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G.A. 330

Nuova strutturazione dell'organismo sociale


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1°Conferenza per i firmatari dell'appello «Al popolo tedesco e al mondo della cultura»

Stoccarda, 22 Aprile 1919

Secondo il programma dell’odierna assemblea, sarà mio compito particolare questa sera esprimere qualcosa riguardo all’Appello «Al popolo tedesco e al mondo della cultura», che avete nelle vostre mani. Mi consentirete che oggi, poiché devo parlare a un’assemblea che sostanzialmente conosce i contenuti dell’appello, io parli in modo più aforistico. Relativamente alla struttura generale, avrò l’opportunità di parlare delle concezioni sociali che stanno alla base dell’appello e del mio libro sulla questione sociale, che apparirà tra qualche giorno, il prossimo lunedì. Ciò che oggi, mosse da impulsi di partecipazione all’umanità, può condurre a un appello come quello che vi è stato presentato, non sono certamente idee di programma, a cui ci si accosta da questo o quell’interesse: no, sono i fatti che parlano chiaramente e distintamente, i quali si sono sviluppati dalla terribile catastrofe mondiale che abbiamo attraversato negli ultimi anni. Se si rivolge uno sguardo attento a questi fatti con anima consapevole, allora si avrà soprattutto un’impressione ben determinata. Vorrei caratterizzare questa impressione nel modo seguente.

Abbiamo sentito spesso dire: negli anni di terrore che abbiamo vissuto in questa catastrofe mondiale che si è abbattuta sull’umanità, è accaduto qualcosa che non ha precedenti nel corso dello sviluppo della storia umana, così come si suole considerarla. In larghi ambienti si ebbe la sensazione che in tutto l’ampio lasso di tempo che si chiama storia niente di simile era mai avvenuto. Non dovrebbe allora accadere anche l’altro, che finora però, a quanto mi sembra, non si è completamente realizzato — il sentimento che ora sono necessarie anche cose nuove, radicalmente nuove, cose che si dovranno estrarre dagli impulsi dell’umanità, che spezzino radicalmente non solo le vecchie istituzioni, ma che spezzino soprattutto le vecchie abitudini di pensiero? Non dovremmo dire, guardando ai fatti che parlano così forte: su ampie regioni del mondo civile si diffondono ombre che in realtà sono state lasciate dall’era precedente all’uomo d’oggi in modo caotico. Potremmo dire che dal caos, da questo disordine, già si sono sviluppate idee e pensieri uguali ai fatti di cui parliamo? Non ci sembra forse, quando osserviamo questi fatti con sguardo sobrio, che dobbiamo dire: esistono vecchie opinioni politiche, vecchie concezioni sociali, certi pensieri su come le cose dovrebbero essere tra gli uomini, ma tutto ciò non basta per condurre in alcun modo a una riorganizzazione di ciò che è rimasto dal passato più immediato nel nostro presente?

Questo pone compiti grandi e comprensivi al nostro presente. Forse li affrontiamo nel modo migliore se agiamo con totale apertura e onestà — poiché apertura e onestà saranno le sole cose che potranno portarci verso il futuro — se ci chiediamo apertamente e onestamente: come mai siamo giunti in queste condizioni? Se devo indicare il fenomeno più significativo del presente e domandare: da dove effettivamente si sono originate le attuali circostanze?, non posso far risalire il fatto che esse si siano sviluppate solamente dagli errori di una o dell’altra classe umana. Vorrei dire: ciò che effettivamente accade oggi emerge come da un abisso. Che cos’è questo abisso? È un abisso che si è aperto nel corso degli ultimi tre o quattro secoli tra le classi fino a ora dirigenti dell’umanità e coloro che emergono dall’essere condotti e oggi presentano le loro rivendicazioni. Non è da una parte o dall’altra che vengono in realtà i disordini, ma dal mezzo tra loro. Questa non è un’osservazione pedante: è qualcosa che credo possa trovare un fondamento profondo e che contemporaneamente getta luce su ciò che effettivamente deve accadere. Da una parte abbiamo i circoli fino a ora dirigenti dell’umanità, i quali — confessiamolo apertamente e onestamente — nel corso degli ultimi secoli e particolarmente dell’ultimo secolo si sono sviluppati in modo da manifestare poca disposizione a guardare verso il futuro, ad avere qualche presentimento di ciò che potrebbe giacere nel seno dell’ordine sociale in cui vivono.

Se si osserva ciò che è divenuto sotto l’influenza dei pensieri, dei sentimenti, degli orientamenti di volontà e delle azioni di questi circoli fino a ora dirigenti dell’umanità, allora ci si ricorda del grado di consapevolezza, del grado di penetrazione del pensiero che esisteva, diciamo, nella primavera dell’anno 1914. È necessario oggi sottolineare tali cose. Nella primavera del 1914 udimmo che in un’assemblea che avrebbe dovuto essere illuminata almeno su questioni politiche, in un’assemblea di quegli uomini ai quali era allora affidato il governo del popolo, il ministro degli esteri dell’epoca disse che poteva comunicare ai signori del Reichstag tedesco che il rilassamento generale dell’Europa stava facendo grandi progressi. Le relazioni dell’Impero tedesco con la Russia erano le più soddisfacenti immaginabili, poiché il governo di Pietroburgo non era affatto incline ad ascoltare le maldicenze della stampa; le relazioni amichevoli e pacifiche tra l’Impero tedesco e la Russia promettevano il meglio. Inoltre disse che erano stati intrapresi negoziati con l’Inghilterra, i quali, benché non fossero ancora conclusi,, promettevano che le migliori relazioni con l’Inghilterra avrebbero avuto luogo.

Ebbene, proprio se si vuole considerare onestamente e apertamente quale fosse la penetrazione di pensiero dei circoli dirigenti e di coloro scelti da questi circoli in quel momento decisivo, allora bisogna sottolineare tali cose. Quanto detto poteva dirsi nelle settimane che precedevano immediatamente quel terribile periodo nel quale entro l’Europa — calcolando in basso — dieci o dodici milioni di persone furono uccise e tre volte tanto furono ridotte a invalidi! Su queste cose bisogna riflettere, poiché oggi si tratta di abbandonare ciò che negli ultimi tempi è stato usualmente chiamato pratica della vita e di giungere a fiducia in ciò che la vera consapevolezza dei fatti è capace di fare. Se non ci decidiamo a guardare con coraggio e senza riserve a ciò a cui — confessiamolo — siamo stati condotti dalla mancanza di pensiero rispetto a ciò che il presente porta nel suo seno per il futuro, allora non possiamo progredire. Questo è ciò che oggi deve essere considerato. Non voglio certamente dirvi cose personali questa sera, ma forse potrò osservare introduttivamente qualcosa.

Nello stesso tempo in cui uomini autorevoli dicevano cose come quelle che ho appena menzionato, sul «rilassamento generale» e simili, dovetti, in una piccola assemblea a Vienna, raccogliere ciò che mi ero formato come visione attraverso decenni sulle possibilità future della vita europea, della vita civile moderna in generale. Dovetti dirlo allora davanti a una piccola società — un pubblico più grande probabilmente mi avrebbe riso in faccia, poiché coloro che allora dirigevano l’umanità erano disposti solo a considerare tali cose come fantasticherie. Quello che dovetti dire allora l’ho formulato nelle seguenti parole, ripetendo solamente ciò che nel corso degli ultimi decenni avevo già espresso in una forma o nell’altra:

Le tendenze di vita che dominano al presente diventeranno sempre più forti, finché alla fine non si distruggeranno da sole. Colui che comprende spiritualmente la vita sociale vede come ovunque si sviluppino spaventose manifestazioni di malattia sociale. Questa è la grande preoccupazione culturale che sorge per colui che comprende l’esistenza. Questo è ciò che è così angosciosamente oppressivo e che, anche se si potesse reprimere tutto l’entusiasmo altrimenti provato nel riconoscere i processi vitali attraverso i mezzi di una scienza conoscitrice dello spirito, dovrebbe indurre uno a proclamare il rimedio, per così dire a gridare il rimedio del mondo per ciò che sta così fortemente avanzando e continuerà a divenire sempre più forte. Ciò che in un campo, in una sfera deve essere così come la natura crea attraverso abbondanza e libera concorrenza — nel diffondere verità spirituali — diventa una formazione cancerosa quando entra nella cultura sociale nel modo descritto.

Mi sembra che con queste spiegazioni sia colto più precisamente ciò che seguì la primavera del 1914, quando queste parole furono pronunciate, di quanto non lo siano state dalle parole di coloro che allora si consideravano «uomini pratici», che credevano di attingere dalla realtà, mentre invece attingevano solo dalle loro illusioni politiche e vitali.

Se devo brevemente caratterizzare ciò che ha portato a tali cose, ebbene, è proprio la mancanza di qualsiasi previsione, la mancanza di volontà di previsione in ciò che giace nel seno del presente come germi di sviluppo del futuro. Non accusato — solo caratterizzato deve essere!

Se si osserva ciò che nel corso dei secoli è gradualmente emerso negli strati dirigenti che infine si sono trasformati nella cosiddetta società borghese, si deve dire: certamente molto straordinariamente nobile è stato cercato, molto che non può essere designato altrimenti che come: sono stati compiuti giganteschi progressi nella cultura umana generale fino al presente. Ma cosa hanno reso necessari proprio questi progressi? Hanno reso necessario che ci si fosse invischiati in una terribile contraddizione esistenziale. Era semplicemente necessario che, quando nei tempi moderni da una parte sorse la tecnica moderna con il suo necessario contorno del capitalismo moderno, e dall’altra la visione del mondo moderna che procede parallelamente allo sviluppo capitalistico e tecnico, fosse necessario un certo ampliamento dell’educazione. Devo dire qualcosa di molto paradossale, ma le verità di cui oggi abbiamo bisogno forse risuonano ancora alle abitudini di pensiero dell’epoca come un po’ paradossali. Tra coloro che si sono espressi in modo eminente, conosco in realtà un solo uomo che ha detto nel modo giusto come il mondo dovrebbe essere trattato se le cose dovevano procedere come è avvenuto in questi circoli dirigenti e guida per secoli; un uomo conosco che ha espresso ciò che, se fossero stati coerenti, questi circoli dirigenti avrebbero dovuto fare. E questo uomo, ebbene, è proprio il paradosso — è il capo del Santo Sinodo, come è chiamato in Russia, è il Procuratore supremo Pobjiedonostsev.

C’è uno scritto di quest’uomo che in modo straordinariamente incisivo e spirituale condanna radicalmente tutto il parlamentarismo dei tempi moderni, condanna radicalmente la democrazia, soprattutto però la stampa del mondo occidentale. Pobjiedonostsev ebbe abbastanza perspicacia per sapere che bisognava eliminare dal mondo queste cose — il parlamentarismo, la stampa, la democrazia — oppure si sarebbe giunti alla distruzione di ciò che i circoli dirigenti credevano fosse giusto per i tempi moderni. Naturalmente, solo un tale presidente del Santo Sinodo ebbe il coraggio di parlare in modo così radicale. Ciò che viveva nelle anime degli uomini che pensavano nel modo più progressista, nei circoli dirigenti, era una contraddizione interna. Era in fondo una contraddizione già contro l’invenzione della stampa. Era impossibile chiamare i circoli più ampi all’esercizio del giudizio proprio, al pensiero consapevole attraverso tutti gli ordinamenti moderni e al contempo continuare a gestire le cose come si era gestito. Ciò doveva necessariamente condurre a ciò a cui ha condotto: all’autodistruzione di questa cultura. Questo sta da un lato. Se negli ampi circoli si fosse tratta la conseguenza del Procuratore supremo Pobjiedonostsev, allora da tempo ci si sarebbe detto: qualcosa di diverso, qualcosa di radicalmente diverso è necessario di ciò che abbiamo sviluppato negli ultimi secoli. Questo è da dire da un lato.

Senza accusa dico questo, solo a caratterizzazione. Dalle dissertazioni del Procuratore supremo si poteva vedere, anche se ovviamente per i tempi moderni costituivano un’assurdità, che era necessario un rivolgimento radicale. Poiché in realtà ci si sarebbe potuti mantenere solo se si fosse pensato come lui. Questo è il paradosso da dire inizialmente da un lato. Questo sta da un lato dell’abisso. Poi viene l’abisso, e dall’altro lato stanno i proletari emergenti, coloro che da altri ambiti di vita sono stati chiamati negli ultimi secoli alla macchina, nelle fabbriche, chiamati in modo tale che la loro vita è stata posta nel capitalismo moderno che disseccava l’anima. Dal loro animo si levarono quelle rivendicazioni che oggi veramente non sono meramente questioni di pane; lo sono anche — ma l’importante oggi non è la questione del pane, poiché in fondo in Europa centrale è legittima per tutti gli uomini —, ma è, come vedremo subito, una questione economica, di diritto e spirituale universale. Ma vediamo ora, da un punto di vista che qui intendo assumere riguardo alla caratterizzazione di questo proprio lato, l’altro lato dell’abisso. Guardiamo a ciò che emerge nel mondo proletario. Veramente, è stato significativo sperimentare ciò che si è sviluppato. Mentre da un lato i circoli borghesi formavano lo strato superiore e sviluppavano una certa cultura che poteva svilupparsi solo sulla base del proletariato, mentre quindi lo strato superiore della borghesia sviluppava la sua propria cultura, si poteva vedere come già da decenni il poco tempo che al proletario rimaneva accanto al suo lavoro era per lui riempito dalla ricerca di una concezione sociale del mondo e della vita.

Questa è emersa da fondamenti completamente diversi rispetto alla cultura borghese. Quello che questo significa lo si sa solo quando si è imparato a pensare non solo al proletariato, ma insieme al proletariato attraverso i destini della vita. È questo che oggi conta per giudicare questo lato. E che cosa vediamo su questo lato? Ebbene, esistono già oggi regioni del mondo precedentemente civile dove il proletariato è chiamato a fare ordine dal caos. L’abbiamo visto svilupparsi, veramente attraverso tutta l’acutezza che corrisponde all’intelletto non consunto del proletariato, in cui credo — l’abbiamo visto, l’idea dotata di forza urtatrice immensa della concezione sociale del mondo del proletariato. L’abbiamo vista svilupparsi fino allo scoppio della catastrofe mondiale. Sappiamo come all’interno del proletariato si siano sviluppate concezioni universali su ciò che dovrebbe accadere. Ora molti di coloro che si sono formati queste idee a loro modo, che credono di essere giunti a una visione del mondo proletaria, stanno ora in modo tale che potrebbero attuare questa visione del mondo, ora sono state consegnate loro certe istituzioni su vaste regioni dell’Europa. Vediamo che essi possono farlo? Vediamo che anche da questo lato i pensieri sono troppo corti per questi fatti.

Vediamo da un lato una visione del mondo come se spingesse verso il declino, e dall’altro una certa corrente umana e mondiale che non ha potuto trovare nel momento decisivo gli impulsi, gli impulsi sociali che potrebbero condurre a una riorganizzazione. Tra i due sta l’abisso, e da questo abisso emerge ciò che già oggi ci si contrappone e che certamente si contrapporrà sempre più fortemente all’umanità, sia borghese che proletaria, se essa non troverà l’inclinazione a comprendere ciò che il presente e il prossimo futuro richiedono dalle necessità di vita dello sviluppo umano. Su queste necessità di vita si può riflettere quando si osserva il movimento proletario così come emerge, quando si vede come gradualmente si è formato.

Si può dire che in tre ambiti di vita si sviluppa ciò che vive nell’anima proletaria, e si sviluppa anche come una rivendicazione che deve essere soddisfatta inevitabilmente nel presente e nel prossimo futuro. In tre ambiti di vita. Coloro che hanno familiarità con la visione e la concezione della vita proletaria degli ultimi decenni, che dalle persone consapevoli di questo movimento è sempre stata sintetizzata nelle parole: così non può continuare come è diventato —, questi trovarono soprattutto come profondamente si sia radicato negli animi proletari dei tempi moderni un’idea che proveniva da quel leader proletario il cui nome vive ormai da settanta anni nel proletariato europeo e americano e che nonostante tutti i suoi successori non è ancora stato superato, e che proviene da Karl Marx. Si deve solo sapere come in moderni animi, che, logori dal lavoro, volevano illuminarsi nelle loro assemblee serali su ciò che dovrebbe accadere, sia penetrato tutto ciò che è collegato alla parola plusvalore. Questo toccò i sentimenti più profondi del proletariato. Ma non solo toccò i sentimenti più profondi del proletariato, no, toccò contemporaneamente le rivendicazioni più intense dello sviluppo umano dei tempi moderni. Ma solo bisogna, se si vuole realmente comprendere tali cose, guardare più profondamente di quanto si guardi a ciò che le persone si dicono con la loro ragione, con la loro coscienza cerebrale. Nelle profondità dell’anima umana riposa spesso ancora qualcosa di completamente diverso da ciò che le persone sanno di dirsi consapevolmente e chiaramente. Qualcosa di infinitamente significativo fu agitato nell’anima proletaria quando si parlava di plusvalore. Infinitamente molto fu agitato da ciò di cui il proletario non si fa rappresentazioni chiaramente consapevoli, ma che vive in lui e che ora si manifesta con forza elementare, e che deve essere compreso se vogliamo trovare un’uscita dai disordini. — Se la dottrina del «plusvalore» nel senso di Karl Marx può reggere davanti al giudizio della scienza economica moderna, non è questo il punto per ciò che è inteso. Anche se questa idea si basasse su un errore, il suo effetto sociale, il suo effetto di agitazione sociale sulla classe operaia dovrebbe comunque essere considerato come un fenomeno storico.

Cosa viveva allora effettivamente nelle profondità più remote dell’anima proletaria quando si parlava di plusvalore? Ebbene, i circoli dirigenti, essi parlavano dello sviluppo dell’umanità, si sentivano in questo sviluppo dell’umanità. Sì, quando volevano esprimere cosa stesse effettivamente a fondamento di questo sviluppo dell’umanità, allora secondo il loro bisogno dicevano governo divino del mondo, ordine mondiale morale, idee storiche o simili. Il proletario, che con l’alba dei tempi moderni, nell’aurora di questa era moderna aveva ereditato questa visione borghese del mondo come patrimonio, gli furono offerti certi concetti che si erano sviluppati nel corso del tempo. Ma non poteva vedere nulla, quando guardava ai circoli dirigenti, della manifestazione di ciò di cui questi circoli dirigenti parlavano come di governo divino del mondo, ordine mondiale morale e idee storiche. Perché non poteva vedere nulla? Ebbene, era stato messo — e questo è divenuto vero solo negli ultimi tempi, e certamente non grazie ai meriti dei circoli dirigenti — non era stato messo in ordine mondiale morale o governo divino, ma nel giogo dell’ordine economica moderna. E guardava a ciò che si sviluppava come vita spirituale presso le classi dirigenti. Che cosa provava? Provava l’unica relazione che in verità aveva — poiché non poteva averne un’altra — con questa concezione culturale, con questo bene culturale dei circoli dirigenti. Che relazione aveva? Produceva, in ciò che costava questo bene culturale, produceva per altri plusvalore, è questo solo che capiva.

E ciò che gli volevano dare di questo bene culturale così nei vari intrattenimenti popolari, spettacoli teatrali popolari, nei corsi popolari, nelle esibizioni artistiche popolari di altro tipo, era tuttavia solo qualcosa con cui non poteva acquistare una relazione interna. Poiché questo lo si può acquisire solo quando si sta vivamente in connessione sociale nella corrispondente vita spirituale. Ma l’abisso tra le due classi si era aperto, e in fondo era una falsità se il proletario sentisse qualcosa in ciò che gli era stato gettato come frammenti di bene culturale. E così emergeva — lo designerò solo brevemente oggi, ne parlerò di più lunedì —, emergeva ciò che colpì profondamente il cuore di colui che comprende la cultura, se, come colui che osa parlarvi oggi, ha partecipato alla vita e alla lotta proletaria. Emergeva che all’interno del proletariato si radicò la concezione che disseccava l’anima, che tutta la vita spirituale, l’arte, la religione, la morale, il diritto, tutta la scienza in fondo non sono nient’altro che il riflesso della vita economica. Tra i proletari consapevoli si poteva sempre udire una parola per designare tutta la vita spirituale, la parola ideologia. Ciò che il proletario provava, guardando all’arte, alla scienza dei tempi moderni, alla religione, alla morale e al diritto, era per lui nient’altro che qualcosa che come fumo sale dall’unico reale, dalla vita economica materiale — ideologia. E sorse la concezione, quella concezione che colpì così profondamente il cuore, quella concezione che considerava tutta la vita spirituale, l’intero contenuto dello spirito umano come ideologia. Si può teoricamente, e i moderni proletari lo fecero, soprattutto i loro leader —, si può avere questa concezione: tutta la vita spirituale è in fondo solo originaria da pensieri umani non reali che sorgono dalle condizioni della vita economica — si può questa concezione anche provare rigorosamente scientificamente. Oh, quante cose non si possono provare rigorosamente scientificamente! Abbiamo imparato molto questo nei tempi moderni. Naturalmente, questa concezione si può provare così rigorosamente come è possibile anche scientificamente, ma una cosa non si può con questa concezione: non si può con essa vivere. E questo è il grande destino tragico dei tempi moderni, che il proletariato ha riposto un’ultima grande fiducia nella classe borghese, assumendo ciò che è divenuto nella vita spirituale all’interno dell’ordine sociale borghese nei tempi moderni. Ciò che era divenuto, fu assunto dal proletariato, e fu sentito come una rete vuota di pensieri, come fumo, potremmo dire, che sorge dalle condizioni economiche. Si può vivere di vita spirituale solo se la si vive in modo tale che si sia profondamente sostenuti da essa nella propria anima più profonda. Altrimenti l’anima si dissecca, altrimenti l’anima diventa vuota.

E nessuno comprende i danni spaventosi della cultura moderna, colui che non può sottolineare questo elemento inconscio, colui che non ha consapevolezza di questo elemento inconscio, colui che non sa che proprio sotto questa concezione della vita apparentemente così facile da provare, dell’ideologia della vita spirituale, l’anima doveva disseccarsi e da questo disseccamento l’anima giunse a disperare di qualcos’altro nella vita che al massimo un miglioramento delle condizioni materiali esterne. Questo sta alla base di ciò che si deve designare come le vere rivendicazioni spirituali del proletariato moderno. Questo è ciò che non può essere designato diversamente che dire: l’ordine sociale borghese dei tempi moderni ha consegnato al proletariato un contenuto di anima, un contenuto spirituale che non può nobilitare l’anima e lo spirito dell’uomo, e ora questo ordine sociale borghese incontra ciò che è divenuto da queste anime disseccate, da queste anime svuotate. Queste anime dovettero essere chiamate, con la democrazia necessariamente da diffondere, a partecipare alla formazione. Non si potevano escludere e naturalmente non si volevano escludere. Ma si chiamarono a un sentimento della vita spirituale moderna le cui conseguenze non si era tratte essi stessi, perché non c’era bisogno che le traessero. Si viveva, se si era affiliati alla classe borghese, ancora negli impulsi che provenivano dalle vecchie concezioni religiose, dalle vecchie concezioni morali o estetiche che provenivano da tempi antichi. Il proletario fu messo di fronte alla macchina, fu rinchiuso nella fabbrica, nel capitalismo. Da questo non sorse nulla per lui, che potesse rispondere alla grande domanda: quale valore ho effettivamente come uomo nel mondo? Poteva solo volgersi a ciò che era l’orientamento scientifico nei tempi moderni. La vita spirituale divenne per lui ideologia, qualcosa di disseccante per l’anima. Da ciò sorsero le sue rivendicazioni che ancora oggi rimangono indeterminate. Solo la comprensione di questo fatto può condurre a un cammino salutare verso il futuro. Le cose giaciono molto più seriamente e in un campo completamente diverso da quanto oggi si crede usualmente.

Il proletario da parte sua ha gradualmente visto bene come nei tempi moderni emergesse ciò che era vita spirituale — non basterebbe tempo oggi per condurre il pensiero completamente alla fine — dall’ordine economico dei circoli borghesi. Come la gente era stata collocata, come era la loro esistenza e le loro condizioni economiche, così era la loro vita spirituale. Posso, proprio quando racconto queste cose, forse sottolineare un’esperienza personale, poiché considero questa esperienza personale straordinariamente caratteristica. Per molti anni fui insegnante in quella scuola popolare fondata da Wilhelm Liebknecht presso la quale insegnavo i vari rami della conoscenza umana. Fui anche insegnante di esercitazioni oratorie. Nel contatto con gli studenti, che oggi stanno nella vita politica, che qui e là giocano anche un ruolo, potei vedere molto di ciò che è divenuto grande intorno al cambio tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo. Mi sforzo allora, anche quando tenevo lezioni di storia, di fare una cosa: mi sforzai di rendere chiaro ai miei studenti, che lo comprendevano, cosa aveva fatto della vita spirituale un’ideologia, e questo è esattamente la vita economica degli ultimi quattro secoli. E poiché il proletario e il teorico proletario sostanzialmente si limitano alle osservazioni della vita negli ultimi quattro secoli, arriva a considerare tutta la vita spirituale come ideologia. Ma divenne così solo negli ultimi quattro secoli. Sotto questo errore vive la visione del mondo proletaria, che prende un fatto degli ultimi quattro secoli per un fatto dello sviluppo umano intero. Ho sempre di nuovo detto: per gli ultimi quattro secoli è corretto, ma ora stiamo proprio di fronte a una richiesta dei tempi, di mettere al posto dell’ideologia di nuovo una vera vita spirituale che sostenga l’anima umana. Non nel constatare che la vita spirituale è ideologia risiede il salutare, ma nella volontà di creare di nuovo una vita spirituale che non sia ideologia. Poiché questa ideologia è l’eredità proprio dell’ordine sociale borghese. Fui spinto fuori dalla scuola allora dai leader dei partiti, benché gli studenti stessi fossero dalla mia parte e mi comprendessero. Non si poteva facilmente acquisire la comprensione per quelle idee che tuttavia devono essere le idee portanti di una riorganizzazione sociale, se prima si guarda alla questione sociale come a una questione spirituale.

La seconda cosa che vediamo come ambito di vita dal quale si è sviluppato ciò che emerge nelle rivendicazioni proletarie sta nel campo del diritto, in quel campo che, come dice l’appello, dovrebbe essere il vero campo dello stato. Cos’è effettivamente il diritto? Sì, mi sono veramente sforzato nel corso di decenni di penetrare le varie concezioni della gente proprio sulle idee del diritto. Devo confessare che, se si affronta in modo adeguato alla vita, adeguato alla realtà, quindi non teoricamente, ciò che si intende per diritto, alla fine ci si dice: il diritto è qualcosa che come un originario, come un elementare sgorga da ogni sano petto umano. Così come la capacità di vedere il blu o il rosso come colore sgorga dall’occhio sano, e così come non si può insegnare mai a qualcuno che ha un occhio malato o cieco la rappresentazione del colore blu o rosso, così non si può insegnare a nessuno ciò che su qualche campo concreto è diritto, se in lui non vive la consapevolezza del diritto, che è qualcosa di elementare, qualcosa di originario, come il vedere i colori o l’udire i suoni è qualcosa di elementare. Questa consapevolezza del diritto scaturisce, direi, da un’angolo completamente diverso della vita dell’anima rispetto a tutto ciò che altrimenti nella vita spirituale si crea nello sviluppo dell’umanità. Ciò che altrimenti nella vita spirituale si crea si basa tutto su doti. La consapevolezza del diritto in fondo non ha nulla a che fare con la dote. È qualcosa che si sviluppa elementarmente dalla natura umana, ma solo nel contatto con gli uomini, così come si impara il linguaggio solo nel contatto con gli uomini. Questa consapevolezza del diritto, che sia forte e distinta, che emerga oscuramente dall’anima umana, è qualcosa che l’anima umana vuole sviluppare in sé. Quando il proletario attraverso le moderne condizioni educative, attraverso la democrazia, partecipò alla vita generale spirituale e legale, alla vita dello stato di diritto, allora in lui sorse anche la domanda sul diritto. Ma quello che trovò, quando cercò il diritto — sì, che cosa trovò? Guardate dentro la sua anima, troverete la risposta a questa domanda. Trovò, giudicando il punto di diritto dal suo punto di vista, non diritti, ma privilegi, determinati dalle differenze di classe dell’umanità. Trovò che ciò che si era consolidato come diritti positivi era effettivamente sorto solo dai privilegi della classe privilegiata, come la violazione del diritto presso le classi senza proprietà. Trovò nel campo del diritto la lotta di classe invece dell’esercizio del diritto. Questo lo riempì della consapevolezza che poteva avanzare solo se era un proletario consapevole di classe, se cercava il suo diritto da questa classe. Questo lo conduce al secondo elemento della sua visione del mondo: superare le differenze di classe affinché sul terreno nel quale nel corso dello sviluppo storico si sono sviluppate queste differenze di classe, possa nascere la struttura della vita dello stato di diritto.

Il terzo ambito dal quale sgorgano quelle rivendicazioni che sono le rivendicazioni proletarie e contemporaneamente le rivendicazioni necessarie del presente è l’ambito economico. Questo ambito economico, come si è formato così chiaramente attraverso l’ordine mondiale capitalista e la tecnica moderna, come ha colpito il proletario? Come questa ordine economica, questo ciclo economico ha colpito il proletario? Ebbene, l’ha colpito in modo tale che si vedeva completamente invischiato in questo ciclo economico. Gli altri, essi avevano la vita spirituale che il proletario considerava come ideologia, la cui partecipazione per lui era in realtà una menzogna, poiché non stava nella connessione sociale da cui era sorta. I circoli borghesi avevano i loro particolari privilegi e beni culturali, e avevano una vita economica che procedeva accanto. Per loro la vita era tripartita, anche se la riunivano nello stato unitario. Ma lui, il proletario, sentiva la sua intera personalità invischiata in questa vita economica. Perché? Si riceve di nuovo una risposta quando si guarda ai sentimenti — sempre, quando si vuole comprendere queste cose, si deve guardare alla vita reale — che si svilupparono nel moderno animo proletario negli ultimi sei o sette decenni sempre più intensamente. Così come al proletario divenne chiaro che dalla vita spirituale non ricavava nulla, che non aveva altre relazioni con essa se non quella di dover produrre il plusvalore per essa, così dal nuovo ordine economico ricavò naturalmente il sentimento che in questo ordine economico c’era qualcosa che non doveva esserci, se lui come proletario voleva ricevere una risposta degna dell’uomo proprio a questa domanda: quale valore ha la vita umana nella connessione del mondo umano?

Sostanzialmente nel ciclo della vita economica circola effettivamente solo ciò che può essere designato come merce o prestazione umana. Produzione di merci, circolazione di merci, consumo di merci — questo è in fondo la vita economica. Per i circoli dirigenti e guide era così, per il proletario però era diverso. Invischiato in questo ciclo economico era la sua forza lavoro. Così come si compravano merci sul mercato delle merci, così si comprava la forza lavoro umana al proletario. Come la merce aveva il suo prezzo, così la forza lavoro umana aveva il suo prezzo nella forma del salario sul mercato del lavoro. Questo è di nuovo qualcosa che toccava i sentimenti inconsci dell’anima proletaria, di nuovo qualcosa che non doveva necessariamente giungere alla piena consapevolezza, ma che proprio in modo elementare si viveva nei grandi e significativi fatti evidenti del presente. Toccò il più profondo dell’anima proletaria quando Karl Marx lasciò risuonare le parole della «merce forza lavoro». In fondo il proletario, guardando indietro nello sviluppo storico dell’umanità, stava in questo mentre comprendeva queste parole della merce forza lavoro nel suo senso. Nell’antichità la cultura economica aveva bisogno di schiavi. L’intero uomo era venduto come una merce o come un animale. Dopo venne in un’ordine economica diverso la servitù della gleba. Meno già veniva venduto dell’uomo, ma comunque ancora molto. Ora sorse il periodo moderno, che affinché potesse svilupparsi capitalisticamente dovette chiamare alla certa educazione scolastica la larga massa del proletariato, dovette coltivare in un certo modo la democrazia. E non fu compreso al momento giusto, quello di vedere, come seme per il futuro nel seno del presente riposa, quello di osservare come era necessario, estrarre dal ciclo economico l’acquisto e la vendita della forza lavoro umana. Come una continuazione dell’antico schiavismo sentiva il moderno proletario il fatto che doveva vendere la sua forza lavoro sul mercato del lavoro secondo offerta e domanda, come si comprano e vendono merci. Così si sentiva invischiato nel processo economico, non sentiva se stesso come superante questo, come le altre strati della popolazione. Si sentiva completamente messo dentro. Poiché se si deve vendere la propria forza lavoro, allora si vende l’intero uomo, perché si deve portare l’intero uomo nel luogo dove si vende la forza lavoro. Il momento era venuto quando si sarebbe dovuto comprendere che la forza lavoro umana doveva essere incorporata nell’organismo sociale in modo tale che non fosse merce, quando il vecchio rapporto salariale non doveva più sussistere. Questo fu trascurato. Questa è la tragedia della visione della vita borghese, che ovunque fu mancato il momento giusto — che nel corso dello sviluppo capitalista e democratico moderno fu mancato ciò che era necessario. Questo è ciò che alla fine, non da basso dal proletariato, ma dalla mancanza di comprensione del momento, dal seno della borghesia, ha provocato il caos attuale in fondo. «Mia colpa, mia grande colpa» —, dovrebbero dirsi spesso i circoli dirigenti, allora fluirebbe da questo sentimento il chiaro sentimento di ciò che effettivamente deve accadere. Con ciò è caratterizzato ciò che ha condotto a questo presente, ciò che ora dal fondo emerge come una triplice rivendicazione, come una rivendicazione spirituale, una rivendicazione di diritto, una rivendicazione economica. E non si deve continuare a costruire sull’errore che dall’ordine economico possa venire qualsiasi salvezza. Poiché è proprio il danno che il moderno proletario sia stato completamente asservito all’ordine economico. Fuori deve uscire dall’ordine economico!

Potevo solo dare uno schema di ciò che si è sviluppato storicamente. Chi segue queste cose come si sono sviluppate nel corso dei tempi moderni con uno sguardo consapevole, chi ha la buona volontà e l’onestà e la sincerità interna di guardare alla realtà al di là di tutti i giudizi economici nazionali, storici e altri del presente, quello giunge, proprio da ciò che così si è sviluppato nel tempo, unicamente e soltanto attraverso l’osservazione delle condizioni soprattutto degli ultimi tre o quattro decenni, alla necessità di questa tripartizione di cui parla l’appello.

Il proletario ha visto riguardo alla vita spirituale solo che questa dipendeva dalla vita economica. Ha formato da ciò la rappresentazione che tutta la vita spirituale dovesse dipendere dalla vita economica. Non poteva osservare che questa vita spirituale attraverso la sua debolezza interna, attraverso il fatto che non aveva più la forza trainante delle vecchie visioni del mondo, si era condannata da sola a essere un appendice della vita economica. Così giunse alla sua concezione dell’ideologia. Il proletario aveva prestato meno attenzione a qualcos’altro, ma che per questa ragione è rimasto invisibile anche da parte dei borghesi, come la vita spirituale era anche giunta a dipendenza dalla vita dello stato. Voglio persino considerare come storicamente giustificata questa dipendenza nei tempi moderni come qualcosa di necessario. Ma è anche necessario considerare il momento giusto in cui questa vita spirituale deve essere emancipata, non solo dalla vita economica, ma anche dalla vita dello stato. Nel corso degli ultimi quattro secoli la vita spirituale del mondo civile è divenuta sempre più dipendente dalla vita dello stato. Lo si è considerato perfino come un progresso dei tempi moderni. Certamente, era necessario per strappare la vita spirituale dalle catene della chiesa; ora però non è più necessario. Lo si considerò progresso porre completamente la vita spirituale sotto le ali della vita dello stato. Come si poteva deridere il Medioevo, che noi certamente non vogliamo richiamare di nuovo, come poteva avvenire che allora la filosofia, cioè per il Medioevo la scienza in generale, portasse il strascico alla teologia. Ebbene, così non è per lo più accaduto che la scienza moderna porti lo strascico alla teologia. Ma la scienza è giunta a qualcos’altro, la vita spirituale è giunta a: la dipendenza di questa vita spirituale dai bisogni della vita dello stato, che fu ordinata gradualmente — e la catastrofe della guerra mondiale ce l’ha mostrato particolarmente — completamente secondo i bisogni della moderna vita economica, che non erano bisogni generalmente umani. Proprio la catastrofe della guerra ha reso ciò consapevole in Germania attraverso certi fenomeni, direi sintomaticamente. Certamente, potrei questo sintomo moltiplicarlo cento volte, sì millemila volte, ma mi capirete quando sottolineo ciò che è sorto da una certa erudizione proprio durante il tempo della guerra, che sì ha portato tutto all’estremo. La cosa era però sempre stata lì. Un naturalista molto significativo dei tempi recenti, dinanzi al quale naturalmente ho il massimo rispetto come naturalista, ha pronunciato una parola che è completamente caratteristica per la dipendenza della scienza dallo stato moderno, ha pronunciato una parola come segretario generale dell’Accademia delle scienze di Berlino, con la quale ha chiamato questa Accademia delle scienze la «guardia protettiva scientifica degli Hohenzollern». Ebbene, non bisogna dappertutto andare così lontano. Riguardo la matematica e la chimica il fatto corrispondente è molto nascosto, ma tuttavia presente. Ma salite verso quei campi che toccano una grande questione di vita della visione del mondo, sul campo della storia, lì nei tempi moderni la vita spirituale è veramente divenuta nient’altro che la potenza protettiva scientifica dello stato moderno. Ma la vita spirituale non si coltiva nella sua essenza interna dando leggi sulla libertà di insegnamento, sulla scienza libera e l’insegnamento libero. Le leggi non hanno alcuna influenza sulla vita spirituale, poiché la vita spirituale riposa sulle doti elementari umane. E colui che conosce la vita spirituale ufficiale moderna sa, se anche suona paradossale — e io non lo dico volentieri poiché ho dovuto lottare contro una certa resistenza per giungere a questa convinzione — che questa moderna vita spirituale ufficiale ha gradualmente sviluppato un odio per le doti e una certa preferenza per la produzione della mediocrità nella natura umana. Ma tutta la vita spirituale deve riposare sulle doti umane originarie.

Colui che guarda dentro la connessione tra le doti umane e individuali e l’ordine della società umana, sa che la vita spirituale in realtà può provarsi solo quando è forzata, da sua propria essenza, a provare questa realtà, quando è messa su se stessa dalle scuole più basse fino alle università, da ciò che oggi è sentito proprio come un appendice dello stato fino alla libera formazione dell’artistico e così via. La socialdemocrazia finora ha avuto occasione solo, da sentimenti che qui non devono essere valutati, di sollevare la rivendicazione: la religione deve essere cosa privata. In un modo simile tutto la vita spirituale nei confronti dell’ordine dello stato e dell’economia deve divenire cosa privata, se vuol continuamente provare la sua propria realtà. Questa realtà può essere provata solo se questa vita spirituale è messa su se stessa. Questa vita spirituale, quando è messa su se stessa, non farà più l’abuso che ha fatto, quando si è annidata per esempio nell’ordine legale dello stato. Si dovrà vedere l’enormità che risiede nel fatto che nel parlamento dello stato, come era il Reichstag tedesco, un partito basato solo su fondamenti spirituali — si possa pensarla come si vuole sul contenuto — come il Centro, si è introdotto dove solo i diritti umani avrebbero dovuto essere formulati e simili. Nel momento in cui un tale partito entra nella vita dello stato, questa vita dello stato diventa certamente offuscata da un lato, dal lato spirituale. Poiché nella vita dello stato può prosperare solo ciò in cui gli uomini sono uguali, così come fino a un certo grado sono uguali nella lingua. All’interno della vita dello stato può prosperare solo ciò che non si basa su una dote umana particolare, ma ciò che da uomo a uomo è deciso dalla consapevolezza originaria del diritto. Ne scaturisce sia dalla comprensione della vita spirituale sia dalla comprensione delle condizioni che nei tempi moderni si sono originate dall’intreccio della vita spirituale con lo stato, la rivendicazione di separare completamente la vita spirituale come organizzazione propria e metterla su se stessa. Non bisogna temere, come particolarmente da lati socialisti verrà temuto, che per esempio la scuola unitaria che viene rivendicata da questo lato sia messa in pericolo dal fatto che già la scuola più bassa sia messa sulla propria base della vita spirituale, in un’amministrazione spirituale indipendente. Le condizioni della vita sociale saranno tali in futuro che non potranno sorgere scuole speciali per i ceti e le classi. Proprio quando l’insegnante più basso non è un funzionario dello stato, ma è dipendente solo da un’amministrazione spirituale, da ciò non potrà che sorgere la scuola unitaria. Poiché come sono sorti i ceti? Proprio dal fatto che è stato intrecciato la vita spirituale con la vita dello stato.

D’altro canto la vita economica deve essere staccata dalla vita dello stato. Nel presentare una tale rivendicazione si sta proprio profondamente ancorati nella vita pratica. Poiché fondamentalmente si può dire che la vita economica, mentre si è sviluppata nei tempi moderni, ha qualcosa di così autocraticamente coercitivo che ha calpestato le vecchie concezioni di stato e altre invecchiate. Di questo oggi la gente ancora non si fa molti concetti, perché proprio non guardano a ciò che sono le rivendicazioni necessarie dei tempi moderni. Mi lasci presentare un esempio concreto, un esempio che però potrebbe essere centuplicato, e che mostra come la vita economica nel moderno sviluppo dell’uomo si sia emancipata dalle altre aree, dalla vita spirituale e dalla vita legale. Voglio sottolineare la necessaria acquisizione di ferro grezzo all’inizio dei sessanta anni del diciannovesimo secolo. Allora occorrevano per l’industria tedesca del ferro circa 799.000 tonnellate di ferro grezzo, che venivano estratte da poco più di 20.000 operai. Nel tempo relativamente breve fino alla fine degli ottanta anni occorrevano per l’industria tedesca del ferro rispetto alle precedenti 799.000 tonnellate di ferro grezzo già 4.500.000 tonnellate di ferro grezzo. Queste 4.500.000 tonnellate di ferro grezzo erano estratte approssimativamente — c’è solo una differenza assai minima — dallo stesso numero, da circa 20.000 operai. Che cosa significa? Significa che indipendentemente da tutto ciò che altrimenti è avvenuto nello sviluppo dell’umanità, indipendentemente da ciò che si è svolto nello sviluppo umano, con 20.000 persone attraverso soli miglioramenti tecnici, attraverso sviluppi tecnici verso la fine degli ottanta anni sono state estrattte approssimativamente cinque volte più ferro che negli anni sessanta. Significa che ciò che appartiene alla tecnica economica si è reso indipendente, si è sollevato dal resto dello sviluppo dell’umanità. Ma non si era attenti a questo, non lo si era visto — e questo esempio potrebbe essere centuplicato —, come la vita economica si emancipava. In nessun luogo quello che gli uomini avevano fatto nel campo economico stesso seguì il progresso che era avvenuto all’interno della vita economica attraverso la tecnica. — Non si fraintenda il significato di quanto detto. Questo significato è che la tecnica sì è progredita, ma non c’era neppure un’idea di far accompagnare il progresso tecnico da un corrispondente progresso sociale. — Colui che sa osservare i fatti sa che questa moderna vita economica si è emancipata, e che se si rivendica questa emancipazione dalla vita dello stato, non si rivendica nient’altro che gli uomini ammettano e facciano quegli ordinamenti come si sono auto-sviluppati. Così seguono ancora da molti esempi, che non io o altri abbiamo inventato, ma che vivono nei fatti stessi, la necessità dell’emancipazione della vita economica. Questo è ciò che i fatti richiedono. Quali saranno però le conseguenze?

Ebbene, una rivendicazione fondamentale, una rivendicazione fondamentale della vita moderna può essere soddisfatta solo attraverso la separazione della vita economica dalla vita dello stato. In senso opposto a come pensano molti pensatori socialisti dei tempi moderni, qui lo sviluppo deve procedere. Mentre molti pensatori socialisti pensano che la vita economica deve svilupparsi come in una grande cooperativa, che deve comprendere anche la vita spirituale e la vita dello stato, deve proprio la vita economica separarsi e solo scorrere nel ciclo produzione-circolazione-consumo di merci. È questo soltanto che può condurre al soddisfacimento delle rivendicazioni di vita necessarie del presente.

Veda, la vita economica su un lato confina con le condizioni naturali. Le condizioni naturali possiamo dominarle solo fino a un certo grado. Se una regione è fertile, se il terreno contiene materie prime per l’industria, se ci sono anni fertili o infertili — questi sono condizioni naturali; queste stanno a fondamento della vita economica. Questa si costruisce come su una base da un lato. D’altro lato deve in futuro costruirsi su qualcosa d’altro, che altrettanto poco può essere regolato all’interno della vita economica come la forza naturale nel terreno. Non si possono fare ordinanze sulle forze naturali. D’altro lato la vita economica deve confinar con la vita legale dello stato. Così come la vita economica da un lato confina con le condizioni naturali, così deve confinar da’altro lato con la vita legale dello stato. Appartengono anche le condizioni di possesso, appartengono le condizioni di lavoro, il diritto del lavoro. Oggi la cosa sta così, che il lavoratore ancora malgrado il contratto di lavoro è invischiato nel ciclo della vita economica con la sua forza lavoro. Questa forza lavoro deve uscire dal ciclo della vita economica, malgrado la paura di Walther Rathenau. E cioè deve uscire in modo tale che sul terreno legale dello stato, che è completamente indipendente dalla vita economica, misura, tempo, tipo del lavoro sia ordinato da pure condizioni democratiche di diritto. L’operaio determinerà allora, prima che entri nella vita economica, dalla democrazia dello stato la misura, il tempo e il tipo del suo lavoro. Come questa misura, questo tipo, questo carattere della forza lavoro è determinato, questo starà a fondamento della vita economica da un lato, come le condizioni naturali gli stanno a fondamento dall’altro lato. Nulla sarà capace nella vita economica di estendere il carattere fondamentale di questa vita economica alla forza lavoro umana. Il carattere fondamentale della vita economica è produrre merce per consumare merce. Questo è il solo sano della vita economica. E la vita economica ha proprio l’essenza interna che ciò che è invischiato nel suo ciclo deve essere consumato fino alla fine. Se la forza lavoro umana è invischiata nel processo economico, allora è consumata. La forza lavoro umana non può però essere completamente consumata, non può quindi essere merce. Deve essere determinata sul terreno della vita legale dello stato indipendente dalla vita economica, come dal basso nel terreno attraverso le forze naturali indipendenti dal ciclo economico una base per questa vita economica è creata. Prima che l’operaio incominci a lavorare, ha dalla vita legale determinato il tipo, la misura e il tempo del suo lavoro.

Conosco tutte le obiezioni che si possono fare a quanto detto. Una cosa soprattutto si potrà obiettare. Come conseguenza necessaria di questa concezione risulta effettivamente, si potrebbe dire, che ciò che si chiama benessere nazionale viene in dipendenza da ciò che è diritto del lavoro. Sì, questo accadrà anche, ma sarà una dipendenza sana. Sarà una tale dipendenza che non chiede produzione e produzione e di nuovo produzione, ma chiede: come si mantiene sano di corpo e anima l’uomo che deve intervenire nel processo economico nonostante il processo economico? Come gli è assicurato, accanto all’uso della forza lavoro, l’esistenza del riposo dal lavoro affinché possa partecipare alla vita spirituale generale, che deve divenire una vita spirituale generale umana, non una vita spirituale di classe? Per questo ha bisogno del riposo dal lavoro. E solo allora, quando sorge una consapevolezza sociale tale che il riposo dal lavoro soddisfa anche i bisogni puramente umani del proletariato, quando si comprende che questo riposo dal lavoro appartiene al lavoro, alla vita sociale come la forza lavoro, allora usciamo dai disordini e dal caos del presente. È già necessario che coloro per cui ciò che è indicato è un morso in una mela amara, tuttavia lo facciano. Altrimenti sentiranno in un modo completamente diverso ciò che significano le rivendicazioni moderne, che non sorgono solo dalle anime umane o dalle teste umane, ma da’necessità storiche dello sviluppo dell’umanità stessa. Allora, quando questa rivendicazione riguardante il diritto del lavoro è soddisfatta, allora ogni formazione dei prezzi sarà in modo sano dipendente dal diritto del lavoro e non al contrario, come è oggi malgrado molta legislazione sulla protezione del lavoro, il salario, cioè il prezzo della forza lavoro umana, dipenderebbe dalle altre condizioni del ciclo economico. L’uomo diventerà determinante per ciò che può esistere nella vita economica. Certamente, da una certa prospettiva si dovrà essere ragionevoli come nei confronti della natura, alla quale si viene incontro solo in modo limitato attraverso ordinamenti tecnici, nella determinazione del diritto del lavoro e delle condizioni di possesso. Ma complessivamente la vita economica deve essere invischiata tra la vita legale e le condizioni naturali. Questa vita economica stessa, deve essere costruita sulle pure forze economiche, su associazioni che in parte si formeranno dai professionisti, ma soprattutto dall’armonia tra consumo e produzione.

Non posso entrare oggi per mancanza di tempo sulle cause delle grandi crisi economiche, in particolar modo su come esse infine hanno condotto nella grande catastrofe, ferrovia per Baghdad e simili, ma è tuttavia necessario considerare — e si può mostrare concretamente — come queste cose effettivamente devono essere pensate.

Veda, una vita economica sana può originarsi solo quando le condizioni di consumo sono considerate come il fattore decisivo, non le condizioni di produzione. Ora posso forse menzionare qualcosa che è stato tentato una volta come esperimento, che ha fallito solo perché all’interno di tutta la vecchia ordine economica un tale esperimento singolo deve necessariamente fallire. Può riuscire solo quando in modo radicale l’ordine economico è emancipato dall’altra vita. In una società che molti di voi probabilmente non amano molto, poiché è stata molto calunniata, tentammo, prima che la catastrofe della guerra avanzasse, in un piccolo campo, nel campo della produzione di pane, di realizzare qualcosa di ciò che deve essere sviluppato, naturalmente immensuratamente sviluppato, come ordine economico del futuro. Eravamo una società che poteva mettere a disposizione consumatori di pane. I consumatori c’erano prima, e si trattava che si producesse secondo il bisogno del consumo. Per varie ragioni la cosa ha fallito, particolarmente però durante la catastrofe della guerra dove tali cose non erano possibili. Ma prendete un altro esempio, che forse vi sembrerà strano, perché per molti — gli idealisti del materialismo sono persone strane — contrariamente all’«idealismo» dei tempi odierni intreccia la vita spirituale con la vita economica. Nella stessa società, che, come detto, molti di voi non ameranno, tentai sempre di porre su una base sana dal punto di vista economico l’elemento economico della produzione spirituale. Si consideri soltanto su quale base non sana, economicamente parlando, sta oggi in molti casi la produzione spirituale. È sotto questo aspetto veramente esemplare per ciò che non dovrebbe regnare sui campi più ampi della nostra vita economica. Questo o quello — ebbene, chi oggi non è scrittore? — scrive un libro o libri. Un tale libro viene stampato in un’edizione di mille copie. Ora ci sono oggi veramente parecchi libri che vengono stampati in tale edizione, ma di questi ne vengono venduti circa cinquanta, gli altri vengono distrutti. Che cosa è effettivamente avvenuto quando 950 libri vengono distrutti? Lì hanno lavorato tanti compositori, tanti rilegatori in modo improduttivo, è stato fatto lavoro per cui non c’era il minimo bisogno. Questo accade nel campo spirituale riguardante la vita economica, riguardante il materiale. Credetti che il sano fosse questo: che naturalmente prima devono essere creati i bisogni. E all’interno di questa società, che molti di voi giustamente o ingiustamente non amano, è divenuta necessaria la fondazione di una tale libreria dove un libro esce solo quando si è certi che trova acquirenti, dove si producono solo tanti esemplari quanti c’è bisogno, affinché il lavoro umano dei compositori e dei rilegatori non sia dilapidato nel nulla, ma dove ciò che è creato sia adattato ai bisogni umani, che molti di voi giudicheranno giustamente o ingiustamente. E è questo che deve accadere, che la produzione deve essere adattata ai bisogni. Ma questo può accadere solo se su base di associazioni nella forma descritta la vita economica è costruita.

Dal diciottesimo secolo risuona nella moderna vita sociale il triplo motto: libertà, uguaglianza, fraternità. Chi non sente risuonare nel suo cuore umano queste tre parole in modo tale che sappia che con esse è detto qualcosa di grande? Ma ci sono stati nel corso del diciannovesimo secolo persone intelligenti che hanno provato che questi tre impulsi umani si contraddicono. E veramente si contraddicono. Tre cari impulsi umani si contraddicono. Perché mai? Perché sono emersi in un tempo in cui, per quanto riguarda questi impulsi, si sentivano gli impulsi umani giusti, ma si era ancora ipnotizzati dallo stato unitario. Non si poteva ancora comprendere che solo nella tripartizione in un organismo spirituale, un organismo economico, un organismo dello stato il bene del futuro può giacere. E così si credette di poter realizzare libertà, uguaglianza e fraternità in uno stato unitario. Allora si contraddicono. Gliediate l’organismo sociale sano nei suoi tre glandi naturali, allora avete la soluzione per ciò di cui l’anima dell’umanità riflette ormai da più di un secolo: libertà è l’impulso fondamentale della vita spirituale, dove sulla libertà delle doti umane individuali deve essere costruito. Uguaglianza è l’impulso fondamentale della vita dello stato e del diritto, dove tutto deve sorgere dalla consapevolezza dell’uguaglianza dei diritti umani. Fraternità è ciò che deve regnare nel grande stile nel campo della vita economica; dalle associazioni questa fraternità si svilupperà. Un significato acquistano improvvisamente queste tre parole, un significato inaspettato, quando si abbandona il pregiudizio dello stato unitario e ci si fa strada verso la convinzione della necessità della tripartizione.

Tutte queste cose posso naturalmente solo indicarle, e posso comprendere se oggi ancora molti dicono: queste cose per me appaiono incomprensibili. Mi sono ripetutamente sforzato di cercare nell’appello la ragione dell’effettivo non-comprendimento. E molti erano tra coloro che dicevano che lo trovano incomprensibile, tra cui non riesco veramente a comprendere come allora vogliano giustificare ciò che hanno compreso quando è stato loro ordinato di comprendere negli ultimi quattro anni e mezzo. Allora la gente ha compreso molte cose di cui veramente io non ho compreso. Ma con questo appello qualcosa penetra nell’anima umana che dovrebbe comprendere dalla sua più libera e più interna decisione. Per questo occorre certamente la forza interna dell’anima. Ma questa forza interna dell’anima sarà necessaria se vogliamo uscire dal caos e dai disordini di questi tempi. L’appello era inizialmente tentato nel mezzo del terribile tempo in cui stavamo, poiché era dapprima pensato — ora siamo entrati in un altro stadio — come base per una tale politica estera, dalla quale potevo supporre che con una certa vivificazione delle idee di questo appello, benché sembrino idee puramente politiche interne, sarebbe stata possibile la penetrazione nel tuono dei cannoni degli ultimi anni. Allora da’Europa centrale sarebbe fluito qualcosa di cui si sarebbe potuto credere che fosse risuonato nel mondo in modo tale che fosse stato all’altezza dei cosiddetti Quattordici Punti di Woodrow Wilson. A questi quattordici punti, che veramente sono formulati in modo completamente diverso rispetto all’interesse dell’Europa centrale, l’interesse dell’Europa centrale avrebbe dovuto essere contrapposto. Allora sarebbe stata una possibilità di parlare di intesa, mentre tutto il resto della chiacchiera sull’intesa era vuoto. È questo che è stato tentato dapprima dove avrebbe potuto avere effetto. Ma si predicava a orecchi sordi. Coloro che allora avevano ancora influenza, coloro che erano i successori di quelli che prima dell’assassinio di dieci o dodici milioni di persone avevano parlato del «progresso del rilassamento generale», a loro fu detto: avete la scelta, o accettate ora la ragione oppure aspettatevi qualcosa di rovinoso. Ciò che sta in questo appello, così parlai nel 1917 in un momento decisivo, non è l’invenzione di un uomo, è sorto da’attenta osservazione dedicata delle necessità di sviluppo dell’Europa centrale e orientale. Avete la scelta, oppure realizzate da ragione quello che vuole realizzarsi affinché questa umanità dell’Europa centrale abbia di nuovo un fine e possa parlarne come i popoli occidentali, o state di fronte alle più terribili catastrofi e rivoluzioni. Si ascoltavano tali cose allora, si comprendevano anche; ma non si aveva la volontà, o meglio, non si trovava il ponte dal comprendimento dell’intelletto fino allo sviluppo della volontà. Oggi i fatti parlano chiaramente del fatto che questi ponti dal comprendimento al volere devono essere trovati. Questo è ciò che deve essere detto all’umanità attraverso questo appello. L’appello deve essere compreso dalla più libera e più interna decisione. Deve essere compreso dall’impulso del pensiero volente.

Ciò che posso contribuire attraverso il libro che in questi giorni sta apparendo «I punti cardine della questione sociale nelle necessità di vita del presente e del futuro», questo lo farò. Ma l’umanità dovrà riconoscere che per la ricostruzione sono necessarie completamente nuove abitudini di pensiero, che è necessario qualcosa che non è stata pensata così né a sinistra né a destra. Non si devono prendere alla leggera le cose. L’umanità dovrà rassegnarsi a questo. E sì, si rassegna esteriormente costretta dai fatti, a comprendere che il tempo è passato in cui si poteva far credere all’umanità: felici, soddisfatti, socialmente capaci di vivere potete essere solo se trono e altare sono in ordine. Dall’oriente dell’Europa oggi risuona un altro canto: «trono e altare» devono essere sostituiti da «ufficio e fabbrica». Nel seno di ciò che emerge in ufficio e fabbrica giace qualcosa di completamente simile a ciò che è emerso sotto l’influenza di trono e altare. Se e solo se ci rassegniamo a non guardare né a sinistra né a destra, ma solo alle grandi necessità storiche di sviluppo, troveremo il cammino attraverso il quale arriviamo a ciò di cui abbiamo bisogno, cioè a nulla di sovrumano, né a trono e altare né a ufficio e fabbrica, ma all’uomo liberato. Poiché tripartendo l’organismo sociale, lo lasciate partecipare a tutti e tre gli arti. Sta nella vita economica, sta nello stato democratico, sta nella vita spirituale dentro o ha un rapporto determinato con essa. Non è frantumato, ma sarà l’anello di congiunzione dei tre campi. Non si tratta della ricostituzione delle vecchie differenze di stato, ma proprio del superamento delle vecchie differenze di stato, di un totale vivere del’uomo libero, attraverso il fatto che l’organismo sociale stesso in modo sano struttura la vita esterna dell’uomo. Questo è ciò di cui si tratta in futuro. Possiamo liberare l’uomo, possiamo metterlo su se stesso solo se lo poniamo nel mondo in modo tale che senza che la sua umanità sia frantumata, stia dentro in tutti e tre i campi.

Si può certamente vedere come queste cose oggi ancora in determinati casi siano difficili da comprendere. Recentemente tenni una conferenza in una città della Svizzera su queste cose. Allora si alzò un oratore della discussione che disse che la tripartizione non la comprendeva bene, poiché la giustizia allora si svilupperebbe solo sul terreno dello stato, ma dovrebbe permeare anche la vita spirituale, la vita economica, quindi la giustizia dovrebbe svilupparsi su tutti e tre i campi. Risposi con un paragone per chiarire la cosa. Dissi: supponiamo che una comunità familiare rurale consistesse nel signore, nella signora, nei bambini, nelle serve e nei servi e in tre mucche. Tutta la famiglia ha bisogno di latte per vivere, ma non è necessario che tutta la famiglia produca latte, se le tre mucche producono latte, avrà latte tutta la famiglia. — Allora la giustizia regnerà in tutti e tre i campi dell’organismo sociale quando sul terreno del diritto, sul terreno dello stato emancipato la giustizia è prodotta. Si tratta di ritornare dalle idee intelligenti ai semplici pensieri di realtà e idee di realtà. Sono della convinzione che questo appello non è compreso per la ragione che la gente non lo prende abbastanza semplicemente. Coloro che lo prendono semplicemente vedranno come da esso e dalle sue idee parla il desiderio che usciamo dal disordine del presente, dal caos del presente, dalle prove del presente gradualmente verso una vita in cui proprio attraverso la tripartizione dell’organismo sociale si può sviluppare l’uomo unitario sano, l’uomo sano nell’anima, nel corpo, nello spirito.

Parola conclusiva dopo la discussione

Qualcuno pone una domanda al Dr. Steiner su dove nel nostro governo tedesco attuale nella forma che il governo odierno possiede si mostra la migliore possibilità di trasferire nella realtà le idee espresse. Sarà presente la speranza che da un rovesciamento si possa aspettare di più per questi pensieri presentati questa sera, oppure si dovrà aspettare di più per lo sviluppo di queste idee se il governo socialdemocratico di maggioranza odierno rimane?

Dr. STEINER: Chi tenta di penetrare più profondamente in ciò che questo appello effettivamente significa, allora, come io credo, non troverà difficoltà di trovare la direzione in cui le questioni significative e piene di contenuto del rispettato oratore precedente sono poste. Vorrei affrontare con poche parole il fenomeno storico che l’onorevole signore ha toccato. — Veda, ho fatto questo nel discorso solo in due punti, ma credo che la vita pubblica odierna per colui che veramente tenta di penetrare in essa e che osa partecipare nella conversazione, che si fidarà che osa — questa vita pubblica in un certo modo deve aver gettato i suoi riflessi nella vita personale. — Ho menzionato cose personali solo in due punti, ma posso specialmente annodandomi a questa domanda dire: io stesso sono effettivamente emerso da circoli proletari, e so di ricordare ancora come da bambino ho guardato dalla finestra quando i primi socialdemocratici austriaci in grandi cappelli da democratico passavano per tenere il primo raduno austriaco nel vicino bosco libero. Erano per la maggior parte minatori. Da allora potrei effettivamente vivere tutto ciò che si è svolto all’interno del movimento socialista nel modo come l’ho caratterizzato nel discorso e come risulta quando uno è destinato dal fato non solo a pensare al proletariato, ma a pensare insieme al proletariato, dove tuttavia si può mantenere uno sguardo libero sulla vita e su tutti i singoli campi della vita. Forse ho testimoniato proprio ciò nel 1892 quando ho scritto la mia «Filosofia della libertà», che veramente ha preso posizione proprio per quella struttura della vita della società umana che oggi considero come necessaria proprio per lo sviluppo della dote umana. Ebbene, veda, negli anni ottanta del secolo scorso si poteva partecipare a molte discussioni e simili all’interno del movimento sociale, in cui si rifletteva ciò che emergeva come idee socialiste. Vorrei dire che un certo tono fondamentale era in tutto ciò.

Naturalmente sarebbe troppo andare oltre nel parlare di questo, poiché la storia del socialismo moderno è molto grande; sarebbe troppo voler divenire più dettagliati su questo capitolo, perciò ciò che dico dovrà soffrire il destino di doversi caratterizzare per così dire superficialmente. In tutto ciò che viveva nella visione del mondo proletaria-socialista così a proposito, c’era qualcosa che vorrei designare come critica della società. C’era qualcosa che con enorme acutezza, con l’acutezza dell’auto-esperienza umana poteva indicare l’intero processo della vita moderna dal corso dei quattro secoli. Si sperimentavano le impossibilità sociali del presente. Ma anche quando si discuteva di queste cose in piccoli circoli, i più consapevoli, i più attivi — presento come esempio il defunto Viktor Adler e E. Pernerstorfer — i più consapevoli smettevano con la discussione in un momento determinato, quando rappresentazioni dovevano essere sviluppate su ciò che dovrebbe accadere, quando quella conseguenza interna a cui si indicava, la conseguenza interna dell’ordine economico moderno, conduceva alla sua dissoluzione, ciò che si chiamava «l’espropriazione degli espropriatori». Che cosa dovrebbe allora accadere? Quando si considerasse la nullità di ciò che fu dato come risposta a questa domanda allora, ciò che dovrebbe accadere, si poteva già ricevere una certa preoccupazione culturale, poiché si poteva già guardare in un futuro che effettivamente è adesso. In quel futuro in cui coloro che così pensavano come pensava la gente allora, sono chiamati alla creazione positiva. Coloro che ora sono emersi da queste concezioni, a cui diedero tali preoccupazioni culturali — e non doveva esserne un borghese fanatico per ricevere queste preoccupazioni culturali nella discussione con socialdemocratici, questo poteva sorgere da onesto pensiero umano e volere — i successori di queste persone sono appunto i socialdemocratici di maggioranza odierni, e la preoccupazione culturale è oggi condotta davanti ai fatti. Questo è da un lato. D’altro lato tutti coloro che così hanno parlato hanno detto: lasciaci venire al potere, allora il resto si sistemerà da sé. — Se non si potesse credere che «il resto si sistemerebbe da sé», tuttavia si era più o meno profeti di ciò davanti a cui oggi si sta: davanti al disorientamento dei successori di queste persone di fronte ai fatti. Allora eri una persona fanatica se indicavi ciò che è ora avvenuto.

Veramente ammiro Karl Marx per la sua acutezza di pensiero, per il suo sguardo storico comprensivo, per il suo magnifico sentimento universale per gli impulsi proletari dei tempi moderni, per la sua potente intuizione critica nel processo di autodistruzione del capitalismo moderno e per le sue molte caratteristiche geniali. Ma colui che lo conosce sa che Karl Marx era in fondo il grande critico sociale, che tuttavia sempre viene a mancare dove si dovrebbe indicare ciò che effettivamente deve accadere. Già lì riposa l’origine di ciò che oggi vediamo come fatti, meglio detto, come incapacità di giungere a una costruzione positiva. Ora vediamo oggi non solo la conseguenza dei fatti, ma anche la conseguenza delle opinioni. Veda, quando recentemente in un’altra località, anche a Basilea, ma dinanzi a un pubblico diverso dal precedente, tenni una conferenza, allora rispose un oratore della discussione che era soprattutto necessario, se si volesse giungere al bene, che Lenin diventasse signore del mondo. Le altre questioni sociali fossero nazionali. Internazionale fosse, Lenin dovesse diventare signore del mondo. Ebbene, di fronte a una simile osservazione dovetti permettermi quanto segue: Come consideriamo il concetto della socializzazione, più o meno l’uno da intuizione, l’altro da preferenza o sotto il costrutto dei fatti — siamo almeno un poco coerenti in queste cose. Se si vuol socializzare, allora credo che il primo sia ciò che si socializza, le condizioni di dominio. Chi rivendica un signore del mondo, come può socializzare su molti campi, nel campo delle condizioni di dominio certamente non socializza. La socializzazione della signoria è ciò che innanzitutto è effettivamente una rivendicazione fondamentale. Così, vedete, si può oggi essere radicali ed estremamente conservatori, perfino spaventosamente reazionari. Così sono spesso coloro che sono emersi da ciò che ho caratterizzato.

Si deve oggi pensare paradossalmente in molte cose, poiché ciò che è vero si oppone così fortemente alle abitudini di pensiero che oggi la gente preferisce proporre contraddizioni anziché semplici verità. Ma abbiamo anche bisogno della conseguenza delle opinioni. Consideriamo una volta l’opinione di un pensatore così coerente — ci si può posizionare come si vuole rispetto a lui — come Lenin. Poiché coerente è, anche per quanto riguarda una certa azione è coerente. Se si considera la sua concezione, allora si deve dapprima dire che a suo giudizio è saldamente stabilito, più di tutti gli altri, soprattutto più dei socialdemocratici di maggioranza, su ciò che è il marxismo. E in uno dei suoi libri, è molto interessante, fa proprio dalla marxismo un’osservazione altamente interessante. È tanto più interessante, almeno formalmente, perché non è fatta da uno che nelle sue quattro mura scrive di partiti socialisti, o da uno che magari è un ministro o altrimenti è in carica pubblica, ma da un uomo onnipotente. Discute quell’insegnamento del marxismo in cui è indicato come il vecchio stato borghese deve trasformarsi nello stato proletario, ma come questo stato proletario ha solo il compito singolo di uccidersi gradualmente. Così fondazione di uno stato che fa leggi che infine l’uccidono. In questo stato c’era un ordine della società in cui tutti gli uomini sono uguali non solo riguardo alla legge, ma anche riguardo alle condizioni economiche e spirituali. Oh, i lavoratori spirituali non avranno più un centesimo di più dei lavoratori fisici. Ma contemporaneamente Lenin è completamente della convinzione che questo sia soltanto una transizione. Poiché deve, e ciò lo ricava anche dal marxismo, dopo che lo stato proletario sarà morto, quindi tutto ciò che mira oggi avrà ceduto il passo, allora verrà l’altro, il vero grande ideale, che si vivrà in una società in cui ogni uno avrà, non adesso l’uguale che l’altro, ma dove ogni uno avrà secondo la sua dote e i suoi bisogni. Ma — ora considerate questo grande ma —, ma, dice Lenin, questo stato non è raggiungibile con gli uomini attuali, allora deve venire una nuova razza di uomini. Vedete, questo è anche in un certo modo un pensiero giusto, solo in modo singolare un pensiero giusto. Allora avete da un lato il negativo e da’altro lato il negativo che ha condotto alla conseguenza dei fatti odierni, dove la gente sta dinanzi a compiti che non può dominare da vecchie teorie, da vecchi dogmi. Hanno la conseguenza delle opinioni. Deve essere realizzato qualcosa, ma per uomini che non sono ancora presenti.

Ebbene, molto rispettati presenti, di fronte a tutto ciò il nostro appello tenta qualcosa per gli uomini che sono presenti. E proprio per questo l’appello si distingue da tutto il resto, che è radicalmente diverso che fondamentalmente da tutto il resto che ora emerge su questo campo. Cosa emerge altrimenti? Programmi! Ebbene, i programmi oggi sono così a buon mercato come le more. Si fonda una società, un partito, si fa un programma, è molto facile. Ma non si tratta di questo. Questo appello non poggia su fondamenti teorici, su dogmatici, ma su un terreno di realtà, su un vero terreno pratico. Quindi non si rivolge ai programmi, ma alle persone.

Spesso e spesso si è detto, se l’uomo dalla nascita è messo solo in un’isola, non impara mai a parlare, parla solo nella società degli uomini. Così gli impulsi sociali non possono mai svilupparsi in singoli uomini, ma solo nella vita insieme ad altri uomini. Singolarmente si sviluppano in modo singolare nell’uomo singolo. Un’evidenza di questo. Conoscete oggi tra i bolscevichi Lenin, Trotsky e così via. Voglio nominarvi un altro bolscevico, a cui forse non avete ancora pensato, e presso il quale sarete molto sorpresi quando lo chiamo un bolscevico. Questo bolscevico è Johann Gottlieb Fichte! Nessuno può avere maggior rispetto per Johann Gottlieb Fichte di me, ma leggete il suo «Stato commerciale chiuso», leggete l’ordine della società che disegna in esso. Veramente è realizzato in Russia. Cosa c’è effettivamente alla base? Fichte era un grande filosofo, era un grande pensatore, si può dire, tutti i cammini spirituali che ha percorso, li si percorre giustamente, se ciò che è disponibile nell’interiore umano, ciò che sgorga dalla dote umana, viene portato a sviluppo. Ma i tempi moderni hanno appunto messo l’uomo sulla vetta della personalità individuale. Da un lato oggi dobbiamo sviluppare questa personalità, ma da essa sorge allo stesso modo un ordine sociale come dalla singola persona sorge il linguaggio quando si sviluppa solo. Idee sociali, impulsi sociali, istituzioni sociali possono svilupparsi solo nella società stessa. Perciò non dovrebbero essere stabiliti programmi sociali, ma solo trovati: come devono gli uomini essere organizzati socialmente, come devono vivere insieme affinché in questa vita insieme trovino i giusti impulsi sociali? Questo è ciò che è cercato in questo appello. Questo è ciò che conta: come gli uomini devono essere articolati nell’organismo sociale affinché nella connessione che risulta dalla corretta articolazione trovino gli impulsi sociali. Questo appello non crede nell’idea che è così frequente tra i pensatori sociali che si sia più intelligenti di tutti gli altri uomini. Questo non se l’immagina colui che ha scritto l’appello; ma crede di aver portato con questo appello a un punto focale della realtà. A uomini a cui ho spesso parlato in piccoli circoli, ho ripetutamente detto: potrei immaginarmi che di ciò che sta a fondamento dell’appello niente rimane in piedi, che tutto diviene diverso da come inizialmente era pensato, ma non si tratta di questo. Si tratta che si afferra la realtà nel modo inteso qui, allora gli uomini che afferrano la realtà in questo modo troveranno qualcosa che pure sarà conforme alla realtà. Non è questione di un programma, non di particolari, ma che gli uomini così cooperino che attraverso la cooperazione gli impulsi sociali siano trovati. Questo è ciò che deve stare a fondamento di un pensiero conforme alla realtà oggi: portare gli uomini nella giusta relazione. Se l’uomo dalla sua interiorità vuole sviluppare come Lenin, come Trotzki, come anche Fichte ha fatto, qualche programma socialista, allora non se ne ricava nulla, poiché il volere socialista può svilupparsi solo nella connessione sociale.

Perciò si deve cercare la giusta struttura, la giusta formazione dell’organismo sociale sano. Ciò che oggi vive come teoria socialista ricorda una vecchia superstizione che Goethe ha trattato nel «Faust», ricorda come nel Medioevo dalle pure idee razionali si voleva comporre certe sostanze del mondo, per generare un’omuncolo. Su questo si guarda oggi come su una superstizione medievale certamente con diritto all’indietro. Ma nello sviluppo umano sembra essere così che la superstizione da un campo fugge in un altro. Non si cercano più gli omuncolini nella storta, ma si tenta da vari ingredienti di pensiero di comporre un’immagine ideale dell’ordine sociale. Questo è omuncolo sociale, alchimia sociale. Sotto questa superstizione soffrisce oggi il mondo. Questa superstizione deve scomparire. Deve divenire chiaro che la realtà deve essere afferra, che deve essere indicato come gli uomini nello’organismo sociale devono stare. Perciò ho detto: infine non mi importa come si chiameranno coloro che parteciperanno alla ricostruzione qui o là. Non importa quali ex-classi e circoli sociali saranno coloro che parteciperanno a questa ricostruzione. Non importa se ciò che è necessario così o così lo chiameranno, se sia dittatura singola nel periodo di transizione, se sia già democrazia diffusa, tutto questo in fondo sono questioni secondarie. Ciò di cui si tratta è che il giusto sia pensato, che il giusto sia sentito, che il giusto sia voluto. Sempre di nuovo vorrei sottolineare, si possono avere vari bei pensieri sulle istituzioni sociali, oggi si deve dedicare in ogni luogo dove si può alla riorganizzazione dell’istituzione sociale, è proprio giusto. Ma colui che crede di guardare più profondamente nelle relazioni deve anche supporre che da queste relazioni per lui si riveli quanto segue.

Fate oggi ancora così buoni ordinamenti, lasciate però le abitudini di pensiero della gente come sono, allora tra dieci anni di questi ordinamenti non avrete nulla. Oggi non abbiamo bisogno soltanto di una mutazione degli ordinamenti. Per quanto paradossale suoni, di cui abbiamo bisogno oggi, sono altri capi sulle nostre spalle! Capi in cui ci siano nuove idee! Poiché le vecchie idee ci hanno portato nel caos. Questo deve essere compreso. Perciò si tratta oggi di diffondere il chiarimento sulle condizioni di vita dell’organismo sociale sano nei circoli più ampi. È importante oggi iniziare con la vita spirituale libera, iniziare così, allargare dappertutto le possibilità di portare gli uomini alla comprensione delle sane condizioni dell’organismo sociale. Abbiamo soprattutto bisogno di persone che non pratichino l’alchimia sociale, l’omunculismo sociale, ma persone che creino dalla realtà sociale. Perciò non credo che anche se al passato rovesciamento segue un altro rovesciamento e ancora un altro e ancora un altro, senza che si impari radicalmente di nuovo riguardo ai pensieri, che un rovesciamento porti qualcosa di salutare. Solo allora, quando diviene un ideale, entrare nell’organizzazione sana della vita spirituale, diffusione di idee sane, eccitazione di sentimenti sani, saranno presenti gli uomini — indipendentemente come si fanno valere, sia nella rategoverno o in qualcos’altro — che saranno capaci di portare la guarigione dell’organismo sociale. Lo considero il più importante. Il più importante è la rivoluzione del mondo dei pensieri, dei sentimenti e della volontà umani. Da questa base soltanto potrebbe poi svilupparsi ciò che il signore oratore chiede. Non credo che senza questi fondamenti il bene possa venire da qualcos’altro. Poiché considero seriamente la cosa, mi sono messo sul campo che ha trovato la sua espressione nell’appello. Solo se si trovano sempre più persone che hanno l’onesto volere e il coraggio di comprendere radicalmente per prima questa tripartizione e poi attuarla — è possibile attuarla da ogni punto in cui oggi nella vita pratica si sta — quando persone sufficienti con nuovi pensieri sostituiranno persone con vecchi, sterili pensieri, allora sarà in qualche modo ciò che deve accadere per il bene e la liberazione della gente.

Un oratore comunista dubita che la socializzazione nella forma del discorso possa essere attuata con gli uomini di oggi.

Dr. STEINER: Fondamentalmente non c’è molto da dire in relazione a ciò che il rispettato oratore ha detto, e cioè per la ragione che infine si è pronunciato a favore della tripartizione e in realtà soffre solo di un certo pessimismo, specialmente del pessimismo che gli uomini oggi siano immaturi per questa tripartizione e che prima devono passare attraverso un comunismo nel senso di Lenin e Trotzki. È stato detto come se questi fossero stati discussi in un modo che non è stato giusto. Io ho detto solo «ognuno può pensarla come vuole», questo è l’unico che ho detto sul contenuto. Ho solo caratterizzato la forma. Mi sembra che l’onorevole oratore non creda effettivamente che l’umanità potrebbe essere spiritualmente veramente portata a mettere altri capi sulle spalle. Ebbene, vedete, abbiamo tutti anche sperimentato che cinque mesi fa la gente ancora voleva la guerra mondiale e così via. Ma, molto rispettati presenti, io credo che contro tutto ciò che oggi può essere detto da persone, c’è proprio un grande insegnante: è il mondo dei fatti stesso. È questa terribile catastrofe mondiale stessa. Io non credo certamente che per tutti gli uomini sia passato abbastanza tempo da quando la catastrofe della guerra mondiale è entrata in una nuova fase, per imparare di nuovo. Ma al pessimismo del signore oratore, nella forma come l’ha, non posso per ragioni ben determinate acconsentire. Soprattutto non per i seguenti motivi. Vedete, se le cose fossero veramente così che non potremmo giungere alla tripartizione in nessun altro modo che attraverso il detour del comunismo — credetemi, io non soffro di alcuna piccolezza o debolezza di fronte a ciò che è necessario — allora si potrebbe anche acconsentire. Se fosse solo possibile ciò che l’oratore ha designato, attraverso il comunismo giungere alla tripartizione, immediatamente darei il mio parere che il cammino deve essere fatto. Ma non ho detto la cosa senza ponderazione, ma da decenni di esperienza di vita ciò riguardante trono e altare da un lato, ufficio e fabbrica dall’altro lato. Vedete, sono forse due volte e mezzo più vecchio dell’oratore. Ebbene, certamente si ha anche in questa età oggi, voglio solo sfiorare questo con qualche parola, l’opinione che abbastanza di ciò che deve essere fatto può essere fatto solo dalla gioventù. Ho l’opinione che si può essere alla fine del sesto decennio di vita e avere un’anima altrettanto giovane dell’oratore. Potrebbe essere egoistico. Ma ho ponderato molto bene ciò che dissi riguardante trono e altare da un lato, ufficio e fabbrica dall’altro lato.

Vedete, le cose stanno semplicemente così: se si crea qualche struttura sociale, non si crea qualcosa per l’eternità in stato stabile o neanche per lungo tempo, ma si crea qualcosa di diveniente, di crescente. E per colui che si è conquistata la necessaria esperienza di vita, le cose stanno così che sa bene, se uno è un bambino e cresce, arriverà a un’altra formazione quando diventa adulto. Così quando si entra nelle condizioni di vita dell’organismo sociale, si ha anche la rappresentazione determinata di come ciò diviene e cresce. Lì vedo da un lato qualcosa che è divenuto vecchio, proveniente da comunità più antiche: l’amministrazione privata economica dei tempi moderni, il capitalismo di oggi con la sua spaventosa nocività. Questo l’abbiamo sperimentato come decomposizione sotto trono e altare. Ora cominciamo di nuovo con il comunismo, solo un po’ diversamente formato — non sotto il motto «trono e altare», ma sotto il motto «ufficio e fabbrica».

Bene, cominciamo di nuovo. Dopo un certo tempo non si sarà alla tripartizione, ma a un’altra forma, a una forma terribilmente burocratizzata sotto il motto «ufficio e fabbrica», sotto ciò che è ora preparato nel comunismo. Allora non ci sarà ciò che l’oggi senza proprietà sperimenta dal proprietario. Allora ci sarà, che voi lo crediate o no, caccia ai posti, per raggiungere attraverso il procacciamento di certi posti ciò che oggi si procaccia attraverso il profitto capitalista. Allora ci sarà al posto dei danni di oggi uno spionaggio immenso, spionaggio. Tutto questo non considerano coloro che oggi da brevi pensieri vogliono istituire una precedente ordine della società per iniziare di nuovo, e poi credono che iniziando con ciò che già era stato provato, alla cui decrepitezza siamo giunti, arriviamo ad altri stati. Certamente, riguardante ciò che abbiamo sperimentato, come così tante persone credevano a ciò che era stato loro ordinato, mentre si avanzava così lentamente verso qualcosa come l’appello, si può certamente diventare pessimisti. Comprendo pienamente il pessimismo come apparenza dei tempi. E in un certo senso ho anche, parlando ormai da mesi di queste cose, provato qualcosa che appare come la tragedia dei tempi, che non si può venire in discussione così facilmente con personalità borghesi. Considero questo una manifestazione molto, molto significativa. È qualcosa che molto, molto incita al pessimismo. Là si sperimenta molto. Per esempio recentemente in una città meridionale ho sperimentato che in una rassegna di giornale da parte privata è stato detto, ebbene, quello avrebbe fatto osservazioni abbastanza buone nella prima parte del suo discorso sulla vita spirituale, ma avrebbe desiderato che fosse emerso un oratore che considerasse il capitalismo economico privato come sua questione e l’avesse difeso, perché lo si può difendere. Sarebbe stato triste che nessun tale oratore fosse emerso. Allora si vorrebbe credere che l’ordine capitalista fosse arrivato alla sua fine. — Un nodo di contraddizioni. In primo luogo, si deve ammettere che l’amministrazione capitalista privata, l’ordine economico capitalista privato dovrebbe essere difeso, deve dunque rappresentare qualcosa di sostenibile. Il secondo è però che lo scrittore stesso dubita di essa, poiché nessun oratore si è trovato per la difesa. Il terzo, se l’inviante era stato stesso presente, sì, perché allora non ha parlato lui stesso?

È così come se gli uomini si estinguessero da soli e si proverebbero così quanto fossero giunti alla nullità. Tutto questo posso anche comprendere, tuttavia per colui che non pensa pessimisticamente rimane solo il seguente: come arriviamo a trovare il più possibile di uomini che comprendono questa tripartizione, allora potremmo effettivamente realizzarla in un tempo molto breve. Non ho detto da nessuna parte che possa essere realizzata solo tra dieci anni. No, già oggi può essere realizzata da ogni punto in cui oggi nel progresso della vita pratica si sta. E perciò, affinché penetri nelle teste, perciò vogliamo prenderla tutti abbastanza profondamente e lavorare per essa. Ma affinché in generale si possa agire per il bene della gente, non si deve essere pessimisti, ma credere nel proprio lavoro. Bisogna avere il coraggio di veramente pensare che si è anche capaci di realizzare ciò che per giusto si tiene. Considero autodistruzione se qualcuno dice: abbiamo idee che si possono realizzare, ma non ci credo. Questa domanda non la considero una questione di realtà, ma solo la seguente: che cosa facciamo affinché un’idea conforme alla realtà si realizzi il più rapidamente possibile? Non pensiamo a come sono le teste oggi, ma a come devono divenire.

Abbiamo coraggio, e non dovremo aspettare una nuova razza di uomini, ma troveremo gli uomini che sì erano stati oppressi dalla violenza negli ultimi anni, e che in un altro modo porteranno le nuove teste sulle loro spalle di quanto molti uomini pensano. Quindi non essere pessimisti, ma lavorare e operare, allora vedremo se le idee penetreranno o se abbiamo motivo di essere pessimisti. Se fosse questo motivo presente, allora credo certamente che i dieci anni della transizione non condurrebbero alla tripartizione, ma a qualcos’altro. Abbiamo rovinato molto e rovineremo ancora di più, e prima che dieci anni siano passati, arriverebbe il tempo dove staremmo davanti alla possibilità di non poter rovinare più nulla, perché tutto è rovinato. Perciò è meglio lavorare piuttosto che cadere in sfiducia. ### Seconda conferenza

2°Esigenze proletarie e loro futura realizzazione pratica (operai Waldorf-Astoria)

Stoccarda (fabbrica Waldorf-Astoria), 23 Aprile 1919

Noi ci troviamo oggi in un’epoca estremamente significativa, che si annuncia attraverso fatti eloquenti già su gran parte dell’Europa, attraverso fatti che continueranno a diffondersi sempre più largamente. In questa epoca significativa è necessario, proprio in questi ambienti, riflettere seriamente, veramente seriamente sui compiti che abbiamo come uomini, come uomini che lavorano; sui diritti che dobbiamo avere; su ciò che la vita dovrebbe dare. Riflettere seriamente e soprattutto in una maniera ben determinata su questi temi — sarà necessario dire alcune parole introduttive.

Vedete, la maggior parte di voi si sarà formata, nel corso degli anni, delle opinioni su ciò che deve accadere per la cosiddetta soluzione della questione sociale, del movimento sociale. Molte di queste opinioni dovranno essere ripensate anche all’interno della classe lavoratrice. Su questi temi, ora che ci troviamo di fronte a cose ben diverse da quelle di poco tempo fa — dovremo pensarci diversamente già nel prossimo futuro e già da oggi. Come dobbiamo sforzarci di pensare su questo — proprio oggi vogliamo parlarne. Ma prima dobbiamo intenderci reciprocamente su un fatto fondamentale: che soprattutto oggi è essenziale che abbiamo fiducia l’uno nell’altro e che da questa fiducia possiamo creare qualcosa di reale. Questa fiducia è venuta a mancare sempre più nel periodo che è appena passato e che, per tutte le impossibilità che conteneva, ha dimostrato di condurre a quella terribile catastrofe attraverso la quale, in Europa, sono stati uccisi, in numero minimo, dieci-dodici milioni di uomini e tre volte altrettanti sono stati mutilati. Questo è stato dunque la conseguenza finale del modo in cui le classi finora dominanti dell’umanità hanno pensato e voluto socialmente in modo distorto. Da una classe ben diversa dell’umanità provengono oggi le rivendicazioni storiche pienamente legittime, provengono dal proletariato. Ma per questo il proletariato si trova oggi di fronte a compiti ben diversi da quelli che si trovava a fronteggiare poco tempo fa.

Voglio, per accennare a questi compiti, dire solo una cosa: che già fino a poco prima che si verificasse la catastrofe d’ottobre, la catastrofe di novembre in Germania, perfino i socialdemocratici leader hanno detto: sì, quando questa guerra sarà finita, allora il governo tedesco dovrà avere atteggiamento diverso verso il proletariato, dovrà avere rispetto verso il proletariato in tutti gli atti di governo, in tutte le legislazioni. Non potrà più trattare il proletariato come l’ha trattato prima. Vedete, questo è stato detto da socialdemocratici leader relativamente poco tempo fa. Ma che cosa significa? Significa che questi socialdemocratici leader poco prima della Rivoluzione di novembre contavano ancora che dopo la guerra il vecchio governo tedesco sarebbe rimasto al potere. Ora ci troviamo di fronte al fatto che, come altrove in Europa, anche nell’Europa centrale questi governi sono stati spazzati via. In tal modo si risolve da sé il fatto che essi possono tenere conto delle rivendicazioni sociali. Oggi dobbiamo parlare di queste cose in modo completamente diverso, partendo puramente dai fatti, come non si faceva nemmeno poco tempo fa, neppure da parte di acuti e riflessivi socialdemocratici. Perché oggi il proletario stesso si trova di fronte alla necessità di creare qualcosa di ragionevole dal caos, dalla confusione del presente. Perciò oggi è necessario che guardiamo a qualcosa di completamente diverso da quello che vedevamo poco tempo fa.

Vedete, se poco tempo fa qualcuno, come io faccio ora di fronte a voi, avesse parlato, si sarebbe badato a ciò che diceva dal punto di vista dei contenuti. Si sarebbe controllato se le cose dette concordassero con le vecchie idee sociali o con gli ideali del proletariato, e si sarebbe rifiutata la persona se non avesse detto esattamente la stessa cosa, almeno nelle questioni principali. Oggi le cose devono cambiare, altrimenti non usciremo da questo, ma cadremo sempre più profondamente nel caos, nella confusione. Oggi dobbiamo, direi, per risvegliare la fiducia reciproca, applicare qualcosa di completamente diverso. Dobbiamo esaminare attentamente le intenzioni, dobbiamo controllare se quello che sta alla base di ciò che viene detto è onestamente e sinceramente inteso. Oggi deve poter parlare praticamente ognuno che, comunque se la rappresenti quello che deve accadere, intende onestamente e sinceramente le rivendicazioni del mondo proletario. Il modo in cui soddisfiamo queste rivendicazioni oggi è solo la seconda questione. La prima questione è che colui che oggi vuol parlare di riforma o di ricostruzione deve intendere onestamente le rivendicazioni del proletariato mondiale; deve intendere onestamente nel senso che è convinto che le rivendicazioni come tali, quello che vuole il proletario, è legittimo. Perché solo quando si riconoscono queste rivendicazioni come legittime si può parlare su una certa base, allora si può parlare di come queste rivendicazioni possono essere realizzate e soddisfatte.

Ora vedete, troverete che sotto molti aspetti l’Appello, che probabilmente vi è già noto, si discosta dalle più vecchie rivendicazioni socialiste. Tuttavia ritengo che, precisamente quando si susciti comprensione per quello che questo Appello e il libro che appare in questi giorni «I punti fondamentali della questione sociale» intendono raggiungere, si realizzerà in modo più intenso e più corretto quello che il movimento proletario moderno da più di mezzo secolo in realtà vuole. Tale volontà era in certo senso una richiesta dello stesso tempo. Non poteva continuare così come l’avevano combinato le classi dirigenti. Ma dalla critica del comportamento delle classi dirigenti devono oggi scaturire idee su come fare, su cosa si deve effettivamente fare. Ora il proletariato ha in realtà preparato in modo eccellente proprio una tale organizzazione, come questo Appello la richiede. Perciò ritengo che, quando alcuni equivoci saranno dissipati, proprio all’interno del proletariato nascerà la più profonda comprensione per questo Appello che tiene seriamente conto delle circostanze dell’umanità moderna.

Vedete, ciò che ho sperimentato, se ho pensato non sul proletariato ma sempre col proletariato, come io, è che il proletariato per le circostanze dei tempi moderni è stato completamente e totalmente integrato nel ciclo della vita economica. Che meraviglia se il proletariato oggi grida a coloro che hanno raccolto i frutti di questo processo economico nella cosiddetta «cultura superiore»: vogliamo creare dal processo economico un ordine sociale completamente nuovo. Le classi dirigenti per secoli, specialmente nel diciannovesimo secolo, hanno integrato il lavoratore nella vita economica, l’hanno talmente occupato nella vita economica, hanno così interamente assorbito il suo tempo nella vita economica che il lavoratore fondamentalmente non poteva vedere nulla di diverso da questa vita economica. Ha visto come tutta la sua forza lavoro era richiesta da questa vita economica, come attraverso l’impiego della sua forza lavoro creava plusvalori, per mezzo dei quali la cosiddetta «classe superiore» soddisfaceva la sua cosiddetta «cultura superiore». Ha visto: dalla vita economica stava male — gli altri stavano bene, e infine si è detto: bene, tutto è vita economica, da essa deve quindi venire un ordinamento che in qualche modo rechi salvezza per il futuro. Naturalmente doveva sorgere questa concezione. Ma non si tratta di giudicare l’ordine sociale da quello in cui siamo appena cresciuti, ma di chiederci: cosa è necessario affinché l’organismo sociale sia veramente vitale? Vedete, riflettere su questo organismo sociale vitale, che permette a ogni uomo di porsi la domanda in modo dignitoso: chi sono io veramente come uomo? — questo era il compito che era stato posto per primo, prima che dalla vita consacrata da decenni di esperienza, quasi altrettanto antica quanto il movimento sociale moderno, in questo tempo difficile, in questo momento di prova per l’umanità, questo Appello fosse lanciato all’umanità. Esso non è scaturito da alcun pensiero fuggevole, come molti pensieri che oggi si avanzano e che propongono programmi sociali, ma è nato dal vivere insieme il movimento sociale, finché io stesso potevo viverlo. Da ciò si poteva già vedere che una ragione principale per cui siamo ancora così lontani dal risolvere le questioni sociali più urgenti è proprio che le classi dirigenti non sono state capaci di trovare, dai loro pensieri, qualcosa che potesse mettere in piedi sano l’organismo sociale. Questo naturalmente non si può trovare nemmeno da alcun pensiero borghese, ma solo quando si pensa né borghese né proletario, ma solo umano.

Voi potete dire, carissimi presenti, perché coloro che rappresentano questo Appello non si iscrivono a un partito socialista? Vorrei rispondere con un semplice riferimento: più sicuro di una tale iscrizione a un qualche partito, i cui programmi devono comunque tutti essere ricostituiti, deve esservi il fatto che colui che ha dapprima formulato questo Appello, in ogni caso non ha mai appartenuto e non avrebbe mai potuto appartenere a un partito borghese o a un’associazione borghese. Questo Appello comincia con una discussione della vita spirituale. Per questa vita spirituale viene richiesta una riforma completa, persino una riforma radicale. Non credo che oggi qualcuno possa giudicare senza ulteriori dubbi in modo sano e originario su questa riforma, se non pratica già da decenni la vita spirituale nel modo in cui in futuro deve essere semplicemente praticata in modo sano. Certo, quando si esprimono tali cose, allora si deve parlare in modo radicale e taluno può dire: le cose non sono intese così duramente. Io stesso non ho mai vissuto in dipendenza dallo Stato o da altre corporazioni nell’esercizio della vita spirituale. Ho tentato per tutta la vita di coltivare la vita spirituale solo da se stessa. Proprio questo è ciò che l’Appello intende realizzare come qualcosa di universalmente umano. Perché colui che deve così coltivare la vita spirituale, colui che non ha mai voluto dipendere dai suoi sforzi spirituali da alcuno Stato o da qualcos’altro nelle istituzioni borghesi ormai passate, sperimenta proprio riguardo alla vita spirituale molto di quello che gli dà comprensione per la vita proletaria del presente. Si sa quanto sia stato difficile liberarsi dai vincoli della vita spirituale, vincoli che hanno recato tanto male — più di quanto voi stessi oggi, nella vostra disposizione socialista, possiate credere — proprio nella diffusione della miseria e della sofferenza per la vita fisica e spirituale del proletariato.

Infatti sui campi materiali, nei campi esteriori economici, oggi gli uomini si dividono in due classi: nella classe dei borghesi, che si è fusa con l’aristocrazia, e nella classe dei proletari. Il proletario sa oggi, perché è divenuto consapevole di classe, cosa deve rivendicare. È proletario. Non aveva scelta. È stato gettato nel proletariato dal processo economico. L’operaio spirituale secondo il vecchio ordine economico e il vecchio ordine statale non aveva nemmeno la scelta, tra diventare imprenditore spirituale o proletario — difficilmente si poteva diventare proletario se non si faceva la pace con le potenze dominanti. Nel campo spirituale si poteva solo farsi strada attraverso le difficoltà che sorgevano nel vecchio ordine, oppure, se si faceva la pace con le potenze, se si collaborava come il proletario deve collaborare nel campo materiale, allora non si diventava proletario nel campo spirituale, ma un coolì. O si doveva come operaio spirituale sopportare tutto quello che vi tirava fuori dal vecchio ordine, oppure bisognava diventare coolì, si stava peggio del proletario, se ci si immergeva in quello che la struttura sociale del vecchio ordine aveva creato. Perché le cose stanno così — non voglio fare un’osservazione personale, ma restare su basi fattive — perché la coolie spirituale è diventata così completamente un servitore delle potenze economiche e statali, per questo da un lato siamo caduti in una tale miseria. L’operaio non può da solo con tutta la forza vederlo, perché da quando è sorta la tecnica moderna e il capitalismo che corrode l’anima, è stato integrato nel puro ordine economico. Colui che non è stato integrato proprio in questo modo, ma in modo spirituale, sa che proprio quello che è necessario per la salvezza dello sviluppo umano, è che la vita spirituale sia emancipata. Sa che è impossibile che coloro che hanno il compito di coltivare le capacità, i talenti dell’umanità, quello che l’uomo porta con sé nel mondo attraverso la sua nascita, siano d’ora in poi solo servitori di quello che si è formato nei tempi moderni come ordine statale o economico. Liberare la vita spirituale, questo è il compito primario.

Nel liberare questa vita spirituale, ancora oggi si oppongono molti pregiudizi anche dal lato proletario. La cosa sta così: questa vita spirituale nei tempi moderni è sorta simultaneamente allo sviluppo della tecnica moderna, allo sviluppo del capitalismo che corrode l’anima. Così è sorta anche una vita spirituale più nuova, ma una tale vita spirituale che è solo una vita spirituale di classe. In questo senso si è difficilmente capiti e lo si è ancora. Vorrei darvi un esempio. Una volta, venti anni fa, alla casa sindacale di Berlino, in una lezione davanti all’operaia-to berlinese, dove c’erano anche borghesi, ho sostenuto un’affermazione che per me è un riconoscimento: non solo quello che altrimenti esiste nel mondo è un risultato dell’ordine economico capitalistico, ma soprattutto anche la nostra attività scientifica è un risultato dell’ordine economico capitalistico. Allora la maggior parte dei leader proletari non mi ha creduto. Hanno detto: la scienza è comunque qualcosa che sta ferma da se stessa. Quello che è stabilito scientificamente è stabilito; non conta se è pensato in modo proletario o borghese. Questi erano errori che si aggiravano nella testa della gente, indipendentemente da se fossero di mentalità proletaria o borghese; perché la visione borghese del mondo era stata adottata dal proletariato. E oggi ci troviamo di fronte alla necessità di non coltivare più questo sapere adottato dalla borghesia, ma di deciderci per un sapere libero, che può svilupparsi solo se i pregiudizi sono superati.

Si può dire per esempio: abbiamo finalmente conquistato l’aspirazione alla scuola unica; ma se la vita spirituale deve essere liberata e non devono essere le costrizioni dello Stato a guidare i bambini a scuola, ma ognuno di sua libera volontà può mandare i propri bambini alla scuola che sceglie, allora tuttavia i più elevati fonderanno di nuovo le proprie scuole. Risorgerà la vecchia scuola di casta. Questa obiezione era ancora legittima nel vecchio ordine, ma in breve tempo non sarà più legittima. Le vecchie caste non esisteranno più. E ciò che viene richiesto in questo Appello per la vita spirituale, l’emancipazione della vita spirituale dalla scuola più elementare fino all’università, non è richiesto come un’istituzione singola, ma in connessione con un’intera riforma che dovrà rendere possibile che, fino al momento in cui l’uomo esce dalla scuola, esisterà qualcosa di diverso dalla scuola unica. Le obiezioni fatte contro queste cose sono solo pregiudizi conservatori. Dobbiamo superare questo. Dobbiamo imparare a vedere che la vita spirituale deve essere emancipata, che deve essere posta su se stessa, affinché non sia più una serva dell’ordine statale e economico, ma una serva di quello che la consapevolezza umana generale può produrre come vita spirituale; affinché la vita spirituale non sia solo per una classe, ma per tutti gli uomini allo stesso modo.

