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Uomo terreno e uomo cosmico

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1°Per l'orientamento. Conferenza introduttiva

Berlino, 23 Ottobre 1911

Dopo una pausa estiva di lunga durata ci ritroviamo riuniti in questo ramo. È opportuno forse dedicare qualche parola a quello che la vita antroposofica comporta durante una simile interruzione stagionale, e in particolare a ciò che la vita antroposofica ha recato durante questa ultima pausa estiva, che per la nostra vita spirituale mitteleuropea ristretta non è stata affatto priva di significato. Ricordate che dal momento in cui qui ci siamo radunati per l’ultima volta prima della pausa estiva, iniziò la preparazione della manifestazione di Monaco. Questa manifestazione comincia abitualmente con una rappresentazione drammatica condotta nello spirito del nostro movimento spirituale. In questi ultimi anni siamo stati in grado di sviluppare sempre più tali rappresentazioni drammatiche. Dapprima presentammo una rappresentazione drammatica in apertura a un ciclo di conferenze a Monaco, l’anno scorso due, e quest’anno, benché con difficoltà considerevoli, abbiamo potuto prepararne addirittura tre.

Certamente tali manifestazioni comportano sempre rischi di varia natura e sotto svariati aspetti. Ma grazie all’impegno di sacrificio, davvero totale, di coloro che possono partecipare a queste realizzazioni antroposofiche artistiche, siamo riusciti a fare un inizio in questa direzione. Non possiamo designarlo se non come un inizio, il principio di un’opera che troverà prosecuzione come elemento importante della vita antroposofica anche quando noi non saremo più presenti in questi nostri corpi fisici. Eppure per le cose che vanno oltre il cerchio più ristretto dell’azione personale, cose che già sono pensate oltre i confini più intimi dell’agire individuale, occorre sempre un inizio. E coloro che vi partecipano inizialmente devono possedere, insieme alla necessaria modestia e alla necessaria forza, la consapevolezza di trovarsi di fronte a un inizio.

Uniamo sempre queste rappresentazioni a un ciclo di conferenze che riunisce non solo molti membri della nostra Società, ma anche numerosi amici della corrente geisteswissenschaftliche provenienti, possiamo dire oggi, da innumerevoli paesi europei. Ciò che particolarmente in quest’anno può apparire notevole, per colui che si sforzi di osservare esteriormente e interiormente le cose, sarà una duplice cosa. La prima è precisamente il modo in cui intendiamo portare la vita antroposofica anzitutto nell’arte. Questo ci sta particolarmente a cuore, poiché vogliamo che la vita spirituale si trasfonda in tutti i rami e tutte le manifestazioni dell’esistenza. Il fatto che ci sembri importante portarla nell’arte dipende da questo: la scienza dello spirito non vuole essere una mera teoria astratta e un insegnamento, bensì deve penetrare nella vita immediata per poter esercitare un’azione praticamente efficace.

È notevole in particolare presso le manifestazioni di Monaco il modo in cui la scienza dello spirito non intenda realizzare ciò attraverso procedimenti esteriori, attraverso artificiali speculazioni e contrivanze, bensì che dalla sua stessa vitalità interiore possa emanare una forza vitale per l’agire artistico. Questo si manifesta nel modo preciso in cui a Monaco gli antroposofi, quali partecipanti, si dedicano alle cose con intima devozione e sempre crescente comprensione. Si manifesta altresì nel fatto che nel 1909 abbiamo potuto preparare una rappresentazione, l’anno scorso due, e quest’anno, nonostante grandi difficoltà, addirittura tre. Se guardate alle cose stesse, potrete comprendere da un’opera come “La Prova dell’Anima” come effettivamente le osservazioni occulte possono essere utilizzate per creazioni artistiche esattamente nello stesso modo in cui lo sono le osservazioni della vita ordinaria. Potrei dire assai più a riguardo del vero nocciolo interiore della questione, se si dovesse parlare diffusamente del nervo interno della cosa.

Ciò che particolarmente attira l’attenzione a Monaco è l’afflusso costantemente crescente ai nostri eventi. Questo produce l’effetto che avvertiamo una grave insufficienza di spazio tanto nelle iniziative artistiche, quanto soprattutto nel ciclo geisteswissenschaftliche di conferenze. Per il ciclo stesso questa mancanza di spazio diviene tangibile esteriormente nel fatto che i partecipanti si sentono assai a disagio a causa del calore eccessivo nella sala. Ora naturalmente una facile obiezione sarebbe dire che allora si usi semplicemente una sala più grande. Ma questa scelta presenta difficoltà significative: la scienza dello spirito richiede, come ben sapete, una certa intimità nel suo svolgimento.

Così come è impossibile rappresentare veramente un antico drammaturgo greco in un circo — sebbene stando a certe notizie ciò accada anche ai nostri giorni; ma solo la mancanza totale di comprensione artistica può portare a che trovino consenso e persino approvazione presso cerchi più ampi. Si deve restare stupiti di ciò; d’altronde non sorprende se si sa quanto poco vi sia di artistico nella nostra epoca, tanto da ritenere possibile una simile cosa. Ebbene, così come è impossibile rappresentare un drammaturgo greco in uno spazio grande come un circo, in uno spazio così enorme, altrettanto impossibile è procedere così con la scienza dello spirito. Essa può ben svolgersi in un antico teatro greco, ma non in una sala di proporzioni che si estendano indefinitamente fino a diventare simili a un circo.

Debbo confessare francamente che, anziché passare qui a Berlino da quella sala della Casa dell’Architetto, che mi sembra rappresenti il massimo di grandezza possibile, a una sala ancora più grande, preferirei tenere questa medesima conferenza due volte nella Casa dell’Architetto piuttosto che una volta sola in una sala maggiore. Queste cose sono intimamente legate all’essenza interiore e intima della scienza dello spirito, tanto che forse oggi non sono ancora completamente comprese. Eppure quando tutto ciò che la scienza dello spirito contiene si diffonderà nei vari rami della vita, allora potranno essere intese. Per quanto riguarda le realizzazioni di Monaco, non è possibile procedere diversamente. Se in una sala piccola si vuol compiere qualcosa di autenticamente antroposofico, attraverso tutto ciò che si può fare in una sala piccola, allora la nostra vita antroposofica deve condurci a creare uno spazio appropriato per noi stessi. Questo ha portato al pensiero di erigere a Monaco una grande costruzione che ci consenta di avere veramente una casa propria per le esigenze del ciclo monacense.

Quanto successo avremo con ciò lo mostreranno i tempi venturi. È infatti assolutamente certo che, quando arriveremo a costruire l’edificio di Monaco, dovremo farlo presto, altrimenti perderemo i frutti più belli della nostra attività dalla ragione semplicissima che sarà possibile allora agire in modo appropriato proprio negli anni prossimi, se avremo a disposizione gli spazi necessari. Che qualcosa di significativo possa realizzarsi quando abbiamo la possibilità di costruire lo spazio noi stessi, l’abbiamo visto non solo negli inizi piccolini, ma ora di nuovo quando il ramo di Stoccarda ha costruito la prima casa antroposofica mitteleuropea. E coloro che erano presenti all’inaugurazione potranno essersi sufficientemente persuasi di quale significato reale abbia uno spazio interno consacrato nel senso antroposofico, e come sia del tutto diverso entrare in tale spazio rispetto a entrare in una sala ordinaria.

Questo è vero a prescindere dalle singole sottigliezze che esposi quando parlai a Stoccarda del significato del colore, della delimitazione dello spazio e così via per la coltivazione della conoscenza occulta in uno spazio di questo tipo. Abbiamo visto infatti che questo approfondimento, che perseguiamo nel campo dell’antroposofia, trova effettivamente in certo senso numerosissimi orecchi, numerosissimi cuori e anime già in Europa centrale, e probabilmente continuerà a trovarne sempre di più anche altrove. Abbiamo osservato come facilmente si possa manifestare in questa nostra epoca — e l’abbiamo dovuto constatare ancora e ancora — una sorta di desiderio che si affermi comodamente, di procurarsi cioè, con facilità, convinzioni e conoscenze dei mondi spirituali.

Credo che, quando ciclo di conferenze ha seguito ciclo di conferenze e sempre più si è richiesto al pensiero, all’approfondimento emotivo, alla diffusione della conoscenza dei vari campi della vita, anche della vita occulta, molti di coloro che hanno lottato con noi avranno talvolta sentito che noi, proprio in questa corrente della vita spirituale che chiamiamo nostra, non rendiamo la cosa facile alle persone. Se consideriamo tutto ciò che nel corso del tempo, per usare un’espressione triviale, si è accumulato — e veramente talvolta con mio stupore, molto si è accumulato presso il nostro tavolo di libri in cicli e scritti — tutto ciò che si è riunito nel corso degli anni e che fondamentalmente chi vuol veramente conoscere intimitamente la corrente che chiamiamo nostra deve esaminarsi almeno in una certa misura: consideriamo tutto questo, e allora possiamo dirci che non rendiamo la cosa facile a nessuno che voglia penetrare il mondo spirituale.

Tuttavia nel corso degli anni si è sempre più dimostrato che siamo davvero in grado di trovare l’orecchio, il cuore, l’anima della gente, nella misura in cui possiamo raggiungerli. Sebbene il Congresso delle sezioni europee a Genova, in un modo particolare che non occorre elucidar ulteriormente, non si sia realizzato, non si è affatto scoperto che da parte nostra, poiché il congresso non ebbe luogo, potessimo esultare. Si sarebbe potuto pensare che, essendo il congresso stato cancellato — fu annunciato all’ultimo momento, sulle cause e i motivi di ciò si parlerà in seguito —, avremmo potuto esultare e festeggiare. Ma si rivelò subito quanto fosse necessario impiegare diversamente questo tempo, così che durante il periodo in cui si sarebbe tenuto il Congresso di Genova vi furono conferenze a Lugano, Locarno, Milano, Neuchâtel e Berna.

In tal modo eravamo comunque in grado di agire in un ambito dove probabilmente sarebbe diventato difficile agire nei prossimi tempi. E se penso per esempio che proprio a Neuchâtel una loggia si è costituita con l’esigenza espressa di denominarsi secondo il nome di una grande individualità spirituale, dal nome di Christian Rosenkreutz, e aveva l’esigenza accentuata di ascoltare cose intime riguardo a questa individualità — cose che porterò qui in conferenza nei prossimi tempi —, se penso che per parlare di Christian Rosenkreutz era pur sempre necessario tutto ciò che nel corso degli anni abbiamo raccolto in verità occulte per comprendere questa singolare individualità, e che tuttavia un bisogno intimo era pienamente presente di ascoltare qualcosa di più interiore riguardo a questa individualità, allora devo dire: siamo riusciti a approfondirci geisteswissenschaftliche, benché non abbiamo reso particolarmente facile la cosa a coloro che lavorano con noi.

Eppure nonostante tutto, come rendiamo facile la cosa a coloro che veramente vogliono giungere a un approfondimento! Possiamo dirlo senza presunzione: la rendiamo facile. Considerate il fatto! Mi è stato ripetuto continuamente e ripetutamente che all’interno del nostro movimento geisteswissenschaftliche dobbiamo considerare l’ideale occulto come il fondamento di tutta la nostra vita antroposofica. Esiste in realtà soltanto un occultismo, una sola verità occulta. Non può veramente esistere un occultismo orientale e uno occidentale. Sarebbe altrettanto intelligente quanto distinguere una matematica orientale da una matematica occidentale. Ma questo o quel problema, questa o quella questione, può essere coltivato meglio in oriente o in occidente per la ricerca occulta a causa della natura peculiare dei popoli.

Perciò dobbiamo dire: quello che riguarda quel grande fenomeno che da anni designiamo qui come l’Apparizione del Cristo è il risultato delle ricerche occulte degli ultimi secoli all’interno delle scuole esoteriche europee, dei luoghi di coltivazione dell’occultismo europeo. Tutto quello che nel corso degli anni è stato detto riguardo all’individualità che chiamiamo Gesù di Nazareth, quello che è stato detto sui due bambini Gesù, riguardo all’ingresso del Cristo nel corpo di Gesù di Nazareth nel momento contrassegnato dal Battesimo di Giovanni nel Giordano, quello che è stato detto sul Mistero del Golgota e ciò che ora a Karlsruhe è stato detto sul Mistero della Resurrezione: tutto questo rappresenta verità che non potrebbero essere proclamate oggi se non fossero state coltivate le ricerche occulte dell’Occidente dalla metà del dodicesimo secolo fino ai nostri giorni.

Tuttavia non si può comprendere il Cristianesimo senza possedere queste verità. Non si può per esempio comprendere veramente il Cristianesimo senza avere comprensione della Resurrezione, neanche se si fosse il più grande teologo. Chi oggi parla come i teologi moderni non può comprendere il Cristianesimo. Cosa potrebbero fare infatti con la parola di Paolo: “Se Cristo non è risorto, allora il nostro insegnamento è vano, e vano è anche il vostro credere”? Insomma, senza comprensione della Resurrezione non c’è comprensione del Cristianesimo!

Ma bisogna anche riflettere che la ragione esteriore, la si applichi alla scienza dello spirito o alla scienza della natura, ha per sua natura il carattere di non poter affrontare cose come la Resurrezione. Il pensatore moderno dice: devo tracciare una linea attraverso tutto il mio edificio di pensieri se dovessi veramente credere alla Resurrezione e a ciò che è descritto nel Vangelo di Giovanni! Molti esseri umani hanno espresso questo dal loro profondo essere cosciente. Perciò è necessario che l’occultismo fornisca illuminazioni riguardo a questi fatti in Occidente.

Precisamente questi fatti, che riguardano i Misteri dell’Occidente, del Cristianesimo, non li possiede in misura conoscibile la direzione dell’occultismo orientaleggiante, nella misura in cui essa può divenire pubblicamente conosciuta. E perché? I popoli laggiù in Asia, eccetto le regioni intorno all’Asia Minore, il Cristo non li interessa, non li ha interessati. Non avevano il bisogno di indagarne l’essenza, non l’avevano attraverso i secoli e i millenni. Così vi sono in India e Tibet meravigliose dottrine occulte sulla natura del Buddha o dei Bodhisattva; ma nessuno si è particolarmente interessato di riflettere sulla natura del Cristo o persino di ricercare occultamente su di lui. Perciò non si può assolutamente pretendere dai rami orientali della teosofia che sappiano alcunché riguardo al Cristo.

Quando il movimento teosofico emerse nella storia, come voi tutti ben sapete, Helena Petrovna Blavatsky agì per esso in modo straordinario. Come agì in modo straordinario? Forse per il fatto che allora i “tre Principi” della Società Teosofica furono stabiliti, quelli che ancora oggi figurano sulle domande di iscrizione? Tutt’altro! Non certo per il fatto che si dicesse: deve esservi una Società che coltivi l’“Amore fraterno universale”! Infatti di tali società ve ne sono molte, e ogni persona che pensi normalmente considererà la coltivazione dell’amore fraterno universale come qualcosa che dovrebbe diffondersi.

Il modo straordinario in cui Helena Petrovna Blavatsky agì fu completamente diverso. Attraverso la sua attività, attraverso la sua dedizione incondizionata, attraverso i suoi scritti, essa fece penetrare nel mondo una mole straordinaria di verità occulte. E chi prende la “Isis Svelata” e la “Dottrina Segreta” che apparve anni dopo, dovrà dire a sé stesso: nonostante tutto quello che contro di essa si può obiettare, questi lavori contengono una somma immensa di verità, di cui fino a quel momento nel mondo spirituale, eccetto coloro che avevano ricevuto l’iniziazione, nessuno aveva alcun sospetto. E sebbene Madame Blavatsky fosse una mente disordinata e illogica, e abbia scritto cose che non avrebbero dovuto stare accanto alle comunicazioni dei grandi Maestri — questo approfondimento porterebbe troppo lontano ora — sebbene fosse una natura passionale e abbia spesso parlato come non si deve parlare, poiché nell’occultismo non si può parlare in modo tanto passionale e disordinato, sebbene si potrebbe dire che sarebbe bene prendere la “Isis Svelata” e tradurla di nuovo, pur tuttavia guardando a questa donna che portò tanta ricchezza occulta nel mondo nonostante tutte le sue imperfezioni e i suoi errori, dobbiamo riconoscere che attraverso lei qualcosa di straordinario è accaduto nel mondo.

Quando diciamo che l’Occidente ha il suo compito particolare nel campo dell’occultismo, quando diciamo che l’Occidente deve ricercare e comprendere il Mistero del Cristo sulla base della ricerca occulta, allora dobbiamo riconoscere che il primo passo significativo in questa direzione fu realizzato da Helena Petrovna Blavatsky. E precisamente perché ci troviamo in un’epoca storica in cui questo lavoro deve proseguire e approfondirsi, abbiamo il diritto e il dovere di occuparci di questioni che riguardano la natura dell’uomo terrestre e dell’uomo cosmico.

Questa è una delle questioni più profonde che la ricerca antroposofica contemporanea deve affrontare. Nel nostro tempo la scienza esteriore ha raggiunto, da una parte, un grande sviluppo nel campo delle conoscenze terrestri e materiali; dall’altra, molte anime sentono il bisogno di una comprensione più profonda del significato cosmico dell’esistenza umana. Diviene perciò sempre più necessario portare chiarezza su questo tema fondamentale. L’uomo moderno deve imparare a comprendere se stesso non soltanto come un essere terrestre, legato alle forze della materia e della gravità terrestre, bensì anche come un essere cosmico, partecipe delle forze e delle realtà che pervadono tutto l’universo.

Questo doppio aspetto dell’uomo costituisce il tema centrale del nostro lavoro odierno e dei giorni a venire. Solo attraverso una comprensione vera di entrambi questi aspetti potremo giungere a una vera saggezza riguardante l’uomo e il suo posto nell’ordine cosmico. L’uomo che cammina sulla terra, che sente i suoi piedi poggiare sulla materia solida, che percepisce il peso del suo corpo fisico, è un uomo terrestre. Ma lo stesso uomo, quando eleva lo sguardo verso il cielo stellato, quando sente la connessione profonda con le forze cosmiche che lo permeano, quando riconosce che il suo spirito proviene da realtà universali, diviene allora consapevole del suo aspetto cosmico.

Nel corso dei millenni l’evoluzione umana ha portato l’uomo a sviluppare sempre più la sua consapevolezza terrestre, a concentrarsi su ciò che è visibile e materiale. È stato un passo necessario e importante nello sviluppo umano. Ma ora, nel nostro tempo contemporaneo, è giunto il momento in cui l’uomo deve riconquistare la comprensione del suo aspetto cosmico, non abbandonando però la sua realizzazione terrestre, bensì integrandola in una visione universale più ampia.

La scienza dello spirito che coltiviamo, l’antroposofia, offre i mezzi per giungere a questa comprensione integrale. Attraverso la ricerca occulta genuina, attraverso l’indagine diretta nelle realtà spirituali, possiamo comprendere come l’uomo sia effettivamente un essere cosmico, come le forze che operano in lui provengano dalle profondità dell’universo, come il suo destino sia intrecciat con i ritmi e i cicli cosmici. Non si tratta di speculazioni astratte, bensì di conoscenze che possono essere acquisite attraverso lo sviluppo delle facoltà spirituali dormienti nell’uomo ordinario.

Il cammino che abbiamo intrapreso insieme, all’interno di questa corrente di ricerca geisteswissenschaftliche, è un cammino che mira a illuminare questa doppia natura dell’uomo. Nei prossimi giorni e nelle conferenze a venire approfondiremo questi temi in modo sempre più concreto e particolareggiato. Analizzeremo cosa significhi veramente essere un uomo terrestre nel senso antroposofico, quali siano le forze che lo legano al nostro pianeta, come queste forze operino nella sua costituzione. Esamineremo poi come l’uomo sia simultaneamente un essere cosmico, come le stelle e i pianeti operino in lui, come il suo spirito sia connesso alle gerarchie spirituali universali.

Questo insegnamento non è nuovo in assoluto. Gli antichi iniziati conoscevano la verità dell’uomo cosmico. Nel corso dei millenni questa conoscenza è stata custodita nelle scuole esoteriche, tramandata da iniziato a iniziato, protetta dall’incomprensione del mondo esteriore. Ma ora, nell’epoca contemporanea, essa deve divenire accessibile a un numero crescente di persone: non più riservata a pochi eletti, bensì destinata a coloro che sinceramente la cercano e sono disposti a intraprendere il cammino della ricerca interiore.

Helena Petrovna Blavatsky, attraverso i suoi scritti, ha aperto le porte a questa conoscenza, ha portato la Dottrina Segreta dalla segretezza alla luce pubblica. Non perfettamente, come abbiamo notato, non sempre con la chiarezza desiderata, ma con una straordinaria dedizione al compito di portare la verità occulta nel mondo. E il movimento che ella iniziò, la teosofia, ha preparato il terreno per il movimento antroposofico contemporaneo.

Noi continujamo questo lavoro con consapevolezza ancora più chiara, con una dedizione ancora più profonda al compito di unire la ricerca occulta con l’applicazione pratica della conoscenza alla vita. Vogliamo che la comprensione dell’uomo cosmico non rimanga una verità teorica, bensì diventi una realtà viva nel cuore e nell’anima di coloro che la abbracciano. Vogliamo che questa conoscenza trasformi la vita, che innalzi l’uomo a una consapevolezza più ampia di sé stesso e del suo posto nell’universo.

Il tema dell’uomo terrestre e dell’uomo cosmico è dunque il tema fondamentale della ricerca contemporanea. È il tema che riunisce in sé tutte le altre questioni che affrontiamo: il significato della reincarnazione, il ruolo del karma, la natura dell’anima, la struttura dei mondi spirituali, il cammino della evoluzione umana. Tutti questi temi trovano la loro risposta completa solo quando comprendiamo pienamente il doppio aspetto dell’uomo, il suo radicamento terrestre e la sua connessione cosmica.

Nei giorni che verranno esamineremo come la costituzione umana rifletta questa duplicità. Scopriremo come il corpo fisico, i corpi più sottili e lo spirito stesso dell’uomo siano organizzati in relazione sia alle forze terrestri sia alle forze cosmiche. Vedremo come il respiro cosmico fluisce attraverso ogni aspetto dell’essere umano, come i ritmi dell’universo si esprimono nel battito del cuore, nel ciclo della veglia e del sonno, nel cammino della vita dall’infanzia alla vecchiaia.

La ricerca occulta contemporanea rivela che ogni organo del corpo umano è governato da forze che provengono dal cosmo. Il cuore non è soltanto una pompa di sangue, come la scienza materialista insegna: esso è il centro di una forza cosmica, il punto di incontro tra le forze terrestri e quelle celesti. Il cervello non è soltanto una macchina per produrre pensieri, bensì è uno strumento attraverso cui le gerarchie spirituali si esprimono nel mondo fisico. Ogni cellula del nostro corpo contiene in sé le tracce di processi cosmici, portatori di saggezza che proviene dalle profondità del tempo.

Quando comprendiamo questa verità, quando realizziamo che siamo fatti della medesima materia delle stelle, che i nostri corpi sono condensazioni di forze cosmiche, allora incomincia una trasformazione nella nostra consapevolezza. Cessiamo di vederci come esseri casualmente sorti in un universo indifferente, e iniziamo a riconoscerci come membri consapevoli di un ordine cosmico intelligente e intenzionale.

L’insegnamento sull’uomo cosmico non è mera filosofia speculativa. È una conoscenza viva che può essere verificata attraverso lo sviluppo delle facoltà spirituali. Chiunque si dedichi seriamente al cammino della ricerca antroposofica può, in misura che corrisponda ai suoi sforzi sinceri, giungere a percezioni dirette di questa realtà. Può verificare personalmente che il suo essere non è confinato all’interno della pelle del corpo fisico, ma si estende attraverso l’aura spirituale verso infinite distanze. Può sperimentare come le forze cosmiche fluiscono continuamente attraverso di lui, nutrendolo, sostenendolo, guidandolo verso il suo destino.

Ma per giungere a questa percezione diretta è necessario un lavoro interiore paziente e metodico. Non si tratta di fantasia o di immaginazione romantica, bensì di sviluppo scientifico e rigoroso delle facoltà spirituali umane. L’antroposofia fornisce le indicazioni precise, i metodi collaudati nel corso dei secoli, per questo sviluppo. Fornisce la conoscenza teorica che prepara la mente a riconoscere le esperienze spirituali quando si presentano.

Nel corso della nostra ricerca comune procederemo passo dopo passo, construendo una comprensione sempre più profonda e completa dell’uomo. Inizieremo dai fatti più prossimi alla nostra percezione ordinaria, e da lì procederemo gradualmente verso verità più profonde e sottili. In questa via non vi sarà alcuno salto arbitrario, alcuno iato ingiustificato tra il conosciuto e l’ignoto. Tutto sarà collegato in una catena di comprensione logica, sebbene questa logica travalichi i confini della ragione esteriore ordinaria.

Questo è il vero significato della ricerca geisteswissenschaftliche nel nostro tempo. Non si tratta di sfuggire dal mondo, bensì di comprendere il mondo in tutta la sua profondità. Non si tratta di negare i risultati della scienza materiale, bensì di aggiungervi una dimensione più ampia di comprensione. La scienza ordinaria studia le manifestazioni esteriori dei fenomeni. La scienza dello spirito studia le forze spirituali e intelligenti che stanno dietro a queste manifestazioni esteriori.

Quando entrambe queste prospettive vengono riunite in una visione unificata, accade allora qualcosa di straordinario. Comprendiamo come la materia sia spiritualità cristallizzata, come lo spirito agisca sempre e dappertutto attraverso la materia. Comprendiamo come non vi sia divisione reale tra il spirituale e il materiale, bensì piuttosto una gradazione continua di stati e di forme di essere, dal più grossolano al più sottile.

L’uomo occupa un posto speciale in questo gradazione. È un microcosmo che contiene in sé le intere gerarchie cosmiche. Nel suo corpo fisico portà l’eredità della Terra. Nel suo corpo eterico portà l’eredità del Sole. Nel suo corpo astrale portà l’eredità delle stelle. Nel suo io portà il seme dell’Io Cosmico universale. Quando comprendiamo l’uomo in questo modo, quando percepiamo questa ricchezza della sua vera natura, comprendiamo allora anche il significato profondo di ogni aspetto della nostra ricerca e della nostra pratica.

La via che percorriamo insieme non è solamente un’acquisizione intellettuale di conoscenze. È una trasformazione dell’intero essere umano. È l’inizio di un cammino che porta verso la saggezza vera, verso la libertà vera, verso l’amore vero. Perché solo quando comprendiamo veramente la natura dell’uomo cosmico, quando realizziamo la nostra connessione profonda con tutto ciò che esiste, allora il nostro amore per l’umanità e per l’universo assume una qualità nuova. Cessa di essere un sentimento vago e generico, e diviene una forza consapevole e intenzionale che guida le nostre azioni e le nostre parole.

Questo è il culmine della ricerca antroposofica: non l’accumulo di conoscenze interessanti, bensì la trasformazione del cuore e dell’anima, la realizzazione della nostra vera natura come esseri cosmici, la riscoperta della nostra casa originaria nello spirito universale. Quando questo avviene, quando l’uomo si riscopre come uomo cosmico mentre rimane completamente fedele ai suoi doveri terrestri, ha raggiunto allora la meta che la ricerca geisteswissenschaftliche si propone.

Nei giorni che seguiranno questo tema sarà il nostro studio principale e il nostro approfondimento costante. Vedremo come questa comprensione si applica concretamente a tutti gli aspetti della vita umana, alla salute, all’educazione, alle relazioni sociali, al compito morale di ogni singolo nell’evoluzione dell’umanità. Scopriremo come la conoscenza teorica dell’uomo cosmico diviene pratica viva che illumina il cammino della nostra ricerca quotidiana e del nostro servizio al bene universale.

Voglio concludere queste osservazioni preliminari richiamando l’attenzione su un fatto importante. La comprensione dell’uomo cosmico non è un lusso spirituale per pochi mistici sognatori. È una necessità vitale per l’umanità contemporanea, soprattutto considerando le sfide che il nostro tempo presenta. Nel momento in cui la civiltà materialista domina il pensiero di miliardi di persone, quando la visione meccanicistica dell’universo e della vita umana si è radicata profondamente nella coscienza collettiva, allora è precisamente il momento di portare una luce nuova, una comprensione vivente che ri-spiritualizzi la nostra percezione della realtà.

Non è un compito facile, come abbiamo detto. La nostra corrente geisteswissenschaftliche non promette vie brevi o facili. Richiede dedizione, serietà, impegno sincero. Richiede che ogni individuo diventi responsabile della propria ricerca e del proprio sviluppo spirituale. Non possiamo delegare ad altri la nostra evoluzione. Ogni anima deve percorrere consapevolmente il cammino verso la saggezza cosmica.

Eppure il fatto che così tanti si radunano qui, che tanti sacrificano il loro tempo e le loro risorse per partecipare a questi insegnamenti, che così tanti cuori sono aperti alla verità dello spirito, ci dà speranza per il futuro. Significa che la consapevolezza umana è pronta a evolversi, che gli ostacoli e i pregiudizi del materialismo iniziano a cedere di fronte al bisogno profondo di verità che abita in molte anime contemporanee. Proprio attraverso questa apertura del cuore e della mente, proprio attraverso questo sacrificio sincero e questo impegno dedicato, l’umanità trova la forza di elevarsi verso comprensioni più alte e più vere di sé stessa e del suo rapporto con il cosmo.

2°I testimoni dei tempi passati nelle culture contemporanee

Berlino, 19 Marzo 1912

Desidero oggi, per introdurre le nostre considerazioni, raccontarvi due storie di carattere narrativo. La prima storia, dal che ometto i dettagli più precisi, sarebbe la seguente:

Vivevano una volta due ragazzi. Questi due ragazzi erano intimamente amici sin dalla più tenera infanzia. L’uno era dotato in modo particolare, imparava con straordinaria facilità e nel suo crescere giunse ben presto a destare le migliori speranze di conseguire un titolo accademico elevato. L’altro era meno dotato. Poiché il suo amico lo amava moltissimo, doveva essere continuamente istruito da lui; gli si doveva venire incontro, ma poteva imparare assai poco. All’inizio questo non nuoceva eccessivamente alla sua vita esterna, in quanto possedeva una piccola eredità che gli consentiva di vivere. Il ragazzo che era il più dotato, ormai giunto a giovane età e prossimo a conseguire un titolo accademico, però morì. Poiché nella regione dove si svolge questa storia era usanza fondare una famiglia assai presto, l’altro ragazzo, il meno dotato, dovette già prendersi cura della famiglia del defunto. Lo fece, ma così perdette ben presto la sua eredità. Allora si disse: Poiché i doni spirituali del mio amico si sono rivelati così effimeri, anche i miei beni esteriori presto svaniranno; devo quindi ora fondare un’esistenza esteriore. Lo fece diventando mercante. Doveva viaggiare moltissimo. Un giorno, mentre era seduto davanti a una casa in una regione sconosciuta, si avvicinò a lui un uomo straordinariamente grande. Quest’uomo dava l’impressione di non aver mangiato per molti giorni e di soffrire una fame terribile. L’altro ebbe pietà e gli fece portare del cibo: fu consumato assai rapidamente. Il mercante viaggiatore vide ciò e rimase straordinariamente stupito. E poiché il primo pasto non bastava a saziare la sua fame, gli portò un secondo. Il grande uomo lo mangiò con lo stesso vorace appetito.

Allora disse che per essere saziato avrebbe ancora dovuto avere un intero prosciutto e moltissimi dolci. Li mangiò tutti e poi sembrò saziato da questo pasto straordinariamente abbondante. Per questo evento divennero amici, il grande e il piccolo uomo, e intrapresero il viaggio insieme. Però ben presto il grande divenne molto noioso al piccolo, e questi disse che poteva fare a meno della sua compagnia. Ma il grande lo assicurò della sua amicizia e disse che non l'avrebbe abbandonato né nel dolore né nella gioia. Allora il piccolo ebbe il desiderio di chiedere al grande della sua vita. Questi rispose: Sulla terra non ho una casa, sul mare non ho una barca; di giorno abito nel villaggio, di notte nella città. Queste espressioni all’inizio il piccolo le comprendeva assai poco. Accadde allora che dovessero attraversare un largo fiume. La nave su cui stavano entrambi si rovesciò e affondò. I due, il piccolo e il grande, caddero in acqua. Il grande si sollevò straordinariamente veloce, portò il piccolo in un luogo sicuro, riportò anche la barca, vi mise dentro l’uomo, poi tuffatosi di nuovo sott’acqua, recuperò tutti i tesori commerciali che il piccolo voleva trasportare, fino all’ultimo dettaglio che era sprofondato. Allora il piccolo naturalmente provò un rispetto straordinario verso il grande, e intrapresero varie conversazioni, alcune di grande profondità. Così il piccolo disse al grande: Ahi, se solo si potesse elevarsi consapevolmente verso il cielo, e se fosse possibile sapere quello che accade lassù! E il grande rispose: Forse hai voglia di elevarti nell’aria? E quando il piccolo acconsentì, ben presto sentì una specie di stanchezza e si addormentò. Quando si svegliò, vide in alto le stelle come filamenti nel calice del loto celeste; riuscì perfino a coglierne una e la nascose nella manica. Vide poi giungere una grande nave draconica, tirata e guidata da dragoni. Su di essa c’era un grande vaso d’acqua, e il grande attirò l’attenzione del piccolo, che ora era con lui nelle nuvole, sul fatto che si potesse versare quest’acqua in modo che gocciolasse sulla terra.

Il piccolo comprese che si trovava nella condizione in cui normalmente si trovano gli spiriti dell’aria quando lasciano cadere la pioggia sulla terra. Chiese soltanto al grande di versare l’acqua dal vaso sopra il suo paese natale. Poi gli chiese di farlo scendere di nuovo sulla terra con una corda. Ma il grande prima gli disse ancora: Guarda, tu mi hai salvato; sono un figlio del dio del tuono e devo svolgere il mio compito nel dotare la terra di pioggia e così via; e poiché per un po’ non ho svolto il mio compito come si deve, ho dovuto vivere la vita che conosci. Poi lo fece scendere di nuovo sulla terra. Questi ritornò allora nel suo paese natale e portò con sé anche la stella che aveva colto nel prato celeste, e la mise sul suo tavolo. Questa illuminava meravigliosamente l’intera stanza; si poteva leggere al suo splendore, durante il giorno sembrava un semplice meteorite, però di notte brillava meravigliosamente. Così andò avanti finché la moglie dell’uomo, alquanto vanitosa, un giorno si pettinò alla luce della stella; a lui non piacque e la stella divenne sempre più piccola. Un giorno la moglie ebbe il singolare impulso: ingoio la pietra! E la conseguenza fu che il piccolo uomo improvvisamente vide l’apparizione dell’uomo grande che gli era ben noto, che gli disse: Guarda, per ciò che è accaduto ora, posso raggiungere un particolare stadio di sviluppo. Ora, come figlio del dio del tuono, potrò venire sulla terra per un po’: tua moglie mi partorirà come suo figlio; sarò tuo figlio! E infatti fu generato come figlio di questo uomo. Questo figlio aveva la proprietà di brillare al buio come una volta la stella, cosicché lo chiamavano anche il bambino stellare. Così crebbe. Sebbene il suo splendore diminuisse con la crescita, si manifestava però sotto forma della sua grande capacità. Ben presto divenne un uomo straordinariamente significativo nella vita.

Ecco la prima storia. Ora voglio raccontarvi una seconda storia simile:

C’era una volta un uomo che si potrebbe paragonare a un consigliere di stato. Questi abitava con la sua famiglia una casa straordinariamente bella e spaziosa. Però dopo qualche tempo si verificò qualcosa di assai curioso: di giorno, e soprattutto di notte, in questa casa non si poteva avere alcuna pace; si veniva spinti continuamente da tutte le parti, pizzicati, tutte le cose si venivano a gettare addosso, insomma, un terribile disturbo di fantasmi si manifestò. Perciò si abbandonò la casa e se ne occupò un’altra. Si lasciò soltanto un servo alla guardia. Ma questo servo morì assai presto, dopo pochi giorni. Ben presto se ne mandò un secondo; anche questi morì. Con un terzo accadde lo stesso, cosicché si voleva ormai lasciare la casa senza servo. Allora giunse un giovane uomo, un libero pensatore che doveva prepararsi a un esame e voleva occupare questa casa. Il consigliere l’avvertì: lì non si poteva mai uscir fuori vivi, certo si sperimentavano le cose più terribili. Ma il giovane disse: Ho appena scritto un trattato sull’«irrealtà dei fantasmi», che è una prova del fatto che i fantasmi non esistono. Potrei scriverne ancora molti altri, e un uomo che ha scritto simili cose non ha paura di quello che accade in una casa siffatta! Allora il consigliere si lasciò convincere a cedergli la casa. Il giovane uomo prese una grande quantità di libri che voleva studiare e si sedette per cominciare il suo lavoro. Ma non passò molto che qualcosa lo pizzicava ora da un orecchio, ora dall’altro, ora da altre parti, insomma, veniva molestato in mille modi. E quando andava a dormire, allora le cose peggioravano. Non aveva requie la notte intera, e il buon libero pensatore cominciò ad avere una paura terribile. Ma non voleva essere consegnato alla vergogna e perciò resistette fermamente. E poiché aveva così resistito, gli si mostrarono anche le figure fantasmatiche che si curvavano sui suoi libri, per esempio facevano il gioco di chiudergli gli occhi quando voleva leggere, e cose simili. Il buon uomo era piuttosto coraggioso, ma la faccenda era comunque terribile. Così continuò finché per la sua bontà d’animo instaurò una specie di amicizia con due esseri spirituali che continuavano a molestarlo da tutte le parti. Allora fece la scoperta: questi non sanno leggere, ma vorrebbero imparare. E così si rivelò che egli istituì una vera scuola per fantasmi e li istruì nel copiare varie cose che stavano nei suoi libri e così via. Erano tremendamente grati a lui per questo, e così ognuno imparò qualcosa. Per lui ora il contatto con i fantasmi era diventato assai piacevole, e i fantasmi che abitavano la casa avevano perfino tratto vantaggio da lui. Così si avvicinò il tempo in cui doveva sostenere il suo esame. Aveva imparato così tanto sotto questo intrattenimento vario che speranzava di potere affrontare l’esame. Però aveva un nemico. Questi riuscì a diffondere la voce che egli avesse sottratto i suoi esami scritti. Poiché in quel paese si era straordinariamente severi in tali questioni e perché all’inizio gli si credette, lo rinchiusero per questo. Ora era in prigione, e lo rinchiusero per lungo tempo e non gli diedero nemmeno nulla da mangiare. Un giorno però una delle sue amiche fantasmi gli portò del cibo. Portò allora anche l’altra con sé, e lo provvidero di tutto quello che gli serviva. Perciò fra lui e una delle amiche fantasmi nacque un’amicizia ancora molto più grande di quella che già esisteva. E la conseguenza fu che, dopo che la sua innocenza fu provata e fu rimesso in libertà, egli ora teneva la sua amica fantasma, sebbene prima avesse «provato» l’irrealtà dei fantasmi, per così «reale» che decise perfino di sposarla! Ma essa disse che nella condizione in cui si trovava, non poteva sposarsi, perché apparteneva al mondo spirituale. Se però andasse da un certo prete mago e gli chiedesse consiglio, ci sarebbe una soluzione. Così andò dal prete mago, e questi gli diede un incantesimo, dicendogli: La sua amica fantasma dovrebbe, quando passasse un corteo funebre, ingoiare proprio l’incantesimo presso la bara, allora potrebbe divenire umana e sposarlo. Non molto dopo dovette veramente aver luogo un funerale lì. Allora l’amica fantasma si avvicinò al corteo funebre, ingoiò l’incantesimo e scomparve istantaneamente nella bara. Furono oltremodo sorpresi di vedere la figura che era visibile esternamente – perché era divenuta visibile anche agli altri quando ingoiò l’incantesimo – scomparire nella bara. Posero quindi la bara a terra, l’aprirono, ma si rivelò che non c’era nessun cadavere dentro. Il funerale quindi non poté aver luogo. Invece però dopo alcuni giorni l’amica fantasma venne dall’amico e gli raccontò che lei era ormai divenuta la persona che era stata in quella bara e che ora potevano unirsi coniugalmente. E così ormai i due, che si erano conosciuti nella casa dei fantasmi, continuarono a vivere insieme come sposi.

