatto: come il corpo fisico o qualche altra cosa fisica, questo Io non può essere visto. Non può essere percepito in alcun modo coi sensi.
Ora sorgerà per noi la domanda: quale significato ha dunque il fatto che sappiamo qualcosa di questo Io, che pervendiamo a denominarlo? I filosofi frequentemente dicono: l’Io è dato all’uomo mediante una certezza immediata. L’uomo sa immediatamente che l’Io è presente. Sì, vi sono filosofi che sognano di poter sapere mediante la loro semplice filosofia che questo Io è un’entità semplice, dunque non può dissolversi e neanche morire. Ma chiunque pensi correttamente subito si opporrà a questa opinione filosofica: ebbene, sebbene tu ci dimostri ancora tanto che questo Io non può dissolversi, dunque non può andare incontro al declino, nondimeno è sufficiente che questo Io dopo la morte fosse per eternità nel stato in cui è dal momento dell’addormentamento fino al risveglio. Allora naturalmente non si potrebbe più parlare di questo Io. I filosofi s’ingannano credendo che in quell’Io di cui possono parlare sia presente qualcosa di reale. Quando si parla di qualcosa di realmente presente, allora si parla di tutt’altro.
Dal momento dell’addormentamento fino al risveglio questo Io non è presente, l’uomo non può dire a se stesso « io ». Se sogna del suo Io, gli accade talvolta persino come se incontrasse se stesso in forma d’immagine, cioè si vede. Non dice al suo Io « io » così come lo dice nella vita diurna ordinaria. Quando ci svegliamo, è davvero con il nostro vero Io come se sbattessimo contro la solidità del nostro corpo fisico. Sappiamo che il processo del risveglio consiste nel fatto che col nostro Io, così come col nostro corpo astrale — ma innanzitutto ci interessa ora l’Io — rientrando nel nostro corpo fisico. Questo rientro lo sentiamo esattamente come lo sentiamo quando con la mano sbattiamo contro un oggetto solido, e questo rientro, che ci dà come una controriscossa dal corpo fisico, è quello che costituisce la coscienza dell’Io. E per l’intera giornata, quando siamo svegli, non abbiamo veramente il nostro Io, ma abbiamo la rappresentazione del nostro Io, che come un’immagine speculare nasce dal corpo fisico. Dunque quello che ordinariamente nella filosofia si ha dell’Io, è l’immagine speculare dell’Io. Abbiamo forse nient’altro che questa immagine speculare dell’Io? Bene, questa immagine speculare cessa col momento dell’addormentamento, è del tutto evidente. Allora l’Io non si rispecchia più. Dopo l’addormentamento il nostro Io scomparirebbe veramente. Ma la mattina, al risveglio, rientra nel corpo fisico. Era dunque stato presente.
Cos’è dunque questo Io? Cos’abbiamo, finché ci muoviamo solo sul piano fisico, di questo Io? Se si esamina più attentamente, innanzitutto entro il mondo fisico non abbiamo di questo Io nient’altro che l’atto di volontà, la volontà. Non possiamo fare niente se non volere. Il fatto che possiamo volere è quello che ci rende consapevoli di essere un Io. Il sonno consiste solo nel fatto che abbiamo attenuato tutta la volontà, che durante il sonno per motivi che abbiamo spesso discusso non possiamo volere. La volontà è dunque attenuata, paralizzata. Non vogliamo durante il sonno. Quello che si esprime nella parola Io è dunque un vero atto di volontà; e quello che noi pensiamo dell’Io è immagine speculare, che sorge dal fatto che la volontà urta contro il corpo. Questo urto è esattamente come quando guardando nello specchio vediamo il nostro corpo fisico. Così vediamo il nostro proprio Io, la nostra volontà che si manifesta, riflettersi dal nostro corpo fisico. Questo ci dà la rappresentazione dell’Io. L’Io vive dunque sul piano fisico come un atto di volontà.
Abbiamo dunque effettivamente una dualità sul piano fisico: abbiamo il nostro corpo fisico, e abbiamo il nostro Io. Il corpo fisico l'abbiamo per il fatto che lo possiamo rappresentare mediante la visione esterna nello spazio; l’Io l'abbiamo per il fatto che possiamo volere. Tutto il resto, che sta dietro il corpo fisico, rimane per noi inizialmente un mistero per la considerazione fisica. Vediamo il corpo fisico, come è sorto, come si è composto. Come dobbiamo descrivere questo comporsi attraverso il passaggio dell’uomo per il tempo di Saturno, Sole, Luna e Terra, rimane mistero se si considera solo il corpo fisico. Dunque quello che sta dietro a questo corpo fisico rimane inizialmente un mistero per la considerazione fisica del mondo fisico.
Come la volontà rientra d’altro lato nel nostro corpo fisico o in tutto quello che siamo, rimane di nuovo mistero. Poiché, non è vero, voi potete consapevolizzare della volontà, e Schopenhauer per questo vi ha visto l’unica realtà, perché è giunto alla presentimento che nella volontà veramente si diventa consapevoli di se stessi. Ma come questa volontà rientra, di questo sul piano fisico non si sa nulla. Dal piano fisico voi in fondo sapete solo che nel vostro Io potete afferrare la volontà. Io afferra quest’orologio, ma come questa volontà passa attraverso il corpo eterico giù nel corpo fisico e poi effettivamente diviene l’azione dell’afferrare l’orologio, rimane un mistero per il corpo fisico stesso. La volontà dunque rientra immediatamente dall’Io nel corpo fisico. Non rimane nell’Io niente altro che il sentire interiore della volontà, l’esperire interiore della volontà.
Come io ve lo descrivo qui, è propriamente solo per la stragrande maggioranza dell’umanità degli ultimi secoli che ciò è giusto, e questo di solito non lo si vede. Avrebbe potuto diventare carne e sangue per noi attraverso le molte considerazioni che abbiamo fatto. Se risaliamo al Medioevo, è pura fantasia credere che l’umanità allora vivesse veramente nello stesso modo dell’umanità presente. L’umanità si sviluppa, e il modo in cui l’uomo sta nel mondo è diverso nelle varie epoche. Se risaliamo dietro il XV, il XIV secolo, troviamo molto più spesso di quanto non accada oggi uomini che non sanno solo del corpo fisico, ma che veramente sanno che nel corpo fisico vive qualcosa che oggi noi designiamo con l’espressione « corpo eterico », che veramente percepivano qualcosa di aurico attorno al corpo fisico. Naturalmente nel Medioevo, per così dire, erano solo gli ultimi avanzi, gli ultimi brandelli di un’antica percezione; ma anche nel X secolo non si guardava l’uomo solo come oggi negli occhi, considerando semplicemente il suo occhio fisico. Si vedeva ancora, considerando l’occhio fisico, qualcosa di aurico, qualcosa di eterico. Si vedeva ancora in certa misura un occhio sincero, un occhio falso, ma non solo attraverso un giudizio esteriore, bensì percependo immediatamente l’aurico che giocava attorno all’occhio. E così via con altre cose.