Carissimi presenti, voi lavorate oggi da mattina, per quanto la vostra attività lo permette, in fabbrica. Uscite dalla fabbrica e passate tutt’al più davanti alle istituzioni educative costruite per certi uomini. In queste istituzioni educative si fabbricano coloro che finora sono stati la classe dominante, che hanno diretto il governo e così via. Vi chiedo: mano sul cuore, avete un’idea di quello che vi accade dentro? Sapete cosa succede lì dentro? Non sapete nulla! Qui si mostra immediatamente e chiaramente la divisione delle classi. Qui c’è l’abisso. Quello che l’Appello si prefigge è che tutto quello che è fatto su basi spirituali riguarda tutti, e che l’operaio spirituale è responsabile di fronte a tutta l’umanità. Non potete raggiungerlo se non liberate la vita spirituale e non l’affrancate. Perciò le parole di Karl Marx hanno così colpito il cuore dei proletari, le parole del plusvalore. Il proletario non lo sapeva nella testa, ma nel cuore lo sentiva giusto, e queste esigenze del cuore trovano oggi la loro espressione nelle rivendicazioni storiche mondiali.

Perché queste rivendicazioni hanno avuto un tale impatto? Perché? Perché Walther Rathenau è già preoccupato riguardo al plusvalore? Per la ragione che finora il lavoratore non sa del plusvalore nulla di diverso da quello che c’è. Viene utilizzato all’interno di circoli che si chiudono rigidamente verso gli altri. Sa l’operaio oggi che lavora per cose che semplicemente non devono esistere nel mondo, che sono lavoro infruttuoso, che sono state prodotte perché la vita borghese ha anche portato nel campo spirituale lusso inimmaginabile? La maggior parte della gente ancora oggi per mancanza di riflessione non riesce a ottenere una giusta idea del rapporto tra il valore economico nazionale del lavoro e la vita spirituale, che pur deve essere ciò che guida l’umanità. Vi voglio fare un esempio che vi sembrerà un po’ comico. Immaginiamo uno studente che deve completare l’università. Voi sapete, gli viene dato un compito: lavorare una tesi di dottorato sulla parentesi in Omero. Vale a dire, non c’è in realtà una parentesi in Omero, ma deve inventarsi una. Per questo ha bisogno di un anno e mezzo. Poi fa un lavoro eccellente secondo le attuali esigenze dell’educazione e della scienza sulla parentesi in Omero. Ma ora chiediamoci come questa tesi di dottorato si inserisce nel contesto economico nazionale. Questa tesi di dottorato, quando è finita, quando è stata stampata, viene messa in una biblioteca. Ancora un’altra tesi di dottorato; nessuno la guarda, talvolta nemmeno lo stesso autore. Ma praticamente il giovane studente deve mangiare, deve vestirsi, ha bisogno di denaro. Ma avere denaro oggi significa: avere il lavoro di così tante persone. Il proletario deve lavorare per questa tesi di dottorato. Compie un lavoro per qualcosa a cui non ha il diritto di partecipare. Un esempio grottesco e comico di innumerevoli cose, non solo può essere moltiplicato per cento, può essere moltiplicato per mille. Voi dunque dovete chiedervi innanzitutto: come sono questi qui che devono guidarci spiritualmente? Vengono dalle istituzioni educative dove noi non possiamo nemmeno partecipare. Le cose saranno diverse, quando la vita spirituale sarà emancipata, quando colui che pratica le cose spirituali non avrà più il sostegno di una corporazione economica o di un ordine capitalistico, non il sostegno dello Stato, ma quando dovrà sapere ogni giorno che quello che compie ha valore per la gente, perché la gente ha fiducia in esso. La vita spirituale deve essere posta sulla fiducia tra l’umanità e i suoi guide spirituali. Nessuno può obiettare: oggi già la gente non è sempre riconosciuta quando è dotata, ci sono talenti misconosciuti, persino geni misconosciuti — come andrà allora in futuro, quando il riconoscimento deve basarsi sulla fiducia? Dico: perché ognuno si occupa privatamente di qualcosa, è affare suo; noi parliamo di come la vita spirituale si inserisce nell’organismo sociale. Deve inserirsi come io l’ho descritto. Deve inserirsi liberamente. Solo dal fatto che la vita spirituale gradualmente nei secoli passati è stata spinta nella dipendenza dalla vita statale ed economica, per questo essa è diventata quello che è. Solo così era possibile che da questa vita spirituale crescessero quelle persone che hanno parlato come io ho accennato ieri, quelle persone a cui era affidata la guida dell’umanità.

Osserviamo quelle persone che erano al timone allo scoppio della guerra mondiale. Il Ministro degli Esteri disse ai signori illuminati del Reichstag tedesco, che dovrebbero capire qualcosa della situazione mondiale: il generale rilassamento politico ha fatto progressi gratificanti ultimamente. Siamo nei migliori rapporti con la Russia, il Gabinetto di Pietroburgo non ascolta le chiacchiere della stampa. Le nostre relazioni amichevoli con la Russia sono sulla giusta strada. Con l’Inghilterra abbiamo avviato promettenti negoziati, che probabilmente nel prossimo futuro porteranno al termine favorevolmente per la pace mondiale, come del resto i due governi si trovano nella situazione che le loro relazioni diventeranno sempre più intime e intime.

Così parlato nel maggio 1914! A questa saggezza, a questo grado di comprensione delle circostanze, doveva condurre la vita spirituale che era stata così tenuta al guinzaglio negli ultimi secoli. Certo, ci sono brillanti scienziati, perché vengono ben addestrati scientificamente. Ma di che si tratta invece è che anche il cuore e il senso siano risvegliati proprio dalla formazione spirituale per la vita; che si impari a conoscere la vita, che non si dica nel maggio «la pace mondiale è assicurata» e che nel agosto non possa succedere quello che ha ucciso dieci-dodici milioni di uomini e ne ha mutilati tre volte altrettanti. Questo deve accadere nella formazione spirituale, e può accadere solo se la vita spirituale è libera e la gente non solo diviene sapiente e può dare definizioni su tutto, ma diviene saggia. Quando diventano saggi, allora proprio da questa libera vita spirituale divengono quelli che possono aiutare nella direzione delle imprese, nella direzione dell’economia nazionale. Allora l’operaio che è sotto una tale direzione non dirà più: devo combattere questo superiore — ma: è bene che abbiamo questo superiore, che ha qualcosa in testa, allora il mio lavoro porterà i migliori frutti. Se c’è un superiore stupido, dovrò lavorare a lungo, se c’è un superiore intelligente, il tempo di lavoro potrà essere ridotto senza rendere impossibile la prosperità economica nazionale. Non si tratta di lavorare poco, ma di lavorare poco senza non avere nulla quando i viveri e le abitazioni sono cari. Il tutto deve iniziare con una ricostruzione, non singoli punti. Perciò sottolineo così fortemente che soprattutto si deve intervenire nella vita spirituale, che deve essere posta su una base sana e indipendente.

Ora, si è a lungo chiesto cosa lo Stato dovrebbe fare. Sì, vedete, questo Stato nel corso degli ultimi tre o quattro secoli per le classi dominanti e dirigenti — e molti altri l’hanno ripetuto loro — è diventato praticamente una specie di Dio. Per molte cose che in particolare sono state dette durante questa terribile guerra sullo Stato, ci si ricorda della conversazione che Faust ha con il sedicenne Gretchen. Lì Faust dice del Dio: «Tutto abbracciante, tutto sostentante, non sostiene forse te, me, se stesso?» Sì, qualche imprenditore potrebbe oggi o poco tempo fa aver così istruito il suo dipendente riguardo allo Stato, che avrebbe potuto dire: non sostiene forse me, te, se stesso? Avrebbe ancora pensato: soprattutto me!

Sì, vedete, questo è quello che dobbiamo imparare riguardo a questa, potrei dire, divinizzazione dello Stato. Alla popolazione borghese, per la maggior parte, per costrizione dei fatti, questa divinizzazione è sfuggita assai rapidamente. E quando lo Stato non sarà più il grande protettore delle imprese, allora lo zelo statale in questi circoli non sarà più presente. Ma anche il proletario deve capire che non deve trattare lo Stato come un Dio. Naturalmente non si parla di lui come di un «Dio», ma lo si stima molto. Si usa il vecchio quadro dello Stato per condurvi la vita economica. Ma ciò che è sano è, quando non si introduce la vita economica nello Stato, ma solo la vita politica, la pura vita giuridica allo Stato. Lì è nel suo elemento. Lì sussiste legittimamente. Ma la vita economica deve essere posta su propria base, perché deve essere amministrata in modo completamente diverso dalla vita giuridica dello Stato. Solo allora possiamo giungere a una base sana per l’organismo sociale, se facciamo la triarticolazione. Da un lato la vita spirituale, che deve procurarsi il proprio diritto, che non ha ragion d’essere se non ogni ognuno che compie qualcosa di spirituale non deve provarlo giornalmente davanti all’umanità. Nel mezzo la vita dello Stato, che deve essere democratica, il più democratica possibile. Lì non deve essere deciso nulla di diverso da quello che riguarda tutti gli uomini allo stesso modo. Lì deve venire alla parola quello che pone ogni uomo di fronte a ogni uomo come uguale in diritti. Perciò si deve separare lo Stato. Come dovremmo negoziare su chi può fare una cosa o un’altra meglio? Questo deve essere separato dallo Stato.

Nello Stato si può parlare solo di quello in cui tutti gli uomini sono uguali. In che cosa sono uguali tutti gli uomini? Oggi solo due esempi, uno per il possesso, l’altro per il lavoro. Partiamo dal lavoro. Qui la parola di Karl Marx su «il lavoro come merce» ha colpito profondamente i cuori dei proletari. Perché? Perché il proletario, anche se non poteva definirlo esattamente nella sua testa, sentiva quello che veniva detto. Veniva detto: la tua forza lavoro è merce. Come si vendono le merci secondo l’offerta e la domanda sul mercato, così si compra la tua attività sul mercato del lavoro e ti si dà tanto quanto la congiuntura economica permette. Negli ultimi tempi la gente ha cominciato a credere che tramite le assicurazioni si migliora tutto. Ma questo non è stato davvero introdotto da circoli borghesi. In realtà hanno vissuto in una terribile mancanza di riflessione. Bene, comunque, non vogliamo fare loro torto, una cosa l’hanno fatta: hanno compilato statistiche. Una tale statistica, un’inchiesta simile si è realizzata per esempio dal governo inglese negli anni quaranta, dunque agli albori del movimento sociale. Cosa ha scoperto questa statistica? Innanzitutto riguarda principalmente le miniere inglesi. Là si è rivelato che laggiù nelle miniere lavorano — si è migliorato qualcosa, ma davvero non per merito di questi circoli — che laggiù lavorano bambini di nove, undici, tredici anni, ragazzi e ragazze. Si è scoperto che questi bambini eccetto la domenica non hanno mai visto la luce del sole, perché il loro orario di lavoro era così lungo che venivano condotti nei pozzi prima dell’alba e tornavano dopo il tramonto. Fu inoltre stabilito che laggiù nelle miniere donne seminude, spesso incinte, lavoravano insieme con uomini nudi. Ma sopra, in stanze ben riscaldate con il carbone, le persone parlavano di amore del prossimo, fratellanza e come gli uomini dovessero amarsi l’un l’altro. Vedete, questo è stato allora registrato nella statistica, ma davvero non è diventato una lezione. Non ha portato a riflessione. Il singolo non deve essere accusato, ma quello che la società borghese ha in realtà, se così si può dire, causato, è che ha dovunque omesso, nel momento giusto nel modo giusto, di intervenire!

Nel cuore dei proletari è sorto il pensiero: nell’antichità c’erano schiavi, allora si vendeva l’intero uomo. Era proprietà del padrone, come una mucca andava in suo possesso. Poi venne la servitù della gleba. Allora si vendeva un po’ meno, ma sempre abbastanza dell’uomo. Nei tempi moderni si vende la forza lavoro. Ma se l’operaio deve vendere la sua forza lavoro, deve comunque andare dove la vende con la sua forza lavoro. Deve andare in fabbrica. Così vende se stesso con la sua forza lavoro. Non può mandare solo la sua forza lavoro in fabbrica. Per questo il contratto di lavoro non è poi gran cosa. Solo allora si può sperare in salvezza quando il potere sulla forza lavoro è completamente tolto dall’economico, quando dallo Stato procedono decisioni su base democratica riguardo alla misura, al modo e al tipo di lavoro che dovrebbe essere svolto. Prima ancora che l’operaio entri in fabbrica o nell’officina, su base democratica dallo Stato, con la sua voce, è già stato deciso riguardo al suo lavoro. Cosa si raggiunge con questo? Vedete, la vita economica da un lato dipende da forze naturali. Possiamo padroneggiarle solo fino a un certo grado. Intervengono nelle condizioni umane. Quanto grano cresca in un certo paese, quante materie prime si trovino sotto terra, questo è dato da principio, da questo ci dobbiamo orientare. Non si può dire che i prezzi di una cosa o dell’altra devono essere così se questo contraddice la quantità di materie prime. Questo è un confine. Un altro confine deve diventare l’uso della forza lavoro umana. Come le forze naturali giacciono sotto la terra per il grano e l’uomo non ha nulla a che fare con questo nella vita economica, così la forza lavoro deve essere fornita alla vita economica dall’esterno. Se è fornita dall’interno, il salario rimarrà sempre dipendente dalla congiuntura economica. Solo quando dall’esterno della vita economica, completamente indipendente, su base puramente democratica statale, è stabilito quale tipo di lavoro è, quanto a lungo il lavoro può durare, allora l’operaio entra nel lavoro col suo diritto al lavoro. Allora il diritto al lavoro è come una forza naturale.

Allora l’economico è stretto tra la natura e lo Stato di diritto. Allora l’operaio non trova più nello Stato quello che ha trovato negli ultimi tre o quattro secoli. Non trova più lotta di classe, privilegio di classe, ma diritti umani. Solo in questo modo, che separiamo lo Stato come un special organismo sociale dai due altri ambiti, possiamo giungere al progresso sociale salutare, possiamo giungere a una salvezza quale può trovarsi per tutta l’umanità sulla terra. Questi pregiudizi, che lo Stato deve essere regolato dalla vita economica e non la vita economica dallo Stato indipendente da esso, da questo pregiudizio dobbiamo emergere, altrimenti penserem sempre male nel futuro.

Come col diritto al lavoro è col diritto al possesso. Vedete, in fondo i fondamenti di tutto il possesso odierno risalgono a vecchie conquiste, a vecchie imprese guerresche; ma questo si è trasformato. Economicamente il concetto di proprietà non ha alcun senso. È una pura illusione. Esiste solo per tranquillizzare certi animi borghesi. Economicamente — cosa significa il concetto di proprietà? Significa semplicemente un diritto, vale a dire il diritto di disposizione su cose, su terreno, su mezzi di produzione. Il diritto di disposizione deve essere posto nella competenza dello Stato come il diritto al lavoro. Potete farlo solo se togliete dal potere dello Stato tutta la forza economica e spirituale. Potete farlo solo se dirigete la vita economica da un lato totalmente in modo indipendente, dall’altro la vita spirituale altrettanto indipendentemente, e così allo Stato rimane solo la democrazia.

Inizialmente sarà difficile addentrarsi in questi pensieri, ma sono convinto che il proletario lo sentirà, come questi pensieri contengono il futuro. All’interno della vita economica non deve muoversi nulla se non merce. Oggi vi si muove anche il possesso, cioè in realtà il diritto. Si possono oggi semplicemente comprare diritti. Con la forza lavoro si ha il diritto di disposizione sulla persona. Con il possesso di mezzi di produzione, di terreno si compra il diritto di disposizione. Diritti si comprano. Diritti in futuro non possono più essere comprati; devono essere amministrati dallo Stato, che non ha nulla a che fare con l’acquisto e la vendita, affinché ogni uomo partecipi allo stesso modo nell’amministrazione. Nel ciclo della vita economica circolerà nulla di diverso da quello che si rappresenta in produzione di merce, circolazione di merce, consumo di merce. Questo passa sempre attraverso il consumo, e perciò tutto il corpo economico in futuro deve essere costruito su base associativa, costruito su coalizioni che derivano dalle categorie professionali, soprattutto dal nascere dei bisogni di consumo necessari. Oggi siamo condotti a crisi continue dal fatto che produciamo direttamente, perché partiamo dalla produzione di ricchezza, crisi causate dalla miseria sociale delle masse. Se partiamo dal consumo, la vita economica sarà posta su una base sana. Ieri ho indicato un esempio, come si possa tentare, anche se ancora imperfettamente, nel campo della produzione spirituale di procedere in modo da non contare su lavoro infruttuoso. Questo voglio raccontarvi ora. Vedete, la nostra società per molti è forse ancora un orrore. Ma questa società ha sul campo della produzione spirituale già tentato qualcosa che deve estendersi a tutti gli altri rami.

Circa venti anni fa ho cominciato a scrivere libri. Ma non mi sono mosso come molti miei contemporanei. Sapete, molti libri sono scritti, pochi letti. Come si potrebbe trovare tempo per leggere tutto quello che viene scritto oggi. Ma proprio in questo campo è un nonsenso economico. Immaginate un libro — in migliaia di casi così accade — si scrive un libro. Lo scrittore del libro deve mangiare. Tanti tipografi devono comporre la stampa. La carta deve essere fabbricata, tanti rilegatori devono rilegare il libro. Poi il libro esce, diciamo, in mille copie. Forse cinquanta copie si vendono, le altre novecentocinquanta devono diventare scarto. Cosa è realmente accaduto? Bisogna sempre guardare alla realtà. Così molte persone che hanno dovuto lavorare con le mani, hanno lavorato invano per colui che ha scritto il libro. Vedete, sul lavoro improduttivo, inutile, gettato al vento, poggia molto della miseria odierna. Cosa abbiamo fatto allora nella nostra società? Con il commercio libri ordinario, che è completamente in questo ordine economico attuale, non si può fare nulla. Abbiamo quindi fondato noi stessi una libreria. Ma non è mai stata stampata un libro, prima che non ci fossero così tante persone che tutte le copie potessero essere vendute, cioè prima che i bisogni fossero presenti. Questo naturalmente si raggiunge solo attraverso il lavoro. Si dovette attirare l’attenzione della gente — naturalmente non attraverso una pubblicità come ad esempio «i buoni dado di brodo di Maggi». La pubblicità può servire per attirare l’attenzione: la merce è disponibile. Ma si deve partire dai bisogni, dal consumo. Ma questo può accadere solo se si fondano cooperative di consumo, se l’associazionismo è essenzialmente posto su base economica.

Non è necessario metterlo su base politica, se si ha democrazia. Ma oggi il proletario non lo vede, non lo vede ancora bene provvisoriamente. E poiché voglio parlare onestamente, posso toccare anche la questione più recente, per mostrarvi come il proletario lo sperimenta nel suo proprio destino, quali terribili cose vengono generate dalla fusione della vita economica con la vita statale. Cosa considerano innumerevoli proletari come l’unica salvezza nelle difficoltà economiche, quando ancora non lo Stato non sta su una vera base sana, di democrazia, che è indipendente dai bisogni della vita economica? Si può dire ad esempio che deve esserci quiete dal lavoro, così il proletariato può partecipare alla libera vita spirituale universalmente umana. Lo Stato deve stare nel mezzo tra la vita economica e la vita spirituale, deve essere posto su una sua propria base democratica. Oggi le cose sono state intricate da interessi borghesi dei secoli passati e molto fortemente anche intricate nel primo ventennio del ventesimo secolo. Cosa hanno innumerevoli proletari come ultimo obiettivo spesso — lo vediamo oggi, quando i fatti parlano così forte — cosa avete quando lotterete per giuste rivendicazioni? Devo solo pronunciare una parola, e tocco qualcosa a cui molti proletari pensano, ma insieme anche qualcosa su cui oggi non possono ancora sentire correttamente, perché non vedono tutte le conseguenze economiche — devo solo pronunciare la parola «sciopero». So, carissimi presenti, se il proletario fosse messo nella possibilità di aiutarsi senza sciopero, rifiuterebbe ogni sciopero. Non riesco a immaginare almeno un proletario ragionevole che volesse lo sciopero per lo sciopero.

Perché è così spesso incline oggi allo sciopero? Per la ragione che la nostra vita economica va insieme con la vita statale. Lo sciopero è una questione puramente economica ed ha anche solo effetto economico. Ma è però richiesto un effetto statale, un effetto politico spesso. Questo può essere solo in un organismo sociale malato, in cui non è ancora avvenuta la separazione tra Stato e vita economica. Colui che guarda nella vita economica sa che può essere sano solo se la produzione non sia mai interrotta. Con ogni sciopero interrompete la produzione. Chi crede di dovere scioperare agisce per necessità che si sono formate dall’intrigo tra vita statale e economica. Questo è la grande disgrazia, che oggi siamo costretti alla distruzione della vita attraverso questo maledetto intrigo di quello che dovrebbe essere tripartito. Non c’è altro modo, di evitare definitivamente lo sciopero in modo appropriato, se non mettendo la democrazia statale su propria base e rendendo impossibile combattere per diritti su base economica. Se questo fosse capito, so che la gente direbbe: bene, se finalmente gli uomini venissero alla ragione, se ci dicessero solo che stanno per qualcosa, che le rivendicazioni sociali dovrebbero essere soddisfatte, allora non sciopereremmo, perché sappiamo anche che non tutto può essere raggiunto da un giorno all’altro; vogliamo aspettare, ma vogliamo garanzie. Durante la guerra, per uscire dalla terribile miseria, ho parlato a qualche cosiddetta «autorità» dell’Appello, ho messo loro di fronte l’Appello. Importanti personalità dirigenti hanno già l’Appello. Ho detto loro: Quello che è presentato qui non è scaturito da teste umane.

Non sono più intelligente di altri, ma ho osservato la vita e questo mi ha mostrato che nei prossimi venti anni tutto il lavoro deve essere usato per realizzare questa tripartizione, non come programma — come rivendicazione umana. Avete la scelta, o ora accettate la ragione e contrapponete ai quattordici punti di Wilson questo come programma dell’Europa centrale — se non ci aiutiamo da soli, nemmeno Wilson ci può aiutare — oppure ponete l’Appello davanti alla politica internazionale e dite cosa deve accadere quando giunga la pace; avete la scelta, o accettate la ragione, o siete di fronte a rivoluzioni e catastrofi. La gente non ha accettato la ragione. Questo ultimo si è avverato o no? Questo ci si deve chiedere oggi. Questo è quello che oggi mi riempie di tanta preoccupazione, che fondamentalmente la vecchia mancanza di riflessione ancora esiste, che non è sostituita da idee fruttuose, reali, pratiche. La triarticolazione è vera prassi della vita. Perciò sono convinto che accadrà — e lo sperimenteremo — se anche solo in qualche misura c’è la possibilità che il proletariato capisca: deve essere forzato il fatto che procediamo socialmente in questo modo. Allora cesseranno gli sforzi sociali improduttivi. Si lavorerà attraverso la ragione, da cuori proletari per ragione, da quando gli altri non hanno lavorato per ragione. Questo è quello che conta. Avrei potuto passarlo sotto silenzio, avrei potuto evitare di parlare dello sciopero, ma ho voluto mostrarvi che dico sempre tutto quello di cui sono convinto. Questo è quello che forse mi dà il diritto di elevare la pretesa e di dire: prendete forse alcune cose che ho detto come se contraddicessero le vostre opinioni; ma non dubitiate dell’onesta aspirazione di realizzare veramente quello che il proletariato vuole e deve raggiungere.

Da più di un secolo l’umanità è animata dal motto: Libertà, Uguaglianza, Fraternità. Molti che erano saggi hanno scritto nel diciannovesimo secolo come queste tre parole fossero contraddittorie. Avevano ragione. Perché? Perché queste parole erano ancora poste sotto l’ipnosi dello Stato unitario. Solo quando queste tre parole, questi tre impulsi sono così posti che la libertà appartiene alla vita spirituale, l’uguaglianza allo Stato democratico, la fraternità all’associazione della vita economica, acquistano il loro vero significato. Quello che alla fine del diciottesimo secolo ancora non compreso come tripartizione pulsava attraverso l’umanità, deve nel ventesimo secolo realizzarsi. Vogliamo fare quello che è vera libertà, vera uguaglianza, vera fraternità, ma prima dobbiamo comprendere come è necessario dividere quello che è l’organismo sociale nei suoi tre arti. Perché, se si vede come è necessario e se si ha speranza che all’interno del proletariato deve essere destato il comprensione per questa tripartizione, allora si può anche esprimere la fede, si può dire: Credo che un’idea sana, buona, rivolta al futuro è quella che più o meno inconsciamente riposa nel movimento proletario moderno. Il proletario moderno è divenuto consapevole di classe. Dietro questo si nasconde la consapevolezza dell’umanità, la consapevolezza che la dignità umana deve essere conquistata. Attraverso la vita stessa il proletario vuole porsi la domanda in modo dignitoso: chi sono io come uomo? Sto in modo dignitoso come uomo nella società umana? Deve conquistare un ordine sociale che gli permetta di rispondere a questa domanda con «sì». Allora le rivendicazioni odierne saranno sostituite da un sano organismo sociale. Con questo la classe lavoratrice avrà raggiunto quello che vuole raggiungere: la liberazione del proletariato dalla miseria fisica e spirituale. Ma raggiungerà anche la liberazione di tutta l’umanità, cioè la liberazione di tutto ciò che è umano nell’uomo, che merita di essere veramente liberato. Angoscia psichica della massa ampia, che non poteva partecipare alla così decantata cultura. Se questa massa ampia non fosse esistita, se non avesse lavorato, questa cultura non avrebbe potuto sussistere. È di questo che si tratta; è la questione storica di oggi, che non può essere ignorata.

Da ciò emerge il carattere distintivo dell’intera vita economica moderna. Questo carattere consiste nel fatto che oggi è facile che un aderente qualsiasi, un membro della classe possidente fornisca una «prova» molto celebre; negli ultimi tempi questa prova viene fornita di nuovo più abbondantemente, per un certo tempo se ne è taciuto, perché, essendo così sciocca, così stupida, alla fine non si poteva più presentarla alla classe operaia, agli uomini che pensano veramente in modo sociale. Ma oggi la si sente di nuovo più spesso, oggi, quando tante sciocchezze circolano nell’aria, nella cosiddetta aria spirituale. È facile per coloro che vogliono ancora rappresentare l’attuale ordine economico in declino dire: Sì, se ora si dividesse veramente tutto quello che esiste come reddito di capitale e come possesso di mezzi di produzione, questa divisione non migliorerebbe molto quello che ha il singolo proletario. — È un’obiezione sciocca e stupida, perché non si tratta affatto di questa obiezione, perché la questione non riguarda questa obiezione, perché si tratta di qualcosa di molto più fondamentale, più grande e più potente. Di che cosa si tratta è questo: che proprio questa intera cultura economica, così come si è sviluppata sotto l’influenza delle classi dominanti, è diventata tale che un’eccedenza, un plusvalore può dare ai frutti di questa cultura solo a pochi. La nostra intera cultura economica è tale che soltanto pochi possono godere dei frutti. Non viene nemmeno dato come plusvalore se non quello che solo pochi possono godere. Se si dividesse il poco per coloro che hanno anche il diritto di condurre un’esistenza dignitosa, ciò non sarebbe sufficiente nemmeno nel minimo grado. Da dove viene tutto questo?

Questa domanda deve essere posta diversamente da come la pongono oggi molti. Vorrei farvi solo alcuni esempi, potrei moltiplicare questi esempi non per cento, ma per mille; alcuni esempi forse sotto forma di domande. Vorrei domandare: Nell’ambito della cultura economica tedesca degli ultimi decenni, tutte le macchine hanno veramente consumato esattamente tanto carbone quanto era assolutamente necessario per queste macchine? Se ponete questa domanda in modo obiettivo, riceverete la risposta che il nostro ordine economico era in un tale caos che molte macchine negli ultimi decenni consumavano molto più carbone di quanto sarebbe stato necessario secondo i progressi tecnici. Che cosa significa questo però? Non significa nulla se non che per la produzione, per l’estrazione di questo carbone è stata impiegata molta più forza lavoro umana di quanta avrebbe dovuto essere impiegata e di quanta avrebbe potuto essere impiegata, se fosse stato veramente presente un pensiero socio-economico autentico. Questa forza lavoro umana è stata utilizzata inutilmente, è stata sprecata. Vi domando: Siete consapevoli che negli anni prima della guerra, all’interno dell’economia tedesca, abbiamo consumato il doppio del carbone di quanto avremmo dovuto consumare? Abbiamo sprecato tanto carbone che oggi dobbiamo dire: saremmo stati sufficienti con la metà dell’estrazione di carbone, se gli uomini che avevano il compito di fornire la tecnica, l’economia, si fossero trovati al loro livello. Adduco questo esempio per il motivo che vediate che esiste un contropolo alla cultura di lusso dei pochi da una parte. Questa cultura di lusso semplicemente non ha prodotto teste capaci che sarebbero state all’altezza della vita economica moderna. Attraverso questo è stata sprecata una quantità infinita di forza lavoro. Attraverso questo la produttività è stata minata. Queste sono le cause nascoste, sono cause del tutto obiettive attraverso le quali siamo stati portati nella situazione in cui ora ci troviamo.

Perciò si deve anche risolvere la questione sociale e la questione della socializzazione in modo tecnico-obiettivo. La cultura precedente non ha prodotto le teste che sarebbero state all’altezza di creare in qualche modo una scienza industriale. Non c’era scienza industriale, tutto si basava sul caos, su fattori casuali. Molto era lasciato all’astuzia, allo sfruttamento, alla competizione personale più insensata. Ma questo doveva essere così. Perché se si fosse affrontata la questione in modo scientifico attraverso la scienza industriale, non sarebbe certamente risultato quello che è risultato dalla sola cultura di lusso, il plusvalore della popolazione che lavora e produce per pochi individui. Oggi si deve affrontare la questione della socializzazione in un modo completamente diverso da quello in cui l’affrontano molti.

Vedete, oggi qualcuno può venire e dire: Sì, guarda un po’, sei dell’opinione che in futuro non debba più esserci una classe oziosa di rentier? — Certamente, sono di questa opinione. Allora mi dirà, se lotta nel senso dell’attuale ordine economico come suo seguace: Ma considera un po’ soltanto, se sommi tutti i patrimoni da rendita e li distribuisci, come è poco, come è piccolo in rapporto a quello che hanno insieme tutti i milioni di uomini che lavorano. — Gli dirò: So bene come te che i patrimoni da rendita sono soltanto poco, ma guarda, una contorisposta: È un piccolo ascesso che qualcuno ha in qualche parte del corpo. Questo ascesso è molto piccolo in rapporto all’intero corpo. Ma si tratta della grandezza dell’ascesso o del fatto che, quando compare, mostra che l’intero corpo è malato? Non si tratta di calcolare la grandezza dei patrimoni da rendita, non si tratta di condannare moralmente i rentier — loro non possono farci nulla, hanno ereditato questa saggezza, quella di essere rentier o simile —, piuttosto si tratta del fatto che, così come in un organismo umano naturale una malattia, qualcosa di malsano si manifesta nella sua totalità quando scoppia un ascesso, così il carattere malsano dell’organismo sociale si manifesta quando è possibile in esso l’ozio o la rendita. I rentier sono semplicemente la prova che l’organismo sociale è malato; sono la prova che tutti gli oziosi, come tutti coloro che non possono lavorare da soli, per il loro mantenimento utilizzano il lavoro degli altri.

I pensieri devono semplicemente essere condotti in acque completamente diverse. Si deve poter convincere se stessi del fatto che la nostra vita economica è diventata malata. E ora si deve porre la domanda: Da che cosa viene il fatto che all’interno del ciclo economico capitale, lavoro umano, merce si organizzano in una maniera così malsana — soprattutto per la questione dei milioni di masse di uomini, se come lavoratore si può condurre un’esistenza dignitosa? Deve essere posta questa domanda. Ma allora non si può più restare all’interno della sola vita economica, allora si viene necessariamente condotti, se si vede questa domanda in tutta la sua profondità, a comprendere la questione sociale in tre articolazioni, come questione spirituale, come questione di stato o di diritto e come questione economica. Perciò dovete concedermi un quarto d’ora, se dapprima parlo della questione sociale come questione spirituale. Perché colui che si è occupato un po’ di questo lato, sa perché non abbiamo una scienza industriale, perché non abbiamo quello che veramente dalle teste umane avrebbe già da tempo prodotto una direzione sana, una socializzazione sana della nostra vita economica. Se un terreno agricolo è malato, allora non crescono nemmeno frutti. Se la vita spirituale di un’umanità in una certa epoca non è sana, allora non cresce il frutto che dovrebbe crescere su di essa come una visione economica corretta, come una possibilità di dominare l’ordine economico cosicché veramente una guarigione possa risultarne per le masse umane. Sul suolo di una vita spirituale malata degli ultimi tempi è sorto tutto il caos che oggi esiste nella nostra vita economica. Perciò dobbiamo anzitutto guardare: Che cosa succede dentro negli edifici, davanti ai quali il lavoratore al massimo passa, se diciamo la domenica libero dalla sua fabbrica o luogo di lavoro, cammina per la strada? Che cosa succede dentro quelle istituzioni dove la cosiddetta vita spirituale superiore si svolge, da cui emanano di nuovo ordini, disposizioni per l’istruzione inferiore, per l’ordinaria istruzione popolare? Vi domando, mano sul cuore, che cosa sapete veramente di come si fabbrichino nelle università, nei ginnasi, nelle scuole reali quelle capacità personali che nella vita spirituale, nella vita giuridica, nella vita economica sono veramente direttive? Non sapete nulla! Sapete qualcosa di quello che viene insegnato ai vostri figli a scuola, ma nemmeno lì sapete quali intenzioni, quali scopi per questo insegnamento scolastico fluiscono dalle istituzioni superiori di istruzione nelle scuole ordinarie. Che strada prendono le persone che crescono sul suolo della vita spirituale per condurre gli uomini, di questo la massa ampia del proletariato fondamentalmente non ha nessuna idea. E questo contribuisce a quello che fa l’abisso, la profonda spaccatura: da un lato il proletariato, dall’altro gli altri. Che cosa è stato fatto per il miglioramento nel corso del tempo recente? Perché non poteva essere diversamente che fare alcune concessioni alla democrazia, si sono distribuiti alcuni brani in tutte le forme possibili della cosiddetta nuova educazione al popolo; si sono istituiti circoli universitari popolari, si sono tenuti corsi popolari, l’arte è stata mostrata al popolo, così benevolmente: il popolo deve avere anche qualcosa da questo. Che cosa avete ottenuto con tutto questo, che cosa è veramente? Niente, se non una terribile menzogna culturale. Ha fatto tutto questo che la spaccatura si sia ancora più profondamente affermata. Perché quando potrebbe il proletario con un sentimento retto, onesto, da tutto il cuore, da tutta l’anima, guardare a quello che viene dipinto all’interno della classe borghese, a quello che all’interno della classe borghese come scienza viene fabbricato, come potrebbe guardare a questo? Se avesse con coloro che lo producono una vita sociale comune, se non esistesse una differenza di classe! Perché è impossibile avere una vita spirituale comune con coloro ai quali non si appartiene socialmente. È questo che spiritualmente soprattutto ha tracciato la grande spaccatura. È questo che spiritualmente rimanda a quello che deve accadere.

Onorevoli signore e signori presenti! Non deve veramente, come già detto, essere portato molto di personale da me, ma quello che qui vi parlo, vi parla qualcuno che ha passato i suoi sessanta anni di vita in modo tale da mantenersi il più possibile, e poi sempre più, ben lontano nel suo sforzo spirituale da coloro che nello sforzo spirituale sono sostenuti dallo stato o dalla vita economica moderna. Solo allora si poteva formare una vita spirituale veramente costruita su se stessa, un giudizio sano, quando ci si era resi indipendenti da tutto quello che con lo stato moderno, con la vita economica moderna in relazione spirituale è connesso. Perché vedete, voi vi conteggiate tra il proletariato, potete contarvi tra di esso, potete chiamarvi con orgoglio un proletario nei confronti del funzionario che appartiene a un diverso ordine sociale. Così è nel campo del mondo materiale. Sapete quello che il proletario nei confronti del funzionario nel mondo deve attraversare. Ma nel campo spirituale, lì fondamentalmente non ci sono veri proletari; ci sono solo coloro che vi dicono apertamente: Se mi fossi mai piegato sotto il giogo di uno stato, di un gruppo di capitalisti, oggi non potrei stare davanti a voi e dirvi quello che vi dico sulla base delle idee sociali moderne, perché nella mia mente non sarebbe entrato. — Solo coloro che si sono mantenuti liberi dallo stato e dall’ordine economico capitalistico, che si sono costruiti da soli la loro vita spirituale, possono dire questo. Gli altri invece, non sono proletari, sono coolì. È questo, il fatto che oggi il concetto del coolì spirituale, che nello spirito è dipendente dallo stato presente e dall’ordine economico presente, che nel piano spirituale tiene e così fondamentalmente anche nel piano economico e statale tiene la direzione in mano. È questo che si è sviluppato dall’ordine economico capitalistico borghese nel corso degli ultimi secoli, che ha ridotto lo stato a essere un servitore dell’ordine economico borghese, che ha ridotto la vita spirituale di nuovo a sottomettersi allo stato.

Gli illuminati, quelli che secondo la loro opinione sono illuminati, le persone molto intelligenti, sono orgogliosi quando oggi possono dire: Nel medioevo, beh, sì, era così, che la filosofia — così chiamavano allora l’intera scienza — portava lo strascico della teologia. Non vogliamo certo desiderare indietro questo tempo, certamente non voglio richiamare il medioevo, ma che cosa è diventato nel corso dello sviluppo moderno? La teologia, beh, oggi, perché è diventata molto orgogliosa, lo scienziato non le porta più lo strascico, ma per quanto riguarda lo stato, che cosa fa allora? Beh, qui un esempio crudo: Vedete, c’è un grande fisiologo moderno, è già morto, era anche il faro dell’Accademia delle Scienze di Berlino. Lo stimo molto come naturalista. Come Shakespeare una volta ha detto: «Gente rispettabile sono tutti», così io direi: Persone intelligenti sono tutte, tutte, tutte. —

Ma questo uomo, ha rivelato qualcosa che caratterizza proprio questa vita spirituale moderna. Disse cioè — non si dovrebbe crederlo, ma è pur vero —, gli studiosi dell’Accademia delle Scienze di Berlino si sentivano come la truppa di protezione scientifica degli Hohenzollern. — Sì, vedete, di nuovo un esempio che facilmente potrebbe moltiplicarsi per cento, per mille.

Ora vi chiedo: È sorprendente che il proletario moderno, quando guardava a questa vita spirituale, sentisse questa vita spirituale come una vita spirituale di lusso? È sorprendente se si dice: Questa vita spirituale, non radica in uno spirito particolare, non sostiene veramente l’anima umana, non rivela nemmeno che è il risultato di un ordine mondiale divino o morale. No, è la conseguenza della vita economica. Come le persone incassano il loro capitale, così vivono spiritualmente. Questo lo rende loro possibile, la loro vita spirituale. Perciò nel proletariato moderno non poteva manifestarsi una visione veramente libera di una vita spirituale che veramente sostiene l’anima. Ma so da decenni di esperienza: Nel proletario moderno vive il profondo desiderio di una vera vita spirituale, non di una vita spirituale che si ferma al limite borghese, ma che infiltra le anime di tutti gli uomini. Perciò nell’appello, di cui oggi mi è compito parlare, sta che questa vita spirituale in futuro deve stare su se stessa, e non contiene solo gli ultimi resti della vita spirituale, dell’arte e simili, che ancora rimangono. A Berlino si è voluto molto fortemente includere anche questi nel potere statale.

L’intera vita spirituale, dall’istruzione inferiore fino all’istruzione più elevata, deve stare su se stessa, perché lo spirito prospera solo quando ogni giorno deve di nuovo provare la sua realtà e forza. Lo spirito non prospera mai quando è dipendente dallo stato, quando è il coolì dello stato, della vita economica. Quello che è successo su questo campo, ha paralizzato le teste umane. Ah, quando oggi guardiamo alle classi dominanti, quando noi, che vogliamo comprendere l’appello alla socializzazione, guardiamo a coloro che oggi dirigono le fabbriche, a coloro che dirigono le officine, che dirigono le scuole, le università, gli stati — ah, ne viene dolore all’anima —, non viene loro in mente nulla, nella loro mente non entra il serio della situazione. Perché non vi entra? Sì, a che cosa sono stati progressivamente abituati gli uomini nei confronti della vita economica, della vita giuridica o statale, e nei confronti della vita spirituale? Lo stato in un certo senso assume, quando l’uomo è oltre i primi anni di educazione — che lo stato non ha ancora assunto, perché i primi anni di educazione dell’uomo gli corrono troppo sporchi —, con la sua scuola l’uomo. L’educa poi cosicché questo uomo ha solo bisogno di compiere — così è stato fino alla grande catastrofe della guerra su tutto il mondo civile — quello che gli viene ordinato, quello che gli viene disposto, quello che lo stato dai suoi teologi, dai suoi medici — perché durante la guerra è proprio emerso così —, in particolare anche dai giuristi, dai filologi, veramente vuole. Se c’è una persona intelligente tra loro, nelle commissioni d’esame, allora se ne sente dire una parola intelligente. Una volta ero seduto insieme ai signori di una commissione d’esame, e quando parlammo di come fosse veramente terribile il nostro sistema ginnasiale, disse: Sì, fa male anche quando si devono esaminare così le persone e si vede allora quali cammelli si deve lasciar andare ai giovani.

Vi racconto questo come fatto storico-culturale, come sintomo, per indicare quello che vive tra le persone che hanno guidato il mondo, a cui in un certo senso era affidato il compito di guidare gli uomini e perché gli uomini infine hanno portato il mondo in questa terribile catastrofe. Da milioni di particolari si compongono le cause che hanno portato l’umanità in questa catastrofe. E tra queste cause è principalmente questo fenomeno sociale della vita spirituale, e perché oggi si pensa alla socializzazione, è soprattutto importante la socializzazione della vita spirituale. Si tratta del fatto che in modo corretto si curano i talenti umani e le capacità umane, come si cura su un campo quello che deve crescere su un campo. Questo non è stato fatto fino a ora. Lo stato ha assunto l’uomo, l’ha addestrato per il suo uso, allora è stata estirpata tutta l’attività, tutto l’indipendenza dagli uomini. L’uomo infine aveva di fronte alla vita economica, di fronte alla vita spirituale dall’ordine giuridico dello stato un solo ideale: economeggiare. Lo stato l’aveva assunto, l’ha addestrato per se stesso. Ora inizia, quando l’uomo è ben addestrato, la vita economica statale per lui. Lì era mantenuto; allora era bravo, anche se non voleva più lavorare, fino alla sua morte mantenuto sotto forma di una pensione, cioè attraverso il lavoro di coloro che non avevano una pensione. E quando era morto, allora la chiesa si prendeva cura della cosa dopo la morte. Gli dava la pensione per dopo la morte. Così l’uomo era economicamente mantenuto fino alla morte, quando apparteneva alle classi dominanti, e nella tomba gli veniva data una pensione anche dopo la morte. Tutto era in ordine per lui, non doveva nemmeno pensare da solo o intervenire così nell’ordine sociale che ne risultasse qualcosa di salutare; non doveva partecipare attivamente. Perciò è così diventato che a poco a poco non era più in grado di riflettere su quello che dovrebbe accadere, di riflettere su quello che come una sorta di nuovo sviluppo dovrebbe entrare nel mondo. Coloro che ne erano esclusi, a cui lo stato non aveva nemmeno concesso la piccola rendita assicurativa fino alla morte, se non l’avessero forzata, e a cui le classi dominanti non avevano nemmeno fornito una vita spirituale, perché questa vita spirituale, che dava loro un brevetto per l’anima dopo la morte, i proletari non volevano accettarla, loro richiedono una nuova formazione. Perciò abbiamo come prima rivendicazione proprio quella di un’emancipazione della vita spirituale, di una nuova formazione della vita spirituale. Questa è la prima questione che conta.

La seconda questione, la troviamo quando volgiamo lo sguardo al campo giuridico, al campo che dovrebbe appartenere al vero stato. Ma su questo campo ci troviamo in accordo in modo giusto oggi solo se da esso guardiamo al campo economico. Che cosa c’è veramente nel campo economico? Nel campo economico c’è produzione di merci, circolazione di merci, consumo di merci. Le merci hanno certi valori che si esprimono nel prezzo. Ma attraverso lo sviluppo economico del tempo recente nel suo collegamento con lo sviluppo statale la borghesia ha inserito nella vita economica qualcosa di cui oggi il proletario nella maniera più giustificata rivendica: questo non deve più restare nella vita economica, ed è la forza lavoro umana. Proprio come ha colpito le anime di coloro che sentono proletariamente quando Karl Marx ha pronunciato la parola significativa del plusvalore, così la parola in più ha colpito le anime dei proletari, che in modo ingiustificato la forza lavoro dell’uomo è diventata una merce nell’ordine economico moderno. Qui il proletario sente: Finché la mia forza lavoro deve essere comprata e venduta sul mercato del lavoro, come secondo l’offerta e la domanda la merce sul mercato delle merci, finché non posso rispondere con un sì alla domanda: Conduco un’esistenza dignitosa? — Che cosa conosce veramente della vita spirituale il proletario moderno? Nonostante tutti gli intrattenimenti popolari, nonostante tutta la conduzione nelle gallerie e così via, conosce solo quello che lui chiama il plusvalore. Plusvalore, cioè quello che deve fornire per una vita spirituale che non può diventare la sua; quello conosce della vita spirituale. Perciò la parola del plusvalore ha colpito così intelligentemente le anime dei proletari. Sono venuti incontro a questa parola del plusvalore i sentimenti del proletario moderno, quando è stata pronunciata da Karl Marx. E perché la forza lavoro umana non deve mai più essere una merce, perciò colpì come un fulmine l’altra parola di Marx della «forza lavoro come merce» come una profonda verità nei cuori e nelle anime dei proletari.

Chi veramente comprende la vita umana, sa che a quello che ho appena detto, che nel moderno ciclo economico si trova ingiustamente dentro la forza lavoro umana del proletario come una merce, che questo si basa di nuovo su un’enorme menzogna di vita. Perché la forza lavoro umana è qualcosa che non può mai essere paragonato per nessun prezzo con una merce, con una produzione. Lo si può dimostrare anche completamente rigorosamente. So che le conferenze che ora tengo in questo modo — proprio tra le classi dirigenti mi viene ripetuto sempre di nuovo, sia direttamente che indirettamente, che siano difficili da capire. Beh, poco fa qualcuno mi ha detto: Sono difficili da capire per coloro che non vogliono capire. — E poco fa a Dornach, di fronte a un’assemblea di proletari, ho tenuto più o meno la stessa conferenza che tengo per voi oggi, e allora qualcuno di quel tipo di persone che trovano difficili queste parole ha detto che non le aveva veramente capite. Allora un proletario gli rispose: Beh, si deve essere un vitello se non si capisce questo. — Così non temo questa difficoltà di comprensione, perché sono stato a lungo insegnante della scuola di formazione operaia fondata da Wilhelm Liebknecht e so che il proletario capisce molto di quello che il borghese trova del tutto incomprensibile. Non temo che non mi capirete quando vi dico: Tutti i tendenze, tutti i fini della vita economica mirano a consumare merci. Si tratta del fatto che la merce sia consumata in modo sano. Quello che non può essere consumato, viene prodotto in modo malsano. In qualche modo la merce deve poter essere consumata. Ma se attraverso l’ordine economico capitalistico la forza umana, la forza lavoro umana viene resa una merce, allora colui che la rende una merce mira solo a consumarla. La forza lavoro umana però non deve soltanto essere consumata, perciò abbiamo bisogno di un ordine economico, perciò abbiamo bisogno soprattutto di una socializzazione che determina non solo il tempo di lavoro, ma determina soprattutto anche il tempo di riposo dal lavoro, perché questo deve esistere quando deve esistere una vita sociale comunitaria. Questo è quello che mostra che una guarigione può iniziare solo quando i circoli dirigenti della società, i circoli giustamente dirigenti della società hanno lo stesso grande interesse che il lavoratore abbia il suo tempo di riposo, come gli attuali capitalisti hanno un interesse che il lavoratore abbia il suo tempo di lavoro.

Perciò vi dico: Non può mai essere paragonata la forza lavoro umana per prezzo con nessuna merce. Perciò l’acquisto della forza lavoro umana nel mercato del lavoro — capite quello che significa — è una grande menzogna di vita sociale, che deve essere eliminata. Come arriviamo a spogliare la forza lavoro umana del carattere di merce? Questa è una grande questione sociale.

La prima questione era la questione spirituale. La seconda è una grande questione sociale: Come giunge il lavoratore moderno a spogliare la sua forza lavoro del carattere di merce? Perché che cosa sente il proletario moderno nell’attuale uso economico della sua forza lavoro? Può, perché non ha sempre il tempo di rendersi tutto chiaro, quello che sente, quello che passa nel suo cuore, può forse non riuscire a esprimere chiaramente questi rapporti, ma si dice: Nell’antichità c’erano schiavi, allora i capitalisti compravano e vendevano l’uomo, come si compra e vende una mucca, l’uomo intero. Più tardi c’era la servitù della gleba; allora non si vendeva più l’uomo intero, ma solo una parte dell’uomo, ma comunque ancora abbastanza. Attualmente, nonostante tutte le assicurazioni di libertà e umanità, nonostante il cosiddetto contratto di lavoro, il proletario sa molto bene che ora ancora si compra e si vende la sua forza lavoro. Lo sa. Non se lo lascia ingannare da nulla dal cosiddetto contratto di lavoro. Ma nel fondo della sua anima, nel fondo del suo cuore, sente: Un cavallo, un paio di stivali posso venderli al mercato e poi tornare indietro. Ma la mia forza lavoro, non posso portarla e venderla al fabbricante e poi tornare indietro; devo andare come uomo con la mia forza lavoro. Perciò comunque vendo ancora l’uomo intero se devo stare in un rapporto salariale, se devo vendere la mia forza lavoro. Così il proletario moderno sente la connessione del vero carattere della sua forza lavoro con l’antico schiavismo. Perciò lo sente, quello che purtroppo le classi dirigenti hanno mancato di comprendere nel momento giusto: che oggi è arrivato il momento storico mondiale in cui la forza lavoro non deve più essere una merce. La vita economica deve avere in sé solo il ciclo della produzione di merci, del consumo di merci, della circolazione di merci.

Solo persone che nel vecchio senso riescono a pensare solo, come per esempio Walther Rathenau nel suo recente libretto intitolato «Dopo il diluvio», mostrano una certa paura di questa conoscenza. Walther Rathenau dice: Se si separa la forza lavoro dal ciclo economico, allora il valore del denaro deve cadere terribilmente. — Beh, considera solo questo da un lato. Per coloro che pensano come lui, questa caduta del valore del denaro avrà certamente grande importanza. Di questo non vogliamo parlare ulteriormente. Il punto è questo, che la vita economica stessa può essere considerata correttamente solo quando si vede, come questa vita economica confina da un lato con le condizioni naturali della vita economica. C’è il terreno, produce carbone, produce grano. Nel terreno ci sono per esempio le forze naturali che appartengono al terreno, che producono il grano. Da sopra scende la pioggia, che è necessaria. Queste sono condizioni naturali. Si può farci fronte con un aiuto tecnico, ma la vita economica ha una frontiera qui. Quanto sarebbe terribilmente sciocco se qualcuno dalle congiunture economiche volesse dare una legge nella quale stesse: Se vogliamo prezzi ragionevoli, rapporti economici ragionevoli, allora abbiamo bisogno nel 1920 di un anno in cui ci sono tanti giorni di pioggia e tanti giorni di sole, e così le forze sotto il terreno devono agire. — Ridete giustamente. Sarebbe molto sciocco chi volesse dare leggi su quello che la natura stessa determina, chi dal ciclo economico volesse inventare i requisiti come la natura con le sue forze dovrebbe agire. Come con la vita economica arriviamo a una frontiera, come il terreno di un paese può fornire solo una certa somma di materie prime, così dall’altro lato la vita economica deve confinare con quello che sta fuori di questa vita economica, con la vita dello stato giuridico. E nella vita dello stato giuridico deve essere stabilito e regolato solo quello in cui tutti gli uomini sono uguali, quello che veramente può essere fondato sul terreno della democrazia. Così arriviamo a una triarticolazione dell’organismo sociale sano.

La vita spirituale sta su se stessa, la vita spirituale deve essere una libera. In essa i talenti, le capacità umane devono essere curati nel modo giusto. Uno statista, che ha detto molte sciocchezze durante la terribile catastrofe della guerra, ha anche detto: In futuro strada libera al capace! — Su belle frasi, su modi di dire, che sono veri solo nella parola, in questo tempo serio non conta più. Se la gente dice «Strada libera al capace», ma per il sangue, per i pregiudizi sociali è comunque predisposta a considerare il nipote o il cugino come il più capace, allora con una tale ridicola divisa non si fa straordinariamente molto. Bisogna fare serio nella vita spirituale libera con la cura dei talenti umani, allora socializzeremo la vita spirituale. Allo stato appartiene tutto quello in cui tutti gli uomini sono uguali, per cui talenti speciali non contano, per cui quello che conta è quello che è innato all’uomo, come è innato all’occhio sano la capacità di vedere il blu o il rosso. Per lo stato conta la coscienza giuridica. Questa coscienza giuridica, può dormire nell’anima, ma è messa nel cuore di ogni uomo. Il proletario cercava la realizzazione di questa coscienza giuridica. Che cosa ha trovato? Come ha trovato nel campo della vita spirituale il lusso spirituale, che era come un fumo che veniva fuori dalla vita economica, così ha trovato nel campo dello stato non la realizzazione della coscienza giuridica, ma privilegi di classe, privilegi di classe e svantaggi di classe. Qui avete la radice dell’elemento di vita antisociale del tempo recente. Allo stato appartiene tutto quello in cui tutti gli uomini sono uguali. Non sono uguali per quanto riguarda le capacità e le abilità spirituali e fisiche. Queste appartengono alla cura della vita spirituale libera. Lo stato sarà qualcosa di sano solo quando non nel senso dell’ordine borghese moderno, potremmo anche dire, dell’ordine borghese che va verso il suo declino, non assorbe la vita spirituale e la vita economica, ma quando da un lato mette in libertà la vita spirituale, dall’altro lato la vita economica per loro propria socializzazione. Di questo si tratta. Allora sarà possibile che il lavoratore, come uguale a tutti gli uomini nel campo dello stato in confronto agli altri, regoli la misura e il carattere della sua forza lavoro, prima che si debba gettare nella vita economica. In futuro deve essere altrettanto impossibile che attraverso le congiunture economiche, attraverso i costrizioni economiche qualcosa sia determinato sul diritto del lavoro, come è semplicemente impossibile attraverso le condizioni naturali che dal ciclo economico o da altro le forze naturali, pioggia e sole, siano regolate. Indipendentemente dalla vita economica deve essere stabilito statalmente su terreno democratico, dove un uomo è uguale all’altro, nello stato completamente separato dalla vita economica, che cosa sia il diritto del lavoro, e che cosa sia quello che si oppone a questo diritto del lavoro, che cosa sia la disposizione su una cosa, quello che oggi si chiama proprietà, ma che nel massimo grado deve cessare e deve cedere a qualcosa di sano in futuro. Se non è la vita economica che determina la forza lavoro, ma se al contrario la vita economica deve orientarsi secondo quello che il lavoratore da se stesso nella democrazia statale determina sulla sua opera, allora una rivendicazione importante è soddisfatta.

Beh, si potrà obiettare: Allora la vita economica dipenderà dalla legge e dal diritto sulla forza lavoro. Certamente, ma questa sarà una dipendenza sana, una dipendenza naturale come la dipendenza dalla natura. Il lavoratore, prima di andare in fabbrica, saprà quanto e quanto a lungo deve lavorare; non avrà più nulla da regolare con nessun capo lavoro sulla misura e il carattere del suo lavoro. Avrà solo da parlare di quello che come distribuzione deve esistere di quello che insieme al capo lavoro è stato prodotto. Questo sarà un possibile contratto di lavoro. Ci saranno contratti solo sulla distribuzione di quello che è stato fornito, non sulla forza lavoro. Questo non è un ritorno al vecchio cottimo; sarebbe solo così se questo processo di socializzazione non fosse pensato nel suo complesso.

Posso ancora parlare brevemente di qualcosa che si oppone al diritto del lavoro che libererà il lavoratore. Il socialismo ordinario parla molto del fatto che la proprietà privata deve passare alla comunità. Ma la grande questione di questa socializzazione sarà proprio il come. Nel nostro odierno ordine economico abbiamo solo in un campo un po’ di pensiero sano riguardante la proprietà. È nel campo che secondo la moderna frasologia borghese, alla moderna mancanza di sincerità borghese, è internamente diventato proprietà insignificante, è cioè la proprietà spirituale. Riguardo a questa proprietà spirituale, vedete, la gente ancora pensa un po’ sanamente. Si dicono: Anche se uno è un tipo intelligente, si porta con la nascita le sue capacità, ma questo non ha significato sociale, al contrario, deve portarle alla società umana, senza la società umana queste capacità sarebbero inutili, se l’uomo non stesse dentro la società umana. L’uomo deve quello che può creare dalle sue capacità alla società umana, all’ordine sociale umano. In verità non gli appartiene. Perché amministra la sua cosiddetta proprietà spirituale? Solo perché la produce; producendola mostra che ha meglio queste capacità degli altri. Finché ha meglio queste capacità degli altri, allora amministrerà meglio questa proprietà spirituale al servizio del tutto. Bene, gli uomini almeno sono arrivati al punto che questa proprietà spirituale non si erediti infinitamente; trenta anni dopo la mia morte la proprietà spirituale appartiene a tutta l’umanità. Chiunque trenta anni dopo la mia morte può stampare quello che ho prodotto; lo può utilizzare in qualunque modo, e questo è giusto. Sarei persino d’accordo se ci fossero ancora più diritti su questo campo. Non c’è nessun’altra giustificazione che si debba amministrare proprietà spirituale se non che, perché si può produrla, si hanno anche migliori capacità. Chiedete oggi al capitalista se è d’accordo di fare per la proprietà materiale a lui preziosa quello che ritiene giusto per la proprietà spirituale! Chieditegli! E eppure questo è salutare. Deve, di una sana società, stare a fondamento, che ognuno dalla organizzazione spirituale, che sarà un’amministrazione sana delle capacità umane — troverete questo più dettagliatamente nel mio libro «I punti nodali della questione sociale» — può venire a capitale. Deve però arrivarci, che si trovino i mezzi e le vie, a questa grande, ampia socializzazione del capitale, cioè della rendita di capitale e dei mezzi di produzione, che ognuno può venire al capitale e ai mezzi di produzione che ha le capacità per questo, ma che abbia l’amministrazione e la direzione di capitale e mezzi di produzione solo finché può e vuole esercitare queste capacità. Poi, se non vuole più esercitarle lui stesso, passano per certe vie al tutto. Cominciano a circolare nel tutto.

Questo sarà un cammino sano verso la socializzazione del capitale, quando portiamo in movimento, nel ciclo dell’organismo sociale, quello che oggi si accumula come capitali nel diritto di eredità, nel sorgere di rendite, di diritto di ozio, di altri diritti superflui. Su questo conta. Non abbiamo nemmeno bisogno di dire: La proprietà privata deve diventare proprietà della società. Il concetto di proprietà non avrà alcun senso. Avrà senso tanto poco quanto avrebbe senso se nel mio corpo ad alcuni punti si accumulassero afflussi di sangue. Il sangue deve stare in circolazione. Quello che è capitale deve andare dai capaci ai capaci. Sarà il lavoratore d’accordo con una tale socializzazione? Sì, sarà, perché la sua situazione di vita lo costringe a essere ragionevole. Si dirà: Se colui che ha le giuste capacità è il leader, allora posso avere fiducia in lui, allora le mie forze lavoro sono meglio usate sotto il leader giusto che sotto il capitalista che non ha le capacità, ma che solo un processo malsano di accumulo di capitali ha messo al suo posto. Queste cose ora posso solo indicare. Questa sarà la futura dottrina della socializzazione della circolazione di capitale e mezzi di produzione, la costruzione concreta, vera di quello che anche da Karl Marx in modo astratto è stata indicata come grande fine dell’umanità: A ognuno secondo le sue capacità e i suoi bisogni.

Oggi siamo passati attraverso un duro tempo di sofferenza umana, un duro tempo di prova dell’umanità. Oggi non abbiamo più bisogno come molti altri di dire che deve esserci una nuova razza di uomini che possa socializzare secondo il principio: A ognuno secondo le sue capacità e i suoi bisogni! — no, possiamo avere la giusta fiducia. Se vogliamo soltanto, allora queste idee sociali sane della triarticolazione della vita spirituale, della vita giuridica e della vita economica potranno prendere piede. Perché questa vita economica, diventerà sana solo se si è separata dalle altre due. Allora si formeranno nel campo della vita economica, come l’ho presentato nel mio libro, associazioni, cooperative, ma che in modo sano non mirano a produrre e fare profitto, ma che partono dal consumo e non fanno la produzione cosicché le forze lavoro vengano disperse in aria, ma che le forze lavoro vengano richiamate per la guarigione del consumo, per la soddisfazione dei bisogni.

Permettetemi ancora di raccontarvi l’inizio che abbiamo fatto nella società, che comprendo bene è così calunniata che non l’amate, — di raccontarvi come in un certo campo è stato tentato di socializzare economicamente la vita spirituale. Quando circa venti anni fa fui costretto con i miei amici a condurre questa società, per me si trattava di ciò, che mi dissi: Se dai i libri che sono stati prodotti da me sul terreno di questa società nel mondo nella stessa maniera capitalistica, come è oggi l’uso nel commercio dei libri, allora ti macchi contro un pensiero sociale sano. Perché come vengono oggi fabbricati i libri? Molte persone oggi si ritengono capaci di fabbricare buoni libri. Bene, se tutto quello che oggi viene stampato dovrebbe essere letto, allora avremmo molto da fare. Ma vedete, per questo c’è semplicemente questa pratica nel commercio dei libri: Qualcuno si ritiene un genio e scrive un libro. Il libro viene stampato in mille copie. Di questi libri il novanta per cento viene ribattuto perché ne vengono venduti cinquanta. Che cosa significa questo però dal punto di vista economico nazionale? Vedete, tante persone che devono fabbricare la carta, così tanti tipografi, così tanti rilegatori e che altrimenti erano occupati, sono stati assunti per il lavoro; questo lavoro è improduttivo, questo lavoro si disperde. Qui sta il grande danno. Oh, avreste meraviglia se faceste il tentativo di rispondere alla domanda quanto del lavoro che gli onorevoli signore qui seduti devono compiere, quanto di esso si disperde. Questo è il grande danno sociale. Come ho tentato di fare allora? Mi dissi: Col commercio dei libri non si può far nulla. Abbiamo fondato noi stessi un piccolo commercio di libri. Poi però ho prima provveduto che i bisogni per questo fossero presenti, per cui il libro dovesse essere stampato. Cioè, mi sono dovuto prendere la fatica di creare prima i consumatori; non naturalmente nel modo che facessi mettere una colonna, come le colonne con la pubblicità: Fai buone zuppe con Maggi! — ma nel modo di creare prima i bisogni — si può ovviamente dir qualcosa contro questi bisogni —, e poi iniziare solo a stampare quando sapevo che nessuna copia restava lì, nessun gesto restava infruttuoso. Così è stato anche tentato con la fabbricazione del pane, là non era possibile allo stesso modo nelle circostanze attuali, ma dove poteva essere attuato, si mostrava proprio sotto il rispetto economico il fruttifero, se si parte non dalla produzione cieca che mira solo all’arricchimento, ma dai bisogni, dal consumo. Poi, quando questo accade, allora sul cammino della vita economica associativa potrebbe essere attuata una vera socializzazione.

Così oggi devo parlarvi su un terreno più largo della socializzazione. Perché quello che nasce solo su questo terreno largo è il veramente pratico. Altrimenti si farà sempre solo botch della socializzazione, se non si mette come la prima questione proprio questa: Che cosa deve fare lo stato? Deve prima mettere in libertà da un lato la vita spirituale, dall’altro lato la vita economica; deve stare sul terreno della vita giuridica. Questo non è nulla d’impratico, ma è una socializzazione che può essere attuata ogni giorno.

Che cosa ci vuole? Coraggio, audacia, nient’altro! Ma perché la gente vuole considerare questo impratico? Ho conosciuto abbastanza persone che negli ultimi quattro anni e mezzo hanno ripetuto ancora e ancora che questa catastrofe della guerra mondiale era così terribile che gli uomini, da quando c’è una storia conosciuta, non hanno sperimentato tale orrore, che era l’esperienza più grande dello sviluppo storico dell’umanità. Bene, finora non ho trovato gli uomini che anche dicono: Se gli uomini erano condannati a essere portati da vecchi pensieri, dalle vecchie abitudini di pensiero in tale miseria, allora ora devono raccogliersi per abbandonare questi vecchi pensieri e venire a nuovi pensieri, a nuove abitudini di pensiero. Abbiamo soprattutto bisogno di una socializzazione dei cervelli. Nei cervelli che portiamo sulle spalle deve esserci qualcosa di diverso da quello che finora è stato nei cervelli umani. Questo è quello che abbiamo bisogno. Perciò bisogna affrontare la questione in modo ampio.

E ora in conclusione voglio dire ancora questo: Quando l’alba del tempo recente iniziò, allora coloro che avevano più cuore per il progresso dell’umanità civilizzata erano penetrati da tre grandi ideali: Libertà, Uguaglianza, Fraternità. Questi tre grandi ideali, ha una strana circostanza. Da un lato sente ogni uomo sano e interiormente coraggioso: Questi sono i tre grandi impulsi da cui l’umanità recente deve finalmente essere guidata. Ma persone molto intelligenti nel diciannove esimo secolo hanno ripetutamente dimostrato quale contraddizione regni proprio tra questi tre ideali: Libertà, Uguaglianza, Fraternità. Sì, regna una contraddizione, hanno ragione. Ma sono comunque i più grandi ideali, nonostante si contraddicano. Sono stati semplicemente stabiliti in un tempo in cui lo sguardo dell’umanità era ancora come ipnotizzato diretto allo stato unitario, che fino ai nostri tempi è stato venerato come un idolo. Specialmente coloro che hanno fatto dello stato il loro protettore e se stessi protettori dello stato, i cosiddetti imprenditori, potrebbero dire al lavoratore, come Faust disse alla sedicenne Gretchen di Dio: Lo stato, mio caro lavoratore, è l’Onniente, l’Onnivegliante, non ti prende e non ti sostiene, non prende e non sostiene me, se stesso? - E inconsciamente potrebbe pensare: soprattutto me! — Su questo idolo, lo stato unitario, lo sguardo era come ipnotizzato diretto. Lì, in questo stato unitario, questi tre grandi ideali si contraddicono davvero. Ma coloro che non si erano lasciare ipnotizzare da questo stato unitario nel campo della vita spirituale, che avevano pensato alla libertà come ho fatto io stesso nel mio libro «La filosofia della libertà», che ho completato all’inizio degli anni novanta, e che deve apparire di nuovo proprio ora nel nostro tempo di grandi questioni sociali, di grande ripensamento, sapevano: Solo perché si vedevano contraddizioni tra i tre grandi ideali sociali, perché si credeva di doverli realizzare nello stato unitario.

Se si riconosce correttamente che l’organismo sociale sano deve essere articolato in tre parti, allora si vedrà: Nel campo della vita spirituale deve regnare la libertà, perché i talenti, i talenti, i doni dell’uomo devono essere curati in modo libero. Nel campo dello stato deve regnare l’assoluta uguaglianza, l’uguaglianza democratica, perché nello stato vive quello in cui tutti gli uomini sono uguali tra loro. Nella vita economica, che deve essere separata dalla vita dello stato e della vita spirituale, ma a cui deve essere fornita forza dallo stato e dalla vita spirituale, deve regnare la fraternità, la fraternità su larga scala. Si risulterà da associazioni, da cooperative che sorgeranno dalle corporazioni professionali e da quelle comunità che sono formate da consumo sano insieme a produzione sana. Allora potrà regnare nell’organismo articolato in tre parti l’uguaglianza, la libertà, la fraternità. E attraverso la nuova socializzazione potrà essere realizzato quello che uomini che pensano e sentono sanamente hanno desiderato da molto tempo. Si dovrà solo avere il coraggio di considerare come una mummia molti vecchi programmi di partito di fronte ai nuovi fatti. Si dovrà avere il coraggio di ammettere: Nuovi pensieri per nuovi fatti, per le nuove fasi dello sviluppo dell’umanità sono necessari. E ho fatto esperienze con tutte le classi nelle mie osservazioni di vita, che veramente abbracciano decenni, che sono sorte da un destino che mi ha insegnato non su, ma con il proletariato, e ho acquisito da questo il sentimento che il proletariato è il sano, che persino quello che ora è apparso come una conseguenza della fusione illegittima della vita economica con la vita dello stato, che questo viene sentito dal proletario nel modo giusto. Colui che oggi mi ha ascoltato saprà che intendo sinceramente le rivendicazioni legittime del proletariato moderno, che sono rivendicazioni storiche. Ma so anche che, in fin dei conti, riguardo a tutto quello che è sciopero, il proletario ragionevole pensa come l’uomo ragionevole in generale. So che il lavoratore ragionevole non sciopera per lo sciopero, ma sciopera solo perché l’ordine economico l’ha portato al punto che le rivendicazioni politiche sono intrecciate con le rivendicazioni economiche. Solo allora la vita economica potrà essere completamente portata su tracce ragionevoli, quando questa separazione della vita politica dalla vita economica sarà avvenuta. Anche su questo ci potremmo capire, specialmente se avessimo avuto occasione di parlare più dettagliatamente su questo. Capiremmo riguardo a ogni sciopero: potrebbe essere evitato; il lavoratore ragionevole vuole intraprenderlo solo se forzato. Questo è anche qualcosa che appartiene alla sana socializzazione, che superiamo quello che non vogliamo veramente fare, quello che è irragionevole fare. L’ordine economico moderno stesso ha portato al punto che quello che è non voluto, quello che è considerato irragionevole viene spesso compiuto.

Mi capirete, e capirete anche quando proprio da questo punto di vista dico: Per quanto cattive esperienze abbia fatto con le vecchie classi, gli uomini devono ancora trovare la via verso la triarticolazione, ed io spero molto dai sani sensi del proletariato moderno. Ho osservato come dietro quello che il proletariato moderno chiama coscienza di classe, sta una coscienza dell’umanità inconscia; come il proletario consapevole della classe di fatto domanda, come giungo a un ordine mondiale che mi risponde con un sì alla domanda: La vita umana è per me vivibile e degna di vivere? — Ancora oggi il proletario può rispondere a questa domanda dall’ordine economico, dall’ordine giuridico, dalla vita spirituale solo con un no; domani vuole rispondere con un sì. E tra questo no e questo sì sta la vera socializzazione, sta quello attraverso cui il proletariato veramente consapevole di se stesso libererà e redimerà questo proletariato e così libererà e redimerà tutto quello che è umano nell’uomo, che merita di essere liberato e redento.

Parola finale dopo la discussione

Bene, onorevoli signore e signori presenti, fondamentalmente la discussione non ha prodotto nulla di così essenziale basato su quello che ho detto, che dovrei ancora trattenervi a lungo con questa parola finale. Innanzitutto voglio però dare una risposta alla domanda diretta che mi è stata rivolta alla fine: perché avevo usato così tanto agitatorio nella mia conferenza. Bene, certamente non voglio, come capirete, intavolare una discussione con l’onorevole interrogante, per quanto riguarda se, perché mi si dice che sono un filosofo, sono solo autorizzato a dire cose incomprensibili, non agitatorio, cioè frasi fatte. Non è questo che mi interessa. Ma sono stato un po’ sorpreso, molto sorpreso dal fatto che al quello che ho detto la parola agitatorio sia stata affatto applicata. Perché non sono consapevole, honestà, di aver detto una singola parola diversa da quella che risulta dalla mia convinzione della verità, dalla mia visione delle circostanze attuali. Che cosa è agitatorio? Se, diciamo, un uomo conservatore sentisse parole molto moderate di una persona che sta molto a sinistra, e le trovasse agitatorio, allora sono veramente agitatorio? Perché parla in modo agitatorio al conservatore? Non può farci nulla. Le parole diventano così nella percezione del conservatore. Così, vedete, quello che uno percepisce come demagogia, non deve essere affatto demagogia per l’altro. Quello che è molto spiacevole per uno, lo chiama spesso demagogia. Bene, anche il vostro leader tecnico ha parlato a voi.

Non è vero, se tutti coloro che delle condizioni di vita, in cui il vostro onorevole leader tecnico sta, parlassero come il vostro onorevole leader tecnico, allora, miei onorevoli signore e signori, raggiungeremmo presto quello che vogliamo raggiungere. Se molti uomini pensassero così, allora pochi avrebbero bisogno di dire che attraverso parole come le mie, che vogliono dire la verità, che non vogliono erigere un abisso, che attraverso queste parole l’abisso è stato ancora reso più grande. Ma sull’altro lato, sulla destra dell’abisso, ci sono anche persone del tutto diverse dal vostro onorevole leader tecnico, che ha parlato a voi, uno è, che parlano del tutto diversamente da lui. Tra lui e noi non sarà un grande abisso. Forse l’abisso inizierà solo dove anche lui sta di più dall’altra parte. Credo che potrebbe essere capito quello che ho detto sul destino di molti lavoratori spirituali.

Vedete, si potrebbe vivere diversamente, se davvero si fosse dentro il recente sviluppo dell’umanità. Ho molti anni fa, circa 27 o 28 anni fa, partecipato a un’assemblea in cui ha parlato Paul Singer. Allora alcune persone dal proletariato hanno sottolineato in qualche modo che non valutavano il lavoro spirituale allo stesso modo del lavoro fisico. Allora avrebbe dovuto sentire come Paul Singer insieme alla maggioranza preponderante ha preso la difesa del lavoro spirituale! Non ho mai sperimentato che il lavoro spirituale sia stato tradito dai proletari. Non ho affatto parlato di nessun abisso tra il lavoro fisico e il lavoro spirituale, ho parlato dell’abisso tra proletariato, lavoro umano e capitalismo. In questo dobbiamo capirci correttamente. E siamo chiari, discorsi come quelli che abbiamo sentito dal vostro onorevole leader, con nostra grande gioia — almeno mia e certamente anche vostra grande gioia — questi discorsi, non li sentiamo facilmente dall’altro lato. Non troveremo facilmente gli uomini la cui mano possiamo afferrare.

E un’ultima cosa in conclusione: Sì, certamente, dico cose che in certe circostanze richiedono che si agisca rapidamente su molte questioni. Capisco, perché io stesso sono un uomo di scienza, molto bene le parole dell’onorevole oratore precedente quando dice: Lo sviluppo deve procedere lentamente; bisogna avere pazienza di aspettare. Trenta anni fa sono già state scoperte da matematici cose che oggi solo ora vengono riconosciute. — Sì, miei onorevoli signore e signori, e in particolare mi rivolgo ora anche al vostro molto onorevole leader tecnico: Ma oggi ci sono cose nella vita sociale su cui non possiamo aspettare, di fronte alle quali siamo costretti ad aprire un po’ i nostri cervelli e a diventare capaci di comprensione rapida. Perciò mi sono rallegrato più di questo che dell’enfasi sulla lentezza.

3°Che cosa e come si deve socializzare? (operai stabilimenti Daimler)

Stoccarda-Untertürkheim (stabilimenti Daimler), 25 Aprile 1919

Nel senso in cui intendo affrontare il mio tema oggi, lo potrete comprendere dal manifesto che è stato consegnato a ciascuno di voi. Oggi si tratterà di considerare ciò che nel presente viene chiamato socializzazione — ciò che suona come un appello storico-mondiale da una parte e come un appello universalmente umano dall’altra, oggi così potente e così impetuoso — una volta da una prospettiva più ampia e più vasta, di quanto non lo sia solitamente. E precisamente non per la ragione che ciò corrisponda ad alcuna preferenza personale, bensì perché la grande, straordinaria esigenza del nostro tempo può essere colta nel modo giusto solo se si afferra ciò di cui si tratta con la massima larghezza di vedute e la massima generosità.

Se parlassi a un’assemblea di operai cinque o sei anni fa nello stesso modo in cui intendo parlare a voi oggi, le condizioni di comprensione fra l’oratore e gli ascoltatori sarebbero state del tutto diverse da quelle odierne. È così, sebbene ancora non sia bene compreso nei circoli più vasti. Vedete, cinque o sei anni fa un’assemblea come questa mi avrebbe ascoltato e, secondo le concezioni sociali che possedeva, si sarebbe formata un giudizio su se quanto dicevo divergeva in qualche modo dalle proprie concezioni sociali, e mi avrebbe respinto se avessi affermato qualcosa che poco concordasse con le sue opinioni. Oggi deve contare qualcosa di completamente diverso, poiché questi cinque o sei anni sono trascorsi come periodi significativi e pieni di eventi dirompenti sull’umanità, e oggi è già necessario che la fiducia in chi intende dire qualcosa sulla socializzazione non si basi solo sulla circostanza che egli voglia esattamente lo stesso che si vuole per conto proprio, bensì sul fatto che egli dimostri di avere, riguardo alle rivendicazioni giuste del momento, che si esprimono nel movimento proletario in continua crescita, un sentimento e un volere onesti e sinceri per queste rivendicazioni giuste del tempo. Oggi ci troviamo di fronte a fatti completamente diversi — il tempo si è sviluppato rapidamente — da quelli ai quali eravamo di fronte cinque o sei anni fa. Oggi deve essere considerato qualcosa di completamente diverso da quanto lo era cinque o sei anni fa. Perciò, innanzitutto, lasciate che io ponga le seguenti osservazioni introduttive.

Vedete, filosofi socialisti di alto livello hanno detto, poco prima che la rivoluzione d’autunno del 1918 arrivasse in Germania, pressappoco quanto segue: quando questa guerra sarà terminata, il governo tedesco dovrà trattare i partiti socialisti in un modo completamente diverso da come li ha trattati prima. Dovrà ascoltarli. Dovrà prenderli nei suoi consigli. Ora, non continuerò il discorso in questo modo, come detto; così parlavano importanti leader socialisti. Che cosa rivela ciò? Rivela che poco prima del novembre 1918 questi importanti leader socialisti pensavano di avere a che fare, dopo la guerra, con qualche governo che sarebbe esistito nel senso antico e che avrebbe considerato solo queste personalità socialiste. Quanto rapidamente le cose sono cambiate! Quanto rapidamente è arrivato qualcosa che nemmeno questi stessi leader socialisti avrebbero potuto sognare! Quel genere di governo, che essi credevano sarebbe ancora esistito, è scomparso negli abissi. Questo però costituisce la grande, straordinaria differenza e vi pone, a tutti voi, dinanzi a fatti completamente diversi. Oggi non siete più nella posizione di cercare «una certa considerazione», bensì siete nella posizione di partecipare attivamente al nuovo sviluppo dell’ordine sociale, che deve subentrare. A voi si presenta una rivendicazione positiva: la rivendicazione di sapere, di riflettere su ciò che deve accadere, su come possiamo procedere con razionalità verso la guarigione dell’organismo sociale. Qui deve essere usato un linguaggio completamente diverso da quello di prima. Si tratta prima di tutto di volgere lo sguardo indietro e di ricordare ciò che ci ha condotti nell’orribile situazione presente; ciò che deve migliorare, ciò che deve cambiare. Per questo, lasciate che io ponga, almeno come introduzione, alcune considerazioni.

Non voglio annoiarvi molto con osservazioni che sembrino personali. Ma se non si è un teorico, non uno scienziato astratto, ma se si sono acquisite — come nel mio caso — le concezioni sul necessario sviluppo sociale attraverso più di trent’anni di esperienza di vita, allora si fonde insieme ciò che si ha da dire in generale con ciò che si sente personalmente. Non voglio, come detto, annoiarvi particolarmente con alcuni resoconti personali, ma forse si può osservare, almeno come introduzione, che ero costretto — personalmente costretto — nella primavera del 1914 a riassumere, in una piccola assemblea a Vienna — un’assemblea più grande probabilmente mi avrebbe riso in faccia per le ragioni di cui sto per parlare — ciò che si era formato in me, vorrei dire, nell’amara esperienza di vita, come concezioni sulla questione sociale e sul movimento sociale. Dovetti allora, come conclusione di decenni di esperienza, decenni di osservazione della vita sociale del cosiddetto mondo civilizzato, dire quanto segue: Le tendenze vitali che dominano nel presente diventeranno sempre più forti finché non si distruggeranno alla fine in se stesse. Chi sa guardare spiritualmente nella vita sociale vede ovunque come orribili le tendenze alla formazione di mali sociali si sprigionano. Questa è la grande preoccupazione culturale che emerge per colui che ha penetrato l’esistenza. Questo è l’orribile, ciò che agisce così oppressivamente e che, anche se si potesse sopprimere tutto l’entusiasmo per la conoscenza dei processi vitali attraverso la scienza che conosce lo spirito, dovrebbe nonetheless spingere uno a parlare dei rimedi che possono essere applicati contro di esso — così che si dovrebbe gridare al mondo parole su questo. Se l’organismo sociale continuasse a svilupparsi come ha fatto finora, allora nascerebbero danni alla cultura che sarebbero per questo organismo quello che le formazioni cancerose sono per l’organismo naturale umano.

Ora, se uno dice ciò nella primavera 1914, i cosiddetti uomini intelligenti naturalmente lo consideravano un fantasta. Poiché che cosa hanno detto effettivamente i molto intelligenti, coloro ai quali, come appartenenti alla classe dirigente, erano affidati i destini dell’umanità? Si deve oggi fare un po’ di ricerca critica su come erano costituite le menti di questi uomini al potere, altrimenti gli uomini continueranno ancora a obiettare che non è necessario usare un linguaggio così serio come quello che vogliamo usare oggi. Che cosa dissero allora questi cosiddetti personalità al potere? Ascoltiamo, ad esempio, il ministro degli esteri responsabile della politica estera tedesca di allora. In una seduta decisiva del Reichstag tedesco, davanti a diverse centinaia di signori anche illuminati dalla politica, sapeva dire quanto segue su ciò che incombeva. Disse: L’allentamento generale in Europa progredisce in modo gratificante. Con il governo di Pietroburgo stiamo meglio ogni giorno. Questo governo non dà ascolto alle chiacchiere della stampa e noi continueremo a coltivare le nostre amichevoli relazioni con Pietroburgo come le abbiamo coltivate finora. Con l’Inghilterra siamo in negoziati che, sebbene non siano ancora conclusi, sono però progrediti al punto che possiamo sperare di giungere, nel prossimo futuro, alle migliori relazioni con l’Inghilterra che possiamo desiderare.

Questo allentamento generale ha fatto così grandi progressi, queste relazioni con Pietroburgo erano state così bene avviate dal governo, questi negoziati con l’Inghilterra hanno portato tali frutti che poco dopo iniziò il periodo nel quale, per dire il meno, dieci o dodici milioni di persone all’interno dell’Europa furono massacrate e tre volte altrettanti furono ridotti a invalidi. Ora posso forse farvi questa domanda: Come erano informati questo signore e coloro ai quali apparteneva della sua classe su ciò che accadeva nel mondo? Quanto forte era la loro capacità di comprendere ciò che è necessario per il futuro più prossimo? Non erano forse accecati dalla cecità? E a questo non si aggiungeva ancora quell’orribile, quell’odioso orgoglio che designava come fantasioso chiunque indicasse che qui c’era un male sociale cancerogeno che sarebbe scoppiato in modo orribile nel prossimo tempo? Tali domande devono oggi essere poste. Devono essere poste per la ragione che molte personalità oggi ancora, nonostante i fatti che parlano chiaramente, sono cieche allo stesso modo riguardo a ciò che oggi è ancora all’inizio del suo sviluppo: la forma che il movimento sociale, questo movimento sociale durato più di mezzo secolo, ha assunto nella sua forma più recente dal cadere del 1918. Ciò che oggi si dovrebbe realizzare è che ci siano persone — tali persone devono oggi essere nella grande massa della popolazione proletaria — che abbiano nella loro mente una consapevolezza di ciò che effettivamente deve accadere.

Chi nel corso degli ultimi decenni ha imparato non solo, come molti che oggi parlano di socialismo, a pensare al proletariato, ma il cui destino l’ha portato a pensare e a sentire con il proletariato, deve oggi pensare alla questione sociale in un modo molto più serio, molto più ampio, di quanto molti pensino. Deve guardare a ciò che questo movimento è diventato dal suo sviluppo negli ultimi cinque, sei, sette decenni, da quando il grande appello di Karl Marx è risuonato nel mondo; deve accorgersi come il movimento sociale, come i programmi sociali oggi hanno la necessità di uscire dallo stadio della critica, di entrare nel terreno della creazione, nel terreno dove si può sapere ciò che deve accadere per una ricostruzione dell’ordine della società umana, la cui necessità, propriamente, oggi ogni persona con anima consapevole deve sentire.

In tre ambiti fondamentali della vita l’operaio ha sentito ciò che veramente è suo vantaggio, ciò che deve cambiare nella sua intera posizione nel mondo, nella società umana e così via. Ma le condizioni degli ultimi secoli, particolarmente del diciannovesimo e soprattutto dei primi decenni del ventesimo secolo, hanno fatto sì che, mentre più o meno inconsciamente, istintivamente l’operaio sentisse molto bene nel suo cuore che le vie verso il suo ideale futuro sono tre, tuttavia l’attenzione fosse diretta, per così dire, solo su un unico obiettivo. L’ordine della società borghese moderna ha spinto tutto, per così dire, nell’ambito economico. All’operaio moderno non era permesso, non era possibile, dal suo rapporto di lavoro, ottenere una visione completamente libera, pienamente consapevole di ciò che è veramente necessario. Egli poteva, perché la tecnica moderna, soprattutto il capitalismo moderno, l’aveva asservito al puro ordine economico, egli poteva, proprio perché la borghesia aveva spinto tutto verso l’economico, credere solo che la caduta dell’antico, il crollo dell’antico e la desiderata, la voluta costruzione del nuovo dovessero svilupparsi nel campo economico, nel campo dove vedeva agire: capitale, forza lavoro umana e merci. E oggi, quando risuona il grido così giustificato per la socializzazione, si ha effettivamente, anche se si considerano gli altri rami della vita, gli occhi rivolti solo all’ordine economico. Come ipnotizzato, direi, lo sguardo è rivolto puramente alla vita economica, puramente a ciò che è compreso sotto i nomi di capitale, forza lavoro e merci, condizioni di vita, prestazioni materiali. Ma nel profondo del cuore del proletario, anche se non sa così precisamente nella sua piccola mente, c’è quello che gli dice che la questione sociale è trifasica, che questa più recente questione sociale, di cui soffre, per la quale vuole stare, per la quale vuole combattere, è una questione dello spirito, una questione di diritto o di stato e una questione economica. Perciò permettetemi oggi di considerare questa questione sociale, questo movimento sociale come una questione dello spirito, come una questione di diritto e come una questione economica.

Dovete solo guardare alla vita economica, e allora potrete percepire, se guardate questa vita economica con occhi consapevoli, che c’è in gioco qualcosa di completamente diverso da questa sola vita economica. Se oggi con ragione invochiamo la socializzazione, dobbiamo anche chiedere: Sì, che cosa deve essere socializzato e come deve essere socializzato? Poiché da questi due punti di vista: Che cosa deve essere socializzato? Come deve essere socializzato?

Dobbiamo prima di tutto considerare la vita economica, così come si è sviluppata nel tempo più recente e come effettivamente nei nostri giorni — non inganniamoci su questo — è almeno per la nostra regione più o meno in crollo. Dobbiamo oggi essere pervasi da una consapevolezza: che non possiamo più imparare nulla da tutto ciò che la gente, nello spirito del capitalismo, nello spirito dell’economia privata, ha considerato come pratico, come appropriato agli uomini. Chi si abbandona oggi alla convinzione che si può progredire con istituzioni che sono pensate solo come erano state pensate prima, si abbandona veramente alle più grandi illusioni. Ma si deve imparare da queste istituzioni. Vedete, la cosa più caratteristica che nella vita sociale, da lungo tempo, ma particolarmente fino a oggi si è sviluppata così fortemente, è questa: che da una parte stanno le classi finora dirigenti, abituate nel loro pensiero a ciò che era loro comodo da lungo tempo; queste classi dirigenti, che ancora e ancora nei loro portavoce e in se stesse sono scoppiati in lodi, sì, in vere adulazioni su tutto ciò che la cultura più recente, la civiltà più recente ha prodotto di magnifico, di grande. Come si poteva sentir dire continuamente: Meravigliosamente, rispetto alle possibilità precedenti, l’uomo oggi corre per miglia; il pensiero va fulmineo per via telegrafica o telefonica nel mondo. La cultura artistica e scientifica esterna si diffonde in modo inaudito. — Potrei continuare a lungo questo canto di lode, che non voglio io stesso cantare, che innumerevoli persone che potevano partecipare a questa cultura hanno cantato ancora e ancora. Ma oggi deve essere chiesto, sì, il tempo stesso lo chiede: Come era possibile, dal solo punto di vista economico, questa cultura nuova? Era possibile solo per il fatto che si elevava come sovracoltura al di sopra della miseria fisica e spirituale, al di sopra della sofferenza fisica e spirituale della massa larga che non poteva partecipare alla cultura così celebrata. Se questa massa larga non fosse stata, se non avesse lavorato, questa cultura non avrebbe potuto esistere. Questo è ciò di cui si tratta; questa è la questione storica di oggi, che non deve essere ignorata.

Da ciò emerge il tratto caratteristico di tutta la vita economica moderna. Questo tratto consiste nel fatto che oggi è facile per qualche seguace, un membro della classe possidente fornire una cosiddetta «prova» accettata; negli ultimi tempi questa prova è stata fornita più generosamente, per un certo tempo si è taciuto su di essa, perché, poiché è così sciocca, così stupida, infine non poteva più affrontare la classe operaia, gli uomini che pensano veramente socialmente con questa stupidità. Ma oggi si sente di nuovo più spesso, oggi quando così tante stupidità vanno per aria, per così dire per l’aria spirituale. È facile per coloro che ancora vogliono difendere l’attuale ordine economico in declino dire: Sì, se ora davvero si divide tutto ciò che esiste come rendita di capitale e possesso di mezzi di produzione, nella divisione migliora poco ciò che il singolo proletario ha. — È un’obiezione sciocca, stupida, perché non si tratta affatto di questa obiezione, perché non si tratta di questa obiezione, perché si tratta di qualcosa di molto più fondamentale, più grande e più potente. Di che cosa si tratta è questo: che questa intera economia della cultura, così come si è sviluppata sotto l’influenza delle classi dominanti, è diventata tale che un eccesso, un plusvalore può fornire ai frutti di questa cultura solo pochi. Tutta la nostra economia della cultura è tale che solo pochi possono godere i frutti. Non viene ceduto nemmeno come plusvalore più di quanto pochi possono godere. Se si dividesse il poco per coloro che hanno anche il diritto a un’esistenza dignitosa, questo certamente non basterebbe nemmeno minimamente. Da dove viene?

Questa domanda deve essere posta diversamente da come molti la pongono oggi. Vorrei portarvi solo alcuni esempi; potrei non solo moltiplicare questi esempi per cento, ma per mille; alcuni esempi forse sotto forma di domande. Vorrei chiedere: All’interno dell’economia culturale tedesca degli ultimi decenni, avevano davvero bisogno, ad esempio, tutte le macchine di esattamente altrettanto carbone quanto fosse assolutamente necessario per queste macchine? Chiedetelo con obiettività, e riceverete la risposta che il nostro ordine economico era in un tale caos che molte macchine consumavano molto più carbone negli ultimi decenni di quanto fosse necessario secondo i progressi tecnici. Che cosa significa? Non significa nulla di meno che per la produzione, per l’estrazione di questo carbone, è stata impiegata molta più forza lavoro umana di quanta avrebbe dovuto essere impiegata e avrebbe potuto essere impiegata, se fosse stato presente il vero pensiero socio-economico. Questa forza di lavoro umana è stata utilizzata inutilmente, è stata sprecata. Vi chiedo: È chiaro alla gente che negli anni precedenti la guerra abbiamo consumato il doppio del carbone all’interno dell’economia tedesca di quanto avrebbe dovuto essere consumato? Abbiamo sprecato tanto carbone che oggi dobbiamo dire che saremmo bastati con metà dell’estrazione di carbone, se le persone che hanno dovuto fornire la tecnica, l’economia, fossero state all’altezza dei loro compiti. Porto questo esempio per il motivo che vediate che esiste un contropolo rispetto alla cultura del lusso dei pochi da una parte. Questa cultura del lusso non ha prodotto da se stessa menti capaci che sarebbero state veramente all’altezza della vita economica più recente. Per questo è stata sprecata infinita forza di lavoro. Per questo la produttività è stata minata. Queste sono le cause nascoste, sono cause completamente pratiche, attraverso le quali siamo stati portati nella situazione in cui ora ci troviamo.

Perciò la questione sociale e la questione della socializzazione devono anche essere risolte in modo tecnico-pratico. La cultura precedente non ha prodotto le menti che sarebbero state all’altezza di creare una qualche scienza industriale. Non c’era scienza industriale, tutto si basava sul caos, sul caso. Molto era lasciato all’astuzia, allo sfruttamento, alla più insensata competizione personale. Ma questo doveva essere così. Poiché se si fosse affrontato il pratico attraverso una scienza industriale, ben presto non sarebbe emerso più ciò che solo un’economia della cultura di lusso dal plusvalore della popolazione che lavora, che produce per pochi soli. Si deve oggi affrontare la questione della socializzazione in un modo completamente diverso da come molti l’affrontano.

Vedete, uno può venire oggi e può dire: Sì, guarda, sei dell’opinione che in futuro non ci debbano più essere rentiers fannulloni? — Sì, sono di questa opinione. Allora mi dirà, se combatte come un seguace dell’attuale ordine economico: Ma considera, se sommi tutti i redditi da rendita e i beni di produzione e li dividi, come poco è, quanto piccolo è rispetto a ciò che tutti i milioni di persone che lavorano insieme hanno. — Io gli dirò: So tanto bene quanto te che i redditi da rendita sono poco, ma senti, una contrordomanda: C’è una piccola piaga che qualcuno ha su una qualche parte del corpo. Questa piaga è, in proporzione al corpo intero, molto piccola. Ma si tratta della grandezza della piaga o del fatto che, quando appare, mostra che tutto il corpo è malato? Non si tratta di calcolare la grandezza dei redditi da rendita, non di condannare necessariamente i rentiers da un punto di vista morale — dopotutto non possono farci nulla, loro hanno ereditato questa saggezza, di essere rentiers, e simili — ma si tratta del fatto che, così come nell’organismo naturale umano una malattia, un’insalubrità nella sua totalità si manifesta quando scoppia una piaga, così l’insalubrità dell’organismo sociale si manifesta quando in esso è anche possibile l’ozio o la rendita. I rentiers sono semplicemente la prova che l’organismo sociale è malato; sono la prova che tutti gli oziosi come tutti coloro che non possono lavorare da soli, per il loro sostentamento sfruttano il lavoro altrui.

I pensieri devono semplicemente essere portati in un corso completamente diverso. Si deve poter convincere che la nostra vita economica è diventata malata. E ora si deve porre la domanda: Da dove viene che all’interno del ciclo economico — capitale, lavoro umano, merci — si sviluppa in un modo così malsano — particolarmente per la questione se la massa larga dell’umanità, se come operaio si può condurre un’esistenza dignitosa — si sviluppa così? Questa domanda deve essere posta. Ma allora non si può più restare entro la sola vita economica, allora si viene necessariamente condotti, se si vede questa domanda in tutta la sua profondità, ad afferrare la questione sociale come trifasica, come questione dello spirito, come questione di stato o di diritto e come questione economica. Per questo dovete permettermi, per un quarto d’ora circa, se parlo prima della questione sociale come questione dello spirito. Poiché colui che si è occupato un po’ di questo lato sa perché non abbiamo una scienza industriale, perché non abbiamo ciò che veramente dalle menti umane avrebbe prodotto a lungo una guida sana, una socializzazione sana della nostra vita economica. Se il suolo coltivato è malato, non cresce nemmeno un frutto su di esso. Se la vita dello spirito di un’umanità in una certa epoca non è sana, non cresce su di essa il frutto che deve crescere come prospettiva economica sana, come possibilità di governare l’ordine economico così che veramente possa risultare guarigione per le masse larga. Sul suolo di una vita dello spirito malata degli ultimi tempi è emerso tutto il caos che esiste oggi nella nostra vita economica. Perciò dobbiamo prima guardare: Che cosa accade là dentro negli edifici, sui quali l’operaio passa al massimo, se un domenica, liberato dalla sua fabbrica o dal suo posto di lavoro, cammina per la strada? Che cosa accade in quelle istituzioni dove la cosiddetta vita dello spirito più elevato ha luogo, da cui di nuovo ordini, disposizioni emanano per l’insegnamento inferiore, per l’ordinaria scuola popolare? Vi chiedo, mano sul cuore, che cosa sapete effettivamente di come vengono fabbricate nelle università, nei ginnasi, nelle scuole reali quelle capacità personali che sono veramente dirigenti nella vita dello spirito, nella vita del diritto, nella vita economica? Non sapete nulla! Sapete qualcosa di ciò che ai vostri figli viene insegnato a scuola, ma nemmeno allora sapete quali intenzioni, quali obiettivi per questo insegnamento scolastico fluiscono dalle istituzioni di insegnamento più elevate nelle scuole ordinarie. Quale strada le persone che crescono nel terreno della vita dello spirito conducono gli uomini, la massa larga del proletariato non ha fondamentalmente idea. E questo è parte di ciò che crea l’abisso, la profonda spaccatura: da una parte il proletariato, dall’altra i restanti. Che cosa è stato fatto per il miglioramento nel corso dei tempi più recenti? Perché non poteva andare diversamente che fare alcuni inchini alla democrazia, è stato ceduto il popolo sotto varie forme della cosiddetta educazione più recente; sono state istituite università popolari, sono stati tenuti corsi popolari, è stata mostrata l’arte al popolo, così benevolmente: il popolo deve anche averne qualcosa. Che cosa si è conseguito con tutto questo, qual è effettivamente la realtà? Nulla, se non una terribile menzogna culturale. Tutto ha solo reso la spaccatura ancora più significativa. Poiché quando potrebbe il proletario guardare con un sentimento consapevole, onesto, dal profondo del cuore e dell’anima, a ciò che viene dipinto all’interno della classe borghese, a ciò che all’interno della classe borghese come scienza viene fabbricato, come potrebbe guardarlo? Se avesse una vita dello spirito comune con coloro che lo producono, se non esistesse una differenza di classe! Poiché è impossibile avere una vita dello spirito comune con coloro ai quali non appartieni socialmente. Questo è ciò che ha tracciato spiritualmente la grande spaccatura. Questo è ciò che spiritualmente indica ciò che deve accadere.

Molto onorevoli presenti! Certamente, come già detto, non porterò molti elementi personali, ma ciò che vi dico qui, ve lo dice qualcuno che ha trascorso i suoi sei decenni di vita in modo da mantenersi il più possibile, e sempre di più, completamente lontano da coloro le cui aspirazioni spirituali sono sostenute dallo Stato o dalla vita economica moderna. Solo allora si poteva formare una vera vita dello spirito costruita su se stessa, un giudizio sano, quando ci si era resi indipendenti da tutto ciò che è collegato con lo Stato moderno, con la vita economica moderna in relazione spirituale. Poiché vedete, voi vi conteggiate tra il proletariato, potete contarvi, potete chiamarvi con orgoglio un proletario rispetto al funzionario che appartiene a un altro ordine sociale. Così è nel campo del mondo materiale. Sapete che cosa il proletario deve attraversare nel mondo rispetto al funzionario. Ma nel campo dello spirito, fondamentalmente non ci sono veri proletari; ci sono solo coloro che vi dicono apertamente: Se mi fossi mai piegato sotto il giogo di uno Stato, di un gruppo di capitalisti, non potrei oggi stare davanti a voi e dirvi ciò che vi dico sulle moderne idee sociali, poiché nella mia mente non sarebbe entrato. — Solo coloro possono dirlo che si sono tenuti liberi dallo Stato e dall’ordine economico capitalista, che si sono costruiti la loro vita dello spirito da soli. Gli altri però non sono proletari, sono facchini. È questo: che oggi il concetto del facchino dello spirito, di colui che è spiritualmente dipendente dallo Stato presente e dall’ordine economico presente, che nel spirituale ha la direzione e così fondamentalmente anche nel pratico, nello Stato la direzione in mano. È questo che si è sviluppato nell’ordine economico borghese capitalistico nel corso degli ultimi secoli, che ha reso lo Stato un servitore dell’ordine economico borghese, che ha reso la vita dello spirito a sua volta sottomettersi allo Stato.