Se riflettete un poco su queste due storie, dovrete confessarvi qualcosa. Se sfogliate dappertutto la letteratura che è accessibile agli europei, non troverete storie simili, e nemmeno se risalite ai tempi più antichi della credenza nei fantasmi. Trovate un’irruzione del mondo spirituale nel mondo umano. Ma in tale modo che nel momento in cui leggete il racconto, avete necessariamente l’opinione: non si potrebbe far irrompere il mondo spirituale in quello umano in modo più naturale - non troverete nella letteratura europea narrazioni novellistiche simili. Sono assai particolari. Se si osserva il modo in cui si procede in queste narrazioni, colpisce la particolarità che per esempio nel primo racconto si dice: Una stella nasce come figlio di un uomo e continua a vivere sulla terra come uomo! Così che per una coscienza che pensa come sta alla base del primo racconto, è una cosa ovvia che sulla terra vi sono esseri che sono originariamente imparentati con gli esseri umani, e che quelli che camminano sulla terra come uomini potrebbero essere veramente esseri stellari incarnati. Questo è una cosa completamente ovvia del primo racconto. Nel secondo è alla base il fatto che un uomo che si unisce, si unisce addirittura coniugalmente con un altro essere umano, conosce per primo questo altro essere nel mondo spirituale, e che questo essere allora scende nel mondo fisico e continua a vivere lì. Dunque uno sviluppo completamente simile come nel primo racconto. Questa coesistenza assai particolare con il mondo spirituale – non solo come la troviamo nelle nostre leggende e tradizioni europee, ma su un fondamento completamente diverso, come discuteremo subito – così particolare come lì non l'incontriamo in tutta la letteratura europea, a meno che nella letteratura moderna non venissero imitate tali cose.

Ora ricordate qualcosa che ho detto in una dei recenti discorsi pubblici. Lì ho parlato, come si può fare in un discorso pubblico, del corso dello sviluppo terrestre e dell’origine dell’uomo collegato con lo sviluppo terrestre. Ho attirato l’attenzione sul fatto che ciò che noi ora chiamiamo lo sviluppo dell’umanità ha avuto inizio relativamente tardi. Oggi parliamo dello sviluppo dell’uomo e dell’umanità in tal modo che diciamo: quando un uomo entra nell’esistenza terrestre fisica, viene dapprima ciò che noi chiamiamo il suo nucleo essenziale interno, da un’incarnazione precedente. Questi lavora nell’uomo entro un certo raggio di azione, forma plasticamente gli organi più fini, il cervello, la corporalità più fine in generale, insomma, abbiamo nell’uomo un nucleo essenziale spirituale-animale che viene da incarnazioni precedenti e che si riveste di ciò che viene dagli antenati e si trasmette attraverso le generazioni mediante l’eredità fisica. Così abbiamo in un uomo che appare sulla terra l’insieme di ciò che viene da incarnazioni precedenti, con ciò che viene di generazione in generazione e si avvolge intorno a ciò che passa da un’incarnazione all’altra. Ora ho detto che questo tipo di sviluppo dell’umanità è entrato in vigore soltanto durante il tempo atlantico, quando su terra si presentarono condizioni che rendevano possibile uno sviluppo simile dell’uomo e dell’umanità. E ho fatto cenno al fatto che a questo tipo di sviluppo dell’umanità ne precede un altro, in cui veramente l’uomo non è entrato nell’esistenza terrestre per mezzo dell’interazione tra uomo e donna e della riunione di quello che viene dall’uomo e dalla donna, con quello che passa attraverso le diverse incarnazioni, bensì che se risaliamo più lontano nello sviluppo terrestre, arriviamo a un modo completamente diverso di origine e inizio umano, perché la terra è divenuta nel corso del tempo ciò che è divenuta soltanto nei tempi postatlantici. Non tanto fondamentalmente diversa dalla configurazione attuale della terra era l’ultimo tempo atlantico. Ma il primo tempo atlantico era tanto fondamentalmente diverso da quello successivo che coloro che della configurazione della terra non tengono conto che in questo tempo vigevano condizioni completamente diverse si fanno una falsa idea. Perché la terra, dopo aver passato il tempo di Saturno, del Sole e della Luna, non era soltanto un essere vivente, bensì anche un essere spirituale, un grande organismo compenetrato da spiritualità e animalità. Non risaliamo a una palla di gas morta nel senso della teoria di Kant-Laplace, bensì risaliamo alla terra come un grande essere vivente. E lo sviluppo dell’umanità era nei tempi più antichi tale che non avveniva fecondazione fra uomo e donna, bensì fra «sopra» e «sotto», in tal modo che la terra nella sua vitalità forniva più l’elemento sostanziale, l’elemento più materiale, mentre da sopra, come pioggia che si effonde fecondata su prati, veniva il principio spirituale e si univa con il principio più materiale. Per questa fecondazione i primi uomini entrarono nell’esistenza. Questo è ciò che abbiamo illustrato e che è stato discusso anche nel discorso pubblico menzionato sopra, e che si può giustificare anche logicamente se si considerano i risultati della scienza naturale nel modo giusto.

Allora la terra separò una massa solida come una specie di sistema osseo, e divenne impossibile che continuasse a fornire ciò che prima forniva come un uovo da fecondare. Dovette cederlo più all’interno dell’uomo. Al posto della fecondazione da sopra subentrò la fecondazione per mezzo dei due sessi, e ciò che prima era impresso per mezzo dell’interazione fra sopra e sotto passò nelle relazioni ereditarie e nelle relazioni di reincarnazione legate alle relazioni ereditarie. Per questo si nascose ciò che prima si era svolto in superficie, all’interno. Sorsero uomini che divennero sempre più capaci, nel senso di una propagazione che continuava nell’eredità, di trasmettere le proprietà che prima l’uomo riceveva dalla sfera spirituale, o di trasferire da una reincarnazione all’altra. Basta ricordare singole cose che furono dette allora: come i primi uomini che sorsero erano dapprima bisessuali, come allora subentrava la differenziazione nel maschile e nel femminile e come da ciò si formavano le relazioni attuali, cosicché ciò che prima agiva più da sopra – l’elemento più femminile – passava alla donna, e ciò che agiva più nell’elemento terrestre, nella linea ereditaria passava all’uomo. Ora vi è chiaro da varie allusioni che nel corso degli anni sono state fatte riguardanti l’umanità e lo sviluppo dell’umanità, che queste relazioni hanno inciso anche nel tempo atlantico, e che veramente soltanto nella seconda metà dei tempi atlantici subentrò la forma attuale dello sviluppo dell’umanità. Se quindi guardiamo indietro alla popolazione atlantica della nostra terra, dobbiamo dire: questa popolazione atlantica della nostra terra viveva veramente ancora in mezzo ai resti dei rapporti antichi, della fecondazione di sostanzialità terrestre per mezzo di spiritualità celeste. Per essa l’origine di un uomo era l’incarnazione immediata, la discesa di uno spirituale nella sostanza: come vediamo la pioggia cadere dal cielo e inumidire la terra, così la popolazione atlantica vedeva l’uomo scendere da altezze celesti, unirsi con una sostanzialità che la terra forniva, incarnarvisi e poi camminare sulla terra. Le relazioni si mutavano soltanto lentamente e gradualmente, cosicché in certe regioni i preparativi ai rapporti attuali erano già da lungo tempo presenti, mentre in altre regioni, dove si erano conservate le precondizioni per i rapporti antichi, così stava che gli uomini sapevano: l’uomo è dapprima sopra nel mondo spirituale e allora si ricerca una sostanza corporea per unirsi con l’umanità terrestre. Se quindi l’uomo nel tempo atlantico vedeva i suoi simili camminare intorno, si diceva: Questo è preso dalla terra; ma ciò che è dentro è preso dal medesimo mondo a cui appartengono le stelle; l’uomo è disceso dai mondi stellari. Così gli uomini sapevano qualcosa che suona come una fiaba da tempi antichi, che l’uomo scende dalle altezze celesti, si avvolge e si riveste di materia terrestre. Conoscessero l’interazione di cielo e terra, e vedendo l’uomo introdotto sulla terra, sapevano: L’uomo scende, è dapprima uno spirito; quando assume materia, cammina sul globo terrestre! Un essere celeste, un essere dal mondo spirituale si vedeva nell’uomo. Perché si sapeva: così come si cammina da uomo, non ci si distingue dagli spiriti se non per il fatto che gli uomini sono rivestiti di materia, gli spiriti no. Era una transizione più dolce dal mondo spirituale al mondo fisico. E non soltanto per l’atlantico sarebbe stato un assurdo negare il mondo spirituale, ma per lui era anche chiaro che non c’era una differenza tanto grande fra gli uomini fisici e gli esseri spirituali che appartenevano al mondo spirituale. Sapeva: con un uomo si comunica per mezzo di segni usando i primissimi elementi del linguaggio umano originario, con gli spiriti anche, ma in tal modo che il commercio dell’uomo con gli spiriti avveniva in modo simile a quello con gli uomini.

Da questo sapere immediato di una connessione dell’uomo con il mondo spirituale naturalmente poco si è conservato oltre la catastrofe atlantica. Era compito principale dei tempi postatlantici sviluppare nell’uomo il senso per l’esistenza terrestre per tutto ciò che si può acquisire per mezzo dello sviluppo dei mezzi fisici, del corpo, cosicché la coesistenza ovvia con il mondo spirituale scomparve molto presto nel corso dei tempi postatlantici. Ma ciò che scompare dalla coscienza normale si conserva nella chiaroveggenza atavica, in momenti dove l’anima è particolarmente con se stessa. Si potrebbe dire: ciò che prima è esperienza, ciò che l’anima sperimenta dirigendo lo sguardo verso l’ambiente spirituale, più tardi viene rigenerato, ma come fantasia rigenerata. Supponiamo che vi fosse un popolo dei tempi postatlantici che si distinguesse particolarmente per il fatto che avrebbe conservato al massimo le peculiarità e le forze del tempo atlantico. Naturalmente questo popolo nei tempi postatlantici non avrebbe potuto avere esperienze atlantiche. Ma nella sua fantasia dovrebbe apparire qualcosa che distingue la sua fantasia da quella che è fantasia di resti meno conservati di razze atlantiche che si sono riformate. Le razze tonanti dei tempi postatlantici produrranno quindi meno facilmente questo contatto ovvio dell’uomo con il mondo spirituale. Un popolo, al contrario, che fosse caratterizzato particolarmente dal fatto che come se avesse introdotto nei tempi postatlantici ciò che si può introdurre come disposizione dell’anima dai tempi atlantici, un tale popolo deve mostrare effetti completamente diversi nell’anima rispetto alle razze veramente postatlantiche. Per un popolo che così potrebbe essere caratterizzato nel senso della concezione occulta del mondo, che non appartiene alle razze progredenti, bensì si presenta come rimasto indietro dalle antiche razze atlantiche, dovremmo sospettare che la fantasia che racconta della connessione del mondo umano con il mondo dei fantasmi agisce in modo completamente diverso che presso altri popoli. Per un tale popolo potremmo sospettare che in modo grottesco nella fantasia comparirà qualcosa come quando l’essere di una stella improvvisamente prende la decisione di incarnarsi come figlio di un uomo che gli ha fatto favori, come è raccontato nel nostro primo racconto narrativo, dove vediamo che un essere stellare nasce come figlio dell’uomo amico che con l’essere spirituale, che è figlio del dio del tuono, ha camminato un po’ sulla terra. E d’altro lato vediamo nel secondo racconto che c’è una transizione assai dolce all’innamoramento con l’essere spirituale sopra, e che un tale essere non scende per la strada ordinaria dell’umanizzazione, bensì si sceglie un corpo morto e così scende. È come se un’anima atlantica, che ha spesso visto come un uomo scende e assume sostanza terrestre, si fosse smarrita in un corpo che non è affatto adatto ai tempi postatlantici, bensì ai tempi atlantici, dove non si doveva nascere nel modo attuale, bensì semplicemente si assumeva materia terrestre. In questo senso potremmo intendere tali narrazioni come un’eco di stati precedenti. Quindi non ci meraviglieremmo di una razza che fosse un resto delle antiche razze atlantiche di tali narrazioni. E interessante è che una serie di tali narrazioni, che portano esattamente il medesimo carattere di quelle citate, sono state raccolte da Martin Buber e pubblicate sotto il titolo «Storie di fantasmi e d’amore cinesi». Questo mostra che veramente è il caso di ciò che si può presumere per quello che ci mostra la scienza occulta, anche se sono soltanto tradizioni.

Così vediamo come possiamo illuminare luminosamente tutto ciò che ci appare nel mondo se abbiamo soltanto la pazienza di considerare realmente le connessioni più intime dello sviluppo del mondo. Gli uomini del presente staranno di fronte a tali cose con stupore. Ma li comprenderanno soltanto quando vedranno che ciò che per colui che afferrasse le connessioni più intime dello sviluppo dell’umanità è semplicemente una cosa ovvia. Non si comprenderà la scienza dello spirito sempre meglio e meglio richiedendo in modo pedante prove logiche, perché le prove vanno bene soltanto per colui che vuol credere alle asserzioni, le prove ci sono soltanto per colui che può crederle come «prove». Ma semplicemente non si ha bisogno di credere alle prove, allora ci si risparmia il bisogno di credere alle asserzioni! La scienza dello spirito si insedierà nelle anime mediante il fatto che sempre più e più si mostrerà come fino nei più segreti angoli della cultura spirituale e anche di quella materiale, le leggi la cui conoscenza può essere ottenuta soltanto per via occulta, sempre più e più guadagnano spazio. Le saggezze si insedieranno mediante il fatto che sempre più e più uomini avranno la pazienza di seguire come tutto ciò che ci si può riunire dal mondo, per portarlo alla luce di una concezione del mondo spirituale, completamente si accorda, e come in questo modo le cose ricevono soltanto allora la loro piena illuminazione e la loro vera spiegazione, mentre altrimenti rimangono incomprese. Se consideriamo questo, potremo dire: la cultura postatlanteca ha il suo compito particolare, cioè il fatto che gradualmente dall’umanità, che comprende il suo tempo nel modo giusto, vengono acquisite le conoscenze, gli atti di volontà e le disposizioni dell’anima che possono essere acquisite con l’aiuto dei mezzi corporei. In questa relazione sempre più e più si potrà procedere avanti. Con questo procedere avanti si sta fondamentalmente dentro lo sviluppo che ha cominciato proprio con la cultura dei santi rishi indiani fino al discendere dell’impulso cristico nella nostra umanità. Ma accanto a questo molto è contenuto come bene spirituale antico legato nell’umanità. L’umanità europea infatti era nel massimo grado già stupita dal fatto che intuizioni spirituali immediate nel mondo dell’umanità europea venissero, quando furono potute dischiudere le saggezze dell’India o della Persia antica: la cultura di Krishna o brahmanica, la cultura dello Zarathustra antico e così via. Naturalmente più che nei posteriori prodotti della conoscenza, l’elemento spirituale era presente nelle culture più antiche. E quando dal Occidente si venne a conoscenza con queste culture più antiche, agirono in modo stupefacente, per esempio quando furono dischiuse dallo sviluppo spirituale tedesco nella prima metà del 19esimo secolo, circa nel modo come Friedrich Schlegel dischiuse l’induismo, o come più tardi fu dischiuso il mazdeismo. Agì così stupefacentemente che se consideriamo questo, comprendiamo direzioni filosofiche sul che la filosofia orientale ha esercitato un’influenza profonda, come per esempio con Schopenhauer o Eduard von Hartmann. Lì abbiamo il primo stupore dell’Occidente di fronte a ciò che come spiritualità legata è conservato in queste culture più antiche. Ora stiamo di fronte a un’altra epoca, l’epoca in cui ancora un’altra spiritualità completamente legata potrà stupire l’Occidente, cioè quella spiritualità che certamente non appartiene alla missione dell’umanità postatlanteca, ma le è rimasta come un’eredità da prima, che era vedata fino nella nostra epoca entro la vita spirituale cinese assai sconosciuta all’Occidente. E basterà una sola circostanza per rendere ciò che allora accadrà dirittamente un conquistatore della cultura spirituale europea occidentale, cosicché essa potrebbe dimenticare la sua vera missione, il suo vero significato e il suo vero compito. Dovrà l’uomo che vive sempre più e più verso il futuro farsi chiaro che sul nostro globo terrestre bene spirituale legato, conoscenza spirituale che è rimasta dal tempo atlantico antico, è presente in misura molto più alta ancora di quello che si era manifestato alla conoscenza delle antiche culture brahmanica e zoroastriana, che sarà liberato quando una volta la civiltà cinese diverrà libera nella sua cultura spirituale. Allora due cose diventeranno necessarie per l’uomo che vive verso il futuro. Si riconoscerà che vi è un grande corso della vita spirituale che deve sgorgare, che in modo meraviglioso istruirà gli uomini anche esteriormente di ciò di cui certamente potrebbero istruirsi se volessero penetrare nella vita spirituale per la via che la scienza dello spirito apre. Se però la stragrande maggioranza dell’umanità dinanzi a ciò che la scienza dello spirito può offrire all’umanità – per usare ora un’espressione che il nostro stimato amico Michael Bauer ha usato nel nostro assemblea generale per un altro scopo – resterà in sonnolenza, allora una volta, quando in una maniera certamente non adatta alla coscienza europea occidentale, bene spirituale geistesgut dalla civiltà cinese si effonderà, questa parte dell’umanità ne resterà stupita e vedrà che una tale cultura non si può comprendere con lo stile filisteo-pedante dell’Occidente, ma soltanto se ci si approfonda in ciò che è stato costruito sulla cultura cinese antica, ciò che era presente come antica cultura taoista. La scienza dello spirito è spesso sgradevole a costoro perché bisogna occuparsi di essa in tal modo da credervi. Ma quelli che continueranno a fregiarsene di sonnolenza, resteranno stupiti, ma si sentiranno anche bene quando qualcosa della scienza dello spirito incontrerà loro come la civiltà cinese liberata, come un’eredità dal tempo atlantico antico. Allora avranno perfino ciò che potranno dire: non abbiamo bisogno di credervi, perché ciò che è rimasto storicamente, lo si studia perché è interessante! Così lo fanno i filologi, gli archeologi. Non è necessario credervi, lo si ha studiandolo, e ci si libera dal bisogno di «credere» alle cose. Ma ciò che allora si libera, opererà ancora in un altro modo: opererà per la sua potenza, per la sua ovvietà, per la sua grandezza, stupefacerà, scioccherà. Si effonderà su ciò che l’umanità ha conquistato nella cultura cristiana, cosicché dinanzi a ciò che verrà di una cultura ossificata, di una cultura sinizzata, si vorrà avere la prospettiva giusta, il punto di vista giusto. Sarà così che ci si dirà: questa spiritualità era lì, significava una volta la cultura spirituale della nostra terra. Ma ogni tempo ha la sua propria missione, e la cultura europea occidentale ha il compito di succhiare dal giro dell’esistenza del mondo tutto ciò che può essere succhiato dal Spirituale, cosicché questo Spirituale si mostri nonostante e dietro il mondo sensibile, dietro ciò che gli occhi vedono e le mani afferrano e ciò che si ci presenta come rivelazione dai mondi spirituali. Si dovrà comprendere che un’altra missione viene da un’altra epoca, e che noi dobbiamo stare fermamente sul suolo che il cristianesimo ha costruito.

Questo è ciò che darà il punto di vista giusto. Così si accoglierà con gioia ciò che è rimasto vivo dai tempi antichi, ma lo si lascerà brillare, lo si vivrà con ciò che è nato dai tempi nuovi, dalla cultura cristiana postatlanteca nelle anime gradualmente. Ma i deboli diranno: prendiamo la spiritualità dove ci viene portata, perché vogliamo soltanto l’intuizione sensazionale nei mondi spirituali! Così vi saranno forse certi teosofisti nuovi che diranno: la verità non riposa nel principio cristico profondamente afferrato, bensì in ciò che i cinesi hanno conservato, che riappare quando portano alla luce di nuovo le saggezze atlantiche tirate negli strati più bassi dell’anima. E forse si effonderà una nuova cabala sull’Europa, che è copiata dalle verità cinesi e che allora dirà: se solo questa teosofia moderna avesse una specie di modello in una tale teosofia che non ha visto il suo compito nell’estrarre la fonte della vita spirituale dalla mistica cristiana e dall’amore cristiano, bensì ha copiato, e pure assai difettosamente, le saggezze dell’India antica, alquanto coscialtate con le saggezze dell’Egitto antico. E i deboli potrebbero guardare con avidità verso la civiltà cinese come i deboli guardano a ciò che, come credono, l’induismo antico o anche nuovo apre di spiritualità. Certo, per l’europeo al di là di certi mari la Cina è ugualmente lontana come l’India è lontana. E se si racconterà agli uomini che in Cina con l’aiuto di forze che ora sono liberate di nuovo, si sono verificate certe rivelazioni, ciò forse agli uomini parrà più credibile che se ciò fosse accaduto a Berlino.

Se consideriamo questo, troveremo il giusto equilibrio fra l’accoglienza gioiosa di ciò che l’umanità ha conservato dai periodi spirituali più antichi, e lo stare fermamente sul suolo a cui l’umanità è arrivata nel corso dello sviluppo del tempo. Che questo equilibrio sia osservato, che questo equilibrio sia veramente considerato, questo è e sarà la costante preoccupazione di quel movimento spirituale che noi chiamiamo il nostro. Perciò è semplicemente un’untruth, se da qualche parte si dice che noi rinnegheremmo o trascureremmo quello che per esempio si presenta come spiritualità indiana. Questo è un’untruth. E chi ha seguito il nostro movimento spirituale sa che questo è un’untruth. E sarebbe triste se tali untruth potessero affermarsi nel mondo come caratteristiche del nostro movimento. Con opinioni contrarie ci si libera facilmente; si equilibrano facilmente. Ma con ciò che è rappresentato inaccuratamente, si può far sorgere malinteso su malinteso, perché è la peculiarità del malinteso che genera continuamente nuovi malintesi. Da questo punto di vista per noi deve essere il primo compito, dove noi stessi assumiamo il punto di vista a cui lo sviluppo occidentale ha portato, essere consapevoli di come questo punto di vista ha la sua giustificazione di fronte alle altre fasi dello sviluppo dell’umanità. D’altro lato però dobbiamo preoccuparci che tutte le caratterizzazioni che forniamo su altre fasi dello sviluppo dell’umanità, su un’altra spiritualità, si basino su una rappresentazione onesta e veridica. E sempre e sempre di nuovo dovrà essere sottolineato, perché dovrà insediarsi nei cuori dei teosofisti: sebbene molto cadrà da ciò che abbiamo potuto conquistare di intuizione spirituale, il carattere penetrante resterà. E verso questo dovremo lavorare, che, checché appaia davanti al nostro sguardo spirituale, comunque le cose si ci rappresentino, pervuole sia tutto sia pervaso dallo sforzo verso onestà, sincerità e verità! E se in futuro forse su nulla più si potrà dire rispetto al singolo che qui è stato trovato, se non: molto è stato migliorato, molto non è rimasto affatto, ma un esempio è stato fornito, che anche nel campo occulto, nel campo della ricerca spirituale, non sempre devono necessariamente giocare il ciarlatanismo e la truffa nella ricerca seria, bensì che nonostante tutto lo sforzo dopo la conoscenza occulta questo può essere pervaso di verità, sincerità e onestà: per questo è stato fornito un esempio – se su questo del nostro movimento si potrà dire, allora col nostro movimento è stato compiuto un bene per lo sviluppo del movimento spirituale e veramente occulto. E sarà da noi forse riconosciuto come la nostra più bella consapevolezza il fatto che noi non vogliamo assolutamente nulla, nulla di ciò di cui non si potrà dire in futuro nel modo appena indicato.

3°Il caso e la coscienza umana. Meditazione pasquale

Berlino, 26 Marzo 1912

Voglio ancorare il punto di partenza della nostra meditazione odierna alla parola caso. Noi parliamo della cosa nella maniera più diversa e molteplicità di significati. Certi eventi del mondo esteriore ci risultano spiegabili perché si svolgono secondo leggi ben definite: in essi riconosciamo certe leggi, le leggi di natura, che sono passate nel nostro sapere. Di altri eventi invece si parla in tutt’altra maniera: l’uomo dice che egli non riconosce nessuna legge che spieghi perché una tale o tal’altra cosa sia accaduta proprio in quel determinato istante. Non può scorgere nel decorso dei fatti, così come si presenta ai suoi occhi, se non il caso, l’accidentalità. In particolare, la nostra scienza contemporanea avrà sempre la tendenza a parlare di puro caso — ossia di qualcosa di fronte a cui è assolutamente proibito ipotizzare alcuna legge — proprio dove i suoi insegnamenti astratti e puramente razionali, che essa sola riconosce ufficialmente e che chiama leggi di natura, non bastano a spingersi oltre. La scienza contemporanea infatti proibisce espressamente, proprio là dove parla di caso, dove non vuol più estendere i suoi insegnamenti, di parlare ancora di alcuna regola legale. Fondamentalmente, come emerge considerando il tutto e le parti, nulla è più intollerante nel corso intero della storia umana — occorre qui distinguere con precisione — non sono i fatti della scienza stessa, che non possono avere intolleranza, e riguardo alla rappresentazione dei fatti riconosciamo alla scienza contemporanea il massimo merito. Non sono dunque i fatti, bensì quello che su di essi si costruisce come mentalità, come atteggiamento scientifico. La mentalità materialistica della nostra epoca è qualcosa che appartiene alle più radicali forme di intolleranza che l’umanità abbia mai sperimentato nel corso dei tempi.

Quando consideriamo il caso dal sentire della nostra scienza dello spirito, allora ci chiediamo dapprima: come il caso si presenta all’uomo? Come gli si manifesta quello che si designa come accidentale? Si manifesta in questo modo: l’uomo, dai suoi pensieri, dalle sue idee di qualunque natura siano, non può presupporre al caso un significato profondo, una legge interiore che lo governi. Si presenta come se la ragione umana debba semplicemente lasciar passare il caso così come si offre, senza preoccuparsi di ricercare se in questo presunto caso sia contenuta una qualche gerarchia legale. È soprattutto vero che gli eventi accidentali, quelli che sembrano incomprensibili quando cadono nella vita umana, per lo più si presentano così che gli uomini, con la loro ragione ordinaria e col loro intelletto discorsivo, non riescono veramente a dominarli con il pensiero razionale. Eppure il sentimento si comporta in modo stranamente diverso, e questo è qualcosa che ai nostri giorni non viene affatto considerato con attenzione, sebbene insegni profondamente. Il sentimento infatti non si può mai completamente dominare dai pregiudizi della ragione ordinaria e dell’intelletto discorsivo nel modo in cui questi cercano di operare: il sentimento opera e sgorga — come potrete riconoscere dalle numerose conferenze pubbliche e dai nostri insegnamenti nelle sezioni — da nascoste profondità dell’anima, da abissi che sono più saggi dell’uomo nella sua ragione ordinaria e nel suo intelletto. Così accade che l’uomo sia toccato da ciò che ragione e intelletto designano come caso, e tuttavia egli noti che il suo sentimento vi sia attratto oppure respinto, che ne sia piacevolmente o spiacevolmente colpito. Consideriamo un caso concreto determinato, che voi non potrete negare vi accada frequentemente e ripetutamente nella vita in forme affatto consimili. Prendiamo il caso: uno scolaro è seduto e suda terribilmente su un problema di aritmetica; fatica strenuamente perché non riesce affatto a trovare la corretta soluzione. Dopo lungo sudore e sforzo finalmente l’ottiene ed è contento di aver trovato un risultato. Ma egli si dice: se voglio essere completamente sicuro di non essere bocciato e di non avere un brutto voto, devo risolvere di nuovo questo medesimo problema per controllare ancora! E si prepara di conseguenza a rifarlo dopo aver cenato. Ma allora, affatto casualmente, per una ragione che non ha alcun legame visibile con la cosa, entra un suo compagno di scuola e gli chiede: quali risultati hai ottenuto da questo problema? Confrontano i loro risultati, i numeri coincidono perfettamente, e così allo scolaro viene interamente risparmiato quello che altrimenti sarebbe accaduto. Si libera dalla fatica, non deve più stare seduto un’ora a sudare e a faticare, e può andare subito a dormire tranquillo. Allora, se il padre è un uomo «illuminato» secondo i criteri moderni, dirà così: il compagno non è entrato certamente al fine di togliere al mio ragazzo un’ora di lavoro che forse avrebbe anche danneggiato la sua salute; no, è stato mandato dalla sua madre a portarmi questo o quello che io avevo dimenticato. Il padre dunque lo chiama un puro caso. Ma non potrete negare — e non lo negherete se siete onesti — che lo scolaro prova un sentimento assai piacevole, benché naturalmente non crederà che un essere angelico gli abbia mandato il compagno in aiuto. Sarà tuttavia piacevolmente colpito nel suo sentimento, in modo completamente diverso da quello che ragione e intelletto ordinari potrebbero esprimere in proposito. Il padre non sarà certamente disposto a credere che un essere celeste dal cielo abbia mandato personalmente il compagno al figlio; eppure sarà colpito con una profonda simpatia da quanto accaduto.

Questo è quel che voglio esprimere quando affermo che il sentimento può essere più saggio di quanto non siano ragione e intelletto, quando il sentimento sgorga da nascoste profondità dell’anima. La ragione e l’intelletto nel corso della loro missione terrestre devono svilupparsi autonomamente e indipendentemente, in modo che risultino come abbandonati a se stessi e non sorretti da influssi superiori. Perciò essi facilmente incorrono nell’errore di pensare che in quel che si presenta loro non viva nessuna legge divino-spirituale profonda, bensì che non vi sia affatto nulla di divino e di spirituale che agisca. Così possiamo dire con fondamento: quello che sorge dalle profondità della nostra anima umana, per cui — come nel caso dello scolaro — nel nostro sentimento siamo più saggi che nella ragione e nell’intelletto, ci mostra chiaramente e in modo incontestabile che l’affermazione della scienza dello spirito è corretta. Cioè: quello che si trova nelle nascoste profondità dell’anima e che sorge dal sentimento dalle profondità stesse proviene da quell’epoca cosmica in cui l’uomo non era ancora abbandonato a se stesso, a quella fase della sua evoluzione in cui agiva ancora sotto la guida diretta dei venerati esseri cosmici. Ciò che parla nel nostro sentimento come simpatia e antipatia proviene ancora da quell’antico periodo lunare della evoluzione cosmica e umana. Perciò l’uomo, nella sua ragione ordinaria e nel suo intelletto discorsivo, deve divenire nel corso della sua evoluzione terrestre altrettanto saggio e colto quanto è divenuto nel suo sentimento mediante l’antico sviluppo lunare. Qualcuno potrebbe oppormi: ma io ho notato benissimo che il sentimento non è sempre completamente saggio, che può anche essere molto stupido e fuorviante. Ciò avviene precisamente perché i nostri sentimenti, come uomini terrestri contemporanei, sono ormai profondamente influenzati e colorati dalla nostra ragione ordinaria e dal nostro intelletto, che già operano in esso e lo pervadono completamente. Così il sentimento, quando diventa stupido, lo diventa solamente perché è già stato inquinato dall’influenza di ragione e intelletto. Se non fosse già influenzato dalle condizioni generali dell’incarnazione umana e dallo sviluppo generale dell’umanità dovuto all’evoluzione della ragione e dell’intelletto, esso sarebbe veramente nella natura umana la facoltà più saggia e perspicace, di fronte a cui ragione e intelletto ordinari sarebbero i più stupidi e ottusi.

Quando consideriamo la cosa secondo questa prospettiva più profonda, emerge allora qualcosa di straordinariamente caratteristico e particolarmente significativo riguardante il fenomeno del caso: qualcosa che è profondamente istruttivo per chi sa ascoltare. Potremmo perfino sollevare la domanda fondamentale: non è forse profondamente sensato e saggio che l’uomo possa considerare certe cose in questo modo, che se vuole possa guardarle così da designarle come casuali? Non è forse tremendamente sensato che questo gli sia concesso? La domanda potrebbe ben essere sollevata seriamente, e non risulta affatto priva di significato profondo se consideriamo attentamente che l’uomo, proprio nello sviluppo della sua evoluzione terrestre, deve sviluppare e coltivare ragione e intelletto ordinari: quello che noi chiamiamo la nostra normale coscienza vigile. Alla conclusione dell’evoluzione terrestre, egli deve giungere a un punto tale da scorgere chiaramente la legge cosmica profonda in quei fatti che oggi ancora gli appaiono come meramente casuali e accidentali. Nel presente, oggi ancora, questi fatti gli appaiono come casuali. Egli non può leggere la legge immediatamente in essi, come è invece possibile nei fenomeni naturali rigorosamente necessari secondo le leggi fisiche. Gli eventi casuali gli celano ancora la loro vera legge interiore e cosmica. Ma l’uomo, nel corso della sua evoluzione, apprenderà proprio in ciò che durante l’evoluzione terrestre nasconde la vera legge e quindi si mostra apparentemente come caso: egli imparerà a riconoscere una legge profondamente più sottile e spirituale, una tale legge che quando l’evoluzione terrestre sarà giunta alla sua conclusione finale, si imporrà con la medesima necessità e evidenza con cui oggi si impongono alla coscienza ordinaria le leggi naturali fisiche. Però questo accadrà soltanto quando l’evoluzione terrestre sarà completamente conclusa. Se ora quelle che noi chiamiamo casualità gli si presentassero immediatamente come si presentano le leggi naturali fisiche, l’uomo non potrebbe apprendervi assolutamente nulla dal punto di vista del suo sviluppo spirituale. Non avrebbe mai l’occasione di decidersi consapevolmente e di dirsi a se stesso: tu puoi scegliere di vederlo come significato interiore oppure come puro caso! Perciò, poiché è posto nelle mani dell’uomo, nella sua libertà di scelta e volontà, l’applicare consapevolmente ragione e intelletto a ciò che si presenta come caso, così egli apprende lentamente durante le sue incarnazioni terrestri. Impara a penetrare progressivamente con ragione e intelletto quello che il caso apparentemente mostra senza legge e senza ordine alcuno. Affinché così quello che non può apparirgli come rigide, astratte leggi naturali fisiche, debba necessariamente apparirgli come leggi spirituali vive, come leggi del destino cosmico.

Qui scorgiamo penetrare il nostro sguardo in un collegamento meraviglioso, in un nesso profondamente saggio del divenire cosmico, che, quando compreso intelligentemente e pienamente, ci dice qualcosa di straordinario: è profondamente spirituale e saggio il modo in cui il divenire cosmico è ordinato e strutturato, che certe cose ci si presentino come caso apparente, come accidentalità pura. Perciò dobbiamo noi stessi, attivamente e consapevolmente, prima svolgere e districare queste cose casuali sui fili di una legge cosmica profonda, una legge che dobbiamo scoprire e riconoscere in loro stesse attraverso il nostro sforzo. E affinché noi ci afferriamo totalmente, ci gettiamo noi stessi con forza sulla bilancia della vita per progredire consapevolmente nel nostro sviluppo spirituale, ci fu concesso nella nostra volontà libera la capacità di essere saggi o stolti, di riconoscere una legge cosmica profonda anche nelle casualità oppure di ritenere valide soltanto le rigide e astratte leggi naturali fisiche. Così si formerà gradualmente che nel corso del tempo esisteranno due distinti rami di conoscenza: da un lato, rami che vorranno usare soltanto le esteriori, astratte, puramente razionali leggi naturali e rigettare tutto il resto come puro caso e accidentalità. Questi rami esteriori e puramente razionali di conoscenza appariranno come manifestazioni della vita dell’anima umana. Ma — se l’uomo col suo essere animico e con la sua capacità sentientale non avesse guardato e levato lo sguardo verso una realtà superiore, nel significato profondo della conclusione del Faust di Goethe, e fosse giunto vicino a quella che in tutta la mistica universale è designata come l’Eterno Femminino, dove le eterne leggi naturali e i rami scientifici ordinari sono rappresentati simbolico-misticamente come il principio femminile — allora alla fine dell’esistenza terrestre si riveleranno come «fanciulle stolte» nel senso della parabola evangelica. Invece, in ciò che oggi si presenta e si afferma come scienza dello spirito antroposofica, si formerà e svilupperà qualcosa di completamente diverso. Si formerà qualcosa che laddove le fanciulle stolte, le scienze esteriori razionali, non possono portare alcuna legge profonda, lì porterà legge, saggezza e significato. Questo svilupperà una serie interamente nuova di rami di conoscenza, di sapere vivo e spirituale. E questi nuovi rami di sapere spirituale saranno alla conclusione dell’evoluzione terrestre le «fanciulle sagge» cui allude la parabola del Vangelo. E il bellissimo insegnamento della parabola evangelica delle vergini sagge e delle vergini stolte mostra già come andrà alle fanciulle stolte e alle fanciulle sagge quando i tempi si saranno compiuti e l’evoluzione avrà raggiunto il suo coronamento.

Questi insegnamenti e queste considerazioni sono sempre straordinariamente adatti a condurci veramente nei misteri più profondi dell’evoluzione cosmica e del divenire umano. Ma se congiungiamo e uniamo quello che così facciamo agire direttamente e profondamente su di noi dall’osservazione sensata del mondo esteriore e dalla percezione consapevole, con molto di quello che abbiamo imparato e studiato attraverso la scienza dello spirito antroposofica, allora emerge per noi un collegamento straordinariamente caratteristico e significativo, e vi prego sinceramente di seguire questo collegamento nel vostro pensiero insieme a me con la massima attenzione.