Ma nel momento che si percepiva questo aurico nell’uomo, lo si percepiva in misura molto, molto maggiore nell’animale, anche nella pianta. Quello che oggi di nuovo, solo artificialmente, può essere provocato — voi conoscete tutti questa descrizione dal mio libro « Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori? » —, che quando si considera un seme, lo si vede risplendere diversamente da un altro seme, era una volta per i popoli nei secoli precedenti un’apparizione totalmente quotidiana, ordinaria. Così l’uomo non doveva affatto prima indagare col microscopio — cosa che del resto oggi nella maggior parte dei casi non si può più fare — da quale pianta era un certo seme, ma dal luce, dall’aura luminosa che circondava il seme, gli uomini potevano ancora determinare una cosa simile. E nei minerali trovate negli scritti più antichi ancora descrizioni dei minerali così da distinguere in un certo modo i minerali gli uni dagli altri secondo il loro valore nel mondo. Quando gli Antichi guardavano l’oro, tutto quello che dicevano dell’oro non lo dicevano dalla loro fantasia, ma perché l’oro appariva loro veramente in un modo diverso di, per esempio, l’argento. Quando mettevano l’oro in relazione con la luce solare, l’argento con la luce lunare, ciò riposava veramente su un’osservazione. Riposava veramente sul fatto che colui che osservava non sentiva mai nient’altro, nel dire: l’oro è luce solare pura, solo condensata, l’argento è luce lunare e così via, proprio come nell’esterno si vedeva l’elementare, l’aurico elementare, quello che per gli uomini dei tempi moderni si è perso, perché l’umanità dei tempi moderni deve attraversare lo sviluppo verso la libertà, che può essere dato solo in questo modo, che si possa guardare solamente al fisicamente-oggettivo odierno.
Come gli uomini hanno perso la capacità di vedere un tale aurico, hanno anche perso un’altra capacità. Si deve oggi avere un sentimento per come sia diverso quando gli Antichi parlavano della volontà. Sentivano ancora molto di più come la volontà, che oggi vive solo nell’Io, rientrasse nell’organico, come, come diremmo oggi, rientrasse nel corpo astrale. Sentivano ancora la continuazione dell’Io nel corpo astrale. Lo si può rendere chiaro in un campo ben determinato.
Vedete, il fatto che i pittori oggi non credono di poter fare a meno del modello riposa sul fatto che si è completamente persa la possibilità di sentire ancora la continuazione dell’Io nell’organismo, questa continuazione nel corpo astrale. Perché ammira la gente allora i vecchi ritratti? Perché il vecchio ritratto non era stato fatto solo come oggi, così che uno ha una persona e poi la ritrae e è completamente dipendente dal fatto di dover ritrarla in tutto quello che era lì, ma perché si sapeva ancora: quando qualcuno forma i muscoli attorno all’occhio in un certo modo, allora quello che vive nell’Io entra nel corpo astrale in un modo ben determinato, attraverso cui produce questa forma dei muscoli. Se si risalisse al mondo greco antico, si commetterebbe un grande errore se si credesse che gli antichi Greci usassero un modello per queste forme meravigliose che componevano. Non avevano modello. Chi doveva dare una certa forma di braccio, sapeva come la volontà l’Io conduce nel corpo astrale, e da quello che sentiva, faceva le forme. Nel momento che tutto il sentire del corpo astrale è morto, è divenuto necessario stare così strettamente attaccati al modello, come è divenuto usuale per il nostro tempo.
Dunque l’essenziale è che gli uomini sono pervenuti a e che da poco sono nel fatto di vedere il mondo così esternamente senza tutto l’aurico, come accade oggi, e così internamente, senza tutta la consapevolezza che la volontà scende a gocciare nel corpo astrale e gocciola per tutto l’organismo. È accaduto solo da poco.
Quando ancora un lungo tempo sarà passato, un altro tempo verrà sull’umanità. Allora a quello che appare esternamente sul piano fisico sarà ancora tolto più, e all’interno sarà ancora tolto più. Sappiamo che oggi siamo solo da pochi secoli nel quinto periodo post-atlantideo, dal XIV secolo — poiché contiamo il quarto periodo post-atlantideo all’incirca dalla fondazione di Roma fino al XV secolo, il quinto post-atlantideo dal XV secolo fino di nuovo a lungo così, dunque siamo adesso propriamente solo nel primo terzo del quinto periodo post-atlantideo. Ma l’umanità si dirige verso un modo totalmente diverso di percepire. Si dirige verso una grande aridità e vuoto nel mondo esteriore. Oggi l’uomo, guardando sulla natura, guarda ancora così la natura da crederle che sia verde, o che creda la volta celeste che sia blu. Guarda così sulla natura da attribuirle i suoi colori attraverso un processo naturale. Nel sesto periodo post-atlantideo non potrà più attribuirle i suoi colori! Oggi solo i fisici parlano del fatto che fuori di noi sono presenti solo oscillazioni, e le oscillazioni suscitano in noi il rosso. Quello di cui i fisici oggi sognano, diventerà verità. Oggi è il sogno dei fisici; allora diventerà verità. Gli uomini non potranno più distinguere bene tra un volto più o meno arrossato o un volto più o meno pallido. Lo sapranno, che tutto questo è provocato dalla loro propria organizzazione. Lo considereranno una superstizione che i colori siano fuori e tingano gli oggetti. Grigio su grigio, si potrebbe dire, sarà il mondo esteriore, e l’uomo avrà consapevolezza che è lui stesso che porta i colori nel mondo. Come oggi gli uomini dicono: Ah, voi strambi antroposofi, parlate di un corpo eterico che è presente, ma non è vero, voi lo sognate solo nelle cose! — così diranno più tardi quelli che vedranno solo la realtà esterna agli altri che vedranno ancora i colori in piena freschezza: Ah, voi sognatori, credete che fuori nella natura siano presenti colori? Non sapete che siete voi stessi che da vostro interno sognate solo i colori nella natura? — La natura esterna sarà sempre più matematizzata, sempre più geometrizzata. Come oggi possiamo parlare solo del corpo eterico e come non ci credono nel mondo esterno che sia presente, così in futuro non si crederà che la possibilità di vedere i colori abbia alcun significato oggettivo nel mondo esteriore, bensì le si attribuirà solo un significato soggettivo.
Qualcosa di simile l’umanità sperimenterà con le relazioni della volontà nell’Io al mondo esteriore. Gli uomini arriveranno a sentire estremamente debolmente gli impulsi che si esprimono nella volontà. Estremamente debolmente sentiranno gli uomini quello che sta in quelle originarie esperienze personali, quando si vuole qualcosa dal proprio Io. Quello che è voluto da fuori dall’Io agirà molto debolmente sugli uomini. Se tutto così continua, come può essere descritto, quello che la natura dà agli uomini, gli uomini avranno bisogno o di un lungo abituarsi, o di costrizione esterna per fare qualcosa comunque. Non si alzeranno gli uomini così di loro iniziativa, ma dovranno innanzitutto imparare ad alzarsi, e dovrà diventare abitudine. La semplice decisione di alzarsi non farà alcuna impressione. Adesso è uno stato patologico, ma la semplice evoluzione naturale tende a che sia così. Quello che noi chiamiamo ideali interiori troverà sempre meno credenza. Quello invece che è prescritto esternamente, a cui gli uomini sono spinti esternamente, sarà necessario affinché la volontà si sviluppi, affinché gli impulsi della volontà possano essere attivi.