Gli illuminati, coloro che secondo loro parere sono illuminati, le persone molto intelligenti, sono orgogliosi quando oggi possono dire: Nel medioevo, bene, così era che la filosofia — così si chiamava allora la scienza intera — portava lo strascico alla teologia. Non vogliamo certamente riavere indietro questo tempo; certamente non voglio richiamare il medioevo, ma che cosa è accaduto nel corso dello sviluppo moderno? La teologia no, oggi, poiché è diventata molto orgogliosa, lo scienziato non le porta più lo strascico, ma per riguardo allo Stato, che cosa fa allora? Bene, per questo un esempio crudo: Vedete, c’è un grande fisiologo moderno, ora è già morto, era anche il lume dell’Accademia delle Scienze di Berlino. Lo stimo molto come naturalista. Come Shakespeare una volta disse: «Gli uomini onorevoli sono tutti», così direi: Sono uomini intelligenti, tutti, tutti, tutti. — Ma quest’uomo ha tradito qualcosa che caratterizza precisamente questa vita dello spirito moderna. Ha detto infatti — non lo si crederebbe, ma è vero —, gli studiosi dell’Accademia delle Scienze di Berlino si sentivano come la truppa di protezione scientifica degli Hohenzollern. — Sì, vedete, di nuovo un esempio che potrebbe facilmente moltiplicarsi per cento, per mille.

Ora vi chiedo: È da meravigliarsi che il proletario moderno, quando guardava a questa vita dello spirito, la sentisse come una vita dello spirito di lusso? È da meravigliarsi che si dicesse: Questa vita dello spirito, non ha radici in uno spirito particolare, non sostiene veramente l’anima umana, non rivela nemmeno che sia l’efflusso di un ordine mondiale divino o morale. No, è la conseguenza della vita economica. Come le persone incassano il loro capitale, così vivono spiritualmente. È questo che rende loro possibile la loro vita dello spirito. Perciò nel proletariato moderno non poteva emergere una vera concezione libera di una vita dello spirito che veramente sostiene l’anima. Ma so da decenni di esperienza: Nel proletario moderno vive il profondo desiderio di una vera vita dello spirito, non di una tale vita dello spirito che si ferma al confine borghese, bensì che si sperde nelle anime di tutti gli uomini. Perciò nel manifesto su cui è detto che io devo parlare oggi, è contenuto il fatto che questa vita dello spirito in futuro deve stare su se stessa e non contenere solo gli ultimi resti della vita dello spirito, dell’arte e simili che rimangono. A Berlino si è voluto includere anche questi fortemente nel potere dello Stato.

Tutta la vita dello spirito, dal più basso insegnamento scolastico al più alto insegnamento scolastico, deve stare su se stessa, poiché lo spirito prospera solo quando ogni giorno deve di nuovo provare la sua realtà e la sua forza. Lo spirito non prospera mai quando dipende dallo Stato, quando è il facchino dello Stato, della vita economica. Ciò che è avvenuto in questo campo ha paralizzato le menti umane. Ah, quando oggi guardiamo alle classi dominanti, quando noi, che vogliamo comprendere l’appello alla socializzazione, guardiamo a coloro che oggi dirigono le fabbriche, a coloro che dirigono i laboratori, coloro che dirigono le scuole, le università, i Stati — ah, stringe il cuore —, non viene loro in mente niente, il serio della situazione non entra nella loro mente. Perché dopotutto? Sì, a che cosa gli uomini sono gradualmente abituati nei confronti della vita economica, della vita del diritto o dello Stato e nei confronti della vita dello spirito? Lo Stato assume, per così dire, una volta che l’uomo è oltre i primi anni di educazione — che lo Stato non ha ancora assunto, perché i primi anni di educazione dell’uomo gli sembrerebbero troppo sporchi —, con la sua scuola l’uomo. Lo educa in modo che questo uomo debba semplicemente compiere — così è stato fino alla grande catastrofe della guerra su tutto il mondo civilizzato — ciò che gli viene ordinato, ciò che gli viene disposto, ciò che lo Stato vuole dai suoi teologi, dai suoi medici — poiché così si è rivelato particolarmente durante la guerra —, soprattutto dai suoi giuristi, dai suoi filologi. Se tra loro c’è uno intelligente, nelle commissioni d’esame, allora si sente da loro una volta una parola intelligente. Sedetti una volta insieme ai signori di una commissione d’esame, e come parlavamo di quanto brutto è effettivamente il nostro sistema ginnasiale, disse: Sì, stringe anche il cuore quando si devono esaminare così gli uomini e si vede allora quali cammelli si deve lasciar andare sulla gioventù.

Vi racconto questo come fatto storico-culturale, come sintomo, per indicare ciò che vive tra gli uomini che hanno diretto il mondo, ai quali era in un certo senso affidata la guida degli uomini e perché gli uomini hanno infine portato il mondo in questa terribile catastrofe. Le cause che hanno portato l’umanità in questa catastrofe si compongono da milioni di singoli dettagli. E tra queste cause è in primo luogo questo fenomeno sociale della vita dello spirito, e poiché oggi si pensa alla socializzazione, il punto cruciale sta nella socializzazione della vita dello spirito. Si tratta del fatto che si coltivino nel modo giusto i talenti umani e le capacità, come su un campo si coltiva ciò che deve crescere sul campo. Questo finora non è stato fatto. Lo Stato assunse l’uomo, l’addestrò per il suo uso, allora tutta l’attività, tutto l’esser consegnato a se stessi vennero tolti agli uomini. L’uomo aveva infine, di fronte alla vita economica, di fronte alla vita dello spirito proveniente dal diritto statale dello Stato, solo un ideale: Fare economie. Lo Stato l’aveva assunto, l’aveva formato per se stesso. Ora, quando l’uomo è ben addestrato, inizia per lui la vita economica statale. Era provveduto; allora era bravo, anche se non voleva più lavorare, finché alla morte era provveduto sotto forma di pensione, cioè attraverso il lavoro di coloro che non avevano la pensione. E quando era morto, allora la Chiesa provvedeva alla faccenda dopo la morte. Gli dava la pensione dopo la morte. Così l’uomo era provveduto economicamente fino alla morte, se apparteneva alle classi dominanti, e nella tomba gli veniva data una pensione dopo la morte. Era tutto in ordine per lui, non doveva più pensare da solo o intervenire nell’ordine sociale in modo che ne risultasse qualcosa di favorevole; non doveva partecipare attivamente. Da ciò è venuto che gradualmente non si era più in grado di riflettere su ciò che deve accadere, riflettere su ciò che come una sorta di nuovo sviluppo deve entrare nel mondo. Coloro che erano esclusi da tutto questo, ai quali lo Stato non aveva nemmeno concesso la piccola rendita di assicurazione fino alla morte, se non l’avevano forzata, e alle quali le classi dominanti non avevano nemmeno trasmesso una vita dello spirito, poiché questa vita dello spirito che dava loro un brevetto per l’anima dopo la morte, i proletari non volevano accettarla, richiedono la nuova formazione. Perciò abbiamo come prima rivendicazione proprio questa: per un’emancipazione della vita dello spirito, per una nuova formazione della vita dello spirito. Questa è la prima questione su cui conta.

La seconda questione, la troviamo quando volgiamo il nostro sguardo al terreno del diritto, al terreno che dovrebbe appartenere allo Stato vero e proprio. Ma ci troviamo in questo terreno nel modo giusto, oggi, in comprensione reciproca solo se guardiamo da esso al terreno economico. Che cosa c’è effettivamente nel terreno economico? Nel terreno economico c’è produzione di merci, circolazione di merci, consumo di merci. Le merci hanno certi valori che si esprimono nel prezzo. Ma attraverso lo sviluppo economico del tempo più recente nel suo collegamento con lo sviluppo statale, la borghesia ha spinto nel terreno della vita economica qualcosa, che il proletario nel modo più giustificato di oggi rivendica: non deve essere più nel terreno della vita economica, ed è la forza lavoro umana. Proprio come la parola del plusvalore di Karl Marx è penetrata nelle anime di coloro che sentono in modo proletario, così la parola che la forza lavoro umana è diventata ingiustamente una merce nell’ordine economico moderno è penetrata nelle anime dei proletari. Qui il proletario sente: Finché la mia forza lavoro deve essere comprata e venduta sul mercato del lavoro, come le merci sono comprate e vendute secondo l’offerta e la domanda sul mercato delle merci, finché non posso rispondere con sì alla domanda: Conduco un’esistenza dignitosa? — Che cosa conosce il proletario moderno della vita dello spirito? Nonostante tutti gli intrattenimenti popolari, nonostante tutta la guida nelle gallerie e così via, conosce solo ciò che chiama il plusvalore. Plusvalore, cioè ciò che deve fornire per una vita dello spirito che non può diventare la sua; questo conosce della vita dello spirito. Perciò la parola del plusvalore è penetrata così comprensibilmente nei sentimenti proletari. I sentimenti del proletario moderno vennero incontro a questa parola del plusvalore, quando fu pronunciata da Karl Marx. E poiché la forza lavoro umana non può mai più essere merce, perciò la parola di Marx dell’«Arbeitskraft als Ware», della forza lavoro come merce, ha penetrato come un fulmine, come una verità profonda nei cuori e nei sentimenti dei proletari.

Chi veramente penetra la vita umana sa che, a ciò che ho appena detto, che nel ciclo economico moderno si trova ingiustamente la forza lavoro umana del proletario come una merce, che a questo sottende ancora un’enorme menzogna vitale. Poiché la forza lavoro umana è qualcosa che non può mai essere paragonata, tramite alcun prezzo, con una merce, con una produzione. Si può anche provarlo completamente rigorosamente. So che le conferenze che tengo in questo modo — particolarmente tra le classi dirigenti mi viene continuamente detto, direttamente o indirettamente, che sono difficili da capire. Bene, poco fa un uomo mi ha detto: sono difficili da capire per coloro che non vogliono capire. — E quando recentemente a Dornach ho tenuto davanti a un’assemblea di proletari grosso modo la conferenza che tengo a voi oggi, un uomo di quel genere di persone che trovano così difficili queste parole, disse che comunque non le aveva capite bene. Allora un proletario rispose: Bene, allora si deve essere un vitello se non si capisce questo. — Così non ho paura di questa difficile comprensibilità, poiché per anni sono stato insegnante della scuola di educazione per operai fondata da Wilhelm Liebknecht e so che il proletario capisce molte cose che il borghese trova del tutto incomprensibile. Non temo che non mi capiate quando vi dico: Tutti i tendenze, tutti gli obiettivi della vita economica vanno verso il consumo della merce. Allora, che la merce sia consumata in modo sano, si tratta di questo. Ciò che non può essere consumato viene prodotto in modo malsano. In un modo o nell’altro la merce deve poter essere consumata. Ora, se la forza umana, la forza lavoro umana, viene resa merce dall’ordine economico capitalista, colui che la rende merce mira solo a consumarla. Ma la forza lavoro umana non deve solo essere consumata, quindi abbiamo bisogno di un ordine economico, quindi abbiamo soprattutto bisogno di una tale socializzazione che non determini solo il tempo di lavoro, ma che determini soprattutto anche il tempo di riposo dal lavoro, poiché questo deve essere presente se c’è da essere una vita sociale comune. Questo è ciò che mostra che una guarigione può verificarsi solo quando i circoli dirigenti della società, allora i circoli legittimamente dirigenti della società, hanno un altrettanto grande interesse a che l’operaio abbia il suo tempo di riposo, come gli odierni capitalisti hanno interesse a che l’operaio abbia il suo tempo di lavoro.

Perciò vi dico: La forza lavoro umana non può mai essere paragonata nel prezzo con alcuna merce. Perciò l’acquisto della forza lavoro umana sul mercato del lavoro — capite cosa significa — è una grande menzogna sociale vitale che deve essere estirpata. Come arriviamo a spogliare la forza lavoro umana del carattere di merce? Questa è una grande questione sociale.

La prima questione era la questione dello spirito. La seconda è una grande questione sociale: Come arriva l’operaio moderno a spogliare la sua forza lavoro del carattere di merce? Poiché che cosa sente l’operaio moderno nell’uso economico attuale della sua forza lavoro? Egli può, perché non sempre ha tempo di rendersene conto, quello che sente, quello che attraversa nel cuore, non può forse esprimere chiaramente in concetti su queste condizioni, ma si dice: Nell’antichità c’erano schiavi, allora i capitalisti compravano e vendevano gli uomini, come si compra e vende una mucca, l’intero uomo. Poi c’era una servitù della gleba; allora non si vendeva più l’intero uomo, ma solo una parte dell’uomo, ma comunque ancora abbastanza. Attualmente, nonostante tutte le assicurazioni di libertà e umanità, nonostante il cosiddetto contratto di lavoro, il proletario sa molto bene che ora ancora è comprata e venduta la sua forza lavoro. Lo sa. Il cosiddetto contratto di lavoro non l’inganna su questo punto. Ma sente nel più intimo della sua anima, nell’intimo del suo sentimento: Un cavallo, un paio di stivali posso vendere sul mercato e poi tornare indietro. Ma la mia forza lavoro non posso portarla e venderla al fabbricante e poi tornare indietro; io devo andare come uomo con la mia forza lavoro. Perciò vendo ancora il mio intero uomo se devo stare in rapporto salariale, se devo vendere la mia forza lavoro. Così il proletario moderno sente la connessione del vero carattere della sua forza lavoro con l’antico schiavismo. Perciò lo sente, ciò che purtroppo le classi dirigenti hanno mancato di cogliere nel momento giusto: che oggi è venuto il momento storico mondiale in cui la forza lavoro non può più essere merce. La vita economica deve in sé avere solo il ciclo di produzione di merci, consumo di merci, circolazione di merci.

Solo persone che nel senso antico possono pensare solo, come ad esempio Walther Rathenau nel suo ultimo piccolo libro dal titolo «Dopo il diluvio», mostrano una certa paura davanti a questa consapevolezza. Walther Rathenau dice: Se si stacca la forza lavoro dal ciclo economico, allora il valore del denaro deve tremendamente calare. — Bene, considera solo questo unilateralmente. Per coloro che pensano con lui, questo calo del valore del denaro avrà effettivamente una grande importanza. Su questo non vogliamo discutere ulteriormente. La questione è questa: che la vita economica stessa può essere considerata solo nel modo giusto se si vede come questa vita economica confina da un lato con le condizioni naturali della vita economica. C’è il suolo, produce carbone, produce grano. Nel suolo dentro ci sono, ad esempio, le forze naturali che appartengono appunto al suolo, che producono il grano. Da sopra scende la pioggia, che è necessaria. Queste sono condizioni naturali. Si può fare qualcosa con mezzi tecnici ausiliari, ma la vita economica ha comunque un limite. Quanto sarebbe terribilmente sciocco se qualcuno volesse emanare dalle congiunture economiche una legge che dicesse: Se vogliamo prezzi ragionevoli, condizioni economiche ragionevoli, abbiamo bisogno nel 1920 di un anno in cui ci sono così e così tanti giorni di pioggia e così e così tanti giorni di sole, così e così le forze sotto il suolo devono agire. — Voi ridete con ragione. Sarebbe molto sciocco colui che volesse emanare leggi su ciò che la natura stessa determina, che volesse inventare dalle condizioni della vita economica esigenze su come la natura con le sue forze dovrebbe agire. Così come arriviamo con la vita economica a un limite, così come il suolo di un determinato paese può fornire solo una certa quantità di materie prime, così la vita economica dall’altra parte deve confinare a ciò che sta al di fuori di questa vita economica, alla vita dello Stato di diritto. E nella vita dello Stato di diritto deve essere stabilito e regolato solo ciò in cui tutti gli uomini sono uguali, ciò che veramente può essere messo sul terreno della democrazia. Così arriviamo a una tripartizione dell’organismo sociale sano.

La vita dello spirito sta su se stessa, la vita dello spirito deve essere libera. Là dentro i talenti, le capacità umane devono essere coltivate nel modo giusto. Un uomo di Stato che ha detto molto fieno durante la terribile catastrofe della guerra, ha anche detto: Futuri via libera agli idonei! — Su belle frasi, su espressioni che sono vere solo nel significato delle parole, non conta più in questo tempo serio. Se la gente dice bene «Via libera agli idonei», ma attraverso il sangue, attraverso pregiudizi sociali sono comunque predisposti a considerare il nipote o il figlio della sorella come il più idoneo, allora non si realizza molto con una tale bella massima. Deve essere fatto sul serio nel libero spirito della vita con la coltivazione del talento umano, quindi socializzeremo la vita dello spirito. Allo Stato appartiene tutto ciò in cui tutti gli uomini sono uguali, per cui non contano talenti particolari, per cui conta ciò che è innato all’uomo, come a lui è innato nell’occhio sano la capacità di vedere il blu o il rosso. Per lo Stato conta la consapevolezza legale. Questa consapevolezza legale può dormire nell’anima, ma è deposta nel cuore di ogni uomo. Il proletario cercava l’esercizio di questa consapevolezza legale. Che cosa trovò? Come trovò nel campo della vita dello spirito il lusso della vita dello spirito che era come un fumo che emanava dalla vita economica, così trovò nel campo dello Stato non l’esercizio della consapevolezza legale, bensì privilegi di ceto, privilegi di classe e svantaggi di classe. Qui avete la radice dell’elemento di vita antisociale del tempo più recente. Allo Stato appartiene tutto ciò in cui tutti gli uomini sono uguali. Uguali non sono riguardo alle capacità spirituali e fisiche e alle abilità. Queste appartengono alla coltivazione della libera vita dello spirito. Lo Stato sarà allora qualcosa di sano solo quando nel senso dell’ordine borghese moderno — si potrebbe anche dire, dell’ordine borghese che muove verso il suo declino — non assorbe la vita dello spirito e la vita economica, bensì quando da una parte libera la vita dello spirito, dall’altra parte la vita economica per la loro propria socializzazione. Questo è di che cosa si tratta. Allora sarà possibile che l’operaio, come uguale a tutti gli uomini nel campo dello Stato, regolerà la misura, il tipo e il carattere della sua forza lavoro, prima ancora di doversi gettare nella vita economica. Deve in futuro essere impossibile che attraverso una congiuntura economica, attraverso le coercizioni economiche, qualcosa sia determinato sui diritti del lavoro, come è semplicemente impossibile dalle condizioni naturali che dalle condizioni naturali, dalla pioggia e dal sole, si regolino dalle condizioni economiche. Indipendentemente dalla vita economica deve essere stabilito statalmente su base democratica, dove un uomo è uguale all’altro, nello Stato completamente separato dalla vita economica, che cosa è il diritto del lavoro e che cosa è ciò che oppone il diritto del lavoro, che cosa è disposizione su una cosa, che cosa oggi si chiama proprietà, ma che deve cessare nel modo più ampio e cedere a qualcosa di sano in futuro. Se non è la vita economica che determina la forza lavoro, ma se invece la vita economica deve dirigersi secondo ciò che l’operaio determina da se stesso nella democrazia statale sulla sua opera, allora è soddisfatta un’importante rivendicazione.

Ora, si potrebbe obiettare: Allora la vita economica dipenderà dalla legge e dal diritto sulla forza lavoro. Esattamente, ma sarà una dipendenza sana, sarà una dipendenza altrettanto naturale quanto la dipendenza dalla natura. L’operaio, prima di entrare in fabbrica, saprà quanto e quanto a lungo deve lavorare; non avrà più affatto nulla da regolare con alcun capolavoro sulla misura e il tipo del suo lavoro. Avrà solo da parlare su ciò che come distribuzione deve esistere di ciò che è stato prodotto insieme al capolavoro. Sarà un possibile contratto di lavoro. Ci saranno contratti solo sulla distribuzione di ciò che è stato prestato, non sulla forza lavoro. Questo non è un ritorno alla vecchia paga a cottimo; sarebbe solo così se questo processo di socializzazione non fosse pensato nel grande insieme.

Su qualcosa posso ancora parlare brevemente, che si oppone al diritto del lavoro, che renderà libero l’operaio. Il socialismo ordinario parla molto del fatto che la proprietà privata deve passare nella comunanza. Ma la grande questione di questa socializzazione sarà esattamente il come. Nel nostro attuale ordine economico abbiamo un po’ di pensiero sano riguardo alla proprietà solo in un campo. Questo è il campo che nella fraseologia borghese moderna, nell’inganno borghese moderno, è diventato interiormente sempre più la proprietà meno significativa, è cioè la proprietà spirituale. Riguardo a questa proprietà spirituale, vedete, la gente ancora pensa un po’ sano. Si dicono: anche se uno è un uomo molto intelligente, porta con sé alla nascita i suoi talenti, ma questo non ha significato sociale, al contrario, è obbligato a portarlo alla società umana, con questi talenti sarebbe nulla se l’uomo non stesse nella società umana. L’uomo deve alla società umana, all’ordine sociale umano, ciò che può creare dai suoi talenti. Non gli appartiene veramente. Perché allora amministra la sua cosiddetta proprietà spirituale? Solo perché la produce; in virtù del fatto che la produce, mostra di possedere meglio di altri le capacità per farlo. Finché possiede questi talenti meglio di altri, finché amministrerà nel servizio del tutto meglio questa proprietà spirituale. Bene, almeno gli uomini sono arrivati al punto che questa proprietà spirituale non si eredita infinitamente; trent’anni dopo la mia morte, la proprietà spirituale appartiene all’intera umanità. Chiunque può trent’anni dopo la mia morte stampare ciò che ho prodotto; si può usarlo in qualsiasi modo, ed è giusto. Sarei persino d’accordo se ci fossero ancora più diritti in questo campo. Non c’è nessun’altra giustificazione per il fatto che si debba amministrare la proprietà spirituale se non che, poiché si può produrlo, si hanno anche le migliori capacità per farlo. Chiedete oggi al capitalista se è d’accordo sul fatto che, per la proprietà spirituale, accetta ciò che ritiene giusto per la proprietà spirituale in termini di proprietà materiale di valore! Chiedetegli! E eppure questo è il sano. Deve, a fondamento di un ordine sano, essere presente il fatto che ognuno, dall’organizzazione spirituale, che sarà un’amministrazione sana dei talenti umani — lo troverete esposto più in dettaglio nel mio libro «I punti focali della questione sociale» — può arrivare al capitale. Ma si deve arrivare al punto che si trovino i mezzi e le vie a questa grande, ampia socializzazione del capitale, cioè della rendita di capitale e dei mezzi di produzione, che ognuno possa arrivare al capitale e ai mezzi di produzione che abbia le capacità per questo, ma che possa amministrare e dirigere il capitale e i mezzi di produzione solo finché esercita queste capacità o le vuole esercitare. Allora, quando non vuole più esercitarli, passano, per certi percorsi, alla totalità. Cominciano a circolare nella totalità.

Questo sarà un percorso sano verso la socializzazione del capitale, quando mettiamo in movimento, nel corpo sociale, quello che oggi si accumula come capitale nel diritto di eredità, nella formazione di rendite, di diritto all’ozio, da altri diritti superflui, quello che così si accumula in capitali, in circolazione. Questo conta. Non abbiamo nemmeno bisogno di dire: la proprietà privata deve diventare proprietà della società. Il concetto di proprietà non avrà alcun significato. Avrà tanto poco significato quanto avrebbe significato se nel mio corpo si accumulassero afflussi di sangue in singoli punti. Il sangue deve essere in circolazione. Ciò che è capitale deve andare da chi ha capacità a chi ha capacità. Sarà l’operaio d’accordo con una tale socializzazione? Sì, lo sarà, perché la sua situazione di vita lo costringe a essere ragionevole. Si dirà: Se colui con le giuste capacità è il direttore, allora posso aver fiducia in lui, allora le mie forze di lavoro sono meglio impiegate con il direttore giusto che con il capitalista che non ha le capacità, ma che è stato posto al suo posto solo da un processo malsano di accumulazione di capitali. Queste cose ora posso solo accennare. Questa sarà la futura dottrina della socializzazione della circolazione del capitale e dei mezzi di produzione, la costruzione concreta, la vera costruzione di ciò che Karl Marx ha affermato in modo astratto come grande obiettivo dell’umanità: A ciascuno secondo le sue capacità e i suoi bisogni.

Siamo oggi passati attraverso un duro tempo di sofferenza umana, un duro tempo di prova dell’umanità. Oggi non abbiamo più bisogno, come molti fanno, di dire che un nuovo tipo di uomo deve esserci, che può socializzare secondo il principio: A ciascuno secondo le sue capacità e i suoi bisogni! — no, possiamo avere la giusta fede. Se vogliamo solo, allora queste sane idee sociali della tripartizione in vita dello spirito, vita del diritto e vita economica potranno attecchire. Poiché questa vita economica sarà sana solo quando sarà separata dalle altre due. Allora si formeranno sul terreno della vita economica, come ho rappresentato nel mio libro, associazioni, cooperative, che però in modo sano non mirano a produrre e trarre profitto, bensì che partono dal consumo e non fanno la produzione in modo che le forze di lavoro siano buttate al vento, bensì che le forze di lavoro siano chiamate alla guarigione del consumo, alla soddisfazione dei bisogni.

Permettetemi ancora di raccontarvi l’inizio che abbiamo fatto nella società di cui comprendo bene sia così calunniata, che voi non l’amate — permettetemi di raccontarvi come in un determinato campo è stato tentato di socializzare economicamente la vita dello spirito. Quando ero costretto, circa venti anni fa, a dirigere questa società con i miei amici, per me si trattava di dirmi: Se dai i libri che vengono prodotti sul terreno di questa società da me nel mondo, nello stesso modo capitalistico come è oggi l’uso nel commercio dei libri, allora pecchi contro il pensiero sociale sano. Poiché come vengono oggi fabbricati i libri? Molte persone oggi si ritengono capaci di fabbricare buoni libri. Bene, se tutto ciò che oggi viene stampato dovesse essere letto, avreste molto da fare. Ma vedete, per questo ragione semplicemente questo uso nel commercio dei libri: Qualcuno si ritiene un genio e scrive un libro. Il libro viene stampato in mille copie. Della maggior parte di questi libri, 950 copie vengono nuovamente sfasciate, perché solo cinquanta sono state vendute. Che cosa significa questo però dal punto di vista dell’economia nazionale? Vedete, così e così tante persone che devono fabbricare la carta, così e così tanti compositori, così e così tanti rilegatori e i quali altrimenti erano impegnati, sono stati messi a lavorare; questo lavoro è improduttivo, questo lavoro è sprecato. In questo risiede il grande danno. Oh, sareste stupiti se solo una volta vi provaste a rispondere alla domanda: quanto del lavoro che i presenti rispettati devono svolgere, quanto di esso va sprecato. Questo è il grande danno sociale. Come ho allora cercato di farlo? Mi sono detto: Con il commercio dei libri non si può fare nulla. Abbiamo fondato noi stessi una piccola libreria. Ma allora innanzitutto ho provveduto che i bisogni per esso fossero presenti, per i quali il libro doveva essere stampato. Vale a dire, dovetti prendermi la fatica di creare prima i consumatori; non nel modo, naturalmente, che facessi erigere una colonna, come le colonne con l’annuncio: Fai buone zuppe con Maggi! — bensì nel modo di creare prima i bisogni — si può certamente dire qualcosa contro questi bisogni — e poi iniziare a stampare solo quando sapevo che nessun esemplare resterebbe invenduto, nessun singolo movimento della mano sarebbe fatto inutilmente. Anche con la fabbricazione del pane è stato tentato, allora non era possibile allo stesso modo con le condizioni odierne, ma dove poteva essere messo in pratica, lì si è rivelato, proprio dal punto di vista economico, il frutto, se si parte non dalla produzione cieca che mira solo all’arricchimento, ma dai bisogni, dal consumo. Allora, quando questo accade, allora sulla via della vita economica cooperativa una vera socializzazione potrà essere realizzata.

Così oggi ho dovuto parlarvi della socializzazione su un terreno più ampio. Poiché questo alone, ciò che emerge su questo terreno ampio, è il veramente pratico. Altrimenti nella socializzazione si farcisce sempre solo quando non si lascia che la primissima domanda sia questa: Che cosa deve fare lo Stato? Deve innanzitutto liberare da una parte la vita dello spirito, poi la vita economica dall’altra parte; deve restare sul terreno della vita legale. Questo non è impratico, al contrario, è una socializzazione che può essere realizzata ogni giorno.

Che cosa è necessario? Coraggio, Coraggio, nient’altro! Ma perché allora la gente vuole considerare questo impratico? Ho conosciuto abbastanza persone che negli ultimi quattro anni e mezzo hanno ripetuto ancora e ancora che questa catastrofe della guerra mondiale era così terribile che l’umanità non aveva subito terrori del genere da quando si conosce la storia, che era la più grande esperienza dello sviluppo storico dell’umanità. Bene, ma non ho ancora trovato le persone che dicono anche: Se gli uomini erano condannati, attraverso i vecchi pensieri, attraverso le vecchie abitudini di pensiero a essere portati in tale miseria, allora ora devono farsi forza per abbandonare questi vecchi pensieri e venire a nuovi pensieri, a nuove abitudini di pensiero. Abbiamo soprattutto bisogno di una socializzazione delle menti. Nelle menti che portiamo sulle spalle, deve esserci qualcosa di diverso da ciò che finora è stato nelle menti degli uomini. Questo è ciò che abbiamo bisogno. Perciò si deve affrontare la questione in modo ampio.

E ora, per concludere, vorrei ancora dire questo: Quando l’alba del tempo moderno iniziò, coloro che avevano il cuore più aperto al progresso dell’umanità civilizzata erano pervasi da tre grandi ideali: Libertà, Uguaglianza, Fraternità. Questi tre grandi ideali hanno una strana storia. Da una parte ogni uomo sano e interiormente coraggioso sente: Questi sono i tre grandi impulsi che ora finalmente devono guidare l’umanità più recente. Ma molte persone molto intelligenti nel diciannovesimo secolo hanno ripetutamente provato quale contraddizione effettivamente regni tra questi tre ideali: Libertà, Uguaglianza, Fraternità. Sì, c’è una contraddizione, hanno ragione. Ma sono comunque i più grandi ideali, nonostante si contraddicono. Sono stati affermati in un’epoca in cui lo sguardo dell’umanità era ancora come ipnotizzato verso lo Stato unitario, che fino ai nostri giorni è stato venerato come un idolo. In particolare coloro che hanno fatto dello Stato il loro protettore e se stessi i protettori dello Stato, i cosiddetti imprenditori, potevano parlare all’operaio come Faust parla alla sedicenne Margherita di Dio: Lo Stato, mio caro operaio, è l’Onnipotente, l’Onnisostentatore, non ti abbraccia e ti sostiene, me e se stesso? — E inconsciamente potrebbe pensare: particolarmente me! — Su questo idolo dello Stato unitario lo sguardo era ipnotizzato. Allora, in questo Stato unitario, questi tre grandi ideali si contraddicono davvero. Ma coloro che non si sono lasciati ipnotizzare da questo Stato unitario nel campo della vita dello spirito, che pensavano della libertà come io stesso nel mio libro «La filosofia della libertà», che ho scritto all’inizio degli anni novanta, e che proprio in questo nostro tempo di grandi questioni sociali, del grande ripensamento, dovette riapparire, quelli sapevano: Solo per questo si vedevano contraddizioni tra i tre grandi ideali sociali, perché si credeva di doverli realizzare nello Stato unitario.

Se si riconosce nel modo giusto che l’organismo sociale sano deve essere tripartito, allora si vedrà: Nel campo della vita dello spirito deve regnare la libertà, perché i talenti, i doni, le capacità dell’uomo devono essere coltivati in modo libero. Nel campo dello Stato deve regnare l’uguaglianza assoluta, l’uguaglianza democratica, poiché nello Stato vive ciò in cui tutti gli uomini si sono uguali. Nella vita economica, che deve essere separata dalla vita dello Stato e della vita dello spirito, ma a cui deve essere fornita forza dalla vita statale e dalla vita dello spirito, deve regnare la Fraternità, la Fraternità in grande stile. Emergerà dalle associazioni, dalle cooperative, che nasceranno dalle corporazioni professionali e da quelle comunità che sono formate dal consumo sano, insieme alla produzione sana. Allora nel corpo tripartito potranno regnare l’uguaglianza, la libertà, la fraternità. E attraverso la nuova socializzazione potrà essere realizzato ciò che gli uomini che pensano e sentono sano desiderano da lungo tempo. Dovremo solo avere il coraggio di considerare come una mummia molti vecchi programmi di partito dinanzi ai nuovi fatti. Avremo il coraggio di confessarci: Nuovi pensieri per nuovi fatti, per le nuove fasi di sviluppo dell’umanità sono necessari. E ho fatto esperienze con tutte le classi nelle mie osservazioni di vita che veramente abbracciano decenni, che sono nate da un destino che mi ha insegnato a sentire e pensare non sopra, ma con il proletariato, e da questo ho acquisito il sentimento che il proletariato è il sano, che persino ciò che è comparso adesso come conseguenza della fusione illegittima della vita economica con la vita dello Stato, che questo è sentito dal proletario nel modo giusto. Colui che mi ha ascoltato oggi saprà che intendo onestamente le rivendicazioni giuste del proletariato moderno, che sono rivendicazioni storiche. Ma so anche che alla fine, riguardo a tutto ciò che è sciopero, il proletario ragionevole pensa come l’uomo ragionevole in generale. So che il lavoratore ragionevole non sciopera per lo sciopero stesso, sciopera solo perché l’ordine economico ha fatto sì che le rivendicazioni politiche siano mescolate alle rivendicazioni economiche. Solo allora la vita economica potrà essere portata completamente in binari ragionevoli, quando questa separazione della vita politica dalla vita economica sarà avvenuta. Anche su questo, particolarmente se avessimo l’opportunità di discuterne più dettagliatamente, ci intenderemmo. Comprenderemmo riguardo a ogni sciopero: potrebbe essere omesso; il lavoratore ragionevole non vorrà intraprenderlo se non costretto. Anche questo appartiene alla sana socializzazione, che usciremo da ciò che effettivamente non vogliamo, che è irragionevole fare. Perfino l’attuale ordine economico ha fatto sì che l’involontario, ciò che è visto come irragionevole, spesso si realizzi.

Mi capirete, e capirete anche se da questo punto di vista dico: Per quanto cattive esperienze ho avuto con le vecchie classi, gli uomini devono tuttavia trovare la strada verso la tripartizione, e ripongo molte speranze nei sani sensi del proletariato moderno. Ho visto come dietro ciò che il proletariato moderno chiama la sua consapevolezza di classe sta una consapevolezza di umanità inconscia; come il proletario consapevole della classe domanda effettivamente: come arrivo a un ordine mondiale che mi risponde sì alla domanda: La vita umana è per me degna di vivere e utile per vivere? — Oggi ancora il proletario può rispondere da sé a questa domanda dall’ordine economico, dall’ordine legale, dalla vita dello spirito solo con no; domani vuole rispondervi con sì. E tra questo no e questo sì si trova la vera socializzazione, si trova ciò per cui il proletariato veramente consapevole di se stesso libererà questo proletariato e così libererà e redimerrà tutto ciò che è umano nell’uomo, che merita di essere liberato e redento.

Parola conclusiva dopo la discussione

Bene, molto onorevoli presenti, fondamentalmente la discussione non ha prodotto nulla di così essenziale rispetto a ciò che ho detto, che dovrei trattenervi a lungo in questa parola conclusiva. Innanzitutto, però, vorrei fornire una risposta alla domanda diretta che mi è stata posta alla fine: perché avrei usato così tanto agitazione nella mia conferenza. Bene, non voglio, come sicuramente comprenderete, impegnarmi in una discussione con il venerato interrogante sulla questione se, poiché si dice di me che sono un filosofo, sono solo autorizzato a dire cose incomprensibili, non agitative, cioè frasi fatte. Non mi interessa. Ma ero abbastanza sorpreso, molto sorpreso di fatto, che la parola agitazione fosse applicata a ciò che ho detto. Perché in verità non sono consapevole di aver pronunciato una sola parola diversa da quella che emerge dalla mia convinzione della verità, dalla mia visione delle circostanze attuali. Che cosa è agitation? Se, diciamo, un uomo decisamente conservatore ascolta parole molto misurate di una persona che si posiziona molto a sinistra, e le trova agitative, sono allora necessariamente agitative? Perché parla in modo agitato per l’uomo decisamente conservatore? Non può farci nulla. Le parole diventano così solo nell’opinione dell’uomo decisamente conservatore. Così, vedete, ciò che uno percepisce come demagogico, per un altro non deve essere demagogico. Ciò che a uno è molto spiacevole, spesso lo chiama demagogico. Bene, anche il vostro direttore tecnico ha parlato a voi. Non è vero, se tutti coloro che stanno nelle condizioni di vita in cui sta il vostro venerato direttore tecnico, parlassero come il vostro venerato direttore tecnico, allora, i miei molto onorevoli presenti, raggiungeremmo presto ciò che vogliamo raggiungere. Se molte persone pensassero così, allora poche avrebbero bisogno di dire che tali parole come le mie, che vogliono dire la verità, che non vogliono erigere un abisso, attraverso tali parole l’abisso si fa ancora più grande. Ma dall’altra parte, dall’altro lato dell’abisso, ci sono anche molte altre persone diverse dal vostro venerato direttore tecnico, che parlano completamente diversamente da lui. Tra lui e noi non ci sarà un grande abisso. Forse l’abisso comincerà solo dove lui stesso sta più dall’altra parte. Credo che ciò che ho detto sul destino di molti intellettuali potrebbe già essere capito.

Vedete, si potrebbe vivere molto, se si è davvero nel mezzo del più recente sviluppo dell’umanità. Ho partecipato a un’assemblea più di 27 o 28 anni fa in cui ha parlato Paul Singer. Allora alcune persone dal proletariato hanno in qualche modo indicato che non apprezzavano il lavoro intellettuale allo stesso modo del lavoro fisico. Allora avreste dovuto ascoltare come Paul Singer, insieme alla maggioranza schiacciante, ha preso le difese del lavoro intellettuale! Non ho mai sperimentato che il lavoro intellettuale fosse non apprezzato dai proletari. Non ho parlato di alcun abisso tra il lavoro fisico e il lavoro intellettuale, ho parlato dell’abisso tra il proletariato, il lavoro umano e il capitalismo. Dobbiamo solo capirci bene su questo. E siamo chiari, tali discorsi come quelli che abbiamo sentito dal vostro venerato direttore con grande gioia — almeno con la mia e certamente anche con la vostra grande gioia — tali discorsi, non li sentiamo facilmente da un’altra parte. Non troveremo così facilmente gli uomini la cui mano possiamo afferrare.

E ancora questo alla fine: Sì, certamente, dico cose che, in circostanze, richiedono che su molte cose si agisca rapidamente. Capisco, poiché io stesso sono uno scienziato, molto bene le parole del venerato oratore precedente quando dice: Lo sviluppo deve andare lentamente; bisogna avere pazienza ad aspettare. Trent’anni fa cose sono già state scoperte dai matematici che oggi sono riconosciute. — Sì, i miei molto onorevoli presenti, e in particolare mi rivolgo al vostro molto venerato direttore tecnico: Ma ci sono oggi cose nella vita sociale su cui non possiamo aspettare, ma di fronte alle quali siamo costretti ad aprire un po’ le nostre menti e a renderci capaci di una rapida comprensione. Perciò mi sono rallegrato di più di ciò rispetto all’enfasi della lentezza.

Ho tenuto conferenze su questioni sociali in varie città della Svizzera. Ho capito che, a chi così esce dal solito programma, all’inizio si incontra diffidenza. Era a Basilea, dove inizialmente i nostri amici si erano sforzati di convincere il consiglio del Partito socialista a permettermi di tenere una conferenza nel suo circolo. Il consiglio — non gli è disdicevole, lo capisco, ho anche parlato oggi di una giustificata diffidenza — ha forse perché non voleva rifiutarmi direttamente, si è basato su principi e ha detto che non si sapeva se fosse auspicabile che influenze estranee raggiungessero i membri del partito. Ha quindi rifiutato la mia conferenza. Questo sembra essere l’opinione di molti leader adesso. Allora si è tratto il significato che io non avrei dovuto parlare. Poi è venuto un socialdemocratico da me e ha detto che si sarebbe sforzato di farmi invitare a tenere una conferenza nell’associazione dei ferrovieri. Anche questo è stato rifiutato. Allora ho tenuto una conferenza a Zurigo. Poi abbiamo fatto volantini a Basilea, li abbiamo semplicemente distribuiti per la strada e abbiamo preso la sala più grande per una conferenza sociale a Basilea, e ho potuto tenere questa conferenza davanti a più di 2500 persone. Vedete, era poco tempo fa. Ora, proprio prima che dovessi partire, dopo aver tenuto questa conferenza davanti al proletariato di Basilea, ho ricevuto dall’associazione dei ferrovieri, che allora aveva rifiutato, un invito, dicendo che avrebbe voluto che io tenessi anche ai suoi membri una tale conferenza. Così le cose sono state separate da quattordici giorni: dapprima l’associazione rifiuta, poi sapeva cosa avrebbe sentito e ora voleva anche la sua conferenza. Era uno sviluppo rapido, uno sviluppo di quattordici giorni. Credo che oggi si dovrebbe guardare più a questo rapido pensiero che si svolge in quattordici giorni, che a un tale pensiero che vi dice che deve andare lentamente. Vorrei oggi essere molto più felice di coloro che in primo luogo vogliono affermare il loro libero arbitrio, ma che vogliono imparare e imparare rapidamente. Poiché, i miei molto onorevoli presenti, ci dirigiamo verso un tempo che sarà terribile se vorremo insistere sulla lentezza. Abbiamo bisogno di un sano impulso a pensieri che vadano altrettanto velocemente quanto andranno i fatti. Questo è ciò che vogliamo iscriverci nell’anima oggi. So che il venerato oratore non ha significato volontà di andare piano per comodità, ma altre persone sono pigre. Ma chi prende oggi sul serio sa quanto rapidamente dovrà andare il ripensamento e il riapprendimento, se non vogliamo restare indietro e cadere in miseria e distruzione.

4°I punti nodali della questione sociale nelle necessità vitali del presente e del futuro

Stoccarda, 28 Aprile 1919

Anche oggi avrò il compito di parlare collegandomi all’appello che la maggior parte dei venerati ascoltatori avrà probabilmente visto, «Al popolo tedesco e al mondo della cultura», che sostanzialmente cerca un’uscita dalle gravi confusioni in cui siamo finiti, un’uscita dal caos storico mondiale attraverso un modo particolare di affrontare la vita sociale e il movimento sociale. Parlerò inoltre di quello che avrò da esporre collegandomi al mio libro appena uscito «I punti nodali della questione sociale nelle necessità vitali del presente e del futuro». Riguardo a tutto quello che c’è da dire in questo tempo serio, anche questo libro contiene inizialmente, proprio per la natura del suo punto di vista, solo le prime, le primissime linee direttrici. E in particolare devo pregare anche oggi di considerare che in breve tempo di una conferenza non potrò dare più che le primissime indicazioni del punto di vista sociale di cui si deve parlare. Forse nella discussione successiva potranno essere aggiunti dettagli specifici. Altrimenti una conferenza ulteriore è prevista, che allora approfondirà molte cose che oggi potranno essere solo accennate.

Quello che oggi mi spinge a parlare, come desidero fare qui, sono i fatti sociali veramente abbastanza eloquenti, che sono evidentemente percepibili in una gran parte del mondo civilizzato. E chi sa apprezzare questi fatti nella loro vera forma, chi può comprendere da essi che riguardo al movimento che essi introducono, siamo solo all’inizio. Ma sarà bene, proprio in questi inizi, guardare in faccia il pieno carattere serio della cosa. Allora in primo luogo, a chi ha seguito quello che oggi chiamiamo movimento sociale, che in questa forma è più che un mezzo secolo antico, risulterà evidente che ora, mentre siamo di fronte ai fatti che si sono formati dalla terribile catastrofe della guerra mondiale, si manifestano pensieri, opinioni di partito, concezioni, come si potrebbe dire quasi mummie di giudizi che camminano tra di noi e che si rivelano dappertutto morte dinanzi a quello che i fatti sociali oggi ci esigono. Se vogliamo giungere a un’opinione fruttuosa, allora è certamente necessario indicare, almeno brevemente, le cause per cui opinioni di partito lungamente coltivate da ogni gradazione risultano così insufficienti di fronte ai fatti. Ero presente non molto tempo fa a quella conferenza a Berna che si è assunta il compito di prendere posizione sulla fondazione della cosiddetta Società delle Nazioni. Oggi, dove è necessario — altrimenti non avanziamo nemmeno di un passo — parlare apertamente e onestamente in tutte le cose, si può certamente affermare che quello che gli uomini e le donne lì a Berna hanno detto, certamente molte cose significative, molte cose pensate molto bene, a chi riesce a guardare la profondità intera, il carattere serio intero del movimento sociale mondiale oggi, appare come all’incirca quello che gli uomini di stato degli stati europei dissero ai popoli, alle rappresentanze dei popoli nella primavera dell’anno 1914. Non voglio entrare nei dettagli oggi, ma desidero comunque attirare l’attenzione di questa assemblea su un fatto significativo: il ministro degli esteri responsabile dell’Impero Tedesco osò dire in una seduta decisiva della primavera 1914 che il generale rilassamento politico — badate bene, il generale rilassamento, con cui si intendeva la via verso un assicuramento della pace mondiale per anni — aveva fatto progressi gradevoli. Bene, ha fatto tali progressi che li ha seguiti quella catastrofe attraverso cui, calcolando modestamente, da dieci a dodici milioni di persone del mondo civilizzato sono state uccise sparando e tre volte tanti sono stati mutilati. A questo e a molte altre cose bisogna ricordarsi quando ora coloro che parlano piuttosto intelligentemente degli eventi mondiali, per così dire, rimangono ciechi di fronte a quello che nei fatti come seme per gli eventi futuri veramente giace nascosto. E con questo si tocca, vorrei dire da subito, uno dei punti principali su cui oggi avremo da parlare.

Si può guardare indietro negli ultimi decenni, e se si è avuto un cuore e un senso per quello che è emerso come movimento sociale proletario, ci si dovrà dire: allora si è manifestato in più di un secolo e mezzo una varietà di indicazioni su quello che la massa larga del proletariato sente interiormente come sue rivendicazioni. Si è potuto vedere, se si è seguita la cosa, come, vorrei dire, da decennio a decennio le rivendicazioni proletarie si sono espresse in sempre nuovi modi. Da ciò, se si aveva un senso per i movimenti umani di importanza storica mondiale, ci si doveva dire: in fondo non è affatto quello di cui si tratta quello che viene consapevolmente espresso, quello che viene formulato come teoria, quello che viene stabilito come programma. Di che cosa si tratta, erano — se applico anche qui una parola usata frequentemente in tempi più recenti — impulsi più o meno istintivi, inconsci che vivevano in una gran parte dell’umanità. Questi impulsi inconsci si esprimevano per esempio in vari preludi agli eventi attuali. Voglio solo menzionare alcune tappe.

Nel programma sociale di Eisenach del 1869, vediamo innanzitutto emergere da fondamenti dell’anima oscuri, sordi del proletariato la rivendicazione di una, come si diceva, «retribuzione più equa del lavoro artigianale all’interno della società sociale». Poi però, dopo un tempo relativamente breve, già nel 1875 nel cosiddetto programma di Gotha, queste rivendicazioni presero una forma completamente diversa, vorrei dire già effettivamente comunista. Non si trattava più, almeno non consapevolmente espresso, di retribuire equamente il lavoro, ma si trattava già di portare i beni secondo i bisogni degli uomini in qualche modo all’equa distribuzione, alla compensazione. Poi di nuovo abbiamo visto come nel movimento proletario rimane viva quella che vorrei chiamare la tonalità fondamentale di un programma politico. Nelle rivendicazioni proletarie è rimasto fino all’inizio degli anni novanta più o meno chiaramente, che è aspirato un compenso delle diseguaglianze sociali e soprattutto un superamento del principio della retribuzione del lavoro. Poi abbiamo visto come questo colore politico del programma, vorrei dire, stranamente si ritira, e come un programma puramente economico, la socializzazione dei mezzi di produzione, il modo cooperativo del lavoro nel complesso, diventa il tema. E così si potrebbe continuare ancora. Voglio solo accennare al principio. Chi veramente entra in questo divenire del moderno movimento sociale, deve però anche guardare dall’altro lato. Deve dirsi: che cosa di tutto non è stata fatta a detrimento dell’umanità contro quello che è emerso! Che cosa avrebbe potuto accadere? Quello che ora dico non intende essere una critica dello sviluppo storico, perché so naturalmente come ogni altro, nel quale senso gli sviluppi storici sono necessari, e come sia assurdo inviare una critica morale o di altro tipo nel passato. Ma è un’altra cosa imparare dal molto trascurato per il presente. Quello che avrebbe dovuto accadere, non può essere espresso altrimenti così: abbiamo avuto personalità dirigenti, leader all’interno dello strato superiore dell’ordine sociale umano — questi strati dirigenti, leader, si sono rivelati disposti, da quello che hanno sviluppato come esperienza sociale, come scienza sociale sulla base del loro privilegio di classe, per i tempi più recenti, a comprendere più profondamente quello che il proletariato vuole, di quanto il proletariato stesso?

Naturalmente è un’ipotesi quando esprimo il seguente, ma un’ipotesi che forse illumina la situazione.

Vedete, come diverso sarebbe tutto diventato, dove staremmo oggi, se all’interno degli strati dirigenti dell’umanità si fossero trovate personalità che avessero raccolto le rivendicazioni proletarie, le avessero penetrate con esperienze sociali, con conoscenza sociale, con tali esperienze sociali, tale conoscenza sociale, che avessero potuto diventare pratiche — e se da lì si fosse potuto guadagnare il punto di partenza per una trasformazione della vita sociale forse già decenni fa! Questo non ci si può risparmiare per un sano ripensamento: riconoscere quello che terribilmente è stato trascurato in questa direzione. È stato trascurato dal motivo che lo si è dovuto trascurare in un certo senso, perché la vita spirituale dell’umanità più recente era tale che semplicemente non era sufficiente per apportare una tale comprensione. E qui siamo di fronte al primo punto nodale della questione sociale nelle necessità vitali del presente e del futuro.

So molto bene che con quello che avrò da dire nel primo terzo delle mie esposizioni oggi, per molti sarà qualcosa di spiacevole, forse persino di incomprensibile, sì anche noioso. Ma chi non riconosce il carattere serio proprio del primo articolo della questione sociale, della questione spirituale sociale, non potrà contribuire a uscire dal caos e dalla confusione del presente. Dobbiamo assolutamente confessarci che la vita spirituale, che è stata sviluppata dagli strati superiori della società umana, che questa vita spirituale, così come era configurata, non era all’altezza dei fatti. Ancora oggi l’eredità di questa vita spirituale si rivela ancora meno adatta ai fatti. Guardiamo un po’ a quello che veramente è accaduto. È stato spesso e a ragione sottolineato che il moderno movimento proletario è emerso all’interno della storia dello sviluppo dell’umanità attraverso la tecnica moderna e l’ordine economico capitalista. Contro questo accento di fatti veri non deve naturalmente nulla essere obiettato. Ma per quanto veri e giusti siano questi fatti, un altro fatto, che si vorrà volentieri negare, è altrettanto vero, è altrettanto giusto; e è soprattutto per quello che oggi deve accadere, in realtà più importante di tutto il resto: circa tre o quattro secoli fa, insieme all’ascesa della tecnica moderna e del capitalismo che degradava l’anima, inizia il processo di quella che si potrebbe chiamare la visione mondiale moderna, orientata più scientificamente.

Ho sperimentato, circa vent’anni fa, presso proletari e non proletari, presso lavoratori e borghesi, la contraddizione più accesa quando allora nella casa delle associazioni dei lavoratori di Berlino, quello che credevo di riconoscere chiaramente, dissi: il moderno movimento operaio porta nel senso più eminente — suona paradossale, eppure è così — il carattere di un movimento di pensiero. Per quanto strano suoni, è così. Procede da pensieri, procede da pensieri che, sempre più ampi circoli tracciando, si sprofondavano nelle anime della popolazione proletaria nelle ore serali, che questa popolazione proletaria si strappava dall’affaticamento del giorno, e in cui veramente molto spesso è stata coltivata una concezione del mondo più legata alla vita reale, una comprensione più legata alla vita reale dei fatti sociali, di quanto le università e gli istituti di insegnamento degli economisti nazionali facessero, che sostanzialmente davano quello che la classe borghese aveva da dire sulla vita economica e la vita altrimenti dei tempi più recenti. Quello che si è radicato nei pensieri e particolarmente nelle abitudini di pensiero del proletariato moderno, in fondo è più importante, più significativo di tutto il resto per i movimenti che oggi attraversano il mondo civilizzato. Perché cosa sta veramente davanti? Bene, ho già detto, con l’ascesa della tecnica moderna, con l’ascesa dell’ordine economico capitalista, vennero anche dalle vecchie visioni mondiali, che avevano più un carattere universalmente umano o anche religioso, la visione mondiale più recente, orientata più scientificamente. Come è apparsa questa visione mondialmente orientata alla borghesia, come è apparsa al proletariato?

Questo fatto si può giudicare solo se non si è imparato da sopra, come tanti nel presente, a pensare solo al proletariato, no, se il proprio destino ha portato a pensare con il proletariato! Vedete, quello che nel tempo della tecnica, nel tempo del capitalismo, si è imparato a pensare, a sentire, questo ha guidato certamente molti appartenenti ai circoli dirigenti, leader dell’umanità, a diventare liberi pensatori, liberi pensatori religiosi. A questo proposito la moderna umanità, disgraziatamente, disgraziatamente viveva in un’illusione terribile, che oggi deve essere compresa. Sì, si poteva essere un naturalista come Carl Vogt, si poteva essere un divulgatore scientifico naturale come Büchner, si può essere completamente sincero e onesto con la testa dedito al pensiero naturalistico, ma l’uomo intero, egli può ancora stare in un ordine sociale che gli rende impossibile, con più della testa, sentendo, confessarsi alle nuove abitudini di pensiero. Al proletariato era diverso. Vorrei menzionare una scena che non potrebbe essere centinaia di volte, potrebbe essere migliaia di volte. Una scena del tipo che si è rivelata piena di conseguenze e che nella sua piena importanza storica mondiale i ceti dirigenti non hanno finora imparato a riconoscere. Vedete, ricordo vivacemente, perché stavo accanto, quando circa vent’anni fa Rosa Luxemburg una volta a Spandau presso Berlino parlò a un’assemblea di proletari nel suo modo particolare, misurato, ponderato. Parlò della scienza e dei lavoratori, uno di quei discorsi di cui i frutti stanno maturando ora nel mondo intero. Con poche parole voglio accennarvi qui all’essenziale di questo discorso. Allora Rosa Luxemburg, completamente dalla consapevolezza dell’orientamento scientifico moderno, parlò ai lavoratori che si erano riuniti il pomeriggio della domenica con le loro mogli, sì con i loro bambini, per udire qualcosa sulla questione: Come arriva l’uomo come lavoratore a un’esistenza degna di un essere umano? o: Come deve pensare sulla sua esistenza come uomo? — Disse allora: Oh, a lungo, a lungo l’umanità ha vissuto in illusioni sui tempi antichi. Finalmente l’umanità è giunta, attraverso la sua scienza, a riconoscere come tutti gli uomini hanno la stessa origine animale. Come l’uomo inizialmente — queste sono quasi le sue stesse parole — si è comportato come scalatore di alberi altamente sconveniente. Poi ha aggiunto: può ancora qualcuno credere che con tale uguaglianza di origine per tutti gli uomini abbia una qualche giustificazione quello che come diseguaglianze sociali oggi appare?

Vedete, una parola era stata pronunciata, che il moderno proletario colse in un modo completamente diverso da come poteva afferrare l’appartenente ai finora ceti dirigenti dell’umanità. L’appartenente ai finora ceti dirigenti dell’umanità era forse con la sua testa convinto da una tale parola, ma stava come uomo intero in un ordine sociale che era una reliquia di visioni mondiali di tempi precedenti, in varie cose, anche se non se lo confessava, in varie emozioni religiose, artistiche e d’altro tipo. Non era costretto a porre il suo uomo intero nella luce di una tale visione mondiale. Il proletario però era costretto a vedere il suo uomo intero alla luce di una tale visione mondiale. Perché? Non che la macchina era emersa, non che il capitalismo era emerso, era l’essenziale. L’essenziale era che il proletario era stato allontanato dalle precedenti condizioni di vita, che gli davano dal mestiere o da cose simili qualcosa per se stesso per rispondere la questione: Che cosa sei come uomo tra gli uomini? Ora stava alla macchina; questo non gli dà nessuna connessione tra lui e altri uomini. Ora stava dentro nel puro ordine economico del capitalismo. Ora era costretto da un’altra parte completamente a rispondere se stesso la questione: Che cosa sei veramente come uomo? — Perciò si rivolse come a una sua nuova religione a questa visione mondiale moderna, che per gli altri era solo una convinzione della testa, per lui però era qualcosa che riempiva l’uomo intero. Ora, quello che il proletario aveva preso su di sé e quello che infine riempiva tutto quello che si espandeva come concezione sociale nella classe operaia, da dove proveniva tutto ciò? Proveniva sì, anche se non sempre è stato percepito, dall’evoluzione degli strati dirigenti, specialmente borghesi della società umana. Quello che il proletario aveva preso su di sé in saggezza, in scienza, in una visione materialista dell’uomo, non era cresciuto nell’intelletto del proletario, era eredità di quello che il pensiero borghese nei tempi moderni aveva sviluppato. Il proletario portava solo, mentre doveva vivere completamente diversamente, il pensiero borghese fino alla sua ultima conseguenza, fino al suo adattamento più estremo. E che cosa divenne nella sua anima? Oh, era convinto che questa eredità ultima dalla borghesia doveva dargli qualcosa che sostenesse l’anima. Era come una fiducia inconscia, l’ultima grande fiducia che il proletariato rivolgeva alla borghesia, e che consisteva nel fatto che prendeva la visione mondiale moderna materialistica dalla borghesia. Questa ultima grande fiducia, essa è — almeno il sentimento inconscio del proletario — essa è stata ingannata. E questo è quello che ai fatti sociali odierni, nonostante tutti gli eccessi, nel loro carattere più intimo tuttavia giace a fondamento.

Se guardiamo questo fatto, allora dobbiamo proprio l’inconscio, proprio quello che era la conseguenza di quello menzionato nell’anima del proletario, dobbiamo guardare questo bene in faccia. Il borghese — mettete mano al cuore, cercate di riconoscerlo attraverso un vero ripensamento, se siete borghesi o i vostri antenati erano borghesi — il borghese ha come eredità dei tempi precedenti completamente diverse emozioni. Il moderno proletario, secondo il suo modo di vita, dopo che era stato chiamato alla macchina, al capitalismo che degradava l’anima, ha rigettato queste vecchie eredità. La sua anima avrebbe dovuto riempirsi di questa visione mondiale più recente, non poteva farlo. E per quanto il proletario si fosse dedicato con entusiasmo a quello che questa visione mondiale disse, sentiva nella sua anima un degrado, sentiva un anelito dopo una diversa vita spirituale. Perché questa vita spirituale, il frutto della spiritualità più recente, non ha forza per le grandi questioni dell’anima dell’umanità. Questa vita spirituale non dice nulla sulla connessione dell’uomo con quello che ogni uomo sente nel suo petto come la sua umanità superiore. Questo agiva degradando. Questo agiva così nell’anima del proletario, che anelava a qualcosa d’indefinito. Questo è quello che poi si mascherava in tutte le possibili rivendicazioni, quello che veniva alla luce in tutti i possibili adattamenti. Non comprenderemo questi mascheramenti, questi adattamenti, se non riusciamo a decidere di cogliere la cosa nella sua piena profondità dal punto di vista di una vera questione di visione mondiale. Nessuna forza per le cose della visione mondiale, nessuna forza per l’universalmente umano aveva questa vita spirituale più recente. Quando gli strati dirigenti della moderna umanità cercavano una tale forza, cercavano qualcosa nella vita spirituale che fosse sostenente per l’anima, allora si rivolgevano alle vecchie concezioni religiose, alle vecchie concezioni artistiche, estetiche, etiche o d’altro tipo. Ma quello che avevano trasmesso al proletariato, quello che il proletariato solo poteva comprendere, quello non era sostenente per l’anima, non è fino a oggi sostenente per l’anima. Dobbiamo chiedere: Da dove viene dunque questo? Allora non dobbiamo chiedere ai teorici, allora davvero non dobbiamo costruire grigie teorie. Allora dobbiamo immergere in una vera pratica di vita, se vogliamo vedere chiaramente. Posso naturalmente solo schizzare i fatti portanti del mondo oggi, ma possono essere pienamente dimostrati. Nel momento in cui i tempi moderni con la loro tecnica, con il loro capitalismo sono avanzati, allora dalla precedente evoluzione era rimasto qualcosa che per il conoscitore somiglia solo molto lontanamente a quello che oggi chiamiamo stato, per quanto questo stato sia veramente adorato e venerato da sufficiente gente, quasi come un idolo. Quelle classi di uomini che erano le dirigenti all’inizio dei tempi moderni, quando tecnica e capitalismo emergevano, usavano la struttura dello stato, per mettere in questa struttura tutto quello che era loro comodo inserirvi. E vediamo veramente giustificatamente dal punto di vista di allora, almeno comprensibilmente dal punto di vista di allora, dove si doveva lottare contro la chiesa, contro altre forze, come dalla alba dei tempi moderni della vita spirituale, della vita storica complessivamente, la vita spirituale sempre di più viene inclusa nella sfera dello stato. La scuola, altri rami della vita spirituale, venivano sempre più e più inclusi nella sfera dello stato. Si vedeva in questo proprio il grande progresso dei tempi moderni. Perciò oggi è così difficile combattere il pregiudizio generale su questo territorio e pronunciare che proprio su questo territorio il ritiro deve iniziare, veramente non in un medio evo nero, ma nella liberazione della vita spirituale su tutti i territori dallo stato. Questo è quello che oggi deve essere compreso, che è necessario, se si vuole contribuire nemmeno solo con una leggera forza al modo di uscire dall’orribile, terribile situazione in cui l’umanità si è spinta dentro. Come un progresso fu considerato mettere gradualmente tutto sotto la vigilanza dello stato, quello che apparteneva alla vita spirituale. Solo a pochi campi artistici, a qualcosa che si considera senza importanza per la vita, nel campo spirituale rimase ancora libertà.

Sì, chi conosce le condizioni su questo territorio, sa quello che significa, che ci si è diventati così superbi nei tempi moderni riguardo al giudizio che sempre di nuovo si può udire, che nel medio evo la filosofia, e si intende con ciò tutta la scienza, tutta la vita spirituale umana, ha portato il mantello dietro la teologia. Bene, il mantello non è certamente portato dietro la teologia oggi dalla maggior parte di coloro che veramente si attivano spiritualmente all’altezza dei tempi, ma qualcosa d’altro accade. Vorrei caratterizzarlo citandovi una parola, che però potrebbe essere centinaia di volte, no, migliaia di volte. Un naturalista molto famoso, famoso con ragione, significativo dei tempi moderni, si espresse una volta come segretario generale dell’Accademia di Berlino delle scienze sui suoi colleghi, sulla intera corporazione dell’Accademia di Berlino delle scienze e disse, questi studiosi, essi erano con orgoglio la truppa di protezione scientifica degli Hohenzollern. Bene, pensateci, vi testimonia, in quale dipendenza la vita spirituale è caduta, dopo che si è salvata dalle grinfie della teologia. Non porta più il mantello dietro la teologia. Quello che però è incline a fare di fronte allo stato, oh, gli ultimi quattro anni e mezzo lo provano. Leggete quello che gli storici tedeschi hanno scritto. E vero, disgraziatamente altamente vero — non solo l’amministrazione, l’occupazione delle posizioni della scienza dipende dallo stato, no, colui che conosce veramente le cose sa che questa scienza, che è diventata dipendente dallo stato, divenne anche nel suo contenuto, nella sua sostanza dipendente dallo stato, e soprattutto per il fatto che tali uomini la facevano, che hanno soppresso la fonte della vita spirituale originaria in se stessi e più o meno completamente divennero solo mediatori per l’affermazione di quello che veramente lo stato in essi sostiene. Sarà difficile confessare apertamente, liberamente e coraggiosamente quello che tutto ciò contiene, ma deve essere confessato. Perché deve essere compreso che la vita spirituale solo così è possibile nella sua vera essenza, che essa sostiene gli uomini, che soprattutto sostiene le anime, che la vita spirituale è solo possibile, quando è posta su se stessa, sulla propria libertà, quando dal maestro della scuola più bassa ogni persona sa: Tu non sei sottoposto a nessun comando dello stato, ma solo all’amministrazione di coloro che sono cresciuti dalla vita spirituale e le servono. Con questa vita spirituale, completamente indipendente dallo stato, con questa vita spirituale potrà essere creato quello che è un terreno sano per lo sviluppo dello spirito complessivamente.

Che cosa abbiamo sperimentato all’interno dello sviluppo spirituale dei tempi moderni? Oh, come tutto questo è fondamentalmente estraneo alla vita reale, quello che viene coltivato all’interno delle mura dell’esercizio scientifico. E che cosa manca quindi sul terreno della vita economica dovunque? I conoscitori illuminati di questa vita economica ammettono oggi che ci manca il più importante proprio nella vita economica, che ci manca per esempio una vera scienza industriale. La vita economica, quella non poteva restare indietro, doveva seguire il corso dello sviluppo più recente. Era impossibile che in Germania, per esempio, si restasse nel fornire per l’industria siderurgica tedesca solo 799.000 tonnellate di ghisa grezza come si era fatto nei primi sessanta anni del diciannovesimo secolo. No, era necessario, già alla fine degli anni ottanta, non fornire 799.000 tonnellate di ghisa grezza, ma 4.500.000 tonnellate. Che cosa è notevole di questo ottenimento di ghisa grezza? Che queste 799.000 tonnellate di ghisa grezza all’inizio degli anni sessanta del diciannovesimo secolo sono state fornite da poco più di 20.000 lavoratori e stranamente le 4.500.000 tonnellate negli anni ottanta sono state fornite da anche solo poco più di 20.000 lavoratori. Che cosa significa questo? Significa: così sono progrediti i perfezionamenti tecnici, così la vita economica ha spinto verso il progresso, che dallo stesso numero di lavoratori alla fine degli anni ottanta potevano essere forniti 4.500.000 tonnellate di ghisa grezza, di cui agli inizi degli anni sessanta erano stati forniti solo 799.000 tonnellate. Ma allora ci si chiede: il perfezionamento della tecnica è stato seguito nel modo giusto dal perfezionamento su altri campi sociali? No. E conoscitori illuminati oggi ammettono senza esitazione che ci manca una scienza che, per esempio, è idonea, secondo le richieste del presente, della produzione nel senso del consumo accresciuto, di aiutare così che gli impianti dovunque siano situati nel posto giusto, che gli impianti da altri impianti che li supportano nel vicinato siano accompagnati correttamente. Chi oggi segue quello che a causa della mancanza di una scienza industriale su questa questione di caos economico è stato prodotto, vede veramente nei veri motivi, nei veri motivi pratici per il moderno movimento sociale. Perché una vita spirituale sana, una vita spirituale che non deve dipendere comodamente, lasciarsi sostenere dallo stato e dalle sue forze di aiuto, ma deve provare di nuovo ogni giorno la sua capacità, la sua forza per l’ordine sociale, una tale vita spirituale, questo è un terreno sano per tutta la spiritualità. E proprio come vi direste, quando vedete un grano cattivo germogliare, là sotto c’è un terreno incompleto —, così oggi dovreste dirvi: che non abbiamo una scienza industriale, che non abbiamo quello che abbiamo bisogno come il pane stesso per la guarigione della nostra vita economica, questo proviene dal fatto che il terreno su cui dovrebbero prosperare le scienze pratiche è malsano, che la vita spirituale non fa germogliare quegli uomini che sono i veri leader corretti dell’amministrazione capitalistica, quegli uomini che potrebbero veramente trovare fiducia nella massa larga di coloro che devono lavorare.

Vedete, così sono i nessi. O si vedono i nessi così, allora si trova una strada fuori dal caos — ma è necessario guardare in questo nesso più profondo — oppure non si vede questo nesso, allora si va, qualunque cosa si possa intraprendere nel senso del vecchio pensiero economico, allora si va più profondamente nel caos, più profondamente nel saccheggio, nella demolizione. Perché solo attraverso questo avanziamo oltre questo saccheggio, oltre questa demolizione, che iniziamo con la socializzazione della vita spirituale stessa. Socializzare nella vita spirituale significa però emancipare questa vita spirituale dalla vita dello stato, mettere questa vita spirituale dal livello scolastico più basso fino all’università su se stessa e rendere completamente libere le relazioni dell’umanità con questa vita spirituale.

Credetemi, conosco tutte le obiezioni che possono essere fatte contro quello che ho appena detto. So che sia da parte borghese che proletaria mi sarà detto: Bene, quando la scuola sarà di nuovo libera, allora fioriranno di nuovo l’analfabetismo e cose simili. Vedete, prima di tutto desidero sottolineare qualcosa contro le obiezioni che possono essere fatte da parte socialista contro quello che ho appena detto. Da parte socialista si mette grande valore sulla cosiddetta scuola unitaria. Si dicono, in futuro non deve più esistere una scuola di classe, i bambini di tutte le persone devono essere insegnati in una scuola unitaria almeno fino al quattordicesimo o quindicesimo anno. Bene, credete però che una scuola diversa da una scuola unitaria esisterà, quando da motivi obiettivi l’organismo spirituale indipendente, l’organismo spirituale indipendente dallo stato, questa scuola istituisce? Ho scritto un piccolo libretto: L’educazione del bambino dal punto di vista della scienza dello spirito. Potete assumere qualunque posizione vogliate nei confronti di questo punto di vista. Posso comprendere pienamente ogni posizione oppositrice a questo punto di vista; ma mettete da parte questa posizione, vedete da questa posizione, e vedrete che, mentre viene discussa l’educazione del bambino, pura considerazione viene presa di quello che si sviluppa nell’uomo fino all’età della maturità. Allora non si arriva affatto, quando si parla su base obiettiva dai motivi della vita spirituale sulla costituzione di una scuola, a configurare qualcosa di diverso da una scuola unitaria. Questo sarà un bisogno della vita spirituale emancipata dallo stato, che questa vita spirituale di giorno in giorno dovrà provare di nuovo nei suoi rappresentanti di essere efficace, che solo basata su se stessa manifesterà la sua vera essenza e forza alla disponibilità della vita sociale. Una tale vita spirituale non vivrà in altezze astratte, non predicherà. Una tale vita spirituale non coltiverà estranea alla vita scientificità dietro muri, formerà gli uomini che, quando portano i pensieri di questa spiritualità in se stessi, diventano i leader corretti della vita economica, della nostra così complicata, così esigente vita economica.

La vita spirituale attraverso lo stato non è diventata pratica, è diventata impratica, è diventata astratta. Per decenni ho ripetutamente detto a coloro che potevo parlare: Voi conoscete insegnamenti, voi conoscete teorie che si concentrano per esempio sull’etica, sulla moralità, così che agli uomini viene predicato «ama il tuo prossimo come te stesso», o viene predicato da fratellanza, da compassione generale e cose simili. Mi sembrano questi sermoni come se uno parlasse al fornello che sta nella stanza: Tu, fornello, così appari; la tua essenza ti esorta, a fare caldo la stanza, questo è il tuo dovere di fornello, il tuo imperativo categorico, allora rendere caldo la stanza! Nel fornello il sermone aiuta così poco come nell’uomo. Qui si tratta del fatto che non predicheremo affatto al fornello, che però porteremo legno o carbone e li accenderemo. Altrettanto poco si adattano alla nostra attuale ordine sociale i servizi spirituali che si mantengono in altezza astratta, vi si adattano solo coloro che veramente trovano l’accesso a quello che vive nell’uomo. Credete che se, per esempio, dalla metà del diciannovesimo secolo — ma naturalmente è un’ipotesi — avesse esistito una vera vita spirituale vivente, si sarebbe stati di fronte al programma di Eisenach, di Gotha, di Erfurt allo stesso modo sciocco, come vi si è stati di fronte? No, mai! Sul terreno di una vita spirituale sana sarebbe stata sviluppata una sana scienza industriale, una sana scienza sociale. Nella scienza sociale in particolare abbiamo sempre attaccato il cavallo dalla coda. Invece che coloro che erano chiamati a parlare di ordine sociale, di ordine economico, avessero trovato qualcosa che doveva accadere, che avrebbe potuto corrispondere alle rivendicazioni del proletariato, invece questi signori hanno disegnato quello che c’era già. Questo è quello che ci ha abbassati così profondamente su questo territorio. E il proletario non gli era rimasto altro che vivere le conseguenze di quello sulla sua persona, quello che da tali fatti come li ho rappresentati, con l’ordine economico in cui era incatenato, era stato compiuto. Vedeva dal suo punto di vista alla macchina, dal suo incatenamento nel capitalismo che degradava l’anima alla vita spirituale dei ceti dirigenti, leader. Bene, certo, questi ceti dirigenti, leader, non potevano altrimenti che configurare la vita sempre più democraticamente, chiamavano le masse larghe dell’umanità alla democrazia. Passavano gradualmente anche a ciò, di fare tutto una varietà da quello che coltivavano come vita spirituale al proletariato; università popolari furono fondate, case d’arte, in cui al popolo veniva mostrato quello che le altre classi producono in arte e così via. Quello che lì si configurò — naturalmente nessuno deve essere fatto rimprovero, perché la gente credeva di fare la cosa giusta, quello che stava nel senso del progresso della democrazia -, ma quello che effettivamente si metteva in scena, era nient’altro che una grande menzogna di vita. Non la si comprendeva, questa menzogna di vita. Se si convocavano le masse larghe del proletariato, che dovessero guardare i quadri dei borghesi, che dovessero ascoltare i corsi scolastici dei borghesi, e se veniva loro inculcato che capivano qualcosa da ciò, allora non era vero. Perché sulla questione della vita spirituale non si può vivere nulla, se il prodotto non è stato prodotto all’interno della stessa comunità. Mentre un abisso profondo si apriva riguardo alle esperienze sociali del proletariato e della borghesia, anche il presunto capire della borghese produzione spirituale da parte del proletariato era nient’altro che una menzogna di vita.

Così il proletariato non poteva altrimenti che sentirsi collocato nella pura vita economica. Era tutto organizzato verso questo, che solo pochi potessero veramente godere dei frutti di questa vita spirituale. Ma che cosa percepiva il proletariato? Nel territorio della vita economica percepiva il capitale, l’efficacia della sua propria forza lavoro e la circolazione delle merci, la produzione di merci e il consumo di merci. Questo era tutto quello che veramente viveva. Ma se guardava allo stato, che era usato in questo modo nel suo schema da parte dei ceti dirigenti, leader dei tempi moderni, come ho appena rappresentato, allora il proletario sentiva qualcosa che ogni uomo può sentire che è organizzato psichicamente in maniera sana. Si può molto riflettere su quello che il concetto importante del diritto all’interno dell’umanità, più esattamente, all’interno dell’umanità, veramente significa. Infine ci si dirà: la consapevolezza del diritto è qualcosa di tanto originario di fronte alla natura umana come di fronte all’occhio sano la percezione del colore blu o rosso. All’occhio sano si può sempre parlare del colore rosso o blu, ma non si può suscitare nessuna presentazione astratta di ciò. Così si può a ogni uomo sano parlare dei singoli diritti. Questo sentiva anche la massa larga del proletariato nei tempi in cui era arrivato all’auto-consapevolezza attraverso il principio democratico alla macchina e dentro il capitalismo. Ma allora questo proletariato guardava allo stato. Che cosa credeva dal suo punto di vista con ragione di trovare all’interno di questo stato? Veramente non la realizzazione del diritto, ma la lotta di classe con i suoi privilegi e i suoi danni di classe. Qui abbiamo di nuovo un esempio in cui il pensiero borghese si è rivelato impotente. Da un lato era costretto a lasciare che la democrazia regnasse, dall’altro non contribuiva a trarre la conseguenza di questa democrazia, e non si disponeva veramente a escludere dallo stato quello che deve essere escluso, e a includere nella sfera dello stato quello che deve essere incluso nella sfera dello stato.

Voglio oggi a causa del tempo avanzato solo accennare a qualcosa, ma a qualcosa di molto importante, al secondo punto nodale del movimento sociale dei tempi moderni. Voglio accennare a come ha colpito — come detto, colui al quale il suo destino ha portato a pensare con il proletariato, l’ha visto sempre di nuovo — nel sentimento del proletario la parola di Carlo Marx, che il moderno proletariato deve soffrire dal fatto che la sua forza lavoro sul mercato del lavoro è comprata come una merce, che nella vita economica non solo circolano merci, ma circola la forza lavoro umana. La retribuzione non è nient’altro che il comprare la forza lavoro umana come una merce. Certo, il proletario non era così istruito attraverso l’eredità della scienza borghese che aveva ereditato, che potesse chiaramente rendersi conto nella ragione di quello che veramente stava di fronte. E i leader proletari avevano ancora di più ereditato la scienza borghese, non potevano farsi conto affatto. Ma il proletario sentiva nel cuore di fronte alla parola appena menzionata di Carlo Marx quanto segue. Guardava indietro a tempi antichi e si diceva: una volta c’erano schiavi, allora il capitalista poteva comprare l’intero uomo come una mucca o come un oggetto. Poi arrivò il tempo della servitù della gleba, allora si poteva già comprare meno dell’uomo, ma comunque abbastanza. Poi arrivarono i tempi moderni, il tempo, in cui all’uomo fu fatto credere che fosse un essere libero. Ma il proletario non poteva godere della sua libertà, perché doveva ancora sempre vendere qualcosa di se stesso, cioè la sua forza lavoro. Non si può vendere la forza lavoro come qualcosa che uno ha prodotto. Una ruota di carro, un cavallo si può portare al mercato e vendere e poi tornare indietro, con la forza lavoro si deve andare. Là c’è un residuo di schiavitù nella vita reale, per quanto ancora si parli e ancora così tanto scientificamente si insegni della cosiddetta libertà. Questo era quello che si fissava nei sentimenti del proletario, quello che avrebbe dovuto anche essere sentito da una vera vita spirituale nei circoli dirigenti, leader. Ma mentre si portò certamente la democrazia a ragione, che fece crescere questo sentimento di fronte alla forza lavoro umana, fu così miope da non far fronte a questo sentimento con nessun istituto. Adesso finalmente i fatti parlano così che è assolutamente necessario porre come la seconda questione nodale del movimento sociale: Come si denuda la forza lavoro umana del carattere della merce? Questo non è possibile altrimenti, come si deve separare su un lato, per il motivo menzionato, la vita spirituale dallo stato politico o stato dei diritti, e contemporaneamente sull’altro lato si separa la vita economica da questo stato politico o stato dei diritti, quando cioè si mettono tre organismi sociali indipendenti fianco a fianco, che potranno diventare allora proprio la giusta unità quando sono indipendenti. Allora si aiuteranno organicamente internamente correttamente l’uno l’altro, mentre l’unità oggi esistente di vita economica, vita dello stato o dei diritti e vita spirituale ci ha portato proprio in un caos. La vita economica ora, consideratela, su un lato confina con le condizioni naturali. Come sarebbe sciocco se qualche corporazione si riunisse e determinasse dalla necessità per l’anno 1920 già oggi, quali condizioni naturali fossero necessarie, per esempio quanti giorni all’anno dovrebbe piovere e quanti giorni di sole dovrebbe essere. Questo sarebbe naturalmente una follia. Su questo territorio, dove la vita economica confina con i fondamenti della natura, questa follia si comprende, ma di fronte all’altro confine, dove la vita economica confina con lo stato libero da esso, che lui stesso non deve economizzare, allora oggi non si comprende ancora uno simile. Persino Walther Rathenau nel suo scritto più recente «Dopo il diluvio» ha enfatizzato, lo scollamento della forza lavoro dal ciclo economico porterebbe una caduta enorme dei valori monetari. Non può avere alcuna idea in quello che certamente attraverso la liberazione della vita economica dalla vita dello stato sarà possibile — togliere la forza lavoro dal ciclo economico, per lasciare al ciclo economico niente altro che quello che all’uomo è opposto oggettivamente, indipendentemente dall’uomo. Il lavoratore nello stato avrà da stare su un terreno su cui ogni uomo di fronte all’altro uomo è uguale. Questo sarà il futuro dello stato liberato dalla vita spirituale e dalla vita economica, che sul suolo di questo stato si svilupperà tutto quello che, si può delimitare precisamente così nell’umanità, che nei confronti di esso tutti gli uomini stanno completamente uguali.

Non stanno uguali gli uomini riguardo alle loro facoltà individuali e ai doni. Tutte queste facoltà individuali e doni devono nella libera vita spirituale, nella vita spirituale indipendente dallo stato, essere sviluppati. La democrazia non può farci nulla. La democrazia ha per contenuto tutto quello in cui tutti gli uomini sono uguali e a cui appartiene nessuna esperienza di vita. Esperienza di vita però è l’elemento della vita economica. Lo stato non deve economizzare, ma ha tutto quello che è da stabilire e regolamentare in cui un uomo all’altro è completamente uguale, in cui vera democrazia può regnare. A ciò appartiene al lato del diritto di proprietà, che troverete ulteriormente spiegato nel mio libro, soprattutto il diritto del lavoro. Tempo, misura e genere del lavoro dovrà in futuro da parte dello stato indipendente dalla vita economica essere regolamentato così che il lavoratore, che lui stesso è presente quando questa regolamentazione, già quando entra nella fabbrica, nel laboratorio, viene con un tempo di lavoro limitato dal diritto, con un tempo di lavoro limitato soprattutto dal diritto del lavoro, prima di concludere qualunque contratto con un direttore del lavoro. Come la vita economica su un lato confina con il fondamento naturale e si può al massimo avvicinarsi a questo fondamento naturale attraverso alcune misure tecniche, ma più oltre da esso rimane dipendente, così la vita economica in futuro dall’altro lato deve confinare con il diritto del lavoro fermamente regolamentato. Non si potrà determinare il salario in base al valore di uso dei beni, come fondamentalmente ancora oggi all’interno del nostro ordine economico è il caso. Si potrà fare tutto benessere, tutta la produzione all’interno della vita economica solo come una conseguenza di quello che lo stato come diritto del lavoro stabilisce, come si può sviluppare la vita economica dall’altro lato solo come dipendente dai fondamenti della natura. Il resto già dovete leggere nel mio libro «I punti nodali della questione sociale nelle necessità vitali del presente e del futuro». Arriviamo così al secondo dei punti nodali della questione sociale, alla regolamentazione del diritto del lavoro attraverso una separazione della vita economica dalla vita dello stato.

Il terzo dei punti nodali della questione sociale è la questione economica stessa. Questa trova la sua regolamentazione allora, quando questa vita economica realmente tra i due confini appena indicati è incatenata, all’interno di questi confini da pure forze economiche, dalle forze dei ceti professionali, dalle forze particolarmente di produzione e consumo attraverso associazioni e cose simili è regolamentata in maniera associativa in una completa indipendenza dalla vita dei diritti e dalla vita spirituale. Non è più tempo oggi, in dettaglio — questo può succedere nella conferenza successiva — entrare in come la vita economica emancipata potrà allora apportare quello che certamente come benessere sarà dipendente dal diritto del lavoro, anche dal diritto di proprietà, ma sarà in una sana dipendenza e soprattutto in una morale dipendenza necessaria, come dall’altro lato è in una naturale dipendenza. Nel dettaglio certamente sarà necessario che i due altri campi dell’organismo sociale, quello spirituale e quello legalmente-statale, forniscano le loro forze alla vita economica. Ma le forniranno proprio allora, quando sul loro terreno si sviluppano nel modo giusto.

Quando ho parlato di recente in una città della Svizzera su questo oggetto, allora un uomo molto intelligente mi disse nella discussione — certo, riconosco tutti gli argomenti intelligenti, sono consapevole di quanti siano da obiettare contro quello che qui propongo; ma viene dalla realtà, e perciò ci è da obiettare quanto regolarmente è da obiettare contro la realtà; proprio perciò è pratico quello che è proposto, perché ci è da obiettare così tanto inizialmente, e ancora agli argomenti deve essere incontrato praticamente, non con giudizi — allora disse: Sì, tu vuoi ora il diritto dello stato e la sua giustizia delimitare, ma deve però regnare giustizia, sia nella vita spirituale che nella vita economica! Ho replicato con un’immagine: Mi immagino una famiglia rurale, l’uomo, la donna, i bambini, i valletti, le cameriere e tre mucche. Le mucche danno latte. Tutta la famiglia ha bisogno di latte, è quindi necessario o anche solo possibile che anche tutta la famiglia dia latte? No, se le tre mucche giustamente danno latte, tutta la famiglia sarà provvista di latte, e non è affatto necessario che gli altri diano anche latte. Così è con i tre articoli dell’organismo sociale. Ogni articolo fornisce precisamente per gli altri articoli quello che può essere loro fornito, perché nella sua emancipazione è posto sul suo sano, fondamento essenziale. Questo è quello che soprattutto su questi veramente pratici, tratti fuori dalla realtà proposte sociali va considerato.

Per più di un secolo una triplice divisa suona attraverso l’umanità: Libertà, Uguaglianza, Fratellanza. Chi potrebbe sottrarsi all’impulsività potente di questi tre ideali. Tuttavia, uomini molto intelligenti del diciannovesimo secolo, hanno a ragione, dico esplicitamente a ragione, provato le contraddizioni tra questi tre grandi ideali umani e hanno detto: Se la libertà dell’individualità deve svilupparsi, se le individualità veramente devono venire ai loro diritti l’una accanto all’altra, come deve allora regnare l’uguaglianza? O di nuovo: Come accanto all’uguaglianza, accanto all’espandersi del puro diritto può ancora venire alla sua validità la fratellanza? Bene, vedete, esiste qui una contraddizione capitale, fondamentale. Perché? Perché questi tre grandi ideali dell’umanità, libertà, uguaglianza e fratellanza, sono stati ancora colti in un tempo, dove l’umanità era ipnotizzata dall’idea dello stato unitario, quello stato unitario, che in realtà ci ha condotto nella odierna catastrofe. Ma qualcosa di giusto, qualcosa di elevato, qualcosa di potente c’era pur sentito con questi tre impulsi, e questo può essere realizzato solo quando si saprà che ognuno di questi tre ideali va bene per l’articolo del triarticolato organismo sociale messo sul suo proprio terreno. Deve svilupparsi in futuro l’organismo spirituale libero dagli impulsi della libertà, l’organismo statale, politico dagli impulsi dell’uguaglianza, l’organismo economico dal principio della fratellanza in grande stile sulle esperienze da uomo a uomo, delle organizzazioni, delle associazioni, delle cooperative e così via.

Questo ha mosso colui che oggi parla a voi, quando eravamo in mezzo in quella terribile catastrofe, che ci ha portato qui in Germania nella nostra situazione odierna, ad avvicinarsi a parecchi posti, così che allora nel suono dei cannoni tuonanti per la Germania — si poteva già vedere allora — invano, avrebbe dovuto intonare una voce spirituale di fronte a quello che altrimenti riempiva il mondo, così che l’Europa centrale e orientale udisse che in futuro non dovevano lavorare con i cannoni, ma con lo spirito. La via doveva essere cercata che avrebbe impedito quello che ora è venuto. Molto sforzo i miei amici hanno fatto, ai posti interessati, che allora ancora erano delegati e oggi sono sprofondati nell’abisso, per portare quello, che è stato tratto da necessarie condizioni dello sviluppo dell’umanità del presente e del prossimo futuro. E ho detto a molti in quel tempo: Quello che viene pronunciato in questo abbozzo — era allora formulato principalmente per la politica estera — è quello che in opera devota per decenni dalle condizioni dell’Europa centrale e orientale e del mondo civilizzato complessivamente è stato ascoltato, quello che vuole realizzarsi nei prossimi dieci, quindici, venti anni. E fu detto: Voi avete ora la scelta, o accettate la ragione e dite all’umanità che voi volete realizzarla, o siete di fronte a cataclismi e rivoluzioni. Perché quello che non si vuole realizzare attraverso la ragione, solo questo conduce alla rivoluzione. Questo può dire oggi qualcuno che ha parlato prima di questa catastrofe di guerra come di una formazione di ascesso sociale, di una malattia cancerosa sociale. Con ciò allora era considerato come un fantasma, e come pratici valevano coloro che, poco prima che lo massacro iniziasse, parlavano di un rilassamento generale.

Speriamo che in coloro che già comprendono qualcosa della necessità di un ripensamento — non solo un cambio dei sistemi, ma un ripensamento, un imparare di nuovo nelle teste umane —, speriamo che in essi si illumini l’impulso per il movimento sociale, che per fatti così eloquenti si annuncia. Speriamo che si illumini negli uomini, prima che sia troppo tardi. Perché quello che attraverso i fatti parla, deve essere raggiunto con i pensieri. Non abbiamo bisogno oggi di un facile parlare su questo o quello che deve essere cambiato. Abbiamo bisogno di nuovi pensieri nelle teste umane. Molti hanno detto: Una tale catastrofe come questa guerra non è mai accaduta dall’inizio della storia dell’umanità. Pochi però hanno da allora detto: Perciò adesso sono anche necessari pensieri che a molti possono sembrare come se non fossero mai stati, ma abbiamo bisogno di loro, questi pensieri, se vogliamo uscire da quella terribile catastrofe, che è ancora lì, uscire da confusione e caos. Facciamo ricorso all’auto-consapevolezza! Cerchiamo di aggiungere alla consapevolezza il coraggio del volere sociale, allora non sarà ancora troppo tardi, anche se la situazione oggi è già difficile. Cerchiamo di prevenire il momento in cui dovremmo piangendo dire a noi stessi nella tragedia terribile dell’umanità: Troppo tardi!

5°Vie per uscire dalla miseria sociale e verso una meta pratica

Stoccarda, 3 Maggio 1919

Nella attuale situazione seria di una gran parte dell’umanità, particolarmente dell’umanità dell’Europa centrale, sarebbe fatale se la guarigione di vari gravi danni sociali fosse cercata con piccoli e minuti mezzi. È necessario oggi sollevarsi a impulsi comprensivi, penetranti, che sono fondati in una vera comprensione di quello che ci ha spinto nella confusione e nel caos, ed è necessario, senza pregiudizi, onestamente e sinceramente, rivolgere lo sguardo a quello che veramente è lì e da cui vogliamo uscire. Da queste considerazioni, che sono caratterizzate dalle poche frasi appena menzionate, è stato originato in preparazione di quell’appello alla triarticolazione dell’organismo sociale, che voi conoscete e su cui voglio parlare ancora oggi. È sempre possibile solo, vorrei dire, da questo e quel punto di vista indicare la necessità di quello che in questo appello e ora un po’ più estesamente, ma anche solo un po’ più estesamente, nel mio libro «I punti nodali della questione sociale nelle necessità vitali del presente e del futuro» è detto. E se avessero avuto bisogno di molte conferenze se si volesse solo indicare tutto quello che giace a fondamento degli impulsi che hanno portato a questo appello. Perciò devo già pregarvi che quello che posso dire in una singola conferenza, accoglietelo così che sia sempre in un certo senso solo un taglio fuori da quello che veramente porta alla comprensione di quel volere sociale che è inteso con l’appello. Soprattutto però oggi vorrei indicare che anche uno sguardo a quello che dalla situazione internazionale è emerso nella terribile catastrofe degli ultimi anni, se lo si considera obiettivamente e senza pregiudizi, deve portare a questo appello. Condizioni politiche esterne — se parliamo dal punto di vista della Germania — e condizioni politiche interne sembrano spingere agli impulsi che qui sono intesi. Procede infatti da questo appello nei suoi pensieri fondamentali dal fatto che la situazione terribile in cui siamo finiti proviene essenzialmente da quello sviluppo nei tempi moderni che ha portato a un rimescolarsi e confusione di tre campi della vita che da ora in avanti devono svilupparsi indipendentemente, i tre campi della vita della vita spirituale, della vita propriamente politica o dei diritti o statale e della vita economica.

Nello stato unitario, che sempre più e più, come ipnotizzando l’umanità, è stato visto come il rimedio universale dell’ordine sociale, è stata fusa tutta quella che sono le forze di questi tre campi della vita. Oggi la salvezza a un vero obiettivo pratico rispetto al nostro organismo sociale deve essere cercata nell’auto-determinazione di questi tre campi della vita. Questo è dapprima in forma astratta, vorrei dire, l’impulso fondamentale che giace a fondamento di questo appello. Dobbiamo, se da uno dei molti punti di vista che vengono in considerazione vogliamo comprendere quello che particolarmente l’umanità dell’Europa centrale nella terribile, spaventosa catastrofe di oggi ha portato, in un certo senso guardare a sinistra e a destra. Verso ovest e verso est era la Germania, era il popolo tedesco coinvolto nella guerra, e si può già dire: Dalle condizioni dell’ovest e dell’est nella loro cooperazione dobbiamo comprendere anche, in quale situazione oggi stiamo nell’Europa centrale.

Chi guarda verso ovest, allora se innanzitutto di tutte le cose la miseria sociale vuole cogliere nello sguardo, diventerà consapevole, come proprio nei paesi dell’ovest, in quei paesi, con cui la guerra più a lungo è stata condotta, nello sviluppo storico dei tempi moderni un chiaro rimescolarsi di vita economica con vita politica si è compiuto, così che dal popolo istintivamente particolarmente della popolazione che parla l’inglese, vorrei dire, su questo territorio della terra come naturalmente elementare è sorto soprattutto un’aspirazione dello stato sotto i particolari punti di vista della vita economica. Tutto il politico era lì penetrato dall’economico. Le leggi economiche divennero leggi politiche. Così vediamo il rimescolarsi della vita politica e della vita economica se guardiamo lo sguardo verso l’ovest.

In modo diverso vediamo il rimescolarsi della vita politica con la vita culturale dapprima nella forma delle culture nazionali nazionalistiche e della loro vita spirituale che procede da questo nazionalistico. Guardando verso l’est, vediamo il rimescolarsi della vita spirituale con la vita politica. Tutto — qui può essere solo accennato, proprio lo studio attento, accurato dei rapporti europei e americani lo conferma —, tutto indica che gli esplosivi che gradualmente si sono accumulati tra l’Europa centrale e l’ovest, possono essere compresi solo dal conflitto che nell’ovest stesso è sorto tra la vita economica e la vita dello stato dalla circostanza che vita economica e vita dello stato, però con il particolare sopravvento della vita economica, erano rimescolati in maniera caotica. A est si accumulavano gli esplosivi attraverso il rimescolarsi delle singole culture spirituali della comunità nazionale con la vita dello stato politico.

Tra quello che lì si accumulava, fummo nello sviluppo dei tempi moderni collocati. Abbiamo finora trascurato di imparare quale sia il nostro compito in questo trovarsi incatenato tra ovest e est. La terribile catastrofe mondiale, che da questi due impulsi che ho caratterizzato è risultata, avrebbe dovuto insegnarci dove dobbiamo sterzare proprio nell’Europa centrale, che dovrebbe imparare dall’ovest e dall’est. Dall’ovest dovrebbe imparare che come vicino di questo ovest il suo compito sia distinguere e auto-determinare vita economica e vita dello stato politico. Dal est ha da imparare la distinzione della vita spirituale da — se lo guardiamo solo superficialmente nel la vita nazionale — la vita dello stato. Enormi errori — non aiuta a chiudersi di fronte a questo fatto —, enormi errori si sono accumulati nella politica degli stati medi, nella svogliata, infine completamente nella nullità portante politica di questi stati medi, perché gli uomini di stato non erano capaci di vedere, come all’ovest è per certi istinti del popolo ancora oggi innocuo, che la vita economica è rimescolata con la vita politica e in esso ha il sopravvento, come però forniva esplosivi su esplosivi a l’est, che la vita spirituale è rimescolata con la vita dello stato in maniera non organica. Enormi errori politici, che si deve appunto riconoscere nella loro necessità storica, sono quello che infine dovettero scaricarsi in quella catastrofe che proprio a noi ha portato il massimo disastro. Aveva qualcuno negli ultimi tempi, e intendo anche un tempo ultimo lungo, sì, fino a oggi la buona volontà di esaminare indulgentemente queste condizioni? Non si trovano ancora una volta fra di noi nonostante l’odierna terribile situazione molte personalità che un guardare agli impulsi veramente pratici vedono come inutile idealismo, perché questi impulsi pratici oggi sono grandi ideali, e che dalla comodità e dalla vigliaccheria dello spirito domandano piccoli obiettivi, che solo loro soli chiamano pratici, mentre si rivolgono contro proprio oggi necessari grandi obiettivi come contro i non pratici. Queste persone, che oggi gli obiettivi veramente pratici, grandi rifiutano come idealismi e vogliono guardare solo al prossimo immediato, queste persone sono lo stesso o i discendenti di coloro, che l’umanità dell’Europa centrale, l’umanità europea complessivamente, hanno portato nella situazione odierna e che faranno che i danni diventano ancora più grandi. Se non è possibile che vera pratica di vita venga al posto della cosiddetta pratica di vita dei giocatori e dei filistei — oggi la situazione deve essere vista senza pregiudizi e onestamente —, allora non verrà mai quello che è il risultato di una vera politica estera, quello che porta agli impulsi della triarticolazione dell’organismo sociale.

Ma non abbiamo a che fare oggi solo con una conseguenza della politica estera. Abbiamo a che fare con forze evolutive che ancora fluiscono da un lato molto diverso e fanno ondate e scuotono l’umanità! Quello con cui oggi siamo confrontati, si può paragonare con la migrazione dei popoli e l’incontro di questa migrazione dei popoli all’inizio del medio evo con il cristianesimo. Chi gli grandi impulsi del cristianesimo nella loro efficacia attraverso il medio evo e il finora tempo recente prende in considerazione, a lui deve veramente colpire quale carattere gli impulsi del cristianesimo hanno preso proprio presso i popoli di cui si è soliti parlare quando si esamina la migrazione dei popoli, e quale hanno preso presso i popoli più meridionali. Venuto nascendo in Asia, il cristianesimo operò dapprima sui popoli altamente sviluppati della Grecia e dell’Italia, sui altamente sviluppati intelletti di questi campi meridionali dell’Europa. Poi penetrò nei paesi dei «barbari», come i popoli meridionali chiamavano chi avanzava da nord. Se vi fate una visione di insieme su questi rapporti, allora trovate, che veramente quello attraverso cui il cristianesimo come tale è diventato efficace nel mondo, non si formò attraverso il passaggio presso i popoli meridionali sul più alto, ma già in discesa sviluppo, ma esso sviluppò i suoi impulsi enormi nei cuori, nelle teste di quei popoli che ancora intelletto non consumato, forza dell’anima non consumata avevano. Questo era, vorrei dire, la migrazione orizzontale dei popoli con le sue particolarità all’inizio del medio evo. Oggi stiamo, mentre esaminiamo il movimento proletario, di fronte a una migrazione verticale dei popoli. Dalle profondità della vita culturale verso i flussi di corrente dirigenti della cultura quello che proletariato può essere chiamato. Ma quello che cerchiamo dobbiamo come il nuovo elemento culturale, che ci salva, come i grandi impulsi che ci portano fuori dalle confusioni, quello opera, vorrei dire, da grigie profondità dello spirito così come il cristianesimo una volta sui popoli greci e romani. E vediamo come quello che il futuro afferrare vuole per una riconfigurazione del mondo in relazione spirituale, in relazione statale, in relazione economica, ha bisogno degli intelletti non consumati, della forza dei sentimenti non consumata di quei massa dei popoli che nella odierna migrazione verticale dei popoli da basso verso l’alto fluiscono, mentre, come ho già spiegato l’ultima volta qui, negli intelletti consumati di coloro che, simile allora ai Greci e ai Romani, stanno all’altezza della cultura, presso i finora circoli dirigenti, leader difficilmente è da percepire di quel fuoco che oggi abbiamo necessario per trovare le vie fuori dalla miseria sociale a veri, pratici obiettivi dell’umanità. Che tali vie devono essere trovate, parla soprattutto per questo quello che come una tale migrazione verticale dei popoli nel corso dello sviluppo moderno dell’umanità si è concluso.