Voi sapete bene che l’uomo si approprierà sempre più progressivamente il contenuto completo, le conoscenze profonde, le acquisizioni reali, le esperienze viventi della coscienza normale e ordinaria durante il tempo della sua incarnazione terrestre. Ma tutto lo sviluppo umano procede lentamente e gradualmente, passo per passo, e non in balzi improvvisi. E perciò si infiltra e si introduce — e già nel nostro presente contemporaneo si infiltra — nella nostra pura ragione ordinaria e nello sviluppo dell’intelletto discorsivo, nelle sole cosiddette scienze naturali materialistiche, quello che in futuro, nella prossima epoca, sarà normale per l’uomo in evoluzione: si infiltra cioè ciò che non proviene soltanto dalla coscienza normale ordinaria, bensì che è intimamente collegato e connesso con forme superiori e spirituali di coscienza. Questo naturalmente dev’essere velato, nascosto alla coscienza ordinaria e razionale, sebbene indichi veramente alle profonde fondamenta cosmiche dell’esistenza. Perciò è del tutto naturale che dovunque e laddove qualcosa di spirituale si infiltri che trascende e supera la coscienza ordinaria, in modo straordinario vi saranno manifestazioni più frequenti di quello che comunemente si possa leggere e designare come puro caso o accidentalità. O con altre parole espresse diversamente: finché l’uomo opera unicamente e esclusivamente con la coscienza ordinaria nel suo stare insieme con altri uomini, finché egli vive puramente dal suo intelletto e dalla ragione ordinaria, certamente si potrà allora leggermente e con ragione parlare di caso. Guardate bene la vita ordinaria intorno a voi. Se vi rapportate gli uni agli altri come comuni uomini moderni, così che non facciate alcuna pretesa che qualcosa di più profondo della ragione ordinaria e dell’intelletto discorsivo nel parlare e nell’agire degli uomini si infiltri nei vostri rapporti umani, finché veramente non accade questo, potrete leggermente parlare e constatare moltissimo caso. Poiché allora tutto quello che nella convivenza umana ordinaria e nei fatti esteriori ordinari non si presenta come penetrabile e intelligibile da una certa legge ordinaria, si presenterà come caso puro, e difficilmente potrete veramente scoprire come anche in quel che sembra casuale vi sia in realtà un vero collegamento legale più profondo. Ma supponiamo ora che si infiltri nella nostra vita terrestre qualcosa che rompe e lacera la normale, puramente intellettuale e ordinaria convivenza umana, che è qualcosa di più profondo e più significativo dell’intelletto e della ragione ordinaria nella convivenza umana. E affinché vediate chiaramente quel che intendo con queste parole, vorrei addurre un caso determinato e concreto, che vi prego sinceramente di considerare come un caso che effettivamente si è verificato nella realtà della vita umana e da cui con i mezzi e gli insegnamenti della scienza dello spirito possiamo imparare molte e importanti cose. Sia addotto un caso piuttosto crudo e serio, non particolarmente nobile né bello, anzi veramente brutto e serio nel suo significato profondo, ma da cui però, come da un esperimento della vita reale, possiamo imparare e comprendere quel che accade veramente nello svolgersi karmico.

In un luogo della Germania era accaduto una cosa terribile. Un sacerdote, una personalità di notevole influsso religioso e spirituale nella comunità, aveva sedotto la moglie di un uomo suo parrocchiano. Il sacerdote aveva sviluppato un rapporto profondamente amorevole e carnale con questa donna, e il marito, l’uomo tradito, ne era terribilmente e profondamente addolorato nel suo cuore. Nello stesso luogo si trovavano due persone che erano amiche sincere tra loro, e queste due persone non erano dedite al sacerdote e al suo insegnamento soltanto per fredda ragione e per intelletto ordinario, bensì anche e soprattutto per i loro sentimenti profondi e per il loro cuore. Stavano letteralmente nel suo circolo magnetico psichico e spirituale, poiché egli non agiva nella comunità soltanto per mezzo della ragione ordinaria e dell’intelletto, bensì per il potente culto religioso, per quel che di vita spirituale vivente e reale è presente nella pratica religiosa e nel mistero sacro. Che questo culto religioso in questo caso particolare non abbia agito particolarmente bene e che anzi abbia generato conseguenze malvagie, questo naturalmente non è il vero punto della questione: il vero punto è invece il fatto che questi due amici, che erano letteralmente sotto l’influenza psichico-spirituale del sacerdote e formavano le sue anime in cura pastorale, ricorsero a certi mezzi terribili. Il sacerdote era realmente il loro pastore spirituale, la guida delle loro anime secondo i vincoli della religione ufficiale. E così giunse il punto tragico che i due amici vollero intensamente fare un grande bene al sacerdote, al loro maestro spirituale. Si consultarono lungo e seriamente su come potessero eliminare il marito tradito, il rivale del sacerdote, con tutti i mezzi a loro disposizione. Qui siamo di fronte a qualcosa di profondamente brutto e morale: ciò è brutto perché l’elemento spirituale e religioso si mescola e si contamina con il sentimento egoistico e umano, con le passioni inferiori. La cosa diviene in certo senso e realtà una sorta di magia nera, di perversione spirituale. I due amici si consultarono dunque sull’assassinio del marito della donna che il sacerdote amava, e non soltanto lo discussero negli animi, ma effettivamente l’eseguirono. I due avevano accumulato sulla loro anima una colpa immensa e grave, non soltanto per il freddo proposito della ragione ordinaria, bensì anche e soprattutto per la presenza intensissima di un elemento psichico-spirituale che agiva attraverso il culto religioso, attraverso l’influenza della comunità parrocchiale. Abbiamo dunque il caso straordinario e altamente istruttivo che in una relazione umana ordinaria arriviamo a qualcosa che supera il puro intelletto e la fredda ragione: il potente fattore psichico-spirituale che agisce dal culto religioso, dalla comunità attraverso l’intero tessuto della comunità — un elemento profondo che non è né meramente razionale e freddo né puramente sentimentale nel nostro ordinario senso materialistico, bensì un elemento psichico-spirituale reale che appartiene a strati molto più profondi dell’anima umana.

Ora, quello che qui è accaduto per i due amici — una volta che hanno perpetrato questo atto terribile di assassinio — lentamente, molto lentamente, gradualmente, deve come karma vivente incidere lentamente, graduarmente, profondamente sulla loro anima individuale. Non potrebbe accadere bruscamente e improvvisamente. Il karma entra nel flusso della vita ordinaria gradualmente e lentamente, passo per passo. Se il karma venisse bruscamente come colpo improvviso — e qui non sto parlando di una punizione divina ordinaria; il karma è qualcosa di molto più sottile e profondo, qualcosa che appartiene al collegamento cosmico della libertà umana con la legge cosmica spirituale —, ma se il karma venisse a colpirli all’istante, senza gradazione alcuna, allora quegli uomini avrebbero perduto completamente la possibilità di apprendere veramente dalla loro azione malvagia. Ma il karma vuole educarli e farli imparare. Devono lentamente, attraverso i fatti ordinari della vita quotidiana, venire a sentire e a sperimentare come questa loro azione terribile ripercuotendosi e agendo continuamente sulla loro anima. E qui entra in gioco qualcosa di straordinario, anzi di profondamente meraviglioso: allora, in quello che per altri innocenti osservatori esteriori è puro caso, accidentalità ordinaria, si presenta a quei due uomini qualcosa che reca alla loro anima la conseguenza profonda della loro azione malvagia. Però tutto ciò si nasconde dietro le specie ordinarie del caso apparente, dietro gli eventi ordinari della vita. In questo modo il karma lavora, nascondendosi dietro la maschera del caso, ma non è caso ordinario: è la legge spirituale cosmica, la legge karmica, che lavora consapevolmente e saggiamente.

Quando consideriamo queste cose nella giusta luce e prospettiva spirituale, scopriamo che proprio laddove la scienza ordinaria materialistica vede soltanto caso cieco e accidentalità assoluta, la scienza dello spirito scorge e riconosce una legge vivente, una legge vera che non si presenta nella forma astratta e rigida di una legge naturale materiale, bensì come una legge viva e intelligente, una legge che agisce profondamente nella natura morale e spirituale dell’uomo e nel suo destino karmico individuale. È una legge profondamente diversa dalle astratte leggi naturali materiali, ma non è meno una legge vera e reale, è anzi una legge infinitamente più profonda e intelligente, perché essa tocca direttamente la libertà dell’uomo e il suo potere creativo. Giustamente le scienze naturali ordinarie non possono penetrare nei misteri di questa legge karmica, perché esse stesse sono costruite e fondate sul presupposto fondamentale che dove c’è libertà umana non c’è legge ordinaria, che libertà e legge sono opposte e inconciliabili. Perciò la scienza materiale che domina i nostri tempi contemporanei deve necessariamente dichiararsi incompetente e ignorante proprio là dove agisce una legge cosmica profonda che abbraccia contemporaneamente la libertà umana e il destino karmico dell’uomo.

Ora vogliamo considerare e riflettere profondamente il fatto che l’uomo, via via che procede e avanza la sua evoluzione spirituale, sviluppa sempre di più la capacità intima di penetrare nel significato profondo e reale di quelle cose che gli appaiono ordinariamente come casuali. Questo penetrare nel significato più profondo del caso, questo scorgere dietro il velo, equivale precisamente al comprendere il nesso karmico vivente dei fatti, il collegamento spirituale che lega tutti gli eventi. E così vediamo chiaramente che il karma, che è una legge vivente e intelligente, che abbraccia l’intero destino dell’uomo e della sua anima, è intimamente collegato e connesso alle cose che la scienza ordinaria e materialistica chiama caso cieco.

Se noi, come antroposofi e come studenti della scienza dello spirito, ascoltiamo le lezioni e gli insegnamenti sul karma, allora impariamo molte cose profonde e significative. Ma non sempre si riflette sufficientemente una cosa veramente importantissima e centrale: il karma non funziona come una cieca forza meccanica di natura, come una causa materiale lineare. Il karma non funziona cosicché qualcosa di brutto e di negativo accada in modo necessario e meccanico perché una volta in un passato lontano è stato commesso un’azione cattiva e negativa. No, il karma è molto più fine e intelligente di così. L’azione brutta, commessa con consapevolezza o inconsapevolezza, lascia un’impronta viva e intelligente nell’anima, un’impronta che appartiene al suo essere profondo e al suo destino futuro. E allora accade che, in circostanze che in se stesse appaiono puramente casuali e accidentali, l’anima incontra proprio quei fattori, quei fatti, quele persone che possono farle sperimentare e comprendere veramente le conseguenze profonde della sua azione. Ma il fatto capitale che l’anima incontri proprio questi fattori cruciali in circostanze che appaiono al nostro giudizio ordinario come puramente casuali — questo è il punto centrale della questione — non è anch’esso il karma? Non è il karma stesso, la legge karmica, che ordina consapevolmente che l’anima incontri proprio ciò che deve sperimentare e conoscere? Così il karma non agisce come una semplice forza naturale meccanica e brutale, bensì agisce come una saggezza vivente, consapevole e intelligente.

Ed ecco qui emerge qualcosa di estremamente istruttivo e profondamente significativo. Se la scienza ordinaria e materialistica guarda al caso, essa lo considera come qualcosa di assolutamente senza legge, come pura accidentalità meccanica. Ma se noi lo consideriamo dal punto di vista profondo della scienza dello spirito antroposofica, il caso appare allora trasformato: appare come il vestibolo, come il soglia d’ingresso della legge karmica vivente. E qui c’è qualcosa di ancora più interessante e istruttivo: il caso e il karma si incontrano e si toccano proprio in un punto cruciale. Si incontrano nel punto dove la nostra libertà umana agisce e si dispone. Proprio laddove noi facciamo uso consapevole della nostra libertà individuale, là dove agiamo come esseri liberi e responsabili, là emerge il campo di battaglia dove il caso incontra il karma vivente. È il campo dove il caso — se noi non lo comprendiamo nella sua vera realtà — può apparire come semplice accidente cieco e privo di significato. Ma se lo comprendiamo dalla prospettiva profonda della scienza dello spirito, è allora l’operazione consapevole e intelligente della legge karmica.

È proprio questo che vogliamo esprimere quando diciamo: il caso reca in sé e nasconde la saggezza profonda del karma. Il caso è il linguaggio vivo del karma per coloro che non ancora lo comprendono nella sua forma astratta e spirituale, nella sua forma di legge cosmica. Il caso è il karma che parla direttamente al nostro sentimento, al nostro istinto profondo, finché la nostra ragione ordinaria non sia divenuta abbastanza matura e sviluppata per comprenderlo pienamente. Quando la ragione ordinaria è abbastanza sviluppata e spiritualizzata, allora il caso non scompare del tutto, o meglio, allora possiamo vederlo e percepirlo in quello che realmente è: la manifestazione viva della legge karmica operante.

Guardiamo allora questo fenomeno dalla prospettiva del singolo individuo umano. Se una persona è giunta al punto — e questo accade gradualmente durante il corso della sua evoluzione spirituale — dove la sua ragione ordinaria e il suo intelletto discorsivo sono sufficientemente sviluppati e raffinati, allora essa può gradualmente imparare e riconoscere la legge karmica vivente proprio in quelle cose che prima erano soltanto caso cieco per lei, pura accidentalità. E qui arriviamo a qualcosa di straordinariamente importante e profondo. Arriviamo al fatto centrale e decisivo che quando qualcuno comincia veramente a comprendere il significato del karma, quando comincia a conoscere consapevolmente la legge karmica, allora cominciano caratteristicamente a diminuire nel corso della sua vita quegli eventi che fino a quel momento gli apparivano come puro caso, come pura accidentalità ordinaria. Non che scompaiano completamente dai fatti esteriori — il karma continua a agire e a manifest— ma il loro aspetto e il loro significato cambiano radicalmente. Apparentemente hanno un aspetto molto meno «casuale» e più intelligente. Cominciano a vedersi e a manifestarsi come conseguenze dirette di azioni precedenti, come parte integrante e consapevole del proprio destino karmico individuale. Allora profondo, il caso viene gradualmente risucchiato dal lato del karma consapevole.

Questo è uno dei fatti più istruttivi e più importanti riguardanti il vero rapporto fra caso e karma. Quando un’anima umana comincia veramente a comprendere il significato profondo del karma, allora il caso — nel senso ordinario che gli appariva finora — viene lentamente trasformato spiritualmente. Viene lentamente e consapevolmente risucchiato dalla consapevolezza karmica consapevole che si sviluppa. E così, in certo senso spirituale profondo, il caso non scompare davvero dalla manifestazione esteriore, bensì cambia radicalmente il suo aspetto e il suo significato: da apparizione senza legge e senza significato, diviene apparizione viva di una legge profonda che agisce consapevolmente e intelligentemente nel destino.

Così scopriamo chiaramente, se osserviamo e meditiamo la vita umana con gli occhi spirituali della scienza dello spirito, che proprio i momenti e gli eventi più casuali in apparenza della vita spesso e frequentemente portano i fatti più importanti, i destini più significativi e cruciali dell’anima. È il caso — che è il linguaggio vivente del karma — che porta a noi gli incontri decisivi che cambiano radicalmente la nostra vita, che portano le esperienze profonde che definiscono l’intero nostro sviluppo spirituale futuro, che recano le prove e le sfide che dobbiamo superare per raggiungere i nostri veri e più alti obiettivi nell’evoluzione della nostra anima.

Se questo è vero, se comprendiamo questo collegamento profondo, allora non abbiamo affatto motivo di considerare il caso come il nemico della saggezza e della comprensione. Al contrario, il caso, compreso nella sua vera realtà e nel suo significato profondo, è il servitore consapevole della saggezza cosmica, il collaboratore silenzioso delle intelligenze divine. Il caso è la manifestazione viva di forze invisibili e spirituali che lavorano nel profondo dell’universo e della nostra anima, nel nostro destino karmico, nel nostro karma personale, nella nostra evoluzione spirituale consapevole.

Così arriviamo finalmente alla conclusione che nella realtà profonda dell’universo non esiste il puro caso, l’accidentalità cieca. Tutto quello che appare come caso ordinario è la manifestazione nascosta e velata della legge karmica vivente, della saggezza divina cosmica che guida consapevolmente l’evoluzione dell’uomo e dell’universo intero. Il compito principale della scienza dello spirito antroposofica è di illuminare questi nascosti legami spirituali, di mostrare e rivelaare come proprio ciò che sembra accidentale e casuale è in realtà il momento in cui il karma vivente, la legge della libertà responsabile, entra consapevolmente e consapevolmente nella vita dell’uomo.

In questo senso profondo, la scienza dello spirito non nega il caso: lo trasforma totalmente, lo reinterpreta alla radice, lo vede in una luce nuova e molto più profonda. Non dice affatto che non ci sono eventi che ci sembrano casuali e accidentali; dice piuttosto che questi eventi che sembrano casuali sono la porta attraverso cui la legge cosmica vivente entra consapevolmente nella nostra coscienza ordinaria e consapevole. Sono il momento cruciale in cui il karma, l’azione della legge cosmica che opera profondamente nel cosmo, anche se nascostamente ai nostri occhi ordinari, si rivela in tutto quello che ci appare come caso ordinario.

Quando guardiamo retrospettivamente alla vita dell’uomo nel passato e nella storia, possiamo già scoprire meravigliosamente come molti di quelli che sembravano al momento eventi puramente casuali e privi di significato si rivelano in realtà come momenti profondamente significativi e cruciali del suo sviluppo spirituale complessivo. E se guardiamo prospettivamente al futuro dell’uomo, possiamo allora aspettarci con fiducia che, man mano che l’uomo si sviluppa spiritualmente e consapevolmente, egli imparerà sempre più a riconoscere e a percepire la legge karmica che sta dietro a quello che oggi gli appare ancora come caso ordinario e cieco.

Questo è il processo che descrive e caratterizza l’evoluzione umana dal punto di vista profondo della scienza dello spirito. È il processo straordinario attraverso cui l’uomo, partendo dal confondere il caso con la mancanza assoluta di legge, arriva gradualmente e consapevolmente a comprendere il caso come la manifestazione velata della legge karmica vivente e cosmica. E proprio in questo processo di illuminazione progressiva risiede la grandezza vera della missione umana sulla Terra e nel cosmo. L’uomo non è semplicemente soggetto passivo alle leggi naturali come gli altri esseri della natura. L’uomo è il co-creatore consapevole della sua evoluzione, della sua anima e del suo destino, perché ha la capacità straordinaria di comprendere e di penetrare consapevolmente le leggi profonde che governano il suo destino karmico individuale. E nel momento preciso in cui comincia finalmente a comprendere che il caso ordinario non è assenza di legge, bensì manifestazione velata della legge karmica vivente e cosmica, egli fa il primo passo consapevole verso la padronanza consapevole del suo destino karmico individuale e verso la libertà spirituale vera.

Queste sono le considerazioni che voglio lasciare con voi oggi, considerazioni che toccano il cuore della nostra evoluzione umana e spirituale. Nel momento storico in cui viviamo, quando il materialismo ordinario pretende che il caso sia l’unica spiegazione possibile di quel che non rientra nelle sue astratte leggi naturali, è di importanza massima che comprendiamo veramente il significato profondo del caso e il suo collegamento con il karma vivente. Perché è proprio in questa comprensione che risiede la liberazione dell’uomo dal dominio dei pregiudizi materialistici.

La scienza dello spirito non viene a dire: tutto è predeterminato, tutto è scritto nel destino, l’uomo non ha libertà. Essa dice qualcosa di molto diverso e più sottile. Essa dice: il karma è una legge viva che offre all’uomo, in ogni istante della sua esistenza, l’occasione di esercitare la sua libertà consapevole. È precisamente attraverso l’apparenza del caso che il karma crea lo spazio per la libertà umana. Senza il caso, senza l’apparenza che le cose accadano per puro accidente, l’uomo non avrebbe mai l’occasione di sviluppare la sua capacità di scelta consapevole. Il caso è perciò il regalo del karma alla libertà umana.

Considerate cosa significherebbe se tutto fosse scritto, se tutto si presentasse come legge severa e immutabile. L’uomo cadrebbe nella disperazione, nella paralisi dell’anima. Non avrebbe motivo di agire, di scegliere, di svilupparsi. Ma il karma, nella sua saggezza, dice: ecco, io ti presenterò le conseguenze delle tue azioni, ma non in modo così chiaro che tu non possa esercitare la tua scelta. Te le presenterò sotto il velo del caso, così che tu possa ancora agire con libertà, ancora decidere come vuoi interpretare gli eventi che ti accadono intorno.

Questo è il dono straordinario che il karma conferisce all’uomo: la libertà dentro la legge. Non la libertà di sfuggire alle conseguenze delle proprie azioni — quella non potrebbe mai essere vera libertà, solo illusione — ma la libertà di svilupparsi, di imparare, di trasformarsi attraverso la consapevolezza delle conseguenze. Il caso è lo strumento attraverso cui questa libertà consapevole diviene possibile.

Quando consideriamo la vita umana dalla prospettiva della scienza dello spirito, vediamo che nulla è veramente casuale, e tuttavia tutto è vero caso nel senso che la forma esteriore rimane sempre aperta, sempre libera. È questo equilibrio meraviglioso, questo dinamico rapporto fra la legge karmica vivente e la libertà umana, che costituisce il vero fondamento della nostra evoluzione spirituale.

Perciò non abbiate paura del caso. Non vedete in esso il segno della mancanza di legge universale. Vedete invece in esso il segno della saggezza cosmica che permette all’uomo di essere veramente libero. Perché una legge cosmica che non permettesse la libertà umana non sarebbe una legge saggio, ma una tirannia.

Così, nel caso che vi circonda ogni giorno, nel caso che vi colpisce inaspettatamente, riconoscete il karma che lavora saggiamente per la vostra evoluzione. Non come punizione, non come cieco destino, ma come educatore intelligente che vi guida verso la consapevolezza sempre più profonda di voi stessi e della realtà cosmica. Questo è l’insegnamento della scienza dello spirito riguardante il caso e il karma, e questo è il messaggio che desidero lasciarvi come nostra meditazione conclusiva per oggi.

4°Le forze dell'anima. Il Kalevala

Berlino, 23 Aprile 1912

Prima di affrontare l’argomento di questa giornata, vi devo richiamare ancora una volta all’apparizione del calendario antroposofico, in cui ho cercato di ridare vita a quello che il calendario può essere per l’uomo rendendolo consapevole dei rapporti temporali e delle forze cosmiche, riconducendoli alle loro origini attraverso le immaginazioni occulte. Molte delle realtà che finora si esprimono soltanto nei segni astratti dell’Zodiaco possono divenire vive se trasformiamo in immaginazioni sentite quello che originariamente si intendeva con le immagini zodiacali. Questo è stato fatto nelle immagini rinnovate dell’Zodiaco, come si trovano nell’intuizione sentimentale della Signora von Eckhardtstein, affinché riusciamo a sentirci nuovamente in un rapporto vivo con il cielo. Dovete soltanto tentare di rendere i sentimenti e le immagini date vive dentro di voi.

Per le singole settimane dell’anno troverete formule di meditazione. Vi raccomando particolarmente queste formule di meditazione, perché contengono quello che può divenire vivo nell’anima e che corrisponde veramente a un rapporto vivente fra le forze dell’anima e le forze del macrocosmo. Quello che possiamo chiamare il corso del tempo è guidato e diretto da entità spirituali, da entità che nelle loro relazioni reciproche, nei loro rapporti viventi, condizionano il tempo, lo creano. Ora, sarebbe del tutto astratto e soltanto allegorico se quello che corrisponde alle esperienze temporali nell’uomo, il temporale nell’anima umana, venisse semplicemente parallelizzato con processi che riguardano il tempo nel macrocosmo. Vedrete che l’anima umana vi scopre esperienze del tutto diverse, che in certa misura non hanno nulla a che fare col tempo.

Se rendete vive queste cose nell’anima, conoscerete il rapporto che l’anima può sperimentare fra il centro e la periferia delle esperienze sensoriali. Questo particolare rapporto può essere mutato da queste meditazioni. Per mezzo di esse può nascere un’immaginazione del rapporto fra le entità che condizionano il corso del tempo, sicché attraverso le cinquantadue formule potrete davvero trovare il cammino dal microcosmo al macrocosmo.

Ciò che il calendario presenta esternamente è soltanto il lato essoterico, poiché in verità contiamo l’anno 1879. I rapporti temporali che possono essere osservati mediante l’osservazione occulta devono veramente trovare qui la loro espressione. Con questo si deve incominciare, ché naturalmente è soltanto un inizio. Col Mistero del Golgota è data la nascita della coscienza dell’Io all’interno dell’umanità. E questo fatto sarà sempre più riconosciuto nella cultura spirituale della nostra terra come significativo per tutto l’avvenire dell’umanità. Così si comprenderà gradualmente che è giustificato contare oggi l’anno 1879, cioè 1912 meno 33. Con questo è anche dato che il tempo viene contato da Pasqua a Pasqua, che non cominciamo dal gennaio: se si riconosce nella nascita della coscienza dell’Io qualcosa di essenziale per l’evoluzione spirituale dell’umanità, è anche giustificato che ogni anno ce ne sia ricordati, dato che questa nascita della coscienza dell’Io viene ricondotta ai rapporti del microcosmo e del macrocosmo. Un tratto significativo del rapporto fra microcosmo e macrocosmo si presenta quando si pensa la festa di Pasqua in connessione con la nascita della coscienza dell’Io.

Che oggi si cerchi di fissare la data di Pasqua a un giorno determinato, invece di leggerla dal cielo, appartiene ben naturalmente alla firma della nostra epoca, che in tutte le questioni esteriori precipita sempre più nel materialismo e dimentica ciò che è connesso col spirituale. Forse sarà necessario che nel movimento antroposofico si preservi, di fronte all’industrialismo, al commercialismo, al materialismo in genere, il ricordo delle date concrete non date dal denaro e dagli assegni, bensì da rapporti del cosmo. Questo sarà il primo grande segno che la cultura esterna e quella interna, quella materialistica e quella spiritualistica, devono procedere decisamente parallele, qualora la cultura esterna dovesse riuscire a staccare la data di Pasqua dalla determinazione che viene dal mondo stellare. Si starebbe di fronte a una disperazione se si volesse credere che dalla cultura materialistica potesse nascere un vero progresso verso realtà spirituali. È un primo tentativo per quest’anno; spero che gli Antroposofi, usando il calendario, ci aiutino a presentarlo al mondo in forma sempre più perfezionata.

Alcuni nostri amici della sezione tedesca sono stati con me nelle ultime settimane in un campo di lavoro antroposofico estero: abbiamo penetrato il campo di lavoro della Finlandia a Helsingfors. Uno stare in un campo di lavoro antroposofico estero è sempre qualcosa che può mettere sott’occhio ai partecipanti l’appartenenza dell’attività antroposofica da un lato, dove è veramente rappresentata su tutto il globo terrestre, e d’altro lato la profonda radicazione di questa attività nel presente della cultura, la necessità di questa vita per la cultura del presente. Era, per la mia consapevolezza, particolarmente significativo che i nostri amici della Finlandia mi abbiano chiesto una conferenza sull’antico, venerabile epos finnico, il Kalevala. Con questo desiderio, era già data per me la necessità di occuparmi anche dal punto di vista dell’occultismo di questo meraviglioso poema del meraviglioso popolo finnico. E ancora una volta emerse qualcosa che ho più volte menzionato in molte altre occasioni anche qui in questa sede. Un sentimento particolarissimo ci invade quando, del tutto indipendentemente da tutto ciò che gli uomini hanno finora saputo del mondo spirituale e hanno espresso a loro modo in parole, ci immergiamo in questi mondi spirituali e scopriamo come vi si presenti la realtà e come l’uomo vi stia in rapporto: e quando poi, parimente indipendentemente da ciò, ci domandiamo come comprendiamo ora, dopo aver acquistato lo sguardo nei mondi spirituali e anche lo sguardo nel rapporto dell’uomo con essi, quello che è contenuto nelle tradizioni dei diversi popoli, nelle testimonianze che da secoli ci parlano? Come comprendiamo questo colla conoscenza acquisita del mondo sovrasensibile?

Abbiamo visto come, per esempio, nella testimonianza biblica e in altre testimonianze chiaramente fondate sull’occultismo, anche se in forma di linguaggio diversa da quella che dobbiamo usare oggi, provenienti da tempi antichi e dalle diverse epoche dello sviluppo umano e in forme diverse, si esprime quello che scopriamo oggi noi stessi. Così queste testimonianze acquistano per noi una faccia completamente nuova e una forza completamente nuova. Allora ci diciamo: nei mondi in che vogliamo penetrare attraverso il sentiero della conoscenza spirituale, attraverso la nostra graduale ascesa verso l’iniziazione, in questi mondi certi uomini si sono mantenuti e da essi hanno dato ai loro tempi grandi rivelazioni. E in diversi tempi si sono mantenuti lì in diversi modi.

Un sentimento così particolare poteva assalirmi riguardo al significato occulto dell’antico, venerabile epos finnico Kalevala. E per me personalmente, di fronte al Kalevala, il sentimento è stato particolarmente vivace particolarmente caratteristico. Questo poema finnico è bensì tradotto in tutte le lingue europee, ma si differenzia sostanzialmente da tutte le altre poesie narrative ed è difficile paragonarlo con qualcosa d’altro.

Sapete che molti anni fa, quando per la prima volta apparve il mio libro Teosofia, una necessità interiore, una considerazione indipendente del mondo spirituale, mi ha portato a dividere la vita dell’anima umana in tre membra dell’anima: l’anima sensitiva, l’anima razionale o dell’animo, e l’anima della coscienza. Questi tre membra dell’anima sono stati acquisiti soltanto attraverso la ricerca occulta, soltanto attraverso l’osservazione occulta. Quando questa divisione fu acquisita, non si gettò uno sguardo a questa o a quella tradizione. Non si consultò nulla se non quello che risulta quando si dirige lo sguardo occulto nei mondi spirituali. Ora fu necessario, perché i nostri amici della sezione finnica ci avevano chiesto un’interpretazione occulta del Kalevala, di esaminare questo Kalevala dal punto di vista della ricerca occulta.

È stato ripetutamente sottolineato che la coscienza umana e la vita dell’anima umana, come le abbiamo ora, non sono sempre state così come oggi: se risaliamo nello sviluppo dell’umanità, arriviamo a tempi primordiali in che la percezione presente, il pensiero presente e il presente modo di stare in rapporto col mondo esterno non esistevano, ma ai primitivi uomini apparteneva un antico, originario chiaroveggenza. Se dunque volgiamo lo sguardo indietro nello sviluppo dell’umanità, troviamo a partire da un certo punto, che comincia all’incirca all’anno 600 prima dell’era cristiana, anche il tempo in cui nello sviluppo umano entra una particolare configurazione della vita dell’anima che ha poi condotto al pensiero scientifico più astratto, mentre precedentemente erano ancora presenti residui della antica chiaroveggenza o almeno ricordi di essa, che si sono conservati più a lungo presso un popolo, meno presso un altro. Ovunque troviamo, risalendo nello sviluppo dei singoli popoli, che questi popoli si sono conquistati gradualmente la presente coscienza. Prima abbiamo un ricordo di tempi primordiali umani in che la normale coscienza umana aveva una sorta di chiaroveggenza. E nel tempo del crepuscolo fra l’antica chiaroveggenza e la presente coscienza, nacquero propriamente gli epos, le poesie popolari.

Una tale verità, come la troviamo ora, che l’anima umana si divide in anima sensitiva, anima razionale o dell’animo e anima della coscienza, naturalmente sarebbe stata del tutto impossibile per l’uomo dei tempi primordiali scoprire. Ma questi uomini avevano fin dall’inizio un vero chiaroveggenza, sebbene non illuminata dall’intelletto presente, non dal presente intelletto, anche se qualcosa di onirico, crepuscolare. Avevano, prima che sorgesse la presente coscienza, esperienze intermedie fra il nostro presente stato di veglia e lo stato di sonno, in cui però avevano vividi ricordi che una volta le cose erano diverse, che tutti i rapporti erano diversi, e che il singolo uomo non si rapportava all’altro come risulta dalla presente coscienza, bensì come risultava dalla antica chiaroveggenza. Quello che i popoli avevano attraversato nel tempo dal declino dell’antico chiaroveggenza all’entrata nella presente coscienza, questo lo descrivevano negli epos, nelle grandi poesie popolari.

L’uomo materialistico odierno dice ora che la vita dell’anima umana si sia sviluppata gradualmente dai processi materiali legati all’organismo umano, da processi come si trovano anche negli esseri inferiori. Ma la scienza dello spirito mostra che quello che si trova nella vita dell’anima dell’animale non potrebbe mai aver dato occasione a una divisione in anima sensitiva, anima razionale e anima della coscienza, bensì che direttamente da un mondo spirituale è fluita giù negli uomini terrestri questa trinità interiore dei membra dell’anima, l’anima sensitiva, l’anima razionale e l’anima della coscienza. Perciò l’uomo può dirsi quando volge lo sguardo al mondo spirituale: là confluiscono tre correnti al che nel mondo spirituale corrispondono tre entità, che sono gli ispiratori immediati dell’anima sensitiva, dell’anima razionale e dell’anima della coscienza. I creatori di questi tre membra dell’anima dobbiamo cercarli in un mondo che oggi appartiene al mondo sovrasensibile, ma con che gli uomini dei tempi primordiali stavano in connessione immediata.

Sappiamo che nel momento in cui saliamo nel mondo spirituale, la nostra percezione umana diviene immaginazione, indipendentemente dal fatto che saliamo attraverso la consapevole educazione come sarà il caso dell’uomo moderno, o attraverso l’antica chiaroveggenza dei tempi precedenti. Allora l’anima saliva anche a una sorta d’immaginazione. Quindi aveva dinnanzi a sé in immagini l’effusione della triplice anima umana dal mondo spirituale. Ora nel poema nazionale finnico ci si presentano tre eroi. Anzitutto sono straordinariamente singolari, questi tre strani esseri che hanno qualcosa di sovrumano e che contemporaneamente hanno qualcosa di genuinamente umano. Ma se si esamina più da vicino e specificamente con i mezzi occulti la questione, si scopre che in queste tre figure eroiche si presentano i creatori, gli ultimi creatori e gli ispiratori delle forze spirituali umane. Il creatore dell’anima sensitiva corrisponde a ciò che nel Kalevala è descritto col nome di Wäinämöinen; il creatore dell’anima razionale è descritto come Ilmarinen e il creatore dell’anima della coscienza come Lemminkäinen. Ci si presenta qui presso questo popolo così meraviglioso, nel suo poema nazionale in forma d’immaginazione da quella chiaroveggenza originaria umana, quello che la ricerca occulta moderna ritrova. E se consideriamo l’uomo presente, come ci si presenta come uomo esteriore, come lo abbiamo davanti, questo è possibile soltanto perché dapprima nel corso dell’evoluzione umana sulla terra era stato disposto questo essere animico tripartito. L’ho già accennato nelle conferenze pubbliche di Berlino presso la casa degli Architetti intitolate «L’origine dell’uomo alla luce della scienza dello spirito» del 4 gennaio 1912 e «L’origine del regno animale alla luce della scienza dello spirito» del 18 gennaio 1912. Dobbiamo immaginarci che nel corso del processo terrestre una volta non c’erano né uomini né animali, bensì una sorta di qualcosa di indifferenziato di vita terrestre; che poi si staccarono da sé gli esseri che giunsero solo all’animalità, mentre quando già c’erano tutti gli animali, l’uomo aspettava ancora finché non si verificassero altre condizioni terrestri, e perciò, perché aveva aspettato altre condizioni terrestri, poteva acquisire la sua presente forma. Cioè, mentre gli animali già avevano sviluppato le loro diverse forme sulla terra, l’uomo era ancora su nel mondo spirituale, si sviluppava soltanto quando gli animali avevano già acquisito le loro forme fisse. Ed è così che l’uomo dapprima ricevette questa disposizione nei tre membra dell’anima, nell’anima sensitiva, nell’anima razionale e dell’anima della coscienza. Poi portò nelle condizioni terrestri la possibilità di presentarsi come tale uomo in forma esteriore, come è appunto ora.

Se teniamo questo in considerazione, possiamo dire: l’uomo, come ora ci si presenta come essere compiuto, ha propriamente mandato giù dinnanzi a sé il regno animale ed è poi venuto quando le condizioni terrestri erano tali che poteva esprimere la sua vita animica disposta a tripartizione in una forma esterna. Ma cosa significa propriamente? Stranamente, quando si contemplano queste verità occulte, quelle tradizioni religiose costruite sull’occultismo riacquistano il loro profondo valore e vengono semplicemente elevate dalle antiche concezioni con che non si poteva più collegare nulla di giusto. L’uomo ricevette in sé le condizioni terrestri, la materia terrestre soltanto quando poteva rielaborarla in modo che divenisse la sua presente figura, figura che poteva divenire l’impronta della sua vita animica, della sua vita animica tripartita. L’uomo dunque rielaborò la materia terrestre secondo le leggi della sua vita animica, articolò ciò che sono materie terrestri nel piano della sua vita animica e divenne così l’uomo terrestre, cioè forgiò la materia terrestre secondo il modello della sua forma animica. Basta pensare ora alla concezione biblica dell’elaborazione della sostanza terrestre, non della polvere terrestre, bensì della sostanza terrestre, in uomo, per avere in questa concezione biblica, che è stata tanto schernita dal presente illuminismo, un profondo significato. Poiché vi si indica il momento in cui gli animali erano già lì, perché erano scesi prima, e dalla sostanza terrestre fu forgiato secondo il modello animico quello che ora si presenta dinnanzi a noi come uomo corporeo.

Ora è meraviglioso che questo processo venga reso magistralmente in forma immaginativa nel poema nazionale finnico Kalevala, e specificatamente come la forgiatura di uno strumento misterioso che nel Kalevala si chiama Sampo. Le spiegazioni più strane sono state date a questo strumento misterioso Sampo. In verità esso è il corpo eterico forgiato dall’azione congiunta dei tre principi animici, il cui impronta è il corpo fisico. Così abbiamo qui - e non è affatto necessario che esponiamo le cose più precise, basta accennarlo - nel poema nazionale finnico Kalevala qualcosa che in tutto il suo carattere proviene dalla memoria del popolo finnico, che era ancora un ricordo di percezioni anteriori chiaroveggenti, e in queste percezioni chiaroveggenti gli uomini sapevano ancora qualcosa della discesa dell’uomo come essere animico nella sua tripartizione nel corpo fisico. Questo è il notevole in una cosa simile, che negli antichi canti eroici dell’umanità ritroviamo quello che oggi noi ci conquistiamo come verità, come conoscenze dei mondi spirituali. Quello che in molti esempi abbiamo trovato di fronte alle testimonianze importanti per tutti gli uomini, lo troviamo qui in un esempio particolare, che inoltre è riaffiorato dall’oblio nel 19° secolo. Poiché era dimenticato ed è stato soltanto nel corso del 19° secolo raccolto dai canti popolari che vivevano nel popolo. Nulla era stato scritto all’inizio del 19° secolo di quello che oggi abbiamo come Kalevala, bensì fu soltanto udito dal popolo e poi raccolto, viveva così soltanto nel popolo. Non abbiamo bisogno, di fronte a un fatto simile, di nulla d’altro se non di quello che c’è. Cioè, cos’è in un caso simile? C’è il fatto che un medico del 19° secolo nota: qui il popolo canta di molte cose che sono del tutto interessanti - e si dedica a raccogliere questi canti. Ora vengono raccolti, vengono in questo modo di nuovo apprezzati dal popolo; ci si preoccupa di essi, i canti vengono tradotti in tutte le lingue europee, gli studiosi danno spiegazioni sciocche sui singoli elementi, ma il fatto resta, ha vissuto nel popolo.