Questo sarebbe il corso naturale che si forma, e chi sa che ciò che viene dopo è preparato in ciò che viene prima, sa naturalmente che il sesto periodo è preparato nel quinto. E infine non ci vuole nemmeno occhi completamente aperti, ma solo mezzo aperti, e si può vedere come una gran parte dell’umanità aspira a quegli orientamenti, si mostra rivolta verso quegli orientamenti che ho appena esposto: come sempre più ci si lavora affinché tutto sia inculcato o tutto sia comandato, e come lo si sente come il corretto. Ho detto prima che siamo adesso all’incirca nel primo terzo del quinto periodo post-atlantideo, cioè del periodo che però — sebbene i fisici abbiano già l’ideale del sesto periodo — ha ancora una credenza nel fatto che i colori fuori sono realmente, che per esempio il rossore o la pallore di un volto abbia qualcosa a che fare con l’uomo. Abbiamo oggi ancora questa credenza. Possiamo farci dire dai fisici o dai fisiologi che sogniamo i colori, ma in realtà non lo crediamo, bensì crediamo che i colori fuori tingano la natura, se viviamo naturalmente sul piano fisico.
Siamo nel primo terzo. Tre terzi avrà naturalmente questo quinto periodo post-atlantideo. In questi tre terzi l’umanità post-atlantidea deve attraversare diverso. Il primo è che quello che ho appena esposto diventi pienamente consapevole dell’umanità, che l’umanità veramente impari a sapere, a sapere correttamente, che in fondo, avendo il corpo fisico davanti, tralascia quello che sta dietro a questo corpo fisico, tralascia comunque in tutte le cose quello che sta dietro al fisico. Nel secondo terzo del quinto periodo post-atlantideo si troveranno — se la scienza dello spirito ha fortuna — sempre più e più uomini che sapranno che certamente con quello che vediamo fuori è congiunto qualcosa di altro, un Eterico-Spirituale. Sorgerà all’uomo la consapevolezza che quello che si è perso era presente nella precedente chiaroveggenza e per la presente relazione dell’uomo al mondo si è perso; ma deve essere ritrovato in un’altra maniera, diversa da come una volta si presentò alle anime umane. Non possiamo più vedere l’aura come una volta era vista, ma può, se gli uomini diventano consapevoli che tali esercizi, come quelli elencati in « Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori? », vengono praticati, risultarne che abbiano anche una consapevolezza, come si può imparare di nuovo a conoscere, ma ora su un’altra via, che l’aurico gioca attorno all’uomo, che l’aurico anche tutte le altre cose del mondo gioca attorno e le penetra. Dunque di questo gli uomini acquisteranno di nuovo una consapevolezza.
Inoltre gli uomini acquisteranno consapevolezza che si possono di nuovo afferrare gli impulsi dell’interno. Ma dovranno afferrarli più fortemente che oggi, poiché la tendenza naturale è questa, che la volontà sempre più e sempre di più perde la sua forza impulsiva. Per questo questa volontà deve essere afferrata più fortemente. Questa volontà è generata dal fatto che gli uomini innanzitutto si familiarizzano col più forte pensare, che è necessario per afferrare le verità della scienza dello spirito. Quelli che afferrano le verità della scienza dello spirito verranno attraverso questo a versare più forza nella loro volontà e così appunto a non arrivare gradualmente sempre più e sempre di più ad avere una volontà paralizzata, ma una volontà efficace, che può agire liberamente dall’Io. Agirà contrapponendosi nel proseguire dell’umanità a quello che si vuol costituire naturalmente, quello che si può conseguire attraverso il fatto che ci si sforza: che da un lato si tenta di fare gli esercizi spirituali della scienza dello spirito, per poter di nuovo percepire l’aurico, e d’altro canto si tenta di rinforzarsi attraverso quegli impulsi, che la scienza dello spirito come tale può dare, affinché la volontà possa di nuovo diventare più forte, affinché la volontà possa di nuovo diventare efficace.
Poiché vedete, la cosa è propriamente questa: quello che nel secondo terzo del quinto periodo post-atlantideo deve essere generato dalla scienza dello spirito, non è affatto presente adesso. Come stanno dunque propriamente oggi gli uomini, contemplando il mondo esteriore? E come stanno gli scienziati, contemplando il mondo esteriore? È molto istruttivo considerare una volta come la scienza contemporanea — e questa scienza contemporanea solo perché è il naturale rapporto dell’uomo con l’ambiente — e in particolare come i ricercatori contemporanei stanno. La scienza contemporanea e anche l’uomo ordinario, quando contemplano la natura fisica esterna, sia il regno minerale, vegetale, animale, umano, non hanno la forza, veramente di penetrare in quello che osservano. Il fisico esegue un esperimento, lo descrive. Ma non si osa penetrare in quello che descrive. Non si osa penetrare più a fondo nei processi che l’esperimento gli dà sul suo corso. Rimane attaccato alla superficie. È esattamente nello stesso stato rispetto al mondo esteriore in cui siete in un altro luogo, quando sognate. Allora sognate per il fatto che il vostro corpo eterico vi rispecchia gli eventi del corpo astrale. Chi oggi osserva esteriormente la natura o chi fa un esperimento, considera anche quello che essa gli rispecchia, quello che gli dà. Sogna solo della natura. Si sveglierebbe nel momento in cui si accostasse alla natura nel modo in cui la scienza dello spirito si accosta alla natura. Questo non lo vuole. Oggi, nel primo terzo del quinto periodo post-atlantideo, gli uomini sognano solo della natura. Devono svegliarsi, gli uomini! Sognano solo della natura. Solo talvolta uno si sveglia dal sogno, e allora dice a se stesso: quello che è fuori non è solo un sogno, ma c’è dentro qualcosa che vive nel sogno.