La politica esterna ci indica la triarticolazione dell’organismo sociale. Che cosa ci mostra il succedersi politico interno? Ci mostra che proprio quegli elementi del popolo che l’intelletto non consumato, la forza non consumata dei sentimenti dell’anima da basso verso l’alto portano — per quanto poco questo molti ancora oggi vorranno ammettere, per quanto poco il proletariato stesso oggi già parole e idee adatte e corrispondenti trova per certi fenomeni —, che questi elementi del popolo nella loro anima sentono, sentono anche nella miseria del loro corpo, sentono in tutto quello che loro si è contrapposto, già da tre a quattro secoli, ma particolarmente nel diciannovesimo e nel ventesimo secolo che inizia, in triplice modo la tripla miseria dell’ordine sociale. Sentivano come si opponevano dapprima a una vita spirituale, con cui non sentivano nessun’altra comunanza di quella, che loro nel mezzo secolo recente era caratterizzata con la parola di Carlo Marx del «plusvalore». Non è affatto, nemmeno da un’altra parte quella della classe borghese, nemmeno d’altra parte quella proletaria, completamente compreso. Le cose sono infatti nella moderna educazione piuttosto superficialmente prese. Quello che giace a fondamento è, che tutta la così lodata, così glorificata cultura spirituale dei tempi moderni in tutti i suoi rami poteva svilupparsi solo come la cultura di pochi sul fondamento delle privazioni di cultura da parte della grande, larga massa. Non come se assolutamente le finora classe dirigenti da cattiva volontà, da diavoleria avessero portato miseria e difficoltà ai proletari. No, portato l’hanno — come ho cercato di mostrare lunedì scorso — attraverso incomprensione, attraverso assenza di comprensione di fronte a quei compiti che si risultavano storicamente dal fatto che sempre più masse ampie dalla moderna migrazione verticale dei popoli, dall’aspirazione verso una vita spirituale di cui erano privati, erano afferrare. Ma così è stato una volta, e l’essenziale è quello, che quello che abbiamo raggiunto in arte, sì, quello che abbiamo raggiunto in scienza, quello che abbiamo raggiunto in educazione riguardante la vita spirituale, da un lato poteva essere solo per pochi e che doveva essere elaborato sotto le privazioni di molti. Questo modo particolare della vita spirituale non poteva essere senza creare un abisso tra i privilegiati e gli svantaggiati. Questo sentiva la larga massa, tendente verso l’alto, di fronte al ramo principale della vita umana, di fronte alla vita spirituale.

Di fronte alla vita dello stato o politica o dei diritti sentiva lei proprio nel suo ascendere sempre più, che esiste qualcosa per la natura umana, che per tutti gli uomini è un’uguaglianza. Questa uguaglianza non si può sviluppare in nessuna teoria, è semplicemente presente nelle esperienze di ogni anima sana. Come non si può parlare a un uomo con gli occhi ciechi di un colore blu o rosso, così non si può parlare con un’anima non sviluppata in modo sano di quello che in ogni anima sana vive come la consapevolezza del diritto, quella consapevolezza del diritto che rende l’uomo sul secondo territorio della vita sociale, sulla vita dello stato, di fronte a tutti gli altri uomini, uguale. Questo sentimento però, che negli antichi stati patriarcali, anche ancora negli stati del medio evo, nella massa larga era ancora represso, questo sentimento dall’uguaglianza del diritto, è venuto negli ultimi secoli e particolarmente nello sviluppo proletario del diciannovesimo e ventesimo secolo sempre più intensamente. I ceti dirigenti, leader non potevano altrimenti che chiamare la massa larga alla democrazia. L’avevano bisogno per gli interessi loro. Avevano bisogno di un proletariato sempre più e più educato a scuola. Ma non si può sviluppare un’una nella anima, senza che anche l’altra si sviluppi. Nel momento che i ceti dominanti, leader hanno fatto dei proletari i lavoratori istruiti per le complicati compiti nelle loro fabbriche e per altre cose, dovevano, perché l’una senza l’altra non è possibile, perché l’altra da se stessa si sviluppa, contemporaneamente permettere che nel proletariato quella consapevolezza del diritto venisse, che proprio a ogni anima umana che è venuta a se stessa è propria. Questa consapevolezza del diritto però si è sviluppata nel proletario completamente diversamente di come nei finora ceti dirigenti, leader dell’umanità. Nei finora ceti dirigenti, leader dell’umanità i sentimenti di diritto si sviluppavano dai circoli di interessi in cui questi ceti erano stati nati da lunga data. Il proletario, mentre era stato posto alla macchina, mentre era stato incatenato nel capitalismo che degradava l’anima, con tali interessi non era equipaggiato. Quelle relazioni che ovunque esistevano tra quello che i ceti dirigenti nel la vita sociale rappresentavano, e quello che sentivano come il loro umano, quelle connessioni di interesse per il proletario non c’erano. Non l’intendo humoristicamente quando dico: Per l’appartenente ai ceti dirigenti può dalla connessione sociale in cui era stato collocato qualcosa essere sorto da un interno sentimento dell’umanità, che gli dava una certa consapevolezza del diritto, se, diciamo, sulla sua biglietto da visita poteva scrivere «proprietario di fabbrica» e cose simili, o anche «tenente di riserva». Ma per il proletario non c’era una tale connessione di interesse tra la macchina che degradava l’anima e il suo umano, e non tra l’incatenamento nel capitalismo e di nuovo il suo umano. Il proletario era posto sul suo puro diritto umano, e mentre guardava agli altri, scorgeva invece che diritti umani universali vantaggi di classe, privilegi di classe e svantaggi di classe. Questa era la seconda esperienza, l’esperienza nel territorio della vita dello stato.

E la terza esperienza risultava per il proletario nel territorio della vita economica. Là vedeva come la sua forza lavoro nel rapporto salariale dai ceti dirigenti, leader era trattata esattamente come una merce. Questo allora colpì profondamente, profondamente nella profondità i sentimenti, i sentimenti del moderno proletariato. Questo produsse una consapevolezza che forse non tutto chiaramente nella testa si esprimeva, che però profondamente e intensamente nei cuori dei proletari consapevoli della loro umanità sempre più e più si consolidava: Nell’antichità c’erano schiavi, l’intero uomo poteva essere comprato e venduto come una cosa; più tardi c’era la servitù della gleba, meno dell’uomo poteva essere comprato e venduto, ma comunque sufficiente; oggi esiste ancora il comprare e il vendere della forza lavoro umana per chi non possiede nient’altro che questa forza lavoro. Questa forza lavoro, si deve andare con essa, quando la si deve vendere, non si può portarla al mercato come un’oggetto e tornare indietro dopo aver venduto l’oggetto, si deve consegnare se stessi a colui che compra la forza lavoro. Incatenamento della forza lavoro nel ciclo economico, questo era la terza esperienza del moderno proletariato. Così trovò nel quello che si formò come ordine socio-statale, il proletario insieme intrecciato quello che anche prima nella politica estera avevamo trovato intrecciato; trovò nello stato moderno intrecciato vita spirituale, vita dello stato o dei diritti e vita economica. Come l’intreccio nei grandi imperialismi ha portato a esplosioni della guerra mondiale, così dall’altro lato quello che da basso verso l’alto si muove, quello che è triplo esperienza nella vita spirituale, nella vita dei diritti o dello stato e nella vita economica, ha portato all’esplosione sociale. Entrambi appartengono insieme. Il vecchio ordine esplose nella catastrofe della guerra mondiale dai vasti imperi ai quali il moderno capitalismo si era trasformato dal grande impianto, senza che veramente se ne accorgesse. Dagli impianti grandi sono diventati imperialismi, e dallo scontro degli imperialismi è risultata la catastrofe della guerra mondiale. Quello che verticamente si muove, da basso verso l’alto, contiene gli stessi impulsi. Questo porta solo in direzione diversa a quella miseria sociale che era una miseria sociale mondiale nelle condizioni degli imperialismo recente, che sono diventati o come a ovest imperialismo di interessi, o come a est miscele di stati imperialismo con imperialismo nazionali. Il rimescolarsi dei tre campi della vita ha portato all’esplosione della guerra mondiale e in una miseria sociale di stile più grande, perché qualcosa di diverso da guerre precedenti è questa cosiddetta guerra mondiale. È la conclusione dell’ordine vecchio in un modo terribile. Guardiamo come un nuovo vuole iniziare, da basso verso l’alto. Non trascuriamo di vedere quali impulsi là diversi vogliono diventare per il proseguimento dello sviluppo dell’umanità, di quali provenivano dall’ordine economico vecchio negli imperialismi mondiali e così condussero ai terrori più terribili dei tempi più recenti. Così parlano oggi i segni dei tempi. Così l’uomo oggi deve sapere stare a questi segni dei tempi. Non abbiamo sperimentato che proprio nell’Europa centrale si è rivelato come gli uomini gradualmente hanno perso un vero giudizio sano sulla vita spirituale, sulla vita economica, sulla vita politica, a causa del innaturale, dell’impossibile gradualmente emergente miscela dei tre campi?

Vi chiedo, senza entrare in una critica dei rapporti, vi chiedo se non gli eventi, se non i fatti dello sviluppo recente dell’umanità — vogliamo guardarli ora solo riguardante l’Europa — non sono veramente nati sotto l’influenza del rimescolarsi, per esempio di politica e vita economica? Il mondo intero ha gridato — non voglio entrare in una critica di questo grido, certo, non solo da questo lato solo agnelli e dall’altro solo lupi —, ma il mondo intero ha gridato sullo sfondamento attraverso il Belgio all’inizio della guerra. Questo sfondamento, come potrebbe solo venire a stare? Solo poteva venire a stare dal fatto che le ferrovie strategiche erano state costruite in quella direzione. Non sarebbero state, se all’interno del territorio tedesco le forze economiche dalle forze politiche fossero state separate. Guardatevi la carta d’Europa, considerate moltissime reti ferroviarie e allora studiate da una scienza industriale sana — che ancora non abbiamo affatto —, se questi disposizioni puramente economiche, le ferrovie, erano così come sono — persino nei paesi neutri potete fare questi studi —, se loro servono solo alla vita economica e da questo si svilupperebbero. O non ci colpisce quando guardiamo alle relazioni tra vita economica e vita politica, come precisamente dall’Europa centrale gradualmente, perché sempre di più l’impero era miscela con i rapporti economici, anche qui seguendo l’esempio occidentale sempre di più una grande casa d’affari è diventata? Non ci colpisce che la formazione politica sempre di più è svanita? Pensate una volta quante immense somme di intelligenza, quanta immensità di perspicacia sulla pura attività commerciale, sulla vita economica è stata diretta, mentre i popoli dell’Europa centrale proprio negli ultimi tempi sono diventati sempre meno politici, persino contro la loro non-politicità dei secoli precedenti. Depoliticizzati ci siamo fatto attraverso il rimescolarsi della politica con la vita economica.

E infine, sempre di più siamo entrati in una completa dipendenza di tutta la vita spirituale dalla vita dello stato. Anche lì si deve sempre di nuovo indicare come non solo l’occupazione delle cariche, l’amministrazione scolastica siano entrati in dipendenza della moderna vita dello stato, ma il contenuto della vita spirituale stessa, il contenuto dell’arte, il contenuto della scienza. Le persone oggi non se ne accorgono ancora, perciò proprio su questo territorio si solleva il più enorme pregiudizio, quando si va contro quello che è importante. E è importante oggi che ci solleviamo per operare verso una sana separazione della vita economica dalla vita dello stato o politica o dei diritti da un lato, e di nuovo verso una separazione dell’intera vita spirituale dalla vita dello stato dall’altro lato.

Il grido per la socializzazione percorre oggi la nostra vita economica. Esce, vorrei dire, dalla precedentemente accennata migrazione verticale dei popoli come una divisa storica mondiale. E per quanto poco sia ancora da vedere di una comprensione un po’ sufficiente per vera socializzazione, dobbiamo però dire, se guardiamo alla vita sociale senza pregiudizi: Per quanto poco chiaramente possa essere pensato sulla cosa, qualcosa di storicamente chiaro si esprime nel grido per la socializzazione. Lo vediamo forse meglio proprio dal fatto che proprio dalle esperienze economiche terribili della guerra da parte di quelli che pensano capitalisticamente orientati non potevano non parlare della necessità della socializzazione dell’economia. Questa necessità della socializzazione dell’economia è, per esempio, molto energicamente enfatizzata da un uomo che altrimenti è tutto nel modo di pensare capitalistico, da Walther Rathenau. Sì, con quello che l’«appello» intende, persino in qualche punto si può trovare un contatto con quello che Walther Rathenau, per esempio, nel suo opuscolo «La nuova economia» svolge. Ma come subito avremo da vedere, per colui che gli impulsi della triarticolazione dell’organismo sociale veramente comprende, c’è una differenza radicale, fondamentale nella socializzazione dell’economico tra quello che deve essere richiesto sul terreno di questa triarticolazione come tale socializzazione, e le concezioni di Rathenau. E in questa differenza fondamentale si mostra precisamente quello che appartiene al più necessario nel sforzo sociale del presente.

Come sono gli uomini veramente entrati nei pensieri di socializzazione, nelle rivendicazioni di socializzazione nel territorio economico? Si è visto per lunghi tempi un ideale umano in quello che è stato chiamato il libero gioco delle forze economiche. Una gran parte di quello che si può chiamare la forma economica moderna del capitalismo privato è sorta come risultato del libero gioco delle forze economiche, dalla concorrenza libera delle personalità economizzanti e dei gruppi. Ma nel corso dello sviluppo della forma economica che si era formata sotto l’influenza della tecnica moderna, sotto l’influenza del capitalismo moderno e sotto l’influenza del libero gioco delle forze economiche, allora si è mostrato che sempre di più era separata da una minoranza umana proprio la maggioranza proletaria, che è diventata il portatore di quelle tre grandi rivendicazioni che ho appena caratterizzato. E così da parte del proletariato è sorto il legittimo grido per la socializzazione, cioè per l’opposto del puro gioco delle forze sul territorio della vita economica. Quello che dovrebbe svilupparsi in seguito secondo i pensieri delle personalità leader del proletariato nella vita economica dovrebbe essere l’organizzazione completa della tutta la vita economica. E vediamo come su certi territori, anche se per orrore e repulsione di molti, si realizza quello che è tale organizzazione penetrante. Per il vecchio libero gioco delle forze si trovò come eco a ordini stato e economici precedenti ancora il bel detto del salutare di trono e altare. Adesso dalla catastrofe della guerra mondiale si abbandona il grido e l’entusiasmo per trono e altare, ma vediamo qualcosa che aspetta, che si apre di fronte al precedente trono e altare. Non solo i finora ceti dirigenti, anche già i strati più larghi del veramente ragionevole, pensante proletariato, sentono qualcosa d’inquietante nella domanda: Come sarà, se adesso al posto di trono e altare vengono ufficio e macchina, sarà meglio per noi? Non potrebbero forse nelle file di quelli che lavorano con fabbrica e ufficio svilupparsi gli stessi dittatori che si sono sviluppati sotto l’influenza di trono e altare? Qui giace una domanda significativa, ma anche una domanda, la cui sana risposta deve portare una via dalla miseria sociale a veri obiettivi pratici. Parlo ancora in un certo senso molto astrattamente, ma in questo pensiero che esprimo giace qualcosa che può trovare applicazione pratica su tutti i territori della vita economica, se solo una volta tutti gli appartenenti alla vita economica sono convocati all’ordinamento di queste cose. Ma così convocati che possa regnare fiducia tra tutti questi articoli della vita economica.

Parliamo su questo terreno ancora una parola aperta, onesta. Erano per me i giorni che ho passato qui a Stoccarda con le conferenze di fronte alle numerose assemblee di proletari, una grande esperienza. Ho parlato difficilmente, solo nella forma al massimo, diversamente ai proletari di come parlo qui. Fui, come si è mostrato, nella Svizzera e qui nei più ampi circoli del proletariato compreso. E che cosa m’insegnò questo? M’insegnò che è solo possibile andare avanti, sia con la socializzazione, sia con altre rivendicazioni sociali del presente, se lavoriamo con la fiducia dell’umanità. Che avanziamo solo se lavorando con gli uomini ci mettiamo in accordo con il loro volere, se abbandoniamo il cercare il bene solo nel dare ordini da sopra da un apparentemente superiore capire. Possiamo oggi evitare le dittature solo se troviamo quelle parole che, quando l’individuo le pronuncia, sono pronunciate dal cuore, dai sentimenti della massa più larga proprio della popolazione lavoratrice. Questo volevo presupporre. Indica che le questioni sociali immediatamente urgenti non possono essere risolte in piccoli circoli, qualunque nome si diano loro, che devono essere risolte sulla larga base delle fabbriche, dei laboratori, dagli uomini, non dalle teorie socialiste.

Una delle prime rivendicazioni quando si conta con questo umano è per la vita economica questa, che adesso dalle ruvide, dai terribili eventi della catastrofe della guerra mondiale, cioè da quello da cui la catastrofe della guerra mondiale è diventata, da questo sia imparato come deve avvenire la socializzazione. Dobbiamo imparare che tutto deve essere unheil quello che porta a una socializzazione che recentemente rimescola la vita dello stato o dei diritti con la vita economica.

Sempre di nuovo devo indicare quel rimescolarsi innaturale della vita economica con la vita dello stato o dei diritti come si è formata in Austria nell’ultimo terzo del diciannovesimo secolo. Che l’Austria sia crollata in un modo così terribile, che era pronto al crollo molto prima della catastrofe della guerra mondiale, a ciò è colpevole che proprio su questo suolo caldo non è stato compreso come dovesse distruggere quando nello sviluppo ascendente della vita costituzionale moderna il diritto dello stato fu formato da curie economiche. Solo attraverso la costrizione si è passati più tardi, ma molto troppo tardi, a qualcosa d’altro, di quanto fosse stato provato negli anni sessanta. Era stato formato il cosiddetto Reichsrat da quattro curie economiche: grandi proprietari terrieri; camere commerciali; città, mercati e luoghi industriali; comuni rurali. Interessi puramente economici erano stati fatti valere sul terreno dello stato, dove doveva sorgere il diritto. Gli interessi economici erano stati trasformati in diritti! E chi quello sviluppo statale, che è stato chiamato sotto il ministero Taffe nell’ultimo terzo del diciannovesimo secolo l’armeggiare, chi quello sviluppo politico dell’Austria obiettivamente ha studiato, sa quali semi di rovina stavano lì dal fatto che su questi territori, che si appoggiavano sulle più diverse nazionalità, non è stato trovato l’impulso di sviluppare la vita dei diritti per se stessa e la vita economica per se stessa. Avrei molto da parlare — e attraverso i parlamenti effettivamente di tutti gli stati attuali, potrebbe parlare molto — se volessi provare in dettaglio come ovunque è diventata più grande e più grande l’impossibilità del rimescolarsi di vita politica o statale o dei diritti con la vita economica. Questo deve essere da oggi il primo requisito, questa vita economica di nuovo deve essere allentata dalla vita dello stato. Allora possiamo con l’impiego di tutte le forze umane operanti nella vita economica, con fiducia in queste verso la socializzazione obiettiva procedere, che consisterà — ho svolto ciò nel mio libro e anche altrove accennato — nella formazione di associazioni dapprima secondo le professioni, poi secondo le connessioni, coalizioni, cooperative che si formano dall’aspirazione verso l’armonizzazione dei rapporti nella consumazione e produzione. Solo su questo fondamento può risultare una sana socializzazione. Risulterà se si vedranno sia i danni del libero gioco delle forze che i danni della meccanica socializzazione — entrambi i pregiudizi si sono risultati per gli uomini —, solo allora risulterà se sarà imparato dai fatti che si sono mostrati nella storia mondiale così che dalla libertà gioco delle forze si socializzerà nel modo che la socializzazione non sorgerà attraverso l’estirpazione del libero gioco delle forze, ma appunto attraverso il lavoro consapevole del libero gioco delle forze umane. Questo puoi solo se diffonda fiducia, ma allora potete! Così in un certo senso, vorrei dire, un certa parola di Gretchen a Faust ripetera, così in un certo senso intende anche Walther Rathenau, ma la triarticolazione dell’organismo sociale intende ancora qualcosa di essenzialmente diverso. Vedete, perciò è il disegno di Walther Rathenau di una socializzazione qualcosa di completamente diverso da quella socializzazione che dalla triarticolazione dovrebbe essere richiesta perché Walther Rathenau non può immaginarsi nient’altro, che la socializzazione si compia e tuttavia rimanga la vigilanza dello stato, e che lo stato continuamente ricavi guadagno da quello che nei servizi socializzati viene prodotto.

Questo testimonia solo che un uomo che finalmente avrebbe potuto imparare dalla pratica, rimane tuttavia preso in una teoria cieca. Testimonia solo quanto siano fortemente suggestivi i pensieri che si sono formati nel corso dello sviluppo del moderno capitalismo, anche presso coloro che aspirano alla socializzazione, quanto sia necessario combattere contro pregiudizi su questo territorio con tutta la forza di una libera visione pratica dei rapporti. Tutto quello che come ordine della vita economica, come vita economica penetrante ragionevolezza, intelligenza, moralità deve essere apportato, deve venire dalle personalità indipendenti e dai corpi che dirigono la vita economica stessa. Sano sarà lo sviluppo della vita economica per la prima volta quando lo stato non ha nient’altro in cui ingerire nella vita economica che quello che ha da dire attraverso le personalità che partecipano alla vita economica come personalità che hanno i diritti in essa. Naturalmente, se uno inganna l’altro sul territorio della vita economica, allora è sottoposto alla legge dello stato. È sottoposto alla legge dello stato come personalità. Ma quello che è l’attività di esso, quello che è l’efficacia nel vita economica, questo deve all’interno della società economica basarsi sul puro contratto, sul puro fiducia. Per quanto anche oggi da parte socialista questo incontri molti pregiudizi; chi non giudica dai concetti, dalle idee, ma da quella esperienza che i decenni recenti dell’economia europea fino al crollo economico nella guerra hanno portato, questo dirà. E deve dire: A rapporti economici sani non avremo prima, fino a che la separazione della vita economica dalla vita dello stato non si sarà compiuta. Siamo nella situazione presente entrati attraverso l’intreccio di quello che su fiducia e contratto deve basarsi con lo statale che solo su leggi deve basarsi. Le leggi dello stato devono solo illuminare nella vita economica insofar che iluminano attraverso le personalità. Solo così portiamo fuori dalla vita economica quello che dev’essere portato fuori, quello che come forza lavoro uguale a una merce oggi per il sentimento proletario ingiustamente è stato incatenato nel ciclo economico.

La vita economica confina su un lato con le condizioni della natura. Pensatevi una volta la seguente assurdità: si riunisse un qualche consorzio economico, determinasse il suo bilancio, il bilancio probabile per il 1919; e questo consorzio prendesse il bilancio del 1918 e da ciò volesse determinare da attivi e passivi quanti giorni per esempio nell’estate 1919 dovrebbe piovere, così che una desiderabile congiuntura commerciale per l’anno prossimo risultasse. È naturalmente il più puro nonsenso, no. Dico però questo nonsenso solo per il motivo che da ciò dovrebbe essere visto che da un lato la vita economica si costruisce sulle condizioni della natura, che noi non possiamo completamente regolamentare da questa vita economica. Attraverso disposizioni tecniche possiamo fare qualcosa, completamente regolamentare le possiamo però dalla vita economica pura non. Così adesso, come la vita economica da un lato confina con la vita naturale, così deve in futuro la vita economica dall’altro lato confinare con la vita dei diritti dello stato, e nella vita dei diritti dello stato deve tutto quello che appartiene alla vita dei diritti essere regolamentato, soprattutto la forza lavoro umana. Per il ciclo economico la regolamentazione della forza lavoro umana del lavoratore deve stare fuori da questo processo economico. Così come la forza naturale sotto il terreno il grano, il grano matura fuori dal processo economico, così la regolamentazione della misura, del tempo e del genere della forza lavoro del lavoratore deve stare fuori dal processo economico. Non deve dalla congiuntura economica, non deve dalle premesse economiche e le forze, nulla deve essere determinato riguardante la misura e il genere della forza lavoro umana. Riguardante la forza lavoro l’uomo sta di fronte all’uomo completamente diversamente che riguardante quella soddisfazione dei bisogni umani alla quale è corrisposto dal ciclo economico nella produzione di merci, nel traffico di merci e nel consumo di merci. Da questa circolazione della produzione la forza lavoro deve essere portata fuori, e nella puramente democratica vita dello stato, nello stato separato, emancipato dalla vita economica, essere regolamentato. Così il processo economico è in modo sano incatenato tra la natura da un lato e la vita dei diritti dello stato dall’altro lato. Tutto questo deve essere arredato nello spirito della triarticolazione. Può succedere solo dal fatto che sul terreno della vita dello stato non si sviluppa quello che può svilupparsi solo nel stare dentro del processo economico da uomo a uomo, ma che sul terreno della vita dello stato sta solo tutto quello che si riferisce al rapporto dello uomo singolo allo uomo singolo, quello in cui ogni singolo uomo a ogni altro singolo uomo è uguale. Sul terreno di questa vita dello stato perciò nemmeno guadagno può regnare, che da un consorzio di uomini, da un gruppo economico, da una comunità economica viene. Quello che su terreno economico viene guadagnato, deve di nuovo fluire nella vita economica dei uomini per l’elevamento del loro livello di vita. Quello che allo stato, si dice, tassa o come mai, fluisce a esso, questo, se dovessi esprimermi chiaramente, solo dal portafoglio dello uomo individuale singolo può venire. Solo l’uomo singolo può stare di fronte allo stato; allora sta anche sul terreno dello stato solo l’uomo singolo di fronte allo uomo singolo. Allora davvero diritti dell’umanità prosperano sul terreno dello stato. Allora si risolve la questione sociale insofar che è una questione del lavoro, attraverso l’emancipazione della vita dello stato dalla vita economica, in cui non può più regnare la costrizione attraverso cui la forza lavoro al libero gioco delle forze stesse diventa un oggetto di questo libero gioco delle forze. Il lavoratore deve avere regolamentato la sua forza lavoro, prima che entri nel laboratorio, prima che entri nella fabbrica, prima che entri nel processo economico. Allora entra come una personalità libera, la cui libertà è garantita dal diritto legale del lavoratore dello stato, di fronte al leader del lavoro; allora per la prima volta si sviluppa un rapporto sano.

Qui stiamo su un terreno veramente pratico di socializzazione. Colui che i rapporti di questo terreno comprende, sa che si può fare leggi di inquadramento di socializzazione senza fine da altri presupposti. Si possono farle oggi, tra due anni trovarle inutili, riformare, tra cinque anni di nuovo trovarle inutili e riformare e così via. Non si arriverà prima a uno stato sano, salutare, prima che non ci si solleviamo ad affrontare la pratica in un tale punto, come quello a cui ho appena indicato. Questo è precisamente il caratteristico nello sviluppo dei tempi moderni, che questo sviluppo molto spesso per il pensiero umano, per le abitudini di pensiero umane sulla superficie delle cose rimane. E adesso che siamo posti di fronte a fatti che capovolgono il mondo, vediamo in così molti casi, disgraziatamente, disgraziatamente, l’insufficienza dei vecchi giudizi di partito, che dovevano costruire, e che nel costruire spesso non si comportano come giudizi che intervengono nella realtà, ma come mummie di giudizi, che sono morte sotto la rigidità del partito, sotto la filisteria del partito dei tempi moderni. Perciò proprio nei giorni attuali dove le cose dovrebbero essere viste penetranti e giuste e vere, le cose più importanti sono viste così male. È comprensibile che molti, che hanno visto il moderno capitalismo nella sua ascesa, oggi hanno il parere: Questo capitalismo privato intero deve andare via, proprietà comune su tutti i mezzi di produzione deve entrare. — È comprensibile che questo giudizio, che si è formato nel corso di decenni, vorrei dire, da anime sanguinanti, da miseria e difficoltà, difficilmente possa essere deposto. Tuttavia una domanda più profonda dovrà sorgere — non possiamo nella moderna economia senza accumulazioni di capitale cavarcela —, la domanda: Che cosa deve essere connesso con gli accumulamenti di capitale? Con gli accumulamenti di capitale deve essere connessa la capacità individuale dei uomini di usare i capitali nel modo appropriato non in modo egoistico, ma proprio in modo sociale. Questo non possiamo se non coltiviamo le capacità individuali umane, se non rendiamo proprio accessibile alle amministrazioni di capitale rispettive dei servizi a queste capacità individuali umane. Perciò dovette sul terreno su cui è nato questo appello a voi di nuovo menzionato per la sociale triarticolazione afferrare a un’idea dell’attività futura del capitale, che rappresenta qualcosa di completamente diverso da quello che molti ancora oggi comprendono come socializzazione del capitale.

Strano, ci si conduce, proprio quando si pensa praticamente, a dover rendere dipendente l’amministrazione del capitale dal terzo territorio che indipendente deve diventare nell’organismo sociale sano, da dall’emancipato organismo spirituale. Abbiamo sempre più e più portato al fatto che il vincolo tra il lavoro spirituale e tra il lavoro del capitale nel processo economico sia stato strappato. Attraverso ciò siamo venuti sempre di più invece che al ascesa economica che con l’elevazione del livello di vita della grandi masse può essere connessa, e che a essa dovrebbe essere connessa, ci siamo sviluppati, nonostante tutto l’ascesa tecnica, in un certo modo di saccheggio economico. Proprio riguardante gli impulsi che una grande ruolo giocano nella moderna vita economica, per esempio l’impulso del credito, la moderna vita economica si è rinchiusa in uno strano punto morto. Il credito sul terreno della vita economica è oggi qualcosa che può essere quasi solo portato da fattori economici già presenti. Abbiamo bisogno in futuro della possibilità che il credito non solo sul terreno della vita economica sia nato, abbiamo bisogno della possibilità che credito da fuori nel vita economica possa essere partorito. Non è vero, un’asserzione paradossale, un’asserzione strana; ma quello che giace a fondamento è così come è ancora più strano. Ci si conduce attraverso il fatto che la vita spirituale verso il futuro diventa indipendente, che si sviluppa dalle sue proprie condizioni, oltre quella vita spirituale astratta, oltre quella vita spirituale di lusso che non può trovare nessun rapporto alla pratica di vita. Coloro che mi conoscono non mi imputeranno che io voglia in qualche modo degrado la vita spirituale. Soltanto quella vita spirituale che avrà a stare separata dai due altri organismi sociali, che si svilupperà dalle sue proprie condizioni, quella non sarà un’astratta, puro predicante o in astratte altezze spirituali che si mantiene la vita spirituale, sarà una vita spirituale che non al puro sapere astratto su questo o quello soltanto conduce, ma che conduce a rendere gli uomini come uomini capaci. I nostri ginnasi estranei alla vita in un ordine sociale futuro non avremo più bisogno di poter avere. Similmente anche no.

Quello però che vivrà, sarà qualcosa che ha forza spirituale, che l’anima umana può sostenere in tutti i suoi bisogni spirituali più elevati per la vita. Proprio quando si forma quello che oggi ancora così molti uomini vedono come una vita spirituale lontana, allora si arriva a trovare quella via che non può essere trovata dalla nostra educazione incatenata allo stato, quella via che l’uomo intero come uomo forma, che forma l’uomo così che nessuna cultura spirituale più sarà possibile senza essere contemporaneamente un’abilità per cose pratiche, una possibilità di guardare dentro le cose pratiche. Il materialismo dei tempi moderni ha reso gli uomini impratici. Una vera vita spirituale che non schiavitù dello stato nel territorio dello spirito sarà, renderà gli uomini di nuovo pratici, non produrrà nel territorio della più alta cultura uomini che credono di avere visioni mondiali, ma che non sanno quello che è una banca, quello che è credito, quello che sono ipoteche e così via, e come questi operano nella vita economica. Non produrrà uomini che conoscono le forze di cui la fisica parla, che però mai nella vita hanno tagliato legna. Intendo naturalmente sempre comparativamente. Da una vera vita spirituale posta su se stessa al dirigere della vita economica conduce un vero ponte pratico. Il capitalismo nei suoi danni può essere superato solo quando l’amministrazione del capitalismo strettamente sia connessa alla guarigione della vita spirituale. Allora risulterà quello che può essere chiamato sana socializzazione del capitale. Allora dalla vita spirituale sempre quei uomini sorgeranno che possono portare credito, nuovo credito nella vita economica, che possono sempre di nuovo fecondare la vita economica. Allora sarà possibile il ciclo del capitale di cui parlo nel mio libro. Posso solo indicare a questi punti oggi. Nelle prossime conferenze che avrò il permesso di tenere qui, sarà da parte mia da parlare su singole domande particolari di questa specie, particolarmente sul rapporto di capitale e forza lavoro umana.

Così vediamo come potranno realizzarsi attraverso l’organismo sociale tripartito quegli tre grandi impulsi dello sviluppo sociale umano che dalla Rivoluzione Francese, come ho menzionato già poco fa, come devise luminose stanno di fronte al sforzo umano. Libertà nel territorio dell’auto-determinato vita spirituale, uguaglianza su tutti i territori della vita dello stato, fratellanza attraverso le associazioni e le cooperative della vita economica costruita su se stessa.

Adesso vorrei al chiudere solo ancora dire questo: So che quando così si sente l’universale, e ancora non nel speciale pratico quello che oggi di nuovo è stato detto, uno può avere molto contro, perché non sa come nei pensieri di questa triarticolazione dell’organismo sociale sano tutto davvero è interconnesso praticamente, dal fondamento dell’università fino alla vendita di uno spazzolino da denti. Proprio su questo il pratico di ciò di cui qui si intende il suggerimento, che uno può molto obiettare se solo si sente l’universale. Ma la pratica apparirà quando gli uomini di tutti i ceti professionali, di tutte le modalità di attività umana in lavoro sociale nel singolo concreto precisamente alla realizzazione di questa idea parteciperanno. Di fronte all’obiezione che questo sia idealismo o persino qualcosa di utopistica, di fronte a questo obiezione si solleverà quello che sempre di più parlerà agli uomini dai gravi fatti dei tempi.

Tali idee come molti ancora oggi per pratiche tengono, in luglio e nei primi giorni di agosto dell’anno 1914 furono portate a assurdo in una maniera strana attraverso lo sviluppo storico mondiale. Ho nella mia scrittura «I punti nodali della questione sociale» alla fine, dove i rapporti internazionali vengono discussi, richiamato l’attenzione su come l’umanità del dentro e del fuori ancora non ha idea di quello che veramente è accaduto a Berlino nell’ultimo giorno di luglio e nei primi giorni di agosto 1914. Quello che è accaduto, il mondo richiederà di impararlo a conoscere. Si vedrà quando sulla cosa la verità sarà pronunciata, che una luce terribile cade sugli eventi dei tempi moderni, una luce che mostrerà che non abbiamo bisogno solo di una trasformazione dell’uno o dell’altro, che abbiamo bisogno di nuovi pensieri, nuove abitudini di pensiero, che non solo dobbiamo trasformare gli istituti ma che abbiamo bisogno di imparare di nuovo, di ripensare nei pensieri delle nostre teste.

Chi onestamente e sinceramente si trova in questa situazione, non si ritirerà timidamente di fronte alle obiezioni di coloro che dicono: Tu idealista, rimani al tuo mestiere, rimani ai tuoi ideali, non sudare noi nulla nella pratica! — Questi pratici, vedranno come questo pratica di vita si rivelerà come una nocività. Coloro che però sono i veri pratici e che pensano dagli grandi impulsi dello sviluppo dell’umanità, non si attribuiscono nessuna saggezza particolare. Perché quello che oggi ci spinge a parlare così, come ad esempio anch’io oggi ho parlato di nuovo, sono i fatti del presente stessi. Oh, talvolta uno arriva a sentirsi come quell’ragazzo che una volta sedeva alla macchina e aveva da servire i due rubinetti dove attraverso uno il vapore e attraverso l’altro l’acqua di condensazione veniva ammessa. Il ragazzo veramente per l’età sua non era un geniale inventore, ma stava davanti alla macchina che attraverso i suoi fatti qualcosa gli ha rivelato. Vedeva come l’apertura di un rubinetto con l’abbassarsi della leva su un lato, l’apertura dell’altro rubinetto con l’abbassarsi della leva dall’altro lato si incontravano. Allora nella sua ingenuità prese corde e legò i rubinetti alla leva — e ecco, allora stava di fronte alla sua macchina a vapore e poteva guardare come la leva andava sempre su e giù e i rubinetti apriva e di nuovo chiudeva. Ma con ciò era stato trovato qualcosa di importante. — Non aveva ragione colui che allora al ragazzo si avvicinò e disse: Tu buono a nulla, via con le corde, rimani pure all’aprire dei rubinetti con la mano, — ma aveva ragione colui che l’auto-guida della macchina a vapore trovò attraverso le macchinazioni ingenue di quel ragazzo.

Così potentemente parlano oggi i fatti, che uno veramente si arriva a sentire ingenuo anche quando si trova come l’auto-guida dell’organismo sociale sano deve essere trovata. Potrei indicarvelo solo oggi. Sarà trovata quando in piena auto-determinazione funzioneranno: la vita spirituale posta su se stessa, la vita economica posta su se stessa, la vita politica o dello stato posta su se stessa.

6°Il futuro del capitale e della forza lavoro umana

Stoccarda, 13 Maggio 1919

Potrebbe sembrare che nel corso della grande catastrofe mondiale, che oggi si trova al livello di «Versailles», il tema del futuro del capitale e della forza lavoro umana fosse qualcosa di non pienamente giustificato. Tuttavia, seguendo gli eventi nelle loro profondità, forse possiamo comunque indicare che questi due temi — catastrofe mondiale e quello di cui la considerazione odierna dovrebbe occuparsi — sono intimamente connessi. Perché in realtà dovrebbe essere chiaro a chiunque, più o meno, a colui che con sensi spirituali aperti e vigili ha osservato gli eventi degli ultimi anni, che qualcosa di ciò che si potrebbe chiamare il capitalismo mondiale su vasta scala è confluito in questa cosiddetta guerra mondiale, che questo capitalismo mondiale si comporta, nella forma dolorosamente nota a voi oggi, all’interno delle cosiddette condizioni di pace, e che attraverso una gran parte del mondo civilizzato passa oggi, come una potente opposizione storica, quello che si potrebbe chiamare la rivendicazione, che si rivolge precisamente contro il capitalismo.

Così, in realtà, nel contrasto tra capitale e forza lavoro umana si cela forse il problema più profondo, il più significativo del nostro tempo. Il capitalismo si è elevato infine a ciò che può essere chiamato, e che spesso è stato chiamato, l’imperialismo. La forza lavoro umana ansimava sotto il dominio di questo imperialismo. E se si guarda un poco più da vicino il tratto più significativo del capitalismo, si trova proprio che ha trovato il suo sfogo nella terribile catastrofe mondiale.

Quale è dunque uno dei principali caratteri dell’ordine economico mondiale capitalistico? È questo: che l’uomo procede per la sua vita acquisitiva, per il suo arricchimento dalla cosiddetta redditività, dalla capacità di investimento del capitale. Ora vi domando:

Quanto c’è nelle cause della catastrofe terribile di ciò che risale alla capacità di investimento dei capitali su vasta scala? In quale misura si è effettivamente combattuto per l’ampliamento della capacità di investimento dei capitali di certi imperialismi? E così si mostra già ora, e continuerà a mostrarsi sempre più, che dalle profondità dell’umanità si eleva e continuerà a elevarsi la rivendicazione: Come arriviamo a una rielaborazione dell’esistenza umana, dopo che quelle forme, che l’ordine economico mondiale sotto il capitalismo, l’imperialismo, ha assunto, in primo luogo si sono rivelate così grandemente come sventura dell’umanità, in secondo luogo da lungo tempo si incamminano verso la loro stessa distruzione? E così, in realtà, con ciò che discutiamo oggi come il contrasto tra capitale e lavoro, discutiamo di un ordine economico mondiale declinante da un lato e un ordine economico mondiale ascendente dall’altro.

Nel discutere questa questione qui, vi prego di considerare che è proprio da quei punti di vista da cui si parla qui, necessario prima di tutto parlare chiaramente dei grandi impulsi, affinché poi sulla base della comprensione di questi grandi impulsi comprensivi si possa entrare nei dettagli. Perché nessuno, che oggi nei giorni del grande rendiconto mondiale voglia evitare di rivolgersi ai grandi impulsi comprensivi, può pensare di operare in modo salutare nella ricostruzione del mondo. Chi oggi chiama impratico i grandi, vasti punti di vista, in realtà, volontariamente o no, esprime che, permanendo nel suo cosiddetto pratico, nel suo piccolo, non vuole partecipare a ciò che è veramente necessario per lo sviluppo dell’umanità. Quindi permettetemi di rimanere ancora oggi, in continuità con i miei ultimi due discorsi, con impulsi un po’ più vasti, affinché allora il prossimo venerdì possa discutere solo i dettagli, che risultano dal piano comprensivo della triarticolazione dell’organismo sociale, in modo pienamente chiaro. Questi dettagli non potrebbero essere discussi senza prima dispiegare completamente il piano.

Se oggi si vuole conoscere le rivendicazioni che sorgono dagli strati più ampi del popolo, e in cui si esprimono anche significative necessità storiche, allora primo, si ha bisogno di avere veramente la buona volontà di ascoltare ciò che, di fronte alla nuova situazione temporale di oggi, è il più necessario, per dare alle particolari rivendicazioni degli uomini una forma che possa introdursi nella realtà dello sviluppo dell’umanità. Le condizioni degli ultimi anni si sono trasformate così profondamente rispetto a prima, che appaiono come completamente nuove, e tuttavia molte persone oggi ancora non possono lasciarsi andare dalle vecchie abitudini di pensiero e dai vecchi sentimenti di pensiero, e non hanno orecchi, almeno non orecchi ben disposti, per ciò che è il più necessario di tutto. Noi stiamo oggi di fronte a rivendicazioni che non provengono da questo o quel luogo, che inoltre non possono essere propagandate da questo o quel luogo — stiamo oggi effettivamente di fronte alle rivendicazioni delle masse più ampie, che sorgono dagli abissi del sentimento umano, dell’esperienza umana e della volontà umana. In questo tempo è necessario soprattutto la fiducia, la fiducia tra gli uomini, la fiducia degli uomini in coloro che hanno qualcosa da dire sulle rivendicazioni del tempo. Fiducia soprattutto, che non si fonda su qualcosa di personale, ma fiducia, che si fonda unicamente e soltanto sulla cosa. Qui notiamo oggi qualcosa di molto significativo. Si può dire che è, se si sa accedere alle masse più ampie del popolo, relativamente facile guadagnare fiducia. Per quanto strano possa sembrare, deve essere detto una volta: è tanto più facile guadagnare fiducia oggi, quanto più si parla a quegli uomini che dalla precedente economia, dall’ordine giuridico e spirituale sono stati, in un certo senso, sradicati per quanto riguarda i beni della vita umana, che sono costretti, per la loro forma di vita, a stare esclusivamente su ciò che è la forza della loro stessa persona, ciò che è la forza del loro lavoro.

È affascinante come gli impulsi più comprensivi vengono accettati con comprensione da coloro che hanno sperimentato in persona l’insufficienza dello sviluppo dell’umanità nei tempi recenti. È più difficile parlare a coloro che oggi si trovano ancora, in un certo senso, con i resti del vecchio ordine economico, giuridico e spirituale; che trasportano nella nuova epoca ciò che hanno acquisito, ereditato o in altro modo appropriato dal vecchio ordine. Questi rimangono attaccati, sia ai loro beni, sia alle loro idee. E per loro è difficile trovare pratico qualcosa di diverso da ciò che semplicemente permette loro di preservare, almeno fino a un certo grado, ciò che è stato acquisito, ereditato o in altro modo appropriato. Manca oggi effettivamente a molti uomini, e tanto più a quegli uomini che appartengono a questa ultima classe menzionata, non solo la possibilità di cercare fiducia, per arrivare attraverso la fiducia reciproca degli uomini a una ricostruzione, ma manca loro addirittura la fede in questa fiducia, manca loro la fede che la comprensione di coloro che vogliono comprendere i grandi impulsi sia genuina e onesta. Non voglio critiche, voglio solo discutere fatti, fatti che rendono infinitamente difficile oggi progredire attraverso ciò attraverso cui solo e unicamente si può progredire — la forza che sta in ogni uomo per la comprensione dell’altro uomo. È infinitamente difficile oggi rendere popolare questa base di tutto il vero socialismo: la comprensione di un uomo verso l’altro uomo. Perché è affascinante che nel nostro tempo, in cui il grido per il socialismo suona così significativamente, così magnificamente, in questo tempo vivono i più forti impulsi antisociali fino nelle profondità dell’anima umana. Quindi accade che, turbati da questi impulsi antisociali, è effettivamente possibile a pochi uomini oggi ottenere visioni sufficienti, corrispondenti alla realtà, veramente pratiche, su ciò che è necessario per l’ulteriore sviluppo dell’umanità. Ciò di cui nei discorsi precedenti è stato parlato, e di cui oggi e la prossima volta si parlerà, non è tratto giù dal paese dei sogni, è preso dalla vita immediata. Perché gran parte di ciò che è richiesto proprio dagli impulsi dell’organismo sociale tripartito, è in realtà già presente nel desiderio segreto di molti uomini, già presente nel modo in cui vuole muoversi dagli abissi dell’anima verso la superficie, in cui vuole combattere la sua esistenza, e solo le istituzioni del nostro precedente ordine spirituale, giuridico ed economico vogliono frenare questi poteri che spingono verso la superficie. Ci si rende particolarmente consapevoli dei peculiari fenomeni, come gli uomini oggi escono dal loro vecchio ordine di stato-economia e in realtà contrastano ciò che vuole sollevarsi per il loro stesso bene, quando si guarda al combattimento che oggi agita il mondo tra il capitale e la forza lavoro umana. Non vi aspettate da me che comincerò con una qualche definizione più o meno soddisfacente del capitale e della forza lavoro umana. Nella realtà non si combatte contro concetti e idee, nella realtà si combatte contro forze e uomini. Nella realtà, però, si combatte anche spesso contro l’illusione, l’insufficienza, sì, la cecità. Per quanto riguarda ciò, le cose oggi stanno straordinariamente stranamente.

Con questo arrivo al secondo, che deve essere considerato oltre al fatto socio-psicologico della ricerca di fiducia. Dalle masse larghe del proletariato e da coloro che pensano socialmente, si eleva il grido, e si eleva da lungo tempo, per qualche forma di socializzazione dei mezzi di produzione, che sono sostanzialmente per il proletariato la stessa cosa del capitale. Colui che, nel senso in cui l’ho esposto nei miei ultimi due discorsi, si occupa dello sviluppo delle idee sociali e socialiste del diciannovesimo e ventesimo secolo, può giungere a pensare che in questo grido di socializzazione dei mezzi di produzione c’è qualcosa che corrisponde a ciò che è più legittimamente possibile contemplare nello sviluppo più recente dell’umanità. Ma chi permette ai fatti di agire su di sé, come si sono trasformati attraverso la catastrofe mondiale, per lui non sarà difficile vedere chiaramente come molti dei pensieri, delle opinioni di partito e simili, che hanno affermato il loro effetto anche dal lato socialista, ora sono diventati insufficienti, quando i fatti si elevano potentemente e fortemente dalle profondità della catastrofe mondiale e cercano forma. Ora devono essere sollevate le domande: Come possiamo plasmare la vita sociale? Come il cammino conduce a ciò che è presentato come un buon fine: la socializzazione dei mezzi di produzione? Come arriviamo a tali idee, che non solo ci mostrino il fine, che può soddisfare le rivendicazioni nate dalla sofferenza e dalla privazione, ma che ci aprano il cammino verso questo fine? Questo è ciò che la triarticolazione dell’organismo sociale si propone: trovare il cammino verso un fine che le masse più ampie dell’umanità riconoscono come il loro diritto legittimo, che sentono come tale, sì, fino a un certo grado comprendono anche. Sempre di nuovo devo sottolineare che ciò che ho da dire qui non è tratto da alcuna grigia teoria, non è sorto dalla dottrina, è scaturito dalla vera vita e dalle sue rivendicazioni attuali di vasta portata. Ma a volte ci si fanno pensieri su come lo sviluppo del tempo, come i pensieri umani si relazionano a qualcosa che è stato tirato fuori proprio dagli abissi della vita. Nella forma in cui oggi suona il grido di socializzazione, proviene da un’importante manifestazione storica mondiale, dal cosiddetto Manifesto comunista del geniale Karl Marx. E fondamentalmente, ciò che è stato sperimentato fino a oggi e ciò che continuerà a essere sperimentato in impulsi sociali e socialisti, saranno rami e germogli di ciò che nella radice è stato dato da questo Manifesto comunista.

Ma è affascinante, nello stesso anno in cui il Manifesto comunista è apparso, apparve un libro onesto, un libro corrispondente alla realtà. E i pensieri di questo libro sono sorti dall’anima di un uomo che già conosceva la vita, che sarebbe stato anche incline a dichiararsi completamente già allora come socialista, se avesse potuto secondo le sue conoscenze di vita. È Bruno Hildebrand, che allora ha scritto il libro, un libro apparentemente modesto, ma un libro sintomatico, un libro che dovrebbe essere considerato fondamentalmente: «L’economia nazionale del presente e del futuro». Lo menziono oggi qui a titolo introduttivo per una ragione molto precisa. Se mettete insieme tutto ciò che è stato presentato dai nemici del socialismo dal Manifesto comunista in poi di considerevole, allora potete trovare già chiaramente tutto questo, come in un estratto, nell’opera di Bruno Hildebrand dell’anno 1848. Cosa sta effettivamente a fondamento dell’impulso di questo affascinante uomo? Disse a sé stesso: devo immaginarmi come apparire una società, che fosse interamente strutturata in modo socialista! Si dipinge in un certo senso una tale società strutturata socialista. Potrebbe considerarla possibile, tutti notano dagli sviluppi dell’uomo, allora si dichiarerebbe immediatamente. Non può considerarla possibile secondo le sue visioni. Perché? Non perché creda che singoli uomini, che vogliono navigare nella nuova epoca con ciò che hanno acquisito, ereditato o in altro modo ottenuto, cadrebbero sotto le ruote, ma per la ragione che per lui, come pensatore della realtà, come vero pensatore pratico, diventa chiaro che coloro che vogliono il socialismo, così come se l’immaginano, dovrebbero sentirsi infelici nel più breve tempo possibile in una tale società strutturata socialista. E perché devono sentirsi infelici? L’uomo espone tutto questo. Mostra come molte delle forze legittime dell’uomo naturalmente scomparirebbero, se una struttura socialista afferrasse la società umana. Adduce come sarebbe impossibile nella società socialista mantenere a lungo il rapporto tra capitale e lavoro.

Ora ci si trova di fronte a tale discussione corrispondente alla realtà in una posizione molto affascinante. Ci si dice: ma sì, la necessità storica del socialismo sta comunque lì. Il socialismo deve venire, e verrà certamente. Si deve volere ciò che forse conduce anche i volenti della nuova legge alla miseria, almeno non alla felicità? Questa è la domanda che oggi può pesare su coloro che guardano più profondamente nello sviluppo umano come un carico terribile. Ciò a cui oggi siamo invitati dalle forze che risiedono nello sviluppo dell’umanità non è veramente chiaro da nessuno degli abissi di agitatoria o demagogica, ma unicamente e soltanto da seria amarezza e dal sentimento sacro della responsabilità verso le rivendicazioni, le rivendicazioni legittime dell’umanità.

Da questi abissi sono sorte le domande che infine hanno prodotto la base per gli impulsi dell’organismo sociale tripartito. Dalla vera vita è sorta come prospettiva futura la società umana strutturata socialmente. Ma nello sforzo di non parlare semplicemente da illusioni e rivendicazioni, ma nello sforzo di giungere a qualcosa che può essere veramente salutare per l’umanità, doveva chiedersi: Come sta che il necessario storicamente, ciò che deve certamente venire, allo stesso tempo può apparire come qualcosa che ostacola l’umanità per quanto riguarda le sue forze più nobili? Tale prospettiva non può scoraggiare colui che è responsabile dalla consapevolezza della necessità di una struttura sociale dell’ordine della società. Ma può spingere a ricercare come deve essere fatto, affinché venga il bene e non il male, affinché la natura umana libera, che si dispieghi in tutte le direzioni, venga alla riscossione, e non un’essenza umana interiormente rinsecchita, interiormente atrofizzata debba vivere nel necessario storicamente. Questo conduce a studiare questo organismo sociale più attentamente, in modo conforme alla vita. E lì si mostra che, se semplicemente si volesse condurre il vecchio ordine statale, il vecchio contenuto statale nel nuovo ordine sociale, se si continuasse il vecchio stato unitario verso il nuovo ordine sociale, allora accadrebbe ciò che gli oppositori del socialismo, se sono oppositori di buona volontà, appunto adducono. Immediatamente l’immagine tenebrosa è illuminata quando ci si rende conto: si deve prima trarre fuori dall’organismo economico, in cui sempre più siamo entrati, così che l’organismo statale e spirituale sono diventati servi degli organismi economici, il vero dominio giuridico o statale o politico e il dominio della cultura spirituale dell’umanità. Se li si lascia dentro, se si naviga avanti, ipnotizzati dall’idolo «stato unitario», e si vuole socializzare, allora valgono le obiezioni. Se si estrae dall’economia, in cui si è sempre più concentrata la cultura umana recente, il dominio giuridico, politico o statale da un lato, il dominio spirituale dall’altro, allora rimane nel ciclo economico liberato la possibilità di socializzare in modo sano. E allo stesso tempo risulta la possibilità di socializzare in modo sano anche nei due altri ambiti.

Ho voluto attirare l’attenzione su questo per la semplice ragione che oggi, quando si parla di queste cose, la gente facilmente crede che ciò che è detto è venuto in un certo senso come un’illuminazione durante la notte. Ciò che si intende con l’organismo sociale tripartito non è tale idea. È qualcosa che è scaturito dalla convivenza con la realtà sociale. Perché quando si ha la prospettiva sull’organismo sociale tripartito che vi ho caratterizzato ultimamente e prima, allora innanzitutto risulta la possibilità di gettare le giuste luci su tali impulsi nello sviluppo umano recente e sulla loro formazione nel presente e nel futuro, che sono necessari per il capitale e la forza lavoro umana. Sotto le forze confondenti e ingiuste del tempo recente si sono formate visioni che in realtà non sempre indicano il fine corretto. Si può dire, ad esempio, che coloro che hanno riflettuto per aiutare lo sviluppo umano, hanno espresso i più curiosi pensieri su ciò che effettivamente immaginano come capitale e i suoi effetti. C’è un economista nazionale Roscher, che conteggia lo stato al capitale; c’è un economista nazionale Thünen, che conteggia l’uomo al capitale, e potrei farvi un lungo elenco che vi proverebbe come la gente vede il mondo economico e si fa le più strane concezioni su ciò che agisce nella vita economica. Quindi forse saremo più chiari su ciò che in realtà muove e agita l’umanità oggi, non tanto dalle concezioni di queste persone e forse nemmeno dalle concezioni che potremmo farci noi stessi, ma dal fatto che indichiamo in cosa risiedono effettivamente gli impulsi fondamentali della lotta scatenata tra capitale e forza lavoro umana. Lì possiamo innanzitutto indicare, vorrei dire, la fede di un lato e la fede dell’altro lato. Perché fondamentalmente si confrontano due professioni di fede economiche.

Che cosa crede effettivamente il capitalista? Il capitalista crede di vivere dal suo capitale, o se è economicamente disposto, di vivere dagli interessi di questo suo capitale. Questo è semplicemente la sua fede. Non pensa molto su questa fede, perché non sospetta che dal capitale e dagli interessi nessuno può vivere. E non sospetta nemmeno che c’è una certa legittimità, quando un economista nazionale molto significativo, che è diventato persino eccezionalmente ministro prussiano, ha pronunciato le parole, che il capitale sia la quinta ruota del carro economico. Si deve veramente considerare ciò che questo effettivamente significa. Significa nulla di meno che: la società umana non ha effettivamente bisogno di ciò che oggi è visto come capitale. In realtà, tuttavia, questo capitale nutre molti uomini, moltissimi uomini. Questi uomini sono tutti nutriti dalla quinta ruota del carro economico, significa che si nutrono in modo che, se non si nutrissero, il carro economico continuerebbe a rotolare, solo che loro stessi dovrebbero fare qualcosa di diverso che nutrirsi dal capitale, cioè lavorare. Vedete, questo illumina la fede del capitalista. È difficile combattere questa fede, come in generale è straordinariamente difficile combattere le professioni di fede per la semplice ragione che le professioni di fede sono intimamente intrecciate con la natura umana. E potete dire al capitalista ancora e ancora: dal tuo capitale non nasce vita, finché il tuo capitale non si trasforma attraverso l’ordine della società in un potere, nel potere che hai attraverso il tuo capitale su altri uomini, che lavorano e ti procurano il sostentamento attraverso il loro lavoro.

Chi guarda queste cose fondamentalmente, nota che il capitale ha significato solo quando lo si guarda dal punto di vista di questa questione del potere. Così per il momento sulla professione di fede del capitalista.

Ora, la professione di fede del lavoratore, almeno di colui che si è sviluppato sulla base del capitalismo che devasta l’anima nella nuova epoca, questa professione di fede recita:

Vivo dal mio lavoro! — È nell’ordine della società attuale egualmente un mero credo, un credo illegittimo, che si possa vivere dal proprio lavoro, come è un credo illegittimo che si possa vivere da alcun capitale, sebbene il credo che si possa vivere dal proprio lavoro abbia almeno una certa limitata validità. Tuttavia non ha piena validità all’interno del nostro ordine della società. Perché all’interno del nostro ordine della società, basato sulla divisione del lavoro, affinché si possa vivere da questo lavoro, è necessaria un’attività tripla dell’uomo, che proviene dalla cultura spirituale del tempo nel senso più ampio. In primo luogo è necessaria l’attività inventiva, che conduce ai mezzi di produzione, e in secondo luogo l’attività organizzativa, che conduce all’armonizzazione tra i mezzi di produzione e il lavoro umano, e in terzo luogo è necessaria l’attività speculativa, che conduce all’utilizzo di ciò che è prodotto con l’aiuto del lavoro sui mezzi di produzione, al trasferimento dei prodotti ai corrispondenti membri della società umana. Senza questa attività spirituale tripla, il lavoro nell’organismo sociale, che si basa sulla divisione del lavoro, è qualcosa di sterile. Ma in questo modo, sin dall’inizio, si è ricondotti a ciò che, come ho già detto, illumina in certo modo ciò che è necessario oggi. Si deve, quello che c’è, guardare alla giusta luce. La società attuale lavora sotto l’influenza del capitale. L’uomo che lavora percepisce giustamente, quando vede come l’essenza del capitale i mezzi di produzione, cioè quello che deve essere creato dal lavoro umano e non porta direttamente al consumo, dunque non è un articolo di bisogno diretto, non è un articolo di godimento diretto, ma serve alla produzione di articoli di bisogno e di godimento. Questi mezzi di produzione il socialismo vuole portare in un diverso ordine della società di quanto non lo siano stati, sotto gli influssi dell’ordine economico capitalistico del tempo recente. Ora si può dire curiosamente, che già si mostra che in certo modo i mezzi di produzione sono qualcosa a sé, che possono essere separati dagli uomini. Si confronti solo come nelle forme economiche più antiche, ciò che l’uomo aveva bisogno come artigiano, per produrre, come era fondato nella sua qualità umana. Ora si confronti allora tutto ciò che oggi viene fatto su vasta scala con l’aiuto dei moderni mezzi di produzione su grande scala, come può essere in certo modo separato come proprietà materiale dall’individualità umana. Sappiamo che se si vende una somma di mezzi di produzione che costituiscono un’azienda — possono venderli un uomo o una società per azioni a un altro uomo, a un’altra società per azioni, entrambi potrebbero non avere praticamente nient’altro a che fare con questi mezzi di produzione, se non ricavare da loro le loro percentuali, il loro profitto — allora si mostra come in vastissima misura c’è un distacco dei mezzi di produzione dai proprietari. Qui abbiamo dalla realtà qualcosa che nel futuro deve essere semplicemente capovolto in modo corrispondente, allora arriviamo a una vera socializzazione dei mezzi di produzione. Ho tentato di offrire una tale nel mio libro «I punti essenziali della questione sociale nelle necessità vitali del presente e del futuro».

Due cose devono essere realizzate. In primo luogo deve essere stabilito un legame più stretto tra i dirigenti di un’azienda con mezzi di produzione e questi mezzi di produzione stessi. Un dirigente o un consorzio di dirigenti deve essere assolutamente quello, che attraverso il suo lavoro spirituale, sia esso esecutivo, sia esso calcolatorio, sia esso inventivo, interviene nell’azienda attraverso i mezzi di produzione e vi partecipa. A tale consorzio, che è legato dalla sua intera struttura spirituale, dalle sue capacità spirituali ai mezzi di produzione di un’azienda determinata, deve essere stabilita fiducia nel senso più ampio da parte di coloro che come operai manuali devono lavorare su questi mezzi di produzione. Devono affrontarsi nel futuro l’artigiano, l’uomo che lavora manualmente e colui che non ricava il profitto, che cresce dai mezzi di produzione, ma che attraverso le sue capacità spirituali, attraverso i suoi lavori spirituali, che ha orientato secondo il tipo di certi mezzi di produzione, di un certo modo di lavorare, è solo legittimato a dirigere questa azienda, questi mezzi di produzione. Ma solo finché questo dirigente dell’azienda ha da dirigere i mezzi di produzione, finché può giustificare la direzione attraverso l’essere legato, l’aver cresciuto insieme delle sue capacità con questi mezzi di produzione.

Qui inizia un punto dove sicuramente coloro che possono immaginare solo che almeno l’essenziale del vecchio rimane, iniziano a fare facce perplesse. Eppure, quando il momento arriva in cui qualcuno, che è cresciuto insieme attraverso le sue capacità con una certa somma di mezzi di produzione, non mantiene più questo aver-cresciuto-insieme, allora nasce per l’organismo sociale l’obbligo di trasferire questi mezzi di produzione senza acquisto a un’altra persona o gruppo di persone. Questo non significa nulla di meno che nel futuro avrà luogo un’unione di — bene, chiamiamolo capitale o come vogliamo — di capitale e capacità umane senza acquisto. Il capitale allora ha solo il significato di ciò che è necessario per iniziare grandi aziende. Nel futuro il capitale nascerà attraverso un uomo capace per un’azienda determinata. Questo capitale nascerà solo attraverso la fiducia che altri uomini hanno in lui, che gli daranno ciò che fanno come lavoro supplementare al di là del loro fabbisogno. Egli sarà in grado, in certo modo su incarico di un gruppo che gli confida, il che significa della generalità dell’organismo sociale, di costruire tale azienda, che oggi può essere costruita solo sul capitale privato e sul godimento del capitale privato. Ma allora, quando l’azienda è costruita, allora cade qualcosa, contro cui effettivamente oggi l’operaio sta combattendo, cade il possesso dei mezzi di produzione. Si affrontano, dopo che è avvenuta la costruzione dei mezzi di produzione, l’operaio attraverso contratto e colui che è il dirigente tecnico o altrimenti spirituale dell’azienda. I mezzi di produzione non appartengono a nessuno, il possesso dei mezzi di produzione cessa. E nel momento in cui non è più giustificato dalle capacità particolari del dirigente il funzionamento dell’azienda con questo dirigente, il dirigente è obbligato a trasferire i mezzi di produzione a un altro consorzio, a un altro gruppo di persone.

Direttamente o indirettamente! Così viene realizzato per il futuro ciò che devo chiamare circolazione del capitale e cessazione della proprietà privata del capitale! Il capitale sarà incorporato in modo sano nell’organismo della società socializzata. Circolerà in questo organismo della società, come il sangue circola nell’organismo umano o in quello animale, dove anche non deve essere rivendicato unilateralmente da un organo, ma deve circolare attraverso tutti gli organi. Libera circolazione del capitale! Questo è ciò che è effettivamente richiesto per il futuro.

In un tale organismo sociale, in cui così il capitale circola liberamente, è anche solo possibile la vera libertà del lavoro. Perché, così come la proprietà privata del capitale è effettivamente di fronte alle funzioni della società la quinta ruota del carro, così come controparte del capitale la forza lavoro umana è entrata in una situazione di costrizione sotto il dominio del capitalismo. Ciò che è necessario per la guarigione della società umana viene realizzato attraverso la circolazione del capitale, che nessuno possiede. Ciò che oggi viene pagato, estratto dai mezzi di produzione, ciò che la gente nei certificati ipotecari, negli obblighi, nelle obbligazioni e così via chiamano il loro capitale o la loro rendita, è assolutamente inutile nel vero processo dello sviluppo umano dell’ordine della società. Questo è estratto da questo ordine della società, e questo mette fuori da questo ordine della società gli uomini che l’estraggono, li rende più o meno parassiti e quelli che generano le grandi forze dell’insoddisfazione all’interno dell’organizzazione della società. Ciò che vi ho esposto qui sulla circolazione del capitale, molte persone ovviamente troveranno tutto estremamente impratico. Questo lo credo. Ma trovare impratico, questo significa in questo caso nulla di diverso che non volersi allontanare da ciò che è la quinta ruota del carro dell’ordine economico, il che significa essersi abituati a trovare pratico solo ciò che si è rivelato pratico per se stessi, per l’egoismo. L’uomo però dovrà nel futuro dedicarsi con tutto il suo essere all’organismo della società. Allora non basterà che la gente stia nelle stanze e fantastichi su amore del prossimo, su fraternità e si senta molto bene, e poi tagli le cedole, che possono tagliarsi solo perché la gente nelle miniere, nelle fabbriche sta in miseria e sofferenza per loro, affinché possano stare bene con i loro sermoni di amore umano, di amore del prossimo e fraternità.

Questo parlare così, questo esser-bene così, deve finire. L’organizzazione della società umana cosicché corrisponda veramente alle rivendicazioni di esser-bene, questo è ciò che come un grido agisce ora efficacemente nel mondo. Ciò che è sorto sotto il capitalismo più recente, che sempre più si è sviluppato, che oggi è arrivato in certo modo al culmine della sua consapevolezza, cioè della sua consapevolezza di classe, è il gruppo sociale di uomini, che finora come gruppo sociale è costituito essenzialmente solo dalla popolazione che lavora manualmente, dal proletariato. Cosa si deve realizzare per quanto riguarda questo gruppo sociale? Bene, questo gruppo sociale ha in certa misura praticato l’auto-aiuto, ha anche forzato molte cose per sé, che ha strappato allo stato guidato capitalisticamente, all’ordine economico puramente capitalistico e così via. Le cooperative, i sindacati sono nati per l’organizzazione del gruppo sociale — erano inizialmente masse di operai anarchiche, non di sentimento, ma di raggruppamento inizialmente anarchiche. Ma finché siamo rimasti nel vecchio ordine economico, questi tentativi di organizzazione non potevano portare a un vero fine. Nonostante tutto il plauso per la protezione dei lavoratori, per il sistema di assicurazione dei lavoratori, persino per la protezione internazionale dei lavoratori e così via, tutti questi elementi non erano adatti a organizzare veramente, adeguatamente alla cosa, i gruppi sociali che vivono come popolazione proletaria. Perché in tutti questi tentativi di organizzazione, qualcosa rimase indietro, rimase indietro il capitale opposto e i suoi rappresentanti. E così si è formato, ed è ancora così oggi, la lotta tra una classe della società, i portatori del capitalismo, e l’altra classe della società, il proletariato. Lotta, concorrenza, questo è ciò che si è formato. E ciò a cui siamo arrivati attraverso questa lotta, attraverso questa concorrenza è che l’operaio organizzato sindacalmente deve strappare il suo aumento di salario o altri vantaggi ai rappresentanti del capitale attraverso l’unione. L’abbiamo visto. In ciò che oggi il proletariato sente, si esprime chiaramente come l’organizzazione finora potesse realizzare poco di ciò che rimane come rivendicazione all’interno del proletariato.

Ho già in discorsi precedenti indicato in cosa risiede il punto principale. Si potrebbe dire che due punti principali di tutto il socialismo risiedono in due rivendicazioni, a cui come conseguenza naturale se ne aggiunge una terza. Risiedono innanzitutto nella rivendicazione, che è già stata discussa oggi insieme alla discussione del capitale, nella rivendicazione che in futuro il capitale fluito nei mezzi di produzione non dovrebbe più essere proprietà. Il capitale è spogliato del carattere di proprietà. In secondo luogo, il lavoro nel futuro non deve più essere una merce, cioè nella futura società socialista o sociale, nell’organismo sociale sano, il rapporto salariale cesserà. Il lavoro o la forza lavoro non deve più essere una merce. Colui che lavora manualmente, produce come compagno con il lavoratore spirituale nel modo in cui già è stato caratterizzato. Non esiste contratto di lavoro, esiste solo un contratto sulla divisione delle prestazioni. Questo è quello che può essere raggiunto solo se l’operaio si trova di fronte al dirigente del lavoro come un uomo completamente libero, il che significa se è in grado di determinare, su un terreno completamente diverso dall’ordine economico, la misura, il tempo, il tipo della sua forza lavoro, se può disporre liberamente di se stesso come uomo intero, prima di entrare in un rapporto contrattuale.

So che le teste del giorno non possono ancora immaginarsi il detto come qualcosa di pratico. Tuttavia, cinquanta anni fa molte cose non potevano essere immaginate come pratiche, che nei cinquanta anni successivi sono diventate qualcosa di pratico. L’operaio entra nel rapporto contrattuale come un uomo libero, che può dire: Poiché su un terreno indipendente dalla vita economica posso determinare il carattere della mia forza lavoro, ora mi trovo di fronte a te e lavoro insieme a te come la mia forza lavoro è regolata. Quello che produciamo è soggetto a un contratto di divisione con te!

Vedete, è per questo necessario che nel futuro sia separato lo stato proprio, il vero dominio giuridico sociale dall’ambito economico. Attraverso il fatto che questo accade, si sarà in grado di regolare tutto ciò che su base democratica come diritto può essere regolato, anche veramente indipendente dalla vita economica. La vita economica stessa può essere organizzata solo dall’esperienza e dalle fondamenta reali di questa vita economica stessa. Tuttavia la forza lavoro può già essere organizzata, quando l’operaio entra nella vita economica. Allora, quando questo è il caso, nel futuro vivrà da un lato il capitale circolante rispettivamente i mezzi di produzione circolanti, che non sono proprietà di nessun uomo, ma sono effettivamente lì per l’uso generale, che possono sempre venire a coloro che sono più capaci attraverso gli ordinamenti che ho appena esposto. Allora sarà dall’altro lato la libertà dell’uomo, non solo per quanto riguarda diversi beni ideali, che però l’operaio manuale oggi non può contare tra i suoi, ma soprattutto per quanto riguarda la forza lavoro umana. Allora la vita economica sarà liberata dal rapporto salariale, perché allora nella vita economica ci saranno solo beni o se volete chiamiamoli merci. Allora ciò che oggi è capitale, salario e mercato si affronterà in modo diverso. Allora, come avete visto, il capitale sarà scaduto, il salario egualmente, perché prestazioni esisteranno, che l’operaio produce insieme al dirigente del lavoro. Il concetto di salario cessa di avere significato.

Ma anche ciò che oggi è il mercato assumerà una forma diversa. Oggi il mercato, sebbene sia già in gran parte organizzato nel piccolo e nei piccoli, ha ancora qualcosa di anarchico. Il mercato regola i valori reciproci delle merci, e questo è l’unico valore che dovrebbe esistere in futuro nella vita economica, perché la forza lavoro umana ha un valore incomparabile a nulla, non deve essere contata tra i valori economici. Ciò che di valori economici esisterà, saranno i valori comparativi delle merci. Nelle condizioni descritte sarà possibile che le merci ricevano tali valori comparativi, che daranno ai popoli nella più ampia misura, cioè a tutti coloro che lavorano, una condizione di vita il più possibile appropriata al benessere generale, non a uno di gruppo. Questo può essere solo se il mercato cessa di essere quello che è oggi, se è organizzato completamente, se dalla più ampia esperienza economica, dal calcolo di ciò che sono le diverse basi economiche, risulta un’impostazione di valori delle merci, che non sono soggetti alle condizioni anarchiche di offerta e domanda, ma che sono orientati verso il fabbisogno umano accertato bene dall’esperienza. Questo potrà essere realizzato solo se questa vita economica, se il mercato, o meglio, i mercati, siano trasformati in associazioni, in cooperative e così via. Questa costruzione cooperativa, questa costruzione non solo su tali cooperative, come sono già state tentate, ma il percorso attraverso di tutta la vita economica con struttura cooperativa, sarà possibile solo se ci si appropri dall’esperienza della vita economica una conoscenza intuitiva delle relazioni tra produttori e consumatori. In questo rapporto ci sono anche inizi. Potete conoscerli negli sforzi ad esempio di Sidney Webb, dove nelle cooperative è stato realizzato qualcosa di magnifico, nella misura in cui qualcosa di magnifico può essere realizzato all’interno dell’ordine economico attuale, che ancora esiste al di fuori di queste cooperative. Se però l’ordine economico è completamente trasformato nel modo indicato, allora si tratta del fatto che non secondo rivendicazioni soggettive, ma dopo ciò che la struttura economica stessa produce, deve attuare la costruzione cooperativa. Qui vorrei solo, affinché vediate che le cose non sono sospese in aria, fare un’osservazione particolare. Per colui che tiene conto del carattere associativo dell’economia descritta nel mio libro «I punti essenziali della questione sociale», la domanda si porrà naturalmente: Come possiamo ad esempio delimitare le cooperative? — Se si vorrà delimitarle arbitrariamente o da considerazioni al di fuori della vita economica, allora si produrranno sempre false formazioni di prezzi e di conseguenza falsi influssi sulla condizione di vita umana. Ora c’è una legge molto precisa, che dalla realtà può condurre alla costruzione di una struttura cooperativa. Potete innanzitutto, quando guardate i due flussi della vita economica, la produzione e il consumo, immaginarvi cooperative di consumo, dove coloro che vogliono comprare in modo economico si uniscono, in modo che sfruttino tutto ciò che per l’acquisto può essere sfruttato dal fatto che i consumatori si uniscono.

Dall’altro lato, i produttori possono unirsi, fino all’abuso questo è già avvenuto proprio all’interno del nostro ordine economico, da cui risultano le cooperative di produzione. Ora entrambi i tipi di cooperative hanno tendenze completamente diverse. Chi studia le cooperative di consumo, trova che le cooperative di consumo hanno tutto l’interesse, innanzitutto di acquistare il più a buon mercato possibile e in secondo luogo di avere il più possibile persone nelle loro file. Non si oppongono mai all’ampliamento della loro cooperativa, se tengono d’occhio il loro vero interesse. Proprio la proprietà opposta hanno le cooperative di produzione. I partecipanti temeranno la concorrenza, se si ampliano, e hanno tutto l’interesse a vendere il più caro possibile. Questo vi indica che nel futuro il bene può esistere solo nell’unione di persone con interessi di consumo e produzione, in cooperative consumo-produzione o produzione-consumo, dove non solo il consumo regolerà la produzione, ma dove anche la grandezza della cooperativa sarà regolata, dal momento che il consumo ha la tendenza a rendere la cooperativa il più grande possibile, dunque a espandere, a espandersi — la produzione ha la tendenza di porre limiti alla cooperativa. Lì l’ente sociale sarà creato dalla cosa stessa, dalla realtà. Potrei portarvi innumerevoli casi, da cui vedreste che, chiunque sia in grado di pensare in modo conforme alla realtà, chiunque voglia veramente avere idee pratiche oggi nella testa, trova nelle beginnings, che già sono presenti nella realtà, le fondamenta stesse del vero, genuino, socialismo salutare per gli uomini.

Tutto ciò che vi ho detto, però, presuppone la vera triarticolazione dell’organismo sociale. Non ci saranno capitalisti nel senso odierno, che sorgono puramente dalla vita economica. Ci devono essere gli uomini che crescono dal libero dominio spirituale, come l’ho caratterizzato nei discorsi precedenti, da quel dominio spirituale che non produrrà prodotti spirituali estranei alla vita, astratti, ma che svilupperà un bene spirituale, che da un lato sale alle più alte altezze dello spirito, dall’altro lato educa l’uomo al vero uomo pratico. A tutti i livelli della vita spirituale non saranno educati uomini che sono estranei alla vita, perché solo sanno, ma uomini che possono pensare, che possono essere esecutivi.

Un ciclo avrà luogo nei limiti che ho già indicato oggi, all’interno del quale — come l’ho esposto nel mio libro — le amministrazioni delle organizzazioni spirituali invieranno i loro uomini più capaci nella vita economica e la vita economica invierà i suoi uomini nelle organizzazioni spirituali, affinché lì approfondiscano ulteriormente ciò che hanno acquisito in termini di esperienze nella vita economica o insegnino come insegnanti la gioventù in crescita nella vita economica.

Un circolo vivente, portato dagli uomini stessi, avrà luogo tra i tre membri dell’organismo sociale. L’organismo tripartito non si frantumerà in tre aree che stanno l’una accanto all’altra. L’uomo, che vivrà in tutti e tre i membri, diventerà l’unità vivente.

L’uomo con i suoi interessi sociali e forze formerà nel futuro effettivamente ciò che sta alla base di tutta la vita. Sarà molto più dipendente dall’uomo di quanto sia oggi, dove lo stato unitario apparente, proprio ancora divide l’umanità in classi e ranghi e non lascia che gli uomini siano uomini pieni e interi. Oggi si crede ancora, se si ha una costituzione da qualche parte, bene, allora molto è guadagnato. Nel futuro si capirà che una costituzione non è nulla, se non ci sono uomini che nella loro vitalità portano le forze di costituirsi l’un l’altro, se posso dire così. Questo è ciò che importa, che comprendiate ciò che poco fa ho indicato: Gladstone, l’uomo di stato inglese, disse una volta che il libero stato nord-americano ha la costituzione più vantaggiosa. Un altro inglese, che mi sembra più spiritoso di Gladstone, disse al riguardo: Ma questi nord-americani — era appunto la sua opinione — potrebbero avere una costituzione molto, molto peggiore, persino completamente cattiva, loro sono gente che da una buona e da una cattiva costituzione faranno lo stesso!

Che dobbiamo mettere il mondo umano al posto di ciò che è separato dall’uomo, questo è ciò che deve essere realizzato. Da una vita spirituale vivente usciranno i capi viventi delle aziende. Il capitale è scaduto! Accanto a tali capi viventi starà l’operaio libero come un uomo intero. Lui, quando pone la domanda: L’ordine della società mi dà la mia dignità umana? — potrà rispondere di sì. E un mercato, che non è anarchico, ma organizzato, sarà in grado di produrre un giusto compenso nei valori delle merci. Su tutte queste cose ci sono molti dettagli da dire. Oggi potevo solo schizzare, e voi potete fare molte domande. So che molto dalle parole odierne ancora non può essere completamente compreso. Il prossimo venerdì allora dettagli, prove e ulteriori sviluppi dovranno essere forniti, che vi mostreranno che non si tratta di qualcosa che è stata gettata leggeramente nel mondo, ma di qualcosa che dovrebbe portare ciò che con il grido di socializzazione è giustamente richiesto. Ciò che è giustamente richiesto, che forse da colui che giustamente lo richiede non è ancora pienamente riconosciuto.

Ciò che è dato con l’organismo tripartito non dovrebbe essere come la descrizione di una casa. La descrizione di una casa può essere bellissima, si può obiettare, una descrizione bellissima di una casa non serve a nulla, la casa deve essere costruita. Ma c’è una differenza tra la bella descrizione di una casa e un piano di costruzione. E un piano di costruzione vuole essere tutto ciò che è indicato come impulsi per la tripartizione dell’organismo sociale. Per quanto possa essere oggi ancora frainteso, sarà quello che unicamente e soltanto può guidare l’umanità fuori dal caos e dalle confusioni in cui è stata portata. So che si può ancora fraintendermi oggi. Molti dicono, si tratta di una nuova formazione di partito. Non è affatto il caso di una nuova formazione di partito. Si tratta di ciò che segue dalla cosa stessa dello sviluppo dell’umanità, che non ha nulla a che fare con alcuna formazione di partito.

E colui che crede di guardare dentro a questo sviluppo dell’umanità, per riconoscere ciò che il tempo stesso richiede, si espone anche a coloro che vogliono fraintendere o forse in buona fede fraintendere, al fraintendimento che personalmente voglia qualcosa. Perché sa che ciò che è personalmente ricercato non è così facile da inserire nello sviluppo dell’umanità di fronte ai pregiudizi e ai presagi degli uomini. Oggi però viviamo in un’epoca, specialmente qui in Europa centrale, dove dobbiamo guardare a ciò che gli ultimi eccessi del vecchio lavoro capitalistico della concorrenza hanno portato. E noi in Europa centrale sperimentiamo in modo particolarmente doloroso le conseguenze di ciò che i circoli dirigenti, i circoli finora dirigenti, hanno portato sull’umanità. Lo sperimentiamo con dolore e sofferenza, lo sperimentiamo in questi giorni con anima sanguinante. Possiamo dire che giorni di prova si mostrano chiaramente. In tali giorni si può abbandonare alla speranza e alla fede che di fronte alle insolite esperienze anche i pensieri insoliti sono compresi, che di fronte alla grande sofferenza anche il grande coraggio non sia alla piccola, ma alla grande resa dei conti.

7°Particolari sulla nuova strutturazione dell'organismo sociale

Stoccarda, 16 Maggio 1919

Ho già avuto più volte l’occasione di parlare qui della cosiddetta triarticolazione dell’organismo sociale, che dovrebbe rappresentare il cammino verso l’adempimento della richiesta contemporanea che si esprime nell’appello alla socializzazione. Oggi desidero permettermi di aggiungere qualcosa di complementare e di chiarificatore a quanto detto nelle conferenze precedenti. So bene che anche quello che cercherò di presentare oggi per molti non sarà esattamente ciò che essi si figurano debba essere, nei consigli pratici particolari richiesti. Ma desidero dire precisamente questo: sempre più sarà riconosciuto che gli impulsi che si propongono nel mondo sotto il nome di organismo sociale sano tripartito sono, nel grado e nella forma in cui si manifestano, degli impulsi assolutamente pratici, e che, come accade con tutti i veri impulsi pratici, è necessario portare al loro insegnamento un certo istinto di realtà.

Infatti, proprio ciò che non vuol essere un programma prestabilito, che fin dal principio è stato pensato e sentito in modo da essere formato dalla realtà e pensato dentro la realtà stessa, può in fondo essere compreso soltanto da chi si prende la fatica di mettersi nella situazione per vedere come si presentano tali cose quando vuole prestare mano a trasformarle in realtà. È più facile possedere un qualche programma partitico prestabilito e pretenderne l’attuazione che ascoltare dalla realtà stessa quello che essa richiede. L’organismo sociale triartiolato vuole portare alla soluzione il problema della socializzazione in modo che tutto ciò che accade nella direzione del suo impulso debba prima di tutto provarsi nell’applicazione, nel concreto contatto con la realtà. Per impulsi di questo tipo, l’epoca attuale da un lato è tanto poco accessibile quanto dall’altro li rende necessari proprio dalle esigenze essenziali dell’epoca. Questo impulso verso l’organismo sociale triartiolato vuole affrontare onestamente e apertamente i fatti che possono sottostare a una vera socializzazione. Anzitutto, non vuol rendere impossibili tutti i frutti della cultura umana che sono nati dai grandi progressi evolutivi dei tempi moderni. Non vuole demolire, vuole costruire. Non vuole, per esempio, rendere impossibile che certi rami produttivi che sono nati e che corrispondono alle vere necessità umane vengano tolti dal mondo per il fatto che si socializza in modo schematico, senza procedere da una conoscenza fattuale dei dettagli. Per un programma così rispondente alla realtà, e se avessimo un’altra parola, non lo chiamerei programma, bisogna portare la buona volontà di comprensione, perché molto facilmente si può fraintendere ciò che con questo organismo sociale triartiolato si intende veramente. Si intende soprattutto ciò che può essere cavato dalla nostra pratica di vita, così come si è formata attraverso il progresso tecnico e industriale, attraverso tutto quello che è stato creato in materia di mezzi e di conoscenze produttive.

Ma da un tutt’altro lato oggi deve essere dato un impulso veramente pratico in questa direzione. Deve provenire da una vera conoscenza dell’essenza umana. Per questo devo sempre ripetere che la triarticolazione dell’organismo sociale non riguarda l’istituzione di nuove classi o di altri gruppi umani e delle loro differenze, ma riguarda il fatto che tutto ciò che accade intorno all’uomo nel mondo sia triartiolato. In futuro dovremo avere un’amministrazione economica propria, un’amministrazione giuridica propria, un’amministrazione spirituale propria. Ma saranno gli stessi uomini quelli che operano nell’organismo economico, in quello spirituale, in quello giuridico o statale. Un continuo reciproco agire attraverso l’uomo sarà proprio in questo organismo triartiolato quello che potrà stabilire l’unità necessaria della vita sociale umana. Chi vuol comprendere come oggi è rispondente alla realtà, deve anzitutto sapere che significa qualcosa quando l’uomo viene spostato da una sfera della vita a un’altra. Gli stessi uomini opereranno nell’organismo economico che avrà la sua propria amministrazione, la sua propria organizzazione. Gli stessi uomini, naturalmente non nello stesso tempo, opereranno nel diritto e anche nell’organismo spirituale, almeno attraverso i loro rapporti con esso.

Ora si potrebbe dire: ma che significato ha allora questa articolazione? Solo chi vuol chiudere gli occhi alla vera realtà muove questa obiezione. Vi addurrò un’esperienza vicina. Per chi ha imparato a conoscere un poco la vita, fino a poco tempo fa i mercanti erano del tutto altre persone, dal punto di vista del loro tipo di vita, dalla modalità del loro vivere, rispetto a, diciamo, a rigidi burocrati. Ora è accaduto qualcosa di molto strano negli ultimi tempi, sotto l’influsso della cosiddetta economia di guerra. Sono stati introdotti mercanti negli uffici governativi burocratici, ed ecco che questi mercanti divennero negli uffici governativi burocratici i migliori burocrati. Bene, questo è un esempio spiacevole dell’adattamento umano a quello in cui l’uomo è collocato, ma questo esempio forse poco simpatico mostra un’apparizione generalmente umana. L’uomo si comporta una volta così come deve comportarsi da un certo ambito di lavoro. Se si riorganizza tutta la vita sociale umana in modo che i tre rami essenziali della vita abbiano la loro propria amministrazione, diciamo la loro propria rappresentanza, la loro propria organizzazione, allora l’uomo che deve vivere dentro una di queste sfere di uno dei membri dell’organismo sociale, potrà operare dallo spirito di questa sfera. Sarà in grado di contribuire alla vita umana complessiva quello che mai potrebbe contribuire se tutto nella vita sociale si mescola e si confonde.

Creare chiarezza su un tale campo richiede certamente un’osservazione della vita e una pratica di vita dedite. E se non si baseranno sulla tale dedizione nell’osservazione della vita e nella pratica di vita quelle cose che per il bene dell’umanità si cercheranno in futuro, continueremo a andare avanti nella confusione e nel caos, non ne usciremo. Soprattutto quando vogliamo creare qualcosa di sano nei dettagli, dobbiamo potere dedicarci con dedizione a quello che l’immediato presente riguardante la vita sociale può insegnarci. Non dobbiamo chiedere: che cosa abbiamo pensato nei decenni passati sul socialismo, su programmi socialisti? — e in questo pensiero trascurare completamente quello che ci circonda nel presente immediato, ma dobbiamo avere la capacità di guardare veramente a questo presente immediato. Questo presente immediato ha portato in primo piano qualcosa che dovrebbe sorprendere soprattutto quelli che già prima avevano pensato al socialismo.

Chi conosce esattamente il pensiero sul socialismo anche tra i socialisti dei decenni passati, deve dire che una sorpresa dovrebbero essere gli eventi attuali se vogliamo prendere le cose oggi in modo veramente conforme al significato e alla verità, aperti e onesti. Ci si ponga questa domanda: se non si guarda soltanto all’esteriore, se si è capaci di guardare a quello che in un’apparizione contiene il germe per il futuro, quale è l’apparizione più notevole, più significativa nella vita delle richieste sociali attuali? Chi veramente in modo conforme alle cose si è impegnato su quello che effettivamente accade, credo non possa trovare altra risposta a questa domanda che: L’apparizione più notevole è il cosiddetto sistema dei consigli. E si dovrebbe, desidero dire, avere il talento di essere consapevoli in modo opportuno di questa apparizione sintomatica straordinariamente significativa del sistema dei consigli. Perché in un certo senso può dirsi che la nascita di questo sistema dei consigli è proprio quello che dovrebbe avere sorpreso maggiormente il socialismo tradizionale. Di fronte a questo sistema dei consigli, il socialismo tradizionale, quello vecchio, avrebbe dovuto prestare attenzione accuratamente, avrebbe dovuto dire a se stesso: questo è in fondo la confutazione di molte cose che io ho pensato. La confutazione di molte vecchie opinioni sul socialismo è il sistema dei consigli. Basta ricordare in modo schematico quello che dal lato del socialismo tradizionale è sempre stato — purtroppo ancora oggi — sottolineato: gli uomini non fanno le rivoluzioni sociali, è lo sviluppo che le fa. — È stato detto che le forme economiche si trasformeranno gradualmente, soprattutto attraverso la concentrazione dei mezzi di produzione nelle mani di pochi capitalisti, in modo che in certo senso la vecchia società cresca dentro la nuova.

Poi è venuta la catastrofe della guerra mondiale che ha scosso l’umanità. Da una parte si è abbattuta sul capitalismo che si dirigeva verso la propria distruzione. Ma si è abbattuta anche sugli sforzi nati dalla natura umana veramente giustificati, che si chiamano il movimento sociale. Che cosa è veramente sorto da questo movimento sociale? Uomini si sono sollevati, uomini che in modi diversissimi come consigli, come consigli umani, vogliono assumere l’ulteriore sviluppo nelle loro mani, vogliono intervenire dallo loro risoluzione umana, dalla loro intuizione umana, dalla loro volontà umana nello sviluppo. Se oggi si avesse una distinzione sufficientemente ampia per i fatti della realtà, si sentirebbe l’indicato come un’enorme sorpresa. Ma sembra quasi che proprio in quei circoli che si sono così bene adattati alle vecchie opinioni sul socialismo, questa capacità di distinzione fosse difficile da acquisire. Gli eventi di novembre hanno avuto luogo. Quello che si è annunciato a oriente — non voglio parlarne né favorevolmente né sfavorevolmente — come sistema dei consigli, è comparso anche nell’Europa centrale. Si è stati costretti da quello che gli eventi di novembre portavano a pensare a qualcosa che si poteva chiamare: realizzazione dello sforzo sociale cui ci si era dedicati da lungo tempo e da cui ci si era promessi tanto. Allora sono emerse apparizioni molto strane. Basta ricordare poche cose di questo nostro momento di transizione così strano, e subito ci si accorge di quanto poco i vecchi modi di pensiero fossero all’altezza della nuova apparizione che avrebbe dovuto sorprendere. Vi sottolineerò un esempio. Un uomo molto intelligente e pieno di entusiasmo per le idee sociali ha tenuto a Berlino un’conferenza sulla socializzazione. Ha discusso certe idee molto generali sulla socializzazione, come si avevano quando il socialismo poteva ancora esercitare una critica, giustificata ma soltanto una critica, quando non era ancora stato come dal novembre convocato a prendere parte agli eventi. Si è fatto certe rappresentazioni molto determinate in generale su quello che come socializzazione avrebbe dovuto verificarsi, e credo — perché questo si può comunque trarre dai suoi discorsi per un uomo che sa riconoscere l’anima umana tra le righe di quello che è stato esposto —, l’uomo ha dovuto dire a se stesso: quello che mi sono figurato in proposizioni generali di programma, non si può fare! — Quando qualcosa non si può fare, oggi si dice — e l’ho detto anche prima. Ma oggi è diventato molto caratteristico —: gli uomini non sono ancora maturi per questo, questo verrà più tardi. Sì, più tardi allora viene secondo le vedute di quest’uomo il vero socialismo. Ma che cosa viene fino ad allora? Ha ora elaborato un vasto programma di socializzazione, è l’ingegnere dottor Hermann Beck a Berlino, e chiama quello che dovrebbe essere raggiunto nel periodo di transizione, capitalismo sociale. Siamo così felicemente arrivati al punto che gli eventi che sono intervenuti non ci lascino sospendere come ideale quello che era sempre stato richiesto, un vero superamento dei danni del capitalismo, ma che ci sospenda come ideale un capitalismo sociale. Certamente si deve imparare a distinguere tra vera socializzazione e quello che oggi è largamente perseguito, la trasformazione del capitalismo privato in capitalismo di Stato e comunale. Questo non è socializzazione, è fiscalizzazione o qualcosa di simile. Non si deve confondere la socializzazione con la fiscalizzazione. Quello a cui bisogna guardare oggi — chi ha senso per la realtà lo fa —, è come ho già accennato, l’emergere degli uomini che vogliono partecipare all’accadimento sociale, e questo si esprime nel cosiddetto sistema dei consigli. Ma con questo sistema dei consigli nessuno se la caverà se vuol trovare la transizione dal capitalismo al socialismo da astratti principii, da una qualche ideologia, da una qualsiasi presunzione utopistica.

È impossibile oggi, e proprio l’aspirazione al sistema dei consigli lo dimostra, fare un tentativo di socializzazione dall’alto. È oggi l’unico cammino, in lavoro comune con coloro che aspirano al sistema dei consigli, in idee immediatamente umane creare veramente uno scambio di opinioni e di esperienze. Per questo dissi quando martedì parlai qui che è necessario oggi che comprendiamo la realtà della fiducia, che impariamo a lavorare veramente con coloro che sorgono dal popolo che lavora e che perseguono determinati obiettivi. È molto più importante oggi cercare quello che ha da dire chi viene dal lavoro, che ragionare da qualche idea su come debba essere una legge o qualcosa di simile. Quello che oggi abbiamo bisogno, quello che oggi deve essere una realtà vera, è riconoscere che quello che deve accadere deve accadere dal popolo. Per questo è più importante stabilire la connessione vivente con i più larghi strati del popolo che tenere sedute tra le élite. Tenere sedute tra le élite ci porta soltanto a continuare i vecchi danni, perché quello che oggi vuol realizzarsi deve provenire direttamente dal popolo, e il sintomo che questo è quello che la storia vuole, è il sistema dei consigli. E ancora, questo sistema dei consigli è già fin qui nato in duplice forma, e come il cammino di sofferenza del proletariato necessariamente ha condotto alla triarticolazione dell’organismo sociale, perché il proletariato ha subito la sua miseria sul corpo e sull’anima nei tre ambiti della vita, così oggi la strana apparizione del sistema dei consigli indica alla triarticolazione dell’organismo sociale. Anzitutto il sistema dei consigli si presenta così: che da una parte sorgono i cosiddetti consigli degli operai, ma dall’altra parte si mostra già una diversa forma di consiglio, quella forma di consiglio che ora si fa strada come richiesta dei consigli di fabbrica.

Chi ha istinto per quello che si forma dall’epoca, può già oggi sapere che il sistema dei consigli degli operai in generale indica verso il lato politico, il lato dello Stato, il lato del diritto, e può trovare la sua formazione solo se riusciamo a affrontare una vita giuridica separata dalla vita economica e da quella spirituale. Tali cose hanno origine, mentre si staccano dall’umanità, desidero dire, con l’inevitabile confusione storica. Ma bisogna domandare come può essere configurato su un suolo sano quello che consente una vera organizzazione della società umana, quello che in questo modo si fa valere? Come il sistema dei consigli degli operai indica verso il suolo giuridico indipendente, così l’istituto del consiglio di fabbrica indica verso il suolo economico indipendente, perché in questo deve cercarsi la pratica degli impulsi per l’organismo sociale triartiolato, affinché non si costruisca nel vuoto con un programma, ma si costruisca da terra ferma su basi di realtà storica che si deve osservare in modo corretto. Non ha bisogno d’essere discusso se i consigli siano una realtà o no. Lo sono in parte, lo diventeranno sempre più, nessuno potrà farli tornare indietro, sorgeranno ancora in forme completamente diverse da quelle già esistenti. Il pensiero conforme alla realtà esige da noi che creiamo il suolo su cui lavorare con questi consigli.

Uno dei suoli su cui vuole creare l’organismo sociale triartiolato è il suolo economico. I signori ascoltatori che hanno sentito le mie conferenze precedenti sapranno che qui si tratta di configurare questo suolo economico in modo che su di esso sparisca il cosiddetto rapporto salariale, che la regolazione della qualità, della durata e simili della forza lavoro umana sia tolta dal ciclo economico e messa nella vita giuridica dello Stato, dove si decide su qualità, durata e misura della forza lavoro umana. Sul suolo economico rimane inoltre quello che si manifesta nella realtà come produzione di merci, circolazione di merci, consumo di merci. Avrete anche tratto dalle conferenze precedenti che si tratta di un’organizzazione della vita economica che consiste in associazioni, principalmente in quelle associazioni che regolano insieme i rapporti di consumo e i rapporti di produzione. È stato spesso detto da parte socialista: In futuro non si potrà produrre per trarre profitto, ma si dovrà produrre per il consumo. Allora è un’evidenza che quello che fin qui non ha giocato un ruolo consapevole nel processo economico stesso in misura considerevole, viene in primo piano nel lavoro economico: l’interesse al consumo. Dovranno formarsi cooperative nelle quali sia rappresentato sia l’interesse al consumo sia il rapporto di produzione da esso dipendente. In queste cooperative sarà principalmente importante, nel lavoro pratico, trovare sempre come deve essere grande una tale cooperativa. La grandezza di una tale cooperativa non può derivare dai confini dei corpi statali che si sono formati nel corso della storia moderna — per la semplice ragione che questi corpi statali si sono formati da amministrazioni chiuse per considerazioni tutt’altre che non dai rapporti di produzione e consumo. E perché altri confini risultano quando gli uomini si associano socialmente rispetto ai rapporti di consumo e produzione, in modo che attraverso la regolazione dei rapporti di produzione e consumo risulti quel valore reciproco delle merci che rende possibile una situazione di vita sana per i più larghi strati del popolo. Chi si dedica a tali compiti deve innalzarsi a una vera scienza economica, certamente a una scienza che non deve essere inventata, non deve derivare da esperienze umane soggettive, ma dalle esperienze della vita economica comune. All’interno di queste esperienze si dovrà osservare come cooperative troppo piccole conducono al fatto che gli aderenti in rapporto alla loro situazione economica debbono deteriorarsi; cooperative troppo grandi debbono pure condurre al fatto che si verifichi un deterioramento nella vita economica fornita dalle cooperative. Quando una volta si riconoscerà chiaramente la legge che riguarda questo, che sta alla base della vita economica, si potrà esprimere con le seguenti parole: cooperative troppo piccole richiedono l’annientamento dei partecipanti, cooperative troppo grandi richiedono l’annientamento degli altri uomini connessi con queste cooperative nella vita economica. Allora si tratterà di evitare questo duplice deterioramento dei bisogni umani. Questa sarà la linea direttiva secondo cui si dovrà operare da tutti gli elementi del popolo. Perché non si può trovare attraverso nessun calcolo matematico come debba essere grande tale cooperativa, deve avere in un luogo una grandezza determinata, in un altro luogo un’altra. Deve regolare la sua grandezza secondo le condizioni effettive. Queste condizioni effettive devono essere determinate da coloro che stanno dentro la vita economica stessa. Possono regolarsi soltanto se ci si astiene da una qualsiasi legislazione statale per la vita economica, se si affida questa vita economica alla sua propria vivacità, in modo che attraverso la continua collaborazione viva dei consigli questa vita economica possa essere configurata. L’una cooperativa deve a seconda delle circostanze essere ingrandita in un certo tempo, l’altra rimpicciolita. Perché l’organismo sociale non è qualcosa che si può fissare attraverso una costituzione, che si può determinare attraverso leggi definitive una volta per tutte, ma è qualcosa che è in continua vita come in fondo anche un organismo naturale. Per questo quello che è provvedimento della vita economica può esprimersi al massimo in contratti più o meno brevi o lunghi, che si concludono, mai invece in alcun limite o determinazione delle competenze dei consigli che appartengono alla vita economica.

Potete oggi giustamente dire ancora: egli ci racconta della misura della grandezza di una cooperativa, ma dove sono le prove di questa cosa? Sì, questo riposa nel fatto che fino a oggi non siamo ancora giunti a una scienza economica che deve in senso eminente fondarsi sull’esperienza economica, che non può essere costruita, che non può provenire dall’idea ma soltanto dalla vita. Vi dico che nessuno che abbia disinteressatamente studiato veramente la vita economica giunge a una diversa visione da quella che vi ho espresso. Perché è la particolarità delle leggi sociali che non possono mai essere provate come le leggi naturali, ma devono essere provate immediatamente nell’applicazione, perché soltanto chi per la realtà sociale ha un certo istinto di realtà può aver senso per esse. Questo è così difficile nell’epoca attuale che stiamo di fronte a fatti nei confronti dei quali questo istinto di realtà è necessario, che gli uomini però si rifiutano così fortemente di sviluppare questo istinto di realtà presente in ogni anima umana.