Procediamo ora con quello che oggi abbiamo come conoscenze spirituali. Risulta, lo si voglia o no, se solo si ha buona volontà, che in quello che così è vissuto nel popolo, che è stato così raccolto dal popolo, è contenuto un contenuto occulto, un contenuto occulto che ritroviamo oggi così come, se abbiamo buona volontà, lo ritroviamo nell’Iliade di Omero, nell’Odissea, nel Nibelungenlied e così via. Solo bisogna avere quella buona volontà di cercare le cose, cercare seriamente, e non certo affrontare la questione con allegorie o con i mezzi di un’interpretazione mitologica simbolica, bensì lasciarla agire immediatamente su di noi. Ciò che abbiamo noi stessi scoperto in campo occulto ci guarda fuori dalle immaginazioni dell’antica preistoria. Qui si presenta però ancora qualcosa di particolare. Nel Kalevala mi si presentò infatti qualcosa di molto particolare. Quando presi il Kalevala in mano, venni a sapere anche che le ultime rune, che trattano di un contatto dell’antica vita spirituale finnica col Cristianesimo, evidentemente dovevano essere state aggiunte in seguito: mentre tutto il resto ha il carattere pagano antico, le ultime rune recano decisamente in sé qualcosa di cristiano, ma qualcosa di teneramente cristiano. E così si rivelò meravigliosamente che questo vi appartiene, che senza queste ultime rune il Kalevala non sarebbe affatto pensabile. Cioè, come il Kalevala è venuto all’esistenza e ha vissuto nel popolo, tutto è conformato così che finalmente culmina del tutto naturalmente in un’allusione teneramente cristiana. E si potrebbe dire, al Cristianesimo più impersonale che si possa pensare, a un Cristianesimo che è il Cristianesimo più completamente palestinese, che è difficile riconoscere per i concetti cristiani. Così che abbiamo qui da fare col fatto che da un’unica e medesima anima nacque quello che non poteva più nascere presso gli altri popoli colti europei assieme alla cultura cristiana: infatti, quando la cultura cristiana giunse, era ormai trascorsa la stagione nel che la chiaroveggenza ancora risaliva ai tempi che corrispondevano alla discesa della triplice anima umana nella forma umana. Così possediamo nel popolo finnico ancora qualcosa dell’unione dell’antichissimo chiaroveggenza con quello che entra mediante la cultura cristiana. Con ciò è dato qualcosa di molto straordinario, qualcosa di completamente unico, che forse non si trova altrove sulla terra. È forse mediante la venerazione particolare che nel Finlandia si professa al Kalevala che questo epos è stato preservato dal destino dell’Iliade. Poiché non so se a molti di voi sia noto che l’erudizione ha fatto a pezzi l’Iliade e ha poi asserito che questa Iliade non provenisse da un uomo chiamato Omero, affatto non da un singolo uomo, bensì soltanto canti raccolti posteriormente. Col Kalevala si ha bensì il fatto che la cosa è stata raccolta. Ma è un tutto, un tutto unitario; forse nel futuro dovremo fare alcuni cambiamenti, ma è un tutto unitario. Sta quindi di fronte a noi il fatto che si è raccolto dalla coscienza del popolo una somma di immaginazioni occulte che si dimostrano chiaramente per la visione mondiale spirituale per il loro proprio contenuto. Se si segue la cosa ritroso con l’Akasha-Cronica, emerge che riconduce ai misteri sacri antichissimi dell’Europa settentrionale, che le cose sono ispirate dagli iniziati e date e incorporate al popolo. Perché vi ho esposto questi fatti? Quello che in altro modo discutiamo riguardo a questioni di scienza dello spirito, quello che da anni abbiamo discusso, è stato discusso anche a Helsingfors e sarà discusso in altre regioni d’Europa. Qualcosa di particolarmente nuovo e specificamente finlandese era proprio quella conferenza pubblica che potei tenere sul contenuto occulto dei poemi popolari e specificamente sul contenuto occulto del Kalevala. E qui si sentì proprio quello che è essenziale per il movimento di scienza dello spirito, quello che sempre più e più si farà valere come essenziale su tutta la terra. Si sente: colla scienza dello spirito si è in quanto a vita spirituale dappertutto a casa, poiché essa è la luce che illumina il cammino spirituale che l’umanità ha percorso su tutta la terra. E così è di nuovo un sentimento schiacciante, in questi poemi popolari raccolti che ora formano un tutto, trovare mediante la scienza dello spirito il contenuto proprio, trovare come l’anima popolare una volta parlò e poetò, fino nel 9°, 10°, 11° secolo, ancora avendo ricordi viventi della antica chiaroveggenza, come poi viveva nel popolo, in questo strano popolo finnico che si è ancora conservato usi e arti di antico tipo magico, per poi vedere come la scienza dello spirito ci rende comprensibili tutte queste cose, come ci conduce alla loro comprensione.

Fra i molti segni che si potrebbero adurre per quello che si presenta a noi come grandi fatti spirituali del nostro tempo imminente, c’è anche questo: la scienza dello spirito ci porta in un territorio linguistico completamente estraneo, poiché la lingua finnica si differenzia completamente da tutte le altre lingue europee, non si capisce nulla di essa esternamente, si viene portati in un territorio completamente estraneo. E cosa si apprende mediante la scienza dello spirito? Di cosa si parla mediante la scienza dello spirito con questo popolo che, per quanto riguarda ciò che è accaduto negli ultimi secoli, è completamente estraneo agli altri popoli europei? Si parla con esso del suo Santissimo, di quello che ora rivive di nuovo cosicché la gente brama il Kalevala, che il Kalevala diviene vivo in tutto il mondo colto. Si impara a capirsi immediatamente nel Santissimo che qui l’anima popolare proclama.

Così può essere su tutto il globo terrestre, se si comprendono due cose che devono essere il nervo fondamentale di tutta la vita antroposofica. L’una è che stiamo veramente di fronte a una nuova apertura di fatti spirituali per l’umanità. Su questo è stato spesso richiamate l’attenzione. La trovate specialmente nel mio Mistero della Rosa-Croce «La Porta dell’Iniziazione», che andiamo incontro a tempi in cui le anime umane saranno sempre più aperte ai mondi spirituali, sicché irromperanno rivelazioni dai mondi spirituali, che l’anima umana, perché cresce verso il mondo spirituale e perché questo sarà una sorta di evento naturale, veramente si aprirà al mondo spirituale, sicché gli uomini gradualmente - nel corso dei prossimi tre millenni - cresceranno nel mondo spirituale. Mediante la scienza dello spirito dobbiamo imparare a comprendere in che misura e perché deve accadere così. Ripercorrete una volta un fatto che è stato più volte esposto.

Se consideriamo le culture postatlantiche, abbiamo nel primo tempo culturale postatlantiche, nell’antica e venerabile cultura indù dei Rishi una cultura che scaturisce immediatamente dal corpo eterico umano. Abbiamo poi nel tempo culturale persiano antico una cultura da quello che chiamiamo il corpo astrale. Nel tempo culturale egizio-caldaico abbiamo una cultura dall’anima sensitiva. Dall’anima razionale abbiamo una cultura nel tempo greco-latino, e nel nostro tempo abbiamo una cultura dall’anima della coscienza. Poi verrà una cultura dallo Spirito-Sé e così via. Se considerate tutto il corso dello sviluppo culturale postatlantiche, vi direte: in tutto questo periodo culturale postatlantiche la cosa è così che abbiamo una sorta di linea discendente fino al tempo greco-latino. In questo tempo è chiaramente percettibile che da un lato - e questo non si può negare - l’uomo è disceso il più possibile nel piano fisico. In un’enorme aggrovigliamento e intreccio della vita spirituale col piano fisico si mostra il carattere peculiare di questo quarto periodo culturale postatlantiche. Contemporaneamente però si mostra quella sfumatura che designiamo come il Mistero del Golgota. Abbiamo sottolineato spesso questo necessario incontro del quarto periodo culturale postatlantiche col Mistero del Golgota. Richiamate a voi tutto quello che sapete della questione. Ma c’è ancora un’altra importante questione da tenere in considerazione. Nella vita individuale, nella vita singolare individuale, questo corso dello sviluppo dell’umanità si esprime in molti modi. Abbiamo fino al settimo anno lo sviluppo del corpo fisico. Dalla presentazione che è stata più volte data e che si trova nel piccolo scritto «L’educazione del bambino dal punto di vista della scienza dello spirito», sappiamo che fino al settimo anno abbiamo principalmente uno sviluppo del corpo fisico; questo si colloca come uno sviluppo umano davanti alla grande catastrofe atlantica.

Poi, in certa misura ripetuto dal settimo al quattordicesimo anno di vita, anche se velato, abbiamo quello che è impresso nella cultura umana stessa come la cultura del corpo eterico, che potete trovare esaltato alla massima gloria nel tempo indiano antico. Poi abbiamo la cultura che potremmo designare come la corrispondenza del tempo persiano antico: dal quattordicesimo al ventunesimo anno di vita la cultura del corpo astrale. Poi abbiamo la cultura del periodo egizio-caldaico, specchiandosi nella vita singola nello sviluppo dell’uomo dal ventunesimo al ventottesimo anno; poi segue specchiandosi nella vita singola lo sviluppo culturale che potremmo designare come la cultura greco-latina, dal ventottesimo fino al trentacinquesimo anno. È un tempo importante. Poiché proprio come allora per l’umanità postatlantiche si verificò un rivolgimento da una cultura discendente a un'ascendente, così può verificarsi fra il ventottesimo e il trentacinquesimo anno un rivolgimento nel singolo uomo. Stiamo nel mezzo della vita singola individuale contemporaneamente nella vita singola davanti a una vita ascendente e una discendente. Noi andiamo mentre varchiamo il trentacinquesimo anno, nell’appassimento della vita, nell’esteriore disseccamento e appassimento dell’uomo. Per questo tempo deve sussistere nella singola natura umana qualcosa che corrisponde al rivolgimento da una cultura discendente a un'ascendente. Non è casuale che il Mistero del Golgota nel Cristo Gesù cadesse precisamente in questo lasso di tempo, fra il ventottesimo e il trentacinquesimo anno, bensì questo è per chi penetra questi nessi evidente. Doveva precisamente entrare nel lasso di tempo che corrisponde allo sviluppo dell’anima razionale. Ora stiamo, se consideriamo la cultura esterna dell’umanità, dal termine del Medioevo nello sviluppo dell’anima della coscienza. Questo continuerà ancora per molto tempo. Poi viene lo sviluppo dello Spirito-Sé.

Ora per il singolo uomo l’Io sorge propriamente in modo del tutto irregolare, e proprio grandiosamente irregolare. Posso oggi - in futuro esporrò questi fatti più ampiamente - soltanto alludere a di che cosa si tratti. Pensate come nell’ordinaria organizzazione umana fino al settimo anno il corpo fisico, fino al quattordicesimo anno il corpo eterico si sviluppa e così via. Poi entro l’anima razionale - come potete leggere nell’«Educazione del bambino dal punto di vista della scienza dello spirito» - propriamente l’Io dovrebbe entrare regolarmente, perché soltanto allora abbiamo nell’ordinaria organizzazione il giusto strumento per l’Io. Ma l’Io entra già nel primissimo tempo per l’uomo, del tutto indipendentemente dall’organizzazione esterna, nel punto del tempo fino a cui ci ricordiamo in seguito. Da dove proviene che l’uomo, quando è considerato come organizzazione esterna, genera il suo Io fra il ventottesimo e il trentacinquesimo anno, ma in realtà lo genera nella primissima infanzia? Questo proviene dallo scostamento dell’uomo interiore rispetto all’uomo esteriore attraverso le forze luciferiche. Sono, come dobbiamo sempre rappresentare, le forze luciferiche quello che significa un restare indietro nel tempo. Il nostro Io, come lo portiamo in noi, riposa su forze luciferiche, poiché riposa su ricordi di quello che dal nostro vivere ci è restato. Lucifero scioglie libero questo Io. Perciò esso vive sciolto dall’organizzazione esterna.

Per un tempo la cosa era così che l’uomo esteriormente doveva legarsi a qualcosa di diverso dal suo puro Io. Era il fatto che doveva legarsi, se doveva accadere nel modo giusto, a un uomo che una volta nel quarto periodo culturale postatlantiche aveva vissuto, che aveva raggiunto il suo trentesimo anno, e che poi era stato ispirato dal Cristo con una forza che però sulla terra non poteva vivere oltre il trentatreesimo anno, bensì che col trentatreesimo anno passava attraverso la morte. Era dapprima un legame esternamente storico, doveva semplicemente dai genitori ai figli, da questi ai figli dei figli e così via essere raccontato come un fatto storico. Quello che vi ho spesso sviluppato da un lato, prendetelo adesso dal lato interiore. Fino a questo punto, dove giace lo sviluppo dell’anima della coscienza, l’uomo si ricorda, quando ripensa, al suo Io che una volta è nato: poiché l’uomo si dorme entrando nell’esistenza terrestre. Quello che era prima di questo punto, ce lo dicono i nostri genitori, fratelli più grandi e così via.

Come l’uomo adesso si ricorda di questo Io che è il luciferica Io, così si ricorderà in seguito - e questo entra nei prossimi tre millenni come qualcosa di completamente particolare nello sviluppo dell’umanità - come in un’immaginazione di fronte a un altro Io. Si ricorderà in futuro che in un determinato punto della sua infanzia il luciferica Io è emerso e che in un altro punto, di cui si ricorda, di fronte al luciferica Io, per così dire, il Cristo-Io si erge, e invece di un unico punto-Io ne sorgeranno due. Che questo emerga come ricordo, sarà la prova che l’evento del Cristo non deve ancora accadere, bensì che si è già svolto. In breve, come l’uomo attualmente si ricorda del suo Io, così si ricorderà in seguito dell’immaginazione del secondo Io e così troverà la via verso quello che caratterizziamo come l’apparizione del Cristo.

Che l’uomo dunque veramente cresce verso nuove esperienze interiori, vivenze spirituali del tutto nuovo tipo, è quello che sulla base della scienza dello spirito deve essere compreso. Poiché, naturalmente, quello che l’uomo deve sperimentare, deve essere preparato. Così andiamo verso nuove vivenze dell’anima umana. Questo è l’una delle cose necessarie per la scienza dello spirito. L’altra è che queste nuove vivenze sono tali da portare pace e concordia e armonia sulla terra fra gli uomini. E veramente le portano! Perciò è così schiacciante grandiosamente un’intesa della vita popolare da un angolo completamente diverso. Si comprende quello che la vita popolare ha poetato quando lo si illumina mediante la scienza dello spirito. Bisogna soltanto avere la volontà di aderire a quello che scaturisce da questa vita popolare, e nulla di più. Questo deve essere l’altro lato, il lato dell’atteggiamento di una visione mondiale spirituale. Prendiamolo molto seriamente in considerazione. Come si presenta? Si è litigato, più che litigato, si è combattuto sanguinosamente nei tempi susseguenti per singole opinioni religiose. Se si comprende il nervo fondamentale della scienza dello spirito, in futuro non si combatterà più per singole opinioni religiose. Quello che si avrà in considerazione saranno i fatti, i fatti spirituali, e si avranno su singoli problemi religiosi divergenze di opinione come se ne hanno altrimenti, ma non come è accaduto a combattimenti sanguinosi. Poiché si riconoscerà che le grandi rivelazioni popolari, dove esse sorgono, riconduce a certe importanti conoscenze. Si giungerà al fondamento di queste conoscenze; si comprenderà che verità sono contenute nelle diverse religioni. La scienza comparata delle religioni è oggi molto progredita riguardo ai singoli sistemi religiosi e al loro confronto reciproco. Ha prodotto bei risultati. Ma di quale disposizione è essa permeata più o meno? È permeata dalla disposizione che, anche se più o meno si confessa, tutte le religioni sono false. Non sul contenuto veritativo procedono queste scienze comparate delle religioni, bensì sul contenuto dell’errore. Ma la scienza dello spirito procederà sul contenuto veritativo delle singole religioni, su quello che dai principi d’iniziazione, dalle diverse iniziazioni è entrato nelle religioni. E come si staranno allora gli uomini di fronte a se stessi? Chiediamoci una volta: come starà di fronte un cristiano a un buddhista? - Il cristiano apprenderà il completamente magnifico e sublime del sistema buddhista, apprenderà, perché il Cristianesimo stesso si farà strada verso la comprensione di reincarnazione e karma, il grande che il Buddhismo porta in sé in reincarnazione e karma. Ma comprenderà ancora qualcosa di diverso, cioè che vi sono certe individualità nello sviluppo dei mondi che dal Bodhisattva diventano Buddha. Comprenderà il cristiano quello che può comprendre soltanto mediante uno sviluppo antroposofico: come il figlio del re di Suddhodana nel ventinuesimo anno della sua vita - proprio allora doveva essere così, tutti questi fatti risultano quando prendete seriamente queste cose come sono insegnate nella scienza dello spirito - diviene Buddha. Questo è collegato con quello che è presentato nel piccolo scritto «L’educazione del bambino dal punto di vista della scienza dello spirito». Mediante una tale comprensione il cristiano comprenderà anche che un essere come una tale individualità non scende nuovamente in un corpo fisico sulla terra. Non come a una favola vede, quello che è davvero cristiano teosofo e come teosofo, se volete, cristiano, non come a un mito vede quello che c’è nel Buddhismo, bensì egli crede come il buddhista stesso in questa verità che il Bodhisattva nel ventinuesimo anno è diventato Buddha e non ritorna in un corpo fisico. E lui rispetta e onora questa convinzione, crede col buddhista, crede quello che il buddhista crede, sta dentro il Buddhismo sul suo terreno, non lo prende come una fantasia infantile, bensì lui sa che nel figlio del re di Suddhodana un’individualità è ascesa a tale dignità che non ha più bisogno di scendere in un corpo fisico, bensì agisce in un’altra maniera nello sviluppo dell’umanità. E il cristiano non si mescerebbe mai negli affari spirituali del buddhista nel modo che gli indicherebbe qualcosa di estraneo. Comprenderà quello che il buddhista può ricavare dal Buddhismo come veritativo.

Cosa dirà un buddhista che come teosofo buddhista si sta di fronte al Cristianesimo? Egli tenterà di comprendere cosa significa che in una personalità designata come Gesù di Nazareth, nel trentesimo anno della sua vita, l’Io viene sostituito da Colui che il quarto periodo culturale postatlantiche ha chiamato il Cristo, che poi per tre anni dimorò nel corpo di Gesù di Nazareth. Comprenderà cosa significa che quello che come sostanza del Cristo esiste e doveva passare attraverso la morte col Cristo Gesù, è stato versato sulla cultura dell’umanità. Tenterà di comprendere che questa vita dal Battesimo del Giordano al Mistero del Golgota rappresenta un evento unico nello sviluppo dell’umanità, e che quello che una volta era incarnato in Gesù di Nazareth non può ritornare, così poco quanto il Buddha può mai ritornare sulla terra. Come il Buddha era prima lì come Bodhisattva, per poi ascendere come Buddha nei mondi spirituali, questo rispetta quello che sta sul terreno teosoferico cristiano. Come l’individualità del Cristo è discesa nel corpo di Gesù di Nazareth, come vi ha vissuto per tre anni, come è passata attraverso la morte, come questa forza si è diffusa sulla spirituale atmosfera terrestre e vi continua a vivere, questo intero riconoscimento di questi fatti spirituali rispetta il buddhista teosofo, il buddhista teosoferico di fronte a quello che il cristiano deve riconoscere come suo credo. Reciproca intesa dei credi sulla terra e così reciproca armonia: questo è il nervo fondamentale della visione mondiale di scienza dello spirito. E sarebbe assurdo se il cristiano insegnasse che potrebbe sorgere un’individualità che sarebbe il Buddha reincarnato. La popolazione buddhista dovrebbe ribellarsi dove una tale dottrina fosse portata in una regione buddhista, contro un simile procedimento. Disarmonia però dovrebbe entrare in una comunità cristiana se gli uomini dovessero sentire che quello che è il Cristo potrebbe incarnarsi nuovamente nella carne. Ma la Teosofia è lì per portare reciproca intesa dei singoli correnti religiosi provenienti dalle iniziazioni su tutta la terra. Allora ci sarà vera Teosofia, vera scienza dello spirito nei cuori, quando questo sarà compreso. Allora non ci saranno nuove formazioni settarie, nessun nuovo annuncio di profeti esterni fisici su che l’umanità non aspetta più in quel senso esteriore. Bensì allora si comprenderà anche quel principio rosicruciano che dalla fondazione del Rosacrocianesimo è fermo: che quelli che hanno da insegnare non possono parlare della loro missione di fronte al mondo esteriore prima. All’interno del Rosacrocianesimo è un'antica regola che di fronte al mondo esterno essoterico non si parli mai nella contemporaneità di alcuno che debba valere come maestro della direzione rosicruciana, bensì soltanto cento anni dopo la sua morte. Non prima, perché soltanto così può essere introdotto l’elemento impersonale in un vero movimento spirituale.

Essere consapevoli che stiamo di fronte a uno sviluppo dell’anima umana in cui l’anima umana percepisca sempre più e più il brillare dell’elemento spirituale, e che per questo entrerà l’evento Cristo sovrasensibile di cui possiamo parlare profeticamente, ed essere consapevoli che la vera Teosofia deve sempre più e più condurre alla comprensione di quello che per il singolo è religiosamente sacro, queste sono le due cose che fanno il teosofo all’interno del movimento teosoferico. A ciò che si è consapevole di queste due cose, si potrà riconoscere nell’uomo se egli ha veramente compreso il compito della Teosofia nel presente.

5°L'idea della reincarnazione nella cultura occidentale

Berlino, 2 Maggio 1912

Se consideriamo quello che nel corso dello sviluppo dell’umanità si è manifestato come vita spirituale, come concezioni sulla realtà spirituale e sul mondo nel suo insieme, otteniamo una visione davvero significativa del progresso: un progresso dell’intera evoluzione umana su tutta la Terra. Quando seguiamo questo progresso con i mezzi della ricerca spirituale e della visione geisteswissenschaftliche, percepiamo che l’uomo partecipa al progresso globale come singola individualità. Partecipa con la sua anima attraverso le successive rincarnazioni, passando per i periodi e le epoche diverse. Ha così l’opportunità di portare avanti quello che ha acquisito nella sua anima nei tempi antichi e in quelli recenti. Ha pure l’opportunità di partecipare a tutto: se ha vissuto in una determinata epoca di civiltà, la sua partecipazione non scompare dall’evoluzione complessiva della Terra. Persiste per partecipare di nuovo a quello che la Terra avrà conseguito in tempi successivi. Noi percepiamo un tale progresso globale. Ma basta richiamarci quello che è stato sottolineato spesso nei nostri studi geisteswissenschaftlichen, e vedremo come il progresso non è semplicemente rettilineo. Non inizia da cose semplici e primitive per poi elevarsi sempre più in alto. Al contrario, il progresso e lo sviluppo complessivo costituiscono un fenomeno complicato.

Quando rivolgiamo l’attenzione all’epoca post-atlantica, abbiamo una visione di come, dopo la grande catastrofe atlantica, sia sorta innanzitutto l’epoca indo-antica. È un’epoca di tale profondità, di tale penetrazione nel mondo spirituale, quale non è stato più raggiunto e non verrà raggiunto finché il quinto e sesto periodi post-atlantici non saranno passati. Solo il settimo sarà di nuovo presente. Troviamo così, in certi aspetti dello sviluppo spirituale umano, un periodico discendimento seguito da un nuovo innalzamento. La civiltà greco-romana rappresenta il sommo per l’unione del popolo greco con l’arte e per gli ordinamenti della vita statale: era stato raggiunto un armonico convivere dell’uomo con il piano fisico. Eppure caratteristica per quest’epoca è un’espressione del grande Greco: “Preferibilmente essere un mendicante nel mondo superiore che un re nel regno delle ombre!”. Durante quest’epoca, pur nella massima gloria dell’umanità sul piano fisico, c’era scarsissima consapevolezza del significato del mondo spirituale. Da allora vediamo il declinarsi dell’immediato identificarsi dell’uomo con il piano fisico. Vediamo il venir meno di ciò che aveva prodotto cose grandiose. Ma allo stesso tempo vediamo la crescente penetrazione dell’umanità nei mondi spirituali. Questo caratterizza come il cammino dello sviluppo umano sia complicato. Mettendo in rilievo i vantaggi di un’epoca, non dobbiamo giudicare le altre epoche come inferiori. Quando parliamo di ciò che il Cristianesimo ha portato nel mondo, sappiamo che siamo ancora agli inizi. Quelle vette spirituali raggiunte in Oriente prima dell’avvento del Cristianesimo non sono ancora state conquistate nuovamente. Dobbiamo tenere conto di tutto ciò. Non sorga l’impressione che, evidenziando i vantaggi di un’epoca, siamo ingiusti verso la grandezza di altre epoche. Vi prego di intendere una distinzione che non vuole caratterizzare un vantaggio da un lato e uno svantaggio dall’altro. Voglio indicare una differenza quando caratterizzo il contrasto tra la civiltà orientale pre-cristiana e il Cristianesimo stesso, come lo vediamo sorgere attraverso l’approfondimento geisteswissenschaftliche.

Quando volgiamo lo sguardo alla concezione orientale del mondo, vediamo che essa possedeva qualcosa su cui si basava fermamente: qualcosa a cui continuamente si riferiva e su cui il Cristianesimo nella sua evoluzione finora ha prestato minore attenzione. La concezione orientale possedeva quella grande legge cosmica che oggi conquistiamo di nuovo attraverso la scienza dello spirito. È la concezione della rinascita dell’uomo in diverse vite terrene e della legge del Karma. Mentre il Cristianesimo per secoli ha considerato solo la vita dell’uomo tra la nascita e la morte e una semplice vita celeste che ne consegue, nel mondo orientale c’era già la chiara consapevolezza del ritorno dell’uomo nelle ripetute vite terrene. Il significato delle concezioni orientali nasce sempre da questa grande legalità dello sviluppo umano. Così nella dottrina orientale si formò qualcosa riguardo ai condottieri, ai grandi maestri e agli eroi dello sviluppo umano. Questo si differenzia fondamentalmente da tutto ciò che si è formato nello sviluppo occidentale rispetto ai grandi condottieri. Nelle concezioni orientali troviamo riferimenti a entità di cui ci si dice che tornano sempre. Il significato della loro azione si rivela proprio attraverso il significato delle loro successive vite terrene.

Ci troviamo dinanzi a Gautama Buddha e notiamo già nella denominazione stessa ciò che è essenziale. Infatti Buddha non è un nome proprio come Socrate, Raffaello o altri nomi propri, bensì è un titolo di rango. Nel contesto della concezione del mondo da cui è nata la dottrina buddhista si parla di molti Buddha. Buddha è una dignità, un grado che molte entità possono raggiungere. Abbiamo spesso sottolineato come Gautama Buddha, prima di diventare il Buddha quale la concezione orientale oggi conosce grazie al suo ruolo di figlio del re Suddhodana, era un Bodhisattva. Ciò significa che la concezione orientale volta lo sguardo all’individualità che procede attraverso le singole incarnazioni. Osserva come l’individualità sale gradualmente da incarnazione a incarnazione fino a raggiungere quella vetta che si esprime nella dignità buddhista. L’individualità con tutto ciò che ha compiuto di significativo non è designata con un nome proprio. Solo di rado nel Buddhismo, quando si parla della particolarità di Buddha, si parla del Principe Siddharta. Per lo più si parla di una dignità, ma di una dignità al che non solo lui è asceso, bensì al che ognuno può ascendere attraverso il proprio sviluppo. Così la concezione orientale, quando indica i grandi condottieri, rimanda a ciò che prosegue attraverso le vite terrene ripetute. Riconduce appunto la grandezza e il significato dei suoi condottieri a quello che essi acquistarono attraverso le vite terrene successive.

Confrontiamo questo fenomeno con ciò che la civiltà occidentale si è proposta. Udiamo raccontare della grandezza di Platone, della grandezza di Socrate. Ci si presenta una figura come Paolo. Sì, possiamo addirittura iniziare dall’Antico Testamento, dove ci si presenta una figura come Mosè. Inoltre incontriamo figure come Raffaello, Michelangelo, Leonardo da Vinci e altri. In Occidente si parla della singola personalità e non si bada all’individualità che si protende attraverso le vite terrene ripetute. Non si volge lo sguardo a ciò che procede da nascita a morte, da morte a nascita, ma si parla di ciò che come singola personalità umana stette e visse da questo anno a quell’anno. Vediamo così che la concezione orientale del mondo guarda alla continua individualità che procede da incarnazione a incarnazione, mentre la civiltà occidentale si è curata poco di investigare che cosa fosse, per esempio, Socrate nelle vite terrene precedenti, prima che diventasse Socrate, o che cosa diventerà in vite successive. Così facciamo con Paolo e con altri. Questa è una differenza significativa. È semplicemente così: il carattere intero dell’Occidente ha finora consistito nel sottolineare particolarmente il significato della personalità, il significato della singola vita dell’uomo. Ora invece, quando stiamo di fronte a un grande rivolgimento della vita spirituale, cominciamo a fare ciò: dopo aver acquisito entro la civiltà occidentale una misura per il giudizio della singola personalità, cominci di nuovo a elevarci verso ciò che nella concezione orientale del mondo è il fondamento naturale della considerazione dell’essere umano, ci eleviamo di nuovo a ciò che vive come individualità nella singola personalità e che effettivamente è passato da una vita all’altra. Allora ci appare qualcosa di singolare come una prospettiva significativa per l’avvenire. E questa prospettiva per l’avvenire è ciò che l’umanità avrà sempre più bisogno di comprendere.

Vediamo così che nella visione cristiana abbiamo effettivamente perduto qualcosa che l’Oriente già possedeva e che solo ora ricominciamo a conquistare. L’andamento dello sviluppo umano è così: certi insegnamenti antichi debbono essere abbandonati, ne subentrano dei nuovi, e il vecchio viene conquistato di nuovo attraverso il nuovo. Così l’intera umanità una volta, nei tempi primordiali, possedeva il veggenza primordiale. Essa dovette essere abbandonata. Al suo posto subentrò la pura percezione esteriore. E più tardi alla percezione si aggiungerà ciò che è la chiaroveggenza futura. Così in grande e così in particolare, ma dall’umanità scaturirà qualcosa di straordinariamente significativo. Dovette infatti così accadere che per l’Occidente la considerazione dell’umanità si frammentasse in singole personalità. Ma ora che l’umanità si trova di fronte alla necessità di approfondirsi, troverà da sé il desiderio di collegare insieme i singoli frammenti che emergono nella vita dell’uomo fra nascita e morte. E allora si diffonderà una comprensione enormemente luminosa della progressione, delle forze che si sviluppano attraverso il flusso del progresso individuale e anche di quello umano universale. Possiamo provare questo con un esempio concreto.

Vi ricordate la conferenza “Il profeta Elia alla luce della scienza dello spirito” del 14 dicembre 1911 a Berlino. Vi ricordate che allora ho evidenziato come attraverso la ricerca occulta questa figura profetica ci si presenta in modo straordinario. Non voglio ora entrare nei dettagli, desidero solo dire come dalla ricerca occulta su questa figura profetica sia emerso che fu Elia colui che con particolare intensità e vigore indicò che ciò che l’umanità può chiamare Divino in realtà può essere visto solo nella sua forma originale - e proprio nel più profondo centro dell’uomo -, nell’Io vero dell’uomo. Così possiamo sintetizzare la grande parola profetica di Elia in questo modo: da lui è partita la consapevolezza che tutto ciò che il mondo esterno può insegnarci è solo un’immagine, e che la consapevolezza della vera natura dell’uomo può emergere solo nell’Io proprio. Solo che Elia non giunse a riconoscere la forza e il significato del singolo Io, bensì collocò, per così dire, un Io divino che sta fuori dall’uomo. Ma si dovrebbe riconoscere questo Io divino, si dovrebbe riconoscere che esso irradia nell’Io umano. Che esso sorga nell’Io umano e sviluppi la sua piena forza, questa è la conquista del Cristianesimo. Così appare l’azione di Elia come una specie di araldo del Cristianesimo. Così si può parlare quando si ricerca con i mezzi occulti e quando si caratterizza la singola vita di Elia, così come essa sta nella storia dello sviluppo umano.

Si può allora passare a caratterizzare un’altra vita, la vita di quella personalità che voi conoscete come Giovanni il Battista, e si ha la possibilità di sperimentare come dalla bocca del Battista l’umanità dovesse apprendere ciò che doveva giungere in prossimità immediata. “Cambiate la disposizione della vostra anima!”, così erano all’incirca le parole del Battista, “non guardate più indietro alle epoche in cui il Divino è stato cercato solo al punto di partenza dello sviluppo umano, guardate nella vostra anima e in ciò che è più profondo in essa, e allora riconoscerete che i regni dei cieli vi si sono avvicinati!”. Ciò significa che lo sviluppo è presente, che l’Io può davvero trovare il Divino dentro di sé. Vediamo una specie di araldico del Cristianesimo trasformato rispetto a Elia per il corso del tempo. Vediamo che quando caratterizziamo la personalità esteriore di Giovanni il Battista, egli si presenta a noi completamente diverso. Ma ora abbiamo sperimentato attraverso la scienza dello spirito e sempre più penetriamo in queste cose: è la medesima entità che stava nel profeta Elia e che riviveva in Giovanni il Battista. Aggiungiamo, per comprendere la singola vita, quello che l’Oriente già aveva. Solo che esso non enfatizzava in modo così straordinario la forza della singola personalità.

Andiamo più in là. Abbiamo allora la possibilità di caratterizzare quella singolare personalità che visse tra il 1483 e il 1520, che nacque al Venerdì Santo del 1483 e così si collocò, come dire, vivacemente - già annunziando attraverso la sua nascita - nel Mistero di Golgota. Così conosciamo la figura del grande pittore Raffaello. Nella considerazione dell’Occidente certamente si è abituati, naturalmente, a considerare Raffaello di nuovo per sé. Ma proprio quando oggi si considera la figura di Raffaello, si deve dire che di fronte a una concezione del mondo più ampia e profonda presto apparirà che la considerazione occidentale di Raffaello è quasi insufficiente. Strana appare questa figura singolare di Raffaello a chi si sforza di considerare le cose più profondamente. È come se il suo talento fosse nato immediatamente con lui. Lo vediamo mentre si lascia “nascere” come dire in un Venerdì Santo - per mostrare come si colloca nel Mistero di Golgota. Allora vediamo come non possiamo fare a meno di considerarlo così simile a sé stesso, come se fin dalla sua primissima genesi si fosse annunziato tutto ciò che in seguito si manifestò nella sua grandezza. Orfano da giovane, fu gettato nel mondo, gettato nella gloria e nella magnificenza romana. Lo vediamo salire passo dopo passo in una breve vita a un’altezza straordinaria.

Che cos’è allora questa vita di Raffaello? Ci appare strana. Basta che consideriamo un poco l’ambiente in cui Raffaello nacque. Pensate che egli nacque al voltarsi del XV al XVI secolo, in un’epoca di conflitti religiosi vastissimi, quando il Cristianesimo era scisso in sette su sette in tutta la Terra, dove i combattimenti più potenti ma anche più terribili avvenivano riguardo al Cristianesimo. Consideriamo i suoi quadri. Strana è l’impressione che i suoi quadri ci fanno! Non possiamo considerarli senza dimenticare quello che allora accadeva tutt’attorno nel Cristianesimo, e vediamo brillarci di fronte qualcosa di singolarissimo: l’esultanza per la grandezza della forza del Cristianesimo, per il modo in cui ha influito lo sviluppo umano! Ci mettiamo oggi di fronte a un quadro come la “Scuola di Atene”, come si suole chiamarla; vediamo quelle figure strane che i filistei decifrano prendendo la Baedeker in mano e sapendo così: questo è Socrate, questo è Diogene e così via, mentre per la considerazione dell’arte ciò non dice nulla. Ma sentiamo una cosa, se semplicemente prendiamo il Vangelo in mano e leggiamo attentamente gli Atti degli Apostoli: in un quadro sta di fronte a noi l’intera forza della differenza che c’era tra le concezioni precristiane in Grecia e quelle del Cristianesimo stesso. Ciò ci si presenta anche nell’altro quadro, nella “Disputa”, come si suole chiamarla, ma come non si dovrebbe chiamarla. È vero, nella “Scuola di Atene” abbiamo di fronte una scena dal Vangelo, quella dove i Greci sperimentano che una personalità arriva che dice: voi finora avete udito di ogni sorta di dèi. Ma il Divino non si esprime in immagini. Grandi cose avete detto sugli dèi viventi. C’è qualcosa di più grande: la grandezza del Dio che è morto sulla croce ed è risorto! - E sentiamo la sua forza e ci mettiamo di fronte al quadro che si chiama “Scuola di Atene”, e contempliamo le teste filosofiche strane, che ascoltano attentamente mentre Paolo parla. E allora ci scompare la considerazione filistea che è stata data solo più tardi: che qui abbiamo di fronte al centro Aristotele, Platone e così via. Sentiamo che Raffaello realmente voleva rappresentare quel momento in cui Paolo si presenta ai Greci. Sì, se esaminate attentamente il Vangelo, troverete perfino in quella figura con il gesto significativamente indicante una personalità dal Vangelo. Così si potrebbe addirittura vedere nel Vangelo il modello per una personalità di questo quadro: precisamente per la personalità di Paolo!

Così andiamo da quadro a quadro, dimentichiamo quello che si è verificato intorno, perché una forza grande parla dai quadri, e abbiamo la sensazione: qui il Cristianesimo vive nella sua massima forza nei quadri che Raffaello ha creato; qui vive un Cristianesimo su cui non può esserci lite, qui vive un Cristianesimo su cui non ci si può dividere in sette. Nel tempo successivo non si sa molto di questo Cristianesimo che vive vitale attraverso i quadri di Raffaello. Se lo si esamina ancora più attentamente, si prova un altro sentimento ancora, una sensazione come se colui che ha dipinto questi quadri avesse voluto dipingere l’eterna gioventù, l’eterna forza vincente del Cristianesimo. E allora forse ci domandiamo, considerando così questi quadri: come fu allora l’ulteriore azione di questi quadri?

Basta che ci ricordiamo che presto venne il tempo in cui un despota artistico come Bernini, colui che ha compiuto tanto per l’esternalizzazione dell’arte, metteva in guardia dall’imitazione di Raffaello; si può addirittura parlare di un oblio di Raffaello. E in Germania e nell’Europa occidentale nel XVIII secolo le cose stavano stranamente con Raffaello e con la comprensione di Raffaello. Leggete tutto Voltaire e troverete appena qualcosa su Raffaello. Potete considerarne un altro, che successivamente è giunto a una concezione diversa. Potete riflettere su come stranamente avvenne a Goethe quando visitò la prima volta la Galleria di Dresda. Potete presupporre forse, quando vi ponete di fronte alla “Madonna Sistina”, che una luminosa estasi si sia accesa nell’anima di Goethe dinanzi a questo quadro. Poteste suppurvelo secondo tutti gli inni di lode con che più tardi ha parlato della “Madonna Sistina”. Ma dobbiamo ricordarci quello che aveva udito dai direttori della Galleria di Dresda e da coloro che erano i custodi ufficiali di questo quadro. Udì che il bambino nelle braccia della madre, a cui scorgiamo la straordinaria chiaroveggenza negli occhi, era stato dipinto con realismo volgare; non poteva provenire da Raffaello, bensì doveva essere stato ridipinto da un altro. E specialmente i piccoli angeli non potevano provenire da Raffaello. Non fu un trionfo quando la “Madonna Sistina” fece il suo ingresso a Dresda. Tuttavia è stato il merito di Goethe che, dopo aver raggiunto una valutazione di Raffaello, ha contribuito alla comprensione della “Madonna Sistina” e di Raffaello in generale.