Un svegliarsi così, ma non sapendo davvero cosa farci, era il filosofeggiare di Schopenhauer. Questo irritò quelli che filosofeggiavano in modo completamente contemporaneo e perspicace, come l’eccellente filosofo Bolzano in Boemia nella prima metà del XIX secolo. Se si prende la sua copia di Schopenhauer, si vede come ha scritto a margine: « Pura follia! » Naturalmente doveva sembrargli proprio pura follia, perché è veramente constatato come da una sorta di delirio: fuori nella natura vive qualcosa come volontà. — E dove questa scienza naturale moderna si mantiene completamente fedele, dove per così dire trae le sue conseguenze, dove arriverà dunque? Bene, arriverà a sognare solo del corpo fisico. Che dietro questo corpo fisico stia ancora qualcosa, di questo non ha nemmeno un’intuizione, altrimenti dovrebbe parlare di un corpo eterico, di un corpo astrale, di un Io. Ma non vuole afferrare il reale, vuole solo afferrare quello che si presenta. Il fisico o il fisiologo contemporaneo si sente veramente come un sonnambulo. Sogna; e quando lo si grida — e il grido avviene in questo caso quando gli si parla di scienza dello spirito —, allora piomba giù come il sonnambulo che piomba giù quando lo si grida. Allora piomba giù e crede: adesso sono nel nulla! — Non può fare diversamente all’inizio, deve restare nel sogno. Proprio quando crede di essere più sveglio rispetto alla natura esterna, rimane nel sogno. Cosa ne risulterà? Ne risulterà che gradualmente perde ogni possibilità di trovare qualcos’altro nel mondo esteriore che quello che può rappresentarsi di esso. Perde gradualmente la possibilità, anche per quello che sta dietro a quello, che può rappresentarsi della realtà esterna, di poter ancora rappresentarsi qualcosa. Cosa gli rimane allora se consegna il corpo umano al naturalista? Ha l’uomo davanti a sé. Lo vede molto chiaramente, o si può dire dal naturalista o nelle cliniche quali cambiamenti si verificano se questo o quello non funziona normalmente nella vita. Questo corpo fisico lo disgregato molto chiaramente. Ma rimane fermo a questo, e non ha nemmeno un’intuizione che dietro ci sia qualcosa. In questo corpo fisico non c’è niente dell’Io, della volontà dentro.
Cosa dovrebbe dunque fare questo naturalista? Dovrebbe negare completamente la volontà e l’Io. Dovrebbe dire: non esiste volontà, non c’è niente di presente nell’uomo; poiché questa volontà non la si può trovare. — Giù nell’organizzazione, là si nasconde la volontà. Viene afferrata solo nell’Io, come abbiamo detto, sentita, sperimentata. Dunque innanzitutto la volontà dovrebbe essere mostrata. Cioè dovremmo vivere il fatto che un naturalista, che oggi solo sogna, se fosse completamente onesto, dire ai suoi ascoltatori: Sì, quando parliamo dell’uomo, allora si deve parlare della volontà. Per noi naturalisti ciò è un’assurdità. La volontà non è niente. È un’ipotesi completamente vuota. Non è presente. — Così dovrebbe dire. Sarebbe completamente conseguente. Un tale naturalista sognerebbe degli eventi esterni. La volontà la negherebbe.
Quello che vi racconto non è solo da me esposto adesso. È una necessità di pensiero della visione naturale-scientifica contemporanea. Vedete che un naturalista, se trae le conseguenze estreme del suo modo di pensare, giunge a quello che vi racconto. Non è da me solo inventato. Ho qui portato con me per esempio una « Guida della Psicologia Fisiologica in quindici lezioni » che il molto noto Professore Dr. Ziehen a Jena ha scritto. Tenta di presentare quello che si manifesta di psichico-corporeo nell’uomo. Nelle singole lezioni va attraverso tutto, mentre parla della sensazione, dello stimolo, delle sensazioni olfattive, gustative, uditive, visive e così via. Non voglio importunarvi con tutto questo, ma voglio solo discutere un paio di passi che sono presenti nella quindicesima lezione sulla « Volontà ». Vi trovate per esempio frasi come le seguenti: « Dai numerosissimi stimoli materiali del mondo esteriore abbiamo derivato eccitazioni corticali, al che nel campo psichico corrispondevano le sensazioni. Abbiamo poi seguito l’eccitazione corticale allora nella corteccia cerebrale sulle fibre associative fino nella zona motoria: da qui l’eccitazione materiale è stata di nuovo trasmessa perifericamente alla muscolatura e ha scatenato contrazioni muscolari. Psichicamente al processo transcorticale corrispondeva il gioco dell’associazione di idee, e il movimento risultante lo designammo psicologicamente come azione. Fummo in grado di derivare il secondo dalla sensazione e dalle immagini-ricordo di sensazioni precedenti, dalle rappresentazioni, secondo le leggi dell’associazione di idee in modo completamente sufficiente e avemmo così seguito il processo psichico fino al suo anello finale. A questo punto tuttavia » — continua Ziehen — « urtiamo contro un’ipotesi che la psicologia ha insegnato quasi universalmente, e al che in tutte le epoche il senso comune sembra essere giunto inconsciamente: intendo l’assunzione di una volontà particolare come causa delle nostre azioni. »
Ora Ziehen mostra come non ha senso parlare di una tale volontà, come il fisiologo non trova niente che corrisponderebbe in qualche modo a questa parola « volontà ». Mostra anche ancora sulla particolare interpretazione che ha per effetti-forze, che si potrebbero designare come degenerazione della volontà, che non si tratta neanche allora di una volontà, bensì di qualcosa di completamente diverso, cosicché della volontà non si può parlare affatto.
Vedete, ciò è completamente coerente. Se si rimane al sogno del mondo fisico esteriore, non si può giungere alla volontà. Non si può trovare la volontà affatto. Si può solo, se si fa una visione del mondo, negare la volontà come tale, dire: Bene, allora non c’è volontà. Lo fanno i cosiddetti monisti contemporanei abbastanza. Negano la volontà. Dicono che la volontà non è affatto presente come tale, è solo una costruzione mitologica. — Ziehen si esprime un po’ più cautamente, ma tuttavia arriva a risultati strani, a risultati a che si guarderà bene dal prenderli completamente coerentemente. Voglio leggervi dalla sua ultima lezione comunque ancora alcuni passi, dache vedrete che sta già tirando la conseguenza, ma certamente sta ancora un po’ giocando con questa non-presenza della volontà. Poiché lì dice: Come sta con il concetto della responsabilità?