Quello che come secondo compito si renderà necessario in futuro sarà una regolazione dei prezzi che sorge dalle leggi della vita economica, che rappresenterà il valore reciproco delle merci. Perché soltanto attraverso questo sarà possibile che si realizzi la legge fondamentale di ogni socializzazione, se si potrà percepire nella pratica economica una tale regolazione dei prezzi. Attraverso questo sarà possibile che si compia la legge fondamentale di ogni socializzazione, che in fondo non consiste in nulla altro che nel fatto che quello che un uomo normale attraverso un lavoro umano normale fondato nelle sue capacità può conseguire, corrisponda a quello che la società in cui si trova compie per lui, in modo che ognuno per quello che produce possa avere dalla società l’equivalente consumo. A questo naturalmente deve aggiungersi quello che dalla comunità deve essere compiuto per quegli uomini che attraverso malattia, vecchiaia o anormalità devono essere mantenuti dalla società stessa. Questo non si consegue attraverso nessun conflitto salariale o simile, ma unicamente per il fatto che la circolazione economica si svolga in modo che ci sia una sana formazione dei prezzi, non prezzi troppo bassi e non troppo alti. I prezzi in sé, signori molto onorevoli, si può dire anche che siano indifferenti. Importa solo che guadagniamo quello che le cose costano. Questo però sarebbe il caso soltanto in società che elaborassero solo prodotti terreni. Nel momento in cui in una società si debbono fabricare simultaneamente prodotti per i quali si hanno bisogno mezzi di produzione a loro volta fabbricati dall’uomo, c’è un prezzo normale necessario che non deve essere superato né sceso al di sotto.

In questo riguardo potrebbe imparare straordinariamente molto dalla storia, se oggi si potesse già considerare la storia in modo che questo considerare non si basasse su fantasie economiche come è avvenuto in molte storie economiche degli anni passati, ma su vere conoscenze delle leggi economiche. È per esempio straordinariamente istruttivo per l’uomo che intende onestamente su questo suolo, che per le regioni più essenziali dell’Europa centrale fossimo già a un punto tale che fosse presente quasi una specie di formazione di prezzi normali su vasti territori. Questo era circa nel quindicesimo secolo, verso la metà del quindicesimo secolo. Questa formazione di prezzi normali — vi prego di leggerlo nelle storie che danno almeno alcuni punti di riferimento — che passava per una gran parte dell’Europa, era diventata possibile soltanto per il fatto che la vecchia servitù della gleba e i rapporti di schiavitù mezzo, la vecchia enfiteusi e simili avevano gradualmente ceduto il posto a condizioni migliori, certamente non a condizioni ideali. Ma allora intervenne un evento che tolse il suolo a questo sviluppo economico. Si può dire difficilmente che cosa avrebbe significato per l’umanità europea se questo evento non fosse intervenuto. Naturalmente non voglio esercitare una cattiva costruzione storica, non voglio dedicarmi a una critica storica, ma solo segnalare queste cose per una migliore comprensione, perché quello che accadde dovette accadere. Non si può pensare quale sviluppo economico avremmo preso in senso favorevole se quello che era già preparato verso la metà del quindicesimo secolo, se avesse trovato una continuazione rettilinea. Ma è stato interrotto dalla radicale introduzione dei concetti di diritto romano; interrotto dal fatto che proprio dal suolo del diritto la vita economica è stata disturbata.

Chi conosce questi fenomeni nei loro fondamenti ha in ciò già una prova storica straordinariamente forte della necessità della separazione della vera vita statale da quella economica. Vecchie abitudini dell’umanità hanno condotto a una certa simpatia per questi concetti di diritto romano. Nella terra dei Baltici, da cui è provenuto così tanto di reazionario, si trovavano nel parlamento gente che diceva: Secondo i concetti di diritto romano che dobbiamo reintrodurre, perché sono i corretti, i contadini dovrebbero nuovamente diventare schiavi.

Tali cose devono oggi, dove stiamo come ho già detto non dinanzi alla piccola ma alla grande contabilità, essere penetrate con occhio anima sano, penetrate in tutte le loro conseguenze per il presente. Ma si avrà bisogno, se si vorrà praticamente configurare da questo lato e ancora da molti altri la vita economica indipendente, di una vera organizzazione proprio del sistema dei consigli. Si tratterà del fatto che quello che oggi è desiderato, quello che è sperato, quello che alcuni uomini già si sforzano di instaurare da una certa comprensione dei tempi, il sistema dei consigli di fabbrica, che questo sia collocato in fabbrica affinché possa essere mediatore tra gli operai e i capi-lavoro del futuro nel senso come ho caratterizzato nel mio ultimo discorso qui e come ho in particolare esposto nel mio libro «I punti fondamentali della questione sociale». Questo sarà il primo compito al quale i consigli di fabbrica dovranno arrivare, di potere essere veramente mediatori per quei contratti che dovranno concludersi riguardanti le prestazioni tra gli operai e i capi-lavoro del futuro che non saranno più capitalisti. Ma tutte queste cose possono già oggi essere preparate. Tutti questi uomini che stanno in tale consigliatura possono già oggi assumere funzioni, anche se potessero essere soltanto funzioni di transizione. Inoltre il consiglio di fabbrica avrà principalmente da mediare tutto quello che dalla fabbrica si presenta come interessi generali della vita in un corpo economico chiuso. Ancora altro però sarà necessario per questo sistema di consiglio di fabbrica, se non si vuol ulteriormente individualizzare economicamente, cosa con cui la stessa classe operaia a breve termine sarebbe molto poco d’accordo; se si vuol socializzare l’intera vita economica, il corpo economico coeso, allora si avranno bisogno di molti altri tipi di consigli. Desidero soltanto estrarre dal tipo di consigli che si avranno bisogno di consigli di circolazione e inoltre di consigli economici. I consigli di fabbrica staranno vicini ai rapporti e alle necessità produttive dell’umanità che lavora. I consigli economici staranno vicini ai rapporti di consumo.

Questo darà un corpo economico che soprattutto rappresenterà un vero sistema di consigli. Un tale sistema di consigli, che non impedisca — questo sarà quello che importa nella configurazione pratica — che nel dettaglio l’iniziativa del singolo uomo che opera nella vita economica possa essere determinante. Questo può essere veramente sviluppato se regna la fiducia. Se questa iniziativa del singolo uomo fosse undermined dal sistema dei consigli, allora l’internazionalità della vita economica sarebbe soppressa. Questa internazionalità della vita economica sarebbe soppressa particolarmente — oggi la gente se ne fa difficilmente un’idea, in quale grado —, se si permettesse al posto della socializzazione una statalizzazione, cioè il capitalismo di Stato, se si mescolasse la vita economica con la vita statale. Se lo Stato economizzasse come aspira molta gente — chi conosce le reali condizioni lo sa —, allora sarebbe impossibile dominare quei rapporti complicati che l’internazionalità della vita economica rende necessari. Se si articola un vero sistema di consigli economici, di circolazione, di fabbrica e simili, che veramente non toglieranno dalla classe operaia tante persone per la direzione come fa la moderna burocrazia, allora, se nella pratica si arriva anche a non minare l’iniziativa dell’uomo amministrativo, allora i fini apparati dell’internazionalismo potranno restare pienamente intatti nonostante la socializzazione. Allora si conseguirà, se i consigli sono veri consigli, cioè istituzioni che danno direzioni alla vita, che questi consigli attraverso la convivenza con gli uomini amministrativi faranno sì che l’uomo amministrativo cui è stata data fiducia possa assumere l’iniziativa nel loro senso nel dettaglio. Le grandi linee delle istituzioni usciranno sempre dalla consigliatura. Quello che giorno per giorno deve essere intrapreso potrà proprio attraverso questo essere tolto dalla consigliatura. In questo riguardo chi pensa la vita economica separata può proprio dalla considerazione di tutti i rapporti che oggi esistono, arrivare a istituzioni che non demoliscono le acquisizioni della vecchia cultura, che però rendono possibile che all’interno di queste acquisizioni per tutti gli uomini sia creata un’esistenza degna di uomini.

Potete chiedere, quali mezzi avrà allora la vita economica separata dello Stato, per attuare quello che come provvedimento è deciso, anche in un certo senso contro le resistenze dei singoli uomini? Oggi certo si pensa che tali attuazioni sono possibili soltanto attraverso mezzi coercitivi. In questo riguardo non ci si è ancora molto allontanati dalle vecchie abitudini di pensiero. Non so quanti uomini abbiano notato che in modo strano si perpetuano tali vecchie abitudini di pensiero. Se io oggi per esempio leggo un certo passo da un certo discorso, molti uomini ne saranno sorpresi. Questo passo — è un’allocuzione a una guarnigione a Danzica — dice: «Le truppe devono vedere l’uomo che si impegna per il loro bene e la miseria e si impegna per la disciplina e l’ordine militare. Se il vero spirito militare vive nella truppa, compenserò la fedeltà con la fedeltà.» Direte, da quale vecchio discorso dell’imperatore avete mai cavato questo? — No, è dal discorso che il ministro della difesa del Reich Noske ha tenuto dinanzi alle truppe volontarie a Danzica. Così si annidano le vecchie abitudini di pensiero. Ma dipende da questo che usciamo da queste vecchie abitudini. Oggi gli uomini ancora non si accorgono affatto come strisciamo nelle vecchie abitudini di pensiero, come poco siamo usciti dalle vecchie cose. Così naturalmente molti si chiedono, chi può solo immaginarsi che per mezzo di una qualche coercizione statale o addirittura militare sia eseguito quello che come provvedimento è deciso: Quali mezzi ha il corpo economico per portare a compimento quello che è nato dal suo grembo in tale modo come è stato descritto? — Ha in futuro un mezzo molto efficace, ma contemporaneamente molto umano, il boicottaggio. Il boicottaggio, che nemmeno attraverso mezzi coercitivi nelle presupposti come l’ho descritto deve essere imposto, ma che semplicemente si produce da sé. Se una cooperativa per un ramo di fabbrica e di consumo esiste e qualcuno vuol mettersi da parte, non potrà produrre, proprio secondo la legge che allora il cerchio da cui produce sarà troppo piccolo. E in modo simile altri presupposti di una frustrazione dei provvedimenti economici attraverso il boicottaggio naturale potranno essere eliminati dal mondo. Se qualcuno credesse che il resistente potrebbe allora stesso arrivare a una cooperativa così grande da poter concorrere — costui deve soltanto riflettere sulle vere leggi della vita economica e saprà che lui, prima di arrivare a questa concorrenza, dovrebbe andare in rovina molto prima.

Questo deve cercare come pratica di vita dietro la triarticolazione, che questa triarticolazione fa i conti con le realtà e vuol creare il terreno a queste realtà. Certamente si dovrà prendere sul serio alcune cose che oggi ancora molto contraddicono le abitudini di pensiero umane. Si dovrà prendere sul serio quello che ho già esposto nelle conferenze precedenti, con l’emancipazione della vita spirituale. Con questa vita spirituale si avrà da realizzare qualcosa che in realtà ha sempre giaciuto nei richiami del pensiero socialista, ma che oggi è male compreso. Vi ha giaciuto che deve venire qualcosa di così nuovo, ma si è sempre avuto un pensiero poco chiaro su questo. Si è detto sempre di nuovo dal lato del socialismo: Al posto della concorrenza, del trarre profitto deve subentrare l’amministrazione oggettuale. — Esatto. Deve subentrare soprattutto nel campo della vita spirituale. Là sarà certamente necessario che questa vita spirituale possa amministrarsi da se stessa. Puramente dalle osservazioni sulla natura umana avremo modo attraverso una pedagogia di massa di creare qualcosa veramente fecondo per il futuro. So che per molti oggi forse dico qualcosa di pazzo, dicendo: se vogliamo socializzare in modo sano, allora prima di tutto dobbiamo portare all’espressione la forza umana e la capacità umana in modo che l’uomo per tutta la sua vita normale possa stare con vigore nella realtà.

Questo si mostrerà soprattutto nell’amministrazione libera dell’educazione. In altri campi si è già mostrato in modo poco gratificante, in quanto i rapporti di promozione nel vecchio Stato hanno fatto in modo che nei più alti posti di consiglio di regola stessero i vecchi signori che allora volevano possibilmente poco più avere a che fare con la cosa. Dall’auto-amministrazione dello spirito risulterà in futuro proprio la necessità che questi vecchi signori avranno i più diversi compiti dirigenti. Ma per questo devono essere giovanili di spirito. La nostra scuola statale mina la giovialità di spirito. Questa giovialità di spirito non si era trovata certamente nella Direzione delle Ferrovie del Reich, scusa, della Ferrovia del Reich — si era detto Direzione delle Ferrovie del Reich, perché gli incarichi erano per lo più occupati da anziani —, non si era trovata. Necessario sarà che del primo grado della scuola, che può svilupparsi soltanto nella libera vita spirituale, possiamo formare da una completa antropologia, affinché non come accade ora, le forze umane di pensiero e di sentimento e di volontà siano sviluppate in modo che la vita successiva non sia capace di sostenerle, ma le indebolisca. Dobbiamo negli anni in cui l’uomo deve sviluppare il pensiero, il sentimento e la volontà, formare tutto in modo da creare una base per la vita. Mai può essere recuperato dall’uomo quello che si può raggiungere negli anni della giovinezza. Ma soltanto quando la scuola è amministrata dalle proprie leggi della vita umana, non dalla corporazione statale, allora può essere possibile che la forza del suo vigore non sia indebolita per tutta la vita. E per la vita sociale sarà necessario che in futuro non soltanto un sapere ci appropriamo attraverso le istituzioni scolastiche, ma che impariamo a imparare, dal vivente sempre a imparare di nuovo. Appare oggi ancora strano quando si dice che un’educazione scolastica veramente configurata secondo le cose ci darà nel futuro anziani completamente diversi da quelli che abbiamo oggi.

Vedete, là è necessario che emergano cose nuove, cose che ora non sono pensate. La gente oggi ancora fa facce stupite quando le si parla di avere la vita spirituale in modo che potesse seguire le sue proprie leggi. Non possono immaginarsi nient’altro che una vita spirituale amministrata dallo Stato, perché non hanno nessuna idea di quello che l’uomo è in sé nella società umana. Le cose sono gravi oggi, e coloro che vogliono prendere le cose alla leggera, non arrivano oggi a quello che ci è così necessario, al risanamento dell’organismo sociale. Si deve vedere continuamente come in modo strano la gente va avanti nelle vecchie abitudini di pensiero, come si sollevano al massimo per dire una volta, questo è per noi così poco chiaro, quello che dice. Certo, tali cose che hanno la forza in sé di generare una realtà duratura, devono in primo luogo essere prese come qualcosa che per noi è poco chiaro, perché si deve abituarsi, attraverso l’occupazione con esse, ad appropriarsi in modo conforme alla realtà una nuova concezione della vita. Oggi abbiamo il dovere di riflettere sui nostri istinti profondi. Se riflettunamo su di essi, allora saremo in grado di riconoscere in chiarezza quello che sembra poco chiaro. Se oggi molte persone dicono che gli impulsi dell’organismo sociale triartiolato siano poco chiari, allora è radicato spesso nella vecchia, rovesciata educazione scolastica che ha allontanato gli uomini dal giungere a un vero pensiero concentrato, alla concezione di pensieri conformi alla realtà. E così siamo nella posizione di dover dire da un lato quello che è necessario, dall’altro di dover lottare perché non si crei dal vecchio rovesciamento e dalle vecchie abitudini di pensiero nuove cose nel mondo. Se oggi molte persone dicono sempre di nuovo: Qual è il cammino? Come si fa? — Vorrei sapere quale fosse un cammino più chiaro di questo dell’organismo triartiolato se solo si lo vuol percorrere. Ma pensate una volta quello che prima dovrà accadere se si lo vuol percorrere. Quello che continua come governo dalle precedenti evoluzioni, dovrà dirsi un giorno: Conserviamo tutti i rami che si riferiscono alla vita giuridica, alla sicurezza pubblica e simili. Riguardo alla vita spirituale, cultura, istruzione, idee tecniche da un lato, riguardo alla vita economica dall’altro, su industria, commercio, mestieri e così via, saremo un governo di liquidazione. La nostra epoca ha bisogno di questo come qualcosa di immediatamente pratico: la visione che i governi, provenienti dalle vecchie usanze e abitudini, possano raccogliersi dicendo questo come è stato indicato; buttare via verso sinistra e verso destra la vita spirituale e quella economica affinché queste possano formarsi e amministrarsi da loro stesse.

Soltanto l’iniziativa può rimanere presso i governi finora, perché si sono già una volta sviluppati dalle vecchie situazioni, ma devono avere l’altruismo di diventare governi di liquidazione verso sinistra e verso destra. Questo è ciò che richiede il grande conteggio. Chi lo chiama impratico, posso comprenderlo, perché non riesce a ripensare quello che i secoli hanno martellato nella sua testa. Ma oggi stiamo dinanzi alla necessità di togliere dalla testa quello che i secoli vi hanno martellato. Oggi stiamo dinanzi alla necessità di prendere le cose con la massima serietà, perché soltanto questa massima serietà è la cosa veramente pratica. Questa serietà si unirà allora con tali conoscenze come sono necessarie e che vi ho addotte riguardante la configurazione della vita economica, grandezza o piccolezza di queste o quelle cooperative, fissazione dei prezzi e così via. Ma questi sono compiti che incombono concretamente e praticamente e ai quali dovremo deciderci, perché questi sono le fondamenta di una vera socializzazione, il fondamento per una vera configurazione sociale della vita umana. Questo vogliono, anche se non possono ancora dirlo, le comunità di consigli che vogliono elevarsi dalla grande comunità del popolo. Per questo avrebbero dovuto essere sorpresi gli uomini dei sistemi dei consigli, specialmente tutti coloro che credevano di essere già giunti sufficientemente a quello che si chiama socializzazione. Oggi si vive cose strane.

Ho dovuto oggi pomeriggio, perché me l’hanno portato, leggere una proposizione strana, che, desidero dire, dovette essere accolta da me con i sentimenti più curiosi in questo tempo serio. Allora lessi in connessione ai impulsi di questo organismo sociale triartiolato la proposizione seguente. Non si crederebbe quasi:

«Non si tratta nel presente conflitto di trovare un’idea o di mettere il giusto uomo a capo, ma di come l’idea socialista deve essere trasformata in realtà. Non si tratta di begli schemi, ma dell’esecuzione.»

Ora vi chiedo, signori molto onorati, come si può eseguire se non si ha nulla da eseguire? Tali cose vengono dette oggi in buona fede, da buone intenzioni. Ma non sono nulla altro che un sintomo di quanto poco senso e intelligenza gli uomini hanno per quello che deve accadere. Qualcuno presentasse lo schema di una casa e qualcuno gli muova l’obiezione: Non si tratta dello schema della casa, ma dell’esecuzione. — Allora si potrebbe ben domandare: Dov’è il vostro schema? Dove si mostra? — Staremmo silenziosi se il vostro schema si mostrasse, perché parliamo veramente soltanto chiamati dai fatti.

Che tali cose siano oggi possibili, che un tal pensiero di fronte alla serietà del tempo sia possibile, è quello che continuamente e ancora rende addolorato quando si pensa alla possibilità e alla necessità di quello che deve accadere. Dobbiamo oggi essere compresi, proprio noi qui nell’Europa centrale, dalla serietà della situazione. Perché soltanto attraverso il fatto che oggi disabituiamo i uomini dal pensare e parlare fuori dalle cose — perché mai guardiamo dentro alle cose —, soltanto attraverso questo eviteremo il grande danno. Si ha bisogno oggi della possibilità di creare dalla più ampia massa dell’umanità. Se qualcuno prova questa possibilità, allora gli si fa l’obiezione che suggestionerebbe le masse, perché le masse non capirebbero questo. I circoli dirigenti non hanno alcuna idea di quello che tutto oggi le masse comprendono negli intelletti intatti, di cui loro stessi nulla comprendono perché non vogliono comprendere. Queste cose sono un problema del tempo, e non mi tiro indietro dal parlarne, per quanti dubbi vengano mossi su suggestione e simile, perché dico fondamentalmente soltanto quello che uscirebbe dai cuori e dalle anime della gente stessa se giungessero alla chiarezza su quello che vive in questi cuori e in queste anime. Voglio soltanto portare alla chiarezza quello che vive nei cuori e nelle anime. Ma molte persone oggi vogliono saperlo completamente, perché temono la convivenza con coloro che portano chiaramente nel loro cuore le richieste del tempo. Su questo si sente parecchio dalle varie voci del tempo. Così scrisse poco fa un signore da un sentimento del tutto particolare nella rivista molto letta «Die Hilfe» — e non è socialista, ma vuole essere una rivista sociale, in riviste socialiste si possono oggi leggere già cose simili —: Non possiamo ora socializzare. — Non arriva a questo, che non sa come si fa. Ma naturalmente non la causa a se stesso ma agli altri perché non ha idea di come debba avvenire la socializzazione. Allora dice ingenuamente nel suo articolo: «Il capitalismo ci ha rovinato gli uomini… Sì, chi potesse disporre di un popolo di uomini sani, lieti nel lavoro, allegri, generosi, ai quali la fraternità fosse un concetto pieno di vita e non, come a noi, soltanto una parola d’ordine, costui potrebbe osare di introdurre il comunismo da un giorno all’altro.»

Ora vi chiedo, non dovrebbe nessuno uomo nel mondo avere avuto la necessità di introdurre il comunismo se vivessimo in un ordine sociale nel quale gli uomini sono sani, lieti nel lavoro, allegri, generosi e nel quale soltanto vive la fraternità? Vedete, questo è il mondo di pensieri d’oggi. Gli uomini non avvertono affatto quello che poco tempo fa hanno ancora detto. Veramente non avevano avuto bisogno di pensare a un ideale del socialismo se gli uomini fossero stati come dovrebbe essere data loro la possibilità di essere, proprio attraverso la socializzazione.

Una cosa gli uomini non pensano mai: se l’organismo naturale è sano, allora l’uomo non sente quello che è la salute dell’organismo naturale. Allora deve prima cercare nella salute, ma può allora la comunità della sua anima, se vuoi la gioia della sua anima. Se però l’organismo è malato, allora sente il dolore, allora il dolore dell’organismo è parte della sua esperienza d’anima. Allora nessuno può venire e dire: non ti posso guarire, perché potrei farlo solo se prima ti sentissi sano nell’anima, se avessi comunità, gioia nell’anima. — Dobbiamo aspirare all’organismo sociale sano. Questo è quello che importa. Non dobbiamo domandare come il signore di cui ho parlato: Ma dove dovremmo trovare uomini per questo? L’umanità deve prima essere educata per il socialismo! — Pensate al mitico eroe di Munchhausen che vuol sollevarsi nella aria tirandosi per i capelli. No, il socialismo deve essere là affinché gli uomini possano essere educati.

È facile chiamare gli uomini immaturi quando non si è in grado di giungere a impulsi maturi. Nostro compito nel presente non è di accusare l’umanità, ma di creare condizioni che facciano sì che non sia più necessario accusare l’umanità nell’attuale misura. Per questo l’impulso di cui qui si parla si pone il compito di indagare le condizioni dell’organismo sociale sano. Non si andrà avanti finché non sia svegliata la comprensione per questo organismo sociale triartiolato. Allora desidero vedere, se in un numero sufficientemente grande di uomini — e questo è quello che importa oggi — è presente la comprensione per quello che deve accadere, quale governo potrebbe opporsi a tale comprensione! Sotto altre presupposti non avanziamo con nessun esperimento.

Oggi si deve prendere la fatica di suscitare la comprensione nei circoli più ampi. Questo può andare più veloce di quanto si creda. E deve andare più veloce di quanto si creda, perché le frasi sulla imaturità degli uomini sono pronunciate soltanto da coloro che sono loro stessi immaturi. Non abbiamo tempo per sognare che si avrà bisogno di lungo per socializzare. Se si vede la possibilità pratica di stare sulle tre fondamenta del spirituale, del giuridico, dell’economico, allora si riconoscerà che su queste tre fondamenta una vera socializzazione può essere condotta. Ma si deve decidere di non stare fissi ai vecchi pregiudizi. Si deve decidere di veramente reapprendere. Lo stesso signore di cui ho già parlato dice ancora la bella frase: «Ogni rinnovamento che tenti di precedere questo sviluppo», intende lo sviluppo verso uomini generosi, amichevoli, soddisfatti, «deve fallire perché non trova appoggio nel sentimento del popolo.» — Nel sentimento di questo signore non lo trova certamente. Su tali sentimenti deve, se non si possono migliorare, essere semplicemente oltrepassati, perché l’umanità non può continuare a essere frenata da vecchi pregiudizi e vecchie abitudini di pensiero. Abbiamo oggi necessità che andiamo in profondità in noi, che internamente riformiamo e rivoluzioniamo il nostro sentimento e il nostro pensiero. Allora troveremo negli uomini la cassa di risonanza. Non dobbiamo suggerire nulla agli uomini, dobbiamo soltanto trovare la chiarezza per quello che essi legittimamente vogliono. Dobbiamo soltanto fare il lavoro della fiducia e non temere questa collaborazione con i più ampi strati, allora serviremo nel vero senso della parola alle richieste del tempo attuale.

Oggi deve, come voglio dire ancora questa volta, ognuno prendersi a cuore la parola significativa: Devo imparare a comprendere quello che deve essere fatto, dalle apparizioni del tempo, dai fatti che parlano ad alta voce prima che sia troppo tardi. E potrebbe presto diventare troppo tardi, cosa che più di tutti rimpiangerebbero coloro che non si sono abbassati a trasformarsi dal potere che si sono acquisito, affinché comprendessero veramente queste nuove richieste del tempo e potessero mettersi al loro servizio. Mettersi al servizio del tempo, anche se dobbiamo reapprendere nel nostro intimo più profondo, questo deve diventare il compito di tutti gli uomini, prima che sia troppo tardi!

8°L'impulso all'organismo tripartito come esigenza pratica immediata

Stoccarda, 31 Maggio 1919

Conferenza per l’assemblea della Federazione per la Triarticolazione dell’Organismo Sociale

L’assemblea è aperta dal presidente, signor dottor Unger, con le seguenti parole:

Signore e signori onorati! Apro in nome della commissione esecutiva della Federazione per la Triarticolazione dell’Organismo Sociale la seduta di oggi. Forse mi permetterete di dire poche parole sull’appello che trovate nei vostri posti. Coloro tra gli onorati presenti che hanno partecipato anche a ieri al nostro evento hanno sentito che nel presente momento si tratta di portare con forza alla realizzazione gli impulsi della triarticolazione dell’organismo sociale. Poiché ora è soprattutto l’emancipazione della vita economica dallo Stato unitario che è promossa, dobbiamo renderci conto nel senso delle esposizioni del signor dottor Steiner, che questa emancipazione della vita economica può avere significato per il risanamento dell’organismo sociale solo se contemporaneamente dallo Stato unitario viene libera l’organismo spirituale, l’aspetto spirituale dell’organismo sociale. A questo sono necessari forti impulsi che dovrebbero vivere in ogni singola anima umana come gli impulsi della libertà. Questi impulsi sono necessari all’iniziativa propria, affinché la vita spirituale possa stare sui propri piedi. È necessario un impulso rivoluzionario per la vita spirituale, per la socializzazione della vita spirituale, affinché in verità tutti i circoli possano partecipare e vogliano partecipare a una completamente nuova ricostruzione della vita spirituale. In collegamento con quello che è stato detto alla risposta alle domande della sera precedente da parte del signor dottor Steiner sulla fondazione immediata di un consiglio culturale, ci abbiamo permesso di proporvi questo volantino. È nato da ieri a oggi, e voglio soltanto in poche parole riassumere quale fosse l’impulso della sera precedente. Trovate nel volantino una dichiarazione di adesione, e contiamo su personalità che in propria iniziativa sviluppino la volontà di affrontare una nuova fondazione della vita spirituale. Chiediamo di usare questa dichiarazione di adesione e di consegnare il foglio, nel quale dovranno essere indicati nome, professione, residenza e tipo di collaborazione, a quelle personalità che nel corso della presente sera, in ultimo al banco d’uscita, saranno disposte ad accettare queste dichiarazioni di adesione. Mi permetta di segnalare ancora che nel retro della presente cartolina d’ingresso c’è una dichiarazione sui suggerimenti del signor dottor Steiner, e che in particolare la collaborazione e la diffusione della triarticolazione debbono essere intraprese. Chiediamo di usare anche queste cartoline, particolarmente da parte di quelle personalità che non hanno ancora potuto prendere la decisione di aderire alla Federazione per la Triarticolazione dell’Organismo Sociale. Mi permetta, ancora al termine della presente sera, di richiamare l’attenzione sul fatto che la cartolina come il foglio dell’appello possono essere consegnati all’uscita.

Ora devo invitare il signor dottor Steiner, l’oratore di stasera, a prendere la parola.

Dottor STEINER: Signore e signori onorati! Quando oggi si parla come deve avvenire dallo stato d’animo che è la base e rimane la base dell’impulso della triarticolazione dell’organismo sociale, allora si sa, perché si è dovuto seguire con anima calorosa gli eventi del presente, che si parla dentro la tempesta. Se anche questa tempesta per molti uomini oggi è ancora impercettibile, questa tempesta comunque c’è; e deve riempire di grande stupore se, come è accaduto, dalla incoscienza di questa tempesta viene la risposta che si ha a che fare con un’ideologia, con un’utopia. Dagli eventi del tempo sarà tratto quello che nella presente sera deve occuparsi della confutazione di questo pensiero, che si ha a che fare con l’impulso del tripartito organismo sociale con un idealismo impratico, con un’utopia o con una qualsiasi ideologia.

Poiché questo appello naturalmente proviene anzitutto da un’esperienza personale, mi permetterete se lo stupore in cui si può cadere di fronte all’accusa di ideologia e di utopia porta a una breve considerazione introduttiva che forse potrebbe essere trovata personale. Tuttavia è troppo vero che oggi tutto ciò che è personale e non si limita a incapsularsi in se stesso, che sa vivere con l’umanità, attraverso la gravità degli eventi attuali, può essere contemporaneamente qualcosa di molto universalmente umano e forse proprio sintomatico per l’universalmente umano in questo presente così grave e di fronte a un futuro indubbiamente ancora più grave.

Dapprima era nell’appello «Al popolo tedesco e al mondo della cultura», dove nella forma come è ora inteso dalla Federazione per la triarticolazione sociale, di questa triarticolazione sociale era stato parlato. E poi nel mio libro «I punti fondamentali della questione sociale nelle necessità di vita presenti e future». — Queste cose non sono state stimolate senza ragione da un uomo che ha potuto volerle stimolare solo alla fine del suo sesto decennio di vita. Non sono affatto nate da richieste escogitate o architettate. Sono nate dalla piena vita e dalla sua osservazione, e forse ancora oggi non sarebbero venute alla luce pubblica se colui che le ha presentate alla luce pubblica non fosse giunto dalla forza degli eventi attuali alla convinzione che in questo tempo grave accade tanto di impratico, che nella testa degli uomini penetra tanto di ideologico e di utopico che colui che ha da opporre qualcosa di pratico ha semplicemente il dovere sacro di parlare da questa pratica di vita. E tuttavia — l’eco suona: utopia, ideologia, idealismo impratico!

Così, mi scusiate per qualche osservazione personale all’inizio. Non ho sentito dalla voglia personale la spinta di comparire con questa cosa dopo che per decenni mi ero sforzato di fare nel campo che viene in considerazione, quello spirituale, quello che potevo fare da me, al fine di rimettere sui piedi questo campo, dopo che la nostra cultura del nostro tempo secondo la mia opinione l’aveva capovolto. Dopo che per decenni mi ero sforzato nel lavoro nel campo che chiamo scienza dello spirito, non sono stato spinto dall’interesse personale all’espansione attraverso gli altri due campi, ma dalla necessità che l’epoca attuale pone all’uomo. Questa stava in piedi minacciosa come la grande preoccupazione culturale dinanzi a me decenni fa, che la nostra vita spirituale, mentre da un lato proprio dalla sua natura particolare nel campo della scienza naturale ha dovuto celebrare i più grandi trionfi, non è capace di afferrare la vera vita umana, questa vita che va al di là di quello che cresce puramente dalla natura.

Che questa vita spirituale dovrebbe quindi rimanere incapace — stava dinnanzi al mio occhio spirituale come una preoccupazione culturale minacciosa — per l’afferrare del grande problema sociale che è posto all’umanità proprio nel presente. Perché il problema sociale è in ultima analisi uno spirituale. Nessuno è capace di afferrarlo nella sua verità chi non può afferrarlo dallo spirito. Là, nell’afferrare lo spirituale, sentii anzitutto la mia patria, la patria nella quale non fui nemmeno sentito in quella maniera come avrei desiderato, affinché passasse quello che era soltanto parola nella realtà, nella trasformazione di quella vita spirituale che non era più capace di penetrare veramente la vita umana. Tuttavia, avrei volentieri rimasto su questo terreno se dai eventi degli ultimi anni non fossero sorte quelle cose che hanno così fortemente mostrato come l’umanità insegue utopie e ideologie e non arriva a prendere il prossimo pratico diversamente che da una grigia teoria o da dottrine di partito.

Nel mezzo del tumulto della guerra, come credetti venuto il tempo quando si poteva pensare che l’umanità cominciasse a comprendere che un’ulteriore prosecuzione degli eventi bellici dovesse condurre la rovina dell’Europa orientale e centrale, allora per la prima volta annotai quello che ora è venuto fuori come il progetto di un piano dell’organismo sociale triartiolato. Perché vidi durante questi eventi bellici sorgere un’utopia terribile, un’utopia che disgraziatamente attraverso le particolari circostanze del tempo aveva un effetto molto reale. Poteva avere un effetto molto reale perché aveva due proprietà. Era in tutto quello che formava il suo contenuto una pura utopia, e era attraverso le circostanze concomitanti qualcosa che era stato messo nel mondo dall’interesse di gruppi umani ed era adatto a ingannare quelli che si considerano pratici mentre inseguono comunque tutte le possibili utopie, — questi uomini su come da pure e in questo caso anche economiche motivazioni umane proveniva questa utopia. Si poteva vedere come questa utopia sorgeva all’orizzonte culturale del presente. Si poteva vedere come questa utopia nel mondo occidentale non soltanto funzionava sugli uomini in modo da metterli in stato d’animo, ma come questa utopia — perché coincideva con interessi abbastanza reali che però non venivano espressi in lei, nel suo contenuto —, come questa utopia poteva anche mettere in piedi eserciti e spingere navi sui mari. E sempre più grande e più grande divenne il seguito per questa utopia nei paesi occidentali.

Questa utopia infine prese la forma dei cosiddetti «Quattordici Punti» di Woodrow Wilson. In Germania non aveva allora senso, in Svizzera, dove durante la guerra era necessario parlare la verità in questa direzione, l’ho sempre di nuovo ripetutamente sottolineato il carattere utopico da un lato e il carattere economico proveniente da ragioni puramente occidentali dall’altro di questo cosiddetto programma wilsoniano. Questa utopia ha agito così fortemente che nell’autunno 1918 non soltanto dalla parte dell’Intesa il seguito per questa utopia era completo, ma che alla capitolazione militare tedesca si è aggiunta la capitolazione dello spirito, la capitolazione dinanzi all’utopia wilsoniana da parte dell’uomo verso il quale come verso un’ultima speranza il popolo tedesco nei giorni del suo destino ha guardato. Mentre questa utopia mondiale non era ancora formata nei cosiddetti «Quattordici Punti» ma solo stava per nascere, ho tentato di scrivere giù quello che come realtà dell’Europa centrale avrebbe dovuto opporsi a questa utopia mondiale. Da nessuno di quelli che avrebbero dovuto sentire la cosa, si poteva trovare comprensione per quello che attraverso il suo carattere pratico avrebbe dovuto combattere un’utopia mondiale.

Allora era considerato molto pratico gridare al mondo la parola: Il potere e il diritto devono prevalere tra gli uomini. Sono statisti che giungono soltanto alle grigie definizioni di «potere» e di «diritto», che però non riescono a prendere concretamente una cosa reale, una realtà anche veramente. Mai usciremo dalla confusione e dal caos finché non saremo capaci di prendere veramente qualcosa di veramente pratico praticamente.

Dissi, non potevo e in certo modo non potevo nemmeno prima del completamento del mio sesto decennio di vita portare questa cosa dinanzi alla luce pubblica. Perché questa cosa guarda indietro a quello che io stesso avevo vissuto come bambino proletario tra proletari, dove mi divenne chiaro quello che dalle anime e dalla risonanza delle esperienze economiche e dei fatti economici dell’attuale, cioè di allora proletariato negli anni sessanta e settanta del diciannovesimo secolo si innalzava. Ho imparato a conoscere quello che oggi si chiama lotta di classe attraverso il fatto che il destino mi ha dato abbondanti occasioni di conoscere le classi stesse. Ho imparato a conoscere il proletariato come membro di questo proletariato. Ho imparato in seguito tutte le manifestazioni della borghesia a conoscenza con la sua miopia di fronte alle vere esigenze pratiche del tempo, con la sua costrizione nei suoi rapporti particolari, con il suo disinteresse per tutto quello che va al di là di questi rapporti particolari. Ho anche imparato dalla comunanza immediata della vita a conoscere quella classe di uomini che oggi fa l’alta politica, e in questo modo davanti al mio occhio spirituale si pose quello che vive nel tempo: la lotta tra le singole classi umane. Mi si sono avvicinati i bisogni, le esperienze e i destini di vita di tutte quelle classi delle quali oggi si deve parlare perché sta iniziando il grande conteggio riguardo alle differenze di classe. Mi è dovuto restare lontano dalle circostanze soltanto una cosa. Anche questo mi è rimasto profondamente lontano. Mi è dovuto restare lontano dalle circostanze ogni collaborazione con qualsiasi partito individuale. Mai in mia vita ho appartenuto a nessun partito. Ho avuto relazioni con innumerevoli uomini di partito, ho imparato a conoscere innumerevoli schabloni di partito e opinioni di partito. Mai ho appartenuto a un partito. In Austria, dove ho passato la mia giovinezza, non potevo né votare né essere eletto, per la semplice ragione che allora tali uomini non potevano votare e non potevano essere eletti, che non avevano un reddito annuo che salisse fino a una certa altezza. Più tardi non sono mai stato in un luogo dove mi fosse stata data la possibilità di andare alle urne, per la semplice ragione che durante il mio passaggio per due altri paesi non sono mai diventato un abitante legittimo di questi paesi.

Le situazioni di partito, gli schabloni di partito non collaborano con quello che oggi come l’impulso del tripartito organismo sociale si presenta davanti al mondo. Tutto ciò che funziona è soltanto quello che si può acquisire in una vita che ci si è presi il compito di acquisire sopra i bisogni, le richieste, gli altri rapporti di tutti gli uomini che stanno gli uni accanto agli altri nelle diverse classi. Se quindi da tali fondamenti oggi si traccia un cammino pratico di vita, allora si sente in risposta a questo cammino pratico di vita, è un’utopia, è un’ideologia. Per me questo è un sintomo culturale, che oggi proprio quello che combatte tutto l’utopico può essere tenuto per un’utopia dai molti utopisti che stanno in partiti o in altri posti dell’umanità. Posso dire che dai bisogni dello speziare, dai bisogni del giornaliero fino ai bisogni di coloro che come grandi capitalisti, di coloro che, ci sono anche tali persone, come diplomatici negli ultimi decenni hanno partecipato al destino mondiale, tutto è confluito in quello che nel appello naturalmente per primo deve essere riassunto in un paio di frasi. È confluito anche quello che dalle esperienze dell’insegnante di scuola popolare fino alle esperienze di coloro che appartengono all’istruzione superiore oggi può fluire nella pratica di vita. Soltanto attraverso questo mi è sembrato e sembra possibile guadagnare un punto di partenza per quello che ci è oggi posto come il grande compito sociale del presente.

Come si esprime questo compito sociale del presente? In quello che il droghiere nel suo piccolo libretto con il matita non ancora consunta iscrive come i suoi introiti e le spese fino a quello che come l’impulso spirituale dovrebbe fluire per dare all’umanità una direzione e un’obiettivo. In tutto questo risiedono oggi grandi e ampi compiti, senza la considerazione dei quali nulla può essere affrontato dal più piccolo al più grande riguardante quello che ci è dovuto come compito sociale.

Ho parlato poco fa di, sì, chiamatela trasformazione, chiamatela riformazione della natura spirituale. L’ho considerato come la mia vera patria, e ho detto: Mi stava davanti come una grande preoccupazione culturale che questa vita spirituale, come si è furtivamente insinuata reazionaria e conservatrice nella nostra epoca, è idonea a fondare grandi conoscenze naturali, che però deve rimanere completamente sterile per una vera comprehensione dell’essenza sociale, per una vera generazione di una volontà sociale. Questo è oggi, si potrebbe dire, tangibile.

Guardiamo a quello che è stato generato dall’inabilità di estendere la forza spirituale sulla volontà sociale. Quando negli ultimi tre o quattro secoli, nei quali l’umanità ha cominciato, provenendo da stati prima istintivi patriarcali, a riflettere sull’economia nazionale, allora emersero dapprima tutte le specie di visioni su come si dovesse configurare l’economia nazionale, visioni su cui non ho da parlarvi oggi, che anche sono ormai superate. Ma infine sfociarono in quello che da una parte della mente e dall’intenzione della scienza universitaria si è configurato in economia nazionale, che però non è nulla se non il precipitato di visioni borghesi sull’economia nazionale. E si cristallizzarono dall’altra parte a quello che più chiaramente, più fortemente, più ampiamente nel marxismo è venuto all’espressione, nella concezione sociale di Karl Marx, che però non è nulla se non l’immagine speculare di quegli impulsi da cui il proletariato vuol che sia condotta l’economia nazionale.

Quali sono i tratti caratteristici di questi due flussi? Se li sottolineiamo, contemporaneamente sottolineiamo quello che nel presente non è pratico, ma il contrario di tutta la pratica, quello che è ideologia. La scienza universitaria, non ha portato infine a nulla se non al fatto che riguarda ogni volontà sociale di grande stile come qualcosa di impossibile e ritiene le piccole misure di riforma sociale per grandi fatti. Nel resto questa economia nazionale universitaria si è dichiarata impotente di fare altro che registrare quello che già gioca nell’economia nazionale, o come si può anche dire, nel linguaggio di questa scienza stessa esprimersi, di afferrarlo storicamente e statisticamente. Attraverso questo afferrare storico e statistico non è venuto fuori nulla se non una paralisi completa di tutta la volontà sociale. Si prese quello che vive nella società storicamente, cioè si annotò quello che avveniva. Si prese statisticamente, cioè si registrarono i numeri su quello che accade, e si uccise così ogni impulso per qualsiasi volontà sociale, così che tutta la volontà sociale nella pratica si esaurisse in piccolezze. Quello che però la vita veramente portò era vuoto di ogni impulso di volontà reale, mentre il tempo già da lungo stava ponendo i grandi compiti sociali. E questo veramente portato dalla vita, perché fluiva in assenza di pensiero e di volontà, sfociò infine nella catastrofe mondiale che è il grande assurdo di questa non-volontà sociale. Dall’altro lato, il proletariato asservito alla tecnica, nella fabbrica, nel capitalismo che corrompe l’anima si volse entusiasta al marxismo, perché vi vide in esso la critica più splendida, la più maestosa, che esso stesso sentiva nel suo cuore contro quell’ordine di società che doveva combattere perché questo ordine di società non gli dava parte nei suoi beni materiali e spirituali.

Questo marxismo, splendido, possente come critica sociale, qual è il suo nervo vitale? Il suo nervo vitale è: lo sviluppo va da sé. Gradualmente nei tempi più recenti le forme economiche si sono configurate cosicché i mezzi di produzione gradualmente sono passati a trust o altre associazioni. Questo è il cammino su cui il proletariato è stato espropriato, ma è anche il cammino su cui completamente da sé deve accadere l’espropriazione degli espropriatori. Quel che gli uomini potranno fare nella richiesta, lo sviluppo deve andare da sé. — Con questo era stata pronunciata l’opinione più impratica, la confessione che lo sviluppo debba andare da sé, che l’uomo sia asservito alla ruota della storia, che debba aspettare finché le forze storiche economiche attraverso la loro obiettività separata dall’uomo, da sé producano quello che poi al più largo cerchio del proletariato dovrebbe diventare salvezza.

Allora venne la catastrofe mondiale. Ha mostrato, tutti i discorsi di auto-sviluppo sono nati soltanto dalla paralisi della volontà umana. La volontà del proletario, che era asservita nella fabbrica, asservita al capitalismo che corrompe l’anima, era attraverso questo asservimento simultaneamente paralizzata, non osava di portare la configurazione mondiale, depose da se stesso la confessione: Anche a noi deve venire la salvezza, non possiamo portarla. — Con questo si confortò, con la confessione di fede: Ci sarà portata la salvezza attraverso lo sviluppo obiettivo. — Questa è la non-praticità della vita e la grande confessione di fede delle più ampie masse proletarie. Ma la grande catastrofe mondiale ha mostrato che ora improvvisamente quello che si era creduto, il raggruppamento dei mezzi di produzione non conduceva a quello che ci si aspettava dallo sviluppo, ma che metteva il proletario stesso come persona in piedi e gli poneva il requisito: Ora agisci! E questo: Ora agisci! Agisci umanamente dalla tua volontà sociale! — questo è sospeso oggi come una tavola risplendente davanti al proletariato.

Se non si è dormito attraverso la vita e se non si è teorico che alle proposizioni che incontra in una visione mondiale dice sì o no. Ma chi prende quello che gli uomini dicono, quello che gli uomini pensano, come efflussi di qualcosa di molto più profondo, come sintomo per gli eventi che avvengono profondamente dentro la cosa, allora si poteva dire a se stesso, gli uomini navigano dentro il disprezzo della pratica, nella paralisi della volontà pratica. In questo stato d’animo, i grandi problemi si sono innalzati, che oggi possono essere risolti solo se la pratica di vita si adatta a unirsi alla non-pratica. In tutte le nostre relazioni di vita è dentro una composizione innaturale di diritti, di lavoro e di quello che deve stare a base del grido per la configurazione sociale nella sua forma vera. Nel resto quello che oggi è combattuto contiene assai più di quello che portano alla coscienza coloro che conducono la lotta. Sì, in ogni punto nel sopraggiungere del nostro così grave tempo si nota il gioco dentro di non-pratico. Il grido per la socializzazione percorre le più larghe file del proletariato, si esprime in impulsi del tutto definiti, si esprime nell’immediata richiesta giornaliera per i consigli di fabbrica.

Se i consigli di fabbrica devono sviluppare un’attività nell’epoca della socializzazione così come è veramente richiesto, come la coscienza del tempo, anche se ancora per molti aspetti inconsciamente, la richiede attraverso i più larghi circoli del proletariato, allora questi consigli di fabbrica devono sorgere sul suolo indipendente della vita economica, che dalla sua struttura interna è separato da tutto il resto, da quello che è vita politica, da quello che è vita spirituale. Con quello che in realtà è detto con questo, che la consigliatura di fabbrica deve sorgere attraverso la libera scelta delle persone che partecipano alla vita economica affinché esse possono darsi costituzioni per il futuro della vita economica, con l’essenza di quello che da profonde ragioni dell’anima inconsce sale su e ricerca azioni, — con questo sono i tempi presenti che si chiamano attori pratico della vita così ignari che una legge è stata progettata sui consigli di fabbrica, che in tutti i suoi singoli punti colpisce il contrario di quello che i consigli di fabbrica dovrebbero essere, che in tutti i suoi singoli punti proviene dalla convinzione che non si dovrebbe andare verso un nuovo futuro. Ma che si dovrebbe conservare quello che interiormente è già morto. Non c’è nessun sintomo più chiaro per la non-praticità e l’utopia del nostro tempo della apparizione di questo disegno di legge che estraneo alla vita. Non è forse venuto il tempo che anche coloro che hanno trovato altrove la loro patria spirituale, dal loro dovere devono parlare perché vedono quanto utopico pervade il tempo, come è infinitamente lontano questo tempo così ricco di routine di vita da tutta la vera pratica di vita?

Abbiamo nel nostro tempo, confusamente mescolato, impulsi che derivano dai tempi primordiali, da quel tempo quando le orde di popoli erano piombate gli uni sugli altri e avevano costruito dominazioni, avevano conquistato il suolo e sulla base della conquista del suolo avevano fondato i diritti del suolo, la conseguenza ulteriore di tutto il resto diritto. Abbiamo nei nostri concetti di diritto e negli impulsi di diritto i più antichi, che ancora si allacciano alla conquista del suolo concetti, ordinanze e leggi. «Del diritto che è nato con te», di questo su molti campi purtroppo ancora non è questione. Questo tempo ha lasciato molto a noi; ha lasciato tutto ciò che è allacciato al suolo nell’economia nazionale. Poi è venuto più tardi il tempo dell’industrialismo, ha portato a quello che oggi è così bruscamente combattuto dai più larghi circoli, al capitalismo.

Che cosa significa capitalismo? Capitalismo non significa nulla se non la proprietà privata dei mezzi di produzione. E così si oppongono l’uno all’altro — appare questo se ci si sforza di abbracciare l’economia nazionale dell’intera terra civilizzata —, così si oppongono l’uno all’altro da una parte quei rapporti che sorgono dallo sfruttamento del suolo nel senso dell’economia nazionale umana, e quelli che sorgono dal possesso dei mezzi di produzione e dal loro sfruttamento nel senso di questa economia nazionale. Pochi uomini lo vedono, fino al minuzia, fino ai cinque centesimi che tolgo dal mio portafoglio per comprarmi qualcosa di insignificante, la lotta economica nazionale gioca tra rapporti di suolo e rapporti di mezzi di produzione. Tutta la nostra economia nazionale è una continua ricerca di equilibrio tra rapporti di suolo e rapporti di mezzi di produzione. Dentro questo siamo costretti come uomini dei tempi moderni con il nostro intero destino di vita su tutti i campi di vita. Quello che ne è uscito, come dalle vecchie strutture aristocratiche della società le strutture borghesi della società sono sorte, lo si può designare con il fatto che attraverso queste strutture borghesi della società il mercato moderno è sorto, su cui offerta e domanda regnano in modo anarchico. Sul mercato appare il capitale, che oggi va di mano in mano, di società in società. Sotto il principio di offerta e domanda agisce la forza lavoro umana, che sta in rapporto salariale, e circolano i beni effettivi, le prestazioni degli uomini.

Tre cose sono state gettate sul mercato dall’ordine della società borghese: capitale, salario e prestazione, e sotto l’influsso di questo ordine della società borghese il capitale è diventato il mezzo sostitutivo per qualcosa che prima sotto il vecchio ordine mondiale aristocratico era apparentemente qualcosa di completamente diverso. Sotto il vecchio ordine mondiale aristocratico, che si basava sulla conquista del suolo, tutto quello che di prestazioni era scambiato tra gli uomini era stato spostato nella sfera del diritto. Dovevamo dare pagamenti al signore; come lavoratore poter mantenere così e così. Tutto questo era stato spostato nella sfera del diritto. Un diritto si aveva di mantenere così e così per consumare, un dovere si aveva, perché l’altro aveva il diritto di mantenere così e così da quello che si produceva al suo servizio. Il diritto regolava nel vecchio ordine aristocratico, cioè il privilegio, il diritto di classe regolava quali fossero i bisogni umani. Molto di questo suona ancora nel seguito nella nostra epoca e continua a vibrare fino al pezzo di dieci centesimi che tolgo dal portafoglio per comprarmi qualcosa. E dentro questo suono penetra l’altro, che è venuto al posto del vecchio ordine di diritti. Penetra quello che rese capitale, lavoro umano e prestazione una merce, regolata da offerta e domanda, regolantesi attraverso la redditività, attraverso la selvaggia concorrenza, attraverso l’egoismo umano più cieco, sotto la cui influenza ognuno vuole acquisire quanto più può da ordine della società. E così al posto dei vecchi diritti intervenne quello che si svolse attraverso il potere economico e il coercizione economica. Al posto dei privilegiati e dei legalmente svantaggiati del vecchio rapporto patriarcale di dominazione e servitù intervenne il rapporto economico della borghesia, fondandosi sulla lotta concorrenziale, sulla redditività, sul rapporto di coercizione economica tra capitale e salario, in quale rapporto è costretto lo scambio di merci, è costretto tutto il formarsi dei prezzi, che dipende dalla lotta egoistica tra capitale e salario. E oggi si vuol configurare — questo è il pratico a osservare —, come più o meno inconsciamente. Ma in molti circoli oggi già consciamente si vuol formare una nuovo ordine della società, che non deve più basarsi sul rapporto di coercizione, non più sul rapporto di coercizione economica, che deve basarsi sulla prestazione e sulla controprestazione nel loro giusto scambio, che deve basarsi in questo riguardo su vera non-egoistica mentalità sociale dentro la società umana. E soltanto colui è oggi un uomo pratico, soltanto colui non lavora contro quello che comunque deve venire, che sente come dai più profondi fondamenti dell’anima umana suona il grido: Al posto dei vecchi privilegi, al posto del vecchio sistema capitale e salario deve subentrare il sistema di prestazione.

Quanti uomini comprendono oggi già tutte le conseguenze di questo grande impulso di vita non evocato dalla volontà umana arbitraria, ma scaturente dallo stesso sviluppo storico, che si è dato un così sanguinoso preludio nel tremendo guerra mondiale? Ancora oggi si può sentire parlare da quelli che pensano in modo socialista, che con tutte le fibre della loro volontà vogliono combattere il capitalismo, — questo è un chiaro sintomo del nostro tempo —, l’operaio deve ricevere il suo giusto salario, in questo consisterà il combattimento del capitalismo. Chi guarda dentro i rapporti sa che per finché ci sarà capitale ci sarà salario. Perché nel mondo reale stanno sempre due contrapposti l’uno accanto all’altro: un polo nord e un polo sud, un magnetismo nord e un magnetismo sud; il positivo ha il negativo, il capitale ha il salario come conseguenza, e chi guarda dentro l’operazione economica del presente, sa come la domanda debba essere risolta: Da dove sarà pagato il salario?

Il salario sarà pagato dal capitale, e per finché il salario deve essere pagato dal capitale, deve esserci capitale. L’anti-capitalismo ha senso soltanto se si sa contemporaneamente che con il capitale il sistema salariale stesso deve scomparire, che deve subbentrare la libera associazione del lavoratore manuale e del lavoratore spirituale nella non-capitalistica ordine economico. Una libera associazione attraverso la quale il lavoratore manuale è il libero compagno del lavoratore spirituale, che non è più capitalista, elimina il concetto di salario, il rapporto salariale, e con il rapporto salariale il rapporto di capitale. Per questo si può parlare del capitalismo soltanto come è stato fatto dal punto di vista della richieste sociali del presente, che sono state discusse nel mio libro «I punti fondamentali della questione sociale nelle necessità di vita presenti e future». Deve partirsi dalla grande verità come stiamo dentro il combattimento reciproco dei diritti di suolo e dei diritti di mezzo di produzione. E deve mostrarsi che per il nostro futuro ordine economico il suolo è nulla se non un mezzo di produzione, che il mezzo di produzione può assumere valore di lavoro solamente finché è in completamento, che da allora non è in possesso di nessuno, che non ha nessuno un vero diritto ereditario su di esso, che da allora passa nella circolazione della società come ho descritto nel mio libro. Allora si arriva anche immediatamente al fatto che il suolo sin dall’inizio è in questo rapporto, che tutta l’ipotecazione del suolo è un’assurdità, che suolo e mezzo di produzione finito non sono merci, ma devono passare in modo diverso da uno scambio contro merci da uomo a uomo. Questo risulta immediatamente dalla pratica di vita del presente.

Che esso risulti immediatamente dalla pratica di vita del presente, è anche visibile dal seguente motivo. Chi oggi non guarda con occhio pratico dentro la vita, colui che può afferrare questa vita soltanto secondo schabloni, secondo concetti di partito o secondo pensieri astratti. Nel presente siamo entrati in un tempo dove l’uomo in senso ancora diverso da quanto mai in un tempo anteriore si è destato all’auto-coscienza. Soltanto l’avversione all’osservazione dell’anima può acciecare oggi gli uomini per il fatto che noi dalla metà del quindicesimo secolo riguardante lo sviluppo dell’anima umana siamo entrati in un completamente nuovo epoca, nell’epoca in cui l’anima umana diventa sempre più conscia e più conscia. Quella classe umana da cui il cui intelletto intatto suona il grido: Lasciatemi come anima venire alla mia piena coscienza umana! — questo è, anche se sorge sotto molti sintomi poco simpatici, l’anima proletaria. E il primo grido per questa auto-coscienza in un’esistenza degna di uomo, quello è: Non deve più il capitale su di me attraverso il rapporto salariale esercitare un ingiusto potere economico coercitivo. Nel salario il proletario d’oggi vede quello verso cui si deve rivolgere se vuol progredire verso la coscienza umana che è semplicemente richiesto dal tempo in cui entriamo col presente. Questo tempo è compito che la prestazione come tale deve essere collocato nel processo economico nazionale. Questa prestazione può esser collocata in questo processo soltanto se attraverso tutte le altre misure quello sia liberato da questo processo economico nazionale che si è allacciato con esso dai vecchi rapporti aristocratici e dai vecchi rapporti borghesi, se il diritto statale, i rapporti politici siano sottratti dal ciclo economico, se la vita spirituale che veramente era stata asservita abbastanza a lungo dallo Stato da una parte e l’economia dall’altra sia sollevata. Per questo con lo sforzo di un ordine sociale in cui la prestazione debba provocare la sua giusta controprestazione — in cui l’uomo debba lavorare per l’uomo, non soltanto uomini per sé — è connessa l’articolazione dell’organismo sociale in quei tre elementi che hanno fuso insieme quello che aveva interessi completamente diversi da interessi universali dell’umanità, che aveva soltanto interessi di ceto, interessi di classe e poteva soltanto avere.

Dagli interessi individuali risulta allora quello che come interessi generali si oppone nel mondo intero. Chi — come ho notato all’inizio dei miei discorsi di oggi, che erano un po’ di colorito personale — ha usato la sua vita per imparare disinteressatamente dalle opinioni dei partiti le richieste di vita di tutti gli uomini, a questi è stata affilata un po’ la vista anche per i rapporti internazionali che sono sorti dalla complicazione della vita economica, della vita giuridica o politica e della vita spirituale. Se non si è dormito sopra quello che è accaduto, allora molti si presentano in questo accaduto come un sintomo molto chiaro per l’impossibilità della complicazione dei tre campi di vita anche nella vita internazionale.

Ricordo uno. Come dal lato della vita politica il Reich tedesco è stato fondato, da Bismarck sempre di nuovo è stata coniata la frase: Questo Reich è politicamente saturo, questo Reich non ha bisogno di espansione. — Questo era dapprima politicamente pensato, era pensato dai impulsi politici dai quali il Reich era stato fondato. Poi intervennero, mentre i residui, il resto di questo modo di pensare politico era rimasto presso i detentori del potere, sempre più mescolandosi con questi rapporti politici, i rapporti economici ed acquisirono il predominio, così fortemente che se si chiedeva una qualsiasi personalità determinante — e ho spesso fatto il tentativo durante questa guerra mondiale — : secondo cosa si aspira in Germania dai fondamenti politici? — non si aveva risposta. Ma risposte furono date molto presto da comunità economiche particolari, cioè comunità economiche volevano decidere su cose politiche. Tali cose si deve soltanto notare nel senso di una vera pratica della vita reale. Da anni ha giocato — mentre in un grovigl si stringevano rapporti nazionali, cioè spirituali-culturali, rapporti economici e rapporti di diritto politico-internazionale — il cosiddetto problema della ferrovia di Bagdad un ruolo fatale. Era che concorre tra le cause che hanno portato all’incendio mondiale. Da anni il vero attore pratico della vita, il vero osservatore della vita poteva vedere come in un grovigl sempre di nuovo si intrecciavano e si turbavano rapporti economici, politici, culturali nel problema della ferrovia di Bagdad. Come si vedeva risorgere quello che politicamente cominciava con i giovani turchi, che si asserragliavano a Costantinopoli, che posero il sistema politico del liberalismo al posto del vecchio sistema conservatore turco.

Là avevamo dapprima considerazioni politiche. Si mescolarono con considerazioni puramente economiche nel problema della ferrovia del Sandschak e nel problema dei Dardanelli. A ciò si aggiunsero i rapporti culturali della questione slava, rapporti culturali-spirituali di popolo. Nulla aveva preparato questi campi di vita che nel tempo più recente si confondevano pure nella vita internazionale, a portarli in una tale struttura internazionale che non si turbavano, ma che al contrario avrebbero potuto agire compensando uno sull’altro. Colui che dal singolo nazionalità allontana il guardo portando vera esperienza di vita verso l’internazionale, questi vide il terribile tramonto dei popoli dell’Europa da questa complicazione dei tre campi di vita in tutte le grandi domande mondiali del tempo più recente risorgere. Su costui si posò come un incubo: Quando si avrà finalmente comprensione che dalla fonte della vera mentalità popolare sociale deve uscire l’articolazione di quello che non articolato conduce l’umanità nelle crisi e nella disgrazia? La nostra diplomazia era non-praticità, era utopia, era ideologia. Che meraviglia che anche da questo lato quello che le deve opporsi sia visto come utopia, come ideologia, come puro idealismo! Questo ha infine prodotto situazioni riguardanti le quali nel presente ci si dice continuamente: Quando si raccoglieranno finalmente gli uomini per la serietà del tempo, quando si vedranno finalmente che non si tratta di piccoli conti ma di grandi? E poiché si pecca contro lo spirito di questo tempo se da quello che da qualche angolo si riesce ancora a comprendere, se da questo punto di vista quello che naturalmente deve appellarsi all’esperienza di vita, alla buona volontà di esperienza di vita, se si chiama quello non-pratico, se si chiama quello puro idealismo? Quando finalmente ci raccoglieremo per vedere in questo idealismo la vera pratica di vita? Quando si vorrà infine vedere che importa oggi non dire: Questo non comprendo — ma dai fondamenti della vita sentirsela dentro se da qualche parte si parla non da grigia teoria, ma dalla fedele osservazione di questa vita stessa? Altrimenti continueremo ripetutamente a sperimentare per la disgrazia del tempo quello che è il caratteristico del vero filisteo e pietismo. Quando dovette esser costruita la prima ferrovia tedesca, si chiese a un collegio medico, così gente pratica, commissioni, se si dovesse costruire una ferrovia. Ma dissero che non si dovesse costruire una ferrovia, perché quando gli uomini vi dentro viaggeranno sarà dannoso per la salute, o se già gli uomini si trovassero che dentro volessero viaggiare, allora si dovrebbe al meno da sinistra e destra della ferrovia erigere una parete di legno alta, affinché gli uomini davanti ai quali essa passa, attraverso il rapido movimento non ricevano una commozione cerebrale. — Anche oggi gli uomini si temono di fronte al precipitarsi del movimento sociale. Vorrebbero erigere alte pareti di legno perché temono di ricevere una commozione cerebrale. Guai ai deboli che vorrebbero erigere tali pareti di legno, che si temono di fronte alla realtà che potrebbe recar loro una commozione cerebrale. Per questo l’osservazione del tempo continuamente impone di parlare cosicché questo parlare sia consapevole: oggi si parla dentro la tempesta. Anche se questa tempesta per molti è ancora impercettibile, essa c’è. Che diventi percettibile per il numero possibile più grande, sufficientemente grande di uomini, prima che sia troppo tardi.

Parola conclusiva dopo la discussione

PRESIDENTE: Signore e signori onorati, avete con il vostro applauso tempestoso espresso il ringraziamento per le esposizioni del relatore onorato. Apro ora i discorsi di oggi, la questione della triarticolazione dell’organismo sociale e particolarmente anche l’appello che vi è stato consegnato alla discussione e chiedo di consegnarmi i nomi dei relatori di discussione su biglietti.

Posso forse fare osservare che gli appelli che sono stati distribuiti oggi, sono stati distribuiti dalla Federazione per la Triarticolazione dell’Organismo Sociale. La Federazione è responsabile, che ha sottoscritto. Allo stesso modo è con l’appello della presente sera.

Seguirono esposizioni da tre relatori.

Dottor STEINER: Signore e signori onorati! Dopo tutto quello che i miei stimati relatori di discussione hanno parlato, naturalmente non ho moltissimo a aggiungere nella presente sera. Non voglio certo fare rettifiche, ma affinché non nasca un malinteso, voglio richiamare l’attenzione sul fatto che con la capitolazione di fronte all’utopia di Wilson non intendevo nulla di diverso da quello che il relatore di discussione, signor S., ha detto lui stesso. Ho voluto soltanto indicare il significativo e questo secondo la mia opinione consiste nel fatto che abbiamo di fronte a noi nel contenuto di questo suggerimento occidentale un’utopia. L’utopistica si è già sufficientemente manifestata oggi. Un’utopia è quello che pronuncia belle parole e parole che dovrebbero essere ideali, per la cui realizzazione non c’è suolo. In questo senso tutto quello che è apparso in questi «Quattordici Punti» era nella misura in cui doveva portare stati ideali, utopico. Intendo del tutto come il stimato relatore di discussione che però sta dietro qualcosa di completamente diverso, e l’ho espresso io nel mio discorso stesso: dietro sta interesse occidentale altamente reale. Così abbiamo a che fare con un’utopia che in modo abile copre una non-utopia, un interesse completamente reale. E che si sia soccombuto anche in Germania nell’ottobre 1918 a questa utopia, con questo intendevo esprimere che si è creduto in questi giorni — bene, si sarà creduto almeno in certi circoli — che non si trattasse di un’utopia ma di qualcosa che dovesse essere preso come non-utopia. Vorrei sapere per altro motivo ci si fosse consegnati in certo modo a questa utopia. In ogni caso non si è detto: Appelliamo agli interessi altamente reali, egoistici che stanno dietro i quattordici punti e ci consegniamo a questi, ma si è detto, ci consegniamo ai quattordici punti, appeliamo alla loro realizzazione. Così intendo che in quello che realmente è emerso è perfettamente percettibile il vero capitolare di fronte a una vera utopia. Che dietro questa utopia ha steso qualcosa di completamente diverso, in questo io sono naturalmente completamente d’accordo con il stimato relatore di discussione. Anche quello che ho detto nel discorso, corrisponde completamente secondo la mia opinione, con quello che lui stesso ha detto, completamente.

Se devo dire un paio di parole sulla questione sollevata dei consigli di fabbrica, allora rimando al breve commento che ho già fatto nel discorso, che la consigliatura di fabbrica deve provenire dal puro corpo economico, così che semplicemente nei rami da persone spirituali e operaie lavoranti, senza in altro modo oltre che dal fiducia fondata nel lavoro insieme all’inizio il consiglio di fabbrica deve essere impostato sui piedi. Allora ci sono i consigli di fabbrica che hanno la fiducia dei loro collaboratori nei rami. Non si può socializzare negli singoli rami. In questo consiste proprio la non-praticità di questo disegno di legge sui consigli di fabbrica, che è veramente distante da ogni socializzazione. Il veramente pratico consisterà nel fatto che dai consigli di fabbrica emergano gli istituti tra-fabbriche, che devono emergere dal fatto che i consigli di fabbrica, che sono eletti dei singoli rami, formano una consigliatura di fabbrica su un sistema economico chiuso e si danno innanzitutto da soli in una sorta di assemblea costituente una costituzione e inoltre indicano le linee guida di come dai consigli di fabbrica comuni amministrazione sociale i singoli consigli di fabbrica negli rami devono operare nuovamente. Dalle forze della vita economica stessa, della vita economica posta su se stessa, deve uscire quello che da fondamenti sociali umani, non da massime governative burocratiche, lontane dalla vita oggi — bene, lo si chiama nel linguaggio amministrativo «marciare» sebbene questo marciare al presente non assomiglia ancora molto al vecchio marciare militare, piuttosto a uno sgambettare o forse a un nascondersi.

Quello che è stato portato su campi completamente diversi dai stimati relatori di discussione, mi induce soltanto ad aggiungere a quello che ho detto, che nel corso dello sviluppo storico del tempo moderno siamo entrati nell’epoca che ci pone il grande compito di riunire persone che operano spiritualmente e manualmente, che le loro prestazioni possono essere utilizzate cosicché arrivino socialmente al loro diritto nella comunità sociale complessiva in cui si trovano. A questo è necessario che prendiamo seriamente la grande richiesta del tempo al fine di arrivare veramente finalmente a convocare l’uomo al reciproco intendersi da uomo a uomo su campi economico, su campi giuridico, su campi spirituale.

9°Il sociale negli ordinamenti giuridici ed economici e la libertà dello spirito umano

Stoccarda, 16 Giugno 1919

In una serie di conferenze ho cercato di esporre qui in quale misura nel presente si dovrebbe aspirare a un’articolazione dell’organismo sociale in un ambito spirituale con amministrazione autonoma, in un ambito giuridico su basi democratiche e in un ambito economico autonomo. L’idea e la realizzazione pratica di questa concezione sulla triarticolazione dell’organismo sociale era, quando cercava di inserirsi nella vita culturale e spirituale odierna, espressa a quegli uomini dai quali si poteva presumere che avessero imparato qualcosa per la loro azione riguardo allo sviluppo dell’umanità dai fatti così clamorosi e chiaramente parlanti degli ultimi quattro o cinque anni e anche del nostro presente. E si dovrebbe veramente credere che nel presente ogni persona che vive veramente consapevole debba imparare da questi fatti che parlano chiaramente e con forza verso una ricreazione delle cose sociali. Naturalmente non poteva sorgere nel portatore di questo pensiero della triarticolazione l’opinione che coloro che vogliono assolutamente attenersi ai vecchi programmi, alle vecchie opinioni di partito dalla loro intera costituzione spirituale — mentalità è quello che si è abituati a chiamarlo nel tempo moderno — si dichiarassero senza ulteriori indugi a favore di una posizione rispetto a questa idea della triarticolazione dell’organismo sociale. Perché cosa si deve realmente portare in sé per afferrare questa idea come veramente ricavata praticamente dalla vita del presente?

Bisogna poter dirsi: i terribili eventi della catastrofe mondiale di guerra hanno mostrato come le vecchie concezioni sulla vita economica hanno spinto questa vita economica dell’umanità in istituzioni esterne che, infine, quando le singole istituzioni si sono unite negli imperialismi statali giganteschi, dovevano condurre alla catastrofe mondiale. Dovevano condurvi, perché questa vita economica in un certo senso si è sviluppata in modo da abbandonarla, potrei dire, alle sue proprie forze motrici; che si è trascurato di giungere a pensieri economici veramente comprensivi, che avrebbero potuto realizzarsi attraverso le misure economiche. Un uomo che oggi ufficialmente nel ministero del Reich si occupa della ricreazione della vita economica, Wichard von Moellendorff, ha detto poco fa che è sua convinzione che inevitabilmente in ogni caso, anche se la catastrofe mondiale di guerra non fosse venuta, o non fosse venuta nella forma che si è realizzata, la vita economica avrebbe dovuto condurre in una crisi della specie più terribile per la sventura dell’umanità e dei popoli, per la ragione che a questa vita economica mancavano veramente pensieri direttivi fecondi. E intimamente legati a questa vita economica erano le forze che agivano negli stati, che agivano nelle concezioni giuridiche dei popoli. Era infatti finito cosicché nelle concezioni giuridiche dei popoli solo gli interessi economici si esprimevano. E abbiamo dovuto assistere al fatto che le relazioni reciproche degli stati nel 1914 finirono in correnti così poco chiare, che fondamentalmente, con la migliore buona volontà seria, nessuna potenza statale era allora in grado di sfuggire a ciò che era orribile e minacciava.

Così potrebbe sembrare che dalla marcia degli eventi, che poi hanno condotto all’impossibilità, alla loro stessa distruzione, molto si dovrebbe imparare per la spinta interiore che dice: un nuovo nei pensieri, nelle forze di volontà, deve essere trovato se l’umanità vuol procedere favorevolmente nel suo sviluppo; qualcosa di nuovo nei pensieri per la vita economica, qualcosa di nuovo nei pensieri anche per la vita statale o giuridica. E infine non si basa tutto lo stato e la vita giuridica e tutta la vita economica su ciò che l’umanità può dispiegare di forze spirituali, ciò che l’umanità può educare nella generazione che cresce, ciò che può intervenire allora con pensieri ragionevoli nell’economia e nella vita giuridica? Non si può dire così anche che la vita spirituale mostra certamente come sia giunta in un’epoca critica, e come! da essa si può imparare che sulla sua ulteriore crescita favorevole e sulla nuova fondazione di se stessa deve pensarsi, deve riflettersi?

Sui tre ambiti più importanti della vita dell’umanità, nel campo della vita economica, della vita statale o giuridica e della vita spirituale, la grande domanda della catastrofe mondiale di guerra si è sollevata e di ciò che da essa si è formato, e dovrebbero esserci gli uomini che hanno imparato dal corso degli eventi. Che con i vecchi pensieri, con le vecchie opinioni di partito non si possa superare la nuova fase di sviluppo dell’umanità, questa dovrebbe certamente essere una convinzione fondamentale dell’uomo attuale ricavata dal mondo dei fatti stesso. Da questo sentimento, da questa convinzione, sono stato a parlare nelle conferenze che finora qui ho tenuto. Nella conferenza di oggi e in quella di dopodomani vorrei aggiungere qualcosa a quanto già detto, che potrebbe essere adatto a servire oggi dal lato più spirituale, dopodomani dal lato più pratico nei dettagli come completamento di quanto detto sinora. Ne è risultato qualcosa che è straordinariamente istruttivo di fronte alla convinzione e al sentimento appena espressi.

Ne è risultato quello che vorrei caratterizzare come un’alleanza straordinaria, una sorta di coalizione da destra fino a sinistra estrema. Riguardo all’opposizione a ciò che qui è stato presentato come i pensieri fondamentali dell’organismo sociale articolato, marsciano oggi in perfetto accordo l’uno con l’altro spartachisti, indipendentisti, socialdemocratici di maggioranza, partito borghese e reazionari estremi. Difficilmente, potrebbe sembrare, avrebbe potuto darsi un’occasione migliore che far convergere così nel sentimento spartachisti e borghesi e reazionari.

Questa stranezza sta nel fatto che sostanzialmente almeno nella forma, nel sentimento, prevale la più dolce concordia da sinistra verso destra. Dalla sinistra estrema abbiamo potuto udire poco fa il seguente giudizio su ciò che è stato detto in queste conferenze. Abbiamo potuto sentire che la gente fosse d’accordo, completamente d’accordo con la mia critica dell’ordine economico precedente, che fossero anche completamente d’accordo con la triarticolazione dell’organismo sociale, che anzi fossero del parere che questa triarticolazione debba venire. Ma — ora segue l’altro: mobilitieranno tutte le forze per combattere fino all’ultimo ciò che qui è stato detto come critica della forma economica precedente e circa l’organismo articolato.

Cose strane! Si dichiara il proprio accordo completo con la cosa e si dichiara allo stesso tempo che la cosa deve essere combattuta! Da ragioni simili si possono udire anche discussioni dall’estrema destra. Così forse non avrebbe potuto darsi un’occasione migliore per il raccogliersi di coloro che, sia da un buco o da un altro dei vecchi insegnamenti, han voluto venire per combattere ciò che appunto assolutamente non vuol fare e non farà compromesso con i vecchi insegnamenti.

Oggi vorrei, come introduzione a ciò che praticamente dopodomani avrò da dire in dettagli, indicare un aspetto del movimento sociale moderno che in verità è sempre frainteso, e che è stato considerato propriamente quando si è posta l’attenzione, quando si è guardato all’idea e alla pratica dell’organismo articolato tripartito. Vorrei sfiorare oggi da un certo lato propriamente la base spirituale dello sviluppo dell’umanità attuale, perché devo avere la convinzione che questa base spirituale ha un’importanza assolutamente eminente e che i fraintendimenti, che sorgono riguardo a ciò che oggi può e deve essere voluto socialmente, derivano proprio dalla non considerazione di questa base spirituale.

E ancora per un’altra ragione è necessario, urgentemente necessario, porre su una base spirituale un movimento che oggi vuol essere solo economico o tutt’al più ancora politico. Chi infatti, seguendo gli eventi odierni non solo sulla superficie. Ma cercando di penetrare più profondamente in ciò che realmente accade nelle profondità dello sviluppo dei popoli, deve dire fondamentalmente a se stesso: il possente, terribile, spaventoso combattimento armato che si è svolto, esso è pur solo l’onda che si è sollevata da qualcosa che si manifesta negli strati più profondi della natura umana del presente, come un’irrequietezza interiore di questa natura umana praticamente su tutto il mondo. Lo si poteva sentire tutti questi anni dall’inizio di questa catastrofe mondiale nei fatti, come sempre più e più popolazioni su continenti si univano a ciò che realmente accadeva, si univano cosicché talvolta veramente non si sapeva perché, o che le ragioni che adducevano per questa adesione facevano un’impressione molto dubbia. Si poteva vederne che qualcosa di elementare sta in questa catastrofe mondiale, qualcosa che sorge dagli strati più profondi della natura umana su tutta la terra. E a me sembra che si ha la possibilità più autentica di una vera conoscenza di ciò che realmente accade negli strati profondi dell’umanità propriamente nell’Europa centrale, nell’Europa centrale che si è vista infine costretta tra l’Oriente totale e l’Occidente totale.

Questo chiede di domandare una volta: cosa sta realmente al fondo? E si dovrebbe trovare comprensibile che la comprensione di tali cose debba basarsi su una certa contemplazione interiore delle circostanze, su una certa presa dei fatti conforme all’esperienza, che per la comprensione di queste cose ci voglia qualcosa come una contemplazione istintiva, intuitiva. Perciò si dovrebbe trovare comprensione quando si attira l’attenzione su ciò che emerge da tale contemplazione, in modo che si illumini per le persone, vorrei dire, ciò che accade. Non si dirà troppo oggi se si concepisce così ciò che si è sviluppato dalla catastrofe mondiale di guerra in stimmung attraverso l’Europa centrale verso l’Oriente, verso la Russia, verso l’Asia e ciò che si è sviluppato in stimmung verso l’Occidente e fin verso l’America, se lo si concepisce così da vedervi come continua solo quella irrequietezza elementare dell’umanità che nella catastrofe mondiale di guerra ha trovato dapprima la sua espressione terribile. Questo era, come molti hanno detto, il più terribile combattimento armato esteriore che sia avvenuto dai tempi in cui si parla di storia. E questo combattimento armato è stato condotto con i mezzi più fisici da una gran parte dell’umanità odierna. Ma se ne vede sorgere da ciò che ha generato questo combattimento armato qualcosa che è egualmente significativo, egualmente incisivo, che afferrerà l’umanità e di cui stiamo propriamente solo all’inizio. Se ciò che abbiamo esperimentato era il più terribile combattimento armato, così sperimenteremo — tutti i segni che sono presenti nell’umore dei popoli lo mostrano — così sperimenteremo anche il più grande combattimento spirituale, la più grande, la più terribile discussione spirituale fra l’Oriente, l’Oriente e l’Occidente. Stiamo all’inizio di grandi e comprensivi combattimenti spirituali dell’umanità. E ciò che ora accade nelle rivendicazioni sociali, sembra solo ancora l’onda spinta alla superficie di un combattimento spirituale dell’umanità. In questo combattimento spirituale dell’umanità dovranno inserirsi certamente ancora coloro che già oggi hanno raggiunto un’età rispettabile. Ma in particolare dovranno inserirsi in questo combattimento spirituale che abbraccia l’umanità le generazioni che crescono. E ciò che sarà possibile dire a queste generazioni che crescono di ciò che impareremo dagli eventi, da questo dipenderà molto, moltissimo per la conformazione dello sviluppo dell’umanità nel futuro. Oggi si annuncia innanzitutto il futuro per mezzo di qualcosa legato esternamente con le cose, cioè: metà India, più della metà dell’India è semiacciaccata dalla fame, e dall’India affamata suona da migliaia e migliaia di anime oggi il grido: via dall’Inghilterra! Questo non deve essere giudicato soltanto dal punto di vista politico a cui si è abituati altrove oggi, deve essere giudicato da forze che si estendono oltre, che tagliano profondamente, che agiscono nello sviluppo dell’umanità. Perché ciò che vive nell’Oriente è saturo dell’eredità, dell’eredità della vita spirituale primordiale che è solo scesa in declino.

Espressa attraverso le azioni degli uomini, l’eredità della vita spirituale orientale primordiale verrà nella discussione con gli sforzi spirituali dell’Occidente fino verso l’America. E si dovrà vedere se quelle forze della popolazione anglo-americana che dalla loro persistenza, da un’ampia concezione dei loro interessi egoistici nazionali hanno provveduto con la nota modalità all’Europa centrale, se saranno anche all’altezza dell’Asia, quando dall’affamamento dell’India usciranno poteri completamente diversi da quelli che l’Occidente finora ha sentito parlare? Con questo è solo accennato quello che vive oggi nell’atmosfera culturale della terra. Perché questo vive dentro, perciò oggi non basta giudicarlo dai concetti politici ed economici tramandati, ciò che realmente accade. Perciò è necessario che gli impulsi a un nuovo sviluppo dei rapporti dell’umanità siano tratti da una comprensione spirituale di ciò che si svolge nelle sensibilità umane oggi su tutta la terra. Oggi non si deve guardare solo a come sta al proletariato della Russia o dell’Europa centrale o dell’Intesa, sebbene naturalmente per noi queste siano le questioni più prossime.

Oggi inoltre non si deve guardare solo a come certe persone vogliono restare sedute sui loro sacchi di denaro. Oggi deve essere visto, se non si vuol dormire attraverso l’avvenimento più importante, come essenzialmente cooperante nelle forze sociali del presente, ciò che realmente l’Oriente ancora semiacciaccato dalla fame spanderà sul mondo. Bisogna dire veramente soltanto poche parole, ma se queste poche parole sono prese con tutto il peso che hanno per lo sviluppo spirituale dell’umanità, allora si udrà in queste poche parole qualcosa che parla nella ricreazione dello sviluppo umano. L’Oriente, nella misura in cui è l’Oriente colto — se è concesso applicare questa espressione occidentale all’Oriente — l’Oriente ha vissuto per millenni e fondamentalmente fino a oggi, anzi oggi specialmente nei suoi rappresentanti più spiritualmente dotati nella concezione che realtà, vera realtà sia solo ciò che l’uomo può esperimentare spiritualmente-animicamente nel suo interno, ciò che sorge nell’interno umano come contenuto animico interiore, ciò che può riempire così l’uomo che dal contenuto animico interiore trae la sua vera autocoscienza umana. Questo per l’Oriente — come detto, nella misura in cui è l’Oriente colto — è la vera realtà. E il mondo esteriore, il mondo fisico-sensibile, il mondo in cui lavoriamo, il mondo in cui il terreno per il nostro lavoro riposa, in cui poniamo per il nostro lavoro i mezzi di produzione, questo mondo è per l’orientale la maya, la grande apparenza, ciò che non è reale, che vive come un pianeta secondario della vera realtà spirituale-animica che sorge solo nell’interno. Questa concezione, l’orientale è uno con essa. Con essa vive nella sua comunità sociale. Questa concezione lo riempie in ogni momento, che si ritiri solitario alla contemplazione, che metta mano nel modo orientale a ciò che fa nel mondo fisico per i suoi fratelli umani. Si deve guardare una cosa così se si vuol veramente vedere quel mondo che ci si presenta negli uomini che vivono a est di noi, perché fondamentalmente comincia in Russia a essere così come ho appena caratterizzato. Raggiunge soltanto il suo apice, il suo culmine quando si guarda più lontano verso l’Oriente. A questo si contrappone una costituzione dell’umanità completamente diversa, una vita interiore completamente diversa che vediamo quando attraversiamo il Reno verso Occidente, quando in particolare guardiamo verso il mondo anglo-americano. Ma a questo si contrappone principalmente tutto ciò che è veramente il sentimento e la costituzione della vita animica dell’Occidente, a cui infine sempre più e più ha partecipato anche il carattere fondamentale degli uomini dell’Europa centrale ed ha raggiunto lì il suo apice nel sentimento e nella costituzione animica dei socialisti attuali, dei socialisti di ogni sfumatura fondamentalmente.

Si può trovare sempre e sempre di nuovo un’unica cosa quando si osserva l’uomo dell’Occidente e ora anche l’uomo dell’Europa centrale come abbiamo appena osservato l’uomo dell’Oriente.

Si caratterizza nell’Occidente ciò che sta al fondo se lo si afferra nel modo in cui è venuto più chiaramente, più radicalmente a espressione, se lo si afferra propriamente nel sentimento socialista moderno. Qui non domina più come concezione teorica, ma come sentimento fondamentale dell’anima questo, che l’unica realtà è ciò che nel mondo fisico-sensibile ci circonda, ciò che afferriamo quando compiamo il nostro lavoro nel mondo fisico per i nostri simili. Ciò che si esprime nel terreno su cui il nostro lavoro è compiuto, ciò che si esprime nei mezzi di produzione con cui il nostro lavoro è compiuto, questo è l’unica realtà. E ciò che sorge nelle anime umane come diritto, come costume, come arte, come scienza, insomma, come vita spirituale, questo è solo un risultato, un fumo per così dire, di questa unica realtà sensibile-fisica; questo è, come soprattutto ogni pensatore socialista del presente è fermamente convinto, ideologia. L’ideologia è la medesima cosa visto interiormente che per l’orientale è la maya. L’orientale dice: sensibilità fisica, il mondo fisico intorno a noi, il mondo economico, l’essere materiale, è maya, è un’ideologia, e la realtà è unicamente e soltanto ciò che sorge interiormente nell’anima. E l’occidentale dice: realtà è soltanto ciò che esternamente sensibilmente ci circonda, ciò che sta nella vita economica, e un’ideologia, una maya è ciò che sorge interiormente nell’anima. Se si sa come questo sentimento fondamentale dell’anima fa realmente l’uomo, come lo pone nella vita, allora si vede in quello che oggi si svolge come sentimento entro l’umanità della terra questo grande, possente contrasto appena caratterizzato. E questo contrasto ha un’enorme potenza storica motrice. Da questo contrasto non solo si svilupperà un combattimento fra popoli, non solo un combattimento razziale, ma si svilupperà un combattimento dell’umanità in cui noi e coloro che ci seguono saremo inseriti. Chi deve vedere nelle preparazioni di ciò che ora si esprime nel sentimento umano le preparazioni di questo combattimento dell’umanità, non potrà non lasciarsi fertilizzare riguardo alle idee e alle forze che sono necessarie per una visione del mondo sociale, da ciò che realmente accade nell’umanità attuale. Ciò che nel presente può ancora essere afferrato, vorrei dire come due pensieri astratti, ma che diverrà realtà, che crescerà a forze di combattimento, certo di forma diversa dalle forze fisiche di combattimento del combattimento armato, ma a forze di combattimento che metteranno alla prova la forza interiore, la capacità di resistenza interiore dell’uomo in misura ancora maggiore di quanto abbia fatto il combattimento armato ormai passato.

E ancora: emerge un singolare parallelismo se si continua a seguire i sentimenti che proprio ora vi sono stati indicati con pensieri più o meno astratti ma intesi molto realmente. Guardiamo verso l’Oriente e oggi ci poniamo la giusta domanda: cosa è diventato di quel sentimento che nei tempi antichi — chi conosce le cose sa che — ha creato grande bene spirituale nel mondo orientale, cosa è diventato per l’umanità culturale odierna dell’Oriente di tutto ciò? Oppresso in un misticismo oscuro, in una semisonnolenza dell’umanità è l’uomo dell’Oriente, e ciò che una volta sotto l’influsso del pensiero «la sensibilità è maya, lo spirituale-animico è realtà, realtà divina» ha dato forza e potenza all’orientale, gli dà oggi debolezza, lo rende un fatalista, uno che si abbandona volentieri al destino del mondo. Questo è il frutto di una vita spirituale che era diretta soprattutto verso l’umano-spirituale-animico. Se a ciò si aggiunge l’immagine speculare corrispondente dell’Occidente, allora si dice oggi per molto gente — sono ben consapevole di ciò — qualcosa di massimamente, massimamente sgradevole, qualcosa che provoca forte opposizione. Ma ho detto più volte già: viviamo oggi non nel tempo dei piccoli, ma nel tempo dei grandi rendiconti, e non si deve indietreggiare davanti al dire la verità alla gente.

Abbiamo visto come in un certo sviluppo superiore ciò che si è preparato per secoli in Occidente ha trovato un’espressione speciale, esteriormente caratteristica propriamente nel socialismo moderno. Attraverso lo sviluppo occidentale si è formata gradualmente quella sensibilità umana che realmente nel mondo fisico-sensibile della vita economica vede l’unica realtà. E i circoli dirigenti, cioè quelli che finora lo erano, l’hanno sentito per primo così, che il mondo fisico-sensibile e i suoi fattori economici materiali sono l’unica realtà, che l’altro, che sorge nell’anima, è maya, ideologia. Il socialismo ha solo espresso ciò che gli altri sentivano, ma non osavano esprimere. Con il socialismo è soltanto venuto fuori che tutto il mondo del diritto, della consuetudine, dell’arte, della scienza, tutto ciò che si chiama vita spirituale umana, per l’umanità moderna dell’Occidente è un’ideologia, una maya. Come è giunta a questo punto questa concezione sostanzialmente genuinamente occidentale? Essa ci è giunta per il fatto che sempre più e più si è formato dentro la vita economica moderna ciò che è designato come il capitalismo privato moderno. Questo capitalismo privato moderno ha generato nella vita economica quel sentimento che fondamentalmente ha trasformato il nostro intero società in una sorta di società acquisitiva. Pezzo dopo pezzo l’abbiamo visto venire nel corso dei secoli passati, come dalle condizioni economiche precedenti si sono sviluppate le presenti. C’era, anche se oggi gli uomini non lo considerano, nei secoli precedenti in grado molto più alto che oggi un interesse obiettivo nelle istituzioni e nei prodotti dell’ambiente, in tutto ciò che viveva nel diritto e nell’economia.

C’era un interesse obiettivo molto più profondamente radicato che oggi. Possedere questo o quell’oggetto perché ha questa o quella forma, perché ha questa o quella origine, perché porta questa o quella firma, questo era per i tempi precedenti in grado molto più alto un interesse umano di quanto lo sia oggi, dove questo interesse obiettivo, umano nelle disposizioni esterne è spesso offuscato e oscurato dal fatto che si organizza la somma del proprio sostentamento secondo ciò che si possiede puramente secondo il denaro, il capitale secondo la lotta concorrenziale della vita. Staccato dall’ammirazione della bellezza di ciò che gli uomini producono, staccato dal valore che qualcosa ha semplicemente perché l’ha fatto un uomo, oggi l’interesse di un gran numero di persone si aggrappa al fatto che al chiudere annuale dei loro conti possono vedere se stanno in un rapporto bilancistico attivo con l’ambiente. Questo è detto in termini radicali, ma è la firma economica del presente. E questa firma economica ha generato ancora un’altra cosa riguardo alla concezione del lavoro umano. Se guardiamo indietro anche brevemente, troviamo come gli uomini in certo modo lasciavano crescere insieme il loro lavoro con i loro prodotti. Abbiamo sentimenti che esprimono ciò quando stiamo in qualche museo davanti a vecchie maniglie di porte, davanti a vecchi lucchetti, anzi davanti a vecchi stivali, notiamo sulle cose come il lavoro umano è fluito dentro. Oggi il lavoro umano è separato dal prodotto; perciò la maggior parte dei prodotti di cui gli uomini si compiacciono è anche così spiacevole. Oggi il lavoro umano è qualcosa che ha valore di mercato solo in quanto è ricompensato con un certo pagamento. Oggi il lavoro umano è ciò che innanzitutto è calcolato secondo il suo valore di mercato. E così l’uomo riguardo all’amministrazione dei beni, all’amministrazione concorrenziale capitalistica dei beni, e riguardo al suo rapporto di lavoro alle sue prestazioni si è staccato dal mondo. Sta in certo modo accanto alla macchina, incastrato nel capitalismo che corrompe l’anima dei tempi moderni, senza connessione con la realtà esterna che vede intorno a sé, che non può negare, anzi che è diventata per lui persino l’unica realtà. E non può credere che ciò che sorge nel suo interno, lo spirituale-animico, strappato dalla natura e dall’ordine economico, che sia qualcosa di diverso da una maya, da un’ideologia. L’ordine economico moderno ha fatto questo.

In questo ordine economico moderno il proletariato moderno è cresciuto, è stato spinto dentro, in particolare nel corso degli ultimi tre o quattro secoli, gradualmente fino al grado in cui oggi sta dentro. Ha portato questo staccamento dalla realtà esterna fino a un culmine nello sviluppo dell’umanità dei tempi moderni. Si potrebbe provare nel dettaglio come l’uomo gradualmente, vorrei dire, è stato estraniato da se stesso. Vedi, si può oggi parlare con innumerevoli membri del proletariato — se si è imparato a pensare e sentire con il proletariato, allora si ode dalla sua bocca anche ciò che lo preoccupa innanzitutto — allora però si ode spesso: soprattutto non deve essere che lavoriamo tutto il giorno e lavoriamo con le mani e la nostra anima rimane vuota perché la sera torniamo a casa stanchi e non possiamo fare niente se non crollare e sdraiarci. Vogliamo un orario di lavoro adeguato. E da ciò che è stato fatto con l’orario di lavoro degli uomini negli ultimi secoli, che è già un po’ migliorato, ne risulta la rivendicazione della giornata lavorativa di otto ore: 6 x 8 = 48, la settimana di 48 ore. Questo è qualcosa che oggi gli uomini che lavorano vogliono conquistare. Se ne parla: sì certamente, una cosa simile è ricercata, l’umanità deve progredire, ma nei tempi antichi gli uomini l’avevano ancora peggio. Nei tempi antichi gli uomini dovevano ancora lavorare di più, erano ancora più bestie da soma. Posso darvi qui un decreto del re Ferdinando I d’Austria dell’anno 1550. In questo decreto è detto: ogni operaio deve — e vi prego di ascoltare bene le parole seguenti — ogni operaio deve come di antica tradizione al mattino e al pomeriggio ogni volta, eccettuato la domenica e il sabato pomeriggio, mezza turno, cioè quattro ore, lavorare. Questo dà per l’anno 1550 5 x 8 ore — mezza turno al mattino e mezza turno al pomeriggio da quattro ore ciascuno — è 40 ore, mezza turno ancora il sabato da quattro ore, che insieme dà 44 ore a settimana per l’anno 1550. E di queste 44 ore a settimana è detto: ogni operaio deve «come di antica tradizione» lavorare. Vi si fa riferimento che questa è un’usanza antica. I tempi moderni ci hanno portato dal progresso dell’umanità non solo ciò che è così celebrato; i tempi moderni ci hanno anche portato che ci si deve riconquistare ciò che era già una volta presente. Queste cose dovrebbero, a mio giudizio, far riflettere! E sotto l’influsso di tali cose, specialmente sotto l’influsso dello sforzo di estrarre il più possibile dal lavoro, è sorto questo attaccarsi dell’uomo dell’Occidente alla realtà fisico-sensibile come all’unica realtà. Da ciò è sorta la sensazione che lo spirituale-animico è maya, è ideologia. Ma ciò ha anche generato l’inserimento del proletariato moderno nella pura vita economica. E così è sorto il grande errore del proletariato moderno. Questo proletariato moderno era stato serrato nella vita economica dai circoli dirigenti, da quelli al potere. Ha dovuto dirsi: in questa vita economica l’anima muore, in questa vita economica lo spirito è solo fumo e suono, maya. Abbiamo bisogno di un’altra vita economica. Abbiamo bisogno di trasformare la vita economica. Dalla vita economica trasformata emergerà la vita spirituale che non è una vita spirituale di classe, che è una vita spirituale universalmente umana.

Non è più meraviglia che il proletariato moderno sia caduto in questo errore, perché era completamente spinto nella vita economica. Ciò che aveva era nato solo dalla vita economica. Per il proletariato l’altro mondo era una maya, un’ideologia. Non poteva come proletariato credere a nient’altro che la vita economica a lui sola conosciuta dovesse soltanto essere trasformata. Allora anche tutto il resto verrà da sé. Invece — quello che dapprima non poteva realmente accadere, che può emergere solo dagli insegnamenti della terribile guerra mondiale — invece di dirsi, la nostra condizione è causata dal fatto che siamo entrati unicamente e soltanto nella vita economica, che questa vita economica ha reso la vita spirituale dipendente da se stessa. Quindi d’ora innanzi la vita spirituale non deve più essere dipendente dalla vita economica, deve essere libera in se stessa — invece di trarre questi radicali insegnamenti, il proletariato trasse l’altro: un’altra vita economica lo farà, produrrà un’altra vita spirituale.

Oggi stiamo di fronte al grande punto di svolta, che o il proletariato provocherà la propria sventura se rimane solo nella vita economica e vuol trasformarne unicamente quella, o che deve intendere quello che anche gli altri uomini con lui devono intendere, che la vita spirituale, come è progettata dall’organismo sociale articolato, deve essere sottratta allo stato e alla vita economica, così che sia staccata da questi e posta sui propri piedi, nella sua propria amministrazione.

E cosa è accaduto? Attraverso questi influssi che ho appena caratterizzato, cosa è accaduto di questa fede occidentale che lo spirituale-animico è la maya, l’ideologia, e la vita economica esterna è la sola realtà? Ciò è diventato quello che ha trovato il suo geniale espressione propriamente nel marxismo, perché le genialità si distinguono anche per il fatto che producono non solo i più grandi successi positivi dell’umanità, ma anche i più grandi errori. È diventata la concezione: poiché non si può veramente con lo spirito, col pensiero, con ciò che è conformato ideologicamente, incantare la realtà — perché solo gli spiritisti lo credono, che basta avere un pensiero e poi le macchine si muoveranno — poiché non si può con i pensieri lavorare, produrre prodotti fisici, non si può neanche con i pensieri dominare la vita economica. Quindi la vita economica procede da sé attraverso se stessa. E se è l’unica realtà, allora deve produrre da se stessa ciò che dovrebbe essere raggiunto per l’umanità. Da ciò la dottrina marxista — anche se non sta in Marx, perché Marx non era un «marxista» come ha detto lui stesso nel senso di molti dei suoi seguaci — da ciò la dottrina che al massimo può essere promosso attraverso l’uomo ciò che viene effettuato dal processo di produzione, dal processo economico-materiale, dalle istituzioni esterne stesse. Ma che tutto il vero progresso realmente avviene indipendentemente dall’uomo attraverso le forze e i fattori economici di per se stessi. Ciò si è condensato nel fatalismo occidentale, nella fede che la realtà esterna la farà senza l’uomo. I capitalisti per esempio concentreranno sempre più i mezzi di produzione, sorge la concentrazione dei mezzi di produzione, e quando saranno sufficientemente concentrati, entreranno da sé nella nuova socializzazione. L’espropriazione degli espropriatori avverrà. Fede fatalistica, lotta contro tutto ciò come utopia, ciò che ha la consapevolezza e la convinzione che l’uomo è colui che fa la storia, che ciò che deve diventare atto deve prima vivere nel pensiero umano — l’assonnamento dell’orientale dal suo primordiale antico anima vita procede parallelo al diventare fatalistico della maggioranza dell’Occidente nella fede che le condizioni economiche lo faranno, che bisogna solo attendere come si sviluppa. Non è così, non vediamo chiaramente, stiamo in un grande punto di svolta dello sviluppo dell’umanità? Fatalismo a est — fatalismo con gli uomini più avanzati dell’Occidente. Fatalismo là, fatalismo qua. Un nuovo deve fiorire da ciò che da entrambi i lati è in declino. Come si potrebbe trovare la fede nel progresso dell’umanità se non si fosse in grado di credere che da questo fatalismo bilaterale possa emergere qualcosa che porti alla umanità nuovi impulsi, nuove forze di sviluppo? Da questa fede sono nate le idee per l’organismo sociale articolato. Da questa fede, da questa fede nel progresso e nello sviluppo dell’umanità è nata la considerazione del mondo sotto due punti di vista: come ci si confronta con le istituzioni moderne, in particolare della vita economica? Come ci si confronta con la vita spirituale moderna, così che non rimanga un’appendice della vita economica e statale, così che diventi un libero impulso nella costruzione dello sviluppo dell’umanità?