Consideriamo ora il corso dello sviluppo nel XIX secolo. Prescindiamo da quello che avvenne nei paesi cattolici e guardiamo solo alle regioni protestanti, per che il dogma di Maria è confessionalmente lontano. Vediamo quale trionfale cammino non solo la “Madonna Sistina”, ma tutte le Madonne di Raffaello hanno compiuto. Allora possiamo notare, anche se non abbiamo di fronte gli originali, ma pensiamo alle molte incisioni realizzate nel miglior modo, come gli uomini si sforzino di mettere dinanzi all’umanità in modo il più completo possibile l’intera opera di Raffaello. Poche persone hanno l’opportunità di veder sempre gli originali nei luoghi di origine. Certamente da un’incisione non si può vedere quello che è veramente artistico; crederlo sarebbe una rozza barbarie. Ma qualcosa di diverso è penetrato nello sviluppo dell’umanità: nei paesi che non volevano saperne del dogma della Concezione Immacolata è penetrato un Cristianesimo, indipendente da tutte le differenze confessionali. Le genti hanno dibattuto le differenze confessionali in teorie e sistemi. E mentre lo facevano, è penetrata un’immagine unitaria di questo grande Mistero - si potrebbe dire: in scritti occulti - negli adattamenti dell’arte di Raffaello, vivificando di nuovo questo Mistero. Un araldo del Cristianesimo si erge di nuovo di fronte a noi. Cose grandi e straordinarie si svilupperanno da questo ancora in futuro. E se abbiamo comprensione per questo, verranno in nostro aiuto i sentimenti che si sono diffusi nell’umanità: quello che irradia dall’immagine della “Madonna Sistina”, dalla “Madonna dei Pesci” e da altre Madonne, o dalla “Scuola di Atene”, dalla “Disputa” e da altre immagini di Raffaello. Senza che lo sappiano, gli uomini oggi hanno nelle loro anime i sentimenti di un Cristianesimo interconfessionale, che vive in questa meravigliosa scrittura occulta.

Di nuovo uno ha annunziato e prefigurato come un araldo un nuovo innalzamento del Cristianesimo: Raffaello, dopo che al principio gli uomini non l’hanno compreso. Impariamo attraverso la ricerca occulta che l’identica individualità che una volta ha agito in Elia e più tardi in Giovanni il Battista, ha vissuto ancora sulla Terra in Raffaello. Impariamo così a comprendere come le forze si sviluppano attraverso vita dopo vita nella medesima anima, e impariamo a comprendere molte cose come effetto di cause anteriori. Il Battista fu decapitato. La sua opera potè continuare solo in ciò che fece il suo grande successore. La nuova araldica del Battista fu dimenticata in Raffaello per lunghi periodi. Sorse di nuovo in quello che abbiamo da dire anche geisteswissenschaftlich riguardo all’impulso di Cristo. Quanto infinitamente luminoso diventa la nostra comprensione quando colleghiamo le caratteristiche di quello che procede attraverso le singole personalità, e come concretamente allora la singola personalità ci appare!

Ho detto che i quadri di Raffaello ci appaiono come un’esultanza per la forza del Cristianesimo. Raffaello naturalmente sta sulla base degli eventi dei fatti cristiani; ma in modo affatto singolare li incarna, da certi sentimenti. Lasciamo vagare lo sguardo e ci domandiamo: Raffaello ha compiuto cose così grandi per quanto riguarda l’incarnazione artistica della forza cristiana; che cosa non ha dipinto Raffaello? Non ha dipinto nessuna scena nell’Orto degli Ulivi, non ha dipinto nessuna Crocifissione. Quando ha dipinto un Portamento della Croce, ne è venuto fuori un quadro assai mediocre: vediamo che nacque come da un incarico. Non ha neppure dipinto nulla delle scene che precedettero la Crocifissione. Solo quando deve incarnare la figura del grande successore di Giovanni: la figura di Paolo nel quadro della “Scuola di Atene”, solo allora Raffaello si eleva alla sua piena grandezza, oppure quando, passando sotto silenzio gli altri eventi cristiani, dipinge la Trasfigurazione. Da quello che Raffaello non ha dipinto, acquisiamo una certa comprensione di come gli fosse lontano dipingere quello che si era verificato come evento sulla Terra - non si riferisce al mondo spirituale - dopo che nella vita precedente era stato decapitato. Lo si sente immediatamente, perché Raffaello ha dipinto meno questi quadri. Sì, quando si considerano questi quadri, in tutto ciò che proviene dal tempo dopo la decapitazione di Giovanni, si ha la sensazione che non sia sorto, come è il caso degli altri quadri, dal ricordo anteriore.

Quando si raccoglie tutto questo insieme, si può però provare un’altra sensazione. Si può allora provare il sentimento: che cosa accadrà un giorno nell’umanità nei secoli futuri, non occorre nemmeno pensare a millenni, con tutti i quadri che come grandi, potenti simboli hanno agito? Certo si avranno a lungo le riproduzioni, ma non più a lungo gli originali. Chi oggi considera con malinconia il quadro di Leonardo da Vinci “L’Ultima Cena”, ottiene una visione di quello che diverrà della sostanza fisica di questi quadri. Sì, si ottiene d’altro canto ancora una visione: che solo quando ci si forma dalla scienza dello spirito una visione di quello che Raffaello ha dipinto per esempio nella “Scuola di Atene” e nella “Disputa”, si ottiene una giusta valutazione di questi quadri. Perché quello che oggi si vede sulle pareti in Vaticano a Roma è già qualcosa di completamente rovinato per i molti restauri e così via. Non si può più avere l’impressione originale degli originali; infatti per i molti restauri è già stato rovinato in modo straordinario. Come starà allora fra pochi secoli? Tutte le arti di conservazione degli uomini non saranno sufficienti a proteggere il materiale dei quadri dal decadimento. Sarà scomparso fra pochi secoli. Si conosceranno i motivi, certo; ma quello che allora Raffaello ha compiuto come suo proprio, scomparirà. Allora ci sorge il pensiero: lo sviluppo dell’umanità dunque non è veramente altro che le cose continuamente nascono, per poi sprofondare nel nulla?

Lo sguardo si protende ancora più lontano e arriviamo alla giovane figura del poeta tedesco Novalis. Se ci occupiamo di Novalis, vediamo innanzitutto nei suoi scritti la meravigliosa resurrezione del pensiero di Cristo in modo singolare, ma in modo affatto straordinario, che forse possiamo così caratterizzare: se oggi ci immergiamo nella scienza dello spirito e cerchiamo di comprendere con tutti i mezzi che essa ci dà l’inserimento dell’impulso di Cristo nello sviluppo umano, cerchiamo di comprendere tutto quello che abbiamo bisogno di comprendere per afferrare l’impulso di Cristo, e poi ci volgiamo a Novalis, vediamo dappertutto qualcosa che non dobbiamo fare altro che toccare per farlo risorgere nella nostra anima. Si trovano dappertutto le più grandiose ispirazioni su cose geisteswissenschaftlich, che si presentano come i più grandi sogni scientifici, ma che possono risorgere nella nostra anima e vivervi ulteriormente. Lì possiamo vedere che egli dà qualcosa che come semi si impianta nell’umanità e potrà germinare in futuro. Di nuovo qualcosa come un’araldica per il Cristianesimo! In modo simile un inizio, nonostante tutta la differenza, come quello che fu un inizio, quello che il Battista ha compiuto. E noi stessi troviamo l’occasione di metterci di fronte alla singolare figura di Novalis, e sentiamo come da lì effonda teosofia viva, ma dappertutto sotto ispirazioni cristiane. Allora si sente che di nuovo c’è qualcosa che è araldica del Cristianesimo per l’avvenire.

La ricerca occulta ci mostra: è la medesima individualità che ha agito in Elia, in Giovanni il Battista, in Raffaello, che riappare in Novalis. Di nuovo aggiungiamo quello che come individualità procede attraverso le singole personalità. Troviamo nella figura di Giovanni il Battista presso Raffaello una nuova resurrezione e diciamo a noi stessi: affinché l’opera di Raffaello non perisca, nonostante quello che Raffaello ha dipinto sulle pareti perisca, Raffaello stesso può provvedere, come ha provveduto che l’altro non perisse. Sì, possiamo dire: come ha provveduto che una nuova forma di quello che una volta aveva da annunziare agli uomini sorga di nuovo, così sarà sempre di nuovo capace di farlo, nelle sue successive rincarnazioni.

Così l’individualità umana è in grado di portare avanti attraverso la sfera dell’eternità quello che una volta ha compiuto.

Forse più che alle pure dottrine geisteswissenschaftlich esterne, alla semplice considerazione delle leggi, ciò che diventa chiaro a noi attraverso tali casi concreti, che sempre più si aggiungeranno alle pure leggi astratte, è quello che la concezione teosfica del mondo e della vita sarà per il mondo e per l’umanità: comprensibile come le cose che ci si presentano nel mondo esteriore. E allora si provano sentimenti e sensazioni assai singolari quando particolarmente di fronte a tali esempi concreti si considera quello che si verifica più nel segreto dello sviluppo dell’anima umana. Naturalmente gli uomini che finora hanno considerato Raffaello, poiché la ricerca spirituale stessa è una giovane rivelazione, non potevano sapere nulla di quello che Raffaello porta attraverso il voltarsi dei tempi, quale sia la sua forza. Ma poiché ora deve spuntare l’idea della rinascita dell’essere umano, anche se non si sa nulla nel concreto, può accadere che sorga in uno un sentimento indefinito, come se vi partecipasse qualcosa.

Per questo mi è venuto incontro negli ultimi quattordici giorni un esempio straordinario. Mi è ritornato in mente come un ricercatore di Raffaello assai significativo parli di Raffaello: lo storico dell’arte spirituale Herman Grimm. Quando parlava di Raffaello e lo caratterizzava, naturalmente non sapeva nulla di scienza dello spirito e considerava l’unica vita di Raffaello, considerava la fama di Raffaello nei diversi secoli, vedeva la sua fama declinante e di nuovo ascendente, e in connessione con ciò la continuazione di Raffaello nei diversi secoli nelle sue creazioni. Allora a Herman Grimm venne il pensiero straordinario che egli mise in mistero nel suo libro su Raffaello che intendeva scrivere, che rimase però un frammento. Disse allora, esprimendo una sensazione, completamente istintivamente: se si considera tutto quello che deve continuare a vivere nello sviluppo umano, e ci si forma una prospettiva per l’avvenire, a uno potrebbe venire il pensiero che si rivivranno tutte queste cose! Una cosa simile è infinitamente significativa, significativa per il modo in cui in coloro che considerano pensosamente e sentitamente lo sviluppo umano, istintivamente il pensiero del rivivere emerge come in una nostalgia nelle anime, perché risulta come qualcosa senza che il resto non ha senso. È infinitamente significativo. E quando si considerano cose simili, si ottiene un’idea, un’idea bella e legittima, di quello che la scienza dello spirito potrà e dovrà dare allo sviluppo umano, e quale arricchimento la vita umana in tutte le sue forme sperimenterà attraverso una tale consapevolezza della legge della reincarnazione e del Karma.

Se tuttavia l’umanità dovrà sperimentare un tale arricchimento della vita, dovrà abituarsi a osservare lo spirituale con la medesima precisione con che altrimenti si osserva il fisico, dovrà osservare come le ripetizioni del fisico sono una grande legge di tutta l’esistenza, e come la ripetizione — come il ritorno dell’anima nei corpi — è anche una legge del ritorno dei diversi contenuti della vita. Ma anche per questo ci sono completamente delle preparazioni, anche per questo ci sono completamente, si potrebbe dire, nostalgie umane, speranze umane, consapevolezza istintiva umana, che si è sviluppata gradualmente negli ultimi anni. Abbiamo solo bisogno di collegarci a questo e la scienza dello spirito ci appare come se si fosse sviluppata, come se gli uomini non sapessero che ne stavano già sognando, che la sentivano istintivamente. Ma là dove hanno riflettuto sulla vita spirituale, hanno indicato quello che potevano sentire del grande andamento ritmico del ritorno degli eventi, e del ritorno dell’apparizione dell’anima umana stessa.

Allora è interessante quando vogliamo mettere in rilievo un fenomeno, che io potrei facilmente moltiplicare a centinaia, perché ci viene incontro con tutti gli spiriti che hanno lasciato agire su di sé il corso dello sviluppo umano e nel fare ciò provarono un sentimento di ciò che è il ripetersi ritmico, il ritorno ritmico degli eventi. Su uno sia segnalato, per mostrare come questo pensiero prende piede, ma al contempo solleva qualcosa nell’anima, sebbene il soggetto non potesse ancora essere un teosofo moderno. Il fenomeno che racconto è infatti contenuto in un’opera d’arte dell’anno 1835. Non poteva ancora sapere come l’avvenire dello sviluppo umano si presenta nel senso della scienza dello spirito. Eppure qualcosa sgorga in lui, che è come un sogno, che gli risulta come prospettiva di futuro umano, che si fonda sulla considerazione del ritorno dell’apparizione umana. È il poeta austriaco-tedesco Anastasius Grün, che intendo; nel 1835 ha pubblicato la sua poesia “Schutt”, in cui si trova una rappresentazione dove attraverso cinque ritorni egli segue un fenomeno: il ritorno in certo ritmo del messaggio spirituale che agisce nell’umanità. Anastasius Grün indica come il Cristo ogni anno al primo giorno di Pasqua spiritualmente visita di nuovo il Monte degli Ulivi, per vedere tutti i luoghi dove ha vissuto e sofferto. Di cinque tali ritorni, di che quattro stanno nel passato e il quinto si svolge nel futuro, parla Grün nella sua poesia “Schutt”. Il primo si svolge nel tempo dopo che Gerusalemme è stata distrutta. Il secondo, così crede, si verifica «quando il Cristo osserva come i Crociati hanno conquistato Gerusalemme», e guarda verso il basso come procede nei luoghi che una volta ha toccato. Il terzo ritorno cade nel tempo quando l’Islam diffonde il suo potere su Gerusalemme; il quarto in quel tempo quando l’umanità è divisa in ogni sorta di sette e si comporta combattendo rispetto a quello che è partito dal Cristo.

Tutto questo Grün descrive con una certa vedutezza. Poi gli si apre una prospettiva di un ritorno lontano, molto lontano, del Cristo una volta al primo giorno di Pasqua. Se anche esteriormente sognante, se anche utopico, bisogna tuttavia vedere che i sentimenti — prescindendo dal contenuto — contengono qualcosa del beatificante che l’anima umana può ricevere, che le può divenire attraverso la ricerca occulta, specialmente dal XIII secolo, quando essa guarda verso il futuro, dove attraverso la grande civiltà spirituale si diffonde benedizione contro i combattimenti e le devastazioni. E Grün vede il beatificante nella civiltà futura e dipinge un futuro ritorno del Cristo a un primo giorno di Pasqua sul Monte degli Ulivi e lo descrive come gli si presentava nella sua fantasia. Si immagina come bambini su Golgota giochino, come abbiano scavato la terra e trovino una cosa strana di ferro di cui non sanno che cosa sia; più tardi si rivela che è una spada. E il sentimento beatificante lo coglie, così che si dice: verranno tempi in cui si sarà dimenticato il proposito che un tale oggetto aveva, che assomiglia a una spada. Si ammirerà la spada come un oggetto strano. E allora dice: il ferro fu convertito in vomere. E Grün si dipinge il sentimento che sgorga da lui dal ritorno ritmico dell’apparizione del Cristo sul Monte degli Ulivi. Allora i bambini scavano ancora, e quello che scavano, quello che si è già dimenticato, quello che però si otterrà di nuovo nell’apparizione, è una croce di pietra! Si è già dimenticato. Lo si riprende e dice che con la croce si fa qualcosa di particolare, per indicare quale ruolo avrà da quel momento la croce. E così rappresenta quello che sente, come i bambini al ritorno del Cristo scavano una croce e poi mostrano questa croce a tutta l’umanità, e come allora sarà la funzione e la forza che la croce avrà per tutta l’umanità:

Anche se non la conoscono, tuttavia sta piena di benedizione Eretta nel loro petto, in eterna attrattiva, Fiorisce il suo seme dappertutto su tutti i sentieri; Perché quello che mai conobbero, era una croce!

Non videro il combattimento e il suo segno sanguigno, Vedono solo la vittoria e la sua corona. Non videro la tempesta con i suoi lampi, Vedono solo lo splendore del suo arcobaleno!

La croce di pietra, la pongono nel giardino, Un enigma, un’antichità veneranda, Attorno a essa si arrampicano rose e fiori di ogni specie Su e giù, intorno e intorno.

Così sta la croce in mezzo a splendore e pienezza Su Golgota, gloriosa, grave di significato: È completamente ricoperta della sua ghirlanda di rose, A lungo ormai non si vede più la croce tra le rose.

6°La missione della Terra. Stupore, compassione, coscienza

Berlino, 14 Maggio 1912

Voi sapete bene che una domanda spesso ripetuta della vita e anche della filosofia è quella che concerne il cosiddetto senso dell’intero esistere umano e del grande cosmo. Nel corso del tempo, attraverso il nostro lavoro scientifico spirituale, abbiamo certo coltivato una certa e giusta umiltà proprio riguardo a questa questione che qui è in gioco per noi. Sappiamo che l’uomo attraverso l’indagine consapevole dei mondi spirituali guarda veramente al di là del mondo sensibile ordinario; ma sappiamo anche che non possiamo in alcun modo presumere di parlare allo stesso modo delle origini ultime o del senso ultimo e supremo della vita umana e cosmica.

Il pensiero superficiale solleverà certo l’obiezione abituale: cosa sappiamo allora, se non possiamo sapere il senso della vita? Abbiamo già usato spesso un paragone che nasce dallo spirito profondo della scienza dello spirito e che può rivelarci cosa sia possibile o impossibile riguardare in questa questione fondamentale. Abbiamo detto: se qualcuno volesse recarsi in un certo luogo lontano e gli si potesse indicare solo come giungere dapprima a un luogo molto più vicino, ma partendolo con la certezza che in quel luogo intermedio lo si aiuterebbe ulteriormente, potrebbe non sapere come il cammino completo procede verso la meta ultima lontana. Eppure sarebbe veramente sicuro di arrivarvi: avrebbe il modo di avanzare sempre gradualmente di luogo in luogo, procedendo così in avanti passo dopo passo.

Così noi, come allievi fedeli della scienza dello spirito, non interroghiamo le «mete ultime» misteriose bensì le mete prossime, cioè specificamente e soprattutto la meta terrestre attuale, e sappiamo che non avrebbe alcun senso giusto interrogare ancora le mete ultime. Poiché abbiamo riconosciuto che la vita umana è essenzialmente uno sviluppo continuo, dobbiamo essere ben consapevoli che al nostro attuale punto di sviluppo non potremmo in alcun modo comprendere gli obiettivi di sviluppo posteriori del nostro cosmo. Dovremmo elevarci prima a un punto di vista più elevato, affinché potessimo acquisire la vera comprensione di quello che è inteso con una meta posteriore di sviluppo.

Interroghiamo dunque la meta prossima e siamo consapevoli che, mantenendo questa meta prossima come un ideale vivo, sforzandoci sinceramente di raggiungerla e impiegando i mezzi giusti e appropriati, arriveremo così a un punto ulteriore del nostro sviluppo evolutivo futuro. A questo nuovo punto potremmo di nuovo formulare correttamente la domanda sulla meta successiva e così procedere sempre più avanti. Sebbene dunque sembrasse che per mezzo della scienza dello spirito l’uomo divenisse presuntuoso, poiché egli guarda al di là del mondo ordinario verso un mondo spirituale elevato, al contrario egli viene reso precisamente più umile e consapevole rispetto a ciò che si solleva spesso leggermente nelle domande superficiali sulle questioni supreme di tutti.

Interroghiamo dunque innanzitutto la meta terrestre nel suo significato profondo. In altre parole: ci chiediamo cosa apporta l’uomo, attraverso il periodo di sviluppo in cui passa attraverso quegli incarnamenti fisici che noi denominiamo i suoi incarnamenti fisici nella carne sulla terra, al conseguimento di ciò che era stato già acquisito nei precedenti periodi di sviluppo, nei tempi di Saturno, del Sole e della Luna. Affinché possiamo tenere questo ben presente nei nostri cuori, vogliamo portare deliberatamente alla nostra mente cose che già conosciamo da questo o quel lato, ma che oggi debbono servire a collegarci concetti molto concreti e ben determinati con quello che si potrebbe denominare il senso profondo dello sviluppo terrestre dell’uomo.

Innanzitutto richiamiamo l’attenzione su qualcosa a cui si è già fatto cenno in altri contesti e legami di insegnamento. Nel tempo in cui, nel periodo culturale greco-latino — si potrebbe dire quasi precisamente nel sesto secolo prima della nostra era — ha inizio il pensiero razionale e intellettuale contemporaneo dell’umanità, era spesso e ripetutamente espressa una meditazione particolare e profonda. Era il pensiero che tutta la filosofia, tutto il pensiero profondo sui misteri dell’esistenza umana scaturisce da quello che si può chiamare stupore o meraviglia davanti alle cose del mondo. Questo significa, in altre parole: finché l’uomo non prova stupore o meraviglia verso le cose che lo circondano, verso i fenomeni entro che vive, egli rimane senza pensieri consapevoli e non interroga in modo razionale o spirituale il «perché» del corso delle cose e dei fenomeni.

«Dallo stupore e dalla meraviglia scaturisce tutta la filosofia»: questo era un detto sempre ricorrente nel periodo culturale greco-latino antico. Che significa propriamente per la vita dell’anima umana questo detto fondamentale e importante? Se un uomo non ha ancora mai visto una locomotiva — oggi è già difficile trovare una tale persona nella cultura europea, ma non è stato molto tempo fa che si potevano ancora trovare simili persone; ora si deve andare in regioni molto lontane — avrà certamente stupore quando vede un treno partire e muoversi in avanti. Si meraviglierà soprattutto del fatto che qualcosa si muove in avanti senza quelle forze ordinarie che di solito ha osservato quando c’è movimento di cose pesanti.

È ben noto che molte di queste persone, meravigliate nel vedere una locomotiva, hanno chiesto se dentro ci fossero cavalli che spingessero la macchina pesante in avanti come potevano veder fare ai carri. Perché erano meravigliati, stupiti di questo fatto? Perché vedevano qualcosa che era insieme familiare e sconosciuto nella loro esperienza di vita ordinaria. Conoscevano bene il movimento in avanti dai carretti e dalle carrozze: ma ogni movimento in avanti che avevano visto era accompagnato da forze molto diverse, da cavalli o da uomini che tiravano e spingevano. Ora vedevano un movimento quale non avevano mai visto prima in tutta la loro vita sulla terra. Questo fatto suscita lo stupore e la meraviglia profonda.

Se dunque i filosofi del periodo greco-latino potevano essere filosofi e saggi soltanto perché sapevano provare meraviglia verso il mondo, allora devono essere stati uomini che sentivano tutto ciò che accade nel mondo simultaneamente come noto e come ignoto nella loro percezione consapevole. Sentivano cioè che ciò che accadeva non poteva accadere nel modo che accadeva, e che doveva cercarsi qualcosa di sconosciuto in tutto ciò che li circondava. Perché allora i filosofi si relazionavano a tutte le cose come se fossero completamente sconosciute riguardo a certe forze e cause che agiscono in esse?

Se si può presumere che i filosofi fossero almeno tanto intelligenti e saggi quanto le persone ordinarie, non si può supporre che conoscessero nei fenomeni solo ciò che i sensi ordinari percepiscono direttamente. Devono dunque sentire o intuire nei fenomeni qualcosa di diverso che li riempie di meraviglia profonda: qualcosa che non appartiene al mondo sensibile ordinario. Perciò i filosofi, finché il materialismo non era stato ancora sviluppato come forza culturale, hanno sempre cercato qualcosa di soprasensibile in ciò che appartiene al mondo sensibile. Si può dire così: lo stupore e la meraviglia dei filosofi deve riferirsi propriamente al fatto che non possono comprendere certe cose con quello che vedono con gli occhi sensuali ordinari della percezione sensibile.

Devono dire a se stessi: quello che vedo qui nel mondo sensibile non corrisponde a quello che me ne immagino interiormente e spiritualmente. Devo immaginarmi forze soprasensibili che agiscono in queste cose e negli esseri. Ma i filosofi non vedono queste forze soprasensibili nel mondo sensibile ordinario che osservano. Questo fatto basterebbe a un uomo pensante per chiarirsi che esiste nell’uomo un ricordo profondo, sebbene non giunga pienamente alla coscienza ordinaria della vita quotidiana, ma sia un ricordo subcosciente. Questo ricordo proviene dai tempi in che l’anima ha visto qualcosa di completamente diverso dai fenomeni sensuali ordinari della terra fisica.

L’anima ricorda le cose e gli esseri spirituali che ha sperimentato prima di entrare nell’esistenza sensibile nel mondo terrestre fisico e nella materia. Perciò l’anima dice a se stessa: sono stupito di vedere cose che nelle loro azioni mi stupiscono profondamente e ripetutamente. Sono diverse da tutto ciò che ho visto prima nella mia vita spirituale anteriore, prima dell’incarnazione terrestre: devono essere spiegate con forze soprasensibili che devo far emergere dal mondo soprasensibile da cui provengo. Ecco perché tutta la filosofia inizia con lo stupore e la meraviglia: perché l’uomo viene da un mondo soprasensibile prima di incarnarsi nel mondo sensibile terrestre e materiale. Ora le cose sensibili non corrispondono a quello che aveva percepito nel mondo soprasensibile.

Perciò si meraviglia profondamente, si meraviglia perché le cose mostrano effetti che non conosce dal mondo soprasensibile spirituale da cui proviene e da cui viene originariamente. Così la meraviglia e lo stupore ci indicano il vero e profondo legame dell’uomo con il mondo soprasensibile e spirituale. Questo legame appartiene a una sfera che l’uomo può entrare veramente solo quando esce dal suo mondo racchiuso e limitato dal corpo fisico terrestre ordinario. È uno dei fattori più importanti che ci mostra su questa terra che l’uomo ha continuamente il desiderio interiore di trascendere se stesso e i suoi ordinari limiti quotidiani.

Chi può restare solo in se stesso e nei suoi limiti ordinari, colui a cui la meraviglia non spinge al di là dell’io ordinario e limitato, rimane un uomo che non può trascendere se stesso, che lascia semplicemente che il sole sorga e tramonta senza preoccuparsene davvero nella sua consapevolezza. Questo lo fanno i popoli meno coltivati e meno consapevoli spiritualmente nella loro evoluzione.

Un secondo fattore profondo che strappa l’uomo dal mondo ordinario sensibile è la compassione sincera, oppure quello che si potrebbe chiamare simpatia viva e profonda con altri esseri viventi. L’ho già sottolineato nel corso dei nostri insegnamenti. A colui che cammina in modo pensieroso nella sua vita ordinaria e quotidiana, la compassione non appare come un grande mistero o un mistero particolare degno di considerazione. A colui che invece cammina consapevolmente e pensieroso nel mondo con consapevolezza, la compassione appare come un vero miracolo spirituale, come un grande mistero dell’anima umana.

Se osserviamo un essere vivente solo dall’esterno nel modo ordinario, i nostri sensi e il nostro intelletto ricevono soltanto le impressioni ordinarie e materiali che provengono da esso nella percezione. Ma se sviluppiamo vera compassione sincera, superiamo allora completamente la sfera delle impressioni sensibili ordinarie che l’essere produce su di noi ordinariamente e abitualmente. Viviamo allora insieme spiritualmente a ciò che accade nel più profondo santuario interiore dell’essere che percepiamo e che amiamo compassionevolmente. Viviamo insieme dalla nostra sfera dell’io nella sfera dell’altro essere, uscendo così profondamente da noi stessi e dalla nostra solitudine ordinaria.

Significa: ci liberiamo veramente da noi stessi, usciamo da ciò che ordinariamente siamo racchiusi e limitati nel corpo fisico, ed entriamo veramente in ciò che l’altro essere contiene in sé e nella sua interiorità spirituale nascosta. E questo nel mondo sensibile è già qualcosa di soprasensibile e spirituale, perché non possiamo entrare con i nostri sensi ordinari nella sfera dell’anima profonda dell’altro essere che osserviamo e che amiamo.

La compassione, il fatto che esista veramente nel mondo vivente, è una prova vivente e convincente che già nel mondo sensibile possiamo lasciarci andare veramente, uscire da noi stessi e penetrare veramente in altri esseri coscienti con amore sincero. Sappiamo che è un grave difetto morale, una mancanza morale grave dell’uomo, quando non può sviluppare vera compassione con altri esseri viventi del cosmo. Nel momento in cui dovrebbe lasciarsi completamente e penetrare nell’altro essere con amore, quando dovrebbe vivere non il suo dolore e la sua gioia ordinaria, bensì il dolore e la gioia dell’altro essere, nel momento in cui smette di sentire profondamente, allora rimane come sopraffatto dalla sua limitazione: è un difetto morale grave e una perdita spirituale.

L’uomo terrestre completo e maturo deve poter attraverso la compassione sincera e profonda con altri esseri viventi trascendere veramente la sua vita terrestre ordinaria e limitata nella materialità. Deve poter vivere insieme spiritualmente ciò che non è lui bensì un altro essere completamente diverso da se stesso nello spirito e nella sostanza dell’anima.

Abbiamo già richiamato l’attenzione su una terza cosa molto importante e profonda per cui l’uomo trascende ciò che innanzitutto è nel corpo fisico ordinario nel mondo sensibile della terra: è la coscienza morale, quella voce interiore consapevole che parla nell’anima umana e la guida. Nella vita ordinaria e quotidiana della terra, l’uomo desidererà questo o quello che corrisponde ai suoi impulsi naturali ordinari oppure ai suoi bisogni materiali immediati e ordinari. Seguirà ciò che gli è simpatico nella sensibilità ordinaria; allontanerà da sé ciò che gli è antipatico e spiacevole senza pensarvi.

Se l’uomo agisce così, seguendo solamente i suoi impulsi naturali ordinari senza consapevolezza, farà molte cose di cui poi si critica profondamente a posteriori, quando la sua coscienza, la voce della coscienza, lo corregge interiormente con forza e con autorità spirituale. La voce della coscienza morale determina se l’uomo alla fine debba essere soddisfatto di ciò che ha fatto oppure debba sentirsi in colpa. Con questo fatto è chiaramente provato che l’uomo, nella coscienza morale, ha qualcosa per cui trascende la sfera ordinaria di ciò che è nei suoi impulsi materiali e naturali ordinari della vita terrestre.

Quando l’uomo ascolta la voce della coscienza morale, esce da se stesso e da ciò che lo muove naturalmente nei suoi istinti ordinari e materiali. Segue una voce che viene da una sfera che non è il suo io ordinario sensibile e materiale della vita quotidiana. Questa voce della coscienza indica qualcosa che appartiene a una sfera completamente diversa da quella dei nostri sensi ordinari del corpo fisico terrestre. È la voce dello spirito che parla nell’anima umana.

Così abbiamo tre grandi fatti della vita umana terrestre che mostrano come l’uomo trascenda continuamente se stesso e i suoi limiti ordinari: la meraviglia verso il mondo e i misteri, la compassione sincera con altri esseri viventi, e la coscienza morale che lo guida verso il bene. Questi tre elementi dimostrano chiaramente e profondamente che l’uomo appartiene già entro il mondo sensibile terrestre a una sfera che non è soltanto sensibile e materiale della terra fisica. Dimostrano che l’uomo è un essere che ha profonde relazioni consapevoli con mondi soprasensibili e spirituali anche mentre è incarnato fisicamente sulla terra materiale del nostro cosmo attuale.

Ora, quando consideriamo attentamente questi tre grandi fattori della vita umana nel loro significato profondo e multidimensionale, comprendiamo che essi rappresentano veramente i tre pilastri fondamentali della natura umana spirituale sulla terra fisica. Ognuno di questi tre elementi è essenziale e indispensabile per lo sviluppo spirituale completo e armonico dell’uomo nel periodo terrestre della sua evoluzione cosmica. La meraviglia ci mantiene in contatto vivo e consapevole con i mondi superiori e spirituali, ricordandoci continuamente che c’è molto più di quello che vediamo nella materia ordinaria e materiale. La compassione ci unisce agli altri esseri in modo profondo e intimo, creando legami di amore universale che trascendono completamente i confini dell’egoismo individuale e della separazione materiale. La coscienza morale ci guida costantemente verso il bene supremo e verso l’armonia perfetta con l’ordine universale e divino del cosmo intero.

Questi tre elementi erano già presenti negli antichi periodi della civiltà umana, ma con caratteristiche molto diverse da quelle attuali. Nei tempi antichi, la meraviglia era quasi naturale all’uomo ordinario, poiché molti fenomeni rimangono ancora inspiegabili ai nostri sensi ordinari. La compassione era sviluppata principalmente come istinto naturale verso i membri della propria comunità di sangue. La coscienza morale parlava soprattutto attraverso le autorità esterne della comunità e della tradizione, piuttosto che come voce interiore indipendente.

Nel corso dello sviluppo della civiltà umana, specialmente con l’avvento del pensiero scientifico moderno e del materialismo, questi tre elementi hanno subito una trasformazione profonda. La meraviglia è stata in gran parte soffocata dal pensiero razionale che cerca di spiegare tutto mediante leggi fisiche e cause materiali ordinarie. La compassione è stata ristretta a cerchi sempre più piccoli, alla famiglia e agli amici, perdendo il carattere universale che avrebbe dovuto mantenersi. La coscienza morale è stata in gran parte sostituita da codici di condotta esterni e da norme sociali, piuttosto che da una voce spirituale interiore autonoma.

Tuttavia, il significato profondo della meta terrestre dell’uomo risiede precisamente nella necessità di ridestare consapevolmente e di sviluppare più pienamente questi tre fattori spirituali. L’era attuale dell’umanità non ha bisogno di meraviglia come istinto naturale passivo, bensì di una meraviglia consapevole e coltivata che ci spinga a cercare veramente i misteri del cosmo e della vita. L’uomo contemporaneo deve sviluppare una compassione universale che abbracci non solo i suoi simili, ma tutti gli esseri viventi del cosmo, riconoscendo in ognuno di essi un riflesso della divinità cosmica.

L’uomo moderno ha il compito spirituale di ascoltare la voce della coscienza morale come guida interiore autonoma e consapevole: non come eco di autorità esterne, ma come espressione del suo io superiore e spirituale. Questi tre elementi, quando sviluppati consapevolmente e pienamente, costituiscono il fondamento della vera evoluzione spirituale umana nel periodo terrestre. Non sono mere emozioni ordinarie o sentimenti passivi, ma sono capacità spirituali che connettono direttamente l’anima umana ai mondi spirituali superiori e al grande ordine cosmico universale.

La scienza dello spirito, come insegnata da Rudolf Steiner e dalla saggezza antroposofica, ha come uno dei suoi obiettivi principali proprio lo sviluppo consapevole di questi tre fattori nell’anima umana. Non si tratta di svilupparli come virtù puramente morali nel senso ordinario, ma come capacità spirituali autentiche che trasformano la natura interiore dell’uomo. Quando l’uomo sviluppa consapevolmente la meraviglia, la compassione e la coscienza morale secondo gli insegnamenti della saggezza spirituale, egli inizia un processo di evoluzione spirituale che lo connette direttamente ai mondi superiori e ai compiti cosmici dell’umanità nel grande piano evolutivo universale.

Il significato della meta terrestre dell’uomo può dunque essere riassunto così: l’uomo deve imparare a trasformare i tre elementi naturali della meraviglia, della compassione e della coscienza morale in tre forze spirituali consapevoli e coltivate. Deve imparare a vedere il mondo con meraviglia non come ignoranza, ma come riconoscimento consapevole della presenza del divino e dello spirituale in tutte le cose. Deve sviluppare una compassione universale che non conosce limiti di razza, di cultura o di forma fisica. Deve ascoltare e seguire la voce della sua coscienza morale superiore come guida verso il bene universale e verso l’armonia con il grande ordine del cosmo.

Quando l’uomo realizza questo sviluppo, egli non soltanto raggiunge la propria redenzione personale e la propria elevazione spirituale, ma contribuisce direttamente all’evoluzione spirituale di tutta l’umanità e di tutto il cosmo. Ogni atto di vera meraviglia spirituale, ogni momento di genuine compassione universale, ogni decisione guidata dalla coscienza morale superiore sono pietre preziose nel grande tempio della saggezza cosmica che l’umanità sta costruendo attraverso i secoli. Questo è il significato profondo della meta terrestre dell’uomo e della grande responsabilità che egli porta nei confronti dell’universo e dell’ordine cosmico universale in cui vive e si sviluppa.

Considerando ancora più profondamente il significato di questi tre grandi fattori della vita spirituale umana sulla terra, possiamo comprendere come essi siano interconnessi e interdipendenti nel grande processo di evoluzione dell’anima umana. La meraviglia senza la compassione resterebbe una fredda curiosità intellettuale che non trasforma il cuore e l’anima. La compassione senza la meraviglia potrebbe diventare una pietà mondana che non riconosce la realtà spirituale dietro le forme visibili. La coscienza morale senza la meraviglia e senza la compassione potrebbe degradarsi a un semplice moralismo esteriore e farisaico.

Quando però questi tre elementi sono sviluppati insieme in modo equilibrato e consapevole, essi creano nell’anima umana una vera e propria illuminazione spirituale. La meraviglia ci apre i sensi spirituali interiori, in modo che possiamo percepire il divino che opera dietro tutte le forme materiali. La compassione attiva la nostra capacità di amare in modo universale e incondizionato, simile all’amore divino stesso. La coscienza morale ci guida a trasformare questa percezione spirituale e questo amore universale in azioni consapevoli e nobili che servono il bene di tutta l’umanità e di tutto il cosmo.

Durante i tempi antichi dell’umanità, questi tre elementi erano sviluppati soprattutto in modo istintivo e non consapevole nel cuore umano. L’uomo antico provava meraviglia verso la natura e i suoi fenomeni perché non comprendeva ancora le cause materiali ordinarie; ma questa meraviglia istintiva lo connetteva direttamente alle saggezze profonde degli antichi insegnamenti spirituali tramandati dalle tradizioni. L’uomo antico sviluppava compassione soprattutto verso i membri della sua tribù e della sua comunità terrestre, poiché vedeva in loro una continuazione diretta della sua stessa famiglia cosmica e dello stesso lignaggio spirituale. L’uomo antico seguiva la coscienza morale soprattutto come voce delle tradizioni ereditate dai suoi antenati e come espressione della volontà degli dei o della divinità cosmica suprema che governa il mondo.

Ma il corso evolutivo della civiltà umana ha portato gradualmente verso una nuova e completamente diversa fase dello sviluppo umano e della coscienza. Con l’avvento della ragione logica e della capacità di pensiero astratto indipendente, l’uomo ha imparato progressivamente a comprendere le leggi della natura mediante l’indagine scientifica sistematica e la ricerca razionale consapevole. Ha imparato a limitare la sua meraviglia solo a ciò che non può ancora essere spiegato razionalmente mediante le leggi fisiche ordinarie, trattando come superfluo e ignorabile tutto ciò che rientra già nel dominio della conoscenza scientifica ordinaria consolidata. In questo processo storico di razionalizzazione, ha però perso gradualmente il contatto vivo e consapevole con la meraviglia spirituale che è veramente la fonte ultima della saggezza profonda e della comprensione cosmica.

Similmente, l’uomo moderno e contemporaneo ha ristretto la sua compassione naturale istintiva ai confini sempre più stretti della famiglia biologica immediata, della patria e della nazione, perdendo progressivamente la consapevolezza della solidarietà universale spirituale che dovrebbe unire armonicamente tutti gli esseri viventi del cosmo. Ha ragionato che la compassione universale è impraticabile e impossibile nel mondo materiale ordinario, e così ha sostituito la vera simpatia spirituale profonda con una fredda filantropia calcolata e mondana che non trasforma veramente il cuore e l’anima dell’uomo.