Dunque non trova la volontà. Ora dice alla domanda come stia il concetto di responsabilità: « Questo contraddice in realtà i risultati della psicologia fisiologica. Questa insegnò: il nostro agire è strettamente necessitato » — cioè assolutamente necessario nel senso fisico — « il prodotto necessario delle nostre sensazioni e immagini-ricordo. Si potrebbe dunque ascrivere all’uomo un’azione cattiva come colpevolezza così poco come una bruttezza a un fiore. L’azione rimane perciò — anche psicologicamente — cattiva, ma inizialmente non è colpa. Il concetto di colpa e di responsabilità è — per abbreviare il contrasto — un religioso o sociale. Possiamo dunque qui astenerci dal medesimo. La psicologia, per ripeterlo, non nega leggi estetiche e etiche assolute, purché le siano dimostrate da altro; essa stessa, nella sua limitazione empirica, può trovare solo leggi empiriche. »
È anche del tutto naturale: se si sogna solo sulla natura esterna, allora da un lato ci si oppone un uomo che distribuisce benefici, dall’altro un altro che flagella gli uomini per niente. Come un fiore è bello secondo legge naturale, un altro fiore è brutto, così un uomo è un buon uomo, come si dice. Ma il bene non dovrebbe essere interpretato diversamente dal fatto che significa qualcosa come la bellezza nel fiore, e il brutto non dovrebbe significare nient’altro che il brutto in un fiore. Dunque completamente coerente: « Si potrebbe dunque ascrivere all’uomo un’azione cattiva come colpevolezza così poco come un fiore la sua bruttezza. L’azione rimane perciò — anche psicologicamente — cattiva, ma inizialmente non è colpa. Il concetto di colpa e di responsabilità è — per abbreviare il contrasto — un religioso o sociale. » Dunque non un conoscente in qualche modo, ma un religioso o sociale. — « Possiamo dunque qui astenerci dal medesimo. La psicologia, per ripeterlo, non nega leggi estetiche e etiche assolute, purché le siano dimostrate da altro; essa stessa, nella sua limitazione empirica, può trovare solo leggi empiriche. »
Così Ziehen si esprime ancora cautamente, in quanto non costruisce subito una visione del mondo. Ma se si costruisce una visione del mondo, allora cade via tutta la possibilità di portare l’uomo alla responsabilità per i suoi atti, se si sta sul terreno su cui sta qui l’autore di questo libro, il relatore di questi insegnamenti. Ciò accade perché di questa gente si sogna della realtà esterna. Si sveglierebbero nel momento in cui accettassero quello che la scienza dello spirito dice della realtà esterna. Ma ora pensate, questi uomini hanno una scienza che li porta da sé al confessione: Dunque di tutto quello che da questo corpo esteriore porta fino all’Io dell’uomo, di questo non sappiamo niente. — Ma nell’Io devono vivere: in primo luogo le leggi estetiche, in secondo luogo le leggi etiche, e se guardiamo più da vicino anche le leggi logiche. Tutto questo deve vivere nell’Io. Nell’Io deve vivere in generale quello che porta alla volontà. Non c’è niente in questa scienza che potrebbe vivere come qualche impulso reale nella volontà. Non c’è niente di tutto questo in questa scienza. Dunque qualcosa d’altro è necessario.
Pensate, se oggi solo questa scienza sussistesse nel mondo, si direbbe: Bene, trovo un fiore brutto, trovo un fiore bello, questo dalla natura è così necessario. Trovo un uomo che ammazza gli altri, trovo un uomo che causa benefici agli altri, questo è dalla natura così. Tutto dovrebbe cadere via completamente, quello che in qualche modo parla alla volontà. Perché non cade via? Sì, se non si guarda più l’Io, se non gli si permette di essere in realtà raggiungibile attraverso la considerazione del mondo, allora si deve giungere in un’altra maniera. Se ancora, come Ziehen fa, si vuole far valere « leggi sociali o religiose », allora si deve metterle negli uomini in un’altra maniera. Cioè, se si sogna riguardo al mondo esterno, riguardo a ciò che si vede, allora il desiderato deve essere stimolato in un’altra maniera. E questo può allora essere solo l’immagine opposta del sogno: l’ebbrezza. Deve quello che vive nella volontà vivere in questa volontà così che l’uomo soprattutto non ne venga a una riflessione, che non lo riconosca completamente come impulso di volontà. Cioè, deve volersela in un tale periodo che l’uomo quello che riceve come suoi impulsi di volontà, soprattutto non cerchi di vederlo chiaramente, bensì deve operarvi dentro — possiamo già usare l’immagine — come il vino agisce quando l’uomo è ubriaco. Come colui che è ebbro non ha piena consapevolezza, così deve operarvi dentro come impulso quello che non viene portato a piena consapevolezza. Cioè, viviamo in un tempo in cui si deve rifiutare di esaminare veramente gli impulsi della volontà fino ai loro contenuti ultimi. Le confessioni religiose vogliono fornire impulsi, ma questi non vogliono nemmeno essere esaminati in qualche modo. Non vogliono che i concetti attraverso cui impulsionano la volontà siano in qualche modo sottoposti a considerazione oggettiva. Tutto questo deve venire negli uomini attraverso l’ebbrezza.
Possiamo dimostrare questo nel presente effettivamente. Tentate una volta veramente, ma imparzialmente, di ascoltare il modo in cui oggi si parla degli impulsi religiosi. Gli uomini si sentono meglio quando loro è detto soprattutto niente del perché questo o quello debba essere impulsionato, bensì quando loro è parlato così che prendono fuoco, che concetti su cui non completamente riflettono, in cui sono avvolti nebulosamente, vengono loro insegnati. E colui che parla in questo campo sarà considerato il migliore che porta fuoco, fuoco, fuoco nelle anime, che guarda il meno possibile al fatto che ogni singolo sia veramente penetrato da riflessione. I sognanti vengono dunque e dicono: Esaminiamo i Vangeli. Lì troviamo niente del fatto che in Gesù di Nazareth, se già ammettiamo il suo essere, visse veramente un essere extraterrestre. Dobbiamo solo ricordarci come molti dei sognanti vengono e negano semplicemente l’essere del Cristo, perché non può essere provato nel piano fisico esteriore. D’altro lato stanno tali teologi che neppure possono provarlo, e che quindi parlano del Cristo il più possibile così da portare concetti che il più possibile sono poco chiari, che il più possibile parlano al sentimento, ai desideri, agli istinti.
Questo si è consumato ancora poco tempo fa in una strana maniera nella vita esterna. Vennero da un lato i sognanti — con Eduard von Hartmann ha iniziato nel campo della filosofia e Drews ne ha fatto un’agitazione intera —, i sognanti arrivarono per così dire a negare la dottrina testamentaria intera, mostrando: un evento storico il mistero del Golgota non è. Non lo si può provare nemmeno nel campo della storia esterna, bensì si deve andare nello spirituale. Stavano accanto ai sognanti quelli che si levavano contro. Leggete la letteratura intera e vedrete: da nessuna parte c’è qualcosa di riflessivo, di scientifico, bensì dovunque sono parole che si possono designare come parole ubriacanti e ubriache. Da nessuna parte profondità! Dovunque si parla a quello che dovrebbe far sorgere gli istinti non motivati. Così sta nella nostra vita emotiva: il sogno da un lato, il sogno che come visione del mondo dovrebbe risultare dalla base naturale-scientifica, d’altro canto l’ebbrezza, che dovrebbe risultare da quello che nasce dalla confessione religiosa.
Sogno ed ebbrezza sono quello che principalmente domina gli uomini oggi. E così come il sogno può essere scacciato solo svegliando gli uomini, così l’ebbrezza può essere scacciata solo guardando agli impulsi interiori in completa chiarezza, cioè dando agli uomini scienza dello spirito, che non può ubbriacare, ma che penetra veramente l’anima con quello che sono gli impulsi spirituali. Di nuovo gli uomini oggi non vogliono far questo volentieri. Ho già detto, se a colui che vuole fondare un monismo solo sulla base naturale-scientifica, che è un monista haeckeliano così duro, si grida scienza dello spirito, allora piomba giù, nel senso figurato, piomba naturalmente giù. Questo è per lui completamente naturale, poiché si sente subito nel nulla, la sua consapevolezza si ferma, si ferma del tutto. Prendete un uomo ordinario che oggi vuole fare da solo una visione del mondo dalla scienza naturale, e parlatei di quello che segue dalla scienza dello spirito, allora per lui non è niente; non può capirci niente. Se è onesto, dice: Bene, allora inizia, per me è come una ruota di mulino che gira in testa. — Questo significa: piomba giù.