Ho creduto che all’inizio degli anni novanta il mondo avrebbe già compreso da quegli eventi allora presenti l’impulso a indicare le profondità della natura umana da cui una nuova, liberata vita spirituale potrebbe svilupparsi gradualmente. E ho cercato di dare espressione a questa fede nella mia «Filosofia della Libertà» pubblicata per la prima volta nel 1894. Questa «Filosofia della Libertà» non l’ho fatto ripubblicare, sebbene fosse da tempo esaurita, perché potevo vedere che i pensieri che stanno in questa «Filosofia della Libertà» non trovavano comprensione negli anni che precedevano la catastrofe mondiale. In particolare non trovavano comprensione nell’Europa centrale, dove si parlava sempre di: abbiamo bisogno di sole —, ma dove non si voleva includere in questa parola la nostalgia di un sole spirituale. E solo quando poté nascere la fede che dagli insegnamenti della terribile catastrofe mondiale gli uomini potessero di nuovo guadagnare comprensione per la libertà dello spirito, allora mi spingeva a curare la nuova edizione della mia «Filosofia della Libertà» che ora è disponibile. Perché in ciò che si è espresso, sempre e sempre di nuovo si è espresso dall’inconscio, non dai fondamenti consci della natura umana nei tempi moderni, ciò che si esprime specialmente nelle cose che il proletariato moderno sperimenta ora, sebbene non possa ancora esprimere consapevolmente perché gli è stata negata l’educazione, in questo sta un triplo. Vi risiede il sentimento oscuro: le istituzioni esterne della vita giuridica ed economica hanno assunto una forma in cui io come uomo sono così incastrato, che sono solo ostacolato. E che fondamentalmente non ha senso parlare di una volontà libera sul mercato concorrenziale moderno, dove ciascuno deve acquisire capitalisticamente o salariare, dove è mancato ogni legame di ciò che l’uomo deve fare, cioè di ciò che lavora, con ciò che è poi il prodotto. Lì non vive il sentimento: io sto col mondo così connesso che la mia volontà è libera. Ostruzione della volontà, questo è appunto ciò che si avvertiva. E poi quando si considerava la propria relazione con altri uomini: sembra essere giunti fino a un apice sotto la lotta concorrenziale capitalistica moderna, sotto il lavoro coatto dei tempi moderni nel rapporto salariale, fino a un apice sembra essere giunto ciò che si può chiamare scomparsa della fiducia da uomo a uomo. Al posto degli impulsi sociali precedenti presenti prima in forma antica, ma comunque in forma antica, sono subentrati impulsi antisociali nel senso più eminente, che infine si sono condensati nella incomprensione delle classi moderne dell’umanità, che infine hanno aperto quell’abisso tra proletariato e non proletariato che nei tempi moderni è così difficile da colmare. Questo ha provocato il secondo tipo di esperienza dell’uomo interiore nei tempi moderni, l’angoscia riguardo al sentimento giuridico. E a questo si è aggiunto un terzo, ciò che avevo già accennato all’inizio della mia esposizione di oggi: si vedevano le persone scambiare i propri beni economici, si vedeva loro scrivere ciò che viveva nello scambio di questi beni economici sul lato sinistro e destro dei libri. Ma si vedeva, come pure il signor von Moellendorff deve ammettere, nessun pensiero in queste istituzioni della vita economica. Terza esperienza dell’anima: ti oscurava la vista al pensiero quando guardavi dentro quel vortice insieme della compravendita moderna in cui il reale per gli uomini era veramente solo ciò che era acquisito in modo capitalistico. Queste sono state nei tempi moderni le tre esperienze: ostruzione della volontà libera perché non c’era nulla in cui potesse dispiegarsi la volontà libera; completa angoscia del sentimento giuridico e oscuramento dei pensieri di fronte alle istituzioni esterne della vita giuridica ed economica.

Questo era quel sentimento da cui è sorto l’impulso — possa essere debole e goffo allora, possa esserlo ancora oggi, lo riconosco volentieri — da cui è sorto l’impulso di cercare l’essenza dell’uomo libero, dell’uomo che sente di inserirsi così nell’ordine dell’umanità che può dirsi: vivo un’esistenza degna di uomo — l’impulso di cercare l’essenza di questo uomo libero, l’essenza dell’uomo spirituale libero nel senso che tutti gli uomini possono essere tali uomini spirituali liberi, entro le istituzioni della moderna vita giuridica ed economica. Ciò ha portato prima di tutto a una cosa. Gli uomini chiedono così facilmente e sin dai secoli hanno sempre e di nuovo chiesto, e i filosofi hanno speculato su questo e innumerevoli opinioni sono state formulate: l’uomo è libero secondo la volontà o non è libero? È un puro essere naturale che può agire solo dai motivi meccanici interiori? La domanda è stata sempre gestita male, perché sempre più e più in Occidente il sentimento della realtà effettiva della vita spirituale è svanito. Per l’Oriente la domanda sulla libertà o schiavitù ha quasi nessun significato, non gioca nessun ruolo lì. In Occidente è diventata una domanda fondamentale della visione del mondo e infine anche della vita politica, anzi del diritto penale e così via. E non si è giunti a una cosa — potete leggere in dettaglio in mio libro «La Filosofia della Libertà» ciò che conduce a questo modo di pensare, a questa conoscenza — non si è giunti a questo, che la domanda: l’uomo è libero o non è libero? realmente non ha alcun senso, che deve essere posta diversamente, che deve essere così posta: l’uomo deve essere educato dalla nascita attraverso un’educazione appropriata alla sua natura, educato in modo scolastico, così da svilupparsi nel suo interno, nonostante le istituzioni esterne giuridiche ed economiche, qualcosa come un’esperienza che lo rende un essere libero? Sì, che lo rende non solo interiormente un essere libero, ma che in lui sviluppa la forza della libertà a una tale forza che può poi anche organizzare la vita giuridica esterna e la vita economica esterna nel suo significato? Questo è sorto come impulso fondamentale nell’umanità moderna in sviluppo, da un lato l’impulso democratico verso il diritto uguale per tutti, dall’altro lato l’impulso sociale: io ti aiuto come tu devi aiutarmi. Ma si sentiva: un tale ordine sociale con «diritto uguale per tutti» e con «aiutami come io ti aiuterò e devo» un tale ordine sociale può essere istituito solo da uomini che come uomini liberi, come uomini spirituali liberi sviluppano un vero rapporto con la realtà intera.

Bisogna per primo capire che l’uomo non è nato né per la libertà né per la schiavitù, che però può essere educato e sviluppato per la libertà, per la comprensione della libertà, per l’esperienza della libertà, se gli si porta quella vita spirituale che lo permea con forze che lo liberano innanzitutto nel suo sviluppo come uomo; che si può svilupparsi fino al punto dove i nostri pensieri non sono più gli astratti, irreali, ideologici. Ma quei pensieri che sono afferrati dalla volontà. Questo ho cercato di presentare al mondo nel mio «Filosofia della Libertà» come conoscenza: il matrimonio della volontà con i pensieri divenuti interiormente liberi. E da questo matrimonio della volontà con i pensieri divenuti interiormente liberi è da sperare che emerga l’uomo che sviluppa anche le capacità, nella convivenza con gli altri, cioè nella comunità sociale, ciascuno per se e ciascuno socialmente con ogni altro, di produrre tali ordini giuridici e tali ordini economici, che si accettano nella loro necessità, come si accetta la necessità che bisogna portare il corpo fisico, che bisogna obbedire alle sue leggi e non si è liberi di farsi crescere la mano destra verso sinistra e viceversa, o la testa nel mezzo del petto. Contro ciò che è già razionalmente dalla natura, non combattiamo dalla libertà. Contro ciò che nelle istituzioni umane giuridiche ed economiche è contrario all’umano e contro natura, combattiamo con la nostra libertà, quando siamo giunti alla corrispondente consapevolezza, perché sappiamo che può essere fatto diversamente. E sappiamo e vogliamo sapere come uomini moderni che ogni uomo democraticamente deve collaborare a questa trasformazione dell’ordine economico e giuridico esterno a una tale ragionevolezza che la nostra libertà non sia compromessa, come non lo è dalla necessità naturale del nostro corpo fisico. Per capire questo, bisogna però avere cuore e senso per la realtà della vita spirituale, perché quella vita spirituale che è un’appendice della vita statale ed economica, quella vita spirituale che si acquisisce solo se si è figlio di gente ricca o si è ricevuto sussidi statali, o per il motivo di acquisirsi un rifugio statale — questa vita spirituale non rende libero. La vita spirituale posta su se stessa, la vita spirituale che lavora dalla sua propria forza, questa rende libero, e questo genera di fronte a quei sentimenti, quei tre sentimenti: ostruzione della volontà, angoscia del sentimento giuridico, oscuramento dei pensieri, che sono presenti con la volontà non libera, l’altro sentimento: la libera formazione della volontà nella vita spirituale.

Se accadrà quello che ho descritto in una serie di conferenze come la vita spirituale libera, la vita spirituale con amministrazione autonoma del pedagogico-didattico nell’organismo sociale articolato, allora l’uomo non sentirai più la volontà ostacolata, ma sarà circondato da un’atmosfera che è generata da questa vita spirituale libera, così che si dica, questa vita spirituale libera accoglie anche la mia volontà come una libera. E dalla comprensione della vita spirituale che si amministra autonomamente emergerà ciò che sono i nuovi impulsi sociali, che consistono nella reciproca, vera, obbiettiva tolleranza e comprensione di un uomo attraverso l’altro nel campo del secondo membro dell’organismo sociale, lo stato giuridico, dove ogni uomo di fronte a ogni altro uomo, nella misura in cui sono uomini maturi, sta come uguale. E come terzo emergerà, lo vedremo dopodomani ancora più in dettaglio, una tale struttura della vita economica, che coloro che in questa vita economica lavorano, dal più alto lavoratore spirituale all’ultimo lavoratore manuale, come individualità umane autonome, libere collaborano socialmente, così che al posto del tempo in cui gli occhi diventavano neri al pensiero della vita economica, subentri il tempo in cui l’agire ragionevole dei consigli aziendali, dei consigli di traffico, dei consigli economici governerà l’economia, dove l’uomo non sarà più consegnato al caso di domanda e offerta e alla criticità di domanda e offerta, all’economia capitalistica. Ma dove il singolo uomo economicamente stando accanto all’altro uomo vivrà nella vita; dove una giusta distribuzione dei prezzi e del lavoro emergerà dalla ragione, così che noi possiamo inserirci come uomini liberi in ciò che una volta è necessario nella vita economica. E come ci inseriamo nel corpo nella sua necessità di natura, così l’uomo riuscirà a conquistarsi la libertà nel socialismo democratico moderno, nella moderna democrazia sociale.

Per conquistare questa vera umanità, è necessario che siano superate le vecchie strutture di partito, le vecchie opinioni di partito, che di fronte alle rivendicazioni dell’umanità odierna sono solo mummie di pensiero e giudizio. Veramente, coloro che mi conoscono male sono quelli che parlano sempre del fatto che con ciò su cui si basa la triarticolazione dell’organismo sociale voglia fare una certa pubblicità per me stesso. Oh, sarei molto più volentieri a Dornach nella quiete, dove ho lavorato prima di venire qui, a un’opera che mi sta molto sul cuore. E sto qui solo contro la mia volontà soggettiva, dalla consapevolezza che oggi esiste una necessità, di fronte ai vecchi programmi di partito e ai vecchi pensieri di partito, che sono mummie e che si ritrovano in beatissima concordia dall’estrema destra all’estrema sinistra, che è un dovere lottare contro queste mummie, per quanto posso. Riconosco che può essere debole, allora può essere combattuto obbiettivamente e qualcosa di migliore messo al suo posto, ma come un dovere si deve sentire di fronte ai vecchi e ai nuovi fatti, di porre davanti all’umanità qualcosa di nuovo. Non mi sembra affatto che l’umanità non abbia nostalgia di questo nuovo, che l’umanità non voglia veramente che questo nuovo sorga. Perché cosa vuol realmente questo pensiero, questa pratica dell’organismo sociale articolato? Vogliono che gli uomini infine imparino a comprendere che viviamo nel tempo dei grandi rendiconti, in cui i tre ambiti principali della vita dell’umanità, la vita spirituale, la vita politica o giuridica, la vita economica, sono venuti in movimento e agitazione, che abbiamo bisogno di una ricreazione, una trasformazione di questi tre ambiti della nostra vita umana generale.

Allora cosa vuol il pensiero della triarticolazione dell’organismo sociale? Forse con forze deboli, inadeguate, difettose, allora le si possono obbiettivamente migliorare, le si può obbiettivamente confrontare. — Vuol essere una formulazione di ciò che deve diventare nella pratica, per provocare la necessaria trasformazione della vita politica, della vita economica, della vita spirituale.

10°Libertà per lo spirito, uguaglianza per il diritto, fraternità per l'economia

Stoccarda, 18 Giugno 1919

È certamente comprensibile che in questi giorni delle decisioni più gravi e dagli effetti più rilevanti si possa prendere la parola solo, direi, con una certa profonda angoscia. Tuttavia, nella stessa misura sorge nell’anima umana l’idea che per l’Europa centrale deve realizzarsi, da fondamenti completamente diversi, ciò che da secoli, anzi da millenni, è stato prefigurato per lo sviluppo di questa Europa centrale, ciò che riposa nei fondamenti e deve infine avere successo, anche se con i più significativi e gravi mezzi esterni materiali questa Europa centrale dovesse essere condotta verso il suo declino economico. Da questi fondamenti è stato parlato in modo decisamente coerente in tutta questa serie di conferenze che ho avuto l’onore di tenere qui, e da questi stessi fondamenti dovrà continuare a parlarsi in questi giorni difficili. Poiché solo da questi fondamenti può brillare una luce sulla questione che oggi pesa così duramente sul nostro cuore: possiamo ancora sperare?

Accadono nella vita umana eventi che paiono piccoli, paiono insignificanti, ma che per colui che si sente profondamente coinvolto nella vita con tutte le sue forze umane, imprimono nella propria anima una traccia profonda come sintomi esterni di ciò che avviene nel profondo dello sviluppo dell’umanità. Ebbi tale esperienza quando, alcuni mesi fa, parlai dello stesso argomento di cui oggi ho potuto parlarvi ripetutamente, anche a Basilea. Allora, a Basilea, parlai su invito della comunità studentesca basilese di ciò che realmente sta alla base della contemporanea rivendicazione di socializzazione delle istituzioni umane. E nella discussione mi risuonò la parola singolare che non poteva esservi salvezza riguardo alle istituzioni esterne divenute fragili che richiedono una ricostruzione, se non prima che Lenin diventasse sovrano del mondo!

Ora, da queste parole certamente si poteva udire come da una parte attraverso l’umanità passa il grido verso la socializzazione, come dall’altra parte in vasti circoli regnano le opinioni più antisociali su questa socializzazione. Colui che aveva pronunciato questo asserto era evidentemente un seguace dei dogmi dell’odierno comunismo diffuso, e potei solo rispondergli che era estremamente significativo della nostra epoca, che in modo così antisociale si potesse parlare della socializzazione dell’umanità. Poiché, se si parla dalla base di ciò che l’umanità odiernamente ha di bisogno, occorre almeno riconoscere che il primo nella socializzazione è la socializzazione dei rapporti di dominio, e che una vera socializzazione non potrebbe iniziare con l’instaurare la forma più antica del monachismo su tutta la terra sotto forma di un papato economico.

Vi è molto, ma molto su cui riflettere: che nella nostra epoca proprio coloro che spesso parlano in modo meno consapevole di ciò che dovrebbe accadere, sono quelli che credono di parlar sulla base delle idee più progressiste. Un’affermazione così assurda, quale quella che allora mi venne rivolta, era per me soltanto, direi, un grido proveniente da vasti circoli, pronunciato da un singolo, che m’esortava a comprendere pienamente ciò che realmente deve corrispondere, in modo ragionevole e pratico, a ciò che oggi risuona nel mondo come grido di socializzazione. Poiché ciò che deve accadere, deve certamente accadere in modo molto diverso, a beneficio di coloro che lo chiedono, di come questi gridanti se l’immaginano, o piuttosto non se l’immaginano, bensì se lo dipingono internamente attraverso frasi oscure scaturite dalle loro emozioni.

Due cose che emergono dallo sviluppo umano più recente devono essere osservate obiettivamente, se si vuole giungere a comprendere ciò che al presente si sfonda verso la realizzazione. Dalle più diverse sorgenti, che compaiono qui e là in modo consapevole o inconscio, risuonano sempre comunque due rivendicazioni del presente, due esigenze che spesso, è vero, sono espresse in modo frainteso, ma di cui si deve comprendere la forma vera se si vuole essere all’altezza di ciò che nella nostra presente, così duramente provante per l’umanità, spinge verso la realtà. Questi due motti dei tempi più recenti sono innanzitutto democrazia e in secondo luogo socialismo. Coloro che più elevano il grido per una riformulazione oggi sulla base di sentimenti prettamente umani, formulano questo loro grido con la parola democrazia; coloro che invece pensano e sentono più dalla vita reale e dai suoi bisogni, formulano ancora il grido per una riformulazione con la parola socialismo.

Una cosa è stata eliminata del tutto in modo singolarmente curioso nella moderna epoca dal grido pubblico della vita. Un partito ha raccolto i due impulsi dei tempi recenti, democrazia e socialismo, nel suo nome «socialdemocrazia», e ha già nel suo stesso nome omesso ciò di cui oggi vorrei dimostrare che prima di ogni altra cosa deve trovarsi alla base di una vera, seria e pratica ricostruzione del nostro ordine.

Rimasto ignorato, infatti, nei due gridi è la vera vita spirituale, la vita spirituale nel senso più ampio, in quel senso in cui non si estende soltanto su ciò che si racchiude in concetti e rappresentazioni superiori su questioni scientifiche e di visione del mondo, su tutto ciò che è artistico e religioso, bensì nel senso come si estende anche sulle conoscenze e le intuizioni tanto riguardo la vita dello stato, quanto riguardo la vita economica, come si estende non solo sulle forze umane teoriche. Ma anche su quelle pratiche.

Si può dire che l’umanità moderna si è sviluppata negli ultimi secoli cosicché, riguardo alla vita pubblica, ha avuto una forte fiducia in istituzioni che voleva rendere sempre più democratiche. E in questi sforzi si sono poi insinuate, dall’esperienza dei moderni rapporti economici, quelle rivendicazioni che mirano a una conformazione sociale di questa vita economica. Perciò si può oggi avere il sentimento che, sebbene gli stati confusi e caotici del presente soffochino molte cose che si sforzano nei fondamenti, tuttavia l’aspirazione esiste verso una socializzazione tenuta nel senso democratico delle istituzioni umane, verso un ordinamento democratico socialmente configurato della nostra vita pubblica. Ma straordinariamente, ciò che si è perduto è la fiducia nelle forze della vita spirituale umana. Si crede che la democrazia possa aiutare, si crede inoltre che il socialismo possa aiutare, ma non si crede che nella vita spirituale stessa risiedano forze che, forse proprio se colte nel modo giusto, potrebbero liberare da quella che è l’essenza umana, ciò che deve essere liberato dall’essenza umana a beneficio del presente e del prossimo futuro.

Se ci si guarda intorno un poco nella nostra epoca, dove tanti si spingono verso il socialismo, si fa una scoperta singolare. Si potrebbe quasi dire che il grido verso la socializzazione divenne e diventa più forte e vigoroso, quanto più antisociali sono gli istinti umani, quanto più antisociale diviene la vita dell’anima umana. E si potrebbe addirittura dire così: l’uomo sente dalla sua vita dell’anima antisociale come fosse poco in grado di configurare gli ordinamenti esterni nel senso sociale, e poiché interiormente è così antisociale, grida per una configurazione sociale dei rapporti esterni. Tuttavia, chi conosce la natura umana sa che senza una certa trasformazione dell’interno umano, la configurazione sociale degli ordinamenti esterni è impossibile.

Il grande errore da cui l’umanità nei suoi spiriti guida è andata avanti da tempo — l’ho anche già toccato l’altroieri — è che l’uomo di natura abbia già proprietà predisposte, con le quali si può contare direttamente nella società umana. Certo si crede sempre il contrario, ma è proprio l’esperienza della vita umana stessa che rivela ciò che ho appena detto.

Ciò su cui tentai di attirare l’attenzione all’inizio degli anni novanta del secolo scorso nel mio libro «La filosofia della libertà» era che l’uomo può giungere al suo pieno essere solo quando realmente sviluppa questo pieno essere nel suo divenire tra la nascita e la morte, quando cioè sviluppa quella consapevolezza della sua natura umana libera attraverso lo sviluppo delle forze innestate nel suo interno. Solo diventando liberi e gli uomini possono diventare liberi solo se vengono educati alla libertà o se si auto-educano. Chi comprende ciò, avrà uno sguardo più profondo su ciò che oggi si presenta come grido di socialismo, di come generalmente avviene. Si chiederà: non sarà forse così, che noi come uomo-a-uomo non ci troviamo in modo sociale e democratico, perché la nostra vita di educazione non sviluppa in modo corretto in noi ciò che è predisposto per la democrazia e il socialismo? Sono necessari determinati impulsi interiori ben precisi della natura umana, quando ci si deve collocare in una comunità democratica, o quando si vuol fondare una comunità economica sociale. E si potrebbe quasi dire, se non si dovesse con questa verità affatto giusta scioccare troppe persone della contemporaneità: come l’uomo nasce — lo sviluppo del bambino lo mostra chiaramente — così inizialmente non ha gli istinti verso la democrazia e nemmeno verso il socialismo, questi devono prima essere riversati nella sua anima. Giacciono predisposti in essa, ma non emergono da soli. E fino a quando il nostro sistema educativo non sarà posto su una base di profonda e realistica conoscenza della natura umana, non sperimenteremo che l’uomo possa collocarsi in una comunità sociale o democratica con genuino sentimento democratico e sociale. Egli, anche se non ne è consapevole, dalle forze istintive inconsce continuerà sempre a tentare di far esplodere democrazia e socialismo. E se non si fanno inizi per l’educazione nel senso democratico come anche nel senso sociale, gli uomini continueranno a vivere insieme cosicché dalla democrazia sorga qualche forma di tirannia, dal socialismo sorga qualcosa di antisociale, come certamente deve divenire dalla configurazione socialista che si persegue nell’Europa dell’est, l’antisocialismo più radicale in tempo relativamente breve, e che già adesso è presente!

Attraverso ciò, lo sguardo di colui che prende seriamente a cuore lo sviluppo dell’umanità, è rivolto innanzitutto alla vita spirituale, all’educazione. E la necessità si rivela di porre la vita spirituale e la sua componente più importante, l’educazione e l’insegnamento, su una vera conoscenza umana appropriata alla realtà. Si osservano talvolta istintivamente le cose rilevanti qui, ma questo osservare istintivo non basta; si deve permeare di profonda saggezza pedagogica ciò che sta alla base. Si osserva troppo poco che l’uomo che cresce mostra tre stati di sviluppo completamente diversi in tre epoche successive della vita. La prima epoca della vita è quella che si conclude col cambio dei denti, verso il settimo anno di vita. La seconda è quella che si estende dal cambio dei denti fino alla maturità sessuale, e la terza è quella che si estende dalla maturità sessuale fino alla fine del secondo decennio della vita umana. Che queste tre epoche della vita umana siano veramente diverse nell’essenza, che l’educazione e l’insegnamento debbano essere costruiti su questa diversità, è qualcosa che deve essere chiara all’umanità come le leggi della natura, se in essa deve apparire ciò che riguarda gli impulsi sociali e democratici, necessario per una nuova formazione delle condizioni di sviluppo umano.

Chi ha la capacità di osservare interiormente il bambino in quella importante epoca della vita in cui la vita scorre dalla nascita fino al cambio dei denti, sa che ogni attività, ogni agire in qualche modo orientato del bambino in questa infanzia del tutto inconscia e istintiva è dominato dal principio dell’imitazione. Il bambino in questo periodo ha veramente lo sforzo di parlare, di fare espressioni facciali, di muovere le mani, di fare come fa il suo ambiente, parla, fa espressioni facciali, muove le mani. In questo sforzo imitativo del bambino, al quale una vera educazione pratica deve corrispondere, risiede qualcosa di estremamente significativo per la vita umana. Vi risiede il fatto che la natura umana tenta inconsciamente e istintivamente ciò che non può mai compiere consapevolmente più tardi nella vita: trovarsi insieme come individuo con altri uomini. Nello sforzo imitativo e nell’agire imitativo deve svilupparsi una penetrazione nella società umana, deve svilupparsi una vera convivenza umana, un vivere insieme attraverso legami che vanno da uomo a uomo.

Supponiamo che l’umanità potesse risolversi nella contemporaneità di guardare in modo radicale a questo principio dell’imitazione nei primi anni dell’infanzia. Allora, se si ponesse cura su ciò, per la vita successiva si svilupperebbe qualcosa che può essere sviluppato consapevolmente e razionalmente solo se nel periodo inconsapevole dell’infanzia l’imitazione opera correttamente. Questa imitazione non la si vede sempre nella forma giusta. Vengono genitori che dicono: mio figlio, oh, ho grande preoccupazione, mio figlio ha commesso un furto, ha tolto soldi dal cassetto! — Si domanda: quanti anni ha il bambino? — Cinque anni. — Si deve allora dire: se altrimenti tutte le condizioni educative sono in ordine, non occorre avere una particolare preoccupazione per questa cosa, poiché il bambino è un imitatore, fa quello che vede fare nel suo ambiente. Ha visto come ogni giorno la madre tolga soldi dal cassetto in certa misura, e ripete questo gesto. In questa età infantile, le parole che esprimono precetti morali, non hanno alcuna influenza sullo sviluppo del bambino, ma soltanto ciò che si fa personalmente nell’ambiente del bambino.

Se osserviamo ciò, allora in un’educazione appropriatamente ordinata poniamo le fondamenta perché, se l’uomo è stato educato nel modo giusto con attenzione al naturale istinto di imitazione, allora a lui nella giusta età consapevole sboccerà ciò che si può chiamare il giusto rispetto, la giusta stima dell’altro uomo, lo sforzo di stimare l’altro uomo come merita di essere stimato, semplicemente perché porta l’aspetto umano. E questo è la prima condizione per la giusta configurazione della democrazia! Le democrazie possono sorgere correttamente sul fondamento del diritto solo se gli uomini nei parlamenti democratici formano in leggi ciò che come rapporto da uomo a uomo esiste come uguaglianza. Ciò accadrà quando questi uomini hanno in sé quegli impulsi vitali che tendono verso il rispetto dell’uomo e che possono ottenere solo se nella infanzia sono stati educati nel modo giusto secondo il principio dell’imitazione.

E se guardiamo alla vita economica: l’epoca moderna esige una riformulazione di questa vita economica nel senso che non siano più il profitto, non siano più l’acquisizione di capitale e l’acquisizione di salario il fattore decisivo, bensì che il consumo, la considerazione dei bisogni umani sia ordinato sulla base di associazioni libere, cooperative, corpi, che devono partire dai bisogni della vita economica umana, dai bisogni che sono sempre vivacemente presenti e secondo cui il traffico, la produzione deve essere ordinata per la prima volta. Ciò che oggi è posto su offerta cieca e domanda cieca del mercato, deve essere posto su intuizione nei legami umani, su intuizione nei bisogni di consumo umano. L’esperienza pratica, che deve poter entrare nei bisogni umani, può svilupparsi solo quando gli uomini nella loro infanzia sono stati educati secondo il principio dell’imitazione, quando hanno imparato inconsciamente ad adattarsi agli uomini. Se hanno sviluppato per la vita pubblica del diritto dello stato il rispetto per la vita umana, allora possono sul campo della vita economica sviluppare comprensione per i bisogni umani.

Deve oggi essere richiesto che nel campo della vita economica si istituiscano coalizioni, diciamo ad esempio cooperative, di consigli aziendali. Questi consigli aziendali avranno una posizione difficile se in futuro, secondo l’intuizione nella produzione e nel consumo, devono sobbarcarsi ciò che oggi è abbandonato al caso dell’offerta e della domanda. Ma nessun consiglio aziendale, nessun consiglio di sorta nel campo della vita economica sarà mai portatore di benedizione, se l’educazione dell’uomo non è ordinata cosicché i talenti per questi consigli, cioè per l’adattamento umano, poiché ciò si esprime anche nella comprensione dei bisogni umani, se lo sviluppo di questi consigli non è preparato dalla giusta educazione nella tenera infanzia secondo il principio dell’imitazione.

La seconda epoca della vita del bambino che cresce va dal cambio dei denti, che rappresenta un intervento molto più grande nell’organismo totale di quanto l’odierna antropologia e fisiologia ancora sospettino, poiché partono da esteriorità, fino alla maturità sessuale. È l’età della vita in cui la natura umana tende verso quella fiducia dal bambino che cresce verso l’uomo adulto, che si esprime nel sentimento dell’autorità. Oggi, quando in fondo in modo astratto si vuol estendere anche ad altri campi della vita ciò che vale per un ambito della vita, oggi si vorrebbe anche per questa età del bambino non parlar volentieri della necessità dell’autorità. Ma se in questa età della vita si trascurasse nell’educazione di orientare questa educazione verso un sano sentimento di autorità, in cui inconsciamente si sviluppano impulsi interiori dell’anima necessari più tardi, allora non potrebbe emergere nient’altro nella vita consapevole e razionale che possa fare l’uomo un essere sociale e anche un essere democratico. L’uomo si adatta in qualche modo agli altri uomini nei primi anni della vita attraverso l’imitazione. Nella seconda epoca della vita, dal cambio dei denti fino alla maturità sessuale, egli vuol adattarsi più ancora all’interiorità dell’altro uomo. Vuol imparare a comprendere l’altro uomo, vuol imparare a credere a ciò che l’altro gli tramanda. Vuol sperimentare in sé stesso, come sua esperienza, ciò che l’altro gli esprime come esperienza; vuol guardare verso un uomo che sa già fare ciò che in lui anela a esistere. Vuol l’un uomo adattarsi socialmente in modo istintivo con l’altro uomo. Se allora l’uomo diviene adulto, subentra in lui la completa consapevolezza, allora risorge ancora il fiore di ciò che è stato vissuto su base di autorità nell’età infantile.

Così non si può entrare nel modo giusto sociale nella comunità umana della democrazia, se prima non si è trovato quell’adattamento all’interiorità umana che si esprime nel sentimento di autorità infantile. Nessuno può oggi stare in modo giusto sul fondamento della democrazia del diritto, colui che tra il cambio dei denti e la maturità sessuale non ha imparato a guardare verso l’alto verso l’altro uomo che gli è superiore. Poiché solo allora, se ha imparato questo, sorgerà in lui il sentimento vero e sano: noi siamo tutti come uomini l’uno per l’altro uguali, dobbiamo come uomini vivere insieme cosicché l’uguaglianza tra gli uomini diventi una realtà giuridica. — Mai infine in un parlamento del diritto, in un parlamento dello stato sul fondamento della democrazia, si realizzerà qualcosa da leggi che siano nel vero senso democratiche, cioè che stabiliscono ciò che rende uguali tutti gli uomini, se coloro che formulano tali leggi non hanno sviluppato dal loro interno ciò che potentemente sale in loro, ciò che nell’anima diviene, se nella giovinezza hanno avuto quel sentimento così salutare di guardare verso l’alto verso un altro uomo come sua autorità. Non si imparerà mai nella vita consapevole e razionale successiva a riconoscere veramente l’altro uomo come un vero uguale, se non si è prima sperimentato il valore umano in questo guardare verso l’alto verso l’altro uomo. Che l’uguaglianza regni, che la democrazia diventi possibile, dipende dal fatto che impariamo a educare la natura umana secondo la sua essenza interiore. Poiché solo dal sentimento di autorità del bambino, che durante l’età scolastica si dispiega in forme molteplici, può sbocciare il giusto sentimento di diritto dell’uguaglianza umana nella vita successiva.

Se nella vita economica, sul fondamento della vita economica realmente — il che anche l’appello verso la socializzazione suggeriva — al posto di quella distribuzione di beni completamente governata nel presente dall’acquisizione di capitale e da quella di salario, se al posto di questa deve subentrare quella distribuzione di beni che ragionevolmente, diciamo da un «sistema di valori», è guidata, allora la forza che produce questa giusta distribuzione di beni deve sbocciare — come il sentimento di uguaglianza nella democrazia — da quello stato di attrazione reciproca tra uomo e uomo che nella infanzia può nascere solo dal sentimento di autorità. Orientiamo verso i consigli aziendali, i consigli di traffico, che avranno a che fare con quella distribuzione di beni oggi dominata dai bisogni di capitale e di salario, orientiamo verso di essi tali consigli che vogliano operare la distribuzione di beni in modo giusto, allora coloro che attuano tale distribuzione di beni devono essere interiormente imbevuti di quella comprensione per la più intima natura umana, che può venire solo dal sano sentimento di autorità durante l’età scolastica del bambino. Mai in futuro deve essere dimenticato ciò che deve costituire la fondazione umano-spirituale di ogni vita democratica e di ogni vita sociale.

La terza età della vita, in cui la maggior parte dei nostri giovani credono già di essere uomini completi — scrivono infatti già composizioni in questa età — è quella che va dalla maturità sessuale fino approssimativamente alla fine del secondo decennio della vita, fino negli anni venti. Allora non solo nasce l’amore sessuale, allora anche ciò che prima era sentimento di autorità è trasformato in ciò che ora veramente si attua, si sperimenta come amore umano universale. Allora, attraverso trasformazione da adattamento di imitazione e adattamento di autorità, scende nell’anima umana ciò che veramente ci dà impulsi sociali, ciò che ci rende capaci di stare accanto agli uomini in modo fraterno e amorevole. Il rapporto amoroso sessuale è solo un caso particolare di ciò che in questa età della vita appare come amore umano universale. A tutti gli uomini, indipendentemente dal fatto che siano operai manuali o operai spirituali, deve essere data anche attraverso questa età della vita, accanto alla preparazione per la professione pratica della vita, la possibilità di acquisire tali rappresentazioni, tali concetti sulla vita e il mondo, in altre parole una tale visione del mondo, tali conoscenze sulla natura e sulla vita spirituale, affinché comprensione e amore, fraternità verso altri uomini. Che non abbiamo ancora realizzato di dare all’apprendista che deve dedicarsi a una vita pratica, anche l’occasione di ottenere un’educazione generale di visione del mondo, che non lo chiuda in una classe rispetto alle classi privilegiate, bensì lo ponga come uomo uguali agli uomini, questo è ciò che nella nostra epoca ancora genera impulsi antisociali.

E ciò che in questo periodo, da un giusto far crescere e educare dell’amore universale umano e della fraternità per il fondamento del diritto, per il fondamento della democrazia sboccia, questo è ciò che si può chiamare il vero, attivo dedizione al benessere e all’essere umano. Poiché la democrazia potrà svilupparsi anche solo attraverso il fatto che essa, accanto al sentimento per l’uguaglianza di tutti gli uomini, sviluppi anche ciò che si può caratterizzare nel modo seguente. Si vede ogni uomo come qualcosa a cui ci si deve dedicare, a cui si deve servire. E sul fondamento della vita economica sarà necessario che — lo dico ancora una volta — se il caso di offerta e domanda, che si fonda su acquisizione di capitale e di salario e sul mercato, deve essere sostituito da istituti ragionevoli umani di cooperazione e coalizione, allora sarà necessario su questo fondamento della vita economica che la giunta consiliare, chiamiamola così, che vi appare, dovrà guardare se qualche articolo qui o là secondo i rapporti umani generali del territorio economico è troppo caro o troppo a buon mercato. Questa giunta dovrà allora avvicinarsi agli uomini che producono un articolo troppo a buon mercato e dovrà dire loro attraverso il loro consiglio — consigli devono infatti essere, che non agiscono attraverso tirannia e violenza, ma attraverso consiglio — questo complesso è innecessario, deve perciò essere chiuso. Dovete rivolgervi a un altro complesso, affinché sempre solo tanta quantità sia prodotta in un territorio economico chiuso, che nessun articolo sia troppo caro o troppo a buon mercato! Così potranno esistere i giusti reciproci rapporti di prezzo.

Questo sarà un’importante istituzione nella vita economica del futuro, che ci si possa avvicinare agli uomini, alla loro intuizione e alla loro comprensione, cosicché si possano distogliere loro dalle forze interiori che si possono suscitare, dal puro produrre posto sul guadagno, e dirigerli verso una produzione che serve al consumo necessario, al bisogno necessario della collettività. Ma ciò che è necessario per poter consigliare qui nel modo giusto, per collocare gli uomini nel modo ragionevole nella vita economica, affinché i reciproci rapporti di prezzo si realizzino per il fatto che non è possibile nessun eccesso di lavoro da un lato e nessun difetto di lavoro dall’altro lato, ciò che è necessario per questo, può sorgere in coloro che devono consigliare nella vita economica solo attraverso il fatto che gli uomini nella loro giovinezza hanno sviluppato il sentimento per la fraternità umana, per l’amore umano. Poiché, se non si fonda sulla edificazione dei nostri sviluppi umani esteriormente e allora su componenti esteriori che sarebbero inutili, bensì sulla comunità umana interiore, e se ci si deve conformare a questi nuovi ordinamenti, allora in futuro da coloro che consigliano, si dovrà sentire consigliare dalla benevolenza umana democratica, dovrà uscire fuori: Ecco la fraternità! Ecco che la vita è ordinata cosicché non il singolo solamente guadagni a titolo di capitale o di salario, bensì gli uomini lavorano affinché ognuno possa ottenere la soddisfazione dei bisogni appropriata per la sua vita e il suo lavoro.

Ciò mostra come ciò che nel fondo, direi, è «caduto attraverso», quando si sono elevati i gridi di democrazia e socialismo, come la vita spirituale deve essere presa di mira particolarmente. Solo perché il sentimento giovanile passa attraverso imitazione, autorità e amore, l’uomo diviene un uomo intero, sì che ciò che risiede nella sua anima possa svilupparsi democraticamente e socialmente nella comunità umana. Ma solo attraverso questo gli uomini giungono a ciò che ho chiamato l’altroieri la vera libertà umana, che è allevata attraverso il passaggio attraverso imitazione, sentimento di autorità e amore. Perciò non si può dire, si rivendica semplicemente libertà, bensì ci si deve confessare: la nostra educazione deve essere pervasa da quelle forze che collocano l’uomo come uomo libero nella democrazia e nella vita economica sociale. Che abbiamo trascurato all’interno dell’umanità culturale europea e della sua appendice americana, questo principio di educare l’uomo al libero uomo sulla base della conoscenza delle cose, questo fondamentalmente ci ha portato allo stato odierno. L’uomo non è riempito di contenuto spirituale, guarda solo alla realtà esterna. Non vuole significare nella vita soltanto quello che è divenuto attraverso il suo contenuto spirituale, vuole significare quello che lo stato gli assegna in una determinata posizione. Egli non deve trovarsi collocato e non così ordinato che lo stato gli imprima un timbro esteriore; questo deve essere lo sforzo in questa epoca dei circoli più estesi, che hanno un interesse e entusiasmo per il vero avanzamento della nostra cultura. Perciò l’«Associazione per la triarticolazione dell’organismo sociale» ha assunto il compito di raccogliere quelle persone che hanno tale interesse in un consiglio culturale, o come si voglia chiamarlo, affinché da questo possa emergere la liberazione della nostra vita spirituale, specialmente del nostro insegnamento e del nostro sistema scolastico, affinché possa emergere la sottrazione dallo stato e dalla economia del sistema scolastico e educativo. Si può capire che coloro che stanno come personalità insegnanti o educative in questa vita spirituale hanno una certa paura se lo stato non pagasse più il loro stipendio. Che cosa dovrebbero fare allora? Sì, questo appartiene a quelle esperienze che purtroppo nella contemporaneità si fanno così frequentemente, alle esperienze che sì, gli uomini capiscono occasionalmente, è necessario che una riformulazione della nostra condizione sociale subentri — ma che non riescono a sollevarsi sino a veramente volere ciò che potrebbe condurre a una tale riformulazione. Se negli ultimi tempi si è parlato molto con gli uomini della necessaria riformulazione, anche con coloro che in generale sono completamente convinti che tale riformulazione deve venire, allora ti domandano: Sì. Ma tu devi dire in modo preciso cosa accade al singolo uomo, cosa accade alla singola professione nel futuro! — I funzionari postali vi domandano, quando si parla di socializzazione: Come si socializza il funzionario postale, come sarà la sua situazione? — In questi discorsi risiede qualcosa di altamente peculiare. Gli uomini non guardano alla vita presente, hanno ancora oggi illusioni sulla sostenibilità delle attuali condizioni, non riescono a sollevarsi a rappresentazioni di una vera riformulazione, e allora ti domandano: Sì, dimmi una volta, come si presenterà ciò che sono abituato al vecchio nel nuovo ordine?

In una tale domanda risiede in realtà niente di meno che la rivendicazione: come rivoluzionamo il mondo cosicché tutto rimanga come prima? E se non si dà risposta alla domanda: come si presenterà il vecchio nel nuovo ordine? allora dicono le persone: quello che dici mi è del tutto incomprensibile! — Più o meno così è anche quando coloro che sono occupati nel sistema educativo e di insegnamento hanno la loro grande preoccupazione su come si configurerà la loro posizione economica. In quanto coloro che stanno nella vita spirituale come insegnanti o educatori, la vita spirituale deve essere ordinata dall’interno, indipendentemente dalla vita dello stato e dell’economia, secondo punti di vista puramente pedagogico-didattici e secondo idee spirituali interiori; diversamente essi, poiché devono anche vivere, sono una cooperativa economica nell’organismo economico all’interno dell’organismo sociale triarticolato. E esattamente come un complesso di operai di fabbrica ovviamente sa che dalla vita economica gli viene ciò di cui ha bisogno per soddisfare i propri bisogni, così la giunta consiliare della vita economica dovrà curare che nel modo giusto esista una giusta relazione economica tra il corpo economico che è indipendente nell’organismo sociale triarticolato, e quell’altro corpo economico che deve occuparsi della vita spirituale. E ciò che rimane in mezzo come il terzo membro dell’organismo sociale, lo stato del diritto, dovrà curare che ciò che viene concluso nel contratto economico libero tra il corpo economico e il corpo spirituale sia veramente eseguito. Chi vuole veramente comprendere interiormente e ha il coraggio di comprendere che la vita spirituale deve essere libera, che ciò che in essa è spirituale deve essere posto sulla propria base dello spirito, quello potrà richiamare a sé la comprensione di come la parte economica di questa parte spirituale dell’organismo sociale triarticolato si configurerà in futuro.

Così si vede che deve assolutamente regnare libertà nella vita spirituale. Poiché questa libertà nella vita spirituale è veramente la base per l’uguaglianza della vita del diritto, e è anche la base per la fraternità della vita economica. Questa base deve soprattutto, quando si parla di socializzazione, essere presa in considerazione. Altrimenti — sì, altrimenti si potranno forse realizzare istituti esterni di ogni sorta, ma quando questi ordinamenti esterni procedono un poco più avanti, allora si arriverà, come ad esempio in Russia sotto il leninismo, dove si ha uguaglianza di diritto — nella frase! Ma dove però adesso si è già giunti al punto che un operaio ha una retribuzione sei volte più alta di un altro, e dove già certi operai intellettuali ricevono fino a 200.000 rubli, e dove ci si sta già fortemente inclinando di nuovo al vecchio capitalismo.

Se si vuol socializzare, allora è necessario inoltrarsi nelle vere condizioni di vita dell’organismo sociale sano, non semplicemente urlare frasi di partito e dogmi marxisti papali come l’unica cosa pratica nel mondo. Fraternità e vero socialismo potranno svilupparsi solo se sulla base di una vera educazione umana sociale, potranno esserci quegli uomini che pongono al posto degli impulsi antisociali gli impulsi sociali; poiché gli ordinamenti esterni non faranno socialismo. Proprio nel campo della vita economica si dimostrerà ben presto che tutti gli ordinamenti esterni non possono produrre socialismo, se non gli uomini che stanno in questa vita economica comprendono in modo ragionevole e fraterno ordinare ciò che finora è stato organizzato secondo i principi astratti dell’acquisizione di capitale e di salario, dell’offerta e della domanda su questo fondamento. Poiché da quelle idee confuse, che i rapporti di produzione si sviluppino da soli cosicché gli uomini in essi possano vivere socialmente, da queste idee confuse emerge oggi chiaramente il fatto che la vita sociale deve essere prodotta attraverso l’uomo stesso, l’uomo sociale. Corpi di uomini che operano socialmente insieme saranno quelli che produrranno ciò che nel mio libro «I punti nodali della questione sociale nelle necessità vitali del presente e del futuro» ho delineato come la sostituzione del capitale.

Se vediamo come il capitale ha agito, allora soprattutto dobbiamo rendersi conto che questo capitale ha staccato l’uomo dall’interesse vero e proprio sulla produzione. Invece di dedicarsi a ciò che si produce, di produrlo cosicché si desse il sentimento: così come io ti faccio, tu servi agli altri uomini, ai miei simili che considero fraternamente — invece di dare questo sentimento ai prodotti umani, si guarda a ciò che si può scrivere come il prezzo di vendita del prodotto nel registro generale. In questo distacco dell’uomo dall’interesse al valore umano risiede il danno vero dei rapporti di capitale e di salario. È così che è accaduto che il capitale sia stato considerato come qualcosa che può completamente distaccarsi dal vero lavoro, dal lavoro direttamente attivo all’interno della comunità umana, delle opere umane, e che il capitale sia qualcosa che si moltiplica da sé, che si moltiplica anche presso colui che non se lo è acquisito personalmente attraverso il suo lavoro.

Si può esprimere in modo estremamente semplice il danno del sistema radicale del capitale. Giustamente, nel fondo ogni capitale si realizza per il fatto che qualche lavoro spirituale produce qualcosa che serve ai simili, serve come produzione di beni. Ma al posto di questo legame delle forze spirituali dell’uomo con il capitale è subentrato qualcos’altro, è subentrato il possesso privato personale della terra, il possesso privato personale dei mezzi di produzione. Mai può esistere in uno vero stato del diritto un diritto sulla terra come possesso privato. La distribuzione della terra e del suolo deve avvenire nella democrazia, e lo sfruttamento del capitale — così come l’ho rappresentato nel mio libro «I punti nodali della questione sociale» — può avvenire solo nel senso giusto quando lo strumento di produzione finito non è più vendibile, bensì è bene libero. Allora ciò che oggi è dato al capitale, è di nuovo restituito al lavoro spirituale.

Questo è ciò che dobbiamo sforzarci di raggiungere. Ma che possiamo sforzarci di raggiungere solo se comprenderemo di educare gli uomini cosicché con spirito libero sanno collocarsi da sé davanti ai loro simili, che si collocano nella comunità umana, pari diritti, senza pretendere privilegi, e che per la vita economica, che deve essere orientata solo secondo produzione e consumo, creano organizzazioni che si articolano in associazioni libere, corpi, cooperative, che sono costruite sul principio della vera fraternità con la comprensione per i bisogni del consumo dei popoli. Chi vuol avere interessi sul capitale senza che sia in connessione con qualche lavoro spirituale, può aver acquistato questo capitale che produce interessi solo per eredità o in qualche altro modo da un uomo che attraverso il suo lavoro spirituale è stato in relazione con il capitale. Ma questo legame tra capitale e uomo è giustificato solo finché le capacità, il lavoro spirituale dell’uomo, il legame con i mezzi di produzione, che in realtà sono il capitale, giustificano questo legame. Socialmente il possesso di capitale da parte di uno che non produce personalmente è così come se si volessero far pagare per una nave inabissata nell’oceano. Una nave affondata nell’oceano non può più portare nulla agli uomini. Questo è sparito, e un’altra nave deve prendere il suo posto. Chi riceve interessi sul capitale senza che lavori, è così come se volesse farsi pagare per ciò che proviene da una nave affondata. Con il venir meno della presenza delle capacità umane e con la morte dell’uomo deve poter estinguersi il legame tra lui e i mezzi di produzione, cioè il capitale.

Queste sono cose che oggi agli uomini risultano così poco chiare solo perché contraddicono le pratiche e gli ordinamenti odierni. Solo dall’assuefazione alle vecchie condizioni proviene l’incomprensione, non dal fatto che la cosa stessa non sia da comprendere.

Ora si può dire: Tu sostieni che le cose che esprimi siano pratiche, mentre tuttavia sono idealistiche! Sì, chi oggi non comprende che l’idealistico deve divenire pratico, e che siamo giunti proprio ai nostri odierni stati perché abbiamo sempre creduto che il pratico consistesse nella routine della convivenza con gli ordinamenti esterni, chi non comprende che questa credenza era ingannevole e che oggi le idee sono il pratico, quello non può realmente partecipare a ciò che è necessario per la ricostruzione del nostro sviluppo umano. Viviamo in un’epoca in cui l’idealismo — se si vuol chiamare così ciò che è portato avanti qui dalla pratica della vita — è il più pratico di tutto.

L’altroieri ho indicato la grande differenza che esiste nella disposizione spirituale dell’anima dell’oriente e dell’occidente. Noi qui nell’Europa centrale siamo collocati tra questa disposizione spirituale dell’oriente e quella dell’occidente. Se riconosciamo che noi come popolo del mezzo abbiamo il compito, dal germanesimo, attraverso un’educazione equilibrata, attraverso un’educazione indipendente della vita spirituale, della vita del diritto, dello stato o politica e della vita economica, anche di portare l’equilibrio tra oriente e occidente, allora ci collochiamo sul fondamento da cui deve uscire ciò che è sicuro per il futuro, anche se da tutti i lati gli uomini oggi ci vogliono togliere il terreno sotto i piedi. Possono farlo fino a un certo punto, perché noi come popolo dell’Europa centrale nei decenni passati abbiamo trascurato di collocarci sul fondamento da cui scaturisce la nostra vera forza come popolo dell’Europa centrale. Ma non deve essere dimenticato il legame con quelle forze del nostro popolo da cui sono sbocciati i grandi risultati umani idealistici e insieme più grandi dell’umanità di Lessing, Herder, Goethe, Schiller e così via. Non deve essere dimenticato quegli impulsi dell’Europa centrale da cui in un’epoca difficile Johann Gottlieb Fichte ha versato il fuoco nel cuore dei popoli dell’Europa centrale. Ciò che realmente sta alla base di questo fatto, gli altri popoli lo sospettano. Ma noi non dovremmo solo sospettarlo, dovremmo comprenderlo. Dovremmo dirci: se gli altri ci odiano, e se gli altri competono con noi e vogliono distruggerci con qualcosa, è ciò che non abbiamo sviluppato negli ultimi decenni come nostra essenza più propria, bensì come ciò che è troppo uguale agli altri, come l’industrialismo non tedesco che abbiamo imitato. Se riconosciamo allora dove sono le vere radici della nostra forza, allora c’è ancora speranza per noi! Noi Tedeschi non dobbiamo collocarci sul terreno in cui solo la vita capitalistica esterna dei decenni passati ci ha collocati nella concorrenza con gli altri. Dobbiamo collocarci su un terreno spirituale. Dobbiamo comprendere che quel patriottismo che ha consistito nel darsi solo alla speranza che la Germania portasse ancora più capitale all’imprenditoria con successo, che quel patriottismo che ora è sostituito dall’altro: andiamo dagli altri, siamo ora patrioti lì, perché da lì il capitale può portare interessi — dobbiamo comprendere che questo patriottismo non è patriottismo tedesco!

Dobbiamo poterci collocare su questo terreno. Dobbiamo riuscire a comprenderci come il popolo che è collocato tra oriente e occidente per una ricostruzione dalla libertà per lo spirito, dall’uguaglianza per il diritto, dalla fraternità per l’economia. Laggiù nell’oriente una volta sorse la luce spirituale più forte, nell’occidente viene prodotto il combustibile per questa vita spirituale. La luce spirituale dell’oriente è nell’impallidire, è decaduta in nirvana. Il combustibile dell’occidente non potrà brillare se non si colloca semplicemente nelle tenebre dei rapporti di capitale e di salario degli uomini. Noi nell’Europa centrale dobbiamo trarre la nostra speranza unicamente e soltanto da questo: che noi le fiamme del combustibile dell’occidente attraverso la luce dell’oriente al fuoco che può accendere l’umanità, sveglieremo.

11°I compiti della scuola e l'organismo sociale tripartito

Stoccarda (giovani insegnanti), 19 Giugno 1919

Mi reca una grande soddisfazione poter parlare anche fra i membri del corpo insegnante. Infatti, sebbene il mio destino mi abbia gettato nelle professioni più disparate, e sebbene cerchi di comprendere cosa viva proprio in quest’epoca di confusione e caos nelle diverse professioni e classi, tuttavia mi sento profondamente a mio agio — mi piace dire — dalla parte della professione insegnante, alla quale ho appartenuto personalmente per molti anni della mia vita, anche se in modo privato e non certo in circostanze facili. Proprio per questo motivo, però, mi sento chiamato a specializzare per questa professione ciò che ora devo dire riguardo al rinnovamento delle condizioni nell’ambito dello sviluppo umano.

Si può dire che, proprio se si guarda a ciò che vive nell’epoca presente, a ciò che vive nelle rivendicazioni, nelle intuizioni — più o meno chiare o oscure — riguardanti quello che deve accadere; si può dire: Se l’insegnante non partecipasse a quella che oggi è la rivendicazione del tempo che attraversa il mondo intero, l’intera civiltà, allora sarebbe questa una perdita enorme, la più grande perdita immaginabile per il rinnovamento della nostra vita. E se si potesse pensare che il corpo insegnante non rivolgerebbe il suo interesse al lavoro per questo rinnovamento dei rapporti umani, allora certamente da questo rinnovamento delle istituzioni umane uscirebbe qualcosa che molto presto avrebbe bisogno di correzione, e che d’altro lato non potrebbe recare alla umanità alcun bene.

Potrete supporre dalle mie prossime considerazioni che avrò molto da obiettare riguardo alle attuali istituzioni scolastiche; ma vi prego, di non intendere questo come se fosse diretto contro il corpo insegnante stesso. Infatti riconosco pienamente come oggi il corpo insegnante — anche se nello slancio della vita non sempre riesce a farne piena consapevolezza — soffre profondamente proprio sotto le attuali condizioni scolastiche, a volte perfino geme. Ma è proprio per questo motivo che forse sarà possibile discutere nel modo più profondo e più significativo la cosiddetta questione sociale proprio fra il corpo insegnante. Infatti l’insegnante — anche se questo è secondario — è personalmente interessato al massimo grado da ciò che deve accadere dalla spinta verso la socializzazione della società umana nel presente e nel prossimo futuro! Certo, si può avere molto da dire sui programmi di partito che oggi girano più o meno radicali nel mondo, ma non vogliamo parlarne troppo oggi; tuttavia da questi programmi socialisti radicali o meno radicali emergono anche vari programmi sulla cosiddetta «socializzazione dell’istruzione scolastica». Se l’istruzione scolastica venisse socializzata nel senso di questi programmi socialisti, allora non uscirebbe soltanto ciò che oggi molti animi ansiosi temono da una trasformazione dei rapporti umani nel senso del socialismo di partito, ma uscirebbe con la massima probabilità — anche se non lo si vede ancora sufficientemente oggi — l’assoluto delirio pedagogico quando si realizzasse il programma socialista per la scuola.

Anche se questo è espresso in modo radicale, ve lo scuso dicendo che non sono inclinato in alcuna direzione a sviluppare qualcosa di diverso da un’idea sostanziale, un’idea pratica sostanziale, tutt’altro che alcunché di fazioso.

Dopo questa introduzione comprenderete che proprio nei confronti della nostra attuale istruzione scolastica si pone la domanda: Come si manifestano i frutti di questo sistema scolastico nella vita pratica, in quella vita pratica dalla quale ovunque oggi sorge il grido di trasformazione?

Se non rimaniamo semplicemente astratti teoricamente, se partecipiamo con cuore e sensi al sistema scolastico come il fattore più importante nello sviluppo dell’umanità, allora dobbiamo dire quanto segue. Vediamo come oggi in modo talvolta molto preoccupante persone che non possono neppure abbracciare la vita nelle sue reali rivendicazioni e possibilità elaborano programmi di partito. Vediamo il credere che persone vogliano riformare o rivoluzionare la vita, mentre potrebbero solo portare fuori le peggiori cose. Dobbiamo allora porci questa domanda: Le anime di tutti coloro di cui ora tanti hanno paura — non hanno forse attraversato le nostre scuole? Guardiamo oggi con apprensione al proletariato, e bisogna pure ammettere che questa apprensione non è del tutto ingiustificata, tutt’altro. Ma questo proletariato è passato attraverso le nostre scuole, e dobbiamo dire, se non pensiamo in modo corto, che le nostre scuole hanno pure educato questo proletariato. E da ciò che il proletariato vuole, così come dagli errori in cui cade, dobbiamo riconoscere qualcosa di quello che si esprime nel detto: «Dai loro frutti li riconoscerete». Non deve essere una frase agitativa superficiale, ma solo attirare l’attenzione sul problema culturalmente storico dell’attuale sistema di educazione e insegnamento. Dobbiamo essere chiari su quanto segue.

Nel corso degli ultimi tre o quattro secoli, ma particolarmente nel diciannovesimo secolo, si è sviluppato un nuovo uomo nel proletariato — un uomo che non è mai esistito prima nei secoli precedenti con questa costituzione corporea, psichica e spirituale. Ciò che caratterizza il proletario contemporaneo è che, in contrasto con gli altri membri della società umana, in misura molto più grande che in passato, sostanzialmente con la sua intera esistenza umana pende nel vuoto. Ed è proprio dal punto di vista pedagogico che ci interessa che il proletario nel presente è quell’uomo che rispetto alla sua esistenza deve dirsi: Se egli stesso è spinto, o se altri lo spingono, a rinunciare alla sua posizione, allora si trova di fronte al nulla. Allora sente di non stare più in connessione con ciò che tiene insieme la società umana. Al contrario, bisogna dire che l’educazione attraverso la scuola, proprio nel periodo in cui il proletariato si è sviluppato in questo modo, è stata condotta in modo che questa educazione non ha potuto rendere l’uomo un uomo completo. Certo non per colpa del corpo insegnante, ma per colpa della dipendenza della scuola dallo Stato e da poteri economici! Si sarebbe potuto occuparsi del bambino che cresceva nella maniera più appropriata, dalla vera conoscenza dello sviluppo umano — eppure l’insegnante era stretto fra due forze che fondamentalmente non hanno sempre agito nel senso di quello che l’insegnante doveva considerare come suo compito rispetto all’educazione dell’uomo attraverso la scuola.

Oggi, quando abbiamo la scuola che si è certo sviluppata, ma che si è evoluta da stati precedenti, oggi l’insegnante è stretto fra la casa dei genitori e lo Stato. Naturalmente in tutti i campi ci sono eccezioni, e certamente una parola che vuole caratterizzare qualcosa non può sempre essere applicabile in modo assoluto a ogni singolo caso, ma nel complesso vale, anche se è detto in modo radicale: Oggi l’insegnante deve ricevere nella scuola bambini viziati dai genitori, e quando li dimette dalla scuola e li consegna allo Stato, allora lo Stato molto presto succhia via da quelle anime ciò che l’insegnante si è sforzato di immettere in quelle anime. Fra questi due estremi, che certamente non agiscono nel senso dell’educazione attraverso la scuola, l’insegnante oggi è proprio stretto. E se diventa pienamente consapevole della sua professione, allora geme effettivamente fra questi due vizii del suo allievo, il vizio della casa dei genitori e il vizio dello Stato. Questo, come detto, è espresso in modo radicale. Ma riceviamo dalla casa dei genitori altri bambini se non quelli che si sono avvicinati ai genitori stessi, che si sono avvicinati loro in modo da entrare a scuola con tutti i pregiudizi della coppia genitoriale, che hanno assorbito tutto ciò che i genitori portano nei loro animi e nella loro condizione psichica — dal ceto e dalla classe in cui si trovano? E d’altronde mandiamo via dalla scuola i bambini, li lasciamo andare nella vita umana, dobbiamo immetterli nella comunità statale. Quello che questo significa proprio per i tempi presenti ce lo mostra l’intera terribile situazione dell’umanità in questo periodo.

Certo, abbiamo sperimentato grande disgrazia, ne sperimenteremo ancora molta. Ma non abbiamo visto proprio nella disgrazia ciò che, se avessimo avuto sufficiente capacità di osservazione, avremmo potuto vedere anche nella fortuna — non abbiamo visto come proprietà fondamentale dell’uomo contemporaneo che egli non ha veramente sviluppato durante l’infanzia quella vera forza dell’anima per cui potrebbe inserirsi nella vita cosicché il destino della vita non potesse spezzare il suo pensiero, i suoi sentimenti, la sua volontà? Più di quanto si creda, i caratteri spezzati, le nature spezzate sono rappresentati oggi in tutti gli strati. Lo si vede dai pensieri oscuri, nebulose rappresentazioni che gli uomini si fanno oggi sulla civiltà intera riguardanti i terribili eventi che si sono abbattuti. Qualcuno oggi può ancora immaginarsi come sia accaduto? Può ancora abbracciare qualcosa nella vita? Si sente ancora sufficientemente forte da inserirsi energicamente nella vita? Nature umane spezzate, più di quanto si creda, sono effettivamente i nostri contemporanei! E dobbiamo anche domandarci perché la scuola non ha potuto fare ciò che creerebbe un fermo sostegno nell’uomo per la vita, in modo che non potesse essere spezzato dalla vita e dal suo destino?

Se fosse stato concesso alla scuola da molto tempo il compito di formare l’uomo in modo che potesse inserirsi nella vita grazie a ciò che la scuola può dare, allora le circostanze attuali sarebbero diverse. Ma non è stato così. La scuola poteva dare qualcosa all’uomo. Ma coloro che appartenevano ai circoli privilegiati, direttivi, guida dell’umanità, coloro non immettevano l’uomo nella vita attraverso la scuola, ma attraverso la famiglia, attraverso i legami di parentela, attraverso la protezione e simili. Si provvedeva affinché il giovane uomo arrivasse in questa o quella posizione della vita, proprio attraverso i legami in cui si stava personalmente nella vita. L’unico uomo che fa eccezione, per il quale questo non vale, è il proletario. Ecco perché è per la scuola il vero uomo «dei tempi nuovi». Il figlio del proletario non può essere viziato così fortemente — certamente da altre cose, ma non dai genitori — perché i genitori non hanno tempo per questo. E il figlio del proletario, quando viene dimesso dalla scuola, non è inserito nella comunità umana attraverso legami familiari, attraverso protezioni e simili, ma deve inserirsi nella vita solo attraverso ciò che per sua propria costituzione psichica è. Il proletario, l’uomo sciolto sulla umanità, che può contare solo su se stesso, è quindi in una situazione completamente diversa rispetto a questo punto dalle persone dei circoli direttivi e guida. È questo che ha dato alla nostra scuola proprio la sua firma, le ha impresso il carattere; è questo che si deve considerare nel presente. Ed è anche questo che fornisce le domande da cui il corpo insegnante deve partecipare ai grandi problemi sociali di questo tempo.

Una domanda completamente nuova sorge: Come dobbiamo plasmare l’uomo per la vita? Come dobbiamo attraverso la scuola educare in modo che l’uomo nel periodo in cui passa attraverso la scuola sviluppi quelle forze che sono depositate nel suo interno — le forze del pensiero, del sentimento, della volontà, dell’agire — cosicché nel successivo corso della vita siano presenti con quella forza che il destino della vita non possa spezzarle? Questa domanda sorge con le domande fondamentali del proletariato con una forza mai vista prima. Come si deve educare, come si deve educare attraverso la scuola — questa domanda assume oggi un nuovo aspetto. E proprio per questo è necessario che innanzitutto l’insegnante abbia un giudizio su come gli uomini debbano svilupparsi a scuola, uomini che devono essere immersi nella vita.

Ciò che effettivamente ora si richiede, ma del quale si hanno concetti davvero assai oscuri nei diversi programmi di partito e nelle opinioni di partito, e come propriamente si consideri oggi tali questioni, lo mostra proprio tramite tali programmi e idee scolastiche socialiste che vengono diffusi. Basta guardare alcuni punti principali di queste idee e programmi scolastici socialisti. Ad esempio, certe personalità socialiste enfatizzano la scuola unitaria. Non deve essere uniformata; deve essere differenziata il più possibile, in modo da tenere in considerazione le singole abilità e disposizioni umane. I socialisti esprimono questa rivendicazione dicendo: Rivendichiamo la differenziazione del programma didattico per la scuola unitaria, ma rivendichiamo l’unità dell’«organizzazione». Questo significa che la scuola unitaria deve essere organizzata in modo uniforme. Non deve essere affatto presa in considerazione dall’ordine organizzativo come sono gli individui umani, ma questo deve essere immesso allora — sì, in quale modo? È molto strano che un simile programma scolastico possa affatto emergere da circoli socialisti, dalla semplice ragione che i socialisti dalla loro concezione materialistica della storia sottolineano sempre che l’uomo è completamente il prodotto delle circostanze esterne, che non è affatto il prodotto di intuizioni morali, giuridiche, estetiche, religiose. Tutto questo — diritto, moralità, intuizioni religiose, estetiche, anche la scienza — il socialismo nel suo dogmatismo marxista lo chiama una semplice «sovrastruttura ideologica». La realtà per esso è il modo in cui sono organizzati i rapporti economici. Questo è ciò che effettivamente plasma l’uomo; tutto il resto soffoca nell’anima umana come una sovrastruttura ideologica. E ora il socialismo espone un programma scolastico in cui richiede l’uniformazione dell’organizzazione e la specializzazione del programma didattico. Il programma didattico porterebbe allora qualcosa che più o meno dovrebbe essere la sovrastruttura ideologica, e l’organizzazione offre ciò che in fatto di circostanze è, in cui il bambino deve essere immerso, attraverso cui l’uomo deve essere plasmato e forgiato.

Se si esige l’uniformazione dell’organizzazione, allora secondo i principi fondamentali del socialismo si esige effettivamente l’uniformazione dell’intera natura umana, perché la differenziazione nel programma didattico non lo farà, poiché l’oggetto di questa differenziazione non è solo «sovrastruttura ideologica». Proprio su questo programma potete studiare quali contraddizioni emergono dalle odierne rivendicazioni del tempo, e cosa accadrebbe se si realizzasse questa contraddizione derivante dalle odierne rivendicazioni!

Ma le rivendicazioni del tempo stesso — possiamo fare qualcosa contro di esse? Non possiamo effettivamente fare niente contro le rivendicazioni del tempo. Sono lì. L’umanità ha raggiunto un certo livello della sua coscienza in questa fase del suo sviluppo, ha raggiunto una certa condizione psichica che esprime se stessa particolarmente nelle rivendicazioni proletarie, che possono solo essere il segnale per una nuova formazione che avviene in modo completamente diverso da come se l’immagina il proletario. Ma un certo impulso di forza interiore ha preso l’umanità in sviluppo continuo, e questo impulso di forza si esprime da lungo tempo in due parole — negli ultimi tempi sono diventate molto comuni come frasi e slogan — democrazia e socialismo. Queste due parole si innalzano con forza sempre crescente dalle profondità dello sviluppo umano. E nella nostra epoca, anche se molte sciocchezze si dicono sia sulla democrazia che sul socialismo, si deve dire che nella nostra epoca tutte e due risuonano con forza accresciuta dalle profondità dell’umano. Si richiede un grado maggiore di democratizzazione dell’ordinamento statale, e si richiede anche un grado maggiore di socializzazione della vita economica. Non si può fare nulla contro queste rivendicazioni, sono certo rivendicazioni elementari dello sviluppo umano. Ma il compito di fronte a esse è di prendere posizione in modo razionale. Che cosa significano effettivamente queste due rivendicazioni «democrazia» e «socialismo»?

Significano fondamentalmente che molto più di quanto sia stato il caso fino a ora, ciò che accade nella comunità statale e economica viene posto nella volontà del singolo uomo. Nella democrazia il singolo uomo vuole avere un grado più elevato di partecipazione alle istituzioni statali, fino nei circoli molto oppressi del proletariato, di quanto non avesse prima. Nella socializzazione l’uomo vuole di nuovo avere un’influenza individuale, personale, una vasta influenza sulla vita economica. Bisogna solo ricordare superficialmente come erano le circostanze in tempi precedenti, e ci si dovrà dire: la comunità umana era molto più legata. Il singolo era molto più propenso ad adattarsi secondo tradizioni, uso, eredità, a ciò che era stato imposto dai superiori, da altre autorità sopra di lui. Da questo sentimento di autorità, da questo sentimento di soggezione vuole liberarsi l’uomo attraverso la democrazia e la socializzazione. E quando si vuole tenere conto di queste rivendicazioni, particolarmente dal lato socialista, cosa si richiede effettivamente per la scuola? Si richiede per la scuola pure la socializzazione. Ci si immagina che ciò che deve apparire fra gli adulti nella vita statale ed economica, forse un po’ attenuato, ma comunque in una certa misura, prenda posto anche nella scuola. In un programma scritto da un pensatore socialista sta anche che in futuro — la gente vuole «abolire» tutto oggi, la grande preoccupazione è come lo si abolisce, la cosa di riorganizzarlo è per loro secondaria — che deve essere abolita l’autorità del rettore, del direttore. Si vuole anche limitare l’autorità dello stesso insegnante fino a un certo grado, e si parla di comunità scolastiche con una certa autogoverno degli scolari, dove l’insegnante deve inserirsi in modo cameratesco nella comunità scolastica. E con l’eliminazione del rettorato e della direzione allora cresceranno quei giovani uomini che poi dovrebbero essere particolarmente adatti alla democrazia e al socialismo. Ciò significa, allora, che si vuole ordinare per i bambini ciò che come rivendicazione di sviluppo dell’umanità si presenta per i rapporti della comunità degli adulti.

Ma in questo viene dimenticato qualcosa. E che questo venga dimenticato mostra come la nostra epoca abbia scarsi psicologi, come scarsi ricercatori dell’anima abbiamo in realtà. Perché buoni ricercatori dell’anima non potrebbero mai pensare: Se i legami fra gli adulti si allentano, allora si allentino pure i legami fra i bambini che crescono. — Perché buoni ricercatori dell’anima direbbero proprio il contrario. Direbbero: Sì, se ormai la rivendicazione del tempo è che fra gli adulti i legami della comunità umana devono allentarsi, affinché vi sia più democrazia e socialismo, allora tanto più i bambini devono essere educati in modo che diventino capaci nel corso della vita successiva di democrazia e socialismo. Perché se come bambini venissero già educati in modo che fra loro nell’organizzazione della scuola regnasse il più possibile democrazia e socialismo, allora con certezza nel corso della vita successiva non sarebbero affatto idonei alla democrazia e al socialismo.

Questo è quello che, ne sono convinto, i buoni psicologi dovrebbero dire, coloro che sono seri con il socialismo e la democrazia per l’umanità che cresce. Dovrebbero dire: Allora tanto più i semi devono essere posti negli animi dei bambini che non possono più essere cacciati via dalla democrazia e dal socialismo nello stato di adulto! Ma allora questo conduce alla domanda fondamentale della metodologia scolastica, alle domande fondamentali della pedagogia, perché questa pedagogia dovrà avere nel futuro un aspetto diverso da quello che aveva nel passato. Dovrà nel futuro soprattutto procedere da una profonda osservazione dell’essenza umana, della natura umana stessa. Si dovrà studiare molto più profondamente di quanto sia possibile attualmente, la natura dell’uomo stesso, per poter agire come insegnante fra i bambini. La nostra scienza naturale ha celebrato i suoi grandi trionfi negli ultimi quattro secoli. Chi conosce i metodi, il modo consapevole della ricerca scientifica naturale, sa anche cosa la ricerca scientifica naturale e l’atteggiamento di ricerca scientifica naturale hanno dato all’umanità negli ultimi quattro secoli. Ma è impossibile, proprio quando la scienza naturale realizza il suo ideale, comprendere l’uomo con questa scienza naturale. Non è mai possibile comprendere l’uomo con la scienza naturale! Perché l’uomo con tutti i concetti che gli derivano dall’osservazione della natura non può mai riconoscere in se stesso ciò che in lui si eleva oltre tutta la natura, ciò che in lui è psichico-spirituale. Ecco perché è comprensibile che nell’epoca in cui la scienza naturale è salita al suo apice, la conoscenza umana — e i popoli orientali ce lo rinfacciano con sufficiente forza — è andata sempre più indietro per la nostra civiltà occidentale. Chi personalmente ha acquisito la scienza naturale nel senso contemporaneo, sa come l’effettiva essenza umana si disintegra sotto le mani, proprio quando si pratica bene la scienza naturale. Ma non è che solo alla scienza naturale l’essenza umana si disintegri sotto le mani, ma ciò che è diventato il modo di pensare scientifico naturale, il modo di rappresentazione scientifico naturale, ha preso possesso dell’intera coscienza del tempo. Vive in ogni articolo di fondo di un giornale, e governa i circoli più vasti che oggi partecipano alle rivendicazioni del tempo nel senso più recente. E questo ci mostra una profonda contraddizione. Potrei citarvi molti esempi che potrebbero essere una prova di questo. Ne citerò solo uno.

C’è oggi uno scienziato della natura molto eminente, Oscar Hertwig, che nel suo campo, la biologia, è un uomo eccellente, forse uno dei più grandi e importanti biologi dell’epoca presente. Ha scritto alcuni anni fa un libro: «La formazione degli organismi, una confutazione della teoria del caso darwiniana», un libro molto bello e significativo dal punto di vista scientifico naturale. Allora lo sventurato ha avuto l’idea di dover scrivere un libro sociale, un libro su questioni sociali e giuridiche. E questo libro è pura assurdità, è sciocchezza. Questo è un fenomeno caratteristico. Si può oggi pensare in modo penetrante dal punto di vista scientifico naturale, dominare in modo consapevole i metodi della ricerca scientifica naturale, e non si sa assolutamente nulla riguardante tutto ciò che è sociale e giuridico e ciò per cui l’uomo va oltre la natura. Proprio perché il nostro pensiero pedagogico è stato in gran parte afferrato dal pensiero scientifico naturale, è stato tolto a esso lo sguardo reale sull’uomo che diviene, che si sviluppa. Ma questo uomo che diviene, che si sviluppa, sarà il più grande problema della futura pedagogia. So bene che su ciò che esporrò nelle seguenti affermazioni molti diranno: questo è comunque ovvio. Ma tale ovvietà si presta ben poca attenzione nel presente. C’è un detto — come ce ne sono molti che sono corretti se applicati correttamente, e che sono completamente sbagliati se applicati male — ed è: La natura non fa salti. Sì, la natura effettivamente fa dovunque salti. Quando passa dalla foglia verde al petalo colorato, fa un salto, e quando passa dal petalo colorato al pistillo, fa di nuovo un salto. La natura fa solo salti. Così è anche nella vita umana, se si osserva questa vita umana sufficientemente profondamente.

Abbiamo allora tre periodi di vita chiaramente distinti l’uno dall’altro nell’infanzia degli uomini. Il primo comprende l’età infantile fino al cambio dei denti. Questo cambio dei denti è accompagnato da un intervento molto, molto più intenso nell’organismo umano di quanto la fisiologia contemporanea abbia mai intuito. L’intera essenza dell’uomo come si sviluppa dalla nascita al cambio dei denti diventa, quando ha passato il cambio dei denti, psichico-spiritualmente e fino a un certo grado anche fisicamente, qualcosa di completamente diverso. Il secondo periodo di vita è quello che va dal cambio dei denti alla pubertà. Il terzo inizia con la pubertà e va fino alla fine della seconda e l’inizio della terza decade di vita, fino negli anni venti. Uno studio più preciso, basato sulle proprietà interne dell’uomo, dell’uomo che diviene, deve diventare nella futura antropologia il fondamento di una reale pedagogia.

Nel primo periodo di vita c’è per il bambino che cresce un certo momento di crescita che domina tutto il resto: il bambino è un imitatore. Il bambino è disposto a tal punto che fino al gesto che fa, fino alle manipolazioni che esegue, fino all’abilità che acquisisce, come essere imitatore assume la natura di coloro che agiscono nell’ambiente circostante. Ma questo va molto più lontano di quanto si creda. Quello che agisce da uomo a uomo è effettivamente molto più profondo di quanto normalmente si sospetti. Se siamo una buona persona nell’ambiente di un bambino, allora insieme al nostro gesto esteriore la nostra bontà, la nostra capacità di amare, la nostra benevolenza passano nel bambino. E particolarmente quando iniziamo a imparare il linguaggio dall’ambiente circostante, allora è un riversamento di ciò che psichicamente genitori e ambiente conservano altrimenti nella loro anima, nel giovane uomo che cresce. Il bambino si adatta completamente all’ambiente, diventa come l’ambiente, perché nella natura umana fino al momento del cambio dei denti il principio dell’imitazione prevale. Lo si può osservare in singoli casi.

Così vengono i genitori da uno e dicono: Oh, abbiamo avuto una grande disgrazia con nostro figlio, il nostro ragazzo ci ha rubato! — Allora si deve dire: Guarda un po’, forse per il bambino quello che ha fatto non significa affatto un furto. Ma quanti anni ha il bambino? — Cinque anni. — Si chiede ancora: Come è successo? — Beh, ha aperto il cassetto, ha tirato fuori una moneta — racconto un caso particolare e concreto — ha persino diviso con altri bambini ciò che si è comprato come dolce. Si può allora dire ai genitori: Certo, non si deve lasciare passare una cosa simile, ma è accaduta da nient’altro se non da ciò che il bambino vede ogni giorno così e così spesso: la madre va al cassetto, tira fuori una moneta per comprare qualcosa. Il bambino imita, fa lo stesso, non lo fa come un’ingiustizia, ma come qualcosa che dal principio dell’imitazione deve avvenire naturalmente. — Perciò fino al cambio dei denti i genitori devono preoccuparsi meno di agire sul bambino attraverso vari insegnamenti e buone lezioni, che non hanno nessuna importanza, perché in questo tempo le lezioni per il bambino sono in realtà solo un suono che giunge all’orecchio infantile, ma i genitori devono preoccuparsi di essere cosicché il bambino possa imitare tutto. Questo sarebbe in questo tempo il miglior principio educativo.

Se si riflette un po’ sulle circostanze presenti, allora non si troverà così radicale l’affermazione che la scuola molto spesso riceve bambini non ben educati. Perché questo principio fondamentale, di non fare, non dire, sì, non pensare nulla che il bambino potrebbe rovinare attraverso l’imitazione, questo principio è davvero ancora poco diffuso. Ma che cosa c’è in questo principio di imitazione? Sì, se a questo principio di imitazione nei primi anni dell’infanzia si tiene conto, se nelle forze dell’anima si indurisce particolarmente ciò che può essere indurito da un correttamente osservato principio di imitazione, allora nasce nel bambino qualcosa che più tardi — perché il fiore di ciò che è stato seme spesso fiorisce molto tardi nella vita — che più tardi l’abilita a essere veramente un uomo libero. Chi non ha mai avuto nell’ambiente circostante tali uomini a cui potesse arrendersi a tal punto, da imitarli, da assorbire in se stesso quello che fanno, costui non è preparato per la vita democratica, non sarà mai capace di godere della libertà nella vita. Questo è ciò che deve essere considerato come connessione della vita. Si deve, come ho già detto, solo essere consapevoli che fiore e frutto di ciò che è stato seminato nella vita umana spesso fioriscono molto più tardi di quanto si pensi. Quello che nei primi sette anni di vita è seminato attraverso un corretto principio di imitazione, questo si imprime profondamente nell’anima del bambino e fiorisce solo negli anni venti e durante l’intera vita seguente. Come accade nella vita: Nessun uomo riceve per la sua vita successiva la capacità di benedire con la sua mano, chi non è stato educato nell’infanzia a supplicare con la sua mano. Quello che è educato nell’infanzia spesso si trasforma nella vita proprio nel contrario, la supplica si trasforma nella benedizione e simili.

Poi inizia il tempo che è particolarmente importante per la scuola, il tempo dal cambio dei denti alla pubertà. Questo tempo ha nell’uomo che si sviluppa di nuovo un principio di sviluppo caratteristico sottostante. Questo è — se si studia veramente l’uomo, ci si arriva — il sentimento di autorità. Non c’è alcuna possibilità di sviluppare certe forze del pensiero, del sentimento e della volontà nell’uomo che cresce tra il sesto, settimo anno e il quattordicesimo o quindicesimo anno, che devono allora svilupparsi, se si vuole allevare il bambino in questi anni senza il sentimento di autorità. Si deve passare attraverso questo in questi anni, guardare a un altro uomo o a più altri uomini, in modo che ci si possa dire — anche se il bambino non l’esprime — ma lo si sente interiormente: Ciò che questo uomo dice è la verità. Non si impara mai a cercare la verità nella vita, se prima non l’abbiamo cercata in un uomo che per noi era un’autorità. Non c’è alcuna possibilità di sviluppare certe abilità nella natura umana se non poniamo il bambino nella situazione, mediante quello che siamo come insegnanti ed educatori, di essere per il bambino l’autorità assoluta. In questo rapporto un certo sentimento di autorità sacra deve regnare nella scuola. E se si crederà che qualcosa di diverso da questo sentimento di autorità sacra educherà alla democrazia e al socialismo, se si crederà che una comunità scolastica democratico-socialista educherà a questo, allora si è completamente fuori strada. Se si vuole per gli uomini adulti una certa crescita interiore, se così posso dire, rispetto alla vita democratica e socialista, allora i bambini devono aver imparato a guardare gli insegnanti come autorità. Questo è quello che soprattutto dobbiamo portare come atmosfera nella scuola, se vogliamo educare nel modo giusto per le nostre rivendicazioni del tempo. Solo quando un uomo tra il settimo e il quattordicesimo anno di vita cresce cosicché in un altro uomo che per lui è autorità si arrampica per così dire verso l’alto, allora si sviluppa l’uomo completo che deve svilupparsi. E questo uomo completo può svilupparsi solo se in questo tempo affrontiamo molte cose in modo molto approfondito dal punto di vista pedagogico. Qui bisogna dire, proprio per questo tempo è soprattutto una cosa di nuovo in connessione proprio con l’autorità particolarmente caratteristica.

Tutti conoscete il detto che Jean Paul ha fatto, che nei nostri tre primi anni di infanzia impariamo dalla nostra balia in realtà più per la vita di quanto impariamo più tardi in tre anni accademici. Così era ancora quando Jean Paul viveva. Questo detto è del tutto corretto, non c’è nulla da obiettare. Ma sapete che molte cose sono determinate dalla fisiologia del bambino. Il bambino non deve essere maltrattato riguardo alla sua memoria. Si ricorda tanto, conserva nella memoria quanto ha bisogno di conservare in questa età della vita fino al cambio dei denti. Ma con il cambio dei denti inizia la necessità di fare attenzione con cura alla memoria del bambino. Qui si tratta soprattutto di non sovraccaricare la memoria in questo tempo, cioè di non spingere nella memoria qualcosa che poi cade di per sé. Non si immagina, e perché non lo si sa, è di nuovo una conseguenza della cattiva psicologia odierna, quanto sia male per un uomo se la sua capacità di memoria in questo tempo è maltrattata in modo che deve incorporare nella memoria cose che poi cadono di per sé. Perciò si deve provvedere che il più possibile attraverso ripetizioni e simili si agisca — le ripetizioni devono essere il fondamento per il tempo tra il settimo e il quattordicesimo, quindicesimo anno — che le cose che si sono presentate inizialmente in modo più dettagliato, siano disposte il più possibile in frasi riassunte in modo breve per la memoria, cosicché si possiedono veramente certe cose, almeno fino a un certo grado, in modo che si conservano da questi anni di vita come il cristiano il suo Padre Nostro — anche se in misura minore — che torna sempre e sempre, che forma una parte della vita interiore dell’anima. Non si deve in questo tempo dimenticare di far attenzione soprattutto allo sviluppo delle forze dell’anima. In questo rapporto però si pecca molto. Perché in questo tempo si presta più attenzione alle materie scolastiche che sono richieste dalla vita e dallo Stato, che all’uomo che cresce. Le cose stanno così: tutto ciò che è così convenzionale come leggere, scrivere, non è qualcosa di così profondamente fondato interiormente come ad esempio la geometria o il calcolo. Che abbiamo proprio questo linguaggio è qualcosa che è meno elementare nella connessione con il mondo esteriore, anche con l’universalità del mondo. Che abbiamo questi caratteri di scrittura è meno connesso con i rapporti generali del mondo, di quanto per esempio un triangolo abbia tre lati o la sua somma di angoli 180 gradi o simili. Tutto ciò che è così convenzionale come leggere e scrivere, possiamo usare soprattutto per lo sviluppo dell’intellettualità, forma particolarmente l’intelletto. Sarebbe troppo lungo se volessi esporre questa affermazione di una vera psicologia in modo più ampio, ma chi osserva la vita da tutti i lati troverà questa affermazione verificata.

Tutto ciò invece che è più connesso con i rapporti generali del mondo o che appella alla memoria umana come l’insegnamento della storia o della geografia, è di nuovo più connesso, anche se questo può sembrare paradossale, alle forze del sentimento, plasma il sentimento. E tutto ciò che insegniamo al giovane bambino di artistico, plasma la vita della volontà, e dovremmo effettivamente organizzare le singole materie scolastiche in modo tale da avere l’occhio sull’uomo che si sviluppa e sapere sempre: Con questo forma il pensiero, con questo forma il sentimento, e con quello forma la volontà. L’importante è l’uomo che si sviluppa, non una certa somma di conoscenza.

Se abbiamo questi principi, allora i bambini imparano qualcosa che oggi è imparato molto poco. Oggi si impara moltissimo, geografia, calcolo, disegno e così via. Non voglio parlarne. Eppure dovrebbe essere imparato come ora ho detto; ma imparare è poco insegnato. La vita stessa è però la grande scuola della vita, e solo allora si esce bene da scuola quando ci si porta dalla scuola la capacità di imparare dalla vita per tutta la vita. Ma non si può fare questo se in questi anni si è innestata conoscenza. Si può fare questo solo se la scuola viene usata per sviluppare queste forze del pensiero, del sentimento e della volontà nell’uomo nella sua anima. Allora si impara l’imparare dalla vita. Se vogliamo democrazia e socialismo, allora non dobbiamo avere l’arroganza di potere stabilire tutto e già sapere tutto. Dobbiamo superare la follia di grandezza che per essere un uomo ragionevole e maggiorenne di ventuno anni si possa essere eletti in tutti i parlamenti dello Stato, per così dire, per parlare come coloro che hanno esperienza nella vita. Ma allora si deve essere educati all’umiltà più interiore, che non siamo uomini assolutamente compiuti per un momento, ma uomini in sviluppo dalla nascita alla morte. Che ogni giorno di vita ha un valore determinato, e che non viviamo invano nei trentanni dopo aver passato i venti, ma che ogni nuovo giorno e ogni nuovo anno ci portano sempre nuove rivelazioni.

Ma questo deve essere un vero impulso di vita attraverso tali cose nella scuola, come ho ora espresso. Nell’era scientifica naturale questi insegnamenti non sempre hanno potuto avere il loro diritto. Nell’era scientifica naturale è penetrato nella scuola un principio che, considerato da un lato, è straordinariamente corretto, da un altro lato visto però è altamente discutibile, questo è l’intuibilità. Mi viene sempre un piccolo brivido quando entro in una classe e vedo il marchingegno di calcolo, mediante il quale i bambini dovrebbero imparare numeri e addizioni «intuitivamente». Nel calcolo va ancora. Ma se si estende radicalmente il principio dell’intuibilità, allora bisogna dire contro di esso, che il principio dell’intuibilità nella pedagogia ha diritto solo se tutto nel mondo è veramente intuitivo. Ma credete che tutto nel mondo sia veramente intuitivo? C’è molto che nel mondo non può essere intuitivo, cioè tutti i valori di sentimento e volontà, simpatia, antipatia e così via. Questi non possono affatto essere resi intuitivi, devono piuttosto passare attraverso fluidi indefiniti, se devo usare questa espressione, dall’insegnante allo scolaro proprio secondo il principio di autorità. Questo ha un significato culturalmente storico molto grande.

Vediamo come oggi gli uomini siano formalmente eccessivamente sviluppati intellettualmente, proprio nella nostra civiltà occidentale, e come portino tutto ciò che come rivendicazioni pongono alla vita, in principi dell’intelletto. Ciò che è ora il più affatto basato sull’intelletto, che è interamente intelletto, è il programma marxista. È infatti proprio il carattere fondamentale del programma marxista che ha ricevuto la sua struttura solo dall’intelletto. Si intende effettivamente ciò che nel programma marxista giace, proprio quando si sa che tutto dentro è dettato solo dall’intelletto, da un intelletto molto acuto, da un intelletto iperattento, spesso geniale — ma solo dall’intelletto. Nella natura umana, nell’anima umana stanno le singole forze dell’anima in relazione reciproca. Se una forza viene sviluppata troppo fortemente, le altre rimangono indietro, alcune forze si sviluppano più, altre rimangono indietro. Se le forze dell’intelletto sono sviluppate troppo fortemente, allora le emozioni rimangono su un livello più basso. Diventano sì forti, ma diventano elementari, diventano selvagge. E così vediamo che nel nostro tempo all’intelligenza le emozioni più selvagge, gli istinti più terribili come «rivendicazioni storiche» emergono. Perché questo è ciò che viene dall’Europa orientale, che inizia a travolgere l’Europa centrale: le rivendicazioni istintivamente elementari, che sono il polo opposto all’intellettualità. Si vorrebbe che in questo rapporto gli uomini iniziassero una volta a pensare alle reali connessioni.

Ci sono ad esempio due veri filosofi rispettabilmente borghesi. Uno è più uno scienziato della natura nel mondo del diciannovesimo secolo, è Avenarius, l’altro è Mach. Uno è a Zurigo, dove ha insegnato, l’altro a Vienna. Questi due uomini, Avenarius e Mach, avevano sviluppato al massimo grado il sentimento scientifico naturale. Avevano fatto di questo sentimento un insegnamento filosofico. Perché? Perché il principio di portare soprattutto l’intuitivo della scienza naturale alla validità per la scienza umana era tutto per loro.

Questi uomini erano veramente molto bravi, buoni cittadini, uomini estremamente bravi, posso assicurarvelo. E ora la filosofia di Avenarius e la filosofia di Mach sono diventate la filosofia di Stato dei bolscevichi in Russia! Questa connessione potrebbe sembrare inspiegabile. Esteriormente si potrebbe forse giustificarla dicendo che molti bolscevichi hanno studiato a Zurigo. Ma questo non è il punto, perché nessuno ama un filosofo con il quale non è interiormente imparentato. Ma la connessione interiore è che effettivamente ciò che si è espresso in un così puro pensiero intuitivo scientifico naturale, è così unilaterale, che dall’altro lato il mistero della natura umana suscita quelle emozioni, quelli istinti elementari che poi si esauriscono nel bolscevismo. Non è un caso, c’è una legalità interiore dietro. E nessuno più della classe insegnante deve pensare a tali cose, perché queste cose appartengono intensissimamente alla pedagogia culturale.

Dobbiamo semplicemente chiederci: come dobbiamo educare il bambino? Non dobbiamo limitarci a una metodologia formalistica, pedagogia e didattica nel nostro tempo in cui tutto è sconvolto, dobbiamo introdurre la storia culturale proprio nella costruzione di una pedagogia sana. Perciò dobbiamo opporre al principio dell’intuibilità qualcosa che forma la volontà. Abbiamo cercato nel nostro circolo — si può avere molto da dire contro, ma va nella direzione che ora ho suggerito — abbiamo cercato di mettere al posto della pura ginnastica fisiologica, dove effettivamente entrano in considerazione solo i movimenti degli arti rispetto alla fisiologia, l’euritmia, che effettivamente è l’arte del movimento animato dall’anima dell’uomo, e di cui risulterà già che, così come è arte, dall’altro lato è ginnastica animata dall’anima, e che appunto attraverso questo può fare qualcosa di significativo per l’educazione della volontà. E così si deve trasformare molto a cui ora si crede fermamente, se si vuol contare veramente su un’educazione umana, attraverso la quale l’uomo possa crescere nel modo giusto nella democrazia e nel socialismo. Altrimenti democrazia e socialismo diventeranno il flagello più terribile per l’umanità civilizzata del futuro. Ciò che soprattutto deve essere considerato è che in un’epoca in cui gli uomini vogliono partecipare primo nella vita dello Stato, secondo nella vita economica attraverso vari «consigli», dove persino ciò che è stato causato dal capitale deve essere sostituito dalla ragione dei vari consigli aziendali, consigli di traffico, consigli economici — che in questo tempo gli uomini devono proprio nella loro educazione passare attraverso ciò che li rende capaci di esercitare ciò che democrazia e socialismo richiedono. Perché democrazia e socialismo non devono essere semplici rivendicazioni umane, devono anche rappresentare un sistema di doveri e obbligazioni umane.

Bisogna prendere così seriamente le cose oggi, e bisogna particolarmente introdurre nella pedagogia e nel sistema educativo ciò che giace nelle rivendicazioni del tempo di democrazia e socialismo. E se l’uomo vuole sviluppare una vera comprensione delle necessità e capacità dell’altro uomo, se cioè deve essere socializzato, allora l’uomo deve avere educato attraverso il principio dell’imitazione, attraverso il principio dell’autorità quella capacità di amore che lo porta alla vera fraternità nella vita. Perché socialismo senza uomini inclini alla fraternità è ferro di legno! Perciò si può già dire: Sarebbe male se non si chiedesse innanzitutto agli insegnanti, quando si tratta di procedere a nuove costruzioni del nostro futuro sociale, perché solo da questo angolo può spirare quel vento che veramente guarisce in relazione alle rivendicazioni del tempo caratterizzate.

Posso ben credere che oggi e anche durante il periodo di transizione il corpo insegnante potrebbe avere considerazioni molto grandi contro ciò che deve accadere solo per rendere possibile una tale scuola e tale educazione come sono stati caratterizzati qui, attraverso gli sforzi della «Associazione per la triarticolazione dell’organismo sociale». Questa associazione per la triarticolazione vede nella dipendenza della scuola dallo Stato, nella penetrazione della scuola con il principio statale, ciò che renderà impossibile nel futuro coltivare nella scuola ciò di cui qui si è parlato. I socialisti potrebbero riflettere un po’ su questo. Vogliono socializzare tutto in una certa misura o associare tutto. La classe umana che li ha preceduti ha nazionalizzato la scuola. La scuola è completamente nazionalizzata, si può imparare da essa cosa significa nazionalizzazione. E oggi, sotto il grido di socializzazione, colui che prende le cose seriamente, colui che è capace di abbracciare le cose culturalmente storicamente, deve dire: Denazionalizzazione della scuola è ciò che conta. Perciò l’«Associazione per la triarticolazione dell’organismo sociale» ha il principio di mettere il sistema scolastico completamente su se stesso, di dare al sistema scolastico l’autogoverno, in modo che allo Stato non rimanga nemmeno la supervisione, ma ciò che agisce nella scuola attraverso l’autogoverno deve crescere puramente dalle esigenze della vita spirituale stessa. Allora molte cose cresceranno. Vi voglio solo dire una come esempio, perché forse per mezzo di un esempio possiamo comprendere più facilmente questo argomento ampio.

Oggi distinguiamo le scuole elementari, medie e superiori. Nelle università si insegna anche la pedagogia. Si vuole ora alla università dare a questa pedagogia un po’ una migliore posizione, ma viene comunque sempre insegnata come «materia supplementare». Fino a ora era così: Un qualche filosofo veniva invitato a leggere filosofia, e poi gli veniva affidata nel lavoro supplementare anche la pedagogia. Per lui era per lo più una fatica, non l’ha fatto volentieri. Nel futuro deve essere diverso. Perché nel futuro tutto ciò che è vita spirituale deve essere connesso con la vita umana generale. Nel futuro, se un tale ideale può veramente essere realizzato come ho tratteggiato davanti a voi, nel futuro l’insegnante sarà completamente uno psicologo. Dovrà educare l’uomo che cresce dalla sua conoscenza umana approfondita, allora saprà meglio cosa è la verità pedagogica. Allora l’insegnante, che altrimenti insegna ai bambini, sarà invitato all’università per insegnare la pedagogia. E se ha fatto questo per un certo tempo, tornerà indietro a scuola, insegnerà di nuovo ai bambini, raccoglierà nuove esperienze e poi più tardi insegnerà di nuovo la pedagogia. Questa sarà una vera «repubblica degli studiosi», come l’ha già sognata Klopstock. Diversamente, se non prendiamo le cose così profondamente e seriamente, non riusciremo a progredire. L’epoca presente è destinata a comunicare queste cose alla vita esterna.

Ma per realizzare tutto questo, tutto ciò che appartiene al territorio spirituale deve essere un regno per se stesso. Potrebbe al massimo sollevare obiezioni: Se lo Stato attraverso i suoi provvedimenti di forza non promuove più ciò che deve essere nel portafoglio dell’insegnante, allora andrà molto male con la classe insegnante. Beh, l’insegnante apparterrà a una corporazione economica, come ce ne sono altre. Oltre a essere insegnante, apparterrà al terzo elemento dell’organismo sociale tripartito, a quello economico, e riceverà il suo sostentamento da questo corpo economico indipendente. Perché l’organismo sociale tripartito avrà un corpo economico indipendente, come ha un corpo statale indipendente, dove il diritto deve essere coltivato su base democratica, e come avrà un proprio territorio spirituale libero. E ciò che oggi indirettamente viene nella tasca dell’insegnante attraverso la tassa, allora verrà direttamente dalla vita economica, e inoltre dalla vita spirituale posta su se stessa sarà creata la giusta atmosfera per la scuola e l’insegnamento.

Appartiene a un organismo sociale sano anche: una corretta valutazione, derivante dall’intero uomo completo, dei vari beni e prestazioni della vita. Questa valutazione dei beni e prestazioni deve esserci. Ma da ciò che effettivamente l’insegnante realizza per la generazione che cresce, in un organismo sociale sano non deve in alcun modo prevalere il parere che possa essere «pagato». Questo è un dono che l’insegnante trasmetterà dal mondo spirituale agli uomini! Questa disposizione deve impadronirsi dell’organismo sociale sano, che l’insegnante è il mezzo attraverso il quale le capacità dell’uomo, le caratteristiche individuali dell’uomo vengono tirate fuori dalle loro oscure profondità, come sono disposte nella natura umana. È solo la follia di grandezza della banalità, se si crede che ciò che può essere realizzato nel campo della scuola debba essere pagato. Ciò che il corpo economico dell’organismo sociale tripartito sano dovrà realizzare sarà solo il fatto che offra all’insegnante la possibilità di vivere come vivono tutti gli altri. Si dovrà separare completamente nella coscienza questo offrire la possibilità di vivere e il valutare dell’insegnamento, questo sarà l’impulso sano, senza il quale non può esserci di nuovo democrazia. Perché quella democrazia che livella tutto, che non può più valutare nulla, distruggerà solo le cose, e quel socialismo che crede di poter pagare tutto, distruggerà similmente la vita. Non solo che l’insegnante stesso deve essere il fattore che viene ascoltato, quando si può seguire il grido di democrazia e socializzazione, ma la valutazione dell’attività dell’insegnante deve essa stessa germogliare dalla costituzione dell’organismo sociale sano. Affinché ciascuno dei tre domini della vita raggiunga la sua indipendenza, questo è ciò che l’Associazione per la triarticolazione dell’organismo sociale aspira. Perciò vuole ciò che fino a ora è stato mescolato in un’unità disorganica, caotica — vita economica, vita spirituale e vita statale — metterlo sui suoi tre fondamenti sani, una vita spirituale indipendente, una vita statale o giuridica democratica indipendente e una vita economica sociale indipendente. E l’uomo forma l’unità superiore nei tre. Parteciperà a tutti e tre i domini. Non c’è bisogno di aver paura che l’unità vada perduta. Chi pensa che attraverso l’idea della triarticolazione si aspira che si divida il cavallo in tre parti, ha una cattiva idea di cosa si tratti. Non vogliamo dividere il cavallo in tre parti, vogliamo solo non credere che il cavallo sia un vero cavallo solo se sta su una gamba. L’organismo sociale sano sta sui suoi tre gambe sane. Questo è primo un’indipendente vita spirituale, a cui appartengono l’educazione e il sistema scolastico, secondo una vita giuridica indipendente, a cui appartiene lo Stato democratico, e terzo una vita economica indipendente, che sola può essere socializzata. Se si vuole socializzare insieme la vita giuridica e persino la vita spirituale, allora non esce né un socialismo della vita spirituale, né della vita giuridica, né della vita economica. Ma esce nient’altro che ciò che tutto spinge verso l’uniformità della vita economica, per vestire e nutrire l’uomo, e ciò che pian piano dissecca tutto ciò che può svilupparsi solo indipendentemente: la vita dello Stato o giuridica e la vita spirituale.

Questa è una domanda seria, anche come domanda di pedagogia popolare, come domanda di pedagogia culturale, che nel senso più ampio è la domanda fondamentale del nostro tempo. Per quanto ho potuto renderlo possibile in queste considerazioni già lunghe, ho cercato di mostrare per produrre una comprensione di ciò che l’impulso dell’organismo sociale tripartito in verità vuole, e particolarmente per la liberazione e il riscatto della vita spirituale e del sistema scolastico e educativo da molte catene in cui sono stati messi. Mi darebbe una grande soddisfazione se ciò che da tali profondità è voluto, trovasse in qualche misura l’interesse e la considerazione proprio di coloro che insegnano e istruiscono ed educano.