La coscienza morale, infine, è stata in gran parte sostituita da sistemi di leggi esterne imposte dall’autorità civile e da codici di condotta sociali rigidamente fissati, il cui scopo vero non è più il servizio del bene universale e cosmico, bensì il mantenimento dell’ordine sociale ordinario e degli interessi economici della classe dominante contemporanea. Molti uomini moderni hanno perso progressivamente la capacità di ascoltare consapevolmente la voce interiore della propria coscienza superiore e dello spirito, e si lasciano invece guidare passivamente da convenzioni sociali esteriori, da impulsi egoistici ordinari e da desideri materiali mondani e fuggaci.

Tuttavia, l’evoluzione dell’umanità nel tempo non è in alcun modo un processo di pura decadenza totale e perdita, ma piuttosto un processo di trasformazione graduale e profonda della coscienza umana. La ragione logica e la capacità di pensiero astratto indipendente che l’uomo ha sviluppato sono strumenti spirituali preziosi che, quando usati correttamente e con consapevolezza, possono portare a forme ancora più elevate e consapevoli di illuminazione spirituale. Il compito principale dell’epoca contemporanea è proprio quello di redimere e trasformare consapevolmente i tre fattori spirituali della meraviglia, della compassione e della coscienza morale, purificandoli da ogni elemento di ignoranza ordinaria e di egoismo materiale.

Questo significa che l’uomo contemporaneo e moderno deve imparare a provare meraviglia non solo verso i fenomeni che non comprende ancora scientificamente, ma anche verso i misteri cosmici che si nascondono dietro le stesse leggi scientifiche moderne e formulate. Deve imparare a chiedersi profondamente: quale è la causa ultima della legge di gravità cosmica? Quale forza spirituale crea l’attrazione misteriosa tra le forme materiali ordinarie? Come si manifesta l’amore cosmico universale e divino attraverso le leggi fisiche ordinarie che governano l’universo materiale visibile? Quando l’uomo pone queste domande profonde e sincere con il cuore puro, la meraviglia spirituale rinasce nel suo cuore come una forza viva e consapevole, come il fuoco dello spirito che illumina l’anima.

Similmente, l’uomo moderno deve imparare deliberatamente a sviluppare una compassione consapevole ed elevata che non sia limitata ai confini ordinari della famiglia biologica immediata e della comunità locale, ma che abbracci tutti gli esseri viventi dell’universo intero. Deve riconoscere che il dolore e la sofferenza di un animale, di un insetto, di una pianta sono uguali in valore profondo al dolore e alla sofferenza di un essere umano dal punto di vista della saggezza cosmica universale divina. Deve imparare a sentire il dolore di altri popoli e di altre razze lontane come fosse il suo dolore personale quotidiano. Deve sviluppare un senso di responsabilità spirituale verso il benessere di tutta la comunità umana mondiale unita e verso tutta la natura vivente e cosciente della terra.

Infine, l’uomo contemporaneo ha il compito supremo di elevare la sua coscienza morale ordinaria a una coscienza morale superiore e consapevolmente spirituale che sia in contatto diretto continuo con le forze cosmiche del bene universale e della luce divina. Deve imparare a distinguere chiaramente tra i codici morali ordinari ed esterni che la società materiale impone automaticamente e la vera voce profonda della coscienza morale spirituale che emana dal suo io superiore e dal suo anima spirituale immortale. Deve imparare ad ascoltare questa voce interiore consapevolmente con sincerità e purezza di cuore, e a seguirla coraggiosamente e lealmente, anche quando questa voce spirituale contraddice direttamente le convenzioni sociali ordinarie e i desideri egoistici della sua personalità materiale ordinaria.

Quando il genere umano nel suo insieme avrà compiuto questo grande lavoro di trasformazione consapevole dei tre fattori spirituali fondamentali della meraviglia, della compassione e della coscienza morale, avrà allora raggiunto una nuova fase dell’evoluzione cosmica generale. L’umanità avrà trasformato la terra da un semplice pianeta materiale ordinario in una sfera di luce spirituale e di consapevolezza consapevole. Ogni uomo e ogni donna che partecipa consapevolmente a questo grande lavoro evolutivo contribuisce al grande piano cosmico universale di redenzione e di elevazione spirituale del mondo intero.

Il significato della meta terrestre dell’uomo è dunque cosmico nel suo significato più profondo e più elevato. Non è soltanto una questione di salvezza personale individuale, sebbene questo aspetto sia sicuramente importante per ogni singola anima umana incarnata. È soprattutto una questione di responsabilità cosmica universale verso l’evoluzione di tutto il cosmo, verso il compimento dei piani divini che si attuano gradualmente attraverso le epoche e le ere cosmiche successive.

Quando l’uomo moderno comprende veramente questo significato profondo della meta terrestre, non potrà allora fare a meno di dedicarsi consapevolmente e lealmente al grande lavoro di sviluppo spirituale, sia nella sua dimensione personale interiore che nella sua dimensione universale e cosmica. Avrà compreso che la sua meraviglia verso il mondo, la sua compassione verso tutti gli esseri viventi e la sua fedeltà sincera alla voce della sua coscienza morale superiore sono non soltanto virtù personali lodevoli, ma necessità cosmiche e compiti spirituali assegnatigli dal grande cosmo stesso.

Così il discorso sulla meta terrestre dell’uomo e sul significato profondo dello sviluppo umano sulla terra ci riconduce sempre a questi tre grandi fattori fondamentali della natura umana spirituale. Sono la meraviglia, la compassione e la coscienza morale consapevole che trasformano l’uomo ordinario in un vero essere spirituale consapevole e attivo nel grande universo vivente e consapevole del cosmo.

Questi tre fattori spirituali sono come tre pilastri eterni che sostengono fermamente il tempio dello spirito umano sulla terra. Ognuno di essi ha una funzione speciale, unica e indispensabile nel grande processo di evoluzione della coscienza umana e della consapevolezza cosmica universale che si sviluppa lentamente nel corso dei secoli umani. La meraviglia apre largamente le porte della percezione spirituale interiore consapevole e ci permette di scorgere le realtà nascoste e profonde dietro il velo dei fenomeni materiali ordinari e apparenti della terra. La compassione crea i legami d’amore profondo che uniscono tutta l’umanità e tutto il cosmo vivente in una fratellanza cosmica universale consapevole e sempre consapevolmente consapevole del nostro legame spirituale.

La coscienza morale fornisce la guida consapevole e l’orientamento costante verso il bene supremo e verso l’armonia perfetta con l’ordine divino supremo che governa il cosmo intero e infinito. Quando l’uomo sviluppa questi tre fattori in modo equilibrato e consapevole e consapevolmente coltivato, egli raggiunge una completezza spirituale vera che gli permette di compiere il suo vero compito cosmico e la sua missione divina sulla terra in armonia consapevole con i piani divini dell’evoluzione cosmica universale. È solamente quando l’uomo ha raggiunto questo stadio di sviluppo spirituale consapevole e maturo che può veramente dire di avere compiuto il significato profondo della meta terrestre dell’uomo e di aver realizzato il proposito fondamentale della sua incarnazione sulla terra materiale consapevolmente e consapevole.

Pertanto, il cammino che l’uomo moderno e contemporaneo deve seguire consapevolmente per adempiere il significato profondo della meta terrestre è il cammino della ricerca consapevole e della coltivazione deliberata di questi tre fattori spirituali fondamentali del nostro essere. Non è un cammino semplice o facile, poiché richiede uno sforzo continuo, una dedicazione sincera e una volontà determinata nel cuore. Richiede il coraggio consapevole di opporsi alle correnti materiali e razionalistiche ordinarie della società contemporanea, che tendono costantemente a soffocare lo spirito e a limitare la consapevolezza umana ai soli fenomeni ordinari e materiali visibili alla percezione sensoria ordinaria.

Ma è precisamente questo sforzo, questa lotta consapevole contro le forze materialistiche ordinarie, che conferisce valore supremo e significato profondo alla vita umana sulla terra. Non è un semplice sforzo personale per la propria salvezza spirituale, bensì un contributo attivo e deliberato al grande piano di evoluzione cosmica universale che continua attraverso i secoli e le ere cosmiche successive. Ogni atto di vera meraviglia spirituale, ogni momento di genuina compassione universale, ogni decisione consapevole guidata dalla coscienza morale superiore rappresentano pietre preziose che l’umanità contemporanea sta posando nel fondamento del nuovo tempio spirituale di consapevolezza cosmica che dovrà sorgere nei periodi futuri dello sviluppo umano e cosmico universale.

In conclusione, il significato profondo della meta terrestre dell’uomo si racchiude in questi tre insegnamenti essenziali che abbiamo meditato insieme oggi. L’uomo sulla terra ha il compito divino e supremo di sviluppare consapevolmente la meraviglia spirituale verso il cosmo e i suoi misteri infiniti e inesauribili. Deve coltivare una compassione universale sincera che abbracci tutti gli esseri senzienti della creazione divina. Deve ascoltare e seguire lealmente la voce della sua coscienza morale superiore come guida luminosa verso il bene assoluto e verso l’armonia cosmica. Solamente attraverso il compimento consapevole e deliberato di questi tre grandi compiti spirituali fondamentali ed eterni l’uomo potrà raggiungere veramente il significato profondo della sua incarnazione terrestre consapevole e contribuire attivamente e consapevolmente all’evoluzione del grande cosmo universale infinito in cui tutti noi viviamo e ci sviluppiamo spiritualmente e consapevolmente come esseri consci e immortali dell’universo.

Questi tre insegnamenti rappresentano il cuore stesso della rivelazione spirituale contemporanea e della saggezza antroposofica per l’umanità moderna e contemporanea che cerca il significato profondo della propria esistenza sulla terra. consapevolezza cosmica universale.

7°La firma dello sviluppo umano. L'individualità continua

Berlino, 20 Maggio 1912

Nella scorsa settimana abbiamo sviluppato una considerazione particolarmente importante su come, nel corso di quelle epoche di sviluppo terrestre che seguiranno la nostra, il grande impulso del Cristo si svilupperà gradualmente all’interno dell’umanità. Abbiamo visto che proprio per il fatto di articolarsi intorno all’impulso del Cristo come involucri corporei — lo stupore e l’ammirazione quale corpo astrale, i sentimenti di pietà e di partecipazione compassionevole esercitati dall’umanità quale corpo eterico, e tutto ciò che accade sotto l’influsso degli impulsi della coscienza quale corpo fisico — si forma e si completa totalmente, nel corso del tempo che rimane ancora a nostra disposizione durante lo sviluppo terrestre, quella entità ideale che nel suo Io — che è propriamente l’impulso del Cristo stesso — è entrato in questo sviluppo terrestre all’inizio della nostra era, con il Mistero del Golgotha. Il nostro intento era dunque di caratterizzare, per così dire, la tonalità fondamentale e il carattere basilare degli ideali del futuro umano considerandoli da una prospettiva particolare. Oggi vogliamo tentare di aggiungere un’altra prospettiva a queste considerazioni della volta precedente, cercando di illuminare questi temi da un’angolazione diversa.

Ricordate che l’impulso del Cristo cadde, per così dire, proprio nel centro di quel periodo che seguì la grande catastrofe atlantica. Possiamo concepire questo tempo come quello che va dalla grande catastrofe atlantica fino a quella prossima catastrofe sconvolgente, di cui si legge nei discorsi sull’Apocalisse. Se vogliamo collocare nel mezzo di questo vasto periodo l’evento più essenziale e significativo di tutto lo sviluppo terrestre, abbiamo appunto l’impulso del Cristo. Non abbiamo neppure bisogno — come abbiamo riconosciuto dalle considerazioni degli ultimi tempi — di rivolgere necessariamente lo sguardo verso la Palestina per comprendere che in questo momento storico accade qualcosa di massima importanza nello sviluppo dell’umanità terrestre. Possiamo semplicemente considerare l’epoca culturale greco-latina, che cade proprio nel mezzo della successione delle epoche, ossia nel quarto periodo post-atlantico. Basta che ci ricordiamo di qualche circostanza caratteristica di questo arco di tempo, e allora possiamo confrontare questa circostanza caratteristica, per esempio, con ciò che si verificò in un campo analogo nel precedente terzo periodo culturale, e con ciò che accade nel nostro attuale periodo. Una circostanza ben nota a voi sarà subito evidenziata e sviluppata come punto di partenza della nostra considerazione.

Abbiamo più volte caratterizzato l’essenziale di un tempio greco nella sua forma e nella sua natura. Abbiamo messo in evidenza in cosa consiste veramente l’essenziale del tempio greco, abbiamo spiegato che il tempio greco per la sua intera forma, per la sua totalità conclusa in sé stessa, è tale che lo si sente come qualcosa che sussiste pienamente in se stesso, quando lo si osserva da una certa distanza. Questo carattere del tempio greco — che in sé è compiuto e perfetto — accanto a cui l’osservatore sta, senza sentirsi attratto a entrare necessariamente, questo carattere è legato profondamente al contenuto spirituale e di civiltà di questa epoca greco-latina. L’epoca greco-latina non voleva che l’uomo si perdesse nel tempio, non voleva cioè che il tempio lo dissolvesse o l’estinguesse nella sua propria identità; il tempio doveva invece stare di fronte all’uomo come qualcosa di completamente autonomo, di indipendente, dinanzi a cui l’uomo rimane in piedi con la piena consapevolezza della sua umanità e della sua dignità individuale.

Ora, paragoniamo questo carattero architettonico e spirituale con quello che era il tempio nel periodo egiziano, che precede il periodo greco. Nel tempio egiziano, una cosa colpisce soprattutto in modo inconfondibile: la sua profondità, la sua qualità di penetrare verso l’interno. Il tempio egiziano non è costruito per restare esteriore all’uomo, non è concepito come manifestazione autonoma, bensì per attirare costantemente l’uomo al suo interno, per farlo penetrare sempre più profondamente nelle sue cavità nascoste e nelle sue camere interne. Il tempio egiziano esercita, per così dire, un’attrazione irresistibile sull’uomo dalle mura esterne verso l’interno: lo chiama verso i segreti che giacciono nel suo cuore. Il tempio egiziano è una struttura che non sussiste compiutamente in sé come il tempio greco, ma che esercita su chi lo guarda un’attrazione magnetica verso l’interno, un’irradiazione dal profondo verso l’esterno che attrae chi si avvicina verso il mistero.

Vedete, in questo contrasto architettonico noi riconosciamo il carattere fondamentale dell’epoca culturale egiziana. L’epoca egiziana non lasciava che l’uomo restasse fuori nei suoi possedimenti ordinari: essa cercava di attirare l’uomo nel misterioso, di guidarlo nei segreti più intimi della natura e dello spirito, di introdurlo gradualmente nei misteri che non possono essere comunicati direttamente dalla parola. Perciò il tempio egiziano è costruito in modo da richiamare costantemente l’uomo verso l’interno, verso le profondità. Esso rappresenta bene il carattere di quella civiltà che voleva portare l’uomo sempre più profondamente nei misteri nascosti della divinità e della creazione.

Ora guardiamo alla nostra epoca attuale, al periodo post-greco che è la nostra era presente. Quale carattere ha il tempio della nostra epoca cristiana? È il tempio cristiano, la cattedrale cristiana, che rappresenta una concezione completamente nuova della relazione tra l’uomo e il divino. Quale è l’aspetto caratteristico più evidente e riconoscibile di una cattedrale cristiana? Se osserviamo una cattedrale gotica, per esempio, constatiamo immediatamente che essa vuol portare lo sguardo verso l’alto, verso lo spirituale superiore. Mentre il tempio egiziano attirava lo sguardo verso l’interno e verso il profondo delle cose nascoste, la cattedrale cristiana lo rivolge decisamente verso l’alto, verso le altezze spirituali. Il tempio greco faceva stare l’uomo davanti a sé nella sua totalità e completezza, in una relazione di sereno equilibrio. La cattedrale cristiana invece solleva lo sguardo verso l’alto, verso l’universo spirituale che sta sopra, verso le sfere celesti donde proviene il divino.

Possiamo dunque dire in sintesi: l’epoca egiziana ha carattere di introversione, di penetrazione nei misteri occulti e nascosti; l’epoca greco-latina ha carattere di serena contemplazione di fronte a un mondo che si manifesta nella sua forma compiuta e nella sua bellezza armonica; l’epoca cristiana, che è la nostra e che è iniziata dal Mistero del Golgotha, ha il carattere di elevazione verso l’alto, di orientamento consapevole verso lo spirituale che dimora sopra di noi. Questo ci mostra come il contenuto spirituale profondo di un’epoca si manifesta anche nelle sue forme artistiche concrete, nelle sue strutture architettoniche materiali e negli ideali che le guidano.

Le tre forme di tempio — quella egiziana che attira verso l’interno e verso il basso, quella greca che sussiste compiutamente in sé stessa, quella cristiana che volge verso l’alto e verso le altezze spirituali — rappresentano tre atteggiamenti fondamentali dell’anima umana di fronte al divino in tre diversi periodi dello sviluppo terrestre dell’umanità. Questo è un fatto di natura occulta che possiamo verificare osservando attentamente lo sviluppo della civiltà e della coscienza umana.

Ora, quando rivolgiamo lo sguardo al significato profondo dell’impulso del Cristo nel contesto dello sviluppo umano, vediamo come esso entri proprio nel mezzo di questo sviluppo, nel punto di svolta cruciale. L’impulso del Cristo non attira l’uomo verso il profondo come faceva l’epoca egiziana nei suoi misteri iniziatici; non lo lascia stare nella contemplazione serena come l’epoca greca nella sua saggezza armonica; l'orienta invece verso l’alto, verso lo spirituale superiore, verso le gerarchie spirituali che guidano il cosmo. E questo orientamento nuovo verso lo spirituale superiore è qualcosa che lentamente, gradualmente, nei secoli e nei millenni, permea tutta l’umanità nel corso dello sviluppo moderno e futuro.

Consideriamo più dettagliatamente come questo impulso agisce sulle tre costituzioni dell’uomo. Abbiamo detto che lo stupore e l’ammirazione formano intorno al Cristo il corpo astrale spirituale. Che cosa significa veramente ciò? Significa che l’uomo, di fronte al grande mistero incomparabile del Cristo, è colto da stupore, da una sorta di reverente meraviglia che l'arresta e lo trasforma. È un sentimento profondo che sorge quando l’uomo si trova di fronte a qualcosa di incomparabilmente grande, di incommensurabilmente profondo, che lo supera infinitamente. Lo stupore è il sentimento appropriato dell’anima umana di fronte al divino, è la risposta emotiva corretta dell’uomo consapevole.

Poi abbiamo i sentimenti di pietà, di compartecipazione, di compassione verso tutta l’umanità sofferente. Questi sentimenti delicati e profondamente umani formano il corpo eterico spirituale intorno all’impulso del Cristo. La pietà è il sentimento che sorge quando l’uomo prende profonda consapevolezza della sofferenza, della fragilità, della debolezza dell’altro essere umano, quando sente nel proprio cuore il dolore altrui. È il sentimento che l'unisce all’altro nella loro comune fragilità, mortalità e vulnerabilità umana. Quando l’uomo coltiva consapevolmente la pietà e la compassione nel corso della sua vita, egli sviluppa un corpo eterico spirituale che lo connette profondamente con tutta l’umanità sofferente e con la grande catena della compassione universale.

Infine abbiamo tutto ciò che accade sotto l’influsso costante della coscienza morale. Tutti gli atti compiuti secondo la voce interiore della coscienza, secondo il dettame della retta ragione morale, formano il corpo fisico spirituale intorno all’impulso del Cristo. La coscienza è la voce del divino dentro di noi, è il filo che ci connette alle sfere spirituali superiori. Quando l’uomo agisce in accordo profondo con la sua coscienza, quando obbedisce ai dettami interiori della retta ragione morale e della giustizia, egli costruisce attorno al Cristo il corpo fisico spirituale che rappresenta la sua partecipazione conscia all’evoluzione cosmica.

Così, nel corso dello sviluppo terrestre passato, presente e futuro, grazie al concorso dello stupore, della pietà e della coscienza operante, si forma e si forma attorno all’impulso del Cristo una figura, un’entità ideale perfettamente sviluppata e completa. Questa entità ideale sarà il compimento e il coronamento dell’evoluzione umana sulla Terra. Essa rappresenterà ciò che l’uomo potrà divenire quando avrà pienamente sviluppato in sé le tre forze potenti: la capacità di stupirsi dinanzi al divino, la capacità di compartecipare profondamente alla sofferenza altrui, e la capacità di agire consapevolmente secondo la retta coscienza morale.

Ora, per comprendere meglio il significato di questo impulso del Cristo, dobbiamo considerare come la coscienza umana stessa si è evoluta nel corso dei periodi culturali successivi. Ciascun periodo ha visto il predominio di una diversa facoltà dell’anima umana, di un corpo invisibile che si attivava in modo particolare in quel momento storico. Nel primo periodo post-atlantico, il periodo indiano, l’azione principale era svolta dal corpo eterico dell’uomo, da cui la coscienza derivava quella qualità particolare di percezione interiore. Nel secondo periodo, il periodo persiano, era soprattutto il corpo astrale, il corpo dei sentimenti, che svolgeva il ruolo principale nella vita della coscienza umana.

Nel terzo periodo, l’epoca egiziana e caldea, era l’anima senziente che dominava lo sviluppo della coscienza. Nel quarto periodo, l’epoca greco-latina, era l’anima razionale, l’anima del sentimento illuminato, che caratterizzava la coscienza umana di quel tempo. Nel nostro periodo attuale, il quinto, è l’anima conscia che predomina nella vita dell’uomo moderno. E guardando avanti, vediamo che il nostro tempo si sta muovendo verso un periodo futuro in cui emergerà gradualmente e sempre più chiaramente quello che si chiama lo Spirito-Sé, il Sé spirituale dell’uomo. Questo Sé spirituale comincerà a manifestarsi nella coscienza umana durante le epoche che verranno.

Che cosa significa tutto questo per il significato e la comprensione dell’antico Indio del primo periodo post-atlantico? L’antico Indio, il cui corpo eterico era l’organo principale di percezione, non percepiva il mondo esteriore come lo percepiamo noi oggi. Non guardava al mondo esterno come lo guardiamo noi con i nostri occhi e i nostri sensi ordinari. Tutto quello che egli percepiva veniva dal suo interno, dall’attività del suo corpo eterico. La sua visione del mondo era come un sogno, ma un sogno di straordinaria vivacità e realtà spirituale. Quando due uomini si incontravano sulla strada nel tempo dell’antico Indio, uno non vedeva l’altro con gli occhi esteriori come facciamo noi oggi. Quello che il primo uomo percepiva del secondo era più una visione interna, un’immagine eterea che circondava il corpo fisico, una sorta di nuvola luminosa o aura che avvolgeva l’essere umano.

Ma sebbene quello che era percepito dal punto di vista della coscienza ordinaria fosse come in una nebbia, confuso e indistinto, quello che era percepito aveva d’altro canto un’importanza spirituale altissima. Ciò che era chiaro per l’antico Indio era quello che proveniva dal cosmo, dalla sfera stellare, dalla luce delle stelle e dai messaggi che venivano dal Regno del Cielo. L’uomo del primo periodo vedeva chiaramente nei cieli, vedeva le costellazioni, vedeva i mondi stellari come manifestazioni della realtà divina che lo circondava.

Nel secondo periodo post-atlantico, il periodo persiano, la capacità di guardare verso l’esterno cominciò gradualmente a svilupparsi. Il corpo astrale dell’uomo, il corpo dei sentimenti e delle emozioni, diventava il nuovo organo principale di percezione. Ma mantenne ancora, per un certo tempo, la capacità di guardare verso i cieli stellati e di percepire direttamente la saggezza che proveniva dall’universo. Perciò è comprensibile che il grande maestro Zoroastro potesse insegnare agli antichi Persiani a rivolgere lo sguardo alla luce del sole, a Ahura Mazdao, al Creatore Luminoso. Questo insegnamento era possibile poiché la percezione spirituale dell’uomo persiano era ancora rivolta verso il cosmo, verso la manifestazione della divinità nei cieli.

Ma allo stesso tempo, il corpo astrale stava sviluppando una nuova capacità: la capacità di guardare verso il basso, verso il piano fisico terrestre. Tuttavia, questa capacità non era ancora perfettamente sviluppata. Gli uomini potevano cominciare a guardare verso il basso, verso il piano fisico, ma quello che vedevano era ancora nebuloso e indistinto. Quello che era chiaro era ancora ciò che proveniva dalle altezze, dalle stelle, dalle gerarchie spirituali che guidavano il cosmo da regni superiori.

Poi, lentamente, nel corso dei millenni, mentre i periodi culturali si susseguivano, la capacità di guardare verso il basso e verso il piano fisico terrestre si sviluppò sempre di più. Gli uomini furono spinti gradualmente a guardare verso l’esterno, verso il mondo materiale, verso la realtà fisica tangibile. Questo fu un processo lento, un’evoluzione graduale della coscienza umana. Ma fu nello stesso tempo un processo che implicava una certa perdita: la perdita graduale della percezione diretta dei mondi spirituali, la perdita della visione interiore che gli uomini antichi possedevano.

Questo processo di transizione fu accompagnato da sentimenti molto forti e molto caratteristici. Quando il periodo persiano finiva e il periodo egiziano cominciava a emergere come una nuova aurora sulla storia dell’umanità, gli uomini dotati di saggezza sentivano qualcosa di straordinario: «Noi non avremo più il privilegio di vivere nell’intimità continua con gli dei, con quei messaggi diretti che provenivano dal mondo spirituale e che formavano il patrimonio ereditario dell’umanità antica. Quello che sarà perso gradualmente è la capacità di visione interiore diretta, la capacità di visionare i mondi spirituali come gli antichi lo facevano. Una forza oscura sta venendo verso di noi, una forza che ci costringe a guardare verso il basso, verso il piano materiale, verso la realtà fisica tangibile.»

Questi sentimenti di transizione erano particolarmente forti in coloro che erano i sapienti, i veggenti dell’antica India. Essi percepivano un impulso divino che stava trasformando l’umanità, un impulso che forzava l’uomo a smettere di guardare verso l’interno e a cominciare a guardare verso l’esterno. Essi nominavano questa entità divina, questa forza cosmica trasformatrice, con il nome di Pramati. Essa era la divinità che estingueva gradualmente la vecchia guida spirituale, che faceva retrocedere e dissolvere le antiche percezioni spirituali, che spingeva l’uomo a guardare verso il piano fisico, verso il mondo esteriore.

Così, concependo questo processo in termini divini e cosmici, gli antichi saggi dicevano: «Viene la Divinità Pramati. Essa toglie agli uomini la guida che ricevevano dagli dei antichi. Essa fa scomparire la visione interna e spirituale. Essa forza gli uomini a guardare verso il piano fisico. I vecchi dei si ritirano. Viene un’epoca nel che gli uomini non potranno più percepire i mondi divini dall’interno delle loro anime. Dovranno imparare a percepire il mondo esteriore, la realtà fisica. Verrà il Kali Yuga, il Grande Ciclo Nero, l’epoca della oscurità relativa, l’epoca nel che i vecchi dei si ritireranno dai contatti diretti con l’umanità. Questa nuova era sarà introdotta e caratterizzata dalla forza della Divinità Pramati.»

Il Kali Yuga fu calcolato dagli antichi saggi come avente inizio tremila cento e uno anni prima della nostra era cristiana, e curiosamente, secondo la tradizione indiana, questo fu lo stesso anno in cui la grande Alluvione, il Diluvio Universale, sarebbe accaduto. Il Diluvio e il Kali Yuga erano collegati, erano aspetti dello stesso grande cambiamento nella coscienza e nella condizione dell’umanità. E il Kali Yuga era inteso come la diretta conseguenza dell’azione della Divinità Pramati sulla storia umana.

Come percepirono questo grande cambiamento anche i Greci, gli eredi della civiltà greco-latina? I Greci esprimevano il medesimo insegnamento attraverso i loro miti e le loro saghe. Quando gli antichi saggi indiani parlavano di Pramati, i Greci usavano il nome Prometeo. Prometeo è il fratello di Epimeteo, che rappresenta ancora colui che guarda indietro ai tempi primordiali e remoti, mentre Prometeo è colui che deve pensare in anticipo, che deve prevedere con i suoi pensieri quello che è lì fuori nel mondo esteriore, quello che accade e si compie fuori di lui.

Ora, proprio come Pramati ha una discendenza nel Kali Yuga, così anche Prometeo ha la sua discendenza nella mitologia greca. Se traduciamo il termine «Kali Yuga» nel linguaggio greco, otteniamo «Kaion»; ma poiché i Greci avevano la percezione che era l’era della divinità nera o dell’oscurità relativa, essi aggiunsero il termine «Deus» (il divino), ottenendo «Deucalione». Questo è esattamente lo stesso concetto che gli Indiani esprimevano con il termine Kali Yuga. Noi non abbiamo qui a che fare con una coincidenza accidentale o con una semplice speculazione, bensì con un fatto occulto reale, con una verità storica profonda che fu percepita e compresa dalle grandi civiltà antiche.

La storia di Deucalione, come raccontata dai Greci, ci dice che su consiglio del padre Prometeo, Deucalione costruì una grande cassetta di legno. In questa cassetta, quando Zeus decise di distruggere il genere umano per mezzo di un grande diluvio, si salvarono soltanto Deucalione e sua moglie Pirra, nessun altro. La cassetta di Deucalione si arenò sulle montagne del Parnaso, e da Deucalione e Pirra discese l’umanità nuova. In questo modo, i Greci davano testimonianza alla medesima verità che gli Indiani esprimevano: che vi era stata una grande crisi della coscienza umana, che l’umanità era passata attraverso un grande «diluvio» di trasformazione, durante che molti uomini non potevano stare al passo con il cambiamento e perciò cadevano e perivano, mentre soltanto pochi, i sapienti come Deucalione e sua moglie, potevano preservare il filo della continuità umana.

Questo «diluvio» di cui parlavano Greci e Indiani non era un evento fisico ordinario, non era un’inondazione ordinaria causata dall’acqua. Era un evento della coscienza, una trasformazione radicale nel modo in cui gli uomini percepivano e comprendevano la realtà. Era una sorta di oscuramento della percezione spirituale diretta, simile a un sonno profondo che calasse sulle anime umane, un sonno da cui alcuni potevano svegliarsi, mentre altri non potevano più tornare al risveglio.

Oggi, noi sappiamo dalla ricerca spirituale autentica che il Kali Yuga ebbe veramente termine nell’anno milleottocentonovantanove della nostra era. Questo è un fatto occulto di straordinaria importanza. Esso significa che l’epoca caratterizzata dall’oscuramento della percezione spirituale diretta è finita. Un nuovo capitolo della storia umana sta cominciando. E proprio per questo motivo esiste oggi una scienza dello spirito, una ricerca autentica della realtà spirituale. Poiché il Kali Yuga ha avuto inizio nel tremila centouno prima della nostra era, così ha avuto fine nel milleottocentonovantanove della nostra era. Dunque, l’anno milleottocentonovantanove è un anno di importanza cosmicissima. Da quel momento, l’umanità deve cominciare il suo ascesa consapevole verso i mondi spirituali e la ricerca della verità spirituale.

Ora che il Kali Yuga è terminato, tocca all’umanità di comprendere che deve di nuovo ascendere consapevolmente verso i mondi spirituali, e che deve cercare una ricerca autentica della realtà spirituale per le epoche che verranno. L’antica percezione spirituale diretta non tornerà esattamente come era nel passato, poiché l’uomo si è sviluppato e non può retrocedere. Ma una nuova forma di percezione spirituale, una percezione consapevole e cosciente, deve ora svilupparsi negli uomini.

Nel terzo periodo post-atlantico, le vecchie conoscenze spirituali della razza umana andarono perdute, perché gli uomini dovevano scendere nel piano fisico e sviluppare la loro coscienza ordinaria, il loro intelletto razionale. Ma ora che siamo passati attraverso il Kali Yuga e il nostro tempo ha cominciato il suo ascesa verso una nuova spiritualità consapevole, quelle vecchie conoscenze devono di nuovo emergere, però in una forma completamente nuova e trasformata.

Questo è il grande compito della civiltà occidentale, la civiltà che ebbe le sue radici nell’antica Ebraica, e che si è sviluppata poi nel corso dei secoli cristiani. La cultura occidentale si è inizialmente concentrata su una visione della personalità individuale isolata, su colui che vive una sola vita sulla Terra tra la nascita e la morte. Questo era necessario, poiché sul piano fisico, tra nascita e morte, noi percepiamo soltanto questa personalità individuale presente. Ma ora, come conseguenza del fatto che il Kali Yuga è terminato, tocca all’umanità consapevole di comprendere quello che deve essere fatto: si deve gradualmente riportare alla luce quello che era stato perso durante il Kali Yuga. Deve risorgere dalla profondità della ricerca spirituale quello che l’uomo aveva dimenticato e perduto.

In particolare, si deve di nuovo cominciare a guardare alla continuità dell’individualità umana attraverso le varie incarnazioni, attraverso i vari periodi della storia. La civiltà occidentale aveva percepito soltanto una serie di personalità individuali che non sembravano collegate le une alle altre: Elia, Giovanni il Battista, Raffaello, Novalis. Ma ora, col progredire della ricerca spirituale e della conoscenza occulta, noi possiamo di nuovo riconoscere il filo continuo dell’individualità, l’identità della medesima anima che si incarna più volte nel corso della storia, sempre la medesima anima in incarnazioni successive. Così noi vediamo che lo stesso individuo che era Elia, che fu poi Giovanni il Battista, che si incarnò nel tempo come Raffaello, che poi riapparve come Novalis, è una sola anima che si sviluppa e progredisce attraverso i secoli.

Noi all’interno del nostro movimento spirituale dobbiamo comprendere consapevolmente che questa missione di riscoperta della continuità dell’individualità umana è una missione essenziale per il corso dello sviluppo culturale e umano contemporaneo. La continuazione superficiale degli antichi eventi e delle antiche conoscenze non sarebbe sufficiente per il progresso della civiltà umana. Quella che deve accadere è una rinascita consapevole di quelle verità che erano state perdute, ma in una forma nuova, più consapevole, più razionale.

Come ho spiegato a lungo in altre occasioni, cosa significa per la coscienza umana arricchire e rinvigorire ciò che proviene dalle epoche antiche con quello che può essere nuovamente scoperto dalle ricerche spirituali del nostro tempo. Siamo ora in un periodo di transizione dalla vita dell’anima conscia verso la vita conscia del Sé spirituale. Così come era stato straordinariamente significativo per gli uomini di un’epoca passata il passaggio dalla vita nel corpo astrale, dal corpo dei sentimenti, verso la vita conscia dell’anima senziente, così ora gli uomini contemporanei devono gradualmente emerger dalla loro vita nella sola anima conscia ordinaria verso il consapevole ingresso nel Sé spirituale.

Ho spiegato spesso come questo ingresso nel Sé spirituale si manifesti e diventi possibile. Ho sottolineato come gli uomini che sperimenteranno l’apparizione del Cristo-Impulso nei mondi spirituali, durante i prossimi tremila anni, diventeranno sempre più numerosi. Gli uomini non solo crederanno teoricamente nel Cristo, ma lo sperimenteranno direttamente nei mondi spirituali, l'incontreranno faccia a faccia. Ma come questa esperienza si insinuerà gradualmente, così pure il flusso continuo del mondo spirituale nella coscienza umana dovrà permeare sempre più l’uomo contemporaneo.

Non sarà più sufficiente sapere teoricamente che gli uomini, dopo la morte, continuano a vivere nelle sfere spirituali. Quello che deve accadere è che l’uomo impari a mettere l’intera visione della vita in una prospettiva nel che sappia con certezza: quando l’uomo attraversa la porta della morte, non cessa di vivere, bensì continua solamente la sua vita in un regno diverso. È soltanto una transizione, non una fine. Quando un uomo è ancora vivo sul piano fisico, egli agisce su noi attraverso il suo corpo fisico. Quando quest’uomo è morto, continua ad agire su di noi dal mondo spirituale, ma spiritualmente.

Noi impareremo sempre più a considerare la vita in questa luce, non come una teoria speculativa, bensì come un sapere pratico e concreto. E noi dobbiamo imparare a vivere tenendo conto di tutti questi fatti. Consideriamo ad esempio il compito di educare e crescere i bambini. Un uomo che conosce e comprende questi fatti occulti sa che è una cosa completamente diversa educare un bambino che ha ancora entrambi i genitori e che vive fino ai venti anni con loro, rispetto a educare un bambino il cui padre è morto quando il bambino era di tre o cinque anni. Se si prende sul serio l’educazione e si vuole comprenderla realmente, considerando l’individualità totale del bambino, non è una pura speculazione, bensì una conoscenza pratica concreta.

Particolarmente quando si ha a che fare con bambini il cui padre è morto, quando cerchiamo di insegnar loro qualcosa, spesso si manifesta qualcosa che noi non riusciamo a comprendere con i nostri metodi ordinari. Ci troviamo di fronte a qualcosa di strano e incomprensibile. E non riusciremo a comprenderlo finché continuiamo a pensare unicamente secondo le abitudini di pensiero ordinarie del materialismo. Ma quando l’uomo comincia a pensare in modo nuovo, quando applica la conoscenza spirituale alla comprensione della vita, allora può dire: «Forse ci sono insegnamenti nella ricerca spirituale secondo che gli uomini, dopo la morte, non cessano di essere attivi. Forse le loro speranze, i loro desideri, continuano a vivere e continuano ad agire. Forse il padre di questo bambino, sebbene non lo veda più, agisce ancora dal mondo spirituale dentro il destino di suo figlio.»

Quando l’uomo attenta a questa conoscenza, quando l'applica praticamente alla propria vita, allora improvvisamente ritrova il significato di cose che prima gli sembravano incomprensibili e strane. Allora sa quali simpatia e quale avversione il bambino possa sentire verso certe cose, e sa come affrontare queste inclinazioni e avversioni. Allora riesce finalmente a comprendere il bambino, non soltanto sapendo che l’aria agisce sugli uomini e che il freddo può causare raffreddori, ma sapendo che dal mondo spirituale influiscono sulla vita fisica molte cose che non possiamo percepire ordinariamente. Questo genere di conoscenza pratica, questa comprensione del modo in cui il mondo spirituale agisce sulla vita fisica, sarà sempre più importante per l’uomo moderno.

Oggi questa conoscenza è ancora considerata da molti come una forma di insanità o di semplice illusione. Ma il tempo non è lontano in cui i fatti reali della vita forceranno gli uomini ad accettare e a contare su questi fatti spirituali. Essi dovranno imparare a osservare come quelle entità che hanno attraversato la porta della morte continuano ad agire, come esse rimangono cause attive nel mondo. Solo quando gli uomini sapranno considerare la vita in questa prospettiva spirituale concreta, allora riusciranno veramente a comprendere la natura della visione del mondo spirituale.

Questa azione di coloro che sono passati nel mondo spirituale non si limita solamente al rapporto tra genitori defunti e bambini viventi. Lo stesso vale per tutte le persone che ci hanno circondato nella vita. Le individualità che si sono incarnate nel mondo spirituale continuano ad agire nella sfera dei viventi. All’inizio, l’uomo vivente non sa consapevolmente che questa azione sta accadendo. Ma io racconto di nuovo non cose inventate o speculative, bensì fatti osservati nella ricerca spirituale, fatti constatati occultamente e verificati. Ciò che accade è che un uomo vivo improvvisamente si ritrova spinto verso certe azioni, riceve certi impulsi, sente il bisogno di pensare diversamente da prima su certe questioni. Lui non sa il perché. Ma dopo un periodo, ha un sogno molto significativo.