Se uno si avvicina all’ebbrezza, è naturale per colui che si lascia veramente disintossicare che per lui entra una vera, purificata vita religiosa interna, e potrà approfondire la sua confessione in concetti concreti attraverso il fatto che si familiarizza con gli impulsi che provengono dalla scienza dello spirito. Se però voi vi avvicinate a colui che non lo vuole, che non vuole penetrare la sua anima con l’ideale della scienza dello spirito, se gli venite con questo ideale della scienza dello spirito e dovrebbe entrarvi, se dunque arrivate con la scienza dello spirituale a qualcuno che è completamente nel campo dell’effettività teologica contemporanea, allora viene in un modo particolare disintossicato, come vengono disintossicati quelli che hanno avuto un’ebbrezza, ma non sono ancora completamente liberi dagli effetti organici. Cade cioè nella sbornia. Lo si può già veramente notare. Se voi osservate i teologi oggi, dove la scienza dello spirito è più conosciuta, ma non digerita — lo si può osservare in particolare nei dintorni di Dornach, dove i teologi se ne occupano più — se osservate i teologi in quello che dicono, allora trovate: fondamentalmente tutto in loro è una specie di sbornia, in cui si pongono dal fatto che ora devono ricevere concetti, idee, contenuti per quello per cui vogliono solo ebbrezza e che vogliono portare solo non motivatamente nella struttura spirituale dell’anima umana. Indietreggiano davanti al fatto di essere disintossicati, che non possono sopportare perché sanno: non esce chiarezza per loro, bensì — con scusa il’espressione triviale — una testa dolente.
Queste cose dobbiamo osservare assolamente nella loro, per così dire, necessità storica. Se può accadere che la scienza dello spirito d’un lato porti agli uomini almeno i fondamenti di come si può su una nuova via vedere di nuovo quello che si è perso, come si possono di nuovo portare impulsi nella volontà, allora sarà dalla libertà quello che diventerà dell’umanità, quello che la natura non darà mai all’uomo. Così vedete anche con una certa necessità il nostro programma formato. Se ascoltate un insegnamento come quello che ho tenuto lo scorso venerdì, come l’ho già tenuto più volte, in cui da un lato voglio attirare l’attenzione sullo sviluppo del pensiero, d’altro canto sullo sviluppo della volontà, voglio attirare l’attenzione su come da un lato il pensiero prosegue fino a quando si scopre la volontà nel pensiero, fino a quando attraverso il pensiero si esce da se stessi, d’altro canto si trova l’altro ascoltatore, allora si dà d’altro canto, nel momento che si spinge il pensiero così lontano che possa uscire da se stesso, all’uomo la possibilità che non piombi giù quando è chiamato e svegliato. Piomba giù perché non può afferrare l’evento esteriore e non ha un sostegno a cui aggrapparsi quando solo sogna e viene svegliato. Quello a cui ci si deve aggrappare è quello a cui si può giungere attraverso lo sviluppo del pensiero, che non si cada in uno stato interiore inorganico, disordinato, che si chiama sbornia. Questo è realizzato dal fatto che l’ascoltatore interiore di cui ho parlato può veramente venire fuori dalla purezza dell’interno umano. Così ciò che soprattutto deve essere comunicato all’umanità è intimamente collegato alle vere leggi interne del progresso umano.
Solamente se voi vi addentrate in quello che è stato detto oggi e spesso qui, e lo tenete davanti agli occhi nelle sue conseguenze, allora non cadrete in certi errori, in cui altrimenti sempre di nuovo cadrete. Sarà naturalmente straordinariamente difficile evitare certi errori. Voglio oggi ancora attirare l’attenzione su uno di questi errori. Vedete, sempre di nuovo si trovano fra noi singoli uomini che dicono: Bene, ci sono per esempio i seguaci di questa o quella confessione, diciamo che uno vive sotto una popolazione più o meno cattolica con un prete cattolico. I nostri amici credono molto spesso che se chiariscono a questo prete che rappresentiamo il Cristo, che parliamo del mistero del Golgota in modo corretto, che non neghiamo il Cristo, allora si raggiungerà l’amicizia di questo prete. Completamente sbagliato è questo ragionamento. Non è mai possibile conquistare queste persone mostrando che non si nega quello che sono obbligati a rappresentare. Completamente impossibile. Si uscirebbe addirittura meglio con queste persone se si fosse in grado di dire che si nega il Cristo. Allora direbbero: Bene, questi sono dunque coloro che negano il Cristo. Non appartengono a noi. Rimaniamo nella nostra comunità, che si fa insegnare il Cristo da noi sul cammino dell’ebbrezza. — Non lo dicono, ma lo fanno. Ma quando vengono quelli che accanto a loro affermano il Cristo, che accanto a loro affermano anche di sapere qualcosa di positivo del Cristo, allora questi uomini vengono portati per vie proprie; allora questi uomini diventano coloro che il Cristo vogliono affermare in un’altra via che loro, e allora divengono nemici molto più forti, di quanto lo sarebbero se i nostri amici negassero il Cristo. Poiché rappresentare il Cristo lo considerano come loro privilegio, e proprio questo è l’errore, che gli altri rappresentano il Cristo in un’altra maniera.
Dunque farete arrabbiare certi teologi della nostra scienza dello spirito particolarmente mostrando loro: Sì, rappresentiamo il Cristo. Li fareste molto meno arrabbiare se poteste dir loro — che naturalmente non potete —: neghiamo il Cristo. — È proprio questo che gli stizza, che in un’altra connessione si è indicato il Cristo. Da piena, buona volontà i nostri amici facilmente diranno: Bene, ma che cosa volete dunque? Noi stiamo completamente sul terreno del Cristianesimo. — Questo è il peggio che potete fare, il dirlo a queste persone, poiché è quello che gli va più contro le loro volontà.
Così siamo di nuovo arrivati duramente a quelcosa dove ci si presenta in un modo molto particolare, per così dire, libertà e necessità. La cosa principale è: voglio sempre e ancora far comprendere che non si prendano questi concetti leggermente. Libertà e necessità appartengono ai concetti più essenziali umani, e si deve sempre essere chiari che si deve mettere insieme molte cose, per giungere a una comprensione un po’ giusta dei concetti di libertà e necessità. Dove porta se l’umanità contemporanea seguisse puramente la necessità naturale? Questo naturalmente porterebbe al fatto che sempre più e sempre di più si sognerebbe, e che infine gli uomini avrebbero solo quel grigio desolato su grigio, che veramente potrebbero sempre meno e sempre di meno volere, che veramente giungerebbero a una paralisi della volontà. Questa è la necessità. Deve naturalmente attraverso la libertà della scienza dello spirito si lavori contro, poiché siamo adesso al punto di partenza di quel tempo dove gli uomini quello che devono conseguire per la loro libertà devono conseguirlo dalla necessità interiore, da una necessità riconosciuta. Naturalmente possiamo tutti dire: non ci importa quello che deve divenire. Allora risulterebbe quello che è stato descritto. Che vada diversamente è una necessità, ma una necessità che non può essere afferrata se non attraverso la conoscenza. Una necessità libera, si potrebbe dire, una pura, vera necessità è questo.