Parola conclusiva dopo la discussione

Nella discussione vivace che seguì, ci furono obiezioni: i figli dei proletari erano viziati da cattive influenze e non erano adatti a formare «nuovi uomini». — L’autorità sarebbe meglio sostituita dalla guida e dal seguito, come desiderano le comunità scolastiche. — L’educazione sarebbe comunque determinata dalla personalità dell’insegnante, non importa quale sia il contesto politico. — Prima deve esserci una nuova formazione degli insegnanti che li educhi all’indipendenza; oggi questo insegnante ha bisogno dell’autorità dello Stato. — Lo Stato ha procurato autorità all’insegnante e inoltre non l’ha disturbato; non è dispensabile.

Dottor Steiner: Innanzitutto vi prego di farmi entrare nelle singole domande che sono state poste. Innanzitutto la domanda del presidente riguardante i figli proletari.

Se ho detto, o se è stato sentito dalle mie parole, che io abbia designato il proletario come il «tipo del nuovo uomo», vi prego di non intendere questo come se con il «nuovo uomo» fosse inteso una sorta di angelo. È un errore a cui molto spesso ci si abbandona, che quando si parla di nuovo, particolarmente nello sviluppo continuo dell’umanità, allora si ha l’opinione che il nuovo sia sempre anche il migliore. Questo è l’effetto di un errore capitale dei partiti stereotipati. Fra loro il nuovo era sempre il migliore. In questo senso non ho designato il proletario come il «tipo del miglior uomo», ma solo ho voluto dire che è il tipo di quell’uomo che si è formato negli ultimi tempi, negli ultimi tre o quattro secoli, particolarmente nel diciannovesimo secolo. Se allora ho detto che il bambino borghese è vizioso dai suoi genitori, allora ho anche detto che il bambino proletario è pure vizioso — vi prego di ricordare bene che ho aggiunto questa proposizione subordinata — ma non è vizioso dai genitori, che non hanno tempo per questo. La cosa è così: Il bambino proletario oggi è per lo più un ragazzo più cattivo del bambino borghese. Si può essere completamente d’accordo con questo. E ciò che l’onorevole presidente, che è maestro di bambini proletari, lì può sperimentare, me l’immagino forse completamente così spaventoso come lui lo sperimenta. Potrei credere che proprio perché il proletario è il tipo del nuovo uomo, perciò il bambino proletario è il ragazzo più cattivo. Ma lo è in modo diverso. Non lo è perché imita i genitori che sono in una certa classe e così imita così le proprietà di classe, ma perché — è un’espressione radicale — è stato educato dalla strada e lasciato solo, imita tutto quello che è possibile. Nel complesso sta peggio. È cresciuto dall’umanità, di cui oggi non si può imitare nulla di particolarmente buono. È cresciuto più da una generalità dell’umanità, così che in questo rapporto sta nella vita come il proletario sta più tardi nella vita. È più cresciuto dalla vita. Il bambino borghese è invece più collocato in una certa serra. Questo è la differenza. Non c’è dubbio che il bambino proletario imita tutto e viene a scuola con il frutto di questa imitazione, con cose che sono abbastanza indesiderabili. Ma mi è importato mostrare come al bambino proletario nuovi compiti nascono, primo perché non viene dai genitori con proprietà di classe molto specifiche e poi non viene liberato nella vita in modo che aiutano padre, madre, fratello, sorella, zio, tanti e altri che lo proteggono, ma perché ha necessariamente bisogno di contare solo su ciò che è stato educato nella sua anima, nell’intero uomo. Molto spesso si è ripetuto una parola di un uomo che non si è particolarmente distinto nel suo posto, la parola «Strada libera ai più capaci». Ma ormai le cose sono diventate frasi. Perché si può facilmente dire «Strada libera ai più capaci», se con questo si intende solo il proprio nipote o il proprio fratello. Questi sono cose che devono essere prese per la cosa, non per le parole. Perché possiamo così poco prendere le cose per la cosa, viviamo così fortemente nella frase. Vi prego di tenere conto di questo. Quindi questo riguardante l’imitazione.

In quanto riguarda l’autorità, è naturalmente cosicché i bambini proletari per il sentimento di autorità possono portare con sé poco. Ma allora soprattutto deve essere perseguito attraverso lo sviluppo delle forze pedagogiche, proprio nei bambini proletari, di sviluppare davvero questo sentimento di autorità.

Poi è stato detto che non importa se la personalità agisce dentro o fuori dello Stato per lo sviluppo del pensiero, del sentimento e della volontà. Pur non riuscendo a capire veramente questa domanda, anche se si è presentata due volte. Si tratta di fare in modo che alla personalità non vengano tolte le forze attraverso l’essere schiacciati negli ordinamenti statali. Bisogna solo tenere conto di ciò che significa se nella testa non va ciò che proviene dalla libera personalità dell’insegnante stesso, ma quello che prima va dentro in ciò che deve insegnare, attraverso gli ordinamenti, attraverso i piani di lezione e attraverso la definizione di obiettivi dello Stato; se non devono essere educati uomini a uomini completi. Ma uomini che allora in questo o quel posto dello Stato devono servire correttamente agli ordinamenti di questo Stato.

Poi è stato — come sempre accade quando questa domanda viene discussa — obiettato che gli interessi educativi e il bisogno educativo nel presente non sono molto grandi, che la maggior parte dei genitori era contenta se non dovevano mandare i bambini a scuola. — È persino stato detto: nessuno manderebbe più i bambini a scuola. — Ma ciò che ho detto non ha affatto toccato questa domanda esterna di mandare o non mandare i bambini a scuola. Nel mio libro «I punti cardine della questione sociale» parlo di un diritto all’educazione che il bambino ha, e per il quale anche nel futuro ordinamento statale ci sarà un corrispondente contributo educativo della futura vita economica. Quindi non parlo del fatto che l’«obbligo scolastico» sia sentito come un carico da quei genitori che non vogliono mandare i bambini a scuola, piuttosto nel campo che non nel campo, ma parlo del fatto che il bambino nell’organismo sociale sano ha il diritto all’educazione. Ora si potrebbe dire: Se ha questo diritto, allora lo Stato — perché oggi si sia dovuto bestemmiare lo Stato come un relatore ha detto, non lo so — sarà ancora lì come istituzione giuridica — ma oggi avevo solo da parlare dell’istituzione spirituale. E potrebbe essere obiettato: Se questo diritto all’educazione del bambino viene fatto valere, allora i genitori dovranno mandare i bambini a scuola, allora per me posso lasciare l’obbligo scolastico. Ma questo non ha nulla a che fare con l’auto-posizionamento della vita spirituale, non ha nulla a che fare con quello che viene fatto nelle scuole, con l’amministrazione del sistema scolastico. Recentemente ho risposto a questa domanda nel modo seguente: Se non c’è obbligo scolastico, se il diritto all’educazione esiste, allora si può anche minacciare che per quei genitori che non vogliono mandare i bambini a scuola, si nominerà un tutore educativo per il bambino che rappresenti il diritto del bambino all’educazione presso i genitori; allora manderanno i bambini bene a scuola. Questi argomenti secondari possono tutti essere risolti se solo si ha la buona volontà di comprendere veramente la domanda principale: ciò che dipende tutto dal fatto che la vita spirituale sia posta su se stessa in modo libero.

Poi è stato accennato al conflitto che esiste quando più tardi lo Stato o comunque la vita non tollererà quello che l’insegnante ha piantato come autorità nei bambini. Ma da questa consapevolezza del conflitto sorge proprio la rivendicazione della separazione del sistema scolastico dal sistema statale. Proprio per rendere impossibile che in qualche modo uno Stato dopo non tollerasse quello che nella scuola era stato posto come autorità nell’anima del bambino, deve proprio il sistema educativo e scolastico essere messo sul proprio fondamento. Se allora quando lo Stato non è contemporaneamente l’autorità per l’insegnante, l’uomo più tardi è costretto nella vita a fare altro, allora non penserà al suo insegnante in modo che sia adesso inutile per lui quando lo Stato dice qualcos’altro. Ma penserà a lui in modo che senta come un pesante destino che non possa realizzare ciò che come autorità l’insegnante ha piantato nella sua anima. Se rifletterai attentamente su questo vedrai che la soluzione a questo conflitto è piuttosto ben riuscita. Ma proprio perché questo conflitto pesava a lungo sulla coscienza, da un’osservazione della vita è stata posta la rivendicazione dell’indipendenza della vita spirituale e particolarmente del sistema educativo e scolastico. Tutte le cose simili — e ce ne sono molte simili come il conflitto qui ben portato — sono possibili solo se il sistema scolastico viene messo in quello che giace su base democratica, messo nella vita giuridica dello Stato.

Ciò che la signora B. ha detto sull’autorità sembrasse alla mia sensazione così astratto e teorico, che non credo che tali cose possano avere reale significato per la vita, la vita pratica. Nessuno avrebbe potuto sentire da quello che ho detto che presumessi che il bambino potesse formarsi un «giudizio» sul fatto che l’insegnante è autorità. Queste sono cose che si verificano completamente da sole nell’atmosfera della vita.

Riguardante la questione dell’insegnante risulterà da varie premesse, che in futuro vi sarà una selezione, una scelta per il corpo insegnante e non si viene ammessi al corpo insegnante solo attraverso esami, attraverso una certa somma di conoscenza. La conoscenza si può in certe circostanze acquisire più tardi in poche ore, si può recuperare dai vari manuali. Dipende dall’intera personalità, dalla capacità più intima dell’insegnante. Naturalmente non intendo dire che se prima non si è stati in quella conoscenza, la si possa acquisire più tardi facilmente in un paio di ore. Ma piuttosto quando la si ha davvero bisogno — certo prima si deve essere stati dentro — allora più tardi, quando è necessario, la si può acquisire facilmente di nuovo. Si tratta di creare una certa garanzia per ciò che deve determinare l’insegnante come insegnante, una garanzia che per tutta la sua personalità stia così dentro nella cultura umana, che da lui qualcosa possa passare allo scolaro, che possa allora agire in modo autoritativo. — Queste sono cose che devono essere considerate molto più profondamente e fondamentalmente, di quanto oggi spesso sia tentato, piuttosto che portare cose così astratte come «guida» e «seguito» o come «comunità scolastica». — Vi prego ancora di tenere conto che ho parlato di «comunità scolastiche». — Si tratta di prendere le cose come sono dette. E non di tradurle per prime in un programma astratto che ci si è fatto.

Allora ci sarebbe molto da dire sulla questione della separazione di chiesa e Stato. Storicamente è cosicché per lungo tempo non poteva essere diversamente se non che la scuola fosse in un certo senso un’estensione della chiesa. Lo Stato ha avuto il suo buon compito nei tempi più recenti nel separare il sistema educativo dalla chiesa e metterlo su fondamento proprio. Ma ora siamo di nuovo nella necessità di migliorare quello che appartiene alla scuola, essendo diventata dipendente dallo Stato, facendo sì che mettiamo la scuola sul proprio fondamento. Che queste cose molto facilmente possono essere considerate unilateralmente in modo agitativo, proprio oggi non dovrebbe essere ignorato. Però in molto di ciò che viene detto su queste cose, io sento qualcosa che non è del tutto oggettivo. Si deve anche essere consapevoli: non dobbiamo in alcun modo giungere attraverso alcun tipo di futura pedagogia o futura costituzione scolastica a un’uniformazione della vita dell’anima umana. Non dobbiamo considerare qualcosa come l’unica visione valida in relazione al psichico-spirituale e richiedere che sia insegnato ai bambini. Dobbiamo essere capaci di immergerci nelle anime di persone che pensano e sentono diversamente. Qui si tratta assolutamente di non temere se, ad esempio, i genitori cattolici richiedono che i loro figli ricevano anche l’insegnamento religioso cattolico. Non si deve temere se si è forti nel proprio fondamento. Proprio come non si deve temere da alcuna altra visione del mondo, se si ha l’entusiasmo proprio e la forza per una propria visione del mondo. Queste cose dovrebbero svilupparsi nella libera competizione spirituale, ma certamente non attraverso una legalità statale. Per quanto è dannoso se attraverso una legalità statale una chiesa viene resa chiesa di Stato e così riceve il vantaggio dello Stato, è altrettanto dannoso se una chiesa viene perseguitata. Nessun tipo di costituzione dell’anima dovrebbe essere perseguita o protetta in alcun modo attraverso legalità statale. E chi inizia con questo pensiero e lo pensa sufficientemente in profondità, troverà già che è effettivamente necessario mettere la vita spirituale e particolarmente il sistema educativo e scolastico sul proprio fondamento.

Ciò che è stato detto che l’autorità che esercita l’insegnante non deve rimanere per tutta la vita, ma che il giovane uomo deve diventare libero da essa, è o un’ovvietà, o c’è un malinteso. Perché è naturalmente completamente ovvio che non si possa vivere per tutta la vita sotto l’autorità di un insegnante. Deve agire in modo che ci si possa dire: Come sarebbe se diventassi insegnante? — Allora attraverso ciò che l’autorità dell’insegnante ha messo nella mia anima, potrei diventare un’autorità io stesso. Ma si devono prendere le cose molto più fondamentalmente e profondamente, perché l’autorità di un insegnante può effettivamente rimanere per tutta la vita. Ho già detto che ciò che l’insegnante dà nell’educazione non può effettivamente essere «pagato». Il pagamento significa qualcosa di completamente diverso. Ma ciò che può accadere attraverso l’educazione è che il rapporto reciproco tra insegnante e scolaro si costituisca cosicché l’insegnante possa rimanere un’autorità per una persona per tutta la vita. E vorrei chiedere una volta, cosa c’è di più bello, se più tardi, quando si è diventati sessantanni e si può guardare indietro alla propria gioventù, ci si ricorda di un insegnante e poi ci si dice: Questo insegnante era un’autorità per me, gli sto di fronte ancora oggi con massima gratitudine, sono quello che sono diventato, anche per lui! — Questa autorità può rimanere e continuare a vivere attraverso la gratitudine perenne verso l’insegnante. Queste sono le cose con cui una psicologia all’altezza dei compiti presenti deve fare i conti.

Se allora è stato detto che lo Stato è comunque necessario, o che può essere sostituito da un senato spirituale o simili, allora è già stato detto: Chi non ha sentito la coazione dello Stato, non l’ha visto. E vedi, la cosa è così, è diventato in realtà per molti insegnanti una seconda natura essere insegnante di Stato. E se è diventata una seconda natura, allora non sanno più che non è la loro libera personalità che insegna dalle fonti della vita spirituale, ma si sono abituati allo Stato, si sono abituati a continuare nell’insegnamento quello che lo Stato offre loro. Si sentono «liberi». Ma il sentirsi liberi è particolarmente nella condizione spirituale dell’umanità presente nessuna prova che si sia veramente liberi.

Vorrei attirare la vostra attenzione sul fatto che un uomo che per un grande numero di persone è il «grande insegnante del mondo», Woodrow Wilson, nella sua scrittura «Sulla libertà» dà una definizione così strana di ciò che intende per libertà, che si potrebbe strisciare sulle pareti. Dice più o meno: Libero si può chiamare un meccanismo che non ha ostacoli e corre come le varie istituzioni provocano; o libero si può chiamare una nave che si muove secondo lo stesso principio in modo simile, in un certo senso. — Ma questa libertà meccanica non è la vera che intendiamo: Quella la si deve sentire.

Poi anche su molte cose è stato parlato che davvero non ho detto affatto. Particolarmente da colui che ha difeso lo Stato, è stato parlato di molte tali cose. Non è stato colpito da me il presente Stato, ma chi mi ha veramente capito, saprà che ho detto: Da quello che i socialisti odierni cercano, minaccia questo e quello da accadere, così verrebbe fuori quello che non deve venire fuori. Quindi le cose devono essere ordinate così e così. — Bene, miei onorevoli presenti, allora non posso entrare in cose che vengono prima costruite dalle mie parole e contro cui poi viene polemizzato. Ma una cosa vorrei ancora affrontare: Anche per l’insegnante sarà di nuovo necessaria un’autorità. Non ho detto nulla sull’autorità che sarà necessaria per l’insegnante, ma ho parlato del fatto che l’insegnante deve essere un’autorità per il bambino! Se per l’insegnante sarebbe necessaria un’autorità è una domanda completamente diversa, che viene risolta dal fatto che infine la vita stessa vi provvede. Osservate solo la vita come è, questo si osserva oggi troppo poco. Osservatelo solo vitalamente e secondo la realtà, allora vi direte: Sì, gli uomini sono così diversi gli uni dagli altri, che infine chiunque possa essere un’autorità in quasi ogni modo, troverà ancora un’autorità su di sé. Questo sarà provveduto, che ognuno possa trovare ancora un’autorità per sé. Bene, non è vero, questo non deve portare fino a una punta più alta. Si può semplicemente essere un’autorità per uno dal fatto che gli è superiore in altre cose.

Quando ho parlato della «repubblica degli studiosi» di Klopstock, non significa che ognuno allora farà quello che vuole: Al contrario farà tutt’altro che semplicemente fare quello che vuole, ma dai bisogni della vita spirituale, per renderla il più possibile fruttuosa, ci sarà di nuovo l’inclinazione verso coloro che devono essere un’autorità, e questo sarà un’inclinazione volontaria. Una «costituzione» però che non riposa su leggi rigide, su ordinamenti statali rigidi, una costituzione può già essere pensata nella libera vita spirituale; solo si riferirà alle reali, alle relazioni viventi degli uomini che partecipano a questa vita spirituale. La «legge» su questo fondamento deve essere sostituita dalle relazioni umane libere, che sono individuali e possono cambiare di settimana in settimana, e che certamente non possono essere vincolate da leggi rigide e non possono essere eternizzate in una forma rigida. Di che si tratta è che la vita spirituale abbia la possibilità di vivere nella forma che è possibile dalle sue forze, così che l’insegnante della scuola non dipenda in alcun modo da un burocrate dello Stato. Ma che dipenda in modo umano, in modo oggettivo, in modo oggettivamente appropriato — come segue dalla vita spirituale — da un altro che sta immediatamente dentro nella vita spirituale, e che con lui opera nella stessa vita spirituale. Su questo si tratta. Si nota come oggi ci sia ancora una certa paura dell’indipendenza della vita spirituale, come molti si sentano bene nella protezione dello Stato. Ma è proprio questo che molti si sentono bene in questa protezione dello Stato. Questa protezione dello Stato viene però ancora più ricercata proprio da quello che vuole venire avanti.

Lo sviluppo degli ultimi secoli era tale che lo Stato aveva potere dalle precedenti conquiste e simili circostanze, e poi gli individui poco a poco volevano avvicinarsi a questo potere, per lasciarsi proteggere da questo potere. Ora era una volta la Chiesa. Per lui era preferibile se non solo la parola viva che fluisce dallo spirito agisse sugli uomini e li convincesse, ma se la polizia un po’ aiutasse. Allora ne vennero altri, venne l’intero «sistema scolastico». Per lui era preferibile se non ciò che sgorga dallo spirito agisse sul bambino, ma se la coazione dello Stato stesse dietro. Poi per ultimi vennero pure le varie classi e corporazioni economiche, fino a che finalmente avemmo quella corporazione economica — in Germania ce l’hanno fatto particolarmente i magnati industriali e dell’industria pesante in questa direzione — che voleva pure avere qualcosa del potere dello Stato. E allora dietro stavano ancora i socialdemocratici, che volevano prendere di nuovo lo Stato per sé. Così il potere dello Stato era il recipiente raccoglie tutto. Quello che il futuro deve aspire è che il potere dello Stato non sia il recipiente per tutto ciò che vuole strisciare sotto questo potere, ma che sia messo su fondamento democratico. Ma si tratta di fare in modo che su questo fondamento dello Stato quello venga realizzato che l’uomo diventato adulto ha da fare con un altro uomo diventato adulto; allora abbiamo a che fare con ciò che è lo Stato puramente giuridico. È strano che oggi questo non lo si voglia ancora comprendere, anche se era in prossimità di comprendere questo Stato giuridico, quando uno che una volta era ministro della cultura prussiano arrivò a comprendere correttamente queste circostanze. Nella scrittura di Humboldt «Sui limiti dell’efficienza dello Stato» troverete bei tentativi di ciò che lo Stato deve veramente essere. Ma deve essere «democratico», allora in esso può regnare solo quello che ogni uomo adulto ha a che fare con un altro uomo adulto. Allora quello che è da fare nella vita spirituale deve essere tolto fuori dalla vera vita dello Stato, e allora nello Stato non deve nemmeno stare la vita economica, dove importa l’esperienza economica, il credito che si ha, e così via. Questo significa che se qualcuno vuole seriamente democrazia, allora non può volere nel Stato il socialismo e la vita spirituale, ma deve dirsi: Se la democrazia deve essere realizzata, il solo sano è mettere la vita spirituale da un lato e il ciclo economico dall’altro su fondamento libero. Che questo non si veda — in Russia non l’hanno visto! — ha l’effetto che si aspira oggi dalla vita economica qualcosa di estremamente antidemocrtico, sì antidemocratico: la cosiddetta dittatura del proletariato. Questo mi è capitato addosso nella forma più cruda alcuni mesi fa a Basilea, quando dopo una lezione qualcuno si è alzato, evidentemente un comunista. E ha detto: Se il bene del futuro deve accadere, allora Lenin deve diventare il signore del mondo! — Si chiama da questa gente per la «socializzazione» e non si intende nemmeno il primissimo inizio della socializzazione, cioè che prima bisogna socializzare le relazioni di dominio; che socializzazione non consiste nel monarchizzare le relazioni di dominio e imperializzare il socialismo. Si pensa di volere socializzare, ma non si vuole nemmeno iniziare dalla socializzazione delle relazioni di dominio, ma lì si mette un «papa economico» su tutto il mondo. Così si pensa.

12°La via verso esperienze e conoscenze soprasensibili come fondamento di una vera comprensione dell'uomo

Stoccarda, 9 Luglio 1919

Non mi sembrerebbe di aver detto qualcosa di completamente coeso, per ciò che desidero esprimere, se non aggiungessi a quelle conferenze che ho tenuto qui sulla questione sociale questa di oggi e quella del prossimo venerdì; poiché aquello che è stato sviluppato qui relativamente alla questione sociale, per quanto sembri muovere da scopi totalmente diversi e da un mondo apparentemente del tutto differente, pure in ultima analisi proviene dai fondamenti dell’aspirazione spirituale umana, di cui avrò modo di parlarvi in queste due conferenze.

Coloro tra i presenti che hanno seguito il mio libro sulla questione sociale nelle necessità vitali del presente e dell’avvenire, avranno visto sin dalle prime pagine come la questione sociale vi sia affrontata da un punto di vista che tiene decisamente presente gli aspetti della cultura spirituale dell’umanità.

Tra i fenomeni che hanno condotto l’umanità alla situazione odierna, e senza la cui comprensione obiettiva l’umanità non potrà uscire dal caos e dalla confusione, questo libro ha precisamente messo in rilievo il rapporto che l’umanità della cultura, negli ultimi tre o quattro secoli, intrattiene con il mondo spirituale. È stato sottolineato come si manifesti una — se così posso dire — relazione negativa dell’umanità verso il mondo spirituale in ciò che è divenuto il termine con cui vaste cerchie oggi designano questo mondo spirituale: la frase che il mondo spirituale è pura ideologia. Cioè, il mondo spirituale sarebbe qualcosa che si manifesterebbe solo come una sovrastruttura su una base materiale, come una sorta di fumo che si innalza da una realtà materiale o economica. È perfettamente vero che negli ultimi tre, quattro secoli l’umanità è stata ripetutamente trascinata verso la concezione che tutta la vita spirituale sia soltanto fumo, innalzantesi dalla vita materiale, una pura sovrastruttura su una base sottostante. È però anche chiaro per chiunque sia in grado di seguire lo sviluppo culturale degli ultimi tre, quattro secoli fino ai nostri giorni, che l’intera disposizione d’anima dell’uomo moderno, quale si è formata sotto l’impressione di questo rapporto al mondo spirituale, l’ha condotto nel caos e nella confusione in cui ora ci troviamo. Da un lato abbiamo dietro di noi i terribili eventi della catastrofe della guerra mondiale; dall’altro vediamo incalzare i movimenti rivoluzionari. Guardando indietro, vediamo come gli uomini non fossero più capaci di controllare la vita sociale esterna per mezzo delle loro idee pratiche. I fatti erano sfuggiti a queste idee, si erano sciolti dalle catene e andavano per la loro strada. Si svolgevano senza essere contenuti da forti idee umane. E si spingevano verso ciò che conduceva la stessa vita sociale dei tre, quattro ultimi secoli all’assurdo, ed essa stessa si conduceva all’assurdo. Condussero al disastro. Si sono cercate varie cause di questa catastrofe. Non si giungerà a chiarezza su questo punto finché non si comprenda che, attraverso quella concezione dello spirito che ci si è creduti giusti di aver raggiunto, abbiamo precisamente perduto il controllo sui fatti del mondo esterno, e che non possiamo recuperare questo controllo se non acquisendo un nuovo rapporto con il mondo spirituale. Perciò accadrà che tutti coloro che si pongono dal punto di vista del movimento rivoluzionario odierno e credono che il mondo spirituale non sia null’altro che ideologia, e fondano le loro riforme o rivoluzioni su questa concezione, non porteranno l’umanità verso il bene, ma al contrario la spingeranno sempre più profondamente nell’abisso.

Non è dunque una mia inclinazione soggettiva quella di parlare, in connessione con la questione sociale, di ciò di cui ho parlato ogni anno di nuovo qui a Stoccarda, della scienza dello spirito orientata antroposoficamente. Questo movimento della scienza dello spirito deve appunto testimoniare che lo spirituale nell’uomo e fuori dell’uomo non è ideologia. Deve testimoniare che l’uomo non può acquisire la forza necessaria per agire, nemmeno per la sua pratica di vita, se non l’attinge da quelle conoscenze che inizialmente possono sembrare lontane dai sentieri pratici, ma che educano l’anima umana in modo tale da portarla a una condizione attraverso la quale essa diviene capace di guidare la vita pratica. E se oggi molti credono che soltanto nelle lotte economiche si svolgerà quello che ci sta di fronte, si ingannano. Non ce ne accorgiamo ancora, ma siamo immersi in combattimenti spirituali intensi, e ciò che agita e commuove l’umanità come una forza elementare, ciò che si esprime esternamente attraverso combattimenti materiali e bellici — non è null’altro che quella ondata che risale alla superficie dalle anime umane turbate, che lottano per nuove verità, per nuove conoscenze.

Colui che oggi è in grado di scrutare il suo proprio interiore almeno fino a un certo grado, sarà consapevole del fatto che l’educazione che l’intera umanità della cultura ha subito nel corso degli ultimi tre o quattro secoli non le permette più di istruirsi circa le sue questioni più alte, quelle spirituali e psichiche, come era necessariamente possibile per l’uomo nei tempi passati dello sviluppo umano. L’uomo, nel corso degli ultimi tre o quattro secoli fino a oggi, ha subito un’educazione scientifica e scientifica in generale. Questo l’ha condotto al fatto che egli anela una via verso i mondi soprasensibili di cui finora solo le confessioni religiose gli avevano parlato; una via che sia all’altezza del cammino scientifico, che non si presenti solo come il sentiero della pietà religiosa, ma come il sentiero della conoscenza del mondo soprasensibile, del mondo spirituale, parallelo a quello di indagine del mondo fisico attraverso le scienze naturali. Se forse ancora pochi uomini ammettono questo fatto coscientemente, esso vive inconsciamente nella maggior parte dell’umanità contemporanea della cultura, e ciò che gli uomini si rendono cosciente è soltanto un velo dei fatti, che può esprimersi così: Nel nostro intimo aspiriamo a una conoscenza del mondo spirituale, e portiamo in noi numerosi malcontenti e insoddisfazioni della vita, perché questo desiderio di conoscenza del soprasensibile dimora nella nostra anima, istintivamente dimora in essa e non è ancora soddisfatto da nulla di ciò che vive negli sforzi culturali del nostro ambiente immediato, della nostra intera vita spirituale.

Così oggi desidero parlare, partendo da tali punti di vista, dei cammini verso la conoscenza soprasensibile e l’osservazione, e tra due giorni della vera essenza soprasensibile dell’uomo, cioè della vera essenza dell’uomo che va al di là della vita che egli conduce tra la nascita e la morte. E vorrei mostrare come questa conoscenza deve divenire un fattore sociale reale, che parli nella ricostruzione della nostra società umana. È già innegabile per molti oggi il fatto che l’autoconoscenza, quella che nel senso più lato potrebbe chiamarsi tale, è per l’uomo più difficile di quanto non lo fosse per l’uomo dei secoli passati. Chi guarda obiettivamente ai secoli passati non potrà non ammettere che proprio dalle richieste elementari della natura umana l’uomo arrivava più facilmente a una certa comprensione della propria essenza di quanto non accada oggi. Ma un altro fatto si pone dinanzi a noi in modo significativo — questo: proprio oggi è divenuto per l’uomo più necessario che nei tempi precedenti questo autoconoscenza che gli è quindi più difficile. Ciò si esprime nell’aspirazione a tale autoconoscenza che pure esiste, anche se si cela dietro questa o quella maschera nelle nostre difficili condizioni di vita. Ma l’uomo odierno, per tutta la sua educazione, il suo sentire, le sue condizioni di vita, è portato a rivolgere le sue domande a quelle istanze che egli conosce come scientifiche, per sapere come stanno le cose della vita psichica e spirituale. Poiché egli è stato abituato a fare la scienza il fine della sua vita. E così anche nel campo dell’autoconoscenza, della conoscenza dell’uomo, vorrebbe rivolgersi al forum scientifico. Ma si deve dire, proprio nel momento in cui egli si rivolge a questo forum, non può inizialmente ricevere che risposte poco soddisfacenti. E così lentamente nella coscienza pubblica si è infiltrato qualcosa riguardo alle domande dell’anima e dello spirito, ciò che nel fondo non può condurre a nulla se non al dubbio e all’incertezza.

Da ciò che di solito si presenta come una sedimentazione dalle varie discipline scientifiche naturali, dalla vita in generale, viene dinanzi a noi il fatto che l’uomo d’oggi propriamente non ha idea di quanto accada nel suo interiore umano senza che ne abbia consapevolezza nel suo ordinario stato di coscienza. Che cosa crede fondamentalmente l’uomo d’oggi di sé? Crede che da un lato egli ha un corpo; e molti, quando va bene, si dicono che questo uomo ha d’altro lato un’anima. Ma quando la grande domanda deve cominciare circa il rapporto del corpo all’anima, dell’anima al corpo, allora cominciano i dubbi, allora cominciano le incertezze. Poiché si crede da un lato che il corpo sia esaurito in ciò che si può osservare per mezzo della percezione sensibile dell’uomo, ciò che si comprende mediante anatomia, fisiologia, in breve attraverso tutto ciò che la conoscenza scientifica naturale dell’uomo fornisce. Così oggi ci si procura una certa visione di ciò che è il corpo umano. Allora l’uomo sa che sviluppa rappresentazioni, che ha movimenti emotivi, che ha una volontà che lo spinge all’azione — in breve, l’uomo sa che qualcosa nella sua coscienza vive alla base della volontà, alla base dei movimenti emotivi o sentimenti, alla base delle rappresentazioni. Ma quando egli riflette: Sì, come si rapporta ciò che è il mio pensare, il mio sentire, il mio volere, ciò che è il contenuto della mia vita interiore dell’anima, alla mia vita esterna? — allora non riceve risposta. Poiché quello che la scienza naturale, lo sguardo sensibile gli mostra riguardo al corpo umano, è così fondamentalmente diverso da ciò che vive nel volere, nel sentire e nel pensare, che non è possibile costruire un ponte dal corpo all’anima.

E non è solo per la coscienza ordinaria che accade ciò, che ci si trova di fronte all’impossibilità di costruire un tale ponte; ma quando si passano in rassegna le varie concezioni scientifiche naturali e dotte di oggi, esse terminano in genere così: Nulla di certo può dirsi riguardo a questo rapporto di corpo e anima.

Colui che parla da questo punto di vista della scienza dello spirito orientata antroposoficamente, si trova costretto a considerare molto seriamente, fino a un alto grado, i dubbi e le incertezze che in questo modo affliggono l’umanità e la scienza. E deve dire dai fondamenti della sua conoscenza: Sì, per la conoscenza scientifica, per quella conoscenza che ci ha portato ai grandi trionfi nella scienza naturale, deve essere fondamentalmente così, che ci si trovi spinti solo in dubbio, in contraddizioni riguardo alle questioni corrispondenti. La conoscenza scientifica naturale è inidone a penetrare quei fondamenti della natura umana dai quali soli possono venire risposte alle domande urgenti sollevate. Ora, questo stesso scienziato dello spirito si trova di fronte alle abitudini di pensiero del presente in una situazione molto particolare. Poiché deve presentare le sue conoscenze da un punto di vista completamente diverso da quello di queste abitudini di pensiero, è naturale che sia attaccato in modo ostile, che sia giudicato come nemico da tutti i lati. Poiché non solo deve aprire un ambito di conoscenza diverso da quello quotidiano e ordinariamente scientifico; ma deve attirare l’attenzione su un genere completamente diverso di conoscenza. Deve indicare che, con il genere di conoscenza della vita ordinaria e della scienza ordinaria, non è affatto possibile rispondere alle domande sollevate, e che se l’uomo dovesse fermarsi a questa conoscenza scientifica ordinaria, non giungerebbe mai a una risposta conoscitiva a queste domande. Lo scienziato dello spirito deve affermare che l’uomo, attraverso uno sviluppo che egli stesso compie in se stesso, si eleva al di sopra di questo genere ordinario di conoscenza verso una conoscenza completamente diversa,

verso una conoscenza che inizialmente all’ordinario appare come una sorta di fantasticheria. Tuttavia, colui che parla da quei presupposti dai quali oggi vi si parla della scienza dello spirito orientata antroposoficamente, sa che egli sta sul terreno della medesima severità scientifica, della medesima disciplina scientifica su cui poggia il metodo scientifico naturale più rigoroso del presente. Ma ciò di cui lo scienziato naturale si sforza — certi insegnamenti per questi fatti e queste leggi — forma per lo scienziato dello spirito, come è qui inteso, il presupposto; forma ciò per cui si è rieducato. L’ha attraversato prima di arrivare alla sua scienza dello spirito. E nel tempo odierno nessuna scienza dello spirito dovrebbe presentarsi dinanzi al pubblico che non stia su questo terreno, che non affermi e prima della ricerca nel mondo spirituale abbia veramente imparato ciò attraverso cui la scienza naturale è giunta ai suoi trionfi. Lo scienziato dello spirito deve essersi messo nella posizione di essere anche un ricercatore della natura nel senso più rigoroso della parola. Ma lo scienziato dello spirito inizia dove il ricercatore della natura finisce. Mentre il ricercatore della natura ricerca certi risultati per la sua vita rappresentativa, per il suo pensare, lo scienziato dello spirito mira al fatto che ciò che si attraversa con la ricerca naturale come un’esperienza rigorosamente metodica, come un’esperienza scientifica consapevole, sia la sua educazione, e da lì soltanto inizi a innalzarsi verso quelle conoscenze superiori di cui avrò modo di parlarvi oggi e tra due giorni. Perciò per lo scienziato dello spirito è così, che egli non può comunicare nel senso ordinario: Lì ho osservato questo o quel fatto esterno; da questo o quel fatto esterno si è per me derivata questa o quella legge; piuttosto, lo scienziato dello spirito deve aver attraversato tutto ciò che così proviene dal ricercatore della natura come preparazione; e deve essere giunto, attraverso questa preparazione, ad aver portato la sua anima in tale condizione, che egli si eleva verso nuovi fatti, verso nuove osservazioni, di cui allora può solo narrare. E che da soli possono costituire il contenuto del vero mondo spirituale

che può conoscere. Perciò lo scienziato dello spirito, come è qui inteso, dovrà parlare dei suoi cammini conoscitivi in modo del tutto diverso da colui che ha semplicemente attraversato un cammino di conoscenza scientifica naturale, che ha semplicemente attraversato ciò che oggi nella vita culturale odierna, nella vita spirituale odierna, si suole chiamare un cammino conoscitivo, un cammino verso la scienza.

Domandino coloro che oggi hanno percorso un cammino verso la scienza, come l’hanno percorso con una certa quiete interiore. Come possono raccontare che hanno lavorato là o qua in un laboratorio, che hanno sentito questo o quello sui processi dello sviluppo umano e storico, che l’hanno preso nei loro concetti, che hanno compilato certi dati statistici per ottenere certe conoscenze sociali. Ma si sentirà da tutti loro come l’abbiano tutto attraversato in una certa quiete interiore nella condizione dell’anima, e che poi, per così dire, fossero in possesso dei concetti scientifici verso cui si erano sforzati. In una tale situazione non si trova lo scienziato dello spirito, specialmente lo scienziato dello spirito orientato antroposoficamente. Questi, se lo è seriamente, non potrà parlare di una tale quiete interiore e indifferenza in cui il suo cammino conoscitivo fosse stato attraversato, come può esserlo parlato dei cammini conoscitivi della scienza esterna oggi. Lo scienziato dello spirito, se dice la verità riguardo al suo cammino conoscitivo, vi racconterà di combattimenti interiori e di superamenti. Vi parlerà di quali abissi dell’anima ha dovuto attraversare prima che gli si manifestassero quelle conoscenze che sono veramente conoscenze soprasensibili. Vi parlerà di come la sua stessa natura umana, ciò che è caro e prezioso all’uomo nella vita esterna, è divenuto spesso un nemico interiore di ciò che è il suo sforzo conoscitivo. Vi dovrà raccontare del coraggio che ha spesso dovuto raccogliere contro le forze ostili e nemiche interiori, che giacciono nella natura umana e sono avverse al vero cammino conoscitivo.

E così si depositerà su ciò che lo scienziato dello spirito ha da dire riguardo all’anima e allo spirito il risultato di quegli stati d’animo che non si sono svolti in quiete interiore, che si sono svolti in movimenti interiori, che si sono svolti sotto i combattimenti interiori più seri. E questo scienziato dello spirito dovrà dire che, attraverso nient’altro che la sofferenza interiore, i dolori interiori e il loro superamento, è diventato ciò che legittimamente crede di poter chiamare: L’intuizione nei mondi soprasensibili.

In due direzioni lo scienziato dello spirito dovrà parlare di tali combattimenti che ha dovuto attraversare. Di combattimenti che per molti uomini oggi giacciono in un mondo astratto — ma solo per la fede di questi molti uomini. Nel momento in cui lo scienziato dello spirito li attraversa consapevolmente, impara a riconoscere che attraverso questi combattimenti non sta affatto solo al mondo. Non è solito essere tanto presuntuoso, lo scienziato dello spirito, da dirsi che nella sua anima si svolga qualcosa di cui gli altri uomini non abbiano parte. Giunge a dirsi che egli semplicemente solleva nella coscienza ciò che, come combattimento interiore, accade inconsciamente nel fondo di ogni anima umana. E lo scienziato dello spirito sa come questi combattimenti — se così posso dire — si svolgono tra la coscienza che vive nel pensare, nel sentire e nel volere, e il corpo che la percezione sensibile esterna e la fisiologia e la scienza anatomica mostrano — come si svolgono tra questi e come risalgono alla coscienza umana come qualcosa con cui molti uomini del presente non sanno cavar fuori. Ciò che si esprime nei loro istinti e spesso nei sintomi di malattia del corpo e dell’anima, nei loro malcontenti e insoddisfazioni, ciò che si esprime nella loro nevrastenia, senza che essi sappiano dove giacciano veramente le cause di questa condizione dell’anima nei fondamenti della natura umana.

In due direzioni lo scienziato dello spirito ha da attraversare i suoi combattimenti — primo, i combattimenti con il mondo esterno; secondo, i combattimenti con il suo proprio interiore. La scienza naturale e ciò che oggi come divulgazione della scienza naturale penetra nelle abitudini di pensiero degli uomini, è per gli uomini dei tempi odierni spesso solo un’occasione di rallegrarsi, a ragione, dei grandi progressi dell’umanità. Per lo scienziato dello spirito, il vivere con questa scienza naturale è proprio un combattimento intenso della vita. Nel momento in cui egli si approfondisce in ciò che è la scienza naturale odierna, nel momento in cui non penetra solo fino alle conoscenze naturali ordinarie intellettualmente, ma nel momento in cui vuol vivere ciò che è contenuto nella scienza naturale, lo scienziato dello spirito non può sperimentare il vivere con la scienza naturale se non come un combattimento. Certamente, attraverso la percezione sensibile, attraverso le combinazioni delle percezioni sensibili come l’intelletto umano le produce nelle leggi scientifiche naturali, si impara molte cose sulla natura. Ma voi sapete, e negli anni passati ho nella mie conferenze esposto spesso questo fatto in altri contesti — voi sapete che proprio i più coscienziosi scienziati e ricercatori della natura arrivano a dire che ci sono limiti di questa conoscenza della natura. I più coscienziosi ricercatori della natura, essi propriamente provengono da una certa profondità dicono il loro «Ignorabimus» — cioè, noi non penetreremo per mezzo della natura nell’essenza delle cose. E ora accade nella natura umana che, quando si erge un tale limite, come giustamente si erge di fronte alla conoscenza della natura, allora l’uomo si dice: Ebbene, questo è un limite della conoscenza, qui si deve stare. Allora parla di limiti insuperabili della conoscenza umana.

Colui che lascia agire pienamente ciò che, nel momento in cui sente già in sé la vocazione dello scienziato dello spirito, è la forza intera nell’anima, non può semplicemente stare immobile quando la scienza naturale costata tali limiti. Tali limiti diventano per lui l’occasione di combattere proprio un combattimento della vita conoscitiva con ciò che si presenta nella scienza naturale come forza e materia, ad esempio, o come qualcos’altro. Ciò che la scienza naturale stessa non vuol penetrare, con quello deve il ricercatore dello spirito combattere il suo combattimento. Lì inizia prima di tutto ciò che per lui è il principio del suo cammino conoscitivo e delle sue osservazioni; le osservazioni che non può compiere in quella quiete come si compie un’osservazione di laboratorio, le osservazioni che deve compiere sotto il continuo appello interiore di nuove forze conoscitive spirituali-psichiche. E allora, quando l’uomo giunge a questi limiti e combatte il suo combattimento, egli impara a conoscere, per mezzo dell’interazione, tra il suo interiore conoscitivo e il mondo esterno. Lì vive una percettione di osservazione spirituale che per lui si presenta come una caratteristica fondamentale di tutta la vita umana. Nel momento in cui lo scienziato dello spirito combatte con i limiti esterni della conoscenza della natura, egli diviene consapevole che dalla sua anima interiore deve estrarre qualcosa in questo combattimento che altrimenti ha un ruolo molto modesto proprio nella conoscenza della natura — deve estrarre quelle forze della sua anima che altrimenti si svolgono solo nel rapporto reciproco tra uomo e uomo, o forse anche in forma indebolita nel rapporto con gli esseri naturali, con gli esseri viventi. Deve estrarre dal suo interiore la forza della vita, quella forza che noi sviluppiamo quando stiamo l’uomo di fronte all’uomo e simpatia interiore della nostra anima scorre verso l’anima dell’altro uomo. E questo si raccoglie, non come qualcosa di soggettivo, ma come un fatto oggettivo — la conoscenza della natura scrupolosa, e il combattimento con i limiti della conoscenza della natura e ciò che nella natura umana e nella vita umana ha il suo grande ruolo: la simpatia, l’amore, il tono fondamentale di ogni rapporto sociale umano. E l’uomo impara allora per mezzo dell’esperienza a conoscere il rapporto tra i limiti della natura che gli si oppongono nella conoscenza, e la forza dell’amore. Egli impara per mezzo dell’osservazione immediata, che ha prodotto mediante il forte appello delle sue forze interiori dell’anima, a conoscere che nel momento in cui egli si lascia penetrare più profondamente nel combattimento con i limiti della natura, deve consumare la sua forza di amore. Accade quasi come se la sua forza di amore si slegasse dalla sua anima e fluisse verso quei territori della natura che stanno al di là del limite. E allora giunge lo scienziato dello spirito a quel fatto significativo e così scuotente per lui: che la natura umana è adattata al suo ambiente mondiale cosicché le è negato, con la conoscenza ordinaria, di penetrare nell’interno. L’interno giace al di là dei limiti della natura. Non avremmo tali limiti, così nella vita ordinaria non saremmo dotati della forza dell’amore che si dedica.

Un senso profondo entra in questa vita umana per mezzo della conoscenza della connessione tra conoscenza e amore. Si impara a sapere che si può amare nella vita ordinaria solo per mezzo del fatto che questa forza di amore si separa dalla nostra attività conoscitiva esercitata dall’intelletto. Questo fatto, questa osservazione non deve trovare solo una considerazione intellettuale, deve fare l’impressione più profonda sull’uomo, quando l’ha una volta compreso, poiché egli impara così a conoscere precisamente il modo speciale del suo esser-posto nel mondo. E sa ciò che deve fare, se è un vero ricercatore dello spirito. Sa che non può proseguire nel penetrare ciò che sta al di là del limite, se prima non si rende più forte nella forza dell’amore umano e dell’amore verso le altre cose di quanto non lo sia in questa forza di amore nella vita ordinaria. Con tale amore forte verso tutte le cose si deve essere equipaggiati. Questo equipaggiamento deve essere la preparazione dell’essenza più intima dell’anima, se si vuol proseguire nel combattimento con il mondo esterno, come l’ho indicato. Questo cammino che l’anima deve attraversare, affinché non le si sottragga la forza di amore, affinché, per così dire, non sia dissanguata da questa forza, ma possa incondizionatamente avanzare nel cammino nei mondi soprasensibili, questo cammino ho tentato di descrivere nel mio libro «Come si ottiene la conoscenza dei mondi superiori?». E dichiaro esplicitamente qui che tali descrizioni del giusto cammino conoscitivo hanno essenzialmente l’intenzione di preparare l’anima umana, affinché essa possa percorrere il cammino superiore conoscitivo senza pericolo. Questo cammino conoscitivo superiore l’umanità l’esigerà dal presente in avanti e nel prossimo futuro proprio per mezzo dell’educazione scientifica naturale. L’umanità — essa è in uno sviluppo del quale avrò modo di parlarvi ancora tra due giorni — arriverà a un punto in cui non potrà più essere senza una tale visione nei mondi spirituali come l’ho indicato. L’umanità arriverà a un punto in cui si sentirebbe infelice psichicamente e si darebbe per sconfitta, se non le fosse aperto il cammino nei mondi spirituali, nei mondi soprasensibili. Questo cammino sarà percorso per mezzo di un impulso interiormente irresistibile.

Ma sempre più rigorosamente dovrà essere mostrato come la natura umana si deve preparare, affinché possa percorrere questo cammino senza pericolo, affinché lì non le siano tolte proprio forze umane importanti per la vita pratica e sociale umana, come ad esempio l’amore. Allora, quando l’uomo compie tali esercizi interiori di pensiero, attraverso i quali rende il suo pensare, che altrimenti si ferma ai limiti dei fenomeni naturali, sempre più forte — Lei trova nel mio libro «Come si ottiene la conoscenza dei mondi superiori?» tali esercizi di pensiero, tali meditazioni e concentrazioni di pensiero indicate, per mezzo delle quali il pensare diventa sempre più forte — quando l’uomo compie tali esercizi, allora giunge a un punto del suo sviluppo in cui si vede dinanzi all’anima esperienze interiori e osservazioni che nella vita ordinaria non le stanno dinanzi. Allora si chiarisce prima di tutto circa una domanda, circa la domanda fondamentale della vita psichica: Che cos’è dunque propriamente ciò che attraverso i miei sensi percepisco del mondo, che mi formo come mondo di rappresentazioni? Che cosa è dunque propriamente? E viene a conoscere un fatto altamente straordinario. Enunciato in modo astratto non sembra così straordinario, ma nella sua efficacia sull’uomo intero pieno è altamente significativo e di effetto sconvolgente sull’anima umana. L’uomo viene a conoscere, proprio nel momento in cui rafforza così il suo pensare, che sente: io non penso solo passivamente consegnato al mondo, ma io penso così, che una volontà non da me. Ma dagli esseri mondiali stessi diretta vive nel mio pensare — l’uomo viene a scoprire, proprio quando rafforza così il suo pensare, quando lo rende più potente di quanto non sia nella vita ordinaria, che tutto il pensare e tutto il rappresentare sensibile della vita ordinaria non è comunque nient’altro che un’immagine, nel senso che ha carattere d’immagine.

È una grande impressione quella che si riceve, quando proprio per mezzo del rafforzamento del pensare si viene a conoscere: Questo pensare ordinario che si sviluppa quando si osserva il mondo esterno, che si sviluppa quando si riflette di nuovo su ciò che si ha sperimentato nel mondo esterno, questo pensare ordinario è nel fondo nient’altro che qualcosa che procede completamente in immagini. È qualcosa che immediatamente, così come si presenta, non ha realtà. Viene un momento in cui, se si ha seguito lo sviluppo spirituale dell’umanità civilizzata più recente, qualcosa entra nell’anima che ha di nuovo un effetto sconvolgente. È straordinario per colui che ha veramente fatto tali esperienze come quelle che ho or ora descritto, udire che uno dei più grandi spiriti dell’umanità, uno dei più grandi pensatori di questa umanità, il primo portatore dello sviluppo più recente della concezione mondiale storica, Cartesio, Descartes, ha pronunciato il singolare detto: «Io penso, dunque sono. Cogito ergo sum.» Che Descartes abbia pronunciato questo detto è per il vero ricercatore dello spirito una prova che egli non ha veramente guardato nel mondo spirituale, che Descartes non è giunto a quel pensare rafforzato di cui ho appena parlato come costruito su tali esercizi come quelli che cito nel mio libro «Come si ottiene la conoscenza dei mondi superiori?». Poiché quando si giunge a questo, si pronuncia la parola che Descartes voleva pronunciare diversamente; allora si dice: Io penso, dunque non sono. Poiché finché ci si sofferma con la propria anima nel pensare ordinario, non si è. Il pensare è immagine, e ciò che si riflette in essa, lo si diviene consapevoli solo quando si rafforza questo pensare, così che non lo si vive così ombroso come si vive il pensare ordinario, ma che lo si vive come penetrato dalla volontà; che lo si vive così come l’ho presentato come il pensare puro già nell’anno 1892 nella mia «Filosofia della libertà».

Nel momento in cui si vive questo pensare come qualcosa di attivo, di operante in se stesso, si sa che il pensare ordinario è un’ombra di una realtà, che non si è nel movimento del pensare che si compie. Perciò risulta anche al vero vivere dello spirito, al vero ricercatore dello spirito, che, nel momento in cui rafforza questo pensare di nuovo attraverso il vivere tranquillo di pensieri con i quali egli riempie meditivamente la sua coscienza, è come se egli con questo pensare crescesse in una realtà. Mentre prima si sentiva libero nel pensare ombroso, ora sente qualcosa come un affogamento spirituale. E proprio per questo deve rafforzare tutto il suo uomo psichico-spiritualmente, affinché sia armato contro ciò che si oppone al pensare rafforzato, che è interiormente psichico come un affogamento, come un estinguimento della coscienza. Si deve entrare con una coscienza forte in questo pensare rafforzato. Così si vive realmente per mezzo della percezione spirituale immediata, nel momento in cui si rafforza il pensare, l’ombrosità del pensare ordinario. E allora viene quel punto della vita che di nuovo, e ancora di più di tutto ciò che avrei potuto citare prima, colpisce come un fulmine e scuotente in questa vita umana. Questo è il punto in cui si impara a conoscere ciò che il pensare e il rappresentare ordinario propriamente è nella sua ombrosità, nella sua immaginalità. Si impara a conoscere che è l’ombra di ciò che si è vissuto in un mondo puramente spirituale prima della nascita o diciamo prima del concepimento; l’ombra della realtà che si chiama realtà prenatale. La vita dell’uomo nello spirito, prima della nascita, prima del concepimento, la si vive, la si sente nel pensare rafforzato. E allora si impara a conoscere attraverso cui cosa si ha la forza del pensare, del pensare ordinario. Si ha la forza del pensare ordinario per mezzo del fatto che prima della nascita o prima del concepimento si ha condotto una vita di genere diverso nel mondo spirituale. E questa vita di genere diverso si paralizza nella realtà, diventa pura ombra, e questa ombra la viviamo nel nostro rappresentare, nel nostro pensare. Il tempo diventa come lo spazio. Si guarda indietro nel tempo prenatale, nel tempo prima del concepimento. Si guarda indietro nel mondo spirituale, e si contempla quella realtà che vi si è vissuta. E come una manifestazione dello spazio agisce su un’altra manifestazione dello spazio che da essa è lontana, così la scena del tempo come lo spazio. In questa visione che ho indicato, la vita prenatale è ancora presente. E si rivela: nel momento in cui io penso, agisce dentro questa vita prenatale nella mia vita presente. Io sono, nel momento in cui io penso, dipendente da questa vita prenatale. Questo irradia nella mia essenza spirituale e attraverso questo posso pensare.

Insomma, ciò che si chiama lo spirito umano, indipendente dalla vita corporale, diviene una visione, ma una visione verso la quale ci si deve innanzitutto far strada attraverso combattimenti interiori dell’anima. E ora, adesso viene luce nella ordinaria visione dell’anima. Adesso si sa che, quando nella vita ordinaria si crede: Lì si ha il pensare, il sentire, il volere, questo non sta in connessione con il corpo — così deve essere, perché nella vita ordinaria in questo sentimento, in questo rappresentare si ha solo un riflesso di una realtà che si è paralizzata con la nostra nascita. Adesso si sa che l’anima propriamente è qualcos’altro ancora di ciò che da quando siamo nati vive con noi. E adesso, adesso si guarda, quando con questo pensare rafforzato si guarda di nuovo nel mondo esterno, si guarda ancora qualcos’altro della vista sensibile ordinaria. Si può già anche nella vista sensibile sostenersi. Tuttavia questo ordinariamente non è consigliato, e nemmeno qui lo consiglio, voglio solo per spiegazione particolarmente accennarlo: Nel momento in cui voi vi sforzate di sviluppare una forza di rappresentazione interiore dell’anima, per mezzo della quale voi arrivate nella posizione, ad esempio di una prata verde di rappresentarvi in modo completamente diverso che verde, attraverso la vostra forza interiore dell’anima, a saber in colore di fiore di pesco — ci vuole una forte tensione interiore — allora agisce questa tensione interiore che voi raccogliete per non vedere il verde, per vedere il colore complementare dell’anima, non il colore complementare fisico, allora agisce questa tensione cosicché essa vi sostiene alla produzione di quel pensare forte, di quel pensare potenziato di cui ho or ora parlato. Allora però potete anche giudicare diverse esperienze esterne diversamente che attraverso il pensare ordinario.

Allora vi state di fronte a un altro uomo, venite con lui in qualche relazione, e vi dite — non con tutti. Ma in certi contesti con un altro uomo, anche in certi contesti con altri esseri della natura, con il mondo in generale — vi dite: Oh, non è stata vana la mia fatica di aver potenziato il mio pensare, io sono in questo pensare potenziato divenuto capace di saltare i limiti della natura, di guardare dietro i limiti della natura. Allora però guardo ciò che mi colpisce nella vita anche diversamente da quando stavo davanti a questi limiti come davanti a limiti della conoscenza. Allora guardo ciò che come destino, come avvenimenti di destino nella mia vita si penetra, come un effetto di vite terrene precedenti che ho attraversato, prima che fossi giunto a quella vita nel mondo spirituale tra la morte e una nuova nascita di cui ho or ora detto, che si rispecchia nel rappresentare e nel pensare ordinario. Insomma, ciò che la scienza dello spirito orientata antroposoficamente ha da dire sulla vita dell’anima umana nel mondo spirituale, ha da dire sulle vite terrene ripetute, non è una teoria grigia, non è un’ipotesi, non è enunciato come qualcosa che è stato escogitato, piuttosto è enunciato come il risultato di quelle conoscenze e osservazioni verso le quali ci si eleva solo quando ci si prepara per esse come ho or ora indicato e come potete trovarle ulteriormente esposte nel mio libro «Come si ottiene la conoscenza dei mondi superiori?».

Ho ora per il momento da questo lato indicato il cammino nei mondi soprasensibili. Sulla connessione intera dell’uomo soprasensibile avrò modo di parlare tra due giorni. Poiché ho ancora oggi da discutere l’altro limite al quale giunge l’uomo che conosce spiritualmente, quel limite diverso nel quale deve compiere un combattimento interiore altrettanto duro come al limite dei fenomeni naturali. Questo altro limite è quello che voglio chiamare il limite di fronte all’interiore umano. È il limite di cui l’uomo spesso vuol ingannarsi passandogli oltre nel diventare mistico nel senso ordinario. Come il ricercatore dello spirito deve vivere molto più intensamente con la scienza naturale di quanto il ricercatore della natura stesso lo faccia, perché il ricercatore della natura arriva solo ai suoi risultati e conoscenze ordinarie, il ricercatore dello spirito deve però avere esperienze di lotta con la scienza naturale, così il ricercatore dello spirito deve veramente attraversare tutto ciò con cui il mistico si edifica, con cui il mistico spesso si rallegra interiormente. Ma nello stesso tempo deve condurre un combattimento interiore proprio con questa gioia, con questa edificazione. Mentre il mistico ordinario crede di arrivare alle domande di eternità prima di tutto per mezzo di un certo approfondirsi nel proprio interiore, al vero ricercatore dello spirito, nel momento in cui egli si immerge in questo interiore dell’uomo sulla falsariga del mistico ordinario, rimangono proprio i dubbi più acerrimi, l’incertezza più terribile. Come con la scienza naturale, il ricercatore dello spirito deve combattere con la mistica, adesso però verso l’interno. Altrettanto come il ricercatore dello spirito non può fermarsi alla scienza naturale ordinaria e ai suoi limiti, altrettanto non può fermarsi alla mistica ordinaria. Poiché proprio quando egli con coscienza e senza illusioni si immerge nell’interiore umano, si genera a lui di fronte alla mistica ordinaria il dubbio e l’incertezza. Proprio perché ha sviluppato ciò che ho or ora caratterizzato: il pensare potenziato; perché vede chiaramente dentro ciò che attraverso la mistica appare, in cui molti uomini si sentono così bene che si credono riposando nella sostanza divina stessa, quando si immergono interiormente misticamente, per questo il ricercatore dello spirito non può fermarsi a questa mistica, perché ha imparato a non concedere illusioni in questa osservazione. Ha imparato a combattere veramente ogni fantasticheria. Si è esercitato nel pensare rigorosamente disciplinato, scientifico. E così presto vede attraverso cui ciò che il mistico chiama vivere con il suo interiore divino, con il suo uomo superiore, non è nient’altro che l’esperienza di ogni sorta di ricordi inconsci, che si interpretano male solo perché non si sono bene assimilati alla psiche o perché sono stati sommersi nei confronti della memoria.

Vedete, da questo voglio produrre l’idea che il ricercatore dello spirito non si lascia abbagliare da nessuna illusione; che proprio l’essenza vera della ricerca dello spirito per mezzo di una disciplina interiore, di un severo insegnamento interiore conduce oltre ogni fantasticheria. Perciò il ricercatore dello spirito non è nemmeno in grado di calmarsi su ciò che il mistico ordinario si calma. Questo lo guarda come reminiscenze soggettive; questo lo guarda come qualcosa su cui l’uomo ordinario, nel momento in cui si immerge misticamente, si concede ogni sorta di illusioni. Ma al ricercatore dello spirito diventava chiaro: che non si può proprio pervenire per mezzo di questa ordinaria immersione interiore a nulla che sia veramente l’anima umana. Non si giunge nemmeno così a alcuna vera realtà come si arriva per mezzo del pensare ordinario, non potenziato, a alcuna vera realtà. Si arriva solo all’elevazione di un certo raffinato egoismo dell’anima. Ci si sente interiormente così bene e comodo quando ci si dice: l’anima si immerge nell’uomo divino, e così via. In questa comodità, in questo raffinato egoismo vivono molti di quelli che vengono venerati appunto come mistici. Il ricercatore dello spirito deve vedere qui il vero stato di fatto, poiché a lui, proprio per mezzo del fatto che ha il pensare potenziato, diventa chiaro quale fatto effettivamente si pone di fronte a questa mistica interiore ordinaria. A lui diventa chiaro, che se si potesse discendere in ordinaria maniera nell’interiore umano fino al nucleo psichico divino dell’uomo, allora non si avrebbe nuovamente una forza dell’anima che si ha assolutamente bisogno per la vita pratica e sociale ordinaria: non si avrebbe la forza del ricordo, la forza della memoria. Si deve la forza del ricordo, la forza della memoria solo al fatto che non si può discendere mediante esperienza ordinaria nel pieno senso della parola nell’intera essenza umana. Il ricercatore dello spirituale arriva allora a conseguire un’intuizione interiore, come si scende effettivamente in questo interiore dell’uomo di nuovo attraverso una sorta di potenziamento della vita ordinaria dell’anima.

Vedete, questa ordinaria vita dell’anima procede in grado molto ampio assai inconsciamente. Non siamo noi stessi ogni giorno un altro? L’uomo che arriva anche solo a una superficiale osservazione di sé, ne nota già qualcosa, che nella vita di ogni giorno è fortemente toccato interiormente da quanto vive. Si pensi a come l’anima diviene diversa, mentre da giorno a giorno, da settimana a settimana, da anno in anno vive questo o quello. Si pensi a come siamo diversi di volta in volta, mentre così viviamo la nostra vita tra la nascita e la morte, come siamo sempre altri. Tuttavia l’uomo compie questo divenire molto inconsciamente, non si osserva mentre accade, e soprattutto non sviluppa la volontà di farsi sempre diverso. Sviluppa nella vita ordinaria solo un grado modesto di autodisciplina, di auto-educazione. Attraverso l’elevazione di questa autodisciplina, di questa auto-educazione, attraverso il consapevole prendersi per mano se stessi, l’uomo arriva al fatto che si riconosce veramente come diveniente nella vita. Se non ci consegniamo alla vita solo così come essa ci pone dentro di sé, ci educhiamo per così dire passivamente per mezzo della vita, ma se attivamente andiamo incontro al compito di plasmare noi stessi, di educarci, così che spesso ci diciamo: Oggi non puoi fare questo, farai questo e quello, affinché tu entri in questo o quello — insomma, se si prende nella propria volontà quello che è l’auto-educazione, e sempre più consapevolmente lo si fa, e lo si pratica come esercizio; quando lo si conduce sistematicamente, allora viene al pensare potenziato un’altra forza. Particolari di questo, e ce ne sono molti, li troverete ancora una volta nel libro menzionato. Quando lo si conduce, allora la volontà diviene qualcos’altro da quello che è. Allora la volontà diviene così, che è penetrata da pensieri, che si rivela come penetrata di luce. Mentre altrimenti la volontà rimane qualcosa di molto scuro per noi, che è solo stimolato dai pensieri della testa, allora dalle tensioni della volontà ci irradia un pensiero, quando ci siamo così esercitati come ho indicato. Il mondo in cui noi ci muoviamo volontariamente viene totalmente penetrato da pensieri. Il mondo non rimane un’immagine sensibile, il mondo diviene un grande tessuto di pensieri mondiali dal fatto che la nostra volontà in questo modo è divenuta attiva. E allora da questi pensieri mondiali ci vengono conoscenze che si possono aggiungere a quelle altre che ho menzionato.

Una volta superato questo altro combattimento con la mistica, una volta riconosciuta la volontà come piena di pensieri mondiali, allora la vita si estende da un’altra parte, certamente così, che allora appare qualcosa per cui di nuovo si deve essere opportunamente preparati, affinché non venga danno nella vita dell’anima. Anche questo lo trovate ulteriormente esposto nel libro citato. Potrebbe venire danno nell’anima, perché nei momenti in cui si guarda nel mondo spirituale attraverso questa diversa, questa forza di volontà illuminata di pensieri mondiali, sulla memoria, sulla capacità di ricordo si deve rinunciare. A ciò che si guarda così spiritualmente, non ci si può ricordare di nuovo. Se oggi per mezzo dei cammini della scuola che vi ho appena citate come la scuola della volontà ho ricercato qualcosa spiritualmente e domani voglio raccontarvelo, non posso estrarlo dalla mia memoria, piuttosto posso solo raccontarvelo, se ripeto tutti gli allestimenti che hanno portato all’esperienza, così che esso nuovamente sta davanti alla mia anima. Sulla memoria vera si deve rinunciare. Per questo però si presenta adesso l’interiore umano dinanzi all’anima, quell’interiore umano che non si può vivere per mezzo della mistica ordinaria. Lo si vive, dopo aver superato il combattimento con la mistica ordinaria, dopo aver superato quello che uno ha radicato nel ricordo nella vita. Allora si vive così — come il mondo ordinario di pensieri o di rappresentazioni è ombra della vita prenatale, così si guarda ciò che vive nella volontà, che altrimenti rimane così scuro — ciò che giace al di sotto del ricordo, ciò che è spiritualmente nascosto nel corpo umano. Ma non si può guardare, perché altrimenti non avremmo ricordo nella vita ordinaria — si lo guarda allora come quello che rimane come germe quando l’uomo ha passato la porta della morte. Allora si impara a conoscere per mezzo della visione, per mezzo della percezione, ciò che all’uomo aleggia come presentimento come l’immortalità dell’anima. Allora si impara a conoscere riconducendo spiritualmente ciò che dopo la morte vive spiritualmente nell’uomo con ciò che prima della nascita vive spiritualmente nell’uomo, allora si impara a conoscere l’Eterno nella natura umana.

Ho vi descritto oggi i cammini che conducono alle conoscenze soprasensibili e alle osservazioni, che conducono a quello che dona all’uomo la consapevolezza dell’immortalità della sua anima. Ho vi mostrato come deve divenire un cammino moderno per lo sviluppo dell’umanità, sulla base di tutto ciò che l’umanità si è acquisito come sviluppo religioso e scientifico, innalzarsi verso vere conoscenze del mondo soprasensibile. Tra due giorni voglio parlare di come questo uomo come essenza soprasensibile si presenta davanti alla nostra anima.

Oggi voglio solo al termine riassumere in un paio di frasi ciò che mi appare come il ponte tra le conferenze che ho tenuto qui quest’anno su un’area apparentemente completamente diversa, e le conferenze che adesso tengo.

Vedete, mi ho dovuto ripetutamente domandare nei tempi che si sono formati dai terribili eventi sociali già prima della catastrofe della guerra mondiale, poi dagli eventi spaventosi durante la catastrofe della guerra mondiale e ora dopo: Come sta veramente con le rappresentazioni e le idee, con gli impulsi di cui l’uomo ha bisogno per plasmare veramente la vita sociale di per se stesso? Poiché l’uomo è costretto verso il futuro a plasmare questa vita sociale. E ho chiesto consapevolmente, veramente consapevolmente in letteratura e dappertutto dove si può chiedere, quali rappresentazioni sui voleri sociali si fanno gli economisti ordinari, gli uomini che pensano al bene nazionale e hanno a che fare con il bene nazionale, e da quali fondamenti si fanno tali rappresentazioni.

Mi è accaduto proprio in questa ricerca un’esperienza peculiare. Non mi sono fatto leggero il fare questa ricerca, non sono nemmeno partito dalla presunzione di voler esercitare critica leggera ovunque. Colui che diviene ricercatore dello spirito, è lontano da questa leggerezza. È molto propenso, proprio per ragioni che potete trarre da questa conferenza di oggi, a entrare amorevolmente in quello che gli uomini producono di idee, di impulsi di volontà. Eppure, non ho potuto sottrarmi al fatto che proprio le scienze sociali, sì anche le scienze etiche oggi soffrono ovunque di una certa imperfezione, di una certa confusione dei concetti. Praticamente lo potete riconoscere se vi guardate gli economisti dai diversi lati — quello che uno dice sulla merce, sul lavoro, sul capitale, quello che l’altro dice su questo e così via. Ma quello che la gente dice, vive nei terribili combattimenti del presente, si svolge, vuol plasmarsi. Gli uomini combattono, combattono da istinti. Elevano rivendicazioni e non sanno di cosa parlano. Questo è qualcosa che si posa sull’anima. E lì mi si è mostrato — lo dico completamente apertamente — dove giace il vero danno. Lì mi si è mostrato che in quelle rappresentazioni che si vuol conseguire su quello che vive nel fare umano, nell’opera umana, su quello che un uomo compie per un altro nell’ordine sociale, non può vivere quello che danno i puri abiti di pensiero scientifici naturali.

Questo è ad esempio l’orribile cosa della nazionale economia di Karl Marx, che essa proviene dal modello degli abiti di pensiero scientifici naturali, e che per questo non viene a un’appropriata comprensione della situazione sociale esterna dell’umanità, ma solo a una critica mortificante e a eccitazione di movimenti rivoluzionari sterili. Questa è la tragedia del pensiero contemporaneo. E allora, se si ha la possibilità di avere da una parte la scienza dello spirito, i cui cammini vi ho oggi caratterizzati. E dall’altra le grandi domande sociali, allora si arriva al fatto che ci si dice: Per la comprensione della vita sociale questa maniera di pensare non è sufficiente, che gli uomini negli ultimi tre, quattro secoli si sono rieducati sotto l’influenza del pensiero ideologico, dell’irrealtà della vita spirituale. Ci vuole per questo, per comprendere questa vita sociale, una formazione spirituale che si può soltanto educare agli uomini della stessa realtà spirituale. Come nei beni, in quello che come circolazione di merci vive nel mercato delle merci, è nascosto quello che l’uomo vi mette attraverso il suo lavoro, non lo si capisce se non lo si mette in relazione ai mondi spirituali ai quali l’anima umana appartiene. E quello che nel lavoro di un uomo per un altro uomo vive nella vita sociale, non lo si capisce, se non si sa educare il proprio pensare per mezzo di pensieri che nella realtà spirituale si innalzano. E quello che il capitale è, non lo si può nel giusto senso dominare, se non si è capaci di commensurate la sua efficienza nella sua pura natura materiale a quello che l’uomo come essere spirituale è.

Insomma, non si ottiene nessuna conoscenza sociale, senza aver prima la scienza dello spirito. Questo è un fatto che si è palesato a me, e da questo fatto cercai di gettare il ponte tra la scienza dello spirito e gli impulsi per l’organismo sociale tripartito. Come questo ponte si presenta per lo sviluppo dell’umanità nel futuro, anche su questo avrò modo di parlarvi tra due giorni. Avrò modo di parlare su quello che proprio su base di una tale vita dell’anima, che è capace di comprendere dal sano senso umano, che quello che ho detto oggi si fonda sulla verità, si manifesta come necessità per lo sviluppo sociale del presente e del prossimo futuro.

13°L'essenza soprasensibile dell'uomo e l'evoluzione dell'umanità

Stoccarda, 11 Luglio 1919

Che all’interno dell’essenza umana esista qualcosa come un uomo soprasensibile — questa è l’intuizione di ogni singolo, che misuri la propria vita dell’anima in questo modo o in quell’altro. In che modo questa intuizione debba essere elevata, dinanzi alla coscienza dell’umanità contemporanea, a una certezza scientifica interiore — su questo intendo rivolgermi ai contemporanei, riprendendo quello che da molti anni rappresento anche qui in questa città sotto il nome della scienza dello spirito orientata in senso antroposofico. Dinanzi al modo in cui questa scienza dello spirito orientata in senso antroposofico cerca la conoscenza dell’uomo soprasensibile e del mondo soprasensibile in generale, si levano ancora oggi i più svariati pregiudizi. E nel modo in cui oggi in molti ambienti ancora si desidera ascoltare parlare dell’essenza umana soprasensibile, l’antroposofia non può parlarne. Perché crederebbe — anzi, lo sa — che proprio con ciò non andrebbe incontro alle ricerche di conoscenza forse oggi ancora inconscie, ma per questo non meno intense del popolo. Si sente dire, appunto, quando da una parte o dall’altra oggi si giudica l’antroposofia, sempre e continuamente, che questa antroposofia sia qualcosa di difficile da capire, che essa tragga le proprie conoscenze da regioni in cui non sarebbe affatto necessario portarsi se si volesse penetrare l’essenza del soprasensibile. Si sottolinea la differenza fra il ricercare conoscitivo dell’antroposofia e la «semplice fede», che vuol fondarsi soltanto sulla confessione e sulla Bibbia. E che colui che ha trovato questa semplice fede come una forza interiore non abbia bisogno di una scienza dello spirito orientata in senso antroposofico — questo viene sottolineato da molte parti ancora e di nuovo. Proprio però se la scienza dello spirito orientata in senso antroposofico volesse parlare nel senso di questa semplice cosiddetta fede, dovrebbe supporre di non fare i conti con il vero bisogno più profondo dell’epoca. Dovrebbe dirsi che, sebbene rappresenterebbe un punto di vista che ancora oggi piace a molti uomini, e di fronte al quale trovano l’antroposofia difficile da comprendere, questo punto di vista non soddisfa più le vere e proprie richieste più profonde della vita spirituale dell’umanità contemporanea. Questo dovevo premettere per il motivo che proprio da questa parte vengono sempre e nuovamente obiezioni nei confronti dei punti di vista che, da una considerazione pienamente valida delle esigenze dell’umanità contemporanea, vengono assunti da quella scienza spirituale di cui si dovrà qui parlare. Questa scienza spirituale crede infatti di riconoscere chiaramente come certi nessi siano attivi — su questi nessi molte persone nell’epoca presente si abbandonano alle illusioni più dannose.

Viviamo oggi in un’epoca che, per quanto riguarda il suo carattere di confusione e di caos, non è affatto conclusa. Stiamo andando incontro a tempi difficili dello sviluppo dell’umanità. E colui che guarda più profondamente nello sviluppo dell’umanità sa che quello che si diffonde oggi come un’inquietudine elementare su tutto il mondo civilizzato, e di cui i conflitti interiori sono soltanto le onde che risalgono in superficie, ha un misterioso nesso proprio con l’ostinato attenersi al punto di vista che viene designato come quello della «semplice fede», che vuol fondarsi soltanto sulla confessione e sulla Bibbia. Quello che nella natura umana viene attratto attraverso questa cosiddetta «fede», questo si chiude di fronte a quelle forze che oggi in questo punto dello sviluppo dell’umanità potrebbero proprio portare ordine nella confusione e nel caos. Se oggi coloro che parlano come ho accennato approfondissero soltanto un poco la loro conoscenza, dovrebbero guardare, da un lato, a tutto quello che porta l’umanità in terribili conflitti, in terribile disordine, e dalla parte opposta dovrebbero dirsi: quello che non abbiamo attratto, perché abbiamo sempre ostinatamente insistito nel restare alla cosiddetta semplice fede, che ci è comoda e che è comoda agli altri, questo manca oggi, e c’è un nesso interiore fra le inquietudini di oggi e l’insistenza sulla semplice fede. Qui c’è un nesso causale, e nei movimenti elementari del mondo odierno viene seminato il germe di questo ostinato insistere.

Questo ha spinto la scienza dello spirito orientata in senso antroposofico — non da sentimenti soggettivi, ma appunto da quello di cui voglio darvi ancora oggi singole indicazioni, cioè da una conoscenza scientifica interiore — a far discendere dalle alte sfere spirituali questa conoscenza del soprasensibile, che pure, nella misura in cui i cosiddetti semplicemente credenti indicano il soprasensibile, da queste altezze è venuta a loro. Soltanto non vogliono salire in queste altezze.

Questo dovevo premettere, perché proprio oggi dovrò mettere in relazione quello che dovrò dire circa l’essenza soprasensibile dell’uomo con alcune conoscenze della scienza dello spirito, che da una parte ancora si trovano molto difficili da intendere, sebbene, se ci si dedicasse a esse più da vicino, le si troverebbe proprio in accordo con il sano senso comune; che sempre dall’altra parte si considerano superflue, perché non si trovano in accordo con quello che si suppone di dover rappresentare come la semplice fede. I sentieri sui quali la scienza dello spirito, come l’intendiamo qui, giunge alle sue conoscenze, ho provato a caratterizzarli l’altro ieri qui in questo luogo. Partivo dal fatto che l’uomo contemporaneo in fondo preferisce sapere molto poco di quello che pure nel profondo interiore della natura umana avviene in maniera inconscia.

Da un lato l’uomo crede di portare esternamente il suo corpo con sé, e crede di conoscere questo corpo osservandolo sensibilmente, oppure anche osservandolo secondo le indicazioni della concezione del mondo scientifica. Dall’altro lato l’uomo crede di possedere pienamente quello che può chiamare il suo interno, quando considera quello che nel suo pensare, nella sua percezione sensibile, nel suo sentire e nel suo volere si presenta come la sua anima. Che attraverso questa vita da un lato di fronte al corpo esteriore e dall’altro di fronte a quello che si vive nella coscienza ordinaria nel pensare, sentire e volere come il psichico, che in questo non si esaurisce l’intera essenza umana — questo lo mostra il sentiero conoscitivo che ho già accennato l’altro ieri qui, e che sostanzialmente consiste nel fatto che l’uomo quale ricercatore dello spirito non si ferma a quello che la sua coscienza ordinaria gli dice. Ma che egli stesso prende in mano, per così dire, il proprio sviluppo spirituale. Che cioè da un lato eleva consapevolmente il mondo del pensiero, il pensiero stesso, a uno stadio più elevato di quello che occupa nella vita ordinaria, e che dall’altro lato rende anche consapevolmente oggetto della propria auto-educazione quello che chiamiamo la natura della volontà. Dunque lo sviluppo ulteriore delle forze della vita spirituale che possediamo nella vita ordinaria — questo è quello che nel senso della scienza dello spirito può condurre soltanto a conoscenze del mondo soprasensibile.

E in che cosa consiste, da un lato, quello che si dovrebbe sviluppare nel pensiero? Consiste nel fatto che in una maniera interamente sistematica, in una maniera che si basa sulle esperienze della natura spirituale interiore dell’uomo, si rende questo pensiero umano o questa rappresentazione più forte di quanto non sia nella vita ordinaria. Nella vita ordinaria il pensiero, la rappresentazione è per così dire un semplice spettatore, e l’uomo è consapevole che per questa vita ordinaria pensa effettivamente al meglio quando lascia agire su di sé le esperienze di questa vita o la natura esterna, e nel rappresentare si comporta come uno spettatore passivo. Attraverso i metodi che troverete descritti nel mio libro «Come si raggiungono le conoscenze dei mondi superiori?» si introduce attività nel mondo del pensiero. Si introduce un’attività nel mondo del pensiero cosicché ci si rende consapevoli: mentre si pensa, non si è soltanto passivi, ma si è in un’attività, sebbene interiore, come si è quando esternamente, muovendosi con le nostre membra, si è attivi nel mondo. La volontà deve essere introdotta nel pensiero, ma una volontà tale che non renda questo pensiero arbitrario, bensì l’adatti ai fenomeni del mondo. Per questo è una buona preparazione proprio per il ricercatore dello spirito, se al suo sforzo di ricerca spirituale premette un lavoro ben disciplinato nella ricerca scientifica naturale stessa; se nella ricerca scientifica naturale si abitua a non pensare arbitrariamente, ma a indirizzare il suo pensiero secondo i fenomeni che la natura stessa offre. Ma allora deve distaccarsi da questa mera osservazione della natura. Deve sviluppare indipendentemente, e sciolto da questi fenomeni naturali, nel puro pensiero, quello che si è acquisito nell’osservazione dei fenomeni naturali come rigore interiore del pensiero. L’attivazione del pensiero — questo è quello su cui si basa la cultura del pensiero all’interno della ricerca spirituale. È quello che oggi molte persone ancora non credono — stiamo soltanto all’inizio della conoscenza della scienza dello spirito —, che attraverso ciò il pensiero dell’uomo, l’intera attività rappresentativa assume veramente un carattere diverso da quello che ha nella vita ordinaria. Se guardiamo indietro a quel mondo di rappresentazioni oscuro, a quel carattere più o meno sognante della prima infanzia, e poi confrontiamo questo carattere sognante con il pensiero chiaro e sereno della condizione adulta, abbiamo una differenza nello sviluppo della vita spirituale interiore umana. Una differenza analoga si presenta per colui che sviluppa il suo pensiero nel modo descritto, ascendendo dal pensiero ordinario al pensiero attivato. Egli si sente come risvegliato dalla condizione di vita ordinaria, e si può certamente, se si prende la parola non in senso prettamente mistico, parlare di un risvegliamento dell’uomo attraverso questo pensiero attivato. Ma attraverso il fatto che si impara a maneggiare questo pensiero attivato, si acquisisce una visione completamente nuova — così la voglio chiamare — una visione completamente nuova dell’essenza anzitutto del corpo umano.

Questo corpo umano si presenta a questa visione, a cui il pensiero attivato ascende, in una maniera completamente nuova. Prima di tutto si manifesta una grande, enorme differenza nel riguardo della forma del corpo umano fra l’organizzazione della nostra testa e l’organizzazione che si esprime nei nostri arti in movimento e in tutto ciò che si connette a questi arti in movimento. E si impara a riconoscere attraverso la visione che si apre a questo pensiero attivato che fondamentalmente la testa umana, il capo umano ha un’essenza, anche corporalmente, completamente diversa rispetto al resto, cioè particolarmente la corporeità che sostiene gli arti. Si impara a riconoscere in maniera interiore l’affinità di tutto il pensiero, particolarmente di questo pensiero attivato, con l’intera essenza della testa umana. Si impara a riconoscere in una maniera nuova che cosa sia veramente questo corpo umano. Perché se si penetra sempre più avanti nello sviluppo spirituale attraverso questo pensiero attivato, entra in questo pensiero attivato non soltanto un’esperienza di vita come quella che entra nel pensiero ordinario o nella rappresentazione ordinaria. Le esperienze di vita che entrano nel pensiero ordinario o nella rappresentazione ordinaria hanno una certa particolarità. Noi esperiamo il mondo all’interno di questo rappresentare ordinario, l’esperiamo attraverso le nostre osservazioni sensibili e attraverso il pensiero che ne consegue. Ma per noi rimane anche qualcosa di questa esperienza. Non porteremmo in noi l’intera essenza umana se non ci rimanesse da ogni esperienza esterna la possibilità di ricordarci ancora di questa esperienza esterna. Proprio questo ricordo tiene insieme l’intera personalità umana, e basta pensare a quale distruzione della personalità umana causi una qualsiasi malattia della capacità di memoria, per rendersi conto di quanto la forza del ricordo significhi per l’intera coesione della personalità umana nella vita ordinaria. Ma quello che in noi opera perché, quando ci affidiamo al mondo esterno e da esso attraverso la nostra percezione sensibile ci formiamo rappresentazioni, possiamo in seguito conservare vive queste rappresentazioni come ricordi nella nostra anima — questo rimane nell’inconscio. Questo è qualcosa che l’uomo compie inconsciamente.

Riguardo a quello che il pensiero attivato, il pensiero soprasensibile sperimenta, la cosa sta diversamente. Non sarebbe mai possibile — e questo vi diverrà chiaro anche da quello che ho detto l’altro ieri qui — portare in alcun nesso con la personalità umana quello che realmente si sperimenta nel pensiero attivato soprasensibile, se ci si affidasse all’attività che opera l’inconscio interiore. Questo è qualcosa che bisogna imparare nella conoscenza soprasensibile, cioè che non si introduce qualcosa inconsciamente nel nostro corpo, da cui si potrebbe poi ancora una volta evocare il ricordo, bensì l’imprimere nel corpo umano, il far entrare, che altrimenti avviene attraverso un’attività inconscia e continua ad agire come ricordo, questo bisogna esercitarlo consapevolmente come ricercatore dello spirito. Non uscirebbe mai da un’esperienza completamente oscura l’esperienza superiore soprasensibile attraverso il pensiero attivato, se non ci si appropriasse la capacità di portare consapevolmente questa esperienza soprasensibile al corpo. Ma si può portarla soltanto all’organizzazione del capo umano. E si impara ora a conoscere presso questa organizzazione del capo umano qualcosa che sfugge alla scienza ordinaria, ma che illumina profondamente il mistero dell’essenza umana. Si impara a riconoscere, imprimendo consapevolmente quello che si vive spiritualmente nel pensiero attivato, che lì nel capo umano si produce continuamente un processo che non è un innalzamento della vita, che è un’demolizione della vita, che è una morte parziale. Questa è ancora una volta un’esperienza significativa, sconvolgente, che viene compiuta sul sentiero della scienza dello spirito. Affinché personalmente partecipiamo alle nostre conoscenze soprasensibili, dobbiamo imprimerle alla nostra natura del capo, e subito si manifesta che attraverso questo imprimere non viene prodotto un processo di vivificazione, un processo di innalzamento della vita, bensì un processo di morte parziale, di demolizione dei processi vitali dell’organizzazione del capo. E così si impara a riconoscere come questa organizzazione corporea del capo nell’uomo veramente opera. Si impara a riconoscere quello che non si sa, quello che rimane inconscio: che la nostra intera attività del pensiero o attività della rappresentazione non è qualcosa che, come crede il materialista, scaturisce dalla vita, bensì viene appunto dall’evaporazione della vita nella natura del capo, ne viene dal fatto che il nostro capo continuamente, quando siamo spiritualmente attivi, è in una morte parziale, in una morte parziale. E si impara a riconoscere il fatto, per l’uomo odierno ancora grottesco, che nel momento in cui quello che si svolge nel capo, nell’attività del pensiero, si diffondesse su tutto l’uomo, l’intero uomo in quel momento morirebbe. Così si esperimenta attraverso la scienza dello spirito riguardo a una parte della natura corporea umana continuamente l’effettiva efficacia del principio che apporta morte. Si impara a riconoscere come la morte continuamente, attraverso il fatto che abbiamo organizzato il nostro capo in una certa maniera, esercita la sua attività in noi durante tutta la vita.

Vedete, a tali visioni, che contraddicono così duramente le opinioni ordinarie, conduce quello di cui molti ambienti oggi ancora credono che non possa condurre l’uomo a nulla di ciò di cui ha bisogno. E poi si impara a riconoscere come questo imprimere, che ho ora descritto come un’attività consapevole, e che deve accadere attraverso il pensiero attivato, non può imprimere immediatamente il mondo soprasensibile, nel quale si sono fatte esperienze, nell’organizzazione fisica umana. Allora si impara a riconoscere come un fatto reale quello che sfugge all’osservazione sensibile esterna. Allora si impara a riconoscere che al corpo sensibile ordinario è unito quello che io mi sono permesso di chiamare, nei miei scritti sulla scienza dello spirito, il corpo eterico o corpo delle forze formatrici. Si scopre un corpo di luce sottile, che giace tra l’attività del pensiero attivato e il corpo fisico umano, particolarmente nell’organizzazione del capo. Si conosce per questo sentiero attraverso la visione soprasensibile, che si può chiamare Immaginazione a questo stadio, quello che è un corpo più sottile, quello che come forza formatrice, di fronte alla quale la scienza naturale odierna ha una superstizione negativa, è alla base del corpo fisico. Si impara a conoscere un membro superiore, un membro soprasensibile dell’essenza umana. E si presenta come un fenomeno che, vorrei dire, inizialmente particolarmente deprimente, che deve essere alleviato per il fatto che si lasciano andare di pari passo con l’attivazione del pensiero altre esercitazioni spirituali interiori —, si presenta il fenomeno straordinario che, nel momento in cui si imprime all’eterico e attraverso questo anche al corpo fisico quello che si è esperito soprasensibilmente, ci si sente come se non si fosse più padrone del proprio Io, come se l’Io, del quale si credeva così fermamente che pervadesse tutti i fenomeni spirituali, tutte le esperienze spirituali, come se questo Io sprofondasse nel corpo. Così ci si sente, mentre si imprimono al corpo le esperienze soprasensibili, come se l’Io sprofondasse.

Allora vengono in aiuto quegli esercizi che si compiono dall’altra parte nell’auto-disciplina della volontà. Li ho già caratterizzati l’altro ieri, ma voglio ancora brevemente indicarvi. Ho detto come l’uomo di settimana in settimana, di ora in ora, di anno in anno diventi sempre un altro, e si possa sapere che si diventa un altro. Le nostre esperienze non agiscono soltanto in modo che le abbiamo, ma agiscono in modo che continuamente ci trasformano in un altro uomo. Ma anche qui nell’uomo odierno agisce un’attività inconscia. Si abbandona alle esperienze esterne. Forse accorge, se già presta molta attenzione al suo interno, che di settimana in settimana, di anno in anno, di decennio in decennio è fondamentalmente un uomo diverso, che ha una condizione spirituale diversa. Ma non prende lo sviluppo di questa condizione spirituale nella sua propria mano. Lo deve fare il ricercatore dello spirito. Deve lavorare su di sé in modo tale da dominare attraverso la propria volontà il suo progresso di anno in anno, di decennio in decennio, nuovamente sistematicamente, non soltanto arbitrariamente o imitando la vita ordinaria, più o meno inconscia, bensì sistematicamente, pienamente consapevolmente si deve esercitare l’auto-disciplina e l’auto-educazione. Così quello che altrimenti si sviluppa senza volontà nel nostro uomo viene posto sotto il dominio della propria volontà. Attraverso ciò si compie un’esperienza diversa. Si compie un’esperienza che ancora una volta è molto lontana dalla coscienza odierna. Bisogna ripulire un pregiudizio scientifico che oggi domina completamente un certo campo scientifico, e da lì è stato trascinato anche nella coscienza popolare.

Questo insegnamento scientifico — voglio menzionarlo perché da qui forse potremmo capire meglio quello di cui ora si tratta — quello che oggi si crede dalla concezione scientifica materialista è che l’uomo possegga due tipi di nervi, i cosiddetti nervi sensoriali e i nervi motori. I nervi sensoriali, così si crede, vanno dai nostri organi sensoriali, o dalla superficie della pelle, al centro nervoso, e come fili telegrafici vi portano quello che viene percepito sensibilmente. E poi nuovamente vanno dal centro nervoso i cosiddetti nervi motori, i nervi della volontà. Si produce per così dire attraverso un’essenza demonica, che naturalmente la scienza odierna non vuol ammettere, e che siede nel sistema nervoso centrale, la trasformazione di quello che attraverso i fili telegrafici nervosi dai sensi è stato trasmesso al sistema centrale, nel volere attraverso i nervi motori, i nervi della volontà. Sono state inventate teorie molto belle, che sono anche straordinariamente ingegnose, particolarmente quella tratta dalla terribile malattia della tabe, per spiegare questa teoria dei due tipi di nervi. Ma nondimeno questa teoria dei due tipi di nervi non è altro che un’escursione nell’ignoranza riguardo all’uomo soprasensibile. Non c’è — e questo qui non posso sviluppare perché porterebbe troppo lontano, ma la malattia della tabe lo prova proprio se lo si guarda correttamente —, non c’è nessuna differenza fra i nervi sensoriali e i nervi motori. I cosiddetti nervi motori sono soltanto lì per poter mediare, così come i cosiddetti nervi sensoriali mediano le percezioni esterne, anche le percezioni interne, quando camminiamo o quando muoviamo il braccio. I nervi motori sono anche nervi sensoriali; sono lì per percepire i nostri movimenti stessi.

E che si creda che i nervi motori siano i portatori della volontà — questo viene soltanto dall’ignoranza riguardo al vero portatore della volontà. Lo si impara a conoscere soltanto quando si pratica veramente questa auto-disciplina della volontà di cui ho parlato. Quando questo diventa attività, educare se stessi. Quando in questa educazione si diventa indipendenti da quello che per così dire il corpo stesso fa con noi. Allora si impara a riconoscere che non sono i nervi motori che generano la volontà, essi percepiscono soltanto i movimenti attraverso la volontà, bensì è un terzo membro dell’essenza umana, un membro soprasensibile, quello che potrebbe chiamarsi l’essenza spirituale propria della soul. L’ho chiamato nei miei scritti, sebbene l’espressione al presente non piaccia, il corpo astrale. Si impara a conoscere questo membro soprasensibile dell’essenza umana ancora una volta attraverso una visione immediata che ci si acquisisce attraverso questa auto-disciplina della volontà, si impara a conoscere questo corpo spirituale, se posso così chiamarlo, come quello che spiritualmente-psichicamente è la base di tutti i movimenti della volontà, di tutti i movimenti del corpo. I nervi sono soltanto lì per mediare la percezione del movimento. Naturalmente allora quando si continua sempre più avanti questa auto-disciplina della volontà di cui ho parlato, bisogna ascendere dalla conoscenza immaginativa, che ho appena indicato, alla conoscenza ispirata e intuitiva, come l’ho designata nel libro che ho appena menzionato. Allora si giunge a riconoscere in questo membro spirituale dell’essenza umana un membro ancora superiore di quanto non sia il corpo eterico o corpo delle forze formatrici dell’uomo.

E si impara a riconoscere questo membro spirituale come quello che non si può vivere in se stessi, che si può vivere soltanto per il fatto che si è in attività esterna, che si può vivere per il fatto che i motivi della volontà ci diventano consapevoli. Se si è giunti a scoprire in sé questo membro spirituale proprio, questa seconda parte dell’uomo soprasensibile, allora la volontà si rafforza sempre più e più, e si rivela quello che è il nostro corpo senziente. Quello che il nostro corpo pone in forza, utilizzando i suoi arti motori e quello che vi si connette, si rivela di un’organizzazione completamente diversa da quella dell’organizzazione del capo. Si rivela la natura degli arti dell’uomo come quella organizzazione che — in contrasto con il capo, che, come l’ho caratterizzato, è in una morte parziale continua —, è in un continuo nascimento spirituale, in un continuo innalzamento e ulteriore sviluppo della vita. Così da un lato attraverso l’organizzazione del capo si esperisce una morte continua, dall’altro lato nella natura della volontà, nel secondo membro soprasensibile dell’essenza umana, un continuo proseguimento del nascimento. E da questo proseguimento del nascimento, da questo innalzamento della vita, che deve provenire da tutto l’uomo, allora l’Io vero, ora superiore soprasensibile, brilla di nuovo su di noi e permea quello che abbiamo impresso nel corpo. Il nostro Io si alza sempre di nuovo come da una tomba del capo in morte parziale. Questo è quello che si può vivere in se stessi attraverso un appropriato sviluppo della vita spirituale, questo continuo operare di morte e nascita. E si impara a riconoscere che non solo all’inizio della nostra vita siamo nati e alla fine della nostra vita moriamo, bensì che in morte e nascita si esprimono forze che vanno attraverso tutta la nostra vita con la nostra organizzazione.

Allora, quando si è così ascesi attraverso l’Intuizione e l’Ispirazione alla comprensione dell’uomo soprasensibile, allora per la prima volta si è in grado di veramente imparare lo sviluppo dell’umanità stessa. Perché nel momento in cui ci si sviluppa a tale visione, si manifestano le forze che si raccolgono dalla natura del capo e dal resto della natura corporea, per percorrere ora secondo le loro forze interiori la vita storica dell’umanità, lo sviluppo storico dell’umanità. Come viene osservato dall’ordinaria coscienza contemporanea questo sviluppo storico dell’umanità? Se si prescinde da quello che a uno stadio elementare dello sviluppo dell’umanità è stato creduto dalla primitiva concezione umana, che oggi è considerato infantile, che cioè uno spirito agisca nella storia — se si prescinde da ciò, si può dire che oggi l’uomo considera la storia, cioè lo sviluppo dell’umanità, soltanto come una somma di fatti che egli si raccoglie da documenti negli archivi, dalla tradizione, che al massimo attraversa con il pensiero ordinario combinante. A questi fatti storici, che naturalmente il ricercatore dello spirito stesso deve trarre dalla storia esterna, s’aggiunge, dal momento che si è riconosciuta l’essenza umana soprasensibile nel modo che ho appena esposto, la capacità di guardare dentro il corso dello spirito di esseri soprasensibili superiori che procedono attraverso lo sviluppo storico.

Si impara a conoscere interiormente quello che altrimenti in questo sviluppo dell’umanità si osserva soltanto esternamente. E voglio, per non parlare astrattamente in generale, esprimere un particolare fatto, per mostrarvi per così dire sintomatologicamente questo sviluppo della storia dell’umanità. Quello che esternamente è rappresentato come storia, oggi, appunto perché l’uomo nella sua osservazione è dipendente soltanto dal materiale, è fondamentalmente una favola convenue, cioè soltanto una descrizione dell’esteriore. Chi sa osservare interiormente quello che tiene insieme i fatti, giunge, considerando inizialmente retrospettivamente il nostro sviluppo storico, stranamente nel quindicesimo secolo, circa a metà del quindicesimo secolo, a un punto nodale nello sviluppo dell’umanità moderna. Questa metà del quindicesimo secolo ci mostra su molti campi che qui agisce qualcosa come un salto nello sviluppo umano. Sappiamo bene che anche nella natura stessa avviene uno sviluppo di questo tipo saltellante. Se osserviamo la pianta che si sviluppa, come si sviluppa la foglia verde, come si sviluppa il calice, come passa nella foglia colorata, è uno sviluppo saltellante, sebbene continuo, dalla foglia verde alla foglia colorata. Un tale salto nello sviluppo, che non si nota soltanto se si osservano esternamente i fatti storici, un tale salto nello sviluppo dell’umanità giace a metà del quindicesimo secolo. Qui cominci infatti a manifestarsi in questo sviluppo umano qualcosa che eleva le anime degli uomini a un grado completamente diverso dello sviluppo da quello che esisteva negli tempi precedenti. Certamente, anche le epoche precedenti, le epoche precedenti dello sviluppo dell’umanità avevano a loro volta in loro modo quello che le portava a certi momenti a un’altezza, ma si distinguono riguardo alla condizione interiore dell’anima umana da quello che l’anima umana attraversa dal mezzo del quindicesimo secolo.

E con questa metà del quindicesimo secolo si chiude interiormente in senso storico un’epoca di sviluppo dell’umanità che per l’osservatore della storia dal punto di vista della scienza dello spirito comincia veramente nell’ottavo secolo avanti Cristo, circa con la fondazione dell’Impero romano. Chi considera la storia dal punto di vista della scienza dello spirito, trova che un continuo sviluppo dell’anima umana percorre i secoli dall’ottavo secolo prima della nascita del Cristianesimo fino alla metà del quindicesimo secolo dopo la sua fondazione. E chi osserva interiormente qualcosa come l’Ellenismo, come l’antico Romanesimo, troverà pienamente fondato quello che qui è detto dal punto di vista della scienza dello spirito. Quello che si sviluppa in questa epoca è la condizione dell’anima umana che nell’uomo sviluppa principalmente il sentimento e l’intelletto. Questo è appunto lo straordinario nello sviluppo storico interiore: se si guarda oltre l’ottavo secolo avanti Cristo, allora nella soul umana non agisce ancora quello che oggi chiamiamo le forze del sentimento, la natura intellettiva umana, allora l’uomo è ancora più con tutta la sua soul abbandonato al mondo esterno, non si stacca ancora e non pensa intellettivamente sulle cose, allora è anche con le sue forze sentimentali ancora un pezzo della natura. L’uomo si stacca soltanto nell’ottavo secolo e sviluppa interiormente e indipendentemente le forze intellettive e sentimentali. E fondamentalmente l’intero sviluppo storico dall’ottavo secolo avanti Cristo al quattordicesimo secolo dopo Cristo è uno svolgimento di quelle forze che nell’umanità, riguardo allo sviluppo dell’anima, gradualmente portano fuori dall’essenza più profonda dell’uomo, come è disposto, lo sviluppo intellettivo e sentimentale. Ma questo sviluppo intellettivo e sentimentale ha per questa intera epoca qualcosa di istintivo. L’intelletto e il sentimento agiscono ancora istintivamente. E è accaduto all’umanità che nel mezzo del quindicesimo secolo quello che prima nell’intelletto e nel sentimento ha agito più istintivamente, assume un carattere consapevole, completamente consapevole, poiché l’uomo da allora in poi sente ancora più isolato di prima di fronte alla natura esterna, che deve per così dire ritrarsi dalla natura esterna se vuole pensare consapevolmente e intellettivamente; se vuole vivere consapevolmente le sue forze sentimentali, quello che vive come simpatia e antipatia istintivamente. Tutto passa nel consapevole.

Per questo si può dire sul fondamento della scienza dello spirito: mentre nelle epoche precedenti si sviluppava la vita istintivamente intellettiva, la vita sentimentale istintiva, si è sviluppato dal mezzo del quindicesimo secolo nell’uomo quello che si può chiamare l’anima cosciente. Questo sviluppo dell’anima cosciente è qualcosa che continuerà ancora a lungo, a lungo nello sviluppo dell’umanità. Fondamentalmente stiamo come umanità soltanto all’inizio di questo sviluppo dell’anima cosciente. E che l’uomo da quel tempo sviluppi l’anima cosciente, questo ci ha portato appunto i grandi progressi del pensiero scientifico naturale.