Oggi il mondo non attribuisce molta importanza ai sogni; ma con il tempo, gli uomini comprenderanno che non è la forma esteriore del sogno che ha importanza, bensì il suo contenuto interiore. Potremmo notare che, quando Edison ha inventato le sue macchine, se le avesse inventate in un sogno invece che nello stato di veglia, l’invenzione sarebbe stata altrettanto vera e significativa. Quello che importa è il contenuto, non la forma.

Immaginiamo che una persona sogni e veda apparire una personalità che non riconosce, che non ricorda di aver mai conosciuto prima. Questa personalità sconosciuta entra nel suo mondo onirico e compie certe azioni significative. Più tardi, magari dal discorso di qualcun altro, l’uomo vivente scopre che questa personalità che gli è apparsa nel sogno era un uomo che era morto quindici anni prima, e che non poteva dunque averla conosciuta nella vita. Comprendere ciò significa comprendere che questo defunto continua ad agire nella sua vita.

Prima, l’uomo vivente aveva sentito gli impulsi di questa azione senza saperlo, senza riconoscerlo. Ora, nel sogno, il defunto appare davanti a lui come un’immagine notturna, e finalmente può riconoscere la fonte dei suoi impulsi precedenti. Questo è il modo in cui gradualmente l’uomo vivente comincia a percepire l’azione dei defunti nella sua vita. E queste cose, questi insegnamenti spirituali, si facciano sempre più vive nella civiltà umana.

Prendendo un altro esempio, consideriamo un uomo come Raffaello il grande pittore. Se leggiamo le biografie ordinar di Raffaello, riceviamo l’impressione che egli fosse una sorta di personalità perfetta, completa in se stessa, che donava ai suoi tempi il meglio delle sue capacità, ma che era in qualche modo isolato, che non poteva progredire oltre il livello di maestria che aveva raggiunto. I suoi lavori sembrano apparire quasi all’improvviso, completamente formati. E nel modo misterioso in cui il talento di Raffaello si sviluppò quando era giovane, c’è una lacuna nella biografía. Perché questa lacuna?

Le biografie ci raccontano che Raffaello aveva come padre Giovanni Santi, che era egli stesso un pittore e uno scrittore, e che morì quando Raffaello aveva undici anni di vita. Prima della morte, Giovanni Santi aveva messo suo figlio come apprendista presso un maestro pittore. Noi sappiamo che type di pittore era Giovanni Santi, quale genere di talento pittorico possedeva. Ma sappiamo anche che in lui c’era qualcosa che non poteva venire alla luce completamente. Se esaminiamo quello che viveva nella sua anima, sentiamo che c’era in lui qualcosa di straordinario che non poteva esprimersi completamente, perché la natura esteriore del mondo fisico gli impediva di esprimere pienamente le sue capacità interiori.

Ora, suo padre morì quando Raffaello aveva undici anni. Se noi seguiamo lo sviluppo successivo di Raffaello, possiamo capire da dove provenivano le forze che lo spinsero così rapidamente verso il completamento e la perfezione. Queste forze provenivano dal padre che, sebbene morto nel mondo fisico, continuava a operare dal mondo spirituale sul figlio che amava! Il padre possedeva speranze e desideri per il futuro di Raffaello, e queste aspirazioni fluivano dal mondo spirituale direttamente nel giovane artista, guidando e ispirando il suo sviluppo.

Quando uno storico nel futuro vorrà scrivere una vera biografia di Raffaello, dovrà scrivere qualcosa di questo genere: Giovanni Santi fu il padre di Raffaello. Raffaello aveva undici anni quando suo padre, nel 1494, morì. Giovanni Santi era un uomo straordinario che durante la sua vita aveva desideri e aspirazioni di grande importanza. E quando fu liberato dalle limitazioni del corpo fisico e potè operare liberamente nel mondo spirituale, egli inviò al suo amato figlio gli impulsi delle sue speranze e dei suoi desideri più intimi e spirituali, quegli insegnamenti delicati e spirituali che la natura esterna del suo corpo fisico gli aveva impedito di esprimere nel mondo della materia.

Questo non è una diminuzione del genio di Raffaello. No: Raffaello era la reincarnazione di Giovanni il Battista. Doveva dunque contenere in se stesso il fondamento spirituale, il genio del Battista. Ciò che il padre poteva fare era soltanto fluire dentro il figlio le influenze sottili e gli insegnamenti spirituali che lo sviluppo del genio innato potesse fiorire completamente. Quando noi comprendiamo questo, vediamo come il mondo spirituale e il piano fisico si uniscono e cooperano nel realizzare quello che deve essere realizzato nella storia umana.

A poco a poco, quando guardiamo alle vite dei grandi maestri, dovremo imparare a integrare le influenze spirituali che fluiscono nella loro vita dalle sfere spirituali, dovremo cominciare a percepire come il mondo spirituale agisce continuamente dentro il mondo fisico. Allora finalmente staremo di fronte a una visione totale della realtà, una visione del mondo come un cosmo unificato dentro che il divino agisce continuamente mediante le anime degli uomini. Così noi reintrodurremo la spiritualità consapevole nella civiltà culturale umana contemporanea.

Non dobbiamo sorprenderci che i moderni che si oppongono a questa reintroduzione della spiritualità nella visione del mondo, che non desiderano udire parlare di questa nuova spiritualità, continuino a trattare la visione del mondo spirituale con disdegno. Questo è infatti qualcosa di completamente nuovo. È l’emergere di una nuova forza nell’uomo, la forza del Sé spirituale. E verrà un tempo — e prego voi di scrivere profondamente questa verità nel vostro cuore — quando gli uomini guarderanno indietro alla civiltà materialistica che sta terminando con gli stessi sentimenti con che una volta gli uomini guardavano all’epoca prima del Diluvio, considerandola come qualcosa che era passato irrevocabilmente, e desiderando ardentemente la nuova cultura che stava sorgendo.

Ma coloro che appartengono al movimento antroposofico e alla ricerca spirituale non devono rimanere soltanto sul piano teorico, come osservatori passivi. Devono piuttosto accogliere questo ideale nel loro cuore, nella loro anima. Devono comprendere consapevolmente che è una benedizione del karma cosmico per loro conoscere il corso dell’evoluzione umana, il corso della civiltà culturale dell’umanità. Devono fare proprio questo insegnamento, deve diventare parte viva della loro visione del mondo, parte viva della loro anima.

Inscriviamo queste verità profonde nelle nostre anime, specialmente perché in questo momento non posso stabilire quando continuerò con queste considerazioni. Ma noi sappiamo che occorre tempo affinché quello che la ricerca spirituale ci insegna possa penetrare profondamente nella totalità della nostra vita emotiva e spirituale, nella totalità del nostro sviluppo interiore. È parte della nostra evoluzione spirituale consapevole che noi non apprendiamo soltanto intellettualmente le grandi verità della visione del mondo spirituale, ma che queste verità si vivifichino nei nostri sentimenti più profondi, che diventino fonte viva di illuminazione e di trasformazione interiore per la nostra anima e il nostro spirito.

8°La coscienza, la memoria, il karma. Le forme del pensiero

Berlino, 18 Giugno 1912

Compito mio oggi è di esporre alcuni elementi sulla natura dell’uomo, così da potere affrontare successivamente considerazioni che contribuiranno notevolmente alla comprensione dello sviluppo umano nella sua globalità. Il nostro punto di partenza deve essere ciò che risulta innanzitutto importante per l’osservazione dell’uomo quale si presenta davanti a noi sulla Terra. Devo però premettere preliminarmente che sapete come l’uomo, quale si presenta davanti a noi, non sia soltanto una creatura terrestre, bensì possieda un’origine che, se vogliamo comprenderla in modo completo, dobbiamo ricondurre agli stati evolutivi precedenti dello sviluppo della Terra medesima. Lo trovate esposto nei diversi scritti, ed è stato menzionato qui di frequente come la ricerca della scienza dello spirito consenta di seguire gli stati evolutivi precedenti, le incarnazioni anteriori del nostro pianeta, e come li distinguiamo mediante denominazioni che si sono rivelate appropriate: lo stato di Saturno anteterrestre, lo stato di Sole anteterrestre e lo stato di Luna anteterrestre. Sappiamo che le forze presenti nell’uomo totale attuale non derivano soltanto da ciò che era attivo sulla Terra, ma che nell’uomo si trovano depositate le eredità dalle incarnazioni precedenti del nostro pianeta terrestre. Tali eredità rimangono, operano diuturnamente nella natura umana. Comprendiamo l’uomo nella sua pienezza soltanto se sappiamo, ad esempio, che il corpo fisico ha ricevuto il suo primo abbozzo sull’antico Saturno, durante l’antico tempo solare e il tempo lunare si è ulteriormente sviluppato, e che la forma attuale del corpo umano è un prodotto esclusivamente terrestre. Egualmente sappiamo che degli altri membri della natura umana non agisce in essi soltanto ciò che ha avuto origine come forza sulla Terra, bensì ciò che è pura eredità dei tempi preterreni. Oggi però vogliamo considerare innanzitutto ciò che nell’uomo deve essere osservato in quanto è una creatura terrestre, in quanto vive su questa Terra. È, per così dire, ciò che per la missione della Terra gli è stato incorporato durante il corso del tempo terrestre.

Possiamo distinguere tre aspetti fondamentali in ciò che l’uomo possiede principalmente dalla Terra. Il primo è la sua coscienza terrestre attuale, ossia quello che per l’uomo è il più prossimo, quello in cui egli propriamente si trova nel corso della sua vita quotidiana. Gli eventi, i fatti che nel corso dello sviluppo terrestre si sono svolti dovevano accadere precisamente come si sono svolti, affinché l’uomo potesse acquisire la sua coscienza attuale qui sulla Terra. Questa coscienza è quella che vi è più familiare, quella in cui vivete dal risveglio all’addormentamento, in cui fluiscono i vostri pensieri, le vostre percezioni sensibili, i vostri sentimenti, i vostri impulsi di volontà, finché siete un essere umano consapevole e sveglio. Questa coscienza, che tutti voi ben conoscete, non la possedeva l’uomo negli stati preterreni, né nei primi tempi dello sviluppo terrestre, che fu una ripetizione degli stati anteterreni. Se l’ha acquisita gradualmente, o piuttosto, le è stata conferita dalle potenze creative cosmiche e dalle forze mondiali.

Sappiamo che perché l’uomo abbia questa coscienza deve svegliarsi, e che è necessario che si serva dei suoi sensi, cioè degli strumenti del corpo umano nella sua forma attuale. Deve servirsi anche di altri strumenti oltre ai sensi che sono nel corpo umano attuale, specialmente quando non guardiamo soltanto ai pensieri e alle rappresentazioni che l’uomo si forma, ma quando consideriamo che l’uomo ha anche sensazioni, sentimenti e impulsi di volontà in questa coscienza quotidiana ordinaria. Allora sappiamo che tutto questo contenuto della coscienza, tutto quello che la riempie e la forma, abbisogna del corpo fisico esteriore così come esso è un corpo terrestre. Vive e può vivere soltanto nel corpo fisico esteriore. Così una rappresentazione che ci formiamo nasce dal fatto che quello che è veramente l’uomo spirituale-animico si serve degli strumenti del suo corpo fisico. Da questo potrete facilmente formarvi il pensiero che questa coscienza particolare, verso cui l’uomo si risveglia ogni mattina, dipende dal corpo terrestre nella sua forma. Potrete anche facilmente comprendere che l’uomo così, come rappresenta, sente o vuole in questa coscienza ordinaria, può rappresentare, sentire e volere soltanto quando ha il corpo fisico terrestre come strumento consapevole.

Abbiamo spesso parlato, e potete leggerlo nella «Scienza iniziatica in linee generali», come gli stati di coscienza tra la morte e la nuova nascita siano essenzialmente diversi dagli stati di coscienza terrestri. La coscienza si trasforma secondo il suo strumento, e tra la morte e la nuova nascita all’uomo stanno a disposizione altri strumenti per il suo vero essere spirituale-animico, diversi da quelli che ha quando è nel corpo fisico. Sappiamo che questo corpo fisico, da cui sono formati gli strumenti della coscienza ordinaria quotidiana, con la morte si dissolve. Nel senso della ricerca spirituale sarebbe più esatto dire che viene consegnato all’elemento naturale generale. Quello che all’osservazione esterna appare come dissoluzione del corpo fisico è infatti soltanto illusione, è māyā pura. Un processo del tutto grande e possente sta alla base di questo, proprio di quello che si chiama decomposizione o dissoluzione del corpo umano. Il naturale viene consegnato a forze che stanno dietro l’essere. Ma per l’uomo, così come egli è quale uomo terrestre, gli sfugge, gli si toglie il corpo fisico con la morte. Così che, in quanto parliamo dell’uomo quale uomo terrestre, possiamo soltanto dire: lo strumento della coscienza quotidiana gli si toglie con la morte.

Abbiamo dunque il primo membro dell’uomo terrestre: la sua coscienza terrestre. Quando ora consideriamo l’uomo terrestre completamente, quello che egli è nella sua totalità, dobbiamo separare dalla coscienza nel senso ordinario qualcosa che affatto non è da considerarsi come coscienza nello stesso senso della rappresentazione ordinaria, della sensazione ordinaria e della volontà ordinaria. Dobbiamo separare quello che raccogliamo nell’espressione memoria. Quelle rappresentazioni e quei sentimenti che ricaviamo dal tesoro della nostra memoria, dei nostri ricordi, non sono sottoposti alle medesime leggi della coscienza di cui si è ora parlato. Questa coscienza, per poter sussistere affatto, abbisogna infatti della conservazione del corpo fisico nella forma come una volta esso è. E voi sapete da varie esposizioni che sono state date, che per quanto riguarda la sua sostanza il corpo fisico si rinnova continuamente, che dopo sette, otto anni ci sono completamente altre sostanze fisiche in noi di prima, così che le sostanze fisiche vengono scambiate. Ma la forma rimane. Ed essa deve rimanere. Così come essa è, infatti, è strumento per la coscienza ordinaria. E per tutto il tempo che possiamo sviluppare la coscienza ordinaria per il pensiero, la sensazione e la volontà, finché abbiamo il corpo fisico nella forma che corrisponde. Ma la memoria, i ricordi non potrebbero lungamente sostenersi in noi, se fossero legati al corpo fisico. Potrebbe sostenersi al massimo finché le singole sostanze del corpo fisico ci sostengono. Cioè potremmo al massimo richiamare alla memoria sei, sette anni di passato, se la memoria fosse legata al corpo fisico. Ma non lo è. Il corpo fisico non è lo strumento della memoria; piuttosto lo strumento della memoria per l’uomo terrestre è il corpo eterico, il corpo di etere o corpo vitale. Ed è proprio questo che lavora costantemente nell’uomo terrestre. Così che sempre dal nostro primo momento di consapevolezza fino alla nostra morte rimane quello che abbiamo incorporato nella nostra memoria. Questo corpo di etere o corpo vitale è dunque quello che trasporta i nostri ricordi, le nostre rappresentazioni mnestiche da un’epoca della vita all’altra. Per la coscienza terrestre ci serviamo come strumento del corpo terrestre; per i ricordi ci serviamo come strumento del corpo eterico. Non potremmo portare i ricordi della nostra vita attraverso il tempo che passa fra la morte e la nuova nascita, se non subentrasse qualcosa di ben determinato: se non restassimo per un certo tempo, dopo che con la morte abbiamo abbandonato il corpo fisico, nel corpo di etere o corpo vitale. È proprio questo il tempo che ho spesso descritto, in cui la vita passata ci sta davanti dopo la nostra morte come un grande panorama, come un grande quadro. Abbiamo spesso parlato di questo quadro di vita. Lo stesso ci può apparire soltanto per il fatto che dopo la morte ancora per un tempo abbiamo il nostro corpo eterico. Questo corpo eterico è infatti certamente proprio lo strumento per i ricordi. Se lo perdessimo subito con la morte o poco dopo la morte, non potremmo avere questo quadro. Dobbiamo poterci servire come strumento di questo corpo di etere o corpo vitale, e accade qualcosa mentre abbiamo questo quadro di vita. Mentre abbiamo questo quadro di vita dopo la nostra morte nella nostra anima, tutto questo quadro di vita viene iscritto, inciso per così dire, se posso usare questa espressione, nell’etere della vita generale, che penetra lo spazio. Ora è lì dentro. Quello che abbiamo tenuto per alcuni giorni, è ora come registrato nell’etere della vita generale, in cui viviamo, in cui sempre siamo. Perché è registrato lì dentro, perché è dentro, è presente per la nostra ulteriore vita fra la morte e la nuova nascita. E noi portiamo con noi un estratto dal nostro corpo eterico, questo lo sappiamo, affinché sempre possiamo stabilire una connessione tra noi stessi e questo quadro di vita iscritto nell’etere della vita generale. È come il nostro organo continuo, mediante cui sempre possiamo avere i ricordi della nostra ultima vita.

Da questo vedete che nella nostra coscienza sempre soltanto il presente possiamo avere, e il nostro essere con il momento presente effettivamente scomparirebbe, se potessimo sviluppare soltanto la coscienza con il nostro pensiero, sentimento e volontà quale uomo terrestre. Che possiamo conservare quello che vive nel pensiero, sentimento e volontà, questo lo dobbiamo al corpo eterico; e lo conserviamo allora perfino dopo la morte nell’etere della vita generale. Abbiamo dunque il secondo membro dell’esistenza umana terrestre, quello che non passa come la coscienza terrestre con il momento, ma che sussiste, che rimane conservato per così dire nell’etere della vita generale. Abbiamo dunque ormai già da distinguere per l’uomo terrestre due membri: la sua coscienza terrestre e la sua memoria o i suoi ricordi, che non si devono semplicemente identificare con la coscienza. Che cos’è dunque il terzo membro?

Il secondo membro si distingue dal primo in questo, che non lascia semplicemente passare le cose che vengono vissute, ma le conserva. Il terzo membro dell’uomo terrestre si distingue nuovamente dal secondo in modo considerevole. Se ponete attenzione ai vostri pensieri, in quanto diventano ricordi, direte: una tutt’affatto particolare proprietà hanno questi pensieri che sono diventati ricordi. Una proprietà ha tutto quello che è stato affidato alla memoria, cioè che durante la vita è vostra proprietà personale, che è il vostro contenuto personale. Portate con voi, durante la vostra vita terrestre, i vostri ricordi personali, come il tesoro più personale della vostra anima. Ma ditemi, se considerate questa proprietà anche dal punto di vista dell’immortalità, se volete comprendere la continuazione della vita dopo la morte, non potete tuttavia separarvi da questo vostro tesoro personale, dalle vostre esperienze personali. Le portate con voi nella continuazione della vita. Ma considerate anche: al momento della morte, quando lasciate il corpo fisico e quando il corpo eterico, poco a poco, nel corso dei giorni, si allontana da voi, quando entrate nello stato di anima pura, allora il vostro tesoro di ricordi personali non rimane con voi nella forma com’era. Diventa sempre più eterico. E quando un tempo considerabile è passato, questo tesoro di ricordi si separa da voi in una certa maniera, e voi entrate allora in uno stato completamente diverso della vostra vita animica, in quello che si chiama la vita nello stato di devachan, il soggiorno negli stati celestiali, come alcune tradizioni lo chiamano.

Qui arriviamo a qualcosa di particolare e molto significativo. Durante il soggiorno nei regni celestiali la memoria dei nostri ricordi personali non rimane come memoria cosciente in noi. Tuttavia, non è che si sia perduta completamente. Essa è divenuta come una qualità della nostra essenza stessa. Quello che abbiamo sperimentato come contenuto del ricordo, come azione morale, come sentimento di amore, come pensiero profondo, è divenuto parte della nostra natura profonda. È come se tutto quello che abbiamo provato personalmente, che era tesoro personale, fosse trasformato in una qualità della nostra essenza spirituale, come una tintura della nostra natura più intima. Potete pure immaginarvelo così: quello che era ricordo è ora come una vibrazione della nostra entità spirituale. E allora quando torniamo di nuovo alla vita terrestre, portiamo questo con noi di nuovo, ma non come ricordo cosciente, bensì come una qualità della nostra essenza, come una predisposizione della nostra natura per le azioni future. Questo è il terzo membro dell’uomo terrestre: non è la coscienza ordinaria, non è la memoria conscia; è l’eredità morale-spirituale che portiamo da una vita all’altra, che è divenuta qualità della nostra essenza immortale.

Consideriamo come questi tre membri lavorano insieme nella continuità dello sviluppo umano. Nella vita terrestre attuale abbiamo la coscienza ordinaria, che è effimera, che muore con il corpo fisico terrestre. Abbiamo la memoria cosciente, che rimane con noi attraverso la vita fra la morte e la nuova nascita, ma che infine, nel passaggio ai mondi celestiali, si trasforma in qualità della nostra essenza. E abbiamo questa qualità della nostra essenza, questa eredità morale-spirituale che rimane con noi eternamente, che è il vero nucleo duraturo del nostro essere, che passa da un’incarnazione all’altra.

Prendete in considerazione quale significato profondo tiene ciò per il progresso della vita umana attraverso le incarnazioni. La coscienza terrestre ci dà la libertà di acquisire nuove conoscenze e nuove abilità nella vita attuale. Essa è lo strumento mediante cui possiamo operare sul mondo fisico e sviluppare le nostre capacità terrene. La memoria cosciente ci permette di comprendere l’unità della nostra vita terrestre, di vederla come una progressione continua dal primo momento della consapevolezza fino alla morte. Ma l’eredità morale-spirituale è il vero fondamento della nostra evoluzione cosmica. Essa è quella che ci caratterizza come individui immortali, che ci distingue gli uni dagli altri non secondo il corpo fisico effimero, bensì secondo la nostra essenza morale e spirituale.

Pertanto, quando affrontiamo i compiti della vita terrestre, quando ci troviamo di fronte alle difficoltà e alle sfide che l’esistenza presenta, non siamo creature vuote che affrontano il mondo per la prima volta. Siamo esseri che portiamo con noi il risultato di infinite vite precedenti, trasformato in qualità della nostra natura intima. Le nostre abitudini buone, le nostre inclinazioni verso il bene, le nostre capacità di amare e di comprendere sono il frutto del nostro lavoro su noi stessi in vite precedenti. E ogni azione morale che compiamo oggi, ogni sforzo sincero verso il bene, sta creando i germi e qualità che porteremo nelle vite future. In questo modo comprendiamo come la nostra vita attuale non sia isolata e casuale, ma faccia parte di un continuo processo evolutivo che si estende indietro nel passato infinito e avanti nel futuro infinito. Questo è il significato profondo della dottrina del karma e della reincarnazione: non è una semplice successione meccanica di vite, bensì un processo coerente di evoluzione spirituale in cui l’anima acquisisce progressivamente qualità sempre più elevate e raffinate.

Così vediamo che l’uomo terrestre è veramente un essere trino nel suo rapporto con la Terra e con il cosmo intero. Ha una coscienza che gli appartiene soltanto durante la vita terrestre attuale. Ha una memoria cosciente che l'accompagna attraverso i regni intermedi dopo la morte fisica. E ha un’essenza morale-spirituale duratura che l'identifica come individuo immortale. Questi tre aspetti della natura umana sono il risultato della missione speciale della Terra nello sviluppo cosmico globale. La Terra non è semplicemente un pianeta fisico inerte: è uno stadio particolare e determinante dell’evoluzione cosmica in cui gli esseri umani acquisiscono la libertà morale consapevole, la consapevolezza individuale distintiva e la responsabilità personale per le proprie azioni. Attraverso l’esperienza terrestre intensiva, l’uomo sviluppa qualità che lo renderanno un collaboratore cosciente e consapevole nell’evoluzione futura dell’universo intero.

Osserviamo più attentamente come questi tre elementi della natura umana terrestre si manifestano nella nostra esperienza quotidiana. La coscienza ordinaria ci permette di percepire il mondo esteriore attraverso i sensi, di formar pensieri su di esso, di provare sentimenti e di agire secondo la nostra volontà. Questo è lo strumento della nostra libertà individuale nel presente momento, l’unico strumento che abbiamo durante la veglia terrestre per influire sul mondo fisico. Senza questa coscienza, senza questo contatto consapevole con la realtà terrestre, saremmo incapaci di agire, di creare, di imparare. Eppure, per importante che sia, questa coscienza è la più effimera e transitoria delle tre. Scompare ogni sera quando ci addormentiamo, e completamente al momento della morte.

La memoria, invece, è il tesoro che portiamo da uno stato di consapevolezza all’altro. È una specie di continuità che lega insieme i momenti della nostra vita terrestre. Senza memoria non avremmo unità di coscienza, non potremmo imparare dall’esperienza, non potremmo costruire una personalità coerente. Quando un bambino ha appena ragione consapevolezza, non ricorda nulla del suo nascimento. Ma gradualmente, giorno dopo giorno, accumula ricordi che gli permettono di comprendere se stesso come un’entità persistente. La memoria è lo strumento mediante cui acquisiamo esperienza terrestre nel senso profondo.

Ma c’è qualcosa di ancora più profondo della memoria cosciente, qualcosa che non possiamo ricordare consapevolmente, eppure agisce in noi costantemente. Sono qualità che abbiamo acquisito nei momenti in cui non eravamo completamente consapevoli, oppure gli effetti dei nostri atti morali che si sono trasformati in natura. Un uomo che in una vita ha praticato costantemente la compassione non avrà il ricordo consapevole di ogni atto compassionevole, ma la compassione sarà divenuta una qualità della sua natura, una predisposizione naturale che lo guiderà in ogni situazione. Questo è ciò che chiamiamo il tercero elemento.

Questi tre elementi lavorano insieme in una gerarchia di significato cosmico. Durante la vita terrestre, la coscienza ordinaria è dominante, ma nasconde e maschera i due elementi superiori. Tra la morte e la nuova nascita, quando il corpo fisico è scomparso, la memoria cosciente diviene più importante, poiché è tutto quello che rimane della nostra esperienza terrestre in forma conscia. Ma ancora più profondo è il terzo elemento, l’eredità morale-spirituale che rimane con noi sempre, che continua ad agire e a svilupparsi anche nei mondi superiori.

Comprendiamo allora il significato profondo della vita terrestre. Non è semplicemente un’opportunità per acquisire conoscenze nel presente momento. È il processo mediante cui trasformiamo l’esperienza conscia in qualità duratura dell’anima. Ogni sentimento che proviamo, ogni pensiero che formiamo, ogni atto che compiamo, non è perduto. Viene registrato nel nostro corpo eterico, rimane nella memoria dopo la morte, e infine viene trasformato in qualità della nostra essenza che porteremo nelle incarnazioni future.

Questo ci mostra anche il significato della sofferenza e dei fallimenti nella vita terrestre. Non sono semplicemente sfortunati, non sono semplicemente degli ostacoli: sono opportunità per sviluppare qualità che altrimenti non potremmo acquisire. La sofferenza ci insegna la compassione, il fallimento ci insegna l’umiltà, la difficoltà ci insegna la perseveranza. E queste lezioni, sebbene possano essere dimenticate coscientemente, rimangono scritte nella nostra essenza morale.

Da questo punto di vista, la vita terrestre assume un significato completamente nuovo. Non è soltanto una parentesi breve tra il passato infinito e il futuro infinito. È il luogo e il tempo in cui siamo letteralmente forgiati come individui eternali. Le scelte che facciamo oggi, gli sforzi che intraprendiamo, le virtù che coltiviamo, tutti questi contribuiscono direttamente alla formazione del nostro essere immortale.

La ricerca della scienza dello spirito ci insegna che questo processo di trasformazione attraverso l’esperienza terrestre è il cuore stesso dell’evoluzione cosmica. Le grandi potenze cosmiche non agiscono in noi come forze coercitive, bensì come opportunità e possibilità. Noi scegliamo, mediante la nostra libertà terrestre, di divenire quello che saremo nell’eternità. Ogni incarnazione terrestre è un’opportunità per progredire, per divenire più puri, più saggi, più amorevoli.

Questo è il messaggio profondo che la ricerca iniziatica ci porta: siamo noi stessi gli artefici del nostro destino. Non siamo creature passive nei confronti dell’universo, nemmeno siamo determinati rigidamente dal nostro passato karmico. Siamo invece essere dotati di libertà genuina, attraverso cui possiamo trasformare il nostro destino in base alle nostre intenzioni morali e ai nostri sforzi spirituali. E questa libertà aumenterà sempre più, man mano che la nostra coscienza si svilupperà e si evolverà nella direzione della saggezza e della compassione universale.

Quando riflettiamo sulla struttura triplice della natura umana terrestre, comprendiamo che il compito principale della ricerca spirituale nel nostro tempo è di rendere consapevoli gli uomini di questa realtà. Per troppi secoli, l’umanità ha creduto che la coscienza ordinaria fosse la totalità dell’essere umano. Si è immaginato che la morte fosse la fine assoluta, che non vi fosse alcuna continuazione della vita dopo il corpo fisico. Questo materialismo spirituale ha portato a una perdita di significato profondo nella vita umana, a una progressiva alienazione dal senso sacro dell’esistenza.

Ma come la ricerca della scienza dello spirito ci rivela, la verità è profondamente diversa. La morte non è la fine, bensì una trasformazione. La coscienza ordinaria che sparisce è solo uno dei tre elementi della nostra natura. Gli altri due rimangono e continuano a svilupparsi nel cosmo invisibile. Questa conoscenza, se compresa veramente, trasforma completamente il nostro rapporto con la vita terrestre.

Se sappiamo che ogni nostro atto contribuisce direttamente alla formazione della nostra essenza immortale, allora ogni momento della vita acquista dignità e significato. Non possiamo più trattare nulla come insignificante, come se non contasse veramente. Sappiamo che tutto conta, che tutto viene registrato, che tutto contribuisce al nostro divenire eterno.

Questo insegnamento dell’antroposofia non è un insegnamento di fuga dal mondo, bensì di impegno consapevole nel mondo. Comprendiamo infatti che il mondo terrestre non è una prigione da cui fuggire, ma una scuola dove imparare e svilupparci. La materia non è qualcosa da cui liberarsi, bensì il campo in cui il nostro spirito agisce e crea. Il corpo fisico non è un ostacolo alla realizzazione spirituale, bensì lo strumento mediante cui lo spirito impara a manifestarsi consapevolmente.

Dunque, quando guardiamo all’uomo nella sua natura triplice quale ricevitore della missione della Terra, vediamo un essere meraviglioso, pieno di possibilità, dotato di una libertà che pochi comprendono veramente. L’uomo terrestre ha ricevuto dalla Terra tre doni straordinari: una coscienza che gli permette di agire liberamente e consapevolmente nel presente; una memoria che gli consente di imparare dalla sua esperienza; e un’essenza morale-spirituale che accumula e conserva tutto il valore della sua vita. Questi tre doni, adeguatamente compresi e utilizzati, sono sufficienti per compiere il cammino infinito dell’evoluzione spirituale verso una perfezione sempre maggiore, una consapevolezza sempre più elevata, una comunione sempre più profonda con le potenze creative dell’universo.

Nell’insegnamento della ricerca spirituale, comprendiamo che il nostro compito nel presente è di imparare a utilizzare questi tre elementi della nostra natura in modo consapevole e responsabile. La coscienza ordinaria non è una maledizione o un limite, bensì un dono prezioso. Essa rappresenta il nostro periodo di libertà nel cosmo, il momento in cui possiamo scegliere liberamente, senza essere determinati da forze superiori o da inclinazioni istintive. Durante il tempo della nostra vita terrestre, abbiamo l’opportunità di modellar la nostra essenza immortale secondo le nostre intenzioni morali e i nostri ideali spirituali più elevati.

La memoria, sebbene passeggera come coscienza conscia, è il testimone della nostra evoluzione. Essa ci collega al nostro passato più recente e ci permette di riconoscere il nostro cammino di sviluppo. Anche quando la memoria conscia sparisce dopo la morte, il suo contenuto non va perduto, ma viene trasformato e integrato nella nostra essenza.

Infine, quella profonda eredità morale-spirituale che attraversa tutte le incarnazioni è la vera misura del nostro progresso nello sviluppo cosmico. È ciò che rimane, ciò che conta veramente, ciò che ci segue nel nostro cammino infinito verso la realizzazione spirituale completa. Ogni virtù coltivata, ogni verità compresa, ogni amore sviluppato, tutto rimane registrato indissolubilmente nella nostra natura immortale.

Questo è il significato della conveenza che i nostri maestri spirituali ci insegnano: che la vita terrestre, per quanto breve possa sembrare sullo sfondo dell’eternità, è in realtà di suprema importanza per il nostro destino eterno. Ogni momento conta, ogni scelta ha peso, ogni azione produce conseguenze che si estendono ben oltre la nostra comprensione conscia. E pertanto il nostro compito è di vivere con consapevolezza, con intenzione morale, con dedizione al bene e al vero, sapendo che in questo modo stiamo costruendo la dimora eterna della nostra anima.

9°Le forze formatrici. Il principio del progresso

Berlino, 20 Giugno 1912

Abbiamo osservato due giorni fa, nell’essenza umana, ciò che appartiene propriamente all’uomo per il fatto di essere sulla Terra. Abbiamo infatti sottolineato come nella natura umana operino forze, come vi si trovi qualcosa di essenziale che deve considerarsi un’eredità: proviene dalle incarnazioni precedenti della Terra stessa, da ciò che siamo soliti chiamare l’«antico Saturno», l’«antico Sole» e l’«antico Luna». Sappiamo che nel corpo fisico umano, nel corpo eterico e nel corpo astrale vivono questi eredità di epoche di sviluppo remotissime, antichissime forze evolutive. Quello che però dobbiamo ricercare nel corpo fisico come prodotto specificamente terrestre, proveniente specificatamente dalle forze terrestri, è il fatto che questo corpo fisico costituisce lo strumento, l’organo della coscienza umana attuale.

Quello che dobbiamo ricercare nel corpo eterico dell’uomo come bene specificamente terrestre è il fatto che questo corpo eterico è il portatore, lo strumento di tutto ciò che riguarda la memoria, il ricordo nell’uomo. Dal corpo astrale, d’altro canto, dobbiamo semplicemente separare quello che si era già sviluppato in passato sul predecessore della nostra Terra, sull’antico Luna, come contenuto del corpo astrale dell’uomo. Sulla Terra è poi venuto ad aggiungersi tutto ciò che possiamo comprendere nell’efficacia del karma umano. Abbiamo dovuto sottolineare inoltre che qualcosa si manifesta come attività, come espressione della personalità umana, che è più specificamente legato alla natura dell’Io dell’uomo, quella che l’uomo ha acquisito soltanto durante lo sviluppo terrestre.

Tutto ciò che al corpo fisico, al corpo eterico, al corpo astrale è stato aggiunto dal fatto che l’uomo è diventato un essere-Io, è appunto compreso nella coscienza diurna, nella memoria e nel corso karmico. Dall’Io stesso abbiamo detto che esso invia le sue forze verso l’esterno, verso il mondo spirituale esteriore, e che le sue forze non rimangono necessariamente legate all’essenza umana come accade invece con la memoria e il karma. I ricordi dell’uomo, la memoria umana rimangono legati a lui: dalla sua coscienza è naturale che abbia significato solo per lui, poiché altri esseri hanno altri stati di coscienza. E dal karma sappiamo che rimane legato all’uomo nella misura in cui deve operare per l’equilibrio del karma umano durante le incarnazioni terrestri.

Quello che però possiamo chiamare forme di pensiero, forme di sentimento, forze di sensazione, oppure forze e forme di sentimento e di pensiero, si separa ancora come qualcosa di particolare dall’Io stesso dell’uomo e acquisisce in una certa relazione un’essenza indipendente: non rimane legato a lui come le altre forze citate. Ora dobbiamo distinguere fortemente, in tutto ciò che proviene dall’Io umano: l’Io umano può essenzialmente sviluppare processi di vita interiori più o meno egoistici e più o meno altruistici.

A seconda che questo Io umano sviluppi sentimenti e forze di pensiero più egoistici o più altruistici, benevoli, compassionevoli oppure solidali nella gioia, a seconda di questo le medesime forze di sentimento e di pensiero operano in modo completamente diverso. Se dapprima consideriamo le forze di pensiero più egoistiche, estas mostrano riguardo alla loro efficacia nel mondo come forze che turbano il mondo. Esse veramente penetrano nel mondo spirituale come forze distruttive. Tutte le forze di pensiero altruistiche invece non agiscono come distruttive, bensì come forze più costruttive nella vita spirituale di tutto lo sviluppo terrestre. Ma mentre queste forze di pensiero altruistiche si separano dall’Io dell’uomo, esse lasciano nell’uomo certe tracce.

Precisamente con le forze di pensiero e di sentimento altruistici accade così: mentre esse sgorgano per così dire dall’Io, lasciano tracce nell’uomo. Queste tracce sono davvero percettibili nell’uomo. Si percepiscono così: quanto più il suo Io sviluppa forze di pensiero e di sentimento altruistici, tanto più l’uomo acquisisce ciò che si può chiamare la sua propria forma, il suo gesto, la sua espressione facciale e così via; in breve, il controllo completo dell’espressione del suo essere. Mentre le forme di pensiero e di sentimento più egoistiche agiscono in modo che l’uomo abbia poca capacità di darsi personalmente la sua espressione.

Dovremo allora interrogarci: come dobbiamo distinguere nel corso dello sviluppo dell’umanità le diverse forme degli uomini? Tutto ciò che sulla Terra è forma proviene dagli Spiriti della Forma. E il nome Spiriti della Forma è dato certamente agli esseri delle gerarchie superiori, poiché tutto ciò che è forma, che è figura, che è vita e si struttura interiormente e si delinea in una forma esteriore, ha ricevuto la sua disposizione verso questa forma, verso questa figura dagli Spiriti della Forma.

Ora è così per tutti questi esseri delle gerarchie superiori: si trovano in un continuo processo di sviluppo. Non solo l’uomo si sviluppa in avanti, ma tutti gli esseri delle diverse gerarchie si sviluppano in una certa misura in avanti. Se seguiamo le gerarchie nel nostro tempo attuale, troviamo che gli Spiriti della Forma si sviluppano verso gli Spiriti del Movimento, gli Spiriti della Personalità verso gli Spiriti della Forma, gli Arcangeli verso gli Spiriti della Personalità o Archai e così via. Ma non accade che, mentre gli Spiriti della Forma si sviluppano in avanti e per questo perdono il carattere di Spiriti della Forma, subito gli Spiriti della Personalità che li seguono entrino nella loro attività. Per questo capirete che qualcosa deve accadere nella seconda metà dello sviluppo terrestre, in cui propriamente ci troviamo. All’inizio dello sviluppo terrestre gli Spiriti della Forma impressero negli uomini come forme tutto ciò che si è manifestato nelle diverse forme umane.

Come si sono formate le singole razze umane con le loro fisionomie, come i singoli uomini sono strutturati con le particolarità razziali, così è stato impresso ai singoli gruppi dell’intera umanità sulla Terra dagli Spiriti della Forma. Ormai da lungo tempo ciò che questi Spiriti della Forma avevano impresso negli uomini è fondamentalmente ereditato. È da lungo tempo un bene ereditario, si trasmette di generazione in generazione, e gli Spiriti della Forma in una certa relazione concedono all’uomo sempre più e sempre più libertà, nella misura in cui essi stessi si innalzano a una categoria superiore e si ritirano dall’attività formativa che era loro compito all’inizio dello sviluppo terrestre.