Di nuovo qui i concetti di libertà e necessità si uniscono intimamente. Potrebbe talvolta sembrare come se io con la parola « sogno e ebbrezza » solo avessi giocato. Non ho davvero solo giocato. Si può in singoli casi dimostrare — e potrei portarvi molte, molte cose — come gli uomini oggi veramente come in una specie di sogno parlano della realtà esterna e della realtà soprattutto nell’insieme, non solo della realtà esterna. Per esempio, spesso viene fatto un certo rifiuto contro quello che si ha nel nostro campo dell’antroposofia, della scienza dello spirito di esporre. Un detto molto popolare è allora: Bene, come puoi provare questo? Cioè, gli uomini esigono che quello che viene portato sia provato con la realtà esterna attraverso un confronto. Presuppongono che un concetto vale solo se si può mostrare la realtà esterna per esso, e che la prova consisterebbe nel mostrare la realtà esterna. È un’idea così infinitamente evidente che ognuno si considererà un grande logico che dice: Bene, naturalmente dipende dal fatto che si può provare che un concetto si attacchi a una realtà esterna a una realtà esterna.
Si può molto facilmente richiamare l’attenzione al fatto che questo non è una grande logica, bensì una vera logica da sogno. Di solito rispondo quando queste cose vengono dette: Anche nel campo del mondo dei sensi esteriori non si può provare la realtà; poiché se uno non ha mai visto un balena nella vita, non si potrebbe mai dalla pura logica provare che esista una balena, vero? Mostrare la realtà è qualcosa di completamente diverso da quello che si potrebbe provare. Solo nella logica da sogno questo potrebbe valere. Posso dirlo ancora più chiaramente. Immaginate che io faccia un ritratto di un uomo che vive, e qualcuno fa il giudizio di realtà: questo ritratto è molto somigliante. E ora vorrà spiegarmi il perché. Allora dice: Bene, il ritratto è somigliante dalla ragione perché, quando metto il ritratto e l’uomo insieme, l’uno assomiglia all’altro. L’accordo con la realtà rende la somiglianza. — L’accordo con la realtà esterna rende la somiglianza? Perché dice: l’immagine è somigliante? Perché assomiglia alla realtà esterna. La realtà esterna è il vero. Ora pensiamo che l’uomo che è rappresentato muoia, e dopo trent’anni guardiamo il ritratto. È dopo trent’anni per questo, perché non assomiglia alla realtà esterna, non più somigliante? L’uomo non c’è più. È a lungo, ammettiamo, bruciato. Dipende dalla somiglianza se la realtà esterna è presente? Con il chiaro pensiero no. Per il pensiero da sogno si può dire che dipendesse dal mostrare la realtà esterna il provare qualcosa. Solo per il pensiero da sogno, per la logica da sogno è questo giusto. Poiché davvero, dal fatto che un uomo passa dall’esistenza alla non-esistenza, un’immagine che si è fatta di lui non passa dalla somiglianza alla dissomiglianza.
Vedete che molte cose diventano necessità quando si vuol mettere a posto la logica, specialmente quando oggi dappertutto in scritti logici si trova: la verità di un concetto consista nel fatto o si possa provare che si mostri la realtà esterna nel mondo fisico. Ma questa definizione della verità in sé è un nonsenso, e il nonsenso si mostra semplicemente dal fatto che, per esempio, uno può fare un tale confronto con il ritratto. Se oggi si aprono i cosiddetti scritti scientifici — non quelli che si occupano di pura scienza — allora descrivono solamente, e se si rimane nella descrizione, ebbene, che cosa importa se uno rimane nel mero sogno? Chi vuol solo descrivere il sogno della vita esterna e non ha pretese di formare una visione del mondo, quello può farlo. Ma chi costruisce una visione del mondo su questo, porta una visione da sogno. E questo lo potete vedere: dove oggi viene fatto il passaggio, lì trovate per lo più filosofia da sogno. È completamente grottesco come gli uomini non possono pensare, cioè non possono pensare così che stiano col loro pensiero in quello in cui dovrebbero stare. Così mi sono copiano dalla pagina 208 di questi insegnamenti di Prof. Ziehen una frase in cui egli vuol attirare particolarmente l’attenzione sul fatto che non si può arrivare alla volontà che sta a fondamento di un’azione. Dice così: « Il pensiero consiste in una serie di rappresentazioni e lo psichico » — cioè lo spirituale — « in un’azione è appunto una serie di rappresentazioni, che ha solo la particolarità che il suo ultimo anello è una rappresentazione di movimento. »
Dunque lì si ha l’orologio. La volontà è esclusa, no? L’orologio vedo. Questo è adesso rappresentazione. La volontà non è presente, l’orologio vedo. Questo orologio agisce in me in qualche modo dal fatto che mette la corteccia cerebrale in qualche movimento e dalla corteccia cerebrale va in qualche modo in una zona motoria, come la fisiologia dice. Dunque questo passa su questo. Questa è la rappresentazione di movimento. Ho una rappresentazione prima dell’orologio e all’azione della rappresentazione di movimento si connette, non attraverso una volontà, bensì solo attraverso la rappresentazione di movimento, la rappresentazione del movimento. Ho solo una serie di rappresentazioni, dice Ziehen. Il pensiero consiste in una serie di rappresentazioni, e lo psichico in un’azione è anche una serie di rappresentazioni. La volontà è indubbiamente esclusa. Non è dentro, bensì osservo prima l’orologio e osservo poi il movimento della mia mano. Con questo si esaurisce.
La logica che è dentro la potete trovare dal fatto che potete tradurre questa frase in un’altra. Potete cioè dire: il pensiero consiste in una serie di rappresentazioni. Così adesso sono ancora completamente qui. E lo psichico nel guardare una macchina è appunto una rappresentazione, che ha solo la particolarità che il suo ultimo anello è la rappresentazione di una macchina mossa. — Lì avete esattamente lo stesso. Avete solo escluso la forza motrice della macchina. Avete solo aggiunto la rappresentazione della macchina mossa a quello che avete prima pensato.
Così questa logica da sogno è costituita. Naturalmente, riguardo al mondo esteriore l’uomo che ha questa logica da sogno lascia ancora valere che là siano certi impulsi. All’interno non lo lascia più valere, perché vuol escludere la volontà. Così il libro intero è pervaso da una tale logica da sogno. Dovunque è pervaso da quello che si può caratterizzare: esclude la volontà. Allora esclude però anche l’Io, e questo è interessante. L’Io non è infatti nient’altro che una serie di rappresentazioni. Questo è ancora espressamente esposto in un posto particolare, come l’Io è solo una serie di rappresentazioni.