Per quanto grande fosse Platone, per quanto grande fosse Aristotele, non avevano il pensiero scientifico naturale. A questo pensiero scientifico naturale è necessaria quella distaccamento consapevole dell’interiorità umana dalla natura, che è venuto soltanto con il presentarsi dell’anima cosciente nello sviluppo dell’umanità. Per questo il nostro sviluppo scientifico naturale è connesso con un’epoca dello sviluppo dell’umanità in generale. L’intero sviluppo dell’umanità è, come Lessing una volta così bellamente l’ha espresso — si consideri la parola come si vuole —, una sorta di «Educazione dell’umanità». L’educazione dell’umanità dal mezzo del quindicesimo secolo comprende l’educazione dell’anima cosciente, e questa anima cosciente ha portato in essere la vera concezione scientifica del mondo. Questo, compreso interiormente, è un pezzo dello sviluppo dell’umanità. E si comprende quello che rientra nell’epoca dall’ottavo secolo avanti Cristo fino alla metà del quindicesimo secolo dopo Cristo soltanto completamente quando lo si considera così interiormente dal punto di vista dello sviluppo dell’anima umana. Poiché nel primo terzo di questa epoca rientra la fondazione del Cristianesimo. E il ricercatore dello spirito riconosce questa fondazione del Cristianesimo come il più grande evento che sia mai accaduto nello sviluppo dell’umanità sulla terra. Proprio il ricercatore dello spirito, che guarda così dentro l’interiorità dello sviluppo dell’anima umana attraverso i secoli, riconosce come nel primo terzo di quella epoca che ho descritto come quella dello sviluppo delle forze intellettive e sentimentali, ancora qualcosa da antichissimi tempi dell’umanità, nei quali esisteva al massimo grado. Ma da forze spirituali inconsce, continua ad agire, attraverso cui l’uomo si sente come un pezzo di tutta la natura, come un pezzo della realtà naturale esterna. Allora cadde nello sviluppo umano quell’evento che non si intende mai se lo si vuol intendere soltanto dall’esterno dalle sviluppo materiale dei fatti storici —, allora cadde nello sviluppo dell’umanità l’evento del Golgota. Allora cadde nello sviluppo dell’umanità la fertilizzazione di questo sviluppo dell’umanità con un elemento soprasensibile, che dalle altezze cosmiche si unì allo sviluppo dell’umanità, e che preparò questa natura umana a divenire sempre più consapevole e consapevole, sempre più interiore e interiore. Inizialmente cadde in una sorta di ancora istintiva attività intellettiva e sentimentale quello che accadde al Golgota, cadde la realizzazione umana del Cristo. E durò attraverso gli ultimi due terzi di questa epoca, che la forza che proveniva da questo evento del Golgota si versasse in queste forze più inconsce, in queste forze intellettive e sentimentali più istintive. Poi dal mezzo del quindicesimo secolo veniva lo sviluppo consapevole dell’anima dell’uomo e con esso l’epoca scientifica, l’indirizzamento dell’uomo verso gli eventi esterni dei fenomeni naturali.

Era inizialmente quell’epoca in cui di fronte alla vita consapevole più retrocedeva il precedente legame con lo spirito, con il soprasensibile del mondo. Questo spirituale, che l’uomo prima, in antichissimi tempi, nei fenomeni del mondo stesso ha percepito istintivamente, ha sgorgato nel suo interno attraverso il fatto che l’essere del Cristo si era unito allo sviluppo dell’umanità. Ma questo sgorgare è caduto anche in quel momento dello sviluppo dell’umanità nel quale, come ho esposto, l’uomo diveniva sempre più consapevole e consapevole e appunto per questo sempre più esteriore e esteriore. E così è accaduto che proprio in questa età dell’anima cosciente, in quest’epoca dello sviluppo intellettivo e sentimentale consapevole agiva il germe del Cristo nell’anima umana, ma l’umanità inizialmente, soltanto inizialmente, divenne consapevole appunto nel senso che quello che spiritualmente viveva in essa, l’uomo soprasensibile nel suo consapevole retrocedeva. Per questo è accaduto anche che si capiva sempre meno e meno quello che pur si era soprasensibilmente unito a questo sviluppo dell’umanità, l’evento del Golgota. E il diciannovesimo secolo l’ha portato in questa relazione a un apice. Il diciannovesimo secolo l’ha fatto con una grande parte anche dell’umanità credente, privare questo evento del Golgota del suo carattere soprasensibile. Ha in certo senso il diciannovesimo secolo con una grande parte anche dell’umanità credente spostato l’evento del Golgota nel mondo dei fatti esteriori. Da colui che è il portatore del Cristo, da Gesù, è divenuto il «semplice uomo di Nazareth», è divenuta quell’essenza che non è niente altro che un’essenza umana un po’ più sviluppata. Questo è venuto soltanto dal fatto che nello sviluppo dell’anima cosciente gli uomini hanno perso la comprensione del soprasensibile anche nel mondo storico. Il Cristianesimo è stato materializzato con la concezione di Gesù come del semplice uomo di Nazareth; e noi abbiamo oggi non soltanto un materialismo della scienza naturale, abbiamo oggi in ampi ambienti un materialismo della fede.

Ma in questa epoca dello sviluppo dell’umanità che ha avuto inizio col mezzo del quindicesimo secolo, siamo anche giunti alla necessità di ascendere nuovamente verso lo spirito. E quello che vi ho sviluppato oggi e l’altro ieri qui, deve divenire il sentiero dell’umanità moderna, per ascendere nuovamente verso lo spirito, per trovare nuovamente dietro il mondo sensibile e dietro i fatti storici esterni le conoscenze soprasensibili e i fenomeni soprasensibili. Attraverso ciò verrà nuovamente trovata la natura soprasensibile dell’evento del Golgota. Attraverso ciò l’evento del Golgota apparirà come un tale taglio nello sviluppo complessivo dell’umanità che veramente potrà passare in questa forma nella conoscenza di tutta l’umanità della terra, che potrà divenire convinzione universale. Al di là dei confini della confessionalità, persino al di là dei confini delle differenze religiose sulla terra, può, con il sorgere rinato della conoscenza soprasensibile, l’evento del Golgota, allora spogliato di ogni particolarità, divenire bene comune riguardo alla conoscenza di tutta l’umanità. Allora verrà visto in questo Mistero del Golgota entro lo sviluppo dell’umanità qualcosa che è un fatto fondamentale di natura soprasensibile in questo intero sviluppo dell’umanità. Allora non ci si lascerà vincere dal punto di vista angusto da cui oggi ancora molte confessioni osservano il Cristo e da cui non possono sguardare nel vero mistero, perché anche la fede odierna è materializzata —, allora si troverà oltre questo punto di vista una nuova comprensione di questo massimo, di questo più intenso impulso nello sviluppo della storia dell’umanità.

Questo vuole mostrarvi come la scienza dello spirito non conduce a togliere all’uomo quello che si vuole rappresentare anche come il risultato della semplice «fede». No, la scienza dello spirito vuole, come corrisponde al desiderio dell’uomo odierno che sempre meno e meno, se vuol essere onesto con il suo interno, potrà contentarsi della semplice fede, la scienza dello spirito appunto dalle più elevate conoscenze vuol presentare all’umanità l’evento più intenso dello sviluppo dell’umanità. Questo doveva essere detto una volta come qualcosa che appartiene alla scienza dello spirito, anche qui. E doveva essere indicato quello di cui l’umanità ha bisogno su tutta la terra, mentre entra completamente nell’epoca della consapevolezza, dove l’uomo è posto sulla propria personalità, sulla propria solitudine personale. Mentre l’umanità sempre più e più si divide, sempre più e più si disarmonixa, doveva essere indicato quello di cui l’umanità ha bisogno per unirsi di nuovo: questa sarà una nuova conoscenza dell’evento centrale dello sviluppo dell’umanità.

La scienza dello spirito non toglie nulla all’uomo, bensì gli dà quello di cui ha proprio bisogno per la sua coscienza odierna. E se il cosiddetto sano senso comune dovesse lamentarsi di fronte a tali insegnamenti, a tali visioni della scienza dello spirito orientata in senso antroposofico, allora a questo sano senso comune deve essere detto che diventi completamente sano e deponga le illusioni con le quali le conoscenze puramente esterne, materiali della scienza naturale l’hanno circondato di nebbia. Che rifletta su se stesso: allora giungerà a una straordinaria scoperta appunto della vita spirituale umana odierna. Ascolterà quello che la scienza naturale gli dice da buone, da rigorosamente metodiche fonti riguardo allo sviluppo di ciò che è corporeo esteriormente. Ma giungerà, appunto come sano senso comune, a non capire come la vita umana, così come gli si presenta, possa davvero essere esaurita con quello che la scienza naturale può dirgli. E allora giungerà a trovare che, se questo senso comune rettamente persegue quello che la scienza dello spirito ha da dire, se confronta quello che essa ha da dire con la vita, allora esso giungerà a riconoscere che diventa malato di fronte alle contraddizioni che sempre sorgono dalle illusioni della vita attraverso il materialismo, che il vero rapporto alla realtà sarà di nuovo trovato soltanto quando la ricerca spirituale indicherà il cammino verso l’uomo soprasensibile e verso il mondo soprasensibile nel quale l’uomo e l’umanità si sviluppano. E se si è guadagnato in questo modo la possibilità di penetrare con una tale conoscenza soprasensibile nella vita storica, allora l’epoca attuale dello sviluppo del mondo, rispettivamente dell’umanità, si presenta così dinanzi agli occhi — oggi non è il momento di parlare ulteriormente sull’intero sviluppo della terra, su ciò potete leggere nella mia «Scienza occulta» —, allora si è divenuti maturi per guadagnarsi quella conoscenza di cui ha parlato proprio da un molto ammirato sano senso comune entro lo sviluppo dello spirito tedesco Lessing nella sua «Educazione del genere umano». Allora si è capaci di riconoscere come la vita umana entro questo sviluppo dello spirito procede in vite terrestri ripetute. Allora si è capaci di riconoscere come l’uomo, riguardo a tutta la sua vita, si alterna fra vite che vive qui nel corpo fisico terrestre e altre vite che vive fra la morte e una nuova nascita nei mondi soprasensibili che sono connessi al nostro mondo attraverso quello che anche lo sviluppo storico, come spirito, pervade e vive. Allora si trova proprio nel senso di Lessing che l’uomo, che appare in vite terrestri sempre rinnovate, porta in sé quello che si sviluppa da un’epoca nell’altra. Questa conoscenza delle vite terrestri ripetute non può divenire in modo ordinario una teoria. Viene soltanto conquistata, ma allora come un fatto dell’essenza umana più elevata, soprasensibile, quando ci si è resi capaci di penetrare anche nello spirito dello sviluppo dell’umanità, come ho indicato.

Così vuol introdursi oggi nella nostra cultura spirituale contemporanea una nuova conoscenza della vita spirituale, una conoscenza che vuol riportare lo spirito alla luce per l’umanità entro il nostro mondo materialistico. Questo atteggiamento materialistico che oggi permea l’umanità, è esso stesso principalmente quello che ha reso così intimamente estraneo all’uomo la vera visione spirituale, che egli non ha più il coraggio di gettarsi in questa visione spirituale, e che si consola col fatto che l’unico sentiero verso lo spirituale potrebbe essere quello della semplice confessione, che si appoggia soltanto alla lettera esterna della Bibbia. Entrambi questi, questa semplice confessione e il materialismo del nostro tempo, sono intimamente connessi. Perché in quei tempi nei quali non c’era ancora alcun materialismo, non c’era nemmeno l’ostinato insistere sulla semplice confessione. E nei tempi nei quali il Cristianesimo è nato, la dottrina del Cristo Gesù è comunque provenuta da una visione spirituale altamente sviluppata, ma tenuta nello stile antico. Questa vecchia visione spirituale non può essere quella dell’uomo moderno. L’uomo moderno deve conquistare la visione spirituale nel modo come ho cercato di descrivervela. E chi impara a conoscere quello che oggi vive nel fondamento dell’anima, di cui gli uomini sono pervasi, ma che fondamentalmente ancora non sanno pienamente, quello che inconsciamente, a volte morbosamente risale nella loro vita spirituale consapevole, così che lo sentono come irrequietezza interiore, come malattia spirituale, ma non possono chiarirsi, costui trova: questo è lo sforzo verso questa nuova spiritualità. Veramente qui non deve essere affatto detto, in modo presuntuoso, che quello che io qui presento come scienza dello spirito, come antroposofia, sarebbe l’unica cosa che debba accadere al presente nel sentiero dello spirito. Questo qui inteso è soltanto un debole tentativo. E proprio chi in modo umile sostiene un tale debole tentativo, ma lo sostiene in modo tale da sapere che proviene dai desideri più interiori del tempo, sa anche che in sempre più luoghi sorgeranno coloro che faranno questo tentativo, di mettersi sulla via della visione spirituale, e annunceranno la possibilità di ascendere di nuovo alla vita con l’uomo soprasensibile nel mondo soprasensibile.

Ma vedete anche: quando parlo di antroposofia, non posso risparmiare a nessuno il sentimento di una certa difficoltà di comprensione, di difficile comprensibilità inizialmente. Vedete anche che non è un abbassamento del pensiero chiaro o un abbassamento della volontà che agisce praticamente nella vita, bensì che è al contrario un innalzamento del pensiero, un innalzamento della volontà, quello che conduce in questi mondi spirituali. Molti nel presente non trovano ancora il coraggio interiore per questo. Per questo considerano questa antroposofia e dicono: lo sforzo è sì bello, ma allora quei signori dell’antroposofia ci raccontano ogni genere di cose riguardo agli sviluppi spirituali dell’umanità, persino riguardo a fatti cosmici di natura spirituale. E allora tali persone, nel modo in cui considerano esternamente l’antroposofia, la chiamano «roba strana» e così via, come qualche tempo fa qui a Stoccarda è stata designata, quello che l’antroposofia aggiunge come effettivo mondo di fatti soprasensibili al mondo di fatti sensibili. Ma rimarrà sempre un presentimento insensato, offuscato del mondo spirituale, se non è appunto attraverso un pensiero matematicamente chiaro, come vorrei dire, e attraverso una volontà luminosa, permeata dall’auto-educazione, che dal mondo soprasensibile non si facciano frasi, ma si estraggano fatti reali da questo mondo soprasensibile. L’umanità contemporanea ha bisogno di questi fatti.

Vi ho parlato di questo desiderio. Da questo desiderio è emerso proprio nel corso del diciannovesimo secolo un vero caricatura dello sforzo soprasensibile. Si conosceva soltanto lo sforzo materialistico, ma proprio entro questo sforzo materialistico si otteneva il desiderio dello spirito. Per questo ci si è abbandonati a una tale ricerca dello spirito che era imitata dalla ricerca materiale della vita, ci si è abbandonati alla caricatura della ricerca spirituale, allo spiritismo, che non è nulla se non una ricerca materiale di quello che non può mai essere materiale, dello spirito. Quello che nello spiritismo appare morbosamente come caricatura della ricerca dello spirito, è, come vedete, quello che in modo sano, ma soltanto attraverso un chiaro ulteriore sviluppo di quello che già è disposto nell’uomo, attraverso la scienza dello spirito orientata in senso antroposofico, deve essere ricercato.

Così la scienza dello spirito orientata in senso antroposofico appare nel miglior senso della parola come un tentativo — come detto, in tutta l’umiltà deve essere così espresso —, di porre le conoscenze del mondo spirituale, dell’uomo soprasensibile e del suo sviluppo nell’epoca delle così eminenti, grandi conoscenze scientifiche naturali esterne. E soltanto quando queste conoscenze scientifiche naturali saranno completate attraverso le conoscenze della visione spirituale, l’uomo moderno si chiarirà riguardo alla sua essenza nel modo in cui veramente corrisponde al suo desiderio più profondo. Perciò la scienza dello spirito, come l’intendiamo qui, deve già scuotere da sé tutti quei rimproveri che provengono da alcuni lati anche ben intenzionati.

Qui voglio infine attirare l’attenzione su una cosa. Persino coloro che questa scienza dello spirito non vogliono rifiutare, la prendono male se si parla oggi dinanzi a grandi masse di uomini di quello che loro chiamano «i segreti spirituali», e che vogliono conservare soltanto per stretti circoli settari. Oh, si sa bene che questo mettersi dinanzi a grandi masse di uomini oggi è un dovere sacro dell’epoca. Per questo non si deve ascoltare rimproveri come questo che è stato fatto di recente: è un’impossibilità, dinanzi a un pubblico di grande città — così suona questo rimprovero — parlare di cose cosmiche, come fa il Dott. Steiner; quello che manca è il maestro dell’artigianato spirituale che esclude inesorabilmente ciascuno dalla sua vicinanza, che non sa tacere al momento opportuno; quello che manca è una dottrina che sappia veramente distinguere, non soltanto nel dire, fra profani e iniziati. — Di fronte a questo rimprovero deve essere sostenuto che anche spiritualmente siamo entrati nell’età democratica, e che è un peccato contro l’umanità fare questa distinzione fra profani e iniziati. Chi può penetrare attraverso il suo destino nei mondi spirituali, ha l’obbligo di parlare al sano senso comune nella massima estensione, così che questo sano senso comune ritrovi il cammino nei mondi spirituali.

Se questo è anche un dovere dell’epoca in generale, un obbligo di fronte a tutta l’umanità della terra, è ancora un dovere speciale entro quel territorio in cui ora viviamo, entro il territorio dell’Europa centrale. Chi come colui che oggi parla a voi, sin da molti decenni si è immerso in quello che è la vita dello spirito tedesco — ho già oggi accennato qualcosa riguardo a Lessing — ha anche già iniziato, in Lessing, Herder, Goethe, Schiller, nei filosofi tedeschi, per una nuova conoscenza spirituale, costui sa che l’approfondimento in questa vita dello spirito, se la si persegue in modo tale da rendere le forze con le quali Goethe, Schiller e gli altri cercavano le proprie forze di ricerca, che questa vita dello spirito conduce direttamente in quello di cui vi ho parlato oggi e l’altro ieri. E non abbiamo bisogno di nulla d’altro nell’Europa centrale per superare il terribile sviluppo materialistico dell’ultimo periodo, se non di ricordare di nuovo quello che già nella sua origine giace nel nostro grande periodo tedesco. Allora giungeremo in modo naturale a quello che qui viene chiamato scienza dello spirito orientata in senso antroposofico. Per questo il palazzo, che come una scuola superiore per questa scienza dello spirito è pensato, il palazzo a Dornach, dovrebbe appunto in questo tempo, nel quale da ogni parte l’essere tedesco è così poco stimato, avere il diritto di chiamarsi «Goetheanum». «Goetheanum» come un segno distintivo del fatto che dal punto di vista dello spirito l’essere tedesco come Goetheanismo vuol stare audacemente dinanzi al mondo intero.

E so che nulla viene fatto contro Goethe se proprio la disposizione pensante e contemplativa di cui oggi e l’altro ieri vi è stato parlato, per collegarsi a qualcosa di storico, viene chiamata Goetheanismo. Possiamo avere tolto esternamente ancora tanto, il mondo può avere il potere di portarci nella più amara miseria e nel più amaro dolore esteriormente, questo non può portarci via quello che è connesso con le migliori forze tedesche, se soltanto vogliamo unirci con queste migliori forze tedesche. Ma allora, se si vuole questo, allora si ottiene persino in questo tempo scuro e triste una speranza, appunto la speranza sul risveglio di una vita spirituale dell’umanità in nuova forma, per la quale forse siamo chiamati appunto nella più profonda miseria e nel più profondo dolore.

Si potrà continuare quello che il tempo materialistico ha portato nello sviluppo più moderno dell’umanità: allora l’uomo sempre più si allontanerà dallo spirito, allora sempre più e più si assocerà con la materia; oppure l’uomo oggi potrà riflettere sull’uomo soprasensibile e svilupparlo in sé. Allora completerà quello che nella visione scientifica naturalistica materialista ha raggiunto un’altezza vertiginosa attraverso una vera visione spirituale. E questa visione spirituale sarà allora come l’anima della visione naturale esterna del mondo. Questi due sentieri — restare nel riconoscimento materiale e portare l’umanità ancora più avanti nel caos e nella miseria, oppure estrarre la vera, più intima natura umana dall’uomo soprasensibile e dal mondo soprasensibile — questi due sentieri si aprono oggi allo sviluppo dell’umanità. Il primo, il sentiero materialistico, oh, si mostra in quello che getta come un’onda in superficie. Qui la scienza esterna vede veramente assai inesattamente, seguendo soltanto la logica esterna della ragione, non riuscendo a trovare la logica interna dei fatti. Voglio soltanto presentarvi un tale fatto.

Abbiamo ai giorni nostri, così proprio nata dalla disposizione materialistica, una concezione filosofica. Avenarius e Mach l’hanno rappresentata. È la visione che l’uomo propriamente non possa portare nella sua esperienza nulla di diverso da quello che assimila nella percezione sensibile ordinaria, nella coscienza ordinaria. Proprio questi due uomini menzionati hanno espresso in una maniera filosoficamente acuta quello che è la disposizione materialistica. Si può seguire quello che hanno espresso in maniera devota, allora si otterrà grande rispetto di fronte a quello che l’intelletto di questi uomini ha compiuto. E se si rimane entro l’osservazione ordinaria, allora si accetteranno semplicemente questi filosofi come Avenarius e Mach come singoli fenomeni filosofici. Se non si rimane in questa osservazione ordinaria, se si impara a riconoscere gli impulsi interiori di queste concezioni del mondo, oh, allora si vede, allora bisogna volgere lo sguardo via da queste concezioni del mondo verso quello che esse operano in modo misterioso nella vita. E allora si giunge a quel misterioso nesso che esiste fra queste concezioni del mondo e quello che come fenomeno di declino della cultura europea odierna minaccia da oriente, dalla Russia, dal bolscevismo. Allora si impara a riconoscere che il bolscevismo nella vita pratica è l’ultima conseguenza di tali concezioni del mondo. Questo è ancora confermato dal fatto che la filosofia di Avenarius e Mach è la filosofia di stato dei bolscevichi.

Vedete, questi nessi oggi soltanto colui che penetra nello spirito delle cose, che può elevarsi al di sopra del cianciare dei pareri partitici odierni, li riconosce. I pareri partitici odierni portano tutto nella polvere, quello che appunto oggi deve essere espresso per la salvezza dell’umanità. Questa logica dei fatti che vi ho ora presentato, questa è per l’uomo odierno più importante di tutta la logica sofistica e sofistica, che certamente non trarrà mai una conseguenza bolscevica da Avenarius e Mach. I fatti lo fanno. E se volete comprendere le origini dei fatti che oggi devastano la civiltà entro il mondo civilizzato, allora guardate alle filosofie degli ultimi decenni, alle filosofie della seconda metà del diciannovesimo secolo e dal principio del ventesimo secolo: allora troverete ancora più confermato che abbiamo oggi due sentieri dinanzi a noi, il primo sentiero che continua la visione materialistica, anche se ancora così logicamente affinata come da Avenarius e Mach, e quel sentiero che è stato qui caratterizzato, che di nuovo vuol penetrare nello spirito. Se il primo sentiero da ora in poi fosse sempre più percorso, allora sopra la vita dello spirito europeo si diffonderebbe una meccanizzazione dello spirito, una vegetalizzazione dell’anima e un’animalizzazione dei corpi. Ma questo è anche quello che minaccia l’uomo oggi. Se gli uomini si perfezionano interamente con la meccanizzazione occidentale dello spirito, allora questa meccanizzazione occidentale dello spirito si unirà con l’animalizzazione orientale, cioè con l’insorgere di rivendicazioni sociali soltanto in forma di istinti animaleschi e impulsi selvaggi. Entrambi si connettono. Nel mezzo sta la vegetalizzazione, cioè la sonnolenza della vita spirituale che non vuol essere destata attraverso il percorrere del sentiero dello spirito. Questa è l’una prospettiva che c’è. L’umanità dovrà decidere se vuole entrare in questa prospettiva di meccanizzazione dello spirito, vegetalizzazione dell’anima e animalizzazione del corpo, oppure se vuol percorrere l’altro sentiero. Nella miseria e nella sofferenza sarà forse che ci indurremo all’altro sentiero. E questo altro sentiero non potrà essere bloccato per noi, sebbene gli altri abbiano il potere, il sentiero dello spirito.

Dobbiamo soltanto volere percorrerlo. Dobbiamo soltanto volere mantener libero il nostro spirito persino di fronte alla servitù dei nostri corpi. Ci dovremo soltanto decidere, dai sentimenti e dalle sensazioni che possono divenire per noi attraverso la consapevolezza dell’uomo soprasensibile e del mondo soprasensibile, di stare su noi stessi in relazione spirituale-spirituale. Allora gli altri non potranno farci nulla. Allora forse si rivelerà quello che voglio esprimere con queste parole: nel corso del diciannovesimo secolo abbiamo purtroppo nell’Europa centrale raggiunto il punto di imitare i popoli occidentali, anche dove nella civiltà dell’Occidente non era motivo di farlo. Forse attraverso la miseria e la sofferenza, appunto attraverso il potere che hanno su di noi, troveremo il sentiero per non accogliere quello che purtroppo abbiamo liberamente accolto mentre li imitavamo. Ora, dove loro ci vogliono insegnare la meccanizzazione dello spirito attraverso il loro potere, troviamo la forza in questa antica Europa centrale che può collegarsi a grandi epoche: troviamo, possiamo noi trovare la forza, nell’uomo più intimo di percorrere il sentiero dello spirito. Allora eviteremo la meccanizzazione materialistica dello spirito e giungeremo a quello che ho tentato di caratterizzare già all’inizio degli anni novanta nella mia «Filosofia della libertà». Allora attraverso lo spirito liberato giungeremo a una vera visione del mondo spirituale. Allora troveremo il sentiero, appunto attraverso lo spirito, all’uguaglianza degli uomini. Poiché non potrà mai essere solo nell’ordine economico esteriore l’uguaglianza umana.

14°Storia del movimento sociale (serata di studio su «I punti nodali della questione sociale»)

Stoccarda, 30 Luglio 1919

Stasera non intendo anticipare ciò che deve effettivamente realizzarsi come serate di studio, che si terranno sulla base del libro «I Punti Cardine della Questione Sociale», bensì cercherò di offrirvi una sorta di introduzione a questa serata. Voglio far sorgere in voi, attraverso questa introduzione, una comprensione dei punti di vista da cui è stato scritto questo libro. In primo luogo, esso è stato scritto a partire dall’immediato presente, dalla convinzione che la questione sociale ha assunto una nuova forma anche grazie agli eventi contemporanei, e che è necessario oggi discutere della questione sociale in modo completamente diverso da come se ne era parlato da qualsiasi lato prima della catastrofe della guerra mondiale. Con questo libro si è tentato, in questo punto dello sviluppo dell’umanità, quando la questione sociale diviene particolarmente urgente e quando ogni persona che oggi vive consapevolmente, che non vive la vita dell’umanità in modo sonnolento e addormentato, dovrebbe sapere qualcosa di ciò che deve accadere nel senso di quella che si chiama ordinariamente la questione sociale. Forse sarà bene se oggi facciamo un passo indietro. Dovrò certamente menzionare cose — ma le collocheremo in una luce alquanto diversa da quella in cui sono state collocate — che vi sono parzialmente note.

Probabilmente sapete che ciò che oggi viene presentato come questione sociale viene presentato da relativamente lungo tempo. E oggi i nomi di Proudhon, Fourier e Louis Blanc vengono citati come i primi che hanno affrontato la questione sociale fino alla metà del diciannovesimo secolo. Sapete anche che il modo in cui questa questione sociale è stata affrontata fino alla metà del diciannovesimo secolo è chiamato dai rappresentanti odierni, almeno da molti di loro, «l’epoca delle utopie sociali». È bene chiarirsi cosa si intende effettivamente quando si dice: nella sua prima fase, la questione sociale si è presentata in modo tale da vivere in quest’epoca di utopie. Ma non si può parlare di questa materia in senso assoluto; in realtà si può parlare solo dalle sensazioni dei rappresentanti della questione sociale nel presente. Essi sentono così come ora descriverò. Sentono che tutte le questioni sociali che sono sorte nell’epoca di cui intendo parlare per primo erano nello stadio dell’utopia. E cosa intendono i popoli quando dicono: la questione sociale era allora nello stadio dell’utopia? Intendono quanto segue: Saint-Simon, Fourier hanno ben notato che anche dopo la Rivoluzione Francese ci sono minoranze sociali che posseggono i mezzi di produzione e altri beni umani, mentre c’è una grande moltitudine, anzi la maggioranza degli altri popoli, che non posseggono tali beni e che possono lavorare i mezzi di produzione solo mettendosi al servizio di coloro che posseggono i mezzi di produzione e il terreno — persone che in fondo non hanno nient’altro che se stesse e la loro forza lavoro. Hanno osservato che la vita di questa grande massa dell’umanità è una sofferenza, per gran parte vissuta nella povertà rispetto a coloro che costituiscono la minoranza. E hanno indicato la situazione della minoranza e quella della maggioranza.

Coloro che come Saint-Simon, Fourier e anche Proudhon hanno scritto di questa situazione sociale dell’umanità sono partiti da una certa premessa. Sono partiti dalla premessa che fosse necessario indicare agli uomini: guardate, la grande massa vive nella miseria, nella non-libertà, nella dipendenza economica, questo non è un’esistenza degna di uomini per la grande massa. Questo deve cambiare. — E allora hanno escogitato vari mezzi attraverso cui questa disuguaglianza tra gli uomini potrebbe essere cambiata. Ma c’era sempre una premessa ben precisa, e questa premessa era che si dicessero: se si sa in cosa si fonda la disuguaglianza, se si hanno parole sufficientemente penetranti, se si ha una consapevolezza morale sufficientemente forte per insistere fortemente sul fatto che la grande maggioranza degli uomini vive nella dipendenza economica e giuridica ed è povera, questo discorso toccherà i cuori e le anime della minoranza, dei benestanti, della minoranza più favorita. E attraverso questo, il fatto che questa minoranza riconosca: non può restare così, devono avvenire cambiamenti, deve venire un diverso ordine sociale, — da questo seguirà che un diverso ordine sociale verrà creato. — Quindi la premessa era che gli uomini si lasceranno persuadere, dal loro impulso interiore più profondo, a fare qualcosa per la liberazione della grande massa dell’umanità. E allora si proponeva cosa si dovrebbe fare. E si credeva che se la minoranza, se gli uomini che sono i popoli guida e dirigenti, comprendono che ciò che si vuol fare è buono, allora avrà luogo un miglioramento generale della situazione dell’umanità.

Moltissime cose straordinariamente intelligenti sono state dette da questo punto di vista, ma tutto quello che è stato intrapreso in questa direzione viene sentito oggi dalla maggioranza dei rappresentanti della questione sociale come utopico. Cioè, oggi non si conta più sul fatto che basti dire: così si potrebbe organizzare il mondo — , allora la disuguaglianza economica, politica e giuridica degli uomini cesserebbe. Oggi è inutile appellarsi alla comprensione, all’intuizione degli uomini che sono favoriti, che godono di privilegi, che possiedono i mezzi di produzione e simili. Se dovessi esprimere cosa è stato perduto nel corso della seconda metà del diciannovesimo secolo, dovrei dire che è stato perduto il credito nell’intuizione e nella buona volontà degli uomini. Perciò i rappresentanti della questione sociale, come intendo ora, si dicono: si possono escogitare begli schemi per come organizzare il mondo umano, ma da questo non ne viene nulla; perché anche se si predicano schemi bellissimi, anche se si appella ai cuori e alle anime delle minoranze dirigenti con parole ancora più commoventi, nulla accadrà. Tutte queste sono idee prive di valore, e le idee prive di valore che dipingono il futuro sono, in realtà, semplicemente parole, utopie. Non ha dunque alcun senso, così si dice, dipingere in qualche modo ciò che dovrebbe accadere in futuro, perché non ci sarà nessuno che si allontani dai propri interessi, che possa essere toccato rispetto alla propria coscienza, alla propria intuizione morale e così via. La fiducia nella coscienza e nell’intuizione morale è stata persa nei circoli più ampi, in particolare tra i rappresentanti della questione sociale. Si dice che gli uomini in realtà non agiscono secondo la loro intuizione quando stabiliscono istituzioni sociali o quando conducono la loro vita sociale, agiscono secondo il loro interesse. E ovviamente i possessori hanno interesse a restare nei loro possessi. I socialmente favoriti hanno interesse nel mantenimento dei loro privilegi sociali. Perciò è un’illusione contare sul fatto che basti dire ai popoli che dovrebbero fare questo o quello. Non lo faranno, perché non agiscono dalla loro intuizione, bensì dal loro interesse.

Nel senso più ampio, così si può dire, Karl Marx si è identificato progressivamente, ma veramente solo gradualmente, con questo punto di vista. Si possono descrivere nel corso della vita di Karl Marx intere epoche diverse. Marx era nella sua giovinezza anche un pensatore idealista e credeva anche nel senso che ho appena caratterizzato nella realizzabilità delle utopie. Ma fu proprio lui, e dopo di lui anche il suo amico Engels, che si allontanò nel modo più radicale da questo conteggio sull’intuizione degli uomini. E se devo caratterizzare in generale qualcosa che è effettivamente una grande storia, posso dire quanto segue: Karl Marx alla fine giunse alla convinzione che nel mondo non potrebbe andare meglio in nessun altro modo se non invocando quegli uomini che non hanno interesse nel fatto che i loro beni rimangono loro, che i loro privilegi rimangono loro. Su questi non si può contare affatto, devono essere completamente tolti dal conto, perché non si lasceranno mai persuadere, per quanto bene si predichi. — Al contrario, c’è proprio la grande massa dei lavoratori proletari, e Karl Marx stesso, nei tempi in cui si sviluppò da idealista a materialista economico, vide il proletariato nascere dalle altre condizioni economiche dell’Europa centrale per la prima volta. Quando visse poi in Inghilterra, era diverso. Ma nel periodo in cui Karl Marx si sviluppò da idealista a materialista economico, il proletariato moderno saliva in Europa centrale.

E allora si disse: questo proletariato moderno ha interessi completamente diversi dalla minoranza dirigente, perché consiste di uomini che non posseggono nulla se non la loro forza lavoro, uomini che non possono vivere in nessun altro modo se non mettendo la loro forza lavoro al servizio dei possessori, in particolare al servizio dei possessori dei mezzi di produzione. Se questi operai abbandonano il loro lavoro, allora sono, il che valeva specialmente per l’epoca in questione nel modo più radicale, gettati sulla strada. Non hanno davanti a sé nulla se non la possibilità di una servitù per coloro che sono i proprietari dei mezzi di produzione. Questi uomini hanno un interesse completamente diverso dagli altri. Hanno interesse nel fatto che l’intero precedente ordine sociale cessi, che questo ordine sociale sia trasformato. A questi non bisogna predicare perché la loro intuizione sia toccata, bensì perché il loro egoismo, i loro interessi siano toccati. Su questo si può contare. Predicare a coloro la cui intuizione si dovrebbe conteggiare non porta a nulla, perché gli uomini non agiscono secondo l’intuizione, agiscono solo dall’interesse. Non ci si può dunque rivolger a coloro ai quali si dovrebbe appellare all’intuizione, bensì a coloro ai cui interessi si deve appellare. Non possono fare altro che agire dal vincolo interno per i tempi nuovi. Questo è l’egoismo verso il quale Karl Marx si sviluppò. Perciò non credette più che il progresso dell’umanità verso nuovi stati sociali potesse venire da qualche altra opera umana se non dall’opera del proletariato stesso. Solo dal proletariato, secondo Marx, può venire, dall’interesse, dai suoi interessi egoisti individuali, una rinascita dei condizioni sociali umane. E attraverso questo, il proletariato, ma ora non da umanitarismo, bensì da interesse, libererà anche l’intera restante umanità, perché non può esserci nulla di più di quello che realizzano gli uomini che non si aggrappano ai vecchi beni, ma nella trasformazione non hanno nulla di vecchio da perdere.

Ci si dice dunque: da un lato ci sono i circoli dirigenti e guida, hanno certi diritti che sono stati loro conferiti in tempi precedenti o che nei tempi precedenti sono stati da loro estorquiti, che hanno ereditato nelle loro famiglie, a cui si aggrappano. Questi circoli dirigenti e guida sono in possesso di questo o di quello, che a loro volta ereditano all’interno dei loro circoli, della loro famiglia e così via. Questi circoli, come circoli dirigenti e guida, in una trasformazione hanno sempre qualcosa da perdere. Perché naturalmente, se non avessero nulla da perdere, nessuna trasformazione avrebbe luogo. Si tratta del fatto che coloro che non hanno nulla dovrebbero ricevere qualcosa; coloro che hanno qualcosa potrebbero dunque solo perdere. Quindi si potrebbe solo appellare all’intuizione se questa intuizione della classe possidente e dirigente desse l’impulso a voler perdere qualcosa. Non si lasciano convincere di questo. — Questo era il punto di vista di Karl Marx. Ci si deve quindi appellare a coloro che non hanno nulla da perdere. Per questo motivo il Manifesto Comunista nel 1848 si conclude con le parole: Proletari non hanno nulla da perdere se non le loro catene, ma hanno tutto da guadagnare. Proletari di tutti i paesi, unitevi!

Ora vedete, da quando il Manifesto Comunista è stato pubblicato, questo è diventato in certa misura una convinzione, e oggi, quando certi sentimenti che già sono sotto l’influenza di questo punto di vista vivono nella maggioranza del proletariato, oggi non si può nemmeno più realmente immaginarsi quale enorme trasformazione si è compiuta nella concezione socialista intorno alla metà del diciannovesimo secolo. Ma sarebbe bene se vi degnaste di prendere qualcosa come il «Vangelo di un povero peccatore» di Weitling, un apprendista sarto, che è stato scritto non molto tempo prima del Manifesto Comunista, e se lo confrontaste con tutto quello che è stato scritto dopo l’apparizione del Manifesto Comunista! In questo «Vangelo di un povero peccatore», veramente ispirato da genuina sensibilità proletaria, regna un linguaggio, si potrebbe dire, in certo senso anche poetico, ardente, ma decisamente un linguaggio che vuole appellare alla buona volontà, all’intuizione degli uomini. Era la convinzione di Weitling che si potesse fare qualcosa con la buona volontà degli uomini. E questa convinzione è scomparsa solo intorno alla metà del diciannovesimo secolo. E l’evento attraverso il quale è scomparsa è appunto la pubblicazione del Manifesto Comunista. E da quel tempo, dal 1848, possiamo effettivamente tracciare quello che oggi chiamiamo la questione sociale. Perché se oggi volessimo parlare come Saint-Simon, Fourier, Weitling — ebbene, predicheremmo veramente a orecchi sordi. Perché fino a un certo punto è del tutto giusto che nella questione sociale non si possa fare nulla se si appella all’intuizione dei circoli dirigenti e guida che hanno qualcosa. Questo è giusto. I circoli dirigenti e guida non hanno mai ammesso questo, e difficilmente l’ammetterebbero oggi: non sanno nemmeno che tuttavia lo fanno, perché forze inconsce svolgono un ruolo straordinariamente grande nell’anima umana.

Vedete, è accaduto che la nostra cultura spirituale nel corso del diciannovesimo secolo è diventata quasi interamente una frase. È un fatto sociale molto più importante che riguardo alla cultura spirituale viviamo nella frase, è un fatto sociale molto più importante di quanto si pensi ordinariamente. E così naturalmente i membri dei circoli dirigenti e guida parlano anche della questione sociale di molte cose belle, e spesso sono essi stessi convinti di avere già la buona volontà. Ma in realtà lo credono solo, è solo loro illusione. Nel momento in cui viene toccato qualcosa di reale in questa relazione, subito viene fuori che è un’illusione. Di questo parleremo ancora dopo. Ma come detto, non possiamo oggi più parlare come si parlava nell’epoca delle utopie. Questo è il vero risultato che è venuto attraverso Karl Marx, che ha mostrato come l’umanità è oggi così invischiata nell’illusionismo che è follia contare su qualcos’altro che sull’egoismo. Deve essere conteggiato per una volta. Perciò non può essere raggiunto nulla se si vuole contare in qualche modo sull’altruismo, sulla buona volontà, sui principi morali degli uomini — dico sempre: rispetto alla questione sociale. E questa trasformazione che ha portato al fatto che oggi dobbiamo parlare completamente diversamente da, per esempio, ancora nella prima metà del diciannovesimo secolo rispetto alla questione sociale, questa trasformazione è venuta con il Manifesto Comunista. Ma non è venuto tutto in una volta, bensì era comunque possibile che anche dopo il Manifesto Comunista fino negli anni sessanta, come tutti saprete — alcuni giovani socialisti hanno già dimenticato il tempo — una forma completamente diversa di pensiero sociale, il tipo di Ferdinand Lassalle, toccasse i cuori e le anime. E anche dopo la morte di Lassalle, che avvenne nel 1864, continuò quella che era il socialismo di Lassalle. Lassalle appartiene sicuramente agli uomini che, nonostante fosse emersa già l’altra forma di pensiero, contavano ancora sulla forza persuasiva delle idee. Lassalle voleva decisamente ancora toccare gli uomini come tali nella loro intuizione, nella loro volontà sociale soprattutto. Ma sempre più e più la sfumatura di Lassalle diminuì e prese piede l’altra, la sfumatura marxista, che voleva contare solo sugli interessi di quella parte della popolazione umana che possedeva solo se stessa e la sua forza lavoro. Ma comunque non procedette così rapidamente. Tale forma di pensiero si sviluppa solo gradualmente nell’umanità.

Negli anni sessanta, settanta, anche ancora negli anni ottanta era così che i popoli, se appartenevano al proletariato o anche se appartenevano ai popoli che erano politicamente o socialmente dipendenti, anche se non erano esattamente proletari, giudicavano la loro dipendenza in certo senso moralmente, e giudicavano i circoli non dipendenti della popolazione umana moralmente. Secondo la loro consapevolezza era malvagità volontaria dei circoli dirigenti e guida della popolazione umana il fatto che lasciassero la grande massa del proletariato in dipendenza, che la pagassero male e così via. Se posso esprimerlo trivialmente, così posso dire, negli anni sessanta, settanta, fino negli anni ottanta veniva prodotta molta indignazione sociale e da questo punto di vista dell’indignazione sociale si parlava. Allora nel mezzo degli anni ottanta avvenne la stranezza veramente solo allora in modo idoneo. I più importanti rappresentanti del movimento sociale smisero negli anni ottanta di parlare della questione sociale dal punto di vista dell’indignazione morale. Era il tempo in cui erano grandi e più o meno ancora infiammati da entusiasmo giovanile quei leader che voi, che siete più giovani, potete solo aver visto morire: Adler, Pernerstorfer, Wilhelm Liebknecht, Auer, Bebel, Singer e così via. Questi vecchi leader proprio allora negli anni ottanta cessarono sempre più di predicare questo socialismo dell’indignazione. E ora vorrei esprimervi come se questi leader del socialismo esprimessero la loro convinzione più intima, quando allora trasformarono il vecchio socialismo dell’indignazione nella loro nuova visione mondiale socialista. Troverete che quello che vi dico ora non stia in nessun libro sulla storia del socialismo. Ma chi ha vissuto a quel tempo e ha partecipato, sa che i popoli, se gli uomini fossero stati lasciati a se stessi, avrebbero parlato così. Supponiamo dunque che negli anni ottanta si fossero riuniti discussioni tra tali leader importanti del socialismo e altri che erano ancora borghesi nelle loro convinzioni, e supponiamo che ci fosse stato ancora un terzo tipo, borghesi che erano idealisti, che desideravano il bene per tutti gli uomini e che erano d’accordo nel fatto che tutti gli uomini fossero resi felici. Allora potrebbe accadere che i borghesi dichiarassero che deve sempre esserci gente povera e gente ricca e così via, perché solo questo potrebbe mantenere la società umana. Allora forse si levò la voce di uno di coloro che erano idealisti, che erano indignati per il fatto che così tanta gente dovesse vivere nella povertà e nella dipendenza. Uno così allora forse disse: Sì, deve essere raggiunto che sia chiarito a questa gente che possiede, agli imprenditori, ai capitalisti, che devono lasciar andare il loro possesso, che devono creare istituzioni attraverso le quali la grande massa arriva in una situazione diversa, e cose del genere. — Allora vennero tenuti discorsi molto belli da questi toni. Ma allora si levò la voce di uno di quelli che si stava proprio sviluppando nel socialismo e nel suo corso, e disse: Cosa state dicendo, siete un bambino! Questo è tutto infantile, tutto sciocco. La gente che è capitalista, che è imprenditori, tutto è povera gente miserabile che non sa nient’altro che quello che gli è stato battuto in testa da generazioni. Se sentissero anche loro che dovrebbero fare diversamente, non potrebbero nemmeno farlo, perché non potrebbero venire all’idea di come dovrebbero farlo. Una cosa del genere non entra affatto nella loro testa, che si potrebbe fare qualcosa diversamente. Non si devono accusare i popoli, non si devono condannare moralmente i popoli, non sono moralmente condannabili; i mascalzoni sono cresciuti in questo intero ambiente, questa povera gente, e questo li ispira con le idee che hanno. Accusarli moralmente significa non capire nulla delle leggi dello sviluppo dell’umanità, significa abbandonarsi alle illusioni. Questi uomini non possono mai volere che il mondo assuma un’altra forma. Parlare di loro con indignazione è pura sciocchezza. Tutto questo è diventato necessario, e di nuovo può diventare diversamente solo per necessità. Vedete, con questi sempliciotti che credono di poter predicare ai possessori, ai capitalisti che dovrebbe sorgere un nuovo ordine mondiale, con questi sempliciotti non si può fare nulla. Con loro non può essere creato un nuovo ordine mondiale. Danno solo credito al fatto che si possono accusare questi poveri mascalzoni di capitalisti che dovrebbero creare un mondo diverso.

Devo esprimere la questione un po’ chiaramente, perciò alcuni aspetti sono detti in contorni acuti, ma pur sempre in modo tale che potete ovunque sentire i discorsi di cui parlo. Se fossero stati scritti, sarebbero stati ritoccati un po’, un po’ diversamente scritti, ma questo era il fondamento.

Poi continuarono parlando: Con i mascalzoni — questi sono idealisti che si immaginano il mondo nel senso di un’ideologia —, con questi non si può fare nulla. Dobbiamo contare su coloro che non hanno nulla, che perciò dai loro interessi vogliono qualcosa di diverso da coloro che sono collegati con interessi capitalistici. E nemmeno da un principio morale cercheranno un cambiamento della loro situazione di vita, ma solo da brama, di avere più di quello che hanno, di avere un’esistenza indipendente. — Questa forma di pensiero saliva sempre più negli anni ottanta, di non concepire più lo sviluppo dell’umanità nel senso che il singolo uomo è particolarmente responsabile per ciò che fa, ma che lo fa dalla situazione economica, che fa quello che deve fare. Il capitalista, l’imprenditore, sfrutta gli altri nella massima innocenza. Colui che è proletario, non da un principio morale, bensì in tutta l’innocenza da una necessità umana, farà rivoluzione, toglierà dai mani a coloro che le hanno i mezzi di produzione, il capitale. Questo deve accadere come una necessità storica. — Questa forma di pensiero saliva.

Ora vedete, era realmente solo nel 1891 al congresso del partito di Erfurt che tutto il lassallianismo, che era comunque basato sull’intuizione degli uomini, passò al credito nel cosiddetto «Programma di Erfurt», che era destinato a fare del marxismo la visione ufficiale del proletariato. Leggete i programmi del congresso di Gotha, del congresso di Eisenach, troverete due richieste come richieste autenticamente proletarie di quel tempo, che ancora si collegano con il lassallianismo. La prima richiesta era l’abolizione del rapporto salariale, la seconda richiesta era l’uguaglianza politica di tutti gli uomini, l’abolizione di tutti i privilegi politici. Su queste due richieste andavano tutte le richieste proletarie fino agli anni novanta, fino al congresso di Erfurt, che portò il grande cambiamento. Date un’occhiata bene a queste due richieste e confrontatele con le richieste principali del congresso di Erfurt.

Quali sono ora le richieste principali del congresso di Erfurt? Sono: trasferimento della proprietà privata dei mezzi di produzione nella proprietà collettiva, amministrazione di tutta la produzione, di tutta la produzione attraverso una sorta di grande cooperativa, in cui deve trasformarsi lo stato precedente. Confrontate il programma precedente, che era il programma proletario degli anni ottanta, con quello che è venuto fuori dal programma del partito di Erfurt e che esiste dal decennio novanta, così direte, nel vecchio programma di Gotha e Eisenach ci sono ancora richieste puramente umane, le richieste del socialismo: uguaglianza politica di tutti gli uomini, abolizione del degradante rapporto salariale. All’inizio degli anni novanta ha già agito quello che vi ho caratterizzato come il sentimento che era emerso nel corso degli anni ottanta. Là è stato trasformato quello che era ancora più una richiesta dell’umanità, in una richiesta puramente economica. Là non leggete più dell’ideale di abolire il rapporto salariale, leggete solo di richieste economiche.

Ora vedete, queste cose sono connesse con lo sviluppo graduale dell’idea che si aveva sulla realizzazione esteriore di una migliore condizione sociale dell’umanità. È stato detto anche molte volte da tali popoli che ancora avevano ideali: Che importa se si abbatte tutto, deve comunque venire un ordine diverso, quindi deve venire una rivoluzione. Deve essere abbattuto tutto, deve venire il grande crac, perché solo da questo può nascere un migliore ordine della società, dicevano ancora alcuni popoli negli anni ottanta che erano buoni socialisti idealisti. È stato risposto loro da altri che stavano al passo coi tempi, che erano diventati i leader, coloro che ora, come ho detto, sono sepolti, dicevano: Tutto questo non ha senso, tali rivoluzioni improvvise sono insensate. L’unica cosa che ha senso è che lasciamo il capitalismo a se stesso. Vediamo, prima c’erano solo piccoli capitalisti, poi diventarono grandi, si sono riuniti con altri, diventarono gruppi di capitalisti. I capitali si sono sempre più concentrati. In questo processo siamo dentro, che i capitali si concentrino sempre più e più. Allora verrà il tempo quando rimarranno solo alcuni grandi trust capitalistici, consorzi. Allora sarà necessario solo il fatto che il proletariato, come classe non possidente, un bel giorno in modo del tutto pacifico, via parlamentare trasferisca il possesso capitalista, i mezzi di produzione nel possesso collettivo. Questo può essere fatto molto bene, ma bisogna aspettare. Fino a allora le cose devono svilupparsi. Il capitalismo, che comunque è un bambino innocente, non può farci nulla che sia sfruttatore di uomini, lo porta la necessità storica. Ma lavora anche prima, concentra i capitali. Allora sono già belli riuniti, allora devono solo essere assunti nella collettività. Nulla di rivoluzione veloce, bensì sviluppo lento!

Vedete, il segreto della concezione, il segreto pubblico della concezione che sta alla base, già negli anni novanta Engels l’aveva esposto. Aveva detto: Perché rivoluzioni veloci? Quello che accade lentamente sotto lo sviluppo del nuovo capitalismo, questo riunirsi dei capitali, questa concentrazione dei capitali, funziona tutto per noi. Non abbiamo bisogno di creare comunanza, i capitalisti lo fanno già. Abbiamo solo bisogno di trasferirlo nel possesso proletario. Perciò, dice Engels, i ruoli si sono invertiti. Noi che rappresentiamo il proletariato non abbiamo affatto ragione di lamentarci dello sviluppo, gli altri si devono lamentare. Perché i mascalzoni che oggi stanno nei circoli di gente che possiede, devono dirsi: Raccogliamo i capitali, ma li raccogliamo per gli altri. Vedete, i mascalzoni devono avere paura che perdano i loro capitali. Ottengono guance cadenti, diventano secchi da queste preoccupazioni su cosa succederà. Noi cresciamo proprio bene come socialisti in questo sviluppo. Abbiamo, dice Engels, muscoli pieni e guance piene e sembra che viviamo in eterno. Questo dice Engels in un’introduzione che scrisse negli anni novanta, nel caratterizzare come è del tutto giusto quello che si sviluppa là, e come bisognava solo aspettare lo sviluppo che il capitalismo già fa da solo, che allora sfocia in quello che vi ho presentato: nel trasferimento di quello che il capitalismo ha concentrato nel possesso comune di coloro che fino ad allora non avevano nulla. Questo era anche effettivamente lo stato d’animo in cui il ventesimo secolo fu iniziato dai circoli dirigenti del proletariato. E così si è pensato, specialmente da quando il marxismo non è stato più preso come negli anni novanta, bensì come si disse, è stato sottoposto a revisione, come i revisionisti si sono levati in piedi, come coloro che ancora vivono ma sono vecchi, come per esempio Bernstein. Arrivarono i revisionisti. Dicevano che si può accelerare tutto lo sviluppo, perché se i lavoratori solo lavorano finché i capitalisti hanno accumulato tutto, soffriranno prima comunque, specialmente in vecchiaia non avranno nulla. Allora vennero fatte assicurazioni e così via. Ora bene, ma soprattutto si guardava che quello che i circoli dirigenti avevano come istituzioni nella vita politica, che ci si appropriasse anche. Sapete, da questo nacque specialmente la vita sindacale. E dentro il partito socialista c’erano queste due direzioni che fortemente divergevano: il partito sindacale propriamente detto e il vero, come allora si diceva, partito politico. Il partito politico stava più sul terreno che una rivoluzione improvvisa non serve a nulla, lo sviluppo deve procedere così come ho appena descritto. Perciò si tratta del fatto che tutto sia preparato per il momento, quando il capitalismo è sufficientemente concentrato e il proletariato ha la maggioranza nei parlamenti. Tutto deve procedere sulla strada del parlamentarismo, dell’appropriazione della maggioranza, così che nel momento in cui i mezzi di produzione vengono assunti nel possesso collettivo, la maggioranza sia anche presente per questo trasferimento. In questo gruppo di popoli che soprattutto tutto tenevano dal partito politico, alla fine del diciannovesimo secolo non si teneva molto dal movimento sindacale. Questo si impegnava a quel tempo perciò per istituire una sorta di gara ordinaria tra sé e gli imprenditori, per ottenere di tanto in tanto di nuovo dagli stabilimenti aumenti di salario e cose simili. In breve, ci si sistemò in modo che imitasse questo sistema di negoziazioni reciproche come esse stesse esistevano tra i circoli dirigenti e guida, che anche estendesse questo al rapporto tra i circoli dirigenti e il proletariato. Sapete che soprattutto furono accusati dai rappresentanti del vero sistema politico socialista coloro che poi divennero i più borghesi nel movimento sindacale. E alla fine degli anni novanta e all’inizio del ventesimo secolo si poteva ovunque vedere, tra coloro che erano più orientati al sistema politico, il grande disprezzo per quella gente che si era completamente dedicata alla vita sindacale, come per esempio specialmente i tipografi, che avevano sviluppato un sistema completamente diverso secondo la vita sindacale fino all’estremo.

Queste erano due direzioni completamente rigorosamente separate nella vita sociale: i sindacalisti e coloro che più si inclinavano al partito politico, come allora si diceva. E all’interno dei sindacati erano proprio i tipografi nel sindacato dei tipografi addirittura i ragazzi modello; quei ragazzi modello che si erano anche guadagnati pieno riconoscimento dai circoli borghesi. E credo che, così come si era avuto una certa paura, una certa preoccupazione sul partito politico socialista, così gradualmente si è cominciato con grande soddisfazione a veder salire gente per bene come la gente nel sindacato dei tipografi. Di loro ci si diceva: Si imborghesano, con loro si può sempre negoziare, funziona bene. Se loro tolgono i loro salari, allora noi tolgiamo i nostri prezzi che domandiamo. Funziona. E, non è vero, per gli anni prossimi ha funzionato anche, e i popoli non pensano più in là. Così si era molto contenti di questo sviluppo impeccabile della vita sindacale. Bene, se ometto qualcosa che sono più sfumature, si può dire che queste due direzioni si svilupparono più o meno fino ai tempi che furono sorpresi dalla catastrofe della guerra mondiale. Ma sfortunatamente i popoli non hanno imparato tutto da questa catastrofe della guerra mondiale che effettivamente avrebbe dovuto essere imparato anche rispetto alla questione sociale.

Non appena si considerino le condizioni nell’est dell’Europa, nell’Europa centrale, se si prescinda dal vero mondo anglo-americano e anche in parte dal mondo romanico, se ci si limiti così all’Europa centrale e orientale, così si può dire, dalla storia non è venuto nulla di giusto, quella che si è sempre definita così: i capitali si concentrano, allora si avrà la maggioranza nei parlamenti, allora i capitali vengono trasferiti nel possesso della comunità e così via. — Che questo non possa essere aspettato così agevolmente oggi, per questo ha provveduto la catastrofe della guerra mondiale. Coloro che hanno aspettato una qualche rivoluzione sono stati spesso rappresentati come ingenui. Ma in fondo, cosa è accaduto negli ultimi quattro o cinque anni? Teniamo ben presente e chiaramente cosa è accaduto. Non è vero, avete sentito spesso cosa è accaduto negli ultimi quattro o cinque anni: Nel luglio 1914 i governi si sono un po’ confusi o molto confusi e hanno spinto i popoli nella guerra mondiale. Allora i popoli credevano che ci fosse una guerra mondiale, ci sono state battaglie, anche se con i moderni mezzi di guerra, con i mezzi meccanici c’era qualcosa di completamente diverso che nelle guerre precedenti. Non c’era alcuna possibilità che qualcuno diventasse un generale particolarmente celebre, perché alla fine contava solo se una parte aveva una maggiore quantità di munizioni e altri mezzi di condotta della guerra, se una parte produceva meglio i mezzi meccanici di guerra dell’altra o scopriva un gas e cose del genere che gli altri non avevano. Prima vinceva l’uno, poi scopriva l’altro di nuovo qualcosa, poi di nuovo il primo; il tutto era una terribile condotta meccanica della guerra. E tutto quello che era stato detto su quello che accadeva da una parte e dall’altra era accaduto sotto l’influenza della frase, era decisamente frase. E poco a poco l’umanità moderna anche nell’Europa centrale capirà cosa di tutto quanto è stato detto come frase è stato stipato dentro, quando l’uno o l’altro, che in realtà non era nient’altro che un soldato medio un po’ confuso, è stato trasformato in un grande generale nell’Europa centrale. Queste cose erano possibili solo sotto l’influenza della frase.

Ma cosa è accaduto in realtà? Questo i popoli non se ne sono accorti prima degli eventi esteriori: In realtà è accaduto, mentre i popoli credevano che fosse condotta una guerra mondiale — che in realtà era solo una maschera —, in realtà è accaduta una rivoluzione. In realtà la rivoluzione è accaduta in questi quattro o cinque anni. Questo i popoli ancora non lo sanno, ancora non lo comprendono, che in realtà la rivoluzione è accaduta. La guerra è l’esteriore, la maschera; la verità è che la rivoluzione è accaduta. E poiché la rivoluzione è accaduta, oggi la società dell’Europa centrale e orientale è in una condizione completamente diversa, e non si può fare nulla con quello che i popoli avevano pensato per condizioni precedenti. Oggi è necessario che tutti i pensieri che i popoli si erano fatti prima, siano completamente ordinati di nuovo, che i popoli pensino completamente di nuovo alle cose. E questo è stato tentato con il libro «I Punti Cardine della Questione Sociale», di conteggiare propriamente con la situazione in cui siamo entrati attraverso gli eventi più recenti. Perciò non è una meraviglia che i popoli che non riescono a stare al passo velocemente abbastanza nei partiti socialisti, portino malinteso su malinteso a questo libro. Se i popoli si degnassero solo di una volta di esaminare un po’ i loro propri pensieri, di esaminare quello che dicono che vogliono, allora vedrebbero come vivono sotto l’influenza delle idee che si erano fatti fino all’anno 1914. Questa è la vecchia abitudine.

Queste idee che si erano avute fino al 1914, si sono così radicate nell’ambiente dei popoli che ora non ne escono di nuovo. E quale è la conseguenza? La conseguenza è che, nonostante oggi sia necessaria una nuova azione, nonostante la rivoluzione sia accaduta nell’est e nell’Europa centrale, nonostante abbiamo oggi necessario di compiere una ricostruzione non secondo vecchie idee, bensì secondo nuove idee — i popoli continuano a predicare le vecchie idee. E cosa sono oggi i partiti, anche i partiti socialisti? I partiti socialisti sono anche quelli che nel vecchio modo, come hanno predicato questo o quel vangelo socialista fino al luglio 1914, continuano a predicare anche oggi; poiché una differenza non c’è in questi programmi dei partiti rispetto ai precedenti, tutt’al più la differenza che viene dall’esterno. Per colui che conosce le cose, per lui in ogni singolo raggruppamento di partito viene detto terribilmente poco di nuovo, anzi, niente di nuovo. I vecchi articoli da bottega di pensieri vengono versati fuori. Bene, è un po’ una differenza: se si ha un calderone di rame e si batte sopra, allora suona; si batte nello stesso modo su una botte di legno, allora suona diverso. Ma il battere può essere esattamente lo stesso. Dipende da cosa si batte che suona diversamente. È così quando oggi i popoli versano fuori i loro programmi di partito; quello che c’è in questi vecchi programmi di partito è in realtà il vecchio articolo da bottega del partito, solo perché ora ci sono condizioni sociali diverse, suona oggi un po’ diversamente, come con un calderone di rame e con una botte di legno. Se il Partito Socialista Indipendente o i socialisti di maggioranza o i comunisti parlano, parlano solo vecchie frasi di partito, e suona diversamente perché c’è un calderone di rame e una botte di legno. In verità da molti lati non si è imparato assolutamente nulla. Ma si tratta del fatto che si impari qualcosa, che da questa terribile guerra mondiale, come la si chiama, ma che è effettivamente una rivoluzione mondiale, si impari qualcosa.

E là si può realmente già dire: Nelle masse più larghe si è preparati a sentire qualcosa di nuovo. Ma nelle masse larghe è così: Si ascolta quello che i leader dicono. C’è una buona comprensione, un buon senso umano sano nelle masse larghe, non istruite, e si potrebbe sempre contare sulla comprensione, se si presenta qualcosa di contemporaneo, qualcosa di giusto, nel miglior senso della parola qualcosa di contemporaneo. Questo è in parte dovuto al fatto che le masse non sono istruite. Ma non appena i popoli entrano nel tipo di educazione che si può avere dagli ultimi tre o quattro secoli, cessa questa proprietà divina dell’essere non istruito. Se si considera quello che è l’educazione borghese odierna, dalla scuola popolare fino all’università, e sarà peggio quando ora verrà fondata la scuola unitaria socialista, allora sarà tutto presente nel massimo grado, quello che è stato compiuto di male dalla scuola popolare borghese —: Quello che viene versato fuori nelle scuole, deforma le teste, le rende estranee alla vita. E bisogna venirsene fuori da tutte queste cose, bisogna veramente nella vita spirituale stare in piedi su proprie gambe, se si vuol venirsene fuori da questa deformazione. Ma vedete, attraverso questa deformazione sono diventati i grandi e i piccoli leader proletari. Dovevano appropriarsi di questo attraverso questa educazione; questa educazione sta nelle nostre scuole e negli scritti popolari, dappertutto sta dentro. E allora si comincia ad avere un cervello tutto arido, non più ricettivo ai fatti. Bensì ai programmi di partito e alle opinioni che ci si è cacciati e piantato in testa, a quelli ci si ferma. Allora può venire anche la rivoluzione mondiale, ci si batte sempre gli stessi programmi.

Vedete, questo destino ha nel sostanziale subito quello che con questo libro «I Punti Cardine della Questione Sociale» e i discorsi è stato voluto in molte direzioni. Là si è veramente contato con quello che il proletariato oggi ha assolutamente bisogno, che è necessario dalla situazione del tempo. Questo si comprendeva anche all’inizio, ma allora non lo comprendevano coloro che sono i leader del proletariato nei vari raggruppamenti di partito. Cioè, non voglio essere troppo ingiusto e non voglio torturare la verità; non voglio affermare che per esempio questi leader non comprendono questo libro; poiché non posso presupporre che l’abbiano letto, che lo conoscano. Non affermerei qualcosa di giusto se dicessi: non possono comprendere il libro. Ma non possono assolutamente decidersi, di comprendere che qualcosa di diverso deve essere necessario di quello che pensano da decenni. Per questo il loro cervello è diventato troppo secco, troppo rigido. E perciò restano a quello che da molto tempo avevano pensato e trovano che quello che è il contrario di tutta l’utopia, che sia un’utopia. Poiché vedete, il libro conta pienamente con il fatto che oggi non ci si può più muovere nel senso di Saint-Simon, Fourier, Proudhon e così via in utopie; ma anche con il fatto che non ci si può mai più mettere sul punto di vista: lo sviluppo lo darà comunque da solo. Perché quello che Marx e Engels hanno visto, quello che si sviluppava, da cui hanno tratto i loro insegnamenti, da quello oggi non si possono più trarre insegnamenti, perché la guerra mondiale nella sua vera forma ha spazzato via questo, non c’è più. Chi oggi dice lo stesso di Marx e Engels, dice qualcosa che Marx mai avrebbe detto, perché lui stesso ebbe paura dei suoi seguaci: Per quel che mi riguarda, non sono un marxista. — E oggi direbbe: Allora i fatti erano ancora diversi; allora ho tratto i miei insegnamenti dai fatti, che ancora non erano stati modificati, trasformati come la guerra mondiale ha trasformato tutto.

Ma vedete, quei popoli che non possono imparare dagli eventi, che oggi sono di una disposizione come i vecchi cattolici rispetto ai loro vescovi e al papa, non possono nemmeno immaginarsi che qualcosa del genere debba anche continuar a svilupparsi — nel senso dei fatti, come è il marxismo. Perciò gli eventi accadono, e i popoli continuano ancora a strillare e soffiare lo stesso che soffiavano e sfiatavano prima della guerra mondiale. Lo fanno così i borghesi, ma anche i socialisti. Lo fanno così i circoli più larghi. I borghesi lo fanno naturalmente con sonno completo, con l’anima completamente addormentata; gli altri lo fanno così che sono effettivamente nel mezzo e vedono il collasso, ma poiché non vogliono conteggiare con i fatti che si rivelano per questo. Abbiamo oggi necessità che qualcosa di nuovo arrivi ai popoli. E perciò è necessario comprendere qualcosa di tale genere, che non è un’utopia, bensì che conta propriamente con i fatti. Se da quell’altra parte quello che così conta con i fatti viene chiamato gioco contrario, allora si potrebbe essere completamente contenti. Perché se i popoli quello che li spinge in avanti in linea retta, se lo chiamano la linea retta, allora bisogna, per fare qualcosa di sensato, inserire il contrario, per portare il sensato in altra direzione.

Ma vedete, coloro che comunque ancora comprendono il sensato, dovrebbero approfondirsi in quello che qui viene portato innanzi. E per questo possono esserci queste serate.

Non è vero, è da lungo tempo quello che là viene tratto dai fatti, è stato tentato di portarlo nella pratica, e così ci siamo riuniti per settimane — non ho bisogno di ripetere tutte queste cose, potete anche dopo questo discorso ancora porre domande o discutere pro e contro —, per mettere in piedi quello che chiamiamo consigli d’azienda. Abbiamo tentato di creare questi consigli d’azienda dai fatti necessari nel presente, veramente così di crearli, che venissero dalla semplice vita economica, che non venissero da quello che non può dare la base della vita economica, dalla vita politica. Perché bisogna, quando oggi si guarda in faccia ai fatti, stare rigorosamente sul terreno che qui viene rappresentato come quello dell’organismo sociale triarticolato. E colui che oggi non vuole questa triarticolazione, agisce contro la necessità storica dello sviluppo dell’umanità. Oggi deve essere così, come l’ho spesso esposto: la vita spirituale si trova isolata, la vita economica si trova isolata, la vita giuridica o politica è amministrata democraticamente. E nella vita economica il primo inizio di una vera configurazione sociale deve essere fatto con i consigli d’azienda. Ma come può solo accadere? Solo se da una parte si pone prima la domanda: Bene, là c’è l’impulso dell’organismo sociale triarticolato, che è nuovo rispetto a tutte le vecchie mummie di partito; c’è ancora qualcosa d’altro? Gli stupidi oggi affermano che le idee solo così svolazzano nell’aria. Se si sentono le discussioni, portano un sacco di negativo, ma non portano nulla che fosse da aggiungere alla triarticolazione dell’organismo sociale. È tutto insudiciume, quello che viene da parte socialista, poiché le idee solo così pendono nell’aria, come è stato detto in una rivista appena fondata in una discussione della triarticolazione. Si tratta del fatto che prima si pone questa domanda e ci si chiarisce: Non c’è nient’altro? Allora ci si attiene per prima cosa alla triarticolazione dell’organismo sociale, fino a poterla confutare in modo sostanziale, fino a che si possa mettere accanto qualcosa di sostanzialmente equivalente.

Sui vecchi programmi di partito non si può più discutere, su questi ha discusso la guerra mondiale. Chi veramente ha comprensione, sa che queste vecchie mummie di partito sono state confutate dalla catastrofe della guerra mondiale. Se allora non si può rispondere a questa domanda nel fatto che si metta qualcosa d’altro accanto, allora onestamente, se si vuol andare oltre, ci si può dire: Allora lavoriamo nel senso della triarticolazione dell’organismo sociale. Diciamoci onestamente: Le vecchie coesioni di partito hanno perso il loro significato. Bisogna lavorare nel senso della triarticolazione dell’organismo sociale. Quando l’altro ieri ho parlato a Mannheim, alla fine si levò un signore che disse: Quello che ha detto Steiner è bello, ma non quello che vogliamo. Non vogliamo ancora un nuovo partito alle vecchie parti. I popoli che vogliono una cosa del genere, dovrebbero entrare nei vecchi partiti e agirvi dentro. — Potei solo dire: Ho seguito la vita politica molto esattamente per molto tempo, quando il signore che parlava non era ancora da molto tempo nato. E io, nonostante abbia conosciuto tutto quello che funzionava socialmente in qualche modo come forza attraverso la mia vita, non ho mai agito dentro alcun partito o potuto starvi dentro, e non mi viene in mente di diventare un partitario adesso, alla fine del mio sesto decennio di vita, in alcun modo. Né con un altro partito né con uno da me stesso fondato voglio aver nulla a che fare. Quindi nemmeno con uno da me stesso fondato. Nessuno deve avere paura che attraverso me sia fondato un nuovo partito, perché il fatto che ogni partito per necessità naturale dopo qualche tempo diventa stupido, l’ho imparato, proprio perché non mi sono mai coinvolto con alcun partito. E ho imparato a dispiacermi per i popoli che non lo capiscono. Perciò nessuno deve aver paura che ai vecchi venga un nuovo partito. Perciò non è stato fondato un nuovo partito, bensì l’Associazione per la Triarticolazione dell’Organismo Sociale si è riunita, per rappresentare le idee dell’organismo triarticolato — il cui carattere non utopico, bensì il cui carattere di realtà è compreso da un numero di popoli — per rappresentare queste idee. I popoli che lo comprendono, dovrebbero però dichiararsi onestamente e sinceramente per questo.

Perché nemmeno questo deve accadere: C’è un’opera teatrale, un gallo là canta al mattino, e ogni volta che il gallo ha cantato, il sole si leva. Bene, il gallo non può subito capire la connessione, perciò crede che quando lui canta, il sole segua il suo richiamo, venga, perché lui ha cantato, lui ha fatto sì che il sole si levi. Se infine qualcuno nella vita non sociale, così come questo gallo che sul letamaio canta e vuole far sorgere il sole, si abbandona a tale inganno, non importa. Ma se per caso accadesse qui il fatto che l’idea dei consigli d’azienda che realmente funzionano sul terreno della triarticolazione prosperasse e quei popoli che la coltivano, perché l’impulso dell’organismo triarticolato ha messo questa idea in movimento, allora volessero rinnegare l’origine e credessero, perché uno ha cantato, fossero venuti i consigli d’azienda, allora sarebbe lo stesso errore, e precisamente un errore molto fatale. Ma questo non deve venire. Quello che in questa direzione accade, che è stato intrapreso qui, non deve essere staccato, deve rimanere nella connessione con l’impulso propriamente compreso della triarticolazione dell’organismo sociale.

Coloro che nel senso di questo impulso vogliono realizzare i consigli d’azienda, non possono permettersi in alcun modo che i consigli d’azienda siano fondati in modo unilaterale e si continui a cantare «consiglio d’azienda, consiglio d’azienda». Con questo non basta. Ha solo un senso, se si aspira contemporaneamente a tutto quello che per l’impulso dell’organismo sociale triarticolato deve essere aspirato. Questo è quello su cui conta. Perché se volete veramente comprendere quello che sta in questo libro, dovete mettervi sul punto di vista che si può imparare dai fatti che gli ultimi quattro o cinque anni hanno offerto. Chi comprende questi fatti, su di lui agiscono come se avesse vissuto secoli, e su di lui agiscono i programmi di partito come se i loro portatori avessero dormito secoli. Oggi questo deve essere guardato in faccia chiaramente e senza riserve.

Quello che io adesso vi ho raccontato, l’avrei potuto naturalmente anche scrivere come prefazione in questo libro. Ma si è visto solo negli ultimi mesi come i programmi di partito sono rigidi e sterili al presente. Ma sarebbe già utile se proprio questo stesse come prefazione in questo libro. Molte cose che non stanno dentro, ve le ho raccontate oggi, poiché voi, come mi sembra, avete deciso di riunirvi qui, per studiare in connessione con questo libro le gravi questioni sociali del presente in modo sostanziale. Ma prima si deve chiarirsi il fatto che non si può continuare a trottare nello stile vecchio dei programmi di partito e dei cliché di partito, bensì che ci si deve decidere a comprendere i fatti oggi in modo conforme alla realtà e a fare un taglio netto sotto tutto quello che non conta con questi nuovi fatti. Solo così comprenderete nel modo giusto quello che deve essere raggiunto proprio con questo impulso della triarticolazione dell’organismo sociale. E lo comprenderete nel modo giusto, se trovate che ogni frase è atta a diventare azione, a essere trasformata in realtà immediata. E a molti che dicono che non comprendono questo o che siano utopie e cose del genere, a loro manca semplicemente il coraggio, il coraggio di pensare oggi così fortemente che i pensieri possano penetrare nella realtà. Coloro che sempre gridano: «Dittatura del proletariato, conquista del potere, socialismo», questi pensano per lo più molto poco a questo. Perciò con questi stampi di parole non si può penetrare nella realtà. Ma allora vengono e dicono che era offerto solo qualcosa che è un’utopia. Un’utopia diventa solo nella testa di coloro che non capiscono nulla di questo. Perciò si dovrebbe chiarire a questi popoli, in una forma un po’ modificata, quello che rispetto a qualcosa di diverso, una volta Goethe ha detto, ridendo del fisiologo Haller, che era un naturalista irrigidito.

Haller aveva coniato la parola: «Nel profondo della natura Nessuno spirito creato penetra. Beato chi riceve solo da lei La corteccia esterna!»

Questo si opponeva a Goethe, e disse: «Nel profondo della natura — Oh, tu filisteo! — Nessuno spirito creato penetra. Beato chi riceve solo da lei La corteccia esterna! — Questo sento ripetere da sessant’anni; Maledico, ma in segreto, La natura non ha né nucleo Né corteccia, È tutto in una volta. Esamina bene piuttosto te stesso, Se sei nucleo o corteccia!»

Coloro che parlano della triarticolazione dell’organismo sociale come di un’utopia, a loro si vorrebbe anche dire così: Esamina bene soprattutto te stesso, se ciò che si muove nella tua testa è esso stesso utopia o realtà. Allora si troverà che tutti i gridatori per lo più hanno utopie dentro e perciò la realtà nella loro propria testa diviene un’utopia o un’ideologia, o come la chiamano allora. Perciò oggi è così difficile penetrare con la realtà, perché i popoli si sono così chiuso l’accesso alla realtà.

Ma ci dobbiamo dire che dobbiamo lavorare seriamente, altrimenti non porteremo il nostro volere all’azione. E si tratta del fatto che portiamo il nostro volere all’azione. E se dovessimo congedarci da tutto, perché lo riconosciamo come un errore, dovremmo comunque, per poter andare dal volere all’azione, volgerci alla verità che vogliamo comprendere come tale. Perché nient’altro che il rincorso senza riguardi, coraggioso della verità, può condurre dal volere all’azione. Questo dovrebbe proprio essere scritto come un motto, come un aforisma, davanti agli studi di questa serata.

Stasera ho voluto parlarvi una prefazione a queste serate di studio. Spero che questa prefazione non vi scoraggi a coltivare questi studi in modo tale che finalmente, prima che sia troppo tardi, pensieri che portano in sé i germi dell’azione si possano manifestare fertilmente nel mondo. Il libro «I Punti Cardine della Questione Sociale» è scritto in un modo speciale sotto due aspetti. In primo luogo, è scritto così che proviene effettivamente completamente dalla realtà. Questo alcuni popoli non lo considerano, che leggono il libro. Posso anche capire che oggi questo non sia pienamente considerato. Ho già una volta parlato in questo circolo, ma non tutti quelli che sono oggi erano presenti, di come i popoli pensano oggi. Ho in particolare sottolineato l’esempio del professore di economia nazionale, Lujo Brentano, che l’ha fornito così elegantemente nel numero precedente del «Giallo». — Voglio ripeterlo brevemente, perché voglio agganciare qualcosa a questo. Là questo splendore dell’odierna economia politica dell’università — è il primo per così dire — ha sviluppato il concetto di imprenditore e ha tentato, dal suo pensiero illuminato, di caratterizzare le caratteristiche dell’imprenditore. Bene, la prima e la seconda caratteristica non devo elencare; come terza dà il fatto che l’imprenditore è colui che mette i suoi mezzi di produzione al servizio dell’ordine sociale a proprio conto e rischio. Bene, ha questo concetto di imprenditore, l’applica ora. Allora giunge stranamente al risultato che l’operaio proletario di oggi è in realtà anche un imprenditore, perché corrisponde a questo suo concetto di imprenditore rispetto alla prima, seconda e terza caratteristica. Perché l’operaio ha la sua propria forza di lavoro come mezzo di produzione, su questo dispone. Rispetto a questo si rivolge al processo sociale a proprio conto e rischio. Così questo splendore dell’economia riesce a portare il concetto dell’operaio proletario nel suo concetto dell’imprenditore molto bene. — Vedete, così pensano i popoli che si fanno concetti che non hanno nessun senso, quando dai concetti si deve chiedere che siano veramente applicabili alla realtà. Ma per poco che possiate accettare oggi, si può tranquillamente dire: Ben oltre il novanta per cento di tutto quello che viene insegnato o stampato oggi opera con tali concetti; se li si vuol applicare alla realtà, va altrettanto male come con il concetto di imprenditore di Lujo Brentano. Così è nella scienza, così è nella scienza sociale, così è dappertutto: perciò i popoli hanno disimparato il capire affatto quello che opera con concetti conformi alla realtà.

Prendete la base della triarticolazione dell’organismo sociale. Non è vero, si può porla in modo molto diverso, queste basi, perché la vita ha bisogno di molte basi. Ma una è quella che si sa: nella nuova epoca è emerso quello che si potrebbe chiamare l’impulso della democrazia. La democrazia deve consistere in ciò che ogni uomo divenuto maggiorenne può fissare, mediatamente o immediatamente, il suo rapporto giuridico di fronte a ogni altro uomo divenuto maggiorenne in parlamenti democratici. Ma proprio se si vuole onestamente e sinceramente mettere la democrazia nel mondo, allora non si possono amministrare gli affari spirituali nel senso di questa democrazia, perché allora dovrebbe decidere ogni uomo divenuto maggiorenne su quello che non capisce. Gli affari spirituali devono essere amministrati dalla comprensione, cioè dalla propria amministrazione, non possono essere amministrati in alcun parlamento democratico, bensì devono avere la loro propria amministrazione, che non può essere democratica, bensì deve provenire dalla cosa stessa. Così è nella vita economica. Là deve amministrarsi la cosa dall’esperienza economica e dalla vita dentro la vita economica. Perciò deve essere escluso dal parlamento democratico da un lato la vita economica, la vita spirituale dall’altro lato. Da questo viene l’organismo sociale triarticolato.

Là c’è ora a Tubinga, ne ho già parlato, il professore Heck, questo è colui che ha detto che non bisogna assolutamente permettersi di dire che il consueto rapporto salariale, dove si è compensati per il lavoro, avesse qualcosa di degradante per il proletario, perché Caruso, anche lui stava nel rapporto salariale, e la differenza sarebbe nessun principio. Caruso canta e riceve il suo salario, e l’operaio ordinario lavora e riceve anche il suo salario; e lui, come professore, riceve anche, quando tiene una conferenza, il suo salario. La differenza tra Caruso e il proletario sarebbe solo che Caruso riceve per una serata trentamila o quarantamila marchi e il proletario un po’ meno. Ma questo sarebbe nessun principio, bensì solo una differenza rispetto alla somma della retribuzione. E così non bisogna, così pensa questo professore intelligente, sentire nulla di degradante nella retribuzione. Lui non lo sente così nemmeno. — Solo per inciso. Ma allora ha scritto anche questo professore intelligente un lungo articolo contro la triarticolazione. Là egli parte dal fatto: se tripartiamo, allora arriviamo a tre parlamenti. E ora mostra che non funziona con tre parlamenti. Perché allora dice: Nel parlamento economico l’artigianello non capirà i punti di vista del grande industriale e così via. — Là si è fatto il bravo professore le sue idee sulla triarticolazione, e contro queste idee, che trovo ancora molto più stupide di come il professore Heck le trova — quelle le criticherei anche in modo molto più radicale —, egli va all’attacco, ma le ha fatte lui stesso. Si tratta invece del fatto che non vanno tre parlamenti uno accanto all’altro, bensì che viene tolto quello che non appartiene a nessun parlamento. Fa tre parlamenti e dice: Non funziona. — Così si vive in concetti estranei alla realtà e si giudica l’altro anche in base a questo.

Ora è proprio nell’economia nazionale, nella scienza economica, che è entrato quasi solo quello che sono concetti irreali. Ma vedete, non potrei ora, dove il tempo incalza, scrivere un’intera biblioteca, in cui sarebbero elencati tutti i concetti economici. Perciò naturalmente si trovano in questo libro molti concetti che devono essere discussi in modo sostanziale. Devo per esempio solo richiamare l’attenzione su quanto segue:

In un’epoca di cui siamo andati oltre, i rapporti sociali sono nati in fondo solo e soltanto attraverso la conquista. Un territorio era occupato da un popolo o da una razza; un altro popolo irruppe e conquistò il territorio. Quei popoli o razze che erano stati là prima, vennero spinti verso il basso al lavoro. Il popolo conquistatore prese il terreno in possesso, e da questo nacque un certo rapporto tra conquistatori e conquistati. I conquistatori avevano così, attraverso il fatto che erano conquistatori, il terreno in possesso. Da questo erano i forti economicamente, i conquistati erano i deboli economicamente. Da questo si sviluppò quello che divenne un rapporto giuridico. Perciò in quasi tutte le epoche più antiche nel divenire storico mediante le conquiste fondate diritti-rapporti, cioè: privilegi e diritti-handicap. Allora vennero i tempi in cui la conquista libera non poteva più essere condotta. Potete studiare la differenza tra la conquista libera e quella vincolata. Se per esempio guardate il primo Medioevo, come certe stirpi di popoli, i Goti, erano spinti al sud, ma in territori completamente occupati, allora vennero spinti a un’altra cosa rispetto all’ordine sociale, come quando i Franchi andavano a ovest e là non trovavano territori completamente occupati. Da questo nacquero diversi diritti di conquista. Nella nuova epoca allora non agivano soli i diritti dipendenti dal suolo e dal terreno, che provenivano dalle conquiste; ci si aggiungevano i diritti dei popoli che avevano possessi, che ora potevano appropriarsi i mezzi di produzione attraverso il potere economico. Allora si aggiunse a quello che è il diritto fondiario nel senso odierno, il possesso dei mezzi di produzione, cioè il possesso privato di capitali. Questo diede allora dalle condizioni economiche rapporti giuridici. Vedete, i rapporti giuridici sono nati completamente dai rapporti economici.

Ora vengono i popoli, vogliono i concetti della potenza economica, dell’importanza economica del suolo, vogliono i concetti dei mezzi d’esercizio, dei mezzi di produzione, dei capitali e così via. Sì, ma non hanno una vera intuizione più profonda nel corso delle cose. Allora prendono i fatti superficiali e non arrivano a quello che effettivamente sta dietro i diritti fondiari, dietro i rapporti di potenza rispetto ai mezzi di produzione. — Tutte queste cose sono naturalmente considerate nel mio libro. Questo è correttamente pensato. Là, quando si parla di diritti, si parla dalla consapevolezza di come il diritto attraverso secoli è nato; quando si parla di capitale, è pronunciato dalla consapevolezza di come il capitale è diventato. Là è stato accuratamente evitato di applicare un concetto che non è completamente compreso dalla sua origine. Perciò questi concetti si presentano diversamente da nei consueti libri di insegnamento odierni. Ma è considerato anche un’altra cosa ancora.

Prendiamo un fatto determinato. Non è vero, il protestantesimo una volta è nato. Nei libri di storia viene molto spesso raccontato così che Tetzel è andato in giro nell’Europa centrale, e che i popoli erano indignati per la vendita delle indulgenze e così via. Ma non era questo solo, questo è solo la visione superficiale. La cosa principale che stava dietro era il fatto che c’era una casa bancaria a Genova, per ordine di cui, non per ordine del papa, questo venditore di indulgenze andava in giro in Germania, perché questa casa bancaria aveva concesso il credito al papa per i suoi altri bisogni. Tutta la storia era un’impresa capitalista. Su questo esempio di un’impresa capitalista della vendita di indulgenze, dove effettivamente con lo spirituale è stato anche commerciato, su questo esempio potete studiare — o piuttosto parlando, se si comincia a studiare qui, gradualmente si arriva al fatto che infine tutto il potere del capitale risale al superlatività dello spirituale. E così è. Studiate come il capitale è effettivamente arrivato al suo potere, allora troverete dappertutto il superlatività dello spirituale. Non è vero, chi è astuto, chi è geniale, ha più potenza di chi non è astuto, chi non è geniale. E in questo modo nasce giustamente e ingiustamente molto di quello che è l’accumulazione del capitale. Questo deve essere considerato se si guarda il concetto di capitale. Con tali studi reali si scopre che il capitale poggia sullo sviluppo del potere spirituale, e che ai diritti fondiari, ai diritti dei conquistatori, da un altro lato si è aggiunto il potere dello spirito teocratico antico. Da molto della vecchia chiesa è venuto quello che è poi passato effettivamente nel capitalismo moderno. C’è una connessione segreta tra il moderno potere capitalistico e il potere della vecchia chiesa. E tutto questo si è raccolto in una confusione nel moderno stato di potenza. Là dentro troverete i resti dell’antica teocrazia, i resti delle vecchie conquiste. E infine vennero anche le nuove conquiste, e la conquista più moderna dovrebbe essere ora la conquista dello stato attraverso il socialismo. Ma così non si deve veramente fare. Deve diventare qualcosa di nuovo, che completamente ripulisce da questi vecchi concetti e impulsi. Perciò conterà il fatto che ci occupiamo in questi studi anche dei concetti che stanno alla base. Dobbiamo oggi a ognuno che vuol parlare di cose sociali, dare esattamente spiegazione di cosa è diritto, cosa è potenza e cosa in realtà è un bene, un bene in forma di merci e simili. Su questo territorio vengono fatti gli errori più grandi. Voglio per esempio richiamare la vostra attenzione su uno: se non siete attenti a questo, fraintenderete molte cose nel mio libro.

Oggi prevale ampiamente l’opinione che merce è lavoro accumulato, che anche il capitale è lavoro accumulato. — Potete dire che sia inoffensivo avere tali concetti. Non è inoffensivo, perché tali concetti avvelenano il pensiero sociale intero. — Come sta in realtà con il lavoro, il lavoro come dispendio di forza di lavoro? Sì, è così che c’è una grande differenza se io per esempio consumi la mia forza muscolare fisica, facendo sport, o se taglio legna. Se faccio sport, consumo la mia forza muscolare fisica, e posso diventare stanco e la mia forza di lavoro deve essere di nuovo sostituita come uno che taglia legna. La stessa quantità di lavoro posso usare nello sport come nel taglio della legna. La differenza non è là rispetto al fatto che deve essere di nuovo sostituita; la forza di lavoro deve naturalmente essere sostituita, bensì la differenza sta nel fatto che una forza di lavoro è usata solo per me, nel senso egoistico, l’altra nel senso sociale per la società. Per la funzione sociale si distinguono queste cose. Se dico ora che qualcosa è lavoro accumulato, allora non considero il fatto che il lavoro effettivamente cessa, di essere in qualcosa nel momento in cui non si lavora più. Non posso dire: Il capitale è lavoro accumulato —, bensì devo dire: Il lavoro c’è solo fin quando viene eseguito.

Ma nel nostro ordine sociale odierno il capitale mantiene il potere di evocare il lavoro di nuovo sempre. Non nel fatto che Marx intende che il capitale è lavoro accumulato, sta il fatale, bensì nell’istituzione che il capitale dà il potere, nuovo lavoro, non lavoro accumulato, ma nuovo lavoro sempre di nuovo di mettere al suo servizio. Da questo dipende molte cose. Da questo dipenderà ancora molto, che si arriva a concetti chiari, fondi nella realtà su queste cose. E da tali concetti, che ora stanno completamente dentro la realtà, questo mio libro va. Questo non conta con tali concetti che erano completamente utili per l’educazione del proletariato. Oggi dove si deve costruire, questi concetti non hanno più senso.

Vedete, se dico: il capitale è lavoro accumulato —, così è bene per l’educazione del proletariato. Riceveva i sentimenti che doveva ricevere. Non contava che il concetto è fondamentalmente falso. Educare si può anche con concetti fondamentalmente falsi. Ma costruire qualcosa, questo si può fare solo con concetti giusti. Perciò abbiamo oggi in tutti i campi dell’economia nazionale concetti corretti e non possiamo più lavorare con concetti falsi. Non dico questo da frivolezza, che si può educare anche con concetti falsi, bensì da principi generali di educazione. Se raccontate favole ai bambini, non volete costruire qualcosa con quelle cose che sviluppate. Per l’educazione conta un’altra cosa che conta per la costruzione nella realtà fisica. Allora bisogna lavorare con concetti veri. Un’idea come: «Il capitale è lavoro accumulato», è un concetto. Il capitale è potenza e dà potenza, sempre di nuovo di mettere in proprio servizio lavoro nascente. Questo è un vero concetto con logica dei fatti. Con veri concetti bisogna lavorare su questi campi. Questo è stato tentato con queste cose. Perciò credo che molti di quello che non sta dentro alla definizione dei concetti, alla caratterizzazione dei concetti, deve essere elaborato. E chi allora può contribuire che questo sia elaborato, quello che si ha bisogno per comprendere, cosa la forma di pensiero, la base di questo libro, farà molto bene a queste serate di studio.

Allora vi conta specialmente che quello che — sì, non è vero, bisognerebbe scrivere un lessico se si volessero chiarire tutti i concetti —, ma quello che è «capitale», è quello che può essere risolto in una serata di studio di genere. Perché senza il fatto che si sia oggi chiaramente compreso: Cosa è effettivamente capitale? Cosa è merce? Cosa è lavoro? Cosa è diritto? — senza questi concetti non si procede. E questi concetti sono completamente confusi nei circoli più larghi, devono sopra tutte le cose essere corretti.

15°Appello «Al popolo tedesco e al mondo della cultura!» (volantino, marzo 1919)

Il popolo tedesco credeva di aver eretto solidamente, per tempi illimitati, il suo edificio di stato costruito mezzo secolo fa. Nell’agosto 1914 pensava che la catastrofe bellica, di cui si trovava all’inizio, avrebbe provato questo edificio come inespugnabile. Oggi può solo guardare alle sue rovine. Deve intervenire l’auto-consapevolezza dopo tale esperienza. Perché questa esperienza ha provato l’opinione di mezzo secolo, ha provato specialmente i pensieri dominanti degli anni di guerra come errore che agisce tragicamente. Dove si trovano i fondamenti di questo errore fatale? Questa domanda deve spingere l’auto-consapevolezza nelle anime dei membri del popolo tedesco. Se ora la forza per tale auto-consapevolezza è presente, da essa dipende la possibilità di vita del popolo tedesco. Il suo futuro dipende dal fatto che possa formulare la domanda in modo serio: Come sono caduto nel mio errore? Se la formula adesso, allora gli brillerà l’intuizione che mezzo secolo fa ha fondato un regno, ma ha omesso di assegnare a questo regno un compito che provenisse dalla sostanza del carattere del popolo tedesco. — Il regno era fondato. Nei primi tempi della sua esistenza ci si è sforzati di ordinare le sue possibilità di vita interne secondo le esigenze che si mostravano da anno ad anno attraverso le tradizioni antiche e i bisogni nuovi. Successivamente ci si è spinti al fissare e ingrandire la posizione di potenza esterna fondata su forze materiali. Con questo si sono collegate misure rispetto alle esigenze sociali nate dai nuovi tempi, che certamente tenevano conto di quello che il giorno mostrava come necessità, che però mancavano di un grande fine, come avrebbe dovuto risultare da un’intuizione delle forze di sviluppo a cui l’umanità nuova deve volgersi. Così il regno era collocato nella coesione mondiale senza compito sostanziale, che giustificasse il suo essere. Il corso della catastrofe della guerra ha rivelato questo in modo triste. Fino allo scoppio della stessa il mondo al di fuori della Germania non aveva potuto vedere nel comportamento del regno nulla che avrebbe potuto suscitargli l’opinione: i gestori di questo regno compiono una missione storica mondiale che non deve essere spazzata via. Il non-trovamento di tale missione da parte di questi gestori ha necessariamente prodotto nel mondo al di fuori della Germania quell’opinione, che per chi veramente ha intuizione è il fondamento più profondo della caduta tedesca.

Infinitamente molto dipende ora per il popolo tedesco dalla sua valutazione spassionata di questa situazione di fatto. Nella sventura dovrebbe emergere l’intuizione che nei cinquanta anni passati non ha voluto mostrarsi. Al posto del piccolo pensiero sulle richieste più immediate del presente dovrebbe ora subentrare una grande visione della visione della vita, che si sforza di riconoscere con forti pensieri le forze di sviluppo dell’umanità nuova, e che con volontà coraggiosa si dedica a esse. Dovrebbe cessare la ricerca meschina che rende innocui tutti coloro che rivolgono lo sguardo a queste forze di sviluppo come idealisti impraticabili. Dovrebbe cessare l’arroganza e la superbia di coloro che si pensano come pratici, ma che tuttavia hanno portato la sventura attraverso il loro senso ristretto mascherato come pratica. Dovrebbe essere considerato quello che come idealisti calunniati, ma in verità come pratici reali dicono sui bisogni di sviluppo del nuovo tempo.

I «pratici» di tutti gli orientamenti hanno visto certamente il sorgere di richieste completamente nuove dell’umanità da lungo tempo. Ma volevano rendere giustizia a queste richieste all’interno della struttura di abitudini di pensiero e di istituzioni tramandate da sempre. La vita economica del nuovo tempo ha prodotto le richieste. Il loro soddisfacimento sulla via dell’iniziativa privata sembrò impossibile. Il trasferimento del lavoro privato in quello societario si imponeva per una classe di popoli su singoli campi come necessario; e fu realizzato dove sembrò a questa classe di popoli secondo la sua visione della vita come vantaggioso. Il trasferimento radicale di tutto il lavoro individuale in quello societario diventò l’obiettivo di un’altra classe, che dallo sviluppo della nuova vita economica non ha interesse nel mantenimento degli scopi privati tramandate.

Tutte le aspirazioni che finora sono apparse in considerazione delle nuove richieste dell’umanità, hanno in comune qualcosa. Spingono verso la socializzazione del privato e contano con ciò l’assunzione di quest’ultimo da parte delle comunità (stato, comune), che provengono da premesse che non hanno nulla a che fare con le nuove richieste. Oppure anche, si conta con comunità nuove (per esempio cooperative), che non sono pienamente sorte nel senso di queste nuove richieste, ma che dalle abitudini di pensiero tramandate sono state modellate sulle vecchie forme.

La verità è che nessuna comunità formata nel senso di queste vecchie abitudini di pensiero può accogliere quello che si vuol farle accogliere. Le forze del tempo spingono verso l’intuizione di una struttura sociale dell’umanità, che guarda completamente a cosa diversa da quello che oggi comunemente è guardato. Le comunità sociali finora si sono formate per la maggior parte dagli istinti sociali dell’umanità. Penetrare le sue forze con piena consapevolezza diventerà compito del tempo.

L’organismo sociale è articolato come il naturale. E come l’organismo naturale deve compiere il pensare attraverso la testa e non attraverso il polmone, così l’organismo sociale ha bisogno dell’articolazione in sistemi, da cui nessuno può assumere il compito dell’altro, ciascuno però deve cooperare con gli altri mantenendo la sua indipendenza.

La vita economica può prosperare solo se come membro autonomo dell’organismo sociale si forma secondo le sue proprie forze e leggi, e se non portasse confusione nella sua struttura per il fatto che si lascia assorbire da un altro membro dell’organismo sociale, quello che agisce politicamente. Questo membro che agisce politicamente deve invece esistere in completa autonomia accanto a quella economica, come nel naturale organismo il sistema respiratorio accanto al sistema cefalico. La loro cooperazione salutare non può essere raggiunta per il fatto che entrambi i membri vengono nutriti da un’unica organo di legislazione e amministrazione, bensì perché ciascuno ha la sua propria legislazione e amministrazione, che vivacemente cooperano. Perché il sistema politico deve distruggere l’economia se la vuol assumere; e il sistema economico perde le sue forze di vita se vuol diventare politico.

A questi due membri dell’organismo sociale deve in completa autonomia e dalle sue proprie possibilità di vita formarsi un terzo: quello della produzione spirituale, al quale appartiene anche la parte spirituale dei due altri campi, che deve essere loro tramandata da questo terzo membro, equipaggiato con un proprio ordinamento e amministrazione secondo leggi, ma che non può essere amministrata da loro e diversamente influenzata, come i sistemorganismi che stanno uno accanto all’altro di un organismo complessivo naturale si influenzano reciprocamente.

Si può già oggi fondare scientificamente in tutti i dettagli e costruire quello che qui è detto sulle necessità dell’organismo sociale. In questi elaborati possono essere messi solo gli orientamenti per tutti coloro che vorranno perseguire queste necessità.

La fondazione dell’imperio tedesco cadde in un’epoca in cui queste necessità si avvicinavano all’umanità nuova. La sua amministrazione non ha compreso di assegnare all’imperio un compito attraverso lo sguardo a queste necessità. Questo sguardo non solo avrebbe dato all’imperio la giusta struttura interna; avrebbe conferito anche alla sua politica esterna una direzione giustificata. Con una tale politica il popolo tedesco avrebbe potuto convivere insieme alle nazioni al di fuori della Germania.

Ora la consapevolezza deve maturare dalla sventura. Bisognerebbe sviluppare la volontà al possibile organismo sociale. Non una Germania che non c’è più dovrebbe stare di fronte al mondo esterno, bensì un sistema spirituale, politico ed economico con le loro proprie amministrazioni dovrebbero lavorare per ricercare di nuovo un possibile rapporto con coloro dai quali la Germania è stata abbattuta, quella che non ha saputo che proprio in contrasto con altre organizzazioni popolari è in primo luogo dipendente di guadagnare la sua forza attraverso la triarticolazione dell’organismo sociale.

Nel senso dello spirito si sente il grido dei pratici, che si lanciano sopra la complicatezza di quello qui detto, che trovano scomodo pensare solo alla cooperazione di tre corpi, perché non vogliono sapere nulla delle vere richieste della vita, bensì vogliono plasmare tutto secondo le comode richieste del loro pensiero. A loro deve diventare chiaro: o ci si abitua, con il tuo pensare, a piegarsi alle richieste della realtà, oppure non hai imparato nulla dalla sventura, bensì moltiplicherai quello creato per mezzo di quello ulteriormente nascente all’infinito.

L’autore dell’appello: Dott. RUDOLF STEINER Il Comitato: Prof. Dott. W. v. BLÜME, CONSIGLIERE DI COMMERCIO E. MOTT, Dott. ING. C. UNGER ASSOCIAZIONE PER LA TRIARTICOLAZIONE DELL’ORGANISMO SOCIALE Ufficio centrale Stoccarda, Champignystrasse 17 ## Annotazioni


In memoria di Frater Stefano Ravaglia

anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.

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