L’uomo diviene veramente sempre più e più maggiorenne riguardo agli esseri delle gerarchie superiori. Dobbiamo solo chiarirci questo. Gli esseri spirituali che avanzano si devono ancora sviluppare per il prossimo stato della Terra che segue l’attuale, per dotare i corrispondenti esseri della Terra dello stato di Giove della forma appropriata. Verso la fine di un’epoca planetaria accade sempre che l’essere principale—e per la Terra è l’uomo—viene liberato: qualità che originariamente gli sono state impresse si trasferiscono sempre più in libertà, in libera configurazione a lui stesso.

Così avviene che nel corso dello sviluppo terrestre futuro le forze formative, le forze delle forme interiori di pensiero e di sentimento, sempre più prevarranno. E nella misura in cui esse saranno altruistiche, nella misura in cui saranno dirette soprattutto verso una saggezza altruistica e un amore altruistico, queste forze agiranno formando l’uomo. Così si configura gradualmente lo sviluppo umano: quanto più indietro andiamo, tanto più nella forma esteriore il figlio assomiglia agli antenati. Quanto più avanziamo nel futuro, tanto più l’uomo esteriore diverrà espressione dell’individualità che va di incarnazione in incarnazione.

Questo significa che in una medesima famiglia—cosa che già ora avviene in grado notevole e nessuno che abbia occhi per vederlo può negarlo—i volti si configureranno sempre più dissimili, e così pure le altre espressioni della forma umana, e ciò perché come espressioni non saranno più l’espressione familiare o razziale, bensì sempre più l’espressione della singola individualità umana che procede di incarnazione in incarnazione.

Già oggi colui che è equipaggiato di questo sapere della scienza dello spirito, qualora guardi veramente gli uomini su tutta la terra per quanto gli è possibile, può vedere come accanto alle caratteristiche ereditate di razza, famiglia e altre particolarità, appaiano sempre più fisionomie e conformazioni della testa individuali e così via, fisonomie sempre più individuali. Può vedere quanto forti differenze sussistono tra le singole forme dei membri di una medesima famiglia. Naturalmente viviamo in questa relazione in un’epoca di transizione. Ma si sta già preparando il sesto periodo culturale postatlantideo, la cui caratteristica sarà che poco avranno significato—come per i periodi culturali precedenti—i tratti razziali fisonomici esteriori, bensì su tutta la terra nel sesto periodo culturale avrà significato quanto fortemente le singole individualità avranno già impresso nel loro volto e nel loro intero essere ciò che le vestigia delle forme di pensiero e di sentimento altruistici, ottenute specialmente da vera saggezza, avranno lasciato.

È contrario a ogni vera conoscenza della scienza dello spirito il sostegno che, nello stesso modo in cui nel passato ci sono state razze guida per i singoli periodi culturali, anche nel futuro ci sarà una tale razza guida, prodotta soprattutto da caratteristiche naturali. La cultura dell’antica India era sostenuta da una razza guida, l’antica cultura persiana era sostenuta da una razza guida, così la cultura egiziano-caldea e quella greco-latina. Già oggi vediamo come fondamentalmente la cultura non è più sostenuta direttamente da una razza guida, bensì come la cultura si diffonde su tutte le razze.

La scienza dello spirito deve essere appunto ciò che, senza distinzione di razze e stirpi, porta la cultura su tutta la terra, nella misura in cui la cultura è cultura spirituale. Ma si può comprendere che un tempo del tutto diverso succederà al nostro: in esso, su tutta la terra, si mostrerà nell’uomo in quale misura egli ha già realmente portato alla manifestazione nella forma esteriore il suo essere interiore. Oggi sarebbe quasi una grave contraddizione verso tutto ciò che la scienza dello spirito ci mostra, se restringessimo al presente ciò che come umanità del sesto periodo culturale nel futuro sarà diffuso su tutta la terra, a un continente determinato, a un territorio geografico circoscritto.

Solo chi non procede dalle vere conoscenze della scienza dello spirito, bensì avesse in mente una strana idea contraddittoria, secondo cui nello sviluppo spirituale si ripeta qualcosa come ruote motrici, come nel corso dell’anno sulla Terra si ripetono primavera, estate, autunno e inverno, solo costui potrebbe arrivare all’affermazione che è del tutto impossibile davanti alla vera scienza dello spirito, quasi che per il sesto periodo culturale si ripetesse ciò che era necessario per la formazione delle razze in tempi antichi. Una tale affermazione contraddirebbe direttamente ogni conoscenza del vero progresso dell’umanità, che consiste nel fatto che l’interno, l’anima sempre più si rivela, e che non si ripete soltanto l’antico in forma alquanto diversa, bensì esiste un vero, autentico progresso nello sviluppo dell’umanità.

Se la Teosofia vuole rimanere fedele ai suoi buoni principi antichi, allora—nonostante il suo primo principio sia fondare una cultura senza distinzione di caratteristiche razziali e di colore e così via—non potrà affatto cadere nell’illusione di sperare una cultura futura da una singola razza particolare. Questo è appunto il più profondo nesso della Teosofia con il vero corso dello sviluppo dell’umanità: che ciò che deve accadere è colto dalla Teosofia e pensato nel senso dello sviluppo del mondo in modo teosofìco, sentito teosofìcamente, e anche gli impulsi di volontà corrispondenti sono posti nel mondo.

Se si vuole considerare come questa anima sempre più e sempre più nell’umanità giunge alla manifestazione—è il punto che oggi viene discusso, è stato toccato molte volte nel corso degli anni—, allora è necessario soltanto elaborare sempre di nuovo con chiarezza una cosa. Allora ci si potrà anche chiarire che tutto ciò che è stato qui addotto ci mostra l’uomo nel suo sviluppo individuale.

Vediamo l’uomo all’inizio dello sviluppo terrestre: appartiene più all’anima di gruppo—razza, famiglia, stirpe e così via—e nel corso dello sviluppo diviene sempre più e più individuale. Egli si elabora sempre più verso l’individualità. Vediamo come è necessario per l’individualità che certe cose nel corso dello sviluppo terrestre siano strettamente unite alla natura umana. Strettamente unite alla natura umana sono la coscienza, legata al corpo fisico; strettamente legate alla natura umana sono tutte le memorie e i ricordi, legati al corpo eterico umano; e strettamente legato alla natura umana è inoltre il karma, mediante cui l’uomo può fare un vero progresso, poiché le sue imperfezioni ed errori non rimangono, bensì possono essere superati nel passaggio da incarnazione a incarnazione.

Strettamente unito all’uomo è anche ciò che, pur separandosi da lui e conducendo una vita indipendente, nel separarsi lascia in lui come vestigia ciò che proviene dal suo Io come forze e forme di pensiero e di sentimento, e contribuisce esso stesso alla sua configurazione nel corso del tempo, perché l’uomo diviene appunto un’individualità quando si libera dall’anima di gruppo. Non l’entrare in una nuova anima di gruppo, bensì il liberarsi dall’anima di gruppo è ciò che su tutto il globo terrestre sempre più si diffonderà, e sarà appunto la caratteristica del sesto periodo culturale.

Con questo è strettamente connesso il fatto che l’uomo, riguardo alla sua intera guida spirituale, diviene sempre più e più individuale; si può addirittura dire sempre più e più libero. Per chi comprende il significato completo del mio scritto «La guida spirituale dell’uomo e dell’umanità» emerge chiaramente che un tale movimento, in senso progressivo, veramente avviene nel genere umano. Così che effettivamente gli uomini nei tempi remotissimi, quanto più indietro andiamo, sempre più e sempre più stavano sotto una guida esteriore, stavano sotto maestri esteriori; ma sempre più anche la guida diveniva un fatto interno dell’umanità.

Come la manifestazione nella forma esteriore diviene un fatto individuale dell’umanità, così diviene sempre più e più un fatto individuale dell’umanità trovare il cammino nei mondi spirituali. Spesso è stato sottolineato che proprio da chi può penetrare più a fondo nei segni dei tempi deve essere constatato come gli uomini non sono semplicemente rimasti fermi a un punto che una volta avevano raggiunto, così che con le medesime forze che allora dovrebbero lavorarsi fra loro, bensì che veramente hanno progredito. Per questo le anime umane nel prossimo tempo saranno sempre più e sempre più mature per percepire veramente, per davvero contemplare ciò che oggi nella scienza dello spirito si racconta.

È così che, mentre per esempio l’evento del Cristo là dove si è compiuto come Mistero del Golgota era un evento esteriore, interveniente nel mondo fisico, un futuro evento del Cristo sarà un fatto interiore dell’anima umana, nella misura in cui appunto attraverso il primo evento del Cristo l’anima umana è divenuta più matura, così che l’uomo troverà il cammino nel futuro nello spirito verso il Cristo, dall’anima verso il Cristo.

Dove attaccherete ciò che come scienza dello spirito è stato qui portato, lo troverete ovunque in accordo—perfino dove si parla di cose molto specifiche—con ciò che risulta dalla vostra razionalità, dalla vostra libera decisione interiore, se solo cercate veramente di applicare la libera decisione interiore. Nella misura in cui il singolo uomo diviene sempre più e sempre più e sempre più accessibile, individualmente accessibile per ciò che nel mondo spirituale esiste, la guida esteriore perderà sempre più di valore autoritativo e di significato.

È importante soprattutto oggi che l’uomo diventi consapevole del fatto che la saggezza antica esistente, e che fondamentalmente già oggi in ogni istante può aumentarsi per coloro che hanno l’anima aperta ai mondi spirituali, deve essere compresa; che l’uomo veramente deve sforzarsi di avvicinarsi con la sua razionalità a questo bene di saggezza. Questo è nel carattere dello sviluppo progressivo dell’umanità. In questo significato e stile si tenta anche qui di mostrare come le conoscenze che attraverso la scienza dello spirito devono essere portate nell’umanità devono operare. E anche se si parla di cose molto specifiche, non bisogna per questo escludere il discorso verso la razionalità del singolo uomo.

Un’altra cosa è certamente se oggi si presentasse una persona non sviluppata e se ne dicesse che ha dietro di sé questa o quella incarnazione. Se vi dicessi una cosa simile, in primo luogo vi chiederei di non credermi sulla parola. Non ve lo dirò nemmeno in modo autoritativo, per il semplice motivo che è impossibile che vi possiate convincere obbiettivamente. Ma quando si dice che la medesima individualità era presente in Elia, in Giovanni Battista, in Raffaello e in Novalis, allora si tratta di gente morta da lungo tempo, e voi potete convincervi della vita di queste persone se potete trovare ragionevole tale affermazione.

Non dovrebbero essere richieste altre condizioni; questo esige il rispetto per la singola anima umana, se una tale verifica è possibile. Ci sono certamente alcuni uomini comodi che dicono: questo dobbiamo «credertelo», quando parli della medesima individualità in Elia, Giovanni Battista, Raffaello e Novalis. No! Non occorre crederlo; si deve solo cercare di trovare una prova nelle singole anime per ciò che certamente può essere trovato solo per la via occulta. Questa prova può essere trovata, e non è niente di più che una comodità umana se si dice che, quando qualcuno indica incarnazioni di gente morta da tempo, la si debba prendere tanto sull’autorità quanto quando qualcuno indica incarnazioni di un giovane uomo oggi incarnato.

Ma non è la medesima cosa. Proprio riguardo a questo dovrebbe essere rivolto un accorato appello ai Teosofi, di esaminare ovunque applicando tutta la razionalità e di non fermarsi alla comoda scusa che le cose non potrebbero essere esaminate. Esse possono essere esaminate, se lo si vuole. Questo deve sempre di nuovo essere sottolineato.

Mentre da un lato l’individualità umana sempre più e sempre più e sempre più si forma, dall’altro, poiché ovunque nel mondo esiste una specie di equilibrio, qualcosa d’altro diviene sempre più generale. Questo è appunto il sapere obbiettivo che deve essere conseguito dall’uomo. L’obbiettività del sapere, l’unità del sapere non contraddice il principio dell’individualità. Lo mostra già semplicemente la matematica. E così il compito dell’occultismo—se si può parlare di un tale compito dell’occultismo nel presente—è questo: dare una saggezza mondiale obbiettiva, un sapere mondiale obbiettivo.

Se anche naturalmente l’ideale non sempre subito può essere raggiunto, perché non sempre ciascuno ha il tempo e l’occasione di verificare il particolare, tuttavia è vero: anche se le cose possono essere trovate soltanto attraverso la ricerca occulta, possono essere verificate e confermate da ogni singola anima, non devono essere prese in pura fede. Una persona dovrebbe solo farsi considerazioni razionali riguardo alle cose come si presentano. Prendiamo un caso determinato, e a tutti i casi è applicabile ciò che deve essere detto.

Supponiamo che qualcuno dica: l’umanità si è sviluppata. C’è significato nello sviluppo dell’umanità per il fatto che c’è un certo progresso in essa. Questo progresso si manifesta nel fatto che l’uomo diviene sempre più una natura individuale, un essere individuale. Per questo è dato il fatto che in tempi antichi c’era più guida personale e che nel futuro sempre più la guida entrerà attraverso una saggezza obbiettiva, attraverso un sapere obbiettivo, e sempre più la guida personale retrocederà, e allora sempre più sarà soltanto uno strumento e un mezzo per portare il sapere obbiettivo agli uomini.

sempre più e sempre più ci avviciniamo al punto di vista ideale, dove anche l’insegnante occulto non è niente altro che l’insegnante di matematica, che naturalmente deve anche esserci. Ma non sull’autorità dell’insegnante di matematica si prende la matematica, bensì ogni singolo la prende perché gradualmente si innalza alla conoscenza dei motivi che parlano per la cosa. Così sempre più il carattere di scienza, il carattere di saggezza sostituirà il carattere di personalità. Supponiamo che qualcuno dicesse questo, e a tale affermazione se ne opponesse un’altra, dove qualcuno dice: il mondo si muove in periodi, si gira in avanti come una ruota che si muove uniformemente in avanti. Nei tempi antichi c’erano grandi maestri dell’umanità, nei nuovi tempi ne vengono di nuovi—allora non ci si può richiamare semplicemente in modo comodo a una credenza l’una o l’altra cosa, bensì si deve considerare: quale è accettabile per la propria razionalità immediata?

Allora si ha la scelta di decidere, o di non attribuire all’umanità nessun progresso e di pensare tutto soltanto in eterna ripetizione, oppure di attribuire all’umanità un progresso, cioè di dare un significato allo sviluppo terrestre. Chi non vuole questo, dare un significato alla Terra nel suo sviluppo, può parlare di una ripetizione eterna delle epoche. Ma chi vuole collegare un significato alla Terra, come appunto ci mostra la ricerca occulta, a lui è impossibile parlare di una ripetizione eterna delle medesime cose, come effettivamente non accade.

Significativo è il fatto che riconosciamo un innalzamento delle capacità umane, che riconosciamo che veramente attraverso questo innalzamento delle capacità umane è condizionato qualcosa di simile al seguente. Nei misteri antichi ogni singolo doveva subire certe procedure che, si potrebbe dire, si compivano sulla sua stessa personalità; per questo diventava un iniziato. Egli subiva ciò che si può chiamare i diversi gradi dell’iniziazione. Ciò che questi diversi gradi dell’iniziazione erano, fu reso un evento di storia mondiale dal Mistero del Golgota.

Per questo sta davvero davanti all’intera umanità. Ma fu appunto un evento di storia mondiale. Per il fatto che qualcosa diviene un evento di storia mondiale, ciò che prima era solo questione particolare di questi o quei centri di iniziazione è diventato un bene comune dell’umanità, completamente accessibile alle individualità che progrediscono. Per questo ho dovuto, nel mio libro «Il Cristianesimo come fatto mistico», rappresentare il Mistero del Golgota come una conclusione dei misteri antichi, poiché veramente le diverse antiche religioni in una grande unità si sono riunite. L’occultismo ci mostra ancor più come i diversi flussi culturali sempre più e sempre più convergono. Ma allora bisogna anche riconoscerli nel loro convergere.

Proprio quando si ricerca occultamente, si manifesta come i risultati della ricerca occulta concordano con ciò che anche ciascuno per sé stesso può assumere dall’osservazione di ciò che accade anche nel piano fisico.

Affrontiamo subito una questione di grande portata, su cui potreste dapprima avanzare obiezioni non prive di fondamento. Parlerò di cose che non possono essere provate dalla semplice ragione esteriore, laddove la ragione esteriore non potrà mai giungere. Per questo motivo, potete legittimamente rivolgere obiezioni a quanto sto per esporre in questa sede.

Nella mia Scienza occulta in compendio trovate una descrizione accurata del modo in cui, un tempo remoto, il Sole, la Luna e la Terra costituissero una singola entità planetaria; di come il Sole si scindesse in seguito da essa; di come successivamente Mercurio e Venere si separassero da quel nucleo; di come infine, dopo la scorporazione del Sole insieme a Mercurio e Venere, anche Marte si scindesse dal corpo solare. Ogni siffatto processo rappresenta, quanto più risaliamo negli abissi temporali, un evento non meramente fisico, bensì spirituale di portata cosmica. La domanda determinante diviene allora: quali entità cosmiche di rango elevato operarono queste scissioni primordiali? Per la Terra fu principalmente la Wesenheit del Cristo: quella grande Wesenheit solare che successivamente, attraverso il Mistero del Golgota, si ricongiunge in profondità con il destino terrestre. Tutto ciò che il cristianesimo ha preceduto, tutta la preparazione antica all’umanità terrestre giunse, mediante tale evento, a un compimento autentico nel cristianesimo stesso: il Mistero del Golgota rappresenta l’irruzione di una realtà cosmica nell’evoluzione terrestre.

Se oggi alcuni teosofi obiettassero che, dal momento che il Cristo fu presente nel tempo, gli uomini che lo precedettero non beneficiarono direttamente dell’impulso cristico, ma solo le generazioni venute dopo, e che ciò comporterebbe un’ingiustizia cosmale per coloro che vissero negli albori dell’umanità, tale obiezione potrebbe sembrare ragionevole a chi pensa unicamente in termini materiali e spaziali, non però al vero teosofo. Il teosofo comprende infatti che le anime che oggi vivono sulla Terra sono le medesime anime che, in epoche precedenti al Mistero del Golgota, abitavano questo pianeta: l’apparizione storica del Cristo riguarda dunque egualmente gli uomini del passato remoto, poiché essi tutti si incarneranno nuovamente nei tempi posteriori al Golgota. Un’eccezione tuttavia merita speciale attenzione — e il teosofo serio deve penetrare questa comprensione —: la personalità di Budda rappresentò un caso davvero speciale e singolare nella storia cosmica dell’umanità. Noi sappiamo innalzarci al punto di vista del vero buddhista, secondo cui Budda è un’individualità Bodhisattva che, quando nacque come figlio di Suddhodana, raggiunse al ventnovesimo anno il rango supremo di Buddha, conseguendo un’elevazione ontologica tale da non doversi più reincarnare in corpo fisico terrestre. Budda fu dunque l’ultima incarnazione di quel Bodhisattva: un’individualità che, per la sua elevazione, non si reincarnò nell’era posteriore al Golgota.

Già a Kristiania — durante i corsi che tenni col titolo L’uomo alla luce dell’occultismo, della teosofia e della filosofia, nel giugno del 1912 — potei mettere in rilievo come un’individualità così straordinariamente elevata quale quella di Budda possegga una missione particolare e ben determinata nel vasto ordine cosmico. Questa individualità di Budda era già stata assegnata ai Venusiani, ancor prima che — secondo la descrizione che sviluppo in Scienza occulta in compendio — questi discendessero nuovamente sulla Terra: fu infatti inviata dal Sole, prelevata dalle schiere del Cristo, affinché l’individualità che divenne Budda agisse quale un messo del Cristo stesso, spedito dal Sole verso il pianeta Venere con un compito specifico. Con i popoli di Venere giunse successivamente sulla Terra e sviluppò così grandi capacità interiori da poter progredire ed evolversi attraverso gli interi periodi atlantici fino ai tempi postatatlantici, manifestandosi come il Buddha prima ancora dell’apparizione storica del Cristo sulla Terra. Fu un Cristo prima del Cristo. E sappiamo che in epoche successive egli si manifestò nel corpo astrale del fanciullo-Gesù descritto dal Vangelo di Luca, poiché non aveva alcun bisogno di reincarnarsi nuovamente in un corpo fisico.

Budda ebbe però, per gli eoni che seguirono, una missione del tutto diversa da quella dei tempi passati, poiché la sua individualità rimane indissolubilmente collegata al grande flusso crisptico che governa l’evoluzione. Questo compito futuro fu caratterizzato e descritto con precisione nel ciclo di conferenze che ho tenuto a Kristiania, sviluppando come la destinazione buddhica prosegua nell’avvenire. Budda non doveva e non poteva reincarnarsi in un corpo fisico materiale: ebbe invece il compito gravissimo di compiere un’azione cosmica che non si può equiparare pienamente, bensì solamente paragonare, sotto certi aspetti, al Mistero del Golgota stesso, operando direttamente su Marte e recando ai popoli marziani una redenzione specifica per la loro costituzione. Non si tratta di una morte di croce, come nel Mistero del Golgota terrestre, poiché i Marziani sono, come potete leggere nella mia Scienza occulta in compendio, costituiti in modo profondamente diverso dagli uomini terrestri e dalle loro necessità evoluzionarie. Questi risultati di ricerca costituiscono frutti diretti dell’osservazione occulta autentica, rinvenibili soltanto mediante l’indagine chiaroveggente praticata da colui che ha sviluppato le forze superiori della percezione.

Consideriamo dunque questo risultato fondamentale della ricerca occulta: Budda, quale inviato e manifestazione del Cristo cosmico, visse dapprima in condizioni spirituali su Venere. Consideriamo ora con cura la natura peculiare della vita buddhica terrestre, il modo straordinario e unico della sua evoluzione e divenzione nella storia umana, e facciamo come ho fatto io stesso nei decenni di ricerca: dapprima mi si presentò il risultato occulto della ricerca chiaroveggente, secondo cui Budda procede dal pianeta Venere verso Marte, al fine di compiere un’azione redentiva e transformativa per le entità coscienti del pianeta Marte. Ora considerate attentamente la vita storica di Budda quale ci è trasmessa: osservate come essa si discosta singolarmente, in modo quasi antinomico, da tutti gli altri grandi fondatori di religioni che operavano nei medesimi secoli. Tutti gli altri insegnano, per quanto cautamente, in modo da celare la dottrina della reincarnazione dietro forme simboliche; Budda, al contrario, proclama apertamente e direttamente la reincarnazione quale fondamento della sua comprensione spirituale, e fonda una comunità monastica basata essenzialmente sulla meditazione, sulla devozione interiore e su una sorta di consapevole ritiro dal mondo esteriore. Ponetevi allora questa domanda decisiva: potevano esistere esseri, popolazioni intere di esseri coscienti, per cui questo insegnamento e questo esempio comportassero un valore universale redentivo? Potevano esistere creature capaci di trovare una forma di redenzione cosmica in ciò che un’entità di rango così elevato come Budda ha compiuto? E se potessimo parlare ulteriormente della costituzione specifica dei Marziani e della loro natura, vedreste facilmente come la vita buddhica terrestre sia stata una sorta di preparazione saggia a una missione più elevata ancora, come fosse posta quale epilogo della sua storia terrestre, senza possibilità di diretto proseguimento in incarnazioni fisiche. Dalla vita storica di Budda potete voi stessi trarre molteplici paralleli con gli insegnamenti occulti documentati, e diventerete allora progressivamente capaci di verificare autonomamente simili dichiarazioni cosmiche di vasta portata: non potete ancora trovarle mediante la ricerca ordinaria, ma potete esaminarle e controllarle servendovi di quanto a vostra disposizione nei testi storici. E vedrete gradualmente come tutto corrisponde reciprocamente, come le cose si sostengono e si reggono l’un l’altra nel grande ordine cosmico. Come Budda sta in connessione profonda con Venere, anche H.P. Blavatsky, la fondatrice della Società Teosofica, lo riconobbe scrivendo nella sua Dottrina Segreta l’equazione: “Budda=Mercurio”; scrisse Mercurio poiché anticamente, nei tempi remoti, si confondevano e scambiavano gli attribuiti dei nomi di Venere e Mercurio nella tradizione occulta, sicché oggi, in base alla vera ricerca occulta, si deve correggere e dire: Budda=Venere. L’occultista sa dunque ciò che è già adombrato, in forma tuttora incompresa, nella Dottrina Segreta di H.P. Blavatsky: bisogna però saperlo riconoscere e veramente comprenderlo nella sua profondità.

Ciò che è essenziale da comprendere è che persino una tale questione cosmica rimane profondamente interconnessa con l’intero processo evolutivo dell’universo. Quando considerate con serietà l’evoluzione umana nel suo significato pieno, dovete considerarla in relazione essenziale con l’universo intero, in tutte le sue dimensioni fisiche e spirituali; dovete pensare e compenetrare l’uomo quale microcosmo vivente dentro il macrocosmo infinito. Soltanto in questo vasto contesto cosmico tutto diventa coerente e intelligibile: entità spirituali diverse, di rango elevato, costituiscono infatti i mediatori viventi fra i singoli pianeti e i loro popoli, di guisa che in un’entità quale Budda è pienamente legittimo riconoscere un mediatore consapevole fra i vari mondi e fra le evoluzioni di pianeti diversi. Un saldo criterio di valutazione metodologica ci viene fornito dal riconoscimento sincero del progresso umano reale, dal riconoscimento profondo che l’evoluzione non è soltanto una parola vuota e astratta, ma una verità ontologica effettiva che permea tutta l’esistenza. E come potremmo non accorgerci e non provare in noi stessi che l’evoluzione è effettivamente verità vivente? Osserviamo la singola pianta nella sua crescita — Goethe ce l’ha mirabilmente mostrato nelle sue ricerche morfologiche — come in essa esista effettivamente un’unità profonda nel sepalo verde, nel sepalo stesso, nel petalo colorato, negli stami fecondi e nel pistillo, eppure come in siffatta unità si manifesti un progresso reale e osservabile dal foglio verde al sepalo e dalla fioritura al frutto maturo. C’è davvero un progresso visibile e ordinato, e questo medesimo progresso è ancor più eminente e determinante nella vita spirituale e umana. Sarebbe un’astrazione del tutto priva di fondamento affermare che il sentiero del mistico fu dovunque identico, presso tutti gli uomini di tutte le culture e in tutti i tempi della storia. Si potrebbe, è vero, facilmente convincere gli uomini ingenui — se uno lo volesse veramente fare — dicendo che la visione mistica era la medesima nello Yogi indiano, nel santo cristiano medioevale e in altri simili. Ma ciò non si fonderebbe affatto su una vera e approfondita conoscenza dei fatti spirituali, neanche dei fatti esteriori ordinariamente osservabili.

Quale enorme differenza esiste fra ciò che il vero Yogi sperimenta e ciò che una mistica cristiana quale la santa Teresa vive! Non sarebbe rovesciare il significato della verità sostenere che la penetrazione eminente del Principio cristico — anzi del Principio gesuitico — nella santa Teresa potrebbe equiparsi a ciò che un asceta indiano prova? Proprio come differisce il petalo rosso dal foglio verde del ramo di rosa, proprio così differisce e progredisce l’ascetismo yogico rispetto a ciò che si manifestò in epoche posteriori. Benché il progresso sia intriso di molti regredimenti, tuttavia i progressi prevalgono sui regredimenti e li vincono necessariamente.

Queste sono materie che offrono a ciascuno l’opportunità di verificarle. Ciò è necessario: la teosofia deve essere trasmessa consapevole che raggiunga l’essenza più profonda dell’anima, il cuore più intimo, ma altresì che sia compresa dall’essenza più profonda dell’anima stessa, dal cuore più intimo. Significherebbe sostenere che l’umanità non potrà mai divenire consapevole di sé, se per il futuro attendessimo maestri universali alla maniera dei tempi antichi; inoltre nessun vero occultismo insegnerebbe mai siffatta ripetizione astratta, perché contraddice assolutamente i fatti. Nel corso dell’evoluzione cosmica si conterà sempre più sulle anime che giudicano e verificano. Per questo motivo è oggi difficile ancorarsi a un’individualità che è largamente misconosciuta, anche fra gli occultisti: l’individualità di Christian Rosenkreutz. Coloro che a essa si ispirano non rinnegheranno mai il principio qui espresso: la conoscenza deve crescere dalla propria anima. Eppure soltanto lentamente e gradualmente l’umanità giunge al riconoscimento del principio evolutivo che più di tutti esalta la dignità umana, sebbene sia il meno comodo. Per questo chi noi riconosciamo come Christian Rosenkreutz, come guida del movimento occulto verso il futuro, colui che non manifesterà mai la propria autorità mediante un culto esteriore nel mondo, sarà necessariamente il più misconosciuto. E coloro che sanno come stanno veramente le cose con questa individualità, sanno anche che Christian Rosenkreutz sarà il più grande martire fra gli uomini, accanto al Cristo che soffrì come Dio. Le sofferenze che lo faranno grande martire deriveranno dal fatto che gli uomini così raramente si decidono a guardare dentro la propria anima, per cercare sempre più l’individualità che si sviluppa, per sottoporsi all’inconvenienza che la verità compiuta non viene loro offerta su un vassoio d’argento, bensì deve essere conquistata mediante fatica ardente, mediante ricerca appassionata, e che non possono essere avanzate altre esigenze in nome di colui che si designa come Christian Rosenkreutz.

Queste esigenze concordano con l’epoca presente e con ciò che il tempo odierno sente, benché spesso lo fraintenda. L’epoca attuale sente chiaramente che sempre più l’individualità dovrà elevarsi. Anche se esprime ciò in forme grottesche e talora in un radicalismo impossibile, corrisponde a un istinto correttissimo nel pensiero e nel sentimento umani. Si resta talvolta stupefatti: pur di fronte a tutto il materialismo e alle impossibilità della cultura odierna, persiste un istinto rigorosamente corretto rispetto a molte cose, benché sia spesso esagerato e diventi caricatura. Devo confessarlo dinanzi a un libro apparso da poco, “Critica del tempo” di Walther Rathenau, dove si legge: l’epoca della fondazione di sette, l’epoca della fede negli insegnamenti autoritari è finita una volta per tutte; è finita come possibile ideale dell’umanità. Sebbene nella nostra epoca ogni cosa che si sviluppa correttamente generi il suo contrappeso, cosicché oggi in certi ambienti trovino ancora seguito l’autorità e il dogmatismo, chiunque conosca i tempi può riconoscere che nulla potrebbe minacciare la pace fra gli uomini quanto il mancato riconoscimento di questo principio ora enunciato. Deve essere ideale dell’umanità compenetrare la verità oggettiva, riconoscerla, elevarsi per mezzo della verità oggettiva verso i mondi spirituali. Un ostacolo verrebbe frapposto se qualcuno volesse fondare una verità — cosa impossibile nel futuro — esclusivamente su autorità personale! Questo va inteso nel senso giusto. È difficile, molto difficile, e durante il lungo lavoro di scienza dello spirito — già molti anni ormai — si è dimostrato quanto sia difficile. E non solo presso di noi, ma dovunque è possibile lavorare in senso teosofico, si mostra quanto sia difficile fare del nervo fondamentale della ricerca teosofica il nervo del vero operare teosofico. È difficile perché sempre vi saranno persone riluttanti a elevarsi a ciò che deve divenire l’impulso fondamentale dell’epoca. Frequentemente si incontrano obiezioni che sarebbero spontaneamente superate se ci si aprisse alle condizioni fondamentali della nostra età, se comprendessimo che l’umanità davvero progredisce. Comprendere lo spirito intero della teosofia: di questo si tratta!

Ma contraddicerebbe profondamente lo spirito della teosofia se circolasse ampiamente fra i teosofi un’opinione che si diffonde oggi: che da una particolare conformazione continentale sulla Terra dipenderebbe ciò che si vuol rendere patrimonio comune di tutti, senza distinzioni di razza e colore. È possibile che con una frase si tolga via ciò che con un’altra si vuol dare? È così difficile notare il contraddittorio, quando da una parte si parla di diffusione della saggezza universale, patrimonio di tutta l’umanità senza distinzioni razziali, ma dall’altra si vuol rendere una cultura futura dipendente da una razza localizzata e delimitata? È necessario ponderare veramente queste cose, giungere veramente a penetrarle. È possibile parlare di progresso dell’umanità quando continuamente si sostiene che occorrerebbe reinstallare nel mondo le medesime necessità — una personale autorità di maestro — che dovrebbero tramontare? È possibile sostenere che le forze spirituali umane debbono potenziarsi, che l’uomo deve elevarsi verso il mondo spirituale, se poi lo si rende dipendente dal fatto che una singola personalità si presenti come autorità su questo piano fisico? È estremamente facile proclamare: tutte le opinioni nella teosofia hanno egual diritto. Rimane vuota frase se non è intesa seriamente. E soprattutto rimane frase se le opinioni altrui non sono rappresentate correttamente. Già una volta ho dovuto rilevare qui: rimane vuota la parità di opinioni se ciò che si compie qui, che non ha assolutamente alcun legame con alcun punto o razza terrestre, viene presentato altrove come se fosse adatto solo al carattere tedesco. È questione umana, come la matematica, non questione di una singola nazione. E rappresentare ciò che facciamo come se fosse questione nazionale, di territorio ristretto, è falsità: non può essere giustificato con la frase generale che si pongono nel mondo falsità oggettive. Allora l’altro cade facilmente nell’ingiustizia, l’apparenza d’intolleranza si deposita facilmente su di lui, poiché è tenuto a difendere la verità. L’ora potrebbe divenire seria a questo riguardo! E solo chi prende sul serio la teosofia nel senso più ampio intenderà quanto ho detto, chi non si lascia trascinare in cose che contraddicono l’impegno serio e il nervo della teosofia.

Supponiamo che si fosse obbligati a impedire a coloro che non possono verificare tutto di accogliere determinate falsità. Potrebbe allora l’altro dire: sarebbe intolleranza? Lo potrebbe dire se sotto l’apparenza di verità mirasse soltanto al dominio! Nel futuro agiranno gli impulsi della verità spirituale indipendente da condizioni fisiche, con le loro possibilità operative. E sarà bello, sarà grande se mediante la teosofia potrà operare qualcosa di unitario su tutta la Terra. Non per motivi personali, non per motivi nazionali, non neanche, direi, per motivi di alcun genere umano, bensì per motivi puramente teosofici, il cuore soffre se oggi dal presidente della Società Teosofica in Inghilterra si pronunciano discorsi che non sono teosofici nel senso teosofico, bensì politici nel senso più eminente. Il cuore si stringe quando si ripensano le belle tradizioni antiche della teosofia, se oggi in discorsi teosofici cadono parole come: “Verrà il tempo in cui si potrà dire: Inghilterra con l’India in mezzo — America e Germania a destra e sinistra: una politica mondiale sotto la bandiera della teosofia!”. E poi si dice: da noi impera l’intolleranza quando incombe il dovere di mettere in rilievo che nella guida si infiltra ciò che non ha diritto di parola: l’elemento personale! Devo confessare: all’occultista il cuore si stringe quando deve udire simili affermazioni intese come “teosofiche”; il cuore si stringe non per motivi nazionali, ma lo ripeto ancora una volta: non per motivi personali, non per motivi umani generali, bensì per motivi puramente teosofici e occulti, il cuore soffre quando si vede riunito ciò che deve essere il nervo più interno dell’operare teosofico — magari inconsapevolmente — con aspirazioni nazionali e imperialistiche. Non si tratta di avere qualcosa contro un paese della Terra, non di volere opporsi ad aspirazioni alcune, ma di riconoscere come appaia fin da principio che l’anteporre simili aspirazioni è un’ibrida fusione di elementi personali con l’ideale teosofico.

Ho talvolta parlato con parole serie dei compiti, degli scopi della teosofia. L’occultista non parla sconsideratamente. L’occultista sa bene quando deve usare questa o quell’altra parola. E quanto ho detto è affatto privo di emozione, di passione, di simpatia o antipatia. Ma era richiesto da ciò che potete riconoscere come la serietà dell’ora — per l’occultismo, per la teosofia, dico! La teosofia deve, l’ho spesso sottolineato, attingere dalle fonti della saggezza umana ciò che è da dire per il nostro presente, per l’umanità. Deve farlo. E se la teosofia intende realizzare questo ideale, occorre che si fondi saldamente su se stessa, che trovi in sé — non solo in ciò che ha da dire, ma nel modo di rapportarsi al mondo — la propria direzione, affinché le direttive che operano all’esterno non si mescolino nel nostro movimento teosofico. Allora diventano deleterie, assai deleterie. Si consegnano al movimento teosofico altrettanti elementi distruttivi quante sono le usanze che oggi vigono nella vita esteriore e che si immettono nel movimento teosofico. All’esterno talvolta operano grottescamente, così grottescamente che il mondo esterno si guarderà bene dall’imitare ciò che su terreno occulto, per il fatto di essere terreno infuocato, ha potuto nascere. Il mondo esterno possiede svariati sodalizi: ha associazioni per il movimento della pace, per il vegetarianismo, leghe anti-alcoliche e simili. Sono scopi che ci si può proporre. Se la fondazione di sodalizi dovesse talvolta estendersi al punto che sodalizi o ordini venissero fondati affinché personalità, fondatori di religioni o altre personalità si presentino nel mondo, sodalizi od ordini in attesa di futuri salvatori mondiali, allora neppure il mondo esterno potrebbe imitarlo: non credo che uno statista fonderebbe un’associazione in attesa di un nuovo statista, o che un generale fonderebbe un’associazione in attesa di un grande generale. Le cose sono così semplici che basterebbe pensarci: fondare un’associazione in attesa di un salvatore mondiale non è più grottesco che fondare un’associazione in attesa di un nuovo statista o di un grande generale.

Quando una personalità oggi molto occupata nella fondazione di tale ordine mi obiettò su quanto appena detto: sì, ma il regno tedesco nel 1848 fondò un’associazione per l’unificazione degli stati tedeschi, e poi arrivò Bismarck che provvide affinché il regno tedesco giungesse all’esistenza, — dovetti rispondere: non so veramente che sia mai stata fondata un’associazione in attesa di un Bismarck!

Credete che io dica questo per portare qualcosa di giocoso? Lo dico perché l’occultismo ha anche il lato per cui, se non è esercitato correttamente, può minare invece che sviluppare i poteri del giudizio; e perché seriamente mi tocca il cuore per ciò che ho spesso detto. Qui possono essere raccolte molte cose su questioni occulte. Tra cinquant’anni forse si avranno ricerche più precise di alcuni punti, si potranno dire certe cose diversamente. E se nulla rimanesse di ciò che qui è stato sviluppato come contenuto, tuttavia vorrei che rimanesse questo: che qui è stata inaugurata e rigorosamente mantenuta una ricerca teosofico-occulta fondata unicamente e soltanto su sincerità e verità! E se anche fra cinquant’anni si dirà: tutto deve essere corretto di ciò che hanno detto costoro, ma vollero essere sinceri e non tollerarono il falso — allora il mio ideale sarebbe raggiunto. Sincerità e verità, che possano sussistere anche con un movimento occulto: questo deve essere, e certamente sarà, benché infinite tempeste si scatenino contro di esso; con il nostro movimento nel mondo — non voglio dire presuntuosamente “mostrato”, bensì “cercato” — di perseguire!

Con ciò entriamo nella nostra estate e possiamo meditare molte cose di quanto è stato detto oggi, ma anche nel corso dell’inverno. Poiché ora mi tocca rivolgermi, insieme ad alcuni altri, al lavoro che ci attende a Monaco per la causa antroposofica nel mese di agosto.


In memoria di Frater Stefano Ravaglia

anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.

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