Interessante è quanto segue, che può accadere a uno. Scusate che vi racconti, per così dire, dai segreti più intimi della preparazione di un insegnamento come quello di oggi. Non è vero, dovevo tenere oggi l’insegnamento. Volevo non dirvi solo dal grande insieme quello che vi espongo, bensì volevo indicarvi il caso particolare. Per questo naturalmente questo libro doveva essere preso in mano e di nuovo studiato. Allora l’ho finito di studiare. Naturalmente non posso leggervi il libro intero, bensì devo ridurmi a singoli passi che porterò. Ora volevo mostrarvi come la contemporanea visione mondo natura-scientifica-da-sogno non può avere la volontà, come la volontà veramente non è presente. Questo vi l’ho mostrato in questo libro, dall’autore di questo libro. Poi volevo attirare particolarmente la vostra attenzione su quello che riguardante ha detto della volontà, cioè quello che ha detto contro la volontà. Ora guardo dietro nel libro: « Volontà », aha, pagina 205 e seguenti. Ora si prende questo, si va di nuovo indietro e si vede cosa dice l’autore lì della volontà. Vi ho raccontato oggi però anche che la volontà nell’Io è inizialmente solo percettibile per il mondo fisico, così che se parliamo dal vero Io dovremmo parlare propriamente dell’« Io volente ». Vi avrei dunque anche ancora da mostrare come colui che ha solo visione da sogno dalla scienza naturale da sé parla dell’Io. Che nega semplicemente la volontà, di questo vi ho letto un passo: rappresentazione di movimento — la volontà è esclusa. Ora volevo leggervi anche ancora rapidamente quello che dice dell’Io. Prendo di nuovo l’indice: I — « Io » non compare affatto! Naturalmente è completamente coerente. Abbiamo dunque naturalmente un libro sulla Psicologia Fisiologica, dunque un libro sulla psiche, ma l’Io non compare in esso! Non è designato nell’indice, e se l'attraversate, vedrete anche che sebbene la rappresentazione dell’Io compare, che naturalmente è una rappresentazione. Rappresentazioni le lascia valere, sono per lui solo l’altra parola per processi meccanici del cervello. Ma l’Io come tale non compare, è escluso.
È dunque già un ideale escludere l’Io. Ma se l’umanità si abbandona alla natura, l’Io per il sesto periodo post-atlantideo sarà completamente escluso in realtà; poiché se mancheranno gli impulsi di volontà che provengono dal centro del proprio essere, allora si parlerà poco di un Io. Gli uomini nel quinto periodo hanno dovuto elevarsi a un Io. Ma questo Io potrebbe loro andare perso di nuovo, se non lo cercano veramente attraverso uno sforzo interiore. Quanti purtroppo già oggi gli uomini incontrano che raccontano di sentire un’indebolimento del loro Io, di questo sa raccontare colui che sa qualcosa di queste cose nel mondo. Quanti uomini sanno oggi già poco di fare con se stessi, perché non sanno in modo concreto riempire il carattere della loro anima con contenuti spirituali. Questo è un capitolo davanti a cui stiamo come davanti a un capitolo di indescrivibile sofferenza interiore dell’anima, che vive per esempio nel nostro presente più di quanto si crede comunemente. Poiché il numero di quelli uomini diventa sempre più grande e sempre più grande che stanno perplessi davanti al mondo perché non trovano nel loro interno impulsi per portare questo Io attraverso il mondo delle apparenze.
Questo è connesso di nuovo con quello che ho già spesso esposto anche qui: che finora era necessario che gli uomini venissero alla rappresentazione del loro Io, e siamo nel tempo dove gli uomini vengono alla giusta rappresentazione dell’Io. Sapete che il Latino come lingua del quarto periodo ha colto l’Ego solo eccezionalmente. Non si parlava allora dell’Io, bensì lo si aveva ancora nel verbo. Quanto più l’evoluzione del mondo, anche nelle lingue, si avvicinava al quinto periodo post-atlantideo, tanto più l’Io veniva separato. Attraverso l’impulso del Cristo questo Io deve essere trovato in maniera appropriata. E che all’interno dell’Europa Centrale questo Io si connetta il più puramente con l’impulso del Cristo, questo si esprime linguisticamente dal fatto che nel nostro « Io », attraverso una necessità spirituale interna dell’evoluzione progressiva, sono espressi gli Iniziali del Cristo: I-C-H, Gesù Cristo.
Questo può sembrare un sogno per colui che oggi vuol stare nel campo della scienza da sogno. Per colui che da questa visione mondo da sogno si è svegliato, questa è una grande, significativa verità. « Io » esprime la connessione dell’uomo con Gesù Cristo. Ma questo Io gli uomini devono mantenersi riempendolo coi contenuti della scienza dello spirito. Lo riempiranno solo in quel modo che possono rendere la libertà a necessità attraverso la scienza dello spirito. Davvero, come avrebbe potuto dirsi nei tempi precedenti che un ricordo dei precedenti vite terrene fosse il normale per gli uomini? Per le future vite terrene lo sarà.
Come gli uomini all’interno del quinto periodo post-atlantideo comprenderanno e vivificheranno il loro Io, sarà il normale che sempre più e sempre più nei futuri tempi gli uomini avranno un ricordo dei loro precedenti vite terrene. Si potrebbe dire altrettanto bene: la scienza dello spirito è la giusta preparazione a avere il ricordo dei precedenti vite terrene nel modo giusto. Quelli però che fuggono la scienza dello spirito, vivranno così con questo ricordo che non lo potranno far emergere nella loro anima. Interiormente gli mancherà qualcosa. Cioè, gli uomini si divideranno in due classi. Gli uni sapranno: se faccio emergere il più interno della mia anima, questo mi riconduce nelle precedenti vite terrene. Gli altri sentiranno un impulso interiore, che si esprime in una sete di nostalgia. E non vorrà emergere qualcosa, per l’intera incarnazione non vorrà emergere qualcosa, rimane come un concetto che si cerca e non si può trovare. Questa sarà la mancante preparazione al ricordo dei precedenti vite terrene.
Si parla di qualcosa di reale quando si parla di queste cose, davvero di qualcosa di reale. Innanzitutto bisogna avere veramente compreso l’Io attraverso la scienza dello spirito, se ci si deve ricordare di esso nelle successive vite terrene. Si può ricordarsi di qualcosa che non ci si è mai rappresentato? Bisogna meravigliarsi che gli uomini adesso non si ricordino ancora dell’Io, poiché nei periodi precedenti non se l’erano ancora rappresentato? Tutto si comprende con una vera logica. Ma naturalmente il monismo cosiddetto da sogno della nostra epoca continuerà a resistere a quello che deve procedere dalla vera logica della scienza dello spirito.
In memoria di Frater Stefano Ravaglia
anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.
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